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COLLOQUI

CERCHIO FIRENZE 77

PREFAZIONE

Da tempo sono state fondate delle organizzazioni aventi un carattere moraleggiante le cui filosofie
tendono a conciliare la Scienza con la Fede attraverso ad una logica valida ed efficace. Tali organizzazioni
hanno svolto e svolgono un’opera indiscutibilmente fattiva, rafforzando negli uomini il senso mistico
attraverso al ragionamento positivo.
Per il mondo occidentale, la fede ha sempre escluso la logica e non ha mai poggiato sulle conquiste
della Scienza, anzi spesso se ne è schierata contro. Eppure, entrambe, sebbene per vie diverse, volgono ad
una stessa meta: l’ultima grande comprensione. Ma i tempi mutano con i tempi il linguaggio degli uomini,
così se per il passato era sufficiente che la religione dogmatizzasse, perché i fedeli credessero ciecamente e
contro la Scienza, in futuro ciò non sarà più e la fede non temerà l’analisi della ragione, poiché si fonderà
sulla logica e sarà confermata dalla Scienza.
Ben venga, quindi, una filosofia capace di questa conciliazione, ma soprattutto vengano gli uomini
che con il loro amore la rendano viva ed operante, giacché qualunque sistema di pensiero, se non è vissuto
con amore, rimane arido ed infruttuoso.
Oggi una voce si leva e parla, ai mistici dice:
 “Se la vostra religione vi insegna a distinguere gli uomini secondo che siano “fedeli” o
“infedeli”, non crediate che sia la vera: la Realtà trascende ogni opinione ed è universale, “è
come il sole che splende sui giusti e sugli ingiusti” e solo il tempo può renderle ragione,
lasciandola intatta ed attuale. Dividersi dai propri simili per difenderla è contro lo spirito
stesso della Realtà. Solo l’irrealtà può essere in contrasto con se stessa. Se non vedete
nella Scienza le basi della vostra fede, voi credete nell’irreale.
Chi è ancorato ad un acceso positivismo, così la voce ammonisce:
 Disconoscere una medesima finalità nel movimento del Tutto è come credere che l’effetto
esista senza una causa, è credere ad un Tutto smembrato in cui non potrebbe esservi
ordine ed equilibrio. Negare ciò che ancora resta da conoscere è tradire lo spirito stesso
della Scienza, è precluderle il campo. Se tentate di fare di essa uno strumento con cui
combattere ciò che la fede essenzialmente asserisce, siete votati al fallimento, perché se è
vero che il vostro compito è quello di scoprire ed accertare la Verità, non potete che
giungere alla conclusione che accomuna tutte le religioni: l’esistenza di Dio.
Agli uni ed agli altri, la voce ricorda:
 La Realtà non può essere negata né con la fede né con la Scienza.
Ma, soprattutto la voce parla per chi, conosciuta la filosofia che concilia la Scienza con la Fede,
crede di possedere la Verità ultima, ed a questi dice:
 Non restate legati alle parole: la Realtà è quella che è, la Verità ne è l’enunciazione e come
tale può mutare con il linguaggio degli uomini. Una Verità è tanto più esatta, quanto più dura
nel tempo, ma solo la Realtà è eterna. Chi si ferma alle parole che mutano con i tempi e con
i popoli e non penetra nello spirito medesimo della Verità, rinchiude se stesso in una gabbia
e si nega alla comprensione. Se ciò che voi credete permette o causa l’inimicizia con i vostri
simili, siete nell’errore. Se ciò che voi conoscete non vi dischiude alla comprensione ed
all’amore, alimentate una pianta sterile destinata a diventare cenere.
A tutti la voce ricorda:
 Nessuno è più nell’illusione di chi, scoperta una Verità, creda di essere superiore agli altri.
Gli ambiziosi sogni dell’egoismo sono una palese dimostrazione della distanza che separa
l’uomo dalla Realtà. L’uomo è quello che è, il suo valore sta in ciò che fa, non in ciò che
crede.
State, quindi, lontani dalle organizzazioni che mirano a diffondere una idea con lo scopo di
sfruttare la vostra adesione per conservare dei privilegi. Chi soffre se non è creduto e
seguito non comprende la Verità, ma se ne serve per soddisfare in qualche modo la propria
ambizione.
LA VERITÀ NON HA BISOGNO DEI CROCIATI E CHI SI ORGANIZZA PER
DIFFONDERLA DIMOSTRA DI NON AVERLA CAPITA.
A chi ha bisogno di una parola nuova, non per essere confortato, ma per comprendere, date
questa parola direttamente, da vero amico ad amico, senza avere la pretesa di essere
creduti, non turbandovi se non siete ascoltati, non illudendovi se lo siete: il prestigio che vi è
accordato dai vostri simili non migliora neppure minimamente quello che in realtà voi siete.
Occorre stabilire individualmente questi colloqui in cui il desiderio di primeggiare
sull’interlocutore sia avulso, nei quali esista unicamente il desiderio di portare chiarezza,
senza cadere nell’errore di sentirsi i precursori, gli strumenti, gli eletti dell’Amore Divino,
perché nessuno ha l’esclusiva della Verità. Essa può indifferentemente giungere dal filosofo,
dal mistico, dallo scienziato od anche da quello che si ritiene il peggiore degli individui,
giacché non conosce distinzione di sorta ed è destinata ad essere di dominio universale,
purché la si cerchi con purezza di intenti.

La pace sia con tutti.

INTRODUZIONE

A chi scorrerà le pagine di questo libro, è doverosa una precisazione. Questa raccolta, che è stata

denominata “COLLOQUI”, comprende la trascrizione delle conversazioni fra un gruppo di “amici”, così infatti

le Entità desiderano che noi le consideriamo. Questo non è, quindi, un trattato filosofico, né un’opera

tendente a dimostrare la validità della ipotesi spiritica nei fenomeni medianici. Abbiamo voluto riportare

anche il resoconto di uno dei fenomeni fisici, che consuetamente si producono, per dare modo al lettore di

farsi un concetto sulla validità della fonte attraverso a cui si sono avuti questi insegnamenti, sì che non

debba credere che si tratti di uno di quei casi in cui per chi assiste non v’è alcuna garanzia, se non

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attraverso alla intelligente osservazione, circa l’autenticità del fenomeno. Esso fenomeno, comunque lo si

voglia spiegare, merita attenzione, specialmente per quanto viene detto.

Lo scopo della raccolta è, appunto, quello di far meditare sulle soluzioni che sono presentate, ai

problemi sui quali, le religioni o la Scienza, poco hanno da dire.

Confidiamo che il lettore, interessato a tali problemi, riesca a farsi un’idea della spiegazione che ci è

fornita, accettando la quale si raggiunge la convinzione che tutto è Giustizia ed Amore.

C.F. 77

Abbiamo udito la vostra interessante conversazione.


Figli e fratelli, lo scopo delle nostre riunioni è diverso da quello di far credere nella tesi spiritica coloro
che voglio spiegare diversamente questi fenomeni.
Ma poiché questa sera non ci avete fornito altri argomenti di discussione, ancora una volta torniamo
su queste spiegazioni ripetendo, ancora una volta, che per noi è finito il tempo: “Spiritismo, curiosità
scientifica”.
La figlia, che questa sera ha introdotto la conversazione, vi ha ricordato un fenomeno bellissimo:
quello della voce diretta.
Per prima cosa dobbiamo fare una premessa: dobbiamo illustrare una idea generale, mostrandovi
un errore nel quale sono incorsi gli stessi spiritualisti che hanno, in questo modo, lasciato il campo ai
naturalisti.
Voi avete capito a che cosa vogliamo giungere: vogliamo sottolineare che tutti i fenomeni che
avvengono in questo genere di riunioni, non fuoriescono dalla natura.
Il fenomeno della voce diretta non può spiegare, provare, l’intervento degli spiriti nelle cosiddette
manifestazioni spiritiche. Ancora una volta ripetiamo, figli, che tutti quei fenomeni, che avvengono nelle
manifestazioni spiritiche, sono fenomeni che rientrano nel quadro naturale; sono fenomeni che si
determinano nell’applicazione di leggi che voi non conoscete, ma che fanno sempre parte della natura.
Questi fenomeni, dunque, possono benissimo essere provocati, coscientemente o
incoscientemente, anche da viventi. Ciò avviene di rado, specialmente quando il fenomeno è provocato
incoscientemente.
L’intervento degli spiriti è limitato unicamente alla conoscenza delle leggi che permettono i fenomeni,
che voi definite straordinari, fuori del comune, ma che – ancora una volta lo ripeto – sono naturali.
Le Entità, quindi, producono questi fenomeni con un senso di amore per voi, per mostrarvi che
esiste qualcosa oltre quello che voi vedete, qualcosa che va oltre quello che voi studiate.
Non occorre l’osservazione dei naturalisti, per così chiamarli, per sapere che il medium durante la
voce diretta muove la bocca. Taluni medium sì, altri no; noi stessi potevamo dirvelo. Il medium non è altro
che un individuo, il quale può fornirci determinati elementi necessari alla produzione di certi fenomeni, niente
altro.

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Per provare, in un certo senso, la partecipazione di spiriti in questi fenomeni e in tutto il fenomeno
spiritico in genere, dobbiamo ricorrere ai fenomeni psichici. Vediamo la partecipazione degli spiriti, più
chiaramente, non negli apporti (come è stato detto), non nei fenomeni luminosi, non nei fenomeni di voce
diretta, ma in ciò che questi fenomeni vogliono significare, in ciò che viene detto durante le riunioni spiritiche.
Ben lo sanno gli oppositori dello spiritismo che il punto debole delle loro teorie è proprio questo lato
psichico, per così chiamarlo, del fenomeno. E così hanno creato, immaginato ipotesi, le quali sono molto
meno logiche della così repellente – per loro – ipotesi spiritica. Citarle tutte sarebbe lungo; ognuno di loro ha
una ipotesi personale, e ciò è molto significativo.
Mi è stato ricordato l’inconscio collettivo e la sua strana facoltà di amalgamarsi con gli inconsci di
tutti coloro che partecipano a queste riunioni, per … burlarsi di loro stessi. Fa sorridere questa cosa. Ma
poiché gli uomini fanno il processo agli spiriti, siano questa volta gli spiriti che fanno il processo agli uomini.
E guardiamo se questa ipotesi può reggere.
Noi stessi abbiamo detto che esiste un inconscio, come voi lo chiamate; ma questo inconscio non ha
tutte quelle straordinarie possibilità che generalmente gli si attribuiscono.
Nelle riunioni spiritiche noi vediamo il manifestarsi di diverse personalità, le quali restano tali anche
se variano i partecipanti.
Già qui vi sarebbe un elemento di dubbio; se questo inconscio collettivo formato dall’inconscio di tutti
i presenti potesse avere un qualche valore, innanzi tutto dovrebbe essere impersonale, innanzi tutto
dovrebbe mutare di volta in volta, non solo, ma di momento in momento – direi – tanto è mutevole l’intimo
dell’uomo.
Se questo inconscio avesse tutte quelle possibilità che gli si attribuiscono, come spiegare
manifestazioni di intelligenza che si hanno o il medium ha da solo?
Questo inconscio collettivo sarebbe però, secondo taluni, un inconscio che abbraccerebbe tutti i
viventi e tutti i trapassati; secondo altri, solo i viventi. Ma, mi domando, se questo inconscio ha così tante
possibilità, perché mai si presterebbe a questi giochetti di prestigio nel cambiare voce, nel cambiare
personalità, nel dire cose più o meno interessanti, quando l’umanità è ansiosa di scoperte che possono
permetterle di sanare molte piaghe, quando l’umanità è ansiosa di conoscere cose preziose per il suo
progresso? A questo potrebbe essere asservito l’inconscio collettivo.
Vi sono stati dei medium, i quali non erano per niente convinti della partecipazione, ai fenomeni che
si svolgevano attorno a loro, degli spiriti. Eppure gli spiriti venivano e si auto-definivano tali, anche quando il
medium, lo strumento, era solo. Non possiamo, quindi, convalidare da questo esempio l’ipotesi che sia il
medium, il quale, prendendo da questo inconscio collettivo, abbia interesse o piacere o una sottile
soddisfazione a far credere agli altri che sono Entità quelle che si presentano. È vero?
Di più: vi sono spiccate personalità spiritiche che si manifestano indifferentemente in più medium. Se
effettivamente qualcosa fosse preso dal medium o fosse l’inconscio del medium che crea, che produce tutti
questi giuochi di prestigio, non potrebbero esistere casi in cui le Entità che si presentano, per mezzo di più
medium, mostrano conservare la loro personalità.
Coloro che da tempo ci seguono hanno notato un progressivo e costante evolvere delle
conversazioni, come se una mente a voi estranea avesse preordinato di volta in volta gli argomenti, in modo
da condurvi a concetti sempre più vasti e più profondi. E questo per la durata di molti anni.
Come può un inconscio, singolo o collettivo, fare tutto questo, avere tutte queste possibilità e
manifestarsi nascondendo se stesso con una effimera personalità? Ciò non sarebbe logico e non trova
alcuna valida spiegazione.
Io vorrei fare una osservazione di carattere umano, ed è questa: quale prova sarebbe necessaria a
coloro che sono contrari alla spiegazione spiritica di questi fenomeni, affinché credano? E in questo,
scusate, c’è da parte mia una maligna soddisfazione perché, cari fratelli, questa prova nessuno di loro
saprebbe indicarvela. Come mai? Noi vi abbiamo sempre insegnato a studiare quello che accade, ad
ascoltare quello che noi diciamo non perché ve lo diciamo noi, ma perché presenta un lato logico; ed a
credere e ad essere convinti di quello che noi vi diciamo se vedete questo lato logico, e non perché noi ve lo
diciamo. Questo è l’atto di onestà che ogni studioso deve fare di fronte ad un fenomeno; cosicché se
imparziali fossero gli avversari dello spiritismo, essi dovrebbero in qualche modo pensare ad una prova che
li facesse dubitare della loro avversione. Ma poiché essi partono da un partito preso, nessuna prova è valida
per loro.
Tutta la vastissima gamma dei fenomeni spiritici, fisici e psichici, non li muoverà certo dalle loro
convinzioni. In sostanza gli oppositori della tesi spiritica partono dal presupposto che gli “spiriti” non
c’entrano e nessuna prova può convincerli del contrario.
Vi sono stati dei fenomeni veramente impressionanti dal punto di vista umano: fenomeni di
identificazione di trapassati, lingue morte parlate e spiegazioni di lingue non decifrate. Ma nessuno di questi
fenomeni, nessuna di queste manifestazioni veramente strabilianti hanno convinto queste creature. E ciò
perché non volevano essere convinte. Nessuna prova sarà per loro veramente indicativa, nessuna prova
sarà per loro demolitrice della loro convinzione.
Che dire, allora? Dirla con il poeta:

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“Non ti curar di lor, ma guarda e passa”.
Ed infatti, è finito il tempo, lo ripetiamo per l’ennesima volta, “spiritismo, curiosità scientifica”.
I fenomeni sono molto belli ed interessanti per voi e lo sappiamo; sappiamo che hanno un
ascendente, in quanto vi danno maggiore fede e per questo noi li provochiamo. Ma ciò che a noi e a voi
interessa è quello che viene detto in questo genere di riunioni; cose che non possono essere il prodotto di un
inconscio collettivo, in quanto questo inconscio collettivo, se esistesse, potrebbe avere la possibilità di riunire
in sé tutto quanto l’uomo ha studiato o ricordare tutto quanto è avvenuto, ma non andare oltre; non potrebbe
parlare di cose che non siano state osservate dall’uomo, né dall’uomo pensate.
Un’altra osservazione che si fa allo spiritismo è quella che questi fenomeni non si possono ripetere a
piacere. Per questo si dice che il fenomeno non è scientifico. E, cari fratelli e figli, proprio questa è la prova
che questi fenomeni non avvengono in virtù dei vostri inconsci riuniti assieme; proprio questa è la prova che
non siete voi a produrre questi fenomeni, ma che un’altra personalità al di fuori di voi li produce, li dirige, li fa
avvenire a suo piacimento.
Pace a voi.
KEMPIS

Non credo sia oltremodo necessario sottolineare le cervellotiche ipotesi degli accaniti oppositori della
tesi spiritica dei fenomeni di questo genere. Voi stessi questa sera, leggendo quell’articolo, avete sorriso.
La scienza umana (intendo parlare della scienza ufficiale scolastica), che in verità è molto giovane, è
fiorita in mezzo alle superstizioni; ed è sembrato, agli uomini di scienza, un preciso dovere quello di mettere
immediatamente al bando le superstizioni. Ciò è stato ed è lodevole, ma in tutte le cose occorre la
temperanza. Ogni eccesso è condannabile.
Così, se nei tempi passati era necessario, per la vita stessa e la serietà stessa della scienza
ufficiale, allontanare le superstizioni e tutte le fantasiose invenzioni o amplificazioni del popolo, la scienza –
che oggi veramente meriti di portare questo nome – non deve trascurare certe convinzioni, certe notizie che
possono anche venire a lei tramandate dai costumi dei popoli, dalle tradizioni e anche dalle leggende. Non
intendo dire che tali leggende debbano essere intese alla lettera, ma intendo dire che si deve vagliare, si
deve seriamente valutare se possono esservi delle Verità in queste convinzioni, senza rigettarle a priori,
senza rifiutarsi di studiare o di credere, per timore di essere derisi.
In questo senso la scienza, oggi, è un po’ vittima di se stessa, perché se all’inizio è stata la stessa
scienza a creare negli uomini questa incredulità, questo positivismo, oggi sono gli uomini (in un certo senso),
sono le umane opinioni che vietano a certi scienziati di ammettere pubblicamente ciò che ieri era rigettato
come appartenente al regno della fantasia.
Voi avete degli esempi molto eloquenti: l’archeologia, che è anch’essa una scienza, deve le sue
scoperte forse più belle, più significative proprio a quella che si credeva leggenda. Per citarvi un esempio,
che voi certo conoscete: la scoperta della città di Troia.
In ogni convinzione del popolo c’è un fondamento di Verità. Badate, ripeto, che non intendiamo
spingervi a credere ciecamente a quella che può essere una leggenda, ma vagliare se, nella spiegazione dei
simboli o in qualche parte del racconto o della notizia, v’è qualcosa di vero. Così, vera è la credenza del
popolo che gli spiriti dei trapassati possano comunicare con quelli dei viventi.
La vostra scienza non dovrebbe rifiutare la tesi spiritica; se animata ancora da un acceso
positivismo, dovrebbe limitarsi a descrivere e studiare i fatti, senza formulare delle ipotesi o delle teorie così
ridicole in se stesse da provocare l’ilarità ancora più di quanto lo possa l’interpretazione spiritica in una
mentalità positiva.
Leggendo l’articolo, voi stessi avete riso alla ipotesi che il pensiero di un uomo vissuto molti e molti
anni fa, da un uomo all’altro, attraverso a generazioni, per telepatia, sia giunto fino ad oggi.
La metapsichica o parapsicologia, come chiamarla volete, si dice che voglia trovare e cerchi la prova
chiara, inconfutabile, lampante della sopravvivenza della personalità umana.
Non occorre che io ancora una volta rammenti le prove che l’uomo ha avuto: le cosiddette
“corrispondenze incrociate”, le quali non hanno servito a dimostrare la “sopravvivenza”. La lettura di certi
plichi sigillati, conosciuti solo da colui che li aveva scritti in vita, e che si è presentato dopo il trapasso, per
dimostrare in questo modo la sopravvivenza (Myers), non hanno servito a convincere i negatori ad oltranza.
Agli albori dello spiritismo, si pensava che i fenomeni fisici potessero provare l’intervento degli piriti;
noi stessi, spiriti, diciamo che ciò non è esatto. Se qualcosa può essere provato, a convalidare appunto
questa sopravvivenza, deve essere qualcosa di psichico, qualcosa che sia appartenente alla mentalità di un
trapassato. Si sono avuti casi di identificazione di trapassati attraverso alla rivelazione di particolari ignorati
da qualsiasi essere vivente, e voi sapete quante e quante ipotesi si sono fatte, più assurde della ipotesi
spiritica.
Gli oppositori a tale ipotesi pensano che la trasmissione del pensiero spieghi tutto. Se v’è un
fenomeno, fra tutti quelli annoverati dallo spiritismo, che possa far pensare gli uomini scettici alla
sopravvivenza, è quello di comunicazioni intelligenti, superiori, nel contenuto e nella forma, alla normalità
degli uomini e in tutto simili a certe personalità trapassate. E vi spiego subito il perché.

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Gli stessi vostri studiosi hanno notato che la trasmissione del pensiero è una trasmissione che
avviene attraverso alla comunicazione di immagini. Si è potuto vedere, ad esempio, che se colui che
intendeva fungere da stazione trasmittente pensava ad un triangolo equilatero, veniva, sì, ricevuto un
triangolo, ma nella maggior parte dei casi il triangolo non era equilatero, bensì isoscele o scaleno; un
triangolo insomma non equilatero. Se si pensava ad una stella a cinque punte, poteva venir ricevuta una
immagine simile, ad esempio, un pentagono; se si pensava ad un oggetto luminoso, la prima cosa che
veniva ricevuta era la luminosità, la lucentezza. Se l’oggetto era metallico e lucente, appunto, si riceveva
subito – prima della forma dell’oggetto – questa particolarità della lucentezza metallica e così via. Tutto ciò
per sottolineare che la trasmissione del pensiero è una trasmissione di immagini.
Ora, se le comunicazioni che possiamo chiamare intellettuali, si potessero spiegare con la
trasmissione del pensiero nella stessa maniera in cui tale trasmissione avviene nella telepatia, le
comunicazioni spiritiche riprodurrebbero solo i concetti, ma non assolutamente la forma. Se, ad esempio,
tanto per rimanere in tema di quella che avete letto, certe manifestazioni di un poeta quale Dante Alighieri si
potessero spiegare con una sorta di telepatia (sia pure giunta al giorno d’oggi attraverso a generazioni di
individui) si dovrebbe avere ricevuto un concetto, un pensiero, ma non una forma poetica. Perché la forma
poetica molto simile o addirittura identica a quella stessa che ebbe ad usare il poeta, non può essere
assolutamente riprodotta in via telepatica. Lo stile di un poeta può essere imitato, ma allora il fenomeno può
essere spiegato con una frode cosciente o incosciente, ma mai con la telepatia.
Queste riflessioni dovrebbero fare gli studiosi accaniti avversari della ipotesi o della tesi spiritica:
dovrebbero limitarsi a prendere nota dei fatti, metterli in relazione fra loro, ma non formulare delle ipotesi le
quali di per sé sono più ridicole dell’ipotesi spiritica.
Osservando qualunque fenomeno, due o più persone possono essere di opinione contraria. Si
possono fare tutte le ipotesi che si vogliono, ma la Realtà è quella che è. Vi possono essere ipotesi logiche e
semplici ed ipotesi assurde. Gli spiritisti fanno la più semplice e logica che sia mai stata formulata. Gli altri,
invece, sono liberi di credere a quello che ritengono più giusto, anche se questo è in sé più assurdo della
ipotesi spiritica.
Ad esempio, osservando un fenomeno quale quello che a Galilei suggerì la rotondità della Terra ed il
suo moto rotatorio intorno al Sole (il pendolo che cambia direziona nelle oscillazioni) senza avere la
possibilità di controllare questa scoperta riferendosi ai moti stellari, nessuno avrebbe potuto confutare la
teoria opposta, quella che fino ad allora si credeva.
Così è dello spiritismo. I fenomeni si possono spiegare con le più assurde ipotesi. Se vogliamo
possiamo crearne una noi sul momento che non avrebbe niente da invidiare a quelle più conosciute dagli
animasti. Perché manca il controllo diretto: quello che ognuno può fare. Non si possono, nello spiritismo,
ripetere a proprio piacere i fenomeni, come invece avviene nelle molteplici branche della scienza. Da qui
nasce la possibilità di ipotizzare quanto si vuole. Se lo stesso metodo usato per spiegare i fenomeni spiritici
fosse usato per spiegare i fenomeni della fisica o della chimica, oggi nessuno prenderebbe più sul serio
queste scienze. O quanto meno se i fenomeni della fisica e della chimica non si potessero ripetere a piacere,
tutti gli scienziati o pseudo tali, subito formulerebbero le più complicate teorie, confortati dal fatto che le loro
cerebrali elucubrazioni non si potrebbero confutare dai fatti.
Supponendo che Cristo veramente oggi tornasse sulla Terra, sarebbe riconosciuto? Il mondo si
dividerebbe in due ed il problema non si potrebbe risolvere. Così è per lo spiritismo. I casi di identificazione
si sono succeduti a centinaia, ma se a priori e in malafede si vuole negare quella che è la spiegazione più
semplice e logica, non c’è niente da fare.
Il ricercatore coscienzioso non può che esaminare personalmente e concludere che quella spiritica è
la spiegazione che più soddisfa e chiarisce. Quando ne sarà data un’altra più valida di questa, sarà suo
dovere abbracciare quella, ma per ora nessuna ve ne è.

DALI

L’opinione contraria allo spiritismo è per lo più esterna e superficiale, perché molte persone che si
dimostrano scettiche, in fondo lo ammettono, se non assolutamente, almeno in parte; e questo è dovuto alla
intuizione della Verità che, spesso, non vuol essere ascoltata o ammessa, ma che esiste, in misura
maggiore o minore, quasi in tutti gli esseri umani. Si lotta accanitamente per conservare l’aspetto esteriore di
cosiddette “persone serie” che non si lasciano influenzare da superstizioni, ma tutto questo è quasi sempre
un atteggiamento superficiale.
Con il diffondersi dell’idea spiritica presa in modo molto serio, la gente poco a poco vincerà questa
paura del ridicolo e si avvierà sulla strada giusta.
Le comunicazioni fra persone viventi (come dite voi) e i disincarnati sono assolutamente possibili e
avvengono continuamente anche in modo poco palese e quando non vi sono medium presenti. Molte idee,
che voi credete vostre, sono suggerite da noi. Naturalmente queste ispirazioni sono adeguate al grado di
evoluzione vostra in quel dato momento. Una persona più evoluta attirerà ispirazioni superiori a quelle che
potrà attirare una persona meno evoluta. Un uomo di istinti bassi avrà il pericolo di attirare suggerimenti

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cattivi. Cercate di innalzarvi e sarete aiutati da disincarnati adatti al caso. Anche gli Spiriti- Guida vengono
assegnati secondo il grado di evoluzione raggiunto e, anche senza manifestazioni esterne, vi aiutano a
salire, sia pure a piccole tappe, anche se non esiste in voi un vero desiderio di andare verso l’alto.

PARAMAHANSA YOGANANDA

Una sera, la Guida fisica del medium consigliò di acquistare una lastra fotografica “sensibile”, ma
normale e di portarla il 26 aprile 1959 alla seduta, perché avrebbe tentato di fare una fotografia del pensiero
senza macchina fotografica. Il gruppo scelse quattro membri per formare una Commissione di controllo che
prese le necessarie precauzioni per la verifica dei fatti. Tutti e quattro andarono da un fotografo e scelsero
una lastra da una scatola nuova. Contrassegnarono l’involucro sigillandolo a croce con un nastro adesivo,
sul quale apposero le quattro firme. L’involto fu portato alla prossima seduta da uno della Commissione. La
Guida fisica del medium venne nuovamente, a impersonazione, e indicò quello che si doveva fare: perfetta
oscurità nella stanza, e perché non potesse filtrare nemmeno il più tenue raggio di luce, mettere sulle
ginocchia e sulle mani del medium una grossa coperta scura. Non vi era bisogno di fare catena fra gli
osservatori, ma due membri della Commissione dovevano tenere, sotto la coperta, i polsi del medium,
mentre quello che aveva l’involto con la lastra, doveva liberarla dal nastro adesivo e dalla carta nera (sempre
sotto la coperta) e consegnarla in mano, così senza involucri, al medium. Fatto questo, tutti dovevano
recitare a mezza voce il “Padre Nostro” fino al segnale che l’Entità avrebbe dato per avvertire che il
fenomeno era avvenuto. Forse era stata scelta questa preghiera calcolando che tutti la potevano sapere a
memoria, per riunire tutte le menti sullo stesso soggetto, e l’Entità avrebbe raccolto così altro contributo di
forza medianica necessaria.
Tutto fu eseguito come indicato e il medium permise di perquisire lui stesso e la sua poltrona. Di
questa precauzione tutti sapevano benissimo che non vi sarebbe stato bisogno, ma si fece per dare

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soddisfazione a quelli che avrebbero potuto nutrire dei dubbi leggendo questa descrizione. Dopo che fu
recitata sette volte la stessa preghiera, l’Entità disse che il fenomeno era riuscito, e il membro della
Commissione che aveva tenuto stretto il polso sinistro del medium comunicò che lo aveva sentito tremare
convulsamente e irrigidire i tendini come se fossero stati d’acciaio. Quella stessa persona che aveva svolto
la lastra, la riavvoltò nella carta nera sotto la coperta, e la Commissione appose poi, in luce, le quattro firme
su un nuovo nastro adesivo che sigillò l’involucro. I componenti la Commissione andarono tutti e quattro da
un altro fotografo ed entrarono nella camera oscura per vedere subito quello che sarebbe apparso sulla
lastra: vi erano cinque punti poco più grandi di un grano di miglio, che sotto la lente rivelarono cinque testine
di una stessa persona: una donna non bella di mezza età. Si fece ingrandire quella che sembrava la più
nitida e si vide benissimo quella testa con uno zigomo troppo sporgente e molto illuminato. L’Entità spiegò,
poi, che il suo pensiero si era soffermato troppo a lungo sulla zigomo; e quando si domandarono altre
spiegazioni riguardo al fenomeno, l’Entità disse che quella testa rappresentava quello che essa (Entità)
aveva pensato durante l’esperimento – un ricordo dell’ultima incarnazione di quella donna – e non un vero e
proprio ritratto. Disse anche che per ottenere l’immagine sulla lastra, aveva dovuto portare il pensiero alla
densità dei raggi ultravioletti e proiettarlo sopra la gelatina perché questa potesse subire la trasformazione
chimica della fotografia. Sono state fatte ben cinque pose sulla stessa lastra nel modo seguente: mentre la
mano destra del medium teneva la lastra, le dita di quella sinistra venivano raccolte con le punte unite in
modo da formare una specie di timbro che, successivamente, sovrastava a qualche millimetro dalla lastra i
cinque punti, e in brevissimo tempo di posa creava le cinque minuscole testine.

C.F. 77

Comunicazioni medianiche ricevute


dal Cerchio Firenze 77 negli anni
che vanno dal 1950 al 1956 tramite
Roberto Setti

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UN “CREDO”

Chi sei tu che puoi camminare tre le più grandi tempeste senza che una piega del tuo abito sia
scomposta? Che puoi cadere fra i più insidiosi gorghi o camminare sulle fiamme senza un danno, sia pur
minimo, alla tua persona? Ti sanno occultista ed è per questo che gli uomini ti temono, così come chi non ha
la coscienza tranquilla teme la notte. Tu sei deriso dalla scienza scolastica, tu sei sprezzato dai potenti della
Terra; se parlano di te, ti definiscono un malato di mente, un indemoniato, un ciarlatano, un essere insomma
nocivo alla società. Se parli non ti ascoltano; le tue sono utopie, cose irreali, fantastiche, non adeguate ai
tempi, alla vita attiva, alla vita di ogni giorno. Avete ragione! Lasciamo da parte i sogni e i sognatori; nella
vita ci vuole qualcosa di meno fantastico, qualcosa di molto reale. Chiudete gli occhi… Ecco fatto, ora
possiamo guardare: stanno di fronte a voi, o potenti, gli orrori delle guerre, delle insurrezioni causate dal
vostro opprimere e sfruttare; stanno di fronte a voi, o fanatici, i roghi, gli eccidi, gli opportunismi di un clero
corrotto; stanno di fronte a voi, o ignoranti, le torture e i veleni che avete dato alle povere cavie in nome della
scienza. Questo volevate vedere? Il cannibalismo della società? Questo è reale, di ogni giorno.
E tu occultista, e tu Iniziato, tu vedi tutto questo (molte volte ne hai fatto le spese) giudicato senza
giudicare. Ma chi sei tu che trasmuti in oro tutto quanto tocchi e che vivi in povertà, che conosci l’animo degli
uomini e non vuoi affrontarli? Con uno sguardo potresti ucciderli e, se ti colpiscono, li abbracci e li chiami
fratelli?
A tutte queste domande sorride l’Iniziato; i suoi occhi sono quelli di colui che vede faccia a faccia la
Realtà, faccia a faccia l’Anziano degli Anziani, l’Anziano dei Giorni.
Chi sono? Ascolta il mio Credo e mi conoscerai:

io credo nell’Amore di Dio per le Sue creature e credo che un giorno tutti gli uomini si ameranno gli
uni gli altri.
Credo che nessuna creatura possa essere discacciata dal Padre, ma che tutte un giorno saranno
coscientemente in Lui, perché credo nella legge di evoluzione spirituale cosmica, mezzo e oggetto di essa:
la Vita, supremo dono per la quale l’uomo, che nulla è, diviene tutto.
Credo nella reincarnazione o trasmigrazione della individualità in corpi capaci di esprimere
l’evoluzione conseguita, allo scopo di conseguire evoluzione.
Credo nelle legge di causa ed effetto, per cui ognuno raccoglie i frutti che ha seminato: l’uomo causa
della sua infelicità, rimanendo vittima di quello che egli stesso ha determinato.
Credo nella Giustizia Divina e credo nella Divina Misericordia, in quanto nessuno è mai eternamente
condannato, ma dalla giusta conseguenza delle proprie azioni, ognuno impara e si santifica.
Credo che il bene ed il male siano relativi ad ogni individualità, ma posso affermare che sia giusto e
buono tutto quanto favorisce il progresso dell’individuo, e sia ingiusto e cattivo tutto ciò che in questo senso
danneggia i miei fratelli e me stesso.
Credo che la coscienza esprima quanto di più elevato l’individuo possa concepire, ma non
necessariamente quanto di più elevato vi sia.
Credo il miracolo della trasformazione Morte, tanto bello quanto quello della trasformazione Vite e
credo che l’uomo definisca bello o brutto, attrattivo o repulsivo, secondo l’impressione soggettiva.
Credo in un’Unica fonte del Tutto, l’uomo parte di Essa, come i raggi del sole sono parte del sole,
pure non essendo il sole.
Credo che non vi sia vita che non sia il riflesso dell’Unica Vita, così come ogni potere è riflesso
dell’Unico Potere, espressione dell’Unica Vita.
È supremo conforto per me essere certo che per le creature niente è male reale, che niente muore,
perché nell’Universo è Vita e Amore, l’una esplicante l’esterna Natura di Dio, l’altra l’interna.

9
Credo nella Trinità o triplice aspetto della Manifestazione Divina e cioè:
nell’Unità Spirito, radice di ogni cosa, quid al di sopra di ogni effetto perché è parte della Causa;
nella Dualità Akasa orditura del Cosmo;
nella Trialità, mente-energia-materia, in tessitura del Cosmo.
Credo in Maria, Chiesa occulta, Verità ultima, Madre dell’uomo-Dio, la quale solo il Santo può
conoscere priva di veli.
Credo nel solo Dio, Eterno, Perfetto, Infinito, Indivisibile, Immutabile, Costante, Onnisciente,
Onnipresente, Onnipossente, che comprende in Sé tutto quanto realmente È, Esiste, È esistito, Esisterà,
perché : ASSOLUTO.
Affermo la mia fede in tutto questo. Così fu, così è, così sia, così sarà.

KEMPIS

Vorrei che comprendeste, figli,

che non è tanto importante che voi

conosciate tutte le Verità, quanto

che voi mettiate in atto quel tanto

di Verità che conoscete

…Credete, non è tanto importante

morire per una idea, quanto vivere

per essa.

La via dello spirito è una via del tutto interiore in cui non vi è senso seguire la lettera o la forma della
Legge Divina, in cui non esistono comandamenti generali da applicarsi senza partecipazione nei riguardi del
“prossimo”.
Le leggi ed i comandamenti sono fatti per chi non sente la Verità che essi esprimono e servono nei
rapporti fra l’individuo ed i suoi simili, ma sono privi di alcun significato per la realtà spirituale del singolo.
L’evoluto non è imbottito di insegnamenti, è essenzialmente un istintivo in piena coscienza dei suoi
doveri. Il suo modo di agire scaturisce da un’intima realtà individuale che trascende ogni legge ed ogni
comandamento. Non ha bisogno di ricordarsi i crismi della morale comune perché il suo altruismo è vero e
sentito, e, soprattutto, adatto ad ogni fratello che incontra nella sua strada.
I Cristo insegna ad offrire l’altra guancia a chi ci percuote, e nello stesso tempo ad adoperare la
frusta con i mercanti del Tempio. Sublime controsenso; celeste verità.
Ecco la dimostrazione della Sua coscienza. Amava tutti allo stesso modo e per ognuno aveva
l’insegnamento adatto, ora il perdono, ora la frusta.

10
Il vero altruismo non sta in una azione vuota ed esteriore, ma nella segreta ed intima intenzione.
Per le vostre debolezze non giustificatevi con la morale; la non violenza non sia scambiata con la
viltà; la passività con la pigrizia.
L’amore al prossimo mira dritto allo scopo: il bene del prossimo. L’azione ha un solo ed unico
significato e valore: quello della intenzione.
A chi vi percuote su una guancia, non serbate rancore: offrite anche l’altra, perché questo deve
suggerirvi l’amore ai vostri simili, ma lo stesso amore deve spingervi ad arginare gli errori dei vostri fratelli,
ora difendendovi, ora perdonandoli.

DALI

Quando la scienza era depositata nelle antiche scuole iniziatiche, molti di coloro che sentivano come
voi il richiamo della Verità, bussavano alle porte di questo consesso di individui uniti da un superiore livello
evolutivo. Patrimonio di queste scuole erano Verità che oggi sono di comune cognizione, per voi; Verità che
allora erano esoteriche, oggi sono divulgate, insegnate nelle normali scuole che voi avete.
La vita non aveva un ritmo accelerato com’è oggi e gli uomini passavano anni nello studio delle
Verità, perché tutto allora era rallentato.
Vi dicemmo che l’evoluzione è simile ad una valanga che dall’alto di una montagna scenda a valle;
man mano che la valanga scende si ingrossa e, man mano che ingrossa, aumenta la velocità. Così è
l’evoluzione nel Tempo. Quando vi diciamo che i tempi sono vicini, vogliamo dire che la vostra evoluzione,
nel ritmo naturale – badate bene – è accelerata e che gli uomini non debbono camminare contro corrente,
ma debbono camminare, per lo meno, di pari passo con questo ritmo naturale. Ma allora, rispetto ad oggi, il
ritmo era più lento per la generalità degli uomini ed anche chi sentiva il richiamo della scienza mistica
doveva trascorrere decine di anni nello studio e nella ricerca della Verità; di quella stessa Verità che con
tanta facilità a voi oggi è dichiarata.
Le antiche scuole di iniziazione erano importanti per i tempi che ne videro il fiorire e l’espandersi,
perché allora rappresentavano le uniche sorgenti di Scienza di Verità e di Saggezza che gli uomini potevano
avere.
Ma oggi molte sono le fonti e più diffuse. Quando un uomo sente il desiderio di sapere e di
conoscere, tante cose ha a sua disposizione per sapere e conoscere. L’imbarazzo sta solo nella scelta e nel
saper discernere l’oro dall’orpello. Ma quando ben pochi libri esistevano, quando non tutti coloro che
sentivano la sete di sapere sapevano leggere, le scuole di iniziazione, con la loro tradizione orale, erano
preziosissime. E se anche queste scuole di iniziazione, come ogni organizzazione, avevano i loro aspetti
negativi, questi erano trascurabili rispetto al contributo effettivo e positivo che potevano dare ai loro seguaci.
Quale aspetto negativo – direte voi – può avere una scuola di iniziazione? In se stessa una scuola
non ha né un aspetto negativo, né uno positivo; ma è pur sempre l’individuo, il quale reagisce positivamente
o negativamente. Quando l’individuo è pronto, è maturo, non coglie della scuola che l’aspetto positivo. Ma se
l’individuo non è maturo evolutivamente, non fiorirà in lui che il moto ambizioso del suo io.
Nelle scuole di iniziazione, esistevano delle gerarchie e quando, come sempre accade nei periodi di
decadenza, il posto nella gerarchia si raggiunge non per merito o capacità, né per evoluzione, ma per
anzianità, allora chi conserva un posto acquistato in tal modo, non permette che un neofita – pur a lui
superiore in evoluzione – possa in breve tempo sapere ed essere più di lui.
Noi siamo contrari alle gerarchie non perché la gerarchia in se stessa non abbia luogo di esistere,
ma perché una sola gerarchia esiste ed è quella che l’evoluzione impone. E poiché è tanto importante e
tento essenziale, quella e quella sola gerarchia deve esistere. Quando al posto di questa gerarchia se ne
instaura un’altra, l’altra è illusoria ed è una creazione dell’io e del movimento di espansione dell’io.
Così lasciate ai tempi andati le scuole di iniziazione, perché allora e solo allora erano necessarie
nella forma che voi conoscete, o che vi viene narrata. Oggi, essendo mutato l’uomo, mutata è la forma di
iniziazione, mutata è la scuola di iniziazione. Non più le scuole iniziatiche, ma il prodotto di quello che si
viene a conoscere dalla scienza, con quello che la coscienza fa ritenere di questa verità scientifica, matura
l’uomo.
Egli è posto di fronte a innumerevoli Verità, Verità che non vede e non sente perché è impegnato nel
seguire la sua via, la via del suo egoismo. Queste Verità, che l’uomo non vede e non sente non debbono
essere a lui imposte, perché non produrrebbero alcun risultato in lui. Non sarebbero capaci di “far sbocciare
il fiore di loto dal fango”. L’uomo deve prendere le Verità che i suoi orecchi gli fanno udire, perché quelle e
quelle sole gli sono necessarie.

11
La coscienza dell’uomo gli suggerisce degli ideali morali, ideali che l’uomo non sempre riesce a
seguire. Ma, pure, l’uomo deve essere volto a questi ideali; non per seguirli con sforzo e violentando se
stesso, ma essere a questi volto; cercare di uniformarsi a questi senza sforzo e senza pentimento o rimorsi
quando non riesca in questo suo intento. Il pentimento e il rimorso è un processo dell’io, è un pianto dell’io
che si vede sconfitto e gettato nella polvere.
Così siate volti agli ideali che la vostra coscienza vi suggerisce. Siate consapevoli delle vostre
debolezze e dei vostri limiti. Ma quando non riuscite a perseguire questi ideali, non abbiate rimpianti o
rimorsi. Ma fortificatevi, comprendete: sappiate, da queste esperienze, acquisire maggior forza per superare
le vostre debolezze.
Questa e questa sola è, attualmente, la vostra scuola di iniziazione.

CLAUDIO

È inutile che cerchiate un capo, un Maestro, un insegnante che possa indicarvi la strada per
giungere alla vostra evoluzione spirituale. Ma voi soli nella vita, figli e fratelli, dovete trovare in voi stessi
quella maturità che sperate che altri vi diano.
Taluni sogliono predicare che i tempi sono vicini e che occorre divulgare, coalizzarsi, serrarsi in
organizzazioni per istruire l’umanità. Non v’è niente di più falso di tutto questo. I tempi che vivete ne danno la
prova.
È vero che il tempo è vicino, e che non sono più ammesse titubanze, poiché il ritmo naturale della
evoluzione è aumentato di molto, rispetto al passato. Ma la predicazione che vorreste, con tanta
soddisfazione, fare agli altri, deve essere fatta a voi stessi. Questo è importante.
Voi assistete ad un fenomeno che per i puritani è estremamente demoralizzante, avvilente – direi –
che ha quasi un colore drammatico: voi assistete al fenomeno della caduta di ogni limitazione, di ogni
rispetto umano, di ogni ritegno. “Mammona – direbbero i puritani – impera nel mondo!”. Ed in effetti la
corruzione dilaga; ma anche questo – caso strano! – è stato previsto. No, non è che l’umanità sia retrocessa,
oh oppositori della legge di evoluzione! È venuto fuori quello che era dentro e che per tanti secoli è stato
soffocato e trattenuto nell’intimo dell’uomo. Ore, che i tempi sono maturi, questa intima tensione si sta
scaricando; ed ecco che voi assistete al dilagare della corruzione dell’uomo. Ma state attenti: la corruzione,
prima che sull’uomo, impera nelle organizzazioni. Ed allora, se non voi direttamente, i vostri figli assisteranno
ad un altro fenomeno: l’umanità, dopo un momento di sbalordimento, di indecisione, si orienterà
definitivamente e realmente, questa volta, verso chi le darà la prova di una incorruttibilità, di una dirittura
morale reale. E poiché questa non è possibile nelle organizzazioni, ciascun uomo riconoscerà che potrà fare
appello unicamente a se stesso, alla propria unità e integrità morale. Quel giorno beato segnerà l’avvicinarsi
della iniziazione generale.
Così, voi che siete convinti che i tempi sono vicini, siate precursori di questa umanità di cui ora vi
parlavo. Siate convinti che non potete fare appello altro che alla vostra dirittura e non a quella degli altri, che
questa dovete cercare di raggiungere, questa dovete instaurare: la dirittura in voi stessi e non cercarla negli
altri e non volerla instaurare negli altri. Ciò che potete fare è parlare delle Verità che conoscete senza citare
la fonte, perché l’uomo già da ora comincia a perdere la fiducia in ogni organizzazione; e se voi parlate in
nome di una organizzazione, voi non sarete ascoltati. Parlate quando trovate la giusta maturità, come se – e,
in effetti, è così – quelle che voi illustrate fossero vostre cognizioni, vostre conquiste. Questo dovete fare:
dare lo spunto agli altri di cercare e trovare in loro stessi questa integrità morale, questo retto agire che sono
essenziali per un mondo nuovo. Questo e solo questo.
KEMPIS

L’uomo sempre deve essere attivo in tutti i suoi veicoli di esistenza. Colui che non è attivo, ma al
contrario si assopisce, è come se rallentasse la sua evoluzione. “Oh, se tu fossi stato o freddo o caldo, ma
poiché sei stato tepido, comincerò col vomitarti dalla mia bocca”. Così esprime Giovanni, nell’Apocalisse,
una Verità importante per l’uomo. Non dovete, quindi, figli, adagiarvi, assopirvi, ma restare continuamente
attivi, giustamente tesi.
È vero che una eccessiva attività produce spossatezza, ma è anche vero che un eccessivo riposo
dà un altro tipo di spossatezza; dà una inerzia nella reazione a tutti quegli stimoli che pervengono
dall’interno o dall’esterno dell’uomo. Occorre che l’uomo sia giustamente teso, figli, perché possa prendere
in pieno il succo, il significato di questi stimoli.
Se voi guardate la vita di un individuo, voi noterete che il pigro non ha le stesse capacità di reazione
di colui che è attivo; e che colui che è eccessivamente attivo, facilmente esagera nelle reazioni agli stimoli
che a lui vengono o dall’intimo o dall’ambiente. Così, come in tutte le cose, occorre la giusta misura, la
giusta tensione.

12
L’uomo, che per molti anni ha lavorato, è stato attivo fisicamente, allorché viene posto a riposo,
anziché migliorare nel suo fisico, molto spesso accelera il suo decadimento.
Le civiltà, che sono giunte ad uno stadio di benessere, di sicurezza, di abbondanza materiale e che,
quindi, infondono ai loro figli questo benessere, questa sicurezza e questa abbondanza, sono votate alla
decadenza ed alla morte, se i loro figli non reagiscono a questo stato di inattività. Mentre il dolore, il
desiderio di conquista, sono incentivi, sono stimoli all’attività dell’individuo, lo fanno vivere (non importa se
positivamente e negativamente) e a lungo andare, se sono seguiti dall’individuo, lo portano inevitabilmente
ad una conquista. Voi, figli, ripeto ancora, dovete mantenervi nella giusta tensione fisica del giusto lavoro e
del giusto riposo. Voi siete così assorbiti dalla vostra vita di ogni giorno, che indubbiamente solleverete
questa obiezione, direte: “come facciamo?” ed io vi rispondo che sta a voi.
Sta a voi, in altre parole, comprendere voi stessi per trovare la giusta tensione del vostro essere.
Tutto ciò perché solo in questo modo, potete a pieno beneficiare delle esperienze che la vita vi elargisce.
Questa sera siete tornati sull’argomento delle organizzazioni e vi siete domandati se
l’organizzazione sia da condannare a priori oppure se presenti un qualche aspetto positivo.
Dobbiamo, per questo, esaminare a grandi tratti le linee dell’evoluzione spirituale dell’individuo.
Inizialmente l’individuo non ha coscienza di se stesso, noi vi abbiamo detto che è: un centro di
sensibilità e di espressione. Fino a che l’individuo non si incarna come uomo, lo scopo della sua esistenza
nel piano fisico, è quello di costruire i propri veicoli, gli strumenti atti a dargli la possibilità di manifestare se
stesso; in altre parole, portarli a quel livello di sviluppo che possa servire all’altra fase della evoluzione
individuale.
Allorché questo livello è raggiunto, l’individuo ha coscienza di se stesso e noi vi abbiamo detto che è
diventato: un centro di coscienza e di espressione. Mentre, prima, l’individuo non poteva dire: io ho freddo, io
ho caldo, io ho fame e via dicendo, allorché si incarna come uomo (per evoluzione o maturazione raggiunta)
può dire: io ho freddo, io ho caldo e via dicendo. Prima era un centro di sensibilità, percepiva e rivelava
quanto l’ambiente circostante gli faceva percepire e rivelare: freddo, caldo, sete e via dicendo.
Successivamente vi è una individualizzazione ed infatti l’uomo dice: io ho freddo, io ho caldo e così via.
A questo punto è facile capire che per l’individuo si schiude un mondo nuovo: il mondo dell’ io. Il
mondo, che il senso di separatività gli suggerisce: io ho freddo, con tutto quel che segue. Così l’individuo
conosce profondamente, e profondamente percepisce l’egoismo, l’avidità, la bramosia cioè il possesso;
stimoli che nascono, appunto, dall’ io, dal sentirsi separati da quanto circonda.
Questo egoismo, inizialmente, è violento e si manifesta in forme violente: il furto, l’omicidio e via
dicendo, perché l’individuo, che non si discosta molto dall’animale, cerca la via più breve per venire in
possesso di quanto è oggetto del suo desiderio.
A questo punto occorrono dei fattori che possano limitare questo richiamo violento dell’individuo, in
modo che non vi siano gravi danni verso altri individui che a lui sono vicini. Voi sapete che vi è un
impedimento, vi è una inibizione naturale e che è rappresentata dalla limitazione della libertà di arbitrio
dell’individuo quando questi non sia molto evoluto, è vero figli? Ma, come sempre, ogni forza è doppia e a
questa che risiede nell’intimo dell’individuo, nel suo essere, ne è accoppiata un’altra, la quale invece sta al di
fuori dell’individuo: nella organizzazione sociale in cui l’individuo è. ed abbiamo allora i tabù, le leggi che non
si possono violare, i comandamenti morali o religiosi, i quali, sotto la minaccia di un castigo o l’inibizione
della paura, vietano di compiere certi atti violenti che l’individuo vorrebbe compiere. Gli individui si
costituiscono in società e le società hanno le loro regole, le loro leggi che devono essere osservate per il
rispetto reciproco degli individui. Noi vediamo quindi che, a questo grado dell’evoluzione, le istituzioni sociali
sono necessarie in modo simile alla privazione di libertà che risiede nell’intimo dell’individuo.
Successivamente, quando l’evoluzione o la maturazione spirituale dell’individuo è tale per cui egli
non compirebbe più atti di violenza per assecondare il proprio egoismo, anche se non vi fossero proibizioni
formali, le organizzazioni perdono il loro significato e il loro scopo.
Però, l’egoismo risiede ancora nell’individuo, solo che ne è andata via la manifestazione più
appariscente e ne rimane quella più intima e più nascosta.
L’egoismo si maschera sotto l’apparenza di “altruismo” e sotto molte altre apparenze, che ad un
esame superficiale lo nascondono, addirittura lo mimetizzano nel movimento opposto: nell’altruismo. A
questo stadio dell’evoluzione spirituale, l’egoismo si cela sotto l’opera umanitaria, l’egoismo diviene
spiritualismo, l’egoismo diviene carità e le organizzazioni religiose divengono pretesti per assecondare
queste sottili forme di egoismo.
Così, per voi che siete qua, le organizzazioni, figli, non hanno più alcuno scopo di esistere
imperciocché chi si accosta ad una organizzazione, si accosta per perseguire un fine, per ottenere uno
scopo; e noi sappiamo invece che, nella via dello spirito, non possiamo ottenere uno scopo, né seguire un
metodo.
Le organizzazioni vanno molto bene per le conquiste umane, per quello che l’uomo non riesce ad
ottenere singolarmente in fatto di riconoscimento, in fatto di mete sociali, ma sono contrarie allo spirito
stesso della Verità e dell’insegnamento, quando sono costituite e fondate con l’intenzione di far evolvere
l’individuo. Chi si accosta ad una organizzazione spirituale, lo fa con lo scopo di evolvere se stesso, di

13
raggiungere una meta, di raggiungere la propria evoluzione spirituale. Ma voi sapete che quando l’individuo
vuol raggiungere uno scopo, in effetti, non fa che assecondare il processo di espansione dell’io.
Così voi non dovete parlare ai vostri simili per insegnare loro, non dovete sentirvi istruttori, ma
ciascuno di voi, quando se ne presenta l’occasione, addivenga ad un colloquio con il suo simile per amore
verso questo, senza preoccuparsi se il suo simile lo segue, se il suo simile lo giudica evoluto o
intellettualmente quadrato, erudito e via dicendo; ma, ripeto, con il solo scopo di dare chiarezza al proprio
fratello.
Non va bene, quindi, che gli uomini si organizzino per divulgare la Verità. Non va bene che facciano
loro leggere dei trattati nei quali si parla di Verità cosmiche e universali. Ma occorre stabilire individualmente
questi colloqui, queste intime comunioni, nelle quali il desiderio di primeggiare non esiste; nelle quali esiste
unicamente il desiderio di veder tornare il sorriso sul volto del proprio interlocutore, nelle quali non si esige
che il proprio interlocutore abbia capito e divenga un neofita, perché in questo caso ciò sarebbe una palese
dimostrazione che il presunto altruismo è un moto ambizioso ed egoistico.
Non è importante che il colloquio si ripeta: se il vostro interlocutore avrà bisogno ancora delle vostre
parole sarà lui a chiederlo, non voi ad imporglielo; se il vostro interlocutore sarà beneficato da quello che gli
avete detto, sarà lui che vi chiederà di parlare ancora con voi. Ma voi non dovete sentirvi lusingati da questa
richiesta, imperciocché, se così fosse, figli, ciò sarebbe una chiara, lampante, inequivocabile manifestazione
che vi è ancora dell’ambizione che vi muove a parlare. Pure, se così è, non vi diciamo: “tacete”, no certo.
Continuate pure a parlare, perché il vostro interlocutore in ogni modo beneficerà delle vostre parole, sia che
siate mossi dall’egoismo, che dall’altruismo. Però, se è l’ambizione che vi muove siatene consapevoli ed
allora vedrete che non vi sentirete più dei novelli predicatori, dei discepoli prediletti che sono mandati fra gli
uomini per catechizzare le masse, ma delle creature che ricercano, come la maggior parte delle altre, un
mezzo per avere soddisfazione egoistica.
Noi condanniamo le organizzazioni, figli, perché sappiamo che voi non avete più bisogno delle
organizzazioni. Al punto in cui voi siete queste organizzazioni non potrebbero altro che illudervi, convincervi
che voi siete dei privilegiati, che voi siete – non dei “chiamati” – ma, addirittura, degli “eletti” e ciò non è.
L’individuo è quello che è. Né le organizzazioni, né il prestigio che i suoi simili gli possono accordare
lo accrescono spiritualmente. In effetti, se l’uomo gode presso i suoi simili una certa rispettabilità, la sua
persona ha un peso nei confronti degli altri, nei confronti di chi gli accorda questo prestigio; ma, in se stesso,
l’individuo è quello che è. E, se di pari peso, noi lo prendiamo dal centro più o meno ristretto di coloro che gli
accordano un privilegio e lo trasportiamo in un altro cerchio di individui dove nessuno lo conosce, l’individuo
torna ad essere quello che è, rimane nudo di fronte agli altri.
Se presso i vostri simili voi godete di una fama, di una notorietà, di un prestigio, siate consapevoli
della fiducia che godete; sappiate bene usarla, perché è un “talento” che avete e che deve essere speso
nella giusta maniera. Chi ha più “talenti” da spendere, ha più responsabilità; chi è ascoltato dagli altri perché,
a torto o a ragione, è ritenuto in grado di poter dire qualcosa, sia consapevole di questa sua possibilità, di
questo suo potere e sappia spendere questo “talento”, che ha in più rispetto agli altri, questo ascendente che
ha sulle altre creature, in modo altruistico e a loro benefico. Se dagli altri ha ricevuto questa cambiale firmata
in bianco, sappia contraccambiare usandola per il loro bene e non per il proprio interesse.

DALI

Il modo di generare l’ordine è quello di stabilire dei punti fissi, che non si possono né discutere né
cambiare.
La Chiesa, da lungo tempo, sarebbe perita se non avesse dichiarati indiscutibili ed immutabili certi
principi: i dogmi. Così, il modo per far sopravvivere le organizzazioni è quello di fissare in principi indiscutibili
la dottrina. Una organizzazione, che lasci ogni sua legge, ogni suo principio aperto alla discussione ed al
cambiamento, è una organizzazione votata al fallimento. Così ciò che serve alla conservazione della
organizzazione finisce per imprigionare i membri della organizzazione stessa. Chi riveste una carica nella
organizzazione, non può che valorizzare l’organizzazione perché, così facendo, si valorizza e chiunque
ponga in discussione un qualche principio essenziale dell’organizzazione non fa altro che minare il trono di
chi riveste una carica nella gerarchia della organizzazione stessa. Le nuove idee vengono condannate per
timore di perdere il privilegio; chiunque pone in discussione un principio di una organizzazione è un
attentatore nei confronti di chi riveste un grado in seno alla organizzazione. Anche se si espone una Verità,
chi la prospetta è un nemico temibile e deve essere immediatamente allontanato.
Le organizzazioni religiose sono state costituite perché tramandassero nei secoli le Verità, ma sono
state costituite in modo che solo conservando se stesse potevano tramandare il retaggio di Verità di cui
erano depositarie. Poi, non fu più importante la Verità, ma lo sola organizzazione.
È la Verità quella che dura nel tempo, ma quella che dura nella Eternità è la Realtà. La Verità è la
enunciazione della Realtà e, come tale, può subire dei mutamenti nel corso dei secoli, perché per ogni razza
la Realtà deve essere enunciata in modo diverso. Chi si ferma alla veste esteriore e non compenetra il

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significato ed il senso, non giunge alla Realtà. Chi si ferma alle parole, finisce col rinchiudere se stesso in
una gabbia che lo imprigiona e gli toglie la libertà.
Voi dovete – come vi è stato detto – giungere in profondità alla Realtà, essendo consapevoli che le
parole cambiano con i popoli e con i tempi.
In fatto di religione, oggi l’umanità è divisa in due fazioni: da una parte vediamo i negatori ad
oltranza, coloro che, per partito preso, negano la luce stessa; dall’altra parte, per antitesi, vediamo gli
assertori ad oltranza, tutti coloro che sottoscrivono ad occhi chiusi qualunque messaggio, qualunque
racconto che si dica provenire da un Maestro o da una fonte ispirata. Questi sono due estremi e risultano da
una mancanza di discernimento.
Ecco perché vi diciamo: abbiate discernimento, sappiate distinguere il vero dal non vero; sappiate
distinguere le parole dalla Verità. Non è cosa facile, pur tuttavia è fattibile.
Usate questo discernimento, prima che sugli altri, nei vostri riguardi.
Dovete sapere quando siete mossi dall’egoismo e fino a che punto siete mossi dall’egoismo. Non
dovete illudervi, credere che un ente sconosciuto e soprannaturale vi guidi verso i vostri fratelli bisognosi e vi
spinga a parlare; quando anche così fosse, voi non sareste certamente dei privilegiati, ma il fatto
rientrerebbe nello svolgersi normale del piano di evoluzione generale. Così come l’acqua scende a valle,
nella stessa maniera, con la stessa naturalezza, laddove vi è bisogno di una Verità, la Verità giunge. Ma chi
è tramite di questa Verità non è affatto privilegiato.
Occorre demolire ciò nei cosiddetti “spiritualisti”, in coloro che predicano che gli uomini devono
essere redenti. La loro opera non è vana, ma non debbono avere la convinzione egoistica, l’idea ambiziosa,
di essere i precursori, gli eletti, gli strumenti dell’Amore Divino. Questo è errato e in questo errore voi non
dovete cadere.
Se un individuo è affamato e se voi avete la possibilità di sfamarlo, è logico e naturale che lo
aiutiate; ma ciò non significa che siate segnati dal Divino. Non dovete incorrere in questo errore: noi vi
mettiamo in guardia perché è molto facile.
Verso la fine dello scorso secolo e all’inizio di questo, sorsero delle organizzazioni, aventi uno scopo
morale o spirituale, come dir si voglia, e il bene e la conoscenza, che queste organizzazioni hanno portato, è
innegabile. Però, come sempre accade, degenerarono perché i loro membri si convinsero di essere i soli e
gli unici strumenti di un Divino volere. Ciò è profondamente errato. Anche il peggiore degli individui di una
società può essere, in una occasione, lo strumento di aiuto per un’altra creatura. E questo non lo migliora
neppure minimamente.

KEMPIS

Avete espresso il desiderio di sapere se certe organizzazioni filosofiche hanno un loro messaggio di
Verità, e quanta Verità vi è in ciò che esse dicono.
L’insegnare che esiste la legge della reincarnazione, la legge della evoluzione e via dicendo,
corrisponde all’insegnare delle Verità, e tutte quelle organizzazioni o religioni che portano queste notizie,
portano alla Verità. Queste Verità sono valide fino al punto in cui riescono a dare delle idee chiare di quanto
accade nel mondo, a comprendere che non vi è ingiustizia, che tutto è preciso e regolato nell’Assoluto. Ma
solo fino a lì, perché la Verità più importante è quella di costruire la coscienza individuale. “E come?” – direte
voi. Vivendo in modo consono alle Verità che avete sapute, conoscendo voi stessi, amando i vostri simili in
modo descritto e ripetuto tante e tante volte da queste voci che anche questa sera vi parlano.
Dunque, una religione che insegna la reincarnazione, come una delle tante religioni o sette
dell’India, insegna una Verità; eppure non vi sono mai state tante creature come nell’India che abbiano
inteso male una religione che contiene molte Verità.
Una organizzazione come la Società Teosofica che insegna la reincarnazione, l’evoluzione, il
susseguirsi delle razze, l’evoluzione nel Sistema Solare, nei vari pianeti e via dicendo, contiene delle Verità;
eppure moltissime creature che seguono questa Società, questa organizzazione, non seguono la Verità che
dovrebbero seguire.
Quando si afferma che un giorno – lontano – l’umanità si riprodurrà da una parte del corpo diversa
da quella dalla quale oggi abitualmente avviene la naturale riproduzione, vuol dire che non si è capito nulla.
Sarebbe come se nell’ottocento, quando gli uomini facevano dei chilometri per vedere le caviglie delle
signore, vi fosse stato un moralista che avesse affermato che in un futuro le donne sarebbero nate senza
caviglie.
Il marxismo afferma che gli uomini sono tutti eguali e che non debbono esistere dei privilegi. In modo
analogo predicò Cristo; eppure tra i due mondi esiste un gran passo. Ebbene, figli, la vostra Verità è quella
che vi farà colmare questo passo.
La Verità non ha bisogno di Crociate, questa è la vostra verità e vi farà comprendere che l’uomo, il
singolo, deve amare i suoi fratelli, trovare l’eguaglianza con loro, annullare ogni e qualunque differenza

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sociale. Ogni e qualunque privilegio che si possa avere, in questo amore, si annulla giacché “i massimi
debbono servire i minimi”.
Così, figli cari, che qua ci udite questa sera, sappiate trovare la vostra Verità e, vivendo giorno per
giorno, formate la vostra coscienza individuale.
Se voi ci amate od avete stima di noi, vi ringraziamo, ma non è questo quello che dovete fare. Se
qualcuno di voi ama pensarci simili a lui, noi egualmente lo ringraziamo perché, in effetti, così è: noi tutti
siamo fratelli nel vero senso della parola; se questo può aiutarlo a meglio intendere il significato di quanto
avviene qua, il significato di queste comunicazioni, non possiamo che confermargli questa sua convinzione,
non possiamo che dar valore a questo suo modo di pensare o credere. Soprattutto è importante intendere
l’insegnamento.
Una organizzazione che abbia dette tante belle cose, tante Verità, ma che, presa dalla enunciazione
di queste Verità, si sia distaccata dal problema principale dell’individuo, la formazione della sua coscienza, è
una organizzazione che è fallita nell’intento.
Tutte le conoscenze sono necessarie e sono – direi – indispensabili per farvi intendere che tutto
avviene in modo regolato e preciso, che non esistono ingiustizie, che esiste una perfezione nel Tutto, ma
occorre soprattutto costruire la propria coscienza individuale, figli.
Questo è importante.
Gli ulteriori particolari, che possiamo aggiungere al quadro generale, hanno lo stesso significato:
debbono aprirvi, aiutarvi ad indagare ancora di più nell’intimo vostro, a fare ancora più chiarezza entro voi
stessi, perché se non vi è chiarezza nell’intimo vostro, se non vi è purezza in voi, le passioni e i conflitti
esisteranno sempre.
Tante sono le religioni, le filosofie che insegnano la Verità e tante sono le Verità che le religioni, le
filosofie possono insegnare. Ma, pure, possono disconoscerne una di estrema importanza, che andrebbe a
toccare l’intimo vostro, la vostra coscienza. E chi non comprende ciò, non comprende il vero senso del
nostro insegnamento.

DALI

Da quello che vi è stato detto, appare importante mettere a fuoco un concetto essenziale per
l’insegnamento che si fonda sulla formazione della coscienza individuale.
Le organizzazioni religiose, filosofiche e simili possono dire od insegnare delle Verità, ma non
essere nella Verità. Allo stesso modo è nell’uomo che, ripetendo la enunciazione di realtà, può essere ben
lungi dalle Verità che esprime o predica.
È, quindi, essenziale capire la distinzione: “dire una Verità” e “dire la Verità”.
Nella prima affermazione troviamo tutti coloro che ripetono concetti filosofici, religiosi e mistici, ma
che non li vivono realmente.
Nella seconda, sono coloro che, se anche non conoscono l’enunciazione di una Verità, la vivono
perché fa parte della loro stessa natura.
È una questione di assimilazione.
Un’opera d’arte, analizzata dal punto di vista dottrinale, è un insieme di regole rispettate o no; ma
quale risultato è riuscito a produrre l’artista, seguendo ed animando dei freddi canoni scolastici!
Così, molte sono le religioni, le filosofie che insegnano delle Verità, ma poche sono nella Verità.
KEMPIS

Domanda – Che cosa è “fede” nel senso esatto.


