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I fallimenti della nostra “buona educazione”

di PINO SURIANO

Non deve cadere nel vuoto quanto ha scritto Lello Colangelo sul Quotidiano del 24 maggio. Nella sua acuta analisi
sull’attuale dramma adolescenziale ha richiamato le responsabilità degli “adulti perdenti” e ha evidenziato la loro
incapacità nel “dare voce ai ragazzi, ai loro pensieri e ai loro sogni per costruire, nel presente, il futuro proprio e
della società”. Ha poi concluso con una significativa indicazione di metodo: “I ragazzi non sono vasi da riempire
ma fuochi da accendere”. Giustissimo! Ma affinché questa indicazione non si riduca a semplice slogan bisogna
essere disposti a declinarla nel concreto delle realtà scolastiche ed educative, fino in fondo.
Smettere di “riempire il vaso”, infatti, esige una radicalità profonda, quella di farlo anche quando si tratta di
comunicare i cosiddetti “buoni valori” e il senso della legalità. Ci siamo illusi, per troppo tempo, che la panacea
educativa fosse una più forte cultura della legalità e del senso dello stato. E così l’abbiamo ficcata ai nostri ragazzi
da tutti i pori: progetti e progettini sulla legalità, giornate della memoria a destra e a manca, video e controvideo
sulla lotta alle mafie e al razzismo.
Ci siamo messi la coscienza a posto: non insegnavamo più solo sterili nozioni e romanzi senza attualità, ma anche
il presente, le regole e la solidarietà. Non iniettavamo valori di parte o religiosi, ma valori condivisi e neutrali: i
valori dello stato. Su questo abbiamo ripensato didattica e libri di testo, finanche quelli di religione. Abbiamo così
creduto di seguire il giusto monito del ’68 (“portare nella scuola il mondo reale”), ma abbiamo fatto fuori la voglia
di protagonismo e autenticità che lo avevano ispirato.
Ebbene, il frutto di questa nostra bella scuola è il dramma collettivo che abbiamo sotto gli occhi. Lo smarrimento
profondo e grave di una generazione piena di regole e “manuali del buon cittadino cosmopolita”, ma priva di gioia
di vivere e incapace di rintracciare un senso per cui valga la pena esserci. I recenti fatti di cronaca sono solo
l’iceberg di una situazione radicale e drammatica, che coinvolge tutta la gioventù e non solo le “pecore nere” di cui
si parla sui giornali. Sia chiaro, questo allarmismo non è una mia scoperta. Lo confermano autorevoli saggisti,
primo tra tutti Umberto Galimberti, che alla questione ha dedicato il suo nuovo saggio “L´ospite inquietante. Il
nichilismo e i giovani”, edito da Feltrinelli, forse sbrigativo nelle proposte di soluzione, ma davvero impeccabile
nell’analisi del contesto.
Tempo fa ho avuto una prova lampante di questa situazione. In classe, per il compito di italiano, si assegna
questa traccia: “Parla della tua scuola. Cosa va e cosa non va? A che livello l’esperienza scolastica di questi mesi
ha risposto alle tue aspettative di partenza?”. Un alunno insorge: “Ma che traccia è questa? Che devo scrivere su
questo?”. Il docente incalza: “ E per fornirti argomenti quale traccia avrei dovuto assegnarti?” E lui: “Magari una
sul razzismo, sull’integrazione o sulla lotta alla mafia. Su quelle cose so sempre cosa scrivere, ma non su di me e
le mie aspettative”.
Mamma mia! Chissà quanti documentari sul Terzo Mondo avrà visto, quanti video su Falcone e Borsellino, magari
sonnecchiando e contento di aver perso qualche ora di lezione. Difficilmente, però, gli avranno chiesto di mettere
in gioco sé, il suo reale interesse. Difficilmente qualcuno avrà alimentato il suo desiderio di felicità e di adesione
alla vita con cui la natura umana si esprime, tanto potentemente, in età giovanile, e che sola può muovere una
passione autentica per tutti gli altri (indiscutibili) valori.
Mi preme dire, insomma, che l’iniezione dei buoni valori ha spesso svuotato la capacità critica dei discenti, ha
fornito quella retorica pronta per l’uso (anche quello di “sbrigare” un compito in classe), grazie alla quale tutti
siamo d’accordo su tutto, almeno a parole. E ha mascherato, per tanti docenti, lo scandalo di essersi scoperti
astratti e nozionistici, senza impegnarli in una radicale ipotesi di cambiamento.
