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da: Le Bravure del Capitano Spavento; divise in molti ragionamenti.

Di Francesco Andreini
da Pistoia Comico Geloso, Venezia, G.A. Somarco 1607, in F. Marotti, G. Romei, La
Commedia dellarte e la societ barocca. La professione del teatro, Roma, Bulzoni 1991

RAGIONAMENTO DECIMOQUARTO, Capitano e Trappola


Capitano. Avendio una mattina grandissima volont di far colazzione, me ne andai alla
Casa del Sole, mio grandissimo Amico, per Camerata di molti e mohanni; l dove giunto,
trovai che 1 Sole sera levato molto per tempo, ed aveva ordinato alle Ore, sue serve di
Casa, che ponessero al FuoCO le quattro Pignatte solite, per cucinare la vivanda a i
Mortali.
Trappola. Se il Sole ogni mattina fa bollire quattro Pignatte piene di robba per dar da
mangiare ad ognuno, vorr da qua innanzi andar ancor io a far colazzione a casa del Sole;
ma ho paura che me toccher la colazzione de furfanti, cio lo spidocchiarsi alla sfera del
gran Pianeta che distingue lore.
Capitano. Erano quattro Pignatte al fuoco che bollivano nella cucina del Sole: la prima
era di ferro, la seconda dargento, la terza di piombo, e la quarta di chiaro e trasparente
vetro.
Trappola. Pignatte fuora delluso umano, e Pignatte strasordinarie: ma che bolliva in
quelle stravaganti Pignatte?
Capitano. Nella Pignatta di ferro bolliva il capo di Vulcano, nella Pignatta dargento
bolliva il Riso di Giove, nella Pignatta di piombo bolliva la morte di Saturno, e nella
pignatta di vetro bollivano le mammelle di Giunone.
Trappola. Strane vivande: mi comincia a fuggir la volont dandar a far colazzione alla
Casa del Sole; ma potrebbessere che quelle mammelle di Giunone mi vi tirassero,
essendo le Poppe della Donne piacevoli da maneggiare e dolcissime nel gustarle.
Capitano. Cucinate e cotte che furono le delicate vivande, posta la Mensa e portate in
Tavola dallAurora, Fantesca del Sole, cominciammo a mangiare, essendoci noi da
principio lavate le mani con la rugiada che suoi cader da i matutini Albori, e rasciugate allo
sciugatoio de i giorni caniculari. Il Sole se ne pigli quattro bocconi in fretta in fretta,
montando da poi sopra il dorato suo Carro per fare il suo viaggio ed io me ne rimasi solo
soletto alla Mensa Solare.
Trappola. Perch non mi chiamate allora, o Padrone, a desinar con voi, chio averei
spiccato un salto nel Cielo, come fate voi alle volte ed averei ancor io gustato di quelle
stravaganti vivande. Voi voleste esser solo per meglio empirvi la pancia.
Capitano. Rimanendo solo alla dorata Mensa, mi posi subito a mangiare il Riso di
Giove, il quale era ancora tutto bollente.
Trappola. Quello doveva esser altro Riso che quello che sogliono mangiare. fatto con
latte, con mele, con zucchero e con botiro, da loro nominato Pilao.
Capitano. Gustato chio ebbi il Riso di Giove, vivanda veramente delicata, dolce e
soave, diedi mano alle mammelle di Giunone.
Trappola. Ancor io averei dato di mano alle poppe di Giunone.
Capitano. Le quali furono gustosissime alla bocca. Gustate che io ebbi le due prime
vivande, mi feci portar da bere. Bevuto chio mebbi una gran Tazza di Nettare, pigliai
quattro bocconi della morte di Saturno, e da poi mi posi a rodere la Testa di Vulcano.
Trappola. E forse a buona usanza di testa di Vtella da latte, ed alla prima doveste dar
nelle cervella, la seconda ne gli occhi, e la terza nella lingua, come sogliono fare i buoni
mangiatori.
Capitano. Mentre chio me ne stava rodendo e scotennando il Capo di Vulcano, mi si
fece innanzi Venere, la quale vedendo chio ne devoravo il Capo di Vulcano suo Marito,

