P. 1
il Riformista 6.6.10 p7

il Riformista 6.6.10 p7

|Views: 226|Likes:
Published by segnalazioni

More info:

Published by: segnalazioni on Jun 06, 2010
Copyright:Attribution Non-commercial

Availability:

Read on Scribd mobile: iPhone, iPad and Android.
download as PDF, TXT or read online from Scribd
See more
See less

01/25/2013

pdf

text

original

EURO 1,50

DOMENICA 6 GIUGNO 2010

DIRETTORE

ANTONIO POLITO

www.ilriformista.it

ANNO XV N. 133 SPED. IN ABB. POST - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N. 46) ART. 1 COMMA 1, DCB - ROMA

n alcuni quartieri hanno tolto addirittura l’energia elettrica, altrove sono intervenuti con azioni di disturbo sulle frequenze satellitari. Il regime degli ayatollah ha fatto di tutto perché gli iraniani non vedessero nei giorni

I

scorsi il film documentario su Neda Agha-Soltan, la 27enne uccisa un anno fa dal piombo dei basiji durante le manifestazioni contro la contestata rielezione del presidente ultra conservatore Mahmoud Ahmadinejad. Ma non è servito a

L’Iran oscura il film su Neda
DI

MARCO INNOCENTE FURINA

niente. Perché ancora una volta internet si è rivelato uno strumento più potente anche della censura di stato. Il video di una 70 di minuti è riuscito a passare su you tube (dov’è tutt’ora visibile in inglese: http://www.youtube.com/wat-

ch?v=F48SinuEHIk&feature=channel). Il docufilm era stato trasmesso mercoledì e giovedì scorsi da Voice of America, tv satellitare che trasmette anche in farsi e seguitissima in Iran.
SEGUA A PAGINA

4

Tremonti vs Bersani? Tre a zero
IL BESTIARIO
DI

EPURATI. Lo scontento sulla Rai, le blande reazioni a Tremonti e ai poteri forti, i dubbi sulla cricca. Nel mirino di Berlusconi gli uomini cari al sottosegretario: Masi, Catricalà (per il post-Scajola) e Bertolaso.
DI

La lista di Letta
ALESSANDRO DE ANGELIS

QUALCOSA È CAMBIATO TRA SILVIO E GIANNI

GIAMPAOLO PANSA

www.ilriformista.it

i solito non guardo Annozero. Michele Santoro è bravo, ma la sua trasmissione mi annoia. Nonostante la varietà degli ospiti, è troppo faziosa, si capisce sempre da che parte tira. E la parte è una sola: Silvio Berlusconi è come il colera, o ci ammazza lui o lo ammazziamo noi, in senso figurato s’intende. È la stessa solfa che sento suonare da tanti media. La conosco a memoria e mi ha stancato. Per questo, quando sta per cominciare il talk show di Michele, cambio canale. Giovedì ho fatto un’eccezione. Sapevo che ad Annozero ci sarebbe stato un faccia a faccia fra due big: Giulio Tremonti, il ministro dell’Economia, e Pierluigi Bersani, il leader del Partito democratico. Me lo sono goduto dal primo minuto all’ultimo. Ed è stato come assistere a una partita di calcio. Conclusa con un risultato netto: la vittoria per tre a zero di Tremonti su Bersani. Perché Tremonti ha vinto? Prima di tutto, perché giocava in casa. Nel senso che il campo di gioco era quello che lui conosce meglio: la crisi economica e finanziaria, con la manovra decisa dal governo.
SEGUE A PAGINA

Tandem con altri quotidiani (non acquistabili separatamente): nella provincia di Brindisi Il Riformista + Senzacolonne € 1

D

la polemica

Detta così pare una battuta: «Mi sa che mi tocca frequentare di più palazzo Chigi». Soprattutto perché a ripeterla più volte negli ultimi giorni è stato Silvio Berlusconi. E però di boutade non si tratta. Proprio nelle settimane, le ultime, in cui l’arrembaggio dei poteri forti - dal Corriere a Confindustria - puntava su un esecutivo tecnico di transizione a guida Tremonti il premier ha confidato che molti papaveri berlusconiani si sono mostrati troppo coinvolti nell’intrigo di Palazzo. E troppo morbidi sulla controffensiva. Per questo ha vergato una «Letta’s list»: nomi di potenti da depennare, legati a doppio filo al sottosegretario alla presidenza. Perché è vero che sui principali dossier di governo - vai alle voci: manovra, intercettazioni rapporti col Colle - la diplomazia lettiana ha funzionato per arginare il subpartito di Tremonti o la fronda di Fini, ma gli «uomini chiave nei posti chiave» non hanno funzionato. Il primo nome eccellente della «Letta’s list» è quello di Mauro Masi.
SEGUE A PAGINA

Emergency spara sulle crocerossine
DI

JACOPO MATANO

È scontro tra l’organizzazione di Gino Strada e la Croce rossa per un commento su Facebook di Cecilia Strada - presidente dell’ong - sull’infermiera che ha sfilato il 2 giugno. «Non riesco a immaginare le nostre che marciano alla parata militare». Francesco Rocca, commissario straordinario Cri: «Un attacco assolutamente indecoroso». Poi Strada si difende: «È un grosso equivoco».
A PAGINA

5

5

la crisi ungherese, i risvolti italiani

letture hard

Budapest fa più male di Atene
DI

FABRIZIO GORIA

Dal carassio di Bondi a Lolita in divisa
DI

4

«Le voci di un fallimento dell’Ungheria sono ingiustificate». Bruxelles ha così tentato di frenare l’escalation negativa intorno a Budapest, fra brogli statistici e debiti. A tranquillizzare l’Italia ci ha pensato anche il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi: «Le banche italiane sono adeguatamente capitalizzate». Dal G20 il numero uno del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn, si è detto «sorpreso, i conti sembravano giusti». Ma crescono le voci di un nuovo intervento del Fmi, dopo i 25 miliardi di euro dati nel 2008 con la Banca centrale europea. SEGUE A PAGINA 2

L’impero del porno rischia la bancarotta
DI

FABRIZIO D’ESPOSITO

ANTONIO VANUZZO

La crisi ungherese si vede dal porno. Budapest, ex capitale dell’industria pornografica europea, sta vivendo sulla propria pelle la difficoltà del settore, che da solo vale lo 0,5 per cento del Pil. Un giro d’affari che solo due anni fa si aggirava intorno ai 100 milioni di dollari, oggi più in rosso delle luci dei suoi 150 bordelli. SEGUE A PAGINA 2

orna con un nuovo libro la scrittrice pugliese Maria Gabriella Genisi, che un’estate fa fece tremare Sandro Bondi con il primo romanzo erotico della Seconda Repubblica: Il pesce rosso non abita più qui. Pesce rosso, alias carassio, il suo nome scientifico. Stavolta la protagonista è Lolita Lobosco, commissario di polizia a Bari. E tra escort e intercettazioni, i magistrati con l’amante si mettono in politica.
A PAGINA

T

12

CORSIVO
Schiavone di Roma, Iddio la creò.
FD’E

TRIONFA A ROLAND GARROS. PRIMA AZZURRA DI SEMPRE. PECCATO PER UNA TELECRONACA DA DIMENTICARE

NON SOLO MANKELL

Grande Schiavone, piccola Rai
DI

MASSIMILIANO GALLO

IL SENSO DELLE CASE

CLASS Officina delle idee s.r.l. Centro Direzionale Energy Park • 20059 Vimercate (MB) via Monza, 7 • Tel. 039.5966400 - Fax. 039.5966401 www.class-re.com

ata storica per il tennis italiano. Francesca Schiavone conquista il Roland Garros ed è la prima italiana di sempre a vincere un torneo del Grande Slam. In una finale contro pronostico, la milanese ha sconfitto l’australiana Stosur 6-4 7-6. Ha giocato una partita magistrale, conquistata ancor prima di entrare in campo. Bastava soffermarsi sul suo sguardo negli spogliatoi del centrale. Ha vinto con la testa, Francesca. Proprio come faceva il suo mentore Corrado Barazzutti. Ha preso campo all’avversaria, l’ha costretta sulla difensiva, non le ha mai lasciato comandare il gioco, le ha rubato il tempo, non le ha mai giocato la stessa palla per due colpi consecutivi, ha insistito sul suo punto debole, il rovescio. Insomma, la partita perfetta. La sola che poteva disputare per battere una più forte di lei. Dopo aver portato a casa il primo set, Francesca non si è disunita sull’1-4 nel

D

secondo set. Ha ritrovato la lucidità e si è issata fino al tiebreak. Qui ha giocato un tennis eccezionale, cercando sempre il colpo vincente. Ormai era in trance agonistica. Ha lasciato due soli punti alla rivale e si è accasciata sulla terra rossa, l’ha mangiata come aveva promesso. Poi si è ripresa e ha fatto un gesto come a dire “ma chi me lo doveva dire che avrei vinto il Roland Garros”. E ha scalato la tribuna per abbracciare il suo staff. Una milanese a Parigi. E a noi, davanti alla tv, con la pelle d’oca, non è rimasta che la nostalgia per Giampiero Galeazzi, persino per quel turborovescio attribuito a Paolino Canè. Sia chiaro, ringraziamo mamma Rai per aver acquistato in extremis i diritti della finale, ma già che c’era avrebbe potuto richiamare bisteccone al posto di Alessandro Fabretti. Non chiedevamo Tommasi e Clerici, per carità, ma almeno qualcuno che conoscesse l’attacco in controtempo, tanto per dirne una. Rita Grande, da sola, non è bastata. Per fortuna che Francesca ha vinto. Però casomai dovesse ricapitare un’italiana in finale...

Come mai il nero svedese è più rosso che giallo
CAPPELLINI
A PAGINA

9

2

più pericolosa

DOMENICA 6 GIUGNO 2010

G20: «L’Ungheria non è in crisi» Ma i mercati non ci credono
DEFAULT SOVRANO. Il numero uno del Fmi, Strauss-Kahn, dice: «I conti sono giusti». Draghi tranquillizza sui nostri istituti di credito. Le Borse attendono nuove verifiche e hanno più paura che per Atene.
SEGUE DALLA PRIMA PAGINA

e dichiarazioni dell’esecutivo di Budapest, lanciate due giorni fa, lasciavano poco spazio alle soluzioni. «Siamo in una situazione simile o peggiore della Grecia», tuonava Peter Szijjarto, portavoce del premier Viktor Orban. I mercati hanno reagito in modo convulso. Pesanti le perdite, ridotte solamente dall’avvicinarsi della chiusura di ottava. L’agenzia di rating Moody’s ha cercato di distendere i toni. Kristin Lindow, vice presidente Moody’s, è stata chiara: «Manteniamo ancora l’outlook negativo, ma mi sento di escludere che siano messi come Atene». Ieri il segretario di Stato, Mihaly Varga, ha smentito tutto, ma non è bastato, per ora, a rallentare la spirale ribassista intorno a Budapest. L’eventuale insolvenza ungherese è diventato il tema principale del G20 finanziario di Busan. Dalla Corea del Sud il primo

L

a parlare è stato il governatore Draghi, che ha escluso ogni interessamento per il sistema bancario italiano. Secondo lui i nostri istituti di credito «hanno un modello tradizionale di business e di gestione del rischio che li mette al riparo». Nel complesso, l’esposizione creditizia ungherese è di 120 miliardi di euro. Il 92 per cento è in mano all’Ue. E a chi gli chiedeva un’opinione del responso degli investitori, Draghi ha spiegato che «la speculazione non si vince in un giorno e io non ho la bacchetta magica». Parole simili a quelle del presidente della Banca centrale europea, JeanClaude Trichet: «Non siamo dei maghi, non so prevedere cosa potrà succedere sui mercati finanziari, né tantomeno capire quanto scommetteranno contro». Parole distensive sono arrivate da Olli Rehn, commissario Ue agli Affari economici e monetari. «Sinceramente, mi sembra un’esagerazione parlare di fallimento per l’Ungheria», ha detto. Rehn

ha poi ricordato che «Budapest ha ridotto il deficit di più del 5 per cento tra il 2006 e il 2009». Il premier Orban invece dice il contrario: «Il precedente esecutivo socialista ha truccato i bilanci pubblici e ora il deficit 2010 non è al 3,8 per cento, bensì superiore al 7 per cento». Immediata la controreplica di Rehn, che ha assicurato l’Eurozona sul rischi di un’ulteriore frode dopo il recente caso della Grecia. Intanto, corrono le voci di un intervento di stabilizzazione del fondo salva-euro da 750 miliardi. Dal G20 sono arrivate secche smentite sull’eventualità, ma rimane l’incertezza di base. Per l’Italia non sono pochi i rischi collaterali di un’insolvenza ungherese. In una fase storica in cui i paesi dell’Ue cadono uno dietro l’altro con effetto domino, se gli investitori dovessero percepire dei timori anche in merito al nostro debito pubblico, il risultato potrebbe essere duro per la stabilità italiana. Tuttavia, come ha ri-

badito Draghi, i pericoli sembrano circoscritti, sia sul fronte bancario sia sul versante dei bond governativi. Strauss-Kahn ha detto di «aver ricontrollato personalmente i dati sull’Ungheria, mi sembravano giusti». Nonostante un ampliamento degli spread fra titoli di Stato italiani e bund tedeschi, il nostro Paese ha buoni fondamentali, secondo gli analisti. Opinione ripresa anche ieri dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha ricordato come la manovra biennale da 25 miliardi di euro sia stata accolta positivamente dalle piazze finanziarie, rispetto agli altri paesi dell’Eurozona. I mercati Over-the-counter (non regolamentati) sono risultati molto mossi anche ieri. I Credit default swap sull’Ungheria hanno toccato il massimo storico, superando la soglia psicologica dei 400 punti base. Per proteggersi dal fallimento di un bond ungherese quinquennale da 10 milioni, sono necessari oltre 400mila dol-

lari. Sotto pressioni tutte le altre economie europee, in particolare l’Italia: i Cds sul nostro debito sono vicini ai 300 punti base. Un esempio delle reazioni si avrà già stanotte, all’apertura della Borsa di Tokio. L’impressione è che possa continuare il trend negativo nei confronti dell’euro. La moneta unica infatti è uno dei soggetti più colpiti dall’attuale scenario macroeconomico. Venerdì è stato raggiunto il minimo dal 2006 nel cross col biglietto verde a 1,1965. E sono molti nelle sale operative che ipotizzano un quadro di breve periodo ancora più duro, intorno a quota 1,12. Un allarme lo lancia il Financial Times. «Se non ci sarà velocità nelle scelte, l’Europa potrebbe trovarsi a risolvere una situazione per cui non ci sono soluzioni», scriveva il quotidiano britannico. Il sentore è che possa aver ragione. E la paura prenderebbe il sopravvento sulle piazze finanziarie.
F.G.

Il paradosso elettorale di Silvio La manovra non taglierà le tasse
FISCO. La correzione da 25 miliardi può costar caro al Governo. Le maggiori entrate dalla lotta all’evasione conterranno il deficit, però non ridurranno le imposte. E nel 2012 il rischio è quello di arrivar male alle elezioni dell’anno dopo. Intanto, arriva il mini condono sugli abusi edilizi.
DI

RECESSIONE GLOBALE

Le difficoltà della Budapest a luci rosse
SEGUE DALLA PRIMA PAGINA

GIANFRANCO POLILLO

La manovra finanziaria produrrà degli effetti paradossali che dovranno essere tenuti in debito conto. Non tanto dal punto di vista economico, quanto da quello politico: visto che il 2012 sarà un anno preelettorale. E le decisioni assunte in quello scorcio di legislatura peseranno non poco sulle decisioni di voto. Se le cose andranno secondo le previsioni del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il Governo potrà vantarsi del fatto di aver ricondotto il deficit di bilancio nei limiti del Patto di stabilità. Un 2,8 per cento dopo il lungo brivido della crisi che lo aveva portato, nel 2009, al 5,3 per cento. Un successo innegabile, anche se l’opposizione non potrà non far notare che durante il Governo Prodi quel limite era ancora più basso: rispettivamente l’1,5 per cento nel 2007 e il 2,7 per cento nel 2008. È

vero che, allora, la crisi era ancora da venire. Comunque i numeri sono numeri ed in grado di alimentare una campagna mediatica insidiosa. La maggioranza potrà difendersi ricordando una politica di “tassa e spendi”. Allora la pressione fiscale fu pari rispettivamente al 43,1 ed al 42,9 per cento. Se poi consideriamo la vasta area di evasione, il peso reale sui contribuenti onesti sfiorava il 50 per cento. Un carico insostenibile. A seguito della manovra in atto – e sempre che la lotta all’evasione abbia successo – la pressione fiscale nel 2012 sarà pari al 42,8 per cento. Di pochissimo inferiore al lascito del Governo Prodi. Ma con una seppur piccola differenza. Il suo carico sarà più equilibrato, visto che le maggiori entrate (rispettivamente 3 e 9 miliardi nei prossimi due anni) graveranno su coloro che, nel frattempo, hanno goduto di una rendita di posi-

zione. Vale a dire della possibilità di farla franca rispetto alle richieste dello Stato. Comunque sia, sarà difficile per il Governo presentarsi agli elettori come colui che ha rispettato gli impegni presi, visto che Silvio Berlusconi continua a promettere, per la fine della legislatura, una riforma fiscale in grado di ridurne il peso. La situazione è, quindi, paradossale. Dovuta al fatto che le maggiori entrate derivanti dalla lotta all’evasione non sono utilizzate per ridurre le imposte a carico dei cittadini ri-

spettosi delle leggi e dell’ordinamento, ma per contenere il deficit di bilancio. Come se ne esce? Molto dipenderà dalla crescita dell’economia. Nell’attuale contesto internazionale, essa è soprattutto affidata alle esportazioni. La speranza è quindi quella di un euro debole, nei confronti del dollaro e dello yen, per recuperare margini di competitività perduta. Molto dipenderà dagli americani. Se punteranno, come stanno facendo, a riconquistare una perduta centralità – il dollaro come unica e vera moneta di riserva – le cose potrebbero funzionare. Se invece vorranno ridurre il loro deficit commerciale, sarà l’inizio di una piccola guerra dagli esiti imprevedibili. L’Italia ha comunque tre anni di tempo per fare qualcosa in casa. Deve ridurre ulteriormente la spesa pubblica, per trovare le risorse necessarie per abbattere ulteriormente la pressione fiscale e quindi consenti-

re al Governo di onorare gli impegni assunti. Ma come? Con ulteriori tagli lineari? Non può essere questa la strada: se non altro perché si è raggiunto un punto limite. Ed allora? Non resta che la spending review – questo è almeno il nostro sommesso consiglio – vale a dire una scomposizione e ricomposizione delle poste del bilancio pubblico, per vedere quali programmi mantenere e quali mandare al macero. Un lavoro indubbiamente impegnativo, per la Ragioneria dello Stato, che richiede metodi nuovi di classificazione ed una valutazione dell’onere che sia comprensivo sia dei costi diretti che di quelli indiretti (personale, costi fissi, consumi materiali e così via). Qualcosa in passato è stato fatto, a livello sperimentale. Ma ora occorre rendere quel lavoro sistematico. Due anni di tempo. Poi vi sarà il giudizio di Dio, sotto forma di responso elettorale.