Risposta – Che cosa è “fede”, figli? Parlare di fede a questa società che, invece, ha bisogno della
prova diretta, in cui vivono creature, le quali hanno bisogno, appunto, del ragionamento o della esperienza
diretta, è parlare e non essere intesi.
La fede è l’espressione di un temperamento mistico, ed è in questo il succo del sentimento che
conduce l’individuo laddove è il destino di tutti gli uomini, laddove giungono anche coloro che non sono
mistici. Infatti, voi sapete che tre sono le vie che conducono alla Realtà:
 la via della esperienza diretta,
 la via del ragionamento e
 la via del misticismo.

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In genere, colui che ha un temperamento mistico non può, per propria natura, “toccare con mano”,
né fare ragionamenti logici e serrati per comprendere e giungere alla Realtà. Ma le creature di
temperamento mistico giungono egualmente alla Realtà attraverso alla fede.
Voi direte: “Chi ha fede conosce o non conosce?”. Chi ha fede, figli, sente che una cosa è vera, ne è
profondamente ed incrollabilmente convinto, pur non avendo mai toccato con mano, pur non avendovi mai
ragionato sopra, pur non potendo dimostrare agli altri l’oggetto della sua fede; ciò nondimeno giunge alla
Realtà. Quando l’uomo ha fede, di quella vera fede, l’uomo vede, l’uomo conosce, l’uomo sa.
La vera fede può portare alla conoscenza della Realtà, ed una volta conosciuta la Realtà, l’uomo
può anche riuscire a dimostrarla agli altri od a spiegarla. Una volta conosciuta la Realtà, non vi è più fede,
ma comunione con ciò che prima era oggetto di fede.
Non esiste la fede in senso assoluto, perché per aver fede si presuppone che vi sia colui che ha
fede, è vero? Esiste una ben precisa legge per la quale anche chi ha temperamento mistico, cioè rifugge da
ragionamenti e dalla esperienza diretta, giunge alla conoscenza della Realtà; la fede è stata un mezzo per
condurre questi alla Realtà. Una volta conosciuta la Realtà, non c’è più fede: v’è certezza, c’è la mistica
conoscenza diretta della Realtà; la fede è un istante prima di raggiungere la conoscenza, raggiunta la
conoscenza non è più fede, è toccar con mano, è essere certi.
Domanda – Forse la differenza è fra la fede illusoria e quella di cui tu hai parlato; è questo che crea
confusione.
Risposta – Che cosa vuol dire: “fede illusoria”? Colui che ha fede – noi parliamo di vera fede in Dio
– non può mai essere né fanatico, né violento in alcun modo; a questo conduce la vera fede, quella giusta
ed esatta. Altrimenti è fanatismo, esasperazione, false interpretazioni. La vera fede è incrollabile, non ha
bisogno di guerre per imporsi, non conosce violenza, né resta delusa, né considera nemici coloro che
combattono l’oggetto di questa fede. Chi crede in Dio, animato da vera fede, non si dispiace se gli altri
deridono l’oggetto di questa sua fede, non considera nemici coloro che non credono in Dio. Questa è la vera
fede, e questa fede non è mai errata, non è illusoria, altrimenti non potrebbe essere vera.
Ma voi direte: vi sono delle fedi errate. Sì, se l’uomo è fermamente convinto di raggiungere uno
scopo, lo raggiunge (salvo che non vi siano karmi contrari); se l’uomo fosse veramente convinto, avesse
cioè fede profonda e sentita, di alzare con il pensiero un oggetto, l’oggetto si alzerebbe, e se fosse
fermamente e profondamente convinto che facendo un pellegrinaggio si libererebbe di una qualche malattia,
guarirebbe. Quindi, non si può dire che una fede è sbagliata; quando è vera convinzione, la fede è vera.
Dicendo che la fede opera i miracoli, noi diciamo una Verità; colui che prega il proprio Dio convinto che gli
faccia la grazia e la riceve, non ha dimostrato l’esistenza del suo Dio, ma ha dimostrato l’esistenza della sua
fede. In questo senso dobbiamo intendere la fede.
Quindi, riepilogando, vi è una fede che opera miracoli, ed è la ferma convinzione della riuscita di
qualcosa, e vi è la fede che opera il miracolo più bello: l’unione con Dio. La prima può essere patrimonio
anche di un ateo ed essere vera, la seconda è solo dei mistici.
Esiste qualcosa di simile anche nei temperamenti non mistici? Certamente! Esiste anche nei
temperamenti che sembrano in antitesi col misticismo. Mi sto riferendo proprio agli scienziati. E in loro la
fede – in altro campo, perché si tratta di altro temperamento . si chiama intuizione, ma è della stessa natura.
A volte uno scienziato intuisce una Verità, pur non potendola provare; sarà di poi tutto il suo lavoro per
provare questa Verità, per dimostrarla; non è giunto alla Verità attraverso il ragionamento. Ecco l’intuito.
Così è la fede; la fede è della stessa natura. Un mistico, osservando la natura, ponendosi in uno
stato di meditazione, suscita nell’intimo suo la conoscenza di una Realtà e prima di identificarsi in questa
Realtà, non ha bisogno – a differenza dello scienziato – di provarla. Ecco la fede.
Una volta coronata questa fede, la Realtà è conosciuta e la fede non c’è più: è vera conoscenza, è
toccar con mano. Una volta che l’uomo mistico ha conosciuto Dio, lo vede, lo sente e sa come è, sa come
non è, sa tutto di Dio.

La vita che conducete nella vostra società, vi spinge inevitabilmente a concepire il mondo e la vita
stessa in modo del tutto pratico, in modo del tutto razionale. Ciò è quello che dovete fare per la vostra
natura, che si addice a voi stessi e alla umanità che vi è sorella. Però, figli cari, qualsiasi logica e qualsiasi
filosofia, come dicemmo, se non è accompagnata dall’amore, è cosa sterile, è cosa fredda. Ed allora in
mezzo a questa società, in mezzo alla continua ricerca del logico, del razionale, del pratico, noi vi esortiamo
a non perdere il senso mistico, a non perdere quel sentimento così sottile e così sereno che può guidare
l’uomo attraverso i piani che la mente prepara e segue, senza timore di smarrimento. Se conservate in voi
questo senso del misticismo, se conservate in voi questa invocazione a ciò che sta sopra a tutti noi, la logica

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vi chiarirà veramente, il ragionamento non farà di voi degli esseri calcolatori, freddi e financo crudeli; ma vi
donerà quella comprensione che veramente potrà liberarvi dall’angoscia, dalla paura, dagli affanni che
giorno per giorno vi assillano.
Ma l’uomo di oggi raramente sa custodire nell’intimo suo questo senso mistico del quale questa
sera, in modo inconsueto, parliamo; giacché o diviene un fanatico o un materialista. Ma come, sempre, la
Verità sta nella temperanza, così non dovete scambiare questo volgere della vostra mente, questo volgervi
verso l’alto, verso ciò che sta alla radice di ogni cosa, con quello che intendono e insegnano le religioni.
Dovete trovare e conservare in voi il giusto senso mistico che, ripeto, può guidarvi nella vita, può darvi
comprensione e chiarezza laddove la vostra mente non arriva.
Non dovete credere unicamente a ciò che la scienza umana può chiaramente dimostrare. In Verità vi
dico, figli, che le cose che la scienza umana può chiaramente dimostrare e che dà come certe, sono ben
poche. Ma dovete credere anche a quello che la vostra ragione – sostenuta e diretta da questo senso
mistico – vi fa intravedere e, anche senza lampante dimostrazione matematica, vi fa sentire essere vero.
Durante la conversazione di questa sera, siete tornati sul problema, discusso più volte: un problema
la cui soluzione enunciata sembra molto facile, ma meno facile diviene quando la si voglia applicare.
L’uomo sente nell’intimo suo il desiderio di migliorarsi; aspira a qualcosa di più buono, di più bello, di
più ordinato e di più giusto. Inizialmente queste aspirazioni dell’uomo sono prese dall’io, cerca di divenire
grande in cielo ed anche in terra. Pur tuttavia alla radice di queste aspirazioni v’è qualcosa di reale, la cui
essenziale realtà si manifesterà in seguito, si manifesterà quando l’individuo avrà superato il bisogno di
espandere il proprio io.
“Ma – direte voi – se non dobbiamo fare delle coercizioni, come possiamo migliorare noi stessi?”. E
noi vi diciamo, figli: non preoccupatevi di migliorare voi stessi, non preoccupatevi di conoscere di più per voi
stessi, ma per gli altri. L’unica coercizione che l’individuo deve fare a se stesso, e che sia concepibile, è
quella che abbia per scopo l’aiuto ai suoi simili. Così, figli. Se voi sentite il desiderio di conoscere, cercate di
liberare l’essere vostro e la vostra mente da quello che può essere suggerito dal vostro io; cercate di
conoscere non per accrescere voi stessi, ma per aiutare i vostri simili.
Quando, consapevoli che non dovete pungere i vostri fratelli, vi sentite spinti a ferirli in qualche
modo, o con le parole o con le azioni, allora ricorrete pure alla coercizione; e non già per migliorare voi
stessi, perché quello che siete rimarrete,figli, ma per non fare del male agli altri.
La vostra religione vi insegna, in modo più o meno franco, aperto, a rispettare certi precetti; voi
potete trattare i vostri simili come vi sentite di fare, purché andiate a Messa la domenica, purché vi
comunichiate almeno una volta all’anno. La vostra religione vi insegna a fare di tutto per salvare la vostra
anima. Noi, invece, vi diciamo: perdete pure voi stessi e la vostra anima, pur di salvare quella di un vostro
fratello.
Così, figli, non dovete fare degli atti di coercizione per migliorare voi stessi, ma farli per non
danneggiare i vostri simili. Cristo disse: “Chi vorrà salvarsi, si perderà. E chi crederà di perdersi per causa
mia sarà salvato”.

DALI

Quando l’uomo primitivo osservava qualche fenomeno della natura inspiegabile, ne attribuiva la
paternità ad un immaginario essere soprannaturale. I fenomeni terrificanti della natura erano attribuiti alla
collera di un Dio ed il primitivo cercava di stornarli, facendo qualcosa che egli supponeva potesse acquietare
questa collera.
La vittoria in guerra o l’abbondanza delle messi erano, invece, interpretate come una divina
benevolenza. Ma, man mano che l’uomo progrediva nel raziocinio, scopriva le cause naturali promotrici dei
fenomeni inspiegati ed abbandonava l’errata convinzione che fosse l’uomo cagionevole di qualche deità a
produrli.
Vi è sempre stato “qualcuno” che gli uomini hanno creduto interprete del divino volere, capace di
perorare una causa di fronte al Supremo Fattore, ritenendolo oggetto di una particolare divina predilezione.
Ancora oggi, che la scienza dovrebbe aver demolito tutto quanto v’era di primitivo nell’umano
pensiero, non si stenta a credere che Iddio possa prediligere qualcuno o qualcosa. È vero che ciò avviene,
quasi esclusivamente, nel campo poco indagabile della fede, ma è altresì vero che, avendo scoperto la
logica di ciò che si vede, non si dovrebbe credere irrazionale ciò che ancora resta da scoprire. Ma – si potrà
dire – vi sono fatti che sembrano avvalorare l’ipotesi di un intervento o di interventi speciali di Dio; e proprio
di uno di questi casi, fratelli, vogliamo parlarvi questa sera. Il fenomeno delle stigmate.
Voi dite che, quando un mistico ha ricevuto le sacre stigmate, Dio ha voluto mostrargli e mostrare
agli uomini i segni della Sua predilezione, perché le stigmate dovrebbero riprodurre le ferite che il Cristo
ebbe sulla croce. Tale riproduzione dovrebbe essere, secondo la convinzione dei religiosi, da attribuirsi ad
un divino intervento.

18
Guardiamo, invece, come stanno le cose.
Anche i vostri studiosi hanno potuto osservare, in taluni soggetti di particolare sensibilità, i quali
siano stati ipnotizzati, dei curiosi fenomeni. Si è potuto osservare, ad esempio, che per un periodo più o
meno breve, in stato ipnotico, si potevano vedere ed esaminare – perché reali – ferite prodotte per vie
consuete. Se, ad esempio, ad un sonnambulo si faceva credere di avvicinare una fiamma, in realtà
inesistente, a qualche parte del suo corpo, nella parte interessata si produceva una ustione in tutto simile a
quella che si sarebbe prodotta avvicinando una fiamma reale.
Ciò è dovuto alla gran forza che la psiche esercita sul soma, ed è la stessa forza che opera le
cosiddette guarigioni miracolose, senza intervento né di guaritori né di cure specifiche.
Lo stato ipnotico, necessario alla produzione di questi fenomeni, può essere indifferentemente
provocato da un operatore od ottenuto per autosuggestione.
Abbiamo, dunque, visto e i vostri studiosi hanno esaminato, che la psiche esercita un potere motorio
fortissimo sul fisico; potere che si manifesta e rivela in modo eccezionale in particolari individui, sottoposti a
particolari trattamenti, per così dire.
Premesso ciò, resta facile comprendere come un mistico, intimamente compenetrato in quello che
egli crede essere stato il Calvario del Cristo, riproduca sul suo corpo fisico le ferite che egli – nella sua estasi
– vede aperte nel corpo del Cristo.
Ma, guardiamo la questione da un altro punto di vista, fratelli. La Sindone, che è stata oggetto di
meticolosi esami scientifici, reca sommariamente fotografato il corpo del Crocefisso; da tale rudimentale
fotografia, appare che il Cristo non fu crocefisso per il palmo delle mani, ma all’inizio degli avambracci, al di
sotto – poco – della articolazione dei polsi.
Or dunque: se nel fenomeno delle stigmate niente vi fosse di soggettivo, ma questo fenomeno
realmente fosse un segno che Dio volesse dare a qualche anima eletta, rendendola simile, nella sofferenza,
al Cristo, le ferite non dovrebbero riprodursi in un’altra parte del corpo, ma dove realmente il Cristo le ebbe.
In altre parole: le ferite si riproducono nel corpo degli stigmatizzati nel palmo delle mani, perché lì il mistico
crede, convinto dalla tradizione, che Cristo sia stato crocefisso.
Sia ben inteso, però, fratelli, che con quello che abbiamo detto non vogliamo certo sminuire la figura
degli stigmatizzati. Occorre un’ardente fede ed una continua compenetrazione di tutto l’individuo nella figura
del Cristo perché si riproducano, in modo eccezionale e duraturo, certe ferite. Veramente queste creature
emanano un alone di santità, perché veramente ogni atto della loro vita è eseguito nella completa fede, in
armonia all’ideale più elevato che una creatura può avere della figura del Cristo.
Veramente una tal fede è capace di operare i miracoli raccontati; veramente da tali personalità
emana un ascendente sugli uomini capace di produrre su questi degli effetti imprevisti.
Abbiamo voluto parlarvi questa sera, oh fratelli, di un fenomeno che più, fra gli altri, può ricondurvi
alla errata concezione di Dio, per sottolineare ancora una volta che in Realtà non esistono privilegi né
privilegiati.

KEMPIS

1
Avete parlato di una parabola, la “Parabola del fattore infedele” . Disse ancora ai discepoli: “Eravi
un ricco che aveva un fattore, denunziato presso di lui come dissipatore delle sostanze del padrone.
Chiamatolo a sé, gli disse: - Che è mai quel che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione,
perché d’ora in poi non potrai più tenerla. – Il fattore disse allora fra sé: - Che farò io, ora che il padrone mi
toglie l’amministrazione? Zappare la terra? Non sono capace; mendicare? Ho vergogna. So ben io quel che
farò, affinché quando dovrò lasciare la fattoria, ci sia chi mi riceve in casa sua. – Convocati quindi a uno a
uno i debitori del padrone, domandò al primo: - Quanto devi al mio padrone? – Quegli rispose: - Cento barili
di olio. – Ed egli: - Prendi la tua scrittura: presto, siedi e scrivi cinquanta. – Poi chiese a un altro: - E tu
quanto devi? – Quegli rispose: - Cento staia di grano. – Ed egli: - Prendi la tua scrittura e scrivi ottanta. – E il
padrone lodò il servo fedele, perché aveva operato con furberia; giacché i figlioli di questo secolo sono, nel
loro genere, più accorti dei figlioli della luce. Ed io vi dico: “Fatevi amici con le ricchezze ingiuste, affinché
quando veniate a mancare, vi accolgano nei tabernacoli eterni. Chi è fedele nel poco, è fedele pure nel
molto; e chi è ingiusto nel poco è ingiusto anche nel molto. Se dunque non foste fedeli per le ricchezze
ingiuste, chi vi affiderà le vere? E se non siete stati fedeli quanto all’altrui, chi vi darà il vostro? Nessun servo
può servire a due padroni; perché o ne odierà uno e amerà l’altro, o si affezionerà al primo e disprezzerà il
secondo. Voi non potete servire a Dio ed a Mammona”.
Una parabola, questa, che poteva essere attinente alla conversazione del Fratello Alan e alla morale
che egli ha tratto. Siete rimasti un po’ titubanti sul testo di questa parabola; effettivamente ci sono delle

1
Evangeli secondo Luca.

19
imprecisioni. Vera è la morale, vero è l’insegnamento di questa parabola, ma il racconto non è esatto. In
origine era così:
“Il fattore, prima ancora che fosse accusato dal padrone di infedeltà, chiamò i contadini e condonò
loro parte del debito, integrando però con il suo la parte di debito che spettava al padrone”.
Dobbiamo aprire una parentesi e riportarci a quei tempi, duri in vero per i sottoposti. Tempi di
effettivo grande sfruttamento per coloro che lavoravano per un padrone; sfruttamento, si intende, da parte
del padrone. Il fattore animato da uno spirito altruistico e da prudenza (come poi si vedrà) condonò in parte il
debito di questi contadini, ripeto, secondo un criterio personale ma giusto, tanto che a taluno condonò più, a
tal altri meno, secondo i meriti e integrando, verso il padrone, con il suo. Si sparse la voce ed il padrone, non
sapendo che il fattore aveva regalato, ma regalato del suo, pensò che il fattore fosse stato infedele e lo
mandò a chiamare e gli rivolse quelle parole che sono all’inizio della parabola. Il fattore rispose al padrone e
spiegò che niente aveva preso, in modo che si fosse macchiato di furto, ma che aveva dato del suo per farsi
degli amici. Voi ritroverete una frase, verso la metà della parabola che dice: “Il padrone lodò il fattore e disse
che era stato prudente”.
Cosa che non avrebbe potuto fare, ammesso che lo avesse licenziato per un solo sospetto, come si
intende leggendo la parabola quale oggi è scritta. Non poteva licenziarlo per un sospetto e poi lodarlo all’atto
del furto reale; lo lodò, appunto, per la sua prudenza quando venne a sapere che ciò che aveva dato non era
del padrone, ma era del fattore.
La morale, quindi, resta chiara: fatevi degli amici, appunto, con le cose di questo mondo, date e date
anche le cose per così dire materiali, come voi le chiamate, in modo che a voi siano date ben altre cose. “Ma
– dice – siate onesti anche con queste cose materiali, acciocché con tranquillità vi siano date le spirituali,
perché – dice la morale del Cristo – chi è infedele nelle piccole, come potrà essere fedele nelle grandi
cose?”. È vero, figli?
Questo è il vero significato della parabola, e voi comprendete che colui che scrisse il Vangelo si
preoccupava di riportare l’insegnamento del Cristo, senza badare molto alla parabola in sé e, quindi, non
fece attenzione all’errata interpretazione che poteva dare chi rileggeva la parabola così raccontata.
Il Cristo, invece, era molto preciso e le Sue parabole calzavano perfettamente. Non possiamo
pensare che questa sia stata detta come oggi si legge, perché effettivamente può portare a delle false
interpretazioni.

Voi, figli, e più di voi coloro che sono nati nel segno della religione cristiana, celebrate qualcosa che
ha un profondo significato: un episodio della vita del Cristo, reale ed avente un simbolismo reale perché,
come voi sapete, Cristo risorse, anche se in modo diverso da come fino ad oggi si è creduto e qualcuno
tutt’oggi crede ancora. Simbolico perché tutta la vita del Cristo ha un profondo simbolismo, è una allegoria
della vita dell’individuo.
Questa particolare resurrezione di Cristo è da noi presa, questa sera, per parlarvi della resurrezione
dell’uomo. Per dirvi che la Verità della resurrezione è una Verità che permea tutto il Cosmo; il Cosmo si
fonda sulla morte e sulla resurrezione, sulla trasformazione, sulla metamorfosi; e nella vita dell’individuo,
nella sua teoria della evoluzione, è un susseguirsi di resurrezioni, in quanto ogni qualvolta l’individuo
raggiunge una meta di questa sua evoluzione (e si può dire che la teoria della evoluzione è fatta di
innumerevoli punti), ogni qualvolta l’uomo raggiunge una di queste mete, è una morte e una resurrezione, è
una trasformazione.
Noi, molte volte, vi abbiamo detto che lo scoglio che fu di salvezza ieri diventa o può diventare un
ostacolo: ed ecco la morte, ecco il gradino che ha portato l’individuo fino a quel punto e che, da quel punto,
serve di base per il nuovo cammino che l’attende.
Morte e resurrezione è, dunque, una Verità cosmica, una Verità valida per tutti gli individui, una
Verità valida per tutte le materie. È una Verità che è un pilastro di questo Cosmo.
Voi, figli, quindi, dovete morire e risorgere e nascere ogni giorno; dovete abbandonare tutto quanto
può, nell’intimo vostro, essere di impiglio; tutto quanto può, come una cappa di piombo, soffocare la Verità di
voi stessi, e risorgere da questo cadavere. Come voi sapete, vi è un arcano maggiore del libro di Thot che
rappresenta perfettamente questa Verità; ed è una Verità, oltre che bella, poetica. Oltre che convincente –
perché basta guardarsi attorno per ritrovarla – confortante.
Niente muore, ma tutto si trasforma e le forme che vengono abbandonate, imputridiscono, ma per
quanto questo aspetto possa essere poco confortevole, vi è oltre questo qualcosa che, invece, ci allevia: dal
fango, da questo disgregarsi, ciò che è più importante e più vero, dell’uomo, è uscito; ed è uscito in una

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nuova veste, in un nuovo essere, rinato, rinnovato, pronto a camminare, nuovamente a morire per
nuovamente risorgere.
Ed ho detto che questa Verità della morte e della resurrezione è una Verità cosmica. Verità per
l’individuo, Verità per l’uomo, per i popoli, per le umanità, per le razze; ed è una Verità che possiamo vedere
anche in questo momento particolare della evoluzione della razza alla quale appartenete: parliamo della
morte dell’esteriore, della morte di tutto quanto fino ad oggi è stato di prima importanza, e della nascita
dell’interiore. È una Verità, questa, della fase evolutiva di questa razza, che appare ora; ma è una Verità che
c’è. E, tanto è vero, che basta guardarsi attorno per vederne i segni. Voi osservate quanto gli ideali, le buone
maniere, i pregiudizi stiano vacillando e, forse, i benpensanti da questi fatti sono portati a credere che gli
uomini siano peggiorati; ma non è così, figli. Noi vi diciamo sempre: “dovete perseguire l’ideale più alto che
la vostra coscienza può suggerirvi”, ed anche noi vi parliamo di “ideali”. Ed allora? Anche noi, figli, forse
cerchiamo di crearvi dei pregiudizi, di spingervi ad avere una vita di atteggiamenti e non di realtà intime? No.
perché seguire e perseguire l’ideale morale più alto che la vostra coscienza suggerisce non significa essere
dei falsi moralisti, non significa essere dei farisei: significa veramente tendere e protendere a questo alto
ideale, il più alto che si possa concepire. Dunque, fra un moralista e voi esiste una sostanziale differenza; gli
ideali morali o gli ideali, semplicemente, della società che stanno traballando sono cosa tutt’affatto diversa
dagli ideali che voi dovete perseguire, anche se possono essere gli stessi.
L’ideale dell’onestà, della rettitudine, è unico: quando si dice “onestà” e “rettitudine”, si intende
onestà e rettitudine. Eppure fra due creature, che dicono di perseguire questi ideali, può esistere una
differenza tale da non ammettere alcun punto di contatto. L’una può essere un moralista, l’altra una creatura
intimamente convinta.
Nel moralista, l’ideale è preso come un preteso, una scusa, per apparire più bello, più bravo, più
buono di quanto in realtà sia. In voi non deve essere così; voi dovete perseguire la rettitudine e l’onestà per
amore alla rettitudine e all’onestà; perché convinti che una società non può essere ordinata, non può
fondarsi sulla giustizia, sulla reciproca libertà, se i suoi componenti, gli individui che ne fanno parte, non
sono delle creature rette ed oneste.
Dunque, ancora una volta torniamo all’intimo dell’uomo; ed ancora una volta voi potete vedere
quanto importante sia l’intimo sentire, la vita interiore dell’individuo.
Ma dicevo prima che l’umanità sta abbandonando questi ideali – forse più esatto è dire che sta
abbandonando i falsi atteggiamenti – che non crede più a coloro i quali si dicono creature integre, si
professano in un modo ed agiscono in modo diverso. Dunque, anche l’umanità, pur senza rendersene conto,
sta dando valore alla vita interiore dell’individuo, alla sua realtà, a ciò che l’individuo è, e non a ciò che
l’individuo appare.
Ecco, dunque, la profonda metamorfosi, ecco la morte dell’esteriore, delle azioni che gli individui o
gli uomini possono fare e che sono in antitesi con la loro realtà intima. Ed ecco la resurrezione dell’intimo
essere dell’individuo, rappresentata dalla importanza, dal concentrare l’attenzione sulla essenza
dell’individuo, su ciò che egli è.
Questo nuovo modo, se così vogliamo dire, di vedere i propri simili, è capace di trasformare
completamente i rapporti fra gli uomini ed è, per questo, capace di trasformare i popoli, le società, l’umanità.
Noi, figli, vi auguriamo di far coincidere la resurrezione cristiana con la resurrezione dell’intimo
vostro; di raggiungere la comprensione della importanza di questa nuova fase della vostra evoluzione.

Vi ha colpito in particolar modo il ritrovamento di certe pergamene o certi scritti attribuiti al Cristo.
Dobbiamo dire che, come è facile comprendere, alcune cose vennero – in seguito e senza cattiva fede –
aggiunte a quelle che lo stesso Cristo disse, da coloro che, attraverso alla tradizione orale, facevano
conoscere ai neofiti del Cristianesimo la dottrina del Cristo. Così coloro che vollero riassumere e fissare,
come si direbbe oggi, nero su bianco, senza saperlo e in buona fede, scrivendo, tramandarono cose che
erano, in effetti, leggende e non erano mai appartenute alla Realtà del Cristo.
Esempio chiaro e lampante, sempre per rimanere in argomento, è la famosa “nascita virginea”.
Come altre volte vi abbiamo spiegato in modo più particolareggiato, man mano che il Cristianesimo andava
prendendo vigore, si diffondeva – ad opera di chi in queste storie si sentiva a suo agio per le precedenti
convinzioni – l’idea che Cristo fosse nato dal connubio di una mortale con Dio. Sino a che l’intera storia
diventò così importante e così condivisa, che si sentì il bisogno di inserirla in alcuni Vangeli.
Con questo, però, figli, non vogliamo fare come fa la religione cattolica cristiana, la quale nega il
valore di ogni eventuale ritrovamento che riguardi il Vangelo di Cristo. Vi sono ancora dei passi che verranno

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alla luce nei prossimi anni, che sono bellissimi e di una profondità degna del grande Maestro. Al momento
opportuno ne riparleremo più diffusamente.
Domanda – Vorrei sapere: la reincarnazione al tempo di Cristo, era accettata, vero? fino a che
epoca?
Risposta – Dobbiamo dire che era accettata dagli Apostoli. Cristo aveva parlato in modo chiaro e
senza equivoco di reincarnazione agli Apostoli e, quindi, la Verità della reincarnazione faceva parte di quella
dottrina del Cristo detta “esoterica”, cioè segreta. E tale è rimasta nell’insegnamento occulto cristiano per
molti anni. Non possiamo dare una data esatta, ma circa un duecento anni. E naturalmente, in seguito, è
andata perduta, così come tante altre Verità. Questo non solo nella religione cristiana, ma in tutte le religioni.
Domanda – Non è dipeso dal II° Concilio di Costantinopoli? Dicevano che da allora era stato deciso
che non si doveva più parlare di reincarnazione, nella religione cristiana. Non è esatto?
Risposta – Sì, è esatto. Io ho detto circa duecento anni per dire in senso lato dell’insegnamento
cristiano esoterico. In seguito poi è rimasto ancora, ma presso pochissimi i quali, successivamente, hanno
risollevato la questione.
Questa sera, figli, siete ritornati sull’argomento dei Vangeli e, più precisamente, sulle notizie
riguardanti la edizione primitiva di questi testi sacri. Non posso fare altro che ripetere quello che già abbiamo
detto altre volte; e cioè che questi libri o queste Scritture sono attribuiti agli Apostoli, ma in realtà anche
recenti studiosi hanno smentito quello che si credeva anticamente, perché questi libri sono di più di un
autore.
Ad esempio: il Vangelo secondo Matteo trae le sue origini dal cosiddetto “Vangelo degli Ebrei”, il
quale era una traduzione e rimanipolazione dell’Evangelo scritto dall’Apostolo Matteo in aramaico. Quindi,
voi comprendete che se l’Evangelo di Matteo, quale voi oggi lo conoscete, fosse giunto fino a voi senza
subire ulteriori rimanipolazioni, non sarebbe egualmente autentico, in quanto sarebbe già frutto di due
rimanipolazioni: l’una, quando dal primitivo Vangelo dell’Apostolo Matteo fu fatta la traduzione e
rimanipolazione che si chiamò “Vangelo degli ebrei”, l’altra quando di questo “Vangelo degli ebrei” venne poi
fatta una traduzione e rimanipolazione che è stata chiamata nuovamente “Vangelo di Matteo”.
L’Evangelo di Luca è stato scritto da un certo Luca, effettivamente, il quale è autore degli “Atti degli
Apostoli”, ed è il più recente.
Poi abbiamo l’Evangelo di Marco, il quale fu un discepolo di Pietro e scrisse questo Evangelo
attingendo all’Evangelo di Pietro, il quale è andato perduto.
Ed infine, abbiamo l’Evangelo di Giovanni, il quale dovrebbe essere quello che ha subito meno
rifacimenti e dovrebbe essere stato scritto da Giovanni l’Apostolo. Però, noi abbiamo detto, figli, che
nessuno dei quattro Vangeli che voi conoscete è stato scritto da testimoni oculari; infatti, tutti hanno subìto
delle rimanipolazioni per cui di effettivo, di scritto dal vero autore, ben poco è rimasto. Però fra tutti, ripeto,
quello che dovrebbe essere venuto più direttamente a voi, dovrebbe essere quello dell’Apostolo Giovanni.
Domanda – Perché “dovrebbe”?
Risposta – Dovrebbe perché, in effetti, non è. dovete cercare di comprendermi. Se ancora
riesaminiamo tutto quanto, gli altri Vangeli sono stati scritti su testi già esistenti, vedi ad esempio l’Evangelo
di Matteo, è vero, figli? Il Vangelo di Marco è stato scritto da un certo Marco, discepolo di Pietro, ispirandosi
al Vangelo di Petro. Altrettanto dicasi di Luca, mi spiego?
Il solo che non è stato scritto ispirandosi ad un’altra opera già esistente, è l’Evangelo di Giovanni e,
quindi, in questo senso, dovrebbe essere più autentico degli altri, più consono alla Verità dei fatti.
Però, anche questo, voi comprendete che nel passare degli anni, nel giro dei secoli, ha subìto molte
depauperazioni ed aggiunte, per cui anche questo conserva poco. Ad esempio, l’inizio di questo Vangelo,
veramente bello e profondo: “Nel principio era la parola…” era molto più lungo e molto più significativo di
quanto sia oggi.
Però, se noi vogliamo avvicinarci a comprendere lo Spirito del grande Maestro Cristo, dobbiamo
studiare e meditare sul Vangelo di Giovanni, perché in quei pochi passi, che possiamo dire autentici,
rimangono delle Verità profonde. Vedi, ad esempio, l’inizio, le varie parabole, fra le quali quella del cieco
nato e la fine stessa dell’Evangelo.

Riprendiamo, così, questa parabola riportata dall’Evangelo di Giovanni, che fu da noi citata per
dimostrare in qualche modo che il Cristo aveva parlato ai discepoli di reincarnazione. Reincarnazione che
oggi è, invece, negata dalla Chiesa Cristiana.
Non vi è chiara, se ho ben capito, oh figli, la risposta data da Cristo. I discepoli domandarono al
Maestro se quell’uomo, cieco fin dalla nascita, fosse nato con questa sua infermità in seguito a peccati da lui

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commessi (evidentemente in un’altra vita, precedente a quella, essendo lui nato cieco) oppure se fosse
infermo in seguito a un karma familiare.
È necessaria, qui, una precisazione. Dobbiamo dire che, in effetti, l’una cosa, generalmente, va di
pari passo all’altra. Infatti, voi comprendete che, sia che la creatura sia nata cieca per un suo karma o per un
karma familiare, in effetti, quella creatura nasce cieca sempre per un suo karma; perché non possiamo
assolutamente pensare che una creatura innocente sconti la colpa che non ha commessa.
Quindi, se un individuo nasce cieco o in qualche modo infermo, è sempre per un suo karma. Non
solo, ma se questo individuo è contornato da familiari o da creature che a lui vogliono bene, questo karma
non è solamente suo, ma anche di queste creature. E, quindi, vedete che, in effetti, le cose camminano di
pari passo; quindi i discepoli, chiedendo , sono stati un po’ superficiali.
Ma noi dobbiamo comprenderli, perché erano creature molto semplici e prima di allora non avevano
mai udito parlare di quelle Verità, le quali, invece, furono svelate dal Cristo.
Voi vedete, figli, che dopo molti anni che qui venite e ci ascoltate, ancora fate delle domande che
dovevano essere fatte in un primo tempo e da questo voi capite che anche i discepoli del Cristo, benché
pronti per ricevere quelle Verità, non avevano ancora avuto il tempo – come si usa dire – materiale per
assorbirle proprio nel concetto.
La risposta del Maestro Cristo è un insegnamento; un insegnamento grande, fatto proprio per l’uomo
e non per il Maestro. Un insegnamento dato conoscendo profondamente la natura umana, infatti il Cristo
dice: “Non vi preoccupate dei particolari…” perché se avesse dovuto rispondere con precisione, cioè: “è per
un karma suo”, avrebbe dovuto dire quello che io ho detto prima, cioè che sia suo o dei suoi genitori è una
identica cosa. Ma il Cristo taglia corto e dice: “Non preoccupatevi dei particolari. Questa creatura è nata
cieca acciocché la Gloria di Dio sia manifestata in lui”. E non già alludendo al miracolo che avrebbe
compiuto immediatamente dopo, perché non è quella la Gloria di Dio, ma alludendo alla liberazione, alla
comprensione che quella creatura avrebbe avuto in seguito al sopportare il karma della cecità. Mi spiego?
Voi direte: – Perché Cristo ha voluto tagliar corto e ha detto “non preoccupatevi dei particolari”? –
Per la stessa ragione, oh figli, che causa il non ricordare le passate incarnazioni. Cioè: se l’uomo ricordasse
le colpe commesse, non le commetterebbe più solo per il timore di ciò che può accadergli e non per intimo
superamento. Ecco perché, appunto, l’uomo non si ricorda delle passate incarnazioni e si domanda il perché
della sua sofferenza; l’uomo non deve commettere più certe azioni, non già per la paura di ciò che può
venire in seguito a queste azioni, ma perché ha superato la passione che lo spingeva a commetterle.
Per questa ragione il Maestro Cristo non risponde e non dice “per un suo karma”. Cioè, “non
preoccupatevi del particolare, non preoccupatevi di sapere che lui è nato cieco in seguito ad una colpa che
ha commessa”. In questa rivelazione dal vivo, l’umano sarebbe stato portato a dire: “Ben ti sta. Non dovevi
commettere quella colpa!” E dove sarebbe andato l’amore al prossimo?
Non solo, ma avrebbero chiesto immediatamente: “E per quale dei suoi peccati quell’individuo ha
dovuto nascere cieco?”. Ed allora si sarebbero subito preoccupati di non commettere quel peccato, per la
paura di dover nascere ciechi anche loro. Ricordatevi che questo episodio del cieco è avvenuto non in
privato, fra i discepoli eletti, ma in mezzo anche a tante creature che erano meno preparate degli Apostoli.
Ecco perché, quindi, il Cristo taglia corto e dice: “Non preoccupatevi dei particolari, ma sappiate che tutto
avviene acciocché Dio si riveli nell’intimo delle creature, acciocché le creature raggiungano l’intima
comprensione”.
E così io dico a voi, figli, molto indegnamente. Ricordate, tenete sempre presente che la vita
dell’uomo non è un collaudo del suo spirito, ma è una nascita spirituale. Tutto quanto avviene, accade
acciocché voi nasciate, accade acciocché in voi sia una vittoria, acciocché voi acquistiate un piccolo
frammento di Verità.
Quindi, voi non siete provati per vedere se siete resistenti alla lusinga del male, oppure per vedere
se la vostra fede è solida; ma voi siete provati acciocché qualcosa vibri nell’intimo vostro e voi cresciate
spiritualmente; per questo.
Ancora vi ripeto, oh figli, quando voi vedete soffrire una creatura, non ha importanza sapere per
quale colpa quella creatura deve soffrire; è una creatura che soffre. Voi sapete che esiste il karma e, quindi,
quella creatura non soffre ingiustamente. A questo deve servire la conoscenza del karma, cioè deve servire
a farvi comprendere, a non farvi imprecare contro Dio, a sapere che non siete vittime di una ingiustizia. Non
a farvi dire: “Ben ti sta”. Per questa ragione vi è stato detto che esiste il karma; ma poi il sapere per quale
particolare colpa o per quali colpe una creatura debba nascere con quella sofferenza, non ha alcuna
importanza. Ripeto: è una creatura che soffre. Soffre per un principio di giustizia e giustamente; per una
causa mossa da lei stessa. Ma ciò non toglie che debba essere oggetto di tutta la vostra comprensione e di
tutto il vostro amore.

DALI

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La parola karma, benché sia stata da noi più volte spiegata e illustrata, ritorna spesso nelle vostre
conversazioni.
Ancora una volta ribadisco che karma non vuol dire fato, assegnato da un disegno imperscrutabile
del Creatore; ma karma è unicamente l’effetto di una azione che l’uomo ha mosso. Ribadisco ancora questo
perché dovete tenere presente il vero significato di tale parola.
È molto difficile addentrarsi nel campo del karma e parlarne con precisione, benché il karma sia una
cosa talmente esatta e precisa da rasentare a volte proprio l’assurdo, all’occhio umano. Per darvi un
esempio (spero di non confondere le vostre idee) vi dirò questo: voi vedete che l’uomo, per cibarsi, porta via
delle creature del mare; ebbene con questo muove una azione, crea un karma, il quale, appunto, ha un suo
effetto: il mare si prende la vita degli uomini. L’uomo prende la vita di quelle creature che popolano il cielo ed
il cielo si prende la vita degli uomini. L’uomo prende delle creature che popolano la terra e la terra si porta
via la vita dell’uomo. E tutto questo avviene senza che un atto di ingiustizia colpisca una creatura.
Voi direte: “Vi sono delle creature che uccidono delle creature della terra e non hanno un effetto”.
Naturalmente è facile capire che non vedete questo effetto; se lo vedete vi sembra che periscano nella terra
altre creature che non sono direttamente responsabili. Ma periscono coloro i quali devono terminare,
concludere il proprio ciclo di vita. Da ciò si vede che quasi è rispettata una questione di forma.
Voi assistete ad un grande progresso scientifico, il quale non avviene per volontà dell’uomo, ma
avviene sempre in funzione del grande disegno di evoluzione generale. In futuro l’uomo, per cibarsi, non
avrà più bisogno di ricorrere alla vita che popola il pianeta, ma creerà degli alimenti sintetici per soddisfare i
propri bisogni fisici; così le forme di vita, sia pure inferiori non saranno più distrutte e l’uomo non subirà più
effetti per cause di quel genere.
Domanda – Ma se una creatura muore per mano di un’altra creatura, quella morte doveva avvenire
o è stata la creatura che uccide a provocarla?
Risposta – La stessa cosa va osservata da due punti di vista. Ad esempio: nell’assassinio si ha
colui che uccide e colui che è ucciso. Ora non è ammissibile che il libero arbitrio di una creatura possa
provocare un danno così grave, quale è il togliere la vita ad un altro individuo. Cioè una creatura non può
fare questa somma di male, per così dire. Si hanno dei casi in cui degli innocenti che transitano per una
strada, sono vittime di una sparatoria. Non sarebbe ammissibile che una creatura innocente dovesse subire
un male così forte. E, allora, qual è la reale spiegazione di questo fatto? La reale spiegazione, appunto, si
scopre vedendo i due lati della questione: quelle creature avevano chiuso il proprio ciclo di vita di una
reincarnazione, quindi, il loro veicolo fisico doveva perire perché loro dovevano trapassare.
Prendiamo l’esempio di una creatura che uccide: questa creatura non ha saputo superare l’uccidere
i propri fratelli attraverso il ragionamento; ma non ha fatto in realtà un male così forte quale l’uomo crede che
possa fare uccidendo, in quanto l’altra creatura che è stata uccisa, doveva trapassare. Pur tuttavia questo
non toglie che la causa sia stata mossa, in quanto l’individuo che ha ucciso è realmente un assassino.
Domanda – E allora è giusto dire che così doveva essere.
Risposta – Così doveva essere per colui che è morto, ma non per colui che ha ucciso. Tu fai una
questione immediata, cioè: per quella creatura che uccide, non potendo superare questa azione attraverso il
ragionamento, altro mezzo non v’era che l’esperienza diretta.
Vuoi dire questo? Ma non dobbiamo capire, con questo “doveva essere”, come una cosa
predisposta dal fato. Certamente se non comprendete con la mente, altro mezzo non v’è che il dolore; e,
quindi, “doveva essere”; unicamente in questo senso, però. Cioè vi sono due vie, ad esempio: se tu scarti la
prima, non rimane che la seconda; in questo senso “doveva essere”, cioè se tu scarti la prima. Non doveva
avvenire in senso di fato, perché dicendo “doveva avvenire”, noi comprendiamo doveva avvenire in senso
fatalistico, è vero? doveva avvenire in quanto quella creatura ha escluso la prima soluzione; doveva avvenire
in quanto, nella possibilità di scelta, è stata esclusa una via e, quindi, non rimane che la seconda.

ALAN

Domanda – Permetti, Dali? Abbiamo discusso del caso Eichmann e ci domandavamo: una creatura
che può essere causa di sofferenze indicibili e del trapasso di milioni di esseri umani, dovrà avere un
karma…inestinguibile. E pensavamo che Eichmann fosse piuttosto un mezzo, uno strumento. Ero nel vero o
no?
Risposta – Vedete, figli, ciascuno di noi può essere, e molto sovente è, lo strumento di un karma di
un proprio simile. Ciò, però, non toglie la responsabilità che abbiamo di fronte ai nostri fratelli. Voi sapete che
nessuno può subire, a torto, il dolore che noi possiamo dargli; questo, però, non vuol dire che noi siamo
esonerati dalle responsabilità di aver fatto soffrire un nostro fratello, anche se questa sofferenza doveva
patirla.
In quanto poi a questi fatti clamorosi, per analogia, anche se qua si tratta di una sola persona,
possiamo ricondurci all’esempio di Giuda, il quale avrebbe tradito Cristo, l’avrebbe venduto, e che quindi
starebbe nel più profondo dell’inferno. Giuda, però, rappresenta lo strumento, non solo di una certa parte

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dell’umanità che viveva al tempo del Cristo e che circondava la Sua figura in quel momento storico, ma
rappresenta il simbolo di tutta la umanità che si era cristallizzata e che in questa cristallizzazione, aveva
determinato la venuta del Cristo sulla Terra.
Così è per questo fatto: sia questa creatura che tutte le altre da voi ritenute responsabili di tante
atrocità, non sono altro che il simbolo della società, della nazione o dei popoli che hanno voluto la guerra. E,
in questi, si devono comprendere anche coloro che davano il loro assenso al movimento di violenza e di
crudeltà che fomentava in quel periodo. Ecco perché noi vi diciamo: rimanete soli e semplici.
Questa creatura che tu hai nominato poteva essere un esponente di questo terribile movimento di
crudeltà (necessario perché milioni di creature estinguessero un loro karma, milioni di creature provassero la
sofferenza che avevano fatto provare, in altri tempi remoti, ad altre creature). Ma questo non significa che la
creatura che è attualmente in giudizio abbia su di sé tutta la responsabilità degli orrori che tutti conoscono.
No, la responsabilità è distribuita fra tutti quelli che hanno acconsentito al movimento di violenza, di rivolta e
di crudeltà che ha causato la guerra – compresi quelli che semplicemente davano ragione ed appoggiavano
questo nuovo sorgere di idee di violenza – e coloro che ne hanno preso parte attivamente e fattivamente.
Augurandovi che non vi sia più necessità che ciò accada, e ricordandovi che ciascuno di voi deve
rimanere solo e semplice per non accrescere l’antagonismo che esiste tutt’oggi nel mondo, fra le varie parti,
io vi benedico e vi auguro che la pace sia con voi e con tutti gli uomini.

Il concetto di libero arbitrio, cioè della libertà di cui dispone l’uomo nella sua esistenza, è
fondamentale nelle filosofie che pongono l’uomo, fra il bene e il male, libero nella scelta e responsabile delle
proprie azioni maturate nella conoscenza e nella libertà: l’ignoranza e la costrizione in un senso o nell’altro
escludono la libertà e la responsabilità dell’uomo.
Prima di affrontare questo ponderoso argomento, dobbiamo subito dire che per noi il problema non
risulta così assillante. Infatti, vi abbiamo sempre detto che le leggi cosmiche sono infrante sia che l’uomo le
vìoli consapevolmente che inconsapevolmente e sia che l’uomo agisca di spontanea volontà che sotto una
influenza.
A voi, che siete abituati a pensare in termini di responsabilità, verrà istintiva una domanda: “L’uomo,
allora, ha colpa di ciò che compie nell’ignoranza e nella coercizione?”. Noi vi preghiamo di tenere sempre
presente il concetto fondamentale del nostro insegnamento e cioè che l’esistenza dell’uomo non è una
riabilitazione, non è una prova atta a stabilire se debba meritare un premio o un castigo, ma è una nascita
vera e propria. Infrangendo, consapevolmente o no, liberamente o meno, le leggi cosmiche, l’uomo subirà
degli effetti, avrà delle esperienze, le quali allargheranno in lui la coscienza e ne determineranno la nascita
spirituale. Il dolore che l’uomo incontra non è il castigo di una colpa commessa, ma l’ultimo rimedio al quale
si è costretti a ricorrere per fargli comprendere una Verità.
Premesso ciò il problema del libero arbitrio cade, ma è pur sempre interessante conoscere in quale
misura l’uomo è libero e di quale tipo è questa libertà.
Non occorre criticare coloro che affermano la libertà assoluta degli uomini: che ciò non sia, è più che
evidente. L’uomo o l’individuo sarebbe assolutamente libero nella scelta se questa si maturasse in una
atmosfera di vuoto assoluto oppure in una atmosfera nella quale l’Assoluto è egualmente presente; ma il
nulla assoluto non esiste, quindi rimane valida la seconda condizione: è assolutamente libero chi ha
raggiunto la massima evoluzione, chi ha presente il Tutto con eguale intensità. Per l’uomo, quindi, non è il
caso di parlare di libertà assoluta. La libertà dell’uomo è relativa e cresce proporzionalmente alla evoluzione.
Ciò è logico; infatti, se un individuo poco evoluto avesse una grande libertà, muoverebbe tante cause che lo
soffocherebbero, mentre, essendo la libertà proporzionale alla evoluzione, e cioè alla coscienza, esiste un
controllo naturale che restringe il campo di azione degli involuti in modo che questi possono muovere solo
tante cause da non restare soffocati.
Ma dire che la libertà dell’uomo non è assoluta non significa che l’uomo non abbia alcuna libertà.
Libertà assoluta vuol dire assenza di ogni e qualunque limitazione, come assenza di libertà vuol dire
assoluta coercizione. Fra questi due estremi è compresa la libertà dell’individuo, dal suo manifestarsi nel
piano fisico come cristallo, all’apice della sua evoluzione come superuomo.
Non solo, ma se esaminiamo la libertà di un uomo di media evoluzione, vediamo che esiste
egualmente questa scala data da:
1. Azioni che egli compie (o subisce) irrevocabilmente per karma, cioè per gli effetti delle cause
che egli ha mosse in precedenti incarnazioni (assenza di libertà).
2. Azioni che egli compie per sua libertà relativa, per le quali la scelta è stata influenzata da
una necessità (libertà spuria).

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3. Azioni che egli compie, sempre nell’ambito della sua libertà relativa, ma al di fuori di
qualunque influenza (libertà pura).
Libertà pura, naturalmente, non vuol dire assoluta. Per essere assolutamente libero, l’uomo, come
prima ho detto, non dovrebbe subire alcuna influenza in tutte le decisioni da prendersi, mentre la libertà pura
si riflette in una, o poco di più, decisioni prese al di fuori delle influenze.
Solo nell’uomo massimamente evoluto la libertà pura si identifica con la libertà assoluta, in quanto
tutte le decisioni sono prese al di fuori di ogni influenza.
Riassumendo: la libertà in genere è la possibilità che ha l’individuo di mettere in atto certi suoi
proponimenti. Questa libertà può essere goduta in misura diversa, cioè essere assoluta o relativa.
La libertà è sempre un attributo, in quanto non esiste in modo a sé stante. La libertà è una
conseguenza della evoluzione; quanto più l’individuo è evoluto, tanto più è libero. La legge di evoluzione,
invece, esiste in modo a sé stante. La libertà è un attributo della evoluzione. È assolutamente libero chi non
patisce di alcuna limitazione.
Le limitazioni possono essere di ordine intimo: mancanza di capacità. Oppure di ordine esterno:
impedimenti alla realizzazione di un proponimento. Ad esempio: posso avere la capacità di scrivere un
romanzo, ma non avere il tempo per farlo (limitazione esterna). La misura della libertà si determina
nell’attimo in cui l’individuo si propone di fare qualcosa. Ad esempio: fino a che non mi proporrò di volare,
non determinerò la mia limitazione, che sorge dal non aver io questa possibilità.
L’assenza di desiderio rende l’individuo indeterminatamente libero. Assenza di limitazioni significa
anche non essere sottoposti ad alcuna influenza. Tale condizione si realizza in due soluzioni: l’una negativa,
l’altra positiva. Cioè, è assolutamente libero l’individuo che è posto in un ambiente interiore ed esteriore di
vuoto assoluto o l’individuo che ha presente, con eguale intensità, il Tutto.
Il libero arbitrio, quindi, non esiste in modo assoluto per l’uomo, in quanto egli è influenzato da
innumerevoli fattori d’ordine intimo ed esterno. L’uomo ha un libero arbitrio relativo, in quanto gode di una
libertà relativa. Il fatto che l’uomo sia sottoposto ad alcune influenze e limitazioni, non vuol dire che l’uomo
sia privo di ogni libertà, bensì che l’uomo non gode della libertà assoluta.
Totale assenza di libertà, significa assoluta coercizione. Quindi, nell’assenza di libertà non si può
parlare di semplici (o complesse) influenze che volgono l’individuo ad una azione, ma addirittura di fattori
coattivi che non lasciano possibilità di scelta.
È facile capire che l’uomo non gode di una libertà assoluta; la libertà relativa di cui gode l’uomo gli
concede una certa gamma di azioni e la possibilità di realizzare alcuni suoi proponimenti, ma ciò non vuol
dire che i proponimenti che l’uomo può attuare nascano in una atmosfera di libertà, perché possono essere
dettati da certe necessità. In questo caso, l’uomo ha solo la libertà di soddisfare la necessità che ha dettato il
proponimento, ma il proponimento non è frutto della sua libertà. Quindi, essendovi, inoltre, proponimenti che
l’uomo non può attuare, nonostante la sua necessità (assenza di libertà in quel senso) e proponimenti che
non sono frutto di alcuna necessità, ma frutto di una intima libertà individuale, occorre distinguere così:

Libertà relativa, che si divide in

1. libertà pura. Ed è quella libertà nell’ambito della quale le azioni non sono determinate né da
influenze esteriori, né da necessità.
2. libertà spuria. Ed è la possibilità di attuare o soddisfare certi desideri o necessità.

Assenza di libertà, che si distingue in

1. parziale, quando solo un certo numero di azioni è predestinato.


2. totale, quando ogni e qualsiasi evento della esistenza è preordinato nei minimi particolari.
(Ad esempio: il processo di cristallizzazione, prima manifestazione di vita).

Il fatto che vi siano degli uomini capaci di prevedere e predire avvenimenti del vostro futuro, non
significa che tutto sia scritto e precedentemente determinato. Un veggente ha la facoltà di sapere prima del
loro verificarsi non solo i fatti karmici, ossia gli effetti delle cause mosse, ma anche quelle decisioni che gli
uomini prendono nell’ambito della loro libertà pura.
Ciò può sembrarvi una contraddizione, essendo abituati a conoscere in precedenza solo ciò che è
prestabilito, ma per chi può andare oltre il tempo, passato e futuro si fondono nel presente.
Così, il fatto che si possono prevedere con esattezza gli avvenimenti del futuro, non vuol dire che la
libertà individuale, ove vi sia, venga anche minimamente violata o che la visione del veggente sia possibile
perché tutto sia predestinato.
Avete manifestato una incertezza a proposito della libertà di cui gode un Maestro. Chi è giunto nella
Realtà Assoluta è assolutamente libero. Nel caso del Cristo non possiamo dire che il Maestro sia stato
privato della Sua libertà. Egli volontariamente si è assunta la Sua sublime missione e per svolgerla

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volontariamente si è assoggettato a tutte le condizioni che la missione imponeva, ma Egli rimase
essenzialmente ed intimamente libero in assoluto.

Domanda – Vorrei sapere, se permetti, questo: quando uno manda dei pensieri cattivi verso una
creatura, come nella magia nera, può nuocere tanto da portare la vittima dei suoi pensieri anche alla morte.
E quando, invece, uno manda pensieri buoni, preghiere può portare del bene. Però, se questo si collega con
il karma, mi sembrerebbe che tanto i pensieri cattivi quanto quelli buoni non possano modificarlo. Allora non
so… le nostre preghiere hanno un valore, un potere oppure il karma si svolge egualmente? Scusa se non so
spiegarmi meglio.
Risposta – Ti sei spiegata benissimo. L’uomo non sa che certi effetti, certi eventi della proprio vita o
della vita dei suoi simili sono segnati, per così dire, in quanto debbono accadere necessariamente. Ma in
questo non si deve vedere una fatalità cieca, bensì l’effetto di una causa mossa dallo stesso individuo, in
precedenti incarnazioni. Così, uno di questi punti fermamente stabiliti, è proprio il trapasso. Non può darsi
assolutamente che una creatura trapassi prima o dopo il periodo stabilito. Tanto è vero che anche nei
Vangeli, leggendo della resurrezione di Lazzaro era, sì, una morte vera e propria, tanto che i tessuti
iniziavano la putrefazione, però, Lazzaro non doveva morire, ma la sua morte aveva lo scopo di mostrare
agli uomini di allora il potere del Cristo nel farlo tornare in vita, nel ricostruire questi tessuti che stavano
andando in putrefazione. Neppure un Maestro della levatura del Cristo può protrarre il trapasso di una
creatura, e ciò non perché non ne abbia il potere, ma per non violare la legge.
Allora, direte voi, come si spiega che certe creature in preda all’ira oppure casualmente, senza
intenzione possono troncare la vita di altre creature? Figli, si spiega in modo molto semplice, in modo che
concilia l’una cosa e l’altra; concilia e il libero arbitrio e ciò che sta scritto, la fatalità o il destino o il karma,
come chiamar lo volete. In effetti, una creatura che muore, muore perché è la sua ora, come si usa dire; e
colui che uccide non sa di essere lo strumento di un karma. Con questo noi non intendiamo dire che colui
che uccide non abbia responsabilità, in quanto ha commesso l’atto senza sapere che così doveva essere.
Ma torniamo a noi. Quelli che voi chiamate poteri inconsueti, quali ad esempio appunto quelli che
riescono ad avere artificiosamente gli stregoni o individui così chiamati, fanno parte della natura; sono
inconsueti, ma sono naturali. E, quindi, come in modo semplice è possibile ad una creatura fare del male ad
un’altra (o per lo meno così è apparentemente), altrettanto è possibile farlo attraverso a dei mezzi
inconsueti, quali ad esempio le pratiche di magia nera. Ma se una creatura non deve subire il male che
un’altra le augura, state tranquilli che questa creatura, né con mezzi consueti, né con mezzi inconsueti
riuscirà a farlo. Se, invece, una creatura deve trapassare, accadrà qualcosa per cui questo trapasso avverrà.
Mi sono spiegato, figli?
Così, se voi pregate e rivolgete dei buoni pensieri verso delle creature, questi buoni pensieri
giungeranno e saranno operanti e determinanti solo se quella creatura non avrà un karma contrario, solo se
quella creatura potrà ricevere quei buoni pensieri.
In linea di massima voi dovete sempre rivolgere dei buoni pensieri a tutte le creature, senza
preoccuparvi se saranno o meno efficaci.
Supponiamo che conosciate un individuo che stia subendo un tracollo finanziario: se questo tracollo
è scritto per karma, nessuna ricchezza di questo mondo riuscirà a salvarlo. Ma se il suo tracollo non è
scritto, non è determinato per karma, non è effetto di una causa che egli ha mosso in un’altra incarnazione,
in un’altra vita, allora anche se non lo aiutate, supererà questo momento critico. Ma io vi ricordo il bellissimo
insegnamento di Budda: “Non lasciate tempo al sole di rasciugare una lacrima, prima che voi non l’abbiate
rasciugata”. Così non dite: “Se non lo farò io, lo farà qualcun altro”, ma abbiate il preciso senso del dovere di
essere voi ad aiutare. Aiutate pure e senza preoccuparvi se questo vostro aiuto giungerà o non giungerà; se
sarà effettivo, tangibile e se potrà essere ricevuto.
Domanda – Ma questi piccoli aiuti che possono venire dai nostri buoni pensieri, non fanno parte
delle cose principali che costituiscono il karma?
Risposta – Non sempre.
Domanda – Scusa, volevo chiedere da molto tempo… Voi avete detto qualche volta che pregate per
noi; e la frase è stata ripetuta da Entità affettive. Alla nostra mente riesce difficilissimo concepire che voi
possiate pregare per noi. Puoi spiegarci qualche cosa in merito?
Risposta – Certo. Voi ormai per pregare intendete quel consueto modo di recitare una formula
prestabilita. Ma, in effetti, non è così. Si prega tutte le volte che rivolgiamo il nostro pensiero, la nostra
attenzione ad una creatura, in senso buono, cercando di inviare a questa creatura dei buoni pensieri,

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dell’affetto, di provocare nell’intimo nostro un sincero sentimento di amore per quella creatura o quelle
creature.
Come prima ho detto, certi eventi non possono essere cambiati dalla preghiera e sono tutti quegli
eventi che debbono accadervi per karma, cioè quegli effetti di azioni che avete mossi in altre incarnazioni.
Pur tuttavia, è stato detto e ridetto che il pensiero è una grandissima forza; ed in effetti lo è. Anche se questo
pensiero raggiunge raramente effetti cinetici, pur tuttavia è una grande forza perché si dispone come in
forma di atmosfera attorno alle creature, alle quali questo pensiero benefico è rivolto, provocando un senso
di buona disposizione, di buon animo, quasi direi di pacata serenità, di un lieve ottimismo; e voi sapete che
questi stati d’animo sono capaci, in determinate circostanze, quasi di cambiare – se fosse possibile – il corso
della storia.
Ecco perché il pensiero è una grande forza. Così, quando noi preghiamo per voi, non recitiamo una
formula rivolti all’Altissimo, ma cerchiamo di inviarvi questa buona atmosfera, di circondarvi di amore; e ci
auguriamo che questo amore sia da voi sentito.
Domanda – Scusa, può darsi il caso che una creatura, in una precedente incarnazione, abbia fatto
una piccola buona azione e che, nella incarnazione seguente, abbia per questo un lungo buon karma? Cioè,
se ad una piccola buona azione possa corrispondere una grande reazione buona?
Risposta – No, tutto è misurato e preciso.

DALI

Non uccidere. “Voi avete udito che vi fu detto: – Non uccidere –. Ma io vi dico che chiunque dirà: –
Raca – al proprio fratello…” ecc. “E se la mano destra è occasione di peccato, tagliatela e gettatela lontano
dal vostro corpo”. Qualcuno di voi può pensare che se si intendesse alla lettera questo insegnamento – tanto
per restare in argomento della vostra discussione di questa sera – nel mondo vi sarebbero forse molti
eunuchi di più di quelli che non vi siano. Ma, figli e fratelli, che cosa significa il “non uccidere” di Mosè?
Naturalmente il “non uccidere” di Mosè non poteva riferirsi alle piante o agli animali, perché a quell’epoca
l’evoluzione spirituale delle creature non presentava neppure lontanamente questo problema; ma il “non
uccidere” di Mosè si riferiva agli uomini.
Con la venuta del Cristo un nuovo ideale morale è presentato agli uomini: non solo “non uccidere”
ma, addirittura, “amare il prossimo nostro come noi stessi”; addirittura gettare via lontano da noi tutto ciò che
può servire per attuare un male. Dunque, il “non uccidere” è già un ideale superato, il “non uccidere” riferito
agli uomini è cosa che è da sottintendersi.
Direte voi: “Ed allora? In linea di principio è sempre condannabile l’omicidio? È sempre condannabile
il suicidio?” – perché anche il suicidio è contrario al “non uccidere” – Certo, è sempre condannabile.
Dobbiamo scendere ai casi particolari, dobbiamo guardare, meditare, sceverare e giungere ad una
conclusione.
Voi avete parlato dei casi di nascite mostruose ma, figli e fratelli, coloro che si uniscono e, unendosi,
desiderano procreare debbono valutare anche questo rischio, perché tutto deve essere soppesato. Coloro
che vogliono dar vita ad un nuovo corpo fisico, che dalla loro unione probabilmente nascerà, debbono
considerare anche questo rischio. È una responsabilità non trascurabile quella di procreare, responsabilità
che abbraccia anche questo punto di vista. “Ed allora – direte voi – se il figlio nasce deforme?”. Se il figlio
nasce deforme i genitori hanno il dovere di tenerlo deforme.
Ma qualcuno di voi può dire: “Non sempre i figli sono desiderati, non sempre quando nasce una
creatura, questa creatura si è voluta mettere al mondo, come si usa dire. Ed allora?” Figli e fratelli, prima di
rispondere direttamente a questa domanda, entriamo in un numero di figli superiore a quello che le proprie
forze finanziarie, non solo finanziarie, ma le proprie capacità educative, le proprie forze fisiche possono
consentire o consentono? No, non è lecito questo! Perché – ripeto – mettere al mondo dei figli è una grave
responsabilità e, proprio perché grave responsabilità, occorre valutare anche quelle che possono essere le
conseguenze alle quali va incontro un figlio nel non avere quello che i figli debbono avere.
Ma, direte voi: “Se i karma vi sono, devono essere scontati; e se questi figli venissero al mondo per
soffrire?”. Non è cosa che riguarda i genitori. I genitori hanno il dovere di educare i figli nel miglior modo
possibile, anche con la frusta, se è necessario; anche con il polso forte, se è indispensabile, ma non
debbono far patire stenti, miserie, fame. Questo no: piuttosto non si deve procreare. Quindi – spero di non
avere scandalizzato nessuno – se i figli nascono non voluti e se da parte dei genitori si è fatto il possibile
perché questo non avvenisse, non c’è che accettarli, perché segno è che dovevano incarnarsi; e se questi
figli nascono deformi, i genitori non hanno che da accettarli. E se nella gestazione v’è pericolo di morte per la
madre, allora sia salva la madre, perché il figlio è un corpo fisico che ancora non è in contatto diretto con
l’individuo, ed in questo caso non vi è alcun danno.
Se si interrompe la maternità, perché si ha paura che il corpo fisico che verrà al mondo sia deforme
è, né più né meno, uccidere il figlio nato mostro. È la stessa cosa. Vedete, dunque, quante cose devono
essere considerate?.

28
Ma io ho annoverato fra il “non uccidere” anche il suicidio. È sempre male uccidersi? Il suicidio è
condannato soprattutto perché considerato un atto di viltà. Ma, quando il suicidio non rientra in questo
presupposto, quando il suicidio avviene, come è avvenuto – molti sono i casi – perché non si debba o non si
possa danneggiare altre creature, il suicidio non è che uno slancio di altruismo. Nelle guerre vi sono state
creature, le quali si sono uccise perché catturate e perché sapevano che, torturate, avrebbero rivelato fatti,
nomi, notizie che avrebbero potuto danneggiare altre creature. Vi sono stati dei malati, i quali si sono uccisi
per non essere più di peso ad altre creature, sapendo che la malattia che li minava era inguaribile. Voi
vedete che, di fronte a questo lato, la condanna al “non uccidere” sbiadisce, si scolora, svanisce.
Dunque, oltre che il principio va considerato il caso particolare; e chi è che può considerare il caso
particolare, se non noi stessi con la nostra coscienza? Così, noi che qua siamo riuniti – forse talvolta per fare
dell’accademia – dobbiamo considerare il caso in generale e dire che il “non uccidere” di Mosè, ribadito e
rafforzato dall’amare il prossimo nostro come noi stessi del Cristo, è ancora valido. Ma dobbiamo anche
ricordarci che non possiamo giudicare le creature, perché le creature non si possono giudicare dalle azioni:
occorre penetrare all’intenzione. Questo noi non possiamo farlo ed è meglio che così sia.
Pace a voi.