cominci a chiamarmi fierissimo Ciclope, crudelissimo Lestrigone, ed inumanissimo


Antropofago, minacciandomi e giurandomi di farmi uccider da Marte suo Drudo e suo
Bertone.
Trappola. Io mi maravigliava che E mangiare vi facesse pro; sempre si trova qualche
intoppo, ed il pi delle volte da poi il mangiare e da poi il bere sogliono succeder de pazzi
avenimenti.
Capitano. Sentendomio minacciare da quella putta sfacciata di Venere, subito
maccesi dira e di furore, e quivi pigliandola per le treccie la slanciai nel Bordello, l dove
pervenuta fu fatta Regina di tutte le Meretrici: e di qui nasce che le Meretrici sono molto
pi calde ne i piaceri di Venere, e pi scaltrite che non sono le altre Donne.
Trappola. Talmente che Venere la Regina delle meretrici; io per me credo chella sia
la Priora di tutti i Bordelli del Mondo. Padrone mio, la vostra fu una pazza colazzione. Ora
guardatevi dal desinare, dalla merenda e dalla cena, perch vinterveniranno de pazzi
scherzi e de stranissimi accidenti.
Capitano. Trappola, va alla Posta, e vedi se vi sono mie Lettere.
Trappola. Da chi laspettate voi?
Capitano. Dal Cielo, dal Mare e dallInferno.
Trappola. So che i Corrieri stanno freschi con voi. Ma ora chio mi ricordo, mi trovo a
canto una Lettera datami da un certo Barbaccia, il quale maveva effigie di Filosofo, di
Poeta, e quasi chio non dissi di Graziano, Dottor de i Comedianti.
Capitano. Mostra qua, lasciami vedere il soprascritto della Lettera: A1- lo Strenuo ed
Arciterribile Capitano, il Capitano Spavento, Fulmine di guerra. Buono, viene a me
senzaltro: ed ecco chio lapro ed ecco chio la leggo sotto chiave di silenzio. Ah, ah, ah,
ah
Trappola. Padrone, voi fate un gran ridere, che s che questa sar qualche Lettera di
quelle del Dottor Graziano, come dianzi vi dissi. Certo chella sar, e sar di quel famoso
Graziano de i Comici Gelosi.
Capitano. Lho conosciuto, ma non sua Lettera. E non solo ho conosciuto lui,
nominato Lodovico da Bologna, ma ho conosciuto insieme Giulio Pasquati da Padova, che
faceva da Pantalone; Simone da Bologna, che faceva da Zanne; Gabrielle da Bologna che
faceva da Francatrippe; Orazio Padovano, che faceva da Innamorato; Adriano Valerini da
Verona, che faceva listesso; Girolamo Salimbeni da Fiorenza, che faceva da Vecchio
Fiorentino detto Zanobio, e da Piombino; la Signora Isabella Andreini Padovana. che
faceva la prima Donna Innamorata; la Signora Prudenzia Veronese, che faceva la
seconda Donna; la Signora Silvia Roncagli Bergamasca, che faceva da Franceschina; ed
un certo Francesco Andreini, marito della detta Signora Isabella, che rappresentava la
parte dun Capitano superbo e vantatore che, se bene mi ricordo, dal nome mio si faceva
chiamare il Capitano Spavento da VallInferna.
Trappola. Me ne ricordo ancor io, Padrone, e giurerei daverlo sentito in Milano a Porta
Tosa recitare insieme con tutti quei Personaggi che raccontati avete, nella Casa de
glIncarnatini e di pi mi ricordo chegli recitava la parte dun Dottor Siciliano, molto
ridicolosa: faceva ancora la parte dun Negromante (detto Falsirone), molto stupenda per
le molte Lingue chegli possedeva come la Francese, la Spagnuola, la Schiava, la Greca e
la Turchesca. E maravigliosamente poi, la parte dun Pastore nominato Corinto nelle
Pastorali, suonando vani e diversi stromenti da fiato, composti di molti Flauti, cantandov
sopra Versi boscarecci e sdruccioli ad imitazione del Sannazaro, detto Azio Sincero,
Pastor Napolitano.
Capitano. vero, me ne ricordo, e questi tali Comici uniti insieme si nominavano i
Comici Gelosi, quali avevano un Giano con due Faccie per Impresa, con un Molto che
diceva: Virt, Fama ed Onor ne fer Gelosi. Trappola mio, di quelle Compagnie non se ne
trovano pi, e ci sia detto con pace di quelle che oggid vivono.

