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Numero di Febbraio 1961 (pagg: 33 - 34)

Miles Davis
autore Jelmini, Giacomo
soggetto Davis, Miles - "Birth Of The Cool" - (Capitol T 762)
tipo articolo recensione disco
Penso che parlare di queste incisioni unicamente considerandole un termine di avvio, come si
quasi sempre fatto e come anche il titolo sotto il quale ci vengono qui presentate ci indurrebbe a
fare, conduca ad un certo errore di prospettiva. La loro nota caratteristica di risultare dalla
collaborazione di differenti musicisti, alcuni dei quali dovevano godere negli anni successivi di un
netto e consistente innalzamento di fama e di importanza, ha probabilmente avuto un grosso ruolo
nel restringere in tal senso la loro qualifica, e un altro lo ha avuto, certamente, la diffusa produzione
che a questi brani ha fatto seguito prendendoli pi o meno a modello. E non che tali derivazioni
siano da mettere in dubbio; voglio dire, piuttosto, che considerarli da questo angolo visivo ha
portato e porta a taluni inconvenienti di comprensione tutt'altro che indifferenti, il principale dei
quali consiste nell'inserimento in un momento culturale (quello posteriore al '50 e chiaramente
pronunciatosi attorno al '53) diverso da quello al quale quelle incisioni dettero voce. ben vero che
il gioco dei presupposti e delle ispirazioni ha rivolto diverse insidie alla valutazione del significato
totale di questa esperienza, indicandola praticamente come l'autorevole anticipatrice di una stagione
di scarso impegno espressivo (il bello che tali affermazioni, che ho riscontrato numerose volte,
specialmente sulla stampa americana, sono state fatte quasi sempre con l'intento di lodare il
precursionismo di quella seduta).
Ma tuttavia ingiusto non riconoscere che in essa si palesata un'inconfondibile e non pi ripetuta
atmosfera, alla quale hanno contribuito motivi e mezzi sufficienti a garantirle validit ed autonomia,
senza dover attendere l'avvallo o la messa a punto dei prodotti derivanti. Vorrei essere chiaro e
circostanziato nelle mie affermazioni, ma ci richiederebbe pi spazio di quanto normalmente si
occupi in una recensione. Prendiamo l'esempio della composizione timbrica di questa musica. Si
tratta di una strumentazione che, oltre ad essere stata, com' noto, largamente copiata (il modo
piatto e acritico col quale queste imitazioni vennero spesso fatte non depone a favore di quello che
fu nel suo complesso un fortunato epigonismo), ha avuto grande importanza nell'innescare tutta una
ricerca specifica. Non certo possibile fare adesso un esame passabilmente completo dei significati
e delle corrispondenze di questa ricerca, ma forse un solo elemento potr servirci a sufficienza. Mi
riferisco a quella particolare qualit del suono, paragonabile ad un alternarsi di tinte pastello, che si
apprezza nell'esposizione di Rocker, ed assume il maggior grado di luminosit nell'inciso,
principalmente per effetto della sovrapposizione di tromba e di contralto. Certamente anche questo
tratto dello stile, con la particolare levit degli attacchi e delle movenze che gli si accompagna,
risulta dall'apporto congiunto dei diversi musicisti che qui operarono, ma significativo imbatterci
in qualcosa di molto simile nella produzione abbastanza recente di Gil Evans l'ultimo che secondo
molte indicazioni ha esercitato la maggiore influenza in questo circolo di musicisti e cio nel tema
di The Duke contenuto nell'ormai famoso album intitolato Miles Ahead.
Ora, se si confrontano i due impianti timbrici, non v' dubbio che molti saranno portati a preferire il
secondo, perlopi riconoscendolo obiettivamente superiore in fatto di complessit e calibratura. Ma
un errore: vi dietro i toni chiari ma netti di Davis e Konitz una tensione espressiva che le pi
raffinate colorature dell'Evans odierno non possiedono. La chiarezza di suono che questi due
musicisti soprattutto Konitz avevano coscientemente ricercato ed ottenuto tendeva al bello e al
perfetto per s, ma era essa stessa manifesto ed espressione. Ci che essi facevano costituiva il
risultato di un'esperienza polemica e perci deve considerarsi soprattutto un termine d'arrivo.
Quanto ho detto a proposito di quel semplice particolare pu in gran parte ripetersi per le altre
componenti che intervengono in queste incisioni. Per esempio, continuando a parlare degli impasti
timbrici non si potr non notare che nelle facce davisiane presente una caratteristica asciuttezza, a
volte casta e giovanile, a volte addirittura spiacevole che le tiene lontane dal compiacimento, in esse
gi immanente, ma non diffuso e pressoch incontrastato come nelle cose ad esse successive.

Una analisi particolareggiata porterebbe, credo, a considerare la natura e l'entit del prima di queste
incisioni almeno altrettanto importanti e significative del dopo che cos bene conosciamo. La
produzione del gruppo che suon al Royal Roost fu, in effetti, un eccezionale punto d'incontro di
personalit, di tendenze, di ricerche maturatesi in lunghi anni di pratica (parlo in special modo di
Evans e di coloro che gli erano pi vicini); eccezionale perch da tante diverse menti nasceva un
linguaggio compositivo che riusciva a realizzare una comunicazione unitaria. Ed eccezionale anche
per questo: che bench nei risultati si possano gi scorgere i limiti dei collaboartori (tipico esempio
Moon Dreams: non c' barba di armonizzazione politonale che possa nascondere la povert di idee,
anzi il cattivo gusto del sognante impressionismo di questo brano), questi limiti, che dovevano
maggiormente precisarsi in seguito, subiscono una specie di vicendevole neutralizzaione, o meglio
un'attivazione in senso positivo.
Cos la ricerca timbrica di Evans rappresenta s, come ho gi detto, la maturazione dei suoi sforzi
artigianali esercitatisi nell'ambito di una certa parte delle grandi orchestre dell'ultimo periodo swing,
ma non si esaurisce nel rimiramento di s che ci si potrebbe attendere e che si sarebbe verificato pi
avanti, con un pi nutrito spiegamento di prospettive e di iridescenze orchestrali.
Forse la chiave di tutto questo si pu avere proprio considerando questi brani come termini estremi
di una laboriosa evoluzione, come esempi di un linguaggio che rivelava il suo splendore proprio nel
momento stesso in cui si preannunciava il suo spegnimento, almeno dal punto di vista
contenutistico, e la susseguente dilapidazione formale. Forse proprio cos: e forse, pi di ogni altra
nozione, fa testo la signorile malinconia, incrinata e sommessa, che pervade questi brani con
l'ampio ventaglio delle sue tinte smorzate.
Queste cose non guardano al futuro: guardano al passato, invece, con civile rimpianto, e al presente
con disillusa consapevolezza dell'attuale complessit ed incertezza.
G.J.

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