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«Una volta ogni tanto, poteva anche sorridere. La vita poteva anche

sorridere. E Rocco lo fece alzando la

testa al cielo».

C’è un’azione parallela, in questa

inchiesta del vicequestore Rocco Schiavone, che affianca la storia principale. È perché il passato

dell’ispido poliziotto è segnato da una zona oscura e si ripresenta a ogni richiamo. Come un debito non riscattato. Come una ferita condannata

a riaprirsi. E anche quando

un’indagine che lo accora gli fa sentire

il palpito di una vita salvata, da quel fondo mai scandagliato c’è uno spettro

che spunta a ricordargli che a Rocco

Schiavone la vita non può sorridere.

I Berguet, ricca famiglia di industriali

valdostani, hanno un segreto, Rocco Schiavone lo intuisce per caso. Gli sembra di avvertire nei precordi un grido disperato. È scomparsa Chiara Berguet, figlia di famiglia, studentessa

molto popolare tra i coetanei. Inizia così per il vicequestore una partita giocata su più tavoli: scoprire cosa si

cela

dietro la facciata irreprensibile di

un

ambiente privilegiato, sfidare il

tempo in una corsa per la vita,

illuminare l’area grigia dove il racket

e gli affari si incontrano. Intanto cade la neve ad Aosta, ed è maggio: un fuori stagione che nutre il malumore

di Rocco. E come venuta da

quell’umor nero, un’ombra lo insegue per colpirlo dove è più doloroso.

In copertina:

Manifesto pubblicitario di Franz J. Lenhart,

1947.

La memoria

983

DELLO STESSO AUTORE

Pista nera La costola di Adamo

Antonio Manzini

Non è stagione

Sellerio editore

Palermo

2015 © Sellerio editore via Siracusa 50 Palermo e-mail: info@sellerio.it www.sellerio.it

Questo volume è stato stampato su carta Palatina prodotta dalle Cartiere Milani di Fabriano con materie prime provenienti da gestione forestale sostenibile.

Manzini, Antonio <1964>

Non è stagione / Antonio Manzini ; - Palermo : Sellerio

2015

(La memoria ; 983) EAN 978-88-389-3288-5 853.914 CDD-22 CIP – Biblioteca centrale della Regione siciliana «Alberto Bombace»

Non è stagione

AM 166 TT

Oh oh, mi è semblato di vedele un gatto.

TITTI

Lunedì

Il lampo squarciò la notte e fermò in un flash fotografico il furgone bianco che a velocità sostenuta correva da Saint-Vincent verso Aosta. «Viene a piovere» disse l’italiano al volante. «Allora va’ più piano» rispose quello con l’accento straniero. Prima il tuono poi la pioggia, che arrivò come una secchiata sul parabrezza. L’italiano azionò i tergicristalli, senza però diminuire la velocità. Si limitò

a mettere gli abbaglianti. «Si bagna asfalto e strada diventa sapone» disse lo straniero prendendo il cellulare dalla tasca del giubbotto. Ma l’italiano non rallentò. Lo straniero spiegò un fogliettino e cominciò a digitare un numero. «Ma perché non ti metti i numeri in rubrica? Come fanno tutti?».

«Non c’è rubrica. Tutta piena. E fatti cazzi tuoi» rispose digitando il numero. Il furgone prese una buca e

i due sobbalzarono. «Ora vomito!» disse l’uomo con l’accento straniero

mettendosi il telefono all’orecchio. «Chi chiami?». Ma quello non rispose. Sentì un «Pronto

ma chi è?»

assonnato nella cornetta. Fece una smorfia e chiuse la telefonata. «Sbagliato» mormorò premendo nervosamente i tasti del vecchio telefonino sporco di vernice. Finita l’operazione rimise in tasca il cellulare e guardò fuori dal finestrino. La strada era piena di curve, e i segnali bianchi e neri che avvertivano l’arrivo di un tornante apparivano solo all’ultimo momento. Il motore sbiellato e la marmitta bucata suonavano come ferraglie lasciate cadere da una rampa di scale. Nel retro la cassetta degli attrezzi continuava a scivolare da un lato all’altro seguendo il beccheggio del furgone. «È cominciato il diluvio universale, amico mio!». «Non sono amico tuo» rispose lo straniero.

Anche sotto gli abbaglianti, la strada Saint-Vincent- Aosta era invisibile. E l’italiano continuava a scalare la marcia, a grattare e a premere l’acceleratore. «Perché non rallenti?». «Perché tra un po’ arriva l’alba. E all’alba io voglio stare a casa! Fumati una sigaretta e non rompermi le palle, Slawomir». Lo straniero si grattò la barba. «Non mi chiamo Slawomir, colione, Slawomir è nome polacco, e io non sono polacco».

«Polacco, serbo, bulgaro

per me siete tutti uguali».

«Sei uno stronzo». «Perché, non è così? Tutta gente di merda siete. Ladri e zingari». Poi aggiunse: «Ti fanno paura i

tornanti?» e rise fra i denti. «Eh zingaro? Ti fanno paura?». «No, mi fa paura che tu non guidi bene. E io non sono zingaro». «Che, ti sei arrabbiato? Ma che male c’è se sei

zingaro? Non ti devi vergogna

Uno scoppio improvviso lo interruppe. Il furgone si piegò di lato. «Cazzo!». Provò a controsterzare. Lo straniero urlò, urlò l’italiano e urlarono anche i tre pneumatici superstiti. Almeno fino a quando anche una seconda gomma esplose e il furgone fece un balzo in avanti. Sfondò una recinzione di legno, abbatté il palo del limite di velocità e fermò la corsa contro due larici ai lati della carreggiata. Il parabrezza esplose, i tergicristalli si piegarono, il motore si spense. Lo straniero e l’italiano stavano fermi, con lo sguardo vitreo fisso su un punto lontano mentre il sangue usciva dalle bocche e dalle orbite degli occhi. Il collo spezzato, informi come due marionette abbandonate. Un altro lampo e il flash fissò l’istantanea delle due facce spente con le pupille di ghiaccio. La pioggia insisteva con il suo ritmo forsennato sulla lamiera del tettuccio. Il furgone schiantato coi fari ancora accesi scricchiolava in equilibrio precario sulle radici che spuntavano dalla terra. Ebbe un ultimo sussulto assestandosi sul terreno e facendo rimbalzare sul sedile i corpi senza vita dei due uomini. Erano passati tre secondi dal primo pneumatico esploso a quando il furgone s’era spalmato contro i

».

tronchi d’albero. Tre secondi. Niente. Un sospiro.

Tre secondi ci impiegò Rocco Schiavone a capire dove si trovava. Un tempo infinito. Aveva aperto gli occhi senza riconoscere le pareti, le porte e l’odore di casa sua. Dove sono? si chiedeva, mentre il suo sguardo assonnato circumnavigava lo spazio intorno. La penombra della stanza non aiutava. Era in un letto non suo in una camera non sua in una casa non sua. E molto probabilmente anche il palazzo non era il suo. Sperava almeno che la città fosse la stessa di ieri, quella dove risiedeva da tempo, dove espiava il suo errore da ormai nove mesi: Aosta. A rimettere insieme i pezzi lo aiutò vedere il corpo di donna proprio lì accanto. Dormiva tranquilla. I capelli neri e sciolti sul cuscino. Gli occhi chiusi tremavano un po’ dietro le palpebre. Apriva leggermente le labbra e sembrava stesse baciando qualcuno nel sonno. Una gamba scoperta, il piede penzolava fuori dal materasso. S’era addormentato a casa di Anna! Cosa gli stava succedendo? Errore! Primo passo sbagliato, rischio tangibile di assuefarsi a un’abitudine! Il pericolo di un’integrazione non cercata con quella città e i suoi

abitanti lo spaventò fino alla radice dei capelli e lo fece sedere di scatto sul materasso. Si stropicciò la faccia. No, non è possibile, pensò. Da nove mesi non aveva

mai dormito fuori casa. Si comincia così, lo sapeva

poi era un attimo. Si passava a frequentare i caffè, a

e

fare amicizia con il fruttivendolo e il tabaccaio, addirittura col giornalaio, per arrivare alla fatidica frase del barista: «Dottore, il solito?» ed eri fregato. Diventavi automaticamente un cittadino di Aosta. Poggiò i piedi sul pavimento. Caldo. Peloso. Moquette. Si tirò su e nella penombra di un’alba livida come la pancia di un pesce si avventurò verso una sedia che abbracciava un mucchio di vestiti, i suoi. Un colpo secco fra le dita dei piedi gli illuminò il cervello, poi un fulmine di dolore lo avvolse. Muto si rigettò sul letto tenendosi il piede sinistro che aveva colpito uno spigolo. Rocco lo sapeva, era uno di quei dolori bestiali e selvaggi che grazie a Dio hanno la prerogativa di durare poco. Bastava stringere i denti per qualche secondo e passava tutto. Bestemmiò in silenzio, non voleva svegliare la donna. Non perché rispettasse il suo sonno, semplicemente avrebbe dovuto affrontare una discussione e non aveva voglia né tempo. Lei triturò qualche parola misteriosa fra le labbra, poi si girò per continuare a dormire. Il dolore al piede, acuto e impietoso, se ne stava andando, era già solo un ricordo. Ormai sveglio, il vicequestore si mise le mani sul viso e i fotogrammi della serata gli passarono davanti neanche gli occhi si fossero tramutati in un dia proiettore. Incontro casuale con Anna, l’amica di Nora Tardioli, la sua ormai ex fidanzata, al Caffè Centrale. I soliti sorrisi di lei, i soliti sguardi felini, gli occhi all’insù, da gatta assassina, la solita mise da dark lady di provincia. Il bicchiere di vino. Le chiacchiere.

«Guarda, Rocco, che Nora aspetta che tu prima o poi la chiami!». «Guarda che io Nora non la chiamo più». «Guarda che non vi siete più parlati dal giorno del suo compleanno». «Guarda che è una cosa che faccio scientemente». «Guarda, Rocco, che lei ci tiene a te». «Guarda che Nora sta con l’architetto Pietro Bucci- qualcosa». Risata di Anna. Risata roca, graffiante, di scherno, con conseguente arrapo di Rocco. «Guarda che ti sbagli. Pietro Bucci Rivolta è una cosa mia». Anna che si indica il petto facendo tintinnare la collana d’argento sul suo décolleté. «Ma perché ti interessi tanto a me e Nora?». «La fai soffrire». «Non posso fare di più. Evidentemente non sono quello di cui lei ha bisogno». «Perché, tu sai di cosa ha bisogno Nora? Non è molto, Rocco. Nora non chiede tanto. Le cose basilari a lei bastano». Anna che ordina altri due bicchieri di vino. Poi altri due. «Andiamo?». La strada. Poche luci. Il portone di Anna, non lontano da quello di Rocco. «Io abito qui vicino». «E allora rientri a casa presto». Anna che sorride coi suoi occhi neri e lucidi. Sempre

all’insù. Sempre da gatta assassina. «Proprio non ti piaccio, eh, Anna?». «No. Proprio no. Oddio, fisicamente non sei neanche da buttare via. Il naso a punta, gli occhi penetranti da

finto maschio latino, sei alto, hai un bel paio di spalle e hai tanti capelli. Ma vedi? Io con uno come te non ci salirei neanche su una funivia per raggiungere le piste da sci. Aspetterei quella dopo». «È un rischio che non corri. Io non scio. Ci vediamo in giro».

«Chissà

magari no».

Si lancia su Anna. La bacia. Lei lo lascia fare. E con la mano dietro la schiena apre il portone. Salgono. Scopano. Quarantacinque minuti, forse cinquanta. E per Rocco è un risultato da consegnare agli annali. Il seno di Anna. I suoi capelli sciolti e neri. Le gambe muscolose. «Faccio pilates».

Le braccia tornite. «Sempre pilates». Sfatti e sudati buttati sul letto. «Ragazza, io non ho più l’età». «Neanche io». «E il pilates?». «Non basta». «Sei molto bella». «Tu no». Ridono. «Acqua?».

«Acqua». Lei che si alza. Le chiappe solide. Lui che pensa:

pilates pure quelle. Va in cucina. Lo capisce perché sente il rumore del frigo. Torna a letto. «La prossima volta mi leghi?». «Ti ammanetto, semmai. È il mio mestiere». Rocco che s’attacca alla bottiglia di minerale. Lei che gli mostra i suoi quadri appesi ovunque in casa. Fiori e paesaggi. Che dipinge lei, per riempire infiniti pomeriggi di noia. Lui si addormenta come un bambino mentre lei gli mostra una marina toscana.

Veloce si rivestì. Calzini, pantaloni, camicia, le Clarks, la giacca e con passo felpato lasciò la camera da letto e la casa di Anna.

L’aria era fredda anche per colpa della pioggia che era venuta giù per tutta la notte e il sole ancora non si vedeva. Ma un chiarore annunciava che sarebbe stata una bella giornata. Alzò gli occhi e vide poche nuvole pascolare in mezzo al cielo. Prese il cellulare e guardò l’ora. Le sei e un quarto. Troppo presto per andare a fare colazione ma troppo tardi per rimettersi a dormire. Le chiavi di casa gli tintinnarono nella tasca, come a suggerire una doccia per poi andare al bar di piazza Chanoux.

Camminò veloce rasente i muri come un gatto ritardatario superando le due traverse che dividevano l’appartamento di Anna dal suo e finalmente rientrò in

casa. Come c’era da aspettarsi, la casa era vuota. E non

c’era neanche Marina. Non era a letto, non era in salone

a guardare qualche notiziario antelucano, neanche in

bagno a farsi la doccia o in cucina a preparare la colazione. Come se lo avesse sentito. Come se Marina avesse visto il letto intonso e avesse capito che Rocco quella notte non era rientrato. Per la prima volta dopo tanto tempo aveva dormito fuori casa, e forse la cosa a lei non era piaciuta. Si era offesa e non si mostrava. Senza alzare lo sguardo si infilò in bagno e aprì l’acqua calda. Si spogliò e si gettò sotto la doccia lavandosi anche i capelli e facendosi scorrere l’acqua addosso per diversi minuti. Uscì solo quando il vapore aveva trasformato il bagno in un hammam. Pulì il vetro dello specchio con la mano e il suo viso apparve in

tutto il suo squallore. Le occhiaie, le palpebre arrossate,

le pieghe sopra gli zigomi. Stirò le labbra per guardarsi

i denti. Sperava che Marina spuntasse in mezzo a quella

coltre di fumo denso. Invece niente. Prese il sapone e cominciò a farsi la barba.

Alle otto era al caffè in piazza, seconda tappa obbligata della mattina. Poi a piedi fino alla questura. Tutto questo senza accorgersi che lassù in alto al posto delle nuvole ormai c’era un bel cielo azzurro. Entrò di soppiatto in ufficio. Evitò le domande dell’agente Casella che stava alla porta e sgattaiolò in corridoio per non incontrare D’Intino oppure Deruta, i due agenti da lui ribattezzati «fratelli De Rege» in

onore del duo comico piemontese di tanti anni prima, riportati in auge da Walter Chiari e Carlo Campanini quando Rocco guardava la televisione in bianco e nero accovacciato nel salone che fungeva anche da camera della nonna. Prima di cominciare la giornata aveva bisogno di fumare, e per farlo doveva necessariamente stendersi nel suo ufficio, sulla sua poltrona, porta chiusa e silenzio. Silenzio totale. Entrò e andò a sedersi alla scrivania. Prese uno spino. Un po’ secco ma poteva andare. Dopo soli tre tiri le cose cominciavano a girare meglio. Sì, la temperatura sarebbe cambiata e sì, doveva solo affrontare una tranquilla giornata in ufficio. Bussarono alla porta. Rocco alzò gli occhi al cielo. Spense la cicca nel portacenere. «Chi è?». Non rispose nessuno. «Ho detto chi è?». Ancora niente. Rocco si alzò, spalancò la finestra per cancellare l’odore di cannabis. «Chi è?» urlò di nuovo mentre si avvicinava alla porta. Ancora nessuna risposta. Aprì. Era D’Intino, l’agente abruzzese, che aspettava in silenzio come un cane da guardia. «D’Intino, ti fa fatica dire il tuo nome?». «No, perché?». «Perché è un’ora che grido chi è?». «Ah. Ce l’aveva con me?». «Sei tu che hai bussato?». «Certo». «E quando uno bussa e dall’altra parte qualcun altro

dice chi è, secondo te a chi si riferisce?». «Non lo so «Senti, D’Intino, non voglio rovinare una giornata che mi pare partita col piede giusto. Quindi voglio essere gentile e cercare di capire cos’è che non va. Rifacciamo?». D’Intino fece sì con la testa. «Ora io chiudo e tu ribussi». E così fece. Chiuse la porta. Aspettò dieci secondi. Non successe niente. «D’Intino, devi bussare!» urlò. Dopo altri dieci secondi D’Intino bussò alla porta. «Bene. Chi è?» urlò Rocco. Nessuna risposta. «Ho detto: Chi è?». «Io». «Io chi!». «Io». Rocco riaprì la porta. D’Intino, come c’era da aspettarsi, era ancora lì. «Allora io chi?». «Ma dotto’, lo sapeva che ero io». Lo colpì tre volte sulla schiena a mano aperta. D’Intino incassò il collo nelle spalle e si prese le percosse del suo capo protestando lievemente. «Sì, ma io ho detto io perché lei mi aveva già visto, no? E allora so’ detto, perché non «Stop!» gridò Rocco e con la mano chiuse la bocca del poliziotto. «Basta così, D’Intino. Abbiamo appurato che eri tu che bussavi. Ora dimmi, che cosa vuoi?».

«Un incidente brutto brutto sulla statale».

«E allora?». «Due morti». «Dunque?». «La polstrada dice se andiamo». Rocco si mise le mani davanti al viso. Poi urlò:

«Pierron!». Non ne poteva più di D’Intino, aveva bisogno di parlare con qualcuno con un quoziente d’intelligenza superiore all’orango. Dieci secondi e il viso di Italo Pierron, l’agente migliore che aveva, si affacciò da una porta laterale. «Dica, dottore!». «Che è questa storia di un incidente?».

un furgone. Ci sono

due morti». «Prendi D’Intino e vai, per favore».

«Sulla statale da Saint-Vincent

«Veramente

»

fece D’Intino indicandosi il costato.

«Cosa?». «Dottore, io ho ancora le costole che mi fanno male». Un mese e mezzo prima aveva subito un’aggressione dove aveva riportato la frattura del setto nasale. Poi, non pago, era caduto in una buca dei lavori in corso spaccandosi un paio di costole, che ancora gli dolevano. Il video di una telecamera di sicurezza che riprendeva la scena di quell’aggressione subita da D’Intino e Deruta, l’agente di cento e passa chili che sfidava D’Intino per il podio del più deficiente del commissariato, aveva fatto il giro della questura e della procura. Era diventato oggetto di culto fra i poliziotti e i giudici della valle. Quel filmato di pochi minuti dove i

due inetti cercavano di arrestare una coppia di spacciatori, veniva utilizzato negli uffici ogni volta che qualcuno si sentiva un po’ giù di morale. Il giudice Baldi lo guardava continuamente, il giudice Messina tre sere a settimana con tutta la famiglia. In questura Italo Pierron e il viceispettore Rispoli se lo sparavano nell’ufficio passaporti, che era diventato il luogo segreto dei loro incontri d’amore, e ultimamente al pubblico di aficionados s’era unito anche il questore Andrea Costa che davanti alle peripezie dei suoi due agenti rideva fino alle lacrime. L’unico che sembrava essere immune dalla comicità di quei tre minuti in bianco e nero privi di sonoro era l’anatomopatologo Alberto Fumagalli. Lui davanti a quel cortometraggio si intristiva, quasi piangeva. Ma non bisognava dargli peso. La sfera emotiva del medico era seriamente danneggiata dalla frequentazione coi cadaveri e soprattutto da una latente e pericolosissima patologia maniaco-depressiva. «Ma la polstrada?» chiese Rocco esasperato. «Gli incidenti stradali non sono cose loro?». «Veramente sono loro che hanno chiamato. Anche perché il furgone è andato a sbattere da solo. Non è che ha coinvolto altre macchine. Ma c’è una cosa che non va. E vogliono noi». «Che palle!» gridò Rocco e dall’attaccapanni prese il loden verde. Lo infilò e richiuse la porta. «D’Intino, se non sei abile al servizio, mi dici che vieni a fare in questura?». «Sbrigo le faccende di carta».

«Sbriga le faccende di carta» ripeté a bassa voce Rocco. «Capito? Lui sbriga le faccende di carta. Andiamo, Italo. O anche te sei impossibilitato per qualche disfunzione?». «No, io no. Le ricordo invece che l’ispettore Rispoli è a casa con la febbre a 39. Non possiamo contare su di lei». Rocco lo squadrò dalla testa ai piedi. «E neanche tu puoi farlo. O mi sbaglio?». Italo arrossì e abbassò lo sguardo. Senza aggiungere altro Rocco si incamminò verso l’uscita.

La storia d’amore fra Italo e Caterina ancora non gli

andava giù. Il viceispettore Rispoli era una su cui aveva messo gli occhi da mesi. E vedersela scippare così, da un sottoposto, aveva intaccato la sua autostima. Mentre a passi rapidi raggiungeva il portone principale, Rocco Schiavone si girò verso Italo: «Ma tu ti diverti a mandarmi sempre D’Intino?». «C’è chi si fa una canna e c’è chi manda D’Intino dal capo per cominciare la giornata col piede giusto». E rise. Rocco decise che era arrivato il momento di fare le dovute pressioni e mandare D’Intino in qualche commissariato sulla Maiella. Ne andava della sua

salute.

A maggio il mondo è bello. Le prime margherite

sbocciano puntellando di bianco e di giallo i prati, e dai balconi i fiori vomitano colori come tubetti di tempera

schiacciati. E così era anche ad Aosta. Rocco alzò gli occhi al cielo. Sembrava che finalmente le nuvole se ne fossero andate a svernare chissà dove mentre il sole accarezzava le montagne e i pianori facendo risplendere quella tavolozza meravigliosa. E l’umore di Rocco Schiavone ne guadagnava. L’aspettava da tempo quello spettacolo, dalla fine di settembre dell’anno prima, quando armi e bagagli era arrivato alla questura di Aosta trasferito per punizione dal commissariato Cristoforo Colombo, nel quartiere EUR della sua città. Erano stati mesi di freddo intenso, di neve, pioggia e gelo che gli erano costati ben dieci paia di Clarks, l’unica calzatura che usava. A guardare bene, qualche nuvola lassù in alto c’era ancora. Ma erano candide, correvano e al massimo si fermavano a fare una sosta fra le cime delle montagne. Niente di preoccupante. «Hai visto?» gli disse Italo, che quando era in privato passava direttamente al tu. «Cosa?». «Che la primavera arriva anche qui ad Aosta? Te l’ho sempre detto. Dovevi credermi!». «Vero. Non ci speravo più. Tutti ’sti colori. Dov’erano fino a ieri?». Italo partì a razzo. Rocco si toccò le tasche. «Cazzo!» e infilò una mano in quelle dell’agente. Prese il pacchetto di sigarette. Chesterfield. «Io lo so che un giorno di questi mi sorprenderai e invece di ’sto schifo avrai le Camel». «Scordatelo!» gli disse Italo.

Rocco ne accese una e rimise il pacchetto in tasca a Pierron. «Che ne dici, Italo? Ce ne andiamo a pranzo in montagna?» propose il vicequestore. «Dove?». «Mi piacerebbe tornare a Champoluc, al Petit Charmant Hotel. Si mangia da paura lì». «E perché no? Vediamo a che ora ci sbrighiamo, no?». «Un incidente è roba da poco. Cosa vuoi che ci sia di così misterioso? So’ proprio de coccio da ’ste parti». E si fece un tiro di sigaretta. Era proprio un bel vedere quello che c’era al di là del finestrino dell’auto di servizio. Anche gli alberi sembravano sorridere. Senza quei chili di neve addosso che li faceva somigliare a dei vecchi novantenni con il peso dell’età che li schiacciava a terra. Ora svettavano, nuovi e giovani, freschi, tesi e dritti. Rocco ricordò la notte appena passata con Anna. Sentì qualcosa formicolargli fra le gambe. «È proprio primavera!» disse spegnendo la sigaretta nel portacenere.

Colpa di due vecchi pneumatici esplosi per l’usura e il furgone Fiat s’era andato a schiantare contro i larici all’uscita di una curva. Carlo Figus e Viorelo Midea, i due a bordo, erano morti sul colpo. Dei due corpi restava solo il lenzuolo macchiato di sangue col quale li avevano coperti. Rocco Schiavone e Pierron chiacchieravano con l’agente della polstrada. «Allora mi dice cos’è che non va? Cosa c’è di tanto

strano?» chiese Rocco. «Più che strana, c’è una cosa grave» disse l’agente Berruti, occhiali a specchio e denti bianchi, pareva uscito da una puntata dei Chips, il vecchio telefilm degli anni Settanta. «Cosa?». «Il furgone ha una targa rubata. Non è sua». Schiavone annuì. Fece cenno a Berruti di proseguire. «Insomma, sul libretto il furgone appartiene a Carlo Figus, quello che guidava, ma la targa che riporta è completamente diversa». Furono raggiunti da un altro agente della polstrada, un po’ sovrappeso e lo sguardo sveglio e attento. «Ciao Italo!». Conosceva Pierron. «Ciao Umberto». «Allora dottore, la targa che ha sopra questo furgone è stata denunciata il 27 febbraio a Torino. Appartiene a un tale Silvestrelli, e dovrebbe stare sopra una Mercedes Classe A, non su un furgone Scudo della Fiat. Questo furgone dovrebbe avere la targa AM 166 TT». «E immagino che la AM 166 TT non sia in giro». «Macché!». «Che palle» mormorò Rocco alzando gli occhi al cielo. «Cosa, dottore?» chiese solerte Berruti. «Che palle!» ripeté Rocco guardando l’agente negli occhi. «Che palle! Stava andando troppo bene, troppo. Un incidente, un paio di scartoffie e via! Invece questi due stronzi hanno una targa rubata. Che coglioni!» e dando un calcio ad un sassolino lasciò i tre poliziotti a

guardarsi negli occhi.

«Alle famiglie pensate voi?» chiese Umberto a Italo. Rocco, che era solo a qualche metro, si girò: «Certo che ci pensiamo noi, Italo. Questo non è un incidente

col cid, c’è di mezzo un furto ed è roba nostra».

«Grazie!» era felice Umberto. «Se può servire qualcosa «Voi ve ne state qua, riempite tutte le carte che dovete riempire e non vi fate più vedere in giro. Io devo anda’ da Fumagalli all’obitorio, porca troia!». Poi

smadonnando si incamminò verso la macchina. I due agenti della polstrada guardarono Italo. «Ma è sempre così?». «No. Oggi è tranquillo. Se era un omicidio allora sì

che era da ridere. Statevi bene. Ciao Umberto! Mi devi

la rivincita!». «Quando vuoi. Boccette o carambola?». «Carambola».

Non vedo niente. Gli occhi ce li ho ancora chiusi? Sono aperti. Sono aperti e non vedo.

Sto ancora dormendo? Non dormo. Lo so che non dormo. La testa mi gira,

mi gira forte. Mi fanno male le tempie. Il nero sta

diventando grigio. Non è più buio. Però non riesco ancora a vedere. Cos’ho in faccia? Cos’è? Una ragnatela? No, le ragnatele sono trasparenti. Questo invece è un velo scuro. Scuro e fatto di fili. Fili neri. Schifo. Fa schifo. Se chiudo gli occhi gira tutto. Li

devo tenere aperti e guardare questo velo nero e

schifoso che ho davanti alla faccia. Trascinava i pensieri a fatica, pesanti e ancora inzuppati di sonno e mal di testa. Provò a togliersi la pezza che aveva davanti agli occhi. Ma le mani non si muovevano. Bloccate. Non si muovono. Le mani non si muovono! Ho una tela nera in faccia e non la posso togliere perché le mani non si muovono.

Si sforzò, tirò una, due volte, ma i polsi erano

inchiodati.

Mi sono incastrata nel letto e ho messo la testa nella

federa? Perché mi sono incastrata nel letto? Ma che cazzo sto pensando? Forse sto ancora dormendo, fuori è ancora buio e fra un po’ mi sveglio e vado a fare colazione. Le tempie battevano metodicamente come campane a morto. Un dolore sotterraneo, continuo e sordo. Deve essere notte. Non sento la strada. E neanche Dolores che prepara la colazione e papà che cammina per il corridoio. Quelli erano i suoi rumori familiari. E lì c’era solo silenzio. Sono seduta. Sul letto? Provò ad alzarsi ma non ci riuscì.

Ho la schiena attaccata al muro? A una tavola di legno?

Provò a muovere le gambe. Non mi si muovono. Sono bloccate come le mani, le caviglie sono inchiodate. È una paralisi? Mi sono paralizzata? No, le dita le muovo. E muovo i piedi. Ma

le caviglie sono legate. Come i polsi. È un incubo? Ora

mi sveglio, ora mi sveglio, ora mi sveglio.

Provò a saltare slanciando il sedere, ma non accadde

nulla.

Che cazzo ho in faccia? Una pezza? Una pezza,

cos’è? C’è un muro. Un muro

grigio. Non è camera mia. La mia stanza è gialla, questa è grigia. E dove sono i poster dei Coldplay e degli Alt-J? Qui è tutto grigio. Grigio e sporco. Però ci vedo. Allora è giorno. E se è giorno, perché nessuno mi viene a svegliare? «Mamma?» urlò. E il suono della sua voce la spaventò. Riprovò più forte: «Papà?». Respirava sempre più a fatica, e l’aria era poca. Quella pezza schifosa davanti al volto gliene toglieva parecchia e ogni volta che provava a inspirare le toccava le labbra. «Mamma? Papà?». Inutile.

Era sveglia e non era a casa sua. Non poteva

muoversi, non vedeva niente, c’era puzza di muffa ed

sicuro. E dietro vedo

era sola.

Chiara cominciò a piangere.

L’ultimo indirizzo conosciuto di Carlo Figus era via Chateland. Rocco ci aveva spedito l’agente Scipioni per andare a dare la triste notizia e carpire un parente qualsiasi da portare alla camera mortuaria. La scelta di Rocco era caduta sull’agente Antonio Scipioni solo e soltanto per necessità, dal momento che l’ispettore

Caterina Rispoli era allettata con 39 di febbre, e Italo Pierron sulle tracce di Viorelo Midea, l’altra vittima dell’incidente. Dunque al vicequestore non era rimasto che l’agente Scipioni in forza ad Aosta dal mese di dicembre. Lo conosceva poco, ma non era un mentecatto come Deruta o come D’Intino o un Casella. Sapeva che era mezzo siciliano mezzo marchigiano, che amava la montagna e gli era sembrato sempre in ordine, attento, e dalla sua bocca non aveva mai sentito uscire sciocchezze. Rocco sperava di poter annoverare Scipioni fra gli agenti validi della questura. Un uomo in più fa sempre comodo. Il vicequestore aspettava all’ingresso della morgue fumando una sigaretta quando vide attraverso i vetri smerigliati la figura inconfondibile di Alberto Fumagalli, l’anatomopatologo livornese. Come d’abitudine da ormai nove mesi, i due non si salutarono. Alberto guardò il cielo, storse la bocca, digrignò qualcosa, poi fece un cenno a Rocco. «Entri quando hai finito?». «No. Aspetto qui. Un agente». «Chi? Quello che vomita sempre?». «Italo? No. Un altro. Porta uno dei parenti per il riconoscimento». Alberto lo guardò negli occhi. «La vuoi sapere subito una cosa oppure aspettiamo che finisci la sigaretta?». Rocco fece una boccata profonda. «E dimmela». «È morto felice». Rocco si avvicinò al medico. «Che significa?». «L’italiano, è morto felice».

«E come fai a saperlo? Te l’ha detto lui?». «Certo». «Vai al sodo. Oggi non è giornata e non ce la faccio a sopportare una discussione con te». «Sissignore. Vuoi sapere come ha fatto a dirmelo? Vieni, te lo mostro». Insomma gli toccava beccarsi i due cadaveri. Gettò la sigaretta e seguì il medico.

Nella sala autoptica il solito odore di uova marce

miste ad alimenti andati a male e ristagno di porto. Sui lettini i due corpi. Alberto si avvicinò. «No, oggi i cadaveri te li risparmio. Quello che ti interessa di più è

al microscopio, vieni». E indicò l’oculare. Posò

qui

l’occhio e regolò l’obiettivo. Poi sorridendo lasciò il posto a Rocco.

«Che vedi?». «Ma che ne so? Cose tonde, un po’ bianche e un po’

non lo so, sembra una macchia di quelle che

usano gli psicologi

«Si chiamano macchie di Rorschach e non c’entrano una beneamata. Quello che stai vedendo sul vetrino è un tampone che ho prelevato dalla pelle del pene dell’italiano». «Cazzo «Sì, anche detto cazzo. E sai cosa stai osservando?». «Me l’hai appena detto, no?». «No. Quello che stai osservando è la Gardnerella vaginalis». «Non so cosa sia ma dal nome non dovrebbe trovarsi

viola

».

su un organo genitale maschile, sbaglio?». «Bravo! La Gardnerella è un microorganismo, molte donne ce l’hanno e ci convivono. Se però prolifera troppo arrivano quelle secrezioni biancastre, che puzzano anche un po’, sai? E «Falla finita, Alberto. Insomma, il tipo s’è dato da fare prima di morire?». «Esatto. E calcolando che sono morti non più tardi delle quattro, diciamo che l’ha fatto neanche un’ora prima?». «Me lo chiedi?». «No, l’affermavo con un punto di domanda. Fa molto chic, perché è come dire: voglio ascoltare la tua opinione ma tanto ho ragione io. E comunque a questa donna misteriosa che ha regalato le ultime gioie del sesso al poveraccio, io una bottarella gliela darei, ma col metronidazolo». «Tu pensi a una prostituta?». «A guardare i due direi di sì». «Cioè?». «Li hai visti in faccia, Rocco? Quei due per farsi una trombata o tiravano fuori i soldi oppure a casa a fare solitari. Vuoi vederli?». «Per oggi mi basta la Gardnerella».

