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Alla ricerca della Democrazia

Scritto da MarioEs
domenica 07 ottobre 2007

Il Parlamento Europeo a Strasburgo - Fonte: Wikipedia

"La Democrazia è il meccanismo che genera una poliarchia aperta la cui


competizione nel mercato elettorale attribuisce potere al popolo
e specificamente impone la responsività degli eletti
nei confronti dei propri elettori".
Giovanni Sartori

Sto leggendo con più attenzione (al momento sto leggendo più o meno contestualmente quattro libri, è la mia "droga"...:D) l'ultima edizione (2007) di
"Democrazia cos'è" di Giovanni Sartori e, come sempre mi accade, le domande che si propongono alla mia mente sono tante e cerco di fornire loro qualche
risposta.

Intanto, vorrei partire proprio dalla prima "definizione minima", come dice lui di tipo descrittivo (essere) e non prescrittivo (dover essere), che Sartori ha dato di
democrazia, che è una sintesi di quella di Schumpeter (l'aspetto competitivo del mercato elettorale) e di Friedrich (la responsività degli eletti nei confronti degli
elettori).

Da questa definizione (vedi sopra), che mi sembra ampiamente condivisibile, emergono i seguenti elementi costitutivi di una democrazia:

1. Democrazia come poliarchia (l'opposto di oligarchia, identifica il potere di molti) aperta;


2. Democrazia come competizione tra partiti;
3. Democrazia come potere del popolo esercitato attraverso i suoi rappresentanti;
4. Democrazia come responsività degli eletti nei confronti degli elettori;
5. Democrazia come "meccanismo" (sistema elettorale ecc..).

La definizione in esame viene data da Sartori dopo aver "demolito" il concetto di democrazia diretta e referendaria in quanto forme che pur partendo da
presupposti democratici finiscono per rovesciarsi nel suo opposto enfatizzando conflitti e risultati complessivi scadenti a causa delle opinioni senza informazione
e conoscenza da parte delle "masse".

Per Sartori la democrazia è senz'altro una poliarchia e non un'oligarchia.

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Egli parte dalla riflessione di Dahl in base alla quale per dimostrare l'esistenza di una "classe di comando" (ruling elite) "occorre stabilire che, per tutta una
sequela di decisioni controverse prevale sempre uno stesso gruppo identificabile come tale" giungendo ad affermare che nel corso della storia delle nostre
democrazie ciò non è ravvisabile con certezza.

L'assunto di Sartori è che per quanto nelle singole organizzazioni (ad es. i partiti) spesso non sia ravvisabile un'organizzazione democratica, le predette
organizzazioni sono comunque delle "micro-realtà" rispetto alla"macro-realtà" di uno Stato democratico in cui la democrazia "non è la somma statica delle
organizzazioni che la compongono; è invece il prodotto (dinamico) delle loro interazioni".

Torniamo cioè al concetto di competizione democratica tra singole organizzazioni, che sono poi democratizzabili dai loro membri e vertici.

La domanda che mi pongo è se sia più corretto parlare, in base alla nostra esperienza, di poliarchia oppure di"pluri-oligarchie", nel senso che le decisioni politiche
mi sembra che siano quasi sempre il frutto di pressioni dilobby mutevoli, ma potenti.

Intendo dire che nel corso della storia di una democrazia è forse possibile ravvisare la prevalenza di lobby rispetto ad altre, sia cronologicamente sia nei singoli
provvedimenti legislativi, ma che mi pare raramente il popolo in quanto tale abbia mai avuto "grande voce" in capitolo a parte su temi "fortemente sentiti".

La mia opinione è che al massimo ci troviamo in una sorta di poliarchia di oligarchie mutevoli, ma che siamo ben lungi da una democrazia rappresentativa
"sostanziale" di tipo politico, sociale ed economico.

Se volete si può dire, a mio avviso, che le "ruling elite" esistono ma sono "camaleontiche" e sfuggono a definizioni che le possano far individuare con certezza
alla base di tutta una serie di decisioni politiche controverse.

Intanto, proverò a dare la mia prima definizione di democrazia (sempre per non essere un lettore "passivo" :D)che magari andrò a modificare nel corso dei
prossimi post dedicati al tema della democrazia.

Democrazia è da un lato quello stato mentale dei cittadini di uno Stato in base al quale gli stessi hanno la volontà e la possibilità di contribuire attivamente con la
propria partecipazione alle decisioni dei propri rappresentanti liberamente scelti e selezionati in base alle qualità umane, etiche e professionali, dall'altro il
meccanismo in continua evoluzione che regola la competizione fra i partiti e le lobbies per la conquista del potere conferito dal popolo con forme di sempre
maggiore interattività grazie all'utilizzo crescente delle tecnologie digitali ed al relativo innalzamento qualitativo dell'opinione pubblica.

Al prossimo post ;)

SECONDA PARTE

"Un potere sulla sussistenza di un


uomo è un potere sulla volontà"
Hamilton

Dopo aver dato la mia definizione di democrazia politica, occorre riprendere il discorso sugli altri due aspetti fondamentali della democrazia, ossia quella
economica e quella sociale.