Trappola. Noi siamo usciti fuora del primo ragionamento, e la digressione stata
alquanto lunghetta, per non dir prolissa; per torniamo alla Lettera datavi: chi ve la
manda?
Capitano. La Lettera del Petrarca, Poeta famosissimo ed il primo de i Poeti Toscani.
Trappola. Come il Petrarca scrive, intenderemo del bello e del buono. Ma che cosa vi
scrivegli?
Capitano. Scrive il Petrarca, Poeta celeberrimo, che I Monte Parnaso si lamenta e
duole di me, perchio abbia carnalmente usato con la Poesia Epica sua Moglie, e fattolo
cornuto; laonde per tal effetto vien da tutti chiamato il Monte Bicorne.
Trappola. Che vuoi dire con due corna. Padrone, avendo voi ingravidata la Poesia
Epica, bisogner ingravidare ancora la Drammatica e la Lirica, sue sorelle, con patto per
chelleno non debbino partorire se non buoni Poeti.
Capitano. Farollo per certo, poich 1 Mondo ha grandissimo bisogno di Poeti tali, e
sopra tutto dun Poeta che canti gli onori miei, e le mie glorie.
Trappola. Oh, questo quello chimporta, acci che la fama vostra duri per molti e
molti secoli, come vivono coloro che sono cantati da Omero, da Virgilio e da tutti gli altri
famosi Poeti.

RAGIONAMENTO VENTESIMOPRIMO. Capitano e Trappola


Capitano. Dicono i Naturalisti che di natura rugge il Leone, di natura fischia il Serpente,
di natura freme lOrso, di natura mugghia il Toro, di natura nitrisce il Cavallo, di natura urla
il Lupo, di natura abbaia il Cane, e che di natura sempre brava e sempre minaccia il
Capitano Spavento.
Trappola. Io credevo che loro dicessero che voi eravate una pianta piantata alla
roverscia, come vien chiamato luomo che di natura sempre produce i suoi frutti al
contrario.
Capitano. E seguitando il loro filosofico ragionamento, dicono ancora che di natura
scintilla il Zaffiro, che di natura luce il Diamante, di natura fiammeggia il Carbonchio, di
natura ride il Smeraldo, e che di natura sempre ferisce, sempre uccide, e sempre squarta
il Capitano Spavento.
Trappola. Sa questi tempi fussero vivi quei Muzii, quegli Orazi, quei Decii, quei Curzii,
quei Fabii, quei Scipioni e quei Marcelli, la passerebbono molto male con voi, o Padrone,
perch la gloria sarebbe tutta vostra, loro se ne rimanerebbono sepolti nelloblio, ch la
seconda morte de i mortali.
Capitano. Ora, che vuoi dire spirito pellegrino, eroico e marziale? Voglio dire
chessendio di natura bravatore, feritore, ammazzatore e trucidato- re, bisogna chogni
giorno io ferisca, uccida, squarti e faccia in pezzi qualche umana creatura.
Trappola. Se voi ogni giorno dovete uccidere una persona, a trecento sessantacinque
persone lanno, il numero dellumano genere finir presto; ma quanto ci di buono si
che subito muore una persona ne nasce unaltra, a tale che la cosa ander fallace.
Capitano. E questo perch Caronte, Infernal Nocchiero, se ne sta su la ripa del Fiume
Acheronte gridando ad alta voce, e chiedendo il solito tributo a questa mia tagliente,
pungente e fulminante Spada. Ed ecco chio metto allordine, ed ecco chio maccingo
allopera funerale, ed ecco chio pongo mano alla tagliente Balisarda. Ora qual quello di
voi che voglia morire ed andar per tributo alle squalide npe dAcheronte?
Trappola. Niuno, nullo, credio; perch ognuno brama di viver pi che sia possibile,
dicendo come Xenofilo filosofo, il quale usava di dire di non aver mai avuta in odio la vita
per quanti stenti e per quanti travagli egli savesse sostenuti al Mondo.

Capitano. Niuno non risponde? Nullo non vuoI morire? Ors, per questa volta ed in
questo giorno sia perdonata la vita a colui che doveva morire, con questo patto per,
chegli se ne vada dalla Donna mia, dalla Signora Isabella dico, a ringraziarla dun tanto
dono, poichella in questo giorno Fatale mi tiene il braccio, ritiene il colpo, leva il taglio e
rintuzza la punta a questo mio tagliente e fulminante Brando.
Trappola. Or sia per mille e mille volte lodata la Signora Isabella ed Amore, poich
salvano la vita a quel meschino che doveva morire. Grazia, grazia, grazia, che il
poveruomo liberato dalla Forca e dalle mani del Boia: ora s chio conosco come
commandamento di Prencipe e Bellezza di Donna ()

Isabella Andreini, da Le rime, 1601


Salcun fia mai che i versi miei negletti
legga, non creda a questi finti ardori;
che nelle scene immaginati amori
usa a trattar con non leali affetti,
con bugiardi non men con finti detti
de le Muse spiegai glalti furori
talor piangendo i falsi miei dolori
talor cantando i falsi miei diletti.