Sono tre i fattori che pesano sulle tasche degli imprenditori dell’hard: pochi attori professionisti, scarsità di location, stipendi elevati. Risultato, a Budapest non conviene più girare film piccanti. Un affermato produttore, che preferisce l’anonimato, alla stregua di un economista, spiega la situazione: non si tratta soltanto del dato taroccato sul rapporto deficit – Pil, al 7,5 per cento e dunque lontano dal limite Ue, fissato al 3 per cento, ma soprattutto l’arrivo dell’euro. La moneta unica, la cui adozione è prevista per il 2015, anche se appare probabile una ridiscussione in sede Ue, alzerà inevitabilmente i costi di produzione. Meglio, dunque, spostarsi ancora più a Est. A Budapest, infatti, racconta il manager, le case di produzione italiane, come la Ikoms di Gianfranco Romagnoli, arrivato per primo in città agli inizi degli anni ’90 per impiantare gli studios hard più grandi d’Europa, e il leggendario Rocco Siffredi, starebbero letteralmente raschiando il fondo del barile. Oggi i gusti del pubblico sono cambiati: il web ha spazzato via l’indotto dei dvd venduti nei sexy shop, ma sono ancora pochi, e quasi esclusivamente appannaggio delle grandi major canadesi e statunitensi, i siti web a pagamento che fatturano grandi volumi. Come la 21sextury, numero uno al mondo per capitalizzazione, o la Brazzers, multinazionali che

DOMENICA 6 GIUGNO 2010

della Grecia
SCENARI. In caso di fallimento, in bilico più di 100 miliardi di euro. Le casse di risparmio magiare pesano soprattutto su Austria, Germania e noi. Intesa Sanpaolo possiede la Cib Bank, secondo istituto del Paese, mentre UniCredit ha oltre 255mila clienti. Per Banca d’Italia «il sistema non corre timori».
DI

3

Banche esposte per 120 miliardi L’Italia adesso teme il contagio
ALBERTO BRAMBILLA

Le banche italiane sono le terze più esposte al mondo nei confronti dell’Ungheria: ventuno miliardi in tutto. Sono presenti sul territorio Intesa Sanpaolo, Unicredit e Banco popolare. Con il 92 per cento dell’esposizione globale, pari a 120 miliardi, l’Europa è senz’altro il terreno più rischioso per un eventuale default ungherese. Un’ipotesi che la Commissione europea considera comunque «esagerata». Più defilati nella classifica troviamo la Francia, con un’esposizione di 9,8 miliardi, e gli Stati Uniti, con 3,1 miliardi.Il sistema bancario magiaro è dominato dalle banche estere, come spesso accade in Europa dell’Est, ma è un caso particolare. Il primo attore infatti è la Otc, una banca locale con vocazione internazionale, presente anche in Slovacchia e Ucraina. Al secondo posto, invece, ci sono i belgi di Kbc.
riescono a fare economia di scala, lanciando nuovi titoli prodotti in Ungheria e destinati ai siti web per adulti, soprattutto in Usa, per poi rivenderli in dvd a prezzi da edicola dopo 3 o 4 mesi. Stando alle cifre della rivista americana Forbes, il giro d’affari del porno online a stelle e strisce nel 2009 è stato di circa 12 milioni di dollari, in crescita del 10 per cento sul 2008. Rocco Siffredi, raggiunto telefonicamente, ha scelto di non rilasciare al Riformista nessun commento, mentre Omar Galanti, considerato il suo erede, traccia un quadro molto preciso della situazione magiara: «Il mercato ungherese è in piena crisi, sopravvive solo chi ha la capacità di strappare grossi contratti, ma chi lavora in produzioni basate a Budapest è poi obbligato a spostarsi verso Los Angeles o San Pietroburgo, nella primo caso per ragioni di funzionamento della macchina organizzativa, nel secondo per la convenienza». Galanti, che oltre a recitare è anche un produttore, è stato uno dei primi italiani a puntare verso Mosca. Il confronto con Budapest, spiegano gli esperti, è impietoso: in Ungheria, un’attrice semi-sconosciuta guadagna circa 600 euro a scena, e, mediamente, nel Paese si girano 3 ciak la settimana. A San Pietroburgo, invece, il dato sale a 4 scene giornaliere, per 250 euro a ripresa. Tutto l’anno, Natale e ferie estive escluse. Spiega Galanti: «In Russia puoi contare su un bacino di milioni di attrici con esperienza hard, cioè 5 o 6 ragazze nuove al giorno». Gli stessi divi del sesso ungheresi si stanno trasferendo a San Pietroburgo. Come Wesley, attore superdotato rimasto senza lavoro, chiamato in terra sovietica proprio da Galanti. Antonio Vanuzzo

Guardando ai due maggiori istituti italiani, Unicredit è presente sul territorio con la controllata Unicredit bank Hungary, il settimo istituto del paese. Mentre Intesa Sanpaolo possiede la Cib bank, la seconda banca magiara: una presenza capillare con 151 filiali che in termini di ricavi si traduce nel 2,9 per cento rispetto al totale. L’istituto guidato da Alessandro Profumo, che ha fatto dell’espansione in Est-Centro Europa un obiettivo dichiarato del Gruppo, attraverso la Unicredit Hungary tratta con 225mila clienti pari, secondo le stime, all’1,1 per cento dei ricavi totali. Inoltre, Unicredit gestisce anche le operazioni relative all’Est per conto di Bank Austria. Il governatore della Banca d’Italia - di cui Intesa e Unicredit sono i maggiori azionisti - ha però circoscritto il problema. Per Mario Draghi, infatti, non ci sono rischi dalla crisi ungherese. A Vienna, invece, la preoccupazione è

maggiore. Stando alle statistiche della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), con 30,8 miliardi l’Austria ha il sistema bancario più esposto. Di questo si era già parlato nel 2008, quando gli occhi della comunità finanziaria erano puntati sulla debolezza dell’area dell’Est, dai Balcani fi-

no al Baltico. Tra gli istituti che hanno in pancia il maggior numero di titoli di stato di Budapest troviamo la Raiffeisen central bank (Rzb) e la Erste Bank. Da venerdì il fiorino ungherese ha perso quasi il cinque per cento nei confronti dell’euro. Un fatto sintomatico perché l’euro non è certo la moneta più forte in circolazione, con delle conseguenze importanti anche sul sistema bancario e sul mercato immobiliare. Due terzi dei prestiti, infatti, vengono erogati in valuta estera e molti cittadini hanno aperto dei mutui soprattutto in franchi svizzeri, yen - e in minor parte in euro - grazie allo scarso tasso d’interesse previsto. Un

espediente che funziona solo se il fiorino rimane stabile. Infatti, le persone che hanno contratto un mutuo in franchi dovranno restituirlo nella stessa moneta. Ma se gli stipendi restano in fiorini, e il fiorino si deprezza, diventa difficile onorare il pagamento. E crollo della moneta magiara sul quella svizzera - considerata un «bene rifugio» in tempi di crisi – non aiuta né i cittadini né i conti degli istituti. Infatti, in caso di insolvenza, le banche vedrebbero crescere gli accantonamenti sul rischio crediti (delinquencies). La decisione sul fronte valutario e immobiliare sarà soprattutto politica e spetterà a governo e banca centrale decidere il da farsi. Da un lato, allungare la durata del mutuo (come ha fatto il ministro Giulio Tremonti nel 2008). Dall’altro, operare sul tasso di cambio. Curioso che venerdì l’istituto centrale abbia diffuso una nota per tranquillizzare i mercati rassicurando sullo stato delle finanze pubbliche, una prerogativa che dovrebbe spettare al governo di Budapest. L’esecutivo, insediato da circa un mese, dovrà fare chiarezza dopo il «pasticcio» sui conti prima di attivare qualsiasi politica economica. Per questo oggi si riunirà una commissione interna per valutare se e quanto è profondo il buco di bilancio.

Ecco perché liberare le imprese può favorire la crescita italiana
COMPETITIVITÀ.Dopo l’idea di Tremonti di togliere molti vincoli burocratici alle società, avanza il coro dei favorevoli. E il nostro sistema potrebbe risultare ancora più virtuoso di altri. La sfida è aumentare la concorrenza.
DI

BRUNO VILLOIS

Il sistema economico globale è soggetto sempre più ed un effetto domino le cui dimensioni e conseguenze obbligheranno a ripensare totalmente i modus vivendi degli stati e delle loro popolazioni. Lo scenario si prospetta difficile e arguto, nessuno è indenne da questa forzata trasformazione che presto spazierà in Sud America per poi riconfluire negli Usa e lì o terminare o iniziare un secondo giro ancora più complesso di quello appena concluso. Rifissare regole e stabilirle senza alterare i principi secolari del mercato sarà opera assai difficile. Così sarà per limitare la speculazione, intrinseca da sempre proprio nella logica di mercato ed espansione. Così sarà per aprire ad una nuova stagione per potenziare la libertà di impresa. Proprio in questa direzione vogliono andare Berlusconi e Tremonti. Ottimo che lo facciano in

anticipo su ogni altro governante. Ottimo che lancino un messaggio alle categorie economiche perché ripensino ai troppi interessi di parte. Ottimo che puntino decisi a modificare l’articolo 41 della nostra costituzione per riuscire a raggiungere l’obiettivo. Solo così staneranno l’opposizione nel voto di modifica e finalmente si potrà capire se PD e compagni puntano al bene del Paese o al solo tentativo di mandare a casa Berlusconi. Di certo arrivare al traguardo e dare all’autocertificazione valore certo per aprire e gestire le micro imprese sarebbe un gran passo avanti in molti settori, comparti in cui licenze e autorizzazioni, costose e complicate,la fanno ancora da padroni. Poche e non certo significative sono le attività che non richiedono autorizzazioni specifiche per essere attivate. L’esempio dei panificatori è significativo. Facente parte delle lenzuolate di Bersani ha consentito di aprire

un elevato numero di nuovi esercizi che, anche in ragione dei limitati laccioli burocratici per partire, ha avuto significativo ritorno sia in ambito lavorativo, rioccupando risorse che avevano perso il posto di lavoro, sia sul mercato, calmierando i prezzi del vitale prodotto pane. La crisi e i suoi effetti sulla disoccupazione obbligano a pensare alla riconversione dei troppi lavoratori che il posto di lavoro lo hanno perso o potrebbero perderlo per il modificarsi delle esigenze del quotidiano. Negli ultimi vent’anni la robo-

tizzazione ha ridimensionato la forza lavoro,della media grande impresa,facendo diminuire di oltre il 25% gli occupati, pari ad oltre l’1% all’anno. Lo tsunami del biennio in corso ne ha aumentato il numero che solo grazie agli ammortizzatori sociali non è esploso. Molti dei nuovi disoccupati dovranno reinventarsi una posizione lavorativa. Solo una parte limitata sarà riassorbito. Di questa un certo numero verrà indirizzato alla modernizzazione del Paese, se le risorse a disposizione ci saranno. Un’altra parte, la maggiore, avrà bisogno di incentivi per ricollocarsi e magari aprire una mini impresa. Liberalizzare l’economia reale, abolire protezionismi e retaggi di comodo e dare validazione certa all’autocertificazione, abolendo ogni sorta di burocrazia, sarà sostanziale e vincente. Il coinvolgimento delle categorie economiche e delle banche sarà fondamentale per riuscirci. Le prime dovranno ripensare ai gradi di protezione dei mondi che rappresentano. Le seconde dovranno indirizzare una parte delle attività al sostegno facilitato dei nuovi nati, che potrebbero

anche essere centinai di migliaia all’anno, in ragione proprio delle facility e della sburocratizzazione. Ultimo anello fondamentale oltre a politica, categorie e banche sarà il ruolo che svolgeranno i nostri player nazionali, che sono pochi ma anche molto solidi, se questi utilizzeranno e porteranno con se per il mondo le medie imprese e queste si avvarranno delle piccole e le piccole delle micro allora la catena di montaggio di una nuova stagione della nostra economia funzionerà. A futura memoria bene ricordare che questo percorso fu sostanziale nel dopo guerra per dare impulso alla ripresa e da li nacque il miracolo italiano. Adesso è tempo di ripetersi, sarà il buon senso a fare la differenza. Solo rinunciando a troppi interessi specifici di parte si riuscirà. Per adesso bene rendere onore al Presidente del Consiglio e al suo massimo ministro per aver deciso di intraprendere questa strada.

4

Commenti
L’Iran oscura Neda
SEGUE DALLA PRIMA PAGINA

DOMENICA 6 GIUGNO 2010

BESTIARIO
DI

GIAMPAOLO PANSA

a dopo dieci minuti dall’inizio del filmato sono iniziati i problemi. Le milioni di antenne satellitari del paese (vietate ma tollerate di fatto) hanno cominciato ad accusare disturbi del segnale. Le autorità non devono aver gradito le immagini del rastrellamento del ghetto di Varsavia e della guerra del Vietnam che precedono immediatamente gli scontri di piazza di un anno fa a Teheran, con la morte in diretta della giovane Neda. Un’accusa neppure troppo velata di tirannia inaccettabile per un regime nato da una rivoluzione popolare contro lo Scià e che pretende di fondare la propria legittimità, oltre che sull’interpretazione in chiave sciita del Corano, sulla volontà popolare espressa tramite libere elezioni. La controffensiva governativa al film co-prodotto da Mentorn Media per l’americana Hbo e da Saeed Kamali Dehghan, ex corrispondente del Guardian da Teheran, dovrebbe arrivare a giorni, con un filmato prodotto dal ministero dell’Intelligence, in cui Neda verrebbe dipinta come agente dei servizi segreti Usa e inglesi che avrebbero poi inscenato la sua morte, secondo il cliché del burattinaio occidentale caro ai governanti di Teheran. La censura (ma il dvd è già in circolazione) è solo un altro tassello del clima di isteria che cresce nel paese con l’avvicinarsi del primo anniversario delle elezioni presidenziali che lo scorso giugno consegnarono al primo turno, con una maggioranza schiacciante superiore a ogni previsione, la vittoria al candidato vicino all’ayatollah Khamenei, Ahmadinejad. Il governo teme ora che la ricorrenza del 12 giugno sia per l’opposizione l’occasione per tornare a mettere in dubbio la legittimità delle elezioni e nei giorni scorsi la Guida suprema, Khamanei ha avvertito che i ruoli di responsabilità ricoperti nel passato non potranno proteggere chi compie errori nel presente. Evidente (e minacciosa) allusione ai leader riformisti Karroubi e Moussavi, rispettivamente ex presidente del Parlamento e primo ministro della repubblica islamica, che per il 12 hanno già annunciato la loro volontà di scendere nuovamente in piazza.
MARCO INNOCENTE FURINA

M

SEGUE DALLA PRIMA PAGINA

Bersani condizionato dalla sua armata Brancaleone

Il “Secolo” difende Luchetti da Fofi
isuona infamante a sinistra, a proposito di La nostra vita, l’accusa di immoralità. Attacca Goffredo Fofi con un’ampia intemerata su l’Unità. «Cinema immorale per un Paese amorale», esemplifica fedelmente il titolo. Il critico cine-letterario che detesta Nanni Moretti, caldamente ricambiato, massacra il bel film di Daniele Luchetti: a partire dal titolo, «roboante e citazionista», ce l’ha con «le scarse qualità cinematografiche», con «l’idealizzazione di una diffusa piccola borghesia e di un diffuso sottoproletariato piccolo-borghesizzato più o meno benestanti e di un pensiero comune, omologati nei consumi e anche negli ideali decisamente bipartisan», ma soprattutto con gli sceneggiatori Rulli e Petraglia, perché, grazie al «losco connubio tra Cattleya e Raicinema», scrivono film sperando di piacere al pubblico, invece «di provocarlo e metterlo crisi costringendolo a guardarsi allo specchio e a ragionare sulle sue contraddizioni». Insomma, meglio dispiacere. L’affondo, un po’ a freddo e tardivo, incuriosisce. Da sempre Fofi detesta un certo cinema “romano” targato Raicinema e dintorni, considerato pallido, carino, esteticamente vuoto. Ma qui, come nota Annalisa Terranova sulla prima pagina del Secolo d’Italia, siamo alla «stroncatura etica», pure «reazionaria se non fosse per il lessico adottato dal critico». Il quale, raccontando con qualche libertà la storia del capomastro di periferia Elio Germano che si dedica a far soldi in bilico tra economia “legale” ed economia criminale, iscrive il film addirittura nel solco di una certa «tradizione catto-fascista». Volano parole grosse. Così, mentre Monicelli invoca la rivoluzione armata e la Wertmüller evoca un sicario per far fuori Tremonti (sono artisti maturi si sa), rimbomba anche nei confronti di Luchetti il sospetto di connivenza col nemico, l’accusa di ricatto sentimentale per compiacere il pubblico medio «e avere successo». Su l’Unità di ieri hanno replicato Rulli e Petraglia, dando a loro volta dell’immorale a Fofi e alludendo a un’antica ruggine: il critico “disinforma” volutamente, racconta a modo suo una scena cruciale del film (una morte in cantiere) per aggiustare ogni cosa pur di far tornare i conti, proprio come l’operaio Claudio. Ne consegue che «le aberrazioni di uno sguardo integralista sopravvivono anche alla fine dell’ideologia e di un’amicizia». Naturalmente c’è qualcosa di esagerato, parossistico, pretestuoso, nella disputa. Vero è che ciascuno tira il film dalla propria parte: chi plaudendo allo sguardo sincero e non grottesco sui proletari che cantano Vasco; chi ironizzando sulle canottiere nere indossate da Elio Germano e tirando in ballo Zdanov per sfotticchiare Fofi; chi lamentando, appunto, «l’esaltazione dei personaggi comuni dell’ambiente che si investiga» e quindi la sostanziale giustificazione di un ordine criminale. Intanto, però, nonostante il premio a Cannes, Germano contro Bondi, le polemiche sui giornali, La nostra vita viaggia ancora sotto i due milioni di euro al box-office. E se Fofi avesse sopravvalutato quel famoso pubblico medio che tanto gli sta sulle palle?
MICHELE ANSELMI

R

n materia Bersani non è uno sprovveduto, lo so bene. Ma il segretario del Pd ha dei problemi a muoversi su quel terreno. E tra un istante ne parlerò. Pure Tremonti ha dei vincoli politici, però è stato bravo a fingere di non averne. In questo modo, il ministro dell’Economia ha saputo parlare con chiarezza. E mi ha fatto capire quattro cose essenziali, le uniche che il governo può fare e, soprattutto, deve fare. La prima è tentare di ridurre il nostro colossale debito pubblico. Poi salvare i depositi degli italiani nelle banche. Quindi difendere il valore dell’euro. E infine sostenere la cassa integrazione. Oggi come oggi, non è possibile fare altro. Ho capito di meno quanto diceva Bersani. Non ho pregiudizi contro di lui. E meno che mai quelli acidi che gli ha scagliato addosso Carlo De Benedetti. Però il leader democratico non ha esposto la propria ricetta anticrisi con la stessa chiarezza di Tremonti. Ha parlato di sviluppo, di giovani senza lavoro, di tagli inutili fatti dal governo con l’accetta, di ceti deboli che non possono essere i soli a pagare. L’unica proposta che non ha osato esprimere in modo netto è l’aumento delle tasse per i redditi forti o ritenuti tali. Ma si capiva che a questo stava pensando. La debolezza di Bersani è emersa quando ha rinfacciato a Tremonti, volendo rivolgersi soprattutto a Berlusconi, di aver strillato che tutto andava bene, che l’Italia non rischiava nulla, che bisognava dormire sonni tranquilli. Certo, è andata così. E il Cavaliere ha fatto la figura del cioccolataio. Ma ricordarlo a che cosa serve? E ha poco senso dire, come fa il Pd al centro-destra: riconoscete di aver avuto torto, di essere stati imprudenti, di aver venduto lucciole per lanterne, soltanto allora potremo metterci al tavolo con voi e trovare una via d’uscita dalla guerra fredda tra i due blocchi. Tuttavia un’attenuante Bersani ce l’ha. Ha perso anche perché guida una squadra che, dal punto di vista della chiarezza progettuale, sembra la vecchia armata Brancaleone. Non abitando più a Roma, seguo le vicende della sinistra leggendo una dozzina di quotidiani.