L’agente Scipioni scortava lungo il corridoio un uomo di una vecchiaia indeterminabile. Sottobraccio al giovane poliziotto avanzava a piccoli passi verso la porta della morgue guardando un punto fisso davanti a lui.

«Dottor Schiavone, questo è il nonno di Carlo Figus.

L’unico altro parente è la madre della vittima, ma non

si può muovere da casa, il diabete le gambe».

le hanno amputato

«Bene

»

fece Rocco allargando le braccia.

«Lui è il signor Adelmo Rosset, il nonno di Carlo Figus. Adelmo? Questo è il vicequestore Schiavone L’uomo alzò appena gli occhi. Erano azzurri e sembravano immersi in un liquido denso e appiccicoso. Non cambiò espressione, solo lentamente si portò la mano alla tasca, estrasse un fazzoletto e si asciugò la bocca. «Parla poco» disse Scipioni. «Lo vedo. Ma è in grado?». «Non lo so. Credo di sì. La mamma di Carlo Figus, che poi è la figlia di Adelmo, dice che ci sente benissimo e capisce tutto, vero Adelmo?». Come una tartaruga centenaria l’uomo girò il collo rugoso verso Scipioni. Lento accennò ad un sorriso che mostrò tre denti superstiti. Poi si richiuse come un fiore al tramonto. «Che faccio, dottore?». «Andiamo. Fumagalli aspetta». Rocco allungò il braccio e lo offrì ad Adelmo che ci si aggrappò e scortato dai due poliziotti si avvicinò al vetro divisorio. Rocco bussò forte tre volte e la veneziana di alluminio si tirò su mostrando il viso di Fumagalli. Il medico al di là del vetro aveva già preparato il cadavere. Fece un gesto a Rocco, come a dire «tiro su?» e Rocco annuì senza perdere d’occhio Adelmo. Il viso del vecchio

rifletteva sul cristallo e casualità volle che combaciasse perfettamente con la posizione del viso del cadavere nell’altra stanza. Fumagalli scoprì il corpo. Il volto di Carlo Figus prese il posto di quello del nonno. Adelmo guardò per alcuni secondi. Poi lentamente allungò una mano fino a poggiare le dita sul vetro. Si girò verso Rocco. Lo sguardo giaceva lontano, immerso nel liquido, ma da un occhio una lacrima corse via e si infilò in una ruga, neanche fosse stata il letto secco di un fiume. Tremava, Adelmo, e guardava Rocco. Non c’era bisogno di altro. Il vicequestore fece cenno a Fumagalli di ricoprire il cadavere. «Antonio» disse all’agente, «riaccompagna il signor Rosset a casa». Scipioni annuì. «Venga signor Adelmo, andiamo Il vecchio staccò la mano dal vetro divisorio. Le impronte delle dita sparirono in pochi secondi riassorbite dal gelo del cristallo. Sembrava smarrito, come se lo avessero appena svegliato da un brutto sogno. Poi afferrò il braccio di Scipioni e si rincamminò nel corridoio a passi lentissimi e cadenzati. Rocco aveva bisogno di bere.

Con una telefonata aveva allertato il giudice Baldi. Quello gli aveva intimato di recarsi in procura, ma il vicequestore aveva declinato con una scusa di servizio. Al più tardi nel pomeriggio, promise, sarebbe stato lì. Quello stupido incidente stradale rischiava di diventare una serie ininterrotta di rotture burocratiche da far spavento. E al momento l’unica cosa che lo interessava

era guardare i cubetti di ghiaccio sciogliersi nello spritz

preprandiale che Ettore gli aveva portato al tavolino. In piazza Chanoux regnava la calma. C’erano due vigili sotto la redazione de «La Stampa» fermi a chiacchierare con una signora e il suo barboncino nero, tre operai su una scala intenti a cambiare la lampadina

di un lampione, Nora che ad ampie falcate si

avvicinava al suo tavolo.

disse a bassa voce Rocco. La donna

puntava dritto verso di lui, non c’erano dubbi. Gli occhi

fermi e il passo deciso. La speranza che una storta improvvisa potesse fermarla svanì quando il vicequestore notò che Nora portava scarpe da ginnastica. Restava un fulmine. Ma anche lì poche speranze, il cielo era sereno. Nora raggiunse il tavolo. Muta afferrò una sedia e si sedette di fronte a Rocco senza mai staccare gli occhi da quelli di lui. «Prendi qualcosa?» disse Rocco con un filo di voce. «Anna? Proprio con lei?» ruggì la donna. «Chi te l’ha detto?». «Aosta è una città molto piccola». «Ti hanno informata male». Nora strizzò gli occhi. «Dici?». «Dico». «Il panettiere mio e di Anna che ha il negozio di

fronte a casa sua, mi ha detto che ti ha visto uscire alle sei e qualcosa come un ladro. Ti basta?». Perché mentire? Perché cominciare a cercare scuse arrampicandosi su uno specchio? Tanto Nora prima o

poi sarebbe venuta a saperlo. Forse gliel’avrebbe detto

«Oh porca

»

lui stesso.

«Va bene, Nora. Anna».

ma lo disse più a se stessa che a

Rocco. «Insomma, amica «Su questo hai ragione. In fondo ti ringrazio. Con una mossa hai chiarito due cose. Che il nostro rapporto è al capolinea e che definire amicizia quella che ho con Anna è quantomeno azzardato». «Direi di sì».

«Infatti non so se essere più incazzata con te o con lei. Cosa fa più male? Il tradimento di un amore o di un’amicizia?». «Me lo stai chiedendo?». «No, ragiono ad alta voce. Ma in fondo io e te non avevamo ’sto grande amore». Rocco respirò profondo. Guardò Nora negli occhi. «Mi sa di no». «L’hai fatto per sfregio o per vendicarti?». «Vendicarmi? E di cosa?». «Pensavi che io e l’architetto

». «Lascia perdere, Nora. Nessuna vendetta. L’ho fatto perché ne avevo voglia e mi sono ritrovato a letto con lei. Più o meno le stesse ragioni che hanno convinto la tua amica. Niente di più di questo». «C’era un modo meno squallido per chiudere questa cosa?» chiese Nora e stavolta aveva gli occhi dolci, grandi e deboli. C’era riuscita a farlo sentire una merda. «Forse sì, Nora. Una volta forse avrei saputo fare di

«La mia amica

»

meglio. Una volta, appunto. Ma parliamo di un’era fa». «Stento a crederlo» una lacrima che premeva da un po’ le scivolò lungo la guancia e Nora se l’asciugò con uno scatto nervoso. Perché si ostinavano a trascinarlo nella vita per i capelli? Perché non lo lasciavano vivere male questi suoi anni prima della vecchiaia da solo, nel vuoto che s’era creato intorno e che nulla avrebbe più potuto riempire? Questo si chiedeva guardando gli occhi di Nora, la cui unica colpa era quella di avergli attraversato la strada. «Vedi Rocco? Lo so, tu con me sei stato sempre molto chiaro. Non mi hai mai lasciato molte illusioni, anche se ci speravo. Non me ne puoi fare una colpa, no? Passavano i giorni e mi dicevo: abbi pazienza, Nora. È un rapporto che si regge su un velo di cipolla. Mettici un peso, anche piccolo, e quello cede. Si spacca tutto. E allora aspettavo. Cos’è, vietato? Solo oggi però seduta di fronte a te a questo tavolino mi chiedo: cosa aspettavo? Cosa puoi tirare fuori tu dal cilindro magico? Cosa potrebbe avere un uomo come te da costringere una come me ad aspettare? Niente. A parte il letto non abbiamo altro in comune. Ora starò un po’ male, per un po’ mi chiuderò in casa, per un po’ mi piangerò addosso. Poi uscirò, andrò dal parrucchiere, magari anche un vestito nuovo e ricomincio a vivere. Possibilmente senza te nella testa. Una sola cosa: c’è speranza che tu faccia un’ennesima cazzata e ti trasferiscano, che so, nella Barbagia?». Rocco ci pensò su seriamente. «Sì. Quella speranza

c’è sempre». «Sarà un bel giorno». E finalmente Nora sorrise. «Lo finisci?» disse a Rocco afferrando lo spritz ghiacciato. Rocco non ebbe il tempo di rispondere. Il miscuglio di aperol, prosecco e acqua tonica gli era già arrivato sulla giacca mentre due cubetti di ghiaccio si erano intrufolati nella camicia. «Buona giornata!» esclamò Nora sorridente e con il passo della vincitrice lasciò il tavolino e il bar di piazza Chanoux. Rocco si alzò in piedi. Liberò la camicia dai pantaloni e fece cadere i cubetti a terra. Due tavolini più in là l’unico avventore lo guardava senza espressione. Si limitò a sorridere, poi tornò a leggere il suo quotidiano. Ma si sa, niente è più ridicolo delle disgrazie altrui. Ettore era già fuori. «Gliene porto un altro, dottore?». «Lascia perdere, Ettore. Devo tornare in ufficio. Buon pranzo!». Nessuna sorpresa in fondo. Tutto era andato come doveva andare. Tutto previsto. Tutto scontato. Però da qualche parte qualcosa sanguinava. Sperava solo che fosse una ferita lieve e leggera e che se doveva lasciare una cicatrice che fosse piccola, quasi invisibile.

Appena entrato in questura, Deruta gli andò incontro carico come sempre di carte misteriose.

poi si bloccò. Si mise a

odorare come un cane da punta. «Cazzo vuoi Deruta? Non è giornata».

«Dottore? Dottore, senta

»

«Che è successo? Lei puzza di caramella». «Mi si è sciolto un pacchetto di charms in tasca». «Ma è tutto bagnato!». «Hai un certo spirito di osservazione. Dovresti provare in polizia. Ora, c’è qualcosa di urgente che mi volevi dire o mi devi solo spaccare le palle in mezzo al corridoio?». «Sì. A proposito di quei due morti sulla statale per Saint-Vincent. Ha chiamato Pierron. Le deve parlare con urgenza». «Dov’è ora?». «Pausa pranzo». Rocco annuì ed entrò spedito in ufficio.

Aprì la rubrica cercando un numero di telefono. Lo compose. «Brondo?» la voce intasata di Caterina Rispoli rispose al terzo squillo. «Caterì, sono Schiavone». «Buoggiorno dodddore». «Come va? Hai una molletta dei panni sul naso?».

«Gi ho trentotto di febbre «Bene. Mi passi Italo?».

Ci fu una pausa. Poco dopo la voce dell’agente

Pierron risuonò nel telefono.

».

«Sì?».

«Ti consiglio di disinfettare prima il microfono sennò

ti becchi l’influenza pure tu». «Stia tranquillo, ho fatto il vaccino io». «Come vuoi. Allora, mi cercavi?».

«Sì

come

ha

fatto

a

capire

che

ero

vabbè

riguarda l’altro dell’incidente. Viorelo Midea. Si sa solo che era residente a Barlad, in Romania. Ma qui nessun indirizzo. Che facciamo?». «Manderemo una lettera all’ambasciata, scriveremo ai familiari, che cazzo ne so? C’è altro?». «Sì. Ho scoperto dove lavorava». «E dove, di grazia?». «Alla pizzeria Posillipo. Io la conosco. Non è lontana dalla questura». «Dobbiamo andarci». «Ora?». «No, con comodo, aspetta, guardo l’agenda. Per il 13 luglio sei libero?» e chiuse la comunicazione.

Chiara faceva fatica a respirare. Ogni volta che inalava, il sacco che aveva in faccia le si incollava addosso. Le guance e la fronte ricoperte di sudore, le lacrime appiccicose come carta moschicida. Non si muoveva da ore. Le tempie continuavano a martellare il cranio regolari e impietose. Aveva urlato fino a farsi andare via la voce. Ma nessuno aveva risposto, nessuno era entrato nella stanza. Attraverso la stoffa vedeva bene quel muro grigio con le mensole piene di vecchie cose. Buste di plastica, pennelli incatramati, lame coi denti arrugginiti. Doveva essere un garage o un deposito abbandonato. Cominciava a ricordare. La sera prima.

Era uscita con Max, il suo fidanzato, e Giovanna. Alberto, il cugino di Max, li avrebbe raggiunti da Torino. L’appuntamento era al pub alle sette. Da lì sarebbero andati allo Sphere, sulla strada per Cervinia. Chiara non ne aveva voglia, lei se ne sarebbe stata volentieri sola con Max, ma Giovanna era pazza di Alberto. E per tutto il giorno le aveva chiesto in sedici lingue di passare la serata insieme. «Almeno» diceva Giovanna sorridendo «se mi dà buca non sono sola e piango con te». Ma dare buca a Giovanna non era una cosa possibile. Lo sapevano Chiara, Max e mezza Aosta. L’unica a ignorarlo era proprio Giovanna. Un metro e settanta, bruna e coi capelli lisci, non ricci come quelli di Chiara che per sbrogliarli ogni mattina impiegava come minimo un quarto d’ora. Se poi ai capelli lisci ci aggiungevi gli occhi verdi e un corpo che faceva sbrodolare tutto il liceo, proprio non si capiva da dove nascesse quell’insicurezza. Giovanna era così. Sonia, Paola, Giovanna, le più belle della scuola erano le più insicure. Lei no. Chiara era forte. Aveva una famiglia alle spalle, un padre e una madre che le volevano bene e che soprattutto ad Aosta qualcosa contavano. Chiara Berguet era un capo. Lo sapeva, le amiche pendevano dalle sue labbra. E gli occhi piccoli e i capelli ricci non le avevano impedito di fare stragi di cuori. Al liceo erano tutti pazzi di lei, e non c’era un’occupazione, una gita o una semplice sciata che non passasse dal secondo banco terza fila della quinta B. Alberto era arrivato. Bello, ventiduenne, col suo giubbotto di pelle e il capello liscio e nero. Sbavava

dietro a Giovanna, anche un cieco se ne sarebbe accorto. Dopo tre birre e un paio di aperitivi erano andati allo Sphere. A ballare e a continuare a bere come idioti. Poi Cos’è successo? Quanto cazzo ho bevuto? Almeno tre gin tonic. La mia faccia davanti allo specchio del bagno. Vomito. Ma vomito parecchio. Giovanna che parla con Alberto sotto la stroboscopica. Max che chiacchiera con due tamarri sui trenta. Chi sono? Il fumo della sigaretta sale verso il cielo nero di notte, freddo e senza stelle. Sono fuori dalla discoteca. Fumo una sigaretta e gira tutto. Max mi riaccompagna a casa. Le chiavi nella toppa. Buio. Che ho fatto dopo? Chiara cerca di ricordare! Cerca di ricordare. Niente. Dolore. Solo dolore. Al mal di testa si andava aggiungendo un altro disturbo. In mezzo alle gambe. Cos’è? Un serpente? Un serpente velenoso che fa su e giù? Un serpente con la pelle infuocata? Levatemi questo sacco dalla testa. Liberatemi le mani! Devo toccarmi, grattarmi, afferrare il serpente. Brucia.

La pizzeria Posillipo faceva solo orario serale. Quando Rocco insieme ad Italo bussò alla porta a vetri piena di adesivi di carte di credito, dall’oscurità dell’interno prese forma un uomo con una pancia enorme. Conquistò subito un nome nel bestiario immaginario di Rocco, che spesso si divertiva a trovare somiglianze e affinità fisiche tra uomini e animali.

Davanti a lui c’era una Fratercula arctica, anche detta pulcinella di mare. Naso grosso piazzato in mezzo alla faccia, la bocca minuta quasi scomparsa nelle guanciotte e gli occhi piccoli e distanti. Le sopracciglia inarcate verso l’alto gli davano l’espressione di un questuante. A differenza dell’uccello dei mari del nord, l’uomo aveva una barbetta rada che gli solleticava il mento. «Salve!» disse aprendo. «Siamo chiusi a pranzo» e si asciugò le mani su un grembiule che portava allacciato in vita. «Schiavone, questura di Aosta. Possiamo farci due chiacchiere?». «E certamente. Prego prego, accomodatevi» disse e fece spazio ai due poliziotti. «Vi posso offrire niente?». L’accento napoletano sembrava più un vestito per i valdostani che una cadenza originale. «Niente, grazie». «E allora permettete un caffè?». «Grazie». «Prego, assettatevi che torno subito. Non sentite un odore dolciastro, tipo di caramelle?». Rocco e Italo si guardarono. Fu Italo a rispondere:

«Al vicequestore si sono sciolte delle caramelle in tasca». «Ah» fece l’uomo e sparì dietro una porta a doppia anta che dava presumibilmente nella cucina. Rocco e Italo si assettarono al centro della sala. «Che poi Rocco, fattelo dire. Più che charms sembrano caramelle al miele. Strano, lo spritz che

c’entra col miele?». «Stai facendo dell’ironia?». «No». «Tu stai facendo dell’ironia. E non è una cosa buona per te». «Ti giuro che non stavo facendo dell’ironia». «E allora togliti quel sorrisetto da deficiente dalla faccia». La pizzeria, arredata da qualche architetto costoso in stile costiera amalfitana, perdeva la sua eleganza grazie alle centinaia di foto e manifesti di Napoli che il gestore aveva attaccato ovunque, di sicuro senza l’accordo coi progettisti del locale. Il solito Vesuvio, Pulcinella che mangia gli spaghetti, Totò un po’ ovunque e soprattutto la maglia del Napoli campionato

1989-90.

«A proposito di rapporti con l’altro sesso, mica sarai andato a scoparti Caterina con la febbre?». «Macché, no. Le ho portato il brodo». «Ci credo poco». «Poverina, sta proprio male. L’ultima cosa che le verrebbe in mente è fare l’amore». «A lei, magari, ma a te no». «Ecco qui, due caffè come li fanno al Gambrinus a piazza Trieste e Trento» e il pulcinella di mare poggiò la guantiera coi caffè sul tavolo. Mentre Italo zuccherava il suo, Rocco guardò l’uomo: «Io sono il vicequestore Schiavone. Posso sapere lei come si chiama?». «Domenico Cuntrera. Detto Mimmo!».

«Mimmo, è suo ’sto posto?».

Quello se lo guardò soddisfatto: «Diciamo di sì». «Diciamo?». «Sì, è mio e di un altro amico mio che però ha solo aiutato con un po’ di soldi all’inizio. Ma dentro in cucina e ai tavoli c’è solo Domenico Cuntrera detto Mimmo». E si batté il petto. «Allora, che posso fa per voi?». «Di dov’è lei? E non dica Napoli perché lei non è napoletano». L’uomo sorrise. Si grattò il naso. «Siete perspicace». «È il mio lavoro». «Sono di giù, Soverato. Mai stato?». «No. Immagino renda di più fingere di essere napoletano». «Un po’ sì. Però una cosa è vera: io tifo Napoli da quando ero guaglione». «E chissenefrega?». Rocco bevve solo metà tazzina, poi la posò guardando Domenico negli occhi:

«Viorelo Midea». «Che ha combinato?». «Lavora qui?». «Sì, certo, tre volte a settimana sta ai tavoli. Che fice?» l’uomo aveva abbandonato l’accento partenopeo. «È morto».

Domenico sgranò gli occhi. «È

«Incidente» precisò Italo finendo il caffè.

è morto? E come?».

«Stamattina presto». «Ma se manco teniva a patente!».

«Alla guida c’era un altro. Tale Carlo Figus.

Conosce?». «Carlo Figus, Carlo Figus? No, mai sentito. E dove?». «Sulla strada per Saint-Vincent». «E che erano andati a u casinò?». «Non lo sappiamo dove erano andati. Ma avevano una targa rubata». Rocco si accese una sigaretta.

un si potrebbe fumare» ma il

vicequestore non ascoltò il padrone della pizzeria. «Da quanto tempo lavorava qui?».

«Veramente cca

«È ’n anno. Mannaja

mi dispiace».

«Lo immagino. Che ci sa dire di lui?». «Poco o niente. Saccio che abitava qui vicino, a via Voison. Abitava con autri». «Era sposato? Aveva figli? Parenti?». «No, sposato no e manco figli. Qualche parente sì, perché tutti i soldi che guadagnava li mandava a casa». «Mi dia l’indirizzo preciso».

ai palazzi grigi. Il numero non me lo

ricordo, ma è l’unico che tiene le tapparelle gialle.

Abitava lì al secondo piano. Co uno. Mi pare un marocchino. Ma non so come si chiama. Ahmid qualcosa. Si chiamano tutti Ahmid. Però vi dico che non so se stava ancora lì. Quello Viorelo cambiava sempre casa. Per due mesi l’ho pure ospitato in un camper che tengo in un garage». «Una vita di merda» disse Rocco. «E sì. Proprio così. Una vita ’e merda».

«Via Voison

«Ma almeno la pizza la fanno buona oppure è finta come Domenico e come il caffè?» chiese Rocco appena rientrati in macchina. «Non è male». «Che poi lo vado a chiedere a uno della Val

che ne sai tu di pizze? A guardare il locale e

questo suv qui fuori gli affari mica gli vanno male». «Non ti so dire. Quando vengo io è sempre mezzo vuoto». «Vincerà al casinò». «Dove andiamo?». Italo troncò l’inutile discussione. «Ufficio. Io devo ancora mangiare». «A quest’ora massimo qualche panino al bar». E Italo ingranò la marcia. «Ecco, se c’è una cosa che mi manca sono i tramezzini. Questa è la giornata perfetta per un tramezzino. Ma dovremmo essere a Roma per avere un tramezzino». Oddio no, pensò Italo. A cadenza bisettimanale doveva sorbirsi la solita cantata di Rocco Schiavone per nostalgia e voce. «I tramezzini sono una cosa seria, Italo. Non si scherza col tramezzino. Pane bianco, rigorosamente bianco. Sono ammessi tonno, carciofini, pomodori, insalata di pollo, spinaci e mozzarella. Personalmente non amo gamberetti e formaggi e men che meno il prosciutto. Secondo me il tramezzino al prosciutto passa di diritto fra i toast. E la maionese deve essere fatta in casa, leggera e giallo chiaro. Ma soprattutto il

d’Aosta

tramezzino, e questo ficcatelo bene in testa una volta

per tutte Italo, il tramezzino deve essere tenuto in fresco sotto i tovaglioli umidi. Se entri in un bar e li trovi avvolti nel cellophane scappa via! Non sono tramezzini. Sono cadaveri, roba in putrefazione! Il tramezzino deve riposare sotto il cotone umido. Articolo 3 della Costituzione». «Articolo terzo della Costituzione? Ma che dici?». «Costituzione romana. Vuoi che ti reciti i primi due?

Il primo dice: non andare in giro a rompere i coglioni.

Il secondo: mai fare in macchina il Lungotevere di sabato sera. E il terzo: il tramezzino riposa sotto il tovagliolo umido». «L’hai scritta tu?».

L’africano si chiamava Zersenay Behrane. Zersenay

e non Ahmid. E non era marocchino, era eritreo. La

palazzina non era a via Voison e l’unica cosa giusta erano le tapparelle gialle. Zersenay parlava un ottimo italiano e divideva la casa con altri due eritrei. Ma Viorelo Midea non lo vedeva da mesi, non sapeva dove fosse finito, dove abitasse. L’unica cosa che Rocco e Italo rimediarono fu un meraviglioso tsebhi, il famoso stufato di manzo e pollo con le lenticchie e pane di teff. Lo mangiarono dal piatto in comune con gli altri inquilini. Per ricambiare l’ospitalità Rocco aveva spedito Italo a prendere sei belle bottiglie di birra fresche. Quando uscirono dalla casa con le tapparelle gialle avevano lo stomaco pieno e la testa che girava un po’.

«Non trovi meraviglioso che in mezzo alle Alpi abbiamo mangiato come in Eritrea?». «Vero, Italo. È meraviglioso». «Solo che io non lo so dov’è l’Eritrea». «Sopra l’Etiopia e sotto il Sudan». «C’entra qualcosa Sharm el Sheik?». «Ma vatti a guardare un mappamondo».

«L’abbiamo combinata grossa». «Già» le rispose Rocco. «Provo a chiamare Nora da stamattina ma è sempre staccato. Se c’è una cosa che mi dispiace è aver rovinato l’amicizia con lei per una merda come te». «Me lo fai un favore, Anna?» disse Rocco. «Chiamami ogni giorno, che questi tuoi complimenti aiutano l’autostima». «Credo che io e te non ci vedremo mai più». «Va bene, anche se Aosta non è enorme. Può capitare. Abitiamo pure vicini». «Ti giuro che mi volterò dall’altra parte e cambierò marciapiede». «Basta che stai attenta quando attraversi la strada. Non vorrei averti sulla coscienza». «Vaffanculo Rocco». E Anna chiuse la comunicazione. Bussarono alla porta. «Chi scassa?» gridò. Non rispose nessuno. Capacissimo che era D’Intino. Si alzò e andò ad aprire. L’agente abruzzese era di fronte alla porta ad aspettare. «D’Intino, allora non t’entra in testa? Io dico chi è e tu

devi rispondere. Si fa così quando si bussa».

«Dotto’, c’è questo». E consegnò un pacco a Rocco. «Che è?». D’Intino avvicinò il naso alla giacca del vicequestore. «Dotto’, sento una puzza dolciastra. Che cos’è?». «Fatti i cazzi tuoi. Allora?». «Gli oggetti personali di Viorelo Midea. C’è un orologio, un cellulare vecchio e un mazzo di chiavi. Che ci dobbiamo fare?». Rocco voltò la schiena e andò alla scrivania. «Pierron!» gridò.

D’Intino si guardò intorno. «È di là

» rispose.

«Pierron!» urlò ancora più forte Rocco. «Eccolo!» si udì dal fondo del corridoio. Italo scansò D’Intino ed entrò nell’ufficio. «D’Intino, ma perché te ne stai sulla porta? O entri o esci!» disse all’agente. Poi si rivolse a Rocco: «Dica, dottore. Che c’è?». «Questo è il cellulare di Viorelo Midea. Sarebbe mica male capire che numeri faceva. Contatti eccetera. Queste chiavi invece sembrano proprio di una casa». «Va a scoprire quale». Gli occhi di Schiavone si illuminarono. «D’Intino, chiamami Deruta e subito a rapporto da me!». D’Intino scattò. «Cos’hai in mente?» chiese Italo a Rocco. «Ora lo vedi». Neanche due minuti e Deruta e D’Intino erano di fronte al vicequestore, quasi sull’attenti, pronti per la consegna. «Allora amici, agenti, partner» cominciò

Rocco. «Sapete che purtroppo l’ispettore capo Rispoli è malata». «Sì, ha la febbre» precisò D’Intino con una nota di soddisfazione nella voce. I fratelli De Rege detestavano il viceispettore Rispoli. «Bravo. Io ho una missione che avrei voluto affidare

a lei, per le note capacità deduttive nonché mnemoniche. Ma non posso». «E no, non può» aggiunse pleonasticamente Deruta. «Allora la missione la affido a voi. È cosa assai difficile e anche molto, molto pericolosa». I due poliziotti erano attentissimi. Italo appoggiato alla libreria si godeva la scena senza sapere dove volesse andare a parare il vicequestore che in quel momento alzò il mazzo di chiavi di Viorelo. «Le vedete?». «Chiavi!» disse D’Intino quasi ipnotizzato. «Bravo. Chiavi. Erano di Viorelo Midea. Ora io ho bisogno che voi scopriate quale porta aprono». I due poliziotti si guardarono. «Come facciamo?». «Ve l’ho detto. È difficile, arduo, quasi impossibile.

Ma io vi do un punto di partenza. Segnate!».

Deruta si precipitò alla scrivania, afferrò un foglio,

una penna e chino si preparò a prendere appunti. «Tu, D’Intino, non segni?». «Io mi ricordo tutto nella testa».

sbuffò dubbioso Rocco lanciando

un’occhiata a Italo. «Allora partite da una casa a via

ai palazzi grigi. I primi che trovate venendo

Kaolak

«Sarà

»

da qui, con tapparelle gialle. Viorelo abitava lì al secondo piano fino a quattro mesi fa. Voi cominciate a chiedere al vicinato». «Ma non possiamo andare a chiedere agli abitanti della casa dove stava questo Viorelo?». «No. Anzi se vengo a sapere che siete andati a disturbare i miei amici eritrei vi mando a Perdasdefogu. Chiaro?». «Limpido» fece Deruta. «Dov’è?» chiese D’Intino a Deruta che rispose:

«Lontano «Allora voi andate e investigate. Senza dare nell’occhio, senza farvi notare, provate le serrature. Provate, provate, provate e provate e alla fine portatemi l’abitazione di Viorelo!». D’Intino sgranò gli occhi: «Come, portatemi?». Deruta si imbestialì: «E mannaggia alla sventrata, D’Intino! Portatemi è un modo di dire, mica che devi smontare la casa! Lo scusi, vicequestore». Poi scuotendo la testa finì di scrivere l’appunto. «Cominciate da subito. La cosa è lunga e difficile. Posso contare su di voi?». Deruta lo guardò serio: «Certo, dottore. Tanto ’sta settimana non devo neanche fare i turni al panificio di mia moglie». «Bravo, Deruta». «Dobbiamo sempre rendere conto a Rispoli?» chiese per ultima cosa Deruta un po’ scocciato. «No» disse il vicequestore. «Stavolta direttamente a me!».

Deruta gonfiò il petto d’orgoglio, D’Intino sorrise con gli occhi lucidi. Presero le chiavi e salutando uscirono dall’ufficio. «Secondo me ce la possono anche fare» commentò Italo. «Capace. Una cosa è certa. Se ne stanno in giro e avremo un po’ di pace». E subito il telefono squillò. «Ecco appunto». Rocco alzò la cornetta. «Schiavone». «Sono il questore!». Era Costa. «Mi racconta cos’è ’sta storia dell’incidente e del furgone rubato?». «Non il furgone, la targa è rubata. Ma sembra una

sciocchezza. Ora le mando su l’incarto gesto a Italo che alzò gli occhi al cielo «

guarda per bene. Mi scusi ma devo correre a Frang sgheri a brillare un diodo di sicurezza». «Non ho capito». «Mi aspettano proprio al basamento della calcestruzzi dove hanno ritrovato il furgone». «Boh, non ho capito. Comunque vada pure. E mi tenga informato. Ah, Schiavone!». «Dica». «Bell’acchiappo. Complimenti». «A chi si riferisce?». «Lo sa lei e lo so io. Gran bella femmina. Mi stia bene». «Mi tolga una curiosità. Anche lei va dallo stesso panettiere?». «Exactly!» e Andrea Costa abbassò la cornetta.

fece un

e così se lo

»

«E io che credevo che ad Aosta la gente si facesse fondamentalmente i cazzi propri». «Errato. Uno dei tanti cliché di voi terroni su noi del Nord. E comunque grazie per la fregatura con il questore». «No, il rapportino lo fai fare a Casella. Tu adesso porti il cellulare di Viorelo a qualcuno alla postale e gli

fai tirare giù tutti i numeri di telefono».

«Va bene. Ottimo. Una cosa. Ma perché ci stiamo attaccando a questi due poveracci?». «La targa, amico mio. La targa rubata. Uno non se ne

va in giro per Aosta con una targa rubata solo per

andarsi a fare una scopata dalle parti di Saint-Vincent».

«Una scopata?». «Poi ti spiego. Vedila così: perché uno va in giro con una targa rubata ma con il furgone di sua proprietà? Perché ha paura di un posto di blocco? Non credo. Se viene fermato, avrebbe chiuso. No, ha paura di immagini prese da telecamere a circuito chiuso.

Perché? Che deve fare? Sicuramente qualcosa di storto.

Mi segui?».

«Certo». «Una rapina, un furto

«O magari ha solo paura degli autovelox». «E rischia di andare in galera per una multa da 200

».

euro?».

Via Chateland 92, la residenza di Carlo Figus era una palazzina di cinque piani costruita all’inizio degli anni ’80 e dimenticata da allora. Saltavano agli occhi linee

nere orizzontali all’altezza di ogni piano che si univano ad altre verticali che invece scendevano dal tetto e davano la sensazione di essere vecchi rami di edere spolpati dall’inverno e dall’incuria. Ma a ben guardare erano crepe, alcune molto profonde, che s’erano portate via pezzi di intonaco. Carlo Figus abitava al secondo piano. Quando Rocco e Italo bussarono venne ad aprire

una donna sulla sedia a rotelle. La madre di Carlo. Il viso grigio e i capelli gialli con la ricrescita alle radici. Portava degli occhiali da vista viola e un vecchio cardigan con la faccia di Topolino cucita sul cuore. Aveva le mani bianche e piccole, e guardava i poliziotti con gli occhi spenti ed enormi dietro le spesse lenti da

miope. «Ci scusi signora

possiamo?» disse Rocco. La signora fece sì con la testa senza aggiungere una parola e con un’abile marcia indietro della carrozzella fece passare Rocco e Italo. Ma più che andare avanti di 50 centimetri non si poteva. La casa era piena di roba. Giornali, buste con vestiti, cuscini, un immondezzaio riempiva le stanze fin quasi al soffitto. I mobili, se c’erano, erano sommersi da quella valanga di oggetti che sembrava poter ingoiare gli inquilini da un momento all’altro. C’era solo un sentiero, per passare in mezzo alla trincea di roba accumulata, che serviva alla signora per muoversi con la sua carrozzina. La donna andò avanti e con un gesto invitò i poliziotti a seguirla. Italo e Rocco camminavano sul passaggio aperto nella discarica guardandosi intorno, non riuscivano a pensare a nulla. Non avevano mai visto

siamo

della

questura

una cosa simile, e sì che a cose assurde i poliziotti erano abituati. C’era persino un pezzo di un manichino, spuntavano la testa e le braccia. Sembrava un naufrago boccheggiante prima di essere ingoiato da quel mare di vecchi scarti. Vetri smerigliati, qualche libro, un pc, un tamburo, dei soldatini, e carte, un’infinità di carte e di quotidiani. Il corridoio portava in salone. Lì la roba si ammucchiava a ridosso dei muri lasciando al centro uno spazio di un paio di metri quadrati dov’erano sistemate due poltroncine di velluto verde, un vecchio televisore appoggiato a quella che una volta doveva essere una libreria e un piccolo tavolino con due tazzine e una zuccheriera. Intorno era un delirio di roba che copriva perfino l’unica finestra della stanza:

giornali, plastiche, un materassino sgonfio, un pezzo di un dondolo, vasi, ciotole, tubi, un appendiabiti, piatti, una lavagna. La puzza di muffa, funghi e terra bagnata appestava la casa. Italo già impallidiva. Rocco invece si sedette sulla poltroncina. «Volete un caffè?» furono le prime parole dette dalla donna. Aveva una voce sottile. «No, signora, grazie. Immagino lei sappia perché siamo qui». La donna annuì. «È tornato mio padre neanche un’ora fa. Ora è di là che dorme. Devo svegliarlo?». «Assolutamente no». «Chi paga?» chiese all’improvviso la donna guardando i due poliziotti. «Chi paga cosa?».

