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Renato Agazzi

IL MITO DEL
VAMPIRO
IN EUROPA

A cura dell'Autore
Nembro (BG) 2012

La prima edizione di quest'opera del 1979, usc presso l'Editore Antonio Lalli di
Poggibonsi (SI), recava lo stesso titolo della presente, era in 8 e constava di: pp. 257(3), con 24 tavv. in b.n. e una carta pi volte ripiegata. L'opera fuori commercio da
tempo ed divenuta assai rara. Non avendo ceduto i diritti, mi consentito proporre
questa nuova edizione digitale, riscritta, quasi integralmente, nella prima parte. I
numerosi studi sull'argomento mi hanno costretto a rivedere molte delle conclusioni alle
quali ero pervenuto nella precedente edizione. Oggi, grazie a internet, molto pi
semplice accedere in tempi rapidi ad un numero incredibile di informazione. Negli anni
'70 la ricerca delle fonti e quella bibliografica richiedevano anni. La seconda parte,
dedicata al vampiro nella letteratura e alla figura di Vlad l'Impalatore, non viene qui
riproposta. Si tratta di uno studio pionieristico, ormai largamente superato da una
imponente bibliografia sull'argomento.
Dr. Renato Agazzi
Libraio antiquario
www.stnatura.it
2

e-mail: naturalia@tin.it

INDICE

Introduzione...................................................................... 4
Capitolo I. I magici poteri del sangue............................ 8
La vita nel sangue............................................................................ 8
Il sangue sacrificale............................................................................ 10
Il Dio ebraico proibisce di bere il sangue........................................... 14
Il sacrifico della divinit spegne la sete di sangue delle tristi ombre dell'inferno
greco................................................................................ 16
Il sangue di Cristo per il cristiano pegno d'immortalit.................. 19
L'evolversi del mito del vampiro ....................................................... 20
Capitolo II. I demoni-vampiri dell'antichit................. 23
Capitolo III. L'origine del vampiro................................ 44
Qualche notizia sugli Slavi................................................................. 44
Storie di succhiatori di sangue............................................................ 52
La parola upir.................................................................................. 59
La credenza nei morti/succhiatori di sangue prima del XVIII secolo.64
Il vampiro nel settecento.................................................................... 68
Vampiri in Europa dalla prima met del secolo XVIII alle soglie del XX
secolo.................................................................................................. 71
Il potere delle tenebre e l'illusione dell'immortalit........................... 95
Bibliografia citata............................................................. 99

INTRODUZIONE

Scopo del presente lavoro fare il punto su una caratteristica fondamentale del vampiro,
quella cio di un non morto che esce dalla tomba per succhiare il sangue ai vivi. La
definizione stessa di vampiro ormai imprescindibile da quanto detto sopra.
Analizzando per le fonti e l'imponente bibliografia si scopre che questa caratteristica
non cos diffusa come si pensa. fuori di dubbio che il vampiro , secondo le credenze
popolari, un morto che esce dalla tomba ad infastidire i vivi, ma questa prerogativa lo
rende fino a qui del tutto simile ad altri redivivi (o revenants). Se il fenomeno lo si
analizza solo a questo livello il vampiro non altro che un aspetto di un problema molto
pi vasto che quello della paura dei morti. Paura che nasce dalla vista del cadavere e
delle sue complesse trasformazioni prima di raggiungere lo stadio di scheletro. Stadio
quest'ultimo che sancisce la definitiva uscita di scena del morto e della sua pericolosit.
Cosa differenzia quindi il vampiro dagli altri redivivi? La sua prerogativa quella di
essere un morto che succhia il sangue ai vivi. Da dove nasce una tale necessit? La
risposta non cos semplice come sembra. Dagli albori dell'umanit fino al V-IV secolo
a. C. luomo non visto come un qualcosa di indivisibile, pertanto a ciascuna parte di
esso si pu attribuire unanima (pluralit di anime). Sedi dellanima potranno quindi
essere parti anatomiche del corpo: il cuore, il sangue, locchio, il fegato, i capelli ecc.;
sue funzioni: il respiro, il sonno, il ricordo; o fenomeni prodotti dal corpo stesso:
lombra e limmagine riflessa. Parlando della Grecia del periodo arcaico Vermeule
(1979, 7) osserva:
I Greci facevano una netta distinzione tra corpo e anima, tra la carne che imputridisce
e doveva essere seppellita e levanescente psyche, che abbandonava la carcassa e si
recava altrove in un insieme di personalit che potevano attivarsi con il ricordo.
Dal concetto di anima sogno, che abbandona il corpo durante il sonno, si consolida
lidea di unanima collocata fuori dalluomo, che pu penetrare in altri corpi. Da qui il
passo breve dal concepire lanima del defunto, che non trovando fissa dimora, appare
nel sogno del vivo. A questanima vengono attribuiti poteri soprannaturali, in grado di
nuocere o meno. Occorre per tenere ben presente una cosa. La mentalit dei cosiddetti
primitivi e delle antiche civilt a questo stadio del pensiero non conosceva in modo
chiaro lidea di immaterialit dellanima, esattamente come non faceva una netta
distinzione tra il mondo inanimato e animato. Lanima pertanto poteva essere raffigurata
e concepita con le stesse caratteristiche del corpo che lospitava. Se quindi il defunto
appariva in un sogno o in una visiona sotto sembianze umane, la sua presenza o meglio il
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suo ritorno era qualcosa di reale. A questo livello culturale aveva quindi poca
importanza sapere se il morto lasciava materialmente o meno la sua dimora, ci che si
constatava era che poteva tornare tra i vivi e recare notevoli fastidi. Agendo sul
contingente, il sangue sacrificale poteva rappresentare un buon mezzo per placare il
morto e impedirgli di procurarsi direttamente il sangue dal vivo. Si sperava cos che il
defunto tornasse da dove era venuto. Ma il fatto che la realt oltremondana fosse
concepita ad un livello molto pi basso rispetto a quella terrena, non rendeva per nulla
facile la vita ai vivi. L'aver concepito e relegato il regno dei morti in un lungo lontano,
buio, tenebroso e infestato da paurosi demoni, non salvaguardava il vivo da continue
minacce, provenienti non solo dai morti, ma dagli stessi demoni.
Questa fosca prospettiva mut radicalmente dopo il IV secolo a.C. Prima l'orfismo, che
prometteva agli iniziati una salvezza dopo la morte, poi il platonismo e infine l'avvento
del cristianesimo, portarono ad una visione meno inquietante della realt oltremondana.
Nel cristianesimo lanima in vita forma un tuttuno con il corpo: nel rito sacro
delleucarestia il fedele percepisce che prima allanima spirituale, poi al corpo, verr
assicurata limmortalit, secondo un criterio di giustizia divina, che vede i buoni
innalzati nel regno dei cielo e i malvagi abbandonati in quello degli inferi. Tutto ci per
non risolse completamente il problema del ritorno dei morti, anzi per certi versi lo
complic. Il corpo, lasciato a marcire nella tomba, in attesa della resurrezione destava
ancora forti perplessit, inquietudini e paure. Stranamente per scomparve quasi del tutto
tra le credenze popolari, fino alle soglie del XVIII secolo, la figura del morto che
fuoriusciva dalla tomba per succhiare il sangue del vivo. Per lungo tempo tale
prerogativa venne riservata, come gi riscontrato in antiche civilt (assira, babilonese,
ebraica), ad alcuni demoni (spesso identificati nelle figure dell'incubo o del succube) o a
persone (streghe, stregoni, sciamani, esseri malvagi, eretici) che dopo morte finivano
preda di forze demoniache (per semplificare le cose chiamiamo tutte queste entit
demoni-vampiri). Perch questo passaggio intermedio (demoni-vampiri), prima di
giungere al vampiro in senso stretto? Secondo noi entrambi i fenomeni sono legati al
tentativo di spiegare la morte del corpo nelle sue fasi pi virulenti e devastanti. Trovarsi
dinanzi ad un cadavere non perfettamente decomposto destava forti emozioni e
preoccupazioni, specie se questa scoperta avveniva in circostanze critiche (malattie
epidemiche o reiterate apparizioni). Era molto difficile, per la mentalit del tempo,
pensare che ci che stava accadendo al cadavere avesse spiegazioni naturali, era pi
logico pensare che il morto stesse facendo qualcosa e questo qualcosa non portava a
nulla di buono. Se il cadavere si presentava gonfio e turgido, rubizzo, se le unghie o i
capelli sembravano ancora crescere, se stranamente non era maleodorante, se non si
trovava pi nella stessa posizione in cui era stato deposto nella bara, erano tutti sintomi
di una sua innaturale vitalit. Oggi noi sappiamo dalla medicina legale che il cadavere,
in particolari condizioni, non va in decomposizione nei tempi e nei modi stabiliti. Vari
fattori possono rallentare questo processo e creare situazioni intermedie in cui un
osservatore, a digiuno di conoscenze scientifiche adeguate, rimarrebbe sbigottito e
impaurito. Il morto, si perdoni l'ossimoro, mantiene, per qualche tempo una sua
vitalit. Pi che naturale che gli spaventati osservatori del tempo si chiedessero chi
fosse l'artefice di tanto orrore. Prima di supporre che la minaccia potesse venire
direttamente dal morto, si prefer incolpare i demoni-vampiri, entit che, per quanto
inquietanti, non creavano una situazione destabilizzante nella comunit. Finch il morto
5

aveva qualcosa di molto grave da farsi perdonare per la sua condotta precedente
(suicidio, assassinio, eresia, sacrilegio, magia nera ecc.) era abbastanza facile incolpare
un demone. Il corpo morto animato dal demone poteva commettere qualsiasi bassezza.
Scongiuri ed esorcismi potevano servire (non sempre) a placare l'ira dei demoni e dei
malvagi spiriti. Purtroppo per una tale spiegazione era destinata a non durare molto. I
fenomeni complessi della morte e della decomposizione creavano tali e tanti problemi,
che incolpare di tutto i demoni-vampiri si rese ben presto una spiegazione insufficiente.
Non si poteva continuare a nascondere un inquietante dilemma. Per ragioni
incomprensibili alcune persone morte, che nulla avevano fatto da vive per meritarsi
un cos triste destino, non solo si rifiutavano di restare tali, ma tornavano a
minacciare i vivi. Non si poteva pi accettare la spiegazione del demone o dello spirito
vendicatore che prendevano possesso di un corpo morto. Bisognava purtroppo
prendere atto che il proprio vicino, l'amico o peggio il parente, potevano ritornare
tra i vivi, con quali intenzioni, non sempre era chiaro. Qualcosa di inesplicabili agiva,
bisognava tentare di ammansire una volont trascendente, che non risparmiava n il
giusto n il colpevole. Per quanto contrario al concetto di immaterialit dellanima,
predicato dal cristianesimo, il ritorno in vita del corpo venne spiegato postulando
lesistenza di una qualche forma di anima, in grado di agire come un principio
rianimatore del corpo. Se prima si incolpava un agente esterno (diavolo) a rianimare un
corpo, ora era lanima (lanima originaria o una seconda anima), che non labbandonava
finch non si era completamente decomposto. I motivi per cui unanima rianimava un
corpo trasformandolo in un redivivo, rimanevano pur sempre oscuri, ma quanto meno se
a questa sorte sottostava un uomo retto o un bambino, non cera bisogno di ricorrere alla
presenza del diavolo. I mezzi per neutralizzare il morto (la preghiera, lesorcismo) o per
allontanarlo (metodi apotropaici) non funzionavano sempre, spesso il metodo definitivo
era quello di sopprimerlo una seconda volta, tagliandogli la testa, trafiggendolo,
facendolo a pezzi, scarnificandolo o bruciandolo (quest'ultimo si rivelava spesso il
metodo migliore). Significativa questa testimonianza di Hellwald (1890, 371) sul
vampiro in Erzegovina. Tra le fiamme si consumato il corpo fino alle ossa, quindi
anche lanima bruciando uscita da esso, e finalmente trova pace. Il prete, cattolico o
ortodosso, assisteva impotente a tanto scempio, conscio del fatto che i mezzi a sua
disposizione erano inadeguati e insufficienti. Accettata questa spiacevole realt, si
assiste per un lungo periodo di tempo ad una serie di attivit dei cos detti redivivi o
revenants, che poco o nulla hanno a che fare con quella del vampiro in senso stretto. Le
azioni, quasi sempre notturne, erano delle pi varie e disparate: commetteva crimini
(soffocava le persone, uccideva chiamando per nome il malcapitato o alitandogli
addosso il proprio fiato mortifero), provocava malattie o pestilenze, causava gravi
fenomeni atmosferici, rendeva sterili i terreni fertili, inaridiva i raccolti, si trasformava in
varie specie di animali (altre volte era invisibile), mangiava il sudario e pezzi morti della
sua stessa carne e di quella di cadaveri vicini, causava danni ad oggetti e alle abitazioni,
infastidiva sessualmente la sua ex-moglie, ecc. Lazione di bere o succhiare il sangue
era pressoch assente. Il contesto era ormai quello cattolico-ortodosso, dove pregiudizi,
superstizioni e pratiche mediche conferivano al sangue un forte significato magico,
mistico, alchemico e farmacologico (Camporesi 1988), ma nonostante tutto ci la pratica
di berlo direttamente non era affatto diffusa come si pensa. Un tale gesto era forse
considerato troppo dissacrante o semplicemente poco credibile. Il passo finale che
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port a rispolverare lantica credenza del redivivo/succhiatore di sangue fu, come


vedremo meglio in seguito, del tutto casuale. Solo l'esame accurato di un morto/non
morto, da parte di un oscuro funzionario austriaco della prima met del XVIII secolo,
rivel la presenza di un liquido rosso-vischioso vicino alle labbra del cadavere. Fino ad
allora, per quanto possa sembrare strano, nessuno vi aveva dato sufficiente importanza.
Questo volta il fatto dest meraviglia. Vuoi che fossero le circostanze, come vedremo
meglio nel corso della narrazione, vuoi che il funzionario non fosse un medico, sta di
fatto che in un oscuro villaggio serbo nasceva l'associazione tra il termine vampiro
(fino a quel momento indicante uno dei tanti revenants) e succhiatore di sangue. Un
accostamento che nelle credenze popolari ebbe per una diffusione piuttosto limitata,
oltre tutto il modus operandi del vampiro del folklore ben diverso da quello letterario
(o cinematografico), il primo, a parte l'aspetto lacero ed orribile, succhia il sangue
nell'area toracica, vicino al cuore, il secondo, come tutti sanno, succhia il sangue dal
collo delle vittime (quasi sempre belle fanciulle) e il suo aspetto tenebroso, ma
accattivante.

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CAPITOLO I
I MAGICI POTERI DEL SANGUE
La vita nel sangue
La visione del sangue agli occhi dell'uomo primitivo dovette rappresentare un fatto
straordinario, meraviglioso e terribile, al pari del nascere e del morire, del sorgere e del
tramontare del Sole, del fuoco, della tempesta e del tuono. Allo sbigottimento, per,
dovette ben presto sorgere in lui una prima naturale constatazione: l'energia vitale di un
uomo o di un animale ferito si andava via via spegnendo con l'effusione del sangue.
Impedire questo evento significava rendere la vita all'uomo o all'animale. Il sangue
irrimediabilmente perduto dovette, tuttavia, interessare la mentalit del primitivo. Quel
liquido rosso che sgorgava dalla ferita era la fonte della vita stessa, non utilizzarlo
rappresentava, in qualche modo, una perdita, non solo per il ferito, ma anche per colui
che lo soccorreva. L'energia fornita dal pasto quotidiano rappresent l'elemento di
paragone necessario per l'immediata utilizzazione del sangue. A differenza, per, del
pasto il sangue bevuto doveva dare una maggiore vitalit ed energia, se tanto tragica era
la sua perdita.
Non era, per, la stessa cosa bere il sangue di un guerriero coraggioso da quello di un
imberbe o di un debole. Questa differenza qualitativa acquist una notevole importanza
quando trib limitrofe, entrate in discordia, si dettero guerra: l'assimilazione del sangue
del nemico ucciso, specie se forte e coraggioso, significava, non solo il possesso
materiale delle sue qualit, ma anche una totale vittoria su di lui. E' per questo che gli
antichi Sciti, i Cartaginesi e i Galli assaggiavano o bevevano il sangue dei nemici uccisi,
al pari degli Italones delle Filippine, mentre i Sioux preferivano ridurre in polvere e
inghiottire parti del cuore di nemici valorosi. In alcune leggende scandinave l'eroe
diviene forte e coraggioso bevendo il sangue di un orso e mangiandone il cuore, il
motivo viene riproposto anche in alcune fiabe russe. 1
Il nutrirsi, inoltre, con il sangue dei nemici uccisi aveva, gi di per s, un significato
religioso: il morto non era morto del tutto, il suo sangue era depositario della sua
precedente vitalit e impossessarsene significava perpetuarla; se cosi non fosse stato non
aveva nessun significato il possesso e la totale vittoria nei confronti del nemico ucciso.
Anche l'antropofagia presente in alcune civilt primitive di cacciatori e raccoglitori
(come ad esempio i Dieri australiani o i Taugara), pur assumendo un valore funerario,
era mossa dagli stessi intenti. Il pasto antropofago si esauriva nella mitigazione del
1) Per contro altri popoli (Estoni, alcune trib del Nord America) si astengono dal bere il sangue di un

qualsiasi animale, in quanto ne contiene la vita e lo "spirito della bestia". "I cacciatori israeliti spargevano
tutto il sangue della bestia che avevano ucciso e lo coprivano di polvere. Non assaggiavano il sangue
perch credevano che l'anima e la vita dell'animale era nel sangue o era il sangue stesso". Frazer ( 1965, I,
356).
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cordoglio, cio, tramite la partecipazione comunitaria dei presenti al banchetto


cannibalico si aveva una riappropiazione ideale dell'estinto. 2
Mentre il parente o l'amico il primitivo tendeva, mosso da profondi sentimenti d'amore e
d'amicizia, a conservarlo in s per mezzo del pasto cannibalico, il quale rappresentava
una sorta di comunione, per la morte di un nemico non era necessario operare una cosi
intima fusione tra il vivo e il morto, ma era sufficiente servirsi del sangue (o anche del
cervello, del cuore, del fegato o dei testicoli a seconda delle virt di cui ci si voleva
impossessare), sede di tutta la vitalit dell'ucciso, trascurando tutto il resto. Naturalmente
non mancano le eccezioni, cos, ad esempio, gli antichi Irlandesi bevevano e si
cospargevano il corpo con il sangue degli amici morti.
Non erano per rari i casi di pasti cannibalici di nemici uccisi; che significato dare a
questi episodi? Evidentemente nel pasto cannibalico il primitivo non era mosso soltanto
dal cercare un potenziamento o un rafforzamento delle proprie energie e, tanto meno, da
motivi di vendetta, ma anche, dice Bacchiega (1971, 61), "dall'esigenza di far s, che i
compagni caduti in battaglia, potessero anch'essi, attraverso i compagni rimasti vivi,
partecipare alla vittoria divorando i morti". Si aggiunga, inoltre, che all'indomani della
vittoria i cadaveri dei nemici uccisi risultavano presenze inquietanti nei confronti dei
guerrieri vittoriosi, in quanto potevano ritornare a molestare gli uccisori. Il ritorno
poteva avvenire attraverso sogni, visioni o fenomeni naturali inesplicabili. In questo
stadio di civilt lanima veniva raffigurata e concepita con le stesse caratteristiche del
corpo che lospitava (mancava il concetto di immaterialit dellanima). Se pertanto il
morto appariva nei sogni del suo uccisore, questultimo era convinto di averlo
materialmente incontrato. Il pasto antropofago del nemico ucciso mitigava quindi lira di
questultimo, che si garantiva una sorta di sopravvivenza e smetteva di disturbare il suo
uccisore (Frazer I, 333 sg.).
Comunque stiano le cose sia il pasto cannibalico che l'assimilazione del sangue
rappresentavano, pur sempre, un primo tragico confronto con la morte, considerata come
forza oscura e malefica. L'anelito infatti al raggiungimento di un'immortalit o meglio di
un'autonomia dalla morte che si percepisce nel considerare il pasto antropofago risponde
abbastanza bene alle modeste concezioni escatologiche del tempo. Nella religiosit del
passato la vita delloltretomba non altro che la continuazione della vita terrena, anzi,
spesso, portata ad un livello pi semplice e banale. L'ansia del cos detto primitivo di
relegare in regioni il pi possibile lontane, l dove tramonta il sole, il regno dei morti
tradisce, non solo la paura per la morte, ma anche una ineluttabile condanna che egli si
trascina come una pesante eredit. Inoltre, bench relegato lontano il regno dei morti non
cessa per questo di essere minaccioso, e infatti il morto compare nei sogni a turbare la
tranquillit del vivo. Tuttavia, con il progredire delle concezioni religiose, si dovette far
strada una domanda (riflesso pur sempre di una concezione escatologica molto triste): se
il sangue era la fonte di vita e di energia per il vivo, perch non lo poteva essere anche
per il morto? Il regno dei morti era popolato da esseri tristi, non paghi di aver lasciato la
vita terrena, pertanto dovevano avere sete di sangue, cio di vita. Placare la nostalgia del
morto verso la perduta vita terrena con lo spargimento del sangue poteva rappresentare
2) Cfr. in proposito Vohlard (1949, 216-220) e Hogg (1958).
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una soluzione. Il ritorno del morto non era ancora pregiudicato dalla condotta tenuta da
questo durante la sua precedente esistenza terrena. In questo contesto le caratteristiche
minacciose del morto non erano limitate ai soli casi di morte violenta (assassinati,
suicidi, ecc.), ma, come dice Kleinpaul (1898, 128), "tutti i morti erano vampiri, tutti
erano pieni di collera verso i vivi e tentavano di far loro del male, privandoli della vita".
E Montague Summers (1960, 17) chiarisce meglio il pensiero di Kleinpaul con il
seguente esempio: "Fra molte trib Africane, fra i Polinesiani di Tahiti, nelle Isole
Sandwich e in tutto l'Arcipelago del Pacifico; fra gli Aborigeni dell'Australia, Nuova
Zelanda e Tasmania; fra gli abitanti della Patagonia; fra gli Indiani della California e
del Nord America; e in molti altri popoli le lamentazioni funebri sono spesso
accompagnate da lacerazioni del corpo, fino a far scorrere liberamente il sangue;
anche per la morte di sconosciuti queste genti si infliggono terribili mutilazioni, anzi pi
uno crudele e barbaro con se stesso e pi tenuto dal morto in grande onore e
rispetto. L'importante, comunque, che il sangue venga versato, in modo da manifestare
e costituire una intesa con il morto; questo, infatti, abbandona liberamente l'esigente
pretesa di ritornare fra i vivi e privarli forzatamente della vita in terribili circostanze".
Del resto un'idea cosi fosca collimava perfettamente con ci che le primitive religioni
avevano sull'aldil, comprese quelle del bacino del Mediterraneo (Egizi, Babilonesi e
Assiri, Ebrei e Grecia del periodo arcaico). Come abbiamo gi accennato i morti erano
costretti a menare un'esistenza ben squallida e incolore, spesso ridotti allo stato di ombre
e relegati, per lo pi, in luoghi sotterranei, oscuri, paurosi e lontani. Era inoltre pressoch
assente una distinzione fra un luogo di pace e di serenit per il giusto e un luogo di pena
per il colpevole. In queste tristi e mortificanti condizioni era quindi pi che giustificato
un rancore del morto nei confronti dei sopravvissuti. Un suo eventuale ritorno
significava una cosa sola: procacciarsi il sangue del vivo per garantirsi una qualche
parvenza della passata esistenza. I superstiti guardavano con disperazione e paura il
momento del loro trapasso in quanto soggiacevano ad un'analoga sorte. Bisognava
quindi porre un rimedio a questo triste fato, bisognava cio trovare la giusta strada per
dare al sangue un valore ben pi grande di quello che gli si era dato finora. Questo
avvenne quando si trasform il sangue in elemento sacro, indispensabile nelle cerimonie
religiose e la cui assimilazione garantiva all'iniziato propriet vaticinanti, ma soprattutto
lo avvicinava alla divinit e, quindi, ai grandi misteri.
Il sangue sacrificale
Le comunit primitive, specialmente quelle a carattere agricolo, svolgevano le loro
attivit in uno spazio abbastanza ristretto. Il benessere e la ricchezza della comunit
erano circoscritti nel lavoro dei singoli individui e dei loro armenti. Il bestiame non era,
per, un semplice strumento di lavoro, ma un elemento prezioso; esso alleggeriva il duro
lavoro dell'uomo e, all'occorrenza, lo nutriva con il suo latte. A lungo andare l'animale
domestico divenne un amico e un fratello e, come non si spargeva sangue tribale, cosi
non si spargeva quello dell'animale domestico. L'uccisione era possibile, ma al di fuori
della comunit, cacciando l'animale selvaggio. Questo aspetto tranquillo della primitiva
comunit non poteva perdurare a lungo, esposta, com'era, alle mutevoli condizioni
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climatiche, al diffondersi di malattie e all'odio di trib limitrofe. A cosa attribuire quindi


lo scarso raccolto, le improvvise malattie fra uomini e animali e i tristi lutti?
Evidentemente gli dei non erano pi ben disposti ad aiutare la trib e, anche se le cause
erano ignote, il maleficio si era abbattuto su di essa. Il rimedio doveva essere ricercato in
un sacrificio che riuscisse a coinvolgere tutta la comunit, privandola di qualcosa di
caro e prezioso, solo cos era possibile richiamare i favori degli dei. Il sacrificio di un
animale domestico o anche di una persona aveva lo scopo di rinvigorire la divinit, la
quale ne beveva il sangue sacrificale. Il sacrificio rappresentava, quindi, un momento
straziante per il primitivo, ma necessario per il bene della collettivit.
Del resto gi nei rituali della magia omeopatica o imitativa si era ricorsi al sangue per
suggellare l'efficacia del rito, e ci al fine di favorire particolari eventi, come, ad
esempio, la moltiplicazione del bestiame. Per provocare ci gli Arunta (Spencer/Gillen
1904), trib dell'Australia centrale, praticano l'intichiuma, per l'incremento dei loro
animali totemici: em, canguro, bruco, ecc.: alcuni uomini si praticano dei tagli nelle
vene, fino a fare uscire abbondante il sangue, che deve cadere sul terreno al fine di
tracciare particolari segni. Deposto in terra il churinga (emblema di legno su cui inciso
l'animale totemico) gli uomini imitano il gesto di un determinato animale totemico.
Segue la polverizzazione del sangue al fine di produrre la moltiplicazione dell'animale.
Se nei rituali della magia imitativa il sangue ha per lo pi un carattere positivo e
nell'esempio considerato l'atto magico ha anche un valore pubblico, nel senso cio che la
moltiplicazione dell'animale va a vantaggio di tutta la comunit, nei rituali della magia
contagiosa il sangue assume un aspetto biunivoco. Cio l'interessato pu usare il sangue
di un suo nemico per distruggerlo, ma nello stesso tempo deve guardarsi dal medesimo
affinch non adotti metodi analoghi. Per questa ragione, dice Frazer (1965 I, 71-72), "i
Papua di Tumleo, un'isola vicino alla Nuova Guinea, mettono molta cura a gettare nel
mare le bende insanguinate con cui hanno medicato le loro ferite, per timore che, se
cadessero nelle mani di qualche nemico, questi potrebbe far loro del male con arti
magiche". Analogamente si dica per i riti di circoncisione (Ebrei e varie trib
dell'Australia e dell'Africa) o di clitoridectomia (in Africa nord-occid. fra i Somali, Afar
e i Galla nord-orient); in ambo i casi si evita accuratamente di spargere il sangue per
terra. Se disgraziatamente dovesse cadere bisogna subito coprirlo con la terra o
accendere un fuoco in quel punto. Addirittura nel Sussex occid. si crede maledetta e
sterile la terra bagnata dal sangue. Universalmente temuto il sangue mestruale o da parto,
la cui misteriosa origine, non dovuta ad un'azione violenta identificabile, lo rende pi
pericoloso del solito. Limitandoci a considerare questa credenza nella sola Europa,
diamo in lettura questo interessante, quanto curioso passo tratto dal Ramo d'oro di Frazer
(1965 III, 935-936):
"Nella pi antica enciclopedia che esista [la Historia Naturalis di Plinio il Vecchio] la
lista dei pericoli che si possono temere dalla mestruazione pi lunga di quella fornita
dai semplici barbari. Secondo Plinio, il contatto di una donna mestruata trasforma il
vino in aceto, fa venire la golpe ai raccolti, uccide le sementi, devasta i giardini, fa
cadere i frutti dagli alberi, rende opachi gli specchi, smussa i rasoi, fa arrugginire il
ferro e il rame, specialmente al calar della luna, fa morire le api, o almeno le caccia via
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dai loro alveari, fa abortire le cavalle e cosi via. Similmente in varie parti d'Europa si
crede ancora che se una donna mestruata entra in una birreria, la birra diventi acida;
se tocca della birra, del vino, dell'aceto o del latte li fa andare a male; se fa della
marmellata non si conserva; se monta una cavalla la fa abortire; se tocca dei boccioli li
fa appassire; se monta sopra un ciliegio lo fa seccare. Nel Brunswick la gente crede che
se una donna mestruata assiste all'uccisione di un maiale, la carne dell'animale
andrebbe in putrefazione. Nell'isola greca di Calymnos una donna in questo periodo
non pu andare a tirar l'acqua al pozzo, n traversare un corso d'acqua, n entrare in
mare. La sua presenza in un battello dicono che farebbe venire una tempesta".
Per altri versi i Caffri (Ovest-Africa) hanno orrore del sangue sparso per terra o sul corpo
perch risuscita le anime delle persone malvagie. Essi, infatti, credono che queste ultime
ritornino attratte dal sangue, durante la notte, a molestare e uccidere i vivi (Montague
Summers 1960, 13). Curiosa, infine, la connessione tra morto e uccisore legata alla
presenza del sangue; cos, ad esempio, in English and Scottish popular Ballad (1904,
141), nella bella ballata Young Hunting, il cadavere del giovane cacciatore sanguina se
toccato dalla sua gelosa assassinatrice:
White, white waur his wounds washen,
As white as ony lawn;
But sune's the traitor stude afore,
Then oot the red blude sprang.3
Nella Saga dei Nibelunghi e nel Riccardo III (I, 2) di Shakespeare incontriamo la stessa
credenza popolare4, come pure negli atti di alcuni processi giudiziari celebrati nel XVII
secolo. "Un processo, in Scozia, del 1687 [] Philip Standfield, figlio dissoluto di Sir
James Standfield, si trovava vicino al corpo del padre, che si presumeva fosse annegato
in uno stagno, quando venne esumato. Philip poggi la mano sul capo del cadavere, ed
ecco che, immediatamente, la bocca e le narici emisero un abbondante flotto di sangue)
5
, secondo il consueto modo di Dio di scoprire i delitti. Con poche altre prove Philip fu
riconosciuto colpevole di complicit nel delitto" (Dorson 1964, 43-44).
Avevamo detto pi sopra che il sangue veniva dalla comunit destinato ad una divinit,
al fine di nutrirla, di fortificarla e di rendersela propizia. Non sempre, per, questa
sembra gradirlo; accade cosi che presso la trib degli Ifugao centrali (Luzon
settentrionale) il primo sacrificio umano provoc, secondo una leggenda (Beyer 1913,
3) Bianche, bianche erano le sue ferite,/ bianche come il lino;/ ma appena la traditrice si avvicin,/ il

rosso sangue cominci a sgorgare.


4) La stessa credenza si trova nellopera del poeta e autore teatrale inglese George Champman The

Windows Tears (1612, Atto V), nel poema Idea, the Shepherds Garland (1593) di Michael
Drayton e nellopera Demonologie di re Giacomo I dInghilterra.
5)

Il fenomeno trova una plausibile spiegazione nella manipolazione del cadavere. Toccando,
spostando il corpo del morto, facilmente si possono determinare fuoriuscite di umori e liquidi,
scambiati per sangue. Maggiori notizie in Barber (1994, 179 sg.).
12

113), la dispersione delle genti, con la formazione di due stirpi: una ad Oriente e una ad
Occidente, stirpi che ben presto cominciarono ad odiarsi e a combattersi
vicendevolmente. Secondo queste genti il sangue umano consacrato ad una divinit
stato la causa della discordia nel mondo. Il senso di divieto espresso dal dio supremo
Maknongan traspare esplicitamente da queste parole: "Non vivrete pi assieme e quando
dovrete fare qualche sacrificio agli dei non ucciderete n topi, n serpenti, n esseri
umani: offrirete soltanto pelli e maiali" (Petazzoni 1963 II, 115).
Tuttavia il motivo del sangue, divenuto sacro perch offerto al dio, ricorrente in molte
religioni; determinante fu, inoltre, il successivo concetto di comunione uomo-dio tramite
l'assimilazione del sangue sacro. Infatti, quest'ultimo doveva essere carico di virt
miracolose, ben maggiori di quello di un nemico ucciso. Per, mentre il sangue di un
nemico ucciso lo si beveva senza timore, di fronte al sangue destinato alla divinit sorse
una sorta di timore. La sua azione poteva rappresentare un oltraggio, un peccato
dorgoglio nei confronti della divinit e inoltre spezzava quello che per lungo tempo era
stata lincolmabile distanza fra il dio e l'uomo, precipitando questultimo in una
situazione forse pi terribile e angosciosa. Come noto gli antichi detestavano ogni
forma di novit e tendevano a fondarsi sempre sulle tradizioni dei padri, pertanto coloro
che si accinsero a bere il sangue sacrificale erano ben consapevoli della gravit del
momento, sia per loro che la vivevano, sia per chi partecipava alla cerimonia. Erano
probabilmente guardati come dei coraggiosi innovatori o come degli autentici folli.
Vediamo, cosi, che le religioni del sangue sono caratterizzate da un duplice aspetto:
mentre da un lato principi dogmatici impongono, in modo categorico, al discepolo di
astenersi dal bere sangue perch riservato alla divinit; dall'altro, proprio per questa
ragione, questi ne attinge, in modo pi o meno simbolico, per acquistare in parte la
natura divina. Condizione questultima essenziale, in quanto impedisce al discepolo di
subire dopo la morte un destino negletto. Questa convinzione soprattutto affermata da
quelle religioni che danno al sangue un valore eziologico, fondante. Gi nelle religioni
primitive si intravede questa possibilit; cosi, ad esempio, presso i Moanas (Isole
dell'Ammiragliato) l'origine dell'umanit dovuta al sangue di una donna:
"Hi Asa era sola. Essa stava lavorando. Si fece un taglio in un dito. Prese un guscio di
conchiglia. Ci mise dentro il sangue della mano. Lo coperse. Cont i giorni. I giorni
furono undici. And a vedere. C'erano due uova. I due non erano ancora sgusciati . . .
Uno era un uomo, e l'altro era una donna. I due generarono noi. Noi siamo figli del
sangue" (Petazzoni II, 284).
Per l'India dei tempi dei Veda l'uomo nasce dal sangue di Purusha ucciso:
La sua bocca divenne il Brahmano,
le sue due braccia fecero il guerriero (kshatrya)
le sue cosce, il Mercante (vaisya),
dai suoi piedi nacque il Servo (sudra) (Morretta 1966, 279).
Sempre in India (India del Sud) tra i Kuruvikkaran, una classe di cacciatori di uccelli e di
mendicanti, si crede che la dea Kali discenda nel sacerdote ed egli d responsi d'oracolo
13

dopo aver succhiato il sangue che scorre dalla gola recisa d'una capra (Frazer 1965 I,
152).
Fra i Babilonesi e Assiri gli uomini nacquero dai sangue del dio Bi (sinonimo di Eni il,
il dio della Terra). Con il sangue della divinit uccisa, mescolato all'argilla, fu possibile
ottenere la vita del primo uomo (Bottro 1961). In questo caso, per, l'origine dell'uomo
dal sangue del dio esprimerebbe l'assoluta dipendenza e subordinazione cieca dell'uomo
alla divinit, e non la sua partecipazione al divino, come vedremo tra poco parlando
dell'orfismo dei Greci. Nel mito greco l'uomo nasce dal sangue dei Titani uccisi. Il
mitico popolo dei Feaci nacque dal sangue di Urano, e sempre da Urano, mutilato dal
figlio Crono, nacquero le Erinni, divinit infernali.
Il Dio ebraico proibisce di bere il sangue
Leggiamo nel Deuteronomio (XII, 23): "Ma guardati bene dal mangiare il sangue,
perch il sangue la vita, e tu non devi mangiare la vita con la carne. Tu dunque non lo
mangerai, ma lo spargerai per terra come l'acqua" .
Nella Genesi (IX, 3.4): "Tutto ci che si muove e che ha la vita vi sar di cibo: lo vi do
tutto questo come vi detti l'erba verde; solo non mangiate carne che abbia ancora la
vita sua, cio il suo sangue".
Il Levitico (VII, 27) categorico in proposito: "Chiunque manger del sangue, sar
reciso dal suo popolo". Il sangue, presso gli Ebrei, riservato solamente a Dio, altor di
vita, e pu essere sacrificato a Lui, solo nel sacrificio detto espiatorio (Cfr. in proposito
il Levitico XVII, 10.16); ma il sangue umano non pu mai essere sacrificato. Dio stesso
lo punisce: il Talmud insegna che colui che eserciti solo minacce nei confronti dei suoi
simili gi considerato un malfattore. Tuttavia per "suoi simili" il Talmud spesso intende
solo il "Popolo eletto": "Colui che fa scorrere il sangue degli empi (cio gli idolatri, e i
cristiani) offre un sacrificio a Dio". Anzi il rabbino talmudista Menachem dice: "Voialtri
Israeliti, voi siete uomini, ma gli altri popoli non sono uomini perch le loro anime
provengono da una sostanza spirituale impura e demoniaca, mentre le anime degli
Israeliti, provengono dallo Spirito Santo di Dio" (Chochod 1971, 85). E in effetti non
mancarono lungo i secoli accuse, in parte infondate e in parte no, nei confronti degli
Ebrei, di praticare omicidi rituali, soprattutto nel tempo pasquale. I sospetti e le accuse
nascevano dal fatto che taluni affermavano che gli Ebrei, essendo loro vietato di
sacrificare il biblico Agnello pasquale fuori dalle mura di Gerusalemme, erano costretti
nella diaspora a servirsi di sangue cristiano per i loro riti. Tuttavia la vera entit di questi
crimini veramente irrisoria; basti pensare che dal 1071 al 1670, fa notare Chochod
(1971, 268, n. 37), "in Francia, in Inghilterra ed in Germania, furono constatati ed
imputati ad Ebrei, trentasei assassini rituali". Se si considera lo spazio di tempo, quasi
cinque secoli, estremamente lungo, non si pu che concludere che questi crimini, per
quanto sicuramente accertati, furono del tutto occasionali. Mentre non furono certo
occasionali le sistematiche persecuzioni (pogrom) perpetrate lungo i secoli contro gli
Ebrei.
14

Il fatto che nella religiosit ebraica il sangue sia sotto tab una prova della presenza del
Dio Ebraico "Creatore e Signore", potenza estranea, che nulla fa per placare l'uomo dalla
sua consapevolezza di essere limitato. Motivo questo che spiega anche la mancanza di
una organica ed elaborata escatologia ebraica in confronto a quella cristiana: la presenza
del Cristo "ha distrutto la morte e ha portato alla luce vita ed eternit" ( II Tim. 1,10).
Per molto tempo gli Israeliti sono vissuti nel timore che i trapassati dormissero in
un'oscura cavit sotterranea (detta Sheol), tenebroso soggiorno dove interdetto alle
ombre il lodare Dio e dove non c' distinzione fra il giusto e il colpevole. Il concetto
dualistico del mondo (Regno di Dio e Regno di Satana) si diffonde presso gli Ebrei solo
nel periodo post-esilico;6 quindi chiaro che il rapporto con la trascendenza si
normalizza solo nella sfera terrena, raggiungendo quello stato di apparente regolarit,
dove la morte rappresenta la rottura con il rapporto divino; dice, infatti, il profeta Isaia
(XXXVIII, 18):
Lo sheol non inneggia a te
e la morte non ti loda;
quelli che discendono nella tomba
non sperano pi nella tua felicit.
E' interessante, inoltre, osservare come nel Levitico (XIX, 26) si proibisca di mangiare
"carne che contenga sangue" e subito dopo si interdica la pratica di vaticinare e
compiere pratiche magiche; si pu, quindi, supporre che queste ultime due azioni fossero
strettamente legate al potere mantico del sangue, presente tra l'altro nella mitologia
scandinava7 e greca. Se il sangue sprigiona di per s forza magica (Cfr. in proposito la
Genesi: IV, 10), impossessarsene significa chiarire meglio i rapporti con la divinit. Del
resto, fa notare Seppilli (1962, 173), noto che presso numerose popolazioni a cultura
arcaica "l'uso degli eccitanti, o degli inebrianti o degli stupefacenti, non mancano mai
nelle cerimonie mantiche, iniziatiche ed orgiastiche". L'Autrice ne d un breve elenco:
"Il sacro soma vedico, la hoama iranico, la foglia d'edera delfica, il vino delle orge
bacchiche, l'idromele germanico, l'orzo e altre sostanze fermentate, il sangue, le
esalazioni sotterranee, ecc."; tutti mezzi che facilitano il "flusso di immagini
significative" e tendono "ad abbassare il controllo razionale".
Il ricorso a queste pratiche magiche-neopagane per la religiosit ebraica, come
abbiamo gi accennato, il sintomo di un non ben definito rapporto con la divinit
ufficiale. Non , quindi, quella degli Ebrei un peccato dorgoglio contro la divinit, ma
la conseguenza di un rapporto con questultima formale e inaccessibile, che man mano
entra in crisi. Sui numerosi divieti imposti dalla divinit fa perno il centro della crisi, essi
6) "Si trovano, infatti, qua e l, nel Salterio delle aspirazioni, che sono come un anticipo di una vita

felice presso Dio: solo verso il II sec. prima di Cristo si trova un po' di luce sulla Risurrezione e la
vita dell'aldil". ( Bonsirven 1961, 116).
7) Nell'Edda di Snorri (Skaldsk cap. I) narrata l'origine della bevanda inebriante: "idromele" di

