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CICERONE

Le orazioni - Le opere politiche Le opere retoriche Le opere filosofiche (Liberamente tratto


da G. Garbarino, Letteratura latina ed. Paravia)
Le orazioni
Anche Cicerone - come avevano gi fatto grandi oratori greci quali Demostene e Isocrate e, a
Roma, Catone ed altri uomini politici - cur personalmente la pubblicazione (cio la
riproduzione in pi copie e la diffusione) di molte sue orazioni, spesso rielaborandole ed
ampliandole rispetto ai discorsi effettivamente pronunciati.
Gli scopi perseguiti con la pubblicazione erano molteplici: propaganda politica, difesa del
proprio operato di fronte alle critiche e agli attacchi degli avversari, desiderio di ottenere gloria
presso i contemporanei e presso i posteri: desiderio che Cicerone ebbe sempre vivissimo e che
costitu uno dei principali moventi delle sue azioni in ogni circostanza.
Le orazioni conservate per intero (di molte altre abbiamo frammenti) sono 58.
Ricorderemo le pi celebri, che sono anche le pi importanti e significative, distinguendo tra
quelle giudiziarie (pronunciate in tribunale) e quelle deliberative (pronunciate in senato o
davanti all'assemblea popolare).
Orazioni giudiziarie
Verrinae (sott. orationes), cio discorsi contro Verre , del 70 a. C.: sono sette orazioni (di
cui solo le prime due effettivamente pronunciate) per il processo de repetundis (=per
concussione) intentato dai Siciliani contro Gaio Verre, governatore in Sicilia dal 73 al 71.
Il corpus delle Verrine comprende:
1) la divinatio in Caecilium, con cui Cicerone chiede il diritto di sostenere l'accusa per conto dei
Siciliani, contrapponendosi a un certo Cecilio, che aveva reclamato a sua volta questo diritto,
secondo Cicerone con l'intenzione di favorire Verre (divinatio era il termine tecnico per indicare
la scelta dell'accusatore, demandata a una commissione di senatori); grazie a questo discorso
Cicerone pot assumere l'accusa e ottenne 110 giorni di tempo per fare indagini e raccogliere
prove;
2) l'actio prima in Verrem: la requisitoria tenuta nel primo dibattito giudiziario. Senza
aspettare la seconda fase del dibattito, prevista circa un mese dopo, Verre, schiacciato
dall'evidenza delle accuse, partii in volontario esilio;
3) Actio secunda, costituita da cinque orazioni che Cicerone non tenne, ma che compose e
pubblic utilizzando l'abbondantissimo materiale raccolto durante le indagini. Questi cinque
discorsi hanno per argomento: 1) i misfatti di Verre nella fase della sua carriera antecedente il
governatorato siciliano;2) gli innumerevoli soprusi, ruberie, delitti compiuti da Verre in Sicilia;
3) le illegalit e le angherie commesse. nella esazione e requisizione delle granaglie; 4) i furti
di oggetti preziosi e di opere d'arte, di cui le citt siciliane erano ricche e di cui Verre era un
maniaco collezionista; 5) gli orrendi e crudeli supplizi a cui Vene sottoponeva persone
innocenti.
Le Verrine furono considerate gi nell'antichit un capolavoro di eloquenza; magistrali ci
appaiono tuttora specialmente la divinatio e l'actio prima, mentre l'interminabile actio secunda,
pur ricchissima di episodi narrati brillantemente, tradisce il suo carattere letterario e
soprattutto non evita il rischio della ripetitivit e della monotonia.
- Pro Archia poeta: un'orazione del 62 a. C. in difesa del poeta greco Archia accusato di aver
usurpato il diritto di cittadinanza romana. Gran parte del discorso dedicata ad
un'appassionata esaltazione della cultura e della poesia. Archia fu assolto, ma non scrisse quel
poema celebrativo del suo consolato che Cicerone si aspettava da lui.
