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Sbancor

American Nightmare

Incubo americano

Prefazione di
Valerio Evangelisti
Prima edizione: Maggio 2003
© 2003 Nuovi Mondi Media srl,
e-mail: info@nuovimondimedia.it
Sito Internet: www.nuovimondimedia.it

Tutti i diritti riservati


Titolo: American Nightmare - Incubo Americano
Autore: Sbancor
Prefazione: Valerio Evangelisti
Redazione: Gabriella Canova, Antonio Imparato, Laura Malucelli,
Roberto Vignoli
Copertina: Nuovi Mondi Media
Grafica e impaginazione: Gabriella Canova, Laura Malucelli
Prefazione

Sbancor, o dello stimolo al ragionamento


Sbancor, rispetto ad altri uomini del mondo finanziario
divenuti noti sotto pseudonimo, ha una caratteristica: sa
scrivere. I suoi interventi, ormai notissimi a chi frequen-
ta i siti di Internet “alternativi”, “antagonisti” e di con-
troinformazione, non sono mai fredde rassegne di dati e
di interpretazioni. In essi, alla lettura critica degli eventi
economici e all’esposizione delle connessioni che per-
mettono di intenderne il significato, si sommano riferi-
menti alla storia, all’esperienza personale, a fatti di cro-
naca trascurati o non valorizzati il giusto.
Sbancor è, in questo senso, una straordinaria macchina
per la conservazione della memoria o, se vogliamo usare
un esempio più pittoresco, il guardiano di uno di quei
pannelli su cui, negli uffici o in qualche scuola, vengono
fissati gli appunti con puntine da disegno. Normalmente,
dei più ingialliti tra quegli appunti ci si scorda. Sbancor
invece li ha tutti presenti e, quando occorre, interviene a
illustrarcene una possibile coerenza. Più suggerendola,
però, che cercando di renderla totalmente visibile.
Il margine di autonomia lasciato al fruitore è ciò che,
oltre alla competenza, distingue Sbancor dalla specie in
crescita anche in Europa dei cultori di teorie cospirative.
Laddove questi ultimi accordano pari dignità a un artico-
lo di giornale, a una foto appannata e a una comparazio-
ne statistica, per poi correre immediatamente alle con-
clusioni, Sbancor privilegia le fonti solide e le espone in
ordine apparentemente casuale, limitandosi a lasciare
intuire il quadro capace di dimostrarne l’organicità.
Il metodo dei primi (i Maurizio Blondet, i Thierry
Meyssan ecc.) deve molto al cosiddetto “negazionismo”

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dell’Olocausto, con la sua puntigliosità resa inane dal-
l’assenza di uno sfondo credibile. Al contrario, il metodo
di Sbancor non dimentica mai la cornice di verità, stori-
ca e umana, che sola può dare rilievo al particolare; tanto
che ogni volta che può ricorre all’espediente narrativo,
capace di riportare in primo piano, sia pur sommessa-
mente, valori, scelte di campo e contraddizioni.
Contrariamente al vocabolario usuale, la metodologia dei
“cospirazionisti” è induttiva (dal particolare al generale),
mentre quella di Sbancor è deduttiva (il contrario), ciò
che è molto raro quando si parla di economia.
E di impostazione deduttiva è questo libro, che, confor-
mandosi allo stile dell’autore, miscela materiali apparen-
temente incompatibili: riflessioni di ampia portata e
ricordi individuali, analisi rigorose e brandelli pudica-
mente accennati di storie d’amore, fino a concludersi col
saluto a pugno chiuso a un amico ex partigiano appena
morto, e con il ritorno, subito dopo, in quell’America
adorata e detestata in egual misura (a seconda che si parli
della vita delle persone o del sistema politico ed econo-
mico che la governa).
Il libro esce a ridosso della conclusione apparente di
un’ennesima avventura coloniale statunitense: la conqui-
sta di un Iraq semi-distrutto a furia di bombe, per impian-
tarvi qualcosa di ancora imprecisato, ma utile ai fini di
una marcia di terra verso il nemico del futuro: la Cina.
Sbancor prende ovviamente ispirazione dall’evento, ma
fa molto di più. Con l’aria disinvolta di chi getti sul tavo-
lo da gioco le carte che ha in mano in un ordine che sem-
bra casuale, fornisce strumenti utili alla lettura sia del
conflitto in corso, sia di quelli pregressi, sia di quelli
verosimilmente ipotizzabili per l’avvenire.
In pratica smonta pezzo per pezzo, con perfida lentezza,
le logiche e le strutture dell’apparato militare, politico ed

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economico statunitense. Fino a disseppellirne, sempre
con esibita svagatezza, le origini più remote, iscritte nel
codice genetico di un apparato di Stato solo in parte giu-
stapposto alla nazione (e qui sarebbe utile confrontare
certe ipotesi di Sbancor con il libro, appena tradotto in
Italia, di Francis Jennings La creazione dell’America,
Einaudi, 2003, che data certe tendenze addirittura alla
Rivoluzione Americana).
Personalmente, da lettore casuale e dilettante di questi
temi, sono convinto che chiave fondamentale per capire
il presente sia, oltre agli eventi politici, il silenzioso spo-
stamento d’accento, nel corso degli anni Ottanta e soprat-
tutto durante la presidenza Reagan, dall’economia pro-
duttiva all’economia finanziaria. Fu il periodo in cui il
volume degli scambi di borsa crebbe fino a equivalere,
quotidianamente, al bilancio annuale di uno Stato di
medie dimensioni; in cui banchieri o personaggi legati
alla finanza assunsero in tutto l’Occidente funzioni diret-
tamente politiche; in cui si cominciò a concepire l’unio-
ne europea in chiave esclusivamente monetaria, con i
governatori usciti dalla dissoluzione delle banche nazio-
nali in posizione di leadership assoluta, sottratta a ogni
controllo; in cui si ridisegnò la mappa del mondo cancel-
landone le porzioni divenute poco interessanti, al di là del
possesso o meno di materie prime: quasi tutta l’Africa,
parte dell’Asia, una larga porzione dell’America Latina.
Era il compimento del processo che il bistrattato Marx, e
dopo di lui l’ancor più bistrattato Kautsky, avevano pre-
visto: l’astrazione assoluta della moneta, ormai svincola-
ta da ogni processo concreto di produzione e scambio.
Ideale per un connubio con la circolazione di beni imma-
teriali quali la comunicazione, l’informazione, l’ “idea”
di merce senza riferimento al valore d’uso.
Era logico, a quel punto, che il comando passasse a chi

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creava moneta virtuale a suo arbitrio (gli Stati Uniti) e,
pur non producendo praticamente nulla, era padrone
incontrastato del mercato immateriale; e ciò ancor prima
della caduta del muro di Berlino.
Dopo si trattava solo di distruggere, senza pretese di
colonizzazione reale, oasi di resistenza al dominio del-
l’economia astratta. La Jugoslavia, per esempio, attarda-
ta su un modello inutile di economia parzialmente socia-
lista. Diveniva d’obbligo favorirne la scissione, poi
distruggerne le schegge troppo grosse.
La Somalia, attestata su una posizione geografica in cui
l’economia materiale aveva troppo peso.
L’Afghanistan, possibile passaggio per oleodotti che
forse non saranno mai realizzati, ma la cui potenzialità,
reale o virtuale, incide sugli equilibri finanziari.
L’Iraq, che pompi o non pompi petrolio, lo mandi o meno
negli Stati Uniti, è del petrolio la raffigurazione.
L’importante non è disegnare una carta geografica dello
stesso colore: ciò che conta è farvi dei buchi dove esiste-
vano sfumature cromatiche troppo intense. Di ostacolo a
un Occidente che ha ormai affidato il potere politico,
proprio e sul mondo, a quello economico, e in primo
luogo a quello finanziario.
Quella che avanzo è naturalmente una mera ipotesi, da
prendere con le molle. Ma se anche una minima porzio-
ne di essa trovasse rispondenza nei dati della realtà,
sarebbe da salutare con entusiasmo il fatto che un uomo
come Sbancor stia dalla parte di chi il sistema non lo
accetta. E che, con la sua cultura e le sue conoscenze, for-
nisca alimento a riflessioni forti in un periodo in cui
anche il pensiero antagonista sembra tendere all’immate-
rialità, tanto è esangue.

Valerio Evangelisti

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Quello che stiamo vivendo è l’ultimo atto di una storia
maledetta iniziata circa cinquant’anni fa. È la storia della
mia generazione. Quella che nessuno ti racconterà mai
per intero. Quella che nessuno vuole ascoltare. Quella
che neanche io sono pronto a scrivere…

AMERICAN NIGHTMARE
INCUBO AMERICANO

11 settembre 2001. Telefono privato.


Numero non nell’elenco.

Prima telefonata: New York 8.30(EDT)


«Hello.»
«Hello.»
«Ted, ben svegliato… che cazzo vuoi a quest’ora?»
«Youssuf dice di accendere il televisore.»
«Sì, e...?»
«Dice di accenderlo fra un quarto d’ora.»
«E che altro cazzo dice Youssuf?»
«Niente. Non dice un cazzo di niente, per ora.
Richiamami dopo.»
«Ok.»
Seconda telefonata: New York 9.07(EDT)
«Ted, Ted mi senti, Ted ce n’è… Dio… Ce n’è un secon-
do. Un secondo fottuto aereo… da dove sbuca questo fot-
tutissimo secondo aereo… Cristo ce n’è un altro… Dio,
cazzo Ted, da dove escono quest’altri fottutissimi aerei!
Ted…Ted.»
«Cazzo!»

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Rumori sulla linea.
«Ted, cazzo… cosa succede eh? Dimmelo testa di cazzo!
Cos’è questo altro aereo di merda, eh!?! Chi aveva par-
lato di un secondo fottutissimo aereo?… Ted…Ted!
Dio… Ted, di’ qualcosa Ted, ci sei?»
«Merda!»
«Ted! Oddio dimmi qualcosa, Ted che succede?»
«Fottutissima merda islamica!»
Fine della comunicazione.

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Buenos Aires, dicembre 2002
“Il bastimento avanzava lentamente
nel grigio del mattino tra la nebbia
Sull’acqua gialla di un mare fluviale.
Appare la città grigia e velata.
Si entra in un porto strano. Gli emigranti
Impazzano e inferocian accalcandosi
Nell’aspra ebbrezza di una imminente lotta.
Da un gruppo d’italiani che è vestito
in un modo ridicolo alla moda
Bonearense si gettano arance
Ai passanti stralunati e urlanti.
Un ragazzo del porto leggerissimo
Prole di libertà, pronto allo slancio
Li guarda colle mani nella fascia
Variopinta ed accenna ad un saluto.
Ma ringhiano feroci gli italiani.”
Dino Campana1

Dormire. Riposare e dormire sotto un lenzuolo bianco,


mentre le gocce della flebo scendono piano nel braccio.
Aria calda e una pala che la agita, stanca.
Buenos Aires a dicembre. Un posto del cazzo per una
convalescenza.
Riposare e dormire. Ormai non c’è altro da fare. Forse
non c’è mai stato niente da fare.
Se provo a ricordare, la realtà prende i colori dell’incubo.
American Nightmare, l’incubo americano.
Sorrido, con aria deficiente, all’infermiera che mi cambia
l’ago. Mi sorprendo a sognare che la flebo sia piena di
vodka. Bianca. Absolut. Vodka svedese. Quella russa è
imbevibile dopo il crollo del Muro. Vodka bianca.
Indistinguibile dal liquido che mi scorre nelle vene.
(1) Buenos Aires, Inediti, Vallecchi, 1942

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American Nightmare. Mi ha perseguitato per un anno.
Ora voglio solo riposare e dormire. Non c’è più niente da
fare. Non c’è mai stato niente da fare. Eppure quelle voci
che provengono dalla storia continuano a martellarmi il
cervello. Riappaiono crudeli, spietate, ogni volta che
cerco di non ascoltare.
No. Sono ancora dentro la storia, e non c’è tempo per
riposare e dormire. Allungo una mano sul comodino. Pile
di carta. I miei appunti. Ne tiro fuori uno a caso.
La fine del pensiero unico: dalla crisi del neo-liberi-
smo ai nuovi scenari geo-politici
di Sbancor (28 agosto 2001)
Warfare against Welfare: la posta in gioco.
La posta in gioco è alta. Per l’establishment imperiale
si tratta di restituire al capitalismo internazionale l'ulti-
ma chiave per poter uscire da un ciclo recessivo che
si annuncia lungo. Questa chiave si chiama Warfare.
Il Warfare non necessariamente è guerra, anche se
ogni tanto qualche guerra è pur necessaria per smal-
tire le scorte d'armi e giustificare i nuovi investimenti.
Il Warfare è un complesso militare industriale e di
intelligence e insieme una politica economica. La pos-
sibilità di iniettare liquidità nel sistema mirata diretta-
mente a investimenti in tecnologia che possono per-
petuare la supremazia imperiale. Da un punto di vista
economico il Warfare è molto più efficace del Welfare.
È più selettivo, permette di distribuire i soldi fra gli
amici, stimola l'innovazione tecnologica, evita politi-
che sociali imbarazzanti, ha minor impatto sull'infla-
zione e indirizza la domanda del Terzo mondo verso
un prodotto, come le armi, che assicura la sopravvi-
venza agli wasp (white anglosaxon protestant), dimo-
strando inoltre l'inutilità delle politiche di aiuto a un
terzo mondo barbaro e crudele.

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Il Warfare va continuamente alimentato da visioni
geopolitiche.
È questo il “grande gioco”, la scacchiera, come dice
Brzezinsky, dove giocare lo scontro fra le civilizzazioni.2
E che sulla scacchiera sia tornato un "old fellow"
come Henry Kissinger rende il gioco particolarmente
pericoloso.
L'America, almeno dal tempo di Bush senior, sta cer-
cando di superare un ostacolo psicologico: la sindro-
me del Vietnam che gli impedisce di far funzionare sul
serio il Warfare. Ci è quasi riuscita con la guerra del
Golfo e con il Kossovo. Dove potrà provare una pros-
sima “guerra”?
La Palestina è la miccia. Sempre accesa. Chi ha pro-
vato a spegnerla ha fatto una brutta fine, come Rabin.
Quanto è lunga la miccia e fino a dove può bruciare?
La polveriera non è in Medioriente.
Il Medioriente al massimo è la seconda parte della
miccia. La polveriera è in un punto imprecisato delle
frontiere della cosiddetta area “turanica” (Iran,
Afghanistan, Tagikistan, Khirghisistan, Azerbaijan,
Uzbekistan, Pakistan).
Da secoli è il ventre molle della Russia, ma (attenzio-
ne) è il ventre molle anche della Cina. Dalle etnie
Uigure (turche) si risale verso lo Xin Xiang (Cina): il
più grande bacino minerario e petrolifero del mondo.
Da lì si controlla tutta l'Eurasia. Si controllano le “pipe
lines” del terzo millennio. Da lì passano le vie della
droga. Da lì passano i mercanti di schiavi che riforni-
scono le industrie e i commerci di tutto il mondo.
La “Via della Seta”.
La Via della Seta però incomincia a Gerusalemme.
È qui che i “fondamentalisti” di tutte le religioni da mil-
lenni hanno segnato il luogo della battaglia fra le “civi-
(2) S.Huntington: “The Clash of Civilisation and the Remaking of World
Order”, 1998.

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lizzazioni”: la piana di Armageddon.
Sì, lo so: può sembrare follia. Che c'entrano gli inte-
ressi economici con le antiche leggende? C'entrano.
Il denaro è il terreno del simbolico. Quando non può
nutrirsi di numeri deve nutrirsi di sangue.
Oggi il dibattito alla corte imperiale è se consentire
Armageddon e accendere la miccia che brucerà fino
al centro dell'Eurasia, oppure no. A favore ci sono fon-
damentalisti ebraici e gli ultraprotestanti millenaristi.
C'è Richard Armitage e i vecchi delinquenti della CIA,
gli ultimi di Phoenix, quelli dello scandalo Watergate e
Iran-Contras (vedi schede a pagina 13) quelli che
hanno armato i talebani. Contro ci sono gli ebrei
democratici, che hanno il terrore che Israele venga
sacrificata sull'altare dell'"Impero", i cattolici, i pacifisti,
i leftist americani.
I democratici di Clinton avevano preferito la più nota
via dei Balcani. Puntavano anche loro verso il centro
dell'Eurasia, ma volevano arrivarci con le bandiere
della “democrazia”, la Nato, gli Europei.
E, soprattutto, non volevano problemi con la Cina.
Anzi, volevano pacificare tutto il Pacifico. Bush no. Ha
bloccato qualsiasi accordo sulla riunificazione delle
Coree, ha ripreso le “guerre stellari” e, soprattutto,
odia gli ebrei.
Finora ha trattenuto Sharon, che voleva attaccare
durante il G8. Poi i russi sono entrati anche loro nella
partita e per la seconda volta in un mese (agosto
2001) si è evitata la guerra in Cisgiordania.
Per quanto a lungo reggerà? Può sembrare incredibi-
le: ma gli unici che possono fermare il prossimo car-
naio siamo noi, la moltitudine in marcia da Seattle.
Per questo devono eliminarci prima. E soprattutto
rompere la miracolosa unità fra le diverse anime del
movimento. Ancora una volta “si può quello che si fa”.

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LO SCANDALO WATERGATE
La notte del 17 giugno 1972 cinque uomini furono sorpresi nella
sede del comitato elettorale del partito Democratico (in un edifi-
cio denominato Watergate) dove avevano messo a punto un piano
segreto finalizzato all’intimidazione e allo spionaggio a danno
degli avversari politici. I cinque uomini erano: Bernard Baker,
Virgilio Gonzalez, Eugenio Martinez, James W. McCord Jr e
Frank Sturgis. Uno di questi uomini, McCord, ammise subito di
lavorare per la CIA. La questione venne resa pubblica dal quoti-
diano Washington Post.
Il Presidente Nixon si dichiarò estraneo ai fatti ma risultò che
aveva ordinato all’Fbi di interrompere le indagini sul caso, cer-
cando in ogni modo di insabbiare lo scandalo. A questo punto si
vide costretto a dimettersi. Il suo successore, Gerald Ford, gli con-
donò tutti i crimini e lo rese immune all’azione delle autorità giu-
diziarie federali. Questo permise a Nixon di continuare a lavorare
dietro le quinte della Casa Bianca, nel ruolo di consigliere politi-
co, per altri 15 anni.

L’AFFARE IRAN-CONTRAS
L’amministrazione del Presidente degli Stati Uniti, Ronald
Reagan, fu scoperta a vendere segretamente armi all’Iran, coin-
volto in una guerra sanguinosa con il vicino Iraq tra il 1980 e il
1988. Il ricavato dalla vendita veniva poi deviato ai “Contra”,
ribelli che combattevano per abbattere il governo Sandinista del
Nicaragua.
Il movimento Sandinista aveva ottenuto il massimo dei voti alle
elezioni, convalidate da osservatori internazionali indipendenti,
ma l’amministrazione Reagan, che non vedeva di buon occhio un
partito che considerava vicino all’Unione Sovietica e a Cuba,
definiva “fraudolente” le elezioni nicaraguensi. Sia la vendita di
armi all’Iran che il finanziamento ai ribelli del Nicaragua erano
contrari agli atti del Congresso e in contrasto con le decisioni
dell’ONU. L’operazione segreta venne scoperta quando un aereo
pieno di armi destinate ai Contra cadde in Nicaragua.
Reagan dichiarò di non essere a conoscenza di questa operazione
e non si poté accertare il grado di coinvolgimento del Presidente
statunitense perché i documenti relativi al traffico risultarono
introvabili o vennero preventivamente distrutti. Il Presidente
venne comunque accusato di non aver saputo controllare gli

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uomini a lui più vicini e vennero alla luce prove del fatto che la
CIA si trovava coinvolta anche in un traffico di droga per ottene-
re fondi da destinare ai Contra.
IL PROGRAMMA “PHOENIX”
Il Programma “Phoenix”, diretto da Ted Shackley, fu condotto nel
Vietnam del Sud a partire dal 1968. L’intento era quello di ucci-
dere o catturare i membri civili del Fronte di Liberazione
Nazionale. A tal fine la CIA reclutò e organizzò squadre di mili-
tari e paramilitari sudvietnamiti con il compito di eliminare i civi-
li che appoggiavano i Vietcong. Una quota di civili, sospettati di
essere sovversivi, da uccidere e torturare veniva assegnata ogni
anno agli alleati sudvietnamiti riluttanti: per il 1969 dovevano
essere 1800 al mese.

Mi viene da ridere. Questo testo andò sulla Rete.


Qualcuno disse allora che ero un profeta. Solo perché
avevo messo un dito su una carta geografica e avevo
detto: qui. E in quel dannato posto scoppiò la terza guer-
ra mondiale. La guerra infinita.
Un profeta è qualcuno che sa come la storia finisce. Io al
massimo conosco com’è iniziata. E già questo è inverosi-
milmente troppo… E poi… e poi so di essere stato usato,
di essere stato solo una pedina, di aver provato a giocare,
senza avere le carte. E qualcuno per questa, come dire,
leggerezza, ora sta sotto qualche metro di terra. Qualcuno
molto diverso da me, qualcuno che rispettavo. Quello che
per gioco chiamavo “l’ultimo americano”, o come diceva
lo pseudonimo: il Gen. Sherman.
La pala del ventilatore batte l’aria calda. La “vodka”
della flebo continua a fluire. Ora non ho più sogni, non
ho più visioni. Ora non so più dove andrà la storia. E, se
ve lo devo dire con franchezza, non mi interessa più.
Guardo la flebo e penso che sarà così, quando me ne
andrò sul serio. Sarò più vecchio, forse, sicuramente non
sarò poi molto più saggio di adesso. Starò a guardare la

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flebo scorrere come la vita. La mia. Troppo lunga o trop-
po breve, non so. Certo forse non è proprio come l’ave-
vo sognata. Ma non è stata neanche troppo diversa. Ora
ricordo solo visi di donne. Alcune me le porterò dentro
per sempre. Come André Breton ripenserò a tutte le
donne che ho amato e mi accorgerò che si raccolgono
tutte in unico viso: l’ultima.
Come mio padre lascerò degli scritti, appunti ingialliti,
tracce per cercare di decifrare una storia, ormai dimenti-
cata… Forse li guarderanno incuriositi i miei nipoti. Poi
più nessuno. E allora sarà veramente finita per sempre.
Ma per adesso vivo ancora, e ciò mi impone, come dire,
degli obblighi sociali. Fra cui quello di continuare questa
“storia”.
Guardo la data sul calendario vicino. È passato tanto
tempo da Genova G8. Sembrano almeno dieci anni.
Che c’entra con Genova un banchiere di mezza età?
Perché detto banchiere sta in un letto di una clinica pri-
vata a Buenos Aires per una ferita d’arma da fuoco?
Perché l’ultimo legame con il mondo sono migliaia di
messaggi firmati Sbancor sulla rete? E pensare che non
sono neanche stato a Genova, colpito da sciatalgia e dal-
l’idea di dover dormire in tenda.
Ma ho visto abbastanza per capire.
Come al solito troppo tardi.

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“Poi che la nube si fermò nei cieli,
Lontano sulla tacita infinita
Marina Chiusa nei lontani veli,
E ritornava l’anima partita
Che tutto a lei era già arcanamente illustrato
del giardino il verde
Sogno dell’apparenza sovrumana
De le corrusche sue statue superbe:
E udiì canto udiì voce di poeti…”
Dino Campana3

Genova era una trappola. Una trappola preparata da


mesi. Inutile chiedersi chi ha preparato la trappola, quan-
do ci sei con i coglioni dentro. Può valere la pena di
ricordare che c’era uno stesso capo della polizia prima e
dopo Genova, con due governi diversi? Che i poliziotti
italiani erano stati addestrati all’antisommossa dalla
L.A.P.D., la polizia di Los Angeles, quei bravi giovanot-
toni americani che da Watts4 in poi sanno trattare i riots5
e i negri? Guardavo la televisione italiana, le facce san-
guinanti dei manifestanti e in realtà stavo guardando
l’America di trenta anni fa: “Fragole e Sangue”. L’incubo
americano. Lo stesso incubo che l’11 settembre trasfor-
merà d’improvviso il mondo in un inferno.

C’erano piccole tracce lasciate sulle strade insanguinate


di Genova. Tracce che portavano lontano, ma che nessu-
no degli inquirenti e tantomeno dei giornalisti si era pro-
vato a seguire: furono i ragazzi di Indymedia a trovarle.
Era un’indagine a più mani che per giorni rimbalzò su
Indy. Eccone una sintesi.
Praticamente i ragazzi avevano ricostruito la catena di
(3) Genova, 1942.
(4) Quartiere di Los Angeles a predominanza nera. Nel 1992, dopo l’aggressione
del nero Rodney King i poliziotti bianchi uccisero 51 dimostranti neri.
(5) Scontri di quartiere.

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comando dei carabinieri quando venne ucciso Carlo
Giuliani. Si era sempre parlato di “inesperti”. E invece
chi trovavamo? Il Ten. Col. Truglio. E chi cazzo è
Truglio? Era uno del Tuscania che stava in Somalia. Già,
uno di quelli di cui si dice che si divertivano a collegare
i cavi delle batterie ai genitali dei “terroristi” somali.
E insieme a lui c’era il Capitano Cappello, anche lui delle
“brigate somale”. Coincidenza? Erano loro i diretti
comandanti di Placanica, il presunto killer di Giuliani.
Dico presunto perché una foto dimostrerebbe che
Placanica era già fuori combattimento, sanguinante dalla
testa e sul fondo della jeep, quando qualcuno sparò a
Carlo. Legittima Difesa. Eh già, ma difesa di chi? Non di
Placanica che forse non ha sparato. Comunque il fatto è
che a capo degli “inesperti”, dei “ragazzini” in balia dei
pericolosi sovversivi, stava il gotha del Tuscania. Gli
Imperiali. Quelli che si son fatti il Kossovo, la Bosnia,
l’Albania e la Somalia. Somale comprese.
Altro che inesperti: quella è la Legione Straniera!
La cosa che mi colpì di più, nel dopo-Genova, fu che nes-
suno tirò in mezzo il capo della polizia: De Gennaro.

Placanica Mano con pistola

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L’uomo che aveva organizzato il tutto sotto il governo
Amato (centrosinistra) e lo aveva realizzato in quello di
centrodestra (Berlusconi). Quando una scelta è così bi-
partisan c’è da sospettare che il potere dell’uomo sia al di
sopra delle parti. Che appartenga cioè a una parte “terza”.
Trovo una scheda, pubblicata su una rivista, Scirocco.
L'AMERIKANO
È Giovanni De Gennaro, il capo della polizia che piace tanto agli
americani. Dopo Genova, il principale indiziato a sloggiare dal
Viminale. E invece, è proprio il suo potere ad uscire nettamente
rafforzato dal tourbillon di nomine, spostamenti e defenestrazioni
che ha scosso la PS.
È un vero paradosso ma -contrariamente a quanto sostiene qual-
che osservatore poco addentro alle cose del Viminale- ad avvan-
taggiarsi del disastro tecnico, politico, e militare di Genova è stato
-ancora una volta- proprio lui, il responsabile numero uno dell'or-
dine pubblico in Italia, il capo della Polizia, “il poliziotto che tutto
il mondo ci invidia” (per ricordare solo un'avventata, o forse inge-
nua, definizione di Luciano Violante). Gianni De Gennaro è -
almeno per il momento- il "grande vincitore" della battaglia di
Genova. Se riuscirà a resistere alle pressioni che -in seno alla
maggioranza- vengono da settori di Alleanza nazionale e che vor-
rebbero le sue dimissioni, De Gennaro non solo sarà restato in
sella dopo la mattanza del G8 -cosa inimmaginabile in qualsiasi
altro paese europeo- ma con un colpo solo si sarà liberato di due
stretti collaboratori che non gli sono mai piaciuti e che gli erano
stati messi al fianco -imposti si può dire- nonostante le sue resi-
stenze: il suo vice Ansoino Andreassi e il capo dell'Ucigos
Arnaldo La Barbera. Infatti, contrariamente alla retorica in voga
in questi giorni sulla stampa nazionale che dipinge l'"eroica squa-
dra antimafia" -composta da De Gennaro, la Barbera e Gratteri,
con l'aggiunta "ad honorem" di Andreassi- unita dalle medaglie
guadagnate sul campo e da un inscindibile patto di intenti, la real-
tà è ben altra. In realtà sia Andreassi che La Barbera non hanno
mai avuto un grande feeling con De Gennaro e la loro defenestra-
zione è un piccolo successo del capo della polizia. Ansoino
Andreassi -che nei corridoi del Viminale viene chiamato "il comu-
nista" perché ha sempre avuto ottimi rapporti con uomini politici

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del PCI prima e dei DS dopo (e questo spiega anche la rapidità
della sua rimozione)- fu nominato per diretto intervento della sini-
stra. E De Gennaro non ha mai gradito i canali privilegiati che
Andreassi aveva a livello governativo.
Su Arnaldo La Barbera il discorso è più complesso. Con De
Gennaro le cose non sono mai andate bene: tutto cominciò nel
lontano maggio del 1989 quando, nei sobborghi di Palermo, l'al-
lora capo della squadra mobile del capoluogo siciliano La Barbera
arrestò Totuccio Contorno, assieme a Tommaso Buscetta, il più
importante dei "pentiti" dell'epoca. Giunto in Sicilia con il bene-
stare di De Gennaro, allora tra gli uomini al vertice della
Criminalpol, Contorno -a rischio della propria vita- si trovava a
Palermo da almeno un mese, all'insaputa dei magistrati, ma non si
è mai saputo a fare cosa. La Barbera lo ammanettò mentre era
ospite della famiglia mafiosa dei Grado, in una zona in cui era in
corso una guerra all'ultimo sangue con i corleonesi che avevano
lasciato sul terreno una decina di loro affiliati. Il sospetto avanza-
to in una serie di lettere anonime ("le lettere del corvo di
Palermo") fu che Contorno fosse stato spedito in Sicilia da De
Gennaro -fin da allora ritenuto un poliziotto piuttosto spregiudi-
cato- con la licenza di uccidere, allo scopo di eliminare i più peri-
colosi latitanti di Cosa nostra. Le "lettere del corvo", erroneamen-
te attribuite al sostituto procuratore di Palermo Alberto Di Pisa,
gettarono brutte ombre su De Gennaro, anche perché in sede pro-
cessuale saltò fuori che esistevano oltre novemila pagine di inter-
cettazioni telefoniche intercorse fra De Gennaro e il "pentito" in
trasferta in Sicilia. Quelle migliaia di pagine sono tuttora coperte
dal più rigoroso riserbo.
Un'operazione, quella dell'arresto di Contorno da parte di La
Barbera, mai chiarita, e che spinse De Gennaro ad accusare La
Barbera di aver messo in difficoltà tutta la Criminalpol. Va
aggiunto che La Barbera -questore a Palermo, Napoli e Roma-
proprio nella capitale, a causa del suo brutto carattere (è uno che
non guarda in faccia a nessuno), si era fatto diversi nemici fra i
funzionari più vicini a De Gennaro.
Sono proprio di Andreassi, "il comunista" e di La Barbera -assie-
me a quella decisamente meno importante del questore di Genova
Francesco Colucci- le prime teste cadute al termine dell'inchiesta
amministrativa avviata dal ministro dell'Interno Scajola.

19
A condurre quell'inchiesta, De Gennaro aveva incaricato tre ispet-
tori, guarda caso, tre suoi fedelissimi, che non lo hanno per nien-
te deluso: Pippo Micalizio, Salvatore Montanaro e Lorenzo
Cernetig. Il risultato finale è che il capo della Polizia Gianni De
Gennaro, nominato dal Governo di centro-sinistra con il pieno
avallo dell'opposizione di centro-destra e, soprattutto, molto spon-
sorizzato dagli americani, dopo Genova -smarcatosi da Andreassi
e La Barbera- vede aumentare a dismisura il suo potere, specie se
riuscirà a portare in porto altre due operazioni: la prima è la nomi-
na a suo vicario di Antonio Manganelli (come avvenuto, ndr.), già
vice capo della polizia, a lui legatissimo proprio a partire dai ter-
ribili giorni del "corvo di Palermo". De Gennaro potrà parlare di
en plein se il posto di La Barbera dovesse andare ad Alessandro
Pansa (capo delle polizie specializzate) altro suo fedelissimo,
anche lui fin dai giorni dell'affare Contorno. De Gennaro ha
comunque tempo fino all'autunno per far dimenticare Genova e
ricollocarsi a dovere. L'importante è riuscire a superare la pausa
estiva del Parlamento. Altrimenti per lui -male che vada e soprat-
tutto altri governi europei permettendo- è già pronta una poltrona:
quella di capo dell'Europol, la nascente polizia dell'Unione
Europea. (…)

Dalla strada di Buenos Aires giungono le grida dei cace -


rolados. Que se vajan todos!
Le signore della media borghesia distruggono metodica-
mente i bancomat con i tacchi a spillo e le scarpe impu-
gnate come un martello. Que se vajan todos!
Le vetrate delle banche cadono in frantumi, ancora una
volta. Que se vajan todos!
Guardo di nuovo le pale battere. Come nella prima scena
di Apocalypse Now. Guardo le pale e sento il richiamo
della “strada” e della “giungla metropolitana”. Guardo la
flebo. Prendo in mano gli appunti e una penna… rico-
mincio a scrivere… Que se vajan todos!