«Il funerale di Carlo mio. Chi lo paga?».

Italo guardò Rocco. «Il Comune, signora. Vedrà che riusciamo a fare le cose per bene. Vero, Italo?». «Sì!» assentì l’agente. «Chi mi aiuta però?». Per rispondere a questa domanda bisognava avere la verve di un deputato o la faccia come il culo di un baro. Rocco non era né l’uno né l’altro. Quindi non rispose. «Qualcosa Carlo portava a casa quando lavorava. Lui faceva il muratore. Ma mica trovava sempre lavoro. Ogni tanto sì. Ogni tanto no. C’è la pensione?». «C’è?» chiese Rocco guardando Italo. «Sì!» assentì nuovamente l’agente. «Io ho la pensione sociale. La mia e quella di papà. E insieme arriviamo a 800 euro. Ma la casa, le bollette. A me e papà poi ci servono le medicine. Non è che io posso andare avanti senza medicine. Guardate». E si tirò su la copertina che copriva le gambe. Meglio, i due monconi che restavano delle sue gambe. «Io senza medicine non ci posso stare».

disse Rocco. «Ma adesso qualcosa

faremo, vero?». «Sì». Italo ormai s’era incantato e si esprimeva solo con linguaggio olofrastico. Toccava a Rocco portare avanti la cosa. Dal suo agente che se ne stava ritto in piedi con gli occhi sgranati non poteva più venire nessun tipo di aiuto. La donna si ricoprì e rimase a guardarsi il grembo. «Le mie gambe. Una volta erano belle. Volete vedere?» e senza aspettare risposta girò la carrozzella e la spinse

«No, signora

»

verso una catasta di tende, vecchie lenzuola e sportelli di comodino. Si sporse in avanti e cominciò ad armeggiare in quel mucchio di roba alla ricerca di qualcosa. «Ma guardi signora, va bene, non si preoccupi, ci fidiamo!» disse Rocco. «Sì» fece Italo. «Ci crediamo. Parliamo di Carlo per piacere». «Ce l’ho qui da qualche parte» e senza aspettare sgusciò via dal salone. Rocco guardò Italo. «Ti stai sentendo male?». «Sì». «Vuoi uscire?». «Sì». «E allora vai. Aspettami giù. Ci vediamo fra dieci minuti». «Sì» disse Italo. Poi senza cambiare espressione fece dietro front e puntò dritto verso il corridoio e la porta d’ingresso. Un rumore assordante provenne da un’altra stanza. Quindi silenzio. «Tutto bene, signora?» gridò Rocco. Ma non ci fu risposta. Poi Rocco sentì la porta di casa chiudersi, segno che Italo era ancora vivo e aveva ritrovato l’uscita, e finalmente la madre di Carlo tornò in salone. A mani vuote. «Non le trovo più. Erano le mie foto del liceo. Non le trovo più». «Non si preoccupi. Sta bene. Sta bene così». La donna scoppiò a piangere. Divenne rossa e si nascose la faccia con le mani. «Perché?» chiedeva

singhiozzando. «Perché?». Ma Rocco non sapeva a cosa si riferisse. Se a Carlo, se alla sua vita, alla malattia, o solo al fatto che non trovava più le fotografie. O forse a tutt’e tre le cose insieme. «Prima dovevo morire io e poi Carlo. È così. Così è la vita. I figli devono morire dopo i genitori. E invece? Io sono ancora viva. Perché sono viva? Mio papà è vivo e mio figlio no?». Al vicequestore venne voglia di accendersi una sigaretta, ma ci rinunciò. Una scintilla lì dentro e poteva scoppiare un incendio di dimensioni bibliche. «Mi piaceva tanto Elisa. Era una brava figlia. E l’amava a Carlo. Poi se n’è andata. E Carlo a un’altra non l’ha trovata più. Lei è sposato?». «Ero».

«È sbagliato lasciarsi. Insieme uno si aiuta. Così invece, da soli. Non è un mondo fatto per stare da soli, lo sa? Lei deve tornare da sua moglie». Rocco annuì. «Mi cacceranno da casa, vero? Ci cacceranno a me e mio padre» disse ancora la donna. «Perché?». «Chi me li dà i soldi per l’affitto ora? Chi paga le bollette? E quando Adelmo morirà? Come faccio? Come? Guardi, ho solo questi!» e dalla tasca del cardigan tirò fuori dei bigliettini gualciti. «Solo questi». «Cosa sono?».

della pizzeria di Mimmo. Che manco ci

posso arrivare in sedia a rotelle».

«Buoni

Rocco si guardò intorno. Non sapeva come andavano le cose in questi casi. Forse l’avrebbero ospitata in una struttura pubblica? Con assistenza sanitaria? Queste domande non se l’era mai poste. «Carlo almeno 800 al mese li raggranellava, sa?» si stava pulendo gli occhi e il naso con un fazzoletto gualcito che teneva nella manica del cardigan mangiato dalle tarme. «Era bravo Carlo. Faceva il pittore e ne capiva pure di idraulica. Vuole vedere la sua stanza?». «No, signora. No». Rocco si alzò. «Ora io devo andare, ma le giuro che farò presente la sua situazione a chi di dovere. Glielo prometto». «Se ne va già?». «Devo andare a lavorare». «Mi torna a trovare?». «Sì» le promise. Che altro poteva fare? «Magari se mi chiama prima, metto un po’ in ordine». Rocco sorrise. Allungò la mano per salutare la donna che invece inopinatamente avvicinò la testa al palmo del vicequestore. Rocco prese un respiro e la carezzò sui capelli. Lei lo guardò con gli occhi ancora umidi di pianto e gli prese la mano portandosela alla guancia. «Arrivederci, signore». «Arrivederci, signora Figus». «Io sono la signora Rosset. Figus era mio marito». «Arrivederci, signora Rosset». La donna lasciò la presa. Rocco si girò e attraversando la montagna di rifiuti ritrovò la porta di casa.

Il serpente si era trasformato in un miliardo di formiche e Chiara le sentiva camminare e mordere dappertutto. Formiche nere, rosse, con le mandibole enormi a tenaglia che mi mangiano la pelle. Ce le ho dentro. Vanno su e giù, corrono, corrono con i fiammiferi

stretti fra le zampe, bruciano e mordono. Acqua. Voglio

l’acqua. Ho bisogno d’acqua. Ingoio

Ma non devo vomitare. Se vomito con la faccia nel

sacco è la fine. Che devo fare? Mi fa male

male! Puzza. Il sacco puzza di fango, muffa, e saliva. È la mia. Saliva vecchia. Per favore, per favore, le mani.

Mi devo grattare, mi devo togliere il sacco, devo

respirare. Mi fa male dentro. Quelle formiche del cazzo, levatemele! Levatemele! Voglio ghiaccio. Tanto

ghiaccio sulla patata. Mi passerebbe tutto. Voglio alzarmi, correre, correre via. Tuffarmi in mare. Sott’acqua. A fare le bolle. Nell’acqua fredda che

accarezza tutto e fa passare il dolore. Sono sott’acqua a

fare le bolle. Mi manca l’aria. Mi manca l’aria. Torno

in superficie. Soffoco. Devo togliermi il sacco dalla testa. Ora! Scosse il capo tre, quattro volte. Ma non c’era niente da fare. Il cappuccio non si sfilava. Ad ogni movimento brusco, le sembrava che il cervello sbattesse come marmellata contro le pareti del cranio. Ricominciò a piangere.

Perché? Perché sto qui? Che mi è successo? Che ho fatto io?

saliva e polvere.

mi fa

Piangeva e parlava. E più parlava, più si sentiva sola.

E più si sentiva sola, più piangeva. Come nonna nella bara. Con il fazzoletto sotto il

che naso

grande

nonna, e nessuno ti parla più. Nessuno ti accarezza più,

e nessuno ti guarda e ti pensa più. Dove sei andata,

nonna?

Era così morire? Non lo sapeva. Non si pensa a

quelle cose a vent’anni. Sono morta? No, non sono morta. Sento dolore e

dietro il sacco c’è un muro e sono legata. Sono viva e

mi fa male dappertutto, e mi brucia dappertutto. No,

non sono morta. Ma morirai, le disse una voce nascosta. Una voce sorda e sottile, senza anima, senza sesso. Morirai qui, legata come un salame Morirò. Morirò qui, da sola. Strinse le labbra per fermare le lacrime. Che non erano più lacrime di disperazione o di nervi. Erano lacrime vere. E facevano più male. Perché scendevano da sole silenziose, come un torrente. Chiara muore, Chiara muore, disse ancora quella voce. Sei giorni dopo sarebbe stato il suo compleanno. Diciannove anni.

ora ti chiudono dentro,

mento. Nonna, che hai? Mal di denti? Nonna

e che orecchie grandi

Carlo Figus era un poveraccio. Viorelo Midea forse anche peggio. Nel furgone a parte qualche attrezzatura

da lavoro non c’era niente di interessante. «Forse sto

sbagliando. Mi sono fissato con questa cosa della targa

e avevi ragione tu, Italo». «Cioè? Paura di prendere una multa?». «Capace. Capace che era solo quello». Rocco si alzò dalla scrivania e spense la sigaretta nel portacenere. «Vabbè, ci vediamo domani. Vai da Caterina?». «Sì. La febbre le è un po’ scesa». «Allora torna al lavoro!» disse Rocco entusiasta. «Un po’ scesa, mica è guarita». Il vicequestore prese il loden. «Stammi bene, Italo». «Vengo con te». L’agente spense il lume da tavolo che campava sulla scrivania «È permesso?» Scipioni s’era affacciato nella stanza. «Di’, Scipioni». «Non la volevo disturbare. Ma da sopra hanno mandato questi!» e consegnò un foglio a Rocco. «Che roba è?». «Sono i numeri del cellulare di Viorelo. Cioè, sono solo gli ultimi tre numeri che ha fatto, sugli altri devono lavorarci. Il tipo li ha cancellati tutti». «E la rubrica? Aveva numeri in rubrica?». «Solo una decina e tutti con il prefisso rumeno. Se gli vuole dare un’occhiata». Rocco guardò i fogli. Poi li passò a Italo. «Ti dispiace buttarmeli sulla scrivania? Ci penso domani». L’agente eseguì. «Grazie, Scipioni. Buona serata». «Altrettanto».

Il sole era tramontato in mezzo a una danza di nuvole rosa lasciando intendere che l’indomani sarebbe tornato a splendere in tutta la sua potenza primaverile. La

giornata volgeva al termine e l’unica cosa che Rocco desiderava era perdersi un po’ per Aosta prima di tornare a casa. Gli piaceva farlo ora che il tempo lo permetteva, girare un po’ senza meta, senza un impegno preciso. Star lì solo a respirare l’aria, guardare le facce dei passanti, i cani al guinzaglio, fermarsi a prendere le sigarette al distributore automatico. Gli venne il desiderio di chiamare Seba a Roma e vedere se c’era qualcosa in ballo. Qualcosa di interessante che lo facesse rientrare di un po’ di soldi. Ma era troppo stanco. Voleva solo guardare i palazzi, la porta romana e i volti della gente, il cielo che era diventato violetto, le montagne che per la prima volta da quando era ad Aosta sembravano sorridergli.

«Sei capace?» mi chiede Marina. Seduta sul divano. Ha la settimana enigmistica in grembo. Ora ha questa nuova fissazione. Fa le parole crociate a schema libero, quelle senza i neri per capirci. «No, non le so fare» le dico. Ed è vero. Al massimo so unire i puntini o annerire gli spazi. E leggere le barzellette. «Facile da capire. Nove lettere». «Chiaro?». «Nove lettere!». «Limpido?». «Allora sei scemo» mi dice. «Nove lettere. Comincia per p e finisce per o». «Preciso, no, sono sette. Che palle Marì non lo so». «Be’, faccio gli orizzontali intanto. Non mangi?».

Che mangio? Il frigo è vuoto, fa l’eco. C’è una carbonara surgelata. «C’è una carbonara surgelata». Marina scuote la testa e intanto scrive. «Perspicuo» dice all’improvviso. «Cosa?». «Facile da capire era perspicuo. Questo me lo segno anche sul bloc-notes. Bella parola». Facile da capire. Cos’è che mi vuole dire? «Che stai cercando di dirmi, Marina?». «Niente. Solo che è facile da capire». Sta a vedere che si riferisce a stanotte, che non sono tornato a casa. Ma no, non può riferirsi a quello. Lei lo sa. Quella è roba bassina, buona per me, per chi sta con le piante dei piedi radicate nella terra e nei pavimenti, non fa parte dell’aria, delle cose che si staccano e vengono portate dal vento. La padella frigge. Butto il contenuto della busta. S’alza il fumo. E si alza pure il profumo chimico della carbonara. Anche se questa roba giallastra sta alla carbonara come un trattore a una Ferrari. Io la so fare la carbonara. «Ti ricordi, Marì?». «Come no «La prima sera. Ti ho detto che ero un mago a fare la carbonara». Marina ride. Dio quanti denti che ha. Ci si riflette la luce sopra e se guardo bene forse mi ci rifletto anche io. Faceva schifo quella carbonara. «Te l’hai mangiata per pietà, vero?». Ride e non risponde. L’ha sempre fatto. Quando Marina ride non c’è posto per altro. Solo per il riso. Ed

è giusto. Secondo me quando si ride, si ride e basta. È il solo momento di libertà che abbiamo, in fondo. Quando ridiamo. Non c’è più. Non è più sul divano. Non è accanto a me mentre mangio la carbonara chimica, forse è a letto, forse è al bagno o forse più semplicemente è uscita. E fa male. Fa male l’assenza? No. Fa male la perdita. Che è altro dall’assenza. La perdita sa cosa ha perso. L’assenza può essere un vago sentore, un’emozione senza corpo e senza suono di qualcosa che manca e che non ho, ma che non so cos’è. La perdita, è quella che provo io, perché lo so. Ed è peggio dell’assenza. Perché quello che conoscevo e che tenevo fra le dita non c’è più. Non sarà più. È la stessa differenza che c’è fra Ray Charles e Stevie Wonder. Stevie è cieco dalla nascita, Ray c’è diventato. Ray sa cos’è vederci, Stevie no. Ray ha provato la perdita. Stevie l’assenza. Stevie sta meglio di Ray. Ci metto la mano sul fuoco.

Da quanto non beveva? Il tempo aveva perso senso e

direzione. Non c’era più luce nella stanza. Il mal di testa era aumentato. E le formiche continuavano ad andare su e giù. Ogni tanto sembravano fermarsi, ma poi riprendevano la gara.

A dolore si aggiungeva dolore. Si era abituata a

respirare lentamente ma il corpo era diventato una

massa rigida trafitta da punture di spillo. Devo dormire. Se dormo passa tutto. Se dormo non

sento più le formiche, le tempie, il fuoco.

La pipì. Ancora? Un’altra volta? Doveva farla. Da un po’ di tempo cercava di trattenerla, ma ormai non poteva più. Come faccio? Fa troppo male. Vi prego, per favore, venite a togliermi il sacco dalla testa. A farmi respirare. A darmi dell’acqua. Sete e pipì insieme. Non le era mai capitato. Devo farla. Adesso. Forse così annego tutte quelle formiche maledette. Forse spengo il fuoco. Sicuro, se la faccio spengo il fuoco e le annego. Dai, falla, che ti importa? Fattela addosso, disse la vocina. È un attimo e passa tutto. Da seduta? Devo farla seduta? Mi sporco. Mi sporco tutta. Non ce la faccio. Non posso farmi la pipì addosso. Era un incubo che nei primi anni di vita l’aveva minacciata quasi ogni notte, si svegliava con il terrore

di aver pisciato nel letto. Ma era una cosa antica,

passata, finita. Non pensava di doverci tornare su. Forza, dai, è un attimo. Resisteva. Ma ormai era allo stremo. Stava per esplodere, doveva mollare. E la puzza? La puzza mi ucciderà! Strinse le labbra e si lasciò andare. Sentì il rivolo

caldo accarezzarle le cosce e scendere lentamente lungo

le gambe, sui polpacci fin dentro le scarpe, Chiara

ricominciò a piangere. Se l’è fatta addosso! Se l’è fatta addosso! Chiara si è fatta la pipì addosso. La canzonava. Ah ah ah

vergogna vergogna vergogna, ha diciott’anni e si

piscia addosso! «Zitta! Zitta!» gridò fra le lacrime. «Stai zitta!». Non c’è la mamma a pulirti? Dov’è Dolores? Ti hanno lasciato sola? «Devi stare zitta ho detto!» urlò con la voce tra i singhiozzi. Ora è tutto appiccicoso, vero? È appiccicoso e

puzza

«Lasciami in pace» disse Chiara con un filo di voce. Non ti voglio più ascoltare. Vattene. Vattene via. E le formiche non si sono mosse. Stanno lì. E mi brucia ancora di più. Devo dormire. Se dormo il dolore se ne va, la puzza se ne va, e respiro. E quando mi sveglio trovo mamma e papà. O quello che ti ha portato qui.

Chi? Non è che ci sei arrivata da sola, qui. Un po’ d’acqua. Solo un sorso. Mi basta solo un

sorso e me ne sto buona buona. L’acqua? Vuoi un po’ d’acqua? Quanto pagheresti un bicchiere d’acqua? Me lo daresti il biglietto degli Alt-J?

». La testa smise di martellare, le palpebre di Chiara si chiusero e la ragazza cadde in un buco buio e profondo.

peggio di una stalla

sei una mucca tu?

«Ti

darei

casa

Martedì

Aveva preso sonno da un’oretta quando il citofono gracchiò. Rocco saltò su con il respiro mozzato. Si guardò intorno. Era nel suo letto. Nella sua stanza. A casa sua. Fuori il cielo era nero d’inchiostro. Cosa l’aveva svegliato? Fu il secondo suono sgraziato a chiarirgli le idee.

guardò l’ora sulla sveglia. L’una

e un quarto. «Ma chi è?». Si alzò dal letto e a piedi nudi raggiunse il citofono.

Aggiustandosi i boxer sollevò la cornetta. «Chi è?».

«Vicequestore?» la voce di un uomo. «Mi scusi l’ora.

«Ma porca troia

»

È

una cosa urgente». «Ma si può sapere chi è?». «Pietro Bucci Rivolta». «Chi?». «Pietro Bucci Rivolta. Ci siamo conosciuti alla festa

di

Nora». Cazzo no, pensò Rocco. L’architetto. Quello che lui

credeva fosse l’amante di Nora e che invece era l’uomo

di Anna. Che vuole questo? No! Una scenata di gelosia

all’una di notte non l’avrebbe retta. «Ma che

succede?».

«È una cosa importante

dispiace disturbarla

».

lo

so

che

è

tardi,

mi

«Mi ha già disturbato. Scendo io. Mi dia cinque

minuti». Tornò in camera e si rivestì velocemente.

S’era alzato un vento scuro che aveva abbassato la

temperatura. La strada era deserta. Pietro Bucci Rivolta era chiuso nel suo giaccone. In testa portava una coppola a scacchi. Appena vide Rocco uscire dal portone gli andò incontro sorridente. Segno che la sua era una visita pacifica. «Mi dispiace» disse allungando

la

mano. Rocco gliela strinse. «Ma è una cosa che non

ci

sta facendo dormire». «E che ora non fa dormire neanche me. Che

succede?».

«Innanzitutto come sta Nora?».

credo bene». La domanda l’aveva spiazzato.

La prendeva alla larga l’architetto. La domanda che s’aspettava era: come sta Anna? «Me la saluti quando la vede. Io però sono venuto qui a dirle una cosa molto importante. Lei è un poliziotto, anche molto bravo a quanto dice Anna ricorda Anna?». Rocco fece una faccia vaga come se cercasse nei cassetti della memoria chissà quale oggetto dimenticato da chissà quanti anni. «L’amica di Nora? Quella bruna, no?» vergognandosi della squallida pantomima che stava facendo, ma anche inorgoglito dal fatto che Anna comunque lo considerasse un buon poliziotto.

«Bene

«Esatto. Allora proprio Anna mi ha consigliato di venire da lei. E mi scuso ancora per l’ora. Ma secondo me è grave». Rocco Schiavone guardava l’architetto. Si sentiva una merda al cospetto di quell’uomo innocente, distinto, elegante e di bell’aspetto. «Ho bisogno di parlarle, Schiavone. Le posso offrire qualcosa?». «A quest’ora? Che trova aperto ad Aosta?». «Ettore è ancora aperto. C’era un addio al nubilato».

«E va bene». Rocco con uno sbadiglio salutò il sonno che ormai se n’era andato per sempre. «Aspetti» lo fermò l’architetto. Si voltò e fece un gesto. Lo sportello di una Mercedes parcheggiata poco distante si aprì e dalla macchina scese una ragazza con i capelli lunghi. La ragazza si chiuse lo sportello alle spalle e con le mani sprofondate nelle tasche di un giubbotto corto e striminzito si avvicinò a Rocco e all’architetto avanzando su degli scarponcini alti alla caviglia. Appena raggiunse i due uomini sorrise. «Salve». «Mia figlia. Giovanna» disse Bucci Rivolta. «Salve» fece Rocco. E la guardò. Una ragazza di una bellezza sconsiderata. Talmente bella che non poteva essere messa nel novero delle ragazze belle ma passava di diritto al gruppo delle Creature, entità superiori che non hanno niente a che spartire coi comuni mortali. «Se

sono qui» disse l’architetto «

è per lei».

Ettore

aveva

portato

due

bianchi

ai

vecchi

e

a

Giovanna una coca. Era stato l’architetto a scegliere il tavolo più lontano dall’ingresso. Anche lui era un habitué del locale avendo lo studio sulla piazza. E probabilmente aveva assistito alla scenata di gelosia di Nora dalle sue finestre, chissà. Rocco ancora non s’era abituato all’idea che c’è una differenza sostanziale fra una città di 40.000 abitanti e una di 4 milioni e rotti. «Allora, dottor Bucci Rivolta «Pietro». «Va bene. Pietro, che succede?». «Giovanna, racconta». La ragazza, incoraggiata dal padre, bevve un sorso di coca, posò il bicchiere e guardò Rocco coi suoi occhi verde smeraldo. Si aggiustò i lunghi capelli lisci e attaccò. «Il fatto è che secondo me c’è un problema con Chiara». «Chi è Chiara?». «La mia migliore amica. Ieri sera siamo andate allo Sphere». Gli occhi di Rocco erano due punti interrogativi. «È una discoteca sulla strada per Cervinia» chiarì Giovanna. «Eravamo io, Chiara, Max il fidanzato di Chiara e suo cugino Alberto, venuto da Torino». Rocco fece un gesto per dire «va’ avanti». «È stata una serata molto bella. Alla fine Max ha accompagnato Chiara e Alberto è venuto con me». Rocco guardò l’architetto che non faceva una piega. Ascoltava sua figlia. «Alberto mi ha accompagnato a casa e se n’è andato a dormire da Max».

«E fin qui

»

disse il vicequestore.

«Infatti. Oggi però Chiara non è venuta a scuola». Rocco alzò le spalle. «Succede. Magari è malata». «No. Perché oggi c’era la prova di italiano. L’ultima. Poi quest’anno abbiamo la maturità. E Chiara non poteva mancare. Io pure ho pensato fosse malata». «L’hai chiamata al telefono?». «Sì. Ce l’ha staccato da ieri sera. E allora sono andata a casa sua. Ma a casa non c’era». «Come?». «Sua madre mi ha detto che non c’era. Io ho chiesto a sua madre dove fosse e la signora mi ha risposto che era dalla nonna». «Immagino» fece Rocco «che tu sia andata anche dalla nonna». «Difficile» si intromise l’architetto, «dal momento che delle due nonne di Chiara una è morta sei anni fa, l’altra vive a Milano». «E allora sarà andata a Milano, io non capisco qual è il problema» fece Rocco che cominciava ad innervosirsi. «Non c’era dalla nonna. L’ho chiamata» disse Giovanna. Finì la coca e guardò di nuovo il vicequestore. «La nonna di Chiara è ad Abano Terme. Me l’ha detto la cameriera». «Allora senti un po’ come la vedo io» disse il vicequestore scolandosi il bianco. «Chiara se n’è stata tutto il giorno col suo Max e ha inventato una bugia alla madre perché non voleva farsi scoprire. Ha staccato il telefono per non farsi beccare dai genitori e

stamattina, cioè fra qualche ora, la vedrai a scuola bella tranquilla e riposata». «No, dottore. Anche Max non la vede da ieri sera». «Diglielo, Giovanna». La ragazza guardò suo padre. «Chiara ha un cellulare, un iPhone. E ha un guscio con la bandiera americana. Io il suo cellulare l’ho visto sul mobile d’ingresso a casa sua mentre parlavo con la madre». Rocco annuì. L’architetto lo fissò negli occhi: «Una ragazza di 18 anni che si stacca dal suo cellulare per un giorno intero?». «Peggio» aggiunse la figlia, «lei il cellulare ieri sera l’aveva alla discoteca. Quindi a casa è tornata. Solo che ora dov’è?». «Io penso che una risposta ci sia. E credo «Non è finita» l’architetto interruppe il vicequestore. Si mise una mano in tasca e mostrò due tagliandi colorati a Rocco. «Cos’è?». Fu Giovanna a rispondere. «Domani sera c’è il concerto degli Alt-J a Milano. Io e Chiara lo aspettiamo da mesi. E Chiara gli Alt-J non se li perderebbe per niente al mondo. Sa quanto ci ho messo per trovare i biglietti?». «Non facevano altro che parlare di questo concerto, dottore. Ascolti me, c’è qualcosa che non va. Cosa non lo so. Ma non mi piace per niente». «Insomma, secondo voi Chiara è sparita». «Chiara è sparita» aggiunse Pietro Bucci Rivolta «e i genitori non dicono niente. Io Pietro e Giuliana li

conosco da anni. Ho anche lavorato con loro. Sono andato alla villa con una scusa alle nove e mezza. Pietro non c’era, Giuliana non s’è fatta vedere. Mi sono fatto una chiacchierata con la filippina. Il cellulare della figlia non era più sul mobile dove Giovanna l’aveva visto, in più la filippina è scoppiata a piangere all’improvviso. Mi creda Schiavone, c’è qualcosa che non va».

Il vicequestore si alzò dalla sedia. Fece due passi

verso la porta del bar. Allargò le braccia. «Questa

famiglia «Berguet?». «Esatto. Mi dica di più».

«Pietro e Giuliana Berguet hanno una figlia, Chiara,

e una società, la Edil.ber. Costruzioni. Gliel’ho detto, ho collaborato a un paio di progetti con loro. Fanno

case, ponti, hanno lavorato all’aeroporto «Bella roba quella» commentò Rocco. «Già» ammise Pietro. «Insomma, sono dei

costruttori». «Sono ricchi?» chiese il vicequestore che un’idea se

».

la

stava facendo.

«Parecchio».

E quel parecchio fu un cazzotto allo stomaco di

Rocco. «Allora ci siamo». Tirò fuori il portafogli. Pagò

il conto. «Che ore sono?».

«Quasi le due, dottore». «Ecco, mettiamolo agli atti» fece Rocco con aria solenne. «Alle due di un martedì mattina di maggio al vicequestore Rocco Schiavone di stanza ad Aosta da

ben nove lunghissimi mesi piomba l’ennesima rottura

di

coglioni di decimo grado!» disse ad alta voce. Pietro

e

Giovanna lo guardavano senza capire. Non potevano

sapere, come quelli che lavoravano o avevano a che fare con Rocco Schiavone da settembre, che il vicequestore aveva una graduatoria tutta personale di quelle che lui definiva rotture di coglioni. Cioè le incombenze e i casi quotidiani che lo indispettivano e gli rendevano la vita un inferno. Italo Pierron addirittura ne stava facendo una raccolta per esporli

nella bacheca della questura, in modo che fosse chiaro

a tutti cosa dire e cosa non dire al «capo». Le noie o

rotture di coglioni partivano dal sesto grado a salire. Fra quelle più leggere, appunto il sesto grado, c’erano gli idraulici o i muratori che tendevano a non rispettare mai un orario promesso, gli zero dell’Iban, le moto

smarmittate, le penne vecchie quando aveva bisogno di scrivere un appunto velocemente. Al settimo grado si trovavano le cacche dei cani sul marciapiede, perdere il segno del libro, il finger food. All’ottavo c’erano le letterine di Equitalia, ma dopo aver querelato uno degli impiegati quelle s’erano fatte più rare dei granchi blu reali, andare a messa, cosa che non faceva dal 1980, la sabbia nelle vongole, il vino che sa di tappo e pranzare dopo le due. Al nono grado le sfuriate meteorologiche,

freddo neve vento tempesta e grandine, i cretini, andare

a votare e le carie. Al decimo grado, sovrano e

imperiale, c’era il massimo delle rotture di coglioni che

la vita poteva riservargli: il caso sul groppone. E quel

martedì di maggio Rocco aveva capito che davanti a lui

si ergeva immensa e improcrastinabile una rottura di decimo grado. Quando uscirono aveva appena cominciato a piovere. «Vuole un passaggio a casa?». «Casa? A fare che? Ormai la stalla è aperta e i buoi sono scappati. Mi porti in questura, per favore». Salì sulla Mercedes dell’architetto diretto in ufficio. Erano le due e dodici minuti del mattino.

Alla porta c’era l’agente Casella. Che appena vide il vicequestore sorrise: «Dottore? E che fa in ufficio a quest’ora? Non riesce a dormire?». «Già. E siccome non dormo io, non dorme pure qualcun altro. Dove sono Deruta e D’Intino?». «Non lo so. Li ha mandati in giro per la città, secondo me a quest’ora sono a letto». «Svegliali e digli di muoversi!» non era un reale bisogno del duo comico che mosse il vicequestore a dare quell’ordine, ma puro e semplice desiderio di vendetta. «Li faccio venire in questura?». «No, gli dici che non mi hanno relazionato e che non è il caso di riposarsi ma cercare quello che sanno». «Riferirò!» fece Casella alzando il ricevitore.

Rocco si scaraventò nel suo ufficio. Afferrò il telefono. Parecchi squilli dopo alzarono la cornetta.

«Pr

«Sento che la voce va meglio, ispettore Rispoli. Ti sei tolta la molletta dal naso?».

pronto?».

«Do

dottore, è lei?».

«Sì, sono io e sono le due e venti. T’è passata la febbre?».

«Ieri sera, cioè qualche ora fa avevo

«Cos’è? Prendi gli antibiotici?». «No, l’echinacea. Mi curo con l’omeopatia». «Funziona?».

37 e mezzo».

«Con me sì». «Io una volta ho curato il raffreddore con la brionia. Mai provata?».

«Mi scusi dottore, lei mi chiama come sto alle due e venti di notte?». «E anche se fosse?».

«La troverei una premura di una persona gravemente danneggiata nella psiche, glielo dico sinceramente». Caterina si stava svegliando. «Vero? Invece no. In realtà io cerco Italo. Che è lì, dimmi di sì». Si sentirono dei rumori, poi la voce di Italo sorse dal

profondo come un’oscura entità sottomarina. «Dica «Devi venire in questura».

per chiedermi

».

« alle due?».

«Alle due. C’è una cosa brutta». «E posso sapere cos’è?». «No. Sorpresa». «È un decimo grado?» chiese Italo con un filo di voce. «Pieno, Italo mio, pieno. E non possiamo perdere tempo».

«E la nonna ad Abano Terme?».

«Ho chiamato l’albergo. Registrata da sola, senza nessuna nipote al seguito, come era prevedibile». «Sì, ma che facciamo alle tre?». Rocco spense l’ennesima sigaretta di quella mattina da incubo. «Abbiamo due alternative. Sta a noi decidere come agire. La prima è svegliare il giudice e richiedere il permesso di mettere i telefoni sotto controllo, parlare col questore e poi con la famiglia e esporre la ragazza a un rischio pazzesco perché qualche giornalista può presentarsi in questura o in procura». «Vero. Lo sport preferito nelle procure è quello di

vomitare notizie riservate». Italo abbassò la testa come

a cercare una soluzione. Poi la rialzò con lo sguardo

poco convinto. «La seconda?». «Andiamo a fare una visita a casa Berguet». «A quest’ora?». «Alle sei». «E fino a quell’ora che facciamo?». «Un sacco di cose. Io però avrei bisogno di Caterina.