KEMPIS

Io sono qui, figli, ed esercito su di voi una influenza. Ma, come sempre, occorre distinguere perché
innumerevoli sono le influenze che una creatura esercita sugli altri.
Ma, non solo le creature possono esercitare delle influenze, anche degli oggetti. In che modo? In
modo diretto e in modo indiretto. Vi sono degli oggetti che hanno una influenza diretta; per rimanere nel
campo dell’occulto, noi accenneremo così ai “pantacli” ovverosia a quelle speciali preparazioni aventi un
carattere magnetico, le quali ricevono dei fluidi cosmici e li trasmettono.
Ma, se vogliamo fare un esempio di influenze dirette, senza restare nel campo occulto, prendiamo
un altro qualsiasi campo: la chimica, ad esempio. Vi sono i cosiddetti catalizzatori, i quali favoriscono le
reazioni chimiche senza prendervi parte. Questi, possiamo dire a rigore, hanno una influenza diretta sulla
reazione.
E vi sono le influenze indirette. Sempre parlando di oggetti, vi sono i cosiddetti amuleti, i quali in
effetti (se non sono pantacli, ripeto, cioè non siano stati sottoposti a speciali preparazioni) non hanno in se
stessi alcuna influenza; eppure per coloro che portano e credono in questi amuleti, hanno una rilevante
influenza. Hanno l’influenza che gli individui, che i credenti, attribuiscono loro.
Allo stesso modo è delle creature e delle persone; così dobbiamo distinguere ancora fra influenza
vera e propria o influenza diretta, come abbiamo detto, e influenza indiretta.
Voi avete sperimentato direttamente l’influenza che i nuovi venuti hanno nella vostra cerchia.
Creature che per la prima volta vengono fra voi; queste influiscono sul vostro umore, sulla vostra capacità di
estrinsecare i vostri pensieri; talvolta, anzi quasi sempre, vi inibiscono, altre volte – più raramente – vi
spingono a parlare.
Non solo i nuovi venuti, ma fra voi, fra coloro che di consueto partecipano a queste riunioni, vi sono
taluni che influiscono, allo stesso modo dei nuovi venuti e cioè vi limitano nel parlare o vi invitano a parlare.
Queste influenze, ripeto ancora una volta, devono essere distinte e debbono essere considerate in
virtù di ciò che provocano su di voi per autosuggestione, oppure in ciò che provocano su di voi per influenza
diretta.
Perché, figli, se io che qua vi parlo, momentaneamente tacessi e mi allontanassi, voi restereste nello
stato d’animo eguale a quello che avete durante la mia presenza, restereste sotto la stessa influenza.
E, quindi, vi sono influenze promiscue, dirette e indirette; cioè noi possiamo con le nostre parole
influenzarvi (e ci auguriamo che ciò sia sempre in modo positivo) e con la nostra presenza,
indipendentemente dalla vostra volontà, influenzarvi indirettamente; cioè voi autosuggestionarvi (non
intendete questo in modo negativo, ma in modo naturale) autosuggestionarvi della nostra presenza. E
questo avviene sempre.
Così ogni creatura influisce in modo diretto ed indiretto e, nello stesso tempo, è influenzata in modo
diretto e indiretto. Ripeto: queste distinzioni sono convenzionali, perché, in effetti, queste influenze sono
sempre promiscue. Intendo dire che un pantaclo può influire in modo diretto ed anche indiretto, perché chi lo
porta ha fede nel suo potere. E così è anche per le creature: ogni creatura influisce col peso della propria
persona. Che cosa vuol dire questo? Dobbiamo ancora una volta ricorrere agli esempi. Chi è qua fra voi, in
questo genere di riunioni durante le quali vengono affrontati dei problemi o morali o filosofici o come dir

29
volete, ha sugli altri una certa influenza, la quale dipende dal peso della propria persona; dipende cioè dal
giudizio che gli altri si sono fatti sulla chiarezza di idee che ha la creatura. Mi sono spiegato?
Però, la stessa creatura, fuori di qua, nell’ambiente del proprio lavoro, esercita un’altra influenza e
anche quella dipende dal peso della sua persona nel lavoro. Dipende ancora dal giudizio che gli altri si sono
fatti della capacità che ha questa creatura nel proprio lavoro.
Una creatura che rivesta una carica, un militare o un religioso, ha presso coloro che gli sono vicini,
per esigenze di carattere militare o religioso, una influenza. La stessa creatura, in seno alla propria famiglia
o in seno a una cerchia di intimi amici, ha un’altra influenza. E così via.
Ma vi sono altre influenze che vi sfuggono e sono tutte quelle influenze telepatiche, che fanno parte
o rientrano nella sfera di attività a voi ignota. Voi sapete che voi subite delle influenze non solo psichiche, ma
influenze anche astrologiche e via dicendo; sarebbe troppo lungo prendere in esame tutti i vari tipi di
influenze. Ma di queste non ci vogliamo interessare questa sera, perché avete cominciato a parlare di
influenze parlando dei “mantra” che sono formule recitate producenti risonanze sulle materie di tutti i piani di
esistenza.
Vogliamo restare in tema di quella influenza che ogni individuo ha – ripeto – e che può essere diretta
e indiretta. Voi dovete essere consapevoli dell’influenza che avete sugli altri, perché tale influenza, sia diretta
che indiretta, deve essere da voi adoperata ad un fine di bene per gli altri.
Questa influenza che voi avete sugli altri, in effetti, è un’arma che voi avete, come la parola, come la
capacità di convincere, come la stessa mente. È un “talento” che vi è stato dato e che dovete impiegare in
modo proficuo.
Siate consapevoli dell’influenza che avete sugli altri, sia diretta che indiretta, ed adoperate questa
influenza in modo benefico per tutti.
Io mi auguro che questo sia ben compreso da voi.

DALI

Se avete assistito ad una vendita di bestiame, avrete certamente notato come il compratore, con
occhio esperto, determini il valore della bestia, cercando di stabilirne, nel modo più esatto possibile, l’età, il
peso, lo stato di salute, la razza alla quale appartiene.
Fino a qualche anno fa, l’uomo era valutato dai suoi simili con lo stesso concetto per il quale si
riesce a concludere un buon affare alle mostre e ai mercati. Le madri dicevano, di un aspirante marito, alle
figlie: “È un buon partito, sano, giovane, di buona famiglia”. Però, per restare obiettivi, dobbiamo riconoscere
che gli uomini potevano avere una qualità che le bestie non avevano. (Non mi fraintendete, oh fratelli, non
sto parlando di una qualche virtù). Potevano essere danarosi, qualità questa sufficiente ad escludere tutte le
altre.
L’intimo dell’uomo solo da qualche tempo a questa parte ha un certo valore; ma il “conosci te stesso”
della antica Grecia è ancora lontano migliaia di anni, benché l’auto-conoscenza sarebbe una cosa utilissima
alla umanità.
Certo con il concetto che avete della vita, questa comprensione è difficile; pur tuttavia è fattibile.
Escludendo le cose assurde, l’umano può concepire progetti, la cui realizzazione nel tempo contingente può
essere impossibile. Ma non tutti questi progetti di impossibile realizzazione resterebbero tali se le forze di
tutti gli uomini e la scienza di tutti gli studiosi, fossero unite.
La cosa della quale vi parleremo questa sera, non può essere alleggerita di una sola difficoltà da
una coalizione d’intenti, pur tuttavia è fattibile: vi sono stati uomini che da soli e senza grave sforzo sono
riusciti a compierla.
Dalla esaltazione della vita umana che conduce l’uomo al connubio con la deità del paganesimo,
all’annientamento di ogni motivo umano chiamato Cristianesimo; dalle aberrazioni della fantasia scatenata
da ogni logicità, come fu conosciuta nell’oscurantismo, al trionfo incondizionato della ragione
nell’illuminismo; dall’immateriale romanticismo, al brutale realismo di recente adozione, è la storia dell’uomo
che non trovando, in una concezione di vita, ciò che la sua stessa natura gli fa ricercare, si volge alla
concezione opposta.
In questo ciclico ripetersi e rinnovarsi, l’uomo è al tempo stesso soggetto ed oggetto, modifica ed è
modificato dall’ambiente nel quale vive, sicché si può dire che la fatica sia duplice: l’una di imposizione,
l’altra di assoggettamento.
Tanti secoli di vita umana hanno visto fiorire una grande opera: il mondo dell’uomo il quale, pur
mutando forma di generazione in generazione, resta sempre il prodotto fra le esperienze avute ed il bisogno
dell’uomo di ricercare il suo vero destino. Ma il valore di quello che è stato costruito, non è in ciò che è stato
edificato, ma in quanto è stato appreso.
Basterebbe questa semplice riflessione a capovolgere il concetto della vita, ad invitare a meditare
sulle esperienze altrui, a risparmiare tanta fatica. Le esperienze nascono nelle lacrime e nel sangue e
potrebbero essere facile retaggio di una fattiva meditazione.

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L’uomo trascura il suo intimo; la sua società non lo spinge ad una vita di meditazione, anzi lo
distoglie da questa. Egli diviene sempre più superficiale, amante di ciò che si può seguire senza impegnare
oltremodo l’intelletto, amante della cronaca, dell’esteriore, di ciò che appare. L’intimo viene trascurato con il
risultato di una assenza di originalità di pensiero e di una completa ignoranza di se stessi, mentre l’intimo ha
una grande importanza. Solo coltivando la propria vita interiore l’uomo può impedire alla sua società di
divenire un ingranaggio crudele e privo di qualsiasi sentimento.
Voi stessi, fratelli che ci ascoltate, rifuggite da una vita di meditazione. Incolpate la vostra vita
quotidiana di non lasciare tempo per una introspezione e non possiamo certo farvene una colpa. È
necessario scrutare il proprio intimo: in questo intimo e da questo intimo hanno origine tutte le azioni
dell’uomo. In questo intimo e da questo intimo partono le cause dei futuri dolori umani.
Per scrutare il proprio intimo occorre: serenità e coraggio, un raro tipo di coraggio. Infatti, chi può
liberamente ammettere di essere la causa dei propri errori, senza cercare per lo meno delle attenuanti? Un
essere anormale. Tutti coloro che sono andati oltre lo spirito della loro epoca, oltre le consuetudini sociali,
sono stati considerati dai contemporanei dei pazzi.
Noi saremmo, quindi, quei pazzi che invitano a ricercare in se stessi le cause delle proprie
sofferenze. Ma chi vorrà ascoltarci? Chi vorrà darci credito? Chi vorrà sentire le nostre lamentele, quando
l’umanità crede alla sfortuna ed è affetta da mania di persecuzione, pur di non ammettere la propria
incapacità? È un pazzo colui che non parla in questo senso agli uomini e crede di essere ascoltato!
E se a questo pazzo non interessasse fare dei proseliti, e se parlasse unicamente per amore della
Verità? Sarebbe una cosa inconsueta. In genere la verità è accaparrata e remunerata a fior di bigliettoni dai
rotocalchi a grande tiratura. Ma questa della quale io vi parlo è una Verità che non interessa gli uomini.
Eppure riguarda ogni uomo da vicino, essendo la Verità dell’intimo suo.
Per comprendere questa Verità, non occorre l’analogia, in quanto non esula dal vostro modo di
pensare. L’analogia è l’ultima parola della ragione e la prima della fede ed è necessaria alla comprensione di
quelle Verità che sono al di sopra dei luoghi comuni del pensiero, delle vostre consuetudini. Ma per
comprendere se stessi bastano: attenzione, buona volontà, sincerità. Dedichiamo un po’ del nostro prezioso
tempo, oh amici, armati di queste qualità, a sollevare quel pudico velo con il quale ognuno nasconde il
proprio intimo anche ai suoi stessi occhi.
Tanti secoli di vita comprendono innumerevoli azioni; alcune scaturite d’impulso, altre determinate
da riflessioni. Ogni azione in sé può essere stata compiuta per innumerevoli motivi; erra, quindi, colui che
crede di poter giudicare gli uomini dalle loro azioni. Eppure tutti questi innumerevoli atti hanno una radice
comune: l’io di ognuno.
Ogni uomo esplica una sua attività, ha una sua vita. Noi potremmo scegliere, fra le numerose vite,
un individuo qualsiasi, sicuri di trovare anche in lui la spinta che è comune a tutti: l’io. Diverso solo il campo
nel quale l’individuo si muove, ma la spinta ha una identica radice. Tutta la vostra società si muove
sull’impulso dell’io. Infatti, questo “signor io” ha la cattiva abitudine di volersi espandere; così, è l’io che
trascina l’individuo nella corsa della propria espansione. È l’io che lavora al progresso per conquistarsi delle
posizioni di favore; è egualmente l’io che si oppone al rinnovamento sociale per non perdere i propri privilegi.
Il bene e il male si avvicendano a capriccio dell’io. Ecco ciò che ha edificato le meraviglie del mondo o
operato lo sterminio degli schiavi; muove le nazioni, incita a svelare i segreti della natura, a palesare il bello
e a nascondere il brutto. È tutta una lotta, un continuo conflitto fra io e io, perché l’individuo fa tutto in
funzione di se stesso. lavora per ritrarre un guadagno che gli permetta di circondarsi di oggetti che, secondo
lui, lo valorizzano; ama ciò che gli dà soddisfazione, trova soddisfazione solo in base a ciò che può
assecondare l’espansione del suo io; sopporta sacrifici e rinunzie pur di accrescere se stesso in questa o in
altra vita.
Nel valorizzare se stesso trova l’entusiasmo per intraprendere e la costanza per continuare. Tutta la
vostra società si muove per la spinta dell’io; l’io che deve affermarsi è il concetto base della vostra società.
Se, assurda ipotesi, la spinta dell’io cessasse improvvisamente, l’uomo ripiegherebbe su se stesso in una
venefica apatia e la società cadrebbe nel più triste abbandono.
Sarebbe, dunque, un nemico del genere umano chi predicasse il superamento dell’attività dell’io?
Proviamo a guardarlo più da vicino questo “io”, grande protagonista e sconosciuto. Guardiamolo ove
può manifestare la sua attività senza rispetti umani, senza preoccupazione di salvare la faccia. Ove conta i
suoi eserciti per dare battaglia, ove (assecondate le lusinghe dei sensi) volle nascondere la sua debolezza
inventando Satana, ove cerca di convincersi di essere migliore di quanto in effetti non sia. Guardiamolo dove
ha il suo regno: nell’intimo dell’uomo.
L’ambizione è il nutrimento dell’io ed il suo appetito, la prepotenza vorrebbe essere la dittatura
dell’io; la superbia, la presunzione, la vanagloria e simili, sono la sua convinzione di essere superiore. L’ira è
la accesa intolleranza dell’io, la paura ne è l’istinto di conservazione; la crudeltà è la sua completa cecità nei
riguardi delle altre creature; la gelosia è il suo timore di perdere un affetto di cui vorrebbe avere l’esclusiva;
l’invidia è il suo rammarico per non avere ciò che altri hanno; la lusinga è la sua arma per ottenere ciò che
non ha da altri mezzi, di contro è la sua debolezza; l’ipocrisia è un suo ingannevole travestimento, la
menzogna è la sua difesa e chi più ne ha più ne metta.

31
Ma sarà bene non andare oltre questo triste elenco giacché nulla è più di cattivo gusto per l’io che
veder poste in risalto le proprie debolezze. E per dirla in poche parole: se ai vizi inerenti ai sensi (quali la
gola, la lussuria, l’alcoolismo e via dicendo) si aggiungono tutte quelle qualità negative che fanno capo all’io,
come quelle ora rammentate, si ha il quadro completo degli errori e delle debolezze umane.
L’abbiamo smascherato questo io! Chi potrebbe avere una peggiore reputazione?
Dopo l’esposizione dei fatti, sentita l’accusa, la parola spetta alla difesa e alla maniera dei vostri
avvocati, cerchiamo le attenuanti della colpa.
L’io nasce dal senso di separatività che l’individuo prova nei confronti del mondo che lo circonda.
Questo sentirsi una entità distinta dal resto non è acquisito o dovuto all’educazione, ma esiste ben spiccato
nell’uomo, prima che sia assoggettato alle consuetudini sociali. Che l’individuo sia unità, è un fatto
indiscutibile, e che, quindi, si senta individuo separato, distinto, non può essere dovuto ad un errore.
“Allora?” – direte voi.
Esiste una differenza fra senso di separatività e senso di individualità. quest’ultimo è suggerito dalla
natura all’individuo, in quanto solo avendo consapevolezza della propria individualità si può avere coscienza
dei propri doveri, solo sentendosi una unità integrante nel Tutto si può avere coscienza dei propri compiti.
Siete individui: e come può sorgere la vostra coscienza se voi non comprendete? L’individuo è solo di fronte
alla Verità. Quando vi diciamo che nessuno può comprendere per voi, oh fratelli, vogliamo rafforzare il vostro
senso di individualità.
Uno scienziato che scopra la legge che regola un fenomeno, ne ha facilitata la comprensione agli
altri; ma per chi non studia le esperienze dello scienziato, il fenomeno rimane misterioso come prima della
scoperta. Generalmente si è consci del peso della propria persona, quando si hanno dei diritti da
accampare, mentre i doveri da adempiere si lascerebbero volentieri agli altri. Ciò è dovuto al senso di
separatività, che è un intimo errore di interpretazione del senso di individualità suggerito dalla natura.
Quando l’individuo non fa attenzione all’errore nel quale cade, prende corpo l’io, con l’insito bisogno di
espandersi: nasce l’egoismo.
Si deve, invece, avere coscienza della propria individualità, per sentire il peso della propria
responsabilità ed essere uniti con tutti per non creare il culto di se stessi. Riconducendosi a questa esatta
visione del sé nel Tutto, si può porre fine all’io e ai suoi processi di espansione.
Concludendo: superare l’attività espansionistica dell’io, non significa cessare di operare, cadere in
un immobilismo; significa continuare a vivere altruisticamente.
Non è, quindi, un nemico del genere umano chi predica il superamento dell’attività dell’io. Non è né
un ambizioso né un cattivo consigliere chi parla unicamente per amore alla Verità. Ascoltiamo quindi chi, in
questo senso, merita tutta la nostra attenzione.
Pace.

KEMPIS

Il processo di espansione dell’io che spinge l’individuo all’azione, al tempo stesso lo limita. Per
questa attività l’individuo si illude prima e resta deluso poi; trova un’effimera gioia seguita da un più lungo
dolore. Una grande forza prorompe da questo io, ma è una forza che trascina l’individuo nel dolore, se egli
non si sottrae ad essa.
Superare l’attività espansionistica dell’io significa morire a se stessi; lavorare per amore al lavoro,
svelare i segreti della natura per il bene delle creature e non accrescere se stessi. Significa cessare di
illudersi, cancellare il dolore dalla faccia della Terra; vivere, muoversi liberamente per la bellezza di una
causa in sé e per sé, senza il miraggio di un guadagno personale.
Significa considerare la vita da un punto di vista completamente diverso da quello secondo il quale
gli uomini vivono, agiscono e pur tuttavia continuare ad agire, a progredire. Significa essere tanto forti ed
amare tanto la vita da vivere anche senza l’incentivo dell’io.
Questa nuova concezione, pura, scevra da qualunque egoismo, non può essere accettata o
sostituirsi a quella consueta, con la stessa facilità con la quale si può imparare ad esprimersi in un’altra
lingua.
Esiste un conflitto nell’individuo, tale conflitto è sottile e complesso. La sua impostazione può variare
da individuo a individuo; a volte è il sentire che non è consono al pensiero; o l’azione, altre volte, è agli
antipodi del desiderio e così via. Per dirla in poche parole, il conflitto sussiste quando tutti questi sono
atteggiamenti dell’essere. Comunque sia, il conflitto indica che l’individuo è intento ad accrescere se stesso.
Morire a se stessi o superare l’attività espansionistica dell’io, non vuol dire cambiare atteggiamento, ma tutto
il proprio essere; significa vivere senza opporre alcuna resistenza al fluire in noi dell’Unica Vita.
Ed ecco che a queste parole sorge in voi istintiva la richiesta della formula per ottenere ciò.
Quando siete nel dormiveglia, vi appariscono delle fuggevoli immagini; nel momento che, di
proposito, volete osservarle attentamente, queste scompaiono e vi destate. Così è della Realtà. Quando la si

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vuol perseguire con uno scopo, diventa irraggiungibile. Ciò nondimeno, se l’individuo non pone attenzione
all’attività espansionistica del suo io, continua a soffrire. Bisogna che si renda consapevole di ciò che lo
muove per poter sostituire, alla spinta dell’io, la fede o l’intima convinzione nella Comunione di tutto il Creato.
Ma come far comprendere agli uomini di far qualcosa per niente? L’umanità vive in termini di
scambio, sempre supposto vantaggioso. Si dà per ricevere, si fa per avere. Questa nuova concezione di vita
non può essere accettata, e chi l’accetta lo fa perché segretamente pensa di poter cessare di illudersi; ma,
accettandola per questo, continua nell’illusione, così pure l’egoismo continua e preclude la via all’auto-
liberazione.
Eppure, tutti gli uomini ammirano chi ha compiuto azioni che essi credono ispirate dall’altruismo;
esprimono la loro approvazione a chi credono abbia dimenticato se stesso per il bene di un fratello. In
questa approvazione è racchiuso il flebile consenso della coscienza, la segreta certezza che quello è quanto
tutti debbono fare. L’ultima approvazione all’altrui olocausto è un rimedio che la natura suggerisce alla
crudeltà che la società insegna.
Ma prima che gli altri, noi dobbiamo imparare a vivere senza assecondare l’espansione dell’io.
Rendiamoci, dunque, consapevoli che quanto più si asseconda l’io, tanto più crudeli si diventa; che il
continuo assillo dell’io ci toglie tanta libertà e pace. Avviciniamoci a questo ideale di vita, liberando il
sentimento dall’egoismo che lo soffoca, imperciocché, quanto più imperiosa è la voce dell’io, tanto più
impercettibile è il sentimento, quel sentimento che è il primo segno di amore al prossimo.
Pace a tutti.

CLAUDIO

Con quello che abbiamo detto questa sera sull’io, oh figli, non abbiamo esaurito l’argomento. Non ci
siamo inoltrati nell’esame di come l’io riesca a nascondersi dietro nobili imprese, di quanta parte l’io abbia
nella comprensione della Realtà e come modifichi o fondi dottrine o filosofie.
Lo scopo della nostra chiacchierata di questa sera (per taluno di voi pesante) era quello di ribadire
ancora una volta che importante non è tanto ciò che l’uomo ha edificato, quanto ciò che l’uomo ha appreso.
Che meditando e compiendo delle introspezioni, l’uomo può impedire alla società di diventare un
ingranaggio crudele. Che il senso di separatività è una errata trasposizione del senso di individualità ed è,
infine, che sostituendo alla spinta egoistica l’altruismo, l’uomo può continuare vantaggiosamente a fare del
bene anche nel mondo materiale.
Ricordatevi che liberandovi dal processo espansionistico dell’io, potete acquistare tanta libertà e
pace, come è stato detto.
L’intimo dell’uomo è un mondo, figli, e se voi lo riterrete interessante potremo riprendere, da questo,
spunto per altre conversazioni.
Io vi lascio e mi scuso se vi abbiamo annoiati. Meditate su quanto è stato detto. In queste parole
sono racchiusi molti insegnamenti.
Che la pace sia con voi e con tutti gli uomini, figli.
DALI

Quando Voltaire, con tanta apparente sicurezza, coniava i suoi sarcasmi sulle Sacre Scritture,
segretamente temeva in un doppio significato delle mistiche tradizioni. Se qualcuno gli avessi mostrato la
logica del senso nascosto, la sua ragione di “illuminista” ne sarebbe stata appagata e Voltaire sarebbe stato
l’uomo più convinto dei suoi tempi. Se, invece, avesse posto grande attenzione ai processi espansionistici
dell’io, nessun timore di un doppio senso l’avrebbe limitato, e frasi come: “Iddio fece l’uomo a Sua immagine
e somiglianza”, sarebbero state la chiave con la quale avrebbe dimostrato all’umanità che la fede è solo
l’ambizioso sogno dell’uomo d’essere un Dio.
Le religioni e il misticismo in genere, si fondano su tre postulati:
 l’esistenza di un Ente Supremo,
 la sopravvivenza dell’anima alla morte del corpo,
 l’influenza della condotta tenuta nella vita umana sulla vita dopo la morte.
1
Senza pudori e preconcetti, guardiamo in faccia la realtà, fratelli.
Dio è una invenzione dell’uomo per poter vantare una natura divina; è un illusorio paravento creato
dall’io per mascherare la propria ignoranza e l’incapacità di spiegare la vita. E il problema della
sopravvivenza?

1
N.d.R.: Il brano che segue, fino all’asterisco, fu detto in tono ironico. Penso di avvertire il lettore che, non udendo l’espressione della
voce, potrebbe essere tratto in inganno.

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In tempi lontanissimi viveva un principe, abbondantemente beneficato dalla natura, per eccellere in
ogni arte. Alla morte del padre divenne Re e non vi fu sovrano più saggio potente e bello. Ma, col passare
del tempo, man mano che in lui si ritraeva la linfa vitale, un pensiero angoscioso lo tormentava a ritmo
sempre più incalzante. “Morirò, la mia grandezza finirà e gli uomini mi dimenticheranno”. Rifletteva e cercava
un mezzo per poter sopravvivere in qualche modo. “costruirò un gran sepolcro che resista ai secoli e che
dica, agli uomini di tutte le generazioni, della mia grandezza”. E così fece. Ma il pensiero tornò più incalzante
di prima. “Sta bene che gli uomini mi ricordino, ma io morrò, cadrò nel nulla, non esisterò più”. E stava per
perdere la ragione dal terrore, quando la sua fervida fantasia lo salvò. “È il tuo corpo che invecchia, ma il tuo
spirito è sempre vigoroso. Il tuo corpo perir, ma il tuo spirito resterà in eterno”.
Che cos’è l’idea della sopravvivenza? Una menzogna dell’io, un rimedio che l’io inventa per fugare
l’incubo della propria morte. Chi può fare a meno di credere o per lo meno sperare di sopravvivere, o non
ama la vita. O è un gran coraggioso, o vive nel presente.
Guardiamo in faccia la realtà, fratelli. Quanti credono solo perché la fede è di conforto alle delusioni
della vita! Quando un uomo soffre, la fede in una vita di felicità e di pienezza oltre la morte, è un consolante
rifugio. La sofferenza, anziché denunciare gli errori commessi, è vista come mezzo di elevazione con il quale
Iddio mostra la Sua predilezione per certe creature.
Quando l’uomo soffre, si volge sempre a qualcuno che valorizzi la sua sofferenza; dirgli: “Tu hai
errato e questa è la conseguenza del tuo errore”, significa inasprirlo. Dirgli, invece,: “La tua sofferenza è
voluta da Dio, acciocché tu sia grande nel Regno dei Cieli”, significa confortare l’individuo, accarezzare la
sua ambizione, alimentare il suo io. Ma credere per essere confortati, è espandere il proprio io.
Guardate quel pio eremita dalla folta barba, vestito di sacco, battersi il petto, cospargersi di cenere,
flagellarsi e piangere amaramente. Convinciamolo che nulla esiste dopo la morte e lo sentiremo imprecare
per il tempo perso. Se si spargesse la voce che la salvezza eterna è un sogno dell’io, i conventi, i monasteri
e i seminari resterebbero più disabitati di quanto già non lo siano. Questo è il misticismo, fratelli.
Abbiamo già detto che la società incoraggia il culto di se stessi, ma non è la sola: anche la religione
insegna a valorizzarsi. E, se la società si limita, nel valorizzare l’individuo dopo la sua morte, dando
unicamente la possibilità di costruirsi dei bei sepolcri, la religione si spinge assai più lontano: quasi promette
una eterna grandezza. Anche la vostra religione non disdegna questo – diciamolo pure – inganno. Benché il
Cristo non abbia mai insegnato l’amore al prossimo come mezzo per assecondare un più grande amore:
quello di se stessi.
Ma la comodità è troppo grande, la tentazione troppo forte; con pochi soldi si può comprare la
speranza, se non la promessa, d’essere salvi in eterno. La fede è un mezzo per evadere la Realtà, la fede è
un mezzo per far sogni di grandezza. Non mi credete, fratelli? Eppure è così. Volete fondare una religione
che faccia presa sugli uomini? Promettete più di quanto promettono le altre, predicate che chi crede in voi,
dopo la morte, non solo sopravvivere in eterno, ma diventerà onnipossente. Che cosa importa se questo non
è vero? Gli uomini prima prendono posizione secondo un personale tornaconto, poi cercano di interpretare
la vita per dimostrare che sono nel giusto. (*)
Ma non abbiate paura, non siamo qua per turbare la vostra mentalità di buoni borghesi. I tre postulati
sui quali si fondano le religioni sono tre Verità. Ma l’uomo li accetta perché bene si adattano agli ambiziosi
sogni dell’io. Questo vogliamo significare.
Nessuna Verità è mai stata rivelata da Dio all’uomo. Chi crede questo vanta un privilegio in realtà
inesistente e chiunque si ancora ad un privilegio, asseconda l’espansione del suo io. Ma vive nella Realtà
solo chi ha dimenticato l’io ed i suoi processi espansionistici. Si può conoscere e credere la Verità, ma se è
l’io che l’ha accettata, non si è diversi dagli atei, si vive nell’illusione. Così la fede o il misticismo che si
fondano sulla ricerca di conforto o che, comunque, sono adottati dall’io per la propria espansione, sono
illusori.
Le religioni sono depositarie della moralità dei popoli, ma la vera morale, oh fratelli, è inconcepibile
con gli interessi personali.
La legge umana vieta e punisce certe azioni, né si potrebbe pretendere di più; non potrebbe fare il
processo alle intenzioni. Ma noi proprio questo dobbiamo fare.
“Vi è stato detto: non commettere adulterio, ma io vi dico che chiunque guarda una donna per
appetirla ha già commesso in cuor suo adulterio”. (Vangelo secondo Matteo).
L’uomo si conosce dalle intenzioni, fratelli; se l’intenzione è egoistica, l‘individuo è egoista anche se
è intento a compiere un’opera altamente umanitaria.
L’espansione dell’io è un processo così sottile che l’individuo spesse volte non ha consapevolezza di
seguirlo. L’uomo sceglie un campo di azione e lì si applica per soddisfare la propria vanità egoistica. In due
direzioni può mirare ad espandersi il suo io: essere grande in terra o in cielo. Insomma, dovunque sia,
l’uomo cerca sempre di valorizzare se stesso, con qualunque mezzo, in qualunque momento. Se potesse
costruire un mondo, ne sarebbe il sovrano; il suo io è sempre presente, influisce su lui continuamente,
sempre pronto ad espandersi. Date un minimo di autorità ad un uomo e lo vedrete diventare un piccolo
tiranno, inviso agli altri. Ponetelo di fronte ai suoi errori ed egli li considererà tali solo se l’avranno
danneggiato in un guadagno. Mettetelo di fronte alla Verità ed egli la riconoscerà solo se sarà a suo

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vantaggio. Chi è mai tanto sciocco nel mondo, da optare per qualcosa che torni a suo discapito? L’uomo è
limitato nella comprensione della Verità dall’incidenza del personale tornaconto; se, ad esempio, l’astrologia
gli fornisse un oroscopo invidiabile, nessuno sarebbe più di lui convinto dell’attendibilità di questa scienza.
Voi stessi che qua siete intervenuti, fratelli, probabilmente avete interpretato a vostro favore le nostre parole
o sperate nel nostro aiuto, altrimenti non sareste più tornati.
Se qualcuno non condivide quello che voi credete, vi sentite offesi e provate per questi dell’acredine:
è il vostro io che soffre. Assomigliate, in ciò, ai cosiddetti “credenti” che sarebbero capaci di torturare e di
uccidere un ateo pur di farlo ricredere. Per loro l’ateo non è una persona: è il dubbio, il nulla, l’offesa. Ma
colui che crede realmente convinto, non ha bisogno di essere ascoltato né approvato. Colui che crede
realmente convinto, non teme l’altrui critica. Sentirsi offesi, quando la propria fede o le proprie convinzioni
non sono condivise, significa averle accettate per un qualche disegno dell’io. Si crede che la fede possa
valorizzare e tanta affezione si mette alle proprie convinzioni! Chi mirasse a distruggere le altrui personali
convinzioni, sarebbe mal visto come chi cercasse di rubare dei beni materiali.
La Verità non ha bisogno di fautori. Uccidersi per la Verità significa negarla, dimostrare di non averla
compresa. Le Crociate sarebbero state un oltraggio a Cristo, se Cristo si potesse in qualche modo
offendere.
Che cos’è l’offesa? Un colpo ferire l’io. Solo chi vive per essere bello allo sguardo altrui o di se
stesso può sentirsi offeso; solo chi vive per gli ambiziosi sogni dell’io salvaguarda la propria reputazione e
teme di perderla. La Verità è quella che è; ed il vociferare degli uomini non ha certo il potere di mutarla.
Si è talmente impregnati di io, che non v’è manifestazione che ne sia scevra: se da due polemizzanti
vi farete raccontare quello che si sono detti, ciascuno di loro vi riferirà di se stesso le frasi di maggiore
effetto, per dimostrare che ne ha avuta la meglio.
L’io è abituato ad esaminare tutto ciò con cui viene in contatto e a scartarlo se non presenta un
interesse egoistico. Tutto ciò che l’individuo fa senza l’approvazione del suo io, costa enorme fatica; l’io è un
incentivo prodigioso.
Chi è che fa vincere una gara? È l’imperioso “voglio” dell’io; è l’antagonismo creato dall’io che ha
spinto negli spazi siderali un involucro metallico e lo ha trasformato in un minuscolo pianeta. Se non fosse
l’io che con la scienza si abbellisce, chi vorrebbe faticare nelle ricerche e in queste spendere tutta la vita?
Attenti, però, a non fare come gli alchimisti, a non sognare con un anticipo di qualche secolo.
Ogni individuo, nella società, ha delle aspirazioni: ogni aspirazione è mossa dall’io. V’è chi aspira a
guadagnare, a far carriera e via dicendo, ed ognuno lotta faticosamente per essere considerato “un arrivato”.
Ma dove arrivato? A possedere oggetti che brillano, come per i selvaggi le pietruzze colorate. Ad essere
ricoperti di gloria e nudi di virtù; a fare ribrezzo a se stessi per gli inganni, gli intrighi, la disonestà, pur di
destare ammirazione negli altri, illusione! Un tal valore non può appartenere, perisce con la carne.
Quando l’io si spinge troppo avanti nell’ambizioso sogno di conquista, illude doppiamente l’individuo
ed ecco i falliti, i relitti della società. Ma non crediate che abbiano dimentico l’io, sono vittime dell’avversa
fortuna e pure per loro n’è ancora una speranza: dedicarsi alla carriera spirituale.
Le nostra parole vi demoralizzano, perché ancora siete mossi dall’io. Il vostro io vorrebbe conoscere
la via per il miglioramento e continuare così nell’espansione; ma ogni cammino che prenda in esame per
poter dire “sono nel vero”, è vicolo cieco.
La Realtà è irraggiungibile dall’io. L’io è separatività, la Realtà è comunione.
Le nostre parole non hanno il potere di cancellare l’insistenza dell’io, ascoltandole suscitano
l’interrogativo: “Che cosa debbo fare?”. Niente, è la risposta. “Conosci te stesso”, dice il fratello Claudio.
Abituarsi a riconoscere la lunga mano dell’io, deporre l’intenzione di accrescersi. Può darsi che un giorno,
pur restando attivo l’individuo, si abbia una passività dell’io. Quel giorno cesseranno le lotte ed i conflitti: la
fede non sarà più un sogno, ma la Realtà dell’individuo, la Verità del Tutto. Pace a voi.
KEMPIS
Vi è stato detto che, quando l’individuo non trova in una concezione di vita ciò che possa appagarlo
durevolmente, si volge alla concezione opposta.
Avete udito che l’io – che è frutto di una limitazione – non può comprendere ciò che è illimitato. L’io
non può raggiungere la Realtà.
Siete convinti che la Realtà possa porre termine al vostro dolore; per questo vorreste raggiungerla e,
sentendo che l’io è di impedimento, vorreste metterlo da parte ed agire secondo il “non io”. Ma tutto ciò è
una illusione: il “non io” è egualmente un divenire e non un essere. Che cosa importa se l’individuo, anziché
essere impegnato nell’arrivismo, cede il passo e conserva l’intenzione segreta di accrescersi in qualche
modo? Il “non io” è cosa voluta e non sentita. Il “non io” è una condotta tenuta con uno scopo e non uno
spontaneo essere passivi a qualsiasi immediato o remoto fine egoistico.
Vi sono tanti che credono, ritirandosi dal mondo, di poter ottenere la sublimazione di loro stessi. Ciò
è illusorio. I conventi ed i monasteri non sono fuori dal dominio dell’io. Ogni sforzo che l’individuo compie in
senso positivo o negativo per accrescersi, è in antitesi con la Realtà.
Occorre andare oltre l’apparenza e scoprire l’intenzione.

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L’io può concepire un programma alla propria espansione che, apparentemente, può essere in
contrasto con la comune ambizione e svolgerlo con l’intento di accrescersi.
Questo programma può chiamarsi: rinuncia a Satana e alle sue lusinghe, romitaggio, apostolato,
cristianesimo o brahamanesimo, antroposofia o teosofia e servire ad apportare ordine alla società, a
migliorare le relazioni individuali, ma essere incapace di estirpare l’egoismo dell’individuo.
Le leggi umane, gli usi e le consuetudini stabiliscono l’ordine della società; un tale ordine ha bisogno
di tutori. Le religioni mirano a fare dell’individuo un tutore di se stesso; ciò è lodevole. Ma non è quello che
intendiamo noi.
Noi parliamo di un ordine sentito, di una coscienza formata, per i quali i tutori sono superflui.
Ogni organizzazione ha una gerarchia, essendo la gerarchia la forza stessa della organizzazione.
Ma la gerarchia attizza ed alimenta l’espansione dell’io. Dovete, invece, oh figli, liberarvi dall’io. Quando
avrete raggiunto una tal liberazione; non avrete più paura. Sereni sarete, di una serenità che non conosce
incertezze di fronte ai mutamenti della vita, perché non sarete più assillati dall’esaminare i vantaggi e gli
svantaggi dell’io.
Darete per quello che avrete avuto e per quello che non avrete avuto; ma, soprattutto, senza
intenzione né scopo alcuno e la fede corrisponderà veramente alla espressione più alta della coscienza
individuale, nell’atto di essere “coscienza cosmica”.

CLAUDIO

Questa sera siete tornati a parlare dell’io. E poche cose possiamo e dobbiamo aggiungere a quelle
che il Fratello Kempis vi ha dette.
Egli ha sottolineato la parte predominante dell’io in tutte le azioni, i pensieri, i desideri dell’uomo.
Però, dobbiamo dire che egli ha parlato in tono generale; ma ogni creatura è diversa dall’altra ed ogni
creatura è ad uno stadio di evoluzione diverso da un’altra creatura. E, quindi, tranne che in creature poco
evolute, nelle altre più evolute vi sono azioni che non sono mosse dall’io.
Ma a voi questo non deve interessare; voi non dovete ricercare quali sono le azioni che voi avete
fatto spinti da uno spirito altruistico, figli, perché così facendo voi alimentereste il vostro io. Voi dovete
studiare voi stessi, ricercare che cosa è che vi spinge ad agire, vedere fino a che segno l’io muove la vostra
mano.
Voi avete detto che certe azioni, fatte come istintivamente, non sono mosse dall’io. In alcuni casi sì,
altre volte è proprio vero il contrario.
Ad esempio: creature che si impongono una vita altruistica, che dedicano la loro vita ad una
missione, come dicono loro a “salvare le anime”, possono tradirsi con una minima azione: non so,
percuotere una bestia od ucciderla. E questa azione loro possono farla come istintivamente. Quindi, non è
esatto dire che tutte le azioni che l’uomo compie come mosso dall’istinto, non siano dettate dall’io; a volte è
proprio vero il contrario. Anzi, proprio le azioni non ragionate, non pensate, non frutto di una riflessione, ma
venute così d’impulso, possono invece proprio dimostrare che l’io muove quelle creature.
“E quindi?” – direte voi. E, quindi, ripeto che voi dovete studiare voi stessi, conoscere voi stessi,
come ben chiaramente dice e ha sempre detto il Fratello Claudio, e constatare fino a che punto l’io vi spinge
ad agire.
Questo continuo riflettere, questo continuo riconoscere l’io, i vostri limiti, porterà ad una liberazione.
Ma voi non dovete fare questo in vista della liberazione, ma unicamente per essere consapevoli di voi stessi.
Voi dite che è difficile: più che difficile dovremmo dire “inconsueto”, è una cosa nuova perché forse
pochi prima di voi hanno pensato a questo genere di meditazione. Come è stato detto altre volte, siete
abituati a fare qualcosa in vista di un fine. Invece, questa volta si tratta di fare qualcosa senza pensare al
fine. È difficile perché inconsueto, ma quando voi avrete preso quella dimestichezza, quando avrete provato,
allora vedrete che non sarà difficile e che sarà, invece, molto costruttivo per voi.
Se qualcuno di voi ha delle domande.
Domanda – Vorrei sapere se un’azione che dà una gioia intima può essere espressione dell’io,
oppure no.
Risposta – Bisogna come sempre distinguere, è vero figli? E cioè questo può dirlo solo colui che è
estremamente sincero con se stesso. perché una stessa azione può essere compiuta con moltissimi scopi,
da diverse creature.
Domanda – Ammettiamo che l’azione sia compiuta senza nessuno scopo e dia soltanto la
soddisfazione, la gioia spirituale di aver compiuta questa azione.
Risposta – A volte sì e a volte no. ad esempio: a volte vi sono delle creature, le quali provano gioia
a mettere in ordine le cose e provano un senso di intima soddisfazione quando hanno riordinato tutti gli
oggetti di loro proprietà. Questo, apparentemente, non sembrerebbe avere origine dall’io, ma in taluni casi
sì. In taluni casi è vero, invece, che ciò corrisponde ad un bisogno della creatura in quanto la creatura, così
facendo, dimostra a se stessa di essere ordinata. E questo può essere un’ambizione dell’io. Ma

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bisognerebbe, ripeto, anzi bisogna che ciascuno sappia da sé, arrivi a comprendere da sé; perché noi,
parlando così per casi, faremmo una regola generale, cosa assolutamente inesatta.
Domanda – Non potresti darci un esempio di una azione fatta senza espansione?
Risposta – Un esempio di una azione fatta senza espansione è facilissimo a farsi; però è una lama
a doppio taglio perché gli esempi – ripeto – in questo campo, non contano e non dimostrano niente.
Può essere un’azione non egoistica il salvare la vita ad una creatura, come invece può essere
un’azione completamente egoistica. In genere voi siete abituati a considerare degli altruisti coloro che, in
campo di battaglia, si gettano di fronte ai loro compagni per salvare loro la vita. Eppure, in certi casi, non
sono azioni mosse da un istinto o da un impulso altruistico. Può darsi che, in quell’attimo, il soldato mosso
dalla tensione nervosa, pensi di salvare la vita al compagno per essere un eroe. E, quindi, non serve fare
degli esempi in questa ricerca; ciascuno, ripeto, deve guardare l’intimo suo e lì cercare la risposta. Per
questo diciamo: “Conosci te stesso”. e per questo diciamo che non c’è un mezzo per conoscere se stessi
che possa essere insegnato. Io non posso insegnarvi il metodo di conoscere voi stessi, perché ciò che è
stato utile a me in questa scoperta, a voi può essere di nessuna utilità.
Domanda – Scusa, vi è mai stato un essere illuminato, un Maestro (scusa la sciocchezza) lo stesso
Cristo, che in una frazione di secondo della Sua vita sia stato dominato dall’io?
Risposta – Colui che veramente corrisponde alla vostra definizione di Maestro non conosce più l’io,
per Lui è cosa trascesa, superata; e, quindi, neanche in quelle azioni che sembrano dettate dall’istinto o che
vengano d’impulso, può esservi una minima cosa che possa essere attribuita a quello chi noi chiamiamo io.
Se veramente è Maestro.
Domanda – Però, è la nostra mente che cataloga certe azioni che possono essere suggerite dall’io
o no…
Risposta – Appunto. Ripeto: è necessario che ciascuno sia sincero con se stesso e cerchi
nell’intimo suo la risposta. Io non potrò mai sapere se un’azione che tu fai sia o non sia dettata dall’io.
Domanda – Ma, per esempio, il “dubbio maligno dell’illuminato” di cui parlava Kempis… Io posso
trovare in questo dubbio, ammesso che riesca a trovarlo, una spinta dell’io…
Risposta – Colui che ha trasceso l’io, non ritrova più l’io. Questo è sicuro, questo possiamo dirlo con
sicurezza. Il suo dubbio può essere di altra natura, non è detto che sia sempre l’io. Il suo dubbio, per
esempio, può essere: se aiutare una creatura in un modo piuttosto che nell’altro, è vero figlio?
Domanda – Certo. Insomma mi sembra che vi siano più tipi, più sfumature di egoismo, di io.
Risposta – Certamente, come prima ho detto. Non solo, ma una azione commessa da te può avere
uno scopo; la stessa azione commessa da un’altra creatura un altro scopo. Mi spiego, figlio?
Domanda – Quindi, si dovrebbe dedurre che non si può parlare dell’io in generale, ma di noi stessi e
basta.
Risposta – È esattamente quello che ho detto prima.
Domanda – Scusa, abbiamo parlato di altruismo come impulso, quindi, come un bisogno; un
bisogno di chi? Dell’io?
Risposta – No, non è un “bisogno” veramente. Ripeto, così parlando in generale, una azione, che in
genere si definisce altruistica, può anche essere, invece, egoistica. Ecco perché…
Domanda – Scusa, se fosse altruistica, però, non sarebbe frutto dell’espansione dell’io…
Risposta – Non sarebbe frutto dell’espansione, esattamente. Ma bisogna che sia veramente
altruistica. Noi vediamo una creatura, la quale soccorre un’altra creatura e diciamo: “Questa creatura è
spinta dall’amore al prossimo, quindi dall’altruismo”. Così pare, così sembra, ma la verità la sa solo quella
creatura che agisce. E l’altruismo non è un “bisogno”: è una cosa “connaturale”. Così come, in genere,
l’uomo agisce egoisticamente, quando avrà trasceso l’egoismo, agirà altruisticamente. In modo semplice e
naturale, di getto, si potrebbe dire.
Domanda – Si può verificare il caso che l’egoismo sia… fattivo per una creatura? L’io, diciamo…
Risposta – La spinta dell’io, come ha detto il Fratello Kempis, è quella che ha costruito il vostro
mondo e, quindi, in un certo senso è fattiva. Era necessaria fino ad un certo tempo della vostra evoluzione.
Adesso l’uomo deve sostituire, alla spinta dell’io, la spinta dell’amore per i suoi simili e rimanere egualmente
attivo. Questo è quello che voleva significare il Fratello Kempis. Voi dovete continuare ad agire conoscendo
voi stessi e, quindi, sostituendo alla spinta dell’io, la spinta dell’amore al prossimo, il lavoro per il lavoro,
come avete detto giustamente.
DALI
Abbiamo visto che l’egoismo nell’uomo e connaturale; fino ad un dato periodo della evoluzione
umana è necessario perché rappresenta la spinta che fa vivere l’individuo, lo conduce verso quelle
esperienze che, vissute, formeranno la sua coscienza, dando inizio al risveglio spirituale. Senza la spinta
dell’io, l’uomo non si eleverebbe dallo stato di bestia. Senza l’ambizione, nelle sue molteplici forme,
l’individuo sarebbe un abulico; privo della volontà di agire, alieno da ogni aspirazione, sia pure egoistica,
sarebbe un morto vivente. Mentre, assecondando l’io nelle sue innumerevoli forme di espansione, l’uomo
conosce sì l’illusione e la delusione e diviene crudele, prova paura e dolore, ma nell’intimo suo matura quella

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preziosa comprensione che sbocciando farà di lui un essere nuovo per un mondo nuovo, dove l’egoismo
non è più necessario.
Sostituendosi alla spinta dell’io, all’egoistico interesse, l’amore per i propri fratelli renderà l’uomo
simile a Dio, lo eleverà ad una nuova esistenza priva di illusione, crudeltà, paura e dolore. Ho detto dolore;
che cos’è il dolore? E chi non lo conosce. È l’ispiratore della paura ed al pari di questa, regna fra gli uomini.
Il dolore ha radici profonde ed è conosciuto dall’individuo non appena questi si apre al mondo delle
sensazioni. Ogni cosa ha un prezzo, ogni attività la sua fatica ed al nascituro in questo mondo è detto:
“Prendi, tu puoi assaporare, adesso, le gioie dei viventi, la lieve brezza del mattino, ma conoscerai anche la
tempesta, perché pure di essa è fatto il mondo delle sensazioni, ché non esisterebbe privo di tale dualità”.
Fatale legge della natura! Quanto laboriosa appare all’individuo la trafila che deve seguire per il compiersi
del suo glorioso destino!
Vediamolo al suo sorgere questo dolore, quando si chiama sensazione spiacevole. Fino alle soglie
della incarnazione umana l’individuo conosce la sensazione spiacevole per gli urti che riceve dall’ambiente
nel quale vive e che si riflettono sul suo veicolo fisico.
Pur provenendo da questo, la sofferenza si rivela nel suo corpo astrale al pari di tutte le altre
sensazioni, ma è solo da uomo, quando il corpo mentale è abbastanza organizzato che il dolore è più
sentito. Ciò accade per l’aumentata sensibilità e per l’accresciuto campo d’azione dell’uomo che gli
procurano nuove forme di sofferenza (se egli non vuol comprendere) sconosciute agli animali. L’io, quale
vasta gamma di rammarico, dispiacere, sofferenza e dolore procura all’uomo!
L’ambizione con il desiderio di primeggiare procurano, se contrastate, una vera e propria sofferenza
a chi desidera espandere la proprio personalità. Però, anche questo genere di dolore che proviene dall’io e,
quindi, dalla mente, si rivela nel veicolo astrale dell’individuo. Dopo il trapasso, quando il corpo astrale viene
abbandonato e la consapevolezza, per chi ha sufficiente evoluzione da permetterlo, si sposta nel piano
mentale, il dolore o qualsiasi spiacevole sensazione non è più avvertita dall’individuo.
Similmente avviene per chi, abbandonata la ruota delle nascite e delle morti per raggiunta
evoluzione, non ha più bisogno di incarnarsi nel piano fisico.
Il dolore è, quindi, necessario fino ad un certo punto della evoluzione individuale, oltre non ha più
ragione di esistere. Ma prima di allora non può esservi evoluzione senza dolore.
È attraverso all’alternarsi delle sensazioni spiacevoli con le piacevoli che, prima la pianta e poi
l’animale, vanno sviluppando il proprio corpo astrale; ed è attraverso questo passaggio, riconoscendo e
catalogando i tipi di sensazione, che l’individuo organizza la propria mente.
Nell’uomo, poi, il dolore porta comprensione perché è sempre causato da qualcosa che egli non ha
compreso. Non sempre, voi dite, chi soffre comprende. Infatti, la comprensione è il retaggio del dolore.
Durante la sofferenza, l’uomo, dimentico di tutto, ricerca la causa del suo patire. Quando l’esperienza
dolorosa è terminata, quando il dolore ha insegnato la sua lezione, è allora che sboccia la comprensione.
Il dolore rimuove l’uomo dalle cristallizzazioni nelle quali è caduto e rappresenta il mezzo attraverso
cui, per la Misericordia Divina, l’uomo dall’errore passa alla Verità: Sublime Alchimia.

KEMPIS

Osservando il mondo che vi circonda, non potete fare a meno di scoprirvi lacrime e dolore. Ed ecco
che il vostro essere ne è turbato, ed ecco che voi stessi ne soffrite a vostra volta. Così, in questo turbamento
la vostra anima si sofferma e pare che tutto il Creato altro non sia che l’opera mostruosa di un dolore senza
fine. Chi prova questo turbamento è già avvantaggiato rispetto a chi, invece, non lo prova affatto; chi rimane
insensibile al dolore è crudele e chi, invece, soffre del dolore altrui è un uomo di coscienza. Ma vorrei
esaminare se ciò corrisponde alla realtà e soprattutto se ciò è fattivo.
Voi, certamente, vi sarete domandati più volte se i Maestri, coloro che sono giunti alla libertà del loro
essere, soffrono del dolore di chi ancora è avvinto dai ceppi della schiavitù carnale: vi sarete domandati se
chi ha raggiunto la più alta beatitudine in Dio può godere di questa immensa, celestiale, nuova Esistenza,
pensando che i suoi fratelli giacciono ancora nel dolore e nella densità della materia. Ma, figli e fratelli, se è
vero che l’insensibilità al dolore degli altri può financo essere crudeltà, è altresì vero che l’eccessivo
soffermarsi sul dolore degli altri o che l’eccessivo timore del dolore non è affatto costruttivo.
Quando voi vedete una creatura che giace ammalata, voi certo non fate in modo di ammalarvi per
aiutarla; quando vedete una creatura che cade travolta dalle ruote di un veicolo, non fate certo in modo di
essere travolti anche voi. Così, è inutile soffermarsi sul dolore degli altri senza cercare di estirpare le ragioni
del dolore.

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Il dolore non deve essere visto come una cupa condanna, ma come mezzo di salvezza; il dolore
deve essere annullato nelle sue radici.
Se voi vedete un mendicante che vi chiede l’elemosina, forse in un impeto di generosità vorreste
donare tutto ciò che avete per aiutare il mendicante, ma in effetti che cosa avreste fatto? Non avreste risolto
la situazione del mendicante, avreste risolto solo transitoriamente la manifestazione esteriore di un intimo
stato che determinava la situazione. Così non serve modificare solo le manifestazioni della intima natura;
occorre agire alla radice dell’individuo per estirpare le vere cause. Non serve togliere ciò che appare al di
fuori delle intime brutture, ma risalire fino alla causa ed alla origine.
Subito l’uomo, udendo queste nostre parole, le prende a giustificazione della propria crudeltà e forse
d’ora in poi si crederà autorizzato a non soffrire più del dolore dei propri fratelli; forse d’ora in poi si sentirà
autorizzato a sorvolare sulle altrui sciagure.
Non è questo che noi vogliamo significarvi.
Voi dovete, sì, comprendere, voi dovete amare i vostri fratelli che giacciono nel dolore, ma non
essere da questo dolore annientati. Voi dovete comprendere che quel dolore è utile a loro, dovete cercare di
alleviare il loro dolore, come sapete, è sempre l’effetto di qualcosa che l’individuo ha fatto contro le Leggi
Divine.
Ed è dal dolore che comprende ciò che prima non aveva voluto capire e seguire. Il dolore non è,
quindi, la manifestazione della collera divina, ma, per chi lo patisce, rappresenta l’unico mezzo per giungere
ad una conquista dello spirito. Ecco perché è importante aiutare a comprendere: solo così è possibile
superare il dolore, annientarlo alle sue stesse origini.
E laddove voi non abbiate questa capacità, ricordate il primo dovere di ogni individuo: migliorare se
stesso. L’umanità è fatta di individui ed il dolore non cesserà fino a che il singolo non ne avrà estirpate le
cause nel proprio intimo.

CLAUDIO

Parliamo di ordine, di equilibrio, di Giustizia in un mondo umano dove tutto sembra esservi fuorché
questi capisaldi che, invece, regnano nel Cosmo.
Eppure, figli, tutto avviene in modo ordinato, equilibrato e giusto; tutto si svolge secondo una
precisione ed una efficacia che solo un Ente divino può preordinare e condurre: è così preciso, ordinato,
equilibrato quanto, invece, può sembrarvi caotico che, nonostante il libero arbitrio dell’uomo, ogni cosa
avviene senza il minimo stridio, senza che la benché minima ingiustizia si verifichi per qualcuno.
Già un Santo del Cristianesimo ebbe a dire che ciò che accade è come un meraviglioso tappeto del
quale gli uomini vedono il rovescio; la parte che appare e dà corpo al bellissimo disegno, sta oltre gli occhi
dell’uomo.
Il dolore che voi vedete nel mondo, è un dolore il quale porta come frutto una comprensione; un
riscattare la creatura che soffre, un farla assurgere ad un più alto livello di esistenza. Dunque, la creatura,
attraverso al suo errore, ha rivolto su di sé l’effetto di questo errore, ma dall’effetto di questo errore è
riscattata e sopravanza.
Il dire, quindi, che una creatura che patisce una ingiustizia dai suoi simili, in effetti, subisce ciò che
essa stessa ha mosso, non ha lo scopo di fare della filosofia, ma vuol significare: “comprendere
esattamente, nella sua interezza, il significato di questa affermazione. Tutto quello che avviene ha una ben
precisa ragione e da ciò che avviene l’uomo ne esce affrancato, liberato”.
Comprendere questo, significa comprendere che la Giustizia, l’ordine e l’equilibrio regnano nel
Cosmo, così come attorno all’esistenza dell’uomo, come parte, come elemento di questo Cosmo.
Udite queste nostre parole che sono capite dalla vostra mente, ma taluno di voi, ancora immerso
nella paura, vorrebbe da esse la panacea universale che, in qualche modo, lo rendesse felice e sereno. Altri,
udendole, pur comprendendo che esse sono le sole a spiegare come questa apparente confusione in Realtà
non sia altro che un piano preciso, ordinato, giusto, equilibrato, pur tuttavia sono ancora suggestionati da
questa apparente confusione, temendo più per sé che per gli altri; e, quindi, pur condividendo ciò che noi
diciamo, non ne sono convinti. A questi noi diciamo: – Queste nostre parole non vogliono fare di voi degli
incoscienti, che di fronte a creature sofferenti, dicano loro “L’avete voluto voi, ben vi sta”, perché il dolore che
può essere conseguente ad una azione mossa, il karma doloroso, in altre parole, non è, come voi sapete,
una vendetta divina: è la Misericordia di Dio, prima che la Sua Giustizia. Vedendo soffrire le creature è
giusto che voi restiate toccati, che desideriate che il dolore non esista più fra gli uomini; però, sappiate
andare oltre questo dolore, per non essere schiacciati dalle apparenze, sappiate vedere che al di là di
questo dolore vi è una profonda, giusta misericordiosa ragione d’essere. Sappiate non cancellare il dolore
con un rimedio agli effetti, ma operate per togliere le cause del dolore –.
E voi, figli, vi chiedete: “Ma era proprio necessario che in un così vasto, preciso, ordinato e giusto
disegno divino dovesse esistere un capitolo così spiacevole per l’uomo?”. Tutto ciò, che conduce l’uomo
lontano dal suo vero destino, non può che avere un sapore amaro. Tutto ciò, che distogli l’uomo dalla sua

39
vera meta, non può che portare sofferenza a questo uomo, perché se è vero che l’uomo è chiamato a
questa meta, tutto ciò che da essa lo allontana non può che – in qualunque modo – ad essa ricondurlo.
Il dolore è sentito e tocca anche i Maestri, perché se l’uomo volesse con tutte le sue forze, se l’uomo
ascoltasse ciò che a lui viene detto, se l’uomo si convincesse – non attraverso all’esperienza diretta – ma
riuscisse ad ascoltare le molte Voci di avvertimento che ogni creatura, sempre riceve, molto dolore sarebbe
risparmiato, perché l’uomo non si allontanerebbe dalla meta di tutto l’Emanato.
Tutto quello che noi vi diciamo, come ogni altra cosa che viene a contatto con voi, è vagliato da voi
ed è visto in funzione di voi stessi.
Questi insegnamenti, molto sovente dovrebbero essere, secondo voi, una sorta di rimedio alla vostra
vita; e chi li segue dovrebbe essere risparmiato dai colpi del destino; dovrebbe essere sereno e non patire
ingiustizia dagli altri. Che cosa c’è di vero in questo vostro modo di vedere?
Colui che, convinto intimamente di quello che noi diciamo, seguisse l’insegnamento, non avrebbe
niente da temere perché niente potrebbe esservi nel mondo che in qualche modo potesse danneggiarlo.
Capite bene il senso di queste parole.
Ma se credete che il solo fatto di essere a contatto di queste Voci, di queste Entità, possa
allontanarvi dagli effetti che voi stessi avete mossi, siete in errore. Potete, da quello che noi vi diciamo,
trovare intimamente una serenità, una comprensione le quali possono aiutarvi nei frangenti della vita di ogni
giorno; ma ciò che il vostro karma richiede non può essere da noi distolto; né questi insegnamenti, i quali
proclamano la giustizia del karma, possono annullare i suoi effetti, il suo realizzarsi, il suo accadere. Non vi
abbiamo attirati qua, figli, promettendovi una sorta di protezione, atteggiandoci paternalisticamente, come si
usa dire, illudendovi in qualche modo. Una creatura che viene qua, prima di tutto, sia disposta ad essere
disillusa, perché noi combattiamo l’illusione.
Chi è felice nell’illusione del mondo, figli, resti in quella, perché se qua venisse per prima cosa quella
dovrebbe distruggere. Ed allora sarebbe logica e conseguente la sua reazione, sarebbe logico e
conseguente che egli dicesse: “questa disillusione mi amareggia, io sono amareggiato”. Certo, figli: disillusi.
Chi credesse di trovare nel mondo la felicità umana e sentisse dire, venendo qua: “questa felicità non sarà
mai raggiunta nel mondo o è irraggiungibile perché la causa dell’infelicità è in te”, e da queste parole
restasse deluso, non dovrebbe certo dare la colpa di questo all’insegnamento, perché è molto più vicino alla
liberazione colui che sa, piuttosto di colui che non sa.
Chi viene qua, dunque, figli, sia disposto a veder demolite le proprie personali illusioni, perché se
avessimo voluto illudervi – come altre volte vi abbiamo detto – molto facile sarebbe stato per noi. Ma non è
questo quello che noi vogliamo: noi vogliamo, invece, che abbandoniate l’illusione, che distruggiate un
mondo vostro intimo di illusioni per trovare quello che nelle fondamenta si cela: ed è il mondo della Realtà.

DALI

L’uomo è timoroso, osserva gli avvenimenti del mondo e ne trae delle conclusioni: il suo timore lo
spinge a riversare tutta la responsabilità della attuale situazione su coloro che sono a capo dei governi e
delle nazioni; il suo timore lo spinge a pregare Dio, affinché questi capi siano illuminati.
Non considera, così, l’uomo che un mondo nuovo non può nascere solamente con la sostituzione
dei capi che rappresentano le nazioni, ma che il conflitto che agita il mondo non è altro che il risultato del
conflitto che agita il singolo.
Di fronte alle continue violenze, di fronte ai gruppi che si coalizzano, di fronte a questi gruppi che
riescono, coalizzati, a dare una linea di azione ad una nazione, noi vi diciamo: “Rimanete soli e semplici, non
accrescete l’attrito che esiste fra le fazioni”.
Quando noi vi diciamo “Rimanete soli e semplici”, non intendiamo dirvi: rimanete chiusi in voi stessi
oppure rimanete abulici. Sempre vi abbiamo raccomandato di non essere dei tepidi; sempre vi abbiamo
dette e ricordate le parole del Grande Iniziatore: “Oh se tu fossi stato freddo o caldo, ma poiché sei stato
tepido, comincerò col vomitarti dalla mia bocca”.
Rimanete soli e semplici, in questo caso significa non partecipare all’attrito, non dare la propria
approvazione né morale né materiale a questi gruppi, a queste coalizioni che si formano con lo scopo di
scontrarsi, con lo scopo di continuare, perpetrare nel mondo la violenza.
Quando vi riunite, quando vi organizzate, voi non fate altro che gettare il seme della violenza del
domani, perché ogni organizzazione deve fondarsi su dei postulati, deve avere una propria dottrina e delle
proprie affermazioni da difendere e tutti coloro che sono contro gli enunciati di queste organizzazioni, tutti
coloro, che sono contro quello che l’organizzazione afferma, sono nemici della organizzazione e, quindi,
come tali, devono essere combattuti.

40
Noi vi diciamo “rimanete soli e semplici”, perché aderendo alle organizzazioni, voi contribuite al
vostro stesso sfruttamento e all’altrui sfruttamento.
Ma, quando vi diciamo “rimanete soli e semplici”, non vogliamo significare che ciascuno di voi sia un
tepido, che ciascuno di voi sia un inetto, che ciascuno di voi rimanga chiuso in se stesso e, per la paura delle
responsabilità, non osi vivere, non osi agire. Quando vi diciamo “rimanete soli e semplici”, vi diciamo: cercate
di non crearvi dei limiti, cercate di non creare delle barriere alla vostra comprensione, cercate, appunto, di
essere liberi, comprensivi, duttili, aperti a tutti. Abbiate tanta comprensione e tanto amore da comprendere
tutte le creature.
Colui che è nella vita, deve vivere, ma esiste una enorme differenza: la stessa azione può essere il
peccato ed il rimorso terrificante di una creatura ed essere, invece, il trionfo e il gaudio supremo di un’altra,
perché ciò che importa non è tanto l’azione, quanto l’intenzione.
Colui che vive solo e semplice non vuol dire che sia un inetto; colui che vive solo e semplice non
vuol dire che sia appartato e che non partecipi alla sua stessa vita. Voi dovete partecipare attivamente alla
vostra vita, voi dovete vivere, dovete essere giustamente in tensione e giustamente attivi, figli e fratelli. Colui
che è tepido, colui che non partecipa, non vive.
Ma esiste una enorme differenza, la stessa differenza che noi vi dicemmo a proposito
dell’espansione dell’io. Il mondo, quale è oggi, dal punto di vista del progresso, è stato creato per la spinta
dell’io. Predicando presso di voi il superamento di ogni ambizione egoistica, potrebbe sembrare che noi
fossimo degli attentatori della attuale civiltà. Ciò non è esatto.
Noi vi abbiamo detto che dovete sostituire alla spinta egoistica dell’io, una spinta altruistica ed allora,
questi risultati della tecnica, i risultati attuali della impostazione sociale, impallidiranno di fronte a quelli che si
avranno in sostituzione. Ecco perché noi vi diciamo che non è possibile cambiare il mondo, cambiando i
capi, ma che per tale cambiamento è indispensabile che l’intimo dell’uomo sia mutato.
Colui che lavora per ambizione, sarà tutto volto a mostrare agli altri e ai propri superiori la sua
bravura, forse anche a discapito del lavoro, purché il suo mettersi in evidenza rimanga, mentre colui che
lavora per amore al lavoro, non considerando che questo può accrescerlo agli occhi degli altri, produrrà
molto di più; darà un lavoro veramente produttivo, non essendo impedito dai limiti creati dall’espansione
dell’io.
Così è, figli e fratelli; rimanendo soli e semplici, dovete comprendere tutti, non dovete accrescere
l’attrito che esiste fra le varie fazioni; voi dovete, invece, comprendere le ragioni di questo attrito, voi dovete
superare in voi stessi l’imperiosa voce dell’io. Superando la quale veramente sarete “soli e semplici”, di
quella solitudine e di quella semplicità che vi renderà in comunione con tutti gli esseri del Creato.
Pace a voi.

CLAUDIO

Vogliamo ribadire il concetto di comprensione, in modo che resti sufficientemente chiaro a tutti.
Più volte vi abbiamo detto: “comprendete le creature” ed oggi lo ripetiamo; ma che cosa significa
“comprendere”?
Comprendere, soprattutto, significa amare, capire perché le creature agiscono senza condannarle.
L’equivoco può nascere da questo “non condannare”, perché ciò per voi significa approvare, condividere.
Non è così!
Quando osservate qualcuno che è andato contro le leggi, sia pure umane, non dovete considerarlo
un reprobo, ma comprenderlo, cioè convenire che, molto probabilmente anche voi, in circostanze eguali a
quelle in cui si è trovato, potreste commettere lo stesso errore. Questo, però, non vuol dire condividere lo
sbaglio, né dire a chi erra: “Fai pure”.
Siccome comprensione è amore e chi ama cerca sempre il bene dell’amato, chi comprende deve
consigliare ed aiutare per il meglio colui che è oggetto della sua comprensione.
L’uomo non vuole la responsabilità degli errori, perché questi non soddisfano l’ambizione del suo io,
e quando ne commette uno, cerca ogni scusa per dimostrare le sua non colpevolezza. Quanta fatica
sprecata! Nessuno è colpevole, ma tutti dobbiamo imparare.
Fu domandato a Budda se fosse più vicino al Nirvana chi errasse senza saperlo o chi fosse
consapevole dell’errore commesso; il Maestro rispose che è più vicino al Nirvana chi erra con
consapevolezza, perché in questi v’è, per lo meno, la coscienza dell’errore. Ed è verissimo. L’errore, pur
essendo cosa soggettiva, rimane tale che lo si commetta con consapevolezza o no. È, quindi, cosa
insensata dire non ha o non ho colpa.

