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UNIVERSITA DEGLI STUDI DI TRIESTE

FACOLTA. DI LETTERE E FILOSOFIA



I GRUPPI POLITICI ROMANI

NEL III SECOLOA. C.

1ST I T U T 0 DIS TOR I A ANT I C A - N. 2

1 9 6 2

f!

CAPITOLO I

I NOBILl

SOlliMARIO : 1) L' egemonia della nobilitas. 2) La nobilitas e Ie altre forze politiche. 3) Le liste dei magistrati. 4) Le parentele. - CONCLUSIONE.

1) L' EGEMONIA DELLA NOBILITAS. - In un briIlante saggio puhblicato quasi cinquant' anni fa, e tuttora pieno d'interesse, Matthias Gelzer studio la natura del potere politico nel mondo romano, dimostrando ch' esso era privilegio esclusivo della nobilitas, cioe delle famiglie che davano allo stato, per diritto quasi ereditario, i pili alti magistrati. Fra questi emergeva a sua volta un piccolo gruppo ancor pili autorevole: quello dei consolari. La struttura amministrativa della repubhlica era in intimo rapporto con la struttura dell' esercito; a sua volta la possihilita di ascendere agIi alti gradi della gerarchia miIitare era strettamente determinata dalle condizioni economiche. Pertanto iI criterio selettivo della classe politica era quello del censo, e la nobilitas era nello stesso tempo un ceto di capi miIitari e di grandi proprietari agricoli.

II Gelzer condannava la vecchia interpretazione della storia interna romana come un perpetuo conflitto fra nobili e popolo, poiche solo i nob iii potevano influire sulla vita della comunita ; e negava l' antitesi fra partito degIi ottimati e partito dei popolari (questi ultimi, infatti, erano dei nobili come gli altri, e si distinguevano solo per i sistemi demagogici con cui perseguivano i propri fini); anzi, pili generalmente, respingeva il termine «partite», giudicandolo anacronistico. Secondo il Gelzer, ognuno dei consolari, spalleggiato dai suoi parenti e dalla sua clientela (di solito molto vasta), faceva parte pel' se stesso: 10 storico giungeva quindi a una concezione della lotta politica che potrebhe definirsi atomistic a (1).

(1) M. GELZER, Nob. ; v. anche «NJ» XXIII 1920, pp. 1-27 (articolo ripubblicato in RS II, pp. 5-55); «HZ» CXXIII 1921, pp. 1-13 ; Pompeius, Miinchen 1949; Caesar", Miinchen 1960. Cf. inoltre Ia n. 2. Per Ia storia delle interpretazioni precedenti v. H. STRASBURGER, BE S. v. Optimates, e Ie precisazioni di Lily Ross TAYLOR, Politics, P: 192 n, 51. II concetto di nobilitas e stato precisato ulteriormente dalle dotte ricerche di A. AFZELIUs, in «ClVl» I 1938, pp. 40-94 ; VII 1945, pp. 150-200 : ne risulta che fino all' eta graccana erano considerati nobili i discendenti di tutti i magistrati curuli; e soltanto in seguito Ia qualifica fu limitata ai discendenti dei consulares,

ARTI GRAFICHE SMOLARS S. p. A. - TRIESTE

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Questi prinoipi hanno esercitato una Iarghissima influenza, e si puo dire che oggi vengano accettati dalla maggior parte degli storici, Ma Ie nuove teorie hanno avuto presso i vari autori sviluppi molto divergenti: ad esempio si e discusso ancora molto suI termine e sul concetto di partite, che alcuni continuano a usare, altri tenacemente escludono. II Munzer, che puo considerarsi a sua volta un caposcuola, partendo dalle premesse del Gelzer ne ha tratto le estreme conseguenze, interpretando l' attivita della classe politica romans come un gioco di rivalita personali, e soprattutto familiari, ispirate dall' ambizione, insita in ogni nobile, di assurgere al rango pili alto nello stato, portando in alto pel' quanto possibile anche i propri parenti e i propri alleati (2).

E dunque opportuno, prima di accingersi a una ricerca di storia repubblicana, esaminare da vicino le teorie oggi diffuse, e le varie tendenze che ne derivano,

Deve in primo luogo avvertirsi che la polemica sui partiti ha un valore pili formale che sostanziale : il Gelzer, ad esempio, ha riconosciuto I' equivalenza fra Ie clientele da lui studiate e descritte, Ie factiones dei classici, e Ie Adelsparteien del Munzer (3). Mi sembra invece che il contrasto pili significativo sia quello fra coloro che considerano i gruppi di famiglie nobili come alleanze rigide, cioe destinate a sopravvivere attraverso il suceedersi delle generazioni e il rinnovarsi delle situazioni

politiche (p. es, il Munzer, 10 Schul' e 10 Scullard), e coloro che descrivono Ie consorterie nobiliari come agglomerati provvisori e mutevoli (p. es. il Syme, e Lily Ross Taylor) (4). E degno di nota il fatto che Miss Taylor, come il Miinzer e 10 Schur, usa largamente. il termine «partito», e, come il Munzer, 10 inserisce programmaticamente nel titolo di un suo libro ; mentre il Syme, come 10 Scullard, ne rifugge. Quindi la scelta delle parole non e affatto in rapporto con le divergenze fondamentali nell' interpretazione della lotta politica.

Ma le feroci critiche rivolte all' uso del termine incriminate (soprattutto dallo Strasburger) (5) sono superflue anche per un altro motivo : gia il Mommsen, bersaglio preferito di tali critiohe, era perfettamente conscio della netta differenza fra quello che, nel ricostruire la storia della repubblica, egli chiamava partito, e un partite moderno ; anche Miss Taylor gli ha reso giustizia su questo punto, contrapponendosi alIo Strasburger. E 10 stesso vale pel' molti altri storici rimasti fedeli alla vecchia terminologia (6).

II Mommsen, e con lui molti altri (basti citare il Beloch) (7) hanno piuttosto il torto di usare frequentemente i termini «Regierungspartei» e «Oppositionspartei», 0 simili. Queste formule non rispondono in alcun modo alla realta dei fatti, sia perche la cosiddetta opposizione democratica (0 meglio, quell' insieme di forze che il Mommsen cosi qualificava) ottenne non di rado la maggioranza delle cariche; sia, pili generalmente, perche in condizioni normali nessun gruppo fu tanto forte in Roma da potersi identificare con la Regierung, cioe da oontrollare la maggioranza del senato e monopolizzare Ie principali magistrature: quindi i vari gruppi politici partecipavano contemporaneamente alIa Regierung e questa era soggetta contemporaneamente a impulsi molteplici, contrastanti fra di 101'0.

Ma proprio su questo punto i seguaci del nuovo indirizzo continuano ad accettare la terminologia tradizionale, ammettendo non soltanto I' esistenza di un' opposizione, hensi anche di un' «opposizione

(2) F. MUNZER, RAP; ID., RE, articoli prosopografici dalla letter a C in poi.

Accettano in larga misura Ie premesse del Munzer: W. SCHUR, SA ; H. H. SCULLARD, RP; ID., HRW', pp. 321-331 e passim; ID., «BICS)) II 1955, pp. 15-21; ID., GN, pp. 5-8; E. KORNElIlANN, RG I, pp. 148, 166-167, 277-278, e passim; F. CORNELIUS, Unters. zur friihen. rom. Geseh., Munchen 1940, pp. 113-126; Ernst MEYER, RSS, pp. 73-75; T. A. DOREY, in molti recenti articoli che saranno citati pili oltre; P. DE FRANCISCI, PC, p. 190 n. 486; etc.

E. KORNElI1ANN, Staaten, Volker, Manner, Leipzig 1934, pp. 78, 93 n. 3, giunge a scrivere: «die rdmische Cesehiohte ist die Cesohichte einzeIner grosser Geschlechter)) ; 10 stesso DE FRANCISCI, l. c., respinge questa formuIazione estremistica.

II GELZER ha espresso Ie sue riserve suI metodo del Munzer, fra I' altro, in «NJ)) XXIII 1920, pp. 438-440 (recensione al MUNZER, RAP) e in «Historian I 1950, pp. 634- 642 (recensione allo SCULLARD, RP). V. pero anche «Historia» II 1953-1954, pp. 378- 380; affettuosa commemorazione del Munzer (che fu nobilissima figura, oltreche di studioso, anche di cittadino: mori nel1942 in un campo di concentramento nazionalsocialista), in cui si mette molto bene in rilievo il prezioso contributo da lui offerto alla conoscenza del mondo romano.

Pili viciui al metodo del Gelzer, e quindi inclini a mettere in rilievo i singoli individui piuttosto che i gruppi familiari, sono: H. STRASBURGER, Concordia ordinum, Amsterdam 1931, rist. 1956; id. RE s. v. Optimates; R. SYlIlE, RR (v. spec. pp. 10-27, 276-293) ; A. von PRElI1ERSTEIN, Vom Werden utul Wesen des Prinzipats, Miinchen 1937 (v. spec. pp. 13-22); Lily Ross TAYLOR, «TAPhA)) LXXIII 1942, pp. 1-24; ID., Politics.

(3) «NJ)) XXIII 1920, p. 438.

(4) Si veda Lily Ross TAYLOR, in «AJPID) LXXIII 1952, pp. 302-306 (recensione allo SCULLARD, RP).

(5) V. Ie n. 1-2.

(6) Lily Ross TAYLOR, Politics, pp. 12 e 192 n. 51 ; Ie osservazio~ della Taylor sono in parte accolte da H. H. SCULLARD, in «BICS)) II 1955, p. 15. Per dimostrare che il Mommsen e altri eminenti studiosi erano ben lungi dal fare confusione fra partiti antichi e moderni, possono citarsi ad es.: Th. MOlllllISEN, RG I, pp. 826-829; II, pp. 70-73; G. DE SANCTIS, SR IV 1, pp. 496-497; T. FRANK, CAH VIII, p. 372-373.

(7) K. J. BELOCR, RG, pp. 486-487, e passim.

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popolare», e talvolta perfino di un «partite popolare» (8). Cio puo spiegarsi tenendo presente che i teorici della nobilitas vedono I' aristocrazia romana come un blocco solidale nella difesa dei propri interessi, e alcuni confortano questa opinione affermando che Ie fonti classiche usano il termine factio solo a proposito degli ottimati (il che non e sempre vero) ; pertanto questi autori finiscono col vedere nel senato un' entita unit aria e politicamente determinata (9). In realta i privilegi politici della nobilitas romana non furono mai minacciati, nemmeno alIa fine della repubblica ; sicche un blocco oligarchico pe!" la difesa di quei privilegi sarebbe stato assohrtamente pleonastico. Furono invece pili volte colpiti (attraverso leggi agrarie, leggi giudiziarie, etc.), i privilegi economici; ma cio avvenne per volorrta e per iniziativa di gruppi aristocratici legati agl' interessi ora dei cavalieri, ora dei piccoli contadini: e questi gruppi non agivano in qualita di «opposizione» contro la nobilitas 0 contro il senato, hensi nell' ambito della nobilitas e del senato, di cui erano parte, e talvolta maggioranza.

E lecito dunque completare la formula del Gelzer, secondo CUI «das romische Yolk ohne seine Aristokratie war... kein Subjekt des politischen Handelns» (10), aggiungendo che neanche l' aristocrazia senatoria esiste come forza politica: essa costituisce invece I' ambiente nel quale s'incontrano e si combattono Ie varie forze politiche.

Insieme all' antitesi fra nobilitas senatoria e popolo ritorna talvolta nelle ricerche pili recenti I' antitesi fra patrizi e plebei (11); e anche questa mi semhra da respingere. Considerando il problema da un punto di vista formale, dobbiamo ricordare che dopo l' ingresso della nohilta plebea nei grandi collegi sacerdotali (lex Ogulnia del 300 a. C.) e dopo il riconoscimento dell' equivalenza fra plehisciti e leggi (lex Hortensia del 287 a. C.) ai patrizi restarono ben pochi privilegi, e, a parte la carica d'interrex e la funzione di princeps senatus, quasi tutti trascurabili. Sicche a huon diritto s' e affermato che la secessione in seguito alIa quale Q. Ortensio provvide ut plebiscita universum populum tenerent (GAL I 3) fu «1' ultimo atto della lotta due volte secolare tra patriziato e plebe» (12). Gia nel III secolo, dunque, la distinzione degli ordini non poteva contare pili di quella fra nobill e borghesi nell' Europa dell' ottocento.

Considerando la sostanza, in tutta la storia della repubhlica dopo il 287 sarehbe molto difficile trovare un momento nel qualei patrizi siano stati solidali e abbiano scelto in blocco una posizione politica piuttosto che un' altra ; e se i privilegi superstiti servirono qualche volta come arma contro uomini di stirpe plebea, cio avvenne per interessi che col patriziato non avevano nulla in comune (13).

Resta dunque soltanto la possibilita che la discendenza dall' ordine un tempo dominante abbia avuto un valore morale: e infatti il Syme afferma che i patrizi conservarono una coscienza di casta fino all' eta

(8) Miss TAYLOR, Politics, parla sia dell' opposizione democratica (passim) sia di quella aristocratica (p. 24), benche i due gruppi, anche durante la crisi da lei acutamente studiata, si dividessero il potere; usa invece il termine in senso pili limitato, e quindi pili preciso, quando afferma che gli ottimati avevano la maggioranza in senato, e nei comizi tributi erano all' opposizione (p. 119). II MUNZER, dimenticando Ie Adelsparteien, parla di una sola Adelspartei in RAP, pp. 152-153, e di una demokratische Partei a p. 95 (cf. inoltre Senatspartei, p. es. in RE s. v. Fabricius, 9, col. 1934; Volkspartei, p. es. in RE s. v. Marcius, 75). II GELZER, nella sua recensione cit. alIa n. 3, gli rimprovera questa incoerenza (p. 439) ; egli pero a sua volta introduce una «opposisione popolare», in Pompeius, cit. (p. es. pp. 22-24) ; e anche in Caesar, cit., si allude a un' antitesi fra Regenten e opposizione (p. es. pp. 12-13).

(9) La solidarieta della nobilitas e affermata p. es. da H. STRASBURGER, RE s. v.

Optimates, col. 784, 793 ; H. H. SCULLARD, «BICS» II 1955, p. 16. Invece il GELZER, pur avendo scritto in «HZ» CXXIII 1921, p. 3, che la politica romana, vista dall' esterno, portava l' impronta unit aria del gruppo dirigente consolare, attribuisce sempre aIle divisioni interne maggior peso che a questa apparente unita, La tesi che di factio si parli solo per gli ottimati e sostenuta specialmente dallo STRASBURGER, l. c., passim; Lily Ross TAYLOR, dopo aver aderito a questa opiuione in «TAPhA» LXXIII 1942, pp. 1-24, in Politics ammette, e dimostra, che Ie fonti usano factio anche per i populares. Cio e significativo, non tanto per la factio popularis in se stessa, quanto perche dimostra I' csistenza di pilifactiones (cf. del resto M. GELZER, Nob., pp. 102-113). Su analoghi problemi nella storia della repubblica ateuiese v. Ie giuste osservazioni di G. FERRARA, «PdP» XV 1960, pp. 33-34.

(10) «NJn XXIII 1920, p. 440.

(11) P. es. secondo Lily Ross TAYLOR, Politics, p. 123; VD, pp. 132-133, 140, 314, i patrizi sarebbero stati pili incliui dei nobili plebei all' uso di metodi radicali nella lotta politica. V. anche infra, n. 14, 15.

(12) G. DE SANCTIS, SR II, p. 231; COS! anche Ed. MEYER, KS P, p. 354. Secondo V. ARANGIO-RuIZ, SDR, p. 50, il conflitto si puo dire virtualmente risolto gia con I' ammissione dei plebei al consolato, che fu riconosciuta nel 367 e divenne costante dal 320 in poi. Sui vari problemi connessi alla legge Ortensia ed ai suoi rapporti con la Iegislazione precedente v. infra, § 23 n. 25; sulla legge Oguluia, v. §§ 23 e 25. Sui priviIegi rimasti ai patrizi dal III secolo in poi: B. KUBLER, RE s. v. Patres, col. 2226-2227; W. HOFFMANN, RE s. v. Plebs, col. 82, 96; A. GARZETTI, «Athenaeum» XXV 1947, p.

187; SIBER, RE s. v. Plebs, col. 142-157. .

N.B. Secondo SALL. Hist, Jr. II M. la lotta fra patrizi e plebei ebbe fine solo con la guerra annibalica. II MOlI~ISEN, SR III I, pp. 254 e n. 4, 270 n. 3, ritiene che nel 220 i plebei siano stati ammessi aIle pili antiche centurie equestri, che godevano di particolare prestigio (i cosiddetti sex suffragia); questo evento avrebhe segnato, agli oechi di Sallustio, la conciIiazione fra gli ordini. H. HILL, RMC, pp. 6, 16, 211, osserva tuttavia che non sappiamo quando Ie sei centurie furono aperte ai plebei, e che presumibilmente cio avvenne molto prima del 220; quindi respinge (a p. 6, n. 1) 1'interpretazione del passo sallustiano proposta dal Mommsen. Non so in qual modo possa spiegarsi il frammento ; e eerto comunque che l' espressiono usata da Sallustio per descrivere i conflitti interui del III secolo e anacronistiea, perche quei conflitti non sorgono dalla rivalita di patrizi e plebei.

(13) V. infra, § 25, sui conflitti fra Ap. Claudio il Cieco, M'. Curio Dentato, e P.

Decio Mure.

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di Cesare (14). Questo puo darsi; dobbiamo pero aggiungere che nesSUllO Ii prendeva sul serio. Nella generazione precedente a quell a di Cesare, allorche L. Cornelio Silla sposo Cecilia Metella, era il discendente della piu splendida e gloriosa fra Ie gentes patriciae maiores che si univa a una famiglia plebea Ia cui ascesa si era compiuta con I' appoggio dei Cornelii Scipioni. Eppure, i Romani considerarono Silla un fortunato arrivista (LIV. fro 15 W. ap. PLUTo Sullo VI 15), perche il ramo dei Cornelii cui egli apparteneva era da tempo caduto nell' oscurita e nella miseria, mentre sua moglie era figlia di L. Cecilio Metello Delmatico, nipote di Q. Metello il Numidico, pronipote di Q. Metello il Macedonico; e i Metelli viventi erano in prima fila nel gruppo dirigente. Cio vuol dire che agli occhi del pubblico la nobilitas, rappresentata dal concreto e recente accumularsi degli onori, contava molto piii dell' antico lignaggio patrizio.

Mi sembra quindi impossibile credere che l' ascesa di due plebei

al consolato, avvenuta per la prima volta nel 172, abbia avuto tanta importanza quanta gliene attribuiscono il Munzer, che vede in cio l'influenza di una «starke demokratische Stromung», e 10 Scullard, che giudica Ia cosa un pres agio della rivoluzione graccana (15). In realta, il fatto che una parte dei nobili vantasse Ia propria origine dall' ordine patrizio non poteva, nel 172 0 piu tardi, ostacolare in alcun modo gli sviluppi della coscienza democratica 0 della legislazione agraria. L'indifferenza con cui Livio oltrepassa questo episodio (XLII 98) permette di supporre ch' esso sia stato trascurato anche dagli annalisti del secondo secolo; e non si puo condividere la meraviglia del Miinzer per questo silenzio. Se il redattore dei Fasti Capitolini ha ritenuto opport.uno annotare ai consoli del 172 ambo primi de plebe cio avvenne perche nei Fasti prevale l' interesse antiquario.

Se i patrizi come tali non contavano piii nulla (cioe contavano

solo in quanto esponenti della nobilitas patrizio-plebea) ne consegue che la plebe come tale, dal 287 in poi [cioe dalla lex Hortensia) non aveva interessi propri ben definiti; e percio i tribuni della plebe non possono considerarsi tutori del popolo contro gli abusi della nobilitas (16). Anzitutto molti tribuni appartenevano a famiglie nobili; in secondo luogo essi non agivano secondo una linea unitaria, rna ciascuno si batteva

per il suo gruppo. Dunque, proprio come il senato, il collegio dei tribuni non s'identifica con una tendenza politica, ed e invece un organo nel quale confluiscono diverse tendenze.

Insomma, nelle opere prodotte dalla scuola che fa capo al Gelzer troviamo alcuni residui di teorie tradizionali che i nuovi criteri di ricerca avrebhero dovuto eliminare: il concetto di una politioa senatoria univoca; il concetto di opposizione democratica; l' antitesi fra senato e tribuni della plebe; I' antitesi fra nohilta patrizia e nohilta plebea. Per contro il Gelzer ha dato alIa conoscenza della repubblica roman a un contributo positivo proprio dimostrando che aRoma, dopo la fine della semileggendaria lotta fra gli ordini, non si ebbe nulla di simile a una lotta fra nobilitas e popolo, per Ia huona ragione che ogni contrasto politico aveva il suo esordio, il suo sviluppo e il suo compimento nell' ambito della nobilitas.

2) LA NOBILITAS E LE ALTRE FORZE POLITICHE. - Tuttavia Ia tesi fondamentale di questo indirizzo storiografico, cioe che il popolo non ebbe alcuna parte, 0 ebbe una parte trascurahile, nella vita dello stato romano, deve respingersi. Gli autori di cui parliamo, infatti, sono ben lungi dall' aver dimostrato la loro tesi: anche perche generalmente si sono occupati solo della nobilitas, trascurando gli altri elementi della societa (17). Essi hanno dimostrato piuttosto che nessun movimento politico avrebbe potuto esistere senza avere una guida e una voce nell' ambito della nobilitas. Si tratta, senza dubbio, di un grande progresso nella conoscenza del mondo romano, rna questa formula non viet a di indagare (anzi direi che spinge ad indagare) se mai sia accaduto che i desideri e le necessita dei gruppi sociali estranei alIa nobilitas abbiano trovato interpreti e sostenitori fra i nobili romani, acquistando in tal modo concretezza politica.

Orb ene, e fuor di dubbio che non di rado quei principes civitatis nella cui ristretta cerchia si decidevano le sorti della repubblica agirono in nome dell' interesse generale, 0 comunque difesero interessi moho piti vasti di quelli personali e familiari. Secondo alcuni dei critici mo-

(11) Varie riserve su questo metodo sono state espresse p. es. da G. DE SANCTIS, SR IV I, p. 605 n. 296; m., «RFIC» XIV 1936, pp. 193-194; XV 1937, p. 84; A. MOlInGLIANO, «JRS» XXX 1940, pp. 77-78; H. LAST, «Gnomon» XXII 1950, pp. 360-305 ; M. ~. LEVI, «Acme» I 1948, pp. 87-93 ; !D., Il tempo di Augusto, Firenze 1951, pp. 399- 401, F. DE MARTINO, SCR II, pp. 268-271 ; III, pp. II4-115 ; E. S. STAVELEY, «Historia» VIII 1959, p. 418; A. H. McDONALD, (dRS)) L 1960, p. 142; D. R. SCHACKLETON BAILEY, «CR» X 1960, pp. 266-267.

(14) R. STIlE, RR, pp. 69-70; cf. p. 10.

(15) F. MUNZER, RAP, pp. 217, 220; H. H. SCULLARD, R.P, PP: 195, 2~7 .. II GELZER invece, in «NJ» XXIII 1920, p. 8, (= RS II, p. 18), considera II fatto rrrilevante.

(16) Cosi Ii definiscono invece H. H. SCULLARD, RP, p. 29, e Lily Ross TAYLOR, Politics, p. 15.

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derni questi episodi andrebbero spiegati come semp~ci manovre elett~rali : una cricca di nobili utilizzava Ie masse popolan per aver la megho sulle altre cricche, e Ie masse si prestavano docilmente.

Per quanto riguarda i principes, questa interpretazione scettic~ risulta quasi sempre, anziche fondata sull' analisi degli avvenimentl: dedotta da una teoria data a priori come ovvia; ma anche quando Sl dovesse accertare la malafede di qualche aristocratico, occorre tener presente che se un uorno aderisce aIle posi~ioni di "" ,c~to ~oci~le 0 di un raggruppamento politico, la scelta da lUI fatta firura llleVltabilment~ col determinare i suoi atteggiamenti; e suI piano storico i personaggl sono caratterizzati piuttosto dalla 101'0 concreta attivita che dalle 101'0 ambizioni individuali, che in fondo interessano ben poco.

Ad esempio, alcuni studiosi tendono oggi a spiegare l' attivita di Tiberio Gracco, e il conflitto sull' ager publicus nel suo insieme, come una iniziativa della consorteria nobiliare avversa a Scipione Emiliano, mirante a scalzare il predominio di quest' ultimo ('8). Anche se cio fosse vern (il che e da discutere) si tratterebbe di un particolare secondario nell' ambito della profonda crisi che scosse dalle fondamenta la societa romana nell' epoca dei Cracchi ; ed e impossibile credere che i prot~gonisti della crisi ignorassero, 0 trascurassero, la portata delle propne

iniziative.

Inoltre i1 principio della politica personale, familiare 0 clienteli-

stica, puo essere applicato su scala piii larga mediante una rice~ca su eventuali rapporti di amicizia, di parentela 0 d' interesse economlCO fr~ gli esponenti della nobilitas e altre sfere della cittadina~za: ~e q~estl rapporti esistono, l' attivita degli aristocratici a favore di alt.ri ceta sociali apparirebbe ispirata da motivi piu solidi del puro calcolo elettorale. E se questa ricerca portasse a risultati positivi, n~n vi sar~bbe affat:o da meravigliarsi: degno di meraviglia sarebbe pmttosto i1 contral'lO, cioe che la nobilitas fosse completamente isolata (19).

Per quanto riguarda i1 popolo, la teoria che questo si adatt~s~e a servire come inerte massa di manovra nei conflitti tra Ie famlghe

nobili presuppone che la maggioranza dei Romani fosse inconscia dei propri interessi economici e priva di aspirazioni politiche. Nelle pagine che seguono cerchero di sostenere che questo· giudizio non risponde ai fatti: i cittadini Romani erano anzi gelosi difensori dei propri diritti, e sebbene la 101'0 unica arma fosse il voto, talvolta riuscivano a farne buon uso (20). Se nella storia della repubblica il popolo sembra· avere una parte secondaria, cio dipende dal fatto che i1 popolo, a voler essere precisi, e un' astrazione: e che nella realta esistevano. ceti differenziati, come i piccoli agricoltori, i commercianti, i pubblicani, Ie clientele dei nob iii, Ie clientele dei commercianti e dei pubblicani, il proletariato urbano indipendente. Ciascuno di questi gruppi aveva Ie proprie esigenze, e andava per la sua strada, di solito attraversando Ie strade altrui.

Ma e certo che i nobili romani, pur avendo il monopolio del potere, dovevano tener conto di questo mondo vasto, complesso e agitato che Ii circondava.

3) LE LISTE DEI MAGISTRATI. - Sebbene il Munzer e la sua scuola diano eccessivo peso aIle cronaehe familiari dell' aristocrazia, deve riconoscersi che questo atteggiamento e stato fruttuoso: infatti ha ravvivato l' interesse per gIi studi prosopografici, che sono stati approfonditi fino a un livello mai prima raggiunto. II Munzer, senza alcun dubbio, deve, considerarsi maestro e autore della prosopografia repubblicana, grazie all' immenso Iavoro da lui speso nella cinquantennale collaborazione alIa Real-Encyclopiidie : collaborazione che, data l' entita del materiale raccolto, si estende anche ai volumi pubbIicati dopo la sua morte.

Ma l' uso di questo materiale ai fini della ricostruzione storica da parte del Munzer e di altri autori non sempre ha condotto a risultati accettabili; e cio si deve a due fattori negativi, che mi sembra opportuno rilevare. II primo di questi e gia stato riconosciuto da molti nel preconcetto che i fasti magistratuali possano fornire illdizi sui rapporti fra i nobili romani (21).

(20) Lo SCULLARD, RP, pp. 29-30, in sede teorica giudica possibile un' influenza delle classi inferiori sugli eventi politici; tuttavia il suo interesse e rivolto altrove, e quindi l' argomento, nel suo volume, appare talvolta sottovalutato.

(21) V. la bibliografia cit. supra, n. 2, e cf. Ie obiezioni di R. M. HAYWOOD, Studies, pp. 45-47; Marcia L. PATTERSON, «TAPhA» LXXIII 1942, pp. 319-340; Lily Ross TAYLOR, "AJPh» LXXIII 1952, pp. 302-303; M. J. HENDERSON, «JRS» XLII 1952, pp. 114-116; H. STRASBURGER, «Gnomon» XXVII 1955, pp. 207-209; J. BLEICKEN, VT,passim. V. anche sopra, n. 17. A. GARZETTI, «Athenaeum» XXV 1947, p. 176 n. 9 (cf. in generale pp. 175-224), non respinge il principio metodologico del Miinzer, rna soltanto Ie sue esagerazioni.

(18) V. specialmente F. MUNZER, RE s. v. Sempronius, 54, col. ~~12-1413; m., RAP pp. 257-270; R. SYllIE, RR, pp. 12, 60; Lily Ross TAYLOR, Po1~t~cs, pp. ~5:16:

Le f~nti classiche (raccolte dal MUNZER, RE, 1. c.) insistono s~ rancor! e le ambizioni deluse di Tiberio: a questi elementi da un certo valor~ per~no il MOl\I~I:SEr:,. ~G II, PP: 85-86. Altri studiosi moderni combinano invece in varia rmsura fattori POlit1C1 e fattori individuali: K. BILZ, Die Politik des P. Corn. Scipio Aem., Stuttgart 1936, pp. 66-67 ; H. H. SCULLARD, GN, pp. 25-26; m., «JRS» L 1960, p. 73. Cf. anche M. GELZER, Nob.,

pp. 107-109.

(19) Su questa punto si dichiara d' accordo anche H. H. SCULLARD, «BICS»

II 1935, p. 15.

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II Munzer, 10 Schur, il Cornelius, e 10 Scullard partono dal prinClplO che il magistrato addetto a presiedere i comizi elettorali (per Ia scelta dei consoli, dei pretori, e dei censori, generalmente un console) abbia avuto un' influenza decisiva sulle votazioni, tanto da determinarne il risultato. Pertanto i consoli che subentravano I' uno all' altro in una data serie di anni dovrebbero appartenere alIa medesima cricca nobiliare ; e cosi pure i vari magistrati eletti insieme per un medesimo anno, in quanto sulla 101'0 elezione avrebbe influito la volonta della stessa persona 0 dello stesso gruppo (a quest' ultima opinione sembra indulgere anche un aut ore che su altri temi si profess a fieramente avverso al metodo del Munzer: cioe il Beloch) (22). L' autorita del presidente e per gli studiosi citati un dato di fatto indiscutibile e nella maggior parte dei casi e ammessa tacitamente.

E tuttavia, Ie difficolta non mancano. Consideriamo in primo luogo i mezzi legali che il magistrato presidente avrehbe avuto per imporre Ia sua volonta, Si e ritenuto che nei primi tempi della repubhlica egli accettasse soltanto un numero di candidati pari a quello delle cariche da ricoprire ; in tal caso al popolo sarehhe rimasto solo il diritto, molto Iimitato, di votare si 0 no sui nomi che gli erano suggedti. II Miinzer da la cosa pel' sicura, appellandosi al Mommsen; questi invece Ia pl'esenta solo come un'ipotesi, e inoltre aggiunge che Ia limitazione sarebbe venuta meno in epoca molto antica : cio equivale a dire che nelle fonti non ne rimangono tracce (23).

E certo, invece, che il presidente poteva escludere i candidati da lui ritenuti indegni, sia prima della votazione, sia nel corso di essa ; e aveva perfino la facolta, dopo il voto, di negaTe Ia renuntiatio del

(22) Ad es. il BELOCR considera alleati politici Q. Fabio Rulliano e P. Decio Mure perehe colleghi in tre consolati e nella censura; e senza dubbio si tratta di alleati ma cib si dimostra con ben altri argomenti (v. infra, § 25). II medesimo studioso afferma che il Rulliano fu amico anche di L. Papirio Cursore perche, fra l' aItro, iI figlio di Papirio fu edile curule nel 299 con Fabio! (RG, pp. 480-481). Per il dissenso fra il BELOCR e iI Munzer cf. RG, pp. 241, 338-339.

(23) Cf. F. MUNZER, RAP, pp. 14-15, con Th. MOMMSEN, SR I, pp. 470-471. E. S.

STAVELEY, «Historia» V 1956, p. 84, osserva che la presenza di consoli plebei nei fasti del V secolo presuppone fin d' allora un mflusso della volonta popolare sui risultati elettorali. La realta storica di questi consoli plebei e stata messa in dubbio da alcuni auturi che ritengono i Fasti interpolati: p. es, K. J. BELOCR, RG, pp. 10-19; A. GUARINO, ccRIDA» I 1948, pp. 99-101 (= L' ordinamento giuridico romano, Napoli 1959, pp. 332- 334). L' autenticita dei Fasti pili antichi (compresi i consoli plebei) e accettata invece (a mio parere, con ragione) da P. FRACCARO, ccRFIC» VI 1928, pp. 556-557 (recensione al Beloch); S. MAZZARINO, Dalla monarchia allo statu repubblicano, Catania 1945, pp. 197, 221; A. BERNARDI, ccRIL» LXXIX 1945-1946, pp. 3-26; P. DE FRANCISCI, PC, pp. 780-781.

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vincitore (atto formale, ma indispensabile). Comunque, anche se in origine questa facolta era esercitata in modo arhitrario (cosa che non sappiamo) gia nel corso del IV secolo la consuetudine permerteva di eliminare solo quei candidati, 0 quegli eletti, che giuridicamente 0 moralmente non fossero qualificati per la carica cui aspiravano. Si ricordano vari casi di presidenti che vollero ahusare del 101'0 potere, escludendo senza validi motivi candidati politicamente avversi, e ne furono impediti a furor di popolo (cf. p. es. LIV. VII 227_10: censura del 351; m.,

VIII 159: pretura del 336). .

II Mommsen distingue l' esclusione pregiudiziale dei candidati (per cui I' arbitrio venne a cessare molto presto) dal rifiuto della renuntiatio; e afferma che quest' ultimo rimase piii a lungo immune da limitazioni. L' unico esempio ch' egli adduce e il caso di C. Calpurnio Pisone, cos. 67, che riusci a hloccare la candidatura di M. Lollio Palicano al consolato del 66, con la formula non renuntiabo. Ma poiche il pal'ere di Calpurnio fu espresso prima del voto, il suo intervento rientra nella serie delle esclusioni preliminari ; inoltre il rifiuto era certamente motivato, e non arhitrario, come risulta sia dal resoconto di Valerio Massimo (III 83: cui us taeterrimis actis exquisitum potius supplicium quam ullus honos debebatur) sia dall' accenno di un contemporaneo ai comizi del 63, da cui risulta che Lollio non aveva, neppUl'e in questo secondo caso, alcuna speranza d' essere eletto (CIC. ad Att. III)' Si noti che gia nel 304 un tentativo di negare la renuntiatio a danno di Cn. Flavio, vitrorioso nella votazione per I' edilita curule, era pienamente fallito (PIS. fro 27 p2 ap. GELL. VII 9; LIC. MACR. fro 18 p2 ap. LIV. IX 4613, e LIV. ibid.). D' altra parte, se la coscienza della sovranita popolare impedi, come il Mommsen riconosce, l' esclusione arbitraria dei candidati, la medesima coscienza non avrebbe permesso che la supremazia del presidente sugli elettori, cacciata dalla porta, rientrasse per Ia finestra in forma aggravata: cioe, a proposito di candidati che avevano gia ottenuto la maggioranza.

Analogo al precedente e il caso di C. Senzio Saturnino, che nel 19 a. C. tento di respingere Ia candidatura di M. Egnazio Rufo al consolato, e non essendovi riuseito dichiaro che non avrebbe concesso la renuntiatio (VELL. PAT. II 91-92; cf. CASSo DIO LIV 101), II Tibiletti vede in cio una prova del largo potere discrezionale che ancora in epoca eosi tarda spettava al presidente. Ma Egnazio era stato pretore l' anno prima, e poiche fra le due cariche doveva intercorrere l' intervallo di un biennio, la sua pretesa era indiscutibilmente iTregolare. Saturnino, quindi,

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si Iimito a seguire la legge, come era suo dovere, e come, in epoche pili recenti, avrebbe potuto fare una commissione elettorale costituita da modesti funzionari (24).

Degno di nota e il fatto che molte voIte, sebbene l' esclusione fosse motivata, fu sottoposta al giudizio del senato (25), 0 scavalcando addirittura il console cui spettava la presidenza (LTv. XXXII 78_12: candidatura di T. Quinzio Flaminino al consolato del 198) 0 pel' iniziativa dello stesso console, che in tal modo riconosceva di non avere autorita in materia (LIV. XXXIX 39: elezioni suppletive alla pretura del 184). Anche L. Volcacio Tullo, cos. 66 a. C., escluse Catilina dalla candidatura pel' iI consolato del 65, ma prima ritenne opportune tenere un consilium publicum coi principes civitatis (CIC. in toga cando ap. ASCON. p. 89 C. e ASCON. ibid.): eppure anche questa decisione era pienamente legittima, perche Catilina era sotto accusa de repetundis. Dunque, sia perla forma, sia perla sostanza, non sembra che I' operato di Tullo possa citarsi a dimostrare l' influenza del presidente, come fa Miss Taylor (26). AItre voIte l' opinione pubblica impose candidati che mancavano di requisiti essenziali, come il cursus honorum e l' eta: oltre al caso gia citato di T. Quinzio Flaminino, si ricordino le carriere ben note di Scipione I' Africano e di Scipione Emiliano. Infine C. Giulio Cesare fu autorizzato da una legge del 52 a present are la sua candidatura henche assente: questa legge, che si riferiva ai comizi del 49 peril consolato del 48, Iimitava a distanza di anni la Iiherta del futuro presidente (27).

I casi fin qui esaminati, come si vede, vanno dal quarto secolo al primo; e pertanto deve ritenersi pienamente giustificata Ia tesi di quegli autori che ammettono Ia supremazia del magistrato suI popolo in materia elettorale solo come un fatto antichissimo, e, in eta storica, ormai dimenticato (28).

(24) Sull' opinione del MOll1MSEN V. SR I, pp. 471-472. Per quanta riguarda il conflitto del 304 (edilita di Cn. Flavio) e discusso il rango del rnagistrato presidente: cf. Th. MOlIIlIISEN, SR I, pp. 193-194. Su M. Egnazio Rufo cf. GROAG, RE s. v_ Egnatius, 36. L' opinione del TIBILETTI e espressa in Principe, pp_ 176-177; il Tibiletti accetta I'influenza del presidente sni comizi anche in ((SDHI» XXV 1959, p. 101 n, 22 (rna V. iufra, n, 28).

(25) Cf. G. HUlIIBERT, DA s. v. Comitia, p. 1395.

("6) Politics, p. 211 n. Ill. A pp. 70-71 Miss TAYLOR cita anche C. Calpurnio Pisone, di cui s' e detto sopra.

(27) Cf. G. NICCOLINI, FTP, pp. 320-321; R. SEALEY, ((CM» XVIII 1957, pp. 75-101.

("8) Th. MOMMSEN, SR I, pp_ 214, 471-472 (con la riserva circa la renuntiatio di cui s' e detto) ; III I, p. 392; W. E. HEITLAND, RR2 I, pp. 131-132; G. TIBILETTI, in

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Secondo alcuni farebbe eccezione l' interrex, che avrebbe censervato sempre la facolta di designare solo due candidati al consolato. Ma vi sono moIti argomenti contra questa ipotesi, e non si possono svalutare senza far violenza aUe fonti. E attestata infatti una molteplicita di candidati nei comizi per il 216 e peril 55, presieduti da un interrex; si aggiunga che Ap. Claudio il Cieco, probabilmente nel 298, nonriusci a escludere i candidati plebei per Ia decisa azione del tribune M' .. Curio Dentato (CIC. Brut. 55 ; AUCT. de vir. ill. 343), Puo darsi che I'interrex abhia avuto in origine diritti particolari; ma certo questi non erano pili riconosciuti validi gia sul principio del III secolo (29).

Guardando ora il problema dal punto di vista pratico, deve osservarsi che se il presidente fosse stato davvero il fattore deeisivo di ogni votazione, non si capirebbe pili come Ie varie consorterie- (0 i vari gruppi politici) riuseissero a gareggiare fra 101'0 : il gruppo che per primo fosse giunto alle principali cariche le avrebbe conservate agevolmente pel' sempre. In realta, per salvare l' ipotesi e necessario accettare questa sua estrema conseguenza : poiohe basta un solo caso di elezioni ove sia prevalso un candidato ostile al presidente per smantellare tutto il sistema. Eppure, casi di tal genere sono tutt' altro che rari : anche secondo Ie ricostruzioni deUo Schur e dello Scullard vediamo nell' eta delle guerre puniche gli Emili, i Claudi, i Fabi alternarsi nel predominio in cicli di pochi anni; ogni crisi dovrebbe corrispondere aUo scacco di un presidente nei comizi da lui convocati e diretti.

Ad esempio, nulla e pili certo dell'inimicizia fra i consoli del 195 (L. Valerio FIacco, M. Porzio Catone) e gli Scipioni. Pure, in quell' anna Scipione 1'Africano fu eletto console peril 194. Cio viene spiegato con I' assenza da Roma di Catone, che avrehbe saputo far valere la sua voIonta, ma era impegnato nella guerra celtiberica; la presidenza toccava quindi a Valerio FIacco (LIV. XXXIV 422_3), troppo deb ole pel' influenzare gli elettori (30). Sara; ne risulta comunque che non bastava presiedere i comizi, se non si aveva una certa dose di energia : iI che e molto significativo, quando si tenga presente che senza dubbio la media dei consoli romani aveva piuttosto Ia tempra di FIacco che quella di Catone.

«Studia Chialeriana», II 1, 1950, pp. 357-377 e spec. pp. 372-373 (diversamcnte altrove:

V. sopra, n. 24); E. S. STAVELEY, ((JRS)) XLIII 1953, p. 33 n. 29; rn., «Histcria» III 1954-1955, p. 207 n. 1.

(29) La posizione privilegiata dell'interrex fu sostenuta da molti giuristi del secolo scorso, ma negata dal MOllIMSEN ; ora e ammessa di nuovo da E. S. STALEVEY, «Historia» III 1954-1955, pp. 193-211 (ove la bibliografia precedente). Contro 10 Staveley V. T. A. DOREY, ((RhM)) CII 1959, p. 250. E. FRIEZER, «Mnemosyne» XII 1959, pp. 301-320, studia arnpiamente la figura dell'interrex, ma non tratta in particolare questa problema.

(30) Cosi F. MUNZER, RE S. V. Valerius, 173, col. 18.

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Com' e ovvio, i Romani non ignoravano che I' appoggio del presidente poteva essere utile: cio appare dal contegno di L. Emilio Paolo, console nel 182, che lascio presiedere i comizi dal meno autorevole collega Cn. Bebio Tamfilo, in omaggio al fratello di questo, M. Tamfilo, aspirante al consolato per il 181 (LIv. XL 178; cf. 181), Tuttavia in vari casi il magistrato cui toccava la presidenza riusciva a far eleggere i propri candidati non tanto, 0 non soltanto, grazie ai propri compiti direttivi, hensi anche ricorrendo ad altri mezzi. Per esempio, un dittatore comitiorum habendo rum causa poteva raccomandare agli elettori il suo preferito scegliendolo come proprio magister equitum: durante la seconda guerra punica questo sistema risulto quasi infallibile (31). Nel 207 M. Livio Salinatore appoggio in tal modo Q. Cecilio Metello, che ottenne il consolato peril 206; rna gia in precedenza aveva messo in opera un altro mezzo, utile oltreche a Metello anche all' altro concorrente fortunate, L. Veturio Filone: i due furono inviati a Roma per annunciare la vittoria del Metauro, e cosi vennero additati all' interesse del popolo,

Dunque c' erano molti modi per favorire 0 raccomandare un candidato, e di conseguenza molte persone potevano farne uso, Ricordero qui le elezioni consolari svoltesi nel 185 (consoli Ap. Claudio Pulcro e Ti. Sempronio Gracco) per il 184. II sorteggio aveva attribuito la presidenza a Gracco. Questi, sebbene fra i candidati Fosse P. Claudio Pulcro, fratello di Appio, non ebbe tanti riguardi per il collega quanti ne avrebbe avuti pochi anni dopo L. Emilio Paolo, e tenne fermo l' incarico che gli competeva. Non pel' questo Appio rinuncio a Farsi valere; e sine lictoribus cum fratre toto foro volitando, fra Ie proteste degli avversari e di molti senatori, seminando disordini e facendo uso della proverbiale vis Claudiana, riusci a val' are Publio praeter spem suam et ceterorum (LIV. XXXIX 325_13), Naturalmente Appio, pur non avendo la presidenza e pur andando in giro sine lictoribus, sfruttava il suo prestigio di console in carica. D' altra parte, secondo Livio, il suo contegno suscito 10 scandalo dei benpensanti proprio perche si trattava di un console: se Fosse stato un privato, nessuno avrebbe avuto alounohe da obiettare. E Claudio elimino i littori appunto per essere piti lihero. Da questo punto di vista il magistrato presidente, che agiva in veste ufficiale, non era Iihero affatto e quindi poteva adoperarsi assai meno di tanti altri.

Insomma gli elettori erano sottoposti a un gioco di molteplici influenze, provenienti da individui e gruppi diversi; fra questi, il pre-

(31) Lo nota H. H. SCULLARD, RP, p. 62 n, 1 (ove Ie fonti).

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sidente e il gruppo al quale egli apparteneva godevano di un certo vantaggio, rna non si trattava di un vantaggio determinante. Dobbiamo dunque ammettere una serie di alternative: puo darsi che talvolta il presidente non abbia avuto alcun interesse personale 0 politico al risultato della votazione; pue darsi che abbia sostenuto uno 0 piii candidati, e non sia riuscito a farli votare; puo darsi, infine, che abbia imposto la propria volonta (e anche di cio vi sono parecchi esempi, sebbene piii in senso negativo, cioe di opposizione contro certe candidature, che positivo: v. per un caso del 215 a. C. l'inizio del § 4).

Quindi, il fatto che Tizio succeda a Sempronio nelle liste consolari non dimostra assolutamente nulla sui 101'0 rapporti ; Tizio potrebbe essere un feroce nemico di Sempronio, eletto contro la strenua opposizione di quest' ultimo. A maggior ragione il fatto che Tizio e Sempronio siano eletti insieme non dimostra assolutamente nulla sui 101'0 rapporti : il presidente potrehbe aver appoggiato solo uno dei due, 0 essersi attenuto a una stretta neutralita, Come ha rilevato Marcia Patterson, nemmeno il ripetersi della colleganza fra esponenti di due famiglie in varie generazioni ha partieolare significato: cio avveniva facilmente perche i nobili piii influenti svolgevano il 101'0 cursus honorum alIa medesima eta (che era la minima richiesta) in ogni generazione (32).

E, del resto, ben documentato che molte volte vennero eletti alIa medesima carica, nel medesimo anno, due irriducihili antagonisti: tali erano i consoli del 207, C. Claudio Nerone e M. Livio Salinatore, che durante I' ufficio, per carita di patria, collaborarono, rna continuarono a odiarsi; e ne diedero la prova quando furono elet.ti (ancora una volta insieme !) alIa censura del 204. E tali erano pure i censori del 179, M. Emilio Lepido e M. Fulvio N obiliore, che si riconciliarono solo a elezione avvenuta. Peril Munzer, 10 Schur e 10 Scullard e inconcepibile che due avversari siano stati eletti negli stessi comizi, e quindi essi affermano che Ie due coppie s' erano gia messe d' accordo prima del voto: rna le fonti non confortano questa ipotesi. Una spiegazione del genere e comunque del tutto esclusa pel' C. Giulio Cesare e M. Calpurnio Bihulo, colleghi nell' edilita, nella pretura, e nel consolato del 59, e nemici dopo I' avvento al consolato piti ancora di prima e3).

(32) «TAPhA» LXXIII 1942, p_ 318.

(33) Per Ie fonti v. T.R.S. BROUGHTON, MRR, ai rispettivi anni. La censura del 204 e spiegata dallo SCHUR, SA, p. 63, come frutto di un' aUeanza tra vari gruppi aristocratici contro Scipione; sulla censura del 179 v. F. MUNZER, RAP, pp. 200-201; H. H. SCULLARD, RP, p. 180. Le carriere di Cesare e di Bibulo sono state addotte a dimostrare l'insufficienza dei fasti magistratuali come fonte da M. GELZER, «NJ» XXIII 1920, p. 439.

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4) LE PARENTELE. - II secondo punto deb ole nel metodo del Munzer e I' eccessivo peso dato ai legami di parentela. Ad esempio, si ritiene che T. Otacilio Crasso, pretore nel 217, appartenga al gl'UppO fabiano, perche aveva sposato la figlia di una sorella di Q. Fabio Massimo Cunctator. E manifesto che si tratta di un rapporto troppo indiretto per dimostrare da solo I' esistenza di un' intesa politica; inoltre, sappiamo che Fabio, nel 215, contrasto decisamente la candidatura di Otacilio al consolato del 214. II Munzer e 10 Scullard negano fede a questa notizia, e suppongono che i due personaggi recitassero una parte predisposta di comune accordo (34). Tuttavia potrebbe anche darsi che Fabio non avesse alcuna simpatia e alcuna stima pel' il genero di sua sorella: cose del genere possono accadere nelle migliori famiglie.

Se ci limitiamo aIle parentele piri strette, I' ipotesi che un figlio erediti Ie amicizie, e segua la linea politica, del padre, 0 che due fratelli si appoggiuo a vicenda nel proprio cursus honorum, e senza dubbio lecita e anche probabile ; rna neppur essa potra mai valere contro Ie fonti che eventualmente attestino un dissidio tra padre e figlio, 0 tra fratello e fratello (v. ad esempio infra, § 50, sulle differenti liuee politiche seguite dal grande Marcello, cos. 222, e da suo figlio, cos. 196).

Anche su questo punto alcuni studiosi hanno espresso il 101'0 dissenso rispetto alla scuola del Munzer (35). Tuttavia quasi nessuno ha rilevato un aspetto del problema ch' e forse il piii importante. Qualunque sia il valore che hanno i vincoli familiari come indizio suII' atteggiamento politico dei nobili romani, non si potca mai ammettere che I' appartenenza a una medesima gens costituisca un legame simile a quello di parentela: eppure Ie due cose sono giudicate identiche da molti autori. Ad esempio 10 Haywood, ch' e un discepolo del Frank e in altri campi ha combattuto Ie tesi del Munzer e dello Schur, considera tutti i Corneli: i Lentuli, i Cetegi, Cn. Cornelio Blasione, e Cn. Cornelio Merenda (ambedue pretori nel 194), L. Cornelio Merula cos. 193, P. Cornelio Scipione Nasica cos. 191, come una grande famiglia, concorde nel sostenere la politica di P. Cornelio Scipione Africano (36).

Passi per il Nasica, ch' era almeno primo cugino dell'Mricano, con cui del resto la tradizione 10 dipinge in buoni rapporti; rna della pa-

(34) F. MUNZER, RAP, p. 74; H. H. SCULLARD, RP, p. 59.

(35) P. es. T. FRANK, in CAH VIII, p. 368; A. MOllHGLIANO, <dRS» XXXIX 1949, p. 156.

(36) R. M. HAYWOOD, Studies, passim. Per quanta mi consta l' unico autore che abbia reso esplicito il suo dissenso su questa punto e H. STRASBURGER, in «Gnomon» XXVII 1955, pp. 207-209.

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rentela fra i Corneli Merulae, i Cetegi, e gli Scipioni, non sappiamo nulla; i cognomi Merenda e Blasione appaiono almeno all' inizio del terzo secolo, sicche i vincoli di sangue, se pure esistono, ai tempi della guerra annibalica risalivano ai trisavoli; infine I' origiue comune fra gli Scipioni (discendenti dai Maluginensi, attestati nel secolo quinto) e i Lentuli (gia fiorenti nel secolo quarto) si perde nella notte deitempi.

E 10 stesso vale per altre pretese parentele, la cui inconsistenza ho dimostrato in altra sede (Quinzi Flaminini e Quiuzi Crispini; Fabi Massimi e Fabi Buteoni) (37). In linea generale deve - osservarsi che la coincidenza del nome gentilizio non implica sempre e necessariamente una parentela, nemmeno originaria. Fra I' altro, la cittadinanza romana s' e accresciuta col graduale assorbimento delle piccole comunita piti viciue, e quindi e possibile che gli stessi nomi siano stati usati in luoghi diversi da famiglie del tutto indipendenti; e del resto Ie omonimie sono consuete gia nell' ambito di singoli centri, specialmente agricoli. ARoma un caso tipico di omonimia che quasi certamente non implica parentela e quello dei Claudi patrizi e dei Claudi plebei (38).

Ma, pur quando le famiglie con uguale nomen siano effettivamente discese dallo stesso ce_!Jpo gentilizio, nulla puo indursene a priori sui 101'0 rapporti politici. E hensi vero che i membri di una gens potevano essere legati fra 101'0 da comuni tradizioni, in partieolare cultuali; tuttavia cio non doveva accadere sempre, perche gli esempi a noi noti sono ricordati a titolo di curiosita erudita (39). Ad ogni modo queste tradizioni erano antichissime, e il 101'0 contenuto spirituale, gia nel III secolo, doveva essere quasi svanito. Per quanto riguarda il valore giuridico del rapporto gentilizio, benche la sua fase origin aria sia molto discussa, gli studiosi delle varie tendenze sono d' accordo nel ritenere che il progressivo sviluppo dell' organizzazione statuale fini col privare la gens di quasi tutte Ie sue funzioni; e questo processo, che risale senza dubbio all' eta regia, era gia in uno stadio avanzato all' epoca delle XII tavole (40). Piu tardi troviamo ancora in vigore soltanto due istituti del

(37) «Lab eo» VI 1960, pp. 106-108 e n. 12.

(38) Cf. G. DE SANCTIS, SR I, p. 232. Del resto vi sono molte altre omonimie fra gentes patrizie e plebee: cf. KUBLER, RE s. v. gens, col. 1180.

(39) Per una esauriente rassegna dei dati in materia v P DE FRANCISCI PC

pp. 170-172. . . "

(40). C?m' e no~~, alcuni. autori considerano la gens, 0 addirittura la famiglia, come ~n IstItut.O politico preesistente allo stato: cf. p. es. P. BONFANTE, Famiglia e successwne, Torino 1916, pp. 1-63; L. ZAN CAN, ccAIV» XCV 1935-1936, pp. 321-357; E. BETTI, .«SDHI» XVIII 1952, pp. 241-248; F. de MARTINO, in «Studi Arangio-Ruiz», IV, Napoli 1953, pp. 25-49; rn., SCR I, pp. 1-32 ; K. KASER, Das rbmische Privatrecht,

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primitivo ius gentilicium, in riferimento ana tutela sugli orfani e ana eredita, che in mancanza di agnati spettavano ai gentili. Ma questo in teoria: nella pratica il ricorso ai gentili era richiesto assai di rado (41), e nel secondo secolo a. C. gli stessi vincoIi agnatizi (cioe quelli coi parenti maschi fino al sesto grado) cominciavano ad allentarsi (42). In tale stato di cose non si vede come l' appartenenza a una medesima gens potesse ere are legami di affetto 0 d'interesse fra nob iIi romani, se non quando si trattava di famiglie che si collegavano al ceppo comune entro due o al massimo tre generazioni (43).

CONCLUSIONE. - La prosopografia e per 10 storico un' arma formidabile, ma dey' essere usata, come tutte Ie armi, con grande cautela. Purtroppo Ie nostre fonti preferiscono tramandarci aneddoti e pettegoIezzi piuttosto che dati politici, e quindi noi siamo costretti a ricostruire gIi schieramenti politici per mezzo dei legami personali. Ma prima di scrvircene dobbiamo esser certi che questi legami personali siano veramente esistiti: dunque conviene lasciar da parte Ie parentele troppo larghe, 0 addirittura ipotetiche, nonche l' ordine in cui si succedono i nomi nelle liste dei magistrati. Parleremo di un rapporto amichevole fra due personaggi quando le fonti attestino esplicitamente un appoggio elettorale, un gesto di fiducia, il conferimento di un incarico; e parleremo di un' ostilita quando Ie fonti conservino il ricordo di un processo, di una polemica in senato, 0 di una concorrenza elettorale, In que-

I Miinchen 1955, pp. 44-50; P. DE FRANCISCI, PC, pp. 139-197. Ma sono sempre valide Ie obiezioni esposte contro questa teoria da Ed. MEYER, GA I 1", pp. 33-35; G. DE SANCTIS, Per la scienza dell' antichith, Torino 1909, pp. 408-418; V. ARANGIO-RUIZ, Le genti e la ciua, «Ann. Univ. Messina» CCCLXIV 19p-1914, pp. 13-79 (parzialm. rist. in «Introd, it l' etude du droit compare» - «Recueil Ed. Lambert», Paris 1938, pp. 146-162, e in «Scriui giurid. per il centenario della casa ed. Jovene», Napoli 1954, pp. 109- 131) ; nel medesimo senso v. pili di recente P. VOCI, in «Studi Arangio-Ruiz» cit., I, pp. 101-146; U. COLI, «SDHI» XVII 1951, pp. 16-17.

Concordano tuttavia nell' ammettere Ia decadenza dei legami gentilizi attraverso l' eta regia e l' eta repubblicana, K. KASER, O. c., pp. 47, 234, 582; P. DE FRANCISCI, PC, pp. 169, 189, da una parte; V. ARANGIO-RuIZ, Istitus. di dir, rom.H, Napoli 1960, p. 430, dall' altra; e v. Ie note seg.

(41) -COS! V. ARANGIO-RUIZ, O. c., p. 538. Si noti chc in CIC. de orat; I 176 una vertenza relativa al diritto successorio dei gentili e citata fra Ie cause molto difficili: cia ne conferma Ia rarita, Per l' assenza di altri specifici rapporti oltre quelli di tutela e suecessione v. K. KASER, Das altriimisclte Jus, Giittingen 1949, p. 181 n. 19.

(42) G. DE SANCTIS, SR IV 2, 2, pp. 48-49.

(43) E significativo il fatto che alIa fine della repubblica vengano confusi i termini gens efamilia (KUBLER, RE s. v. gens, col. 1177-1178; P. DE FRANCISCI, PC, p. 169 n. 333) ; ovviamente, e il concetto di gens che perde il suo valore originario, e non quello

di familia.

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st' ultimo caso e opportuno andare particolarmente cauti, e dar valore soltanto alla rivalita pili aspra e dichiarata, perche non di rado si presentavano insieme come candidati ana medesima carica anche esponenti della stessa tendenza politica.

Infine, deve anche ricordarsi che I' esistenza di amicizie 0 parentele fra i memhri di un gruppo non e un dato sufficiente per negare a questo gruppo un carattere politico nel senso moderno della parola. Lo Scullard, che vuole distinguere nel modo pili netto il sistema moderno dei partiti, dal sistema classico delle eonsorterie nohiliari, cita, per illustrare quest' ultimo, una frase del conservatore Sir Robert Peel, pronunciata nel 1835: «Damn the Whigs, they are all cousins !» (44). Ma per questo periodo della storia inglese, come per la storia della repubblica romana, un' interpretazione puramente prosopografioa, sebbene utile a chiarire molti problemi, non esaurisce tutta la realta storica (46). I liberali inglesi del 1835 saranno anche stati tutti cugini, ma senza dubbio erano un partite politico : sicche i vincoli di parentela costituivano, in ultima analisi, soltanto un mezzo della 101'0 attivita, E 10 stesso puo dimostrarsi per i gruppi in cui si divideva la classe dirigente romana.

(44) H. H. SCULLARD, RP, p. 1.

(46) Cf. M. BELOFF, «RSl» LXXII 1960, pp. 311-312.

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CAPITOLO II

I MERCANTI E I PUBBLICANI

SOllUIARIO : PREMESSA. - 5) Pirateria e commercio. 6) Cartagine. 7) Taranto e ApolIonia. 8) Alessandro. 9) Rodi. 10) Altri dati sull' oriente. II) II commercio e Ie gnerre puniche, 12) II commercio e Ie guerre in oriente. 13) L' espansione territoriale e Ia coscienza dei problemi economici. 14) Conclusioni sulla politica estera. IS) I pubblicani e i ban-

chieri. 16) L' ordine equestre.

PREMESSA. Per quanta riguarda I' ultimo secolo della repub-

hlica, i moderni sono concordi nell' ammettere che la politica romana fu in larga misura determinata dall' influenza di un ceto affaristico rnaturo e saldamente organizzato. Si ritiene peraltro che nei secoli precedenti, fino a Caio Gracco, la situazione sia stata del tutto diversa: i Romani non avrebhero esercitato il commercio marittimo, lasciandolo agl' Italici e soprattutto ai Greci; i puhhlici appalti non avrehhero offerto Ia possibilita di accumulare grandi patrimoni; l' ordine equestre contava poco, e forse non era nemmeno chiaramente individuato rispetto agli altri ceti sociali; infine i nohili governavano senza tener conto dei fattori economici, che in parte ignoravano, in parte dispregiavano. E particolarmente notevole che tali giudizi siano condivisi anche dagli specialisti dell' ordine equestre, dai cultori di storia navale, dagli studiosi di economia (1).

Le discussioni in questa campo si accentrano intorno al prohlema della politica estera romana e dei suoi fini. Un piccolo gruppo di autori e incline ad ammettere che Roma, fin da quando penetro nell' amhiente italiota (cioe dagli ultimi decenni del quarto secolo a. C.) ahhia perseguito coscientemente un programma di espansione commerciale; o meglio, che in Roma sia esistita una tendenza favorevole all" espansione commerciale, e che sia riuscita ad imporsi contro altre tendenze (2).

(1) V. infra, n. 13, 20, 28, 56, 57, 61, 85-88, 99, 102-104, 107, 109, Ill, ll8. (2) Ed. MEYER, KS P, pp. 246-247; II, p. 376; P. TREVEs, «RAL)) S. VI, VIII 1932, p. 173; M. A. LEVI, PER I, pp. 223-225, 313-314, 331-332; J. R. PALANQUE, Les imperialismes antiques, Paris 1948, pp. 102-107; F. DE MARTINO, SCR II, pp. 237-241. V. inoItre, per I' eta di Appio Claudio il Cieco, E. S. STAVELEY, «Historia» VIII 1959, pp. 410-433; per Ie guerre in oriente, Th. MOllIlIISEN, RG I, pp. 698-700 (questi pero accetta il movente economico solo in via subordinata : v. infra, n. 6, 97); G. COLIN, RG, pp. 69-70, 89-95; L. Hosro, DIR, pp. 301-314 (fra molti altri fattori, ammette anche quello economico) ; E. KORNElIIANN, RG I, pp. 302-303 (v. infra, n. 3); H. BENGTSON, ((WaG)) V 1939, pp. 176-177; Id., GG, pp. 449-450.

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Tuttavia la schiacciante maggioranza degli storici preferisce altre ipotesi. In generale si ritiene che tutte Ie guerre combattute fino a] terzo secolo (quelle, cioe, che portarono alla supremazia sulla penisola italica e sul Mediterraneo occidentale) siano state guerre per l' esistenza, 0 almeno per la sicurezza. Si ammette che in vari casi Ie ostilita furono cominciate dai Romani, ma cio viene spiegato ricorrendo al concetto della difesa preventiva: il nemico dey' essere attaccato prima che divenga troppo pericoloso. Alcuni interpretano in modo analogo anche l' attivita svolta nella penisola iberica, e soprattutto in oriente, fino alIa meta del II secolo a. C. (3). Secondo altri, invece, la lotta per l' esistenza termina con la battaglia di Zama; e gli episodi successivi sono dovuti al prevalere dello spirito militaristico, ovvero di un imperialismo fine a se stesso: cioe un' ambizione di gloria e di dominic, cui era estraneo qualsiasi calcolo d'interesse economico (4). Ovvero si parla di una ne-

(3) Per Ie guerre del IV e del III secolo cf. G. DE SANCTIS, SR III 1, pp. 97-102; IV 1, p. 25 (rna v . infra, n, 4); T. FRANK, Imp., pp. 59-~10; J: W. SPAETH, A study on the Causes of Rome's Wars fron: 343 to 265 ~. C., DI.ss, Princeton 1926 ; V. POSCHL, HM IV, pp. 25, 27-2B; in particolare sulla prrma pumca: N. H. BAY~ES, «History» II 1917-191B, pp. 23B-241; E. PAIS, St. di Roma durante le guerr~ puniche, I Torino 1935, pp. 96-9B ; E. KORNEMANN, RG I, p. IB5; G. GIANNELLI, RR , p. 2.95 ; sulle guerre illiriche : E. BADIAN, «PBSR» XX 1952, pp. 72-93 ; sulla seconda pumca :

E PAIS, J. BAYET, HR I, p. 663.

. Per Ie guerre del II secolo (oltre l' ampia rassegna critica di W. PERE1I1ANS,

«AC)) III 1934, pp. 4B9-501) v. in generale: M. HOLLEAUX, RGMH; ID., CAH VIII, pp. 237-240 = Etudes V, pp, 429-432; A. PASSERINI, «Athenaeum» IX 1931, pp. 542- 562 ; G. CORRADI, GCM, p. 92 ; W. HEUSS, «NJ)) I 193B, pp. 337-3~2; A. ~. McDONALD, The Rise of Roman Imperialism, Sydney ~940 (suI conte_nuto dl que~t opuscolo, ch~ non sono riuscito a trovare, cf. la recens. di A. F. GILES ill «CR» LIV 1940, p. 216), H. H. SCULLARD, HRW2, pp. 317-319; H. HILL, RMC, pp .. 94:95; H. VOLKlIIANN, «HZ)) CXCII 1961, pp. 375-377. In particolare sulle guerre iberiche : P. FRACCARO, Op. I, p. 29; sulla seconda macedonica: G. T. GRIFFITH, «CHJ» V 1935-1937, pp. 1-14; A. H. McDONALD, F. W. WALBANK, <dRS» XXVII 1937, pp. IBO-207; E. PAIS, J. BAYET, HR I, pp. 491-493, 663; M. A. LEVI, PER, p. 325; L. DE REGlBUS, La rep. romana e gli ultimi re di Mac., Genova 1951, pp. 91-116; L. PARETI, SR II, pp. 56B-571. Sulla guerra siriaca: L. PARETI, o. c., pp. 647-64B; H. E. STIER, RAW,

pp. 16-17; F. CERUTI, «Epigraphica» XVII 1955, pp. 119, 129-130. . .

(4) Th. WALEK, «RPhih) XLIX 1925, pp. 2B-54; 11B-l4.2 (ill polemica con l' Holleaux, come molti altri degli autori cit. infra) ; G. DE SANCTIS, SR IV 1, pp. 25-2? (anzi qualche manifestazione di militarismo e rilevata dal DE SANCTIS anche per II III s~colo: cf. SR III 1, pp. 113-114; 277); S. ACCA1I1E, ERG, p. 117 (e per il III secolo pp. 124 -125); G. GIANNELI.l, RR2, pp. 406-41B;.~. PI?ANIOL, CR" pp. 216-217; :D., HR, p. Ill; J. CARCOPINO, Imp., pp. 100-105 [polit.ica di «grandeur») ; J. VOGT, RR , ~. 97 (politica di «Selbstbejiihung))); T.A: Do~y, «~~Ph» LX~.x 19~9, pp'. 2BB:295 (~mblzione personale insita nei nobili romam, desiderosi di rendersi illustri con vrttorre e trionfi),

Va rico;dato che P. FRACCARO, nella sua recensione al de Sanctis (Op. II, p. 23) critica il termine «militarismo» giudicandolo inadeguato p.er una ??cietil in cni no_n esisteva una casta militare professionale ; il Fraccaro suggensce perClo la formula «SPIrito guerriero)) (egli tuttavia opta per la tesi difensiva: cf. sopra, n. 3).

Altri autori parlano genericament~ d'imperiali.smo (0 p~esuppon~ono que?t? concetto nella loro interpretazione) prescmdendo dagli eventuali moventi eeononucr,

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oessita politica, da cui Roma, essendo I' unica potenza forte ed organizzata in tutto il mondo mediterraneo, fu costretta ad assumere I' eredita del mondo ellenistico ormai decaduto (0). Altri ancora spiegano Ia politica orientale col sentimento filellenico dell' aristocrazia roman a : si trattava di garantire Ia Iiherta greca contro la minaccia macedonica e siriaca, di conquistare l' amicizia dei Greci, e di merit arne I' ammirazione (6).

Tutte queste ipotesi hanno senza dubhio una 101'0 validita, e tutti questi motivi esercitarono di volta in volta il 101'0 peso, determinando gli atteggiamenti di singoli personaggi, 0 digruppi; ma non per questo i motivi economici devono escludersi 0 relegarsi in secondo piano. A mio parere, e possibile dimostrare che gia molto prima dei Gracchi l' attivita dei commercianti, dei banchieri e dei pubblicani aveva raggiunto uno sviluppo notevole; che la nobilitas romana era legata in vari modi agli ambienti affaristici romani, 0 ad amhienti analoghi nelle citta federate; che Ie categorie detentrici di ricchezza mobiliare erano conscie dei propri interessi politici, ed erano in misura di farli valere : infine

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che di fatto fecero valere la propria volonta nell' espansione mediterranea della repuhhlica.

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5) PIRATE RIA E COMMERCIO (7). - E noto che qualche tempo dopo la caduta di Vei (396 a. C.) Roma volle celehrare solennemente la propria vittoria, deponendo un tripode aureo nel tesoro dei Massalioti a Delfi (8). Diodoro Siculo (XIV 934) e Livio (V 282) riferiscono che gli ambasciatori romani col 101'0 dono furono presi durante Ia navigazione dai pirati di Lipari, e lasciati Iiheri solo per il provvidenziale intervento dello stratego Iiparense Timasiteo. Plutarco (Cam. VIII) racconta i fatti

ma senza escluderli esplicitamente: U. VON WILAlIWWITZ-MoELLENDORF Staat und Gesellschaft der Griechen, in «Die Kultur der Gegenwart2)), II 4, 1, Leipzig-Berlin 1923 p. 150; K. E. PETZOLD, Eroffnung, pp. 24-25; S. MAZZARINO, IGP, p. 9B; S. I:

OOST, Ep., pp. 40-41 (cf. «CPh» LIV 1959, pp. 15B -164)' V POSCHL HM IV pp 27 -2B (dal II secolo in poi). ,. , ,.

(0) K. J. BELOCH, GG2 IV I, pp, 663-664, seguito da L. ZANCAl~, «AIV)) XCV 1935-1936, pp. 54B-553.

(6) II filellenismo e considerato un motivo dominante da Th. MOllIllISEN, RG I, pp. 69B-700, 720-721 (rna v. sopra, n. 2, e infra, n. 97); T. FRANK, Imp., pp. 13B-IB9 ; R. M. HAYWOOD, Studies, passim; H. H. SCULLARD, HRW2, pp. 234-237; ID., RP, p. 120; H. E. STIER, RAW.

(7) Sulla materia di questa § v. in generale Lnigia A. STELLA, lAM, pp. 267-306 ; L. PARETI, SR II, pp. 44-47; E. S. STAVELEY, «Historia» VIII 1959, pp. 419-423. (8) V. infra, n. 36.

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in altro modo : i Romani avevano una t-Laxpa vaG<;, cioe un vas cello da guerra (VIII 5; cosi anche LIV. 1. c.), e i Liparensi Ii attaccarono eredendo che fossero pirati; in base a tale sospetto, prima che sopraggiungesse 'I'imasiteo, si disponevano a venderli come schiavi. La prima versione, probabilmente, e ispirata dal desiderio di evitare i particolari pili disonorevoli; la seconda sembra da preferirsi, anche perehe i Liparensi erano famosi per la 101'0 strenua lotta contro i pirati etruschi (DIOD. V 94•5; STRAB. 275; PAUS. X 113)' Deve rilevarsi che, dopo la cattura, la nazionalita degl' inviati doveva apparire ben chiara; eppure, stando al racconto, essi erano ugualmente in pericolo. Dunque i Romani erano sospetti di pirateria per se stessi ; e questo particolare e statu accettato da Plutarco, huon conoscitore delle ant.ichit.a romane,

L' opinione di Plutarco e convalidata dal fatto che verso la meta del IV secolo (forse nel 342) Timoleonte di Siracusa sorprese e mise a morte il pirata Postumio, definito «tirreno» da Diodoro Siculo (XVI 823), In realta, come risulta chiaramente dal nome, si trattava di un Romano ; ma I' indiscusso primate degli Etruschi nella nobile arte della pirateria faceva si che il 101'0 nome indicasse per eccellenza tutti quelli che esercitavano la me de sima attivita : anche gli umili ma volenterosi imitatori provenienti dal Lazio (10 nota STRAB. 232). E interessante il fatto che Postumio aveva al suo comando ben dodici navi: naturalmente non si puo credere che Ie sue ciurme fossero composte per intero di concittadini, ma e pur sempre significativo che il capo di una flotta per quei tempi davvero imponente sia stato un Romano: semhra chiaro ch' egli godeva, nel milieu, di un certo prestigio.

Pochi anni dopo (nel 338) Roma eonquisto la citta volsca di Anzio, i cui abitanti erano pirati famosi. Secondo Livio, interdictum ... mari Antiati populo est et civitas data (VIII 148); ma da Strabone (1. c.) apprendiamo che I' attivita degli Anziati continuo su larga scala, estendendosi fino aHa Grecia : tanto da suscitare Ie proteste di un Alessandro (probabilmente il Macedone) e di un Demetrio (probabilmente il Poliorcete) (9). Le notizie di Livio e di Strabone possono facilmente oonciliarsi, supponendo che i Romani abbiano impedito agli Anziati di svolgere

(9) Secondo Th. MOMMSEN, GIL X I, p. 660, Strabone allude ad Alessandro il Molosso ; rna il fatto che si parli di Alessandro sic et simpliciter fa pensare piuttosto al pili famoso fra i monarchi di questo nome: COS! G. DE SANCTIS, SR II, p. 427, e n, 2 ivi; G. PASQUALI, Roma, p. 38; L. PARETI, SR II, p. 45 e n. 2; H. H. SCHMITT, RRh, p. 39 (con la bibliografia). ,Anche .~. _ NENCI, 11l;t~od., pp. 278.28~, pensa ad Alessandro il Grande; ma nega 1 autenticrta della notrzaa. Per Demetrio v. G. DE SANCTIS, H. H. SCHlIHTT, G. NENCI, l. c.

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un' attivita autonoma, e tuttavia li abbiano ingaggiati per equipaggiare Ie proprie navi, e quelle che avevano prese appunto ad Anzio.

E nota che i rostri di alcune tra queHe navi furono usati per adornare la tribuna degli oratori nel foro (VARR. LL V 155; LIV. VIII 1412; PLIN. NH XXXIV 20; FLOR. I 1110); e in cio si potrehhe vedere la prova di uno scarso interesse per la navigazione. Ma se leggiamo il passo di Livio (naves Antiatium partim in navalia Romae subductoe, partim incensae; rostrisque earum suggestuni in foro exstructum. adornari placuit) vediamo che Ie cose andarono in modo ben diverso: e ovvio che i rostri usati per la tribuna erano quelli delle navi bruciate, e non di tutte Ie navi. Anzi potremo supporre con una certa probabilita che Ie migliori siano state in navalia... subductoe, quelle pili vecchie e malconce abbiano fornito i trofei della vittoria (10). Comunque, i rostri usati a scopo ornamentale furono soltanto sei; cio risulta da un' osservazione di Floro (1. c. : si tamen illa class is ; nam sex fuere rostra.tae) ; e il fatto che questo superficiale compilatore taccia sull' esistenza di altre navi non ha alcun rilievo, Infine ci e conservato il ricordo di una guelTa centro i Volsci Anziati, svoltasi molto tempo prima (469 a. C.), durante la quale i Romani s' erano impadroniti di 22 navi e delle 101'0 attrezzature (DION. HAL. IX 563) ; i dati relativi a questo periodo sono poco attendibili, e la storia di Anzio e particolarmente sospetta ("); ma la notizia serve a dimostrare la costanza della tradizione annalistic a nel ritenere che Roma preferisse appropriarsi delle navi, anziche distruggerle.

Va r'icordato che nelle societa poco evolute non esistono limiti precisi fra pirateria e commercio, ne fra pirateria e guerra di corsa. E dunque lecito vedere nella cospicua flotta di Postumio e nelle navi conquistate ad Anzio il nucleo di quella che fu pili tardi la marina 1'0- mana, sia mercantile, sia da guerra (12). Quest' ultimo punto deve sottolinearsi, perche 10 scetticismo dei moderni si fonda in gran parte suI silenzio delle fonti circa la navigazione mercantile in senso stretto, e

(10) COS! Th. MOl\IMSEN, RG I, p. 359.

(") Cf. J. H. THIEL, HRSP, p. 50. Questo episodio e pero considerato autentico da Maria Luisa SCEVOLA, «RIL}) XCIV 1960, p. 244.

(12) Quando il progredire del senso morale fece sorgerc un chiaro concetto della differenza fra i vari tipi di attivita, i Romani preferirono dimenticare queste prime fasi della 101'0 storia navale; cia spiega come Floro possa definire :il popolo romano, fino al 264, «pnstorius . .. vereque terrester» (II 2.), e Livio possa affermare, riferendosi al 349, ... neque Romanus mari bellator erat (VII 2613), contro l' evidenza dei fatti citati nel testo.

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l' uso di una flotta militare organizzata (13); ma i dati sulla pirateria colmano questo vuoto.

Per il nostro tema importa soprattutto rilevare che le atrtorjt.a

politiche (a Roma come in Etolia, in Creta, etc.) non erano per nulla estranee a questa attivita. Infatti, se la repubblica poteva impegnarsi nei suoi trattati con Cartagine a evitare che i pirati romani agissero in determinate zone (il che e prohabile per il primo trattato, e eerto per il secondo : cf. infra, § 6) vuol dire che li aveva sotto il suo contr olIo ; e del resto anche Alessandro il Grande e Demetrio Poliorcete consideravano il senato responsabile dei danni da loro subiti (pili apertamente Demetrio, che secondo STRAB., 232, accuse i Romani non di tollerare, hensi di organizzare la pirateria: A"{lcr't1jpw; E'X.7te[17t€.w). Ne va dimenticata la possihilita che gli attacchi contro il Poliorcete fossero collegati all' amicizia politica fra Roma e Rodi (cf. infra, § 9). Dobbiamo percio ritenere ehe, anche in questa fase primordiale, 10 stato e i navigatori non costituissero due mondi completamente chiusi l' uno all' altro.

La prima notizia ufficiale circa un interesse dello stato romano per Ie navi da guerra risale al 311, anno in cui un plebiscito promosso dal tribuno M. Decio istituiva duumoiros navales class is ornandae rejiciendaeque causa (LIV. IX 304), Ma questa formula implica di per se stessa la preesistenza di una classis, e pertanto dimostra la eontinuita delle squadre duumvirali rispetto aIle naves longae dei pirati.

Deve ammettersi che la flotta rinnovata non concluse molto. Durante la seconda guerra sannitica si ricorda soltanto un' operazione di sbarco presso Pompei, che non porto ad alcun risultato positivo (LIV. IX 382_3) ; e nel 282 una squadra comprendente dieci navi (14), guidata dal duumviro Cornelio, fu sgominata dai Tarantini (App. Samn. 72), Ma, come e stato detto recentemente, cio dimostra soltanto soarsit.a di esperienza e di mezzi, non certo mancanza d' interesse per la navigazione (15). Del resto, nessuno pretende di sostenere che la potenza navale

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(13) J. H. TmEL, HRSP, pp. 1-11, 47-54, ritiene che Ia navigazione commerciale romana sia rimasta in uno stadio emhrionale fino all' inizio della prima guerra punica; Beatrice JENNY, Rom. Ritt., pp. 3-4, fino alla conquista della Sardeg_na e della Corsica (238 a. C.); F. HEICHELHEUI, H1Vl IV, pp. 405-406, fino a tutto iI III secolo ; T. FRANK, EH2, pp. 112-118, e M. HOLLEAUX, RGMH, pp. 83-93, fin? al II secolo inoltrato; W. SCHUR, RE Sb. V, s. v. Iunius, 46 a, col. 364-365, addirittura fino al I secolo ! Inoltre, i Romani non avrehbero avuto navi da guerra degne del nome fino al 311 secondo il TmEL, l. c., e F. E. ADCOCK, The Roman Art of War under The Republic, Cambridge, Mass., 1940, pp. 29-33.

(14) Da questa cifra alcuni studiosi hanno indotto che Ia flotta contasse in totale venti navi: cf. p. es. J. H. TmEL, HRSP, p. 9 n. 21.

(15) W. G. FORREST, «JRS» XLVI 1956, p. 170; E. S. STAVELEY, «Historia»

VIII 1959, p. 420.

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di Roma, fino aIle guerre contro Cartagine, fosse paragonahile a quella di una grande citta greca: l' importante e che una flotta romana, sia pure arretrata suI piano tecnico, esisteva.

Un ulteriore aecentuarsi dell' interesse pubblico per la marina, e prohabilmente anche un progresso nel campo organizzativo, sono testimoniati dall' istituzione di quattro quaestores classici nel 267. Infine, con I' inizio della prima guerra punica si ebbe un mutamento COS! radicale che non occorre fermarsi a illustrarne la portata e il significato (16).