Ha ancora la febbre?». «Un po’. Però forse in ufficio può stare. D’Intino e Deruta?». «Per ora li ho solo svegliati e li ho mandati in giro». «Perché?». «Perché li odio. Ora vieni con me, ci serve un cavallo

di troia».

«Un Rocco non rispose. Aveva già afferrato il loden e a passi spediti era uscito dall’ufficio lasciando tutte le luci accese. A Italo Pierron non rimase che seguirlo.

Schiavone aveva parcheggiato l’auto davanti alla casa in località Porossan, un villino che risaliva agli anni Venti. In pietra e legno traboccante di fiori circondato da un bosco di abeti. Era ricoperto di glicini che si arrampicavano fino al piano superiore e tempo qualche giorno come fucili avrebbero esploso i loro grappoli viola. Quella era la bella residenza dei Berguet. Sprofondata nel buio delle quattro del mattino. Rocco e Italo si avvicinarono ad un’auto blu. «Che vuoi fare, Rocco?». «Questa è la Suzuki Jimny di Giuliana Berguet?». «Sì, come risulta alla motorizzazione» rispose Italo. «Ma perché?». «Auto molto carina, troppo costosa e che personalmente non amo. Rumorosa e poco agile sulla strada. Nasce come fuoristrada, e sui terreni impervi si comporta benino». «Rocco, io non me la devo comprare, voglio sapere che dobbiamo fare qui alle quattro di mattina!». Per tutta risposta Rocco infilò un oggetto metallico appuntito nella serratura dell’auto. Aprì la portiera e sorrise a Italo. «Seguimi con l’auto di servizio» e montò su quella di Giuliana Berguet. Mentre raggiungeva la sua auto, Italo sentì il rombo del motore Suzuki echeggiare nel silenzio dell’ora antelucana. Scuotendo la testa ebbe ormai la certezza che Rocco Schiavone aveva sbagliato mestiere.

Dopo

una

mezz’ora

di

strada

sulla

statale

26

arrivarono a Saint-Nicolas. Rocco frenò. Scese dall’auto. Afferrò una pietra e spaccò i due fari anteriori. «Ma che è scemo?» disse a mezza voce Italo che lo aspettava sull’auto di servizio. Pulendosi le mani Rocco lo raggiunse. «Ma che hai fatto?» chiese Italo. «Che bastardi! Hanno rubato l’auto e l’hanno lasciata sfondata a 30 chilometri da Aosta. Ma per fortuna l’amico tuo della polstrada, quello che ti batte a

biliardo, come si chiama? Umberto?». «Sì». «L’ha ritrovata quassù. S’è insospettito perché è stata chiaramente vandalizzata. Che colpo di fortuna». Italo guardava Rocco senza capire. «Ma gli hai fatto

un danno!».

«A parte che c’è l’assicurazione, poi sono costruttori.

A occhio e croce 400 euro per aggiustare la macchina

ce l’hanno. Ora tu chiami Umberto e gli dici tutto. È uno in gamba Umberto, vero?». «Molto in gamba». «Quindi sa tenerlo un segreto?». «Può fare altrimenti?». Rocco ci pensò su una manciata di secondi. «Non credo. C’è sempre qualche bell’incrocio da sorvegliare a Secondigliano. Forza, chiamalo, possibilmente mentre guidi e torniamo in città. Puoi fare le due cose insieme?». «Credo di sì. E credo anche che al contempo potrei masticare una gomma americana. Ma ancora non ho

capito che stiamo facendo «È il cavallo di troia!» e detto questo il vicequestore infilò la mano nella tasca di Italo afferrando il pacchetto di sigarette. Storse il naso ma ne accese comunque una.

Alle sei l’ispettrice Caterina Rispoli entrò nell’ufficio di Rocco Schiavone avvolta in una sciarpa che le lasciava fuori solo gli occhi. Odorava di fresco e pomate all’eucalipto. In piedi, accanto al vicequestore c’era l’agente Scipioni con la barba lunga di un giorno. Italo invece se ne stava seduto sulla poltroncina davanti alla scrivania.

Caterina salutò i tre uomini con un filo di

voce. «Sembri una berbera» le sorrise Rocco. «Prego, siediti e scusami Caterina prese posto accanto a Italo. Lo sguardo apprensivo dell’agente non sfuggì a Rocco. La ama proprio, pensò. Il vicequestore si sfregò le mani. Fuori splendeva una tenue luce mattutina. «Bene, ora che siamo qui mi dovete ascoltare. C’è una cosa grave che soltanto noi quattro in tutta la questura dobbiamo conoscere. Ho fondati sospetti che una ragazza di nome Chiara Berguet sia stata rapita». Scipioni e Rispoli sgranarono gli occhi. Caterina ci mise anche un colpo di tosse. «Ma ovviamente non c’è stata denuncia. Ora, come pensavo di agire?».

«Salve

»

«Immagino senza dire niente in procura e al questore?» chiese Antonio Scipioni. «Bravo Antonio. Ma ti prego, se c’è una cosa che odio sono le domande retoriche». «L’ho fatta?» fece imbarazzato il poliziotto. «Sì. L’hai appena fatta. In questo gruppo di lavoro non sono ammesse domande retoriche. Andiamo avanti. Allora, io ho bisogno che tu Caterina mi porti tutte le informazioni possibili sulla Edil.ber, società di costruzioni della famiglia. Fatturato, ordinativi, situazione finanziaria, tutto». Caterina annuì. «Antonio, stai accanto a Caterina. Sul campo. Se c’è da andare a fare una visita a qualcuno prima ne parlate con me, poi, visto che la nostra Rispoli è febbricitante, andrai tu. Tutto chiaro?». Antonio Scipioni annuì senza parlare. Ancora non gli era chiara la storia delle domande retoriche. «Io e Italo invece puntiamo la famiglia. E vediamo di cavarne fuori qualcosa». «Se un collega ci fa domande?» chiese Caterina. «Inventate una roba qualunque. State lavorando per me. Alla ricerca di documenti per la finanza, tasse «Transazioni sospette contabilizzate dall’assessorato ai lavori pubblici nell’ambito dell’operazione fil rouge guardia di finanza al confine svizzero?» azzardò Scipioni. Rocco lo guardò serio. «Nel circuito facente funzione, però!», poi gli dette una pacca sulla spalla. «L’ho sempre saputo che potevo contare su di te,

Antonio! Ora vi mando caffè e brioches dal bar. Lavorate direttamente qui, nella mia stanza. Una sola cosa. Quel cassetto della scrivania chiuso a chiave deve rimanere chiuso a chiave, siamo intesi?». Rispoli e Scipioni annuirono. Rocco si tastò in tasca lo spinello che aveva prelevato proprio da quel cassetto dieci minuti prima senza il quale la giornata non avrebbe ingranato, e insieme a Italo lasciò finalmente l’ufficio.

Era rimasto in agguato per un sacco di tempo. Immobile, attento. Poi l’aveva visto spuntare dai rovi accanto alla casa. Un balzo, ma quello era stato più veloce e s’era infilato in una crepa del muro, troppo piccola per lui. Indugiò ancora ma si stufò subito e andò ad accucciarsi davanti al vetro fuligginoso del vecchio casolare. Aveva guardato dentro. Semmai quel topo si fosse rifugiato proprio lì. Non c’era nessun topo. C’era una ragazza. In mezzo alla stanza. Dormiva seduta su una sedia con la schiena attaccata ad una colonna di cemento. Aveva le mani legate alla spalliera e la testa era nera senza occhi né bocca. Si grattò dietro l’orecchio, le ortiche lo avevano punzecchiato durante l’imboscata. Si passò la lingua prima sulla zampa sinistra, poi sulla destra. Annusò l’aria. Si alzò, si stiracchiò e lasciò quella vecchia casa attraversando i prati. Il campanellino attaccato al collare rosso suonava ad ogni passo. Buono per i serpenti. Ma era ancora presto. Quelli arrivano d’estate. Casa sua era dopo la collina. Non aveva voglia di

tornarci. Camminava tranquillo sfiorando tarassachi, genziane e trifogli. Pietre con il muschio circondate da margherite. Ce n’erano tantissime. Annusò. Era passata una volpe. Sicuro. Fare attenzione. In alto una cornacchia gracchiò un paio di volte. Era arrivato sulla sommità della collina. Vedeva il giardino di casa sua e il tetto col gallo di ferro. Una lucertola rapida gli passò davanti. Lui neanche la guardò mentre quella spaventata si andava a nascondere sotto la pietra muschiosa. Gengis Khan aveva solo un anno. E c’era qualcosa che lo attirava lontano da lì, dalle quattro mura domestiche. Non poteva essere la caccia a quel topo schifoso o inseguire lucertole stupide e veloci. No. Senza quella strana sensazione il topo l’avrebbe preso almeno dieci volte. Invece era una sonnolenza mista a desiderio. Quel giorno di maggio Gengis Khan sentiva un profumo diverso. Un profumo di carne e fiori, di selvatico e di zucchero. «Gengis, dov’eri finito? Mamma ti ha fatto la pappa!». La vecchia aveva messo la scodella per terra. Ma di mangiare non aveva voglia. C’era quell’odore, e una pressione proprio sotto la coda che lo spingeva a muoversi. Con un salto superò di nuovo lo steccato e puntò dritto verso la strada. «Gengis, la pappa!». «Ma non lo vedi che è in amore? Lascialo fare. Tornerà quando s’è sfogato!» rispose il vecchio sorridendo, mentre rimetteva a posto delle cassette di frutta in giardino. «Beato lui!» e buttò un’occhiata a

quella macchia rossa che saettava nell’erba. La moglie lo guardò e gli sorrise.

Avevano fatto colazione da Ettore, mandato una caraffa di caffè e quattro brioches a Caterina e Antonio, Rocco s’era fumato lo spinello, Italo una sigaretta e finalmente erano arrivati davanti casa Berguet. Mancavano venti minuti alle sette. Umberto della polstrada era lì ad aspettarli. «Bene» fece Rocco scendendo dall’auto, «con Umberto è più credibile, no?». «Sì» borbottò Italo, che lasciò i finestrini aperti. La tappezzeria puzzava di cannabis. «E questa storia della canna?» chiese a Rocco. «Mi fa bene. Apre i centri nervosi, mi riconcilia con la giornata di merda e mi dà la forza per campare. Ti basta?». «Sì» rispose Italo. Ad ampie falcate Rocco raggiunse Umberto. Gli strinse la mano: «Sai già tutto?». «Certo, dottore». «Il numero di telefono di Berguet, ce l’hai?». «Sì». Rocco gli consegnò il suo cellulare e i documenti dell’auto. «Ecco. Prego, diamo inizio alla recita». E i tre si avviarono verso la porta di casa. Passò un minuto buono prima che qualcuno venisse ad aprire. Una filippina con una divisa a righe bianca e rosa, alta poco più di un metro, guardò seria i tre poliziotti. «Che c’è?».

«La signora Giuliana Berguet è in casa?». «Che volete?». «Polizia. Le dobbiamo parlare». «Ora siniora dorme». «Tu vai e sveglia?» fece Rocco sorridendo. «No so perché se dorme non vuole essere sviliata». Rocco tirò un respiro profondo. «Come si chiama lei?». «Siniora?». «No, lei lei!» e la indicò. «Dolores». «Dolores, vai a sviliare la siniora. Non vedi che il siniore, cioè io, si sta innervosendo forte forte?». La filippina sembrò barcollare, poi si fece di lato e lasciò passare i poliziotti. «Aspettate qua» fece la cameriera e ciabattando sparì dietro una porticina. La mano dell’architetto nell’arredamento era ovunque, perfino nell’odore di cannella che si percepiva. Stile classico, un po’ pesante, fatto di stoffe, tessuti alle pareti, broccati, specchi in foglia d’oro e grandi tappeti persiani. Un «Des Bains» rivisitato, ma aveva il suo fascino. Alle pareti una sequela di paesaggi primi Ottocento, qualcuno talmente scurito dal tempo che non si distinguevano più colori e segno. Sopra la porta di vetro del salone campeggiava una natività del Cinquecento che da sola valeva tutto il villino. Italo e Umberto si guardarono intorno. «Mica male, eh?». «Direi di no» fece Rocco. «Un po’ pesante, ma ha il suo perché».

«I pavimenti sono di marmo?». «Veneto» aggiunse Rocco. «E quello?» Umberto indicò una scrivania intarsiata. Rocco la osservò da vicino. «Questo è un bureau Mazarin. Potrebbe essere noce. Gli intarsi sembrerebbero avorio». «Roba costosa?». «Sotto i 20.000» fece Rocco soddisfatto mentre i due poliziotti ingoiavano un grumo di saliva. «Come fa a sapere ’ste cose, vicequestore?» chiese Umberto. «A mia moglie piacevano». «E ora non le piacciono più?» domandò innocente l’agente della polstrada. Italo rifilò una gomitata all’uomo che non ne capì il motivo ma si astenne dal fare ulteriori domande. Dolores tornò guardando torva i poliziotti. «Siniora ora arriva». «Grazie, Dolores. Tante care cose» e la donna si infilò in una porta a battente che doveva essere la cucina. «Dottore» attaccò Italo, che di fronte ad altri poliziotti tornava ad un «lei» più formale, «ma perché stiamo facendo questo?». «Guardati intorno, raccogli dettagli, impressioni e ascolta. Il nostro lavoro è tutto lì». Distrattamente Rocco si avvicinò ad un étagère di legno e marmo posizionato proprio davanti alla porta d’ingresso. Aprì un cassetto. Dentro c’era il cellulare di Chiara Berguet, quello con il guscio dipinto come una

bandiera americana. In un piatto d’argento c’erano

pochi spiccioli, un mazzo di chiavi con un ciondolo a forma di emme e un curioso spinotto di plastica, un fermacarte dorato, un mucchietto di elastici. Sul piano

in ordine accanto a un telefono cordless c’erano delle

bollette, un foglio dattiloscritto firmato dal sindaco di Aosta e un bloc-notes. Italo osservava il capo armeggiare intorno a quegli oggetti. Gli parve di vederlo strappare un foglietto verde dal blocchetto degli appunti e infilarselo in tasca.

Appena in tempo, perché Giuliana Berguet spuntò dalla

porta del salone. Alta e magra, capelli ricci, pantaloni

di lino e una maglietta a maniche lunghe. Sorrideva ma

sotto lo strato di trucco che s’era appena passata si percepiva una quintalata di occhiaie. Gli occhi erano spenti, spaventati, inutilmente cercava di darsi un’aria

sicura e tranquilla da gran dama del castello. Le guance erano prive di colore, a parte quello sintetico del fondotinta, e un po’ risucchiate all’interno. A occhio e croce non dormiva da parecchie ore e sembrava potesse svenire da un momento all’altro. «Signori, che cosa posso fare per voi?». «Vicequestore Rocco Schiavone, questura di Aosta».

E Rocco allungò una mano verso Umberto che gli

consegnò i documenti dell’auto. «È sua una Suzuki

Jimny blu targata

La signora annuì. «Perché?». «Il nostro agente della polstrada l’ha rinvenuta

dove?». «A Saint-Nicolas

»

lesse il libretto «DD 343 AF?».

un po’ ammaccata» disse Umberto.

«Ma com’è possibile?» fece Giuliana Berguet. «Io

È mio cognato Marcello ad usarla

e sono sicura che ieri l’ha parcheggiata sotto casa «E stamattina era laggiù a Saint-Nicolas» disse Rocco. «Ora noi sospettiamo una cosa» e lasciò cadere la frase nel silenzio del corridoio osservando attentamente il viso della donna. Deglutiva e con la mano destra teneva ferma la sinistra stringendola così forte da non far passare il sangue. «Cosa sospetta, dottore?». «Che quest’auto sia stata usata per una rapina che c’è stata stanotte ad una gioielleria giù in centro». Giuliana annuì. E a Rocco parve tirasse un respiro di sollievo. «Suo marito è in casa?». «No!» rispose Giuliana con la prontezza che da bambini si usava per dire «Tana!». E come a contraddirla un uomo sbucò dall’altra parte del corridoio. Rocco, Italo e Umberto si voltarono a guardarlo. «Chi sono i signori?». «Sono della polizia» si affrettò a rispondere Giuliana. «Hanno ritrovato la macchina a Saint-Nicolas. Pare che stanotte l’abbiano rubata per fare una rapina in una gioielleria». «E cosa glielo fa credere?» fece l’uomo puntando gli occhi sui poliziotti. Rocco avanzò un passo verso di lui:

non la uso quasi ma

cosa

«Vicequestore Schiavone, questura di Aosta». «Piacere. Marcello Berguet. Sono il cognato della signora, il fratello di suo marito». «Ah, lei è quello che ieri sera ha usato la macchina?».

«Certo, la uso quasi sempre io. E sono sicuro di

averla parcheggiata sotto casa. Aosta ha un sacco di

disse

sorridendo. «Insomma, perché è convinto che l’auto sia

stata usata per una rapina?». «Una telecamera a circuito chiuso ha ripreso tutta la rapina. Hanno sfondato la vetrina con il muso della macchina della signora».

fece l’uomo. «Be’, noi eravamo

qui stanotte. E io le giuro di averla parcheggiata proprio

sotto casa». «Lo so» e Rocco sorrise. «Lo so, non credo voi siate sospettabili come autori di un furto a una gioielleria. Insomma, non mi sembra abbiate bisogno di spacciare gioielli rubati, no?». Giuliana e Marcello risero forzatamente. «No no,

direi di no». Rocco guardò l’agente della polstrada: «Lei può andare agente e grazie dell’aiuto!». Umberto, fedele al copione, salutò militarmente il vicequestore, un sorriso a Giuliana e Marcello, poi infilò la porta di casa. «Allora» riprese Schiavone, «signora, le devo chiedere di seguirmi in questura. Ci sono un po’ di cose noiose da fare. C’è di mezzo un reato insomma. Spero di prenderle pochissimo tempo».

problemi, non quelli del parcheggio però

»

«Ma pensa un po’

»

«Ma vede, io avrei da

».

Giuliana guardò il cognato che rimaneva congelato

senza sapere che fare. «No, io non posso venire con voi. Insomma, prima

avrei degli impegni. Posso

secondo momento?». «Signora Berguet» fece paziente Rocco, «non la sto invitando a un cocktail. È una cosa diversa, mi creda». La donna si morse le labbra. Poi guardò i poliziotti. «Io non posso venire. Ho un appuntamento molto importante. Alle dieci». «Per quell’ora avremo finito. Mi creda» insistette il vicequestore.

devo rimanere a casa, lo capite?» fece la donna.

E si sedette su un divanetto Luigi qualcosa che

posso raggiungervi in un

«Io

scricchiolò sotto il suo esiguo peso. «E perché signora? Non sta bene?».

Giuliana si portò le mani davanti alla faccia e si mise a scuotere la testa. «No, non sto bene. Non sto bene per niente!». Era un urlo disperato, straziante, da far venire

la pelle d’oca. Il cognato corse da lei e cercò di

confortarla, ma la signora Berguet, presa da uno scatto

di rabbia, rialzò la testa e con gli occhi rossi di pianto

guardò Rocco. «Io mi muovo da qui solo con il mio avvocato che adesso chiamo e gli chiedo se questa è una procedura normale. Arrivare a casa di una persona

alle sette del mattino per portarla in questura! Io sono

la vittima, insomma! A me hanno rubato l’auto, non è

che l’ho rubata io! Cosa devo venire a fare laggiù? No dottore, io non vengo. E mi denunci, mi porti in questura, ma io da casa mia non mi muovo!». Rocco sorrise. Fece segno a Italo di incamminarsi verso la porta di casa. Sembrava soddisfatto. «Come vuole, signora Berguet. La vedo nervosa e stanca e non

voglio renderle la vita più difficile di quello che è. Posso fare niente per lei?». La domanda di Rocco cadde nel silenzio più totale. Italo aveva aperto la porta di casa e s’era messo ad

aspettare il capo sull’uscio e a guardare Giuliana, che guardava Marcello che guardava Rocco. Il vicequestore ebbe la sensazione che la donna stesse per gridare: «Sì, può fare molto per me! Mi riporti mia figlia!». Invece

fu il cognato a rispondere: «Grazie dottore, non può

fare niente. Mi creda». Improvvisamente suonò il telefono e lo squillo rimbombò per tutta la casa. Giuliana Berguet scattò come se l’avessero toccata con un filo elettrico scoperto. Fissava suo cognato che si asciugò il sudore sulle labbra. Rocco imperturbabile li osservava. Al terzo squillo la donna si alzò: «Scusate» disse, ma Rocco fu più veloce. Le consegnò il cordless: «Prego, signora». Giuliana afferrò il telefono che Marcello le strappò

dalle mani e finalmente al quinto squillo rispose, si girò

di spalle e si allontanò nel corridoio, verso il salone

dietro la porta a vetri. «Perdonatemi» disse. Ma

Marcello al salone non arrivò. Si girò di scatto e urlò nella cornetta: «Non lo voglio un contratto per luce acqua gas!» e gettò il telefono su una sedia imbottita.

sono insopportabili, non

«Questi call center trovate?».

Il cielo s’era rannuvolato. Italo guidava in silenzio, Rocco si era già acceso una sigaretta. «Non mi dire che

ricomincia a piovere?». «Capacissimo» rispose Italo. Superarono l’incrocio lasciandosi alle spalle la casa dei Berguet. Sul lato della strada, al bivio con la statale, li attendeva Umberto sulla moto. Italo si accostò. Rocco aprì il finestrino. «Acqua luce gas?» gli disse. «Non m’è venuto in mente altro». E Umberto restituì il cellulare al vicequestore. «Va bene. Grazie, Umberto. Sei stato molto utile». «Dovere, dottore. Se servo, chiami pure quando vuole. Ah. E l’auto della signora? Ci pensiamo noi?». «Sì, pensateci voi. Grazie». Umberto sorrise e sgasando quasi impennò la BMW sparendo dietro la curva. «Mica male questo Umberto». «Eravamo compagni al liceo». «Che combinate?». «Niente. Una partita di biliardo ogni tanto. Ora abbiamo la fissazione delle scommesse. Lui segue il campionato, la pallacanestro, lo sci «E vincete?». «Per ora siamo sopra di 400 euro. Mica male, eh?». Rocco fece una smorfia. «La vedi brutta, Rocco?». Italo non parlava più delle quote Sisal. «Ti pare una reazione normale per una telefonata? E ti pare che la signora abbia avuto una reazione normale per venire in questura? La vedo bruttissima». «Dici che la figlia «Sicuro».

«La Edil.ber è di proprietà di Pietro Berguet, al 75 per cento, il restante è di suo fratello Marcello, che però non ci lavora, fa il professore di matematica al

liceo scientifico di Aosta. Si occupano di costruzioni, appartamenti, ville, ma partecipano anche a grandi opere. Erano nelle società appaltatrici per l’aeroporto, per uno svincolo autostradale, la ristrutturazione del

sono in lizza per dei lavori per la

Regione» Caterina Rispoli snocciolava come un mantra tutte le informazioni che aveva raggranellato in poche ore di lavoro. «Hanno un utile complessivo di circa dodici milioni all’anno, una ventina di impiegati fissi più una serie di operai specializzati a contratto. Muratori, carpentieri eccetera». «Insomma danno lavoro e ricchezza a un po’ di gente» concluse Antonio Scipioni. «Però ho trovato un paio di articoli di questi ultimi mesi» proseguì Caterina. «Le cose mica vanno così bene». Rocco si staccò dalla finestra. Stava osservando le nuvole nere che si andavano addensando sul cielo di Aosta. «Che intendi?». «I giornali parlano di una crisi. Operai davanti ai cancelli, ritardi di pagamenti, le solite amenità». «E poi?». «Poi tutto pare rientrato, o almeno non ho trovato altro». «Io ci devo andare a parlare con questo Pietro Berguet. Qualcuno suggerisce un modo?».

forte di Bard

«Si può inventare una denuncia come con la moglie?» suggerì Caterina e si soffiò poi il naso in un fazzoletto di carta. «Oppure un controllo?» fece Antonio Scipioni. «Un controllo di che?» obiettò Schiavone. «Ce l’ho!» gridò Italo. «Carlo Figus, l’operaio morto nell’incidente l’altra notte. Diciamo che ci risulta abbia lavorato con loro e andiamo a fare un po’ di domande». «Questa è un’idea. Bravo, Italo». Poi buttò un’occhiata a Caterina Rispoli. «Ispettore, se non te la senti puoi tornare a casa». «No no, va meglio. Poi a casa sinceramente mi annoio». E sparò il primo sorriso della giornata che le illuminò il viso. Anche così, pesta di febbre e raffreddore, Caterina Rispoli era una donna di serie A. Con la dolcezza di una madre e la perfidia di una sorella maggiore. «Sicura che non stai facendo una cretinata?». «Sicuro, dottore». «A proposito di cretinate. Un’ora fa si sono fatti vivi D’Intino e Deruta» disse l’agente Scipioni. «Dove sono?» chiese Caterina. «Hanno una chiave e stanno cercando di capire a quale serratura appartenga» spiegò Rocco. Caterina sgranò gli occhi. «Un ago in un pagliaio?». «Peggio. Un pelo di mucca in una mandria inferocita» corresse Rocco. «E cosa volevano quei due?». «Niente, lei lo sa che mi odiano. La cercavano e non mi hanno detto nulla. Dice che devono relazionare solo

a lei». «Fedeli alla consegna. Vabbè, chissenefrega dei fratelli De Rege. Andiamo, Italo?». «Dove?».

«Alla Edil.ber, ma che ti sei rincoglionito?». Si alzò. Prese il loden. Si infilò una mano in tasca. «Ah, Caterina. A scuola tu l’hai mai fatto?» e le consegnò un foglietto. «Cosa, dottore?». «Con la matita? Ci passi sopra la mina e vedi se esce fuori un scritta?». «Certo, facevamo sempre così con le compagne. Scrivevamo i messaggi segreti su un foglio che buttavamo e sotto tenevamo il foglio bianco, così che con la pressione della penna si impressionava. Passandoci sopra la matita poi si poteva leggere». «Bene. Mi vedi se c’è qualche segreto su ’sto foglietto?». Italo lo riconobbe. Era il foglietto verdino, preso dal bloc-notes in casa Berguet.

ci sono dei

numeri. E una scritta

Deflan, mi pare ci sia scritto Deflan». «Che è?».

l’ispettore si lanciò sul computer di

Rocco. Digitò. «È un farmaco. Dunque per infiammazioni. Reumatismi, infiammazioni gastriche qui dice: trattamento di patologie di origine infiammatoria». «Vabbè, evidentemente l’avrà prescritto il medico

Caterina lo annerì con la matita. «Boh

aspetti» aguzzò la vista. «Mah

«Aspetti

»

alla signora o al marito» disse Italo. «I numeri?». «Niente che somigli a un numero di telefono». «Vabbè, buco nell’acqua. Andiamo, Italo».

Gli uffici della Edil.ber non erano lontani dall’aeroporto. Si trovavano all’interno di una

palazzina moderna fatta di cristalli e specchi. Un grande cancello bianco immetteva nel parcheggio aziendale. Rocco e Italo lasciarono lì la loro macchina. Si incamminarono verso la struttura centrale quando il vicequestore notò qualcosa sulla cancellata. Un drappo bianco che sbatteva al vento. Si avvicinò e lo srotolò per mostrarlo a Italo. Era un brandello di tazebao

strappato. Si leggeva chiara la scritta «Basta con

poi «posti di lavoro!». In calce la sigla di un sindacato. Era ciò che restava di una recente protesta. I due poliziotti tornarono verso l’edificio di cristalli e specchi, spalancarono la porta ed entrarono alla Edil.ber. Di fronte all’ingresso trovarono un pannello che indicava l’ubicazione degli uffici con tanto di frecce. La direzione era al primo piano. Quando l’ascensore si aprì si trovarono davanti una piccola hall rotonda. Sui muri bianchi c’erano appese le fotografie dei lavori fatti dalla società. Hangar, ponti, case. E disegni di progetti. Il rumore dei passi era attutito da una moquette blu. Una donna tarchiata sui 60 anni gli andò subito incontro. «Prego?».

e

»

«Vicequestore Schiavone, questura di Aosta». La donna deglutì. «Chi comanda qui?».

il dottor Berguet. Pietro Berguet. Posso

sapere il motivo?». «No. Dov’è?». La donna indicò una porta con la scritta «Presidenza» in un rosso fuoco. «Ci annuncia lei o facciamo da soli?». La segretaria scattò e andò a bussare. Aprì appena l’anta, infilò la faccia, disse qualcosa, poi tornò a guardare Rocco e Italo.

«Chi

«Prego

»

e si scansò per fare strada.

Dentro la stanza c’erano due uomini. Uno era seduto su un divano di pelle bianca, l’altro era in piedi davanti alla vetrata che fumava nervosamente una sigaretta. Rocco tirò a indovinare e si rivolse a quello che fumava. «Buongiorno, Schiavone, vicequestore di Aosta». Quello accanto alla finestra si avvicinò stirando un sorriso di circostanza. Aveva la faccia tesa, le occhiaie, la cravatta slacciata e, nonostante l’evidente qualità, l’abito che portava era gualcito. Da riposato doveva essere un bell’uomo, con gli occhi chiari e i capelli neri e ricci. Ora pareva più uno straccio per i mobili. «Pietro Berguet» disse ammucchiando la sigaretta nel portacenere dove giaceva una montagna di mozziconi. Allungò la mano che Rocco strinse. Aveva le palme sudate. «Lui è il dottor Cristiano Cerruti, vicepresidente» disse indicando l’uomo seduto sul

divano che neanche si alzò, limitandosi ad un sorriso a

mezza bocca. Portava una barbetta curata, di quelle che

ci si impiegano ore per tenerle rase e pareggiate come il

prato di Wimbledon. Anche il suo vestito aveva bisogno di una bella stirata. «Che posso fare per voi? Mia moglie mi ha detto che stamattina siete stati anche a casa mia. Sempre la faccenda dell’auto rubata?». «No. Noi della polizia siamo multitasking, vero Pierron?». «Certamente».

«Pensi dottor Berguet che il mio agente qui è capace

di guidare, fare una telefonata e al contempo masticare

una gomma americana». Pietro Berguet guardò Rocco Schiavone come un abitante di altre galassie. «E siccome siamo multitasking, abbiamo più di un

problema da risolvere. Dunque

Rocco allungò una

mano e Italo gli passò un foglietto. «Carlo Figus è un vostro operaio?».

Pietro Berguet ci pensò su un attimo. «Aspetti, così non glielo so dire. Sento il personale?». «Magari». «Ma perché?» chiese il presidente mentre afferrava il telefono poggiato sulla scrivania di cristallo. «Ha avuto un incidente ed è morto, ieri sera. Sulla

strada di Saint-Vincent». Pietro Berguet sgranò gli occhi. «Mi dispiace. Fabio? Ascolti, Carlo Figus è un nostro operaio?». Restò in

silenzio ad ascoltare. «Grazie

«Sì, Carlo Figus è stato un nostro operaio per un paio di

grazie, Fabio». Attaccò.

»

anni dal 2001 al 2003. Ma è una cosa tremenda. Com’è successo?». Rocco guardò Italo. S’era stufato di parlare e lasciò l’incombenza al suo sottoposto. L’agente attaccò:

«Colpa di vecchi pneumatici. Sono esplosi e la macchina s’è schiantata contro due alberi. È morto sul colpo». Pietro Berguet annuiva. «Oh Madonna mia «Già. Era nostro dovere informarvi». «Però non lavora più qui con noi» intervenne

Cristiano Cerruti sempre col culo appiccicato al divano. «Quindi tecnicamente diciamo che non sono più affari nostri. Faccia le condoglianze alla famiglia». «Mi scusi, non ricordo il suo nome». «Cristiano Cerruti. Ora mi vuole spiegare tutte queste domande su quel poveraccio?». «Certo. Come no. Siccome aveva una targa rubata e la fedina penale sporca, sto indagando. Crede che possa farlo o devo chiederle il permesso?». Cerruti finalmente si alzò di scatto, come richiamato

da un ordine interiore. «Lei ha un mandato di un

giudice?». Rocco scoppiò a ridere. «Lo senti Italo, quanti guai combina la televisione?» poi si concentrò sul viso di Cerruti: «Non ce n’è bisogno. La vedo teso e

nervosetto, dottor Cerruti. La mia esperienza le suggerisce di rimettersi seduto e contare fino a 10». Poi si rivolse al presidente: «Dottor Berguet, posso andare

a farmi due chiacchiere con questo Fabio del personale?».

«Ma certo, Fabio Limetti» disse Pietro con un sospiro di sollievo, chiaramente rincuorato che i due poliziotti avessero deciso di alzare i tacchi. «Prego, prego, vi faccio accompagnare dalla mia segretaria». Aprì la porta. «Ines!» gridò, e la tracagnotta sessantenne riapparve nel corridoio. «Accompagni i signori in ufficio da Limetti. Mi faccia il favore». La donna annuì e spalancò un braccio indicando la direzione opposta all’ascensore. «Prego, se volete seguirmi». «Lei rimane in ufficio, dottor Berguet?» chiese Rocco. «Certo. Certo. Per qualsiasi cosa mi trova qui». «E anche lei, dottor Cerruti?». «Sicuro» rispose quello sedendosi di nuovo sul divano. «Bene. Tanto ho la sensazione che ci rivedremo». E lo disse serio. Voleva suonare come una minaccia. E come una minaccia suonò.