Ci troviamo, così, ragazzi di 15-16 anni che dichiarano come massima aspirazione l’onestà nel lavoro, il “fare il
proprio dovere” e “rispettare le leggi”. Lo dicono perché lo hanno imparato, non perché lo sentono. Lo dicono
senza gioia, con una stanchezza e un’aridità che fa venir voglia di trovare, tra i banchi, qualche “Pierino” ribelle!
Parole come “doveri” e “tolleranza” hanno una frequenza maggiore, sulla loro bocca, di parole come “felicità” e
“gusto per la vita”. Vogliamo stupirci troppo se poi questa vita la tolgono a sé e agli altri con estrema facilità? E
come potrebbero fare diversamente se, mentre si insegnano queste belle cose, uno scrittore acclamato dai giovani
come Alessandro Piperno, senza la coscienza della violenza culturale che sta compiendo, ma in nome di una
sempre più equivoca “libertà di opinione”, arriva a scrivere sul Corriere parole come queste: <<Di questi tempi si
fa un gran parlare di Vita. Con la «V» doverosamente maiuscola. Di amore per la Vita. Ebbene io mi chiedo: che
cosa ha fatto la vita per meritare da noi tutto questo rispetto? Esiste una sola traccia in questo mondo che
dimostri che vale la pena di esserci, respirare, alzarsi ogni mattina? Chissà che uno non possa affermare con
Thomas Bernhardt che “generare è un crimine”?>>.
Come faranno questi giovani ad apprezzare la vita se non imparano a criticare, ragionevolmente, opinioni come
questa? Se molti insegnano loro che conviene mantenere la vita solo quando è garantita una certa qualità? O
quando una nuova vita non intacchi il benessere e i desideri di un’altra già presente?
Insomma, che senso avrà insegnare a un ragazzo i propri limiti, senza rendere evidente e amabile il motivo per cui
bisogna rispettarli? Ammettiamolo! Ci siamo preoccupati troppo dei buoni insegnamenti e delle strategie. Troppo
poco dell’autorevolezza, della vivezza e della passione comunicativa di chi li proponeva. Abbiamo guardato con
sospetto (e con la latente accusa di plagio) chi ha avuto il coraggio di comunicare sé, come espressione viva e
autorevole dei valori di cui parlava. Forse preoccupati da derive ideologiche (comunque non scongiurate, come
dimostrano i recenti fatti della Sapienza), abbiamo insegnato solo ciò che era totalmente condiviso, oserei dire
“banalmente” condiviso. Eppure le leggi chiedevano il contrario. A cominciare dal Decreto Legislativo 297/1994
(Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione), che sin dall’art. 1 recitava: “Ai docenti è
garantita la libertà di insegnamento intesa come autonomia didattica e come libera espressione culturale.
L’esercizio di tale libertà è diretto a promuovere, attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena
formazione della personalità degli alunni”.
La legge, insomma, chiedeva un “confronto aperto” di posizioni culturali, quella “battaglia culturale” che abbiamo
voluto togliere di mezzo e abbiamo ridotto a beghe partitiche e sindacali nei nostri noiosissimi collegi dei docenti.
Ma che quasi mai abbiamo portato nelle aule, come possibile novità di lavoro, didattica ed epistemologica. Lì
abbiamo continuato a fare come prima, aggiungendo qualche bella lezioncina in più sul Terzo Mondo o
sull’ambiente, che tutti erano disposti a sorbirsi, magari pure con qualche lacrimuccia, ma sempre con l’occhio
all’orario, sempre con la speranza che la campanella suonasse presto.
E così i nostri allievi hanno imparato cose “buone, giuste e condivise”, ma senza sentirle proprie. Cose che sanno
ripetere ma non sanno vivere. Chissà che democrazia avremo, chissà che “popolo propulsivo e governante” se
nessuno avrà nulla da dire. Una cittadinanza sempre più delegante, sempre meno protagonista, se non nel giusto
(ma che può divenire piccolo e arido) “proprio dovere”, se non nel “coltivare il proprio giardino”. E’ una proposta
che può bastare allo scetticismo arido e falsamente realistico di un adulto che si è già accontentato. Ma non può
acquietare l’impeto di un ragazzo o di un “adulto giovane” che ancora cerca, anzitutto per sé e poi per gli altri,
quella cosa strana e misteriosa che chiamiamo felicità!
pinosuriano@yahoo.it

Sono contro le qualche mafie. Si ribella qualcuno? Si sveglia qualcuno?