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COSA SI FA QUANDO SI FA FILOSOFIA

Nella scienza puoi paragonare, in un certo senso, quello che stai facendo con il costruire
una casa. Prima devi posare delle solide fondamenta; queste, una volta poste, non
possono pi venir toccate o mosse. In filosofia non poniamo fondamenta, bens
riordiniamo una stanza, e in questo processo dobbiamo ritoccare ogni cosa una dozzina di
volte.
La filosofia qualcosa di banale [trivial], non ci insegna nuovi fatti, solo la scienza lo fa.
Ma una corretta sinossi di queste banalit enormemente difficile ed ha unimportanza
immensa. La filosofia infatti trovare un ordine per delle banalit [synopsis of
trivialities].
(L. Wittgenstein, Wittgensteins Lectures: Cambridge 1930-32, Oxford 1980, pag. 24, 26)

La filosofia una prassi particolare che si colloca entro un contesto particolare, come
sottolinea spesso Carlo Sini. Una prassi caratterizzata innanzitutto dalla mancanza di
un oggetto proprio, una sorta di parassita, o nel migliore dei casi di simbionte, che si
rapporta direttamente alla vita, e quindi ai saperi nella loro pratica quotidiana. Ecco
che si mostra innanzitutto come un sguardo, quello sguardo in grado di compiere il
passo di lato1 che spinge a mettere costantemente in discussione il proprio agire e
quello altrui.
Sia beninteso, questo non deve spingere ad immaginare una visione a volo duccello
in grado di uscire dal circolo ermeneutico, perch lo scopo non pu essere uscirne, ma
piuttosto restarvi nel modo corretto2. Il dubitare, il chiedere ragione ha un termine,
allorch arrivo allo strato di roccia, la mia vanga si piega e non posso che dire: ecco,
agisco proprio cos3.

1 Se non altro, una cosa ce la possiamo riservare. Un passo a lato. Io ho certe


preferenze, certi gusti. Come tutti. Sono i miei gusti, quelli che il mio tempo mi
consente, non posso essere oggi un giacobino. Io sono capace di fare un passo di lato.
una delle opzioni del mio tempo, da dove mai arriver? Chi capace di questa
domanda senza et, non ne giovane ne vecchio, ma un essere umano. Incarna la
possibilit pi autentica dell essere umano, pu mettere in dubbio ci che si e ci
che si ama molto arduo, importante, difficile.
(C. Sini, Come si diventa ci che si , Conferenza tenuta a Ferrara il 21 ottobre 2010)

2
Cfr. M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi 2011, 32

3
L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Einaudi 2009, 217

Il filosofo si rivela allora funzionario dellumanit, ovvero acquisisce un ruolo pubblico,


solo in quanto svolge il proprio compito di critica responsabile in grado di pensare
autonomamente, di rivivificare la concettualit sedimentata che diventata ovviet4,
ponendosi con tale ruolo entro luniverso delle pratiche, senza dimenticare che ogni
concettualizzazione lascia dietro di s un resto insolubile, nella cui sfera il concetto
assolutamente impotente5.
Ogni pratica porta allesistenza un universo di senso 6, scrive Sini, cosicch il soggetto
altro non , ed stato, se non questo: un esser soggetto allintreccio delle sue
pratiche
che
lo
conformano
e
lo
plasmano 7.
Il soggetto filosofico dunque si assume la responsabilit di portare alle estreme
conseguenze questa consapevolezza.
Reichenbach ben sottolinea questa prospettiva confrontandola con lagire scientifico:
si vede chiaramente come sia praticamente impossibile che una persona che alla
ricerca di nuove leggi fisiche si concentri anche sullanalisi del proprio metodo. [] La
scoperta di relazioni generali che portino ad una verifica empirica richiede una
mentalit che diversa da quella del filosofo, i cui metodi sono analitici e critici
piuttosto che predittivi.8
Questo non significa che lanalisi filosofica non si avvalga di schemi interpretativi
complessi nella sua opera di sinossi, bens che lobiettivo di queste
4
E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il
Saggiatore 2002, pag. 99-100

5
F. Nietzsche, La visione dionisiaca del mondo, in Verit e menzogna, RCS 2010, pag.
35

6
C. Sini, Etica della Scrittura, Mimesis 2009, pag. 127

7
Ibidem, pag. 180

8
H. Reichenbach, The philosophical significance of the theory of relativity, in P. A.
Schlipp, Albert Einstein, Philosopher-Scientist, Cambridge University Press 1949, pag.
292

concettualizzazioni chiarificare gli elementi in grado di fornire risposte ai quesiti che


emergono dallinterrogare come il mondo si manifesta a ciascuno nelle proprie prassi.
In ultima istanza il filosofo deve poter additare ci di cui sta parlando, perch il filosofo
non scopre, lascia tutto com9, cerca di ricostruire un quadro di quello che vede, di
quello che vive.
In questottica lo spirito di sistema che ha caratterizzato la filosofia per secoli non
viene del tutto meno: resta un ideale regolativo, il sogno di poter porre tutto al proprio
posto e rendere cos il linguaggio (nellambivalente senso delle Ricerche Filosofiche
wittgensteiniane) specchio del mondo, consapevoli per al tempo stesso che si avr
sempre e solo a che fare con una determinata immagine del mondo.
Il linguaggio stesso cos, se indagato nel vario e molteplice quadro dei nostri universi
di senso, non ci fornisce anche unapertura alla nostra forma di vita, giungendo cos a
mostrare se stesso, e quindi come le pratiche vi trovino posto?
E come costruire allora un mondo condiviso entro cui vivere senza perdere di vista i
limiti del linguaggio? Come costruire unetica dellinesprimibile10?
In questi interrogativi, in questo compito teorico sempre necessariamente aperto,
credo si intraveda il senso profondo della riflessione filosofica.