Parallelamente a questo sviluppo, dalla fine del IV all' inizio del III secolo si compiva pure la metamorfosi dei pirati in pacifici mercanti. Fra il 300 e il 250 a. C. un L. Folio depose la sua offerta votiva ad Atena sull' acropoli di Lindo: come ho dimostrato in altra sede, Folio era volsco; eppure fece uso, accanto al greco, del latino (elL 12 404 = ILLRR 245). Cio dimostra che a Rodi il latino era piti accreditate dell' osco-umhro : esattamente il contrario di quanto oggi si ritiene. La cos a puo spiegarsi soltanto supponendo che Roma e Rodi abbiano fin d' allora intrattenuto rapporti commerciali intensi, e soprattutto diretti [cioe, senza intermediari greci e italici) (17). Fra il 262 e il 236 un L. Olceo figlio di Lucio, romano, fu nominato prosseno degli Etoli per iuiziativa di un Naupattio (IG IX 12, 17a, 1. 51-52): pTOva evidente di contatti fra Roma e il prinoipale porto della Iega etolica. Nel 252, infine, Arato, che si trovava ad Andro EV &m)poL<;; (era inseguito da Antigono Gonata) fu raccolto da una 'p(j}[1aLx.~ vaQ<;; diretta in Siria via Caria (PLUT. Arat. XII 3) (18). '

Degna di nota, henche si riferisca a tutt' altro argomento, mi semhra un' epigrafe cretese risalente al tempo della seconda guerra punica, in cui troviamo un Lucio figlio di Caio, romano, ufficiale al servizio di Tolemeo Filopatore (Ie Hf rv 18). L'ipotesi che questo Lucio fosse un ex-prigioniero dei Cartaginesi e stata esclusa, e a ragione: perche

(16) Sui quaestores classici (e Ie fonti relative) v. Th, MOllIlIISEN, SRII, pp. ~;~-~~~3;4.G. COLIN, RG, p. 20; G. DE SANCTIS, SR II, p. 453; J. H. THIEL, HRSP,

N. B. L' e~ssio~e ~i monete con impressa Ia prua di un vascello da guerra si collega forse alla vrttorra riportata da C. Duilio nelle acque di Mylae (260 a. C.): cost J. H. TmEL, HRSP, pp. 57-59. Altri hanno pensato ulla fondazionc di Ostia alIa presa di Anzio, all' istituzione del duumvirato, ovvero al periodo che segui Ia pace del 241. V. Ia bihliografia presso iI TmEL, l. c.; e L. PARETI, SR I, p. 562 n. 1, 645.

(17) «PdP» XV 1960, pp. 385-393.

(18) L'importanza di questi dati e giustamente mess a in riIievo da W.G. FORREST (v. sOI?ra, n. 15) ", II Iuogo dove Arato fu raccolto dalla nave romana e incerto: nei mss, di Plutarco sl.I~gge ·Aop(a:. L' emendamento ~A'/opo~ e accettato da J. HATZFELD, T~af., p '. 19 (m., ibid., pp. 17-18, suppone che I' attivita commerciale dei Romani in oriente risalga alla meta del III secolo).

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in caso di riscatto sarehbe tornato aRoma, e se venduto come schiavo difficilmente avrehhe mggiunto un alto grado nell' esercito egiziano. Lucio era dunque un avventuriero; e questa qualifica rest a legittima anche se, come ritiene Margherita Guarducci, si trattava di un esule (19). La sistemazione scelta dal nostro personaggio mi semhra significativa, perohe dimostra che gia nel III secolo aRoma poteva manifestarsi uno spirito d' avventura da tempo comune fra i Greci, e certamente incompatibile con la caratteristica di popolo sedentario, dagli orizzonti limitati, attrihuita da molti ai Romani.

Prima di concludere su questo tema deve ricordarsi che alcuni autori contl'appongono ai dati positivi circa l' esistenza di un commercio romano, un dato negativo: eioe la debolezza che avrebhe dimostrato la repubblica di fronte alIa pirateria (eliminata, com' e noto, soltanto aIle soglie dell' eta imperiale, e soltanto provvisoriamente). Cio dovrebbe significare che per il senato la sicurezza dei commerci non aveva alcuna importanza ('0). Sappiamo infatti che i Romani svilupparono particolarmente la difesa passiva, stanziando colonie sulle coste della penisola (a cominciare da Ostia, intorno al 350) e nelle isole vicine (colonia latina di Ponza, nel 313: cf. LIV. IX 287; DIOD. XIX 1013); e da cio si suole indurre che il 101'0 unico scopo fosse quello di evitare 0 di contrastare Ie seorrerie (21).

Ma il problema va posto diversamente. In ongme, i Romani stessi esercitavano la pirateria ; e in questa fase, com' e ovvio, non si poneva il problema della sicurezza, hensi quello della concorrenza. A questo proposito e degno di nota il tentativo d' inviare una colonia in Corsica; I' epoca e incerta, rna non posteriore a quella del filosofo Teofrasto, che ce ne inform a (HP V 82): si puo dunque pens are alla seconda meta del IV secolo. La fonte antica e autorevole gal'antisce l' autcrrticit.a della notizia; e questo dato di fatto, come osserva il Mazzarino, rende accettabile anche la tradizione di un tentativo analogo diretto, nel 386 a. C., verso la Sardegna, henche la fonte sia in questo caso meno attendibile

(19) IC, commento all'iscr. citata.

(20) V. p. es, N. H. BAYNES, «History" II 1917-1918, pp. 238-241; M. HOLLEAUX, RGMH, pp. 89-90.

(21) Sulle colonie costiere in genere cf. Ch. G. STARR, ((AJPhn LXIV 1943, pp. 57-61; J. H. THIEL, HRSP, pp. 11-12; su Ostia: R. MEIGGs, Roman Ostia, Oxford 1960, pp. 16-27. L' efficacia della resistenza passiva, basata sulla difesa degli a~prodi, senza alcun tentativo d' impegnarsi in hattaglia navale, risulta da un episodio del 349 : una flottiglia di pirati greci, non essendo riuscita ad assicurarsi punti d' appoggio sulla costa, fini col ritirarsi per mancanza d' acqua potahile (LIV. VII 25-26 ; sullo sfondo politico v. G. DE SANCTIS, SR II, pp. 264-265; Marta SORDI, RRC, pp. 62-72, 158-160).

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(DIOD. SIC. XV 274). II Baynes, pur ammettendo la realta delle imprese in Sardegna e in Corsica, Ie considerava ispirate dal solito eriterio della difesa costiera. Occorre tuttavia precisare che se i Romani avessero voluto proteggere soltanto quel breve tratto della costa laziale cui, secondo Ia communis opinio, si limitavano i 101'0 interessi, non sarebbe stato necessario, e neppure utile, spingersi tanto lontano. Dunque, se c' era qualcosa da difendere, doveva trattarsi di navi che circolavano fra l'Italia e Ie due grandi isole t.irreniche t le colonie sarehhero servite come punti d' appoggio per i marinai romani, forse gia mercanti rna oerto ancora pirati (22).

A proposito dei secoli seguenti, allorche i Romani divennero decisamente rispettabili e si limitarono alia navigazione commerciale, mi sembra inesatto affermare che la pirateria, fino a Pompeo Magno, sia stata trascurata. In primo luogo, il fallimento di tutti gli sforzi fatti per eliminare il flagello non significa nulla: altrimenti, poiche neppure i Greci riusciTono sempre a garantiTe la sicurezza dei propri mari, dovrehhe dirsi che anch' essi avevano trascurato il problema e percio non avevano interesse per il commercio marittimo, In secondo luogo, molti stati continuarono a riconoscere e ad incoraggiare la pirateria piii a lungo di Roma: sicche Ie guerre combattute dalla repuhhlica contro gl'Illil·i, Nabide, i Cretesi (senza contare Ie trilni liguri e piu tardi le

(22) Sull' attendibilita di Teofrasto in questa campo v. PLIN. NH III 57: Theophrastus qui primus externorum aliqua de Romanis diligentius scripsit. Nelle righe seguenti Plinio paragona Clitarco e Teopompo a Teofrasto in rapporto alla loro conoscenza di cose romane, con vantaggio di quest' ultimo (hic iam. plus quam ex fama). II tentativo in Corsica e ammesso da G. PASQUALI, Roma, pp. 31-32; Luigia A. STELLA, lAM, pp. 291-292; A. MOMIGLIANO, ((SDHIn II 1936, pp. 389-398; S. MAZZARINO, IGP, p. 89; L. PARETI, SR I, p. 333; E. S. STAVELEY, «Historia» VIII 1959, p. 423 ; R. MEIGGs, o. c. alia n. 21, p. 24 n. 4; Marta SORDI, RRC, pp. 92-97; G. TIBILETTI, ((RSl» LXXIII 1961, p. 364. E scettico invece il THIEL, HRSP, pp. 54-56; rna v. Ie osservazioni di W. G. FORREST, (dRSn XLVI 1956, p. 170. Sulla data Ie opinioni variano dalla prima meta all' ultimo decennio del IV secolo.

Sul tentativo in Sardegna si esprimono in senso positive H. NISSEN, «NJn XIII 1867, p. 325; Ed. MEYER, GA V4, p. 150; G. PASQUALI, A. MOlllIGLIANO, S. MAZZARINO, Marta SORDI, I. c.; 10 negano F. SCHACHERlIIEYR, «RhlYI» LXXVI 1930, p. 358 n. 3; J. H. THIEL, W. G. FORREST, I. c. Secondo il Thiel, non si puo accettare la notizia, perche uno sbarco romano in Sardegna avrebbe infranto il primo trattato fra Cartagine e Roma: tuttavia, se i Cartaginesi violarono sei volte i patti (come afferma CATONE, Jr. 84 P'), non si puo eseludere che qualche volta Ii abbiano violati anche i Romani. Anzi, il fatto che nel secondo trattato il divieto di fondare colonie in Sardegna sia esplicito, mentre nel primo era soltanto implicito, puo confermare l' ipotesi che nell' intervallo fra i due i Romani abbiano pre so qualche iniziativa (COS! H. NISSEN, A. MOIlIIGLIANO).

L'interpretazione del BAYNES e nell' articolo cit. alla n. 20. Marta SORDI, partendo dall'ipotesi di un' alleanza fra Roma e Cere conclusa nel 386, e accompagnata dalla concessione ai Ceriti della civitas sine suffragio, ritiene che Ie due imprese in Sardegna e in Corsica siano state appoggiate dagli Etruschi (I. c.).

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baleariche) furono anche, 0 essenzialmente, guerre contro i pirati (23). E noto che perfino Filippo V di Macedonia fu alleato dei corsari cretesi, e Ii appoggio contro i Rodii, alleati di Roma.

Si attribuisce grande importanza al fatto che il senato fu molto lento nell' agire contra gl' Illiri che infestavano I'Adriatico, henche Ie vittime delle rapine avessero pili volte fatto sentire la 101'0 voce di protesta (POLYB. II 81.3) (24); rna in ogni modo fini con l'intervenire, e stronco una volta pel' sempre la minaccia illirica. Inoltre deve ricordarsi che i Romani s' erano affacciati su quel mare soltanto nel 267, con la vittoria sui Salentini; fra il 264 e il 241 erano stati impegnati dalla prima guerra punica, e nel 238 dal problema non lieve della Sardegna e della Corsica, che avrebbe potuto anche provocare subito una nuova guerra. Nel 230, cioe appena otto anni dopo, attaccarono Teuta: sicche non si puo dire che abbiano tardato molto. D' altra parte non va trascurato il fatto che l' irrtervonto fu determinato, in ultima analisi, da una recrudescenza della pirateria illirica e da un intensificarsi delle proteste da parte dei mercanti danneggiati (POLYB., I. c.): quindi sarebbe assurdo neg are che questi ultimi abbiano esercitato il 101'0 influsso sugli avvenimerrti, Infine, i Romani si attribuirono di fronte ai Greci il merito di aver Iiberato il mare da un pericolo comune a tutti: cio dimostra che avevano un' idea ben chiara di quello che significava la spedizione (POLYB. II 124)'

Per quanta riguarda Creta, il fatto che nel 189 I' offensiva del pretore Q. Fabio Labeone sia fallita non rispondeva certo a un piano prestabilito (come sembra insinuare paradossalmente l' Holleaux) (25): tanto e vero che la lotta fu ripresa nel 184, e con maggiol' fortuna.

6) CARTAGINE. - AItri dati peI' un giudizio sull' attivita marinara dei Romani sono offerti dalla storia dei rapporti fra Roma e Cartagine fino aIle guerre puniehe. In generale questi rapporti furono amichevoli, e diedero Iuogo a una serie di trattati, il cui testo, grazie a PoIibio, ci e in parte noto, mentre il 101'0 numero e la 101'0 cronologia sono oggetto di grandi incertezze. Secondo molti autori moderni, il trattato pili antico risale alla fine del VI secolo a. C.: COS! la pensava anche Polibio (III 221•2) che ririene di poter essere pili preciso, e allude al

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(23) COSI, giustamente, H. A. ORMEROD, Piracy in the Ancient World, LiverpoolLondon 1924, pp. 162-186.

(24) Cf. p. es, M. HOLLEAUX, RGMH, pp. 26, 99-100. (26) V. sopra, n, 20.

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consolato di L. Giunio Bruto e M. Orazio (cioe pel' lui il 508, rna per la cronologia varroniana il 509 a. C.). II testo originario fu modificato, una 0 pili volte, nel corso del IV secolo, e durante la guerra tarantina si aggiunsero nuove claus ole relative a un' alleanza contro Pirro. Altri invece preferiscono seguire Diodoro Siculo (XVI 691) che fa risalire il primo accordo al 348 a. C., oppure propongono una data intermedin (circa il 400 a. C.) (26). Queste divergenze non impediscono tuttavia di t.ra'rre vantaggio dai testi: se accettiamo la cronologia pili alta (che ha molti elementi a suo favore) essi c'informano sulla situazione dal VI secolo in poi, e cio accresce il 101'0 interesse; restando aHa cronologia bassa, Ie notizie valgono almeno pel' il IV secolo, il che risulta sufficiente ai fini della nostra ricerca.

I due trattati pili antichi (POLYB. III 22-24) si riferiscono comunque a un' epoca in cui Roma controllava soltanto una piccola parte della costa tirrenica. Nessuno dei due pone alcun limite al commercio punico ; inoltre i Cartaginesi sono Iiheri di esercitare Ia pirateria dovunque vogliano, fuorche a danno dei Romani e dei 101'0 alleati (pel' quanto riguarda la difesa di questi ultimi, 10 zelo dei Romani appare sensibilmente intiepidito nel secondo trattato). AIle navi corsare di Roma si chiudono invece Ie acque di tutta l'Africa nordoccidentale (27) ; e le mercantili vengono assoggettate a un severo controllo. II primo testa consente ai Romani di commerciare in Sicilia, Iiberamente ; in Sardegna e in Africa, sotto Ia sorveglianza delle autorita cartaginesi (228•10), II secondo e molto pili rigido: i negotiatores sono esclusi dall' Africa e dalla Sardegna, e possono avere rapporti col dominio punico solo attraverso Ia Sicilia e Cartagine (2411•12),

Secondo alcuni autori (p. es. T. Frank, N. H. Baynes) i trattati proverebbero I' assoluta nullita della marineria romana. Ma non si vede perche i Cartaginesi avrehhero pensato a tutelarsi contro i corsari romani, se questi non fossero stati pericolosi; ne possono spiegarsi Ie norme

("6) Per Ia discussione e la bibliografia v. infra, app. I.

(27) Nel primo trattato Ie navi corsare non sono esplicitamente indicate (cf.

POLYB. III 226,.); pertanto W. R. PATON ha integrato il testa f1'~ 1tASrV < f1~1tp~r~ Ycmot> °PO)f1~[OU~. Questa Iettura e rifiutata da F. W. WALBANK, CP, p, 365, il quale pensa che il divieto di spingersi S1tEY.S~Y~ 'tou K~AOU ·.81tpo't1jp(ou si riferisca a tutte Ie navi, armate e disarmate. Tuttavia il riferimento ai soli corsari e reso plausibile, con 0 senza I' integrazione del Paton, dall' antitesi con Ie navi mercantili che segue subito dopo (228: 'to£~ os 1t~'t' sf11tOp[~y 1t~p~rLYOf1EYOLb)' II «Promontorio bello» e probabilmente il capo Farina; secondo Polibio (234) il divieto vale per Ie coste a sud di questa promontorio, ma i moderni ritengono che valga per l' area situata a ovest (v, p. es. G. DE SANCTIS, SR III 2, pp. 580-581, e F. W. WALBANK, CP, pp. 341-342): altrimenti sarebbe stato chiuso ai Romani anche il porto di Cartagine, il che sembra assurdo e contraddittorio col rimanente del trattato.

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minuziosamente stabilite per disciplinare l' attivita dei mercanti, senza ammettere che questi mercanti approdavano, e non troppo di rado, nei porti tenuti da Cartagine. E hensi vero che Roma non poneva alcun limite alIa navigazione punica, se non per quanto riguardava la sicurezza propria e dei propri alleati: rna cio dimostra soltanto quel che gia sapevamo, cioe la sua inferiorita rispetto alIa potenza punica. In pratica la :Ilotta piu deb ole, assoggettandosi ai limiti imposti dalla citra egemone, otteneva da questa il permesso di esistere : il che non e poco.

Per il DeWitt e il Nenci, la nullita della marineria romana e un presupposto; e Roma ontro in rapporto con Cartagine solo mediante un aecordo multilaterale, cui aderivano Cuma, Siracusa, Marsiglia (DeWitt), 0, piii precisamente, come alleata di Marsiglia. Secondo il Nenci Ie claus ole navali si riferirebbero in realta proprio a quest' ultima: «Cartagine stipula con Roma un trattato in cui concede aRoma un riconoscimento al dominio laziale, in cambio di limitazioni al commercio marittimo degli alleati di Roma». Deve notarsi pero che i Cartaginesi non avevano alcun motivo di rivolgersi a una piccola citta del Lazio perche si facesse garante della Iealta massaliota; ne Roma godeva di un prestigio sufficiente ad assumere impegni in nome di Marsiglia. Senza dubbio si potrebbe suppol're che Cartagine, dopo aver concluso un trattato con Marsiglia, 10 abbia esteso anche aRoma usando il medesimo formulario ; rna cio basterebbe a dimostrare che l' attivita dei Romani appariva degna di nota per se stessa.

II Baynes ha cercato di svalutare ulteriormente il significato degli accordi, affermando che Cartagine voleva prernunirsi, anziche contro una concorrenza in atto, piuttosto contro un futuro sviluppo della navigazione romana. Se pure questa ipotesi (che tuttavia sembra troppo sottile) fosse accettabile, dovremmo indurne che all' epoca del prime trattato [cioe al piti tardi nel 348, e probabilmente gia in epoca molto anteriore) i Cartaginesi giudicavano i Romani capaci di progredire a breve scadenza in campo marittimo ; e ad ogni modo, poiche il secondo trattato e piii rigido del primo, e manifesto che nell' intervallo fra i due (cioe, qualunque cronologia si accetti, entro il IV secolo) uno SVlluppo si era gia realizzato, e i timori di Cartagine erano apparsi giustificati (28).

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("8) T. FRANK, "AHR» XVIII 1912-1913, pp. 233-252; cf. anche ES I, p. 36.

N. H. BAYNES, «History» II 1917-1918, pp. 248-251; N. J. DEWITT, «TAPhA» LXXI 1940, pp. 608-609; G. NENCI, «RSL» XXIV 1958, pp. 71-77, 93-94 (contra: H. H. SCULLARD, «JRS» L 1960, p. 254). II significato positivo dei trattati con Cartagine e riconosciuto, invece, da V. POSCHL, HM III, p. 480.

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Una situazione ben diversa e presupposta dal trattato di Filino (174 J. fr. 1 = POLYB. III 26) che dovrebbe risalire al 306 a. C. (secondo altri, alIa guerra tarantina). Questa volta i contraenti non si preoccupavano soltanto della pirateria e del commercio: l' accordo ha un fine politico, e mira a delimit are le sfere d'in:lluenza. I Romani s'impegnavano a non ingerirsi negli affari della Sicilia, e i Cartaginesi in' quelli dell'Italia peninsulare (PHILIN., 1. c.; SERvo Atrcr. in Aen. IV 628) ; la Corsica era considerata terra di nessuno (SERV. in Aen., 1. c.) ; e quanto alIa Sardegna, non sappiamo quel che se ne diceva, rna e probabile che su di essa, come sulle coste dell'Mrica nordoccidentale, sia rimasto in vigore il monopolio commerciale dei Fenici (29).

Secondo il Thiel, Cartagine, impegnata contro Agatocle di Siracusa, aocetto il nuovo trattato solo per prudenza, e non perche Roma potesse costituire un vero pericolo. Ma, come osserva 10 Staveley, se le forze romane fossero state irrilevanti, nemmeno la prudenza punica avrebbe suggerito un accordo nel quale per la prima volta le due repuhbliche si ponevano suI piano di panita (30). Sembra dunque lecito affermare che nel 306 l' importanza e l' intraprendenza della marina romana apparivano ai buoni intenditori ulteriormente accresciute.

Piu radicale e la critica di F. Schachermeyr e W. Waibank, i quali negano che il trattato di Filino possa risalire al 306, poiche Roma allora non era in misura di pretendere un' assoluta liherta d' azione in ItaIia. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che nel venticinquennio seguente [cioe prima ancora della guerra tarantina) Roma ottenne per I' appunto l' egemonia suI mezzogiorno della penisola; sicche appare piuttosto normale che gia nel 306 qualche settore della nobilitas avesse in mente un progetto cosi vicino alIa riuscita, e i Cartaginesi fossero gia rassegnati all'inevitabile (31). E non puo rrascurarsi il fatto che i Romani avevano da tempo gettato Ie basi di una politica meridionale, intessendo una fitta rete di rapporti con la Magna Grecia : rapporti divenuti molto piii stretti a partire dal 326, cioe dal foedus con Napoli (32). ,

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("9) Per la cronologia v. l' app. Ih. Poiche l' accordo aveva un fine prevalentemente poIitico-militare, sembra logico che Ie clausole commerciali preesistenti siano rimaste in vigore (COS! J. H. THIEL, HRSP, pp. 12-20; diversamente E. S. STAVELEY, «Historiai VIII 1959, p. 422 e n. 79). II TmEL, o. c., p. 18, osserva che la Cursica non appariva nei primi due trattati, perohe rientrava nell' area dell' influenza etrusca; mentre alla fine del IV secolo gIi Etruschi erano in decadenza.

(30) J. H. THIEL, HRSP, pp. 12-20; E. S. STAVELEY, o. c., pp. 422-423.

(31) F. SCHACHERlIIEYR, o. c. alia n. 22, pp. 377-380; F. W. W ALBANK, CP, p. 354; cf. app. Ih. Sulla posizione raggiunta dai Romani prima della guerra tarantina cf. G. DE SANCTIS, SR II, pp. 367, 379.

(32) Cf. F. SARTORI, «RSln LXXII 1960, pp. 1-19.

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Va ricordato infine che I' ultimo accordo concluso fra Roma e Cartagine prima delle guerre puniche, cioe I' alleanza contro Pirro, pur continuando a presupporre Ia superiorita tecnica dei Cartaginesi (i quali, infatti, s'impegnavano a provvedere al trasporto pel' mare delle truppe romane) riconfermo la precedente divisione in sfere d'influenza (POLYB. III 252_5; cf. specialmente 252: 'to: f1Ev tD v Aa 'tYJpOOcrL nav'toc 'X.a'ta 'ta<;; 0napxoucra<;; 0f1oAoy(a<;;, e 253: ev 't'9,j nOA€f1ouf1EVWV xwpq.).

7) TARANTO E ApOLLONIA. - Analogo nello sprrrto al terzo trattato con Cartagine sembra quello concluso pochi anni dopo (la data e incerta, ma si pensa al 303·301) con Taranto e3). L' unica fonte che ne conservi traccia e Appiano (Samn. 71) pres so cui si legge che ai Romani era vietato di navigare oItre il capo Lacinio, Manifestamente Appiano rjcord a solo la clausola che nel 282 interessava i Tarantini, perche violata dai Romani, e non pretende affatto di darci un testo completo. Non pos· siamo dunque seguire il Thiel, che vede nel divieto una prova della deboIezza romana (34). Anzitutto, e difficile credere che i Romani, USCIti vincitori da una guerra come Ia seconda sannitica, abbiano accettato di fare concessioni ai Tarantini senza pretendere nulla in cambio: e molto pili probabile che mediante I' accordo Ie due citta, con reciproci divieti e reciproche concessioni, abbiano delimitato Ie proprie sfere di influenza. Inoltre, Ie navi romane attaccate dai Tarantini erano navi da guerra; e dun que possibile che il limite del capo Lacinio fosse valida solo per queIle, e non perle mercantili. In tal casu non si potrebbe dire che Taranto abbia preteso molto, ne che il trattato abbia sancito un' in· feriorita dei Romani.

Dopo la vittoria su Pirro e su Taranto, i Romani sottomisero la penisola salentina, e occuparono Brindisi, cioe il porto italiano che meglio di qualunque altro consentiva un facile passaggio in Illiria, in Epiro, e anche nella Grecia settentrionale. In conseguenza di cio ApolIonia, che sorgeva proprio di fronte a Brindisi, invio amhasciatori a Roma; e dopo qualche incidente si ebbe uno scambio di cortesie che dimostro quanta fosse vivo nelle due eitta il desiderio di un' intesa.

(33) Sulla data: G. DE SANCTIS, SR II, p. 347 n. 2; A. PIGANIOL, CR4, p. 134; J. H. THIEL, HRSP, pp. 20-22. Deve ricordarsi che il DE SANCTIS, «RFIC» XIII 1935, p. 401, propose una data pili antica (la meta del IV secolo) per spiegare l' espressione di Appiano 'ltctAct~cd auv&1i%ct~. V. pero infra, § 23 n. 21.

(34) L. C.

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Alcuni autori suppongono che in questa occasione sia statu ooncluso anche un trattato; altri 10 negano pili 0 menu energicamente. In realta, nelle fonti non si parla affatto di un accordo formale; ma cio non basta per togliere importanza all' episodio (35). L'iniziativa degli Apolloniati puo spiegarsi faeilmente, in quanta essi avevano senza dubbio intrattenuto da tempo rapporti eommerciali con la Messapia, e non valevano interromperli ; ma I' atteggiamento amichevole dei Romani dimostra che questi ultimi avevano compreso I' importanza del commercio adriatico, ed erano ben decisi a raecogliere I' eredita di Brindisi.

8) ALESSANDRO. - I rapporti diplomatici fra Ie potenze dell' oriente greco e Roma, almeno nella 101'0 prima fase, sono ancor pili incerti e discussi di quelli con Cartagine : tuttavia, per valutare I' intraprendenza dei Romani e la vastita dei 101'0 interessi, e opportune affrontare anche questo gruppo di problemi.

Lasciando da parte la famosa offerta di un tripode nel tesoro dei Massalioti a Delfi, all'inizio del IV secolo (che dimostra il desiderio di farsi conoscere nel cuore del mondo greco) (36) e la protest a di Alessandro il Grande contro i pirati, I' episodio pili antico che si ricordi e un' ambasceria del senato al medesimo Alessandro, ricevuta dal Maeedone a Babilonia poco prima della morte (CLITARCH., 137 J. fro 31 ap. PLIN. NH III 57; ARISTOS, 143 J. fro 2, e ASCLEP., 144 J. fro 1, da ARRIAN. Anab. VII 151_6) insieme con altre venute da varie parti del Mediterraneo (DIOD. XVII 113; JUST. XII 131_2, che tacciono dei Romani; ARRIAN., l. c., che cita le notizie sui Romani ma Ie mette in dubbio).

Alcnni degli inviati venivano senza dubbio per trattare problemi speoifici ; ma il fine comune a tutti era quello di congratularsi col nuovo signore dell'Asia e di tessere, 0 rinsaldare, Iegami di amicizia pili 0 menu conereti. Vi sono validi motivi pel' ritenere che Ia Iista degli ambasciatori (a noi nota solo attraverso fonti tarde) abbia subito ampliamenti ad

(35) L' esistenza di un trattato e ammessa da Th. MOllIMSEN, RG I, pp. 417-418 ; HIRSCHFELD, RF: s, v. Apollonia, 1; negata da J. HATZFELD, Traf., p. 21 n. 3; M. HOLLEAUX, RGMH, pp. 1-5; J. CARCOPINO, Imp., p. 74 (pill esplicito su questa punto in Points de vue sur l' imperial. romain, Paris 1934, p. 29); G. DE SANCTIS, SR II, p. 428 (ivi, n. 2, Ie fonti); L. PARETI, SR II, pp. 56-57. L' Holleaux e il Carcopino hanno il torto di confondere la forma con la sostanza : molto pili dell' ipotetico accordo, interessa la realta dei rapporti amichevoli (riconosciuta dagli altri autori cit., e inoltre da G. COLIN, RG, pp. 35-36).

(36) V. Ie fonti in G. DE SANCTIS, SR II, p. 147 n. 1-3. Per quanto riguarda l' amicizia e l' alleanza con Marsiglia V. infra, § 32.

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maiorem gloriam del Macedone; ed anche l' autenticita del riferimento ai Romani e stata molto discussa, fin dai tempi di Arriano (37).

L' argomento principale degli scettici e il silenzio di Tolemeo e di Aristohulo, cioe degli autori pili attendihili ; Clitarco e da molti considerato poco veritiero, rna il Tarn rincara la dose, supponendo che sia esistito uno pseudo-Clitarco, relativamente tardo, cui avrehbero attinto Aristos, Asclepiade e Plinio. Si aggiunge che i Romani non avevano alcun motivo per occuparsi di Alessandro; e infine, che la notizia ha un tono l"Omanzesco, perche al re si attrihuiva una predizione della futura grandezza romana.

A tutti questi argomenti e possihile rispondere, Fra Tolemeo e Aristohulo da un lato, Clitarco dall' altro, non c' e un dislivello COSl grande da suggerire in ogni caso la preferenza per i primi due; comunque, non e escluso che Clitarco ahhia scritto prima degli altri, e pereio con un ricordo pili fresco dei fatti narrati (38). Inoltre, data la scarsa importanza di Roma ai tempi di Alessandro, si spiega facilmente che alcuni storici dell' epoca, e forse gli atti ufficiali della corte macedonica, I' ahhiano trascurata: prohahilmente anche in questo caso i Romani furono confusi tra gli Etruschi (de Sanctis, Pasquali, Schachermeyr). Per 10 stesso motivo, un autore che intorno al 300 a. C. ahhia citato i Romani distinguendoli dai Ioro vicini poteva essere spinto a cio solo dalla sua maggiore conoscenza dei fatti, e non dal desiderio di lodare 0 di umiliare (secondo i punti di vista) la repuhhlica romans, 0 di magnificare Alessandro arricchendo la lista con un nome COSl poco famoso (de Sanctis, Pasquali, Treves, Jacohy). Ne l'invio di legati da Roma al quartier generale macedonico puo apparire tanto strano a chi ricordi l' amicizia e I' alleanza della citra con Alessandro d' Epiro, cognato del Macedone (Pareti) e i rapporti gia inter-

(37) Contro l' autentieita dell' ambasceria: B. NIESE, GGiVI I, p. 182 n. I; Th. l\10JlIllISEN, RG I, p. 383, nota; W. HOFFJlIANN, RGW, p. 59; W. W. TARN, Alexander the Great, II Cambridge 1948, pp. 21.26, 374-378; H. BENGTSON, GG, p. 335 n. 2; G. NENCI, Introd., pp. 259-281. Fra questi il pili risoluto e il Tarn, che definisce «incompeterrti» i sostenitori della tesi opposta. Ammettono invece l' ambasceria: G. DE SANCTIS, SR II, pp. 426-427; Ed. MEYER, KS II, p. 529 n. 2 (di questa volume esistono due edizioni, ambedue datate Halle 1924, una delle quali omette tre saggi: il passo qui citato si trova solo nell' edizione completa); G. PAS QUALI, Roma, p. 38; F. JACOBY, FGH II D, pp. 496-497; P. TREVEs, ccRAL» S. VI, VIII 1932, p. 174 e D. 3; ID., II mito di .Aless, e la Roma di Augu .• to, Milano-Nnpol! 1953, pp. 27-29; F. SCIIACHERJlIEYB, Alexander der Grosse, Graz·Salzburg· Wien 1949, pp. 456, 526 n. 286; L. P ARETI, SR II, p. 45 n. 2; Maria Teresa PIRAINO, «Atti Accad. Palermo», p. II (Lettere) XIII 1953, p. 347 n, 5; E. MANNI, ccPdP» XI 1956, pp. 180-181.

(38) Cf. il recente studio di Maria Jose FONTANA, ccKcint(X;Aop> I 1955, pp. 155-178.

II maggior sostenitore di una cronologia bassa per Clitarco e il TARN, o, c., passim, la cni tesi e stata ultimamente accolta da L. PEARSON, The lost Hist. of Alex. the Great, Oxford 1960, pp. 232-234; rna v. contra l' equilibrato e persuasivo articolo di J. R. HAMILTON, «Historia» X 1961, p. 448-458.

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corsi fra i due governi a proposito della pirateria (Jacohy, Pareti; v. sopra, § 5).

Per quanto riguarda il particolare romanzesco del vaticinio Bulla futura grandezza di Roma, puo rilevarsi ch' esso appartiene esclusivamente ad .Azistos e Asclepiade: infatti Clitarco, secondo Plinio (1. c.), affermo soltanto legationem ad Alexandrum missam. E Plinio (come si e gia rilevato sopra, § 5 n. 22) vuole appunto contrapporre a Teofrasto, che primus externorum aliqua de Romanis diligentius scripsit, altri autori che serissero invece soltanto poche parole. Ahhiamo quindi un Clitarco autentico che si limit a a dare la notizia dell' ambasceria, e nessuna traccia dello pseudo-Clitarco, teorizzato dal Tarn, con Ie sue profezie post eventum.

Va ricordata per completezza la tarda e strampalata versione di Memnone, secondo cui Alessandro prima di muovere verso l' Asia sfido i Romani a comhatterlo, se credevano di peter aspirare alIa supremazia, invitandoli altrimenti a fare atto d' omaggio : Roma si affretto ad optare per la seconda alternativa (434 J., fro 1, 182), Lo Jacohy, nel suo commento a Memnone, rileva il carattere antiromano di questo racconto, considerandolo hen distinto da quello clitarcheo ; tuttavia, prescindendo dalle deformazioni logiche e cronologiche, potrehhe anche vedersi in esso il frutto di una confusione fra due episodi: cioe la protest a del Macedone per la pirateria, e il conciliante passo diplomatico degl' inviati senatorii a Bahilonia. In tal caso la testimonianza di Memnone, appunto perche indipendente dalle altre, confermerehhe I' esistenza di una diffusa tradizione circa l' amhasceria.

Dunque, affermando che Roma non aveva alcun interesse a prendere contatto col dominatore della Grecia e dell'Asia, si commette una petizione di principio : se varie fonti, fra cui una quasi Coeva e immune da preconcetti, documentano la realta dell' amhasceria, vuol dire che in Roma un interesse per l' oriente s' era gia sviluppato.

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9) RODI. - Secondo Polihio (XXX 56•S) il senso pratico dei Rodii Ii spingeva a trarre il maggior utile possihile dall' amicizia con gli altri stati, senza pero stipulare con alcuno di essi un trattato d' alleanza ; infatti, legandosi tl'OppO strettamente a un qualunque governo, avrebhero perduto la simpatia degli altri, e la 101'0 liberta d' azione sarehhe stata limitata. In tal modo si comportarono anche verso i Romani, pur avendo collahorato con essi «in splendide imprese» per circa centoquarant' anni (crX€OOv 1h:1) 't€'t'tapa'Xov-ca 'ltpo~ 'tor~ exa'tov) fino al167 a. C.

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II passo e induhhiamente pregevole per I' acuta analisi della politic a rodia; ma in questa sede interessa soprattutto per la cronologia dei rapporti fra Roma e Rodi. Risalendo indietro di circa 140 anni a partire dal 168, si giunge all' ultimo decennio del IV secolo; e possibile dunque che Polihio abbia in mente gli anni in cui Ie sorti della seconda guerra sannitica erano gia decise, e quindi Roma era Iihera di guardare Iontano; mentre Rodi, nel 305, affermava decisamente Ia sua indipendenza e Ia sua forza, respingendo l' attacco di Demetrio Poliorcete.

Molti autori moderni hanno trovato pienamente accettabile questa affermazione, e soltanto divergono nel valutare Ia forma assunta dai rapporti fra Ie due citta. II Mommsen parla addirittura di uno «Handelsund Freundschaftsvertrag»; il Droysen, il de Sanctis, il Walek, 10 Schmitt, di un trattato commerciale; il Manni e il Forrest, con formula meno impegnativa, e piri rispondente al testo polibiano, di relazioni amichevoli eo).

Altri invece ritengono inoredihile che Roma e Rodi abbiano preso contatto fin dal IV secolo, e propongollo di correggere il testo, espungendo rcpa; 'toT; ExOG'tOV. In tal modo la durata dei rapporti sarehhe ridott a a soli quarant' anni prima del 167 (40). Ma e molto difficile ammettere un'interpolazione di questo tipo: e manifesto infatti che non puo essere dovuta all' arhitrio di un copista, e nello stesso tempo non ha nulla in comune coi soliti errori meccanici della tradizione manoscritta. II Beloch non si preoccupa di dare spiegazioni (per lui problemi siffatti sono minuzie irnilevarrti] ; I' Holleaux ha pensato a una confusione fra il calcolo per anni e quello per olimpiadi, che e del tutto inaccettabile, e avrebbe richiesto all' amanuense colpevole dell' errore un eccessivo sforzo mentale (si trattava infatti di confondere un in tel' - v a l l o calcolato in anni con una d a t a calcolata in olimpiadi); l'ipo-

(a9) Th. MOJlIJIISEN, RG I, pp. 417-418; J. G. DROYSEN, Gesch. des Hellenismus, II Basel 1952 (a cum di E. BAYER), p. 312; G. DE SANCTIS, SR II, p. 427 e n. 5 (rr:a cf. rn., «RFIC» XIII 1935, pp. 72-73); Th. WALEK, «RPhib) XLIX 1925,. pp. 138-140; H. H. SCHMITT, RRh, pp. 1-49; E. MANNI, «PdP» XI 1956, p. 190, postilla; W. G. FORREST, «JRS» XLVI 1956, p. 170.

N. B. G. DE SANCTIS, o, c., 1. c., e III 2, p. 438 n. 96, dall'ipotesi del trattato con Rodi induce la possibilita di trattati analoghi con altre citta greche. Lo attacca su questo punto M. HOLLEAUX, RGMH, pp. 83-84; una posizione scettica assume anche S. ACCAJlIE, ERG, pp. 77-78, 83-84.

(40) Per primi, e indipendentemente l' uno dall' altro, K. J. BELOCH, GG2 IV 1, p. 290 n. 2; M. HOLLEAUX, RGMH, pp. 29-46. Cf. inoltre J. CARCOPINO, Imp., pp. 70-72, 88-90; J. POUILLOUX, «AC» XXVII 1958, pp. 252-255 (recens. a SCHJlIITT, RRh); S. ACCAJlIE, ERG, pp. 78-83. F. HILLER VON GAERTRINGEN, RE, Sb. V,. s. v. ~hodo~, col. 779, nega l' esistenza di un trattato commerciale senza entrare In purticolari.

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tesi del Carcopino e troppo complicata per essere qui riferita, e d' altra parte sfiora il ridicolo.

La cronologia di Polibio e stata messa in duhhio, ma per tutt' altra via, anche dal Nenci (41). Questi rrtiene giustamente che il testo debba Ieggersi nella forma in cui ci e pervenuto ; ma pensa che I' affermazione di Polibio sia ispirata dalla propaganda rodia del 168 e degli anni seguenti, e pertanto sia priva di valore storico. Cio sarehbe confermato dalla parafrasi Iiviana (XLV 259_10),

In realta non semhra che Polihio sra stato incline a Iasciarsi convincere dalla propaganda rodia; anzi, egli giudica del tutto erronea Ia linea difensiva scelta, nel 167, dagii ambasciatori venuti a Roma a difendere I'isola dalle accuse romane (XXX 4), e mette particolarmente in rilievo che Astimede fece ricorso a esagerazioni di ogni sorta (413), Dato che 10 storico si dimostra scettico verso queste esagerazioni, e che, invece, accoglie il calcolo di 140 anni per l' amicizia romano-redia, dobbiamo credere che questo calcolo sia basato su fonti, ai suoi occhi, piu attendibili; e infatti risulta ch' egli conosceva bene Ia storia di Rodi (42). Del .resto Polibio non attribuisce l' affermazione agii ambasciatori; egli da Ia sua cronologia nel contesto narrative, e in altra sede (cioe quando ricorda I'incarico di chiedere un' alleanza con Roma affidato in extremis allo stratego Teedeto), e 10 scopo e soltanto quello di mettere in rilievo il completo rovesciamento della politica redia. In Livio l' indipendenza dei due motivi e altrettanto netta: questa autore, a proposito delle discussioni fatte a Rodi, segue Polibio (sostituendo pero alIa valutazione cronologica del Greco un generico per tot annos : XLV 259_10) ; e per quanto riguarda Ie trattative svoltesi aRoma elahora un ampio discorso degli ambasciatori, nel quale si vantano solo gli aiuti militari prestati nelle recenti guerre (XLV 22-24).

Mi semhra dipoter concludere : a) che i dati sull' amicizia romanoredia risaIgono a Polibio stesso e non a un copista distratto; b) che Polihio era bene informato, e non si limitava a ripetere temi prop-agandistici improvvisati per motivi occasionali: anzi, se Ia cifra di 140 anni

(41) Introd., pp. 195-212; «RFIC» XXXVII 1959, pp. 422-425 (recens. a SCHJlHTT, RRh).

(42) Cf. H. ULLRICH, De Polybii fontibus Rhodiis, Diss. Lipsiae 1898. Non credo p.ero sia possibile seguire l' ULLRICH quando afferma (pp. 67-68) che POLYB. III 5._B risale a Zenone: deve ricordarsi che la bibliografia su Rodi, nell' arrticlrita, era vastis. sima, e i tentativi di scegliere fra l' una 0 l' altra delle possibili fonti sono basati su indizi estremamente labili e soggettivi. A parte cio, non e affatto dimostrato che la notizia polibiana derivi da una sola fonte: la politica seguita dai Rodii negli ultimi due secoli non era certo un segreto.

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: II

gli fosse pervenuta solo attraverso la propaganda rodia, egli l' avrebbe respinta.

Di fronte all' affermazione esplicita della nostra fonte migliore, non puo aver gran peso I' argomento ex silentio tratto dalla insufficienza dei dati archeologici sui rapporti commerciali fra Ie due citta, Inoltre, per quanto riguarda i Rodii, anche se le prove dei 101'0 traffici sulle coste italiche nei secoli IV e III sono scarse, non e del tutto irrilevante il fatto che in epoca piti remota essi svolsero un' attivita coloniale in occidente (p. es. a Napoli) (43) : e possibile che i coloni di origine rodia abbiano conservato qualche rapporto con la madrepatria, E pel' quanto riguarda i Romani la 101'0 presenza a Rodi nella prima meta del III secolo e chiaramente dimostrata dall' iscrizione di L. Folio, gia sopra discussa ten, 12 404 = ILLRR 245; v. § 5) (44).

I termini usati da Polibio per definire il campo dell' attivita comune (-tfuV emcpavem::(hUlV x.al x.aAA!cr'tUlV EPYUlV) semhrano alludere a imprese guerresche ; il de Sanctis percio Ii trovava inadeguati, e avvertiva : «Polibio con una stessa frase alquanto imprecisa accenna aIle piii antiche relazioni di amicizia e di commercio ed aIle piti recenti militari e politiche», Tuttavia e possibile che l' attivita dei pirati romani centro Demetrio Poliorcete (v. sopra, § 5) risalga al periodo in cui quest' ultimo combatteva i Rodii; in tal caso il sorgere dell' amicizia fra Ie due repubbliche andrebbe collegato a questo episodio, e la cornunanza delle imprese guerresche si sposterebbe indietro di oltre un secolo. Piti tardi, allorche i Romani passarono sul piano della Iegalita, un' altra forma di collaborazione militare puo vedersi nella lotta contro Ia pirateria: Rodi, garantendo Ia sicurezza dei mari orientali, si rendeva utile anche ai Romani e agI' Italici; Roma, cercando di garantire la sicurezza dei mari occidentali (e talora riuscendovi, come nel caso dell'Adria· tico liberato dagl'Illiri) faceva cosa gradita anche ai Rodii. D' altra parte, la frase di Polibio puo riferirsi anche ad una concorde attivita di scambi commerciali senza pel' questa essere accusata d' inesattezza :

Epya significa molte cose; e uno storico potrebbe a ragione definire

(43) Dati archeologici: H. H. SCRMITT, RRh, pp. 36-37. Attivita coloniale: G.

PUGLIESE CARRATELLI, «PdP)) VII 1952, pp. 247-248, 420-426.

(44) Deve notarsi a questa proposito che la tesi del ROSTOVTZEFF (SEHHW II, pp. 689, 691), accettata dall~ HILL .(R.Me, PP: 97-98), secon_d? cui Rodi osteggiava l' attivita e l' insediamento degli stramcrr, non risponde a verrta ; cf. G. PUGLIESE CARRATELLI, «Studi Arangio-Ruiz», IV Napoli 1953, pp. 485-491; D. MORELLI, «SCQn V 1956, pp. 126-190 (spec. p. 135).

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splendide e gloriose Ie opere di pace, quando abbiano favorito la pro. sperita e Ia potenza delle nazioni che vi hanno partecipato (45).

Naturalmente non si vuolnegare che fra Ie due citta, in cost lungo periodo, vi siano stati anche momenti di freddezza (henche l' Holleaux, che 10 afferma, non sia riuscito a darne prove concrete: v. infra, §. 10) ; ne si vuol sostenere che sia stato concluso un accordo scritto ~ anzi Polihio intendeva appunto mettere in rilievo il fatto singolare che Ia prolungata convergenza d'interessi non diede Iuogo ne . ad un' alleanza (cruftftax!a) ne ad altra specie di trattato (OpML, cruv{l'"~M~) (46). Ma questo e soltanto un aspetto formale del problema.

10) ALTRI DATI SULL' ORIENTE. - (47). E noto che nel 273, per iniziativa di Tolemeo II Filadelfo, si ebbe uno scambio di ambascerie fra l' Egitto e Roma, in seguito al quale i due governi entrarono in rapporti di amicizia. Di cio nessuno dubita; si discute pero intorno agli obiettivi di Tolemeo, che alcuni giudicano soltanto economici, altri, anche politici. Nell' ambito di questa seconda alternativa e pure incerto quale sia stato l' avversario contro cui il Filadelfo cercava appoggi: forse I' ancora temibile Pirro, 0 forse Cartagine. In compenso, quasi tutti gli autori sono d' accordo nel ritenere che non fu concluso un trattato d' alleanza, e neppure di commercio ; i contatti diplomatici portarono soltanto a un' amichevole intesa (48).

Ma, quali che siano stati i presupposti politici dell' ambasceria tolemaica, e certo che l' amicizia romana, per l' Egitto, contava molto anche sui piano economico. Risulta infatti che gli scambi con I' Italia

(46) L' espressione di Polihio e giudicata imprecisa da G. DE SANCTIS in SR II, p. 427 n. 5. Pili che imprecisa, dovrehhe dirsi generica: l' uso di spya.; nel senso pili generate possihile e, in Polihio, ampiamente attestato (cf. A. MAUERSBERGER, Polybios Lexikon I 2, Berlin 1961, s. v.).

(46) Su questo punto v. G. DE SANCTIS, ccRFICn XIII 1935, pp. 72-73; BELOCR, HOLLEAUX, NENCI (v. sopra, n. 40, 41).

(47) Sui apporti politici fra i Romani e il mondo ellenistico nel III secolo cf.

Maria Teresa PIRAINO, o. c. alla n. 37, pp. 345-354; in particolare sull' Egitto: L. H. NEATBY, ccTAPhAn LXXXI 1950, pp. 89-98.

(48) Per Ie fonti v. G. DE SANCTIS, SR II, p. 428 n. 1. A uno scopo economico pensano G. COLIN, RG, pp. 32-34 ; K. J. BELOCR, GG2 IV 1, p. 663 e n. 1 ; G. DE SANCTIS, SR II, p. 428 ; III 1, p. 275 ; M. ROSTOVTZEFF, SEHHW I, pp. 394-397 ; E. MANNI, ccRFICn XXVII 1949, pp. 79-87; H. H. SCruUTT, RRh, pp. 40-41. A differenza degii altri, il Beloch ammette l' esistenza di un trattato commerciale. II de Sanctis e il Manni suppongono che vi sia stata anche un'intesa politica contro Pirro. Per il NENCI, Pirro, pp. 182-186, 1'interesse politico era prevalente su quello economico, ma l' avversario comune era Cartagine.

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erano in quell' epoca di entita notevole; e nel 273 si poteva prevedere che Roma entro pochi anni avrebbe controllato tutti i maggiori porti dell' Italia centro-meridionale. In questo caso anche l' Holleaux si trova a corto di obiezioni: la sua tesi e che l' iniziativa di Tolemeo fu dettata soltanto dalla curiosita ; sarebbe stato inutile mandare amhasciatori per intessere rapporti economici, dato che gia in precedenza esisteva un commercio con I'Italia. Ma proprio in cio sta I'importanza dell' episodio : fino allora i mercanti egiziani avevano potuto frequentare le coste italiche senza preoccuparsi di Roma : dal 273 in poi, il consenso romano diventava necessario. In altri termini, come osserva il Rostovtzeff, I' attivita diplomatica di quell' anno implica un riconoscimento dell' egemonia .romana sulla penisola; e, si puo aggiungere, smentisce il preteso disinteresse di Roma per l' economia.

I buoni rapporti fra Ie due potenze furono saldi e durevoli: nel corso della prima guerra punica il Filadelfo, dal quale i Cartaginesi sollecitavano un prestito, 10 nego, dichiarando che non si debbono aiutare gli amici contro altri amici (App. Sic. 1); e poco dopo il 241 i Romani, liberi da ogni pericolo immediato, si offrirono di appoggiare Tolemeo III Evergete centro Seleuco II Callinico (EUTROP. III 1) (49). L' offerta giunse in ritardo, perche Seleuco aveva gia ceduto; rna cio non diminuisce l' importanza del gesto compiuto dai Romani, come tentativo dinserirsi nella politica orientale. Abbiamo infine notizia di un' ambasceria romana a Tolemeo IV Filopatore, nel 210, ad commemorandam renovandamque amicitiam (LIV. XXVII 410), probabilmente identica a quella ricordata da Polibio (IX lla) il cui scopo era di chiedere rifornimenti di grano.

I dati sulle intese commerciali, e l' amicizia politica, fra l' Egitto, Rodi e Roma, non sono pel' nulla contraddetti dall' attivita diplomatica dei neutrali durante la prima guerra macedonica. Fin dal 209, e a parecchie riprese negli anni seguenti, Tolemeo IV, i Rodii, e varie poleis minori, si adoperarono a metter d' accordo Filippo V di Macedonia, nemico di Roma, con gli Etoli, alleati di Roma; e il 101'0 principale movente, dichiarato senza ambagi, era quello d'impedire che i Romani si aprissero la via per entrare in Grecia (POLYB. XI 4-6; LIV. XXVII 3°4:6.9_15; XXVIII 713_15; App. Mac. 3; CASSo DIO 5757_59 = ZON. IX 114)'

(49) M. HOLLEAUX, RGMH, pp. 75-76, seguito da K. J. BELOCH, GG2 IV 2, p. 540 e n. 2, nega l' autenticita della notizia; l' accettano invece il DE SANCTIS, SR III I, pp. 276-277; Th. WALEK, «RPhil» XLIX 1925, pp. 125-129. Incerto E. MANNI, «RFIC» XXVII 1949, pp. 90-91 (con ampia hihliografia e discussione).

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Ma siffatta linea politica, senza dubbio conforme agl' interessi vitali degli stati ellenistici, non contraddice I'indirizzo ch' essi avevano seguito per tutto, 0 quasi tutto, il III secolo. E normale, cioe, che i Rodii e i Tolemei fossero disposti a intendersi con Roma sul piano commerciale, ed eventualmente a collaborare anche suI piano politico, purche ciascuno restasse nell' ambito della propria sfera d' influenza: mentre il punto di vista poteva essere diverse quando si prospettava Ia minaccia di un' egemonia l'Omana sulla penisola greca. Difatti Rodi si adatto a consentire questa egemonia soltanto quando ritenne di essere minacciata da un pericolo maggiore, per I' eflimera alleanza fra Ia Macedonia e Ia Siria, Insomma i neutrali, durante Ia prima guerra macedonica, si adoperavano pel' mantenere un equilibrio faticosamente raggiunto : cio non vuol dire che improvvisaments avessero rinunciato a distinguere fra i Romani, amici tradizionali, e i Macedoni, tradizionali nemici.

Tuttavia I' Holleaux e il Carcopino cercano di forzare Ia mano, affermando che 10 scopo dei neutrali era una pace separata fra gIi Etoli e Ia Macedonia, in seguito alIa quale, almeno teoricamente, Filippo V avrehbe potuto intervenire in Italia dando Ia mano ad Annibale per infliggere il colpo di grazia alia repubbliea romana, E non puo negarsi che si giunse a una pace separata ; rna cio avvenne solo perche i Romani si mostrarono riluttanti fino all' ultimo, e finirono con l' ahhandonare gli Etoli a se stessi : Ie trattative promo sse dall' Egitto e da Rodi miravano invece a un accordo generale. I due studiosi citati sono costretti a sostenere che gli ambasciatori neutrali presentarono Ie 101'0 proposte di pace agli Etoli, escludendo dalIe trattative i Romani (50). Cio non risponde a verita : Ia versione di Polibio non ci e nota, e il fatto che di questo autore ci sia rimasto un dis corso (anonimo) rivolto agli Etoli, non dimostra nulla. Livio ricorda soltanto l' attivita dei Iegati presso Filippo V e gli Etoli, rna in Appiano e in Cassio Dione i Romani hanno grande parte nelle trattative: sarebbe arhitrario affermare che Livio rispecehia Polibio (0, come io preferirei dire piu genel'icamente, rispecchia Ie fonti primarie) piti fedelmente di Appiano e di Cassio Dione, e appare del tutto incredibile che Ia presenza dei Romani nei vari incontri sia stata «casuale», come suggerisce I' Holleaux.

In tema di rapporti con l' oriente, vanno poi ricordate Ie feste Asclepie celebrate a Cos nel 241 con Ia partecipazione di citta italiote e siceliote in parte alleate di Roma (Napoli, Elea) , in parte occupat"l

(50) M. HOLLEAUX, RGMH, pp. 35-38; J. CARCOPINO Imp., pp, 72-73; v, Ie

ohiezioni di E. MANNI, «RFIC» XXVII 1949, pp. 92-95. '

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1,1

dai Romani durante la prima gnerra punica (Phintias, Camarina). Come ha osservato il Bengtson, e impossihile che queste poleis (in particolare Ie uItime due) abbiano accoIto I'invito dei Coi senza il consenso romano (51).

Pochi anni dopo il senato offriva amicitiam ac societatem a Seleuco II Callinico, purche garantisse agl' Iliensi l' immunita dai trihuti: cosi Svetonio (Claud. XXV 3) da un documento che il dotto imperatore Claudio riteneva autentico. Si notera che ciG avvenne quando i rapporti fra la Siria e I' Egitto erano migliorati; comunque ci troviamo di fronte a una mossa puramente propagandistica, intesa a valorizzare il motivo della discendenza romana dagli Eneadi (52).

Nello stesso periodo (fra il 239 e il 236) Roma tentava di appoggiare gli Acarnani impegnati contro gli Etoli, mandando legati a questi ultimi; e di nuovo richiamava Ia leggenda troiana, facendo appello al fatto che gli Acarnani non avevano preso parte alia guerra contro Ilio (JUST. XXVIII 1-2). Gli Etoli non si lasciarono spaventare ; I'intervento dei Romani prova comunque un accentuarsi del Ioro interesse per la politica balcanica. Alcuni autori (fra cui naturalmente l' Holleaux) ritengono falso tutto il racconto, fondandosi su Polihio, cui si attrihuisce l' affermazione che Ia prima amhasceria roman a in Grecia fu quella mviata presso gli Achei e gli Etoli dopo Ia guerra illirica del 229-228 (II 127)' Si e risposto che Polihio poteva ignorare l' episodio, senza che ciG basti a impugnarne l' autenticita ; 0 forse la tradizione preferisce tacerlo in quanto poco onorevole per i Romani (53). Ma il problema e ancora pili semplice : Polibio non dice affatto che nel 228 si ebbe la prima ambasceria in Grecia, hensi «il primo passaggio in forze dei Romani in Illiria, e inoltre una €7tL1tAO'X:l] f1E'tO: 7tpecr~dCG~~ nei fatti della Grecia». Dunque il testa consente di supporre che Polihio conoscesse aItre missioni diplo-

, Iii;

(51) H. BENGTSON, «Historia)) III 1954-1955, pp. 456-460. Le fonti in : R. HERZOG, G. KLAFFENBACR, AsyLieurkunden aus Kos, «Abh. deutsch. Ak, Wiss. Berlin» (Klasse fur Sprache, Lit., etc.), 1952, Nr. 1.

(52) M. HOLLEAUX, RGIVIH, pp. 46-60, neg a totalmente sia i rapporti con Seleuco, sia I' interesse romano per Ia sorte degli lliensi. La tradizione e invece accettata da Th. MmmsEN, RG I, p. 550; K . .T. BELOCR, GG2 IV 1, p. 663 en. 3; G. DE SANCTIS, SR III 1, p. 277; III 2, p. 416 ; Th. WALEK, «RPh)) XLIX 1925, pp. 118-125 ; E. MANNI, «RFIC)) XXVII 1949, pp. 88-90. La cronologia e congetturale; il Manni pensa al 237

o al 235 a. C.

(53) Contro I' autenticita si esprimono: cautamente B. NIESE, GGM II, p. 264 (e n. 6 ivi) - 265; risolutamente M. HOLLEAUX, RGlItfH, pp. 7-22; 1. S. OOST, Ep., pp. 92-97. A favore: G. COLIN, RG, pp. 36-39; G. DE SANCTIS, SR III 1, p. 278 en. 23; K. J. BELOCR, GG2 IV 1, p. 664; Ed. MEYER, KS II, pp. 381-382; M. GELZER, «Hermes» LXVIII 1932, pp. 144-145; E. MANNI, «PdP)) XI 1956, pp. 179-190. La cronologia e incerta; E. MANNI, L. c., p. 187 n. 4, opta per il 236.

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matiche, Ie quali, non essendo precedute da una dimostrazione di forza, non portarono ad una €7tL1tAOY.1] negli affari ellenici.

L' Holleaux rileva inoItre che nelle guerre macedoniche gli Acarnani si schierarono regolarmente dal lato opposto a quello dei Romani, e in questo periodo il mito delle origini troiane non fu mai ricordato : ciG dovrebbe svalutare il riferimento di Pompeo Trogo-Giustino (t. c.). Argomentando in questo modo, 10 studioso mostra di trascurare il valore propagandistico del richiamo all' epopea. Si trattava cioe di un tern a su cui, date Ie consuetudini dell' oratoria politica greca, sembrava utile intessere variazioni quando si voleva cementare un' amicizia; rna che, ovviamente, non influiva per nulla sull' attivita degli uomini politici, e quindi era lasciato cadere quando non serviva pili.

Quanto aIle ambascerie che seguirono la guerra illirica, e che miravano a esaItare Ie benemerenze acquistate da Roma anche verso i Greci col reprimere la pirateria nell'Adriatico e nella Ionio, basti ricordare che dopo gli Achei e gli Etoli furono avvicinati anche i Corinzi e gli Ateniesi; e i Corinzi proposero ai Romani di parteeipare aile feste istmiche: l'importanza di questo invito e cosi evidente che non occorre fermarvisi (POLYB. II 124.8),

I dati sui rapporti diplomatici con la Grecia dall' eta di Alessandro aIIa seconda guerra punica sono dun que abbastanza notevoli. In vari casi non sappiamo se il primo passo fu dovuto ai Romani 0 ai Greci: rna i fatti conservano il 101'0 significato, qualunque sia la soluzione di questo problema. Le iniziative romane dimostrano l' esistenza di una linea politica diretta coscientemente ad acquistare amicizie e simpatie ; ne risuIta quindi che la nobilitas non era affatto chiusa nel suo piccolo mondo peninsulare, Le iniziative greche accertano la riuscita di questa politica, e ci fanno comprendere che l' interesse per la repubblica romana diventava sempre maggiore fra gli stati del mondo ellenistico (54).

Per completare il quadro deve aggiungersi che i riferimenti aRoma presso poeti e storici greci si fanno man mana pili frequenti nel corso del IV e del III secolo. Anche se, in generale, si tratta di leggende e di aneddoti, e il movente principale sembra essere la curiosita, alIa base di questa curiosita edell' intenso Iavorio erudito sta l' intuizione, 0 il riconoscimento, della crescente potenza romana (55).

(54) Secondo M. HOLLEAUX, invece, i contatti dovuti all' iniziativa degli stati ellenistici sarebbero molto meno significativi (RGlItfH, p. 48).

(55) Cf. G. PASQUALI, Ronui, pp. 25-38, 81-107; P. TREVES, Euforione e La st. ellenistica, Milano-Napoli 1955, pp. 62-63; E. MANNI, «PdP)) XI 1956, pp. 179-185; A. MOllIIGLIANO, (dRS)) XXXII 1942, pp. 53-64; !D., «RSI)) LXXI 1959, pp. 549-555 ; Marta SORDI, RRC, pp. 11-12.

· ii'

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1;1

ll) IL COMMERCIO E LE GUERRE PUNICHE. - Come gm SI e accennato, accanto alla tesi completamente negativa sull' esistenza di un ceto mercantile nella societa romana, molto spesso ne viene formulata un' altra: se pure questo ceto esisteva, resto ai margini della vita pubblica e non ebbe alcuna influenza sulla nobilitas. Dunque la politica interna ed estera del senato, fino all' eta graccana, non avrebbe tenuto alcun conto delle esigenze commerciali (56). L' argomento fondamentale per questa teoria e offerto dalle condizioni che Roma, dopo le sue vittorie, detto agli avversari soccombenti. I trattati conclusi dopo la prima e la seconda guerra punica, la seconda guerra macedonica, la guerra etolica e la siriaca, non contengono infatti (eccettuando naturalmente la richiesta di cospicue indennita) nessuna clausola di carattere economico, relativa ai Romani. II fatto che nel 188, con la pace di Apamea, s'impose ad Antioco il Grande di consentire ai Rodii piena Iiberta di commercio nel suo regno, mette ancor pili in rilievo l' assoluto silenzio sui negotiatores romani e italici (57).

Tuttavia e possibile dimostrare che Ie guerre vittoriose apportarono grandi vantaggi al commercio di Roma e dei suoi alleati: questi vantaggi erano insiti nello sviluppo della situazione politica e percio non era necessario assiourarli mediante accordi scritti.

Consideriamo anzitutto i rapporti con Cartagine. La fermezza usata da questa cirta, fin quando ebbe la supremazia marittima, nell' escludere ogni possibile rivale dalle acque della Sardegna, dell' Africa e della Spagna, eben conosciuta : ne risentivano anche le minori colonie fenicie (come Utica), cui era lecito commerciare cogli stranieri solo attraverso il porto di Cartagine. Secondo Erastotene (fr. 1 B, 9 BERGER, ap. STRAB. 802) Ie navi che si avvicinavano troppo alIa Sardegna 0 aIle colonne d' Ercole venivano inesorabilmente affondate; e Festo (p. 484 L.) spiega I' espressione Tyria maria affermando: Tyro oriundi Poeni adeo

,I'

(56) T. FRANK, c~HR)} XVIII 1912-1913, pp. 233-252; rn., EH', pp. 115-118; rn., CAHVII, p. 816; M. HOLLEAUX, RGMH, pp. 83-93; J. CARCOPINO, Imp., p. 104; M. ROSTOVTZEFF, CAH VIII, p. 643; H. H. SCULLARD, HRW', pp. 318-319, 346-347 (cf. invece per l' eta graccana rn., «JRS)) XLV 1955, pp. 181-182; GN, pp. 9-10); H. HILL, RlllfC, pp. 88-101 (tesi accettata dai recensori: M. GELZER, «Onomom XXV 1953, p. 322; e, con molte riserve, F. DE MARTINO, «Iura» V 1954, p. 338; ma il DE MARTINO si esprime decisamente contro 10 Hill in SCR II, p. 265 e n. 80; cf. sopra, n. 2) ; J. H. THIEL, HRSP, p. 138 e n, 240. E. GABBA, «Athenaeurm XXXII 1954, pp. 65-78, esclude 1'influenza dei commercianti sulla politica solo per il III secolo, ma l' ammette per il II.

(57) V. specialmente T. FRAN~, Imp., pp. 279-280, 283 ; M. HOLLEAUX, RGMH, p. 89; m., CAH VIII 237-240 = Etudes, pp. 429-432; H. HILL, RMC, p. 95.

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potentes maris fuerunt ut omnibus mortalibus navigatio esset periculosa (58). Come s' e gia ricordato, anche Roma si assoggetto a queste limitazioni. I due pili antichi trattati con Cartagine precludevano aIle navi romano il Mediterraneo sudoccidentale; il terzo (quello del 306) sebbene, come risulta da varie fonti, riconoscesse a Roma I' egemonia sull' Italia, e tuttavia considerato da Livio come una proroga dei preeedenti (IX 3426 : et cum Carthaginiensibus eodem anno foedus tertio renovatum) sicche presumibilmente li riconfermava in tutto iI resto (cf. § 5 e app. I).

Orb ene, e vero che la pace conclusa dopo la prima guerra punica non contemplava particolari privilegi per i mercanti romani, ma e vero altresi che non faceva parola nemmeno dei tradizionali divieti. Deve dunque ritenersi che i Cartaginesi, almeno per quanto riguarda i Romani, abbiano fin dal 241 rinunciato al 101'0 monopolio marirtimo.

A conferma di cio puo addursi quanto accadde durante la rivolta dei mercenari, In principio navi provenienti dall'Italia portavano merci ai rihelli, e i Cartaginesi fermarono ben cinquecento uomini degIi equipaggi; rna, su richiesta del senato, li lasciarono immediatamente liheri. I Romani si rftennero soddisfatti, e quindi ordinarono aIle 101'0 navi di rifornire soltanto Cartagine, auziohe i ribelli; inoltre negal'ono iI 101'0 appoggio alIa citta di Utica, che aveva aderito alIa rivolta, ed ai mercenari stanziati in Sardegna. Nel dare un resoconto di questi avvenimenti, Polibio (I 835_11) osserva due volte che i Romani, per un certo tempo, tennero fede ai patti; ma dal contesto risulta che la violazione dei patti sarebbe consistita nel soccorrere i nemici di Cartagine, e non certo nel navigare Iiheramente lungo Ie coste africane, Deve notarsi inoltre che il divieto di approvvigionare i ribelli, imposto da Roma ai commerciarrti, viene presentato come una generosa risposta (cpLAav&p6J7t0l<;; lJ1t1!xouov) aIle pressanti richieste (Exacr'ta 'twv 1tapaXaAouf1~vOlV) dei Cartaginesi, e non come una decisione pres a in omaggio agli accordi vigenti.

Nel 238 il senato romano (0 perche nel suo ambito era mutato l' equilibrio delle tendenze, 0 perche la maggioranzadei senatori, pur rest an do la medesima, valutava diversamente la situazione) assunse un atteggiamento del tutto opposto: vide cioe nelle rappresaglie dei Cartaginesi contro i negotiatores un casus belli. E molto probabile che gli approvvigionamenti ai mercenari siano ricominciati, e quindi vi siano state da parte dei Cartaginesi nuove reazioni, forse pili violente (cf. App. Lib. 19-22) ; ma non e escluso che gli stessi fatti giudicati in un primo

(58) S. GSELL, HAN P, pp. 429, 440, 455-458; II, pp. 297-298; IV, pp. 113-125, 175-176; Ed. MEYER, GA IV P, pp. 644-645.

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I u-

it.

tempo con induigenza siano poi serviti da pretesto per una minaccia di guerra (App. l. c.; m., Iber. 15 ; ZON. VIII 183, non distinguono tra Ie due fasi; POLYB. III 28 mette in rilievo Ia contraddizione fra i due atteggiamenti romani, ma sembra voler dire che si riferivano sempre all' episodio narrate sopra, I 83s_n). I Romani, com' e noto, curavano con molto scrupolo di giustificare formalmente il proprio operato: essi ritenevano dunque che l' affondamento delle 101'0 navi al largo dell'Africa fosse contro i patti. A titolo di riparazione chiesero ed ottennero il possesso della Sardegna e un' ulteriore indennita di 1200 talenti.

Insomma nella fase iniziale della rivolta i Romani vollero sostenere il governo cartaginese, ostacolando il rifornimento dei mercenari ; e con cio pensavano di compiere un gesto amichevoIe, cui non erano pel' nulla obbligati. Pili tardi invece rivendicarono Ia Iiberta di commerciare con chiunque voiessero, anche in Africa, e coi nemici di Cartagine. Ma in ambedue i casi e chiaro che non soItanto in pratica, hensi anche secondo il diritto, Ie acque africane erano aperte ai negotiatores. A fortiori 10 stesso deve ritenersi perla Sardegna, nel breve periodo intercorso fra Ia pace di Lutazio (241) e Ia conquista romana dell'isoia (238). E forse il passo Iiviano fracti Sicilia ac Sardinia cessere (XXII 54n; cf. XXI 40s' 4114) non e una faisificazione annalistica pel' cui Ia conquista veniva anticipata di tre anni (nesstmo avrehbe potuto sperare di darla a bere a proposito di un argomento COS! divulgato) (59) sibbene un accenno al fatto che i Cartaginesi, pur conservando, con Ia pace di Lutazio, il dominio della Sardegna, permisero ai Romani di approdarvi Iiheramente.

Per quanto riguarda Ie minori colonie puniche (Utica, Tapso, Leptis Magna, etc.), 10 Gsell ritiene possibile che nel 200 Roma abbia costretto Cartagine a render 101'0 la Iihorta di commercio (60). Ma se questa ipotesi e valida, deve riferirsi al 241 anziche al 200, poiche fin

iii

(59) L'ipotesi di una falsificazione annalistica e avanzata dal DE SANCTIS, SR III 1, p. 280 n. 34. D' altra parte il DE SANCTIS rileva che Livio era, per conto suo, bene informato sulla differenza tra Ia sorte della Sicilia e quella della Sardegna (l. c., e cf. LIV. XXI 15); e fors' anche tendeva, per quest' ultima, a ritardare Ia data dell' occupazione (0_ co, p. 400 n. 36). Gli avvenimenti del 238 sono invece confusi con quelli del 241 negli autori derivati da Livio (Aucr, de vir. ill. 462; EUTR. III 22; OROS. IV 11.) ma cio, senza dubbio, per Ie esigenze di una sintesi affrettata e superficiale, non per I' influsso di una tradizione annalistica preliviana. MIPEL. 462 (praemium fuit Siciliae ac Sardiniae possessio) si riferisce agli scopi iniziali della prima guerra punica, e quindi mi sembra che non debba avvicinarsi agli altri autori citati (v. infra, § 28).

(60) S. GSELL, HAN VII, p. 44. L' esistenza di rapporti diretti fra Roma ed Utica e confermata dal fatto che il poeta Nevio scelse quest' ultima citta come Iuogo del suo esilio (sulla cui data cf. E. V. MARlIWRALE, Naeoius», pp_ 127-133; H. T. ROWELL, «Memoirs Amer. Acad. Rome» XIX 1949, pp. 22-23).

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dal 241 i vecchi trattati, che imponevano aRoma di far capo al solo porto di Cartagine, furono sostituiti da un nuovo testo che non fa cenno di questo vincolo (POLYB. I 628 - 633), D' altra parte, anche se i Romani, nell' intervallo fra Ie due guerre, avessero continuato a servirsi unicamente di Cartagine per Ie 101'0 attivita, in cio non potrebbe vedersi ne una rinuncia, ne una concessione all' avversario; poiche Cartagine era di fatto il miglior porto della zona, e i mercanti di Roma edell' Italia meridionale erano abituati a servirsene da parecchi secoli (cioe, almeno dall' epoca del primo trattato polibiano).

Secondo il Frank, invece, Roma permise a Cartagine, ancora dopo il 200 a. C., di conservare il monopolio del commercio africano (<<a fact that reveals an unconcern almost incredible»). Egli si fonda fra I' altro sulla convinzione che i Romani non ahhiano svolto un' attivita di scamhi col regno numidico, e in particolare non abbiano stipulato accordi commerciali con Massinissa (61). Quest' ultimo punto e di second aria imp 01'tanza: in realta non sappiamo se un trattato esisteva, 0 meno, ma gli scamhi potevano svolgersi in ambedue i casi. Di merci numidiche affluite aRoma ahhiamo qualche notizia : i pavimenta Poenica di cui parla Catone (ORF2, fro 185), erano marmore Numidico constrata (FEST., p. 282 L.); e 10 Gsell suppone che le numerose fiere esibite nei giochi circensi fra il 200 e il 150 a. C. fossero inviate da Massinissa (62). Tenendo conto dei continui dissidii fra Ie potenze dell'Africa nel cinquantennio successivo alIa seconda guerra punica semhra veramente poco plausibile che Massinissa abbia voluto, e potuto, usufruire di navi cartaginesi (63) : i rapporti con Roma erano dunque diretti,

II Frank si appella inoItre a un nota passo di Fenestella (Jr. 9 P2), tramandato da Svetonio (de poetis IV 1): nullo commercio inter Italicos et Afros nisi post deletam Carthaginem coepto. Ma il termine Afri, come si ammette generalmente (anche dal Frank) indica gli abitanti del dominio Cartaginese, che poi divenne la provincia d'Africa; ora nell' insieme (cioe i Fenici e i 101'0 sudditi indigeni) ora in riferimento

(61) T. FRANK, EH2, pp_ 115-118; «AJPlm LIV 1933, pp. 269-273 ; ES I, p. 103 ; COSl anche H. H. SCULLARD, HRW2, pp. 346-347. Per contro J. S. R(EID), «JRS» X 1920, pp. 99-101, e M. A. LEVI, PER I, pp. 323-324, ritengono che il monopolio cartaginese sia venuto meno con la seconda guerra punica.

(62) S. GSELL, HAN III, pp. 311-312; IV, pp. 50, 150. Non mi sembra che centro la testimonianza di Catone-Festo possa aver valore l' opinione di PLINIO (XXXVI 49) secondo cui M_ Emilio Lepido, cos. 78, fu il primo che in Roma usb marmo numidico.

(03) Sui rapporti fra la Numidia e Cartagine in questo periodo V. ora Sergia ROSSETTI, «PdP» LXXIV 1960, pp. 336-353.

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specifico agl'indigeni (64) ; per la Numidia quindi non ha nessun valore, Inoltre, e hen noto che fra I'Italia (Roma compresa) e Cartagine s'intrattennero dalIa seconda alIa terza guerra punica normali rapporti di scamhio; quindi, se anche Fenestella ha creduto che il termine includesse i Fenici, le sue fonti potevano usarlo solo per gl' indigeni, cioe nel vern e originario significato (65). Dal frammento in esame non risulta dunque che Cartagine ahhia conservato il monopolio del commercio in tutta l'Africa nordoccidentale; anzi, neppure che 10 ahbia conservato nei suoi territori (Africa in senso latino); perche se la formula usata vale solo per gl'indigeni, non esclude scamhi con Utica, Tapso etc.

Del resto, non va dimenticato che la riserva pili gelosamente custodita dell' egemonia marittima punica era il controllo tot ale delle rotte atlantiche; e la perdita di questo controlIo risulta da un episodio che ci racconta Strahone (175-176). Un comandante cartaginese diretto aIle Cassiteridi si vide seguito da navi romane che miravano a scoprire Ie ricche miniere di piomho e di stagno ivi esistenti. Per mantenere il segreto egli affondo la propria nave provo cando la morte di tutto I' equipaggio ; salvatosi da solo, fu premiato dalIa sua patria che 10 indennizzo per i danni sofferti. Come osserva 10 Gsell, il racconto deve amhientarsi nel periodo successivo alIa seconda guerra punica, poiche in precedenza i Cartaginesi avrehhero avuto altri mezzi per allontanare gl' intrusi (potrehhe aggiungersi: fino alIa prima guerra punica, i trattati; dalla prima fino alIa seconda, la forza) (66). Esso dimostra che i Romani navigavano liheramente nell'Atlantico, e percio, anche se non avevano individuato Ie Cassiteridi, erano giunti aIle coste occidentali della Spagna; e che i Cartaginesi potevano ancora conservare qualche vantaggio solo mantenendo il segreto intorno ad alcune rotte pili lunghe e difficili. Dunque, non e vern che la vittoria su Annibale sia rimasta priva di conseguenze per l' attivita dei mercanti romani.

(64) Joh. SCHMIDT, RE s. v. Africa, 2; S. GSELL, HAN II, p. 99; IV, p. 149; T. FRANK, ((AJPh» LIV 1933, pp. 269-273; JACHMANN, RE s. v. Terentius, 36, col. 599 ; P. Rm1ANELLI, SPRA, p. 29 n, 2.

(65) Sui commerci fra Roma e Cartagine v. in generale S. GSELL, HAN IV, pp. 150-151; P. ROMANELLI, SPRA, pp. 27-29. La presenza di negotiatores romani e italici a Cartagine anteriormente alla terza guerra punica risulta da POLYB. XXXVI 7; App. Lib. 434; ZON. IX 267, Sulla conoscenza dei mercanti cartaginesi da parte del pubblico romano si cita il Poenulus di PLAUTO (personaggio di Annone). A proposito dell' equivoco in cui e caduto Fenestella v. T. FRANK, ((AJPh», I. c.

(66) S. GSELL, HAN IV, p. 116. Lo studio so non esclude che il racconto sia inventato; ma anche in questa caso rispecchierebhe Ie condizioni di un' epoca in cni Cartagine ha perduto l' egemonia, e avrebbe dunque un notevole valore documentario. SuI problema geografico delle Cassiteridi v. O. DAVIES, Roman Mines in Europe, Oxford 1935, pp. 140-144; L. MONTEAGUDO, «Emerita» XVIII 1950, pp. 1-17; F. VILLARD, La ceramique grecque de Marseille, Paris 1960, pp. 149-158.

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L' unico ulteriore vantaggio che i negotiatores avrehbero potuto ottenel'e, sarehhe stato l' aholizione dei vectigalia prelevati dai Cartaginesi nel 101'0 porto e in generale sulle merci in transito, cioe la trasfol'mazione di Cal'tagine in zona franca: e questa pretesa non fu avanzata, poiche sappiamo che i vectigalia terrestria maritimaque erano ancora in vigore nei primi anni dopo la battaglia di Zama (LIV. XXXIII 46

8·9'

471_2), Ma in cio il contrasto fra l'interesse dello stato romano e quello

dei privati era troppo forte, perche Ie dogane costituivano (specialmente nella prima fase del dopoguerra, quando le forze di Cartagine erano quasi del tutto esaurite] I' unica risorsa dell' erario punico; e soltanto il regolare funzionamento del sistema doganale, imposto e realizzato da Annibale, avrebbe pel'messo il pagamento dell' indennita richiesta dal vincitore (LIV., l. c.).

Va infine ricordato che i Romani non presel'o alcun provvedimento per ostacolare il commercio cartaginese ; e secondo 10 Hill cio confermerehbe che gIi uomini d' affari non avevano alcuna influenza sul senato (67). Tuttavia sul principio del II secolo le £lotte mercantili romane ed italiche non erano certo in condizioni di servire da sole tutto il Mediterraneo occidentale, e quindi nessuno avrebbe potuto pretendere che da un giorno all' altro soppiantassero integralmente la marineria punica, II successo conseguito dai Romani era stato quello di eliminare tutti gli ostacoli frapposti alIa propria attivita : ma non era necessario, e neanche utile, escludere dal mare un concorrente che non poteva pili dare fastidio e che, in ogni caso, sarehbe stato impossibile sostituire.

In conclusione, la fine dell' egemonia punica implicava di per se inestimabili vantaggi per il commercio di Roma e dei suoi alIeati, e difficilmente i Romani avrebhero potuto ottenere di pili inserendo nei trattati di pace claus ole specificamente riferite ai problemi economici.

La terza guerra punica esorbita dai Iimiti cronologici di questo saggio, e pertanto non occorre qui fermarsi sul difficilissimo problema dei suoi scopi. E molto prohahile che Ia tesi oggi dominante, aecondo cui Ia guerra non ehbe alcun fine economico, si dehha accettare (68) ; anche perche dal punto di vista commerciale la distruzione di Cartagine, come quella co eva di Corinto, doveva produrre conseguenze piuttosto

(67) RJ1IIC, p. 93. Si noti che Cartagine continuo anche i commerci con l' oriente: cf. P. ROll1ANELLI, SPRA, pp. 26-27. SuI commercio cartaginese dopo la guerra annibalica v. L. ZANCAN, ((AIV» XCV 1935-1936, pp. 566-572.

(68) V. fra l' altro: M. HOLLEAUX, RGMH, p. 88 n. 4; T. FRANK, EH2, p. 115 ; M. GELZER, RS, pp. 118-121; L. ZANCAN, o. c., pp. 529-601; F. E. ADCOCK, ((CHJ» VIII 1944-1946, pp. 117-118; H. H. SCULLARD, HRW2, pp. 301-304, 318-319.