I

Il risultato è sconvolgente. Chi comanda nel Pd? Certo, Bersani è il segretario, ma a circondarlo c’è un gruppo dirigente pronto a scannarlo. Sto pensando a signori e signore come Veltroni, Franceschini, Marino, Bindi e il loro seguito. Un club che sta distruggendo il proprio partito. C’è da sperare che almeno D’Alema riesca a difendere il parroco e la parrocchia. Anche a proposito della crisi, le ricette del Pd sono tante, forse troppe. Leggiamo opinioni radicalmente diverse. Ho l’impressione che Bersani non ne possa più di questa sarabanda. Quando Giulio, sornione, gli ha ricordato i nomi di due o tre democratici che non la pensano come lui, Pierluigi si è lasciato sfuggire un gesto di stizza, esclamando: “Lascia perdere, non nominarmi Tizio o Caio!”. Come se non bastasse, Bersani è costretto ogni giorno ad alzare un muro sul fianco della sinistra radicale. L’implacabile Di Pietro va di continuo all’assalto del Pd, pur seguitando a proclamare la propria lealtà. Gli strali degli opinion maker anti-Caimano ormai si rivolgono anche contro Pierluigi. Persino i vignettisti se la prendono con lui. Venerdì 4 giugno, sul Fatto quotidiano, un grande disegnatore come Riccardo Mannelli lo ha fucilato con un ritratto al curaro. La faccia di Bersani era accompagnata da una didascalia che lo ribattezzava “Cacasonno”, ossia un leader che fa soltanto dormire. “E che parla anche a nome di Bertoldo e Bertoldino”. Ma il dramma vero di Bersani è ancora un altro. Riguarda l’intera sinistra italiana, nelle sue diverse fazioni. E forse l’intera sinistra europea. La terribile bufera che ci avvolge l’ha paralizzata. La destra, nelle forme del centro-destra, tenta di arginare il caos, alza delle dighe, propone rimedi da lacrime e sangue. Anche se nessuno è in grado di dire quanto le difese serviranno. Però la destra si muove. Mentre la sinistra sta ferma, balbetta, propone vecchie ricette impossibili da applicare. Ma per tornare al vincitore dello scontro ad Annozero, anche Tremonti un problema ce l’ha. Si chiama Berlusconi. Il Cavaliere odia le lacrime e il sangue. Vuole ottimismo, consumi, gioia di vivere, più libertà personali. Se potesse, farebbe a pezzi la manovra di Giulio. Adesso sembrano d’accordo su una grande riforma liberale, una deregulation destinata alle piccole imprese. Spero molto che non sia aria fritta.

MAMBO
DI

PEPPINO CALDAROLA

Povero Pdl, orfano di un progetto

stata una settimana difficile per il Pdl. È dal dopo-elezioni che quel partito e il suo leader giocano in difesa non sapendo come fronteggiare la situazione. Le divisioni interne si sono acuite. Le voci su un riavvicinamento fra Fini e Berlusconi sono state smentite dalla polemica politica non solo sulle intercettazioni telefoniche. Poi si è messo in mezzo Giulio Tremonti. Il ministro del Tesoro ha scontentato la maggioranza con una manovra che taglia alla cieca. Lo stesso Berlusconi non sa che pesci prendere. Da un lato ha paura che i tagli sovvertano la sua lettura ottimistica sull’evoluzione della crisi, dall’altro teme il protagonismo del suo ministro più rappresentativo. Non a caso è toccato al “Giornale”, mentre la “Repubblica” elo-

È

giava Tremonti, mettere in prima pagina un suo ritratto al vetriolo. La gestione della legge sulle intercettazioni telefoniche ha rivelato inoltre la débacle dell’entourage berlusconiano e in particolare del grande suggeritore giuridico Niccolò Ghedini. Nessun fronte interno è stato chiuso, molti si stanno aprendo e sullo sfondo c’è la Lega che guarda diffidente al modo in cui la maggioranza sta gestendo il dossier sul federalismo. Purtroppo l’opposizione non appare in grado di cogliere l’occasione per una controffensiva. Non si può dire che non combatta. Sulle intercettazioni in parlamento lo scontro è aperto. Dopo alcune indecisioni anche sulla manovra è stato espresso un giudizio negativo. Ma si sente drammaticamente l’assenza di un progetto.

DOMENICA 6 GIUGNO 2010

BERLUSCONI. Il premier sulla manovra: «Pronti ad ascoltare proposte. Non aumentiamo le tasse e non toccheremo scuola, sanità e pensioni»

Italia

5

Da Masi a «Guido» Ecco i lettiani che Silvio vuol epurare
PURGHE.Il premier sugli uomini del sottosegretario: «Sulla Rai non è stato raggiunto un obiettivo», «Bertolaso mi ha stufato», «la comunicazione non funziona».
SEGUE DALLA PRIMA PAGINA

l premier ha incontrato il direttore generale della Rai la scorsa settimana due volte, lontano da occhi indiscreti: lunedì ad Arcore e giovedì mattina a palazzo Grazioli, quando il gallo aveva cantato da poco, di mattina presto. E gli ha sottoposto il dossier dello scontento. Non uno degli obiettivi per cui era stato mandato a governare la Rai è stato raggiunto, dal caso di Paolo Ruffini che rischia di essere reintegrato a quello di Michele Santoro. La prossima settimana andrà in onda l’ultima puntata di Annozero e ancora non si sa quale sarà il destino del programma: «Questo - ha detto il premier - è l’unico paese al mondo in cui i principali programmi di informazione sono contro il governo. È possibile che non si riesce a cambiare questa situazione?». Ma il disappunto del Cavaliere, che ha sbattuto sul tavolo la sua esperienza decennale di taycoon delle tv, si è manifestato pure sul ritardo nella formulazione dei palinsesti: «Come si fa a vendere dei palinsesti in cui alle singole voci c’è scritto “spazio informativo” e “intrattenimento”? Ai pubblicitari chiediamo un atto di fede?». La sensazione è che la

I

prossima settimana sarà decisiva per le sorti di Masi. Tanto che il premier sta valutando anche un modo per favorirne l’uscita. Al dg piacerebbe la nomina alla presidenza delle Ferrovie, visto che è già scaduto il mandato di Innonenzo Cipolletta. Ma il Cavaliere non ha ancora deciso. Masi non è l’unico potente a rischio della galassia Letta. Sul sostituto di Claudio Scajola il premier ha cassato il nome di Antonio Catricalà, presidente dell’Antitrust. Ora circola quello di Massimo Sarmi, amministratore delegato di Poste italiane. È molto amico di Letta. Però agli occhi del premier ha un paio di difetti: piace pure a Tremonti e a Fini. Che, nel 2002 lo indicò - allora era vicepremier - per la poltrona che fu di Corrado Passera alle Poste. E non è un caso che il Cavaliere ha mantenuto un filo diretto in questi giorni con figure più politiche, ma che il berlusconismo lo hanno nel dna: Paolo Romani e Mario Valducci. Qualche dietrologo di Palazzo dietro l’intervista di Valducci su una delle corazzate Mondadori, Panorama Economy (titolo: «Telecom non blocchi la nuova rete»), ha intravisto la manina del Capo per azzoppare Catricalà, ai suoi occhi troppo garante degli inte-

ressi di Telecom. Sullo Sviluppo, la ricerca continua. Qualcosa sta cambiando nelle stanze del potere berlusconiano. La prova plastica del declino della rete di Letta si è manifestata durante le cerimonie del 2 giugno. Quando sul palco delle autorità Letta ha abbracciato Guido Bertolaso, mentre il premier si è tenuto a distanza. Non

*

LA RUSSA PRECISA
«Il virgolettato nell’articolo a firma di Alessandro De Angelis in cui si dice “guarda, presidente, che se facciamo il congresso Fini un 20-30 per cento lo prende comunque. E si ricomincia con la storia delle quote. Al momento non conviene” non mi appartiene. Sono sempre a disposizione di tutti i giornalisti, compresi ovviamente quelli del “Riformista”. Sarebbe stato più corretto verificare direttamente con me la frase riportata».

La mia fonte era un testimone oculare. Prendo atto che il ministro vuole fare il congresso del Pdl e che non teme Fini. a.d.a

solo. Il Cavaliere non ha detto una parola per difendere il capo della Protezione civile di fronte alle inchieste giudiziarie sui favori ricevuti dall’imprenditore Diego Anemone attraverso l’architetto Angelo Zampolini. E non ha detto una parola neanche a proposito dell’iniziativa della procura dell’Aquila sul «mancato allarme» da parte della commissione grandi rischi. Fonti di palazzo Chigi sostengono che le dimissioni dell’uomo della provvidenza sono state bloccate solo grazie all’insistenza di Letta e alle pressioni di quel «cotè di potere romano e papalino» a lui legato. Tuttavia il premier ha confidato che non farà più nulla per trattenere il capo della Protezione civile: «Questa storia delle dimissioni mi ha stufato», è sbottato coi suoi. Il che significa che a fine mese Bertolaso potrebbe mollare. Altro nome depennato dalla lista. La vicenda della cricca per il premier si sta facendo sempre più torbida. Ma la rete dei funzionari ministeriali che ha garantito la continuità dei poteri a dispetto dei governi che cambiavano è fuori controllo. Ha sempre delegato al fidato sottosegretario alla presidenza la gestione di supervisionare la macchina. Forse

è fuori controllo anche per lui. Si vedrà, quando il quadro delle inchieste sarà più chiaro. Nell’attesa il Cavaliere ha mandato più di un messaggio di sfiducia a Paolo Bonaiuti, lo sherpa della comunicazione dell’era lettiana a palazzo Chigi. Raccontano che da tempo non partecipi più agli incontri che contano. Una decina di giorni fa, per dirne una, mentre il premier era attorno a un tavolo imbandito con Ghedini e Alfano si è sentito dire «onorevole, il pranzo è riservato». Per mascherare l’esclusione è volato a Sassari a fare un po’ di campagna elettorale. E poco importa che il Pdl (a Sassari) ha perso le provinciali. Il premier sta pensando a quel che farà da grande «Paolino». Gli vuole bene. Però il Capo si lamenta, eccome: «La comunicazione - va ripetendo in giro - non funziona». Alcune scelte poi non le ha proprio mandate giù, come la nomina di Vincenza Alessia Ruffo, ex direttore della comunicazione di Confindustria, alla guida dell’ufficio stampa di palazzo Chigi: «Ma tra tutti i giornalisti che abbiamo dovevamo proprio prendere una legata a Montezemolo e mandata via dalla Marcegaglia?». La lista è lunga.
ALESSANDRO DE ANGELIS

Dall’alto: Mauro Masi, Guido Bertolaso, Antonio Catricalà

Non c’è pace per la povera crocerossina Il plauso di Silvio, le critiche di Emergency
CECILIA STRADA. Cecilia Strada, presidente dell’ong, ironizza sull’infermiera che tanto era piaciuta al Premier: «Chissà perché le nostre non sfilano». E la Croce Rossa replica indignata.
DI

JACOPO MATANO

Non sparate sulla Croce Rossa. E, a maggior ragione, non fatelo via Facebook. Protagonista involontaria di uno scontro diplomatico tra la Cri e l’associazione Emergency è l’infermiera che ha marciato in via dei Fori Imperiali per la parata del 2 giugno. La signora, per intenderci, che ha raccolto il vistoso apprezzamento del presidente del Consiglio, e più di un commento della stampa sulla somiglianza con Veronica Lario. In merito alla crocerossina, e alla sua sfilata, il presidente di Emergency Cecilia Strada ha “postato” sul proprio profilo un articolo del Corriere accompagnato da un commento personale: «Ho provato a immaginare le meravigliose infermiere di Emergency che marciano alla parata militare. Niente da fare, non ho abbastanza fantasia». E ha scate-

nato le reazioni dei frequentatori della sua pagina: «Dignità, decoro, senso di appartenenza, bocca rifatta...ma che strano! Non ho amiche che lavorino nel volontariato che si rifanno le labbra», e ancora «Che bello: anche io fra tre anni voglio essere il clone botulato di Veronica», «Sembra l’infermiera di Kill Bill», «Questa qua Berlusca la fa ministro della sanità». Ma Facebook, si sa, è un paese piccolo, e la gente mormora. Così la frase e i relativi apprezzamenti arrivano al commissario straordinario del Corpo, Francesco Rocca. Che invia una dura nota alla stampa commentando le parole di Strada come «indecorose». «Forse la signora - scrive Rocca - invece di fare della squallida ironia insieme ai suoi fan e consentire insulti volgari, dovrebbe ricordarsi e ricordare il lavoro quotidiano di chi allevia le sofferenze dei più vulnerabili e rispettare chi dona la propria vita al

volontariato e al prossimo, in silenzio, fuori dalle po- cetto: «Trovo lesivo della dignità delle crocerossine lemiche e dal clamore politico, senza distinzioni di - scrive in risposta a una volontaria della Cri che dicolore, razza o bandiera». Anche Massimo Barra, ce di essere «profondamente delusa dall’ennesimo presidente della Commissione permanente di Cro- attacco» - che si sia scelta l’infermiera non in virtù ce Rossa e Mezzaluna Rossa, dice di «non capire l’i- delle sue competenze. Non era meglio farne sfilare ronia e le critiche»: «Se l’immaginario collettivo una, magari non bella, ma che ha passato la vita ad identifica la Croce Rossa con le crocerossine, questo aiutare la gente?». è il migliore riconoscimento all’azione svolta in siIncidente destinato a rientrare, si dirà. Ma tra le lenzio in più di 100 anni da queste donne». E Mau- due organizzazioni umanitarie non c’è sempre starizio Scelli, ex commissario dell’associazione, af- to mutuo soccorso. La rottura più grave nel 2004, ferma in serata: «Giù le mani dalla Croce Rossa. È ai tempi dell’esecuzione di Fabrizio Quattrocchi e inaccettabile scadere in commenti volgari e immo- della liberazione di Salvatore Stefio, Umberto Cutivati come quelli circolati in rete nelle ultime ore nei pertino e Maurizio Agliana, con Gino Strada che confronti di un’istituzione e delle sue volontarie». accusava il governo italiano di aver pagato un riInsomma, la frittata è fatta, e non è solo virtuale. scatto e Maurizio Scelli che in un’intervista al Tg1 Strada si affretta a spiegare sul sorispondeva: «Non ha alcuna cocial network che si tratta di «un gnizione per parlare, se ne sono equivoco», invita ad abbassare i andati via al primo scoppio di toni e telefona alla Cri. «Non vomortaretto». Ieri era l’Iraq, oggi levo attaccare le crocerossine», solo Facebook. «Tanti volontari dice, ma «criticare alcuni passagdella Cri - dice Cecilia Strada al gi dell’articolo del Corriere», che Riformista - riconoscono che spiegano come l’infermiera sia non li ho offesi. L’ha fatto Berlustata scelta per il portamento e sconi con quel gesto da “am«confortano il pubblico femminimazza che gnocca”. E poi, è vele perché la signora ha già comro, non me la immagino una delpiuto 46 anni». Su Facebook, le nostre che sfila con i dreadStrada approfondisce così il conlock sotto il cappellino». Cecilia Strada

6

D’ALEMA. «Noi siamo perché la manovra si faccia, da due anni diciamo che c’è la crisi. Ma l’intervento deve essere equo».

Italia
LUNEDÌ SI DECIDE

DOMENICA 6 GIUGNO 2010

Tonino&rimborsi Roma indaga (e il mandante c’è)
QUERELLE. Un nuovo fronte sui finanziamenti elettorali incassati dall’Associazione Idv, e non dal partito, sulla base degli esposti diVeltri, Chiesa e Occhetto. Ma Di Pietro, finora, ha sempre avuto la meglio.
E la foto con Contrada. E l’esperienza in materia «immobiliare», per cui è stato chiamato in causa - nell’Annozero di due settimane fa - financo da Michele Santoro (le dichiarazioni rese dall’architetto Zampolini sarebbero arrivate dopo). E poi la faccenda della laurea. Ma nel personalissimo “a volte ritornano” di Antonio Di Pietro torna a riaffacciarsi anche la vicenda dei rimborsi elettorali incassati dall’associazione “Italia dei valori” invece che dal partito. La Procura di Roma, da due giorni, sta indagando per far luce su una faccenda che va avanti - ininterrottamente - da almeno cinque anni. A differenza di quanto è accaduto per il filone di Criccopoli che ha investito i due appartamenti by Propaganda Fide, stavolta i «mandanti» - per dirla in dipietrese - sono noti a tutti: Elio Veltri, Giulietto Chiesa e Achille Occhetto. Rispettivamente, uno dei fondatori dell’Idv, un ex eurodeputato italvalorista e l’uomo della Bolognina che con Di Pietro diede vita al listone Tonino-Akel sceso in campo alle Europee del 2004. Tra di loro, insomma, nessuna quintacolonna del berlusconismo. I capi d’accusa del tridente VeltriChiesa-Occhetto, che fanno pendant con i rilevi politici che Paolo Flores d’Arcais ha messo in fila tempo addietro (su Micromega) e ribadito nei giorni scorsi (alla Stampa). Gestione familiare dell’associazione composta da Di Pietro stesso, dalla di lui moglie e dalla tesoriera Silvana Mura - che incassa la fetta di finanziamento pubblico del partito. Veltri, Chiesa e Occhetto, a farla breve, chiedono per il loro vecchio Cantiere la fetta di finanziamento elettorale per le Europee del 2004 che Idv ha preso in blocco. «Dell’inchiesta non so nulla, né tantomeno so se c’è qualcuno iscritto nel registro degli indagati», riassume Veltri. «Probabilmente tutto nasce da un’indagine della Corte dei conti che s’è andata a saldare con il mio esposto», aggiunge. In totale fanno due inchieste civili e due penali. Accuse alle quali Di Pietro ha sempre reagito a colpi di querela. «Comunque io», aggiunge Chiesa dalla Russia, «non m’arrenderò finché non ci sarà un giudice che ci darà ragione su quei soldi che spettano anche a noi. Mi sono sentito derubato e ingannato. Anche perché, a quel che ne so, lo statuto dell’Italia dei valori, nonostante i vari cambiamenti promessi da Di Pietro, è sostanzialmente rimasto lo stesso: i voti li prende il partito, il finanziamento lo incassa l’associazione omonima». La stessa in cui Di Pietro ha sostituito, ormai da tempo immemore, l’avvocato Mario Di Domenico con sua moglie. Finora, però, tutte le indagini sull’affaire - nate proprio dalle denunce di Di Domenico - si sono concluse con la vittoria di Di Pietro (in qualche caso il giudice ha riconosciuto che l’Associazione Italia dei valori è stata calunniata). Archiviazione al Tribunale di Busto Arsizio. Archiviazione, per due volte, al Tribunale di Roma. Quelle di Veltri, ha riassunto Silvana Mura nella memoria esplicativa consegnata al sostituto procuratore di Milano Mario Fusco, sono «falsità assolute». E Chiesa e Occhetto, insieme allo stesso Veltri, «ebbero a sottoscrivere (...) un attestato notarile in cui riconoscevano che il contrassegno ed i rimborsi elettorali competevano esclusivamente ad Idv». Insomma, associazione e partito - a prescidere dagli interrogativi “politici” che possono scaturire dalla scelta di Di Pietro&co. - sono una cosa sola. Uno il codice fiscale, uno il titolare dei conti corrente, uno il bilancio, una la sede, una la lista che ogni volta scende in campo alle elezioni. Anche l’Ufficio di presidenza della Camera dei deputati, investita per cinque volte della questione, ha sempre dato ragione a Idv. Lasciando intravedere uno scenario che potrebbe avvalorare, ancora una volta, la scommessa su Criccopoli formulata ieri l’altro da Maurizio Belpietro su Libero: «Antonio Di Pietro uscirà candido come un giglio». A meno di ulteriori colpi di scena, ovviamente.
T. L.