ISABELLA ANDREINI, Lettere, 1607.


Del Signor Torquato Tasso alla Signora Isabella Andreini, Comica Gelosa ed academica
Intenta, detta lAccesa
Quando vordiva il prezioso velo
Lalma Natura e le mortali spoglie,
Il bel cogliea s come fior si coglie,
Togliendo gemme in terra e lumi in cielo,
E spargea fresche rose in vivo gielo
Che lAura e I Sol mai non disperde o scioglie,
E quanti odori lOriente accoglie;
E perch non vasconda invidia e zelo,
Ella, che fece il bel sembiante imprima,
Poscia il nome form chi vostri onori
Porti e rimbombi e sol bellezza esprima,
Felici lalme e fortunati i cori,
Ove con lettre doro Amor limprima
Nellimagine vostra e n cui sadori.
Del signor Giovan Battista Marini
Piangete, orbi Teatri: invan sattende
Pi la vostra tra voi bella Sirena;
Ella orecchio mortal, vista terrena
Sdegna, e col donde pria scese, ascende.
Quivi, ACCESA damor, damor accende

Leterno Amante; e ne lempirea Scena,


Che dangelici lumi tutta piena,
Dolce canta, arde dolce e dolce splende.
Splendono or qui le vostre faci intanto,
Pompa a le belle esequie; e non pi liete
Voci esprima di festa il vostro canto.
Piangete voi, voi che pietosi avete
Al suo tragico stil pi volte pianto;
Il suo tragico caso, orbi, piangete.
Del Signor Giovan Paolo Fabri, comico
Quella che gi cos faconda espresse
Detti sublimi, ed ornamento altero
Fu de le scene, dappressarsi al vero
Lasciando lombra e di bearsi elesse;
Onde, poichehbe di virtute impresse
Belle vestigia, a lalma apr l sentiero,
E spedita vol dove il pensiero
Fermo col ben oprar la scorse e resse.
Preg: lud chi sempre ascolta pio.
Noi, perch in guerra noi medesmi ognora
Tener, se n pace ella contenta or siede?
Non morta ISABELLA, viva in Dio.
Del mio carcer terreno uscito fuora,
L su di rivederla ho speme e fede.

Della bellezza umana


Se segno damore un parlar interrotto, un non poter affisar gli occhi nel volto amato, un
sospirar parlando, un pallido colore, un arder sempre senza mai consumarsi, un esser pi
dellusato mesta, melanconica e solitaria: se segno damore un volar continuamente per
laria delle speranze, un figurarsi ognora vane contentezze, un fondar i suoi pensieri nelle
nubi, un cercar la notte a mezzogiorno, un bramar il Sole quando la notte apparsa e,
finalmente, se segno damore il sopportar una grandissima doglia ed un disprezzar se
stessa per riverir altrui, come potete, Signore mio, dubitar chio non vami? Atteso che alla
presenza vostra, occorrendomi alcuna volta parlare, parlo con voce interrotta e mescono
pi sospiri del petto che parole della bocca, non posso e non oso affisar gli occhi nel
vostro volto, divengo pallida e tremante, sento nel cuore una fiamma che larde e non lo
strugge; lallegrezza da me fuggita e la melanconia in sua vece vha preso albergo: non
m pi cara la conversazione delle genti, mi lascio portar dalla speranza volo in questa e
n quella parte, le imaginate mie contentezze mi vengor sempre meno, i miei pensieri con
le nubi si disperdono. Per le qual cose, fatta impaziente, bramo la notte il giorno e l giorno
la notte, sopporto una passione estrema e disprezzo me stessa per osservar voi solo;
dunque bisogna che voi crediate chio vamo, o che questi non siano segni damore. Ma
questi son veri segni damore: dunque vero chio vamo. N vamo io perch voi mi
mostriate quasi in lucidissimo specchio limagine mia, ma vamo sol per rispetto di voi: ch
quando per cagione della mia sembianza io vamassi voi non avereste occasione davermi
obligo alcuno (se pur dovete aver obligo a chi vama), poich non vamerei come N., ma io