20
“…dai segreti dedali uscii….
Come un ignoto turbine di suono
Tra le vele di spuma udivo il suono.
Pieno era il sole dei Maggio”
Dino Campana

Arcipelago Toscano: “Bagno delle Donne”. 11/9/2001


Italia
Portai alle labbra il boccale di birra. Bevvi un sorso,
gustando prima la schiuma leggera. Continuai finché il
liquido freddo non cominciò a togliermi la sete. Guardai
quella linea sfocata che divideva cielo e mare. Un legge-
ro vento piegava dolcemente verso Sud, fra la punta
dell’Argentario e l’Isola del Giglio. Montecristo ora era
solo un’ombra lontana. Più in là Corsica e l’Elba.
Invisibili, ma sicuramente al loro posto. Sono al sicuro su
questo scoglio. Lo chiamano il “Bagno delle Donne”,
nome che riporta a quei pruriti del tardo cattolicesimo
ottocentesco, dove l’erotismo si concentrava al massimo
su una caviglia, e uomini e donne non potevano, insieme,
godere del mare. Altri, e meno casti, godimenti avveni-
vano, come sempre stato e sarà, nel privato. Le nuvole
all’orizzonte minacciavano pioggia. Domani. Prima deve
girare a Scirocco.
Mi piaceva questo mare ottocentesco, dove Dumas aspet-
tò Garibaldi con il carico di fucili che sarebbero serviti a
Calatafimi. Qui nell’Ottocento c’erano paludi selvagge
piene d’uccelli e di malaria. Bastava andare un po’ verso
l’interno e si ritrovava quella Maremma amara di brigan-
ti, anarchici e contadini, secchi come scheletri, che tre-
mavano di febbre. Su una montagna, che si vedeva bruna
in lontananza, era morto Davide Lazzaretti, “il Cristo
dell’Amiata”. Fondatore del movimento giurisdavidico,
forse l’ultimo di quegli eretici contadini che per quattro-
cento anni avevano corso l’Europa rimandando di caso-

21
lare in casolare il verbo “anabattista”. Omnia sunt com -
munia! Mistici comunisti, assai diversi dagli odierni
D’Alema, Veltroni, Folena e giù, giù degenerando.
Lazzaretti scendeva la montagna con i capelli lunghi, una
veste bianca, salmodiando, mentre i bersaglieri di Sua
Maestà il Re d’Italia sparavano. Sembrava non sentire i
colpi e il rosso sangue che scendeva sulla sua veste. I
bersaglieri sparavano ma avevano paura. Poi cadde a
terra, morto. Ma per un istante sembrò che il miracolo si
compisse e lui continuasse a scendere predicando dalla
montagna la rivolta delle plebi. Vecchi tempi. L’occhiuta
Toscana vota quasi compatta Forza Italia, e quel bische-
ro del Lazzaretti se lo ricordano solo a Santa Fiora.
Eppure qui si possono ancora respirare i secoli passati.
Come la leggenda di quella castellana bella e dai capelli
rossi rapita dai Saraceni e divenuta sposa del sultano.
Quello stesso sultano, Solimano II, che a Lepanto vide la
sua flotta andare a fondo, schiantata dai cannoni del
Colonna.
Ma c’era qualcosa di strano nell’aria… Sì, la radio… non
stava trasmettendo la solita musica cialtrona, anzi parlava
in inglese… Mi alzai, una delle mie solite vertigini… la
pressione alta, per dio… “Attack on A m e r i c a” ma di che
cavolo stavano parlando? Voci concitate, dal tipico accen-
to yankee. Poi un urlo! “Goood! Oh my Gooood!…”
La gente si guardava inorridita cercando di decifrare que-
sta radio, questo insolito giornale… in diretta dall’Ame-
rica… “The second tower is crashing...”
Intorno a me stavano tutti in piedi... guardai sbalordito
una signora elegante con la radio in mano... La signora
aveva le lacrime agli occhi... «Le Torri Gemelle, dice a
New York… dio mio è una strage…» e continuava a pian-
gere guardando il mare. Cortese, le offrii un cordiale.
Più tardi, la voce di mia figlia…

22
«Papò, Meggy dice che è stato Osama.»
«Allora sarà senz’altro vero.»
«Chi è Osama?»
«Un fanatico islamico. Uno che prima ammazzava i
russi, e ora ammazza gli americani.»
«Perché?»
«Non lo so.»
«Non ci credo. Tu sai tutto, ma non vuoi mai dirmelo!»
Se ne andò arrabbiata, come solo i bambini sanno esser-
lo quando li deludi.
Questa volta ero sull’orlo di una crisi di nervi. Tremavo,
avevo le vertigini, la bocca secca. A volte mi succede. È
come se la terra si mettesse a muoversi sotto i miei piedi.
È come se il cervello cessasse di coordinare i movimen-
ti. Le chiamano crisi di panico. Ma il cervello resta luci-
do. E mi guarda, disapprovando. In questi casi incomin-
cio a pensare che sono di circa trenta chili in sovrappeso,
che fumo troppo, che dovrei smettere di bere. E la crisi,
immediatamente, si aggrava. Mi consolo pensando che
Montagu Norman, il luciferino Governatore della Bank
of England degli anni del Golden Standard, soffriva di
attacchi peggiori. Visitato da Carl Gustav Jung fu consi-
derato un caso senza speranza prossimo alla morte. Poco
dopo fu fatto Governatore della Banca d’Inghilterra e
governò la Sterlina per quasi mezzo secolo. Mai fidarsi
degli psichiatri. E mai fidarsi dei banchieri centrali.
Mi telefonò Paolo, pittore multimediale, mezzo napole-
tano e mezzo americano.
«Che succede in Europa?»
«Niente.»
«Che ne pensi?»
«Niente, non riesco a pensare…che notizie dagli States?»
«Il Presidente non si sa dove sia, Cheney nemmeno, non

23
si sa se avremo altri attentati… c’è chi parla di colpo di
Stato…»
«E il quarto aereo?»
«È caduto o l’hanno abbattuto… chissà.»
«Povera gente. Com’è il clima politico?»
«Brutto. Chillu Bush è nu’ sfaccimm’, sai quanto ci
campa su ‘sta storia, chill e chillu fetentone do padre…»
«Tu che fai?»
«Torno in Italia, appena c’è un volo disponibile.»
«Vabbuò. Statte accuorto, come dite voi…»
«Figurati. A presto Sbancòr…»
Ancora vertigini. L’emozione però in questo caso era
reale: le due torri mi piacevano e forse avevo anche degli
amici che ci lavoravano. “L’orrore non si ferma e forse
ormai sarà impossibile fermarlo” pensavo. “È perché noi
siamo cretini” ripetei, afflitto da una sindrome di Voltaire
“tutto è calcolabile, tutto è deducibile, ma noi ci faccia-
mo sempre guidare dalle emozioni. Non riusciamo a leg-
gere neanche ciò che è scritto sui giornali, sulla rete, peg-
gio, non riusciamo a capire neanche ciò che stiamo
vivendo!”
Il sonno della ragione genera mostri, aveva scritto un
filosofo che non mi è particolarmente caro. Ma ormai ci
sono solo mostri che abitano questo pianeta. Mostri e
imbecilli. C’è da farsi un’overdose di Prozac a pensarci.

Ci misi qualche giorno a tornare a Roma. Volevo che il


mare lavasse tutto, che entrasse nel mio cervello, che mi
togliesse le immagini della televisione.
Appena entrato accesi il computer. Guardai Indymedia.
Commenti. L’estrema sinistra balbettava le solite idiozie.
Giustificando i morti con altri morti. Come se si trattas-
se di un’equazione a sommatoria: chi ha più morti vince!

24
Imbecilli di destra e di sinistra. I primi parlano di “guer-
ra fra le civiltà”, i secondi di “guerra” fra Nord e Sud del
Mondo. Ma Osama è uno sceicco miliardario che fino a
ieri, e forse anche dopo, stava trafficando con gli USA, o
almeno con pezzi importanti del loro governo. Imbecilli!
Ecco cosa odio nella Sinistra Buonista e Terzomondista.
Odio la doppia morale, i “sì… ma”, gli “è vero… ma non
bisogna dimenticare che…”, i “purtuttavia”. Odio la
ragioneria dei morti, l’amministrazione dei cimiteri, la
necrofilia delle ragioni basate su cadaveri.
E allora devo dirla tutta e fuori dai denti!
Punto primo: i morti sono tutti uguali. L’amministrazione
mediatica dei morti no, ma per fortuna non sono un gior-
nalista. I morti vanno aggiunti e non sottratti alla maca-
bra contabilità del “secolo”… Come le mama-san di My
Lay6, come i ragazzi messicani della piazza delle Tre cul-
ture, come i cileni, gli argentini, i disgraziati abitanti del
Nicaragua e di El Salvador, come i bambini iracheni,
afghani… come quei poveri panamensi schiacciati sotto
le bombe che dovevano regolare un conto fra due bande
di gangster, quella di Noriega e quella di Bush senior.
Come i ragazzi di Tienanmen. Sono loro, i morti per
nulla, l’orrore negli ultimi anni del XX secolo… sono
loro che continuano a morire nel XXI. Incomincio a
invecchiare e non ricordo più tutte le immagini di occhi
sbarrati, di sangue, di orrore di membra sparse, tagliate,
bruciate che hanno fatto da sfondo alla mia generazione.
Ricordo pochi nomi, pochi visi… so che tutto si sta cor-
rompendo lì sotto terra, da qualche parte. So che lì, sot-
toterra, sono tutti uguali.
Improvvisamente mi bloccai. Avevo visto su Internet
qualcosa che non dovevo vedere: il timing dell’attacco.
(6) 1968. Gli statunitensi compiono in Vietman il massacro del villaggio di My
Lay ucidendo donne, bambini e vecchi indifesi.

25
C’era qualcosa che non funzionava. Troppo tempo per la
reazione: circa 75 minuti dal primo attacco al primo cac-
cia che si è alzato in cielo. Non è possibile. Non è possi-
bile attaccare il Pentagono e avere ancora mezz’ora di
tempo prima della reazione.
Ma c’era di più. Secondo la pur sommaria cronologia
degli eventi ci furono 50 minuti fra il primo dirottamen-
to a quando il Presidente venne informato. Comunque,
fino alle 9.30 nessun aereo americano decollò per inter-
cettare gli attaccanti... Gli aerei vennero dirottati intorno
alle 8.15. Fino alle 9.30 non vi fu reazione delle forze
aeree americane. Conoscevo una persona a cui fare una
domanda. È Jack, un professore che insegna geopolitica
agli alti gradi dell’Esercito. Jack porta delle strane cra-
vatte a farfalla e un basco alla francese, inclinato da un
lato, come i “parà” francesi nella guerra d’Algeria.
«Jack, sono io»
«Non mi chiedere nulla, nulla…»
«Jack, c’è qualcosa che non mi torna.»
«Solo qualcosa? Ho sempre pensato che manchi di fan-
tasia…»
«Jack, gli aerei…»
«Sì…»
«I caccia americani quando si sono alzati in volo e da
dove?»
«Bella domanda, davvero una bella domanda, il che con-
tribuisce a rialzare le tue quotazioni che erano depreca-
bilmente basse.»
«Qual era la base più vicina al Pentagono?»
«Andrews.»
«C’erano aerei in grado di prendere immediatamente il
volo?»

26
«Sì.»
«Lo hanno fatto?»
«No, gli aerei che sono arrivati su Washington venivano
da Langley, Virginia, 129 miglia a sud.»
«Rifacciamo i conti: a che ora c’è l’esatta cognizione di
un attacco in corso?»
«Dunque, il primo sospetto è alle 8.20. È il volo 11 da
Boston, quello che colpirà il World Trade Center intorno
alle 8.45.»
«Il volo n.77, quello che colpisce il Pentagono, a che ora
arriva sull’obiettivo?»
«Alle 9.45. In realtà era andato verso l’Ohio, poi ha vira-
to intorno alle 8.55 in direzione di Washington, ora in cui
le Forze Aeree Americane hanno dato l’ordine di chiusu-
ra del corridoio aereo da Cleveland a Washington.»
«Cioè, mi stai dicendo che dal primo impatto al WTC
all’attacco al Pentagono a Washington passa praticamen-
te un’ora, e che dalla virata dell’aereo che colpirà il
Pentagono al suo
arrivo sull’obiettivo
oltre 50 minuti?»
«Sì, è stato stimato
un tempo di reazione
di 75 minuti per i
primi decolli.»
«Non è possibile! In
75 minuti il tempo di
prima reazione… O
sono matti o…»
«O…»
«Non lo dire…»
«Dillo tu allora…»
«Passo…»
«Passo e chiudo.»
Gen. Myers

27
Il cervello mi andava a duemila. Non si può pensare l’i-
potesi che… che qualcuno sapesse… che qualcuno aves-
se consentito l’attacco…
Quell’ipotesi, che qualche mese dopo sarebbe rimbalza-
ta ovunque sulla Rete, adesso era solo uno di quei male-
detti tarli che ti rodono da dietro. Riguardavo i dati: sì
c’era qualcosa che non tornava.
Nella mattinata dell’11 settembre il Gen. Richard B.
Myers ebbe un incontro di routine a Capitol Hill. Quando
uscì, fu informato dell’attacco al Pentagono. Myers dice
che nessuno lo aveva informato dell’attacco alle due
torri.
Il 13 settembre Myers sostenne, di fronte al Senato, che
nessun caccia era decollato prima dell’attacco al
Pentagono.
Ma il 14 Myers venne smentito: la CBS rivelò che le
Forze Armate Americane avevano allertato la difesa
aerea alle 8.38, e che cinque minuti dopo (8.56) si erano
alzati gli F.15. Sfortunatamente, erano circa a 70 miglia
dall’obiettivo quando il secondo aereo colpì la Torre Sud.
Alle 9.30 sarebbero decollati gli F.16 da Langley,
Virginia, troppo tardi per intercettare il terzo aereo che si
schiantò sul Pentagono alle 9.37. Gli F.16 arrivarono a
Washington intorno alle 10.
Questa divenne la versione ufficiale.
Inorridito calcolai le velocità degli aerei. I Boeing hanno
una velocità massima di 530 miglia/ora. I caccia F.15
volano a 1.875 miglia. Gli F.16 a 1.500. Perché la rico-
struzione ufficiale fosse realistica, sia gli F.15 che gli
F.16 avrebbero dovuto volare a 300 miglia l’ora: il 20%
della loro capacità.
E poi, perché i decolli avvennero da Langley, e da Cape
Code, e non dalla base più vicina di Andrews?

28
Mi accesi un sigaro, un Lusitania Partagas. Un “puros”
che poteva reggere anche due ore. Già, il Lusitania.
Affondato all’inizio della Prima guerra mondiale da silu-
ri tedeschi… contribuì a far entrare l’America in guerra.
Nella Seconda ci volle Pearl Harbour…
Questa storia è come Pearl Harbour… Sorrisi triste…
Già. Vallo a spiegare ai 1.200 marinai che rimasero sotto
lo scafo dell’Arizona…
Da quel momento in poi fu guerra. Tutto il resto non
contò più. Non contò che Hitler e il suo partito di necro-
fili fosse stato finanziato da Montagu Norman, sempre
lui, più lunatico che mai, dalla Banca d’Inghilterra, dalla
Morgan, oltre che da Warburg, e dalla Schroder, venali
banche ebraiche. La guerra cancella. La guerra assolve.
Con la guerra si fondano i miti dell’Impero…e ogni volta
la storia si riscrive… Se provi a ricordare ti guardano con
fastidio.
“Guerra. Siamo di nuovo in guerra… Sono di nuovo in
guerra.” Bestemmiai.
“Succederà anche stavolta. Cancelleranno le tracce, can-
celleranno tutto sotto una pioggia di bombe. Stanno già
muovendosi, ne sono sicuro. E allora bisogna sbrigarsi a
ricordare. Fare presto. Perché qualcuno dovrà raccontar-
la pure questa maledetta storia.”
La Storia di Ted (1)
Era vecchio. Era stanco. Era depresso. Quanto tempo è
che stai sull’onda Ted?
L’onda è lunga. L’onda è cattiva. L’onda a volte uccide.
Ted stava di fronte alla televisione. Aveva staccato tutti i
telefoni. Non voleva domande cretine. C’erano già trop-
pi cretini in questa storia. Per questo aveva staccato l’au-
dio. Gli bastavano le immagini. Le immagini delle Twin
Towers che crollavano. Le immagini dell’orrore. Ted le

29
aveva già viste. Nel Laos, in Vietnam, nel Sud America,
a Beirut, a Baghdad, a Kabul. Già, ma adesso la diffe-
renza era che l’orrore stava a New York City.
Ted guardava il fumo e la polvere che si alzava dalle
torri. Ted guardava la gente scappare. C’era uno con una
stampella che correva. A sbalzi. C’era da morire dal ride-
re… C’era una negra grassa, c’erano i telecronisti.
Troppi. Ted aveva 75 anni suonati. Ted si ricordava la
Berlino del dopoguerra. Non erano in molti ormai a
ricordarsela. Anche lì c’era polvere e macerie. Tante
macerie. Ma pochi telecronisti. Ted pensava al Generale.
Cosa avrebbe detto il Generale di questo casino? Il
Generale era morto tanti anni fa. Ma era da lui che Ted
aveva imparato il mestiere. Il Generale si chiamava
Ghelen. Il Generale sapeva il fatto suo. Aveva combattu-
to “i rossi” sotto Hitler. Aveva continuato a combatterli
sotto gli americani. Il Generale stava sempre sotto qual-
cuno. Era per questo che aveva sempre comandato.
Ted adesso stava da solo. Beh, proprio da solo no, c’era
sempre il “team”, la squadra, e c’erano i “ragazzi”. I
“ragazzi” ci sarebbero sempre stati. Con quel loro male-
detto accento italiano, anche alla terza generazione. Ma
ogni anno moriva qualcuno. Moriva di infarto o di un
tumore, oppure si rincoglioniva con l’Alzheimer. No,
non era come ai vecchi tempi, quando si moriva per una
indigestione di piombo. Ted faceva parte di un vecchio
mondo. Ma questo mondo non voleva finire. Era il 2001.
Il maledetto settembre del 2001 e il mondo era sempre
quello che Ted aveva conosciuto. Sempre uguale. Di que-
sto lui era sicuro. Lui sarebbe morto, ma quel mondo no.
Eccolo lì davanti a lui, nella televisione. Macerie, polve-
re e sangue. E tanti cretini in giro che non si sapevano
spiegare il perché. Ted invece lo sapeva perché. E questo,
solo questo, lo faceva sentire vivo. Ted alzò il telefono…

30
Telefonata privata da cellulare a linea
coperta su Airforce One.
«Ciao Rich, sono io.»
«Io chi?»
«Senti Rich non rompere le palle, ho già abbastanza guai
oggi!»
«Tu hai guai, oggi: TU? Ma allora sei proprio malato di
mente. Tu te ne stai davanti alla tua cazzo di televisione
e io sto qui a girare tutta l’America con quel pazzo di
Doppia V!»
«Che dice?»
«Chi?»
«Doppia V.»
«Doppia V non dice un cazzo. È nel pallone… Doppia V
è pallido… credo che abbia anche ricominciato a bere.
Guarda il cielo come se gli dovesse cascare qualcosa in
testa… Sai che gran danno!» Ride.
«Sì, ma giù nei sotterranei della Casa chi c’è a dirigere il
ballo?»
«Condoleeza.»
«Dio santo! Siamo nelle mani di una negra! È proprio
cambiato tutto Rich!»
«Sì, e non sai ancora a che velocità…»
«Cioè?»
«Cioè, stavolta si fa sul serio… guerra, Cristo, siamo in
Guerra!»
«Lo siamo da anni Rich, almeno tu e io, vuoi dire che
non lo copriamo più?»
«Coprirlo! Ti sei bevuto il cervello? Questa non è
Oklahoma City, questa non è l’Egypt Air! Questa è la
maledetta New York City e ci sono cascate le Due Torri
sulla testa!»
«Ok! Allora si sbaracca! Lo sappiamo fare Rich, non ti
preoccupare!»
«Io non mi preoccupo. Tu ti devi preoccupare!»

31
«Ok, ok, Rich… messaggio ricevuto! Roger.»
«Roger ‘sto cazzo! Il Capo vuole sapere quanti ce ne
abbiamo ancora sul libro paga!»
«Chi lo vuol sapere? Doppia V?»
«Doppia V non sa neanche come cazzo si chiama! No, lo
vuol sapere Senior! Ho detto il Capo! Cazzo!»
«Ok Rich, dunque abbiamo una società giù in Florida, per
gli elicotteri in Colombia, poi abbiamo un’altra società
per gli albanesi in Macedonia, poi c’è Wackenut, e poi c’è
quell’altra fottuta società che conosci…»
«Io non conosco nessuna cazzo di fottuta società. Quella
non esiste. Non è mai esistita!»
«Ok Rich, come vuoi… sei tu il capo adesso… se dici
che non esiste vuol dire che non esiste!»
«Mi sembra chiaro.»
«Lo è. Senti Rich, e con Laili come ci mettiamo?»
«Chi cazzo è Laili?»
«La moglie del nipote di Richard Helms7, ha sposato
Roger.»
«E a me che me ne frega?»
«Rich, non ti incazzare, credevo che lo sapessi. È di ori-
gine afghana e…»
«E...?»
«Fa le pubbliche relazioni per i Talebani. Sai un po’ di
lobby, l’anno scorso ha ospitato Rahmatullah Hashemi,
una specie di ambasciatore. Hanno fatto un convegno
alla John Hopkins University.»
«Cristo! Fatela sparire e che non parli con i giornalisti o
stacco le palle a morsi a quel fottuto di Helms!»
«Ciao Rich.»
«Ciao stronzo.»

(7) Ex capo della CIA ed ex ambasciatore in Iran, coinvolto nell’omicidio di John


Fitzgerald Kennedy.

32
Roma. Italia. Pianeta Terra. Il mio Sogno Americano…
Guardavo le immagini di fuoco e di morte sul telescher-
mo del bar. Seguivo la traiettoria dei corpi che si lancia-
vano nel vuoto. Sentivo i commenti. Ma era come se un
rumore di fondo coprisse tutto. I pensieri facevano fatica
a liberarsi delle immagini. Cercavo di ricordare. Di dare
un senso a quello che vedevo. Non ci riuscivo ancora.
Avevo bisogno di sentire una voce americana.
Dopo diversi tentativi raggiunsi Midnight 68. Chi è
Midnight direte voi? Midnight è Midnight. Punto.
Midnight 68 è una sigla su una hot line americana. Ci
avevo “chattato” per ore. Poi mi aveva dato il suo nume-
ro di telefono. Poi ci eravamo visti, all’ultima assemblea
del Fondo Monetario Internazionale. Poi avevamo fatto
l’amore. Midnight è la più grande e bella “squillo” ame-
ricana che io conosca. Midnight ha i capelli rossi.
Autentici. E delle gambe lunghe quanto la Fifth Avenue.
Midnight è il mio sogno americano.
«Cosa cazzo stai dicendo che ce li siamo tirati in testa da
soli, gli aerei, maledetto stronzo?»
La voce di Midnight era alterata. E quando Midnight era
alterata si sentiva di più il suo strascicato accento del
South Carolina.
«Honey, non sto dicendo questo…»
«E cosa stai dicendo allora, maledetto italiano testa di
cazzo? Ma ti rendi conto di cosa è successo qui, di cosa
sta succedendo ora? Stanno scavando da giorni e trovano
solo una maledetta marmellata di carne e ossa! C’è un
buco nero come il carbone al centro di Manhattan! E
giuro che in questo buco nero ci butteremo tutti gli isla-
mici del cazzo che riusciremo a trovare sulla terra!»
Singhiozzi. «Fuck you, italiano di merda... tu e le tue sto-
rie di spie!»
«Honey…»

33
«E non chiamarmi Honey! Qui stiamo tutti impazzendo,
scenderemo in piazza con le bandierine a stelle e strisce,
diventeremo tutti marines finché non avremo sfondato
l’ass-hole a quei maledetti terroristi… non li avremo fatti
a pezzi!»
«Darling, aspetta, non sto dicendo che vi siete tirati gli
aerei in testa solo per gioco...! Quello che è successo è
orrendo, non c’è nessuna giustificazione. Non ci può
essere. Sto male anch’io, darling, la televisione la vedo
pure qui! Voglio solo dirti che c’è qualcosa che non mi
convince in questa storia, qualcosa di ancora più orrendo
di quello che è successo!»
«Cosa ci può essere di peggio di un disgraziato che si
butta dal 60° piano per non arrostire vivo, eh? Cosa ci
può essere?»
«Di peggio ci può essere solo quello che ci fa i soldi e
potere, sulla sua cazzo di pelle bruciata. Immaginati
qualcuno talmente cattivo da farlo. Qualcuno che sapeva
ed è stato zitto, qualcuno che mentre guarda la televisio-
ne sa tutto quello che è successo, l’unica persona che non
si fa domande…»
«E chi è questo, il diavolo?»
«Qualcosa di molto simile, darling»
«E tu dici che è un americano?»
«Io dico che oggi ci sono milioni di americani che pian-
gono e che ce n’è qualche decina che ride. Poi ce ne
saranno un centinaio a cui brucia il culo…»
«Ma come cazzo ti vengono in mente queste cose? Come
fai a pensare a questo mentre qui c’è la guerra, dico la
guerra vera, quella con i morti… i soldi, sempre i soldi…
sono la tua fissazione da fottuto banchiere!»
«Darling... non litighiamo su questo. Io faccio il ban-
chiere tu fai la squillo e siamo sempre stati bene così.
Scusami… volevo dire… A te sembra normale quello

34
che è successo?»
«Come normale?»
«Sì, dico, ti sembra normale che un gruppo di merdosi
islamici si fregano almeno quattro aerei, due li buttano
contro le torri e uno sul Pentagono? Dico sul fottuto
Pentagono! E l’FBI? E la CIA e tutte quelle agenzie che
campano sulle vostre tasse? E se quattro islamici fanno
tutto questo casino, perché non ci sono riusciti i russi
vent’anni fa?»
«Beh, in effetti questo è strano… ma no… non è possi-
bile, che cazzo stai cercando di dirmi?»
«Senti, quando sono venuto negli USA ho passato ore di
controlli negli aeroporti... e questi invece entrano ed
escono come se fossero a casa loro… su, devi ammetter-
lo. Non possono aver fatto tutto da soli. Dovevano avere
degli “insider” nei servizi, oppure qualcuno che questi
servizi li conosceva bene…»
«Questa tua dei servizi incomincia ad essere una fissa-
zione…
«Senti, è solo una ipotesi.. ma ci sono troppe cose stra-
ne… Qui siamo tutti incollati alla televisione ma la sen-
sazione è di trovarsi di fronte a un film. I morti sono veri,
ma è tutto il contesto che è falso: perché Bush non ha rea-
gito subito e ha continuato a parlare con i ragazzi nella
scuola? Dov’era l’aviazione? Cristo, 75 minuti, sono
passati 75 minuti prima che il primo aereo si alzasse in
volo…»
«Che vuoi dire?» Era meno aggressiva, adesso, Midnight.
«Non voglio dire niente, cerco solo di mettere in fila dei
fatti. Ma penso che dovrebbero essere le Autorità a dirci
qualcosa e invece fanno solo propaganda...»
«E quindi…»
«Quindi c’è una parte della storia che deve rimanere
segreta. Qualcuno vuole che resti segreta. Alla faccia dei

35
morti e dei diritti degli americani...»
«Ok, non dico che mi hai convinto… certo che voi ita-
liani di servizi segreti ve ne intendete…»
«Sì, ogni volta che salivo su un treno fra gli anni ’70 e gli
anni ’80 mi facevo il segno della croce…»
«Tu ti facevi il segno della croce… allora siamo proprio
messi bene.»
Rise.
«Ok darling, io provo ad andare un po’ avanti in questa
maledetta storia. Tu vedi se trovi qualcosa di interessan-
te in giro e...»
«E…»
«Vengo a trovarti presto negli States…»
«Mhmm… ci devo credere?»
«Sì.»
«Forse, ma solo forse, hai ragione.»
«Comunque ci vediamo presto?»
«Perché?»
«Primo perché ho voglia di vederti poi perché il casino è
da voi, in America. E io dal casino non riesco a stare lon-
tano.»
«Quando?»
«Il tempo di organizzarmi… dopo Natale.»
«Beh, come diceva mia nonna durante la Grande
Depressione, anche dal male può venire qualcosa di
buono!»
«Come finì tua nonna?»
«In un bordello di New Orleans.»
«Finché c’è vita c’è speranza, darling.»
«Non capisco come faccio a sopportarti!»
Era il massimo che potevo aspettarmi da Midnight.
Riagganciai contento.

36
TELEGUERRA!
Decine di ore di televisione. Immagini di catastrofe ripe-
tute ossessivamente. New York ridotta come West Beirut.
Storie infinite di uomini macinati dalla storia.
Per chi credeva fosse possibile convivere con la barbarie.
Per chi credeva che la barbarie si potesse usare. Il con-
senso monta. L’ignoranza che diventa cultura. E anche
ora all’orrore seguirà altro orrore, alla guerra altra guer-
ra. La barbarie occidentale, dai tempi di Alessandro il
Grande, ha saputo con esattezza come si sciolgono i
nodi: con la spada.
La sinistra affranta, divisa, biascicante. Esibisce conta-
bilità mortuarie insignificanti: i bambini dell’Iraq con-
tro i morti delle Twin Towers. Raccomandandosi di non
colpire i civili. Come se, dalla guerra di Troia in poi, ci
fossero stati altri motivi a spingere l’uomo alla battaglia
diversi dall’eccitazione del massacro, dal saccheggio,
dallo stupro. La Sinistra promette sottomissione al
Nuovo Ordine Mondiale. La Sinistra è definitivamente
finita. Meglio così.
Diceva Mao Tse Tung: “Ci sono morti pesanti come
montagne ed altre leggere come una piuma”. Mao Tse
Tung dovrebbe appartenere alla cultura orientale. Ma
questa frase sembra uscire da un copione di un film di
John Wayne. Mao era probabilmente un gerontocrate
afflitto da demenza senile. Mao era un sadico. A Mao
piacevano le ragazzine. Mao aveva studiato in seminario.
Oriente ed Occidente sono la stessa cosa. I “Sette
Samurai” diventano “I Magnifici Sette”. Kurosawa può
essere tradotto da Yul Brinner.
Oriente e Occidente sono la stessa cosa. La stessa male-
detta truffa. Nel gracidare insensato dei telecronisti di
guerra, dei giornalisti addomesticati, dei commentatori a
gettoni, degli esperti di niente risuona un grido di donna

37
disperata: Oriana. Il grido di Ecuba sulle rovine di Ilio.
Per favore non chiedete mai a Ecuba di essere razionale
e politically correct. Oriana, per di più, è una ragazzaccia
toscana, una di quelle che se ci fossero ancora Guelfi e
Ghibellini starebbe per le strade a far cagnara.
Oriana-Ecuba dice ciò che non si può dire e non va detto.
Troppo fragili ancora sono le nuove alleanze tessute
dagli americani nel mondo islamico. Troppo lontane le
basi degli aerei. Troppo forte il rischio della prima guer-
ra totale islamica. Meglio fingere che il Presidente del
Pakistan sia un lord di campagna inglese, meglio corteg-
giare i criminali dell’Alleanza del Nord, meglio credere
ancora una volta ai contorsionismi politici di Arafat. Ci
sono mille buone ragioni per far tacere Oriana. Ma il
grido è alto e doloroso.
È il grido di una donna occidentale contro la barbarie
delle teocrazie. È un grido che nessuno vuol udire,
soprattutto i preti, di ogni religione. E Oriana viene stru-
mentalizzata da destra, si fa strumentalizzare da destra,
insomma la dà, la sua intelligenza, al primo che capita.
Oriana ha capito che “the clash of civilisation” è iniziato
e si schiera. Perché sa che gli islamici si stanno già schie-
rando. Non capisce la trappola, l’orrore delle due Torri la
abbacina. Eppure dice ciò che la gente pensa. E ciò che
la gente pensa è spesso crudele, cattivo, ingiusto.
La sinistra “sdegnosa” rigetta la provocazione. E ancora
una volta si condanna a non capire. Oriana-Ecuba ha
visto il mondo dalla prospettiva dell’orrore. E ha reagito
per quello che è sempre stata: una liberale borghese.
È importante capire come reagisce. Perché come lei rea-
giranno milioni di persone. Milioni di persone che pen-
seranno alla vendetta, certo, ma soprattutto a chiudere le
porte a tutto ciò che è diverso da loro. Milioni in
Occidente che si rifiuteranno di capire, che non vorranno

38
ascoltare, che rifiuteranno la realtà. E c’è un miliardo e
mezzo di mussulmani che non aspetta altro che di veder
confermati i propri pregiudizi sull’Occidente laico e ateo.
Un miliardo e mezzo che può diventare un miliardo e
mezzo di barbuti sessuofobici e di donne in Burka. E la
macchina del conflitto allora diventerà reale. Tanto reale
da stritolare qualsiasi obiezione.
Perché non dire subito che Osama, un rottame della guer-
ra fredda, l’ex alleato, l’anticomunista-Osama, è scappa-
to di mano a chi l’aveva creato? Perché non buttare
acqua, invece di benzina, sul fuoco, e ridurre la questio-
ne a quella che appare la soluzione più verosimile, un’a-
zione di “intelligence” per neutralizzare al Qaeda?
Ma è proprio quello che non si fa.

Oriana Fallaci

Osama bin Laden

39
E iniziava la guerra Afghana
L’unico che ha capito qualcosa di ciò che ci aspetta è il
vecchio Guy Debord, nei Commentari alla società dello
spettacolo: “L’imbecillità crede che tutto sia chiaro,
quando la televisione ha mostrato una bella immagine, e
l’ha commentata con una generosa menzogna. La semi-
élite si accontenta di sapere che quasi tutto è oscuro,
ambivalente, montato in funzione di codici sconosciuti.
Un’élite più chiusa vorrebbe sapere il vero, difficilissimo
da distinguere chiaramente in ogni singolo caso, non -
ostante tutti i dati riservati e le confidenze di cui può di-
sporre. Per questo amerebbe possedere il metodo della
verità, ma si tratta quasi sempre di un amore infelice.”
Mi sarebbe piaciuto fosse ancora vivo a guardare lo spet-
tacolo mediatico delle due torri. Ma lui non c’era più. Si
era fatto saltare le cervella qualche hanno prima, dopo
aver scritto due libri inimitabili e aver giocato memora-
bili partite a poker.
Fra qualche anno o qualche decina d’anni saremo tutti
scomparsi, quelli della nostra dannata generazione, la
“storia” non la racconterà più nessuno.

Chi conosce la “storia”, questa “storia”, non può fare a


meno di provare a raccontarla. Anche se il suo desiderio
più profondo sarebbe dimenticarla. A volte ti sembra che
sia possibile. Scorri i giornali e non trovi più nessun rife-
rimento alla “storia”. Ti senti normale, anche il mondo ti
sembra normale. Poi compare un nome, un fatto, un
attentato o un colpo di stato in qualche cazzo di paese
nascosto nel buco di culo del mondo.
E la “storia” ricomincia a mangiarti il cervello. I fatti si
ricollegano ai nomi. Sempre gli stessi nomi. E allora
ricominci a cercare. E trovi sempre la stessa roba, sem-
pre nuova. Sempre lo stesso odore di morte. Ma tutto

40
ricomincia a scapparti di nuovo dalle mani. “Il vero è il
falso, il falso è il vero, il bello è brutto, il brutto è
bello…” Macbeth: Le streghe.
La “storia” è una droga dura. Dopo un po’ che la maneg-
gi si ha la sensazione che l’orrore non finisca più, ma che
aumenti, si diffonda, corrompa l’aria e il sangue si insinui
nel sonno, come un incubo, fino a sognare a occhi aperti.
Ora l’incubo si è materializzato. Ce l’abbiamo davanti
per ore e ore di televisione. Entra nelle case dalle finestre
elettroniche. Lo spettacolo del secolo: il cuore della finan-
za internazionale che si sgretola seppellendo migliaia di
persone. E si apre un altro capitolo della “storia”. La “sto-
ria” è una malattia da cui devi guarire, se vuoi sopravvi-
verle. Ma la “storia” ricomincia. E tu ormai ci sei dentro,
fai parte di essa.

Nel 1963 avevo solo dieci anni. La televisione finiva pre-


sto. Spesso andavo a dormire dopo Carosello. Quella
sera no. Interruppero le trasmissioni per una notizia fuori
programma. Allora non sapevo ancora che quella notizia
avrebbe segnato il mio ingresso nella “storia”. JFK era
stato assassinato a Dallas. “Qui Dallas… vi parla
Ruggiero Orlando.” Un uomo vestito di bianco, sudato.
La bocca impastata dal whisky. Le braccia lunghe, trop-
po lunghe, che si agitavano irrequiete. Dopo un po’ era
semisdraiato sulla scrivania. In bianco e nero. Ogni tanto
la trasmissione tornava in Italia per i commenti.
Aspettavo come in trance quella voce ubriaca. Quegli
occhi semichiusi che recitavano la diretta più incredibile
del secolo. In bianco e nero. Il più grande spettacolo che
avessi mai visto… letteralmente inchiodato di fronte a
quella faccia devastata dal sonno e dall’alcool… Allora
non sapevo che stavo assistendo solo al prologo di uno
spettacolo che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita.

41
Allora non sapevo che sarei entrato anch’io nella “sto-
ria”. Le Twin Towers furono costruite solo tre anni dopo.
Nel 1966.

Scenari, geopolitici scenari


Avevo aspettato che fosse passata mezzanotte per com-
piere il rito. Mi ero preparato come un antico astrologo.
Avevo selezionato le carte, i documenti e ora li avevo
tutti d’avanti. Dovevo montare lo scenario di quello che
accadeva. Ho sempre considerato ogni scenario simile a
un rito. Dagli scenari derivavano le previsioni. Anche
dopo anni di lavoro su modelli matematici e su statistiche
economico-finanziarie, ritengo la costruzione di uno sce-
nario una funzione essenzialmente “mantica”. Le cifre e
i modelli potevano servire, certo, ma prima dovevo sen-
tire la voce. La voce della storia. Poi per analogie, meta-
fore, sineddoche e metonimie sarei arrivato a “vedere” il
futuro, o, come si dice in gergo economico, a giungere a
una realistica “proxy”.
Con la memoria, la storia prendeva la sua forma.

