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Il Sogno 1

2 di Leonardo Cristofaro
Premessa
Questo scritto non è un libro.
Non è un romanzo.
Non è un racconto.
Non è un diario.
Non è un trattato.
Non è una pubblicazione scientifica.
Non è un esercizio di stile.
Non è niente!
Ma non è un insieme di frasi slegate, anche se può apparire un guazzabuglio di
malesseri, ansie, sentimenti, gioie, scherzi e notti insonni.
E’ un lavoro che non avrebbe dovuto essere scritto e, forse, non varrebbe la
pena d’esser letto.
Proprio come la vita di chi l’ha scritto.
O forse no!
Forse è un inno alla libertà di desiderare, vivere e morire, soffrire e gioire…
comunque essere.
Chi lo leggerà se ne farà un’idea.
Io non ci sono ancora riuscito.
Io

Il Sogno 3
Sono le 2,30!

Sono le 2,30. Non c’è bisogno di guardare l’orologio.


Come tutte le notti, con un forte fragore, il sonno s’infrange contro
l’orologio che segna il ritmo della sua vita: gli occhi si aprono, il sogno si
disperde, la Bestia si sveglia; l’odore del mare, lontano ed inavvertibile a
chiunque altro, a Lui arriva chiaro, fresco e pungente.
Spera che domi la Bestia, ricordandole l’odore del sacco amniotico, il
calore del ventre materno. Ma la Bestia, nera, felina, con denti bianchi e
forti, artigli potenti e taglienti, zampe vigorose e scattanti, schiena inarcata e
pronta a scattare, è un essere indomabile; si dibatte, gira sempre in tondo,
osserva la stanza buia, Lui e Lei che dormono, il loro bambino che, nella
stanza accanto, sogna beato, ed infine, con un balzo, come ogni notte, entra
nel corpo di Lui e con quel corpo saluta i fantasmi della notte.
La Bestia, senza nome ne specie, è più forte di tutto, dei farmaci, della
stanchezza, della lucida determinazione di Lui a dormire e guarire.
Al buio lo spinge in cucina, lo guida all’interruttore della luce, all’acqua
fresca nel frigo, alle sigarette posate sul tavolo.
Lo costringe a sedere, gli fa accendere una sigaretta.
Gli fa aspirare boccate piene, saporite, calde.
Lui si sente sveglio.
Crede che dormire sia un errore, un colposo spreco di tempo, una brutta
abitudine; forse è un messaggio della Bestia: gli dice che è brutto dormire
con sua moglie. La sua dolce, bella, paziente, innamorata moglie, che
profuma di fiori e di fresco e che mentre dorme, incosciente, sorride. Lei
non ha paura della Bestia; non la conosce; conosce il coraggio e la forza di
Lui, si lascia trasportare dagli eventi della vita e sottovaluta il pericolo
incombente della trama che la Bestia sta ordendo.

4 di Leonardo Cristofaro
Lui, dal canto suo, la Bestia la combatte con tutte le sue energie, in ogni
momento, giungendo alla sera ormai spossato, privo di ogni volontà di
sorridere, di gioire dell’amore della moglie, dell’affetto del figlio.
E dopo cena va a letto e, nel sogno, cerca ristoro, riposo e gratificazione;
sogna ciò che vorrebbe e non è.
Nel sogno che spera lo aiuti a ritessere la tela della sua vita.
Ed anche in quel momento la Bestia si dibatte, gira in tondo, tesse ed
ordisce.
Se Lui fa un bel sogno, costruito come una bella tela tessuta con l’infinita
pazienza del ragno, la Bestia, novella Penelope che non attende Ulisse e ne
anela il non ritorno, subito stesse la tela ed il sogno..

Il Sogno 5
Sono le 2,45!

La nuova medicina sembra perfetta! Non gli concede alcuna possibilità di


lucida autonomia, e gli chiude gli occhi ripetutamente, lo fa barcollare, gli
provoca capogiri. Deve tornare a dormire. La temperatura è fredda ed il
caldo letto dove giace la moglie lo invita; Lei no; Lei dorme, sorride e non
invita; lo ritiene non necesario. Lui può prenderla quando vuole; può
sussurrarle parole dolci, toccarla, baciarla, certo che Lei risponderà
immediatamente ai suoi inviti. Anche se è più esatto dire che “non opporrà
resistenza”; Lui si ribella; vorrebbe che Lei gli dicesse “sei il mio eroe”
oppure “il tuo corpo sodo e forte mi fa vibrare” o ancora “ti voglio,
prendimi”; ed invece tutto si riduce ad amplessi che nulla hanno di forte,
vibrante, appagante, di passionale, animalesco, vivo, diverso ogni volta.
Sono tanti anni che parlandone con Lei si lagna di questo lasciarsi vivere;
Lei gli sorride quasi maternamente come se Lui fosse un bambino
pazzerello che desidera troppe caramelle. Invece è uomo adulto, vivo e
forte; forte perché non ha mai ceduto alle cose che vorrebbe gli dicesse Lei,
e che qualcun altro gli ha già dette; e spesso; ragazze e donne mature,
attratte dal suo essere vivo, allegro, propositivo, sboccato; e Lui come Don
Qjiote, dalla groppa di Ronzinante incomincia a sproloquiare con le attonite
“Dulcinee” di turno, sulla sacra inviolabilità dell’amore coniugale, e
sull’impossibilità, imposta da Dio e dal giuramento, di cedere alla passione
con altri se non con Lei. E Loro, quelle che chi più o chi meno possiedono
la passione, l’esperienza, gli stimoli per farlo vivere e vibrare nel corpo e
nella mente, immediatamente lasciano cadere la cosa rassegnandosi ad aver
davanti un “seminatore esperto” che non sa fare il “contadino” e lascia
marcire il frutto che è ancor legato alle radici che l’hanno fatto nascere,
nutrito e crescere.
Perso in questi pensieri comincia a sognare.

6 di Leonardo Cristofaro
E’ un bel sogno, nel quale è l’uomo che vorrebbe essere; sogna di essere
Simbad il marinaio, giocoso e spavaldo, esperto d’ogni porto, amato da tutti
e legato a nessuno, felice ogni volta che pone il piede sulla terraferma,
sempre entusiasta di riprendere il viaggio.
La Bestia, attenta e ferina si accorge di quel sogno e decidendo
d’interromperlo, si mette in caccia; con piccoli potenti movimenti delle
zampe posteriori inarca la schiena, rizza la coda, apre le fauci, prima emette
un sommesso mormorio, e con un balzo ruggente ghermisce la barra di
governo della barca del suo sogno, traghettandolo soddisfatta e
scodinzolante, verso un’altra visione; la barra gronda copioso caldo e rosso
sangue; anche Lui è sanguinante; ha un profondo squarcio alla spalla destra;
non è più l’uomo forte, coraggioso, felice, appagato: è un uomo oppresso da
se stesso, piangente di dolore, incapace di alzarsi in piedi, di gioire di ciò
che è e di ciò che ha; di tutto quello che ha costruito.
La Bestia sà uccidere Simbad.
Lui non perde la speranza: continuando a sognare potrebbe diventare
Achille, Paride, il Conte di Montecristo, Alessandro Magno, Napoleone,
Buffalo Bill.
Guarda se stesso, come se fosse sospeso in aria, fuori dal suo corpo e vede
un omone enorme, oltre il metro ed ottanta, 100 chili di peso ed un abito
nero e lungo. È un prete! E’ Lui!? No! È Don Abbondio.
No! È Lui che è Don Abbondio!
Sì, proprio Lui: quell’esemplare d’uomo scelto dal Manzoni per
rappresentare le più abbiette inclinazioni umane alla menzogna, alla
vigliaccheria, al pressappochismo, e per essere additato quale esempio di
turpitudine ai milioni di giovani che studiano, senza alcun entusiasmo e
spirito critico, il più bello dei romanzi, che nelle mani di insegnanti
insipienti diventa l’antesignana delle peggiori “soap opera”: i Promessi
Sposi.

