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DA “UNA BELLA DIFFERENZA” DI MARCO AIME:.........................................................................................

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Lo scherzo di Orazio.....................................................................................................................................1
Siamo tutti un po' stranieri ............................................................................................................................2
Visti da un antropologo pigmeo.....................................................................................................................3
LA SENTINELLA di Fredrick Brown..................................................................................................................5
Amos Oz, Contro il fanatismo, Feltrinelli...........................................................................................................5
Scrittore per colpa dell'indigenza, della solitudine e del gelato.....................................................................5
Come mi sentirei se fossi lei?........................................................................................................................6
Compromesso...............................................................................................................................................6

DA “UNA BELLA DIFFERENZA” DI MARCO AIME:


Lo scherzo di Orazio
Adesso facciamo un gioco che mi ha insegnato Orazio, un mio vecchio amico. Ora vi racconto alcune
usanze di una popolazione e voi mi dite cosa ne pensate. Va bene? Allora, questa popolazione di cui vi parlo
si chiama Inailati e vive in un paese lungo e stretto, bagnato dal mare. Come tutte le popolazione ha usanze
tradizionali che viste da altri, spesso sembrano piuttosto bizzarre. Per esempio, gli Inailati pensano che il loro
corpo sia brutto e ogni giorno perdono un sacco di tempo per cercare di renderlo più bello. Per farlo non
hanno paura di sottoporsi a prove dolorose: gli uomini non temono di scorticarsi la faccia tutte le mattine,
senza lanciare un urlo, con un attrezzo che chiamano oiosar, mentre le donne, più coraggiose, si
sottopongono a torture anche peggiori, come infilare la testa in una specie di piccolo forno o farsi strappare i
peli del corpo. Le donne degli Inailati poi amano dipingersi il viso con delle polveri e colorarsi la bocca con
una specie di pastello che chiamano ottessor.

- Ma davvero fanno queste cose?

Pensate che a volte, per le strade della loro città, capita di vedere alcuni di loro camminare, legati con delle
piccole corde a degli animali. A dire il vero non si capisce bene se sono loro a guidare gli animali oppure se
sono gli animali a portare le persone. E’ una cosa che non è stata ancora chiarita. A volte tagliano il pelo a
questi loro animali, ma quando viene l’inverno, comperano dei cappottini per proteggerli.

- Ma sono proprio strani! Perchè fanno così?

Ogni popolo ha le sue usanze, ve l’ho detto. Gli Inailati hanno una tradizione che si chiama oroval. Oroval
significa che devi fare la stessa cosa tutti i giorni, per tutta la vita. Grazie all’oroval, gli Inailati ottengono degli
idlos, piccoli foglietti di carta colorata con i quali si può avere da mangiare. Ogni Inailato cerca di accumulare
il più possibile di idlos, per ottenere oggetti che fanno risparmiare tempo. Con il tempo risparmiato potrà
dedicare più tempo all’oroval, avere più idlos per comprare più cose che gli faranno risparmiare tempo e
avanti così.

- Ma non sono mica tanto furbi!

Cosa ci volete fare? La loro tradizione è così. A volte vedi un gruppo piuttosto grande di Inailati e tutti
parlano in continuazione. Se ti avvicini, ti accorgi che tutti parlano dentro delle piccole scatolette che
chiamano iralullec e nessuno parla con le persone che sono vicino a lui.

- Ma perchè fanno così?

Lo so che può sembrare strano, ma come vi dicevo a volte ciò che fanno gli altri ci appare bizzarro. Pensate
che costruiscono delle specie di carri, che chiamano otua. Questi carri possono andare fortissimo, però poi
sulle loro strade non si può andare così forte, è vietato. Loro però continuano a costruire otua velocissime e
a spendere un sacco di idlos per acquistarle…

- Mah, non li capisco. Ma avevi detto che questo era un gioco.

E infatti lo è. Ora devi scoprire di che popolazione si tratta.

- E come si fa? Mica conosco tutte le popolazioni del mondo! Chissà dove vivono quelli lì!