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I L

negative che positive per il mondo mediterraneo nel suo insieme. Per centro, non si puo condividere l' opinione di alcuni studiosi i quali affermano che Roma, rinunciando a fondare nella nuova provincia d'Africa un altro porto che sostituisse quello distrutto, diede prova di negligenza verso i problemi economici (69). Infatti la provincia d'Mrica era gia ben fornita di porti pienamente idonei a raccogliere I' eredita di Cartagine : fra questi emergeva Utica, dove i negotiatores romani si sentivano a casa 101'0 (STRAB. 832: xa'taAu&c(O'Y)~ DE KapxY)06yo~ hclYY) Y}v w~ (J.y p.Y)'tp01tOAl~ 'tor~ 'P{J)P.o:lOl~ xat 6pP.'Y)'t~plOY 1tpO~ 'ta~ €Y Al~U'{) 1tpa~cl~ ... ). Pertanto il fatto che il senato non abbia voluto costruire un nuovo porto puo dimostrare soltanto ch' esso amministrava con saggezza il pubblico denaro.

12) IL COlVlMERCIO E LE GUERRE IN ORIENTE. - L'interpretazione fin qui sostenuta per i trattati di pace con Cartagine puo applicarsi anche a quelli conclusi dopo Ie guerre in oriente: Ie claus ole territoriali e politiche dettate a Filippo V e ad Antioco III avevano infatti, di per se, una portata economica, e quindi non occorreva aggiungere altro perche i negotiatores romani e italici traessero heneficio dalle vittorie militari. Roma appoggiava Ie autonomie cittadine a detrimento delle grandi monarchie : con cio facilitava l' espansione del proprio commercio, cui l' accentramento amministrativo praticato dai ~aO'lAcr; frapponeva gravi difficolta.

Concludendo la sua monument ale opera sull' economia ellenistica il Rostovtzeff ha messo in rilievo l' antitesi (che si manifesta in tutto il periodo) fra il sistema greco basato sul liberismo e sull'iniziativa dei singoli, e quello orientale, che dava la preferenza all' economia guidata e controllata. E hensi vero che piu oltre 10 studioso ha proposto anche una definizione unit aria del mondo ellenistico, affermando che questo sarebhe caratterizzato da una generale tendenza all' autarehia, viva nei grandi stati come nelle citta Iihere (to). Ma non puo trascurarsi il fatto che in pratica, per quasi tutte Ie poleis, I' autarchia costituiva un miraggio tecnicamente irrealizzabile; e cio, nell' opera del Rostovtzeff, viene riconfermato ad ogni pagina. Imporre dei limiti alla Iiherta di commercio

I iii.

(69) N. H. BAYNES, «History» II 1917-1918, pp. 238-341; M. CARY, «History» VII 1922-1923, pp. 111-112; T. FRANK, EH2, p. 116 (e cf. ((AHR)) XVIII 1912-1913, p. 241).

(70) SEHHW II, p. 1031 (antinomia fra liberismo e dirigismo), 1241-1242 (autarchia).

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per fini autarchici era facile nelle grandi monarchie (e poteva forse arrieehire i principi, sia pure a spese dei 101'0 sudditi) (71); rna Ie poleis, esagerando in questo senso, avrebbero rischiato la miseria 0 la completa rovina. E certo dunque che tra Ie due formule sopra citate deve preferirsi la prima.

L' unico dei regni ellenistici suI quale siamo bene informati e l' Egitto. I Tolemei esercitavano uno stretto monopolio su quasi tutta la vita economic a del paese; Ie merci d' importazione erano soggette a dazi fortissimi (dal 25 % alSO %), e inoltre contingent ate ; sui mercanti stranieri pesava una rigid a disciplina (STRAB. 101 : per imbarcarsi ad Alessandria occorreva un 1tpocr'tayp.a reale); essi, fra l' altro, erano esclusi dal commeroio del grano (72).

II sistema economico della Macedonia si distingue da quello egiziano solo in quanto appare meno progredito, e quindi meno oomplesso ; ma 10 ispirano i medesimi criteri. II commercio estero aveva scarso rilievo, perche la Macedonia viveva soprattutto dei suoi prodotti agricoli, e non era lontana dall' ideale dell' autosufficienza. Esisteva, naturahnente, un apparato doganale, il cui reddito fino all' avvento di Filippo II si calcolava nella cifra Irriecria di 20 talenti annui, ma dopo il 360 fu raddoppiato, per merito dell' esule ateniese Callistrato ([ARIST.] Oecon. II 222 = 1350a). Pel' spiegare un reddito cosi basso deve accogliersi l'ipotesi del Momigliano, che i dazi fossero relativamente miti; peraltro deve anche tenersi presente che nel 360 la Macedonia non aveva an cora assorbito Ie citta greche della costa. Piti tardi, dopo la fortunata politiea espansiva di Filippo II, gli utili dovettero accrescersi, L' unica notizia che abbiamo circa un ulteriore aggravio delle dogane si riferisce a una iniziativa di Filippo V negli anni successivi alIa sconfitta di Cinocefale (LIV. XXXIX 242), cioe nel periodo in cui si accentuava I' interesse romano per la penisola balcanica. Ad ogni modo, piti che il volume del commercio e I' ammontare dei dazi (modesti l' uno e l' altro), importa il fatto che i monarehi tenevano saldamente il commercio nelle proprie mani. Cio risulta da un trattato fra il re Aminta III (padre di Filippo II) e Ie citta calcidiche, stipulato intorno al390 (SIG3 153 = TOD lll): esso consentiva aIle citra di esportare legna e pece, con l' obhligo (oltreche di pagare 'ta 'tEAea 'ta yeypap.p.Eya) anche di avver-

(71) Come osserva Claire PREAUX, L' econ. royale des Lagides, Bruxelles 1939, p. 376, i Tolemei si adoperavano a proteggere non l' economia nazionale, rna il monopolio regio.

(72) F. HEICHELHEIlIf, RE s. v. Monopole, col. 158-190; Claire PREAUX, o, c., pp. 150·151, 371-379; M. RosTovTzEFF, SEHHW II, pp. 1269-1270 e passim.

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tirne preventivamente il re (EZ1t6Y'CO:I; 'AI-LUY'CO:L 1tplY e~&.yELY). Per gli altri prodotti, gli scambi sono Ieciti fra i Macedoni e Ie citta, 'tEAaO crLV 'tHEa. Dunque per ottenere il permesso di trasportare qualsiasi merce, pagando regolarmente Ie gabelle, occorreva Ia specifica clausola di un trattato : ne consegue che tutto il commercio estero era sotto controllo. Per Ia Iegna e Ia pece, i controlli restavano in vigore anche dopo I' accordo. E se i Greci della Calcidica si assoggettavano a tali norme quando erano soltanto alleati della Macedonia, non si puo certo pensare che nel III secolo, come sudditi, abbiano goduto di maggiore liherta. Esiste una prova dell' ingerenza regia nel commercio anche per il II secolo: nel 185 i Tessali accusarono Filippo V di averli rovinati alimentando il traffico nel porto di Demetriade a danno di Tebe Ftia; e Ia formula usata da Livio (XXXIX 259: navibus onerariis comparatis regem .... negotiationem maritimam omnem eo avertisse) fa pensare che Ia flotta mercantile della Macedonia appartenesse al reo Va ricordato infine che le miniere, come Ie foreste, erano oggetto di monopolio regio, e che Filippo V appoggio energicamente Ia pirateria cretese nell' Egeo, diretta in particolare contro i Rodii, con cio dimostrando il suo scarso interesse per Ia Iiherta dei mari (73).

Le conclusioni raggiunte sull' Egitto e sulla Macedonia potrebbero oonsiderarsi valide anche per Ia Siria, tenendo presente che le tre grandi monarchie hanno Ia medesima origine, una classe dirigente in Iarga misura omogenea, e, in linea generaIe, anche un' evoIuzione politica parallcla. Tuttavia per Ia Siria i dati scarseggiano. II fatto che i Rodii abbiano ottenuto l' a't£AELO: da Seleuco III (POLYB. V 898) e I' abbiano fatta riconfermare nella pace di Apamea (POLYB. XXI 42u) dimostra l' esistenza di un' imposizione doganale, cos a di per se ovvia, rna non ci dice nulla circa I' errtita delle tariffe. Le notizae sui monopolii regi sono poche e disperse: ne abbiamo traccia per Ia Frigia ellespontica (olio) e per Ia Palestina (sale) (74).

(73) A. MOIlHGLIANO, Filippo il Macedone, Firenze 1934, pp. 48-52; M .. ROSTOVTZEFF, SEHHW II, pp. 632-633; F. W. WALBANK, Philip of Macedon, Cambridge 1940, pp. 6-8, 224, 228-229. Sulla pirateria: M. HOLLEAUX, CAH VIII, pp. ~45-146. .

(74) Pili frequenti sono Ie notizie circa Ie dogane interne (a proposito delle quali ricorre il termine di OE%cX't'lj, che pero, come osserva il Bicke~n;tann, non all_ude ne?es: sariamente al 10%). I dati disponibili suII' economia dei Seleucidi sono raccolti e :ag~atl da: F. HEICHELHEIlIf, RE S. v. Monopole, col. 190-191; E. BICKERlIfANN, Tnstitutions des Seleucides, Paris 1938, pp. 115-116; M. R?STOV;rZEFF, SE!l!iW I, pp .. 464, 471 ; J. DE LAET, Portorium, p. 48 n. 1. SuI monopolio regio nella Frigia ellespontica v. SEG II 663 e I' acuta analisi che di questa fonte da iI ROSTOVTZEFF, SEHHW II, pp. 642- 643; CAH VIII, pp. 178-179. Anche 10 HEICHELHEIlIf, Wirtschaftsgeschichte des.1lter: tums, I Leiden 1938, pp. 663-664, ritiene di poter affermare, nonostant.e _Ia scarsrta del documenti, che la finanza siriaca e analoga per la struttura a quella egrziana.

59

N aturalmente Ie poleis greche soggette ai monarchi ellenistici non potevano sfuggire all' accentramento amministrativo da costoro praticato. A questo proposito siamo bene informati sugIi Antigonidi: Polibio afferma che Ie citta tessaIiche, nominalmente autonome (esse infatti riconoscevano Ia sovranita della dinastia, rna non facevano parte. della Macedonia) erano in realta governate dai funzionari regi, e 1tay 0I-L0CWI; £mxcrxoy 'tOLl; MO:XE06crL (IV 762), I titoIi e Ie prerogative di questi funzionari sono documentati da qualche iscrizione: si tratta di e1tLcr'C&''tO:L, U1tE1tLcr'C&''CO:L, armosti ; ed e particolarmente notevole il fatto che a Tessalonica, nella Calcidica, essi intervengano in materia di rapporti con I' estero (IG XI 4, 1053). La presenza di epistati e accertata, sia pure sporadicamente, anche nelle citra greche appartenenti ai Seleucidi ed ai Tolemei (75).

Ma, come osserva il Rostovtzeff, la volonta dei prfncipi era eflicace solo per Ie citta su cui essi potevano esercitare un controllo diretto (76). Le poleis lib ere, e quelle la cui sudditanza era puramente formale (p. es. Delo, soggetta ora all' influenza tolemaica, ora a quella macedonica), si governavano secondo Ie proprio Ieggi, e nel campo della poIitica economica si regolavano secondo i propri interessi. Queste poleis rappresentano, nel mondo ellenistico, Ia tradizione dell' economia libera edell'iniziativa individuale, la cui persistenza e stata riconosciuta dal Rostovtzeff, come s' e detto, in antitesi con l' accentramento reaIizzato dai grandi stati territoriali,

In primo Iuogo Ie tracce di monopolii nelle repubbliche sono del tutto trascurabili (77). Ad Atene, l' unico monopolio rilevante avrebbe potuto essere quello dell' argento prodotto al Laurion, rna nessuno, per quanto sappiamo, concept sia pure lontanamente quest' idea (78); la proposta invece fu avanzata per il piombo, e non sembra che abbia

(75) V" in generale W. W. TARN, Hellen. Civilis. 2, London 1930, pp. 59-64; M.

HOLLEAUX, Etudes III, p. 253 (con aggiunte di L. ROBERT); sui Seleucidi anche M, ROSTOVTZEFF, CAH VII, pp. 180-181; sugli Antigonidi anche W. W. TARN, CAH VII, pp. 200-201, e suII'iscrizione di Tessalonica M. HOLLEAUX, Etudes I, pp. 261-270 ; F: DURRBACH, Choi,:, N. 49 III, nota. Le citta macedoniche in senso stretto non godevano di alcuna autononna: F. HAMPL, Der Konig der Makedonen, Diss. Leipzig 1934 pp.

78-82. '

(76) SEHHW II, p. 1264.

(77) Se ne veda la rassegna presso HEICHELHEIlIf, RE S. v. })!lonopole, col. 157-158. (78) Le miniere del Laurion erano proprieta della repubblica ateniese, e venivano

concesse in appalto; ma non esisteva un monopolio del prodotto. Cf. KOCH, RE s. v, Laurion ; W. SCHWAHN, RE s. v. Tele, col. 240-242. Senofonte, IlopoL IV 17, propose che 10 stato sfrut.tasse Ie miniere d' argento in proprio (e che, per di pili, esercitasse in proprio anche iI commercio : ivi, III 14) ; ma non certo in regime di monopolio, sibbene in concorrenza coi privati: cf. IV 19.

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! I;

avuto seguito ([ARIST.] Oecon, II 236 = 1353a). In secondo Iuogo Ie poleis, anche volendolo, non avrehhero avuto Ia forza di ostacolare Ia Iiherta commerciale, Verso il 260 Kallatis tento di monopolizzare tutto il commercio di Tomi, rna ne fu impedita da Bisanzio (MEMNON HERACL., 434 J., fro 1,13); a sua volta Bisanzio, nel 220 0 nel 219, volle preIevare un trihuto sulle navi che passavano per il Bosforo, e dovette rinunciarvi dopo una breve guerra con Rodi (POLYB. IV 37-52). In realta, solo i Rodii avrebbero potuto imporre obblighi e divieti ai naviganti, rna essi avevano scelto di 1tpOEIJ'tcGVX~ 'toW xx'ttZ &cGAIX't'tIXV (POLYB. IV 471) e giudicavano la Iiherta dei mari, intesa anche come liherta doganale, piu confacente ai 101'0 interessi, In questo programma rientrano la 101'0 strenua lotta contro la pirateria e la 101'0 ostilita contro Filippo V in quanto protettore dei pira'ti (79).

In terzo Iuogo la politica doganale delle poleis era, per necessita di cose, molto pili lihera di quella praticata dai grandi statio La dove siamo informati suI livello dei dazi, risulta che questi ammontavano al 2 %: cioe, anche in eta ellenistica, era stata mantenuta in vigore Ia tradizionale 1tEV't"f}Xocr't1j (80). Siamo, come si vede, molto Iontani dal 50 % dei Tolemei: e manifesto che quest' ultimo tipo d' imposizione aveva uno scopo protettivo, mentre un tributo del 2 % non puo avere che uno scopo fiscale (81). Si ritiene che anche a Rodi Fosse in vigore la 1tEV'ty/XOIJ't1j: disgraziatamente non abhiamo dati precisi in materia, tuttavia I'ipotesi potrebbe essere confermata rilevando che la trasformazione di Delo in porto franco (167 a. C.) danneggio gravemente i Rodii, sottraendo 101'0 gran parte del commercio egeo. Invece nel III secolo a Delo si applicava il solito dazio del 2 % (cf. p. es. IG XI 2,

, ,Ii.

(79) Alcuni studiosi, come H. MICHELL, The Economics of Ancient Greece', Cambridge 1957, p. 256, e J. DE LAET, Portorium, p. 48 n. 1, ritengono che il tributo imposto da Bisanzio fosse del 10% ad valorem; rna questa e una pura ipotesi, non sufficientemente giustificata dal ricordo della decima imposta nel 410 durante l' egemonia ateniese. Sulla politica rodia v. M. ROSTOVTZEFF, CAH VIII, pp. 624-625; SEHHW I, pp. 172-173, 229; II, pp. 674, 677, 1264-1265.

(SO) Cf. H. FRANCOTTE, Les finances des cites grecques, Liege-Paris 1909, pp. 12-15, 57-59, e passim; W. SCHWAHN, RE S. V. Tele, col. 243-245 ; F. M. HEICHELHEIM, Wirtsch., cit. alIa n. 74, pp. 665-668; J. DE LAET, Portorium, P- 47 n. 1,48 n. 1. Su Rodi in particolare: A. O. LARSEN, ES IV, pp. 355-356.

(81) Da questo punto di vista le poleis ellenistiche non facevano che continuare fedebnente la tradizione della Grecia classica: cf. H. MICHELL, O. c., p. 255. L' analogia tra il sistema finanziario dei grandi stati e quello delle poleis Iibcre, quale risulta dall' Economia pseudoaristotelica, II 12-3 = 1345b-1346a, e dunque puramente esteriore. Su questa fonte, la cui difficolta d' interpretazione supera largamente l' utilita, cf. H. FRANCOTTE, O. c., pp. 5-6; A. ANDREADES, «Studi scienze giur, e soc. Univ. di Pavia» XV 1930, pp. 289-297; M. ROSTOVTZEFF, SEHHW I, p. 441.

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203 A, 1. 31 ; 287 A, I. 9) e in quel tempo i Rodii non risentivano della concorrenza; pertanto anche la 101'0 tariffa doveva essere del 2 %, 0 di pochissimo superiore. II sistema doganale delle poleis era dunque favorevole aIle at tivita mercantili; e non va dimenticato che mediante particolari accordi una citta poteva giungere, per agevolare ulteriormente i traffici, a concedere Ia piena franchigia (82).

Questi dati mi sembrano pili che sufficienti a spiegare l' assenza di claus ole economiche nei trattati che posero fine alIa .seconda guerra macedonica e alla guerra siriaca. Filippo V s'impegnava a sgomhrare I' intera Tessaglia e Ie basi che aveva fino allora mantenuto nel rimanente della Grecia; Antioco III rinunciava a tutti i suoi dominii anatolici. Pertanto molte cit.ta che in precedenza, nei loro rapporti col mondo esterno, avevano dovuto seguire Ie direttive dei funzionari regi, riacquistavano la propria autonomia politica, e con essa Ia liherta economica. Cio non vuol dire che ai Romani e agl' Italici fossero aperti nuovi mercati precedentemente inaccessibili, perche i porti delle grandi monarchie traboccavano di stranieri, e fra l' altro sappiamo di negotiatores rom ani residenti a 'I'essalonica quando questa citta faceva parte del regno macedonico (v. infra, § 47) ; il vantaggio per gli uomini d' affari consisteva nell' esercitare Ia 101'0 attivita senza controlli, senza limitazioni, e con tariffe doganali di gran lunga pili invitanti.

L'interesse concreto dei Romani verso I' autonomia economica delle citta e confermato dal fatto che varie poleis anatoliche, dopo essere passate dalla sovranita di Antioco III all' amicizia con Roma riacquistarono il dirirto di battere moneta, cui talune avevano rinunciato fin dai tempi di Alessandro il Grande. Soltanto in seguito a questa innovazione i monarchi ellenistici adottarono una politica monetaria pili tollerante, concedendo anch' essi Ia riapertura di antiche zecche nei paesi rimasti sotto il 101'0 dominio; e anche la leg a monetaria conclusa fra i Seleucidi, gli Attalidi e alcune citta dell' Anatolia, ai tempi di Antioco IV, va spiegata con l' influsso della nuova tendenza inaugurata dai Romani (83).

Vale la pena di osservare che gli Attalidi, coi quali i Romani fnrono quasi sempre in ottimi rapporti, avevano seguito fin dall' inizio

. (B~) Concessioni del genere sono attestate a J.\tIileto: J. ROHLIG, Der Handel von

Milet, Diss, Hamburg 1933, pp. 55-56. II caso pili nota e il trattato con Pidasa, conolusc mtorno al 180 a. C.: cf. A. REHM, Inschr., N. 149, pp. 350-357 (in Th. WIEGAND, Milet III = G. KAWERAU, A. REHM, Das Delphiniori in Milet, Berlin 1914); M. ROSTOVTZEFF, SEHHW II, p. 671.

(83) Cf. M. ROSTOVTZEFF, SEHHW II, pp. 654-659, 1293; III, p. 1480 n. 69.

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! t:

una politica molto piti liherale rispetto a quella degli altri monarchi. Monopolii regi semhra che non ve ne fossero; e secondo il Rostovtzeff il re di Pergamo era in concorrenza coi mercanti privati a parita di condizioni. La dove gli Attalidi (dopo la guerra siriaca) suhentrarono ai Seleucidi, attenuarono la pressione fiscale; i dazi erano rniti, e il commercio estero molto attivo. Inoltre i Pergameni appoggiarono la politica rodia per la Iiberta dei mari, anche contro i Cretesi e Filippo V (84). Si potrebhe sminuire il significato dell' amicizia tra Pergamo e Roma, osservando che i Romani tennero un contegno henevolo anche verso I' Egitto, la cui politica era tutt' altro che liherale, ma cio si spiega rilevando che i negotiatores furono impegnati per tutto il II secolo a fagocitare il mondo egeo: l' Egitto in se stesso era troppo lontano per costituire un ohiettivo immediato, e i Tolemei, a differenza degli Antigonidi e dei Seleucidi, si guardarono hene dall' osteggiare apertamente la politica orientale di Roma (v. sopra, § 10).

Allo stesso modo va spiegato il fatto che nel trattato di Apamea con Antioco il grande i Romani ahbiano imposto al re di riconfermare I' immunita doganale per i Rodii, senza chiedere nulla di simile per se stessi: ai negotiatores la liherazione dell'Asia minore seleucidica doveva apparire un risultato straordinario, molto superiore, per il memento, aIle 101'0 effettive possihilitu di trarne vantaggio. Quella parte del regno siriaco che rimaneva nelle mani dei Seleucidi, pur non essendo affatto ignorata dai Romani (si ricordi ch' essi la frequentavano gia verso il 250 a. C.: v. sopra, § 5), era pel' 101'0 molto meno interessante; viceversa i Rodii, favoriti dalla maggior vicinanza e da una tradizione piti che millenaria, la percorrevano attivamente e avevano tutte Ie ragioni d'insistere suI mantenimento dei privilegi ottenuti in passato,

Un episodio notevole nell' ambito della politica romana e rappresentato dalla istituzione di un porto franco a Delo, imposta agli Ateniesi nell' atto in cui 1'isola passava sotto la 101'0 sovranita (POLYB. XXX 207, 3110), II provvedimento fece convergere su Delo Ie principali correnti del tra:ffi.co egeo, porto la ricchezza dall' isola fino a un livello mai prima raggiunto, attire i mercanti di tutto il mondo civile a prendervi stahile dim ora ; gravissimo danno ne risentirono i Rodii, Ie cui entrate doganali diminuirono in breve tempo dell' 85 % (POLYB. XXX 3111•12). Come s' e detto, molti autori pensano che i Romani non si pro-

(84) Cf. M. ROSTOVTZEFF, SEHHW II, pp. 642-643, 654; III, p. 1479 n. 68; id., CAH VII, pp. 180-181; VIII, pp. 612-613. Sul regime doganale v. anche G. CARDINALI, Il regno di Pergamo, Roma 1906, p. 179.

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ponessero, neanche in questo caso, alcun fine economico : il 101'0 intento sarebhe stato esclusivamente quello di punire iRodii per l' atteggiamento ostile ehe, dopo i famosi 140 anni di amicizia, avevano adottato durante la terza guerra macedonica. II Rostovtzeff aggiunge che il senato era tanto sprovveduto in materia di economia da non poter neppure prevedere Ie grandiose conseguenze che avrehbe avuto la sua decisione. Quest' ultima tesi e del tutto inaccettahile: se i Romani pensavano di far danno ai Rodii, evidentemente sapevano che il commercio egeo sarebbe stato deviato su Delo, e potevano prevedere il boom economico di quest' ultima; erano dunque perfettamente consci del fatto che l' abolizione di un trihuto sia pure minimo porta grandi vantaggi al commercio. E se in principio i negotiatores accorsi a Delo pel' usufruire della nuova situazione furono una minoranza rispetto ai mercanti greci ed orientali, cio significa soltanto che la politica romana era lungimirante: infatti pochi decenni dopo la collet'tivita romano-italica era Ia pili ragguardevole dell'isola (85).

Prima di concludere, va ricordato che in un caso almeno i Romani provvidero a mettere per iscritto un regolamento di carattere economico. Questo regolamento non fa parte di un trattato, sihbene del senatusconsulto che defini Ia posizione di Amhracia neI 187 : agli abitanti della citta fu consentito portoria quae vellent terra marique caperent, dum eorum immunes Romani ac socii nominis Latini essent (LIV. XXXVIII 444), Secondo I' Holleaux, questo sarebhe un caso eccezionale, e quindi irrilevante (86). Che sia eccezionale, e un dato di fatto incontestahile; ma perehe irrilevante ? sono proprio i casi insoliti che possono risultare i pili istruttivi. II senatusconsuIto, promosso dagli avversari di M. Fulvio Nohiliore (che aveva saccheggiato la citta) doveva rendere giustizia agli Ambracioti: Ia richiesta dell/ immunita non era quindi una misura punitiva, e aveva un fine puramente economico. Sembra Iecito spiegare Ia cosa supponendo che Ie gabelle di Ambracia fossero insolitamente aIte, e 1'ipotesi e plausibile per una citra influenzata dagii Etoli.· Dunque il senato, quando era necessario, metteva bene in chiaro anche Ie esigenze economiche : e lecito supporre che in altri casi, quando cio non avvenne, si aveva la certezza di otten ere condizioni favorevoli anche senza accordi scritti.

(85) Scettici sul fine economico della decisione romana sono: T. FRANK, «AHR» XVIII 1912-1913, pp. 241-243; rn., EH2, p. 117; M. HOLLEAUX, RGMH, pp. 85-81i, 88; .M. ROSTOVTZEFF, CAH VIII, p. 643; H. H. SCULLARD, HRW2, pp. 318-319. Si esprrmono invece in senso positivo (il primo cautamente, il secondo risolutamente):

H. HILL, RMC, pp. 97-98; H. H. SCHlIlITT, RRh, p. 166. (86) CAH VIII, p. 238 n. 5 = Etudes V, p. 430 n. 4.

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E degno di nota che la franchigia fu imposta dai Romani anche a favore dei propri alleati. Secondo il Frank, cio proverebbe che il senato non aveva una politica commerciale (87) ; a mio parere, ne risulta invece che la politica commerciale del senato era aperta e intelligente. E ovvio infatti che l' arricchimento degli alleati era vantaggioso anche per Roma e per gli uomini d' affari romani; e hisogna rassegnarsi ad ammettere che perfino il senato se ne rendeva conto.

Insomma, qualche volta viene il sospetto che si neghi ai Romani una competenza in materia economic a per il solo fatto che la 101'0 politica, nel periodo pregraccano, era di larghe vedute; mentre gli studiosi moderni sarebbero disposti a prendere in considerazione, come prova di genio economico, soltanto atteggiamenti mercantilistici, protezionistici e monopolistici.

13) L' ESPANSIONE TERRlTORlALE E LA COSCIENZA DEI PROBLEMI ECONOMICI. - Un altro argomento usato a dimostrare 10 scarso interesse dei Romani per i fatti economici e la riluttanza che il senato dimostro, per molto tempo, verso Ie annessioni di nuovi territori (88). Alcuni degli esempi citati a questo proposito non semhrano molto pertinenti. Ad esempio, il Baynes trova significativo che Roma, dopo la prima guerra punica, non ahhia soggiogato il regno di Gerone, e non ahbia tolto ai Cartaginesi, oltreche la Sicilia occidentale, anche la Sardegna. Ma Gerone era stato al fianco dei Romani per 23 su 24 anni di guerra, e la mancata conquista della Sardegna si spiega ricordando che la pace conclusa nel 241 era una pace di compromesso.

E vero che i Romani, dopo la guerra annibalica, rinviarono pel' quanto possihile (in Grecia e in Macedonia, fino alle grandi rivolte del 149 a. C.; in Asia, fino alla morte di Attalo III nel 134 a. C.) la creazione di nuove provincie (89) : questo atteggiamento era dettato sia da prudenza diplomatica, sia dal desiderio di evitare pesanti responsabilit a

(87) ccAHR» XVIII 1912-1913, p. 236; EH2, p. 116.

(88) N. H. BAYNES, «History» II 1917-1918, pp. 238-241; T. FRANK, Imp., p. 149; H. HILL, RMC, p. 98; H. H. SCULLARD, HRW2, pp. 317-318. In pratica G. COLIN, RG, pp. 89-96, pur giungendo a conclusioni opposte, parte dalle medesime premesse: egli infatti sostiene che i finanzieri, dopo Cinocefale, avrebbero vo1uto un' occupazione stabile della Grecia, e percio si opposero alla politica liberale di T. Quinzio Flarninino. In realta, che Ia Grecia fosse occupata 0 meno era del tutto irrilevante, se non per tutto il ceto econornico, almeno per i commercianti.

(89) Sulla posizione della Grecia dopo il 146 v. S. ACCAlIIE, Il dominio romano in Grecia, Roma 1946, pp. 1-15.

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amministrative, cui la vecchia classe politica si sentiva ormai del tutto impari. E anche vero che da cio 10 sviluppo dei pubhlici appalti, e quindi anche dei pubhlicani come categoria sociale, fu rallentato per un cinquantennio (v. infra, § 15). Occorre aggiungere tuttavia che per quanto l'iguarda i commercianti, cioe il gruppo che per solidita economic a e rango sociale costituiva l' ossatura del ceto finanziario, la sistemazione a provincia dei paesi vinti non aveva grande importanza : la schiacciante supel'iorita delle forze romane rendeva trascurabili i prohlemi formali,

Cio e confermato, fra l' altro, dal fatto che, secondo ·Polibio, durante la guerra siriaca Scipione I'Africano considerava suo compito imp a - d r 0 nil's i dell'Asia (XXI 45: xpa1:"~craL 1:1)~ 'AcrLa~): eppure ne prima di Magnesia, ne dopo, si parlo mai neppur lontanamente di conquiste o di occupazioni. Pili tardi 10 stesso Africano, lamentando l'ingratitudine dei suoi concittadini, affermo ch' essi non ricordavano chi aveva donato 101'0 il dominio dell'Asia, dell'Africa e della Spagna (XXIII 149_10 :

OUXE1:L S'lJ1:00crL ..... 7tW~ 1:1)~ 'Acrla~ xal 1:'~~ AL~U'lJ~) E1:L O£ 1:1)~ 'I~'lJpla~ XeXUpLEuxacrLV). Questo secondo passo e altamente significativo, perche mette la Spagna, gia ridott a a provincia, sullo stesso piano dell' Africa e dell'Asia, che allora comprendevano soltanto citra e regni nominalmente federati di Roma. Del resto l' opinione puhblica straniera vedeva Ie cose nello stesso modo: Filippo V e Annibale, allorohe stipularono il 101'0 patto di alleanza, consideravano i Romani XUPWL di Corcira, Epidamno, Apollonia, nonche degli Atintani e dei Partini (POLYB. VII 9u) mentre in teoria si trattava di socii autonomi (90).

Potrehbe citarsi anche un frammento di Emilio Sura, che un cop ista dotto ritenne opportuno interpolare (un po' a caso) nel testo di Velleio Patercolo (I 66), Ivi, dopo aver enumerato i popoli che furono principes omnium gentium, si afferma: exinde duobus regibus, Philippe et Antiocho, qui a Macedonibus oriundi erant, haud multo post Carthaginem subactam, devictis, summa imperii ad populum Romanum pervenit. I critici ritengono che questo Emilio Sura (mai nominato altrove) ahbia scritto prima della guerra contro Perseo (perche giudica Filippo V ultimo esponente della potenza macedonica) e della terza punica (perche considera Cartagine gia eliminata dopo la seconda) (91). Se COS! fosse, potremmo dire che i Romani si sentivano padroni del mondo fin dal 189 a. C., pur

(90) Polibio rispecchia senza dubbio fedehnente il testo dell' alleanza. Sullo status di Corcira etc. v. G. DE SANCTIS, SR III 1, pp. 301-302 e n. 97; S. 1. OOST, Ep., pp. 13-14, 22-23; E. BADIAN, ccPBSR» XX 1952, pp. 80-81, 87.

(91) J. W. SWAIN, ccCPh» XXXV 1940, pp. 2-3, con 1a bibliografia precedente; S. 1. OOST, Ep., pp. 66-67, 128-129 n. 175.

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non avendo conquistato, nel senso stret ,o della parola, nemmeno un palmo di terra ellenica. A dire il vera gli argomenti cronologici sopra ricordati non mi persuadono molto, poiche chiunque, in qualunque epoca, potrebbe affermare trauquillamente che la potenza macedonica termino con Filippo V, e quella cartaginese con Ia guerra annibalica; ma l' opinione che Ia signoria dei Romani su tutte Ie genti risalga aIle vittorie sulla Macedonia e sulla Siria (non seguite da conquiste) e sempre interessante anche se formulata qualche decennio (0 qualche secolo) pili tardio

Per Ia tutela dei mercanti romani ed italici questa posizione di egemonia indisturbata e indiscussa era pili che sufficiente. Un dominio diretto, che avrebbe senza dubbio sus citato indignazione e rancore, poteva soltanto complicare le cose. E ingiustificata Ia teoria che I'imperialismo commerciale richieda sempre e necessariamente I' espansione territoriale della stato: la storia moderna offre esempi chiarissimi del contrario, e puo citarsi in proposito anche la guerra giugartina, che fu imposta dagli equites, ma non mirava affatto alIa conquista della Numidia, bensi alIa eliminazione fisica di un solo uomo (questo e infatti I' unico modo di spiegare Ia tattica, eomplicata e in apparenza assurda, seguita dai Romani nella fase decisiva) (92).

La riluttanza verso la creazione di nuove provincie dimostra dunque soltanto che I' imperialismo romano era ispirato a fini puramente pratici e utilitari, anziche a un primitivo e irrazionale desiderio di conquista e di dominio. Deve ripetersi qui l' osservazione fatta a proposito del senatusconsulto su Ambracia: gli atteggiamenti che agli occhi dei moderni sernbrano provare incapaoita 0 scarso interesse per i prohlemi economici provano invece che la politica estera romana era intelligente e spregiudicata.

E dunque un fatto che il ceto mercantile trasse dalle vittorie considerevoli vantaggi. Lo scetticismo di alcuni studiosi e fondato, almeno in parte, sui presupposto che tali vantaggi non siano stati voluti, e siano, in un certo senso, caduti dal cielo come una manna. Eppure Ie nostre fonti risultano perfettamente orientate sugli aspetti economici delle varie guerre: ad esempio Fabio Pittore (809 J. fro 27 = fro 20 P2) nota che Roma comincio a conoscere Ia ricchezza dopo la conquista della Sabina; Polibio (I 112), con un certo semplicismo, afferma che Ia speranza di un Iauto bottino influi sulI' approvazione dell' alleanza coi Mamertini ; a proposito della prima guerra punica, Ia tradizione non

(90) Cf. G. DE SANCTIS, Problemi di st. antica, Bari 1932, pp. 218-221.

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manca di riferire che appena ebbero conquistato la Sicilia i Romani Ie imposero un tributo e fissarono Ia misura dei dazi portuali (App. Sic. 2) ; molti autori, e fra questi Catone (fr. 93 P2) esaltano Ia ricchezza delle miniere iberiche, tolte ai Cartaginesi dopo Ia guerra annibalica (93).

Una delle osservazioni pili significative in questo campo si trova in Zonara, e quindi risale a Cassio Dione, e artraverso quest' ultimo, probabilmente, agli annalisti: i quali dun que non sono tanto candidi in materia di economia come potrebbe apparire da T. Livio, Dice Zonara (VIII 73) che dopo Ia guerra tarantina i Romani attaccarono Ia Calabria (cioe l'Apulia) col pretesto che i Calabri avevano appoggiato Pirro, ma in realta perche volevano impadronirsi di Brindisi, ottima base per i rapporti marittimi con Ia Gl'ecia e I' Illiria. E strano che un passo cOSI notevole abbia sus citato cOSI poca attenzione fra i moderni (94) : da esso risulta che ancor prima delle guelTe puniche i Romani tenevano d' occhio Ie opportunita di svolgere una politica navale a largo raggio (si ricordi anche FLOR. 1 20 : Sallentini Picentibus additi caputque regionis Brurulisium inclyto portu ... ). Ne pue insinuarsi che I'interpretazione dionea della politica romana sia di origine tar diva e artificiale : che anzi proprio negli strati pili tardi della storiografia classica i motivi pratici tendono a scomparire per cedere il posto aIle interpretazioni idealistiche.

Com' e ovvio, quel che non sfuggiva ai letterati non poteva sfuggire agli uomini di governo; comunque, gli autori qui ricordati furono per la maggior parte dei politici (come Fabio Pittore, Catone e gli annalisti preliviani cui fa capo Cassio Dione) 0 vissero a contatto con I' ambiente politico romano, come Polibio.

Maurice Holleaux ritiene invece che il senato romano sia stato composto di rozzi contadini, incapaei di vedere oltre il proprio naso, Anzi, per lui gli stessi finanzieri erano riluttanti a impegnarsi nelle iniziative di troppo largo respiro : cio risulterebbe da un passo di Livio, in cui si narra che i creditori dello Stato, al principio della seconda guerra

(93) Tali considerazioni, di per se non eccessivamente acute, acquistano pero un certo valore se si tiene conto della estrema auperfioialita con cui gli antichi storici (non soltanto romaui, rna anche greci) trattano di solito i moventi delle guerre. Questo aspetto della storiografia antica e stato messo in luce da A. MOllUGLIANO, Secondo contrib, alla storia degli st. classici, Roma 1960, pp. 13-27.

(94) V. peraltro G. DE SANCTIS, SR III 1, p. 292; E. PAIS, J. BAYET, HR I, p. 176; L. PARETI, SR II, p. 47. Invece il CARCOPINO afferma che la fondazione di una colonia a Brindisi e presentata dalle fonti come una misura puramente difensiva (Imp., p. 94). Ma Ie sole fonti sulle origiui della colonia sono LIV. per. XIX e VELL. PAT. I 14., e non precisano 10 scopo : per cui semhra che 10 scopo dehha piuttosto indursi dall' osservazione di Zonara sulla conquista, che precedette di circa vent' anni l' invio della colonia.

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I I:

macedonica, protestarono perche i consoli avevano impiegato Ie poche risorse disponibili nelle nuove spese militari anziche saldare i dehiti (XXXI 13) (95). Ma questi creditori non erano i famosi puhhlicani che in due riprese avevano assunto I' onere di forniture heIIiche e di Iavori edilizi a pagamento differito (v. infra, § IS); di costoro tacciono tutte le fonti e percio non sappiamo quando furono pagati : in ogni caso, non risulta che ahhiano mai dovuto protestare per far valere i 101'0 diritti. II passo liviano del Iibro XXXI richiama invece, come risulta dal contesto, Ia contrihuzione promossa da M. Claudio Marcello e M. Valerio Levino nel 210 (cf. LIV. XXVI 36, XXIX 161_3, XXXIII 422_4) cui avevano partecipato insieme senatori, cavalieri e popolo : si trattava di un prestito formalmente volontario, ma in realta, prohahilmente, forzoso, cui era estraneo qualsiasi fine speculativo. Dunque la protest a dei creditori aveva la sua radice nelle piii elementari esigenze economiche della gente comune; e testimonia il dis agio dell' opinione puhhlica di fronte a una guerra dai piti non voluta e non sentita, imposta ai comizi con molta diflicolta, dopo un primo voto contrario, dall' influsso di una minoranza. Come si vede, la protesta non fornisce alcun dato circa I' atteggiamento dei finanzieri.

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14) CONCLUSIONI SULLA POLITICA ESTERA. - Naturalmente, sarehbe un grave errore Interpretare I' espansione della repuhblica soltanto alIa luce dei motivi economici, dimenticando altri elementi. Ad esempio, nessuno puo negare che la nobilitas fu, in origine, un' aristocrazia guerriera, e tale rimase per lungo tempo: pertanto si deve riconoscere che I' attivita individuale di molti nohili fu ispirata dall' amhizione di gloria e di onori, e quest' amhizione puo aver infiuito, talvolta, sugli avvenimenti. Anche il filellenismo era senza duhhio, almeno dai tempi di Livio Andronico, una forza viva della cultura romana: e sarehhe stolto affermare che la simpatia per il mondo greco, manifestata in vari casi da Flaminino e dagli Scipioni, era soltanto ipocrisia ed inganno. Ne va dimenticato il motivo della prudenza, che poteva indurre anche i piii riluttanti fra i nobili e i comuni cittadini a intraprendere una guerra, se questa era presentata come difensiva. E prohahile che gl' imperialisti ahhiano fatto leva in malafede su questo sentimento, per ottenere Ia maggioranza nel senato e nei comizi; ma si trattava di un sentimento

(96) M. HOLLEAux, RGMH, pp. 171-172 (suI senato); 88 n. 2 (sui finanzieri).

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diffuso, come appare da Polihio che gli attribuisce grande peso in molte occasioni (96).

E tuttavia Iecito affermare che alcuni studiosi hanno dato troppa importanza a questi fattori, pretendendo che I' uno 0 I' altro di essi valga da solo a spiegare la politica estera romana. A limit are considerevolmente la validita effettiva del filellenismo hasta, mi semhra, unpasso di Polihio, che prende 10 spunto dai provvedimenti presi nel 162 sulI' Egitto, ma giunge a una massima di val ore generale : «Questo e infatti nella maggior parte dei casi il carattere delle decisioni romane, con cui essi accrescono e rafforzano illoro potere, e nel contempo si danno I' aria d' essere generosi e di heneficare i loro avversari» (XXXI 107; cf. poi ZaN. VIII 179 sull' atteggiamento dei Romani o6~o:v bCLELxa£o:<;; %"f/pwp.avoL durante la rivolta dei mercenari contro Cal'tagine). E per quanto riguarda Ie preoccupazioni difensive, 0 preventive, il Mommsen ha giustamente osservato che P. Sulpicio Galha, dopo aver fatto un fosco quadro del pericolo macedonico per ottenere il voto favorevole alia guerra contro Filippo V, passo il mare con forze modestissime : cio vuol dire che il gruppo allora dominante non credeva affatto a un COS! grave pericolo. Dunque ci avvieineremo maggiormente alIa realta supponendo che i vari moventi abhiano agito insieme : non escluso quello economico (97).

Infatti occorre anche tener presente che sopravalutando un solo motivo si cone il rischio di giungere a un' interpretazione unitaria della politica romana, assolutamente inaccettahile. La nobilitas era divisa in gruppi dissidenti e rivali; e come variavano i fini e la composizione di questi gruppi, COS! anche variavano i punti di vista sulla politica estera, E ovvio inoltre che nell' attivita di ogni singolo gruppo, anzi di ogni singolo individuo, potevano confluire motivi diversi, e magari contraddittorii.

Maurice Holleaux ha giustamente osservato che la politica estera della repubhlica non ha mai seguito un piano organico. Da cio egli induce (con altri studiosi) che non si puo parlare di espansione imperia-

(96) Sulla paura usata come strumento di propaganda intern a cf. G. NENCI, Pirro, pp. 139-140 (guerra tarantina) ; J. CARCOPINO, Imp., pp. 100-102 (seconda macedonica), I passi di PoIibio sono citari da W, HOFFilIANN, «Historia» IX 1960, p. 312 n. 7.

(97) Sull' atteggiamento della maggioranza senatoria a proposito della seconda guerra macedonica cf. Th. MOllllllSEN, RG I, pp. 698·700. Va ricordato che il MOilnlsEN, l. c., adduce a spiegare la guerra sia il filellenismo, sia la poIitica dell' equilihrio, sia i motivi commerciaIi (v. sopra, n. 2, 6). Non c' e dubbio ch' egIi metta l' accento sul filellenismo (0. c., pp. 720-721); ma nell'insieme deve apprezzarsi per la sua obiettivita. Con questa obiettivita invece il Mommsen si e attirato Ie critiche degIi studiosi pin recenti, che 10 attaccano, ciascuno dal proprio punto di vista, considerandolo esponente del punto di vista avverso.

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listica (98). Tuttavia, i due concetti di imperiaIismo e di programmi a lunga scadenza non sono per nulla inseparabili: neanche i moderni imperi coloniali si sono sviluppati in base a piani prestabiliti, La poIitica roman a e il frutto di molteplici impulsi, che interferiscono e si combinano fra 101'0 con effetti diversi secondo la transitoria prevalenza dell' uno 0 dell' altro: ciG basta a spiegare Ie sue incertezze, Ie sue intime contraddizioni, Ie pause, gl'improvvisi scoppi di energia. Ma non per questo e Iecito escludere I'imperialismo economico dal novero dei moventi efficaci.

Resta da esaminare un ultimo problema: quello del commercio italico e itaIiota. Secondo la communis opinio, i negotiatores romani erano un' infima minoranza rispetto agli alleati delI'Italia centromeridionale (specialmente Greci e Camp ani) ; pertanto il senato non avrebbe avuto alcun motivo di curare gl'interessi mercantili (99). I dati raccolti nelle pagine precedenti (v. in paiticolare i § § 5-6) permettono di ritenere che nell' ambito della cittadinanza roman a esistesse un ceto mercantile abbastanza attivo; tuttavia deve ammettersi che in termini quantitativi l' attivita esercitata in proprio dai Romani, non solo nel III, rna ancora pel' buona parte del II secolo, era molto inferiore a quella degli alleati. E dunque esatto che combattendo i corsari illirici, 0 creando un porto franco a Delo, 0 scardinando il protezionismo delle grandi monarchie, Roma si rendeva utile ai Greci e agli Italici pili ancora che ai cittadini. Ma nulla ci autorizza ad affermare che ciG accadesse indipendentemente dalla volonta del senato, quasi che una politica intesa allo sviluppo economico di tutta la federazione accentrata su Roma sia qualcosa d'incredibile e di assurdo. D' altra parte, basta richiamare la clausola in favore dei Rodii nel trattato di Apamea, e quella in favore dei socii nominis Latini nel senatusconsulto su Ambracia (§ 12), per dimostrare che i Romani tutelavano gl'interessi dei 101'0 alleati con piena volonta e consapevolezza, e non per caso (100).

(98) M. HOLLEAUX, RGMH, pp. 168-172; W. HEUSS, ((NJ» I 1938, pp. 337-352; E. BADIAN, ((PBSR» XX 1952, pp. 73-75. Per contro H. BENGTSON, ((WaG» V 1939, pp. 176-177, afferma che dalla pace di Fenice in poi la politica orientale di Roma e diretta da una deliberata volonta, e S. MAZZARINO fa risalire i primi sintomi di piani egemonici al IV secolo (IGP, p. 98); essi pero accettano per la discussione la base proposta dall' Holleaux, cioe il leg arne intrinseco fra imperialismo e piani prestabiliti.

(99) J. HATZFELD, Traf., pp. 238-256; N. H. BAYNES, «History. II 1917-1918, pp. 238-241; M. HOLLEAUX, RGMH, p. 86; T. FRANK, CAH VII, p. 816; VIII, pp. 381-382; M. HAlIIlIWND, City State and World State, Cambridge (Mass.) 1951, p. 92; H. HILL, RMC, pp. 91-92; S. I. OOST, Ep., pp. 10-11.

(100) Alcuni studiosi hanno rilevato che la politica estera di Roma tende a identificarsi con quella dei suoi alleati: p. es. W. SOLTAU, ((NJ» XXXV 1915, pp. 440-452 ;

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Si pUG concludere che una parte della classe politica romana era bene informata sui problemi economici, e non trascurava gl' interessi del ceto mercantile: ciG significa che gli uomini d' affari avevano modo d' influire sulle decisioni del senato. II fatto che tali decisioni, in molti casi, vennero incontro anche ai desideri degIi alleati, potrehbe spiegarsi nel modo pili semplice con l' esistenza d'interessi comuni. Tuttavia una serie di dati che verranno esposti pili oltre (§§ 22-23; cap. IX), suggerisce un' altra spiegazione, che non esclude la precedente bensi Ia rafforza. E possibile dimostrare che alcuni esponenti dell' aristocrazia romana erano legati agli affaristi da una rete di amicizie, di clientele e di parentele; e si tratta proprio dei nobili che sostennero una linea politica di espansione oltremarina, Orhene, questa rete si ampliava fino a comprendere i nobili e i ricchi delle citta federate, specialmente itaIiche, ma anche greche: risulta percio che gli ambienti economici dell' Italia centromeridionale potevano far serrtire la 101'0 voce nel senato di Roma, allo stessomodo degli ambienti cittadini (101).

15) I PUBBLICANI E I BANCHIERI. - Come i meroanti, cosi anche i pubblicani, secondo alcuni critici, avrebbero acquistato un certo peso economico e politico solo nel corso del II secolo: ciG perche in precedenza il 101'0 campo d' azione sarebbe stato troppo ristretto pel' consentire il formarsi di grandi fortune.

La pili antic a testimonianza esplicita circa un gl'OSSO appalto concesso ai pubhlicani risale al 215; in quell' anna diciannove uornuu, l'aggl'uppati in tre compagnie, assunsero l' impegno di rifornire l' esercito romano stanziato in Ispagna, purche fosse 101'0 garantito il risarcimento dei danni eventualmente subiti durante i viaggi, pel' il maltempo 0 pel' mana dei nemici (Lrv, XXIII 491.3), Si afferma a questo proposito che il contratto del 215 fu il primo nel suo genere, 0 almeno il primo tanto importante da richiedere il formarsi di compagnie; che i mezzi degli appaltatori erano an cora molto limitati ; e che, per l' appunto, la necessita di associarsi conferma Ia modestia dei 101'0 capitali; infine, che la pessima riuscita del contratto perla Spagna indusse gli organi

M. A. LEVI, PER I, pp. 313-314; m., La lotta politica nel morulo antico, Milano 1955, pp. 200-201; Maria Teresa PIRAINO, o, c., alla n. 37, pp. 346-347.

(101) L'ipotesi che alcuni senatori abbiano fatto propri gl'interessi dei mercanti italici e stata avanzata da E. GABBA, «Athenaeum» XXXII 1954, pp. 66-68, 78-80 ( rna solo dal II secolo in poi).

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l r.:

dello stato a rifornire con mezzi propri l' esercito nelle successive guerre, svoltesi soprattutto in oriente (102).

Per quanto riguarda I' entita delle ricchezze maneggiate dai pubblicani, e degno di nota che gli appaltatori dei rifornimenti alIa Spagna, dal 215 in poi, ahhiano anticipato integralmente Ie somme necessarie senza pone alcun termine preciso per il rimborso (LIV. XXIII 4810-494), In secondo luogo, mentre i censori del 214, per mancanza di fondi, avevano deciso di sospendere gli appalti di lavori pubhlici, si presentarono molti qui hastae eius generis adsueverant, offrendosi di far credito allo stato anche in questo campo, per tutta la durata della guerra (LIV. XXIV 1810_11; VAL. MAx. V 68), Sappiamo infin~ che T. Pomponio Veientano, il socio di M. Postumio nella trovata dei falsi naufragi (su cui v. infra), aveva armato un esercito personale (tumultuario exercitu co acto . " magna ibi vis hominum, sed inconditae turbae agrestium servorumque ... ) e con questo comhatteva i Cartaginesi nel Bruzio, finche nel 213 Annone 10 sconfisse e 10 fece prigioniero (LIV. XXV 13•4; 39), Siffatti episodi fanno comprendere che Ie disponihilita finanziarie dei puhhlicani erano larghissime; specialmente l' ultimo, che ci ricorda un famoso detto del triumviro Crasso: questi dichiarava di riconoscere come ric chi soltanto coloro che fossero all' altezza di mantenere un esercito a proprio spese (Crc. de off. I 25; PLiN. NH XXXIII 134; PLUTo Crass. II 9).

Occorre ora esaminare con quali attivita gli appaltatori, nell' epoca precedente la seconda guerra punica, erano pervenuti ad accumulare Ie 101'0 fortune. Le prime notizie sui portoria, e Ie gabelle in genere, risalgono al 199 a. C.; ma cio non hasta pel' affermare che in precedenza i Romani, soli nel mondo antico, ahhiano rinunciato a prelevare diritti di transito sui porti e sulle strade di cui avevano il controllo. E 10 stesso vale anche per i lavori pubhlici, che non erano soltanto di costruzione, hensi anche di manutenzione, E hens! vero che l' attivita in questo campo divenne particolarmente vivace nel II secolo, ma non si puo ignorare che acquedotti, strade e templi si costruivano, e si tenevano in efficienza, anche prima; e senza duhbio i pochi magistrati della repubhlica non si occupavano personalmente di tutto illavoro (cf. infatti LIV. XXIV 1811

(102) L. HOMO, DIR, p. 312; J. CARCOPINO, Imp., p. 104; Beatrice JENNY, Rom.

Riu., p. 10; T. FRANK, «CPhn XXVIII 1933, pp. I-II; m., ES I, pp. 102, J4.8-157; m., CAH VIII, pp. 382-383 ; H. H. SCULLARD, RP, p. IS n. I; H. HILL, RMC, p. 54. Invece D. KIENAST, Cato, pp. 71-72, afferma con ragione che se diciannove uomini in tutto hastavano a rifornire l' esercito di Spagna, essi dovevano disporre di vaste risorse. Tuttavia il Kienast condivide Ia tesi del Frank, secondo cui per gli approvvigionamenti delle guerre in oriente 10 stato non ricorreva pili agli appaltatori.

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a proposito dei puhblicani: qui hastae eius generis adsueverant; dunque l' appalto, nel 214, non era una novita) (103).

Secondo una testimonianza di Plinio (NH XVIII 11) la scriptum; cwe il canone sull' agro puhhlico destinate al pascolo, fu per molto tempo J' unica imposta prelevata in nome del popolo romano: cio fa supporre che Ie sue origini siano molto antiche. Si ammette generalmente che la percezione di questo trihuto, come poi avvenne per tutti gli altri, fosse appaltata fin dall' inizio a privati cittadini. II Frank giudica insignificante l' entita dell' appalto, ma tale giudizio puo essere valido solo per il V secolo : nel corso del IV Ie conquiste romane, e con esse l' agro puhhlico, si estesero notevolmente (104). D' altra parte, ogni fenomeno dey' essere considerato in rapporto alIa situazione in cui si svolge: quando Roma era una piccola comunita rurale, anche il vectigal sui pascoli costituiva una parte ragguardevole della sua finanza; e se gli utili dei percettori erano scarsi, nemmeno gli altri cittadini godevano di redditi ingenti. Man mano che il dominio romano si ampliava, cresceva con esso anche l' estensione dell' ager publicus, e percio dell' ager scripturarius : dopo la conquista della Sahina, nel primo decennio del III secolo, l'importo complessivo della scripture era senza dubbio gia tale da permettere cospicui utili ai percettori (v. infra, § 25) ; dunque, anche prescindendo dalla conquista della Sicilia, il cui agro venne forse sottoposto allo stesso regime di quello peninsulare, e della Sardegna, ove secondo il Kienast ai puhhlicani potrebhe essere stata affidata perfino la riscossione della decima, si puo concludere che il Frank ha sottovalutato i guadagni conseguiti in questo settore. A tutto cio si aggiungeva la riscossione dei diritti sulla pesca in laghi e fiumi, suI taglio dei boschi, e sull' agro censorio (105).

(103) T. FRANK afferma che l' appalto delle gahelle non ehbe alcuna importanza fino al 199, e quello dei Iavori puhhlici fino al 179 (v. nota prec.). Sarebhe pili esatto dire che per queste date ahbiamo notizia di un aumento nell' attivita : ma i1 giudizio sulle attivita anteriori non deve essere percio necessariamente negativo.

(104) T. FRANK, CAH VII, p. 795; VIII, p. 382 ; m., ES I, pp. 150-151. lvi, p. 102, il Frank afferma che dopo l' assegnazione viritana dell' ager Gallicus (Iegge FIaminia del 232) l' agro puhhlico si ridusse a hen poco: rna I' infondatezza di questa ipotesi e dirnostrata da tutta Ia successiva storia della repuhblica, Sull' ager scripturarius in generale v, A. BURDESE, St. sull' ager publicus, Torino 1952, pp. 36-40; H. HILL, RMC, pp. 52-53; M. LAURIA, Possessiones», Napoli 1957, pp. 177-178.

(105) Sulle caratteristiche dell' ager censorius cf. A. BURDESE o. c., pp. 46-48; M. LAURIA, O. c., pp. 178-180; sni diritti di pesca etc., G. CARDINALI, EI S. v. Agro, p. 2. In Sicilia i puhhlicani romani furono esclusi dall' appalto della decima e dal canone sull' ager occupatorius, che, contro la consuetudine, era stato imposto ad alcune cltta dimostratesi ostili a Roma durante Ie guerre puniche; rna fu Ioro concesso l' appalto della scriptura e dei portoria, Le fonti su questo ordinamento sono tarde (specialmente

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Ma Ie tasche dei pubhIicani si erano impinguate anche coi profitti di guerra, gia molto prima del 215 a. C. Sappiamo infatti che fin da epoca remota la preda bellica era venduta sui posto (presumibilmente allo scopo di facilitare la spartizione, e di evitare all' esercito problemi di trasporto). Cio implica la presenza di mercanti al seguito delle truppe, e del resto alcune fonti Ii ricordano espIicitamente (DION. HAL. IX 121, pel' un' epoca ancora leggendaria, cioe per il 480 a. C. ; LIV. IX 186 per il 297 a. C. ; POLYB. XIV 72.3, in Africa con Scipione il maggioTe) (106). Fin qui naturalmente non siamo ancora all' appalto di un servizio pubblico : tuttavia e chiaro che questi mercanti dovevano essere in condizioni di acquistare e di trasportare una relativamente notevole quantita di materiale, e pertanto avranno avuto l' abitudine, oltreche di rilevare il bottino, anche di vendere ai legionari cio che poteva ocoorrere. Questa attivita costituisce un prime passo verso le forniture militari fatte alI' ingrosso e per conto della stato : e dunque lecito supporre che 10 sviluppo verso un regolare appalto dei rifornimenti sia stato compiuto ben prima della guerra annibalica.

Secondo il Frank, tuttavia, il contratto per la Spagna stipulato all' inizio di questa guerra sarebbe rimasto quasi unico nel suo genere, perche 10 scandalo di Postumio (v. infra) avrehbe dimostrato l' opportunita di sopprimere gli appalti in campo militare (107). AI Frank deve obiettarsi che Ie truppe di Scipione, durante la campagna d'Africa del 204-201, erano approvvigionate da privati, sia pure sotto la protezione di navi da guerra (App. Lib. 104) ; e se nel 195 Catone allontano dalla Spagna i redemptores (LIV. XXXIV 912), cio vuol dire che prima di lui il sistema era rimasto invariato ; inoltre il gesto di Catone apparve eccezionale. Dunque per quasi vent' anni nessuno aveva pensato che si potesse fare a menu dei pubblicani : e difficile che 10 scandalo sia tornato a galla dopo tanto tempo, e (a parte l'iniziativa isolata di un moralist a) abbia avuto influenza negativa sugli appalti,

CIC. in Verr., passim) ; e tuttavia ipotesi plausihiIe, e universalmente accettata, che dal III al I secolo non vi siano state innovazioni sostanziali. Cf. G. DE SANCTIS, SR III 1, pp. 199·200; III 2, pp. 347-354.; J. CARCOPINO, La loi de Hieron. et les Romains, Paris 1919; T. FRANK, CAH VII, pp. 794-795; E. SCRAIIIUZZA, ES III, pp. 237-240, 328-333 ; H. HILL, RNIC, pp. 54-57; J. S. DE LAET, Portorium, p. 66; S. CALDERONE, «KWltIXAO£)) VI 1960, pp. 3-25. Sulla Sardegna e sulla Corsica non sappiamo praticamente nulla: cf. H .. HILL, l. c., e D. KIENAST, Cato, p. 73; 1'ipotesi del Kienast circa rm' incidensa particolarmente profonda dei pubhlicani nella vita dell' isola si fonda sulle frequenti rivolte degli abitanti.

(106) Per una rassegna pili completa delle fonti cf. H. HILL, RJl.tIC, p. 49. (107) T. FRANK, «CPh)) XXVIII 1933, p. 2; ES I, p. 149.

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Le fonti citate dal Frank, e riguardanti Ie guerre combattute in oriente dal 191 in poi, sono tutt' altro che favorevoli alIa sua tesi. Nel 191 M. Emilio Lepido, pretore in Sicilia, ebbe l' ordine di raccogliere i1 frumento della sua provincia, il che rientrava nelle sue attribuzioni; e il senato aggiunse: id ad mare comportandum deoeherulumque in Craeciam curaret (LIV. XXXVI 212), Cio non vuol dire ch' egli dovesse trasportare personalmente il carico in Grecia, bensi che doveva mandarlo. Risulta poi che Ie venti navi da guerra assegnate a difesa della Sicilia (XXXV 236) erano state affidate in quell' anna al propretore L. Valerio Tappone (XXXVI 211). Dunque, se si fosse voluto affidare il trasporto a un magistrato, sentiremmo parlare di Valerio e non di Emilio: manifestamente quest' ultimo doveva rieorrere a navi mercantili, e nulla esclude che a tale scopo si servisse di pubhlicani, Nel 190 si decreto nuovamente di man dare nel teatro di guerra etolico il frumento sieiliano, e inoltre parte di quello sardo (XXXVII 212), Livio non dice chi dovesse provvedere al trasporto ; l' unica cosa certa e che, almeno nel caso della Sardegna, il governatore non aveva mezzi propri per esegnire un incarico del genere. Nulla di nuovo dicono il decreto del 189, che ormai concerneva anche i rifornimenti all' esercito passato in Asia minore (XXXVII 509•10) e quello emanato nel 171, all'inizio della terza guerra macedonica (XLII 31s) : ai pretori provinciali si da l'incarico di raccogliere il grano, e di mandarlo. Sappiamo infine che nel 169 il console Q. Marcio Filippo si era approvvigionato nel teatro delle operazioni, cioe in Epiro (XLIV 162) ; e tuttavia ci vien detto esplicitamente che aRoma il pretore C. Sulpicio Galo diede in appalto i trasporti di vestiario e di cavalli per I' esercito di Marcio (XLIV 163•4), Ai passi citati dal Frank dovremmo infine aggiungere anche Appiano (Lib. 545-554), da cui risulta che nel 147, durante I' assedio di Cartagine, Scipione Emiliano impose ai mercanti di non mescolarsi coi soldati, rna permise che proseguissero nell' attivita di rifornimento, Tutto sommato, appare molto probabile che le attivita dei pubblicani in campo militare siano continuate anche nel II secolo,

Resta da esaminare un investimento che riusci forse il pili lucroso di tutti: I' esercizio delle miniere, Mi sembra molto significativo un passo di Plinio, da cui risulta che gli appaltatori di una miniera d' oro in Vercellensi agro non potevano, per decreto dei censori, impiegare pili di cinquemila uomini (NH XXXIII 78). II decreto e antico, perche ovviamente deve precedere il senatusconsulto che vietava di scavare in tutto il sottosuolo italiano, e questo e considerato vetus dal medesimo Plinio (l. c., e III 138). Cinquemila uomini sono un bel numero ; e

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dun que, pur senza tentare una precisa datazione, e lecito suppone che gia quando gli appalti di miniere si Iimitavano all' Italia (cioe nel III secolo] i puhhlicani ahhiano avuto Ia possihilita di trarne Iauti guadagni (108).

Con la seconda guerra punic a Roma ottenne il controllo delle risorse minerarie spagnole, molto pili ahhondanti di quelle italiane. E certo che i Romani mantennero in vigore il monopolio gia istituito dai Cartaginesi, rna e altrettanto certo che 10 stato diede in appalto 10 sf ruttamento ad affaristi privati, Iimitandosi a percepire un trihuto. n Frank rileva che I' assetto amministrativo delle nuove provineie fu opera di Catone, dopo la campagna del 195 (LIV. XXXIV 217)' e afferma che un uomo passato in proverhio per la sua ostilita verso i puhhlicani non avrehhe mai ceduto a costoro un affare tanto Iuoroso, Pertanto Ie miniere, in principio, sarebhero state sfruttate direttamente dai governatori, e solo in prosieguo di tempo (forse dal 179 a. C.) sarehbe subentrato I' uso degli appalti. A conferma di cio 10 studioso ricorda le ingenti somme versate all' erario dai magistrati, quando tornavano aRoma.

n Frank tuttavia trascura il fatto che per un nohile romano I' occuparsi personalmente di amministrare una serie di miniere sarehhe stato assolutamente inconcepihile (hasti citare LIV. XLV 184, a proposito delle miniere macedoniche: nam neque sine publicano exerceri posse ... ); di pili, trascura 10 stesso testo liviano (vectigalia magna instituit ex ferrariis argentariisque) il quale puo avere un solo significato: cioe che Catone diede in appalto i lavori, Vectigalia instituere, infatti, vuol dire «imporre un tribute», e non «trarre un utile diretto». E hens! vero che Catone fu ostile ai pubhlicani, rna cio non hastava per indurlo a trasformare in managers tutti i suoi successori nel governo delle provincie iheriche; la sua intransigenza doveva manifestarsi piuttosto nel regolare gli appalti in modo che gli speculatori non guadagnassero pili del giusto, e nel comhattere Ie frodi (109).

(108) Secondo T. FRANK, ES I, p. 180, il senatusconsulto ricordato da Plinio potrehhe risalire al II secolo.

('09) La riluttanza della stato romano ad assumere la gestione diretta delle attivita minerarie e messa in evidenza da O. DAVIES, Roman Mines in Europe, Oxford 1935, p. 8. Sulle miniere iheriche v. in generale Beatrice JENNY, Rom Riu., pp. 13-15; H. HILL, RMC, p. 53. SuI monopolio cartaginese: DIOD. V 385; PLIN. XXXIII 96-97; S. GSELL, HAN II, p. 318. SuI monopolio romano: POLYB. XXXVI 99 ap. STRAB. 147-148, e STRAB. ibid. ; LIV. XXXIV 21 t- II FRANK sostiene la sua tesi in «CPh)) XXVIII 1933, pp. 2, 7 (ove Ie fonti) ; ES I, pp. 138, 149, 154-157. Lo seguono E. GABBA, «Athenaeum» XXXII 1954, p. 298; H. HILL, RMC, p. 57; contra: D. KIENAST, Cato, p. 73.

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L' altro argomento del Frank e forse ancora pili debole. Egli afferrna che I' ammontare del hottino portato aRoma dalla Spagna fino al 179 e COS! alto che deve includere il ricavato delle miniere ; rna e ohhligato subito a contraddirsi, perche trova che i nove milioni di denari resi annualmente dalle miniere intorno al 140 a. C. sono troppi per essere compresi anche nelle cifre anteriori al 179, e suppone dunque che all' inizio del secolo i Iavori rendessero soltanto un milione di denari all' anno. D' altra parte, il fatto (pienamente riconosciuto dallo studioso) che Ie cifre a noi pervenute si riferiscono al hottino di guerra, fa pensare che non potessero includere gI' introiti delle miniere ; questi si sarehhero dovuti calcolare piuttosto nel tributo delle provincie, Comunque, se pure I' ipotesi del Frank fosse valida, ne conseguirehhe soltanto che gli appaltatori versavano le somme pattuite, anziche direttamente aRoma, ai funzionari presenti sui luogo. All' inizio del II secolo si apriva dunque, per i puhhlicani, una nuova e importantissima fonte di guadagno (cf. Dron, V 363_4),

Come dei mere anti, COS! anche dei puhblicani si puo in conclusione affermare che essi esistevano e agivano in Roma fin da epoca remota; che gia nel III secolo avevano una certa importanza, e che progredirono ancora nel II secolo. Resta ora da esaminare se anch' essi riuscirono a esercitare un' influenza sulla classe politica.

Tracce di tale influenza furono rilevate dal Mommsen nelle irregolarita del calendario, suI quale deliberavano i pontefici: leggiamo in Censorino (206) che questi usarono ad arhitrio dei mesi intercalari pel' prolungare 0 ahhreviare Ie magistrature (ob odium vel gratiam) e per gioval'e ai pubhlicani, 0 danneggiarli, modificando artificialmente la durata dei contratti. Inoltre la durata del lustrum, che in origine doveva essere di un quadriennio (come prova I' espressione quinto quoque anno, usata da VARR. LL VIII, CENSOR. 1813_14, che non puo avere altro significato) fini colI' ascendere a cinque anni, e in tal modo i pili importanti contratti d' appalto, assegnati dai censori,diventarono pili duraturi e meno rischiosi (110). Le irregolarita nella misura del lustrum risalgono almeno al III secolo (nel corso del quale l' intervallo fra le censure ascende talvolta a cinque 0 a sei anni); Ia consuetudine dell' intervallo quinquennale fu definitivamente fissata nel corso della seconda guerra punica. Quanto all' ahuso dei mesi intercalari, trattandosi

(110) Th. MOMMSEN, Chrons., Berlin 1859, pp. 162-171; id., SR II 1, pp. 342-346.

La tesi del Mommsen e accettata da P. FRACCARO, Op. I, p. 495, n. 365.

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di un mezzo pili modesto per uno scopo analogo, dovrehbe risalire a un' epoca ancor pili antica.

Per quanto riguarda i tempi della guerra annibalica, un episodic famoso dimostra che i pubblicani erano allora in condizioni di farsi sentire (LIV. XXV 3-4). Fin dal 213 il pretore M. Emilio aveva informato i senatori che due soci delle compagnie incaricate dei rifornimenti alIa Spagna, M. Postumio e T. Pomponio, avevano fraudolentemente provocato il naufragio di alcune navi al fine di riseuotere I' indennita pattuita. Nel 212 l' accusa fu ripetuta dinanzi al popolo da due tribuni, Sp. e L. Carvilii, contro il solo Postumio: Pomponio infatti, nel frattempo, era stato preso dai Cartaginesi. II colpevole fu spalleggiato dai suoi colleghi: e in quell' occasione si vide quanto fosse vasta la rete di amicizie e di connivenze che s' era intessuta intorno ai pubblicani. In primo luogo la denuncia di M. Emilio era rimasta senza seguito, quia patres ordinem publicanorwn in tali tempore offensum nolebant (LIV. XXV 312): ognuno vede quanto il motive addotto dalla conciliante tradizione annalistica sia inadeguato, perche proprio in tali tempore non sembra che 10 stato romano potesse permettersi il lusso di lasciarsi imbrogliare. Puo darsi che la formula ordo publicanorum sia un anacronismo, ma il rinvio e un fatto. Nel 212 il trihuno della plebe C. Servilio Casca, qui propinquus cognatusque Postumio erat (315), aveva messo il veto alla proposta dei Carvilii ; infine, poiche il veto non ehhe efficacia, e il procedimento seguiva il suo corso, i pubblicani irruppero tra il popolo che si accingeva a votare, provo cando un tumulto che rese necessario 10 scioglimento dell' assemhlea, E manifesto che per ottenere questo risultato dovevano avere mohi uomini al loro seguito: funzionari delle compagnie, amici, clienti, Iiherti, schiavi. L' accusa fu allora trasformata in quella di ribellione contro 10 stato, e Postumio fu costretto a Iasciare Roma con molti dei suoi complici.

Questa conclusione era naturalmente inevitabile: la tecnica necessaria pel' truffare 10 stato senza rendere conto alIa giustizia ha richiesto altri ventuno secoli per giungere alla perfezione. Ma, in un amhiente com' era quello romano ai tempi della gueTra annibalica, e gia moho notevole che per punire una colpa tanto grave siano occorsi tanto tempo, tante fatiche e tanti conflitti (111).

(111) Sugli aspetti giuridici del processo v. G. E. HARDY, ((JRSn III 1913, pp. 32-33. Secondo J. CARCOPINO, Imp., p. 104 en. 1; H. HILL, RMC, pp. 88-91, la condanna finale dimostrerebbe ehe il senato era intransigente nei riguardi dei pubhlicani. A mio parere, 10 svolgersi dei fatti dimostra il contrario. AItri casi citati dallo Hill, come la politica di Catone, e dei censori C. Claudio Pulcro, Ti. Sempronio Gracco (169 a. C.)

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Tutto cio basterebbe a dimostrare che gli speculatori non erano alle prime armi: essi potevano gia vantare una solida organizzazione, una notevole esperienza, e grande abbondanza di mezzi. Del resto, Tito Livio afferma esplicitamente che i pubblicani si erano arricchiti gia prima del 215 con la 101'0 at.tivit.a nel campo degIi appalti, 0 redempturae (XXIII 4810•11), e incidentalmente precis a che in parte si trattava di attividt illecite (XXV 14; 39; cf. anche XXIII 4810 : reipublicae ex qua crevissent) ; poiche questa non e una sua opinione personale, ma si fonda, come abbiamo visto, su elementi concreti, non e Iecito dubitarne.

Ritengo opportuno evadere ancora una volta dai limiti cronologici che mi sono proposto, per considerare I' assetto dato alla Macedonia dopo la battaglia di Pidna. Com' e noto, i Romani preferirono creare, anziche una nuova provincia, quattro repubbIiche indipendenti; e questa decisione, mentre non danneggiava in alcun modo il ceto mercantile (v. sopra, § 13), toglieva senza dubbio ai pubbIicani la possihilita di nuovi e Iucrosi appalti. Deve anche sottolinearsi che ispirandosi all' interesse dei vinti Roma ottenne, in questo caso, qualche risultato positivo : Polibio (che naturalmente giudica ottima la situazione della Macedonia nel breve periodo repubblicano, e afferma che gli stessi Macedoni riconoscevano di non essere mai stati cosi bene) depreca la rivolta di Andrisco, e r'itiene che questi abbia commesso pili stragi e atrocita contro i suoi sudditi di quante ne avessero perpetrate tutti i monarchi legittimi messi insieme (XXXVI 1713; cf. DWD. SIC. XXXII 9). E presumihile che 10 storico abbia esagerato l' entita dei massacri, ma certo non Ii ha inventati: e cio presuppone I' esistenza di un partite filoromano moho numeroso, Un' ulteriore conferma e offerta dalla resistenz a che i Macedoni opposero, in due battaglie, all' invasione dello pseudo-Filippo (POLYB. XXXVI 1°4•5); nonche dalle diserzioni che decimarono I' esercito di questo nell' ultima fase della guerra (ZON. IX 286) (112).

Dopo aver ammesso tutto questo, deve pero anche rilevarsi che il desiderio di tutelare i Macedoni contro i pubblicani fu solo uno tra i motivi ispiratori dell' ordinamento stabilito nel 167, e non certo il

fanno comprendere che alcuni nobili cercavano di proteggere l' interesse della stato co~tro i paras~iti, rna questi personaggi sono costantemente presentati come eeeezionali, Per la chiusura delle miniere macedoniche, v. infra.

, (112) Andrisco era impopolare in Macedonia, fra l' aItro, perche appoggiato dai Traei. Cf. WILC~N,. RE s: v, Andris~os, 4, il,quale affe~ma che la guerra non fu per nulla una rivolta patrrottrca del Macedom. La tesi opposta e accoIta, rna non dimostrata, da L. PARETI, SR III, p, 138.

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motivo dominante. Ad esempio, il divieto d' importare il sale (LIV. XLV 20ll) non puo definirsi una misura protettiva: esso mirava piuttosto (come il divieto di connuhio e quello di possedere immohili fuori del proprio distretto) a ostacolare i rapporti fra Ie quattro repuhhliohe (113). Un altro divieto, quello di ricavare legna dalle foreste, doveva impedire Ia ricostruzione di una fiotta, e inoltre danneggiava Ie superstiti potenze navaIi dell' oriente ellenistico, tra cui Rodi, tradizionale acquirente del Iegname macedonico (114).

L' unica norma che venga attrihuita esplicitamente delle nostre fonti alIa diffidenza verso i puhhlicani, e la chiusura delle miniere (DIOD. XXXI 86; LIV. XLV 183_5), Con cio tuttavia i Romani si proponevano anche 10 scopo di evitare una troppo rapida ripresa dell' economia macedonica (COS! DIOD., I. c., che prohahilmente rispecchia l' opinione di amhienti antiromani, ma non per questo e da respingere). Inoltre i huoni propositi iniziaIi non furono mantenuti: il senato infatti suggeri ai dieci suoi rappresentanti che si recavano presso L. Emilio Paolo di chiudere tutte le miniere (LIV. I. c.), rna in definitiva Ia norma fu applicata soltanto a quelle d' oro e d' argento ; e rimasero aperte quelle di ferro e di ramo, pel' Ie quali anzi il tasso degli appalti fu dimezzato, sicche l' affare divenne molto piti lucroso (LIV. XLV 29ll; cf. DIOD. I. c.) (116). Dal testo liviano risulterebhe che gIi appalti, nel 167, furono assunti dagli stessi uomini che Ii assumevano sotto il regno di Perseo; ma certo non era possihile impedire che gradualmente s'infiltrassero anche affaristi rom ani ; questo era appunto il presupposto della prima decisione senatoria, che vedeva nella chiusura totale l' unico modo di eliminare i puhhlicani. Va tenuto presente infine che dopo

(113) COS! G. DE SANCTIS, SR IV I, p. 339; invece T. FRANK, Imp., p. 210, vede in questa norma semplicemente una riconferma del monopolio regio, intesa ad assicurare un cespite per Ie nuove repubbliche ; H. H. SCULLARD, HRW2, pp. 318-319, Ia inquadra nella difesa dei Macedoni contro gli speculatori. Ma non a torto P. V. M. BENECKE, CAH VIII, p. 274; M. ROSTOVTZEFF, SEHHW II, p. 758; P. MELONI, Perseo, p. 429 e n. 2, A. AYMARD, «Cl'h» XLV 1950, p. 99 en. 19, considerano il problema difficile da risolverc ,

(114) J. H. THIEL, Studies on the History of Roman Sea-Power, Amsterdam 1949, p. 411 e n. 831 ; P. MELONI, Perseo, pp. 428-429 ; H. H. SCHlIHTT, RRh, p. 166 n. 3. Anche in questa caso il FRANK e 10 SCULLARD (v. nota pre c.) preferiseono l'interpretazione umanitaria.

(115) Secondo G. DE SANCTIS, SR IV I, p. 340 n. 266, Ia prima notizia (chiusura totaIe) risalirebbe a un annalista, Ia seconda (chiusura parziale) a Polibio. Ma questa ipotesi non e necessaria: non abbiamo qui due versioni differenti del medesimo fatto, ma il resoconto di una decisione preliminare, piti tardi modificata (cf. P. MELONI, Perseo, p. 428).

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meno di un decennio furono riaperte anche Ie miniere d' oro e d' argento (cosi, e certo giustamente, s'interpreta CASSIOD. ekron. s. a. 158) (116).

Insomma, deve ammettersi che dopo la terza guerra macedonica qualcuno, nell' amhito del senato, ehhe Ia velleita di contrastare l'invadenza dei pubhlicani; ma in pratica le limitazioni predisposte furono attenuate dagli stessi Iegati senatorii, e scomparvero del tutto nel 158.

Accanto al commercio e agli appalti esistevano naturalmente altre forme di speculazione, che tuttavia non richiedono un particolare esame, perche non semhra che nessuno ahhia tentato di sottovalutarle: p. es. il prestito a usura e I' attivita hancaria. L' usura, com' e noto, fu spesso ostacolata e talvolta perfino vietata, ma con poco successo ; i hanchieri erano invece circondati di ogni cura da parte delle autorita (117). Puo darsi che in una prima fase gli argentarii fossero tutti stranieri 0 Iiherti ; rna due generazioni hastavano perche i discendenti degli schiavi liberati perdessero il 101'0 marchio d'infedorita, e la hen nota larghezza dei Romani nel concedere la cittadinanza fa pensare che le famiglie dei 'tpanE/;;r'taL stahilitisi a Roma siano state assimilate in pochi decenni.

16) L' ORDINE EQUESTRE. - I dati esposti finora consentono di affermare che un ceto di speculatori e d'imprenditori esisteva gia nel quarto secolo, e si era notevolmente rafforzato durante il terzo, tanto da trovarsi dopo Ia guerra annihaIica pienamente all' altezza delle grandi prospettive aperte dalla vittoria. Ben diverse, e molto meno importante, e il problema formale; tuttavia non possiamo fare a meno di chiederci quando questa categoria pl'ese coscienza di se, e quando fu riconosciuta dagli altri amhienti della societa roman a come un gruppo autonomo.

E noto che fin da epoca molto antica (secondo LIV. V 75,13' dal 403 a. C.) Ia cavalleria roman a fu reclutata, oltreohe nelle diciotto cen-

(116) Sulle mnuere cf. O. DAVIES, o. c. alIa n. 109, p. 226; Beatrice JENNY, Rom. Riu., p. IS; P. MELONI, Perseo, pp. 416, 428 n. 3. Secondo T. FRANK. Imp., pp. 210-211, Ie miniere di rame e ferro furono Iasciate a speculatori indigeni; quelle d' oro e d' argento, fin dalla riapertura nel 158, sarebbero state appaltate a cittadini romani.

(117) V. in generale M. VAN DEN BRUWAENE, La societe romaine, Bruxelles-Paris 1955, pp. 235-239. Usura: G. DE SANCTIS, SR II, pp. 491-492; Beatrice JENNY, Rom. Riu., p. 4; H. HILL, RMC, pp. 49-50. SuI plebiscitum Genucium ne faenerare liceret, del 342, v. anche G. NICCOLINI, FTP, pp. 66-67; F. HEICHELHEIlIf, in HM IV, pp. 404, 411. Banca: G. HUMBERT, DA s. v, Argentarii; OEHLER, RE s. v. Argentarius, I; T. FRANK, ES I, pp, 206-208. La notizia piti antica in materia risale al 310 (LIV. IX 4016).