41
Così, comprendere gli altri, non significa scusare gli altrui errori o illudersi che non ne abbiano;
significa capire perché hanno errato ed aiutarli a non più errare; quando ve ne sia la necessità applicare
quella che voi chiamate punizione, non animati da spirito vendicativo, ma dalla convinzione che quel castigo
insegnerà a non più errare.
Non fate come la società, la quale quando non riesce con le proprie istituzioni ad educare i suoi figli,
li dà in mano al magistrato e al secondino, perché più non le ricordino la sua incapacità.
Siate comprensivi con gli altri, come l’Altissimo lo è con voi; tanti e tanti sono i richiami per farvi
capire, senza che dobbiate incorrere nell’esperienza diretta. E se poi questa comprensione, nonostante ciò,
non sboccia, il dolore che provate non è evocato da un desiderio di castigo e di vendetta, ma dall’amore di
Chi vuole il vostro vero bene.
Pace a voi.

Già da molto tempo, noi cerchiamo di spostare la vostra attenzione all’intimo vostro e, come
giustamente qualcuno di voi ha detto, di questo mondo intimo voi conoscete già le strutture; voi conoscete lo
schema del suo funzionamento, del suo trasformarsi, del suo evolvere. Conoscete le attività dell’intimo
vostro, ove hanno sede. Ma oltre che avere queste notizie, per dire di conoscere l’intimo nostro, occorre
sperimentarlo.
La conoscenza che voi ne avete può dirsi teorica: cioè voi sapete, per sommi capi, come prima vi ho
detto, come è costituito l’uomo, ma non sapete come siete voi. Dunque, ciò che si sa deve essere compreso;
ciò di cui si ha notizia deve essere verificato, sperimentato, assimilato.
Ma è proprio necessario sperimentare tutto di noi stessi? Perché e come avviene la “liberazione” che
tante volte vi abbiamo ricordata? Che cosa significa “conoscere se stessi”?
L’uomo sa di essere egoista, ma lo sa solamente, non ne è convinto; tanto è vero che è sempre
pronto a giustificarsi, a trovare delle attenuanti quando, dall’evidenza dei fatti, è costretto a riconoscere di
essersi comportato in modo egoistico; se non, addirittura, disconosce il suo operato e, anzi, dice di aver
agito in modo opposto, in modo altruistico.
L’uomo sa di essere egoista, ma non ne è convinto. E come può convincersi? Come può,
veramente, scoprire la realtà del suo essere? Perché “conoscere se stessi” significa conoscere la realtà del
nostro essere; non solo trovare l’egoismo che è in noi. Perché dicendo: “trovare l’egoismo” non è tutto. Nella
introspezione non dovete cercare e trovare una immagine di voi stessi prima di averla veramente scoperta.
Conoscere se stessi significa esaminarsi in tutta sincerità, senza cercare delle attenuanti od
aggravanti. Significa, in tutta sincerità, esaminare ciò che è in noi: le nostre intenzioni, ciò che ci spinge ad
agire, a parlare, a pensare. E trarne delle conclusioni.
Dire: io penso così, agisco così, perché sono così. Questa constatazione può non essere esatta, ma
ciò, come sapete, non ha importanza; una vigile e costante consapevolezza dell’essere vostro metterà a
fuoco la realtà del vostro essere.
Per “vigile e costante” non deve intendersi una sorta di fissazione, deprecabile come ogni eccesso.
Per “vigile e costante attenzione” si intende essere costantemente consapevoli di ciò che si fa, si pensa, si
sente, si desidera. L’introspezione può essere fatta anche un’ora al giorno o un tempo ben definito; ma
importante è che nulla sfugga all’esame di se stessi. Questo significa costante e vigile consapevolezza.
Voi direte: “è sufficiente questa costante e vigile consapevolezza, per scoprire la realtà del nostro
essere”? È sufficiente.
Quando avviene questa scoperta? Non possiamo dirlo, non possiamo precisarlo: dipende da come e
se viene fatto questo esame. Il superamento di certe attività egoistiche dell’uomo, quindi il superamento
dell’egoismo, avviene quando quest’uomo, divenuto consapevole, ha compreso se stesso.
Una volta che l’egoismo è superato, l’uomo non ha più bisogno di ricercarlo in altre sottili
manifestazioni, perché – essendo superato – non si manifesterà in alcuna attività.
Costante e vigile consapevolezza di sé, non significa prendere in esame situazioni, fatti che voi non
state vivendo nel momento. Ecco perché vi diciamo “la liberazione può avvenire anche ora”, perché non è
condizionata all’esame di certe reazioni a fatti che potranno accadervi. Se l’uomo, tal qual è ora, e con le sue
azioni del momento, si rendesse conto attraverso a queste azioni, veramente, del suo egoismo, egli lo
supererebbe.
La conoscenza di se stessi è condizionata unicamente alla possibilità di riuscire a scoprire la realtà
del proprio intimo.

DALI

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Vi ho udito interessarvi al problema di conoscere voi stessi. Più volte abbiamo affrontato questo
problema.
Conoscere se stessi significa avere una costante consapevolezza del proprio essere; significa
applicare costantemente tale consapevolezza nella ricerca della verità del proprio essere interiore. Questo
insegnamento è oltremodo significativo per voi e per coloro che, come voi, intendono togliere dal mondo
quelle sperequazioni, quelle ingiustizie che affliggono gli uomini, ma che sono convinti che le sperequazioni,
le ingiustizie non possono essere tolte – come fino ad oggi si è creduto – affrontando il problema
esternamente.
Infatti, occorre risalire alle cause, occorre agire nel profondo, nell’intimo di ogni uomo, giacché
l’umanità è fatta di individui ed è, quindi, necessario per modificare l’umanità, modificare il singolo.
Chi è convinto che occorra portare nel mondo la giustizia e la fraternità ed è ugualmente convinto
che questo apporto può avvenire unicamente dall’intimo dell’individuo, questi conosca se stesso; poiché il
primo problema che deve affrontare è quello a lui più vicino: è migliorare se stesso, è porre l’essere suo al di
fuori dell’ingiustizia e della illusione. Così, voi che invocate la giustizia, voi che invocate l’amore fraterno fra
gli uomini ed intendete allontanare dall’umanità le brutture che la opprimono, fate ciò che potete e, quindi,
dovete fare: non siate semi di ingiustizia e di sfruttamento. Per ciò – ripeto – bisogna conoscere se stessi.
Che cosa significa conoscere se stessi? Significa conoscere i propri limiti e per questo superarli.
Voi avete detto: “Ciascuno di noi sa di avere dei difetti e ciascuno di noi vorrebbe non averli più”.
Poi, interpretando le nostre parole, avete ridotto il problema ad una sorta di esame di coscienza, cioè, dopo
che avete commesso le azioni, dopo che avete vissuto la vostra giornata, credete che tutto quello che vi sia
da fare, sia esaminare cosa è che avete fatto e che non va, secondo l’ideale che vi siete prefissi.
Non è così semplice il problema, figli e fratelli. Non si tratta di fare un esame di coscienza, ma si
tratta, esaminando le azioni, riconoscendo i propri difetti, superare esse limitazioni e liberarsi di ciò che
condiziona il vostro essere. Questo è ciò che dovete fare.
Per conoscere se stessi occorre, quindi, una costante consapevolezza. E voi dite: “Ma nella vita di
ogni giorno che ci assilla non possiamo essere costantemente consapevoli e costantemente rivolgere la
nostra attenzione a questo problema”. Ed allora io vi rispondo: “Fate pure quell’esame di coscienza che
avete invocato questa sera, ma non già per esaminare le azioni alla luce di un moto superficiale, onde
scoprire se sono state buone e non buone, ma esaminate le azioni per discernere le cause che vi hanno
fatto agire, per comprendere queste cause, per andare in fondo alla radice del problema.
Non è sufficiente riconoscere i propri vizi; occorre penetrare oltre, e comprendere la ragione per la
quale questi vizi ancora sono in noi.
Nel fare questo esame, occorre sincerità e soprattutto non essere animati da alcuna ambizione,
occorre non lasciarsi trascinare dall’ambizione in qualunque forma essa si presenti.
Quel dispiacere che voi provate o potete provare, nel constatare l’egoismo che ancora vi avvolge, è
un ostacolo alla vostra liberazione, poiché questo dispiacere è la manifestazione di una ambizione, di un
orgoglio ferito, di una constatazione che voi siete…peggiori di quello che credete di essere. Non dovete
credervi migliori di quello che siete; dovete conoscervi nella realtà dell’intimo vostro.
Fino ad oggi è stato detto: amate i vostri fratelli, aiutateli perché così facendo vi guadagnerete la
gloria eterna. Questo, più o meno, hanno detto le religioni.
E le nuove filosofie hanno cercato di appagare la logica degli uomini facendo conoscere i piani di
esistenza, la legge di reincarnazione, la legge di evoluzione; ma tutte queste conoscenze non sono riuscite a
modificare l’uomo.
E le organizzazioni che sono state fondate da queste filosofie sono altrettante gabbie, né più né
meno, come le religioni, perché la via dello spirito o come chiamar la volete, non si può calcare con
l’ambizione.
Ecco perché ci è portato l’insegnamento del conoscere voi stessi. Ed ecco perché vi diciamo che
qualunque sforzo voi facciate per non seguire i vostri desideri personali ed egoistici, non vi serve.
In questo senso va inteso il non violentare se stessi. Così, voi potete benissimo, se avete un qualche
difetto che possa danneggiarvi ed a maggior ragione danneggiare gli altri, fare forza su di voi acciocché non
siate trascinati da questo difetto; ma, in questo auto-controllo, siate perfettamente convinti che ciò non vi
migliorerà affatto nello spirito. Siate convinti, contrariamente a quanto fino ad oggi vi era stato detto, che
questo auto-controllo, questa auto-disciplina non possono farvi grandi in cielo più di quanto non lo siate in
terra. Questo è essenziale.
Conoscere se stessi significa, quindi, comprendere i propri limiti e superarli; comprendere i propri
vizi, le proprie passioni – se così volete chiamarle – e non lasciarsi trascinare da esse, ma essere oltremodo
convinti che nessuno può, con sforzo, giungere alla liberazione di se stesso. potrà migliorare la propria
condotta nei riguardi dei suoi fratelli, potrà migliorare il proprio comportamento esteriore, non cadere nei
richiami dei desideri, ma essi desideri con la violenza non possono essere superati, né possono essere
superati con la volontà. Saranno controllati, saranno repressi, ma rimarranno sempre. Essi desideri saranno

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superati nella conoscenza di voi stessi, nel comprenderli, nello scoprirne le ragioni attraverso alla costante
consapevolezza di tutta la vostra esistenza quotidiana, di tutta la vostra vita.
Questo costante esame – poiché siete voi stessi con la vostra mente e con la vostra capacità ad
esaminarvi – non potrà rivelare subito la realtà dell’essere vostro, ciò nondimeno, nella costante
introspezione, giungerete alla scoperta di voi stessi e questa scoperta segnerà la liberazione dai vostri limiti
che sarete finalmente riusciti a vedere.

Esistere significa essere in relazione; ma per essere in relazione occorre veramente aprirsi ai nostri
simili. Che cosa può significare “aprirsi”? occorre essere estremamente duttili, comprensivi. Ma, come
comprendere?
L’uomo è incessantemente impegnato a criticare coloro con i quali egli viene a contatto, a valutarli
ed intesse relazioni solo con persone che possono essergli favorevoli, che possono dargli un interesse, un
tornaconto.
Essere duttili significa superare questo esame di ricerca di tornaconto, di ricerca di persone che
possano in qualche modo aiutare. Essere duttili e comprensivi significa abbandonare le proprie idee e le
proprie convinzioni per comprendere quelle dei propri fratelli.
Ma che cosa significa “comprendere quelle dei propri fratelli”? significa aprirsi a loro non per
condannarli, non per rimproverarli, ma per capire le ragioni che li hanno spinti ad agire e consigliarli per il
meglio.
Ora, tutto ciò implica una grande consapevolezza da parte dell’individuo; tutto ciò implica un
discernimento non comune, che solo chi ha profondamente studiato ed analizzato se stesso può
raggiungere. Solo chi può fare a meno dell’aiuto umano è veramente in grado di aiutare i suoi simili.
Ed allora, essendo la collettività fatta di singoli, è opportuno che ciascuno di voi raggiunga questa
forza interiore, questa forza intima senza cui ben poco aiuto potete dare ai vostri simili.
Noi vi diciamo: “comprendete voi stessi, siate costantemente consapevoli di ciò che vi spinge ad
agire” e voi trovate che è difficile mettere in pratica queste parole. Voi trovate che è difficile comprendere e
superare i vostri difetti e le vostre passioni. Altre volte, invece, vi sembra troppo facile e troppo comodo il
nostro dire e vi sembra che esso comporti un grande sacrificio da parte vostra per cui, essendo così facile e
così semplice, voi trascurate di metterlo in atto perché credete che la via dello spirito che intendete calcare
sia cosa assai più complessa.
Le nostre parole, figli e fratelli, non sono né semplici né complesse; sono parole che intendono
significare qualche cosa, che intendono condurvi alla convinzione di porre attenzione al mondo interiore che
è nell’intimo vostro. Esso mondo, come dice la parola stessa, è vasto ed il problema di affrontarlo non potrà
mai essere risolto ed occorre affrontarlo con semplicità.
Così come i problemi che voi incontrate nella vita e che vi possono sembrare estremamente
complessi e difficili, debbono essere affrontati con semplicità, se volete risolverli; se voi vi lasciate intimorire
da quello che vi sembra essere la mole del problema e non cominciate ad affrontarlo da una parte, il
problema non potrà mai essere risolto e veramente diventerà insormontabile e più grande di voi.
Allo stesso modo è nell’intimo di ciascuno: il problema di comprendere questo mondo intimo che si
agita, può sembrare alquanto complesso, ma noi vi diciamo: cominciate da poco e da vicino. Ed ecco che
voi subito dite: “ma ciò che voi insegnate è cosa di poco conto ed è molto comodo e molto facile”. Bene, figli,
allora cominciate dal comodo e dal facile, perché quello che voi dovete fare è proprio la costante vigilanza di
tutti ciò che si agita nell’intimo vostro, costante consapevolezza di ciò che vi spinge ad agire.
E voi dite: “ma l’io, come tu ci insegni, ha molte scappatoie, il suo processo è sottilissimo e si
maschera ai nostri occhi”. Ma l’io siete voi stessi, figli cari, non è l’io di altre creature. E se voi comprendete
questi processi, voi avete compreso l’io; e se voi estirpate questo io, nessun altra sua attività – per quanto
grossolana o sottile, appariscente o più occulta – sarà in voi.
Che cosa significa comprendere se stessi? Significa comprendere questi processi espansionistici
dell’io e, conseguentemente superarli. Comprendere i propri limiti, di questi essere consapevoli.
Ed ecco un’altra obiezione: “ma siamo noi, con la nostra mente, con la nostra limitata capacità ad
applicare questa costante consapevolezza, a giudicare noi stessi; ed essendo noi limitati nel nostro giudizio,
ciò che noi crediamo di capire, non sarà mai vero, ma sarà sempre colorito dall’io stesso che cercherà di
scusare il suo operato”. Ed io vi rispondo: cercate di essere quanto più potete sinceri con voi stessi, cercate
di raggiungere questa sincerità; la vita poi vi dimostrerà se ciò che avete scoperto sarà o non sarà la verità di
voi stessi.
Importante è che voi cominciate a comprendere il mondo intimo che si agita in voi, comprenderlo
anche in modo sbagliato all’inizio – è logico ed è naturale – ma importante è comprendere.

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Non crediate di soffermarvi su quelle che possono essere le risultanze di un primo sommario esame
dell’intimo vostro; siate estremamente duttili anche con voi stessi.
“Questo – dovete dire – è quello che io credo sia stata la ragione che mi ha spinto o mi spinge ad
agire”. Ma, non crediate di fissarvi in schemi rigidi, posti frettolosamente da un primo esame.
Voi potete credere di essere delle creature calme, per niente irose e se vi convincete che ciò
corrisponda a verità, voi non fate altro che porre altri limiti a quelli che voi non conoscete.
Mentre ciascuno di voi sia convinto che molte volte non è in un determinato modo solo perché non è
posto nelle condizioni di esserlo. Intendo significare che non dovete cristallizzarvi in una prima sommaria
immagine di voi stessi, del vostro essere interiore; occorre ogni giorno porre nuovamente in discussione il
vostro intimo.
Domanda – Con “essere fuori da ogni ingiustizia, da ogni sfruttamento”, che cosa intendevi?
Risposta – L’uomo può essere oggetto di ingiustizia, può subire delle ingiustizie dai propri simili e
non può sempre, in queste contingenze, chiedere che gli sia fatta giustizia. Porsi al di fuori di ogni ingiustizia,
di ogni forma di sfruttamento e di illusione, significa non essere tramite di ingiustizia, non operare
l’ingiustizia, né sfruttare in alcun modo i nostri simili.
È di voi stessi che vi parlo. È cercare di non illudersi. Non significa fare in modo che gli altri non ci
sfruttino, fare in modo che gli altri non ci usino ingiustizia, ma significa, appunto, non sfruttare ed essere
giusti verso i nostri simili. Significa abbandonare, nell’intimo nostro, quell’atteggiamento che oggi esiste di
sfruttare i nostri fratelli, di approfittare dei più buoni e dei più servizievoli per alleggerire il peso che
quotidianamente dobbiamo portare.
Domanda – Scusa, fra quello che hai detto poco fa: “cominciate dal semplice e dal comodo” e quello
che hai detto adesso: “cercate di essere giusti e di non sfruttare…” mi è sembrato che ci fosse un gradino
molto alto di differenza, nel senso che se mi si dice di cominciare dal semplice e dal comodo, la cosa può
non richiedere una grande evoluzione, una grande spiritualità; è una cosa che tutti o quasi possono fare. Ma
quello di essere giusti ed altruisti con gli altri, mi pare che richieda un certo grado di evoluzione, con tutto
quello che questa evoluzione comporta. Tu mi insegni che non si può essere giusti ed altruisti esteriormente,
ma sentitamente. E questo “sentire” non lo porta che una maturazione spirituale. Dimmi se ho sbagliato, ti
prego.
Risposta – Noi non parliamo qua di evoluzione; non ci interessiamo di quello che è il modo di vivere
e di sentire e di operare del Maestro. Io parlo a ciascuno di voi, quale è attualmente e ciascuno di voi, quale
è attualmente deve cercare di essere più giusto e non sfruttare i suoi simili, per quanto egli concepisce e
riesce a vedere.
Domanda – Anche sbagliando?
Risposta – Non sarà la tua giustizia la Giustizia Assoluta, perché solo chi è giunto nell’Assoluto può
intendere ed operare la Giustizia dell’Assoluto. La vostra sarà certamente una giustizia relativa a voi stessi,
ma è importante che l’individuo trovi questa intima intenzione di essere giusto e di non sfruttare i propri
simili.
Questo è importante, la purità di intenti. Se poi, per difetto di concepire in forma ancora più pura la
giustizia verso i propri simili, egli non riesce a mettere in pratica, in forma assai pura e più completa, questa
giustizia, ciò non ha importanza. Importante è che nell’intimo suo esista la volontà di essere giusto e di non
sfruttare i suoi simili.
Conoscere se stessi per comprendere che in se stessi vi è questo desiderio di sfruttare e non vi è
giustizia verso i propri simili. Una volta che si è conosciuto tutto ciò, viene automaticamente sentita la
necessità di essere giusti e di amare i propri fratelli. E come, forse, inizialmente non si vede in modo chiaro
fino a che punto non si è giusti e fino a che punto si sfruttano i propri simili, così può darsi che dopo, quando
si ha l’intenzione di essere giusti e di non sfruttare, ciò non corrisponda alla realtà e che, in effetti, si sfrutti e
si sia ancora ingiusti; tutto ciò può avvenire, ma questo non ha importanza, perché l’uomo è un essere
perfettibile nei confronti della massima evoluzione, giacché di evoluzione voi volete parlare. È importante
che in lui vi sia questa intima convinzione di essere giusto e di non sfruttare, anche se poi, all’atto pratico, in
un primo tempo egli continua in qualche forma sottile a sfruttare ed è ancora, in qualche forma sottile,
ingiusto.
Domanda – Perdona, in una lezione che è nel libro, tu hai precisato che per noi è questione di
tempo e che la liberazione potrebbe giungere anche all’improvviso, anche dopo breve tempo. Ora questo,
almeno a me, dà un certo turbamento, un certo dubbio, perché molte volte di fronte alle difficoltà che
indubbiamente esistono in questo esame di noi stessi, in questa disciplina, per arrivare alla “pura
intenzione”, mi pare che possa occorrere anche molto tempo, delle vite intendo dire.
Risposta – Noi abbiamo detto che non è questione di tempo e non amiamo parlare di evoluzione,
perché l’uomo cerca con ogni mezzo di non affrontare il problema; cerca, appigliandosi ove può, di aggirare
l’ostacolo e non di superarlo.
Così non vogliamo parlare di evoluzione perché immancabilmente ciascuno di voi si sentirà
autorizzato a dire: “se questa evoluzione avviene automaticamente, è inutile che io mi applichi, è inutile che

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eserciti la costante consapevolezza”. In Verità vi dico, figli e fratelli, che se voi non esercitate la costante
consapevolezza, l’evoluzione non avviene.
Non vi diciamo che è questione di tempo, perché voi direste: “se mi occorre tanto tempo è inutile che
io mi affretti”. Fate sempre una cosa in vista dello scopo che volete raggiungere. Ed io vi dico: conoscete voi
stessi per conoscere voi stessi, senza attendervi nessuna liberazione, senza attendervi nessun
raggiungimento spirituale, senza attendervi nessun miglioramento.
Conoscete voi stessi perché è ciò che potete e dovete fare; esercitate la costante consapevolezza
dell’intimo vostro, perché dovete essere costantemente responsabili dei vostri atti, di ciò che voi fate in
quanto convinti che nel mondo occorre portare la responsabilità, occorre portare la giustizia, occorre portare
la bontà. Solo operando nell’intimo vostro potete contribuire a questa opera. Ma non attendetevi alcun merito
spirituale, non crediate di giungere presto ad una meta altamente morale.
Tutto questo sarebbe inutile e non sarebbe altro che ulteriore illusione. Per tali ragioni, noi non
amiamo parlarvi di evoluzione, né parlarvi della possibilità che il problema si risolva nel tempo.
Vi è stato parlato di evoluzione, vi è stato parlato di karma, vi è stato parlato dei piani di esistenza e
di tutti gli altri insegnamenti onde prospettarvi un quadro generale di quello che è il Creato, di quello che è il
Cosmo, onde voi poteste comprendere come le cose stanno in effetti e come vi sia ingiustizia, ma come tutto
avvenga, preciso e soppesato, nel rispetto della libertà di ciascuno e con la finalità del bene di ognuno.
Ciò vi è detto per tranquillità vostra, per comprendere i problemi della vita, per comprendere le
tragedie del mondo e le angosce che angustiano gli uomini; ma ciò che voi dovete fare non è predisporre
questi piani divini o attuare ciò che di per sé si attua, ma operare in voi stessi. Questo e questo solo è ciò
che dovete fare per aiutare a portare la bontà e la pace in un mondo migliore.

CLAUDIO

Si chiama rimorso quella sensazione penosa, che sembra potersi localizzare, nel corpo fisico,
all’altezza del plesso solare, che si prova riesaminando un’azione commessa e trovandola discorde
dall’ideale morale, concepito dalla coscienza dell’individuo.
Essendo il rimorso in relazione alla coscienza individuale, non è da tutti egualmente sentito.
Il rimorso, alle origini, è un richiamo che la coscienza fa all’individuo per ricondurlo ad un modo di
agire che non sia in conflitto con la coscienza stessa; questo è il vero rimorso.
Occorre approfondire: non tutti i rimorsi sono di eguale purezza. Una sensazione penosa, provata
dall’individuo, riesaminando un’azione compiuta, nel dubbio che questa possa arrecargli un danno, è
egualmente definita, dall’individuo, rimorso. Ma ciò non è rimorso: è egoistica paura.
Ad esempio: un religioso convinto che, osservando e praticando i riti della sua religione, se ne
acquisti la salvezza eterna, allorché trasgredisce a queste norme, prova un disappunto che chiama “rimorso
di coscienza”, ma che proviene piuttosto dall’io che dalla coscienza.
Dicemmo che la coscienza non è mai errata, se mai è insufficiente; così non potrà mai dare dei
rimorsi errati – potrà tacere nei casi che sono superiori alla sua formazione – ma mai darà il suo assenso ad
azioni che siano contro i princìpi dell’altruismo, anche quando questi siano totalmente ignorati dall’individuo.
L’intimo disappunto che l’individuo può provare, ad esempio, nel non partecipare ad una guerra, non
è certo rimorso suggerito dalla coscienza; trae le sue origini dalla sfera mentale dell’individuo, dalle sue
convinzioni, dal voler apparire un eroe e via dicendo, ma non certamente da una coscienza errata.
Tutto ciò, quindi, che vi dà rimorso in considerazione di una conseguenza a voi dannosa, non è
frutto della coscienza, ma voce dell’io.
È realmente rimorso di coscienza, quando l’intima condanna che si prova sorge dalla constatazione
o supposizione di avere causato un male ad altri, escludendo da tale considerazione qualsiasi fattore
personale. Allora e solo allora, è pura voce della coscienza.
Spostiamo ora il tema per porci la domanda: in quale considerazione si deve tenere il cosiddetto
“rimorso di coscienza”?
Bisogna, naturalmente, distinguere di quale rimorso si tratta. Se è un rammarico dell’io, deve essere
superato come tutto ciò che fa parte della attività espansionistica dell’io. Se, invece, è sentito dispiacere per
aver causato un male od una sofferenza ad altri, occorre rimediare fino a dove è possibile.
Vi sono tanti che si infliggono castighi per espiare colpe commesse e placare così quello che essi
credono “rimorso di coscienza”; ciò è un errore. Il “rimorso di coscienza”, anche quando è veramente tale, ha
lo scopo di far rimediare all’individuo il male causato, di non farlo incorrere più nello stesso errore, perché è
attraverso ad esso che l’ideale morale concepito dalla coscienza, si trasforma in norma di vita individuale.

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Non serve, quindi, piangere oltremodo sul latte versato, come si usa dire. Persistere in un tale
atteggiamento mostra chiaramente l’espansione dell’io che non è, per la coscienza, direttamente costruttivo.
Così, quando vi accorgete di aver commesso un errore che va a danno altrui, non perdetevi in
rimpianti, inutili penitenze per l’auto-espiazione; cercate di rimediare il male patito da altri ed accogliete il
rimorso della coscienza come un incentivo ad una maggior consapevolezza di ciò che fate.

DALI

Fu detto, sempre in precedenza, che il dubbio è purificatore e che voi dovete superare i dubbi che
potete incontrare poiché, se rimaneste dubbiosi, alla prima occasione, voi non sapreste rispondere, voi non
sapreste chiarire questo dubbio.
Innanzi tutto il dubbio nasce da tutto l’individuo. Dà luogo, sì, a un processo che si svolge
principalmente nella sua mente, ma nasce da tutto l’individuo. Infatti, il dubbio può essere determinato da
varie cause, da varie realtà soggettive che sono nell’individuo, le quali, di fronte alla analisi di una nuova
Realtà, di fronte ad un nuovo quesito, vacillano.
Il dubbio è quel movimento intimo dell’individuo che si ha, non solo di fronte alla necessità di dover
prendere una decisione, bensì anche di fronte ad una nuova teoria, di fronte ad una nuova concezione, di
fronte al “nuovo” o, comunque, di fronte a ciò che ancora non abbiamo perfettamente acquisito.
Dice già Dante che se, ad esempio, un cane fosse posto di fronte a due cibi per i quali sentisse la
stessa attrazione e lo stesso desiderio di mangiare, morirebbe di fame prima di prendere una decisione.
Questo ci illumina un poco anche sul dubbio. Infatti, l’individuo è nella vita, ha una parte di verità soggettive
o di convinzioni personali, le quali sono per lui il tutto, non possono essere lasciate, fanno parte di lui stesso.
alcune di queste convinzioni, alcune di queste verità possono anche essere le stesse che governano
l’Universo, cioè essere delle Realtà; altre, invece, possono essere unicamente relative e soggettive.
Comunque, l’individuo le ha fatte sue e da quelle ben difficilmente si muove.
Il dubbio interessa, invece, quei concetti di cui l’individuo non è completamente sicuro.
Quando l’individuo si trova di fronte ad una nuova circostanza, ad una nuova Verità, a qualcosa che
fino ad allora non aveva conosciuto, immediatamente la confronta con ciò che appartiene alle sue
irremovibili convinzioni, scartandola se contrasta con i suoi convincimenti.
Se, invece, il “nuovo” appartiene a qualcosa alla quale non aveva posto attenzione, allora nasce il
dubbio.
Prima di accettare il “nuovo”, l’individuo fa un sommario esame, una sommaria introspezione per
vedere se questo nuovo gli conviene. Perché, infatti, dobbiamo mettere in risalto un elemento essenziale,
determinante il dubbio, che è appunto l’io.
Nell’uomo comune, molte volte, il dubbio si perpetua, continua e non viene superato non già perché
quest’uomo non riconosca giusta la nuova concezione prospettatagli, ma perché questa nuova concezione
non è di sua convenienza, cioè non soddisfa l’io.
Il dubbio, abbiamo detto, è sempre positivo. Molti hanno detto che le guerre sono, in definitiva, una
cosa necessaria all’umanità. C’è una certa verità in questa tremenda affermazione; è come dire che un
dolore è positivo per l’uomo. Cioè, il dolore è positivo per l’individuo, quando nessun altro mezzo v’è che
possa far comprendere questo individuo al di fuori del dolore. Allora è necessario, così le guerre, così i
cataclismi. Il dubbio è una sorta di tempesta, qualcosa che mette in movimento l’individuo; il dubbio è il
nemico principale del tepido, è l’antidoto a ciò che fa stagnare l’individuo.
In natura ciò che si ferma, ciò che non si muove, ciò che ristagna, muore. Così, nascendo il dubbio
nell’individuo, l’individuo è costretto a ragionare; sarà un ragionamento egoistico, una ricerca di convenienza
oppure sarà una ricerca della Verità, questo non ha importanza. Comunque, il dubbio muove sempre
l’individuo, gli dà vita.
Questa sera, voi avete parlato dei “talenti”. Vi sembra strano che sia scritto nel Vangelo di Matteo: “A
chi ha sarà dato e ne avrà in sovrabbondanza, a chi non ha sarà tolto anche quel poco che ha”.
Vi sono delle creature, le quali hanno qualcosa; questo qualcosa può essere una disponibilità
finanziaria, come può essere, invece, una dote morale o una dote mentale. Facciamo l’esempio di un uomo
che sappia ben scrivere e comporre. Possiamo dire, sotto un certo aspetto, per un suo buon karma.
Supponiamo che nella vita faccia buon uso della sua dote, cioè scriva qualcosa che possa essere di aiuto, di
utilità ai suoi fratelli; egli ha ben impiegato i “talenti” che gli sono stati dati. Poniamo, invece, il caso di un
altro uomo che abbia la stessa dote, ma si lasci cogliere dalla pigrizia e non adoperi ciò che gli è stato dato;
questi esaurirà il suo buon karma e non si creerà nuovi buoni karma in modo che a lui verrà tolto anche ciò
che ha, nel senso che non essendo stato attivo, non avendo fatto fruttare i suoi “talenti”, nella incarnazione
successiva, dovrà rompere le proprie cristallizzazioni e cominciare nuovamente. In questo senso va inteso:
“A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quel poco che ha”. Mi spiego?
Il dubbio, invece – dicevo – impedisce una cristallizzazione, perché l’individuo è costretto a
ragionare, è costretto a riflettere, a fare una introspezione, a tentare ad arrischiare; e così sempre il dubbio è

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positivo, perché sempre è azione di qualcosa, sia pure della mente o di tutto l’individuo a seconda che il
dubbio sia più o meno sentito.
Però, il dubbio vuole, per essere efficace, per essere profondamente positivo, un termine, cioè deve
essere superato. L’individuo può dubitare tutta una vita, ma non tutta una vita su una Verità; deve, ad un
certo punto, prendere una decisione – se deve prenderla – oppure dare il suo parere favorevole ad una
nuova teoria, se questa gli è prospettata, e provare ad esperire in quel campo.
Il dubbio che si trascina tutta una vita sullo stesso argomento, è un dubbio che fa segnare il passo
all’individuo. Una creatura che è essenzialmente e profondamente indecisa, è una creatura simile a quella
che ristagna.
Dovete riflettere, meditare, ma decidere; superare il dubbio, non essere dei timorosi, degli abulici
nella decisione. Questo è un aspetto del dubbio che vi era sfuggito e che, invece, è importante. Quello che
noi vi diciamo, deve essere da voi considerato oggetto di discussione.
E, del resto, guardate: lo stesso Cristo, venendo nella nostra umanità, prendendo forma umana,
volle prenderla con tutte le caratteristiche di questa nostra razza. Vi sono passi riportati nei Vangeli, che
fanno fare grida di trionfale allegrezza ai non cristiani. Ad esempio, frasi come questa: “Padre, allontana da
me questo calice, se puoi”. I non cristiani si domandano: “Come, il Figlio di Dio, nella piena consapevolezza
della Sua missione, ha paura del dolore?”. Sono, appunto, gli accenti umani di Chi volle essere uomo fra gli
uomini. Più ancora: la tentazione. Il primo a comparire è il dubbio: “Se tu sei figlio di Dio, comanda a queste
pietre di diventare pani e sfamati”. Questo è, appunto, il dubbio che assilla l’uomo Gesù. V’è una
interessante successione nella tentazione nel deserto. Il primo a comparire, abbiamo visto, è il dubbio;
quindi, l’io, potreste dire voi. Infatti, Satana dice: “Io potrò fare di te uno dei potenti della Terra”. Ma questi
accenti umani sono ben tosto superati o meglio “ricuperati”. L’umanità del Cristo è lieve; solo accennata e
tosto trascesa.
Quella degli uomini, invece, radicata e ricorrente, è vero fratelli? Sempre per parlare del dubbio,
quante volte il dubbio vi ha assillati! Che cos’è il dubbio? In effetti, non è che il timore di non essere nel
giusto, che non corrisponda a Verità quello che crediamo. Pare semplice a dirsi, ma è molto complesso,
invece.
Ciò che si fa con l’intima convinzione di essere nel giusto, non porta recriminazioni né rimorsi di
coscienza; si va spediti per la propria strada, con l’impulso della giusta causa. Ma quando il dubbio si
affaccia, l’andatura rallenta e l’incertezza rende malsicuro ogni passo. Voi dite: “La fiducia fa l’uomo cieco e il
dubbio guardingo”. Ma l’uomo preferirebbe credere ciecamente e non essere assillato dal dubbio. Il dubbio
ha un sapore tutto malefico; è un movimento ritenuto dall’uomo tanto indiscutibilmente negativo, che,
quando viene ad illuminare l’ansia di una fatale condanna, gli cambia nome e lo chiama “speranza”.
L’entusiasmo trascina, fa apparire agevole ciò che non lo è: il dubbio frena, scolorisce ogni
ottimistica previsione. È come la realtà per il sognatore, la scienza positiva per la fede, la coscienza per il
peccatore. È come il vento, ma è un vento che spira silenzioso; ora infuocato e dissecca, ora gelido ed
agghiaccia. Compare non invitato, penetra non visto, la sua presenza mozza l’anelito dell’entusiasmo. Se si
pone sugli occhi, chi vi guarda attraverso vede nemici ovunque; annienta la fiducia più cieca ed evoca
l’ombra del sospetto. Sua compagna è la diffidenza; per loro le unioni più strette si ammalano alla radice,
appassiscono e cadono nella gelida indifferenza della morte. Suo cibo preferito è la fede, sua nemica la
constatazione; affronta colti ed ignoranti, non teme né potenti né umili, di ognuno conosce il lato debole. Fa
tremare i santi e demoni, perché è malefico e benefico al tempo stesso. parla sottovoce, ma da ognuno si fa
intendere e ti guarda come volesse compiangerti; ride sardonico per schernirti e lo temi come un critico.
Credi di averlo sepolto con la logica più stretta e rispunta per mettersi al pari delle più ragionate affermazioni.
Lasciandolo nella indecisione, fa schiavo ogni uomo.
Questo è il dubbio in sé, fratelli. Se Stana esistesse, non potrebbe avere migliore arma del dubbio.
Ma il male assoluto non esiste; esiste il male che l’uomo può fare a se stesso e il più vero è,
appunto, il male che l’uomo può fare a se stesso.
Essere convinti, vuol dire avere superato tutti i dubbi. Credere, senza avere preso in considerazione
il dubbio, è avere una convinzione posticcia.
In medicina esiste la terapia basata sulla produzione artificiale o artificiosa degli anticorpi. Analogo a
ciò è il dubbio che l’individuo suscita per se stesso e in se stesso. un tal dubbio – superato – fortifica, dona
alla fede quella certezza che la rende capace di operare il miracolo più grande.

KEMPIS

La morte è un aspetto della vita; la riproduzione è un rimedio alla morte, un perpetuarsi della vita. La
morte è una purificazione della vita.
V’è un nesso fra vita, riproduzione e morte. Tale nesso si chiama: evoluzione.
La vita, senza riproduzione e senza morte, non sarebbe né vita né evoluzione.

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PARACELSO

Figli cari, noi non veniamo qua per placare la vostra coscienza, né per autorizzarvi ad agire in modo
egoistico. Vi diciamo: fate pure quello di cui avete convinzione, ma riflettete prima. Lo stesso Cristo (e non
diciamo questo per fare un accostamento indegno) lo stesso Cristo disse: “Io non sono qua per portare la
pace, ma il padre sarà contro il figlio e il figlio contro il padre”.
L’uomo deve progredire e progredisce o evolve se non cristallizza; se pensa, se riflette, se medita.
Voi siete abituati a pensare, a riflettere e a meditare e ciò è molto lodevole. Più ancora sarebbe lodevole se
riusciste a togliere da queste riflessioni o da queste meditazioni o dai vostri pensieri la parte predominante
che è occupata dell’io.
Allora potreste pensare riflettere e meditare liberamente; allora potreste comprendere la Verità. In
questo senso: una riflessione, una meditazione, un pensiero è positivo quando approda a qualcosa.
Un riflettere, un meditare che approdino ad un qualcosa che dia assoluta incertezza di tutto, non è
positivo. Vi ho detto che fate bene a riflettere; noi stessi vi incitiamo. Però, quando il vostro riflettere
raggiungesse lo scopo di smarrirvi, di non darvi più sicurezza di niente, quando questo riflettere vi portasse
ad essere tepidi, sarebbe cosa negativa per voi.
Riflettete e dubitate pure di tutto; questo può servirvi a trovare la vera convinzione, ma questa
riflessione e questo dubbio non debbono perpetuarsi in eterno, debbono portarvi ad una convinzione. Che
cosa importa se questa convinzione è transitoria, se il giorno seguente questa convinzione non è più tale? A
questa ne seguirà un’altra, ma il vostro riflettere deve sempre approdare a qualcosa di fattivo.
Vi sono tanti che spendono la loro vita in ricerche, tanti che cercano la convinzione a loro idee,
cercano – come è stato detto dal Fratello Kempis – di “interpretare” la vita, per dimostrare che sono nel
giusto. Ma quando questa dimostrazione non viene, quando questa dimostrazione è una menzogna a se
stessi o agli altri, allora la cosa non è più favorevole; allora conviene cessare di ricercare.
Vi sono tanti, i quali – già che siamo in questo argomento – hanno speso la loro vita per dimostrare
che, ad esempio, lo spiritismo poteva spiegarsi con una teoria da loro immaginata. Ma quando essi, in tutta
sincerità, riconoscono che i fatti non dimostrano quello che essi hanno pensato, debbono in tutta sincerità
cambiare opinione, trovare un’altra spiegazione.
Dovete credere a quello che ritenete logico e giusto. Badate bene, però, che questo non vuol dire:
credere a ciò che voi vedete. Non vi insegniamo questo, figli; non vi insegniamo a credere unicamente a ciò
che voi vedete, perché questa sarebbe una cosa assurda.
Vale la pena di ripetere l’ormai troppo consueto esempio: che colui che avesse questo
atteggiamento, dovrebbe credere unicamente a ciò che cade sotto ai suoi occhi; non dovrebbe credere né
che esistono altri paesi, né altre città oltre quella nella quale lui vive.
Noi vi diciamo: non dovete credere ciecamente a tutto quello che noi vi diciamo, ma vagliare con la
vostra mente, vedere se queste cose sono logiche, se stanno in piedi, come si usa dire. Ma se tornano alla
logica, accettatele.
Non vi diciamo: credete solo a quello che i vostri occhi vedono; un tale atteggiamento è
eccessivamente agnostico, è negativo come è negativa una fede cieca. Così, vi sono tante Verità o se Verità
non volete chiamarle, tanti concetti che noi vi diciamo che non possono essere riscontrati né visti dai vostri
occhi ed altri che forse possono essere controllati. Ma, poiché questi concetti sono legati gli uni agli altri, figli
cari, prendete per buoni anche quelli che i vostri occhi non vedono purché, ripeto, tornino alla vostra mente,
purché, ripeto, la vostra mente li giudichi logici e completi in sé.
Domanda – Vorrei un consiglio: come sviluppare la volontà.
Risposta – Effettivamente la vostra vita di oggi porta un infiacchimento della volontà. Le comodità
portano l’individuo ad una sorta di apatia, lo spingono a rilassarsi. Ma a questo rilassamento, a questa
apatia, sopraggiunge dall’esterno o dall’interno, a seconda dei casi, una spinta, la quale muove l’individuo ad
agire.
Ad esempio, una creatura che sia assetata di denaro, quando riesca ad accumularne abbastanza e
non provi più questa sete (in quanto prima la provava perché desiderava unicamente vivere in tranquillità),
trovandosi nella condizione di tranquillità sperata e desiderata, questa creatura si rilassa. Ma, una volta che
il denaro è finito, la creatura deve nuovamente ingegnarsi per trovarne ancora. Questo è un esempio grosso
modo.
E così è per tutto, perché l’individuo, come tante volte vi abbiamo detto, non deve cristallizzarsi,
deve muoversi. Non intendo muoversi per agire, anche muoversi mentalmente; anche in questo senso.
Molte volte l’individuo vorrebbe fare qualcosa, ma non trova la volontà. Quale volontà? Quel
qualcosa che fa vincere da questo individuo certe difficoltà. Se, ad esempio, voi dovete fare qualcosa che

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non sia dall’io condivisa e desiderata, provate molta fatica. Vi occorre molta energia, così dite, perché l’io,
appunto, è una enorme forza.
Ciò che voi fate con passione, cioè con interesse, può costare fatica fisica, ma non è quasi avvertita
dall’individuo. Ciò che, invece, voi fate senza voglia o senza interesse costa molta fatica e vi stanca molto.
La volontà, quindi, dovrebbe essere quell’impulso dell’individuo che gli fa vincere una riluttanza a
compiere determinate cose che egli fa senza l’approvazione dell’io o senza interesse o senza passione. Mi
spiego?
Come sviluppare questa volontà? Con l’auto-convinzione. Auto-convincersi che si deve fare quella
cosa.
Vi sono tanti, i quali suggeriscono all’individuo degli esercizi che sembrano semplicissimi, che
possono far sorridere un individuo quando gli vengono detti, ma che, invece, servono molto allo scopo. Ad
esempio: per mezz’ora al giorno, sedere in una determinata posizione, senza muoversi; o concentrarsi sulla
fiamma di una candela. Può sembrare ridicolo ciò e far dire: “come è possibile che questo sviluppi la
volontà?”. Altro esempio: uscire di casa e compiere tre volte il giro dell’isolato. Queste cose possono far
sorridere – ripeto – i profani e far somigliare questa pratica ad una delle tante strane pratiche di magia dei
tempi passati. Eppure hanno un fondamento di verità, perché quanta volontà occorre per obbligare
l’individuo, tutti i giorni a quell’ora, con qualsiasi tempo, in qualsiasi condizione d’animo, a compiere quella
stessa azione, per la durata di quel tempo! Chi riesce in questo intento, stia pur certo di avere collaudata la
sua volontà.
Può servire un esercizio banalissimo; potete unire l’utile al dilettevole, come si usa dire,
impegnandovi per esempio ad eseguire della ginnastica per venti minuti della vostra giornata o un quarto
d’ora, tutti i giorni. Siate pur certi che al termine di qualche mese (più o meno, l’esperienza ve lo dimostrerà)
la vostra volontà sarà collaudata e sviluppata.
Qualcuno di voi dirà: “Sì, possiamo fare queste pratiche, però per farle occorre volontà”. Può
sembrare un circolo vizioso, però gli stessi saggi antichi dicevano che “per fare l’oro, ci vuole un po’ d’oro”, e
questo minimo necessario voi l’avete. Si tratta solo di impegnarsi.
Ricordate che vi sono stati dati dei “talenti” ed ognuno di voi o di noi, come dir volete, deve
impiegare questi talenti, non lasciarli morti.

DALI

Da tempo io non vi parlavo, oh figli. Il mio dire è monotono. Quello che io vengo a significarvi può
essere riassunto in poche parole, eppure è tanto difficile per voi seguire le mie parole.
Quello che io dico, oh figli, è vivo; non è freddo, non è un sistema filosofico. È frutto di una
esperienza vissuta, una esperienza la quale è tanto preziosa perché porta l’individuo alla liberazione, porta
l’individuo all’intima comprensione. Con questa conseguente liberazione, l’individuo vede compiersi lo scopo
della propria esistenza.
Quando l’uomo è stanco, sfiduciato, deluso della vita, quando l’uomo soffre profondamente ed
intimamente, dimentica tutto quanto – dicemmo – nella ricerca della ragione, del motivo per il quale soffre.
Egli, istintivamente, segue un rimedio naturale; così come gli animali istintivamente vanno verso
determinate piante che possono curare la loro infermità o la loro malattia.
Sì, figli, perché l’individuo, nel momento che soffre, segue e fa ciò che ogni giorno dovrebbe fare; e
se l’individuo ogni giorno dimenticasse, fosse cioè libero da ogni antica zavorra, non avrebbe sofferenze e
non sarebbe ciò un rimedio, ma una cura preventiva.
I abbiamo sempre detto, oh figli, che l’individuo deve essere libero, nascere ogni giorno. Per fare un
mondo nuovo non occorrono delle nuove istituzioni, non occorrono dei nuovi ritrovati. Occorre quello che, nei
casi disperati, viene istintivamente suggerito dalla natura stessa; occorre che l’uomo dimentichi tutto,
abbandoni l’antica zavorra e nasca nuovamente.
È molto difficile per l’uomo di oggi, attaccato al passato, attaccato a tutto ciò che gli è prezioso e
caro, nascere ogni giorno.
Ma, guardiamo meglio che cosa vuol dire questo “essere ogni giorno nuovi”. Ogni individuo ha delle
proprie convinzioni, ogni individuo ha delle proprie regole dalle quali non ama trasgredire, dalle quali non
ama allontanarsi. E sono, spesso, queste convinzioni, questi pregiudizi, queste regole, che vengono
ereditate da padre in figlio, a procurargli sofferenza. Una regola, un Comandamento può andar bene per un
periodo di tempo; ed andrebbe bene per l’eternità se l’individuo non cambiasse. Ma, proprio per questo
naturale trasformarsi dell’individuo, la regola decade, la norma non è più valida, è superata.
Chi di voi non ha inciampato in qualche antico pregiudizio che nel tempo passato andava bene alle
creature che non avevano sviluppato la coscienza onde risparmiar loro sofferenza?

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Ma oggi, se questa coscienza è sviluppata, se questa norma è stata trascritta nell’intimo, tanto da
farla diventare parte di se stesso, allora questa norma è cosa morta all’esteriore, non serve più, diventa
fredda, non ha più alcun valore umano.
Voi dovete folle di creature che seguono – tanto per fare un esempio – una qualche forma di
spettacolo, e con il passare del tempo, quello spettacolo non piace più come piaceva un tempo.
Perché questo? Perché è nella natura stessa dell’individuo di ricercare il nuovo. Tale ricerca
rappresenta una evasione. Quando l’individuo prende la consuetudine di fare qualcosa, imprigiona una
qualsiasi espressione della propria attività – quale, appunto, potrebbe essere l’arte – in canoni, e
l’espressione ne risulta, così, legata. Infatti, tutti coloro che vogliono esprimersi in quella direzione, in quel
senso, hanno timore e la preoccupazione di violare quei canoni, di non rispettarli e, così, di perdere il plauso
delle altre creature. Cercano allora il nuovo, dove ancora non vi sono dei canoni, ove il campo è aperto e
l’espressione ha piè libero.
Allo stesso modo è in voi, figli; quando vi cristallizzate impedite al vostro intimo di sgorgare
spontaneamente, liberamente. Ecco perché noi vi diciamo “siate nuovi ogni giorno” e, così dicendovi, non vi
insegniamo ad essere incoscienti, oh figli. Vi insegniamo a rinnovarvi intimamente.
Amate pure le creature che vi stanno d’attorno. Sempre vi abbiamo detto: cominciate ad amare di
più quelli che vi circondano, perché da qui dovete iniziare. E questo “amarle”, però, senza essere attaccati al
passato: amarle liberamente, spontaneamente. Non dovete ricercare un metodo, figli e fratelli, ma trovare
tutta una coscienza.
Non dovete vivere preoccupandovi di rispettare determinate regole che altri hanno trovato o fissato.
Dovete vivere cercando di formare la vostra coscienza; questo si chiama vivere veramente, e solo quando
voi sarete nuovi ogni giorno, quando vi sarete liberati dal vecchio modo di vedere e di interpretare la vita,
che altri vi hanno suggerito – e che andava bene nel passato – allora e solo allora, figli e fratelli, voi sarete
liberi e nuovi ogni giorno.

CLAUDIO

Salve, figli, non avete niente da chiedermi? Non vorrei che fosse la paura ad inibirvi. Paura…
“La notte fonda è solo rischiarata a tratti da lampi di tempesta; il tuono è fragoroso e copre il
lamentarsi del vento. Completamente soli camminate fra le tombe di un cimitero. Ad un tratto una mano
gelida vi serra alla gola ed una larva vi appare dinnanzi minacciosa. Sgranate gli occhi, aprite la bocca per
urlare, ma qualcosa vi ha paralizzato le corde vocali; il cuore, invece, sembra impazzito e batte, batte. Ma il
sangue è divenuto pietra e non scorre più nelle vene. Sudate freddo, le ginocchia vi si piegano, state per
perdere i sensi…” Ma non occorre tanto, fratelli; facciamo finire l’incubo e non rimarrà che un poco di paura.
Avete mai pensato a quante sfumature di paura conosce l’uomo? Da queste più violente, a quelle
lievi, lievi, quasi inavvertibili, ma che tanto peso hanno nelle sue decisioni.
Non esiste l’uomo a cui sia sconosciuta la paura; vi sono uomini che bene o male riescono a
nasconderla o a dominarla, ma tutti la conoscono, perché essa viene dalle nostre origini. Infatti, fratelli, alle
origini l’individuo conosce la paura perché gli è necessaria; rappresenta un mezzo che lo conduce alla
riflessione. Se non vi fosse stato il timore di soccombere, gli individui si sarebbero distrutti gli uni gli altri e
non un superstite vi sarebbe stato.
Ma non solo per la conservazione della specie la paura è necessaria, bensì anche per l’acquisizione
di una prima larvata moralità. Il fanciullo, timoroso del castigo materno, si astiene dai giochi proibiti; il goloso,
avendo paura per la sua salute, riduce la sua incontinenza; il religioso, temendo il castigo di Dio… (beh,
pecca egualmente) però, fa penitenza.
I primi uomini che apparvero sulla Terra, conoscevano la paura per eredità dal regno animale dal
quale provenivano; essa sorgeva in loro di fronte al pericolo, dettata dall’istinto di conservazione. È strano
questo istinto: a volte allontana l’individuo dal pericolo, altre volte lo spinge in perigliose avventure, proprio
perché possa sopravvivere. Ed infatti, se fosse diversamente, l’istinto di conservazione si potrebbe
identificare con la paura, mentre questi possono esistere indipendentemente l’uno dall’altro.
La paura – dando una definizione – potrebbe essere quello smarrimento, quella titubanza che
l’individuo prova in un avvenimento, in considerazione che questo potrebbe o può procurargli un danno.
Avete ami sentito dire che il pesce grosso divora il piccolo? L’avete addirittura vissuto, è vero fratelli? Or
bene, l’uso di eleggere un capo o un sovrano è nato proprio da questo decrepito vizio di divorare il piccolo.
Voi capite, infatti, che i primi individui, riuniti in gruppi, non potevano certo eleggere il loro capo con il
Conclave; non potevano esprimere liberamente la loro opinione, come accade in queste illuminate riunioni.
Anzi, il loro parere non interessava affatto, l’elezione era piuttosto una auto-elezione: accondiscendere o
prenderle di santa ragione.
L’uomo, poi, sostituì alla forza l’astuzia, ma la musica è rimasta sempre la stessa, credetelo. La
paura di buscarne stempera molti ardori combattivi. Ancora oggi si dice che chi fa la voce grossa ha sempre
ragione; così, con l’incutere paura agli altri, l’uomo può difendersi o sfruttare.

51
Ma perché e di che cosa abbiamo paura? Tutta la nostra vita è pervasa di timori. Nel regno animale
esiste un solo tipo di paura: quello che l’individuo prova di fronte al pericolo e che gli è suggerita dall’istinto di
conservazione. L’uomo, invece, conosce una grande varietà di timori, ma tutti hanno un comun
denominatore: nascono dal dubbio che qualcosa possa danneggiarlo e, siccome l’uomo pensa di poter
essere danneggiato non solo nella persona fisica, ma anche nei beni, nel prestigio e via dicendo, i timori
dell’uomo sono molteplici.
“Chi niente possiede, niente teme di perdere”, dicemmo. Ma l’umano accumula ed aggiunge, a
questo timore, quello di perdere ciò che ha accumulato.
L’umano accumula perché teme il futuro; la paura del futuro fa, dunque, valorizzare il presente. Chi
soffrisse del presente e sperasse di raggiungere nel futuro la felicità, non avrebbe paura del domani, ma lo
invocherebbe. Quando l’uomo fa una esperienza piacevole, desidera ripeterla e, quando è riuscito a ripeterla
a piacere, teme che l’incognito futuro possa privarlo di questa sua possibilità. Così, il timore che il futuro
possa serbargli amarezza, lo rende timoroso. È chi ha da difendere il presente che teme l’avvenire, teme di
perdere ciò che ha o ciò che è. tutta la vita dell’uomo è prigioniera di questo desiderio di continuare, timore
di non continuare; desiderio di godere, paura di soffrire.
Ma fra tutti i timori che l’incognito suggerisce regna sovrana la paura della morte. “Chi vorrebbe
sopportare il peso di una vita di fatiche e di pene, se non fosse la paura di qualcosa che può accadere dopo
la morte, in questo paese sconosciuto che è l’oltre tomba, da cui nessun viaggiatore è mai tornato?”. Così
dice il cogitabondo Amleto, che evidentemente dimentica l’apparizione del padre defunto. “Chi è più forte?
Colui che riesce a vincere la paura della morte e si uccide o colui che continua una vita di affanni?”. Ma
l’amletico dubbio identifica nella paura della morte solo la paura dell’incognito, tralasciando la paura del
dolore fisico. Chi è tanto forte da non aver paura del dolore? Si desidera e si ricerca ciò che, in qualunque
modo, può dare piacere; si teme e si sfugge ciò che, in qualunque modo, può dare dolore. Vi è un solo
timore: la paura della sofferenza. Convincete gli uomini che chi vi torcerà un capello patirà una eterna
sofferenza e sarete potenti, ogni porta si spalancherà dinnanzi a voi. Le stesse ricchezze di Re Salomone vi
saranno offerte, potrete vendere tutto ciò che gli uomini saranno disposti a comprare, anche ciò che non è
vendibile e, in nome della salvezza eterna, vi sarà permesso perdere i secolari. Vi è un solo vittorioso fra gli
uomini, oh fratelli, colui che riesce ad incutere più paura.
Però, tal genere di supremazia non ammette indecisioni; abbiate un attimo di titubanza e solo le
porte del carcere si apriranno dinnanzi a voi.
Qualcuno disse: “Meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecore”. Però, nel momento della
morte avrebbe voluto vivere ancora novantanove giorni. Se volete mostrarvi diversi da quello che siete,
sappiate sostenere fino in fondo la vostra parte; il mondo è crudele con chi lo ha ingannato. Votate tutta la
vostra vita alla realizzazione della più grande opera, ed un attimo di titubanza farà sprofondare nel nulla
della immaginazione tutta la vostra fatica.
La paura crea un panico che spesso paralizza i riflessi dell’uomo e lo perde definitivamente.
Conoscete la storia dell’uccellino che alla vista del serpente teme a muoversi e finisce con l’essere divorato
vivo, quando avrebbe potuto volarsene via?
La paura impedisce la comprensione; chi può esattamente valutare i fatti e le circostanze se è colto
da timore? Voi tutti conoscete le tristi conseguenze del panico collettivo, di questa specie di reazione a
catena, per dirla in un termine moderno. Similmente accade nell’individuo. Se è colto da timore e non
reagisce, il timore ben presto si trasforma in paura e poi in terrore, impedendogli, così, anche se ora volesse,
di reagire alle cause.
Abbiamo necessità di comprendere e temiamo. Se per un istante analizzassimo noi stessi,
resteremmo meravigliati dai tanti timori che sono in noi: la timidezza è paura, il rispetto umano, la
superstizione, la carità che facciamo per meritarci il paradiso, si chiama paura dell’inferno.
La ricerca di conforto denuncia la nostra debolezza e la nostra paura. Vogliamo emergere, vogliamo
essere od avere più degli altri e temiamo chiunque possa frenare la nostra espansione. Scavalchiamo chi
non sa difendersi, incutendoci paura, approfittiamo di chi ci teme. Siamo simili alle bestie. Avvicinatevi al
pasto dell’animale e lo sentirete ringhiare.
Avete notato mai quanta soddisfazione v’è a dir male del prossimo? Perché così facendo,
valorizziamo noi stessi; tanta più soddisfazione, quanti più vizi ha che crediamo di non avere. È la paura che
un altro, con i suoi meriti, ci passi avanti. Insomma, tutto ciò che dubitiamo possa arrecarci un danno, ci
suggerisce paura.
Allora, che solo il vizio e la passione siano coraggiosi? Incoscienti, non coraggiosi. Il danno che
immaginiamo possa investirci, oh fratelli, è frutto di una valutazione del tutto personale. Ciò che veramente ci
danneggia, spesso ci attrae e ci inebria e quando ce ne accorgiamo è troppo tardi per avere paura.
La debolezza, il vuoto interiore, la mancanza di sicurezza ci rendono timorosi.
Chi ha fiducia in se stesso corre gli stessi pericoli degli altri, ma non teme; e chi è riuscito in qualche
impresa straordinaria deve sempre ringraziare il suo coraggio.
L’individuo ha coraggio quando è sicuro di riuscire; così ha coraggio nell’affrontare i rischi di una
impresa, quando è sicuro di riuscire. Talvolta, questa sicurezza gli può venire dal non conoscere

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esattamente i pericoli che lo minacciano, cioè dalla ignoranza o dalla inconsapevolezza. Altre volte proprio
queste lo rendono malsicuro di sé e, quindi, timoroso.
Paura, sempre tanta paura. In questa marea di paure, che ora ci annichiliscono, ora ci spingono
all’azione, chi è mai tanto coraggioso da opporsi e muoversi di moto proprio?
Fino dai tempi più antichi, l’individuo timoroso, pauroso è stato giudicato non favorevolmente. Fino
da allora la paura e stata considerata una qualità negativa.
Gli eroi ed i semidei della mitologia sono completamente affrancati da essa. I valorosi delle leggende
di tutti i popoli debbono la loro immortalità al loro coraggio. Raccontare una storia, nella quale il protagonista
vede premiata la sua paura, equivale ad annoiare chi ascolta e far sorridere di incredulità. Se, invece, l’eroe
è un coraggioso, sarà subito visto di buon occhio e con molta condiscendenza saranno seguite le sue gesta,
anche se non lo rendono un modello di moralità.
Ma, passando dalla fantasia alla realtà, troviamo tanti che in guerra si sono gettati allo sbaraglio per
essere considerati dei coraggiosi.
Presso i popoli primitivi, ancora oggi, l’adolescente per essere considerato un uomo, deve mettere in
vari modi alla prova il suo coraggio. Negli antichi riti di iniziazione, le prove di coraggio erano di
fondamentale importanza, perché si diceva che la fede deve dare sicurezza, quindi, se il candidato avesse
avuto fede non avrebbe dovuto temere; ed in effetti, la vera fede è certezza. Dire “io credo” equivale a dire
“io sono certo”. Questa, oh fratelli, è quella fede che opera quei miracoli che la più esatta teologia non potrà
mai operare.
La vera fede non lascia posto alla speranza. Si spera nell’incertezza: la speranza non è in funzione
delle probabilità favorevoli alla soluzione che invochiamo. Sperare significa auspicarsi che non debba
accadere qualcosa che ci fa timore; è invocare il rimedio ad una situazione di fatto che ci incute paura. La
speranza è, quindi, una evasione alla paura che ci angoscia.
Finché l’uomo avrà timore, spererà; guai se non vi fosse questa speranza, se non vi fosse questo
rimedio alla paura. Sperare, nelle situazioni disperate, è come mettere la testa nella sabbia per scacciare il
pericolo; è illudersi. Ma chi è mai tanto forte da non avere bisogno della speranza? Chi è mai tanto
coraggioso da conoscere esattamente le sofferenze che deve avere, senza illudersi e senza aver bisogno di
ricorrere alla speranza?
Questo è il vero coraggioso (finalmente ve lo dico, fratelli): l’uomo libero. Egli ha fede che niente può
veramente danneggiarlo e niente teme di perdere. Non ha paura del futuro, neppure quando diviene tanto
incognito da chiamarsi “morte”. Ed è logico che sia così: è libero, infatti, nel vero senso della parola, anche
dalla paura che, essendo nell’uomo uno stato d’animo inibitore, è un ostacolo alla sua liberazione.
Ma è, dunque, la paura così dannosa?
È deleteria per il saggio, provvidenziale per l’incosciente. Nella scala della evoluzione, fino a che
l’individuo non ha libertà, non conosce paura. Ma, appena il suo intelletto comincia ad organizzarsi ed egli
può disporre di una maggiore libertà, la paura produce in lui un fermento necessario come il lievito alla bontà
del pane. Quante cristallizzazioni impedisce la paura! Quanta prudenza insegna!
Ma lo scoglio che fu di salvezza ieri, diviene pesante zavorra oggi, perché tutto è movimento. I
profeti e gli illuminati della Bibbia insegnavano ad avere paura di Dio. Cristo ha mostrato l’Amore Divino ed
ha insegnato a chiamarlo “Padre”. Quel Cristo che oggi non avrebbe paura a barattare la Chiesa che porta il
Suo nome per aiutare una creatura, anche allora non ebbe timore a superare le decrepite concezioni che
avevano fatto il loro tempo.
Ancora poche parole e non vi annoio più.
Ma il suo tempo non l’ha fatto, purtroppo, la paura ancora oggi, giacché la mancanza di coscienza la
richiama dagli oscuri meandri dei secoli passati, ove solamente doveva regnare, rendendola ancora
necessaria in un tempo in cui la fiducia dovrebbe dare serenità agli uomini.
Ma come le prime luci dell’alba fugano i fantasmi e pongono fine agli incubi notturni, man mano che
l’uomo comprenderà il mondo nel quale vive, si dissolverà in lui ogni timore.
In ciò, gran parte potranno avere le scoperte scientifiche. Ma se la coscienza individuale non
instaurerà il regno dell’amor fraterno, esse scoperte si trasformeranno, per l’uomo, in motivo di più grande
paura.
A voi la scelta, oh fratelli.

KEMPIS

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Il nostro insegnamento si fonda sulla legge della evoluzione: evoluzione delle materie, delle forme,
della coscienza. Questo triplice aspetto dell’evolvere implicitamente ammette, per il suo stesso procedere,
quindi esistere, la reincarnazione e la legge di causa e di effetto. Senza queste due ultime leggi sarebbe
impossibile non solo l’evoluzione individuale (della coscienza), ma anche gli altri due aspetti della
evoluzione. Ad esempio, nella evoluzione della specie (forma), la ereditarietà non è sufficiente a spiegare le
mutazioni genetiche, se queste non sono sostenute da mutazioni nell’uso degli organi prodotte da mutazioni
di carattere psichico.
In sostanza, è la psiche dell’individuo che muta prima ancora del mutare del soma. E questa
mutazione psichica come può spiegarsi se non con l’esistenza di un “quid” trascendente la forma materiale
che, animando più forme (corpi fisici), successivamente, dalle esperienze acquisite evolve e cerca,
attraverso un diverso uso del suo corpo fisico, nuovi mezzi di espressione alla evoluzione raggiunta?
L’evoluzione non avrebbe senso e continuità senza la legge di causa e di effetto e senza l’esistenza
di un “quid” trascendente la materia (anima), reincarnatesi nelle diverse forme sempre più organizzate e
sempre più tendenti ad organizzarsi.
Osservando i tre regni naturali (minerale, vegetale, animale) è facile scoprire un crescendo nella
manifestazione della vita: dal semplice manifestarsi senza possibilità di espressione, a forme in cui è palese
l’esistenza di sensazioni, ad altre in cui esistono attività mentali financo intelligenti. Ciò corrisponde a quanto
sempre vi abbiamo detto e cioè che la trasmigrazione del “quid” trascendente la materia nei tre regni
naturali, ha per scopo di far acquisire ad esso nuovi mezzi di espressione (sensazioni, emozioni, desideri)
fino a dargli l’intelligenza e la “coscienza di sé”.
Ho detto coscienza solo incidentalmente, volendo significare “consapevolezza di sé”, cioè la
“percezione dell’io e non io”, perché con “coscienza” noi intendiamo ben altra cosa.
Tale consapevolezza è propria dell’uomo, ossia il “quid” immateriale, acquisiti tutti i mezzi di
espressione che la trasmigrazione nei tre regni naturali può dargli, apre un nuovo capitolo della sua
evoluzione e, prendendo forma umana, amplifica la sua intelligenza e consapevolezza di sé.
Durante l’evoluzione umana, l’individuo forma la propria coscienza, in altre parole acquisisce
gradatamente quella maturazione interiore che, una volta raggiunta, farà di lui un essere in cui la moralità
non sarà più un atteggiamento imposto da fattori esterni, ma corrisponderà ad un suo profondo e convinto
concepire la vita secondo gli ideali più belli ed altruistici che siano mai stati predicati. Dunque, il capitolo
della evoluzione umana va dalla consapevolezza di sé, con il conseguente sorgere dell’egoismo, alla
costituzione della coscienza individuale, cioè al superamento di questo egoismo.
La formazione di tale coscienza, che trae, quindi, origine dal reincarnarsi nelle forme di vita dei tra
regni naturali e che si attua gradualmente nella reincarnazione umana, è quindi lo scopo e la meta della
ruota delle nascite e delle morti. Ma l’evoluzione, che possiamo così suddividere in sub-umana ed umana,
non ha termine con la costituzione della coscienza individuale. Esiste uno stadio ulteriore che possiamo
convenzionalmente denominare evoluzione super-umana. Qual è lo scopo di questa successiva fase
dell’evolvere? Per comprenderlo, dobbiamo esaminare il costituirsi della coscienza.
È bene ricordare, ancora una volta, che tale processo di costituzione, dal suo inizio nell’uomo fino al
suo compimento, è graduale. Cioè l’individuo, come prima manifestazione della sua coscienza che si sta
costituendo, prova l’apparire nell’intimo suo di una voce che al di fuori di ogni imposizione e di ogni
convenienza personale, lo richiama al suo dovere. Questo dovere non è necessariamente quello alto che
può suggerire una progredita concezione sociale; il suo senso del dovere corrisponderà a quello che la
collettività gli avrà insegnato; così, se vive in una società primitiva, il dovere sarà forse in contrasto con la
moralità che voi conoscete e che è stata predicata dai grandi Maestri spirituali. Ciò non ha importanza,
perché è solo un fatto di forma; la sostanza è che l’individuo sente necessario agire senza imposizioni di
qualunque sorta ed al di fuori del proprio interesse personale.
Quindi, il senso del dovere è la prima manifestazione della coscienza individuale che si sta
costituendo. Man mano che questo si amplia, si ha una seconda manifestazione: l’uomo va profondamente
convincendosi che non si deve uccidere, rubare e via dicendo (ciò senza coercizione alcuna), in altre parole
che non si deve fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi stessi.
Naturalmente queste manifestazioni, pur seguendo come genere questo ordine, si compenetrano e il
loro svolgersi è graduale.
Vi è, poi, una terza manifestazione del formarsi della coscienza: l’amore al prossimo, sentito al di
fuori di ogni personale interesse.
Si può dire, convenzionalmente, che la coscienza individuale è costituita quando l’individuo ama il
prossimo suo.
Formata la coscienza, l’uomo – abbiamo detto – lascia la ruota delle nascite e delle morti, ma
l’evoluzione continua: l’individuo, nel crescente amore al prossimo, abbatte le ultime barriere della
separatività e si sente unito con tutto il Creato. La meta di questo successivo stadio evolutivo è stata da noi
chiamata realizzazione della coscienza cosmica.
E oltre? Oltre vi è l’identificarsi con Dio, l’immedesimarsi con l’inizio e la fine del Tutto, con l’Eterno
Presente e l’Infinita Presenza che trascende ogni Cosmo, con la Coscienza Assoluta, con Colui che È.