Odino, essa il frutto del mescolamento di sangue e miele, chi la beve ha il dono della saggezza e
della poesia.
15

infatti non vengono compresi. Il rapporto divenuto insostenibile causa una reazione
spontanea nel fedele: egli abbandona la divinit ufficiale a vantaggio delle antiche
religioni idolatre e delle pratiche magiche. Il diffondersi di queste garantito proprio dal
fatto che sono investite dalla proibizione e che apparentemente sembrano meglio
risolvere i rapporti con la nuova divinit opposta a quella ufficiale. Che la maga fosse
largamente praticata fra il popolo ebraico lo si pu facilmente dedurre in base ai
numerosi rimproveri e ammonimenti dei profeti biblici (Cfr., ad esempio, Isaia lI, 6;
Geremia XXIV, 9; Osea IV, 12; Malachia III, 5). Nell'Esodo (XXII, 17) si condanna a
morte la strega: "Non lasciar viver la maliarda". Il Deuteronomio (XVI 11, 9-14) dice
chiaramente:
"Quando tu sarai entrato nella terra che il Signore, Iddio tuo, ti dona, non darti ad
imitare le abominazioni di quelle genti. Non ci sia in mezzo a te chi faccia passare il
proprio figlio o la propria figlia attraverso al fuoco [il passo allude ai sacrifici umani,
mediante rogo, in onore del dio Moloc], n chi fa l'indovino o predice le sorti, n
augure, o mago, n chi fa incantesimi, o consulta gli spettri, n chi evoca lo spirito dei
morti. Chiunque pratica queste cose in abominio davanti al Signore, anzi per colpa
di queste abominazioni che il Signore, Iddio tuo, caccia quelle genti dinanzi a te".
Anche l'idolatria, al pari della magia, soggiace ad un analogo trattamento; sempre
nell'Esodo (XXII, 19) sta scritto: "Chi sacrifica ad altri dei, fuorch al Signore solo, sia
punito con la morte".
Rimedi cos severi tradiscono una larga diffusione di tutte queste pratiche, pi o meno
clandestine. E' fin troppo famoso l'episodio, citato in molti testi di magia, di Saul (o
Saulle), il quale, nonostante proibisse severamente ogni forma di magia, ricorse alla
maga di Endor per evocare lo spirito di Samuele, e apprendere cos da questo la sua
imminente morte. Salomone era un profondo conoscitore di magia, secondo il Talmud
ebbe rapporti con quattro spettri femminili notturni: Lilith, Naama, Aguereth e Mahala,
dai quali nacquero i demoni (Chochod 1971, 50-51).
Il sacrificio della divinit spegne la sete di sangue delle tristi ombre dell'inferno
greco
I Greci dell'antichit omerica ipotizzavano l'esistenza di un impreciso quanto oscuro
aldil: l'ombra di Achille, re dell'Ade, si lamenta "sulla propria sorte di re inutile di
inutili sudditi" e quando, dalla voce di Odisseo, apprende le prodi azioni dell'emulo suo
figlio ritorna in lui l'illusione della vita terrena ormai perduta.
II lamento dell'anima di Achille reso possibile dall'assimilazione del sangue: mezzo
attraverso il quale possibile comunicare con il regno dei morti;8 bere il sangue per le

8)

Apollodoro (III X,3) ci assicura che Esculapio risuscitava i morti, perch "aveva ricevuto da
Atena il sangue che era stato sparso dalle vene recise della Gorgone".
16

ombre dell'Ade significa uscire dal loro larvato sonno e riacquistare coscienza:
bevendolo infatti riconoscono e parlano ad Odisseo. Si legge nel Libro XI dell' Odissea:
Ed ecco sorger della gente morta
dal pi cupo dell'Erebo, e assembrarsi
le pallid'ombre: giovanette spose,
garzoni ignari delle nozze, vecchi
da nemica fortuna assai vessati,
e verginelle tenere, che impressi
portano i cuori di recente lutto;
e molti dalle acute aste guerrieri
nel campo un d feriti, a cui rosseggia
sul petto ancor l'insanguinato usbergo.
Accorrean quinci e quindi, e tanti a tondo
aggiravan la fossa, e con tai grida,
ch'io ne gelai per subitana tema.
Pure a Euriloco ingiunsi, e a Perimde
le gi scannate vittime e scoiate
por su la fiamma, e molti ai Dei far voti,
al prepotente Pluto e alla tremenda
Prosrpina: ma io col brando ignudo
sedea, n consentia che al vivo sangue,
pria ch'io Tiresia interrogato avessi,
s'accostasser dell'Ombre i voti capi.9
Motivi analoghi al Libro XI di Omero si ritrovano in Ecuba di Euripide. L'ombra di
Achille si serve di Ecuba, apparendole in sogno, per far da tramite con i Greci, dai quali
esige il sacrificio di una vergine per berne il sangue. In un'adunanza plenaria gli Achei
stabiliscono di offrire ad Achille la figlia di Ecuba: Polissena. L'ombra di Achille era,
infatti, apparsa, rivestita con le sue armi d'oro, anche agli Achei gridando:
O Danai, ove mai ve ne andate
senza pensare a un'offerta
per la mia tomba? 10
Una tarda leggenda su Odisseo raccolta da Strabone, Pausania, Eliano e nel lessico
Suda: lo spettro di Odisseo minaccia e impaurisce gli abitanti della citt di Temesa;
questi, su consiglio dell'oracolo di Delfi, placano lo spirito del morto sacrificando la pi
bella vergine della citt (Montague Summers 1968, 28). Nella religiosit omerica si tenta
di oggettivare la divinit in termini antropomorfi, al fine di rendere risolvente il rapporto
tra uomini e dei. Tuttavia il solco che li divide notevole e si riflette, da un lato nella
mancanza di una forma di misticismo e dall'altro, come abbiamo visto, in una
concezione dell'aldil delineato con tratti fuggevoli, sbiaditi e oscuri.
9) Traduz. di I. Pindemonte in Odissea di Omero (1830, 198).
10) Traduz. di D. Ricci in Euripide (1956, 111)
17

E' chiaro che un tentativo di spiegare in termini terreni e, quindi, comprensibili i rapporti
con le divinit non pu che dare la possibilit al consolidamento delle posizioni
antropocentriche, cui fa seguito, per tutto il periodo della Grecia arcaica, una graduale
inconsistenza del concetto di anima a vantaggio del corpo, che, come dice Nilsson
(1961, 32), "esso stesso l'uomo".
Non essendoci nell'Ade una distinzione fra giusto e colpevole, per i motivi suddetti, e
venendo quindi a mancare quell'elemento di giudizio, ancor prima che morale, etico,
l'uomo si sente prigioniero del suo stesso corpo. E' evidente, a questo punto, che gli
influssi orientali, le orge dionisiache prima e l'ortodossia orfica poi, trovarono facile
terreno per giungere ad una concezione dualistica del mondo (con una netta distinzione
tra corpo e anima), meglio rispondente a quelle necessit intrinseche dell'uomo.
Si soliti vedere nel dionisismo e in particolare nel sacrificio di un animale
(identificazione della divinit), consumato dalle menadi, una sorta di primitiva
comunione con il dio, dato che al sacrificio seguiva l'immediata assimilazione della
carne sanguinante dell'animale. Ora ammettere un salto qualitativo di cosi enorme
portata, rispetto alle precedenti credenze, sembra verosimilmente eccessivo. Tuttavia
sappiamo che il potere mantico del sangue non era del tutto sconosciuto presso i Greci;
cos, ad esempio, per provocare l'ispirazione nel tempio di Apollo in Argo si beveva il
sangue caldo di una vittima appena scannata (Usener 1912-13, 400-403 e 414). Si pu,
quindi, supporre che i riti dionisiaci tendessero appunto a questo, cio tentare di chiarire,
attraverso l'ispirazione magica del sangue, i rapporti con la divinit. Tutta la cerimonia,
fortemente emotiva, sembra, del resto, ispirata a questo fine:
"Nei suoi tratti generali l'estasi dionisiaca viene descritta nel modo seguente. Le donne
cadono in istato d'ebrezza, a volte dopo avere a lungo resistito: lasciano le loro
occupazioni, si precipitano nei boschi e per la campagna, corrono ai monti, danzando e
squassando fiaccole e tirsi, bastoni avvolti d'edera con in cima una pigna. Latte e
miele11 sgorgano dal suolo (il vino nominato di rado), lo stesso dio Dionisio appare ai
loro occhi. Quando l'estasi al culmine, le menadi afferrano un animale, lo fanno a
brani e ne divorano a pezzi le carni crude. Guai a chi s'oppone loro e tenti di
trattenerle: perduto" (Nilsson 1961, 29).
Se nella concezione omerica il sangue viene utilizzato per comunicare con il regno dei
morti e il suo potere si esplica nei confronti dei trapassati, nell'orgia dionisiaca il suo
potere si inverte e si manifesta nei confronti del vivo, il quale cerca un rapporto affettivo
e chiarificatore con la divinit. Pi avanzate appaiono le posizioni assunte dall'orfismo,
le quali mirano ad una effettiva unione con il dio.

11)

Anche il miele esercita un potere mantico (v. nota 7 del presente cap.): V. Inno omerico a
Hermes (v. 553 il miele detto "cibo soave dei numi"); Pindaro, Olimp. , 6,45 sg.: "Il piccolo lamos
ha ottenuto il dono della divinazione perch i serpenti lo avevano nutrito con miele. Cfr. Kernyi
(1950, 85-86).
18

Alla base dell'orfismo non c' pi il sacrificio dell'animale, tipico delle orge dionisiache,
ma quello di un essere umano: Orfeo. Inoltre secondo l'ortodossia orfica "i Titani, dice
Russell (1966 I, 43-45), erano nati dalla Terra, ma dopo aver mangiato il dio
(Dionisio), avevano acquistato una scintilla di divinit". Zeus li punisce incenerendoli:
dalle loro ceneri nacquero gli uomini. Questi portano, s, il peso dell'eredit dei Titani,
ma anche una scintilla di divinit. "Cos, continua Russell, l'uomo in parte terreno e in
parte divino, e i riti bacchici tentano di avvicinarlo sempre maggiormente ad una
completa divinit". L'uomo pertanto cosciente di portare in s due principi antitetici: il
male e il bene; da cui ne viene una concezione dualistica dell'aldil: all'Eliseo, luogo di
beatitudine, si contrappone, infatti, il Tartaro, luogo di pene.
Il sangue di Cristo per il cristiano pegno di immortalit
Con il Logos divenuto antropomorfo attraverso la figura del Cristo sembrano meglio
chiariti, soprattutto da un punto di vista escatologico, i rapporti con la trascendenza.
Cristo proiezione d'amore, come tale si immette nel processo storico dell'uomo,
lasciandone una indelebile e sconcertante presenza. Il suo sacrificio la sublimazione
del suo amore per l'uomo; esso si rinnova attraverso la Messa Cristiana, e nell'Eucarestia
s'identifica, nell'assimilazione del corpo e del sangue di Cristo, la condizione necessaria
per possedere il dono della vita eterna. Sono ben note le parole di San Giovanni (VI, 53):
"Ges disse loro: In verit, in verit vi dico: se non mangiate la carne del Figlio
dell'uomo e non bevete il suo sangue non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne
e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciter nell'ultimo giorno. Poich la
mia carne vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il
mio sangue dimora in me ed io in lui". Il passo di Giovanni sembrerebbe effettivamente
provare che Cristo non parlava di pasto spirituale, ma di una effettiva immolazione di s.
Tuttavia di fronte al palese sbigottimento degli apostoli Cristo aggiunge (citiamo sempre
da Giovanni: VI , 63): "E' lo spirito quello che vivifica, la carne non giova a nulla: le
parole che io vi dico sono spirito e vita". Questa affermazione pu far pensare che Cristo
si riferiva ad un pasto sacro, ma spirituale. Da questa sostanziale ambiguit del testo
sono sorte due diverse tendenze interpretative all'interno del mondo cristiano. Da una
parte i protestanti, che vedono nel mistero eucaristico la realizzazione di un contatto
simbolico con il corpo e il sangue di Cristo; dall'altra i cattolici, per i quali l'Eucarestia
diviene un sacramento nel quale il pane e il vino divengono il vero corpo e il vero
sangue di Cristo, senza che mutino gli accidenti. A parte ogni questione di ordine
puramente razionale, bisogna riconoscere che la dottrina dell'Eucarestia dei cattolici
tende, rispetto a quella protestante, ad aiutare il fedele a cercare una affettiva
partecipazione durante la celebrazione del rito eucaristico. Il senso di colpa e la
conseguente sensazione penosa che il fedele avverte nei confronti del Cristo infatti
mitigata dall'assimilazione non simbolica, ma transustanziata12 del suo corpo e del suo
sangue e dalla celebrazione della sua Resurrezione. Ma non solo una "mitigazione del
cordoglio", in quanto nell'Eucarestia l'uomo, partecipe del sacro, avverte di essere
eterno, grazie alla perennit del Cristo: sintesi risolvente di quel processo dialettico
12) La dottrina della transustanziazione la si ritrova gi fra gli antichi Ariani dell'India e fra gli

Aztechi. (Frazer 1965 Il, 764 sgg).


19

(morte e resurrezione) gi vagheggiato presso altre civilt: gli antichi Aztechi


identificavano nel ciclico sacrificio umano l'uccisione delle divinit notturne, al fine di
fortificare e far risorgere il dio Sole. Sempre fra gli Aztechi il sacerdote celebrava una
cruenta cerimonia di morte e rinascita della dea del mais Chicomecohuat! ad ogni
equinozio d'autunno. Vediamola attraverso queste suggestive parole di Ornella Volta
(1964, 47-48):
"Il giorno dell'equinozio di autunno egli (il sacerdote) celebra un matrimonio cruento
tra una vergine e la natura, ma la natura, e non la vergine, che ne sar fecondata. Fin
dal mattino la prescelta agghindata come una fidanzata in procinto di andare a nozze.
La si ricopre tutta di gioielli, le si appendono al collo e ai polsi dorate pannocchie, le si
pone sul capo una mitra con una larga piuma verdognola in cima, oscillante come la
barba del granoturco. La fanciulla si mette a danzare per le strade davanti a una folla
illanguidita da un rigoroso digiuno di sette giorni. Continua a danzare la sera nel
tempio consacrato alla Dea, in una scenografia lussureggiante di pannocchie, peperoni,
zucche, rose e semi di ogni specie, torce, candele e turiboli fumanti, al suono struggente
delle trombe, dei flauti, dei corni, dei lamenti e delle preghiere della folla. All'alba,
dopo che tutti i fedeli, dal pi anziano al pi giovane, le hanno offerto, in ginocchio, un
po' del sangue che si son fatti sprizzare dalle orecchie, raggrumato su un piattino, d'un
tratto la musica cessa. Il sacerdote allora si getta sulla vergine, la rovescia sul letto di
pannocchie e di rose e, fulmineo, le taglia la testa. Si raccoglie il sangue che scorre e
ciascuno ne prende per fertilizzarsi le terre. Intanto il sacerdote pensa alla
resurrezione. Appena decapitata, scuoia la giovane ed entra nella sua pelle
insanguinata come in una calzamaglia. Cos strettamente avvinto in quel postumo
amplesso, cos perfettamente assimilato alla vergine, in una compenetrazione corporea
che non potrebbe essere pi spinta, danza la stessa danza di lei, tra il tripudio e
l'emozione popolare".
Simili riti si possono rinvenire presso gli Indiani Cora, studiati soprattutto da Preuss
(1912, XXXV-XXXVII). Un effettivo influsso sulla religione cristiana venne invece
esercitato dai misteri ellenici: morte e resurrezione sono i contenuti essenziali dei culti e
dei sacrifici di Dionisio e Persefone. Inoltre a monte dei misteri ellenici troviamo quelli
Egizi (Osiride) o quelli di ispirazione persiana (culto del dio Mithra) (Bacchiega 1971,
134).
L'evolversi del mito del vampiro
Nel cristianesimo lanima in vita forma un tuttuno con il corpo: nel rito sacro
delleucarestia il fedele percepisce che prima allanima spirituale, poi al corpo, verr
assicurata limmortalit, secondo un criterio di giustizia divina, che vede i buoni
innalzati nel regno dei cielo e i malvagi abbandonati in quello degli inferi. Tutto ci per
non risolse completamente il problema del ritorno dei morti, anzi per certi versi lo
complic. Il corpo, lasciato a marcire nella tomba, in attesa della resurrezione destava
ancora forti perplessit, inquietudini e paure. Le esigenze mistico-spirituali delluomo
erano appagate solo in parte. Quelle legate al corpo correvano infatti il rischio di
20

riproporsi in modo inadeguato. Il corpo in sostanza non voleva morire e manifestava la


sua esigenza minacciando i vivi. Si poteva per a questo punto agire prima del suo
disfacimento, cercando di preservarlo il pi a lungo possibile quando era ancora in vita.
Pur di scongiurare la fine del corpo o il suo passaggio ad uno stadio di revenant si era
pronti a sconfinare nell'illecito, al fine di ottenere, usando un'espressione di Tondriau
(1965, 279), "effetti contrari, almeno apparentemente, alle leggi della natura". Ora
poich la tradizione religiosa aveva ravvisato (Ebrei, Greci) e poi consolidato (Cristiani)
il concetto per cui il sangue il principio di vita, di forza e di immortalit, a tale scopo
esso era investito da un enorme potere magico. Osserva Villeneuve (1972, 233), "non si
pu parlare di magia, di patti, di iniziazioni, di rimedi efficaci se non vi la presenza
del sangue - di questa anima fluida dell'individuo". In sostanza si tornava ad un antico
sapere, si rispolverarono o si perfezionarono vecchie credenze. Riuscire ad accappararsi
la benevolenza del diavolo poteva essere la strada per ottenere quello che il dio
dellamore sembrava voler negare. Ci richiedeva limpiego del sangue. Il rituale
satanico che si configura per antonomasia nelle messe nere ne la prova pi evidente.
Adorare il diavolo per poter ottenere da lui un prolungamento innaturale della vita del
corpo, significava sacrificare sullaltare infernale la vita di un corpo giovane e sano. Il
sangue di questultimo era il mezzo per dare al rito blasfemo il suo vero significato: la
comunione con lente malvagio. Questa non per la via che porta al sorgere della
credenza del vampiro. Quelli visti prima sono in sostanza dei tentativi di ribellione del
corpo che non vuole morire e che troveranno negli ambienti colti europei del primo 800
consistenza nella figura letteraria, tenebrosa e affascinante, del vampiro. Il vero vampiro,
quello del folklore, appartiene al regno dei revenants e proviene da ambienti socioculturali molto poveri (per lo pi rurali) e degradati (Serbia della prima met del secolo
XVIII). Il vampiro letterario riuscir a rendere quasi palpabile lantico sogno di
immortalit del corpo. L'immagine letteraria di un essere notturno, resuscitato dalla
tomba, che solitario ed elegante si aggira tra il mondo addormentato dei vivi per
suggerne il sangue, affascinava e insieme terrorizzava i lettori del primo 800. E' il
fascino e il terrore che proviene dal mondo delle tenebre, del demoniaco verso il quale
l'uomo, in rivolta contro la propria morte, si rivolge per proiettare fuori di s i mostri
immortali, che placano il suo desiderio di vivere al di l dei limiti del consentito. Il
vampiro del folklore presenta tratti molto pi brutali e prosaici. Osservare infatti a
distanza di tempo un cadavere ancora intatto e con segni inquietanti sul corpo (presenza
di sangue in prossimit della bocca, crescita di unghie e peli, aspetto turgido ecc.) non
poteva che destare, agli occhi di popolazioni povere e analfabete, paura, sbigottimento e
disperato bisogno di trovare una qualche spiegazione. Osserva acutamente Bataille
(1969, 11):
"Il cadavere ridotto a ossa spolpate, secondo le popolazioni arcaiche sta a significare
che la collera del morto stata placata; quelle ossa, che sembrano venerabili,
conferiscono finalmente un aspetto decente, vale a dire solenne e sopportabile insieme,
alla morte: si tratta di un aspetto che, pur essendo tuttora fonte di angoscia, non ha
per quelle manifestazioni eccessive proprie della fase di virulenza attiva della
putrefazione".

21

Se le manifestazioni eccessive e virulente della putrefazione inquietavano, possiamo ben


immaginarci l'effetto che poteva destare un cadavere rimasto pressoch intatto nella
bara, dopo un lungo lasso di tempo e peggio ancora con strani segni di vitalit. La
presenza di un demone o di uno spirito malvagio, come causa scatenante del fenomeno,
fu probabilmente allorigine una delle prime spiegazioni. Questo sar l'argomento del
prossimo capitolo.

_______________________

22

CAPITOLO II
I DEMONI VAMPIRI DELL'ANTICHIT'

Il concepire un aldil tenebroso, dove le anime vivono di una vita senza coscienza, ha,
probabilmente, incrementato nella religiosit greca tutta una ricca letteratura
demonologica. I demoni sono, tuttavia, poco ricordati nei poemi omerici, ma ci non
significa che le credenze popolari d'allora non ne fossero a conoscenza sufficientemente
bene. Del resto i poemi post-omerici sono pi proclivi a trattare l'argomento.
La negata speranza di una felicit oltremondana gettarono nella spiritualit greca lo
sconforto e i pi cupi e foschi presagi. Per entrare, infatti, nell'Ade (ancora oggi nel
folklore greco l'oltretomba si chiama ) occorreva che le anime varcassero la palude
d'Acheronte (= corrente di dolore) sulla barca traghettata dal terribile nocchiero Caronte,
figlio dell'Erebo e della Notte, rimasto come spauracchio nel folklore greco. Raggiunta
la riva opposta appariva il regno di Euklees (Plutone) e di sua moglie Persefone,
custodito dal digrignante Cerbero. Accanto, per, a Caronte e a Cerbero, personaggi ben
noti della mitologia greca, si trovavano nell'Ade numerose divinit minori, tutte al
comando di Euklees, le quali spesso apparivano sulla terra per molestare e impaurire i
vivi. I cimiteri e le necropoli erano, infatti, infestate nottetempo da divinit infernali e da
orribili spettri. Le empuse (o lamie), assieme alle anime dei morti che non avevano
trovato un'adeguata sepoltura e ai cani stigi, accompagnavano di notte Ecate per i trivi e
intorno alle tombe, provocando gli ululati e i guaiti dei cani. In particolari giorni
dell'anno (Cfr. Platone Fedone 81 c) le anime dei morti tornavano sulla terra per
attaccamento al loro corpo, ma non dimostravano intenzioni ostili.
Credenze simili si ritrovano in molti paesi slavi, dove in occasione delle feste di
particolari santi (San Giorgio, Sant'Andrea, San Silvestro) ritornano sulla terra, insieme
alle anime benigne, pure quelle maligne sotto forma di vampiri. In un periodo dell'anno,
compreso fra il Natale e l'Epifania, il popolo bulgaro crede che si scatenino sul mondo le
forze maligne: i nati e i morti in questo periodo possono facilmente diventare vampiri
(Masters 1972, 68-69). Analogamente le popolazioni di lingua tedesca "ad Ognissanti e
nei giorni fra il Natale e l'Epifania, ossia ne' giorni funebri, ne' giorni ne' quali si
celebra dal mito la morte del Sole, vedono errare e cavalcare schiere infinite di spiriti, e
non solo d'uomini, ma di bestie e di piante, che attirano i mortali nel loro funebre
regno" (De Gubernatis 1873, 34).
L'empusa una delle pi caratteristiche creazioni della mitologia greca. La sua origine,
come vedremo meglio in seguito, ebraica (giunse in Grecia probabilmente tramite la
Palestina, dove questi demoni erano chiamati lilim). La parola ebraica lilith infatti
23

tradotta dai LXX con o con , e dai latini con lamia (anticamente lmnia).
La parola lilim, usata in Palestina, stava ad indicare figlie di lilith. L'empusa era un
mostro femmineo, dall'aspetto ora orribile ora grazioso, specie di strega o di orchessa,
viveva di preferenza nei boschi o nei crepacci, donde usciva solo di notte alla ricerca di
carne umana o di sangue di fanciulli.13 Aristofane nella sua commedia: Le Rane (293),
durante il dialogo del dio del teatro Dionisio e del suo servo Xantia, dopo che questi
hanno attraversato il Lago di Acherusia, cos la descrive:
Xantia: "Certo per Giove che la vedo la grossa belva".
Dionisio: "Com'?"
Xantia: "Mostruosa: davvero! Assume continuamente tutte le possibili forme; ora un
bue, ora un mulo, ora una bellissima fanciulla".
Dionisio: "Dov' poi? Che vado da lei".
Xantia: "Ma non ancora donna, che gi cane",
Dionisio: "Allora proprio un'Empusa!" 14
La possibilit dell'empusa di trasformarsi in una bellissima fanciulla ben ricordata dal
retore greco Flavio Filostrato (Il sec. d. C.) nella sua Vita di Apollonio di Tiana (IV, 25);
l'empusa della storia di Filostrato circuisce il giovane licio Menippo al solo scopo di
nutrirsi del suo corpo (bello e giovane), formato da sangue puro e forte :
"C'era a Corinto un licio di nome Menippo. Aveva venticinque anni, era un uomo di fine
ingegno e di bell'aspetto. In citt si raccontava che fosse amato da una straniera bella e
ricchissima, da lui conosciuta per caso. L'aveva incontrata sulla strada che porta a
Chencreas, dove la donna l'avvicin con molta grazia dicendogli: 'Menippo, vi amo da
molto tempo. Sono fenicia e abito all'estremit del sobborgo pi vicino a Corinto. Se
venite da me, mi ascolterete cantare. Berrete un vino come non avete mai bevuto. Non
avrete alcun rivale da temere, e in me troverete sempre tanta fedelt quanta l'onest
che io attribuisco a voi'. Il giovane, bench assennato, non seppe resistere a quelle belle
parole profferite da una bella bocca, e si affezion alla sua nuova amante. Quando
Apollonio [filosofo neopitagorico, mago e taumaturgo] vide Menippo per la prima volta,
si mise a considerarlo come uno scultore che volesse fare il suo busto.Poi gli disse: 'Bel
giovane, voi accarezzate un serpente e un serpente vi accarezza'. Menippo fu sorpreso
da questo discorso, ma Apollonio aggiunse: 'Siete amato da una donna che non pu
essere vostra moglie. Credete che vi ami?' 'Certo', rispose il giovane 'mi ama molto'. 'La
sposerete?', chiese Apollonio. 'Sar per me dolcissimo sposare una donna che amo'. 'A
quando le nozze?', disse Apollonio. 'Forse domani', rispose il giovane. Apollonio tenne
in mente l'ora del convito e, quando gli invitati furono riuniti, entr nella sala e disse:
'Dov' la bella che offre il banchetto?' Menippo rispose: 'Non lontana'. Poi si alz,
un po' vergognoso. Apollonio continu: 'L'oro, l'argento e gli altri ornamenti di questa
sala, appartengono a voi o a questa donna?' 'Sono suoi', rispose Menippo 'in quanto a
me, non possiedo altro che il mio mantello da filosofo'. Allora Apollonio chiese: 'Avete
13) Sulle lamie si veda: Lavater (1575); Wier (1577); Tartarotti (1749); Montague Summers (1968,

Cap.I); Faivre (1962); Petoia (1991).


14)

Traduz. di P. Agazzi.
24

mai visto i giardini di Tantalo che ci sono e non ci sono?' I convitati risposero: 'Li
abbiamo visti in Omero, poich noi non siamo mai scesi agli Inferi'. Allora Apollonio
disse loro: 'Ci che vedete qui come quei giardini. Tutto questo non che apparenza
senza nessuna realt. E, perch possiate riconoscere la verit della mia affermazione,
sappiate che questa donna una di quelle empuse che comunemente sono chiamate
larve o lamie. Esse sono avidissime non dei piaceri dell'amore, ma di carne umana. E
proprio con le lusinghe del piacere attirano quelli che vogliono divorare'. 'Badate alle
vostre parole', intervenne la presunta fenicia. E mostrandosi alquanto irritata, inve
contro i filosofi trattandoli da insensati. Ma ad alcune parole pronunciate da Apollonio,
il vasellame d'oro e d'argento spar. Scomparvero anche coppieri e cuochi. Allora
l'empusa finse di piangere e preg Apollonio di non tormentarla oltre. Ma poich questi
non le dava tregua, dovette alla fine ammettere chi era e confessare che aveva saziato
Menippo di piaceri per poi divorarlo, e che amava mangiare i giovani pi belli perch il
loro sangue le faceva molto bene."15
La storia di Flegonte di Tralli, scrittore greco del II sec. d.C. (raccolta in Fatti mirabili),
spesso accostata alla precedente, non parla di un demone, ma di una bella fanciulla
(Philinnio), che lascia materialmente la sua tomba per accoppiarsi con il ragazzo che
ama (Machate), le sue intenzioni non sono assolutamente malevoli. Questa bella e
fantasiosa storia vuole essere un richiama alla natura, un tremendo rimprovero verso i
Cristiani, che soffocano le pi spontanee e naturali passioni. Linizio della narrazione
andato perduto, ma si ipotizza che la repentina morte della bella fanciulla sia dovuta
allimposizione di un voto di castit, da parte della madre di Machate
La Libia, la Siria e la Tessaglia sono le localit preferite dalle lamie. Dione Crisostomo
(40 ca. - 112 d. C), il quale pass diversi anni della sua vita viaggiando attraverso la
Grecia, l'Asia minore e i Balcani, descrive nella sua Storia d'Africa una bestia selvaggia
con il viso di donna bellissima, la quale attira a s i viandanti mostrandosi nuda sino alla
cintola e con uno sguardo modesto e grazioso. Non appena l'uomo si avvicina ella
avidamente lo divora. La leggenda entr nella mitologia greca attraverso l'opera di
Duride di Samo (340 ca. - 260 ca. a. C): Libiche, andata perduta; la leggenda venne per
raccolta da Diodoro Siculo (90 ca. - 20 ca. a. C). Essa narra la storia di una fanciulla di
nome Lamia, propria della Libia, amata e resa madre da Zeus; Era, gelosa di lei, decide
di farla impazzire; in seguito a ci Lamia uccise i propri figli e da quel momento, per
invidia verso le madri pi fortunate, and errando nel mondo uccidendo e ingoiando i
loro figli.
Per dare un fondo di credibilit storica al mito delle lamie Pegaso (1969, 62-63) lo
ricollega a fenomeni di necrofilia16, egli dice: "Gli stregoni presso i Greci, e
15) La traduz. di A. Devoto, ed tratta da Potocki (1965).
16) Spesso il termine "necrofilia" (perversione che induce i soggetti a cercare la vista o il contatto

con cadaveri, spesso associata al necrosadismo) stato posto come sinonimo di "vampirismo"; sar,
tuttavia, bene precisare che nel campo delle perversioni sessuali con il termine di "vampirismo" si
intende quella psicopatia caratterizzata dalla suzione di sangue umano da parte del deviato,
traendone un eccitamento erotico. Naturalmente una tale attivit legata ad azioni criminose, come
dimostrato da alcuni rari episodi ben documentati. Alcuni Autori ricollegano il vampirismo al
25

specialmente in Tessaglia, praticavano orribili insegnamenti e si abbandonavano ad


abominevoli riti. In genere erano delle donne piene di desideri che non potevano pi
soddisfare, delle cortigiane invecchiate, mostri di immoralit e di laidezza. Gelose
dell'amore e della vita, queste miserabili femmine non avevano amanti che nelle tombe,
o piuttosto violavano le sepolture per divorare di spaventose carezze la carne fredda dei
giovani. Esse rubavano i fanciulli, ne soffocavano le grida stringendoli contro le loro
poppe cascanti. Le si chiamavano lamie, streghe, avvelenatrici; i fanciulli, questi oggetti
della loro invidia e quindi del loro odio, erano da loro sacrificati. Certune (come la
Canidia di cui parla Orazio) li interravano fino alla testa e li lasciavano morire di fame
circondandoli di alimenti che non potevano raggiungere. Altre tagliavano loro la testa, i
piedi e le mani, e facevano sciogliere il loro grasso e la loro carne in bacini di rame
fino a raggiungere la consistenza di un unguento, che mescolavano ai succhi di
giusquiamo, di belladonna e di papavero nero, per le loro sataniche misture. Esse
empivano di questo unguento l'organo senza tregua irritato dai loro detestabili desideri,
se ne stropicciavano le tempie e le ascelle, poi cadevano in una letargia piena di sogni
sfrenati e lussuriosi".
Curiosa la storia delle lamie narrata da Apuleio nelle Metamorfosi. Essa ha
probabilmente un nucleo reale, notevolmente enfatizzato dallAutore, abilissimo nel
creare un clima fortemente emotivo. Una giovane donna di Ipata (citt della Tassaglia)
stata pesantemente presa in giro da un certo Socrate (amico del narratore Aristomene),
probabilmente sedotta e poi diffamata. La donna, complice la sorella, si vendica
terribilmente, uccidendo nottetempo il seduttore, probabilmente trapassandogli il corpo
con una spada (o pi verosimilmente con un pugnale). Un tragico fatto di cronaca, che
Apuleio ammanta di contenuti fortemente fantastici e orrorifici. Le due donne sono
infatti presentate come due lamie, che entrano nella stanza di Socrate, nonostante la
porta sia stata sbarrata dal di dentro, e dopo avergli trafitto il collo con una spada, gli
sottraggono il sangue, che fluisce copioso dalla ferita. Non contente strappano il cuore e
tamponano con una spugna il terribile squarcio sul collo, proferendo queste amletiche
parole: O spugna, tu nata dal mare, per fiume non devi passare. Allindomani il
terrorizzato Aristomene, testimone di questa tragica avventura, teme di essere incolpato
del delitto, ma con sua enorme meraviglia vede che Socrate vivo. Vivo s, ma non per
molto. Appena i due si allontano dalla citt e Socrate si appresta a dissetarsi ad un
ruscello, una tremenda ferita si apre dal collo, la spugna scivola fuori e con essa anche la
vita di Socrate. interessante osservare come nella seconda met del XVI secolo la
storia di Apuleio venisse abilmente travisata dagli inquisitori, con lo scopo di avvallare
la presenza del Maligno sin dall'antichit. Ecco cosa racconta linquisitore Jean Bodin
(1587, 368):
"Et perch i Sortilegi sorbono avidamente il sangue delle persone, Apuleio chiama
Sortilege Lamie, come quella, che fece un'apertura nella gola di Socrate compagno
sadismo criminale. Nel sadico criminale il godimento raggiunto solo con la soppressione e la vista
del sangue della sua vittima. Il coltello per il sadico uno stimolante erotico; evidente la
trasposizione, date le finalit, con i denti aguzzi del vampiro (caratteristica questa pi letteraria che
folklorica). Dato che l'argomento esula dalla presente opera rimandiamo il Lettore ad una opportuna
bibliografia: Krafft-Ebing (1886 e 1895); Epaulard (1901); Stekel (1963); Hurwood (1963); RossiOsmida (1978).
26

d'Apuleio, che giacea, e dormiva appresso di lui, e raccolse il sangue in un vaso, poi
riferr la piaga, e Socrate risvegliandosi disse, che non havea sentito nulla, e non facea
che ridersene, nondimeno se ne morse il di seguente. A che ha relatione la sentenza
allegorica di Salomone, che l'Aquila pasce i suoi figliuoli di sangue. Egli intende per
l'Aquila Satanasso, che notrisce i suoi sudditi di tale vivanda".
certo, afferma Tartarotti (1749, 5) che questa donna [lamia] uccidesse, e divorasse
i bambini, era appo i Greci unopinione del volgo e delle donnicciole, a cui i fatti della
medesima avevano dato motivo, e di cui le stesse balie non si valevano che per
impaurire i fanciulli. Ai tempi in cui scrive Tartarotti le lamie in Grecia venivano
chiamate gellone, dal nome di una figura femminile detta Gello, la cui prerogativa era
quella di uccidere i fanciulli. Tartarotti (1749, 6) la ricorda citando lopera di Ignazio,
diacono di Costantinopoli: Vita di Tarasio Patriarca: Furono accusate certe povere
donne di entrare allimprovviso nelle case a porte chiuse, attraverso i fori di
questultime, e di uccidere i fanciulli. Corre la favola tra i Greci che una donna detto
Gello, morta prematuramente, sotto forma di spettro si avvicinasse ai bambini per
ucciderli.
La credenza nelle lamie, come abbiamo visto nell'episodio di Apuleio, ebbe credito e
diffusione anche in Roma. Lo stesso Apuleio, sempre nelle Metamorfosi (I) dice: Quo
(odore spurcissimi humoris) me lamiae illae infecerunt. E Orazio ne tratta in Ars Poetica
(340): Ne quodcumque velit poscat sibi fabula credi,/ Neu pransae lamiae puerum
vivum extrahat aluo".
Tuttavia nel mondo latino, insieme alle lamie, si diffuse maggiormente la credenza nelle
striges,17 donne vecchie e malefiche capaci di tramutarsi in uccelli rapaci notturni,
insidianti la vita e la salute dei viventi e in particolare dei fanciulli, ai quali succhiavano
il sangue o li sopprimevano con il loro alito velenoso. Sia lilith, l'empusa e la lamia
romana, per quanto siano pericolosi demoni, non succhiano il sangue ai viventi, questa
prerogativa propria delle striges, in particolare quelle descritte da Ovidio e da
Properzio (Elegie, IV, V, 17). Le striges, dice Ovidio, hanno il gozzo pieno di sangue
succhiato (plenum poto sanguine guttur habent) (Fasti, VI, 138). Properzio racconto
di come questi immondi demoni vengano consultati per sapere come estrarre il sangue
agli uomini. Leggendo sempre Ovidio (Fasti VI, 131-140) si pu supporre che l'origine
delle striges sta italica, propria del popolo dei Marsi:
Uccelli avidi sono; non come le arpie sgozzatrici
nelle mense di Fineo; ma da quelle certo
la loro origine traggono.
Enorme hanno la testa; immobili gli occhi;
becchi aperti, pronti alla rapina;
penne bianche, artigli uncinati.
Di notte escono in volo, e se di nutrimento
hanno bisogno, aggrediscono i bambini:
17) Sulle striges si veda: Roskoff (1869), Bonomo (1959, 41 e sg. e relativa bibliografia), Baudry

(1993, 92-111) e Cherubini (2010).


27

e i corpi rapiti nei loro covi sfigurano.