Il Sogno 7
Il panico incomincia ad “entrare in circolo” come un lento veleno che gli
attacca il sangue, gli toglie l’ossigeno, gli stringe la gola, gli fa mancare
l’aria.
Si consola. Almeno nel sogno può fare ciò che vuole (Bestia
permettendo); decide, allora di trasformare il comasco Don Abbondio nel
più casereccio Patri ‘BBondiu. Decide anche di farlo parlare siciliano:
sissignuri, pinsari e parrari sicilianu; accussì u sognu, addiventa chiù
“facili”, s’addipana ‘non a Como ma a Pergusa. E di ddocu1, è facili fallu
caminari trazzeri trazzeri2, e purtari Patri ‘BBondiu dunni voli Lui ( pi strati
interpoderali, comunali, provinciali, regionali, statali, autostrade - e si
c’acchiappa la fantasia - puri pi la vecchia “militari” )
Dunni lu voli purtari? U parrinu havi assai ca si catamia a tratti leggiu
leggiu, a tratti faticannu, sbuffannnu, mpricannu, pi tutti sti strati e stratuna;
nun si vidinu cchiù né acqua, né varchi, né piscatori.
Certu, si nun c’è acqua, allura nunc’è cchiù é lagu (e nun si vidi mancu u
mari). Si vidi ca Patri ‘BBondiu avi assai ca si catamia pi stratuni internati
(a diri u veru su strati di campagna, sfaltati mali, tutti pruvulazzu); moddu
moddu3, si strinci u pastranu4, cu li pedi cavucija li pitruzzi, fischittunia,
sputazzia a destra e a mancina e teni l’indici d’intra un breviariu, ca nun ha
liggiutu mai: mancu du righi filati! Ma c’è costrittu: u teni pi fari tiatru; si
quarcunu, passannu, u talia, iddu, isannu l’occhi, a testa e u vucchiularu5 (si
pirchì è grossu comu un porcu di scannu) ricangia a taliata; si duna u tonu
c’apparteni a l’omini ‘umpurtanti comi a iddu; pifforza! Allura fa finta di
leggiri u breviariu; o comunque fa finta di sapiri leggiri; nuddu lu sapi, ne
mai s’addunatu ca jddu è nalfabeta; nalfabeta comu un sceccu carzaratu;
comu na crapa di muntagna; comu un mulu di stagnaru! Però, di la parti sò

1
da quel posto
2
strade
3
comodamente, senza alcuna convinzione
4
cappotto da uomo, in tessuto pesante, ormai in disuso
5
doppiomento

8 di Leonardo Cristofaro
havi na memoria d’elifanti; tu ci dici na cosa oggi, e tra cent’anni iddu ta
ripiti intifica, tali e quali. Puri cu la stessa parrata di cu ci l’ha dittu – comi si
fussi un imitaturi da tilivisioni; è accussi, a picca a picca, havia jutu avanti;
havia statu noviziu e pò diacunu; pò havia pigghiatu i voti ( s’arricurdava:
puvirtà, ‘bbidienza, castità…e l’avutri boni boni no!) havia addivintatu
assistenti di un parrinu vecchiu, poi vice parroco di una parrocchia
nanticchia6 spirdutedda, e ora parroco della bella parrocchia di
Roccaspinata, anime tremila, sinnacu ‘mbriacuni e latru, marisciallu seriu,
baffutu e sufficientimenti carrabineri, e territori parrocchiali squasi pari a
setti feudi baronali; ‘nsomma era, comi si dici..: assistimatu. Certu doppu la
riforma agraria, lu Statu curnutu, s’havia futtutu na caterva di tirrenu, e
l’INPS cu li contributi pi li mezzadri c’avia misu u carricu di unnici; ma
iddu – ca, ‘nfini ‘nfini7 nalfabeta era – nun si putiva lamintari; fino a ddocu 8
c’avia arrivatu! Anzi a sò strata è tutta “spianata”. Cu la talari9, nivura,
longa, pisanti, di stoffa bona, cu tutti ddi buttuna nivuri e lucenti, china di
sacchetti di tutti li misuri – c’è picca di studiari – pari ed è un parrinazzu
fattu e finutu: di chiddu bonu! Certi bbotti 10 arriva a pinsari d’essiri distinatu
a divintari piscupu11, cardinali, papa, e possibilmente, cu li giusti trasuti12
puri Diu. Diu ‘BBondiu. Ma, cu lu sapi…cu tempu…!
Mentri è spersu nni13 li pinseri sò (ma n’havi pinseri?) s’adduna ca la
talari, cu u passari du tempu c’addivintau pisanti pisanti, cchiossà14 du
pastranu.
Eppuri na vota ci pariva leggia leggia; forsi pirchì na vota nun era grossu
comi un porcu, ed essennu chiù siccu, e cchiù giovani e chiù forti, era puri

6
un pò
7
alla fin fine
8
li, a quel punto
9
abito sacerdotale quotidiano ormai scarsamente utilizzato
10
certe volte
11
vescovo
12
entrature, agganci
13
dentro
14
molto di più

Il Sogno 9
cchiù agili ci puteva fari miraculi: chi sacciu…c’avissi pututu…c’avissi
pututu…pisciari contruventu, curnutu di l’infernu!
Prima si muveva comi si avissi statu un ballarinu; certu ora porta st’abitu
da troppu tempu: tridici anni; e triddici anni parino 15 nenti a cu la talari nun
la porta tutti i jorna, estati e mmernu 16; ma a jddu ora, la talari ci pisa; di
‘mmernu l’impaccia senza addifennulu du friddu, ca trasi di tutti di buttuna,
e d’estati ci cuva li pidocchi. E quanti ci nni cuva! A caccialli ci voli na
mazza pi spallari17.
Havi li vrazza accussì pisanti ca quannu o bar qualcunu, pi carità cristiana
o pi sfuttimentu, ci voli offriri un cafè, iddu c’havi a fari negativa; ma no
pirchì ci pari mali o u cafè un ci piaci… U cafè ci piaci e ci piaci duci assai;
ma pi quantu é grassu nun arrinnisci cchiù a isari lu vrazzu supra lu vanconi,
a pigghiari lu cucchiarinu di lu zuccheru e arriminarisillu stu stramallittu
cafè! E allora, comi la vurpi di Esopo, dici all’omu “ginirusu” ca ci voli
offriri stu binidittu cafè: “u dutturi dici ca sugnu perteso e quindi u café nun
mu pozzu pigghiari; però un Averna…” Si pirchì l’Averna – a sbafu quantu
lu cafè - è facili a vivirisi; un corpu di gumitu assistato bonu, nno stessu
momentu ca rapi la sò vucca, e cu nu pocu di mira bona ( ca chista nun c’ha
fagliatu mai) u liquori ci trasi drittu drittu dintra l’enormi cannarozza18; po’
basta giuttirisillu. La cosa chiù facili du munnu; e l’Averna (macari
allungatu cu ‘nanticchia19 d’acqua di rubinettu o di minerali – a coscienza
du barista quannu arrinnisci ‘ntempu a scacciaricci l’occhi un’menzu a tuttu
stu travagghiu ca pari facili ma facili non è) scinni sulu sulu, purtannu
caluri, sapuri di cacocciuli arrustuti, e ‘lloru20

15
sembrano
16
inverno
17
mazza di legno usata nell’aia, nel periodo della trebbiatura del frumento per frantumare le spighe
di grano e ricavarne i chicchi
18
gola
19
un pò
20
lauro