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I VOSTRI FRATELLI

Vi siete soffermati sull’evoluzione e vi siete domandati se vi sono dei fatti, sia pure riferendosi alla
storia dell’umanità, i quali possano comprovare che esiste la legge di evoluzione spirituale.
Noi non possiamo che ripetere quello che abbiamo detto. Innanzi tutto, dobbiamo ricordare che è
una cosa non direi impossibile, ma certamente strana pensare di trovare dei fatti che possano dimostrarci
l’evoluzione, se pensiamo che l’evoluzione è un fattore (diciamo nel campo umano) individuale, è vero? Voi
sapete che abbiamo parlato di evoluzione della materia, evoluzione della forma, evoluzione dell’auto-
coscienza.
L’evoluzione dell’auto-coscienza riguarda proprio il campo, la sfera umana; e, quindi, per osservare
l’evoluzione nel suo svolgersi, noi dobbiamo guardare non l’umanità, ma l’uomo, giacché l’umanità non è
sempre formata dagli stessi individui. È vero? Quindi, come possiamo fare un paragone fra l’umanità di oggi,
la quale è formata da una qualità X di individui e mille e più di mille anni fa, la quale era formata da una
qualità Y di individui?
Vedere se vi è stata una evoluzione, grosso modo, possiamo farlo; ma, a rigore, questa analisi non è
esatta, perché se noi prendessimo – ad esempio – la penultima umanità di Atlantide, quella del massimo
splendore e la raffrontassimo con l’umanità di ieri o di oggi, noi dovremmo dire che vi è stata una
involuzione. E, così, se noi prendessimo le razze giunte al massimo della evoluzione sul pianeta Terra e le
raffrontassimo con altre razze che sono subentrate a queste, noi dovremmo dire che non esiste la legge
dell’evoluzione, bensì la legge di involuzione, è vero?
Quindi, non possiamo comprendere o trovare tracce della legge di evoluzione, dell’auto-coscienza,
altro che esaminando il singolo individuo, attraverso alle molteplici incarnazioni.

Inoltre, vi siete domandati che cosa abbiamo voluto dire quando avemmo ad esprimerci così:
“evoluto non spiritualmente, ma dopo il trapasso”.
Evoluzione dopo il trapasso, sta per quel ciclo che l’individuo compie dopo che ha abbandonato il
veicolo fisico. Ciclo che non è identico per tutti gli individui. Infatti, vi abbiamo recentemente parlato di
individui, i quali hanno forma di animale nel piano fisico; oppure dell’uomo comune o, appunto, del super-
uomo. Ciclo che è diverso per ognuno di questi tre individui. Possiamo a rigore dire: diverso per ogni
individuo, perché ognuno di noi, dopo una incarnazione, segue un suo ciclo, a seconda della evoluzione, a
seconda delle esperienze, dei desideri, dei pensieri e via dicendo, che ha avuto nella incarnazione ultima.
Non solo, ma questo ciclo è diverso per l’individuo da un trapasso all’altro, da una vita all’altra. Mi spiego?
Vorrebbe dire, questa evoluzione dopo il trapasso, quel tempo che l’individuo impiega a liberarsi dei
suoi veicoli inferiori: il corpo astrale ed il corpo mentale, così, ad esempio, noi incontriamo nel piano astrale
un individuo, il quale non ha ancora abbandonato il suo veicolo astrale, ciò non vuol dire che quell’individuo
sia evolutivamente inferiore ad un altro che possiamo incontrare, nello stesso momento, nel piano mentale;
perché, appunto, può darsi che colui che, in questo momento è nel piano mentale, sia trapassato prima di
colui che si trova in questo momento nel piano astrale. Evoluzione in questo senso. E, come vedete, ha
completamente un altro significato da evoluzione spirituale. È vero? Anzi, se voi volete dare addirittura un
altro nome, anziché evoluzione, meglio ancora; sempre che questo sia fatto perché le idee siano il più chiare
possibili.
Domanda – Scusa, e dalla evoluzione dopo il trapasso, l’individuo non ha un miglioramento, nella
sua comprensione, nella sua coscienza, che possa permanere nella sua individualità nella successiva vita?
Risposta – Voi sapete che l’individuo, dopo il trapasso – come ora ho detto – ha una evoluzione che
segue un ciclo di rinnovamento o anche, se ciò vi chiarisce meglio, di purificazione. Una volta abbandonato il
veicolo astrale, e con questo assopiti i desideri insoddisfatti, le facoltà mentali dell’individuo sono più pronte
e chiare. L’individuo può, così rivedere e riflettere sulla sua ultima incarnazione con più chiarezza. È il
momento in cui trova spiegazione a tante domande circa gli eventi della sua vita terrena, che si era fatto e
durante questa e dopo il trapasso.
Questa rinnovata facoltà mentale spinge l’individuo, se il suo passato comportamento glielo
consente, a ricercare la spiegazione di altre cose che desidera o desiderava capire. Gli studiosi hanno, nel
piano mentale, il loro paradiso. Qui, l’individuo può erudirsi ed appagare la sua sete di sapere più di quanto
poteva fare da incarnato.
Di tutto quello che l’individuo impara nel piano mentale, che cosa rimane? Rimangono i frutti delle
riflessioni circa il significato della sua vita, rimane sotto forma di impulso o facilità di apprendere in una
prossima incarnazione, quanto l’individuo ha potuto sapere o conoscere nel piano mentale.
Però, non sarà mai che un uomo possa evolvere spiritualmente ed iniziare qualcosa di nuovo, nel
piano mentale o, comunque, dopo il trapasso, perché se ciò fosse la vita sul paino fisico non avrebbe più
significato.

55
DALI

Il trapasso, specie quando è violento, molto spesso è inavvertito e l’individuo si ritrova nel piano
astrale senza rendersi conto di essere trapassato. Così come inavvertita proprio è la nascita.
Voi sapete, perché vi è stato detto, che l’individuo, dopo aver abbandonato i veicoli astrale e
mentale, se non ha una certa evoluzione, cade in una sorta di torpore; e questo è dovuto al fatto che, non
avendo la coscienza abbastanza costituita, formata, non ha neppure i sensi per vivere sul piano della
coscienza e cade, quindi, in una sorta di incoscienza, di inconsapevolezza di quello che accade. Questo è
chiamato: il riposo dell’Ego.
Da questo momento, l’individuo si risveglierà nella sua infanzia, nell’infanzia del suo nuovo corpo
fisico. Da quando lascia il corpo mentale, fino alla nuova incarnazione, ai primi bagliori di consapevolezza,
l’individuo non vede e non sente e non percepisce più niente. Sempre che, ripeto, abbia una evoluzione che
non gli permetta di vivere consapevolmente sul piano akasico.
Domanda – Nel caso, invece, che l’individuo, per evoluzione, possa vivere nel piano akasico?
Risposta – Vi è un periodo di preparazione. Egli prolunga la sua consapevolezza anche dopo
l’abbandono del corpo mentale e vive con una certa consapevolezza anche nel piano akasico, nel piano
della coscienza; consapevolezza che è in proporzione, appunto, alla costituzione della sua coscienza.
Poi, al momento della nuova incarnazione, anche per questo individuo, vi è un periodo di
preparazione, un periodo in cui lui, per così dire, muore a questa consapevolezza. Perché, quando si riveste
di nuova materia mentale (che poi si costituirà in un nuovo corpo mentale) è come assopito. Così pure per il
corpo astrale e per il corpo fisico.
Voi sapete che il corpo fisico, man mano che cresce, che si sviluppa, arriva in contatto con la vita più
elevata di ogni veicolo. Mi spiego: il bambino vive appena vede la luce; ciò vuol dire che è in contatto con il
suo corpo mentale istintivo, non solo, ma ha la sensazione di caldo e di freddo; questo vuol dire che è in
contatto anche con il suo corpo astrale, ma per quanto riguarda soltanto una vita vegetativa. Poi, il bambino
continua a crescere e, ad una certa età, comincia ad avere desideri ben distinti, cioè ha trovato il completo
contatto con il suo corpo astrale. All’età successiva ancora, comincia ad avere dei pensieri ben distinti, non
solo dei pensieri, ma la facoltà di ragionare molto in evidenza, molto sviluppata. Questo vuol dire che ha
trovato il completo contatto con il suo corpo mentale. Poi, successivamente, si ha il contatto completo con la
coscienza, è vero? Ed allora, appunto, si ha l’unione di tutti questi veicoli con l’individuo, il quale è nel pieno
delle sue facoltà, può usare tutti questi veicoli.

ALAN

Vi siete, questa sera, domandati qualcosa circa la nascita del corpo fisico. Noi, per maggiore
chiarezza, prenderemo in considerazione un corpo fisico umano. Vi abbiamo sempre detto che, ad ogni
nuova incarnazione, si forma un nuovo corpo mentale, un nuovo corpo astrale, un nuovo corpo fisico.
L’akasico è quello che rimane sempre.
E questi nuovi corpi, che si formano, hanno in sé delle prerogative, delle particolarità, che vengono
ereditate dalla precedente incarnazione; cioè, si formano, si sviluppano secondo delle direttrici, che
corrispondono a nuove necessità di evoluzione, eredità di precedenti incarnazioni.
Se l’individuo ha studiato profondamente un dato argomento, questo retaggio – che è un retaggio
del corpo mentale – non va perduto dopo il trapasso, quando l’individuo lascia il corpo mentale, ma ritorna e
l’individuo, alla nuova incarnazione, può ritrovare facilmente i frutti del suo studio. Basta una semplice
applicazione e l’individuo trova in modo naturale in sé la conoscenza della materia che fu oggetto di studio
nella precedente incarnazione.
Primo di tutti, ad essere in contatto con il corpo akasico e l’individuo, è il corpo mentale, il quale
naturalmente non è organizzato. Successivamente avviene il contatto con il corpo astrale, anche questo non
organizzato e, quindi, con il corpo fisico.
Il contatto con il corpo fisico avviene poco tempo prima della nascita, come voi la chiamate. Già si sa
che quel corpo che sta sviluppando per animarsi nel piano fisico è destinato a quella e quella sola Entità.
Quando il nuovo corpo prende vita, cioè dopo il parto, allora si ha il contatto con la individualità. ma
badate bene che questo contatto non è ancora completo; cioè il corpo fisico vive ed è in contatto con
l’essere superiore – per così dire – ma, non è un contatto completo come si avrà negli anni successivi.
Il veicolo che per primo risponde agli impulsi del veicolo fisico è il veicolo astrale; il contatto con il
veicolo astrale si fa più stretto per primo. Così, nei primi giorni della nascita, nei primi mesi e fino ai primi
anni, si consolida questo contatto; infatti, voi noterete che la prima cosa ad apparire, come vi abbiamo detto
altre volte, sono le sensazioni.
Poi, successivamente, si ha il contatto con il corpo mentale e il bambino, il fanciullo comincia ad
avere i primi ragionamenti. Gradatamente, si ha il contatto con l’akasico e si manifesta la coscienza che,
naturalmente, però, è in formazione come in ogni essere vivente.

56
Voi dovete comprendere che, durante questi contatti, siccome i veicoli non sono organizzati, non si
ha un trasfondersi di intelligenza già sviluppata, ma solo si ha il contatto con la facoltà di ragionare. Poi,
l’individuo adopera questa sua facoltà e comincia a ragionare, comincia a svilupparla andando a scuola,
osservando i compagni, l’ambiente che lo circonda, i genitori. Ma se il veicolo mentale fosse già sviluppato,
dal contatto si avrebbe già il ragionamento e non la facoltà di ragionare.
Domanda – Si avrebbe il fanciullo prodigio, insomma.
Risposta – Appunto. Invece, da questi contatti si realizza la possibilità di ragionare o di avere
sensazioni, desideri ed attraverso a ciò i relativi veicoli si organizzano sempre più, fino alla maturità.
In genere possiamo dire che a sette anni vi è già completamente il contatto e a buon punto lo
sviluppo del veicolo astrale. A quattordici il veicolo mentale, a ventuno la coscienza. Tenete presente che lo
sviluppo è sempre posteriore al contatto.
Domanda – Quindi l’individualità è completa a ventun anni?
Risposta – Sì. Però, guardate: mentre possiamo, con una certa approssimazione, dire sette e
quattordici anni per le facoltà del desiderare e del pensare, per la coscienza la cosa è molto più vaga.
Possiamo solo dire, molto approssimativamente, ventuno. In taluno è venticinque, in taluni venti; questo
cambia molto da individuo a individuo.
Voi avete anche parlato della mente istintiva. La mente istintiva è quella che presiede alle funzioni
istintive del veicolo fisico dell’individuo; non solo, anche del veicolo astrale. Avete pensato ad una mente
istintiva universale. Ciò è errato, però, dobbiamo parlare (specialmente per gli uomini ed anche per molti
animali più evoluti, per così dire) ad una mente istintiva personale, perché, se voi provate ad osservare due
o più individui, i quali siano incarnati in forma animale – ad esempio in cani – e ponete questi individui in una
condizione di pericolo per loro, questi due individui reagiscono diversamente.
Questo ci dimostra anche che la mente istintiva è personalizzata. Non è una sola mente istintiva
universale che presiede a tutti gli individui, mi spiego? Perché, se così fosse, ogni individuo dovrebbe
reagire in modo eguale. In una malattia, ad esempio, se per tutti vi fosse una sola mente, il fisico dovrebbe
rispondere sempre ad un modo. Invece, dobbiamo proprio pensare ad una mente istintiva personale; benché
questa mente istintiva faccia parte della mente istintiva universale.
Vi siete mai chiesti prima della finalità del Tutto. L’evoluzione della materia, della forma, sono in
funzione della evoluzione dell’auto-coscienza. Anche quando noi osserviamo l’evoluzione della materia (e i
vostri studiosi sono portati a concludere che esiste una finalità nella natura), la finalità è l’evoluzione
dell’auto-coscienza.
Domanda – Scusa, poiché ci avete detto che il corpo astrale impiega trentasei ore a staccarsi dal
corpo fisico dopo il trapasso, si potrebbe determinare anche il tempo preciso fra il contatto del corpo fisico
con i corpi astrale, mentale, ecc. e il momento del parto?
Risposta – Innanzi tutto “trentasei ore” sono indicative, perché un individuo può avere un grande
attaccamento al suo corpo fisico e questo può determinare un legame più stretto e, naturalmente, una
maggiore necessità di tempo per staccarsi.
Però, nella nascita c’è un altro fattore importante ed è il fattore “madre”. Vi sono delle madri, le quali,
avendo paura del parto, in un certo senso, lo ritardano; e, quindi, non possiamo dirlo.
Domanda – Vorrei, se permetti, sapere qualche cosa di esatto sui cavalli di Elberfeld che facevano
calcoli matematici. Erano delle specie di medium o cosa erano?
Risposta – In questi fenomeni occorre fare molte distinzioni: alcune volte, l’animale è stato abituato
ad avere la risposta o il problema risolto attraverso a determinati suoni, oppure attraverso a determinati
oggetti messi in un determinato modo. (Queste sono le famose manifestazioni da fiera, per così dire, quelle
non scientifiche). Mentre altre volte, si ha effettivamente la manifestazione di una intelligenza dell’animale e,
allora, si tratta di animali che sono evidentemente alla soglia della reincarnazione umana; ad esempio, si
sono avuti casi di risoluzioni di operazioni matematiche piuttosto complesse…
Domanda – Equazioni, radice quadrata, radice cubica…
Risposta – Appunto. Sono notizie che vengono trasmesse all’animale dalla mente che noi
chiamiamo super-normale. Voi sapete che la mente non è solo quella che corrisponde alla vostra
consapevolezza, ma la mente ha facoltà più vaste di quelle che voi conoscete ed attraverso ad un esercizio,
ogni uomo potrebbe servirsi di queste facoltà inconsuete.

DALI

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Ben poco oggi si conosce dell’intimo di ognuno, si cerca – per vari scopi e varie ragioni – di
conoscere moltissimo del mondo circostante e, mentre più o meno è sentita questa ultima necessità, in fatto
del mondo intimo dell’uomo, tutti si sentono signori e padroni; ciascuno del proprio mondo crede di sapere
tutto ed è convinto di non sapere niente di quanto accade attorno a lui. Ciò è vero, ma è anche vero, figli,
che dell’intimo nostro ben poco conosciamo.
Ecco perché noi, con l’insegnamento del fratello Claudio, cerchiamo di spingervi a questa ricerca, a
questa indagine, a questa comprensione dell’intimo vostro; cerchiamo di spostare la vostra attenzione a
questo vastissimo mondo interiore in cui si agita e si riflette quel mondo che sta attorno a voi, in cui prende
corpo – sia pure a volte in immagini virtuali – quanto vi circonda e quanto vi accade. È, quindi, importante,
come è importante la scienza umana, l’introspezione di noi stessi, poiché, se in noi stessi non vi è ordine, le
scoperte della scienza, che poi si traducono nell’intimo nostro e che in ultima analisi sono scoperte di questo
intimo, non possono essere vantaggiose per il progresso, per la evoluzione dell’uomo, per l’ordine sociale; in
sostanza, per il loro buon uso e impiego. Se non vi è intimo equilibrio nell’uomo, ciò che la scienza può dare
viene impiegato in modo disordinato, in modo squilibrato; ed ecco che alla confusione interiore succede,
come conseguenza logica e inevitabile, la confusione nel mondo. Sicché è di estrema importanza che
ciascuno di voi generi l’ordine nell’intimo suo conoscendo se stesso: nella parte conscia, in ciò che può
cadere sotto la sua attenzione, tenendo presente che quanto egli percepisce, che quanto di cui è
consapevole, non è che la manifestazione della parte inconsapevole dell’intimo suo. Ed attraverso ad una
profonda indagine, ad un profondo discernere, analizzare, comprendere e superare, l’uomo raggiungerà
l’unione di tutto il suo essere, armoniosa ed equilibrata, creativa per se stesso e per i suoi simili.
Oltre l’insegnamento del Fratello Claudio, che riguarda esclusivamente il mondo che si agita in voi,
conoscete, secondo una nomenclatura convenzionale, le varie parti di voi stessi, che costituiscono questo
mondo intimo ed avete imparato a considerare l’uomo secondo la nomenclatura che noi vi abbiamo dato:
 il suo corpo fisico, che presiede a tutte le attività meccaniche, che permette la
manifestazione nel piano fisico dell’individuo;
 il suo corpo astrale, che è il veicolo nel quale si rivelano le sensazioni, le emozioni, ecc.;
 il suo corpo mentale, che è quel veicolo nel quale l’individuo rivela i pensieri che
provengono, invece, da qualcosa che sta oltre il corpo mentale, ed infine
 la sua coscienza che è, appunto, l’insieme, il retaggio della grandezza dell’individuo, di ciò
che egli acquisisce attraverso le varie incarnazioni; ed infine
 lo Spirito, il quale anima questo individuo, che è il fulcro divino sul quale l’individuo nasce ed
evolve.

Voi, che ci seguite, vi siete mai domandati che cosa accadrebbe se doveste udire una
conversazione posta in termini diversi da quelli che voi conoscete? Riuscireste a comprendere quello che si
dice ed a capire a quali – secondo la suddivisione che noi vi abbiamo dato – veicoli dell’individuo, alcune
attività dell’individuo intimo, chiamate con altri termini, si riferiscono?
Esaminiamo che cosa dice la scienza umana al riguardo, quale nomenclatura usa e se è possibile
raffrontare i due insegnamenti.
La scienza umana trae origine, nella sua forma attuale, da un famoso aforisma: “La sapienza è
figliola della esperienza”. Nel momento in cui si coniò con un aforisma un nuovo spirito di indagine, si
chiamava “scienza” un insieme di cognizioni a cui si dava fede per semplice ripetizione verbale, senza
curarsi per niente di controllare con la esperienza. Oggi, invece, gli scienziati credono e ritengono vero solo
ciò che può essere esperimentato.
Ho detto “oggi” forse con un tantino di ingiustizia, perché, in effetti, oggi l’atteggiamento è diverso,
cioè si sperimenta lo sperimentabile; ma sulla base di esperienze si formulano le teorie. Dall’insieme dei

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caratteri dei fenomeni che si sono potuti controllare, gli studiosi, oggi, formulano le teorie circa la
spiegazione di questi fenomeni.
Anche nel campo della psicologia avviene questo con la stessa incidenza e, forse, di più con cui
avviene negli altri campi. Ed allora, che cosa è accaduto?
Non molti anni fa, pochi uomini hanno sentito la necessità di porgere attenzione alle manifestazioni
psichiche degli individui. Naturalmente, non potevano sperimentare su se stessi, perché la cosa avrebbe
perduto il sapore scientifico. Ma hanno cominciato dal mettere insieme vari fenomeni psichici per trarne delle
conclusioni. “La sapienza è figliola della esperienza”.
Tornerà utile confrontare il diverso punto di partenza dell’insegnamento della psicologia rispetto al
nostro.
Gli psicologi hanno visto il problema dalle sue manifestazioni esteriori. Sì, perché anche se si parla
dell’intimo dell’uomo, si parla di effetti. Sarebbe come parlare di una macchina parlando delle funzioni che
essa svolge.
Mentre noi vi abbiamo spiegato la costituzione della macchina e vi abbiamo detto: la macchina
produce questo lavoro perché è costituita così, invece, la psicologia dice: si osserva che la macchina
produce questo lavoro e se ne deduce che può compiere queste funzioni perché è costituita in questo modo.
Voi già sapete che cosa sia la psiche: è quella sfera di attività, quella parte dell’individuo in cui si
svolgono dei fenomeni che non possono essere catalogati come appartenenti ai fenomeni fisici, fisiologici,
biologici puri del corpo fisico. “Forse, sono una conseguenza”, si dice oggi, comunque non sono localizzabili
nel corpo fisico.
Il pensiero può essere un attività del cervello, ma il fenomeno “pensiero” non è come il sangue che
scorre nelle vene.non so se mi sono spiegato. Quindi, il fatto che si riconosca che l’uomo pensa, non
significa che si creda, perché sia dimostrata, alla sopravvivenza della personalità oltre la morte, poiché
queste attività psichiche possono benissimo essere frutti del corpo fisico.
Ma non è questo il problema che ci interessa in modo particolare questa sera.
Se anche noi osserviamo l’uomo, vediamo che vi sono, nella sfera delle attività psichiche, alcune
attività consapevoli, altre non consapevoli. Ed infatti, anche la psicologia ha fatto questa scoperta: vi sono
alcune attività che si svolgono alla insaputa dell’uomo. Che cosa significa questo? La consapevolezza
dell’uomo è la possibilità che ha l’individuo di essere edotto, di essere informato, di rendersi conto di una
qualche attività. Questo concetto non implica che questo “rendersi conto”, che questo “essere informato”
corrisponda alla Realtà quale noi la intendiamo; ma il rendersi conto, l’essere edotti di quello che appare,
dunque anche di una verità soggettiva.
Ora la psicologia afferma che, oltre a questa attività psichica della consapevolezza, vi sono altre
attività inconsapevoli, delle quali cioè l’individuo non è consapevole; ed oggi in linea di massima si conviene
di suddividere queste ulteriori attività in subcoscienti e inconsce.
Quali sarebbero le subcoscienti? Le subcoscienti sarebbero tutte quelle attività psichiche,
rappresentazioni psichiche, delle quali l’individuo nel momento non è consapevole, ma di cui può divenire
consapevole. In che modo? Con il ricordo, con il richiamo alla memoria e anche per manifestazione
spontanea. Cioè, possono esservi dei moti nell’intimo dell’individuo dei quali egli non è mai stato
consapevole, ma che esistevano latenti e che ad un certo momento divengono consapevoli, per alcune
circostanze, come vedremo poi; ed allora si dice che quelli facevano parte del subcosciente dell’individuo.
Invece, vi sono altri moti, altre rappresentazioni, altre attività psichiche dette inconsce, di cui
l’individuo non verrà mai a conoscenza. E queste sono tutte quelle attività psichiche (per “attività” si
intendono desideri, pensieri e via dicendo) che giacciono nel profondo della psiche dell’individuo e che
tentano di venire a galla, ma che difficilmente riescono a giungere alla consapevolezza.
Alcune ne sono più vicine e possono prendere corpo, in qualche modo – vedi nei sogni – altre,
invece, rimangono sepolte.
Ma, in genere, gli psicologi affermano che i sogni sono manifestazioni del subcosciente; cioè, i sogni
non sarebbero altro che la manifestazione a mezzo di simboli della parte subconscia della psiche umana.
Alcuni, invece, affermano che nel sogno a volte si possono trovare elementi che fanno parte dell’inconscio.
Quale differenza esiste fra quello che noi vi diciamo e quello che afferma la psicologia? In effetti,
nessuna.
Noi potremmo dire che il Fratello Claudio è uno psicologo. La differenza che esiste è nello spirito di
indagine, in quanto, come voi sapete, la scienza parte dalle manifestazioni della psiche umana per penetrare
nell’intimo; mentre, noi, illustrandovi la costituzione di questo intimo, vi diamo anche la chiave per
comprendere le manifestazioni.
Quando erra la psicologia? La psicologia erra quando dà ad una verità individuale valore generale:
queste è una contraddizione in termini. La psicologia erra quando, esaminando una forma patologica di una
psiche umana, postula un principio, attribuendogli valore collettivo, comune, generale.
L’intimo dell’uomo è un mondo che, pure essendo analogo ed anche simile fra gli individui di una
stessa razza, di una simile evoluzione, pur tuttavia non è identico.

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Cercherò di spiegarmi con un esempio. Alla fine del secolo passato, in una epoca a voi non molto
lontana nel tempo, ma molto lontana come usi, abitudini e costumi, al sorgere della psicologia, Freud pensò
che tutto poteva essere spiegato con il sesso. Si è visto, poi, e si è constatato che ciò non corrisponde a
verità; e man mano che il tempo trascorrerà sembrerà che questa affermazione di Freud corrisponda sempre
meno alla realtà. Perché? Perché ciò andava bene per una data mentalità, per certi individui che avevano
quelle abitudini, in una società in cui, tutto quanto poteva ricordare il sesso, era nascosto, ma la sessualità
viveva e vegetava nell’intimo di ognuno.
Oggi, che questa inibizione esiste in minor misura, si vede che la verità di Freud non corrisponde più
alla realtà attuale e, ancor meno, corrisponderà domani.
Si è cominciato a vedere che, oltre il sesso, esiste “la volontà di potenza”, cioè quello che noi
abbiamo definito l’espansione dell’io, il moto ambizioso egoistico dell’individuo. Ciò va bene oggi come ieri
ed andrà bene ancora domani, ma verrà un giorno in cui non corrisponderà più alla realtà degli individui. E
come l’uomo di una epoca è diverso da quello dell’epoca passata o della futura, così gli uomini di una stessa
epoca sono diversi.
La psicologia, affermando che tutte le manifestazioni abnormi, che presentano in comune una
determinata caratteristica, sono originate dalla stessa causa, erra in pieno. Il fatto che dei nevrotici
guariscano in seguito a cure fatte da psicologi, che in effetti non hanno scoperto la vera ragione del male,
non dimostra per niente che la diagnosi fosse vera; la guarigione può avvenire per molti e molti fattori, non
ultimo – anzi, forse direi fra i primi in importanza – la fiducia nel medico, anche se questi, ripeto, in realtà sta
seguendo una strada errata.
Dicevo che il Fratello Claudio è uno psicologo perché insegna a ciascuno di noi a psicoanalizzarsi, a
scoprire il proprio mondo intimo: cosa che solo noi stessi possiamo fare. Gli altri possono conoscere le
manifestazioni del nostro intimo, ma da queste è difficile comprendere le origini.
Una forma nevrotica può avere la spiegazione nel sesso, secondo Freud, ma possiamo trovare
un’altra spiegazione anche riferendoci ad altre interpretazioni.
Per essere più chiari, facciamo un esempio che, in certe forme nevrotiche, ricorre con facilità:
supponiamo che una figlia sogni che la propria madre muore perché nel suo inconscio desidera ciò, dato
che dalla morte della madre ella potrebbe avere un maggior ascendente sul padre; ascendente che il suo
sesso le fa desiderare.
Mentre con la “volontà di potenza” si può spiegare questo sogno, dicendo che la figlia sogna che la
propria madre muore perché desidera che essa perisca per poter comandare in famiglia. Ma possiamo
anche dire, molto più semplicemente, che la figlia sogna che la madre muore per la paura che veramente
essa muoia, dato che esiste un profondo affetto filiale.
Quale è vera di queste spiegazioni? Non possiamo dirlo se non cadendo nello stesso errore della
psicologia: enunciare un principio generale che spieghi tutti i casi dello stesso tipo. Quale è di queste tre
ragioni, quella che ha determinato il sogno, nessuno di noi può dirlo. Può darsi che ve ne siano altre tre o
altre trecento; solo l’individuo può saperlo comprendendo, conoscendo se stesso.
“Ma – direte voi – come fa l’individuo a sapere che quello che egli riesce a capire di se stesso è la
sua verità intima?” E noi vi diciamo che ciò non ha importanza nel momento, ma una costante
consapevolezza deve essere esercitata dall’individuo in modo che attraverso all’esperienza e all’esercizio di
questa costante consapevolezza, la verità viene scoperta. Se voi vi fate una immagine di voi stessi che non
corrisponde alla realtà, la ripetuta successiva introspezione vi dimostrerà la falsità di questa immagine.
Noi parliamo di consapevolezza e della necessità di conoscere voi stessi, ma anche la psicologia
insegna all’individuo a conoscere se stesso, perché afferma che alcune forme patologiche (essa si interessa
solamente delle forme di malattia mentale) possono essere guarite aiutando il malato, il paziente a
comprendere le ragioni dei suoi disturbi psichici.
Ma se noi ci paragoniamo a questi malati – perché in rapporto al massimamente evoluto, figli, noi
potremmo anche dire con umiltà di essere tutti dei malati – vediamo che il metodo è lo stesso. Rendendoci
consapevoli del mondo che è l’intimo nostro, noi possiamo guarire della infermità che ci affligge e che
affligge il nostro prossimo.
Fino ad oggi, parlando dell’intimo dell’uomo, che è un mondo immenso, ci siamo fermati unicamente
a parlare dei moti consapevoli di questo intimo, ma per comprendere bene quanto vasto sia questo mondo e
quanto importante sia conoscere se stessi, dobbiamo parlare anche della parte inconscia che è in ciascuno
di noi.
Di quale natura è questa parte inconscia? La parte inconscia è della stessa natura delle attività a cui
presiedono i vari veicoli; cioè vi sono dei desideri inconsci, vedi il veicolo astrale; vi sono dei pensieri
inconsci, vedi veicolo mentale; vi sono spinte di altruismo inconsce, nel momento, vedi coscienza.
Quando nell’ultima guerra, figli vi furono quelle forme karmiche conosciute dall’umanità come “i
campi di sterminio”, un ben triste spettacolo poteva vedere colui che li avesse visitati. Oggi, si ricorda il
grande orrore e, soprattutto, la cattiveria di coloro che a quei campi erano preposti. (Non parliamo di coloro
che li avevano ideati, solo dei guardiani). Eppure, in quei luoghi, in cui vi erano raccolte creature eterogenee,
delle più disparate e diverse condizioni sociali, la cattiveria e l’egoismo non erano solamente nei carnefici,

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ma anche nelle vittime. Vi erano creature che avevano condotto una vita morale, nelle loro città di origine,
con una ossequienza alla religione e allo Stato, le quali, una volta poste in questo teatro di orrori, rivelavano
a loro stesse e agli altri una crudeltà ed un egoismo mai immaginati.
Perché questo? Certamente prima di allora, queste attività psichiche non erano affiorate alla
superficie del loro intimo, perché non esistevano condizioni favorevoli, ma nell’intimo loro esisteva quella
natura. Di contro si sono avuti esempi di altruismo, slanci di generosità e di abnegazione in creature che,
fino ad allora, avevano condotto una vita tutta dedita a loro stessi. Anche in questi casi, una natura inconscia
buona, altruistica sopiva nell’intimo e, nelle condizioni ambientali adatte, era venuta fuori e si era
manifestata.
Ecco perché vi diciamo: siate consapevoli di voi stessi, ovverosia allargate la vostra
consapevolezza; esercitate la costante consapevolezza, perché essa può allargarsi, può abbracciare quella
parte che oggi in voi è chiamata dalla psicologia “subcosciente”.
Ancora ripeto, non ha importanza che voi riusciate ad avere una immagine esatta, rispondente alla
realtà della verità vostra. Poi, continuando in questo esame, la verità di voi stessi sarà conquistata.
Domanda – Scusa, permetti? Riguardo all’esempio che tu hai portato di quelle creature nei campi di
concentramento, quelle che prima erano dedite alla morale, alla religione, ecc. e che, invece, in
quell’ambiente di orrori hanno rivelato un intimo tanto diverso; può darsi che sia stato per paura della
sofferenza? Noi sappiamo che la paura è una terribile molla. Può darsi che sia stata la paura e non il
subconscio o l’inconscio che si rivelava?
Risposta – Tu cerchi di trovare una giustificazione al loro modo di agire. Ma qua il problema non è
quello di trovare delle attenuanti, bensì cercare di comprendere la realtà dell’intimo. Ora tu vuoi dire: “Può
darsi che essi abbiano agito in un modo, pur non essendo così?”.
Domanda – Certamente, questo volevo dire.
Risposta – Quando una passione è superata, non può mai più dominare l’individuo. Quando il “non
uccidere“ è compreso, è divenuto natura dell’individuo, l’individuo mai più uccide: si lascia uccidere. Così,
dando un giudizio molto superficiale, poiché dovremmo vedere caso per caso, possiamo dire che se una
creatura agisce in un certo senso, sia pure sotto il dominio della paura o di qualunque altra terribile
sensazione, è perché, appunto, non ha superato, non ha compreso la passione che la trascina, altrimenti
non agirebbe.
Domanda – Permetti? Ma se una data componente che è nell’uomo non si rivela per qualche
circostanza, come può l’individuo andarla a scovare?
Risposta – Appunto per questo noi vi diciamo: siate costantemente consapevoli. Dovete, ogni
giorno, riporvi in discussione e nuovamente esaminarvi. Tu dici: “Può darsi che vi sia qualche natura intima
dell’individuo che, non trovando l’ambiente esteriore favorevole, non si manifesti a lui?”. L’individuo è un
mondo: può darsi benissimo che il suo egoismo sia talmente radicato che non si manifesti. Ma che cosa si
tratta di scoprire nell’intimo nostro? Poiché parliamo di psicologia, ascoltiamo ciò che essa dice: in ultima
analisi, il sesso o l’espansione dell’io. Se approfondiamo ancora l’esame ci accorgiamo che è sempre l’io
che rafforza ogni altra passione, comprese quelle del sesso.
L’individuo, dalla vita di ogni giorno, ha delle reazioni. Dallo scontro del mondo esteriore con il suo
interiore, nascono quelle reazioni che lo muovono in un senso o l’altro. Supponiamo che, compiendo una
introspezione, riesca a farsi una immagine di se stesso non rispondente alla verità, cambiando di
conseguenza il suo atteggiamento in modo da sembrare ai suoi stessi occhi migliore di quello che, in effetti,
è. questo lavoro è né più né meno un creare dei substrati nel proprio intimo, tali da logorare tutto il suo
essere. In questo caso, la conoscenza di se stessi è impossibile, perché manca quella sincerità e quella
volontà di non illudersi che sono indispensabili alla comprensione del proprio intimo.
In questo caso la vita sola può demolire i substrati che nascondono la vera natura dell’essere
interiore. Ecco allora apparire un nuovo individuo del tutto diverso dal primo.
Ma, quando in chi compie l’introspezione c’è sincerità e volontà di non illudersi, dall’esame delle
reazioni interiori, che la vita di ogni giorno suscita, è possibile comprendere il proprio intimo. La vita non farà
crollare alcunché perché nessuna facciata sarà costruita e nuovi ambienti, nuove esperienze non daranno
all’individuo una diversa immagine di se stesso.
Torniamo ora alla psicologia. Quali sono i suoi scopi e gli intenti, per confrontarli con i nostri.
La psicologia ha lo scopo di indagare l’intimo dell’uomo per confortare con le conoscenze acquisite
la psichiatria. Per la psicologia, ogni eccesso non è che il risultato di uno squilibrio dell’individuo. Un Gesù
Cristo, in altre parole, può per uno psicologo essere un malato. Essa insegna all’uomo a trovare l’equilibrio
nel suo essere interiore. Cioè a non volere essere tutto istinti o tutto morale: ma a comprendere di essere
come è.
Noi vi diciamo la stessa cosa, figli cari. Cioè: conoscete voi stessi, comprendete voi stessi, siate
consapevoli del vostro essere; cioè di quanta parte siete del mondo e di quanta parte siete dello Spirito. Ma,
nello stesso tempo, vi diciamo che può esistere un individuo come Gesù Cristo che non è malato, il quale è
così, agisce così perché quello è il Suo essere. Perché quell’individuo è tutto Spirito e niente mondo e ciò
senza che questo Suo essere corrisponda ad uno stato patologico.

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Prima di concludere, torna utile, ora, riepilogare.
Il subcosciente è quella parte di attività psichica dell’individuo (pensieri, desideri) che, pur non
essendo nella sua consapevolezza, può affiorare a questa o spontaneamente o con il ricordo o con il
richiamo alla memoria.
L’inconscio, invece, è un’altra parte di attività psichica che, secondo la psicologia, non cadrebbe mai
nella consapevolezza dell’individuo, ma che ne determinerebbe il carattere, il comportamento e via dicendo,
non meno del subconscio e del conscio.
Io vi domando: esiste l’inconscio?
Domanda – Sì, se per inconscio si intende una parte non controllata della nostra consapevolezza,
l’inconscio ho capito che debba esistere, fin tanto che non cade sotto la consapevolezza. Un evoluto che ha
raggiunto, che ha superato i limiti del proprio essere, si può dire che ha superato l’inconscio.
Risposta – Questo è il concetto! Occorre fare una distinzione: esiste l’inconscio? “Per chi?”,
dobbiamo dire. Perché per l’uomo che conosce se stesso non esistono problemi di inconscio, l’inconscio non
esiste. Per chi esiste questo contenuto di fattori psichici che possiamo – tanto per dargli un nome – chiamare
pensieri, desideri, riflessioni e via dicendo, che non sono percepiti dall’individuo, non solo, ma mai l’individuo
li percepirà e crederà di averli nell’intimo suo? Esiste per coloro che sono ad un livello medio di evoluzione.
Da questa nostra affermazione il concetto puro di inconscio, che possa avere un valore generale, si
svuota. Esistono, dunque, uomini che non hanno inconscio.
Conoscere se stessi significa ampliare la propria consapevolezza fino ad essere consci di tutto il
proprio mondo intimo. E quanto complesso è questo intimo!
Se noi consideriamo che anche le passate esistenze lasciano il loro bagaglio di esperienze, al punto
che l’uomo di oggi è il frutto delle passate incarnazioni, possiamo immaginare quanti “complessi” si agitino in
noi oltre quelli che sono conosciuti dalla nostra consapevolezza.
Eppure tutto questo sarà conosciuto, l’uomo del futuro scoprirà tutto del mondo che lo circonda, in
cui è contenuto ed anche del mondo che contiene.

Da noi sollecitati, avete discusso sull’origine del piacere di ascoltare la musica.


Vi abbiamo posto una domanda, ma prima di entrare nel vivo della risposta, dobbiamo chiederci: ha
il suono, e meglio ancora la musica, un valore assoluto? Ha l’insieme di più suoni, armonicamente uniti o no,
un effetto reale, indipendentemente dalla percezione, dell’individuo, di questo effetto? Sì, è la risposta. Ogni
vibrazione, in questo caso il suono, ha questo valore. “E come – direte voi – il suono, che è un fenomeno
fisico, del piano fisico, può riprodursi su altri piani di esistenza, nei quali esistono materie tutt’affatto diverse
da quelle che esistono nel piano fisico?”. Per risonanza. Ma voi, che conoscete le leggi della risonanza,
sapete che è indispensabile, per il prodursi del fenomeno, che esista una sintonia. Ebbene, altre volte vi
abbiamo detto che nell’Universo esiste la legge di analogia e la risonanza, che lega un piano di esistenza
all’altro, è una risonanza che si fonda su questa legge; materie analoghe hanno un certo tipo di risonanza;
da una risonanza, che avviene fra il piano fisico ed il piano astrale, si sale ad una risonanza che avviene fra
il piano mentale e financo al piano akasico.
Tutto ciò esula dalla domanda che vi avevamo posta. Infatti, parlando di “ascoltare musica”, si
presuppone un ascoltatore e, quindi, un fattore individuale. Non siamo più nel piano generale, ma
incontriamo ora i fattori individuali.
La musica è, né più né meno, un mezzo di espressione, di comunicazione e colui che scrive od
esegue della musica attua un mezzo di comunicazione. Ma – ed eccoci al fattore individuale – occorre che
l’individuo che ascolta riceva qualcosa. Ed ascoltando la musica che cosa si riceve, che cosa si percepisce?
Paragoniamo la musica – per intenderci – ad un’altra forma di espressione: la parola. Nel parlare, se volete
anche nello scrivere, ha importanza il contenuto del discorso; la forma ha importanza e realizza quella che si
può chiamare l’opera d’arte. Uno scrittore, un prosatore che scriva, dà molta importanza (per lo meno così
era una volta) al soggetto; ma l’opera d’arte nasce soprattutto dalla forma. Così, ascoltando la musica,
l’individuo ascolta e la forma e la sostanza; ma, diversamente da quanto avviene con la parola, si ode prima
la forma che la sostanza: intendere la sostanza è molto difficile per l’individuo sprovveduto. Che cosa
significa intendere la sostanza? Significa avere dimestichezza con i vari canoni usati dalle varie scuole, dai
vari compositori; significa intendere le orchestrazioni, le strumentazioni e via dicendo.
Mentre è abbastanza facile udire la forma, udire il più o meno armonioso insieme di suoni. Voi avete
detto che per gustare la musica, occorre una certa preparazione ed una certa abitudine: e così è. Ecco il
fattore individuale: occorre che l’individuo si volga in quella direzione, impari ad udire. Che significa ciò?

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Apra la propria sensibilità in quella direzione, riesca a porre se stesso in uno stato di passività, di ascolto. Ma
è veramente, questo “ascoltare”, una passività?
Voi avete detto che i vari tipi di musica soddisfano vari tipi di individui. Ecco un altro fattore
individuale, così come la varietà dei cibi è fatta non per colui che ha fame, ma per il buongustaio e per la
varietà dei buongustai. Figli e fratelli, ascoltare la musica significa porsi in uno stato di ricezione. Ma, quando
è che questo ascolto dà piacere, e da che cosa scaturisce questo piacere? L’ascolto dà piacere quando il
proprio gusto personale, che s’intende già formato, già costituito in base ad una preparazione, ad una
abitudine e via dicendo, è soddisfatto. Ma, soprattutto, che cos’è che dà piacere?
L’individuo ascolta la musica e, per prima, ne intende la forma, ne intende l’insieme armonioso dei
suoni: e questo produce in lui una sorta di sensazione. Che natura hanno queste sensazioni? Sono suoni
percepiti dall’udito, trasmessi al cervello, dal cervello al veicolo astrale, il quale pone in vibrazione; ed il
mentale, sulla base di ciò che queste sensazioni producono in forza dei riflessi condizionati, a volte, la
fantasia dell’individuo si scioglie ed ecco che l’individuo diviene “protagonista”. Ecco allora che al piacere di
udire dei suoni armoniosi, piacere del tutto astrale – se così possiamo dire – subentra un altro piacere. Un
piacere che sta alla base della propria personalità. Perché, vi sembrerà strano, ma non avete pensato che,
anche nell’ascoltare la musica e su quest’ascoltare costruire con la fantasia qualcosa, dà un piacere che è
inerente alla musica, ma che si chiama financo espansione dell’io. Che si chiama assecondare il proprio
romanticismo, la propria personalità. Sì. Non vi è mai capitato, udendo una musica che a questo invita, di
vedervi protagonisti di grandi gesta? E non è questo un piacere dell’io?della mente, sì, ma della mente volta
a soddisfare il proprio egoismo, la propria ambizione. Non è della mente volta ad intendere il linguaggio
dell’autore che ha scritto la musica; perché, mentre la forma è percepita ed è rivelata in sensazione
piacevole del veicolo astrale, il contenuto, il linguaggio ha bisogno di un esame del veicolo mentale. Né più
né meno come si può ascoltare un oratore per il piacere che egli può dare nel mettere insieme delle parole e
nell’intonare in un modo o nell’altro queste parole. Ma per ascoltare il contenuto del discorso, occorre che la
mente sia impegnata. Dunque, due diversi piaceri del veicolo mentale o corpo mentale, come dir volete.
L’uno riguarda gli intenditori, coloro che rimangono freddi nell’ascoltare la musica e cercano di
cogliere il linguaggio, ciò che si vuol dire e come si vuol dire e come si riesce a dire. L’altro è un piacere di
coloro che, sulla base di queste sensazioni, che il corpo astrale suggerisce udendo la musica, sbrigliano la
propria fantasia e soddisfano in voli pindarici l’espansione del proprio io.
Non andiamo oltre? La musica non può interessare qualcosa che sta oltre la mente, che è al di là
della mente? Poniamoci un istante una domanda: quale può essere il “piacere” che viene dalla coscienza?
Quale sensazione gradevole può darci la coscienza? Forse qualcuno di voi può pensare di aver fatto una
buona azione? Noi abbiamo sviscerato questo problema, sappiamo che ciò, non è un piacere della
coscienza, ma un piacere dell’io.
Ed allora, che significato ha il “piacere della coscienza”? non può esservi un piacere della coscienza.
Tutt’al più possiamo dire che, udendo una musica, ma frenando le sensazioni che nell’astrale questa musica
può suscitare, non assecondando la fantasia nei suoi voli pindarici, possiamo aprirci alle vibrazioni della
coscienza. E quali possono essere queste vibrazioni? Un percepire in modo più intenso gli ideali morali che
questa coscienza suggerisce. Questo possono fare certe musiche.
Ma non in tutti, perché in questo campo è di prima importanza il fattore individuale; non si tratta, qui,
di una musica che suscita qualcosa eguale per tutti gli ascoltatori. Si può dire che un tipo di musica più
facilmente suscita un tipo di sensazioni, questo sì. Ma non possiamo dire che ciò che si vuol comunicare con
la musica sia da tutti egualmente percepito. Ripeto, la musica può, in certe persone, predisporre la ricezione
di quelli che noi abbiamo definiti “ideali morali della coscienza individuale”. Quando? Come sempre, quando
la coscienza si può manifestare. In che modo? Quando la vita di sensazione e di emozione dell’individuo
tace; quando la vita di espansione dell’io dell’individuo tace.
La parte migliore di noi stessi, figli e fratelli, come sempre si manifesta quando la parte meccanica,
animale, tace. Allora e solo allora.

KEMPIS

In natura, dicesi vita quel fenomeno spontaneo atto a manifestare dei centri di sensibilità e di
espressione.
Il fenomeno vita è regolato e determinato da precise leggi, identiche per tutti gli individui
appartenenti ad una stessa specie. In seno all’eguaglianza della specie, il grado di mente manifestatesi, pur
essendo parallelo e correlazionale alle caratteristiche della specie, mostra una personalità distinta anche
nelle forme di vita strutturalmente meno organizzate. Quelle leggi che rendono possibile la vita, limitano
l’individuo; ma è da questa limitazione che la mente si aguzza ed organizza.

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Vita e mente sono inscindibili, l’una è veicolo dell’altra. Tale collegamento genera uno scorrere che,
visto nella sua immediatezza, si dice “trasformazione”; visto nel tempo nostro “evoluzione”; questo perché
vita nel senso assoluto è intrinseco movimento ed estrinseca trasformazione. Quindi, tutto ciò che allo stato
naturale si muove per comporre un ciclo, vive; la stessa materia, definita inanimata, vive.
Nell’Emanato, che poeticamente può essere definito un oceano di vita, possiamo riconoscere due
forme vitali: l’una definibile macrocosmica, l’altra microcosmica.
L’una è la vita che risale (essendone collegata e dipendente) al centro ideale del Cosmo; l’altra è la
vita degli organismi che, prendendo di questa materia, anima e compone delle forme, le quali sono collegate
a delle individualità o Microcosmi.
La materia, nella sua costituzione ultra-atomica, è la forma cementata e composta dalla vita
macrocosmica; mentre la forma dell’organismo vive di vita microcosmica.
Come la vita microcosmica ha un ciclo, così la vita macrocosmica ne ha uno proprio. Allorché la vita
microcosmica ha cessato il proprio ciclo, il legame fra la forma e il Microcosmo viene meno ed accade una
disorganizzazione della forma, un ritornare della materia ad uno stadio elementare.
Allo stesso modo, allorché un Cosmo ha compiuto il suo ciclo, avviene un ritornare di quella che voi
chiamate materia e di tutto ciò che sta alla radice di questa materia, allo stadio elementare: e la forma
Cosmo si disorganizza.
Un Cosmo, che è formato da molti Universi, i quali sono formati da molti sistemi solari, non rimane
invariato in questi elementi siderali per tutto il ciclo di Manifestazione, ma fluttua in tal senso e si trasforma.
Un pianeta, il quale abbia terminato il proprio ciclo di vita (vedremo dopo di che vita) cede la materia
che lo componeva ad altri pianeti, così come un organismo vivente, allorché la vita che lo animava cessa,
cede la materia che lo componeva ad altri organismi.
Ma non può mai accadere che l’individualità, nel senso spirituale, possa cedere ciò che la compone
ad altre individualità; così come non potrà mai avvenire che la materia, la quale compone un Cosmo, possa
passare da questo ad altri Cosmi e ciò perché la vita macrocosmica cementa la materia e la anima nella sua
composizione ultra-atomica, mentre la vita microcosmica cementa e anima la forma.
Ma, vediamo, per meglio spiegarci, di fare degli esempi.
Un oggetto ha una forma, ma non vive di vita microcosmica; vive la materia che lo compone e vive di
vita macrocosmica. Un pianeta ha una forma, ma non vive di vita microcosmica: vive di vita macrocosmica la
materia che lo compone. Allorché il pianeta ha cessato di essere sede di vite microcosmiche, cede la
materia che lo compone ad altri pianeti (come prima abbiamo detto), ma la materia in sé non è per niente
interessata al nuovo stato; seguita a vivere indisturbata di vita macrocosmica.
Un pianeta, quindi, non vive di vita microcosmica, in quanto non manifesta una forma di vita tale; è
sede di vite microcosmiche ed il suo ciclo fa parte del piano di evoluzione generale che la vita macrocosmica
svolge e realizza.
Il fatto che la materia possa avere una forma piuttosto che un’altra, passi da un organismo
manifestante un’altra vita microcosmica ad un altro manifestante un’altra vita microcosmica, non interessa
per niente la vita macrocosmica, la quale cementa ed anima la materia nella composizione ultra-atomica.
Ancora un esempio: nel vostro organismo, accadono i normali processi di ricambio; ebbene il vostro
organismo non è affatto disturbato, anzi questi processi fanno parte della vita stessa del vostro organismo.
Quindi, abbiamo visto che tutto vive.
In sostanza, il Cosmo non è che un organismo immenso, prodotto e manifestazione di una vita, nella
quale vi sono altre vite che sono espressioni, correnti, riflessi dell’Unica Vita.
Dagli esperimenti di laboratorio, l’uomo può essere tratto in inganno, può credere di poter creare la
vita. Non è così. la vita microcosmica si manifesta ogni qual volta trova l’ambiente adatto; e, quando l’uomo
crede di aver creato la vita, non ha fatto altro che creare l’ambiente adatto alla manifestazione della vita.
Niente è morto, ma tutto vive e non esiste materia che si possa far vivere.
Dalle immensità siderali alle immense sottigliezze della materia ed oltre, è la Vita che tutto muove e
fa palpitare, quella Vita che è principio e fine dell’Amore, quell’Amore che è principio e fine della Vita.

KEMPIS

Si chiama vita microcosmica quella forma di vita organizzata che fa capo, che è legata ad un
Microcosmo o a quello che sarà un Microcosmo.
Si chiama, invece, vita macrocosmica quella forma di vita che fa capo unicamente al Macrocosmo.
Si hanno molte vite microcosmiche, si ha sempre una sola vita macrocosmica.
La vita macrocosmica è la vita del Cosmo, di tutte le materie che compongono questo Cosmo e che
vivono fino dall’atto della Manifestazione all’atto del riassorbimento; vivono, secondo una determinata
organizzazione, una forma di vita, che noi abbiamo detto, appunto, macrocosmica. Appartiene a questa
forma di vita, la vita della materia di ogni piano; cioè, la materia, indipendentemente dal suo stato di
aggregazione molecolare o dalla forma che essa costituisce, vive sempre di vita macrocosmica.

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Un atomo di sodio vive di vita macrocosmica, così come vive un atomo di idrogeno, così come vive
una grande quantità di ferro: vivono di vita macrocosmica. Cioè la vita dell’atomo di ferro o di sodio o di
qualsiasi altro elemento o la vita della materia astrale, mentale, eccetera fanno capo al Cosmo; cioè
esisteranno fino a che esisterà il Cosmo. Che questa materia componga una sedia, un tavolo, un qualsiasi
oggetto del piano fisico o del piano astrale o del mentale, questo non ha importanza; è materia che vive di
vita macrocosmica. Sono atomi, sono molecole o materie più sottili, ma sono sempre elementi della vita
macrocosmica.
La vita microcosmica, invece, fa capo ad un Microcosmo o a quello che sarà un Microcosmo.
Facciamo un esempio di che cosa sia vita microcosmica. Prima di tutto, per chiarezza di esempio, il corpo
fisico dell’uomo.
Il corpo fisico dell’uomo vivente, vive per eccellenza di vita microcosmica. Infatti, tutte quelle funzioni
che sono proprie della vita fisio-biologica, fanno capo alla vita microcosmica. Il fegato vive di vita
microcosmica, però la materia che compone il fegato vive di vita macrocosmica, perché il fegato è un
insieme di sostanze, le quali sono il prodotto di alcuni elementi, i quali appunto vivono di vita macrocosmica.
Mi spiego? Però il fegato, come organo, fa parte di una vita microcosmica.
Ricordate questo: la materia vive sempre di vita macrocosmica, componga essa materia un oggetto
o componga un organo, il quale faccia parte di un veicolo di evoluzione che sia legato ad una vita
microcosmica.
La vita macrocosmica è quella vita che fa capo al Macrocosmo e che ha una durata compresa fra
l’Emanazione ed il riassorbimento del Cosmo; mentre la vita microcosmica è quella vita che fa capo ad un
Microcosmo. (Od a quello che sarà un Microcosmo, perché anche gli animali, le piante e il processo di
cristallizzazione sono forme di vita microcosmica). La vita microcosmica, invece, è compresa fra la nascita e
la morte quali voi le conoscete.
Nel cristallo, la vita microcosmica ha inizio quando inizia la cristallizzazione della sostanza o
dell’elemento e cessa quando la cristallizzazione è compiuta. Ma quella sostanza o quell’elemento vivevano
e seguitano sempre a vivere di vita macrocosmica; è solo nel processo della cristallizzazione che si ha la
manifestazione di una vita microcosmica.

Oh, quanto le parole umane possono dare adito ad incertezze! Anche il poeta dice: “Oh quanto son
difettosi i sillogismi…”. Tutto sta, figli, nell’intendersi vero? E, poiché di queste parole dobbiamo fare uso per
intenderci, guardiamo di sillogizzare.
Tutto vive, abbiamo detto. Tutto ciò che allo stato naturale si muove per comporre un ciclo, vive, ha
detto il Fratello Kempis. Ed in effetti, è così. anche la materia che voi considerate inanimata, movendosi
nella sua composizione ultra-atomica, componendo un ciclo, vive di una forma di vita che noi abbiamo
chiamata macrocosmica.
Qualsiasi vita è una manifestazione; così la materia in genere, vivendo manifesta l’Unica Vita.
(L’Unica Vita, per intenderci, è Manifestazione della Vita dell’Assoluto).
Invece, tutte quelle forme di vita che voi conoscete, che sono da noi chiamate vite microcosmiche,
risalgono e fanno capo alla individualità.
La manifestazione della vita, in genere, si chiama manifestazione della mente; abbiamo detto “in
genere”. Nella vita microcosmica vi è la manifestazione della mente cosmica.
L’uomo fu da noi definito: centro di coscienza e di espressione. Lo scopo della vita dell’uomo è
proprio quello di costituire la coscienza.
Le forme della vita al di sotto dell’umana (dico al di sotto come grado di evoluzione spirituale) furono
da noi definite: centri di sensibilità e di espressione. Ora, proprio di sensibilità e di espressione ve n’è poca in
talune forme di vita microcosmica. Questa sensibilità ed espressione è ben chiara e ben netta negli animali.
Come la coscienza è ben chiara e ben netta nel superuomo, così il fatto che le forme di vita inferiori
all’umana siano centri di sensibilità e di espressione si vede nettamente per le forme appartenenti al regno
animale.
Non possiamo dire: “da questo grado della manifestazione naturale comincia la sensibilità e
l’espressione”, perché v’è una infinita gamma di leggere sfumature. Comunque, una forma di vita
microcosmica, che non appartenga al regno umano, è “centro di sensibilità e di espressione”, anche se
questa sensibilità e questa espressione sono in misura molto piccola, in forma larvata.
Qualcuno di voi ha detto molto giustamente: “la pianta reagisce a delle variazioni ambientali; posta in
un ambiente oscuro, si tende verso la luce e questo fenomeno, questa espressione della pianta, è simile a

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quella del metallo il quale, scaldato, si dilata”. Però, se noi guardiamo le piante e guardiamo il metallo,
troviamo una enorme differenza, perché la pianta è una vita microcosmica, mentre il metallo non è una vita
microcosmica. Anch’esso vive, in quanto tutta la materia del piano fisico vive, di vita macrocosmica, così
come vivono di vita macrocosmica tutte le materie degli altri piani.
Allora dobbiamo fare una distinzione, dobbiamo chiamare quel fenomeno di dilatazione “reazione” e
non espressione. Così, quando voi prendete un qualsiasi corpo e lo sottoponete ad un fenomeno fisico o
chimico, dobbiamo dire che questo corpo non esprime, ma “reagisce” al fenomeno che voi avete
determinato.
Espressione, infatti, vuol dire qualcosa che è dentro e che esce fuori. Ed è molto chiaro ciò negli
animali. Se voi tirate la coda ad un gatto, lo sentirete miagolare; ciò significa che la sensibilità del gatto è
stata colpita ed egli esprime, in qualche modo, ciò che ha sentito.
Uno di voi ha obiettato, molto giustamente, che si dovrebbe dire, piuttosto che sensibilità,
“sensazione”. Ma, dicendo sensazione, noi avremmo, in un certo senso, ristretto il significato di quello che
volevamo dire, perché “sensazione” si ha laddove vi è il veicolo astrale, che è il veicolo delle sensazioni.
Mentre quelle individualità, che incarnate, fanno parte della vita che voi definite appartenente al regno
vegetale o animale, allorché hanno lasciato il loro veicolo astrale, conservano la proprietà acquisita, la
cosiddetta sensibilità, la quale è cosa tutt’affatto diversa dall’altra sensibilità che noi ritroviamo nell’uomo di
una certa evoluzione.
Dicendo “sensazione” noi diciamo un attributo o una attività inerente ad un veicolo: l’astrale. Mentre
sensibilità è qualcosa di un poco più lato. Ecco perché abbiamo detto “sensibilità”.
Esiste, quindi, una differenza fra: manifestazione – reazione – espressione.
La “manifestazione” è della vite, comunque sia microcosmica che macrocosmica; la vita stessa è
manifestazione.
La “reazione” è quella capacità, se vogliamo dire così, di reagire, di manifestare in qualche modo ciò
che è conseguenza di una azione.
Mentre “espressione” è manifestare qualcosa che è in, e ciò è proprio della individualità.
Avete delle domande?
Domanda – Ma espressione dovrebbe venire da una analisi di ciò che avviene, che colpisce,
dall’urto e per conseguenza, dovrebbe cominciare con il contatto con la mente.
Risposta – Non necessariamente, se per analisi si intende ciò che comunemente avviene
nell’uomo. Ma noi avemmo a dirvi che un animale direbbe: “freddo”, “caldo” e non “io ho freddo, io ho caldo”.
Comunque l’animale deve riconoscere la sensazione, è vero?
Domanda – Analizzando la differenza fra una sensazione e l’altra.
Risposta – Noi dobbiamo sempre ricordarci che esiste una infinita gamma di sfumature; cioè, non
possiamo dire: “questo animale ha il corpo astrale sviluppato e non ha il corpo mentale”. Dal momento che
vita e mente sono inscindibili, anche le forme di vita più semplici manifestano una mente. E, quindi, non è
inaccordabile il fatto che “espressione” sia anche laddove non v’è intelletto.
Domanda – Noi diciamo che la mente certo ha partecipato in quanto fa parte dell’individualità; però
non può manifestare se stessa se non ha i veicoli pronti. Come fa a manifestarsi, la mente, attraverso ad
una cristallizzazione o attraverso ad una pianta?
Risposta – Il fenomeno stesso è manifestazione di una mente, tu capisci. Ma nella mente dobbiamo
riconoscere molti aspetti: la mente istintiva, l’intelletto, ecc.
Domanda – Ma, allora, non sarebbe più valida la legge che fino a che un veicolo non è pronto, non
può avere un contatto con l’altro. Finché si produce una cristallizzazione è certo che il veicolo astrale non è
pronto, anche se la materia astrale c’è.
Risposta – Appunto, non è organizzato, ma tutte le materie sono presenti, è vero figlio?
Domanda – Sì, ma se noi possiamo avere contatto con lo spirito (ci riferiamo alle vostre parole) solo
quando la nostra coscienza è pronta, ne consegue che sia così anche per…
Risposta – Ma non dovete racchiudere tutto in compartimenti stagni. Il contatto con lo spirito
avviene, in modo duraturo, quando la coscienza è pronta. Ma non è che vi sia un termine o vi sia una
scadenza, mi spiego? Tutto si compenetra. Il contatto con lo spirito avviene in modo duraturo e completo
quando la coscienza è completamente costituita, ma ciò non toglie che, anche quando la coscienza è in
formazione, non vi siano dei contatti con lo spirito…
Domanda – …in particolari condizioni favorevoli. E questo magari accadrà anche durante le prime
manifestazioni di vita; cioè in particolari condizioni favorevoli si potrà avere un contatto con la mente…
Risposta – Certo, ma non con l’intelletto. Tu non devi fare confusione fra mente ed intelletto. La
legge stessa è, in fondo una mente; la coordinazione è frutto di una mente, se il fenomeno fa parte della vita
macrocosmica. Se fa parte della vita microcosmica, no; ma la legge universale fa parte della vita
macrocosmica, è vero? e, quindi, la legge universale è mente universale.
Domanda – Allora come dovremmo chiamare la sensibilità della psiche?
Risposta – Questa è cosa tutt’affatto diversa. Questa sensibilità si manifesta in individui a un certo
grado di evoluzione (tranne casi eccezionali dovuti al karma).

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Per fare un esempio spicciolo: non sarà che un selvaggio abbia più sensibilità di un uomo che viva
nella vostra società, in generale – ripeto. E questa sensibilità non è dovuta soltanto alla mente; ricordiamoci
quello che fu detto tempo fa: “qualunque filosofia, se non è accompagnata dal sentimento, rimane arida,
fredda”. E, quindi, la sensibilità della quale tu parli è il prodotto di una certa evoluzione, e dicendo questo
abbiamo detto della coscienza costituita fino ad un certo grado. Questa sensibilità può prendere per veicolo
la mente ed allora si ha una sensibilità specifica quale, ad esempio, la sensibilità in un dato campo, vedi gli
artisti. Mi spiego? Ma si riscontra anche in creature, le quali non hanno coltivato il loro intelletto. E questo
proprio ci dimostra che la sensibilità, la quale fa sì che l’individuo vibri anche a delle sottigliezze, colga le
minime sfumature, ciò che non è, invece, avvertito da un altro individuo, il quale non abbia questa sensibilità.
Questa sensibilità, ripeto, è dovuta naturalmente ad un grado di evoluzione e può servirsi della mente come
mezzo, come strumento, ma non necessariamente.
Ma questa sensibilità non è l’altra sensibilità del “centro di sensibilità e di espressione”. Avete altre
domande, figli?
Domanda – Vorrei sapere che differenza c’è, come sottigliezza, fra la materia macrocosmica e la
materia microcosmica.
Risposta – Non v’è nessuna differenza. La materia è tale e quale è, e vive sempre di vita
macrocosmica, sia che questa materia componga un oggetto, sia che componga il veicolo fisico di un uomo.
Quando compone il veicolo fisico di un uomo manifesta una vita microcosmica, ma la materia in se stessa
vive di vita macrocosmica e non è per niente interessata alla vita microcosmica.
Domanda – Allora la materia ubbidisce alla legge; l’individuo no.
Risposta – Perché la coscienza sorge solo nella libertà e, siccome l’individuo deve costituire,
formare la propria coscienza, deve avere questa libertà.
Mentre prima, quando l’individuo è legato ad un processo di cristallizzazione e deve organizzare i
propri veicoli, questa libertà non è necessaria nella stessa misura in cui lo sarà dopo, quando, invece, dovrà
formare la propria coscienza.