Fabio era un ragazzo sulla trentina, biondino, pallido e due occhi blu enormi senza sopracciglia gli davano un’espressione un po’ stupita e innocente. Era tranquillo e disponibile, con una vocina esile, quasi da donna, consegnò gli incarti delle buste paga di Carlo Figus e addirittura lasciò soli i due poliziotti nella stanza a leggere i faldoni. «Ma che cerchiamo?» chiese Italo. «Tu continua a guardare il parcheggio. Se Berguet esce gli corriamo dietro». Rocco spulciava i fogli. «E

allora, dov’è il biondo? Devo fargli un paio di domande». Come ad esaudire il desiderio del vicequestore, Fabio aprì la porta con un bicchiere di carta in mano. «Ah, Fabio caro, proprio di te avevo bisogno. Vedo qui che i conti delle paghe li regola la Cassa di Risparmio della Vallée». «Certo. È la banca che da sempre lavora con noi». «Ottimo. Sono lì i conti della società?». «Lì e presso la Banca Nazionale del Lavoro. Ma soprattutto lì. Anche l’ingegnere ha lì il conto personale». «E lei? Dove li tiene i risparmi?». «Io che, dottore? Con quello che guadagno è già un miracolo se arrivo a fine mese». Rocco e Fabio si fecero una bella risata senza pensarci più. Italo continuava a tenere d’occhio il parcheggio. «Ma le cose stanno andando meglio?». Fabio guardò il vicequestore. Non aveva compreso la domanda. Rocco chiarì il concetto. «Dico, qui alla Edil.ber, le cose stanno andando meglio? I soldi ci sono?». «Ah!» fece Fabio ritrovando il sorriso. «Sissì, molto meglio. Da un mese a questa parte i pagamenti sono regolari. Certo a volte succede, insomma, mancanza di fondi e di liquidità, ritardi dei pagamenti, i fornitori che bussano alla porta. Ma ora sembra che le cose si siano appianate». «Insomma il suo stipendio arriva». «Il mese scorso sì. Speriamo pure questo» rispose

Fabio con la sua voce da mezzo soprano. Poi il vicequestore si alzò. «Grazie Fabio, sei stato d’aiuto. Di grande aiuto».

«Adesso tu e Antonio vi mettete sulla coda di Pietro Berguet e di quell’altro, il barbetta». «Cerruti?». «Esatto. Non li mollate mai». Italo ingranò la marcia e accelerò. Entrarono ad Aosta a 100 chilometri orari. «Ti lascio in questura?». «Sì». «Ma avvertire il giudice no?». «A suo tempo. E il tempo, caro mio, non gioca a nostro favore». Neanche tre minuti e l’auto di servizio inchiodò di fronte alla centrale. Rocco scese. Ci fu un tuono e subito si mise a piovere, come se una mano gigantesca avesse girato il pomello della doccia. «Porca troia » correndo Rocco si rifugiò nel portone. All’entrata c’era ancora Casella. «Ma il cambio non te lo dà nessuno?». «Sì, poi viene uno di sopra, uno di Napoli. Io stacco. Ah dottore, sono passati D’Intino e Deruta. Ma nessuna novità». «Che gli hai detto?». «Quello che mi ha detto lei. Di continuare a cercare senza fermarsi mai». «Li hai visti stanchi?». «Stanchi? Parevano due cosi lì, come si chiamano gli orsetti con gli occhi neri?». «Procioni?».

«Esatto. Due procioni per le occhiaie che avevano». E Casella scoppiò a ridere, pensava di essere in combutta col vicequestore. Che però lo gelò immediatamente: «Casella, che cazzo ti ridi? Vuoi andare a fare compagnia a Deruta e D’Intino?». «No, dottore». «E allora poche risate». E lo piantò lì all’ingresso.

Salendo le scale incrociò Scipioni che scendeva di corsa. «Raggiungo Italo, dottore». «Sì, ma muovetevi con due macchine. Dovete essere autonomi. Datevi il cambio e tenetevi sempre in contatto con me o con l’ispettore Rispoli». «Signorsì. E grazie». «E di che?». «Della fiducia. Il lavoro da scrivania non è per me».

E sparì con un bel sorriso sulle labbra. Quando Rocco aprì la porta dell’ufficio non trovò Caterina Rispoli e ne approfittò per prendersi un’altra canna dal cassetto. Poi alzò il telefono. «Architetto? Sono il vicequestore Schiavone».

«Mi dica, dottore

«Qual è la scuola di sua figlia?». «Il liceo scientifico a via Cretier. Perché?».

».

Ho dormito? Ho sognato? Dove sono? Sempre lì. Sempre legata con il cappuccio in testa. Respirò tutta l’aria possibile. Ancora non s’era abituata alla puzza di quella tela scura e lercia che aveva in faccia. Si sgranchì il collo spingendo con la testa. La

nuca toccò la colonna alla quale era appoggiata la

sedia. Che fosse una colonna ormai l’aveva capito. E anche che fosse legata a una sedia. Continuò a muovere il collo. Se sbatti più forte contro il muro ti apri la testa e finisce ’sta storia.

Di nuovo la vocina. Ma Chiara non voleva darle

retta. E lì sotto? Fa male? Fa male? Meno. Lì sotto faceva male molto meno. Percepiva ancora il dolore, ma come un ricordo di quello che era stato prima di addormentarsi. Quante ore erano passate? Non lo sapeva. Vedo gli scaffali di ferro. Tutta quella roba arrugginita sopra. Adesso c’è un po’ di luce. Poggiò di nuovo la nuca sulla colonna e ricrollò con

il viso in avanti. Sbatté contro la stoffa ruvida del cappuccio che non seguiva più il suo movimento. Riprovò. Niente da fare. Il sacco restava immobile.

S’è agganciato. S’è incastrato

Provò ad appoggiare di nuovo la nuca sul cemento duro. Poi scattò in avanti. La federa dura e puzzolente

non si staccava.

A cosa s’è agganciato? A un chiodo? A una

sporgenza? Sì! Sì! «Sììì!». La prima bella notizia. Devo scivolare in basso. Più in basso che posso. Così

si sfila. Così mi lascia libera. Doveva provarci. Era difficile, ma poteva farcela.

Rattrappì gli addominali e rinculando lievemente cercò di abbassare il busto. Sentì il viso strusciare sulla tela. Buon segno. Significava che il corpo si muoveva e il cappuccio invece restava fermo. Inarcò la schiena tirando i muscoli della pancia. Guadagnò qualche centimetro, ma ancora non bastava. Più in basso. Devo andare più in basso. Rincalcò il mento più che poté. Vide un nastro di scotch argentato che le cingeva il petto. Questo mi inchioda alla sedia! Lo scotch. Sul seno!

è fatta! È

fatta! Si allenta e mi posso spostare di lato. E più giù. E

mi tolgo questo sacco puzzolente dalla testa.

Ma non devi sudare. La vocina era tornata. Se sudi si appiccica tutto e non scivola più niente, rimani incastrata! «Non sudo! Non bevo e non sudo» urlò. Che c’entra? Ti sei fatta la pipì addosso, e allora può essere che sudi pure. «Vaffanculo!». Non sudare Aveva ragione. Non doveva sudare! Se avesse sudato la maglietta si sarebbe incollata alla pelle, non sarebbe più scivolata e lo scotch sarebbe rimasto lì, sul seno, a inchiodarla come l’insetto di un entomologo. Doveva fare molta attenzione. Muoversi lenta senza strappi. Hai sete, e quando hai troppa sete poi ti addormenti. E muori, vero? «Non rompere!» gridò.

Se riesco a portare lo scotch sopra le tette

Ricominciò a inalare l’aria puzzolente, a gonfiare il petto per muoversi lentamente verso il basso, poi con un respiro buttò fuori tutto l’ossigeno e si tirò giù di scatto. Niente da fare. Lo scotch restava bloccato sul seno. È inutile. Non ce la fai. Fa ridere. Hai le tette piccole ma non ce la fai! Tentò di nuovo. Aria, gonfiare il petto, scivolare giù, espirare l’aria, tornare su. Stava sudando. La testa. Mi gira la testa. Mi torna tutto su. Ma Chiara non si fermò. Tre, quattro volte ancora. Non ce la fai! Poi all’improvviso accadde. Lo scotch argentato salì verso le spalle e finì a un palmo dalla gola. Aveva guadagnato qualche centimetro. «Vai!» urlò Chiara. «Ce l’ho fatta, stronza! Stronza!». Si fermò a riprendere fiato. Ora doveva sperare che il sacco fosse ancora incastrato. Ti prego, ti prego, ti prego Poteva muovere il busto. E allora si lanciò sulla destra, contraendo ancora una volta i muscoli addominali e accasciandosi di lato. Strappò una, due volte, sentì un dolore sul fianco sinistro ma non mollò. E finalmente Aria! Le arrivò una folata di vento sul volto, come se avessero aperto una finestra. Respirò più a lungo che poté, trattenendo l’aria pulita e fresca nei polmoni. Le girò la testa, ma non era importante, era quasi piacevole. Le guance e la fronte erano più fresche.

Libera! Sono libera! Respiro l’aria vera! È buona! Il cappuccio doveva essere ormai alle sue spalle, agganciato a un chiodo o a una sporgenza della colonna, lo immaginò pendulo e moscio come una pelle di pollo. Sputò per terra la puzza che la attanagliava da ore, la polvere che era stata costretta a inghiottire. E finalmente si guardò attorno. Una stanza di una decina di metri quadrati. Davanti a lei scaffali di metallo con vecchi attrezzi. A sinistra una parete con un lavandino che gocciolava. Avrebbe voluto lanciarsi su quel rubinetto sporco e arrugginito per leccare ogni goccia. A destra un altro muro con una finestra in alto. Si vedevano le nuvole. E un gatto rosso che la osservava chissà da quanto.

«E dove sta questo Max?». «Quarta A» rispose Giovanna spennazzando le ciglia sugli smeraldi degli occhi. «Ma Chiara? L’avete trovata?». Rocco fece no con la testa. «No, Giovanna, ancora niente. Ora torna in classe. Io chiedo al preside di parlare con questo Massimiliano Turrini». Rocco si voltò verso il preside, un uomo sui 60 anni, che era rimasto a braccia conserte appoggiato all’uscio della segreteria durante tutto il tempo in cui Rocco aveva fatto domande a Giovanna. «Dottor Bianchini, devo parlare con Massimiliano Turrini, della quarta A. Salgo su o lo manda a chiamare?». Il preside non rispose. Aspettò che Giovanna uscisse dalla stanza, poi a passetti rapidi si avvicinò a Rocco Schiavone. «Senta,

dottor Schiavone, io sono felice di collaborare, ma si rende conto che andiamo sulla fiducia?». Rocco lo guardò. Aveva già catalogato Eugenio Bianchini, preside del liceo, nel suo bestiario mentale. Era un Sorex araneus, comunemente detto toporagno. Un naso enorme e all’insù, e sotto un paio di baffetti corti e a spazzola alla Bristow, il famoso impiegato del cartoon di Dickens, gli occhi piccoli e neri dietro un paio di occhialetti tondi. «Scusi, non ho capito cosa intende, dottor Bianchini». «Sto cercando di dire che qui stiamo svolgendo regolare lezione, e non vorrei che la sua presenza possa spaventare o mettere in allarme i miei allievi. Siamo sicuri che c’è proprio bisogno di tutto questo?». «Sì». «Ma non dovrei vedere un foglio di carta firmato da un giudice?». «No». «Senta, dottor Schiavone, la faccio semplice. Max Turrini ha avuto qualche problemino, lo so e lo sappiamo tutti». «Io no». «Be’ insomma, ogni tanto vende delle cose poco lecite. Se è per questo io «Non sono qui per questo. Lo spaccio di Max Turrini sarà argomento di un’altra visita che farò al suo liceo». «Mi permetto di insistere. È un ragazzo d’oro, suo padre è un medico importante, e bisogna andarci coi piedi di piombo. È un elemento un po’

«Un po’ che? Spaccia, e allora? Senta, la ringrazio, ma mi creda, sono qui per un altro motivo. E userò i guanti di velluto». Il preside afferrò Rocco per un braccio: «Io sono tenuto alla discrezione, ma anche a proteggere i miei allievi». Rocco guardò quella manina bianca che gli stringeva il bicipite. Il preside mollò immediatamente la presa. «Bianchini, se è per questo lei è tenuto anche a proteggere la sua persona». Il preside rimase spiazzato. «Non la capisco». «Mi spiego meglio». Rocco si alzò dalla sedia. Superava il direttore di almeno trenta centimetri. «Non è che io stamattina non avevo un cazzo da fare e mi sono detto: Rocco, perché non te ne vai un po’ in quel liceo a fare delle domande ai ragazzi, così passi la mattinata?». Respirava piano, il dottor Bianchini, nel poliziotto che aveva davanti sentiva crescere un’ostilità aggressiva. Ma lui era pur sempre il preside di una scuola, e non aveva certo bisogno di sentirsi dare gli ordini da un qualsiasi vicequestore. Almeno non dopo

venti anni di ordini subiti dall’amata consorte, signora De Cicco in Bianchini, e da sua madre Rosa, 87 anni e l’energia di Coppi sul Pordoi. «Lo sa che le dico, dottor Schiavone?». «No, cosa mi dice?». «Che se vuole parlare con Massimiliano Turrini,

prima voglio

Rocco lo interruppe con un gesto improvviso.

».

Bianchini per un momento ebbe paura che stesse per schiaffeggiarlo. «Quanti anni ha Massimiliano Turrini detto Max?». «Venti, mi pare». «E fa il quarto anno?». «Esatto». «Bene, allora Einstein è maggiorenne. Quindi se non

le dispiace

Ma il toporagno non aveva intenzione di farsi scavalcare così facilmente. «Lei non può piombare in una scuola senza un mandato, uno straccio di foglio della questura o della procura e pretendere che Stavolta Rocco si girò di scatto, afferrò l’uomo per il bavero, lo guardò negli occhi: «Senti testa di cazzo. Adesso ti dico una cosa, una cosa che per la tua salute sarebbe stato meglio tu non sapessi, ma visto che insisti

te la dico. Io sto cercando di salvare una tua allieva,

Chiara Berguet, che è in un guaio grosso come una casa. E se questa notizia comincia a girare per la città,

ci sono buone possibilità che la ragazza ci lasci le

penne. Ora ti è chiaro oppure devo passare alle maniere forti?».

lei è già passato alle maniere forti» balbettò

Bianchini. Rocco lo mollò. Gli rimise a posto la giacca. «Lei non sa nulla e nulla io le ho detto. Se riusciamo a salvare Chiara, un po’ di merito ce l’avrà anche lei, e questo sarà possibile se la pianta di mettersi in mezzo e rompere le palle. Sono stato chiaro?». Bianchini annuì. «Vado io in classe o lo fa venire qui?».

»

scansò il direttore e uscì dall’ufficio.

«Lei

«Mando un bidello. Aspetti in segreteria». E scappò via.

Massimiliano Turrini detto Max e ribattezzato Einstein da Rocco compensava la sua mancanza di talento negli studi con una bellezza sfacciata. Alto un metro e novanta, biondo come un angelo, ammesso che gli angeli lo siano, gli occhi neri e profondi. I denti, bianchi e dritti, spuntavano dalle labbra carnose. Il naso era importante ma invece di stonare dava a quel viso un colpo di virilità. «Quindi allo Sphere eravate tutti e quattro». «Sì, mio cugino Alberto con Giovanna, io e Chiara. Abbiamo ballato e fatto un po’ di casino. Però Chiara ha bevuto troppo». «Come lo sai?». «Perché a un certo punto è sparita. Io sono andato in giro a cercarla e l’ho trovata al bagno che vomitava. L’ho portata fuori, le ho fatto prendere un po’ di aria, una sigaretta. Vabbè, sono cose che succedono, no?». «E certo». «Poi niente, commissario». «Vicequestore, Max, è la terza volta che te lo dico «Ah sì, scusi, è vero. Poi niente, l’ho riaccompagnata a casa e me ne sono andato». Rocco prese una sigaretta dal pacchetto e la accese. Max lo guardò con gli occhi di fuori: «Dottore, qui mica si può fumare!». «Vero. E sai cosa ho saputo? Che nelle scuole

neanche si può spacciare». Max abbassò lo sguardo. «Hai smesso?». Il ragazzo fece solo sì con la testa.

«Dimmi una cosa. Freghi i medicinali dallo studio di tuo padre?». Sorrise ingenuamente, poi si grattò i capelli biondi.

Roipnol, Stilnox, insomma robette

che fanno sballare. Solo che

faccio più». E incrociò gli indici davanti alle labbra baciandoli due volte. «Allora, Max, ora voglio che ti concentri. Quando hai riaccompagnato Chiara, tu l’hai vista entrare in casa?». Ci pensò su un attimo. «No, è scesa, è arrivata alla porta e io me ne sono andato». «Cioè tu non hai aspettato che aprisse?». «No. Perché?». «Ma perché sì, Max. Funziona così quando si accompagna una ragazza a casa. Non te l’ha insegnato papà?». «No. Con papà ci parlo poco». «Già. Ti limiti a svuotargli l’armadietto dei medicinali. E con mamma?». «No, non me l’ha mai detto». «Cazzo!». Rocco si alzò. Aprì la finestra per buttare la sigaretta. Fuori pioveva ancora. «Ma non smette più?». «Lo sa che l’anno scorso ad Aosta ha nevicato a maggio?». «Lo sai che se succede pure quest’anno io commetto un omicidio?». Il vicequestore chiuse la finestra.

glielo giuro, non lo

«Qualche volta sì

«Vabbè, Max. Torna in classe. Quest’anno come vai?». «Come vado dove?». «Intendo, come vai a scuola? E non dirmi con la moto che ti do un calcio nel culo».

benone. Mi sa

che mi prendo mat, fisica e chimica». «Che al liceo scientifico è un bel risultato». «La sa la cosa buffa? Il mio prof di matematica è proprio lo zio di Chiara». «Marcello Berguet?». «Che dice, mi faccio fare una raccomandazione da Chiara?». Poi sembrò pensarci un po’. «Dottore, ma perché mi fa tutte queste domande su Chiara? Pure Giovanna ieri a chiedermi di lei». «Quand’è stata l’ultima volta che l’hai sentita?». «Domenica sera». «E da allora?». «L’ho chiamata due volte ma è staccato. Allora le ho mandato un messaggio su Whatsapp. Ma ancora non mi ha risposto. Lei sa qualcosa?». «Mi sa che è andata dalla nonna a Milano». «Ma che è matta? La nonna è mezza rincoglionita!». «E sì, forse sì. Stammi bene, Max. E mi raccomando. Niente più traffici strani». Il ragazzo si alzò dalla sedia. «Giuro!». Aprì la porta ma non uscì. «Dottor Schiavone, ma che mi devo preoccupare?». «Un po’ sì». Max guardò il poliziotto, poi abbassò la testa. «È successo qualcosa a Chiara e lei non ha il coraggio di

Max ci pensò sopra. «Ah, come vado

dirmelo? È morta?». «Non è morta, Max. Stai tranquillo. Vedrai che si rifarà viva». «Meno male. Mi chiama se sa qualcosa?». «Come no. Semmai lascio detto alla tua segretaria». Max non colse l’ironia. «Io continuo a telefonarle. Magari riaccende il telefono, no?». E con il suo sorriso bianco e infantile sparì dietro la porta della segreteria.

Aveva tentato di chiamare il gatto rosso. Ma quello l’aveva osservata per qualche minuto, poi s’era alzato ed era sparito senza darle attenzione. I gatti non sono come i cani. La vocina aveva ragione. Un cane avrebbe abbaiato. A lungo. E magari qualcuno lo avrebbe sentito. Non devi pisciare? Certo che devo pisciare. Anche se non beveva chissà da quanto. Si guardò le gambe. Legate alla sedia. La gonna alzata e sulla pelle delle cosce ancora la bava della pipì che s’era fatta addosso ore prima. Le calze? Perché non ho le calze? Le avevo! Non mi piace andare in giro senza le calze. La marea del dolore là sotto riprese corpo. Meno di prima, ma si fece sentire. Chiara chiuse gli occhi. Aspettò che quell’onda d’urto passasse. «C’è nessuno?» urlò. «Oh!» la voce roca e stanca. «Per favore!». Se mi hanno portato qui ci sarà qualcuno, no? Ci deve essere qualcuno.

No. Non c’è proprio nessuno di nessuno. «Devi stare zitta! Sto pensando!». Rapita. M’hanno rapita e portata qui. Ma si porta l’acqua, si porta da mangiare al rapito. Magari nella ciotola di un cane, ma non si abbandona, no? A terra non c’era niente. Nessuna ciotola, nessun contenitore. E la vecchia porta di legno aveva una catena che la serrava per bene attraverso un buco nel muro. «C’è nessuno?». Secondo me se arrivano è pure peggio. «Peggio di così?». Sì. Tanto arriva mio padre. Lui adesso sistema le cose. Vero papà? Il fruscio di alberi mossi dal vento. Poi all’improvviso uno scroscio. Fuori pioveva. Ci pensi se la cantina si allaga? «Vaffanculo!». Fai la fine del topo. Tirò le braccia con tutte le forze. Ma a parte segarsi i polsi non ottenne altri risultati. Non muoio qui, non muoio qui. Qui non ci muoio. Sei sicura?

La Cassa di Risparmio della Vallée aveva un intero palazzetto a via Frutaz. E al piano terra dello stesso c’era l’agenzia numero 1. Con il loden e i capelli bagnati per la pioggia che da un po’ non dava segno di cedere il passo al maggio odoroso, Rocco Schiavone

cercò di entrare nella porta girevole. Ma a metà quella si bloccò. Una voce atonale lo intimò di lasciare chiavi

e altri oggetti metallici negli appositi armadietti. Rocco eseguì. Tenne con sé solo il cellulare. Ma la porta si bloccò di nuovo. Dietro il vetro la guardia giurata gli faceva cenno in maniera un po’ brusca di tornare agli armadietti. Rocco alzò gli occhi al cielo e lasciò anche il cellulare. Ma la porta si bloccò per la terza volta. Ancora la guardia lo intimò. Rocco spalancò le braccia

a voler dire «non ho più niente». Ma il vigilante non

sentiva ragioni. Sordo alle proteste intimava Rocco di tornare nuovamente agli armadietti. Il vicequestore mise una mano in tasca. Prese il portafogli. Attaccò il tesserino della questura al vetro e invitò la guardia giurata ad avvicinarsi per leggere. Poi, dal momento che farsi ascoltare attraverso tutto quel cristallo antiproiettile era impossibile, si indicò la bocca e scandì «polizia-se-non-apri-’sta-cazzo-di-porta-ti-rompo- il-culo». E sorrise. La guardia fece cenno di avere inteso e andò a premere un pulsante vicino alla porta girevole che finalmente vomitò il vicequestore in banca. «Ecchecazzo, mi devo spogliare nudo per entrare qui dentro?». «Forse avrà una catenina» provò a giustificarsi l’addetto alla sorveglianza. «Non ho catenine». «Qualche placca di metallo nelle ossa?». «Ce l’ho nei coglioni. Sarà quella?».

La guardia non rispose. «Il direttore. Devo parlarci subito».

L’uomo indicò una porta al lato delle casse. «Terzo ufficio in fondo». «Grazie». «Lei mi deve scusare, faccio solo il mio lavoro». «No, è lei che deve scusare me. Anche io faccio il mio». Si girò verso le casse con dei clienti in attesa. Seduta c’era Anna che lo guardava. Rocco abbozzò un sorriso. La vide scrivere qualcosa velocemente su un foglio di carta, che poi mostrò a Rocco: «Devi sempre farti riconoscere?». Rocco aguzzò la vista. Lesse il messaggio. Poi allargò le braccia e infilò la porta degli uffici.

«Dottor Schiavone, sono molto contenta di conoscerla» esordì Laura Turrini, direttore della banca, 45 anni portati distrattamente.

mi tolga una curiosità, suo

figlio è Max Turrini, quarta A?». «Oddio! Cos’ha combinato stavolta?». «Niente, niente. Solo una coincidenza». Laura Turrini con un fiato spazzò via il grumo di ansia che le si era piazzato nella trachea. «Per fortuna, meno male. Io e mio marito pensavamo di mandarlo in collegio, sa?». «Così dai barbiturici del padre passerà direttamente al soldo del cartello di Medellin «Ma prego, si segga». E indicò il divanetto dell’ufficio. «Posso offrirle un caffè, dell’acqua «Acqua no, grazie, basta quella che c’è fuori» e

«Dottoressa Turrini

indicò la finestra che piangeva migliaia di lacrime. Laura sorrise e si sedette accanto al poliziotto. Il tailleur elegante di un colore indefinito fra il rosa e il lilla faceva a pugni con la carnagione chiara e le lentiggini. I capelli biondi erano frutto del lavoro di un bravo parrucchiere. Il colore originale Laura ormai lo aveva perso da tempo. Gli occhi neri guizzavano da una parte all’altra. Lanciavano messaggi, si ritraevano, sorridevano. Laura Turrini parlava con gli occhi. E in quel momento erano puntati sul viso di Rocco. «Lo sa? Ho sentito molte cose di lei. Qui ad Aosta le voci girano. Lei è molto in gamba». «Pare». «Ha un solo difetto. Non ha il conto qui». E si mise a ridere. Aveva la stessa dentatura perfetta di suo figlio. Indugiava un po’ troppo sulla risata, come a mostrare la perfezione di molari e incisivi. Chissà quante volte aveva provato quella posa davanti allo specchio. Collo leggermente piegato all’indietro, testa alta, mento in avanti e labbra aperte per mostrare tutta la chiostra. «È vero. Non ho il conto qui». Rocco andò subito al dunque. «Che mi dice dell’Edil.ber?». E il sorriso di Laura Turrini si spense. «Cosa vuole sapere?». «Hanno qui i conti?». «Diciamo che questa banca è un loro punto di riferimento». «Linee di credito?». «Certo. Abbiamo sempre sostenuto l’Edil.ber. Ma posso sapere perché mi chiede queste cose?». «Stiamo cercando di capire cosa è successo mesi fa,

con tutto il problema degli operai Laura annuì lisciandosi la gonna sulle ginocchia. «Sì. Guai con i pagamenti. La Edil.ber aveva dei ritardi di incasso, ma poi grazie a Dio tutto si aggiustò». «Siete stati voi a sovvenzionare la Edil.ber?». Laura fece una pausa. «Sì» rispose. «So che lei non è tenuta a rispondermi, posso sapere con quanti soldi avete aiutato la Edil.ber?». «L’ha detto lei. Non posso rispondere». «Serve un giudice?». «Credo di sì». Rocco annuì. «Però me lo può dire da quanti anni lavorate con la società di Pietro Berguet?». «Certo. Almeno quattro». «È Pietro il cervello dell’azienda?». «Direi di sì. Anche l’ingegnere Cerruti però. Sono una coppia affiatata. Cerruti lavora nell’azienda da poco tempo, ma si è subito fatto apprezzare». «E il fratello di Pietro? Marcello?». «Marcello? Marcello è un professore, e nella società non ci lavora. Anzi, lo sa? È il professore di mio figlio. Nella società ha solo una percentuale. È nel Cda, ma non prende decisioni importanti». «Lei conosce molto bene la famiglia Berguet?». «Certo. Io e Giuliana siamo amiche dal liceo. I nostri figli, lei lo saprà, sono fidanzatini». «Mi dica una cosa, dottoressa Turrini. Ci sono stati movimenti importanti di denaro sui conti personali di Berguet negli ultimi giorni?». «Anche a questa domanda non posso rispondere».

«Gode di buona salute, economicamente parlando?». «No comment». «Sempre il giudice?». «Sempre il giudice, dottor Schiavone». «Lei non mi ha mai mentito, vero?». Sgranò gli occhi. «Ma come le viene in mente?» quasi urlò Laura Turrini. «Allora la ringrazio e mi scuso per l’invasione. Le auguro buona giornata». Rocco si alzò in piedi e anche Laura Turrini. A Rocco sembrò molto sollevata che quell’interrogatorio mascherato da chiacchierata fosse finito.

Odiava le macchine di servizio. Avevano sempre la frizione che staccava tardi, percussioni misteriose e preoccupanti abitavano il cofano del motore, non c’era mai l’accendisigari, i sedili erano scomodi e affossati e i tergicristalli lasciavano strisce sul parabrezza per colpa della gomma usurata. Stava riportando l’auto in questura per prendere la propria ma l’inno alla gioia di Beethoven, la suoneria del suo cellulare, attaccò ad un volume superiore al rumore delle gocce di pioggia sulla lamiera del tettuccio. «Dimmi, Italo». «Allora, senta dottore Senta dottore, pensò Rocco. Italo non era solo. «E dimmi «Forse non è niente, ma Pietro Berguet è uscito dalla Edil.ber ed è entrato in un negozio». Rocco mise la freccia e accostò. «Gli servirà

qualcosa, no?». «Non credo. È un negozio per articoli da bambino. Si chiama Biribimbi!». «Biribimbi? Ma che cazzo di nome è?». «E che ne so? Mica gliel’ho dato io». «E che deve fare di così urgente in un negozio per bimbi?». «Da zero a dieci anni?» aggiunse Italo. «Scipioni è con te, vero?». «Già». «Allora lascia lui attaccato a Berguet. Tu invece seguimi quell’altro, come si chiama? Cerruti, il vice». «Sotto ’sta pioggia?». «Ma perché, non hai la macchina?». «Abbiamo una macchina in due!». «Ma porca!» imprecò Rocco e mollò un pugno sulla plastica del cruscotto aprendo una lacerazione proprio sopra l’autoradio. «Ma vi avevo detto di essere autonomi!». «Dotto’, l’altra non aveva la benzina». «Annamo bene. Allora col taxi te ne vai in questura e prendi un’altra auto. Il taxi lo pago io». «E chi l’ha mai preso un taxi ad Aosta?». Rocco guardò fuori dal finestrino imprecando fra i denti. Poi qualcosa in strada attrasse la sua attenzione. Scese dall’auto.

«Dottore? Dottore?» Italo guardò Antonio Scipioni. «Ha messo giù». «E ti credo, lo fai innervosire con questa storia dei

taxi».

«E che è colpa mia?». Lo sportello posteriore si aprì all’improvviso. «Ma chi Rocco Schiavone era appena entrato nell’auto asciugandosi i capelli. «Dottore!». «Allora prenditi la mia auto» e consegnò le chiavi a Italo. «È la Lancia qui fuori, la vedi?».

«Cioè stavamo parlando ed eravamo

?».

«A dieci metri. Tu, Antonio, rimani dietro a Berguet. Il negozio è questo?» e guardò dritto attraverso il parabrezza. «Esatto» fece Scipioni. La vetrina recitava: «Biribimbi! Tutto per i vostri Biribimbi. Da zero a dieci anni». «Qualcuno sa dirmi cos’è un biribimbo?». «Un bimbo birichino?» azzardò Scipioni. «Bravo, Antonio! Come t’è venuto in mente?». «Non lo so, dotto’. È mezz’ora che sto davanti a questa vetrina a pensarci». «E chissà per quanto ci devi restare. Bene. Allora muoversi, Italo». «Lei che fa, dottore?» chiese Pierron. «Ombrello?». «Dietro» e Scipioni indicò il pianale posteriore. Rocco si girò, l’afferrò e scese dall’auto. «Qualsiasi novità chiamate» e aprì lo sportello. «Aspetti» lo bloccò Italo. «Che vuoi?». «Benzina c’è?» chiese mostrando le chiavi della

Lancia. Rocco alzò gli occhi al cielo. Si mise una mano nel portafogli, tirò fuori 50 euro: «Ecco, mettici la benzina, tieni il resto e non mi scassare più il cazzo!». E uscì sotto la pioggia sferzante di maggio.

Bastarono due pozzanghere prese in pieno e Rocco Schiavone si giocò l’undicesimo paio di Clarks da quando stava ad Aosta. «Porca troia!». In più l’ombrello di Scipioni, di chiaro pedigree cinese, aveva già perso tre stecche e tutto floscio era ripiegato su se stesso come una piadina lasciando colare spruzzi d’acqua sul loden e nel colletto del vicequestore. «Che Dio e tutti i Santi maledicano questa città, la pioggia, il vento e ’sto cazzo di freddo!». La questura era a un centinaio di metri, doveva solo attraversare la strada. Le macchine sfrecciavano su corso Battaglione Aosta lasciando sull’asfalto scie d’acqua spumosa come motoscafi. Non c’erano le strisce pedonali, ma per un romano quello non era mai stato un problema. Gli indigeni della capitale, e Rocco fra questi, sono abituati ad attraversare anche dietro una curva su una strada a sette corsie ad altissimo scorrimento. C’è da dire che però gran parte della spesa sanitaria comunale è riservata alle persone investite da bolidi impazziti. Che, come è risaputo e scritto anche sulle guide turistiche, a Roma non si fermano neanche davanti alle strisce pedonali attraversate da una

novantenne col girello. Rocco senza pensarci scese dal marciapiede. Le auto suonarono, sfanalarono, ma grazie all’esperienza capitolina il vicequestore elegante come un toreador riuscì ad attraversare ed entrare illeso in ufficio. A parte le Clarks, ormai due bucce d’arancia muffite da gettare nell’indifferenziato, altri danni la pioggia non aveva fatto.

Furio

non reggeva più, seduto da ore al bar Settembrini nell’omonima via di Roma, quartiere Prati, ad ascoltare le pene d’amore di Adele. L’argomento era il rapporto fra lei e Sebastiano che sembrava arrivato al capolinea. Invano Furio aveva cercato di alleggerire la situazione, spiegarle che Seba era così, sembrava distratto invece

l’amava ancora come il primo giorno. Ma Adele non sentiva ragioni. Parlava, parlava, parlava, e ormai a Furio del destino di quella coppia non gliene fregava più niente. Continuava a ripetere come un disco rotto: «Eh, lo

so

». Era l’una. Seduto a quel tavolino traballante dalle dieci del mattino, si era giocato lo stomaco con tre caffè, un succo d’arancia e un enorme muffin al

cioccolato. Ma dove trovava l’energia Adele? Osservava la bocca della ragazza muoversi, articolare parole, ma non percepiva più il senso del discorso, un rumore di fondo continuo senza una logica precisa.