vamo come N. pieno dogni merito. Abbiate dunque obligo al vostro merito ed a voi stesso
dellinfinito amor chio vi porto, a cui prego che sia premio la vostra lealt e la vostra
perseveranza, promettendovio allincontro di farmene meritevole quanto pi potr; e sio
non avr quel tesoro di bellezza, onde moltaltre donne vanno ricche ed altere, naver
uno almeno, chassai pi vale, ch molto pi dapprezzarsi, che non verr meno e che
non mi rubber il tempo: e questo sar il tesoro incorruttibile della mia fede, che verr
meco sin nel sepolcro.
Della disperazione
In virt di quella fede con la quale, infedelissima donna, vho gran tempo amata,
credei cos fermamente al vostro mentito amore, che mi parea che voi nelle mie proprie
pene vi struggeste, onde molte volte mingegnai di chiuder il mio dolor nel seno per non
vedervi turbata; ma ora conosco che gli atti vostri, a guisa del cuore, furono simulati e finti.
Ah, che maladetto sia quando mi venne pensiero di credervi, poich credendovi
dovea uccider me stesso! Godete, lusinghiera. gioite della mia vicina morte, la quale so
che vi sar di sommo contento.
Forse direte chio sperai o tentai troppalte cose; vero chio sperai la grazia vostra,
vero chio sperai da voi esser cambievolmente amato, cose veramente chio non poteva
n desiderar n pensar pi degne appresso di me: ma ricordatevi, ingrata, che voi sola mi
faceste sperar e credere tanta felicit. Voi sola mi diceste di voler esser mia, senzaspettar
chio di ci vi pregassi, conoscendo chio non avrei avuto tanto ardire, sapendio di non
meritar grazia cos segnalata.
Ora mi vi siete tolta, senza mia colpa, e pur voleva ragione che non vi mutaste, se
non per altro, almeno per non mostrar daver fatto male. Ohim, che disprezzandomi avete
fatto in amore mancamento grandissimo!
Ah, crudele, non sapete che chi perde la fede non ha che pi oltre perdere? La
passione chio sento per questo vostrerrore intolerabile; pur mi conforto col sapere che
quant pi grande il male, tanto pi tosto finisce, o tanto pi tosto uccide: s che, o tosto
finiran le mie angosce, o tosto far voi della mia morte contenta.

Scherzi amorosi ed onorati


Se ognuno per natura fugge la morte, comesser pu chio contra listinto di natura
segua continuamente voi che la mia morte siete? E, se ognuno ama il suo simile,
comesser pu chio ami voi che tutto siete contrario alle mie voglie? Dunque, perch i sia
essempio dinfelicit si confondono per me gli ordini di Natura?
E si dice che duo contrarii in un medesimo suggetto star insieme non possono, e
pure, mal mio grado, sono sforzata a conoscere, anzi con mio danno a provare,
questimpossibile.
Non sono al parer mio cose pi contrarie del mal e del bene, onde non si
dovrebbono in un medesimo tempo e n un medesimo luogo insieme ritrovare: e pur in un
tempo medesimo trovo esser voi solo la vera cagione del mio bene e del mio male.
Dicono che la similitudine cagion damore: ora tra noi non solo non ci
similitudine ma dissimilitudine, e grandissima, essendo che io son per voi tutta amore e voi
per me tuttodio; io a voi leale, voi a me disleale; io li- stessa fermezza, voi listessa
incostanza; io per voi piango, voi di me ridete; io vi bramo pace, voi mi desiderate guerra;
io voglio il vostrutile, voi volete il mio danno; io vorrei la vostra felicit, voi la mia infelicit;
io la vostra vita, voi la mia morte; io in somma vorrei poter mettervi nellaltezza del Cielo, e

voi vorreste poter precipitarmi nella bassezza dellinferno. Con tutto ci pur nato amor tra
noi, e se non dal canto vostro, almen dal mio.
Lesser e l non esser, secondo alcuni, star insieme non possono; il che io non
affermo perch so chio son morta a i diletti e viva a i guai: ecco dunque chio son e non
sono, e morta e viva. Non sar men vero che Amore non possa star senza speranza,
poichio son disperata affatto, e non di meno chiudo ardentissimo amor nel seno.
Io per me non approvo lopenion di coloro i quali vogliono che ciascun operi
secondo la natura sua, poich voi, cuor mio, siete dun freddissimo ghiaccio composto, e
pure, con loperar vostro, in me accendete fuoco inestinguibile.
Finalmente, non sar men vero che lacqua spenga il fuoco, poich lacqua del mio
continuo pianto non ha potuto spegner gi mai piccola favilla del mio ardore il quale,
quanto pi misera piango, tanto pi con maraviglia di me medesima cresce.
Godete dunque, ingratissimo, poich tutte le cose insolite mavvengono per farvi
appieno de miei martri contento.