Adesso riuscivo a vedere dall’alto l’area che mi interes-


sava: il Centro Asia. Terra favolosa di viaggi. La “Via
della Seta”. Le orde di Gengis Khan e Tamerlano. Le pile
di teste decapitate fuori Samarcanda. Gli afghani. Il
passo Kyber e i Dragoni Leggeri della cavalleria di Sua
Maestà Britannica fatti a pezzi a Kabul. Il “Grande
Gioco” sui confini fra Russia e Impero Britannico. E ora
le ex Repubbliche sovietiche: il Kazakistan, il
Turkmenistan, il Kyrghyzstan, l’Uzbekistan, il
Tajikistan. Campi di cotone che si trasformano in campi
di oppio, petrolio e gas. Tanto petrolio e tanto gas ma
nessuna “pipe line” per trasportarlo verso il Golfo.
Si poteva cominciare: le linee dello “scenario” man

42
mano venivano fuori. I dati. Eccoli.
Nel 1999 il Pentagono ha spostato la competenza milita-
re sul Centro Asia dal Comando del Pacifico al Comando
Centrale. Chiaro. È cambiato tutto lo scenario del fianco
sud della Nato. I Balcani sono definitivamente destabi-
lizzati. La Russia è ridotta a un paese di mendicanti,
mafiosi e puttane. Il comando del Pacifico ha un solo
grosso problema, la Cina. Le truppe americane staziona-
no nel Golfo Persico.
Tutto il fianco sud della Nato si è spostato a Sud-Est e ora
prova a risalire a Nord, verso l’Asia Centrale. La Nato
non è il termine adatto: qui ci sono solo americani ed
inglesi. Wasp, white anglosaxon and protestant. Questi
sono gli unici veri “players” nel Grande Gioco.
Ma cosa significa questo decentramento geopolitico?
Significa, per esempio, che la Turchia se ne può andare a
farsi fottere, così diventa un’altra mina vagante al sud
dell’Europa. E così i tedeschi imparano a volersi costrui-
re la loro area monetaria, l’Euro.
La strategia americana dopo la Guerra Fredda è chiara. Si
tratta di evitare che si crei quella cosa che loro chiamano
Eurasia. Per chi vive in mezzo a due oceani è possibile
vedere Europa ed Asia come un unico continente.
Dall’Atlantico a Vladivostok.
Nello stesso tempo si passa dalle alleanze stabili ad
alleanze a “geometria variabile”, secondo gli interessi
dell’America. C’è qualcosa di perverso però. Qualcosa
che rimanda verso “l’orrore”, perché resuscita e usa qual-
cosa che proviene dalla parte non umana dell’uomo.
Qualcosa di arcaico e di terribile. Qualcosa che la nostra
“civilizzazione” ha tentato da sempre di segregare.
Questo “lato nero” della geopolitica proviene in diretta
dalle scuole di etnologia della CIA. Sono le identità di
sangue, le etnie, che marchiano la terra di confini labili,

43
ma pericolosi. Sono le religioni che devono distruggere
l’infedele, in un delirio storico e geopolitico senza spe-
ranza. Sono la negazione dell’Occidente illuminista e
cosmopolita effettuata attraverso l’evocazione dello spi-
rito delle origini. È necromanzia. Come quella degli
“Skull & Bones8”. Immagine da www.whitehouse.org

Le divisione funzionali alla “geometria variabile” devo-


no essere riorganizzate secondo linee di appartenenza
etnico-religiosa. È un vecchio schema delle operazioni di
destabilizzazione. Lo provarono in Vietnam usando i
Hmong in funzione antivietnamita. Lo hanno usato nei
Balcani, in Pakistan, in India. Forse anche in Italia con la
Lega Nord. L’area che si vuole sottoporre a controllo va
prima divisa secondo linee che demarcano le “civilizza-
zioni”. Quelle linee diventeranno linee di guerra e forni-
ranno, nel caso, pretesti per intervenire militarmente.
Il centro della scacchiera si è dunque spostato a Est. Nel
cuore dell’Eurasia.
Proprio lì dove l’aveva collocato Zbignew Brzezinski in
Uzbekistan. Avrà avuto i suoi motivi, nella “Grande
Scacchiera” parlava addirittura di Tamerlano e di una
identità etnica uzbeka.
(8) Società segreta studentesca dell’Università di Yale di cui faceva parte George
Bush Senior e, pare, anche il figlio.

44
Ero ancora convinto che fossero effetti dell’eccesso di
alcool. Eppure il delirio geopolitico stava avverandosi…
Controllare il Centro Asia attraverso il regime “crimina-
le” di Karimov e dei generali di etnia uzbeka in
Afghanistan e altrove.
Una specie di “Orda d’oro” sulla “Via della Seta”, che
chissà poi perché tutti continuano a chiamare così: quel-
la è la via del petrolio, del gas e forse dell’oppio, sicura-
mente degli uomini e donne cinesi, che cercano fortuna
nell’emigrazione: trattati come schiavi.
Dunque l’importanza geopolitica del Centro Asia è chia-
ra. E in particolare è importante l’Uzbekistan e il suo
“democraticissimo” presidente Karimov. Uno che vince
le elezioni al 91% di consensi: lo vota anche il suo prin-
cipale oppositore. Uno che ha fatto minare tutto il confi-
ne con il Tajikistan, provocando la morte di 89 persone e
di un numero imprecisato di cammelli e capre. Si dice
che però rendite cospicue siano assicurate ai militari che
trafficano con le mappe dei campi minati: sono in vendi-
ta. Karimov finora è l’unico leader delle ex repubbliche
sovietiche che abbia consentito a truppe USA di instal-
larsi sul suo territorio.
È l’ultima fase della guerra fredda: creare nei resti del-
l’impero sovietico dei centri “filoamericani”. Come la
Georgia di Shevarnadze. E insieme spingere sui conflitti
etnico religiosi, come in Cecenia.
Usando gli eretici “wahabiti” provenienti dall’Arabia
Saudita. Gli uomini di Osama bin Laden.
Durante gli anni cupi della dittatura comunista, i sovieti-
ci avevano trasformato l’Uzbekistan in un grande campo
coltivato di “oro bianco” (cotone).
È facile previsione che, visto le caratteristiche simili delle
piantagioni, i prossimi raccolti siano di “poppy flowers”.

45
Oppio. Da qualche parte la droga dell’Afghanistan deve
pure essere ripiantata, no?

Arabi e caucasici. Epiche battaglie medioevali fra etnie


orientali. Basta ricostruire la storia per poterla riprodurre
e governare. Proviamo a ragionare. Ci sono due aree
importanti: l’area del Golfo Persico e quella del Caspio.
Due aree instabili politicamente, ma ricche di petrolio.
Prima si usano gli arabi contro l’Unione Sovietica e si
entra in Centroasia dalla porta di servizio. Si lascia che
l’alleato Pakistano crei i “Talebani”. Chi ha progettato
l’oleodotto afghano? Americani e Sauditi, Unocal e Delta
Oil, la compagnia di famiglia dei Saud. Masud9 e gli
uzbeki però resistono nel Nord. I Talebani non riescono
ad unificare l’Afghanistan. Gli oleodotti non si fanno. I
Talebani hanno fallito e devono essere eliminati. Poi
occorre mettere ordine, democrazia, legalità.
L’Impero richiede la produzione di conflitti, per poter poi
esercitare la funzione imperiale dell’ordinatore.
L’Impero non ha nemici, se non quelli che crea apposita-
mente. L’Impero fa solo guerre umanitarie per riportare
la “legge e l’ordine” presso i barbari che ha preventiva-
mente aizzato. Se è vero questo scenario, allora cambia
anche la geoeconomia del petrolio, si torna allo schema:
Caspio versus Arabia. I numeri sorreggono molto a fati-
ca l’ipotesi. Sostituire le riserve saudite è impresa imma-
ne, e non certa di successo. Arabi nel Caucaso, dalla
Cecenia all'Afghanistan. Sotto le bandiera di al Qaeda o
della Delta Oil. Poco importa. E al centro del problema
la dinastia saudita e la sua controversa successione. Il
vecchio e corrotto Fahad sta morendo. Dalla dinastia di
Abd-Al-Aziz-Al Saud, morto nel 1953 provengono 44
figli. Fra questi i “sette” di una stessa madre, gli “al
(9) Leader della resistenza afgana contro i talebani.

46
Sudari”. Questi sono i filo-occidentali, il Ministro della
Difesa Sultan e quello dell’Interno Nayef. Ma il designa-
to è Abdullah, più tradizionalista ma irrimediabilmente
vecchio: 78 anni. E come al solito i servizi segreti saudi-
ti non nascondono più di tanto qualche simpatia per bin
Laden. Bell’imbroglio.
Infine l’Arabia Saudita non è più quella di una volta,
dove il consenso si pagava. Il reddito pro capite annuo è
sceso da 24.000 dollari a 8.000 in trent’anni. E l’arabo è
venale, semiticamente venale.
Bel casino.
In più gli americani vogliono andare nel Caspio a cerca-
re altro petrolio per svincolarsi dai sauditi.
Improvvisamente nella mia visione storica si inserì un
lampo: le armate di Hitler che puntano sul Caucaso a cer-
care anche loro il petrolio nella Seconda guerra mondia-
le, dopo che la manovra di Rommel in Africa settentrio-
nale è fallita. Il Generale Von Paulus. Era lui che doveva
sfondare. Finì a Stalingrado la sua corsa in un inferno di
ghiaccio e di fuoco. Un’intera armata tedesca annientata.
I russi combattevano casa per casa e quando arrivavano
sul tetto facevano saltare tutto, compresi i tedeschi che si
erano asserragliati ai piani inferiori. Le mitragliatrici
dell’NKVD, la polizia militare di Stalin, sparavano alle
spalle dei russi che si ritiravano. Stalingrado. Atrocità e
sangue, pezzi di filo spinato che spuntavano dall’ano
ghiacciato dei prigionieri. Da una parte e dall’altra.
Colonne di civili russi mitragliate e buttate nei fiumi
ghiacciati. Carri “Tigre” contro “T35”. Carri sepolti nella
neve che aspettavano di essere superati per sparare alle
spalle. Cariche di Cosacchi. Bandiere Rosse con Falci e
Martello e bandiere Rosse con la Svastica Nera. L’inizio
della fine del Terzo Reich. Il comunismo era già finito da
un pezzo. A Kronstadt nel 1923. Morti, troppi morti per

47
il petrolio del Caspio. Ed ora ricominciava la danza… la
danza macabra del denaro, del potere e della morte…
Per quella sera bastava. Le sedute psico-geopolitiche mi
snervano. Aprii il frigo. Vidi una bottiglia ghiacciata di
Vodka. Procedetti. E andai a dormire sereno.
Mi svegliò la mattina presto una telefonata del mio capo
(ebbene sì, anche noi banchieri abbiamo un capo, qualcu-
no che comunque è alla testa della cordata di cui fai parte).
Il mio capo è abilissimo. Pur non sapendo quasi nulla né
di economia, né di storia, né, credo, di qualsiasi altra
materia dello scibile umano, capisce tutto di tutto. Come
un uccello razziatore vola su concetti che non gli appar-
tengono, ma che è pronto ad acciuffare.
«Allora siamo alla guerra fra religioni?»
«No» risposi addormentato «non mi sembra ancora.»
«E Huntington?» Chiese lui implacabile.
«Huntington è come Umberto Eco da noi. Un’opinione
che conta, ma a cui non si dà quasi mai retta.»
«Quindi non c’è una “guerra fra religioni”?» chiese il
capo con apprensione. Una sua figlia adottiva, infatti,
non era bianca.
«No, ancora no» risposi «certo che se continuano così
potrebbe anche scoppiare. I mussulmani sono 1,5 miliar-
di. Dall’Atlantico all’Indonesia, più quelli che stanno a
casa nostra…»
«E allora?»
«E allora ho l’impressione che siamo sul filo di un rasoio,
e che dobbiamo essere molto cauti, nei prossimi mesi.»
«Come se comandassimo noi» fece lui sconfortato.
«Esatto» gli risposi «come se comandassimo noi. Ed è
ora di farlo se vogliamo evitare il peggio!»
«Sei il solito estremista utopico.» Ribatté lui chiudendo
la conversazione.

48
Della Cultura, dell’Islam, e dell’ignoranza…
La cartina di Huntington
Kultur und Zivilisation. Così dicevano austeri profes-
sori tedeschi due secoli orsono. Nell’epoca moderna
sospetto non esserci più Kultur ma solo forme diverse
di una stessa Civilisation, e la traduzione inglese del
termine non è per nulla innocente. Definire la cultura
occidentale è arduo. Quando poi lo fanno gli studiosi
anglosassoni si rischia l’involontario umorismo dell’i-
gnoranza.
Ad esempio Samuel Huntington è fin troppo citato.
Sembra infatti che l’avere il suo “Clash of civilisation”
in salotto, possibilmente in inglese, oggi faccia la dif-
ferenza fra un cretino qualsiasi e un cretino colto.
Proprio Huntington in quel saggio propone una carti-
na della “Western civilisation”.
La guardai e inarcai un sopracciglio: la Grecia, consi-
derata per secoli culla della civiltà occidentale, sta
dall’altra parte! Irrimediabilmente esclusa dalla civiltà
occidentale. A cosa si deve questa stravaganza? La
spiegazione la trovai in un esilarante articolo di
Timothy Garton Ash: “Is Britain Europe?” Su
“International Affairs”, n.77, gennaio 2001. La carta
infatti era stata redatta dai cartografi del Royal
Institute of International Affairs per una pubblicazione
di William Fallace che riguardava la linea di confine
fra cristianità occidentale e cristianità orientale.
Dunque fra cattolicesimo e chiese di rito ortodosso.
L’incidente non è però scevro da inquietanti significa-
ti. Quella cartina, infatti, si ritrova in diverse mappe
che disegnano i più recenti conflitti dei Balcani, in cui
la Serbia sta fuori dalla “western civilisation”, mentre
la Croazia è dentro. E, d’altra parte, quella carta
acquista un significato simbolicamente forte per le
chiese ortodosse, che si considerano le uniche eredi
della cultura cristiana, mentre a ovest sono situati i

49
traditori della fede, coloro che per venali interessi
commerciali consegnarono Bisanzio ai mussulmani
ottomani.
Il “lapsus” geografico di Huntington svela la sua vera
visione geopolitica, che colloca, verosimilmente, il
centro dell’Occidente in un punto imprecisato
dell’Atlantico, forse equidistante fra la costa della
Cornovaglia e l’isola di Manhattan.

Buenos Aires
Sono guarito ma mantengo la stanza in ospedale. Gli
alberghi non sono più gli stessi a Buenos Aires, dopo la
catastrofe economica. Giro un po’ divertito questa città
distrutta dal debito estero e dalla stupida convinzione,
avallata dal Fondo Monetario Internazionale, che un peso
valesse un dollaro.
La più elevata follia delle grandi banche internazionali
divenuta realtà. Vedendo cose mirabili: l’autogestione
della vita sociale organizzata dai Comitati di Quartiere,
spesso guidata dalle madri di Piazza di Maggio.
Eroine nerovestite cui tocca ora prendersi cura del futuro
di un paese che ha ucciso il loro personale futuro, privan-
dole dei figli e delle figlie, torturati, lanciati dagli aerei
come pezzi di carne, “desaparecidos”. Guardo il denaro
scomparire ed essere sostituito da unità di conto di ore di
lavoro, rilasciate dai Comitati di quartiere. Guardo i
ragazzi di Indymedia costruire reti di computer. Guardo
realizzata l’Utopia di Gesell e Landauer nella Repubblica
dei Consigli di Baviera, nel 1919. Torna tutto nella storia,
sempre diverso. È il “grado zero” del comunismo: l’uto-
pia libertaria divenuta realtà. Non sarebbe durata molto a
lungo, certo. Eppure, finché c’è, è un altro mondo possi-
bile e qualcuno, tanti, l’hanno vissuto e ricordato.
Da fuori dell’Argentina mi giungono notizie confuse. Il
resto del mondo è “normale”. Guerre, attentati, leggi spe-

50
ciali. La Costituzione Americana calpestata. Meglio qui,
in questa “sospensione” della storia. Qui il mondo è tor-
nato incredibilmente vero. Come se le “casseruole” aves-
sero svegliato la popolazione dal sonno del capitale. Quel
sonno che genera mostri.
I mostri sono fuori.
E abitano il loro territorio preferito: l’economia.

Francisco
Goya,
Il sonno della
ragione genera
mostri,
acquaforte e
acquatinta,
Madrid,
Museo del
Prado.

51
ECONOMICS.DOC
Il pensiero economico angloamericano durante la Great
Depression aveva in John Maynard Keynes, un economi-
sta vanesio, moralmente discutibile, ma indiscutibilmen-
te colto, il suo principale esponente. Noi abbiamo Paul
Krugman. Sic transit gloria mundi. Comunque, ecco cosa
ha da dirci: “…fra un anno ci renderemo conto che i ter -
roristi hanno provocato indirettamente un rilancio del -
l’economia. I fatti dell’11 settembre hanno prodotto poli -
tiche più espansionistiche dal punto di vista fiscale. La
Federal Reserve ha tagliato i tassi di un altro punto. Per
quanto sia sgradevole ammetterlo, quell’atrocità le ha
dato l’opportunità di agire con più prontezza e forza di
quanto osava pensare. In secondo luogo l’attacco ha
aperto le porte a un forte aumento della spesa pubblica,
proprio la politica invocata da tanti economisti, ma che
sembrava politicamente impossibile (…) Vale la pena
ricordare che le guerre stimolano le economie più che
deprimerle: non siamo in guerra nel senso tradizionale,
ma non sarebbe così strano se l’attacco alle Torri si tra -
sformasse in un beneficio per l’economia.”
Beh, se l’avessi detto io, così chiaramente, sarei finito sul
rogo! Questa è la differenza fra abitare al Centro
dell’Impero e l’abitare in periferia!
Proseguivo, inesausto, le minute contabilità della crisi e
le ragioni meno evidenti della guerra. Dunque: la crisi
economica americana è iniziata nel marzo 2001. È da
quel momento che è cominciato il rallentamento.
È possibile individuare il primo picco della crisi fra
marzo e aprile 2001 e il secondo in settembre. La crisi,
negli studi del National Bureau of Economic Research,
precede e non segue l’11 settembre.
E, proprio prima dell’11 settembre, si raggiunse il punto
più alto del grafico che permette di misurare gli investi-

52
menti esteri in America, cioè la capacità americana di
importare capitali che pareggia il suo cronico deficit di
bilancia commerciale.

Ma quando mai s'è visto un Impero che attira i capitali da


paesi meno industrializzati per finanziare le proprie
imprese e la propria innovazione tecnologica?
Roba da satrapi persiani o da bolscevichi russi.
Gli imperi, quelli di razza, quelli veri, esportano i capita-

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li dal centro alla periferia e campano sulle rendite finan-
ziarie di questi capitali.
Ma il mondo si è “arrovuotato”, come direbbe il Principe
di Salina. E oggi i ricchi chiedono ai poveri i capitali che
servono allo sviluppo dei ricchi. Sviluppo che poi
andrebbe analizzato caso per caso, vista la quantità di
carta straccia spacciata per azioni e bonds, che circola sul
mercato statunitense.
Stavo ancora osservando l’andamento del Dow Jones a
cavallo dell’11 settembre.
C’era qualcosa che non convinceva. Quella picchiata che
portava da oltre 10.000 punti a poco sopra i 9.500 imme-
diatamente prima dell’11. È come se qualcuno avesse
saputo e fosse stato preso dalla febbre del ribasso, che
puntualmente è arrivata dopo l’11.
Guardai il grafico e sbiancai.
Dunque dall’11 al 17 settembre la Borsa era chiusa, ed è
rappresentata da una diagonale che man mano diventa
più ripida, fino ad arrivare ai minimi.
Fin qui, tutto bene, si fa per dire. Il reale era ancora razio-
nale. Ma quella repentina caduta, che da sopra i 10.000
porta il Dow Jones a poco più di 9.500 in meno di due
giorni, cos’era?
Qualcuno che aveva cominciato a speculare l’8 e aveva
smesso prima del 10 settembre. Chi? Perché? Il più gran-
de caso di insider trading della storia!
Un’anticipazione del crollo successivo?
E se così, vuol dire che qualcuno sapeva in anticipo cosa
sarebbe accaduto!
Decisi di telefonare a Parvus, nome in codice di un mio
amico banchiere. A differenza di Sbancor, Parvus è un
maledetto stalinista. Acuto analista di performance bor-
sistiche, esperto di crisi e soprattutto critico-critico del-
l’economia americana. Parvus usa una tecnologia sofi-

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sticata, quando funziona. Piccole web-cam che permet-
tono di fare una videoconferenza in diretta e di trasmet-
tersi testi. È il suo giocattolo preferito. Dopo una buona
mezz’ora di tentativi infruttuosi finalmente in linea.
«Ciao, vecchio porco stalinista»
«Ciao, anarchico fottuto!»
«Allora, a che punto sono arrivate le tue paranoie tardo-
leniniste?»
«Esattamente dove sono arrivate le tue. Puoi dire quello
che ti pare ma lo schema è chiaro: crisi da sovrapprodu-
zione, guerra, fascismo.»
«Sì, manca solo l’Armata Rossa che monta alla riscos-
sa…»
«Ah, non ci credi: guarda cosa c’era sul sito della
Morgan Stanley, una delle principali banche d’investi-
mento americane, la mattina dell’11 settembre.»
Inforcai gli occhiali, mi impiccai quasi con la Web-cam
e guardai attonito lo schermo.
Traduco:
Report caricato sul sito Internet di Morgan
Stanley, martedì 11 settembre, 7.30-8.00
[ora di New York]
Che cosa può ridurre drasticamente il defi-
cit delle partite correnti americane, e per
questa via eliminare i rischi più significa-
tivi per l'economia degli Stati Uniti e per
il dollaro? La risposta è: un atto di guer-
ra. L'ultima volta che gli USA hanno regi-
strato un surplus delle partite correnti è
stato nel 1991, quando il concorso dei Paesi
esteri ai costi sostenuti dall'America per la
guerra del Golfo ha contribuito a generare
un avanzo di 3,7 milioni di dollari.

55
«Dai, Parvus, è uno scherzo!»
Parvus (serio) «Purtroppo no, hai visto l’ora?»
«Ma dico, stavano lì proprio nelle due torri a scrivere
questo mezz’ora prima dell’attacco?»
«Esatto.»
«Beh… quando si dice che le banche angloamericane
hanno dei grandi centri di ricerca e previsione economi-
ca allora è vero…»
«Direi di sì…»
«E poi che altro hai?»
«Beh, in realtà, per chi abbia letto i reports degli analisti
finanziari usciti a caldo dopo gli attentati dell'11 settem-
bre, non c'è nessuna sorpresa. Infatti questi reports si
guardavano bene dal tracciare un quadro completamen-
te negativo della situazione post-attentati. Al contrario,
distinguevano con attenzione tra i settori destinati a
essere colpiti e quelli favoriti dagli eventi dell'11 set-
tembre (e quindi tra i titoli di borsa da cui stare alla larga
e quelli su cui speculare).»
«E hanno guadagnato?»
«Chi avesse seguito questi consigli (ad eccezione che
per il petrolio e per le costruzioni, colpite dalla crisi eco-
nomica) si sarebbe trovato piuttosto bene. A un mese
dall'attentato la Cisco System era cresciuta del 17%,
Oracle del 30%, QLogic del 38%, Uniphase del 46%.
Più in generale, l'indice delle società tecnologiche quo-
tate a Wall Street (il DJ Stoxx Technology) era cresciu-
to del 35% in un mese. Per non parlare della difesa. La
Lockheed Martin (che produce aerei da guerra) alla
riapertura della Borsa di New York è cresciuta in un solo
giorno del 19%. Ma anche altri titoli del settore si sono
comportati molto bene nel mese successivo all'attentato:
Raytheon (che produce i missili Tomahawk) +43%;
Northrop Corporation (che costruisce bombe per i bom-

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bardieri invisibili B-2 ed è leader nelle tecnologie di sor-
veglianza elettronica) +33%. Ma anche la Boeing, che in
teoria dovrebbe patire molto della crisi dell'aeronautica
civile, conta di rifarsi delle perdite previste in questo set-
tore con la costruzione di aerei militari e di ordigni bel-
lici (tra l'altro, sta lavorando a un prototipo di aereo da
guerra completamente radiocomandato).
Per avere un'idea dell'euforia che si respira in questo
momento nel settore della difesa, pensa che la United
Defense (che produce armamenti per l'esercito statuni-
tense) il 23 ottobre ha fatto richiesta di ammissione alla
Borsa di New York: era da oltre tre anni che nessuna
nuova società del settore della difesa decideva di quo-
tarsi in Borsa…»
«Quando parti sei una mitragliatrice di dati… fermati un
attimo... ma tu ci hai giocato su questi titoli…»
«Beh, su qualcuno sì…»
«Maiale!»
«Beh, sai, le contraddizioni in seno al popolo… e poi
dovevo rifarmi, avevo perso più del 40% dall’inizio del-
l’anno!»
«Ok. E che altro hai?»
«Quello che sanno tutti: che la crisi c'era già prima. La
situazione, infatti, era questa: USA ormai in recessione,
Giappone in stagnazione, Paesi del Sud Est asiatico già
colpiti dal calo degli ordini americani, Europa anch'essa
in forte rallentamento.
Proprio il giorno prima dell'attentato la Banca dei
Regolamenti Internazionali aveva pubblicato il rapporto
relativo al secondo trimestre del 2001. Un rapporto ben
poco confortante. La BRI segnala una contrazione delle
emissioni nette di bond nonostante gli spread creditizi
favorevoli: chiaro segnale di un rallentamento della
domanda di prestiti per nuovi investimenti.

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«Questo ok, ma dopo?»
«Questo è appena l'inizio. Appena tre giorni dopo l'at-
tentato la Federal Reserve ha pubblicato alcuni dati rela-
tivi alla produzione americana. Che in un solo colpo bat-
tevano due record negativi:
a) la produzione industriale americana nel mese di ago-
sto segnava un calo dello 0,8% (calo tendenziale del
4,8% su base annua). Era l'undicesimo calo consecutivo:
un andamento così negativo non si registrava dal 1960.
b) È in calo anche il tasso di utilizzo degli impianti, tor-
nato ai minimi del 1983 (in pratica la capacità produtti-
va inutilizzata è ormai superiore al 25% del totale).
La conclusione è obbligata: eravamo, siamo, in presen-
za di una classica crisi da sovrapproduzione. Per di più,
con l'aggravante di essere sincronizzata tra le principali
economie mondiali.»
«Questa tua idea di “sovrapproduzione” è un’idea
fissa.» dissi, cercando di decifrare linee e istogrammi.
«Ah sì? Allora guarda queste cifre, è un “report” che sto
preparando… Io ti saluto, vado a dare un’occhiata al
listino.»
«Ciao maiale!»
Scaricai dal computer il lavoro di Parvus. Testo, grafici
e tabelle si componevano lentamente, mentre sorridevo,
idiota, alla Web-cam.
Warfare
di Parvus
C'è una costante nella storia economica degli Stati
Uniti da più di un secolo a questa parte. Ed è la stret-
ta correlazione tra interventi militari e ripresa dell'eco-
nomia. Questa correlazione è così stretta che chi
legga la tabella dettagliata dei cicli economici ameri-
cani che si trova sul sito di un istituto governativo
come il National Bureau of Economic Research si

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imbatte in questa avvertenza: “I dati in grassetto si
riferiscono all'espansione economica dei periodi di
guerra [wartime expansions], alle contrazioni econo-
miche postbelliche e all'intero ciclo che include le
espansioni dei periodi bellici.” In altri termini: dalla
guerra civile americana in poi, il nesso tra guerra ed
espansione economica è indiscutibilmente accertato
e assolutamente ricorrente. Ma vediamo più da vicino
la questione, prendendo in esame le principali avven-
ture belliche americane dagli anni Quaranta del seco-
lo scorso ai nostri giorni.
a) La Seconda Guerra Mondiale
Fu soltanto grazie all'ingresso nella Seconda Guerra
Mondiale e alla messa in opera della macchina belli-
ca relativa, e non grazie agli investimenti di Roosevelt
in opere pubbliche, che gli USA riuscirono a risolle-
varsi dalla Grande Crisi degli anni Trenta.
Lo ha ribadito non più tardi di qualche settimana fa il
premio Nobel per l'economia Peter North, replicando
a un incauto giornalista che faceva presenti i meriti
del keynesismo10 per l'uscita dalla crisi degli anni
Trenta: “Non siamo usciti dalla depressione grazie
alla teoria economica, ne siamo venuti fuori grazie
alla Seconda guerra mondiale”.
Le cifre, del resto, parlano da sole. Durante il New
Deal rooseveltiano la spesa pubblica civile era cre-
sciuta dai 10,2 miliardi di dollari del 1929 ai 17,5 del
1939. Ciò però non aveva potuto impedire che, nello
stesso periodo, il PIL calasse da 104,4 a 91,1 miliardi
di dollari, e che la disoccupazione invece salisse dal
3,2% al 17,2% della forza lavoro complessiva.
Dal 1939 lo scenario cambia. Il sistema economico è
dapprima tonificato dalla vendita di armi agli Inglesi e
(10) Keynes sosteneva che lo Stato, intervenendo sull’economia tramite la spesa
pubblica, può favorire l’uscita dalle crisi o evitarle (stato assistenziale, Welfare).

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ai Francesi (ma, come oggi sappiamo, le grandi
imprese americane, dalla Ford alla IBM, non disde-
gnarono di fare contemporaneamente affari anche
con i nazisti), e poi definitivamente rimesso in carreg-
giata con l'ingresso diretto degli USA in guerra
(dicembre 1941): il PIL riprende a crescere, la disoc-
cupazione viene praticamente azzerata.
b) La guerra di Corea
Subito dopo la guerra torna la crisi economica, pur
mitigata dalla domanda differita di beni di consumo
accumulatasi durante il conflitto, e dall'avvio del Piano
Marshall in Europa. Già nel 1949, comunque, gli USA
sono nuovamente in recessione. Provvidenziale, nel-
l'estate del 1950, scoppia la guerra di Corea. Il risul-
tato è una fortissima spinta al riarmo. I Paesi della
NATO triplicano in soli 3 anni le loro spese militari,
che passano infatti dai 38 miliardi di dollari del 1949
ai 108 miliardi del 1952. Ma la parte del leone la fanno
gli Stati Uniti, le cui spese militari nel 1952-3 giungo-
no al 15% del PIL. Non a caso la guerra di Corea è
tuttora considerata "un caso paradigmatico" di "forte
incremento esogeno della spesa pubblica". Un incre-
mento che durerà a lungo: anche dopo la fine della
guerra, infatti, le spese militari, pur diminuendo, reste-
ranno a lungo attestate su percentuali del PIL più che
doppie rispetto agli anni precedenti la guerra di
Corea. Ma, ciò che più conta, all'enorme incremento
delle spese per gli armamenti corrisponde una nuova
fase di espansione economica: definita, per l'appunto,
il "boom coreano".
c) La guerra del Vietnam
Nel 1961, quando John F. Kennedy raggiunge la pre-
sidenza, gli USA sono da tempo in piena crisi econo-
mica. La risposta è quella del Welfare e dell'aumento

60
della spesa pubblica. Ma, ancora una volta, l'82% di
questo aumento è ascrivibile alle spese militari. Viene
inoltre potenziata la vendita delle armi ad altri Paesi
(prima cedute per i nove decimi gratuitamente). I risul-
tati non si fanno attendere: il valore delle armi vendu-
te dagli USA aumenta in sei anni di ben sei volte.
La guerra del Vietnam, e le relative spese militari, tor-
nate a superare il 10% del PIL, ridanno slancio all'e-
conomia americana. La quale, infatti, a partire dal
1964, conoscerà una delle più lunghe fasi espansive
della sua storia (sfuggendo alle recessioni che in que-
gli stessi anni attanagliano l'Europa).
Anche in questo caso, il nesso tra impegno bellico ed
espansione dell'economia è chiaro come il sole. Così
chiaro da essere entrato nel senso comune di chi si
occupa di economia. Tant'è vero che qualche tempo
fa un editorialista del Sole 24 ore si è potuto lasciar
sfuggire, come se niente fosse, un'affermazione
come questa: "La pur magra crescita del quarto tri-
mestre del 2000 ha conferito a Bill Clinton l'alloro di
essere stato l'unico presidente dai tempi di Lyndon
Johnson, ma quelli di Johnson erano tempi di guerra
(del Vietnam), a non aver conosciuto neanche un tri-
mestre di regressione del PIL".
d) Lo scudo stellare di Reagan
Già sotto la presidenza Carter le spese militari rico-
minciano ad accelerare il passo. L'occasione è off e r-
ta dall'invasione sovietica dell'Afghanistan (24
dicembre del 1979): già nel numero di Business
Week del 21 gennaio 1980 si parla esplicitamente di
New Cold War Economy e si ipotizza una sensibile
crescita della spesa per armamenti. Cosa che avvie-
ne puntualmente.
Ma l'accelerazione diviene frenetica con l'arrivo di
Reagan alla presidenza degli Stati Uniti, e con il lancio

61
della sua creatura prediletta: lo "scudo stellare". Le
spese per la difesa aumentano dal 1981 al 1985 del
7% all'anno, mentre la quota delle spese militari all'in-
terno del bilancio federale cresce dal 23% al 27%.
Ancora una volta, le spese per gli armamenti vengo-
no giocate in chiave recessiva dando luogo a un
curioso paradosso: mentre con una mano Reagan
agita la bandiera del liberismo, con l'altra dà vita a
uno dei più giganteschi programmi "keynesiani" di
spesa pubblica. Con il particolare non trascurabile
che la spesa pubblica non viene impiegata per servi-
zi sociali e di assistenza, ma adoperata per produrre
e comprare armi.
e) La guerra del Golfo
Con il crollo del Muro di Berlino e l'agonia dell'Unione
Sovietica, l'America si ritrova, di colpo, senza il
"Nemico" per eccellenza: il regno del Male (secondo
la cortese definizione di Reagan, riecheggiata nelle
settimane scorse nelle parole di Bush contro bin
Laden) sta uscendo ingloriosamente di scena. Per
fortuna c'è Saddam Hussein, ex grande alleato
dell'Occidente (nella guerra contro l'Iran), che nell'a-
gosto del 1990 decide di invadere il Kuwait. La rispo-
sta è una guerra, condotta con un enorme dispiega-
mento di mezzi, dapprima attraverso bombardamenti,
poi con un intervento terrestre diretto dell'esercito
americano (16 gennaio-28 febbraio 1991).
Dal punto di vista strategico si tratta di una vittoria
importante per gli Stati Uniti, che consolidano la presa
sulle risorse petrolifere del Golfo Persico.
Il politologo americano Samuel Huntington ha così
sintetizzato la posta in gioco e i risultati della guerra:
“La Guerra del Golfo è stata la prima guerra tra civiltà
dell'epoca post-Guerra fredda. La posta in gioco era
stabilire se il grosso delle maggiori riserve petrolifere

62
del mondo sarebbe stato controllato dai governi sau-
dita e degli emirati, la cui sicurezza era affidata alla
potenza militare occidentale, oppure da regimi indi-
pendenti antioccidentali in grado e forse decisi a uti-
lizzare l'arma del petrolio contro l'Occidente. Il quale
non riuscì a spodestare Saddam Hussein, ma riportò
una vittoria in quanto ribadì la dipendenza della sicu-
rezza degli Stati del Golfo dall'Occidente e si assicu-
rò un'imponente presenza militare nel Golfo anche in
tempo di pace. Prima della guerra, Iran, Iraq, il
Consiglio per la cooperazione nel Golfo e gli Stati
Uniti competevano per l'acquisizione di influenza nel
Golfo. Al termine del conflitto, il Golfo Persico era
diventato un lago americano."
La guerra, già prima dell'attentato alle Twin Towers,
era, per così dire, nell'aria.
Lo era nella forma soft del progetto di difesa missili-
stica (il cosiddetto "scudo stellare 2”), proposto già
sotto la presidenza Clinton e poi rilanciato con arro-
ganza da Bush e dal ministro della Difesa Rumsfeld.
Con il necessario corollario della ricerca di un
"Nemico", che nel caso specifico veniva rinvenuto
(ben poco plausibilmente) nei cosiddetti "stati cana-
glia", ossia Iran, Iraq e Corea del Nord.
E lo era - questo è l'importante - sotto forma di neces-
sità economica.
Che la spesa militare e la guerra facciano bene all'e-
conomia capitalistica è cosa che non riguarda soltan-
to gli Stati Uniti, e che non riguarda solo il passato.
Vediamo quindi, per concludere, i vantaggi del
"Warfare" - con lo sguardo rivolto alla concreta forma
che esso sta assumendo in queste settimane.
Le spese militari sono una forma di spesa pubblica
per il rilancio dell'economia. Esse rappresentano,
cioè, una forma di deficit spending, ossia una delle

63
forme attraverso cui lo Stato finanzia l'economia (se è
il caso anche indebitandosi). Ma perché proprio que-
sta forma viene preferita al "Welfare", nonostante che
quest'ultimo rilanci direttamente i consumi individuali?
Per numerosi motivi.

In primo luogo, perché le spese per il "Warfare" pos-


sono essere facilmente sostenute e giustificate anche
da chi ha un approccio "liberista" in economia: in altri
termini, anche chi rifiuti l'intervento attivo dello Stato
nell'economia (proponendo tagli alle spese per l'assi-
stenza, la sanità, gli anziani, ecc.), e riceva il voto
degli elettori su questa base, non avrà poi difficoltà a
convincerli che nel caso delle spese militari l'interven-
to ci deve essere, eccome.
Perché in questo caso è in gioco la "sicurezza nazio-
nale", la "protezione delle frontiere", la "vittoria sui
nemici della Nazione", ecc.

In secondo luogo, le spese per gli armamenti sosten-


gono una parte ragguardevole dell'industria degli Stati
Uniti. Le spese militari sostenute dagli Stati Uniti dalla
Seconda Guerra Mondiale in poi hanno, in effetti,
creato un "complesso militare-industriale" che non ha
confronti al mondo. Da questo punto di vista, le spese
per il "Warfare" impediscono agli Stati Uniti di dover
affrontare i costi (economici e sociali) di una gigante-
sca ristrutturazione industriale.
L'economia americana è drogata dall'industria bellica,
ed è di vitale importanza risparmiarle crisi di astinenza...