Con i becchi, dicono, le viscere dei lattanti afferrano
e del sangue bevuto hanno il gozzo pieno.
Striges il loro nome: orrende strida, infatti,
di notte sono soliti lanciare.18
La storia delle striges contenuta nel Satyricon (LXIII) di Petronio narrata da
Trimalcione, durante la famosa Cena. Essa fa seguito ad una storia di licantropia narrata
da Nicerote. Pertanto latmosfera nella quale Trimalcione inizia a raccontare gi carica
di tensione. Laccaduto di per se piuttosto banale. Pi che di striges, come descritte da
Ovidio, qui siamo in presenza di vere proprie streghe, che riescono, nonostante
lintervento di un uomo robusto, alto e coraggioso (uno schiavo della Cappadocia) a
sottrarre il cadavere di un giovinetto, appena morto, alla madre piangente (e questo il
nucleo reale della vicenda). Petronio molto abile nellintrodurre le streghe. Esse non
vengono viste materialmente, ma si manifestano attraverso un terribile stridio. Lo
schiavo che le affronta dichiara di averne trafitta una, ma in realt non vede nulla dinanzi
a s (in seguito a questa storia egli morir pazzo furioso). Questo lelemento magico
introdotto nella vicenda, per far capire al lettore che quelle donne erano pi di semplice
streghe, ma delle vere e proprie striges, che probabilmente rapirono il corpo del
giovinetto per compire qualche rito sacrilego o per darsi a pratiche di necrofagia.
Plinio il Vecchio nella Historia naturalis (XI, 30.95) collega la credenza delle striges,
per lui priva di ogni reale consistenza, con certe antiche formule di maledizione evocanti
un uccello detto strix (chiaramente un rapace notturno, forse da identificarsi con la
civetta). Questa superstizione, dura a svanire, la si ritrova nella cultura protomedioevale
cristiana (Cfr. Isidoro Origines XI, 4) (Adriani, 1970); in una legge emanata da Carlo
Magno per le ribelli province di Sassonia, si condannavano a pene capitali coloro
(uomini o donne) che, lasciandosi sedurre dal diavolo al modo dei pagani, si
tramutavano in strix, e si nutrivano di esseri umani. La legge condannava anche chi
bruciava questi stregoni e ne mangiava le carni (Capitularia pr partibus Saxoniae I, 6).
Era questo un barbaro antidoto stranamente identico a quello usato in Russia e Polonia
contro il vampiro, dove al posto della carne si usava il sangue. Questa strana usanza, il
dotto benedettino francese Augustin Calmet (1672-1757) la ricorda, in modo un po
enfatico, nella sua famosa dissertazione (1756, 180)19:
"Le memorie, pubblicate gli anni 1693 e 1694 [sul Mercure galante] parlano degli
Oupiri e Vampiri che si vedono in Polonia e in Russia particolarmente. Costoro
compariscono dal mezzogiorno fino alla mezzanotte e vengono a succhiare il sangue
degli uomini e degli animali vivi, e in tanta abbondanza, che tal volta gli esce dalla
bocca, dal naso, e particolarmente dalle orecchie, sicch non di rado il cadavere nel
sepolcro nuota nel proprio sangue. Si dice che il Vampiro ha una spezie di fame, che gli
fa mangiare il panno lino, in cui involto. Questo redivivo o Oupiro uscito dalla sua
18) Traduz. di P. Agazzi.
19)

In tutte le citazioni di A.Calmet stata utilizzata l'edizione italiana del 1756, basata sulla
seconda edizione francese del 1751 (V. Bibliografia citata).
28

sepoltura, o sia il Demonio sotto la di lui figura, va la notte, abbraccia e stringe con
violenza i suoi parenti, i suoi amici, succhia loro il sangue a segno che perdon le forze e
a poco a poco estenuandosi muoiono. Questa persecuzione non si ferma in una sola
persona, si estende a tutte quelle della famiglia, quando per non si decapiti il
Risurgente o non se gli si apra il cuore, disotterrando il di lui cadavere, che si trova nel
sepolcro molle, flessibile, carnoso, e e rubicondo. Ancorch morto da lungo tempo..
Esce dal di lui corpo gran copia di sangue, e alcuni lo raccolgono, lo mescolan con la
farina e ne fan pane, e questo pane mangiato cotidianamente li preserva dalla
vessazione dello Spirito, che non ritorna pi".
La credenza nelle striges penetr facilmente anche nei paesi slavi, nella Dacia e in
Grecia in concomitanza all'espansione romana in quei territori. Il termine strige (SerboCroati), strigoi (Romeni), stikje (Bulgari), (Greci) largamente diffuso ancora
oggi nelle leggende popolari. Anche i requisiti sono poco mutati. Per il popolo greco le
strigles non sono altro che demoni in foggia di uccelli notturni, che penetrano nelle case
e succhiano il sangue dei bambini addormentati. Per i Serbo-Croati le strige si
identificano praticamente con le streghe, come, del resto, in Italia e in Spagna, dove la
parola strega ha preso il posto a striges, assumendo, per, anche i significati di
"fabbricatrice di veleni", "indovina" oppure semplicemente di "donna orribile" e
"megera". In Croazia (Istria) troviamo la variante strigon, ci in base al racconto dello
storico e geografo sloveno Johan Weikhart von Valvasor (1689, III/Parte XI, 317).
L'Autore narra la storia, avvenuta nel paese di Krinek (attuale Kranj, a pochi Km da
Ljubljana), di un tale Jure Grando, che morto nel 1672 risorge, sedici anni dopo dalla
tomba, sotto forma di strigon, pronto a molestare nottetempo i suoi paesani e ad
intrattenere rapporti sessuali con la vedova. Aperta la tomba il cadavere apparve intatto,
con il viso particolarmente rosso, ma nessuna delle persone molestate dichiar di aver
perso del sangue. Venne esorcizzato, non senza difficolt, mediante decapitazione. Le
stikje del popolo bulgaro sono una via di mezzo tra i lemuri e le streghe (anche le lamie
dette lamje sono ricordate nei canti bulgari, esse vengono descritte come mostri a
tre teste, dimoranti di solito nei pozzi) (Ciampoli, 1913 33). Presso il popolo romeno gli
strigoi (fem. strigoica) sono spiriti malvagi e demoniaci sotto forma di uccelli-vampiro,
mangiatori di carne umana e bevitori di sangue. Quando un bambino nasce, i presenti
gettano dietro di loro una pietra, gridando: "Questo nelle bocche degli Strigoi". Questa
usanza , secondo Arthur e Albert Schott (1971, 311), forse un ricordo di Saturno, al
quale, invece del piccolo Giove, gli fu dato da mangiare una pietra. A nostro avviso,
per, troviamo maggiori analogie con una cerimonia, celebrata nel mondo romano,
durante la festa notturna delle Lemuria nei giorni 9, 11 e 13 maggio, al fine di prevenire
e placare le anime vaganti dei morti (lemuri) e tenerle lontane dalle case. La cerimonia
era presieduta dal pater familias, il quale gettava dietro di s, per nove volte, delle fave
nere, pronunciando la formula: "Manes exite paterni" (Vaccari, 116 sg.).
Per quanto simili e imparentate con i vampiri le striges devono essere considerate
distinte, infatti il vampiro il corpo risuscitato di una persona morta, mentre le striges
sono delle streghe, che grazie a forze diaboliche possono assumere la forma di mostruosi
uccelli (le arpie potrebbero essere una variante di queste creature diaboliche). Questa
metamorfosi pu avvenire sia quando la strega in vita, sia quando morta.
29

Nel pantheon demonologico greco, oltre alle empuse, si trovano altri interessanti
demoni-vampiri. Esiodo nel poemetto, a lui attribuito, Lo scudo d'Ercole parla delle
terribili kres (k), figlie di Nyx (= Notte), personificazione delle morti violenti:
"Nere, digrignanti i bianchi denti, terribili d'aspetto, torve, insaziabili, che lottano sui
caduti bramose di beverne il sangue."
Pure Pausania, descrivendo un dipinto di Polignoto, pittore del V sec. a. C, passa in
minuziosa rassegna i mostri delle regioni infernali. Spicca tra questi Eurinomo, demone
di colore fra il ceruleo e il nero, denti ben in vista, solitamente seduto sopra la pelle di
uno sparviero. I suoi orribili banchetti sono a base di carne di morti, che egli spolpa fino
a lasciarne le bianche ossa (De Marchi 1945, Cp.VI).
Ricordiamo infine le erinni (), divinit infernali che simboleggiavano le forze
scatenantesi all'indomani di delitti fra consanguinei; perseguitavano, pertanto, i matricidi
e i parricidi, erano, quindi, le vendicatrici dell'ordine naturale violato (in questo senso
erano anche chiamate eumenidi, cio "le benevole"). Nate dal sangue di Urano, o
secondo un'altra versione da Nyx come le kres, erano in numero di tre, note con i nomi
di "Aletta" (= implacabilit), "Tisifone" (= vendetta sull'omicidio), "Megera" (= ira?);
avevano l'aspetto di cagne furiose, di vecchie orribili, con serpenti al posto dei capelli,
gli occhi erano iniettati di sangue, la lingua penzolante e indossavano lunghe vesti nere
chiazzate di sangue (Cfr. Keightley 1838, 195-196).
Sostanzialmente identico il regno dei morti (all'Ade si sostituisce l'Orcus) presso i
Romani; si aggiungono, per, alcuni demoni di differente origine. Tra questi il ben noto
orcus, divenuto poi l'orco del folklore italiano (in Dalmazia la parola fin col significare
un tipo di vampiro, detto: lorko o orko; in Istria si usava la parola orco-lovo, dove lovo
significa lupo). Gli spiriti erranti di uomini morti erano chiamati larvae o lemures; essi
tornavano, in determinati periodi dell'anno (Cfr. Orazio Odi l,28), a molestare i vivi,
conducendoli spesso alla pazzia. Penetravano anche nelle case, assorbendo la vitalit
degli abitanti.
La morte di una persona, particolarmente detestata in vita per la sua malvagit o
crudelt, era particolarmente temuta, in quanto si credeva che un maligno spettro
albergasse nella sua tomba. Svetonio racconta, nella sua De vita Caesarum"(IV), che
dopo l'assassinio di Caligola (24 gennaio del 41 d. C): "Il cadavere [dellImperatore]
venne portato nei giardini Lamianos di nascosto, quivi messo ad ardere su di una pira
frettolosamente sistemata, ancora semicombusto fu poi malamente interrato. Pi tardi
venne riesumato dalla sorella, tornata dall'esilio, decorosamente cremato e le ceneri
tumulate. Tuttavia prima che fosse fatto questo, egli aveva gi turbato il custode dei
giardini con orribili apparizioni, anzi non passava notte senza qualche terribile
allarme; frattanto la casa in cui era stato assassinato and distrutta dalle fiamme". Il
colle Esquilino (il pi esteso dei sette colli di Roma), dove si trovavano gli "hortos
Lamianos", ebbe una cattiva reputazione non solo in epoca romana, ma per tutto il
Medio Evo a causa di turpi e oscuri fatti ad esso legati. Fitti boschi di querce coprivano
all'origine questo colle, dove, all'inizio della storia di Roma, si celebravano sacrifici
30

umani, forse in onore dei potenti spiriti che dimoravano in quegli alberi. Infatti tra i
primi santuari che apparvero sulla collina uno era chiamato: "Cappella della Quercia" e
alcuni Autori derivano il nome "Esquilino" dall'albero della quercia. Montague Summers
(1968, 39) accetta questa ipotesi e aggiunge: "In molti paesi l'albero della quercia
ritenuto sacro, dimora di spiriti potenti. Gli antichi Prussiani bagnavano con il sangue
fresco di umani sacrifici le possenti querce di Romove (Hartknoch 1684, 159); e Lucano
racconta che nel sacro bosco della quercia dei Druidi a Marsiglia ogni albero era
bagnato con il sangue di umani sacrifici". L'episodio, a cui Montague Summers si
riferisce, narrato da Lucano nella Pharsalia (III, 399-417):
Eran le piante altari,
e vittime gli umani . . .
Fuor d'atre fontane,
di chi eran tristi i sovrastanti greppi,
veniva in pi rigagni un'onda impura
a raccogliersi al pie di quei funesti
alberi, dove si mischiava al sangue
che gi d'essi pioveva.20
Particolarmente terribile era presso i Romani il ritorno sulla terra delle anime degli
antenati divinizzati (mani), la loro comparsa era infatti spesso segno di lutto o di
pestilenze. Per placarli era costume offrire libagioni (latte, miele, farro) sulle loro tombe,
accompagnate da particolari preghiere.
Il senso di angoscia e di paura che assillava il mondo greco e latino nei confronti
dell'aldil si definiva e, in un certo senso, si placava attraverso le cupe figure dei demoni;
tuttavia sar bene osservare che questo modo di concepire le cose aveva gi i suoi pi
antichi e ben pi cupi precedenti nella religione dei Babilonesi e degli Assiri. Qui non
solo i morti erano ridotti allo stato di ombre, ma vivevano in una caverna nelle viscere
della terra e in condizioni ben pi spaventose di quelle dell'Ade greco e romano.
L'Inferno, detto arall, era un luogo umido, dove regnava il buio pi assoluto, luogo di
putredine. I morti, ridotti alla stato di prigionieri, vivevano in desolate e squallide citt,
cinte da sette mura e munite di sette porte doppie.
Nell'arall regnava Nergal, il dio malefico del pantheon babilonese e assiro, il dio della
morte e dell'Inferno, della malattia e della peste. Coadiuvato dalla sua consorte
Ereshkigal egli giudicava le anime dei trapassati. Al suo comando stava una moltitudine
di demoni malefici, portanti in terra ogni sorta di disgrazie.21 Si potevano distinguere
cinque classi di demoni, portanti il nome comune di utukku. Ogni classe comprendeva
sette demoni; alcuni erano figli di Anu, altri di Ea, di Enlil o di Ereshkigal. Un testo di
scongiuri intitolato Utukku limnutu (Spiriti cattivi) comprende XVI tavolette, scritte in
sumerico e accadico, alcune di queste sono dirette contro i malefizi del demonio:

20) Traduz. di F. Cassi in Palermo (1966, 407-408).


21) Per un approfondimento si pu leggere: Cunchillos (1970, 143-159).
31

"Scongiuro: dio maligno, cattivo demonio (utukku), demonio del deserto, demonio della
montagna, demonio del mare, demonio della tomba, malvagio spiritello (shdu) [],
malvagio vento che non teme, pelle vellosa del corpo, assalito dal maligno demonio: nel
nome del cielo sii scongiurato, nel nome della terra sii scongiurato [] Tutto ci che ha
assalito le membra dell'uomo, faccia maligna, occhio maligno, bocca maligna, lingua
maligna, labbro maligno, fiato maligno, nel nome del cielo sii scongiurato, nel nome
della terra sii scongiurato, eccetera" (Rinaldi 1961, 218).
Al periodo cosiddetto classico della letteratura Babilonese appartiene questo Scongiuro
contro la diavolessa Lamashtum":
Anum la cre - Ea la fece crescere,
la faccia di cagna - e le destin Enlil.
Ha secche le mani, - lunghissime dita,
lunghissime unghie - gomiti sconci.
Ella penetra per la porta di casa - s'insinua per l'incastro della porta;
insinuatasi di l - uccide il bambino:
se lo lega sette volte all'addome.
Ritira le tue unghie, - via le tue braccia,
prima che ti incolga - il valoroso Ea, saggio dichiaratore del lavoro.
L'incastro della porta (abbastanza) largo per te - le porte sono aperte:
va' via, vattene - nella steppa!
Con terra la tua bocca - con una nube di polvere[la tua faccia,
con senape finemente polverizzata - ti si dissecchino gli occhi:
ti ho scongiurata con l'anatema di Ea - : vattene! (Rinaldi 1961, 133).
Si pu facilmente notare come la diavolessa Lamashtum, insieme ad altri demoni
femminili babilonesi suscitatori di lussuria, di cui si dir tra breve, riveli strette analogie
con le lamie greche e le striges romane.
A molestare i vivi spesso si associavano ai demoni le anime dei defunti, che
momentaneamente lasciavano l'arall. Si trattava per lo pi di anime di persone morte
violentemente, di malvagi e di insepolti. Con il termine ekimmu si indicava lo spirito di
un morto insepolto o dimenticato, vagante sulla terra.
In vari testi di magia e di incantesimi si trova un elenco di quelle persone che
soggiacevano a questa mala sorte. E' sorprendente notare l'analogia con le cause che
determinano la trasformazione in vampiro presso i popoli slavi; divenivano, infatti,
spettri vaganti coloro, uomini o donne, che erano morti violentemente o
prematuramente, coloro che avevano lasciato certi doveri incompiuti e ancor di pi quei
giovani o fanciulle che invano avevano amato. Il potente ekimmu era, quindi, difficile da
scongiurare e da esorcizzare in quanto rappresentava le forze vitali soppresse e le forze
dell'amore non pago. Questa credenza ebbe un particolare credito fra gli Assiri, quivi,
infatti, l'ekimmu era molto temuto in quanto poteva penetrare, sotto un aspetto
particolarmente sinistro, nelle case passando tranquillamente attraverso i muri e le porte.
Una volta insediatosi si prendeva beffa, insultando o facendo odiose boccacce, dei
32

presenti, oppure, e questo era molto peggio, li sopprimeva succhiando la loro vita,
carattere questo tipicamente vampiresco. L'ekimmu non era, per, un succhiatore di
sangue, a differenza di una classe di demoni; vampiri in senso stretto, come appare
chiaramente da questa Preghiera contro i sette maligni Spiriti:
Spiriti che impoverite la terra e il cielo.
Che impoverite il paese,
Spiriti che impoverite il paese.
Di forza gigantesca.
Di forza gigantesca e gigantesco il passo,
Demoni (somiglianti) a tori furiosi, grandi spettri,
Spettri che penetrate e violate tutte le dimore,
Demoni senza onore,
Sette essi sono!
Non conoscono scrupoli,
Macinano il paese come grano;
Non conoscono piet.
Contro le umane genti infieriscono:
Come pioggia spargono il loro sangue,
Divorano la loro carne (e) succhiano dalle loro vene.
Dove le immagini degli dei sono, quivi essi tremano:
Nel tempio di Nab, che fertile rende il germoglio del[grano.
Sono demoni inebriati di violenza,
Incessantemente avidi di sangue.
Invoca lo scongiuro contro di loro,
Affinch non tornino pi nella tua dimora.
Per il cielo tu devi esorcizzarli! Per la terra tu devi esorcizzarli! 22
E' oltremodo interessante osservare che questi sette demoni-vampiri si ritrovano tra le
credenze siriache e nella magia palestinese. Questo fatto pu dar credito all'ipotesi che
Siria e Palestina rappresentino i possibili, naturalmente non gli unici, territori
d'irradiazione della credenza nei demoni-vampiro nei paesi slavi. Il contatto di parte del
mondo slavo con queste antiche credenze fu forse reso possibile dagli aderenti al
movimento religioso dei Bogomili, i quali, penetrati nella penisola Balcanica verso il IX
sec. predicavano le antiche dottrine gnostiche, sviluppatesi nei primi secoli della
cristianit in Siria e diffusasi poi, attraverso la Palestina, in Egitto. Ma non precipitiamo
troppo gli eventi e torniamo a considerare i demoni e gli spiriti dei Babilonesi e Assiri.
La ricchezza di scongiuri contro costoro testimonia la difficolt che incontravano i
viventi a esorcizzarli; infatti anche il giusto non poteva fare molto contro di loro, anzi
spesso ne diventava vittima. E' questa, annota Moscati (1961, 45), una "concezione
dolorosa, la quale rivela l'assenza di una fede in principi di giustizia e di moralit che
governino l'universo". Questa mancanza di giustizia, dove anche l'uomo giusto e non
22) La traduzione, dall'inglese, stata fatta dall'Autore, basandosi su: Campbell Thompson, (1903 I,

69-70). Presso gli Assiri era noto anche un demone vampiro, detto: Akakarm (o Akhkharu)
proveniente dalle credenze caldee e babilonesi (Faivre) o ittite (Martigny). E' noto anche il nome di
un vampiro accadico, detto: Rapganmekhab. Cfr. Lenormant (1874, 35), Faivre (1961), Martigny
(1993, 93), Haag (1976, 27).
33

peccatore pu subire la stessa sorte del malvagio, sta a significare che la spiritualit dei
Babilonesi e degli Assiri era indirizzata pi verso i beni terreni e la morte era vista come
una condizione inferiore e degradante. Finalisticamente sia la magia che la religione
raggiungevano un medesimo scopo: rabbonire, mediante particolari cerimonie, qualche
divinit offesa o qualche demone persecutore. Questo fatalismo, privo di ogni ribellione
antidemiotica, negatore di ogni possibilit di riscatto etico e morale ebbe un influsso
notevole nei costumi di questo popolo, rendendoli a lungo andare feroci e dissoluti.
Nell'epoca Assira (VII sec. a. C.) cos parla il profeta Nahum (1,11):
Da te, o Assiria, uscito colui
che medita il male contro il Signore,
colui che fa disegni perversi.
Annunciando l'imminente distruzione di Ninive (612 a. C), capitale dell'Assiria, cosi'
prosegue:
Guai a te, o citt sanguinaria,
tutta piena di menzogne, di strage
e d'incessante rapina.
Ascoltate: Schiocchi di frusta,
fracasso di ruote,
di cavalli frementi, frastuono di carri,
rumore di cavalleria che s'avanza,
spade che lampeggiano,
lance folgoreggianti;
quantit di feriti, mucchi di cadaveri,
morti innumerevoli
sopra i quali si cammina barcollando.
Ecco il frutto di tutte le dissoluzioni
della meretrice avvenente e graziosa,
dell'abile incantatrice,
che ha rese schiave le nazioni
con le sue abominazioni,
e i popoli con i suoi incantesimi.
I tempi in cui Nahum profetizzava nella Giudea, l'Assiria era al culmine della sua
espansione e della sua egemonia. Regnava allora Assurbanipal (669-630), sovrano colto
e illuminato, tuttavia sotto di lui le atrocit, specie nei confronti dei nemici vinti, si
ripetevano come nel passato e la bassa magia era pi che mai prospera.
Anche i Caldei, popolazione semitica di Nord-Ovest, probabilmente di origine nomade e
imparentata con gli Aramei, praticavano riti magici i quali spesso varcavano le soglie
dell'illecito. Di festini di sangue in compagnia di demoni ci parla, infatti, il rabbino
Moseh ben Maymon (1135-1204), il quale tradusse in ebraico i Libri dei Misteri e dei
Sacrifici dei Caldei e Sabei. Egli racconta che in luoghi deserti i Caldei compivano
nottetempo sacrifici in onore di qualche demone; il sangue delle vittime (uomini o
34

animali) veniva poi versato in fosse intorno alle quali si banchettava in compagnia di
spiriti maligni.23 Questi banchetti si diffusero, secondo Moseh ben Maymon, presso gli
Ebrei, da qui la prescrizione: "Voi non mangerete altrimenti sopra il sangue e non farete
sortilegi" (Levitico, XIX, 26).
Chiaramente i tristi presagi del profeta Nahum nei confronti degli Assiri servivano da
monito e avvertimento del volgo ebraico, il quale aveva assorbito molti torbidi costumi
di questo popolo, oltre a quelli caldei. Bisogna per notare che gi gli antichi abitatori
della Terra Santa: i Cananei (o Amorriti) erano avvezzi a pratiche magiche e a riti
sacrileghi. Ecco come si esprime l'ignoto autore del Libro della Sapienza (XII, 3-5):
Tu [Signore] . . . odiavi gli antichi
abitanti della tua terra santa,
perch facevano opere detestabili,
pratiche di magia e riti sacrileghi;
avevi in orrore questi crudeli uccisori
dei propri figli,
divoratori di viscere e di carni umane,
che col sangue s'iniziavano
ad orge nefande.
E pi avanti (XIV, 23) si legge:
Sacrificarono i loro figli,
celebrarono riti segreti,
orge di pazzia, con riti stravaganti.
II discorso a questo punto non pi diretto ai soli Cananei, ma agli stessi Ebrei, al fine
di metterli in guardia dalla follia idolatra e dagli incantesimi. Esortazioni che non
dovevano essere molto ascoltate, tanto che ad un certo punto il profeta Isaia, si vede
spazientito, taccia il suo popolo come "figlio della fattucchiera" e prosegue: "Voi vi
eccitate sotto i terebinti e sotto ogni albero frondoso; immolate i bambini nei torrenti e
nelle caverne delle rupi" (LVII, 5). Montague Summers basandosi su questo passo di
Isaia e su quello di Ezechiele (VI, 19) trae delle conclusioni piuttosto azzardate. Egli,
infatti, dice (1968, 41): "Non ci possono essere dubbi che i sacrifici umani, che avevano
luogo nelle oscure foreste di querce in Palestina, venivano anche nell'antichit praticati
sui colli Esquilini, e che l'effusione di sangue umano attirava sia i vampiri che le
streghe". Associare le superstizioni vampiriche a questi sacrifici assai difficile da
provare, ci non toglie che l'ipotesi di Montague Summers senz'altro suggestiva.
23) Il potere del sangue non venne dimenticato dai Caldei neppure quando, molti secoli dopo, alcuni

di loro, molti dei quali maghi e indovini, si trasferirono a Roma. Lo storico romano Giulio
Capitolino (IV secolo d. C.) narra nella Historia Augusta che Faustina, moglie di Marc'Aurelio,
ebbe una forte passione per un gladiatore. Il fatto non andava molto a genio all'imperatore, il quale
si rivolse a degli indovini caldei. Questi lo consigliarono di unirsi con la moglie non prima che
questa si fosse bagnata nel sangue del gladiatore ucciso. Il consiglio fu rispettato e la passione
dell'imperatrice cess, ma mise al mondo Commodo, che, guarda caso, fu poi ucciso da un
gladiatore. (Cfr. Bouisson 1964, 34).
35

La credenza in spiriti demoniaci era particolarmente diffusa fra il popolo ebraico. Del
resto anche fra gli Ebrei l'idea di una retribuzione dopo la morte era scarsamente
riconosciuta, come abbiamo gi visto nel cap. I. Non desta, quindi, meraviglia la
presenza di numerosi demoni, spesso di origine babilonese. Anzi il nome generico di
"demoni", ricordato nel Deuteronomio (XXXII, 17) era all'origine il corrispondente di
"shedm", confrontabile con il babilonese "shd". Un demone del deserto era 'az'z'l
(Lev. XVI, 8). Durante la cerimonia dell'espiazione tutti i peccati di Israele venivano
simbolicamente trasferiti su di un capro, il quale veniva poi spinto a morire nel deserto,
ove regnava incontrastato questo demone. Bench menzionato solo nel Levitico e nel
Libro apocrifo apocalittico di Enoch (vers. etiopica: C. I, 9-4) 'az' z'l diede luogo a
numerose digressioni nella letteratura ebraica. Per lungo tempo numerosi rabbini
ritenevano questo demone dedito alla necrofagia, opinione poi risultata falsa (Montague
Summers 1968, 188 sg). Nella letteratura cristiana 'az' z'l era familiare (forse adorato)
ad un'oscura setta gnostica, detta dei Marcosiani, dal nome del fondatore: un certo
Marco, vissuto nel II sec. d. C. Marco predic in Asia Minore, si credeva un profeta;
Dio, secondo lui, non era una Trinit, ma una Quaternit. Di facili costumi i Marcosiani
si diffusero nella Valle del Rodano e in Spagna e scomparvero sembra nel secolo
seguente. Essi attribuivano misteriosi poteri alle lettere dell'alfabeto greco, e alle
combinazioni che con esso si potevano fare; praticavano, secondo Sant'Ireneo, la magia
e la teurgia. Somministravano il Battesimo con dell'olio mischiato ad acqua e profumi e
pretendevano che nel sacramento dell'Eucarestia il vino consacrato da un prete prendesse
di fronte ai santi l'apparenza del sangue.
Tra i demoni ebraici non mancava il vampiro, detto 'alqm (Proverbi XXX, 15), dai
LXX tradotto con e da San Girolamo con "sanguisuga" ("La sanguisuga ha due
figlie: Dammi! Dammi!"). Molti altri erano i demoni, particolarmente accresciuti nel
periodo post-esilico, come attestano gli scritti apocrifi-apocalittici, il Talmud o il Nuovo
Testamento, "in base a quella mentalit popolare animista, dice Bonnefoy (EC, IV,
1423), che presso gli Arabi cre i multiformi ginn". Tra questi c'era il gl (o ghl,
arabo: al-ghl), il demone vampiro del popolo arabo.
Un discorso a parte si pu fare per un demone femminile, ampiamente ricordato nel
Talmud, che lilith (Isaia XXXIV, 14), entrato poi nelle credenze greche e romane con
il nome di lamia. Egli agisce soprattutto di notte e si dilegua all'alba, insidia di
preferenza i bambini, ma non disdegna di sedurre gli uomini quando dormono. Per
evitare che questo demone disturbi il sonno degli uomini lo si scaccia tramite un
incantesimo, operato nella camera stessa della vittima. La formula di questo incantesimo
piuttosto singolare, in quanto si deve collocare nella testata del letto un libro
cabalistico insieme a frammenti di specchi e a opportune specie di piante (la ruta o
l'aglio). Interessante la presenza dell'aglio, in quanto questa pianta la ritroviamo tra i
Romani come mezzo per scacciare le striges. Non da escludere che quest'uso i Romani
l'abbiano appreso dalle credenze popolari ebraiche. Si noti, infine, che i Romeni
stropicciavano l'aglio contro le porte delle case, per tenere lontani gli strigoi. Un classico
esempio di magia omeopatica: il simile agisce sul simile. Il puzzo dello strigoi veniva
combattuto con lodore penetrante e sgradevole dellaglio. Per il Talmud lilith, alata e
36

affascinante, era la prima moglie di Adamo, nata come lui dalla polvere. Prima di
sedurre Adamo era stata a sua volta sedotta dai demoni, da qui la sua natura demoniaca.
Ella rimase con Adamo per circa 130 anni e in quest'arco di tempo mise al mondo una
moltitudine di spettri e di demoni. Eva era soggetta, nel frattempo, alla stessa sorte di
Adamo, finch, abbandonato il suo demone, si sostitu a lilith. Questa, gelosa di Eva, si
vendic causando la morte dei neonati. Si noti il parallelismo di questa storia con quella
narrata da Diodoro Siculo sulla lamia. Non si meravigli troppo il Lettore se qui il
protagonista maschile Adamo, mentre nella storia della lamia Zeus; bisogna notare
che Adamo solo per la Genesi il primo uomo, ma in tempi posteriori (nei racconti di
Midrasc, nelle dottrine gnostiche, nella Cabbala e nel Cristianesimo dei primi tempi e
nel manicheismo) si addensano intorno a lui numerosi miti. "Adamo, dice Seppilli (1962,
20), sarebbe stato ritenuto, perfino dagli angeli, creatore dell'universo, origine e
sostanza del cosmo, avrebbe preceduto la creazione, sarebbe stato gigantesco e
bellissimo, e avrebbe riempito di s tutto il mondo".
Circa l'etimologia del nome lilith (ebr. ) ,24 molti Autori lo pongono in connessione
con la parola ebraica "lajil" (= notte); tuttavia in sumero "lil" ha anche il significato di
vento e tempesta e pu, inoltre, designare spirito e demone in generale. Sempre in
sumero si trova la parola "lulu", che significa libertinaggio e questo in stretto accordo
con l'attivit di lilith, dedita a incitare nella mente dell'uomo pensieri voluttuosi. Del
resto nella demonologia babilonese e assira troviamo lilitu, demone femminile
dall'aspetto affascinante e impersonante la lussuria. Il contrapposto maschile era lil.
Sempre provocatrice di pensieri lascivi, pur non avendo mai avuto alcun rapporto
sessuale, era ardat lili, serva di lil.
E' stato detto parlando delle lamie e ora di lilith della loro possibilit di avere rapporti
notturni con uomini. Sar interessante a tal fine osservare come questa possibilit di un
demone (incubo) di avere rapporti con i viventi sia stata tenacemente affermata lungo i
secoli, fino ad interessare le stesse credenze nei vampiri.
Gi nel mito greco Zeus, sotto forma di cigno, si unisce con Leda, moglie di Tindareo, re
di Sparta; da questa unione nacquero Polluce ed Elena. Sant'Agostino si occupa
dell'argomento in alcuni passi del De Trinitate (III) e nel De Civitate Dei, dove nel Libro
XV dice:
"E perch notissima fama, e molti, dei quali non possibile dubitare, confermano
d'avere avuto diretta testimonianza che i Silvani, e i Giuni, detti comunemente Incubi,
sono spesso stati alle donne importuni avendo desiderato e ottenuto una unione con
loro. Alcuni Demoni, dai Galli chiamati Dusios, compiono tali immondizie
continuamente. Numerose persone, di indubbia autorit, affermano che sarebbe
impudente negarlo".

24) Su questo demone si pu vedere: Furlani (1928, 342-343), Bonsirven (1935, 243), Rudwin

(1931, cap. IX), Horodezky (EG, X, 972-974), Zolli (EC VII, 1352), Salamanca (1961), Petoia
(1991, 36-38).
37

Tuttavia Sant'Agostino, al pari di San Crisostomo e di San Gregorio Nazianzeno, negano


la possibilit che da queste unioni nascano degli uomini; se qualcosa nasce, essi
affermano, sarebbe un demonio. Giunti a questo punto necessario soffermarsi un
attimo sulla figura dell'incubo. In gran parte della cultura indo-europea gli incubi sono
demoni libidinosi di sesso maschile (quelli femminili sono detti succubi) che disturbano
in vari modi il sonno delle donne: solitamente aspirando loro lo spirito vitale, creando
nel contempo un'angosciante sensazione di soffoco, oppure violentandole. Il demone
vampiro indiano gandharvas (ricordato nei Veda) succhia il sangue alle donne che
dormono, l'equivalente femminile il churel. Un incubo accadico il gelal, al quale
corrisponde il succube kiel (Lenormant 1874, 36 ). Tra gli Assiri troviamo il sil (incubo)
e il sileth (succube). Nella tradizione europea distinguiamo: l'efialte greco, l'incubus
latino e medioevale, l'alp tedesco, il mara (Sassoni e Slavi), il nightmare inglese, il
leamain-sith scozzese, lo schratteli svizzero. L'alp, oltre a soffocare la gente durante il
sonno, poteva succhiare sia il latte dai capezzoli delle donne e delle mucche, che il
sangue. Poteva cavalcare, come le streghe e il mara, in groppa ad un cavallo o volare
come un uccello. La parola mara indicava originariamente sia un incubo che un succube,
deriva dal verbo marren, che significa: uno che succhia. Tra i popoli nordici (svedesi:
mara; danesi: mare) e tedeschi (mahre) fini col significare solo un succube, che
all'occorrenza poteva prendere le sembianze di una giumenta, oppure cavalcare cavalli.
Oltre ad opprimere il dormiente poteva succhiargli il sangue. Presso gli Slavi il mara
(mora per Sloveni e Polacchi, mura o mora per i Boemi) divenne un incubo, il quale
succhiava sia il sangue che il latte; inoltre succhiava dai capezzoli dei bimbi, facendo
uscire un liquido particolare.25
Nei processi di stregoneria dei secoli XV e XVI ricorre spesso come gravissima
imputazione, punibile con la morte, l'accusa di rapporti sessuali tra incubi ed esseri
umani. Baster ricordare che l'inquisitore tedesco Jacob Sprenger, il noto autore insieme
a Heinrich Kramer del Malleus Maleficarum (Colonia, 1484), condann, come racconta
egli stesso, a morte, mediante rogo, un grandissimo numero di streghe in Germania,
specie a Costanza e a Ravensburg nell'anno 1465, tutte accusate di aver avuto unioni
carnali con il diavolo (sotto forma di incubo), dopo che questi le aveva fatto rinnegare
Dio. Sempre Sprenger afferma che gli Alemanni hanno, pi di ogni altro paese, grande
esperienza in streghe, per averne avuto un gran numero fin dalla antichit; essi inoltre
pensano che dall'unione di un demone con un vivente possono alle volte nascere dei
figli, che essi chiamano Vulchselkind, ovvero figlioli cambiati, i quali pesano molto di
pi degli altri pur essendo sempre magri, al punto che seccherebbero tre nutrici senza
ingrassare.
Un curioso episodio narrato da Giovanni Pico della Mirandola, in 'Pieus maiora' lib.
de praenotione, il quale dice di aver veduto un prete incantatore di nome Benedetto
Berna, condannato al rogo all'et di ottant'anni, sotto l'accusa di aver avuto unioni, per
pi di quaranta volte, con un diavolo tramutato in succube (Bodin 1587, 190). La notizia
25) Ricco materiale si pu trovare in: Jones (1978), vedi inoltre: Hurwood (1967), Guirdham

(1972). In particolare sull'Alp: Grohmann (1864), Laistener (1889), Wuttke (1900). Sul mara, oltre
alla citata opera di Jones, si veda: Krauss (1908, 124, in particolare sulla diffusione del mara nei
paesi slavi).
38

ha dell'inverosimile, comunque Berna ammise questa accusa e confess inoltre (con


quali metodi non ci dato sapere) di aver sorbito il sangue di molti bambini e altre
esecrabili scellerit.
Nei paesi arabi (ma anche in Persia) il demone vampiro chiamato gl (o ghl), noto sin
dai tempi preislamici e le cui prerogative lo rendono simile alle antiche Lamie dei Greci
(un demone simile, chiamato djiun, diffuso in Siria). Il gl, infatti, un demone
femminile che infesta di notte i cimiteri e si d ad orribili banchetti, cercando sotto terra
tra i cadaveri un freno alla sua insaziabilit. A volte assume un aspetto grazioso e in tal
guisa riesce persino a sposarsi e avere figli, solo che, nelle varie storie diffuse tra il
popolo arabo, lo sposo riesce prima o poi a scoprire le sue disgustose abitudini. Il gl
non esclusivamente necrofago, egli infatti viene spesso descritto mentre in attesa, in
zone solitarie, remote e rovinose, di assalire qualche viaggiatore, non prima di avergli
fatto perdere la strada, per divorarlo oppure sgozzarlo e succhiargli il sangue dalle vene.
Di quest'ultima prerogativa parla Montague Summers (1960, 231-232), non sappiamo,
per, in base a quale documento. A dire il vero lo studioso inglese riporta una storia
tratta dalle: Histoire curieuse et pittoresque des sorciers, devins, magiciens, astrologues,
voyants, revenants, mes en pei ne, vampires, spectres, esprits malins, sorts jets,
exorcismes, etc, depuis 'antiquit jusqu' nos jours (Paris, Ed. Fornari, 1846), di un
domenicano, esorcista dell'Inquisizione, certo Mattia de Giraldo, sulla cui identit si
nutrono dubbi; in essa si parla di una gula, Nadilla, che non solo si nutre di cadaveri, ma
non disdegna di succhiare il sangue al marito, dopo che questo ha scoperto il suo orribile
segreto. Bench Montague Summers dica che questa "una tipica leggenda di un
vampiro orientale", facilmente siamo indotti a pensare che essa sia stata parafrasata con
storie diffuse in Occidente. Tuttavia, bench permanga qualche dubbio su questa
prerogativa del gl, non possiamo essere d'accordo con Ornella Volta e Valerio Riva, i
principali curatori dell'antologia di racconti vampireschi: I vampiri tra noi (1960, 778),
quando, parlando delle caratteristiche necrofaghe del gl, dicono: "Nei paesi a clima
caldo, la carne commestibile viene sempre previamente dissanguata; si pu trovar qui
una spiegazione al fatto che non esista in Oriente identificazione di sangue con
principio vitale (base del mito vampirico propriamente detto)". La labilit di questa
spiegazione facilmente dimostrabile in base a quanto si detto sin qui sui demonibevitori di sangue dell'antico popolo Mesopotamico e di quello Ebraico. Si detto,
inoltre, come nei vari riti occulti di questi popoli, aspramente condannati dai profeti, il
sangue fosse costantemente presente. Anche il concetto di sangue come principio vitale,
non solo era affermato nelle dottrine eziologiche Babilonesi, ma pure in quelle della
India vedica. Sempre in India, specie nelle credenze popolari dell'India del Nord, non
mancano le streghe-vampiri e i demoni succhiatori di sangue: hnh sburo uno spirito
che caccia l'uomo nella foresta, con l'aiuto di un cane, per succhiarne il sangue; hntpare si attacca come una sanguisuga alle ferite succhiandone il sangue; hntu-dor dong
vive nelle caverne e nelle crepe e beve il sangue dei cani e dei cinghiali. Anche l'antico
demone vetla entrato in queste credenze sotto forma di vecchia strega succhiatrice di
sangue da donne pazze o ubriache (Masters 1972, 65 e Crooke 1894). Altri demoni con
caratteristiche analoghe si ritrovano nelle credenze popolari cinesi (Willoughby-Meade
1928 e Wushan Sheng 1968) e presso altri popoli asiatici.
39

Tornando a parlare del gl, esso viene spesso descritto nelle poesie arabe come un orrido
mostro dai denti aguzzi; nel mondo scientifico e teologico arabo non sono mancate
dissertazioni e speculazioni sulla natura di questo malefico ginn. Alcuni teologi
mu'taziIiti ne hanno negato l'esistenza; al-Gihiz (sec. IX) e al-Qazwn ne parlano nei
loro libri. Il Corano non ne fa diretta menzione, e cos pure le Mille e una notte,
contrariamente a quanto hanno voluto far credere diversi traduttori europei del SetteOttocento, a cominciare dallo stesso Antoine Galland, il primo (1704-17) traduttore di
queste novelle. Costoro, basandosi su fonti arabe di tutt'altra origine, hanno intessuto
amene storie, rifacendo o parafrasando l'originale (Gabrieli 1978). E' tra queste, quindi,
che vanno ricercate le storie del gl, che, bench apocrife, sono ugualmente interessanti
in quanto evidenziano bene come la presenza di questo demone doveva essere viva nella
fantasia popolare del mondo arabo. In queste storie il gl pu essere indifferentemente
un uomo o una donna (differenziandosi, in questo senso, dall'Empusa), sempre dotato di
straordinaria bellezza.
Nella Storia raccontata la 945 notte al sultano Baibars dal sesto capitano di polizia26 il
gl viene descritto come un giovane bello al pari della "stella Canopia, quando brilla sul
mare", ma subito dopo si aggiunge: "Ora questo adolescente tanto bello altri non era
che un vampiro tra i vampiri, e della specie pi pericolosa". Egli sposa la bella e nobile
Dalai e se la porta seco, in cima ad un monte: "Poi si diede a battere la campagna, ad
assaltar le strade, fare abortire le donne incinte, spaventare le vecchie, terrorizzare i
bambini, urlare nel vento, abbaiare agli usci, guaire nella notte, aggirarsi tra le antiche
rovine, gettare il malocchio, far le boccacce nel buio, visitare le tombe, papparsi i
cadaveri e commettere mille attentati e provocare mille calamit".
Pi chiaramente manifesti sono i gusti necrofagi del gl in un'altra storia delle Mille e
una notte: Storia di Sidi-Nouman27 che ispirer un racconto allo scrittore romantico
tedesco Ernest Theodor Hoffmann (Vampirismus, 1828). In essa Sidi-Nouman narra al
Califfo Harn ar-Rashi'd le sue disgrazie, che ebbero inizio all'indomani delle sue nozze
con una giovane bella e di buoni natali di nome Amina. Questa durante il pranzo di
nozze compie tali stranezze che il marito non sa pi che pensare:
"lo [racconta il marito] cominciai con il riso, che presi con un cucchiaio come
consuetudine. Mia moglie, al contrario di quanto fanno tutti, tolse da un astuccio, che
teneva con s in una tasca, un piccolo arnese per pulirsi le orecchie, con il quale si serv
per portare il riso, un chicco dopo l'altro, alla bocca. Alla sera si ripet la stessa scena,
cosi pure il giorno dopo e tutte le volte che mangiavamo insieme. Non era possibile che
una donna potesse vivere con cos poco cibo, doveva nascondersi qualche mistero a me
sconosciuto".
Passato non molto tempo il marito scopre l'orribile verit:
26)

Traduz. di P. P. Nichetti (dalla versione di J. C. V. Mardrus) in Volta/Riva (1960, 591 sg.).

27) La storia l'abbiamo presa da Les Mille et une Nuits (tradotta da A. Galland), Paris, Garnier,

1869, 3 tomo, pp. 213-229.