PD E MASSONERIA
L’articolo 3 del Codice etico è chiaro: non si può essere iscritti, insieme, al Pd e alla massoneria. Il fatto è che, ad oggi, non sono previste sanzioni per chi vìola la norma. A decidere se verranno prese (ma pare di no) sarà, lunedì 7, la Commissione di Garanzia del Pd, presieduta da Luigi Berlinguer. «Persino D’Alema (che ieri, e ad “Avvenire”, ha detto: «Il Codice etico c’è per essere applicato», ndr.) ci ha dato ragione! Solo Bersani continua a stare zitto. È lui che deve dire, e con chiarezza, se il Pd tiene alla sua autonomia e libertà. Dica che è vietata l’iscrizione a qualsiasi loggia segreta e che il Pd è incompatibile con la massoneria! Ma se credono che ci accontenteremo di una sentenza ibrida, magari condita da qualche bella parola sul rispetto della Carta dei Valori, si sbagliano di grosso». Così tuona Beppe Fioroni, leader della pattuglia dei popolari nel Pd, al “Riformista”. Sia lui che il suo braccio destro, l’onorevole Gero Grassi (il quale ieri, sul suo sito, ha prodotto un voluminoso dossier comparando il Codice etico del Pd a quello del Grande Oriente d’Italia: «sono incompatibili”), per non dire di molti altri (gli onorevoli Merlo, Iannuzzi, Farinone, Giaretta, Costa, Garavaglia, etc.), hanno cannoneggiato via del Nazareno in tutti i modi: comunicati stampa, interviste ai giornali e post su Facebook (sì, anche gli ex dc sanno usarlo). Il punto polemico è uno solo, sempre lo stesso: può un iscritto del Pd esserlo anche a una loggia massonica, pur se pulita, cioè non deviata, stile P2? Gli ex popolari (e loro solo, si badi bene: dal resto di Area democratica neanche un fiato, sul tema) pensano di no. E punto. Qualcun altro (ad esempio Sandro Gozi, area Marino) parrebbe dire di sì. D’Alema ha parlato: è no. Bindi e Castagnetti pure: «Il Codice etico parla chiaro»: è un altro no. Altri hanno derubricato la vicenda al tipico «occupiamoci di cose più serie». Bersani tace. Il caso scoppia sabato scorso, quando Il “Corriere della Sera” pubblica questa notizia: l’assessore al Bilancio del comune di Scarlino (Grosseto), tal Guido Mario Destri, è ritratto in una foto con undici massoni. La notizia fa il paio con quella (vecchia di mesi), dell’assessore di Ancona, Ezio Gabrielli, il quale l’appartenenza alla massoneria l’ha poi rivendicata, scrivendone sul “Foglio”, al pari di una medaglia. Senza aspettare il terzo indizio, quello che di solito fa da prova (ma arriverà presto: «Dentro il Pd i massoni sono bizzeffe», parola di Renzo Bardelli, ex sindaco democratico di Pistoia, sull’”Unità”), Fioroni & co. aprono il fuoco. Seguono parole grosse («Mele marce») e querele (Gabrielli a Grassi). O petizioni on-line, come quella lanciata da Fioroni, Grasso e D’Ubaldo su Internet: tra Facebook e iscritti alla mailing list della rivista d’area degli ex-ppi, Quarta fase, ieri ha raggiunto quota 15 mila. Il senatore D’Ubaldo è riuscito a tirare in ballo persino don Romolo Murri, per attaccare Bersani. Ci vorrebbe un libro per spiegare chi era don Romolo Murri, che operò negli anni Dieci del Novecento. Basti dire che don Murri (sorta di don Andrea Gallo, oggi prete dei no global, ante litteram), ruppe con la Chiesa e si candidò a leader dell’allora partito radicale, ma perse. Per il veto dei massoni. Ettore Colombo

Gli ex popolari: «Vadano via» La cautela di Bersani

«I pm non rispondono di niente a nessuno L’unica soluzione è separare le carriere»
CARLO NORDIO. Dall’indagine dell’Aquila sulla Protezione civile al ddl intercettazioni. Parla il procuratore aggiunto di Venezia.
DI

ALESSANDRO DA ROLD

«Ormai il pubblico ministero è abituato a ragionare in termini di capo della polizia giudiziaria, quando allo stesso tempo è un giudice coperto dalle guarentigie: dovrebbe essere terzo, ma poi terzo non è». Carlo Nordio, procuratore aggiunto a Venezia, analizza insieme al Riformista, l’inchiesta di Alfredo Rossini, pm dell’Aquila, che ha accusato sette dirigenti della Protezione Civile «che avrebbero potuto evitare che il terremoto mietesse tante vittime» dando per tempo l’allarme. «Non voglio commentare le considerazioni di un collega - spiega Nordio, rispetto «al risultato conforme a quello che la gente si aspetta» sottolineato da Rossini alla chiusura delle indagini -, «perché quelle parole vanno interpretate anche in questo senso: un pm deve essere molto sensibile rispetto a quelle che sono le indagini in settori che implicano l’incolumità pubblica». Quindi - secondo Nordio - «la colpa non è tanto del procuratore dell’Aquila, la colpa

sta nel sistema giudiziario italiano che deve essere riformato». Quindi giustifica il pm abruzzese. Lo giustifico proprio perché detto da un pubblico ministero, sarebbe molto più grave se detto da un giudice. Nel senso? Il problema vero è quello della separazione delle carriere. Ormai il pubblico ministero è abituato a ragionare in termini di capo della polizia giudiziaria, quando è allo stesso tempo un giudice tutelato che non risponde dei suoi errori di fronte a nessuno: in questo modo è entrambe le cose. C’è un problema sull’obbligatorietà dell’azione penale? Il sistema italiano così non funziona. Nei paesi anglosassoni, il pubblico ministero che dirige le indagini è un pm che ha la discrezionalità dell’azione penale. Sono fattori concatenati. Si spieghi meglio. Da noi si vorrebbe un processo penale mutuato dal processo anglosassone, di tipo accusatorio, alla Perry Mason. Ma in tutti quei paesi, dagli Stati Uniti fino alla Nuova Zelanda, il public prosecutor è sì a capo della polizia giudiziaria, ma ha anche un’azione penale discrezionale. Non è arbitraria, vuole dire semplicemente che deve rendere conto dei criteri con cui porta avanti l’azione penale. È responsabile di ciò su cui decide di inda-

gare e ne risponde di conseguenza. In Italia tutto questo non avviene, perché le carriere sono unite e abbiamo un pubblico ministero che è un giudice a tutti gli effetti. Non esiste al mondo un processo accusatorio dove il pubblico ministero è anche l’interfaccia del giudice. Come si dovrebbe intervenire? O si ritorna al Codice Rocco, dove andava bene la carriera unita, oppure queste contraddizioni continueranno ad emergere. Quella del procuratore dell’Aquila è una delle tante. Sono contraddizioni che emergono quando il pm, esponendosi perché dirige le indagini, deve dire cose che un giudice non potrebbe mai dire. Alcuni magistrati ne approfittano politicamente? Non dico che se ne approfittano. È inevitabile che emerga il loro ruolo di capi della polizia giudiziaria, dove possono e devono dire cose che dette da un giudice potrebbero risultare improprie. E all’estero? Nei paesi dove c’è un processo accusatorio, i pubblici ministeri fanno politica. Rudolph Giuliani era un procuratore come me a New York e poi è diventato sindaco. Però viene eletto dai cittadini. Appunto. È qui che nasce il problema sul sistema di reclutamento. Il procuratore anglosassone ha una responsabilità di ordine operativo. In Italia av-

viene lo stesso, ma il nostro pm non risponde a nessuno perché è coperto dalle guarentigie del magistrato. Da Tangentopoli a oggi cosa è cambiato nei rapporti tra politica e magistratura? La conflittualità ha avuto il suo apice nel ’94, quando il Corriere della Sera pubblicò l’avviso di garanzia per Berlusconi. Un atto improprio, lacerante, a cui è seguito un tale astio nei confronti della magistratura che ha portato a critiche improprie da parte dello stesso governo. L’unica soluzione è quella proposta da Napolitano: entrambe le parti dovrebbero fare un passo indietro. Cosa pensa della legge sulle intercettazioni in discussione al Senato? È una legge che ricorda i bombardamenti della seconda guerra mondiale, quando per distruggere una stazione ferroviaria radevano al suolo una città, ma alla fine salvavano la stazione. Ci sono responsabilità da parte dei pm e delle forze dell’ordine? Le forze dell’ordine come i pubblici ministeri agiscono in base alle indagini. Io, da liberale, provo a fare uno sforzo ulteriore e non tollero che nomi di cittadini escano sul giornale solo per una gogna mediatica. Capisco le ragioni delle intercettazioni, ma bisognerebbe rispettare l’articolo 15 della Costituzione e non essere criminalizzati ingiustificatamente sui giornali.

DOMENICA 6 GIUGNO 2010

ROSSI. Il pilota della Yamaha si è fratturato tibia e perone in seguito a una caduta durante le prove del Gp d’Italia. Operato a Firenze, si prevedono due o tre mesi di stop.

Italia

7

Un altro trans morto Era amica di Brenda
MISTERI. Trovata impiccata in casa. È il terzo cadavere legato al caso Marrazzo o un semplice suicidio? Una testimone: «Era ricattata per questioni di documenti dagli stessi carabinieri del video di via Gradoli». E Natalì, malmenata, finisce all’ospedale.
DI

ELOISA COVELLI

Si riapre il sipario sulla vita delle trans a nord di Roma. Ieri mattina intorno alle 4 la transessuale Natalì, che era con Piero Marrazzo nell’ormai celebre blitz dei carabinieri del 3 luglio dello scorso anno, è stata bastonata e malmenata probabilmente da un suo cliente, che l’ha mandata in ospedale con una frattura al polso, un trauma cranico senza lesioni interne e escoriazioni su tutto il corpo. Ma soprattutto, poco più di 12 ore prima si è ammazzata in casa Roberta, un’altra trans del giro di Brenda, la brasiliana morta in circostanze ancora misteriose lo scorso 20 novembre. Solo una coincidenza o si sta cercando ancora di far tacere qualche scomodo testimone? La trans Roberta, all’anagrafe André Magallhaes, 26 anni, nata a Manaus in Brasile, è stata trovata nuda, riversa sul letto, nella sua abitazione a Tor di Quinto, con un filo elettrico attorno al collo legato alla finestra della stanza. Il magistrato che indaga sull’episodio, Francesca Loy, si è recata sul luogo assieme al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e al sostituto Rodolfo Sabelli, che stanno ancora indagando sulla morte di Brenda e sul video-ricatto a Marrazzo. La Loy ha disposto subito un’autopsia. Dai primi dati nulla farebbe pensare ad un omicidio, ma un’amica della trans suicida getta qualche ombra. Rachele, neodonna, come vengono chiamate le trans che ormai hanno effettuato completamente il cambio di sesso, racconta che Roberta fosse un’amica intima di Brenda e che anche lei fino a due anni fa vivesse in Via Due Ponti, dove è stato trovato il cadavere della trans. Rachele ha poi detto che anche Roberta conosceva i quattro carabinieri accusati del ricatto nei confronti dell’ex presidente della Regione Lazio, e che uno di loro, Carlo Ta-

gliente, l’avrebbe vessata «per una questione di documenti e permesso di soggiorno». Il carabiniere, ora ai domiciliari, viene collocato dagli inquirenti a casa di Natalì il giorno del video girato per ricattare l’ex governatore ed è accusato anche della morte del pusher Gianguerino Cafasso. L’uomo, considerato lo spacciatore-protettore, delle trans potrebbe essere stato ucciso perché sapeva troppo. Della sua morte sono accusati anche gli altri tre carabinieri: Nicola Testini, l’unico ancora in carcere per l’omicidio del pusher, Luciano Simeone e Antonio Tamburrino, entrambi ai domiciliari. Cafasso è morto il 12 settembre per un infarto procurato da uno “speedball”, una dose di eroina camuffata, letale per un cocainomane obeso come lui. Secondo l’accusa, suffragata dalla testimonianza di Jennifer, la compagna trans del pusher, la dose gli sarebbe stata fornita da Testini. Ci sono troppe morti e ancora troppo misteri intorno al videoricatto di Marrazzo. Per questo il pm Loy ha intenzione di fare ulteriori accertamenti sulle frequentazioni di Roberta, ascoltando i testimoni e analizzando i tabulati telefonici. Inquietante combinazione è il fatto che Natalì, testimone numero uno del ricatto a Marrazzo, si trovi in ospedale. Le forze dell’ordine hanno individuato l’autore dell’aggressione: si tratta di un pregiudicato trentacinquenne di Montelibretti. La trans è ancora sotto shock per cui non ha fornito molti particolari dell’aggressione. Ha detto solo che l’uomo, mentre la picchiava, le ha urlato: «Ora chiama Marrazzo». La prognosi è di trenta giorni, ma per precauzione è stata ricoverata all’ospedale Villa San Pietro. La stessa Rachele ha affermato di essere stata aggredita lo scorso 25 maggio subito dopo la sua testimonianza sul caso. Secondo la neodonna, il suicidio di Roberta è comunque plausibile. La trans, dice Rachele, «era molto depressa, era preoccu-

pata per le condizioni economiche della sua famiglia in Brasile, composta da undici fratelli: li aiutava inviando loro dei soldi». Ma le sue frequentazioni con la trans brasiliana morta asfissiata in Via Due Ponti fanno riflettere: «Roberta era amica di Brenda, usciva spesso con lei e aveva abitato nel suo stesso palazzo in via Due Ponti, poi da un paio d’anni si è trasferita in viale Tor Di Quinto», sostiene Rachele. «Brenda - spiega Rachele - mi ha sempre detto che qualcuno voleva ammazzarla e che per questo si sarebbe uccisa lei per prima. Tanto che a volte, davanti a me, sbatteva la testa al muro nei suoi momenti di disperazione». Ad accostare la morte di Brenda a quella di Roberta sono anche le boccette di Minias, un fortissimo tranquillante, trovato vicino a entrambi i cadaveri. Quelle gocce di sonnifero avrebbero potuto tramortire le due trans prima della morte.

Roma ricorda l’eroe ragazzino ucciso dai nazisti a 12 anni
RESISTENZA.Mentre gli Alleati entravano in città, impedì ai tedeschi in ritirata di far saltare un ponUGHETTO con la mamma. La foto è tratta dal sito www.ugoforno.it
DI

te. Fu l’ultimo morto della Liberazione romana.
devano divise tedesche incolonnate verso la Germania. Nel quartiere di piazza Vescovio, che è lo stesso di Villa Ada, residenza del Re fuggitivo, si seppe che un gruppo di guastatori nazisti stava attrezzandosi per far saltare il ponte ferroviario poco distante. Se ci fossero riusciti, sarebbe stata interrotta la direttrice nord-sud: sarebbe stato come spezzare la spina dorsale dell’Italia. Ugo incontra alcuni contadini, hanno tutti sui vent’anni. Ha con sé un fucile. Lui, appena dodicenne, chiede se sono disposti a seguirlo. Lo seguiranno in cinque. Tra loro anche Francesco Guidi, destinato anch’egli a morire in quell’ultimo colpo di coda della lotta di Liberazione. I tedeschi si trovano improvvisamente al centro di una pioggia di colpi, devono mettersi al riparo. Reagiscono. «Sparate sul fumo», incita Ugo. Ma sparano anche i tedeschi. Il ponte è salvo. Scappando, i tedeschi si coprono la fuga con un mortaio. Ugo viene colpito. Sulla sua tomba, al Verano, c’è scritto soltanto “Ughetto”: così era conosciuto nel quartiere. Oggi quel pezzo di città non è più periferia e quel quartiere, che allora era un mix di palazzine costruite dalle cooperative e da eleganti villini, è diventato del tutto borghese. Proprio lì l’Aniene si getta nel Tevere. Poco prima c’è quel ponte. Per arrivarci si deve percorrere una pista ciclabile che fiancheggia ferrovia. Ora c’è anche un nuovo ponte: massiccio, in cemento armato e ferro di-

ALESSANDRO CALVI

Sembra ancora di vederli i nazisti di là dal fiume. E di sentire gli ordini gridati nel piazzare l’esplosivo sotto il ponte di ferro per farlo saltare e proteggersi la fuga. Non ce la faranno: quel ponte è ancora lì. Merito di un gruppetto di ragazzi guidati da Ugo Forno. Lui, però, morirà colpito dai tedeschi. Fu l’ultimo a Roma a dare la vita per la Liberazione. Aveva soltanto 12 anni. Da ieri quel ponte sull’Aniene porta il suo nome. Aveva un bel sorriso, ieri, suo fratello Francesco ma è sembrato commuoversi ascoltando la storia di Ugo raccontata anche da un gruppetto di suoi coetanei di quasi settant’anni dopo, poco prima che fosse scoperta la targa con la dedica voluta da Rfi del Gruppo Fs. Si chiamano Jacopo, Giulio, Giorgia, Beatrice, Marzia, Lucia, Tommaso, Martina. Frequentano la II B della scuola media Settembrini, la stessa classe che frequentò Ugo nel ’43-’44.

A impedirgli di arrivare in III furono i tedeschi in ritirata. «Vivace, intelligente, un po’ troppo irrequieto, ma buono e generoso», si legge sul registro di classe dell’epoca, un registro che, osserva l’insegnante dei ragazzi, Salvatore Bifulco, «a rileggerlo oggi, con tutte quelle considerazioni anche sulla razza, fa impressione». Era il 5 giugno del 1944 quando Ugo morì. A Roma si festeggiava la Liberazione. La città usciva da mesi terribili: il rastrellamento del Ghetto, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, i bombardamenti. Roma era tutt’altro che una Città Aperta. Francesco Forno, fratello di Ugo, all’epoca aveva 17 anni. «C’era una gran fame, mangiavamo anche le bucce delle fave», ricorda. «Noi ragazzi - prosegue - davamo un contributo. Si cercava l’acqua, si sfasciava qualche panchina per poter cucinare». Il 4 giugno gli alleati erano entrati in città, percorrendo la via Prenestina. Ma la città non era ancora del tutto libera. A Roma nord ancora si ve-

pinto di giallo. Ma le apparenze ingannano: ci passa una ferrovia locale. Sul vecchio ponte di ferro, invece, corrono i Frecciarossa, l’alta velocità. E sembra davvero impossibile. Il Cln riconobbe Ugo come partigiano. Ma non apparteneva a nessuna formazione: era un occasionale. La sua storia, negli anni che seguirono fu quasi dimenticata. Forse, anche questo suo essere “occasionale” ha pesato in anni nei quali tutto funzionava per contrapposizione idologica. Ma la memoria è a rischio anche oggi, ha messo in guardia ieri Ernesto Nassi, segretario provinciale Anpi. «Questo paese - ha detto - sta calpestando la propria

IL PONTE e i ragazzi della classe II B della scuola Settembrini

storia». «La difesa della memoria è indispensabile», ha aggiunto Maurizio Gubbiotti di Legambiente, e ha invitato a «recuperarla per costruire il futuro». Così, Legambiente ha promosso una raccolta di firme per il conferimento di una ricompensa al valor civile a Ugo Forno. La voce di Francesco ieri sembrava velata, come nascondesse un rimprovero a se stesso per non aver potuto impedire la morte del fratello. Ascoltare quei dodicenni di oggi coltivare la memoria, però, sembra aver alleggerito quel peso. Quei ragazzi avevano atteso un po’ prima che la piccola cerimonia iniziasse. Raccolti sotto un albero, in cerca di un po’ d’ombra, parlavano tra loro come possono farlo ragazzini di 12 anni ma bastava ascoltarli per capire che c’era qualcosa di più. Parlavano di questo paese, si rassicuravano tra loro: «Siamo tutti italiani». E parlavano anche di mafia. Frequentano la stessa classe che frequentò Ugo Forno nel 1943-1944, la seconda B della scuola Settembrini. E, a vedere i suoi coetanei di settant’anni più giovani, sembra una classe davvero baciata dalla grazia del Signore.