In terzo luogo, le spese per gli armamenti vanno a


imprese che, per definizione, operano in un regime
oligopolistico (quando non di monopolio puro e sem-
plice) e protetto dalla concorrenza straniera.
Da sempre le industrie belliche sono nazionali; questo

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è vero, anche oggi, per le imprese statunitensi, a
dispetto degli incroci azionari che pure vi sono tra
imprese americane e imprese europee.
In ogni caso, è impensabile che forniture belliche per
l'esercito degli Stati Uniti vengano direttamente appal-
tate a imprese straniere. In tal modo i sussidi alla
Difesa non devono fare i conti con la concorrenza
(feticcio che in qualche caso può riservare sgradite
sorprese) e i loro effetti si traducono invariabilmente
in commesse per le imprese americane.
L'esempio più recente (la notizia è del 26 ottobre)
riguarda la gigantesca commessa per la fornitura del
nuovo caccia militare "Joint Fight Striker". Si tratta
della maggiore commessa militare mai effettuata dagli
Stati Uniti. Vincitrice dell'appalto è risultata la
Lockheed Martin, azienda che ancora pochi mesi fa
era in preda a una grave crisi, e che ora invece assu-
merà 8.000/10.000 lavoratori. L'unico possibile con-
corrente era un'altra azienda americana, la Boeing.
La Lockheed, secondo gli esperti, è stata preferita
"per il semplice fatto che ha maggiore bisogno di que-
sto contratto rispetto alla Boeing". Del resto, la Boeing
sta già lavorando (oltreché al nuovo F-22 coprodotto
con la Lockheed, che sarà pronto nel 2005) a una
nuova generazione di aerei radiocomandati in grado
di volare senza equipaggio e dovrebbe quindi vincere
il prossimo appalto. E, inoltre, molto probabilmente
giocherà comunque un ruolo importante come subfor-
nitrice, assieme a imprese europee (alle quali comun-
que, ad eccezione forse della britannica BAE, tocche-
ranno le briciole).
Per avere un'idea delle cifre in gioco, basterà ricorda-
re che il valore di questa fornitura è in partenza di 200
miliardi di dollari, stanziati dal governo americano. A
essi però vanno subito aggiunti i 2 miliardi di dollari
stanziati per la fase di sviluppo dalla Gran Bretagna.

65
Gli aerei prenotati (da Stati Uniti e Gran Bretagna)
sono 3.002 (di cui 150 per la Gran Bretagna). Si pre-
vede che altri 3.000 aerei dovrebbero essere venduti
ai Paesi Nato, portando così in cassa alla Lockheed
altri 200 miliardi di dollari.
È appena il caso di dire che l'attentato dell'11 settem-
bre ha accelerato i tempi per la chiusura del contratto
e la messa in produzione dei velivoli.
In quarto luogo, il perimetro delle aziende coinvolte
dalla spesa bellica è molto più ampio di quello delle
imprese che producono armi in senso stretto. Il primo
esempio che viene in mente, a questo riguardo, è
quello del cibo in scatola Campbell, che deve la sua
fortuna proprio alle commesse belliche.
Ma questo esempio, per quanto significativo, può
risultare fuorviante. Perché l'industria bellica ha prima
di tutto a che fare con beni di investimento e con tec-
nologie di avanguardia. E questo oggi significa in
primo luogo: il settore aerospaziale, l'industria dell'e-
lettronica (hardware e software) e l'industria dei nuovi
materiali.
Non è un caso, quindi, che dopo l'attentato delle Twin
Towers i titoli di molte società informatiche siano cre-
sciuti anche del 30-40%.
Del resto, è stato ricordato di recente che "l'alta tec-
nologia americana ha un'origine militare": in particola-
re, "la seconda guerra mondiale e la guerra di Corea
furono una manna dal cielo" per l'industria elettronica,
in quanto "il Dipartimento della Difesa fu generoso di
finanziamenti alle imprese locali per lo sviluppo dei
circuiti integrati.” Non solo: "Ancora nel 1987 il princi-
pale datore di lavoro della Silicon Valley era il colosso
aerospaziale Lockheed."
In definitiva: il settore bellico consente di effettuare a
carico dello Stato enormi spese in beni di investimento,

66
in ricerca e sviluppo, nelle tecnologie di punta.
In quinto luogo, le armi hanno un valore di scambio: si
possono vendere come ogni altra merce, realizzando
enormi profitti. In effetti, secondo l’Istituto
Internazionale di Studi Strategici, gli USA nel 1998
hanno prodotto oltre il 40% delle armi vendute nel
mondo. Nel caso, poi, che i Paesi compratori abbiano
bisogno di facilitazioni di pagamento, intervengono i
sussidi pubblici all'esportazione: a tale proposito, in
un articolo pubblicato qualche anno fa sulle spese
militari sostenute sotto la presidenza Clinton, si pote-
va leggere che "i sussidi all'esportazione di armi sono
costati ai contribuenti americani 7,6 miliardi di dollari
nel 1995".
In sesto luogo, si possono usare "per conto terzi". È
quello che è accaduto nel caso della Guerra del
Golfo, per la quale gli alleati degli Americani (a comin-
ciare dall'Arabia Saudita) hanno dovuto pagare, in
qualità di "contributo alle spese", la bella cifra di 189
mila miliardi di lire (non stupisce, quindi, che nel 1991
la bilancia dei pagamenti americana, di solito cronica-
mente in rosso, segnasse un attivo...).
In settimo luogo, le armi hanno un valore d'uso. Che,
singolare caratteristica, si può esplicare anche senza
doverle usare: per esempio, come mezzo di pressio-
ne politica, a scopo "dissuasivo" o “intimidatorio”, ecc.

Infine, hanno il valore d'uso che si esplica nell'usarle.


E che consente di distruggere il capitale in eccesso
(facendo ripartire così l'accumulazione) e/o di control-
lare aree strategiche dal punto di vista geopolitico e
geoeconomico. L'Afghanistan è una di queste aree.
Perché si trova tra Cina e Russia. Perché è un punto

67
di passaggio strategico tra Europa e Asia. E perché
obbligatoriamente sul suo territorio dovranno passare
gli oleodotti in grado di sfruttare le risorse petrolifere
delle repubbliche ex-sovietiche (a cominciare dal
Kazakhistan); risorse di tale entità (si parla di 40
miliardi di barili) da consentire, a chi ne controllasse i
flussi, di potere in prospettiva fare a meno anche del
petrolio saudita.

Quel Parvus sarà anche un fottuto stalinista, ma l’econo-


mia l’ha studiata, Cristo!
Dunque Parvus pensa la guerra come continuazione del-
l’economia con altri mezzi o, per dirlo in gergo econo-
mista, come l’unico moltiplicatore in grado di fare da
volano a una ripresa di un’economia decotta.
C’è del meccanicismo in tutto ciò, ma la verità non è
troppo lontana!
Apocalypse Now! In diretta dalla Sala Ovale
La Sala Ovale era sempre quella. Quella delle decisioni.
Sbagliate o giuste che fossero.
Decisioni che lasciavano sempre qualche cadavere di
troppo in giro.
Decisioni su cui si sarebbe dovuto tornare. Prima o poi.
Decisioni che avrebbero reso ricco qualcuno e povero
qualcun altro.
Tutto questo aveva un nome: politica. Se le stesse cose
fossero state decise in un bar di periferia si sarebbe chia-
mata criminalità organizzata.
Ma il bar di periferia non aveva la sala ovale, non aveva
il proiettore e tutte quelle cartine colorate.
«Signor Presidente?»
«Sono pronto, cominciate pure.»
«Bene signore, non voglio farle perdere tempo.
So quanto lei sia sotto pressione in questi giorni.
Ma la situazione, più o meno, è questa: abbiamo circa 60
paesi che ospitano terroristi. In quasi tutti sappiamo chi
sono. Ora il problema è quanti attaccarne per volta e che
effetto ha l’attacco su alcune variabili macro: il prezzo
del petrolio, il consenso dell’opinione pubblica, l’impat-
to della spesa militare sull’economia e su Wall Street.
Poi ci sono le variabili micro.»
«Per esempio?»
«Quelle di cui possiamo anche fregarcene, per esempio
cosa pensano gli europei, cosa dirà il Papa ecc, ecc.»
«Giusto. Procediamo.»
«Abbiamo disegnato i seguenti scenari.»
Appare una prima cartina
«Questo è lo scenario “Guerra Locale”: coinvolge solo
Afghanistan e Pakistan. Effetti collaterali vicino allo
Zero. Rischi: un allargamento all’India o alle ex repub-
bliche sovietiche del Centro Asia.»

69
«Effetti sull’economia?»
«Beh, secondo i nostri calcoli dovrebbe stabilizzare la
Borsa a prima dell’11 Settembre.»
«Solo? Ok, proseguiamo.»
«Qui l’affare si allarga a tutto il subcontinente indiano.
Gli effetti macro sono un po’ più forti. Prezzo del petro-
lio stabile. Certo ci perdono un sacco di soldi quelli che
hanno investito nella new economy in India.»
«Andiamo avanti. Ho fretta.»
«Sì signore: questo è il terzo. Qui salta gran parte dell’e-
conomia del Golfo e il Sudan. Prezzo del Petrolio oltre i
50 US$. Guerra comunque rapida. Gli economisti non
sanno decidere fra effetti positivi e negativi. Ripartirebbe
l’inflazione, ma le spese militari non sarebbero ancora
considerevoli, in fondo una guerra del genere l’abbiamo
già fatta in Iraq. Signore, noterà che in questo caso ci con-
centriamo solo sui “Sunniti” e non tocchiamo gli Sciiti.»
«Da quando sei diventato un esperto di Religioni?»
«Da quando ci servono nei conflitti signore.»
«Ok, andiamo ancora avanti.»
«Questo è lo scenario peggiore. Il conflitto si allarga
dall’Asia Centrale al Medio Oriente e al Nordafrica.
Attentati terroristici bloccano le vie di comunicazione. I
pozzi di petrolio sono in fiamme ovunque, siamo costret-
ti a intervenire massicciamente e a occupare militarmen-
te i pozzi.
Forse dovremo usare armi nucleari tattiche.
Questo è lo scontro di civiltà signore.»
«Quali civiltà, non sono tutti paesi islamici?
«Sì, signore, ma potrebbero arrivare anche all’Indonesia,
alla Malesia, nelle Filippine, nelle altre repubbliche ex
russe.»
«Qui che succede?»
«Un bordel…. Mi scusi signore, questa è una guerra per-

70
manente. Non si può pensare di chiuderla in un tempo
ragionevole. Può durare da 50 a cinquecento anni. Effetti
sul prezzo del petrolio devastanti: dovremmo militariz-
zare tutti i pozzi. L’Economia europea e giapponese
andrebbero in recessione per dieci anni. Le spese milita-
ri che dovremmo affrontare potrebbero far decuplicare il
disavanzo di Bilancio. Signore questa è una Grande
Guerra! La Terza Guerra Mondiale!»
«Suona bene! Effetti sul dollaro e Wall Street?»
«Secondo alcuni economisti il Dow potrebbe superare i
25.000 punti, Signore, il dollaro diverrebbe di fatto l’u-
nica moneta. Gli effetti sull’industria si possono stimare
in un incremento più o meno pari a quello della Seconda
guerra mondiale.»
«E cioè…»
«35%»
«Interessante!»
«Signore?»
«Niente… Niente. Beh, ragazzi tenetevi pronti e aggior-
nate i conti. Questa guerra non sarà breve. Ma prima o
poi la vinceremo. Lo dice anche Papà.»
«Bene signore. Agli ordini, signore…»
«Andiamo… Non voglio perdermi Rumsfeld che parla in
Televisione. Papà dice che è meglio di Groucho Marx. A
proposito…»
«Sì signore?»
«Che parentela aveva Groucho con Carlo Marx?»
«Nessuna signore, credo sia solo una omonimia.»
«Ah beh, meglio così… molto meglio così.»

71
I danni dell’ignoranza: quando un polacco anglofilo
si occupa di Islam!
Che il signor B. fosse una mina vagante l’avevo già
ampiamente sottolineato nel mio libro precedente sulla
guerra in Yugoslavia.
Gli avevo dato del paranoico alcolizzato.
Ora mi accorgevo che ero stato troppo tenero. Nel suo
caso andrebbe abolita la legge Basaglia, è un pazzo omi-
cida scatenato! Fa più danni della grandine, di un torna-
do, di un bisonte in un negozio di cristalli.
Non pensate che abbia perso le staffe. Il mio è un giudi-
zio equanime. Basta leggersi l’intervista seguente (dopo
essersi assicurati di avere una solida poltrona) per ren-
dersi conto con che razza di degenerato abbiamo a che
fare. Uno che pensava che il fondamentalismo islamico
non fosse un problema.
Uno che si incavolava pure se l’intervistatore dissentiva.
E questo nel ‘98, quando già c’era stato il primo attacco
alle due torri e l’assalto ai marines in Somalia. Se potes-
si dare un consiglio all’amministrazione Bush, all’FBI
alla CIA, o anche al corpo dei pompieri direi: rinchiude-
telo, prima che sia troppo tardi!
Intervista a Zbigniew Brzezinsky11
Domanda: Il precedente direttore della CIA, Robert
Gates, ha dichiarato nel suo libro di memorie che i
servizi segreti americani hanno cominciato ad aiuta-
re i Mujaheddin afghani sei mesi prima dell'interven-
to sovietico in Afghanistan. In questo periodo lei era
il consigliere per la sicurezza nazionale del presiden-
te Carter. Lei ha quindi giocato una parte in tutto que-
sto, vero?
Brzezinsky: Sì. Secondo la versione ufficiale della fac-
cenda, gli aiuti ai Mujaheddin da parte della CIA sono
(11) Da Le Nouvel Observateur (Francia) 15 Gennaio 1998, pag. 76.

72
iniziati durante il 1980, ovvero, dopo che l'armata
rossa aveva cominciato l'invasione dell'Afghanistan il
24 Dicembre 1979. La realtà, rimasta fino ad oggi
strettamente celata, è completamente diversa: è stato
il 3 luglio 1979 che il presidente Carter ha firmato la
prima direttiva per aiutare segretamente gli opposito-
ri del regime filo sovietico di Kabul. Quello stesso gior-
no ho scritto una nota al presidente nella quale si
spiegava che a mio parere quell'aiuto avrebbe deter-
minato un intervento armato dell'Unione Sovietica in
Afghanistan.
D: Nonostante questo rischio lei ha sostenuto questa
azione segreta. Ma lei stesso desiderava questo
intervento sovietico ed ha cercato di provocarlo?
Brzezinsky: Non è proprio così. Non abbiamo spinto i
russi ad intervenire, ma abbiamo consapevolmente
aumentato le probabilità di un loro intervento.
D: Quando i sovietici hanno giustificato il loro inter-
vento con la necessità di contrastare un coinvolgi-
mento segreto degli Stati Uniti in Afghanistan, nessu-
no li ha creduti. Invece c'era un fondamento di verità.
Lei ha qualche rimorso, oggi?
Brzezinsky: Rimorso di che tipo? Quell’operazione
segreta è stata un'ottima idea. Ha avuto l'effetto di
attirare i Russi nella trappola afghana ed io dovrei
pentirmene? Il giorno che i sovietici hanno varcato il
confine afgano ho scritto al presidente Carter che
finalmente avevamo l'opportunità di dare all'Unione
Sovietica la sua guerra del Vietnam. Infatti per circa
dieci anni Mosca ha dovuto portare avanti una guerra
insostenibile da parte del governo, un conflitto che ha
demoralizzato ed infine sgretolato l'impero sovietico.
D: E nessuno di voi è pentito di avere supportato l'in-
tegralismo ed il terrorismo islamico con armi ed adde-
stramento?
Brzezinsky: Cosa è più importante per la storia del

73
mondo? I talebani od il collasso dell’impero sovietico?
Qualche musulmano esaltato o la liberazione
dell'Europa Centrale e la fine della guerra fredda?
D: Qualche esaltato musulmano? Ma e' stato detto e
ripetuto che il fondamentalismo islamico rappresenta
oggi una minaccia mondiale.
Brzezinsky: Balle. Si dice che l'occidente abbia una
politica globale riguardo all'Islam. Ciò è stupido. Non
esiste un Islam globale. Prova a guardare all'Islam in
modo razionale e senza demagogia o emozione. È la
religione principale al mondo ed ha un miliardo e
mezzo di seguaci. Ma cosa lega il fondamentalismo
Saudita, la moderazione di stati quali il Marocco, il
militarismo pakistano, il filo occidentalismo egiziano e
gli stati laici dell’Asia centrale? Nulla più di ciò che
unisce le nazioni cristiane.

Zbigniew Brzezinsky

...un consigliere così non si può augurare manco al tuo


peggior nemico…

74
Gli USA e il petrolio
Entrai nell’aula sbuffando e di malumore. Non si poteva
fumare: “Se non si può fumare, almeno sarà, almeno,
permesso pensare? Ne dubito. Ne dubito fortemente.”
Ero stato chiamato a tenere un seminario sul petrolio, da
un mio amico docente, come “esperto della materia”.
Mi guardai intorno sdegnato. Gli studenti erano tutti
troppo perbenino per i miei gusti. Comunque tirai un
respiro profondo e cominciai.
«C’è chi crede che il prezzo del petrolio sia come il prez-
zo di qualsiasi merce: determinato dall’offerta e dalla
domanda. Bene, anzi male. Malissimo. Domanda e offer-
ta al massimo spiegano un 20% del prezzo. Qualcuno di
voi sa quale era il prezzo del petrolio nel 1950?»
Silenzio.
«Me lo immaginavo» dissi sconfortato «Era di 2 dollari
al barile circa. E nel 1955, nel 1960, nel 1965?»
Sguardi interrogativi.
«Sempre di 2 dollari al barile.»
«Testoni», bofonchiai fra me e me.
Implacabile proseguii: «E la curva della domanda fra il
1950 ed il 1965 cresceva o scendeva?»
«Cresceva?» azzardò un occhialuto.
«No, non cresceva: stracresceva, c’era il boom economi-
co, la grande industrializzazione, c’erano i frigoriferi, le
radio, le lavatrici, gli aspirapolveri, tutti quei maledetti
aggeggi infernali che oltre a fare rumore d’inferno con-
sumano energia. E poi c’erano le automobili. Un numero
che mai la terra aveva visto. E le automobili allora non
avevano neanche la quinta. Sapete con un pieno quanto
si faceva su una BMW dell’epoca?»
Silenzio.
«Meno di 100 km! La domanda di energia cresceva e il
prezzo del petrolio rimaneva fermo. Perché?»

75
Silenzio.
«Perché se ne estraeva sempre di più, ma sempre allo
stesso prezzo: 2 dollari. E quanto andava agli arabi di
“royalties”?»
Silenzio.
«Fra lo 0,2 e lo 0,5%. Poi venne Enrico Mattei e propo-
se 50/50 purché si rompesse il “cartello delle 7 sorelle”.
Mattei dirigeva l’ENI, una società di Stato. Che fine fece
Mattei?»
«Incidente aereo?» azzardò l’occhialuto.
«Sì, chiamiamolo incidente. E chiamiamo la bomba di
piazza Fontana una fuga di gas, e le due Torri un’eserci-
tazione di un pilota ubriaco… Sì, sì… fu sicuramente un
incidente!
Comunque, se non è la domanda e l’offerta che determi-
na il prezzo del Petrolio qual è, come la chiamate voi…
ah sì, la “variabile esplicativa”?»
Silenzio.
«È la storia, teste di capra, la variabile esplicativa è la
storia. E adesso vi racconto come è iniziata.»
Mi accomodai per quanto potevo sulla sedia, mi infilai in
bocca un Montecristo “languito”, spento, formato non
disprezzabile e dal sapore vecchia Inghilterra, e iniziai:
«C’era una volta un re. Il re voleva formare una dinastia.
La dinastia saudita era stata fondata da Muhammad bin
Saud, Emiro della città di Najd, nell’altipiano dell’Arabia
Centrale, nel 1700.
Qui il beduino si convertì alla predicazione di
Muhammad bin Abdul Wahab. Un fanatico che aveva
fatto dell’Islam, che già era di suo religione, come dire,
intollerante, un vero e proprio inferno puritano. Quello
che ci voleva, comunque, per un programma di conquista.
I turchi se ne accorsero e nel 1818 dopo che i Saud ave-
vano conquistato mezza Arabia, gli fecero guerra.

76
Abdullah, l’allora capo saudita fu portato a
Costantinopoli e decapitato. Ma a quell’epoca i turchi
erano già stirpe decaduta: permisero al figlio di Abdullah
di ristabilire il regno con capitale Riyadh.
Varie lotte intestine alla famiglia regnante costrinsero il
nipote di Abdullah a fuggire in esilio presso l’emiro del
Kuwait Mubarak.
L’emiro del Kuwait scelse il giovanissimo Ibn Saud,
figlio del nipote di Abdullah, come leader, e lo addestrò
di conseguenza. Gli insegnò, come lui stesso anni dopo
disse, “a considerare il vantaggio e lo svantaggio”. Ibn
Saud fu messo alla prova presto. I turchi incitarono i
Rashid, una tribù nemica, a invadere il Kuwait, che era
sotto protettorato britannico. Abd al Aziz ibn Saud fu
mandato dall’emiro kuwaitiano a conquistare Riyadh. Il
giovanotto compì la missione affidatagli, uccise il
Governatore dei Rashid e nel 1902 venne proclamato
governatore del Najd e Imam dei wahabiti. A ventun anni
restaurò la dinastia dei Saud.
Durante la Prima Guerra Mondiale il Saud manovrò con
mediorientale efficacia, evitando di mettersi contro i tur-
chi, ma nello stesso tempo blandendo gli inglesi. Il
Colonnello Lawrence lo odiava. Probabilmente i Saud
intascavano soldi sia dai turchi, sia dagli inglesi. Nel
1925 le truppe dei Saud, gli Ikhwan, guerrieri di rara
ferocia conquistarono l’Hijaz. I vecchi alleati degli ingle-
si, gli Haschemiti della rivolta del deserto contro i turchi,
vennero sconfitti. Lawrence cercò di tornare in Arabia
per combattere al fianco dei vecchi alleati, ma il coman-
do inglese glielo impedì. Mecca e Medina caddero sotto
il controllo dei wahabiti. Ibn Saud dovette far fuori anche
gli Ikhwan, troppo fondamentalisti, odiavano anche il
telegrafo, il telefono, la radio e le automobili. Nel 1930 i
sauditi erano i padroni dell’Arabia.

77
Ma proprio allora sorse una nuova minaccia: i soldi scar-
seggiavano. Chi conosce il mondo arabo, sa che potere e
mancanza di denaro difficilmente riescono a convivere a
lungo. Fu allora che il sovrano ricordò ciò che gli aveva
detto un suo vecchio compagno di viaggio.
Un inglese, commerciante a Gedda e convertitosi
all’Islam con il nome di Abdullah. Il suo vero nome era
Harry St. John Bridger Philby. Jack per gli amici.
Sarebbe divenuto famoso grazie a suo figlio: Kim Philby
il capo dei servizi segreti inglesi che passò ai sovietici.
Comunque “l’amico inglese” gli aveva detto che nel sot-
tosuolo dell’Arabia, forse, c’erano immense ricchezze.
«Oh Philby» disse Saud, «se qualcuno mi offrisse un
milione di sterline gli darei tutte le concessioni che mi
chiedesse.»12
Inizia qui una complicatissima storia di trattative in cui
Philby gioca su almeno quattro tavoli diversi, anticipan-
do così le poco eleganti virtù del figlio. Comunque, nel
1933 la bozza di accordo con la Socal Americana era
pronta. 35.000 sterline in oro, come anticipazioni e pre-
stiti per il primo anno e altre 20.000 per il secondo.
Infine un bonus di 100.000 sterline alla scoperta del
petrolio. La concessione si estendeva su 800.000 kmq di
territorio arabo. Ibn Saud disse al suo fidato ministro
delle finanze Abdullah Sulemain: «Confida in Allah e
firma». Così iniziarono i rapporti fra i sauditi wahabiti e
gli wasp americani. Ma Roosevelt poco capì dell’impor-
tanza dell’evento. Il primo ambasciatore americano in
Arabia Saudita arrivò solo nel 1939, e la prima legazio-
ne fu istituita nel 1942.»
Un occhialuto mi chiese ragguagli sulla crisi petrolifera.
«Ora» dissi, con quell’aria di supponenza che mi aveva
rovinato molte amicizie «per chi non è della mia genera-
(12) Daniel Yergan, Il Premio - L’epica storia della corsa al petrolio, Sperling &
Kupfer Editori, 1991.

78
zione è difficile capire tutti gli intrecci che stanno dietro la
cosiddetta “truffa petrolifera” del 1973. E poi ci vorrebbe
un uditorio preparato… comunque, visto che insistete…
Correva l’anno di grazia 1973. Anno orribile per l’eco-
nomia americana, e quindi per l’economia mondiale. Gli
statunitensi stavano perdendo la guerra del Vietnam, ma
il pericolo maggiore non erano i viet.
Era l’oro che per la prima volta nel “secolo Americano”
cominciava a scarseggiare. Nel 1969 gli Yankees si erano
accorti di avere i forzieri vuoti. Eh sì, a Fort Knox non
c’era oro sufficiente per, come dire, “onorare i biglietti
verdi”. Oggi che siete abituati a monete “pezzi di carta”
e alle carte di credito di plastica potreste anche dire: «E
chi se ne frega?» allora no. La gente pensava che portan-
do alla Federal Reserve un mucchietto di dollari in carta-
moneta avrebbe avuto in cambio dell’oro. Poi quello che
faceva con l’oro erano cazzi suoi, magari un “cadeau”
alla moglie.
Altri tempi, d’accordo, oggi anche le puttane le paghi con
l’American Express, ma allora, come dire, insomma, ci si
teneva a questa storia della parità aurea.
E ammettere che si era battuta moneta senza copertura,
allora era ancora “unfair”. È qui che gli statunitensi fon-
dano il loro Impero: su una bancarotta. Non è il primo
caso, non sarà neanche l’ultimo. Ma l’abilità nell’occasio-
ne è superba. Non solo si convincono i paesi europei ed il
Giappone a continuare a usare il dollaro come se nulla
fosse avvenuto (solo De Gaulle protestò un po’) no, si fa
di meglio. Si prende una merce denominata storicamente
in dollari, il petrolio, e se ne fa crescere a dismisura il prez-
zo. A guardarlo ora quel picco che porta da 2 $ a oltre 5 $
il barile il prezzo del greggio, fa ancora paura!
Qual è il vantaggio immediato della “truffa”? Innanzitutto
i paesi industrializzati sono costretti a comprare dollari per

79
pagare le importazioni di petrolio. Nonostante la bancarot-
ta il dollaro inizia a crescere. Pochi ricordano che con la
parità aurea un dollaro valeva 625 lire e la sterlina 1750.
Gli americani, svincolati dalla parità aurea, potevano
stampare quanti dollari volevano. Questi dollari avrebbe-
ro avuto per molti anni l’odore del petrolio. Qualche
buontempone s'inventò il termine petrodollari.
Non solo, gli USA sono sempre il terzo produttore mon-
diale di petrolio, le loro riserve, anche se in gran parte
destinate alla difesa strategica, le conservavano, rivaluta-
te. Si dirà; ma come controllare tutti questi “petrodolla-
ri” in circolazione? Semplice: gli arabi disponevano di
una sola “piazza finanziaria”: Beirut, la Svizzera del
Medioriente, il rifugio di tutti i “peccatori”, il paese dei
Cedri, da cui proveniva una delle spose di Salomone,
lodata anche dall’Ecclesiaste per la sua avvenenza.
Nel 1975 scoppia una rissa a Beirut durante un matrimo-
nio. I maroniti massacrano di botte dei palestinesi di fron-
te a una chiesa. Roba da italietta di provincia, direte,
certo, ma una fazione palestinese ritorna sul posto con i
mitra… e li scarica sulla folla… uccide dei ragazzi cri-
stiano-maroniti dell’organizzazione falangista di
Gemayel che si erano rifugiati in una Chiesa. I maroniti,
che non hanno mai avuto un buon carattere, si armano e
preparano la vendetta. Cecchini maroniti sparano
dall’Holiday Inn, nella zona degli Alberghi, i mussulma-
ni si organizzano e contrattaccano.
Scendono i Drusi dalle montagne dello Chouf.
Il Presidente del Libano ordina all’esercito di intervenire.
La brigata mussulmana si rifiuta e si schiera con i pale-
stinesi. Beirut è in fiamme. A Tal al Zhatar i maroniti
prima assediano e poi massacrano i rifugiati palestinesi di
un campo profughi. Nei villaggi del Libano del Sud le
milizie sunnite e i palestinesi danno la caccia al cristiano.

80
La Siria interviene a favore dei maroniti, (sì miei cari,
proprio lui, Assad, il Leone di Damasco, che era un ala-
wita, si schiera con i cristiani perché gli fa comodo…).
La guerra del Libano è iniziata. Durerà oltre vent’anni. I
capitali arabi volano a Londra, Zurigo, New York.
Ma torniamo alla “truffa del petrolio”. Uno degli artefici
della grande beffa fu l’allora ministro Saudita Yamani.
Un articolo uscito sull’Observer un paio di anni fa rac-
conta la storia vista da Yamani. “Sono sicuro al 100%
che gli Americani erano dietro il rialzo del prezzo del
petrolio. Le compagnie petrolifere navigavano in cattive
acque, avevano un mucchio di soldi in debiti e necessita -
vano di un alto prezzo del petrolio per salvarsi.” Sempre
secondo l’Observer, Yamani fu convinto di questo inte-
resse americano da un incontro con lo Shah dell’Iran.
Yamani era preoccupato che un incremento dei prezzi
avrebbe potuto generare pericolose conseguenze per
l’OPEC, perché gli avrebbe alienato le simpatie america-
ne. Re Faisal gli consigliò di sentire il parere dello Shah
di Persia. “Perché sei contrario all’aumento del prezzo
del petrolio”, gli disse lo Shah “Non è proprio quello che
vogliono? Chiedi ad Henry Kissinger: è il primo a vole-
re alti i prezzi del greggio!”.»
Proseguii di fronte a occhi sbarrati dietro gli occhiali.
«Non avevo mai dubitato delle caratteristiche di “Suk”
del mercato petrolifero internazionale, ma quasi mi bru-
ciai il naso con il sigaro, quando lessi le dichiarazioni di
Yamani all’Observer!
Già, perché poi l’articolo proseguiva riferendo che
Yamani era sicuro delle sue affermazioni anche perché le
aveva ritrovate nelle ‘minute’ di un incontro segreto svol-
tosi su un’isola svedese, dove inglesi e americani aveva-
no deciso un rialzo del prezzo del greggio del 400%.
Avevo già sentito parlare di quell’isola. Si chiama

81
Saltsjoeband, c’è una meravigliosa residenza dei
Wallenmberg, i banchieri. Nel 1973 ci si tenne un incon-
tro del Bilderberg Group13.
Non ve la raccontano così la storia nelle facoltà di eco-
nomia, eh? Neanche nei Master. E allora qualcuno di que-
sti benedetti Professori mi spieghi per una volta almeno i
prezzi del petrolio con la teoria dell’equilibrio generale.
O l’andamento del dollaro con il monetarismo.»
Uno studente con capelli lunghi e barba si alzò e disse:
«Scusi professore, ma adesso tutti parlano del Petrolio
del Caspio. Qualcuno afferma anche che sia la causa
della guerra in Afghanistan…Lei che dice?»
Sorrisi.
«Quella del petrolio del Caspio è una sorta di “leggenda
petrolifera” nata nel 199714. Ma nella storia del petrolio
le leggende sono sempre più vere della realtà. Prima o
dopo si avverano, ma spesso con alcune piccole differen-
ze rispetto alla versione originale. Queste differenze
fanno la ricchezza o la povertà di molte nazioni. Dunque,
nel 1997 il Dipartimento di Stato Americano fa filtrare la
notizia che ci sarebbero 200 miliardi di barili/giorno di
riserve nell’area del Caspio.
Il Caspio avrebbe potuto quindi competere con i paesi
OPEC. Stiamo attenti alle date però. Proprio nel 1997
siamo al culmine del tentativo USA di isolare l’Iran.
Immediatamente risuona il “mantra” della “Caspian
policy”. Oleodotti e gasdotti che dal Sud dell’area del
(13) Bilderberg. E’ una associazione nata nel 1954, a opera del Principe Bernardo
di Olanda, ex ufficiale delle SS. Prende il nome dall’Albergo dove si tenne la
prima riunione. Giocò un ruolo importante nella definizione del “Piano Marshall”.
Il Principe ne fu presidente fino al 1976, anno in cui dovette dare le dimissioni, in
quanto coinvolto nello scandalo Lockeed. Il Bilderberger riunisce annualmente
personaggi scelti dell’oligarchia finanziaria e industriale Europea in meeting molto
riservati. Henry Kissinger è stato più volte invitato. Per notizie sui vari incontri
vedi: www.bilderberg.org un sito estremamente informato su questa encomiabile
congrega di lestofanti.
(14) The Middle Est Economic Survey. n. 38, 17 settembre 2001.

82
Caspio portano il Petrolio via Turchia! È il sogno di quasi
30 anni di politica energetica americana: un petrolio non
OPEC, non mediorientale e neppure russo, che passa al
di fuori dei confini dei paesi OPEC e della Russia.
Qualche anno dopo lo scenario è mutato. Il petrolio del
Caspio esiste, ma esiste molto più a nord: nelle piattafor-
me offshore di Kashagan, nel nord del Kazakhstan.
Secondo l’E.I.A., l’Agenzia Governativa Americana per
l’Energia, solo a Kanshan ci sarebbe un “campo” da 40
miliardi di barili. A sfruttare Kanshan attualmente è un
consorzio: l’Offshore Kazakhstan International Operative
Company (OKIOC).
Dentro, dopo una lunga battaglia, è riuscito ad entrare
anche l’ENI. La storia del petrolio del Caspio dunque
non è completamente falsa ma è anche molto diversa da
come fu raccontata nel 1997. Il vero problema è come
trasportare il petrolio e il gas Kazacho. Per ora la dire-
zione è verso il Mar Nero. Sia l’oleodotto Tengiz-Aktau,
che porta 160.000 barili/giorno, sia il nuovissimo Tengiz-
Novorossik che nel 2015 raggiungerà la capacità di 1,34
milioni di barili/giorno passano per la Russia.
Non solo, il petrolio va poi imbarcato sul Mar Nero e
deve traversare il Bosforo e i Dardanelli. La Turchia si
oppone, si rischia il collasso delle vie commerciali marit-
time. A metà degli anni ’90 si affaccia un progetto “inno-
vativo”: una pipe line, o meglio due pipe line, che punta-
no a Sud, traversano l’Afghanistan e sboccano in
Pakistan, a Muiltan sul Golfo. Petrolio e Gas non OPEC,
non mediorientale che non passa per la Russia.
Ecco di nuovo il sogno del 1997! Ma c’è un problema.
Nel 1995-96 l’Afghanistan è un paese in piena guerra
civile. Le varie fazioni dei Moujhaddin da Al Masud, a
Dostum, a Rabbani a Hekhmatjar si massacrano allegra-
mente fra di loro. I “promoters” del progetto, l’america-

83
na Unocal e la Delta Oil Company, di proprietà della
famiglia Saud, decidono di giocare la carta dei Talebani.
Il Pakistan non aspettava altro. Inizia così la “resistibile”
ascesa degli “studenti di religione”.
Fino a qualche mese prima dell’11 settembre c’era in
America una lobby fortissima a favore dei Talebani. Una
lobby legata a Unocal. E sapete chi era il capo-lobbysta?»
Sguardi interrogativi
«Il vecchio Henry, sì proprio lui, Henry Kissinger!»
Fortunatamente proprio allora suonò la campanella!

Henry Kissinger, Nobel per la Pace

84
Gli occhi di Tovarich (1)
Tovarich aveva gli occhi azzurri.
Tovarich non si chiamava così, ma a Kabul tutti lo chia-
mavano da sempre con quel nome. Tovarich aveva 15
anni. Di una cosa sola era sicuro, non era nato per un
atto di amore. Era nato per un atto di guerra di un sol-
dato dell’Unione Sovietica contro una ragazzina afgha-
na.
Tovarich la guerra la conosceva bene, anzi non conosce-
va altro. Di sua madre ricordava solo le carezze e una
piccola nenia che gli cantava da bambino. Tovarich era
cresciuto presto. Sua madre non era invecchiata.
Gli uomini con la barba lunga l’avevano portata allo sta-
dio, insieme ad altre. Gli avevano tirato pietre .
Sembrava quasi un gioco, finché il Burka di sua madre
non aveva cominciato a cambiare colore. Prima era
azzurro scuro. Poi diventò rosso… infine aveva un colo-
re marrone. Quasi si confondeva con la terra. Tovarich si
era tappato le orecchie per non sentire le grida.
Ma gli occhi non era riuscito a chiuderli. Non li avrebbe
più chiusi. Neanche la notte. Per questo non lo prende-
vano. Per questo era ancora vivo. Quella strana insonnia
che lo teneva sveglio era il suo modo di vivere. La notte
era libero e poteva pensare a tutto quello che voleva. Di
giorno poteva agire senza pensare. Per questo era più
veloce degli altri. Per questo era più vivo degli altri.
Quella sera Tovarich fu il primo ad accorgersi che qual-
cosa non andava. Era finita da poco la preghiera del
Muezzin “Allah akbar…”. La sera autunnale scendeva
su Kabul. Tovarich aveva sentito qualcosa nell’aria che
non doveva esserci. Un attimo prima che scoppiassero
le bombe… solo dopo era cominciata la contraerea e
quelle stelle filanti nel cielo. Il cielo era scuro. Da su
scendevano quei grandi oggetti che lasciavano una stri-
scia di fumo bianco prima di esplodere.