Simili
Solo e sommo contento del cuor mio, voi ier sera cos, alla sfuggita, mi diceste non
esser vero quel chio di voi essermi stato detto vaccennai, che non potei sentir la
consolazione chio desiderava. Ora, se non vero, io prego Amore che sgombri da me
quello sdegno che, a poco a poco pigliando possesso nel mio cuore, cerca di levargli il suo
luogo e procura di spegner col suo ghiaccio le amorose sue fiamme.
Se non vero, nelle tenebre delloscuro abbisso volino i miei ciechi sospetti, e
questira nemica dogni mia pace rimanga dalla ragione abbattuta e vinta; spiri nella mia
mente vento piacevole e soave, che discacci la densa nebbia de miei pur troppo foschi
martri.
Deh, voglia il cielo, o mia vita, chio sia stata dalle altrui false parole ingannata e che
sia stato vano il mio credere! Voglia la mia buona fortuna che, s come io non mi son mai
pentita davervi donato il cuore, cos voi non abbiate n a finzione n ad inganno dato
ricetto! Ma perch bramo dintender dalla vostra bocca meglio la vostra innocenza, pregovi
che vogliate favorirmi di venir questa sera alla solita ora ed al solito luogo, dove spero di
rimaner in tutto consolata e fuor di sospetto.

Della lontananza
Io vo considerando (se voi, uomo ingrato, foste ad altro che a voi medesimo
somigliante) chio potrei sperar col tempo, se non in tutto almen in parte, ricompensa della
mia lunga servit.
Se voi foste a guisa dun terreno arido, potrei sperare, per mezzo della mia assidua
fatica, daver alcun frutto da voi, poich non vha campo cos incolto e cos selvaggio che,
studiosamente coltivato, non renda frutto al suo possessore.
Se voi foste ad una fredda selce conforme, potrei credere che le percosse delle mie
preghiere facessero scintillar da voi alcuna favilla di piet, se non damore.
Se voi foste come un orso rabbioso, con umilt non finta, inchinandomi a vostri
piedi, porterei opinione di vincer lorgoglio vostro.
Se voi foste a guisa dun leone indomito, io non sarei fuor di speranza, per mezzo
dellaccarezzarvi e del cibarvi, di rendervi mansueto ed umile.
Se voi foste un freddo ghiaccio, vorrei tener per cosa certa di mitigar la freddezza
vostra, col mezzo dellamoroso mio fuoco.

Se voi foste come una quercia annosa, avrei fede, con limpeto de miei sospiri, di
svellervi dalle tenacissime radici della vostra crudelt.
Se voi foste simile ad un aspido, non dubiterei di trarvi, col suono delle mie parole,
alle ardenti mie voglie.
Se voi foste conforme ad un marmo, non temerei che non cedeste allacqua del mio
continuo pianto.
Se voi foste, finalmente, come un crudo crocodilo, o cocodrilo (chiamatelo come vi
pare), so certo che, dopo la mia morte, vi moverei a compassione e piangereste lerror
vostro.
Ma non essendo voi n terra, n pietra, n orso, n leone, n ghiaccio, n pianta,
n aspido, n marmo, n crocodilo, o cocodrilo, non posso sperare, n per assidua fatica,
n per sollecite percosse, n per vera umilt, n per vezzi o per cibo, n per fuoco, n per
vento, n per parole, n per acqua, n per morte, finalmente, di vincervi n di rendervi
pietoso.
Converr dunque, misera me, chio maffatichi, e percuota, e minchini, ed
accarezzi, e nutrisca, ed arda, e sospiri, e parli, e pianga, e muoia in somma, senza
speranza daver frutto, di trar favilla, di superar orgoglio, di far mansueto, di mitigar
freddezza, di sveller crudelt, di mover aspido, dintenerir durezza o di far pietoso un cuor,
amando.