- Pro Sestio: in questa orazione, del 56 a.C., Cicerone difende Sestio, il tribuno della plebe che
l'anno precedente si era adoperato per il suo ritorno dall'esilio; Sesto era accusato de vi, per
aver organizzato bande armate da opporre a quelle di Clodio. E un testo importante per
l'analisi, che Cicerone vi conduce, della situazione politica interna di Roma in quegli anni

convulsi: egli sostiene la tesi (apparentemente contraddittoria rispetto alle sue posizioni
legalitarie) che il ricorso a mezzi illegali si reso necessario proprio per la difesa delle
istituzioni, gravemente minacciate dai programmi eversivi dei popolari; lancia inoltre un
appello per il consensus omnium bonorum, cio per un'alleanza di tutti i cittadini moderati, che
miri alla salvaguardia degli interessi comuni. Sestio fu assolto.
- Pro Caelio: in questo discorso, del 56 a. C., Cicerone difende il giovane Marco Celio Rufo,
affidato dalla famiglia alla protezione dell'illustre oratore che lo stava avviando ad una brillante
carriera politica. Celio era accusato, fra l'altro, di aver rubato dei gioielli a una sua ex-amante,
Clodia, sorella di Clodio (con ogni probabilit la Lesbia di Catullo), e di aver tentato d farla
avvelenare. Cicerone sfoga il suo odio contro Clodio attaccando violentemente la sorella,
presentata come una donna corrotta e dissoluta. Celio fu assolto.
- Pro Milone: l'orazione in difesa di Milone per il processo de vi, del 52 a. C., per la morte di
Clodio, che Cicerone non pot tenere a causa delle circostanze avverse. Gli antichi la
consideravano la pi bella tra tutte le orazioni di Cicerone (si tramanda che Milone, in esilio,
dopo averla letta, abbia commentato: Se il mio avvocato avesse tenuto davvero questa
arringa, io adesso non starei qui a mangiar triglie a Marsiglia).
Cicerone vi sostiene magistralmente la tesi della legittima dfesa; dimostra inoltre l'assenza di
premeditazione da parte di Milone, confermata dalla mancanza di un movente plausibile;
afferma che in ogni caso Clodio ha trovato la giusta punizione dei suoi innumerevoli delitti e
che la sua morte stata provvidenziale per Roma; e conclude con una commovente
perorazione, la pi lunga e la pi bella (secondo i retori antichi) fra tutte quelle ciceroniane.
Orazioni deliberative
- Pro lege Manilia de imperio Gnaei Pompei: la prima orazione deliberativa tenuta da
Cicerone nel 66 a.C., quando era pretore, davanti al popolo, a favore d una legge (proposta
dal tribuno Manilio) che assegnava a Pompeo poteri straordinari per la guerra contro Mitridate
in Oriente (dove Pompeo stava conludendo la sua spedizione vittoriosa contro i pirati).
Ciecerone insiste sulla gravit eccezionale della guerra, che impone - egli dice - misure
eccezionali, ed inserisce, nella parte centrale del discorso, un grandioso elogio di Pompeo, che
ha dimostrato ampiamente (afferma l'oratore) di possedere in sommo grado tutte le qualit
necessarie ad un summus imperator. La proposta di Manilio fu approvata all'unanimit.
- De lege agraria: sono tre orazioni, pronunciate nel 63 a. C. da Cicerone console (la prima In
senato, le altre due davanti al popolo) contro una proposta di riforma agraria presentata la un
tribuno della plebe. L'approvazione della legge agraria avrebbe gravemente danneggiato i
proprietari di latifondi, a cui sarebbero stati tolti i terreni di propriet dello Stato (ager
publicus) che da tempo avevano occupato, Cicerone si schiera decisamente dalla parte degli
<ottimati contro i popolari (per i quali le leggi agrarie erano un vero e proprio cavallo di
battaglia fin dai tempi dei Gracchi), insistendo molto abilmente soprattutto sugli aspetti
anticostituzionali della proposta La legge fu ritirata (sar poi Giulio Cesare, quattro anni pi
tardi, ad imporre una riforma agraria).