40

"Una notte Amina, credendomi profondamente addormentato, si alz cautamente; scorsi


che s'abbigliava con grande precauzione, evitando ogni minimo rumore. Non riuscivo a
comprendere quali torbidi pensieri turbassero il suo sonno, la curiosit di sapere fece s
che, anzich riaddormentarmi, simulai un profondo sonno. Finito di vestirsi in un
baleno ella usc dalla camera in gran silenzio. Appena fu uscita, mi alzai, il tempo di
mettermi qualcosa sulle spalle e raggiungere la finestra prospiciente al cortile, che feci
giusto in tempo a scorgerla mentre usciva dalla porta che dava sulla via. Mi precipitai
subito verso la porta, che ella aveva lasciato socchiusa, e, con il favore del chiaro di
luna, la seguii fino a quando la vidi entrare in un cimitero, poco distante dalla nostra
abitazione. Raggiunsi allora la cima di un muro che cingeva il cimitero; e dopo essermi
accertato di non essere scoperto, scorsi Amina in compagnia di una gula. Nel vedere
questo rimasi sbalordito e terrorizzato. Esse poi disotterarono un morto, sepolto quel
giorno; la gula tagliava dei pezzi di carne in pi riprese, che poi mangiava insieme ad
Amina, entrambe stando sedute sul bordo della fossa. Mentre consumavano questo
pasto, cos crudele e disumano, esse conversavano tranquillamente, ma essendo troppo
lontano non mi fu possibile comprendere nulla dei loro discorsi, che dovevano essere
assai strani al pari del loro pasto, il cui ricordo ancora adesso mi fa rabbrividire.
Quando ebbero finito gettarono i resti del cadavere nella fossa, che riempirono con la
stessa terra che avevano smosso".
Nonostante il marito scopra i gusti orribili della moglie decide di pazientare per alcuni
giorni prima di prendere una decisione troppo avventata. Finch una sera, stanco dei
continui rifiuti della moglie verso il cibo degli uomini, si azzarda a dirle: "Amina, ditemi,
vi scongiuro: le carni che vi servo non vi sono gradite come le carni dei morti?" Ma a
queste parole Amina divenne furente e gettandogli dell'acqua addosso lo trasform in un
cane. La sua magia era potentissima e in un minuto Sidi-Nouman divenne un cane. In
queste tristi condizioni trascorse parecchi mesi presso un negozio di panetteria,
divenendo popolarissimo nel quartiere per la sua intelligenza. Finch un giorno attir
l'attenzione di una vecchia, che viste le qualit del cane cominci a dubitare della sua
vera natura; essa lo rap e lo port da sua figlia, che era una maga. La magia della
giovane restitu a Sidi-Nouman le sue sembianze umane; la maga conosceva inoltre la
perfidia e la natura di Amina e diede a Sidi-Nouman una fiala di cristallo, dicendogli di
gettarla sulla testa di sua moglie.
Il nostro sfortunato eroe diede ascolto ai consigli della maga e tornato a casa riusc a
ghermire sua moglie e immobilizzarla, dopo di che fece come la maga gli aveva detto:
dopo pochi istanti Amina non era pi una donna, ma una cavalla. Montatale sulla groppa
la condusse a scudisciate sulla piazza, promettendosi di ripetere ogni giorno questo
castigo.
Il Califfo, dopo aver ascoltato la storia, approv in parte il comportamento di SidiNouman in quanto reput gi grave il castigo della metamorfosi, senza appesantirlo con
quotidiane dosi di scudisciate.28
28) Sul gl si pu vedere: Guidi (EI, Vol. XVI, 931), Nldeke (1921 I, 670), Wellhausen (1897).
41

E' probabile (ma non sufficientemente dimostrato) che la presenza del ghl nelle
credenze europee da far risalire agli Zingari. C', infatti, una parola slava: ogoljen
(spoglia), indicante un tipo di vampiro diffuso tra il popolo Boemo, che ha la stessa
radice della parola araba ghl (Volta, 208 e Faivre, 179). Forse certi gruppi di Zingari
conoscevano la superstizione del ghl, avendola appresa dalle credenze popolari iraniche
(non dimentichiamo che prima di entrare in Europa gli Zingari sostarono a lungo
nell'Iran). Tuttavia non da escludere un diretto influsso di queste ultime sul mondo
slavo. Infatti le numerose leggende della creazione del mondo diffuse tra gli Slavi sono
molto simili a quelle iraniche, penetrate nell'Oriente europeo attraverso la setta religiosa
dei Bogomili dei Balcani, oppure attraverso le colonie armene della Russia meridionale
(Cartojan, EI, XXX). La stessa parola Bogu (= dio), molto diffusa nella mitologia slava,
si riconnette a quella iranica Baga.
Dovendo trarre una conclusione da questa analisi di demoni dellantichit, possiamo dire
che essi furono, a nostro avviso, utilizzati come elementi esplicativi di prima istanza di
fronte a fenomeni di morti sospette o inspiegabili. I demoni-vampiri, come abbiamo gi
detto, non crearono problemi destabilizzanti allinterno delle comunit, messe in crisi da
eventi misteriosi (lutti improvvisi, apparizioni). Essi potevano uccidere, ma la loro
azione era giustificata dalla loro stessa natura. Ogni mezzo per neutralizzarli era valido.
vero che manca nellantichit la prova archeologica (impossibile da ottenere) di una
concatenazione di eventi che porta ad una credenza nei vampiri o pi propriamente nei
revenants, del tipo: stato di crisi che colpisce una comunit, individuazione di un
cadavere anomalo come causa e annientamento di tale cadavere come modo per
superare la crisi. (Braccini 2011, 50). Ma ci non inficia lutilit di ricorrere alle figure
dei demoni-vampiri come primi elementi esplicativi della concatenazione descritta da
Braccini. Lerrore concettuale di questultimo Autore nel voler identificare i revenants
o i vampiri solo come cadaveri, dalla solida corporeit. Egli (2011, 31)29 afferma:
Bisogna evitare di confondere il vampiro con spettri, fantasmi o con ogni altro tipo di
ombra evanescente. strano che ad uno studioso attento e scrupoloso siano sfuggite le
conclusioni, neppure molto originali, di Barber (1994, 282): Oltre alla sua forma
corporea, comunque il vampiro o revenants pu assumere altre forme, perch
evidentemente la morte non estingue i vari aspetti di una persona, e in particolare la
sua immagine, la quale quando appare in sogno, scambiata per una visita da parte del
defunto. Le varie forme dimmagine di una persona ombra, riflesso, ricordo [pluralit
danime, V. Introduzione] hanno un posto nella tradizione popolare dei morti. Non
quindi cos raro incontrare parole indicanti revenants e vampiri, in area slava e greca, il
cui etimo strettamente legato ai demoni-vampiri dellantichit. Sono sufficienti poco
esempi: strigon (dal lat. strix, nominativo pl. striges) in Slovenia (Valvasor 1689,
III/Parte XI, 317 ); strigoi in Transilvania (Schott 1971, 311), stryz (Mannhardt 1859,
29)

piuttosto difficile essere daccordo con Braccini (2011, 31) quando afferma: In realt, la
persistenza di queste figure [lamie, arpie, empuse, lemuri, larve striges] in relazione allorigine
delle credenze vampiriche sembra in genere scarsa, e talora del tutto pari a zero. Lui stesso si
smentisce quando dovendo parlare del vampiro ematofago costretto a ricollegarsi a figure gi
presenti nel folklore locale, come le striglai e le geloudes. (Braccini, 2011, 221).
42

260), lamja in Bulgaria (Cooper 2005, 259), erynies (cfr. con erinni) nellIsola di
Kythnos (Hauttecoeur 1898, 28), orko o denatsch in Dalmazia (Stern 1903, 364).
_______________________

43

CAPITOLO III
LORIGINE DEL VAMPIRO
Nell'ambito dell'Europa la cupa superstizione del vampiro conosciuta, sotto diversi
nomi e caratteristiche, sin dai tempi pi remoti: nelle antiche saghe islandesi, come nelle
leggende slave questo lugubre personaggio non ha cessato di disturbare le notti dei
viventi. Bisogna per fin da ora fare chiarezza su un punto. Il termine vampiro
nell'accezione pi comune un defunto che continua a vivere nella tomba, dalla quale
esce (preferibilmente di notte) per succhiare il sangue di un essere vivente. In questa
maniera il vampiro sopravvive ed evita di decomporsi. Solo a partire dalla prima met
del XVIII secolo la parola vampiro venne registrata con questa accezione. Fino a quel
momento in tutta l'area indo-europea la prerogativa di succhiare il sangue agli
esseri viventi era riservata ad alcuni demoni, alla streghe, a spiriti malvagi o allo
sciamano Personaggio quest'ultimo in grado di aiutare l'anima del morto nel difficile
passaggio da questo all'altro mondo. Se nel fare ci qualcosa andava storto a farne le
spese ero lo stesso sciamano, che pagava il suo errore errando tra i vivi in una
condizione di morto/non morto: bisognoso di sangue per mantenersi in un equilibrio
cos precario (Cfr. Corradi Musi 1995). Pertanto l'affermazione che: la cupa
superstizione del vampiro conosciuta, sotto diversi nomi e caratteristiche, sin dai tempi
pi remoti da ritenersi valida solo nellambito della demonologia, della stregoneria e
dello sciamanesimo.
Dal momento che furono i paesi Slavi a definire il vampiro nei suoi tratti tipici, sar
opportuno chiarire, brevemente, il contesto storico-geografico e mitico entro il quale
questo fenomeno si determin.
Qualche notizia sugli Slavi
Non potendo, per ovvie ragioni, tracciare un quadro, seppur stringato, sulla storia degli
Slavi ci limiteremo a dire che gli Slavi sono un popolo indo-europeo, la cui originaria
sede preistorica, ancora oggi un problema tutt'altro che risolto, si soliti localizzarla
44

all'incirca nella regione paludosa di Pripet, molto a settentrione dei Carpazi. Si doveva
trattare di una zona poco accessibile, isolata probabilmente da fitte boscaglie.
Riteniamo utile dare al Lettore una schematica suddivisione del popolo slavo, al fine di
localizzare meglio, quando se ne parler il gruppo etnico interessato dalla credenza nel
vampiro.
Gli SLAVI si suddividono in :
SLAVI OCCIDENTALI: comprendenti i Cechi, Polacchi, Slovacchi e Sorabi (detti
anche Serbi di Lusazia o Vendi)
SLAVI ORIENTALI: comprendenti i Grandi Russi, Ucraini e Bielorussi (o Bianco
Russi)
SLAVI MERIDIONALI: comprendenti i Serbi, Croati, Sloveni e Bulgari (i Bulgari si
insediarono nei Balcani alla fine del VII secolo, erano affini agli Unni e adottarono poi
la lingua slava).
La presenza dei Magiari (attuali Ungheresi) nei territori occupati dagli Slavi meridionali
(sin dal VI secolo) rese impossibile ogni tentativo di unione fra Slavi occidentali e
meridionali.
Senz'altro utile, ai fini della nostra narrazione, fornire qualche breve notizia sulla
mitologia slava, dando maggior spazio ai costumi funebri di questo popolo, venendo, in
tal modo, a chiarire la posizione del vampiro presso queste genti. Non si mancato di
evidenziare la visione dualistica delle forze della natura, profondamente radicata nella
mitologia slava; solo cos certi esseri demoniaci (come il vampiro o il licantropo)
trovano una loro giustificazione. Si far pure cenno, infine, a certi personaggi mitici
(come le vile), che per certi caratteri e prerogative sono simili alle fate-vampiro di certi
paesi nordici.
Malcerte le notizie sulla mitologia slava, tutte in gran parte posteriori alla introduzione
del cristianesimo (VIII e IX secolo); non scevre, quindi, da compromessi tra concezioni
pagane e cristiane. Non potendo distruggere totalmente ogni vestigia di paganesimo il
cristianesimo prefer, infatti, modellare sulle divinit del mondo slavo i suoi propri santi,
conciliando cos le feste pagane con quelle cristiane.30 Cosi, ad esempio, la chiesa di
Bisanzio, che penetr soprattutto tra i Serbi, i Bulgari e i Russi,31 trasform divinit,
come Perun, Valos e Dabog in "llja" (Elia il profeta), "Vlasjii" (Biasio), "Jurij o Jegorij"
(San Giorgio) (Ciampoli 1904, 312).

30) And meno per il sottile con le numerose divinit del pantheon greco e latino, che trasform

tutte in blocco in demoni. Le divinit che erano gi maligne (come le Lamie, le Empuse, le Arpie, le
Chimere, i Geroni) diventarono sudditi e aiutanti di Satana. Cfr. in proposito Graf (1892-1893, II).
31) Il cristianesimo di Roma penetr tra i Cechi, i Polacchi, gli Sloveni e i Croati.
45

E' estremamente difficile stabilire quali dovevano essere nel pantheon slavo le divinit
maggiori o minori e la loro relativa area di diffusione. Sta di fatto, comunque, che gli
Slavi possedevano l'idea di una divinit suprema, dominante tutte le altre, signore di
tutta la terra, terribile dio tab, di cui mai si doveva pronunciare il nome (Eeckaute EU,
XIV, 1070). Egli era in grado di donare la parola agli animali e di popolare la natura
intera di quantit di divinit, di spiriti malvagi o benefici, di folletti, di geni, di ondine, di
fate dei boschi e delle acque.
Fra gli Slavi orientali si adorava Perun, dio del lampo e del tuono; Svantevit (o
Svetovid), dio del vento dai quattro volti, era principalmente conosciuto dagli SlaviBaltici, forse si trattava del dio supremo. Da alcuni Autori Svantevit identificato con il
presunto dio supremo dei Serbi Dabog (o Vid) e con lo stesso Perun (per i Russi e per
gli Slavi dell'ovest Dabog o Dabog era una divinit solare). All'inizio Dabog era il dio
degli Inferi (era cio una divinit ctonia), il grande e potente dio della morte, ma poi
divenne il dio supremo della nascita, della vita e della morte, cosi come si ritrova in altre
antiche religioni (per esempio nella Egiziana con Osiride, nella religione Gallica con Dis
o Dispater e in quella Germanica con Wotan) (Maksimovich, EA, XXV, 88-88a).
Questo passaggio fu contrassegnato da un cambiamento di forma. Dabog abbandon le
sembianze di lupo (la credenza che il lupo impersonava il dio degli Inferi non
solamente slava, ma anche dei popoli Lettoni e Estoni e altrove) per assumere quelle
umane pi tranquillizzanti. Concetti questi radicati nella mitologia serba (ma anche
presso altre genti slave), nella quale le principali divinit assumevano forme di animali
(lupo, cavallo, gallo) o di cose.
Altra importante divinit era Svarog, forse dio del sole e del fuoco. Non detto fosse
una divinit comune a tutti gli Slavi, come alcuni Autori (primo tra questi Niederle,
1923) hanno sostenuto. In base alla descrizione che ne fa Thietmar, vescovo di
Merseburg (secolo XI) nella sua Mon. Germ. Histor. Script. (IlI, 723 e sg.) questa
divinit doveva essere molto importante, se non la pi importante, per gli Slavi del
gruppo baltico. Ad essa era dedicato un grande tempio in legno nella citt di Riedegost
(Rethra) nella terra dei Liutizi (a Nord della Boemia tra il fiume Oder e l'Elba). Il tempio
era retto alla base da corna di animali selvaggi, degli dei erano scolpiti sul legno e vari
idoli erano contenuti al suo interno. Il viaggiatore arabo al-Masudi (morto nel 956) in
Murg adh dhahab (Campi d'Oro), d di questo tempio un'analoga e pi dettagliata
descrizione; un cerchio sacro, sito su di un monte, costituito da tronchi di quercia
cingeva il tempio, tutto in legno; al suo centro si trovava una statua colossale, pure in
legno, colorata d'ocra. La statua rappresentava la divinit, sotto le sembianze di un
vecchio appoggiato ad un bastone, con il quale si serviva per far uscire i morti dalle
tombe. Altre caratteristiche, con significato incerto (forse divinatorio), contrassegnavano
questa enorme costruzione.
Altri templi sorgevano a Stettino (Pomerania) dedicati al dio Triglav:
"Triglav, rappresentato con tre facce e venerato a Stettino (Pomerania), era adorato in
uno dei quattro templi della citt. Il suo tempio era ornato con sculture di uomini e di
46

animali e fungeva da deposito delle decime e del bottino. Come mezzo divinatorio si
usava un cavallo nero che dava pronostico favorevole se attraversava tre volte in su e in
gi, senza urtare, nove lance a poca distanza sul terreno" (Turchi EC, XI, 796)).
Anche nel tempio dedicato al dio Svantevit ad Arkona nell'Isola di Rgen (destinata ad
accogliere gli ultimi germi del paganesimo slavo intorno al secolo XI), distrutto dai
Danesi nel 1168, ci si serviva di un cavallo sacro di colore bianco, come mezzo
divinatorio: "era di buon augurio se il cavallo muoveva il piede destro disponendosi a
saltare una triplice fila di lance poste davanti al tempio" (Turchi EC, XI, 796).
Prima ancora dell'avvento al trono di Gsa (972-997) e di S. Stefano (997-1038) i
guerrieri Magiari praticavano nella zona compresa fra l'attuale Ungheria e la Slovacchia
(Carpazi occidentali) alcuni sacrifici in onore del dio della guerra Hadur. L'olocausto era
un cavallo bianco, il cui sangue, carico di virt magiche, veniva bevuto dai guerrieri. Un
confronto a questo punto con il sacrificio indiano del cavallo, il noto svamedha, 32
immediato; tuttavia un tale accostamento difficile da provare con sicurezza. Pi
verosimile, a nostro avviso, il confronto con i sacrifici degli Slavi del gruppo baltico;
questi, come abbiamo visto, usavano il cavallo come mezzo divinatorio, ma non da
escludere che in,altre circostanze lo sacrificassero accanto ad altri animali (buoi,
montoni) e ad uomini, soprattutto cristiani ( noto, infatti, come in queste regioni il
cristianesimo incontr difficolt di ogni sorta nel tentativo di affermarsi). Si noti, inoltre,
che prima degli Slavi, avevano stanziato, per diversi secoli, in queste zone le popolazioni
germaniche, le quali sacrificavano alle loro divinit, oltre a pecore, capre, e cinghiali, i
cavalli, anzi quest'ultimi erano i sacrifici pi frequenti, al punto che i Germani vennero
chiamati "mangiatori di cavalli" (Bacchiega 1971, 99-100).
Le indagini diventano molto pi complesse se tentiamo di avvalorare l'ipotesi di un
influsso indiano nel sacrificio del cavallo praticato dai Magiari. Se esso ci fu si perde in
tempi remoti, quando i Magiari,33 sotto l'espansione mongola, dovettero abbandonare le
sconfinate steppe asiatiche a Nord dell'India e da qui raggiungere gli Urali e il Caucaso,
in attesa di penetrare, nell'895, nelle regioni danubiano-carpatiche sotto la guida del
leggendario rpd.
32) Si trattava di un solenne sacrificio, celebrato dalla casta bramina, al fine di garantire, a coloro

che lo richiedevano, la vittoria di un'impresa bellica; veniva inoltre celebrato per propiziarsi prole
maschia. Il cavallo da sacrificare trascorreva un anno di assoluta libert, ci a simboleggiare il
libero sfogo di ogni passione. Una volta ucciso per soffocamento (spegnimento delle passioni)
l'animale veniva fatto a pezzi, alcuni dei quali arrostiti, venivano devoluti a particolari divinit. Di
questo sacrificio si parla nei Veda, esattamente nella raccolta di inni del Rigveda e dell'Atharvaveda
XII libro; se ne fa inoltre cenno nel Mahbhrata.
33) I Magiari (Magyarok) fanno parte dei popoli uralici (ugro-finnici), costituivano all'inizio una

trib, successivamente alleatasi con altre sei, in gran parte turche, alle quali diede il proprio nome. I
riti di sangue dei Magiari non si celebravano solo nel sacrificio del cavallo, ma anche nella solenne
cerimonia di elezione del capo supremo. Dice, infatti, McCarthy (1962, 7): "[. . ]. i sette capi trib
eleggevano il pi potente del loro gruppo, Arpad figlio di Almus, a loro capo supremo, giurando
poi, dopo una rituale bevuta di sangue mescolato, di accettare per sempre lui e la sua prole come
capi della nazione".
47

Comunque andarono le cose sta di fatto che questo antico culto pagano rimase presente
nel popolo magiaro, anche quando perse il suo significato magico-religioso (legato
soprattutto al concetto di "pasto sacro") e divenne, sotto l'incalzante diffondersi del
cristianesimo, parte integrante del costume. Infatti reminiscenze di esso si trovano nella
Relation du voyage de la Royne de Pologne, et du retour de Madame la Mareschalle de
Guebriant, Ambassadrice Extraordinaire, et Sur-Intendante de sa conduitte. Par la
Hongrie, l'Austriche, Styrie, Carinthie, le Frioul, et l'Italie...., apparsa a Parigi nel 1647
e scritta dal viaggiatore francese Jean Laboureur, in essa si apprende che il sangue di
cavallo costituisce una delle bevande pi apprezzate dal popolo ungherese.
Anche l'uso del cavallo come mezzo divinatorio perse con il tempo il suo valore,
conservando, per, nel folklore una sua importanza. Infatti in certe contrade e villaggi
della Bulgaria e della Valacchia per individuare le tombe dei vampiri si usava un tempo
un cavallo, ancora vergine, di colore nero, bianco o marrone, cavalcato da un ragazzo e
una ragazza, anch'essi vergini. Se il cavallo si rifiutava di passare sopra una tomba si
riteneva che l era sepolto un vampiro.
Scarsissime sono le notizie sulle concezioni escatologiche degli Slavi, bench doveva
sussistere una distinzione fra il regno dei morti e un regno di felicit oltremondana.
Presso gli Slavi dell'Ovest si adorava il potente Crnobog, il dio nero regnante negli
Inferi, luogo di tenebre. Analogo a Crnobog era Crnoglav adorato dagli Slavi della Valle
dell'Elba. Accanto a queste divinit della morte c'era il dio della vita: Belobog, il dio
bianco.
Numerose le credenze in esseri mitici, semidei, soprattutto fra gli Slavi orientali e
meridionali, a cui si fatto gi cenno, sopravvissute attraverso il Medioevo e
perpetuatesi fino ai nostri giorni attraverso i canti popolari e le leggende. Con la parola
bsy si indicavano in generale i malvagi spiriti; domovoj era il genio della casa; kikimora
aiutava le donne a filare quando queste stanche si addormentavano; lesij era uno spirito
silvano, mentre quello dell'acqua era chiamato vodjanoj, rappresentato con una lunga
barba; baba-jaga era una specie di strega; successivamente si diffusero le credenze nei
licantropi e nei vampiri. Esseri mitici femminili, molto noti tra queste genti slave, erano
le vile, chiamate diversamente a seconda del popolo incontrato (i Russi le chiamarono
dapprima beregine pi tardi rusalke, rusalije, il nome in rapporto con la festa pasquale
"pascha", "rosarum", "rosalia." Presso i Bulgari: samodive, dive, iude; Serbo-Croati:
vile. Tra gli Slavi occidentali le vile sono note agli Slovacchi: wile, e anche tra i Cechi
abbiamo credenze simili: la lesni panny la vergine della foresta.34 Si tratta di spiriti
femminili di difficile comparazione con quelli presenti presso altri popoli; grosso modo
simili alle ninfe della mitologia greca, ma se vogliamo fare confronti nell'ambito del
folklore europeo, notiamo che le vile hanno diverse analogie con certe fate vampiro dei
popoli nordici. In un testo ecclesiastico, datato tra il XIII o il XIV secolo, noto come
Sermone di San Gregorio, si fa pure riferimento ai sacrifici pagani fatti agli upiri (un
34) Sul mito delle vile si veda: Kukuljevic-Sakcinski (1851); Afanas'ev (1865-1869); Ciampoli

(1904, 81-100).
48

termine arcaico per vampiri) e alle beregyni. Tuttavia del Sermone esistono varianti ed
proprio in una di queste che compare il termine upiri, quindi non chiaro quando
questultima parola venne effettivamente introdotta nellopera, il cui originale in lingua
greca risale al IV secolo.35 Probabilmente, come vedremo meglio in seguito, il termine
upir al suo sorgere identificava un demone-vampiro con caratteristiche da incubo, se
maschio, e succube se femmine. Pi preciso sembra essere lattestazione del termine
vlkodlaci. Se ne parla per la prima volta in un testo di diritto canonico ortodosso
(nomacanone) nel 1262. Anche qui siamo in presenza, allinizio, di un demone, accusato
di divorare durante le eclissi il sole o la luna (Perkowski 1989, 18; Braccini 2008, 187).
In seguito assunse il significato di licantropo e in aree molto circoscritte anche quello di
vampiro (V. in seguito).
Le vile presentano diverse caratteristiche, ora rivolte verso il bene, ora verso il male.
Vengono dal popolo distinte in vile aeree (oblakinie), vile terrestri o silvestri
(planinkinje) e acquatiche (vodene, morske, diklice) (Ciampoli 1904, 82). Le prime sono
sempre benefiche, le seconde ora benigne ora maligne, le ultime sempre maligne. Le vile
acquatiche appaiono nel plenilunio e cercano di intrattenere nell'acqua i bei giovani, che,
caduti in lor bala, annegano.
Per il popolo slovacco le wile vivono nell'acqua dall'autunno fino alla domenica delle
rose, cio la prima domenica dopo Pentecoste; dopo di che cambiano abitudini,
portandosi sui rami di betulle, gridando a chi passa: "Uomo, vieni a dondolarti". Se
l'incauto presta loro attenzione cade nella loro mala e ne muore (Treimer 1954, I, 197).
Quanto alle vile terrestri non son di meglio se intendono operare il male; se si
innamorano, fatto piuttosto raro, sbranano spesso e volentieri l'amante prescelto, al pari
di certi demoni vampiri del mondo greco, giudaico e assiro-babilonese (V. cap. II). Tra i
Serbo-Croati le vile possono apparire ai pastori: se irate li colpiscono con frecce
invisibili, che procurano malattie e delirio. Esse, per, non disdegnano dall'aiutare gli
eroi, dei quali diventano sorelle di azione, cos, ad esempio, in un canto del popolo
bulgaro: Il Pomak e la Samodiva, ad un certo punto il Pomak (= bulgaro della Tracia o
della Macedonia, diventato musulmano) (Ciampoli 1913, 12), minacciato da un falcovampiro, con queste parole:
Muori, pallicare, muori Pomak,
io manger la tua carne bianca,
io berr il tuo sangue nero;...
viene miracolosamente salvato dalla sua samodiva. In genere le vile sono belle e si
mantengono perennemente giovani; pallide di viso, sono sempre avvolte da candide
vesti; ballano volentieri al suono del flauto o della cornamusa e il loro canto ha un
effetto magico: chi lo ascolta perde il senno. Conoscono le virt curative delle piante,
come pure l'arte di sanare. Bench possano concepire bambini, se s'immergono
nell'acqua riacquistano la verginit, questa acqua allora acquista virt miracolose per
qualsiasi essere vivente.
35) Maggiori notizie in Braccini 2011, 74 e 236-237).
49

Particolare interesse rivestono le notizie sugli usi funebri degli antichi Slavi, usi che si
riflettono bene anche attraverso il folklore. Secondo alcuni Autori la tendenza degli Slavi
di cremare i loro morti, in concomitanza con la loro vita nomade che conducevano,
cessava non appena assumevano costumi pi stazionari, in questo caso l'inumazione dei
cadaveri veniva regolarmente praticata. Su queste costumanze se ne modellano, per,
altre, al punto da inficiare le conclusioni di questi Autori: si , infatti, potuto accertare
che le ceneri dei defunti venivano spesso interrate, e che accanto a tombe con tracce di
cadaveri cremati ve n'erano altre contenenti cadaveri seppelliti integri. I cimiteri erano
ignoti agli Slavi, fu, infatti, il cristianesimo ad introdurli; i morti, sia posti in tombe
singole che in tombe familiari, erano relegati su colline, preferibilmente entro caverne.
Gli Slavi del gruppo baltico preferivano i fitti boschi; comunque nessuno aveva un luogo
fisso o particolare per i propri morti.
In comune con altri popoli gli Slavi avevano il triste costume di seppellire accanto al
morto il coniuge rimasto vedovo, in modo che nessun evento, neppure la morte, potesse
separare questa unione. Tale costume raccolto e narrato, ad esempio, da San Bonifacio
(ca. 675-755) tra i Vendi, dove la sposa era solita uccidersi subito dopo la morte del
marito, e ancora prima dall'imperatore Maurizio (ucciso nel 602), che nella sua
"Strategica" commenta il fatto che le mogli dei guerrieri slavi rifiutavano di sopravvivere
ai loro signori uccisi. Scomparsa con il tempo la fase cruenta del rito ne sono, tuttavia,
rimasti alcuni resti nel folklore. Cosi, ad esempio, tra i Bielorussi la fanciulla morta
vergine (o il fanciullo) viene vestita a nozze e i parenti e gli amici vanno al funerale
come se fosse un matrimonio. Analoghi costumi si rinvengono in Podolia e in Serbia
(Montague Summers 1968, Cap.V).
L'idea del corpo indipendente dall'anima era un concetto molto diffuso tra gli Slavi;
anche durante la vita l'anima poteva temporaneamente dipartire dall'uomo (ad esempio
durante il sonno) e penetrare in oggetti inanimati oppure in piante e animali o in altre
persone. Tra i Bielorussi, nella prima met del secolo scorso, era costume erigere sulle
tombe dei loro morti delle piccole case di legno. In seguito la Chiesa ortodossa proib
quest'usanza in quanto aveva dato adito al sorgere di paurose superstizioni: le case in
legno dei morti, si asseriva, erano diventate le dimore di licantropi e di vampiri. Tuttavia
l'usanza aveva le sue radici fra gli antichi Slavi, i quali usavano coprire le loro tombe,
site in colline, con capanne o tende, nelle quali l'anima del trapassato trovava immediato
rifugio e consolazione, dopo aver abbandonato dolorosamente i resti mortali. Offerte
materiali venivano, inoltre, poste sulla tomba (costume questo diffuso in quasi tutti i
popoli indo-europei) dei morti; si trattava di cibo o di bevande: grano, miele, vino rosso
(in sostituzione del sangue) e acqua (nel mondo dei morti c'era una gran sete).36
La triste condizione del morto era alleviata da queste costumanze, che nel contempo
salvaguardavano il vivo dalle possibili minacce del morto. Gli antenati morti potevano,
36) Questo strano culto dei trapassati, largamente diffuso nei vulghi europei, non trova una facile

spiegazione. Ecco come Casanova (1931-39) ha raccolto questo culto: "I parenti dei defunti non
vanno mai a coricarsi senza prima porre alla finestra o nella loro camera qualche vaso pieno
d'acqua, perch i morti sono soliti visitare, durante la notte, i loro parenti e le loro abitazioni. Essi
non si ritirano che la mattina al primo canto del gallo. Se non trovassero di che dissetarsi si
vendicherebbero, provocando una violenta tempesta, detta 'tempesta dei morti' "
50

infatti, apparire in forme umane ai vivi, soprattutto in veste di mendicanti o di stranieri.


Erano, quindi, particolarmente temuti, e di questo ci danno atto le numerose pratiche
funebri pervenuteci attraverso il folklore. Gli Slavi del Sud credono che le anime dei
morti temano il fuoco, essendo spettri gelati, e a tal fine al ritorno dal funerale una
vecchia donna porta sempre con s un braciere contenente tizzoni ardenti. Fra i Boemi
costume che al ritorno dai funerali nessuno dei partecipanti si volti indietro, anzi
considerato propizio gettare dietro le spalle sassi e bastoni, in maniera da nascondere
ogni traccia del percorso al morto mal intenzionato e pronto a far ritorno nella sua
precedente dimora. Frazer (1965 III, 987) riferisce che "i contadini slavi e bulgari
concepiscono la peste del bestiame come un demone immondo, o un vampiro, che si pu
tenere a bada interponendo una barriera di fuoco tra esso e le mandrie". La confusione
che alberga nelle credenze primitive fra corpo e anima giustifica la presenza del fuoco
come mezzo apotropaico per allontanare non solo le anime dei trapassati, ma anche i
corpi risorti (i vampiri nel nostro caso) o tutte e due le cose contemporaneamente. Molto
interessante quanto fanno notare due studiosi inglesi di occultismo Hill/Williams (1967,
288-289):
"Le leggende sono di solito piuttosto vaghe sul come il cadavere esca dalla tomba ed
entri in case sprangate per assalire la gente, perch un cadavere un oggetto materiale,
non un fantasma che pu passare attraverso i muri. Bisogna accontentarsi di accettare
che tra i poteri magici di un vampiro vi sia la possibilit di passare attraverso la
materia, o perlomeno attraverso fessure piccolissime (buchi di serrature, spiragli sotto
le porte, gli stretti interstizi tra finestra e intelaiatura). In alcuni racconti la tomba di un
vampiro rivela vari buchetti attraverso i quali, a quanto sembra, il vampiro pu filtrare.
Anche qui, come accade tanto spesso per le credenze attinenti al soprannaturale, specie
le pi antiche, si ha una sorprendente confusione tra cadavere e anima. Abbiamo visto
come i primitivi temano il fantasma ma lo plachino nutrendo il cadavere; abbiamo visto
gli egiziani conservare il cadavere e credere tuttavia in un'anima distinta non materiale
(o in parecchie anime). Cosi col vampiro. Esso un essere soprannaturale tornato dal
regno dei trapassati e contemporaneamente una creatura materiale con attributi non
materiali che comprendono, oltre al potere di passare per anguste fessure, l'incapacit
di gettare ombra o di essere riflessa in uno specchio. Forse, dunque, questa materialit
esiste nelle antiche leggende su un piano contemporaneamente simbolico e concreto".
Particolari precauzioni vengono prese dagli Ucraini (ma anche in molti altri popoli slavi)
all'indomani dei funerali, al fine di scongiurare il ritorno del morto:
"Nella casa contaminata i vestiti e la roba del letto del defunto vengono disposti nel
pollaio per alcune settimane; dopo che la bara stata portata via si lava il pavimento,
le immondizie vengono spazzate fuori di casa sulla strada, si butta grano e simili dietro
il corteo funebre come difesa magica contro la forza di attrazione del morto. L'acqua
che era in casa vien rovesciata via, spesso si spegne il fuoco. Finch la salma in casa
non si deve cuocere il pane. Il rogo, d'antico uso slavo, stato sostituito dall'inumazione
cristiana; sulla tomba vien posta una croce greca in legno. La salma impura (suicidi,
morti di morte violenta) non deve sconsacrare la terra, vien quindi coperta di rami,
senza essere inumata, in un posto solitario" (Treimer 1954, I, 310).
51

Pratiche simili sono diffuse un po' ovunque in Europa, tutte accomunate da un'oscura
paura di un ritorno innaturale del morto. Ed in questo contesto che il vampiro trova la
sua collocazione nel mondo slavo. Prima della met del secolo XVIII non vi era per
tra gli Slavi nessun collegamento tra vampiro e l'azione di succhiare il sangue. La
parola arcaica per vampiro era upir (con numerose varianti), ma non vi sono prove
che essa stesse ad indicare il cadavere di un morto che ritornava dalla tomba per
succhiare il sangue dei viventi. La parola vampiro, associata ad un morto succhiatore di
sangue, viene registrata tra le popolazione slave (per l'esattezza tra i Serbi) solo a partire
dalla prima met del secolo XVIII. Come abbiamo gi detto, prima di questo secolo
questa prerogativa, come in molte altre zone indo-europee, era riservata solo a particolari
classe di demoni, alla streghe, agli stregoni e allo sciamano.
Storie di succhiatori di sangue
Per cercare di comprendere la tipologia del tipico vampiro, succhiatore di sangue, come
stato trasmessa dal folklore, dobbiamo servirci di testimonianze il pi possibile
attendibili. Non una impresa facile nonostante lapparente ricchezza delle fonti. Per
quanto possa sembrare incredibile, sono solo due le storie che documentano con
assoluta certezza lassociazione tra vampiro e lazione di succhiare il sangue.
Entrambe sono accadute in Serbia nella prima met del XVIIII secolo.
- a) La storia di Pietro Plogojowitz
Uno dei casi pi emblematici, che compare in tutti i testi di vampirologia, quello
relativo alla storia di Pietro Plogojowitz. Il resoconto originale venne pubblicato per la
prima volta il 21 luglio del 1725 sulla rivista Das Wienerischen Diarium (uno dei
principali giornali viennesi) da parte di un vicario (o provveditore, o ufficiale del
distretto di Gradisk) imperiale austriaco, tale Fromann. Il resoconto di Fromann venne
riprodotto nella seconda edizione del 1728 della Dissertatio historico-critica de
Masticationae mortuorum in tumulis del teologo tedesco Michael Ranft (la prima ediz.
del 1725, entrambe apparvero a Lipsia). Fino a questo punto la storia, cos come venne
raccolta da Fromann, non sub nessun cambiamento. Successivamente venne tradotta in
altre lingue (francese e tedesco) ed inevitabilmente modificata e abbellita. In certi casi
addirittura parafrasata. Il linguaggio di Fromann quello proprio della burocrazia del
tempo, pertanto molto ossequioso verso le autorit superiori e piuttosto asciutto
nellesporre gli eventi. Barber (1994, 18-20) riporta lintera storia (traducendola in
inglese), traendola da Rudolf Grenz (1967, 263-265). La fonte di Grenz la 2a ediz. del
1728 dellopera di Ranft.
Il villaggio di Kisilova (o Kisolova, o Kisilovo) dove si colloca la storia non in
Ungheria, come affermano successivi Autori (Calmet, Marquis dArgens), ma in Serbia
(Yovanovich 1911, 311). Esso a pochi Km dellattuale paese di Bako Gradite
(corrispondente al paese di Gradisk, nominato nel racconto), nella Vojvodina a circa 90
Km Nord-Ovest da Belgrado. A monte lerrore venne fatto dal Grosses vollstndige
52

Universal-Lexicon di J.H. Zedler (vol. 46, voce Vampiren 1745, 474 sg.), a causa della
situazione politica piuttosto confusa di allora (Barber, 1994, 17 sg.). Gran parte della
Serbia era passata sotto lImpero Austriaco fin dal 21 luglio 1718 (Pace di Passarowitz
tra Venezia, Austria e Turchia) e rimase occupata fino al 1739.
Dopo dieci settimane dalla morte di Plogojowitz ( non sappiamo chi fosse e di che cosa
mor) perirono, nella prima settimana, nove persone (giovani e anziane) in sole
ventiquattrore. Prima di morire esse per dichiararono pubblicamente che Plogojowitz
era venuto da loro nel sonno, si era coricato su di loro e li aveva soffocati, cos che
avevano dovuto soggiacere allo spettro. Si noti bene che le caratteristiche con le quali
si manifesta Plogojowitz sono del tutto coincidenti con quelle dellincubo notturno.
verosimile ritenere che la causa scatenante di questi incubi (scambiati per spettri) fosse
da imputare alle condizioni dei malati, che bench gravi riuscirono ugualmente a narrare
le loro paurose avventure. Dal momento che la sgradita visita di Plogojowitz narrata
dai nove moribondi, si deve necessariamente dedurre che la frase avevano dovuto
soggiacere allo spettro pu solo significare che i poveretti erano convinti di avere
subito qualche imposizione dallincubo persecutore. La paura fu tale che lo spettro
acceler la loro morte, ma non la caus direttamente. Come abbiamo visto costoro
ebbero il tempo di narrare a parenti e ad amici le loro vicissitudini. Siamo solo agli inizi
della vicenda, ma gi analizzando una delle tanti varianti della storia (Calmet 1756,
223), ecco cosa leggiamo:
Costui [Plogojowitz] apparve di notte al alcuni paesani mentre dormivano, e tanto
strinse loro la gola, che in ventiquattrore morirono.
Calmet sposta gli avvenimenti nelle ore notturne, per rendere la storia pi cupa e
suggestiva. Plogojowitz inoltre direttamente responsabile della morte delle nove
persone, mediante strangolamento. Stranamente lo stesso Barber (1994, 21), pur
riportando la storia originale di Fromann, la commenta in questo modo:
tipico che, quando il vampiro del genere deambulatorio come il vampiro
jugoslavo appaia alla vittima di notte e la strangola o le succhi il sangue. In ogni
caso, la vittima spesso lamenta una sensazione di soffocamento prima di morire
Le conclusioni di Barber sono arbitrarie, al pari di quelle di Calmet. Fino a questo punto
della narrazione possiamo solo affermare che Plogojowitz ebbe la sfortuna di essere il
primo a morire di una malattia misteriosa e di avere, per questa semplice ragione,
favorito la successiva morte di altre nove. Si noti bene favorito, non materialmente
eseguito. In ogni caso viene sottolineata una credenza, diffusa in molte parti, che la
prima persona a morire ritenuta responsabile delle morti successive. un modo
alquanto elementare di trovare una giustificazione ad una improvvisa epidemia.
La storia di Plogojowitz pone bene laccento sulle caratteristiche fisiche del morto che
ritorna dalla tomba. Fromann dice chiaramente che tali individui sono dagli abitanti
del villaggio chiamati vampiri (Fromann usa il termine vanpir ). Il termine viene cos
introdotto per la prima volta nella lingua tedesca. I segni del vampiro sono i seguenti:

53

corpo non decomposto, la pelle, i capelli, la barba e le unghie che continuano a


crescere.
Dopo non poche difficolt burocratiche, Fromann e il pope di Gradisk accettano di
analizzare il corpo di Plogojowitz, da poco esumato. Ci che essi possono osservare :
- assenza di odore di morte,
- il corpo, eccetto il naso, fresco in tutto e per tutto,
- i capelli, la barba e le unghie sono cresciuti,
- la vecchia pelle, dal colore biancastro, si staccata e una nuova emerge al di sotto di
essa,
- viso, mani, piedi e lintero corpo hanno un aspetto vitale.
A queste caratteristiche, che sono pi che sufficienti per stigmatizzare il morto come un
vampiro, se ne aggiunse unaltra, che dest meraviglia agli occhi di Fromann (quindi
doveva essere insolita anche per il resto degli osservatori). Il cadavere presentava sulle
labbra del sangue fresco. evidente che solo a questo punto gli astanti pensarono che
questo sangue poteva essere stato succhiato alle nove persone malate, uccise da
Plogojowitz. La citazione esatta la seguente:
Non senza meraviglia, vidi sulle sue labbra del sangue fresco, che, secondo lopinione
generale, aveva succhiato alle persone da lui uccise.
Come ricorderemo le nove persone ammalate non dichiararono che lo spettro succhi
loro il sangue. Se ci fosse accaduto sicuramente lavrebbero detto. Lassociazione
vampiro/succhiatore di sangue nasce quindi da una successiva e insolita caratteristica del
morto (non ritenuto tale): la presenza di sangue sulle labbra. Un tale fenomeno
osservato dalle persone di quel tempo non poteva portare che ad ununica
spiegazione: il morto/non morto era in grado di succhiare il sangue ai vivi.
Sullo stato del cadavere esumato, anche Calmet riporta in sostanza le stesse cose riferite
da Fromann e riprese integralmente da Ranft. Egli per omette una cosa importante. Non
dice che la presenza del sangue sulle labbra dest meraviglia. Lomissione di questa
parola stravolge tutto il contesto, in quanto sembra dare per scontata una caratteristica
del vampiro serbo, che in realt non lo era.
La cruenta fase finale dellesorcizzazione del vampiro descritta nello stesso modo da
Fromann e da Calmet. Essa consistette nel trafiggere con un paletto appuntino il cuore
del vampiro (dal quale sgorg molto sangue fresco, sangue usc pure dalle orecchie,
dalla bocca e si presume dal pene) e nella successiva combustione del cadavere, fino a
ridurlo in cenere.

