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Attori e spettatori dell'era mediocratica

Scritto da MarioEs
venerdì 05 gennaio 2007

L'esecuzione di Saddam Hussein, che tanto ha "indignato" per le immagini a portata di click disponibili sul Web, ma forse - soprattutto - che ha sorpreso per la sua
"inattesa tempestività", mi ha portato a riflettere sulla distinzione tra attori e spettatori nella nostra società dominata dai media ("mediocratica").

La pena di morte è stata solo un input, drammatico per altro, ma la riflessione sottoriportata, che trae origine dal pensiero di Zygmunt Bauman, è di più ampia
portata e riguarda il ruolo di noi cittadini come spettatori delleingiustizie e delle atrocità del mondo.

Bauman, innanzittutto, parla delle due "categorie" , attori e spettatori, in termini morali e distingue (citandoStanley Cohen , professore di Sociologia alla London
School of Economics) tra coloro "che fanno il male" e "coloro che si astengono dall'opporsi al male".

Gli spettatori, ovviamente, sono i secondi e Bauman conclude le sue riflessioni auspicando che diventino attori (del bene).

Lo spettatore non è sanzionabile dalle leggi (tranne in casi eccezionali) a differenza dell'esecutore di un "misfatto", ma è soggetto, ad avviso di Z.B., ad una "colpa
morale".

Gli spettatori corrono il rischio di "diventare complici" e di trasformarsi essi stessi in esecutori e questo è tanto più evidente nella società di Internet e dei
media dove le distanze fisiche sono praticamente annullate e le"argomentazioni basate sull'ignoranza" non sono più credibili.

"Non sapevo" o "non potevo farci niente" sono giustificazioni/negazioni che non sono più perseguibili con credibilità.

La domanda, inquietante e che lascia riflettere, è la seguente: "gli esecutori (del male, n.d.r.), i " veri colpevoli ", si abbandonerebbero alle loro azioni malvagie se
non potessero contare sulla indifferenza e non-interferenza di chi li circonda?".

Zygmunt Bauman

Esiste, pertanto, una colpa di omissione e ne dobbiamo prendere coscienza.

"Guardare immagini strazianti di carestie, vagabondaggio, eccidi di massa e disperazione assoluta è ormai diventata, ci dice Keith Tester (Università di
Portsmouth), una nuova "tradizione" della nostra epoca mediocratica e come tutte le cose tradizionali, esse hanno perso il potere di traumatizzarci dal momento
che sono state rese"aproblematiche dalla routine quotidiana".

Servirebbe, allora, dice Z.B. riempire questo "nuovo vuoto dell'etica globale" con un impegno costante e dilungo periodo (la nostra società è ormai il regno
del breve periodo e della precarietà, la società di "un oggi diverso e non di un domani migliore") e trasformarsi da spettatori in attori.

Ovviamente, conclude Bauman, il sociologo può diagnosticare la patologia sociale, ma non può offrire alcuna prognosi nè un esplicito codice o ideale etico (lo può
"suggerire").

Deve essere il "discorso impegnato" all'interno della società a trovare le soluzioni più idonee e condivise.

Diventare attori morali della società è il passo che Z.B. ci suggerisce per uscire dall' impasse dell'attuale società (che a suo avviso non è ancora entrata nel XXI
secolo, nel senso che non c'è stato ancora un evento di rottura con il XX secolo, il secolo tra l'altro degli orrori di 2 guerre mondiali e delle dittature che tutti
conosciamo).

Sta a noi fare, non fare o lasciar fare agli altri.

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