10 di Leonardo Cristofaro
Drrinn…Drinn…

Lu vecchiu Motorola, ca s’haviva regalatu tridici anni primu, cu lu restu di


la riffa du bammineddu du natali – prima valintizza parrinali - (viramenti cu
ddu “restu” si c’haviva pagatu puri na vecchia vespa px rossa, e un misi di
manciati al “Vecchio Tulipano” - famusa trattoria pi camionisti ca vannu a
carricari a la salina). Stu telefunu, tridici anni primu, c’avia21 custatu
n’occhiu da testa: era u primu a putiri mannari e riciviri S.M.S.; però
siccomi l’haviva sulu iddu, nuddu ci nni havia mannatu ma! E accussì
s’haviva scurdatu puri comi si mannavanu e s’arricivivanu sti strafuttuti
SMS. Sapiva e sapi sulu arrispunniri e telefonati nurmali. Ma nun havia
arrispunnutu mai; pirchì ci tilifonava sulu unu – ca sicuru era o un
grannissimu curnutu o unu cchiù lagnusu d’iddu: tri secunni duravanu li
squilli; e jddu, u tempu ca circava ne tutti li stramallitti sacchetti di la talari,
arrinnisceva a truvari lu telefunu sulu quannu havia finutu di sunari. Nun
c’eranu dubbi: chiddu ca telefonava era un curnutu; pirchì scialava di sicuru;
si nni stava – sicuru comi a morti - ‘mmucciatu, darè un pitruni, n’arvilu,
un muru a siccu, oppuri darrè la so facci di culu, e ci faciva squillari u
telefunu; e iddu s’addannava l’arma a nun putiri rispunniri in tempu. Havia
fattu tanti provi. Appena c’avissi arinnisciutu a arrispunniri ‘ntempu c’avissi
dittu: ”Grannissimu Curnutu tu e tutta la tò fetentissima razza, masculi e
fimmini, a scinniri e macari acchianari, , vivi e morti…”

A stu giru però nto disply c’era scrittu: “nuovo SMS. Leggere?

E chi veni a diri? “Leggere?” penso! “No! Mancu ‘mmazzatu! Cu sapi chi
gran scassamentu di cabbasisi! Tridici anni mutu e stamattina o postu di
sunari si metti a scriviri? Ma sinni po jri affanculu jddu e tutta la so

21
gli era

Il Sogno 11
fetentissima razza, masculi e fimmini, a scinniri e macari acchianari, vivi e
morti”

Drrinn…Drinn…
nuovo SMS. Leggere?

Talia u cielu, si isa la talari, s’ingunocchia supra un pocu di brecciolinu –


giustu pi fari capiri ca è preghiera seria, aggiungi i manu, junci i gumiti22,
tira un profunnissimu rispiru, e concentrato e contrito accumenzia a prigari
“Signuruzzu Binidittu, Tu ca tutti sai e Tuttu Poi, E che ne lo tò ‘nfinita
bontà mi vulisti fari ministru Tò, fai cadiri i ponti tilifonici, oppuri ricogliti
‘menzzu all’angili To sta “duci creatura” ca mi scasa i cabbasisi; cu jè
jè23”

Drrinn…Drinn…
nuovo SMS. Leggere?

“Ancora? Arria? Di novu?” Patri ‘BBondiu è sconcertato, disorientato,


frastornato….
“Ma u Signuruzzu, ne la so nfintita bontà, mi voli vidiri mortu du
dispiaciri? Ma comi, ju c’addumannu na cosa di nenti, di fari moriri a stu
curnutu, e Jddu ci lassa u tempu di fari n’autru S.M.S. scassacazzi. E nò
Signuruzzu…ju sugnu ministru tò e Tu m’accuntitari pifforza!! Mannò
tridici anni di terribili sacrifici a diri missa, cunfissari e siggiri, dari
estremi unzioni, acumpagnari morti e siggiri, vattiari, maritari, e siggiri,
diri missi tutti i jorna (a Pasqua e Natali puri du’ voti o jornu) a chi valì?
Nun pozzu mancu addimannari – ju ca essennu parrino e servu du Signuri,

22
gomiti
23
Chiunque sia

12 di Leonardo Cristofaro
ca sugnu certu dell’immortalità dell’anima, della caducità del corpo e
dell’effimero stato dell’esistenza che chiamiamo Vita – d’asciucarisi un
curnutu! Putissi capiri si avissi dittu “mortu sparatu”; ma ju m’accuntentu
puri d’unincidenti stratali, di na malattia ‘nfettiva e ‘ncurabii; talè,
m’accuntentu puri di fallu moriri ‘nto sonnu…”

Drrinn…Drinn…
nuovo SMS. Leggere?
Patri ‘BBondiu s’arrissorvi e cu tutta la malavaria 24 della quale un ministru
di Diu come a jddu è capaci, ammacca OK

…musichetta…

Sono le 3,00.
24
di malavoglia

Il Sogno 13
Lui sorride; il sogno gli piace, è quasi comico. Lei continua a dormire.
Con loro sta dormendo il figlio; unico ed irripetibile, bello, sano, dolce,
intelligente, opportunista bambino. Si sarà svegliato e muto muto sarà
entrato nel loro letto; piace a tutti e trè.
Lui guarda moglie e figlio e si accorge d’essere sereno, quasi felice.
La Bestia, in agguato, inarca la schiena e ruggisce. Non vuole che Lui
sorrida e non soffra! Si lancia su di Lui tentando di morderlo alla gola; Lui
balza giù dal letto e si ritrova in piedi, sveglio ed attento come un antico
guerriero acheo, pronto ad affrontare un nemico che non c’é.
Capisce di aver sognato; va in cucina; si siede; accende una marlboro e la
sente calda, avvolgente, familiare, amica.
Non c’è niente da dire: le nuove pillole sono portentose!!! Ha di nuovo
sonno; gli occhi si richiudono nuovamente; spegne la sigaretta, si alza
barcollando e con grande pesantezza si ributta sul letto, riaddormentandosi
istantaneamente.

…musichetta…

“Patri ‘BBondiu, Ju sugnu. Stu matrimoniu nun s’havi a fare!!”

“Stamunni carmi” pensa: “Allura ripighiai u sognu unni l’aveva lassatu?


Ma chi bellezza di pinnuli!!”

“Patri ‘BBondiu… Ju sugnu…”

“Ma ju, cu sì Tu nun lu sacciu!!! E po’ di quali matrimoniu stamu


parranno?” sta pinsannu u parrinazzu

nuovo SMS. Legere? Rispondere?

14 di Leonardo Cristofaro
“Sissignuri Si!!” dissi ‘ncazatu: “c’arrispunnu a stu curnutu!” E
accumenza a digitare supra la tastiera du Motorola cu li so jta grossi comi
sasizzuna:

“Preg.mo scusandomi - e scusandoLa - di non conoscerci, se fossi


Carabiniere La invierei a farsi riconoscere. Non essendolo, La invito
quantomeno a fornire gli estremi del richiesto matrimonio – a suo dire -
non officiabile. La invito altresì ad esporre motivi seri e canonici a
supporto di tale richiesta. Attendo Sue.”

Patri ‘BBondiu è soddisfattu: pari un SMS scrittu d’un piscupu, d’un


cardinali, d’un Papa, du Signuruzzu in persona di supra la Santissima Cruci.