- Catilinariae (sott. orationes): sono quattro discorsi pronunciati nei giorni drammatici della
scoperta e della repressione della congiura di Catilina, fra il novembre e il dicembre del 63. La
prima e la quarta furono tenute dal console in senato, la seconda e la terza davanti al popolo;
tutte furono rielaborate successivamente e pubblicate dall'autore nel 60 a. C. Sono
indubbiamente fra le prove migliori dell'oratoria ciceroniana; i pi efficaci strumenti retorici e i
pi consurnati procedimenti stilistici sono finalizzati al coinvolgimento emotivo dell'uditorio, con
un vigore e una veemenza veramente trascinanti.
- De provinciis consularibus: un'orazione tenuta in senato nel 56 a.C. a lavore della proroga
(contraria alle leggi vigenti) dell'imperium di Cesare nelle Gallie. Cicerone sente il bisogno di
giustificare quello che i senatori avversi a Cesare e i populares consideravano (non a torto) un

voltafaccia, ed afferma che a preoccupazione per i superiori interessi dello Stato, a cui Cesare
sta provvedendo con la sua impresa grandiosa, deve passar sopra ad ogni altra considerazione.
- Philippicae (sott. orationes): sono 14 discorsi, che Cicerone pronunci fra 144 e il 43 a. C.,
con l'intento di far dichiarare Antonio nemico pubblilico. Furono tenute in senato, tranne la
quarta e la sesta, rivolte al popolo; la seconda, la pi violenta di tutte, fu soltanto scritta da
Cicerone, che la fece circolare a mo' di gamphtet: l'oratore finge di pronunciarla alla presenza
di Antonio durante una seduta del senato a cui in realt non partecip. Chiamate nell'antichit
anche Antoninianae", devono il nome di Filippiche all'accostamento, fatto da Cicerone stesso
in una lettera a Bruto, alle celeberrime orazioni di Demostene contro Filippo II Macedonia. Ad
esse effettivamente si avvicinano per il vigore e l'impeto polemico e per l'ardore appassionato
con cui l'oratore s'impegna con tutte le sue forze n una lotta mortale.
Nelle orazioni Cicerone si dimostra perfettamente padrone dei mezzi espresssivi e capace di
sfruttare con consumata abilit ogni elemento e ogni circostanza nell'interesse della causa.
Grazie alla chiarezza espositiva, alla competenza giuridica e all'eccezionale abilit dialettica,
che gli permette di argomentare con logica serrata e stringente, egli assolve egregiamente la
prima funzione che nelle opere retoriche assegna all'oratore: quella di docere, ossia
d'informare chiaramente e di dimostrare la sua tesi nel modo pi convincente dal punto di vista
razionale.
Persegue inoltre la seconda funzione oratoria, quella di delectare, cio di conciliarsi le simpatie
del pubblico procurandogli piacere, ricorrendo alle sue doti di narratore vivacissimo e di
ritrattista psicologicamente acuto e penetrante, all'arguzia, a una verve ironica e satirica
talvolta pungente e caustica, alla sua sterminata cultura storica e letteraria, a cui attinge per i
frequenti exempla e digressioni.
Sa infine servirsi con perizia dei mezzi emozionali, utili per ottenere il consenso dell'uditorio
soprattutto quando la causa oggettivamente debole e, quindi la persuasione intellettuale
pi difficile. Assolve cosi brillantemente la terza funzione dell'oratore valente, quella di movre
o flectere, cio di trascinare gli uditori al consenso suscitando commozione, sdegno,
meraviglia, compassione, ricorrendo agli effetti patetici soprattutto nelle perorazioni (cio
nelle parti conclusive dei discorsi), dove possono svolgere un ruolo decisivo per l'esito della
causa.
Lo stile di Cicerone oratore , come quello del suo principale modello greco Demostene,
estremamente vario, duttile, multiforme: tende alla solennit e alla magniloquenza sconfinando
talora nella ridondanza e nell'ampollosit, ma capace anche, all'occorrenza, di brevit,
stringatezza, concisione, essenzialit.