Adesso vi svelo il trucco. Volete sapere di che popolazione stiamo parlando? Provate a leggere Inailati al
contrario. Provate a leggere al contrario anche oroval, idlos, irallulec, otua…

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Ma allora quelli lì siamo noi?

E dire che sembravano così strani…

Siamo tutti un po' stranieri


- Senti zio, tu ci dici che è bello conoscere gli altri popoli, le loro abitudini, però c'è tanta gente che, invece,
odia gli stranieri. -
- Purtroppo sono in molti e poi non sanno nemmeno che dentro di loro anch'essi sono un po' stranieri. -
- Come sarebbe a dire? -
- Che noi non ci accorgiamo di quante cose provenienti da altre parti del mondo utilizziamo ogni giorno.-
- Quali? -
- Adesso facciamo un altro gioco. Questo lo aveva inventato il mio amico Ralph.-
- Che gioco e ? -
- Il gioco delle cose straniere.- - Daiiii! -
- Pensate un attimo alla prima cosa che avete fatto questa mattina, quando vi siete svegliate.
- Ho aperto gli occhi. -
- E poi? -
- Ho sollevato il lenzuolo e mi sono alzata. -
- Quel lenzuolo è di cotone, vero? - - Sì.-
- Bene, sappiate che il cotone è una pianta originaria dell'India. D'inverno dormite con una coperta di lana;
no?- - Si. -
- La lana viene dalla pecora, che è stata addomesticata per la prima volta nel Medio Oriente più di diecimila
anni fa.- - Diecimila? -
- Si, si. Poi vi siete messe le ciabatte, vero? - - Si. -
- Che sono state inventate dagli indiani dell' America del Nord. Poi vi togliete il pigiama, che è un indumento
originario dell'India antica e vi vestite con abiti la cui forma deriva dai vestiti di pelle dei nomadi delle steppe
dell’'Asia. -
- E come hanno fatto ad arrivare fino qui? -
- In tutta la sua lunga storia l'uomo ha sempre viaggiato e viaggiando, imparava a conoscere oggetti e idee
nuove, mentre la gente che incontrava veniva a conoscenza delle cose e delle idee, che i viaggiatori
portavano con sé. Vi ricordate quando avevamo detto che l'uomo ha i piedi e grazie a loro cammina? Gli
uomini si sono sempre spostati per le strade del mondo. -
- Non lo sapevo. -
- Eppure è casi. Continuiamo il nostro racconto: dopo esservi vestite, avete fatto colazione? - -Si. -
- Cosa avete mangiato? - - lo il caffelatte, Elena il tè. -
- Ecco; il caffè che hai messo nel latte, nasce da una pianta originaria dell'Abissinia, mentre il tè viene dalla
Cina. Dentro ci avete messo uno o due cucchiaini di zucchero, vero? E magari qualche volta anche un po' di
coccolato. - - Si. -
- Lo zucchero venne estratto per la prima volta in India, il cacao, da cui deriva il cioccolato proviene dal
Messico e il cucchiaino è fatto di acciaio, un materiale anch'esso lavorato per la prima volta in India, mentre
la tazza in cui bevete è di ceramica, inventata nella Cina antica. Vedete quante tra le cose che noi usiamo
sono straniere? -
-Mmmmm. -
- E quando mangiate una pizza, sappiate che quel cibo proviene dal mondo arabo, mentre quando vi trovate
davanti un piatto di spaghetti, ricordate che sono stati inventati anticamente in Cina.
- Ma anche gli altri usano cose nostre?
- Certo, per esempio la forchetta, che oggi usano in molte parti del mondo, è un'antica invenzione italiana.
Anche il pentagramma su cui si scrivono le note musicali. Nel linguaggio musicale, in tutto il mondo si usano
termini italiani come adagio, mosso, andante e i francesi per fare un complimento a una persona dicono
bravò, in italiano. Tutti hanno dato e preso cose, parole, idee da altri. Per esempio, i numeri che noi
utilizziamo sono arabi e anche molte parole che pronunciamo normalmente sono di origine araba. -
- Quali? -
- Allora, ragazzo proviene da una parola araba che indicava i giovani che portavano i messaggi, casi come
scacchi, che deriva dalla parola sceicco, tazza, albicocca, arancio, limone, giubba, alcol e molte altre parole
sono di origine araba. Tutte le lingue sono fatte anche di parole straniere. Quindi siamo tutti un po' stranieri
anche noi.-
- Ma allora perché tanta gente ce l'ha con gli stranieri che vengono qui da noi? -
- Perché non sanno nulla di loro, perché credono che siano troppo diversi da noi e molta gente non ama la
differenza. E poi tanti si sono scordati che anche noi siamo stati stranieri. -
- Cosa vuol dire? -