Domanda – Vorrei chiederti una cosa che tu hai spiegato altre volte, ma che io non ho ancora
capito. La differenziazione di cui parlavi prima, già alla prima vita… fa Entità e Entità… e karma e karma, di
conseguenza. Una volta tu avesti a dire che si trattava di una differenza ambientale, nella quale si veniva a
trovare questa Entità rispetto alle Entità consorelle; e che questo determinava certe esperienze invece di
certe altre. Ora, però, l’accelerazione o meno della evoluzione (che è poi legata a questo genere di
esperienze che sono più o meno veloci) mi sembra che rimetta in gioco la questione della giustizia.
Risposta – Infatti, è molto difficile esaminare così la cosa per i tratti generali, perché tu comprendi
che voi siete il risultato di milioni e milioni di anni del mondo umano, di moltissime incarnazioni. È vero, figli?
Non abbiate a credere che il numero delle incarnazioni sia limitato, né come forme del piano fisico
appartenenti al regno minerale, vegetale, animale, né come uomini. E, quindi, dobbiamo ricondurci alla
incarnazione in forma umana, per poter esaminare, in qualche modo, una differenziazione.
Ma, tu comprendi che la differenziazione v’è, perché l’anima umana proviene da tutti gli altri tre
regni: regno minerale, vegetale e animale.
Il fatto che tu possa, giustamente, pensare che talune anime sono evolute o hanno accelerato la loro
evoluzione, a differenza di altre che, invece, hanno conservato il ritmo naturale, è cosa appunto giustificata e
legittima in voi. Ma pensate, figli, che nessuna ingiustizia viene fatta.
È molto difficile spiegare, prendere in esame anche un solo caso. Certo, si è che la prima
differenziazione che si ha fra due individui è sottilissima e, questa differenziazione, viene ad essere sempre
più distinta man mano che le incarnazioni, nelle forme dei tre regni minerale, vegetale, animale o in forma
umana, si susseguono.
In ogni caso pensate questo: che dalla prima differenziazione che si ha, le nuove forme che
l’individuo va ad animare nel piano fisico, vengono date sempre in funzione di un ambiente favorevole alla
massima evoluzione per l’individuo. Cioè: si dà una incarnazione ad un individuo in un punto, sulla superficie
della Terra, laddove questo individuo può avere l’ambiente più adatto e più confacente alla sua evoluzione.
E, quindi, se fra due individui, inizialmente, vi sono pochi elementi di differenziazione, l’uno troverà il suo
ambiente favorevole per la prossima incarnazione in un punto “A” del globo terrestre e l’altro nel punto “B”.
da questi due diversi ambienti, si avrà una successiva differenziazione ancora più distinta.
Il fatto, poi, che alcune Entità siano, per così dire, all’avanguardia della loro razza (o del loro
scaglione di anime) ciò non è dovuto ad una ingiustizia. Questo mai. Ma alla loro differenziazione, cioè: se

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una Entità è matura per incarnarsi in un ambiente favorevole, non v’è nessuna ragione per la quale questa
incarnazione sia ritardata, pensando che ciò potrebbe essere una ingiustizia nei riguardi dell’altra Entità.
Vedrò di essere più chiaro ancora. Poniamo il caso di due individui: l’individuo A e l’individuo B, i
quali abbiano pressappoco la stessa evoluzione. Se nel piano fisico è pronto un ambiente favorevole più
confacente ad A che a B, non vediamo perché non si debba far incarnare l’individuo A nel suo ambiente
naturale e adatto alla sua evoluzione, pensando che B, momentaneamente, rimane fermo, per così dire. Mi
spiego? Non è che B soffra di ciò; egli è come in una stasi, aspetta che si determini nel piano fisico il suo
ambiente favorevole. Ecco perché, se un individuo è più evoluto di un altro, non ha alcun merito in confronto
all’individuo meno evoluto. Per questa ragione vi diciamo che non è condannabile il fiore che ancora non è
sbocciato; non è sbocciato perché, evidentemente, non ha ancora trovato il suo ambiente favorevole o
ancora non ha avuto quello sviluppo che dovrà avere.
Questo, sempre considerato nelle linee di massima, perché poi si hanno, invece, casi in cui gli
individui, da una incarnazione, non hanno tutta l’evoluzione che potrebbero avere, per difetto di buona
volontà. Questo è un altro caso, vero? qua, entra in gioco il cosiddetto libero arbitrio. Ma, ai fini della
giustizia, abbiamo detto questo: e cioè che non è affatto una ingiustizia che una Entità sia più evoluta delle
altre per una sua differenziazione.
Riepilogando: ciascun individuo è eguale all’altro, all’inizio della sua manifestazione sul piano fisico,
e le prime differenziazioni sono minime, raffrontate fra loro e queste differenziazioni sono dovute alla
diversità di ambiente, la quale diversità di ambiente esiste anche se gli individui sono eguali fra loro.
Non so se sono stato sufficientemente chiaro.
Domanda – L’ambiente è formato anche da individui, no?
Risposta – Voi sapete che lo sviluppo, la evoluzione dell’individuo, allorché l’individualità si
manifesta nel regno minerale, vegetale e – in parte – animale, avviene per gli urti del mondo esterno su
questo individuo. In seguito, agli urti del mondo esterno, si aggiungono gli urti del mondo intimo
dell’individuo: vedi evoluzione umana. Quindi, l’ambiente del quale noi ci stiamo interessando per questo
argomento, non è determinato dagli individui che si manifestano (processo di cristallizzazione o vite vegetali)
ma dalle stagioni, dal clima, dalla siccità o meno in cui si trovano, ad esempio, certi vegetali. È dovuto
proprio ad un ambiente puramente, per così dire, climatologico. E non all’ambiente quale è per l’uomo. Da
questo sorge la differenziazione degli individui, differenziazione, ancora ripeto, che all0inizio è minima.
Domanda – Allora vi saranno larghe zone in cui gli individui daranno sottoposti agli stessi stimoli…
Risposta – Vi sono queste larghe zone, certamente. Ma, dire diverso non vuol dire migliore o
peggiore, è vero? Se mai il migliore o peggiore può essere visto successivamente, quando entra in funzione
quel minimo libero arbitrio che l’individuo ha.
Domanda – All’inizio, in generale, dovrebbe essere eguale per tutti il punto di partenza…
Risposta – All’inizio, gli individui sono eguali; ma, poiché vengono a manifestarsi nel piano fisico in
differenti ambienti climatologici (o in ambienti nei quali il clima è diverso) si hanno queste differenziazioni fra
individuo e individuo. Non riesco a comprendere la vostra difficoltà nell’intendere questo concetto.
Domanda – È una differenziazione fisica, più che… intima…
Risposta – È una differenziazione, la quale è provocata dall’ambiente, dagli urti del mondo esterno,
il quale mondo esterno, essendo diverso, procura urti diversi in varie zone. Non so se riesco a spiegarmi.
Domanda – Ma il vento, il calore, tutte queste forze che hanno una importanza così fondamentale,
che cosa sono in realtà? Sono dei mezzi, esclusivamente, oppure sono qualcosa di più?
Risposta – Sono esclusivamente, nei riguardi dell’individuo, dei mezzi atti a suscitare nell’intimo di
questo individuo determinate vibrazioni che mettono in movimento certi veicoli o parte di veicoli.
Domanda – Ma, la differenziazione fondamentale avviene nel successivo periodo, quando comincia
ad entrare in gioco il libero arbitrio. Il fatto di trovare un veicolo che ha un temperamento diverso… da un
altro veicolo nato e cresciuto in ambiente diverso…
Risposta – Non come vedete voi, figli, perché voi pensate che questa prima differenziazione sia
talmente profonda e sensibile da essere la sola che determina poi tutta la futura evoluzione. Non è così. noi
ci occupiamo unicamente – secondo quello che io intendo dire – di come si abbia la differenziazione fra gli
individui, senza per niente voler approfondire chi sia in vantaggio o chi sia in svantaggio. Ripeto: nessuno
mai è in svantaggio.
Voi andate oltre quello che io intendo dire, perché andate subito a pensare: “Ma qui c’è
un’ingiustizia!”. Perché ne fate una questione personale. Invece, noi vogliamo unicamente ricercare come e
perché gli individui si sono differenziati. Ed io vi rispondo che all’inizio, al sorgere di questa differenziazione,
è l’ambiente che la causa e la provoca. Sono poi, successivamente, gli interventi dell’individuo su se stesso,
in funzione di quel minimo libero arbitrio – se mai – che possono ritardare o accelerare la evoluzione; ma di
questi interventi la prima differenziazione non ha alcuna colpa né responsabilità.

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Domanda – Permetti, mi interesserebbe sapere che posto occupano gli animali acquatici nella
evoluzione che riguarda i regni naturali? Non riesco a farmene un’idea chiara.
Risposta – Molto vi sarebbe da dire a questo proposito. Noi vi dicemmo, molto tempo fa, che tre
sono state le grandi onde vitali: evoluzione della materia, della forma, dell’auto- coscienza. Del resto queste
onde vitali sono tutt’ora in attività; ma vi sono stati dei periodi di massima attività per ciascuna di queste
onde vitali. Così vi è stato un periodo di grandissima attività per l’onda vitale denominata “evoluzione della
materia”. Poi, mano a mano, questa attività è diminuita, pur restando, ripeto, ancora in funzione.
Vi è stato un periodo di grandissima attività nella “evoluzione della forma”; man mano è andata
diminuendo ed ora abbiamo, per quanto concerne il vostro pianeta, una grande attività nella “evoluzione
della auto-coscienza”. Ecco perché vi diciamo che i tempi sono vicini.
I vostri scienziati, pure accettando in linea di massima, la tesi o l’ipotesi evoluzionistica, rimangono
incerti e titubanti di fronte al fissarsi di certe razze. Intendo dire questo: ammettendo che la vita umana,
l’animale e la vegetale, siano procedute per gradi da una prima forma di vita unicellulare, i vostri scienziati
non riescono a comprendere perché certe razze si siano fissate.
Se è vero che man mano che le nuove generazioni vengono su questo pianeta, man mano che la
vita naturale si riproduce, questa più o meno percettibilmente si modifica e che, quindi, per ritrovare tutti quei
passaggi, che vi sono fra la scimmia di oggi o fra l’uomo di oggi (il corpo fisico, intendo) e quello di certe
scimmie della preistoria, occorre prendere in esame tutti gli anelli di passaggio che si sono avuti in questa
moltitudine di anni che intercorre dalla preistoria ad oggi, è pur vero che certe razze si sono fissate e si sono
riprodotte nel modo più o meno che conoscete. Ciò perché, nel momento in cui l’attività dell’onda vitale
“evoluzione della forma” era al massimo, al suo apogeo, grandissimi erano i mutamenti che si avevano fra
padre e figlio o fra genitori e figli: v’era una grandissima differenza nei dati somatici, tanto che fra due o più
generazioni di animali o di piante della stessa specie, si avevano delle profonde modificazioni, da creare
addirittura nuove specie.
Poi, man mano che l’onda vitale denominata “evoluzione della forma” si ritraeva, le modificazioni
nelle specie diminuivano e si fissavano, così, le razze o le specie che voi conoscete.
I vostri scienziati, quindi, sono titubanti perché non conoscono questo avvenimento della storia
naturale. Sanno, dai resti fossili che si sono trovati, che certe razze sono misteriosamente scomparse, ma
non ne comprendono la ragione. La ragione, appunto, sta in questo: nel ritirarsi, nel diminuire di questa onda
vitale detta “evoluzione della forma”.
Oggi, voi state vivendo l’evoluzione dell’auto-coscienza e, benché l’onda vitale della evoluzione della
forma sia diminuita, rispetto alla preistoria del pianeta, pur tutta via questa sussiste ancora; ed infatti, voi
vedete che le nuove generazioni acquistano dei dati somatici diversi, più armoniosi, più solidi
costituzionalmente, sani ed equilibrati. Questo perché il corpo fisico deve essere adeguato alle Entità che si
incarneranno. Tutto è estremamente e perfettamente collegato e concatenato, nel Cosmo, per cui duplice è
l’azione delle forze.
Vi è una forza dall’intimo e una forza dall’esterno. Il corpo fisico dell’uomo del futuro sarà modificato
da queste due forze; l’una proveniente dall’individuo stesso, l’altra da questa influenza che si chiama
evoluzione della forma.
Ma tutto questo, tu perdonerai, figlio, non c’entra per niente con quello che tu avevi domandato. Ho
preso spunto per chiarire e per mostrarvi che il voler seguire esattamente il cammino dell’individuo o quello
che sarà un individuo, attraverso alla sua peregrinazione nei regni naturali, è una cosa alquanto complessa.
Noi avemmo a dirvi, a scopo unicamente indicativo, che il collegamento fra le forme di vita minerali e
quelle vegetali sta in certe alghe o in certe forme di vita che la stessa vostra scienza naturale non riesce a
definire esattamente se appartenenti al regno minerale o al regno vegetale.
Allo stesso modo, il collegamento fra il regno vegetale e il regno animale sta nei pesci, vi dicemmo.
Ma non in tutti i pesci, è vero? questo è chiaro ed è lampante giacché vi abbiamo sempre detto che,
attraverso alla trasmigrazione delle individualità in corpi fisici sempre più organizzati, l’individuo evolve. Ed il
corpo deve essere sempre più organizzato, perché deve essere in grado di manifestare – dicemmo – un
grado sempre maggiore di mente o, comunque, di vita individuale. Or bene, da questo che noi vi dicemmo,
dovreste immaginarvi che, da un organismo semplice, l’individuo passa ad un organismo complesso, quale è
il corpo fisico dell’uomo e che, quindi, il passaggio è da organismi meno complessi a organismi più
complessi; che, in linea di massima, gli organismi meno complessi appartengono al regno vegetale e quelli
più complessi al regno animale.
Ma (la vostra scienza naturale stessa vi insegna questo) vi sono organismi di quel regno che noi
abbiamo collocato a cavallo fra il regno vegetale e il regno animale – cioè i pesci – i quali organismi sono più
complessi di altri organismi che la vostra scienza, senza indugio, colloca nel regno animale.
Così, dovete ricercare il cammino evolutivo dell’individuo da organismi meno complessi a organismi
più complessi. Se, quindi, una balena ti sembra, come organismo, più complesso di un verme, vuol dire che

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la individualità collegata a queste forme del piano fisico, dette appunto balene, successivamente non
animerà mai dei vermi. E questo è logico che non sia e che non possa essere.

Domanda – Potresti spiegarci perché nelle varie reincarnazioni, noi possiamo essere,
alternativamente, femmine o maschi? Vi deve essere una ragione. Possiamo saperla o forse no?
Risposta – Certamente. La ragione per la quale si ha questa incarnazione nei due diversi sessi è da
ricercarsi unicamente nella diversità dell’ambiente e della sfera psichica dei due sessi. Unicamente in
questo.
Domanda – Cioè nelle esperienze diverse che si devono fare?
Risposta – Sì. Voi comprendete che la società, tale quale è la vostra di oggi o meglio ancora nei
secoli passati, obbligava le creature di sesso femminile ad una certa condotta, in confronto a quelle di sesso
maschile. Per cui la incarnazione in veste maschile o in veste femminile aveva lo scopo, appunto, di far
trovare alla individualità incarnante l’ambiente che più si confaceva in quel momento alla sua evoluzione.

Parlandovi delle Verità che possono esservi nelle credenze dei popoli o nelle leggende avevo in
mente di dirvi questo, e cioè che voi vi domandate spesso come mai certe Verità o certe credenze siano più
palesi in talune religioni che in altre.
Non voi, ma qualche studioso si è domandato se queste Verità non siano state, effettivamente,
portate al popolo da un’anima eletta o da un Iniziato, ma siano, invece, in qualche modo la spiegazione o la
giustificazione che il popolo ha immaginato alle sventure. Così, ad esempio, è strano osservare come in certi
popoli, i quali si trovavano in condizioni di miseria veramente rilevanti, si creda facilmente, e sia insegnata
dalla religione, la dottrina della reincarnazione, del karma. Mentre, in altri popoli in condizioni agiate, tale
dottrina manchi del tutto. Un senso di fatalità è in certe popolazioni soggette a sventure, a epidemie, a
cataclismi e via dicendo, proprio perché ciascuno di noi, individualmente, prende della Verità l’aspetto che
più lo conforta.
Così, se l’uomo si trova in un momento della sua vita in cui è addolorato, è portato a spiegare questo
suo dolore cercando, come abbiamo detto altre volte, una spiegazione che lo elevi al di sopra dei suoi fratelli
che non soffrono. Allo stesso modo è dei popoli che, appunto, hanno sofferto per un susseguirsi di epidemie,
di cataclismi, di movimenti violenti della natura, che si sono rifugiati in una Verità Reale, ma che è stata
presa a conforto di tutti i dolori che hanno avuto.
Per ciò i popoli che hanno sofferto molto, si sono attaccati a quel senso di fatalismo che manca in
certi altri che non hanno sofferto le loro stesse pene.
Avete parlato anche di un altro argomento: “se l’arte sia un capitolo della evoluzione umana, oppure
se nello stadio di evoluzione super-umana vi sia ancora il ricorrere dell’individuo ad una qualsiasi forma di
arte”.
Se per “arte”, figli, noi intendiamo il perfetto esprimere creando, l’arte è un attributo divino,
imperciocchè la stessa Emanazione è un’opera d’Arte. Il perfetto esprimersi o esprimere creando, richiama
la creatività nel senso più lato, comprendente anche una interpretazione, perché anche interpretando si può
essere creativi. L’Arte, così concepita, è non solo dell’uomo, ma è del Santo, è del Maestro, è dell’Assoluto.
Arte, quindi, in questo senso: perfezione nella espressione creativa.

DALI

KEMPIS – Dio! Parola che esprime un concetto illimitato e, per questo, non concepibile, che rivela la nostra
limitatezza. Parola con la quale si vorrebbe spiegare tutto quanto l’uomo non può spiegare e che
sembra rimpicciolirsi ogni qualvolta l’umano trova la soluzione di un enigma universale. Parola con la
quale si vuole esprimere qualcosa di assolutamente esatto e definito e che significa, invece, tutto
quanto di più vago vi sia nell’umana cognizione.

70
Parola che dovrebbe esprimere una Realtà oggettiva e che è stata, invece, oggetto delle più
personali convinzioni: principio incorruttibile che sta ad indicare materia prima per i mercenari del
Tempio. Ecco il Dio degli uomini.
TERESA – Dio! Dio! Dio! Chi è Dio?
ALAN – Se devo farmi un concetto di Dio, lo immagino diverso dall’uomo.
TERESA – L’uomo non è perfetto, ma Dio deve esserlo.
DALI – L’uomo procede verso la perfezione, cioè evolve: ma Dio, essendo perfetto, non può né migliorare né
peggiorare, cioè è immutabile.
CLAUDIO – Le forme periscono, ma Dio, essendo immutabile, rimanendo quello che è, non può morire, cioè
è eterno.
FRATELLO MASSONE – L’uomo ignora, ma Dio, essendo perfetto, non può ignorare; Egli sa tutto, quindi, è
onnisciente.
FRATELLO ORIENTALE – L’uomo è limitato, ma Dio non può esserlo; quindi, non essendo limitato, è
infinito.
KEMPIS – Se Dio è infinito, non esiste angolo del Creato ove Egli non sia.
FRATELLO ORIENTALE – Alza una pietra e qui lo troverai.
TERESA – Ti disseti ad una fonte: Egli ti disseta.
CLAUDIO – Ti riscaldi ad una fiamma: Egli ti riscalda.
ALAN – Guarda quel fiore: è in Dio e Dio è in lui.
FRATELLO MASSONE – Vedi quel piccolo insetto? Dio è pure in lui.
CLAUDIO – Alza gli occhi alla volta del cielo, non puoi vedere che una piccola parte di un Cosmo ed
innumerevoli sono i Cosmi: ebbene essi sono in Dio.
DALI – Ma Dio è più che il fiore, più dell’insetto, più dei Cosmi e, nondimeno è il Dio dell’infinitamente piccolo
e dell’infinitamente grande.
KEMPIS – Egli nutre, sostiene, evolve l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande.
ALAN – Se Dio è illimitato, può tutto, quindi, Egli è onnipossente.
CLAUDIO – Niente, infatti, può essere al di fuori di Lui, essendo Egli completo, cioè di nulla mancante, cioè
Assoluto.
KEMPIS – Egli è completo, cioè infinito nei Suoi attributi.
TERESA – Ma quale concetto limitato ha l’uomo dell’infinito!
PARACELSO – Gli spazi infiniti del cielo non sono che un granello di polvere rispetto a questo infinito.
DALI – Grande è un pianeta per l’uomo, ma quanto piccolo diventa rispetto ad un sistema solare!
CLAUDIO – Grande è un sistema solare, ma quanto piccolo diventa rispetto ad un Un iverso!
ALAN – Grande è un Universo, ma quanto piccolo diventa rispetto ad un Cosmo!
KEMPIS – Grande è un Cosmo, ma quanto piccolo diventa rispetto all’Assoluto!
DALI – Imperciocché molti sono i pianeti in un sistema solare,
ALAN – molti i sistemi solari in un Universo,
CLAUDIO – molti gli Universi in un Cosmo,
KEMPIS – molti i Cosmi nell’Assoluto.
PARACELSO – Un Logos per ogni Cosmo.
DALI – Il vostro sole non è che un riflesso del sole universale, attorno al quale gira con i soli planetari.
ALAN – Il sole universale non è che un riflesso del sole cosmico, attorno al quale ruota con i soli universali.
CLAUDIO – Un sole cosmico è l’espressione fisica del Logos.
KEMPIS – In seno all’Assoluto, un Cosmo sparisce come sparirebbe un granello di polvere nelle immensità
siderali.
TERESA – Eppure in Lui tutto è presente.
DALI – Sia, dunque, resa gloria a Lui,
ALAN – al grande Architetto,
CLAUDIO – all’Anziano degli Anziani,
KEMPIS – all’Unico!
FRATELLO ORIENTALE – Mutano le forme e gli uomini contano il tempo, vige l’illusione e gli uomini
misurano lo spazio,
TERESA – ma Egli non ebbe inizio,
KEMPIS – e non avrà fine.
DALI – Sempre, ovunque È.
TERESA – Dio è Vita e Amore.
FRATELLO ORIENTALE – Non può esistere la Vita senza l’Amore: l’Amore stesso è Vita.
FRATELLO MASSONE – Dio si manifesta internamente come Amore, esternamente come Vita.
KEMPIS – Vita e Amore non sono statici: Dio è immutabile, ma non statico.
CLAUDIO – Esistere significa vivere, significa movimento.
TERESA – Egli è moto eterno.
ALAN – È Prima Causa, cioè primo movimento.

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KEMPIS – È Esistenza Assoluta, cioè priva di causa generatrice, essendo Egli il Tutto e principio e fine di
questo Tutto.
DALI – Le Manifestazioni ed i riassorbimenti cosmici sono espressioni, palpiti di questa Sua esistenza,
poiché tale è la Sua Natura, cioè così Lui È.
ALAN – Un albero viene definito albero poiché ha la natura di un albero.
CLAUDIO – Un pesce viene definito pesce poiché ha la natura di un pesce.
FRATELLO MASSONE – Posso immaginarmi un albero con la natura di un pesce e chiamarlo albero, ma in
sostanza è un pesce che io chiamo albero.
KEMPIS – Posso immaginarmi Dio come più mi fa piacere, ma in Realtà, per essere tale, non può essere
diverso da come È.
DALI – Egli, dunque, è l’Emanazione, ma non l’emanato. Non è solo i Cosmi.
FRATELLO MASSONE – Un Cosmo ha un centro e una periferia, ma tanto il centro che la periferia sono in
Dio e Dio in essi.
FRATELLO ORIENTALE – Voi pure avete un centro e una periferia e siete in Dio come spirito e come
materia, ma non avete coscienza di questa unione.
TERESA – Quando sentirete l’Amore che si rivela al centro di voi, cioè nell’intimo vostro, come vedete
rivelarsi la vita alla periferia, allora questa unione sarà cosciente Comunione.
KEMPIS – Ciò che vi divide da tale immensa coscienza è un illusorio senso di separatività.
DALI – Ma voi siete sempre in Dio, come lo siamo noi; state nascendo alla Realtà, come foste dei semi che,
gettati nel terreno, debbono divenire piante.
ALAN – L’ambiente nel quale vivete è come il terreno per il seme; quanto vi accade, le sostanze nutrienti.
CLAUDIO – Dio sa tutto dei Suoi figli, conosce ogni loro respiro che appartenga al passato o al loro futuro,
conosce tutto di loro, senza intaccare il loro libero arbitrio.
TERESA – È come il buon giardiniere che sa quando i suoi semi fruttificheranno; tuttavia se i semi non sono
gettati nel terreno, non possono dare frutti.
KEMPIS – Se Dio è Assoluto, non può esistere in Lui male reale.
FRATELLO ORIENTALE – Quale grave sciagura ha colpito quelle creature! È Dio, come Giustizia, che
rende all’uomo ciò che egli ha provocato.
TERESA – Ma Dio, come Misericordia, dona ai Suoi figli, in cambio delle loro lacrime, un insegnamento, una
Luce della Sua Luce.
DALI – Siete in Dio! A voi pare strano pensare che le creature, essendo in Lui, si odino. Quando avrete
compreso, amerete tutte le creature con tutto voi stessi.
ALAN – Vi ripugna pensare che un insetto schifoso o un odore sgradevole siano in Dio al pari di un
profumato e grazioso fiore; pensate che le sostanze, gli elementi che compongono quel gas,
diversamente combinati, possono diventare un gustosissimo alimento. E quell’insetto non esprime
forse anch’egli una forma di vita?
CLAUDIO – Siete voi che giudicate gradevole o sgradevole; ma, in assoluto, può avere valore un simile
giudizio relativo a voi stessi?
DALI – In Dio, figli, tutti siamo egualmente presenti; non esistono reprobi o privilegiati. Egli è premio del pio,
castigo del malvagio.
TERESA – Poiché è la mano che corregge, è la misericordia che perdona.
FRATELLO ORIENTALE – Egli è vero Padre: se sei giusto e buono, sarà giusto e buono con te ed avrai
pace e serenità; se ti lasci trasportare da tutto ciò che viene dall’illusorio senso di separatività, sarà
severo per correggerti.
CLAUDIO – Ogni legge che l’uomo scopre e sfrutta a proprio vantaggio, ogni risorsa della natura, tutto
quanto insomma l’uomo possa utilizzare, è Sua elargizione.
ALAN – Ma è lo stesso umano che usa in senso benefico o malefico quanto gli viene dato o può prendere.
TERESA – Nessuno, quindi, è responsabile del vostro senso di disagio o di sofferenza, se non voi stessi,
fratelli.
KEMPIS – Ad ogni causa il suo effetto.
ALAN – Ma Dio è Amore, e questo soffrire, giusto effetto di una causa che avete mossa, non è mai fine a se
stesso.
TERESA – Ogni lacrima è una perla che va ad accrescere il tesoro della vostra comprensione e della vostra
coscienza.
DALI – Se veramente foste coscienti, oh figli, ringraziereste tanto Iddio per quanto vi è dato, che non avreste
il tempo di lamentarvi, né di altro egoisticamente desiderare.
CLAUDIO – Non lasciarti trasportare dall’anelito di liberazione, realtà, beatitudine erroneamente trasferito a
oggetti ed illusori sogni, poiché il piacere, che potresti ricavarne, passa con la velocità del tempo.
TERESA – Se china è la tua fronte, pensando quanto lontano sei da tutto ciò, noi ti diciamo: non considerarti
perduto, ovunque ti trovi, chiunque tu sia, Egli incessantemente ti richiama a Sé.
CLAUDIO – Ti prende dalle procellose onde e cambia ogni tua ferita in salasso.

72
DALI – Ti conduce attraverso le rovine dell’illusorio mondo che ti sei costruito, alla Realtà del Suo Regno,
ove dall’inizio dei giorni sei atteso.
KEMPIS – Qui ti riconoscerai in Lui, vedrai l’interezza del suo Essere, lo splendore della Sua Esistenza ed
esclamerai: Ti conosco, Signore, Dio dei Santi!
Tu eri prima che ogni cosa fosse, Tu sei ciò che sopravvive, perché sei Colui che È. tutto Tu
sei: Uno dai mille volti. Sei il raro gesto pietoso del sanguinario e il dubbio maligno dell’illuminato; sei
la naturale provvida difesa e l’esterna maligna infiltrazione; sei l’endogena forza che edifica e
l’erosione che leviga. Sei, oltre ogni umana parola, ogni umano congetturare che muta nel tempo e
nello spazio, perché sei l’Immutabile.
Sì, ti conosco, Signore. Tu sei l’Anziano degli Anziani. Tu eri prima che ogni cosa fosse, Tu
sei ciò che sopravvive, perché sei Colui che È.

Oltre l’illusione delle forme, oltre il mondo delle ombre, oltre il continuo cangiarsi del quadro della
natura, al di là della materia, dell’energia, della mente, è la Realtà, è la radice di ogni cosa, la causa delle
cause, lo Spirito infinito o Divina Sostanza.
Dio è l’Uno Assoluto, che contiene in Sé ogni cosa e nessuna cosa può essere separata da Esso.
Se Dio fosse separato e distinto dal Cosmo, Dio non sarebbe più Assoluto, perché mancherebbe di
qualcosa, mentre Egli non manca di niente, perché è perfetto ed immortale.
Dal nulla non possono essere state create tutte le cose, ma l’eterna Realtà (o Dio – Assoluto) ha
emanato da se stessa in se stessa ogni cosa, per cui ogni cosa è plasmata di Divina Sostanza; quindi,
ciascuna cosa è contenuta nel seno di Dio, nel senso dell’Assoluto, e Dio è in ciascuna cosa.
All’inizio di questo ciclo di Manifestazione cosmica, l’Uno prende il Cosmo come Sua forma; la
Divina Sostanza plasma per prima la mente, poi l’energia e la materia. Per tutta la durata di questo ciclo di
vita cosmica non può esservi energia senza materia, né materia senza energia.
La materia è la forma e non vi è forma che non sia la manifestazione di una vita; lo Spirito Divino (o
Divina Sostanza) è vita, e non vi è vita che non sia limitata da una forma. Forme organizzate di vita
delimitano individualità; ciascun individuo segue le legge dell’evoluzione e migra in corpi sempre più capaci
di esprimere un grado maggiore di mente.
L’uomo, nel Cosmo, è centro di coscienza e di espressione; è una individualità che si ammanta,
nelle successive incarnazioni, di diverse personalità; ma tutte queste personalità sono illusorie come tutto il
resto dell’emanato (dico emanato e non creato, perché non esiste creazione).
L’unica che mai è nata, mai cambia, mai muore è la Divinità insita alla radice di ogni cosa. Nell’uomo
rappresenta il suo Sé reale, nel quale egli può divenire consapevolmente uno col Tutto e in Esso fondersi.
Tale Divina eredità ci ricorda che tutto viene dall’Uno e, per Sua forza, tutto all’Uno tornerà al termine di
questo ciclo di Manifestazione cosmica; tutto allora sarà assorbito nel Tutto e tutto sarà omogeneo.
Ma è in questo grande riposo che si prepara un nuovo ciclo di vita cosmica, perché così è per la
evoluzione delle evoluzioni. Oltre questi ritmici cicli di Manifestazioni cosmiche, oltre questo immenso quadro
di evoluzione, oltre l’eterno divenire dei Cosmi, sta il Supremo Perché di tutto questo, sta l’Eterno, l’Infinito,
l’Immortale, il Perfetto, l’Assoluto… oltre… oltre.

KEMPIS

Dicemmo, oh figli, che la Realtà è: quella che È.


L’uomo non può comprendere, nella sua pienezza, la Realtà. La Verità è l’enunciazione della Realtà
e, per l’uomo, possiamo quindi dire che la Verità è quella che resiste, è quella che sopravvive a tutte le
obiezioni.
Voi, figli, volete conoscere la Verità. È un bisogno dell’uomo ad un certo stadio della sua evoluzione.
Ma per ben comprendere un concetto, complesso che sia, occorre affrontarlo con la massima semplicità.
Affrontare con la massima semplicità un concetto significa liberarsi da tutte quelle che sono state,
fino a quel momento, le convinzioni personali. Infatti, se si vuol comprendere in profondità un concetto, non
si deve paragonarlo con ciò che noi crediamo.
Chi vuol comprendere l’arte moderna deve abbandonare, nell’attimo della comprensione, l’arte
antica. Se fa un paragone, prima di aver compreso, questo paragonare, questo raffrontare, gli impedisce la
comprensione.

73
Così, voi dovete dimenticare quello che avete (se non creduto) saputo dalla vostra religione circa
l’inizio del mondo, se volete comprendere quello che noi vi diciamo a questo proposito. Il fare ciò non è
semplice come dirlo. Con molta facilità si scivola nei luoghi comuni; con molta facilità si torna a quello che si
credeva (o si crede tutt’ora) ed allora, da questo nasce la confusione.
Se vogliamo comprendere a pieno il concetto della Creazione, dobbiamo dimenticare la Genesi
secondo quanto dicono le Scritture. Le Scritture sono simboliche e vanno interpretate.
Esiste, figli, una Scrittura, la quale è affascinante; esiste una spiegazione dell’inizio del tempo
umano che, per la sua semplicità, per il suo lato umano, è presto assorbita dagli uomini. Parliamo della
famosa storia degli “Angeli caduti”; storia che è creduta, nel suo concetto, da molti di voi.
Ancora una volta dobbiamo dirvi che questa storia è completamente falsa, nel suo soggetto e nel
suo spirito; come falso è il libro di Enoch che di questa storia parla. Essa dice che alcuni Angeli, creati
perfetti, un giorno, per loro orgoglio, si ribellarono a Dio e furono sprofondati. Qualcuno vede in questa storia
l’origine di Lucifero, degli spiriti maligni. Altri, invece, vogliono vedere l’inizio dell’umanità.
Tutto questo è completamente falso, non sta in piedi e voi comprendete il perché: perché se Dio ha
“creato” qualcosa, non può che averlo creato perfetto e non si può ammettere ribellione in Dio.
Ritroviamo questa storia degli Angeli caduti anche nell’Apocalisse. Ma l’Apocalisse è un libro
simbolico e chi vuole intendere l’Apocalisse deve comprenderne i simboli, altrimenti finisce pazzo.
Premesso ciò, risaliamo ancora una volta all’inizio; ma, dicendo questo non possiamo che intendere
all’inizio di un Cosmo, perché Dio non ha mai avuto inizio né mai avrà fine. La vostra stessa religione vi
insegna che inizio ha avuto il mondo, non Dio.
A voi, più o meno, può tornare quello che noi diciamo circa l’evoluzione, circa la reincarnazione,
circa il karma e così via. Ma rimanete dubbiosi circa la “Causa delle cause”.
“Perché – dite – se eravamo perfetti, non lo siamo più e dobbiamo esserlo ancora?”.
Chi vi abbia spinto a credere questo, io non lo so: certo mi auguro non noi, perché avreste compreso
completamente l’opposto di quanto noi volevamo significare. E chi era perfetto? Innanzi tutto vi dicemmo,
diversi anni fa, che non vi è stata “creazione”, ma “emanazione”; che voi non siete al di fuori di Dio, ma siete
in Dio.
Se voi sfregate un fiammifero e questo si accende, volete sapere: “Perché si ha una fiamma?”. Vi
potranno rispondere che nello sfregamento si ha il calore, il quale infiamma la miscela della quale è
composta la capocchia del fiammifero. “E perché – volete sapere – la miscela si infiamma?”. Perché basta
poco calore perché si abbia la combustione. “E perché – volete sapere – basta poco calore perché si abbia
la combustione?”. Perché la miscela contiene del fosforo, il quale fosforo si combina con l’ossigeno dell’aria
violentemente, dando origine ad altro calore che incendia il corpo del fiammifero. “E perché il fosforo,
combinandosi con l’ossigeno, dà questo gran calore che incendia il legno?”. E così potremmo seguitare
ancora: “Perché l’elemento fosforo, per sua costituzione intrinseca, per sua natura, ha simpatico, per così
dire, l’elemento ossigeno e si combina violentemente, sprigionando della energia che si trasforma in calore”.
Risalendo dagli effetti alle cause, noi giungiamo fino all’atto della emanazione del Cosmo. E voi
volete sapere: “Perché questo Cosmo è stato emanato?”.
Prima di avventurarci in questo profondo perché, dobbiamo ancora ribadire che non dovete credere
che l’uomo fosse perfetto e poi qualcosa abbia distrutto la sua perfezione: all’atto della emanazione del
Cosmo, l’uomo non esisteva affatto. Quindi, da ciò e con ciò, abbiamo già spiegato che la Manifestazione di
un Cosmo è la nascita per l’uomo. Attraverso alla migrazione nei regni della natura, nasce un qualche cosa
che si chiama anima umana.
L’uomo non fu creato all’inizio del mondo, ma nasce (o si crea, se più vi piace) durante la vita del
Cosmo. E, quindi, niente perfezione che sia diventata imperfezione, niente imperfezione che debba
diventare perfezione, figli.
Ognuno di noi, allo stadio di evoluzione in cui è, è perfetto.
Se noi osserviamo un seme che germoglia, che si trasforma in pianticella e lo osserviamo in tutti gli
stadi di questa crescita, dobbiamo riconoscere che ad ogni stadio è perfetto. Non è ancora sviluppato
rispetto a quella che sarà la meta, rispetto a quella che sarà la maturità della pianta, ma allo stadio in cui si
trova o in cui lo osserviamo, è perfetto. E così è di noi. Siamo in via di sviluppo, stiamo sviluppando, ma al
grado di evoluzione in cui siamo, rispetto a questo grado, siamo perfetti. È, la questione principale, questa:
l’uomo non fu creato perfetto, non è stato creato affatto, questa è la nostra creazione: noi stiamo
sviluppando, crescendo.
Ma, ritorniamo al famoso “perché”. Se noi volgiamo il nostro sguardo alla nascita del Cosmo,
vediamo che questo Cosmo ha avuto un inizio. Ma, questo inizio non è stato preordinato, non vi è stato un
atto di volontà, come voi siete abituati a credere. Non è stato che Iddio, ad un certo momento, abbia sentito
la necessità di creare l’uomo o il Cosmo. No, la vostra confusione ha origine da questo; voi vi trascinate
pesantemente questo concetto, voi ancora ne siete imbevuti; da qui nasce l’errore. Nessuno ha detto:
“Adesso voglio creare un Cosmo”. Ma la nascita di un Cosmo fa parte della Natura di Dio.
Voi dite: “Ma perché fa parte della Natura di Dio?”. Se vi fosse un perché, la Prima Causa non
sarebbe più Dio, ma sarebbe questo perché.

74
Se vi fosse un motivo, in forza del quale è stato emanato questo Cosmo, allora non potremmo più
dire “per Natura Divina”.
Se vi fosse una legge, in virtù della quale Iddio emana i Cosmi, Iddio sarebbe quella legge.
La Prima Causa non può avere spiegazione alcuna.
L’avevano ben intuito i cabalisti questo, quando dicevano: “Dio È Colui che È. Dio è Dio” e non può
avere nessuna spiegazione, perché, se vi fosse una spiegazione, quella sarebbe Dio, quella sarebbe Causa
Prima, la Causa della cause. E, quindi, Dio è sempre esistito e da sempre, cioè dall’eternità, vi sono dei
Cosmi che vengono emanati e, quindi, riassorbiti, perché questa è la Natura di Dio: nessun altra ragione v’è
all’infuori di questa, all’infuori della Sua Natura. Egli esiste proprio, figli, perché ha questa Natura. Se fosse
diversamente, non potrebbe esistere.
Non vi sforzate, quindi, di ricercare una causa che stia al di sopra di questa, perché questa causa
non esiste. Dio È Colui che È. Ed È così. si tratta, dunque, di comprendere come Egli È.
La vostra obiezione sarebbe giusta se Dio un giorno avesse deciso di creare il mondo; allora
verrebbe fatto di dire: “Ma perché quel giorno Iddio ha voluto creare il mondo e le cose tutte che sono nel
mondo?. Ma questa emanazione e riassorbimento di Cosmi è Dio Stesso, è sempre stata e sempre sarà.
Ancora una volta vi prego di non cadere nell’errore della storia degli Angeli caduti. I vostri stessi
studiosi riconoscono apocrifo il libro di Enoch. L’Apocalisse è un libro simbolico e non si può certo intendere
alla lettera, altrimenti dovremmo intendere anche alla lettera la fuoriuscita dal mare della “bestia” e tutte le
altre mostruosità che vi sono descritte.
Se voi riuscite a cacciare dalla vostra mente questi luoghi comuni del vostro pensiero, vi sarà più
facile comprendere. Di tutto cuore io vi auguro ciò, perché la comprensione è sempre liberatrice e genera
ordine nell’intimo di ognuno.
Domanda – Scusa, volevo chiederti… Noi abbiamo di Dio un concetto statico, fermo. Invece, se
“emana” è movimento…
Risposta – Dio è moto Assoluto, figlio.
Domanda – Allora questo moto tenderà a qualcosa… o è fine a Se stesso?
Risposta – No, è fine a Se stesso. se tendesse a qualcosa e avesse una finalità, dovrebbe avere un
inizio, è vero?
Domanda – Scusami, ma io vorrei chiederti una cosa. Dunque: io devo cacciare dalla mia mente il
punto che mi perseguita, cioè non richiedere il punto di origine, in quanto non c’è stata “creazione”, ma
“emanazione”, se ho ben capito. Ma io mi domando: “Perché ci sono? Da dove vengo? Perché nella natura
umana è insita questa ricerca e questo affanno? ”.
Risposta – Innanzi tutto, noi abbiamo detto queste cose per coloro, appunto, che sentono il bisogno
di sapere. Abbiamo detto di cacciare questi luoghi comuni del vostro pensiero a coloro che sentono il
bisogno di comprendere e per comprendere. Ma, effettivamente, nell’uomo – l’ho detto all’inizio – ad un certo
stadio della sua evoluzione, si fa imperioso il bisogno di sapere, perché è proprio questa la forza che lo fa
sviluppare. Noi abbiamo detto che laddove v’è cristallizzazione, v’è morte. Fino ad un certo momento della
evoluzione, l’individuo è sollecitato dall’esterno: quando è pianta, dall’alternarsi delle stagioni; animale, dal
bisogno di procacciarsi il cibo; uomo, dai vari bisogno che ha l’uomo, fino ad un certo stadio della sua
evoluzione. Poi, la spinta dall’esterno cede, a gradi, il passo ad una nuova spinta, ad una spinta che viene
dall’intimo dell’uomo. Ed è, appunto, questo bisogno di ricercare il suo vero destino che muove l’uomo, dopo.
Domanda – Allora, se io non smantello in me questo “perché” che voglio risolvere, mi fermo, mi
cristallizzo e io sono morto.
Risposta – Laddove vi è cristallizzazione, v’è morte, abbiamo detto, nel senso che se l’uomo – visto
che i colpi che riceve dall’esterno, a un certo stadio della sua evoluzione, non lo muovono più – se niente
altro vi fosse a muoverlo, quest’uomo cristallizzerebbe e morirebbe. Ecco, da qui, la necessità che una
nuova spinta si sostituisca a quelle che non hanno più potere. Ed ecco che nasce, a poco a poco, la spinta
dall’intimo suo. Però, se l’uomo non comprende, continua sì ad arrovellarsi, ma in un certo senso, segna il
passo. Da cui, ecco il nostro consiglio di liberarvi dei luoghi comuni del pensiero per poter comprendere e
continuare nel cammino.
Domanda – Insomma… è come una ginnastica che dobbiamo fare.
Risposta – Certamente.
Domanda – Come ginnastica l’ammetto, può essere necessaria… utile, ma se questa ginnastica io
non la so fare… io sono morto!
Risposta – Come puoi dire che non la sai fare, figlio? Noi abbiamo visto dei periodi critici nella
storia, nella evoluzione della umanità, ed abbiamo visto anche dei rimedi a questi periodi critici. Quando
l’uomo si cristallizza, immediatamente, per una legge naturale, accade qualcosa che lo muove dalle sue
cristallizzazioni. Ma l’uomo non dovrebbe aver bisogno di questi colpi che lo muovono dalle sue
cristallizzazioni, colpi che vengono sempre con dolore, perché il dolore muove effettivamente dalle
cristallizzazioni, insegna la comprensione e nulla v’è di più efficace del dolore per insegnare la
comprensione. Ma se l’uomo volesse risparmiarsi questo dolore, potrebbe egualmente camminare (e non

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cristallizzarsi) con la buona volontà. Il dolore è un rimedio per coloro che non sanno essere volenterosi, che
non sanno avere questa buona volontà.
In sostanza, quando siete ammalati, voi vedete che il vostro corpo fisico ha delle risorse, delle difese
contro tutte quelle infiltrazioni o quegli agenti che tendono a rompere il suo equilibrio. Non è così? Allo
stesso modo è dell’intimo vostro. Allorché questo intimo sta per ammalarsi, nella natura vi sono delle risorse
per cui questo intimo si difende e torna sul giusto ritmo di cammino.
Domanda – Quindi il dolore è mezzo di evoluzione…
Risposta – Il dolore è mezzo di comprensione e, quindi, di evoluzione.
Domanda – Allora si tratta di ammettere il dolore quasi come un senso di piacere.
Risposta – No. come estremo rimedio per comprendere. Ma non sarebbe necessario il dolore,
basterebbe un po’ di buona volontà. E, per capire che sia necessaria la buona volontà, non occorre fare uno
studio profondo, i suggerimenti possono venirvi da infinite parti.

Riascoltando quello che il Fratello Kempis ha detto, vi siete domandati che cosa significhi “nascita
spirituale”.
Debbo, innanzi tutto, oh figli, sottolineare, ancora una volta, l’importanza del concetto espresso dal
Fratello Kempis nella comparazione con un altro concetto portato dalla vostra religione. Si tratta di una
differenza fondamentale. La vostra religione vi insegna che Dio crea, di volta in volta, le anime e le mette alla
prova; mentre noi vi diciamo che l’uomo durante la vita, in senso lato, nasce spiritualmente. Quindi, è di
secondaria importanza voler fissare un punto esatto nella evoluzione di quest’uomo che corrisponda alla sua
nascita spirituale.
Per “nascita spirituale”, noi intendiamo tutto quel processo che avviene, durante la manifestazione di
un Cosmo, per ogni individualità, usiamo “nascita spirituale” in senso lato, cioè con “nascita spirituale”
intendiamo anche quel periodo durante il quale l’individuo è intento a organizzare i suoi veicoli, i quali, una
volta organizzati, daranno quella nascita spirituale propriamente detta; ovvero saranno adoperati per formare
la coscienza stessa dell’individuo. Mi spiego?
Voi siete tratti in errore dal termine “spirituale”, cioè pensate che l’individuo sia nato spiritualmente
allorché il suo spirito si manifesta in lui. Non è così? Questa è nascita spirituale vera e propria.
Ma, nel concetto portato dal Fratello Kempis, “nascita spirituale” era usata in senso lato, innalzata –
come è in realtà – a fondamentale motivo della Manifestazione; e, quindi, proprio per questo è inteso
“nascita spirituale” anche in quel periodo in cui la individualità manifesta delle forme di vita inferiori quali, ad
esempio, quelle che sono comprese dal processo di cristallizzazione all’uomo di oggi. Questo è il senso lato
di “nascita spirituale”. Cioè tutta la manifestazione di un Cosmo ha questo scopo, questa radice e, quindi –
ripeto ancora – “nascita spirituale”, nel senso lato, significa anche quel periodo di organizzazione dei veicoli i
quali, una volta pronti, serviranno alla formazione, alla costituzione della coscienza individuale.
Lo Spirito, oh figli, non nasce. Non dovete, quindi, intendere “nascita spirituale” come nascita dello
Spirito. Lo Spirito è increato ed è partecipe della Natura dell’Assoluto e, quindi, è completo, è immortale,
immutabile, infinito, eterno e via dicendo. “Nascita spirituale” significa manifestazione di questo Spirito nella
coscienza dell’individuo. Perché la coscienza si può comparare ad una sorta di specchio, il quale viene
formato da tanti frammenti, ognuno dei quali riflette una parte della Realtà ed ognuno dei quali è collocato
con una esperienza dell’individuo che lo conduce alla comprensione di una Verità. Mi spiego?
Avete delle domande in proposito?
Domanda – Scusa, sbaglio o un’altra volta vi avete detto che l’individualità diventa tale quando ha
luogo il manifestarsi del Terzo Aspetto dell’Assoluto?
Risposta – No, non esattamente. Abbiamo detto che una individualità, che non sia legata ad una
vita umana, può animare più forme insieme: vedi, ad esempio, il caso classico delle “anime gruppo”. Ma, una
volta che ha raggiunto l’unione con il Terso Aspetto dell’Assoluto, ovvero che la sua mente ha cominciato a
funzionare, allora l’individualità anima delle forme umane e ne anima una sola per volta, per così dire.
Domanda – L’unione con il Terzo Aspetto dell’Assoluto vuol dire forse… l’unione celata, non
tangibile, con lo Spirito?
Risposta – Infatti.
Domanda – L’unione con il Terzo Aspetto dell’Assoluto è forse il formarsi, l’inizio della formazione
della coscienza?
Risposta – Una volta che il veicolo più vicino alla coscienza, la mente, è funzionante, allora
comincia il lavoro della coscienza.

76
Domanda – Ed allora io direi questo: che l’individuo comincia a nascere spiritualmente quando si
può dire che la coscienza si comincia a formare.
Risposta – Infatti, abbiamo detto che questa è la nascita vera e propria. Però, il Fratello Kempis,
nella sua conversazione, ha esteso il concetto di “nascita spirituale” a tutta la Manifestazione. E questo per
porre ancor più in evidenza la differenza che v’è fra quello che noi vi diciamo e quello, invece, che vi viene
insegnato; cioè che la vita umana sarebbe un collaudo dell’anima che Dio ha creato. Questo no.
Voi, secondo la vostra religione, dovreste credere che l’uomo è già nato spiritualmente e, nella vita,
sta collaudando il suo Spirito. Non è così. voi state nascendo spiritualmente.
Il Fratello Kempis ha esteso questo significato di “nascita spirituale” all’inizio della evoluzione, e cioè
dalla cristallizzazione; poiché lo scopo della Manifestazione è proprio quello della nascita spirituale
dell’individualità. in ultima analisi, noi possiamo considerare, in senso lato, che anche il periodo di
preparazione sia una nascita spirituale.
Fate un parallelo: voi dite “un artista è tale quando incomincia ad esplicare la sua arte”. Ed è giusto.
Però, noi guardiamo tutto l’insieme della vita di questo artista e noi diciamo: “è stata una vita dedicata
all’arte”. E intendiamo questo anche per il periodo di preparazione. Allo stesso modo il Fratello Kempis ha
usato il termine “nascita spirituale”.
Occorre, ora, ricordare che le responsabilità dell’uomo non debbono essere valutate con il criterio
che siete usi ad avere. La vostra religione vi insegna che, se l’uomo non è consapevole del peccato, la sua
responsabilità non esiste o è molto diminuita. Sappiate, invece, che anche quando l’uomo non sa che fare
una certa cosa è male, sia pure in questa inconsapevolezza, muove egualmente una causa alla quale
seguirà un effetto.
Infatti, lo scopo della vita non è quello di mettere l’uomo alla prova e poi punirlo o premiarlo, ma
quello di farlo nascere spiritualmente. Cosicché, anche se l’uomo commette una data azione contro il
doveroso amore che si deve avere nei confronti del prossimo, pur non sapendolo, il karma è egualmente
mosso e, dall’effetto conseguente all’azione compiuta, l’uomo comprenderà l’insegnamento morale che gli
mancava.

DALI

Voi siete abituati a concedere delle attenuanti a chi commette un atto in qualche modo dannoso,
senza rendersene conto o non sapendo di fare male.
Il karma non conosce questa specie di attenuanti. Infatti, se la vita si intende come una nascita
spirituale e non come una sorta di collaudo dell’anima provata fra il bene e il male che la sollecitano, si
comprende che la questione del muovere una causa, sapendo o non sapendo ciò che si fa, non ha quella
importanza che avrebbe se la vita veramente fosse una prova, l’esito di cui potrebbe perdere l’individuo per
l’eternità.
Le cause si muovono sempre, consapevoli o inconsapevoli di muoverle; l’effetto segue sempre la
causa mossa ed il suo insegnamento porta, comunque, comprensione. Ma, rispetto alla meta ultima – la
coscienza costituita – è importante la differenza fra il sapere ed il non sapere. Infatti, è più lontano dalla
comprensione chi non sa di chi sa, giacché, se si può fare una convenzionale graduatoria delle fasi dalla
ignoranza alla comprensione, dobbiamo indicare questi punti:
attenzione – consapevolezza – comprensione.
Ma, non dobbiamo dimenticare che una azione mossa, durante una qualunque di queste fasi, ha
sempre l’effetto conseguente.

Abbiamo ascoltato la vostra esposizione dei temi propositivi. Cerchiamo, quindi, di ricapitolare e
cominciamo dal primo quesito da voi questa sera trattato: la differenza fra il classico concetto di “Panteismo”
e il “Dio-Assoluto” da noi presentatovi.
Quelli di voi, che dovevano svolgere il tema proposto, si sono trovati un poco imbarazzati nel
ritrovare il classico concetto del Panteismo. Infatti, i filosofi definiti “panteisti” hanno affermato alcune cose
che non sono state completamente capite; oppure, ad arte, sono state modificate per criticare, per demolire
ciò che questi panteisti andavano affermando. In ogni modo, da quello che è stato detto, le differenze (anche
se vi sono dei punti di contatto con i concetti da noi espressi) sono abbastanza rilevanti.

77
Non facciamo una critica al Panteismo, a differenza di quanto è abituato a fare l’umano. L’umano è
uso raffrontare sempre per criticare, per giudicare e molto spesso per condannare. Noi facciamo un raffronto
unicamente allo scopo di studiare, allo scopo di chiarire e di comprendere. Non possiamo giudicare.
Se volessimo giudicare, non potremmo che vedere un aspetto positivo del Panteismo, in quanto quel
movimento rappresenta una tappa verso l’esatto concetto di Dio. Una tappa che, in sé, forse non è molto
precisa, ma che pur tuttavia, vista e considerata nel tempo e nel periodo sia storico che filosofico, è di un
certo valore.
Fra il concetto che noi abbiamo espresso di Dio ed il Panteismo, le differenze sono abbastanza
notevoli. Innanzi tutto, i panteisti in genere (noi ci occupiamo unicamente del capitolo “Dio”), benché trattino
questo argomento piuttosto ponderoso, non esprimono un concetto vasto di Dio. Essi limitano la loro
attenzione a quanto si poteva, allora, concepire: il mondo e poco più oltre. E dicono che questo mondo è in
Dio. Tutte le cose che fanno parte di questo mondo, fanno parte di Dio. Vi sono contrastanti pareri sul modo
in cui questo mondo, queste cose riescono a far parte di Dio.
Altri accennano al concetto che Dio sia in tutte le cose; come Dio sia presente in tutti gli oggetti e nel
mondo resta un po’ nebuloso, perché molti dei panteisti hanno una caratteristica: essi affermano un
principio, un concetto, un’idea in seguito ad un ragionamento. (Quella famosa “prova”). Ad esempio: Dio
deve esistere, ma come Dio esista non lo affermano.
Noi, invece, cerchiamo di spiegarci, figli, per quanto ci sia possibile, in che modo Dio esiste, pur non
disdegnando di usare la stessa “prova” che essi usavano.
Dunque, prima differenza: concezione un po’ meno ampia di Dio. Essi dicono che tutte le cose sono
in Dio e noi pure lo diciamo; in realtà tutte le cose sono in Dio e Dio È in tutte le cose, ma in questa seconda
affermazione esiste una differenza, in quanto essi limitano, in un certo senso (dico in un certo senso perché,
come prima vi spiegavo, in che modo Dio sia presente in tutte le cose, non è ben chiaro), ma da quello che
si può capire, limitano un po’ Dio nelle cose. Noi, invece, nel dire: “Dio È presente in tutte le cose”, non Lo
militiamo affatto. Non vi è una presenza materiale, è presente alla radice, poiché la radice di tutto quanto
esiste è Dio, è in Dio. Ma Dio non è solo nelle cose, Dio è in tutto.
Un’altra differenza, che esiste fra panteismo e quello che noi diciamo, sta in questo: essi vedono il
mondo e dicono che il mondo è in Dio. Ma Dio è oltre il mondo. Noi diciamo che Dio è nel Cosmo e il Cosmo
è in Dio; ma Dio sta al di là del Cosmo.
Come è stato detto, non esiste nel concetto panteistico l’idea dell’Emanazione e del riassorbimento;
ma, proprio per il fatto che il mondo e che gli oggetti che sono nel mondo sono in Dio, questo mondo
sarebbe, nella durata, eterno. Questa è una differenza sostanziale, in quanto noi diciamo, sì, che sia gli
oggetti che gli Universi, che il mondo, che il Cosmo sono in Dio, ma non hanno questi, nessuno, una durata
eterna. Hanno un ciclo che va dalla loro emanazione al loro riassorbimento.
Un altro concetto che non troviamo nel panteismo è il concetto di evoluzione, non di Dio, ma in Dio,
di tutto quanto è in Dio.
Passiamo, quindi, al secondo quesito: “Che cos’è Realtà, che cos’è illusione e perché l’uomo, pur
passando attraverso l’illusione, giunge alla Realtà”.
La Realtà, dicemmo, è ciò che È . Infatti, la Realtà è ciò che esiste, ciò che esiste oggettivamente.
L’illusione è ciò che non esiste, cioè ciò che non esiste “oggettivamente”, ma soggettivamente. La Realtà
esiste indipendentemente da una qualsiasi forma di alimentazione; l’illusione, per esistere, ha bisogno di una
alimentazione.
Non a torto e non senza ragione abbiamo accostato i due argomenti: panteismo e questo secondo di
Realtà-illusione.
Infatti, abbiamo detto che tutto è in Dio e Dio è in tutto, che lo stesso Cosmo è in Dio. Ecco perché
l’illusione non esiste oggettivamente, ma esiste sempre come obra, come errata rappresentazione della
Realtà.
La esatta enunciazione o concezione della Realtà è la Verità, mentre la errata enunciazione o
concezione della Realtà è l’illusione.
Occorre fare qui una precisazione: abbiamo detto che l’illusione non esiste oggettivamente, ma
sempre soggettivamente. Infatti, come questi figli giustamente hanno detto, l’illusione nasce in un
osservatore; al di fuori dell’osservatore, non esiste. Mentre la Realtà può essere colta dall’osservatore, ma
esiste al di fuori dell’osservatore stesso.
L’uomo cesserà di illudersi, quando troverà la Realtà che è nell’intimo suo e non avrà più bisogno di
osservare ciò che è al di fuori di lui.
Esiste una differenza fra errore ed illusione. Un individuo, osservando un particolare fenomeno, sia
esso qualunque (ad esempio: sociale), è portato a trarne delle conclusioni; queste conclusioni possono
essere errate. Questo individuo può dire: “per rimediare una piaga della società, occorre seguire questa via”.
La soluzione del problema, dicevo, può essere errata. Che cosa ha fatto l’individuo? Si è illuso o ha errato?
Ha errato.
Quando è che l’individuo comincia ad illudersi? Allorquando, ritenendo giusta la soluzione che egli
ha trovato, si comporta nel modo che questa soluzione suggerisce. Allora e solo allora l’individuo è un illuso,

78
prima era nell’errore. Però, un individuo, per illudersi, deve sempre essere nell’errore, mentre un individuo
può essere nell’errore senza illudersi.

KEMPIS

Non occorre dire che, per parlare dell’argomento del quale questa sera vi siete interessati, occorra
molta attenzione da parte vostra e quanto sia facile scivolare, usando le parole, in concetti imprecisi.
Ciò nondimeno, ci sforzeremo di dire qualcosa; soprattutto perché possiate volgere la vostra
attenzione a questo concetto dell’Assoluto, in modo che, poco a poco, la vostra coscienza solleciti, dalla
Scintilla divina che è in voi, quella intuizione che, sola, è capace di farvi dire: “Ho compreso”.
Non so più quante volte abbiamo detto: l’Assoluto è Colui che È.
Occorre comprendere profondamente il significato di queste parole. L’Assoluto non ha mai avuto
inizio né mai avrà fine. Nell’Assoluto, tempo e spazio sono entità relative riferibili al Cosmo.
L’Assoluto è Vita ed Amore, vi abbiamo detto, e la conseguenza di ciò si chiama “movimento”.
Eppure, “movimento” è una espressione che può essere compresa in un Cosmo, ma nell’Eterno Presente
resta difficile intendere “movimento”.
Natura dell’Assoluto è Vita ed Amore; conseguenza di questa Natura dell’Assoluto, e Sua stessa
Natura, è il manifestare e riassorbirsi dei Cosmi. L’Assoluto, quindi, permea tutto, è il Tutto. Nell’Assoluto, vi
sono le Manifestazioni e le non Manifestazioni. Voi sapete che nel non Manifestato è egualmente la Natura
dell’Assoluto; così come il Manifestato ha in sé – alla radice e in ogni cosa, al centro ed alla circonferenza e
in tutto ciò che sta fra il centro e la circonferenza – la Natura dell’Assoluto, perché il Manifestarsi è Sua
Natura.
Attenzione, figli! Vi abbiamo accennato alla evoluzione delle evoluzioni, e vi abbiamo detto che ogni
Cosmo è interdipendente, non comunica con altri Cosmi. Ogni Cosmo è circoscritto dal non Manifestato, è
avvolto dal non Manifestato. Ma ciò non vuol dire che il Cosmo sia isolato dall’Assoluto; è nell’Assoluto e
l’Assoluto è nel Cosmo, poiché alla radice, – ripeto – alla circonferenza e in tutto ciò che sta fra la radice e la
circonferenza, fra il centro e la circonferenza, è l’Assoluto. I Cosmi, quindi, hanno una comune base ed è
l’Assoluto.
Il Cosmo evolve: che cosa significa? Il Cosmo ha un inizio ed una fine. La teoria, dall’inizio alla fine
del Cosmo, dalla manifestazione al riassorbimento, si chiama: evoluzione. Ma l’Assoluto non ha né inizio, né
fine, né evoluzione. L’Assoluto non evolve, è Colui che È.
Noi vi abbiamo detto che, anche dopo il riassorbimento, qualcosa permane del Cosmo nel quale
viviamo ed evolviamo. È chiaro, se noi pensiamo che, in ultima analisi, tutto quanto esiste in un Cosmo non
è che Spirito. Infatti, la materia del piano fisico è la condensazione dell’energia o materia del paino astrale; la
energia, a sua volta, non è che un condensazione della mente o materia del piano mentale e così via, fino
ad arrivare allo Spirito. Così che, nel Cosmo, nel quale siamo o viviamo, tutto quanto esiste non è che una
diversa conformazione, una diversa formazione dello Spirito, base comune di ogni materia, unica e sola e
vera materia del Cosmo. Al momento in cui il piano fisico viene riassorbito, sparisce la materia del piano
fisico, spariscono le forme, le densità stesse di questa materia, ma non vi è nessuna distruzione, perché è
come se un pezzo di ghiaccio, per l’alzarsi della temperatura, tornasse alla stato di acqua. Mi spiego? Ma la
forma, che questo ghiaccio componeva, non esiste più; e su su, se noi risaliamo fino al piano più alto del
Cosmo – allo Spirito – noi potremmo essere indotti a pensare che, una volta che il Cosmo sia riassorbito, più
nulla esista di questo Cosmo; e che lo stesso destino dell’uomo, dell’individuo, di tutto ciò che da questo
Cosmo è nato e si è evoluto, finisca, si sciolga, più nulla rimanga. No. Ciò che dalla manifestazione di un
Cosmo nasce, sviluppa, evolve – ed in questa manifestazione del Cosmo, si identifica in Dio e con Dio,
nell’Assoluto – non muore, non svanisce anche se i veicoli di questa nascita, di questa evoluzione avranno
seguita la sorte delle materie che componevano quel Cosmo.
Ecco perché noi vi abbiamo detto che oltre il riassorbimento del Cosmo permane qualcosa;
periscono le forme, le materie, i veicoli, ma ciò che si è evoluto, ciò che è nato, permane. Entra in diretto
contatto con ciò che lo rende immortale.
“Esisteva un Cosmo prima che fosse emanato?” – voi dite. Tutto esiste nell’Assoluto. Nell’Eterno
Presente non vi è né prima né dopo; niente può essere aggiunto o tolto dall’Eterno Presente, eppure – altro
controsenso per la nostra logica – eppure un Cosmo che è in Dio, che è in questo Eterno Presente, ha un
inizio ed una fine. E si svolge, evolve, secondo un preciso piano divino che, in effetti, non è che l’attuazione
di una Natura Divina. Nell’Eterno Presente, ove il Tutto è presente, ove il Tutto È, non v’è né prima e né
dopo, eppure un Cosmo nasce e muore. Eppure un Cosmo ha un inizio ed una fine. Eppure un Cosmo si
svolge secondo un preciso ciclo di Vita.
Oltre il riassorbimento che cosa rimane? Le materie, che componevano il Cosmo, ritornano laddove
mai si sono staccate. Perché se noi, ad esempio, ci interessiamo della materia fisica allo stato atomico, noi
vediamo che questa materia è quella che è, e rimane essenzialmente e strutturalmente quella che è,
qualunque forma – essa materia del piano fisico – componga.

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Se noi fissiamo la nostra attenzione sull’elemento chimico acqua, è sostanzialmente e
strutturalmente identico che questo elemento si trovi allo stato di aggregazione molecolare solido o fluido;
cioè gassoso, liquido o solido. Così è di ciò che compone – se vogliamo usare una brutta parola che tradisce
profondamente il concetto – di ciò che compone materialmente il Cosmo. Alla radice, sostanzialmente e
strutturalmente, è sempre lo Spirito. È sempre ciò che è al di là del Cosmo; che è nel Cosmo, nel
Manifestato e nel non Manifestato. Che permea il tutto, perché è il Tutto.
Si chiama Spirito quando, a questo “quid”, si vuol dare qualche significato, si vuol dire qualcosa che
possa farci intendere una struttura, una ossatura, una base del Tutto; si chiama Assoluto quando vogliamo
intendere un qualcosa che comprenda in Sé il Tutto, ma non come quantità, non solo come quantità – se
così possiamo dire – ma come “sentire”, come Amore e Vita. Perché il dire: “L’Assoluto è il Tutto e tutto è
nell’Assoluto” non è un concetto che voglia significare unicamente la vastità di questo Assoluto che È il Tutto
e che tutto contiene, ma significa che tutto vive nell’Assoluto e che l’Assoluto vive in tutto, in quanto niente
può esservi che non sia sentito, vissuto dall’Assoluto. Non è, quindi, solo un concetto di vastità atta a
ricevere il Tutto, ma è – soprattutto – un concetto che vuol significare la vastità del sentire dell’Assoluto, il
che è molto importante per chi, con facilità, potesse scivolare o possa scivolare da questa enunciazione che
noi diamo del Tutto, verso un concetto filo-panteistico. Riconducetevi, quindi, cercando di intuire questa
visione vasta, alla importanza di aver ben chiaro che, per quanto il dire “è nella Natura stessa dell’Assoluto
la Manifestazione ed il riassorbimento e la non Manifestazione” possa in qualche modo far pensare ad una
sorta di meccanismo, di automatismo e condurre a questo errore, tenete sempre presente il “sentire” del
Tutto che può essere suggerito dall’idea del Dio mistico dei Santi. Così, i Santi, nelle loro estasi mistiche,
non avevano un concetto errato di Dio: ne vedevano unicamente il Suo “sentire”, il Suo Amore. Ebbene,
questo Amore e questo “sentire” non devono essere da voi rinnegati, ma debbono essere uniti a questo
quadro che noi vi diamo di Vita, di cicli che si compongono, di Cosmi che sono manifestati e riassorbiti, di atti
che, in qualche modo – se non fossero uniti a questa visione mistica di Dio – da soli, potrebbero dipingerci
l’Assoluto come una sorta di meccanismo messo in moto, insensibile, che continua a muoversi, tutto
Manifestando e riassorbendo, per una sorta di automatismo.
Ecco il difficile per la logica umana; ecco perché noi vi diciamo che parliamo alla logica vostra per
parlare delle cose di questo Cosmo. Al di là, possiamo enunciare delle Verità che, poste accanto, enunciate
assieme, sono dei controsensi, ma che lo sono, in effetti, unicamente per una logica umana; e che,
comprendendo questi controsensi, si è superato la logica stessa e per comprendere il Tutto è necessario
superare questa logica umana.

