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L'OSSERVATORE ROMANO Edizione quotidiana 2 settembre 2009

Gli ultimi giorni di Pavel

Florenskij

L'anonima fine
del detenuto n. 368

Diventer una mostra itinerante l'esposizione "Nulla va perduto.


L'esperienza di Pavel Florenskij" allestita a Rimini in occasione del
Meeting per l'amicizia dei popoli. Pubblichiamo un articolo di uno dei
curatori.
di Adriano Dell'Asta
Pavel Florenskij fu per molti versi un personaggio eccezionale:
grandissimo matematico, fisico, inventore, filosofo, linguista, teologo,
studioso dell'iconografia, poeta; non c' quasi disciplina che non abbia
almeno in parte affrontato, e in quelle a cui si dedic pi a lungo
lasci comunque un segno. Di lui Sergij Bulgakov, un altro genio
enciclopedico - prima di essere filosofo e teologo fu economista - ebbe
a scrivere: "Di tutti i contemporanei che ho avuto la ventura di
conoscere nel corso della mia lunga vita il pi grande. E tanto pi
grande il delitto di chi ha levato la mano su di lui, di chi lo ha
condannato a una pena peggiore della morte, a un lungo e
tormentoso esilio, a una lenta agonia".

Una figura eccezionale, con un destino non meno eccezionale nella

sua tragicit; quando padre Bulgakov scriveva il commosso ricordo da


cui abbiamo tratto le righe appena citate, le notizie sulla morte di
Florenskij erano ancora avvolte nel mare di oscurit, imprecisioni e
menzogne di cui il regime sovietico si compiaceva di circondare la fine
delle proprie vittime, per cancellarne dopo l'esistenza fisica anche la
memoria. Accanto alle inesattezze sulla data della morte - nel 1974, la
prima edizione italiana de La colonna e il fondamento della
verit (Milano, Rusconi) portava ancora la data ufficiale del 15
dicembre 1943 - fior cos ogni sorta di leggenda e di mito anche
pittoresco: si raccontava per esempio che fosse morto perch,
assorto nelle sue meditazioni, non si sarebbe reso conto di essere
entrato in una zona proibita ai detenuti e una guardia gli avrebbe
immediatamente sparato; altre versioni, al contrario, lo facevano
vivere molto pi a lungo e lavorare in un laboratorio segreto alla
costruzione della bomba atomica sovietica. Oggi di questa fine, molto
meno teatrale, sappiamo invece quasi tutto: la condanna alla
fucilazione venne pronunciata il 25 novembre 1937, mentre era gi
detenuto alle Solovki, ed eseguita l'8 dicembre, non alle Solovki, ma
sul continente, nei pressi di Leningrado, dove padre Pavel era
stato inviato tra il 2 e il 3 dicembre con un gruppo di altri 509
condannati; lui, uno dei tanti anonimi "casi" da liquidare alla svelta,
portava il numero 368.
Non sappiamo ancora con assoluta certezza il luogo della sepoltura, e
probabilmente non lo sapremo mai, ma in compenso conosciamo
alcuni particolari che, fuori da ogni mito o leggenda pia, rendono la
fine di padre Pavel ancor pi eccezionale: caso, se non unico,
rarissimo, Florenskij and al martirio dopo aver ripetutamente rifiutato
durante la detenzione la possibilit di essere liberato e inviato
all'estero con la famiglia.
Una prima serie di rifiuti a proposte simili risalirebbe al periodo del
primo arresto, avvenuto il 21 maggio 1928 e culminato in una
condanna a tre anni di confino, relativamente mite per quel periodo e
oltre tutto annullata dopo poche settimane; il principio che avrebbe
ispirato questi rifiuti era quello che padre Pavel condivideva con i suoi
figli spirituali e con chiunque gli chiedesse consiglio in quegli anni
tremendi: "Quelli tra voi che si sentono abbastanza forti da resistere
devono restare, e quelli invece che hanno timore e non si sentono
saldi e sicuri possono andare". Un principio di grande realismo e
sobriet, ma pu sempre sorgere il dubbio che sia facile dare simili
consigli parlando del destino altrui e vivendo ancora in una condizione
di relativa libert.