8

JEWISH BOAT. Una nave umanitaria di ebrei europei, che non condividono la politica dell’embargo verso la Striscia, salperà verso Gaza a luglio.

Mondo

DOMENICA 6 GIUGNO 2010

SERVIZI SEGRETI. Obama ha scelto il generale a riposo James Clapper come successore di Dennis Blair alla guida dell’intelligence Usa.

«Sono veri pacifisti» La “Rachel Corrie” attracca ad Ashdod
REPORTAGE. La settima nave del convoglio umanitario Freedom Flotilla è entrata in porto senza problemi. Ma nel mondo la polemica non si ferma. E il premier Erdogan afferma di voler salire sulla prossima barca.
DI

VIRGINIA DI MARCO

Ashdod. Stavolta non ci sono stati scontri, nessuna violenza, ma solo una ventina scarsa di pacifisti seduti ordinatamente al proprio posto, e con le mani bene in vista. L’impresa della Rachel Corrie, la settima nave del convoglio umanitario Freedom Flotilla diretto a Gaza con tonnellate di aiuti, si è conclusa poco prima delle 18:30 locali, nel porto di Ashdod, dove gli attivisti filo palestinesi sono stati dirottati. L’incontro con la marina israeliana è avvenuto, come lunedì scorso, in acque internazionali, ma ieri «le operazioni si sono svolte in pochi minuti, con la completa collaborazione di tutto l’equipaggio», come confermato dal portavoce militare. Alcune ore dopo che l’esercito israeliano aveva preso possesso dell’imbarcazione, il profilo della Rachel Corrie era visibile dal belvedere di Ashdod, una collina erbosa con vista sul porto. Qui, dal primo pomeriggio di ieri si era raccolta una nutrita folla: tutti volevano vedere la nave dei «provocatori» - come in Israele più d’uno definisce gli attivisti del movimento Free Gaza - entrare docilmente in

porto, scortata dai soldati. C’erano famiglie, anziani con binocoli e giovani con bandiere israeliane. Qualche bambino giocava con le bolle di sapone, cantando: «Dio, Dio Israele». Russi, falasha (ebrei etiopi), magrebini: le tante facce del Paese erano presenti, «per supportare i nostri soldati e il nostro governo». Mentre qualcuno lanciava cori da stadio inneggianti allo Stato ebraico e al suo esercito, altri maledivano la «propaganda araba e gli europei, sempre pronti a condannare Israele». Qualcun altro si metteva in posa per i fotografi e le tele-

camere che, a decine, si muovevano tra la folla. Gli occhi dei presenti, e quelli del mondo intero, erano puntati sulla sagoma scura della nave che si scorgeva in lontananza. I fatti di lunedì scorso, la morte di nove attivisti e il ferimento di decine di persone, erano ben presenti alla mente di ognuno. Come del resto la condanna internazionale che ha colpito Israele per quello che alcuni hanno definito un «atto di pirateria», o addirittura - come nel caso del governo turco - «terrorismo di Stato». Ma prima di lanciare accuse, dicono in questi giorni gli israe-

liani, i turchi dovrebbero guardarsi in casa. «Noi non scordiamo il sangue armeno», si leggeva sui muri della zona da cui trasmettono le tv internazionali. E ancora: «Hamas assassini, Gaza all’Egitto». Scritte simili, come anche le conversazioni scambiate dai curiosi in attesa, rendevano con chiarezza l’opinione dominante sulla vicenda del traghetto turco Mavi Marmara. Sarah, israeliana di origine marocchina, lo diceva alla sua vicina di postazione: «I turchi devono saltare in aria, come tutti gli arabi». E l’altra: «Loro non vogliono la pace, noi chiediamo solo di vivere tran-

FLOTILLA. PROTESTE MONDIALI
Dalla Svezia al mondo arabo, tutti contro Israele. In Nord Europa si seguirà la strada del boicottaggio commerciale: secondo quanto riferito dal portavoce dell’organizzazione Swedish Port Workers Union, i lavoratori portuali svedesi impediranno l’ingresso nei porti delle navi e delle merci israeliane dal 15 al 24 giugno. Secondo quanto annunciato dal ministro spagnolo, Miguel Angel Moratinos, presidente di turno della Ue, l’Unione chiederà a Israele di rimuovere il blocco di Gaza. L’iniziativa è stata concordata con il capo della dioplomazia dei Ventisette, Catherine Ashton. Più duro l’Egitto che, nonostante il trattato di pace esistente con Israele, ha visto l’Alta Corte confermare la sentenza che priva della nazionalità quei cittadini che risultassero sposati con delle israeliane, così come gli eventuali figli nati dal matrimonio. I giudici hanno stabilito che la legge egiziana «mette in guardia contro ogni matrimonio con una persona considerata come sionista» e non può permettere la nascita di una generazione «che non sia leale all’Egitto e al mondo arabo». In migliaia hanno inoltre partecipato a manifestazioni di protesta sparse per il mondo da Toronto a Londra, da Parigi a Seoul, fino in Australia. A Sydney in particolare, dove sono piuttosto numerose le comunità libanese e turca, i manifestanti si sono riuniti di fronte al municipio e hanno bruciato la bandiera di Israele.

quillamente e veder crescere i nostri figli». Quando il sole ha iniziato a tramontare, le ore di attesa sono state ricompensate. «La Rachel Corrie ha attraccato»: la conferma è arrivata dalla portavoce dell’esercito. Pochi dopo, i 19 attivisti erano già a bordo di speciali pullman, diretti verso una specie di succursale dell’ufficio immigrazione. Il loro rimpatrio, comunque, avverrà a breve. «Con i pacifisti veri non ci sono problemi - ha sottolineato il governo israeliano - con i violenti invece sì». Da Londra intanto sono filtrate alcune indiscrezioni sull’esito delle autopsie eseguite sui corpi degli attivisti rimasti uccisi nel blitz dei commando israeliano all’alba di lunedì scorso. A pubblicarle è stato ieri il quotidiano britannico The Guardian, secondo il quale sui nove corpi sono state trovate una trentina di pallottole, molte delle quali sparate da una distanza ravvicinata. Il che, secondo alcuni, dimostra che l’esercito di Tel Aviv ha compiuto «vere e proprie esecuzioni», mentre per altri sarebbe la prova che a bordo della Mavi Marmara ci sono stati combattimenti corpo a corpo. In diversi

casi, il colpo è stato inferto alla nuca o alla schiena: anche qui, le interpretazioni sono diametralmente opposte. «Una vigliaccata», hanno commentato da Free Gaza, ma Tel Aviv minimizza. A fare chiarezza su cosa sia davvero successo a largo di Gaza sarà un’inchiesta, internazionale o israeliana, ma in questo caso, secondo più d’uno, di certo non sarebbe imparziale. Se il viaggio della Freedom Flotilla si è concluso ieri, e questa volta, per fortuna, senza incidenti, lo strascico di conseguenze è ancora lontano dall’essere risolto. Tra i nodi più spinosi, le relazioni con la Turchia, pessime, e l’embargo israeliano contro Gaza. In questi giorni, diplomazie di tutto il mondo, compresa la Farnesina, hanno chiesto al governo Netanyahu di porre fine al blocco dell’enclave palestinese. Da Ankara la richiesta è stata formulata senza mezzi termini: e anzi il premier Tayyp Erdogan starebbe valutando addirittura la possibilità di imbarcarsi lui stesso su una nave di Free Gaza, o di far scortare dalla marina turca la prossima imbarcazione che tenterà di sfidare l’embargo. Un gesto che equivarrebbe a una dichiarazione di guerra.

«La politica sulla Striscia va cambiata» La Casa Bianca chiede un segno a Israele
«CHANGE». La parola simbolo del Presidente diventa una richiesta allo stato ebraico. Che sembra avere come alleato solo il vice presidente Biden.
DI

MARIA TERESA COMETTO

Washington D.C. “Change”, un cambiamento è quello che per ora la Casa Bianca chiede a Israele sul blocco di Gaza. Barack Obama non è arrivato ancora a parlare di fine del blocco, ma negli ultimi giorni si sono moltiplicate le dichiarazioni da parte dei suoi uomini contro il mantenimento dello status quo. Non è chiaro però che cosa possa concretamente significare “change”. È chiaro solo che la risposta del presidente agli ultimi sviluppi della crisi in Medio Oriente riflette le difficoltà della sua nuova politica verso il mondo islamico, annunciata esattamente un anno fa nello storico discorso all’Università del Cairo: i palestinesi non sono tornati al tavolo dei negoziati diretti con gli israeliani per discutere la soluzione dei due stati; il governo di Benjiamin Netanyahu non ha congelato gli insediamenti; e la Turchia da alleato

degli Usa si sta trasformando sempre più in un suo concorrente per la leadership su quell’area, con interessi ben diversi. La posizione ufficiale della Casa Bianca l’ha espressa l’altro giorno Mike Hammer, il portavoce del Consiglio per la sicurezza Nazionale, che è il massimo forum usato dal presidente per elaborare la sua politica estera e che comprende, fra gli altri, il vice presidente Joe Biden, il segretario di Stato Hillary Clinton e il super consulente sull’anti-terrorismo John Brennan. «Stiamo lavorando urgentemente con Israele, l’Autorità palestinese e altri partner internazionali per sviluppare nuove procedure per consegnare più beni e assistenza a Gaza, aumentando le opportunità per la gente di Gaza e prevenendo l’importazione di armi - ha spiegato Hammer - Le attuali disposizioni non sono sostenibili e devono essere cambiate». La Clinton era stata ancora più forte il 1° giugno, definendo la situazione a Gaza non solo «non sostenibile» ma anche «inaccettabile». Mentre anonimi funzionari della Casa Bianca avevano detto a Politico - il blog più letto sulle dinamiche di Washington - che «la politica su Gaza è fallita e va cambiata». Biden è il solo che all’interno dell’amministrazione Democratica continua a mostrarsi più solidale con Israele che con i suoi av-

versari e per questo viene individuato dagli amici dello stato ebraico come l’unico fedele loro alleato nella West Wing. «Credo che Israele abbia un assoluto diritto ad agire secondo i suoi interessi alla sicurezza - ha detto il vicepresidente in tv lo stesso 1° giugno, al Charlie Rose Show - Si può discutere se Israele ha fatto bene a calare la sua gente su quella nave… Ma la verità è che Israele è in guerra con Hamas e ha il diritto di sapere se delle armi vengono contrabbandate dentro Gaza. E allora, dov’è lo scandalo?». Biden piace alla lobby ebraica di Washington e ad Israele per gli stessi motivi per cui non piace Obama, il cui tasso di popolarità è del 6% fra gli israeliani ma - a riprova degli scarsi successi della sua politica della mano tesa verso l’Islam - è basso anche fra gli arabi governati dall’Autorità palestinese: 16%, secondo un sondaggio Gallup del mese scorso. Biden mostra una comprensione emotiva della minaccia speciale incombente su Israele - la minaccia di essere cancellata dalla mappa del Medio Oriente -: un feeling, un’identificazione viscerale che sapevano esibire entrambi i predecessori di Obama, sia il Democratico Bill Clinton sia il Repubblicano George W. Bush e che è fondamentale per garantirsi la fiducia di Gerusalemme come precondizione per qualsiasi soluzione di pace, come ha

spiegato ieri il Washington Post. Obama invece appare distaccato e freddo. «Dobbiamo conoscere tutti i fatti», ha risposto a Larry King alla Cnn che gli aveva chiesto se fosse «prematuro condannare Israele» dopo i fatti di Gaza. Dietro questa freddezza le organizzazioni proIsraele a Washington temono vada avanti la nuova strategia di dialogo anche con i musulmani estremisti come i palestinesi di Hamas, che il quotidiano britannico Guardian aveva svelato lo scorso gennaio, quando Brennan era stato nominato assistente del presidente per la sicurezza nazionale e - secondo lo scoop smentito dalla Casa Bianca - avrebbe dovuto «iniziare i contatti clandestini o di basso profilo» con Hamas. Una nuova politica su Gaza è comunque il primo passo per riprendere il processo di pace, raccomanda a Obama il Center for American progress, il pensatoio di John Podesta, ex copresidente della sua transizione.

ombra

IL PUNTERUOLO di Luca Mastrantonio
Tra le polemiche e le campagne estreme contro i tagli alla cultura - come quella “Omicidio di stato” dove uomini e donne del cinema si fanno fotografare a terra, nella sagoma in gesso - non è stato soppesato un dato clamoroso, che testimonia come la cultura non sia solo un fardello o un contorno. Radio3 segna un incremento d’ascolti del 60% rispetto al 2009. Con 3 milioni di ascoltatori al giorno è l’ottava radio nazionale. Dominano letteratura, musica, arte, teatro e cinema, da quando è direttore Marino Sinibaldi, ideatore e conduttore di “Fahrenheit”. Trasmissione ispirata al libro di Bradbury in cui i pompieri incendiavano i libri. Come Calderoli.

Ogni cosa è illuminata

Come mai il nero svedese è più rosso che giallo
FENOMENI. Dopo aver invaso gli scaffali e scalato le classifiche, i giallisti scandinavi debordano anche nelle cronache internazionali: era Henning Mankell il più noto tra i partecipanti alla tragica spedizione navale verso Gaza. Una nidiata letteraria cementata dall’impegno e dalla militanza. Dal magistero della coppia Sjöwall-Wahlöö fino alla ciclopica trilogia di Persson sull’assassinio di Olof Palme, passando per il teorema Larsson: l’alleanza anticapitalista tra la sinistra old style di Kalle Blomqvist e quella anarcoide di Lisbeth Salander.
DI

STEFANO CAPPELLINI

«La criminalità è una specie di espressione della società su un piano negativo». Maj Sjöwall - Per Wahlöö opo aver invaso gli scaffali delle librerie, dopo aver propiziato la nascita di una collana scandinava in metà delle case editrici italiane, dopo essere stati sdoganati via Corsera persino nel mondo degli allegati da edicola, dopo aver aggiornato un immaginario sul loro paese che dalle nostri parti era fermo ai film di Ingmar Bergman (versione colta) e alla chioma bionda di Glenn Stromberg, centrocampista dell’Atalanta anni Ottanta (versione pop), i giallisti svedesi debordano ormai anche nelle cronache internazionali. Il più noto partecipante alla spedizione navale verso Gaza della Freedom Flotilla era Henning Mankell, il creatore del commissario Kurt Wallander, protagonista di una serie di romanzi molto tradotta e molto trasposta in tv. Mankell, imbarcato su una nave diversa da quella su cui è avvenuta la strage

D

LA TENDENZA
di militanti filopalestinesi, è stato arrestato dalle autorità israeliane. Dopo il rilascio, ha raccontato al Guardian la sua versione dei fatti: «Israele si è macchiato di omicidio». A suo modo, un’altra consacrazione per la comunità di scrittori oggi più di moda. Sul giallismo svedese convivono due scuole di pensiero. La prima sostiene che sia decisamente sopravvalutato. Che sia noioso nelle sue caratteristiche originali e pedestre quando cerca di scimmiottare il thriller all’americana. Su questo giudizio pesa anche il grande successo internazionale di Stieg Larsson, che sottraendo il filone al culto di nicchia ha incattivito quei critici e lettori che mal tollerano di essere in sintonia col mercato e il mainstream. La seconda scuola di pensiero ritiene che non vi sia alcuna sopravvalutazione. E che, tutt’al più, si tratta di scremare, distinguendo tra i tanti buoni romanzieri e gli epigoni, arrivati alla pubblicazione perché in questo momento non c’è editore che dica no a un manoscritto sul cui frontespizio compaia un cognome vichingo. Tra gli amanti del giallosvezia una categoria a parte sono i lettori militanti. Di sinistra. Esaltati dalla gesta biografiche degli autori, ultimo proprio Mankell. Rinfrancati dalla carica sociale delle loro trame, ma anche dal fatto che in questi romanzi il punto di vista di sinistra sul mondo raccontato non è affidato a reduci leoncavallini, avanzi di Puerto Escondido, investigatori privati scalcagnati e beoni che hanno fatto il ’77 a Bologna, cioè a una fauna depressa e drop out, bensì spesso a gior-

nalisti di successo, professionisti affermati, poliziotti in vista. Non è la marginalità la cifra del noir politico svedese. Anzi, l’ambizione è riscrivere le regole tutte della società. Prendete Larsson. Ha venduto milioni di copie nel mondo offrendo storie molto diverse: un classico whodunit nel primo volume della trilogia Millennium, Uomini che odiano le donne, e racconti più action nei successivi due, La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta. Ma che cosa racconta davvero la trilogia? Racconta il sogno di un passaggio di testimone tra la tipica vecchia sinistra anni Settanta, impersonata dal giornalista d’inchiesta Kalle Blomqvist, e una nuova possibile sinistra degli anni Zero, affidata all’irrequietezza della lesbo-hacker Lisbeth Salander. Analogica, razionalista e istituzionale la prima sinistra; digitale, anarcoide e sociopatica la seconda. Due mondi che non si parlano quasi da nessuna parte del globo, e che invece in Millennium collaborano a smascherare gli intrighi dei capitalisti, a fermare la marea neonazista, a svelare l’ipocrisia della borghesia “perbene”, a denunciare i servizi di intelligence deviati. Che sono peraltro alcune delle attività prticate in vita dallo stesso Larsson, fondatore dell’associazione Expo, osservatorio su movimenti dell’estrema destra scandinava, e in gioventà membro del Partito comunista trotzkista, tanto che il suo testamento del 1977, non applicato alla sua morte qualche anno fa, lasciava tutti i suoi averi alla sezione di Umeå della IV Internazionale. A sinistra del Partito socialdemocratico erano anche i coniugi Maj Sjöwall e Per Wahlöö, ovvero la coppia universalmente considerata capostipite e maestra della generazione attuale di giallisti, e in particolare proprio di Mankell, che riconosce di aver tratto ispirazione dall’opera dei due (debito particolarmente visibile in Assassino senza volto, apologo sull’immigrazione, e I cani di Riga, ritratto dello sfacelo sociale dei paesi baltici), e di aver improntato carattere e psicologia del suo Wallander sull’originale del commissario Beck. Beck è il protagonista del ciclo di dieci «romanzi sul crimine» scritti dalla coppia a cominciare dal bellissimo Roseanna, pubblicato nel 1965. C’è chi, tra i lettori nostrani più attempati, si vanta di aver scoperto Sjöwall e Wahlöö già negli Settanta, quando alcune loro opere sono state pubblicate da Garzanti (recentemente buona parte del ciclo è stata ripubblicata da Sellerio). «Intendiamo analizzare la società borghese del benessere, cerchiamo di guar-