“Pezzu di sciccazzu sardignolu! E tu ch’hai fattu giuramentu d’essiri


comi a Melckitsedek, sacerdoti in eternu, mi domanni a Mia cu sugnu
Ju? Ma comi nun t’affrunti? Nun liggisti li scritturi? Nun sai ca si
chiamu a unu ca nun l’haiu chiamatu mai, si iddi nun m’arrispunni, nun
ci fazzu nenti ma si – ‘nveci, chiamu a qualcunu c’haiu già chiamatu, e
m’ha arrispunnutu, si appena appena lu richiamu – qualsiasi mezzu –
nun m’arrispunnni, l’incinirisciu?!
Quantu è veru Diu, ca sugnu Ju, - p’inciniririti nun t’incinirisciu,
pirchì sugnu misericordioso: però un pocu di vastunati… a tinchitè…”
“Bruttu armàlu, ca o postù di fari chiddu ca fai, tinni putevi jri chiazzi
chazzi a vinniri calia e simenza” ripigghia l’Altissimo “havi tridici anni ca
ti mannu SMS, nun m’arrispunni mai e quannu t’addegni d’arrispunniri
pigghi puri di susu!! U matrimonio can un s’havi a fari è chiddu tra Lui e
Lei, pezzu di sciccazzu! E’ cosa troppu m’pegntiva pi Lui; nun è prontu.
Manchu S. Giovanni Crisostomu ci po’ fari di maistro, e no pirchì è un
carusu tintu, ma pirchì ancora nun l’ha caputu ca u giuramentu di

Il Sogno 15
matrimonio è pi sempri; in eterno; comu u giuramentu di Melckitsedek.
Certu parrari cu tia di sta cosa fa ridiri i jaddini, però è cosa seria
assai..!”
Patri ‘BBondiu ntenni, nturduna e aggiarnia! 25
“Matri Santissima ajutami tu!! U Signuruzzu parrava du matrimoniu di lu
patroni di lu sognu sò!! E comi ciù puteva diri ca u matrimoniu c’haviva
statu, e pi junta, tridici anni primu; e ca l’aveva cilibratu, n’avutru
parrinu, vinutu apposta di luntanu, grossu, avutu, cu la vuci tonanti e ca
haviva ditti cosi bellissimi! E havia parratu puri di stu Crisostomo, (c’avia
a essere un parenti dello sposo) Menu mali ca nun havi statu jddu, cu li sò
mani e li sò paramenti; certu jddu a Lui, c’aveva manciatu li sordi primu
e lu manciari a lu trattamentu doppu (ma chistu nun è piccatu mortali);
Comi ciù puteva diri o Signuruzzu ca di stu matrimoniu haviva nasciutu
puri n’addrevu ca si chiamava puri comi a Jddu? Pi furtuna ca st’addrevu
nun l’havia vattjatu jddu! Ca, n’zomma, nun c’era cchiù nennti di fari! Ca
l’irreparabile havia arrinisciutu”
“A stu giru m’incinirisci!! O sicuru sa mutriò! Nun ci su Santi! Pi la me
lagnusia a nun rispunniri o telefono – nun l’avissi avutu avissi statu
giustificati – però l’avia” .
U parrinazzu è tirrurizzatu!!
“E po’, quasi quasi m’aju a giustificari ju, quannu Jddu, l’Altissimu, tutti
vidi e tutti sapi? Jddu u sapi sicuru ca u matrimonio s’accilibrò e mi voli
pighiari in castagna. O peju… si voli stujarii u cuteddu supra a mia!!”
”Ma Ju, e u dicunu tutti, ca sugnu scartru comu na vurpi e chiù fetenti di lu
diavulazzu, na scusa bona c’arrinesciu a mpiattari sicuru”; p’intantu pensa
e trema, cerca scusi e suda, ci manca picca ca si caca di supra; e comi dici
sempri uno ca è di panza e di presenza “minnulicchi supra a pasta!!!”
“Ci pozzu diri ca u telefonu era difittusu” continua architettannu scusi;
“oppuri ca i messaggi, mannannumilli in talianu, ju nun li puteva capiri,
25
Capì, trasalì, impallidì di paura

16 di Leonardo Cristofaro
stanti ca u talianu nun lu sacciu leggiri” ci penza ancora chiù forti,
sforzannusi: “Certu po’ comi la mettemu cu lu brevijariu, lu missali e tutti
l’avutri cosi ca non su cchiù scriti in latinu, ma ora, per ecclesiale bontà
liberal comunista sunnu scrivuti nella lingua di stu Statu Latru e
Curnutu!!”
U parinazzu è n’un mari di confusioni!! Nun sapi si chiangiri o sbattirisi
la testa a lu muru, ‘mbriacarisi o manciari, curriri o gridari, prijari o
santiari!!
“Cà ci voli n’avvocatu, ma unu bonu, cu li pampini!” pensa! Chi bella
pinsata; è propriu degna di jddu: nigari sempri e fari causa a tutti (puri a lu
Signori, all’Arcangeli, ai Santi si fussi necessariu).
Circannu l’avvocatu pensa a chiddu c’avia fattu assolviri ad Andreot..
chiddu era megghiu mancu nominallu: no l’avvocato…l’avutru!!

Il Sogno 17
Sono le 3,15

La Bestia gli da una zampata alla spalla. I suoi artigli lo feriscono


profondamente; il dolore è lancinante; lei lo sorveglia da vicino, pronta a
tenerlo vigile; non deve dormire, e soprattutto non deve ridere; neanche del
suo sogno.
La Bestia è buona.
I suoi metodi un po’ meno;
ma il suo fine è nobile.
Entrambi hanno corso il rischio che Lui capisca; e lunghi anni di attenta
veglia sarebbero valsi a nulla.
Per esser certa di sviarlo da quella strada che, seguita, lo condurrà
inesorabilmente alla verità, la consapevolezza di quel matrimonio sbagliato,
gli sferra un’altra zampata: questa volta all’addome. E’ come se gli si
aprono quattro lunghi squarci sul ventre dai quali sgorga sangue ed escono
viscere.
Con un balzo Lui è di nuovo sveglio, vigile, in piedi!
Non c’è bisogno di guardare l’orologio: sono le 3,15.
Va in cucina; beve dell’acqua; chiude le porte, perché luci, rumori ed
odori non disturbino ne Lei né il bambino; accende una marlboro; la aspira
avidamente; un colpo di tosse, potente, inaspettato lo scuote; da quando ha
ripreso a fumare è il primo colpo di tosse; sa che ne seguiranno altri ancora
più potenti, difficili da sedare; ma deve fumare. Il dolore è profondo, prende
il corpo e l’anima; prega Dio perché finisca, in qualsiasi modo.
Apre la porta finestra ed esce in balcone. La notte è fredda, limpida,
silenziosa; guarda giù. È sufficientemente alto. Se salta “di testa” l’impatto
romperà la calotta cranica, frantumerà la colonna vertebrale, farà uscire gli
occhi dalle orbite, le viscere dalla bocca e dall’ano. Tutto sarà finito. Con
una gamba scavalca la ringhiera; sta per alzare l’altra…suo figlio tossisce; è
da qualche giorno che da segni d’influenza. Già, suo figlio… se salta farà un

18 di Leonardo Cristofaro
gran tonfo, i vicini guarderanno giù, le donne urleranno, il bambino si
sveglierà, andrà al balcone e guarderà giù, e vedrà suo padre ridotto in
poltiglia, in una posizione innaturale, con le gambe ripiegate sulle braccia
insanguinate, il busto quasi eretto su una grossa melanzana scura. Non può
farlo; non adesso; non in un luogo dove suo figlio possa vederlo; deve
cercare un altro posto, deve aspettare!
Decide di rientrare e coricarsi, sperando che nessuno l’abbia visto.
Si riaddormenta.

Il Sogno 19
Sono le 3,20

Patri ‘BBondiu fa capolinu, leggiu leggiu, quasi scantatu, dintra u sognu.