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- In passato molti italiani hanno dovuto emigrare all' estero per trovare lavoro. Gli uomini sono come gli
uccelli, che volano per migliaia di chilometri, per cercare da mangiare. L'intera storia dell'umanità è fatta di
emigrazioni per cercare cibo e lavoro. Prima o poi capita a tutti di dover essere stranieri.

Visti da un antropologo pigmeo


Ho da poco vinto una borsa di studio in antropologia presso l’università di Kiawenyionge per studiare i vostri
usi e costumi. Mi sono informato e mi hanno detto che lei è un antropologo e che l'avrei trovata, e volevo da
lei qualche consiglio».
- Ma chi era?
- Un pigmeo.
- Un pigmeo?
- S1, i pigmei sono una delle popolazioni più antiche
dell' Africa e sono bassi di statura. - Bassi quanto?
- Gli uomini sono alti circa un metro e cinquanta.
- Più piccoli di Chiara!
- Si. Giuro che non riuscivo a credere ai miei occhi: un pigmeo antropologo che veniva a studiarci! Da un lato
ero felice che ci fossero antropologi anche nelle altri parti del mondo, dall'altro ero stupito. In ogni caso l'ho
fatto subito accomodare in casa. Ci siamo seduti nel salotto, non sapevo piu cosa dire.
«Possiamo darei del tu? Tra colleghi ... » « Grazie» ha detto.
«Vuoi qualcosa da bere, o da mangiare;?»
Nel sentire quelle parole, Nakwa ha corrugato la fronte, il suo volto aveva un'espressione sconcertata, quasi
offesa. Mi stavo chiedendo cosa potevo aver detto di male per offenderlo così, ma lui subito si è ripreso e mi
ha detto: «Scusami, forse sono io che non ho ancora capito le vostre usanze».
«In che senso?»
«Vedi, da noi chiedere a un ospite se vuole qualcosa da mangiare o da bere è un' offesa. E ovvio che se uno
viene da te devi dargli qualcosa, devi dargliela e basta.: Se lo chiedi è come se non volessi dargliela».
Sono andato in cucina a preparare un tè, ho preso dei biscotti e li ho messi sul tavolo. Nakwa ora era più
rilassato. «Dimmi, allora, cosa ti interessa sapere della nostra cultura?» gli ho chiesto.
«Sai, ci sarebbero un sacco di cose che vorrei imparare. In genere gli antropologi iniziano a studiare la
parentela,vero? »
«Beh, sì, spesso facciamo così, la parentela in fondo è uno dei primi modi che gli esseri umani hanno
inventato per 0rganizzare i rapporti tra di loro». .-
«Appunto, voi dite che in molte lingue africane non esiste la parola cugini». «E vero no?»
«Sì, posso chiederti come chiamate i genitori?» «Padre e madre».
Nakwa aveva tirato fuori un piccolo registratore mp3 e lo aveva appoggiato sul tavolino. «E il padre di vostro
padre?» «Nonno».
«Il padre di vostra madre?» «Nonno».
«Come ?»
«Nonno».
«Ma è come l'altro! Non li distinguete?» «No». Nakwa aveva un'espressione perplessa. «Come chiamate il
fratello di vostro padre?» « Zio».
«E quello di vostra madre?»
«Anche». Nakwa aveva un'aria sempre più stupita.
«Certo che siete un po' ... un po' - sembrava che non trovasse la parola giusta, - un po' faciloni. Non
distinguete bene i diversi parenti! »
«Sì, è vero, però ... » cercavo una spiegazione convincente, ma lui aveva già fatto un' altra domanda.
«Come chiamate il figlio di vostro figlio?» «Nipote».
«E il figlio di vostro fratello o di vostra sorella?» «Nipote anche lui» dissi con aria un po' sconsolata.
Nakwa scosse la testa, schiacciò il pulsante di pausa del suo mp3, si mise le mani sulla faccia, poi disse:
«Non of fenderti, ma a me sembra che su questo siate abbastanza primitivi. Noi abbiamo due termini diversi
per distinguere quelli che voi chiamate zii e anche per quelli che chiamate nonni. Poi nessuno da noi
confonderebbe mai il figlio del proprio figlio con quello del proprio fratello! »
Non sapevo bene come rispondere. In effetti ogni popolazione organizza la parentela secondo una logica
diversa e la nostra, agli occhi di un pigmeo come Nakwa, ma anche di un aborigeno australiano o di un
indiano Crow, doveva davvero sembrare un po' rozza.
- Aveva ragione lui?
- Dal suo punto di vista si.
- Si però ci hai detto che anche loro, in Africa a volte
non hanno una parola per dire cugini e li chiamano fratelli. - Hai ragione Elena, vedete come cambiano le
cose se le guardi da un certo punto di vista oppure da un altro ? - Però a volte noi diciamo che loro sono
primitivi e invece lui diceva che lo eravamo noi.