I pi tipici procedimenti stilistici ciceroniani - quelli che conferiscono al suo modo di esprimersi
un carattere peculiare e inconfondibile - si attuano prevalentemente nell'ambito della
organizzazione sintattica del discorso, cio nella disposizione delle parole nella frase e delle
frasi nel periodo. Quest'ultimo articolato in modo complesso, con abbondanza di proposizioni
subordinate, ed costruito, secondo criteri di coesione e di compattezza, su di una rete di
corrispondenze equilibrate e simmetriche: la concinnitas, ottenuta con il parallelismo e
l'equivalenza fonico-ritmica dei membri, conlabbondanza dei nessi sinonimici e con tutte le
figure della ripetizione.
Grande importanza assumono anche l'eufonia e il ritmo: il ritmo della prosa diverso da quello
della poesia, ma anch'esso regolato da norme, che Cicerone rispetta scrupolosamente,
soprattutto nelle clausole dei periodi. Tali procedimenti, cos come gli altri ornamenti del
discorso, costituiti da un grandissimo numero di figure retoriche, sono adottati soprattutto
negli esordi, nelle perorazioni, negli elogi, cio nelle parti dell'orazione che richiedono uno stile
pi elaborato e pi elevato.
Le opere retoriche
Cicerone tratt di retorica (la scienza e la tecnica della persuasione) in numerose opere, scritte
in periodi diversi della sua vita. Illustreremo le principali: De oratore, Brutus, Orator.

Il De oratore, in tre libri, fu composto nel 55 a.C. ed un dialogo (il primo scritto da
Cicerone) di tipo platonico-aristotelico: un'opera cio in cui l'autore affida il compito di trattare
l'argomento a vari interlocutori, inseniti in una 'cornice' drammatica, ossia presentati in uno
scenario fittizio, ma storicamente definito.
Questa impostazione - che l'autore adotter in molte altre opere, di argomento politico e
filosofico - gli permette di sostituire ad unesposizione continua, di tipo trattatistico, un
dibattito vario e animato in cui si fronteggiano tesi diverse, sostenute con nobile eloquenza da
autorevoli personaggi.
Nel 1 libro Crasso espone e sviluppa ampiamente la tesi di fondo dell'opera, enunciata da
Cicerone stesso (di cui Grasso il portavoce) fin dalla prefazione: nessuno potr essere
riconosciuto un oratore perfetto se non avr acquisito una conoscenza approfondita di tutti gli
argomenti pi importanti e di tutte le discipline. (1,20)
Cicerone prende posizione contro la concezione tecnicistica di quei retori greci che pretendono
di formare il perfetto oratore solo per mezzo di regole e di esercizi, ma anche contro quella di
chi, come Antonio, ritiene che siano sufficienti le doti naturali (ingenium) e l'esperienza. Egli
afferma per bocca di Crasso lideale, che egli stesso si prefiggeva d'incarnare, di un oratore
impegnato a fondo nella yita pubblica (Foratore a Roma, come abbiamo detto pi volte,
anche e soprattutto un uomo politico) ma fornito al tempo stesso di una ricchissima cultura che
gli consenta di parlare con competenza ed efficacia su qualsiasi argomento: in sostanza
Cicerone riprende qui e rielabora in senso romano l'ideale isocrateo dell'oratoria come scienza
che rivendica a se stessa l'universalit del sapere.
Nel 2 libro si passa alla trattazione delle parti della retorica. Antonio parla della inventio (la
ricerca degli argomenti da svolgere), della dispositio (l'ordine secondo cui gli argomenti devono
essere disposti nel discorsi) e della memoria (le tecniche per memorizzare ci che si deve
dire). La parte relativa allinventio contiene un interessante excursus detto de ridiculis, sul
comico e sui suoi meccanismi, inserito a proposito delle reazioni psicologiche che l'oratore deve
saper suscitare nel pubblico per conciliarsene il favore.