Stieg Larsson, Henning Mankell, Maj Sjöwall e Per Wahlöö, Anders Roslund e Borge Hellström

dare la criminalità in rapporto alle dottrine politiche e ideologiche di tale società», scrivevano marito e moglie a metà dei Sassanta. Sulle loro orme, molto battute in patria, è persino spuntata un’altra coppia di coniugi scrittori, che si firma con lo pesudonimo di Lars Kepler (L’ipnotista, Longanesi). Della loro ispirazione classista c’è traccia pure nell’ultima star in fatto di vendite, Camilla Lackberg (La principessa di ghiaccio, Marislio): «I ricchi - ha detto in una intervista recente - spesso non si assumono le responsabilità del potere che hanno e credono che tutto gli sia permesso». I romanzi di Sjöwall e Wahlöö sono un’indagine sul corpo sociale della società svedese, pervasi da una forte carica anti-borghese (spiccano Un assassino di troppo e Omicidio al Savoy), resi credibili dal punto di vista narrativo da una profonda attenzione ai meccanismi dell’indagine e alla psicologia dei poliziotti. Da questo punto di vista il loro vero grande erede non è Mankell, scrittore invero modesto, ma Leif GW Persson, autore della portentosa trilogia Välfärdsstatens fall, cioè “I casi dello Stato sociale”. Il ciclo, edito da Marsilio come gran parte della leva scandinava, è una monumentale operazione di scavo sociologico, politico e antropologico intorno all’11 settembre dei svedesi: l’insoluto caso di assassinio del primo ministro socialdemocratico Olof Palme in una via di Stoccolma la sera del 28 febbraio 1986. Segretario del Partito dal 1969 fino alla morte, fermo oppositore della guerra in Vietnam, dell’apartheid e della proliferazione di armi nucleari, Palme era il padre del socialismo svedese nella sua fase matura. Il

primo romanzo di Persson, Tra la nostalgia dell’estate e il gelo dell’inverno, si chiude con la sua uccisione. L’ultimo, In caduta libera come in un sogno, reinventa una credibilissima riapertura dell’indagine sul suo omicidio, in lotta con i termini di prescrizione del reato (febbraio 2011), e offre una soluzione politica del mistero. «In Svezia abbiamo sviluppato un’attenzione fortissima per l’aspetto criminale esattamente dalle 23,30 del 28 febbraio 1986, quando uno sconosciuto sparò a Olof Palme», spiegano Anders Roslund & Borge Hellström, ultimi arrivati della nidiata (in libreria è da poco uscito per Einaudi Stile libero il loro Tre secondi) e strana coppia: uno noto volto televisivo del canale culturale, l’altro ex galeotto. Con la morte senza colpevoli di Palme si chiude l’età dell’oro della socialdemocrazia svedese e al tempo stesso finisce in archivio l’illusione che quel modello fosse la terza via vincente tra capitalismo e comunismo. Da quel giorno i giallisti svedesi hanno cominciato a raccogliere i cadaveri di un’epoca. Ma già prima di allora sentivano di camminare sul filo del disastro. Stretti dall’aut aut: socialismo - il “loro” socialismo - o barbarie. «La minaccia della catastrofe incombe opprimente sui conflitti sociali del nostro tempo; ci opprime a tal punto, forse più di chiunque altro prima, da indurci a trovare soluzioni pacifiche a questi conflitti». Firmato Sjöwall e Wahlöö.

STEFANO CAPPELLINI. Vicedirettore del “Riformista”. Ha scritto per “Repubblica” e “Liberazione”. Ha lavorato come autore televisivo in Rai e a Sky. Collabora con il programma “Matrix”.

10

DOMENICA 6 GIUGNO 2010

DOMENICA 6 GIUGNO 2010

Ombra
Perché i tramonti son pupazzi da legare? (Cappellaio Matto)

11

Stazione Vittorini Aldo, il mito Elio e un padre poeta
L’ULTIMA INTERVISTA. Si è spento giorni fa il maestro e libraio della “Europa” di Barletta, aperta con i soldi prestati dal fratello, scrittore a Milano e direttore del ”Politecnico” inviso a Togliatti. Entrambi figli talentuosi di un ferroviere eclettico e letterato.
DI

CARMEN MAFFIONE

i entra in casa Vittorini e si è accolti da un senso di tranquillità e calore, sarà la vista della libreria stipata di libri o i numerosi dipinti. Siamo a Barletta, vicino Bari, città in cui Aldo, fratello di Elio Vittorini – scrittore, critico letterario, direttore editoriale –, vive da oltre settant’anni e dove per trentacinque è stato libraio per passione. Seduta al suo fianco, la figlia Lucia cerca di suggerirgli dei ricordi ma Aldo, con affettuosa fermezza, segue una sua personale, lucidissima fila di immagini. Dalla sua voce profonda si ascoltano le storie della sua famiglia, e non solo della genialità di Elio, del suo talento già chiaro ai tempi della scuola elementare, della lungimiranza con cui sapeva andare oltre i confini nazionali, del rifiuto di scendere a patti per la letteratura, ma anche di un padre che viveva di poesia, di scorci siciliani, di polpette sotto il tavolo, e naturalmente di una libreria, nata dalla collaborazione tra due fratelli che prima del tempo avevano guardato all’Europa. Un padre ferroviere, che scriveva poesie e tragedie. È stato lui a iniziarvi alla letteratura?

S

LA FAMIGLIA
Così come la stazione di Roma si chiama Roma Termini, così la stazione di Siracusa si chiama Siracusa Vittorini. Hanno messo una targa: «Al capostazione letterato». (Aldo si alza, va a cercare nella libreria: torna con due libri firmati Sebastiano Vittorini, Eschilo e Ummira esuli. Poesie, entrambi pubblicati da Emanuele Romeo Editore, ndr). Eschilo è stato scritto nel 1914, in occasione della prima rappresentazione al Teatro Greco di Siracusa, l’Agamennone. Ci sono anche le foto degli attori di allora. Mio padre viveva di questo. Poesie, letture. Eravamo quattro fratelli: Elio il primo, mio fratello Ugo, nato nel 1910, mia sorella Jole del 1912 e io, nato il 6 gennaio del 1916. Come mai vive a Barletta? Mi trovo qui dal 1939, ero venuto a trovare mio fratello Ugo, poi mi hanno chiamato alle armi per le isole dell’Egeo. E siccome Barletta era il deposito misto per le truppe e il rifornimento delle isole italiane, io sono rimasto per rifornire. Sono vivo per una combinazione, per l’illuminazione di un comandante, perché nel 1941 ero alla base di Roma, nella caserma dei bersaglieri a Trastevere, da dove avrei preso l’aereo per l’Egeo, ma il comandante disse «ogni giorno mandiamo militari a morire» e non volle far partire il mio gruppo. E solo perché nell’elenco il mio nome era registrato in basso, ho avuto salva la vita. Tutti gli altri che sono partiti prima di me sono morti, perché dei caccia inglesi, probabilmente partiti dall’Egitto, abbatterono l’aereo in cui viaggiavano. Mi hanno congedato nel 1945. Ero già sposato e sono rimasto a Barletta. Com’è iniziata l’esperienza della libreria? Nel 1945 andai a trovare Elio a Milano, lui stampava Il Politecnico. Questo è prezioso. Io ce li ho tutti, e il primo articolo del primo numero tratta di un argomento di attualità, la Fiat!. Questo è invece il primo numero sotto forma di rivista, quando, dopo il litigio con Togliatti Il Poli-

tecnico diventò mensile, il 29 settembre del 1945, perché il Pci smise di sovvenzionare il giornale. (Aldo cita il famoso commento di Togliatti: «Vittorini se n’è gghiuto e soli ci ha lasciati»). È una cosa (Il Politecnico, ndr) che è proprio contraria all’idea del comunismo, perché il comunismo l’hanno sbagliato tutti, l’hanno sbagliato anche in Russia, perché purtroppo è l’uomo che è sbagliato – scusi, non vorrei generalizzare – ma sa, noi uomini siamo tutto, siamo giustizia, siamo avvocati e accusatori, siamo tutto, e in questo credere di essere tutto ci sentiamo potenti. Cosa significano oggi questi politici che scendono in campo? Cosa significa che ti sei fatto da te! È impossibile, da te la ricchezza non te la puoi fare, perché se sei onesto muori onesto e muori povero. Ma se fai i soldi non li puoi fare con l’onestà. È come in San Giovanni Decollato, la commedia di Nino Martoglio, poeta, commediografo siciliano: è una commedia fantastica, il protagonista è un ciabattino che ha uno stanzino in cui aggiusta le scarpe, e una raffigurazione del santo a cui è devoto è appesa alla parete; la mattina, quando arriva la moglie a portargli il panino fresco, il calzolaio lo bagna nel lumino a olio acceso per San Giovanni, e lo ringrazia, bagna il pane e ringrazia il santo. Queste erano le commedie che venivano recitate ai tempi di Benito. Ma io non me la prendo solo con i politici. I delinquenti? Seguono l’istinto dell’uomo. Sono gente in gamba! Quelli che non hanno rubato mai, è perché non l’hanno saputo fare! Vuol dire che l’occasione fa l’uomo ladro? Diciamo che è una forma di evoluzione negativa. Siamo troppo egoisti. Io ho novantacinque anni, e mi sento come quella pianta. Adoro le piante, le foglie, perché mi sento loro fratello. Ed è così, perché io faccio parte della natura. Noi stiamo aspettando di andare in Paradiso. Non ci prendiamo in giro, finisco per essere estremista in certe cose. Che ognuno adori il proprio dio se ci riesce e se lo vuol fare, può anche sentirsi lui stesso un dio, in fondo è dio di sé stesso! Ognuno di noi è una divinità. Io mi sento di ringraziare solo mia madre e mio padre che nel crearmi mi hanno fatto forte, nonostante da piccolo io abbia avuto la malaria. Sai, mio padre è stato capostazione in molte parti della Sicilia, io ad esempio sono nato a Gela, poi siamo passati a Dirillo, una zona paludosa piena di zanzare, ed è là che ho preso la malaria. Tornando alla libreria… Dicevo, nel 1945 sono andato a trovare mio fratello al Politecnico e sono stato ospite a casa sua. Elio mi disse: «Vuoi che ti aiuti a entrare in Einaudi?». Lui già lavorava per la casa editrice. Così mi feci dare un deposito di libri, ma a me non piaceva andare a sfruculiare le persone a casa per promuovere questa o quella novità editoriale. Così, un anno dopo, quando Elio mi chiese come andava, io gli risposi: «Non è per me». E gli dissi: «Se vuoi darmi una mano, se ne hai la possibilità, fammi un prestito ché io mi apro una libreria». Ho aperto la libreria nel 1947 e l’ho avuta fino al 1982. Fino al 1981 ho anche insegnato alla scuola elementare. Il 6 gennaio 1981

ho festeggiato i 65 anni e il 9 gennaio mi è arrivata la pensione! Perché decise di chiudere la libreria? Quando comunicai alla mia famiglia che avrei aperto una libreria, un mio parente mi rispose: «’a libreria apri? E pecché, i libri si leggono?». E lui, figghio di dottore era! E aveva delle librerie a casa piene di libri! Mah! Gli dissi, io ho sempre dormito in mezzo ai libri a casa mia, a noi i libri ci nutrono. Mio padre magari trascurava di comprarci la carne, ma mai i libri. Quando si mangiava si discuteva, chi leggeva una poesia, chi parlava del tema che aveva fatto a scuola, e di quel professore che aveva preso il tema di Elio e lo aveva distribuito a tutte le classi, talmente era bello. Lo aveva letto a tutti gli studenti. A tavola non si parlava di mangiare. A Elio non piacevano le polpette e le buttava sotto il tavolo, e io mi mettevo vicino a lui, così appena le nascondeva me le mangiavo! Ho vissuto una vita di intelligenza, non c’è stata mai violenza a casa mia. Mio padre, quando nelle ferrovie un capostazione prendeva il mese di riposo, preferiva andare a fare queste sostituzioni nelle tratte di campagna, nei posti deserti, per poter navigare con la mente, e scrivere, scrivere poesie a migliaia. Anche lei scrive? Sì, ci sono dei momenti in cui scrivo, ho scritto molte cose ma non vi ho mai dato importanza perché non le reputo degne di essere pubblicate. Sono esplosioni, e basta. Che libreria era la sua? La mia libreria era famosa anche per il suo nome. L’ho chiamata Europa. Quando ancora non ci pensava nessuno all’Europa! Ma più che io a essere preveggente, lo fu mio fratello, che quando decise di aiutarmi con la libreria, mi disse: «adesso non la chiamare, al solito, con un nome greco, Atena o simili, chiamala Europa!». Fu lui a suggerirmelo. Lei librario, Elio scrittore, editore. Eravate complementari. Eh, perché credi che mio padre mi abbia chiamato Aldo? Perché era il nome di Aldo Manuzio, inventore del libro e delle librerie. Mio padre scelse i nostri nomi. Pensa che il mio per intero è Aldo Dante Teocrito. Mio padre aveva puntato su di me! Poi poverino, gli è andata male! E poi Ugo, Elio e Jole, che è l’anagramma di Elio. E poi c’era la poesia che lui scrisse per Elio quando nacque, una poesia meravigliosa, ma non so che fine abbia fatto, era scritta in uno di quei quaderni con la copertina robusta, nera, con su scritto bella copia in oro, piena zeppa di poesie, tra le quali c’era La nascita di Elio. Mio padre era eccezionale. Era capace in tutto. Ci fu un periodo in cui il dopolavoro ferroviario formò una piccola compagnia di attori, e iniziarono a recitare commedie, cominciando da La locandiera, e vi recitavano mio padre, mio fratello Elio, mia sorella, e io servivo giusto a qualche cosa! Ma abbiamo avuto dei trionfi! Ricordo che vennero da Milano a vederci, in questo teatrino che avevamo. Mio padre era il regista, ma se c’era da dipingere, dipingeva pure! Cos’è questo degrado culturale che stiamo vivendo, di cui tanto si parla e per il quale poco si fa? Il degrado scaturisce dalla debolezza umana, quella di creare le divinità. Più sono ignoranti e più vengono esaltati. Il male è ricordato più del bene. Da sempre nella storia sono stati ricordati i peggiori. E lei come reagisce? Io guardo solo Rai Tre. Critico Ballarò, non

mi piace. E poi vorrei scrivere a Santoro e chiedergli di non togliere la parola agli ospiti a cui l’ha data. Al cinema non vado da molti anni. Una volta ci andavo tutte le sere. Poi è venuta la televisione, e io fui uno dei primi a comprarla, tant’è vero che il mio numero di abbonamento è piccolo piccolo, non arriva neanche a sei cifre! Le piacciono gli scrittori contemporanei? Non è che non mi piacciono, è che ho delle preferenze culturali. In questo momento sono per la politica, quindi compro solo libri impegnati. Leggevo Camilleri ma adesso non lo compro più perché non mi piace il dialetto che usa nei suoi romanzi. Non è vero dialetto siciliano, è un dialetto suo. Non si esprime come ci si esprime in Sicilia. Una volta mi piacevano le parole siciliane che usava per rendere le espressioni violente, eccessive, le bestemmie. E poi quello che mi piace è la descrizione dei posti. Mi piace anche vederli nella fiction di Montalbano, mi piace rivedere Modica, Sicli, Ragusa superiore che si affaccia sulla valle di Ragusa Ibla. Posso chiederle di lasciarmi un ricordo di suo fratello, come uomo o come scrittore? Come scrittore? Elio ha iniziato a scrivere a dodici anni, Il brigantino del papa è stato il suo primo libro, scritto e riscritto e quasi mai pubblicato. L’hanno pubblicato dopo la sua morte. Poi nel 1930 c’è stato Piccola borghesia, i primi ricordi di quando si è sposato con Rosa (sorella del poeta Salvatore Quasimodo, ndr), ed è andato a lavorare a Gorizia. Ma non è tanto quello che ha scritto sottoforma di romanzi, Elio è altro, in altro ha espresso sé stesso. (Aldo prende altri libri e li poggia sul tavolo, sono raccolte di saggi critici e lettere di Elio, ndr). Elio è questo! Elio è questo! Non i romanzi, quelli di lui non raccontano niente. Qui c’è la sapienza letteraria. Ci sono tanti di quegli scritti, soprattutto le lettere, anche quelle agli amici, quelle in cui si legge come aiutò i giovani scrittori, pubblicando la collana dei Gettoni. Da questi scritti e da quello che è stato raccontato, pare fosse molto severo. Elio era severo con sé stesso. Lei sa che Elio rifiutò la parte che Fellini gli offrì ne “La dolce vita”? Elio aveva già interpreto la parte del principe di Verona nel film Romeo e Giulietta (di Renato Castellani, ndr). Quando andavo a trovarlo, trovavo sempre la casa piena di letterati, suoi grandi amici erano Pasolini e Alfonso Gatto. Ma la cosa più avvilente è che molti di loro volevano convincermi a parlare, mi interrogavano, credevano che tramite me avrebbero potuto venire a conoscenza di cose su Elio che ignoravano. Per esempio, a Elio venne la passione della vela perché suo cognato (il marito della sua seconda moglie Ginetta Varisco, ndr), aveva una barca, e a me chiedevano come fossero questi viaggi, e come andava con il vento, eccetera. A me lo chiedevano! Che effetto le fa ricordare suo fratello? In fondo, io vivo di questo. Quando me ne sto lì sulla poltrona sembra che dorma, e invece non dormo, lavoro con il cervello. Ricordo tutto quello che ho vissuto. È un ritorno.

CARMEN MAFFIONE. Nata a Barletta nel 1983, scrive su “Cinem’Art”, bimestrale di cinema. Collabora con lo Studio Oblique.