54

Lanalisi dettagliata della storia di Plogojowitz mette bene in evidenza che a monte di
tutto vi fu una malattia contagiosa, che provocava dei paurosi incubi. Lincubo
persecutore venne associato alla prima persona che si ammal (il povero Plogojowitz).
Non sapendo che rimedio adottare per debellare la malattia i pochi e sprovveduti abitanti
del villaggio reagirono profanando il cadavere di Plogojowitz, che per sua sfortuna a
distanza di due mesi e mezzo circa non si era perfettamente decomposto.
Abbiamo solo accennato alla versione di questa storia fatta dallo scrittore illuminista
francese Jean Baptiste de Boyer Marquis dArgens nelle sue Lettres juives (1738, 2a
ediz., Lettera 137, riportata pure nel Dictionnaire Infernal di J. Collin de Plancy nel
1818). La storia di dArgens non parla espressamente di Peter Plogojowitz, ma di un
vecchio di 62 anni, morto a Kisilova nel mese di settembre (del 1724, lAutore non lo
dice. Non dimentichiamo che la relazione di Fromann del 21 luglio 1725). Dopo soli
tre giorni dalla sua morte comparve al figlio durante la notte e gli chiese da mangiare:
questi gli fece portare del cibo, lo spettro mangi, dopo di che scomparve. Lindomani il
figlio raccont ai vicini ci che gli era accaduto; quella notte il fantasma non apparve,
ma la terza notte ritorn e chiese ancora da mangiare. Non si sa se suo figlio gliene
avesse dato o meno, ma il giorno dopo fu trovato morto nel suo letto. Lo stesso giorno,
si ammalarono allimprovviso cinque o sei persone nel villaggio, e, in pochi giorni,
morirono luno dopo laltro.
Secondo dArgens vennero inviati, su richiesta del governatore del luogo, due ufficiali e
un boia dal Tribunale di Belgrado. Al terzetto si un anche un ufficiale imperiale, che si
port da Gradisk a Kisilova. Costui sembrava essere gi al corrente dellaccaduto.
Nella versione di dArgens vennero aperte le tombe di tutti coloro che erano morti in
quelle settimane, compresa quella del vecchio. Solo nella tomba di questultimo si
trovarono i segni del vampiro:
Lo trovarono [il vecchio] con gli occhi aperti, di un bel colore vermiglio, con un
respiro naturale, ma immobile come un mortoil carnefice gli conficc un palo nel
cuore, e bruci il cadavere, riducendolo in cenere.
Nessuna traccia di vampirismo venne trovata negli altri cadaveri. Si noti bene come in
questa versione non si fa cenno alla presenza di sangue nella bocca o al fatto che il
vecchio avesse succhiato sangue alle sue vittime. In ogni caso la storia di dArgens
poco credibile. solo un abile rimaneggiamento di due distinti episodi: quello di
Plogojowitz e quello di Arnold Paole, accaduto nel villaggio di Medvegia (1727-1732),
del quale parleremo tra breve. La versione viene presa per buona da Melton (1994), che
nella sua monumentale opera The Vampire Book. The Encyclopedia of the Undead, alla
voce Plogojowitz utilizza e mescola la storia di dArgens con quella di Ranft. Il merito di
dArgens solo quello di avere introdotto per la prima volta in Francia il termine
vampiro (Wilson 1985, 5; a sua volta da Yovanovitch, 1911, 310), divenuto poi
popolare, grazie allopera del 1746 di Dom Augustin Calmet (Dissertations sur les
apparitions et sur les revenants et les vampires..,).
Naturalmente tutte le caratteristiche fisiche del cadavere/vampiro di Kisilova sono oggi
facilmente spiegabile dalla medicina legale. In particolare la presenza di sangue sulle
55

labbra del morto dipendeva da due concomitanti fattori: la posizione prona del cadavere
e la velocit di necrosi delle cellule polmonari (dipendenti queste ultime dal tipo di
malattia contratta prima di morire: polmoniti, tubercolosi polmonare , peste polmonare
ecc.). La posizione prona favoriva, per compressione, la fuoriuscita di sangue e liquidi
biologici dalla trachea alla bocca del cadavere.37 Anche ai tempi di Fromann esistevano
gi trattati che spiegavano in maniera plausibile tali fenomeni (C.F. Garmann, De
Miraculis mortuorum, Lipsia 1670; Daniel Leclerc Histoire de la mdecine, Genve
1696), ma non dimentichiamo che Fromann non era un medico!
-b) La storia di Arnold Paole
Un altro caso assai famoso nella letteratura vampiresca quello relativo alla storia di
Arnold Paole.
Lepisodio lo si pu dividere in due parti. La prima riguarda gli avvenimenti occorsi a
Medvegia (o Medwegja o Medraiga o Meduegna, il nome del villaggio cambia a
seconda dellAutore), piccolo villaggio a Sud di Belgrado, a un ex soldato serbo di
nome Arnold Paole nel 1726 (o 1727); la seconda parte racconta di una infestazione di
vampiri, sempre nello stesso villaggio, verificatasi 5 anni dopo la scomparsa di Arnold
Paole e strettamente collegata alla morte di questultimo.
Lattuale nome del villaggio Medveda e si trova a 138 Km Sud-Est di Belgrado, e a 43
Km Sud-Est da Kragujevac (la citt pi vicina al villaggio). A pochi Km da Medveda
scorre il rame occidentale del fiume Morava.
La fonte originale dellintera storia venne redatta dal chirurgo militare Johann
Flckinger il 26 gennaio 1732, testimone oculare della seconda parte della storia. La
relazione venne pubblicata, con il titolo Visum et repertum (cio Visto e scoperto) a
Norimberga nello stesso anno, in unopera dal seguente titolo: Commercium litterarium
ad rei medicae et scientiae naturalis incrementum institutum. Riproposta in tempi
recenti nellopera antologica di Sturm e Vlker (1968, 451-456) e in quella di Barber
(1994, 33 sg.). Viene ripresa sempre nel 700 da Zedler (1745) e da Calmet (1756), ma
da questultimo non in modo puntuale.
La prima parte della vicenda narrata in modo molto sintetico. Nessuno fu diretto
testimone. Flckinger la riporta per sentito dire. Essa narra che Arnold Paole, in
seguito ad una caduta accidentale da un carro di fieno, mor rompendosi losso del collo
(gi nella versione di Zedler e di Calmet la causa della morte diversa. Secondo costoro
Paole sarebbe morto schiacciato da un carro di fieno). Questuomo aveva spesso
raccontato, durante la sua vita, che nei pressi di Gossowa (Serbia turca) era stato
infastidito da un vampiro. Per prevenire ulteriori fastidi egli aveva mangiato un po di
terra presa dalla tomba del vampiro e si era inoltre imbrattato con il sangue di
questultimo. Tuttavia il rimedio sembr peggiore del male. Dopo soli 20 o 30 giorni
dalla morte anche Arnold Paole divenne un vampiro, uccidendo ben quattro persone. Per
prevenire ulteriori attacchi alla gente del villaggio si decise (con il consenso delle
autorit) di disseppellire il morto dopo 40 giorni dal decesso. Questi venne trovato in
37)

Molte informazioni in Barber (1994).


56

uno stato assai sospetto. Paole era integro. Sangue fresco usciva dagli occhi, dal naso,
dalla bocca e dalle orecchie. Inoltre aveva la camicia e il sudario intrisi di sangue, nuove
unghie erano ricresciute nelle mani e nei piedi. Una nuova pelle sostituiva quella
vecchia. Si decise di trafiggere il cuore con un paletto. Durante questa cruenta
operazione egli emise un gemito udibile e sanguin copiosamente. Dopo di ch venne
bruciato, fino a ridurlo in cenere. Le ceneri vennero rimesse nella tomba.
Anche le persone uccise da Arnold Paole subirono la medesima sorte. Gli abitanti del
villaggio si erano ormai convinti che tutti coloro che erano stati vittima del vampiro
divenivano a loro volta vampiri.
Unultima singolare malefatta di Paole serve da collegamento con la seconda parte della
vicenda. Il vampiro era accusato di avere attaccato non solo le persone, ma anche il
bestiame, al quale aveva succhiato il sangue. Questultima azione aveva reso gli animali
infetti. A distanza di cinque anni dalla esorcizzazione di Paole il bestiame rimaneva
contaminato ed era in grado, se consumato, di propagare il terribile morbo agli
sfortunati abitanti del villaggio di Medvegia. Si entra a questo punto nella seconda e pi
dettagliata parte dellintera vicenda.
Prima di passare per alla seconda parte vorremmo sottolineare come nella versione di
Calmet (1756, 174) (a sua volta ripresa dal giornale olandese Le Glaneur historique) lo
stato vampirico venga notevolmente enfatizzato:
Sul suo cadavere [di Arnold Paole] si trovarono tutti i contrassegni dun Arcivampiro
[sarebbe interessante sapere dove Calmet abbia preso una tale informazione]. Il suo
corpo era ben colorito, i capegli, le unghie e la barba era cresciuta, le vene eran piene
di sangue fluido, e colava da tutte le parti del corpo sul lenzuolo, in cui era involto
fece [il Governatore del luogo] ficcare, secondo il solito, un palo acuto nel cuore del
morto Arnaldo, e trafiggerlo da una parte allaltra, tal che colui gett un orribile grido,
come se fosse vivo, poi gli tranciarono la testa, e lo abbruciarono.
La medicina legale in grado di spiegare un gemito di un cadavere trafitto, ma
ovviamente non lo se questo gemito diviene un orribile grido. Nel momento in cui il
corpo di Paole venne trafitto da un paletto la compressione dei polmoni avrebbe spinto
laria e i gas con una forza esplosiva attraverso la glottide, creando un suono simile ad
un gemito (in parte Barber, 1994, 232) o ad uno scricchiolio (Schroeder, 1973, 45-46) 38.
38)

Forniamo una breve nota di patologia forense, rimandando per un approfondimento al


fondamentale lavoro di Barber (1994). La decomposizione di un morto favorita dallaria,
dallumidit, dai microrganismi, dalle temperature moderate e dagli insetti; sfavorita dallassenza
di tutti questi fattori. Dopo circa 30 minuti dalla morte inizia il fenomeno dellipostasi, cio il
ristagno di sangue nei capillari per effetto della gravit nelle parti pi declivi (parti del corpo che
stanno pi in basso) del corpo. Il fenomeno si completa in 6-8 ore. Se il corpo in posizione supina
nei punti dove appoggia (zona occipitale, schiena, glutei, polpacci) il suo stesso peso impedisce la
formazioni delle ipostasi. I capillari, schiacciati, non riescono infatti a riempirsi di sangue. Questo
zone divengono di colore scuro. La faccia del cadavere quindi pallida se in posizione supina e di
colore scuro se prona. Completata lipostasi (il sangue cio si coagulato) il colore del cadavere
passa da rosa-porpora a porpora scuro, in quanto il sangue non pi ossigenato. Ovviamente queste
variazioni di colore si riscontrano solo nelle zone dove il sangue si depositato per gravit e dove,
quindi, si verificato il fenomeno dellipostasi. Se siamo in presenza di basse temperature
lossigeno si consuma molto pi lentamente e per riflesso anche lipostasi rallenta. La riscontrata
57

Ricordiamo che nella storia originale, narrata da Flckinger, si dice solo che il cadavere
emise un gemito udibile e sanguin copiosamente.
Si noti infine come nella versione di Calmet la fase dellesorcizzazione del vampiro
venga resa pi truculenta, con laggiunta del taglio della testa.
La storia di Arnol Paole, narrata da Flckinger, si svolse nel 1726, quindi ad un solo
anno di distanza da quella di Plogojowitz, raccontata da Fromann. Le due localit
interessate (Kisilova e Medvegia) sono in Serbia e distanti fra loro circa 230 Km. La
dinamica dei fatti in sostanza la stessa. Nella storia di Paole si parla apertamente di un
vampiro succhiatore di sangue. Non dimentichiamo per che essa raccontata non in
prima persona, ma a cinque anni di distanza. Non da escludere che anche in questo
caso la presenza di sangue nella bocca del morto abbia destato stupore tra gli osservatori
e creato una associazione tra vampiro e succhiatore di sangue. Insistiamo molto su
questo fatto in quanto se analizziamo le numerose testimonianze, precedenti a queste
due storie, scopriamo che esse parlano insistentemente di cadaveri che si ostinano a non
decomporsi. Sono proprio questi ultimi che arrecano affanni ai viventi, apparendo sotto
forma di spettri, di incubi o procurando rumori molesti. Tra i termini usati per connotare
questi morti che ritornano vi gi quello di vampiro (upir per lesattezza), ma privo
dellassociazione succhiatore di sangue. Torneremo pi avanti su questo punto.
La seconda parte della storia molto pi circostanziata rispetto alla prima, in quanto
Flckinger, insieme ad una commissione medica (formata da Flckinger stesso e da due
ufficiali medici), inviata sul posto da Belgrado dal Marchese Botta dAdorno, supplente
del principe Karl Alexander von Wrttemberg, amministratore della Serbia a Belgrado
(Faivre 1993, 49 sg. e Introvigne 1997, 103), fu testimone oculare degli eventi.
Passati cinque anni dalla storia di Paole (1731) nel villaggio di Medvegia in soli tre mesi
muoiono in circostanze poco chiare ben 17 persone. La commissione medica giunse sul
posto il 7 gennaio del 1732 e inizi la sua indagine (conclusasi il 26 dello stesso mese).
Si dissotterrarono i cadaveri e si pass ad una meticolosa analisi necroscopica. 12 delle
17 persone (72% ca.) furono trovate in eccellente stato di conservazione e con sangue
ancora fluido in vari organi (era questo come abbiamo visto uno stato sospetto di
vampirismo) e 5 persone (27%) regolarmente decomposte. I cadaveri esumati risalivano
al massimo a tre mesi prima, cio ai primi di ottobre del 1731, il pi recente era morto
crescita nel cadavere di capelli, barba e unghie puramente apparente. Il fenomeno dovuto alla
pelle che tende a ritirarsi man mano che si disidrata. La vecchia pelle che si stacca e lascia trasparire
una pelle nuova un fenomeno apparente, dovuto alla esfoliazione dellepidermide, che mette in
evidenze il sottostante derma. Il fatto che il naso (insieme alle orecchie e ai gomiti) del cadavere
risulti danneggiato prima di altre parti dovuto alla posizione del cadavere (prona per esempio), a
fenomeni di compressione (sudario sul volto) o di disidratazione. I rumori provenienti dalla tomba,
fenomeno segnalato da molti Autori tedeschi nel sec.XVII e XVIII, dovuto allesplosione della
cavit addominale, dilata dai gas (soprattutto metano). Il fenomeno maggiormente udibile se il
cadavere stato seppellito malamente e a poca profondit (casi questi verificatisi, piuttosto
frequentemente, durante gravi epidemie).

58

18 giorni prima. In questo arco di tempo il clima in questa zona (Serbia) presenta inverni
freddi e asciutti (Belgrado ha attualmente una media invernale di 1 C a gennaio): il
vento secco vardarac spira tra i Balcani e la valle del fiume Vardar. Queste condizioni
climatiche sono particolarmente favorevoli a ritardare i normali processi putrefattivi.
Importante da constatare il tipo di decesso. Una persona che muore improvvisamente in
apparente stato di salute si decompone pi lentamente rispetto ad una che si spegne dopo
una lunga malattia acuta o cronica o peggio infettiva (Glaister 1966, 115-116). Dei 12
cadaveri sospetti di vampirismo 3 (25%) erano morti dopo 90 giorni e 9 (75%) tra i 18
giorni e 63 giorni. In sostanze linsieme di due fattori: 1) lintervallo di tempo passato
dai cadaveri sottoterra piuttosto breve e 2) il clima freddo e secco, erano gi sufficienti a
spiegare il fenomeno del rallentamento dei processi putrefattivi. Il villaggio inoltre era
poco lontano dal fiume Morava, pertanto il terreno circostante, probabilmente paludoso,
ostacol ulteriormente la decomposizione (per insufficienza di ossigeno e per unalta
concentrazione di antibiotici).
Tutte le altre anomalie riscontrate dai tre medici militari (sangue fluido, crescita delle
unghie e dei capelli, cambiamento di dimensioni del cadavere, colore del morto) sono
facilmente spiegabili dalla patologia forense.
Non chiaro quale fosse lesatta opinione della commissione medica giudicante. Sta di
fatto che essa diede lincarico a degli zingari locali (scelta non casuale, gli zingari erano
ritenuti portatori di antiche e occulte conoscenze) di tagliare la testa ai 12 corpi e di
bruciarli (le ceneri vennero gettate nella Morava). I 5 corpi regolarmente decomposti
vennero rimessi nelle rispettive bare. verosimili pensare che la commissione
assecond la paura degli abitanti del villaggio per evitare possibili disordini. La
medicina del tempo, per quanto ancora rudimentale, non ignorava casi come quelli
descritti da Flckinger. impensabile, per esempio, che la commissione non conoscesse
la celebre Relation dun Voyage du Levant, apparsa a Parigi nel 1717 in due tomi (in
lingua inglese nel 1718), ad opera del grande botanico francese Michel Pitton de
Tournefort (1656-1708). In essa emerge lo spirito fortemente ironico-razionale
dellAutore. Tournefort, durante un viaggio compiuto in Oriente su desiderio di Luigi
XIV, sost in Grecia fra il 1700 e il 1702 e fece nel 1701 una sosta nellIsola di Mycone
(Mykonos). Quivi fu diretto testimone di un episodio di un morto che ostinatamente non
voleva decomporsi e che dagli abitanti dellisola era ritenuto un vrykolakas, una parola
greca per indicare una persona di natura malvagia e litigiosa, morta di morte violenta e
mossa da intenzioni maligne verso i vivi. Le caratteristiche di questo cadavere ricordano
molte di quelle viste dalla relazione di Flckinger (in particolare la presenza di sangue
fresco, particolare contestato per dal Tournefort). A queste bisogna per aggiungere
lassenza di rigor mortis (un evento questo piuttosto normale, in quanto di natura
temporanea). Nella relazione di Tournefort compaiono per alcuni elementi assenti nelle
due storie serbe. La popolazione dellIsola di Mycone accusa il diavolo di avere
rianimato il corpo del vrykolakas (il quale venne alla fine bruciato), al quale per non si
attribuisce la capacit di succhiare sangue ai viventi, ne di uccidere. La sua azione si
limita ad arrecare notevoli fastidi notturni (percuotere persone, sfondare porte,
infrangere finestre ecc.).

59

In conclusione anche la dettagliata relazione di Flckinger non aggiungeva molto a


quella di Fromann. La prima parte della relazione del tutto simile a quella di Fromann,
la seconda ci dice soltanto che un vampiro un corpo che sotto tutti gli aspetti sembra
essere morto, a parte il fatto che non si decompone come ci attenderemmo, il suo sangue
non coagula, e pu presentare cambiamenti di dimensioni e colore (Barber, 1994, 42).
Se alla relazione di Flckinger affianchiamo quella di Tournefort la conclusione che se
ne pu trarre ben pi drastica. Secondo il botanico francese il vrykolakas era solo il
corpo di un morto. Ad essere per del tutto corretti la relazione di Tournefort non parla
di vampiri succhiatori di sangue e quindi non deve essere presa in considerazione. Essa
stato introdotta nella narrazione come supporto al giudizio che Flckinger e i suoi due
colleghi dovettero farsi dei fatti accaduti a Medvegia.
Per quanto la dettagliata analisi delle due storie serbe abbia solo messo in evidenza fatti
in gran parte gi noti, esse ebbero nella prima met del XVIII secolo una grande eco,
soprattutto negli ambienti colti dell'Europa occidentale. Il motivo senza dubbio da
attribuire al fatto che per la prima volta al vampiro veniva attribuita la capacit di
succhiare il sangue alle sue vittime (persone o animali). Un accostamento pauroso e
immaginifico nello stesso tempo, foriero di ricchi sviluppi nella letteratura preromantica
e romantica. La diffusione dei due episodi serbi negli ambienti colti europei venne
favorita, quasi certamente, dal ricordato principe Karl Alexander von Wrttemberg,
durante un viaggio intrapreso nell'anno 1732 (Ruthner, 2001 e Lecouteux 2009, 185).
La parola upir
Il termine arcaico di vampiro: upir () viene segnalato per la prima volta (Vasmer
1953, Perkowski 1989, 18, a sua volta da Moszynski 1976, 185) in un manoscritto russo
del 1047, il Liber Prophetarum. Nel manoscritto il Principe di Novgorod: Vladimir
Jaroslav (Melton, 1994) viene appellato come Upir Lichyi (o Upir Lichoj), cio
Cattivo (o maligno) Upir. Non sappiamo con esattezza cosa volesse dire nel secolo XI
la parola upir. Una tale interpretazione non per sicura, il filologo Brckner (1934,
272-280) sostiene che nel Liber Prophetarum la parola upir usato come nome
proprio. Ipotesi ripresa in modo pi convincente nel 1982 dallo slavista svedese Anders
Sjberg (1982, 109-124), il quale fa notare, come il nome di un prete (pope) Upir
Lichoj compare nel colophon di un manoscritto del Liber Prophetarum, traslitterato dal
religioso dal glagolitico (il pi antico alfabeto slavo) in cirillico per conto del Principe di
Novgorod Vladimir, figlio maggiore di Jaroslav. Il prete inizi a scrivere il 14 maggio
del 1047 e termin il 19 dicembre dello stesso anno. La spiegazione di Sjberg molto
convincente, in quanto abbastanza incomprensibile il motivo per cui un anonimo
religioso avrebbe dovuto appellarsi con un sopranome cos singolare e negativo
(McClelland 2006, 187. Braccini, 2011, 101). Perkoswski (1989, 18, 42) afferma che il
concetto di vampiro appare per la prima volta in un manoscritto serbo del XIII secolo,
nel quale si parla di un vukodlak (vampiro/licantropo), che utilizzando le nubi sale in
cielo per divorare il sole e la luna. Una analoga credenza segnalata anche in Romania
da Otescu (1907, cit. da Murgoi, 1926). Perkowski allude al gi ricordato nomocanone
del 1262, in cui si trova il solo termine vlkodlaci; per unoperazione del tutto
60

arbitraria dello studioso affiancare al termine upir quello di vukodlak, dando per
scontato che gi nel XIII secolo i due termini fossero considerati sinonimi. Si noti bene
che la testimonianza di Otescu connota questa creatura (trasformata in un cane) ancora
con il termine vrcolac (parola romena, etimologicamente collegata a vukodlak - lupo
mannaro - e alle sue numerose varianti). Citando unopera serba di Spiro Kulii del
1970 (Srpski mitoloki renik, Beograd 1970, 51) Perkoswski dice che il termine vampir
attestato tra gli Slavi del Sud fin dal XV secolo. Dubitiamo per che questa
affermazione sia esatta. Nel 1721 il naturalista e gesuita polacco Gabriel Rzczynski
(1664-1737), di Cracovia nella sua opera Historia naturalis curiosa regni Poloniae
(Sandomir 1721. Trat.XIV, sez.II, 365-366), basandosi su di un manoscritto dal titolo
Everio Atheism (La distruzione dellateismo), del gesuita polacco Jerzy Gengell
(1657-1727), parla ancora di upir. Egli precisa che questessere da considerarsi una via
di mezzo tra un incubo (pu soffocare durante il sonno uomini, donne o bambini) e un
morto che mastica nella sua tomba (noto in Germania, fin dal XVII secolo, con il
termine nachzehrer, traducibile con masticare). Egli, inoltre, dice:
Il funzionario incaricato di esorcizzare i cadaveri, riferisce cose straordinarie circa i
morti che, nelle tombe ancora voraci e non decomposti, trucidano i viventi in maniera
orribile; dai Polacchi vengono chiamati con il termine particolare di Upiers e di
Upierryea. Riguardo le prove che produce, i documenti autentici meritano forse
unulteriore discussione.
Da bravo naturalista Rzczynski assume un atteggiamento piuttosto prudente. Non
sappiamo esattamente a che periodo risalga il manoscritto di Gengell (probabilmente ai
primi del '700), ma in ogni caso a distanza di diversi secoli ancora la parola upir (var.
upior, upuir, upier) che si riscontra in diverse contrade europee (Ucraina, Polonia e
Lituania). Anche la testimonianza di Hellwald (1890, 367) non risolve chiaramente la
questione. Questi parla di una sorta di demone femminile (Upierzyca, Cfr. con il termine
Upierryea, usato da Rzaczynski), diffuso tra gli Ucraini o Ruteni, che nelle notti di luna
piena infastidisce i giovani nei loro letti e li consuma di baci e abbracci. Hellwald
purtroppo non ci dice se questa credenza posteriore o antecedente ai dati raccolti da
Rzaczynski. In ogni caso il comportamento della Upierzyca ricordo molto quello della
lamia, dei greci e dei romani e quindi potrebbe trattarsi di una credenza molto antica, ma
solo unipotesi. Che il giornale francese Mercure Galant del maggio 1693 parli di
upierz non ci aiuta molto, in quanto lautore dellarticolo (tale Desnoyers) traduce
arbitrariamente la parola polacca upierz in stryges (gi note nella mitologia romana per
essere delle succhiatrici di sangue). Desnoyers attribuisce a queste stryges/upierz la
prerogativa di voraci succhiatori di sangue, fornendo tra laltro un resoconto vago ed
esagerato su presunti casi di epidemie di stryges nellEuropa orientale (Ungheria,
Polonia e Russia). LAutore arriva perfino ad asserire che il sangue succhiato da questi
cadaveri fuoriesce talmente abbondante dalla bocca, dal naso e dalle orecchie che nel
sepolcro questi esseri nuotano nel proprio sangue. Non sappiamo da quale fonte abbia
tratto Desnoyers le sue informazioni. Sappiamo per, da uno studio di Porset (2007,
p.16), che questa rivista era solitamente traboccante [...] di mille stravaganze. In
conclusione non abbiamo quindi nessuna prova che la parola upir sia allorigine
associata con il concetto di bere il sangue. Cosa voglia esattamente dire upir non
61

assolutamente chiaro. Rimane lautorevole parere del linguista austriaco Miklosich


(1886, 374), il quale suggerisce come possibile centro dirradiazione la parola turca
settentrionale (dialettale) uber (= strega). Teoria accettata da Hock (1900, 61) e da
Montague Summers (1960, 18) e in tempi pi recenti da Sturm e Vlker (1968, 506) e
Cooper (2005, 258). Non essendo certi che la parola upir sia da associare allazione di
succhiare il sangue il famoso studio etimologico della parola vampiro fatto da Ralston
(1872, 410) andrebbe rivisto. Dice Ralston:
Nella sua forma vampir (russo meridionale upuir, forma arcaica upir) stato
confrontato con il lituano wempti = bere, e wempti, wampiti = brontolare,
mormorare ed stato formato da una radice pi (bere) con il prefisso u = av, va. Questa
derivazione corretta: la caratteristica del vampiro sarebbe una specie di
ubriachatezza di sangue. In accordo con questa idea i Croati chiamano il vampiro
pijawica .
In effetti lo studio etimologico di Ralston ambiguo. Se infatti al posto del primo
significato della parola lituano wempti bere utilizziamo il secondo brontolare,
otterremmo lo stesso risultato, ma con il vampiro che ha come caratteristica quella di
brontolare o di mormorare (wampti). Ci porterebbe ad accostare il termine vampiro a
quello di nachzehrer, un redivivo (di area tedesca) tra le cui caratteristiche vi anche
quella di brontolare allinterno della sua bara. In effetti la testimonianza di Rzczynski
ci fornisce un ritratto dellupir che, come abbiamo gi detto, ha strette analogie con il
nachzehrer. Alcuni studiosi (Afanasev 1869, in Perkowski 1976, 164; Montague
Summers 1960, 18-19) tendono a dimenticare il doppio significato della parola wempti,
accreditando solo quella con il significato di bere.
Studi pi recenti sulletimologia della parola upir non chiariscono del tutto il problema,
che rimane in sostanza aperto. Ricordiamo uno dei pi recenti, molto curioso e
interessante, ma difficile da dimostrare. McClelland (2006, 76-77, 187-191) sostiene che
all'origine la parola upir indicava per la chiesa ortodossa i pagani e gli eretici, nulla
quindi di soprannaturale, tanto da essere posta come sinonimo di eretik. In seguito i
revenants vennero identificati con gli eretici e dato che i primi erano corpi posseduti da
demoni anche l'upir divenne tale.
Nelle due storie serbe che abbiamo attentamente analizzato la parola vampiro gi
conosciuta sia dalla gente del posto che dai funzionari governativi. Nellepisodio di
Kisilova in maniera incerta: Fromann usa infatti ancora il termine vanpir. Purtroppo la
documentazione precedente al 1725 estremamente lacunosa. Unico labile indizio un
riferimento che Christian dElvert (V. pi avanti) fa parlando di un caso di morte
sospetta in Moravia nel 1725. Egli afferma che venne usato il termine vampertione
infecta. Purtroppo per dElvert, come vedremo pi avanti, non cita nessuna fonte. In
ogni caso dElvert era uno studioso di storia, letteratura e folklore della Moravia e della
Slesia. Si pu solo ipotizzare che le due storie serbe non fossero dei casi isolati. La
regione interessata era, come ho gi detto, sotto il controllo austriaco sin dal 1718 (la
Moravia lo era gi da tempo). verosimile pensare che altri funzionari governativi si
trovarono a dover affrontare episodi analoghi tra il 1718 e il 1725, ma le loro relazioni
non ci sono pervenute. Grres (1840), Filipovic (1962) e Barber (1994) sembrano molto
62

convinti di questo. Siamo del parere che fu in questarco di tempo che la parola vampiro
entr nel linguaggio comune. Furono secondo noi i funzionari governativi e i chirurghimilitari inviati ad indagare nelle varie contrade del vasto impero asburgico che ne
favorirono la diffusione. Costoro erano sicuramente a conoscenza dellopera del teologo
protestante Philip Rohr Dissertatio historico-philosophica de masticaione mortuorum,
stampata a Lipsia nel 1679, nella quale si parla abbondantemente di strani defunti,
trovati incorrotti, e accusati di divorare non solo il sudario nel quale erano avvolti, ma
persino se stessi e di emettere strani grugniti, simili a quelli di porci. Ma ancor pi
dellopera di Rohr (viziata da una certa creduloneria dellAutore) doveva essere nota,
specie ai chirurghi-militari, quella del medico-legale tedesco Christopher Friedrich
Garmann (1640-1708) (De Miraculis mortuorum. Lipsia 1670, ristampata a Dresda nel
1709), il quale, dopo aver raccolto una ricca casistica di casi di morti trovati incorrotti
nelle proprie tombe e pronti in qualche modo ad infastidire i vivi, liquida la faccenda
accusando i viventi di superstizione e fornendo spiegazioni molto plausibili per spiegare
i fenomeni di post-mortem. In queste, ed in altre simili opere (oltre una ventina e tutte
coronate da un grande successo)39, i cadaveri di queste persone erano chiamati in latino
manducator e in tedesco: nachzehrer. Accostando queste informazioni con quelle
provenienti dallopera di Rzczynski (ben nota tra gli studiosi di lingua tedesca, Cfr.
Hock 1900, 39), nella quale si parla di upir, assai probabile che ad alcuni di questi
funzionari o di medici siano sfuggite parole come nachzehrer o upir. Tra i locali il
secondo termine deve essere risultato pi semplice da memorizzare e trasmettere, in
quanto conoscevano gi una parola assai simile a upir: [vmpr]. Giunge a tal
fine a proposito questa osservazione della Wilson (1985, 4): La [] teoria che difende
lorigine slava della parola [vampiro] attualmente accettata quasi allunanimit, la
radice che sottost ad essa sarebbe il termine serbo [vmpr]. Nei termini
proto-slavi: *pyr e *pir diversi studiosi vedrebbero l'origine della parola: 40.
Dallo studioso Vasmer (1953) quest'ultima verrebbe fatto risalire proprio alla parola
upir, contenuta nel manoscritto russo del 1047. Gli studiosi per non forniscono
sufficienti chiarimenti sull'esatto significato di questa strana parola.
Perkowski (1989, 32) afferma che i pi sono d'accordo nel ritenere il serbo-croato
vmpr imparentato con l'antico russo Upir (un nome di persona). Altre forme slave
contemporanee sono conosciute tra Serbo-Croati (upirina), Ucraini (upir), Bielorussi,
(upr) Cechi e Slovacchi (upr), Polacchi (upir), Casciubi (wpji) e Bulgari (vampir,
vpir, vepir, vapir)). Probabilmente fu un caso che il termine upir venne accostato
alla presenza di sangue nella bocca dei cadaveri riesumati. In ogni caso il termine
iniziale vanpir (cos apparve per la prima volta nel gi citato giornale Das Wienerische
Diarium del 21 luglio 1725, in cui Fromann riportava la sua relazione da Kisilova)
entrava definitivamente nella storia e nel folklore.
I funzionari e i medici-chirurghi si limitarono a registrare con scrupolo quanto videro.
assai probabile che essi non credettero a quanto i locali riferirono loro, tuttavia ebbero
lindubbio merito di placare in un certo senso le ansie e le paure degli abitanti dei
villaggi slavi, posti sotto il controllo austriaco. Essi probabilmente introdussero una
39)

Per una bibliografia commentata di queste opere assai utile il lavoro di Faivre (1993, 61-74).

40)

Si rimanda a Perkowski (1989, 32-33 e 36) per una adeguata bibliografia.


63

parola (upir), che ai locali risultava piuttosto familiare. Piuttosto che rimanere muti e
impauriti di fronte a qualcosa di inesplicabile, queste persone preferirono sapere che
avevano a che fare con qualcosa di nuovo, che traeva per origine da credenze gi note.
Questo gruppo aveva creato una base interpretativa del pauroso evento e con essa
doveva ora misurarsi. Espellere definitivamente dalla comunit la morte non era mai
stato facile (la sepoltura non garantiva nulla di certo), ma ora lo diveniva ancora di pi.
Il cadavere che ritornava assumeva una caratteristica nuova, pi pericolosa rispetto al
passato, egli poteva succhiare il sangue (cio la vita), agli esseri viventi. Pratiche
apotropaiche ed esorcismi dovevano essere rapidamente aggiornate41. Il sapere codificato
dagli anziani del villaggio doveva confrontarsi con questo pericoloso redivivo.
In conclusione viaggiando a ritroso nel tempo non si incontra mai chiaramente,
prima del 1725, il termine upir associato con la pi peculiare delle attivit del
vampiro: quella di succhiare il sangue. Non possiamo quindi essere d'accordo con
quegli Autori42 che tendono ad estendere il significato della parola vampiro ad una
categoria ben pi vasta di redivivi, relegando l' associazione tra vampiro e sangue,
ormai acquisita dalle credenze popolari, ad un livello marginale. vero che la
figura del vampiro succhiatore di sangue pi letteraria che reale, ma anche vero
che si consolidata, seppure non in modo cos diffuso come si crede, anche nel
folklore.

La credenza nei morti/succhiatori di sangue prima del XVIII secolo.