Tutto diventa evidentemente ben pi spinoso e sofferto dopo il


secondo arresto, avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 1933.
L'accusa quella di aver fondato un partito per la rinascita della
Russia, che gli organi inquirenti definiscono sinistramente
"un'organizzazione controrivoluzionaria nazionalfascista". Si tratta di
una colossale montatura, ma la condanna arriva ugualmente, il 26
luglio del 1933, e questa volta a dieci anni di campo di
concentramento, una misura che non lascia molto spazio a facili
eroismi. Eppure nell'estate del 1934, tra la fine di luglio e i primi di
agosto, Florenskij rifiuta nuovamente l'offerta di uscire dall'Unione
Sovietica con la propria famiglia; la stessa moglie che gli presenta
questa proposta, durante una visita che gli pu fare nel campo dove
detenuto. Approfittando dell'incontro gli presenta il caso di due sue
figlie spirituali, Ksenija Rodzjanko e Tat'jana Saufus, che erano gi
state arrestate tre volte e nel 1930-1933 erano state mandate al
confino in Siberia: le due donne chiedono se restare in patria o
cercare salvezza espatriando e padre Pavel benedice la loro partenza;
andranno in Cecoslovacchia. Contemporaneamente la moglie lo
informa che il Governo cecoslovacco si detto disposto a offrire asilo
a lui e alla sua famiglia, ma ha bisogno della sua disponibilit per
iniziare contatti ufficiali con il Governo sovietico; come abbiamo gi
anticipato Florenskij risponde con un netto rifiuto.
La cosa non finisce per qui; la Saufus, dopo essere arrivata in
Cecoslovacchia ed essere entrata nella segreteria dell'ex presidente
Masaryk, nell'autunno del 1936 fa in modo che la questione venga
riproposta ancora una volta attraverso la ex moglie di Gor'kij,
Ekaterina Peskova, un personaggio insospettabile per il suo passato
rivoluzionario, e che inoltre sapeva farsi ascoltare dal regime e gi
altre volte era intervenuta a favore di Florenskij e di altri intellettuali
caduti in disgrazia. A questo punto, fuori da qualsiasi abbellimento
agiografico, e a conferma di questa storia quasi incredibile, abbiamo la
testimonianza della stessa Peskova, conservata negli archivi di Gor'kij
presso l'Istituto di Letteratura mondiale dell'Accademia delle scienze
russa; in un suo appunto indirizzato al Commissariato del popolo degli
Affari interni (Nkvd) leggiamo: "C' stata la richiesta di Masaryk,
trasmessami dal console ceco Slavek, nella quale si proponeva per
Florenskij, come eminente scienziato, la commutazione del lager con
l'esilio in Cecoslovacchia, dove gli si offriva la possibilit di un lavoro
scientifico. In seguito ai contatti avuti con la moglie di Florenskij, che
mi ha comunicato che il marito non intende andare all'estero, mi sono
limitata a chiedere la liberazione di Florenskij "qui"".