Nel 3 libro la trattazione di nuovo affidata a Crasso, che svolge i precetti relativi alla elocutio,
cio allo stile. Egli tratta ampiamente dell'ornatus, ossia dell'elaborazione artistica del
materiale linguistico, da attuare con un accorto uso delle figure retoriche, che vengono
presentate ed esemplificate in un'ampia e particolareggiata esposizione.
I capitoli finali sono dedicati alla quinta ed ultima parte della retorica, l'actio, cio il modo in
cui l'oratore deve 'porgere' il discorso (dizione, tono della voce, gesti),
Il De oratore forse, fra tutti i dialoghi di Cicerone, quello scritto con maggior cura formale:
l'autore ha voluto dare, anche sotto questo aspetto, un esempio della grande eloquenza che
l'oggetto della sua trattazione. Per questi suoi pregi artistici l'opera stata studiata e utilizzata
per secoli come il modello per eccellenza dello stile ciceroniano, e dunque - poich alla prosa di
Cicerone si attribuiva un'esemplarit assoluta - di perfetto stile latino.
Nove anni dopo, sotto la dittatura di Cesare, Cicerone riprese gli argomenti del De oratore in
altre due opere, il Brutus e l'Orator, composte nel 46 a. C.
Nel Brutus, ancora in forma di dialogo, C. traccia la storia delleloquenza romana; nellOrator,
che non un dialogo ma unesposizione continuata fatta in prima persona dallautore, ripresa
la teoria dello stile oratorio gi svolta nel 3 libro del De oratore.
Le opere politiche
Nel 54 a.C. Cicerone compose un'opera vasta ed ambiziosa di filosofia politica in cui discusse,
alla luce del pensiero filosofico greco, ma con notevolissimi apporti personali, i problemi che
pi gli stavano a cuore: l'organizzazione dello Stato, la migloor forma di governo, le istituzioni
politiche romane.

Il De re publica (Lo Stato), dialogo in sei libri, si presenta ispirato fin dal titolo al grande
precedente di Platone, l'opera in dieci libri chiamata correntemente La repubblica .
Cicerone, tuttavia, con
il pragmatismo che lo contraddistingue, non si propone di delineare, come aveva fatto il
filosofo greco, la forma perfetta di uno Stato ideale, bens di affrontare i problem politicoistituzionali concretamente e storicamente, mettendosi da un punto di vista specificamente
romano.
L'opera si conservata solo in parte. Restano i primi due libri, con lacune, e frammenti degli
altri tre; ci inoltre pervenuta per intero la parte finale del VI libro, cio la chiusa dell'opera,
detta Somnium Scipionis, tramandata separatamente per l'interesse che suscit nella tarda
antichit e nel Medioevo. (Platone realizza uno stato ideale, Cicerone idealizza uno stato reale).
Protagonista del dialogo Publio Cornelio Scipione Emiliano
Nel I libro Scipione d la sua definizione delloStato (res publica): esso cosa del popolo; ed
il popolo viene definito l'aggregazione di un gruppo di persone unite d un accordo sui
reciproci diritti (iuris consensus) e da interessi comuni (utilitatis communio).
Presenta poi e discute le tre forme di goyerno: monarchia, aristocrazia, democrazia, e le loro
rispettive degenerazioni: tirannide, oligarchia, demagogia. Dopo aver affermato il primato della
monarchia sulle altre forme costituzionali semplici , Scipione sostiene che la costituzione
migliore di tutte quella mista: essa assomma i vantaggi ed evita i difetti delle altre tre
forme semplici, assicurando quel perfetto equilibrio di poteri che garantisce la stabilit dello
Stato. Esempio eccellente di tale forma mista la costituzione romana, in cui il potere
monarchico rappresentato dai consoli, quello aristocratico dal senato, quello democratico dal
popolo.
Nel II libro sono delineati l'origine e gli sviluppi dello Stato romano, da Romolo ai tempi recenti,
con particolare attenzione alle riforme che ridussero progressivamente il potere del senato,
cio dell'aristocrazia, a favore del popolo.
