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Ngugi wa Thiongo : come decolonizzare la mente?

Alessio Surian
I cittadini europei faticano a guardare in faccia le proprie responsabilit
verso le decine di migliaia di morti affogati nel Mediterraneo mentre
lUnione Europea si preoccupa pi di proteggersi che delle leggi del
mare, prima fra tutte quella del prestare soccorso. Gli stessi cittadini
europei non sembrano faticare molto nellautorizzare esplicitamente o
meno interventi militari intorno ai propri confini e anche pi in l. A
qualche decennio dal secondo conflitto mondiale, continuano a
persistere idee che evidentemente classificano le persone come di serie
A o di serie B. Rimangono attivi meccanismi disumanizzanti di altri
gruppi e persone, primo fra tutti un retaggio coloniale che influenza
anche quei Paesi europei che poco hanno avuto a che fare col
colonialismo. Come mettere in discussione con radicalit le categorie
coloniali? Lo scrittore keniota Ngugi wa Thiongo lo ha fatto a partire
dalluso della lingua gikuyu. Romanziere e saggista, prese la decisione
di scrivere in lingua gikuyu in una cella di massima sicurezza in cui
venne rinchiuso per un anno, dal 31 dicembre 1977 al 12 dicembre del
1978. E lazione teatrale in una comunit locale ad aver provocato
larresto. Testo e rappresentazione teatrale erano in gikuyu, Ngaahika
Ndeenda (Mi sposer quando vorr). Ad oltre un decennio
dallindipenza dalla Gran Bretagna, la vicenda di Ngugi wa Thiongo
mette in evidenza la colonialit del nuovo potere che non vede di
buon occhio la produzione culturale in lingue locali n laffrontare temi
potenzialmente trasformativi a livello sociale. Con grande semplicit,
Ngugi wa Thiongo pone il problema: possibile fare teatro in una
comunit locale senza utilizzare la lingua di quella comunit? A chi si
rivolge lazione teatrale? Nasce in questo contesto la riflessione sul
rapporto diseguale e asimmetrico fra lingue locali e lingua coloniale che
porta lo scrittore a scegliere di scrivere in gikuyu e, in seguito, a
raccogliere alcuni saggi sulle relazioni coloniali in Moving the Centre
(1993), raccolta di saggi scritti fra il 1980 e il 1992, e in Decolonising
the Mind: The Politics of Language in African Literature (1986), basato
sulle conferenze tenute nel 1984, in occasione del centenario della
Conferenza di Berlino, evento determinante per la spartizione
dellAfrica fra i Paesi dellEuropa coloniale. Questultimo testo stato
recentemente tradotto in italiano da Maria Teresa Carbone e pubblicato
da Jaka Book con il titolo Decolonizzare la mente. la politica della
lingua nella letteratura africana. In una recente intervista per la rivista
Vita, lo scrittore ha ribadito la sua prospettiva e il ruolo chiave che
assumono scuola e servizi culturali: Se vuoi assoggettare i corpi, usa
catene e cannoni. Ma i cannoni e le catene non bastano, ti serve qualcosa

come una calamita, che anche da un lato respinge, dallaltro


subdolamente attrae, a seconda di come la volti. Qualcosa che se
allontanata retoricamente da te, rimane concretamente dentro di te. La
conquista dellAfrica stata fatta con i cannoni, ma per rendere eterna
tale conquista dovevano intervenire sulle scuole, sulla formazione delle
lites, trasformare la pluralit in una sorta di monoglottismo del
capitale. Dovevano incantare lanima e la mente, asservendole
silenziosamente. Per questa ragione, si presenta con urgenza la
necessit decolonizzarle, partendo dal mezzo pi potente di cui si
servito limperialismo coloniale e ancora si serve limperialismo
postcoloniale: il linguaggio.

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