85
Tovarich sapeva come si chiamavano. Cruise. Tovarich
conosceva tutti i tipi di armi che esistevano al mondo.
Prima o poi le avrebbe usate tutte, pensava. Tovarich
adesso sapeva cos’era quella cosa in cielo che non dove-
va esserci. Lo chiamavano Stealth. Aveva visto la foto su
una rivista americana a casa del Maggior Generale.
Il Maggior Generale non stava più a Kabul da qualche
anno. Ma Tovarich aveva ereditato molti dei suoi ogget-
ti. Glieli aveva lasciati il Maggior Generale. Insieme a
uno strano telefonino. Grossi così non li aveva mai visti.
Il Maggiore gli aveva detto di usarlo quando avesse
avuto qualcosa di importante da dirgli. Finora Tovarich
non aveva mai chiamato il Maggiore. Il Maggiore si
scocciava se qualcuno lo chiamava per dirgli sciocchez-
ze. Adesso aveva qualcosa di importante da dirgli.
Tovarich era contento.
Il satellitare tossì un po’ per trovare la linea. Ma ce la
fece. La voce del Maggior Generale arrivava da lontano,
ma non troppo.
«Hello Sir, dove stai, sono Tovarich.»
«Tovarich! Sto a Takeshent, Uzbekistan. Da dove chiami
figlio di puttana, eh?»
«Kabul, Sir. Hanno cominciato! Cascano missili un po’
dovunque!»
«Lo so Tovarich, lo so… non ti far beccare, eh. Io non sto
troppo lontano!»
«Solo i fessi si fanno beccare Sir, me lo hai insegnato tu.
Dimmi, che devo fare?»
«Informazioni, Tovarich, informazioni. Come sempre.
Dove stanno i capi, cosa pensano di fare, chi è disposto
a parlare con noi, chi è disposto a tradire, ecc, ecc.»
«A tradire sono disposti tutti qui.»
«Anche tu?»
«Sir, io gioco solo per me stesso, come te.»
«Ok» rise «Chiudi la linea adesso, la possono intercetta-

86
re. Cerca di andare a Nord, verso Mazar i sharif.»
«Dove c’è il vecchio maiale?»
«Proprio lì, Dostum è il nostro uomo adesso.»
«Quello è l’uomo di tutti.» Tovarich sputò per terra.
Risate…
«Vai su al Nord… ho bisogno di te da quelle parti.
Richiamami quando sei arrivato.»
«Ok Sir.»
«Tovarich…»
«Sì, Sir?»
«Pensi ancora a tua madre?»
«Qualche volta Sir.»
«Ok, riguardati… chiudi, ciao!»
«Ciao Sir!»

87
Ciudad de l’Este
Miglioro. Adesso posso fare anche dei viaggi. Decido di
andare a Iguatsù, lì dove il grande fiume Paranà si rompe
in cascate altissime, in forre e torrenti come la Garganto
do Diablo. Siamo al confine fra tre stati, il Brasile,
l’Argentina e il Paraguay. E proprio in Paraguay esiste
una città maledetta: Ciudad de l’Este. La Guida Eoutard
dice che ci si può comprare “la felicità per cinque dolla-
ri”. Mi sembra un buon prezzo. Ne ho bisogno. Supero il
ponte che collega il Brasile al Paraguay ed entro in una
città che è la più incredibile del mondo.
Una città che vive di traffici: tutti scrupolosamente dis-
onesti. Se si vuole vedere l’aspetto “hard” della globaliz-
zazione, Ciudad de L’Este è il posto ideale. Prostituzione,
droga, armi, Rolex falsi, la mercanzia è esposta e si tratta
solo in dollari.
I mercanti sono di tutte le razze, molti libanesi, ma anche
gente dell’estremo oriente. Le baracche intervallano vec-
chie case di legno di foggia tropicale.
E il clima è tropicale. L’umido dell’aria si mischia alle
impalpabili goccioline provenienti dalle cascate. Si navi-
ga in queste strade come se si fosse già sotto l’effetto di
una droga potente. E sono appena arrivato.
Ragazzine indio invitanti sulle porte, cocaina ancora
purissima che viene dal Perù e dalla Colombia, sigari
cubani “veri”.
Sto in questo giardino delle delizie, cercando di decidere
cosa sia più indicato per la mia convalescenza, il che pur-
troppo esclude la coca ma lascia spazio alle ragazzine e
ai cubani, quando vedo un gruppo di uomini dalla barba
lunga e la tipica acconciatura col turbante, che tutti ave-
vamo notato nelle interviste a Osama.
Mi blocco. Chiedo indiscreto al venditore di sigari chi
fossero “los turcos”, come in Sudamerica si chiamano

88
tutti gli arabi. Come se fosse cosa risaputa mi risponde
“al Qaeda”. Capisco, non è il caso di fare più domande
cretine. Capisco. Se sono arrivati già qui, e ci sono arri-
vati come testimonia l’attentato all’antica Sinagoga di
qualche anno fa a Buones Aires, la situazione è assai
grave. Niente da fare. Ricomincia l’incubo.
Prendo il pullman che mi riporta indietro, verso l’Hotel
International, lo stesso dove passarono la luna di miele
John Lennon e Yoko Ono. Mi ci vorrà una dose doppia di
caipirhinja per riprendermi. Al Continental la fanno dei
simpatici ragazzi brasiliani.
La sera sto da solo nella sala del restaurant. Un indiano
Guaramì suona l’arpa del suo popolo, intervallando anti-
che canzoni in Guaramì, una lingua ormai parlata da
pochissimi, con successi internazionali. I Guaramì furo-
no sterminati dai portoghesi, nonostante la resistenza
organizzata dai gesuiti a Missiones. Ora ne resta qualche
tribù in Paraguay. Religioni. Religione morte, religioni
vive, guerra fra religioni: islamici a Ciudad de L’Este,
guaramì che suonano Imagine.
Forse è questa la globalizzazione: una grandiosa guerra
fra religioni e culture che attraversa tutto il pianeta…
L’Islam che non c’è
Ero immerso in riflessioni mistiche. Leggevo “Quando il
sole nascerà a occidente, bianco di accecante bagliore…”
Così inizia un’opera esoterica islamica, l’Enciclopedia dei
fratelli della carità e della Purezza, testo introvabile ma
non per la biblioteca di Sbancor, redatto dalla setta degli
“Ikwan-al-Safa” all’epoca del califfato.
E di questi testi mistici, in cui parla il rinascimento arabo,
ce ne sono migliaia non tradotti.
Testi da cui si desume una civiltà altissima ma che, tra-
gicamente, non esiste più. Questa civiltà finisce intorno

89
al 1200-1300, distrutta dalle invasioni mongoliche e dal
predominio dei popoli di etnia turca.
L’Islam antico
L’Islam antico era, come tutte le religioni, attraversato da eresie
profonde. E come per tutte le religioni sono i testi eretici gli unici
veramente interessanti. Ismaeliti, Drusi, Fatimidi del Cairo,
Dervisci. Ai limiti del deserto o nelle oasi il continuo peregrinare
delle tribù bedù incontrava civiltà antichissime, come i nabatei, i
seguaci di Sheitan in Iraq, i mandei della piana di Bassora, i sabei
di Harran.
Religioni che, a volte, come nel caso degli harraniti, discendeva-
no in linea diretta dal paganesimo accadico, su cui sincretismi e
reinterpretazioni tarde avevano stratificato elementi di
Zoroastrismo, neo-platonismo, ebraismo, cristianesimo o addirit-
tura le dottrine di Ermete Trimegisto.
Inutile cercare l’origine, ogni religione si specchiava nell’altra in
un gioco mirabile di equivoci e di comuni visioni esoteriche. Gli
antichi dèi sumeri rivivevano in trasfigurazioni più tarde, Abramo
lottava con Nemrod, Gesù altri non era che il Gayomart, il bam-
bino splendente di luce della leggenda zoroastriana. I Magi ne
testimoniavano l’autenticità. E i “magusens” pullulavano, insieme
a teste parlanti tratte da uomini immersi per un anno in olio ed
estratti di fiori, vi erano pozzi talmente profondi che anche in
pieno giorno si potevano contemplare le stelle, e vi era Jabir, l’al-
chimista che contestava Democrito, sostenendo che l’atomo pote-
va sì scindersi, ma ne sarebbe scaturita una energia tale da distrug-
gere una città grande come Baghdad.
C’era il Vecchio della Montagna e la sua setta di fumatori di has-
hish. Si fumava molto, in quell’epoca, si assumevano sostanze
ineffabili che aprivano lo spirito alla “visio smaragdina”. Si stu-
diava Matematica e Astronomia ma per meglio costruire affasci-
nanti Astrolabi e con questi Oroscopi proibiti.
I Decani che vediamo raffigurati nella Cappella Schifanoja di
Ferrara, e che fecero vacillare la già non stabilissima mente di
Aby Warburg, erano gli oscuri tramiti fra la magia astrale e la
negromanzia. Da Harran veniva il “Ghayat al hakim”, il più gran-
de manuale di magia medioevale, tradotto alla corte di Alfonso el
Sabio con il titolo di “Picatrix”. Le sue formule e le sue magie
furono l’ossessione della Santa Inquisizione per almeno quattro

90
secoli. In mezzo a questo pullulare di Dei, splendeva ancora pal-
lida la luce di Sin, il gran dio maschile della Luna, di origine
Sumera. Ma accanto, come nella teologia Drusa, si potevano tro-
vare Omero, Socrate, Pitagora.
Anime reincarnatesi più volte, finché sarebbe giunto il sesto
Imam, il Mahadi, l’Imam della Salvezza.
Allora tutti i tabù religiosi sarebbero stati infranti, compreso l’uso
degli alcolici, il sesso fra consanguinei e chi sa quali altre piace-
voli perversioni che ci sarebbero state riservate.
L’ultima religione, all’ultimo grado di iniziazione sarebbe stata la
Religione della Libertà, la Religione dei filosofi. E mentre i “sufi”
contemplavano la città santa, di Hurqaila, che non era di questa
terra, i più concreti soldati turchi di Saladino provvedevano a
decapitarli per manifesta eresia.
Questo Islam, l’unico che valga ancor oggi la pena di studiare,
non esiste più. L’Islam di oggi è come il cristianesimo dei “cap-
pellani militari” durante le guerre europee. Dio è con Noi. “Gott
mit uns“. Certo restano divisioni fra Sciiti e Sunniti, fra preti di un
tipo e preti di un altro. Che Allah, il potente e il misericordioso,
possa perderli tutti!
Ma l’Islam è finito, così come è finito il cristianesimo di
Francesco o di Gioacchino da Fiore, così come sono finiti i sogni
millenaristi di Muntzer o le delicate visioni di Marsilio Ficino,
Tommaso Campanella, e il grido chiuso in una mordacchia di
ferro dell’ultimo grande eresiarca: Giordano Bruno.

Gli americani che nulla sanno di tutto ciò si sono infilati


in una riprovevole vicenda.
Hanno sovvenzionato i gruppi più fanatici e ignoranti,
scegliendoli con la cura che mette solitamente l’imbecil-
le a preparare la sua rovina. I Wahabiti. Sicuri che i
Sauditi sarebbero stati loro alleati. Hanno permesso che
questa marmaglia di mullah puzzolenti e misogini
ammorbasse il Sudan, la Somalia, l’Algeria, la Cecenia,
il Pakistan, l’Afghanistan. Li hanno sostenuti in Bosnia:
Itzbegovic responsabile della distruzione di Sarajevo
almeno quanto Milosevic è un fondamentalista. Li hanno

91
scatenati in Albania con l’UCK e in Macedonia.
Hanno invaso pure le Filippine e sicuramente deborde-
ranno in Africa. Per anni hanno cercato di convincere il
mondo che il pericolo erano gli sciiti iraniani, che, in
quanto sciiti e in quanto non arabi, pochissimo avrebbe-
ro potuto fare fuori dal’Iran. E infatti si sono radicati solo
in quel crogiuolo di religioni che è il Libano.
L’Islam non esiste più. Mi dispiace per i solidali idioti
della nostra sinistra, mi dispiace per i “preti ecumenici”
e tutti quei gruppi di avvelenatori delle anime e delle
coscienze che blaterano di Islam tollerante come il cri-
stianesimo o l’ebraismo. Appunto, cristianesimo ed
ebraismo non sono affatto tolleranti. Come non lo è
l’Islam di oggi, l’unico che esiste.
E questo Islam vuole la “Guerra Santa”.
Alcuni dei suoi leader, fra cui bin Laden, aspirano a
diventare i rappresentanti (per volontà di Allah) delle
moltitudini di poveri e diseredati che popolano il piane-
ta. Questo potere li metterà in condizione di puntare alla
leadership dei Paesi Arabi ricchi.
Chiunque pensi che in tutto ciò vi sia un briciolo di
autentica “lotta di liberazione” è o un ignorante o un
pazzo scatenato. Per parafrasare Reagan, oggi la lotta è
fra l’Impero del Male (gli USA) e l’Impero del Peggio
(gli Integralisti). Nessuna mediazione possibile fra noi e
loro. Ricordatevi i compagni del Tudeh, il Partito
Comunista Iraniano, consegnati alle torture e alle esecu-
zioni sommarie dei pasdaran di Komeini sulla base di
una lista gentilmente fornita dalla CIA. Ricordatevi la
stessa operazione fatta nel 1953 in Iraq, lo sterminio di
200.000 comunisti operato da Saddam Hussein e dal par-
tito Bath. Ricordatevi i 500.000 morti comunisti e cinesi
dell’Indonesia di Suharto.
Ma il peggio è il tentativo di accreditare questa religione

92
come l’arma teorica dei diseredati, delle moltitudini di
poveri che soffrono sul pianeta. L’esercito che vive con
meno di due dollari al giorno. L’incubo dell’Occidente
grasso e opulento. È un’operazione sottile d’infiltrazio-
ne. La sinistra, affascinata dal “diverso”, ci casca. E il
risultato sarà una catastrofe umanitaria senza precedenti.
Altro che “scontro fra civiltà”, altro che “guerra di reli-
gione”. Questa è una “lotta di classe” a un tavolo da
gioco truccato. Con miliardari sauditi travestiti da Che
Guevara, trafficanti di eroina che imbracciano il mitra
dei rivoluzionari, organizzazioni di schiavisti che si pro-
clamano antirazziste. Dio che casino planetario!
I Nazisti dell’Illinois
Incominciai a ridere.
Improvvisamente mi ero accorto che non stavo di fronte
a una tragedia, ma a una farsa. La natura dello spettaco-
lo conta molto, nella società dello spettacolo integrale.
Cercai di mettere insieme le ultime notizie e i miei dubbi
in materia. Conclusi che il quadro che ne usciva era di un
caos mondiale a cui avevano collaborato un numero rile-
vante di teste di cazzo.
Questo casino ha dei lati cupi e orrendi. Il massacro di
cristiani nel Punjab, i bambini sotto le macerie, i morti
delle due torri, sempre rivisti al ribasso. Fossero anche
200 comunque resta un massacro.
Ma ciò non mi impedì di vedere il lato comico della fac-
cenda. Procediamo con ordine. Qualche ignobile testa di
manzo aveva partecipato al gioco dell’aereo sulle torri.
Questo idiota è sicuramente un americano. L’idiota avrà
pensato a un attentato un po’ più grande di Oklahoma
City15. 500 morti? Mille? Insomma, una cosa del genere.
(15) Il 19 aprile 1993, dopo un assedio da parte dell’FBI e altri enti federali dura-
to 51 giorni, 76 persone, tra cui molte donne e bambini, bruciarono vive nel rogo
della loro residenza.

93
Costui fece passare gli islamici. I quali però si sono poi
fregati quattro aerei. Infedeli e bari. Poi le torri non si
sono limitate a un incendio, no, le torri per qualche infer-
nale equazione sbagliata nei calcoli di struttura hanno
ceduto. Il botto a questo punto è stato spaventoso. I testa
di cazzo sono andati nel panico. La reazione poteva esse-
re solo la “Guerra”. Come nel coro dell’Aida deputati,
senatori, presidenti e vicepresidenti hanno intonato il fer-
rigno canto: “Guerra! Guerra!”
Sin qui tutto bene. Si fa per dire. Manca solo Bellini:
“Suoni la tromba intrepida, io pugnerò da forte…” Ma
per fortuna Bellini non è nel repertorio di Bocelli.
Il problema sarebbe incominciato dopo.
A tre settimane dall’inizio del conflitto
afgano. E.I.R. Executive Intelligence Revue
Anno 10 n. 44, 1 novembre 2001
Quella guerra sconclusionata
La guerra in cui Stati Uniti e Inghilterra
si sono impegnati in Afghanistan è entrata
nella quarta settimana e non c'è niente di
cui si possa dire che "procede come stabili-
to". Osama bin Laden non è stato preso né
vivo né morto e il regime talebano non è
stato scalzato via. Ma anche se questi obiet-
tivi fossero stati raggiunti l'Afghanistan
resterebbe la palude politica in cui gli USA
si sono andati a cacciare. L'opinione pub-
blica è rimasta un tantino perplessa nel sen-
tire l'ammiraglio John Stufflebeem, capo di
Stato Maggiore della Difesa, che il 25 otto-
bre ha sentenziato dal Pentagono che i
Talebani: "Si sono dimostrati dei duri a com-
battere. Sono alquanto sorpreso dalla pervi-
cacia con cui restano aggrappati al potere".
Lo stesso giorno il quotidiano USA Today ha

94
chiesto al ministro della Difesa se bin
Laden sarebbe stato preso "vivo o morto".
Donald Rumsfeld ha risposto: "Ebbene, si
tratta di una cosa davvero difficile. Il
mondo è grande e vi sono tanti paesi. Lui
ha tanti soldi e tanta gente lo sostiene e
non so se ci riusciremo... Sono convinto che
se anche lui non ci fosse più già domani,
il problema resterebbe lo stesso", data
l'ampiezza della sua rete. Gli hanno chie-
sto se creda che dopo tre settimane di bom-
bardamenti i talebani saranno estromessi.
Rumsfeld ha risposto: "Sono già diverse set -
timane? Davvero così tanto? Tre settimane,
ma che diamine, sono davvero sorpreso.
Pensavo 10 o 12 giorni, ma sono già tre set -
timane. Sì, credo che vi sarà un Afghanistan
post Talebano. È più facile che scovare una
persona sola." Il giorno dopo Rumsfeld ha
cercato di relativizzare: "Di tanto in tanto
ho difficoltà ad esprimermi con chiarezza".

Siamo all’afasia, alla paralisi dell’epiglottide, alla cata-


strofe semantica! Dunque gli anglo-americani arrivano,
pieni di buona volontà. Incominciano a bombardare con
i Cruise. Primi due giorni, cifre ufficiali:
costo: 2 milioni di dollari a missile;
lanciati: 200 missili;
uccisi: 35 afghani;
costo unitario: 12,5 milioni di dollari ad afgano!
Chissà, con 12 milioni di dollari quell’afgano avrebbe
rovesciato almeno quindici regimi, venduto sua madre a
un ruffiano di Las Vegas e scolato due casse di
Budweiser! Ma si sa, i militari con i conti non eccellono.
Seguono altre astutissime operazione militari supercom-
mentate e illustrate da cartine multicolori. Risultato:

95
quattro depositi della Croce Rossa centrati su cinque che
ce n’erano. Va bene i cosiddetti danni collaterali ma qui
è il calcolo probabilistico che non torna. 4 su 5 fa pensa-
re che l’unico errore sia stato quello di non centrare
anche il quinto!
Prosegue la farsa. Come in quelle commedie del
D’Origlia - Palmi, (famoso teatrino di Roma degli anni
’60 dove la rappresentazione, per lo più sacra, non si fer-
mava neanche di fronte al crollo della scenografia, che
puntualmente insidiava lo spettacolo).
Ecco l’eroe afgano lanciato in territorio nemico per sca-
tenare la rivoluzione. Si chiama Abdul Haq. Gli manca
un piede. Ahimé, anche Garibaldi zoppicava! Il disgra-
ziato viene individuato dai barbuti talebani dopo qualche
ora che è in Afghanistan, catturato e ucciso. Nonostante
l’intervento di inutilmente costosi elicotteri!
Probabilmente tradito dall’ISI, il Servizio segreto paki-
stano, come si suol dire, intimo, alla dirigenza talebana.
Pare che lo Zoppo fosse anche un notevole trafficante di
droga. Allah abbia pietà di lui.
Il casino a questo punto è totale. Quelli del Nord, fra cui
quel seminarista di Dostum, non possono avanzare,
primo perché non ne sono capaci, secondo perché appar-
tengono a una minoranza etnica e al di fuori dei loro con-
fini tribali farebbero solo casino.
I bombardamenti si intensificano. E ammazzano una
povera ragazza in un villaggio dell’Alleanza del Nord!
Cialtroni.
Nel frattempo si scopre via via che i responsabili della
diffusione dell’antrace negli USA probabilmente sono i
“ragazzi delle Milizie”. Come diceva il povero John
Belushi:
«Odio i nazisti dell’Illinois!»

96
La Storia di Ted (2)
Ted era disteso sul letto, il respiro lento e preoccupato dei
vecchi. Il respiro di chi sa che non ha molto tempo per
respirare davanti a sé.
E assaporava ogni respiro, come una sorsata di whiskey.
La mente si rilassava nel passato. Era giovane quando
dirigeva la stazione CIA di Miami. Dio se era giovane. E
sapeva anche il suo mestiere. I cubani lo avevano capito
a loro spese. Era divertente organizzare i raid sull’isola e
portare indietro un po’ di scalpi di quei maledetti “rossi”.
Il braccio di mare che separava la Florida da Cuba era
bello. Tutto era bello a trent’anni. E lui era una giovane
promessa per quelli di Langley. Con quell’aria un po’ alla
Michael Caine nella “Pratica Ipcress”. E quel sorriso geli-
do. La “squadra” era nata allora con Felipe Rodriguez e
Chi Chi Quintero.
Ora gli sembrava di leggere un rapporto.
Un agente CIA e un gruppo di esuli cubani, in gran parte
delinquenti comuni, si erano spostati, nel 1965, da Miami
(Florida) nella jungla del Laos. Erano Theodor Shackley,
ex capostazione CIA a Miami, che si guadagnerà il nome
di “Fantasma Biondo”, Felix Rodriguez, Josè Pasada e
Chi Chi Quintero.
Nel Laos era in corso una “guerra sporca”. Ufficialmente
gli americani non c’erano, in realtà c’erano le “Forze
Speciali”. Elicotteri “Cobra” e aerei per inondare di
napalm il sentiero di Ho chi minh e la Piana delle Giare.
Dall’altra parte c’era il Patet-Lao e truppe vietminh,
anch’esse in incognito. La guerra si fece nella jungla, in
mezzo a popolazioni semi-primitive: i Hmong che i viet-
namiti chiamano con disprezzo “meo”: selvaggi. I
Hmong vennero guidati da alcuni “Signori della Guerra”
che avevano come principale occupazione economica le
piantagioni di oppio e la raffinazione dell’eroina.

97
Shackley capì subito la situazione. Incontrò Vang Pao, un
trafficante di droga, capo dei Hmong.
Gli promise che i campi dei suoi concorrenti sarebbero
stati bombardati. Vang Pao sarebbe stato il più grande
trafficante di eroina del sud est asiatico. Shackley gli pro-
mise anche di farlo incontrare con la “Cosa Nostra”.
Impegno mantenuto nel 1968: Vang Pao incontrò Sam
Traficante jr. a Saigon.
Intanto gli uomini di Ted Shackley erano al lavoro. La
squadra era così formata: Ted al comando, Tom Clines
secondo, un giovane maggiore dell’aeronautica Richard
Secord a pianificare i voli. Il Gen. John Singlaub a orga-
nizzare l’armata degli assassini.
Ci volle poco a fare di Vang Pao il Signore dell’Eroina.
Gli aerei, dopo aver spianato le piantagioni dei suoi
nemici, iniziarono a trasportare l’eroina fuori dal
Vietnam. E qui ci fu il vero colpo di genio. I soldi inco-
minciarono a essere così tanti da poter giocare in proprio.
Venne fondata una compagnia aerea “Air America”, che
sostituì gli aerei prestati dal vecchio miliardario pazzo
Howard Hughes. Il motto della compagnia era “We Fly
Right”. Commovente.
I soldi transitavano per una banca australiana: “The
Nugun Hand Bank”. I soldi servivano a finanziare la più
grande “operazione coperta” della CIA: l’Operazione
“Phoenix”. “Phoenix” voleva combattere i Viet senza le
pastoie burocratiche dell’esercito. Arresti di civili, tortu-
re, esecuzioni.
Si stima che circa 35.000 non combattenti siano passati
nelle “fattorie” gestite da “Phoenix”.
E da lì spariti nel nulla.
Nell’ “Operazione Phoenix” si distinse un giovane uffi-
ciale della marina: Richard Armitage. Ma come tutte le
cose belle anche “Phoenix” finì. Nel 1972 la caduta di

98
Saigon era prossima. I ragazzi smantellarono velocemen-
te. I Signori della Droga restarono a presidiare i campi. I
“Hmong” erano stati quasi tutti sterminati dai Vietcong.
Il Tramonto dell’Occidente
Di nuovo in cattedra. Questa volta era una conferenza in un
Centro sociale abbastanza sfigato.
Da vero sadico, avevo scelto un titolo che mi sembrava indicato
all’occasione: “Il Tramonto dell’Occidente in Oswald Spengler e
la teoria dell’imperialismo”. Traditi dalla seconda parte del tito-
lo gli organizzatori, tutti marxisti-leninisti, avevano accettato,
chiedendosi chi cazzo fosse Spengler. Nella sala, al freddo, imba-
cuccato in un cappotto sedeva anche Parvus che mi guardava
accigliato.
«Ricordo» dissi «che all’Università ebbi per le mani un testo di
Lukacs particolarmente voluminoso: La Distruzione della
Ragione.
Inserito in un esame di Filosofia Teoretica, forse in omaggio a
quell’hegelo-marxismo che nei primissimi anni ’70 disputava
provincialmente fra l’essere il marxismo una scienza o meno, il
testo più lo leggevo più mi lasciava perplesso. Del filosofo unghe-
rese, avevo già letto L’Anima e le Forme e Storia e coscienza di
classe. Al loro confronto la Distruzione sembrava un manuale
susloviano: con puntualità stalino-gesuitica censiva gli autori col-
pevoli di irrazionalismo. Nietzsche, Simmel, Spengler. Fra gli
altri. Formatomi in solido ambiente razionalista e volterriano, e
quindi in grado di riconoscere in Nietzsche un “iperrazionalista”,
piuttosto che un irrazionalista, mi rimase però sempre un dubbio:
e se Lukacs avesse operato come un “nicodemista” del tardo
‘500? Se avesse “criticato per poter parlare di autori vietati dal-
l’ortodossia”?
Se avesse voluto che leggessimo Nietzsche, Spengler, Simmel e
tutti gli altri?
Il sospetto mi rimase a lungo. Poi non ci pensai più. Distratto da
altre teorie, dai movimenti degli anni ’70, dalla vita quotidiana.
Finché nei primi mesi del 2000, bighellonando in una libreria, vidi
una traduzione de Il Tramonto dell’Occidente di Oswald
Spengler. Sentii improvvisa l’emozione per un testo “proibito” e
insieme i ricordi frammentari di antichi discussioni su “Kultur e
Civilisation”. Non resistetti e lo comprai.

99
Afferrai il voluminoso testo e minacciosamente lo aprii.
Incipit. “In questo libro viene tentata per la prima volta una pro -
gnosi della storia. Ci si è proposti di predire il destino di una
civiltà, e, propriamente, dell’unica civiltà che oggi stia realizzan -
dosi sul nostro pianeta, la civiltà euro-occidentale e americana
nei suoi stadi futuri...” Guardate la copertina» mostrandola agli
attoniti ascoltatori «una fronte ampia, un naso dritto, occhi cor-
rucciati, folte sopracciglia, però curate. Si intravede un colletto
rigido ed una “white tie” da frac.» Lessi la data della prima edi-
zione: 1923.
«A quell’epoca in Germania era in corso l’Azione di Marzo.
Ultimo serio e disperato tentativo dei comunisti di sinistra, quelli
bollati come estremisti da Lenin, per intenderci, di instaurare la
Repubblica dei Consigli Operai in Germania.
Le bande di disoccupati di Max Holtz attraversano la Germania
lasciando una striscia di sangue e di fuoco. Rosa Luxemburg e
Karl Liebenicht erano già stati assassinati dai Ferikorps, chiamati
dal socialdemocratico Noske quasi quattro anni prima a Berlino.
A Berlino Dada tedeschi e comunisti di sinistra scrivevano, con il
loro sangue, alcune delle pagine più intense della storia del XX
secolo.
Basta dare un’occhiata a Spengler per capire invece da quale parte
stesse. Eppure lui nel ‘23 dava già per scontata la vittoria della
civiltà euro-americana: New York e Berlino saranno le città che
illumineranno il mondo. Sarà stato di destra. Però….»
Parvus scosse nervosamente la testa…
Ricomiciai a leggere: «La storia mondiale è l’immagine del
mondo nostra, non quella dell’umanità in genere. Frase secca e
ben dotata di senso. Rottura con ogni “storicismo”, assunzione
che la storia è la storia del soggetto che la racconta. La storia dei
vincitori, assolutamente moderna, come teoria e colta. C’è
Schopenhauer, c’è Nietzsche, ma c’è anche qualcosa di più
moderno, che ha a che fare con le rivoluzione della fisica e della
matematica degli anni 20-30.
Continua parlando della storia come “acquisizione spirituale non
verificata” e sembra di sentire l’eco della logica del Circolo di
Vienna, o addirittura di ascoltare la musica atonale di Schonberg.»
Gli uditori barcollarono, Parvus sembrò invece più interessato.

100
«Ma ecco» dissi alzando stentorea la voce e rischiando di sve-
gliare un comunista ottuagenario appisolato nell’ultima fila «Ecco
improvvisa l’illuminazione di un non illuminista: La storia è la
menzogna di una società la cui civilizzazione ha prevalso sulle
altre.
“Che alla civiltà occidentale l’esistenza di Atene, Firenze o Parigi
abbia importato più di quella di Lo-Yang o Pataliputra lo si capi -
sce da sé. Ma è lecito fare di questi giudizi di valore la base di uno
schema di storia mondiale? Allora lo storico cinese avrebbe tutto
i diritto di tracciare una sua storia mondiale nel quale le Crociate
e la rinascenza, Cesare e Federico il Grande siano passati sotto
silenzio come dettagli irrilevanti.” (…)
“E i complessi possenti costituiti dalla civiltà indù e da quella
cinese non sono stati forse confinati per puro imbarazzo in qual -
che nota a pie’ di pagina, e le grandi civiltà americane non sono
state addirittura ignorate col pretesto del loro essere ‘prive di
relazioni’: prive di relazioni con che cosa?”
Frasi piene di buon senso apparentemente innocue, ma al loro
interno si nasconde un dispositivo teorico micidiale.
Appare chiaro dopo poche righe: “…nei confronti della storia del -
l’umanità superiore, per quel che concerne il corso del futuro domi -
na un ottimismo sfrenato, incurante di ogni dato dell’esperienza, sia
storica che organica, per cui ognuno ritiene di poter individuare
nella contingenza dell’oggi gli ‘inizi’ di una qualche ‘ulteriore evo -
luzione’ lineare e meravigliosa, non perché essa sia provata scien -
tificamente, ma solo perché corrisponde a ciò che si desidera”.
Ed ecco l’assolo: “Ma l’umanità non ha alcun scopo, alcuna idea,
alcun piano, così come non lo ha la specie delle farfalle o quella
delle orchidee. ‘Umanità’ è o un concetto zoologico o un vuoto
nome.”
Potrebbe essere una caduta nel nichilismo così caro al pensiero sul
mondo dopo Nietzsche.
O c’è qualcosa di più “pericoloso”? Schematizzando le pagine
precedenti, in esse sostanzialmente si dice che:
a) La civiltà così come la conosciamo è solo “una” civiltà. La
nostra. Esistono o sono esistite civiltà “altre” che pochissimo
hanno interagito con la nostra. Eventi mirabili, imperi gigante-
schi, intere culture ridotte a un paragrafo di un libro di storia che
dedica invece dieci pagine a Federico II. Chissà quanti no-global
sottoscriverebbero questa prima tesi!

101
b) Se non esiste “una civiltà” non esiste neppure una “Storia della
Civiltà”.
c) Tantomeno si può dunque parlare di evoluzione dell’umanità.
d) L’umanità non esiste.
A questo punto il pensiero potrebbe ritrarsi verso il “nulla” con-
templando l’assenza o il disfacimento delle idee guida della
“civiltà” moderna. Ma Spengler è un tedesco di razza, non un
indù. Al posto del nulla, come nelle Tentazioni di S. Antonio di
Flaubert ecco apparire il molteplice: il formicolare di vita, civiltà
culture che si affrontano combattono muoiono in un caleidosco-
pio di colori, razze, fedi. “…Civiltà, organismi viventi d’ordine
superiore, crescono in una magnifica assenza di fini, come i fiori
dei campi”.
La vita come pullulare di forme che si intrecciano, si combattono
e scompaiono senza alcuna giustificazione.
Attenzione: questo è un pensiero pericoloso. Non che sia nocivo in
sé, tutt’altro, ma richiede un saldo autocontrollo. È come il pantei-
smo. Può produrre le ineffabili geometrie di Spinoza o gli incubi
di Brugel. Al suo limite estremo può produrre esiti sconcertanti,
degenerazioni cognitive, visioni allarmanti. Si può finire a con-
templare i vermi che si intrecciano su un pezzo di carne putrefatta
e dire che questa è vita! Qualcuno può addirittura porsi come
obiettivo quello di recuperare carne per i vermi. E questa è guerra!
Si sono abbandonate le “idee universali”, si è ridotto Platone ad un
“elleno”. Tutto si relativizza rispetto alla particolare “forma di vita”
che attrae la nostra attenzione, che stimola i nostri sensi eccitati.
Non so se Spengler abbia mai provato l’acido lisergico o la psi-
cobilicina. Ma sono sicuro che non ne aveva bisogno: lui vedeva
già nella luce dell’allucinazione paranoica, senza bisogno di
sostanze.
Quando si arriva a questo stadio si entra in una morale “faustia-
na” in cui la distinzione fra bene e male è relativa solo alla “par-
ticolare forma di vita” che si sta provando in quel momento. Si è
giustificazionisti, culturalmente parlando. Si può apprezzare la
nudità dell’aborigeno, fa parte della sua cultura e della sua civil-
tà, ma si può apprezzare anche il “burka” che fa parte di un’altra
cultura e di un’altra civiltà.
E passi finché si tratti di scelte individuali. Ma la cultura e la civil-
tà possono imporre le proprie culture ad altri. Sicuramente ai mem-
bri della propria comunità. E così si può giustificare l’infibulazio-
ne o peggio.

102
Alcune culture sono “naturalmente” predatorie. I Gentiluomini
degli Stati del Sud degli Stati Uniti necessitavano di schiavi per
mantenere la “propria cultura”, imperniata sulla produzione del
cotone. Le tribù nomadi del Sahara considerano il furto, l’abigeato
o la riduzione in schiavitù dei negri elementi fondamentali della
loro “cultura”. Senza di ciò scompaiono.
Ma torniamo a Spengler: “Così considerato il tramonto
dell’Occidente significa nulla di meno che il problema stesso della
civilizzazione. Qui si pone una delle questioni fondamentali di ogni
storia superiore. Che cos’è la civilizzazione intesa come conse -
guenza logica e organica come compimento e sbocco di una data
civiltà?… La civilizzazione è l’inevitabile destino di ogni civiltà.
Il trapasso dallo stadio di civiltà a quello di civilizzazione si è
compiuto nel quarto secolo nel mondo antico, nel diciannovesimo
secolo in quello moderno occidentale. (…) Invece di un mondo
una città, un unico punto in cui si raccoglie l’intera vita di vaste
regioni, mentre il resto isterilisce; invece di un popolo formato,
legato alla sua terra, un nuovo nomade, un parassita, l’abitante
delle grandi città, il puro uomo pratico senza tradizione, ripreso
in una massa informe e fluttuante, l’uomo irreligioso, intelligen -
te, infecondo (…) rappresenta un passo gigantesco verso l’anor -
ganico, verso la fine.”
La città e i suoi abitanti parassiti, ma intelligenti…l’uomo anor-
ganico. Sembra un incubo da fantascienza.
Ma non era quella città di “irreligiosi” l’obiettivo della Jihad? Che
in Spengler vi sia più saggezza di quanta normalmente gli si attri-
buisca?
Ma eccolo di nuovo tedesco ed implacabile:
“Imperialismo è pura civiltà. Ora proprio tale forma è l’inelutta -
bile destino dell’Occidente. Nell’uomo di una civiltà la forza è
rivolta all’interno, in quello di una civilizzazione è rivolta all’e -
sterno. Perciò in Cecil Rhodes io vedo il primo uomo di una
nuova era.”
Cecil Rhodes, proprio lui! Già, perché Cecil Rhodes, il fondatore
del South Africa, della Rhodesia, lo scopritore di miniere di dia-
manti, gli attuali De Beers, è la base di tutti i miti anglofili. Una
specie di King Arthur rinato. È straordinario che sia l’ideale di
Spengler. Spengler, uno che non si ritrasse neppure dal dubbio
gusto di esporre la bandiera nazista al passaggio di Hitler. Rhodes
era un imperialista, ma di un imperialismo che Lenin non sarebbe
mai riuscito a capire.