Questa rinuncia alla libert un fatto gi di per s straordinario, ma


per rendersi conto sino in fondo della sua eccezionalit dobbiamo
tornare ancora brevemente alle condizioni in cui avviene: quando
Florenskij oppone questo ennesimo rifiuto alla proposta di espatriare
non in libert o al confino o in un lager "sopportabile"; nel 1936
gi alle Solovki, le "isole dell'inferno", e su quello che sta vivendo
ormai non si fa pi alcuna illusione, come risulta dalle lettere alla
famiglia - la cui edizione italiana, col titolo Non dimenticatemi, stata
curata da Natalino Valentini e Lubomr Zk (Milano, Mondadori, 2006,
pagine 420, euro 10,40). La tragedia percepita in tutta la sua
atrocit, nella sua realt completamente disumanizzante e nella
desolazione che tutto questo comporta.
s vero che nonostante tutto e persino in queste condizioni padre
Pavel riesce a conservare una integrit spirituale che gli consente di
essere ancora un punto di riferimento e un esempio per i suoi
compagni di detenzione: lavora in modo encomiabile, aiuta chiunque
abbia bisogno di lui, sempre disposto a qualsiasi sacrificio pur di
soccorrere i suoi compagni di sventura. Ma questo comportamento
esemplare non toglie minimamente il dolore e la sofferenza, anzi
rende l'insensatezza di questo destino ancora pi bruciante. Ci sono
delle lettere dalle Solovki nelle quali questa percezione si fa quasi
disperata: riesce ancora a dare dei contributi scientifici, ma lo fa in
condizioni cos assurde che deve concludere: "Quanto al lavoro
scientifico, per svolgerlo non c' proprio niente, almeno di ci che
serve a me"; a ben vedere, poi, non tanto il lavoro scientifico a
essere difficile, ma qualsiasi attivit intellettuale in quanto tale: "Non
ho tempo, n luogo, non solo per fare qualcosa, ma
neanche per pensare", dice in una lettera e poi aggiunge "anche la
lettura diventata per me una cosa estranea, una occupazione del
tutto passiva". L'esito una quasi totale estraniazione dalla realt e
dalla vita: " cos che mi sento, soprattutto in questi ultimi giorni:
tagliato fuori da tutto ci che vivo".
Florenskij sembra aver toccato l'estremo nulla, il nichilismo nel suo
senso estremo, dove le cose non valgono e non dicono pi nulla,
soprattutto dove le cose non dicono pi la loro bellezza e non
rimandano pi al loro creatore. Di fronte allo spettacolo delle isole e
del loro monastero (una delle meraviglie del panorama storico e
naturale russo), non scatta in Florenskij alcuna commozione; per
quanto quello che vede possa essere bello, "In queste condizioni non
fa piacere (...) So che questo molto bello, ma l'anima quasi sorda
a questa bellezza", anzi riesce a cogliere esattamente il suo contrario:

"Il monastero-fortezza ha un aspetto fatiscente, estremamente


sgradevole, malgrado il suo interesse storico e archeologico. Io non ho
neanche voglia di guardarlo".
Sono osservazioni tanto pi sorprendenti quanto pi ci si ricorda che
vengono da un uomo che proprio nella natura e nella sua bellezza
misteriosa aveva trovato una traccia del mistero di Dio; sin da
bambino, la natura era stata per lui innanzitutto il luogo del mistero e
dell'eternit: "Sulla riva del mare mi sentivo faccia a faccia con
l'Eternit amata, solitaria, misteriosa e infinita dalla quale tutto scorre
e alla quale tutto ritorna. L'Eternit mi chiamava e io ero con lei".
Qui invece la natura sembra non dire pi nulla e l'uomo sembra
gridare di nuovo come Cristo sulla croce: "Dio mio, Dio mio, perch
mi hai abbandonato?".
L'eccezionalit del rifiuto a espatriare si capisce proprio alla luce di
questa situazione esterna: l dove sembra che sia rimasto soltanto il
non senso, l dove si preda soltanto dell'apparente abbandono di
Dio e tutto sembrerebbe dover spingere alla fuga, questo stesso Dio si
fa misteriosamente presente proprio nella forza che consente a
Florenskij non solo di non cercare la fuga, ma di rifiutare la liberazione
che gli viene offerta; quali che siano le tragedie vissute e
sperimentate sulla propria pelle, per quanto possa essere reale e
potente la sensazione della tempesta che sta per travolgerlo e per
cancellare non solo la sua esistenza e i frutti del suo lavoro ma la sua
stessa memoria, altrettanto reale un'altra esperienza: c' qualcosa,
un luogo, qualcuno in cui nulla va perduto.
In un passo straziante di una lettera al figlio Kirill, Florenskij scrive:
"La mia unica speranza che tutto ci che si fa rimane. Spero che un
giorno, in qualche modo pur a me sconosciuto, sarete ricompensati di
tutto ci che ho tolto a voi, miei cari. La cosa pi orribile della mia
sorte la cessazione del lavoro e la sostanziale distruzione
dell'esperienza di tutta la mia vita. Ebbene, se non fosse per voi non
mi lamenterei di aver subito questa sorte. Se la societ non ha
bisogno dei frutti del lavoro della mia vita, rimanga pure senza di
essi: bisogna ancora vedere chi subisca il maggior danno, se io o la
societ, per il fatto che non dar ci che potrei dare. Ma mi dispiace di
non poter far voi partecipi della mia esperienza e soprattutto di non
potervi accarezzare".
Tutto sembra perduto ma non mai cos: Florenskij vive sino in fondo
tutto quello che gli dato di vivere, sapendo che "non sono gli affanni
del presente a oscurare l'eternit, ma che l'eternit ci guarda dalle