«Eh, lo so

che ci vuoi fare? D’altronde

».

che ci vuoi fare? D’altronde

«Eh, lo so

che ci vuoi fare? D’altronde

».

Che si fotta, pensò Furio. Se Adele lo vuole mollare, che lo molli. Tutto sommato era da tempo che glielo dicevano a Seba, lui, Brizio e pure Rocco: «Guarda che se continui ti molla. Non le dai un’attenzione che è una». Seba passava le ore in casa col muso lungo davanti al televisore oppure attaccato a Internet. E Adele? Lei, che fuori dalla porta di casa aveva la fila di uomini pronti a fare a cambio con Sebastiano, se l’era scordata. «Quello è peggio di un orso ormai. E non sta manco attento a quello che mangia. Hai visto com’è ingrassato?». In realtà Seba nella memoria di tutti era sempre stato grasso, ma per darle ragione Furio continuava ad annuire.

«Eh, lo so

che ci vuoi fare. D’altronde

».

«Ho provato a farlo ingelosire, pure cor Cravatta. È durato due giorni. Poi è tornato quello di prima». All’improvviso, a rompere quella monotonia, a spezzare quel ritmo cadenzato e un po’ sonnacchioso delle lamentele, Adele afferrò Furio per le mani. «Furio, aiutami!» gli chiese. «Ti aiuto? E come ti aiuto?». Furio sapeva che se avesse trovato la risposta l’incontro finiva lì. Serviva una soluzione drastica al problema, che desse speranza alla sua amica e che lo togliesse da quel tavolino dove ormai stava facendo la muffa. «Vattene» le disse. «E dove vado?». «Da tua madre, da tuo fratello a Brescia. Vattene senza dirgli niente e stacca il telefonino. Se mi chiede non so niente».

«Mio fratello non c’è a Brescia. L’hanno mandato a Berlino. Da mia madre manco morta». «Ma un’amica ce l’hai?». «A Roma». «No, Roma no. Ti trova se vuole». Poi gli venne un’idea balzana, ma si disse: perché no? Poteva funzionare. «Vai da Rocco». «Ad Aosta?». «Eh, vai lì. Rocco il gioco te lo regge». «Furio, ma non lo so. Non lo sento da mesi». «Prova a chiamarlo, tanto il numero è sempre quello. Vai lì e stai tranquilla. A Seba ci penso io. E ti dico come reagisce, se si strappa i capelli o no. Almeno così decidi una volta per tutte quello che vuoi fare». «Ma lo sai che è un’idea?». «Vero?». Furio era felice. Lui aveva trovato la soluzione, Adele il sorriso e poteva finalmente lasciare il bar Settembrini e con lo stomaco sottosopra andare a mangiare l’amatriciana da Stella e Brizio che facevano due anni di matrimonio.

Le ore passavano e Chiara Berguet rischiava ogni minuto di più. Magari la richiesta del contante era già avvenuta, gli accordi erano già stati presi e la macchina del riscatto era già in movimento. Non poteva più rimandare, era arrivato il momento di andare dal giudice. Baldi lo aveva ascoltato per un quarto d’ora. Senza annuire, senza muoversi, sembrava una mangusta che osserva il cobra da azzannare. O viceversa. Quando

Rocco finì di spiattellare la situazione, Baldi prese un bel respiro. E sputando fuori il fiato disse: «Perché solo ora?». «Perché volevo essere convinto. E lo sono». «E se è troppo tardi?». «Non credo». «Cosa glielo fa credere?». «È sparita domenica notte tardi. Oggi sì e no avranno preso i contatti». Baldi, da quell’ipercinetico che era, scattò in piedi, attraversò l’ufficio e senza dire niente lasciò Rocco seduto davanti alla scrivania. Ma il poliziotto non si stupì. S’era abituato alle reazioni surreali del magistrato. Notò che sulla scrivania dopo mesi era riapparsa la foto della moglie, segno che il rapporto coniugale aveva ripreso la via della serenità. Quando Baldi tornò a sedersi teneva un dolcetto in mano e masticava sonoramente. «Vuole?». «No grazie». «Fa schifo. È quello del distributore automatico. Lei come si sta muovendo?». «Ho attaccato due uomini al padre di famiglia». «Mmm» e il giudice mollò un altro morso alla crostatina. «Non c’è denuncia. Io dovrei mettere i telefoni sotto controllo senza una denuncia». «Si viola qualche legge?» chiese Rocco. Il giudice neanche rispose. Appallottolò la plastica che rivestiva la merendina e la gettò nel cestino. La cartuccella rimbalzò sul bordo e rotolò sul pavimento.

fece Baldi. «Moriremo soffocati dalla

«Plastica

»

plastica, lo sa?». Rocco annuì. «Da qualche parte nell’oceano c’è un’intera isola fatta di plastica grossa come l’Europa. Eppure basterebbe così poco». Non c’era argomento per il giudice Baldi, politica, ambiente, difesa, per il quale non avesse soluzione.

Dagli stipendi degli onorevoli al problema pensionistico o degli armamenti, debito pubblico e lavoro, tutto per lui aveva una via di uscita semplice e di facile realizzazione. «Lo sa come potremmo debellare la plastica dal pianeta? La si spara fuori dall’orbita terrestre, via, nello spazio profondo. Ogni continente costruisce razzi che invece di mandare in orbita satelliti, di cui ormai ne abbiamo a sufficienza, lanciano tonnellate di plastica nell’immensità. Cosa vuole che sia un continente che vaga nella galassia? Niente, una goccia nell’oceano. E per noi invece sarebbe la vita!». «Mi pare un’idea buona e costosa» ribatté Rocco. «Costosa perché? Se è lo Stato a costruire i razzi, si tratterebbe solo della materia prima e del carburante». «La forza lavoro?». «Mobilitazione di tutti i fancazzisti che occupano posti statali senza fare niente. Già in questa procura ne potrei numerare una decina». «Non faremmo prima a vietare la plastica del packaging?» propose il vicequestore.

Tornando a noi sono d’accordo con le

sue scelte. Restiamo sotto traccia. Senza troppo

«Ci penso su

clamore. Non possiamo rischiare».

«Io le chiedo solo un’indagine patrimoniale della Edil.ber. Non credo se la passino bene. In più voglio capire il rapporto che hanno con la banca della Vallée. Il direttore si chiama «Laura Turrini. La conosco benissimo. Cosa ha in mente?». «Non lo so. Ma se uno ha avuto proteste di operai e sindacati per pagamenti e poi le cose si sono aggiustate, insomma c’è bisogno che qualcuno questi soldi li abbia anticipati». «E lei vuole sapere se è stata la banca, appunto». «Appunto». «Cosa le fa credere che non sia stata la banca?». «Perché ho una certa età, e non è la prima volta che mi capita una situazione così. Lei lo sa, io lo so, gli imprenditori hanno spesso bisogno di liquidità». «E lei sospetta che non sia stata la banca a tirarli fuori?». «Esatto, dottore». «Ne sono piene le cronache di queste cose, Schiavone. Ma mi lasci dire, qui sta sbagliando e di brutto. La Turrini è persona di alto profilo morale e la banca che rappresenta è uno specchio di onestà. Da anni non sono mai incappato in nulla che potesse anche solamente far venire qualche sospetto». «Però è una pista, no?». Il giudice aprì un cassetto e tirò fuori una boccetta di acqua. Svitò il tappo e con una sorsata la dimezzò.

io invece con la banca vorrei

«Ahhh

fa schifo

controllare se c’è stato qualche movimento di denaro.

Se come lei dice la ragazza è stata portata via di casa, Pietro Berguet dovrà inventarsi qualcosa per pagare, no?». Con una seconda sorsata finì la boccetta di acqua e la spedì dritta nel cestino, stavolta centrandolo. «Io non credo abbiano già pagato. Troppo presto». «Vero, Schiavone. Ha ragione. E poi chi ha grosse società come la Edil.ber potrebbe usare soldi esteri, fondi, insomma non è che va allo sportello bancario a ritirare due milioni di euro». «No. I rapitori vogliono contanti, mica un bonifico». «Maddai?» fece ironico Baldi. «Per trovare i contanti

ci metterà un po’. Non è cosa di pochi giorni. E magari

muoverà più di un conto qui in Italia, facile anche oltre confine. Va bene, io mi do da fare da quelle parti. Lei stia dietro alla famiglia». Rocco si alzò. Ma Baldi lo fermò. «Lo sa? La Edil.ber è in gara per un appalto molto grosso qui in Regione. Dobbiamo andarci coi piedi di piombo». «Per questo prima di venire da lei mi sono sincerato, dottor Baldi» rispose il vicequestore. «E ha fatto bene. Chi sa la cosa in questura?».

«Io e i miei uomini più fidati». «Stanlio e Ollio?» chiese Baldi riferendosi a Deruta e D’Intino. «No, loro no». «Se scappa qualcosa ai giornali la ritengo responsabile». Rocco guardò il giudice negli occhi. «E io potrei dire

lo stesso. Chi mi assicura che qui in procura non spunti

fuori una testa di cazzo con la gola molto profonda?». Baldi rimase qualche secondo a guardarlo. «Faccio finta di non aver sentito». «Tenga ben presente invece quello che le ho detto. Se il chiacchierone fosse a casa mia, oggi l’avrebbe letto sui giornali». Afferrò «La Stampa» e la sbatté sotto il naso di Baldi. «E qui sopra non c’è». Baldi annuì. Sorrise. Prese il giornale. «Io e lei faremo molta strada insieme mi sa». «Non lo so, dottore. Io l’unica strada che vorrei fare è quella che mi porta a stendere le ossa su una spiaggia della Costa Azzurra per il resto dei miei giorni». «Faccia come me. Invece di pensare a una casa al mare, perché non si concentra su una barca? Con quella, la spiaggia la cambia ogni giorno». «Odio le barche, odio le onde e la puzza delle alghe. Devo poter camminare e poi non ho neanche il patentino nautico». «Io prima o poi mi faccio un bialberi da sogno, vedrà, e mi levo di torno una volta per tutte». «Le lascerò l’indirizzo della mia spiaggia. Invece magari lei può darmi una mano. Dovrei ficcanasare dentro un negozio, si chiama Biribimbi». «Come si chiama?». «Biribimbi» ripeté Rocco senza cambiare espressione. «Ma che nome è?». «Secondo un mio agente nasce dall’unione di bimbi e birichini». «E allora perché non bimbicchini?».

«Perché forse suona più come un’agenzia funebre?». «Vero. Birichinbimbi?». «Troppo lungo. E poi sulla scritta, come insegna l’italiano, avrebbero dovuto mettere la emme. Cioè Birichimbimbi, e addio al doppio senso». «Dottor Schiavone, non crede che ci stiamo impelagando in una discussione priva di senso?». «Ho la sua stessa percezione». «Biribimbi. E perché vuole sapere di questo negozio?». «Perché il nostro Pietro Berguet è là. In un momento come questo mi pare strano che un imprenditore si occupi di andare a comprare vestitini per bimbi da zero ai dieci anni. Peraltro Chiara è pure figlia unica e di anni ne ha 18. Non trova?». Il giudice ci rifletté sopra. «Questione di un’ora e le mando un bel fax in questura. Adesso il giudice Baldi deve mettersi a lavorare». Si alzò in piedi con la mano tesa verso Rocco. Al quale non rimase che stringerla. «Mi raccomando, Schiavone, massima discrezione. In gioco c’è la vita di una ragazza». «Gliel’ho appena detto io». «Le stavo solo suggerendo di utilizzare metodi più consoni al ruolo che riveste». «L’ho sempre fatto». «Non mi risulta e lei lo sa». «Posso riavere indietro la mano?». «Certo». E il giudice finalmente gliela mollò.

Quanto tempo è passato? Quanti giorni? Dov’è che

l’ho letto, o forse era in televisione. Si può resistere senza bere al massimo una settimana. E io da quant’è che sto qui? Due giorni? Tre? Fuori è di nuovo buio. Sta tornando la sera. Aveva passato il tempo a concentrarsi per non sentire prurito, per non provare dolore. Era debole, le facevano male tutti i muscoli che riusciva a muovere. In più sentiva i glutei formicolare, e le mani e i piedi. S’erano addormentati. Il sangue non circolava come avrebbe dovuto. Una settimana è il tempo massimo senza bere. Legati invece quanto? Sei giorni? Cinque? Il gatto rosso. Dov’è quel gatto rosso col campanellino al collare? Se c’è un gatto rosso col campanellino ci deve essere una casa vicina. Sì, ma non ti sentono. Aveva urlato fino a perdere la voce e a sputare un liquido rossastro. S’era ferita la gola inutilmente. Nessuno l’aveva sentita. Può essere un gatto randagio. I gatti randagi stanno in città. Allora sono vicino a una città. E chi te l’ha detto? I gatti stanno dappertutto. Anche in campagna. E chi ti dice che sei ad Aosta? Potresti essere dovunque. «Dove siete? Dove siete? Perché non venite? Perché?». Dov’è quello che mi ha legato qui? Dov’è andato? Perché non torna a portarmi da bere? Ho sete. Ho sete e fame. La vecchia porta di legno tremò con una scossa

improvvisa. Il cuore di Chiara smise di pompare, il sangue si gelò e lo stomaco divenne più piccolo di una nocciolina. Eccoli. Arrivano! Ancora due strattoni. Si aspettava di vedere la catena scivolare dal buco e la porta aprirsi, e magari un uomo col passamontagna entrare con cibo e acqua. Mio Dio! Se entrano ora mi vedranno senza cappuccio in testa! E se il rapitore entra senza il passamontagna, lo vedo in faccia, e mi uccide! «Ho gli occhi chiusi! Ho gli occhi chiusi!» urlò con quel poco di voce che le era rimasto. «Non ho più il sacco in testa ma ho gli occhi chiusi. Non vedo niente, lo giuro!». Rimase in attesa. Con le palpebre serrate. Aspettò di sentire il rumore della catena che scivolava, la porta aprirsi. Ma non accadde nulla. Passarono i secondi. Riaprì gli occhi.

«C’è

c’è nessuno? Per favore, rispondete!».

Il giudice era stato molto rapido. Neanche mezz’ora e il fax di Rocco aveva vomitato una pagina piena di informazioni sul negozio d’abbigliamento per neonati. Mentre Rocco lo leggeva, Italo Pierron aspettava seduto sulla sedia. Caterina non era più nella stanza. Era tornata a casa in anticipo perché aveva sentito la febbre risalirle nel corpo. «Negozio Biribimbi. È di un tale Carlo Cutrì. Residente a Lugano. Ha un socio, un valdostano,

Michele Diemoz». Schiavone poggiò i fogli sulla scrivania. «Io credo che dovremmo andare a fargli visita. Che ore sono?». «Le sei e un quarto». «Sbrighiamoci». «Rocco, io sto morendo di sonno. Ti ricordi? Siamo in piedi dalle due». «Allora vai a casa. E mandaci anche Scipioni. È sempre dietro a Berguet?». «Sì. Ha chiamato. Quello è rientrato in casa verso le cinque e mezza e non è più uscito. La moglie e il fratello sono sempre lì. Invece io sono stato attaccato a quel tipo, Cerruti. Ha un’Audi TT e per me come secondo mestiere rimorchia le ragazze nelle discoteche». «Cos’ha fatto?». «È andato da un notaio, ecco, qui ho l’indirizzo». Tirò fuori una carta e la lasciò sulla scrivania. «Dottor Enrico Maria Charbonnier. È a rue Piave, tre civici dopo il tuo». «Va bene. Registrato. Ottimo. Tu, Italo, vai tranquillo a dormire. Al negozio ci vado da solo». «Grazie. Domani?». «Solita ora». «Alle nove?». «C’è un negozio che vende Clarks qui ad Aosta? Quello dove mi servivo ha chiuso per fallimento». «Le hai finite?». Schiavone annuì. «Undici paia?».

Schiavone annuì ancora. «Ma perché non ti fai un altro paio di scarpe?». «Ma perché non ti fai i cazzi tuoi? Allora c’è o non c’è?». «Comunque no, non lo so «Se lo vieni a sapere, me ne compri un paio? 44». «Ricevuto Rocco si alzò dalla sedia. «Vado sennò chiudono. Notizie dei fratelli De Rege?». «D’Intino e Deruta?» fece Italo alzandosi. «Pare niente. Missing in action». Schiavone annuì e senza aggiungere altro uscì dall’ufficio.

Fuori era quasi buio e l’ultimo bagliore del giorno sbavava appena le ombre nella stanza. Era stato il vento a sbattere la vecchia porta di legno scrostata dal tempo. Chiara cominciò a tremare dal freddo. La pioggia non aveva smesso neanche per un

attimo e l’umidità della cantina le stava entrando nelle ossa. Fra pochi minuti sarebbe stato tutto nero e buio. E allora il cervello le avrebbe camminato a zig zag, senza una meta, né un punto di riferimento. Non mi piace. Non mi piace. Al buio si vedono le cose che non esistono. Si vedono le ombre grigie dei

topi, i ragni grandi. E respira, il buio

come un corpo

enorme che si nasconde e respira. Si avvicina, si allontana. Se ne sta acquattato in un angolo, poi appena

dormo Dodici ore di buio. Dodici ore di presenze, forme,

incubi e oscurità. Non ce la faccio. Mi fa male tutto. La testa

a martello. Là sotto come un’onda. Le gambe. Le braccia. Tutto. Chiodi? Pinze? Tenaglie? Fiamme? Lame? Ho tutto addosso Prova a dare una testata alla colonna. Così svieni e almeno dormi, le suggerì la vocina. Chiara cercava di non ascoltarla. Che ci vuole? Un colpo secco e via! Ti fai una bella dormita! Se tiro i polsi, alla fine li libero. Me li taglio ma li libero. Se aspetto avrò sempre meno forze. Prima ci provo e meglio è. Prova con le gambe. Le gambe sono più forti. Le gambe? Le gambe. Stavolta la vocina aveva ragione. Le gambe sono più forti. Soprattutto le sue, che a 12 anni era stata una promessa dello sci. Quadricipiti e polpacci erano potenti. Doveva provarci. Poteva riuscire. Se solo avessi un goccio d’acqua. E bla e bla e bla invece di fare parli e piangi. Parli e piangi. Forza! Cominciò a spingere le gambe in avanti. Erano bloccate alla sedia all’altezza della caviglia. Se è una catena puoi tirare pure tutta la vita, mica si spezza. «Se è una catena, stronza. Ma non fa rumore, quindi non è una catena. È scotch!». Chiuse gli occhi e tirò ancora avanti e indietro, avanti

e indietro. Nessun risultato. La stretta non cedeva, non

si allentava. Accompagnava le trazioni saltando sulla

sedia. I glutei pungevano e facevano male. Anche i quadricipiti e i muscoli delle braccia. Ma Chiara non mollava. Stringeva le gambe, le allargava, le tirava in avanti, scalciava all’indietro. Le caviglie bloccate alla sedia. Tirò un altro paio di calci. Sentì un crac

improvviso, un rumore di legna fradicia che si spezza, poi la sedia sotto di lei cedette. Cadde di lato, rovinò per terra sbattendo la testa sul pavimento. Una lama infuocata le entrò nella coscia. Urlò con tutto il fiato che aveva nei polmoni. Allungò le gambe ormai libere dai legacci. Una zampa

di

sedia era ancora attaccata alla caviglia destra. Dietro

la

gamba sinistra, pochi centimetri sotto i glutei, un

pugnale di legno era penetrato nella carne. Il dolore

insopportabile la stava paralizzando.

pezzo di legno? Una

scheggia? È dentro la gamba. È dentro. Dio che male. Mi brucia. Brucia! La zampa di una sedia, spezzata, s’era infilzata dritta nel bicipite femorale. La macchia scura della ferita diventava sempre più grande. Sangue? Esce tanto sangue. I muscoli tremavano come gelatina. Chiara strinse gli occhi e si vide, sdraiata a terra su un fianco, la gamba sinistra ferita e sanguinante, la destra ripiegata all’indietro, le mani legate alla spalliera della sedia, il viso schiacciato sul pavimento freddo. E il dolore che aumentava di minuto in minuto.

Cos’è

?

Cos’è

?

Un

Se sto ferma si calma. Se sto ferma si calma. Sto ferma, non mi muovo e passa tutto. Brava. Sta’ ferma. Così perdi tutto il sangue e muori.

Aveva smesso di piovere. Le strade erano fradice e disseminate di pozzanghere peggio di un campo minato. Rocco camminava attento a non caderci dentro. Squillò il telefono. Furio, da Roma. Il cuore di Rocco cominciò a sbattere le ali. «Amico mio, come va?». «Bene, Rocco, bene. Che se dice?». «E che si dice? Solite rotture di coglioni». «Senti, ti prendo solo un minuto». «E dimmi». «Si tratta di Adele». «Ha mollato un’altra volta Seba?» chiese Rocco scocciato. «No. Però vuole farlo. Quello è un coglione». «Sempre detto». «Allora io e lei abbiamo avuto un’idea. Lei sparisce dalla circolazione per un po’. Quello si ingelosisce e magari la viene a cercare e lei ha la prova». Rocco ci pensò. «Sì, mi sembra una buona idea. E dove si va a nascondere, però? Quello Seba la trova ovunque». «C’è venuta in mente una cosa geniale». «E sentiamo. Però sbrigate che sono nel mezzo di una cosa brutta». «Presto detto» fece Furio. «Viene da te».

Rocco si fermò. «Da me? Come da me?».

«Quello Seba non ci penserà mai che sta da te».

«Ma

e dove si mette?».

«A casa tua, no?». «Ma ci sei mai salito qui a casa mia ad Aosta? Ho un solo letto». «E nun ce l’hai un divano letto?».

«Sì, ma Adele «Tranquillo, si tratta di qualche giorno. Poi torna a Roma».

dille di

chiamarmi quando decide». «E certo. Oh, in bocca al lupo, adesso devo scappare». «Guarda che io t’aspetto, sa?». «Mo’ che viene la bella stagione salgo. Promesso». «E io ce credo. Stamme bene, Furio». Adele a casa sua. Era una cosa strana e pazzesca. Per due motivi. Primo perché un po’ gli sembrava di fare

una cosa scorretta a Seba. Anche se, a guardare meglio, lo faceva per il suo bene. La seconda era Adele. Un’amica, la donna di Sebastiano, e per Rocco la donna di un amico diventava immediatamente un uomo. Ma insomma, avercela per casa, magari la mattina appena

insomma doveva resistere a non fare lo

sveglio

stronzo. E poi Marina? Che avrebbe detto? Lei e Adele non s’erano mai piaciute. Avrebbe accettato la cosa tranquillamente? Forse era il caso di trovarle un albergo. D’altra parte

«Secondo me siete matti. Però

vabbè

a casa sua non aveva mai messo piede nessuno. E

nessuno doveva mettercelo. Rocco girò l’angolo, in fondo alla via c’erano le insegne luminose di Biribimbi. La strada era buia e deserta, e se non fosse stato per i neon del negozio

avrebbe sicuramente centrato il rivolo d’acqua accanto

al marciapiede che come un torrente in piena scendeva

verso il centro della città. Cauto si avvicinò alla vetrina. Si affacciò e guardò dentro. Il negozio era vuoto. I quarzi sparati al massimo davano all’ambiente un’aria ospedaliera. Una commessa, una ragazza sui 30 anni, bassa e cicciottella, era alla cassa. Premeva dei tasti, strappava degli scontrini, richiudeva il cassetto e ricominciava. Lo fece per almeno sei volte. Quando Rocco entrò, quasi saltò sulla sedia. Guardò il vicequestore e pallida disse: «Buonasera. Posso esserle

d’aiuto?». «Sì. Sto cercano delle tutine di spugna. Come quelle che ha in vetrina». Il negozio era caldo, quasi una serra, e regnava un odore di plastica. «Bene!» e la ragazza uscì dal bancone. «Se me le

mostra Rocco gliele indicò. «Ecco, quelle. Una gialla e una verde». Erano tutine di spugna per neonati. Dal prezzo esorbitante, a Rocco non era venuto in mente altro.

la ragazza stava pensando. «Quanti anni

ha il bimbo?». «Anni? Ha quattro mesi».

«Mmm

»

«Ah, sì, già anno

« non servono più. A meno che il bimbo non abbia seri problemi di crescita» precisò Rocco.

si avvicinò ad

uno scaffale carico di scatole. «Dovrebbero essere Cercava con lo sguardo tenendosi un dito in bocca. Salì

sullo scaleo che scricchiolò. Rocco si preparò ad un

placcaggio volante nel caso i gradini avessero ceduto.

si

avvicinò ad un mobile pieno di cassetti. Cominciò ad aprirli compulsivamente. «Niente, neanche qui. Mi scusi, sa? Ma io è da poco che lavoro al negozio. Forse nel retro?». «Me lo sta chiedendo?». «No, stavo pensando che forse sono nel retro. Un attimo». Aprì una porticina incastrata sotto gli scaffali e sparì alla vista. Rocco si avvicinò alla cassa. La ragazza aveva lasciato il cassetto aperto. Vuoto. Neanche una banconota. Giusto qualche spicciolo e un paio di graffette di metallo. Gli scontrini che la ragazza aveva appena battuto erano sul banco, impilati in ordine. L’ultimo riportava la cifra di 320 euro. Sentì un tramestio e veloce tornò al centro del negozio. La ragazza spuntò dalla porticina. Aveva una scatola in mano. «Ecco, ne ho trovata una. Rossa. Può andare bene?». «Me la fa vedere?». La ragazza portò la scatola al banco. La aprì. Tolse la

vero. Quelle tutine mi sa che dopo un

«Allora dovrebbero essere

aspetti

»

«No, qui non ci sono. Aspetti un momento

»

e

carta velina e mostrò la tutina. C’era la faccia della Pimpa cucita sopra. «Quanto costa?».

cercò sulla scatola. Non trovò il prezzo.

Poi andò alla vetrina. Tornò indietro: «70 euro!». «Alla faccia!» disse Rocco. «Va bene, la prendo. Anche se ne avrei volute due, ma con questi prezzi». «Deve essere di un ottimo materiale, sa?». «Dice?». «Penso di sì». Il vicequestore tirò fuori il portafogli e la carta di credito. La ragazza guardò il tesserino magnetico neanche fosse stato un esemplare di vedova nera. «No!» disse spaventata. «No. Niente carte di credito o bancomat. Solo contanti, per favore». «Non li ho». «Ma il pos non funziona».

«E allora come facciamo?». «Boh» disse la ragazza. «Facciamo che torno domani?». «Ecco, magari. Mi sembra una bella idea». «Va bene, allora torno domani. Me lo metta da parte, eh?». «Certo, certo». La commessa richiuse il pigiamino dentro la scatola. «Le consiglio di abbassare un po’ la temperatura. Qui dentro si muore». «Magari, ma non so come si fa». «Ci sarà un termostato da qualche parte, no?». «Dice? Ora lo cerco». Rocco annuì e tornò alla porta del negozio che s’era

«Aspetti

»

appannata per la differenza di temperatura con l’esterno. «È stato un piacere». «Anche mio. A domani».

«A domani

come si chiama?».

«Carmelina. Melina, per gli amici». «A domani, Melina». «L’aspetto». Cara Melina, pensò Rocco, certo che torno. Ma non domani. Molto, molto prima.

Verso casa. Il cielo bagnato. Nuvole basse, la temperatura in discesa. Sentì un brivido sotto il loden. Sicuramente avrebbe ripreso a piovere. I negozi stavano chiudendo ma faceva ancora in tempo a fermarsi alla pizzeria per prendere la cena. L’asfalto rifletteva le luci colorate delle insegne e le ombre dei passanti. I vetri del pub e del caffè erano appannati. Anche quello della pizzeria a taglio. Era ormai a pochi passi dal negozio quando vide Anna. Rocco si bloccò in mezzo alla strada. Abbassò la testa e si rifugiò nell’angolo buio sotto il palazzo, lontano dal lampione. Guardò Anna scendere dal marciapiede e puntare dritto verso casa. Non l’aveva visto, oppure aveva fatto finta di non vederlo. D’altra parte al telefono era stata chiara. Aspettò che la donna sparisse dentro il portone, poi riprese a passo deciso verso la pizzeria. Era stanco, gli facevano male le ossa. Aveva solo voglia di andare a casa e farsi qualche ora di sonno.

Marina non c’è. Non la trovo in giro. Neanche a

letto. Mi siedo al tavolo del salone. Apro l’involto della pizzeria. I tranci mi sembrano delle croste piene di pus, delle piaghe di un’ustione, degli herpes. Non ce la faccio a mangiare ’ste suole di scarpa. Il supplì è nero, l’avranno fritto nel paraflu. E la coca è calda. Anche se fa freddo, la coca deve essere fredda. La coca-cola calda si attacca al palato e uccide la voglia di campare. Ammesso che uno ce l’abbia. Sonno. Sto crollando dal sonno. È strano. È tutto il giorno che penso a quella ragazza, Chiara, e non so neanche che faccia abbia. Se è alta, magra. Somiglia alla madre? A suo padre? Domani ti vengo a prendere, sicuro. Ti vengo a prendere. Dio ’sto divano. S’affonda. S’affonda troppo. «Allora mi dica. Per 100.000 euro. Faceva coppia con Marilyn Monroe ne Gli uomini preferiscono le bionde». Non lo sa. Ha vent’anni, che ne sa ’sto ragazzo? Jane Russell, coglione! «Lauren Bacall?». Ti sei giocato 100.000 euro. Andate ai quiz e non avete le basi? Che ci andate a fare, dico io. Cambiare! «E questo è ferribotte, detto il taciturno indoveché laconico ma quando parla TAC! Ogni frase è una sentenza!». No, i soliti ignoti no. Mo’ mi tocca guardarlo tutto. «Chi beve birra campa cent’anni!». «Visto?».

Mercoledì

«Ti sei addormentato».

«Che

che ore sono?».

«Non lo so. È tardi» mi risponde Marina aggiustandosi i capelli. Ma come fa? Se li mette dietro, sembra annodarli e quelli non si sciolgono. Cos’ha, una colla nelle mani? È tardi. Fuori è buio. In televisione c’è un cartone animato. «Stavo guardando un film».

«Lo so. Ma è finito da un pezzo». Marina mi sorride. «Tu dov’eri, Marì?». «Perché non te ne vai a letto?». «Perché non posso. Non posso proprio. Mi fa male tutto». La schiena, il collo, le scapole, il bacino e pure le gambe. «Ti ricordi quando tornavo a casa i primi tempi e mi facevi i massaggi?». «Come no? Ogni giorno che Iddio mandava in terra». «Non ti piaceva?». «Per niente». «Perché non me l’hai mai detto?».

«Non lo so

sembravi felice».

«Allora ora te lo posso svelare: io li odiavo i massaggi».

Ci mettiamo a ridere. «Ci sono tante cose che non ti

ho mai detto». «Per esempio?». «Non mi piacevi coi capelli corti». «Poi?». «Neanche quando ti mettevi le ballerine». «Mai avute». «Un’estate sì. A Santo Stefano». «Me le avevi regalate te». «Avevo sbagliato». «Cos’altro non mi hai mai detto?». «Per un periodo pensavo tu avessi un altro». «Io? E chi?».

«Prosperi». «Giorgio? Il marito di Serena? Il chirurgo?». «Proprio lui». «Amore, mi aveva tolto l’appendice».

«E allora?».

«Come allora? Era il marito della mia migliore amica!». «Appunto, un classico. Lo invitavi sempre a cena». «Li invitavamo sempre a cena». «Era pure laziale. Facevi la scema con lui». «Amore mio, Giorgio e io ci conoscevamo da trent’anni. Chiudiamo ’sta storia. Che altro non mi hai mai detto?». «Che mi manchi, Marina, mi manchi da morire».

«Non è vero. Lo sai perché dici così? Perché hai paura». E di cosa avrei paura? «E di che?». «Non sono io che ti manco. Sei tu».

«Ti sbagli. Ti ricordi quella frase? Il desiderio di una persona è immortale». «Ma se lo riempi, svanisce. E svanisce anche il bisogno di quella persona».

«E come lo riempio?».

«Forse l’hai già fatto».

Mi accarezza i capelli. La guardo negli occhi. «La

sai una cosa, Marina? Mi sa che sto perdendo qualche diottria». «Le diottrie non c’entrano niente». E mi asciuga una lacrima. «Sono le due, Rocco. Vai a letto». «Non posso. Ti dico che non posso».

Enzo Baiocchi respirava lento sotto le lenzuola guardando il soffitto. Che era blu. La luce di sicurezza dipingeva tutto di blu. Il soffitto, le mani, le unghie, il comodino di ferro, il letto vuoto del vicino, la porta e le sbarre. L’orario era giusto. Le due e venti di notte. L’ultimo controllo era passato da dieci minuti e il furgoncino della mondezza sarebbe arrivato fra un’ora. Doveva muoversi. Per prima cosa si infilò i calzini e le scarpe da ginnastica allacciandole col velcro. Si tolse la giacca del pigiama per restare in maglietta nera. Baciò il crocifisso d’oro che portava al collo, poi si alzò e andò alla finestra. Il cortile era deserto. Solo le piante si muovevano alla brezza notturna. Un gatto attraversò

veloce il vialetto di ghiaia, poi sparì fra le foglie di un tronchetto della felicità. Fra tre giorni l’avrebbero riportato in cella e addio alle lenzuola fresche e al cibo dell’infermeria, addio alla musica che ogni mattina i paramedici sparavano a tutto volume, addio al giornale e soprattutto addio al lavoro fatto sulla terza sbarra a sinistra della finestra.