12

Ombra
“Puoi imparare tante cose dai fiori”... Credo che potrebbero imparare loro un po’ di educazione! (Alice)

DOMENICA 6 GIUGNO 2010

Dal pesce rosso a Lolita Arriva il noir delle arance
GABRIELLA GENISI. Torna la scrittrice pugliese che fece tremare Bondi con il romanzo erotico della Seconda Repubblica. Il nuovo personaggio è un commissario donna con la quinta di reggiseno.
DI

FABRIZIO D’ESPOSITO

olita. Poi, Lolì. Infine, Lò. Il commissario Lò. Che non è cinese, ma di Bari, posto che «da pochi mesi a questa parte sembra diventato l’ombelico del mondo, e tra escort e intercettazioni stanno succedendo cose che non avresti detto mai». Un’estate fa nella rete degli scandali sessuali del Cavaliere-Sultano, il Papigate e il D’Addygate, finì incastrato anche il pesce rosso di Maria Gabriella Genisi, scrittrice pugliese e autrice del primo romanzo erotico della Seconda Repubblica. Un pesce rosso simil-bondiano, nel senso del ministro della Cultura (una frase su tutte: «Succhiami i capezzoli Cleo»), che il Riformista scovò grazie a un paio di segnalazioni piovute dall’alto. Il libro di Genisi, intitolato Il pesce rosso non abita più qui (Edizioni La Fenice), lasciò un segno rovente su quella stagione memorabile e costò al nostro quotidiano insulti, minacce e accostamenti alla leggendaria rivista porno Le Ore. E Genisi stessa venne massacrata. Anche perché, pur smentendo la veridicità della storia con un politico somigliante incredibilmente a Bondi, rivelò di essere stata prima contattata poi mollata dal Pdl per un seggio alle politiche. Così, a distanza di un anno, la scrittrice dimostra di non essere stata una meteora letteraria. Anzi. Il talento c’è e viene confermato dalla prima avventura

L

del commissario Lolita Lobosco, il cui titolo è un omaggio al maestro di tutti i giallisti italiani, Andrea Camilleri: La circonferenza delle arance. La prima inchiesta della commissaria Lolì (Sonzogno, 218 pagine, 17 euro). Il nome della poliziotta è tutto un programma: trentasei anni, «occhi sempre accesi, lunghi capelli corvini e una quinta di reggiseno». Perdipiù separata e in astinenza sessuale da tre anni. Lolita. Un nome insolito per una città come Bari: «E diciamo che se mia madre non avesse amato così tanto quel film e non m’avesse chiamato Lolita, o se non avessi visto mio padre carabiniere morto ammazzato davanti alla porta di casa mia, sicuramente non sarei diventata il commissario Lobosco. Ma del resto meglio Lolita che non Addolorata come mia nonna Dolò, un nome che da solo suona come una condanna». Già. Meglio Lolita che Addolorata. In fondo, la Puglia è pur sempre la California del sud. L’esordio di Lolita è tremendo. Insediatasi da cinque settimane come commissaria, e già al centro degli inciuci cattivi propalati da una collega, la Capriati, che è anche l’amante del questore, e che la odia sin dall’infanzia comune passata nello stesso cortile, Lolita Lobosco si vede arrivare in manette il suo primo amore: «Ma questo è Stefano Morelli della mitica Quinta A. Sento le gambe formicolare per la tensione, così le accavallo sotto la scrivania e cerco di darmi un tono anche se

tanto facile non è perché io di questo ragazzo sono stata innamorata persa almeno per due anni di fila, corrisposta intendiamoci, e adesso me lo ritrovo davanti in manette e con l’accusa di violenza sessuale». Morelli fa il dentista ed è accusato dalla sua assistente di studio, l’avvenente Angela Capua, già baby-sitter di suo figlio nonché sorella del suo ex migliore amico Rodolfo detto Dudù. Lolita annusa subito qualcosa di strano perché la violenza sessuale sarebbe avvenuta tra due persone che vantano un consolidato e particolare rapporto. Morelli: «Sì, commissario, sì. Ogni volta che ho voluto. Rapporti orali per la precisione. Senza problemi e con soddisfazione, le assicuro da parte di entrambi...». Forse Morelli, sposato con una sciampista pitonata, è stato incastrato. La circonferenza delle arance è un noir pieno di colori. Non è un ossimoro giallistico. La morte c’è e arriva, violenta, verso la fine. Ma a imporsi sono una città e una donna del sud che fanno scoppiare di vita il cibo, il sesso, l’amore, l’amicizia. La migliore amica di Lolita è Marietta, un magistrato con l’amante potente e più anziano. Altro riferimento malizioso agli intrecci reali del potere barese: «Lò, io lo amo e adesso lui mi vuole pure candidare consigliere regionale. Dice che c’ho la stoffa e potrei avere un grande futuro in politica». Ovviamente nel centrodestra. Continua infatti Marietta, quando Lolita le dice di non essere d’accordo e che non la voterà: «Quanto rompi Lolì. Tengo già lo slogan, Marietta Scarcella. Scarcella con due elle, elle di lavoro, elle di libertà. Ti piace? E comunque, tu vota a chi vuoi, pure ai ricchioni se ti piacciono, visto che a me non mi capisci». A quel punto il commissario Lobosco fa il suo outing politico sui «ricchioni» e

si dichiara vendoliana: «Lo slogan fa schifo, la battuta sui ricchioni peggio ancora». Immancabile, poi, la citazione dell’ormai immortale papi berlusconiano, stavolta con il più che maturo questore: «Oh che piacere, Lolita! Il mio commissario preferito. Benvengano le donne, benvengano dico io. Ma tutte bbone com’a te, Lolì!». «”Grazie questore. Lei è un padre per me”. E sottolineo padre. ’Sto porco! Che se lo chiamo papi chissà chessicrede, magari si crede che le femmine sono tutte zoccole comm’alla Capriati». L’indagine di Lolita procede su un doppio binario, passato e presente, e deve fare i conti con un evidente conflitto d’interessi sentimentali. Da un lato la ragazzina del liceo innamorata di Morelli, dall’altro la donna commissaria reduce da un matrimonio fallito. Il giallo di Genisi è stato presentato all’ultima fiera del libro di Torino, dove si è verificata una curiosa coincidenza, come ha notato già Luca Mastrantonio nel suo Punteruolo. Contrariamente all’anno scorso, quando fu accompagnato dalla sua nuova fidanzata Manuela Repetti, stavolta il ministro per la Cultura Sandro Bondi non è voluto andare all’importante appuntamento di Torino...

FABRIZIO D’ESPOSITO. Nato nel 1966 in penisola sorrentina, vive a Roma. È inviato del Riformista, su cui scrive sin dal primo numero, e collabora al settimanale “A”. Colleziona gialli di tutto il mondo. È christiano ortodosso, nel senso di Agatha.

emisferosinistro@gmail.com

Presentazione del mensile

internazionale

modera

Monica Maggioni
introduce

Edward Chaplin
(Ambasciatore del Regno Unito in Italia)

“New Labour sunset”
Il tramonto del più lungo governo progressista europeo
Massimo Bordin Massimo D’Alema Antonio Polito James Walston
8 giugno 2010 - Ore 14.30
Sala del Mappamondo, Camera dei Deputati Palazzo Montecitorio - ROMA
Si prega di confermare la propria presenza accreditandosi via mail su redazione@interpreteinternazionale.it

Per conoscere tutto. Dappertutto.

l

DOMENICA 6 GIUGNO 2010

Ombra
Si può sempre averne più di niente. (Cappellaio Matto)

13

Barack & Nelson La voce dei tribuni alla prova della svolta
LEADERSHIP Generazioni e continenti diversi li separano, ma hanno comunque . una forte somiglianza. Il loro carisma passa per l’enfasi della parola, senza retorica. Risoluti, trasmettono un senso morale. Sono il volto della speranza. Ce la faranno?
DI

Lo scrittore Breyten Breytenbach

BREYTEN BREYTENBACH

aprima fu la voce. Sembrava scaturire da una cavità nel petto, come quella del vecchio. Una voce forte e dal suono un po’ sepolcrale. Certamente grave. Una voce malinconica. Vibrante. Mentre ascoltavo Barack Obama, la tonalità, l’altezza, le cadenze in particolar modo, mi ricordavano quelle della voce di Nelson Mandela. C’era anche una certa somiglianza nella dizione – un lieve accenno di impaccio. Come se non parlassero agevolmente, e neppure per il semplice piacere di emettere

D

puoi cuocere un elefante in una pentola». La voce di Mandela ha la tendenza ad essere più acuta, talvolta il suo accento ha come un’eco. Ciò potrebbe essere causato dalla cattiva qualità degli impianti voce usati all’aperto in Sudafrica. Parlano con enfasi, come se conoscessero il peso delle proprie menti. È raro che facciano riferimenti originali, o che usino immagini fantasiose, o provocatorie. Non sono oratori che incantano, e si servono di svolazzi retorici con riluttanza, ma entrambi svettano come tribuni sul pubblico che li

ascolta. Trasmettono una solenne risolutezza, una sorta di impellente, assiomatico senso di moralità. Rappresentando uno scarto rincuorante rispetto ad altre figure pubbliche statunitensi, Obama è apparso al cospetto della folla quasi sempre da solo – e non attorniato dal consueto politburo di assistenti sentenziosi. Strano, pensavo, che questi due uomini provenienti da due continenti diversi, e separati da più di quarant’anni d’età, possano assomigliarsi così tanto nella voce. (...) Chi sono in realtà queste due figure composite? Vengono rite-

PERSONAGGI
suoni. Cosa ancor più insolita, entrambi si esprimono usando frasi compiute anche quando parlano a braccio. Frasi che si possono trascrivere e stampare così come sono, senza dover tagliare gli ehmm e gli ahhh. Quando iniziano a parlare, si ha l’impressione che entrambi sappiano dove porteranno quelle frasi, ognuna delle quali rappresenta un pensiero compiuto. C’è un detto in Ruanda: «Se ti prendi il tempo che ti serve,
Per gentile concessione dell’editore Alet ospitiamo un brano dalle “Confessioni di un terrorista albino” di Breyten Breytenbach. Un uomo parla al microfono di un registratore, sulle sue spalle pesano sette anni di carcere. Ha vissuto nel Sudafrica dove un bianco che rifiuta l’apartheid, viene considerato un pericoloso criminale. Breytenbach ripercorre la sua vita e le sue confessioni diventano un atto di accusa.

nute straordinarie, nonostante l’iniziale diffidenza delle comunità da cui provengono, come se una frequentazione troppo ravvicinata con i bianchi avesse potuto guastarli. Tuttavia, grazie a questa loro appartenenza/non appartenenza essi hanno aperto nuovi spazi di riflessione sull’identità razziale e sui condizionamenti culturali. La cosa strana è che entrambi possono essere considerati degli outsider, nonostante il loro forte impegno negli interessi delle rispettive comunità e i comportamenti socievoli, spontanei e non elitari; malgrado, anche, l’ovvia adulazione di cui sono oggetto. Storicamente, quella del re è una carica solitaria dotata di attributi sovrannaturali e gravata di responsabilità più che umane. Il re incarna la smania delle aspettative. La gente ha il bisogno di identificarsi con il proprio idolo, affinché quell’idealizzazione si trasformi senza indugio in appropriazione – e in forma rituale egli può essere sacrificato per placare gli dei (anche il vitello d’oro di Wall Street, presumibilmente) e per assicurare le piogge e raccolti abbondanti. Inoltre, un detto bantù sostiene: «l’autorità, come la pelle del leone e del leo-

pardo, è piena di buchi». (...) Si può dire che né Mandela né Obama siano i prodotti di una macchina politica. Fin da giovani, sembravano destinati a un corso programmato di leadership. Forse la combinazione di incertezza, orgoglio, rabbia, empatia e impegno non ha lasciato loro altra scelta. «Colui che soffre di diarrea non teme la notte», dice un adagio mossi (popolazione nativa dell’area centrale del Burkina Faso – ndt.). Essi appaiono in un momento cruciale della storia per incarnare aspettative e desideri di cambiamento enormi. La disperazione e il disgusto per l’amministrazione imposta da governanti fascisti è così potente, il desiderio di cambiamento così profondo e urgente, che la vittoria è inevitabile. Uomini come Mandela e Obama non organizzano il cambiamento, ne sono il volto, e questo cambiamento vuole essere radicale e catartico. Sono in grado di guidare la svolta? Hanno potere a sufficienza? L’essenza delle loro potenzialità non si esaurisce per il solo fatto di entrare in carica, assumendo su di sé il compito storico di accompagnare cambiamenti destinati a infrangere paradigmi?

Sono rivoluzionari, questi leader? O, addirittura, visionari? Il momento della presa di potere potrebbe anche rappresentare l’inizio dell’impotenza politica. Obama sarà obbligato a governare dal centro, così come ha fatto Mandela? Non è stato questo il presupposto del loro predominio? Per necessità essi raccolgono intorno a sé i funzionari che eleveranno (confineranno) i leader carismatici sul piedestallo dei simboli. Ciò non è subito apparente, perché molti di essi sono impegnati in cortigianerie. E commettono errori fondamentali, per le ragioni più svariate, ma soprattutto perché vogliono essere considerati duri e pragmatici come lo sarebbe stato un padre ideale – quel padre che nessuno dei due ha mai veramente conosciuto.

BREYTEN BREYTENBACH Scrittore e pittore d’origine sudafricana. In Italia sono usciti: “Le veritiere confessioni di un africano albino” (1989) per Costa & Nolan e la prefazione alla biografia “Mandela” (Mondadori 1990).

14

Ombra
“Puoi imparare tante cose dai fiori”... Credo che potrebbero imparare loro un po’ di educazione! (Alice)

DOMENICA 6 GIUGNO 2010

FUORIQUOTA di Caterina Soffici
UONI MOTIVI PER NON LEGGERLO. Non l’ho letto e non mi piace. E non lo leggerò perché ci sono troppi elementi per affermare che questo bestseller annunciato è come la corazzata Potiemkin, una boiata pazzesca. Il primo indizio è quasi una certezza: l’autrice Rebecca James è una madre casalinga disperata (vi ricorda qualcuno? ma di Rowling ne nasce una ogni 100 anni e per questo secolo ce la siamo già giocata). Il secondo indizio ci racconta di un manoscritto rimasto per anni nel cassetto e poi vittima di innumerevoli rifiuti (vi ricorda qualcosa? Già sentita mille volte). Terzo e ultimo indizio: il bestseller annunciato si intitola Beautiful Malice (bisogna ammettere che non è male) e gli editori alla Fiera di Francoforte si sono scannati per acquistarne i diritti. Anche questa è storia già vista: da Cenerentola a star supercontesa e strapagata. Esce in contemporanea in 38 paesi e in Italia Einaudi ne ha tirate 70mi-

B

Le donne in cucina, ma non in classifica
la copie. È possibile che non sia un bestseller? UN MANUALE CENCELLI ALLA ROVESCIA. All’Università di Nottingham studiano una tecnica per individuare i tumori con 5 anni di anticipo. Il professor Herb Sewell (come racconta un bel reportage sulla Stampa) è uno degli sviluppatori del progetto, in odore di Nobel lui e tutto il team. Sewell ha un ufficio largo come la guardiola di un portiere di Roma, con un computer e una finestra. È stato vicerettore ma ora vuole tornare a insegnare. «Studio e ricerca. La chiave è tutta qui». Se si potesse dimostrare scientificamente che genio e metri quadrati occupati hanno un rapporto inversamente proporzionale, sarebbe chiaro come mai da noi università e ricerca sono allo sfascio: quello che interessa ai baroni è occupare la stanza più grossa, possibilmente con pianta. NON È UNA CLASSIFICA PER DONNE. Camilleri, Carofiglio, Sorrentino, Gramellini, Geda, Volo, D’Avenia e De Luca: neanche una donna nella top ten della narrativa italiana. Scalfari, Fasanella & Priore, Galli, Ciancimino & La Licata, Kùng, Aprile, Picozzi e & Signorini, Rizzo, De Crescenzo, Vespa: neanche una donna nella top ten della saggistica. Tracce di presenze femminili si rinvengono solo nella narrativa straniera (Holt, Dunne e Barbery) mentre l’unica italiana in vetta è Benedetta Parodi, con Cotto e mangiato. Niente rispecchia meglio la realtà del Paese: le donne in cucina. PENSIERINO VERDE PALLIDO. «Perché dovremmo preoccuparci dell’ambiente? Perché se il pianeta dovesse morire, moriremmo anche noi. Senza aria respirabile, senza acqua potabile, senza cibo non ci sarebbero esseri umani. La natura non “ha bisogno” di noi. Ha potuto fare a meno benissimo di noi per milioni di anni. Al contrario siamo noi ad aver bisogno della Natura». Il pensierino è stato pubblicato da Repubblica in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente. Esce dalla penna di un bambino di quinta elementare? No. È di Margaret Atwood, la maggiore scrittrice canadese, vincitrice del Booker Prize e pluricandidata al Nobel, della quale è in uscita in Italia l’ultimo libro (L’anno del diluvio, Ponte alle grazie). Boh? Un pensierino verde sbiadito. LIBRI DI NOTEVOLE INTERESSE – La pila dei libri di notevole interesse, tra i quali scegliere per il week end, è composta da: Flavio Soriga, Il cuore dei briganti, Bompiani, un piccolo gioiello narrativo che affonda le radici nella magia e nelle tradizioni della terra di Sardegna tra amori, tradimenti, intrighi, pirati e traffici di contrabbando; Cass R. Sustein, Voci, gossip e false dicerie, Feltrinelli, dove si spiega come mai gli essere umani danno credito alla dicerie, anche quelle false dicerie e bizzarre e soprattutto cosa possiamo fare per proteggerci dagli effetti nocivi delle dicerie false. csoffici@libero.it

L’IMPAGINAZIONE AL POTERE di Monica Crassi

Versami o Strega dell’ambito premio
NINFEO. Come sponsor un liquore quasi invisibile sul mercato. Ma la caccia al voto degli editori è sempre attiva e rumorosa. Molte le autrici in corsa, ma potrebbero aver la meglio i maschi.
vendere più libri, quello che fa inorgoglire (e arricchire) di più gli scrittori, e che maggiorl liquore Strega io l’ho assaggiato, un po- mente li inebria (il premio), forse più ancomeriggio d’inverno di otto anni fa e, pur ra di quel sorso che da contratto devono finnon essendomene ubriacata, al pronun- gere di bere a gargamella (lo si è visto fare ciarne il nome, come adesso, ancora mi risa- al termine di soporifere dirette tv ai più giole su il sapore, che non riuscirei a definire al- vani e sfacciati della lunga lista dei vincitori, tro che, sinesteticamente, giallo. vale a dire l’ultimo paio) e che è solo l’inizio È terribile, per chi vive di libri, pensare di quella fase di disgusto per il “circo meche un liquore che non si trova nelle case di diatico” (si deve dire sempre così all’indonessuno che frequentiamo, un prodotto che mani sui giornali) cui ben presto gli autori non ha alcun successo commerciale perce- laureati finiranno col soccombere in quanto pito, di cui la generazione di chi è nato negli – come reciteranno le fascette all’uopo preanni ottanta non ha fatto in tempo a vedere disposte dai loro editori - «Vincitori del Prenell’intero arco d’esistenza un solo spot in tv mio Strega». nemmeno nei palinsesti estivi degli anni diProbabilmente è proprio questa la mespari in cui le inserzioni te le tirano appres- tafora più calzante per il nostro triste mestieso diventando appannaggio di delfini curio- re: il più importante riconoscimento del setsi, cavalli golosi e altri bizzarri animali ag- tore è legato a (e porta il nome di) un progettivati, un preparato alcolico che non è in dotto dal colore ambiguo, dal sapore francavendita se non in quei rari bar mente dimenticabile, e il cui di provincia con i banconi marchio non evoca alcunché di d’acciaio graffiati dal tempo e prestigioso, né alcuno status dai bottoni delle giacche e dei sociale riconoscibile. polsini degli avventori, gestiti Comunque: chi sono i conda coppie d’anziani signori correnti che sognano la fascia, (che resistono strenui e testaro fascetta, della Miss? Quedi alle offerte generosissime di st’anno ben cinque su dodici (e agenti immobiliari dal nodo Pavese con la Bellonci tutte le prime cinque in ordine della cravatta troppo ampio alfabetico) sono donne, anche che sognano di venderne i locali a un fran- se alcune tenderanno a cannibalizzarsi fra lochising di qualsiasi tipo) che ancora ne ro: due sono dello stesso gruppo editoriale espongono un raro esemplare sull’ultima (Avallone e Matteucci, anche se solo una inaccessibile mensoletta di vetro con cui la delle due ha l’appoggio ufficiale dell’editobottiglia forma un tutt’uno indivisibile gra- re), altre due – Bubba e Masini - hanno ricezie all’ultradecennale azione incrostante del vuto in sorte lo stesso ruolo, quello dell’outcircoletto di liquore colato dal collo quel- sider da cinquina e quindi, bene che andrà, ne l’ultima volta in cui fu versato a un cliente in resterà solo una. Il gruppo Mondadori, dicovena di stramberie. no quelli che conoscono i giochi dall’interÈ terribile dicevo, tanto più per chi lavo- no, ha già vinto troppe volte di seguito e una ra e soffre e spera e spende (come si dice og- sua vittoria scompaginerebbe oltremodo gli gi nelle cattive traduzioni dall’inglese) spen- equilibri e le alternanze, e a poco vale che un de la sua vita vicino ai libri, immaginare che Mondadori (Stefano) si candidi sotto le menquesto preparato alcolico dalla tinta poco tite spoglie di un piccolo editore torinese, Inrassicurante sia il simbolo di uno premi let- star (il quale spera nell’effetto confusione di terari italiani più bramati concupiti desiati, qualche vecchia carampana cui qualcuno forse il più ambito in assoluto: quello che fa porgerà il consiglio, bisbigliato da sopra una
DI