profondit degli affanni del presente"; non l'uomo a dover abbattere


ostacoli insormontabili e a dover vincere tenebre paurose per potersi
avvicinare alla luce e scorgerne qualche raggio, questa stessa luce
che gli viene incontro e lo avvolge, rendendolo a sua volta luminoso e
fonte di luce per tutti proprio nel cuore del buio pi profondo.
Nella tradizione cristiana il testimone dell'eterno e della luce quello
che si chiama il santo o il martire, quello per il quale fede e vita sono
ormai diventati una cosa sola, come Florenskij aveva detto molti anni
prima della propria fine: "Il santo testimone, testimonianza non a
causa delle parole che dice, ma perch egli santo, perch vive nei
due mondi, perch vediamo in lui con i nostri occhi i flussi puri della
vita eterna, indipendentemente dal fatto che essi scorrono in mezzo
alle nostre torbide e terrestri acque che rovinano la vita. In mezzo alle
acque morte - ma anche vive - della storia, nonostante la presenza
delle potenze negative del mondo. Ed per questo che il santo
testimonia con il suo stesso essere l'esistenza della Sorgente di forza
contraria: la Vita".
Nelle lettere non poteva dirlo, ma Kirill e tutti gli altri suoi figli
sapevano benissimo da dove venisse e in cosa consistesse questa
vita; glielo aveva scritto nel proprio testamento spirituale: "Vi prego,
miei cari, quando mi seppellirete, di fare la comunione in quello stesso
giorno, o se questo proprio non dovesse essere possibile, nei giorni
immediatamente successivi. E in genere vi prego di comunicarvi
spesso dopo la mia morte. La cosa pi importante che vi chiedo di
ricordarvi del Signore e di vivere al suo cospetto. Con ci detto tutto
ci che voglio dirvi, il resto non sono che dettagli o cose secondarie,
ma questo non dimenticatelo mai".
Del resto era proprio questo che aveva detto per motivare il suo rifiuto
di espatriare: "Tutto posso in colui che mi d la vita", "Tutto posso in
colui che mi d la forza".

Anche in questo caso Florenskij realizzava una


cosa che aveva scritto molti anni prima, addirittura nel 1906: "La vita
non ci aspetta, la vita reclama le sue esigenze, e ora non si potr pi
restare semi-credenti o semi-ortodossi come la maggior parte di noi,
ma necessario raccogliere tutte le forze dell'anima in vista di un
unico fine: per servire la Chiesa, per difendere la Chiesa e chi lo sa,
forse per il martirio".
L dove l'umano abbandonato a se stesso sembrava non poter vedere
pi nulla, la luce della fede aveva illuminato la ragione e, radicandola
nella Chiesa e nel suo servizio, le aveva fatto cogliere la verit ultima
delle cose: che l'uomo, in Cristo, diventa capace di resistere anche
alle potenze apparentemente pi invincibili, si compie come altrimenti
gli sarebbe impossibile anche solo immaginare. Era in fondo
l'esperienza vissuta dallo stesso Florenskij, scienziato e filosofo, per il
quale l'incontro con la fede non aveva escluso la ragione e neppure
esentato dal suo uso, come se l'uomo, una volta incontrata la fede,
potesse fare a meno della ragione, ma anzi l'aveva potenziata; la
fede, con il mistero al quale continuamente rimandava, non solo non
aveva impedito alla ragione di procedere, ma l'aveva spinta anzi a un
ricerca continua, secondo quello che per Florenskij era il dinamismo
stesso della ricerca scientifica: "Tutte le idee scientifiche che mi
stanno a cuore sono sempre state suscitate in me dalla percezione del
mistero".
Nella prima lettera di Florenskij a uno dei suoi due grandi padri
spirituali, il vescovo Antonij Florensov (1847-1918), quello che
ancora un giovane matematico alla ricerca della sua definitiva
vocazione mostra gi di aver intuito quale sia il centro della vita:

