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-RAMIN BAHRAMI NONNO By Vela LA MUSICA sees Al ES |i rarer iy: lo sono Nonno Bach. Comincia cosi, con una domanda semplice Camron CMe itera Cm eee aCe che Ramin Bahrami intreccia con un bambino vestendo i panni dell’amatissimo Johann To ear N IPO itemc ers) Ome Come ec Pee TRL) maestro e nume tutelare fin da quando era a sua volta un bambino. Per Bahrami non eran a timclt by) ermer cei mem) mierda lem rit) Por TateCoReim Una pe oe Led Keren Ce) dire farlo conoscere a chi ne coglie solo la solennita distante e rischia di farsi intimidire da quella sua apparenza cosi seria. Bach amava la vita, il buon vino, le risate, la sua famiglia, ed era curioso, irascibile, eco CMMIChia) Lm enor i eel Pm oid Cl CRC a | ne enema en Sie Cer in git, e vede un mondo che non gli piace, dominato dall’egaismo e dal calcolo, (eRe rice eon Tele non si stanca di ripeterlo: basta aprire il cuore alla musica e lasciarla entrare. NONNO BACH Bw RAMIN BAHRAMI NONNO BACH La musica spiegata ai bambini BOMPIANI Dedico questo libro alle mie principesse, Marialuisa e Shabin Maria © 2015 Bompiani / RCS Libri S.p.A. Via Angelo Rizzoli 8 - 20132 Milano ISBN 978-88-452-7989-8 Prima edizione Bompiani settembre 2015 INCONTRO Tu chi sei? To sono Nonno Bach. Infatti hai i capelli bianchi, perd sono strani. E una parrucca. La porti perché sotto non hat i capelli veri? Set un po’ ridicolo. E comunque to di nonni ne ho gid due. La parrucca non é ridicola, anzi, é ele- gante, ecco perché la porto. E sono un po’ il nonno di tutti, anche dei tuoi non- ni. Io sono il nonno della musica. Che cosa vuol dire? Sono il nonno della musica perché molto tempo fa ho scritto tante e tante pagine di musica che conoscono tutti € amano tutti in tutto il mondo. Se ti conoscono tutti vuol dire che sei famoso. E cosa hai detto che suoni? To la musica la scrivo. Anzi, la scrive- vo. Per gli altri musicisti, e per tutti gli strumenti: per l’orchestra, per l’organo, per il clavicembalo, per la voce. Poi la suonavo, certo. Ma adesso che non ci so- no pid, la mia musica la suonano gli altri, e non é meno bella. Anzi: pid il tempo passa pit diventa bella. E perché sei venuto da me che sono un bambino? Ho scelto di parlare con te perché é importante che i nonni parlino con i bambini, che lascino in eredita tutte le cose che hanno imparato nella loro vita. E come nonno penso di avere qualcosa da dire a tutti. Dietro di te vedo le fac- ce di tanti bambini e ragazzi e anche dei grandi e degli anziani, e dei nonni come me, che sono curiosi di sapere quello che posso ancora dire. Molte cose veramente le dico attraverso la mia musica; ma ne ho altre da dire sulla vita, sulle passio- ni, sulla fatica, sui sogni. Su cid che era prezioso ai miei tempi e che lo é anco- ra. I nonni sono saggi, ed é importante ascoltare quello che hanno da raccontar- ci. Quindi puoi farmi tutte le domande che vuoi. Allora comincio. IL SIGNOR BACH Che bambino eri? Sono nato nel 1685 ad Eisenach, una cittadina verdissima della Turingia, in Germania. La mia era una famiglia di musicisti: tutti i miei parenti, il nonno, il bisnonno, gli zii, i cugini, avevano a che fare con le note, accompagnavano le messe all’organo, suonavano il flauto e il violino, scrivevano melodie. Dire musz- cista o dire Bach era la stessa cosa, allo- ra. “Avrei proprio bisogno di un Bach,” dicevano i signori quando dovevano trovare qualcuno che allietasse le loro feste. Anche il pitt pigro dei Bach sape- va suonare almeno un paio di strumen- ll ti. Il mio papa, Johann Ambrosius, era un uomo molto religioso. Era violinista, direttore dell’orchestra cittadina, e si occupava sia della musica sacra, quella della chiesa, che di quella per le feste. La mia mamma si chiamava Elisabetha ed era una donna molto allegra: con lei in casa si cantava e si ballava sempre, era molto brava a cucinare e lo faceva col sorriso sulle labbra. Hanno avuto otto figli. Una famiglia numerosa. Ma tre dei miei fratelli sono morti da piccoli, e il maggiore, Johann Christoph, é andato via di casa che era ancora un ragazzino per studiare a Erfurt, un’altra citta, con un grande organista, Pachelbel. Io sono arrivato per ultimo. C’era tanta musica a casa nostra, una casa sempre piena di gente, compresi gli apprendisti ¢ gli assistenti di papa. lo studiavo alla Scuola di latino, che era una scuola tutta maschile — a quel tem- po la scuola era obbligatoria dai cinque 12 ai dodici anni, sia per i maschi sia per le femmine — ed ero un bravo scolaro. Tra ilibri e la musica la mia vita era piena di cose da fare, e tutte belle. Ma sono stato bambino per poco tempo, perché mio padre e mia madre sono morti, prima