Pensieri amorosi
Egli pur vero chio son nata al mondo per non saper gi mai ci che sia felicit e
per esser sempre infelice.
Mentre io vissi nellardente fuoco dellamor vostro, patii, e voi ne godeste, tutte
quelle passioni maggiori che possono tormentar un cuor amante; ed ora che, bont del
Cielo e bont della vostra barbara fierezza (ch non voglio dir colpa), son fatta libera,
sento nondimeno grave passione solamente nel ricordarmi la passata mia vita. E tutto
chio cerchi di perder la memoria dellamore che gran tempo ingiustamente vi portai, e
tutto chio giuri di non voler pensarci, pur forza che, mal mio grado, ci pensi, e questo
pensiero continuamente mafflige. Ma converr, o voglia o non voglia, che 1 mio pensiero
si risolva un giorno di pensar ad altro.
Ah che, se questo mio nemico pensiero vorr chio pensi a quellamore chio vho
portato, come potr far di meno, sfortunata chio sono, di non pensarci?
La morte sola pu vietar al pensiero che non pensi a quello chegli vuoi pensare; infelice
mia sorte, poich mentre chio penso di pensar ad ognaltra cosa che allavervi amato
impensatamente, pensato mi vien di voi, e di voi pensando convien per forza chio pensi
davervi amato: il che pi mi dispiace e pi maddolora che sio pensassi alla morte,
pensando insieme di dover allora morire.
O nemico e mortal mio pensiero, quanto mi se molesto, poich facendomi pensar
profondamente alle mie passate miserie, hai tanta forza chio penso desserci pi che mai
avvilluppata; ma, bench pensando io pensi di penare, non per ci peno, e bench 1 mio
pensiero mi faccia pensar damare, non per ci amo, n son mai pi per dar ricetto ad
Amore. E sio pensassi, pensando, di dover amarvi di nuovo, io darei bando a tutti i mie
pensieri. Questo contento mi giova, ed che, mentre il mio pensiero vuol pur pensar di
voi, so chegli pensa contra mia voglia; e so che del suo pensare io non ho colpa alcuna
ch, sio pensassi daver parte in questo pensar, impensatamente farei pensiero di levarmi
pensatamente la vita.

da Flaminio Scala, Il teatro delle favole rappresentative, a cura di Ferruccio Marotti,