Lui dormi profunnu; taci maci arripighia u travagghiu sò di lu puntu ntificu
dunni l’havija lassatu.
“Chi ruschiu curriju” penza. “Appena Lui muriva, ittannussi,
appinnennusi, sparannusi, mpinnuliannusi, dannusi na cutiddata nà panza,
o comi je je, puri jddu spirissi pi sempri. Autru ca Don Abbondio, chiddu
scrivutu ne li Promessi Sposi da unu che di nomi fa Manzoni. Jddu cu è?
Unu scrivutu supra un libru mai pubblicatu, mai liggiutu a scola, mai
liggiutu di nuddu. Si Lui mori Jddu spirisci senza lassari traccia; nuddu
saprà mà ca esistitu puri Jddu. “
S’avi a sbrigari, e avi a fari – di prescia - tri cosi:
- la prima, jri nell’avvocato, truvari na scusa pi nun aviri arrispunnutu
a la chiamata e sconjurari l’ira di Diu;
- la secunna, aiutari a Lui, che po’, era Jddu pirchì - si Lui mori -
Jddu spirisci; e fallu cchiù di prescia ancora;
- la terza… nun c’è bisognu nè di falla, ne di pinsalla si fa li primi du!
(Certu ca la lagnusia…)
Pigghia un vecchiu elencu tilifonicu; è vecchiu assai ma nun cunta: “Fussi
ca l’avvocato è bravu pì com’è bravu, e c’è nell’elencu, lu nummeru non
l’ha cangiatu sicuru!” penza “Unni avissiru a chiamari masinnò li sò clienti
(novizi o recidivi) abbisognevoli di giusta e necessaria adenzia? Andreott…
chiddu…o sicuru havi puri u nummeru du cellulari, stu curnu.. stu cosa
tint.. chiddu da!”
Nell’elencu tilifonicu c’è cugnomi e nomi, professioni, indirizzu e
nummeru di porta; e puri i numeri telefoni (tri – di l’ufficiu, di lu fax di
l’ufficiu, di la casa;) “U cellulari nun c’è…” penza “e chiddu ciù desi sulu
a Andreott…a chiddu dda!”

20 di Leonardo Cristofaro
Andreotti ci sta ‘ntipaticu, forsi pirchì tutti ni dicinu di cotti e di crudi; ma
nun dicinu puri di iddu cosi iripitibili e cajorde?
Pigghia u telefonu e telefona: “Questo è lo studio dell’Avvocato; stante
che sono le tre di notte passate ed io non sono insonne, sono a casa mia a
dormire il sonno del giusto. Se il Vostro sogno dovesse continuare, e il mio
aiuto dovesse risultare impellentemente necessario, lasciate un messaggio
dopo il segnale acustico e vi risponderò immediatamente (trattandosi di
sogno, difatti, la norma non prevede alcuna concatenazione logica circa
orari, sonni, risvegli e quant’altro di ragionevole attanagli la vita
ordinaria, e di irragionevole muova le nostre azioni). Ad ogni buon conto,
chiunque voi siate, preparate tremila euro quale pagamento per il consulto
o acconto per la prima causa, o per lo scassamento di cabbasisi che -
comunque - m’arrecate.”
“C'inzertai!” penza Patri ‘BBondiu “Chistu è propriu bravu: cchiù cajordu
di mia; chistu a causa la vinci; chistu passassi supra la cascia di so patri e
di so matri comi si stassi facennu na passiata chiazza chiazza!”
Bisogna lassari missaggio chiaro, inequivocabili, indifferibili e
cumenza:”Gentilissimo Avvocato, chi le parla è Padre ‘Bbondio, Parroco
di Roccaspinata, agiato ed in grado di affrontare immediatamente sia
l’onere dell’acconto che Lei richiede che l’eventuale necessario aggravio.
Mi riceva immediatamente, datosi che sono stato raggiunto da diffida di
Dio in persona, ad attendere ad un mio compito specifico e non delegabile,
e che – sventuratamente – ho omesso di compiere per tredici anni. Per
onere di precisione voglia prendere atto che tale omissione non è
suscettibile di riparazione.
Patri ‘BBondiu s’arritrova o scuru, sutta na putenti acqua di cielu ca lu sta
assammarannu tuttu; la talari è assuppata, u pastranu nun ni parramu!
Attraversu li vitra di l’occhiali vagnati vidi na luci leggia leggia; s’avvicina
e vidi ca è la luci d’un granni purtuni barunali. A latu c’è na insigna di
brunzu, o di rami scurutu, (ma forsi è brunzu) unni c’è scrittu

Il Sogno 21
“AVVOCATU”. Sutta c’è un capanello rotunnu a forma di bignè cu a cirasa.
Scaccia la cirasa.

DRIIINNN!

U suonu è accussì acutu, squasi fischiu di trenu a vapuri, ca c’arrizzanu


tutti li pila; (ci pari, ma nun è sicuru, ca c’arrizzanu puri chiddi ca na testa
nun ci sunnu cchiù).
“Trasissi e chiudissi la porta, ca la cammarer..la segretaria nun c’è; sta
‘nsunnannu autri cosi…cosi ca stava ‘nzunnannu puri ju…s’annacassi!!”.
U Cristianu arraggiatu ca u parrinu s’attruva davanti, chiddu ca rapiu la
porta è peju d’jddu: avutu, sopraccigghia bianchi e arruffati, nasu grossu e
chinu di crusti, occhiali nichi nichi e tunni tunni, vuci potenti e rascusa,
sciatu pisanti, denti gialli, toga lorda di zuccharu di cornettu, di crema
gialla, di sucu d’arancini; nun c’abbuttuna; e feti! No la toga: l’Avvocatu.
Lu fa accommodari, facennuci strata “Mi sta purtannu versu lo so
studiu” penza u parrinu; pi arrivarici c’è un corridoiu longo longo, e Patri
‘BBondiu, muvennusi rantu rantu ci duna na taliata: a sinistra tanti
finistreddi, e tra una e l’avutra vecchi quatri di Garibaldi (c’era scrittu sutta
IL DITTATORE, perciò havi a esseri Jddu), Costantino Nigra (c’è scrittu sutta
GARANTE D’AMICIZIA, perciò havi ad esseri chiddu di moschetti francisi ca
Cavour non vuleva arrivassiru a Garibaldi) Camillo Benso (c’era scrittu…)
e tanti avutri; a destra tanti porti, tutti cu la scritta uttunata supra: la prima
BIBLIOTECA, la secunna ARCHIVIO STORICO, la terza ARCHIVIO CORRENTE, la quarta
RETRÈ26. ‘Nta penurtima porta c’è scrittu RICEVIMENTO e nell’urtima OFFICINA.
L’Avvocatu lu fa accommadari ne la stanza dunni c’è scrittu RICEVIMENTO.
“Chi veni a dìri” pinsò Patri ‘BBondiu “Chistu havi na casa ca è quantu na
timpa, ca unu ci po jiri a tinnirumi, tanti di ddi quatri ca ci po arredari un

26
gabinetto

22 di Leonardo Cristofaro
tiatru – e forsi servinu pi fari tiatru - e nun havi un catojo unni c’è scrittu
UFFICIO?” “Certu”, si correggi doppu “staiu ‘nzunnannu!!”

Sono le 4,00

Il Sogno 23
Urla per la strada. Un ubriaco inveisce contro qualcuno. Lui si alza di
botto, stordito. Si affaccia alla finestra. L’ubriaco c’è l’ha con un cane. È il
randagio del quartiere. Lo chiamano lupetto. Sono tutti gentili con lui; c’è
persino chi gli compra le brioscine al bar.
Una volta Lui gli ha pure dato un calcio. Lupetto l’ha guardato, senza
guaire, senza ringhiare, senza dargli alcuna importanza, abituato comè ad
incontrare persone d’ogni tipo, buoni e cattivi, intelligenti e stupidi. E Lui
era stato stupido e cattivo; senza alcun motivo; forse per dimostrare a se
stesso di valere qualcosa; di essere, almeno, meglio di quel cane, che invece
aveva dimostrato di essere meglio di Lui. Ricordò l’insegnamento di Gesù
“non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi!” e capì che gli
altri erano il suo prossimo, chiunque, umano o animale, gli fosse “vicino”.
Da quel giorno Lupetto è uno di quelli per i quali ha più rispetto. E Lupetto
ricambia e spesso vedendolo scodinzola.
Lupetto e l’ubriaco sono ancora li: il primo abbaia; il secondo urla,
bestemmia, lo riempie di calci. Lui Pensa di scendere e picchiare l’ubriaco.
Poi ci ripensa: anche l’ubriaco è il suo prossimo. E poi Lupetto, come al
solito non ci fa neanche caso, e se gli riesce gli appiopperà un morso al
polpaccio, tanto per fargli passare “il vizio”.
Esce sul balcone ed accende una marlboro; la Bestia lo ritenta: “Salta, sei
allenato, agile e veloce…vedrai non te ne accorgi neanche!!” Se salta
rischia di precipitare sull’ubriaco; o che qualche pezzo del suo corpo si
stacchi e colpisca il cane e quell’uomo; o che entrambi si sporchino del suo
sangue, delle sue interiora; sia Lupetto che l’ubriaco sono il suo prossimo;
non è cosa. Rientra e si rimette a letto. Riflette: conosce mille modi di usare
le armi, da fuoco, da taglio, da impatto, esplosive;
potrebbe uscire, andare in un luogo appartato, magari un viale sperduto
del parco della favorita, o della conca d’oro, e lì conficcarsi uno stiletto