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turie degli equites equo publico, anche fra i cittadin che potevano sobharcarsi, senza alcun aiuto da parte dell' erario, a questa forma particolarmente onerosa del servizio militare (equites equo privato). Da un frammento di Fabio Pitt ore (809 J. fro 19 = 23 P2) apprendiamo che nell' imminenza della grande guerra gallic a Roma poteva contare su 23.000 cavalieri, compresi i Campani: dunque almeno dal censimento del 225 (secondo la maggioranza dei critici) 0 da quello del 230 (secondo il de Sanctis) si teneva un elenco di equites equo privato. Pel' compilare un tale elenco era ovviamente indispensabile un criterio selettivo, e questo non poteva essere altro che iI censo. In altri termini un censo equestre, sia pure diverso (e inferiore) rispetto a quello di 400.000 sesterzi attestato per il primo secolo, era gia stabilito; e percio I' ordine dei cavalieri esisteva gia prima della guerra annibalica. Che fosse designato anche allora, come ai tempi di Cicerone, con la formula di ordo equester, e difficile affermarlo con certezza; ma non e improbabile: comunque, non possono tacciarsi .di anacronismo gli autori moderni che usano questa formula (118).

Tuttavia l' equivalenza fra cavalieri e uomini d' affari, valida per Cicerone, non 10 era altrettanto per gli uomini del terzo secolo. All' origine dello stato romano, la cavalleria s identificava anzi con la nobilitas ; pili tardi, e fino all' eta graccana, i senatori furono considerati parte dell' or dine equestre (119). Inoltre i pili antichi equites equo privato, cioe

(118) Sulla data del censimento v. G. DE SANCTIS, SR III I, p. 327 n. 158, 371.

II DE SANCTIS, O. c., pp. 344-346, 371; E. GARRA, «Athenaeum» XXXII 1954, pp. 336-340; F. DE J\lLARTINO, SCR II, pp. 260-268, ritengono che il censo equestre sia stato stabilito nel III secolo, ma, da principio, in misura inferiore a quella di 400.000 sesterzi (pari a dieci voIte il censo minimo della p~~a classe) .che ~u poi l~ definitiva:

Anzi per il DE SANCTIS la cifra poteva essere variahile, e decisa di volta III volta dai censori: si aITivo a 400.000 sesterzi nel corso del II secolo (0. c., l. c. e IV I, p. 552). Egli pero si contraddice, quando afferma che si, puo parlare di un 07l!-0. equeste~ so~o dal II secolo (0. c., III I, pp. 370-371); perche se un elenco, e un linnte censitario (sia pure variabile) esistevano, esisteva anche l' ordo equester.

L' ordine dei cavalieri col suo limite censitario, risale al II secolo anche per H. H. SCULLARD, GN, p. 9; all' eta graccana per A. STEIN, RR, pp. 1-2 e pa~simJ T. FRANK, CAH VIII, pp. 382-383; H. HIL~, RMC, pp. ~5-47, 88, ll! (:0 J:IIll. rrtiene pero che la formula ordo equester non sia entrata nell uso fino all eta. di C~ce: rone); al primo secolo per il ~URLER, R~ s. v. Equites, co} .. 282-283. Alcum. Studl.0Sl considerano l' eta graccana come un termmus a quo, perche In precedenza gh eqiutes comprendevano anche i senatori. Ma cia vuol dire, non che l' ordo equester sia sorto soltanto allora, hensi piuttosto che in origine il suo ambito era pili vasto (v. nota seg.),

(119) Sulla primitiva identita fra equite~ e aristocrazia cf: A. ALF?LDI,' Der friihriimische Reiteradel, Baden-Baden 1952; sull appartenenza del senator! all ordo_ equester: Th. MOMllISEN, SR III I, pp. 505-506; G. DE SANCTIS, SR III I, ~. 34~; A. STEIN, RR, p. 2; cf. LIV. XLII 61. Pili generalmente, sul caratter~ ~~mposlto di que: sto gruppo, G. DE SANCTIS, SR IV I, pp. 552-555. Una netta divisione fra senatori e cavalieri si ebbe soItanto col plebiscitum reddendorum equorum (CIC. de rep. IV 2) votato probabilmente nel 129 a. C. (G. NICCOLINl, FTP, p. 415).

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quelli che avrehhero preso parte nel 403 all' assedio di Vei, dovevano essere, quasi tutti, proprietari agricoli che si distinguevano dagli altri proprietari della prima cIasse soltanto per I' entita dei 101'0 beni.

In prosieguo di tempo, col graduale sviluppo delle attivita speculative, pubblicani, banchieri e commercianti finirono coIl' avere la prevalenza numerica nell' ambito degli equites equo privato; e a partire dal 218 a. C. furono anche caratterizzati, sia pure in senso negativo, rispetto agli altri che godevano dello stesso rango. A quest' anna infatti risale il plebiscito Claudio, che ordinava ne quis senator cuioe senator pater fuisset maritimam navem quae plus quam trecentarum amphorarum esset, haberet (LIV. XXI 633), Un' altra legge, di cui s'ignora la data, e che peraltro si attribuisce da tutti alIo stesso periodo, vieto ai senatori anche l' assunzione di pubblici appalti (v. infra, § 29). Orb ene, poiche il cursus honorum, almeno daIIa carica di edile, implicava per consuetudine l' ingresso nel senato, gli uomini d' affari si vedevano esclusi pressoche totalmente daIIa carriera politica.

Dunque, mentre i cavalieri nel 101'0 insieme (senatori, equites delle diciotto centurie, equites equo privato) costituivano una categoria nettamente dis tint a dai ceti meno ric chi in virtu di un limite censitario, ed erano iscritti dai censori in apposite liste gia prima (e forse molto prima) della guerra annibalica, a partire dal 218 un settore di questa categoria venne isolato con l'imposizione di un limite anche verso l' alto (120). Sembra logico supporre che in un ambiente cosi circoscritto si sviluppassero la coscienza degl'interessi comuni e la capacita di agire solidalmente nel tutelarli (121).

(120) Cf. Th. MOlliilISEN, SR I, p. 510; RG I, p. 853; II, p. 109; F. DE MARTINO SCR II, pp. 260-268.

(121) M. GELZER, «Gnomon» XXV 1953, p. 322, sostieneche in origine solo i grandi commercianti, e non i grandi pubblicani, erano compresi fra i cavalieri. Questi, distinzione non era stata contemplata da Beatrice JENNY, Rom. Riu., pp. 17-18, cha a mio avviso e nel giusto; uri sembra tuttavia ch' ella esageri supponendo che tntte i pubblicani fossero cavalieri: senza dubbio esistevano anche piccoli appalti, e qnindi piccoli appaItatori.

N. B. H. HILL, RlVIC, identifica i concetti di «classe media» e di «cavalieri», e non e certo il solo a farlo (cf. p. es. T. FRANK, «Cf'h» IX 1914, p. 191; ID., CAil VIII, pp. 381-383). Tuttavia e stato oggetto di critiche da parte di alcnni recensori : p. es. H. H. SCULLARD, «Eng!. Histor. Review» LXVIII 1953, p. 297; F. DE MARTINO, «Iura» V 1954, pp. 327-328; e inoltre di E. GABBA, «Athenaeum» XXXII 1954, pp. 342-345 (v. anche la risposta dello HILL in «Athenaeum» XXXIII 1955, pp. 327-332).

APPENDICE I

CRONOLOGIA DEI TRATTATI CON CARTAGINE

a) Per la hibliografia v. F. SCHACHERlIIEYR, ((RhM» LXXIX 1930, p. 350 n. 1; W. WALBANK, CP, pp. 336.356; G. GIANNELLI, TSR I, pp. 163·164.

b) POLIBIO (III 221) afferma che i Romani e i Cartaginesi stipularono per la prima volta un accordo suhito dopo la caduta della monarchia, essendo consoli L. Giunio Bruto e M. Orazio: cioe, per lui, nel 508.Egli riferisce in seguito un secondo accordo, tacendone la data (241), e considera terzo quello concIuso ai tempi di Pirro (251),

LrvIO, invece, ricorda un foedus del 306 a. C., definendolo il terzo (IX 43.6); sicche per lui quello contro Pirro e il quarto (per. XIII). Anteriormente al 306 LIVIO cita pero solo un trattato, datandolo al 348, senza precisare se 10 crede il primo, 0 il secondo (VII 27.). Su questo punto nulla aggiunge Onosro (III 71), la cui frase primum illud ictum cum Carthaginiensibus foedus vuol dire soltanto che il trattato del 348 e il primo di cui egli ha trovato cenno in Livio.

DIODORO SICULO, infine, ricorda il trattato del 348, che definisce esplicitamente come il primo (XVI 691); e l' alleanza contro Pirro (XXII 75),

Dunque Ie fonti si contraddicono per quanto riguarda il numero dei foedera (tre in Polihio, quattro in Livio) e per quanta riguarda la data del pili antico (509 in Polibio, 348 in Diodoro Siculo).

c) La maggioranza degli studiosi risolve la prima divergenza a favore di Livio, Invece B. NIESE, E. HOHL, RG5, p. 102; G. DE SANCTIS, SR II, p. 253 n. 3; F. SCHACHERMEYR, o, c., pp. 371·372 ; W. SCHUR, RE Sb. V s. v. Iunius, 46 a, col. 362·366, optano per la cifra di Polihio. n de Sanctis e 10 Schachermeyr citano un passo liviano (VII 38.) in cui si allude a un' amhasceria mandata dai Cartaginesi a Roma per congratularsi della vittoria sui Sanniti (343 a. C.). Lo storico latino avrebhe confuso que· sta iniziativa puramente formale con una renouatio foederis; e percio, narrando i fatti del 306, poteva scrivere foedus tertio renovatum (IX 43.6), Senonche il contesto di Livio non lascia trasparire alcun accostamento fra il trascurahile episodic del 343, e la rio conferma di un trattato; d' altra parte il tempo ch' egli Impiego per giungere dalla redazione del VII a quella del IX Iibro (senza duhhio non pili di qualche mese: sul ritmo dell' at.tivita liviana cf. R. SYME, «HSCPh» LXIV 1959, pp. 39, 79 n. 51, con la hihliografia precedente) era troppo hreve perche la memoria 10 tradissc, Per contro nulla viet a di supporre che il nostro autore, giunto al 306, fosse meglio informato di quando aveva scritto il I Iihro, e che, pur non potendo correggere la parte gia pubhlicata della sua opera, ahhia tenuto conto di un trattato pili antico che in prece· denza gli era sfuggito.

Deve notarsi che 10 stesso Polihio (III 26) aveva notizia di un altro accordo, hen distinto dai tre ch' egli ammetteva come autentici, e da lui ritenuto un' invenzione

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di Filino. Vari argomenti confermano l' attendibilita di Filino contro i dubbi di Polihio (v. infra, suh h): questa circostanza milita a favore del computo liviano.

H. NISSEN, «NJ» XIII 1867, pp. 321·332, giunge ad ammettere cinque trattati: egli crede infatti che l' amhasceria di cui LIVIO VII 38. implichi realmente la conclusione di unfoedus, da inserirsi fra i quattro generalmente ammessi (cioe i tre di Polihio e quello di Filino).

d) La data polibiana del primo trattato (il 508 a. C., che corrisponde al 509 nella cronologia di Varrone) e stata respinta da molti autori. AIcuni, come Th. MonrlIlSEN, Chron.', pp. 320·325; !D., RG I, pp. 414, 496; G. DE SANCTIS, SR II, pp. 251.253; F. SCHACHERMEYR, o, e., pp. 350·380; W. SCHUR, l. c., preferiscono la data diodorea (che rispceehierehbe l' opinione degli annalisti); e la tesi del Mommsen fu accolta per un certo tempo anche dal BELOCH, GG1 III I, p. 180 n. 1.

AItri invece pensano ai primi anni del IV secolo: B. NIESE, E. HOHL, RG5, p. 102; V. COSTANZI, «RFIC» III 1925, pp. 381·394; K. J. BELOCH, RG, p. 298, 307·310, e anche GGa IV I, p. 175 n. 1 (ove e soppresso il riferimento al Mommsen e all' annalistic a, che si trovava nella corrispondente nota della prima edizione); W. HOFFlIlANN, RGW, p. 14 n. 24; E. KORNElIIANN, RG I, pp. 93·94; A. AYlIIARD, «REA» LIX 1957, pp. 292·293. Ma non vi snno motivi sufficienti per allontanarsi del tutto dalle alternative che ci offrono Ie fonti.

Infine A. PIGANIOL, CR., pp. 127, 131; HR, p. 68, sostiene che il primo trattato di Polihio risale al 325 a. C., il secondo al 348 a. C.: 10 storico greco avrebhe quindi invertito l' ordine dei testi.

e) Esamineremo ora gli argomenti usati contro la data di Polibio, Anzitutto e manifesto che il primo trattato presuppone un' egemonia dei Romani suI Lazio, dal Tevere a Terracina, e i fautori della cronologia hassa rilevano che nella fase arcaica della repuhhlica l' area soggetta all' influenza romana era molto pili ristretta. Ma si puo rispondere che la monarchia dei Tarquinii aveva esteso largamente il suo potere; e i frutti di questa politica non andarono perduti da un giorno all' altro. II testo, in altri termini, rispecchia Ie condizioni di un periodo in cui sudditi e alleati della dinastia etrusca non si erano ancora staccati da Roma; anzi, secondo alcuni studiosi (v. infra, sub f) sarebbe anteriore alla caduta dei Tarquinii.

Si e detto inoltre che Anzio, Circei e Terracina, considerate nel foedus come citta latine (POLYB. III 2211), furono in realta latinizzate soltanto suI finire del V secolo e nel corso del IV. A cio K. J. BELOCH, il quale in un primo tempo aveva a.ccettato la cronologia alta .(per i successivi mutamenti di opinione v. sopra, suh d) rIspondeva supponendo che il trattato parlasse di Latini non in senso etnico, rna in senso politico: cioe in rapporto all' egemonia tuttora esercitata, alla fine del VI secolo, da Roma (Der italische Bund, Leipzig 1880, pp. 181.183). Tuttavia questa ipotesi non e necessaria: il termine era valida anche in senso etnico, perche il Lazio si estendeva appunto fino a Circci e a Terracina (M. GELZER, RE s. v. Latium, col. 940), cioe fino all'Ausonia; e l'invasione dei Volsci, che s'incunearono fra Latini ed Ausoni raggiungendo Ie citta costiere sopra citate, ebhe inizio appunto verso il 500 a. C. (G. DE SANCTIS, SR II, p. 104; G. DEVOTO, AI', pp. 128·131 ; G. RADKE, RE s. v. Volsci, col. 805.809). L'ipotesi che il primo trattato sia anteriore all' arrivo dei Volsci e confermata dall' uso del nome etrusco Terracina in luogo del volsco Anxur (S. MAzZARINO, IGP, p. 83).

Secondo alcuni Ia cIausola riguardante Ia Sicilia (POLYR. III 2210) farebbe pensare che i Cartaginesi avessero gia in quest' isola un dominio molto esteso, mentre intorno al 509 la loro espansione era appena agl' inizi. Tuttavia non sembra che la

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frase :i:L%EAtCGV •••• 'lie;, KCGPX1/00VLOL S1tGtPXOU(lLV implichi necessariamente l' esistenza di un S1tCGPX[CG (0, come anche si disse, di un' cpicrazia) estesa e organizzata: Cartagine poteva aprire ai Romani i porti da lei controllati in Sicilia, indipendentemente dal fatto che questi fossero pochi 0 molti, e indipendentemente dalla sua influenza nel retroterra (A. MOMIGLIANO, «SDHI» II 1936, p. 373 n. 2).

II Mommsen, 10 Schachermeyr, e 10 Schur negano la 101'0 fiducia a Polibio perche, fra l' altro, questi data I' accordo coi nomi di L. Giunio Bruto e M. Orasio, Da cia sorgono alcune diflicolta : infatti Ie figure di Bruto e (talvolta) di Orazio si ritengono leggendarie; inoltre, in epoca COS! antica non si usava il cognomen; infine i due personaggi non figurano consoli contemporaneamente in nessuna lista (Orazio sub entra aSp. Lucrezio Tricipitino, che a sua volta era suffectus di Bruto: cf. T. R. S. BROUGHTON, MRR I, s. a. 509). Ma PoIibio non pretende affatto di aver letto i nomi nel testo ; pertanto e lecito supporre che, volendo attribuire Ie auvlHj%CGL al primo anna della repuhblica, egli abbia citato quelli che secondo lni erano gli eponimi di quell' anno per chiarire meglio il suo punto di vista. Deve tenersi presente anche un' osservazione del Beloch: il testo portava forse il nome di un solo eponimo (secondo l' uso attestato dal foedus Cassianum del 493 a. C.), cine quello di M. Orazio, Ia cui storicita, sebbene contestata, non e improbabile (Ital. Bund, 1. c.).

N. B. Pili tardi il Beloch escluse anche la storicita di Orazio (RG, p. 41). Ma v. i dati positivi raccolti dal MUNZER, RE s. v. Horatius, 15.

f) Gli studiosi favorevoli alla cronologia di Polibio sono, allo stato attuale delle ricerche, in maggioranza. Cf. p. es. (oltre i meno recenti, come H. NISSEN, o. c. suh c; Ed. MEYER, KS II, pp. 295-298; rn., GA lIP, p. 755 e n. 1): P. FRAccARo, Op. I, pp. 104-105; Luigia A. STELLA, lAM, pp. 280-284; H. M. LAST, CAH VII, pp. 405-406, 859-862; T. FRANK, Imp., pp. 24, 29 n.25; m., ES I, pp. 6-8; M. GELZER, O. c. sub e, col. 951-952; A. MOMIGLIANO, «SDHIn II 1936, p. 373 n. 2; G. GIANNELLI, RR', pp. 91-93 ; m., TSR I, pp. 137-138, 163-164; L. BEAUMONT, «JRS» XXIX 1939, pp. 74-86; M. A. LEVI, PER I, pp. 18-21 ; Maria Luisa SCEVOLA, «Athenaeum» XXI 1943, pp. 122-124; m., «RIL» XCIV 1960, pp. 250-257; S. MAZZARINO, IGP, pp. 83-87; J. H. THIEL, HRSP, p. 6 n. 10; F. W. WALBANK, CP, pp. 337-340; H. H. SCULLARD, HRW', pp. 425-426; L. PAllETI, SR I, pp. 330-332; G. NENCI, «RSL}) XXIV 1958, pp. 71-77 ; Marta SORDI, RRC, p. 106. Come si e detto, a questa tesi aveva aderito in un primo tempo anche il BELOCH (v. sopra, sub. e).

Gli argomenti addotti dagli autori citati appaiono, nell' insieme, persuasivi.

Polibio avrebbe certamente potuto commettere un lieve errore cronologico, rna non certo un errore di cento anni, 0, peggio, di centosessanta; d' altra parte, ne lui, ne i suoi amici romani avevano alcun interesse a falsare la verita su questa punto. La lingua incomprensiliile del trattato (POLYB. III 223) fa pensare piuttosto al VI secolo che al IV (MEYER, LAST). Tito Livio, riferendosi all' eta di Alessandro Magno, parla di foedera vetusta fra Cartagine e Roma (IX 1913) e non puo intendere con questa formula solo un trattato concluso nel 348 : deve alludere ad almeno due trattati, almeno uno dei quaIi molto antico (Maria Luisa SCEVOLA).

Inoltre il testo polibiano tace della Spagna, mentre nel secondo trattato si pongono dei limiti alla navigazione roman a verso la Spagna meridionale (POLYB. III 24._.). Cia fa pensare che il primo risalga a un' epoca in cui Cartagine non controllava ancora Ie acque iberiche, cioe appunto al VI secolo (MEYER, BEAUMONT, MAZZARINO). Secondo il Mazzarino, la supremazia punic a nel Mediterraneo occidentale si affermo con la vit-

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toria dell'Artemision su Marsiglia (490 a. C.). II 490 sarebbe dunqueun terminus ante quem per il primo trattato.

Infine si e rilevato da molti che i Cartaginesi erano in strettissimi rapporri con gli Etruschi, e percio e logico che subito dopo la caduta dei Tarquinii essi abhiano cercato di riconfermare con Ie autorita romane un accordo preesistente. M. A. LEVI, L. P ARETI, Marta SORDI, pensano anzi che il primo foedus risalga all' epoca in cui

Roma era ancora soggetta agli Etruschi. .

g) In generale, gli autori che per il trattato pm antico sostengono la data alta ammettono che il secondo risalga al 348, anno in cui certamente ebbero luogo rapporti diplomatici fra Cartaginesi e Romani (DIOD. XIV 691; LIV. VII 272), V. per es. H. NISSEN, Ed. MEYER, A. MOMIGLIANO, T. FRANK, J. H. TmEL, H. H. SCULLARD, cit. suh f; H. M. LAST, CAH VII, p. 861 (e cf. F. E. ADCOCK, ibid., p. 586); M. GELZER, 1. c., col. 960; S. MAZZARINO, IGP, pp. 73-74; G. GIANNELLI, RR', pp. 91-93, 188; !D., TSG I, p. 188; F. W. WALBANK, CP, pp. 345-346; L. PAllETI, SR II, pp. 560-563; Marta SORDI, RRC, pp. 100-106, lI3-ll8.

Concordano su questa punto anche coloro che abbassano la data del primo trattato all'inizio del IV secolo: v. B. NIESE, E. HOHL, V. COSTANZI, K. J. BELOCH, A. AYMARD, cit. sub d; E. KORNEMANN, RG I, pp. 126-127.

II terminus ante quem e suggerito dalle clausole relative ai sudditi e agli alleati di Roma (POLYB. III 245_.) : esse implicano infatti l'indipendenza di molte citta latine, nonche uno scarso interesse dei Romani per Ie 101'0 sorti. Siamo dunque in epoca precedente al 338, anno in cui la repubblica, debellati Latini e Volsci, otteneva l' egemonia sul Lazio.

In generale gli studiosi che pensano, per il primo trattato, al 348, datano il secondo al 306: cf. p. es. Th. MOlIIllISEN, RG I, pp. 416,496; G. DE SANCTIS, SR III I, p. 29 n. 79; F. SCHACHERlIlEYR, o. c., pp. 366-377. Lo Schachermeyr sostiene la sua tesi con un argomento ingegnoso, rna non per questo convincente: egli afferma che se i Romani fanno maggiori concessioni e si assoggettano a obblighi pili gravosi, cia deve spiegarsi col desiderio di ottenere il riconoscimento cartaginese al proprio dominio sulla Campania, e in particolare su Napoli, che forse aveva gia un trattato con Cartagine. E tuttavia molto improbabile che i aup.p.CGxoL di Roma citati nel testa (243) possano includere i Camp ani e Napoli, quando nel medesimo testo si allude a citta del Lazio ancora indipendenti.

h) Come si e gia detto, FILINO di Agrigento (174 J. fro 1 = POLYB. III 26) ricorda un trattato nel quale i Romani s' impegnavano a non occuparsi della Sicilia, i Cartaginesi a non occuparsi dell'ItaIia. Alcuni autori, accettando parzialmente la critica di Polibio, negano l' esistenza del trattato: p. es. G. DE SANCTIS, SR III 1, p. 100 e n. 15 (Filino alluderebbe a quello che secondo lui era 10 spirito dell' alleanza contro Pirro); A. HEUSS, «HZ» CLXIX 1949, pp. 459-460 (Filino rivelerebbe una clausola segreta dell' alleanza contro Pirro). Ma la convenzione di cui parla 10 storico siciliano e nota anche a un grammatico latino (SERV. AUCT. in Aen. IV 628) presso il quale si trova anche una nuova clausola: in foederibus (similiter) cautum est ut Corsica esset media inter Romanos et Carthaginienses (SERV. ibid.). Inoltre Livio afferma che i Cartaginesi, appoggiando Taranto nel 272, violarono i patti (per. XIV; XXI lOB); e poiche non potevano certo aver assunto degli obblighi senza contropartita, anche Livio presuppone implicitamente un trattato in cui Ie due repubbliche definivano i limiti della propria attivita politica e militare. A un impegno hilaterale, cui manca-

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rono Cartagine intervenendo a Taranto, Roma alleandosi con Gerone di Siracusa, pensa probahilmente anche CASSIO DIONE (431),

La tesi di Filino trova dunque conferma in una serie di fonti che non possono certo considerarsi derivate da lui, 0 esclusivamente da lui. A cio deve aggiungersi che l' alleanza contro Pirro, proprio secondo il testa polibiano, implica due sfere d' influenza gill determinate (III 253: cf. S. MAzZARINO, IGP, pp. 66-73; G. NENCI, «Historian VII 1958, p. 291) e che l' argomento usato da Polibio contro Filino (cioe l' assenza del testo dall' archivio romano) e un argomento ex silentio, in questa caso ancor meno valido che in altri, poiche i Romani avevano avuto ottime ragioni di far sparire un patto cui non si erano attenuti. E dunque lecito ritenere che Polibio sia in errore, o forse addirittura in malafede (cf. G. NENCI, o. c., pp. 272-275).

F. SCHACHERMEYR, o. c., pp. 377-380; F. W. WALBANK, CP, p. 354, ammettono l' esistenza del trattato, ma 10 attribuiscono all' epoca della guerra tarantina. Anche questa ipotesi e tuttavia esclusa dal fatto or ora ricordato che l' alleanza contro Pirro, stipulata nei primi anni della guerra, allude a una partizione delle sfere d' influenza come gill convenuta.

La communis opinio data invece il trattato di Filino al 306, identificandolo col terzo liviano (LIV. IX 4326: et cum Carthaginiensibus eotlem. anna foedus tertia renovatum). Cf. Th. MOMMSEN, RG I, p. 416; H. NISSEN, o. c., pp. 325-326; Paul MEYER, APK, pp. 17-23; Ed. MEYER, KS II, p. 363 n. 1; M. CARY, (dRS» IX 1919, pp. 67-77; ID., «History. VII 1922-1923, pp. 109-110; A. PIGANIOL, CR., pp. 134, 154-155; G. GIANNELLI, REGP, p. 47; ID., RR2, p. 255; S. MAzZARINO, IGP, pp. 56-99; J. H. THIEL, HRSP, pp. 12-20, 130; H. H. SCULLARD, l. c. sub f; L. PARETI, SR I, pp. 714-715; G. NENCI, Pirro, pp. 163-164; ID., «Historia» VII 1958, pp. 272-275; E. S. STAVELEY, «Historia» VIII 1959, p. 422.

i) E infine oggetto di controversia anche la cronologia dell' ultimo trattato (il terzo di Polibio, e il quarto di Livio) concluso xa'tIX 'tTJv Iluppou IlL6.~aaLv per la comune difesa contro l' Epirota. La maggioranza degli autori pensa al 278, e qualcuno al 279 ; G. NENCI, Pirro, pp. 154-162, e «Historia» VII 1958, pp. 263-299, sostiene invece il 280. Per la bibliografia precedente v. G. NENCI, art. cit., p. 275 n. 45-47.

CAPITOLO III

I CONTADINI

SOllffiIARIO: 17) Grandi e piccoli proprietari. 18) Le assemblee della plebe. 19) I comizi centuriati. 20) I diritti politici dei liberti. 21) L'insuccesso delle riforme.



17) GRANDI E PICCOLI PROPRIETARI. - Si e gia rilevato che il censo era un fattore di grande importanza nella scelta dei magistrati, e che, pertanto, Ie cariche piu alte toccavano in linea di massima solo agli esponenti dell' aristocrazia fondiaria (1) ; rna deve aggiungersi che questa situazione di fatto, non essendo sancita da norme costituzionaIi, non bastava da sola a creare un assoluto monopolio del potere (2). Nei primi tempi dopo la fine dell' oligarchia patrizia, la nuova nobilitas patrizio-plehea era ben lontana dal presentare i caratteri di una casta chiusa: dalla meta del quarto alIa meta del terzo secolo molti homines novi pervennero al consolato e alIa censura, e naturalmente ancor piri numerosi dovevano essere quelli che conseguivano Ie magistrature minori (3). Inoltre gli homines novi che furono consoli in questo periodo riuscirono ad avere una parte notevole nella direzione dello stato: cii) distingue personaggi come Q. Publilio Filone, M'. Curio Dentato, e C. Fabrizio Luscino, dai 101'0 emuIi di una fase piii tarda, i quali, come Mario e Cicerone, furono sempre strumento della politica altrui (4). La serrata della nobilitas ebbe principio soltanto ai tempi della guerra annibalica ; ma si tratto di uno sviluppo lento e graduale che non giunse mai a completarsi.

(1) Cf. soprattutto Ie ricerche di M. GELZER, cit. al § 1, n. 1.

(2) A. GUARINO, «Annali Semin. giurid. Univ, Catania» I 1946-1947, pp. 91-107 (rist. con aggiunte in L' ordinam. giurid. romano, Napoli 1959, pp. 358-375) sostiene che la struttura costituzionale della repubblica romana puo definirsi democratica. La presenza di un elemento democratico nel concetto di nobilitas e ammessa anche dal GELZER (p. es. in ((HZn CXXIII 1921, p. 3).

(3) Cf. L. LANGE, RA IP, pp. 130-138; F. MUNZER, RAP, p. 33 e passim; K. J. BELOCH, RG, pp. 484-487. M. GELZER, Nob., p. 40, da una lista degli homines novi giunti al consolato fino alIa seconda guerra punica, includendovi tuttavia soltanto coloro chc Ie fonti definiscono esplicitamente come tali. E dunque possibile che la lista sia incompleta, e che debbano aggiungersi p. es. i nomi citati dal GELZER, ibid., n. 4 (e da lui respinti); inoltre C. Fabrizio Luseino, etc.

(4) Su Mario e Cicerone condivido il giudizio del GELZER, ((HZ» CXXIII 1921, p. 3.

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Cio va spiegato, almeno in parte, ricordando che in origine i dislivelli economici dovevano essere molto meno gravi, e quindi molto meno efficaci a ere are posizioni di predominio politico, rispetto a quello che divennero in seguito. Senza dubbio gia in epoca molto antic a nell' ambito della cittadinanza romana emergeva una classe economicamente privilegiata, che dapprima comprendeva soltanto famigIie patrizie (e forse non tutte Ie famiglie patrizie) e poi si accrebbe con elementi plebei. Ma la distanza fra ricchi e poveri non poteva essere molto ampia: si ammette generalmente che dopo la caduta della monarchia etrusca la societa romana cadde per un lungo periodo in condizioni d'isolamento e di miseria, certo sfavorevoli all' accumularsi di grandi patrimoni; e in particolare il territorio posseduto da Roma era, fino al quarto secolo, troppo scarso per consentire la formazione di latifondi (5).

Su questo tema puo cit.arsi un passo plutarcheo (che forse deriva, in ultima analisi, dalla tradizione gentilizia dei Claudi) secondo cui Atto Clauso, quando venne a Roma col suo seguito, ottenne 25 iugeri di terra, mentre gIi altri immigrati ebbero due iugeri ciascuno (Popl. XXI 10). Secondo Hugh Last, la leggenda conserverebbe il ricordo delle condizioni vigenti nella pili antica repubblica : si tratta, naturalmente, solo di un'ipotesi, ma di un'ipotesi suggestiva (6). 5e la differenza tra Ie fortune dei principes e quelle dei cIienti (cioe fra gIi estremi della scala sociale) potesse davvero configurarsi, per quest' epoca, nel rapporto di 12 1/2 a 1, saremmo infinitamente lontani dallo stato di cose che si manifesta in epoca tarda, quando il rapporto era senza dubbio di varie migIiaia contro uno; e per dimostrarlo basta l' apoftegma del triumviro Licinio Crasso (v. sopra, § 15) secondo cui sono ricchi soltanto coloro che possono armare un esercito a proprie spese (ClC. de Off. I 25 ; PLlN. NH XXXIII 134; PLUTo Crass. II 9): come realmente fecero non soltanto Crasso, ma anche Metello e Pompeo; e pili tardi Cn. Domizio Enobarbo (e gia, per quanto su scala minore, aveva fatto T. Pomponio Veientano durante la guerra annibaIica: LlV. XXV 13•4, 39),

. (6) A fortiori non J?oteva essere molto esteso l' age,. publicus; quindi, anche se 1 plebei ne furono esclusi fino al 367, come qualcuno pensa (p. es. G. TIBILETTI, ((Athenaeu~» XXVI 194B, p. 174; XXVII 1949, pp. 27.30), il privilegio dei patrizi non era di grande portata,

(6) H_ LAST, CAH VII, p, 470. Anche :&L GELZER, ((NJ)) XXIII 1920, pp. 5-6 (=.RS II, p. IB) accetta dalla leggenda di Atto Clauso questa particolare ( e ne arg~l~ce che una ~ota delle terre gentilizie diventava heredium. dei clienti). Per una errtrca della tradizione conservata dai Claudii circa Ie proprie origini v. Th. MOllIlIISEN RF 1", pp. 293-294; MUNZER, RE s. v. Claudius, col. 2663-2664. '

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Comunque, anche prescindendo dalle cifre di Plutarco, non credo che possa mettersi in dubbio la modestia dei primitivi patrimoni immobilial'i, cosi come non vi sono dubbi circa 10 sviluppo del latifondo nella tarda repubblica ; e per corrtro molto difficile descrivere, e fissare cronologicamente, le tappe intermedie. A mio avviso, e lecito supporre che Ia tendenza a commettere abusi nell' ambito dell' ager occuptuorius, in quanto implica da parte dei responsabili una larga disponihilita non solo di danaro, ma anche di schiavi e di bestiame, vada di pari passo con l' incremento della grande proprieta privata. Partendo da questa ipotesi, la storia dell' agI'O pubblico puo essere usata come indizio sullo sviluppo del latifondo.

In primo luogo, se e vera che nel 367 a. C. fu votata, per merito di C. Licinio Stolone e L. Sestio Laterano, una legge che limitava le occupazioni, cio vuol dire che l' ampliarai del territorio romano aveva gia determinate l' investimento nell' agricoltura di capitali relativamente notevoli (') ; ma poiche il limite imposto, per quanto sappiamo, fu anche rispettato, deve ritenersi che Ie forze degli agricoltori pili facoltosi non erano ancora preponderanti, e i piccoli contadini potevano ancora difendersi contro gli abusi. La notizia di una multa imposta nel 357 a C. Licinio Stolone per aver posseduto illegalmente 1000 iugeri di terra pubhlica [sicohe Licinio sua lege... damnatus est: LlV. VII 169; cf. VAL. MAX. VIII 63, DION. HAL. XIV 122) puo essere stata inventata per servire da exemplum edificante; ma colui che l'invento voleva per l' appunto esemplificare l' efficacia della lex de modo agrorum nel IV secolo, e non puo escludersi che sapesse di che cosa parlava.

E certo inoltre che nel 298 a. C. la legge era pienamente in vigore:

Livio racconta che in quell' anna gli edili avevano citato in giudizio

(7) Alcuni studiosi moderni sono scettici sull' autenticita di questa legge LiciniaSestia, e fauno discendere la pili antica lex de modo agrorum alIa vigilia della second a guerra punica, attribuendola a Flaminio: 'v. p. es. K. J. BELOCR, EA' III, p. 20B; !D., RG, pp. 343-344 (con qualche dubbio); G. DE SANCTIS, SR II, pp. 216-217; III I, p. 344; G. GIANNELLI, REGP, p. llB ; TSR I, p. 254 ; RR', p. 329; K_ VON FRITZ, «Historia» I 1950, pp. 28-29. A mio parere tuttavia sono persuasivi gli argomenti a favore dell' autenticita, che e accettata P: es. da A. PIGANIOL, CR" P- 140; M. ROSTOVTZEFF, SEHRE', p. 13; G. TIBILETTI, «Athenaeum» XXVI 1948, pp. 173-236; XXVII 1949, pp. 3-42; XXVIII 1950, p. 216 n, I; H. H. SCULLARD, HRW', p. 92, 169 n. I; L. PARETI, SR I, pp. 622-624; F. DE MARTINO, SCR I, pp. 336-344. Secondo la maggioranza di questi autori, il limite massimo delle occupazioni, in origine, doveva essere alquanto inferiore ai famosi 500 iugeri, di cui si parlo solo pili tardi ; il Pareti e il de Martino invece difendono la tradizione anche su questa punto.

N. B. II Beloch afferma che Licinio e Sestio, in quanto t.ribuni, non avevano 10 ius agendi cum populo, e quindi non possono aver proposto alcuna legge. Egli pero trascura LIV. VI 429•lH da cni risulta che i tribuni fecero votare un plehiscito, e in seguito il senato fu costretto a concedere I' uuctoritas.

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numerosi cittadini, quia plus quam lege finitum erat agri possidebant ... vinculumque ingens immodicae cupiditati iniectum est (X 1314), La notizia liviana, nella sua scarna hrevita, non ha niente di aneddotico: essa tace della punizione inflitta, e non riferisce nemmeno i nomi degli accusatori e dei colpevoli, come suole avvenire nei racconti falsi, che di solito nascono a gloria 0 a vergogna di qualche personaggio; e insomma pienamente credibile, e deve risalire, sia pure indirettamente, all' archivio degli edili.

L' esistenza di un relativo equilibrio fra le varie categorie di agricoltori e ulteriormente confermata, a mio avviso, dagli eventi del 290 a. C. In quell' anno, dopo una rivolta che venne domata senza troppa fatica, i Sabini furono definitivamente sottomessi. Sulla sistemazione delle terre confiscate ai vinti esercito un' influenza decisiva il console M'. Curio Dentato, sia per il prestigio di cui godeva, sia per aver condotto egli stesso la breve e vittoriosa campagna. II Dentato era senza dubbio un leader dei piccoli contadini, e anzi resto nella tradizione come il 101'0 tipico rappresentante; e quindi molto notevole ch' egii abbia lasciato gran parte delle nuove terre nella condizione di ager publicus (PLUT., Apophth, Curii, 1; Ie altre fonti, cioe VAL. MAX. IV 35; FRONT. Strat. IV 312; COLUM. I, praef 15; AUCTo de vir. ill. 335 ric ordano solo Ie assegnazioni viritane) (8); cio permette di supporre che il sistema occupatorio, ai suoi occhi, offriva ancora sufficienti garanzie di giustizia.

Tuttavia Plutarco (1. c.) aggiunge che il nostro Curio fu oggetto di critiche per aver troppo limitato Ie assegnazioni viritane : egli si sarebbe difeso affermando che nessun Quirite doveva giudicare scarsa la terra che bastava ad assicurargli il pane quotidiano (cf. anche vir. ill. 336), E possibile che I' opera di Curio sia stata giudicata negativamente solo in epoca successiva. Plutarco era bene informato sull' attivita di Ti. Gracco e sui dotti greci che possono considerarsi i teorici di quel movimento; inoltre, conosceva uno scritto apologetico di C. Gracco: dunque Ie critiche potrebbero risalire all' eta graccana, quando appunto si cercava di ridurre drasticamente l' ager publicus, instauran-

(8) Non credo tuttavia che si possa giungere a sostenere che tutto il territorio confiscato divenne agro pubblico, e che, quindi, non vi furono assegnazioni viritane : e questa la tesi di T. FRANK, «Klio» XI 1911, pp. 367·373, confutata da G. FORNI, «Athenaeum» XXXI 1953, pp. 193-204. Fra l' altro, il Frank osserva che nel III secolo un console non poteva disporre a suo arbitrio dell' ager publicus, come ai tempi di Silla e di Cesare; rna e chiaro che il Dentato non agi in quanto console, sibbene in quanto portavoce dei contadini, che imposero la propria volonta al senato ricorrendo anche alla violenza (cf. APP. Samn. 5).

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dovi un regime di quasi proprieta, Ma, com' e ovvio, nulla esc1ude che alcuni contemporanei del Dentate, pill lungimiranti di lui, abbiano previsto gl' imminenti sviluppi del capitalismo agrario.

Infatti, proprio la conquista della Sabina doveva segnare una svolta decisiva nell' evoluzione della societa romana. Quando Fabio PittOl'e afferma 'Pwp.o:LOUIi: da-&sa-&aL 'toO 7tAOU'tOU 'to't€ 7tpiii'tov {h€ 'toO E&VOUIi: 'tou'tou 'lta'tsa't1}aav 'ltUpLOL (809 J. fro 27 = fro 20 P2) non vuole certo alludere a una generale prosperita che si sarebbe diffusa fra i piccoli proprietari: a dimostrarlo basta il fatto che poco dopo (forse nel 287) si ebbe r ultima secessione della plebe, dovuta almeno in parte alIa miseria. D' altra parte, ai contadini di censo modesto, l' ampliarsi del dominio romano poteva dare soltanto un'opportunita di alleggerire I'azienda familiare dalle hraccia e dalle bocche in sopl'annumel'o, inviando i fratelli 0 i figli a lavorare in Sabina (9). E probabile dunque che Fabio si riferisca aIle grandi prospettive di accaparramento che si aprivano ai ricchi nei nuovi territori (10).

Cio e confermato dal fatto che circa mezzo secolo pili tardi, ai tempi di C. Flaminio, la situazione era profondamente mutata. Flaminio, nel suo tribunate del 232, propose che I' agI'o gallico, fino allora rimasto aperto al possesso degli occupanti, fosse distribuito in assegnazioni viritane ; dunque al suo tempo Ia lex de modo agrorum non era pili sufficiente a tutelare gl'interessi della comunita (11). Esistevano dei cittadini che potevano compiere usurpazioni in grande stile nell' ambito dell' agel' publicus, e pert.anto, come sopra si e detto, deve ritenersi che si andasse sviluppando anche la grande proprieta privata.

E appunto a partire da quest' epoca che un gruppo di famigIie, col favore della tradizione gradualmente formatasi, e di una gia cospicua ricchezza, riesce ad assicurarsi il monopolio delle carriere politiche. Durante Ia seconda guerra punica, gli homines novi che raggiungono il con-

(9) Tali sono, in linea di massima, la portata e 10 scopo delle assegnazioni viritane e degli insediamenti nell' ager occupatorius : cf. G. DE SANCTIS, SR II, p. 201 ; Ed. MEYER, KS II, p. 392 n. 3.

(10) Secondo Th. MOMMSEN, RG I, p. 450 n. ~, Fabio Pittore allud~rebbe a manifestazioni esteriori di lusso, come quelle che furono nnputate a P. Cornelio Rufino,. co~: sole appunto nel 290 (v. infra, § 26). Io credo che si ~ebba. pensare a qualco.sa di pru vasto e significutivo ; comunque anche accettando l' rpotesr del Mommsen risulterebbe che l' annalista pensa all' accresciuto benessere dei ricchi, e non a un nIiglioramento per i poveri.

(") L' osservazione e stata gia fatta dal GELZER, Nob., p. 15. NaturaImente, ad onta di questa antitesi, Flaminio rest a sempre un continuatore di M'. Curio Dentato (cf. Ed. MEYER, KS II, pp. 391-392; ID., MP P, p. 107; P. FRACCARO, Op. I, p. 110); essi agirono con criteri diversi perchc si trovarono di fronte a circostanze diverse.

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solato sono rarissimi, e la 101'0 fortuna e considerata straordinaria, se non e addirittura oggetto di scandalo. Tuttavia Flaminio, da trihuno, era riuscito a val' are la sua legge de agro Piceno Gallico viritim dividundo, contro la violentissima resistenza dei privilegiati; e dopo aver assunto ~n atteggiamento COS! netto, per due volte ottenne il consolato, e sempre III crrcos'tanza gravi, che davano a questa carica (talvolta insignificante) un valore politico notevole; fra i due consolati raggiunse anche la censura, cioe 'onore pili alto che potesse toecare a un cittadino.

I dati finora esposti confermano dunque che la trasformazione della nobilitas patrizio-plehea in oligarchia chiusa, al tempo della guerra annibalica, era gia in corso, ma non era affatto compiuta (12).

18) LE ASSEMBLEE DELLA PLEBE. - I successi dei leaders contadini suI piano della politica agraria, e in generale nell' ambito Iezisla-

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tIVO, SI spiegano con la costante prevalenza che la struttura dei concilia

plebis (e, dopo il 287, dei comizi tributi) assicurava ai piccoli proprietari, consci dei propri diritti e gelosi deJla propria autonomia, sulle clientele urbane dei nobili e dei nuovi ricchi, Nonostante il rapido aumento dei votanti domiciliati in citra, il predominio della campagna era normalmente assicurato dal costume romano del voto collegiale; ai tempi della seconda guelTa sannitica, infatti, Ie tnilni rurali erano ventisette, e nel 241 a. C. raggiunsero il numero di trentuno, mentre Ie urbane restarono sempre quattro.

Un tentativo effimero di modificare tale stato di cose fu intrapl'eso dal censors Ap. Claudio il Cieco nel 312 0 poco dopo; egli infatti, usufruendo dei poteri Inererrti alla sua carica, dispose che gli humiles, cioe tutti coloro che non avevano propriota terriere (e che, a dire il vero, non erano tutti humiles) potessero iscriversi nelle 'trilni rurali. La riforma (che non fu, si noti, una riforma del concilio 0 del comizio, perche non influiva sulla strut tura di questi, ma soltanto sull' ordinamento della cittadinanza) provo co senza dubbio un notevole spostamento nei rapporti di forza; pel' quanto incompleti siano i fasti magistratuali del periodo, essi conservano forse una traccia della crisi nella elezione del libertine Cn. Flavio alIa carica di edile per il

(12) Concordo su questo punto con L. LANGE, RA II", p. 343; G. DE SANCTIS, SR II, p. 202, da cf. con III 1, p. 344; P. FRACCARO, Op. I, p. 343 ; K. JACOBS, Flaminius, p. 141 ; F. DE MARTINO, SCR II, pp. 259-260. Invece G. FORNI, «Athenaeum» XXXI 1?53, pp. 228-239, afferma che I' ahisso fra i nobili e il popolo era gia incolmabile all'iniZIO del III secolo (cioe ai tempi di Curio Dentato).

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304: il fatto era senza precedenti, e suscito immenso scandalo. Sia Livio (IX 46n) sia Diodoro (XX 366) giudicano esplicitamente questo episodio come un effetto della riforma (e a cio non contraddice Pomponio, Dig. I 2/21' secondo cui Flavio si guadagno il favore del popolo pubblicando Ie actiones, 0 ius civile), ma cio si potrebbe supporre anche senza la 101'0 conferma. Se Ie conseguenze non furono pili notevoli, 10 si deve certamente al fatto che i magistrati principali (quelli dotati d' imperium, e i censori) erano eletti nei comizi centuriati, e, per quanto riguarda il campo legislativo, al fatto che i plebisciti non avevano ancora forza di legge (13).

L' influenza che gli humiles esercitarono sul voto delle trihti rurali in cui furono iscritti si spiega generalmente affermando ch' essi non mancavano mai aile assemblee, laddove i contadini erano molte volte trattenuti ai loro campi dalla distanza e dalle esigenze del Iavoro agricolo. Ma questa spiegazione, valida senza dubbio per tutti i comizi della tarda repubblica, per il IV secolo non mi pare sufficiente: I' area occupata dai contadini romani, in quel periodo, non si estendeva an cora tanto lontano da Roma, e l' esercizio dei diritti politici non. poteva costal' lora grandi saorifici di tempo (14). II peso dell' elemento urbane deve dun que spiegarsi con la sua considerevole forza numerica.

M. Valerio Massimo e Cn. Giunio Bubulco, censori nel 307, non ritennero opportuno restaur are l' ordinamento tradizionale ; invece Q. Fabio Massimo Rulliano e P. Decio Mure, censori nel 304, iscrissero di

('3) Per la bibliografia e Ie fonti sulla riforma di Claudio v. l' app. II, Che l' ascesa di Cn. Flavio all' edilita sia in rapporto con Ie iniziative politiche di Claudio e probabile, rna non certo, L' ipotesi pili facile e ch' egli sia stato eletto dai comitia populi tributa (cui spettava certamente, in epoca pili tarda, di eleggere gli edili curuli). Alcuni studiosi ritengono pero che i comizi tributi non siano assemblee del popolo (patrizi e plebei) sibhene della sola plebe, e che si distinguano dai concilia plebis tributa soltanto per Ie formalita della convocazione. Da cio conseguirebbe necessariamcntc che cominciarono a funzionare soltanto dopo il riconoscimento defiuitivo dei cone ilia plebis come rappresentativi di tutto il popolo, nel 287 a. C. (v. infra, § 23 n. 25).

In tal caso si potrebbe ancora supporre, con P. DE FRANCISCI, SDR I, p. 295 n. 1, che in realta Cn. Flavio sia stato eletto edile plebeo, dai concilia plebis tributa ; tanto questa ipotesi, quanto la precedente, consentono di spiegare la sua elezione con la riforma del sistema tributo introdotta da Claudio. Ma le fonti (che sono molte: cf. T. R. S. BROUGHTON, JIIIRR I, p. 168) concordano nel parlare della edilita curule.

Accettando insieme Ie riserve fatte contro Ie prime due ipotesi, dovrebbe ammettersi che Flavio fu edile curule, e, non esistendo ancora al suo tempo i comizi tributi, fu eletto dai comizi centuriati. Resterebbe comunque la possihilita di collegare il suo successo aile innovazioni che Ap, Claudio avrebbe introdotto, secondo alcuni, anche nell' iscrizione aile centurie, equiparando la richezza mohiliare aile proprieta terriere (v. infra, § 19 e n. 16).

(14) Cf. Lily Ross TAYLOR, VD, p. 14.

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nuovo tutta la forensis turba nelle trilni urbane, riducendo percio i voti di cui essa poteva disporre a quattro soltanto.

Nessun altro uomo politico si avventuro a ripetere l' esperimento di Appio, almeno fino alIa censura di M. Emilio Lepido e M. Fulvio Nobiliore (179 a. C.). Cosa abbiano fatto questi due personaggi non e facile a capirsi : forse non 10 ha capito nemmeno Livio, che si esprime con questa frase quanto altra mai sibillina : mutarunt suffragia, regionatimque generibus hominum, causisque et quaestibus tribus discripserunt (XL 519), L' avverhio regionatim viene da tutti i moderni riferito aile trilni rurali, ma i termini che designano i criteri usati non sono affatto chiari: e in particolare non e chiaro come i votanti potessero venire suddivisi in circoscrizioni determinate topograficamente sulla base del mestiere esercitato (quaestibus). Potrebbe ritenersi che i censori del 179 abbiano consentito ai non possidenti d' iscriversi nelle trilni rurali, tuttavia limitando questo privilegio a chi superava un determinato censo : essi dunque non avrebbero favorite la turba forensis nel suo insieme, che anzi ne avrebbero distaccato i pili ricchi, lasciando gli umili nelle trilni urbane (15). In altri termini, si ebbe un ritorno al sistema di Appio Claudio, ma in forma molto attenuata.

Anche se questa interpretazione e valida, sta di fatto che l' 01'dinamento primitivo, restaurato da Fabio Rulliano e Decio Mure nel 304, resto in vigore per oltre centoventi anni; e dunque per tutto il terzo secolo i non possidenti, controllando solo quattro voti, non ebbero alcuna possibilita d'influire sulle assemblee della plebe.

19) I COMIZI CENTURIATI. - Finche il censo dei cittadini rom ani fu determinate soltanto dalle 101'0 proprieta terriere, la supremazia della campagna fu garantita nei comizi centuriati non meno che nei concilia plebis, con Ia sola differenza che la struttura dei primi favoriva i grandi

(15) V. Th. l\10MMSEN, SR III 1, p. 185 ; G. DE SANCTIS, SR IV 1, p. 606; A. H.

McDONALD, {(CHJ)) VI 1938-1940, p. 138 e n. 96; H. H. SCULLARD, RP, pp. 182-183 ; Lily Ross TAYLOR, VD, pp. 139-140. Secondo il McDonald e Miss Taylor, il provvedimento concemerebbe i liberti, ma cia non sembra molto probabile (v. infra, app. IVb). Inoltre la Taylor (che qui dissente da tutti gli altri autori citati) sostiene che i censori del 179 si occuparono solo dei comizi tributi. Ma nel II secolo non si potevano modificare questi senza influire anche sui centuriati. In pratica, se ai non proprietari (ingenui o liberti che fossero) si permetteva d' iscriversi nelle trilni rurali, essi venivano iscritti, secondo il 101'0 censo, anche nelle centurie delle varie classi corrispondenti a queste tribu (cia e indubitabile almena per la prima classe; vale per Ie altre nella misura in cui si ammette che il eollegamento fra trilni e centurie fosse esteso aIle classi inferiori: v. infra, app. IIIn).

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propl-ietari, mentre nei secondi tutti gli agricoltori godevano degli stessi diritti. Ma nel corso del IV secolo fu riconosciuta l' equivalenza del capitale mobiliare e di quello fondiario (16) : in tal modo i pili facoltosi fra i non possidenti furono accolti nelle centurie della prima classe, il cui voto aveva un' importanza determinante. Senza dubbio con l' andar del tempo il numero e l' importanza dei nuovi iserirti divennero sempre pili notevoli; e infine si ritenne opportuno fronteggiare questo fenomeno mediante una radicale riforma (17). Come s' e gia detto (§ 18) fu questa la prima volta che, in eta storica, venne modificata Ia struttura di un' assemblea; Ie riforme di Ap. Claudio e di Fabio riguardavano Ia iscrizione dei cittadini alle trihu, ma non il funzionamento dell' assemblea tributa.

Un terminus a quo per il provvedimento risulta dal fatto che Ie centurie della prima classe furono collegate aIle tribli, e portate a 70 (35 di seniores e 35 di iuniores) : cio presuppone l' esistenza di 35 'tribu, cifra cui si giunse nel 241 a. C., e che in seguito resto invariata (senza dubbio per evitare ulteriori modifiche nel sistema delle centurie, di per se abbastanza complesso). II terminus ante quem e il 218, anna in cui riprende, dopo la grande lacuna della seconda deca, il nostro testo liviano: nella terza deca Livio, mentre tace della riforma, dimostra di ritenerla gia compiuta, perche designa Ie centurie coi nomi delle 'trihu,

L' ordinamento pili antico, che la tradizione faceva risalire al re Servio Tullio, comprendeva 193 centurie, 18 delle quali erano assegnate ai cavalieri, 80 alla prima classe, 20 per ognuna alIa seconda, alla terza e alIa quarta, 30 alla quinta, 5 agl' inermi. Sappiamo che dopo la riforma

(16) Th. MOllnISEN, RG I, p. 307; m., SR II 1, pp. 393-394; III 1, p. 249, 435-436; G. DE SANCTIS, SR II, p. 227 (v. anche pp. 199-200); P. DE FRANCISCI, SDR I, pp. 263-265; J. H. TmEL, «Mnernosyne» II 1935, pp. 250-253; K. JACOBS Flaminius, p. 6; V. ARANGIO-RuIZ, SDR, pp. 37, 84-85, attribuiscono questa decision; ad Appio Claudio: la ritengono cioe contemporanea alIa riforma dell' ordinamento tributo (v. sopra, § 18). II DE SANCTIS la spiega con Ie accresciute esigenze militari derivanti dalIa guerra sannitica. Invece U. COLI, «Sl.Hl.I» XXI 1955, p. 188, afferma che I; accettazione dei beni mobili ai fini del censo risale addirittura alIe origini; Eug. CAVAIGNAC, cdS)) IX 1911, p. 253, la giudica anteriore a Claudio, ma posteriore al 340; e F. DE MARTINO, SCR II, pp. 150-151, pur collegandola alIa tendenza di Ap. Claudio, la considera pili reeente.

N.B. II Mommsen, il de Sanctis e l' Arangio-Ruiz interpretano la frase usata da LIVIO, IX 4611, a proposito di Claudio (forum et campum corrupit) come un riferimento ai due tipi di assemblea (centuriata e tributa); cia naturalmente confermerebbe l' ipotesi che fu Claudio a mettere sullo stesso piano la ricchezza mobiliare e I' immobiliare. Tuttavia P. FRACCARO, Op. II, p. 160, seguito da Lily Ross TAYLOR, VD, p. 136, sostiene che Livio allude soltanto alIa riforma delle assemblee tribute: egli avrebbe commesso un anacronismo, perche ai suoi tempi Ie tribti si riuuivano al Campo per i voti elettorali, al foro per i legislativi.

(17) Sui difficili problemi connessi alIa riforma v, l' app. III.

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i cavalieri conservarono Ie 101'0 centurie, mentre la prima classe ne perse 10; ma tutto il resto e incerto. II de Sanctis, accogliendo in parte la teoria proposta dal Pantagato nel XVI secolo, afferma che ciascuna delle cinque classi ebbe 70 centurie : il numero totale delle unit a votanti sarebbe arrivato a 373 (cioe 350, piii 18 di cavalieri e 5 d'inermi), e in tal caso, per avere una maggioranza, sarebbe stato necessario seendere almeno fino alla terza classe. Ma questa ipotesi e contraddetta da una notazra di Cicerone, da cui risulta che la maggioranza si otten eva nell' ambito della seconda classe (Phil. II 82-83).

L' opinione oggi pin diffusa e invece che il totale serviano di 193 centurie sia rimasto in vigore; ma sui particolari vi sono ancora molte divergenze. Alcuni studiosi ritengono che il parallelismo fra 'trihu e centurie sia stato limitato alla prima classe ; altri 10 estendono alIa seconda, altri ancora fino alla quinta; ma Ie cifre dei voti assegnati aIle classi dalla seconda alIa quinta sono tutte ipotetiche, e sembra difficile trovare due autori d' accordo su questo punto. Recentemente (dopo Ia scoperta della tabula Hebana) ha riguadagnato terreno Ia teoria del Mommsen, i1 quale ammette che Ie centurie, intese come unita amministrative, siano state portate a 373, ma pensa che nei comizi venissero in parte raggruppate mediante sorteggio, in modo da ricostituire 193 centurie, intese come unita di voto. Anche accettando questa ipotesi rimane tuttavia sempre ineerto a quale (0 a quali) delle classi inferiori siano toecati i dieci voti tolti alIa prima.

Comunque, e chiaro che l' ordinamento serviano permetteva a un' eventuale coalizione di cavalieri e classici, con 98 voti (18+80) su 193, di controllare da sola i comizi, mentre il nuovo sistema eliminava questa possihilita, Alcuni studiosi vedono in cio il fine principale della riforma, e in tal senso la giudicano democratica (18). II giudizio, pero, potrebbe condividersi solo accettando l' ipotesi del Pantagato, per cui Ia terza classe sarebbe parte integrante della maggioranza. Se invece

(18) La sottrazione di voti alIa prima classe e giudicata come un progresso verso Ia democrazia da Th. MOllIMSEN, SR III 1, pp. 280-281; V. ARANGIO-RUIZ, SDR, pp. 86-88' A. DELL' ORO, ccPdP)) V 1950, p. 144; H. H. SCULLARD, RP, pp. 19-20; G. GlAN;ELLI, RR2, pp. 327-328; etc. Secondo Ia communis opinio,.un altro ~spetto d~mocratico della riforma dovrebbe vedersi nel fatto che Ie centurre equestrr persero il diritto di votare per prime, e quindi Ia possibilita di esercitare un' inHuenz~ psicologica su tutte Ie altre; tale diritto passe a una singola centuria, detta praerogatwa, estratta a sorte nell' ambito della prima classe. Qualcuno obietta pero che il voto di una singola centuria era molto pili facile a controllarsi; in tal modo i magistrati, e i nobili presenti al comizio riuscivano a influire sugli altri votanti: del che non mancano esempi (H. H. SCULLARD: RP, p. 20 ; Chr. MEIER, RE Sb. VIII s. v. Centuria praerogativa, col. 583- 586). Si trattava percio di un' arma a doppio taglio, i cui effetti variavano secondo Ia capacita e le tendenze politiche dei nobili interessati alIe votazioni.

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il totale dei voti, come oggi si ritiene, resto invariato, per avere una maggioranza sarebbe stato sufficiente che ai voti della prima classe e dei oavalieri si aggiungessero nove voti della seconda (oppure otto della second a e uno dei fabri tignarii; Cicerone, de rep. II 39, da infatti pel' scontato che costoro votassero sempre coi cavalieri). Da questo punto di vista il progresso verso la democrazia sarebbe stato quasi nullo, poiehe fra Ie due prime classi non poteva esistere un deciso antagonismo.

Nel valutare Ia portata politica della riforma l' accento deve quindi mettersi piuttosto suI legame fra 'trilni e centurie. Secondo il Fraccaro, 10 scopo era quello di contrast are I' influenza dei nuovi cittadini stanziati alIa periferia del dominio romano, e iscritti alle 'tribti create per ultime : la nuova legge Ii ohbligava a votare soltanto in poche centurie, eorrispondenti aIle 101'0 'trilni (19). A cio deve ohiettarsi che nelle regioni dell' Italia centrale annesse a Roma durante il terzo secolo dominavano probabilmente la piccola proprieta e il pascolo collettivo; dun que soltanto una minima parte dei nuovi cittadini sarebbe stata iscritta alla prima classe, cioe alIa sola che realmente contava nei comizi centuriati (20).

(19) P. FRACCARO, Op. II, pp. 188-190; seguito da A. MOMIGLIANO, ccSDHI)) IV 1938, p. 520; G. TIBILETTI, «Athenaeum» XXVII 1949, p. 239 n. 5; Lily Ross TAYLOR, (cAJPh)) LXXVIII 1957, pp. 347-349 (in polemica con 10 STAVELEY, cit. infra, n, 21); rn., VD, pp. 67-68; V. ARANGIO-RUIZ, SDR, pp. 417-418.

(20) Le tribu che interessano a questa proposito sono Ia Quirina e la Velina, istituite nel 241 ; Ie altre infatti risalgono al IV secolo, 0, come la Teretina e I'Aniense, al 299 a. C., quindi a un' epoca troppo lontana dalla riforma per potersi mettere in rapporto con questa. La tribli Quirina comprendeva i Sabini e una parte dei Vestini; la Velina, i Pretuttii e una parte dei Picenti. I Vestini, che abitavano un paese aspro e montuoso, vivevano di caccia e di pastorizia (G. RADKE, RE s. v., col. 1779-1780); la miseria dei Pretuttii e nota, e documentata anche dalI' archeologia (M. HOFlIlANN, RE s. v. Praetuttiana regio, col. 1643-1644). Le condizioni ambientali dei Sabini erano molto migliori, ma immmerevoli fonti ci parlano, ancora in epoca tarda, del 101'0 carattere austero e conservatore (PHILIPP, RE S. v., col. 1583-1584); e questo e un sintomo certo del fatto che tra 101'0 continuo a prevalere il tipo del piccolo contadino legato alIa sua terra. Per quanta riguarda i Picenti, deve ricordarsi che Ie 101'0 terre erano state confiscate su larga scala dai Romani, prima a titolo di ager publicus, poi di proprieta viritana; da CAT. Qrig .. [r, 43 p2 risulta inoltre che Ie assegnazioni erano state fatte nelle terre migliori. Edifficile quindi che molti degl' indigeni potessero conservare fondi tanto estesi e produttivi da raggiungere il censo della prima classe. M. ROSTOVTZEFF, SEHRE2, p. 13, ritiene che il pascolo collettivo prevalesse sulla proprieta individuale, e in genere sull' agricoltura, in tutta l' area di cui parliamo, fino alla conquista rornana ; ibid., pp. 30-31, aggiunge che nel I secolo, intorno ai pochi grandi Iatifondi, come quelli di Pompeo e di Domizio Enobarbo, era ancora molto diffusa Ia piccola proprieta.

N.B. Si parIa qui di territori abitati da cittadini romani; il problema e quindi ben distinto da quello della proprieta agricola pres so gli alleati, molto discusso a proposito della guerra sociale. Secondo Th. MOMlIISEN, RG II, p. 227; G. DE SANCTIS, «Boll. filol. class.» VIII 1901-1902, p. 277; A. BERNARDI, ccNRS)) XXVIII-XXIX 1944-1945, pp. 67, 95, anche tra gli alleati prevaleva, nel I secolo a. C., la piccola proprieta; ne dubitano J. CARCOPINO, ccBull. Ass. G. Bude» N. 22, 1929, pp. 21-22; E. GABBA, «Athenaeum» XXXII 1954, pp. 55-56. Comunque il Gabba ritiene che 10 sviluppo del latifondo sia posteriore al III secolo.

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II Frank, infatti, ha raggiunto una conclusione opposta a quella del Fraccaro: i pochi henestanti delle zone periferiche avrehhero tratto vantaggio dalla riforma, perche Ie centurie della prima classe erano III numero eguale per ogni t.rihu, rna in moIte delle rrilni piii antiche la quarrtita dei grandi proprietari era moIto maggiore (21).

Esisteva pero un' aItra categoria di cittadini che avrehhe subito un danno dal collegamento fra trihri e centurie: cioe il gruppo degli speculatori facoItosi, che doveva essersi accresciuto grazie aIle occasioni di guadagno piu 0 meno lecito offerte dalla prima guerra punica e dalla rivoIta dei mercenari (v. sopra, § 11). Come si dira piu oltre (§ 21) alcuni degli affaristi erano anche proprietari di terre; ma nel terzo secolo, sia per Ie condizioni ancora primitive del credito, sia per la scarsita di circolante, deve credersi che la grande maggioranza dovesse tenere sempre a portata di mana il proprio denaro, e non potesse permettersi investimenti immohiliari. In conseguenza della riforma gli speculatori non proprietari si sarehhero potuti iscrivere soItanto nelle centurie corrispondenti aile tribti urhane ; eioe, nel caso della prima classe, sarehhero stati concentrati in otto centurie su settanta; e Ia proporzione sarehhe stata la medesima in tutte Ie classi cui si applicava il parallelismo con Ie trfbu, Qualora si accetti la tesi del Pantagato, ne risuIterehhe che gli urhani votavano in 40 centurie di pedites, su 350, e nelle cinque centurie degli inermi. Si puo affermare, insomma, che il principale, se non l' unico, fine della riforma era quello di limit are I'influenza dei non possidenti (22).

N on credo che dehha condividersi 10 scetticismo di Christian Meier, secondo cui tutte Ie interpretazioni sarehhero ipotetiche, e ipotetici gIi argomenti addotti a sostenerle (23). Non e un'ipotesi la simmetria fra i nuovi comizi delle centurie, e i vecchi concili delle tribti restaurati nel 304 da Q. Fahio Rulliano: su questo punto gli studiosi

moderni, compreso iI Meier, sono d' accordo. E non e unipotesi l'importanza dell' ordinamento trihuto come arma di lotta nel contrasto fra i rurali e gli urhani, perche le fonti su Ap, Claudio e Q. Fahio Hulliano ne trattano esplicitamente (§§ 18, 23, 25). Dunque l'introduzione del parallelismo fra tribti e centurie rappresenta una nuova fase del rnedesimo contrasto, con la sola differenza che i censori del 304 si preoccupavano di colpire la turba forensis uel suo insieme, mentre i censori che riordinarono Ie centurie colpivano specificamente i non proprietari delle classi aIte.

II nuovo ordinamento ha un aspetto conservatore da due punti di vista: esso lasciava quasi intatta la prevalenza dei cittadini piti ricchi, e consolidava (0 meglio, mirava a consolidare: su cio v. infra, § 21) il tradizionale predominio della campagna sulla citta, Alcuni studiosi, rilevando queste caratteristiche, ne arguiscono che la riforma non puo definirsi democratica (24). Deve notarsi per aItro che I' antitesi fra conservatorismo e democrazia, valida nel mondo moderno, per quanto riguarda la repuhhlica roman a non e aItrettanto valida.

La classe politica che aveva governato Roma dalla meta del quarto alla meta del terzo secolo, come si e detto, non era una casta chiusa ; comunque, era una classe politica alla cui formazione il popolo aveva contrihuito, e che aveva Iiheramente accettata; soprattutto, nella prima fase della sua storia la nobilitas romana continuava ad affondare Ie sue radici nel mondo dei piccoli proprietari, e costituiva un amhiente in cui questi potevano specchiarsi e riconoscersi. E cio non vale soItanto per gli homines novi, come Curio, Fabrizio e Coruncanio. E significativo il fatto che la tradizione romana, quando vuol rappresentare il tipo del contadino povero, faccia appello anche a M. Attilio Regolo (cos. 267), di famiglia plehea ma di nobilta gia consacrata, 0 addirittura a T. Quinzio Cincinnato (diet. 380), il cui caso e tanto piti degno di nota in quanta si tratta di un patrizio, vissuto in epoca anteriore alla parificazione degli ordini (25).

(21) T. FRANK, CAH VII, p. 801.

(22) Cf. A. ROSENBERG, URZ, pp. 79-82; K. JACOBS, Flaminius, pp. 92-93; E. S. STAVELE:Y, "AJPh)) LXXIV 1953, pp. 22-33; ID., «Historian V 1956, pp. 117-118 ; J. H. TmEL, HRSP, pp. 341-342; fra i seguaci del Pantagato: G. DE SANCTIS, SR III 1, p. 344; Ernst MEYER, RSS, pp. 83-85 (sull' opinione di questa autore v. app. III d, g) ; fra i seguaci del Niebuhr: E. SCHONBAUER, «Historias II 1953-1954, pp. 31-33. Questa conseguenza della riforma non e sfuggita del resto agli studiosi che preferiscono mettere l' accento su altri suoi aspetti, come il MOllIMSEN, il DELL' ORO (cf. n. 18), il FRACCARO, il MOllHGLIANO (cf. n. 19), e Chr. MEIER (0. c. alla n. 18, col. 581-583).

N.B. II Fraccaro pensa che l' ostilita contro i non adsidui sia un elemento secondario, perohe i libertini ricchi dovevano essere ancora pochi. Ma non si volevano combattere solo i libertini (sebbene anche il Rosenberg metta l' accento proprio su di loro) ; la riforma era diretta contro tutti i ricchi non possidenti.

(23) Art. cit. alla n. 18, col. 577-580.

(24) Partendo da premesse differenti parlano di ordinamento conservatore (in antitesi a democratico) : P. FRACCARO, Lily Ross TAYLOR (v. n. 19, 30); Ernst MEYER, RSS, pp. 84-85; ID., «WaG)) XIII 1953, pp. 144-145; E. S. STAVEL~Y (v. n. 21). Pili o meno esplicitamente si avvicinano a questa tesi anche coloro che considerano la riforma amministrativa e non politica, come F. GALLO, «SDHI)) XVIII 1952, pp. 151-157; F. J. NICHOLLS, ,cAJPh)) LXXVII 1956, p. 253; Chr, MEIER, o, c. alla n. 18, col. 577- 583. Scettico suI valore democratico della riforma e anche F. DE MARTINO, SCR n, pp. 136-151.

(25) Secondo E. S. STAVELEY, ,cAJPh)) LXXIV 1953, pp. 24-25; J. H. THIEL, HRSP, pp. 341-342, nel III secolo non vi sono div?rg~nze d' in~eressi .p0!i~ici ed economici fra i piccoli e i grandi proprietari. Questa tesi rm semhra Inammissibile ; 10 Sta-

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Per contro, dalla censura di Ap. Claudio in poi si andava affermando nella societa roman a il ceto dei commercianti e degl' imprenditori, i cui interessi erano diametralmente opposti a quelli dei piccoli proprietari. Essi esercitavano la 101'0 influenza sulla classe politica, e offrivano agli aristocratici I' appoggio di nuove clientele, pili efficienti delle antiche: col favore di queste circostanze una parte della nobilitas tendeva a chiudersi in oligarchia, isolandosi dal mondo che Ie aveva dato origine.

Sembra dunque che dopo la meta del terzo secolo battersi per la conservazione dell' assetto sociale e politico vigente voglia dire battersi per ritardare la vittoria di un sistema oligarchico e per salvaguardare una forma, sia pur moderata, di democrazia (26).

20) I DIRITTI POLITlCI DEI LIBERTI. - Secondo il Beloch, i testi sulle riforme di Ap. Claudio (312 a. C.) e di Q. Fabio Rulliano (304 a. C.), di cui s' e parlato a proposito dell' ordinamento tributo (§ 18), si riferirehhero ai Iiherti ; e da cio egli trae argomento per infirmare la veridicita della tradizione, aft'ermando che i liberti nel quarto secolo erano an cora pochissimi, e non si comprende perche i censori dovessero occuparsene. D' altra parte, anche fra gli studiosi che accettano la realta delle riforme, aleuni ritengono che Claudio e Fabio mirassero prevalentemente il primo a favorire, il secondo a combattere i liberti. E poiche pili tardi furono senza duhhio adottati provvedimenti a danno di costoro, si dovrebbe supporre che Ie restrizioni imposte dal Rulliano furono abrogate, ovvero tacitamente poste in oblio, finche a un certo punto parve necessario rinnovarle (27).

:E vern che Ie fonti minori sulle censure di Ap. Claudio (PLUT.

Popl. VII 8) e di Fabio (AMPEL. 186; AUCT. de vir. ill. 322) parlano

veley perc ha senza dubbio ragione quando afferma che i contadini accettano senza difficolta il tradizionale vantaggio della nobilitas nella carriera pubblica. Cio avviene, deve aggiungersi, fin quando i contadini vedono I' uomo di famiglia nobile come uno di loro.

. (26) ~a rifor~~ e giudicata democratica, proprio in quanto cerca di tutelare gIi mteressi del corrtadini, da: A. ROSENBERG, K. JACOBS, J. H. TmEL, E. SCHONBAUER (v. n. 22). Per altri motivi accettano la stessa valutazione Th. MOMMSEN, A. DELL' ORO, H. H. SCULLARD, V. ARANGIO-RUIZ (v. n. 18); G. DE SANCTIS, SR III 1, p. 339.

(27) Cf. K. J. BELOCH, RG, pp. 265-267, 482; e, fra coloro che accettano la stori~~ta della riforma: G. BLOCH, Les origines du senat. romain, Paris 1883, pp. 250-251 ; MUNZER, RE s. v. Claudius, 91, col. 2682-2683; F. B. MARSH, HRW2, p. 371; Lily Ross TAYLOR, VD, pp. 11, 134-138. Altri dati bibliografici pres so E. S. STAVELEY «Historia» VIII 1959, p. 416 n, 46. '

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solo dei liberti; e forse puo aver influito sull' opinione di antichi e Dloderni il fatto che Claudio incluse nel senato anche alcuni figli di liberti, e che inoltre uno dei candidati eletti nei comizi claudiani fu il libertino Cn. Flavio. Ma, naturalmente, la lectio senatus non ha nulla in comune con la riforma delle 'tribri, e il rango sociale di un candidato non vale come indizio suI rango sociale dei suoi elettori; infine,· agli autori sopra citati debbono preferirsene altri, in questo caso (anzi, rispetto ad Ampelio e al de viris ill., in ogni caso) pili attendibili, cioe Diodoro (XX 364), e Livio (IX 4610_15; rna v. anche VAL. MAX. II 29) da cui appare chiaro che Ap. Claudio e Fabio agirono l' uno a- favore, l' altro a danno, della turba forensis nel suo insieme.

Non risulta dunque che nel IV secolo e nella prima parte del III i diritti politici dei Iiberti siano stati oggetto di norme particolari. Durante il breve periodo intercorso fra la censura di Appio e quella del 304 l' iscrizione aIle tribu rurali fu consentita ai liherti non proprietari come a tutti gli altri humiles ; e nel 304 questa possibilita fu tolta agli uni e agli altri. Ma i liberti che avevano proprieta terriere, per quanto sappiamo, furono iscritti aIle trilni rurali sia prima delle riforme (che non li riguardavano assolutamente) sia dopo,

Nella periocha XX di Livio, che abhraccia l'intervallo tra la prima e la seconda gueTra punica, leggiamo: libertini in quattuor tribus redacti sunt, cum antea dispersi per omnes fuissent: Esquilinam, Palatinam, Suburanam, Collinam. Si e gia visto che la norma restrittiva sui non proprietari, sia ingenui che liberti (cioe l' obbligo d' iscriversi aIle quattro rrihri urbane) dopo essere stata reintrodotta da Q. Fabio Rulliano, resto in vigore almeno fino al 179 a. C. (v. sopra, § 18) : dunque i Iihertini dispersi per tutte le trilni dovevano essere proprietari agricoli, e il provvedimento era diretto contro di 101'0. In tal modo s'introduceva una distinzione fra i possidenti di origine lib era e quelli di origine servile, degradando questi ultimi al livello della turha forense : in altri termini, per la prima volta veniva imposto un limite ai diritti politici dei Iiherti come tali (28).

II passo della periocha liviana e gravemente corrotto, e pertanto restano nell' incertezza la data del provvedimento e i nomi dei censori

(28) COSI anche Th. MOMlIISEN, SR III 1, pp. 434-437; G. DE SANCTIS, SR IV 1, p. 556. Invece A. GARZETTI, «Athenaeum» XXV 1947, p. 206, e G. VITUCCI, DE s. v. Libertus, p. 924, ritengono che i censori del 304 abbiano escluso dalle trilni ruraIi tutti i liberti, proprietari agricoli 0 no. Quindi, per spiegare il provvedimento di cui parla Livio, anch' essi debbono supporre (come gIi autori citati alla n. 27) che Ie restrizioni imposte nel 304 siano state alleviate 0 annullate da un successivo decreto censorio, non tramandato dalle fonti.

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che 10 adottarono. Sembra pero che la notizaa sia inserita nel contesto relativo aIle tre censure che precedettero la seconda guerra punic a : quelle del 230, del 225, e del 220. La misura contro i liberti e dunque approssimativamente contemporanea alla riforma dei comizi centuriati, i cui termini sono il 241 e il 220 (§ 19) : forse fu introdotta nella stesso anna (e quindi dagli stessi oensori] ; al massimo, a distanza di pochi anni. E ovvio che, una volta instaurato il parallelismo fra trilni e centurie, ogni modifica alIa struttura di quelle incideva sulla struttura di queste (v. sopra, n. 15).

Va ricordato che, secondo un costume caratteristico della societa romana, i liherti, e anche i 101"0 figli, restavano legati aIle vecchie clientele nobiliari; d' altra parte la tendenza dei liberti aIle attivita affaristiche permerte di supporre che molti di 101'0 appartenessero aIle nuove clientele degI'imprenditori ('9); alcuni forse gia godevano di una posizione eminente in questo campo, e pur essendo aIle dipendenze di un patrono autorevole potevano disporre a 101'0 volta di un piccolo seguito personale. I liberti rappresentavano dunque, in un certo senso, la cerniera dell' intesa che si andava formando tra una parte della nobilitas e i detentori del capitale mobiliare: I' offensiva contra di 101'0 era un' offensiva contro questa intesa.

Pel' quanto riguarda le assemhlee tribute, il provvedimento dimostra che la situazione era mutata rispetto a quella del 304. Allora si era giudicato sufficiente riportare nelle trilni urbane la turba dei non possidenti; rna nel corso del terzo secolo doveva essersi sviluppata una numerosa classe di liherti ricchi, che investendo i 101'0 guadagni in proprieta terriere acquistavano il diritto di votare nelle tribli rurali, e forse col tempo sarebhero riusciti ad avere un peso notevole.

Per quanta riguarda i comizi centuriati, la concomitanza cronologica del decreto sui Iiherti con la riforma sembra confermare I' interpretazione di questa come un tentativo di salvaguardare la democrazia contadina contra i progressi dell' oligarchia.

21) L' INSUCCESSO DELLE RIFORME. - Esaminando la politica romana del terzo secolo vedremo che in molti casi il ceto rurale non riuscl ad imporre la propria volonta ; e cio accadde in particolare quando furono suI tappeto i problemi pili gravi e significativi. Da cio qualcuno puo essere indotto a concludere che Ie norme sui comizi non si proponevano affatto 10 scopo di favorire i contadini: si e detto ad esempio che la riforma del sistema centuriato mirava a consolidare l' oligarchia senatoria (v. sopra, n. 24).

Ma la storia di tutte Ie epoche e piena di tentativi falliti; e quindi non dobbiamo giudicare i fini di un atto politico sulla base dei suoi risultati. Le norme sulle assemblee emanate a partire dal 304, considerate in se stesse, (come si e tentato di fare nei §§ 18-20), consistono esclusivamente in una serie di restrizioni a danno degl' ingenui non proprietari e dei liberti; in particolare di quelli iscritti alIa prima classe che (in linea di massima, s'intende) vanno identificati coi commercianti e cogI' imprenditori, Se queste misure apparvero inefficaci, il motivo deve ricercarsi nel fatto che i proprietari agricoli erano a 101'0 volta divisi; e alcuni di essi (anche fra gli esponenti dell' aristocrazia latifondistica) erano solidali con gli uomini d' affari.

Lily Ross Taylor ha spiegato il graduale prevalere delle tendenze oligarchiche affermando che I'influsso delle clientele era nelle tribti rurali ancor maggiore che nelle urbane; sicche la supremazia dei nobili fu accentuata dal parallelismo fra centurie e tribli: anzi quest' ultimo sarehbe stato introdotto proprio nell'interesse della nobilitas. A mio parel'e il leg arne di amicizia e di solidarieta fra i 'trihtili e in generale fra i vicini deve tenersi ben distinto dalla subordinazione clientelistica dell' umile 0 del liberto verso il patrono: e senza dubbio molti dei piccoli proprietari, per quanto ligi aIle autorita e rispettosi della tradizione, non erano disposti a saorificare la difesa dei propri interessi in omaggio ai potenti di cui erano contermini ; molti indizi dimostrano infatti I' esistenza di una linea politica autonoma perseguita nel terzo secolo dai contadini e dai 101'0 leaders. Tuttavia e certo che la rete delle clientele si estendeva anche aIle trilni rurali, e talvoIta, sempre pero in misura min ore ohe nelle urbane, poteva influenzarne il voto; e Miss Taylor ha il merito di aver messo in rilievo questo fatto (ao).

Si e gia detto che, accanto aIle solite clientele nobiliari, influivano sulle tribli rurali anche i rapporti d'interesse fra una parte degli adsidui

('9) Sulle attivita artigiane, professionali e speculative dei liberti cf. G, VITUCCI, DE s, v, Libertus, pp, 929-930,

Th. MOMAl<iEN, SR III I, pp. 431, 436-437, 509-510, afferma, senza poterlo pro· vare, che i pubhlici appalti erano riservati ai cavalieri; e ne arguisce che i liberti ne erano esclusi. Pili correttamente Beatrice JENNY, Rom. Ritt, pp. 17-18, sostiene che di fatto gIi appalti potevano toccare solo ai cavalieri, poiche si trattava di un' attivita per cui erano necessarie ingenti riserve di danaro (v. sopra, cap. II n, 121 : cio vale solo per i contratti maggiori). Comunque, anche se vi fosse stata una riserva formale a favore dell' ordine equestre, non per questa i Iiberti ne avrebbero avuto un danno: e certo infatti che nulla impediva loro di essere iscritti fra gIi equites equo prioato, se raggiungevano il censo richiesto (v, G. DE SANCTIS, SR IV I, p, 555),

(30) Politics, pp. 62-64; VD, pp. 297-315; e, in particolare per il III secolo, «AJPhn LXXVIII 1957, pp. 347-349. Cf. Chr. MEIER, 0, e. alla n, 18, col. 579-580.