Questo post tratterà, sempre molto "brevemente", di democrazia economica.

Prima di addentrarmi nell'argomento, vorrei precisare che per democrazia politica dobbiamo intendere (o restringere l'analisi, come preferite) la democrazia
liberale, ossia quella particolare forma di democrazia che si fonda sui principi costituzionali di uno Stato intesi a regolarne il funzionamento e a definirne i poteri
(esecutivo, legislativo, giudiziario).
Ma intanto cosa intendiamo per democrazia economica?

Come osserva Sartori nel suo libro "Democrazia-Cosa è", la democrazia economica ha innanzittutto un significato intuitivo ossia "eguaglianza economica,
pareggiamento degli estremi della povertà e della ricchezza, ridistribuzione che persegue un interesse generalizzato", ma giustamente, a mio parere, lo stesso
Sartori asserisce subito dopo che il concetto di democrazia economica "sub specie" è per noi connesso a quello di "democrazia industriale" in quanto la nostra
società industriale si fonda sul lavoro "in fabbrica" (in azienda forse suona meglio?) ed "è dunque nella fabbrica che occorre immettere democrazia".

Abbiamo tutti presente come il tentativo di estremizzare il concetto di democrazia economica come "autogoverno" dei lavoratori e del proletariato e quindi le varie
teorie economiche prima marxiste e poi comuniste (la "dittatura del proletariato") si siano rivelate un completo fallimento, ma probabilmente non ci siamo chiesti
abbastanza il perchè.

Il perchè è abbastanza "semplice" (detto ex post, però...): la democrazia economica non può esistere in mancanza della democrazia politica, per cui se,
come ha fatto Lenin nella rivoluzione russa, si abbatte un regime e se ne crea un altro, "in attesa di realizzare la vera uguaglianza" dei cittadini/lavoratori (e
dell'obiettivo finale del marxismo, ossia la fine della politica e dello Stato propriamente detto), basato sulla dittatura politica dello Stato e della sua "super-
burocrazia" iper-competente ed in grado di operare e decidere in sostituzione e nell'interesse dei lavoratori, è evidente che il risultato non può che essere
fallimentare come è stato in realtà.

Il crollo del sistema comunista sovietico ci ha dimostrato che - volenti o nolenti - il Mercato è la forma migliore per far funzionare l'economia, per cui non è più
l'economia di mercato a dover essere messa in discussione ma bensì il capitalismo e le sue forme organizzative.

Mi spiego meglio.

Il capitalismo può essere totalmente "privato" o in parte privato ed in parte "pubblico" come mi pare che sia in gran parte delle democrazie (pensiamo, ad esempio,
alla Francia e alla nostra Italia).

A questo punto il problema è di scelte politiche, ossia bisogna stabilire cosa è preferibile: un capitalismo e quindi un'economia di mercato totalmente in mano ai
privati o un mix "pubblico-privato", scelta del resto inevitabile per l'esistenza di "beni pubblici" non soggetti allo scambio e quindi che necessariamente devono
essere prodotti e gestiti dallo Stato (es. Difesa, Ordine Pubblico ecc..).

La scelta di dove lo Stato deve o non deve intervenire è anche qui questione di politica, ma una volta fatta non incide sul concetto di democrazia politica ma solo su
quello di efficienza ed efficacia del sistema economico e sicuramente su quello di democrazia economica.

Infatti, ammettiamo che uno Stato democratico decida che la produzione di energia elettrica debba essere sotto il suo totale controllo in questo caso è evidente che
il mercato dell'energia elettrica sarà un monopolio statale e per definizione escluderà i privati dal poter intraprendere l'iniziativa economica in questo settore con
una serie di possibili ricadute sulla condizioni tecnico economiche alle quali i cittadini potranno accedere al servizio in questione.

In ogni caso, pur in presenza del monopolio statale dell'energia elettrica non potremmo dire che non esisterebbe un mercato dell'energia elettrica (sarà un mercato
monopolistico), a meno che lo Stato non decidesse di vendere il servizio sotto costo e quindi di gravare sulla fiscalità collettiva per compensare il relativo deficit.

Ma torniamo al concetto di democrazia economica.

Quando è che uno Stato (democratico e liberale) ha più democrazia economica di un altro?

A mio parere quando consente ai suoi cittadini di poter avere "eguali opportunità" (diciamo di ridurre significativamente il "gap in partenza") a livello individuale
(istruzione, tecnologia - es. il digital divide) e parimenti interviene per regolamentare il Mercato laddove questo inevitabilmente sarebbe nient'altro che una
"jungla" dove prevale il più forte (anche se è inevitabile il fatto che il Mercato sia "aristocratico": vincono i "più forti", ma vincono i "migliori"?).

La democrazia economica, quindi, è caratterizzata da un lato alla sua azione rispetto al singolo individuo e alla sua capacità di competere con gli altri individui in
maniera "paritaria", dall'altro nella sua capacità di disciplinare il funzionamento dell'economia di mercato in modo da evitare il più possibile la concentrazione
del potere economico nelle mani di pochi.