Cristo, un Cristo che irriducibile a dogmi e a valori astratti, ma che


non pu neppure essere ridotto alle azioni compiute per Lui, neppure
alle buone azioni e alla bont; tutto ci infatti non basta ancora, come
Florenskij aveva imparato dalla storia della sua famiglia, un'ottima
famiglia, con un padre una madre di grande generosit, ma che
proprio per generosit, per un rispetto umano mal inteso, per evitare
imposizioni, avevano tenuto lontano il proprio figlio dalla religione e
cos lo avevano privato, come avrebbe detto lui stesso "del sostegno
pi forte, della pi fidata delle consolazioni".
Presentiamo alcuni brani della lettera dell'11 luglio 1904: "Ci sono
degli istanti e dei periodi (anche di qualche giorno) in cui cesso di
sentire Cristo, la Sua gioia e la Sua leggerezza. difficile spiegarlo a
chi non l'abbia provato: non che vengano fuori dei dubbi, i dubbi
hanno i loro rimedi, ma ti senti sordamente insensibile, indifferente,
n freddo, n caldo, tiepido verso ci che fondamentale; e la
preghiera poi diventa formale, solo parole; e vedi chiaramente tutto
l'orrore di una situazione in cui guardi a Cristo come a qualcosa di
passato, che se n' andato (...) Ho cercato a lungo di capire da dove
nascesse questa situazione e alla fine credo di aver capito. Quando
agisci in nome di Cristo senti la Sua presenza, ma appena smetti di
lavorare in questo modo, chiss perch, per motivi indipendenti dalla
tua volont, come se Cristo se ne fosse andato chiss dove (...) I
miei genitori sono persone con una buona formazione secolare, ma
assai scarsa da un punto di vista filosofico-religioso e comunque non
si considerano credenti. Sono caratterizzati da una grande bont e da
una costante disponibilit ad aiutare gli altri; so da altri (da altri
perch di questo loro non parlano) che mio padre ha aiutato e aiuta
molto il prossimo, spesso rinunciando anche alle pi normali
comodit. Ma l'oggetto principale dei loro pensieri e dei loro
sentimenti la famiglia. Tutto per lei, per noi, per i figli. (...) I
genitori non hanno e non hanno mai avuto del tempo per loro, dei
divertimenti e degli svaghi (teatro o cose simili) per loro soli, delle
comodit. Decisamente tutte le forze dei genitori sono sempre state
spese per noi, e tutti i loro pensieri sono sempre stati rivolti a come
far s che noi potessimo avere la migliore istruzione, la migliore
educazione, i migliori divertimenti, e via dicendo (...) Non conoscerei
una famiglia pi perfetta della nostra (per quel che riguarda i genitori)
se non fosse per un particolare: la vita religiosa ne era assolutamente
esclusa.
I miei genitori, essendo non credenti, o per lo meno non cristiani nel
senso pieno della parola, erano per assolutamente tolleranti nei

confronti di qualsiasi convinzione religiosa, a patto che restasse pura


teoria. Questo li indusse a non infonderci le loro convinzioni, ma non
permise neppure loro di esercitare su di noi una qualsiasi influenza
religiosa. Ed ecco, dopo che tutta la vita era stata interamente spesa
per fare della famiglia qualcosa di unico, perch questo era il sogno
dei genitori, dopo che fummo cresciuti, i genitori videro, con il pi
totale sconforto, che la famiglia si disfava, oltretutto (...) per dei
motivi assolutamente incomprensibili. Si dice che questo sia uno dei
frutti dell'individualismo contemporaneo, ma mi pare che questo sia
soltanto un altro modo di chiamare lo stesso fatto e che non spieghi
nulla (...) Non che ci fossero litigi; questo proprio non c'era,
semplicemente non c'era unit, non c'era nulla che unisse dall'interno;
non c'era una famiglia, ma un gruppo di persone, ed era come se
ciascuno facesse per conto suo. Dentro di me penso: "Qui non c'
Cristo"".
(L'Osservatore Romano - 2 settembre 2009)
Caterina63
21 august 2010 18:17