Il passato (in ambito europeo) piuttosto avaro nel fornirci testimonianze di morti risorti
dalla tomba e desiderosi di succhiare il sangue dei vivi. Questultima prerogativa pi
che altro propria di alcune specie di demoni (spesso identificati con incubi e succubi) di
streghe (per lo pi morte) e di spiriti malvagi.
Un dettagliato resoconto di un proto-vampiro contenuto nellopera Historia Rerum
Anglicarum (Lib.V, Cap. XXXIV) del canonico agostiniano del monastero di Newburgh
(Inghilterra): William di Newburgh (ca.1136- ca.1208). Il religioso non fu per diretto
testimone. La storia (accaduta nel 1196 circa) nei pressi del Castello di Alnwick (Contea
di York) racconta di un uomo depravato e disonesto, che muore cadendo da un tetto, dal
quale stava spiando la moglie, che lo tradiva. Sepolto in stato di peccato, grazie al potere
di Satana, ritorna dalla tomba ed inizia a tormentare i vivi, girando di notte e inseguito
da una muta di cani latranti. Il morto compare con il proprio corpo, gi in fase di
decomposizione. A causa di ci viene ritenuto responsabile di una perniciosa pestilenza
(la sua presenza causa una corruzione dellaria). Mentre le autorit religiose decidono il
da farsi, il padre di due giovani muore di peste. Convinti che a causare la perdita del loro
caro sia stato il morto uscito dalla tomba, i due fratelli decidono di riesumare il cadavere:
41)

Si visto nella storia di Arnod Paole che uno dei primi rimedi adottato fu quello, rivelatosi per
inefficace, di utilizzare sia il sangue, sia la terra di sepoltura del presunto vampiro.
.
42) In pratica quasi tutta la bibliografia sull'argomento e di questo avviso.
64

Allora afferrata una vanga sottile e affilata ai bordi si affrettarono al cimitero, e


cominciato a scavare e mentre stavano pensando che avrebbero dovuto scavare a una
profondit notevole, improvvisamente, dalla terra precedentemente rimossa apparve il
cadavere, gonfio di una corpulenza enorme, con il volto turgido oltre misura e irrorato
di sangue, mentre il sudario in cui era stata avvolta sembrava quasi fatto a pezzi. I
giovani, per, pi che dalla paura furono sopraffatti dalla collera e inflissero una ferita
al cadavere senza una precisa ragione, dalla quale improvvisamente flu copioso del
sangue, il morto avrebbe potuto essere preso per una sanguisuga ingozzatasi con il
sangue di molte persone.
Portato fuori dal villaggio venne fatto a pezzi e bruciato. Grazie allazione purificatrice
del fuoco scomparve dalla citt anche la peste.
La storia non dice espressamente che il morto succhiava il sangue ai vivi, ma il fatto che
venisse paragonato ad una sanguisuga lo pone come uno dei pochi, se non l'unico,
esempio di proto-vampiro medioevale. William di Newburgh racconta altre storie
analoghe (Lib.V, Cap. XXII e XXIII), ma questa l'unica dove si faccia un chiaro
riferimento alla sanguisuga. Per il resto le varie vicende si accostano molto alle solite
storie di cadaveri trovati incorrotti nella tomba, con tutte le possibili spiegazioni del
caso.
Molti testi di vampirologia che abbiamo potuto consultare e che riportano la storia di
Alnwick lhanno estratta dalla traduzione in inglese, piuttosto fantasiosa, di Montague
Summers (1968, 88). Lo studioso infatti da per scontato che il cadavere fosse un
vampiro (cos Montague Summers traduce il termine sanguisuga), gi in grado di
ingozzarsi (battened) con il sangue di molti poveri villici (and immediately there
gushed out such a stream of warm red gore that they realized this vampire sanguisuga
had battened in the blood of many poor folk.). Non un caso che Montague
Summers, sempre attento ad arricchire le sue traduzioni con il testo originale (nel nostro
caso in latino), qui non l'abbia fatto.
Nell'affascinante e curioso lavoro, forse da attribuire solo in parte a Walter Map
(eccentrico personaggio, non privo di fascino, vissuto tra il 1140 e il 1209): De Nugis
Curialium (l'anno di composizione di quest'opera incerto, comunque sembra intorno
agli anni 1181, 1192, 1193) sono raccolti, oltre a interessanti storie, aneddoti e
osservazioni, alcuni racconti sugli spiriti medioevali, tra questi ve ne uno dedicata ad
una sorta di demone (2, XIV cap.), bisognoso di spargere il sangue di fanciulli, ma per
quanto mostruosa sia l'attivit di quest'ultimo non vi traccia di vampirismo. In un altro
racconto, ambientato nel Galles (2, XXVII cap.), il protagonista un revenant (in vita
era stato uno stregone), che ogni notte esce dalla tomba per disturbare i suoi ex-vicini di
casa. Chiamati per nome si ammalano all'istante e dopo tre giorni muoiono. Riesumato
dalla sua tomba, gli venne mozzata la testa. Anche in questa storia, per quanto citata
spesso nei trattati di vampirologia, non vi traccia di morti/succhiatori di sangue.
Il recente lavoro di Bartlett (2002, 196 sg.) sullopera dellabate Geoffrey of Burton Life
and Miracles of St.Modwenna, scritta nella prima met del XII secolo, contiene il
65

dettagliato resoconto (databile allXI secolo) di due contadini (impiegati come fittavoli
presso labbazia di Burton), che dopo essere stati uccisi emergevano dalla tomba ora in
forma umana, ora in forma animale (orsi e lupi), causando malattie e morti tra i viventi.
Disseppelliti dalle autorit ecclesiastiche, furono trovati incorrotti, con il sudario
macchiato di sangue (o presunto tale) allaltezza della faccia. Nonostante il singolare
evento, nessuno degli astanti pens o fece riferimento allazione di succhiare o bere il
sangue. I cadaveri vennero esorcizzati, mediante il taglio della testa, estrazione del cuore
e successiva cremazione. Anche la storia dellabate Geoffrey non aggiunge molto a
quanto gi osservato. Si tratta solo di una delle innumerevoli storie di revenants.
Nel corso dei secoli si susseguono numerose storie di morti trovati incorrotti nella tomba
e accusati di procurare fastidi ai viventi, ma per trovare un quasi succhiatore di sangue
bisogna rifarsi ad unopera di un altro inglese: il filosofo della scuola neoplatonica di
Cambridge Henry More (1614-1687). Nellopera An Antidote against Atheism (London,
1653) narrata la storia di un calzolaio della Slesia, morto suicida il 20 settembre del
1591. Egli ritorna dalla tomba, ma per quanti fastidi arrechi alle sue vittime non succhia
loro il sangue. La storia mette bene in evidenza come il suicidio esponga il cadavere al
rischio di non morire definitivamente. Una seconda storia pi o meno coeva alla
precedente (a Breslau, sempre in Slesia) si avvicina di pi alla figura tradizionale del
vampiro. In questo caso il protagonista, tale Johannes Cuntius, muore in stato di grave
peccato ( ritenuto responsabile di pratiche magiche e di patti con il Maligno), colpito
accidentalmente da un cavallo. Ritorna tra i vivi, arrecando numerosi fastidi (percuote
violentemente parenti ed estranei, tenta di violentare le donne, causa odori pestilenziali e
fatto curioso si nutre di latte, ma prima lo trasforma in sangue). Esce inoltre dalla tomba
da piccoli orifizi. Esumato il corpo e trovato in ottime condizione venne bruciato, non
prima di essere fatto a pezzi (con fuoriuscita abbondante di sangue).
Margaret A. Murray nel suo noto studio The witch-cult in western Europe del 1921,
fornisce abbondanti testimonianze relative al cerimoniale del sabba, in particolare
parlando del sacrificio del sangue, cio lofferta di sangue di strega al diavolo, la Murray
fa notare come il diavolo (sotto forma di gatto o di giovane nero) gradisca succhiare il
sangue dal corpo della strega. Altre volte il diavolo, dopo aver succhiato il sangue, lo
sputa e lo utilizza per la cerimonia del battesimo della strega. Le testimonianze della
Murray coprono un arco di tempo che va dal 1556 al 1662 e sono desunte da vari
processi di stregoneria celebrati in Gran Bretagna (salvo uno in Belgio nel 1603). Che
questi riti fossero veri o immaginari ha poca importanza, rimane lindiscusso nesso tra
lantica credenza delle striges romane e lazione del succhiare il sangue. Lazione del
succhiare da parte del diavolo simboleggiava il totale possesso del diavolo dellanima
(spesso identificata con il sangue) della strega. La testimonianza della Murray rafforza il
concetto che la prerogativa di succhiare il sangue era riservata, ancora nei secoli XVI e
XVII, ai soli demoni e alle streghe.
La gi ricordata opera di Jean Laboureur: Relation du voyage de la Royne de Pologne, et
du retour de Madame la Mareschalle de Guebriant, Ambassadrice Extraordinaire, et
Sur-Intendante de sa conduitte. Par la Hongrie, l'Austriche, Styrie, Carinthie, le Frioul,
et l'Italie. Avec un discours historique de toutes les Villes et Estats, par ou elle a passe.
66

Et un Traitte particulier du Royaume de Pologne, de son Gouvernement Ancien et


Moderne, de ses Provinces et de ses Princes, avec plusieurs tables Genealogiques de
Souverains. Dedi a son Altesse, Madame la Princesse Douairiere de Conde, apparsa a
Parigi nel 1647, stata da noi citata nell'edizione cartacea del presente lavoro (Agazzi
1979, 93-94), senza avere avuto all'epoca la possibilit di consultarla direttamente.
Basandoci quindi su una fonte indiretta (Penrose 1966) facemmo notare come l'Autore
raccontasse impressionanti storie provenienti da zone selvagge dell'Ungheria (attuale
Transilvania), tra le quali non mancavano quelle sui vampiri. Avvaloravamo cos
l'ipotesi che nella prima meta del secolo XVII fosse noto il termine vampiro. Analizzato
attentamente il testo abbiamo potuto constatare come Laboureur non faccia il bench
minimo cenno a episodi di questa natura e non usi mai la parola vampiro, sconosciuta
in quegli anni. La Penrose pu a nostro avviso aver letto troppo frettolosamente le
pagine (Parte III, 59-60), in cui l'Autore, dopo aver descritto una impressionante
credenza sull'uscita dalla tomba delle mani di una morta peccatrice, descrive l'orribile
usanza di alcuni villaggi ungheresi di impalare coloro che avevano abbracciato la fede
mussulmana. Leggendo la parola empaller la scrittrice pu aver associato questa
parola ai vampiri.
Il termine vampiro in Inghilterra e in generale nei paesi nordici appare solo verso il
1730, quando i fatti relativi alle credenze dei due vampiri serbi stavano facendo, grazie
ai giornali dellepoca, il giro dEuropa. Non credibile lipotesi di Todd (1827) e Skeat
(1884) (entrambi citati da Wilson 1985, 6) che Paul Ricaut abbia introdotto il termine
nella sua opera State of the Greek and Armenian Churches (London, 1679). Ricaut in
realt non cita mai nella sua opera la parola vampiro.
Wilson (1985, 6) asserisce che dieci anni dopo, nel 1689, l'opera di Ricaut doveva essere
ben nota, poich Charles Forman nella sua opera Observations on the Revolution in
1688, scritta nello stesso anno e apparsa a Londra solo nel 1741, usa il termine vampiro
in forma metaforica in una nota a pi di pagina. Tutto ci molto suggestivo, ma alla
studiosa sfugge un piccolo particolare. Il titolo esatto dell'opera il seguente: Some
queries and observations upon the revolution in 1688, and its consequences : also a
short view of the rise and progress of the Dutch East India Company : with critical
remarks : in a letter from Paris to the Right Hon. Sir Robert Walpole / by the late
Charles Forman, come si vede oltre a Forman collabor Sir Robert Walpole
(1676-1745) e fu sicuramente lui a scrivere la nota, in quanto all'uscita del libro Forman
era gi morto, mentre Walpole era di certo a conoscenza del gran chiasso che si faceva in
quel periodo sui vampiri.
Anche lassociazione del vampiro con varie specie esotiche di pipistrelli ematofagi (della
famiglia dei Desmodontidi, propria dellAmerica del Sud) ha scarsissimi riscontri nel
folklore (Hock 1900, 64-65; Agazzi 1979, 79; Perkowski 1989, 150). Essa opera di
naturalisti, missionari e viaggiatori settecenteschi (George Buffon, Christoph Gatterer,
Carl von Linn, padre Joseph Jumilla, Ch. de La Condamine e altri), i cui scritti sono
tutti posteriori al 1730. Il naturalista francese Buffon (Histoire Naturelle...Quadrupdes.
Tome IV, Paris Deux-Ponts, Sanson 1787, 54) cita in proposito l'opera di Pietro Martire
d'Anghiera (Petri Martyris ab Angleri) De rebus Oceanis & Orbe nouo decades tres...
67

stampata a Basilea nel 1533, in essa si parla chiaramente delle abitudini ematofaghe di
questi pipistrelli, sicuramente se il termine vampiro fosse stato conosciuto l'Autore
l'avrebbe utilizzato.
Non si trovano altri documenti sui vampiri/succhiatori di sangue e cos si arriva in un sol
balzo nel secolo XVIII, con i due episodi serbi, gi visti, e con il famoso Rescritto sui
vampiri di Maria Teresa dAsburgo (1717-1780), regina di Boemia e dUngheria,
arciduchessa dAustria e sovrana con vari titoli sui domini asburgici. Perkowski (1989,
85-100) riporta un dettagliato resoconto, accaduto nell'isola di Lastovo in Croazia tra il
14 ottobre 1737 e il 30 giugno 1738, e raccolto dalla Corte di giustizia (formata da
ecclesiastici) di Dubrovnik con poteri civili e penali. A sua volta lo studioso ha tratto il
resoconto, in lingua croata, da una rivista accademica di Zagabria del 1918. Si presume
che il testo originale fosse in latino. Malvagi spiriti si impossessano del corpo di defunti,
che rimangono cos incorrotti e floridi. Durante la notte essi escono dalle tombe. Le loro
intenzioni sono ostili. Se maschi, tornano dalle loro moglie per avere rapporti sessuali,
mentre si mostrano molto pi aggressivi verso coloro con i quali in vita avevano litigato.
In questo caso masticano il loro cuore e ne bevono il sangue. I circostanziati casi raccolti
attribuiscono a questi esseri cinque nomi: quattro slavi (kosac, prikosac, tenjac e
vukodlak) e uno italiano (lupo mannaro). Non compare il termine vampiro, o almeno
non dovette essere usato dai numerosi protagonisti chiamati a testimoniare.
Il vampiro nel settecento
Tutti i fatti raccolti riguardanti l'attivit dei vampiri ematofagi, pubblicati prima del
Rescritto sui vampiri di Maria Teresa dAsburgo (apparso il 1 marzo 1755), sono
insufficienti. I trattati che compaiono in questo lasso di tempo, per quanto numerosi,
ripropongono fino alla noia i due soliti episodi capitati in Serbia, spesso alterandoli. I
fatti nuovi sono dubbi, manipolati o falsi. Ma andiamo con ordine. Nella seconda met
del XVII secolo e nella prima met del XVIII in Moravia vengono segnalati numerosi
casi di cadaveri sospetti, trovati cio nella tomba con il corpo gonfio, incorrotto e le
membra flessibile. Questi morti erano inoltre motivo di turbamento per i vivi. Allinizio
(1662 e 1666) ci si limit a riesumare i morti e a seppellirli in terra sconsacrata (tecnica
antica della doppia sepoltura). In seguito ad un caso (gennaio 1685) di un morto (vecchia
donna) che infastidiva notte e giorno i vivi, si decise di disseppellirlo e bruciarlo. Casi
analoghi vennero segnalati nel 1690. Nel 1725 per un episodio assai simile a quello del
1685 venne introdotto il termine vampertione infecta (il morto era cio affetto da
vampirismo). Altri due casi accaddero nel 1737 e nel 1738. Questa scrupolosa serie di
accadimenti venne raccolta da un funzionario dellimperial-regio governo austriaco:
Christian dElvert, ma non sappiamo esattamente in che anno. LAutore, vissuto in ogni
caso nel secolo XIX, dichiara di riportare dei casi segnalati nel registro dei morti della
parrocchia di Brn. DElvert sembra scrupoloso. Cita spesso le esatte parole del registro
(redatto in latino). Il lavoro di dElvert venne pubblicato nel 1859, a cura di F.Bischof.
Bisogna pertanto prestare fede a questultimo. In modo molto generico questi episodi
sono confermati nellopera di Calmet (1746), il quale li estende non solo in Moravia, ma

68

anche in Slesia, in Polonia e in Ungheria. In questultima caso per, data la confusione


tra i confini serbo-ungheresi, si trattava della Serbia.
Non sappiamo se Maria Teresa dAsburgo fosse venuta a conoscenza degli episodi
raccolti solo verso la seconda met dell' '800 da dElvert (come ipotizza Violante, 1988),
ma non vi dubbio che conoscesse lopera di Calmet, tradotta tra laltro in tedesco nel
1751. Il fatto, per, che la sovrana invi verso il 1755 in Slesia (e non in Moravia) due
medici operanti a Vienna (Christian Xaverius Wabst e Johann Laurentius Gasser) ad
indagare, fa chiaramente capire che di quanto accadeva da diversi anni in Moravia essa
non ne fosse pienamente al corrente. I due medici dopo accurate indagini e dopo essersi
convinti che tutto derivava da vano timore, superstiziosa credenza, tetra ed agitata
fantasia, semplicit ed ignoranza di quel popolo (da Violante 1988, 49), decisero di
riferire il tutto allArchiatra di Sua Maest lolandese Gerhard van Swieten (1700-1772),
allievo del celebre Hermann Boerhaave. Swieten contribu forse pi di ogni altro a far
uscire lAustria dalle superstizioni del diciassettesimo secolo incontro al conclamato
spirito scientifico del Settecento (Violante 1988, 50-51. Citaz. da Kann 1960, 121 sg.).
Lillustre Archiatra scrisse una relazione in francese Remarques sur les vampirisme de
Silsie de lan 1755.. (il manoscritto oggi conservato a Vienna, Cod. Vindob 7237, non
di mano di van Swieten), tradotta in tedesco e pubblicata nel 1768. In essa lAutore
dimostra di conoscere il lavoro di Tournefort e la storia di Arnold Paole (citata da
Zedler). Pertanto egli riporta a cause naturali tutti i fatti relativi alla presenza di cadaveri
incorrotti. Le presunte molestie arrecate da questultimi ai vivi sono riconducibili a
fenomeni di incubi notturni (Swieten non usa questi termini, ma parla di una sorte di
compressione e angoscia, assai frequenti in persone sofferenti di malattie al petto,
fatto questo gi registrato da Wabst e Gasser). Swieten non dice quasi nulla dei fatti
riportati dai due medici in Slesia, ma risulta invece particolarmente polemico con le
decisioni prese dal Concistorio di Olmtz in Moravia (si torna a parlare della Moravia) e
con i Commissari da esso inviati per controllare la veridicit di fatti di morti sospette,
accadute nel circondario. Gli episodi raccolti dal Concistorio sono molto simili a quelli
raccontati da dElvert, ma ci che indigna lillustre scienziato la disinvoltura con la
quale i Commissari (si tratta di cerusici) diedero ordine di bruciare i cadaveri sospetti di
vampirismo. Si noti bene che anche in tutti gli episodi di Olmtz (accaduti tra il 1723 e il
1755) non si parla mai di vampiri che succhiano il sangue. Strana coincidenza: a Olmtz
nel 1704 era apparsa unopera, la Magia posthuma di Karl Ferdinand de Schertz, nella
quale si narrano storie inverosimili (risalenti al XIV secolo e capitate in Boemia,
Moravia e Slesia) di morti che ricompaiono tra i vivi uccidendoli. Tutti gli episodi di
Schertz (assai credulo) sono alquanto manipolati e mancanti delle fonti originali, andate
perdute. Non sappiamo se il Concistorio si bas su questopera, ma assai probabile che
la conoscesse. Anche nellopera di Schertz si insiste sul fatto che per placare lira dei
morti sospetti si debba ricorrere alla cremazione. Mettendo quindi insieme i fatti riportati
dalla Slesia dai medici Wabst e Gasser con quelli provenienti dal Concistorio di Olmtz
in Moravia, Swieten giunse a delle categoriche conclusioni. Lignoranza superstiziosa
del Concistorio era un fatto assai grave. Per contrastarla oltre a chiare norme legislative
bisognava affiancare una buona istruzione. Certamente lArchiatra aveva tutte le sue
buone ragioni per giungere a queste conclusioni. In ogni caso non dovette essere facile
n per i Commissari governativi, n per il Concistorio prendere delle decisioni. Una
volta presa lerronea risoluzione di riesumare dalle tombe i cadaveri sospetti non era
69

facile, neppure per i cerusici, far capire alla gente cosa era successo in realt al morto.
Inoltre non detto che tutti i cerusici avessero le conoscenze di Swieten, di Wabst, di
Gasser o se vogliamo dei medici-chirurghi a Medvegia o la freddezza di Fromann
nellepisodio di Plogojowitz. Non doveva essere facile riuscire a placare gli animi,
sconvolti dalla paura e dalla superstizione. Del resto abbiamo visto che nella storia di
Plogojowitz e di Arnold Paole i funzionari e i medici alla fine decisero di assecondare i
voleri della comunit locale, temendo dei disordini. In definitiva si trattava solo di dover
bruciare un morto. Il problema andava risolto a monte, cio impedire lesumazione. Il
potere locale doveva in questa delicata fase essere decisamente pi energico. Dubitiamo
che il Concistorio e la Commissione credessero a queste superstizioni. Il loro errore,
come abbiamo appena detto, fu fatto a monte: non impedire, anche con la forza, le
esumazioni. Anche il cardinale Davanzati (1774, rist. 2001, 135) nella sua opera
condanna un simile atteggiamento: [] resto un poco sorpreso come essendo in quei
paesi dove dicono regnare questi Vampiri persone dotte, medici sperimentati, non
dissingannano quei popoli affascinanti di questi errori, ne quali si ritrovano per non
esser avvertiti, i quali fomentando la loro fantasia duna falsa credenza, sono cagione di
tante morti che succedono, derivate dal gran timore concepito dimmaginarj sospetti,
dove al contrario li fomentano maggiormente collesecuzioni barbare, che adoprano,
colla recisione de capi e lanciata nel petto di quegli innocenti cadaveri, li quali sono,
per cos dire, tanti martiri anche dopo morte.
Colpita dalla relazione del suo Archiatra, Maria Teresa dAsburgo eman il 1 marzo del
1755 il decreto contro i vampiri, pi noto come il Rescritto sui vampiri. Il tono della
sovrana molto indignato. Il fatto che venga citato il termine Magia posthuma per
caratterizzare lintero fenomeno fa chiaramente capire che vi fosse uno stretto nesso tra
gli episodi raccolti da Swieten a Olmtz e lopera di Schertz. Le decisioni di Maria
Teresa sono drastiche. Lo scopo che ella si prefigge quello di togliere ogni potere alle
autorit locali, laiche e religiose, nella lotta contro il vampiro (e a tutte le superstizioni in
genere). Vieta quindi di disseppellire e bruciare i corpi dei presunti vampiri. Tutto deve
essere vagliato da unautorit politica imperiale, affiancata da un medico esperto.
Nei paesi latini (Francia e Italia in particolare) il problema venne dibattuto solo verso il
1740, in quanto la Chiesa, attraverso la voce del papa Benedetto XIV (al secolo Prospero
Lambertini) laveva ostacolato e condannato apertamente, come frutto dignoranza e di
superstizione. La posizione del pontefice collimava con quella di Maria Teresa, anche se
egli si mostr meno inflessibile, rispetto alla sovrana dAustria. Il papa infatti si limit a
richiamare al loro dovere il clero locale. Identica lopinione del vescovo di Trani
Giuseppe Davanzati, che nella sua opera Dissertazione sopra i Vampiri (Napoli 1744)
relega a superstizione tutti gli episodi relativi al Concistorio di Olmtz.
In Francia appare nel 1746, di Dom Augustin Calmet, la celebre Dissertations sur les
apparitions des anges, des dmons & des esprits, et sur les revenans et vampires de
Hongrie, de Boheme, de Moravie, & de Silesie (Paris, Chez De Bure lan, 1746),
ristampata, con poche modifiche nel 1749 e riedita e molto ampliato nel 1751 a Parigi
(Debure) in 2 voll. con il nuovo titolo: Trait sur les apparitions des Esprits et sur les
Vampires ou les Revenans de Hongrie, de Moravie &c. Tra la prima e l'ultima edizione
il pensiero di Calmet si fa, riguardo ai vampiri, da prudente a decisamente scettico, pur
non negando l'apparizione degli spettri o la possessione diabolica. Anche nell'opera di
70

Calmet gli unici episodi chiaramente provati sono quelli Serbi. L'Autore in effetti ne
aggiunge uno (1756, 172-173), avvenuto lungo la frontiera ungherese (non si aggiunge
altro, pertanto probabile trattarsi della Serbia) quindici anni prima (Calmet non
fornisce nessuna data), in cui viene interessato nell'indagine il conte di Cabreras (non
siamo riusciti a scoprire nulla su questo personaggio), un chirurgo e alcuni ufficiali. La
storia sembra un abile rifacimento di quella di dArgens (V. sopra), gi a sua volta una
variante di quella di Plogojowitz e narrata dallo stesso Calmet (1756, 173) 43. Ma non
nostro scopo analizzare attentamente l'opera di Calmet, 44 quanto sottolineare che essa
attir molto l'attenzione dei filosofi illuministi francesi, al punto da impegnarli in accese
discussioni sul problema della morte. Se il corpo, privato dell'anima, nella filosofia
cartesiana sembrava non avere pi alcun destino, ecco che con la comparsa del vampiro
ritornava in modo imbarazzante alla ribalta. Il vampirismo, dice Porst (2007, 43),
tradisce le esitazioni del corpo in terra cristiana: separato dall'anima, non si decide
per tanto a marcire e ad essere divorato dai vermi. Spera di vivere ancora nell'aldil.
Prende coscienza di s. Se accetta la morte come un termine ineluttabile, egli ora cerca
di pensare a lei. Spogliandosi della sua anima, vuole vivere ancora un poco. Lo sguardo
che inquieta i morti non tanto quello di Dio quanto quello dei viventi. Si arriva
all'assurdo di lasciare nelle proprie volont testamentarie il desiderio di non essere messi
nudi nella bara (Cfr. Vovelle, 1973 e Chaunu, 1978). Usanze queste, si badi bene,
diffuse solo in ambienti culturali molto elevati. Questo rifiuto del corpo nudo, osserva
sempre Porst (2007, p.42), del corpo esposto o del corpo manipolato per la scienza e
una caratteristica del Secolo dei Lumi. Si potrebbe quindi concludere che il vampiro
nasce per la fretta eccessiva (magari dovuta a fenomeni epidemici) che i viventi hanno di
sbarazzarsi dei loro morti. Tutto ci molto interessante, ma se pensiamo a quanto
abbiamo detto e al contesto in cui nasce la figura del vampiro/succhiatore di sangue, le
discussioni degli illuministi erano destinate ad allietare o spaventare i salotti annoiati
dell'epoca.
Tutto questo scalpore sullargomento vampiri nel secolo XVIII non aggiunge nessun
nuovo episodio comparabile a quello delle due storie di Plogojowitz e di Paole. In altri
termini la parola vampiro (e upir), collegata ai morti succhiatori di sangue, rimane in
definitiva circoscritta con assoluta certezza solo nella Serbia a partire dal 1725.
verosimile pensare che, dopo i due episodi serbi del 1725 e del 1726-1731-32, nei paesi
dellEst Europa (Polonia, Cechia, Slovacchia, Lituania, Russia, Bielorussia, Ucraina e
Bulgaria), dove il termine arcaico upir (con le numerose varianti) era conosciuto,
lassociazione tra questa parola e i morti succhiatori o bevitori di sangue fu piuttosto
immediata. Una volta creata questa associazione plausibile pensare che il termine upir
vampiro, abbia soppiantato (o affiancato) altri termini locali (ogolijen per i Boemi,
obour per i Bulgari, miertovjec per i Bielorussi, vieszczy per gli Sloveni e Casciubi), o
importati (vukodlak, con le sue numerose varianti). Si badi bene per che la sostituzione
di un termine con un altro non significava automaticamente avvallare lassociazione:
vampiro/succhiatore di sangue. Nonostante tutto gli episodi di vampiri/succhiatori di
43)

Bisogna riconoscere che lo stesso Calmet onestamente afferma che le due storie sono forse le
stesse (Calmet 1756, 173, nota a).
44)

Rimandiamo in proposito a Introvigne (1997, 128-136).


71

sangue tramandati dal folklore e raccolti dopo la seconda met del secolo XVIII non
sono cos numerosi come si tende facilmente a credere.
Vampiri in Europa dalla prima met del secolo XVIII alle soglie del XX secolo
Anche analizzando la vastissima documentazione della seconda met del secolo XVIII,
del XIX e dellinizio del XX non cos frequente trovare lassociazione:
vampiri/succhiatori di sangue. Si tenga inoltre conto che gli studiosi raramente
descrivono episodi circostanziati e datati.
In Ungheria e Romania (in letteratura, terre considerate per elezione ricche di racconti
vampireschi) la parola vampiro un neologismo.
In Ungheria essa appare in un articolo del 1786 (Wilson 1985, 8). Lunica superstizione
assimilabile a quella del vampiro in Ungheria la credenza nel farkaskoldus (= lupo
mannaro), una persona maligna, che morendo assume laspetto di uomo-lupo (pertanto la
credenza correttamente collegabile alla licantropia) (Ipolyi 1854, 361). Solo J.H. Zopf
(1733) dice che in Ungheria il vampiro chiamato pamgri, parola alquanto misteriosa. Il
vescovo Arnold Ipolyi in Magyar Mithologia (1854, 231) si dilunga a parlare di vampiri,
ma ci che descrive riguarda la zona della Transilvania, all'epoca inglobata all'interno
dei confini ungheresi. Infatti Ipolyi descrive in modo un po' confuso le attivit dei
murony (V. sotto).
In Romania45 il termine vampiro/succhiatore di sangue assai poco conosciuto. La nota
studiosa di folklore romeno Agnes Murgoi, in un saggio del 1926 sullargomento
(riedito nel 1998, 12-34) riesce solo faticosamente a citare una rivista ecclesiastica
ortodosso (Biserica Orthodoxa Romana) in cui compare il termine vampiro. Le
credenze romeno parlano di fantasmi di persone che, sotto le sembianze di gatti neri o di
lupi, ritornano tra i vivi. La loro presenza genera molta paura, ma questi spettri (detti
artares in Transilvania) sono piuttosto inoffensivi. Pi pericoloso lo strigoi
(Transilvania), identificabili come una sorta di incubo notturno (Cfr. con le striges
dellantica Roma), anche se il termine ha acquisito con il tempo un'accezione pi vasta,
infatti secondo Senn (1982, 182) esso pu significare: strega, stregone, mago, spettro e
redivivo46. Si conoscono altri due termini (entrambi diffusi in Valacchia), indicanti entit
malefiche: il murony (o moroi) e il pricolici. Il pricolici un uomo vivo dotato di
straordinarie capacit. Pu trasformarsi in cane e vagare per lande e villaggi. Pu causare
la morte degli animali domestici solo sfiorandoli, da essi trae la linfa vitale (non si parla
di sangue), che lo mantiene sano e fiorente. Lo si riconosce per la presenza di una spina
dorsale pi lunga del normale (Schott 1845, 298). Pi vicino al vampiro propriamente
detto il murony (Schott 1845, 297):
45)

Sul vampiro in Romania, oltre agli Autori sopra citati si rimanda a: Weslowski (1910, 209-216);
Pamfile (1915); Cremene (1981); Senn (1982).
46)

Da riscontri diretti dell'Autore, risulta che nel distretto transilvano di Bihor il termine strigoi
indica uno stregone, dedito alla magia nera, molto temuto per le sue fatture.
72

"Il Murony o Vampiro il frutto illegittimo di due genitori illegittimi o anche lo spirito
funesto di un essere ucciso da un vampiro. Di giorno sta nella tomba, ma di notte va in
giro a suo piacere e succhia il sangue agli esseri viventi. E' immortale e pu essere
debellato solo dissotterrando il suo cadavere, che si riconosce per la posizione
rovesciata nella tomba e per il suo aspetto fiorente; gli si ficca, quindi, un chiodo nella
fronte o gli si pianta un paletto di legno nel cuore oppure lo si brucia. Siccome il popolo
ancora dell'opinione che il vampiro possa trasformarsi in ogni specie di forma, per
esempio in cane, gatto, rospo, rana, pidocchio, pulce, cimice, ragno, e siccome non si
ritiene il segno del morso del vampiro al collo di un morto un segno indispensabile,
tanto pi grande la paura quando ci si trova davanti ad un caso di morte
sorprendente"
Nel rapporto del 1756, firmato dal medico militare George Taller, sul fenomeno dei
vampiri, in Valacchia, Transilvania e Banati, gi dal titolo si evince come in Valacchia
si preferisca usare il termine moroi a vampiro. Il rapporto venne stampato solo nel
1784 a Vienna e Lipsia, con il seguente titolo: Visum Repertum AnatomicoChirurgicum: oder Grndlicher Bericht von den sogenannten Blutsugern, Vampier,
oder in der wallachischen Sprache Moroi, in der Walachey, Siebenbrgen, und Banat ;
welchen eine eigends dahin abgeordnete Untersuchungskommission der lbl. k. k.
Administration im Jahre 1756 ... I cinque casi raccolti da Taller e dai suoi colleghi sono
molto simili a quelli visti in Serbia, per interessante osservare come i testimoni locali
durante le fasi d'apertura delle tombe fossero sollevati dal poter immediatamente
attribuire ad un vampiro la presenza di sangue (o presunto tale) vicino alla bocca del
cadavere. Riferisce Taller (1784, 63):
Il sarcofago fu osservato con scrupolo da tutti i punti di vista e lo trovammo intatto,
come l'avevano costruito. L'aprimmo e certamente, come in quasi tutti i morti, si vide un
liquido schiumoso, bruno-nerastro, maleodorante uscire, pi o meno, dalla loro bocca e
dal naso. Ci provoc gioia tra la gente! Tutti gridavano: 'Sono vampiri (Taller
preferisce usare il termine tedesco Blutsauger), sono vampiri'.
Meglio attribuire un nome ad un fatto inquietante, piuttosto che rimanere nell'ignoto!
La parola murony (moroi) confrontabile con mahr (e), (tedesco), nightmare (inglese),
(greco moderno), mor (albanese) ecc. Tutte parole aventi il significato di incubo.
Lassociazione cos stretta che alcuni Autori (Wollman, 1920-23 e Perkowski, 1992, 9)
considerano il murony una entit di origine diabolica. Porre vampiro come sinonimo di
murony un'operazione arbitraria, fatta da Arthur Schott e dal figlio Albert, filologi e
letterati tedeschi della prima met del secolo XIX, da cui preso il brano citato pi
sopra. Lorigine di pricolici non molto chiaro, anche se Cioranescu (1965, citato da
Perkowski, 1982, 41) fa derivare la seconda parte della parola (-lici) dal greco moderno
, avente il significato di lupo (Perkowski, 1982, 42). La prima menzione della
parola pricolici in Romania in un manoscritto latino sulla storia della Moldavia del
1716, redatto da Demetrius Cantemirius (Perkowski, 1982, 41-42).

73

Altro personaggio comune nelle superstizioni romene il vrcolac, pi direttamente


collegato al licantropo, come, per certi versi, anche lo stesso murony. Ion Otescu nel
suo Credinele ranului Romn despre Cer i Stele del 1907 racconta:
"I Vrcolaci sono considerati differenti da ogni essere sulla terra. Essi causano eclissi
di luna, e anche di sole, salendo sul cielo e mangiando la luna o il sole. Alcuni pensano
che sono animali piccoli come cani. Altri invece dicono che sono cani, due in
numero . . . Hanno differente origine; secondo taluni sono le anime di fanciulli non
battezzati o di fanciulli nati da genitori celibi, maledetti da Dio e tornati come
vrcolaci. Altri ancora dicono che i vrcolaci si sono originati dall'aria del cielo e che
ronzano di notte intorno alle donne, specialmente di mezzanotte e a luci spente. In
particolare essi gettano incantesimi facendo roteare vorticosamente il filo del cucito. A
tal fine si raccomanda alle donne di non filare al chiaro di luna altrimenti i vampiri e i
vrcolaci salgono al cielo servendosi del filo fatturato e mangiano il sole e la luna.
Attaccati a questo filo, che diventa per loro una strada, i vrcolaci possono andare
ovunque. Bench lunghissimo il filo non si rompe. Essi assaltano i corpi celesti,
mordono la luna cosicch essa appare coperta di sangue. Se il filo viene rotto cessa il
loro potere e devono dirigersi in un'altra parte del cielo".
Petrovici (1943, ripreso da Perkowski, 1982, 36-41) ha raccolto 18 racconti popolari
sulla figura dello strigoi, del moroi e del pricolici, in vari distretti romeni, ottenendo il
seguente risultato: 15 racconti sullo strigoi, 2 sul moroi e uno sul pricolici. Mentre la
credenza nello strigoi diffusa un po' ovunque in Romania (maggiormente in
Transilvania, dove sembra essere pi usato il termine icoi), quello del moroi e del
pricolici sono circoscritte alla sola Valacchia.
Il noto termine nosferat (o nosferatu), indicante un vampiro transilvano, segnalato da
Gerard de Laszoska (1888 I, 319-320), da Wlislocki (1896, 108-109) e ripreso dallo
scrittore irlandese Bram Stoker in Dracula (1897), stato chiaramente dimostrato essere
inesistente dalla studiosa Lrinczi (1992, 194). La Gerard deve avere storpiato il
vocabolo romeno nefrtatu, che nella mitologia romena ha il significato di diavolo
(Vulcnescu 1985, 245). strano che lattento Perkowski (1989, 133), e pi
recentemente Lecouteux (2009, 91), accettino acriticamente questo termine.
Completamente assente il vampiro nel folklore greco, dove per contro assai diffusa la
credenza nel vrykolakas o brukolakas (gr. , con le varianti latine:
burculaca o bulcolaca). Considerato, secondo noi a torto, antenato e cugino del
vampiro da Faivre (1962, 149) e un protovampiro da Aguerre (1993, 76)47. Un nome
chiaramente di origine slava e con numerose varianti a seconda dell'area considerata.
Se ne parla per la prima volta in un testo di diritto canonico ortodosso serbo
(nomacanone) nel 1262, il termine impiegato e vlkodlaci. Si tratta di un demone,
accusato di divorare durante le eclissi il sole o la luna (Perkowski 1989, 18; Braccini
2011, 187). sorprendente lanalogia con la credenza romena nel gi citato vrcolac. Il
fatto che il vrcolac possa assumere le sembianze di un cane non fa altro che confermare
47)

Concordiamo con Hartnup (2004, 173-174), la quale sostiene che il vrykolakes non pu essere
considerato un vampiro in senso stretto.
74

come allorigine il vlkodlaci sia legato al significato di lupo, animale dal quale si
originato il cane selvatico. Tozer (1869, II, p. 82) riferisce che la parola originale per
vrykolakas possa essere la serba vukodlak (altre fonti suggeriscono la parola bulgara
vrkolak). nella sua prima met essa formata da (vlk)/ (vuk) con il significato
di lupo e la seconda da dlaka, che tra i Serbi sta ad indicare pelo di bue o di
cavallo o criniera di cavallo. Date le caratteristiche del demone vlkodlaci, non c da
stupirsi troppo se con il tempo la parola vlkodlaci venne ad indicare il licantropo, in
unarea slava piuttosto vasta, comprendente: sloveni (volkodlak o vukodlak), serbo-croati
(vukodlak o volkodlak), dalmati (wrikodlak), bulgari (vrkolak), cechi (vlkodlak), boemi
e slovacchi (vulkodlak), polacchi (wilkodlak), ucraini e bielorussi (volkodlak), russi
(volkulak). A questo elenco si aggiungono: romeni (vrcolac), albanesi (vurvolak o
wurwolak), lituani (vilkakis) e turchi (vurkolack). Interessante questa osservazione di
Montague Summers (1961, 21): L'unica lingua in cui questa parola (vukodlak) viene
associata esclusivamente al 'vampiro' la Serbia. Questa connessione ...importante, in
quanto il popolo slavo, in particolare i Serbi, credono che un uomo che stato in vita
lupo-mannaro pu dopo morto diventare un vampiro. Proprio in Serbia, come abbiamo
visto, si cre l'associazione vampiri/succhiatori di sangue. Non c quindi da
meravigliarsi se in quest'area geografica la parola vukodlak, oltre a indicare il
licantropo, fin con lessere posta come sinonimo di vampiro in senso stretto. solo
dopo i due episodi Serbi che si trovano testimonianze che associano i due termini.
L'abate e scienziato Albero Fortis in Viaggio in Dalmazia (1774, I, 74) a proposito dei
Morlacchi (nome con il quale si indicano antiche popolazioni romanizzate della
Dalmazia: da Trieste fino ai confini con lAlbania), evidenzia quanto detto:
"I Morlacchi credono alle streghe, ai folletti agl'incantesimi, alle apparizioni notturne,
ai sortilegi cos pervicacemente, come se ne avessero veduto l'effetto in pratica le mille
volte. Credono anche verissima l'esistenza de' Vampiri; e loro attribuiscono, come in
Transilvania, il succhiamento del sangue de' fanciulli. Allor che muore un uomo
sospetto di poter divenire Vampiro, o Vukodlak, com'essi dicono, usano di tagliargli i
garetti, e pungerlo tutto colle spille, pretendendo che dopo queste due operazioni egli
non possa pi andar girando. Accade talvolta, che prima di morire qualche Morlacco
preghi gli Eredi suoi, e li obblighi a trattarlo come Vampiro, prima che sia posto in
sepoltura il suo cadavere, prevedendo di dover avere gran sete di sangue fanciullesco".
probabile che anche in Grecia vrykolakas indicasse allorigine un licantropo, ma non
vi sono prove sicure (le testimonianze di Robert 1844, 69-70, Lawson 1910, 379 e di
Lee, 1942, 128, sono piuttosto deboli). Gli studi di Kriaras (2004) e di Braccini (2008 e
2011) porterebbero a concludere che il termine vrykolakas attestato per la prima volta
o nel codice di Marco di Serre, di difficile datazione e secondo noi di dubbia autenticit,
o in un testo satirico Spanos, scritto inizialmente a Costantinopoli intorno al XIV-XV
secolo. Luso che ne fa questultimo sembra dimostrare che il termine fosse gi diffuso a
livello popolare. Bisogna arrivare al XVII secolo per avere una piena e dettagliata analisi
della credenza nel vrykolakas, ormai divenuto un revenant a tutti gli effetti. Al teologo
cattolico ed erudito greco Leone Allacci, nato allIsola di Chio nel 1586, spetta il merito
di aver raccolto una ricca documentazione su questa credenza. Racconta Allacci (1645,
152):
75

"Per quanto riguarda il cadavere di un uomo, se trovato incorrotto viene chiamato


burculaca. E' impossibile che un uomo diventi un burculaca, a meno che sia in potere
del Diavolo, il quale desidera burlare e turlupinare quegli aspetti che potrebbero
incorrere nell'ira divina. Egli causa cos oscuri prodigi, e, molto spesso, di notte opera
un incantesimo, per cui gli uomini immaginano che il morto, da loro precedentemente
conosciuto, appaia intrattenendosi a conversare. Anche nei loro sogni vedono strane
visioni. Altre volte lo vedono lungo la via, spesso per quella principale, che cammina
avanti e indietro, oppure sta fermo. Quel che pi conta che si dice che abbia perfino
strangolato uomini o che li abbia uccisi in altro modo"
Fin dallinizio quindi il vrykolaks un corpo in balia di un demone ( impossibile che
un uomo diventi un brucolaco, a meno che sia in potere del Diavolo), piuttosto
pericoloso, ma non in grado di succhiare il sangue ai viventi. Dorson (1964, 192)48 narra
sul vrykolakas un episodio raccolto da una famiglia greca trapiantata in America
nell'lron Mountain, egli dice: "Nella montuosa Arcadia (Peloponneso) si parla di strani
esseri, quali il 'vrykolakas' e le 'neraidos' . Il vrykolakas met morto e met demonio,
che risorge dalla tomba per atterrire i vivi. Una volta un uomo malvagio mor, e Ges
Cristo e San Pietro lo scacciarono, cosi egli torn dalla moglie e chiese di dormire con
lei. Anche la moglie lo respinse e lui allora la frust di santa ragione, cosicch la
poveretta mori dopo pochi giorni. L'errore della donna fu quello di parlare al
vrykolakas. Se avesse taciuto, il vrykolakas avrebbe dovuto andarsene. Gli uomini
malvagi, scomunicati dalla chiesa, assumono questa forma spettrale dopo la morte".
Questa testimonianza molto interessante, per quanto raccolta in tempi recenti conserva
una matrice molto arcaica. gi singolare il fatto che il vrykolakas venga accostato alle
nereidi, divinit del mare tranquillo, allorine benigne per luomo, ma divenute non pi
tali con il proseguire dei secoli. Ci conferisce anche al primo una collocazione
mitologica e infatti viene definito met morto e met demonio.
Che questi esseri fossero divenuti tali perch scomunicati dalla chiesa ampiamente
affermato anche da Allacci (1645, 142) :
Il burculaca [ ] del quale non pu essere immaginato nulla di pi terribile o pernicioso nei confronti del genere umano [] Si tratta del cadavere di un malvagissimo
uomo, un criminale, spesso anche scomunicato dal suo presule. Tale cadavere non si
dissolve e torna polvere come gli altri corpi dei defunti, ma, come se fosse fatto della
pelle pi solida, si gonfia e si dilata in ogni sua parte, al punto che difficile piegarne
le membra; e la pelle, tesa come un tamburo, se viene colpita risuona proprio come un
tamburo; perci detto anche 49
48) Sulle neraidos Dorson dice: Un altro spirito da cui guardarsi la neraidos, una bella donna,

graziosamente acconciata, che vive nelle caverne delle montagne, e viene fuori, di notte, per
danzare. Se un passante vede una neraidos, deve buttarsi faccia a terra e rimanere immobile e
silenzioso, poich se le rivolge la parola, perde la voce e pu recuperarla solo tornando nello
stesso posto"
49)

Traduz. di T.Braccini in Braccini (2008, 187).