Vorrei chiarire, se mi sarà possibile, ciò che è stato oggetto della vostra conversazione di questa
sera.
Abbiamo detto sempre che la Realtà è ciò che È. La Realtà Assoluta è Dio.
Abbiamo, inoltre, detto che vi è un altro genere – per così dire – di realtà ed è una realtà limitata: è la
realtà soggettiva.
La Realtà Assoluta, il termine stesso lo dice, è oggettiva. Mentre esiste anche una realtà soggettiva
ed è. ad esempio, la realtà che l’individuo acquisisce in un determinato periodo della sua evoluzione.
La Realtà Assoluta, ancora lo ripeto, è quella che È: essendo Dio, è infinita, illimitata, immutabile,
onnipresente, onnisciente e via dicendo, è vastissima. Questa Realtà Assoluta non è dall’uomo compresa in
una sola volta; possono essere viste alcune parti di questa Realtà – per così dire – ognuna delle quali è
reale non meno di tutta la Realtà completa. Però, queste parti possono essere acquisite dall’individuo non
esattamente. Di una stessa Realtà, con l’erre maiuscola, facente parte della Realtà Assoluta, due
osservatori possono dare due diverse interpretazioni; accade, quindi, che questa Realtà, la quale fa parte
della Realtà Assoluta, diventa – per questi due individui – soggettiva.
Vi è stato detto che, però, esiste “un qualcosa” il quale, per Sua Natura, se per assurda ipotesi fosse
visto, non darebbe adito a false interpretazioni, e questo è lo Spirito.
Che cosa vuol dire ciò? Lo Spirito essendo Unico, come numero Uno, se visto, non può mostrare
diverse facce.
La Realtà, abbiamo detto, è complessa, è vastissima, infinita e può mostrarsi in varie parti
costituenti, per cui colui che vede (a parte l’errore di interpretazione che dà adito ad una verità soggettiva)
può vederne una parte sola e non la Realtà nella sua completezza. Mentre lo Spirito, essendo Unico, non
può essere scisso in parti costituenti.
È molto difficile spiegarsi con le vostre parole, ma spero di riuscire. Guardiamo di fare una analogia.

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Prendiamo un oggetto; prendiamo, per esempio, un cubo colorato di un colore non ben definito. Fra
più osservatori possono esistere alcuni, i quali possono vedere o definire quel colore in modo diverso da
altri. Semplifichiamo: togliamo l’incertezza relativa al colore, poniamo sia il bianco. L’incertezza diminuisce;
essendo il colore più definito, l’incertezza non sussiste più.
Fra gli stessi osservatori, vi può essere qualcuno, il quale dica che la figura non è geometricamente
perfetta; allora noi semplifichiamo ancora: da un cubo, lo facciamo diventare un quadrato, cioè una figura
che non ha più tre dimensioni, ma due dimensioni.
Fra gli osservatori, può esistere ancora colui il quale abbia una incertezza e dica che il quadrato non
è geometricamente esatto. Però, le possibilità di falsa interpretazione sono diminuite, essendo diminuita la
complessità della figura. Diminuiamo ancora le possibilità fino ad arrivare al punto geometrico: in questo
caso, il punto geometrico non può essere visto né rappresentato. Ma, per ipotesi, poniamo che si possa
vedere un punto geometrico, le possibilità di false interpretazioni diminuiranno. Mi sono spiegato?
Ora: esiste una differenza fra Realtà e Spirito? Lo Spirito è Realtà, è vero? Però lo Spirito non è tutta
la Realtà; la Realtà è qualcosa che va oltre ancora lo Spirito. Lo Spirito, però, è la radice della Realtà. Lo
Spirito, benché sia la radice della Realtà, non è la Realtà completa. La Realtà è Dio, cioè l’Assoluto,
naturalmente la Realtà Assoluta. Lo Spirito è il numero Uno, la Prima Sostanza – se vogliamo così chiamarla
– ma non è tutta la Realtà.
Domanda – Scusa, ma allora lo Spirito non è Dio? Sì!
Risposta – Dio è il Tutto e, quindi, è lo Spirito ed è la materia; è l’energia ed è la mente. Lo Spirito,
se vogliamo fare una scala, è ciò che è più vicino a Dio; è la porta attraverso la quale si passa per arrivare
alla conoscenza di Dio e, quindi, in un certo senso, è Dio privo di veli. Mi spiego? Ma Dio è oltre lo Spirito; è
lo Spirito e tutto il resto.
Domanda – Scusa, allora quando hai detto “radice”, intendevi in questo senso, come hai detto
“porta”… è radice per noi, per il Manifestato?
Risposta – È radice per il Manifestato, per voi, perché appunto attraverso a questa porta l’individuo
giunge alla conoscenza; non solo, ma è proprio radice come struttura.
Facciamo ancora un esempio: supponiamo di essere in un mondo fatto di ghiaccio: lo Spirito
sarebbe l’acqua che compone il ghiaccio, è vero? che, quindi, è radice di questo mondo. Ma il mondo è tutto;
è l’acqua, è il ghiaccio ed è tutta la realtà che è espressa da questo mondo di ghiaccio.

DALI

Che cosa è Spirito e che cosa, invece, è l’Assoluto?


Lo Spirito è la Divina Sostanza: è la prima, unica, incommensurabile, eterna, infinita, immutabile
Sostanza di Dio.
Allora quale differenza c’è fra Spirito e Dio-Assoluto, se lo Spirito ne è la Sostanza?
Ho dinnanzi ai miei occhi, dipinto dalla immaginazione, un semplice carillon, che al pari di tutti gli
oggetti materiali ha una forma, è costituito da una materia; eppure, il carillon non è rappresentato
unicamente da quella forma e da quella materia: il carillon è la forma, la materia e ciò che queste esprimono.
È la forma, la materia, il suono e l’idea di quell’oggetto.
Allo stesso modo, lo Spirito è la Divina Sostanza ed è eterno, infinito, onnipresente e via dicendo;
ma l’Assoluto è qualcosa di più, perché è lo Spirito ed è ciò che questo Spirito compone ed esprime: è il
Manifestato, l’insieme dei Cosmi, e il non Manifestato. Questo è l’Assoluto.
“Ed allora – direte voi – lo Spirito che voi ci avete definito come primo aspetto del Logos, come
radice dell’Essere, è qualcosa che trascende il Logos stesso?”. Certo. Lo Spirito, come Divina Sostanza,
ripeto, tutto permea: permea la Manifestazione, dal Logos al piano fisico; e permea la non Manifestazione,
perché nel non Manifestato non vi è nulla, vi è lo Spirito che non manifesta, non compone alcun Cosmo.
Lo Spirito o Divina Sostanza è Unico nella sua essenza, nella sua strutturazione, nella sua
composizione – se così, con linguaggio improprio possiamo dire – è Uno. Ma a quale infinità di forme, di
espressioni, di manifestazioni dà luogo! E chi può elencarle? È sempre lo Spirito del quale il Logos di un
Cosmo è costituito; ma a quale diversità dà luogo un Logos di un Cosmo, rispetto al Logos di un altro
Cosmo! Ed è sempre lo Spirito che è la prima manifestazione del Logos, perché il Logos stesso è la pietra
cubica, il centro di ogni Cosmo. La prima manifestazione, il punto gravitazionale, attorno al quale vive il
Cosmo; e, quindi, il primo numero della serie dei numeri. L’Unità – per i neo pitagorici o gli amanti della
matematica – può simbolizzare indifferentemente tutta la serie dei numeri; e, se noi adoperiamo i numeri e
con questi simbolizziamo la Realtà, ecco che questa Unità diventa l’Assoluto. Ecco che questa Unità, intesa
come materia che dà origine a tutta la serie dei numeri, diventa lo Spirito. Ma è pur sempre l’Unità che è il
primo numero della serie. Ecco il Logos ed il suo primo aspetto; ecco la base di partenza di un Cosmo.
Dunque, un solo Spirito che può essere considerato come radice dell’Essere, prima manifestazione
di un Logos, come quid che compone un Logos, come Divina Sostanza che tutto permea e che ha gli stessi

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attributi dell’Assoluto. Ma, sia ben chiaro che l’Assoluto è lo Spirito e ciò che questo compone, significa,
esprime nel Manifestato ed anche il non Manifestato: l’Assoluto è il Tutto.
E lo Spirito è Vita? Certo: è la radice stessa della Vita. Vita di un Cosmo e Vita Assoluta. E lo Spirito
è Amore? Certo. E lo Spirito è moto? Certo; ma quale moto? Moto Assoluto se lo si considera come Divina
Sostanza, moto di un Cosmo se lo si considera come radice dell’”essere”, di ogni essere. Cosa significa
moto Assoluto? Significa moto in ogni direzione, in ogni senso, con ogni velocità, eguale: immutabilità. Ecco
perché Dio è immutabile.
Si può dire che un corpo si muove di un determinato moto, facendo riferimento ad un punto, avendo
un qualcosa a cui riferirsi. Ma come è possibile rappresentare un moto in ogni direzione, con ogni velocità?
Ecco l’immutabilità. Immutabilità di che cosa? Dell’Assoluto. Non del relativo, perché nel relativo v’è il moto
relativo e, quindi, mutabilità.
Lo Spirito muta? Lo Spirito non può mutare e non muta. Muta tutto ciò che dallo Spirito emana, tutto
ciò che questo Spirito costituisce, ma non lo Spirito.

Domanda – Come è possibile che una individualità, che è un soggetto, esperimenti la Realtà
Assoluta, cioè oggettiva?
Risposta _ La Realtà Assoluta può essere sperimentata solo da chi si è identificato con l’Assoluto.
Questi non è più “soggetto”, ma in questa comunione “sente” ed è il Tutto. L’identificazione con l’Assoluto
non vuol dire però annichilimento, bensì sentire il Tutto con una vivezza indescrivibile. Colui che si identifica
con l’Assoluto, oltre la coscienza cosmica, nella coscienza Assoluta, è Assoluto. E se qualcosa fluisce
dall’Assoluto, fluisce da lui; e se qualcosa dall’Assoluto deve venire agli uomini, può venire da lui, senza che
per questo si debba dire che le leggi sono insufficienti. Chi si identifica nell’Assoluto diviene egli stesso “la
legge”. Chi si identifica nell’Assoluto può essere un canale attraverso il quale giunge qualcosa all’uomo,
senza che in questa opera vi sia un fattore personale. Diventare strumento della legge ed essere la legge
stessa. Ecco che cosa dovete capire: essere strumenti ed essere la legge stessa. E niente v’è di strano in
tutto ciò. Occorre solamente riuscire a conciliare le due cose. Riuscire a capire che chi è giunto alla massima
evoluzione, alla identificazione con l’Assoluto – pur conservando la propria individualità nel senso che
capisce, che sente, che vive, tanto da capire, sentire e vivere come non mai, in termini di Assoluto – pur
conservando la sua individualità, diviene uno nel Tutto. E, quindi, diviene la Legge, diviene l’Amore e la Vita.
È il Tutto.

Vorrei chiarire, se mi sarà possibile, ciò che è stato oggetto della vostra conversazione di questa
sera.
Abbiamo detto sempre che la Realtà è ciò che È. La Realtà Assoluta è Dio.
Abbiamo, inoltre, detto che vi è un altro genere – per così dire – di realtà ed è una realtà limitata: è la
realtà soggettiva.
La Realtà Assoluta, il termine stesso lo dice, è oggettiva. Mentre esiste anche una realtà soggettiva
ed è. ad esempio, la realtà che l’individuo acquisisce in un determinato periodo della sua evoluzione.
La Realtà Assoluta, ancora lo ripeto, è quella che È: essendo Dio, è infinita, illimitata, immutabile,
onnipresente, onnisciente e via dicendo, è vastissima. Questa Realtà Assoluta non è dall’uomo compresa in
una sola volta; possono essere viste alcune parti di questa Realtà – per così dire – ognuna delle quali è
reale non meno di tutta la Realtà completa. Però, queste parti possono essere acquisite dall’individuo non
esattamente. Di una stessa Realtà, con l’erre maiuscola, facente parte della Realtà Assoluta, due
osservatori possono dare due diverse interpretazioni; accade, quindi, che questa Realtà, la quale fa parte
della Realtà Assoluta, diventa – per questi due individui – soggettiva.
Vi è stato detto che, però, esiste “un qualcosa” il quale, per Sua Natura, se per assurda ipotesi fosse
visto, non darebbe adito a false interpretazioni, e questo è lo Spirito.
Che cosa vuol dire ciò? Lo Spirito essendo Unico, come numero Uno, se visto, non può mostrare
diverse facce.

82
La Realtà, abbiamo detto, è complessa, è vastissima, infinita e può mostrarsi in varie parti
costituenti, per cui colui che vede (a parte l’errore di interpretazione che dà adito ad una verità soggettiva)
può vederne una parte sola e non la Realtà nella sua completezza. Mentre lo Spirito, essendo Unico, non
può essere scisso in parti costituenti.
È molto difficile spiegarsi con le vostre parole, ma spero di riuscire. Guardiamo di fare una analogia.
Prendiamo un oggetto; prendiamo, per esempio, un cubo colorato di un colore non ben definito. Fra
più osservatori possono esistere alcuni, i quali possono vedere o definire quel colore in modo diverso da
altri. Semplifichiamo: togliamo l’incertezza relativa al colore, poniamo sia il bianco. L’incertezza diminuisce;
essendo il colore più definito, l’incertezza non sussiste più.
Fra gli stessi osservatori, vi può essere qualcuno, il quale dica che la figura non è geometricamente
perfetta; allora noi semplifichiamo ancora: da un cubo, lo facciamo diventare un quadrato, cioè una figura
che non ha più tre dimensioni, ma due dimensioni.
Fra gli osservatori, può esistere ancora colui il quale abbia una incertezza e dica che il quadrato non
è geometricamente esatto. Però, le possibilità di falsa interpretazione sono diminuite, essendo diminuita la
complessità della figura. Diminuiamo ancora le possibilità fino ad arrivare al punto geometrico: in questo
caso, il punto geometrico non può essere visto né rappresentato. Ma, per ipotesi, poniamo che si possa
vedere un punto geometrico, le possibilità di false interpretazioni diminuiranno. Mi sono spiegato?
Ora: esiste una differenza fra Realtà e Spirito? Lo Spirito è Realtà, è vero? Però lo Spirito non è tutta
la Realtà; la Realtà è qualcosa che va oltre ancora lo Spirito. Lo Spirito, però, è la radice della Realtà. Lo
Spirito, benché sia la radice della Realtà, non è la Realtà completa. La Realtà è Dio, cioè l’Assoluto,
naturalmente la Realtà Assoluta. Lo Spirito è il numero Uno, la Prima Sostanza – se vogliamo così chiamarla
– ma non è tutta la Realtà.
Domanda – Scusa, ma allora lo Spirito non è Dio? Sì!
Risposta – Dio è il Tutto e, quindi, è lo Spirito ed è la materia; è l’energia ed è la mente. Lo Spirito,
se vogliamo fare una scala, è ciò che è più vicino a Dio; è la porta attraverso la quale si passa per arrivare
alla conoscenza di Dio e, quindi, in un certo senso, è Dio privo di veli. Mi spiego? Ma Dio è oltre lo Spirito; è
lo Spirito e tutto il resto.
Domanda – Scusa, allora quando hai detto “radice”, intendevi in questo senso, come hai detto
“porta”… è radice per noi, per il Manifestato?
Risposta – È radice per il Manifestato, per voi, perché appunto attraverso a questa porta l’individuo
giunge alla conoscenza; non solo, ma è proprio radice come struttura.
Facciamo ancora un esempio: supponiamo di essere in un mondo fatto di ghiaccio: lo Spirito
sarebbe l’acqua che compone il ghiaccio, è vero? che, quindi, è radice di questo mondo. Ma il mondo è tutto;
è l’acqua, è il ghiaccio ed è tutta la realtà che è espressa da questo mondo di ghiaccio.

DALI

Che cosa è Spirito e che cosa, invece, è l’Assoluto?


Lo Spirito è la Divina Sostanza: è la prima, unica, incommensurabile, eterna, infinita, immutabile
Sostanza di Dio.
Allora quale differenza c’è fra Spirito e Dio-Assoluto, se lo Spirito ne è la Sostanza?
Ho dinnanzi ai miei occhi, dipinto dalla immaginazione, un semplice carillon, che al pari di tutti gli
oggetti materiali ha una forma, è costituito da una materia; eppure, il carillon non è rappresentato
unicamente da quella forma e da quella materia: il carillon è la forma, la materia e ciò che queste esprimono.
È la forma, la materia, il suono e l’idea di quell’oggetto.
Allo stesso modo, lo Spirito è la Divina Sostanza ed è eterno, infinito, onnipresente e via dicendo;
ma l’Assoluto è qualcosa di più, perché è lo Spirito ed è ciò che questo Spirito compone ed esprime: è il
Manifestato, l’insieme dei Cosmi, e il non Manifestato. Questo è l’Assoluto.
“Ed allora – direte voi – lo Spirito che voi ci avete definito come primo aspetto del Logos, come
radice dell’Essere, è qualcosa che trascende il Logos stesso?”. Certo. Lo Spirito, come Divina Sostanza,
ripeto, tutto permea: permea la Manifestazione, dal Logos al piano fisico; e permea la non Manifestazione,
perché nel non Manifestato non vi è nulla, vi è lo Spirito che non manifesta, non compone alcun Cosmo.
Lo Spirito o Divina Sostanza è Unico nella sua essenza, nella sua strutturazione, nella sua
composizione – se così, con linguaggio improprio possiamo dire – è Uno. Ma a quale infinità di forme, di
espressioni, di manifestazioni dà luogo! E chi può elencarle? È sempre lo Spirito del quale il Logos di un
Cosmo è costituito; ma a quale diversità dà luogo un Logos di un Cosmo, rispetto al Logos di un altro
Cosmo! Ed è sempre lo Spirito che è la prima manifestazione del Logos, perché il Logos stesso è la pietra
cubica, il centro di ogni Cosmo. La prima manifestazione, il punto gravitazionale, attorno al quale vive il
Cosmo; e, quindi, il primo numero della serie dei numeri. L’Unità – per i neo pitagorici o gli amanti della
matematica – può simbolizzare indifferentemente tutta la serie dei numeri; e, se noi adoperiamo i numeri e
con questi simbolizziamo la Realtà, ecco che questa Unità diventa l’Assoluto. Ecco che questa Unità, intesa

83
come materia che dà origine a tutta la serie dei numeri, diventa lo Spirito. Ma è pur sempre l’Unità che è il
primo numero della serie. Ecco il Logos ed il suo primo aspetto; ecco la base di partenza di un Cosmo.
Dunque, un solo Spirito che può essere considerato come radice dell’Essere, prima manifestazione
di un Logos, come quid che compone un Logos, come Divina Sostanza che tutto permea e che ha gli stessi
attributi dell’Assoluto. Ma, sia ben chiaro che l’Assoluto è lo Spirito e ciò che questo compone, significa,
esprime nel Manifestato ed anche il non Manifestato: l’Assoluto è il Tutto.
E lo Spirito è Vita? Certo: è la radice stessa della Vita. Vita di un Cosmo e Vita Assoluta. E lo Spirito
è Amore? Certo. E lo Spirito è moto? Certo; ma quale moto? Moto Assoluto se lo si considera come Divina
Sostanza, moto di un Cosmo se lo si considera come radice dell’”essere”, di ogni essere. Cosa significa
moto Assoluto? Significa moto in ogni direzione, in ogni senso, con ogni velocità, eguale: immutabilità. Ecco
perché Dio è immutabile.
Si può dire che un corpo si muove di un determinato moto, facendo riferimento ad un punto, avendo
un qualcosa a cui riferirsi. Ma come è possibile rappresentare un moto in ogni direzione, con ogni velocità?
Ecco l’immutabilità. Immutabilità di che cosa? Dell’Assoluto. Non del relativo, perché nel relativo v’è il moto
relativo e, quindi, mutabilità.
Lo Spirito muta? Lo Spirito non può mutare e non muta. Muta tutto ciò che dallo Spirito emana, tutto
ciò che questo Spirito costituisce, ma non lo Spirito.

Domanda – Come è possibile che una individualità, che è un soggetto, esperimenti la Realtà
Assoluta, cioè oggettiva?
Risposta _ La Realtà Assoluta può essere sperimentata solo da chi si è identificato con l’Assoluto.
Questi non è più “soggetto”, ma in questa comunione “sente” ed è il Tutto. L’identificazione con l’Assoluto
non vuol dire però annichilimento, bensì sentire il Tutto con una vivezza indescrivibile. Colui che si identifica
con l’Assoluto, oltre la coscienza cosmica, nella coscienza Assoluta, è Assoluto. E se qualcosa fluisce
dall’Assoluto, fluisce da lui; e se qualcosa dall’Assoluto deve venire agli uomini, può venire da lui, senza che
per questo si debba dire che le leggi sono insufficienti. Chi si identifica nell’Assoluto diviene egli stesso “la
legge”. Chi si identifica nell’Assoluto può essere un canale attraverso il quale giunge qualcosa all’uomo,
senza che in questa opera vi sia un fattore personale. Diventare strumento della legge ed essere la legge
stessa. Ecco che cosa dovete capire: essere strumenti ed essere la legge stessa. E niente v’è di strano in
tutto ciò. Occorre solamente riuscire a conciliare le due cose. Riuscire a capire che chi è giunto alla massima
evoluzione, alla identificazione con l’Assoluto – pur conservando la propria individualità nel senso che
capisce, che sente, che vive, tanto da capire, sentire e vivere come non mai, in termini di Assoluto – pur
conservando la sua individualità, diviene uno nel Tutto. E, quindi, diviene la Legge, diviene l’Amore. E’ la
vita, è il Tutto.

Voi avete parlato di “leggi” ed è questa la precisazione che occorre fare. Le leggi vigono in tutto il
Cosmo; il Cosmo stesso esiste per la legge, per Dio che è la Legge stessa. Le leggi, quindi, non si possono
eludere, tutto quello che avviene, avviene per esse. Ciascuna legge ha un suo campo di azione e ciascun
piano di esistenza è regolato, nella vita e nei fenomeni, dalle leggi. Ogni volta che si determinano certe
condizioni favorevoli acciocché il fenomeno si produca, il fenomeno si produce perché è regolato da certe
leggi. Se si producono condizioni favorevoli per un determinato fenomeno, si manifesta quel fenomeno. Se si
producono condizioni favorevoli per un altro fenomeno, si manifesta l’altro fenomeno, è vero? Ma, entrambi i
fenomeni sono regolati da leggi. Quindi, nel caso del karma, quando noi vi diciamo: “l’uomo subisce un
effetto”, non intendiamo dire che subisce l’effetto di una causa che ha mosso perché è andato contro una
legge, ma avendo creato certe condizioni favorevoli, l’effetto si manifesta.
Mi spiego: toccando una fiamma, l’uomo si scotta, è vero? Tutto questo fenomeno è regolato da una
precisa legge, quindi, non è che l’uomo, toccando la fiamma, vada contro la legge, tutt’altro; pone l’ambiente
favorevole acciocché il fenomeno si produca, acciocché la legge manifesti quel fenomeno. Ed è attraverso a
questo “inciampare” in vari fenomeni, che l’uomo costituisce la propria coscienza.

84
Attraverso a questa esperienza, l’uomo arriva a comprendere la Verità. “Ma quale è – direte voi – la
Verità?”. Tutto è Verità, certamente. Ma la Verità è la enunciazione della Realtà e la Realtà è ciò che è,e non
ciò che appare. E, quindi, l’uomo deve imparare a vedere ciò che è, e non ciò che appare. A conoscere,
quindi, a comprendere, a unirsi alla Realtà e lo fa attraverso a questo incontrare varie esperienze, meditare,
pensare, evolvere.
Non possiamo, quindi, dire che l’uomo vada contro le leggi, perché tutto è legge. E niente di quello
che avviene può essere al di fuori di una legge.
Ma, certi fenomeni, che l’uomo ha libertà di produrre, possono portargli dolore, perché in questo
dolore l’uomo comprende o si avvia verso la comprensione della Realtà di ciò che è, e non di ciò che
appare.
L’uomo nasce nel Cosmo e possiamo dire che nasce nell’illusione, perché l’uomo, inizialmente, si
basa su ciò che vede e ciò che sente, su quello che i suoi sensi gli fanno percepire. Ma dalla illusione,
l’uomo giunge alla Realtà; da questa visione illusoria, da questo aspetto transitorio, che esiste in tutto il
Cosmo, nelle cose, l’uomo passa all’aspetto immutabile di Dio.

KEMPIS

Ci accingiamo a parlare, oh figli, di un concetto che è stato oggetto, da parte di creature, di


meditazioni durate anni e che può essere, di volta in volta, centrato attraverso a questa profonda
meditazione, ma che appare, nella sua Realtà, d’improvviso. Come un lampo che abbraccia tutto l’individuo
e lo conduce alla identificazione con l’oggetto della meditazione: l’Assoluta Realtà Vivente.
L’Assoluto è il Tutto, ma è, anche, l’Uno. L’Assoluto non è rappresentato dalla totalità delle cose, ma
trascende questa stessa totalità. Il Tutto è nell’Assoluto, l’Assoluto è il Tutto ed è nel Tutto. L’Uno dai mille
volti.
Che cosa significa questo? Significa che l’Assoluto non è una Realtà che comprende in Sé infinite
realtà a sé stanti, cioè una Realtà fredda, una Realtà che risulta dalla somma del Tutto. No. È la totalità del
Tutto, ma è l’Uno. Ribadisco che è l’Uno, perché voi non abbiate a pensare, parlando del Tutto, che
l’Assoluto sia un insieme di singole realtà di fatto, ciascuna delle quali esista quale è senza che vi sia una
unicità, una unione del Tutto; unione che è poi l’Assoluto stesso.
Vi siete chiesti se l’Assoluto ha la consapevolezza di esistere, di essere l’Assoluto e non avete
risposto erratamente, ma la vostra risposta è incompleta, perché avete detto che l’Assoluto è la stessa
consapevolezza, negando però all’Assoluto la consapevolezza di Se stesso. Questo perché avete
dimenticato che Egli è il Tutto ed è Uno. È l’Assoluto Sentire, è l’Assoluto Amare, è Sentire di tutto ciò che è
in Lui. L’Assoluta Consapevolezza del Manifestato e del non Manifestato. Egli quindi Sente, Vive, Ama in noi
ed attraverso di noi. Egli è Sentimento, Amore, Vita, ma non come idee astratte, non come concetti
idealizzati, figli, ma come Realtà viventi del Tutto-Uno.
Vi siete anche chiesti che senso possa avere pregare. Infatti, se non si ammette e riconosce, nel
concetto dell’Assoluto, il Suo trascendere la totalità delle cose, del Manifestato e del non Manifestato,
nessun significato avrebbe il pregare.
Nella preghiera rivolgetevi all’Uno; ricordate che Egli è presente in voi nel vostro vero Sé, che è Suo
alito, Sua stessa Natura, Sua stessa Sostanza.
Ma, quale senso ha quella preghiera fatta in conseguenza di un concetto errato di Dio, usando le
parole non acconce, usando termini che esprimono concetti all’opposto di quello che è la Realtà? Il pregare,
in qualunque forma, non è che un mezzo per destare nell’individuo uno stato d’animo tale da aprire
nell’intimo del proprio essere un canale di comunicazione con il proprio Sé spirituale che è l’Assoluto stesso
nell’Essenza, nella Sostanza e nella Realtà. Non è che un mezzo per volgersi a quell’Uno di cui prima vi
dicevo, che, essendo l’Infinita Presenza, tutto Sente. È un richiamare su di sé un “qualcosa” che
immancabilmente giunge: forse non giungerà nelle forme richieste, forse non avrà l’attuazione desiderata,
forse non significherà soddisfacimento di un desiderio manifestato; ma è un chiedere a cui segue sempre un
dare. Niente può esservi che da Lui sia ignorato, neppure la stravagante o rozza offerta che a Lui possa
rivolgere un selvaggio. “Bussate e vi sarà aperto. Chiedete e vi sarà dato”. In questo immenso Tutto-Uno, là
dove in proporzione un microscopico nulla chiede, là si desta, vibra, vive qualcosa: è un’anima che invoca;
ed ecco che da questo infinito Tutto-Uno, per questo piccolo e pur sempre udito richiamo, ad essa giunge
una divina risposta. Questo, in effetti, è il valore della preghiera nel concetto che noi vi abbiamo dato del Dio-
Uno-Assoluto.
Tutto quanto di strano possa l’uomo fare, tutto quello che egli possa erratamente costruire spinto
dalla sua religione, ha un solo significato che non sta nell’esteriore, che non sta nell’errato esprimere o nella

85
espressione di un errato concetto; ma sta unicamente in questo alzare gli occhi al cielo dell’uomo, che è un
moto in se stesso errato perché Iddio è in ogni luogo e, prima ancora di tutto, in noi stessi, ma che sta a
simbolizzare, a significare il volgersi dell’individuo al Tutto-Uno laddove è la sua meta, è il suo destino, la
ragione della sua vita. Questo significa e per questo ha valore la preghiera.
In questo immenso Tutto-Uno, nel Manifestato e nel non Manifestato ed in seno alle Manifestazioni,
ai Cosmi, dove tutto è regolato, dove tutto si svolge secondo leggi e qualunque cosa accada, niente può
rimanere a sé stante, fine a se stessa, non facente parte di un piano regolato e preciso, dove nulla va
perduto e, quindi, laddove, secondo questo concetto, non sembra avere posto la preghiera erratamente
concepita, là un semplice pensiero rivolto all’Uno, è tanto forte, è tanto efficace, che è percepito. Ed è tale la
Consapevolezza dell’Assoluto, ed è tale il Suo Sentire l’Amore – perché Egli è il Sentire stesso e l’Amore
stesso – che questo quasi inavvertibile richiamo è udito.
Noi che vi parliamo dell’Assoluto dicendovi che Egli è il Tutto, che è errato il concetto di un Dio
avulso dal Creato, che non vi sono degli interventi speciali di Dio, così come l’uomo intende ciò e cioè come
un favore, una elargizione fatta da un signore regnante ad un suo suddito, noi pure vi diciamo che in questa
immensa precisione, in questo infinito equilibrio, laddove ogni cosa è vista, prevista – se volete – laddove il
Tutto è talmente legato e concatenato da far pensare l’uomo ad una sorta di meccanismo freddo, invece vi è
uno sconfinato Sentire, un incommensurabile Amore.

DALI

Rispondendo alle vostre domande, abbiamo cercato di comunicarvi il concetto dell’Uno- Assoluto,
sforzandoci di adire, per quanto è possibile, alla Realtà, alla cui effettiva comprensione non è possibile
giungere per mezzo delle parole. Tuttavia confidiamo che meditando su questo concetto possiate avere dei
lampi di intuizione, i soli che possono dare quella comprensione che la logica umana non potrà mai dare.
Sempre animati da questa speranza, ci accingiamo ad affrontare l’obiezione che scaturisce in chi,
conoscendo il male del mondo, non riesca a comprendere come questo male, al pari di tutte le cose, sia
nell’Assoluto; e come dall’Assoluto e nell’Assoluto siano emanati i Cosmi che sono relativi.
Per definizione stessa, l’Assoluto è il Tutto: il Manifestato e il non Manifestato; tutto quanto in questo
Cosmo esiste sentimentalmente, mentalmente, sensazionalmente, fisicamente è nell’Assoluto. Ma Dio
trascende la totalità del Tutto: Egli è l’Uno-Assoluto. Tutto quanto è in Lui non può che essere relativo,
essendo una parte del Tutto.
(*)
Il male, quindi, come sapete dalla raccolta di scritti precedente a questa è relativo ed è del
relativo. Il male, come ogni altra bruttura, per quanto orribile possa essere, fa parte del Tutto, come il relativo
è nel Tutto, ma ciò non vuol dire che faccia parte della Natura di Dio, perché Egli è l’Uno-Assoluto che
trascende la totalità delle cose.
Dio, che è l’Eterno Presente e l’Infinita Presenza, conosce tutte le cose prima ancora che queste
siano conosciute ed operate dall’uomo.
L’individuo, che attraverso ai millenni forma la propria coscienza e nasce spiritualmente, concepisce
tutte quelle brutture che vi sono note, fino a che la sua coscienza non è abbastanza formata da condurlo alla
identificazione con Dio, cioè renderlo partecipe della Natura Divina. Ed è logico che sia così.
Il male, pur essendo concepito solo da chi non ha compreso la Realtà del Tutto, è un fattore della
evoluzione individuale. “Non è condannabile il fiore che ancora non è sbocciato”. Ecco perché la giustizia di
Dio sarebbe inconcepibile senza la Sua Misericordia. La nascita spirituale dell’uomo comprende la fase in
cui egli, sentendosi separato e distinto da quanto lo circonda, nella sua mente concepisce il male, proprio
perché non comprende la Realtà. Ma, per comprenderla, egli deve compiere il cammino della evoluzione
nell’irreale mondo della separatività. Infatti, è proprio dagli effetti che l’uomo subisce avendo concepito il
male, che egli prende cognizione di che cosa sia il male e corregge così la sua natura interiore fino a
riconoscersi uno col Tutto ed a trasfondere in essa l’Amore divino.
Dio è l’Uno-Assoluto, tutto quanto esiste, pur essendo in Lui, non può che essere relativo ed il
relativo non può determinare la Natura dell’Assoluto.

DALI

(*)
N.d.R. – È stata stampata una precedente raccolta di comunicazioni dal titolo „INCONTRI”.

86
Dio–Uno–Assoluto è colui che È. Egli è il Tutto-Uno ed è la causa del tutto. Egli è la Prima Causa
che, proprio perché tale, non può essere conseguenza di alcunché. Egli è l’Essere. Nel concetto dell’Essere
è compreso il non essere. Egli è l’Assoluto e nel concetto dell’Assoluto è compreso tutto quanto È; ma tutto
quanto è nell’Assoluto, preso a sé, è relativo.
Egli esiste, ma nel concetto dell’esistenza è presupposta la non-esistenza, così Egli esiste proprio
perché la Sua Natura è quella che è, proprio perché in Lui sono emanate e riassorbite le Manifestazioni,
proprio perché in Lui è il manifestarsi ed il riassorbirsi, il Manifestato ed il non-Manifestato.
Le parole non possono esprimere più di questo; esse rimangono incomprensibili per chi non cerchi
di assimilare il concetto che vogliono esprimere.
La Realtà è incomunicabile, ma può essere intuita. Quando ciò lo sarà anche per chi ci legge, le
nostre parole acquisteranno il vero significato che noi cerchiamo di dare ad esse. Quel giorno fortunato
cadrà il velo davanti ai suoi occhi ed egli potrà comprendere che tutto quanto oggi possa sembrargli triste, al
pari di ciò che dà gioia, è perfetto. Nulla v’è, sia pure nel mondo dell’irrealtà, che non abbia significato e che
debba considerarsi un errore. Allora il nostro messaggio: “Tutto è nel migliore ed unico modo possibile”, non
suonerà più come conforto o controsenso, ma svelerà il vero significato che sta oltre ciò. Al pari dell’intero
mondo nel quale oggi vivete, acquisterà, allora, ai vostri occhi il giusto valore. Ogni umana vicenda sembrerà
lontana, perché il suo insegnamento, importantissimo per chi da queste deve trarne esperienza, sarà cosa
superata.
Il fiore sarà, allora, sbocciato. L’uomo calcherà un nuovo cammino non più inconsciamente, ma
sicuro di procedere verso la sua vera Meta:
Il Principio e il Fine del Tutto.

I VOSTRI FRATELLI

È utile ricordare che: dicesi piano l’insieme di tutte quelle materie che hanno le stesse caratteristiche
fondamentali.
La distinzione è, quindi, eseguita in funzione della diversità delle materie e non da una diversa
ubicazione nello spazio, in quanto, del resto, in ciascun punto del Cosmo esistono tutti i piani.
L’esistenza dell’individuo su questi piani non può essere, quindi, intesa come uno spostarsi
dell’individuo da un piano all’altro; significa, invece, avere in ciascun piano un corpo in formazione o in
attività.
L’uomo di madia evoluzione oltre che esistere sul piano fisico, esiste astralmente, mentalmente,
eccetera, perché ha un corpo astrale, mentale, eccetera. Se mai si deve distinguere fra esistenza
inconsapevole ed esistenza consapevole. La prima è quella esistenza che, per poca evoluzione, quindi
scarsa capacità dei veicoli, non dà la visione di quanto circonda i vari corpi; la seconda, invece, dà la visione
e la percezione di quanto accade nei vari piani in cui sono i veicoli. Per cui, ad esempio, l’uomo di media
evoluzione esiste consapevolmente nel piano fisico, inconsapevolmente negli altri piani.
Nell’ultima nostra conversazione, dicemmo che vi sono tanti piani di esistenza, quanti sono i diversi
stadi di esistenza individuale. Per non equivocare, anziché dire “piani di esistenza individuale”, sarà
opportuno dire livelli di esistenza individuale.
Così, ad esempio, la vostra esistenza si svolge in diversi livelli: in modo consapevole, nel piano
fisico e in modo inconsapevole, nel piano astrale, al livello di sensazione, emozione, desiderio; nel piano
mentale, al livello istintivo, intellettivo e supernormale. Infine, state raggiungendo il livello della coscienza
individuale.
Per ogni nascita dei veicoli, un livello di esistenza raggiunta. Tale esistenza, ripeto, può essere
consapevole o inconsapevole.
Sette sono i livelli principali di esistenza nell’uomo.

7) fisico Corpo fisico


6) astrale ternario inferiore Corpo astrale

87
5) mentale
4) intellettivo Corpo mentale

3) supernormale
2) akasico ternario superiore Corpo Akasico
1) Spirituale Goccia Divina

SCHEMA ILLUSTRATIVO

(La gamma dello Spirito) (I piani) (I livelli di esistenza


nell’individuo)

UNITÀ ASSOLUTO ASSOLUTO Coscienza Assoluta


. . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . .

SPIRITO LOGOICO LOGOS Coscienza cosmica

TRINITÀ AKASA PIANO AKASICO Coscienza


individuale
o fratellanza universale
MENTE COSMICA Mente supernormale

PIANO MENTALE Mente intellettiva


Mente istintiva

MENTE UNIVERSALE
TRIALITÀ ENERGIA PIANO ASTRALE Sensazioni – emozioni –
desideri
MATERIA PIANO FISICO Incarnazione

In questo schema occorre rilevare che per incarnazione intendiamo non solo la vita dell’individuo,
giunto allo stadio di evoluzione umana, tanto che abbiamo scritto, alla sommità di quel settore dello schema,
“I livelli della esistenza individuale”. Con “incarnazione” intendiamo qualunque stadio della evoluzione
individuale, giacché incarnazione, per noi, è quel processo che collega la vita dell’individuo con una
qualunque forma di vita nel piano fisico. Quindi, per incarnazione intendiamo anche il collegamento fra la vita
dell’individuo e il processo di cristallizzazione.

88
Voi sapete, dalla definizione che ne abbiamo data, che individuo è anche colui che, per poco
sviluppo o poca evoluzione, ancora non si incarna come uomo, ma è collegato alla manifestazione di una
qualche forma dei tre regni naturali.
Microcosmo è, per eccellenza, l’individuo che è giunto allo stadio di evoluzione umana: l’uomo, in
poche parole. Ma, per estensione di significato, microcosmo è l’individuo ancorché questo, ripeto, per poco
sviluppo, sia collegato ad una forma di manifestazione della vita naturale: o minerale o vegetale o animale.
L’individuo, all’atto della sua manifestazione, in potenza, possiede tutti i veicoli o corpi ed attraverso alle
varie incarnazioni – cioè attraverso alla reincarnazione – questi veicoli o corpi, taluni si organizzeranno, altri,
in particolare la coscienza, si costituirà o formerà.
Anche se i veicoli non sono organizzati, pur tuttavia la materia che si organizzerà in veicolo esiste
attorno all’individuo. E, quindi, noi per forza dobbiamo dire che l’individuo è un Microcosmo, anche se un
Microcosmo, veramente e propriamente, lo sarà solo quando la maggior parte dei suoi veicoli saranno
sviluppati o costituiti; cioè quando l’individuo sarà uomo.
Dovete, quindi, pensare come avemmo a dirvi anche l’ultima volta, che in primo tempo lo scopo della
incarnazione dell’individuo è quello di organizzare i veicoli inferiori attraverso il collegamento dell’individuo
con una forma semplice di vita nel mondo naturale (per prima, voi sapete, il processo di cristallizzazione)
cioè, attraverso alla incarnazione, come abbiamo visto prima, l’individuo comincerà a organizzare il proprio
veicolo astrale.
Inizialmente l’individuo non è collegato a una sola forma di vita, nel mondo naturale, ma più saranno
i processi di cristallizzazione ai quali sarà collegato l’individuo; e così via fino a che il veicolo astrale,
attraverso agli impulsi che vengono dal mondo esterno, sarà abbastanza organizzato da permettere il
collegamento dell’individuo con una forma di vita naturale, nel piano fisico, un poco più organizzata: una
forma di vita vegetale.
Successivamente, vi sarà il collegamento con una forma di vita animale e, quindi, con l’uomo. Per
sfumature, dalla forma di vita animale all’uomo, l’individuo è collegato a sempre minor numero di forme di
vita contemporanee.
Intendo dire questo: che mentre in un primo tempo l’individuo, che sia collegato, per sviluppo
raggiunto, alla forma di vita naturale animale, è contemporaneamente collegato a più forme di vita di questo
tipo, man mano che il suo sviluppo aumenta, e quindi la sua evoluzione, le forme di vita alle quali è collegato
diminuiscono di numero. Fino a che, alle soglie del mondo umano, sarà collegato nello stesso tempo ad una
sola forma di vita nel mondo animale.
Come uomo, l’individuo è sempre collegato ad una sola forma di vita, cioè ad un corpo: il suo corpo
fisico. Questo corpo fisico è la porta attraverso alla quale passano tutti quegli urti, tutti quegli impulsi, tutte
quelle esperienze che vanno a raggiungere i veicoli che sono interessati; e attraverso a questa porta, l’uomo
riceve quegli impulsi che organizzano i suoi veicoli superiori. In particolar modo la parte di corpo mentale che
dà l’intelletto. Successivamente, sempre attraverso la porta, o al corpo fisico, l’intelletto assieme all’astrale,
costituirà la coscienza.
Dobbiamo anche considerare la fase della evoluzione dell’individuo a seconda di come si svolge e
cioè: da prima i veicoli si organizzano attraverso agli impulsi del mondo circoscrizionale, del mondo che sta
attorno all’individuo; successivamente, quando l’individuo è uomo, vi è un’analisi di questi impulsi. Con
l’intelletto, l’individuo analizza gli impulsi che gli vengono dal mondo esteriore, ma questi impulsi non sono
più soli perché, come prima dicevo, mentre quando l’individuo non è ancora uomo i soli impulsi che
organizzano i suoi veicoli sono quelli che vengono dal mondo esteriore, da uomo, attraverso all’analisi che fa
con l’intelletto e attraverso agli impulsi che gli vengono dai suoi veicoli e, quindi, dall’intimo suo, l’uomo trova
altre fonti, altre ragioni, altre cause che possono organizzare ancora di più i suoi veicoli.
Quando la coscienza sarà sufficientemente costituita, cioè dopo che il veicolo, che sta fra la Scintilla
Divina (o lo Spirito, nell’individuo) e la sua mente, sarà sufficientemente pronto, allora avremo un nuovo
processo e cioè l’individuo avrà creato in se stesso quel canale di passaggio attraverso al quale fluirà la Vita
Divina nei veicoli dell’individuo.
Costituendosi la coscienza, nell’individuo si sarà costituito il collegamento fra lo Spirito e la mente,
con tutto quello che ne consegue; cioè con il fluire della conoscenza, della saggezza, di tutto quello che è
inerente allo Spirito, alla mente individuale.
Ecco perché, figli, vi abbiamo sempre detto che l’evoluzione dell’individuo al suo inizio è lenta e man
mano che prosegue, aumenta di velocità, per così dire; per questa ragione, perché all’inizio, ciò che muove
l’evoluzione sono solamente gli impulsi che vengono dall’esterno; successivamente vi è un’analisi di questi
impulsi che vengono dall’intimo dell’individuo. Successivamente ancora, oltre a questo, vi è un fluire vero e
proprio di tutto quanto è inerente alla Scintilla Divina nella mente dell’individuo, con tutto quello che ne
consegue, cioè con un enorme impulso all’evoluzione individuale.
Non so se sono stato sufficientemente chiaro.
L’evoluzione ha un suo ritmo naturale; così, volente o nolente, come si usa dire, l’individuo deve
evolvere. Se oppone resistenza a questo ritmo naturale (che non ha, ripeto, la stessa cadenza perché
all’inizio è di una certa lentezza e successivamente diventa di una certa rapidità) incontra sofferenze. La

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sofferenza l’individuo la causa da se stesso opponendosi a questo naturale svolgersi e procedere
dell’evoluzione.
Parlando più praticamente, non possiamo che ripetervi ancora di cominciare da poco e da vicino. Di
avere buona volontà e di adoperare questa buona volontà. Non occorre che facciate grandi gesta, che vi
rendiate protagonisti di grandi azioni, ma che cominciate con l’amare di più i vostri simili, col sopportarli di
più, anche. Perché questo non vuol dire che i vostri simili siano da sopportare per colpa loro, ma può voler
dire che voi avete delle angolosità nel vostro carattere le quali vi impediscono di sopportare i vostri simili.
Colui che ha raggiunto una certa coscienza, non avverte le angolosità dei suoi simili; perché se
qualcuno di quelli che conoscete o che frequentate vi dà fastidio, non vuol dire che la colpa sia di questo
qualcuno, ma la causa è in voi. La causa sta in qualcosa, in qualche suscettibilità che è in voi e che è
colpita. E, quindi, questa deve essere rimossa, questa deve essere superata. Voi sperate, invece, che siano
gli altri a cambiare e che così non vi tocchino più nella vostra suscettibilità. Invece, dovete proprio cercare di
annullare, superare, distruggere le vostre suscettibilità. Questo è quello che si deve fare perché – ripeto –
niente si può esigere dagli altri; occorre essere estremamente indulgenti con gli altri, quanto estremamente
severi con se stessi.

Domanda – Scusa, nel vostro piano, il tempo come è considerato? È come da noi, oppure…
Risposta – No, ogni piano ha il suo tempo. Come abbiamo detto altre volte, voi avete concezione
del tempo, in quanto osservate quello che vi circonda; per prendere un oggetto occorre un tempo, occorre
che la mano si sposti e questo spostamento occupa un tempo. Per andare a trovare una persona, occorre
un tempo che naturalmente è in funzione della velocità con la quale vi muovete, della distanza che vi è fra
voi e la persona desiderata, è vero?
Nel piano astrale, invece, questo cambia molto; questo concetto di tempo non esiste più perché non
occorre eseguire una serie di movimenti o avere un moto per trovare una persona, ma basta un semplice
desiderio; e, quindi, l’idea del tempo cambia.
Nel piano mentale cambia ancora rispetto e al piano astrale e al piano fisico, perché basta un
pensiero per avere il contatto immediato con l’oggetto di questo pensiero.
Domanda – Comunque, esiste sempre una successione… Intendo dire: io non posso avere una
reincarnazione… antecedente alla mia morte.
Risposta – No, questo assolutamente non è possibile, perché fino al piano mentale esiste un
tempo, benché il tempo del piano mentale sia diverso dal tempo del piano fisico, esiste un tempo.
Il tempo non esiste laddove è l’Eterno Presente, cioè in Dio. Allora tutto è presente, ogni
incarnazione vostra è presente, direi ogni istante. (Non so come spiegarmi). Ogni istante è come fotografato
in Lui.
Per darvi un’idea vaga, la vostra vita è composta di innumerevoli attimi; ognuno di questi attimi è
presente in Lui contemporaneamente e separatamente. Io credo che esempio più bello di quello che ebbe a
fare il Fratello Kempis nello spiegarvi questo, io non sia capace di farlo. L’esempio della pellicola, di un film,
è vero? in Dio ogni fotogramma è presente nello stesso attimo, per così dire, se di attimo si può parlare nella
stessa Eternità. Mentre, nel piano fisico, i fotogrammi si susseguono l’uno all’altro, mi spiego? Per così dire,
il piano fisico sarebbe la lente dietro la quale scorre la pellicola per la proiezione: quello sarebbe il piano
fisico. In Dio, invece, sarebbe tutta la bobina, tutto il rullo, presente nella stessa Eternità.
Domanda – Quindi tutte le vite?
Risposta – Sì.

Avete manifestato certe perplessità sul nostro modo di valutare il tempo umano. Ed in effetti, voi
comprendete che, a volte, può essere per noi difficile dire esattamente quando certi avvenimenti si
verificheranno per voi, perché siamo un po’ distaccati dal vostro concetto del tempo e, riportarci a questo, è
per noi faticoso.
Altre volte, figli, noi siamo impediti da certe cause (che adesso non possiamo esaminare) nel
rivelarvi quando si verificheranno certi avvenimenti che vi interessano. D’altra parte abbiamo anche detto
che per noi è più facile predire avvenimenti che si verificheranno nel vostro lontano futuro, piuttosto che
avvenimenti di un avvenire immediato.
Abbiamo detto questo: allorché noi volessimo rivelarvi un avvenimento riguardante il vostro futuro,
immediato o remoto, il quale non debba invece essere conosciuto da voi – anche se lo volessimo – qualcosa
ci impedirebbe di farlo; noi perderemmo in quell’istante la possibilità di vedere il futuro e dimenticheremmo

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l’avvenimento che precedentemente volevamo, invece, comunicarvi. Ciò perché (voi facilmente
comprenderete) certe cose che voi non dovete sapere, per nessuna ragione possono esservi dette.
Ed è per questa ragione che gli studiosi di questi fenomeni si trovano a volte imbarazzati, perché
non considerano questo lato di tutti i fenomeni, e cioè quei fattori che impediscono, anche ai veggenti, di
vedere il futuro.
In genere è detto che il fenomeno più bello è quello che si manifesta spontaneamente e che non è
richiesto. Vi sono dei fenomeni di previsione veramente clamorosi; casi, ad esempio, di previsioni di date
esattissime; ma, in genere, questi fenomeni sono spontanei.
Mentre se voi chiedete ad un veggente, in particolare, una previsione, molte volte la previsione non
è altrettanto clamorosa o non è altrettante esatta. Perché? Proprio perché vi sono delle ragioni speciali, a
volte, che impediscono che la rivelazione sia fatta dal veggente. Mentre, in quei fenomeni spontanei,
evidentemente questi impedimenti non vi sono, perché se il fenomeno è spontaneo, vuol dire che poteva
accadere.
Quindi, gli studiosi di questi fenomeni che amano le cose positive e controllate, dovrebbero però
tenere presente questo lato – che io non esiterei a definire morale – della questione, perché proprio vi sono
determinati casi particolari che impediscono al veggente di vedere in anticipo e di comunicare in anticipo.

La scienza definisce energia ciò che, attraverso ad un agente intermediario od una trasformazione
od una macchina può produrre un lavoro.
Per noi energia pura è materia del piano astrale, ovvero ciò che si ottiene dalla disintegrazione della
più elementare materia fisica.
Voi sapete che ogni piano di esistenza differisce dagli altri non per una diversa ubicazione
nell’Universo, ma per la diversa natura della materia che lo costituisce. Tutti i piani esistono nello stesso
spazio e ciascuno comprende sette sottigliezze o densità di materia.
Ciò vuol dire che la materia elementare di ogni piano si può aggregare e divenire complessa in
ragione di sette accostamenti: quattro e tre.
Oltre sette aggregazioni, si ha l’equilibrio ed il generarsi di un’altra materia, tutta nuova: la materia
elementare di un nuovo piano di esistenza.
Le aggregazioni, per ciascuna materia di ogni piano, sono sette in dipendenza di una legge
fondamentale cosmica.
Le prime quattro aggregazioni (ad esempio del piano fisico: ETERICO, SUPER-ETERICO, SOTTO-
ATOMICO, ATOMICO) differiscono dalle seconde tre in quanto le une si creano per assommarsi di unità
elementari, le altre (SOLIDO, LIQUIDO, GASSOSO) si determinano dalla più o meno stretta coesione che
v’è fra atomo ed atomo. A rigore, potremmo dire che gli elementi chimici della materia fisica possono
esistere indifferentemente nei tre stati di aggregazione molecolare: solido, liquido, gassoso, purché si trovi la
giusta temperatura che li fa vaporizzare, liquefare o solidificare. Così l’acqua, liquido, differisce dal ghiaccio
solo per una questione di temperatura, mentre un elettrone differisce da un protone per il numero di
particelle elementari che costituiscono sia l’uno che l’altro.
La scienza, scoprendo che disintegrando l’atomo si produce energia, ha avvalorato, di fronte a voi,
la nostra tesi, cioè che alla base della materia vi è energia; ma nella disintegrazione atomica voi non
osservate altro che le trasformazioni della energia sprigionatasi, quali, ad esempio, la luce ed il calore.
Il calore, in effetti, è una vibrazione degli atomi che compongono la materia; la diversa conducibilità
del calore dipende dalla singola capacità delle materie di trasmettere, da proprio atomo a proprio atomo,
queste vibrazioni.

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La luce è, invece, una vibrazione non degli atomi, ma dei corpuscoli che compongono gli atomi. La
vibrazione luce differisce dalla vibrazione calore, oltre che per la natura di ciò che vibra, per la frequenza di
vibrazione. La vibrazione luce è la più alta che si possa avere nel piano fisico.
Poiché l’energia, liberandosi, mette in vibrazione la materia fisica circostante, noi possiamo dire che
l’energia è essenza del movimento; ma di quale movimento? Non certo del moto assoluto. L’energia, o
materia del piano astrale, è l’essenza del movimento della materia del piano fisico.
Enunciamo ciò in principio generale:
l’essenza del movimento intrinseco della materia di ciascun piano è sempre nella materia del piano
precedente per sottigliezza.
Nel piano fisico, ad esempio, i venti sono causati dalle diverse temperature dei gas che sono in certe
zone dell’atmosfera; ma, poiché il calore è una applicazione di energia alla materia, noi possiamo dire che
qualunque moto di materia fisica, sia esso spostamento o vibrazione, è sempre causato dall’energia. Ed
enunciando ciò in principio generale:
qualunque movimento delle materie di un piano è sempre alimentato dalla materia del piano
precedente per sottigliezza.
In modo analogo, qualunque impulso che il corpo fisico può avere, prima per esistere, poi per
attuarsi in azione, deve essere sempre alimentato dal corpo astrale. E così di ogni corpo a quel paino che
l’individuo, per propria evoluzione, ha raggiunto come livello di esistenza individuale.
Abbiamo, però, sempre detto che ogni sollecitazione è doppia: l’una proviene dall’esterno, l’altra
dall’interno. Se ciò non fosse, l’evoluzione non sarebbe possibile, perché è proprio in virtù della collisione
delle due sollecitazioni che il livello di esistenza si sposta al piano superiore; non solo, ma se non vi fosse la
possibilità di spinte dall’esterno, o dal più grossolano al sottile, la disintegrazione della materia non sarebbe
attuabile.
La scienza, nelle disintegrazioni atomiche, usa il mezzo dall’esterno (bombardamento di atomi di
elementi instabili, cioè di quegli elementi in cui è facile distruggere l’equilibrio dei corpuscoli che li
costituiscono) ed in tale disintegrazione si libera l’energia, che avendo raggiunto il normale equilibrio della
settima aggregazione, aveva dato origine alla materia fisica. Quindi, la materia bombardata si scompone in
energia, essenza del movimento, la quale, liberandosi dal naturale equilibrio, si applica alle altre materie
fisiche circostanti e le pone in quella vibrazione che voi chiamate luce e calore.
Il mezzo dall’interno per scomporre la materia è quello che noi usiamo nei fenomeni di apporto.

Questa sera vi siete soffermati su alcuni argomenti. Tornerà, quindi, utile ricapitolare e, visto che
quello che abbiamo detto vi interessa, approfondire il tema.
Fino ad oggi, vi abbiamo parlato di corpuscoli e particelle, dando lo stesso significato a queste due
parole per indicare ciò che è all’interno dell’atomo della scienza. Occorrerà, quindi, nomenclare – come
sempre in modo convenzionale – tutte quelle suddivisioni che originano, attraverso a varie combinazioni e
raggruppamenti, l’atomo che la scienza vostra conosce.
Fino dall’inizio, vi abbiamo detto, che alla base delle innumerevoli materie fisiche, esiste un
elemento identico; noi lo abbiamo chiamato il numero uno del piano fisico, l’esistenza del quale è supposta
dalla stessa vostra scienza. Cioè, oggi si è propensi a credere che la diversità di tutte le materie, prima
ancora di quei corpuscoli e di quelle particelle che compongono gli atomi degli elementi, sia dovuta a una
diversa combinazione di un elemento identico, di un elemento basilare. Ciò è esattissimo.
Noi chiameremo, quindi, questo numero uno del piano fisico, unità elementare della materia fisica,
analoga alla unità elementare della materia astrale, analoga all’unità elementare della materia mentale.
La prima differenziazione è dovuta alla “opposizione” di questa unità elementare, che noi
chiameremo particella.
Come terzo tipo di materia, abbiamo i corpuscoli, infine un altro tipo ancora di materia noi possiamo
chiamarla: i nuclei.

Sino a questo punto, noi abbiamo visto quattro tipi di materie fisiche elementari:
1. l’unità elementare, che è alla base di tutta la materia fisica,
2. le particelle,
3. i corpuscoli, ed
4. i nuclei.

92
E ciascuna di queste materie fisiche ha una sua densità.

Arriviamo, dopo i nuclei, agli atomi. E qua dobbiamo spiegare perché sempre abbiamo fatto una
distinzione nella scala delle densità materiali fra i primi quattro gradi e i secondi tre gradi di densità materiali:
perché le materie allo stato atomico possono sussistere – a rigore – indipendentemente allo stato gassoso,
liquido e solido.
Cioè: non è che ad una materia, a quella corrisponda una ed una sola densità, come nel caso delle
materie elementari che compongono l’atomo.
In sostanza, le innumerevoli materie del piano fisico, possono collocarsi o suddividersi, secondo la
loro densità, in una scala settenaria che va da un massimo di densità dei solidi, ad un minimo di densità
della unità elementare; abbiamo visto che tutta la materia del piano fisico scaturisce dalla differenziazione di
un’unica unità elementare.
Infatti, da questa unità elementare, noi abbiamo le particelle; dalle particelle, noi abbiamo i
corpuscoli; dai corpuscoli, abbiamo i nuclei e dai nuclei, passiamo agli atomi.
Gli atomi si differenziano, come sapete, l’uno dagli altri, per un numero diverso di elettroni che girano
attorno ai nuclei centrali. A loro volta, gli atomi delle diverse materie, combinandosi fra loro, originano
materie, sostanze diverse.
Ricapitoliamo ancora. Partiamo, questa volta, da ciò che i vostri occhi vedono: dalle innumerevoli
materie fisiche. Il chimico vi dice che esse sono sostanze. Le sostanze sono la combinazione di elementi; gli
elementi si differenziano, l’uno dagli altri, da un diverso numero di particelle elementari che stanno in seno
agli atomi che compongono gli elementi stessi. Queste particelle noi le abbiamo nomenclate e abbiamo detto
che sono: i nuclei, i corpuscoli, le particelle e, alla base di tutto, le unità elementari del piano fisico.
Dunque, fino ad ora abbiamo visto che le innumerevoli materie fisiche diverse, scaturiscono tutte da
una unità elementare del piano fisico e che ai primi quattro tipi di materia elementare (cioè unità elementare,
particelle, corpuscoli e nuclei) corrispondono quattro densità di materia.
Una volta arrivati agli atomi, non è più che aggregando gli atomi si abbia una nuova materia alla
quale corrisponda una precisa densità, ma si hanno materie le quali possono esistere indipendentemente
allo stato gassoso, liquido e solido.
A questo punto entriamo nella domanda che vi siete fatti e cioè: che cosa esiste fra il nucleo centrale
di un atomo e gli elettroni che vi girano attorno. Noi vi abbiamo detto che esiste materia astrale, infatti, e voi
domandate se questa materia sia quella che compone il corpo astrale.
Se vi fosse data per un attimo la possibilità di vedere, non già nel modo in cui voi vedete la materia
del piano fisico, ma di vederla – non dico alla radice – ma allo stato atomico, voi vedreste un insieme di
nuclei e di elettroni che vi girano attorno; e la visione dei corpi solidi, che sono nel piano fisico, sparirebbe; o
per lo meno cambierebbe moltissimo, perché voi non riuscireste più a distinguere gli atomi delle materie
solide, dagli atomi delle materie gassose. Di quello sgabello che sta al centro della cerchia, voi vedreste i
nuclei centrali e gli elettroni che girano attorno, di tutti gli elementi che compongono la sostanza legno; ma
voi vedreste anche i nuclei centrali degli elementi gassosi che compongono l’aria circostante. E, quindi,
sarebbe difficile distinguere nettamente lo sgabello, da ciò che sta attorno a questo sgabello. Se noi
andassimo oltre ancora, sparirebbe addirittura la visione dei solidi, poiché noi andremmo ancora più in
profondità e, logicamente, non vedremmo più le materie dense, ma vedendo le materie sottili, cioè ciò che
compone la materia densa, noi passeremmo in un altro mondo, la cui esistenza è da voi insospettata,
eppure Reale quanto quella – e forse più di quella – che voi osservate con i vostri occhi fisici.
Il corpo astrale degli individui è formato di materia astrale, ma non è necessariamente quella materia
che sta fra i nuclei centrali e gli elettroni che compongono il veicolo fisico di questi individui.
Cioè: se noi allontaniamo da un corpo fisico una qualche sua parte, non è che contemporaneamente
se ne allontani una parte del corpo astrale. Mi seguite?
È stabilito, è provato attraverso a certe materie radioattive, che le materie che compongono un corpo
fisico si rinnovano continuamente. Perfino lo scheletro del corpo fisico, che ne è la parte più densa, si
rinnova completamente entro un ciclo di tempo assai breve. Quindi, noi giungiamo alla conclusione che il
corpo fisico è quello che è perché ha un fulcro, un centro di attrazione, attorno al quale rimane legato in
qualche modo un insieme di materie fisiche. Allo stesso modo è per il corpo astrale; il corpo astrale è
formato di materia astrale e questa materia del piano astrale rimane unita, collegata, organizzata assieme da
un fulcro, un centro magnetico che è, appunto, l’individuo.
Le materie fisiche, che compongono il corpo fisico, si rinnovano in un ciclo di tempo; altrettanto è per
il corpo astrale. Ma sia il corpo fisico che il corpo astrale non vengono dispersi, perché esiste un centro di
attrazione in modo che, venendo espulse le materie vecchie, a queste si sostituiscono materie nuove.
Voi, però, non dovete pensare che questo centro di attrazione sia localizzato in qualche parte del
corpo fisico o in qualche parte del corpo astrale, è vero?
Esaminando il corpo fisico, noi vediamo che è il cervello che distribuisce l’impulso atto a governare
la vita vegetativa di tutto il corpo fisico. Ma a sua volta, il cervello non è che un organo ricevitore di
“qualcosa” che proviene da fuori del piano fisico.

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Il corpo astrale, figli, non è quindi intessuto negli spazi che esistono fra i nuclei centrali e gli elettroni
delle materie che compongono il corpo fisico. Il corpo astrale esiste nello stesso spazio in cui esiste il corpo
fisico, compenetra il fisico, ma non ne è legato nel modo che voi intendete. Cioè, non è che togliendo od
allontanando dal corpo fisico una qualche parte di esso, si tolga o si allontani, del corpo astrale, una parte
corrispondente.
Quando qualcuno racconta l’esperienza dello “sdoppiamento” e parla delle impressioni ricevute, dice
che gli è sembrato di “fuoriuscire” dal corpo fisico. Ciò non è dovuto al corpo astrale che si stacca dal corpo
fisico e che “fuoriesce” da questo; sarebbe infantile credere ciò. È dovuto semplicemente, appunto, ad una
impressione.
Durante la veglia, la coscienza dell’individuo è limitata a ciò che percepisce attraverso ai sensi del
corpo fisico; al momento in cui la coscienza dell’individuo non è più limitata da questi sensi, ma percepisce
attraverso ai sensi del corpo astrale, si ha una impressione di librazione, perché i sensi del corpo astrale
sono molto più percettivi di quelli del corpo fisico. Da cui ne nasce una sensazione di liberazione, una
sensazione di spaziare.
Ripeto: siccome nello stesso spazio esistono indifferentemente tutti i piani di esistenza, noi
possiamo dire, a rigore, che nello spazio occupato dal corpo fisico, vi sia il corpo astrale dell’individuo. Ma
questo non vuol dire che il corpo astrale ed il corpo fisico siano intessuti in tal modo che, allontanando una
parte del corpo fisico, si allontani una parte del corpo astrale o, viceversa, allontanando una parte del corpo
astrale, si debba allontanare una parte del corpo fisico.

I TIPI E LE DENSITÀ DELLE MATERIE DEL PIANO FISICO

Tipi di materie Densità delle materie

1. Unità elementari Densità atomica (nel nostro senso)

2. Più unità elementari originano Densità sotto atomica


Piano fisico eterico

le particelle, che sono tutte di


un tipo

3. Le unità elementari e le particelle Densità super eterica


originano i corpuscoli, che sono
tutti di un tipo

4. I corpuscoli e le particelle Densità eterica vera e propria


originano i nuclei, che sono tutti
di un tipo

__________________________________________

5. I nuclei ed i corpuscoli in rapporto L’unione degli atomi origina


1 a 1 originano gli atomi di un tipo le molecole degli elementi e
(elementi idrogeno) delle sostanze
Piano fisico denso

6. I nuclei ed i corpuscoli in rapporto


1 a N originano gli atomi di N tipi L’aggregazione più o meno
(tutti gli altri elementi della chimica) lasca (?) delle molecole degli
elementi e delle sostanze rende
7. 2 o più atomi di diverso tipo gli elementi o le sostanze:
originano una o più sostanze o gassosi, o liquidi, o solidi.

94
Come si vede da questo schema, le materie eteriche risultano dalle aggregazioni di parti elementari
a ciascuna delle quali corrisponde una ed una sola densità, mentre le materie fisiche dense risultano dalle
combinazioni di vari atomi e la varietà degli atomi scaturisce dal diverso rapporto con cui sono legati i
corpuscoli ai nuclei; ma l’aggregazione degli atomi, combinati o no, può dar luogo per ogni tipo di materia a
tre densità.

Il suono è un fenomeno che interessa gli atomi (vibrazione dei medesimi a bassa frequenza).

Il calore è un fenomeno che interessa gli atomi (vibrazione dei medesimi ad alta frequenza).