Ci aveva messo due settimane di lavoro per scalzarla

dalla sede. E ora veniva via come il molare di un vecchio con la piorrea. S’era tenuto a dieta, aveva perso tre chili e fra le sbarre ci passava benissimo. Non dovette neanche sforzarsi troppo. Era al pian terreno e con un salto di mezzo metro era già atterrato sull’aiuola. Si guardò intorno. Le luci dell’infermeria erano spente. Solo quella blu, spettrale, avvertiva che i ricoverati erano sprofondati nel sonno. Nella stanza

controllo invece la luce era accesa. A quell’ora l’infermiere, il medico di turno e le due guardie giocavano a Risiko, il gioco di guerra e conquista del mondo coi carrarmatini colorati, i dadi e la mappa del globo. Una moda importata da Frangipane, l’infermiere più giovane, che addomesticava la noia notturna. Per evitare le telecamere a circuito chiuso Enzo doveva raggiungere il muro di cinta e camminare strusciandoci contro la schiena. Avanzò lentamente cercando di non

far rumore passando sulla ghiaia. Raggiunto il muro,

fuori dalla luce dei lampioni gialli, centimetro dopo centimetro, lento come un bradipo, Enzo si avvicinò al

portone di ferro, ermeticamente chiuso davanti alla stanza di controllo.

«Attacco il Medioriente dall’Egitto con sette carri armati» era la voce di Frangipane. «Ti sfondo!» questo era Vito, la guardia. Enzo aveva solo un punto scoperto prima di arrivare

al portone. Illuminato dai lampioni, senza possibilità di nascondersi, doveva attraversarlo di corsa e sperare che nessuno controllasse in quel momento il centro del piazzale. Le guardie erano solo due. Per fortuna i tagli

al personale degli ultimi governi avevano decimato il

numero di addetti alla sicurezza nelle carceri. Questo rendeva la cosa più semplice. Se fossero stati a pieno organico, Enzo non avrebbe mai potuto pensare a una fuga. Sulle torrette ce ne sarebbero state almeno quattro

più altre tre nel cortile. Ora invece con solo due guardie penitenziarie, impegnate a non farsi prendere la Cina o

la Jacuzia, la cosa poteva essere fattibile. Poteva

andare. «Uno, uno, due, ma che sfiga!» urlò Frangipane. «Ah ah ah. Il Medioriente non lo tocchi, bastardo. Invece io ti attacco dall’Africa del Nord» urlò Vito. «Ma sei scemo, Vito?» una terza voce. Doveva essere il medico di guardia. «Così Paolo ti entra dal Brasile,

no?». «Ma si faccia i cazzi suoi, dotto’!» era Paolo, l’altra guardia, che evidentemente accarezzava già i suoi sogni

di espansione in Africa una volta che Frangipane si

fosse indebolito su quel fronte. Enzo chiuse gli occhi, prese un respiro e nonostante i suoi 60 anni suonati scattò come un fulmine verso il portone di ferro. Un pigiama celeste con una maglietta

nera attraversò il piazzale illuminato dai quarzi. Veloce come un sogno al risveglio. Nessuno lo vide. Nessuno se ne accorse. Nessuno stava guardando i monitor di controllo. Enzo si accasciò ai piedi del portone. Respirava a fatica e si asciugava il sudore. Ora doveva aspettare. Fra poco il portone di ferro si sarebbe aperto e il furgoncino sarebbe entrato a caricare la pattumiera dell’infermeria. Tre sacchi grigi che stavano già davanti alla sala controllo. Era il secondo momento più difficile. Saltare su da dietro e mettersi accucciato sul fondo del cassone, aspettando che gli arrivassero addosso i sacchi con i rifiuti alimentari di sette ricoverati, cinque infermieri, due medici e quattro guardie che si davano il cambio. L’unica cosa era non cedere al sonno. Ma su questo Enzo Baiocchi era tranquillo. Aveva tanta di quell’adrenalina in corpo che non avrebbe dormito per giorni, settimane, forse mesi. Sicuramente non si sarebbe riposato prima di andare a fare visita al bastardo. Cosa che aspettava da cinque lunghi anni.

Alle tre di notte le luci degli uffici della questura erano spente. Solo a piano terra e nella sala operativa c’era qualche segno di vita. Alla porta d’ingresso l’agente Miniero, appena trasferito dal Vomero, cercava di risolvere un rebus sulla settimana enigmistica. «Buongiorno!». La voce del vicequestore lo riportò alla realtà. Scattò sull’attenti. «Dottore. Così presto?».

«Sì». Chiuso nel suo loden salì agli uffici senza

accendere le luci, tanto il percorso lo conosceva a memoria. Entrò nella sua stanza, alzò il telefono e compose il numero.

pronto?».

«Italo! Sono Rocco». «Ma

«Pr

Lo vedeva, l’agente Pierron, girare lo sguardo cercando di capire se quella telefonata appartenesse alla realtà o al sogno che aveva appena lasciato sul cuscino.

«Che

«Le tre!».

«E che

che ore sono?».

che succede?».

«Succede che ti vesti e corri in questura. Abbiamo una visita da fare». «Ma a quest’ora?». «C’è una ragazza rinchiusa da qualche parte che forse è già morta. Te lo devo ricordare?». Pierron non rispose. «Italo! Ti sei riaddormentato?». «No, no. Dammi dieci minuti». «E non venire in divisa!». Rocco chiuse la telefonata e contemporaneamente aprì il suo cassetto delle «preghiere laiche quotidiane», come aveva ribattezzato il suo bisogno giornaliero di marijuana. La temperatura di notte scende. È cosa risaputa. Ma quella notte di maggio stava esagerando. Fece l’ultimo tiro. Un sorriso leggero già gli si dipingeva sul volto. Gettò il mozzicone in strada e chiuse la finestra. Oramai Italo stava per arrivare e decise di andargli

incontro. Spense la luce e uscì dalla stanza. Nel corridoio buio il bagliore tenue del distributore di merendine illuminava due ombre. Due figure se ne stavano in piedi, ferme in mezzo al corridoio, con le mani calate, sembravano appena uscite da un incubo. «Che cazzo?» disse il vicequestore. Erano Deruta e D’Intino. Il loro aspetto devastato li faceva somigliare a due barboni ripescati dalle acque di qualche pantano maleodorante. Non erano più due agenti di pubblica sicurezza, ma un lontano ricordo. Le loro divise tendevano decisamente al marrone. I visi pallidi, lunari, rigati da gocce di fango nere che scendevano lungo le gote disegnando una ragnatela d’orrore. D’Intino era zuppo e teneva il cappello sformato ancora in testa. Deruta era in maniche di camicia, strappata davanti, mentre il fondo dei pantaloni gli era finito sotto le suole delle scarpe. Due reduci da una colossale disfatta, roba da Caporetto, da fronte russo nel ’43. «Che cazzo avete fatto?». Fu Deruta a parlare: «Abbiamo cercato la casa di Viorelo Midea». Rocco dovette sforzare la memoria per ricordare chi fosse Viorelo Midea. Quell’incertezza fu colta da Deruta: «Il rumeno, quello morto nell’incidente». Rocco nascose il suo colpo a vuoto. «Lo so, lo so. E allora?». «Le semo truvate!» disse D’Intino felice. Poi si girò e vomitò accanto al distributore di caffè.

Un quarto d’ora dopo nella stanza dei passaporti, Italo e l’agente Miniero avevano dato ai due poveracci un po’ di tè del distributore mentre Rocco osservava distaccato la scena. «È stata dura, dottore» diceva Deruta. «Durissima». «Ma come avete fatto?» chiese Italo. «Ci abbiamo pensato». «E questa è la grande notizia della giornata» fece Rocco. «È successo così. Abbiamo cominciato dalla casa degli abissini». «Eritrei» lo corresse Schiavone. «Sì, insomma, quelli lì. E ci siamo fatti tutto il palazzo». «Infilavamo la chiave in ogni porta» continuò D’Intino. «Niente. Non combaciava». «Pensi che una vecchia a D’Intino gli ha pure tirato una borsa addosso perché non aveva visto la divisa. Allora abbiamo fatto tutto il palazzo accanto e quello dopo». «Niente, non combaciava niente. Da usci’ pazzi, dottore!». «Allora io ho fatto una pensata!» fece Deruta. «Veramente la so fatta je!» ribatté D’Intino. «Ma che dici? Io ti ho detto di andare al quartiere «No, io, e poi tu si dette: no! Ma io te so convinde che «Vabbè, l’avete pensata tutti e due. Andiamo avanti»

intervenne Rocco.

«Allora abbiamo pensato che se questo non tiene i soldi capace che vive in una casa povera».

» «Vero, Italo, bravi. Questa è una deduzione fantastica. E chi ci avrebbe mai pensato?». D’Intino sorrise al vicequestore: «Vero? E così ne seme girati un po’ di quartieri poveri. Che però ad Aosta mica ce ne stanno ’na frega!». «No». «Poi ’sto cretino» disse Deruta indicando il collega «che è andato a fare?». «Non lo so. Che ha fatto D’Intino?» chiese Rocco. «Una retromarcia dal parcheggio e sbam!» batté le mani per sottolineare l’evento. «È andato a infrociare contro un furgone». «E l’auto?». «S’ha fracassate lu parafango e pure nu poco lu fanale» rispose D’Intino a occhi bassi. «Mo’ cammina male e gli esce fumo dal motore». Rocco alzò gli occhi al cielo. «Però nella sfortuna siamo stati fortunati assai» proseguì Deruta. «Stringiamo?». Rocco ormai non reggeva più. O arrivavano al punto o gli avrebbe tirato addosso tutti i faldoni dell’ufficio passaporti. «Abbiamo sbattuto contro un furgone di rumeni. Che stavano a riempire di roba da portare in Rumenìa». «Romania, Deruta, Romania!». «Romania, sì. Però dotto’ non ci interrompa sennò

«Però

fece Italo trattenendo il riso. «Mica male».

perdiamo il filo».

«Vero» rafforzò il concetto D’Intino. «Non vi interrompo più». Deruta prese una boccata d’aria. «Allora abbiamo sbattuto con questi rumeni. Cioè, D’Intino ha sbattuto contro i rumeni, la colpa è sua. Però gli abbiamo chiesto, giacché erano rumeni, se conoscevano a Viorelo Midea. Uno di quelli ha sorriso e ha detto sì!». «E ci ha detto pure dove abitava. E ci siamo andati!». «Mo’ viene il bello. Siamo arrivati alla casa. Abbiamo infilato la chiave per vedere se combaciava e sbam!». Deruta batté un’altra volta le mani. «Ci si sono froncati addosso! Erano in quattro, dottore. Mazzate a cieca occhio». «Io e D’Intino pure a mena’ alla cieca, mica si capiva più niente. E io allora ho tirato un cazzotto al buio. Solo che ho preso D’Intino alle costole». «Che già mi facevano male». «Botte da orbi. Ho preso un cazzotto sulla faccia e uno sull’orecchio». «Io uno sulle costole, ma me l’ha dato Deruta, e uno in testa proprio sopra la testa!». «Ma chi vi picchiava?» urlò Rocco. «Questi della casa. Allora io e D’Intino siamo scappati dal portone ma quelli ci hanno inseguito. D’Intino è finito dentro alla pozza». «Sì dottore, tiene presente quelle pozze vicino alla

strada? Come si chiamano «Pozze» rispose Rocco. «Ecco, sì. Ce so’ finito dentro».

».

«Invece a me m’hanno tirato una cosa in testa e so’ cascato. Mo’ quando ci siamo ripresi, quelli alla luce della strada, pure se era notte, si sono accorti che eravamo poliziotti e ci hanno chiesto scusa». «Sì, perché pensavano ai ladri». «Ai ladri?» chiese Italo. «Ai ladri. Perché in quella casa ci abitava Viorelo e quattro del Senegal, che ammazza quanto menano quelli del Senegal. E insomma questi quattro del Senegal con un loro amico della Tunisia, sono rientrati in casa «Qualche ora prima «Sì, bravo D’Intino, qualche ora prima, e l’hanno trovata tutta sottosopra». «Solo che non possono fare la denuncia che nessuno tiene il permesso di soggiorno». «Infatti pure l’affitto è in nero». «Bene. C’è altro?». «Sì. Vuole sapere che hanno rubato?». «Che hanno rubato?» chiese Rocco. «Niente» rispose Deruta. «Come, niente?». «Niente, niente». «Vabbè» intervenne Italo, «non è che nella casa ci fossero gioielli e soldi in cassaforte, no?». «No, no. Ci stava un televisore, un iPod e uno stereo. E stava tutto lì. Hanno solo aperto i cassetti, gli armadi». «Insomma hanno fatto nu casino e basta». Italo sorrideva, Rocco invece pensava. «È strano»

disse. «Un ladro professionista non va a casa di questi morti di fame. È un poveraccio come loro e non prende niente. È una cosa strana». «La stessa cosa avemo pensato pure noi!» disse D’Intino orgoglioso. «Insomma io l’iPod me lo pigliavo, no?». «Bene. Bravi. Se fossimo in tempo di guerra vi proporrei per una medaglia. Ma la guerra non c’è». «Mannaggia» disse D’Intino fra i denti. «Però avete fatto un bellissimo lavoro. Ora andate a casa. E domani potete anche venire più tardi». «A che ora?» chiese Deruta. «Più tardi» disse Rocco. «Senta, ma che dovemo fa con il fatto che stanno tutti senza permesso?». «E che dovete fare? Niente». «Non li arrestiamo?» chiese D’Intino. «Direi di no» rispose Rocco. «E l’affitto in nero?». «Per ora state buoni e tranquilli. Andate a casa». Fece un cenno a Italo e insieme uscirono dalla stanza dei passaporti. Deruta sorrise a D’Intino. «Bel lavoro!» gli disse e strinse la mano al collega.

Il portone di ferro tremò. Enzo lentamente si staccò dal muro. Una luce arancione lampeggiava per avvertire che i battenti si stavano aprendo. Sulla soglia dell’ufficio controllo apparve la figura di Paolo, una delle due guardie. Quando il portone si spalancò spuntarono finalmente i fari del piccolo furgone che

ingranò la marcia e avanzò lento nel cortile dell’infermeria. Enzo se la giocò tutta in quel lampo. Veloce passò dall’ombra del suo nascondiglio al retro del furgoncino che a passo d’uomo aveva già attraversato l’entrata. Riuscì a piazzare un piede sul parafango sopra la targa, si agganciò con le mani al vascone di metallo e nonostante il mezzo fosse in

movimento, riuscì a tirarsi su. Scivolò come un’anguilla e si lasciò cadere all’interno del vascone porta immondizia. Cadde su un mucchio di buste grigie che puzzavano di putrefazione. Si tappò naso e bocca con la mano e aspettò mentre il portone di ferro si richiudeva al passaggio del furgone. Mezz’ora ad aspettare. Poi i sacchi gettati dall’addetto volarono uno dopo l’altro dentro il contenitore di ferro schiantandosi sulla faccia e sul corpo di Enzo. Quelle buste dell’infermeria puzzavano

di

morte. Enzo deglutì un paio di volte, ma poi non ce

la

fece più e vomitò i resti della cena. Sentì il furgone

ripartire. Steso supino su quell’orrendo materasso, con

lo sguardo verso la calotta nera del cielo vide passare i

lampioni del cortile, i muri di cinta, le torrette, poi sentì

il furgone acquistare velocità. Sempre di più. Sempre di più. Scalava di marcia e correva sempre di più. Enzo Baiocchi era libero!

Parcheggiò lontano dal negozio. Poi insieme a Italo percorse il marciapiede. La strada era buia, le insegne erano spente. C’erano giusto due lampioni all’inizio della strada e alla curva. Ma non erano sufficienti.

L’aria era diventata fredda, nordica e inospitale. «Spieghi anche a me che vuoi fare?». Ma Rocco non rispose. Giunto davanti al negozio Biribimbi si guardò intorno. Tornò indietro di qualche metro fino ad arrivare a un cancelletto di ferro. Lo scavalcò facilmente. «Dove stai andando?». «Vieni!» e il vicequestore penetrò nel piazzale di un piccolo condominio. Italo, mormorando parole di odio e di rancore verso il suo capo, lo seguì.

Primo Cuaz era costretto a seguire i palinsesti televisivi notturni non per vezzo ma perché da quando era ragazzo aveva lavorato solo e soltanto di notte e dormito di giorno. A 84 anni era difficile cambiare le abitudini. Questo gli aveva sempre comportato una serie di problemi. La pelle bianca, parecchie diottrie in meno, e orari dei pasti folli. La sua colazione era alle due del pomeriggio, il pranzo alle nove e la cena alle cinque del mattino quando camionisti oppure operai come sua moglie prendevano il primo caffè. Spesso s’erano ritrovati lei con le brioches e lui con la pasta al sugo a raccontarsi la giornata appena trascorsa o ancora da affrontare. Da quando era andato in pensione, non faceva che aggirarsi per casa mentre Iside russava beatamente da sola nel lettone matrimoniale. Aveva provato a sovvertire quell’equilibrio con l’aiuto di sonniferi o stando intere giornate senza chiudere occhio per accordarsi al resto dell’umanità. Ma proprio non ci riusciva. Alle sei del mattino andava a letto e si

svegliava alle due, puntuale come una sveglia tedesca.

In una di quelle notti solitarie, Primo aveva fatto un

calcolo. Lui dormiva otto ore, Iside lo stesso. In 60 anni

di matrimonio è come se insieme ne avessero passati

solo 20. Gli altri 40 ognuno a dormire per i fatti suoi. Per fare l’amore, abitudine che avevano smesso solo da sette anni, si incontravano in quella zona d’ombra fra la sveglia dell’uno e il lavoro dell’altro, fra il rientro a casa di lei e l’uscita con la divisa di lui. Erano convinti che proprio quella difficoltà logistica avesse mantenuto acceso il desiderio e la voglia che avevano avuto uno dell’altra per tanti anni. Quattro figli e sei nipoti ne erano il risultato visibile agli occhi di tutti. Alle ore quattro di quel mercoledì di maggio freddo come una lastra di marmo, Primo aveva spento il televisore sui titoli di coda di Ombre rosse. Andò alla finestra a scrutare il cielo. Niente stelle. Nuvole. Nel cortile del suo condominio tutte le luci erano spente. Ma le diottrie mancanti di giorno chissà perché di notte sembravano tornare miracolosamente. Qualcosa non andava. Inforcò gli occhiali e strizzò gli occhi. Ci avrebbe giurato, ma nel condominio c’erano due figure che si aggiravano furtive. Molto furtive. Ladri, pensò. Cinquant’anni di onorato servizio si risvegliarono con un ruggito nelle vecchie arterie nelle ossa e nel cervello. La pistola ce l’aveva ancora, nella scatola dei cioccolatini in alto sulla libreria di ferro. A passo svelto corse a prenderla. Caddero dei barattoli di pomodoro. Li rimise a posto ma nel voltarsi trovò sua moglie sull’uscio: «Che succede?».

«Ladri. Nel condominio». «E di che t’impicci? Sei in pensione!». «Lasciami passare, Iside. Lasciami passare». «Primo, per favore!». Ma il vecchio metronotte non sentiva ragioni. Scansò bruscamente la donna e uscì di casa. Iside sbadigliò e decise di tornarsene a letto. «Fè tcheuca senque te vou» mormorò, era adulto e vaccinato.

Italo aveva raggiunto il vicequestore davanti alla finestra del piano terra all’interno del condominio. «Italo, se i miei calcoli sono giusti, questo è il retro del negozio». «Potrebbe essere. E allora?». «E allora tu adesso aspetti e guardi». «Mani in alto!». Italo e Rocco si voltarono. Nell’ombra una figura brandiva una rivoltella. «Vi ho beccato! Adesso chiamiamo la polizia». Rocco sorrise: «Guardi che siamo noi la polizia». L’uomo fece un passo avanti e guadagnò un po’ di luce. «Chi siete?». «Vicequestore Schiavone e agente Italo Pierron». Il vecchio si aggiustò meglio gli occhiali. «Non ci credo». «Mi fa mettere una mano in tasca?» disse Rocco. Primo annuì. Il vicequestore consegnò il tesserino al metronotte in pensione. Che non riusciva a leggere. Piegava il cartoncino in modo da fargli prendere un po’

Si infilò la pistola sotto

di luce. «Non

non si legge

».

l’ascella e tenendo il portafogli con due mani

finalmente trovò l’inclinazione giusta. «Ah

Restituì i documenti a Rocco. «E posso sapere che state facendo a quest’ora di notte nel retro del negozio?». «Ci dobbiamo entrare senza essere visti perché sospettiamo facciano traffici illeciti». «Il negozio di bimbi?» chiese stupito Primo. «Proprio così. Ora se non le dispiace «Che fa?». Rocco sbuffò. «Gliel’ho detto! Devo entrare qui dentro». Estrasse dalla tasca il coltellino svizzero. Scelse una piccola lima e cominciò a lavorare la persiana. Grattava via schegge di legno e vernice. «E se c’è l’allarme?» chiese Italo. «Non ce l’hanno» fece il metronotte.

sì. Sì».

«Già. L’allarme attira le forze dell’ordine. E questi tutto vogliono tranne che carabinieri e polizia entrino nel loro negozio» aggiunse Schiavone. «Ma questi chi?» chiese Italo. «Ma lei è un agente o no? Non stia sempre a chiedere al suo capo». Venne via una grossa scheggia di legno. A quel punto Rocco estrasse la lama del coltellino. «Ci vuole solo un po’ di pazienza» disse infilandola nello sbrego appena fatto. «Niente, c’è un rinforzo di ferro. Mi servirebbe una tenaglia. L’abbiamo in macchina?». «State fermi. Ci penso io». Il metronotte lasciò soli i due poliziotti.

«Che facciamo?». «Aspettiamo la tenaglia, no?». «Puoi provare a spiegarmi meglio?». «Allora, qui dentro fanno scontrini a vuoto. Cioè battono cifre senza incassare». «Ma che sono scemi?». «No, Italo, non sono scemi. Riciclano denaro.

Fingono incassi inesistenti, ci pagano anche le tasse e immettono denaro pulito e intonso in banca».

«Ma pensa te

«Secondo te? I gesuiti?».

chi la fa ’sta roba?».

Iside sentiva suo marito pasticciare nel ripostiglio della cucina. «Primo, ma che fai?». «Niente, tu dormi». Facile a dirsi con quell’idiota che aveva ripescato la Beretta, che peraltro Iside aveva scaricato anni prima, e ora chissà cosa diavolo stava combinando in cucina. Si infilò le ciabatte e andò a controllare. Primo aveva afferrato pinze, tenaglie, mezza cassetta dei ferri. «Ma allora?». «Dobbiamo scassinare una persiana». Iside non capiva. «Dobbiamo? Ma non eri andato ad arrestare i ladri?». «Donna, tu non puoi capire!». «Io capisco invece. Mi spieghi che sta succedendo?». «Va bene, ma acqua in bocca. Lì fuori ci sono due poliziotti che devono entrare nel negozio Biribimbi perché sospettano che facciano traffici illeciti».

Iside ci pensò su. «E spiegami una cosa, perché non lo fanno alla luce del giorno con un mandato di un giudice come fanno sempre in televisione?». «Perché quella è la televisione, Iside, e non la realtà». «A me sembra una cosa strana però. Alle quattro di notte quelli devono forzare le persiane. Non è che ti stai rincoglionendo, Primo?». Sospettoso l’uomo uscì di casa.

Primo Cuaz tornò con due tenaglie, un martello di gomma e un trapano a mano. «Perché entrate alle quattro di notte forzando la serratura e non aspettate il giorno con un mandato del giudice?» chiese Primo. «Perché il giudice non ne è a conoscenza, perché la gente che ha questo negozio non deve sapere che noi siamo entrati e perché gli unici a esserne informati dobbiamo essere noi tre e poi, signore mio, questa gente non la fermi con un mandato di un giudice. Questa è gente che ti spara prima ancora di chiederti chi sei». «Che gente è?» chiese il vecchio metronotte con un filo di voce. «Brutta assai» disse Rocco. «Lei pensi al peggio. E non c’è ancora arrivato». «Terroristi?». «Magari!». Primo allungò le braccia. «Ecco, ho preso un po’ di roba».

«Grazie. Bastavano le tenaglie». Rocco si mise al lavoro. Tirò un paio di volte finché si sentì un TAC! e la persiana si aprì. Ora restava da affrontare la finestra. «Facile. È di legno, vecchia e senza doppi vetri. Passami il giubbotto». Italo senza capire glielo consegnò. Rocco se lo avvolse intorno alla mano, poi con un colpo secco mandò il vetro in frantumi. Fu un rumore appena udibile. «Sicuro che lei è sempre stato un poliziotto, dottore?» chiese Primo. «Forse in un’altra vita no». «E direi!» fece il metronotte dando di gomito a Italo, mentre pignolo il vicequestore estraeva i pezzi di vetro dal telaio della finestra. Poi restituì la giacca a Italo. «Attento a infilarla. Capace che qualche scheggia sta ancora dentro». «Ma roba da matti «Ora noi andiamo. A proposito, io mi chiamo Rocco, lei?». «Primo». «Grazie, Primo. Torni pure a casa. Inutile dirle che lei non ci ha visto». «Inutile». Italo consegnò gli attrezzi al signor Cuaz che zompettando se ne tornò verso casa. «È stata una bellissima nottata. Grazie, Rocco». «Grazie a lei, Primo». Il vicequestore infilò la mano nel vetro appena rotto e

».

girò la maniglia. Anche la finestra si aprì. «Andiamo a dare un’occhiata».

Il magazzino del negozio grande un centinaio di metri quadrati era pieno di scatole di cartone impilate una sull’altra. La maggior parte riportava ideogrammi cinesi. Facendosi luce con il cellulare i poliziotti avanzavano in quella selva di colonne di cartone. Rocco sembrava passeggiare nel garage di casa sua. Tranquillo e sereno leggeva sulle casse le etichette, le palpava come fossero frutti maturi, quasi fischiettava assolutamente a suo agio. Italo invece era teso. Lento, con l’orecchio pronto a percepire un rumore fuori posto, sudava e già sentiva le ascelle bagnate nonostante la temperatura bassa. «Che cerchiamo?» chiese sottovoce. Il vicequestore non rispose. «Rocco, magari facciamo una cosa di giorno. Non sono tranquillo» e si girò verso la finestra appena forzata. L’inno alla gioia di Beethoven risuonò nella stanza buia. «Che cazzo!» urlò Rocco. Ad Italo si gelò il sangue. «La suoneria, coglione!» disse. Rocco veloce rispose: «Chi è?». «Perché parli a bassa voce?». Era Anna. «Anna, che c’è?». «Non mi hai chiamato tutto il giorno. Ti sembra una cosa normale?».

«Mi hai mandato a fare in culo proprio ieri. Perché avrei dovuto chiamarti?». «Non so. Magari per chiedermi scusa?». Rocco allargò le braccia. Italo continuava a guardarsi intorno come un criceto intrappolato. «Anna, non è il momento. Sono in mezzo a un’operazione». «Come no. E come si chiama? Elisabetta? Barbara?». «Cazzo, Anna, domani ti chiamo. Te lo giuro». «Risparmia la telefonata. E buonanotte». E attaccò. «Ma chi cazzo era?» quasi gridò Italo. «Una mia amica. E guarda che t’ho sentito. Mi hai dato del coglione». Italo abbassò gli occhi. «Scusa. Mi ero spaventato». «Che non accada più» lo ammonì Rocco. «Sono sempre un tuo superiore». «Va bene. Però dovevi spegnere il cellulare». «E come ci facevamo luce?». «Io ho una torcia». «E sarei io il coglione? Accendila!». Italo eseguì. Dietro un mucchio di scatole si apriva uno spazio vuoto. Al centro una vecchia scrivania di ferro, da ufficio postale. Una sedia in similpelle e un lume di acciaio. Schiavone si avvicinò al tavolino. Che aveva due cassetti. Nel primo c’erano cianfrusaglie e fogli. Nell’altro un registro. Rocco si sedette, accese la luce e come un ragioniere si mise a studiare quel plico. «La luce!» gridò rauco Italo.

«Sta’ tranquillo. Allora, che abbiamo qui?». Un elenco con parecchi nomi. Accanto ad ogni cognome c’era una cifra. Alcuni erano sottolineati in rosso. «Che cos’è?». «Una lista. Guarda qui. Federico Biamonti Gressoney. 130.000. Paride Sassuoli. Pila. 85.000». «Ma che vuol dire?». Rocco staccò gli occhi dal registro. «Debiti, Italo. Debiti. Sei bravo tu a fare le fotografie?». «E come?». «Prendi il cellulare e fotografa ogni pagina di questa roba. Sono solo cinque fogli». Si alzò dalla sedia lasciando il posto a Italo. «E sbrigati, prima che arrivi l’alba». Italo premette il pulsante della macchina fotografica del cellulare e si mise all’opera. Rocco finì di guardarsi in giro. Si avvicinò a uno scatolone. Prese il coltellino e l’aprì. All’interno c’erano delle scatole. Stereo per le automobili. Ne aprì un altro. Bollitori elettrici. «Hai finito?». Italo fotografò l’ultimo foglio e rimise a posto il registro. Spense la luce. Contemporaneamente una serratura cominciò a cigolare. «Porca «Qui!» disse Rocco. Italo raggiunse veloce il vicequestore dietro la colonna di scatoloni. «Che succede?». «C’è qualcuno».

Spensero torcia e cellulari.

«Las crisma ai gheve iu mai ar» qualcuno canticchiava storpiando un ever green. «And de rilli good play iu meche it eueiiii». Una dopo l’altra le luci al neon si accesero. Il magazzino si illuminò come un supermercato all’ora di punta. Italo sgranò gli occhi. Rocco se ne stava fermo. Teneva in mano il coltellino.

» magazzino. Rocco e Italo si spalmarono come due topi dietro gli scatoloni. «Las crisma ai gheve iu mai ar » l’ombra prese corpo. Era un uomo. Basso, con la barba.

Afferrò uno scatolone, lo aprì, controllò il contenuto,

poi se lo caricò in spalla. «Tu sei iu from ier

tornò un’ombra, le luci al neon si spensero, la serratura cigolò ancora. Rocco e Italo erano di nuovo sprofondati nell’ombra. «Cazzo, c’è mancato poco». «Vero? Possiamo andare, Italo». L’agente si asciugò il sudore, poi seguì il vicequestore. Senza farsi luce raggiunsero la finestra forzata, guardarono fuori nel cortile. Tutto buio. Nessun segno di vita. Rocco passò per primo. Italo lo seguì. Dietro il vetro del primo piano Primo Cuaz li stava salutando. Rocco e Italo ricambiarono e sfiorando il muro del palazzo tornarono al cancelletto di ferro, lo scavalcarono e si ritrovarono sul marciapiede, in tempo per vedere un’Alfa rossa allontanarsi verso il centro. «Dove siamo stati, Rocco?».

» il corpo

un’ombra avanzò nel

«Dis ier tu sei iu from ier

«In un bel posto. Le cose si sono chiarite. A te?». «Riciclano soldi e vendono roba rubata!».

«Già. Questa gente fa quello di mestiere. Ricicla e presta soldi a strozzo. Le due cose sono collegate, Italo. Strettamente collegate». Mentre tornavano verso l’auto Italo diede di gomito a Rocco. «Guarda!». Rocco alzò lo sguardo e rimase imbambolato, neanche avesse visto la Madonna sui tetti di Aosta. Nevicava. «Non ci posso credere. A maggio?». «Sono cose che succedono. Forza, Rocco, andiamo! Non ti preoccupare, con tutta l’acqua che ha fatto non attacca».

Sonno, veglia, di nuovo sonno, di nuovo veglia. Anche respirare le sembrava più difficile. Con la mano legata al pezzo di spalliera della sedia era riuscita a toccare il pavimento vicino alla gamba ferita. A terra c’era una pozzanghera viscosa, appiccicosa come marmellata. Sangue. Sangue che esce dalla ferita. Ti devi alzare. Non rispondeva più a quella voce, non ne aveva le forze. Le rispondeva solo nel pensiero. Di tirare fuori la voce non era più cosa. E come mi alzo? Come? Devi puntare il ginocchio a terra e tirarti su. Fai perno sulla gamba ferita. Impossibile. Ci ho provato. Ma fa troppo male! Mi gira la testa e precipito di sotto, lo capisci? Non posso. Puoi.

Non posso.

Puoi, brutta cretina! No.

E allora muori. Lo sai che muori?

La notte se ne stava andando. Una luce tenue e sbiadita stava cominciando a colorare il buio di quella cantina. La luce, anche se poca, aiutava. Le metteva coraggio. Le dava una spolverata al cervello. Guardò la finestrella. Stava nevicando. Non stare così ad aspettare. Ti spegni. Ti spegni come una candela. Stringi i denti e provaci. Provaci! Lenta portò in avanti il busto e le mani incollate alla sedia. Nessun dolore. Ora doveva puntare il ginocchio destro a terra e cercare di piegare anche l’altro. Le formicolava tutto il corpo. Le facevano male il petto, le spalle, il bacino e le caviglie. E la gamba sinistra, con quel mozzicone di sedia infilato come un arpione, stava dritta e tesa e sembrava un pezzo di ghiaccio. Provò a muovere le dita dei piedi. Ci mise qualche minuto a risvegliarli, ma alla fine li sentì agitarsi dentro gli scarponcini. E nessun

dolore alla coscia. Passò al polpaccio. Anche quello si induriva, e non faceva male. Ora la cosa più difficile. Il quadricipite. Cercò di indurirlo. Piano, contraendolo appena. Nessun dolore. Bene. La gamba era sveglia, forse il dolore là dietro se ne stava solo accucciato in attesa.