lei poi lui, nel giro di dieci mesi, e io, che avevo solo nove anni, sono stato affidato a mio fratello Johann Christoph, perché fosse lui ad allevarmi. Aveva gia la sua piccola famiglia ed era organista nella chiesa di San Michele a Ohrdruf. Sono stato contento di andare a vi- vere da Johann Christoph perché la sua casa era piena di libri di musica e lui sapeva veramente tutto: speravo che mi insegnasse tante cose. Mi portava in chiesa con sé quando suonava, mi ha iscritto al liceo della sua citta — che ho frequentato con ottimi risultati, perché ero bravo — e insomma, le cose anda- vano abbastanza bene. Io sapevo gia suonare il violino e mettere le mani sul- 13 la tastiera, e quando Johann Christoph non era in casa entravo di nascosto nella sua stanza, prendevo i suoi strumenti e€ provavo a suonare anche quelli. Lui se ne accorgeva ma non si arrabbiava, non mi ha mai detto niente, io stavo molto attento, lo sapevo che erano delicati, che non erano giocattoli, e li rispettavo. Vo- levo imparare tutto della musica. Come si dice da noi, Pesercizio fa il maestro: vuol dire che non si nasce perfetti, che solo studiando tantissimo si diventa bra- vi. Provando e riprovando sono diventa- to sempre pit: bravo. Quando suonavo non mi stancavo mai. Allora eri contento. I primi tempi si: Ma forse Johann Christoph era un po’ geloso, non so, 0 forse era solo che non gli andava di ave- re intorno un ragazzino curioso, cosi mi teneva a distanza. Io studiavo e scoprivo ogni giorno qualcosa di nuovo per con- 14 to mio. Avevo imparato a usare piutto- sto bene la mano destra sulla tastiera, ma dovevo ancora diventare altrettanto bravo con la sinistra. Per capire i segre- ti della musica non mi bastavano pia gli strumenti: dovevo leggere, imparare di pid. Mio fratello aveva un armadietto in cui teneva chiusi i suoi libri di musica. Nelle loro pagine erano nascoste tutte le informazioni preziose che mi servivano per diventare pitt bravo: e cosi ogni tan- to, non mi vergogno a dirlo, andavo di nascosto nella sua stanza e prendevo in prestito uno dei suoi quaderni. Larma- dio era chiuso da una specie di reticella, ma io avevo le mani piccole e riuscivo a infilarle tra i buchi, ad arrotolare i fogli ea sfilarli. Poi ricopiavo le musiche alla luce della luna e infine li rimettevo al loro posto. C’erano anche appunti che spiegavano che cos’é una melodia — la sequenza di note che ti rimane pit im- pressa quando canti una canzone — e poi 15 che cos’é una composizione musicale, e quando e perché suonare forte, 0 pia- nissimo, e tutto l’alfabeto della musica, che é un linguaggio e va imparato piano piano, proprio come una lingua stranie- ra, usando i segni, i suoni, scrivendo e ripetendo la stessa frase tante volte con le dita su uno strumento. Dal tuo racconto mi pare che fossi sem- pre solo. La solitudine non mi faceva paura. La musica ci permette di non sentirla, la solitudine. Ero cosi concentrato sul- le cose che mi piacevano che non ero a disagio. Amavo il silenzio perché potevo pensare meglio alla musica, ascoltare le note che uscivano dalla mia testa e dal- le mie dita. Il silenzio é importante per chi é alla ricerca di qualcosa di bello e grande. 16 Ma non ce l’avevi un amico? E dei giocattoli? No. Forse, se i miei genitori e i mici fratelli fossero stati ancora li con me, tutto sarebbe andato in un altro modo. Peré io avevo la musica, che era la mia amica e anche il mio gioco preferito. Davvero non ti stufavi? La musica é difficile. No, non mi stufavo. La musica é dif- ficile, ma io stavo bene dentro il mio mondo. Allora non c’era il computer o LiPod, e anche i giocattoli erano pochi. Se volevo ascoltare la musica, dovevo farla. Pero poi & finito tutto: una notte mio fratello mi ha scoperto mentre co- piavo la sua musica segreta alla luce del- Ja luna — non c’era la corrente elettrica, allora, e per non farmi scoprire non ac- cendevo mai la lampada. Ero arrivato ai segreti dell’armonia e del contrappunto, che é il modo in cui le diverse melodie si 17 parlano. Lui si é arrabbiato moltissimo e mi ha portato via i quaderni, e anche le copie che avevo fatto. E dopo? Dopo basta. Ho capito che non pote- vo restare li, con un fratello che teneva prigioniera la sua musica per nasconderla a me. E io volevo imparare a suonare in liberta. Cosi a quindici anni sono andato a Lineburg, al Nord, a pitt di trecento chilometri da Ohrdruf, a frequentare la scuola di coro di San Michele. Allora avevo una voce bellissima, ma poi, come succede ai ragazzini, é cambiata. Una vol- tai mezzi di trasporto erano lenti e scarsi, quindi é stato un viaggio importante, un vero trasferimento. Il Nord mi attirava molto perché nelle grandi citta