76

Come ci spiega ampiamente Braccini (2008, 190), Allacci non fa nessuna distinzione tra
burculaca50 e tympaniaios. LAutore, essendo cattolico, non rispettava quella che era invece una rigida distinzione operata, artificiosamente, dalla chiesa ortodossa, secondo la
quali il primo non era un cadavere incorrotto uscito dalla tomba per molestare i vivi,
ma solo una allucinazione prodotta dal demonio; il secondo invece era a tutti gli effetti
un cadavere incorrotto, mostruoso, teso e gonfio come la pelle di un tamburo, al cui interno era rimasta lanima imprigionata del defunto. Questo differente atteggiamento,
dice Braccini (2008, p. 191) era dovuto al fatto che, mentre il burculaca si poteva originare dal cadavere di una persona qualunque, il tympaniaios diveniva tale solo ed esclusivamente perch in vita era stato colpito da una scomunica scagliata da un sacerdote
ortodosso (come lo stesso Allacci ben sapeva, pur respingendo questa teoria). Effettivamente la distinzione era talmente artificiosa che a livello popolare non se ne tenne mai
effettivamente conto, anche perch laspetto fisico dei due cadaveri era spesso del tutto
simile, come si legge nel primo documento (tuttoggi conosciuto) sul vrykolakas, datato
a cavallo tra il XIV e XV secolo o allultimo quarto del XVI, scritto dal monaco Marco
di Serre in un codice unico (conservato sul Monte Athos), intitolato: Zetesis peri boulkolakon. Il testo del monaco venne riportato nel 1904 sulla rivista trimestrale Neos Hellenomnemon (tomo I - 1904 - N.3, 336-352), diretta e redatta dallo storico e uomo politico greco Spiridon Lampros. In questo testo, riassume Braccini (2008, 193), si stigmatizza la pratica, evidentemente diffusa allepoca, per cui quando si verificava unepidemia si andavano a riesumare coloro che erano morti da meno di cento giorni, ed in taluni casi si trovavano cadaveri gonfi, dai ventri simili a tamburi, caratterizzati inoltre
dagli occhi rossi e dallavere barba, capelli, unghie e denti pi lunghi di quanto non
fossero in vita. Tali cadaveri spesso non venivano ritrovati nella posizione in cui erano
stati deposti nel sepolcro, ma spostati o capovolti, e per giunta potevano apparire in sogno ad alcuni malcapitati, dichiarando che li avrebbero divorati, e causandone con ci
la morte. Quando veniva ritrovato uno di questi boulkolakoi, si procedeva a trafiggerlo
al ventre con una spada o un palo di legno (e dalla ferita usciva una quantit indescrivibile di sangue), per poi eventualmente strappargli il cuore ed il fegato, farlo a pezzi e
bruciarlo.
Il testo decisamente singolare, dato il periodo in cui venne scritto. Il monaco infatti non
parla assolutamente della presenza di demoni o di anime imprigionate nei corpi di scomunicati, ma al contrario cerca di spiegare in modo razionale la presenza di cadaveri incorrotti a distanza di lungo tempo. Ci rende il testo troppo moderno e forse ne pregiudica a nostro avviso lautenticit. abbastanza strano che il monaco ponga in evidenza
come la chiesa ortodossa vieti di credere che siano i voulkolakoi la causa delle pestilenze. Un atteggiamento troppo illuminato. La chiesa ortodossa asseriva (pi volte nei suoi
nomacanoni) che questi esseri erano morti posseduti da demoni, quindi la loro comparsa
tra i vivi era da considerarsi una maligna apparizione. Di tutto ci per non c traccia
nello scritto di Marco. vero che i nomocanoni asserivano che spesso il fenomeno poteva essere spiegato naturalmente (Hartnup 2004, 178-185), ma optare, come fa Marco di
Serre, solo per una spiegazione razionale lascia un po perplessi. Non dimentichiamo infine che tra 1839 e il 1841 il famoso falsario greco Costantino Simonidis era ospite dello
zio Benedictos, abate in un monastero sul Monte Athos. Fu proprio in questo periodo
50)

Altri termini indicati da Allacci sono: bulcolacca e buthrolaca.


77

che Simonidis ebbe modo di consultare antichi manoscritti greci. Tra i suoi primi falsi figurano proprio manoscritti del periodo bizantino (e ellenistico). Non forse un caso che
nessun autore, prima di Mouzakis (1989, 68-70, cit. da Braccini, 2011) e di Braccini
(2011, 27-29), abbia voluto prendere in considerazione il manoscritto di Marco di Serre.
Ricordiamo che la rivista di Lambros era molto nota tra gli studiosi.
.
Comunque se il testo autentico comprova come non vi fosse tra la popolazione nessuna
distinzione fra un tipo o un altro di cadavere incorrotto e che in presenza di fenomeni
critici (epidemie) non si badava molto al sottile nel distruggere ci che destava paura o
sospetto.
Una mescolanza tra le due credenze ci viene ulteriormente documentata dal console inglese a Smirne Paul Ricaut (o Rycaut) (1679, 278):
(I Greci) credono che i corpi degli scomunicati siano posseduti nella tomba da alcuni
malvagi spiriti, che li attivano e preservano dalla corruzione, nello stesso modo di come
l'informe Anima d vita ai corpi. Questi redivivi si nutrono alla notte, camminano,
digeriscono e sono ben tenuti; anzi sono stati trovati con un colorito vermiglio e le loro
vene, dopo molti giorni dalla sepoltura, erano piene di sangue; aperte con una lancetta
ne zampill un getto di sangue fresco, vivo e abbondante, come se provenisse dai vasi
sanguigni di una giovane e sanguigna persona. Questo largamente creduto e
commentato fra i Greci, i quali, per, sono restii a parlarne a estranei, specie nei
villaggi di campagna. Una volta sbottonatisi, per, possono testimoniare e raccontare
parecchi esempi di tale natura, sia basandosi sulle narrazioni dei loro familiari e delle
loro nutrici sia sulle loro proprie esperienze. I fatti che raccontano sono ricchi di
particolari, cosa che del resto facciamo anche noi con i racconti di streghe e di
incantesimi, che costoro ascoltano attentamente durante la conversazione".
Il passaggio finale quello descritto dal gi citato botanico francese Tournefort nel
1717. Qui ormai la figura del vrykolakas che ha preso definitivamente il sopravvento.
Egli il corpo di un morto, vittima del demonio, che non si vuole decomporre per
numerose ragione, tutte per legate ad una sua precedente condotta negativa. Ricordiamo
le pi significative: cade in questa condizione colui che muore di morte violenta, in stato
di peccato mortale , o perch spergiuro o maledetto dai genitori o scomunicato dalla
chiesa ortodossa. Ecco la ricca testimonianza di Tournefort (1718 I, Lettre III, 52-54):
"(Questo Vroucolacas)51 era un paesano di Mycone, di natura triste e attaccabrighe; c'
una circostanza da rimarcare, frequente in questi casi: egli fu trovato ucciso i piena
campagna, non si sa da chi e come. Due giorni dopo che lo si era inumato in una
cappella della citt, si sparse la voce che era stato visto la notte camminare a grandi
passi, mentre andava nelle abitazioni, ove, una volta giunto, rovesciava i mobili,
spegneva i lumi, afferrava le persone alle spalle e combinava altri mille piccoli dispetti.
All'inizio non si diede molta importanza alla faccenda; ma presto questa si fece seria,
specie quando a lagnarsi furono i pi onesti cittadini. I Preti (Papas) stessi riconobbero
51) Cos Tournefort traduce il termine greco: cio di uno "spectre, dice l'Autore,

compos d'un corps mort et d'un dmon".


78

il fatto, e senza dubbio avevano le loro buone ragioni. Non si manc di far dire delle
Messe: tuttavia i paesani continuarono le loro vecchie occupazioni poco convinti. Dopo
numerose assemblee tenute dai pi eminenti cittadini dell'Isola, dai Preti e dai Monaci
si concluse che bisognava seguire un antico rituale, di cui io non conosco il significato,
da eseguire, per, solo nove giorni dopo la sepoltura. Il decimo giorno si celebr una
Messa nella cappella, dove si trovava il corpo del morto, al fine di scacciare il demone
che di questo si credeva avesse preso possesso. Il corpo fu esumato dopo la Messa, e lo
si dispose opportunatamente al fine di potergli strappare il cuore. Il macellaio della
citt, assai vecchio e poco abile, inizi a aprire il ventre del morto al posto del petto:
egli frug per un po' nelle interiora, senza trovare quello che cercava: qualcuno infine
lo avvert che bisognava recidere il diaframma. Il cuore fu cos strappato, con
l'ammirazione di tutti gli assistenti. Il cadavere tuttavia puzzava cos forte, che furono
costretti a bruciare dell'incenso; ma il fumo si confondeva con le esalazioni di quella
carogna, non si fece altro che aumentare il fetore e sovraeccitare i cervelli di quelle
povere persone. La loro immaginazione, colpita dall'orribile spettacolo, si riemp di
visioni. Qualcuno cominci a dire che un fumo spesso usciva dal corpo del morto: non
osammo dire che gran parte di esso proveniva dai turriboli. Nella cappella e nella
piazza prospiciente non si gridava altro che: "Vroucolacas", cio il nome che costoro
attribuiscono a quelle persone che ritornano in tali maligne forme. Il rumore si propag
anche nelle vie, come un mugghio, mentre nell'interno della cappella sembrava far
tremare le volte. Diversi assistenti asserivano che il sangue di questo disgraziato era di
un bel vermiglio: il macellaio giurava che il corpo era ancora caldo, come da vivo; al
che si concluse che il morto aveva il gran torto di non essere ben morto, o per meglio
dire che si era lasciato rianimare da un diavolo. E' questa l'esatta idea che queste
persone hanno del "Vroucolacas". Si fece allora risuonare questo nome in modo
tuonante. Entr nel frattempo (nel tempio) una folla di gente, che protestava e asseriva
di aver ben scorto che questo corpo non era divenuto rigido allorquando lo si trasport
dalla campagna alla Chiesa per seppellirlo, e di conseguenza doveva trattarsi di un
vero Vroucolacas: e andavano continuamente ripetendo questo ritornello. lo sono certo
che se noi non fossimo stati personalmente presenti queste genti avrebbero sostenuto
che non c'era alcun puzzo di corruzione, tanto questi disgraziati erano intontiti e
ossessionati dal ritorno del defunto. Per noi che eravamo disposti vicino al cadavere, al
fine di osservarlo pi attentamente, corremmo il rischio di morire dal grande fetore che
ne usciva. Ad un certo punto qualcuno ci chiese che cosa pensavamo di questo
cadavere; noi rispondemmo che ci appariva ben morto. Anzi cercammo di calmare la
loro malata immaginazione, spiegando loro che non c'era nulla di strano se il macellaio
sent del calore provenire dalle interiora in via di decomposizione; che non c'era nulla
di straordinario che ne fosse uscito qualche mefitico vapore, questo avveniva giusto
come la fuoriuscita di fumo da un cumulo di letame rivoltato. Anche quel preteso sangue
vermiglio, che ancora macchiava le mani del macellaio, altro non era che un ripugnante
e mefitico insieme di materiale decomposto e sangue coagulato. A dispetto di tutti questi
ragionamenti, essi furono dell'avviso di andare vicino al mare e di bruciare il cuore del
morto, che malgrado questa esecuzione non divenne meno docile; anzi caus ancora pi
terribili vessazioni e confusioni di prima: lo si accus di percuotere la gente di notte, di
sfondare le porte, al pari delle terrazze; di infrangere le finestre; di lacerare gli abiti; di
svuotare il contenuto dalle brocche e dalle bottiglie. Era un morto ben malvagio! lo
79

credo che egli non risparmiasse che la casa del Console, presso cui noi alloggiavamo.
Tuttavia io non ho mai visto nulla di pi penoso e triste al pari di quest'Isola: tutta la
gente sembrava aver perso il senno; anche persone a modo erano in preda al terrore, al
pari delle altre. Era un autentico disordine del cervello, assai pi pericoloso della
mana e della rabbia. Si videro delle famiglie intere abbandonare le loro case e andare
alla periferia della citt, portandosi seco i loro giacigli per passare la notte
all'agghiaccio. Nonostante ci qualcuno si lamentava di aver ricevuto qualche nuova
molestia: costoro non facevano che gemere e piangere durante il sopraggiungere
dell'oscurit; i pi sensati si rifugiarono nelle campagne circostanti. Davanti a misure
preventive cos generali noi ci tenemmo completamente fuori e non esprimemmo alcun
commento. Cos che non soltanto fummo beffeggiati, ma accusati d'empita. Come si
poteva far riesaminare la questione all'intera comunit? Coloro che nutrivano il
sospetto dei nostri dubbi, vennero a farci visita al fine di rimproverare la nostra
incredulit, e pretendevano dimostrarci l'attualit del "Vroucolacas" in base al
"Bouclier de la foi" di Padre Richard52, missionario gesuita. "Egli era un latino,
dicevano, e per conseguenza voi dovete crederci". Non facemmo in tempo a negare la
logica delle loro argomentazioni, e la conseguenza di ci fu che ogni mattina si ripeteva
la commedia: uno dei fedeli raccontava delle nuove folle, che avevano per protagonisti
degli uccelli notturni, accusandoli di aver commesso i peccati pi abominevoli. I
cittadini pi zelanti nel salvaguardare i beni pubblici, credevano che si era tralasciato
di applicare il punto essenziale della cerimonia. Si doveva, secondo loro, celebrare la
Messa non prima di aver strappato il cuore del disgraziato; essi pretendevano che con
questa precauzione non si sarebbe mancato di sorprendere il diavolo, e che
indubbiamente non avrebbe avuto il tempo di rinvenire il cadavere; invece celebrando
prima la Messa egli aveva avuto tutto il tempo d'infilarsi nel corpo del morto e in
seguito di farlo rinvenire a suo agio. Dopo tutti questi ragionamenti ci si trovava nello
stesso imbarazzo e nelle stesse difficolt del primo giorno; si tennero assemblee sia di
sera che di mattino; finch si deliber di fare delle processioni per tre giorni di seguito;
si obbligarono i Preti a digiunare e a correre di casa in casa con un aspersorio nelle
mani, spruzzando dell'acqua santa o lavando le porte con essa; ne riempirono poi la
bocca di questo povero Vroucolacas. Dal canto nostro insistemmo presso
l'Amministratore della citt, che in questo particolare caso non si mancava di cristianit
nell'instaurare un servizio di vigilanza notturna, per osservare chi si aggirava nella
citt; si arrest, infatti, qualche vagabondo, che sicuramente aveva causato parte di
questi disordini: tuttavia questi non erano i principali artefici. Troppo presto vennero,
per, rilasciati, perch due giorni dopo per colmare il digiuno che costoro avevano
patito in carcere, cominciarono a svuotare le brocche di vino di quegli sciocchi che
avevano abbandonato le loro case nella notte: quest'ultimi furono, quindi, costretti a
ritornare a pregare. Un giorno mentre recitavano certe litanie, dopo aver piantato, non
so come, delle spade sulla fossa del cadavere, il quale lo si dissotterrava tre o quattro
volte al giorno secondo il capriccio del primo venuto, un Albanese, che per l'occasione
si trovava a Mycone, con un ridicolo fare dottrinario disse che'era inutile servirsi di
52) Il gesuita Franois Richard, oltre all'opera suddetta, autore di un interessante lavoro: Relation

de ce qui s'est passe de plus remarquable a Sant-Erini Is/e de l'Archipel, depuis l'tablissement des
Pres de la Compagnie de Jesus en icelle", pubblicato a Parigi nel 1657 e nel quale l'Autore d
ampli resoconti (XV, 208-226) sui vroukolakes che infestano l'Isola di Santorini (Thera), animati
secondo il religioso da demoni. Ampie notizie su quest'opera in Braccini (2011, passim)
80

spade Cristiane. "Non vedete voi, poveri ciechi egli diceva che le impugnature di
queste spade disegnano una croce con le punte, impedendo, cos, al diavolo di uscire da
questo corpo? Perch non vi servite piuttosto delle scimitarre Turche?" L'avviso di
quest'abile uomo non serv a nulla: il "Vroucolacas" era divenuto intrattabile, e tutti
quanti erano in preda ad un'insolita costernazione: non si sapeva pi a che Santo
rivolgersi; finalmente una voce prese il sopravvento e, come se fosse stata tacitamente
passata persona per persona, si diffuse per tutta la citt: non c'era pi tempo da
aspettare; bisognava bruciare per intero il "Vroucolacas", solo cos, queste persone
dicevano, il diavolo si sarebbe occultato. Era meglio, aggiungevano, ricorrere a questi
estremi, piuttosto che lasciare deserta l'Isola. In effetti c'erano gi intere famiglie che si
apprestavano a fare i propri bagagli, con l'intenzione di rifugiarsi a Syra o a Tine
(Tenos). Si port dunque il "Vroucolacas", su ordine dell'Amministratore, all'estremit
dell'Isola di San Giorgio, dove era stata preparata una grande pira con del catrame, per
il timore che la legna, per quanto fosse ben secca, non bruciasse a dovere. I resti di quel
disgraziato cadavere vennero gettati nelle fiamme e consumati in breve tempo: era il
primo giorno del gennaio 1701. Noi vedemmo questo fuoco ritornando da Delos; si
poteva ben chiamarlo un fuoco di gioia, poich non si udivano pi pianti contro il
"Vroucolacas". La gente era contenta e diceva che il diavolo era stato finalmente
scacciato, anzi qualcuno si divertiva a canzonarlo intonando qualche ballata popolare.
In tutto l'Arcipelago non c' nessun greco di rito ortodosso che non creda che il diavolo
rianimi i cadaveri. Presso gli abitanti dell'Isola di Santorini ha fortemente attecchito la
credenza nei lupi mannari. Quelli di Mycone, dopo che le loro visioni furono dissipate,
temevano in egual misura (del Vroucolacas) le persecuzioni dei Turchi e quelle del
vescovo di Tine. Alcuni Preti (Papas) non vollero presenziare sull'Isola di San Giorgio,
quando si bruci il cadavere, per paura che il Vescovo esigesse una somma di denaro
per averlo fatto dissotterrare e bruciare senza il suo permesso. Per i Turchi, certo che
alla prima occasione non mancheranno di far scontare alla comunit di Mycone il
sangue di questo povero diavolo, divenuto, sotto tutti i punti di vista, l'abominio e
l'orrore del suo paese".
La credenza che i corpi degli scomunicati rimanessero incorrotti, finch non interveniva
l'assoluzione ecclesiastica, segnalata in Europa occidentale nei primi anni del secolo
XI; in Grecia gi presente dal X secolo. Troppo tassativamente Lawson (1910, 384)
afferma "che 'vrykolakas' significava licantropo' e 'vampiro' era indicato con
'' o con qualche altra parola greca, oggigiorno 'vrykolakas' ha quasi
esclusivamente il significato di vampiro e " pressoch caduto in
disuso". Abbiamo visto che le due credenze convivevano e che vrykolakas era
decisamente pi comune del termine tympaniaios che indicava non tanto i vampiri,
quanto i morti scomunicati (Braccini 2011, 123-144, fa una lunga e attenta analisi del
tympaniaios). Sempre Lawson (1910, 382) traduce tympaniaios con "drumlike", era,
infatti, convinzione che i cadaveri degli scomunicati non solo rimanessero incorrotti, ma
fossero anche maleodoranti, di colore scuro e con la pelle gonfia, tesa come quella di un
tamburo (= tympanon). Fatti questi gi ampiamente attestati nelle opere di Allacci (1645,
147), Angelos (1619, 43-44) e Richard (1657, 224-225). Successivamente il termine
vrykolakas prese il sopravvento sul termine tympaniaios una crezione ecclesiasitica,
dice giustamente Braccini (2011, 123).
81

Dove per le popolazione slave non sono venute in contatto con quelle greche (Creta,
Rodi, Tenos, Cipro) sono rimasti, ad indicare varie figure di redivivi, nomi tipicamente
locali (Rodd, 1891, 188). A Creta e Rodi: katakhnas53 (= il distruttore, secondo
Schmidt, 1877, 160; Rodd 1891, 188, Newton, 1866, I, 212), a Tenos: anakathoumenos
(= che afferra, che strappa Lawson, 1910, p. 382) e a Cipro: sarkominos ( = che ha
messo carne, Schmidt 1877, p.160). A Mitilene si riscontra invece il noto termine
brokolako (Newton, 1866, vol.I p.212). In ogni caso anche queste figure nulla hanno a
che vedere con l'attivit tipica del vampiro. Anzi, per quanti sforzi si facciano, nel
folklore greco non vi alcuna associazione tra vrykolakas e il vampiro succhiatore di
sangue (Lee, 1942, p.127). In conclusione tutta la letteratura greca sullargomento del
XVI, XVII (Angelos, 1619, Allacci, 1645. Richard, 1657. Ricaut 1679), XVIII (oltre a
Tournefort ricordiamo Lucas, 1705) e XIX (assai numerosa) non ne fa il minimo cenno.
Se in altri parti d'Europa il vampiro spesso chiamato in causa come responsabile di
gravi malattie o pestilenze,54 in Grecia il folklore si rif, oltre che al vrykolakas, ad
antiche credenze. Questa testimonianza, raccolta da Hauttecoeur (1898, 28) nell'Isola di
Kythos, emblematica:
"Per la tisi polmonare da molto tempo che i Kythniotes ne hanno trovato il microbo.
Lo stesso che a Andros essi s'immaginano che vi siano dei malvagi spiriti, che chiamano
Erynies, che divorano le parti vitali del polmone, e quando il malato ben presto muore
si prendono tutte le precauzioni per scacciare questa nuova antropofagia. Nessuno pu
entrare nella camera del morto, non prima che si sia fatto un buco sul soffitto al disopra
del letto del defunto. L'Erynies svaniscono per questa uscita e l'abitazione liberata da
ogni pericolo".
Secondo Introvigne (1997, p.85), quando alla fine dell800 e ai primi del 900 la
contaminazione tra folklore greco e slavo piuttosto avanzata riscontriamo anche in
Grecia casi di vrykolakas succhiatori di sangue. Chi afferma ci sono soprattutto
viaggiatori inglesi. Le testimonianze per a suffragio di questa ipotesi sono insufficienti.
Introvigne cita solo per sentito dire l'opera di William Martin Leaks Travels in Northern
Greece (1835), nella quale l'Autore, ufficiale di Sua Maest, non fa altro che avvallare le
osservazioni di Tournefort, aggiungendo che per distruggere il vrykolaks si ricorre al
fuoco o alla frantumazione in piccoli pezzi del cadavere, incappato in questa malasorte.
Non vi cenno di vrykolaks succhiatori di sangue. Ancora pi categorico Sir Rennell
Rodd che nellopera: The Customs and Lore of Modern Grrece (1895, 190) afferma che
53)

Si rimanda per un approfondimento al paragrafo di Braccini (2011, 103-107); Un termine


insulare: 'katakhanas'.
54) La presenza di sangue, in particolare sulle labbra, pu essere una delle circostanze che

associavano il vampiro alla peste...ecc. (Barber 1994,73). Il fenomeno per sembra pi diffuso in
area anglo-sassone, che nell'Est Europa, in ogni caso la presenza del vampiro, in senso stretto, nel
caso di gravi epidemie (peste, colera ecc.) non cos significativa come si pensa. Una tale
associazione stata pi facilmente riscontrata con la credenza nel nachzehrer , quindi in Germania
e nella Prussia orientale. Anche nel nostro saggio (Agazzi 1979, 249) i dati andavano in questa
direzione.
82

la credenza nel vrykolakas (lAutore usa il termine: vourklakas) non ha nulla a che
vedere con i succhiatori di sangue o vampiri della recente tradizione. Un'altra opera
citata da Introvigne quella pi nota di Robert Pashley: Travels in Crete (1837 II,
195-200). L'Autore si sofferma ad analizzare piuttosto dettagliatamente la credenza nel
katakhnas, il revenant dell'isola di Creta, e racconta un episodio capitato nel villaggio
di Kalikrti nel distretto di Sfaki. La storia evidenzia la pericolosit del katakhnas
(pu infatti lasciare con una certa facilit la tomba e uccidere), ma non vi la minima
traccia di una attivit di vampiro in senso stretto ( Pashley che arbitrariamente afferma:
Il Vampiro, o Katakhnas, come chiamato in Creta,..). Riesumato a distanza di
molto tempo, questo redivivo (morto scomunicato) si presentava incorrotto e venne
eliminato, come al solito, con il fuoco, pur manifestando fino all'ultimo una certa
maligna vitalit. noto che durante le prime fasi della cremazione per una repentina e
violenta disidratazione dei tessuti il cadavere pu contrarsi e mutare posizione. Dopo
aver brevemente ricordato il lavoro di Lawson, del quale abbiamo gi parlato, Introvigne
non manca di citare (come fanno tanti altri studiosi) l'opera delletnologo inglese George
Frederick Abbott: Macedonian Folklore (1903, 217-221). L'unico che sembra parlare
chiaramente di vampiro in terra greca. Dice Abbott:
Il nome dato a questo odioso mostro [il vampiro] in Macedonia , generalmente
parlando, lo stesso con cui conosciuto in altre parti della Grecia, ma la sua forma
leggermente modificata in vari distretti. Cos a Melenik (Nord-Est) viene chiamato
Vrykolakas (o o ) o Vampyras (), mentre, come a
Kataphygi (Sud-Ovest), designato con Vroukolakas, o Vompiras, questultimo termine
viene anche usato come un insulto. Il nome [vrykolakas] stato da un gruppo di filologi
fatto derivare dallantico greco: mormolicheion, che sta per spiritello maligno o
folletto. Questo il punto di vista di alcuni studiosi greci moderni, seguiti da Hahn.
Altri, come Bernhard Schmidt, pi plausibilmente assegnano al termine unorigine
slava.
Analizzando bene larea considerata da Abbott, il Nord-Est di Melenik in territorio
bulgaro, solo Kataphygi (Sud-Ovest dalla Macedonia) in Grecia. Inoltre lo studioso
prosegue la sua narrazione sulle attivit del vrykolakas (soffoca e succhia il sangue a
persone ed animali) senza citare direttamente le informazioni dei nativi (Perkowski,
1989 p. 80). Unaltra testimonianza, precedente a quella di Abbott, dellarcheologo
inglese James Theodor Bent, il quale dopo aver trascorso lungo tempo nel Mar Egeo,
scrisse il resoconto di viaggio nelle Cicladi: The Cyclades, or Life among the insular
Greeks (1885, 44 sg.). Egli afferma che i vampiri nellisola vulcanica di Kimolos sono
chiamati con il noto termine greco brucolacas e aggiunge:
Sebbene in Grecia i vertici della chiesa combattano e puniscano una tale credenza, ci
vorr molto tempo prima che questa superstizione si sradichiLa terra non pu
dissolvere il suo corpo [cio del vampiro]; e quindi vagher strangolando di notte
uomini o bestie, succhiando loro il sangue.
Bent afferma che a Kimolos e a Milos, pi che in altre isole dellarcipelago delle Cicladi,
la credenza nel vampiro particolarmente diffusa (eccetto che ad Andros, la pi
83

settentrionale delle isole dellarcipelago) in quanto spesso visitate da flagelli


pestilenziali. Bent, esattamente come Abbott, non raccoglie testimonianze dirette, a
riprova di ci che asserisce. In ogni caso la parola vampiro, per quanto Abbott la
segnali, risulta alquanto circoscritta e non prende mai il sopravvento in Grecia.
interessante osservare come il termine volkodlak (parlando della credenza tra gli Slavi
usiamo volkodlak per distinguerlo da quello greco vrykolakas) venga usato dai Russi,
Bielorussi, Ucraini e Polacchi solo per indicare il lupo mannaro, ma mai un vampiro.
(Cfr. le testimonianze raccolte da Perkowski, 1989, 113 sg). Ci avvalora la nostra tesi
che queste popolazione adottavano ormai da tempo il termine upir, tenendolo ben
distinto da volkodlak. Il vampiro dei Bielorussi (e dei Casciubi) ha tra laltro abitudine
pi spesso antropofaghe che ematofaghe. Giunge a proposito questa interessante
testimonianza di Ralston (1873, 320-322):
"I distretti dell'Impero Russo in cui si crede ai vampiri sono principalmente la Russia
Bianca e l'Ucraina. Ma gli spettri, succhiatori di sangue, gli Upir, questo nome
diventato comune in molti altri paesi, con termine somigliante a quello di "Vampiro",
disturbano i pensieri dei contadini in molte altre parti della Russia, sebbene in nessuno,
forse, con la stessa paurosa intensit dei due citati distretti o in altri paesi slavi. Le
numerose tradizioni che abbiamo raccolto circa l'idea originaria sono suscettibili di
alcune estensioni a seconda delle localit, ma non sono mai radicalmente consistenti.
Alcuni particolari sono curiosi. I Biancorussi ritengono che se le mani del vampiro sono
diventate intorpidite, perch rimaste lungo tempo incrociate nella tomba, egli pu usare
i suoi denti, che sono come l'acciaio. Quando con questi ha rosicchiato via tutti gli
ostacoli, prima sopprime i bimbi che trova nelle case e poi i vecchi inquilini . . . I
Casciubi dicono che quando un Vieszcy, cosi essi chiamano il Vampiro, si sveglia dal
suo sonno entro la tomba, egli inizia a mordere e a nutrirsi delle sue mani; nello stesso
modo egli morde, uno dopo l'altro, prima i suoi parenti, poi i suoi vicini, i quali si
ammalano e muoiono. Quando satollo di carne egli risorge alla mezzanotte e uccide il
bestiame o si arrampica su di un campanile e suona le campane. Tutti quelli che
ascoltano il disgraziato motivo ben presto muoiono. Ma generalmente egli succhia il
sangue dei dormienti. Coloro sui quali ha infierito verranno trovati morti nel primo
mattino, con una piccolissima ferita sul lato sinistro del petto, esattamente sopra il
cuore".
Nel Nord della Russia numerose prerogative del vampiro sono state attribuite agli
eretici, dopo la loro morte. Tanto vero che la parola vampiro rimpiazzata, secondo
Ivanits (1992, 121-122) e Oinas (1998, 52) con: eretik, eretitsa, eretnitsa, erestu55.
Tuttavia i racconti popolari raccolti da Oinas non parlano di vampiri ematofagi, ma di
corpi morti rianimati da spiriti di stregoni (spesso la figura dello stregone si fonde con
quella dell'eretico) e pronti a divorare i viventi. Tradizione quest'ultima largamente
attestata nella vasta raccolta di fiabe popolari russe di Afanas'ev: Narodnye russkie
55)

interessante questa osservazione di Braccini (2011, 88), ma richiederebbe un maggiore


approfondimento: Non sembra.[..] un caso che in alcune regioni della Russia (dove vi furono
importanti infiltrazioni di bogomili, attestate dalle cronache, gi nell'XI secolo) per designare il
vampiro non si usi pi l'originario nome slavo upir', ma da moltissimo tempo (forse gi dal XV
secolo [...] si parli tout court di eretico (eretik).
84

skazki (Mosca, 1855-1863). Nella vicina Estonia, per quanto sia noto il termine vampiro
(vampir e vere-imeja, che significa succhiatore di sangue), storie di vampiri ematofogi
sono assai poco diffuse, prevalgono racconti popolari che vedono come protagonisti dei
revenants con caratteristiche da incubi (Loorits 1949, 100, 563).
I Serbi, come abbiamo gi detto, usano, accanto alla parola vampir, anche vukodlak,
con il significato di un morto che entra nottetempo nelle dimore, strangola e beve il
sangue delle persone. Storie di questo genere sono state raccolte da Krauss (1908, 125) e
da Karadi (1947, 330-331) ancora nella prima met del secolo XIX. In tempi
relativamente recenti Vukanovi (1959) ha raccolto parecchie testimonianze sulla
credenza del vampiro tra gli Zingari serbi. Ci che per emerge una contaminazione
tra la credenza nel vampiro zigano (detto mulo, pl. mul) e quello serbo. Il risultato la
figura di un redivivo piuttosto innocuo, abbastanza facile da controllare e per nulla
attratto dal sangue dei vivi. Prima di analizzare i dati di Vukanovi sar quindi bene
dire qualcosa sul vampiro degli zingari.
Le concezioni sull'aldil presso gli Zingari (popolo originario dall'India settentrionale)
hanno come caratteristica l'assoluta mancanza di una distinzione etica fra giusto e
colpevole. Pertanto la "concezione dell'immortalit degli zingari pu essere [. . ].
avvicinata a quella abbastanza desolante dell'Antico Testamento, al soggiorno dei morti
(lo Sheol)" (Cozannet 1975, 35). Infatti il regno dei morti "un penoso vagabondaggio
in un'atmosfera di terrore e spavento" (Cozannet 1975, 141). Per comprendere come il
vampiro all'origine estraneo, almeno come viene inteso dalla superstizione dell'EstEuropa, alla religione zingaresca bisogna dire qualcosa circa la concezione dualista
dell'anima negli Zingari: ad un'anima corporale (identificata con una parte nobile del
corpo: cuore, capo) si contrappone un'anima immagine o forma evanescente di doppio
del corpo, ombra di ci che fu il defunto in vita ( questa l'anima inferiore dell'uomo). E'
in questo secondo aspetto dell'anima che si identifica la credenza nel vampiro zigano;
l'ombra del defunto, infatti, pu interferire minacciosamente con i vivi, prendendo
l'apparenza (o meglio trasmigrando) di uno spirito maligno, cio di un vampiro o come
viene chiamato dagli Zingari di un Mulo (pl. Mul). "Etimologicamente, il nome stesso
del 'defunto morto'. Infatti, il morto come 'fantasma', come 'morto ambulante', come
spirito che pu manifestarsi e reincarnarsi in un altro uomo o animale. Cosi spesso
l'espressione viene tradotta con il 'morto vivente' " (Cozannet 1975, 147). Questa sua
forma evanescente di doppio lo avvicina per certi versi ad alcuni vampiri indiani e al
"doppio"56 egiziano; dice Clbert (1961, 194):
"Il Mulo pu albergare nel corpo di un uomo morto e dimorare nella sua tomba.
Tuttavia non strettamente legato ad essa; pu infatti liberarsene, vagabondando e
allontanandosi dalla sua dimora. Egli non un corpo, ma l'uomo nella forma del suo
'doppio' ".
Tutti gli Zingari dopo morti diventano Mul, le loro caratteristiche sono meno
minacciose di quelle dei vampiri europei. Il Mulo non succhia il sangue e le sue
comparse tra i vivi si limitano a rivendicazioni sulla propria compagna o sulla
56) Anche gli Egiziani parlano di una sorta di redivivo chiamato "doppio" o corpo astrale (ka), il

quale conduce una esistenza fittizia nella tomba.


85

sposa, con le quali vuole passare la notte. Se si tratta, per, dell'anima di un bimbo
nato morto il Mulo diviene pi terribile, come in linea di massima si riscontra in tutti i
casi di morti premature presso altri popoli. Osserva ancora Clbert (1961, 194):
"Il fanciullo nato morto diventa Mulo e pu crescere fino all'et di otto anni; solo allora
pu compiere l'entrata nel paese dei morti. Non c' un osso nel suo corpo e le mani sono
senza il dito medio, che deve abbandonare nella tomba. Una volta all'anno,
nell'anniversario della sua nascita, i suoi compagni lo fanno ribollire cosicch egli pu
ricuperare le sue forze. Per la notte del Nuovo Anno i Mule rapiscono le donne, che poi
fanno bollire in grandi calderoni, fino a disossarle e renderle simili a loro".
Circa il vampiro propriamente detto, esso non proprio degli Zingari; dice, infatti,
Cozannet (1975, 148):
"Certo molte trib non credono a questo tipo di Mulo; ma sotto altra forma credono alla
trasmigrazione dell'anima dei loro morti in un animale (cane, gatto, rana), come spirito
cattivo. E' un aspetto di un'altra pi diffusa credenza del mondo zingaro, quella nei
vampiri o spiriti nefasti uscirti dal morto. Ci troviamo di fronte a un fenomeno mitico
che non proprio degli zingari, quello cio della credenza delle antiche popolazioni
germaniche e slave nella possibilit per un morto di trasformarsi e di apparire
principalmente come vampiro o come lupo."
E veniamo ai dati raccolti da Vukanovi:
'Tanto fra gli Zingari Ortodossi e Musulmani, in queste zone (Jugoslavia), si crede che
un vampiro ha un gran desiderio per il sesso femminile. Cos in Podrina essi pensano
che egli si drizza dalla tomba e va, se un uomo sposato, dalla sua ex-moglie, passando
con lei la notte in amorosi amplessi. Se egli era gi adulto, ma non maritato, voleva
visitare solo le donne giovani e attraenti; per questi scopi cercava solitamente una
compaesana vedova o divorziata. Nei villaggi e nelle citt coloniche, comunque, gli
Zingari Musulmani pensano che un vampiro vada a far l'amore solo con le donne per le
quali, da vivo, aveva una simpatia; esse sono vedove, divorziate o regolarmente sposate.
La donna non deve parlare di questa faccenda a qualcuno, ma solo gridare a voce alta
quando il vampiro con lei e il resto della famiglia seduta in silenzio. In Novopazarski
Sandzak questi Zingari credono che un vampiro possa andare dalla moglie di notte e
procreare un 'fanciullo', conosciuto con il nome di 'Vampijerovic'. A Kosovo-Metohija
gli Zingari Ortodossi chiamano similmente un fanciullo, che si suppone nato da una
madre zingara, dopo che a questa morto il marito, e da un padre vampiro; Vampiric
('piccolo vampiro') il bambino nato da questo rapporto post-mortem. Se un ragazzo
il nome Vampir, se una ragazza Vampirera; e vengono chiamati cos dalle famiglie
di preti Musulmani. A Stari Ras e Novopazarski Sandzak e a Voks gli Zingari pensano
che un vampiro possa solo generare un figlio e non una figlia, e che non pu originare
da un Ortodosso o da un famigliare di un prete Musulmano. A Stari Ras e a
Novopazarski Sandzak a questi fanciulli viene dato il nome di Lampijerovic, e al confine
del distretto c' un intero villaggio di Lampijerovic-es, cos chiamati dal nome di un
vampiro, da cui essi sono direttamente discesi. Fra tutti i popoli Balcanici si riteneva
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che questi fanciulli avessero il potere di vedere e uccidere i vampiri. Ma c' anche una
credenza che il vampiro aiuti sua moglie nei lavori domestici: attorciglia il filo mentre
essa lo tesse, infila il cotone attraverso la cruna dell'ago, cos la moglie cuce
chiacchierando con lui; il vampiro inoltre mangia il dolce che lei gli ha preparato. In
conformit agli Zingari Ortodossi a Stari Ras un vampiro insegue sua moglie in pieno
giorno, fissando con lei l'incontro notturno. Il fanciullo che nasce, come risultato di
questo rapporto sessuale, prematuro, gelatinoso e non conosce la vita. Da tempo gli
Zingari Musulmani a Novopazarski Sandfak sono convinti che un vampiro esca dalla
sua tomba, soprattutto per fare l'amore con sua moglie, la quale molto infastidita da
tutto ci. La prima notte, dopo le esequie, il vampiro le fa visita per la prima volta. ed
essa lo 'sente', ma non pu salvarsi dai suoi assalti. Il vampiro la molesta fino al primo
mattino, al canto del gallo, la moglie sembra un cadavere, incantata, e si pu subito
capire quello che successo. Ci possono essere delle persone sue vicine, le quali,
tuttavia, non conoscono quanto ella soffra per colpa di questa malvagia cosa. Spesso il
vampiro pu costringere sua moglie a portargli qualcosa da mangiare e niente altro,
ma poi si lamenta per tutta la notte, dicendo: 'Portami
qualcosa, questo cibo non buono'. A Prizren gli Zingari Musulmani credono
fermamente che questi incontri amorosi fra un vampiro e la sua ex-moglie, sono tra le
pi importanti azioni occulte".
Altre attivit, descritte da Vukanovi, di questi vampiri sono presenti presso molte altre
genti slave. Esse, infatti, possono disturbare la vita di famiglie pacifiche, danneggiando o
uccidendo per soffocamento il bestiame. Presso gli Zingari Ortodossi di KosovoMetohjia il vampiro appare dopo sette settimane dalla sua morte e vagabonda vicino alle
case, danneggiando i tetti, spezzando le tegole o rompendo le pentole, le coppe, le
bottiglie e tutto ci che di terracotta; cavalca i cavalli nelle stalle e cammina su e gi
per gli attici. Ancora fra gli Zingari dei Balcani comunemente aborrita la carne fresca
di un animale, perch uccisa da un vampiro. Essi dicono che troppo rossa e la gettano
via.
Vukanovi si sofferma a lungo a parlare del dhampir, il figlio di un vampire serbo,
lunico in grado di distruggere i vampiri:
"Il potere del 'dhampir' trasmissibile di padre in figlio, per cui sono considerati ottimi
distruttori di vampiri non solo i figli, ma anche i nipoti e pronipoti di vampiri. Ecco
come si svolge la cerimonia di eliminazione. Il dhampir arriva nel paese, dove stato
chiamato, e dichiara, secondo il rito, che 'l'aria puzza'. Alza gli occhi al cielo, tira su il
naso e guarda successivamente verso ognuno dei quattro punti cardinali. Si dirige poi
verso la pubblica piazza, dove una piccola folla si radunata. La gente si tiene per ad
una certa distanza, perch se il sangue del vampiro ucciso schizzasse su uno dei
presenti, questi impazzirebbe o morirebbe dopo poco. Tutti restano immobili e in
silenzio: nessuno pu dormire, quella notte, finch la faccenda non sar conclusa. Il
dhampir incomincia a fiutare l'aria come un cacciatore, poi si comporta come se
distinguesse a fatica qualcuno nel buio, gioca a nascondino dietro vari oggetti, si toglie
i vestiti, rimanendo in mutande, e guarda attraverso le maniche della camicia che si
tolta, come se fossero telescopi. La gente gli chiede che forma abbia assunto il vampiro
e lui a volte risponde: 'E' umano' oppure: 'E' un serpente (o un gallo, od altro)'. Poi, il
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dhampir inizia una vera e propria lotta corpo a corpo con il vampiro: si agita contro il
nemico invisibile, piagnucola e si divincola come se lo stessero strozzando, poi emette
finalmente un lungo, curioso sibilo, per esprimere la soddisfazione di aver messo l'altro
k.o. ed esclama: 'L'ho ucciso'. Negli ultimi tempi, per, alla lotta corpo a corpo, i
dhampir preferiscono l'uso del fucile. Definitivamente morto, il vampiro puzza
moltissimo. Nel luogo dove stato ucciso, resta una pozza di sangue, sulla quale si
versa subito un secchio d'acqua".
Il motivo comune anche in Grecia (Tessaglia), qui, per, gli esperti nel tenere lontano
il vrykolakas non sono i figli di quest'ultimo, ma i suoi parenti, anche di due o tre
generazioni dopo; essi vengono spesso chiamati e pagati (pure il dhampir si fa pagare)
anche da distretti molto lontani.
Numerose le pratiche per tenere lontani questi esseri malvagi. La pianta del ginepro , ad
esempio, sufficiente per gli Zingari Musulmani a tenere lontano il vampiro; anzi spesso
la pongono nelle mani del morto per sicurezza. Tra gli Zingari Ortodossi, invece, si
previene il vampiro mettendo delle spine di biancospino o di acacia sulla finestra; oppure
possono praticare dei buchi, intorno alla fossa del vampiro, e coprirli con le spine, in
modo che quando egli cercher di uscire da essi rimarr impigliato e morr
definitivamente.
Ralston (1872, 410) fa notare che gli Sloveni e i Casciubi [o Cassubi, popolazione
slava cattolica, stanziata a Ovest di Danzica] chiamano il vampiro vieszcy, un termine
affine a quello sorto da 'witch' (= strega) nella nostra lingua, come pure in russo.
Destinati a questo destino sono i bambini nati con i denti. Lo studioso Mannhardt (1859,
IV, 260) oltre a dare per scontato che vieszcy sinonimo di stryz, osserva come i
tedeschi di Pomerania, a contatto con i Casciubi, hanno tradotto il termine vieszcy con i
seguenti: Gierhals, Gierrach, Unbegier e Blutsauger, i primi tre hanno come radice
comune: Gier = golosit, avidit. L'ultima parola, Blutsauger, ha chiaramente il
significato di: succhiatore di sangue. Per quanto gli indizi non siano molti, tutto per
fa pensare che siamo in presenza di una variante dell'antica credenza delle striges, pi
che a un vampiro.
Il vampiro bulgaro (obour) sembra procurare, secondo le testimonianze di St.Clair e
Brophy (1877, 29-33), solo paura e piccoli incidenti tra i viventi:
"Quando un uomo che ha sangue di vampiro nelle sue vene - questa condizione non
solamente epidemica e endemica, ma ereditaria - o che altrimenti predisposto a
diventare un vampiro, muore, nove anni dopo la sua sepoltura egli ritorna sulla terra in
forma aeriforme. La presenza del vampiro in questa sua prima condizione pu essere
facilmente scoperta nell'oscurit da una successione di scintille, come quelle prodotte
da una pietra focaia o dall'acciaio;alla luce (il vampiro) proietta un'ombra sul muro, e
variamente intensa a seconda dell'et del vampiro.57 In questo stato egli relativamente
57) Contrariamente a quanto si crede non sempre lo spettro o il fantasma non proietta ombra, come

dimostrato da questo aspetto del vampiro, facilmente assimilabile ad uno spettro. Del resto anche
in Italia (in certe province lombarde) si raccontavano un tempo storie di spettri apparsi di notte
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innocuo ed soltanto abile nel tirare qualche brutto scherzo, come il Kobold e lo
Gnomo dei Tedeschi, il Phooka degli Irlandesi e il Puck degli Inglesi;58 egli urla con
una voce terribile o si diverte a chiamare fuori dalle abitazioni gli occupanti, con le pi
affettuose parole e poi li percuote procurandogli delle lividure ... Al tempo di questi
incidenti, cinque anni fa, un villaggio venne cosi infestato dai vampiri che gli abitanti
erano costretti a riunirsi insieme in due o tre case; le candele rimanevano accese tutta
la notte e si facevano turni di guardia, in modo da evitare gli assalti degli Obours, i
quali illuminavano la strada con le loro scintille, e alcuni, i pi intraprendenti,
gettavano le loro ombre sui muri delle stanze, al che i paesani erano paralizzati dalla
paura; altri urlavano, o strillavano, fuori dagli usci, entravano nelle case abbandonate,
sputavano sangue sui fiori, mettevano sossopra ogni cosa e imbrattavano tutto quanto,
in particolare i quadri dei santi, con sterco di mucca [ . . .] Quando il vampiro bulgaro
ha terminato i quaranta giorni di apprendistato nel regno delle anime, egli sorge dalla
sua tomba in forma corporea, ed abile a spacciarsi come un essere umano qualsiasi".
In un precedente lavoro dei due Autori (1869, p.47) viene precisato che il termine obour
(parola di origine turca) usato da bulgari di razza mista (Gagausi), mentre il resto della
popolazione predilige il termine slavo upior (con numerose varianti) o pi raramente
vrkolak. Perkowski (1989, 39) che parla dei vrkolaks. Si tratta di persone morte in
luoghi impervi (boschi, montagne) o lungo la strada del paese. Attaccati da animali
selvatici (corvi e lupi) la loro anima non pu pi salire in cielo o scendere allinferno,
pertanto vaga intorno al posto in cui si trova il cadavere. Di notte questo spirito strangola
e beve il sangue di chiunque capita a tiro. Per liberarsi del vrkolak bisogna erigere una
croce benedetta e recitare una messa nel punto del mortale incidente. Sempre in Bulgaria
Frazer (1890) parla del vampiro ustrel, che succhia il sangue agli armenti. Una analoga
credenza segnalata in Slovacchia (vulkodlak), ma nel XX secolo. Un rilevamento sul
campo, effettuato dallo studioso slovacco Jn Mjartan nel 1949, segnala nel distretto di
Zempline la credenza nel elapi, una sorta di vampiro che attacca il bestiame e le
persone, succhiando loro il sangue o soffocandole (Mjartan, 1953, cit. da Perkowski
1989, 103). In Boemia abbiamo il termine ogolijen per indicare un tipo di vampiro con
etimo e caratteristiche analoghe al ghl. Ma analizzando meglio la cosa si scopre che tale
termina viene citato nel Dizionario italiano-latino-illirico (Ragusa,1785), scritto dal
padre Ardelio Della Bella, con il significato di spogliato, cio nudo (II, 354). Lo
scrittore francese Charles Nodier parlando nel suo racconto Smarra (1846) del ghl,
spiega in una nota a pi pagina (p.260): [Ghul] en esclavon, Ogoljen, dpouill, soit
parce qu'elles sont nues comme des spectres, soit par antiphrase, parce qu'elles
dpouillent les morts. J'cris goules, parce que ce mot, consacr dans les traductions
des Comte Arabes, ne nous est pas tranger, et qu'il est videmment form de la mme
racine. Non chiara la fonte da cui Nodier trae questa informazione. Sempre in Boemia
abbiamo questo famoso racconto, ripreso da Calmet (1756, 171) dalla poco affidabile
opera Magia posthuma di Schertz:

come nere e terribili ombre deambulanti, proiettate sui muri delle stanze.
58) In Scozia c' il Kelpie (o Kelpy), una sorta di spirito acquatico, con le sembianze di un cavallo.