Tommaso Sgovio il comunista italo-americano


che nei gulag sovietici ritrov la fede

Lo splendore del vero


Si tenuta nel Museo storico di Stato, sulla Piazza Rossa di Mosca la
presentazione della traduzione russa del libro di memorie di Tommaso
Sgovio Cara America! L'odissea di un giovane comunista americano
miracolosamente sopravvissuto ai Campi di lavoro forzato di Kolyma.
La manifestazione stata accompagnata da un convegno.
Pubblichiamo una parte dell'intervento del direttore dell'Istituto
italiano di cultura, appena insediato.
di Adriano Dell'Asta

La storia di Tommaso Sgovio si apre come molte altre: agli inizi del
Novecento una famiglia italiana di origini pugliesi viene costretta dalla
povert a cercare fortuna negli Stati Uniti; la situazione pesante in cui
si trova il capofamiglia, un semplice operaio, immigrato in un Paese
che conosce una profonda crisi economica, porta ben presto
quest'ultimo alla militanza politica con la sinistra comunista; l'esito di
questo impegno e lo scontro con le autorit americane e la
conseguente espulsione dagli Stati
Uniti. Siamo all'inizio degli anni Trenta.
A quel punto il padre di Tommaso decide
di non tornare nell'Italia fascista e di
tentare invece la carta che allora
affascinava moltissimi attivisti del
movimento comunista internazionale:
l'Unione Sovietica.
Nell'estate del 1935 anche Tommaso,
che era nato nel 1916 quando la famiglia
stava gi in America da qualche anno,
segue il padre e inizia un altro pezzo di
questa storia, forse meno comune di
quello precedente, ma tutt'altro che
unico: dopo un breve periodo di entusiasmo e di speranze, l'Unione
Sovietica si rivela per quello che , un regime compiutamente
totalitario, e nel 1938 Tommaso, senza aver fatto nulla di particolare
(salvo cercare di riottenere un passaporto americano per tornare negli
Stati Uniti), come molti altri stranieri che nell'Urss avevano cercato il
paradiso, si trova precipitato letteralmente nell'inferno della Kolyma,
uno dei campi pi tremendi del mondo concentrazionario sovietico,
inferno dal quale potr uscire, tra condanna e proroga della condanna,
solo alla fine del 1947.
Seguiranno altre traversie fino a quando, all'inizio degli anni Sessanta,
Sgovio potr finalmente lasciare l'Unione Sovietica e tornare negli
Stati Uniti; qui, prima di morire nel 1997, si rifar una vita, si
sposer, avr dei figli e una vecchiaia tranquilla, ma accompagnata da
un'insopprimibile esigenza di testimoniare e di mantenere viva la
memoria dell'esperienza vissuta.
Da questa esigenza sono nate delle memorie, pubblicate in America
nel 1979, tradotte in italiano nel 2009 (Cara America!, Edizioni dal
Sud, Bari) e ora anche in russo. Sono memorie di una freschezza e di
un interesse di primissimo piano, che legano Sgovio alla letteratura
russa nata dai campi di concentramento, la letteratura di grandi