24 di Leonardo Cristofaro
nella succlavia27. Non è doloroso: in dieci secondi perdi conoscenza ed
in trenta sei morto dissanguato; impossibile, anche soccorso in tempo,
arrestare quel tipo di emorragia.
Lei si gira e gli sorride ignara. È profumata, calda, morbida.
Prima di farlo deve prepararsi: deve “mettere a posto le carte”; Lei ed il
Bambino non dovranno avere preoccupazioni; deve mettersi a posto con
i contributi, e scegliere se far ritrovare il proprio corpo, oppure no; nel
primo caso dovrà stipulare con un’agenzia di servizi funebri un contratto
blindato; Lei non dovrà vedere ciò che rimane di Lui; né dovrà
occuparsi delle tristi pratiche che impone lo “jus sepolcri”; nel secondo
caso, se deciderà di non far ritrovare il proprio corpo, basterà fare tutto
di notte; il sangue rapprendendosi attirerà gli animali selvatici (cani
randagi, cinghiali maiali selvatici) che si ciberanno del suo corpo. Di
Lui non rimarrà niente: ne ossa ne abiti. L’importante è non avere
addosso documenti od oggetti che possano, in qualche modo
identificarlo. Nessuno saprà che fine ha fatto. Guarda la fede che porta
al dito. C’è scritto il nome di Lei e la data del matrimonio. Dovrà essere
la prima cosa che deve lasciare a casa. Se deciderà di affidare il suo
corpo agli animali, per Lei sarà un problema riscuotere la pensione di
reversibilità: dovrà attendere una “dichiarazione di assenza” (dopo due
anni dalla scomparsa di Lui) e dopo la “dichiarazione di morte presunta
dell’assente” (a dieci anni dalla scomparsa) .
Si riaddormena.
Nel frattempo
Patri ‘BBondiu è sempri cchiù sturdutu, ma sempri cchìù cummintu
d’avirici ‘nsertatu; forsi è u sciavuru di muffa e carta vecchia ca ‘mpesta lo
studio d’Avvocatu. Chistu è assittatu ne na poltrona a spalliera auta, antica,
cu lu tilaru culuratu nivuru e la ‘mbottitura di cuoiu russo (forsi è peddi di

27
vaso venoso posto lo sternocleidomastoideo (il muscolo doppio, destro e sinistro, che
sorregge il capo) e la clavicola.

Il Sogno 25
clienti insolventi ca accussì potti ripagari l’Avvocatu). Puri Jddu putissi
addivintari “complemento d’arredo”? No! Nun c’è stu scantu. E’ lu parrocu
di Roccaspinata; i fideli su ginirusi assai; alla peju c’addimannerà di fari na
colletta pi costruire un quarchi lebrosario in congo belga, e po’ cu si vitti si
vitti.
“Facemu a capirinni” accumenza l’Avvocatu: “Vossia, Patri, mi dici
n’to so messaggiù ca è reo di omissione di atti d’ufficio – reato proprio
– nei confronti, nenti di menu du Signuri Putintissimu di L’universu
Criatu. Pi intantu, Vossia…pintutu è?! Pirchì s’è pintutu, putemu
circari di faricci haviri l’attenuanti! E hannu ad essiri attenuati
prevalenti e non generiche!! Anchi si l’attenuanti, generichi o prevalenti
ca sunnu, l’avemu a putiri addimostrari! Vossia, ha statu malatu nne sti
tricidi anni? Chi sacciu un tumuri, un enfisema, un ictus,… na cosa
qualsiasi, ma gravi però! Nun ha avutu nenti?”
U parrinazzu cala l’occhi n’terra; iddu nun ha avutu mai nenti; mancu na
frevi leggia, un duluri di denti, na sciatica…nenti.
“Pacenzia!! Dissi l’Avvocatu; e po’ cuntinuannu: “Ha statu partutu a
fari u missionariu presso qualchi popolazione spirduta, abbannuata,
lorda, malata di lebbra, aids,… di qualsiasi cosa? No? Nenti ci fa. Nun
pirdemuli spiranzi…Ha costituito comunità di recupero di
tossicodipendenti? Comunità di alloggio pi buttani stracomunitarii?
No? Pi Buttani comunitarii? No? Comunità di recupero pi armali
abbannunati? No? Pacienzia…videmu… Ha avutu impegni politici a
favuri di li paisani so? No?.... ‘Cca la cosa s’accumenza a fari seria…si
l’Altissimu addimanna chiarimenti alla memoria difensiva ca ju aju a
priparari pi Vossia, ju chi ci dicu? Ci pozzu diri: Altissimo, stu
cudduruni nun ha fattu avutru ca manciari, diri missa e futtiri u
prossimu! D’estati s’ha dissetatu cu acqua e zammù, e d’imernu sa
quadiatu cu calia e castagni… Nun avemu attenuanti!

26 di Leonardo Cristofaro
U parrinazzu cala l’occhi ancora chiù n’terra; si putissi sprufunnari e
scappari pi li fogni chiù funnuti, lu facissi; certu avissi quarchi problema;
alle zoccole (surci grossi e famelici ca abitanu li fogni nun avissiru gradutu
la so concorrenza, puri si di passaggiu), o sicuru nun ci starà simpaticu.
“Ma mancu n’anticchia di vrigogna havi??” arripigghia l’Avvocuatu,
un pocu ‘ncazzatu “Sapi, pi l’ attenuanti generiche…”
Patri ‘BBondiu, ne un impetu di orgogliu si susi, sta pi diri sopiddu 28 chi
cosa…ma sapi diri sulu: “Avvocatu, la prego, sulu Vossia mi pò sarvari
dall’ira dell’Altissimu; chiuddu, p’intantu m’incinirisci – sicuru – e po’ mi
speddi29 d’abbrusciari all’infernu…Ju nun aju turciutu un capiddu mai a
nuddu; nun hai arrubbatu…cu l’armi ntennu…nun m’haju approfittatu di
ma fedeli …di chiddi masculi quantumeno…e di chiddi fimmini ca m’haiu
approfittatu, po’, cunfissannuli, c’hai datu sempi pinitenzi leggi leggi… nun
m’ammeritu u Castiju Divinu sulu pirchì nun sacciu usari u telefunu!”
A stu giru a n’turduniri è l’Avvocatu. Talia u parrinazzu ‘nte ll’ochi e
cerca d’arricurdarisi u messaggiu ca c’avia lassatu na segreteria telefonica.
U messaggiu diciva: “Gentilissimo Avvocato, chi le parla è Padre ‘Bbondio,
Parroco di Roccaspinata, agiato ed in grado di affrontare immediatamente
sia l’onere dell’acconto che lei richiede che l’eventuale necessario
aggravio. Mi riceva immediatamente, datosi che ho ricevuto diffida da Dio
in persona, ad attendere ad un mio compito specifico e non delegabile, e
che – sventuratamente – ho omesso di compiere per tredici anni. Per onere
di precisione voglia prendere atto che tale omissione non è suscettibile di
riparazione”.
Analizzamu, penza cu attentinzioni preturali!
- Gentilissimo Avvocato…
Armenu stu parrinazzu è educatu…oppuri e ruffianu a cajordu ancora
prima di accumenzari a parari cu mija…