Di natura maligna, si dice che goda quando qualcuno annega.


89

Un pastore del villaggio di Blow presso la Citt di Kadam, in Boemia, che chiamava
per nome alcune persone, le quali certamente dentro otto giorni morivano. I paesani di
Blow disotterrarono il corpo del pastore, e con un palo fittogli per mezzo il corpo lo
conficcarono in terra. Costui in tale stato si rideva di loto che in s fatta maniera
trattavanlo, e diceva loro, per ischerzo, che lo trattavano molto bene, provvedendolo
d'un bastone per ripararsi dai cani. La notte medesima si rialz, molti pose in un gran
spavento, e ne uccise pi di quel che aveva fin allora fatto. Quindi lo consegnarono al
carnefice, che lo mise sopra una carretta per trasportarlo fuor della villa, e bruciarlo.
Urlava quel cadavere come un furioso, moveva i piedi e le mani come se fosse vivo, e
quando fu di nuovo trafitto mand grida feroci e sparse quantit grande di sangue vivo
e vermiglio. Finalmente lo bruciarono, e cos quel fantasma fin quel Fantasma di
apparire e di nuocere."
L'episodio del villaggio di Blow (in ted. Flahe), insieme ad un altro capitato sempre in
Boemia (nei pressi della piccola citt di Lewin o Levin), viene riportato per la prima
volta dal cronista Hagecius in Chronicon Bohemiae (1587), ripreso nella prima met del
'600 dall'umanista ed erudita tedesco George Philipp Harsdrffer. L'episodio di Blow
risalirebbe al 1336 (quello di Lewin al 1345), riportato dall'abate Neplach nell'opera:
Summula chronicae tam Romane quam Bohemicae, scritta tra gli anni 1355-1362. La
cronaca dell'abate, considerata modesta,59 una raccolta di precedenti cronache, con
aggiunte di materiale di valore storico dubbio (Perkowski 1989, 105). L'episodio di
Lewin, risalente al 1345 (l'indagine si ferma alla cronaca di Hagecius) narra la storia di
una strega (Brodka), morta senza pentirsi, la quale ricompariva la notte, anche in guisa di
animale volante, uccidendo i vivi. Su consiglio di un eremita venne chiamato un
esorcista (laico). La strega fu riesumata: trovata incorrotta e il sudario rosicchiato
(analogie con la credenza nel nachzehrer tedesco) . Si decise di trapassarle il petto con
un palo di legno, ma poich il metodo risult inefficace si dovette ricorrere alla
cremazione.
Al di fuori dell'Europa orientale il termine vampiro compare solo dopo i due fatti capitati
in Serbia. In Germania troviamo nel XVII secolo molto diffusa la credenza nel
nachzehrer, termine formato dalle parole nach = verso, a , dopo e zehrer = divoratore,
quindi il significato sarebbe di colui che divora dopo, visto che si parla di un morto (il
termine dopo acquista il valore di: dopo la vita) si pu chiaramente intendere un
morto che divora. Se vero quanto afferma Introvigne (1997, 65) che accanto al termine
nachzehrer si trova meno frequentemente quello di nachtzehrer, l'etimo diviene pi
semplice: nacht = notte; zehrer = divoratore; quindi divoratore della notte. Leggendo
le fonti (Rohr e Ranft in primis) il nachzehrer un morto che mastica nella tomba, in
particolare il sudario, i propri vestiti e in alcuni casi se stesso (in particolare le proprie
membra). Sin dall'inizio della trattazione il teologo protestante Rohr mantiene un tono
piuttosto distaccato, egli infatti afferma che il fenomeno si verifica sporadicamente e
dichiara inoltre che i cadaveri sembrano avere divorato i sudari e che emettono suoni e
grugniti come maiali (simulac sonum istar porcorum mandentium edidisse.). L'Autore
fornisce un'indagine storica del fenomeno. Oltre al gi accennato episodio di Lewin del
1345, cita numerosi casi del secolo XVI avvenuti in Germania (Marsburg 1533, nei
59) Cfr. Meriggi (1968, 37).
90

pressi di Friburgo 1552, Sangerhausen, vicino a Halle nel 1579) uno in Slesia (Luben
1565) e uno in Moravia (Egwanschitz, 1617). Data l'enorme difficolt di trovare i testi
originali (per lo pi andati perduti), da cui Ranft trae queste informazioni, ci limitiamo a
segnalarle. Alcuni episodi sembrerebbero legati a fenomeni di peste (Marsburg 1533, cit.
da Adam Rother). Dopo la prudenza iniziale, Rohr liquida tutta la faccenda attribuendo
al diavolo la colpa di tutto. Pi interessante la dissertazione di Ranft (due ediz. latine).
L'Autore non solo non nega il fenomeno, del quale fornisce in parte delle spiegazioni
razionali, che troverebbero d'accordo un medico legale dei nostri giorni, ma tenta di
renderlo plausibile ricorrendo alla presenza del corpo astrale (o anima vegetativa). che
continua per qualche tempo a permanere accanto al cadavere, disturbando i viventi. Non
questa la sede per analizzare questa singolare teoria (Introvigne 1997, 73 sg. e Ferrero
2011). Qui ci preme sottolineare la spiegazioni razionale che Ranft fornisce. Sono le
stesse date in tempi recenti da Barber (1994, p.185 sg). Possiamo concludere brevemente
che spesso i cadaveri venivano sepolti in malo modo, specie durante gravi pestilenze o in
genere in presenza di malattie infettive altamente contagiose. Ci favoriva l'attacco di
animali (serpenti, topi, talpe), che potevano facilmente deturpare il cadavere (sopratutto
nelle parti pi esposte: viso e mani), strappare o rosicchiare il sudario. I rumori
provenienti dalla tomba (brontolii, scricchiolii ecc.), erano causati dallesplosione della
cavit addominale del morto, dilatata dai gas (soprattutto metano). Senza arrivare a
tanto, anche il solo processo di rigonfiamento del cadavere ne determinava degli
spostamenti involontari dello stesso, con conseguenti rumori, facilmente udibile se il
morto era stato seppellito malamente e a poca profondit. Dal momento che l'attivit del
nachzeher non poteva essere scoperta se non dopo l'esumazione della salma, le
spiegazioni addotte ne chiariscono il motivo. La presenza del sudario rosicchiato poteva
trovare una spiegazione abbastanza semplice. A parte l'intervento diretto di qualche
roditore, durante le fasi della decomposizione dalla bocca, dal naso o da altri orifizi
potevano fuoriuscire liquidi vischiosi che impregnavano il sudario. Questultimo poi
disidratandosi assumeva un aspetto raggrinzito e consunto, che un osservatore poteva
scambiare per rosicchiato.
Solo nell'edizione tedesca di Ranft, del 1734, diversi anni dopo i due fatti di vampirismo
capitati in Serbia, l'Autore introduce la parola vampyr, con le caratteristiche proprie di
questo redivivo. Prima di questa data non vi nessun collegamento tra il nachzehrer e il
vampiro succhiatore di sangue. Dopo i casi di vampirismo serbi, in Germania appaiono
un numero incredibili di opere sullargomento (una analisi ragionata di queste stata
fatta in tempi recenti da Faivre), tendenza che si protrae anche nel secolo XIX e agli inizi
del XX, ma con scarsi e insignificanti riferimenti a episodi locali di vampirismo in senso
stretto. Ricordiamo: G.C. Horst, 1821; W.J.A. Tettau e J.D.Temme, 1837; A. e A.
Schott, 1845; J.G. Hahn, 1854; B. Schmidt, 1871; W. Mannhardt, 1878; F. Miklosich,
1886; F. von Hellwald, 1890; H. von Wlislocki, 1896; S. Hock, 1900; B. Stern 1903; N.
Havekost, 1914; F.S. Krauss, 1908 e molti altri. La maggior parte dei citati autori si
sofferma su questioni linguistiche e filologiche relative alla parola vampiro (Miklosich
in primis), altri riferiscono fatti gi noti (le due storie serbe del primo settecento vengono
riportate pi volte), arricchendoli con credenze e superstizioni per lo pi provenienti
dallEuropa orientale. Altri ancora prendono dei clamorosi granchi, come Wlislocki a
proposito del nosferatu. Vi sono infine quelli che si sforzano nel voler dimostrare
l'origine germanica del vampiro (Hoch 1900) o che tra il IX e l'XI secolo i vichinghi
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propagarono in Inghilterra la credenza nel vampiro seguendo il percorso: Novgorod,


Finlandia e Scandinavia (Havekost 1914, 28-36, 47-58, 90)
Come abbiamo gi avuto modo di far notare, in Gran Bretagna il termine vampiro entra
in Inghilterra verso il 1730, ma linteresse solo letterario e ben presto la figura del
vampiro dester lattenzione di scrittori e poeti del primo romanticismo. Per trovare
storie di vampiri, tutte raccolte nel secolo XIX, bisogna portarsi in Scozia. Il baobhan
sith, pu assumere le sembianze di una giovane fanciulla, simile a una fata, vestita di
verde e dai lunghi capelli d'oro. La seguente storia raccontata da Briggs (1959, 233):
"Quattro uomini andavano a caccia nel selvaggio Ross-shire, e trovarono rifugio per la
notte in una deserta capanna. Dopo essersi riscaldati, tre di loro iniziarono a ballare e
uno si mise a cantare. Ad un certo punto uno dei ballerini espresse il desiderio che le
loro fidanzate fossero presenti. Improvvisamente quattro bellissime fanciulle entrarono
nel rifugio; erano vestite di verde e avevano dei lunghi capelli d'oro. Tre danzarono, e
una sedette vicino al cantante. Ben presto quest'ultimo osserv che delle gocce di
sangue scendevano dai suoi amici. Egli sobbalz in piedi e la sua compagna si
allontan da lui. Scapp, e si rifugi tra dei cavalli, dove egli era in salvo sino all'alba.
Al mattino egli ritorn nella capanna e trov il corpo dissanguato dei suoi compagni,
succhiati a morte dai terribili baobhan sith ".
Sempre in Scozia si trova un maligno spirito, chiamato redcap; egli abita le vecchie torri
in cui sono avvenuti nel passato atti sanguinosi. E' spaventoso a vedersi: l'aspetto di un
vecchio decrepito, con unghie lunghissime; il capo rosso, macchiato di sangue. E'
pericoloso per chi tenta di passare la notte in questi rovinosi manieri, perch il redcap
pu rinnovare il sangue che tinge il suo capo, con sangue pi fresco. Pu essere
allontanato leggendo le Scritture o tenendo semplicemente in mano una croce. In altre
zone meno sinistro, come per sempio, nel castello di Grandtully nel Perthshire, dove
" piuttosto propizio per gli sfortunati" (Henderson 1866, 212 e 216-217).
In entrambe le storie per non siamo in presenza di vampiri in senso stretto, ma piuttosto
di entit malefiche, nel primo caso con analogie alle vile slave.
Curiosa la figura del vampiro irlandese, il dearg-dul (o dearg-dulai) Lunica fonte per
questo personaggio Montague Summers, che afferma (1968, 117): Nellantica
Irlanda il vampiro generalmente conosciuto come Dearg- dul, 'red blood sucker', la
sua rabbia ovunque temuta. Non siamo riusciti a trovare la fonte di una tale
affermazione, in ogni caso il significato della parola oscuro (Curran/Daniels 2005
p.59). Come in Gran Bretagna anche in Irlanda sono diffuse le storie di vampiri sotto
forma di fate, dallaspetto incantevole (Wright, 1914, 50).
Fin dall'antichit, non vi traccia nei paesi nordici di vampiri/succhiatori di sangue.
Nella saga islandese Eyrbyggjasaga (XXXIV), forse risalente alla met del XIII secolo.
si racconta la storia di un morto (Thorolf) trovato ancora fresco e indecomposto nella sua
tomba a Hvamm ed esorcizzato mediante il fuoco. "Era consuetudine, dice Gwyn Jones
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(1966, 244-245), in Groenlandia, fin dalla venuta del cristianesimo di seppellire i morti
nelle fattorie dove avevano cessato di vivere, in terra sconsacrata ... Si metteva un palo
a indicare la posizione del petto (del defunto); col tempo, quando qualche ecclesiastico
fosse passato di li, avrebbe tolto il paletto e versato dell'acqua benedetta al suo posto, e
su quel punto sarebbe stato cantato un servizio funebre, anche se ci poteva accadere
molto tempo dopo". Si tratta solo di indizi, legati, come al solito, alla paura del ritorno
del morto, ma che poco o nulla hanno a che fare con il vampiro in senso stretto.
Lo storico danese Saxo Grammaticus, vissuto nel XII secolo (in Historia Danica), parla
dellinsanabile conflitto tra Asmund e lo spirito di Aswid. E' interessante notare come lo
spirito di Aswid mutato dopo la morte, egli, infatti, perseguita i suoi amici di notte e
divora il suo cavallo e il suo cane. Aswid una creatura indubbiamente pericolosa, ma
non un vampiro, divenuto tale solo nellinterpretazione un po' tropo fantasiosa di
studiosi moderni.
In Danimarca incontriamo il mara (cfr. ted. mahre), una demoniaca e fatale fanciulla:
chi faceva lamore con lei correva il rischio di essere soffocato e strangolato dalle sue
mani, dotate di una forza primordiale. Se il mara danese si inserisce nella credenza degli
incubi, il noita finlandese, in grado di resuscitare dopo essere stato impiccato, si
inquadra nella credenza delle streghe (o stregoni) e degli sciamani, ritornati in vita grazie
ad entit diaboliche (Cfr. Marico-Namba/Neuman Fridman II, 501).
Non si pu certo dire che il vampiro abbia avuto un grande successo nelle leggende e
nelle tradizioni popolari di Italia, Francia, Spagna e Portogallo. In Italia (come pure in
Spagna e Portogallo) il folklore ancora legato alle figure, di origine romana, delle
striges, divenute poi la streghe, protagoniste indiscusse di molte storie. Qualche figura di
incubo pu ricordare lazione del vampiro. In Friuli si ricorda il ciancit o cincit, il
nome deriva-dalla parola cialci = preme; si tratta di un incubo notturno che preme e
succhia il sangue, lasciando delle lividure ed ecchimosi sul corpo (Vidossi 1948, 110). In
Veneto, Rossi-Osmida (1978, 151) segnala la credenza nel pagana, un incubo che
succhia il sangue alle puerpere e ai neonati. Credenza simile registrata da Cossu (1925,
177 sg.) in Sardegna: Persone dotate di certe prerogative, in comunicazione con gli
spiriti infernali, ma le cui funzioni sono molto specializzate. Esse si interessano alla
case del parto, visitandole di notte, furtive ed invisibili, subito dopo il battesimo del
neonato. Coga [questo il nome dell'incubo] si nasce: bisogna essere l'ultima di sette
sorelle consecutive in una medesima famiglia. Fatta grande essa appetisce ed agogna
irresistibilmente il sangue dei neonati. Ungendosi la persona di olii santi, portata a
cavallo del manico di una scopa, a notte alta, si solleva a volo, invisibile, ma
producendo al passaggio, un rumore di caldaia battuta, attraversa lo spazio e penetra
nella stanza del puerperio, per suggerire il sangue del neonato". Analoghe credenze
sono segnalate in Corsica, Abruzzo e Sicilia. In Portogallo, Andre (1878, p.87)
segnala la credenza di un demone lascivo femminile in grado di succhiare il sangue ai
viventi, chiamato bruxsa (cfr. con lo sp. bruja = strega). In Francia si fatto un gran
parlare a livello letterario e filosofico di vampiri nel 700, durante il periodo dei Lumi
(V. p. 68 sg.), ma non esiste nessuna credenza popolare sull'argomento, per contro ha

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avuto una enorme diffusione la licantropia, conosciuta in Francia con diversi nomi
locali.
Facendo un bilancio sulla credenza nei vampiri/succhiatori di sangue in Europa
dalla seconda met del secolo XVII alle soglie del XX, bisogna riconoscere che non
cos diffusa come si pensa. Ci che al contrario emerge l'uso eccessivo e spesso
fuori luogo della parola vampiro da viaggiatori, scrittori e studiosi.
Risulta a questo punto una fatica improba quella di cercare l'origine della figura del
vampiro in senso lato. Dimostrato che l'associazione tra vampiro e succhiatore di sangue
piuttosto recente, rimane infatti da vedere che cosa stava a significare la parola
vampiro prima di questa associazione. Abbiamo gi visto che nella forma arcaica di upir,
la parola indicava delle streghe, dei demoni e degli incubi, pi tardi, probabilmente agli
inizi del '700, inizi a connotare pure dei cadaveri incorrotti che voraci uccidevano
succhiando il sangue dei viventi. Se non si chiarisce bene questo punto si corre il rischio
di usare con troppa disinvoltura la parola vampiro per indicare tutta una serie molto
pi vasta di fenomeni, strettamente legata al ritorno del morto tra i vivi. Cercando cos
l'origine della figura del vampiro ci si addentra nel problema irrisolvibile dell'origine del
fenomeno universale della paura dei morti. In effetti alcune interessanti teorie che
hanno tentato di spiegare l'origine del vampiro, si sono perse per strada. Lo stesso
Autore del presente saggio nel suo precedente lavoro (1979) incorso in questo errore.
Possiamo fare in parte nostre queste interessante osservazione di Introvigne (1997, 49):
In ogni caso che la derivazione sia da un fondo sciamanico, dall'India e dalla Cina, o
(ipotesi forse meno probabile) da un fondo autoctono, che si precisa (come vorrebbe
Perkowski) all'epoca della crisi dei bogomili il vampiro cos come il Seicento e il
Settecento europeo lo definiscono e lo conoscono si incontra per la prima volta, con
tutte le sue caratteristiche e con una diffusione sociale culturalmente significativa,
nell'Europa orientale verso la fine del Medioevo. Si tratta di una vasta area che va dalla
Polonia e dalla Prussia a Nord fino all'Albania, alla Bulgaria, alla Romania e alla
Macedonia a Sud, anche se le fonti dei folkloristi raramente permettono datazione
precise. Abbiamo detto di essere solo in parte d'accordo con lo studioso. Infatti il
vampiro con tutte le sue caratteristiche e con una diffusione sociale culturalmente
significativa lo si incontra per la prima volta in Europa solo dopo gli episodi ben
documentati della prima met del secolo XVIII. La vasta area che individua Introvigne si
basa solo su una documentazione etno-folkloristica della seconda met del XVIII e di
tutto il XIX secolo. Tutto ci che si pazientemente raccolto prima, non fa altro che
testimoniare l'innata paura dell'uomo dinanzi alla morte e al possibile ritorno del
cadavere tra i vivi. Tra le varie teorie proposte l'unica che, secondo noi, non ha stretti
legami con quest'ultimo problema e quella dei Bogomili, ampiamente esposta nel nostro
scritto del 1979 (68 sg.), ribadita e ampliata da Perkowski (1989, 18 sg.) e recentemente
ripresa da McClelland (2006) e Braccini (2011, 77 sg.). Questultimo per tenta di
dimostrare che la convinzioni dei Bogomili di rifiutare la sepoltura ad alcuni peccatori
(ritenti tali in quanto non aderenti alla setta), perch posseduti da demoni, abbia
influenzato la credenza nei vrykolakas. Il tutto, secondo Braccini, parte da una
interpretazione data da Allacci sul fenomeno dei vrykolakas. Questi revenants diventano
tali, secondo Allacci, o perch un demone rianima il loro corpo di peccatori o perch
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lanima rimane imprigionata per punizione divina nel cadavere. Dando maggiore risalto
alla prima ipotesi, Braccini si spinge ad osservare come in un sinodo tenuto a
Costantinopoli il 20 agosto del 1143, vennero condannati due presuli di adesione alla
setta eretica dei Bogomoli; tra i capi di imputazione vi era il rifiuto di sepoltura di alcuni
defunti, per le ragioni gi esposte. La grande diffusione delleresia, soprattutto in area
balcanica, avrebbe indotto Allacci a riesumare ( il caso di dirlo) questa antica
convinzione. Riteniamo il ragionamento di Braccini, per quanto interessante, abbastanza
forzato. Allaci, persona molto colta, sinteressava tra laltro di stregoneria, conosceva
senza dubbio il Malleus Malleficarum, pubblicato a Colonia nel 1484 (citt nella quale
venne tra laltro stampata anche lopera di Allacci) e conosciuto in tutta Europa. Bene, in
questopera si fa riferimento in pi punti sullopportunit di un diavolo di prendere
possesso del corpo di un morto (Parte I, X Questione; Parte I, XVI Questione). Per
elaborare la sua ipotesi, sembra pi plausibile pensare che Allacci avesse sotto mano
questopera, che non lo esponeva ad alcun rischio, essendo riconosciuta e ampiamente
approvata dalla Chiesa cattolica. Perkowski (1989, 32) invece vorrebbe trovare una
relazione tra la zona di espansione della setta dei Bogomili in Europa (attuale
Macedonia) e l'insorgere del termine vampiro, le cui varianti, diffuse tra i Serbo-Croati,
Ucraini, Bielorussi, Cechi, Slovacchi, Polacchi, Casciubi e Bulgari, avrebbero come
origine comune la parola pyr' o pir', di origine slava (queste due ultime parole
Miklosich - 1886 - le accosta, come abbiamo gi detto, al turco del Nord: ubr = strega).
Si tratta di una teoria affascinante, ma inficiata da una incertezza sulla datazione delle
fonti. La teoria dei Bogomili ci porterebbe inoltre ad una origine della figura del vampiro
in ambienti se non colti, quanto meno alfabetizzati. Le poche e sicure testimonianze che
abbiamo, risalenti alla prima met del secolo XVIII, stigmatizzano bene come
l'accostamento vampiro/succhiatore di sangue avvenga in ambienti culturalmente e
socialmente molto poveri.
Riproponiamo in questa sede la teoria dei Bogomili, da noi esposta nel 1979, ma con la
premessa che essa potrebbe spiegare, non tanto l'origine della figura del vampiro, quanto
l'insorgere di alcune sette sataniche nell'Europa orientale, i cui adepti miravano a
raggiungere l'immortalit del corpo
Il potere delle tenebre e l'illusione dell'immortalit
Lo Gnosticismo, ma soprattutto le dottrine che subirono il suo influsso (come, ad
esempio, il manicheismo), si diffuse fra il popolo slavo della fascia balcanica tramite la
setta cristiana dei Bogomili. Fortemente influenzata dal dualismo gnostico essa
respingeva tutto ci che era materiale, in quanto opera del Demonio; a Dio era attribuita
la creazione di tutto ci che era spirituale. Non si trattava, per, di due forze antitetiche e
autonome, ma, come per le dottrine gnostiche, in realt il Demonio era considerato figlio
maggiore di Dio, il quale ribellatosi alla volont del padre venne da questo scacciato. Il
figlio minore di Dio era Cristo (Eone benigno), puro spirito.
Nonostante l'uomo fosse opera del Demonio "il bogomilismo accentuava ... la presenza
del bene sul male [. . .] i bogomili bulgari non credevano ad un duraturo trionfo del
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male. Satanaele, angelo caduto, creatore del mondo terreno e della realt materiale,
pu e deve essere sconfitto dall'uomo in lotta con lui: Dio eterno. Satana transeunte"
(Borriero-Picchio 1957, 53).
I Bogomili rifiutavano il Vecchio Testamento e anche l'ortodossia cristiana, ancorata,
essi affermavano, a pratiche e a cerimonie legate alla materia e quindi creazioni
malefiche del diavolo. A maggior ragione erano completamente indifferenti al potere
laico, anche se non mancarono di metterlo sotto accusa. Il rifiuto dell'autorit temporale
port molti aderenti a praticare un rigido ascetismo e a condannare ogni forma di
connubio fisico, specie se incanalato nel matrimonio e soprattutto nella procreazione:
tutte azioni promosse dal diavolo. Non possiamo, per esigenze di spazio, soffermarci su
altri aspetti dottrinari di questa interessante setta, aspetti che tra l'altro ci
allontanerebbero troppo dalla nostra indagine.
I Bogomili erano originari dalle zone dell'Asia Minore (Siria e Armenia), dove gi si
trovavano gruppi di popolazioni mesopotamiche, praticanti una religione di tipo
manicheo, con influssi musulmani (come gli Yazidiyyn del Caucaso e zone limitrofe,
detti gli "adoratori del diavolo" dai persiani). Essi si spinsero alle soglie del IX secolo
nella Tracia, dove trovarono ben presto accoglienza fra i Bulgari; protetti dall'imperatore
Pietro trovarono il terreno adatto per spingere la loro predicazione in tutto il territorio,
nonostante le diatribe con il prete (forse vescovo) e teologo bulgaro Kozm.
Assoggettata la Bulgaria da Costantinopoli nel 1019 i Bogomili assunsero una posizione
politica, oltre che religiosa, ostile nei confronti del clero bulgaro ufficiale, il quale
scimmiottava lo sfarzo bizantino. Del resto le diatribe con Ivan Rilski e con lo stesso
Kozm erano puramente teologiche, in quanto anche costoro non potevano che
concordare con i Bogomili per quanto riguardava il rilassamento dei costumi fra il clero.
La facilit con la quale i Bogomili adottarono molte credenze e leggende popolari di
origine slava nella loro letteratura ((Ivanov 1925), evidenzia il contatto con il popolo,
anche se essi erano chiaramente coscienti della loro superiorit culturale. E' lecito quindi
pensare che tra il popolo non mancarono i seguaci, che con entusiasmo si adoperarono
ad aiutare la setta, fino a farle assumere un carattere nazionale, chiaramente pericoloso
per il potere laico e per il clero d'allora. Da qui le loro sistematiche persecuzioni,
protrattesi fino al secolo XIV e inizi del XV, quando cio la Bulgaria aveva nuovamente
acquistato la propria autonomia. Ebbero, tuttavia, il tempo di diffondersi oltre che in
Bulgaria e in altri paesi Slavi (Serbia, Bosnia, Dalmazia, ecc.) anche in Italia, Francia,
Germania e Inghilterra, dove si identificarono, praticamente, con i Catari o Albigesi.
II dualismo dei Bogomili dovette esercitare un influsso notevole sul popolo Slavo e
Romeno; ci d testimonianza di questo fatto la facilit con la quale questi popoli
accettarono nelle loro leggende cosmogoniche questo dualismo, attribuendo a Dio e a
Satana la creazione della Terra e dell'uomo, con la differenza che Dio si occup
dell'anima dell'uomo e Satana del corpo; inoltre gli esseri animali e benefici furono
creati da Dio (animali domestici, colomba, usignolo, rondine, ecc.) e i malefici (lupo,
pipistrello, gufo, vespa) da Satana. Da qui l'aspetto zoomorfo che lo stesso diavolo pu
assumere, identificandosi con l'animale stesso ritenuto malefico. Anche il vampiro,
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essendo sotto il potere di forze malefiche, riveste analoghe caratteristiche; egli infatti
pu indifferentemente assumere le sembianze di lupo, carie, gatto, pipistrello, corvo,
ragno, cimice, pulce, pidocchio, ecc.
Per lo spirito del popolo questo dualismo trasformava la natura, rendendola carica di
forze benigne e malefiche; ma non sempre si veneravano le prime, all'occorrenza ci si
rivolgeva anche al diavolo pur di raggiungere determinati scopi. Era, infatti, l'odio e la
disperazione del servo della gleba verso il ricco feudatario, vescovo o laico, despota e
crudele nei suoi confronti, a invocare la Potenza del Male. Il servo viveva cos alla notte
la propria libert, strappata a prezzo della sua dannazione; quella libert che gli
permetteva di profanare quelle istituzioni che durante il giorno lo rendevano schiavo.
Il teologo bizantino Euthymius Zigabenus, nella sua requisitoria contro i Bogomili,
contenuta nell'opera Panoplia dogmatica (XI secolo), afferma che non solo i Bogomili
praticavano il culto del diavolo, ma che ritenevano Satanal seduttore di Eva e padre di
Caino. Queste accuse, troppo generalizzate, sono plausibili solo se riferite a quei
Bogomili culturalmente pi sprovveduti.
Gi durante le persecuzioni dei Bogomili cominciarono a verificarsi nell'ambito della
setta posizioni sempre pi antitetiche, lontane dall'originario dualismo. Chi prevaric
tendeva sempre pi a orientare il suo culto verso il diavolo, mosso da un odio, pi che
giustificato, nei confronti dei suoi persecutori. Ma chi prevaric non era certo l'originario
assertore delle dottrine, troppo addottrinato per ridursi a soluzioni cos semplicistiche ed
ingenue. Fu proprio l'infelice servo o villano che, entrato a far parte della setta, sperava
di uscire da una situazione di umiliazione e sofferenza.
E' lecito infatti pensare che non tutti i discepoli della setta dei Bogomili comprendessero
a pieno le finezze della filosofia dualista; fatto questo gi notato da Rhodes (1972, 49) a
proposito dei Catari (o Albigesi), la cui parentela con i Bogomili molto stretta. Il passo
qui appresso citato di Rhodes molto interessante in quanto fa notare, non solo una
parentela fra le due dottrine, che tanto per intenderci definiamo "ufficiali", ma anche
nelle loro forme ormai "distorte":
"Fu il 'Diavolo' dei Catari a divenire il Dio dei promotori della Messa Nera medioevale
e dei fedeli che vi assistevano. Questa divinit, sotto le sembianze di capro, era di
origine bulgara, e perci compatriota di colui 'che ha la pelle come un capro'. Ma in
tutto questo non pu esserci una coincidenza fortuita, se si pensa che gli eremiti che lo
posero sul suo trono venivano dai confini della Tracia. Questa divinit fu anche quella
delle streghe e dei maghi, discepoli dei Catari; essi senza dubbio non comprendevano le
sottigliezze della filosofia dualista, che anche gran parte degli iniziati non arrivava a
comprendere, ma era accessibile alle loro menti una parte della dottrina, quella che
insegnava che tutte le creature umane erano figli e figlie di Satana, creatore del loro
corpo".
Se per Rhodes questi fatti sono importanti ai fini del suo studio sulle messe nere, lo sono
altrettanto per noi, in quanto il dirottamento dalle dottrine ufficiali dei Bogomili, al fine
97

di propiziarsi i favori dell'entit maligna, port i prevaricatori ad un'ovvia rivalutazione


del corpo; e come l'anima si garantiva la possibilit di sopravvivere, perch tale diritto
non poteva aspettare anche al corpo? Pervenire ad una immortalit del corpo, tramite il
capovolgimento delle dottrine ufficiali, era possibile solo ricorrendo alla magia, e questa,
portando agli estremi concetti provenienti da varie religioni, aveva gi individuato nel
sangue il principio dell'immortalit del corpo. Resta cos spiegata la comparsa di curiose
sette, strascico di un bogomilismo mal interpretato, le quali asserivano di aver scoperto il
mistero della resurrezione del corpo di Cristo. E con beneficio di inventario non c' da
meravigliarsi se sostenevano che la resurrezione di Cristo era opera del Maligno. Al di l
delle loro affermazioni si nascondevano, inoltre, riti poco dissimili da quelli praticati
nelle messe nere, spesso consacrati dalla presenza del sangue e forse da esecrabili delitti.
Questo desiderio di immortalit non era solo un'azione blasfema, ma un ingenuo
desiderio di potenza, in un certo senso scusabile se si pensa a coloro che aderirono a
queste sette; gente che nella loro squallida esistenza non aveva subito altro che oltraggi e
angherie. Il culto del diavolo offriva finalmente a costoro un'esperienza unica e
irripetibile. I loro desideri di vendetta, solo vagheggiati e subito soffocati nella paura, si
facevano ora tangibili. Essi erano a conoscenza, attraverso una tradizione orale
conservata dai padri, di storie terribili in merito a esseri misteriosi e demoniaci, sotto
forma ora umana e ora animale, i quali vivevano immortali bevendo o succhiando il
sangue dei viventi. Essi credevano con terrore a queste storie, che ora, tuttavia,
riesumavano con un preciso scopo: il sangue che queste orrende creature cercavano era
l'elemento prezioso che garantiva l'immortalit del corpo, esso andava assolutamente
ricercato, anche a prezzo di delitti. Doveva, per, essere giovane, puro e incontaminato,
in quanto solo cosi" era pi ricco di energie vitali. Come le lamie e le striges (per la
diffusione di questi due miti nel mondo slavo si confronti il Cap. Il) si procuravano
sangue di fanciulli, altrettanto dovettero fare queste persone, ormai passate al rango di
maghi neri o di streghe.60 Anche frequentando i Bogomili costoro dovevano aver
appreso, seppure a loro modo, dell'esistenza di storie simili di origine ebraica e assira, e
anche dell'esistenza di sette giudaiche che gi affermavano di conoscere l'immortalit
non solo dell'anima, ma anche del corpo. Infatti certi influssi iranici presenti nelle
leggende cosmogoniche dei popoli slavi e romeni, delle quali si gi fatto cenno,
inducono a far pensare che i Bogomili dovevano essere, necessariamente, a conoscenza
dell'esistenza, non solo della dottrina gnostica, ma anche delle numerose sette che
componevano, come un mosaico, il movimento gnostico. Tra queste assumono un certo
interesse, oltre al movimento manicheo, quelle note genericamente con il nome di
"Ofite", cos denominate in quanto tutte attribuivano un particolare culto al "Serpente"
(Ouroboros), simbolo della sapienza primordiale o "gnosi". Queste sette, di origine
giudea o giudeocristiana sorsero nel II secolo, antecedenti, per, a Valentino (uno dei pi
illustri rappresentanti dello gnosticismo, al quale si deve gran parte dei concetti
fondamentali della dottrina gnostica); alla loro base si trovano speculazioni di origine
non solo giudaiche, ma anche iraniche. Tra queste sette merita un particolare interesse ai
60) Da qui ad accusare di infanticidio tutto il movimento dei Bogomili ci corre una bella differenza.

Tuttavia non mancarono le accuse, protrattesi per molti secoli, volte a dimostrare questi ed altri
delitti (perversioni sessuali). Gi malvisti dal clero ortodosso per i loro asserti dottrinari, le accuse
di perversione e infanticidio dovettero far molto comodo al potere laico d'allora per suggellare la
loro definitiva ostracizzazione.
98

fini della nostra storia quella dei Peratici (dal greco = al di l, o secondo altri, il
nome deriverebbe dalla citt di Pera in Cilicia, dove insegnava Eufrate), setta fondata in
Cilicia, pare da un certo Eufrate. Questi attribuiva al numero tre un significato divino e,
quindi, tutto in Dio doveva essere triplo, vi saranno pertanto: tre Padri, tre Figli e tre
Spiriti-Santi. Inoltre Eufrate ripartiva l'insieme degli esseri in tre sfere: la sfera divina, la
sfera spirituale e la sfera materiale. Cristo aveva abbandonato momentaneamente la sfera
divina per salvare lo spirito, caduto nella cattivit della materia; ovviamente egli
possiede tre essenze divine, tre anime e tre corpi. Quello che risulta insolito nella
dottrina dei Peratici, in quanto non lascia intravedere veri e propri legami con il
movimento gnostico, era la loro convinzione di godere di una sorta d'immortalit non
solo spirituale, ma anche materiale (il sinonimo di "Perenni" dato a questa setta
indicherebbe bene questa loro asserzione). Si pu quindi comprendere come le teorie di
questa setta, decisamente originali e avvolte da un alone magico e misterioso, dovettero
affascinare i dissidenti dei Bogomili, sempre pronti a raccogliere i lati pi superficiali di
qualsivoglia dottrina, e contribuire al raggiungimento di quelle posizioni cos antitetiche
di cui si detto.
__________________________

BIBLIOGRAFIA CITATA
Con il simbolo di asterisco * sono state indicate opere consultate, ma non citate. Una
bibliografia esaustiva richiederebbe un intero volume, in ogni caso, al di l del numero
impressionante di opere apparse in questi ultimi trent'anni, quelle valide non sono in
proporzione molte. Riteniamo doveroso segnalare per un'esaustiva bibliografia, il
seguente sito internet: Vampiri Europeana - Information Services Division Intranet ...
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