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e gli speculatori urhani. In primo luogo, quando gli affaristi erano di origine servile, i 101'0 ohhlighi verso il patrono erano tali che quest' ultimo doveva senz" aItro vedere nel tornaconto del liherto il proprio tornaconto (31). Pili in generale, poiche I' economia romana era stata per lungo tempo un" economia puramente agricola, e certo che i primi capitali impiegati nelle attivita speculative furono capitali accumulati nell' amhito dell' agricoItura: fin dall' origine dunque i possidenti pili ric chi erano cointeressati aIle sorti dei commercianti e dei puhhlicani cui avevano affidato il proprio denaro liquido percha questi 10 mettessero a frutto nelle loro imprese (32).

A complicare il quadro, deve aggiungersi anche la tendenza degli speculatori pili fortunati a investire una parte del guadagno in heni immobili. Questa tendenza raggiunge il suo massimo sviluppo dall" eta graccana in poi: ai tempi della legge agraria epigrafica (lll a. C.) i puhhlicani erano tenuti a garantire i 101'0 impegni verso 10 stato con praedia (FIRA 12 8, 1. 84) ; e sui commercianti va ricordato il famoso passo ciceroniano: mercatura autem... si satiata quaestu vel contenta potius. .. se in agros possessionesque contulit, videtur optimo iure posse laudari (de off. I 150) (33). Fatti del genere accadevano senza duhhio anche nel terzo secolo (34): ad esempio, Ie inconditae turbae agrestium servorumque mohilitate nel 213 dall" appaItatore T. Pomponio Veientano (LIV. XXV 14) venivano prohahilmente, almeno in parte, dalle terre di costui. PeraItro, come gia s' e accennato (§ 19), in quel periodo si trattava di casi rari : cioe solo gli aft'aristi eccezionalmente ricchi potevano permettersi d'immohilizzare Ie 101'0 risorse.

Riassumendo : i censori che dal 304 all' eta della guerra annihalica restrinsero i non proprietari prima nelle trilni urbane, quindi in poche centurie corrispondenti aIle trihli urbane, e infine limitarono i diritri dei liherti ancorche proprietari, si proponevano senza duhhio di tuteIare gl' interessi politici dei piccoli contadini contro una frazione della nobilitas animata da tendenze oligarchiche, e i 101'0 interessi economici contro gli speculatori. I provvedimenti adottati ehhero una certa efficacia nell' ambito dei concili plebei e dei comizi tributi, dove tutti gli

adsidui erano suI medesimo piano: cio spiega i successi dei contadini nell' ambito della politica interna, da M.' Curio Dentato alIa lex Flaminia del 232 e alIa lex Cincia del 204 (v. infra, §§ 29, 37).

Ma Ie riforme ehhero scarso effetto sui comizi centuriati, dove gli adsidui ric chi prevalevano sui poveri. Senza duhhio gli affaristi, come uomini e come cittadini, furono umiliati da norme che riducevano il valore dei 101'0 voti; ma Ie 101'0 esigenze furono difese da una parte dei nohili e degli agricoItori henestanti. E poiehe i comizi centuriati decidevano della guerra, della pace, e delle magistrature dotate d'imperium, continuo a prevalere una politica estera ispirata agl' interessi degli speculatori, e si accentuo la potenza degli amhienti aristocratici che avevano assunto la guida di questa politica.

(31) Cf. M. KASER, Das rom. Privatrecht, I Miinchen 1955, pp. 103-104, 256-258. (32) Cf. M. GELZER, «Gnomon» XXV 1953, p. 322. II Gelzer ammette che 10 spostamento di capitali dail' agricoltura aile attivita mobiliari sia avvenuto fra il III e il II secolo ; rna si tratta senza duhhio ill un fenomeno pili antico (v. sopra, cap. II, passim).

(33) Cf. M. GELZER, t. c.

(34) COS! V. ARANGro-RUIZ, SDR, pp. 84-85.

APPENDICE II

L' ORDINAMENTO TRIBUTO

a) K. J. BELOCH, RG, pp. 265-267, 482 (la cui tesi e accolta implicitamente da A. PASSERINI, «Athenaeum» XXI 1943, p. Ill) sostiene che la riforma del criterio che regolava I'iscrizione alle tribii, legata a] nome di Ap. Claudio, e puramente immaginaria. Gli annalisti avrcbhero duplicato, anticipandolo a Q. Fabio Rulliano, censore nel 304, un decreto contro i liberti emanato in realta da Q. Fabio Cunctator, censore nel 230 ; e pertanto sarebbero stati costretti a invent are un provvedimento favorevole ai liberti, introdotto da Claudio nel 312, e annullato dal Rulliano nel 304.

Come si vede, il ragionamento e assurdo (cf. A. GARZETTI, «Athenaeum» XXV 1947, p. 206 n. I) ; rna se valesse la pena, l'ipotesi di una reduplicazione potrebbe facilmente confutarsi notando che le misure di Ap, Claudio e del RuIliano riguardavano gli humiles in genere, e non soltanto i liberti (v. sopra, § 20). Cia vale anche a eliminare un altro argomento del Beloch, secondo cui i libertialla fine del IV secolo erano ancora pochi, e pertanto i censori non avevano motivo di occuparsene.

B. NIESE, E. HOHL, RG5, p. 85, non mettono in dubbio la riforma di Appio; negano invece la restaurazione di Fabio e Decio, considerandola anch' essi come un duplicato delle misure contro i liberti introdotte fra il 230 e il 220 (p. 85 n. 2, 153 n. 3).

b) Secondo Th. MOllIMSEN, Ie tzihti erano in origine una partizione del territorio e non della cittadinanza; quindi, esse comprendevano solo i proprietari agricoli, e i distretti urbani non esistevano affatto : Appio Claudio sarebhe stato il primo a iscrivere i non proprietari nelle tribu, Q. Fabio Rulliano e P. Decio Mure avrehbero creato Ie quattro circoscrizioni urhane, pel' concentrarvi gli humiles, Pertanto, questi ultimi, che fino alla censura di Appio non avevano alcuna parte nei concilia plebis, dopo la censura di Fabio avrebbero conservato, sia pure in condizioni d' inferiorita, il diritto di voto recentemente conquistato (RF I', pp. 151-166; 301-316; SR II I, p. 402-405 ; III I, pp. 164-166). In tal senso il MOMllISEN poteva dire che la riforma di Claudio non fu del tutto cancellata (RF ro, p. 305) e attribuiva a Fabio e Decio una politica di compromesso (SR II I, p. 403). Questa tesi e accettata p. es. da G. DE SANCTIS, SR II, pp. 226-227, 230; da F. MUNZER, RE s. v. Claudius, 91, col. 2682-2683; s, v. Fabius, 112, col. 1806; P. DE FRANCISCI, SDR I, p. 294; e implicitamente da J. VOGT, RR', pp. 67-68.

c) Ma P. FRAccARO (Op. II, pp. 149-170) ha dimostrato, contro il Mommsen, che Ie tribu avevano fin dall' origine un carattere personale, e comprendevano anche i nullatenenti ; quindi Ie tribri urbane esistevano ab antiquo, e non furono escogitate dai censori del 304. (Ia tradizione, infatti, Ie ascrive a Servio Tullio: cf. FAB. PICT., 809 J. fro 8

fro 9 po in DION. HAL. IV 15,; LIv. I 43,3; DION. HAL. IV 14,_., 22.; FEST. s, V.

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urbanas tribus, p. 506 L.; AUCT. de vir. ill. 77), Alia tesi del Fraccaro aderiscono: V. ARANGIO-RuIZ, SDR, p. 85 n. I; W. HOFFMANN, ccNJ» I 1938, pp. 94-95; H. LAST, cdRS» XXXV 1945, pp. 40-42, 45-48; A. GARZETTI, «Athenaeum» XXV 1947, pp. 203-206; L. PARETI, SR II, p. 74 e n. 3; E. S. STAVELEY, «Historia» VIII 1959, pp. 414-415 ; G. VITUCCI, DE S. v. Libertus, p. 924; Lily Ross TAYLOR, VD, pp. 4-5, 10. Cf. anche Ed. MEYER, KS ro, pp. 333-355, secondo cui Ie tribu urbane sono originarie, e Ie rurali vennero create suI modello delle prime (v. spec. p. 335 n. 1, e P: 347): il Meyer ritiene infatti che in un primo tempo tutti i cittadini siano vissuti nell' agglomerato urbano, anche se proprietari e coltivatori diretti.

d) L' espressione usata da LIvIO a proposito di Q. Fabio Rnlliano : omnem forensem turbam excretam in quattuor tribus coniecit, urbanasque eas appellavit (IX 4614; cf. VAL. MAX. II 2.) si presta ad essere interpretata nel senso che Ie tribti urbane siano state introdotte nel 304 (cioe a favore della tesi Mommsen). V. ARANGIO-RUIZ (l. C. sub c) afferma pertanto che Livio e caduto in errore. Tuttavia, la frase liviana potrebbe intendersi anche diversamente, supponendo che Ie quattro tribti Suburana, EsquiIina, Palatina e Collina, gia esistenti all' epoca delle riforme, solo col provvedimento restrittivo del 304 abbiano acquistato agli occhi di tutti una fisionomia particolare, e siano apparse di rango inferiore alle altre: sicche solo da quell' anno si comincio a distinguerle col nome di urbane (L. PARETI, l. c.; Lily Ross TAYLOR, VD, p. 5 n. 7; P. FRACCARO, Op, II, pp. 157-159).

Infatti sembra difficile che Livio consideri Ie tribu urbane istituite da Fabio e Decio, dal momento che, con molti altri, Ie fa risalire a Servio Tullio (v. sopra, sub c). Inoltre, a proposito di Appio Claudio, egli dice humilibus per 0 m n e s tribus divisis (IX 4611); allude quindi al trasferimento in tutti i collegi di coloro che prima erano concentrati solo in pochi di essi, Per affermare che gli humiles acquistavano allora per la prima volta il diritto di voto, avrebhe detto piuttosto per tribus divisit, ovvero in tribus inscripsit. II medesimo concetto si trova del resto in DIODORO SICULO (XX 36.: ~~oucr(ocv 07tOL 7tPOOClp'tjcrOLV'tO 'tLf1-tjcroccr{j.CXL); anch' egli non parla di un'iscrizione ex novo, ma di una maggiore Iiberta nella scelta del distretto cui iscriversi (su tutto cia V. P. FRACCARO, l. c.).

e) Naturalmente, quando si accetti la teoria del Fraccaro, l'iniziativa di Appio Claudio risultera molto meno rivoluzionaria di quanta credeva il Mommsen; e inoltre non si potra dire che i suoi effetti siano sopravvissuti in parte alle contromisure del Rulliano : poiehe nel 312 gli humiles riuscirono a sganciarsi dalle quattro tribu urbane, e nel 304 vi ritornarono in huon ordine. Cia non toglie che il tentativo di Appio Claudio presenti un estremo interesse, come sintomo di una profonda crisi sociale e politica.

APPENDICE III

I COMIZI CENTURIATI

Sezione 1. IL NUlIIERO DEI VOTI.

a) Tutte Ie fonti che in qualunque modo possono riferirsi all' ordinamento del III secolo sono citate da G. DE SANCTIS, SR III I, pp. 353-381. La bibliografia recente e discussa da E. S. STAVELEY, «Historian V 1956, P- 112-ll9; per i contributi successivi v, infra.

b) Secondo U. COLI, «SDHI» XXI 1955, pp. 181-222, Ia riforma del III secolo e una fantasia dei moderni; CICERONE, de rep. II 39, descriverebbe l' ordinamento serviano (v. infra, sub i), e iI parallelismo fra tribri e centurie, considerato generalmente Ia principale earatteristica del nuovo sistema, sarebbe esistito fin dall' origine. Su questo punto, il Coli respinge un' esplicita testimonianza di Livio (I 4313: neque eae tribus ad ceruuriarum. distributionem tuunerumque quicquam pertinuerei, pcrche 10 storico allude aIle tribti urbane, Ie quali secondo alcuni (ma cf l' opposta opinione di Ed. Meyer, app. II c) non sarebbero mai csistite da sole. Ma l'importante e che Livio neghi iI rapporto fra tribu e centurie; Ia sua opinione sul numero e sulla natura delle tribri esistenti in epoca serviana e secondaria, anche perche dal punto di vista amministrativo fra Ie tribu rurali e Ie urbane non c' era alcuna differenza. E bensi vero che LIVIO parla due voIte di tribri a proposito dei comizi centuriati, riferendosi al IV secolo (V 181'2' VI 215); ma questi accenni incident ali hanno minor valore del capitolo in cui egli, trattando ex professo del sistema centuriato, afferma che iI parallelismo fu introdotto post expletas quinque et triginta tribus, cioe dopo iI 241 (I 4312_13), Secondo A. BISCARDI, «BIDR» XVI-XVII 1953, p. 217, nota, si avrebhe, in ambedue i passi suI IV secolo, un anacronismo, cioe un' anticipazione dell' ordinamento seriore ; secondo Th. MOll1l11SEN, SR III I, p. 290 n. 3, LIVIO, V 181_2, confonde i comizi centuriati con l' assemblea tributa.

Comunque, iI Coli ammette che Ie centurie della prima classe furono a un certo punto diminuite da 80 a 70; eioe, pur sostenendo uno sviluppo graduale del sistema, anch' egli non disconosce che tale sviluppo fu interrotto da una crisi.

c) E. SCHONBAUER, «Studi Albertario», I Milano 1953, pp. 696-737, e «Historia» II 1953-1954, pp. 31-40, riprende con qualche modifica un'ipotesi di B. G. NIEBUHR, Rom. Geschichte, III Berlin 1832, pp. 380·409 = III Berlin 1873, ed. M. ISLER, pp. 284-306 (aItri autori che hanno seguito iI NIEBUHR in tutto 0 in parte sono citati da G. DE SANCTIS, SR III I, p. 362). Egli sostiene che Ia riforma porto iI numero totale delle centurie votanti da 193 a 89: eioe 18 di equites, una di fabri tignarii, e 70 di pedites (due per ogni trihri), Ogni centuria di pedites avrehhe compreso tutti gli iuniores, o tutti i seniores, di una tribti, dalla prima all' ultima classe, Lo Schonbauer afferma

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che solo questa teoria puo conciliarsi con Ie fonti, ma per difenderla egli deve correggere in modo arbitrario i testi principali. Leggendo Ie fonti come ci sono tramandate, risulta non solo che Ie classi votavano separatamente (cio viene ammesso anche dallo Schonbauer) ma, inoltre, che i 101'0 voti erano calcolati separatamente ; e dunque escluso che i voti individuali di tutti i seniores, ovvero di tutti gli iuniores, appartenenti a una tribli, confluissero in un solo voto collegiale senza distinzione di classi,

Contro iI Niebuhr v. soprattutto G. DE SANCTIS, 0, c. pp. 358-363; contro 10 Schonbauer: E. S. STAVELEY, o, c. sub a, pp. ll5-118; V. ARANGIO-RuIZ, SDR, P: 415. Le fonti principali circa iI voto per classe sono CIC. Phil. II 82; Lrv. XLIII 1614; e anche CIC. de rep. II 39-40, quando si ammetta che in questo passo Scipione Emiliano descrive l' ordinamento riformato (v, infra, sub i).

d) Sulla teoria del Pantagato, che non fu mai esposta per iscritto, e ci e giunta per tradizione indiretta, v. G. DE SANCTIS, o. c., pp. 363-364. Secondo il Pantagato Ia frase liviana duplicato earum (scil. tribuum) numero centuriis iuniorum. seniorumque (I 4312) varrebbe per tutte Ie classi, e inoItre anche per i cavalieri; ma poiche non si puo dubitare che Ie centurie equestri restarono 18, i seguaci moderni dell' umanista ammettono generalmente un totale di 373 centurie : cioe 18 di cavalieri, 5 d'inermi, e 350 di pedites (35 di iuniores e 35 di seniores per ogni classe).

Sotto questa forma la teoria in esame fu Ia pili accreditata fino alIa scoperta della Tabula Hebana : cf. Th. MOlllll1SEN, Die rtimischen. Tribus, Altona 1844, pp. 72-ll3 (ma v, infra, sub e); G. BLOCH, «RH» XXXII 1886, pp. 1-32, 241-289; G. BLOCH, J. CARCOPINO, HR II 1, Paris 1935, pp. 17-20; G. DE SANCTIS, SR III 1, pp. 335-340, 353-381; P. DE FRANCISCI, SDR I, pp. 292-293 (incerto invece in Arcana Imperii, III 1 Milano 1948, p. 90); T. FRANK, CAH VII, pp. 801-802; Ernst MEYER, RSS, pp. 83-85, 434-435 n. 86 (ma v. infra, sub g); G. GIANNELLI, RR2, pp. 327-328.

Contra: V. ABANGIO-RUIZ, SDR, p. 87; P. FRACCARO, Op. II, pp. 180-181; A. MOlllIGLIANO, «SDHI» IV 1938, pp. 514-515. Come si e detto, se Ie centurie votanti fossero state 373, per avere una maggioranza sarebbe stato necessario scendere almena fino alla terza classe; ma CIC. Phil. II 82-83 dimostra (per un' epoca in cui sensa dubbio vigeva ancora I' ordinamento riformato : v, infra, sub q) che i voti della seconda classe bastavano a determinare Ia maggioranza.

e) L'ipotesi del MOlllll1SEN (SR III 1, pp. 270-281; cf. sopra, § 18) non ebhe invece fortuna, e fu da molti mess a in ridicolo perche troppo complicata. Anche iI Mommsen, come i seguaci moderni del Pantagato (ai quali del resto egli stesso era appartenuto in un primo tempo: v. sopra, sub d) induceva da Lrv, I 4312 che Ie centurie di pedites furono portate a 350, e iI numero tot ale a 373; ma cio solo ai fini amministrativi. Nel comizio invece Ie 373 unita censitarie sarebhero state ridotte aIle tradizionali 193 centurie votanti, e iI solo mutamento sarebbe stato iI passaggio di dieci voti dalla prima elasse aIle classi inferiori (su questa punto v. infra, sub 0). Per i cavalieri, gl' inermi, e Ie 70 centurie della prima classe iquadri amministrativi e quelli politici coincidevano; Ie 280 centurie delle classi inferiori erano invece raggruppate in 100 unita di voto. Ma cio non poteva farsi applicando un criterio proporzionale (infatti alcune centurie dovevano essere unite in gruppi di tre, altre in gruppi di due): pertanto si ricorreva, ogni volta, al sorteggio,

II Mommsen dunque dava iI giusto valore anche aIle fonti da cui risulta che iI numero tot ale dei voti rimase cost ante : cioe, oItre CIC. Phil. II 82-83, pili volte citato, anche CIC. de rep. II 39, da lui riferito all' ordinamento del III secolo (v. infra, sub i).

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Fino alia scoperta della Tabula Hebana, si era avvicmato al Mommsen soltanto A. MOllIIGLIANO, o, c. sub d, pp. 518-520, ammettendo che varie tribu potessero aggregarsi in una centuria votante. Egli pero usava il termine centuria solo per Ie 193 unita di voto, negando che valesse a indicare nel contempo anche Ie unita censitarie (v. infra, sub g). II CAVAIGNAC, (c]S)) IX 1911, pp. 254-255, aveva pensato anch' egli a un raggruppamento delle tribti in centurie, per Ie tre classi inferiori. Le cifre da lni proposte (10 centurie per 70 tribti) non richiedevano, peraltro, l' ipotesi di un sorteggio.

f) Sulla Tabula Hebana v. fra l' altro P. RAVEGGI, U. COLI, A. MINTO, «Notizie degli Scavi (Accademia Lincei)» LXXII 1947, pp. 49-68; U. COLI, «BIDR)) XII-XIII 1948, pp. 369-391 ; F. DE VISSCHER, F. DELLA CORTE, Clementina GATTI, M. A. LEVI, A. DELL' ORO, W. SESTON, «PdP» V 1950, pp. 97-184; H. NESSELHAUF, «Historia)) I 1950, pp. 104-115; G. TIBILETTI, Principe, pp. 17-47 (ampia bibl. ivi, pp. 283-289) ; m., DE s. v. Lex, pp. 740-748, con bibl.; J. H. OLIVER, R. E. A. PALMER, «AJPh)) LXXV 1954, pp. 225-249; R. SYlIIE, Tacitus, II Oxford 1958, pp. 756-760. Da questa nuova fonte apprendiamo che durante i principati di Augusto e di Tiberio la destinatio dei consoli e dei pretori era affidata ad alcune centurie (dieci, secondo la lex Valeria-Cornelia del 5 d. C.; quindici, secondo la rogatio del 19 d. C., trascritta nella Tabula) composte di senatori e cavalieri appartenenti a 33 tribti (la Suburana e l' Esquilina erano escluse). I gruppi di tribules erano riuniti nelle centurie di voto con un sorteggio ; e deve notarsi che il raggruppamento era asimmetrico, dal momenta che 33 non e divisibile ne per 10, ne per 15.

g) Cio non vuol dire che la teoria del Mommsen sia definitivamente confermata ; certo pero cadono Ie accuse d'inverisimiglianza e di eccessiva cornplessita che Ie erano state rivolte. II primo a notare il valore della Tabula Hebana da questa punto di vista fu G. TIBILETTI, «Athenaeum» XXVII 1949,pp. 210-245; egli, ricordando anche Ia tendenza di Augusto a restaurare gl' istituti tradizionali della repubblica, concludeva accettando l' ipotesi del Mommsen sulla riforma del III secolo. Lo segue la maggioranza degli autori piu recenti, compresi quelli che prima avevano sostenuto altre opinioni; v. P. FRACCARO, Op, II, p. 171 n, * (cf. infra, sub h, n); Ernst MEYER, «WaG)) XIII 1953, pp. 143-144 (cf. sopra, sub d); rn., RSS2, pp. 88-91, 492-499 n. 92; H. LAST, «Cnornom XXII 1950, p. 363; J. J. NICHOLLS, «AJPh)) LXXVII 1956, pp. 225-254; Lily Ross TAYLOR, «Aj Pl,» LXXVIII 1957, pp. 337-354; e nella sostanza anche F. GALLO, «SDHIn XVIII 1952, pp. 127-157; A. BISCARDI, «BIDR)) XVI-XVII 1953, pp. 216-218, nota (affermando pero, come il MOllUGLIANO, 1. c. sub e, che il termine centuria vale solo per Ie unita di voto, e Ie unita censitarie sono dette trihu).

Contra: E. S. STAVELEY, «Historia», l. c. sub a; V. ARANGIO-RuIZ, SDR, pp. 416-417.

h) Molti altri studiosi, oltre quelli citati sub e, g, pur non ammettendo l' esistenza di unita censitarie distinte dalle unita di voto e raggruppate mediante sorteggio, concordano tuttavia col Mommsen nel ritenere che i voti effettivi, dopo Ia riforma, restarono 193. Cf. p. es, P. GUIRAUD, «RH» XVII 1881, pp. 1-24; A. ROSENBERG, URZ, pp. 62-69; K. JACOBS, Flaminius, p. 91; V. ARANGIO-RUIZ, SDR, pp. 86-88, 415-417; A. DELL' ORO, «PdP)) V 1950, pp. 137-150; E. S. STAVELEY, «AJPh)) LXXIV 1953, pp. 23-33; rn., «Historia», l. c. sub a; P. FRACCARO, Op. II, pp. 171-190.

II punto di partenza comune a tutti (eccettuato il Dell' Oro) e I'ipotesi che CIC. de rep. II 39-40 si riferisca, in tutto 0 in parte, all' ordinamento riformato; i calcoli di Cicerone presuppongono infatti 193 centurie (v. infra, sub i).

i) Naturalmente tutti coloro che, dal Pantagato al de Sanctis e dal Niebuhr allo Schtinbauer, attribuiscono ai riformatori del III secolo un radicale mutamento nel numero dei voti, debbono sostenere che Ie cifre esposte da Scipione Emiliano ai suoi interlocutori in CIC. de rep. II 39-40 sono quelle serviane (cost anche A. DELL' Oro, a, c. sub h; G. V. SUMNER, «AJPw) LXXXI 1960, pp. 136-156). Ma ogni tentativo in questo senso e destinato a fallire, perche nell' ordinamento di Servio Tullio la prima cIasse aveva 80 voti (DION. HAL. IV 162; LIV. I 4311) mentre Scipione gliene -attribuisce 70, cioe due per trihu : e questa e la caratteristica principale del nuovo ordinamento, agli occhi di LIVIO (I 4312). Cli argomenti addotti per superare questa diflicolta, manipolando il testa (Schtinbauer) 0 sforzandolo ad assumere siguificati diversi da quello pili ovvio (Dell' Oro, Sumner) non sono persuasivi. II DE SANCTIS invece preferiva rispcttare il testo, e ammetteva che I' oratore avesse attribuito alIa prima classe di Servio Tullio 70 centurie anziche 80, facendo «un po' di confusione» (SR III I, p. 354). A prescindere dal fatto che la confusione sarebbe piuttosto grossolana, deve aggiungersi che l' ordinamento descritto dall' Emiliano differisce da quello originario anche nei nomi e nel rango delle cinque centurie assegnate agl' inermi (A. MOMIGLIANO, o. c. sub d, pp. 516-517).

Gli autori che ritengono immutato il numero dei voti dopo la riforma pensano generalmente che Cicerone, Ia dove calcola un totale di 193 centurie (fra cui 70 della prima classe) alluda all' ordinamento del III secolo. Tuttavia non puo nascondersi una notevole difficolta : il passo cicerouiano si riferisce, da cima a fondo, al regno di Servio Tullio (v. su cio specialmente G. V. SUMNER, o, c.), E impossibile segnire quegli autori che nella frase nunc rtuioneni videtis esse talem, ut ... vedono iI passaggio a un nuovo sistema, contrapposto all' antico (v. per tutti P. FRACCARO, Op. II, pp. 176-180); sia perche, a introdurre l' antitesi, ci aspetteremmo almeno un nunc autem, sia perche nel periodo immediatamente successivo (in quo ... fuit diligens) iI soggetto e eertamente Servio, e nulla si dice che possa indicare la chiusura di una digressione. Infine, dopo aver lodato la diligenza del re, Cicerone usa al § 40 una cifra che vale solo per I' ordinamento descritto nel § 39, cioe indica come minoranza 96 centurie, alludendo alIa gia nota maggioranza di 97 centurie, costituite da 70 della prima cIasse, otto della seconda, una di fabri tignarii, e diciotto equestri. Anche iI Fraccaro, pertanto, deve imputare a Cicerone una svista: 10 scrittore avrebbe ripetuto distrattamente il calcolo valida per il nuovo comizio, pur avcndo ricominciato a parlare dell' antico.

L' unica soluzione accettabile e quella del M01l1llISEN, SR III 1, pp. 274-275, seguita anche dal DE MARTINO, SCR II, pp. 139-1.40. II passo della Repubblica e unitario, e descrive un solo sistema, la cui paternita e attribuita costantemente a Servio, mentre le caratteristiche sono costantemente quelle del III secolo. AI Mommsen, iI de Sanctis obiettava che l' anacronismo sarebhe stato «licenza storica grave ed ImperdonabiIe» (1. c.); ma H descrivere un ordinamento in modo esatto, spostandone la data, e certo meno grave che il mescolare due ordinamenti diversi (il che, per iI de Sanctis, siguificherebbe solo fare «un po' di confusione»). II FRACCARO, anch' egli in polemica col Mommsen, afferma che per Cicerone Ie differenze dovevano essere importanti (l. c.); rna cio vale anche, e soprattutto, contro la possihilita di urra svista, per la quale 10 scrittore, proprio mettendo a confronto i due sistemi, avrebbe attribuito all' uno i tratti dell' altro.

L' ipotesi di un anacrouismo e preferibile a quella di una confusione anche perche il primo tipo di errore, a differenza del secondo, potrebbe essere voiontario: cioe,

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appunto come dice i1 de Sanctis, sarebbc una Iicenza storica. Infatti si puo afTermare che Cicerone conosceva bene Ia storia patria, e deformava Ia realta non per ignoranza. ma per full ben determinati (v. p. es. B. L. HALLWARD, «CHJ» III 1929-1931, pp, 221-237; altri studi su questa tema saranno citati infra, cap. VII, n. 101). Pertanto non e necessario supporre (come fanno i1 Mommsen e il de Martino) che per l' oratore Ie differenze fra i due ordinamenti fossero insignificanti; il suo fine era senza dubbio quello di conferire maggior prestigio al sistema vigente, facendolo risalire a tempi remoti e passandolo sotto il nome del huon re Servio Tullio; da questa punto di vista Ia parziale analogia fra i due tipi di comizio non 10 riguardava, se non in quanta poteva rendere pili accettabile Ia sua versione.

Deve ricordarsi che nell' ultimo secolo della repubblica si tento pili voIte di richiamare in vita un progetto di Caio Gracco, che avrebbe profondamente modificato Ia struttura dei comizi, togliendo alla prima classe Ia precedenza nell' ordine dei voti (v, infra, sub p, r); e sappiamo che Cicerone non 10 vedeva di huon occhio (pro Mur. ~7), mentre 10 sosteneva uno scrittore di tendenza a lni avversa (ps. SALL. ep. II 8). E certo quindi che Ia difesa del sistema vigente era di attualita.

N. B. SuI testa del passo ciceroniano fin qui esaminato v. Ia recente polemica fra O. SKUTSCH e K. BUCHNER, in «Philologus» CIII 1959, p. 144; CIV 1960, pp. 300-304, 310.

I) Concludendo, possiamo considerare acquisiti i fatti seguenti: il discorso di Scipione Emiliano descrive, pur attribuendolo a Servio, l' ordinamento del III secolo . quest' ultimo, dunque, contemplava 193 voti, come il precedente. La riforma tolse dieci voti alla prima classe, e opero, almeno in parte, un collegamento fra centurie e trilni, Tutto il. resto e incerto.

n) Da LIVIO, I 4312: post expletas quinque et triginta tribus, duplicato earum numero centuriis iuniorum seniorumque, e implicitamente da CICERONE, de rep. I 39-40 (settanta centurie alla prima classe) apprendiamo che Ie centurie, con Ia riforma, furono collegate alle tribti. Secondo P. GUIRAUD, I. c. sub h; A. ROSENBERG, URZ, pp. 73-74, e P. FRACCARO, Op, II, P- 182, il collegamento sarebbe stato effettuato solo per Ia prima classe: solo questa, dunque, avrebbe avuto settanta voti. La prova sarebbe in alcune frasi liviane, ove Ie centurie della prima classe sono indicate %(1;1:' 8~OX'~'1 col nome di una tribti, come se questo nome non potesse riferirsi a centurie di classi inferiori (Lrv, XXIV 712: Aniensis iuniorum ; XXVI 222: Voturia iuniorum, e cf. 2210: Voturia seniorum; XXVII 6.: Galeria iuniorum). Ma questa argomento, come ammette anche il Fraccaro, non ha valore decisivo, perche 10 scrittore allude sempre a centurie prerogative, e queste dovevano appartenere alla prima classe: quindi non c' e possihilita di equivoco.

Altri pensano che il parallelismo fra tribti e centurie fosse esteso aIle prime due classi: cf. E. S. STAVELEY, I. c. sub h. L' unica base per questa ipotesi sta nel fatto che i voti delle prime due classi avevano il maggior peso nei comizi, e pertanto Ia struttura delle aItre non interessava i promotori della riforma [POLIBIO VI 14" alludendo a una sola tribti mancante per Ia maggioranza, dimostra bensi che Ie centurie votanti corrispondevano a tribti almeno fino alia seconda classe (perche i cavalieri e Ia prima classe da soli, anoorche unanimi, non costituivano maggioranza); rna non esclude che il collegamento si estendesse anche alle altre].

Alcune fonti invece inducono a risolvore il dilemma nel senso che non solo una o due classi, rna tutto il popolo fosse diviso, oltreche per centurie, anche per tribti : cf. Lucaxo, V 392-394 (decantatque tribus) ; LIVIO, XXIX 371• (praeter Maeciam tribum populum Romanum omnem quattuor et triginta tribus) e soprattutto CICERONE, de leg. agr. II 4 (extrema tribus suffragiorum : dove si allude manifestamente a un voto dell' ultima classe). Pertanto Ia maggioranza degli studiosi ritiene che il collegamento fra centurie e tribu sia stato esteso a tutti i pedites: cosi il NIEBUHR e 10 SCHONBAUER, il PANTAGATO e il DE SANCTIS, il MOlIIMSEN, il CAVAIGNAC e il MOMIGLIANO, e tutti quelli che seguono l' una 0 l' altra di queste correnti; inoltre V. ARANGIO-RuIZ, A. DELL' ORO, etc.

0) La partizione dei voti fra Ie varie classi non costituisce un problema per chi ammette che Ie unita votanti siano salite a 373, e tanto meno per chi ammette che siano seese a 89 (v. sopra, sub c, d); e invece molto discussa fra tutti gli altri. Da questa punto di vista Ia teoria del Mommsen, che distingue Ie unit a censitarie da quelle votanti (v. sopra, sub e) non e di alcun aiuto, poiche il dubbio verte esclusivamente sni 193 voti effettivi, Le fonti ci dicono che Ia prima classe, dopo Ia riforma, ebhe 70 voti invece di 80 (CIC. de rep. II 39-40; LIv. I 43..); rna non dicono a clii furono attribuiti i 10 voti resi disponibili, ne se vi furono ulteriori modifiche.

Fino alla scoperta di nuovi dati, il problema dovrebbe ritenersi insolubile (cosi Th. MOll1MSEN, SR III 1, p. 276; A. ROSENBERG, URZ, p. 78; P. FRACCARO, Op. II, p. 182; G. TIBILETTI, «Athenaeum» XXVII 1949, p. 226 n. 1; ancor pili radicale 10 scetticismo di F. DE MARTINO, SCR II, pp. 146-149); tuttavia sono state presentate molte ipotesi, che nell' insieme esemplificano quasi tutte Ie possibilita, II GUlRAUD, il CAVAIGNAC, il MOllUGLIANO e il GALLO (cit. sub. e, g, h) ritengono che Ie 18 centurie equestri e Ie 5 centurie degI' inermi siano sopravvissute; toIte Ie 70 centurie della prima classe, rimangono aItri 100 voti. Le cifre delle aItre classi sarebbero Ie seguenti:

Sezione II. PROBLEMI PARTICOLARI.

m) Dopo aver illustrato il comizio serviano, Livio aggiunge: nec mirari oportet hunc ordinem qui nunc est... ad institutam ab Servia Tullio summam non convenire (I 4312), Secondo i pili, non convenire significherebbe «esser diverso»; e coloro i quali sostengono che si ebbe un mutamento nel numero dei voti vedono nella formula liviana una conferma della propria tesi (cf. p. es. G. DE SANCTIS, SR III 1, pp. 354-355; E. SCHONBAUER, «Historia», I. c. sub c, p. 34). Gli altri eliminano in vario modo Ia diffioolta : secondo P. FRACCARO, Op, II, pp. 173-174, Livio sbaglia; secondo A. ROSENBERG, URZ, p. 73, summa potrebbe riferirsi alIa cifra della I classe, che senza dubbio fu mutata; secondo Th. MOMlIISEN, SR III 1, p. 274 n. 3; A. MOllIIGLIANO, «SDHI» IV 1938, p. 515, summa varrehhe invece per Ie cifre di pili classi (e infatti non solo Ia prima subt una modifica, poiche Ie dieci centurie che Ie furono toIte dovettero andare a vantaggio di un' altra, 0 di varie altre).

Pili semplice, e pili probahile, appare Ia spiegazione del TIBILETTI, «Athenaeum» XXVII 1949, p. 228: non convenire significherebbe, anziche «esser diverse», piuttosto «non adattarsi», Infatti Livio parla di un ordo e di una summa: due cose che non possono essere ne uguali ne diverse, rna solo in armonia 0 in disarmonia fra Ioro. Egli vuole dunque farci intendere che per inquadrare il nuovo sistema nella vecchia summa di 193 centurie, istituita da Servio Tullio, fu necessario un certo sforzo. II che semhra confermare Ia teoria del Mommsen, secondo cui Ie unit a censitarie non corrispondevano aIle unita di voto, e dovevano essere raggruppate mediante sorteggio.

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GUIRAUD CAVAIGNAC MOllHGLIANO GALLO
II c. 35 70 36 30
III c. 20 10 14 20
IV c. 20 10 14 20
V c. 25 10 36 30 Le divergenze si spiegano soprattutto colle varie opinioni di questi autori circa l' importanza della second a classe (che per alcuni avrebbe dovuto pili delle altre ricevere un beneficio dalla riforma) e circa il peso che poteva avere la tradizione del cornizio serviano, in cui la V classe aveva pili voti di quelle intermedie. Deve aggiungersi che per il Guiraud la distinzione fra seniores e iuniores si fermava alia prima classe; per il Cavaignac, alIa second a ; per il Mornigliano e il Gallo si estendeva a tutte Ie classi.

V. ARANGIO-Rurz, SDR, pp. 86-88 (seguito da A. GUARINO, St. del dir. rom., Milano 1948, p. 159); A. DELL' ORO, o, c. sub h; A. BISCARDI, o. c. sub g; U. COLI, o, c. sub b, p. 221, pensano invece che Ie cinque centurie deg1' inerrni siano state fuse con quelle dei pedites: in tal caso i voti dei pedites sarebbero stati in tutto 175. Le cifre delle singole classi sarebbero le seguenti:

ARANGIO-Rurz DELL' ORO BISCARDI COLI
I C. 70 35 70 70
II c. } 35 30 17,50
III c. 70 35 20 17,50
IV c. 35 20 17,50
V c. 35 35 35 52,50 Non rni riesce di comprendere come funzionassero Ie frazioni di centuria cui allude il Coli, tanto pili dal momenta che, per lui, seniores e iuniores si distinguevano in tutte Ie classi (egli attribuisce infatti ai seniores della seconda classe 8,75 centurie, e COS! via). Per 1'Arangio-Ruiz, Ie classi dalla seconda alia quarta voterebbero unite, rna rispettando (grazie al numero pari delle centurie) Ia distinzione fra seniores e iuniores, che invece scompare nella quinta classe. Per il Biscardi, Ia differenza d' eta vale soltanto nell' ambito della prima classe; e per il Dell' Oro e totalmente abolita.

Qualora si ammetta che CIC. de rep. II 39-40 descrive l' ordinamento riformato (v. sopra, sub i), si puo obiettare a tutti questi autori che Ie centurie deg1' inerrni conservarono la 101'0 autonornia; al Dell' Oro in particolare, che la prima classe ebbe 70 centurie, cioe 35 di iuniores e 35 di seniores (come risulta anche, con maggior certezza, dai passi liviani cit. sopra, sub n).

Sezione III. SVILUPPI ULTERIORI.

p) In un testo attribuito a SALLUSTIO, e da molti ritenuto apocrifo, si legge sed magistratibus creandis haud mihi quidem apsurde placet lex quam C. Gracchus in magistratu promulgaverat ut ex confusis quinque classibus sorte centuriae vocarentur (ep. ad Caes, II 81), Secondo W. HEITLAND, RR2 II, p. 330, e V. ARANGIO-Rurz, SDR, p. 192 n, I, la confusio suffragiorum si sarebbe limitata alIa centuria prerogativa (v.

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sopra, § 19 n, 18) la quale sarebbe stata estratta a sorte fra tutte Ie classi anziche .solo nell' ambito della prima. Altri invece (Th. MOllrMSEN, SR III I, p. 294; M. A. LEVI, La costituz. rom., Firenze 1928, pp. 18-19; Chr. MEIER, RE Sb. VIII s. v. Centuria praerogativa, col. 591, C. NICOLET, ((MEFR» LXXI 1959, pp. 145-210) ritengono, probabilmente a ragione, che Ia proposta volesse modificare, affidandolo alia sorte anziche al rango, l' ordine di voto per tutte Ie centurie. In ambedue i casi, comunque, l' importanza della riforma deriverebbe dal valore psicologico della precedenza nel voto.

Il MOllIllISEN, il FRACCARO (Op. II, p. 22 n. 7), l' ARANGIO-Rurz, il BISCARDI (0. c. sub' g, pp. 237-240) e il MEIER, pensano che Gracco non sia riuscito a varare il suo progetto ; pel' il LEVI e il NICOLET la Iegge fu invece approvata e resto in vigore per qualche anno (NICOLET) 0 fino ai tempi di Silla (LEVI; v. infra, sub q, e per ulteriore bibliografia cf. F. DE lVIARTINO, SCR II, p. 459 n. 188). Comunque la confusio suffragiorum ebbe in seguito nuovi sostenitori: forse, nell' 88, Publio Sulpicio Rnfo (NICOLET, p. 223); certo, nel 66, il tribuno C. Manilio (CIC. pro Mur. 47), il cui tentativo fu ripreso poco dopo da Servio Sulpicio Rufo (rn., ibid.): v. Chr. MEIER, o. c., col. 591-592. Semhra infine che un sistema assai simile a quello voluto da Gracco sia state realizzato da Ottaviano (v. infra, sub r).

q) Elencando i provvedimenti votati nell' 88 per influsso dei consoli L. Cornelio Silla e Q. Pompeo Rnfo, APPIANO (BC I 266) afferma: Elo"l)yofino •••• 't1X~ XELpo'tov(a~ flij 1ta'tCt. 'f'UAa.~, a},A1X 1ta"tCt. AOXOU~, OJ\; TUAALO~ ~aoLAEu~ s'ta~E, y(vEo&aL. Secondo alcuni la fonte contrappone i cornizi tributi ai centuriati; dovrebbe dunque concludersi che Silla tolse ai cornizi tributi il diritto di conferire i comandi straordinari (A. BISCARDI, o, c., pp. 235-243); 0 Ie funzioni elettorali (V. ARANGIO-Rurz, SDR, p. 197); 0 il potere Iegislativo (v. la bibliografia citata da E. GABBA, n. ad APP. l. e.) 0 tutti i poteri (H. LAST, CAH IX, p. 208). Secondo altri l' antitesi e invece nell' ambito dei cornizi centuriati, fra il voto per centurie, e quello per tribli e centurie che fu introdotto dalla riforma del III secolo : cioe Silla avrebbe ripristinato il cornizio serviano (Th. MOllIlIISEN, SR III I, pp. 280-281 ; RG II, pp. 258-259 ; E. SCHONBAUER, «Historia» II 1953-1954, p. 39; E. GABBA, l. c.; m., «Athenaeum» XXXVIII 1960, pp. 212-214); altri infine ritengono che Silla abbia abrogato la riforma graccana, 0 quella di P. Sulpicio Rufo, trib. pl. 88, ispirata appunto a Caio Gracco, ripristinando percio proprio I' ordinamento del III secolo (la prima formula e di M. A. LEVI, o, c. sub p, pp. 188-190; F. DE MARTINO, SCR III, pp. 57-60, 87; la seconda di C. NICOLET, ((MEFR» LXXI 1959, pp. 211-225; v. sopra, sub p).

E comunque certo che l' ordinamento del III secolo era ancora in vigore (0 era ritornato in vigore) ai tempi di Cicerone (in Phil. II 82 troviamo infatti sia il voto in or dine di classe, sia la centuria prerogativa, sia la precedenza della prima classe sulle centurie equestri di origine patrizia, attestata per il 169 da Lrv, XLIII 164),

r) DIONIGI DI ALICARNASSO, IV 213, dopo aver descritto il comizio serviano, conclude: ou'tO\; b XOOflO\; •••• SV 06: 'torb xa&' '~fla~ XEx(v"Ij'taL XPOVOL\; xal flE'ta~e~}'"ljxEV Slb 'to B"I)flO'tLXc1>"tEpOV •••• ou 'tiiiv AOXffiV xa'taAulMnffiv, <XAA1X 'tiJ~ XA"ljOeffi\; au"twv OU1t€'tL 'tijv apxa(av a1tp(~eLav cpuAa't'touo"lj\;. Secondo Th. MOlIrMSEN, SR III I, pp. 270 n. I, 280 n. I ; H. H. SCULLARD, RP, pp. 19-20 ; G. VITUCCI, ((RFIC» XXXI 1953, p. 56 n. 2 ; J. J. NICHOLLS, ((AJPh» LXXVII 1956, p. 234; Lily Ross TAYLOR, ((AJPh» LXXVIII 1957, p. 347, Dionigi alluderebbe alia riforma del III secolo, in quanta gli effetti di essa erano ancora visibili ai suoi tempi. E senza dubbio dal punto di vista grammaticale questa interpretazione e sostenibile, Tuttavia 10 storico specifica la natura del muta-

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mento, parlando di Irregolarita nella Y.A1jenb; e non sembra ehe questo partieolare possa riferirsi al eomizio del III seeolo. Pertanto P. FRACCARO, Op, II, pp. 174-176, e A. MOllHGLIANO, «SDHI» IV 1938, pp. 517-518, suppongono ehe Dionigi voglia parlare, anziohe di riforme, piuttosto di negligenza nell' applieazione pratica del sistema; H. LAST, «Gnomon» XXII 1950, p. 363, pensa ehe nel corso del I seeolo il eomizio sia stato aneora una volta modifieato; G. TIBILETTI, «SDHI» XXV 1949, p. 92 n. 18; Principe, pp. 62-68, identifiea la Y.A1ja~b irrcgolarc con la confusio suffragiorum, suggerendo ehe Ottaviano abbia ripreso il progetto di Caio Graeeo (v. sopra, sub p).

APPENDICE IV

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118

IL VOTO DEI LIBERTI NEL II E NEL I SECOLO

a) Come si e detto (§ 20) fra il 230 e il 220 un provvedimento eensorio relego nelle quattro tribti urbane (e, di eonseguenza, nelle eenturie a queste collegate) tutti i lihertini, indipendentemente dall' ammontare e dalla natura del loro patrimonio; e per libertini s'intendevano sia i liberti, sia i loro figli (su questo punto cf. G. VITUCCI, DE s. 11. Libertus, p. 920).

Un plebiscito del 189, promosso dal tribuno Q. Terenzio CuIleone, e applicato dai censori T. Quinzio Flaminino e M. Claudio Marcello, metteva sullo stesso piano tutti i cittadini nati da genitori liberi ; quindi esentava dalle restrizioni i figli dei liberti, consentendo loro (naturalmente, se proprietari agricoli) d' iscriversi nelle tribli rurali. Cosl almena s'interpreta un passo di Plutarco, molto vago e certo anche inesatto nella scelta dei termini: 1tpoas1>E~~V'to 08 1tOAL'ttXb a1toyptXcp0j-LS,/OUb 1t0:.V'ttXb Ilao~ yo'/sOJ'/ Hsu&spOJ'/ ijatX,/ (Flam. XVIII 1). Cf. Th. MOllllllSEN, SR III 1, pp. 436-437; G. DE SANCTIS, SR IV 1, p. 557; G. NICCOLINI, FTP, p. 110; H. H. SCULLARD, HRW2, p. 311 ; rn., RP, pp. 145, 183; Lily Ross TAYLOR, VD, pp. 138-139, 308; G. VITUCCI, DE s. v. Libertus, p. 925.

b) Da LIVIO, XLV 151_2, apprendiamo che ne1169, durante la censura di C. Claudio Pulcro e Ti. Sempronio Gracco, erano in vigore altri due provvedimenti che attenuavano Ie restrizioni. Infatti erano autorizzati a iscriversi nelle tribri rurali quei liberti che avessero figli maseru di almeno cinque anni, 0 che fossero proprietari di beni immobili valutati almeno 30.000 sesterzi (cioe, al livello della seconda classe). La censura di Claudio e di Gracco e dunque solo un terminus ante quem: la vera data delle due norme e incerta [cost Th. MOMllfSEN, SR III 1, pp. 437-438; G. VITUCCI, o. c., p. 925). AIcuni autori, peraltro, hanno avanzato delle ipotesi intese a cohnare questa lacuna; secondo il DE SANCTIS, la norma relativa al censo potrebbe risalire al 189, e I' altra al 179 (SR IV 1, pp. 557-558); secondo 10 SCULLARD (RP, p. 183; rn., in nota a F. B. MARSH, HRW2, p. 438) Ie due disposizioni sono contemporanee, e furono adottate 0 nel 189, 0, pili probabilmente, nel 179; infine A. H. McDONALD, «CH]» VI 1938-1940, p. 138 e n. 96; Lily Ross TAYLOR, VD pp. 139-140; optano per il 179. Naturalmente nessuno ha pensato al 184, anna in eui fu eensore Catone.

A mio parere dovrebbe escludersi anehe il 189, poiche quell' anna si voto (e, a quanta semhra da PLUT., l. c., non senza qualehe contrasto) un plebiscito favorevole ai fig I i dei liberti: il fatto che sia stato proposto un tale disegno dimostra per se stesso che iIi b e r t i erano, e si voleva che rimancsscro, in condizioni di grave inferiorita. Per quanto riguarda la censura del 179, il testa liviauo mutarunt suffragia, regionatimque generibus hominum causisque et quaestibus tribus discripserunt (XL 519) fa supporre ad alcuni (L. LANGE, RA 11", pp. 265-266; A. H. McDoNALD; Lily Ross TAYLOR) che vi siano state agevolazioni per i liberti : mi sembra invece che se ne dovrebbe indurre

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il contrario. Se infatti genera si riferisce al rango sociale, e in particolare alla distinzione fra ingenui e non ingenui, tener conto del genus significa ribadire la distinzione, non certo attenuarla.

Proporrei dunque, come data, il 174 (censura di Q. Fulvio FIacco, A. Postumio Albino). Naturalmente si tratta pur sempre di un' ipotesi: e certo comunque che il privilegio relativo ai liberti con figli maschi fu, se non introdotto per la prima volta, almeno riconfermato dai censori del 174. Se infatti, come pensano gli studiosi or ora eitati, il privilegio fosse stato concesso nel 179, e abolito da Fulvio FIacco e Postumio Albino, l' ultima iscrizione alle trilni rurali dei liberti con figli maschi dovrebbe farsi risalire appunto al censimento del 179; sicche Claudio e Sempronio avrebbero trovato in quells tribu soltanto liberti con figli di almeno dieci anni.

c) Comunque, fra il 189 e il 174 furono introdotte alcune misure favorevoli ai liberti. C. Claudio Pulcro e Ti. Sempronio Gracco, censori nel 169, lasciarono nelle tribu rurali quei liberti che gia vi erano iscritti, considerando i 101'0 privilegi come ad personam; per tutti gli altri venne riconfermata I' esclusione dalle tribu rurali, gia imposta nel 230-220. Essi furono iscritti, anzichii in tutte Ie tribti urbane, in una sola di esse, scelta a sorte (per quell' anna si tratto dell' Esquilina; non sappiamo se il sorteggio ebbe valore definitive, oppure doveva ripetersi ad ogni lustro). COS! LIVIO, XLV 151_7; CICERONE si limit a a ricordare sommariamente che Gracco libertinos in urbanas tribus transtulit (de or. I 38; cf. AUCT. de vir. ill. 573), In realta, sul piano pratico, la distinzione fra una 0 quattro tribti non ha rilievo : in ambedue i casi il voto dei liberti sarebbe stato una mera formalita (v. infra, sub d).

N.B. Sul testa di Livio, lacunoso e difficile, cf. Th. MOJllMSEN, SR III I, p. 438 n. 1. d) L' anonimo autore de vir. ill., 725, attribnisce a M. Emilio Scauro, console nellIS e consore nel 109, una lex de libertinoruni suffragiis (e se veramente si tratta di una legge, l' anonimo e neI giusto attribuendola all' anno del consolato, perche i censori non avevano 10 jus agendi cum populo). II contenuto della legge e ignoto ; secondo Th, MOJlfllISEN, SR III I, p. 438, e G. VITUCCI, l. c., l' indirizzo politico di Scauro fa pensare ch' egli abbia irrigidito ulteriormente Ie restrizioni; Ia stessa tesi e sostenuta con maggiore ampiezza da P. FRACCARO, Op. II, pp. 131-132. Diversamente G. DE SANCTIS, SR IV I, p. 558 n. 170; Lily Ross TAYLOR, VD, pp. 141-143.

e) I diritti politici dei liberti furono oggetto di accesi dibattiti ancora nel I secolo a. C. Su questo tema v. Th. MOJlfllISEN, SR III I, pp. 439-440; G. NICCOLINI, FTP, pp. 230, 261-262, 293; G. VITUCCI, I. e.; G. TIBILETTI, ((SDHI» XXV 1959, pp. 114- ll5; Lily Ross TAYLOR, Politics, pp. 54-55; !D., VD, pp. 143-147.

CAPITOLO IV

DALLE GUERRE SANNITICHE ALLA PRIMA GUERRA PUNICA

SOMJlIARIO: 22) Q. Publilio Filone, 23) Ap. Claudio il Cieco. 24) L. Papirio Cursore. 25) La plebe rurale, la sua politica e i suoi capi. 26) La guerra tarantina. 27) L'incidente di Reggio. 28) La prima guerra punica. - CONCLUSIONE.

22) Q. PUBLILIO FILONE. - Alla crisi del vecchio stato romano eontrihui, come fattore essenziale, la conquista del mezzogiorno campano e italiota. Fra Ie prime tappe di questo movimento basti qui ricordare l' intervento in Campania contro i Sanniti, nel 343; l' intesa con la nobilitas campana, nel 340; la concessione della cuntas sine suffragio a Capua e a Cuma, nel 334, e ad Acerra nel 332; l' accordo stretto con Alessandro, re dell' Epiro, durante la sua impresa in Italia fra il 334 e il 330; la breve guerra contro Napoli iniziata nel 327 e conclusa nel 326 con un foedus aequum (1).

L' espansione oltre il Volt urno, in se stessa e per il metodo con cui fu realizzata, rappresenta un fatto nuovo nella politica romana, che fino alla meta del quarto secolo era rivolta soprattutto (2) alla conquista di terre coltivabili. Senza dubbio anche in Campania i Romani trovavano pianure fertiIi e vaste; ma queste erano gia fittamente abitate, e comunque per molto tempo non si opero nessuna confisca di territori a sud del Volturno. In questo settore, pertanto, la politica roman a poteva mirare solo a una presa di contatto col mondo campano e greco, ricco di attivita industriali e commerciali, e al controllo di alcuni grandi mercati (quello interno di Capua, quello marittimo di Napoli) attraverso i quali era facile stringere nuovi rapporti con tutto l' ambiente della

(') Com' e noto, Ia realta della prima guerra sannitica e messa in dubbio da molti studiosi, V. pero gli argomenti di G. DE SANCTIS, SR II,. pp. 269-272; .~. J. BELoeR, RG, 369 (cioe di due autori solitamente non tro~po teneri verso la tradizIOn~) in favore dell' autentieita. Per quanto riguarda i rapport! con Capua, Cuma, e Napoli, v. infra, n, 3-8. Su Alessandro il Molosso: G. DE SANCTIS, SR II, pp. 292-29S; 1(. J. BELOCR, RG, p. 372; W. HOFFMANN, RGW, pp. 17-21; T. FRANK, CAH VII, p. 640; P. TREVES, Il mito di Aless. e la Roma di Aug., Milano-Napoli 1953, pp. 14, 26-27 n. 5; E. MANNI, ((PdP» IX 1956, p. 181.

(0) Ma non esclusivamente: v. sopra, cap. II, e spec. § 5.

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Magna Grecia. Cio che importava, insomma, non era tanto sottomettere Capua e Napoli, quanto assicurarsene la collaborazione.

Per quanto riguarda Capua, va notato che la nobilitas campana e quella romana furono legate fin dall' inizio (cioe, forse, gia prima del 343) da una fitta rete di amicizie e di parentele (3). E questi rapporti avevano un contenuto politico, perche nel 340, quando Capua si preparava a sostenere i Latini in guerra con Roma, i senatori ne furono informati per quosdom privatis hospitiis necessitudinibusque coniunctos (LIV. VIII 33) ; inoltre la cavalleria campana, composta di aristocratici, non scese in campo coi Latini, ed ebbe percio in compenso la civitas sine suffragio (LIV. VIII 1115)' A dire il vero, molti ritengono che questa concessione non fosse molto appl'ezzata, e comunque fu estesa poco dopo a tutti i Campani; pili tangibile premio ebbero gli amici di Roma dal fatto che il vectigal imposto ai vinti fu devoluto a vantaggio degli equites Campani (LIV. VIII 1116) anziche dei vincitori,

Secondo il Piganiol, gli eventi della prima guerra sannitica e della guerra latina provocarono addirittura la costituzione di uno stato romano-campano. La formula e, a mio parere, esagerata: per accettarla si dovrebbe credere che la nohilta di Capua abbia ottenuto la civitas optima iure, e sia percio diventata parte integrante della classe politica romana. Ma questa ipotesi, henche accolta da qualche studioso, non sembra sia condivisa dal Piganiol; ed e comunque insostenihile (4). L'importante e che pur godendo solo della civitas sine suffragio i nobili di Capua riuscivano a esercitare un'influenza sui senato: infatti la guerra del 327-326 fu, almeno ufficialmente, dichiarata per difendere i Camp ani dai soprusi dei Napoletani (5). Cio non vuol dire che Roma

(3) Durante Ia seconda guerra punica si parla di parentele ITa nobili campa;'f e romani, precisando che sono molto antiche: cf. LIV. XXIII 4., XXVI 333, Pm oltre, Ie cognationes sono esplicitamente collegate all' eta del foedus : XXXI 3110, Cf. ancora XXIII 26 (ove manca il riferimento a epoche precedenti).

(4) A. PIGANIOL, CR.,'p' 130. LIv. VI.I~ 1116 ~ce s?ltanto civitas Romana data, senza spiegare quale civitas mtenda. Alla ennuis optima nsre pensano Th. MOMMSEN, SR III 1, p. 574 n. 3; F. MUNZER, RAP, p. 59; W. SCHUR, «Hermes» LIX 1924, pp. 456-459. Contra: A. N. SHERWIN WHITE, The Roman Citizenship. Oxford 1939, pp. 37-45; .T. HEURGON, Recherches, pp. 178-180; A. BERNARDI, «Athenaeum» XX 1942, pp. 86-103; XXI 1943, pp. 21-31; M. POLIGNANO, «RAL)) S. VIII, I 1946, pp. 330-341; E. S. STAVELEY, «Historia» VIII 1959, pp. 424-425; Marta SORDI, RRC, pp. 118-122. Probabilmente la civitas sine suffragio fu eoncessa ai. cavalieri nel 340; a tutti gli altri Campani e a Curna fra u 338 (LIv. VIII 1410-11) e II ~34 ,("-ELL. ~AT. I 143; cf. Chron, Oxyrh., 255 J., 1.15, ove pero la Iettura [KaJl1tCf.]vOU\; e Ipotetica},

(5) COS! DION. HAL. XV 51; ne puo dirsi che Livio, parlando di multa hostilia adversus Romanos agrum Camp anum Falernumque incolentes (VI~I 227) si ~ll?n~ani molto da Dionigi (come invece pensano i moderni, che pertanto considerano LIVIO III errore). Gli abitanti dell' agro campano, essendo cives s. s., potevano correttamente esser defi-

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ahhia intrapreso la guerra solo in omaggio a Capua; tuttavia i legami politici, economici e familiari con quest' ultima avevano il 101'0 peso, in quanto coinvolgevano Roma negli affari del Mezzogiorno, e COS! facilitavano il compito di quei nobili romani che desideravano intervenire a Napoli (6). Va ricordato a questo proposito che Polibio, delineando i piani di Annibale nel 217, considera tutta I' area che si estende dal Liri fino a Nocera, e che ha per centro Capua, come unitaria dal punto di vista economico: ricca per i suoi prodotti, e per i suoi porti cui «quasi da tutto il mondo afHuiscono coloro che vengono per mare ail' Italia»: Cuma, Dicearchia, Napoli (III 91). Pertanto I' assorbimento di Capua nello stato romano portava come conseguenza inevitabile il controllo di Napoli.

Anche in questa citta esisteva un' aristocrazia filoromana, che nel 327 fu trascinata alla guerra dalla volonta popolare e dall'influsso dei Sanniti, ma I' anno dopo riusci ad imporsi e si accordo col pro console PubIiIio, ponendo fine alle osfilita e ottenendo in cambio un foedus aequum (7). Questo foedus era talmente vantaggioso che ancora ai tempi della guerra sociale molti Napoletani 10 avrehhero volentieri preferito alla piena cittadinanza romana (8).

II fine economico dell' accordo con Napoli risulta chiaramente dal fatto che Roma, subito dopo la pace, modello il proprio sistema monetario su quello napoletano (come avevano gia fatto Nola e Ie altre cit ta sannitiche), 0 per meglio dire si foggio quel sistema monetario che in precedenza non aveva. La zecca di Napoli comincia a Iavorare per i nuovi alleati, coniando dapprima in bronzo, e dal 320 in argento ; ma continua a usare Ie sue unita e i suoi tipi tradizionali, e nella prima emissione si ha perfino Ia leggenda PQlVIAIQN, in greco: cio dimostra che Ie monete dovevano servire per gli scamhi coi mercati italioti, e

niti romani, e COS! infatti li definiscono spesso Ie fonti greche e Iatine; cf. inoltre la iscrizione di un 'Pwf1Cf.tO\; 6% KUf1"'1\; a Delo «(Bull. Corr, Hell.» VI 1882, p. 45 = SIG" 588, 1. 147). Livio erra soltanto perche cita ad abundantiam anche i coloni romani dell' agro falerno, che erano troppo Iontani da Napoli per essere coinvolti nella vertenza.

(6) L'iniziativa di Capua nella guerra fra Roma e Napoli e mess a in rilievo p. es. da \V. HOFFMANN, RGW, pp. 21-41; A. PIGANIOL, CR., p. 131; J. HEURGON, Recherches, pp. 283-284.

(7) Atteggiamento filoromano dell' aristocrazia napoletana: DION. HAL. XV 6; LIV. VIII 23" 25.-265; cf. G. PUGLIESE CARRATELLI, «PdP)) VII 1952, pp. 257, 259-261; E. LEPORE, ivi, pp. 308-310.

(8) Sui rapporti ITa Roma e Napoli dal 326 in poi cf. gli articoli di G. PUGLIESE CARRATELLI, Laura BREGLIA, E. LEPORE, F. DE MARTINO, in «PdP» VII 1952, e Ie fonti raccolte ivi da G. BUCHNER, D. MORELLI, G. NENCI; inoltre F. SARTORI, Problemi di storia costituzionale italiota, Roma 1953, pp. 44-45.

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che i vincitori non si contentavano di sfruttare indirettamente Ia prosperita commerciale dei N apoletani, hens! volevano mescolarsi con 101'0 e penetrare, seguendone Ie orme, in tutta l' area da 101'0 frequentata (9). Degno di nota e inoltre iI fatto che I' attivita economica di Napoli ebbe a sua volta nuovo impuIso dall' accordo con Roma, e si estese pili di quanto avesse mai fatto in passato (10).

Nell' anno in cui Acerra ebbe Ia cittadinanza (332 a. C.) era censors Q. PubliIio FiIone (LIV. VIII 1711•12; VELL. PAT. I 144),10 stesso uomo che da console intraprese I' assedio di Napoli. Di per se, questi dati non valgono a precis are iI suo atteggiamento, perche neI primo caso i censori non facevano che applicare una Iegge Papiria, e neI secondo caso Publilio potrebbe essere stato, come innumerevcli altri consoli romani, soltanto l' esecutore di una politica gia decisa da altri ; e invece molto significative iI fatto che neI 326, per Ia prima volta nella storia rornana, iI suo comando sia stato prorogate dopo Ia scadenza dell' anna consolare (LIV. VIn 2311_12; Fasti Tr. : primus pro cos.). Quasi suhito dopo, per le difficolta provocate dalla seconda guerra sannitica, Ie proroghe divennero di ordinaria amministrazione ; sicehe in seguito non si puo dire che abbiano alcun significato politico. Ma in questo pnimo caso e Iecito spiegare Ia decisione del senato supponendo che I'impl'esa contra Napoli apparisse in un certo senso Iegata alIa persona di Publilio ; e se ne puo comprendero iI motivo ricordando che iI successo fu dovuto agIi accordi segreti concIusi fra i principes napoletani e iI proconsole, forse facilitati da rapporti individuali preesistenti, Dunque l' episodic chiarisce anche I' attivita precedente di Publilio, e permette di ritenere che neI 332 egIi abbia, oltreche appIicato, anche caldeggiato Ia Iegge Papiria sulla cittadinanza agli Acerrani, Sembra poi che Ie pili importanti serie di monete romane coniate alIa zecca di Napoli siano state emesse in coincidenza col proconsolato di Publilio (326) e i suoi due ultimi consolati (320, 315) (").

(9) Su tutto cib v. iI fondamentaIe studio di Laura BREGLIA, La prima fase della coniazione romana dell' argento, Roma 1952, pp. 23-32, 127, 132, 137-138; ID., ((PdP» cit., pp. 297-298.

(10) Laura BREGLIA, La prima fase, cit., pp. 137-138; E. LEPORE, «PdP», cit., pp. 310-311.

(") L'influenza di Publilio sulIa politica rornana in Campania e sostenuta da K. J. BELOCH, RG, pp. 478-479; F. E. ADCOCK, CAH VII, p. 601; G. GIANNELLI, RR2, pp. 275-276; W. HOFFlUANN, RE s. v. Publilius, 11 ; E. S. STAVELEY, «Historia» VIII 1959, p. 426. E incerto se PubliIio fosse di origine voIsca, come sostiene 10 SCHUR «((Hermes» LIX 1924, pp. 462-463; contra, BELOCH, RG, p. 339); comunque, la cosa non ha importanza daI punto di vista politico : i V oIsci e gli Osci non hanno nulla in comune.

Sulla monetazione di Napoli in rapporto a Publilio v. Laura BREGLIA, La prima fase, cit. alia n. 9, pp. 127, 141.

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Un altro avvenimento degno di nota, benche molto male documentato, e 1'inchiesta svoltasi nel 314, dopo Ia rivolta di Capua, e affidata aI dittatore C. Menio. Secondo Livio, Menio doveva perseguire Ie occultae principum coniurationes scoperte nella capitale campana; tuttavia estese le indagini anehe aRoma provo cando violente pro teste da

arte dei nobiIi: alla fine egli stesso fu incriminate dai suoi avversari, ~ depose spontaneamente Ia carica per rispondere aIle accuse come privato (IX 265_22; 3414), II resoconto Iiviano e contraddittorio, perche I' ultima parte dell' inchiesta riguarderebbe Ie coitiones honorum adipiscendorum causa, cioe un fatto innocentissimo (anche, e soprattutto, daI punto di vista romano), e comunque senza iI rninimo rapporto con Ia rivolta di Capua. Pertanto 10 Staveley ritiene che Livio abbia frainteso Ie sue fonti, e che in realta l' inchiesta condotta in Roma fosse diretta a scoprire segrete intelligenze fra Ia nobilitas romana e quella campana. L' ipotesi e acuta; anzi, a mio avviso, e I' unica che possa spiegare i fatti. A confermarla si potrebbe forse supporre che nelle fonti di Livio si leggesse iI termine coitio usato in senso generico per «convegno segreto», «congiura», e 10 storico 10 abbia interpretato arbitrariamente come «aIleanza elettorale», secondo l' uso della tarda repuhhlica : questo equivoco gli avrehbe impedito di comprendere iI nesso fra i vari avvenimenti (12).

NOll credo pera che si debba seguire I' eminente studioso quando afferma che iI fine dei congiurati era «the undermining of the existing Romano-Campanian relations». Se c' era un accordo fra elementi delle due aristocrazie, esso doveva mirare a stringere i rapporti, non ad allentarli, e se l' accordo era considerate adversus rempublicam, il suo fine doveva essere quello di rafforzare la posizione dei nobili camp ani nell' ambito dello stato romano (cia poteva farsi, ad esempio, ottenendo per 101'0 Ia civitas optima iure). Le difficoltj; in cui si trovava Ia repubbliea

(12) Secondo l' anonima Declamatio in. Catilinam, 19 2 GERLACH, Ie ,XII ta:?l~ vietavano ne quis in urbe coetus nocturnos aguaret (FIRA I , V:III 26). L aute~tl~lta del frammento e stata messa in dubbio (cf. R. SCHOELL, Legis XII tab. reliquiae, Lipsiae 1866, pp. 46-47; S. RICCOBONO, FIRA, ad l.); ma l' ~sistenza di antiche norm~ contro i coetus, anche prescindendo dall' eventuaIe testimornanza delle XII tavoIe, e sufficientemente provata dallo stesso LIVIO, 1.1 28" I~I 48" Ino.Itre LIVID X~XIX 1511_1• allude a queste norme usando il verbo corre (mawres uestrt. ne v_os quidem ... f.0r~e temere co ire voluerunt); e coitia, come sinonimo di coetus, a~par~ In ~a Lex Gabmta citata dalla Declam. in Catil. insieme con le XII tavole: si quis cottumes ullas clandestinas in urbe conflavisset... Anche questa legge, benche risalga probabiImente . aI I sec. a. C. (MUNZER, RE S. v. Gabinius, 3) comminando Ia ~e~a di :r;norte more mawrum fa pensare a una ripresa di norme pili antiche. Sulle coitumes di epoca tarda cf. M. GELZER, Nob., pp. 102-103.

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dopo la sconfitta di Lautule (315 a. C.) avrebbero potuto indurre il senato a largheggiare in concessioni: il memento era quindi ben scelto (13).

I rapporti gia stabiliti con Capua e Napoli, economicamente molto pili evolute di Roma, bastavano di per se a facilitare l' attivita dei negotiatores, e ad aumerrtarne il prestigio e l' influenza; e certo che se l' aristocrazia di Capua, in buona parte mercantile, fosse riuscita a farsi accogliere sul piano della parita dalla nobilitas romana (se cioe fosse veramente sorto quello stato romano-campano di cui parIa il Piganiol) la struttum sociale della classe dirigente avrebbe suhito profonde modifiche, e I' autnrita degli affaristi sarehhe diventata ancora maggiore (14).

Sappiamo che fra gli accusati (del resto quasi tutti assolti) fu anche Q. Publilio Filone (LIV. IX 2621), Livio 10 cita insieme al dittatore C. Menio, e percio sembra suggerire che anche Publilio sia stato minacciato non dall'inchiesta ufficiale, hens! dalla controffensiva dei nohili compromessi. Tuttavia l' accostamento operate da Livio potrebbe essere una conseguenza del suo errore precedente, per cui egli ha trasformato un problema di rapporti coi sudditi camp ani in un problema di moralita elettorale ; e prohahile che Publilio sia stato chiamato in giudizio proprio per la sua complicita con gli equites di Capua (15). II fatto ch' egli

fosse invisus nobilitati (LIV., l. c.) naturalmente non basta a chiarire la sua posizione : hisogna vedere a quale parte della nobilitas egli era inviso.

Dopo aver contrihuito a chiarire la tendenza di Publilio, 10 Staveley ha oercato anche di riconoscere un gruppo di nobili che, riunito intorno a lui, ne avrebhe condiviso il programma (16). Fraquesti egli cita naturalmente (ma senza porsi il problema della sua identita con L. Papirio Cursore, su cui v. infra, § 24) il pretore del 332, L. Papirio,. che mediante la legge sulla civitas sine suffragio agli Acerrani estendeva il territorio della repuhhlica fino alle porte di Napoli. Sp, Postumio Albino fu censore con Puhlilio, e, per quanto sappiamo, non frappose ostacoli alla sua attivita (LIV. XXVIII 1711_12; VELL. PAT. I 144); inoltre era console nel 334 con T. Veturio Calvino, e i due proposero insieme l'invio di una colonia a Cales, presso il Volturno: anche questa misura sembra collegarsi alIa politica di Publilio. E hens! vero che nel

e

321 Q. Puhlilio Filone presiedeva I' adunanza nella quale il senato rm-

nego solennemerrte la resa di Caudio e I' opera di Postumio, ma si deve ammettere che Ie circostanze erano eccezionali.

E possibile che L. Emilio Mamercino e C. Plauzio Venox, consoli nel 341, siano pure amici di Puhlilio ; ma non perche il Mameroino, nel 329, fece ooncedere la civitas s. s. a Priverno (si trattava di un centro laziale, e il suo ingresso nella comunita romana completava I' assorhimento del paese volsco, gia iu corso da molto tempo) ('7), hens! perche il senato Ii costrinse a dimettersi quando, appunto nel 340, Capua si schiero transitoriamente coi Latini nemici di Roma (LIV. VIII 34); e cio puo significare ch' essi erano considerati troppo favorevoli ai Campani. Inoltre L. Emilio, dittatore nel 335, scelse Puhlilio come magister equitum (LIV. VIII 1612), Non puo esservi duhhio, infine, sull' atteggiamento di Tiberio (0 Tito) Emilio Mamercino, che nel 339 designo PubliIio alla dittatura e ne appoggio Ie riforme, qualunque esse siano state (LIv. VIII 124_17; v. infra, § 23 e n. 25).

Altri accostamenti suggeriti dallo Staveley sono meno persuasivi :

A. Cornelio Cosso e M. Valerio Corvo erano consoli nel 343, quando Roma si alleo con Capua contro i Sanniti; ma cio non vuol dire che l' alleanza sia stata proposta, 0 anche soltanto approvata, da 101'0 (18). Infine

(13) E. S. STAVELEY, o. c., pp. 427-429. Gli altri storici si limitano ad accettare Ia versione Iiviana (MUNZER, RE s, v, Maenius, 9; K. J. BELOCH, RG, p. 479), oppure se ne allontanano troppo, e senza motivo, come il DE SANCTIS, SR II, p. 323 n. I, che nega I' estensione dell' inchiesta a Roma. II BERNARDI, «Athenaeum» XXI 1943, p. 29, seguendo DIODORO SICULO che parla di una rivolta armata (XIX 763-4), pensa che 1'iniziativa sia partita dall' elemento popolare, in odio aRoma e all' aristocrazia filoromana; anche Ia rivolta armata pero non esclude Ie occultae principum coniurationes: anzi puo esserne stata 10 strumento.

N. B. Livio, in un discorso attribuito al trilmno della plebe P. Sempronio (310 a. C.) si riferisce aile indagini e all' abdicazione di C. Menio come avvenute nuper intra decem annos, Pertanto il DEGRASSI, lIt. XlIII, p. 109 (cf. p. 37), conclude che I' episodio ebbe Iuogo nel 320. i'lIi sembra pero che il resoconto narrativo di Livio sia pili autorevole, quanta alla data, del passo oratorio. La formula usata dai Fasti al 314 (dict. rei gerund. caussa), in contrasto con LIvIO IX 266 (quaestionibus exercendis) non fa difficolta : Menio fu eletto sia per domare con Ia forza l' insurrezione di cui parla Diodoro, sia per indagare sui responsabili. II MUNZER, 1. c., opta per il 314; iI BELOCH, RG, pp. 65-66, ritiene che Ia dittatura del 320 sia un falso.

('4) Per Ia tesi del PIGANIOL v. sopra, n. 4. Va notato che nel 314 Ia rivolta era capeggiata da Ovio e Novio Calavii (LIV. IX 26,), e questi sono probabilmente figli di Ofillio Calavio, Ovi f, che invece nel 321, dopo Ia disfatta delle forche Caudine, si era battuto per la fedelta di Capua aRoma (cf. J. HEURGON, Recherches, pp. 106-108). Cio potrebbe addursi, con molta cautela, a conferma dell' ipotesi che l' opposizione dell' aristocrazia campana, anche nel 314, non era contro 10 stato, bensi nello stato.

(15) L' ipotesi chc Publilio sia stato accusato di connivenza coi nobiIi campani e stata fatta da E. S. STAVELEY, O. e., pp. 428-429. F. E. ADCOCK, CAH VII, p. 602, ritiene invece che Ia rivolta di Capua rappresenti in se stessa (cioe a prescindere dal suo esito infelice) un fallimento per la politica di Publilio.

('6) O. c., pp. 426-427. Altri tentativi di ricostruire il gruppo di Publilio si debbono a F. MUNZER, RAP, pp. 34-45 e a W. SCHUR, «Hermes» LIX 1924, pp. 460-461 (ne farebbero parte gli Emilii, i Manlii, i Papirii, i Plauzii; secondo il Munzer, anche i Deci). I risultati coincidono in parte con quelli dello Staveley, ilia iI metodo e molt a diverso (v. sopra, §§ 3-4).

(17) G. DEVOTO, AI", pp. 309-310, e passim.

(18) Su M. Valerio Corvo v. infra, app. V, sez. II.

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si ammetta che non furono iniziative di un solo uomo, hensi di un gruppo. Sappiamo pero che, da censore, egli fece costruire la grande via da Roma a Capua, che prese il nome da lui e che era destinata a facilitare i rapporti politici, economici e militari fra Ie due citta. Cio hasterehhe a dimostrare ch' egli approvava pienamente la tendenza all' espansione verso i grandi centri del commercio campano e greco (22): del resin i suoi nemici 10 attaccarono, fra l' aItro, anche per il denaro speso in questo lavoro, e cio conferma che la via Appia aveva un significato politico; anzi, un significato di parte (DIOD. XX 362: 'X.a't1lYCnwcrEV &n&cra<;; 't&~ 01ll1ocr[a<;; npocrooou<;;). Come ha osservato acutamente 10 StaveIey, anche I' ingerenza di Appio nel cuIto di Ercole (ch' egli sottrasse al sacerdozio ereditario dei Potizii per metterlo sotto il controllo dello stato) prova il suo interesse per Ie at.tivita commerciaIi; e sehhene in questo periodo non si possa dimostrare I' esistenza di Iegami familiari 0 clientelistici fra i Claudi e le citta campane 0 italiote, I' orientamento del censore verso la cultura greca si rileva in tutto cio che sappiamo della sua opera Ietteraria (23). La conferma definitiva si ha comunque nel fatto che molti anni dopo, durante la guerra tarantina, mentre huona parte della nobilitas era favorevole alla pace con Pirro (cioe a lasciar cadere Ie speranze di un' egemonia suII' Italia meridionale) fu proprio Ap. Claudio a farsi portavoce di quelli che volevano ancora comhattere (v. infra, § 26).

Dunque, per quanto l'iguarda la politica estera, e lecito considerare Ap. Claudio come il continuatore di Q. Puhlilio Filone. A prima vista, la continuita nel campo della politica interna semhra pili difIicile da stahiIire; ma Ie differenze nel contegno dei due personaggi, e nella fisionomia 101'0 attribuita daIIa tradizione, in parte devono essere attenuate, in parte si spiegano con la complessita della struttura sociale entro cui agivano.

C. Menio potrehhe essere stato addirittura un avversario, anziche un amico, di Puhlilio. Nel 314 infatti egli fu designato dittatore, non sappiamo da quale dei consoli (M. Petelio Lihone 0 C. Sulpicio Longo), per domare la rivolta di Capua, e svolse la sua missione con spietata energia (DIOD. XIX 763•5; LIV. IX 265•22) ; inoItre Livio attrihuisce esplicitamente a lui I' iniziativa di estendere l'inchiesta dalla coniuratio campana alle coitiones romane: e questo fatto, come ha notato proprio 10 Staveley, testimonia I' esistenza di una corrente ostile alla politica d'intesa con l' aristocrazia campana (19).

23) A». CLAUDIO IL Cneco. - Dopo l'inchiesta del 314, non si hanno pili notizie di Q. Puhlilio Filone; peraItro I' attivita romana nel Mezzogiorno continuo il suo regolare sviluppo. Nel 312 fu inviata una colonia latina a Ponza (DIOD. XIX 1013; LIV. IX 287), donde si potevano proteggere e sorvegliare tanto Ie coste campane quanto quelle del Lazio; nel 311 il t.rihuno M. Decio, promuovendo un plebiscito sui duoviri navales (LIV. IX 304) ravvivo l'interesse dei Romani per Ia flotta da guerra, strumento necessario della nuova politica (20); nel 307 il console L. V olumnio Flamma Violens giunse con Ie sue truppe fino alIa penisola Salentina, cioe oltre Taranto (LIV. IX 424•5) ; nel 306 il terzo trattato con Cartagine sanciva i progressi realizzati negli uItimi decennii, riconoscendo Ia preminenza degI'interessi rom ani su tutta 1'1 talia meridionale: e questa nuova situazione ohhligava Taranto a garantire la propria sfera d'influenza concludendo a sua volta un trattato con Roma (21).

Per nessuna di queste iniziative e possihile dimostrare la paternita di Ap, Claudio; e d' aItra parte non e necessario supporla, quando

(19) A un legame fra Publilio e Monic aveva pensato anche il BELOCH, RG, pp. 477·479, sia perche ambedue furono accusati nel 314, sia perche erano ambedue homines novi. Cf. nel medesimo senso W. HOFFMANN, RE s. v. Publilius, 11, col. 1916.

(20) Secondo J. H. THIEL, HRSP, pp. 9·10, 52·53; E. S. STAVELEY, «Historiai VIII 1959, p. 422, la legge istituiva questa magistratura ex novo; secondo il MUNZER, RE s. v. Decius, 8, i duoviri preesistevano, e la legge si limite a stabilire che fossero eletti dal popolo; secondo il MOllIMSEN, SR II 1, pp. 579·580, i duoviri sostituirono i pili antichi praefecti classis, di nomina consolare.