9
L. Wittgenstein, Ricerche Filosofiche, cit., 124

10
F. Volpi, Letica dellinesprimibile tra Wittgenstein e Heidegger, in Micromega 1998, n.
2

COSA FACCIO QUANDO FACCIO FILOSOFIA


Posso voler aderire ad un partito, scrivere un libro, sposarmi, ma queste non sono che
manifestazioni di una scelta pi originaria, pi spontanea di ci che noi chiamiamo
volont. Se davvero lesistenza precede lessenza, luomo responsabile di ci che .
(J. P. Sartre, Lexistentialisme est un humanisme, Gallimard 1996, pag. 30-31)

La filosofia per me una scelta ed allo stesso tempo la risposta ad unesigenza.


Innanzitutto la scelta di scegliere, nel senso heideggeriano (Essere e Tempo, II
Sezione) di assumersi la responsabilit, di cui parla Sartre, di essere quello che si , il
compito costante e faticoso ma straordinariamente appagante di scegliere soli11. Ma
questa scelta risponde alla necessit insuperabile ed inesprimibile che sento di pormi
costantemente domande su chi sono e quello che faccio, aspetto che mi si
chiaramente palesato quando ho tentato di immergermi pienamente nella scienza,
iniziando a studiare fisica. Mi sono infatti dovuto scontrare con un rapporto al mondo
fisico assolutamente acritico, a mio parere ben oltre quanto implicito nella visione
scientifica del mondo.
Il punto di non ritorno che ha segnato la fine del mio scientismo incipiente del resto
stato ben precedente, e credo abbia coinciso con lincontro con la letteratura antica: la
sapienza tragica dei greci ha accompagnato la mia scoperta della filosofia e, da
questo punto di vista, dellautenticit, perch mi ha imposto di scorgere la fragilit del
bene12, che non pu venire colmata dal conoscere il galileiano libro della natura. La
mia onnivora curiosit non stata affatto tarpata, ha visto distendersi un orizzonte
molto pi ampio e complesso.
John Campbell definisce la filosofia pensiero al rallentatore13, ebbene io credo che tale
forma di riflessione, che richiede un superamento dellatteggiamento naturale in senso
husserliano ed unattenzione al limite dellossessione, non possa non implicare che
nella vita stessa di chi intende esercitarla una scelta di impegno costante di tipo etico,
11
Quando, per esempio, un generale dellesercito si prende la responsabilit di un
attacco e invia un certo numero di uomini alla morte, sceglie di farlo, e alla fine
sceglie solo [il choisit seul].
(J. P. Sartre, Lexistentialisme est un humanisme, cit., pag. 36)

12
Titolo di unopera di M. Nussbaum sul rapporto tra destino ed etica nella filosofia e
nella tragedia greca.

13
L. Caffo (cura), Intervista ad Achille Varzi, Rivista Italiana di Filosofia Analitica Junior 7
novembre 2010

in senso etimologico, ovvero la scelta di una vita filosofica fin nella propria
quotidianit, che la vera fonte ed il vero radicamento di ogni riflessione realmente
profonda14.
Solo la vita pu interrogare il filosofo, ma solo il filosofo pu vivere una vita
autenticamente filosofica (una vita per tutti e per nessuno, direbbe Nietzsche), ovvero
in grado di rivolgersi su se stessa senza per questo chiudersi in una torre davorio di
autocompiacimento o autocommiserazione. E questa, in un certo senso certamente
una sterile affermazione analitica, ma vorrebbe additare la direzione che spero un
giorno, rivolgendomi a pensare a quel che ho vissuto, di poter dire di aver imboccato,
giungendo cos, come Husserl fa nella Crisi, a dire di poter parlare () come uno che
ha vissuto in tutta seriet il destino di unesistenza filosofica 15.
[Per gli stoici] quando si tratta di insegnare la filosofia, si deve proporre una teoria della
logica, una teoria della fisica, una teoria delletica. [] Ma la filosofia stessa, e cio il
modo di vivere filosofico, non pi una teoria divisa in parti, ma un atto unico che
consiste nel vivere la logica, la fisica e letica. [] Le teorie filosofiche sono al servizio
della vita filosofica.
(P. Hadot, La filosofia come maniera di vivere, in Esercizi spirituali e filosofia antica,
Einaudi 2005, pag. 158)

14
Linserimento nel ciclo vitale lalfa e lomega: ogni tecnica conoscitiva determinata,
ogni scienza, ha tratto origine da determinate operazioni pratiche e finir per
ritornarvi.
(G. Preti, Praxis ed Empirismo, Bruno Mondadori 2007, pag. 5)
15

E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, cit., pag.


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