103
Per Rhodes l’imperialismo è certo una visione politica ed econo-
mica, ma è soprattutto un “common sentiment” che accomuna l’u-
manità anglofona. L’Impero sognato da Sir Cecil-Rhodes è la
riunificazione di tutte le popolazioni anglofone in un Nuovo
Ordine Mondiale. Americani, Inglesi, Australiani, Canadesi,
Neozelandesi. Insomma le nazioni che attualmente fanno parte di
“Echelon”. Non è un caso» soggiunsi sarcastico «che le borse di
studio della “Rhodesian Foundation” siano riservate a studenti
anglofoni. La vinse pure Bill Clinton, ma si dice solo dopo aver
incontrato la Signora Harriman, a cui fu presentato da Caroll
Quigly, il grande storico, autore di Tragedy and Hope.
Bene, bene, bene… dopo tanto parlare di “Civilisation” siamo
arrivati alla più nobile massoneria anglo-americana: la massone-
ria del denaro. Che Dio ci aiuti. Già perché Rhodes non è che l’al-
tra faccia di Kurtz, l’indimenticabile protagonista di Cuore di
Tenebra di Joseph Conrad. Anche Kurt aveva delle idee… dei
progetti. Era animato da una visione, come Rhodes. La visione di
Rhodes era l’impero anglofono. L’ultima visione di Kurtz fu
l’Orrore.
Ma qual è questa massoneria anglo-americana d’ispirazione
Rhodesiana?
Di questa massoneria abbiamo una sola vera traccia. Quigly scri-
ve: “Esiste ed è esistito per generazioni un international
Anglophile network... sono a conoscenza di questo network perché
lo ho studiato per vent’anni e per due anni nei primi anni sessan -
ta mi è stato concesso di esaminare le sue carte, i suoi incart a -
menti segreti... ma la mia principale differenza di opinione è che
esso desidera restare sconosciuto, mentre io credo che il suo ruolo
nella storia sia stato tale da dover essere conosciuto.”16
Se provate a digitare su un motore di ricerca Internet “New World
Order”, o le sigle che di volta in volta hanno interpretato questo
“anglophile network” (“Round Table”, “Council On Foreign
Relations”, “Royal Institute for Foreign Affaire”, “Trilateral”,
“Bilderberg Group”) verrete aggrediti da migliaia di siti che
descrivono tutte le nefandezze del mondo e le congiure più segre-
te. In gran parte sono siti delle Milizie e della Destra Americana.
Troverete anche qualcosa di interessante. Ma l’essenziale sta nella
scarna citazione di Quigley:

(16) Trad. it. in G. Alvi, Lo strano caso del Professor Quingley, Surplus, n. 6, 2000.

104
1. Esiste ed è esistito per generazioni…
2. Desidera restare sconosciuto…
3. Io credo che il suo ruolo nella storia sia stato tale da dover
essere conosciuto.
Il dibattito è aperto.» Conclusi, poi, nell’incredulità generale.
Mi alzai riposi il volume, indossai l’impermeabile e dissi a Parvus:
«Su, vecchio mio, lasciamoli discutere, ne avranno per un bel
pezzo, noi andiamo a bere qualcosa, che qui fa un freddo!» Ce ne
andammo sottobraccio, inseguiti da sguardi stralunati.

Dentro la rete del Terrore


Di nuovo a casa, alla scrivania. Strinsi nervosamente il
sigaro fra i denti. Ripetei: “Non è possibile cazzo, questo
sta diventando un giallo di Agatha Christie.”
Strinsi fra le mani una copia del Corriere della Sera del
3 novembre. C’era la curiosa dichiarazione di bin Laden
contro l’Italia, citata prima di Gran Bretagna e Francia.
Guardai il TG del giorno dopo, si parlava dei “mille” sol-
dati italiani che sarebbero dovuti andare in Afghanistan.
bin Laden aveva commentato ad Al Jazeerah la notizia
dell’invio degli italiani un giorno prima. Almeno un gior-
no prima, visto che la cassetta recapitata all’emittente del
Qatar era preregistrata.
Qualcosa qui non funzionava.
Qualche giorno prima Le Figaro aveva scritto un lungo
articolo su un misterioso incontro fra bin Laden e il capo
stazione CIA dell’Emirato a Dubai. Si sarebbe parlato
anche di attentati. Stesso giorno il Guardian rispondeva
sottolineando chi è il “proprietario” di Le Figaro: il grup-
po Carlyle, che con bin Laden e i sauditi ha sempre avuto
rapporti, e il cui presidente è James Baker III. Messaggi
trasversali, mafiosi.
La stampa internazionale parlava con linguaggio proprio
del Giornale di Sicilia. Dio santo, eccoci proprio in
mezzo a una guerra di gangsters!

105
Il quadro andava acquisendo una sua nitidezza. Ma anco-
ra era troppo debole per diventare una tesi politica. Il ter-
reno era minato, pieno di trappole. Occorreva procedere
con cautela. Ricontrollare tutte le informazioni, evitare le
false piste, non cadere nella “disinformatia”. Io ho impa-
rato l’arte della filologia leggendo Nietzsche. Ho letto
quasi tutti i grandi romanzi “noir” da Edgar Allan Poe a
James Ellroy. Io lavoro nell’ “intelligence” di una banca.
E vi dico: eravamo arrivati al punto di sederci intorno a
un tavolo e riepilogare prove e indizi.
Questa volta si aveva a che fare con dei professionisti
veri. I migliori sul mercato da cinquant’anni. Quelli che
da cinquant’anni hanno inquinato la storia mondiale,
prendendola a calci nelle palle ogni volta che si allonta-
nava dal binario prestabilito. La sfida mi eccitava. Ma
sapevo che questa è la prima trappola: la presunzione
intellettuale. Quasi tutti i miei migliori compagni, nell’e-
ra della “rivoluzione italiana” negli anni ’70, ci caddero.
Uno dei miei pochi maestri, recentemente scomparso, e di
cui sento ancora dolorosa l’assenza, mi ripeteva spesso
che questo è il peccato maggiore, quello che danna gli
“eroi greci”. Il peccato di “Hybris”. La smisuratezza nella
conoscenza, la non conoscenza del limite. Quanti giovani
eroi del ’77 finirono in prigione o peggio ammazzati
come cani per la strada solo perché pensavano di poter
governare il “terrorismo” con l’intelligenza? Non c’era
dubbio, la loro “intelligenza” e la loro “cultura” erano
assolutamente superiori a quella del “Geometra Moretti”.
Improvvisamente ebbi un altro “flash”…
La morte di Moro, come un mio amico, divenuto giorna-
lista del F o g l i o, me l’aveva raccontata pochi giorni prima:
“…Una beffa della storia, Moretti vinse, ma al momento
stesso della sua vittoria fu sconfitto da una crisi di pani -
co. Con una pistola in mano balbettava incoerente di fron -

106
te al suo “Nemico”. Incapace di finire Moro, quell’Aldo
Moro che l’aveva già sconfitto negli interrogatori, quel
politico di vecchia razza che lui non riusciva a capire e
non avrebbe mai capito. E il lavoro sporco, l’ultima sca -
rica nel corpo fragile di Aldo Moro dovette spararla un
“borgataro”, Germano Massari. Uno che aveva votato
“contro” l’uccisione di Moro. Uno che aveva le palle
piene delle Direzioni Strategiche e dei capetti politici.
Uno a cui il giorno dopo tutti i capelli divennero bianchi.
Uno però che non si tirava indietro neanche di fronte agli
errori. Quella raffica non uccise solo Moro. Uccise anche
le B.R. e qualsiasi altra idiozia armata. Chiuse un’epoca.
E distrusse anche la vita di Germano.”
Hybris. Il peccato di Icaro. Evitiamo l’Hybris. Che la
sola sapienza è il sapere di non sapere (Socrate) quel non
sapere che mette a nudo (Bataille).
Poi feci un po’ d’ordine sulla scrivania ingombra di carte,
ritagli di giornali e agenzie e cominciai a mettere ordine
fra le prove. Selezionai solo quelle che avevano confer-
ma su organi di stampa.

107
Maggio 2001. Richard Armitage fa un lungo
viaggio in India. Contemporaneamente George
Tenet, il capo della CIA, è in Pakistan.
Cosa voleva dire? I due si controllavano a distanza?
Facevano parte dello stesso gruppo? No, non credo.
Bush voleva far fuori Tenet, sospettato di essere un uomo
di Clinton. Armitage era un amico di vecchia data, uno di
Phoenix e Iran Contras. Era il capo segreto dell’opera-
zione “droga in Afghanistan”, probabilmente. Eppure
viaggiavano nello stesso periodo su due frontiere diver-
se, ma molto vicine17.
Giugno 2001. Allarme terrorismo. La BND
tedesca avverte la CIA di un possibile
dirottamento. L’aereo verrebbe usato come un
arma contro importanti simboli americani e/o
israeliani18.
Luglio 2001. Tre funzionari americani(Tom
Simmons, ex ambasciatore in Pakistan, Karl
Inderfuth, ex Assistente Segretario di Stato
per il Sud Asia, e Lee Coldren, ex esperto
del Dipartimento di Stato per il Sud Asia)
incontrano una rappresentanza di Taliban a
Berlino. Gli annunciano che gli Usa stanno
pianificando un attacco all’Afghanistan per
ottobre. Sono presenti agenti russi e tede-
schi che confermano la minaccia19.
Estate 2001. Diverse notizie di esercitazio-
ni congiunte fra americani, tagiki, uzbeki e
khirghisi20.
Estate 2001. Secondo fonti indiane il capo
dell’ISI (servizio segreto pakistano) fa tra-
sferire 100.000 dollari a Mohammed Atta,
quello che fino ad oggi è considerato il lea-
(17) The Indian, SAPRA, 22 maggio.
(18) Frankfurter Allgemeine Zeitung, 14 settembre.
(19) The Guardian, 22 settembre, BBC, 18 Settembre.
(20) The Guardian, 26 settembre.

108
der del commando suicida dell’11 settembre21.
4/14 Luglio 2001. bin Laden riceve cure
nell’”American Hospital” di Dubai. Si incon-
tra con un esponente della CIA. Il nome è
Larry Mitchell22.
Agosto 2001. L’FBI arresta un militante isla-
mico a Boston. Fonti dell’intelligence fran-
cese confermano che è un uomo di bin Laden.
L’FBI scopre che l’uomo ha seguito lezioni
di volo e che è in possesso di manuali di
guida della Boeing23.
Agosto 2001. Dopo ripetuti avvertimenti da
parte dei servizi russi alla CIA, Putin
ordina di avvertire il governo statunitense
“in the stronger possibile terms” di possi-
bili attentati ad aeroporti e fabbricati
governativi24.
1/10 Settembre 2001. 25.000 soldati britan-
nici e una flotta superiore a quella che
intervenì alle Falkland si posizionano nel
Golfo, in Oman, per l’operazione “Essential
Harvest”. Nello stesso tempo 17.000 soldati
americani e 23.000 soldati Nato sono in
Egitto per l’operazione “Bright Star”. Due
gruppi navali da battaglia USA si posizio-
nano di fronte alle coste pakistane. Tutti
questi movimenti di truppe sono anteriori
all’11 settembre!
4 Settembre 2001. Arriva negli USA il
Generale Mahamoud Ahmad, capo dei Servizi
Segreti Pakistani.
9 Settembre 2001. Il comandante Masud viene
assassinato da due “giornalisti” algerini.
Comunicato dell’Alleanza del Nord sulla
(21) The Times of India, 11 ottobre.
(22) Le Figaro, 31 Ottobre, E.I.R. 2 novembre.
(23) Reuters, 11 settembre.
(24) MS-NBC, Intervista a Putin, 15 settembre.

109
morte di Masud: “Noi crediamo che sia stato
un triangolo fra Osama bin Laden, ISI, che
è l’intelligence dell’esercito pakistano, e
Talebani.”25
11 Settembre 2001. Fino alle 9.30 (ora di
N.Y), circa 75 minuti dal primo allarme, non
decolla nessun caccia statunitense.

Riepilogando
a) Gli USA erano verosimilmente informati dell’attacco,
anche se la data non era chiara. Nessuna misura d’emer-
genza scattò agli aeroporti.
b) Gli USA minacciavano un attacco all’Afghanistan per
Ottobre e qualche solerte funzionario aveva informato
Osama bin Laden.
c) La CIA aveva avuto rapporti “informali” con bin
Laden almeno fino a luglio 2001.
d) Uno dei principali “sponsor” di bin Laden, il capo
dell’ISI, era negli USA durante l’attentato. Di lui si
sospettano rapporti con il leader del “commando suici-
da”. Indicato dall’alleanza del Nord come un vertice del
“triangolo” responsabile della morte di Masud.
e) I caccia americani si alzarono in volo 75 minuti dopo
l’allarme!
f) C’è stato un buco nella difesa. Un buco abbastanza
grande da far passare quattro aerei!
g) Domanda n.1: il Presidente ne era informato? Presu-
mibilmente no.
h) Domanda n. 2: Qualcuno dell’entourage del Presiden-
te era informato? Presumibilmente sì.
i) Domanda n 3: Quando il Presidente capì (se mai quel-
la testa di manzo capisce qualcosa) perché non reagì?
Presumibilmente perché ebbe paura, non gli conveniva,
(25) Il comunicato dell’Alleanza del Nord viene trasmesso dalla Reuters il 15 set-
tembre 2001.

110
meglio stare al gioco.
j) Domanda da un milione di dollari: chi comanda il
Presidente degli Stati Uniti d’America?

Ripresi fiato. Pallido. La testa mi girava. Neanche io


riuscivo a credere a quello che le notizie sommate insie-
me sembravano dire. Era troppo. Anche per Sbancor.
Guardai le ultime agenzie per rilassarmi:
ATTACCO USA: GIALLO SU MORTE PRESUNTA SPIA
AMERICANA = (AGI/EFE) - Islamabad, 5 nov.
Un alone di mistero continua a circondare la
vicenda del presunto agente segreto america-
no catturato dai talebani e deceduto in un
carcere afghano.
Gli integralisti afghani hanno assicurato
che l'uomo, conosciuto come maggiore John
Bolton o Mazhar Ayyub, non e' stato tortu-
rato ed e' morto di malattia. Secondo le
informazioni riportate dai giornalisti paki-
stani, il presunto agente della Cia avrebbe
partecipato alla guerra in Vietnam e in pas-
sato avrebbe lavorato per la CNN. La sua
cattura sarebbe avvenuta a Spin Boldak, un
centinaio di chilometri a sud di Kandahar,
nell'Afghanistan meridionale. I talebani,
che hanno espresso l'intenzione di consegna-
re la salma al Comitato Internazionale della
Croce Rossa, ne hanno attribuito la morte a
problemi epatici e polmonari, e al fatto che
l'uomo non era abituato al cibo afghano. Nei
giorni scorsi l'ambasciata dei talebani a
Islamabad ha dato notizia della cattura di
altri tre presunti agenti segreti statuni-
tensi in Afghanistan. (AGI)

111
La Storia di Ted (3)
Ted si accese una Pall Mall senza filtro. Anche se il medi-
co glielo aveva proibito.
“Povero Bolton” disse “È morto come un mercenario!”
Già ma non erano tutti mercenari ormai? “Che Dio male-
dica quel frocio di Carter” disse Ted fra sé e sé. La storia
riprese a scorrere come un film. La sua mente non pote-
va produrre più idee. Solo ricordi.
1973. Ted, dopo qualche tempo passato in Europa,
impiegato peraltro utilmente nel recuperare fondi per il
“Golpe Cileno”, andò in Iran e lavorò insieme a Richard
Helms. Helms, membro come Bush degli “Skull &
Bones”, società segreta di Yale, iniziò la sua carriera
nell’OSS, il servizio segreto americano durante la
Seconda guerra mondiale. Lì conobbe, nell’immediato
dopoguerra, diversi esponenti dell’ex gerarchia nazista,
con cui, dobbiamo ritenere, sviluppò un “common senti-
ment”. Implicato nelle indagini sull’omicidio Kennedy,
Helms quando lasciò la CIA, nel 1979, distrusse circa
l’80% del materiale riguardante le “covert operations”.
1975. George Bush (senior) venne nominato capo della
CIA. Ted Shackley venne promosso Deputy Director per
tutte le “covert operation worldwide”. Teddy sarebbe
potuto diventare un futuro capo della CIA ma il destino,
baro e bugiardo, portò al potere il Presidente Carter. La
carriera di Shackley si interruppe. L’ammiraglio Turner
incominciò a epurare la CIA dagli elementi troppo com-
promessi. Il vecchio gruppo si ritrovò tutto alla corte
dello Shah Reza Pahalevi. Addestrarono la Savak, la
famigerata polizia segreta dello Shah. Helms era amba-
sciatore in Iran. I ragazzi lavoravano in privato come
consulenti. La CIA li usava ancora ma, come dire, in
“outsourcing”.
“Quel frocio di Carter, lui e le sue maledette noccioline.”

112
Pensò Ted “Ha tolto alla CIA la possibilità di svolgere
operazioni coperte con l’aiuto di assassini o delinquenti
riconosciuti. Come se questo cazzo di lavoro si potesse
fare con gli impiegati. Idiota.” È l’Executive Order
11905, da questo momento in poi la CIA ma anche l’FBI
useranno sempre più spesso “società private” per svolge-
re incarichi imbarazzanti. In Colombia per esempio è una
società americana che provvede agli elicotteri per la
guerra anti-Farc. Lo stesso avviene in Kossovo e
Macedonia. Interi settori della difesa e della sicurezza
vengono “privatizzati”, comprese le prigioni, dove opera
la Wackenut Corporation. “Già, il vecchio Wackenut” i
ricordi di Ted ormai sono come uno schedario della poli-
zia “lui sì che c’ha saputo fare. Nessuno o quasi si ricor-
da che era con noi in Florida. Quando Guy Bannister e i
ragazzi si addestravano per far fuori JFK.”
Altri tempi. Lavorare nel privato non era come lavorare
per l’Agenzia. Alcuni membri della squadra, Edward
Wilson e Frank Terpil, vendevano esplosivo a Ghedaffi.
La CIA andò su tutte le furie. Loro sputtanarono Carter
mettendo in piazza i legami d’affari di suo fratello con
Ghedaffi. In compenso Ted Secord ed Eric Von Marbod
acquisirono una succosa commessa dall’Egitto per il tra-
sporto via mare degli equipaggiamenti militari, con una
compagnia chiamata Eatsco.
“Ma per vedere dollari veri abbiamo dovuto aspettare il
1979”.
Epoca di grandi cambiamenti. Da un lato iniziò l’opera-
zione Iran-Contras. I rapporti con i Contra li aveva quel-
la vecchia volpe del “Phoenix”, Chi Chi Quintero. Nel
gruppo c’era un vecchio pilota di Air America, Barry
Seal (alias Adler Berriman).
Dall’altro scoppiò la questione degli ostaggi in Iran. Ted
trattò con gli iraniani. Erano anni che lui e Helms stava-

113
no organizzando la “via bulgara” per l’eroina: Iran,
Kurdistan, Turchia, Bulgaria, Balcani. In ogni paese un
po’ di guerriglieri, come quegli idioti dei Curdi o quegli
scemi dell’UCK. In ogni paese politici corrotti, e poi i
vecchi “Lupi Grigi” quei fascisti turchi, teste di cazzo
certo, ma con due palle così. C’entravano pure con l’at-
tentato al “polacco”, ma di quella storia Ted non era mai
riuscito a capirci nulla. Comunque, in Iran c’erano degli
amici. E gli amici conoscevano pure quei corvacci di
Ayatollah, che quando si parla di dollari sono uguali a
tutti i preti del mondo. Gli ostaggi vennero rilasciati il
giorno dell’insediamento di Ronald Reagan alla
Presidenza degli Stati Uniti. Sarebbe passata alla storia
come “October Surprise”.
La prima fase di Iran Contras fu finanziata però dalla
cocaina. Un aeroporto a Mena Arkansas era la base dei
voli che portavano coca e rimandavano indietro armi.
Era il vecchio schema del Laos rivitalizzato per l’occa-
sione. Uno degli aerei usati era un vecchio C-123K usato
in Laos.
Nel 1986 quest’areo, chiamato “Fat Lady”, precipitò
abbattuto dalla contraerea sandinista. Ai comandi c’era
Buzz Sawyer, il secondo si chiamava Eugene Hasenfus.
Fu fatto prigioniero dai Sandinisti e finì sulla CNN.
Coglione.
Ma gli affari veri erano in Iran. Ted fece incontrare
Richard Secord con Albert Hakim, un trafficante medio-
rientale. Insieme costituirono l’”Enterprise”. In meno di
due anni “Enterprise” aveva cinque aeroplani, venti pilo-
ti a contratto e due campi di atterraggio. Air America
volava ancora. Il capo dell’operazione è sulla carta, solo
sulla carta, quel coglione del Colonnello Oliver North.
“Quello sembrava sempre avere un palo di scopa nel
culo”, pensò Ted. L’Enterprise realizzò 16,1 milioni di

114
dollari nella vendita dei missili a Khomeini.
“Neanche avevamo finito il lavoro in Iran ed ecco che
quei cazzoni di “rossi” cascano nella Trappola del Signor
B. in Afghanistan. Dio, quella sì che era un’operazione.
Richard Armitage, il più giovane del vecchio gruppo, ci
si buttò a pesce. Dunque, in Pakistan avevamo le basi,
c’era l’ISI a coprirci. E poi c’era la nostra banca di fidu-
cia, la BCCI Banca Pakistana fondata da Abedi, le cui
fortune potrebbero riempire un libro.
Per fortuna George Bush aveva risolto il casino della
Nugan Hand Bank nel 1982. Era volato in Australia,
aveva parlato con un laburista testa di cazzo, Hayden, e
aveva risolto tutto. Forte il capo. I fondi neri della CIA
erano stati spostati sulla BCCI di Abedi. Afghan connec-
tion.”
Le collusioni dei servizi segreti americani con Osama bin
Laden sono impressionanti. Ted pensò che solo un
mondo di teste di cazzo poteva continuare a evitare di
vedere ciò che era anche troppo chiaro. Uno di al Qaeda
fu arrestato per l’attentato alle Twin Towers del 1993. Si
chiamava Alì Mohamed, egiziano. Era un ex sergente dei
Berretti Verdi addestrato a Fort Bragg. Dal 1986 al 1989
era in forza all’esercito americano. Aveva combattuto in
Afghanistan contro i sovietici. Formalmente per gli USA
era in licenza. Tornò, nessun provvedimento disciplinare
venne preso contro di lui. Si congedò, era in contatto sia
con la CIA che con l’FBI. Per tutti gli anni ’80 e ’90 gli
USA “coprirono” l’organizzazione di Osama, nonostante
che almeno dal ’90 avesse iniziato attentati contro gli
USA. Certo: dietro Osama c’erano troppi interessi.
L’eroina afghana, la possibilità di costruire gli oleodotti
in Afghanistan. E poi questi fanatici vanno bene per tener
buoni gli ebrei, incastrati in una guerra infinita.
“Counterinsurgency” pensò Ted. Il titolo del suo libro,

115
l’impegno di una vita. Creare casino per prevenire il casi-
no. Usare il terrore per allontanare il terrore. I mezzi che
giustificano il fine. Perché è sui “mezzi” che si fanno i
dollari. “Cazzo” pensò Ted, “Sono troppo vecchio per
fare il filosofo ma questo gioco è come la roulette, biso-
gna alzare sempre la posta e vince sempre il banco!”
Gli orizzonti si ampliarono. Le attività di al Qaeda erano
ovunque, in Cecenia, in Bosnia, in Albania, in
Macedonia. Le mafie aumentavano, le rotte della droga
aprirono quelli che dopo sarebbero diventati corridoi
economici. Di sicuro chi governava la storia adesso non
era più Ted, era Richard Armitage.
Ted si ripassò la scheda in testa.
Richard Armitage: Deputy Secretary.
Consigliere di George W. Bush per il Medio-
riente, attuale numero due al Dipartimento di
Stato con Colin Powell. Classe 1945, nel 1967
conseguì la laurea all’Accademia Navale.
Combattè in Vietnam. Partecipò all’operazio-
ne “Phoenix” diretta da Ted Schackley.
Organizzò la ritirata da Saigon.
Nel maggio 1975 Armitage fu assunto dalla DIA
(Defence Intelligence Agency). L’ultimo suo
incarico fu in Iran nel 1976, dopo lasciò il
servizio e passò al settore privato.
È opinione comune che collaborò con la CIA,
attraverso società private di consulenza
per molti anni a seguire. Alcuni suoi cri-
tici sostengono che fu lui l’ideatore del
traffico di eroina nell’Afghanistan.
Nel 1978 entrò nello staff del senatore
Robert Dole. Partecipò nella campagna pre-
sidenziale del 1980 all’Interim Foreign
Policy Affaire Board.
Dopo l’elezione di Reagan divenne Deputy

116
Assistant Secretary of Defense for East Asia
and Pacific Affaires.
Ebbe diversi altri incarichi pubblici fino
al maggio 1993, quando dirigeva col grado di
Ambasciatore gli aiuti alle repubbliche
dell’ex Unione Sovietica.
È ritenuto uno dei più decorati funzionari
degli Stati uniti.
È stato decorato fra l’altro da governi
esteri, come la Repubblica di Corea, la
Thailandia, il Bahrein e il Pakistan.
Attualmente la sua posizione è fra i falchi
dall’amministrazione Bush con uno specifico
obiettivo: attaccare le basi degli
Hezbollah in Libano e attaccare in Siria.

Lo avevano scritto nel 1998 che bisognava far fuori


l’Iraq. Una lettera a Clinton, firmata da tutta la banda:
Perle, Wolfowitz, Abrams, Negroponte. Il “New
American Century”. Il nuovo secolo americano. Un
secolo di Guerre e di Dollari! Degli altri “vecchi” solo di
uno finora era trapelata una notizia: Richard Secord era
stato avvistato a Taskhent, capitale dell’Uzbekistan, terra
del “democraticissimo” presidente Karimov. Negli anni
‘50 in Uzbekistan si coltivava “l’oro bianco”, il cotone.
Terra ottima per i papaveri da oppio.
Ma era Richard Armitage il vero uomo chiave di questa
vicenda. Lui che aveva i contatti con Ahmad (il capo del
Servizio segreto pakistano). Ted aveva visto Ahmad
qualche giorno prima dell’11 settembre… Ted sapeva
che dopo si sarebbe dovuto vedere con Richard.
“Forza Richard” pensò Ted “Questa è la più grande sto-
ria di merda in cui tu sia mai finito. Ma se c’è uno che
può farcela a governare questo casino sei proprio tu.
Vecchia puttana.”

117
Antrax
I sospetti si appuntano su un intreccio di gruppi della
destra: milizie, fondamentalisti cristiani, survivalisti,
formazioni di anti-abortisti fanatici, neo-nazisti e razzi-
sti ariani.
In diverse occasioni non ufficiali, funzionari della FBI e
del Dipartimento della Giustizia hanno confermato di
cercare in quella direzione, facendo anche notare che
dal 1999 questi ambienti di estrema destra hanno
minacciato più di ottanta volte di usare l'antrace come
arma biologica. Inoltre, esperti e addetti fanno capire
che le spore di antrace in questione effettivamente
provengono da laboratori americani.
Fanno anche notare che le lettere con cui si diffonde
l'antrace, in cui si proclama "morte all'America" in
nome di Allah, non sono opera di mussulmani ma
espedienti pacchiani di depistaggio.
Tra gli esperti spicca Gary Ackerman, direttore del
Progetto contro la proliferazione delle armi chimiche
e biologiche dell'Istituto di Monterey di Studi
Internazionali, il quale ha detto che sospettare i fon-
damentalisti cristiani non è fuor di luogo giacché essi
si dicono convinti che l'apocalisse sia cominciata l'11
settembre.
Ackerman ha fatto l'esempio del gruppo fondamenta-
lista "Christian Identity", secondo cui il nuovo millen-
nio vedrebbe lo scontro tra Dio e "i seguaci di
Satana", tra cui si troverebbero "gli ebrei, i non bian-
chi e il Governo degli USA".
Queste organizzazioni "adesso cercano di terrorizza-
re la gente". Ackerman ha spiegato che i gruppi fon-
damentalisti pianificavano già negli anni Ottanta e
Novanta di contaminare l'acqua potabile con l'antrace.
Larry Wayne Harris, estremista impegnato in una cro-
ciata contro il governo, fu arrestato a metà degli anni
Novanta mentre era in possesso di antrace e poco

118
tempo dopo furono arrestati esponenti del Patriotic
Council del Minnesota e della Aryan Nation in Ohio,
che erano in possesso di sostanze tossiche26.

Bestemmiai ad alta voce. «Ancora i Nazisti dell’Illinois!»

(26) EIR n 45, 8 novembre 2001.

119
Midnight 68
«Pronto, Sbancor?»
«Honey! ...Cioè, Darling!! Come stai?»
«Senti, ho trovato qualcosa. Ma non so, sembra un
romanzo…»
«Darling, ormai sono disposto a tutto.»
«Si parla di un software, si chiama “Promis”… insomma
sembra che c’entri con l’attentato…»
«Da dove vengono le notizie?»
«Internet. Un sito di un ex agente della L.A.P.D., Mike
Ruppert, guardalo, l’indirizzo è www.copvcia.com»
«Lo guardo subito. Hai trovato qualcos’altro?»
«Sì, è una specie di romanzo anche questo, si chiama
“Last Circle” te l’ho mandato via e-mail. E poi… non
so… ho parlato con qualcuno che sembra ne sappia di
più. Vorrebbe incontrarti.»
«Come si chiama?»
«Te lo dico dopo…»
«Come lo conosci?»
«Come conosco te…»
«Ma porca puttana…»
«Sììììì?»
«Ma almeno sono io o lui il cornuto?»
«Sei il solito fottutissimo dago.»
«Dove possiamo incontrarci io e Mr. Mammola?»
«Non si chiama Mammola…»
«Di bene in meglio! E dove lo vediamo, in un bagno per
gay della metropolitana?»
«Non sei proprio spiritoso, quando sei geloso. Lo vedia-
mo qui. A Manhattan.»
«Ok. Tanto ti avevo promesso che passavo prima di
Natale. Possiamo organizzare un appuntamento.»
«Sbancor… è che…»

120
«Cosa, Darling?»
«È che ho paura.»
«Dai Darling, c’è tutta Internet a caccia di fantasmi.
Siamo nella società dello spettacolo globale. E siamo in
diretta. Di che hai paura?»
«Non lo so. Ma ho paura.»
«Darling, fattela passare. Consiglio un whiskey con
ghiaccio. Dai, prima di un mese sono da te.»
«Ok, ma…»
«Ma cosa?»
«Stai attento...»
«Sì, sì... non ti preoccupare... Un bacio.»
«Baci, ti voglio bene vecchio pazzo anarchico.»
«Anch’io, Luv. A presto.»

Mi accesi un “898” di Partagas e ricominciai a leggere le


notizie selezionate. Trovai un file interessante in un sito
canadese: www.globalresearch.ca.
Era un articolo di un professore dell’Università di
Ottawa, Michel Chossudovsky, che aveva già pubblicato
un’interessante biografia di Osama bin Laden. Si intito-
lava: The Role of Pakistan’s Military Intelligence (ISI) in
the September 11 Attacks”. Iniziai a leggere e dopo pochi
istanti fui costretto a bestemmiare di nuovo «Armitage,
porco... sempre in mezzo!»
Ecco il testo: “La stampa conferma che il Generale
Mahmoud Ahmad ha avuto due meetings con il Deputy
Secretary of State Richard Armitage, rispettivamente il
12 ed il 13 settembre. Dopo l’11 settembre ha incontrato
anche il Senatore Joseph Biden presidente del potente
Comitato sulle Relazioni Estere del Senato.”
Che altro stava combinando l’infaticabile Generale
Ahmad? Trovai la risposta poco più avanti .
“Richard Armitage consegna al Generale una lista di

121
punti che Washington vuole che il Pakistan accetti. Dopo
una telefonata fra Colin Powell e il Presidente Pakistano
P e rvez Musharraf, il portavoce del Dipartimento di Stato
Richard Boucher annuncia che il Pakistan è disposto a
cooperare. (...) Il 13 Settembre il Presidente Pakistano
P e rvez Musharraf conferma che manderà il Generale
Mahmoud Ahmad a incontrare i Talebani per negoziare
l’estradizione di Osama bin Laden” .
Il Generale Ahmad si recò a Kandahar, incontrò il mullah
Omar, lo informò che in caso di diniego la guerra con gli
USA sarebbe stata inevitabile, incassò il rifiuto a conse-
gnare Osama e ritornò in patria.
Sarebbe ritornato in Afghanistan per un secondo tentativo.
Anche questo fallimentare. Domenica 7 Ottobre, poco
prima dell’inizio dei “raid” americani sull’Afghanistan,
Ahmad sarebbe stato silurato e sostituito da capo dell’ISI.
Questioni di soldi
Avevo bisogno di rilassarmi.
Telefonai a Parvus. Non a caso suo padre lo aveva chia-
mato Vladimir Ilich.
«Ciao Parvus»
«Ciao bello, come stai?»
«Male. Sono depresso. Ore che navigo nei siti più strani
di Internet a cercare una traccia. Ho bisogno di rilassar-
mi, parliamo di soldi.»
Sospettoso: «Quali soldi?»
Risi. «Quelli che girano intorno a questa strana storia
“afghana”, non dirmi che non hai fatto qualche indagi-
ne…»
«Sì che le ho fatte.»
«E allora? Fuori le cifre.»
«Va beh, se è per rilassarti… Dunque cominciamo da quel-
li che qualcuno ha guadagnato prima dell’11 settembre. In

122
borsa i soldi si guadagnano sempre prima che un fatto
accada, dopo si perdono solo.»
«Giusto. Procedi.»
«Dunque la prima voce è che su operazioni al ribasso
eseguite verso le compagnie aeree coinvolte negli atten-
tati qualcuno abbia guadagnato almeno 2,5 milioni di
dollari, ma…»
«Ma?»
«Secondo Herzliyah, un’agenzia israeliana esperta in
antiterrorismo sono almeno 16 milioni di dollari.»
«Però! Hai i dettagli?»
«Sì. Fra il 6 ed il 7 settembre ci sono state 4.744 opera-
zioni “put” riguardanti la United Airlines sul Chicago
Board Options Exchange e soli 396 “calls”. Il 10 settem-
bre 4.516 “put” sull’American Airlines e solo 748 “call”.
Poi ci sono le operazioni sulla Morgan Stanley, che occu-
pava 20 piani al WTC, poi ci sono quelle sulle borse
europee, riguardano gli assicurativi, Axa e altre compa-
gnie… in totale circa il 1.200% in tre giorni. Questi sono
i guadagni!»
«Sei una miniera Parvus!»
«È il mio lavoro. Sei più rilassato adesso?»
«Beh, sapere che qualcuno c’ha guadagnato, rende alme-
no un po’ più “umana” questa maledetta storia. Ma
insomma, gli unici che non sapevano niente dell’attenta-
to eravamo tu ed io?»
Rise: «Ho proprio paura di sì. Bei banchieri di merda!»
«E sai su quali banche hanno operato?»
«Sì, pare che sia la Deutsche Bank-A.B.Brown. E sai la
cosa più bella?»
«No, quale?»
«“Buzzy” Krongard, che oggi è un Executive Director
della CIA, nel 1998 era il presidente della A.B.Brown!»
«Fanculo Parvus! Questo è troppo…»
«Beh sì… belle facce di bronzo…»

123
«Ciao… a presto.»
Dunque qui il quadro si complicava. C’era una marea di
gente che su questa cazzo di storia ci stava facendo i
cazzi suoi. Non si capiva più qual era il filone principale
e quali i secondari. Chi fosse il lupo e chi gli sciacalli.
Proprio una bella e fottuta “guerra di gangster”!
Facendo ordine:
1. Gli Stati Uniti attraversavano una crisi economica
senza precedenti, che non fosse l’innominabile 1929.
2. C’era un forte interesse geopolitico americano sul
Centro Asia, addirittura su un paese specifico:
l’Uzbekistan.
Tutto ciò non giustificava certo una guerra ma, come
dire, ne costruiva lo scenario di base. Provai a ragionare.
Qualcosa era accaduto in Afghanistan. Qualcosa che
aveva a che fare con la Droga o con il Petrolio. O con
tutte e due. Qualcuno ai vertici americani voleva aprire
una campagna contro l’Afghanistan: la programmava per
ottobre. Questo era un “gruppo”. Qualcun altro (ma non
è detto ancora che i due gruppi fossero antagonisti o in
concorrenza) avvertì gli afghani e Osama. La C.I.A. con-
tinuò a tenere relazioni “amichevoli” con Osama fino a
Luglio.
3. 11 settembre. L’attentato. Doveva essere un attentato
spettacolare, ma forse nessuno si aspettava che le torri
crollassero. Certamente nessuno poteva prevederlo. La
prima rivendicazione, poi smentita, fu del Fronte
Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP). Strano.
L’FPLP stava buono da anni. Poi gli israeliani tirarono un
missile nella casa del capo e lo ammazzarono.
L’FPLP si rivide di nuovo.
Ero perplesso: negli anni ’70 l’FPLP di George Habbash
gestì un dirottamento di 6 aerei in contemporanea.
Habbash non è mussulmano, e poi non era più operativo
da anni. C’era una frazione FPLP, comando Unificato,

124
che faceva capo a Jabril. Jabril era uno strano.
Probabilmente manovrato dalla Siria. Comunque furono
loro che diedero il pretesto a Sharon di invadere i
Territori con l’assassinio del Ministro del Turismo israe-
liano: uno di estrema destra.
4. Nel gruppo che gestiva le prime mosse successive
all’11 Settembre c’era Richard Armitage, uno che era
quantomeno implicato nell’Afghan Connection.
5. Ci fu uno spiraglio di trattativa sulla consegna di
Osama bin Laden. Uno spiraglio che andava percorso e
che invece venne abbandonato subito. Secondo K.P.S.
Gill, il superpoliziotto indiano che aveva combattuto gli
integralisti in Kashmir, la consegna di bin Laden avrebbe
provocato la distruzione del mito talebano. C’era da cre-
dergli. Ma la trattativa era condotta da un lato dal Capo
dei Servizi Segreti Pakistani e dall’altro da Richard
Armitage. E la trattativa abortì.
6. Armitage si schierò con i “falchi”, quelli che volevano
a tutti i costi tirare dentro la guerra anche l’Iraq, l’Iran e
la Siria, provocando il cosiddetto scenario “clash of civi-
lization”.
7. Colin Powell si oppose.
Sì, adesso si incominciava a intravedere qualcosa. Tutti i
vecchi sponsor dei Talebani, da Kissinger ad Armitage a
Negroponte erano nel partito dei “falchi”. Anche
Condooleeza, che è una creatura del signor B. e pagata
dalla Chevron. Ma non sembravano forti. Forse perché si
erano dovuti coprire. Colin Powell, che era in discesa, ora
sembrava interpretare la linea ufficiale. Mantenere buone
relazioni con il Pakistan, evitare l’allargamento del con-
flitto. Come diceva Shakespeare: “C’è del marcio in
Danimarca…” Intanto l’America stava perdendo le sue
libertà. Se n’era accorto pure Gore Vidal27.
Questo era il lato peggiore della faccenda. L’impero che
(27) Gore Vidal, I Veleni d’America, Il manifesto, n. 280, 22 novembre 2001,

125
diventava nazista al suo interno. La corruzione di un
pugno di fanatici wasp che impestava un continente.
Liberare l’America.
Questo sarebbe dovuto essere lo slogan!