PAGINE ROSSI
di Riccardo Rossi

Mai dire buon compleanno specialmente se è il proprio
uesta estate che non arriva (meno male) mi fa venire in mente che da questi giorni in poi comincia per una serie di persone un periodo abbastanza sfortunato: il festeggiamento dei loro compleanni. Non si può organizzare niente dentro casa, non ti ci viene più nessuno (fa caldo), se arrivano, arrivano comunque tardi, perché hanno fatto l’aperitivo fuori e arrivano già ubriachi con 4 prosecchi gelati in corpo e senza regalo. Bisogna organizzare qualcosa di comodo e coinvolgente, altrimenti non vengono, l’interesse per il tuo compleanno non è sufficiente, anzi non gliene frega proprio niente. Ecco perché vanno organizzati pranzi domenicali fuori città, in ville con piscine, o parchi per far giocare i bambini (degli altri) e quando arriva la torta nessuno si ricorda che SAREBBE anche il tuo compleanno, eccetto i camerieri del catering saranno soltanto loro a cantare: «tanti auguri a lei, tanti auguri a lei, tanti auguri dottore (nessuno sa come vi chiamate), tanti auguri a lei!» Il culmine del disinteresse lo toccano i nati a Ferragosto, per loro è come nascere a Natale, è uguale: nessuno se li fila. A Ferragosto ti tocca festeggiare con chi hai accanto secondo le vacanze che stai facendo: sul caicco, in parete, in canoa, sulla bici, ovunque, ma lontano da casa tua e dagli amici tuoi. Chi sono questi poveracci che non riescono a festeggiare come si deve il loro compleanno? Sono i figli dei mesi invernali, per l’esattezza ottobre e novembre, con i loro primi freddi e i primi piatti conseguenti, le zuppe calde di legumi vari, i primi salamini affet-

Q

MONICA CRASSI

I

flebo di morfina al capezzale di un qualche policlinico universitario, «mi raccomando, vota Mondadori!»). Se gli sforzi di Segrate punteranno su Pennacchi, l’autrice Frassinelli (Garlaschelli) sarà sacrificata all’alba, e così la battaglia di Rcs sarà tutta contro Sorrentino: troppo osannato (o troppo bravo) per non arrivare al podio ma il cui onore è macchiato dal non appartenere alla corporazione degli Scrittori (e poi, dicono al quartier generale del Premio) questo giovanotto non ha già vinto troppo come regista? Ma il suo sponsor, che nell’ultimo decennio si era dedicato principalmente a trasformare le sue librerie in luoghi d’aggregazione per i giovani, una specie di McDonald’s degli anni duemila, da qualche mese a questa parte s’è ricordato di essere anche editore (come annunciano alcuni cartelli apposti nelle libreria di proprietà), di pubblicare alcuni premi Nobel e autori da classifica, e potrebbe puntare al gradino più alto del podio (come dicono i commentatori della formula uno). Resta da giocarsi, con la solita patetica caccia al voto a suon di sms minacciosi, contratti di collaborazione ben pagati, e telefonate notturne a gente che un ufficio stampa si vergognerebbe meno a chiamare se dovesse chiedere un prestito personale, uno dei pochi residui posti in cinquina: se lo contendono un gruppo di maschietti o maschioni che potrebbero costiture una sorta di Fondazione Bellocci: Pavolini (Fandango), Nucci (Ponte alle Grazie), Montanari (Baldini), Recami (Sellerio). Insomma, solita fanfara, solite prevedibili polemiche, soliti delusi e soliti esaltati, i perdenti saranno i soliti esclusi e i vincitori saranno i solti ignobili. Quel po’ di Festival dei Fiori che è concesso a noi poveri lavoranti dell’editoria è pur sempre un evento che genera recensioni, visibilità, vendite. Mancano solo i duetti e i non vedenti, il dopofestival e i superospiti. Per il resto, il fenomeno si ripete uguale a se stesso da decine di anni, e guai se così non fosse. Perché lo Strega è lo Strega.

tati su quel bel tagliere di legno massiccio, con quel coltello Ikea 365+ appena comprato che lo taglia che è un piacere, quel novello appena stappato e quello sguardo malandrino che si accende al secondo sorso. Stiamo parlando delle prime domeniche dei primi fine settimana, quando attorno al tavolo della cucina di un casale rustico si ritrova un gruppo di amici vestiti da weekend, con jeans e camicie sportive, qualcuno azzarda un quadrettato in cotone pesante, qualcuno una flanellona bella spessa dai colori vivaci e una ragazza addirittura gli stivali alti perché è appena scesa dal cavallo noleggiato per l’occasione. Quattro chiacchiere, il fuoco acceso dai meno pigri, una bruschetta, una castagna, sottofondo regolamentare di Pat Metheny, insomma siamo dentro la pubblicità di un amaro. Quand’ecco, come per magia, sulla faccia di tutti si dipinge quello sguardo postprandiale da bovino felice, che prelude a quella pennica che senza saperlo si trasformerà in un morbido abbraccio nel quale sciogliersi come burro in compagnia della cavallerizza biondina. Da quel riposino ci si rialzerà con un felice segreto sconosciuto a tutti, che nove mesi più tardi, cioè oggi, si ritroverà da adulto ormai, a dover combattere per festeggiare alla meno peggio il giorno più brutto della sua vita: il suo compleanno! Quindi, genitori che state pensando di fare un figlio, pensateci bene: da novembre a dicembre state fermi, andate al cinema, al ristorante, a giocare a carte, litigate, lasciatevi, fate qualcosa ma non fate figli. Tutti i Cancro e i Leone del futuro ve ne saranno grati.

DOMENICA 6 GIUGNO 2010

Column
Mamme depresse e figli da mettere nel curriculum
una forma di vita che aveva i suoi lati oscuri. Sappiamo bene che il benessere che consentiva ai borghesi di dividere il lavoro necessario a crescere i figli dipendeva in larga misura da ineguaglianze e ingiustizie che oggi troviamo, e con ragione, intollerabili. Se ho evocato la famiglia allargata non è per proporne la restaurazione, magari con apposito decreto legge. Volevo semplicemente ricordare che quella che Edmund Burke chiamava “la saggezza della specie” aveva trovato una serie di rimedi alla fragilità delle madri che ammettevano implicitamente che la maternità non è un’impresa individuale. Ciascuna classe sociale li modulava in modo diverso, ma riconoscendo che prendersi cura di un figlio, accompagnarlo fino alla maturità, è un’attività cooperativa. Che richiede che ciascuno faccia la propria parte. La saggezza del modo tradizionale di fare le cose non consisteva nella maniera in cui erano distribuiti i vantaggi e gli oneri della cooperazione, ma nel fare i conti con le circostanze oggettive e soggettive della maternità. Risorse scarse e forza di volontà limitata. Vulnerabilità e incapacità di prevedere e affrontare da soli qualsiasi contingenza. Anche se i termini della cooperazione non erano equi, essi almeno riconoscevano il peso dovuto alla natura. Plasmati come erano dall’implicito riconoscimento che il mondo non è infinitamente plastico, che non si piega necessariamente alla nostra volontà, che non è qualcosa su cui si esercita controllo. Forse è da qui che dovremmo ripartire. Cominciando col dire che avere un figlio non è una tappa nel proprio percorso di auto-realizzazione. Non è qualcosa da mettere nel curriculum, e da esibire per mostrare che si è fatto anche quello. Se scegli di percorrere quella strada - e, tranne casi estremi, è sempre una scelta, di cui si risponde moralmente - dovresti sapere che ci sono altre strade che non puoi percorrere, almeno per qualche tempo. Non si può essere ovunque nello stesso tempo. Non si può essere chiunque contemporaneamente. Dire che anche i padri devono fare la propria parte è il primo passo, ma non l’ultimo. A volte i padri non possono, non ce la fanno, non ci sono o non vogliono. Nei casi migliori non perché siano maschilisti o egoisti, ma perché devono lavorare per contribuire al mantenimento della famiglia. Se sei distrutto dalla fatica e guadagni poco non sei nello stato d’animo adatto per cogliere i segni premonitori della depressione. In questi casi, raccomandare attenzione potrebbe non essere sufficiente. Forse mi sbaglio, ma le foto che accompagnano diverse delle storie di depressione post-parto che si sono concluse tragicamente non mi fanno venire in mente solido benessere, coppie serene che riescono a sorridere dei propri primi - inevitabilmente goffi - tentativi di cambiare un pannolino. Guardandole ti chiedi se, prima del buio, quelle donne sono riuscite a parlare con qualcuno. Se il marito non c’era, o non capiva, o non poteva farcela, c’era almeno una madre, una vicina, un’amica che fosse in grado di aiutare? Probabilmente no, questo è il problema. IL LIBERISTA
DI

15

BRIDESHEAD
DI

MARIO RICCIARDI

ALBERTO MINGARDI

Il posto più giusto per i soldi è nelle tasche dei cittadini
giustamente che i T-bonds erano «una misura alternativa all’azionariato pubblico». Una misura alternativa: servivano a non mettersi nel pasticcio in cui s’erano ficcati gli americani, con lo Stato che diventato, azionista, da azionista metteva il becco negli schemi di remunerazione. Se invece parliamo di imprese, la situazione si complica ulteriormente. Per quanto alcune siano state tagliate, le teste dell’idra dell’imprenditoria pubblica o para-pubblica abbondano sempre. Alcune producono utili, per lo Stato sono un segno più: la partecipazione in Enel e Eni. Altre potranno produrre utili, ma comunque beneficiano di sussidi di vario tipo: come le Poste. Dove si tira la linea? Deve tirare la cinghia pure chi frutta quattrini all’erario? Moltissime imprese private beneficiano a vario titolo di “aiuti” e “aiutini”, nei settori i più diversi (tutto il business delle ammiratissime energie rinnovabili, per esempio, è sussidiato). Anche in questo caso, quand’è che scatta la tagliola? Fatta la legge, gabbato lo frate. Il presidente dell’ordine dei commercialisti Siciliotti ha detto che “stabilire un costo zero per i consiglieri è una sciocchezza per definizione. Chi lo accetterà vuol dire che verrà pagato in un altro modo”. Il danno dell’affermazione del principio sta anche nelle difficoltà e nei bizantinismi cui si dovrà ricorrere per aggirarlo. Ovviamente, a monte di questo provvedimento sta, come si dice, un “ragionamento politico”. Lo stesso su cui si basa l’addizionale per bonus e stock option. Lo stesso che fece Rifondazione quando per la finanziaria del 2007 tappezzò Roma con manifesti su chi stava scritto: “Anche i ricchi piangano”. Qui c’è un problema ancora più grosso dell’interferenza con la libertà delle imprese. Massimo Mucchetti ha notato che un’imposta aggiuntiva del 10% sui redditi sopra i 200 mila euro darebbe «un gettito di 1,1 miliardi l’anno». Ora, una tassazione del 100% per il 2010 aiuterebbe senz’altro a sistemare i conti pubblici. Ma forse, dico forse, non essendo pagata la gente smetterebbe di lavorare. E dal momento che non avrebbe un quattrino da spendere, nessuno potrebbe acquistare ciò che gli altri producono, e quindi faremmo tutti bene a smettere di lavorare. Per rientrare dal debito serve più crescita. Per crescere servono investimenti. Le persone che hanno grandi disponibilità di solito non le tengono nel deposito di Paperone, ma comprano case, macchine, costruiscono capannoni, eccetera. Stratassarli porterà i più giovani e svegli di loro a emigrare, e gli altri a lavorare di meno, e giustamente, perché uno avrebbe la legittima ambizione di goderseli lui i frutti del suo lavoro. Per citare Tremonti in un Porta a porta dello scorso gennaio, “il posto giusto per i soldi è nelle tasche dei cittadini”.

o chiamano “baby blues”. Un’espressione che suona come un eufemismo. Che tradisce forse l’imbarazzo con cui si affronta un insieme di sintomi che spesso seguono il parto senza conseguenze, ma che talvolta si aggravano fino a diventare “depressione post-parto”. Credo di aver letto da qualche parte delle reazioni fisiologiche e dei processi psicologici che possono innescare questa sindrome. Ricordo che è una delle cose da cui mettono in guardia le coppie che stanno per avere un figlio. La fragilità emotiva di una madre che si trova improvvisamente ad avere a che fare con una creatura che è completamente incapace di badare a se stessa. Che può esprimere disagio solo piangendo, ma che se non piange mai non è affatto buon segno. Ai padri si dice che devono essere attenti a non lasciare la madre sola ad affrontare questa responsabilità. Che è importante essere presenti, condividere le scelte, custodire il riposo della propria compagna. Le stime ci dicono che ogni anno sono tra 50 e 75 mila le italiane che si trovano in questa condizione. Per alcune dura poco, per altre invece può protrarsi per mesi. Un migliaio sarebbero i casi in cui la depressione della madre mette seriamente in pericolo l’incolumità dei figli. Tutti ricordiamo almeno alcuni di quelli che si sono conclusi tragicamente. Viene da chiedersi se a questi vadano aggiunti tutti quelli che non appaiono tra le notizie del giorno perché a perdere la vita non è il figlio ma la madre, e quindi vengono semplicemente rubricati come suicidi. Tragedie minori che non valgono un commento o un pezzo in cronaca. Se ha un merito, la proposta della Società dei ginecologi e dell’associazione Strade Onlus, che chiedono una forma “leggera” di trattamento sanitario obbligatorio (il Tso previsto dalla legge 180) per queste madri in difficoltà, ha certamente quello di porre questo problema all’attenzione dell’opinione pubblica. Non come un crimine inquietante che evoca i soliti riferimenti classici, ma come una piaga sociale da affrontare. La proposta non prevede il ricovero obbligatorio in ospedale. Secondo chi la promuove sarebbero sufficienti operatori qualificati, anche un infermiere, che stiano a fianco della madre 24 ore su 24, a casa. Ciò basterebbe - dicono - a proteggerla e a permetterle di accudire il bimbo. Senza arrivare a misure così drastiche, uno psichiatra suggerisce invece un più vago “percorso di attenzioni”. C’è una cosa che colpisce nell’una come nell’altra idea. Ciò cui si allude non è una novità. Prima che ci convincessimo che la famiglia allargata è un ostacolo alla crescita economica e al progresso della nostra civiltà, questa rete di sicurezza in molti casi esisteva. Nelle famiglie borghesi dei primi del novecento era assicurata da balie e domestiche. Oppure da quelle che mia nonna chiamava “le parenti sfortunate”, che in cambio dell’alloggio e di un minimo di sicurezza si davano da fare per alleggerire la fatica delle madri. Lungi da me la tentazione di fare l’elogio di

L

n Usa, quando lo Stato è arrivato a porre dei limiti alle remunerazioni degli amministratori di imprese private, ciò avveniva a causa dei bail-out. Ai manager usciti dalle secche grazie a robuste iniezioni di quattrini del contribuente veniva chiesto un atto di contrizione. Proprio per aggirare lo scandalo e lo sdegno di elettorati affezionati all’economia di mercato, la classe politica riteneva opportuno dare un segno. Lo Stato non entrava in una compagine azionaria per restarci. Faceva un sacrificio e chiedeva sacrifici. Era una sorta di “provvidenziale iattura”: al management veniva chiesto di pagare in prima persona il prezzo del salvataggio. Ci sono state polemiche: abbassare lo stipendio dei manager significava rendere più difficile reclutarne di nuovi, e di bravi, com’è necessario per aziende in grande difficoltà. Ma, grosso modo, quello era il contesto. In Italia invece si vanno ora a regolare i compensi degli amministratori all’ombra non della crisi finanziaria, ma di quella del debito. Per ragioni di finanza pubblica. Il contenuto della norma è ancora oscuro, e i giornali hanno dato conto di divergenze d’interpretazione. Se il taglia-compensi dei cda valesse solo per gli enti pubblici, ci sarebbe poco da dire. È indubbio che non siano i consigli d’amministrazione le voragini di spesa. Però, siccome prima o poi bisognerà infilare il bisturi nella carne viva, pretendere che chi sta al vertice dia il buon esempio non pare folle. Ci sono controindicazioni. Non si paga solo la competenza, ma anche la responsabilità. Se la remunerazione cala, è meno conveniente investire il proprio tempo - e questo è tanto più vero quanto più valore ha il tempo delle persone coinvolte. Parallelamente, diminuisce la disponibilità a fare scelte controverse e impopolari. I cda sottopagati possono diventare cda di zombie: solo ordinaria amministrazione, e nessuna decisione difficile (a cominciare dai tagli). E se la norma valesse anche per le società di diritto privato che hanno ricevuto, in una forma o nell’altra, aiuti pubblici? La logica è solo apparentemente congruente a quella americana. Se parliamo di banche, anche in Italia è stato confezionato uno strumento d’intervento straordinario: i Tremonti bonds. Se ne sono avvalsi solo quattro istituti di credito: Banco Popolare, Bpm, Mps e Credito Valtellinese. Le due grandi banche, UniCredit e Intesa, hanno deciso di seguire altre strade. Non vorremmo ricordarci male, ma quando i Tbonds furono introdotti l’accoglienza dei banchieri fu talmente fredda, che qualche maligno arrivò a immaginare che due delle banche che ne avevano fatto richiesta (Bpm e Creval) fossero state mobilitate per salvare la faccia al Tesoro. Sarebbe davvero paradossale, se gliene venisse una polpetta avvelenata. Non solo. Francesco Forte ebbe a scrivere

I

Già Le Ragioni del Socialismo organo del Movimento per le ragioni del Socialismo

www.ilriformista.it
Abbonamenti Tel. +39.06.427481 Fax +39.06.42748244 www.ilriformista.it Distribuzione
Press-di distribuzione stampa & multimedia S.r.L. 20090 Segrate (Mi)

Concessionario per la Pubblicità sul quotidiano
Corso Garibaldi 99 - 20121 Milano Tel. +39.02.36586750 Fax +39.02.36586774 via della Purificazione 94/95 00187 Roma Tel. +39.06.95213200 Fax +39.06.495213233 info@visibilia.eu

Direttore responsabile

ANTONIO POLITO
Vicedirettori UBALDO CASOTTO (esecutivo) STEFANO CAPPELLINI MARCO FERRANTE MASSIMILIANO GALLO

C.d.a. ROBERTO CRESPI (Pres. e a.d.) GIOVANNI DI CAGNO ANTONIO POLITO

Editore Edizioni Riformiste Società Coop. Via delle Botteghe Oscure, 6 00186 Roma
Reg. Trib. di Roma n. 594/95 del 12/12/95 Contributi diretti legge n.250 del 07/08/90

Redazione Tel. +39.06.427481 redazione@ilriformista.it

Tipografia e stampa
Litosud Srl Via Carlo Pesenti,130 Roma Litosud Srl . Via Aldo Moro, 2 Pessano con Bornago Milano

Etis 2000 8a Strada
Catania, Zona industriale Il prezzo dei numeri arretrati è il doppio di quello di copertina

Concessionario per la Pubblicità sul Web
WebSistem - Gruppo Sole 24Ore Via Monte Rosa 91 - 20149 Milano Tel. +39.02.30223462 Fax +39.02.30223058 marketing.websistem@ilsole24ore.com http://www.websistem.ilsole24ore.com

Progetto grafico Cinzia Leone Alessandro Celluzzi

DOMENICA 6 GIUGNO 2010

You're Reading a Free Preview

Download
scribd
/*********** DO NOT ALTER ANYTHING BELOW THIS LINE ! ************/ var s_code=s.t();if(s_code)document.write(s_code)//-->