Il III libro (molto lacunoso) trattava della virt politica per eccellenza, la giustizia. Quasi
interamente perduti sono il libro IV, dedicato alla formazione dei buon cittadinno, e il V, in cui
era delineata la figura del governante perfetto.
Del VI libro si conserva solo il finale, ossia il Somnium Scipionis. Scipione Emiliano vi racconta
un sogno in cui gli era apparso lavo adottivo, Scipione lAfricano; questi, dopo avergli predetto
le future imprese gloriose e la morte prematura, gli aveva mostrato lo spettacolo grandioso
delle sfere celesti, rivelandogli che l'immortalit e una dimora in cielo, nella Via Lattea, sono il
premio riservato dagli di alle anime dei grandi uomini politici, benefattori della patria.
L'altro trattato di politica, composto nel 52-51 e intitolato De legibus ( Le leggi), doveva
essere un complemento del De republica (anche in questo lo scrittore latino segu l'esempio di
Platone, che dopo Lo Stato aveva scritto Le leggi). Si conservano tre libri, ma l'opera
doveva essere pi ampia; forse rimase incompiuta.
Gli interlocutori del dialogo sono Cicerone stesso, suo fratello Quinto e l'arnico Attico. Vengono
illustrate l'origine naturale del diritto e le sue forme; si passa poi all'esame e al commento di
numerosissime leggi romane, per cui l'opera viene ad essere m vero e proprio trattato di storia
delle istituzioni e del diritto pubblico, civile e religioso, di Roma.
Al De republica e al De Legibus si affiancher pi tardi il De officiis, trattato filosofico con forti
implicazioni politiche. Queste tre opere, pur molto diverse nella struttura e negli argomenti,
sono accomunate dall'intento dell'autore di utilizzare gli strumenti concettuali offerti dalla
filosofia greca per sostenere e difendere strenuamente le istituzioni della res publica
oligarchica, contro le spinte, ormai inarrestabili, di quella rivoluzione romana che avrebbe
portato, di li a poco, all'instaurazione del regime imperiale.
Le opere filosofiche
Tra le tantissime opere filosofiche di Cicerone basti ricordare lultima e la pi significativa, il De
officiis, in cui si affronta il problema dellutile, dellonesto e dellapparente contrasto fra lutile
e lonesto e il De finibus bonorum et malorum (I termini estremi del bene e del male) in
cui tratta la questione centrale su cui le scuole di pensiero ellenistiche avevano impostato le

loro dottrine morali: quale sia lo scopo supremo della vita (greco telos, reso in latino con finis)
che costituisce per luomo il sommo bene, capace di assicurargli la felicit.
Le opere filosofiche di Cicerone occupano un posto di grande rilievo nella storia della cultura
perch consentono di ricostruire il pensiero di numerosissimi filosofi greci i cui testi originali
sono andati
perduti. Cicerone segue infatti nella maggior parte dei casi il metodo
dossografico , procede cio alla discussione dei problemi mediante una rassegna delle
diverse opinioni (greco dxai) espresse al riguardo dai filosofi precedenti.
Questo modo di procedere non risponde soltanto a un'esigenza divulgativa, cioallintento di
far conoscere ai Romani le dottrine e le posizion delle varie scuole, ma si spiega anche con
l'ambizione di operare una sintesi critica dei risultati a cui il pensiero greco era pervenuto
attraverso secoli di dibattiti e di approfondimenti.
Di qui scaturisce l'eclettismo che caratterizza Cicerone filosofo: egli accoglie e fa proprie, di
volta in volta, le posizioni che gli appaiono pi valide e convincenti, senza aderire
pregiudizialmente a un'unica dottrina, bens assumendo nei confronti di tutte un atteggiamento
disponibile ed aperto, ma anche indipendente e critico. Le scuole che riscuotono il suo favore
sono quella accademica in campo gnoseologico ed etico-teorico (De finibus), quella stoica nel
campo della morale pratica (Tusculanae disputationes e De officiis).