(21) Su questa fase della politica romana v. I' accurato esame di E. S. STAVELEY, O. c., pp. 422·423. La cronologia del trattato con Taranto non e del tutto sicura: v. sopra, cap. II, n. 33. Secondo LIV. X 22•3, nel 302 i Romani sarebbero scesi di nuovo fra i Salentini, per combattere Cleonimo; di cio si dubita (cf. p. es. G. DE SANCTIS, SR II, p. 347), e con ragione, perche l' accordo con Taranto si opponeva a una simile mossa. II dubbio del de Sanctis, implicitamente, si estende anche all'impresa di Volumnio nel 307; rna in questa casu non e giustificato, perche la campagna del 307 potrebbe essere anteriore al trattato, e potrebbe anzi considerarsene causa.

(22) Concordano su questa punto C. SIEKE, Claudius, p. 28; K. JACOBS, Flaminius, p. 74 n. 1; J. H. THIEL, «Mnemosyner II 1935, pp. 250·253; rn., HRSP, pp. 52-53; A. PAssEmNI, «Athenaeum» XXI 1943, p. 110; H. H. SCHlIlITT, RRh, p. 42; E. S. STAVELEY, O. c., p. 430.

(23) O. c., pp. 429·430. Ai tempi della seconda guerra punica una Claudia aveva sposato il nobile campano Paeuvio Calavio (LIV. XXIII 2.); rna, sebbene Livio alluda pili volte all' origine antica di siffatte parentele (v. sopra, n. 3) non si riferisce in modo particolare ai Claudii. Snll' intervento di Appio nel culto di Ercole: EHLERS, RE s. v. Potitii (cf. MUNZER, RE s. v, Pinarius, col. 1937). Ercole e il commercio: G. DE SANCTIS, SR II, p. 524; IV 2, 1, pp. 260-262; G. WISSOWA, Relig. und Kultus der Rbmer», Miinchen 1912, pp. 277-279; K. LATTE, RRG, pp. 215-216; J. BAYET, Les origines de l' Hercule Romain, Paris 1926, pp. 327-332. Cultura greca di Ap, Claudio: A. ROSTAGNI, Storia della lett. lat., I Torino 1959, pp. 68-71; per un ampio esame critico del problema cf. L. FERRERO, Storia del pitagorismo nel motulo romano, Torino 1955, pp. 152-174.

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if: certo che per svolgere una politica ardita e intraprendente di espansione commereiale, nonche per misurarsi da pari a pari, in rapporti di alleanza 0 di conoorrenza, cogli ambienti affaristici delle grandi citta campane e greche, ai Romani occorreva una classe dirigente pin vasta, pin articolata, e soprattutto pin aperta, dell' aristocrazia tradizionale. II primo passo deg1' innovatorr doveva pertanto essere quello di rendere pin agile e Iibero il funzionamento degli organi statuali, pin largo il reclutamento dei magistrati; cio richiedeva fra I' altro che si eliminassero i superstiti privilegi patrizi, e si accrescessero i poteri delle assemhlee popolari. Livio, unica nostra fonte in materia, afferma che Q. Puhlilio Filone, designato alla dittatura dal patrizio Emilio Mamercino, suo collega nel consolato (339), varo tre leggi: la prima, ut plebiscita omnes Quirites tenerent (cio voleva dire che le deliherazioni della plehe riunita in concilio avrehhero avuto 10 stesso valore di quelle votate dal populus nei comizi centuriati) ; la seconda, che i progerti di legge sottoposti ai comizi centuriati ottenessero l' auctoritas patrum preventiva (dunque l' auctoritas era ridotta a una mera formalita) ; la terza, che uno dei censori fosse, ohhligatoriamente, pleheo (LIV. VIII 1213_17),

Questi provvedimenti erano rivolti contro i residui fossili dell' antico stato patrizio, ormai superato dalla realta ; e sehhene a lungo and are l' opera di Puhlilio e dei suoi successori sia sfociata in una nuova oligarchia (§§ 17, 21, 48) al dittatore del 339 spetta sempre il merito di aver contrihuito a seppellire la prima; sicche l' annalistica e in parte giustificata per averlo descritto come il democratico puro, invisus nobilitati (LIV. IX 2621), la cui dittatura fu popularis e produsse leggi secundissimas plebei (VIII 1214) (24).

Per meglio definire l' atteggiamento del riformatore e necessario fermarsi sulla prima legge. I termini con cui Livio ne indica il contenuto (ut plebiscita omnes Quirites tenerent) sono praticamente identici a quelli usati da altri autori per la legge Ortensia del 287 (p. es. GAL I 2: ut plebiscita universum populum tenerent). Questa identita puo spiegarsi solo in due modi: 0 ritenendo del tutto falsa la prima legge Puhlilia (il che toglierehhe al nostro personaggio gran parte dell' aureola

democratica), ovvero supponendo che nel 339 si riconoscessero ai plehisciti poteri vincolanti per tutto il popolo, suhordinandoli pero a qualche controllo che Livio ha taciuto per incomprensione 0 per negligenza; per esempio all' auctoritas patrum : e infatti e degno di nota che 10 storico, pal'lando di plebisciti e di leggi centuriate, limiti esplicitamente la concessione dell' auctoritas patrum preventiva [cioe automatica) a queste ultime. Ortensio, nel 287, avrehbe invece imposto l' auctoritas preventiva anche per i deliherati dei concilia plebis: e quindi solo a partire da quest' ultima data plebisciti e leggi potrebhero dirsi veramente equiparat.i (25).

("5) Negano la realta della prima legge PubIiIia, considerandola un' anticipazione della legge Ortensia: K. J. BELOCH, RG, pp. 477-478 (anzi il Beloch - melius est abundare quam deficere - nega Ie tre leggi in blocco, e con esse la dittatura di PubIiIio) ; H. SIBER, RE s. v. Plebiscita, col. 59-63, con altra bibliografia; W. HOFFlIIANN, RE s. v. Publilius, 11 (accetta la seconda e la terza legge, ma non la dittatura: PubIiIio avrebbe agito da console); etc.

L' interpretazione accolta nel testo e quella di G. DE SANCTIS, SR II, p. 221; V. ARANGIO-RUIZ, SDR, pp. 52-54; F. DE MARTINO, SCR I, pp. 334-335; etc. Secondo A. BISCARDI, «BIDR» XLII 1941, l' auctoriias preventiva era stata assicurata ai plebisciti gia da PubIiIio; e Ortensio aboli completamente ogni forma di auctoritas. Th. MOllIllISEN, pur preferendo un' altra ipotesi (v. infra), ammette la possihilita che la prima legge PubIiIia si differenziasse dalla legge Ortensia per una clausola restrittiva che la tradizione non ci ha conservato (SR III 1, pp. 156-157).

Sono state proposte molte altre soluzioni del problema, che tuttavia presuppongono anch' esse, nel sistema escogitato da PubIiIio, un' inferiorita del concilium plebis rispetto all' assemblea (0 aIle assemblee) del popolo (anzi, in misura ancor pili larga che neIl'ipotesi da me seguita); concordano dunque suI punto essenziale.

Secondo A. GUARINO, «Festschrift Schultz», I Weimar 1951, pp. 458-465, la prima legge PubIiIia stabili che i plebisciti, per essere vaIidi, fossero soggetti a un ulteriore voto dei comizi centuriati (il quale implicava a sua volta I' auctoritas patrum preventiva, in base alla seconda legge); e Ortensio aboli questa restrizione.

Secondo K. VON FRITZ, «Historia» I 1950, p. 27, la legge Valeria-Orazia del 449 e la legge Publilia del 339 avrebbero sancito la validita di alcuni plebisciti votati in concomitanza con esse, ma non dei plebisciti in genere. A questa interpretazione si accosta E. FRIEZER, «Mnemosyne» XII 1959, pp. 323-329, attribuendo peraltro una maggior larghezza alla legge PubIiIia, che potrebbe aver indicato alcuni settori della vita pubblica per i quali i plebisciti avrebbero avuto validita generale anche in futuro; comunque solo Ortensio estese la clausola a tutti i plebisciti.

Secondo un' ipotesi accennata dal lVIOllIlIISEN, l. c., e sviluppata da E. S. STAVELEY, «Athenaeum» XXXIII 1955, pp. 3-31, la differenza fra la norma del 339 e quella del 287 sta nel fatto che PubIiIio riconobbe il potere vincolante delle deliberazioni prese dal populus nei comizi tributi (patrizio-plebei); Ortensio estese il riconoscimento ai concilia plebis (contra: V. AnANGIO-RUIZ, SDR, pp. 414-415). Tuttavia, se i comizi tributi comprendcvano patres e plebe, come pensa 10 Staveley, dovrebbe ammettersi che LIVIO, VIII 1215, abbia usato erroneamente il termine plebiscita per Ie deliberazioni del populus; e questa sarebbe una inesattezza insolita per questa autore. Se invece i comizi tributi, come ritengono altri, comprcndevano soltanto la plebe (si tratterebbe in pratica dei concilia plebis convocati da un magistrato curule ansiche da un tribuno) sarebbe inevitabile indurne che ai tempi di Publilio essi non esistevano ancora: sembra logico che abbiano cominciato a funzionare soltanto dopo che la plebe ebbe raggiunto la pienezza dei poteri legislativi, cioe dopo il 287 (V. ARANGIO-RuIZ, SDR, pp. 88-89; A. BISCARDI, o. c., pp. 489-490; etc.).

(24) L' aspetto obiettivamente democratico che presenta l' opera di Publilio e messo in rilievo dal GARZETTI, «Athenaeum» XXV 1947, pp. 184-186. Cia non vuol dire che abbia ragione il BELOCH, RG, p. 477, quando definisce PubIiIio come rappresentante dell' opposizione democratica: egli non era affatto all' opposizione, hensf saldamente al potere. II nostro personaggio e stato avvicinato a Curio e a Fabrizio per l' opera svolta a favore della plebe (G. FORNI, «Athenaeum» XXIII 1955, p. 170) o pcrehe homo novus (W. SCHUR, «Hermes» LIX 1924, p. 461): questi punti in comune sono innegabili, rna non esauriscono la sua figura.

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La sistemazione escogitata da Publilio avrebbe consentito alIa classe politica di utilizzare Ie assemblee della plebe, il cui meccanismo era molto semplice rispetto a quello dei comizi centuriati, quando 10 riteneva opportuno ; riservandosi pero il diritto di blocoare Ie iniziative non gradite mediante il rifiuto dell' auctoritas. In tal modo si riconfermaya Ia tradizionale inferiorita dei con cilia plebis rispetto al comitiatus maximus ; e cia e degno di nota, poiche in quelli dominava il ceto ruralo senza distinzione di censo, questo era sotto il controllo degli equites patrizi e plehei, e dei grandi proprietari iscritti alIa prima classe.

Le riforme di Publilio erano dunque un passaggio obbligato pel' qualunque politica rinnovatrice, perche solo nell' ambito della plebe si potevano trovare forze nuove. Tuttavia si puo notare che il settore piu numeroso e piii rappresentativo della plebe romana, quello dei piccoli proprietari, veniva trascurato; e cia, manifestamente, perche gI' interessi sostenuti dal dittatore erano del tutto estranei agl' interessi dei contadini. Da questo punto di vista, Ia politica interna di Ap. Claudio si collega senza dubbio a quell a di Publilio ; la differenza sta nel fatto che il censore del 312 fece un passo piri oltre, puntando decisamente su quella parte dell' ordine plebeo che aveva interesse a estendere i rapporti col Mezzogiorno: cioe sui detentori di capitale mobiliare (26).

Com' e noto, Ia figura di Ap. Claudio presenta una grande varieta di aspetti, non molto facili a conciliarsi in una interpretazione unitaria. Da una parte, egli tento d" introdurre in senato gli esponenti della turba forensis, 'tra cui perfino alcuni figli di Iiherti ; riformo I' ordinamento tributo, e forse anche il centuriato, in senso favorevole ai non possidenti; e per mezzo del suo liherto Cn. Flavio rese pubbliche Ie actiones legis, Ia cui conoscenza era in origine privilegio dei pontefici (in quel tempo ancora esclusivamente patrizi). D' altra parte, si oppose strenuamente alIa Iegge Ogulnia, che nel 300 apr! alIa plebe i collegi dei pontefici e degli auguri; e per due volte cerco di contrastare I' ascesa di candidati plebei al consolato (27).

Alcuni studiosi tendono ad accettare solo una parte di queste notizie, trascurando Ie altre 0 considerandole false. Cosi, ad esempio,

il Beloch e il Passerini negano addirittura Ia riforma dell' ordinamento tributo, e presentano Claudio come un puro conservatore; rna questa tesi prescinde proprio dal nucleo phi consistente della tradizione, e sembra quindi la meno attendibile (28).

II de Sanctis, invece, mette Ap. Claudio sullo stesso piano del dittatore plebeo Q. Ortensio, in quanto avversario dei privilegi nohiliari, e 10 definisce «patrizio democratico», Ma (prescindendo dalle altre difficolta) Ia stessa riforma delle tribu non puo interpretarsi come una misura democratica, perche si limitava a redistribuire i voti fra Ie circoscrizioni, senza per questo aumentare i poteri delle assemhlee (come invece aveva fatto Puhlilio, e come fece Ortensio intorno al 287). II suo unico effetto era quello di avvantaggiare una parte del popolo (cioe Ia plebe urbana) a danno di un' altra [cioe Ia plebe rurale) ; e questo mutamento consolidava Ia supremazia dei nobili piuttosto che indebolirla, perche le clientele nohiliari, nell' ambito degli humiles e dei Iihertini residenti in citta, erano certo piii estese ed efficaci che nelle campagne (v. sopl'a, § 21).

II de Sanctis passa sotto silenzio Ie campagne di Appio contro la legge Ogulnia e contro i plebei aspiranti al consolato; il Miinzer, che vede anch' egli in Ap. Claudio un demo cratico , respinge esplicitamente queste notizie, considerandole invent ate da fonti o stili. E gia Ie aveva respinte il Mommsen (parzialmente seguito da Carl Sieke), pUl' sostenendo una conclusione ben diversa: cioe che Appio volesse, con I' appoggio degli humiles, conquistare un potere personale di tipo monarchico, e sovvertire aIle radici 10 stato aristocratico. Ma questa ipotesi e manifestamente anacronistica: infatti 10 studioso doveva scendere fino a Cesare per t.rovare un termine di confronto (29).

Altri autori hanno preferito, a mio avviso con l'agione, utilizzare tutti i dati delle fonti. Ad esempio il Garzetti, notando la varieta delle forze cui fece appello Claudio, ne arguisce ch' egli segui una politica personale; rna non nel senso cesaristico del Mommsen, hensi nell' ambito della piii pura tradizione aristocratica. Egli cioe avrebbe mirato a

(28) K. J. BELOCH, RG, pp. 265-267, 481-483; A. PASSERINI, «Athenaeum» XXI 1943, p. 111 (v. sopra, app. II a). Anche H. HILL, RMC, p. 37, svaluta la portata rivoluzionaria della censura (perche nel 312 non fu riveduta la lista dei cavalieri; rna questa revisione era un fatto puramente amministrativo),

(29) G. DE SANCTIS, SR II, pp. 226-232; MUNZER, RE s. v. Claudius, 91, eol, 2683-2684; Th. MOllll1ISEN, RF P, pp. 301-316 (v. spec. pp. 311-312); ID., RG I, pp. 456-457. Carl SIEKE, Claudius, pp. 28, 81-82, accetta la critica del Mommsen alla tradizione; egli considera pero Appio come un democratico innovatore, e mette in rilievo il suo interesse per il commercio (v. infra, n. 33).

("6) Cosi 10 STAVELEY, «Historia» VIII 1959, pp. 429-430. Anche n GARZETTI, I. c., p. 223 ; W. HOFFMANN, RE s. v. Plebs, col. 86, osservano che Claudio ando oltre Puhlilio, in quanto fece leva sulla plebe urbana.

(27) Per la hibliografia e Ie fonti su Ap. Claudio v. MUNZER, RE s. v. Claudius, 91; A. GARZETTI, «Athenaeum» XXV 1947, pp. 175-224; E. S. STAVELEY, «Historia» VIII 1959, pp. 410-433. Sul testo di LIV. IX 46" cf. Lily Ross TAYLOR, VD, p. 135 e n. 13. Sull' eventualita che Claudio abhia modificato il sistema d'iscrizione aIle centurie v. sopra, § 19 n. 16.

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costituirsi una vasta ed eterogenea clientela (cf. CIe. Cat. mao 37 ; VAL. MAX. VIII 135) per emergere sui nobili suoi rivali (30). Deve aggiungersi pero che siffatto atteggiamento era comune a gran parte della nobilitas; e se la figura di Ap. Claudio ha lasciato nella storiografia classica una traccia particolarmente profonda, cio vuol dire che la coalizione di forze da lui creata rappresentava qualcosa di nuovo, e i suoi effetti andavano al di la delle solite contese elettorali. Sembra difficile ammettere col Garzetti che Claudio non abbia saputo misurare la portata rivoluzionaria delle sue iniziative: dalla tempesta di odio ch' egli suscito risulta infatti che i contemporanei se ne rendevano conto, e in parte se ne preoccupavano: e la sua intuizione politica doveva essere almeno uguale a quell a dei suoi avversari.

Secondo il Lange, il Bloch, il Piganiol e il Carcopino, Claudio si proponeva di rafforzare la nohilta patrizia contra le nuove famiglie nobili di rango plebeo, mediante un' alleanza con la turba [orensis : questo spiegherebbe la politica a doppio hinario da lui seguita (31). Ma il prime atto politico della censura fu la famosa lectio senatus con cui I' alto consesso fu inquinato per la nomina di Iihertini e altri humiles: cio significava ampliare i quadri della nobilitas con nuovi elementi plehei, accentuando l' inferiorita numerica dei patrizi, In tal modo i patrizi potevano giungere, nella migliore ipotesi, adividere il potere con altri plebei diversi da quelli che, essendo entrati ormai da tempo nel ceto dominante, ne avevano assimilato la merrtalita e Ie tradizioni; non valeva la pena di hattersi per questo risultato, E hens! vera che Ie notizie su Claudio rivelano l' esistenza di un profondo dissidio all' interno dell' aristocrazia, ma non si puo affermare che Ie due parti in contrasto fossero la nobilitas patrizia e la plehea, anche perche gli esponenti dell' una edell' altra si trovano mescolati sia fra i sostenitori, sia fra gli avversari dell'intraprendente personaggio.

Questi autori dunque, dal Garzetti al Piganiol, pur mettendo giustamente in rilievo il carattere composite del gruppo schierato intorno ad Ap. Claudio, 10 considerano caratterizzato sul piano politico solo dal suo elemento guida, cioe il singolo patrizio avido di potere, 0 il patriziato nel suo insieme, E necessario invece tener conto anche delle altre forze, perche la scelta degli alleati non puo essere casuale: il fatto che

alcuni nobili ahbiano sostenuto i diritti della turba forensis vuol dire che, pel' qualche motivo, facevano propri gl'interessi dei cosiddetti humiles.

Lo Hoffmann ha interpretato il concetto di turba [orensis alIa

lettera, pensando che Claudio ahhia voluto dare aIle masse proletarie della cit ta una posizione dominante nello stato, come quella di cui godevano, pel' esempio, ad Atene (32). Ancora una volta deve ohiettarsi che in un primo tempo il censore si era proposto soltanto di aprire il senato a elementi della plebe urbana; e la riforma del sistema tributo, a quanto sembra, fu da lui escogitata soltanto dopo il fallimento del suo tentativo (almeno secondo LIV. IX 4610_11; DIOD. XX 363_4 cita i due fatti nel medesimo ordine cronologico, senza pero affermarne il nesso causale). Egli dunque non vedeva gli ahitanti della citta come una categoria unitaria, ma pensava soprattutto a quelli che godevano di una posizione economica abbastanza elevata da consentir loro di partecipare assiduamente aIle cure dello stato, e di misurarsi alIa pari coi nobili (cf. infatti PLUTo Pomp. XIII 5: 7t),oucr£OU(; 'tL'Ia(;). Cio sarebbe ulteriormente confermato, se fosse certo che le riforme si estesero anche all' ordinamento delle centurie, ove il censo in denaro avrebbe preso iI posto di quello immohiliare (v. sopra, § 19 n. 16), perche nel sistema rigorosamente gerarchico dei comizi cerrturiati avrehhero potuto farsi valere solo i piu ric chi esponenti della turba [orensis.

E probahile insomma che Ap. Claudio abbia voluto appoggiare il ceto dei mercanti, dei puhhlicani e dei banchieri; e questa interpretazione, gia proposta da qualche autore, e stata recentemente sostenuta in modo particolarmente ampio e persuasivo dallo Staveley (33). Ne consegue che la politica del censore, per quanta ahhia degli aspetti che in sense lato possono definirsi democratici, non e paragonahile a quell a di altri uomini che usufruirono anch' essi dell' appoggio popolare (come M'. Curio e C. Flaminio) e che talvolta gli sono avvicinati (34) ; poiche

(30) A. GARZETTI, «Athenaeum» XXV 1947, pp. 223-224.

(31) L. LANGE, RA IP, pp. 76-90; G. BLOCH, Les origines du stma: romain, Paris 1883, pp. 250-251; G. BLOCH, J. CARCOPINO, HR II I, p. 21; A. PIGANIOL, CR4, pp. 141-142.

("2) RE s, V. Plebs, col. 86.

(33) C. SIEKE, Claudius, pp. 28, 81-82; Ed. MEYER, res!", pp. 246-247 (meno chiaro a pp. 354-355); O. HAlIIBURGER, Pyrrh., p. 58; J. H. THIEL, «Mnemosyne» II 1935, pp. 250-253; K. JACOBS, Flaminius, pp. 6, 74 e n, I; J. J. VOGT, RR2, pp. 67-68; E. S. STAYELEY, cit. alIa n. 27. Anche G. DE SANCTIS, SR II, p. 228, afferma che Claudio fece entrare nel senato «un certo numero di ricchi mduatriali», ma poi lascia cadere questa osservazione (Y. sopra, n. 29).

(34) Si e gia ricordato l' accostamento fra Claudio e Ortensio, implicito nell' interpretazione del DE SANCTIS (Y. sopra, n. 29). A. GARZETTI, «Athenaeum» XXV 1947, p. 206, e G. VITUCCI, DE S. v. Libertus, p. 924, ammettono la possihilita che Curio e Fabrizio abbiano ripristinato, almeno in parte, la riforma del sistema tributo introdotta da Claudio e abrogata dai censori del 304 : e tuttavia pili probabile che in rna-

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senza dubbio Curio, i suoi amICI e i suoi successori capeggiarono e dife. sero un' altra frazione del demos, cioe i piccoli contadini.

Naturalmente anche ai tempi di Appio, come ai tempi di Q.

Publilio, restavano suI tappeto problemi a proposito dei quali coinoi, devano gl'interessi dei contadini e quelli degli affaristi, gli uni e gli altri ansiosi di smantellare i vecchi privilegi. Infatti Ia gia citata iniziativa di Ap. Claudio, che, incoraggiando il suo liberto Cn. Flavio a divulgare 10 ius civile, tolse ai pontefioi il monopolio delle actiones (poco prima del 304), trove pili tardi un continuatore fra gli esponenti della tendenza opposta, in Ti. Coruncanio (suI cui orientamento v. infra, §§ 26-27): questi, essendo intorno al 250 pontefice massimo, volle che il collegio da lui presieduto esprimesse i suoi pareri, fino allora segreti, al cospetto del pubblico (POMP. Dig. I 2/235,38). Fu questo «un ultimo passo, e decisivo, verso la laicizzazione del diritto» (V. Arangio-Ruiz) (35).

Puo ricordarsi anche un altro provvedimento innovatore di Claudio, cioe la oostruzione dell' acquedotto che in suo on ore fu chiamato aqua Appia. II significato di quest' opera e ambiguo: puo averla ispirata, infatti, sia una democratica sollecitudine per la salute e l' igiene della comunita, sia il gusto per il decoro e la cura della persona che il progresso economico e I' esempio delle colonie greche suscitavano nelle classi agiate (36). Tuttavia e degno di nota che il primo acquedotto dopo quello di Claudio (1' aqua Anienis, 0 Anio vet us) fu costruito da un altro suo avversario, M.' Curio Dentato, nel 272-271 come censore e nel 270 come duumvir aquae perducendae. Dopo la morte del Dentato complete i Iavori il suo collega e seguace M. Fulvio FIacco (v. infra, § 27) : Ie spese furono sostenute col bottino preso nel 275 dallo stesso Curio al re Pirro (FRONT. aq. I 6; Arrcr, de vir. ill. 439).

teria di t.ribu Curio e Fabrizio (su cui v. infra, §§ 25-26) siano stati d' accordo coi censori del 304. Un accostamento fra Claudio, Curio e Fabrizio si trova pure in W. HOFF!!IANN (RE s. v. Plebs, col. 86), che di solito non trascura l' antagonismo fra plebe urbana e plebe rurale : egli pero sostiene che gl' interessi dei due gruppi, in materia di politica estera, coincidevano. K. J. BELOCH, RG, 476-487, raggruppa tutti i personaggi citati, e altri ancora, sotto la rubrica «demokratische Oppositiom (su cui v. sopra, § 1). Infine secondo T. ASHBY, <dRS» XI 1921, p. 127 n. 1, Flaminio sarebbe un continuatore di Claudio, perche ambedue diedero impulso alla rete stradale: rna il significato politico della via Appia e molto diverso da quello della via Flaminia (§ 29).

(35) Si noti che anche Ap. Claudio era pontefice: W. KUNKEL, Herkunft und soziale Stellung der rtimischen. Juristen, Weimar 1952, p. 46 n. 85. Su Cn. Flavio e Ti. Coruncanio cf. MUNZER, RE s. v. Flavius, 15; JORS, RE s. v. Corztncanius, 3; M. SCHANZ, C. HOSIUS, Gesch. der Rom. Lit., 14 Miinchen 1927, pp. 36-37; W. KUNKEL, o. c., pp. 7-8; V. ARANGIO-Rmz, SDR, pp. 122-123.

(36) La prima interpretazione in A. GARZETTI, «Athenaeum» XXV 1947, pp. 197-198; la second a in A. PASSERINI, «Athenaeum» XXI 1943, p. llO.

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Ciononpertanto, Ia riforma delle 'trihu, voluta da Claudio, e il suo annullamento, voluto da Fabio Rulliano, resero evidente un antagonismo fra la plebe rurale e la turba forensis che certamente gia esisteva rna forse non si era ancora manifestato in modo cosi netto. Lo Hoffmann nota che la plebe rurale, dopo essere stata nel quarto secolo una forza rinnovatrice e rivolusionaria, nel terzo fu ridott a sulla difensiva e divento una forza conservatriee (37). Questa acuta osservazione non puo vtuttavia accettarsi interamente, perche il conflitto si svolge su vari piani. Gran parte del mondo agricolo, ostile aIle avventure dell' espansione commerciale, e sulla difensiva di fronte ai progressi del ceto affaristico ; rna intanto non si estingue l' antagonismo fra i piccoli e i gI'andi proprietari (molti dei quali cointeressati aIle imprese mercantili) : su questa piano i contadini sono ancora all' attacco, e ancora ottengono delle vittorie dai tempi di M.' Curio a quelli di C. Flaminio.

24) L. PAPIRIO CURSORE. - Ap. Claudio, concentrando intorno a se tutto I'interesse degli storiei antichi, ha eclissato i suoi contemporanei al punto da sembrare completamente solo di fronte all' odio e all' opposizione di tutta la nobilitas. Lo Staveley pero giustamente osserva che, nonostante il suo prestigio personale e la sua energia, egli non avrebbe ottenuto alcun risultato senza I' appoggio di altri nobili: e indica come alleati di Claudio il suo collega nella censura, C. Plauzio Venox, e i censori del 307 : C. Giunio Bubulco Bruto, M. Valerio Massimo Corvino. A mio parm'e, il primo di questi nomi dovrebbe essere escluso dalla lista, cui potrebbe invece aggiungersi L. Papirio Cursore.

Livio afferma che Plauzio, ob· infamen atque invidiosam senatus lectionem verecundia victus, avrebbe deposto la carica per dissociare Ie proprie responsabilita da quelle di Appio (IX 297_8). Contro questa testimonianza si adducono Diodoro Siculo (XX 361), secondo cui Plauzio fu {)11dpwoc;, del collega, e Frontino (de aq. I 52)' che nicorda il suo zelo nella costruzione dell' acquedotto; si rileva inoltre che Frontino (53) e 10 stesso Livio (IX 334) fanno coincidere il ritiro di Plauzio con 10 scadere della carica dopo i regolari diciotto mesi. Tuttavia dal punto di vista politico I' acquedotto era un' impresa alquanto meno impegnativa rispetto alla lectio senatus, e percio la collaborazione tecnica offerta dal Venox (che, stando a Frontino, avrebbe ricevuto il sop ran-

(37) W. HOFFMANN, BE s. v. Plebs, col. 86-87, 90.

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nome dalla sua abilita nello scovare Ie vene d' acqua) non vale a defi. nire il suo atteggiamento. Livio, anche quando precis a che Plauzio torno a vita privata dopo diciotto mesi (334) usa il medesimo verbo abdicare che ha usato prima (297), quindi non fa che ripetere la stessa notizia ; d' altra parte, poiche sappiamo che Claudio resto in carica molto tempo dopo il termine legale, la sostanza del fatto non muta : il Venox, a un certo punto, non volle rimanere piri oltre a fianco del collega. E hensi vera che Frontino da sulle dimissioni un resoconto diverso da quello liviano: Plauzio depose la carica credendo che Appio 10 avrebbe imitato, e invece fu tratto in inganno, perche Appio manco aIle sue promesse e conserve i suoi poteri; ma questo resoconto (del resto, inattendibile) presuppone come l' altro un rapporto di ostilita fra i due personaggi. Infine, Diodoro non contraddice affatto Livio; il termine 0n1jxooc;, infatti, puo tradursi succuho, e quindi, ben lungi dall' indicare un aocordo, significa piuttosto che Plauzio fu incapace di far sentire la sua voce (38).

L' ampio intervallo di tempo rende difficile, ma non impossihile, che questa Plauzio s'identifichi con C. Plauzio cos. 341, gia ricordato come un possibile sostenitore di Publilio (§ 22) ; comunque, poiche non esiste alcun vincolo di amicizia 0 di alleanza fra i censori del 312, non puo per questa via dimostrarsi, come sarebbe desiderabile, la continuita fra il gruppo di Publilio e quello di Claudio. E poi assolutamente escluso che, attraverso Plauzio, Ap. Claudio si colleghi a una consorteria nobiliare capeggiata dagli Emilii, la cui esistenza, postulata dal Munzer e dallo Schur, dey' essere ancora provata (39).

Ben diversamente vanno giudicati i censori del 307, Giunio Bruto e Valerio Massimo. Sappiamo ch' essi accettarono la riforma claudiana dei comizi tributi; infatti Q. Fabio Rulliano e P. Decio Mure, nel 304, la trovarono ancora in vigore. Dato 10 scandalo suscitato dalla riforma,

(38) La tesi dell' amicizia fra Claudio e C. Plauzio e sostenuta da: MUNZER, RE s. v. Claudius, 91 ; Plautius, 32 ; m., RAP, pp. 41-42; W. SCHUR, «Hermes» LIX 1924, pp. 463-464; K. J. BELOCH, RG, p. 481; A. GARZETTI, o. c., pp. 192-193, 201 ; E. S. STAVELEY, o, c. alia n. 27, pp. 417-418.

(39) Le fonti sulla censura danno C. Plautius, accettato dal DEGRASSI, lIt.

XlIII, pp. 37, 119, e daI BROUGHTON, s. a. Solo Diodoro ha A,,()}tLov RAauoLOV (sic): e il MUNZER, RAP, pp. 41-42, afferma che pur essendo errata il nomen, il prenome puo essere esatto; in tal caso il censore del 312 potrebbe identificarsi con L. Plauzio, cos. 318, figIio di un aItro L. Plauzio, cos. nel 330 e come tale collega di un L. Papirio Crasso (cf. anche MUNZER, RE s. v. Plautius, 32-34; W. SCHUR, l. c.). A prescindere daI fatto che tutto cio non consentirebbe alcuna conclusione suI piano storico, deve notarsi che fra il Plauzio censore, e il console del 318, la differenza non sta solo nel prenome : il primo infatti e C., c. f., C. n.; iI secondo e L., L. f., L. n. (Fasti).

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anche una semplice adesione ha un valore politico inequivocabile; sembra pertanto certo che Giunio e Valerio siano seguaci di Appio Claudio (40).

A cio potrebbe opporsi, per quanto riguarda C. Giunio Bruto, che secondo Livio (IX 301_2), essendo egli console nel 311, insieme al collega Q. Emilio Barbula ignore I' ultima lectio senatus, e si attenne alIa lista precedente: escluse cioe dal senato gli humiles che vi erano stati introdotti proprio da Claudio. L' autenticita di questo episodio e mess a in duhbio dallo Staveley, sia per la contraddizione con l" atteggiamento di Bruto nel 307, sia per il presupposto che Appio doveva contare dei sostenitori. Tuttavia I' ostilita di una cop pia consolare alIa lectio senatus rivoluzionaria e confermata da Diodoro Siculo (XX 366) e in se appare tutt' altro che inverosimile. E dunque lecito avanzare un" altra ipotesi, cioe che la lectio sia stata annullata, anziche dai consoli del 311, da quelli del 310: Q. Fabio Hulliano, il grande antagonista di Claudio, e C. Marcio Rutilo Censorino.

Infarti, tanto Livio, con le parole senatum libertinoruni filiis lectis inquinaverat (IX 4610), che contraddicono Ie seguenti eam lectionem nemo ratam. habuit (46ll), quanto Diodoro (xa"cip.L~g DE: xal 't .. ~y cruyx)''Y)'tOY •.. , Ecp' of<;; ~apE(j); ecpgpoy of xxuXWP.gYOL 'tatc; guygydca<;;: XX 363) presuppongono chiaramente che almeno per un certo periodo la lista di Appio sia stata in vigore: quindi si puo ammettere ehe i consoli del 311 I' abbiano aeeettata. Livio potrebbe aver attribuito l' annullamento a C. Giunio Bubulco Bruto e a Q. Emilio Barbula non perche abbia trovato i 101'0 nomi nelle fonti, rna solo perche questa era la prima coppia consolare dopa l' inizio della censura. Diodoro, invece, poiche riferisce tutta la censura al 310, col termine una'toL (XX 366) allude manifestamente ai consoli di quest' anno, gia da lui nominati, cioe appunto Fabio e Marcia (XX 271), Inoltre Plutareo afferma che Fabio fu detto Massimo per aver espulso i liberti dal senato (Pomp. XIII 5). Altri autcri, e precisamente Livio (IX 4615), Valerio Massimo (II 29), Ampelio (186), spiegano il cognomen can la restaurasione del sistema trihuto, e puo darsi ehe siano nel giusto; ma I' importante e che Plutareo attribuisea a Fabio I' espulsione dei liberti. Ne si puo dire ch' egli ahbia dovuto escogitare una sua ipotesi perche ignorava il problema delle trilni: infatti in altra sede ricorda anehe quest' ultimo (Popl. VII 8).

Un' ulteriore eonferma potrebbe aversi qualora fossimo eerti ehe Appio e Plauzio furono i primi censori ad assumere il eompito della

(40) COS! E. S. STAVELEY, o. c., pp. 413-414; cf. W. SCHUR, o. c., p. 464; A.

GARZETTI, o, e., p. 208.

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lectio senatus, in ongme prerogativa dei consoli. Com' e noto, la COn. suetudine fu modificata dalla legge Ovinia qua sanctum est ut censores ex omni ordine optimum quem que curiati-cm:» in senutu-c m;» legerent (FEST. s. v. praeteriti senatores, p. 290 L.). Gli studiosi che attrihuiscono la prima lectio censoria al collegio del 312 fanno risalire il trihunato di Ovinio al 312 0 agli anni pre c e den t i; sarebbe tuttavia pill logico pensare al 312 0 agli anni s e g u e n t i; e infatti molto difficile che qualcuno ahhia pensato a togliere poteri ai consoli per attrihuirli ai censori mentre non c' erano censori in carica. E se il plehiscito fu votato durante la magistratura di Appio Claudio, e possihile che risalga al 311, sicche, pur tenendo ferma I' elezione di Claudio e di C. Plauzio al 312 (41), la lectio precederehhe di poco il consolato di Q. Fahio Rulliano: tanto pill che in questo periodo I' anno consolare aveva principio nell' autunno, cioe in anticipo rispetto all' anno solare, anziche, come di solito, in zitardo. Si tratta, comunque, di una mera ipotesi, perche il problema della legge Ovinia e an cora lontano dall' essere chiarito (42).

Anche lasciando da parte quest' ultimo argomento, resta peraltro assai pill prohahile che la lectio senatus di Appio sia stata respinta dal Rulliano, anziche da C. Giunio Buhulco (43) ; e quindi e lecito affermare che i censori del 307 furono seguaci consapevoli, e non casuali, della politica claudiana.

Due episodi avvenuti durante la seconda guerra sannitica sembrano confermare il giudizio dato su questi personaggi, e nello stesso tern- 1)0 contrihuiscono ad ampliare il quadro dello schieramento politico cui appartenevano. Secondo Livio (VIII 30.36) L. Papirio Curs ore, dovendo

l'ecarsi a Roma durante la sua dittatura del 325, aveva lasciato I' esercito di fronte al nemico affidandolo al suo magister equituni Q. Fahio RuIliano, con l' ordine di non comhattere. Fahio inveoe, cogliendo una occasione favorevole, attacco hattaglia e vinse. Da cio ira funesta di Papirio, condanna a morte di Fabio, sommossa dell' esercito a suo favore, intervento del senato, del popolo, del vecchio padre M. Fahio Arnbusto. Finalmente il magister equitum fu assolto, non senza che la ferocia del dittatore lasciasse un largo strascico di antipatia (cf. anche ILS 53 = iu. XIII 3, N. 62; VAL. MAX. II 78, III 29; FRONT. Strat. IV 139; Arrcr. de vir. ill. 311•3, 321; CASSo DIO 3126), Pili tardi, in un' altra fase della guerra (310 a. C.), essendo stato gravernente ferito il console C. Marcio Rutilo (LIV. IX 388,10)' il senato ordino al collega superstite, . Q. Fahio Hulliano, di chiamare alIa dittatura L. Papirio (hrrsore, in quo tum summa rei bellicae ponebatur (389), Formalmente, infatti, la scelta del dittatore spettava a uno dei consoli, rna in molti casi questi si Iimitava a seguire la volonta del senato (44). Com' era da asp ett arsi, il Rulliano accolse i legati senatorii, venuti al suo accamparnento, con scarsissimo entusiasmo ; infine si piego all' ordine ricevuto, rna il suo contegno fu tale ut appareret insignem dolorem ingenti comprimi animo (389•14; cf. CASSo Dro 3626),

La maggior parte degli studiosi moderni consider a questi due episodi completamente 0 parzialmente inventati. Secondo il Beloch, anzi, i due protagonisti devono considerarsi amici, perche la Iihera scelta di Fahio come proprio magister equitum da parte di Papirio, nel 325, e un dato di fatto, mentre tutto quel che avvenne dopo e romanzo ; inola tre Fahio fu dittatore nel 315, essendo consoli L. Papirio e Q. Puhlilio Filone (che il Beloch ritiene molto vicino a Papirio : V. infra), e dunque, presumihilmente, fu designato da uno di questi due; infine un figlio di Papirio fu edile curule con Fahio nel 299 (45).

(41) II 312 e la data liviana, il 310 quella diodorea. C. SIEKE, Claudius, pp. 6-15, e. G. DE SANCTIS, SR II, p. 226 e n. 1 ivi, optano (il primo decisamente, il second~ III forma molto cauta) per Diodoro; la maggioranza degli studiosi, per Livio, V. gli argomenti in A. GARZETTI, o, c., pp. 190-191; cf. E. S. STAVELEY, O. c., p. 410 n. 1.

(42) II plebiscite Ovinio risale alla meta del IV secolo secondo L. LANGE, RA 11", pp. 13-14, 355-356; G. DE SANCTIS, SR II, pp. 233-234; L. PARETI, SR I, pp. 638-639; e invece posteriore a Claudio secondo E. S. STAVELEY, O. c., p. 413 n. 29 (Io Staveley ritiene che il fine fosse quello di regolare la lectio quando gia da qualche tempo era affidata ai censori). Collegano il plebiscite Ovinio alla censura di Claudio, e percio 10 considerano, come si e detto riel testo, di poco anteriore: Th. MOlUlIISEN, SR II I, pp. 418-419; III 2, p. 879; MUNZER, RE s, v. Ovinius, 1; G. NICCOLINI, FTP, pp. 389-390; P. DE FRANCISCI, SDR I, p. 260; T. R. S. BROUGHTON, MRR I, pp. 158-159.

. ('3) C. SIEKE, Claudius, p. 34, suppone che la lectio di Appio sia stata respinta

dar consoli del 308, cioc Q. Fabio Rulliano e P. Decio Mure. II GARZETTI, o, c., p. 200 n. 4, ?on ragione esclude questa ipotesi, che e basata sulla cronologia diodorea (v. sopra, n, 41); tuttavia non e giusto dire che il Sieke tiri a indovinare: il riferimento ai consoli del 308 si fonda anche sul fatto che nel 304., da censori, essi dimostrarono la 101'0 ostilita ai programmi di Claudio.

(44) Th. MOMMSEN, SR II 1, p. 150 n. 2.

(46) K. J. BELOCH, RG, pp. 396, 412, 480. Contro l' autenticita sono inoltre :

G. DE SANCTIS, SR II, pp. 305-306; F. E. ADCOCK, CAH VII, p. 598; L. P ARETI, SR I, p. 689; VOLKMANN, RE s. v. Valerius, 244. II Munzer nega tutta la parte pili teatrale dell' episodio; ammette invece una vittoria di Fabio sui Sanniti, e anche un certo periodo ill ostilita tra Fabio e Papirio: egli ritiene infatti, giustamente, che su questa tema la tradizione gentilizia dei Fabii non possa sbagliare. Aggiunge pero che nel 315 Fabio fu designata alla dittatura da Papirio 0 da Publilio, e quindi l'inimicizia doveva essere gia venuta meno (RAP, p. 110; RE s. v. Fabius, 114, col. 1800- 1801 ; S. V. Papirius, 52, col. 1045-1047). Anche G. FORNI, «Athenaeum» XXXI 1953, p. 232, crede che il passo liviano sia ispirato, in ultima analisi, dal ricordo di un contrasto politico fra i due protagonisti. Per quanta riguarda la forma esteriore del racconto, il Munzer, l' Adcock, e il Volkmann ritengono che la disputa del 325 sia una

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Quest' ultimo argomento lascia il tempo che trova; quanto agli altri, deve obiettarsi che se pure Ie drammatiche scene del 325 e del 310 fossero invent ate di sana pianta, i 101'0 inventori, cioe gli annalisti, non Ie avrehhero in ogni caso create dal nulla, rna piuttosto intorno a un nucleo di elementi storici, e questo nudeo dovrebbe comprendere non solo i nomi di Fabio e di Papirio, e Ie 101'0 cariche, bensi anche qualche caratteristica tradizionalmente legata al 101'0 ricordo, Dunque, dopo aver demolito tutto il racconto liviano, rimane ancora probabile che gli annalisti siano stati a conoscenza di una pertinace ostilita fra i due uomini; altrimenti avrebbero fatto sfoggio delle 101'0 capacita narrative scegliendo altri personaggi. Per confermare la validita di questo presupposto, potrebbe citarsi ad esempio la storia di M. Attilio Regolo: e possihile che tutti i particolari truculenti sulla sua morte siano falsi; comunque, furono inventati a proposito di Regolo, che morf veramente in prigionia, e non di C. Duilio 0 di C. Lutazio Catulo.

Sappiamo per caso che il conflitto del 325 era narrato anche da Fabio Pitt ore (fr. 18 p2, cit. da LIV. VIn 3°7,9): «die Geschichte ... stammt also aus fabischer Familientradition. Das beweist noch nicht, dass sie richtig ist» commenta il Beloch. Ma non si comprende perche, a un secolo d' intervallo, i Fabi avrebbero dovuto invent are I' inimicizia fra il 101'0 piu illustre antenato e il non meno illustre L. Papirio Curs ore, se di questa inimicizia non si fosse mai saputo nulla.

Resta, come unica diffieolta, il fatto che Q. Fabio Rulliano fu dittatore nel 315, mentre erano consoli Papirio e Q. Publilio Filone. Tuttavia la difficolta viene meno, quando si osservi che in quell' anna per i consoli era materialmente impossihile procedere alIa nomina del dittatore. Gli avvenimenti del 315 sono alquanto oscuri e confusi, rna la critic a moderna e riuscita a ricostruirli, colmando Ie deficienze del racconto liviano con Ie notizie fornite da Diodoro Siculo. Un esercito romano doveva essere in Apulia, I' altro in Campania: un'improvvisa diversione dei Sanniti (che puntarono su Terracina), e una rivolta degli

anticipazione di quella pili famosa che si ebhe nel 217 tra Fahio il Temporeggiatore e il suo magister equitum Minucio (v. infra, §§ 39, 44). Ma, oltre che per una differenza second aria notata dallo stesso Munzer (Fabio, disohhedendo, vinse; Minucio giunse sull' 01'10 della disfatta) i due incidenti si distinguono anche perche nel 217 il magister equitum. si ribello centro un Fabio; nel 325 il magister equitum ehe si ribello era un Fahio. Dunque ci troveremmo di fronte a una reduplicazione di tipo alquanto strano, che si potrehhe definire antifrastiea.

Per quanta riguarda il 310 a. C., K. J. BELOCR, p. 412, e MUNZER, RE s. v.

Fabius, 114, col. 1803-1804, escludono perfino che Papirio sia stato dittatore. Pili tardi pero il MUNZER, RE S. v. Papirius, 52, col. 1049-1051, pur negando tutti i particolari, ammise la dittatura di Papirio {cosi anche G. DE SANCTIS, SR II, p. 332).

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Aurunci, isolarono I' esercito della Campania, sicche Roma era direttamente minacciata mentre uno dei consoli era tagliato fuori e I' altro era troppo lontano pel' intervenire. A questo punto Fabio fu chiamato alla dittatura, e con truppe improvvisate affronto i Sanniti a Lautule, riportando gravi perdite fra cui quella del magister equitum Q. Aulio Cerretano (46).

In tali circostanze, semhra impossihile che i Romani abbiano trovato opportuno inviare messaggel'i in Apulia per ottenere dal console la nomina di un dittatore con tutti i crismi della legalita ; il nemico era a meno di cento chilometri da Roma, e il tempo mancava. Si possono fare due ipotesi: che Fabio sia stato scelto dal popolo, come nel 217 il Cunctator, suo discendente ed omonimo, fu scelto dopo Ia hattaglia del Trasimeno, quando uno dei consoli era morto e I' altro era tagliato fuori (DIOD. XIX 726, a proposito del 315, scrive appunto 7tPO€X€Lp(crav'to 'to't€ Kot:v-cov <Pa~LOv); oppure che sia stato designata dal pretore : questa soluzione, sebbene poco frequente e molto discussa, era tuttavia Iecita (47).

Se Fabio non fu designato da Papirio, non c' e alcun elemento che turbi la coerenza della tradizione sull' inimicizia fra i due uomini. Senza dubbio nel 325 il Cursore aveva fiducia in Fabio (che del resto allora era giovane, e forse non si era ancora schierato con alcun gruppo), poiche 10 prese come magister equitum; rna in seguito sorse un' ostilita violent a e tenace. Puo darsi che Ia rottura risalga appunto al 325, come racconta Livio, rna non e escluso che sia invece piii tarda, se I' episodic del 325 e soltanto Ia proiezione fantastica dei rapporti reali; questo e comunque un particolare secondario,

Altri dati su L. Papirio Cursore confermano che gli annalisti non sceglievano a caso i personaggi dei 101'0 excursus drammatici. In primo

(46) LIVID, IX 22, tace sull' attivita dei consoli (che, secondo lui, Romae manserunt) e semhra ignorarne anche il nome. I nomi sono documentati dai Fasti e da DIOD. XIX 661; gli eventi sono stati ricostruiti mediante DIDD. XIX 72 a- 8, Cf. G. DE SANCTIS, SR II, pp. 319-321; K. J. BELOCR, RG, pp. 405-406; F. E. ADCOCK, CAH VII, pp. 601-602; MUNZER, RE S. v. Fabius, 114, col. 1802 (con qualche inesattezza, corretta in RE s. v. Papirius, 52, col. 1045-1047).

(47) LIV. XXII 86 (citando COEL. ANTIP. fro 21 P.2) considera l' elezione popolare di Fabio Cunctator nel 217 come il primo esempio del genere; rna potrehhero esservi stati altri casi a lui ignoti (anche a prescindere da M. Furio Camillo, che LIVID stesso, XXII 14'11' etc., giudica eletto dal popolo, contraddicendosi e dimostrando di non avere in materia idee molto ehiare : cf. la critica di Th. MOllll11SEN, SR II 1, p. 149 n. 5; III 1, p. 41 n. 1). Sulla nomina da parte del pretore cf. Th. M0ll1l11SEN, SR II 1, p. 147; A. DEGRASSI, lIt. XlIII, p. 118. II Mommsen finisce poi col fondere Ie due ipotesi, in quanta ritiene che la seelta fatta dal pretore, diversamente da quella consolare, fosse suhordinata alla ratifica del comizio,

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ii

luogo si raccorrta che nel 325 il legato M. Valerio Massimo Corvino (rimasto al comando dell' esercito mentre Papirio e Fabio litigavano a Roma), intimorito dai severissimi ordini di Papirio, Ii rispetto, astenen. dosi dal comhattere perfino quando si trattava di soccorrere un gruppo di Jrumentatores circondati dai Sanniti (LIV. VIII 3510_12), Dunque, sup. ponendo che ci si trovi di fronte a una leggenda, questa leggenda im. plica un' antitesi fra il contegno di Fabio Rulliano e quello di Valerio Corvino di fronte a Papirio (48). In secondo luogo il Curs ore, nella sua dittatura del 310 (0 309), scelse come proprio magister equitum C. Giunio Bubulco Bruto (Fasti; LIV. IX 38w 408,9)' Se quest' ultima dittatura, come alcuni ritengono, fosse inventata, dovremmo arguirne che gli anna. listi autori del falso consideravano Bruto il magister equitum. piu adatto a Papirio ; il che sarebbe pur sempre significativo (49).

Riassumendo: la tradizione present a L. Papirio Cursore come fieramente avverso a Q. Fabio RulIiano, e in buoni rapporti con Valerio Corvino e Giunio Bruto. Poiche Valerio e Giunio, censori nel 307, rispettarono la riforma dei comizi 'tributi varata da Claudio, mentre Fabio, censore nel 304, volle invece abrogarla, si puo affermare che questi uomini, divisi sul piano politico, furono visti dagli autori classici come divisi anche suI piano personale. L'inevitabile interferenza fra i due piani suggerisce che L. Papirio, avendo gli stessi amici e gli stessi nemici di Ap. Claudio, sia stato molto vicino all' ambiente di quest' ultimo, o ne abhia fatto parte.

L' esistenza di un legame, sia pure indiretto, fra Papirio e Claudio, sarebhe veramente degna di nota se, come parecchi studiosi ritengono, in Papirio potesse vedersi un collahoratore di Q. Puhlilio Filone. Poiche infatti, come si e gia accennato (§ 23) il gruppo condotto da Claudio eredito la politica del gruppo condotto da PuhIilio, sarehhe molto sin. golare che i sostenitori del medesimo programma in due generazioni diverse fossero totalmente estranei gli uni agli altri: e Lucio Papirio, per i limiti cronologici della sua attivita, potrehhe appunto costituire un anello di congiunzione (50).

(48) II VOLKMANN, RE s. v. Valerius, 244, afferma che Ie notizie sulla carica e sull' atteggiamento ill Valerio nel 325 cadono con tutto il resto dell' episodio cui appartengono. Sui problemi posti dalla confusione fra M. Valerio Corvino e suo padre M. Valerio Corvo v. infra, app. V, sez. I.

(49) Circa i dubbi sulla dittatura del 310/309 v. sopra, n. 45.

(50) Come si e detto sopra, e escluso che l' anello di congiunzione sia rappresentato da C. Plauzio, il collega di Appio nel 312.

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II prohlema e molto semplice per il Beloch, il quale, pur definendo Papirio «kein schroffer Parteimann, mehr Soldat als Politiker», aggiunge eh' egli doveva essere amico di PuhIilio in quanto suo collega nei consolati del 320 e del 315, e in quanto senza duhhio sostenitore della Kriegspolitik. Un giudizio analogo era stato formulato anche dal Munzer, ohe, partendo come al solito dal susseguirsi e dall' aceompagnarsi dei nomi nei Fasti, inquadrava i nostri personaggi nella ipotetica cons orteria degli Emilii (51). Purtroppo la colleganza di Papirio e di Puhlilio fra 101'0 e con altri non dimostra nulla; e Ie inclinazioni militari del Cursore, in un periodo nel quale la nobilitas roman a era ancora una aristocrazia gUClTiera, non hastano a caratterizzare la sua tendenza. Deve aggiungersi tuttavia che la condotta dei due uomini, eletti al consolato per il 320 0 per il 315 (si ririene infatti che gli avvenimenti di questi anni siano stati confusi) luuul dubio consensii civitatis, quod nulli ea tempestate duces clariores essent (LIV. IX 715) risulta ispirata da una completa e insolita unita di propositi ; 0 quanto meno la tradizione ha rrtenuto opportune presentarla in questa luce (129-157)' Anche il eoncorde atteggiamento preso di fronte all' ultimatum dei Tarantini (142) potrebbe avere un cerro significato, come ahhozzo di una sfida romana alla grande' citta italiota; rna I' episodio, nel resoconto liviano, appare a tal punto assurdo che non e prudente trarne conclusioni : anzi alcuni studiosi, forse esagerando, 10 ritengono del tutto immaginario (52).

La prova di una vera e propria collaborazione politica si avrehhe se un L. Papirio non altrimenti noto, pretore nel 332, potesse identificarsi col grande Papirio. Nel 332, infatti, il pretore varo la gia citata Iegge che riconosceva agli Acerrani la civitas sine suffragio (LIV. VIII 712: v. sopra, § 22); e la legge fu applicata dai censori Q. Puhlilio FiIone e Sp, Postumio Albino (VELL. PAT. I 144), Acerra si trova a meno di

(51) K. J. BELOCR, RG, p. 480; F. MUNZER, RAP, pp. 32; 34 .. 45, seguito da W. HOFFMANN, RE S.v. Publilius, 11, col. 1913; cf. W. SCHUR, «Hermes» LIX 1924, pp. 460-461.

(52) Per quanto riguarda la cronologia si tenga presente che secondo la communis opinio tutti gli episodi attribuiti al 320 dovrebbero spostarsi al 315. Sull'intervento dei Tarantini v. LIV. IX 141'7 (i Iegati imposero ai Romani ed ai Sanuiti ill sospendere Ie ostilita, minacciando guerra a chi non obbediva, e i Sanniti accettarono l' ultimatum ; invece Papirio, dopo essersi consultato con Publilio, attacco battaglia, e naturahnente i Tarantini non si mossero). G. DE SANCTIS, SR II, pp. 315-316, non trova in questo racconto, da lui definite con ragione una commedia, nemmeno un barlume ill verita ; altri invece (p. es. Th. MOllIMSEN, RG I, p. 370; E. CIACERI, SMG III, pp. 24-25; L. PARETI, SR I, p. 696, cf. pp. 725-726; H. H. SCULLARD, HRW', p. ll8) ammettono che durante Ia seconda guerra sannitica Taranto abbia preso quaIche iniziativa suI piano diplomatico per frenare I' invadenza romana; il che, a prescindere dai particolari del resoconto liviano, sembra Iogico e credibile.

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venti chilometri da Napoli, aicche il provvedimento doveva essere gradito a Publilio, il quale pochi anni dopo avrebbe preso l' iniziativa della guerra contra questa citta, Tuttavia non sappiamo se il pretore del 332 debba identificarsi con L. Papirio Cursore, ovvero con L. Papirio Crasso, censore nel 318 (53) ; sicche i dati prosopografici sui rapporti fra Publilio e Claudio restano per ora scarsi ed incerti.

si occupa solo delle riforme concesse alIa fine), e quindi e di gI"an lunga il pill accreditato. D' altra parte Ie fonti note a Livio che affermavano Romae eam. multitudinem coniuratorum ad arma consternatam esse (VII 423) precisavano (0 il 101'0 contenuto era tale da consentire a Livio questa precisazione): neque antequam Romam veniretur, sed Romaeetc.: alludevano cioe anch' esse a truppe che erano and ate a Capua e ne ritornavano. Dunque l' aspetto piii interessante dell' episodio, cioe il suo rapportocon I'intervento romano in Campania, era ammesso coneordemente da tutti gli anti qui rerum auctores. Accettando solo questo nucleo centrale, possiamo ritenere certo almeno il fatto che la prima guerra sannitica, intrapresa in omaggio a un disegno politico troppo vasto per essere afferrato dai contadini dell' esercito romano, suscito un profondo malcontento e infine anche una rivolta (54). I resoconti piu estesi aggiungono inoltre che la ricchezza invidiata dai Romani era in particolare la ricchezza agricola della Campania (DION. HAL. XV 38; LIV. VII 386•7): e cio semhra suggerire I'idea che i Iegionari fossero disposti a combattere solo per conquistare terre coltivabili, e non perche i negotiatores potessero ampliare Ia 101'0 sfera di attivita,

Secondo Livio, Appiano e Zonara (v. sopra) la crisi fu risolta mediante un compromesso, cioe con varie riforme amministrative ed economiche. Ma il vera compromesso fra Ie due opposte concezioni della politica estera si ebbe dopo la guerra latina, quando l' agI'o Falerno fu

25) LA PLEBE RURALE, LA SUA POLITICA, E I SUO! CAP!. - Narrano Ie fonti che nel 342, essendo consoli Q. Servilio Ahala e C. Marcio Rutilo, truppe romane presidiavano Ia Campania per proteggerla da una controffensiva dei Sanniti. FI"a queste truppe, composts in gran parte di poveri diavoIi oppressi dalla miseria e dai debiti, ben presto cominciarona a diffondersi sentimenti d'invidia e di ran core per Ia ricchezza e il lusso di cui facevano mostra i 101'0 ospiti campani ; finche i piu decisi pensarono di occupare Ie citta 101'0 confidate, e di tenerle per se, difendendole non solo contro i Sanniti ma anche contro i Camp ani, e se necessario centro un nuovo esercito romano. Essendo stato scoperto il 101'0 progetto, i colpevoli avanzarono verso Roma, e Ii fermo soItanto I' autorita del dittatore M. Valerio Corvo; questi riusei a placare i ribelli con un commovente discorso, rosa ancor piu persuasivo da una serie di leggi gradite al popolo, che il senato e i tribuni della plebe si affrettarono a proporre : fra I' altro si legherebbe a questo episodio il plebiscito Genucio ne faenerare liceret (DION. HAL. XV 3; 45•6; LIV. VII 38-42; App. Samn. 1; FRONT. Strat. I 91; AUCT. de vir. ill. 293; ZON. VII 259),

In tutta la storia (che, a raccontarla per intero, sarebbe lunga) i luoghi comuni e gIi elementi romanzeschi abbondano; Ie fonti inoltre si contraddicono sui particolari : adeo nihil praeterquam seditionem fuisse eamque compositam inter anti quos rerum auctores constat, conclude Livio (VII 427)' E alcuni storici moderni, prendendo alla lettera queste parole, ritengono che tutti i particolari siano inventati dagli autori piu tardio Tuttavia c' e un altro punto su cui la tradizione appare unanime. II resoconto preferito da Livio, secondo cui Ia rivolta sarebbe stata ordita in Campania, o il suo primo obiettivo sarebbero stati i Camp ani, e accolto anche da Dionigi, Appiano, Frontino, e nel de vir. ill. (Zonara

(54) Sulla storicita della prima guerra sannitica V. sopra, n. 1. Per quanta riguarda la sommossa del 342, l' interpretazione accolta nel testa e quella ill A. AFZELIUs, Die riimische Eroberung Italiens, Kobenhavn 1942, p. 145 (sul passo ill Frontino V. MUNZER, RE s. v. Ivlanlius, 10; Marcius, 97). G. DE SANCTIS, SR II, pp. 224-225, 272; K. J. BELOCH, RG, p. 371, attenendosi strcttamente al passo citato di LIVlO (VII 427) pensano che non vi sia nulla di certo oltre il nudo fatto di una sedizionc militare. A. GARZETTI, «Athenaeum)) XXV 1947, pp. 183-184; L. PARETI, SR I. pp. 635-637, ammettono il nesso fra la sedizione e la lex Genucia, e quindi mettono in rilievo l' aspetto economico dell' episodio ; cf. anche G. FORNI, «Athenaeum» XXXI 1953, pp. 230-231. C. P. BURGER Jr., Neue Forschungen zur iiltern. Gesch. R01ns, II:

Roms Bundnisse mit fremden Staaten, Amsterdam 1895, pp. 24-27; A. PIGANIOL, «MEFR)) XXXVIII 1920, pp. 295-296 ; A. BERNARDI, «Athenaeum» XXI 1943, p. 25! ritengono invece che il resoconto tradizionale celi il ricordo di un eonflitto tra Romam e Latini; rna gli argomenti a favore di questa tesi non sono persuasivi. L' itinerario dei ribelli passa per i monti Albani e per Tuscolo, zone latiue, rna passa anche per Saticula e per Terracina, cioe fra gli Aurunci e i Volsci: e non si vorra indurne che furono questi popoli a ribellarsi. Esisteva hens! un interesse dei Latini per la ~a~p~nia! rna questa si manifesto nel 340 con un' alleanza, mentre nelle nostre forrti 1 ribelli sono ostili ai Campani. D' aItra parte questa teoria e soggetta a una facile obiezione: perchs gli annalisti, che descrivono con vivaci colori la guerra latina del 340-338, avrebbero dovuto travis are uno scontro coi Latini, presentandolo come una faccenda interna della repubblica romana ? Lo stesso PIGANIOL, se ben comprendo, ha riveduto la sua tesi, poiche in CR., p. 129, afferma che «I' insurrezione ... puo spiegarsi in par t e col malcontento dei Latini».

(53) MUNZER, RE s. v. Papirius, 16, 46, 52 col. 1041, mette Ie due ipotesi sullo stesso piano; T. R. S. BROUGHTON, MRR I, p. 142 n. 2, considera pin. prohahile P identificazione con L. Papirio Crasso.

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tolto a Capua e distrihuito ai contadini romani, mentre il popolo campano veniva tassato a beneficio dei suoi equites, anziche di Roma (§ 22). Da un lato quindi si riaffermava la solidarieta fra una parte della nobilitas e i cavalieri camp ani, dall' altro si dava soddisfazione aIle esigenze dei legionari, affinche Ie battaglie combattute dal 343 in poi assumessero ai 101'0 occhi un significato. E anche degno di nota che i lotti dell' agro Falerno furono piti estesi di quelli assegnati in territorio latino, pro longinquitate (LIV. VIII lll3_l4): evidentemente i beneficiari avrehhero fatto volentieri a meno di allontanarsi tanto da Homa,

Un secondo episodio del medesimo conflitto fu quello del 314 (v. sopra, § 22). Alcuni nobili, guidati probabilmente dall' homo novus Q. Publilio Filone, si erano accordati segretamente coi cavalieri camp ani per ottenere concessioni politiche in favore di questi ultimi ; ma prevalse la tendenza di coloro che nei ricchi proprietari e commercianti di Capua vedevano ancora dei nemici sottomessi, e il dittatore C. Menio stronco il tentativo (DIOD. XIX 763_5, LIV. IX 265_22),

Si puo dunque affermare che il nuovo indirizzo della politica estera romana, le cui caratteristiche sono state gia descritte (esso consisteva soprattutto nella tendenza a effettuare una simhiosi con Ie aristocrazie mercantili dei centri greci ed oschi) fin dal principio provoco l' ins orgere di un' ostilita, in parte consapevole e in parte istintiva, nella plebe rurale che formava il nerho degli eserciti (342 a. C.), e anche in alcuni amhienti della nobilitas (314 a. C.).

Per quanto riguarda Publilio, l' unico suo avversario il cui nome ci sia pervenuto e appunto C. Menio; invece fra gli uomini politici vissuti alIa fine del IV e all' inizio del III secolo molti ci sono ben noti per la 101'0 opposizione ad Ap. Claudio e al programma ch' egli rappresentava. Fra questi emerge Q. Fabio Massimo Rulliano.

Nel 307 Ap. Claudio contrasto (senza risultato) la proroga del comando per Fabio, che l' anna prima, da console, si era hattuto valorosamente su varii fronti (LIV. IX 422), Nel 297, presentando la sua candidatura per il consolato dell' anna successivo insieme a quella del Hulliana, Appio costrinse il rivale, che aveva gia ottenuto molti voti, a ritirarsi, perche ambedue erano patrizi e non poteva eleggersi pili di un patrizio (LIV. X 157_12) (55). Nel 295 Fabio, eletto console per la

quinta volta, sostitui Appio in Etruria, e fu accolto dai legionari con evidente sollievo: egli avrebbe ostentato il pili grande disprezzo per la tattica difensiva del suo predecessore, e avrebbe addirittura demolito il vallo dell' accampamento (LIV. X 254_12; ZON. VIII 15)' Intanto Claudio, aRoma, calunniava il nuovo console davanti al popolo, e insisteva perche fossero mandate in Etruria nuove forze con nuovi generali (LIV. X 2513_16, 266; cf. AUCT. de vir. ill. 344),

E certo che I' inimicizia personale ebbe uno sfondo politico: 10 dimostra a sufficienza il fatto che la riforma del sistema tributo, introdotta da Claudio, fu abrogata dal Rulliano; a cio potrebbe aggiungersi l'ipotesi sopra formulata (§ 24) che I' esclusione dei Iihertini dal senato si dehha, auzichd ai consoli del 311 come afferma Livio, a Fabio, cos. 310.

Quest' ultima ipotesi, comunque, troverebbe una conferma se potesse dimostrarsi che il collega di Fabio nel 310, C. Marcio Rutilo Censorino, faceva parte anch' egli del gruppo avverso ad Ap. Claudio. I dati in proposito sono pero molto vaghi. Appio comhatta strenuamente la legge Ogulnia del 300 a. C., che apriva aIIa plebe i maggiori collegi sacerdotali: quelli dei pontefici e degli auguri. Si e gia visto che la sua resistenza non puo spiegarsi col desiderio di tutelare i privilegi patrizi, pili volte conculcati da lui stesso Come dal suo predecessore Publilio: dobbiamo dunque concludere ch' egli voleva contrastare il prestigio e l' influenza di determinate persone cui era prevedihile che toccassero i nuovi onori (la previsione era infatti facilissima, poiche i pontefici e gli auguri plebei dovevano essere cooptati da quelli gia in carica) (56). C. Marcio Rutilo fu il solo plebeo che venne cooptato in ambedue i collegi (LIV. X 92 ; cf. ILS 9338, 1, 1. 3) : pertanto a lui pili che a chiunque altro mirava l' opposizione di Claudio (57).

c1audiano di Fabio (v, infra, app. V, sez. III). G. FORNI, «Athenaeunn XXXI. 1953, pp. 187-195, mette in dubbio l' autenticita dell' episodio (v, infra, n. 64).

N. B. A. LIPPOLD, «Orpheus» I 1954, p. 154, rileva che tanto Ap. Claudio il Cieco, nel 307 e nel 296, quanto Ap. Claudio Caudex, nel 264, ebbero a predecessori nel consolato esponenti della gens Fabia; e ne induce un' alleanza politica tra i Claudii e i Fabii.

(66) Come s' e gia acccnnato, alcuni autori negano l' opposizione di Claudio al plebiscito OguInio (v. sopra, n. 29). A questa tesi appare incline anche 10 STAVELEY, (dIistOlia» VIn 1959, pp. 412, 432; eppure proprio 10 Staveley spiega otti~~ment~ l' opposizione come un tentativo di Claudio per ostacolare la carriera di uomun a lui avversi (p. es, P. Decio Mure, e forse P. Sempronio Sofo: v. infra, n. 63)_ Centro I' autenticita della notizia non vi sono argomenti, ne logici ne filologici: cf. A. GARZETTI, O. c., pp. 212-214. . _

(67) Anche il MUNZER, RE s. v. Marcius, 98; e RAP, pp. 63-64, consId~ra II Censorino un avversario di Claudio, ma Ie prove che adduce non soddisfano (egli fece la sua carriera in epoche in cui predominavano i Fabii, e fra l' altro fu tribuno della

(55) A. GARZETTI, «Athenaeum» xxy 1947, pp_ 214~216.' h.a .giustame~t,e ~otato che la mossa di Appio aveva un fine contmgente, e non di prmClplO: era cioe diretta contro Fabio, e non contro l' elcggibilita dei plebei (ormai da tempo sco~tata, a_nche per cariche pili import anti come la dittatura. e la censura). ~omunque, II candidato plebeo di quell' anno, L. Volumuio Flamma Violens, era probabilmente non meno anti-

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peraltro ignorato da alcune fonti (265) ; rna subito dopo si ricorda che Decio, respingendo I' ingerenza di Ap. Claudio, lascio la decisione a Fabio (2517•18), e questi a sua volta accetto l' appoggio del collega e delle sue truppe (262•4: nemineni omnium secum. eoniungi malle). Non ha importanza che questi par'ticolari siano incerti 0 falsi (267: constare res ineipit ex eo tempore quo profeeti ambo eonsules ad bellum sunt) (61) ; importa invece che il ricordo dell' amicizia fra i due uomini sia penenato fino a questi bassifondi della tradizione. D' altra . parte Livio ha ossel'vato che Ie notizie sulla disputa del 295 non si conciliano con tutti gli altri dati su Fabio e Deeio, tribus eonsulatibus eensuraque eollegae nee gloria magis rerum, quae ingens erat, quam eoneordio inter se clari (242; cf. 222•6, 246)' Si ricordi infine che Zonara (VIII Is) unisce il nome di Decio Mure a quello di Fabio nella polemica contro la tattica difensiva usata da Claudio in Etruria nel 296 (62).

Nel campo dell' attivita censoria, Ie fonti mettono in rilievo la parte di Fabio su quell a del collega; invece, a proposito della gia citata legge o gulnia , che apriva alIa nobilitas plebea i collegi degli auguri e dei pontefici, il grande antagonista di Claudio e Decio Mure, la cui figura acquista grande rilievo grazie al bellissimo discorso che Livio ha creato per lui (X 7.8). Decio fu cooptato fra i pontefioi (92); s'intende che questo fatto puo aver suggerito agli annalisti l' idea di present arlo come il principale suasor legis: rna si tratterebhe di un'illazione pienamente giustificata.

Al gmppo di Fabio e Decio si collegano naturalmente anche gli OguInii, che proposero la legge de saeerdotibus ex plebe ereandis, e nel 296, come edili curuli, perseguirono con particolare energia gli usurai (X 2311•12), esponenti di quella turba forense che Appio aveva sostenuto; P. Sempronio, tribuno della plebe nel 310, che tento invano di viet are ad Appio la proroga della censura (IX 33.34), e che potrebbe forse identificarsi con P. Sempronio Sofo, cooptato fra i pontefici grazie alla legge Ogulnia (X 92) ; L. Furio, che nel 308 obbligo Ap. Claudio a deporre la censura prima di chiedere il consolato (IX 423: in quibusdam annalibus).

Un indizio certamente tutt' altro che decisivo, rna comunque non trascurabile, viene dal campo dell' aneddotica. Rutilo fu, solo fra i Romani, due volte censore (nel 294 e nel 265 ; da cio il suo soprannome) ; la seconda volta avrebhe voluto dimettersi, ritenendo pericolosa l' iterazione della censura ; rna si contento di far votare una legge che vie. tava per il futuro il ripetersi di questa scorrettezza (PLUT. Cor. I I; cf. VAL. MAX. IV 13) (68). Orhene, secondo I' anonimo aut ore de vir. ill. (322) Fabio Rulliano iterum. censor fieri noluit dieens non esse ex usu rei publicae eosdem. eensores saepius fieri. Non e facile dire se questa sag. gia sentenza fu mai pronunciata, e, in caso positive, a chi ne vada veramente il merito (59) ; comunque, a mio parere, quando Ie fonti oscillano nell' attrihuire a un personaggio 0 all' altro i medesimi fatti e detti memorabili, se ne puo indurre che i personaggi citati apparivano nella tradizione come molto vicini tra 101'0, 0 per amhiente, 0 per tendenza e mentalita (60).

Per quanto riguarda P. Decio Mure, collaboratore di Fabio nella censura del 304, non vi sono dubbi. E hensi vero che nei resoconti confusi e contraddittorii intorno al consolato del 295 si allude anche a un conflitto tra Decio e Fabio per il comando in Etruria (LIV. X 24),

plehe nel 311, durante una reazione anticlaudiana: occorrerehhe dimostrare che nel 311 e negli altri anni del cursuS honorum percorso dal Rutilo tutte Ie cariche puhbliche erano accaparrate dai fahiani 1). Anzi, la legge del 311, varata dai trihuni C. Marcio (non meglio identificato) e L. Attilio, che aumentava il numero dei trihuni militari eletti dal popolo mentre era in vigore la riforma del sistema trihuto imposta da Ap, Claudio (LIV. IX 303), dovrehhe ascriversi ai partigiani di quest' ultimo, come osserva 10 STAVELEY, o, c., p. 430; e cia porterehhe alla conclusione opposta. Comunque, nonostante il parere del MUNZER, cit., e del BROUGHTON, MRR I, p. 161, non mi semhra affatto sicuro che C. Marcio, trib, pl. 311, dehba identificarsi col Censorino, che fu console nel 310; e anzi molto probahile il contrario, perche un passaggio diretto dal tribunato al consolato non e credibile.

(68) In questa caso, come in molti altri, si attribuisce I' iniziativa di una legge a un censore, mentre la dottrina dominante fra i moderni esclude che i censori avessero 10 ius agendi cum populo (v. infra, § 29, n, 14). A prescindere dalla eventualita che questa teoria dehba essere riveduta, il prohlema puo sempre risolversi supponendo che il censore abhia spinto un altro magistrato a promuovere la legge.

(69) F. MUNZER, RE s. v. Fabius, 114, col. 1807·1808, e Marcius, 98, opta per il Censorino.

(60) V. infra, § 26, per il caso (molto pin evidente) di Curio e Fabrizio. Naturalmente il problema e assai diverso quando Ie fonti contrastano ascrivendo a due 0 pin generali la medesima vittoria: in tal caso e lecito giungere alla conclusione opposta, e ritenere che fra questi personaggi vi sia stata rivalita, Si tenga presente infine che il passo del de vir. ill. in cui si attribuisce ad Appio Claudio la costruzione dell' acquedotto Aniense (347), opera, in realta, del suo rivale M'. Curio, non rispecchia affatto un'incertezza della tradizione: si tratta di una glossa marginale, arhitrariamente ricavata dal capitolo su Curio (ibid. 33.), e altrettanto arhitrariamente insinuata nel testo: infatti la espungono, 0 la correggono, tutti gli editori, meno il PICHLlIIAYR.

(61) Su questa congcric di notizie v. MUNZER, RE s. v. Decius; 16 ; T. R. S. BROUGHTON, MRR I, p. 179 n. 1.

. (62) In ca~i del g~nere cia che importa e il ricordo di un atteggiamento ostile 0 P?lellllco, e non il semplice fatto di una divergenza tattica, che di per se non implica divergenza politica. Infatti anche Fabio e Decio sono considerati dalla tradizione come esponenti di due tattiche diverse: cf, LIV. X 286, e il Decius di Accro, v. 8·9 RIBBECK = 9-10 WARMINGTON (passo analizzato da T. HERlIfANN «CM)) IX 1947 pp. 146-147)' e v. infra il caso di Fahio e Flaminio (§ 38).' , ,

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A mio parere fu amico di Fabio anche L. Volumnio Flamma Violens

,

console nel 307 e nel 296 (63).

In diretto contrasto con Ap. Claudio, e in rapporti amichevoli con Decio Mure (CIC. Cat. mao 43), troviamo infine M'. Curio Dentato. Questi, come trihuno della plebe, verso il 298 si oppose a Claudio che tent ava, essendo interrex, di escludere i plehei (0, pili prohabilmente, un determinato plebeo) dalla candidatura al consolato (CIC. Brut. 55; AUCT. de vir. ill. 3310, 343: si noti che per l' anna successivo furono eletti consoli Fabio e Decio, e questo spiega contra chi era diretta la moss a di Appio) (64). L' attivita di P. Decio Mure e di Curio s'inquadra dunque, considerata esteriormente, nel tradizionale conflitto fra patrizi e plehei, Tuttavia, come s' e gia osservato, l' analogo tentativo di Appio, pretore nel 297, per escludere i candidati plebei, ebbe come unica (e prohabilmente prevista) conseguenza la rinuncia del patrizio Fabio. Del resto la collaborazione di Fabio col leader plebeo Decio, da una parte, la politica di Appio a favore della plebe urbana, dall' altra, dimostrano che il motivo della lotta era diverse, e pili vasto.

AIcuni studiosi tendono a considerare la politica ester a di Fabio e del suo gruppo come analoga a quella di Ap. Claudio; 0 addirittura vedono in Fabio e Decio i veri antesignani dell' espansione verso il Mezzogiorno edell' accordo con l' aristocrasia oampana, Si dice infatti che i Fabi abbiano avuto legami di parentela con nobili osci; e i Deci sarebhero addirittura venuti aRoma dalla Campania alIa vigilia dell' accordo con Capua [cioe almeno dal 352, quando il pili antico P. Decio Mure

fu eletto quinquevir mensarius) (65). Tuttavia queste ipotesi non hanno alcun fondamento. Sappiamo hensi che Q. Fabio Rulliano era suocero di A. Attilio Caiatino, e, cos a pili importante, che era in buoni rapporti con lui (VAL. MAX. VIII 1, abs. 9), ma nulla prova che gli Attilii siano camp ani : ne il cognomen di Caiatino, che potrebbe ricordare un atto di valore compiuto alIa pres a di Caiatia nel 313, ne quello di M. Attilio Regolo Caleno, console nel 335, che e senza dubbio un cognomen trionfale. In questo periodo, come osserva il Mommsen, i nobili di origine straniera si guardavano bene dal mettere in rilievo tale particolarita, mentre i soprannomi trionfali erano gia in uso (66). Nessuna importanza, ovviamente, ha il fatto che, un secolo dopo, Fabio il temporeggiatore possedesse un fondo nell' agI'o Falerno, annes so aRoma nel 340, e gia romanizzato nel 318, quando fu costituita la tribu' Falerna (67).

L' origine campana dei Deci e stata affermata soprattutto sulla base del 101'0 nomen, perche i gentilizi latini tratti da numeri si collegano di solito agli ordinali (da Quinctius a Nonius e a Decimius). Cio tattavia non e sufficiente, perche in osco esistono hensi Novios (a noi noto solo nella forma latinizzata) e Dekis 0 Dekies, derivati dai cardinali, ma sono usati come prenomi: i;n tutta l' area sannitica Dekis e documentato una sola volta come gentilizio, e precisamente ad Alfedena, cioe molto lontano dalla Campania (VETTER, 142 - BOTTIGLIONI, 5a - PISANI, 35 A - BUCK, 56). AI massimo dunque si puo affermare che Decius e un nome di origine italica, e non specificamente campana (68) ; inoItre, poiche i Deci di rango consolare 10 usano come gentilizio, cioe in modo analogo al latino Decimius, anziche come prenome (69), alIa

(63) Su questi tribuni V. G. NrCCOLINI, FTP, pp. 73-74, 77. L' autenticita di Furio e accettata dal Niccolini e dal BROUGHTON, NIRR I, p. 164; negata dal MUNZER, RE S. v. Claudius, 91, col. 2683, e Furius, IS, perche sarebbe impossibile un Furio plebeo in eta COS! antica, e impossibile una COS! lunga durata della censura. II primo argomento e una petizione di principio ; che la censura di Claudio si prolungo e documentato da molte fonti, ne si tratta di una lunghezza esagerata, poiche egli doveva abdicare nel 3Il ; resto in carica nel 310 e nei prirni mesi del 308 (cioe fino ai cornizi elettoraIi) ; il 309, com' e noto, non esiste (cf. K. J. BELOCH, RG, pp. 44-45). L'identificazione del tribuno Sempronio con P. Sempronio Sofo e accettata dal MUNZER, S. v. Sempronius, 85; dallo STAVELEY, «Historia» VIII 1959, p. 432 ; e in forma dubitativa dal BROUGHTON, O. c., p. 162. Su L. Volumnio V. infra, app. V, sez; III.

(64) La data e congetturale: 299 a. C. secondo G. NrccoLINI, FTP, pp. 77-78; 298 a. C. secondo T. R. S. BROUGHTON, lVlRR I, p. 174. Comunque l' episodio non deve confondersi con quello del 297, sopra ricordato (cf. n. 55). Invece G. FORNI, «Athenaeum» XXXI 1953, pp. 187-193, ritiene che l' episodio di Curio abbia luogo nel 297 (cornizi per il 296), e il conHitto tra Fabio e Claudio sia un falso : cia perche Appio non avrobhe ripetuto a breve distanza un tentativo fallito.