Il magnetismo è un fenomeno che interessa i nuclei (centri di attrazione degli atomi).

L’elettricità è un fenomeno che interessa i corpuscoli (passaggio di elettroni).

Le onde elettromagnetiche sono un fenomeno che interessa i corpuscoli (vibrazioni di elettroni).

La luce è un fenomeno che interessa le particelle (vibrazioni delle stesse).

I vari tipi di raggi sono vibrazioni ed anche emissione di particelle.

La radioattività è un fenomeno che comprende le vibrazioni e l’emissione di particelle.

Dalla scienza umana resta da scoprire la vibrazione delle unità elementari. Con queste vibrazioni è
possibile la comunicazione fra corpo fisico eterico e corpo astrale.

La Scienza afferma che il peso atomico dell’elio è circa 4 volte quello dell’idrogeno e che l’atomo
dell’elio è composto da un nucleo – formato da 2 neutroni e 2 protoni – e da elettroni. La stessa Scienza ha
riscontrato un difetto di massa fra la somma delle masse dei corpi elementari, che compongono l’atomo di
un qualunque elemento, presi separatamente e la massa dell’atomo considerato nel suo insieme.
Cercherò, ora, di mostrarvi il perfetto accordo fra queste affermazioni e quello che vi abbiamo detto
sulla materia sub-atomica.
Dagli schemi dati sapete che l’atomo dell’idrogeno è composto da un nucleo o protone e da un
elettrone. Il protone è composto da un nucleo o protone e da un elettrone. Il protone è composto da un
elettrone o corpuscolo e da una particella. L’elettrone o corpuscolo, a sua volta, è il risultato della
combinazione di una particella e di una unità elementare. Infine, la particella risulta dalla combinazione di
due unità elementari. In ultima analisi, l’atomo dell’idrogeno è il risultato delle diverse combinazioni di 8 unità
elementari, le quali, però, originano, secondo le differenti combinazioni, altri 3 tipi di materia sub-atomica:
particelle, corpuscoli, nuclei.
Come si è detto, la combinazione di due unità elementari origina una particella, che è unica nel suo
tipo ed alla quale corrisponde una, ed una sola, densità; l’unione di una particella e di una unità elementare
origina un corpuscolo, e così via fino all’atomo dell’idrogeno, che è formato da un protone ed un elettrone,
ma, da questo compreso in poi, la regola cambia, in quanto un atomo di litio, ad esempio, (3° del sistema
periodico) non è formato da un atomo di idrogeno (1° nel sistema periodico) e da un atomo di elio (2° nel
sistema periodico), bensì da un numero diverso di elettroni e di protoni che lo compongono rispetto al
numero di cui è composto l’idrogeno. Ciò perché ogni volta che si raggiunge l’ottavo elemento si chiude un
ciclo e si passa ad un altro con caratteristiche analoghe, ma diverse (vedere la scala di Mendeleyeff).
Nel nostro caso l’ottavo elemento si raggiunge con l’atomo di idrogeno, essendo questo formato da
8 unità elementari, ed ecco che da questo in poi, le materie (elementi chimici) non hanno più una sola
densità precipua come le materie sub-atomiche, ma tre; ed ecco anche perché le sostanze (combinazioni di
atomi di diverse qualità) non differiscono l’una dall’altra per un numero diverso di atomi dello stesso tipo
combinati fra loro, bensì proprio per un numero di atomi di tipo differente combinati fra loro.
Ancora ripeto: mentre le unità elementari (1° tipo di materia fisica) combinandosi fra loro in numero
diverso originano altri 3 tipi di materia fisica sub-atomica, tutti diversi fra loro e con una propria densità e

95
sottigliezza, l’atomo dell’idrogeno, pur essendo il primo della materia fisica densa, non segue più questa
regola di combinarsi con se stesso per dar luogo ad altri tipi di materia fisica densa, ma questa scaturisce e
dalla combinazione di un numero sempre più grande di corpuscoli e nuclei originanti elementi differenti, e
dalla combinazione di questi differenti elementi.
Ne consegue che mentre al di sotto dell’atomo si hanno 4 tipi di materia elementare, ai quali
corrispondono 4 relative sottigliezze (nuclei, corpuscoli, particelle, unità) ciascuna delle quali si combina solo
con la precedente e la seguente, al di sopra dell’atomo si hanno innumerevoli materie aventi al massimo 3
densità e che si possono combinare indifferentemente fra loro.
In sostanza due unità elementari, combinandosi fra loro, originano una materia diversa: la particella;
questa, combinandosi con un’altra unità elementare, origina un altro tipo di materia: il corpuscolo, il quale, a
sua volta, combinandosi con una particella, origina il nucleo, che combinandosi con un corpuscolo o
elettrone, origina l’atomo dell’idrogeno.
Da questo punto in poi (cioè raggiunte 8 unità elementari che stanno alla base di queste
combinazioni), la regola cambia e non si ha più che l’atomo dell’idrogeno combinandosi con un nucleo origini
l’elio, ma l’atomo dell’elio scaturisce dalla combinazione di due corpuscoli o elettroni e due nuclei; il litio dalla
combinazione di 3 elettroni e 3 nuclei e via dicendo.
La scoperte della Scienza, cui accennavamo all’inizio, portano ad altre considerazioni: a che cosa è
dovuto il difetto di massa e perché si libera energia nel processo di fissione?
2
Einstein ha chiaramente indicata la relazione fra energia e massa (E = mc ) noi vogliamo aggiungere
l’equazione che dà il valore delle masse nei corpi sub-atomici.
Indicando in a la massa della unità elementare, in b quella della particella, in c quella del corpuscolo,
in d quella del nucleo, e ponendo a = 1, abbiamo:

b=7ax7a = (7 a)’

c = b x b = b’ = (7 a)’

d = c x c = c’ = b’ = (7 a)’

In questa equazione delle masse ci troviamo di fronte al numero 8 ed ecco, infatti, che la regola
cambia in quanto la massa dell’atomo non è eguale, secondo tale equazione precedente, al quadrato della
massa del nucleo, bensì alla somma delle masse degli elettroni e dei nuclei.
Vi abbiamo sempre detto che il numero fondamentale di questo Cosmo è il 7, perché la sua
costituzione è settenaria. Potreste chiedervi perché, allora, nella materia fisica il ciclo si chiude per ripetersi
in modo analogo, ma differente, all’ottavo elemento.
La spiegazione è data dalla equazione delle masse:
8
7 (alla ottava potenza) trascritto matematicamente nel modo più semplice è dato da sette
moltiplicazioni, tutte aventi il numero 7 come moltiplicatore, delle quali la prima è il numero 7 moltiplicato per
se stesso. Infatti:

I) ____7 x 7____
49 = massa particella

II) ___49 x 7____


343

III) ___343 x 7___


2.401 = massa corpuscolo

IV) __2.401 x 7___


16.807

V) 16.807 x 7__
117.649

96
VI) _117.649 x 7__
823.543

VII) _823.543 x 7__


5.764.801 = massa del nucleo di idrogeno o protone

(Il neutrone è composto da una particella ed un nucleo come il protone che ha segno positivo, ma
uniti in modo diverso, tanto che tale corpo elementare ha segno neutro. La massa del neutrone è circa
eguale a quella del protone).
Ma, come si è detto, la massa dell’atomo non è data secondo la regola precedente dal quadrato
della massa del nucleo, bensì dalla somma delle masse del corpuscolo e del nucleo, cioè:
2.401 +
_5.764.801 =
5.767.202

Sapendo che il peso atomico dell’elio è di circa 4 volte maggiore quello dell’idrogeno, la massa
dell’atomo dell’elio dovrebbe essere di 5.767.202 x 4 = 23.068.808
Sommando, invece, i corpi elementari che compongono l’atomo di elio, abbiamo i seguenti numeri
massicci:

2 elettroni = (2.401 x 2) = 4.802


2 protoni = (5.764.801 x 2) = 11.529.602
nucleo 2 neutroni = (5.764.801 x 2) = 11.529.602
In totale 23.064.006

Cioè di circa 4.802 inferiore a quattro volte la massa dell’atomo dell’idrogeno.


Infatti, nella fissione nucleare, si ha sprigionarsi di energia, secondo l’equazione di Einstein, proprio
in relazione a questa perdita di massa.
La Scienza afferma, inoltre, che gli elementi intermedi della scala di Mendeleyeff nei processi di
fissione non originano energia; ciò è dovuto al fatto che le masse liberatesi raggiungono un numero
sufficiente da formare atomi di altri elementi senza dispersione di masse e trasformazione di queste in
energia.

UNITÀ ELEMENTARE

perché risultante dalla ultima


materia astrale
segno: neutro

PARTICELLE
°
segno: generalmente positivo

CORPUSCOLO = elettrone
°
segno: generalmente negativo

NUCLEO DELL’IDROGENO = protone


°
segno: generalmente positivo

97
A = corpuscolo o elettrone

B = nucleo o protone

ATOMO DELL’IDROGENO

segno: in questo caso positivo,


ma gli atomi di altri elementi
possono avere segno negativo.
°

La combinazione di atomi di elementi diversi origina le sostanze aventi segno neutro, sempre però in
linea generale.

Vi faccio notare che solo per l’idrogeno il nucleo è eguale al protone, essendo l’idrogeno l’elemento
più semplice della materia fisica densa, mentre per gli elementi più complessi non essendo formato il nucleo
da una sola particella e da un solo corpuscolo, ma da più particelle e da più corpuscoli, il nucleo è composto
di N protoni.
In sostanza, un elemento (della chimica) differisce dall’altro per il numero di elettroni che ruotano
attorno al nucleo dell’atomo di ciascun elemento, ma i nuclei, pur essendo considerati una unità, non sono
tutti egualmente formati da una particella e da un corpuscolo (protone), ma da più particelle e più corpuscoli,
ovvero da più protoni.
Così:
1 particella e 1 corpuscolo = 1 protone = nucleo dell’idrogeno.
(*)
Più particelle e più corpuscoli = più protoni = nucleo di altri elementi

DALI

Da ciò che vi abbiamo detto, appare, sia pure in modo schematico, la costituzione del Cosmo. Le
materie ed i piani si compenetrano; nello stesso spazio esistono tutti i tipi di materie. L’impenetrabilità dei
corpi ha, quindi, valore per corpi della stessa densità tipo e per molecole, atomi e particelle, eccetera dello
stesso piano.
Il Cosmo, pur essendo incommensurabile è, però, definito. Oltre i confini del Cosmo
(Manifestazione) è il non Manifestato. Il Manifestato è definito dal non Manifestato.
Il Cosmo ha un centro ideale. Attorno ad esso, compenetratesi, sono tutti i piani di esistenza simili a
incommensurabili sfere concentriche. La più piccola è il piano fisico: l’universo astronomico che conoscete e
che potete intuire.
La più vasta è il piano più alto: piano spirituale cosmico, il primo che fu manifestato, l’ultimo che sarà
riassorbito.
I piani tutti, anche quelli compresi fra questi due, si differenziano, pur essendo analoghi, da
caratteristiche particolari, risultanti da una legge che governa le materie, la quale le raggruppa in virtù di un
unico principio in diverse specie.
La materia più densa può, quindi, passare allo stato più sottile con estrema facilità, purché si
cambino i valori ed i rapporti che la rendono quale è. La densità è il risultato di rapporti di unità costituenti.
Si può dire che il limite della densità è il rapporto che la determina.
Ogni stato ha un limite nel Cosmo oltre al quale non vi è il vuoto, ma un nuovo stato.
L’universo astronomico, pur incommensurabile, ha un limite.
I sistemi solari, gli universi cosmici si allontanano traslando dal centro ideale del Cosmo a velocità
vieppiù accelerata. Laddove questa velocità raggiunga quella della luce, è il confine del piano fisico o
dell’universo astronomico. Lì la materia fisica si trasforma in materia astrale.

(*)
N.d.R.: si ricorda che nel nucleo di altri elementi non si sono solo protoni, ma anche neutroni

98
In questo punto ideale, che è più di “stato” che di “luogo”, è l’estremo limite del cielo siderale; ma
questo non è ancora il confine del Cosmo: altre materie, altri piani di esistenza vi sono prima di giungere al
limite della Manifestazione.
Nella vertiginosa entità di questi valori incommensurabili, l’uomo fisico appare come una nullità, e
tale sarebbe se nel suo intimo, nella sua vera natura – che al pari del piano nel quale vive, ha le radici oltre i
confini definibili – non vi fosse lo stesso principio e la stessa forza “che muove il sole e l’altre stelle”.
KEMPIS
Domanda – In altre civiltà, c’è stato uno sviluppo tecnico?
Risposta – No, perché è proprio una prerogativa della vostra civiltà quella di concentrare
l’attenzione su macchine, su strumenti, su mezzi tecnici; si può dire che è la caratteristica della vostra civiltà.
Le altre civiltà hanno, senz’altro, raggiunto le vostre conoscenze, e conoscenze ancora più profonde delle
vostre attuali, ma con altri mezzi. Non con la ricerca in laboratorio.
Domanda – Quindi si può supporre che le creature dei tempi passati abbiano avuto, come indirizzo
di evoluzione del loro progresso, solo il pensiero. Non si siano applicate a scoprire nuove macchine…
Risposta – Le conquiste venivano raggiunte attraverso alla intuizione, come abbiamo detto altre
volte. Mentre voi avete bisogno, oltre che di formulare delle teorie, di controllare poi queste teorie attraverso
ad esperimenti.
Domanda – Scusa, sono gli esperimenti che portano poi alla teoria. L’esperimento è la piattaforma
della teoria…un pilone che porta a un altro pilone…
Risposta – Il vostro metodo di ricerca, appunto, da diversi anni a questa parte, può essere riassunto
nel famoso aforisma: “La sapienza è figliola della esperienza”. Ma, oltre che delle teorie formulate attraverso
alle osservazioni dei fenomeni, si è avuto il processo inverso: cioè che talune menti, pur basandosi su
precedenti esperimenti, abbiano azzardato la formulazione di una teoria, la quale solo in tempi successivi e
anche a distanza di diversi anni, si è mostrata esatta. Questo intendevo dire.
Comunque, voi avete sempre bisogno di questa conferma attraverso ad un esperimento o alla
osservazione della realtà. Mentre altre civiltà non avevano bisogno di questa conferma, tanto sicura era la
spinta dell’intuito.
Domanda – Vorrei sapere se la nostra civiltà proseguirà su questa strada, basandosi sempre sul
progresso tecnico o se, ad un certo momento, evolvendosi, si indirizzerà verso un progresso di pensiero.
Seconda domanda: io immaginavo che i vari cicli fossero paralleli e tendessero a raggiungere uno stesso
scopo, pensavo che fossero molto più simili… Terza domanda: se nei molti cicli evolutivi che vi sono stati, il
nostro solo è indirizzato verso lo sviluppo tecnico, oppure se vi è stata una alternativa fra cicli di pensiero e
cicli di sviluppo tecnico.
Risposta – Dunque, la risposta alla prima domanda è questa: che la vostra civiltà darà alla luce
delle macchine meravigliose, dal punto di vista tecnico, dei veri miracoli.
Però, come voi già potete notare aggiornandovi alle ultime notizie date dagli studiosi, la tecnica non
può che portare ad una considerazione; e cioè a fare, assieme alla tecnica, anche della filosofia.
Gli stessi studiosi di matematica si stanno avvicinando moltissimo, nello studio dell’Universo e del
Cosmo, alla filosofia. Rimarrà sempre come base l’esperimento o la prova di laboratorio, ma certo che la
scienza perderà del tutto l’aspetto materialistico che – non dico ha tutt’ora – ma aveva fino a qualche anno
fa. Mi sono spiegato?
In quanto, poi, alla diversità fra un ciclo di evoluzione di una razza e l’altro, debbo dire questo che
effettivamente sono molto diverse le caratteristiche fra una civiltà e l’altra, però il fine è sempre lo stesso:
sviluppo dell’auto-coscienza.
Del resto non possiamo dire che la vostra civiltà non sia una civiltà di pensiero, no, solo ha bisogno
della prova di laboratorio. E, quindi, le passate erano civiltà di pensiero, come la vostra, ma non avevano
bisogno della prova di laboratorio.
La vostra civiltà è stata materialistica fino ad oggi, possiamo dire; da oggi in poi non lo sarà più. La
vostra scienza era, in passato, del tutto positiva, si diceva, e lo sarà ancora, solo che considererà positivi
anche certi aspetti che sono considerati, invece, prettamente filosofici. Quindi, non possiamo dire che le altre
civiltà siano state di pensiero e questa no. dobbiamo dire che le altre civiltà erano diverse dalla vostra; taluna
può aver avuto qualche punto di contatto, ma erano diverse nel mezzo con cui perseguivano la meta.
Unico, identico, rimane il fine: evoluzione dell’auto-coscienza.
Domanda – Mi stupisce che la nostra civiltà non sia riuscita a capire che civiltà passate usavano
mezzi intimi, individuali e con quei mezzi riuscivano a fare quello che facciamo noi e forse più.
Come mai non ci siamo adeguati, non abbiamo preso in considerazione…
Risposta – Infatti, voi conoscete pochissimo delle altre civiltà. Del resto il vostro è un bisogno tutto
particolare e voi, avendo la necessità dell’esperimento di laboratorio, non potete certo condividere le
asserzioni di altre civiltà. In effetti di queste ci sono rimasti pochi documenti.
Per capirlo basta considerare che voi, ad esempio, poco sapete di certi aspetti particolari, intimi o
personali dei vostri nonni. Credete di avere una vasta documentazione del secolo passato; ciò non è esatto.
Moltissime sfumature, modi di intendere o di ragionare del vostro secolo passato sono andati totalmente

99
perduti e voi non ne avete più né ricordo né conoscenza. Immaginate, dunque, quanto sia andato perduto
delle altre civiltà, distanti dalla vostra migliaia di anni.

Ben volentieri vi parliamo e da lungo tempo, costantemente, cerchiamo di rispondere alle vostre
domande. Perché voi avete qualcosa da chiedere e l’uomo in genere cerca di sapere, di conoscere la
Verità? Se non vi fosse nell’uomo questo bisogno di ricercare la Verità, se non vi fosse il desiderio di sapere,
non vi sarebbe nessuna possibilità di miglioramento; l’uomo resterebbe quello che è nella più completa stasi.
È il desiderio di conoscere e, fra ciò che si conosce, di poter identificare la Verità che conduce al progresso.
Nelle scienze naturali, nella evoluzione della specie, è conosciuta una possibilità della vita: quella di
adattamento all’ambiente. Senza questa non vi sarebbe certamente evoluzione e molto probabilmente la vita
sarebbe un fenomeno raro e molto precario.
Ma le risorse di un organismo, semplice o complesso, entro certi limiti, si mettono in moto quando
l’ambiente viene mutato e l’organismo può sopravvivere a condizioni ambientali molto variate rispetto alle
consuete. Potere dell’adattamento! La stessa costituzione organica muta per inserirsi in modo migliore
nell’ambiente mutato.
Ebbene, questo abituarsi del veicolo fisico, così provvidenziale, segue ed è regolato da una ben
precisa legge, che ha effetti anche negli altri veicoli dell’uomo. Questi effetti stemperano i primi entusiasmi e
sembrano negativi. Le sensazioni ricercate e desiderate con intensità, nell’abitudine (adattamento) si
scolorano e, poco a poco, non rappresentano più quell’incentivo che spingeva.
Allo stesso modo avviene delle materie di studio, dell’attaccamento alle filosofie, degli amori giurati
eterni.
Ma è la stessa legge che opera, spinge l’individuo a cercare, lo tiene attivo. Ciò che lo mutava è da
lui stesso mutato nella ricerca del nuovo; in ultima analisi nella ricerca del progresso.
Voi, figli, considerate nemico delle vostre istituzioni, della vostra società in ultima analisi, colui che va
contro corrente e nega ciò che comunemente si ammette. Ogni istituzione che dica di non aver più bisogno
di alcuna cognizione, di possedere tutta la Verità, è una istituzione destinata a perire poiché è chiusa ad ogni
progresso, ad ogni ulteriore arricchimento del suo patrimonio di sapere; non tiene conto che tutto evolve e si
perfeziona e dicendo di sapere tutto, si ferma, non cammina più con il tempo ed è destinata a morire, ad
essere superata.
Il Cristo mosse l’umanità da una stasi non già ripetendo ciò che allora si sapeva, ma portando cose
nuove; Egli fu per i Suoi tempi una sorta di rivoluzionario, ma grazie a ciò che disse fu possibile all’umanità
di allora avere un progresso.
Proprio grazie a coloro che, con le loro idee vanno contro corrente, è possibile ottenere un ulteriore
progresso nella scienza e nella società. Se questa società o la scienza dicessero di non aver più niente da
apprendere o da dire, oltre quello che rappresenta il loro patrimonio di cognizioni, in breve volger di tempo,
sarebbero destinate a perire.
Ripeto: chi dice di tutto sapere, di tutto conoscere è inevitabilmente destinato a perire.
Noi vi parliamo, ma non abbiamo la pretesa di dire che portiamo la Verità del Tutto, la Verità nella
sua interezza. Ciò che noi diciamo è un “insegnamento” ed è importante per voi che ci ascoltate, per altre
creature che potranno venirne a conoscenza, ma le cose da sapersi sono moltissime.
Vi siete chiesti cosa deve fare l’uomo della strada di fronte a tante scuole filosofiche, religiose,
insegnamenti, predicatori, se non essere imbarazzato e come può fare a conoscere quale è la Verità.
Nell’intimo suo egli prova desiderio di sapere, ma di tutte quelle cose di cui egli può venire a conoscenza,
quale è la Verità? Abbandonando le proprie convinzioni, che evidentemente non lo soddisfano, ecco che egli
deve penetrare profondamente all’insegnamento che gli è dato. Deve vedere se questa Verità, che gli è
presentata, spiega, in qualche modo, tutto quello che accade attorno a lui, e se lo spiega in modo logico, in
modo convincente.
Noi non possiamo paragonarci ad alcuna religione, ma vi abbiamo parlato di quello che è attorno a
voi, per spiegare il dolore, per spiegare l’incomprensione umana, per spiegare la miseria e via dicendo,
contro la gioia, la ricchezza e la dissipazione; vi abbiamo parlato delle Realtà, delle Leggi cosmiche e vi
abbiamo fornita una spiegazione generale. Insomma è tutto un quadro completo che abbiamo cercato di
darvi. Se questo quadro non vi risulta finito, se vi sembra che altre cose ancora possano esistere – ed è
giusto, figli – allora chiedete e noi vi diremo ancora altre cose. Se, invece, vi sembra che questa Verità, per il
momento, corrisponda a tutte le vostre aspettative, a tutti i vostri desideri di ricerca, noi vi diciamo: tenete
presente che molte altre cose ancora restano da sapere, esistono tanti e tanti particolari che noi possiamo

100
collocare perfettamente nei vari comparti di questo quadro senza contraddire il senso del disegno generale,
anzi completandolo.
Ma se vi sembrasse che la Verità da noi portata, invece, non corrisponda a ciò che avviene attorno a
voi, allora, figli, cercate altrove, poiché può darsi che il modo con cui noi vi parliamo non si confaccia alla
vostra mente. Ciò non vuol dire che non vi sia un altro linguaggio più comprensibile a voi.
Comunque sia, sempre ricordate che qualunque istituzione, filosofia, religione o scienza che dicano
di conoscere tutto e che niente altro esista oltre quello che esse insegnano, sono istituzioni, religioni, filosofie
destinate a perire. Ripeto, il progresso avviene proprio in virtù del desiderio innato nell’uomo di ricercare, di
conoscere. Ed è proprio in virtù degli individui che, per loro gran desiderio di conoscere riescono a demolire
le barriere delle cristallizzazioni ed aprire degli spiragli attraverso ai quali altre Verità vanno ad arricchire le
Verità possedute, che le istituzioni umane progrediscono per il progresso degli uomini.
DALI

Le nostre parole sono per tutti gli uomini, ma solo a chi, insoddisfatto di ciò che la vita materiale può
dargli, ricerca valori che non periscono nel trascorrere del tempo, noi parliamo veramente.
Voi che non siete del mondo, ma che incerti giacete preda di un intimo conflitto fra l’insegnamento
dei Maestri e le esigenze della vita umana, ascoltateci. Ciò che abbiamo da dirvi può fare di voi delle
creature equilibrate, che sono nel giusto e nel vero, oppure può, a vostra insaputa, riportarvi a quella vita di
sensazione che la maggior parte degli uomini oggi segue, in cui ben poco v’è che possa sfidare la polvere
del tempo.
In ogni epoca i Maestri hanno portato la loro parola ed i loro insegnamenti hanno sempre
rappresentato ideali di moralità per i popoli cui erano diretti. Ideali tanto elevati che ancora oggi, dopo
millenni, gli uomini non sono riusciti a farne loro norma di vita. Quale ridicola attuazione ne hanno data! Ciò
che è stato detto per l’intimo essere di ciascuno, è stato ridotto a vuota formalità, e i lupi feroci si sono messi
vestiti di pecore e di agnelli.
Che cosa occorre agli uomini, oggi?
È necessario rinnovare l’insegnamento dei Maestri, elevare gli ideali morali già tanto irraggiungibili?
Bisogna aiutare i singoli a comprendere ciò che da tempo è stato detto. Ma solo a chi sente questa
necessità è possibile tendere una mano. Chi, pago dei piaceri del mondo, non sente il bisogno, non può
operare un intimo rinnovamento spirituale. Ma voi che intendete che la vita dello spirito non può ridursi a
pregare per la salvezza della propria anima, a riservare un po’ di tempo ad andare in qualche Chiesa –
spesso solo per chiedere a Dio un aiuto – voi che pur comprendendo ciò, non riuscite a dedicare tutta la vita
al vostro prossimo, devolvendo a lui tutte le vostre sostanze, né avete tanta dedizione ed abnegazione da
lasciarvi calpestare dall’altrui crudeltà, soffocare dall’altrui egoismo, voi, figli, che cosa dovete fare? Questo
vostro percepire il richiamo dello spirito sarebbe, dunque, una beffa, un chiamarvi a posizioni, per la vostra
stessa natura, irraggiungibili?
Ecco perché vi parliamo. Ed ecco l’insegnamento: conoscere se stessi per essere nel giusto e nel
vero. Ma quale giusto e quale vero? Il giusto ed il vero assoluti? Solo chi vive nell’Assoluto può essere in
questa Giustizia ed in questa Verità. Dunque, nel vostro giusto e nel vostro vero. Perciò occorre conoscersi.
È necessario che conosciate i vostri limiti che vi tengono legati al mondo e che siate volti agli ideali
morali dei Maestri che da esso, invece, vogliono affrancarvi. Il vostro giusto ed il vostro vero non possono
essere il vostro tornaconto. Conoscere voi stessi per saper quanto siete del mondo e quanto dello spirito. È
da tale conoscenza che scaturisce il retto agire. Agire rettamente, per voi, significa non ristagnare nella vita
di sensazione che già più non vi appaga, ma neppure significa illudervi di essere più di quanto in effetti siate
nella vita spirituale. L’uomo è un tutto unico, spirito e materia si fondono: siate consapevoli di quanto spirito e
di quanta materia sono in voi.
Così difendetevi dai vostri simili se, dall’esame sincero di voi stessi, scoprirete di non avere la forza
per sopportare l’altrui offesa; opponetevi a chi vuol portarvi via la tunica, se veramente non avete la
generosità di donare anche il mantello. Un atto di altruismo, compiuto senza valutarne il peso e le
conseguenze, è un dono che fate senza sapere ciò che avete donato, è una cambiale che non sapete se
potrete pagare. Questo significa conoscere i propri limiti. Nessuno potrà mai addebitarvi le cose che non
avrete potuto fare perché più grandi di voi; ma quelle piccole, che sono contenute nei vostri limiti, ispirate ai
vostri ideali morali, quelle sì potrebbero bruciarvi se le avrete trascurate.
Vivere spiritualmente significa essere nel proprio giusto e nel proprio vero, ed essere nella propria
verità significa conoscere i propri limiti, in altre parole conoscere se stessi. Difendersi per non essere di peso
agli altri quando non si ha la forza di sopportare l’offesa, ma essere estremamente sinceri con se stessi per
non sentirsi autorizzati da questo insegnamento a rinnegare gli ideali morali dei Maestri.
È sempre migliore un ateo dai nobili intenti che un sacerdote dalle false intenzioni. Ma non sarà mai
abbastanza deprecato chi tacita la voce della propria coscienza per ascoltare il richiamo dei desideri.
Ancora a voi, che essendo fatti di materia e di spirito siete fra la materia e lo spirito, diciamo
conoscete voi stessi ed in questa conoscenza, essendo nel vostro giusto e vero, cesseranno gli intimi

101
conflitti ed in questo silenzio interiore, caduto l’ultimo segreto dell’essere vostro, liberi alfine, trasformerete i
vostri ideali morali in norme di vita.

I VOSTRI FRATELLI

DALI – Fino dal tempo delle prime comunicazioni con voi ed ancora oggi, abbiamo sempre avuto la
preoccupazione di allontanare da voi l’errata convinzione di godere di un particolare Divino privilegio.
Non vi nascondiamo che ciò è stato ed è difficile.
CLAUDIO – L’idea di essere privilegiati bene si adatta agli ambiziosi sogni dell’io, perciò è immediatamente
accettata dall’uomo.
ALAN – Naturalmente, quanto più è potente la fonte dispensatrice di questo Divino privilegio, tanto più si è
lusingati nel pensare di essere dei privilegiati. Per questa ragione l’uomo attribuisce la paternità
dell’ambìto privilegio a Dio.
KEMPIS – Tutto ciò è assurdo. “Siate come il sole che splende sui giusti e sugli ingiusti”, è detto nel
“Sermone sulla montagna”.
“Credere che Dio favorisca chi lo loda piuttosto di chi lo bestemmia è insulso”, dicemmo noi. Dio non
può né prediligere, né antipatizzare, né rivolgere in particolare la Sua attenzione, né dimenticare
qualcuno o qualcosa.
LILLI – Tutto ciò può farlo una persona, ma Dio non è mica una persona!
ALAN – Le stesse Sacre Scritture, fratelli, possono portarvi a questa errata concezione di Dio, perché esse
non hanno un significato assoluto. La Realtà è incomunicabile. La frase “sia la luce e la luce fu”, non
deve essere interpretata come un atto creativo voluto da Dio, come l’uomo può volere qualcosa. Le
Manifestazioni ed i riassorbimenti sono Natura stessa di Dio.
FRATELLO ORIENTALE – La vostra individualità, fratelli, è sempre esistita potenzialmente in Dio e sempre
esisterà. Anche al termine di questo ciclo evolutivo in cui ha avuto vita attiva.
TERESA – In Dio ha vita il Santo e il criminale. Non è la Realtà che va al Santo o si allontana dal criminale:
ma è il Santo che va alla Realtà e il criminale che se ne allontana.
KEMPIS – In nessun caso Dio soffre o gioisce per l’uno o per l’altro.
FRATELLO MASSONE – Nessuna Verità è stata rivelata da Dio all’uomo; semmai è l’uomo che è giunto alla
Verità.
DALI – Non abbiamo la pretesa di rivelarvi qualcosa, perché non è importante portarvi la Verità, ma è
importante che voi giungiate a questa. Diciamo voi per dire ogni uomo.
TERESA – La Verità non è riservata a pochi eletti, ma sono pochi gli uomini che si dedicano alla Verità.
Essa è alla portata di tutti, ma si deve trovare. Si deve saper discernere il vero dal falso.
PARACELSO – Un seme, gettato in un terreno assolutamente privo di umidità, non può germogliare; così la
Verità non è costruttiva per l’uomo, se l’uomo non dedica tutto se stesso a comprenderla.
CLAUDIO – Generalmente l’uomo dedica tutto se stesso solo a ciò che gli dà soddisfazione. Così quello che
non lusinga il suo io viene evitato o rimandato, adducendo la scusa che l’uomo non può
comprendere le vere ragioni che lo spingono ad agire. Quando vi diciamo: “conoscete voi stessi”
siamo consapevoli delle difficoltà che esistono in questa analisi; eppure non vi chiediamo
l’impossibile, fratelli.
ALAN – Elemento essenziale a questa ricerca è la sincerità. Quando un impulso egoistico resiste ad una
sincera analisi, perché bene mascherato, datelo per buono e vedrete che si riaffaccerà in forma a voi
più comprensibile.
PARACELSO – Un altro elemento necessario ed utile, non solo in questa ricerca ma in tutta la vita, è la
buona volontà, o senso di ciò che si deve fare. Così voi, fratelli, abbiate buona volontà.
DALI – Due contadini un giorno si trovarono a parlare ciascuno del proprio padrone.
“Il mio – disse il primo – è un uomo duro e continuamente mi rimprovera perché il lavoro nei campi è
trascurato e le messi non sono abbondanti”.
“Il mio no – rispose il secondo – non mi ha mai rimproverato né punito”.
“Perché allora – soggiunse il primo – vai nei campi a lavorare? Potresti startene più in casa e
riposarti”. “proprio perché io lavoro – rispose il secondo – non sono mai punito né rimproverato. Se
facessi come tu dici, anch’io avrei un cattivo padrone”.
Così, superate l’attitudine che avete a ristagnare; siate intimamente aperti alla Verità, duttili per la
comprensione e vedrete che né la sofferenza né la scontentezza, che vengono a muovervi dai
ristagni, saranno ancora necessarie.
E, con questa raccomandazione, che è al tempo stesso un augurio o figli nostri, vi salutiamo.
Che la pace sia con voi e con tutti gli uomini.

102
I VOSTRI FRATELLI

(*)
DIZIONARIO

(*)
N.B.: Sono qui elencati alcuni termini che vengono usati nella presente raccolta con un significato non esattamente
rispondente al consueto.

103
A

AKASA – Essenza del piano akasico; ciò che organizzato, od improntato, dicesi “idea”. Ovvero ciò che
rende possibile l’esistenza oggettiva di una idea relativa alla Manifestazione cosmica.
ANIME GRUPPO – È detto dell’individuo, il quale manifesta la propria esistenza nel mondo naturale, in più
veicoli fisici. E le esperienze di ciascuno di questi veicoli a lui vengono riportate.
ASSENZA di LIBERTÀ – (Vedi: Karma) Si distingue in:
Parziale – quando solo un certo numero di azioni è predestinato.
Totale – quando ogni e qualsiasi evento dell’esistenza è preordinato nei minimi particolari. (Ad esempio: il
processo di cristallizzazione, prima manifestazione di vita).
ASSOLUTO – Attributo di Dio, oppure appellativo usato per significare COLUI CHE È e che non può essere
descritto.
ATOMO – È il quinto tipo di materia del piano fisico. Risulta dalla unione di nuclei e corpuscoli. Ciascun
piano di esistenza ha un tipo di materia analogo all’atomo del piano fisico. Tale è la definizione
dell’atomo della materia fisica. Però l’atomo secondo il concetto filosofico (indivisibile) è l’unità
elementare (vedi: “unità elementare”), in quanto scomposta origina materie di un altro piano più
sottile a quello esaminato.
AURA – È quella forma nebulosa e al tempo stesso luminosa che i veggenti vedono attorno al corpo fisico
degli uomini, ed anche degli animali o piante. È composta di vari fattori: da emanazioni infrarosse del
corpo fisico denso, da emanazioni del corpo eterico, del corpo astrale e – certi veggenti molto
sviluppati nella visione – possono anche percepire colorazioni e luminosità del corpo mentale. L’aura
ha colorazioni diverse (quelle basilari e quelle momentanee mutevoli) che variano da individuo a
individuo.

CAPIRE – Sapere, essere consapevoli, ma non essere intimamente convinti.


CENTRO di COSCIENZA e di ESPRESSIONE – Microcosmo o individuo che può, per un certo sviluppo
raggiunto, manifestarsi nel piano fisico in forma umana. È ciò che percepisce ed esprime, potendo
separarsi dal mondo circoscrizionale.
CENTRO di SENSIBILITÀ e di ESPRESSIONE – Microcosmo o individuo che per il suo non ancora
completo sviluppo, non può che manifestarsi, nel piano fisico, in un organismo del regno vegetale o
animale. È ciò che percepisce ed esprime, in qualche modo, solo in funzione del mondo
circoscrizionale.
CICLO – Insieme di atti, delimitato da un inizio e da un termine; atti susseguenti e conseguenti, tendenti ad
un fine.
CHAKRA o CENTRI – In genere “i sensi del corpo astrale” e sono sensi che si svegliano, si attivano – in
modo naturale – ad un certo periodo della evoluzione individuale. Ma possono, con determinati
esercizi di concentrazione, essere destati anche in modo artificioso. Hanno anche essi una

104
colorazione fondamentale; in genere sono visti dal veggente, in coloro che hanno questi chakra
desti, come ruote vorticose, come un qualcosa che abbia un movimento vorticoso. Ogni corpo in
genere ha i suoi “centri” analoghi a questi
COMPRENDERE – Essere coscienti, cioè avere assimilata e fatta propria una Verità.
CONSAPEVOLEZZA – Conoscenza di una Verità o di una nozione indipendentemente dalla convinzione o
no che può averne l’individuo.
CORPO AKASICO – (Eguale “coscienza”) Ciò che riceve e trascrive, facendolo diventare natura medesima
dell’individuo, le Realtà che lo stesso individuo, esistendo, scopre ed acquisisce. Non viene mai
abbandonato dall’individuo nel corso delle molteplici incarnazioni, ma si costituisce man mano che
l’individuo evolve.
CORPO ASTRALE – È quel veicolo che convenzionalmente si distingue appunto con questo nome, il quale
serve a rivelare, a dare corpo, a concretizzare certe vibrazioni che l’individuo percepisce nel piano
fisico e a trasformare queste vibrazioni in “sensazioni”, se le vibrazioni sono di lieve intensità; o in
“emozioni” se queste vibrazioni sono di intensità superiore o di grande intensità. Inoltre il corpo
astrale è sede dei desideri, in quanto appunto origina quelli che gli uomini definiscono “desideri”, che
sono catalogati e riconosciuti dalla mente.
CORPO FISICO – Veicolo costituito di materia fisica che manifesta sul piano fisico una vita individuale. È
“veicolo fisico” qualsiasi organismo, semplice o complesso, nomenclato dalle scienze naturali,
appartenente alla flora od alla fauna di questo o di altri pianeti.
CORPO MENTALE – Materia mentale organizzata in veicolo della manifestazione individuale, capace di
dare all’individuo tutte le facoltà proprie della mente. (Vedi: “mente individuale”).
CORPUSCOLO – È il terzo tipo di materia sub-atomica (nel senso della fisica), risultante dalla unione di una
particella ad una unità elementare del piano fisico. Ciascun piano di esistenza ha un tipo di materia
analogo al “corpuscolo” del piano fisico.
COSMO – Totale risultanza di un processo di Manifestazione (o Emanazione) di Dio, in continuo movimento.
È limitata nella esistenza da un inizio ed una fine nel tempo e nello spazio.

DIO - Causa delle cause. Prima Causa incerata. Inizio e fine del TUTTO che non ebbe inizio né avrà fine.
Origine e finalità di ogni emanazione. UNO eguale ASSOLUTO. Essere ed Esistenza Unica che
comprende ogni essere ed ogni esistenza essendo questi in Lui. Presente in ogni cosa, pur
trascendendo la totalità delle cose, è di queste origine nei Cosmi per Sua Natura: interna = Amore;
ed esterna = Vita. “È Colui che È”.
DOPPIO o CORPO ETERICO – Parte del corpo fisico costituita da materia eterica avente la funzione di
assorbire la triplice energia solare (prana-fohat-kundalini) e di trasmetterla al corpo fisico denso. È di
collegamento fra il corpo astrale e quello fisico denso.
DUALITÀ – È uno dei tre aspetti del Logos, quello legislativo; è la legge cosmica che regola il Cosmo
stesso. è l’orditura del Cosmo o matrice di tutte le forme, sulla base della quale il Cosmo,
sviluppandosi, si intesse.

EGO – Parte più elevata dell’individuo soggetta ad evoluzione. È chiamato “Ego” l’insieme della Scintilla
Divina e della “coscienza individuale”. L’Ego è, quindi, ciò che permane dell’individuo quando questi
ha terminato l’evoluzione come uomo.
ENERGIA – Materia del piano astrale, ovvero ciò che si libera dalla più sottile e, nello stesso tempo, più
semplice materia fisica sottoposta ad un processo di sublimazione. Da non confondersi con
“energia” usata nel senso comune o dalla fisica.
ENTITÀ – È l’individuo, il quale è trapassato; cioè ha abbandonato il suo corpo fisico.
ESSENZA – Elemento base.
EVOLUZIONE – Processo per il quale la vita, attraverso a forme sempre più organizzate, esprime gradi
sempre maggiori di Mente e di Spirito.
EVOLUZIONE dell’AUTOCOSCIENZA – Riguardante gli individui o Microcosmi.
EVOLUZIONE della FORMA – Riguardante i corpi, i veicoli della vita individuale. (Vedasi: “corpo fisico”
“corpo astrale”, eccetera).

105
EVOLUZIONE della MATERIA – Riguardante le materie di ciascun piano di esistenza.

FOHAT – Un aspetto della triplice energia solare. È ciò che alimenta, nel campo fisiologico e nella natura in
genere, tutti i fenomeni elettrici.
FORMA – È un attributo della materia; ciò che delimita e definisce, nello spazio la materia.
FORMA PENSIERO – È detto genericamente di ogni pensiero espresso e compiuto il quale, per sua stessa
natura, permane tanto più a lungo quanto più è preciso e intenso. Una forma pensiero sostenuta da
una imperiosa volontà, si trasforma in “spirito elementare artificiale”.

GIORNO di BRAHAMA – Da riferirsi sempre all’Assoluto. Suo Emanare e riassorbire un Cosmo. Periodo di
Manifestazione in cui l’Assoluto prende un Cosmo come Sua forma.
GOCCIA – (o Scintilla Divina – Spirito – Sé) Fulcro dell’esistenza individuale non soggetto ad evoluzione.
Emanazione Divina che determina l’individualità e la vita dell’individuo o del Microcosmo.
GUIDA – Attributo di una Entità che può, per sua evoluzione conseguita, assumersi il compito di ispirare,
indirizzare, seguire l’esistenza di un individuo (discepolo) al fine di coordinare a questo le esperienze
spirituali o, in casi speciali, anche professionali. (Guida professionale).
GUIDA FISICA – È detto della Entità che presiede e provoca i fenomeni fisici (apporti, materializzazioni, luci,
profumi, eccetera) nelle manifestazioni medianiche.

IDEA – Fondamento del pensiero. Concetto definito nei tratti generali, ma non nei particolari; nell’insieme di
ciò che caratterizza, ma non di ciò che determina.
IDEE ARCHETIPE – Principi basilari che delineano le cose, che esistono o esisteranno nei piani mentale,
astrale e fisico, nelle loro caratteristiche essenziali, ma non nelle particolari.
IDENTIFICAZIONE IN DIO – Termine della evoluzione super-umana. Immedesimarsi dell’individuo col Tutto.
Sentire, amare e vivere in termini di Assoluto.
IMMAGINAZIONE – Possibilità dell’individuo di trarre elementi dal mondo circoscrizionale e trasfonderli
nell’intimo in modo diverso o no dalla Realtà, ma sempre rispondente a un desiderio o ad una
necessità. (Nel senso più elevato, rispondente ad una ricerca od un impulso creativo).
INCARNAZIONE – È quel processo che collega la vota dell’individuo con una qualunque forma di vita del
piano fisico. E, quindi, per incarnazione si intende anche il collegamento fra la vita dell’individuo e il
processo di cristallizzazione.
INCONSCIO – Termine della psicologia che sta ad indicare una attività psichica dell’individuo di cui egli non
è consapevole. Tale tipo di attività, proprio per definizione, non sarà mai colta dalla consapevolezza
dell’individuo.
INDIVIDUALITÀ – È la prima Manifestazione di Dio per originare il mondo dei Microcosmi. È il fulcro
dell’individuo. È la “Goccia”, il “Sé”, la “Scintilla Divina”, ammantata o no della coscienza.
INDIVIDUO – Colui che è o sarà un “centro di coscienza e di espressione”. Chi, sottostando alla legge di
evoluzione, potrà esprimersi in termini di coscienza. Individuo, per estensione di significato, eguale
anche a “Microcosmo”.
INIZIATO – Con “Iniziato”, in genere, si intende chi è messo a parte (dopo aver dato prova di esserne
degno) della scienza esoterica o Verità segreta.
INIZIAZIONE GENERALE – Si intende la diffusione, possibile per evoluzione raggiunta degli uomini, di
quelle Verità che erano comunicate dalle antiche scuole di iniziazione ai soli adepti.
INTELLETTO – Principio dell’individuo che dà la capacità di pensare e di ragionare, cioè coordinare gli
elementi del mondo esterno od interno, secondo una successione logica ed il più possibile aderente
alla Realtà. È, inoltre, ciò che fa sentire l’individuo separato dal mondo che lo circonda, creando così
in lui l’io.

106
INTELLIGENZE CELESTI – Sono le intelligenze che dirigono gli Spiriti Elementari naturali. Le più
organizzate di queste corrispondono a quelle esistenze conosciute col nome di: Angeli, Arcangeli,
Cherubini, Serafini, Troni, Virtù e Potestà.
INTROSPEZIONE – Esame oggettivo del proprio intimo, allo scopo di conseguire la conoscenza di noi
stessi.
INTUITO – La eccezionale possibilità di ottenere una “Verità svelata”, o la soluzione di un problema, senza il
concorso né dell’intelletto, né della mente supernormale. L’”intuito” non è attività della mente: la sua
origine è nel “Sé” e la mente dà solo veste a ciò che è stato intuìto. È proprio della conoscenza della
Verità.
INVOLUZIONE – Adombramento. Circoscriversi dello Spirito per originare un Cosmo. Da non intendere, per
“involuzione”, regressione.
IO – Egoistico concetto di se stessi creato dalla mente individuale, la quale, travisando l’intimo senso di
individualità proveniente dalla più alta natura dell’individuo, fa sentire questi separato e distinto dal
Cosmo.
ISTINTO – È ciò che determina azioni inconsce nell’individuo od a questo fa eseguire atti senza la
consapevolezza dell’intelletto. È proprio del meccanismo delle azioni, in quanto origina i così detti
“riflessi”.

KARMA – Dicesi “karma” l’insieme degli effetti susseguenti alle cause che l’individuo muove. Tali effetti sono
ineluttabili. (Vedi: “assenza di libertà”).
KUNDALINI – Un aspetto della triplice energia solare. È ciò che è conosciuto come magnetismo naturale e
che alimenta i fenomeni relativi.

LEGGE – In assoluto eguale a “NATURA STESSA DI DIO”. Le leggi dell’Emanato o del Manifestato sono
l’ideale trama generatrice dell’ordine, essenziale alla vita nel manifestato.
LEGGE di ANALOGIA – L’onda di vita emanatrice del Cosmo, allorché manifesta i piani di esistenza, ripete
per ciascun piano gli stessi metodi, fissa gli stessi principi. Poiché però le materie sono diverse, da
piano a piano, non si possono raffrontare i piani fra loro se non seguendo un criterio di analogia, mai
di eguaglianza. Ogni cosa analoga è unita da una sorta di simpatia, perché le leggi sono le stesse.
Questo ripetersi di piano in piano dell’onda emanatrice si chiama “Legge di analogia” e – per
estensione di significato – è legge di analogia anche quella simpatia che lega le parti analoghe.
LEGGE di AZIONE e di REAZIONE – Non è altro che la “legge di causa e di effetto”, applicatesi unicamente
nella materia del piano fisico.
LEGGE di CAUSA e di EFFETTO – Fondamentalmente legge cosmica per la quale ad ogni causa mossa,
succede un effetto; ad ogni azione corrisponde una reazione.
LEGGE di EQUILIBRIO – Fondamento della “legge di causa e di effetto”. Legge per la quale ogni cosa che
esiste nel Cosmo, attraverso ad un doppio scambio, si compensa. (Da non confondersi con
“equilibrio” della statica, ovvero forze che si elidono). Non si deve pensare, da questa definizione,
che il Cosmo sia autosufficiente ed immutabile, perché le leggi sono “Natura stessa di Dio” ed ogni
cosa nel Cosmo è in movimento. Il reciproco doppio scambio che lega e compensa tutti gli elementi
cosmici in un armonioso equilibrio, lascia il campo aperto alla evoluzione.
LEGGE di EVOLUZIONE – Legge per la quale ogni elemento del Cosmo sviluppa; ciò che è “in” si
manifesta; ciò che è “in potenza” si traduce “in atto”; ciò che è in germe nasce, passando da
innumerevoli stadi intermedi. Il Cosmo evolve nel senso che vive, ma non nel senso che divenga
perfetto, in quanto è – come Emanazione di Dio – già perfetto. L’evoluzione cosmica si può
convenzionalmente suddividere, secondo la natura degli elementi evolventisi, in: evoluzione della
materia, evoluzione della forma, evoluzione dell’autocoscienza (Vedi suddette voci).
LEGGE KARMICA – Legge di causa ed effetto applicatesi nella sfera individuale o umana.

107
LEGGE dell’OBLIO – Sarebbe ciò che fa dimenticare agli individui le trascorse incarnazioni, ma è detto
impropriamente in quanto questo non dipende da una legge, bensì dal fatto che il corpo mentale
cambia ad ogni incarnazione dell’individuo e solo chi ha la coscienza completamente formata – la
quale è inscindibile dall’individuo – può ricordare la passata esistenza.
LIBERO ARBITRIO – Con questa espressione generalmente si intende la possibilità che ha l’uomo di
“scegliere” le azioni che compie. Ma tale possibilità è relativa in quanto egli è influenzato da
innumerevoli fattori d’ordine “intimo” ed “esterno”. Il libero arbitrio che si fonda sulla libertà assoluta
(secondo la Scolastica) non esiste per l’uomo. Il libero arbitrio relativo consente all’uomo una libertà
relativa. (Vedi: “libertà relativa).
LIBERTÀ ASSOLUTA – È assenza di ogni e qualsiasi limitazione. La “libertà” è sempre un attributo, in
quanto non esiste in modo a se stante; è una conseguenza e un attributo della evoluzione. Quanto
più l’individuo è evoluto, tanto più è libero.
LIBERTÀ RELATIVA – che si divide in:
libertà PURA – ed è quella libertà nell’ambito della quale le azioni non sono determinate né da influenze
esteriori, né da necessità;
libertà SPURIA – ed è la possibilità di attuare o soddisfare certi desideri o necessità.
LIBRO di TOHTH – Era, presso le scuole occultiste dell’Egitto, l’assieme di 78 lamine d’oro, sulle quali
erano impressi numeri e geroglifici esprimenti: le prime 22, dette “arcani maggiori”, una serie di “idee
assolute”; le seconde 56, dette “arcani minori”, principi complementari riferibili specialmente all’uomo
o Microcosmo. Tale libro era attribuito al Dio Thoth per significare che era la raccolta della massima
sapienza ed era usato o letto esclusivamente dagli iniziati. Per questo era interamente simbolico ed
esoterico.
LOGOS – Devesi intendere la prima forma di Manifestazione di Dio. È il piano più alto di esistenza cosmica.
Il Logos è uno per ogni Cosmo. (…numerosi sistemi solari in un Universo, numerosi Universi in un
Cosmo…). Quando il Cosmo si manifesta, l’aspetto del Logos è triplice e prende il nome di
“TRINITÀ” (Spirito – Dualità – Trialità). Tutto ciò che esiste trova nel Logos la sua radice. Il Logos è
l’ultimo aspetto della Manifestazione di Dio che subisce il riassorbimento.

MACROCOSMO – È il Cosmo o “emanato”. È detto Macrocosmo per distinguere dal Microcosmo (uomo) ad
esso analogo nella costituzione.
MAESTRO – È detto di chi conosce e comprende, per evoluzione raggiunta, il piano di evoluzione cosmica
tanto bene da collaborare al suo svolgimento.
MANIFESTAZIONE – Estrinsecazione. Espressione di ciò che è “in” ed in qualche modo viene fuori; di ciò
che è “in potenza” e si traduce “in atto”; di ciò che è nascosto e si palesa. Se riferito a Dio, eguale a
“Emanazione”, ovvero stato dell’essere nel quale l’UNO, per Sua Natura, si adombra nelle forme.
MANTRA – Affermazione – preghiera. È anche una formula od un pensiero atto a determinare all’individuo
uno stato di forte concentrazione meditativa.
MARIA – Madre nel senso Divino, simbolizza la “scienza segreta”, la “chiesa occulta”, “l’insegnamento
esoterico” (nascosto a chi non è evoluto tanto da poterlo comprendere) che possono “far nascere” in
senso spirituale un individuo. Farlo nascere alla Realtà.
MATERIA ETERICA – Materia del piano fisico più sottile di quella allo stato molecolare gassoso, ma più
densa dell’energia. Comprende quattro sottigliezze: eterica, supereterica, sotto atomica, atomica.
MATERIA FISICA – È la materia tutta, conosciuta dall’uomo, negli stati di aggregazione molecolare o denso
o liquido o gassoso ed in altre sottigliezze non ancora note (Vedi: “materia eterica”) che stanno fra la
materia conosciuta e l’energia.
MEDIANITÀ – È la eccezionale possibilità che hanno certi uomini di conferire involontariamente, ad una o
più Entità, la facoltà di comunicare con gli uomini. Il modo in cui si attua questa comunicazione dà il
nome al tipo di medianità. [Tiptologica, scrivente (psicografia), parlante (psicofonia), eccetera].
MEMORIA – Facoltà della mente di registrare impressioni e riprodurle spontaneamente od attraverso ad
idee suggerite. È chiamato “ricordo” ciò che torna spontaneamente. È detto “richiamo alla memoria”
quando l’impressione è riprodotta attraverso ad una ricostruzione mnemonica.
MENTE INDIVIDUALE – Veicolo della manifestazione individuale che dà origine a più attività delle quali
l’individuo può essere consapevole o inconsapevole. Suddividendo convenzionalmente secondo le
attività esplicate, è detta: mente istintiva – mente intellettiva – mente supernormale.
MENTE INTELLETTIVA – Attività della mente che origina la consapevolezza dell’individuo e tutte le
manifestazioni intellettuali. (Vedi: “intelletto”).

108
MENTE ISTINTIVA – Principio dell’individuo che origina e presiede tutte le manifestazioni istintive individuali.
(Vedi: “istinto”).
MENTE SUPERNORMALE – È ciò che dà all’individuo la capacità incontrollata ed eccezionale di avere
soluzioni logiche e reali a problemi insolubili nella sfera mentale consapevole, ovvero dall’intelletto.
MICROCOSMO – Per eccellenza è l’uomo: ma può dirsi, per estensione di significato, di ogni individuo
anche a gradi di evoluzione diversi dalla gamma umana. Il Microcosmo è analogo strutturalmente al
Macrocosmo.
MONADE – È la “Presenza Divina” essenziale alla manifestazione della vita individuale del mondo naturale.
È usato il termine “monade” in quanto questa “Presenza Divina” non trasfonde all’individuo alcuna
Verità o – comunque – non comunica con questo.

NOTTE DI BRAHAMA – Da riferirsi sempre all’Assoluto. Fase di non Manifestazione. Ciò che divide un
Cosmo dall’altro, ma non divisione nel senso di spazio.
NUCLEO – È il quarto tipo di materia sub-atomica (nel senso della fisica), risultante dalla unione di un
corpuscolo ed una particella del piano fisico. Ciascun piano di esistenza ha un tipo di materia
analogo al “nucleo” del piano fisico.

PANTACLO – Ricettore di energie siderali capace di trasmetterle a uno o più individui. Era preparato a
questo scopo dagli antichi maghi ed era usato anche nelle cerimonie magiche come catalizzatore.
PARTICELLA – È il secondo tipo di materia sub-atomica (nel senso della fisica), risultante da due unità
elementari, del piano fisico, contrapposte. Ciascun piano di esistenza ha un tipo di materia analogo
alla “particella” del piano fisico.
PENSIERO – È genericamente detto per una attività consapevole della mente e più precisamente
dell’intelletto, ma è pensiero anche l’immaginazione.
PIANO – Convenzionale distinzione del Cosmo eseguita in funzione della diversità delle materie emanate.
Non è, quindi, distinzione di spazio, ma di natura.
PIANO AKASICO – Fondamento della forma è l’idea. L’insieme delle idee archetipe di ciò che si è
manifestato o si manifesterà nel Cosmo, dicesi “piano akasico”. È il piano manifestato dal “Secondo
Aspetto dell’Assoluto”.
PIANO ASTRALE – Dicesi “piano astrale” l’insieme di tutte quelle materie (suddivisibile in sette stadi di
aggregazione o sette sottigliezze) aventi le stesse caratteristiche fondamentali. Tali materie sono
quelle che risultano dalla sublimazione della più sottile materia fisica.
PIANO FISICO – È l’insieme delle materie aventi la comune caratteristica di essere energia (Vedi: “energia”)
condensata, cioè energia non allo stato libero.
PIANO MENTALE – È l’insieme delle materie aventi le stesse particolarità dette “mentali”.
PRANA – Un Aspetto della triplice energia solare, comunemente detto “forza vitale”. È ciò che dà il giusto
regime al movimento della vita fisio-biologica.

QUATERNARIO – I quattro essenziali principi che regolano una qualche esistenza. Così, ad esempio, il
quaternario dell’uomo è rappresentato dai quattro principi che meglio si addicono alla umanità
dell’uomo: il corpo fisico, il principio dei desideri, il principio dell’istinto e il principio dell’intelletto.

109
R

REALTÀ – È ciò che è, ciò che esiste e come esiste. Realtà Assoluta = Dio.
REGIONE della FORMA – È detto delle materie più grossolane del piano mentale le quali, traducendosi in
pensieri sotto l’impulso del “Sé”, acquistano forma analoga all’impulso.
REGIONE della NON FORMA – È detto delle materie più sottili del piano mentale le quali, pur costituendosi
in pensieri sotto l’impulso del “Sé”, non acquistano forma.
REICARNAZIONE – Trasmigrazione della individualità in un corpo atto ad esprimere l’evoluzione
conseguita, allo scopo di conseguire evoluzione.
REMINISCENZA – È la eccezionale riproduzione, nella mente individuale, di impressioni passate, mai
registrate consapevolmente o inconsapevolmente. Non è attività della mente, ma immagini di
avvenimenti vissuti in altre vite, suggerite dal “Sé” alla consapevolezza dell’individuo.
RIPOSO dell’EGO – È quello stato a cui perviene un individuo che non abbia completamente costituito la
propria coscienza, dopo il trapasso, terminata la revisione e l’assimilazione delle esperienze avute
nella ultima incarnazione.

SENSO di INDIVIDUALITÀ – È ciò che suggerisce all’individuo (quando questi sia capace di ricevere il
suggerimento, per propria evoluzione) i doveri e i compiti di questo individuo rispetto alla comunità.
SEPARATIVITÀ – (Senso di…) È una errata interpretazione che l’individuo fa, nell’intimo suo, del “senso di
individualità”, per cui l’individuo si sente separato e distinto da tutto quanto lo circonda. Il senso di
separatività origina l’io con tutti i processi espansionistici.
SIGNORI del KARMA – Sono i Maestri predisposti a coordinare, con il massimo discernimento e grande
oculatezza, gli effetti karmici che devono ricadere sugli uomini, sulla umanità, sull’individuo in
particolare. Sono coadiuvati da intelligenze Celesti che rendono esecutivo il disegno dei Maestri.
SPIRITO – “Divina Sostanza” di cui è permeato l’Assoluto, ovvero il “Manifestato” ed il “non Manifestato”. Nel
Manifestato è uno dei tre aspetti del Logos, il centro puramente ideale di questo. È la Prima Causa
del Manifestato ovvero la radice di questo.
SPIRITI ELEMENTARI o Essenze Elementari Improntate – Forze intelligenti personificate che si
distinguono in NATURALI e ARTIFICIALI. Le “naturali” sono strumenti delle “leggi divine” atti a
costituire il veicolo astrale e il veicolo fisico degli individui, in modo consono allo sviluppo da questi
conseguito. Governando direttamente la vita della natura, creano l’ambiente adatto alla evoluzione
individuale. Le “artificiali” sono quelle che si costituiscono allorché l’uomo formula una imperiosa
volontà. L’esistenza e l’azione delle stesse è volta all’attuazione della volontà espressa.
SUB-CONSCIO – (Vedi: “sub-cosciente”).
SUB-COSCIENTE – Termine della psicologia che sta ad indicare una attività psichica dell’individuo di cui
egli non è consapevole. Tale attività può però entrare nella consapevolezza individuale
spontaneamente o tramite una sollecitazione (ricordo, richiamo alla memoria).
SUBLIMARE – Significa passare da uno stato di aggregazione molecolare ad un altro stato, naturalmente
più sottile. In un certo senso, quindi: affinare, sottilizzare, condensare e nello stesso tempo, anche,
depurare.
SUBLIMAZIONE – È quel processo per il quale le materie cosmiche passano da uno stato di aggregazione
molecolare ad un altro più sottile. Di sette in sette stadi di aggregazione, le materie cosmiche
cambiano le loro caratteristiche fondamentali. Da ciò le suddivisioni in “piani”.
SUPERUOMO – È un individuo il quale segue l’evoluzione superiore alla umana. Chi ha completamente
costituita e formata la propria coscienza individuale.

110
THOTH – Nome di Dio della Sapienza secondo l’antica religione egiziana. Nel giusto senso: personificazione
dell’attributo di Dio comunemente detto “Sapienza”.
TRIALITÀ – È uno dei tre aspetti del Logos, quello esecutivo. È l’intessitura del Cosmo che, adattandosi
sulla orditura, lo individua esattamente in maniera percepibile.
TRINITÀ – È l’ambiente cosmico, è anche la struttura del Cosmo, è ciò che circoscrive il Cosmo. Per
comodità di ragionamento si usa vedere questa unica cosa sotto tre profili:
SPIRITO – essenzialmente monovalente.
DUALITÀ – tendenzialmente bivalente.
TRIALITÀ – tendenzialmente polivalente.
Tale schematizzazione è irreale e può essere utile solo per sintetizzare l’Infinito, il Finito ed il
Compiuto, nonché la loro logica successione.

UNIONE con il TERZO ASPETTO dell’ASSOLUTO – Allorché l’individualità o l’individuo, attraverso a molte
incarnazioni nel regno animale, è giunto a un certo stadio di sviluppo o di evoluzione, è pronto per
l’unione con il “Terzo Aspetto dell’Assoluto”. Ciò significa avere una serie di incarnazioni in forma
umana, le quali hanno come caratteristica quella della intelligenza e della coscienza.
UNITÀ ELEMENTARE – Primo tipo di materia di ogni piano che in diverse aggregazioni origina tutte le
materie dello stesso piano di esistenza. È l’atomo in senso filosofico in quanto se scomposto origina
materia del piano immediatamente più sottile a quello preso in esame.

VEICOLO – Sta per “corpo”. Insieme di materie di uno stesso piano, organizzate in forme vitali, valido ad
attribuire all’individuo delle capacità.
VITA – Processo atto a comporre un ciclo; episodio dell’evoluzione. Manifestazione della “Natura esterna di
Dio”.
VITA MACROCOSMICA – Dal Macrocosmo. Vita intrinseca delle materie tutte che sono nel Cosmo,
indipendentemente dalla organizzazione di queste in corpi atti alle manifestazioni individuali.
VITA MICROCOSMICA – Dal Microcosmo. Svolgersi di un ciclo atto a manifestare ed evolvere un
Microcosmo o individuo.
VOLONTÀ – Ciò che sostiene l’individuo a compiere una serie di atti aventi il medesimo fine protaentesi nel
tempo od estendentesi nello spazio, anche in condizioni avverse a tale fine.
VOLONTÀ UNICA – Ciò che dirige all’Unico fine (che è Dio stesso) l’Emanato.
VOLONTÀ UNIVERSALE – Aspetto della “Volontà Unica” riguardante il destino di un Universo. Ciò che
muove verso un fine (che è la finalità di un Universo) l’Universo stesso.

111
INDICE

Un “Credo” . . . . . . . . . . pag.
Pensieri . . . . . . . . . . “
La via dello spirito . . . . . . . . . “
L’attuale scuola di iniziazione . . . . . . . “
Il valore delle organizzazioni spirituali . . . . . . “
Sulla Verità insegnata da organizzazioni spirituali . . . . “
Fede . . . . . . . . . . . “
Il senso mistico . . . . . . . . . “
Stigmate . . . . . . . . . . “
La parabola del fattore . . . . . . . . “
Il significato della Resurrezione del Cristo . . . . . “
La reincarnazione nel primo Cristianesimo . . . . . “
Parabola del cieco nato . . . . . . . . “
Sul karma . . . . . . . . . . “
Libero arbitrio e libertà . . . . . . . . “
Circa i pensieri buoni e la preghiera . . . . . . “
Considerazioni sul “non uccidere” . . . . . . “
Sul subire ed esercitare influenze . . . . . . “
L’io . . . . . . . . . . . “
Il dolore . . . . . . . . . . “
Sul senso di protezione che cerchiamo . . . . . . “
Essere soli e semplici . . . . . . . . “
Sulla comprensione . . . . . . . . . “
Sul conoscere se stessi . . . . . . . . “
Il rimorso . . . . . . . . . . “
Il dubbio . . . . . . . . . . “
Intima convinzione – Credere – Come sviluppare la volontà . . . “
Nascere ogni giorno . . . . . . . . “

112
La paura . . . . . . . . . . “
La legge di evoluzione – Coscienza . . . . . . “
Sulla evoluzione ed evoluzione dopo il trapasso . . . . “
Sul trapasso e il riposo dell’Ego . . . . . . . “
Il contatto della individualità reincarnatesi con i suoi veicoli – La mente istintiva
– Gli animali sapienti . . . . . . . “
Sulla psicologia . . . . . . . . . “
Sul piacere di ascoltare la musica . . . . . . “
Vita microcosmica e vita macrocosmica . . . . . . “
Sensibilità – espressione – mente . . . . . . “
Differenziazione iniziale degli individui . . . . . . “
Le onde vitali – L’alternarsi del sesso – Sull’arte . . . . “
Dio . . . . . . . . . . . “
Il supremo “perché” – Gli Angeli caduti . . . . . . “
Nascita spirituale . . . . . . . . . “
Sulle attenuanti e il karma . . . . . . . . “
Sul Panteismo – Realtà – Illusione . . . . . . “
Il “sentire – amore” dell’Assoluto . . . . . . . “
Realtà – Spirito . . . . . . . . . “
Circa l’esperire la Realtà Assoluta . . . . . . “
Tutto è legge . . . . . . . . . . “
Il valore della preghiera secondo il concetto Dio-Uno-Assoluto . . “
Il perché del relativo nell’Assoluto . . . . . . “
A chiusura dell’argomento Dio-Uno-Assoluto . . . . . “
I livelli di esistenza individuale . . . . . . . “
Il tempo nell’al di là . . . . . . . . . “
Sulla Energia . . . . . . . . . “
La Materia . . . . . . . . . . “
I tipi e le densità delle materie nel Piano fisico . . . . . “
Sulla materia sub-atomica . . . . . . . . “
Schema dell’atomo tipo . . . . . . . . “
Confini del Cosmo . . . . . . . . . “
Civiltà passate – Intuito . . . . . . . . “
Sulla legge di adattamento . . . . . . . “
Vivere spiritualmente . . . . . . . . “
Commiato . . . . . . . . . . “
Dizionario . . . . . . . . . . “

113