scrittori come Vasilij Grossman, Aleksandr Solzenicyn e Varlam


Salamov.
Sgovio non uno scrittore di questo calibro; pi propriamente un
memorialista, ma la sua opera ci riporta con immediatezza e senza
tentennamenti nel mondo morale che caratterizza questa grande
letteratura, invita i suoi lettori alla sincerit, a non accettare alcun
compromesso con l'ideologia totalitaria: in una parola, ci invita, come
faceva Solzenicyn, a "vivere senza menzogna"; ci mostra la realt,
con tutto il suo male e il suo dolore, per quello che , nella sua
verit: ora, questo non sar il bello estetico, ma mostrare il vero,
dargli visibilit pur sempre creare quella bellezza suprema che gli
antichi chiamavano "lo splendore del vero"; ci mostra da ultimo ( uno
dei temi pi ricorrenti della sua opera) degli uomini che sono rimasti
uomini, una carrellata infinita di esseri umani che, in mezzo alla
violenza pi infernale restano uomini e manifestano questa loro
umanit con gesti di bont assolutamente non interessata, la stupida,
gratuita bont che secondo Grossman vinceva l'idea astratta di bene
in nome della quale le ideologie avevano sacrificato milioni di uomini,
quella bont nascosta, che magari nessuno vede, che magari
disprezziamo e consideriamo appunto stupida, come tutti
consideravano stupida la Matriona di Solzenicyn, salvo poi doversi
accorgere dopo la sua morte, che Matriona era "il giusto senza il quale
non esiste il villaggio, n la citt n tutta la terra nostra".
Sgovio ci mostra tutto questo, in un'opera che vuole esplicitamente
essere non un testo politico, ma la storia di un uomo: "L'intento di
questo libro non soltanto quello di un'ulteriore descrizione delle
prigioni sovietiche e dei campi di lavoro. Si tratta piuttosto di un
viaggio attraverso l'esperienza umana". Non che non vi siano giudizi
politici; anzi ve ne sono e sono di grande acutezza: raccontando
perch in fondo non era mai potuto diventare un comunista perfetto,
accennando a quelli che erano i punti dell'ideologia per lui
inaccettabili, Sgovio enuclea quelle che sono le caratteristiche
fondamentali dell'ideologia totalitaria: l'ideologia, in primo luogo,
toglie all'uomo la capacit di un giudizio personale (e questo indocile
italiano non accetta mai di stare zitto quando vede qualcosa che
contrasta con il suo senso di umanit e di verit); l'ideologia, in
secondo luogo, tende ad annullare i legami naturali per sostituirli con
le relazioni di partito, distrugge un popolo per mettere al suo posto
una macchina in cui gli esseri umani unici e irripetibili diventano tante
rotelline infinitamente intercambiabili (e anche qui questo piccolo
italiano innamorato della sua famiglia non pu scendere a

compromessi; non fa certo lunghi discorsi filosofici, ma, dopo aver


sentito un attivista del partito che diceva di essere disposto ad
uccidere anche il fratello se si fosse opposto all'idea comunista,
semplicemente commenta: "Non penso di essere capace di diventare
un vero comunista [...] Non avrei mai potuto uccidere mia sorella,
qualsiasi cosa facesse"); da ultimo, l'ideologia sostituisce la realt con
l'immagine ideologica del reale: non ci sono pi gli uomini reali, ma "i
nemici oggettivi" (e anche qui questo italiano, molto concreto, molto
poco ideologico, non riesce a tacere e un'accusa falsa resta un'accusa
falsa, non diventa vera per il bene della causa; sacrificando la realt
per l'interesse del partito non si costruisce un mondo migliore, si
elimina semplicemente quello che esiste per sostituirlo con le proprie
fantasie, si elimina la realt e si lascia il nulla).
Ora, come si vede, un discorso politico c', e acutissimo e composito,
ma esplicitamente, per stessa indicazione dell'autore, non la cosa
fondamentale; la cosa fondamentale, quella che rende possibile
questo stesso giudizio politico, "l'esperienza umana", la rinascita
dell'uomo, il fatto che l'uomo resti uomo anche l dove il regime
aveva tentato nella maniera pi radicale di eliminarlo e di sostituirlo
con le sue rotelline. Sgovio definisce questo essenziale, questa
esperienza come "la trasformazione di un bambino comunista ateo,
nato nel movimento rivoluzionario, in cristiano con il timore di Dio". E
anche qui, questo piccolo italiano ricorda una grande scrittrice russa
come Nade da Mandel'stam, secondo la quale l'eredit pi autentica
del XX secolo era il fatto che persino in questo secolo di lupi l'uomo
era potuto rimanere un uomo.
uno dei temi pi ripetuti da Sgovio, che certo non ci risparmia
nessuna delle atrocit dei campi di concentramento ma, parlando di
una guardia che gli aveva manifestato un appena percettibile senso di
solidariet umana, commenta: "ogni particolare del volto di quel
contadinotto guardia rimasto impresso nella mia memoria. Di tutti i
volti, feroci com'erano, ricordo soltanto il suo, sebbene non ci fosse
assolutamente nulla di significativo nella sua espressione russa cos
comune. Sicuramente lo ricordo perch (...) in lui c'era ancora un po'
di umanit. E ci dimostra anche che si ricorda pi il bene che il
male".
questo percorso umano che ci viene descritto nel libro di Sgovio; il
percorso della discesa agli inferi, di un progressivo annullamento
dell'uomo, perch, come ricorda Sgovio, "l'unico modo per
sopravvivere e mantenere il potere era attraverso il degrado e la