A. P ASSERINI, «Athenaeum» XXI 1943, p. Il2; G. FORNI, O. c., p. 238 n. I, suppongono che M'. Curio abbia avuto sostenitori anche nell' ambito della gens Cornelia, perche nei suoi tre consolati fu sempre collega di un Cornelio. La cos a non e impossibile, ma l' argomento addotto non basta a provarla,

(65) F. MUNZER, RAP, pp. 50-51, 56-59; W. SCHUR, «Hermes» LIX 1924, p. 457; A. PrGANIOL, CR4, pp. 128-129; A. BERNARDI, «Athenaeum» XXI 1943, pp. 27- 28; J. HEURGON, Recherches, pp. 260-277, 285-294; rn., «La Nouvelle Clio» III 1951, pp. 105-109 ; J. H. THIEL, HRSP, p. 137 e n. 235; H. H. SCULLARD, RP, pp. 31-32. Questi autori divergono soltanto sul problema della cittadinanza, che per alcuni fu concessa individualmente agli Attilii e ai Deci, per altri deriverebbe dalla concessione della civitas optima iure a tutti gli equites campani (v. sopra, n. 4).

(66) Th. MOMMSEN, RF II, pp. 290-296. Si noti che il MUNZER, 1. c., si riferisce a queste pagine del Mommsen come se potessero valere a conferma della sua tesi, rnentre invece la contraddicono in pieno,

(67) Fonti sulle proprieta di Fabio Cunctator nell' agro Falerno: MUNZER, RE S. V. Fabius, 116, cuI. 1821. La teoria del Miinzer sugli Attilii e stata rasa al suolo dal BELOCH, RG, pp. 338-339; la respinge anche H. STUART JONES, CAH VII, pp. 548-549. (68) G. DEVOTO, AI', p. 283. Anche il rito della devotio, caratteristico dei Deci, e attestato presso i Sanniti dell'interno (rn., ibid.), e non presso quelli della Campania, cioe gli Osci.

(69) L' espressione usata nel de vir. ill. 271: P. Decius Decii filius, deve interpretarsi «figlio del celebre Decio», ossia di P. Decius, cos. 340, citato dall' anonimo immediatamente prima (ibid., 26). Cf. C. Flaminius, Flaminii qui apud Trasumenum periit filius (ibid., 511),

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meta del IV secolo dovevano essere gia pienamente assimilati da molto tempo (70). Cio e confermato del resto dal ricordo di due tribuni, M. Decio (491 a. C.), e L. Decio (415 a. C.) (71) : insomma, qualunque fosse la remota origine dei Deci, non poteva avere alcuna influenza sull' indirizzo politico da loro seguito nell' eta delle guerre sannitiche.

Dunque non esiste alcun indizio circa rapporti personali di Q. Fabio Rulliano e del suo gruppo con I' aristocrazia campana; ne alcun motivo di credere che Fabio e Decio abbiano visto di buon occhio la politica guidata dal loro avversario Ap. Claudio. Si deve anzi ritenere che, se Appio aveva tentato di modificare la struttura della societa romana per trovare nuove forze a sostegno della sua politica, Fabio e Decio, che stroncarono questo tentativo, siano stati contrari alIa nuova rete di rapporti intrecciata fra Roma, Capua, e Napoli.

Lo Staveley, nel suo articolo gia pill volte citato, si ferma sulI' esistenza di un gruppo ostile alIa politica di Claudio (citando i nomi di M'. Curio e di C. Fabrizio) e spiega questo atteggiamento con preoccupazioni di carattere militare (I' ampliarsi delle attivita urbane, spopolando la campagna, avrebbe indebolito la forza dell' esercito), 0 morale (<<an idealistic scorn for monetary gain»), 0 personale (i patrizi potevano temere ulteriori progressi della nohilta plebea) : nell'insieme, una posizione del tutto negativa, che giustamente, se null' altro potesse aggiungersi, dovrebbe definirsi conservatrice [henche meno legittima, anche partendo da questi presupposti, sia la qualifica di «liberale» per la politica di Claudio) (72).

Ma il gruppo che durante le guerre sannitiche fu condotto da Q.

Fabio Massimo Rulliano, da P. Decio Mure, da M'. Curio Dentato, e pill tardi da C. Fabrizio, non si contentava di ostacolare I' attivita degli avversari : per contro, aveva un suo programma in politica interna e in politica estera, e si batteva per attuarlo. Lo sviluppo del commercio e della piccola industria, aumentando il peso specifico della citta nell' ambito dello stato, non avrebbe prodotto un esodo dalle campagne: la

campagna romana, pin che da braccianti 0 da fittavoli, era in quell' epoca abitata da piccoli proprietari, e questi non lasciano facilmente la terra, se non per altra terra migliore. Dunque non si doveva temere un assottigliarsi del ceto agricolo, ma piuttosto una sua eclissi politica, che avrebbe impedito la soluzione del suo vecchio problema: I' eccesso di braccia.

Per garantire alIa plebe rurale una certa influenza nello stato era

necessario battersi da una parte contro la turba forense (restaurazione del vecchio ordinamento tributo ; e, pin tardi, riforma dei comizi centuriati: cf. cap. III), dall' altra contro i privilegi patrizi e contro Ie tendenze oligarchiche in genere. Quindi una serie di misure innovatrici, che talvolta coincidono integralmente con quelle volute dalla turha forense (laicizzazione del diritto : v. sopra, § 23), talvolta coincidono solo parzialmente (sia Publilio nel 339, sia Ortensio nel 287, accentuarono I' autonomia delle assemblee popolari; ma Publilio, diversamente da Ortensio, rispetto la supremazia dei comizi centuriati: v. sopra, § 23 e n. 25), talvolta sono apertamente osteggiate dai fautori dell' espansione commerciale (plebiscito Ogulnio sull' ingresso dei plebei nei collegi sacerdotali).

La poIitica estera sfugge naturalmente aIle categorie di «conservatrice» e «rivoluzionaria»: puo essere statica 0 dinamica, pacifica 0 bellicosa, senza che cio abbia il minimo rapporto con le categorie sopradette. Comunque, i contadini erano tutt' altro che pacifisti; anzi erano pronti a menar Ie mani, purche si trattasse di conquistare nuove terre coltivabili (si ricordi che I' annalistic a romana insiste nel caratterizzare Appio Claudio come eloquentia civilibusque artibus hand dubie praestantem, contrapponendolo agli eroi guerrieri Fabio, V olumnio, e Decio Mure: LIV. IX 424•5; X 157•12, 18-19, 226•7, 254•9; CASSo DIO 3627; ZON. VIII Is). Da questo punto di vista, i vari gruppi della nobilitas riuscivano facilmente a conciliare tutte le esigenze, distribuendo i territori confiscati, come I' agro Falerno nel 340, 0 promuovendo l'invio di colonie agl'icole-militari, come quella di Lucera, durante la secunda guerra sannitica, e quell a di Venosa, dopo la terza. Tali misure potevano ere are un transitorio accordo intorno a determinati obiettivi, e difatti non furono mai trascurate, neppure quando la repubblica si avvio risolutamente sulle vie dell' imperialismo mediterraneo ; ma nell' insieme la conquista dell' ItaIia meridionale, in parte montuosa e sterile, e nelle zone feconde gia troppo densamente abitata, non poteva risolvere il problema.

Per corrispondere ai desideri del ceto agricolo, l' espansione romana doveva indirizzarsi piuttosto verso il centro e il nord della penisola:

(70) A. GARZETTI, «Athenaeum» XXV 1947, p. 187, condivide per gli Attilii e i Deci la tesi dell' origine campana, rna diversamcntc dagli autori cit. sopra, n. 65, la ritiene molto antica, e quindi, alla meta del III secolo, priva di significato politico. (71) Naturalmente A. PIGANIOL, l. C. alla n. 65, deve sostenere che questi due personaggi sono inventati.

(72) E. S. STAVELEY, o, c., p. 423, definisce conservatori gli avversari di Claudio in genere, senza far nomi ; a p. 433 precisa che Fabio non e «a mere conservative», poiche seppe usare la vecchia struttura delle t.rihu per nuovi fini. Invece G. FORNI, «Athenaeum» XXXI 1953, p. 232, considera Fabio un «aocanito rcaaionarinn ; cf. anche J. VOGT, RR2, p. 68.

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felici» della valle Tiberina, esploro un paese che invece poteva interessare molto i contadini. Questo aspetto della sua impresa e a mio parere confermato da un passo liviano veramente singolare per la plasticita della forma e per il motivo ispiratore : postero die luce prima iuga Cimini montis tenebat. Inde contemplatus opulenta Etruriae arva milites emittit (IX 3611). Non mi risulta che Livio indugi altrove a descrivere un console romano nell' atto di contemplare Ie terre ubertose da lui aperte alla conquista (assai diverso e naturalmente il tono dell' episodio in cui Annibale mostra ai suoi soldati l' Italia dal sommo dei valiclii alpini, avvertendo moenia... eos tum transcendere non Italiae modo sed etiani urbis Romanae: XXI 351_9): ancora una volta dunque, come per I' accenno al mistero della selva Ciminia, e lecito pensare che la marcia di Fabio abbia impreaso un' orma profonda nella tradizione popolare, e che Livio riecheggi i sentimenti dei contemporanei.

In terzo luogo, al suo ritorno il console incontro due tribuni ecinque senatori, i quali venerant denuruiatuni Fabio senatus verbis ne saltum Ciminiwn transiret (3614), Ancor pili significativa e la versione di Floro, secondo cui l' ambasciata giunse prima della spedizione, e il console disobbedi apertamente (I 173), Puo darsi che Ie cose siano andate in altro modo, rna da queste notizie si puo arguire che una parte del senato disapprovo l'iniziativa di Fabio. Presumihilmente, per i fautori dell' e-

. spansione commerciale, una puntata verso l' entroterra appenninico non aveva grande interesse, e i Romani, su quel fronte, dovevano seguire una tattica difensiva (come quella che infatti segui Ap. Claudio: v. sopra). Non mi meraviglierei se quaicuno vedesse in questo episodio una reduplicazione del divieto senatorio giunto a Flaminio nel 223, quando stava per att.acoare gl' Insubri, e similmente trasgredito (76). L' ipotesi non sarebhe molto verisimile ; eppure, anche se rispondesse al vero, dovremmo concluderne che I' ignoto annalista presunto aut ore dell' anticipazione vedeva nella stessa Iuce l' impresa di Fabio Rulliano e quella di Flaminio; e dovremmo concord are con lui.

Un ultimo partioolaro interessante e quello dell' esploratore mandato in avanscoperta dal Rulliano (secondo alcuni, K. Fabio, suo fratelIo; secondo altri, C. Claudio, suo fratellastro: cio vuol dire che la notizia si trova in almena due filoni indipendenti della tradizione) perche conosceva la lingua etrusca, essendo stato educato Caere ... apud hospites (LIV. IX 362_8; FRONT. Strat. I 22), Si puo dunque affermare che i gruppi

e appunto in questo senso cercarono di orientarla i grandi leaders contadini del III secolo, come Curio Dentate e Flaminio. Le caratteristiche di questa tendenza, a partire dal Dentato, sono state messe in luce dal Meyer e dal Fraccaro (73); tuttavia si puo aggiungere ch' essa affiora gia nella generazione precedente, con Fabio Rulliano.

Questi infatti, nel suo consolato del 310, mentre gli Etruschi assediavano Sutri, Iasciandosi arditamente aIle spalle il grosso delle forze ~e~iche varco, prime dei generali romani, Ia selva Ciminia (magis tum LnVLa et horrenda quam nuper fuere Germanici saltus: LIV. IX 361); avanzo nel CUOl'e dell' Etruria, spingendosi fino al paese degli Umbri; e sconfisse un improvvisato esercito etrusco a Perugia, costringendo alIa pace, oltre alIa stessa Pel'ugia, anche Arezzo e Cortona: il che indusse gli altri eserciti a ritirarsi da Sutri. Se la cronologia dell' episodio e discussa (74), la sua .autenticita non puo mettersi in duhhio : vale quindi la pena di esaminaro alcuni aspetti particolari della tradizione (LIV. IX 35·37; cf. DIOD. XX 35).

In primo luogo, se l'impresa di Fabio risale al 310, puo notarsi che Ia sua ampiezza e sproporzionata rispetto al modesto fine di proteggere Sutri : e manifesto dunque l' intento di estendere il campo d' azione romano verso l' Etruria interna. Se invece si dovesse scendere al 308 0

, ,

come vuole il Beloch, addirittura al 295, I' avanzata avrebbe avuto fin dall'inizio un carattere eminentemente offensivo.

In secondo luogo, Livio afferma che Ia selva del Cimino, fino a quel tempo, non era stata percorsa nemmeno dai mercanti. La frase e senza duhbio iperholica, rna proprio per questo potrebbe conservare un' eco lontana delle emozioni suscitate dalla marcia di Fabio (come poteva venire in mente a un tardo annalista 0 allo stesso Livio che la traversata del Cimino fosse un gesto tomerario ?). Del resto l' asserzione dello storico e pienamente giustificata dal fatto che in epoca remota i rapporti commerciali fra l' Etruria interna e Roma si svolgevano per via fluviale, cioe suI Tevere (76) ; Fabio s'inoltro lungo altre vie, diverse da quella dei mercanti, e risalendo i «poggi fiorenti» e Ie «baIze austere e

(73) Cf. Ed. MEYER, 1(S 12, pp. 246-247; II, pp. 376-377 (seguito da Paul MEYER, APK, pp. 38, 42-44; W. SCHUR, SA, pp. 16-17; J. H. THIEL, «Mnemosyno» II 1935, ~X:5t!52); P. FRACCARO, Op. I, pp. 109-111 (seguito da A. PASSERINI, «Athenaeum» 9 3, pp. 92-112; G. FORNI, o, c., pp. 234-237). Cf. pero anche S. MAZZARINO, IGP, pp. 97-98, che risale agli ultimi anni del IV sec., e quindi all' epoca del Rulliano.

(74) K. J. BELOCH, RG, pp. 412-415, 443, 637, pensa al 295 a. C.; G. DE SANCTIS, ~R II, pp. 330-332, accetta invece la cronologia liviana, pur correggendo alcuni evidentr errori del resoconto tradizionale.

(76) Cf. Marta SORDI, RRC, pp. 19-22.

(76) II MUNZER, RE s. v. Fabius, 114, col. 1804, si limit a a considerare falsa l' amhasceria del senato; altri autori non ne parlano nemmeno. Per Flaminio v. infra, § 30.

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favorevoli all' espansione verso il nord intrattenevano rapporti di clientela 0 di amicizia con la nohilta etrusca, servendosene, all' occorrenza, come altri utilizzavano i legami clientelistici 0 familiari con le aristocrazie campane e greche ("1).

Questa ipotesi suII' orientamento di Fabio in politica estera non e contraddetta, com' e ovvio, dal fatto ch' egli abbia comhattuto valorosamente anche sul fronte sannitico: non sempre i generali romani potevano scegliere il proprio compito, mentre 10 eseguivano sempre, almeno allora, con irreprensibile senso del dovere. L'importante e che nel caso della spedizione su Perugia risulta chiara I' iniziativa personale di Fabio, e in altri casi no.

L'indirizzo di M'. Curio Dentato in materia di espansione territoriale e analogo a quello del Rulliano. Anch' egli comhatte da prode nel Mezzogiorno, prima contro i Sanniti e poi contro Pirro, e nell'Italia centrale, prima contro i Sabini (290 a. C.) e poi contro i Galli Senoni (283 a. C.). Tuttavia, la figura di Curio appare nella tradizione indissolubilmente legata alla guerra contro i Sabini, ch' egli condusse fino alIa conquista integrale. Da questa vittoria il Dentato traeva particolare motivo d' orgoglio, per la quarrtita di paesi e di popoli soggiogati (FLOR. I 153; CASSo DIO 371; AUCT. de vir. ill. 332; OROS. III 22n) ; egli impose poi con la forza un' ampia distrihuzione di terre ai contadini romani (v. sopra, § 21 e n. 8 ivi), fece honificare e irrigare la zona del Velino, perche Ie nuove risorse agricole fossero utilizzate nel modo migliore (ClC. ad Att. IV 155' cf. VARR. ap. SERvo in Aen. VII 712), e costrui la via Curia da Rieti a Terni (18). Subito dopo la campagna del 290 furono fondate Ie colonie di Adria e di Castrum Novum ; e subito dopo la disfatta dei Senoni nel 283, la colonia di Sena Gallica : I' insolita rapidita dell' esecuzione lascia suppmre che in ambedue i casi abbia influito la volonta del generale vincitore. Sena Gallica, come osserva Polihio (II 1912•13),

si trova alle soglie della pianura padana; dunque Curio gettava Ie fondalllenta per gli ulteriori sviluppi dell' espansione territoriale che avrebbero in seguito realizzato C. Flaminio e M. Claudio Marcello ("9).

26) LA GUERRA TARANTlNA. - Due passi ciceroniani ci permettono di ricostruire I' esistenza di un gruppo riunito intorno a M', Curio, e attraverso quest' ultimo, che era evidentemente il piu anziano, collegato al secondo P. Decio Mure, cos. 295: si tratta di uomini che furono attivi al tempo della guerra tarantina, e anche oltre, come C. Fabrizio, Q. Emilio Papo, e Ti. Coruncanio (Cat. mao 43 ; Lael. 39). Fabrizio fu, senza dubbio, il piu vicino a Curio ; infatti Ie fonti conservano un intero stock di aneddoti esemplari attrihuiti indifferentemente all' uno 0 all' altro, quasi a testimoniare I' analogia del loro carattere e delle loro tendenze (80). Com' e noto, il tema comune a tutti questi aneddoti e I' esaltazione dei due personaggi in quanto simbolo delle tradizionali virtu contadine : onesta, frugalit.a, etc.

Molti critici moderni considerano questi uomini come i fautori dell' espansione romana nel mondo italiota, perche parteciparono hrillantemente alla guerra Tarantina, e in precedenza Fabrizio aveva combattuto i Bretti e i Lucani in difesa di Turi (81). Ma considerando nei particolari la loro opera, si giunge a una conclusione ben diversa.

E certo che 10 scontro diretto con Taranto divento inevitabile fin da quando i Romani accettarono I' alleanza con Turi, e che nessun senatore poteva ignorare questo pericolo: Turi, infatti, rientrava nella

(19) II fatto ehe Ie colonie siano state fondate subito dopo Ie campagne condotte da M'. Curio risulta solo dall' ordine delle notizie in LIV. per. XI. Livio pero cita Sena Gallica insieme con Ie altre due, come se risalisse al 290 ; e 10 segue G. DE SANCTIS, SR II, pp. 358 en. 1, 366. Invece Polibio collega la fondazione di Sena Galliea alla guerra contro i Senoni (II 1912-13), e cio sembra pili probabile: cf. G. FORNI, O. c., pp. 204-214. Secondo il MUNZER, RE s. v. Curius, 9; P. FRACCARO, EI S. V. Curio Dentato; G. FORNI, I. c., Curio combatte i Galli come consul suffectus nel 284; secondo T. R. S. BROUGHTON, MRR I, pp. 188-189, come praetor suffeetus nel 283.

(80) Gli aneddoti comuni sono accuratamente raccolti e messi a confronto dal MUNZER, RE s. v. Curius, 9, col. 1844 ; Fabricius, 9, col. 1935 ; v. inoltre G. FORNI, O. c., pp. 172-183. Cf. sopra, § 25 en. 60, sul caso analogo di Q. Fabio Rulliano e C. Marcie Censorino.

(81) T. FRANK, Imp., pp. 63-68, 82 n. 10; rn., CAN VII, pp. 641-642, 646-647 ; W. HOFFlIIANN, RE s. v. Plebs, col. 88-89 ; G. NENCI, Pirro, pp. 141-142 ; F. E. ADCOCK, Roman Political Ideas and Practice, Ann Arbor 1959, p. 33; Mary R. LEFKOWITZ, ((HSCPh)) LXIV 1959, pp. 157, 171 n. 6. Per la tesi opposta, secondo cui Fabrizio e il suo gruppo erano ostili alla guerra, v. E. CIACERI, SMG III, p. 58; G. GIANNELLI, RR", p. 257; A. PASSERINI, «Athenaeum» XXI 1943, pp. 92-112 (seguito da P. LEVEQUE, Pyrrhos, pp. 307-309) ; G. FORNI, O. c., pp. 237-239. Cf. anche F. DE MARTINO, SCR II, p. 124.

. .. (11) La figura de~' esploratore K. Fabio sarebhe del tutto imrnaginaria secondo il. MU_NZER, RlF S. v. Fabius, 19, 114 col. 1804. Sui tradizionali rapporti dei Fabi con amhienti etruschi cf. Marta SORDI, RRC, pp. 73-76; il rnedesimo terna e trattato anche da F. MUNZER, RAP, pp. 55-56, rna con qualche esagerazione. Comunque, l'interesse personale del Rulliano per I' Etrnria e confermato dal fatto che, come osserva E. S. STAVELEY, «Historia» VIII 1959, p. 432, buona parte dei suoi scontri con Claudio hanno per oggetto i comandi sul fronte etrusco. V. infra, app. Vr, sulla figura di L. Volumnio Flamma.

. . (18) Su M'. Curio V. G. FORNI, «Athenaeum» XXXI 1953, pp. 170-239 (ove la bl~liogr~fia . p.recedente). Consolato del 290: ivi, pp. 193-204; bonifica: ivi, p. 224; VIa CUrIa: ,lVI, p. 228; cf. H. NISSEN, Italische Landeskunde, II Berlin 1902, p. 475 (Ia sola fonte e VARR. ap. DION. HAL. I 14., ove si legge 'Ioup(w; ooofi; l' emendarnento Koup(a~ ooofi e accolto nelle edizioni pili recenti).

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sfera d' influenza tarantina, e l' accordo con Roma violava i patti vigenti (v. sopra, § 7). Dall' ordine del racconto presso Zonara (VIII 21•3) appare del resto che Taranto stava preparando Ia guerra gia prima del famoso attacco alIa flotta duumvirale romana (282 0 281) : quest' ultimo episodic perde cosi molta della sua importanza, e dev' essere ricordato solo perche contribui ad aggravare Ia situazione. Com' e noto gli antichi narrano che Ie navi romane furono aggredite a tradimsm.; neI porto, ma oggi si e dimostrato che subirono una sconfitta in una vera e propria battaglia navale, forse mentre erano dirette a Turi : della tradizione e possibile ammettere solo un particolare, cioe che l' attacco sia avvenuto di sorpresa (infatti Ia guerra non era stata ancora dichiarata) (82). Comunque i Tarantini andarono oltre: presero Turi, ne scacciarono il presidio romano e gli elementi filoromani, e misero a sacco Ia citta (App. Samn, 72),

II contegno di Roma, dopo questi gravis simi episodi, fu insolitamente pacifico e remissivo, Sarebbe stato Iogico ritenere che l' attacco alIa squadra navale, in qualunque luogo fosse avvenuto, e I' offensiva centro Turi, creassero di pel' se 10 stato di guerra; rna il senato si Iimito a chiedere il risarcimento dei danni e Ia restituzione dei prigionieri. Inoltre, i legati che presentavano cosi miti richieste furono respinti e svillaneggiati; rna perfino a questo punto i senatori, preoccupandosi delle ostilita in corso con gl' Italici e gli Etru8chi, discussero a Iungo sull' opportunita di muovere guerra (DION. HAL. XIX 62•6) (83). E dopo che la guerra fu votata a maggioranza dal senato e dal popolo, il console L. Emilio Barbula (281 a. C.), avvicinatosi a Taranto, avanzo nuove proposte di pace. Non basta: essendo state respinte Ie sue proposte, saccheggio il paese, rna subito Iihero i prigionieri aristocratici (cioe i filoromani) e offri di nuovo la pace. Tutto cio, secondo Appiano, in omaggio aIle istruzioni del popolo «sdegnato» (App. Samn, 77•8; ZON. VIII 24,6)' E quest' ultima volta stava per spuntarla, senonche l' arrive di Cinea coi primi contingenti epiroti, tappando Ia bocca all' aristocrazia Tarantina, stronco l' estremo tentativo (ZON. VIII 26; cf. PLUTo Pyrrh. XV 1, App. Samn, 78)'

Si e gia rilevato che I' alleanza con Turi implicava automaticamente [a guerra con Taranto: dunque intorno al 285 Ia maggioranza del senato (se non del popolo, che poteva anche ignorare le conseguenze pili Iontane delle proprio decisioni) era pronta ad affrontare una coalizione fra gl' Italici e Ia grande citta greca. Deve aggiungersi chealmeno dal 284 era in corso nell' Italia centrale una guerra contro gli Etruschi e i Galli, e continuava ancora nel 282 : rna cio non aveva impedito ai Romani di mandare il console Fabrizio a Turi. Le preoccupazioni e Ie incertezze del 281 si spiegano dunque solo supponendo che in pochi anni l' orientamento politico fosse mutato, e che la nuova maggioranza (d' altronde non meno transitoria della precedente) fosse poco disposta a impegnare fino in fondo Ia repubblica nel mondo italiota. Ma Ia situazione era divenuta ormai tale da rendere Ia guerra inevitabile, se non altro per motivi di prestigio.

Del gruppo incline alIa pace faceva parte senza dubbio C. Fabrizio Luscino. II fatto ch' egli abbia riportato, nel 282, una vittoria decisiva su Bretti, Lucani e Sanniti, liberando Turi, viene spesso citato come prova della sua simpatia per Ia politica di espansione a sud. Ma quando egli divenne console, I' alleanza e la guerra erano state gia decise da circa tre anni, indipendentemente da lui; poiche gli fu assegnato il fronte Iucano, non poteva fare altro che battersi cola praecipuo studio (VAL. MAX. I 86) ; poiche era un valente generale, ottenne una vittoria decisiva (84). II fatto che i Turini ahbiano elevato una statua in suo onore (PLIN. NH XXXIV 32) e una conseguenza della vittoria da lui riportata, e non implica nulla circa Ie sue opinioni politiche. E possibile che nel 286 0 nel 285 I'intervento a favore di Turi sia stato proposto dal tribune della plebe C. Elio (PLIN. ibid.); rna neppur questo dimostra che Fabrizio l' abbia caldeggiato, perche non abbiamo alcuna traccia di rapporti fra i due uomini, se non il fatto ch' erano ambedue plebei, come il novantanove per cento dei Romani: il che non semhra molto significativo. D' altra parte, sarebbe cosa del tutto eccezionale e percio difficilmente credibile, che una dichiarazione di guerra fosse votata dai concilia plebis (85).

(82) Cf. K. J. BELOCH, GG2 IV 1, pp. 545-546; G. DE SANCTIS, SR II, pp. 381- 382; J. H. TmEL, HRSP, pp. 23-26; G. NENCI, Pirro, pp. 130, 139-140; P. LEVEQUE, Pyrrhos, pp. 247-248. Accettano in varia misura la tradizione E. CIACERI, SMG III, pp. 38-39; O. HAMBURGER, Pyrrh., pp. 1-3; G. GIANNELLI, RR2, pp. 244·245; !D., TSR I, p. 196; L. PARETI, SR I, pp. 783-784.

(83) L' atteggiamento conciliante dei Romani e messo in rilievo p. es. da G. DE SANCTIS, SR II, pp. 382-383 ; T. FRANK, CAH VII, p. 642 ; G. GIANNELLI, RR2, p. 245 ; etc.

(84) Per Ie fonti v. T. R. S. BROUGHTON, MRR I, p. 189.

(85) La guerra centro i Lucani sarebhe cominciata nel 285 (almeno a quanto risulta da LIV. per. XIII) ; percio il trihunato di C. Elio si fa risalire al 286 (G. NICCOLINI, FTP, pp. 83-84) 0 al 285 (KLEBS, RE s. v. Aelius, 5 ; T. R. S. BROUGHTON, Mi?R I, p. 187). II passo pliniano su Elio dice ch' egli ebhe in dono una statua e una corona d' oro dai Turini lege perlata in Sthennium Stallium Lucanum qui Thurinos bis infestaverat (XXXIV 32) ; il FRANK, 10 HOFFMANN, il NENCI, l' ADCOCK, e Mary R. LEFKO-

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All' artivita militare di Fabrizio si affianca fin d' ora (come pili tardi nei rapporti con Pirro) I' attivita diplomatica. In un frammento di Cassio Dione si ricorda infatti una visit a di Fabrizio ai Tarantini, tJ7tltl<;; p."I)o€v V€ltl't€p£O"ltlO"L (391), II tentativo falli pienamente, come tutti gli altri passi concilianti dei Romani, e l' ambasciatore fu addirittura imprigionato; rna importa soprattutto rilevare che gl' incarichi diplo, matici, a differenza di quelli militari che in linea di massima dovevano essere distribuiti fra gli elerti dal popolo, erano affidati liberamente dal senato a chi appariva idoneo: quindi Fabrizio rappresentava quella parte della nobilitas che spel'ava di evitare Ia guerra con Taranto.

La data dell' episodio e incerta ; sappiamo solo che non puo assegnarsi al consolato di Fabrizio, perche i consoli, e generalmente anche i consoli designati, non partecipavano aIle amhascerie : quindi e anteriore all' autunno del 283 (periodo in cui Fabrizio era stato gia eletto) 0 posteriore all' inverno 282-281 ; inoltre, come risulta dall' ordine degli eXcBrpta de legationibus e implicitamente da Zonara (CASS. DIO 391_9; ZON. VIII 21_3) precede l' attacco alla Botta romana e I' amhasceria di L. Postumio. Dunque, se I' incidente navale accadde nel 282, come ritiene Ia communis opinio, Fahrizio ando a Taranto nel 283 (86), e in tal caso il suo fine

WITZ ne arguiscono che la guerra fu voluta dalla plebe (v. sopra, n. 81); e, aggiunge il Frank, dopo ch' era stata respinta dal senato.

Dal punto di vista giuridico iI passo pIiniano presenta delle difficolta, che sono state rilevate dal Beloch e dal Bleicken. II BELocH, RG, p. 461, a:fferma che una legge contro uno strauiero, cittadino di uno stato indipendente da Roma, e impensabile; ritiene percio che la cronologia di PIinio (il quale considera la statua di Elio anteriore a quella di Fabrizio, e quindi al 282) sia errata . .!VIa l' alternativa da lui suggerita (che cioe Ie scorrerie di Stallio e la legge di Elio siano posteriori al 270) non risolve il problema, perche dopo il 270 i Lucaui erano formalmente alleati, e non sudditi, dei Romaui. In ambedue i casi, poi, la legge, come la presenta Pliuio, sarebbe stata un privilegium, e sembra diflicile che in quest' epoca si contravvenisse alIa norma privilegia ne inroganto [cf. Th. ¥OMMSEN, Rom. Strafrecht, Leipzig 1899 (rist. Graz 1955), pp. 196-197, 552 n. 5, 557]. E probabile quindi che la nostra fonte si esprima in modo inesatto, e che Elio abbia sostenuto semplicemente la guerra contro i Lucaui. Ma in questa caso, come osserva J. BLEICKEN, VT, pp. 45-46, si avrebbe una nuova difficolta, perche da un lato, i tribuui potevano presentare leggi aIle assemblee della plebe, rna non al populus, nei comizi centuriati; dall' aItro, per la dichiarazione di guerra erano competenti solo questi ultimi (.!VIollIlIlSEN, SR III 1, p. 343). Per risolvere questa dilemma, il Bleicken propone due ipotesi: che Plinio voglia alludere a C. Elio Peto, console nel 285 (cioe proprio nell' anno in cui presumibilmente cominciarono Ie ostilita contro i Lucani) e per errore 10 qualifichi come tribuno ; ovvero che iI tribuno Elio sia stato solo un promo tore della legge (la sua carica gli dava iI diritto di tenere contiones su qualunque tema: cf. Th. .!VIOllIlIISEN, SR II 1, pp. 312-313), e il proponente ufficiale sia stato un altro personaggio a noi ignoto, rna qualificato per trattare col populus.

Si ricordi che secondo VAL. :MAX. I 86 il duce Iucano vinto da Fabrizio nel 282 era Statilio Stazio ; e incerto se questi debba identificarsi con Stennio Stallio, 0 meno (cf . .!VIUNzER, RE s. v. Stallius, 4; Statilius, 9).

(86) Questa e la data accolta da T. R. S. BROUGHTON, MRR I, p. 188.

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doveva esserequello di preparare in antlclpo l' opinione pubblica tarantina aIle operazioni presso Turi ; se invece, come ritiene il Manni, l' incidente ehhe luogo nel 281 (87), il viaggio di Fabrizio potrehhe averlo pI'eceduto di poco, e il suo fine sarebhe allora quello di ottenere l' approvazione al fatto compiuto, In amhedue i casi, risulta chiaro che i Romani speravano di peter soddisfare i 101'0 impegni verso Turi senza pero giun-

gere a una guerra con Taranto (88). . .

L' atteggiamento del senato appare perplesso e contraddittorio anche nei rapporti con Pirro; e forse si deve in parte alla ohiettiva osourita dei fatti se i resoconti degli autori classici su questo tema costituiscono un groviglio inestricahile, quasi unico nel suo genere. E certo che i Romani, nella prima fase della guerra, trattarono col re ; e certo che Fabrizio da un lato, Cinea dall' altro, ehhero una parte eminente nelle trattative ; rna si discute se Fahrizio sia andato da Pirro una 0 due volte, se Cine a sia venuto a Roma una 0 due volte, se i Cartaginesi abhiano cercato dinfluire sugH avvenimenti una 0 due volte; e incerto, inoltre, quale sia stato l' ordine, e quale la cronologia assoluta delle varie missioni; quali, infine, Ie proposte man mana avanzate 0 respinte (89). Ai fini della presente ricerea credo non sia necessario affront are in massa questi difficili prohlemi: e possibile infatti definire Ie tendenze politiche della nobilitas romana dal 280 al 278 anche senza conoscere esattamente l' or dine e il ritmo dei contatti diplomatici.

Anche in questo caso i moderni hanno presentato C. Fabrizio Luscino come favorevole alla guerra, perche fu console nel corso di essa (e precisamente nel 278); il Frank anzi osserva che Fabrizio, insieme con M'. Curio e Ap. Claudio, «bore the hrunt of the fighting and negotiating» (90). Egli trascura pero di aggiungere che gli orientamenti di Fabrizio nel corso dei negoziati (ai quali Curio non prese parte) furono del tutto opposti a quelli di Claudio.

(87) «Athenaeum» XXVII 1949, p. 115 n. 1.

(88) Su questa missione di Fahrizio i moderni in generale tacciono. La ricorda il MUNZER, RE s. v. Fabricius, 9, col. 1931-1932; ne mette in rilievo il notevole significato politico A. PASSERINI, «Athenaeum» XXI 1943, p. 106 n. 3.

(89) Sui fini e sulla cronologia delle trattative cf. G. DE SANCTIS, SR II, pp. 403- 405 . W. JUDEICH ((KliQ)) XX 1925-1926, pp. 11-18; K. J. BELocH, RG, p. 485; O. HAlI~BURGER, Pyr;h., pp. 45-67; P. WUILLEUlIIIER, Tarente des origines it la conquete romaine, Paris 1939, pp. 125-131; A. PASSERINI, «Athenaeum» XXI 1943, pp. 92-112 ; G. NENCI, Pirro, pp. 163-172; P. LEVEQUE, Pyrrhos, pp. ~41-3_70~ 404-409; M~~y R. LEFKOWITZ, ((HSCPh)) LXIV 1959, pp. 147-177 (con ampla bibliografia). Sull interferenza di Cartagine, v, infra, D. 101.

(90) CAH VII, p. 641; v, sopra, n. 81.

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Un solo autore afferma esplicitamente che Ie trattative condotte da Fabrizio avevano pel' oggetto la conclusione della pace: si tratta pero di Giustino, che e ritenuto la fonte pili attendibile a noi giunta su questo periodo (91). Egli afferma che dopo la battaglia di Ascoli Satriano (dunque nel 279) legatus a senatu Romano Fabricius Luscinus miss us pacem cum Pyrrho composuit (XVIII 26)' L' accordo naturalmente doveva essere ratificato aRoma, e quivi si reco Cinea; mentre gia si delineava fra i senatori una maggioranza favorevole, l'intervento di Ap. Claudio porto alla rottura delle trattative, e alla ripresa della guerra (27_10): sicche Pirro dovette partire perla Sicilia senza aver ottenuto nulla (92). Questa notizia e confermata, almeno per quanto riguarda la conclusione di un accordo preliminare, da Appiano, secondo cui Pirro ando in Sicilia p.E1:a .... 1:a~ 7tpO~ 'PIJ)p.dou~ cruv&~xa~ (Samn. 121: dunque i1 re sarebbe partito lasciando dietro di se Cinea con l' incarico di portare Ie trattative fino alIa ratifica), e pel' quanto riguarda la parte avuta da Fabrizio in questo accordo, da Zonara, secondo cui Pirro, quando seppe che al consolato del 278 erano stati eletti Fabrizio e Q. Emilio Papo, ritenne superfluo far venire rinforzi dall' Epiro (VIII 57)'

Nelle altre fonti invece Fabrizio e ricordato soltanto a proposito delle trattative suI riscatto dei prigionieri. Ma e certo che queste trattative hanno un significato politico: anzitutto, se ne parla troppo, al punto da far apparire che nei primi tre anni di guerra Ie due parti in conflitto non abbiano avuto altro perla testa. In particolare poi si raeconta che Pirro, restituendo i prigionieri senza riscatto, sperava di gettare Ie basi per un accordo (di cio si parla nel 280, subito dopo Eraclea, presso App. Samn. 103, cf. EUTR. II 123; ancora nel 280, dopo una prima serie di contatti diplomatici, presso DION. HAL. XIX 1820_21, PLUTo Pyrrh. XX I, App. lOw CASSo DIO 4032, ZON. VIII 45_6; nel 279, dopo

Ascoli, presso DION. HAL. XX 62_3; nel 278, presso App. 112, ZON. VIII 58)' II senato si Iascio influenzare dal dono, mostrandosi favorevole alIa pace (ZON. VIII 411 : nel 280), rna, optando alIa fine per la guerra, prefer! restituire i prigionieri (nel 280, secondo App. 1016; nel 278, secondo PLUTo Pyrrh. XXI 6) ; ovvero, pel' 10 stesso motivo (cioe per non essere in debito), die de in cambio gli alleati di Pirro caduti in mani romane (ApP. lls: nel 278). Infine, particolare pili notevole, si dice che Pirro abbia giudicato l' offerta romana di riscatto incompatibile con la decisione di continuare Ia guerra (DION. HAL. XIX 34_6; App. IOu: nel 280, dopo Eraclea).

Tutto cio induce a sospettare che Ie trattative per i prigionieri, in qualunque momento abbiano avuto luogo, fossero strettamente legate a quelle per la pace; e cio non soltanto perche l' esito delle nne era sub ordinato a quello delle altre (93) : e stata infatti avanzata, e con ragione, l' ipotesi che il problema dei prigioniel'i sia stato messo in primo piano dalla tradizione per nascondere il fatto che l' iniziativa dei contatti diplomatici, almeno a partire dalla battaglia di Eraclea, fu presa dai Romani, e pel' attribuire esclusivamente a Pirro il desiderio di sospendere Ie ostilita (94). Dionigi afferma che nel 280 gli ambasciatori rom ani erano vincolati da un esplicito voto del popolo in favore della guerra (XIX 171_2), rna in Cassio Dione, Fabrizio si dichiara disposto a includere anche la pace fra i temi dei colloqui (4034 = ZON. VIII 48)' Comnnque, risulta chiaro che Ie due parti attribuivano alIa restituzione dei prigionieri il val ore di un impegno preliminare : pertanto il fatto che Fabrizio sia tornato aRoma accettando il dono di Pirro (DION. HAL. XIX 1818_21 ; LIV. per. XIII; PLUTo Pyrrh. XX 9; ZON. VIII 49, cf. CASSo DIO 4032; varianti in App. Samn. 1015_16, JUST. XVIII 140) presuppone un'intesa fra i due (95).

Dunque in Giustino leggiamo che Fabrizio accetta la pace, e il senato, per influsso di Ap. Claudio, Ia respinge ; nelle altre fonti, Fabrizio accetta il dono dei prigionieri, e il senato 10 respinge: l' esistenza di

(91) Sui rapporti fra Giustino e Pompeo Trogo cf. L. FERRERO, Struuura e metodo dell' epitome di Giustino, Torino 1957. La superiorita di Trogo dipende dal fatto ch' egli usa di preferenza Ie fonti greche, pili spregiudicate : v. G. DE SANCTIS, SR II, p. 38 n. 1 ; E. MANNI, «Athenaeurm XXVII 1949, pp. 104, 107-108; etc. (scettico su questa punto e G. NENCI, Pirro, pp. 17-19). P. LEVEQUE, Pyrrhos, pp. 58-61, per quanto riguarda Ie campagne di Pirro in Italia e in Sicilia, sostiene Ia tesi opposta; e fra l' altro afferma che in Giustino, attraverso Pompeo Trogo, si sente piuttosto l' influenza degli annalisti romani che degli storici greci. Tuttavia, questa tesi non puo applicarsi alia notizia delia pace concIusa fra Pirro e Fabrizio, estranea, e senza dubbio sgradevole, alia tarda tradizione romana.

(92) Su questa accordo preIiminare V. G. DE SANCTIS, SR II, p. 404; O. H,uIBURGER, Pyrrh., p. 67; K. J. BELOCH, GG2 IV 1, p. 551; !D., RG, p. 485 ; T. FRANK, CAH VII, p. 648 ; A. PIGANIOL, CR4, p. 150 ; G. GIANNELLI, RR2, p. 257 ; si dichiara scettico P. LEvEQUE, Pyrrhos, p. 408 n. 3.

(93) Mary R. LEFKOWITZ, O. c. alia n. 89, osscrva cho in ENNIO, 194-201 V.", Pirro dona i prigionieri senza minimamente pensare che cio debba favorire una tregua. Tuttavia, se in altri casi Ennio, per la sua veneranda antichita, deve considerarsi fonte storica autorevolissima, in materia di rapporti dipIomatici non credo che si preoccupasse molto deli' esattezza. Cf. Ia n. 95.

(94) O. Hamburger, Pyrrh., pp. 63-64.

(90) In termini pili generali il nesso fra Ie trattative sui prigionieri e quelle per Ia pace e accettato da vari autori: P: es. W. JUDEICH, O. c. alIa n. 89, P: 13 ; O. HAMBURGER, O. c., p. 51.

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un contrasto fra i sostenitori e gli avversari della guerra, e I' adesione di Fabrizio alIa tesi di questi ultimi, non possono mettersi in dubbio (96).

Un altro tema su cui la tradizione si ferma anche troppo e la stima di Pirro per Fabrizio: durante Ie trattative, il re tento in ogni modo di accattivarsi l' amicizia del Romano, 0 addirittura di prenderlo al proprio seguito, promettendogli onori e ricchezze. Fiorisce su questa tema una lunga serie di aneddoti, che mirano senza dubbio a esaltare la gran bonta dei cavalieri antiqui, rna tutti pI'esuppongono la diffusa convinzione che i rapporti personali tra Pirro e Fabrizio siano stati ottimi: il che puo avere la sua importanza. A cio si aggiunga la famosa storia del medico disposto ad avvelenare Pirro: l' offerta fu sdegnosamente respinta da Fabrizio, allora console (siamo quindi nel 278), e il colpevole denunciato al reo L' episodio, anche se fosse del tutto inventato, sarehhe degno di rilievo, perche Ie fonti ritengono che ahbia offerto al re il pretesto per una ennesima ripresa delle trattative (App. Samn. 112; PLUTo Pyrrh. XXI 5 ; ZON. VIII 58; FRONT. Strat. IV 42) (97). In altri termini, se e vera che i contatti diplomatici si prolungarono fino al 278, allorehe Fabrizio (essendo impegnato a combattere gl' Italici) non poteva pili parteciparvi, la tradizione ha trovato un mezzo per legare il suo nome anche a quest' ultima fase.

Da Dionigi apprendiamo i nomi degli altri due legati che andarono da Pirro per discutere il riscatto dei prigionieri (secondo lui, dopo la battaglia di Eraclea] : essi erano Q. Emilio Papo e P. Cornelio Dolabella (XIX 131; su Emilio cf. forse lIt. XI 3, 63) (98). Naturalmente un' amhasceria composta di pili memhri poteva essere scelta in modo da rappresentare Ie vade tendenze, quindi non e certo che tutti gl' inviati fossero d' accordo : in part.icolare sulla figura di Cornelio Dolabella non abbiamo alcun dato. E probahile invece che Q. Emilio ahhia sostenuto Fabrizio. Per quanto riguarda i 101'0 rapporti personali, si e detto che Cicerone Ii considera familiares tra 101'0, e inoltre coniunctissimos a M'. Curio e a Ti. Coruncanio (Lael. 39) ; Valerio Massimo (IV 43) Ii cita insieme come esempi di onorata poverta (aggiungendo, sia pure in tono ironico, che il pili austero dei due era proprio Emilio) : cio conferma che i 101'0 nomi

(96) Cf. CIACERI, GIANNELLI, P ASSERlNI, LEvEQUE, FORNI, cit. alla n. 81.

(97) Per Ie altre fonti sull' episodio v. BROUGHTON, s. a. Sospetti sull' autenticita p. es. in P. LEvEQUE, Pyrrhos, pp. 405-406. Sulle varianti del racconto cf. O. HAlImuRGER, Pyrrh., p. 67. In generale sulla tradizione relativa ai rapporti tra Fabrizio e Pirro v, Ie acute osservazioni di G. NENCI, Pirro, pp. 21-22.

(08) L' elogium n. 63 e mutilo, e non contiene il nome dell' elogiato. II DEGRASSI, ad l., pensa a Fabrizio; il BROUGHTON, NIRR I, p. 192 n. 4, a Emilio.

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erano tradizionalmente accoppiati. Secondo Zonara, quando i due amICI furono eletti al consolato del 278, Pirro Ii giudico ambedue come esponenti della tendenza favorevole alIa pace (VIII 57); la maggior parte delle fonti attrihuisce a tutti e due i consoli la denuncia del medico che voleva avvelenare il re (v. sopra, n. 97) ; infine essi furono censori insieme nel 275, e, per quanto sappiamo, agirono di comune accordo,

Di M'. Curio, in questo periodo, conosciamo soltanto l' attivita militare. Fu lui che nel 275, fronteggiando Pirro a Benevento, 10 costrinse a deporre Ie ultime speranze di facili successi in Italia; e si ricorda che agi con estrema rigidezza contra un reniterrte alIa leva, vendendolo come schiavo (VARR_ ap. NON_ p. 28 L.; LIV. per. 14; VAL. MAX. VI 34), Questo episodio, specie nel res oconto manifestamente esagerato di Valerio, secondo cui nessuno degli iuniores aveva risposto all' ordine di mohilitazione, potrebbe se mai dimostrare il malcontento del popolo per il prolungarsi della guerra: quanto a Curio, egIi segui la linea di condotta che gl' imponevano i suoi doveri di console. La sua opinione sulla guerra tarantina puo indursi soltanto da quella dei contemporanei : i suoi amici Fabrizio ed Emilio, che volevano concluderla al pili presto possibile, e il suo avversario Ap. Claudio, che voleva proseguirla ad oltranza, ed ehhe la meglio (99).

Innumerevoli fonti attestano che Ap. Claudio, presentandosi al cospetto di un senato in maggioranza favorevole alla pace, riusci a bloccare Ie trattative con un magnifico discorso, che an cora si leggeva (benche, prohahilmente, in una versione non autentica) ai tempi di Cicerone (100). Alcuni studiosi ritengono che i senatori abbiano deciso di continuare la guena pili che altro per l' intervento dei Cartaginesi, i quaIi, temendo che una pace con Roma lasciasse a Pirro troppa Iiherta d' azione in Sicilia, venivano a offrire il 101'0 appoggio militare e finanziario (VAL. MAX. III 710; JUST. XVIII 21_3) (101). Tuttavia nulla prova che i due

(99) Cf. A. PASSERINI, «Athenaeum» XXI 1943, pp. 111-112: Curio fu eletto al consolato per il 275 a causa del malcontento popolare contro i fautori della guerra. G. FORNI, ivi, XXXI 1953, pp. 237-239, rileva che lVI'. Curio si attenne a una tattica difensiva, e anche dopo il parziale successo di Benevento non cerco di sfruttare il vantaggio ottenuto.

(100) Per Ie fonti v. MUNZER, RE s. v. Claudius, 91, col. 2684-2685 ; Enrica MALCOVATI, ORF2, pp. 2-4.

(101) Cosi K. J. BELOCH, GG2 IV 1, p. 551; G. DE SANCTIS, SR II, pp. 404-405; G. GIANNELLI, RR2, p. 254; A. PIGAl'lIOL, CR., p. 150. Si ricordi per incidens che il problema dei rapporti con Cartagine e notevolmente complicato: solo JUST. e VAL. MAX., cit., alludono al passo diplomatico di Magone aRoma, e ambedue credono che l' offerta di aiuto sia stata respinta; per contro, sappiamo da POLIBIO (UI 251_5) e da LIVIO (per. XIII) che un patto di alleanza fu concluso, e da DIODORO (XXII 75) che fu applicato in pratica. La cosa e spiegata in vari modi; fra l' altro, si pensa che dopo il

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fatti siano contemporanei: Ia cronoIogia non e affatto sieura ne per l' uno ne per I' altro, e l' unica Fonte che inserisca iI passo cartaginese in un contesto narrative, cioe Giustino, 10 considera di parecchio anteriore aI discorso di Appio ; inoltre tutti i dati gia esposti suggeriscono che iI problema della pace sia stato discusso pili di una volta. Comunque, l' in. fluenza personale di Appio e delle sue famose clientele (v. sopra, § 23) dovette avere una parte, aItrimenti Ia sua opera non avrebbe impresso un' orma cosi profonda nella tradizione,

Senza dubbio potremmo meglio giudicare 10 sprrrto delle due tesi in conflitto se avessimo un' idea chiara della pace offerta da Pirro (0 dei preliminari concordati tra Fabrizio e Pirro) ; ma poiche Ie fonti anche su questo punto si contraddicono generosamente (102), dobbiamo Iimitarci a osservare che ambedue i gruppi vedevano nella pace una conclusione, sia pure provvisoria, dell' avventura romana neI mezzogiorno d' Italia; conclusione che gli uni avrehhero saIutato con gioia, mentre per gli altri avrehhe implicato una rinuncia alIa politica perseguita con tenacia da oltre mezzo secoIo.

L' antagonismo fra Ie due tendenze si manifesta anche a proposito di un problema secondario, come quello dei prigionieri (il che peraltro conferma ch' esso interferiva col problema della pace). Evidentemente, coloro che avevano promosso Ie trattative per il riscatto, e coloro che Ie avevano condotte a termine, non giudicavano colpevoli i soldati ca. duti in mani nemiche; altri invece Ia pensavano diversamente, come risulta sia dalle varie difficolta opposte in Roma all' opera di Fabrizio, sia dal fatto che quando Ia restituzione dei prigionieri fu infine accettata essi vennero degradati e in vari modi umiliati (FRONT. Strat. IV 118; VAL. MAX. II 715; EUTR. II 132; ZON. VIII 412), Frontino aggiunge che Ie misure punitive furono prese Appi Claudi sententia, Puo darsi che questo sia un autoschediasma: peraltro, se non da Claudio in persona,

Ia severita del senato fu senza dubhio ispirata daI gruppo che a lui faceva capo (103).

Un altro fautore della guerra a oItranza fu probabilmente P.

Valerio Levino, cos. 280. Dionigi di AIicarnasso ci tramanda due Iet.tere scambiate fra Pirro e Levino: iI re si pl'esenta non come nemico ma come arhitro ; iI console romano respinge alteramente l' offerta di me. diazione (XIX 9-10; cf. PLUTo Pyrrh. XVI 4-5). Cio sarehbe avvenuto prima della battagIia in cui Levino fu sopraffatto. GIi studiosi moderni ammettono concordemente che la corrispondenza e apocrifa ; si discute soltanto sulla data, poiche iI Bickermann, con ingegnosi argomenti, ha Cel'cato di sostenere che il faIso e moIto anteriore a Dionigi, e Forse risaIe aI II secoIo a. C. L' ignoto compilatore dei testi presupponeva che fra Pirro e Valerio fossero intercorsi rapporti dipIomatici, e CIO, come osserva iI Nenci, non e affatto inverosimile ; comunque Ia tradizione, che ha messo in rilievo con una Iunga serie di notizie e di allusioni I' atteggiamento conciliante di Fabrizio, attribuisce invece a Levino un' assoluta intransigenza, e questa caratteristica puo essere autentica, anche se non sappiamo in quaIi 'circostanze e su quali argomenti egIi l' abbia manifestata (104). Del resto, secondo Plutarco, Fabrizio era ne. mico personale di P . Valerio Levino, e attribuiva Ia sconfitta di Eraclea esclusivamente alf incapacita del console (PLUT. Pyrrh. XVIII 1; apophth. Fabr. 1).

QuaIcosa puo dirsi anche su P. Cornelio Rufino, cos. 290, 277, il quale bello Pyrrhi inter clarissimos fuerat duces (V ELL. PAT. II 172), N eI 275 i censori Fabrizio ed Emilio 10 escIusero daI senato perche posse. deva dieci Iihhre d' argento (DION. HAL. XX 131; LIV. per. XIV; VAL. MAx. II 94; FLOR. I 1822; PLUTo Sulla I 1; GELL. IV 81, XVII 2139;

(103) II MUNZER, RE S. v. Fabricius, 9, col. 1933, ammette l' autenticita della notizia e la considera una prova dell' ostilita personale tra Claudio Ii Fabrizio. Si noti che anche M'. Curio, nella campagna contro i Senoni del 284-283, aveva dimostrato la sua sollecitudine per il riscatto dei prigionieri: 10 nota G. DE SANCTIS, SR II, pp. 376- 377, considerando peri'> questo atteggiamento come carat.teristico dell' epoca, anziche di un raggruppamento politico.

(104) Sull' origine dei testi falsificati cf. E. BICKERMANN, ccCPh)} XLII 1947, pp. 136-146. Fra l' altro, il Bickermann pensa ch' essi risalgano al secondo secolo perche Levino si present a come o'tpa/t"ljYo,; U'ltCG'tOC;;, e questo e il titolo che i Greci davano allora ai consoli romani. Invece M. HOLLEAux, 2:'tpCG't"ljYo,; U'ltCG'tOC;;, Paris 1918, p. 55, vede in questa formula solo una prova del fatto che Dionigi conosceva bene illinguaggio ufficiale del secondo secolo. La realta delle trattative e negata del tutto da B. NIESE, GG111" II, p. 33; Maurizia JACQUEMOD, «Aevum» VI 1932, pp. 452-454 ; P. LEVEQUE, Pyrrhos, pp. 319-321; !D., ccREAn LVIII 1956, p. 93 n. 5 (recensione al Nenci); ammessa da W. JUDEICR, «KIion XX 1925-1926, p. 4; P. WUILLEUlIHER, O. c. alIa n, 89, pp. 113-114 ; G. NENCI, Pirro, pp. 163-173.

primo tentativo, i Cartaginesi abhiano inviato una seconda ambasceria, e questa volta con successo. Cf. Ie varie ipotesi in K. J. BELOCR, GG2 IV 1, pp. 551-552; IV 2, pp. 476-479; !D., RG, p. 308; G. DE SANCTIS, 1. c.; O. HAMBURGER, Pyrrh., pp. 66-75 ; W. JUDEICH, cdGion XX 1925-1926, p. 16; T. FRANK, CAH VII, p. 649 ; A. PIGANIOL, 1. c.; A, PASSERINI, «Athenaeum» XXI 1943, pp. 95-105; F. W. WALHANK, CP, pp. 349-351; L. PARETI, SR II, pp. 28-29; P. LEVEQUE, Pyrrhos, pp. 409-420; E. MANNI, c(KWXCGA.oc;;n IV 1958, pp. 169-173; G. NENCI, Pirro; pp. 154-162; !D., «Historia» VII 1958, pp. 263-299. La maggioranza degli studiosi fa risalire il trattato romano-cartaginese al 278 ; qualcuno al 279 ; il Nenci al 280 (secondo il Nenci quindi la visita di Magone mirava non a concludere un' alleanza, hens! a chiedere il rispetto di quella gia conclusa).

(102) V. la bibliografia cit. alla n. 89; e in particolare: G. DE SANCTIS, SR II, pp. 403-404; O. HAMBURGER, Pyrrh., pp. 53-56, 65-66; A. PASSERINI, o, c., pp. 107- 112; P. LEVEQUE, Pyrrhos, pp. 347-350.

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AMPEL. 189; ZON. VIII 69) ; ma e certo che questo provvedimento con. elude un lungo periodo di contrasti. Infatti, quando Cornelio fu eletto console (probabilmente la seconda volta), Fabrizio 10 aveva appoggiato, e cio suscitava meraviglia perche il dissidio fra i due uomini era gilt ben noto; Fabrizio spiego la cos a affermando che preferiva esser derubato da un concittadino anziche esser venduto schiavo dal nemico (malo compilari quam venire: CIC. de or. II 268; QUINTIL. XII 143; GELL. IV 8; CASSo DIO 3633, 401_2) : in altri termini, pur non avendo alcuna stima per il nuovo eletto, ne apprezzava Ie qualita militari,

Lo sfondo politico di questo conflitto e rivelato da un accenno di Zonara, secondo cui Cornelio, nel 277, si avvicino a Crotone (in quel momenta presidiata da forze epirote) essendovi stato chiamato dagli em't-f]15EW~. Senza dubbio non si puo fare affidamento suiI' esattezza terminologica di un oompendio ; ma, fatta questa riserva, e pur sempre notevole che non si parli genericamente del partite filoromano, hensi di bm1j15ew~, cioe di amici personaIi 0 di clienti. Si potrebbe quindi supporre che, come altri nobili rom ani avevano clientele a Napoli 0 a Capua, cosi Rufino Ie avesse a Crotone, e se ne servisse come arma nella lotta politica. In tal caso i censori, condannandolo per Ie sue dieci lihhre d' argento, avrebbero voluto colpire non tanto I' uomo avido di ricchezze, quanta un amico degl'ItaIioti, che cercava d'imitare e di introdurre in· Roma i costumi Greci. E dunque lecito supporre che P. Cornelio Rufino abbia sostenuto il programma di Ap, Claudio.

Tutto sommato, e lecito affermare che la teoria secondo cui la guerra tarantina fu voluta dalla plebe (cioe da una coalizione fra i leaders della plebe rurale come Fabrizio e Curio, e quelli della turha forense come Claudio) non ha alcun fondamento. Peraltro non si puo nemmeno dire che i fautori della guerra s'identifichino con la Senatspartei (MUnzer), perche, come si e visto, in diversi momenti la maggioranza del senato era incline alIa pace; e d' altra parte gli amici di Fabrizio, anche quando erano in minoranza, facevano parte pur sempre del senato. Infine la presenza di patrizi, come un Claudio, un Valerio e un Cornelio, nelle file del gruppo intransigente, non basta per affermare che il patriziato avesse una politica propria: il gruppo avverso comprendeva il patrizio Q. Emilio Papo, e forse anche L. Emilio Barhula, il cui contegno conciliante nel 281 sembra addirittura esagerato (v. sopra); si collegava inoItre, attraverso M.' Curio e il secondo P. Decio Mure (del terzo, cos. 279, non sappiamo nulla) a Q. Fabio Rulliano. Tutto semhra confermare che i due gruppi in conflitto (sosteni-

tori dell' espansione agricola mediante la conquista di nuove terre, e sostenitori dell' espansione commerciale mediante alleanze con Ie citta italiote) erano dal punto di vista sociale estremamente eterogenei (105).

27) L' INCIDENTE DI REGGIO. - Prima di and are oltre, dobbiamo esaminare ancora un singolare episodio : la cosiddetta rivolta delle truppe campane lasciate a presidio di Reggio. Com' e noto, queste truppe furono inviate dal console Fabrizio, nel 282, su richiesta degli stessi Reggini, che volevano essere protetti contro gI' Italici e contro Taranto (106) ; quindi il 101'0 atteggiamento era perfettamente analogo a quello di Turi, per cui Roma si batteva, e Fabrizio non aveva alcun motivo di respingere la domanda. Quando Pirro, nel 280, sharco in Italia, i Campani si trovavano ancora a Reggio. Secondo la versione ufficiale, accoIta da tutte Ie fonti, dopo la sconfitta di Eraclea essi ritennero che Roma fosse ormai fuori combattimento (OROS. IV 34: octava legio diifidens Romanae spei ; cf. CASSo DIO 407)' e quindi che nessuna autonita potesse venire a chieder conto del 101'0 operato ; sicche, attratti dalla ricchezza degli abitanti (POLYB. I 78; DION. HAL. XX 43; App. Samn. 91; CASSo DIO 407)' Ii aggredirono, ne fecero strage, e si divisero i heni e Ie donne. I Romani, dovendo fronteggiare Pirro e i suoi alleati, per moIti anni non ehhero la possibilita di punire il misfatto; finalmente, dopo I' esodo di Pirro e la resa di Taranto nel 270, attaccarono Reggio, la espugnarono, e Ia restituirono ai superstiti suoi abitanti; i Camp ani furono condotti a Roma, e decapitati nel foro a centinaia ; tuttavia, quo minore cum invidia id perageretur (cosi, con macabro e involontario umorismo, VAL. MAX. I! 715), Ie esecuzioni furono distribuite nella misura di cinquanta al giorno (107).

(105) Guerra tarantina voluta dalla plebe in genere: V. sopra, n. 81, 85; voluta dal senato : MUNZER, RE S. V. Fabricius, 9, col. 2684-2685; voluta dai patrizi: A. PASSERINI, «Athenaeumi XXI 1943, pp. 92-112. O. HAMBURGER, Pyrrh., p, 58; J. H. THIEL, «Mnemosyne» II 1935, pp. 250-253, mettono invece giustamente in rilievo gl'interessi degli speculatori urbani.

(106) Secondo POLYB. I 76, DIOD, XXII 12-3, Lrv. XXXI 316, Reggio fu presidiata dai Romani nel 280, contro Pirro; fra i moderni accettano questa punto di vista B. NIESE, GGM II, pp. 32-33; T, FRANK, CAH VII, p. 643 ; A. PIGANIOL, CR4, p. 149; H. GUNDEL, RE s. v, Vibellius, 1. Invece DION. HAL, XX 42 afferma che iI presidio fu inviato nel 282, contro Bretti e Lucani; 10 seguono K. J. BELOCR, GG2 IV 2, pp. 481- 482; G. DE SANCTIS, SR II, p. 379 n. 2, 395 n. 3; E. CIACERI, SJI!IG III, p. 36 e n. 5; Antonia VALLONE, (cKw%cx),o£» I 1955, p. 41 en. 2; P. LEVEQUE, Pyrrhos, p. 246 n. 1.

(107) Questo episodio e naturalmente ricordato in opere generali, monografie ed articoli; ma l' unica trattazione critic a, a mia conoscenza, si deve a K. J, BELOCR, GG2 IV 2, pp. 479-485; cf. RG, pp. 473-474. Fonti: POLYB, I 76-13, 10., III 266;

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Alcune fonti (anzi, tutte Ie fonti ehe danno un resoconto particolareggiato, meno Polibio) affermano che il tribuno militare Decio VibeIlio, comandante del presidio, per otten ere Ia connivenza delle sue truppe, esihi documenti falsificati da cui risultava che i Reggini si disponevano a tradire la causa romana, passando a Pirro (DION. HAL. XX 4,l_6; App. Samn. 92; CASSo DIO 409)' Agli occhi dei moderni l'ipotesi che un tale progetto fosse covato dai Reggini (i quali non avrebhero fatto ehe seguire l' esempio di Crotone e di Locri) appare estremamente verisimile, tanto che pel' Decio non era affatto necessario crearo prove false; e poiche il presidio romano di Locri era stato distrutto, i Camp ani avevano ottime ragioni di prevenire il peri colo, attaccando pel' primi. Dunque, a prescindere dalla ferocia usata contra i nemici (perla quale d' altra parte i Romani non potevano scandalizzarsi troppo, avendone anch' essi dato esempi non molto remoti), sembra che Decio non abbia mancato in nulla ai suoi compiti (108).

Ma non soltanto la mossa iniziale di Decio Vibellio era nell'interesse di Roma: anche negli anni successivi egli fu di valido aiuto alIa repubblica. Deve tenersi presente ehe i Camp ani di Reggio avevano agito d' accordo coi 10l'0 compatrioti Mamertini, padroni di Messina, anzi col 101'0 appoggio (POLYB. I 78, cf. 104' III 266; DIOD. SIC. XXII 12_3; DION. HAL. XX 4u; App. Samn. 92; CASSo DIO 40w cf. ZON. VIII 614): e, com' e noto, i Mamertini erano alleati di Cartagine contra Pirro (DIOD. SIC. XXII 74) il quale fu costretto a battersi con 101'0 in Sicilia (PLUT. Pyrrh. XXIII 1; POMP. TROG. ProZ. XXIII). Inoltre, quando il re nel 275 torno in Italia, i Mamertini passarono 10 stretto prima di lui e 10 attaccarono (PLUT. XXIV) : questa iniziativa sarebbe stata troppo rischiosa senza l' appoggio dei Campani stanziati a Reggio. Secondo Zonara (VIII 65) nello stesso anna Pirro attacco Reggio, e ne fu respinto : puo darsi che 10 storico alluda appunto ai combattimenti svoltisi subito dopo 10 sbarco, rna non e escluso che si tratti di due momenti diversi (109).

Sappiamo inoltre che i Cartaginesi, stretta I' alleanza con Roma, portarono con Ie proprio navi 500 soldati rom ani a Reggio, e irrtrapresero un assedio (ca. 278). L' unica fonte in proposito e un oscuro excerptum diodoreo (XXII 75) che non precis a quale fosse la citta assediata; leggiamo comunque che il tentativo era diretto contro Pirro, e eio e confermato dal fatto che furono incendiati depositi di legname destinato a costruire navi. Dunque Reggio non era l' obiettivo della operazione, rna anzi la base; si ritiene che la citta pres a di mira fosse

Locri (110). .

In altri casi furono i Camp ani stessi ad agire: essi infatti distrussero Caulonia, e oecuparono Crotone. Questi episodi vengono considerati dai moderni come prova di un' aperta rivolta contra i Romani; il Beloch, che ha messo in luce la collaborazione durata per alcuni anni, ritiene che a un certo punto vi sia stata una rottura, e Roma sia stata eostretta a intervenire ; per altri studiosi, l' attacco a Crotone sarebbe la goccia che fa traboccare il vasa (111). Ma per quanto riguarda Caulonia, questa ipotesi dey' essere senz' altro accantonata, perche l' unica nostra fonte in materia, cioe Pausania, presenta i Camp ani come 'P(j)f1alOL~ f16ylcr'ty) 'tOU cruf1f1a.:XLXOU f1otpa.: (VI 312): e quindi certo ch' essi presero la citta greca in quanto nemica di Roma e alleata di Pirro. Cio sarebbe eonfermato, ad abundantiam, dall' acuta ipotesi dell' Oldfather secondo cui Caulonia fu distrutta nel 277 e ricostruita in Sicilia, mentre tutta la Sicilia greca era sotto il controllo di Pirro (112).

zione dei Campani stanziati a Reggio coi Mamertini, nel 276 0 nel 275 (G. DE SANCTIS, S[l. ~I, p. 412; rn., E! s. v. Pirro, p. 327; P. LEVEQUE, Pyrrhos, pp. 497-498). L' attacco di PllTO contro Reggio, negato dal DE SANCTIS (p. 412 n. 4), era stato ammesso da B. NIESE, GGM II, p. 50.

(110) T. FRANK, CAH VII, p. 650, pensa che i Romani siano andati a Reggio per ridurre all' obbedienza i Campani ribelli. Ma cia e contraddetto, oltreche da tutti gli altri dati sulla situazione politica del memento, anche dal rimprovero che si faceva ai Romani, di aver trascurato Ie colpe del presidio per tutta la durata della guerra (CASS. DIO 40,2), II BELOCH, l, c. ; il DE SANCTIS, SR II, p. 407 ; O. HAMBURGER, . Pyrrh., pp. 100-101; E. CIACERI, SMG III, p. 62 n. 3; P. LEVEQUE, Pyrrhos, pp. 419-420, pensano =r=. che Romani e Cartaginesi abbiano agito, insieme col presidio di Reggio, contro Locri,

(1") K. J. BELOCH, l. c.; G. DE SANCTIS, SR II, pp. 421-422; E. CIACERI, SMG, p. 89; L. PARETI, SR II, pp. 52-53; cf. per Crotone B. NIESE, GGM II, p. 64; O. HAMBURGER, Pyrrh., p. 101; T. FRANK, CAH VII, p. 646.

(112) Al 277 pensano J. G. DROYSEN. Gesch. des Hellenismus, III Basel 1953 (ed.

E. BA¥ER), p. 113 ; B. NIESE, GGM II, p. 49 e n. 3 (seguito da O. HAMBURGER, Pyrrli., p. 101); E. CIACERI, SMG III, pp. 67, 89; senza pero addurre argomenti. L' OLDF.\THER, RE s. v. Kaulonia, I, col. 76-77, accetta questa cronologia e la dimostra in modo inoppugnahile, II testa di Pausania, e la ricostruzione della citta in Sicilia (STRAB. 261) sotto g~ auspici di Pirro, permettono poi di affermare che i Campani agivano nell' interesse di Roma (DROYSEN, NIESE, OLDFATHER; F. SARTORI, Probl. di storia costit,

DIOD. SIC. XXII 12-3; DION. HAL. XX 4-5, 16; LIv. per. XII, XV; XXVIII 282-6' XXXI 31._7; VAL. MAx. II 715; FRONT. Strat, IV 138; APP. Samn, 9; CASSo DIO 407-1• (cf. ZON. VIII 61.); OROS. IV 3.-5, La tesi del Beloch e accettata integralmente da O. HAlIfBURGER, Pyrrh., pp. 100-101 ; J. HEURGON, Recherches, pp. 203-204; P. LEVEQUE, Pyrrhos, pp. 330-331. 419-420, 547.

(108) La veridioita 0 almeno la verosimiglianza dell' accusa contro i Reggini e ammessa dal BELOCH, l. c.; da G. DE SANCTIS, SR II, pp. 395-396; E. CIACERI, SMG III, p. 51; P. LEvEQUE, Pyrrhos, pp. 330-331, 419-420. Invece L. PARETI, SR II, pp. 16-17, crede in un puro e semplice ammutinamento dei Campani.

(109) II significato dell' alleanza coi Mamertini e stato messo in rilievo dal BELOCH, l. c. II confronto tra i passi di Plutarco e Zonara, cit. nel testo, dimostra la collabora-

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n problema di Crotone e molto diverso : infatti Zonara (VIII 614) afferma che i Campani la presero a tradimento, massacrando il presidio romano; e mette la cosa in diretto rapporto con la repressione del 270. II testo e chiarissimo, e Zonara, onesto compilatore di un onesto autore, va rispettato: cioe non si deve respingere la sua testimonianza senza validi motivi. Ritengo peri} che in questo casu i motivi di duhhio esistano. II resoconto liviano del periodo non ci e pervenuto, rna Livio allude nel lihro XXVIII al presidio di Reggio, immaginando che Scipione 1'Africano confronti le sue truppe ammutinate con la legio Campana. Scipione trova che i Camp ani ebhero colpe menu gravi, perche nee cum Pyrrho, nee cum Samnitibus aut Lueanis, hostibus populi Romani, se eoniunxerunt (283), e termina con queste parole, che sono una precisa risposta al passo di Zonara: Regium habituri perpetuam sedem erant, nee populum Romanum nee socios populi Romani ultro laeessituri bello (286), Certo, siamo di fronte a un esempio retorico, rna Livio non avrehhe scelto proprio questo esempio, del quale poteva henissimo fare a meno, se il presidio di Reggio avesse veramente distrutto il presidio romano di Crotone. A cii} si aggiunga che nel 270 il trihuno della plebe M. Fulvio FIacco si oppose alIa condanna dei Camp ani, perche non era stata 101'0 concessa la provoeatio ad populum, cui avrehhero avuto diritto come eives sine suffragio (v. infra). A menu che FIacco non fosse addirittura un fanatico, penso che non avrehbe chiesto la provoeatio per dei cittadini rihelli, colpevoli di aver ucciso a tradimento soldati romani, E probabile quindi che i Camp ani fossero accusati soltanto dei crimini commessi a Reggio. A mio parere, Zonara ha esageratamente ahhreviato il racconto di Cassio Dione, confondendo fatti diversi: il presidio romano di Crotone fu attaccato di sorpresa e distrutto dai GTeci, come quello di Locri, fra il 280 e il 279 ; e i Camp ani saccheggiarono la citta mentre era alleata di Pirro, eioe prima che P. Cornelio Rufino la riconquistasse nel 277, oppure anche dopo, se e vero, come qualcuno ha ritenuto (113), che Pirro la riprese a sua volta nel 275.

Tutto sommato, deve concludersi che i Romani non si limitarono, come affermano Ie fonti, a rinviare il castigo della legio Campana; anzi,

continuarono a utilizzarla, prohabilmente considerandola . ancora parte dell' esercito. Perche dun que a un certo punto decisero di attaccarla e distruggerla ? Per fare finalmente giustizia, risponde la versione ufficiaIe, accettata da molti studiosi moderni; rna e dubhio che l' operato dei Camp ani, dal punto di vista romano, fosse colpevole. Perche i Camp ani esageravano, credendo che tutto ormai fosse lecito, e molestando gli amici di Roma, risponde il Beloch: rna, come si e detto, certamente a Caulonia, e prohahilmente a Crotone, essi comhattevano al servizio di Roma.

Il vera motivo e indicato apertamente da Polibio la dove afferma ehe i Romani volevano ricuperare, xa{}' baov olol .' '~(Jay, cioe nei limiti del possihile, la fiducia degli alleati (I 712), e confermato da Cassio Dione, secondo cui Roma si era soreditata dimostrando per molto tempo di sottovalutare (napa crf1LXpOY ••••• nOLEIcr{}aL) i misfatti dei Camp ani (4012), Inoltre Livio immagina che L. Furio Purpurione, difendendo nel 199 al cospetto degli Etoli la condotta della repubblica Vel'SO i propri alleati, citi anche la restituzione dei Reggini nei 101'0 diritri ; e il riferimento e significativo perche appare alquanto fuor di Iuogo in un discorso ispirato, per il resto, agli eventi della guerra annihalica (XXXI 316•7), Dunque anche Livio pensava che l' episodio di Reggio avesse grande importanza ai fini propagandistici (114).

Quando Pirro giunse in Italia, i Romani erano riuseiti a entrare nel delicato e difficile gioco della diplomazia italiota, procurandosi degli alleati e per cii} stesso anche degli avversari ; forse peri} non tutti i senatori avevano capito Ie regole del gioco; ovvero alcuni, pur avendole capite, non Ie accettavano. La presenza di un esercito greco apparentemente invincihile fece croll are il fragile edificio, e tra i Romani prevalse una tendenza che anteponeva le immediate necessita della difesa ai piani di futura espansione. Partendo da questo punto di vista, era logico usare, contra gli alleati incerti 0 malfidi, una spietata energia. Ma Pirro fini con l' ahhandonare l' Italia; Taranto si arrese, e con lei, 0 ancora prima, tutte Ie citra italiote rientravano nei ranghi degli alleati (115). La politica forte era superata, e tornava di attualita il tema della pene-

italiota, Roma 1953, p. 124.); per il CIACERI invece «figuravano , " d' essere al servizio di Roma» (0. e., p. 67). Deve notarsi che il Droysen implicitamente (von den Kampanern im konsuIarischen Heer) e il Niese esplicitamente, attrihuiscono la presa di Caulouia a soldati campani diversi da quelli stanziati a Reggio. Ma Pausania non parla di esercito consolare; e sembra difficile che i Romani utilizzassero su cosi larga scala reparti campani autonorni da sehierarne due, di notevole consistenza, sul medesimo teatro di guerra.

(113) Cosi PmLIPp, RE s. v. Kroton, 1, col. 2025 (peraltro completamente isolato).

(114) Per la communis opinio cf. B. NIESE, GGlVI II, pp. 34, 64 ; G. DE SANCTIS, SR II, pp. 421-422 ; E. _ CIACERI, SMG III, pp. 88-89 ; T. FRANK, CAH VII, pp. 52-53 ; A. PIGANIOL, CR4, p. 1:>2; L. PARETI, SR II, pp. 53-54. Per Ia tesi del BELOCR, accoIta da O. HAMBURGER, J. HEURGON, e P. LEVEQUE (0. c., p. 547), v. sopra, n. 107. A. REUSS, ((HZ)) CLXIX 1949, pp. 466-467, pur tenendo fermo che Ia repressione fu causata da scorrerie dei Campani, osserva che si ebbe anche, da parte romana, «ein Akt der Loyalitat gegeniiber dem siiditalischen Griechentum».

("5) Per i dati cf. E. CIACERI, SMG III, p. 86-88.

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trazione pacifica; da un Iato era necessario ricuperare I' amicizia e Ia fiducia del mondo italiota, daIl' altro, a Reggio facevano comodo i mercanti greci e non i soldati campani (del cui destino, d' altra parte, e presumibile che l' aristocrazia campana non si desse alcun pensiero). Di qui Ia necessita di sacrificare l' octava legio all' opinione pubblica greca.

Alcuni autori a noi non pervenuti, rna noti a Dionigi di Alicar_ nasso, presentavano sui fatti di Reggio un resoconto diverso da quello fin qui esaminato, e, secondo il nostro storico, non meno attendibile (eXEL oe: ),6yov al-1cp61:Epo:: XX 4s). L' accusa di tradimento contro i Reggini non sarebbe uno stratagemma di Decio Vibellio; I' avrehhe invece formulata C. Fabrizio, che, avvertendone Decio xO:1:a CJ7touo-qv, gli avrebbe ordinato di prevenire Ia rivolta (47_S)' Cio puo essere accaduto nel 279, quando Fabrizio militava nell' esercito come legato (OROS. IV 120) (116). Si affermava inoltre che 10 stesso Fabrizio avesse poi provveduto (da console, quindi nel 278) a punire i Camp ani per Ie 101'0 scelleratezze, e a riportare in citta i Reggini superstiti : pel' accogliere queste notizie senza scartare il resoconto pili diffuso, Dionigi e costretto a postulare due colpi di mann camp ani, e due repressioni, eseguite Ia prima nel 278 da Fabrizio,la seconda neI270 da Genucio (4-5; 16; cf. App. Samn, 94_5), Non OCCOlTe spendere parole pel' dimostrare che Ia prima repressione e inventata di sana pianta; la notizia e pero significativa, in quanto dimostra che alcune fonti sentivano Ia neeessita di scagiouare Fabrizio dandogIi una parte nel giusto castigo dei Camp ani ; e poiche excusatio non petita e accusatio rnanifesta, cio conferma il fondamento della tesi secondo cui Fabrizio era in parte responsabile delle sciagure piovute su Reggio (117).

La presenza di un magistrato romano aIle spalle di Decio Vibellio rende certo che Ia causa della strage fu il tradimento dei Reggini, e non I' avidita dei Campani. Inoltre e lecito supporre che Ia ferocia usata nel prevenire la defezione si debba appunto al fatto che I' ordine part! da un uomo come Fabrizio. Egli era contrario a qualunque forma d'impegno

("6) In DION. HAL. XX 47 Fabrizio e u1ta'to~, e cio farebbe pensare ~l 278 (no~ al 282 come dice il NIESE, GGlIl[ II, p. 34 n. 3). l\b se il progettato tradImento del Reggini e la reazione dei Campani si collegano al~e sco~fi~te romane .del 280. e del 279, questa data e troppo bassa. La maggioranza degli studioei opta per ~ 280 : In tal caso Fabrizio non avrebbe avuto alcuna possibilita d' intervenire. Tuttavia LIVIO XXVII~ 28., con Ie parole per decem annos tenuit, autorizza (s' intende ch~ non obb~ga, per.ch~ la cifra potrebbe essere arrotondata) a pensare che il controllo ~eI Campam su~a crtta decorra dal 279 al 270' e nel 279 Fabrizio, servendo nell' esercito col grado di legato, aveva abbastanza autorith per dare ordini a Decio Vibellio.

(117) II Beloch si limita a dire che la prima repressione e un falso a onere di Fabrizio ; M. GELZER, «Hermes» LXVIII 1933, p. 136, argnisce da questa falso la responsahilita di Fabrizio.

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politico nel mondo italiota, che si trattasse di guerre 0 di alleanze: del resto, Ie prime erano regolarmente conseguenza delle seconde. Gli alleati greci erano ai suoi occhi solo una fonte inesauribile di fastidi e di pericoli; quindi e spiegabile che in caso di tradimento fosse pro clive a schiacciarli piuttosto che cercare un compromesso, come avrebbe potuto. fare, per esempio, un P. Cornelio Rufino, che aveva e7tL'"C-qoELOL neHe citta italiote (v. sopra, § 26).

Dunque Ie stragi di Reggio non compromettevauo il senato romano nel suo insieme, .ma soltanto il gruppo di Fabrizio, cui 10 scandalo suscitato negli ambienti greci era del tutto indifferente. Per contro i fautori della politica meridionale, che davano gran peso ai rapporti con gl'ItaIioti, superata la crisi sentirono il bisogno di cancellare ogni ricordo del triste episodio; e cio implicava che il presidio fosse sacrificato. I Iegionari camp ani, che da molti anni si battevano per la causa romana al posto 101'0 assegnato, non afferravano queste sottigliezze; essi percio si difesero con la forza della disperazione, e per sopraffarli i Romani, non troppo esperti in materia di assedio, dovettero ricorrere all' aiuto di Siracusa (almeno secondo ZONARA, VIII 614), II compito era stato assegnato ai consoli del 270: a C. Genucio Clepsina (DION. HAL. XX 16; OROS. IV 35) 0 a Cn. Cornelio BIasione (Fasti Tr.) (ll8).