28
chissà
29
finisce

Il Sogno 27
- …chi le parla è Padre ‘BBondio, Parroco di Roccaspinata, agiato ed
in grado di affrontare immediatamente sia l’onere dell’acconto che lei
richiede che l’eventuale necessario aggravio…
È cajordu forti! Tarmenti cajordu ca ci pari ca cu li sordi, (ca nun’havi
haviri assai, ma ca sunnu di li so fideli), po’ mettiri riparu ad ogni
dannu…
- …Mi riceva immediatamente, datosi che ho ricevuto diffida da Dio
in persona, ad attendere ad un mio compito specifico e non delegabile,
e che – sventuratamente – ho omesso di compiere per tredici anni….
Chistu nun sulu nun capisci nenti…è turduni ntificu…ma pighia puri di
susu …Mi riceva immediatamente…e po’ mi dici ca l’Altissimu ci
domanna u cuntu d’un travaghiu ca havia e putia fari sulu jddu, e jddu
nun sulu nun fa nenti ma duna la curpa a lu telefonu; e si cerca puri
l’Avvocatu!! Certu comi Diu: chista è omissione continuata senza
attenuanti. E si ci pensamu bonu, aggravata da motivi abietti; nun
sunnu motivi abbietti la lagnusia, la continuata volonta a
scapputtarisilla di responsabilità proprie – s p e c i f i c h e -?
E’ favusu comi picca omini o munnu!! E dici puri sventuratamente!!!
Nun puteva dillu direttamente all’Altissimo ca sta cosa “non
delegabile” non era cchiù …susscettibile di riparazione…ca nun c’era
cchiù nenti di fari? Nun lu sapi!! Ma chi razza di parrinu è ca nun sapi
ca l’Altisimo è Magnanimo, Ginirusu, Misericordiusu, Bonu cu i boni. E
po’ chi avrà omessu di fari rispettu a tuttu chiddu ca fici! A stu puntu
megghiu ca nun ha fattu nenti!”
Taliò u Parrinu e ci dimannò: “Patri ‘BBondiu, ma Vossia, chi cosa
omisi di fari?” E u Parrinu ribbattennu: “Haviva a ‘mpidiri un
matrimoniu…però u matrimoniu ci fu, e ci fu un fighiu…sulu ca Lui, u
maritu, a quantu mi parsi di capiri, è scuntentu, è dipressu, infilici,
arraggiatu comi n’armalu sarvaggiu …ma chi minchia voli ca ni sacciu
ju!!”

28 di Leonardo Cristofaro
“Parrì” vucia l’Avvocatu, “innanzi tuttu e d u c a z i o n e, pirchì
Vossia nun po’ esseri curnutu in quantu è un grannisimu porcu e i porci
– comi tutti sannu - nun hannu li corna!!! Però putissi essiri un porcu
sarvaggiu…comi si chiama…un cinghiali!! E po’, u sapi cchi ci dicu?
N’haju addifinnutu curnuti assassini, svrigunati truffatori, latri di
picciriddi,, ma farabbutti comi a Vossia mai!! E sunnu cent’anni ca
fazzu lu misteri. U sapi cchi ci dicu: ci issi a scassari i cabbassisi a
quarcun avutru, sempri si ne lu sognu Lui ci darà la possibilità di
circarisillo n’avutru Avvocatu; io arrimettu u mandatu e pi mija sinni
po’ jiri affanculu!! Anzi si nun spirisci di la vista di l’occhi mè, quant’è
veru l’Altissimu, mi susu a la stractafuttu di vastunatuni. Ci nn’haju a
dari tanti ca l’haju a ridducuru na ficazzana!! C’aiu a scippari la peddi
dill’ossa!! Fora! Sinni issi Fora!” e ci tira a stornu tuttu chiddu c’havi a
disposizioni, codici civili, penali, fallimentari, di li naviganti, segreti,
penne, calmai, calamari (tantu è un sognu): tuttu chiddu ca ci capitò
sutta manu…

Il Sogno 29
Sono le 5,00
Lui ride a crepapelle; sente ancora le urla dell’Avvocato e i passi – a corsa
di bersagliere – con i quali Patri ‘BBondiu scappa dallo studio
dell’Avvocato; sente gli oggetti infrangersi contro il muro, il corridoio, il
pianerottolo dello studio; sente i calamari fare “sploff” contro la porta e la
schiena del prete. Fuggendo lo vede scivolare sul selciato bagnato, cadere,
battere la testa, rialzarsi di scatto e riscivolare ancora ostacolato dalla talare
e dal pastrano; l’indegno si tiene il sedere (la prima botta è stata forte ma la
seconda – sicuramente – gli ha leso il coccige – o essendo lui un prete, più
appropriatamente, gli ha leso l’osso sacro.)
Lei fa dei versetti lamentosi; ogni notte la stessa storia; Lui dorme
irrequieto e le impedisce di dormire; impedire è una parola grossa; la
ostacola un pochino. Lei lo sa; Lui le dice spesso ( o meglio – le diceva) che
nell’arco di una notte era capace di soffrire pene indicibili e ridere sino
quasi a soffocare. Potenza del sogno. Ormai Lei è abituata.
E’ ora d’alzarasi! O meglio non è ancora ora; potrebbe rimanere a letto
almeno fino alle 6,30; quello sarebbe l’orario giusto per alzarsi.
E invece eccolo lì; sveglio e lucido; rimarrà lucido fino alle 11,00; a
quell’ora anche la Bestia si sveglierà; e tutto riprenderà, come il giorno
prima. E quello prima ancora.
Accende la televisione; c’è il “Consorzio Nettuno” si parla dell’evoluzione
dell’uso del corsivo e del maiuscolo nei testi latini pre-cinquecenteschi:
interessantissimo!! La cosa lo entusiasma come lo può essere un asino
carico di legna su per una salita ripida e sdrucciolevole, o come diceva suo
nonno “comi lu sceccu pi lu chiarchiàru” Prende la caffettiera dal
colapiatti, riempie la caldaia d’acqua, il filtro di caffè e chiude il tutto
ponendola sul fornello acceso; nel frattempo prende due tazzine ed un

30 di Leonardo Cristofaro
piattino; sul piattino mette un cioccolattino; lo fa sempre; a caffè pronto
riempie le due tazzine; una la zucchera: due cucchiaini e mezzo (Lei lo
gradisce molto dolce…alcune mattine è tentato, per vedere se rimane
infissa, di piantare una bandierina su quella montagna di zucchero inutile,
che a caffè finito rimane sul fondo della tazzina). Porta tazzina, piattino e
cioccolattino in camera da letto; li posa sul comodino, dal lato di Lei. Poi
torna in cucina, si siede e lentamente sorbisce il suo, forte ed amaro; si
toglie il pigniama; fa freddo; si inumidisce il viso, prima con dell’acqua
fredda, poi calda, poi caldissima e in ultimo con la lozione pre barba; ha una
barba rada e particolarmente ispida, facile ad incarnirsi; poi si massaggia il
viso; prende il sapone da barba e con il pennello, lentamente si trasforma in
un giosioso Babbo Natale; prende il rasoio (usa quello a mano libera); apre
il binarietto, prende una mezza lametta, la inserisce e richiude il binario;
apre l’acqua calda e quando è bollente la fa scorrere sul rasoio; aspetta
qualche secondo; accende una marlboro, calda, pastosa; la lascia pendere
dalle labbra; comincia a rasarsi, direttamente contropelo; i movimenti sono
lenti, attenti, misurati, fermi; Babbo Natale, lentamente scompare dal
sottogola, dalla guancia destra, dalla guancia sinistra, dal labbro superiore,
dal mento; spegne la sigaretta; risciacqua il viso; Babbo Natale non c’è più!
guarda lo specchio ed osserva i suoi occhi: sono lucidi, le palpebre gonfie,
con borse evidenti; ogni mattina è così; si risciacqua bene e poi va sotto la
doccia, caldissima; l’odore del bagnoschima non gli piace; Lui lo usa senza
parsimonia ed ogni due o tre giorni Lei è costretta a metterne uno nuovo;
non è mai della stessa marca, mai dello stesso formato, ma con lo stesso
tappo, mai con lo stesso odore: fosse così varia la loro vita sessuale…
Sono passati 5 minuti e decide di chiudere l’acqua. Rabbrividisce. Si
asciuga con un grande telo da mare che Lei continua a fargli usare invece di
un più comodo accappatoio; veramente l’accappatoio c’è ed è appeso in
bella vista; ma a Lui non piace e non può piacere: è atroce nel tessuto
(sembra fatto di carta vetrata grossa) nella forma (lungo fino a terra e con le