disumanizzazione delle persone, soltanto in questo modo il sistema si


sentiva sicuro. Niente soddisfa una dittatura a parte la distruzione
completa del rispetto di s".
Ma, arrivando anche in questo caso a una significativa somiglianza con
il percorso descritto ad esempio da Solzenicyn, Sgovio ci mostra come
proprio quando giunto al fondo di questa discesa infernale l'uomo
misteriosamente scopre di esserci ancora: "a un uomo al quale avete
tolto tutto - diceva Solzenicyn - non potete pi togliere niente: di
nuovo libero"; e Sgovio, dal canto suo, dice: "quando non vidi pi
alcuna luce in fondo al tunnel mi misi a pregare". E nella preghiera
l'uomo ritrova se stesso, con un tragitto che sembra ripercorrere
quello dell'uomo agli albori della civilt, nell'attesa della luce del
nuovo giorno e della rivelazione: "avevo la sensazione di precipitare
(...) sempre pi gi. Quando avrei toccato il fondo? Quanto potevano
peggiorare le cose? Al lavoro rivolsi una preghiera alla stella polare, la
prima e la pi luminosa di tutte le stelle. Poi, quando apparvero le
altre, rivolsi la mia preghiera a tutte. E cos, inconsapevolmente,
iniziai a pregare Dio, ed Egli mi rispose. Dio mi diede una vena di
caparbiet. Pi le cose peggioravano, pi ero risoluto a vivere".
L'incontro con Dio, invece di
annullare l'uomo, secondo quanto ci
insegnava l'ideologia moderna, lo
difende proprio da questo
annullamento, come ha riconosciuto
anche un altro dei grandi scrittori
russi del XX secolo, Salamov, che,
pure essendo assolutamente
lontano dalla Chiesa, diceva:
"L'ambiente privo di religiosit in cui
avevo vissuto tutta la mia vita
cosciente non aveva fatto di me un
cristiano. Ma non ho mai visto nei
lager persone pi degne dei
credenti. Tutte le anime si corrompevano, resistevano soltanto loro.
Quindici come cinque anni fa". Quanti piccoli uomini, senza
trasformarsi in eroi hanno ritrovato questa grandezza che li rendeva
capaci di resistere nelle condizioni pi terribili e di vivere, non a
dispetto di quelle condizioni, ma in quelle condizioni, non
dimenticando il dolore o censurandolo ma portandone il peso, come
testimonianza del fatto che l'uomo pi forte della morte proprio

perch Dio lo lega alle stelle e all'infinito: creato a immagine


dell'infinito, l'uomo non pu pi essere schiavo di nulla di finito.
A questo punto il tragitto di Sgovio si compie e ci lascia il suo ultimo
dono: quest'uomo, che con la fede ha ritrovato se stesso, ritrova
anche la realt, non ha pi bisogno di sognare mondi migliori che non
esistono, che gli danno l'illusione di una beatitudine futura e gli
impediscono cos di cercare una felicit e una vita pi autentica:
"Durante il controllo non mi aspettavo pi di essere chiamato all'ufficio
della direzione del campo per sentirmi dire che era stato tutto un
errore e che ero libero. E in questo senso mi sentivo davvero libero!
La mia conversione era completa. Non ero pi un ateo! Non ero pi un
comunista!".
Non era pi un comunista, ma aveva trovato una dimensione che lo
faceva e lo fa andare al di l di ogni limite; aveva trovato quella
dimensione dell'infinito dell'uomo che rende questo piccolo italiano e il
suo piccolo libro una compagnia nella quale vale la pena di stare per
un po' di tempo, il tempo di una lettura che non ci d l'illusione di una
grandezza e di una perfezione che non abbiamo. Detto per inciso, un
altro dei motivi che tenevano Sgovio lontano da un certo radicalismo
ideologico era appunto la pretesa di perfezione di quest'ultimo; tant'
che di un attivista da tutti ammirato, il giovane Sgovio pensava
invece: "lo ritenni disumano. Come avrebbe mai potuto essere umano
se non aveva vizi?". Ma, liberandoci da illusioni e sogni, Sgovio ci
libera anche dallo scetticismo e, con la sua scoperta della fede, ci fa
condividere l'esperienza di una possibile rinascita, di una rinascita
continuamente possibile.
(L'Osservatore Romano - 22 agosto 2010)