Milano, Il Polifilo 1976

DIARIO DESCRITTO DA GIUSEPPE PAVONI delle feste celebrate nelle solennissime


nozze delli Serenissimi Sposi, il Sig. Don Ferdinando Medici e la Sig. Donna Christina di
Loreno Gran Duchi di Toscana 1
[...] Sabbato, che f alli sei, ritrovandosi in Fiorenza li Comici Gelosi con quelle due
famosissime Donne la Vittoria, & lIsabella, parve al Gran Duca, che per trattenimento
fosse buono far, che recitassero una Comedia gusto loro.
Cos vennero quasi, che contesa le dette Donne fra di loro, perche la Vittoria voleva
si recitasse la Cingana, & laltra voleva si facesse la sua Pazzia, titolata la Pazzia
dIsabella, sendo, che la favorita della Vittoria la Cingana, & la Pazzia, la favorita
dIsabella. Per saccordarono in questo, che la prima recitarsi fusse la Cingana, & che
unaltra volta si recitasse la Pazzia. Et cos recitarono detta Cingana con gli Intermedij
istessi, che furono fatti alla Comedia grande: ma chi non h sentito la Vittoria contrafar la
Cingana, non h visto, ne sentito cosa rara, &. maravigliosa, che certo di questa Comedia
sono restati tutti sodisfatissimi. Unaltra volta faranno poi la Pazzia, & toccar lIsabella
far la Pazza; il valor della quale, & la leggiadria nellesplicare i suoi concetti, non occorre
hora esplicarlo, che gi noto, & manifesto, tutta Italia le sue virtudi.
[...] Il Sabbato, che f alli tredici, il Gran Duca volse, che si recitasse la Pazzia dIsabella,
essendosi molto compiacciuto delle grandi inventioni recitate dalla Vittoria in persona della
Cingana, che gli parve una meraviglia, non che intelletto di donna. Et cos havendo il Gran
Duca fatto sapere alli Comici Gelosi questo suo pensiero, su le vintidoi hore nella Scena
istessa, ove si recitata la Pellegrina, fecero anco la Pazzia, con quelli istessi Intermedij,
che si sono altre volte detti. Il soggetto principale di detta Comedia f questo, che Isabella
figliuola unica di M. Pantalone de Bisognosi sinnamor di Fileno Gentilhuomo molto
virtuoso, e lui di lei. La serva dIsabella sinnamor ancora lei del servitore del Sig. Fileno,
& il servitore di lei; per il cui mezo li loro patroni si servivano dellambasciate. In questo
mentre Flavio, studente in detta Citt, che Padova per nome si chiamava, sinnamora
dIsabella, ma non trova riscontro, per- che lei era di gi presa dellamore di Fileno.
Avenne, che il detto Gentilhuomo la fece da un suo amico domandare al padre per
moglie, il vecchio rispose non volerne fare altro, sendo che Fileno era troppo giovanetto,
sopra d che ne pass per mezo damici molti ragionamenti, ne mai f possibile poter
concluder nulla. Per il che li giovani innamorati vedendo il lor negotio andar tutto al
contrario, vennero in tanta disperatione, che non sapevano che partito pigliare al fatto loro,
e stando le cose in questi termini, Isabella si risolse alla fine di torsi di casa del padre una
notte, & andarsene con Fileno in altri paesi, e cos posero lordine per la sera, dandosi i
cenni lun laltro del riconoscersi. Simile accordo fece la serva con il servitore di star uniti,
e seguir la fortuna de i lor patroni.
Avenne, che mentre ponevano lordine di questa fuga, Flavio, che stava in disparte
nascosto, ud tutti li ragionamenti passati tra lamata, & il suo rivale: ne prese tanto
cordoglio, quanto si pu imaginare chi habbi provato simili tormenti. La onde si dispose
servirsi di questa occasione, e per tal via conseguire la sua amata Isabella, come fece.
Cos venuta lhora dellaccordo: ma un poco prima, comparve Flavio, & con li cenni, che
Fileno dovea dare ad Isabella si fece udire: la quale subito nusc di casa, & f raccolta con
tanto contento di Flavio, che pi non si pu imaginare; & cos alla muta se nandarono: ne
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Bologna, nella Stamperia di Giovanni Rossi, 1589.

appena hebbero volte le spalle, che comparve Fileno col servitore, & fatti li cenni ordinati,
non comparve mai nessuno. Alla fine la serva si fece fuori delluscio, 8c disse Fileno,
che non trovava la Patrona, & cercando di nuovo per casa, non la seppe mai ritrovare: la
onde il misero, & infelice Fileno venne in tal dispiacere, che cominci farneticare, col
discorrere fra se ove se ne potesse essere andata, 8c tanto immerso stette in questi
pensieri, che come insano, over pazzo divenne, uscendo fuori di se stesso.
LIsabella in tanto trovandosi ingannata dallinsidie di Flavio, ne sapendo pigliar rimedio
al suo male, si diede del tutto in preda al dolore, & cos vinta dalla passione e lasciandosi
superare alla rabbia, & al furore usc fuori di se stessa, & come pazza se nandava
scorrendo per la Cittade, fermando hor questo, & hora quello, e parlando hora in
Spagnuolo, hora in Greco, hora in Italiano, & molti altri linguaggi, ma tutti fuor di proposito:
& tra le altre cose si mise parlar Francese, & cantar certe canzonette pure alla
Francese, che diedero tanto diletto alla Sereniss. Sposa, che maggiore non si potria
esprimere. Si mise poi ad imitare li linguaggi di tutti li suoi Comici, come del Pantalone, del
Gratiano, del Zanni, del Pedrolino, del Francatrippe, del Burattino, del Capitan Cardone, &
della Franceschina tanto naturalmente, & con tanti dispropositi, che non possibile il poter
con lingua narrare il valore, & la virt di questa Donna. Finalmente per fintione darte
Magica, con certe acque, che le furono date bere, ritorn nel suo primo essere, & quivi
con elegante, & dotto stile esplicando le passioni damore, & i travagli, che provano quelli,
che si ritrovano in simil panie involti, si fece fine alla Comedia; mostrando nel recitar
questa Pazzia il suo sano, e dotto intelletto; lasciando lIsabella tal mormorio, & meraviglia
ne gli ascoltatori, che mentre durer il mondo, sempre sar lodata la sua bella eloquenza,
& valore.