Manhattan Danger
Erano le 6 a.m., come le chiamano gli americani.
Insomma era l’alba in una Manhattan fredda come un
ghiacciolo freddo.
Midnight uscì di casa, girò l’angolo fra la 43esima e la
Fifth Avenue. A Midnight piace Manhattan all’alba,
prima che si riempia di impiegati e impiegate dall’aria
troppo efficiente per essere vera. Le piacciono le cataste
dei rifiuti, gli ultimi barboni sfuggiti a Rudolph Giuliani,
e alla sua “tolleranza zero”. A Midnight piacciono i caffè
che aprono, i giornalai pakistani infreddoliti che battono
i piedi per terra per evitare il congelamento, i portieri
d’albergo che scopano solo davanti all’entrata.
Midnight è fatta così. Una donna del Sud con un cervel-
lo nordista. Sarebbe stato tutto bello. Tutto bello se non
fosse stato per quella nebbia gialla e puzzolente giù
dalla parte dell’Hudson, proprio dove Manhattan diven-
ta una striscia di terra circondata d’acqua.
Quella nube che stava lì da mesi. La nube di Ground
Zero. E sarebbe stato ancora più bello senza quella
Lincoln nera che costeggiava il marciapiede alla sua
stessa velocità. Midnight prese l’aria dura da puttana.
Lei la puzza dei poliziotti la riconosceva a cinquecento
yarde. Poi si sentì gelare. Non erano poliziotti comuni.
Non della buoncostume e nemmeno dell’omicidi.
Sembravano “uomini in nero”, Men in black.
“Goddamn” pensò Midnight. “Ma qui non siamo in
A rgentina, qui gli squadroni della morte non ci sono, qui
siamo nella cazzo fottuta di un cazzo Manhattan, la rotta

126
in culo Fifth Avenue in fuckin’ Manhattan Slut!”
La macchina continuò a marciare alla sua velocità.
Gli Uomini in Nero la guardarono. Midnight sentì lo
sguardo salirle sulle cosce come un ragno e provare a
scostarle le mutandine.
Poi la Lincoln diede gas e girò a destra. Finito. Cristo.
Tutto finito. Midnight è una ragazza intelligente.
Prenotò un volo per Los Angeles il giorno stesso.
Telefonò a Sherman, gli fornì le e-mail di riferimento e
spostò l’appuntamento in California. Chissà, forse la
città degli angeli le avrebbe portato fortuna.
Telefonata: NY-NY. Numeri non nell’elenco.
«Si è spaventata la puttana?»
«Sì, mi sa che aveva le mutandine bagnate»
«E che succederà adesso?»
«Telefonerà al Cretino, al Cretino Italiano, e lui arriverà
come Don Chischotte, e incontrerà Sherman.»
«E noi?»
«Noi facciamo fuori Sherman una volta per tutte.»
«E l’Italiano e la Puttana?»
«Forse anche loro. Sono solo pedine, ma incominciano a
sapere troppo»
«Sherman ha combattuto bene in Viet-Nam…»
«La vita non si è fermata con il Viet-Nam, e neppure la
storia»
«La Vita è la Vita…»
«E la Storia la Storia…»

127
Gli occhi di Tovarich (2)
Erano ormai quasi cinque giorni che Tovarich stava
viaggiando verso Nord.
Ci aveva messo un bel po’ a uscire da Kabul. Quelli con
la barba avevano posti di blocco ovunque. E facevano
sul serio. Poi aveva incontrato una colonna di camion.
Gente che si spostava per andare via dai bombarda-
menti. Le povere cose in scatole di cartone, i bambini
più piccoli appesi al collo. Se non altro il camion passa-
va i posti di blocco. Avevano pagato in anticipo.
Andavano avanti sbuffando lungo la strada. In nessun
altro posto del mondo l’avrebbero chiamata strada ma,
in Afghanistan, era una strada.
Tovarich non dormiva. Neanche la notte. Restava vicino
al fuoco. L’aria raffreddava presto. L’inverno si avvici-
nava. Tovarich passava la notte così. Pensava a sua
madre. Pensava a quando avrebbe potuto tagliare la
gola a uno di quelli con la barba. Aveva studiato a lungo
la questione. Bisogna tagliare insieme la vena e le corde
vocali. Così non gridava. Bisognava lasciarlo morire
piano, in silenzio, mentre si dissanguava.
Il Maggior Generale gli aveva spiegato tutto. Il Maggior
Generale se ne intendeva di queste cose. Lui non avreb-
be sbagliato. Il coltello infilato sotto i vestiti aveva la
lama fredda sulla pelle. Gli dava una sensazione di sicu-
rezza.
No, non avrebbe sbagliato.

128
Roma 10 novembre 2001
Era Sabato. La giornata iniziò male. La mattina dovevo
andare a un funerale. Era morto un mio vecchio amico.
Marcello. Partigiano combattente a La Spezia, nei GAP.
Statistico, informatico. Diresse il centro calcolo della
prima banca italiana.
Informatizzò gli atti del primo maxiprocesso alla Mafia,
lavorando con Borsellino. Viaggiò. Nel 1968 era a
Chicago. Ripeteva spesso uno slogan del “Movement”
americano “Here and Now”. Qui ed Ora! Pensai “Dio,
quanto mi manca… gli avrei fatto rileggere le bozze e
avrei discusso con lui le mie ipotesi sulla guerra.”
Marcello aveva discusso a lungo con me sul movimento
No Global. Lui era contrario. Perché era un
Internazionalista. Per lui il mondo era una meravigliosa
avventura da viaggiare. A Cuba o in Piazza Tienanmen,
dove con un gesto tipicamente italiano aveva dribblato
l’ordinatissima fila cinese e si era intrufolato per vedere
la mummia di Mao. Con lui se ne andava una parte non
piccola della mia vita. Tutti i sabati ci vedevamo in
Piazza Santa Maria in Trastevere e poi andavamo a man-
giare da Augusto in Piazza dei Renzi, l’ultima vera bet-
tola di Trastevere. Era un rito che andava officiato con
precise e severe osservanze. La fine, ad esempio, preve-
deva caffè e sambuca all’Antico Caffè del Vicolo del
Moro. La lettura dell’Unità era un obbligo.
Stavo nella Chiesa di Santa Maria in Trastevere.
Marcello aveva rapporti con la Comunità di Sant’Egidio.
Marcello conosceva tutto e tutti. Non credo che fosse
religioso, ma i cattolici hanno una particolare abilità a
impadronirsi dei morti. E così eravamo in chiesa.
Quando la bara fu sollevata sorrisi. Chissà cosa avrebbe
detto il Parroco se avesse saputo che a portare la bara
erano quasi tutti ex militanti del Circolo Anarchico Carlo

129
Cafiero, della Garbatella. Uno dei più antichi di Roma.
Quando la bara fu disposta sul furgone, mi trovai irrigi-
dito nel vecchio saluto. Un pugno alzato verso il Cielo.
Intorno una folla di pugni si alzarono a salutare il vecchio
partigiano. “Qui ed Ora, Marcello, Qui ed Ora!” In cielo
volteggiavano come corvi gli elicotteri della polizia. Il
pomeriggio ci sarebbe stato l’U.S.A. Day di Berlusconi e
il corteo dei No Global contro la guerra. “Qui ed Ora,
Marcello, Qui ed Ora!”

Roma 10 novembre 2001


Il corteo era grande, teso, militante. Sembrava di essere
tornati agli anni ’70 a Piazza Esedra. Se non fosse stato
per il Rap che usciva dagli altoparlanti. Mi aggiravo in
una piazza piena di visi conosciuti. Invecchiati ma sem-
pre loro. I compagni. Vecchi operai in pensione
dell’Alfa, della Sit Siemens, della Pirelli. Quelli
dell’Autonomia Operaia. Sorrisi. A faccia tirata. Sorrisi
che dicono tutto. Che dicono che la vita non ha rispetta-
to i sogni, ma alla fine fa lo stesso.
L’importante è essere Qui. Qui ed Ora. In quei sorrisi non
c’era paura e non c’era rabbia. Eravamo solamente lì.
C’eravamo ora. A Santa Maria Maggiore il corteo era
enorme. Un fiume di gente. 100, 150.000? Alla sera la
questura avrebbe detto “ufficiosamente” ai giornalisti
che in Piazza del Popolo con Berlusconi c’erano 35.000
persone, e al corteo No Global 70.000. 2 a 1. Avevamo
vinto, anche se nessuno sapeva che cosa significasse.

130
Roma 10 novembre 2001
12 novembre: si schianta un aereo
dell’American Airlines sul popoloso quar-
tiere di Queens, New York: attentato o inci-
dente? Aspettiamo il prossimo per decidere.
13-14 novembre: L’alleanza del Nord colpita
da improvvisa febbre guerriera occupa Mazar
I Sharif, Herat e Kabul. I Talebani in rotta
verso Kandahar.
Si segnalano esecuzioni di massa, violenze,
mutilazioni e saccheggi. Finalmente Dostum
può sfogarsi!
Come in Iraq e in Kossovo, tutti gli ‘ostag-
gi’ o prigionieri di guerra occidentali sono
stati rilasciati senza aver subito offese.
In Afghanistan sono stati rilasciati: una
giornalista inglese e un giornalista fran-
cese, entrati illegalmente nel paese e otto
occidentali accusati di proselitismo cri-
stiano.

Che strane guerre!


Mandai un breve testo a Rekombinant, uno dei migliori
siti del movimento, a Bologna.
UCCISA UNA GIORNALISTA ITALIANA
Scrivo di malavoglia questa piccola nota. Resto uno di
quelli che pensano che di fronte alla morte il silenzio
sia l’unico comportamento decente. Odio quelli che
applaudono ai funerali. Avrei sperato di leggere le
cose che scriverò fra poco su qualche giornale. Così
non è stato. E probabilmente non sarà.
Dunque, sono morti dei giornalisti. Una italiana. Una
ragazza che dalle cose che scriveva, ho scaricato tutti
i suoi articoli dall’archivio del Corriere della Sera,
sembrava essere non solo una brava giornalista, ma
anche una ragazza di cuore. Una che quando vedeva

131
le ingiustizie si incazzava, e lo scriveva. Una che
rischiava la pelle per scrivere, mentre suoi colleghi più
famosi e onerosi rischiano solo di farci addormentare
in diretta. Forse sarà anche per questo che la cosa mi
ha coinvolto, più di quanto, solitamente, non mi coin-
volga la stampa.
Il fatto, come si dice in gergo, è questo: il gruppo di
giornalisti di cui fa parte Maria Grazia riescono a
vedere una base di al Qaeda intatta. L’articolo di
Maria l’abbiamo letto tutti. Io ho letto anche quello di
Julio Fuentes, il giornalista de El Mundo ucciso insie-
me a Maria Grazia Cutuli. L’articolo di Fuentes è più
lungo, ma sostanzialmente racconta la stessa storia.
Parla del ritrovamento delle ampolle di Sarin. Maria
scrive “…E qui appare la scatola di cartone. Non
riusciamo a capire che cosa contiene. Il giornalista del
Mundo Julio Fuentes, la incide sul lato, tirando fuori
ad una ad una le fialette di vetro bianco, ampolle sot-
tili, come siringhe da insulina, strozzate alle estremi-
tà, isolate una dall’altra dentro piccoli scomparti di
cartone. Ne contiamo una ventina. È l’etichetta attac-
cata alla confezione a rilevare il contenuto: gas sarin,
scritto in russo, e sotto, l’indicazione dell’antidoto da
usare, l’atropina… Tiriamo via l’etichetta e, per pre-
cauzione, lasciamo le ampolle...” Fin qui Maria. Julio
Fuentes, che, ricordiamolo, anche a detta di Maria è
quello che maneggia la confezione, parla anche lui
della scritta in cirillico. " En la rustica caja de carton
figuraba la inscripcion en ruso Sarin/V GAS. "
Fuentas prosegue dicendo che, anche se non è un
eroe, compie la coraggiosa ispezione alle ampolle.
Poi prosegue la descrizione del materiale, in gran
parte di provenienza russa che sta nel deposito. Ma
poi scrive: “Però la cosa più inquietante della base di
Farm Hada sono circa 40 contenitori di grande dimen-
sione, serrati con lucchetti di fabbricazione cinese. Le

132
ampolle erano collegate a uno di quelli, l’unico con la
porta semiaperta, ancorché chiusa con una catena.
Alcuni dei contenitori ispezionati esibivano etichette di
compagnie degli Stati Uniti.
Però quello che mi preoccupava di più, a parte le
ampolle di Sarin, era un recipiente più o meno gran-
de quanto una cartuccia da caccia, di metallo opaco,
tappato con una chiusura ermetica...”
Il sospetto che abbiano visto più di quanto fosse con-
sentito vedere è lecito. Non aggiungo altro. Tranne
che uno sfogo del tutto personale. Assassini!
ANSA - 24 novembre 2001
Intanto un'inviata americana, Pamela
Constable, del Washington Post, è tornata
nel campo di addestramento di Hadda, vicino
Jalalabad, sul quale la Cutuli e il repor-
ter spagnolo Julio Fuentes, realizzarono il
loro ultimo servizio, scoprendo fiale di gas
Sarin di produzione russa. L'inviata del
'Post' non ha trovato tracce del Sarin.
C'erano però documenti su un agente chimico
di fabbricazione coreana e tracce del pas-
saggio in tempi recenti di guerriglieri
arabi. Il campo è da giorni nelle mani degli
anti-Taleban ma nei dintorni restano attivi
seguaci arabi di al Qaeda.

133
«Pronto Sbanky?»
«Sono io, darling»
«Sono seguita.»
«Ci credo…»
«Smettila di fare il cretino, sono seguita da uomini in
nero.»
«Preti?»
«Idiota!»
«Va bene, ma sei sicura di aver pagato le tasse?»
«Stupido italiano idiota… per un’americana, anche se
sudista, non è normale essere seguita da poliziotti vestiti
di nero.»
«Pensi che tutto ciò abbia a che fare con la nostra picco-
la indagine?»
«Sì.»
«Uhm… ma non facciamo che ripetere quello che dice
mezza Internet…»
«C’è qualcosa che gli dà fastidio.»
«E allora?»
«Allora ho spostato l’appuntamento con il Generale a
Los Angeles.»
«Ok, ne approfitteremo per una vacanza.»
«Se ce la lasciano fare.»
«Dai, darling, non esagerare…»
«Non esagero, pezzo di cretino! Bye. Take care!»
«Bye…»
Midnight era nervosa. Cominciavo a esserlo anch’io.

134
Gli occhi di Tovarich (3)
Il camion si fermò all’improvviso. Di fronte a loro la
strada era interrotta. C’era una colonna bombardata.
Camion civili, carichi di luci, insegne, bandierine. La
solita paccottaglia orientale. Camion militari, residuati
bellici dell’Armata Rossa. Civili e militari mischiati
insieme.
Dai camion penzolavano pezzi di corpi umani bruciati.
Neri, come se la carne fosse stata trasformata, per una
maledizione, in carbone. Ai lati della strada i sopravvis-
suti. Alcuni bambini piangevano. Altri giocavano.
“Inshallah” pensò Tovarich, i suoi occhi azzurri freddi
analizzavano il paesaggio. “La vita è così. Meglio a te
che a me!”.
Sarebbe arrivato l’inverno. Avrebbe coperto quei corpi di
neve e ghiaccio. Poi sarebbe tornata l’estate. Come sem-
pre. Il tempo avrebbe fatto pulizia. Si fermò a parlare con
un “uomo con la barba”. Gli disse che stava andando a
Mazar i Sharif per combattere i diavoli americani e quei
rinnegati dell’Alleanza. “L’uomo con la barba” sembra-
va soddisfatto. Gli chiese di dov’era. «Sono di Kabul»
rispose Tovarich e quello guardava gli occhi azzurri e i
capelli biondi che uscivano dal turbante di Tovarich.
«Circasso» spiegò Tovarich. L’uomo sorrise. Tovarich
sorrise anche lui. Solo con la bocca. Conosceva quello
sguardo. Sapeva cosa significava. Ero lo sguardo che ti
faceva sentire una donna. Un oggetto di desiderio.
Aveva sbagliato a dire “circasso”. Tovarich sorrise di
nuovo, un altro sorriso, equivoco, e indicò un tugurio
semidiroccato poco più avanti. L’uomo con la barba si
mise il kalashnikov sulle spalle e cominciò a cammina-
re. Passo veloce, eccitato.
Tovarich adesso parlava spigliato, mentre scendevano il
sentiero. Entrò per primo l’uomo con la barba. Tovarich
stava appoggiato a una trave annerita dal fumo. L’uomo

135
con la barba si tolse il “kala” dalla spalla, lo appoggiò al
muro. Tovarich si portò dietro di lui e incominciò a lec-
cargli il collo. L’uomo con la barba si rilassò. Chiuse gli
occhi, per assaporare il piacere. Fu allora che la lama di
Tovarich gli affondò nella gola. Tirò a sè con tutta la sua
forza. Sentì la carotide cedere e rompersi. Uno scric-
chiolio, come fanno le ossa dei polli. Il sangue uscì in
fretta rosso dall’arteria principale. Tovarich accompa-
gnò il corpo a terra. L’uomo con la barba non avrebbe
più parlato. Non che avesse molto da dire, pensò
Tovarich. L’uomo stava soffocando in silenzio nel suo
stesso sangue.
Tovarich si appoggiò al muro per guardare le ultime
convulsioni. Si sentiva bene. Era stato facile. Sulla stra-
da non c’era quasi più nessuno. I sopravvissuti erano
saliti sul tetto del camion di Tovarich che stava ripar-
tendo. Tovarich si stese per terra. Al riparo di un muret-
to. Vicino a lui il “kala” dell’uomo con la barba e il suo
zaino. C’erano un po’ di viveri, munizioni, una foto di
un gruppo di barbuti, una copia del Corano. Tovarich
iniziò a leggere. In lontananza si sentivano come dei
tuoni.
Bombardano Mazar i Sharif. Pensò Tovarich. Ci sarebbe
arrivato domani a piedi.

136
Poppy Flowers!
Via Veneto, Doney: Sbancor e Parvus.
«Come api sul miele» dissi, chiudendo la Repubblica.
«Anzi, sui “poppy flowers”, i papaveri da oppio. Pare
infatti che mentre i Talebani svendevano tutta la produ-
zione, quelli dell’Alleanza del Nord ne erano pieni. Vuoi
vedere che la colpa della guerra è di quell’idiota di Pino
Arlacchi?»
Parvus quasi mandò di traverso l’aperitivo:
«Che vuoi dire, che c’entra Arlacchi?»
«Vengo e mi spiego. Arlacchi, quello che crede che
abbiamo vinto la lotta alla Mafia, l’imbecille, inizia un
programma per la distruzione dei campi da oppio in
Afghanistan con l’ONU. Allora» dissi tirando fuori una
cartellina «diamo un occhiata ai dati.»
«Dove l’hai presa?» chiese Parvus guardando stupito
l’intestazione: DEA. U.S. Drug Enforcement
Administration – Afghanistan Country Brief – Drug
Situation September 01.
«Da Internet» risposi candido. «Dunque: nel 2000
l’Afghanistan aveva più del 70% della produzione mon-
diale di oppio. 3.656 tonnellate. Campi coltivati 64.510
ettari. Poi nel 2001 stimano 74 tonnellate per 1.685 ettari.
Guarda il confronto con i dati ONU. C’è una forte diff e-
renza nel 1999, di circa 1.800 tonnellate, che non è poco.
Dicono che c’è una diversa metodologia. Procediamo. Il
28 luglio 2000 il mullah Omar fa un decreto per bandire
la produzione di oppio dall’Afghanistan.
Poi il rapporto dice che ci sono laboratori per la produ-
zione di morfina base, eroina bianca e per uno dei tre
gradi del Brown Sugar.
Sono disseminati un po’ ovunque e secondo me sono
recenti. L’Afghanistan fino a pochi anni fa non aveva tec-

137
nologie di produzione. Al massimo morfina base che
veniva esportata in Turchia. Allora il sospetto è che
abbiano usato i soldi di Arlacchi per ristrutturarsi: dalla
coltivazione all’industria.»
«Oh cazzo!»
«Inoltre il programma di Arlacchi non riguarda i territori
controllati dall’Alleanza del Nord, dove si producevano,
sempre nel 2000, circa 300 tonnellate a Badakshan.
Adesso sono loro ad avere in mano il commercio.»
«Ah!»
«Torniamo a noi. Arlacchi prova due volte a convincere
i Talebani a spiantare l’oppio, la prima volta fallisce, la
seconda ci riesce. Fra la prima e la seconda c’è il più
grande raccolto d’oppio della storia: il 1999, 4.581 ton-
nellate secondo l’ONU, 2.861 secondo gli americani.»
«Quanto fa in soldi?»
«Il calcolo non è semplicissimo. Da 100 kg di oppio se
ne ricavano 10 di eroina. Ora un chilo di eroina vale circa
2.000 dollari sulla frontiera Tajika, può salire a 15.000 a
Dushanbè, arriva a 150.000 a Mosca.»
«Cazzo! ci guadagna tutta la filiera distributiva.»
«Esatto. Tanti interessi, interessi spesso diversi e in con-
flitto. Per esempio, se abbasso la produzione chi guada-
gna di più è la rete di vendita più lontana. E così via. Puoi
costruirci un modello econometrico.»
«E che ti dice il modello?»
«Dice che li hanno fatti fessi. Hanno abbassato quasi a
zero la produzione 2001, perché avevano i magazzini
pieni sia di grezzo che di prodotti raffinati. Fino a set-
tembre hanno guadagnato come pazzi. Poi, dopo l’11 set-
tembre, hanno svenduto tutto e fatto crollare i prezzi.»
«Sì, ma chi?»
«È questo il punto. Una rete del genere non può essere
solo afghana. Dentro ci saranno i turchi, gli iraniani, i

138
russi, i cinesi e gli italo-americani. Poi ci sono le ultime
ramificazioni, i balcanici, i nordafricani, i negri. Ma il
gruppo che decide deve essere molto stretto. Poi c’è al
Qaeda, certamente ma devono esserci rappresentanti di
Cosa Nostra e della Mafia Russa. E forse di altre mafie
centroasiatiche. E infine ci sono quelli di “Octopus”.»
«E chi cazzo sono?»
«Sembra che sia l’ultimo nome della squadra, insomma
quelli che per primi hanno iniziato questo gioco di droga-
armi-guerra. Gli ex di “Air America”. Quelli di Iran
Contras, sempre loro.»
«Oh, cristo! Questo vuol dire...»
«Già, vuol dire che lo schema di gioco è sempre quello.
Un paese di frontiera (come il Laos o il Nicaragua o
l'Afghanistan), la necessità di organizzare azioni clande-
stine, la necessità di finanziarle con fondi neri. Il traffico
di armi e droga per creare i fondi neri. E inzia il "ballo".
Ciò che mi convince è che questo gruppo si muove come
un serial killer: effettua sempre le stesse mosse. Ha un
modus operandi attraverso cui è possibile riconoscerlo.
Insomma, lascia una strada nella Storia. O sarebbe
meglio dire una “pista”. Fatta di cocaina o di eroina.»
«E adesso?»
«E adesso si sbaracca l’Afghanistan per qualche anno.»
«E dove vanno?»
«Beh, i radicali nostrani hanno già incominciato a rom-
pere i coglioni in Laos: ritorno alle origini.»
«Cristo!»
«Ma io credo che il grosso vada a nord»
«Dove?»
«Uzbekistan? Che dici?»

139
Gli occhi di Tovarich (4)
Fu il primo a sentirli. Erano camion e carri armati.
Centinaia di camion e carri. Scappavano. Prese il “kala”
si portò sul ciglio della strada. Gli “Uomini con la
barba” scappavano a migliaia. «Mazar è caduta!
Dostum. Una carneficina. Ci abbiamo lasciato i pakista-
ni e gli arabi.»
«Dove andate, a Kabul?»
«No, no, via anche da Kabul»
«E dove andate allora?»
«A Kandhahar, a Sud e poi Inshallah. Ialla, Ialla!»
Si riportò dietro la casa. Prese il Satellitare. Chiamò il
Maggiore.
«Sir?»
«Sì, Tovarich, dove sei?»
«A sud di Mazar i Sharif, pochi chilometri. Dostum sta
vincendo»
«Lo so Tovarich, io so sempre tutto. Adesso sbrigati.»
«Che devo fare?»
«Raggiungi le linee di Dostum, chiedi del Generale
Ismail e digli il mio nome, digli che il Generale Secord ti
vuole al suo quartier generale a Tashkent.»
«In Ukbekistan?»
«E dove se no? Si ricomincia da qui Tovarich... si rico-
mincia da qui... devi vedere che campi, che papaveri...
molto più in grandi che in Afghanistan. Basta con le
capre e i Burka! Qui ci sono donne! Donne vere,
Tovarich, russe, moldave, ucraine, circasse... e c’è la
vodka, fiumi di vodka!»
Tovarich rise.
«Tovarich» disse il Generale «Pensi ancora a tua
madre?»
«Di meno» rispose Tovarich.
«Non ci pensare più, ti aspetto. Ciao.»

140
Tovarich guardò il cadavere dell’uomo con la barba. Il
terreno era impregnato di sangue. Gli occhi ancora aper-
ti. Il sangue era marrone, come quello di sua madre.
Tovarich sputò su quegli occhi aperti. Mise il kala in
spalla, guardò un attimo le stelle e comiciò a cammina-
re verso nord.
Quella notte si fermò a dormire sulla collina sopra
Mazar i Sharif. Qui una volta coltivavano il miglior has-
hish afgano. Il Nero di Mazar. Altri tempi. Tovarich si
accorse con stupore che forse poteva dormire. Si avvol-
se nella coperta. Sentiva lontana una nenia e una voce di
donna, sua madre. Dormì e gli sembrò di volare nella
notte stellata e fredda dell’Afghanistan. Dormì dopo
anni di insonnia. Dormì e sognò sua madre. Sognò a
lungo.

Mazar i Sharif era una città liberata. E come tutte le città


liberate puzzava di cadavere. Gli Uzbeki di Dostum
erano ovunque, c’erano anche gli Azeri, con gli occhi
che brillavano di vendetta e i coltelli ancora insanguina-
ti alla cintola. Erano stati gli Azeri a pagare il tributo di
sangue più alto all’occupazione talebana. Avevano resi-
stito fino all’ultimo. E li avevano ammazzati fino all’ul-
timo. Prima una pistolettata sui genitali, poi, qualche
volta, il colpo di grazia alla testa. Ora potevano pren-
dersi la rivincita. Fuori dalle città divisioni tajike del
Panshir, gli uomini che avevano combattuto con Masud.
Anche loro avevano la luce della vendetta negli occhi.
Appena fuori dalla città il carcere, con 800 prigionieri.
Talebani e miliziani di al Qaeda.
«Pronto, Maggior Generale, sono qui a Mazar i Sharif.»
«Benvenuto nella Terra Promessa, Tovarich. Se vuoi
divertirti stasera vai dalle parti del carcere. Attento
però. Aspetta le esplosioni, e solo dopo unisciti alla
festa!»

141
«Che festa?»
«Una bella festa Tovarich: “no prisoners”. Come diceva
quel frocio di Lawrence!»
«Chi, Sir?»
«Un inglese che tanti anni fa combatteva con voi bedè
nell’Hejiaz. Comunque ricordati. Dopo le esplosioni e...
“no prisoners”!»
«D’accordo, Sir... “no prisoners”.»

142
Le notizie corrono veloci
Il massacro dei prigionieri a Mazar i Sharif era appena
terminato. Il messaggio era chiaro. I talebani lo capirono
al volo. Iniziarono le defezioni di massa. Fu tutto il fron-
te sud a mettersi in moto. I talebani sembravano dissol-
versi nel nulla. Adesso erano i pashtun. Anche prima
erano pashtun, ovviamente, solo che adesso erano passati
dall’altra parte, in massa. Facevao a gara a consegnare gli
“stranieri” e gli “arabi” di al Qaeda. Formarono un gover-
no... si riunirono in Germania... cercavano di passare per
persone civili... Una dopo l’altra caddero Kabul,
Jalalabad, Kandahar... Sui monti di Tora-Bora venne
organizzato un poligono di tiro per i bombardieri. La cac-
cia a bin Laden e a Omar continuava... inutilmente...
Il nuovo Governo si insediò in pompa magna...
«È come se in Italia avessero fatto Patrizio Peci presi-
dente del consiglio!» commentò Parvus, disgustato.

America!
Cosa cazzo stavo facendo a Roma? Qui non c’era più
nulla da fare. Qui bisognava andare negli USA. Se vole-
vo davvero capire qualcosa.
Mi ci vollero non più di dieci minuti per prenotare un
volo Roma-Los Angeles (crisi delle compagnie aree: che
delizia!). Poi telefonai a un piccolo albergo che conosce-
vo vicino a Hollywood Boulevard, un posto da scrittori
anni ’50, con una deliziosa piscina fra palme e banani per
meno di 100$ a notte nella suite. Poi telefonai a
Midnight.
«Honey?»
«Sono io, cretino.»

143
«Perchè cretino?»
«Sai che ore sono a Los Angeles?» Rabbrividii ed evitai
di lanciarmi in calcoli complicati.
Ci voleva una battuta!
«Non è mai troppo tardi per dirti che ti amo!»
«Cosa vuoi, cretino?»
«Dirti solo che sto arrivando.»
«Quando?»
«Dopodomani all’aeroporto.»
«Vengo a prenderti. Buona notte.»
«Goodnight darling.»
Sudando, riattaccai. Feci i bagagli. Aprii il computer,
guardai la posta. Trovai due lunghi file, quelli che mi
aveva mandato Midnight. Dissi: «Oh Cristo, per fortu-
na... me li leggerò in aereo.» Li stampai.
Salii sull’aereo semivuoto.
A qualcosa Osama serve! Mi ero appena seduto che una
voce dalla carlinga disse che era un volo “no smoking”.
Bestemmiai ad alta voce.
E poi si lamentano che dirottano gli aerei, io questo lo
dirotterei a Cuba, giusto per farmi una scorta di sigari!
Disperato aprii il fascicolo con le e-mail di Midnight 68.
Dopo qualche ora che leggevo chiesi alla hostess un dop-
pio whisky. La hostess gentilmente mi rispose che non
poteva portare un doppio whisky.
«Allora mi porti un whisky, poi prenda il bicchiere e infi-
ne me ne porti un secondo in rapida successione...»
“Osama...” pensai.
Continuai a sfogliare le carte.
Dunque, questa storia di Promis sembrava proprio un
romanzo.
Promis è un software prodotto dalla Inslaw. Caratteristica
di questo software è poter integrare fra di loro database
scritti in linguaggi e programmi diversi.

144
Sarà stato vero? Vallo a sapè. Comunque visto che tutti i
linguaggi alla fine si riducono al binario 0/1 sarà stato
anche possibile. Boh.
1. Questo software nella versione prodotta circa venticin-
que anni fa piaceva molto al dipartimento di Giustizia. In
particolare a un certo Ed Meeds. Fin qui nulla di strano.
2. Però, a detta di Hamilton, il proprietario della Inslaw,
incominciarono a succedere fatti strani. Ricevette richie-
ste di assistenza da soggetti a cui lui non aveva mai ven-
duto il software. Si insospettì. Iniziò una vicenda legale
infinita. Fin qui tutto “normale”. La pirateria informatica
è un costume tollerato, anche se non ammesso, pure nella
Pubblica Amministrazione.
3. Poi incominciò una catena di morti. Questo era già
meno normale. Sommando i vari testi ne contai almeno
dodici. Meglio che in 10 piccoli Indiani!
4. Il problema era che questo software aveva una “back-
door”, non nella versione originale, ma in quelle “pirata”
successive. Attraverso la “backdoor” era possibile entra-
re in tutti i computer che avessero installato Promis.
Gagliardo!
5. Ora sembrava che mentre Hamilton era impegnato
nelle sue cause civili, qualcuno fosse riuscito a vendere
la versione modificata (con la backdoor) a molti servizi
segreti. Compreso il Mossad e il Canada. I canadesi si
incazzarono e aprirono un’inchiesta.
6. Un giornalista, Danny Casolaro, venne trovato morto,
nel 1991, in un hotel del West Virginia. Le vene dei polsi
erano tagliate. Nessun’idea di suicidio manifestata in
precedenza. Danny stava lavorando al caso Promis e
aveva parlato con Hamilton poco prima: secondo
Hamilton era come il gatto che aveva visto il canarino.
7. Da quel momento le morti si susseguirono. Fra gli altri
citati nei voluminosi rapporti anche Robert Maxwell (l’e-

145
ditore) e Bill Mc Coy, un ex agente investigativo
dell’Esercito. Venne tirata in ballo anche la Wackenhut e
alcune sue strane attività, fra cui la produzione di metan-
fetamina nella riserva indiana di Cabazon. Tutto sembra-
va girare intorno alle testimonianze di uno strano e
inquietante personaggio: Michael Riconosciuto.
8. Diverse notizie davano Promis anche nelle mani di bin
Laden. Se ciò fosse stato vero e se fosse stata vera la
capacità di Promis di entrare via “backdoor” nei sistemi
di sicurezza, forse molti misteri sull’estrema vulnerabili-
tà del sistema di sicurezza americano l’11 settembre
sarebbero potuti essere spiegati. Ipotesi... Ipotesi. Mai
nessuno che mi desse uno straccio di prova!
Proprio in quel momento la mia attenzione cadde su un
altro foglio che stava nella cartella. Si parlava di un altro
consigliere di W. Bush, uno che in El Salvador era
responsabile della morte di almeno 35.000 persone:
Elliot Abrams. Direttore dell’Ufficio per l’America
Latina del Dipartimento di Stato, fu costretto ad ammet-
tere di aver mentito dalla commissione di inchiesta su
Iran-Contras. Ha precedenti agghiaccianti. Quando due
giornalisti americani provarono l’esistenza di un massa-
cro di donne e bambini in El Salvador, perpetrato da mili-
tari americani, Abrams operò per screditare i giornalisti.
Ora fa parte del National Security Council, insieme a
John Negroponte e Otto Reich. I “falchi” dell’ammini-
strazione Bush.