Il ginocchio. Piega il ginocchio!

Lo fece lentamente, con un movimento millimetrico

e continuo. Il dolore arrivò come una frustata che la gelò. Continua! Non ce la faccio. Devi continuare, se non lo pieghi non riesci a metterti in ginocchio. Continua! Riprovò. Dio Dio Dio fa male! Continua! Era una lotta impari. Lei da una parte, dall’altra un mostro che azzanna feroce. «Chiara, piega quel ginocchio!». Non era la vocina. Era una voce di un uomo. «Chiara, piegati, cazzo, piegati!». Era Stefano? Stefano il suo istruttore di sci, il maestro. Era lì? La stava guardando? «Chiara, piega il ginocchio, sant’Iddio!». «Lo piego, lo piego!» urlò mentre tirava il piede indietro. «Ancora di più!». «Fa male!». «Lo so che fa male ma devi tirare. Dai Chiara. Forza, Chiara!». Tirava indietro il piede e sudava. Il dolore mordeva, ma doveva piegare il ginocchio. Poteva farcela, doveva. Stefano voleva che lo piegasse. «Brava Chiara, così, così!». Un ultimo grido. La gamba sinistra era piegata a metà. «Brava Chiara!» disse Stefano.

Brava Chiara, fece eco la vocina. Lingue di fuoco la torturavano, ma erano dolori passeggeri, niente a che vedere rispetto a quello che aveva appena passato. Piegata col busto sulla gamba buona respirava con affanno e aspettava. Ora il fuoco doveva calmarsi, il dolore affievolirsi per tentare l’ultimo grande sforzo e tirarsi su in ginocchio. Ma al momento decise che la cosa migliore era lasciarsi andare ad un pianto liberatorio.

Alle cinque di un mattino grigio con la neve che continuava a fioccare, chiuso nel suo ufficio, il vicequestore aveva alzato il riscaldamento. Fumava scrivendo appunti su un bloc-notes. Il caffè del distributore gli aveva lasciato un sapore di fango vecchio. Cominciavano a mancargli i riti mattutini del caffè a casa, della colazione da Ettore e della canna bello disteso sulla poltrona di pelle prima di cominciare la giornata. Doveva assolutamente mettere le mani su quelli che avevano preso Chiara e fargliela pagare anche per quelle notti in bianco. Squillò il telefono. Chi è a quest’ora? pensò. «Dottor Schiavone, sono Baldi». «Dottore, anche lei non riesce a dormire?». «No. Il tarlo di Chiara Berguet mi sta mangiando tutti i neuroni». «Passi avanti?». «Direi. Mi ascolti. Ho scoperto una cosa. Dunque, un mese fa la Edil.ber ha subito proteste dei sindacati perché in ritardo coi pagamenti e rischiava anche

licenziamenti pesanti. Cgil Cisl e Uil si sono appellati all’articolo 18, Pietro Berguet rischiava la bancarotta, avvocati, tira e molla e insomma sappiamo bene. Ora però succede un fatto. Pietro Berguet risolve i problemi economici e tappa i buchi e la Edil.ber va avanti e si presenta alla gara d’appalto con la Regione». «Fin qui «Solo che né la Cassa della Vallée né altre banche hanno avallato prestiti o fidi». «Ne è sicuro?». «Al cento per cento. Quindi la domanda è: dove li ha trovati i soldi?».

«Porca troia

»

mormorò Rocco.

«Prego?».

«Ho detto porca troia, dottore».

Ci fu un silenzio. «Sì, condivido» disse Baldi. Solo

ora Rocco si accorse che il giudice aveva una voce stanca e rotta. «Porca troia».

E chiuse la comunicazione. In quel momento in

stanza entrò Italo con in mano le foto stampate del registro scoperto nel negozio. Le gettò sul tavolo di Rocco.

Il vicequestore si alzò dalla sedia. «Mi devo fare

quattro chiacchiere con Berguet». Prese il cappotto.

«Nevica ancora?». «No, ha smesso. Ma stai tranquillo. Non attacca, te l’ho detto!».

Aveva attaccato invece. Aosta s’era svegliata bianca di neve e Rocco uscì dalla questura maledicendo tutte e

quattro le stagioni, maggio e soprattutto quella terra snobbata dal sole. «Roba da matti» aveva commentato Miniero, l’agente del Vomero, guardando con gli occhi tristi quel manto soffice che i mezzi del Comune stavano già spalando via dalle strade. Non si fa così, si ripeteva Rocco. Non si fanno vedere i colori dei fiori, il verde dell’erba. Non si mandano nell’aria i profumi se poi si ritappa la scatola con le nuvole e si ritorna indietro. Non si fa. Salì sulla sua Volvo che almeno aveva quattro ruote motrici e lasciò corso Battaglione Aosta.

L’auto di Scipioni era dietro la curva, davanti alla villa dei Berguet a Porossan. L’agente non era andato a letto. S’era fatto una notte intera di appostamento nonostante il vicequestore lo avesse sciolto dall’incarico. «Tieni. È bello caldo» disse Rocco entrando nell’auto civetta e consegnando un bel caffè a Antonio con un sacchetto dove s’era fatto mettere una bomba alla crema e uno strudel. «Dotto’, così mi vizia e mi fa venire una panza da pensionato». «Perché non sei andato a dormire?». «Perché volevo controllare e non riesco a non pensare a quella ragazza». Antonio aprì la boccetta di caffè e la versò nel bicchierino. «Lei vuole?». «No, grazie, ho già fatto. Bella, eh?» disse Rocco indicando la neve.

«A me piace. Lo sa, gliel’ho già detto. La preferisco

al mare». Rocco lo guardò senza commentare. «Questa bomba è uno spettacolo» disse l’agente al

primo morso. «Sei tutto sporco di zucchero». Scipioni rise e gli cadde una goccia di crema sulla

divisa. La spazzò via e diede un altro morso. «Per tutta

la notte ci sono state le luci accese al piano terra». E

indicò con la testa la bella villa dei Berguet. Gli alberi

del giardino s’erano caricati di neve, come anche il muretto di recinzione. Sull’asfalto pochi segni di pneumatici. «Piano terra, al salone quindi».

«Vrs cnq avt laltr

«Manda giù e poi parla, non capisco un cazzo».

»

biascicò Antonio.

Antonio inghiottì. «Verso le cinque è arrivato

quell’altro

«Cerruti». «Sì. È stato un’oretta. È andato via dieci minuti fa con un pacco di fogli sotto il braccio». «Va bene. Bel lavoro, Antonio. Ora vattene a casa». «E come? Lei m’ha portato il caffè! Ora sono sveglio». Poi Antonio Scipioni, come si fosse improvvisamente trasformato in un bracco italiano,

cominciò ad annusare l’aria. «Ma a parte la mia puzza

di sudore, lei non sente odore di canna?». «Io?» fece Rocco con la faccia più innocente del

mondo. «Eh. Com’è possibile?».

quello con la barbetta, quello coll’Audi TT».

«Boh. Sarà la neve che brucia la resina. Vado a fare visita ai Berguet. Stammi bene Scipio’» gli diede una pacca sulla coscia e uscì dall’auto di servizio lasciando l’agente a finire la colazione.

«È ora che te sveji» berciò la voce ingolfata da quaranta sigarette al giorno. La donna non ebbe risposta. «Oh» e mollò un calcio sul materasso steso sul pavimento impolverato. Enzo aprì un occhio. «Che ore so’?» chiese. «È ora che te sveji e te levi dar cazzo». Enzo si tirò su. La luce che penetrava attraverso la serranda chiusa a metà illuminava appena la stanza. I vetri della finestra erano riattaccati con lo scotch e la carta da parati staccata in più punti. «C’è un caffè?» disse alla donna. «Vattelo a pija ar bar. Io devo usci’. Quando torno vedi de spari’. Qua nun te ce vojo». Si voltò. Enzo riuscì appena a distinguere la vestaglia a fiori rossa e verde scivolare via dalla stanza. Poi aprì l’altro occhio. «Ammazza, grazie!» urlò. Ma non arrivò nessuna risposta. Si tolse di dosso le lenzuola lerce. Poggiò i piedi sul pavimento e si stropicciò la faccia. Alzarsi dal materasso non era una cosa semplice. Trovò una sedia lì vicino che faceva da comodino, ci si attaccò e si tirò su. Appena in piedi la testa gli girò. Prese un respiro, attese che la giostra si desse una calmata, poi uscì dalla stanza. Si affacciò in cucina. La donna era al lavello di marmo a sciacquare bicchieri della Nutella e piatti di vetro colorato.

«Eddai Robè, un caffettuccio a Enzo?». La donna poggiò il bicchiere sullo scolapiatti di plastica. «Senti un po’. Io so contare. La terza media l’ho fatta. E prima de rivedette in giro per strada, me mancano almeno tre anni. Mo’ perché stai qua a casa mia io non lo vojo sape’. Non t’ho mai visto né sentito. Ma la notte è passata e te ne devi anna’!». Enzo sorrise. «Una sigaretta ce l’hai?». «Ho smesso» mentì la donna. Si asciugò le mani sulla vestaglia. Poi si aggiustò i capelli biondi per metà, l’altra metà erano ricresciuti, neri e bianchi. Enzo la guardò attentamente. Dimostrava almeno quindici anni più dei suoi 32. «Te sei sciupata». «Ah sì? Dici? Sarà che mi faccio un culo dalla mattina alla sera a lava’ le scale dei condomini, a pulire il culo alle vecchie? Sarà che nun ci ho i sordi pe fa mangia’ il ragazzino, e che ringrazio nonna se ci ho uno straccio di casa?». Enzo buttò un’occhiata alla cucina. Annerita sopra i vecchi pensili di formica, due sedie scompagnate, un vecchio televisore poggiato su delle cassette di legno. «La chiami casa ’sto cesso?». «Sempre mejo de sta’ sotto un ponte, no? O in galera». «È che tu sei sempre stata senza ambizioni!». «Belle le tue? Te sei fatto un conto? Secondo me so’ più gli anni che te sei fatto dentro che quelli fori. O me sbajo?». «Per me non è un disonore». La donna prese dei pennarelli e due quaderni dal

tavolo della cucina e li andò a mettere su un vecchio mobile con lo specchio scolorito che troneggiava nel

piccolo ingresso. «Ah no?» disse. «Non è un disonore?

È una cosa bella per te?». Poi tornò in cucina, prese

uno straccio umido e dette una passata al tavolo ricoperto da una tovaglia di plastica a fioroni blu. «Allora? Quanto te ce vole per uscire da ’sta casa e

sparire dalla vita mia?».

Enzo annuì. «Ce l’hai 20 euro da prestamme?». Roberta bruciò Enzo con gli occhi. «La sai una cosa?

Io invidio le amiche mie, quelle che il padre jè morto. E

sai perché? Perché armeno uno se lo ricorda, e quarche cosa di bello ci ritrova. I morti hanno ’sta cosa in più

rispetto ai vivi: non parlano, non respirano e non puzzano». Gettò la pezzuolina umida nel lavello di marmo sgrugnato lasciando suo padre a rimuginare su quelle parole.

Fu Dolores, la filippina, ad aprire la porta. Calamari sotto gli occhi e sguardo spento e assonnato. Guardò Rocco senza riconoscerlo. «Salve, Dolores. Schiavone, questura di Aosta».

La filippina si tirò da parte per farlo entrare come se

si aspettasse che prima o poi quell’uomo dallo strano

cappotto sarebbe tornato. La casa era fredda. Regnava lo stesso silenzio e lo stesso odore di cannella del giorno prima. Pietro apparve dalla cucina. Aveva ancora addosso il vestito

di ieri, oppure uno che ci somigliava molto. La camicia

aperta senza cravatta, la barba lunga.

«Dottor

»

non ricordava il nome.

«Vicequestore Schiavone». «Come no, certo, certo. E mi scusi, ma sono giorni

vuole un caffè? Qualcosa? Prego, si

accomodi» e fece cenno a Rocco di avvicinarsi al salone. Rocco passò attraverso la doppia porta, sotto la natività ad occhio e croce del Cinquecento, ed entrò in una stanza d’oro. D’oro le pareti, d’oro i mobili, le cornici dei quadri e degli specchi. Dorate le mantovane. Sembrava fosse bombardata da raffiche di raggi di sole. Ma il sole non c’era, in quella casa come su tutta Aosta. «Neanche un bicchier d’acqua?» disse Pietro. «Nemmeno quello».

Il padrone di casa indicò uno dei tre enormi divani che stanziavano di fronte a un camino di marmo decorato con tralci di uva. Rocco ci sprofondò. «Scusi mia moglie, sta ancora dormendo». «Forse voleva dire: è appena andata a letto?».

Pietro guardò Rocco con un sorriso falso e teso sulle

labbra. «Non

«Non mi chiede perché sono qui?». «Immagino per la storia di ieri? Dell’operaio morto, no?». «Alle sette meno venti?». Pietro guardò l’orologio. «Vero. Non sono neanche le sette». E riportò lo sguardo su Rocco. «Berguet, smettiamola di prenderci per il culo». Il cambio di tono colpì Berguet come un pugno allo stomaco. «Allora, ci ha parlato con Chiara?».

un po’

non ho capito».

Al nome della figlia Pietro impallidì. Cadde seduto sul divano. Si portò le mani ai capelli e scoppiò a piangere facendo no con la testa. Rocco tirò un respiro doloroso. «Da quando è sparita non ci ha parlato?». «No». Dolores entrò con un vassoio. Si bloccò sulla porta. Guardò il padrone di casa piegato in due e leggera come una piuma depositò il caffè sul tavolo di marmo. Poi sparì. «Chi è stato?». Pietro sospirò. Prese il caffè. Lo bevve. «Se sa che mia figlia è sparita, secondo me sa anche chi è stato». «Non facciamo giochetti, Pietro. Cosa vogliono?». «Soldi». «Lei mente». «Secondo lei cosa possono volere?». «Altro. Faccio un riassunto e le dico cosa penso io? Io penso che lei con la Edil.ber non naviga in ottime acque e ha problemi di liquidità. So che per lei è vitale la prossima gara d’appalto con la Regione, e so che lei si serve della banca della Vallée per i suoi crediti, e che non sono stati loro a tirarla fuori dai pasticci nella sua ultima crisi». «Quante belle cose che sa». «Vero? Allora lei adesso mi dice chi è Carlo Cutrì». Pietro ondeggiava la testa guardando il tavolino di marmo. In quel momento Giuliana Berguet entrò nella stanza. Pantaloni di velluto e maglione a collo alto. Occhi che avevano strizzato fuori tutte le lacrime,

cerchiati di nero, peggio di un ritratto di Munch. «Dottore! Ancora con la storia dell’auto?» disse con un tono di forzato entusiasmo. Rocco si alzò dal divano. Poi la donna guardò il viso del marito. «Giuliana? Il commissario sa già tutto». «Vicequestore «Prego?». «Sono vicequestore» precisò Schiavone. Giuliana Berguet, come se una mazzata le avesse piegato le ginocchia, crollò sul bracciolo del divano e accompagnò la caduta con un suono flebile uscito dalla gola. Sembrava un materassino sgonfio a fine stagione. «Dottor Berguet, chi è Carlo Cutrì?». «Non lo so. Non l’ho mai visto. Io ho sempre parlato con Michele». «E allora mi dica di Michele Diemoz». «Sì. Io ho parlato sempre con lui. Uno di Cuneaz. Un valdostano». «Chi le ha dato i soldi?». «Gliel’ho detto. Questo Michele si è messo in mezzo e mi ha fatto avere il prestito». «Quanto?». «All’inizio 500.000. Poi altri 700». «Loro rivolevano più di tre milioni» intervenne Giuliana con gli occhi pieni di lacrime. «Loro chi!» gridò Rocco. «Non li conosco, cazzo!» esplose Pietro. «Gliel’ho detto. Gente di giù che io non ho mai visto!». «Di giù?». «Cosenza» fece Giuliana. E nonostante fosse distante

un paio di metri Rocco ebbe la sensazione di sentir rabbrividire le ossa della donna. «Allora cosa vogliono adesso? Non mi dica soldi perché non ci credo». «Vogliono un pezzo della Edil.ber. Più della metà». Rocco annuì. «Mi faccia capire meglio. Lei dovrebbe intestare parte delle sue quote a «Ancora non lo so. Qualcuno che verrà dal notaio e prenderà un pezzo della mia società. Che era quella di mio padre. E di mio nonno». Rocco si alzò in piedi. «E questo non deve succedere». «E mi dice come cazzo faccio?». «Perché non ci ha chiamato? Perché non s’è fatto vivo con noi?». «Per ottenere cosa?». Non era stato Pietro a porre la domanda. Ma suo fratello, Marcello, che era appena apparso sulla soglia del salone. «Me lo spiega signor vicequestore? Cosa avremmo ottenuto? Se vuole una risposta gliela do io. Che non avremmo più visto Chiara. E la sua presenza in questa casa non depone a favore della salute di mia nipote!». «Avremmo messo sotto controllo i telefoni. Ci saremmo mossi e avremmo fermato questa storia». «Avremmo, avremmo, avremmo!». Pietro si era alzato per farsi sotto al poliziotto. «E dov’era lei o i suoi colleghi quando tutte le banche mi hanno chiuso i rubinetti? Quando i fornitori volevano essere pagati? Quando la mia società non aveva più un soldo in cassa e non sapevo a che santo votarmi per uscirne?».

«Dov’ero io non lo so, dottor Berguet. So però che lei ha chiesto aiuto alle persone sbagliate!». «Sì, ma ora che vuol fare?» chiese Giuliana. «A questo punto hanno Chiara». «Ci avete parlato?». «Ancora no». «Hanno chiamato» intervenne Marcello facendo piombare un silenzio di cimitero nella stanza. «Ci faranno parlare con Chiara nel pomeriggio». «Quando hanno chiamato? Dove?» urlò Rocco.

«Qui a casa. Mezz’ora fa. Una voce maschile. Accento meridionale». «Avanti, fatevi aiutare, cristoddìo! Lo dico a lei

signora. Mettiamo il telefono sotto controllo e

«No!» gridò Giuliana. «No! Hanno la mia bambina, si rende conto? Ce l’hanno in mano e potrebbero farle

scoppiò a piangere di nuovo. Pietro si

avvicinò alla moglie. «La prego dottor Schiavone, glielo chiedo come padre di famiglia. Io ho già deciso. Lascio le quote, lascio la società, mi ritiro in capo al mondo, ma voglio riavere Chiara. È tutto quello che chiedo». Rocco avanzò verso la finestra. Fuori aveva ripreso a nevicare. «Lei non può ritirarsi. Lei a quella gente serve. Cosa ci fanno con un pezzo della Edil.ber senza le conoscenze giuste? Senza la sua bravura? No, amico mio, lei da questa cosa non uscirà mai. Sono come le sabbie mobili. Finché gli servirà, la terranno in vita. Pezzo dopo pezzo le mangeranno tutto e solo quando avranno deciso di averne abbastanza la lasceranno

cose che

».

»

andare. Ma lei a quel punto sarà ridotto peggio di uno straccio per pavimenti. Si rende conto? E a questo aggiunga un’altra cosa. Non lo direbbe mai, ma anche io ho una mia deontologia professionale. Davanti a un reato del genere cosa dovrei fare? Tornarmene in ufficio come niente fosse?». «È l’Italia, amico mio!» fece Marcello. «È l’Italia ’sto cazzo, Marcello Berguet» gridò Rocco. «Cos’è, il suo senso di giustizia ne rimane offeso?». «Il mio senso di giustizia ne rimane offeso. Il mio, sia chiaro. E a questo aggiunga che non mi piace essere preso per il culo. E quando succede, divento una bestia. La Giustizia, ha poco a che fare con tutto questo. Essere preso per il culo no. Non qui, non io, non da gente come voi o da ’sti quattro ’ndranghetisti di merda. Spero di essere stato chiaro». E a passi lunghi si diresse verso il corridoio. «Non faccia cose azzardate, dottore. La prego. C’è di mezzo la vita di mia figlia». «Non ho mai fatto cose azzardate in tutta la mia vita, signora Giuliana, mi creda. Una cosa sola vi chiedo. Voglio sapere quando parlate con vostra figlia. Non muovete un dito se prima non la sentite bene e in salute. Mi sono spiegato?». Pietro Berguet annuì. «Esigete di parlare con lei. Altrimenti rimanete sulle vostre posizioni. Fidatevi, è l’unico modo per riaverla viva». «La sa una cosa, dottor Schiavone?». Giuliana

guardò Rocco dritto in faccia. «Da quando lei è entrato in questa casa io ho sentito subito la puzza. Di guai e di morte». «Morte? Ma che ne sa lei della morte?».

C’era riuscita! Ce l’aveva fatta. Straziata dal dolore, con gli occhi quasi ciechi di pianto, Chiara era in piedi. Incollata al muro ma in piedi. S’era lanciata verso il rubinetto che gocciolava. Ogni piccolo passo era una stilettata, ma sembrava si stesse abituando a quel dolore d’inferno. Con i denti aveva cercato di aprirlo, ma non c’era riuscita. Aveva leccato avidamente le gocce d’acqua che cadevano, una ogni quattro secondi. Sapeva di ferro, ma era acqua. E se non è potabile? le aveva detto la vocina. «Chissenefrega». Il dolore le dava tregua solo quando stava ferma attaccata al muro, con tutto il peso sulla gamba buona. Riusciva a girare la testa e a vedere il mozzicone di sedia infilato nel muscolo come un coltello nel burro. Il sangue era colato lungo la coscia, sul polpaccio fino alle scarpe. Scuro e secco. Ma l’emorragia si era fermata. Chiara guardava la finestrella in alto. La neve l’aveva ricoperta per metà. Ha nevicato! Bene, bene. Allora non sono lontano da casa. Solo ad Aosta nevica a maggio. O sulle tofane. Sono vicino a casa. Sono vicino a casa. Le mani. Devo liberarmi le mani. Guardò le cianfrusaglie sugli scaffali. C’erano pezzi di ferro e cassette di legno, ma niente che potesse

aiutarla a segare quelle fascette di plastica che le legavano i polsi alla spalliera della sedia. Guardò la porta di legno vecchio. Posso andarci contro. Magari una due tre volte quella cede e si apre. Ti spacchi il collo. Invece no. Invece no.

Osservò la stanza. La colonna contro la quale l’avevano legata aveva perso pezzi di cemento alla base mostrando lo scheletro di ferro all’interno. Forse quei ferri potevano servire?

A fare che? A grattare? Inutile.

A metà della colonna c’era ancora il cappuccio. S’era

incastrato ad un chiodo. E non era un cappuccio. Era un sacco di iuta, di quelli che si usano per le patate. La porta era a cinque metri dal lavandino dove s’era fermata a prendere fiato e a leccare le gocce d’acqua. L’unica soluzione per la salvezza era quella porta vecchia e mangiata dalle tarme. Devo raggiungerla. Ma senza poggiare la gamba ferita. Saltello fino alla porta. Saltello un passetto alla volta. Un passetto alla volta. «Le cose si fanno un passo alla volta, vero Stefano?» disse al suo istruttore di sci, e per la prima volta da quando era lì dentro le venne da sorridere. Pensò a Max. Dov’è quello scemo? A casa? Che sta facendo? E mamma e papà? Mi stanno cercando? Qualcuno mi sta cercando? O mi hanno dimenticata? Non viene nessuno, non l’hai capito che non viene

nessuno? Sì che l’ho capito, certo che l’ho capito. Guardò la porta. Si morse le labbra. Contò fino a tre poi si staccò dal muro. Un primo salto sulla gamba buona, una lama di dolore nella coscia sinistra. Strinse i pugni, i denti e gli occhi. Secondo salto. Seconda lama di dolore. Non se n’era andato, si era solo rifugiato nell’ombra, come una fiera a riposo, pronta a saltare e azzannare ancora. Terzo salto sulla gamba buona e terza saetta. Dolore che si accumulava a dolore, moltiplicandosi in modo esponenziale. Ora, a un metro dal muro, lontana da ogni appiglio, Chiara doveva proseguire. Era in mezzo al guado, tornare indietro sarebbe costato quanto l’andare avanti. Riprese. Quarto salto sulla gamba buona. Quarto fulmine devastante. Non resse, era troppo. Troppo anche per Chiara Berguet, la tosta, quella che non si abbatte mai, quella che sa come tirarsi fuori dai guai, quella piena di ragazzi che la adorano, quella con le mani legate alla spalliera di una sedia e un legno conficcato nella coscia, quella che si lascia andare e cade per terra perché non vede quasi più, perché tutto le danza e le gira intorno e che comincia a vomitare liquido verde sul pavimento della cantina di una casa isolata a più di mille metri d’altezza mentre fuori nevica.

«Ah, è venuto a prendere la tutina?» disse Melina sorridendo. Rocco non le rispose. Tirò dritto verso la porticina che dava sul retro.

«Ma dove va? Lì non si può!». Schiavone la spalancò ed entrò nel magazzino che aveva visitato la notte prima. Si fece largo fra gli scatoloni. Seduto al tavolino di ferro illuminato dalla lampada di acciaio c’era l’uomo con la barba. «Lei chi è? Cosa vuole?». Rocco mise la mano su uno scatolone, strappò il

cartone e a terra caddero delle scatole che contenevano cellulari. «Michele Diemoz?».

«Sono io, ma che cazzo

?».

«Mi scusi». Era Melina che era corsa dietro a Rocco. «Non sono riuscita a fermarlo». «Vicequestore Schiavone». «La polizia? Che coincidenza. Lo sa che stanotte qualcuno ha rotto la finestra e «Silenzio! Lei viene con me in questura». Michele fece un sorriso di sfida. «E perché?». «Mi faccia vedere tutte le bolle di acquisto e di accompagnamento di questi cellulari. O di quelle autoradio che vedo spuntare laggiù. O di quei bollitori elettrici». Michele afferrò il cellulare dalla tasca. «Io con lei non vengo da nessuna parte». Rocco lo raggiunse. Gli strappò il cellulare dalle mani. «Voglio chiamare il mio avvocato e Solo quando la testa gli girò verso il muro dall’altra parte della stanza Michele realizzò di aver preso un Interregionale sulla guancia. Il dolore arrivò due secondi dopo. Il vicequestore era stato talmente rapido

che Diemoz non aveva neanche visto partire il colpo. Sentì la mano del poliziotto afferrarlo per il collo e una forza dirompente trascinarlo verso l’uscita del magazzino. Gli girava la testa e vedeva un’ombra rossastra nell’occhio destro. «Melina, aiuto!» urlò, come se la cicciottella potesse fermare quella forza della natura. La ragazza se ne stava in piedi in un angolo spaventata con le mani davanti al grembo. Incassò la testa nelle spalle quando Schiavone trascinando Michele le passò accanto. Fuori dal negozio l’uomo aveva ripreso un po’ di coscienza «Mi lasci. Mi lasci. Io giuro che la denuncio a

Ma Rocco invece di rispondere si limitò a colpirlo sul collo a mano aperta, uno scapaccione che si dà a un bambino birichino che ha fatto la marachella. «Zitto e cammina!». Lo sbatté nell’auto. Poi entrò al posto di guida. «Questo è rapimento!». «E non provi ad aprire, tanto c’è la sicura». Michele gli saltò alla gola graffiando la faccia del

vicequestore. Che con una gomitata alle costole lo rimise a posto e in debito di ossigeno. Poi lo afferrò per la nuca e con un colpo secco lo mandò a sbattere contro il cruscotto. Michele Diemoz perse i sensi.

disse Rocco. La faccia del

» proprietario di Biribimbi aveva finito di rompere la plastica del cruscotto. Gli toccava portare la macchina da un carrozziere.

«Ecchecazzo

Deruta aveva chiuso Michele Diemoz nella camera di sicurezza. Rocco invece aspettava Italo davanti alla questura. I marciapiedi e le strade s’erano già liberati dalla neve ma il cielo minacciava di volerne vomitare ancora. L’agente Pierron arrivò con l’auto a centoventi all’ora inchiodando a pochi centimetri dal vicequestore e alzando una guazza di fango e ghiaccio che inzaccherò i pantaloni di Rocco. «Ma puoi essere coglione?». L’agente Pierron raggiunse di corsa il vicequestore. «Scusami. T’ho sporcato? A guardarti le scarpe direi di sì». «Dormo poco, i miei ritmi circadiani se ne sono andati a fare benedire, ho addosso un jet lag come se fossi arrivato da Tokyo, quindi sono molto nervoso» e allungò una mano per prendere il registro dei debiti del negozio Biribimbi che Italo gli stava allungando. «Ecco. Quello che avevi chiesto!». «Ottimo. Chi c’è al negozio?». «Ci sono Scipioni e Casella». «Allora io corro dal magistrato. Le foto che hai fatto non servono più. Abbiamo l’originale». E brandendo il registro si avviò verso la sua Volvo. «Vai a vedere se quel deficiente di Deruta s’è ricordato di chiudere a chiave Diemoz nella camera di sicurezza». «Va bene. E poi?».

hai

«Aspetta notizie da me. E a proposito, le scarpe scoperto dove le vendono?». «Ancora no».

Con i piedi fradici e un dolore fisso alle tempie, era davanti alla porta del giudice Baldi da dieci minuti. Come sempre a cercare gli strani disegni che si formavano fra i nodi del legno e che ogni volta sembravano diversi. Stanchezza e mancanza di sonno, non ne vedeva nessuno. Giusto la testa di un bracco, o a guardarla al contrario poteva pure essere un cannone. Stringeva il registro e scuoteva nervoso la gamba destra. «Eccomi, Schiavone!» risuonò alle sue spalle. Baldi, seguito da un segretario, stava arrivando firmando carte che l’aiutante gli teneva davanti. «Che succede?». Rocco si alzò mentre Baldi firmava l’ultimo documento e congedava l’assistente. «Venga dentro». Schiavone allungò il registro al giudice Baldi. «Allora, mi serve un mandato di cattura per Michele Diemoz e di perquisizione del negozio Biribimbi dove c’era questo». «Mi faccia capire, Schiavone. Le serve un mandato per cose che lei ha già fatto?». «Sì!». Baldi esplose: «Porca di quella puttana, Schiavone!» e sbatté il registro sul tavolo. «Che le avevo detto? Che le avevo detto? Lei continua ad agire di testa sua, o come si dice dalle mie parti ad uccello di cane!». «Per favore, mi ascolti, è importante!». «Io le cose le devo sapere prima! Glielo avrò detto un milione di volte!». Con un’occhiata Rocco vide che la foto della moglie

del magistrato era nuovamente a testa in giù. No, le cose in famiglia non andavano proprio. «Per favore, ascolti! Questo negozio serve per riciclare denaro. E quel registro riporta tutti i debitori della zona verso quest’organizzazione». L’umore del giudice, come un temporale estivo che squassa e allaga tutto e poi in un battito d’ali se ne va, era cambiato nel giro di pochi secondi. «Mi faccia capire meglio». «Ora io ho arrestato il proprietario, ma l’ho arrestato per ricettazione. Questo è il concetto importante. Ricettazione. Quel registro che le sto dando è la prova del riciclaggio e dei prestiti a strozzo che quei figli di puttana fanno, ma ce lo teniamo per me e per lei». Baldi finalmente aprì il registro e cominciò a leggerlo. «Ora però io questo Diemoz lo tengo dentro perché oltre a fare i prestasoldi, queste schifezze hanno il magazzino pieno di stereo e roba elettronica chiaramente rubati. Di lì la ricettazione». «Perché vuole nascondere il vero motivo dell’arresto?». «Perché devo dare una botta all’alveare e far incazzare le api. Non devono capire che li abbiamo beccati, ma se la devono fare addosso. E si sa, chi se la fa addosso è in svantaggio». «E puzza» aggiunse il giudice. «Appunto». «Qual è il piano?». «Trovare la ragazza prima che sia tardi. Hanno un

appuntamento dal notaio per la cessione della società. Io devo prendere qualche giorno». «E come farà?». «Ho un’idea». «Se ha intenzione di sparare al notaio le consiglio di trovare un’altra strada». «Non arrivo a tanto, dottor Baldi». Il giudice si alzò e cominciò a misurare la stanza a grandi passi. Era ipercinetico, fermo più di trenta secondi non poteva stare. «La ragazza ancora non ha parlato coi genitori. Non l’hanno ancora sentita. Qualcosa non va. Capisce?». Baldi si fermò in mezzo alla stanza. Si aggiustò il ciuffo biondo e guardò il vicequestore negli occhi:

«Secondo lei è morta?». «Non lo so. Ma non possiamo escludere la cosa». Il giudice tornò a sedersi. «Va bene, le firmo i mandati. Col questore ci parla lei?». «Certo. Lo convinco a fare una bella conferenza stampa tutta incentrata sulla ricettazione. Un bel colpo della polizia, lui sarà contento e chi di dovere apprenderà dai giornali e dalla rete che le forze dell’ordine stavano seguendo una pista di merce rubata». «Ma i nostri figli di puttana invece «Cominceranno a temere che abbiamo scoperto molto di più di quattro stereo rubati». Il giudice annuì. «Non mi piace come si muove, e questo non è un mistero. Ma stavolta chiudo un occhio. Lo faccio per Chiara».

«Quanti anni ha?». «E che ne so? ’Na trentina». Enzo Baiocchi guardava la Beretta 6.35 ancora avvolta nella plastica. I numeri di serie erano grattati. «Quanto ha lavorato ’sta ragazzina?». «E che ne so? Se ti devo dire la verità, io manco mi ricordo perché ce l’ho» rispose Flavio carezzandosi la testa pelata in piedi davanti alla finestra. Il traffico su viale Marconi era infernale. Clacson, stridii di freni, ambulanze, ogni autobus che passava faceva tremare i vetri della casa. «Chi vole un caffè?» urlò dal salone la mamma di Fla