Un' altra notizia conservataci solo da Valerio Massimo (II 715), e gia sopra citata, conferma Ia ricostruzione proposta: quando i Camp ani furono condotti aRoma e messi a morte, il tribuno della plebe M. Fulvio FIacco tento d'impedn'e l' esecuzione, considerandola adversus morem. maiorum, Poiche si trattava di cittadini, sia pure senza voto, FIacco insisteva presumibilmente suI 101'0 diritto di appellarsi al popolo; e se veramente Ia provocatio non fu concessa, forse cio vuol dire che si temeva da parte del popolo una decisione contraria alla pena di morte. Comunque, sembra difficile che in un momento COS! grave il tribuno abbia agito solo pel' uno scrupolo Iegalistico: si e gr osservato che s' egli avesse visto nei Campani dei ribelli e dei traditori, non si sarebbe tanto preoccupato della procedura (119).

(118) Secondo il BROUGHTON, MRR I, p. 198, la contraddizione si elimina supponendo che l' assedio di Reggio sia stato cominciato nel 271 dal console L. Genucio, e concluso nel 270 da Cornelio Blasione. Tuttavia, mentre Orosio dli solamente il nomen del console, Dionigi allude esplicitamente a C. Genucio, e quindi al cos. 270.

(119) Secondo il MOMllISEN, SR I, p. 132 n. 5, i termini del problema giuridico sarebbero i seguenti : il generale trionfatore aveva I' imperium militare anche in Roma, e percio poteva emanare condanne a morte senza l' appello al popolo. Cio tuttavia solo nel giorno del trionfo : sicche la protesta di Fulvio si basava suI fatto che Ie esecuzioni si prolungarono per vari giorni.

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Cio consente di ritenere che una parte della nobilitas, come nel 279 aveva deciso di stroncare con pugno di ferro la defezione reggina, ancora nel 270 non era disposta a negare la propria responsabilita, e non riteneva giusto punire i legionari camp ani per accattivarsi Ie sim, patie dei Greci. E degno di nota che M. Fulvio FIacco, nel 246, fu magister equitum del dittatore Ti. Coruncanio : fu scelto cioe da quest' ultimo come persona di sua fiducia, E poiche Coruncanio era un vecchio amico di Fabrizio e di Curio (§ 26), si comprende facilmente da qual parte sia stato promosso, nel 270, il tentativo di salvare i Campani (120).

28) LA PRIMA GUERRA PUNICA. - La partenza di Pirro,Ia resa di Taranto, e l' ingresso definitivo delle citta itaIiote nel sistema confederale romano, segnarono una grande vittoria del ceto mercantile e dei suoi sostenitori aristooratici ; ne consegui probabilmente un rafforzarsi del 101'0 prestigio politico, che permise di concepire e di attuare un' impresa ancor pili vasta e impegnativa : la conquista della Sicilia.

Si ammette generalmente che la prima guelTa punica fu provocata dai Romani, in aperta violazione dei trattati vigenti; alcuni autori pero la spiegano col principio della difesa preventiva, affermando che I'installarsi dei Cartaginesi sullo stretto di Messina comprometteva la sicurezza della lega romano-it.alica (121). Questa era, senza dubbio, Ia versione ufficiale romana, ripetuta fedelmente da Polibio (I 10): rna non sembra che la communis opinio del mondo antico se ne sia Iasciata convincere. Nello stesso Polibio, com' e noto, affiora il riferimento a una generic a cupidigia di bottino che avrebbe influito sui voto dei comizi (112), D' altra parte Cassio Dione preferisce mettere sullo stesso piano i due imperialismi : Roma e Cartagine, i cui dominii erano ormai confinanti, non potevano fare a meno di sospettarsi a vicenda, e di amhire

(120) Nello stesso anna in cui si discusse la condanna dei Campani (270 a. C.) M.

Fulvio FIacco fu eletto duumvir aquae perducendae con M'. Curio, e dopo la morte del collega porto a termine da solo i lavori dell' acquedotto chiamato Anio Vetus. Da cio, naturalmente, non si puo trarre alcun indizio sulla linea politica da lui seguita.

(121) Sul trattato di Filino (306 a. C.) e la sua riconferma (fra il 280 e il 278 a. C.) v. sopra, app. I hoi. Sulla teoria della difesa preventiva cf. p. es. G. DE SANCTIS, Per La scienza dell' antichita, Torino 1909, pp. 293-296; m., SR III 1, pp. 97-102; G. GIANNELLI, REGP, p. 102 (contra: J. H. THIEL, HRSP, p. 129 n, 215); e in generale v. sopra, cap. II n. 3. Le considerazioni difensive agirono insieme aile tendenze imperialistiche secondo T. FRANK, Imp., pp. 88-91; E. KORNElIIANN, I}G I, pp. 185, 187. La politica romana del 264 ebbe un carattere puramente aggressrvo secondo P. MEYER, APK, p. 19 e passim; M. CARY, «History» VII 1922-1923, pp. 109-110; S. MAZZARINO, IGP, pp. 100-101; A. HEUSS, «HZ» CLXIX 1949, pp. 470-475; etc,

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l' una ai possessi dell' altra (431_4), Da questo punto di vista 10 sbarco di Ap. Claudio Caudex a Messina, pili che difesa preventiva, dovrebbe chiamarsi offesa preventiva. Secondo Diodoro Siculo (XXIII 14), Gerone acouso i Romani di us are gli obblighi verso gli alleati come pretesto per coprire Ie 101'0 ambizioni sulla Sicilia; e queste parole, siano di Gerone, di Filino, 0 di altri, rispecchiano senza dubbio il giudizio dei Greci contemporanei. Nella stessa Roma il carattere aggressivo della guerra fini con I' essere riconosciuto perfino dalla tradizione scolastica, tendenzialmente apologetica (cf. FLOR. II 24: igitur specie quidem socios iuvandi, re autem sollicitante praeda. . . ; AMPEL. 462: causa motus praetendebatur duplex. " ceterum revera praemium fuit Siciliae ac Sardiniae possessio fertilissimarum insularum). E naturalmente possihile che, come affermana Cassio Dione fra gli antichi, e il de Sanctis fra i moderni, uno scontro armata fra Ie due grandi potenze occidentali fosse imposto dalla logica delle cose (benche si possa discutere anche su questo punto) (122) ; tuttavia, per chi voglia definire il carattere delle forze politiche in gioco, resta sempre degno di nota che aRoma esistesse un gruppo di uomini risoluti ad assumere Ia responsabilita della prima mossa (123).

Deve aggiungersi che i Romani non soltanto provocarono la guerra, costringendo i riluttanti Cartagillesi ad accettare la sfida; rna inoltre I' avevano accuratamente prep arata, gia prima che un presidio punico entrasse nella rocca di Messina. Non si puo fare a ,eno d'interpretare in questo senso l' istituzione dei quaestores classici, 'i:he si fa risalire al 267 (124) : essa dimostra che fin d' all ora qualcuno si preoccupava di apprestare (almeno dal punto di vista amministrativo e organizzativo, se non da quello tecnico), i mezzi necessari per una politica mediterranea. La grande flotta che nel 260 sconfisse i Cartaginesi a Mylae e dun que il frutto, pili che di una eroica improvvisazione, di un piano lungimirante.

Anche I' appello dei Mamertini, che creo il casus belli, non doveva essere del tutto inatteso : e possihile anzi che sia stato in qualche modo

I

(122) Sulla fatalita delle guerre puniche: G. DE SANCTIS, SR III 1, pp. 101-102; dell' espansione mediterranea in genere: Th. MOMlllSEN, RG I, pp. 430, 512 (citato e confutato da A. HEUSS, o, c., p. 458).

(123) AIcuni autori notano che i Romani erano consci della propria responsabiIita, e cercavano di nasconderIa. Secondo Paul MEYER, APK, pp. 17-23, essi inventarono la famosa spedizione della fiotta cartaginese a Taranto nel 272 (su cui v. G. DE SANCTIS, SR II, p. 419) per dimostrare che il trattato di Filino era statu infranto per la prima volta da Cartagine; secondo C. CICHORIUS, RS, pp. 26-27, Ie fonti mettouo in rilievo l' adempimento di tutte Ie formalita rituali nella dichiarazione di guerra (NAEV. Jr. 31 MOR. = 3 MARM.; ENN. fr, 223 VAHL.3; SIL. !TAL. VI 660-661), per dissimulare il torto sostanziale dei Romani.

(124) V. sopra, § 5 n. 16.

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sollecitato (125). Va tenuto presente che i mercenari camp ani non erano affatto concordi sulla politica da seguire, Polibio afferma che all' avvicinarsi del console Ap. Claudio Caudex essi espulsero di propria iniziativa il presidio punico, e il suo comandante Annone (I 114); secondo Zonara, invece, erano combattuti fra diverse tendenze (&v O'tcXOeL); e poiche si aggiunge che avrebbero fatto volentieri a meno sia dei Romani che dei Cartaginesi dobbiamo indurre che gli amici di Roma e quelli di Cartagine erano due minoranze (VIII 88), Infatti i mercenari restarono indifferenti e inattivi finche un intraprendente tribuno militare, C. Claudio, riusci con un colpo di mana ad allontanare Annone (88-93; cf. CASSo DIO 435_6,10) (126). In questa caso il particolareggiato resoconto di Cassio Dione - Zonara va preferito a quello schematico di Polibio, perche trova conferma nello stesso Polibio, la dove afferma che sotto la minaccia di Gerone alcuni dei Mamertini si erano rivolti a Cartagine, altri a Roma (I 101_2: anche se i due passi furono compiuti in momenti diversi, come suggerisce Zonara VIII 86, cio non esclude che l' iniziativa sia stata presa da due gruppi diversi) : dunque e vera che Messina era divisa e incerta. Concludendo, fra i mercenari agivano due partiti, nessuno dei quali aveva una netta prevalenza. Dunque, se veramente si delihero una deditio ai Romani (ben presto annullata da un altro voto in senso opposto), questa effimera vittoria del partito filoromano puo essere dovuta a un influsso esterno. Oppure non si ebbe alcuna deoisione formale, e ciascun partito si accordo privatamente coi propri simpatizzanti aRoma e a Cartagine. Quanto all' epoca in cui per la prima volta si strinsero rapporti fra esponenti della nobilitas e Mamertini, si puo pensare alla guerra contro Pirro, durante la quale i Campani di Messina, alleati di Cartagine, collaborarono con quelli di Reggio, che combattevano per Roma e furono per qualche tempo affiancati da truppe romane (v. sopra, § 27); oppure al 270, quando Ia repubblica, prima di attaccare il presidio di Reggio, si era accord at a coi Mamertini per assicurarne la neutralita (ZON. VIII 612) (127).

Polibio ci fa sap ere che nel 264 il senato accolse Ia possibilita di intervenire in Sicilia, offerta dai Mamertini, con scarso entusiasmo, e

(125) G. DE SANCTIS, SR III 1, p. 98; G. GIANNELLI, REGP, p. 61, pensano all' opera di agenti romani.

(126) V. app. VIe.

(127) La storia dei Mamertini e studiata nell' insieme da Antonia VALLONE, «KUnt<xAOP) I 1955, pp. 22-61. V. anche Giovanna CROTTI, Monete dei Mamertini, tesi di laurea discussa all' Universita di Padova, 1957 (inedita; cit. da F. SARTORI, «Athenaeum» XXXV 1957, p. 134).

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discusse a Iungo senza giungere a una conclusione (I 1°3-113), 0 forse addn'ittura pronunciandosi in senso negativo, come suggeriscono Ie parole 'tb f1ev OUVU;PLOV ouo' eL<;; 'tD.o<;; hup{J)oe 'tYjv YVWf11)V (111); alla fine il popolo, interpellato dai consoli (COS! 10 storico; rna si trattava prohabiImente del solo console presente in Roma) diede una risposta positiva, Su questo voto popolare i moderni hanno molto discusso; infatti itermini usati da Polibio (112: 01 nonoL; 113: (; 01jf10<;;) sono generici, e non las ciano capire se fu espresso dai cornizi tributi 0 dai centuriati (128). II Frank pensa invece ai concilia plebis, e ritiene che I' accordo coi Mamertini fosse sostenuto dai «democratici»; cioe dalla tendenza cui egli attribuisce anche l' accordo con Turi e la guerra tarantina (§ 26) : questa ipotesi del resto potrebbe applicarsi anche ai comizi tributi. Altri autori, fra cui Eduard Meyer, optano per i comizi centuriati: in tal caso sarebbl lecito affermare che suI voto fu determinante la volonta degli affaristi iscritti in gran numero alla prima classe e percio arhitri delle decisioni (almeno in questo periodo, cioe anteriormente aIla riforma del 241-220) (129).

(128) II FRANK ritiene che il voto sia stato chiesto dai tribuni ai concilia plebis (!~lh ~p. 88-91 i CAH _VII, p. 672); rna POLYB. I 112 afferma esplicitamente che I Irn~atIva fu del conso~ (0 plUt~oSto, come sembra, del solo Ap, Claudio Caudex) e questi non avevano 10 ms agendi cum plebe. Le alternative possibili sono dunque i comizi centuriati (Ed. MEYER, KS P, pp. 246-247; II, pp. 376-377; !D., MP P, pp. 101-102; G. DE SANCTIS, SR III 1, p. 100; J. H. THIEL HRSP pp. 137-138' etc.) 0 i eornizi tributi (A. HEUSS, «HZ» CLXIX 1949, pp. 474-475; F. 'w. WALBANK:

CP pp. 60-61).

Alcuni studiosi affermano che l' accordo coi Mamertini era stato gill deciso daI senato, prim~ del voto popolare e indipendentemente da esso (cf. Lrv, per, XVI: senatus censmt) : p. es. G. D~ SANCTIS, cit. alia n. 121 ; M. GELZER, «Hermes» LXVIII 1933.' pp. 1?3-142. Secondo II Gelzer Polibio seguirehhe qui Fabio Pittore, che, volendo sca~Ion.are il sen~t? daIla responsabilita di aver deciso una guerra non giusta, avrebbe attrihuito la decisione al popolo (cf. W ALBANK, l. c., secondo cui pero I' inesattezza di Fabio Pit.tore e di Polibio consiste solo nell' aver messo in ombra il fatto che anc~~ .n~l . senato agivan? gruppi f~vorevoli aIla guerra). V. tuttavia infra, app. X. L nuzratrva del senato e sostenuta m modo ancor pili deciso da F. DE MARTINO, SCR I!, I?P. 239-241: egli c:ede .infatti che l' espressione ot OE: 'TCoHo( (POLYB. I 11.) anzlche a?udere, come di solito, a un' assemblea popolare, mdichi qui la maggioranza senatorra, Inoltre xupwlMno~ 1:oli o6Yfl<X1:0~ &'TCO 1:oli O'~ILOU (ll.) si riferirebbe a un senatusc~nsulto ?onvalidato dal popolo. L'ipotesi e suggestiva, rna non credo che possa accettarsi, perche troppo nett a e I' antitesi fra 1:0 I~Ev auv§opLOV e ot AS 1tOAAO( (llI-.)'

(129) Per la prima interpretazione cf. T. FRANK, l. c.; per la seconda Ed. MEYER, l. c., seguito da Paul MEYER, APK, p. 44; W. SCHUR, SA, p. 16; J. H. THIEL, «Mnemosyne» II 1935, p. 252 (rna v. infra); L. PARETI, SR II, p. 97. La tesi del Meyer e invece respinta da T. FRAl'fK, Imp., p. 107 n. 5; !D., CAH VII, 669; H. H. SCULLARD, Scipio Afr. in the Second Punic War, Cambridge 1930, pp. 34-35; A. HEUSS, l. c.; W. HOFFMANN, RE s. v. Plebs, col. 91 (la guerra fu imposta daIla plebe urbana immiserita); J. H. THIEL, HRSP, pp. 138-142; F. W. WALBANK, CP, p. 61: quest' ultimo, con un «overstatement» che fa meraviglia, giunge ad affermare «no account need be taken of Meyer's view». Secondo questi autori, nel 264 gli uomini

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Purtroppo non c' e alcun argomento decisivo a favore dell' una 0 dell' altra tesi, perche, come si ammette universalmente, non si votava intorno a una lex de bello indicendo (neI qual caso Ia consuetudine avrebbe imposto Ia convocazione delle centurie), rna solo intorno a una proposta di alleanza; e sappiamo che altre volte siffatte proposte furono pres entate aIle 'trihti (130). Comunque non credo che per questa via si possa giungere in aIcun caso a definire le forze che vollero impegnare Ia repuhbIica nelle faccende siciliane, poiche da PoIibio risulta chiaro che il voto non scaturi da una consapevoIe volonta poIitica: 10 storico avverte infatti che il popolo, benche fosse stanco e ormai Iogorato dalle guerre precedenti, decise di soccorrere i mercenari sia pel' considerazioni d'interesse pubblico (Ie famose esigenze difensive) sia perche i consoli fecero balenare agIi occhi di ciascuno speranze di facili e magnifiche fortune individuaIi (1l2)' Deve aggiungersi che questa promessa, come rilevano i critici moderni, poteva farsi unicamente giocando suII' equivoco, cioe lasciando credere ai cittadini che I' accordo implicasse soltanto Ia guerra centro Siracusa, e non contro Cartagine. II voto popolare fu dun que estorto da una parte con I' inganno, dall' altra col pili banale espediente dernagogico ; e dallo svoIgersi dei fatti e Iecito indurre che Ia guerra fu voluta e imposta da una minoranza.

In realta, nel 264 i fautori della guerra dovevano costituire una minoranza anche nell' ambito dell' aristocrazia senatoria. La cosa puo apparire strana, perche (come sopra si e detto) il successo reaIizzato contro

d' affari n.on contavano (rna cio non e esatto ; v. sopra, cap. II-III); il FRANK, Imp., I. c., aggmnge che la guerra non p..oteva avere fini economici, perehe la repubblica at~raversava una fase di prosperita. E strano che uno studioso esperto come il Frank USI questa argomento: sono appunto Ie sooieta prospere che cercano nuovi sbocchi per Ie proprie risorse e Ie proprie energie.

J. H. THIEL, HRSP, I. c., allontanandosi dalla tesi del Meyer, da lni precedentemente accolta, si avvicina a quella del Frank; infatti, pur ammettendo che I' alleanza sia stata decisa dai comizi centuriati, egli afferma che se il senato era diviso doveva essere divisa anche la prima classe; quindi Ia maggioranza fu raggiunta solo col voto delle classi inferiori, e percio dei piccoli contadini. Tale conclusione e inevitabile per chi condivide il presupposto del ragionamento, cioe l' omogeneitii. fra il senato e la prima classe; per contro un diverso orientamento dei due gruppi e possibile, se si accetta (come nel 1935 faceva anche il Thiel) la presenza nella prima classe di ric chi affaristi, forse legati da clientele ad alcuni senatori, rna esclusi per tradizione dalla nobilitas.

(130) Secondo Ed. MEYER, I. c., il voto sui trattati di alleanza rientrava nella competenza dei comizi centuriati; secondo F. W. WALBANK, I. c., delle assemblee tribute (comizi 0 concili). Hanno ragione ambedue: Th. MOllIllISEN, SR III 1, pp. 341 e n. 1, 344 e n, 2, cita una serie di fonti da cui risulta che anteriormente alla prima guerra p~nica votavano Ie centurie ; dalla fine del III secolo in poi, Ie tribu, Purtroppo non abbiamo alcun dato sulla fase intermedia, e quindi il problema, per il 264, resta aperto (e COS! anche per la pace del 241: infatti i trattati di pace erano assimilati a quelli di alleanza).

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Taranto avrebbe dovuto rafforzare l'influenza e l' energia dei gruppi i:rnperiaIistici; per spiegarla, va ricordato che, secondo PoIibio, la principale difficolta contro I' intervento era la ripugnanza a soccorrere quei :rnercenari che si erano comportati a Messina, a danno dei Greci, con la stessa ferocia usata dai Camp ani di Reggio: e senza avere Ie· giustificazioni di questi ultimi (§ 27). Orbene, un tale scrupolo, ove non 10 si voglia interpretare in senso moraIistico (accettando Ia tesi polihiana, cui aderirono pel' vero molti moderni) ('3') e concepibile unicamente negli ambienti aristocratici e commerciaIi Iegati aI mondo itaIioia: solo a questi una iniziativa tale da suscitare l' antipatia dei Greci poteva riuscire sgl'adita. Dunque neI 264 i gruppi tendenzialmente favorevoIi a una poIitica mcditerranea erano divisi circa I' opportunita del momento e del pretesto scelti per agire: questo e il motivo per cui I'impuIso agli avvenimenti fu dato da una minoranza che, battuta nel senato, supero I' ostacolo con mezzi demagogici. D' altra parte i timori dei filelleni si rivelarono in seguito eccessivi: i Cartaginesi erano malvisti dalle citta greche non meno dei Mamertini, e molto pili temuti come rivali nel commercio; infatti l' appoggio degI' ItaIioti alIa causa romana fu costante per tutta la durata della guerra, e dopo un anno si aggiunse ad essi anche Siracusa.

Incidentalmente, va notato che in questo caso Polihio Cl conserva il ricordo di una polemica svoltasi entro la cerchia della nobilitas imperialistica, intorno a un problema di tattica politica, pili che di fondo ; egIi tace completamente dell' opposizione pili radicale che senza dubbio esisteva (come vedremo) in altri ambienti, ostili per principio a impegnare Ie forze romane fuori della penisola. Constatiamo insomma un atteggiamento analogo a quello ch' egli adotta a proposito della seconda punica, allorche nega esplicitamente che i1 senato ahhia discusso intorno alIa necessita di comhattere per Sagunto. L' ostinato silenzio su tutta quella parte della nobilitas che non accettava Ia grande politica mediterranea dimostra che Fabio Pittore non e affatto, comegeneralm~nte si crede, I' unica, e nemmeno Ia principale fonte di Polibio sugli orientamenti dell' aristocrazia romana (132).

Fra gli esponenti della minoranza che trascino Roma alla guerra il pm autorevole sarehbe stato, secondo molti studiosi, il console Ap. Claudio Caudex. Egli apparteneva alla stessa famiglia di Ap ". Claudio iI

('31) Cf. p. es. G. DE SANCTIS, SR III 1, p. 98; E. PAIS, J. BAYET, HR I, p. 242; W. HOFFMANN, RE s. v. Plebs, col. 91.

(132) V. infra, app. VIi, e app. X.

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Cieco, rna non sappiamo quale fosse illoro grado di parentela (133). Anzitutto deve rilevarsi che il suo collega M. Fulvio FIacco per buona parte dell' anno fu impegnato in una spedizione a V olsinii; quindi, sebbene Polibio attribuisca ad ambedue i consoli del 264 la convocazione del popolo e la fortunata propaganda beIIicista (I 112) solo Claudio ebbe Ia possihilita di agire in questo senso (134). D' altra parte, FIacco seguiva una linea politica alquanto diversa (v. sopra, § 27); ne certo poteva scorgere alcunche di comune fra Ia causa dei soldati camp ani da lui difesa nel 270, e quella dei Mamertini, avventurieri inseritisi di forza negl' intrighi politici del mondo siceliota.

Quando un' avanguardia romana, guidata dal tribuno C. Claudio (la cui opera deve ricondursi ovviamente aIle istruzioni di Appio) giunse allo stretto, i Cartaginesi presidiavano Messina e avevano indotto Gerone a stipulare una pace coi Mamertini ('35) ; dun que il pretesto per intervenire, creato con tanta fatica, era gia scomparso. Ma di cio il tribuno miIitare non si diede alcun pensiero; entre due volte a Messina (lasciando alcune navi nelle mani dei Cartaginesi che bloccavano 10 stretto); proclarno che i mercenari avevano ancora bisogno dell' aiuto romano, e con uno stratagemma si sharazzo del presidio punico. Le forze di Cartagine e di Siracusa, indotte ad allearsi contro il nuovo pericolo, si schierarono intorno alla citta ; frattanto giungeva il console col suo esercito. L' ammiraglio cartaginese ebbe allora modo di manifest are la sua volonta di pace, restituendo Ie navi catturate in precedenza ; rna il console non si Iascio commuovere, e forzo a sua volta iI passaggio. Si svolsero allora ulteriori trattative, ciascuno dei due eserciti imponendo all' altro di nitirarsi ; e a questo punto, poiehe i Mamertini erano alleati di Roma e Messina era circondata da Cartaginesi e Siracusani, i poteri di Ap. Claudio gli permisero di proclamare 10 statu di guerra, senza bisogno di consultare il senato e i comizi: eppure la situazione in cui egli si trovava, e

(133) Iniziativa di Ap. Claudio Caudex: Ed. MEYER, cit.; Paul MEYER, APK, pp. 43·46; J. H. THIEL, cit.; T. FRANK, Imp., pp. 88-91; G. GIANNELLI, REGP, p. 63; A. HEUSS, o. c., pp. 474-475; J. VOGT, RR2, p. 104; L. PARETI, SR II, p. 97; F. DE MARTINO, SCR II, p. 239. V. inoltre A. LIPPOLD, «Orpheus» I 1954, pp. 154-169 (studio d'insieme suII' attivita di Claudio). Parentela fra il Caudex e il Cieco: secondo GELL. XVII 2140 e AUCT. de vir. ill. 37, erano fratelli, il che sembra molto difficile (sebbene non del tutto escluso) per la grande differenza d' eta. II MUNZER, RE s. v. Claudius, 102, ritiene impossibile una conclusione ; T. FRANK, CAH VII, p. 672, pensa che si trattasse di cugini.

(134) Cf. Paul MEYER, APK, p. 46; Ed. MEYER, KS II, p. 376 n. 2; J. H.

TmEL, HRSP, p. 137 n. 238; e per Ie fonti T. R. S. BROUGHTON, MRR I. p. 203.

(135) Per quanta riguarda gli avvenimenti del 264, e in particolare Ia cronologia, v. infra, app. VI.

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ch' egli stesso aveva contribuito a determinate, era molto diversa da quella ch' era stata presentata al popolo nel momento del voto (136).

La parte dominante che in tutti questi avvenimenti ebbe I' iniziativa personale di Appio era perfettamente chiara alla tradizione 1'0- mana: infatti a lui, ed a lui solo, si attribuisce con insistenza la dichiarazione di guerra (cf. ENN., 223 VAHLEN3; LIV. XXX 14; SIL. ITAL. VI 660-662, etc.) ('37): tale insistenza non si spiegherebbe s' eglifosse apparso semplicemente come il portavoce del senato e del popolo. Significativo e l' aneddoto suI modo in cui Claudio avrebbe ingannato i Cartaginesi: cum a Regio Messanam traicere nequiret custodientibus fretum Poenis, sparsit rumorem quasi bellum iniussu populi inceptum gerere non posset, classemque in Italiam versus se agere simulavit. Digressis deinde Poenis ... circumactas naves appulit Siciliae (FRONT. Strat. I 411). Vero o falso ('38), questo racconto conferma che, secondo Ia vox populi, Appio era andato al di la delle istruzioni ricevute.

E quasi certo che allo scadere del suo comando Appio non celehro iI trionfo. II Frank vede in cio la prova del rancore che iI senato (0 meglio, una parte del senato ostile alle idee del console) nutriva contro di lui, per aver costretto la repubblica a impegnarsi in una guerra di vastita senza precedenti e di esito incerto (139). Cio non e impossibile ; peraltro deve anche tenersi presente che la portata dei successi ottenuti da Claudio e molto discussa, e forse per un trionfo man cava la giustificazione obiettiva. Fra l' altro si ricordi che al success ore M' . Valerio Massimo fu attribuito non soltanto il merito di aver costretto Gerone alla pace, rna perfino quello di aver liherato Messina (come risulta dal soprannome di Messala).

Dunque, a prescindere dal fatto che Ap, Claudio Caudex dopo il consolato non ebbe piii alcun comando, mancano dati sicuri circa un' a-

(136) La decisione del console, dal punto di vista legale, era corretta: cf. Th' MOJlIMSEN, SR III 2, pp. 1164, 1248; M. GELZER, in «Rom und Carthago», ed. J. VOGT Leipzig 1943, p. 182 (= RS I pp. 54-55); A. HEUSS, o. c., pp. 481,486. Secondo 10 HEUSS, pp. 481-482, aRoma fu poi celebrata la cerimonia dei feziali per regolarizzare la procedura dal punto di vista religioso (NAEv.,jr. 31 MOR. = 3 MARM.). A questa proposito si noti che I' uso di compiere il rito aRoma [anzichc sui confini) potrebbe risalire appunto al III secolo: infatti I' aneddoto che tenta di spiegare I' innovazione si riferisce all' eta di Pirro (K. LATTE, RRG, p. 122 e n. 3).

(137) Le altre fonti, cit. dal MUNZER, RE s. v. Claudius, 102, e dal BROUGHTON, MRR I, p. 203, rilevano soltanto ch' egli fu il primo dei Romani a passare con I' esercito in Sicilia.

(138) A. HEUSS, o, c., p. 481 e n. 5, 10 trova per 10 meno verosimile.

(139) Cf. T. FRANK, Imp., pp. 88-91; CAH VII, p. 674 (contra, G. DE SANCTIS, SR III I, p. 108 n. 27). Fonti pro e contro il trionfo di Claudio: F. MUNZER, RE cit. Campagna di Claudio in Sicilia: v, app. VI i,

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perta condanna della sua opera. Gli storici moderni hanno invece rile-. vato qualche traccia di un' opposizione alla guelTa. II Thiel ricorda un passo di Zonara, in cui si afferma che nel 249 un senatore propose di venire a patti con Cartagine, ma fu linciato (VIII 1514); quest' ultimo particolare sembra aiquanto strano, rna non e del tutto inverosimile: in ogni caso il linciaggio dovrebhe Imputarsi a un gI'UppO di facinorosi e non certo alIa maggioranza del senato (140). Inoltre Polibio ricorda che perdue volte i Romani rinunciarono a sostenere I' offensiva suI mare, considerandoia troppo costosa e troppo sanguinosa in rapporto ai risultati ottenuti (I 397, 552) : cio potrebbe essere dovuto al transitorio sopravvento del gI'UppO favorevole alla pace (141).

E certo in particolare che la spedizione in Africa di M. Attilio Regolo (cos. suffectus nel 256, proconsole nel 255), la quale tendeva a mutare I' indirizzo della guelTa trasformando un conflitto per la Sicilia occidentale in una Iotta per I' eeistenza, fu oggetto di una vivace ostiIita in vari strati della cittadinanza (142). Secondo Floro si ebbe un ammutinamento nell' esercito, capeggiato dal tribuno militare Nauzio e domato con Ia forza da Regolo (II 2d (143) ; e non e impossibile che a questo episodio si riferisca Nevio [fr. 52 MOR. = 54 MARM.) :

simul ali us aliunde rumitant inter se.

1noltre, quasi subito dopo 10 sbarco a Clupea il senato richiamo iI console L. ManIio Vulsone con parte delle truppe. Quindi Attilio resto in terra nemica con le sue due legioni : circa 15.000 fanti e 500 cavalieri (POLYB. I 298•10), II de Sanctis afferma che tale doveva essere fin dall' [nizio iI contingente destinato all' Africa, perche sarebhe stato assurdo ridurre iI corpo di spedizione prima ancora che avesse impegnato battaglia (144) ; ma la presenza dei due consoli all' atto dello sbarco presuppone Ia ptesenza, se non di due eserciti consolari (cio .. sarebbe stat~ impossibile, perche Ie basi in Sicilia dovevano essere difese) almeno di forze appartenenti ad ambedue gli eserciti; allo stesso modo Bulla flotta che comhatte all' Ecnomo erano imbarcate truppe scelte da quattro legioni (265•6), Si aggiunga che Manlio, al momenta di partire per l' Africa, non sapeva ancora di dover tornare subito indietro: cio risulta dal fatto che i due consoli chiesero istruzioni aRoma (296), e in risposta giunsero legati OL(X,<JCM.pOOV'tcC; che uno di 101'0 doveva andarsene (298), Se dun que Manlio, in origine, prevedeva anche la possihilita di restare, e probabile che abbia portato con se parte delle sue truppe. Inoltre l' 01'dine del senato precisava : Eva 'toW <J'tpa't1}Ywv I-'-EVe~V EXOV'tX ouyal-'-e~C; 't~C; &pIWU<JXC; (298), E «rimanere con forze sufficienti» e diverso da «rimanere con tutte Ie forze disponihili». Quest' ordine fu senza dubbio assurdo, perche bisognava rinunciare all' impresa oppure impegnarvisi a fondo, e cio appunto dimostra che Ia guerra era condotta in modo incoerente, sotto I'impulso di desideri contrastanti.

Infine un frammento di Nevio (43 MOR. = 44 MARM.) :

(140) J. H. THIEL, HRSP, p. 328. Forse 1JtEXp·~(j(f.V'to potrebbe essere un' espressione generica per «condannarono a morten ; ma un regolare processo sarebbe ancor meno probabile di un linciaggio.

N. B. Ancora secondo ZONARA, quando M. Attilio Regolo venne aRoma il senato in blocco era disposto alla pace per amor suo, e fu Regolo a dissuaderlo (VIII IS.). Ma la notizia e troppo strettamente legata al tema leggendario di questa personaggio (v. infra, n. 146) per esser pres a in cousiderazione.

(141) Alludono a questi episodi W. SCHUR, SA, pp. 16-17; H. H. SCULLARD, O. c. alla n. 129, pp. 34-35. II DE SANCTIS, SR III I, pp. 110 - Ill, ritiene che gia l'elezione al consolato, per i1263, di M'. Otacilio eM'. Valerio Massimo, sia una prova del malcontento popolare, perche il primo era estraneo alla nobilitas dominaute, il secondo sarebhe stato avverso ai Claudii, In realta, tuttavia, sulla posizione politica dei due nuovi consoli rispetto ai vari gruppi aristocratici e in particolare rispetto ai Claudii, non sappiamo nulla; e M.' Otacilio e considerato da qualche studioso addirittura un fautore della guerra (MUNZER, RE s. v. Otacilius, col. 1857; A. PIGANIOL, CR" p. 155; M. GELZER, O. c. alla n. 136, p. 180 = RS I, p. 52).

(142) Si noti che secondo POLYB. I 201.2 solo nel 262, dopo la pres a di Agrigento, Ia maggioranza senatoria si era assuefatta all' idea di combattere per l' intera Sicilia occidentale anziohe per Messina.

(143) Sull' ammutinamento cf. J. HEURGON, Recherches, pp. 292-293. II verso di Nevio e citato dal CICHORIUS (RS, p. 55) che rinuncia pero a collegarlo con fatti storici a noi noti.

sin illos deserant fortissumos utros magnum stuprum populo fieri per gentes

fu acutamente interpretato (fra gli altri) dal Ciehorius come prova di una polemic a sui 2000 uomini sfuggiti alla disfatta di RegoIo, e trincerati a Clupea : alcuni volevano soccorrerli (e questa tesi prevalse : POLYB. I 365.12), altri proponevano di abbandonarIi al 101'0 destino (145).

(144) G. DE SANCTIS, SR III I, p. 146 n. 3; d' accordo con lui J. H. THIEL, HRSP, pp. 224-227; F. W. WALBANK, CP, p. 86.

(145) C. CICHORIUS, RS, p. 42; 10 seguono J. H. THIEL, HRSP, pp. 229-230, 327-328; F. W. WALBANK, CP, pp. 94-95. Contra: H. FRAENKEL, «Hermes» LXX 1935, p. 59 n. I; E. V. MARlIIOIlALE, Naeuiuss, p. 253, second? .cui iI f~am,?-~nto appartiene alla discussione del 264 sull' aiuto chiesto dai Mamertini. II Thiel rrtiene ch~ Ie parole [ortissumos viros non si addicano ai mercenari e debbano alludere a soldati romaui; tuttavia non e questa l' argomento decisivo, pcrche Nevio era campano e

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Risulta dunque che la campagna d'Africa, accolta con freddezza dai legionari, fu addirittura sahotata da una parte della nobilitas; tuttavia questo atteggiamento negativo che si puo arguire dalle notizie ora cit ate non e condiviso dalla nostra fonte migliore, cioe Polihio, che come amico degli Scipioni doveva approvare pienamente il progetto.

La situazione e molto diversa per quanto riguarda l' uomo che guido l' impresa, e fu responsahile del suo fallimento: M. Attilio Regolo. :E manifesto ch' egli fu al centro di vivaci polemiche, perche un settore della storiografia antica 10 presenta circonfuso dall' aureola della gloria e del martirio, un altro settore critica senza amhagi le sue colpe, e giunge a considerare hen meritata Ia sua tragica fine. II primo di questi orientamenti, a carattere leggendario e apologetico, ci e testimoniato solo in epoca tarda; ma, com' e ovvio, non sarehhe mai potuto sorgere se il protagonist a non avesse avuto fin dall' origine i suoi seguaci e i suoi devoti (146). D' altra parte anche l' atteggiamento critico fu molto diffuso: cio appare dal fatto che ne risente perfino un retore come Silio Italico, senza duhhio erudito, ma non certo capace di giudizi origin ali. Silio (VI 658-662) ci presenta insieme Attilio e Ap. Claudio, poiche I' uno avrehhe sostenuto la causa della guerra, I' altro la dichiaro e ottenne la prima vittoria : rna nei versi su Regolo si nota una sfumatura negativa, e quasi caricaturale:

oltre Ia Sicilia (che i Cartaginesi non avevano allora nessun motivo di considerare perduta) anche la Sardegna; la restituzione dei prigionieri; un' [ndennita da versarsi immediatamente, e un trihuto per gli anni successivi; la rinuncia alIa flotta militare (eccettuata una sola nave !) e ad una politica estera autonoma. :E certo che Dione esagera ; comunque rutte le altre fonti (POLYB. I 315•8; DIOD. XXIII 12; EUTR. II 214; OROS. IV 91), pur senza dare particolari, alludono a pretese inaccettahili. Pochi mesi dopo Regolo era prigioniero, e I' esercito distrutto: e i Romani, ch' erano giunti aIle soglie di una pace onorevole e vantaggiosa, vedevano cadere nel nulla tutti gli sforzi compiuti fino allora.

La catastrofe dell' impresa africana offre naturalmente agli storici antichi (POLYB. I 35; DIOD. XXIII 121; LIV. per. XVIII; FLOR. II 222) 10 spunto per savie considerazioni sulla instahilita della fortuna; alcuni pero non si limitano ai sermoncini moraleggianti, e fanno ricadere la responsahilita del disastro, con 0 senza l' intervento della fortuna, sul comandante romano. Cio vale anzitutto per Polihio, poiche questi, citando l' euripideo

primus bella truci suadebat Regulus ore, bella neganda, ViTO si noscere fata daretur ...

nel contesto in cui 10 cita, intende manifestamente stabilire un' antitesi fra la croipLa di Santippo e Ia poca croipLa di Regolo. La condanna e pili esplicita in Diodoro Siculo (XXIII 15; v. soprattutto 153: 't'f]At'X.al)'t'f] 'twv 1tpayp.a'twv EyifvE'tO 1taALppO~a O~' hEtVOV) (147). I due passi, pur non essendo affatto identici, presentano una singolare analogia nel procedere del ragionamento e nel frasario : si e ritenuto percio ch' essi derivino da una fonte comune, che dovrehhe essere Filino. Questa conclusione e inevitahile, quando si accetti Ia teoria, condivisa dalla maggioranza dei critici (compresi i pili autorevoli maestri), secondo cui la storia della prima guerra punica, in Polihio, e attinta esclusivamente a Fahio Pittore e a Filino; in Diodoro, esclusivamente a Filino (148).

II fondamento delle accuse contro il console del 256 e hen noto.

Questi, dopo Ie prime vittorie ottenute in terra africana, accetto (0 addirittura chiese) di trattare col nemico; e gia Ia pace semhrava vicina. Ma Ie condizioni proposte dal Romano furono talmente esose che Cartagine fu costretta a respingerle, ad onta del gravissimo pericolo in cui versava, Secondo Cassio Dione (4322•23) Ie richieste comprendevano,

poteva indulgere a considerare fortissumos viros i suoi compatrioti ad onta dei lora misfatti. Piuttosto il riferimento ai Mamertini sembra escluso dal verso seguente; perehe nessuno, da nessun punto di vista, avrebbe potuto affermare che il rifiuto d' intervenire a Messina fosse magnllm stupruni populo. .. per gentes: era troppo chiaro che proprio il soccorso ai mercenari sarebbe stato disonorevole per Roma agli occhi degli stranieri.

(146) Sulla Ieggenda di Regolo v. da ultimo F. W. WALBANK, CP,pp. 93-94, con Ia bibliografia essenziaIe; inoItre P. BLAETTLER, Studieri zur Reguiusgeechichte, Diss, Freiburg in d. S., 1945.

(147) F. W. WALBANK, «CQ» XXXIX 19.45, p. 10, aveva affcrmato; c?n ragione, che Polibio attribuisce a Regolo Ia responsahilit.a della sconfitta; tuttavia III CP, pp. 92.93 accogliendo Ie obiezioni di J. P. V. D. BALSDON, «CQ)) III 1953, p. 159 n. 2, rinuncia alIa sua tesi. In cio mi sembra che l' Walbank vada oltre I' opinione del Balsdon: questi infatti riconosce pur sempre i~ Polib~o ~ giudi.zio neg?tivo su Regolo (Io storico greco imputerebbe aI suo personagglO, ansiche un «difetto di carattere», un errore politico: il che e anche pili significativo).

(148) Filino fonte comune del giudizio su RegoIo: Hildegard KORNHARDT, «Hermes» LXXXII 1954, p. 121; F. W. WALBANK, CP, pp. 92-96; etc. Filino e Fabio

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Ma, per quanto riguarda Polihio, mi sembra esagerato credere che aI suo tempo (cioe alla distanza di appena un secoIo) i probIemi polio tici della prima guerra punic a avessero perduto Ia 101'0 attualita, e che egli dovesse informarsene, e farsi un' opinione, soltanto dai Iibri, 0 ad. dirittura soltanto da due Iibri. E possibile che Fabio e Filino gIi servis_ sero come fonti di notizie sullo svoIgersi dei fatti, e magari che accet. tasse da 101'0 quaIche giudizio su cose che non 10 interessavano diretta. mente; rna i giudizi che PoIibio ci da sui personaggi e gIi eventi di rilievo sono suoi, 0 della cerchia aristocratica ch' egli rappresenta, Orbe. ne, come l' impresa di M. Attilio RegoIo interessava 10 storico degli Sci. pioni per I' anaIogia con l' impresa dell' Afl'icano, cosi Ie trattative svoltesi nell' inverno 266-265 dovevano interessarlo per l' anaIogia con quelIe del 202-201. In quest' ultimo periodo P. Cornelio Scipione (che, pur avendo imposto una strategia offensiva e pur avendo stroncato Ie forze del nemico, si batteva per condizioni di pace reIativamente moderate) si era trovato aIle prese con aIcuni estremisti, che, in Mrica 0 aRoma, proponevano di continuare Ie ostilita fino all' annientamento di Car~ tagine (LIV. XXX 3610•11; App. Lib. 244-291) (149). Polibio comunque non poteva ignorare che nell' ambito dell' imperialismo romano esistevano varie tendenze, e approvava l' orientamento di Scipione e di T. Quinzio FIaminino, tanto pili fecondo di risultati quanto pili moderato: giudicando negativamente I' estremismo di RegoIo, egIi mostra di sapere che un medesimo contrasto fra indirizzi diversi era esistito ai tempi della prima guerra punica,

E inoltre certo che Diodoro, su questo tema, non deve nulla a Filino, che era un tenace avversario di Roma; egli infatti condanna il console del 256 daI punto di vista romano, cioe per il male fatto alIa sua patria: cos a che per Filino era del tutto indifferente. L' anaIogia fra i due passi in esame (che si Iimita a una serie di Iuoghi comuni) puo spiegarsi con l' influenza diretta di PoIibio su Diodoro : quest' ultimo infatti, per quanto fosse un superficiaIe compilatore, non avra certo cominciato a Ieggere PoIibio daI capitoIo 65 del primo Iibro (come di solito si ammette) senza che gli venisse Ia curiosita di dare un' occhiata ai capitoIi

f~nt~ di Polibio: P. BLA~:rLER, .0, c., pp. 3-23; F. W. WALBANK, CP, p. 65, con Ia bihliografia precedente. Filino e Diodoro Siculo : G. DE SANCTIS, SR III 1, pp. 231-235 ; SCHWARTZ, RE s. v. Diodoros, 38, col. 688.

. . N. B. II BLAETTLER ammette che l' atteggiamento ostile a RegoIo, in Polibio,

sia di fonte romana (pp. 18-23); naturalmente egli pensa a Fabio Pittore, henche questa non sia l' unica ipotesi possibile.

(149) L' autenticita di questa polemica e discussa: ma v. infra, § 48.

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precedenti. E il giudizio su Regolo, che in Diodoro e moho pili radicale, puo risaIire alIa tradizione roman a : anche in questa, difatti, non mancano tracce di un' ostilita verso il console del 256. L' annalista che invento Ie condizioni di pace riferite da Cassio Dione (4322•23) voIeva certamente screditare AttiIio Regolo, presentando Ia sua intemperanza come pura follia ; e l' idea che Cassio Dione si era fatta del personaggio in base alle fonti di cui disponeva risulta da Zonara (VIII 135): (.LEXPL 'to'tE EU'tUXWV O:UX'lJ(.LC>:'to<; (.LEO"-CO<; eyEVE'to y.al cppOv'lJ(.LC>:'to<; (150). Si ricordino inoltre i versi di SiIio Italico, gia sopra citati (VI 658-659).

L' esistenza di un orientamento opposto a quello di M. Attilio Regolo e dimostrata dal contegno di C. Lutazio Catulo, cos. 242. Questi, pur avendo riportato aIle Egadi, nel marzo del 241, una vittoria decisiva, e pur essendone certamente ben conscio, offri ai vinti condizioni di pace l'agionevoli, e in ogni caso pili miti di quelle proposte quindici anni prima da RegoIo, quando Cartagine aveva ancora Ia possibilita di resistere. Egli chiedeva la Sicilia, Ia restituzione dei prigionieri, e 2.200 talenti da pagarsi in vent' anni (POLYB. I 628•9), Inoltre, nonostante iI voto eontrario dei comizi, riusci a mantenere intatta la sostanza dell' accordo preliminare, inserendovi solo modifiche insignificanti; e il fatto che in oio egii abbia avuto I' appoggio dei dieci Iegati senatorii dimostra che Ia tendenza moderata era ormai prevalente. L' indennita fu portata a 3.200 talenti, e i termini ridotti a dieci anni; inoltre furono chieste Ie isole fra la Sicilia e 1'Italia (631•3), SulIe aggiunte suggerite dai Iegati Polibio osserva 'tWV (.Lev OAWV OUOEv hL (.LE'tE-&rptc>:v (632) ; e per quanto riguarda Ie isole minori il de Sanctis nota ch' esse erano gia, di fatto 0 virtualmente, controllate dai Romani; sicche Ia nuova clausoia «solo al popolano male informato poteva rappresentare un guadagno» (151).

(160) Si ammette in generale che Diodoro usa Polibio per Ia rivolta dei mercenari (cioe da I 65 in poi): G. DE SANCTIS, SR III 1, p. 385 n. 10; II~ 2, p. 667; SCHWARTZ, 0. c., col. 689 (oltrcche, s'intende, su molti altri argomenti). E bensi vera che Ia Biblioteca diodorea e soltanto una collezione di excerpui (SCHWARTZ, o. c., col. 669); ma, in primo Iuogo, non sempre e facile dire dove finisca l' excerptum da un autore e si passi ad un altro. In secondo Iuogo, risulta che il compilatore talvolta controllava Ia sua fonte principale attingendo ad altre: cf. XXIV 111' ove si discute proprio un dato di Filino (10 nota SCHWARTZ, 0. c., col. 688); a meno che non si voglia ritenere che qui Diodoro attinge a una fonte intermedia, cui si deve il confronto tra Filino e altri, nel qual caso risulterebbe che gia in XXIV 11 Filino era stato abbandonato.

All' esistenza di un giudizio negativo su Regolo nella tradizione romana si coIleg a probabilmente anche AGOSTINO, Civ. dei III 181: ••• nisi aviditate nimia laudis et gloriae etc.

(161) SR III 1, pp. 189-192. Fonti sulla battaglia navale e Ia pace in T. R. S.

BROUGHTON, MRR I, p. 218. Ed. MEYER, KS II, p. 380, suppone che Ia richiesta popolare di condizioni pili rigide sia dovuta ai GeIdIeute della prima classe, come gia

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Poiche suII' attivita di Lutazio non sappiamo nient' altro che questo, e impossihile precisare a quale tendenza politica egli fosse legato: e prohabile che nel 241 concordassero nel volere Ia pace sia i contadini, ormai esausti, sia Ia parte pili illuminata del ceto mercantile, che pun. tava su guadagni ooncreti, e avendo ormai raggiunto i suoi scopi non desiderava comprometterli con nuovi sforzi e nuovi rischi (152).

Mi sembra invece che Ia figura di Regolo si possa meglio definire.

Nel suo animo era senza- dubbio presente I' ambizione di gloria e di onori, tanto comune fra i nobili romani ; ma si tratta di un elemento generico, che appare ad esempio anche in C. Lutazio Catulo, in P. Cornelio Afri. cano, in T. Quinzio Flaminino, eppure non offusco il 101'0 ingegno politico (153). L' astratta rigidezza che distingue il contegno di Regolo durante Ia sua campagna d'Mrica deve collegarsi anche a una visione politica, sia pure semplicistica e irrazionale : isolato rispetto aIle maggiori forze sociali del suo tempo, egli probabilmente ignorava I' esistenza e il peso degI' interessi economici, e concepiva l' espansione della potenza romana come I' affermarsi di un dominio assoluto sugli altri popoli, fine a se stesso. Questo atteggiamento si potrebhe definire, con termine moderno e forse anacronistico, militarismo; a Regolo dunque si addice l' interpretazione che molti critici hanno dato dell'imperialismo romano (154): ma deve ricordarsi ch' egli rappresenta, nell' ambito di questo Imperia. Iismo, un fenomeno del tutto secondario. Certo e che i pili avveduti uomini di stato dovevano considerarlo un insulso e pericoloso estremista ; e a questo proposito si e fatta anche I' ipotesi che il riscatto di Regolo dalla prigionia sia stato respinto non da lui stesso, ma dalla maggioranza senatoria (155).

CONCLUSIONE. - Questo rapido sguardo su cento anni di storia roman a (342.241) non vuol essere nulla pili che un' introduzione al tema centl'ale che mi propongo di svolgere: cioe I' esame dei gruppi politici al tempo di Fabio Massimo e di Scipione I'Africano. Mi e semhrato utile riepilogare alcuni aspetti del periodo precedente, perche senza dubbio le tendenze attive durante la guel'ra annihalica si sono formate attraverso una lunga evoluzione che sara molto meglio cornpresa da chi vorra considemrla nell' insieme,

Ad esempio ]' aspirazione dei piccoli contadini romani alIa conquista della valle Padana, realizzata nel 223-222 da C. Flaminio e da M. Claudio Marcello, si collega all' avanzata attraverso I' alta valle Tiherina (Q. Fabio Rulliano) e Ia Sabina (M'. Curio Dentato). II sospetto e I' antipatia verso i federati meridionali che sono alIa base della rigidezza usata da Q. Fulvio FIacco a Capua, da Marcello a Siracusa, da Fabio il Temporeggiatore a Taranto, erano sentimenti radicati da Iungo tempo nei contadini e nei 101'0 leaders, come risulta dalla sommossa del 342, diretta in primo luogo contro I' aristocrazia campana, e dall' episodio di Reggio, dove Fabrizio scateno gli ausiliaricampani contro i malfidi alleati greci.

La stessa continuita si rileva nella tendenza a una politica mediterranea di largo respire, voluta dal ceto mercantile e dalle elites culturali (i fautori delle guerre e delle conquiste in Grecia e in Oriente sono sempre dei convinti filelleni). Q. Puhlilio Filone ed Ap, Claudio, stringendo in vari modi legami con Capua e con Napoli, aprono la strada a Scipione e a Flaminino che giungeranno fino alIa Grecia e all' Anatolia ; e tutti questi uomini sono caratterizzati da un atteggiamento moderato verso i popoli vinti, le cui risorse morali e materiali essi vogliono utilizzare, e non distruggere.

Com' e ovvio, questi sono soltanto gl'indirizzi dominanti; nelI' ambito di ciascun gruppo dovevano manifestarsi correnti diverse,

que la Kornhardt ha il merito di aver messo in rilievo l' ostilita di varie fonti contro M. Attilio Regolo.

N. B. E interessante notare che una tradizione assai diffusa (fonti in KLEBS, RE s. v. Atilius, 51 ; G. DE SANCTIS, SR III 1, p. 193 n. 104) present a Regolo come un piccolo proprietario al limite della miseria, dedito personalmente alia coltivazione del suo campicello. La notizia, di per se hen documentata, trova conferma nella figura (prohahilmente leggendaria) di un Attilio Serrano, cui si attrihuiscono caratteristiche simili a quelle di Cincinnato (fonti in T. R. S. BROUGHTON, MRR I, p. 208 n. 1; cf. KLEBS, RE s. v. Atilius, col. 2095).

Gli Attilii in genere, dunque, non erano ricchi; rna dati i tempi non e affatto strano che potessero mantenere un posto d' onore nell' ambito della nohilta senatori ... (v, sopra, § 17). E superfluo aggiungere che Ie condizioui economiche di un individuo non determinano Ie sue scelte politiche; Regolo, pur essendo descritto come un contadino povero, non e certo rimasto nel ricordo popolare come un assertore dei principii e dei costumi cari ai contadini romani: e in cio si distingue da Fabrizio e da Curio.

nel 264 l' alleanza coi Mamertini (v. sopra, n. 128-130). Si noti pcro che anche in questa caso non e facile dire se il trattato fu sottoposto aile centurie 0 aIle trihti (v. sopra, n. 130). Comunque la solidarietii. della maggioranza senatoria con C. Lutazio risulta anche dal fatto che per la conclusione dell' accordo definitivo fu inviato ad assisterlo, insieme coi dieci legati, anche il fratello Q. Lutazio Cercone, cos. 241 (meno prohahile mi sembra l' ipotesi del MUNZER, RE s. v. Lutatius, 13; cf. 5, col. 2071; secondo cui Quinto, sehhene console, sarebhe stato uno dei Iegati): cf. ZON. VIII 177,

(152) W. SCHUR, SA, pp. 16-17, considera Catulo «del' pleheijsche Fuhrer der romischen Kaufmannschaft»; secondo H. H. SCULLARD, Scipio Afr., cit. alla n. 129, pp. 34-35, egli era invece a capo della plehe estranea agI'interessi mercantili (d' altra parte 10 Scullard nega l' importanza di tali interessi).

(153) Fra I' altro, M. Attilio Regolo sperava di concludere Ia guerra prima che gli Fosse inviato un successore (POLYB. I 31.). Ma questa notizia viene ripetuta per moltissimi altri generali vittoriosi: e fra gli altri appunto C. Lutazio (ZON. VIII 173), Scipione I'Mricano, Flaminino, etc.; i quali si regolarono, appunto per ottenere Ia vittoria da soli, in modo hen diverso (v. infra, § 48).

(154) V. sopra, cap. II n. 4.

(155) COS! Hildegard KORNHARDT, «Hermes» LXXXII 1954, pp. 85-123: studio ricco di acute osservazioni, la cui tesi peraltro non puo accettarsi in tutti i particolari, perche la tradizione sulla prigionia e soggetta a gravi duhhi : v. sopra, n. 146. Comun-

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anche se a noi non e possibile coglierne le sfumature. Un sintomo di queste minori divergenze e offerto peraltro dal caso di M. Attilio Regolo, Ia cui posizione radicale in politica estera non era affatto condivisa dalla maggioranza di col oro che avevano promosso Ia prima guerra punica.

Pur gareggiando fra loro, i due gruppi contribuirono, ciascuno a suo modo e su piani diversi, a rinnovare la vecchia societa rornana, cui dava il tono un' oligarchia gretta, superstiziosa e ignorante, incapace di affrontare problemi che andassero oltre Ie piccole faide eomunali del Lazio.

E certo che aRoma esistevano anche gruppi legati al passato, e risolutamente o stili a ogni sviluppo innovatore, in qualunque direzione; ad esempio, l' ingerenza sacerdotale nel campo del diritto, attaccata da due parti (Claudio e Coruncanio : v. SOPTa, § 23) ehbe dei difensori: cio risulta, fra l' altro, dall' aspetto avventuroso che assume nella tradizione l' opera di Cn. Flavio. Non e facile dare un nome agli esponenti dell' indirizzo conservatore: Ie notizie suI periodo sono scarse, e l' interesse delle fonti si concentra intorno agli uomini piti attivi edinamici. E tuttavia opportuno fare un tentativo di raccogliere qualche dato in materia, se non altro per affermare, ancor piti chiaramente di quanto risulta da figure isolate, quali M. Valerio Corvo (v. infra, app. V sez. II) e M. Attilio Regolo, il principio che Ia storia interna di Roma, come quella di qualunque altro stato, assai di rado si riduce in termini cosi elementari da potersi esprimere nel gioco di due sole forze.

Qualche interesse presenta Ia figura di L. Postumio Megello, cos. 305, 294, 291, generalmente noto per aver guidato I' ambasceria romana a Taranto nel 282-281 (156), e per Ia sua fiera risposta agli oltraggi dei Tarantini; ma ricordato piii volte dagli annali per altri episodi.

Nel campo della politica estera, sembra ch' egli ahhia favorito un programma analogo a quello dei contadini, e che sia stato percio in urto con la nohilta legata agl' interessi mercantili. Infatti, essendo console per la seconda volta nel 294, dopo aver hattuto i Sanniti, di propria iniziativa trasferi Ie sue forze sul fronte etrusco, ove ottenne notevoli successi: tanto da costringere Perugia, Arezzo e Voisinii a una tregua di quarant' anni (LIV. X 37). II racconto presenta notevoli analogie con quello relativo aIle spedizioni di Q. Fabio Rulliano e di P. Decio Mure in Etruria nel 310-308 (§ 25), sicche potrehhe esservi stata qualche reduplicazione 0 almeno qualche confusione (157); ma l' analogia piu

(156) Per Ia cronologia v. sopra, § 26 e n, 87; per Ie fonti v. Ia n •. 158.

(157) Cf. G. DE SANCTIS, SR II p. 359 n. 40. A parte cia, deve anche ricordarsi che Ie fonti annalistiche sui fatti del 294 non concordano: 10 avverte LIv. X 371S; v. inoltre G. DE SANCTIS, 1. c., n. 39; F. MUNZER, RE s. v. Postumius, 55, col. 936-

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notevole consiste nel fatto che Postumio, come il Rulliano, avanzo in Etruria iniussu senatus (377) ; e a questo proposito non si puo sospettare una reduplicazione, perche Ia sostanza, la cornice, e Ie conseguenze dell' episodio sono presentate in termini nettamente diversi.

II senato non perdono a Postumio di aver agito contro gli ordini, e gli nego il trionfo (376_12) : cio permette di supporre ch' egli ahbia suscitato le ire del gruppo claudiano, deciso a concentrare tutti gli sforzi nel Mezzogiorno. Inoltre I' invio del nostro personaggio a Taranto nel 282-281, henche possa spiegarsi ricordando ch' egli era allora uno dei piu anziani consolari, dovrehhe confermare Ia sua tendenza anticlaudiana: infatti la maggi01'anza del senato, in quel momento, cercava di giungere a un accordo, e difficilmente avrebhe inviato un fautore della guerra (156). Sembra Iecito concludere che Postumio era avverso, 0 quanto meno indifferente, ai progetti di espansione verso il Mezzogiorno.

Dunque dal punto di vista negativo il suo atteggiamento coincideva con quello dei piccoli proprietari ; ma cio non implica ch' egli abbia compreso, 0 addirittura sostenuto, Ie 101'0 aspirazioni. Deve notarsi infatti che, nel testo Iiviano, la spedizione di Fabio in Etruria e caratterizzata dal gia citato passo contemplatus opulenta Etruriae arva (IX 3611) ; invece per Postumio I' elemento che da il tono all' episodio e quia in Samnitibus materia bellideerat, in Etruriam transducto exercitu ... (X 371). Sembra dunque che gli annalisti (e Livio, su questo tema, ne conosceva parecchi: v. la n. 157) non attribuissero al gesto del console alcun significato politico.

In secondo luogo, l'ostilita del senato contro l'impresa del Rulliano si Iimito a manifestazioni verhali, e Fabio celehro il trionfo senza che ci venga tramandata la notizia di un' opposizione (LIV. IX 4020; cf. Fasti Tr, s. a. 309 ; I' AUCT. de vir. ill. 321 parIa, erroneamente, di un trionfo sui Sanniti) ; invece a Postumio, sia perche aveva dei nemici, sia perche aveva agito contro gli ordini (LIV. X 376_d il trionfo non fu concesso. E poiche

938. Tuttavia Ie divergenze, almeno per quanto riguarda l' Etruria, non sono tanto gravi come s' e ritenuto. II redattore dei Fasti tr., s, a., attribuisee a Postumio un trionfo de Samnitibus et Etruscis ; al suo collega M. Attilio Regolo, un trionfo de Volsonibus et Samnitibus: cioe anch' egli riconosce al solo Megello un' attivita spinta a fondo contro gli Etruschi. FABIO PITTORE (fr. 19 P>, cit. da LIv. X 3714) sapeva che uno degli eserciti era stato condotto verso il nord, sed ab utro console non adiecit: il suo silenzio su questo punto non contraddice, ne discredita, la versione pili particolareggiata nota a Livio e confermata dai Fasti. Sicche l' unica voce discorde resta quella di CLAUDIO QUADRIGARIO (fr. 34 p2, cit. da LIV. 3713) il quale invertiva addirittura Ie parti, attrihuendo l' Impresa in Etruria a M. Attilio Regolo,

(158) Per le fonti sull' amhasceria v. BROUGHTON, MRR I, s. a. 282.

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(159) A quanta se~ra, l' azione del console non era illegale (COS! Th. MOMMSEN, SR I, p. 25 n. 3); e SUSClto scandala soprattutto perehe si svolse in aperto contrasto con la volonta del senato (v. infra).

(160) Per I? fonti. v .. BROl_1G~T~N, o, c". s, a •. Dal,punto di vista politico la COS a potrehbe .anche rrtencrsi priva dl significato ; ~attl dell ambasceria faceva parte anche Q. Ogulmo Gallo: che nel.300 a. C., a proposito della legge sui collegi sacerdotali, era stato al fianco di P. Decl? Mur~ c.ontro Ap. Claudio (§§ 23, 25). Puo darsi che il senato, p~r non poten~o eVltID'? di ~s~onde.re alle. profferte di Tolemeo II, per non impegnarsl .. troppo abbia preferito mviare III Egitto personaggi estranei agl' interessi mercantili,

conU'o il Megello, questi rispose ai legati senatorii: ou 'tY)V ~OlJAY)V &PX£LV eClu'tOU •••• it{J)<; ecr'tlv u1ta'to<;, CGAA' a6'tov 't1)<; ~OUA1)<;. Ancora Ie medesime parole gli fa pronunciare Cassio Dione (3932), a proposito di un altro episodio (cioe quando gli fu rimproverato un ahuso di potere a danno dei soldati: v. infra): tutto cio dimostra che il suo atteggiamento aveva lasciato nella tradizione un' orma profonda.

Sehhene Dionigi (46) accusi Postumio di aver agito OXCl't<X 1tOAAY)V 61tepO~LClV CGp XaL{J) V e-lhcrp.wv, deve piuttosto notarsi che il rifiuto di ammettere la supremazia del senato suI console, espresso apertamente in termini che non vengono attrihuiti a nessun altro personaggio, dimostra un tenace attaccamento alla concezione arcaica del potere, hasata sul principio che il detentore dell' imperium rappresenta 10 stato : principio che appunto in quel periodo entrava in crisi, per Ie nuove prerogative che il senato andava arrogandosi (161). Senza duhbio accadde molte altre volte, anche in seguito, che i consoli disohhedissero al senato; ma Postumio, pel' COS! dire, teorizzava la disohhedienza.

Un altro aspetto di questa esemplare «die-hard» e illustrato dal fatto che nel 291 egli costrinse duemila legionari a Iavorare per lui nelle sue terre, e .fra I' altro a tagliare un hosco; Cassio Dione, offendendo il prestigio delle forze armate, aggiunge che per l' eccessiva fatica molti di quei Iegionari si ammalarono, Percio Postumio fu chiamato in giudizio e condannato a una forte multa (LIV. per. XI; CASSo DIO 3932; cf. DION. HAL. XVII-XVIII 43, 53•4, che fa risalire il fatto al secondo consolato, e il processo, di cui da un altro motivo, al terzo). L' episodio conferma che il Megello fu ricordato come un temperamento autoritario, incline a quegli ahusi di potere contro i cittadini, che in epoca remota erano familiari ai patrizi, rna che Ia nuova nobilitas, dopo una Iunga evoluzione legislativa e spirituale, non poteva .certo permettersi.

Vale Ia pena di osservare che Postumio non era affatto isolato: e hasterehhe a dimostrarlo la sua hrillante carriera (come si e detto, fu console tre volte). Dionigi (XVII-XVIII 42) allude al CPLA{J)V 1tA~~{}O<; e alla ouvap.t<; pel' cui egli soverchiava il collega del 294, M. Attilio Regolo ; al suo trionfo, henche illegale, non manco l' afHuenza del popolo (LIV. X 3712), A prescindere dai tre ignoti trihuni che resero possihile il trionfo, si puo indicare come suo partigiano Sp. Carvilio Massimo, cos. 293, 272.

non pal'e che nel 294 i sostenitori dei contadini fossero indeholiti rispetto al 310-309, deve ritenersi che Postumio, pur avendo l' appoggio di tre trihuni e un certo seguito fra il popolo (per cui pote trionfare a proprie spese adversus intercessionem septem tribunorum et consensum senatus: 3712) non ahhia avuto, nell' ambito della nobilitas, I' appoggio di cui godeva Fahio Rulliano.

Sappiamo infine che il Megello, console nel 291, esautoro (minacciando di usare la forza) il pro console Q. Fahio Gurgite, pel' sostituirsi a lui nell' assedio di Cominio (DION. HAL. XVII-XVIII 44.6) (159). :E hens! vera che l' atteggiamento politico di Fahio Gurgite ci e ignoto (anzi, sappiamo che nel 273 fu inviato come amhasciatore a Tolemeo il che potrehhe far supporre ch' egli approvasse la politica di espansion; commerciale) (160) ; rna la sua carriera, fino al 292, s' era svolta all' omhra del padre Q. Fahio Rulliano: sicche l' episodio dimostra una netta opposizione personale fra Postumio e la cerchia di Fahio.

Da tutto cio risulta che il Megello, pur essendo uno degli uomini pili autorevoli nella sua generazione, non aderiva ad alcuno dei gruppi dominanti : COS! come M. Valerio Corvo nelle due generazioni preeedenti. Tuttavia Valerio era in huoni rapporti con amhedue i gruppi, e nel 342 fu chiamato alla dittatura perche agisse come arhitro e conciliatore tra Ie fazioni in conflitto (§ 25 ; app. V sez. II) ; i rapporti di Postumio con Ie pili vive tendenze politiche del suo tempo appaiono invece ostili e polemici.

Alcuni dati consentono di avanzare l'ipotesi ch' egli fosse un esponente della nobilta conservatrice. Le fonti gli attrihuiscono pili volte un atteggiamento di rihellione contra il senato, di fronte a] quale egii rivendicava Ia supremazia dell' imperium consolare. Secondo Livio (X 378), quando nel 294 gli fu negato il trionfo, egli affermo : non ita, ... patres conscripti, vestrae maiestatis meminero, ut me consulem esse obliviscar. Eodem iure imperii quo bella gessi... triumphabo. E secondo Dionigi (XVII-XVIII 45), nel 291, poiche il senato appoggiava Q. Fahio Gurgite

(161) Cf. Th. MOll1MSEN, SR III 2, pp. 1023-1025; V. ARANGIO-RUIZ, SDR, pp. 102, 107-109. II Momms.en cita aItri casi d'insubordinazione verso il senato, che peraltro non hanno nulla III comune con quello di Postumio, perche non accompagnati da un' affermazione di principio.

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Infatti fra il 294 e il 293 il Megello fu incriminato dal trihuno M. Scanzio (probabilmente per la solita storia del trionfo arbitrario); e Carvilio 10 sottrasse al pericolo nominandolo suo legato per la campagna del 293 (LIV. X 4616), Sp, Carvilio, a sua volta, fu in ottimi rapporti Con D. Giunio Bruto Sceva, cos. 292 ; infatti nel 293 il primo, essendo console, aveva ai suoi ordini il secondo come legato (433) ; nel 292 si ebbe la situa, zione inversa (ZON. VIII 110)' In quest' ultimo caso, racconta Zonara, i Romani (naturalmente i senatori) designarono Carvilio come legato per assistere Bruto Sceva in una situazione difficile; ma poiche nel contempo al fianco dell' altro console Fabio Gurgite si poneva il padre Fabio Rulliano e presumihile che anche per Bruto sia stata scelta una personalita a lui molto vicina.

Dunque Postumio aveva un seguito tutn'altro che irrilevante ; e deve notarsi che anche in questo caso si trattava di un ambiente eterogeneo dal punto di vista sociale, perche il Megello era un patrizio, Giunio Bruto un nobile plebeo, Carvilio addirittura un homo nov us (il che, com' e ovvio, non gl' impediva affatto di aderire aIle tenderize della nobilitas piri tradizionalistica) (162). Quanto sappiamo sull' orientamento di Postumio ci permette di affermare che questo gruppo rappresenta le forze conservatrici, in conflitto sia con Ap. Claudio, sia con Q. Fabio Rulliano (163).

APPENDICE V

NOTE PROSOPOGRAFICHE

Sezione 1. LA DITTATURA DEL 302-301.

a) Secondo la tradizione letteraria (LIV. X 3-5), un M. Valerio Massimo fu dittatore nel 302. I Fasti consolari, e i trionfali, spostano I' attivita del personaggio al 301 ; rna questa e un anno dittatoriale (in cui dictator et mag. eq. sine cos. !uerunt), oioe uno degli anni «inventati» dai redattori dei Fasti per ottenere che la lista degli eponimi coincidesse con la cronologia varroniana (cf. G. DE SANCTIS, SR I, pp. 3, 9).

b) Nel testa si e fatta l'ipotesi che M. Valerio Massimo Corvino, cos. 312 (figlio del semileggendario eroe M. Valerio Corvo, cos. 348) sia stato amico di L. Papirio Cursore e di Ap. Claudio, e percio avversario di Q. Fabio Massimo Rulliano. Infatti nella storia romanzata del 325, che s'impernia suI violento conflitto tra Papirio e Fabio, il Corvino appare ligio agli ordini di Papirio, e COSl viene messo intenzionalmente in antitesi con Fabio; e l' ordinamento tributo di Ap, Claudio fu accolto nel 307 dal Corvino, mentre Fabio Rulliano, nel 304, prefer! abrogarlo (§ 24).

La validita di questa ipotesi sembra compromessa dal fatto che nel 302-301 il dittatore l\L Valerio Massimo, secondo i Fasti e secondo alcune fonti citate, rna non seguite, da LIVIO (X 3._.), scelse come magister equitum Q. Fabio Rulliano.

c) Per eliminare la difficolta si potrebbe anzitutto fare appello all' opinione di alcuni moderni (MUNZER, RE s. v. Fabius, 114, col. 1806-1807; K. J. BELOCR, RG, pp. 422-424; VOLKlIfANN, RE s. v. Valerius, 137 e 244) i quali affermano che la dittatura del 302-301 e inventata di sana pianta. Ma per coerenza metodologica io non ricorrero a questa argomento; in materia d' interpolazioni nei Fasti bisogna andare molto cauti, e il fatto che Ie nostre fonti siano male informate sull' attivita di un dittatore non basta a provare che il suo nome sia interpolato.

d) Degno di nota e invece che Ia tradizione intorno al magister equitum di Valerio non sia univoca. LIVIO ci fa sapere che alcune fonti parlano di Fabio; altre di M. Emilio Paolo, cos. 302 (quest' ultimo dunque sarebbe stato console e magister equiuun. nella stesso anno: in cio non vi sarebbe nulla di strano), e opta risolutamente per Emilio (l. c., e 37_.), Le prove addotte dallo storico non sono esaurienti, rna Ia sua tesi e confermata dai Fasti. Quivi si Iegge che Valerio aveva designato dapprima Fabio, e avendo questi abdicato scelse M. Emilio: un caso del genere sarebbe insolito, perche normalmente il motivo dell' abdicazione riguardava insieme il dittatore e il suo subordinato, e quindi essi deponevano la carica insieme. Dobbiamo quindi ritenere che il redattore della lista ufficiale, trovandosi di fronte a due alternative, abbia cercato di conciliarle mediante l'ipotesi di una sostituzione. D' altra parte, poiche la nomina del Rulliano e considerata transitoria, e quella di Emilio definitiva, dobbiamo concludere ohe il ricordo dei fatti avvenuti in quell' anno era legato piuttosto al nome del secondo che a quello del primo.

.(162) YELL. P ~T. II 128. 10 definisce equestri loco natum (sull'interesse di Velleio per gli h~mmes n~~t cf. 1. .LANA~ V~lleio. Pat~rcolo 0 della propaganda, Torino 1952). Per quest epoca ClO vuol dire ch egli fu il pnmo della sua famiglia a raggiungere Ie alte cariche, rna tuttavia godeva di un censo ragguardevole.

(163) L. LANGE, RA 11", p. 101, considera invece Postumio «an Adelstolz und Ei?ensin_n dem Appius ver~leichbar und wohl zu dessen Faction angehorend», Cio si splega rieordando che per II Lange anche Appio Claudio e, in sostanza, un conservatore (v. sopra, n, 31).

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Dunque Fabio non fu magister equitum, e non sussiste pili alcuna traccia di un rapporto amichevole fra il censore del 304 e il Corvino, censore del 307.

e) Ma l' argomento principale contro I' esistenza di questa rapporto e un aItro : il dittatore del 302-301, molto probabilmente, non fu M. Valerio Massimo Corvino, b ensi suo padre, M. Valerio Corvo [co si chiamato nei Fasti; Ie fonti letterarie danno anche al padre il cognomen di Corvino). La prima tesi e sost enuta dal BELOCH e dal VOLKMANN, cit. sub c, i quali peraltro negano l' autenticita della dittatura; la seconda dal MUNZER, De gente Valeria, Diss. Berlin, Oppoliae 1891, pp. 25-34; dal DEGRASSr, IIt. XlIII, pp. 38-39, 72-73, 111; e dal BROUGHTON, MRR I, p. 170 n. 2.

Deve premettersi che un M. Valerio fu console nel 300, e cos. suffectus nel 299 ; e a proposito del 300 LIVIO (X 514) afferma: consul ex dictatura factus M. Valerius. Cio vuol dire che quest' ultimo, e il diet. 302-301, per lui erano identici; e su questo punto concordano anche i moderni. Orb ene, e certo che il console del 300 e del 299 e M. Valerio Corvo cos. 348, padre del Corvino; infatti molte fonti (CIC. Cat. mao 60; VAL. MAx. VIII 131; PLIN. NH VII 157; PLUT. Mar. XXVIII 9) attribuiscono a questo venerando personaggio cento anni di vita, sei consolati, e quarantasei anni d'intervallo fra il primo e l' ultimo consolato; il che non sarebbe possibile se non s'includessero nel conto Ie cariche del 300 e del 299 (si noti che l'intervallo fra Ie due date estreme, secondo la cronologia dei Fasti, sale a cinquant' anui, per l' aggiunta dei quattro anni dittatoriali 333, 324, 309 e 301).

Le fonti letterarie basterebbero dunque da sole a risolvere il dilemma; inoItre i Fasti trionfali, nel 301, parlano di un Valerio dictator iterum (dun que del padre, ch' era stato dittatore nel 342), il che permette d' integrare con la medesima indicazione anche i Fasti consolari (cf. A. DEGRASSr, O. c.); e questi ultimi considerano sesto il consolato del 299, il che permette di supplire al 300 a. C. [M. Valerius] lVI. f 111[. n. [Corvus V] (m., ibid.).

Deve aggiungersi che i Fasti consolari (rna non i trionfali) aggiungono ai tria nomina di M. Valerio Corvo, diet. 301, il cognomen ill Ma[ximus] (e cf. LIV. X 33: lVI. Valerius lVIaximus) che di solito non gli e attribuito, e che nel 312 contraddistingue il figlio. Ma in cio non puo vedersi una difficolta ; anzitutto questo particolare e bilanciato dal fatto che il cognomen Corvo, documentato nel 301 dai Fasti trionfali (Cor[vus] : 10 spazio non consente d'integrare Cor[vinus]), si addice al padre e non al figlio; in secondo luogo sappiamo da GELLIO, IX 11" e dal de vir. ill. 26" che anche il padre fu detto Maximus.

f) In conclusione, puo affermarsi che Q. Fabio Massimo Rulliano, nel 302-301, forse non fu per nulla magister equitum; e se mai fu designato a tale carica, 10 fu da M. Valerio Corvo e non da M. Valerio Massimo Corvino. Dunque resta lecito definire quest' ultimo seguace di Ap. Claudio, e avversario di Fabio.

Sezione II. M. VALERIO CORVO, COS. 348.

g) I dati esposti finora (sez. I) valgono a liberare da ogni amhiguita la figura di M. Valerio Massimo Corvino; rna, eliminato questa problema, resta da definire l' atteggiamento politico del padre, lVI. Valerio Corvo; e a mio parere si tratta di un problema assai pili difficile.

h) Lo STAVELEY, «Historian VIII 1959, pp. 426-427, 431, inquadra Valerio Corvo fra gli alleati di Publilio, e poi di Ap. Claudio (infatti, per la sua Iongevita, egli fu attivo

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nelle generazioni dell' uno edell' altro). Una parte delle prove addotte dallo studioso non mi sembra convincente: ad esempio, non possiamo indurre la posizione politica del padre da quella del figlio ; e su cio, in linea teorica, la Staveley dovrebbe essere senz' altro d' accordo. Ne possiamo definire Valerio «responsible ... for the original interference in Campanian (p. 426) 0 «the architect of Campanian policy» (p. 431) solo perche era console nel 343, quando comincio la prima guerra sannitica: la tradizione, infatti, gli riconosce una serie di vittorie militari (cf. T.R.S. BROUGHTON, MRR I, s. c.), rna non certo un' influenza sulla politica che porto alla guerra. Anzi, mentre la tendenza di Publilio e di Claudio, come ha esaurientemente dimostrato appunto 10 Staveley (v. sopra, §§ 22-23) e caratterizzata dalla simpatia verso i Campani, Lrvro (VII 327) attribuisce a Valerio un severo giudizio sulla mollezza e illusso di questa popolo. E possibile, naturalmente, che Livio abbia usato la frase come riempitivo, senza attribnirle uno speciale significato : certo pero essa rispecchia quella che doveva essere I' opinione degli ambienti avversi a un accordo coi Campaui (v. anche infra, sub m).

II fatto che Valerio sia stato interrex nel 332, quando fu eletto console A. Cornelio Cosso Arvina (e, si potrebbe aggiungere, nel 320, quando furono eletti Publilio e L. Papirio Cursore) non e significativo, perche la tesi della Staveley, secondo cui l'interrex aveva un' influenza decisiva sui comizi, non puo considerarsi dimostrata (v. sopra, § 3 e n. 29); inoltre sulla linea politica ill Cornelio Cosso non siamo affatto informati.

Infine, non vedo perche la lex Valeria de provocatione, varata nel 300 a. C., debba giudicarsi favorevoleagI' interessi «of an independant urban population» (p. 431), e non piuttosto a quelli di tutti i cittadini romani, qualunque fossero il 101'0 rango, il 101'0 domicilio, e la 101'0 attivita, La legge, che «fissava un limite giuridico all' imperium» (V. ARANGIO-Rurz, SDR, pp. 79-80), e di quelle che hanno un valore genericamente democratico ; e come varie altre che furono approvate nella stesso periodo (leggi Puhlilie, plebiscito Ogulnio, legge Ortensia, etc.: V. sopra, §§ 23, 25, e CONCLUSIONE al cap. IV) mirava a demolire Ie antiquate strutture oligarchiche della repubblica: rna questo indirizzo era seguito sia da Publilio e Claudio, sia dai 101'0 avversari, come P. Decio Mure e M.' Curio Dentato.

i) Uno dei dati su cui si fonda I' ipotesi della Staveley e peraltro inoppugnabile : cioe la benevolenza ill Valerio per L. Emilio Mamercino, senza dubbio alleato politico di Publilio. Sappiamo infatti che M. Valerio Corvo, dittatore nel 342, nomine magister equitum L. Emilio (LIV. VII 3917); e nel 335 i consoli Valerio eM. Attilio Regolo (di comune accordo, secondo Lrv. VIII 1612) designarono alla dittatura il Mamercino, che a sua volta scelse Q. Publilio Filone come magister equitum.

l) Deve tuttavia notarsi che, sul piano dei rapporti personali, all' amicizia col Mamercino si contrappone un' amicizia con Q. Fabio Rulliano: e cio si puo affermare non tanto per il gia discusso episodio del 302-301, perche in quell' anno, se e certo che Valerio fu dittatore, non e altrettanto certo che Fabio sia stato il suo magister equitum (v, sopra, sub d) ; quanta perche nel 320 il Rulliano, essendo interrex, designo come success ore appunto Valerio Corvo (LIV. IX 714),

m) Per quanta riguarda I' orientamento politico, va ricordato che LIVIO (VII 40-413) e APPIANO (Samn. 17_9) attribuiscono a M. Valerio, nominato dittatore nel 342 per ricondurre alIa disciplina l' esercito ammutinato, un' aperta simpatia per le truppe ribelli, e una risoluta presa di posizione a favore delle 101'0 richieste. Questo partioolare non e del tutto irrilevante, perehe la rivolta del 342 rappresentava, pili che un movimento della plebe povera in genere, una reazione dei contadini-soldati al primo abbozzo di una espansione mercantile verso la Campania (§ 25).