Quanto più c'è democrazia economica tanto più il potere economico è "spalmato" nel tessuto sociale, quanto meno democrazia economica è presente tanto più ci
troveremo di fronte al potere o stra-potere di oligarchie e lobbies.

Non ha niente a che fare con la democrazia economica, a mio avviso, l'eguaglianza finale, ovvero l'utopia o l'ideologia che tutti dobbiamo essere uguali
economicamente nel risultato.

E' un'evidente assurdità, che fa a pugni con un concetto "meritocratico" che sta alla base del funzionamento dell'economia di mercato, che abbiamo detto essere
l'unica economia che storicamente ha dimostrato, con tutti i suoi limiti, di funzionare.

Veniamo al dunque: noi riteniamo il nostro sistema dotato di un buon livello di "democraticità economica"?

Perchè di democrazia economica non si può negare che non ne esista, ma il problema è proprio il grado di democraticità economica ed il funzionamento del
capitalismo visto dal lato dei risultati complessivi osservabili.

Evidentemente, come per la democrazia politica, anche qui dobbiamo lavorare sui "livelli voluti" e sulla "democraticità", perchè la democrazia già esiste.

E' "solo" che funziona male. Ne parleremo.

TERZA PARTE

Alexis de Tocqueville - Fonte: Wikipedia.it

"La storia è una galleria di quadri dove ci sono pochi originali e molte copie"

Alexis de Tocqueville

Dopo quella politica e quella economica, "concludo" con la democrazia sociale.

Forse il primo che ne ha descritto le caratteristiche è stato Alexis de Tocqueville nella sua "Democrazia in America" (1835).

In particolare, egli individuò nel concetto di "uguaglianza" (l'"ethos egualitario") la chiave di volta per poter parlare di democrazia (sociale).
Uguaglianza che quindi significò per lui :

1. leggi uguali per tutti, a prescindere dalla classe sociale di appartenenza;


2. flessibilità e mobilità sociale potenziale, ossia la possibilità offerta a tutti di potersi migliorare socialmente;
3. il contrario del concetto di "aristocrazia";
4. una organizzazione sociale "orizzontale".

G. Sartori aggiunge a questa visione d'insieme, che condivide, un altro aspetto della democrazia sociale, ossia l'esistenza e la vitalità di tante "micro-democrazie"
di tipo associazionistico e a carattere partecipativo volontario"che innervano e alimentano la democrazia a livello di base, a livello di società civile".

Egli aggiunge, poi, che in tal senso "una dizione pregnante (di democrazia sociale n.d.a.) è quella di 'società multi-gruppo', strutturata in gruppi che si
autogovernano".

Evidentemente, quindi, possiamo asserire che in uno Stato c'è democrazia sociale se da un lato è "respirabile" ed osservabile uno "spirito di egualitarismo"
garantito (anche) dall'ordinamento giuridico e dall'altro c'è unavitalità del tessuto sociale che si sviluppa orizzontalmente e trasversalmente all'interno della
società.

Ancora una volta occorre distinguere l'uguaglianza sociale da quella economica, anche se i due concetti sono intimamente "connessi".

L' eguaglianza sociale è come abbiamo visto assenza di discriminazioni tra cittadini in base al ceto sociale, al sesso, alla fede religiosa e via dicendo ed è
giuridicamente "sanzionata".

L' eguaglianza economica è invece un concetto che dobbiamo cercare di associare a quello già affrontato di democrazia economica, ossia nel senso di eguaglianza di
opportunità "in partenza" (abbiamo fatto l'esempio dell'istruzione e del "digital divide") e non "in arrivo" (lo "status" economico del singolo).

Infine, resta da precisare che la democrazia politica è a monte della "filiera democratica" e se non c'è non possono esistere nè quella economica nè quella sociale.

Sono, invece, concettualmente inter-dipendenti quella economica e quella sociale fosse solo per il semplice fatto che la redistribuzione reddituale e la riduzione della
concentrazione del potere economico a cui mira la democrazia economica influisce sulla riduzione delle differenze sociali "materiali" e quindi sul livello di
democraticità sociale.

E' chiaro, altresì, che se uno Stato esprime un "razzismo" (nel senso di discriminazione) più o meno latente nei confronti di determinate categorie sociali ciò nella
pratica "democratica" inibisce se non annulla la realizzazione di livelli accettabili di democrazia sociale ed economica anche in presenza di una democrazia politica.

Inoltre, è evidente che la democrazia è strettamente dipendente dal tipo di cultura in cui si realizza o si potrebbe realizzare.

Pertanto, come giustamente dice Sartori, è evidente che se - come accade nell'Islam - la Stato è di matrice teocratica, ossia prevede una primazia della "legge di
Dio" su quella dell'uomo e, quindi, non esiste come nello stato democratico liberale e costituzionale la separazione netta tra religione, politica e diritto, non sarà
nemmeno lontanamente pensabile la nascita e lo sviluppo di una democrazia liberale di tipo occidentale.

Con buona pace di coloro che pensano di poter esportare sempre e comunque la democrazia.

E di coloro che ci credono o fanno finta di crederci.