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Il bambino comunista era un controsenso in termini.

Come
un topo allevato da gatti, nelliconografia democristiana
che ancora resisteva tra le questuanti alla messa, il
neonato venuto al mondo in una casa rossa (quando non
direttamente in sezione, per metafora) era unoccasione
perduta, allo stesso modo di una diciottenne non ancora
fidanzata, o di una coppia senza figli sulla quale scatenare
in piazza le voci pi virulente. Il bambino comunista, non
necessariamente emiliano o romagnolo o toscano, cresceva
in stanze adorne di libri e dignit nel sottostare a un
decalogo di regole che potevano essere bypassate in caso
di figlio unico e perci viziato oltre ogni misura. Il resto lo
facevano la diffusione domenicale dellUnit e decine di
musicassette apparentemente tutte uguali, col medesimo
nastro da rigirarsi sovente a mezzo penna, recanti incisi i
nastri dei cantautori che il bambino comunista conosceva a
memoria, come Ci vuole un fiore, come le filastrocche di
Rodari: generali dietro la collina, bocche di rosa e guerre di
Piero, samarcande registrate dalle prime radio libere. Il
bambino comunista aveva un padre coi baffi, operaio o
quadro, e una madre che non stava in casa: a svezzarlo
pensavano i nonni, spesso quelli materni, quando
andavano a prenderlo allasilo -anche dalle suore- e
trovavano Noidonne nella cassetta della posta. Il bambino
comunista magari imparava a leggere presto e poi a
scrivere, con le lettere calamitate sulla lavagna magnetica,
oppure a riconoscere gli animali dalla forma di certi
biscotti, prima di riempire quaderni a righe con la
sovracoperta blu, e a quadretti con la sovracoperta rossa; il
bambino comunista e i suoi riccioli non avevano rivali nel
porgere fiori gentili alla maestra quando questa faceva
imparare a memoria le poesie, da recitarsi in piedi sulla
sedia col maglioncino di filanca lucida, un incisivo in meno
sotto lenti di spessore sempre diverso. Il bambino
comunista a settembre metteva via il secchiello sagomato,
conchiglie ormai maleodoranti e le palline di Moser e
Saronni per salire sulla corriera domenicale con genitori e
zii, verso il comizio di Berlinguer alla Festa de lUnit di
Bologna, o di Ferrara (1985, con le torri sullasfalto), o al

Parco Sempione di Milano lanno dopo: a mezzanotte


sarebbe tornato con in mano una bamboletta bulgara, la
bandiera della pace, adesivi dellArci, ore di scaffali della
libreria e lo stomaco sollevato da un pranzo in tavolata al
ristorante ungherese, il gulash servito dalle anziane
cooperanti del quartiere Navile. Il bambino comunista a
scuola non andava daccordo con gli altri bambini, era
sempre a rischio bullismo quando gli altri dellasilo
canossiano ammazzavano le formiche o quelli delle
elementari toccavano gi il sedere alle compagne di classe:
ma il bambino comunista non aveva paura, perch dalla
sua parte cerano le facce che aveva imparato a
riconoscere sul giornale, Pecchioli e la Jotti, Tortorella e
Natta, il CC e la CCC, supereroi degli onesti e dei retti con
larma della dialettica contro quella della violenza. Il
bambino comunista era un vaso senza fondo dentro cui chi
lha messo al mondo continuava a buttare di tutto, dai
programmi dellaccesso alle merendine al latte, e quando lo
interrogavano diceva sempre, con orgoglio che nei
predecessori gi cominciava a vacillare: Sono comunista,
facendo il pugno chiuso e magari cantando Bandiera Rossa.
Il bambino comunista parlava un italiano perfetto anche se
imparava progressivamente a conoscere il dialetto,
uscendo con la nonna in chignon o andando a raccattare il
nonno allosteria; adoperava parole anche difficili, di quelle
che agli adulti di chiesa o ai fascisti del Movimento Sociale
non riusciva dintelligere, ed era capace anche di tifare per
lUrss ai mondiali, figurine in mano, interrompendo i giochi
con le costruzioni Plastic City della Italocremona o coi
Playmobil o con le automobili BBurago, pi che coi soldatini
guerrafondai o con le pentole delle femminucce che la
mamma comunista comprava al pargolo per abituarlo alla
parit nella coppia. Il bambino comunista, lora di dirlo,
era non di rado pi impacciato nelle attivit fisiche, che
fosse cicciotto o macilento imparava pi tardi ad andare in
bici senza le rotelle e a fare i giochi con le corde, scontando
in questo un divario poi incolmabile dai coetanei scout
cattolici, coi quali si sarebbe ritrovato molti anni dopo,
forse, quando i panni dellideologia sarebbero stati

dismessi tra non pochi dubbi di aver sbagliato tutto, e le


incombenze della vita avrebbero aiutato a manifestare
posizioni meno fideistiche e pi mature, ecco s mature,
laggettivo consigliato da chi ne sa. Il bambino comunista
allora non poteva pensare che presto, molto presto, niente
sarebbe pi stato come prima, per la societ, per la sua
famiglia, per lui stesso: anzi viveva i suoi giorni da diverso
ma uguale ma diverso senza curarsi che lantologia di
Spriano o il manuale per leducazione dei rappresentanti di
lista sarebbero divenuti lettera morta, trofeo da soffitta,
album di famiglia. Non bastasse labbandono dellinfanzia e
della filatelia, e il pauroso passaggio alladolescenza sulla
carta, di fatto alla continuit indolore e protettiva: anche
con liscrizione alla Fgci, tre giorni dopo il discorso di
Occhetto alla Bolognina, lex bambino comunista si
impuntato a voler tenere traccia di tutto, a conservare
immensi archivi di ritagli e spillette di Lenin e tessere dei
genitori e dei nonni, inservibili se non al personale pozzo di
scienza dei propri occhi, e a ricordare a s e agli altri di
essere stato un bambino privilegiato.