146
Los Angeles: ore 9.45 a.m., ora locale
Scesi dall’aereo dicendo: «Mai più, mai più... la prossi-
ma volta vengo in nave. 20 ore senza fumare: 20 ore, dio
bono.»
Sbrigate le formalità mi trovai in un bar all’aperto per
aspettare Midnight. Il “nostro” bar.
Accesi un Montecristo “A” che ero riuscito a nascondere
alla dogana (i cubani negli USA stanno ancora sotto
embargo). Il Montecristo A è un Grand Corona, il forma-
to più grande dei sigari Cubani.
Sentii su di me gli sguardi di disapprovazione della plebe
igienista made in USA. Fumai sfrontatamente. Poi sentii
uno sguardo d’invidia. Un signore corpulento e ben
vestito seduto qualche tavolo vicino al mio. Nei suoi
occhi si leggeva il dolore per un piacere smarrito da
molti, troppi anni.
Mi commossi e, generoso, tirai fuori il portasigari e ne
offrii uno all’ammasso di carne parcheggiato più in là.
Vidi circa 200 kg muoversi con una agilità straordinaria
e insospettabile. Sentii una voce ringraziarmi in un pre-
zioso accento di Boston. «Hasta la victoria!» dissi
«Siempre!» ribadì convinto il grassone.
Pensai che i “puros” erano l’unica giustificazione perché
Fidel rimanesse ancora al potere.
Midnight arrivò. Chissà perché non invecchiava mai.
Era ancora più bella della foto di cui mi ero innamorato
dieci anni fa su un sito “esclusivo a luci rosse”. Strana
storia. Comunque funzionava. Dio benedica Internet!
Midnight si sedette vicino a me, ordinò un Manhattan,

147
disapprovando con lo sguardo il litro e mezzo di birra
Budweiser che avevo davanti, e disse:
«Benvenuto in America, Ciccio, il paese dove cadono gli
aerei come foglie in autunno ...»
«Smettila di chiamarmi Ciccio se no incominciamo a liti-
gare subito!»
Imperturbabile Midnight con quel suo accento del Sud:
«Ok, Ciccio, muovi le chiappone che la macchina è in
sosta vietata. Dobbiamo andare a Melrose.»
«E chi c’è a Melrose?» dissi, trangugiando d’un colpo
l’ultimo mezzo litro di Bud.
«C’è il Generale Sherman che ci aspetta.»
Quasi mi soffocai con la Birra: «Chi?»
«Non lo so, credo che sia il suo nome in codice... è un
pezzo grosso del Dipartimento, è la “gola profonda” di
cui ti avevo detto»
«Strano.»
«Strano cosa?» chiese Midnight.
«Il soprannome, possibile che proprio tu che sei una
sporca sudista non sappia chi era il Gen. Sherman?»
Midnight fece una espressione di quelle che non gliene
poteva fregare di meno.
«Ma che vi insegnano a scuola, a masticare le gomme?»
sbottai, non senza qualche ragione.
«Insomma, chi cavolo era questo Sherman?»
«Era un generale di cavalleria nella guerra di secessione
americana. Combatteva sotto Ulysse Grant, un nordista.
Un nordista che odiava i sudisti come pochi. Organizzò
un’incursione di non ricordo più quanti reggimenti di
cavalleria dietro le linee confederate. Passò per Baton
Rouge, raggiunse Atlanta e la bruciò»
«Peggio di Osama!» disse Midnight
«Molto peggio. Bruciò i campi di cotone, liberò gli schia-
vi, distrusse le grandi ville coloniali dei piantatori sudi-

148
sti, distrusse ponti e ferrovie. Mise il Sud in ginocchio!»
«Vedi che bello sapere la storia» ribattè Midnight «Sai
raccontarmi solo storie di guerra, noioso!»
«Beh, i negri violentarono anche qualche signorina bian-
ca della Carolina del Sud!»
«Già questo è più interessante, dai andiamo Ciccio o fac-
ciamo tardi!»
Sherman ci aspettava in un bar molto elegante su
Melrose. Era alto, molto alto. Capelli biondi corti, occhi
blu. Avrà avuto sui settanta.
Sembrava un vecchio soldato yankee, con il suo blazer
blu e la cravatta che dava sul giallo.
«Mr. Sbancor?» chiese serio.
«Eccomi qui» dissi, tendendogli la mano. Una stretta
forte, virile. “Sì” pensai “Questo era un soldato.”
«Piacere.» disse «Cosa gradisce? Io propendo per un Old
Fashioned»
«Anch’io» dissi pregustandomi il whiskey Four Roses,
con ciliegina, angostura e una zolletta di zucchero.
Midnight prese un altro Manhattan.
«Perché ha deciso di parlare proprio con me?» chiesi.
«Perché lei magari è così pazzo da scrivere quello che le
racconterò.»
Feci un brindisi: «Ai pazzi della Grande Terra
Americana!»
«Questa non è più una grande terra» disse Sherman teso
«questa è una maledetta palude piena di serpenti veleno-
si e alligatori. Questa era una gran terra. Quando ci sono
venuti i miei bisavoli, subito dopo i Padri Pellegrini.
Costruirono una casa nel New England, coltivavano i
campi, sparavano ai tacchini e agli indiani.
Benedicevano il Signore. Erano scappati dall’Europa e
dalle guerre di Religione.
Questa era la “loro terra”. Quando ci fu la guerra con gli

149
Inglesi il mio bisnonno combatté a Trenton insieme ad
Hamilton. Passarono il fiume gelato la notte e attaccaro-
no i mercenari tedeschi la mattina. Fu la prima vittoria
del Generale Washington.»
«E ora?»
«Ora non ci sono più mercenari tedeschi. Ora i mercena-
ri siamo noi» disse Sherman triste «E questa è una male-
detta e schifosa palude! Peggio del Vietnam.»
«Lei c’è stato?»
«Sì. Da-Nang fino a Saigon. Ero lì nell’offensiva del Tet.
Ero nella fanteria. Niente corpi speciali. La buona e vec-
chia fanteria americana, quella di Gettysburg!»
«Allora conosceva molta della gente di Phoenix.»
«Avrei preferito non conoscerli. Sì, li conoscevo tutti,
quella banda di delinquenti. È lì che è cominciato quel
cancro che non c’ha più lasciato. Quel cancro che oggi
abbatte le torri, semina antrace e chissà quanti bravi
ragazzi farà morire chissà dove. Lei conosce la Storia
Americana?»
«È uno dei massimi esperti» disse Midnight interrom-
pendoci. «Non fa che parlare di J. P. Morgan, di
Rockfeller, di Carnegie, del Colonnello House...»
«Quelli erano vecchi tempi, era il “Secolo Americano”.
Non dico che non facessimo cazzate anche allora, ma,
come dire, c’era una visione, almeno per qualcuno. Ma
lei, è italiano, perché si occupa di queste cose?»
«Perché da ragazzo andavo a una scuola cattolica di
preti irlandesi. I Christian Brothers. E avevo due miti.
Martin Luther King e Bernadette Delvin. Poi ci sono
state Memphis e Londonderry. E non ho più miti, non
sono neanche più cattolico. Nel mio cuore ho solo l’odio
per chi ha distrutto i miei miti di ragazzo. E se lo trovo
l’ammazzo!»
«Forse non siamo troppo diversi.»

150
«E oggi, cosa succede oggi in America?»
«Oggi niente più visioni. Solo dollari. Dollari e Potere.»
«Ma qual è stato il punto di rottura?» chiesi.
«Chi può dirlo. Forse l’omicidio Kennedy. Certo il padre
Joseph era un vecchio contrabbandiere e con la Mafia
trafficava anche lui. I figli poi non erano quei santi che
credevate voi Europei.
O forse prima, durante il Maccartismo. Insomma prima
c’era una generazione fatta di Dashell Hammet, Lilian
Hellmann, Tennessee Wlliam, Steinbeck, Faulkner,
Hemingway. Ora ci stanno soltanto puttane e mafiosi,
affaristi senza scrupoli, gente senza idee. Sono troppo
vecchio per fare l’hippy o il no global... La mia genera-
zione è andata tutta...»
«Ma l’11 Settembre?»
«Se fossimo in Italia lo definirei un tentativo di colpo di
stato. Ma in America non si può.
Volevano, e in parte vogliono ancora, la guerra totale a
quante più nazioni è possibile, un sistema di sicurezza
interna di tipo imperiale, la fine della libertà, della nostra
libertà. Hanno paura della crisi economica, hanno paura
di un altro 1929.»
«È possibile... ma poi che è successo?»
«Solo chi aveva messo la carne sul fuoco poteva cuci-
narla: sono gli stessi che hanno deciso che per adesso
basta la teoria del “colpevole unico” come con Lee
Oswald, come con Timothy Veight. Hanno creato il
Mostro, Osama, e adesso lo devono distruggere. Come a
Hollywood.»
«Ma allora anche Oklahoma City è... Gesù...»
«Oklahoma City, l’Egyptair, il Twa, non è la prima volta
che “gli islamici” ci provocano, ma finora siamo riusciti
a coprire tutto.»
«Ma a Oklahoma City non erano le milizie, quelli di

151
Waco?»
«Sì, anche adesso le milizie sono al lavoro con l’antrace.
A Oklahoma City c’era Frank Terpil, le basta?»
«No.»
«E allora le racconto un aneddoto. A duemila miglia da
Oklahoma City, mentre la bomba esplodeva, ad
Albuquerque era in corso una conversazione telefonica
fra “Big Al” Carone, un ex agente CIA, implicato con la
Mafia e Ted Shackley. La telefonata fu casualmente inter-
cettata dalla figlia di Carone su un'altra linea. Ted e Big
All stavano parlando del primo attentato al World Trade
Center. Carone disse “Stanno andando avanti!” si riferiva
ovviamente ai terroristi islamici. Ted invece disse “Non
troveresti interessante che si scoprisse che sono terroristi
di qui?” Carone sbalordito chiese “Scusa!?” e Ted, secco:
“Esattamente quello che ho detto”.»
«Ted sapeva già qualche secondo dopo l’attentato dove
sarebbero state indirizzate le indagini?»
«Sì.»
«Succede anche da noi» dissi triste, pensando a tutti i
morti delle stragi italiane degli anni ’70 e ’80.
«Qui invece abbiamo la teoria: ha mai letto The Third
Option di Ted Shackley?»
«No, per fortuna.»
«Avrebbe dovuto farlo. La “Terza Opzione” non è quella
di arrivare alla pace dopo aver vinto una guerra. La
“Terza Opzione” è la possibilità di mantenere un clima
permanente di “Counterinsurgency Operations”.
Compreso il “terrorismo domestico”.
L’obiettivo in questo caso sono gli States: il loro sistema
di libertà.»
«Siamo a questo punto?»
«No, siamo già oltre. Non sa nemmeno quanto oltre. Già,
dopo Oklahoma City Clinton promulgò the “Anti-

152
Terrorism Bill”... acqua di rose rispetto al progetto Bush-
Aschroft...»
«Ma insomma, lei mi sta dicendo che c’è una Cia paralle-
la che vuole un “colpo di stato” in America e che è dispo-
sta a far crollare le torri, bombardare il Pentagono e fare
tutto questo casino?»
«Sono capaci anche di peggio...»
«Sì, ma chi sono?»
«Un gruppo di ex agenti segreti, mafiosi, industriali del
complesso militare industriale, banchieri mediorientali,
come quelli della BCCI, petrolieri. Insomma la “feccia”
che ha espresso il primo Presidente Americano ex Capo
della CIA: George Bush. E Bush ha fondato una dina-
stia. E questa dinastia ha i suoi boiardi che la dirigono,
la sostengono la condizionano... siamo caduti molto in
basso...»
«Sì, ma dove inizia l’autonomizzarsi di questo gruppo,
dico la parte operativa, gli ex agenti?»
«Tutto comincia con “Executive Order 12333” durante la
Presidenza Ford. Vietano l’omicidio politico alle
Agenzie di Stato. Ma non vietano al Presidente di ordi-
narlo. Solo non può essere un funzionario pubblico a spa-
rare. La distinzione è sottile. Lì si privatizzano l’intelli-
gence e la sicurezza. Agenzie private sostanzialmente
autonome, e non sottoposte all’approvazione del con-
gresso. EATSCO, Stanford Technologies, Intercontinen-
tal Industries, E-Systems, Southern Air Transport, e
soprattutto Wackenhut, quella banda di assassini. Sa chi
c’è nel loro “board”?»
«No...»
«Da William Casey in giù, tutti gli ex direttori CIA e FBI.
Compreso Frank Carlucci.»
«Ma Frank Carlucci non è il “mentor” di Armitage?»
«Certo, e se cerchi nella merda in Medioriente lo trovi

153
dovunque. Ma ce ne sono tanti ex di Phoenix. Basta cer-
care nel giro di “Peregrine”, una società che affitta mer-
cenari. Ci trovi le tracce di Hunt, l’organizzatore della
Baia dei Porci e del golpe in Cile, come Robert “Stretch”
Stevens, il capo delle operazioni marittime per conto di
Shackley, dalla Baia dei Porci all’Iran Contras...»
«Cristo Santo! Ma c’è ancora qualcosa che mi sfugge.
Voglio dire intorno a questa storia ci sono diversi inte-
ressi, petrolio, droga, il complesso militare industriale.
Poi c’è una economia, quella americana, che ha bisogno
di una guerra ogni 10 anni per non andare in sovrappro-
duzione. Ma come si compone il quadro? Insomma, sono
mondi diversi, interessi contrastanti. Kissinger lavorava
per i talebani prima di diventare il paladino dello “scon-
tro fra civiltà”.»
«È mai stato a Las Vegas?»
«Sì.»
«Come è che si vince lì?»
«Stando contemporaneamente dalle due parti del tavolo.»
«Anche qui.»
«Capisco.»
«È la teoria della “Controinsurrezione”. Si devono pro-
grammare attentati per far decollare progetti di repressio-
ne sempre più spinti, rendendo sempre più labile il confi-
ne della legalità. Ma questo crea dei “falsi amici” che
sono anche “falsi nemici” che qualche volta diventano
nemici veri. Come Noriega, Milosevic, Saddam, Osama.
Solo che quando il gioco è iniziato nessuno controlla più
le mosse: solo le “contromosse” sono prevedibili.»
«Ma questo non è un Impero: è un gran casino!»
«Voi europei avete una strana concezione dell’Impero.
Pensate a Cesare. Ma chi era Cesare senza Crasso? Siete
inguaribilmente romantici. Qui ci sono gli interessi eco-
nomici. Generali e particolari. Poi ci sono i geopolitici

154
che fanno i piani, da Kissinger, fino a Luttwak.
Questi hanno obiettivi strategici: l’Eurasia, il Sud del
Mondo; a proposito, lo sa che siamo in guerra dagli anni
‘70 contro il sud del mondo? Si legga la raccomandazio-
ne NSSM200. E poi ci sono quelli che fanno il lavoro
sporco. I quali non sono stipendiati, no, sono imprendi-
tori in proprio, privatizzati. E quando il lavoro non c’è se
lo creano. Noi il problema dei “reduci della guerra fred-
da” lo abbiamo risolto così!»
«Goddamn!»
«La smetta di bestemmiare. E d’altra parte noi siamo
profondamente moralisti. È questo che ci frega. Non
siamo capaci come voi Europei di dichiarare una sempli-
ce guerra di potenza. Noi non abbiamo nel nostro DNA
il “vostro” imperialismo. Noi veniamo dalla più grande
rivoluzione dell’era moderna. Si ricordi la nostra costitu-
zione “We the people of America...!»
«Beh, c’ha collaborato anche Filangeri...»
«Sì ma il punto è un altro. Quando noi dobbiamo dichia-
rare guerra occorre che sia il nemico ad attaccarci per
primo. È una tradizione e un obbligo morale. Da Fort
Alamo, all’autoaffondamento del Maine, da Pearl
Harbour al Golfo del Tonchino. Sarebbe stato così anche
con Cuba: si legga l’operazione “Northwood”, è stata
declassificata di recente.»
«Sì, ma adesso?»
«Dunque lei voleva nomi e cifre: eccoli...»
Quando il Generale finì di parlare, riposi il taccuino
pieno di appunti e di cifre. Ero pallido. Stavo per avere
un’altra delle mie crisi. Mi accorsi che stavo salutando il
Generale. Come se fosse un altro a salutarlo. L’altro si
accorse che stavo ordinando un altro drink. Si accorse
che Midnight mi teneva la mano stretta e mi guardava
con paura. Anche con amore ma soprattutto con paura.

155
«Andiamo» disse
«Dove?» chiese Midnight.
«In vacanza. Hai mai scalato il Mattehorn?»
«No, dovè?»
«Vicino a Yosemite, sulla Sierra.»
«Andiamo» disse Midnight. E mi baciò.
This Land is your Land?
Riflettevo mentre la macchina andava lungo la “One”
quella strada meravigliosa che passa da Big Sur, a
Monterey, su fino a San Francisco. L’Oceano sulla sini-
stra e boschi meravigliosi pieni di cervi, di bluebird, di
scoiattoli. Pensavo all’America. A quando leggevo
Hemingway e Kerouac, pensavo a Dos Passos. Amavo
l’America, forse l’amavo quanto il Generale Sherman.
Ma come erano potuti finire così?
«This Land is your Land» canticchiavo «This Land is my
Land,/ from California to the New York Island, /from the
red wood forest to the gulf stream water/ this land was
made for you and me...» Midnight mi guardava. Sapeva
che stavo pensando ad altro.
Dunque avevano fondato un Impero, il più grande
Impero della Storia. Ma per farlo avevano dovuto barare
come ladri. Non solo sulla moneta, ma anche peggio.
Avevano assoldato tutta la feccia della terra pur di com-
battere i “rossi” e adesso erano talmente incastrati con la
feccia da non poterla più distinguere.
La feccia si rivoltava. Voleva essere pagata. Ma adesso
loro non potevano. E allora la feccia ricattava. Loro
erano costretti a coprirla, come a Oklahoma City, come
sull’Egypt Air, come sul TWA. Ma poi la feccia esagera-
va e buttava giù le Torri. Ora avevano solo due scelte. O
smantellare tutto il sistema della “feccia”, tutto: droga,
armi, capitali riciclati, paradisi fiscali, capi di stato cor-

156
rotti, le grandi corporations, i consigli di amministrazio-
ne delle banche d’affari ecc. ecc. Quanti soldi e quanti
morti in questo scenario? Tanti. Troppi. E poi potevano
fidarsi dell’Europa e del Giappone?
Oppure... oppure continuare il gioco. Ma per continuarlo
dovevano essere sicuri che nessuno avrebbe parlato, e la
“storia della feccia” in realtà ormai la sapevano in molti.
E allora dovevano imbavagliare la stampa, chiudere le
radio, mettere sotto controllo Internet, dare più poteri
all’FBI e alla CIA, montare una campagna d’allarme
sociale. Insomma il “terrorismo”. Il “terrorismo e il
fascismo”. Mi ricordai di un’agenzia: diceva che il
Guardasigilli Ashcroft faceva parte del Ku Klux Klan. Ci
mancavano solo gli “incappucciati” e le croci in fiamme!
«This Land is your Land...» mi accorsi di avere gli occhi
rossi... colpa del vecchio “Woody”. Chiusi gli occhi, tirai
fuori la bottiglia di Jack Daniels dal cruscotto. Diedi una
lunga sorsata. Respirai l’aria fresca dell’Oceano. Bevvi
di nuovo. “Per fortuna che guida Midnight” pensai. E
cominciai a dormire.

Diario
Passammo la notte a Bridgeport, una strana città sull’al-
tipiano prima di arrivare alla Sierra. Una volta era un
posto di cacciatori. Non era raro vedere cervi sanguinan-
ti sul portapacchi delle macchine. Così la vide Jack
Kerouac negli anni ’50.
Adesso non c’erano più cacciatori, con buona pace degli
ambientalisti. Era un classico paese western, una città
fantasma, rimasta intatta per il gusto dei pochi turisti.
C’era una specie di saloon con una malfamata sala da
biliardo frequentata da camionisti autentici. C’era un pic-
colo Museo del West, con una pistola che sembrava fosse
appartenuta a Billy the Kid. Ma soprattutto c’era un

157
incredibile “hotel”, o meglio ciò che una volta doveva
essere un bordello per cowboy e oggi per turisti. Tutto
ricordava quelle case. Dalla pianola alle tende rosa broc-
cato, al letto, fino al comodino con i pitali e la brocca per
lavarsi. Io e Midnight ci accampammo lì per la notte. Fra
travi scricchiolanti e il vento gelido della pianura. Ciò
che accadde quella notte sono fatti nostri, e comunque
non mi pagate abbastanza per raccontarlo.

Partimmo la mattina all’alba, direzione Matthehorn. Un


piccolo viaggio in auto nella pianura... un cervo morto
all’angolo della strada... altri che sgambettavano davanti
alla macchina. Lasciammo l’auto e cominciammo a sali-
re fra le rocce e la neve. Respiravamo l’aria gelida della
Sierra. Chiazze di neve, pietre e mughi. Man mano il
paesaggio cambiava. La montagna era vicina, ancora
invisibile nella nebbia rosa, eppure si sentiva.
Camminavamo piano, mano nella mano. Felici, stupida-
mente felici.
La macchina uscì dalla nebbia. Una macchina nera... I
fari furono l’ultima cosa che vidi prima di cadere. Tenevo
ancora la mano di Midnight.
Neanche oggi sarei salito sul Matthehorn.
Per fortuna faceva freddo. Il dolore lo avrei sentito dopo.
E anche il resto.

Sette ore ed eravamo a Tijuana e lì trovai la morfina.


Midnight aprì un occhio. L’avevo riempita di Toradol, un
antodolorifico forte, per la mia artrosi. La sua voce veni-
va da un altro mondo.
«Dove stiamo andando?»
«Messico, darling, Messico. Ho giusto un amico ban-
chiere da quelle parti che ha una casa fantastica e una

158
piscina...» Mi interruppe. Non sono sicuro, ma mi sem-
brò che dicesse: «Vaffanculo brutto stronzo!».
Midnight si fermò a Città del Messico. Ultima fermata.
Evidentemente aveva trovato qualche comune interesse
con il mio amico banchiere. Io proseguii per Buenos
Aires seguendo il consiglio del banchiere: «Neanche un
cretino si rifugia in un posto come l’Argentina ora!»
Appunto.
Intanto l’inferno proseguiva inesausto.

Ora c’è l’Iraq. Prevedibile. Saddam non era forse un


agente CIA quando studiava al Cairo? La lista prosegue.
Noriega, Saddam I, Milosevic, Osama, Saddam II.
Qualcuno sta regolando i conti in famiglia. Qualcun altro
sta sistemando i conti degli USA.

Lo sapete che un miserabile dollaro investito in warfare,


cioè nell’improbabile risposta a un attacco all’America,
e, più realisticamente nel complesso militare industriale,
ha un ritorno sul moltiplicatore del PIL di 2,5 fottutissi-
mi dollari?
No?
E allora studiate, ragazzi, studiate.

159
160
“Ma io so, in qualche modo, che soltanto quando
è abbastanza buio si riescono a vedere le stelle...
Qualcosa sta accadendo nel nostro mondo.
Le masse dei popoli si stanno sollevando.
E dovunque esse siano radunate oggi, siano esse
a Johannesburg in Sud Africa, a Nairobi in Kenia,
ad Accra in Ghana, nella città di New York,
ad Atlanta in Georgia, a Jacksom, Mississipi
o a Memphis, Tenessee il grido è sempre lo stesso:
Vogliamo essere liberi!”28

(28) Marthin Luther King, Sono stato sulla Cima della montagna... discorso tenu-
to a Memphis, Tenessee, il 3 aprile 1968, il giorno prima di essere ucciso.

161
ALBUM DI FAMIGLIA

Abedi
Banchiere, fondatore della
BCCI, finanziatore del pro-
getto nucleare pakistano.

Angleton, James Jesus


Capo della CIA dal 1948.
Silurato da William Colby.
Responsabile della fuga dei
gerarchi nazisti. Amico e
supporter di Pinochet, impli-
cato nell’omicidio Kennedy.
Ottimi rapporti con papa
Montini. Un uomo molto
temuto. È morto l’11 maggio
del 1987.

Bush, George
Il primo capo della CIA
nominato Presidente degli
Stati Uniti d’America.

162
Casey, William
Capo della CIA. Uomo di
Reagan per cui gestì
l’October Surprise.
Implicato nello scandalo Iran
Contras. Muore di tumore al
cervello poco prima di testi-
moniare sull’Iran Contras.

Colby, William
Capo della CIA. In Italia,
nell’immediato dopoguerra
collaborò alla creazione della
Rat Line, la linea di fuga
degli ex gerarchi nazisti.
Implicato nello scandalo
BCCI.
Muore in uno strano inciden-
te in canoa.

Dulles, Allen
Al centro. Viene dall’OSS, è
stato direttore della CIA e
sviluppò l’arruolamento di
nazisti nell’Agenzia. Azioni
in Indonesia, Vietnam,
Gatemala, Cuba ecc. Fu silu-
rato da Kennedy dopo il di-
sastro della Baia dei Porci. Si
sospetta un suo ruolo nell’o-
micidio Kennedy.

163
Ghelen, gen. Richard
Capo dei servizi segreti di
Hitler in Russia. Poi capo
dell’Organizzazione Ghelen,
un gruppo di nazisti che
dopo il 1945 agivano contro
la Germania Est. Infine,
membro dell’OSS e quindi
della CIA. Riorganizzò squa-
dre di ex SS all’interno della
CIA, collaborò all’espatrio
in Sudamerica di molti ex
gerarchi nazisti. Deceduto.

Giancana, Sam
Capo Mafia, killer, implica-
to nell’omicidio Kennedy,
implicato in tutte le opera-
zioni CIA anticastriste. Fu
ucciso nel 1975.
Non appena il direttore della
Cia, Colby, seppe della
morte di Giancana dichiarò:
“Noi non abbiamo nulla a
che fare con questa storia”.
Ma una delle sue figlie ha
dichiarato che gli USA
avrebbero dovuto dare una
medaglia al padre per i servi-
zi resi al governo.

164
Helms, Richard
Membro degli Skull &
Bones all’Università di Yale.
OSS e poi direttore della
CIA. Sospettato di complici-
tà nell’omicidio Kennedy.
Quando lasciò la CIA di-
strusse l’80% dei documenti
riguardanti covert operation.
Ambasciatore in Iran, colla-
borò con la Savak. Si sospet-
ta un suo ruolo nell’October
surprise, quando gli ostaggi
americani in Iran furono rila-
sciati il giorno dell’incorona-
zione di Ronald Reagan.
Rapporti documentati con la BCCI e i Lupi Grigi Turchi. La
moglie di suo nipote, Roger Helms, di nome Laila, è afgana
e curava le relazioni esterne dei Talebani in America, sino
all’incontro del 2001, da lei organizzato, tra il consigliere del
Mullah Omar e i più alti funzionari della CIA e del
Dipartimento di Stato.

Hunt, Howard
Nel 1961 viene ritenuto tra i
complici del presidente del
Congo nell’omicidio di
Lumumba. Org a n i z z a t o r e
del colpo di stato in
Guatemala. Capo stazione
CIA in Uruguay e Messico.
Implicato nell’omicidio
Kennedy. Implicato nel
Wa t e rgate. Ora vive in
Florida. A lui è ispirato
“l’uomo che fuma” della
serie televisiva X-files.

165
Rodiguez, Felix
Partecipa alla Baia dei Porci
e a varie azioni contro Fidel
Castro. Sospettato di compli-
cità nell’omicidio Kennedy.
Sta con Shackley in Vietnam
e poi partecipa a Iran-
Contras. Considerato da
alcuni fra gli assassini di Che
Guevara. Tornato negli USA
nel 1979 decise di dedicarsi
al traffico d’armi avviando
una società con lo stesso
Shackley.
Diventa poi consulente della
società israeliana ISDS che
riforniva di armi parecchi
dittatori sudamericani.

Seal, Barry
Stava con Shackley in
Vietnam e fu uno degli orga-
nizzatori di Air America che
trasportava eroina negli
USA. Implicato nell’Iran
Contras dirigeva i voli dal-
l’aereoporto di Mena,
Arkansas, scambiando armi
contro cocaina. Fu ucciso
davanti a un WC dell’
Esercito della Salvezza da
killer del cartello di Medelin.

166
Shackley, Theodor
Detto il Diavolo Biondo. È stato dentro tutte le operazioni
coperte dalla CIA: Direttore della sede di Miami, Florida,
durante la Baia dei Porci. Animatore dell’Operazione
Moongoose che aveva come obiettivo l’uccisione di Fidel
Castro. E in Laos dove tratta con Vang Pao l’appoggio dei
Hmong alla lotta contro i Vietcong. Traffica in eroina e armi.
È l’animatore dell’operazione Phoenix dove oltre 30.000 non
combattenti vietnamiti furono rastrellati, torturati e uccisi.
Nel 1979 in Iran con Hems.
Implicato nell’October Surprise, ha un ruolo centrale nell’af-
fare Iran Contras. Forse sa qualcosa anche di Oklahoma City.
Muore il 18 dicembre 2002.

167
Sturgis, Frank
Combatte con Castro a Cuba,
poi diventa anticastrista.
Implicato in diversi attentati
e tentativi di omidicio contro
Fidel Castro. Fa parte proba-
bilmente del gruppo di fuoco
che assassina Kennedy.
Secondo varie ricostruzioni
fu fotografato (insieme ad
Hunt) mentre sparava al pre-
sidente ma le foto sarebbero
poi misteriosamente sparite.

Traficante, Santo
Capomafia. Proprietario
dell’Hotel National di Cuba
prima della rivoluzione.
Anticastrista, Baia dei Porci.
Incontra Vang Pao e apre il
traffico d’eroina dal Laos e
dal Vietnam. Parte di questo
traffico viene diretto perso-
nalmente da Theodore
Shackley che utilizza i pro-
venti per finanziare una
guerra segreta in Laos che
dura dal 1965 al 1979.

168
Wackenhut, George
Ex agente dell’FBI, proba-
bilmente implicato nell’omi-
cidio Kennedy. Ha creato
un’impresa che è quotata a
Wall Street e che si occupa
di sicurezza, intermediazio-
ne nella vendita di armi. Un
ramo della Wackenhut (la
Wackenhut Corrections Co.)
è ora la seconda azienda
negli USA per quanto
riguarda le prigioni privatiz-
zate. La Wackenhut ha pro-
babilmente venduto fornitu-
re per realizzare armi chimi-
che all’Iran nel 1990.
G e o rge Wackenhut è un
amico di lunga data di
George Bush e ha contribui-
to alle campagne elettorali di
Bush Sr. e di George W.
Bush.

169
INDICE
Prefazione
Sbancor, o dello stimolo al ragionamento pag. 3

American Nightmare
Incubo Americano pag. 7
Buenos Aires, dicembre 2002 pag. 9
La fine del pensiero unico: dalla crisi
del neo-liberismo ai nuovi scenari geo-politici pag. 10
L’affare Iran-Contras pag. 13
Lo scandalo Watergate pag. 13
Il Programma “Phoenix” pag. 14
L'Amerikano pag. 18
Arcipelago Toscano: “Bagno delle Donne”.
11/9/2001 Italia pag. 21
La Storia di Ted (1) pag. 29
Roma. Italia. Pianeta Terra.
Il mio Sogno Americano… pag. 33
Teleguerra! pag. 37
E iniziava la guerra Afghana pag. 40
Scenari, geopolitici scenari pag. 42
Della Cultura, dell’Islam, e dell’ignoranza…
La cartina di Huntington pag. 49
Buenos Aires pag. 50
Economics.doc pag. 52
Warfare di Parvus pag. 58
Apocalypse Now! In diretta dalla Sala Ovale pag. 69
I danni dell’ignoranza:
quando un polacco anglofilo si occupa di Islam! pag. 72
Intervista a Zbigniew Brzezinsky pag. 72
Gli USA e il petrolio pag. 75
Gli occhi di Tovarich (1) pag. 85
Ciudad de l’Este pag. 88
L’Islam che non c’è pag. 89
L’Islam antico pag. 90
I Nazisti dell’Illinois pag. 93

170
Quella guerra sconclusionata pag. 94
La Storia di Ted (2) pag. 97
Il Tramonto dell’Occidente pag. 99
Dentro la rete del Terrore pag. 105
Riepilogando pag. 110
Attacco USA: giallo su morte
presunta spia americana pag. 111
La Storia di Ted (3) pag. 112
Antrax pag. 118
Midnight 68 pag. 120
Questioni di soldi pag. 122
Manhattan Danger pag. 126
Gli occhi di Tovarich (2) pag. 128
Roma 10 novembre 2001 pag. 129
Roma 10 novembre 2001 pag. 130
Roma 10 novembre 2001 pag. 131
Uccisa una giornalista italiana pag. 131
ANSA - 24 novembre 2001 pag. 133
Gli occhi di Tovarich (3) pag. 135
Poppy Flowers! pag. 137
Gli Occhi di Tovarich (4) pag. 140
Le notizie corrono veloci pag. 143
America! pag. 143
Los Angeles: ore 9.45 a.m., ora locale pag. 147
This Land is your Land? pag. 156
Diario pag. 157

Album di Famiglia pag. 162

171
I valori su cui possiamo metterci d’accordo non sono
quelli scritti nei libri, non appartengono a nessuna
biblioteca, ma vivono nel cuore di ognuno. Sono i più
semplici. Esiste forse una civiltà che odia i bambini? È
comune fare i bambinie amarli. E allora mettiamoci
d’accordo: tu non ammazzi mio figlio, io non ammaz-
zo il tuo. Se vogliamo scriviamolo pure, ma non ce ne
sarebbe neanche bisogno, questi sono valori di tutti.
dalla “Conversazione con Tiziano Terzani”

L’intero ricavato del libro è devoluto a Emergency


Di prossima pubblicazione l’edizione italiana di:

TUTTO QUELLO CHE SAI È FALSO


La guida ai segreti e alle bugie dell’informazione

Un’antologia dei migliori scritti di informazione alternativa che negli Stati Uniti è
diventata un libro cult e di grande successo.

Giornalisti investigativi, ricercatori, commentatori e accademici (tra cui Naomi Klein,


William Blum, Howard Zinn, Greg Palast, Howard Bloom, Noreena Hertz) fornisco-
no prove documentate e rivelazioni mai pubblicate prima sulle vicende più scottanti
e sui temi più controversi: la globalizzazione, l’11 settembre, le industrie farmaceu-
tiche, la mucca pazza, la strage di Waco, il nucleare, lo Ior, la psichiatria, il razzismo,
il segreto bancario e il riciclaggio del denaro sporco, la prostituzione, la pornografia,
la guerra alla droga, l’AIDS, le guerre segrete degli Usa in Sud America, i crimini Usa
in Vietnam e molto altro.

Alla fine di questo libro ti chiederai davvero se qualcosa di quello che ti hanno
raccontato sia vero.
"Noi siamo i figli di un mondo devastato che prova-
no a rinascere in un mondo da creare. Imparare a
diventare umani è la sola radicalità."
Raoul Vaneigen
In tempi di monopolio dell´informazione, una voce
indipendente, orgogliosa di esserlo.
Con l´ambizione di voler proporre alternative.
Quelle che noi stessi vorremmo leggere.
Per cercare il non detto, oltre i condizionamenti
dell´industria dell´informazione, per mantenere la
vicinanza a temi e a valori fondamentali, portando
in Italia il dibattito culturale internazionale.
In un´inedita fusione tra libri e web, tra editoria e
rete. Per comunicare, in libertà, con ogni media
necessario.

Sul sito nuovimondimedia.it articoli dalle più presti-


giose voci dell’informazione mondiale, notizie,
riflessioni e aggiornamenti.

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Finito di stampare nel mese di maggio 2003
presso le Grafiche Zanini, Bologna