Il Sogno 31
maniche corte fino ai gomiti); sembra concepito per procedimenti di
“depilazione a secco”.
È asciutto; si lava i denti; anche il dentifricio segue il via vai del bagno
schiuma: oggi è alla malva, domani al bicarbonato, quello appresso alla
menta. Non c’è che dire: Lei, in fatto di prodotti detergenti, è
fantasiosissima.
Si veste, alla luce debole della lampada da notte; spesso mette le calze di
due colori diversi: una nera e l’altra blu; fortunatamente ha i pantaloni
sempre troppo lunghi perché si possa vedere. E’ ancora presto ma vuole
uscire; deve farlo immediatamente! Va a dare un bacio al figlio, lo fa
sempre; sente un fruscio nel corridoio: è Lei che di nascosto riporta il
cioccolattino nel contenitore dal quale Lui l’aveva preso; se no
finiscono! Si è accorto da un po’ di tempo che Lei non mangia il
cioccolattino; ma pazienza: l’affetto, le carezze, le gentilezze, se fatte
“gratis”, possono anche non essere ricambiate. C’est la vie!
Lei è ritornata a letto e finge di dormire; Lui finge di non aver capito; la
bacia sulla guancia e Lei sorride.
Ormai fingono come due attori navigati.
Prende il casco, le chiavi della moto, la spazzatura, chiude la porta ed
esce.

32 di Leonardo Cristofaro
Sono le 06,30

Butta la spazzatura, mette il casco, inforca la moto, apre lo starter,


accende il quadro, avvia il motore, parte.
L’aria è gelida e già morde le sue mani; il rombo del bicilindrico sembra
conciliargli l’anima; la strada è bagnata, scorre lenta; è ancora presto per
andare in ufficio; si avvia per la strada che costeggia il mare; l’ordore
pungente del mare mosso lo raggiunge e lo allieta; le navi che attendono
di attraccare gli fanno comprendere che il mondo non è tutto lì, che è
grande e per essere navigato bene, tutto e per intero, ha bisogno i grandi
navi.
Guarda le macchine che gli vengono incontro; la Bestia si sveglia ferina,
senza avvertimento; gli “suggerisce” di aprire il gas e schiantarsi contro
qualcuna di loro. Nelle macchine ci sono persone sole, uomini o donne,
insonnacchiate, forse anche loro oppresse dalla vita e dai doveri; ma che
certamente hanno gioie ed affetti; vorrebbe ferirne o addirittura
ucciderne qualcuno; una donna madre di figli e moglie felice; oppure un
uomo, buon padre e marito. No! Sa che è’ ingiusto desiderare che il suo
dolore coinvolga qualcun’altro!
Siamo al paradosso!! Per non rattristarle non parla del suo dolore con le
persone a lui care e poi pensa di far male a qualcuno, di uccidere e
uccidersi… stenta a riconoscere in Lui l’uomo che era e che vorrebbe
tornare ad essere.. Continua ad andare in giro… è ancora presto!
Pensa al sogno, a Patri ‘BBondiu (forse causa di tutti i suoi mali),
all’Avvocatu, a Lei, a Lui, al bambino, ai tredici anni passati, alla
possibile remota eventualità che non si fosse sposato, che se avesse
continuato a studiare, che se avesse preso una, due, tre lauree… Avrebbe

Il Sogno 33
potuto lavorare in altri paesi, con altra gente…Avrebbe potuto non
amare Lei…. Avrebbe potuto amare altre donne…Un’altra donna.
Forse sarebbe stato meglio…
Di chi è la colpa?
La colpa è di Lui, che vive nel sogno, senza piedi per terra; che non
apprezza ciò che ha, perché ciò che ha è tangibile, non soggetto a
desiderio.
La colpa è di Patri ‘BBondiu perché non ha atteso ai suoi obblighi verso
il Creatore e verso le anime che a lui sono state affidate; perchè non ha
rispettato il giuramento sacerdotale, non ha impiegato un minimo di
buona volontà e non ha risposto all’SMS che gli intimava di non
celebrare il matrimonio.
La colpa è di Lei che si accontenta di vivere come vive.
Se ricorda, però, gli scritti di San Giovanni Crisostomo non può che dare
la colpa solo a se stesso.
E’ Lui a non aver rispettato il proprio giuriamento: il giuramento di
essere tutt’uno con Lei ed il loro bambino; il giuramento di essere un
buon marito ed un buon padre; il giuramento di guidare la propria
famiglia secondo il principio per cui in ognuno c’è Dio, ed in ognuno
quel Dio va temuto, amato e rispettato.

Lui è come Patri ‘BBondiu.

Lui è Padri ‘BBondiu.

34 di Leonardo Cristofaro
Sono le 7,30

Forse questo sogno, è stato utile. Forse il Buon Dio, attraverso il sogno,
gli ha parlato, lo ha scosso, gli ha lasciato un segno che ricorderà per
sempre: tutto ciò che ha può, in un attimo, non esserci più!

Quel segno lo lascia di fronte a due possibilità: la possibilità di porre –


lucidamente - termine alle sue sofferenze oppure l’altretanto lucida,
concreta, ragionevole possibilità di continuare a vivere, amare ed essere
amato, senza desiderare altro.

Scegliere la seconda?

Parcheggia la moto, scende, toglie il casco, entra in ufficio, timbra il


cartellino, saluta i colleghi, prende un caffè alla macchinetta, riflette;
vuole perdonare Patri ‘BBondiu, perdonare se stesso, affrontare la
giornata ed attendere che finisca. Vuole tornare a casa da Lei e dal loro
bambino.

Fine

Il Sogno 35
Il Sogno
Indice

- Sono le 2,30!......................................................pag. 4
- Sono le 2,45! .....................................................pag. 6
- Sono le 3,00!......................................................pag. 14
- Sono le 3,15!......................................................pag. 18
- Sono le 3,20!......................................................pag. 20
- Sono le 4,00!......................................................pag. 24
- Sono le 5,00!......................................................pag. 30
- Sono le 6,30!......................................................pag. 33
- Sono le 7,30!......................................................pag. 35
- La vita in due……………..…………………..pag. 37

36 di Leonardo Cristofaro
La vita in due

Grazie Signore
perché ci hai dato l’amore
capace di cambiare
la sostanza delle cose.

Quando un uomo e una donna


diventano uno nel matrimonio
non appaiono più come creature terrestri
ma sono l’immagine stessa di Dio.
Così uniti non hanno paura di niente.
Con la concordia, l’amore e la pace
l’uomo e la donna sono padroni
di tutte le bellezze del mondo.
Possono vivere tranquilli,
protetti dal bene che si vogliono
secondo quanto Dio ha stabilito.

Grazie Signore
per l’amore che ci hai regalato.

Il Sogno 37
Giovanni Crisostomo

38 di Leonardo Cristofaro

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