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- Proprio cosi Chiara. Ero li che riflettevo su come ci si sentiva a essere interrogati da un antropologo che
veniva dall' Africa, quando Nakwa riavviò il registratore e parti con un' altra domanda: «lo sento sempre dire
e ho letto su molti libri, che voi occidentali siete razionali, mentre noi saremmo più emotivi, meno razionali».
«Era una visione vecchia, ora non si usa più». «Però molti di voi lo pensano ancora, no?»
«Questo è vero, gli Occidentali pensano di essere razionali».
«Razionali significa agire secondo una logica, no?» «Certo».
«Allora mi spiegate perché voi assumete in media 3000 calorie al giorno, sono molte, se pensi che in Africa
noi ne abbiamo a malapena 1500. Bene, per mangiare cosi tanto, spendete soldi e poi? Poi spendete altri
soldi Per dimagrire. Vi sembra logico?»
Il suo ragionamento non faceva una piega.
«Scusa se faccio domande che sembrano stupide, ma sto cercando di capire».
«Figurati» gli ho risposto, pensando a quante volte devono essere sembrate stupide le domande che avevo
fatto io nella mia vita alle tante persone che avevo intervistato in diversi angoli di mondo.
«Nei vostri libri sull'Africa si dice che da noi è molto diffuso il culto degli antenati. Lo dite come se fosse una
cosa solo nostra. lo però ho passeggiato un po' per le vostre città: Roma, Firenze, Venezia e ho visto che voi
vi impegnate a conservare i vostri monumenti, a salvarli dal crollo. Cos'è questo? Quei monumenti non li
hanno fatti forse i vostri antenati? E se li amate cosi tanto, non è forse perché venerate quegli antenati?»
«Già hai ragione amico caro» gli dissi.
Era strano trovarsi a subire le sue domande, io che invece le domande le avevo sempre fatte. Ma non avevo
tempo di abituarmi o di riflettere sulla mia nuova situazione, perché Nakwa continuava con le sue domande.
«Dimmi una cosa Marco, ma voi siete nomadi o stanziali? »
Questa non me l'aspettavo proprio. «Ma come? Stanziali, no?» «Davvero ?»
«Si, ma non mi sembri convinto».
«A dire il vero, da noi una famiglia di nomadi fa sei, sette chilometri al giorno e non tutti i giorni. Qui vedo
gente che per andare a lavorare, ne fa anche quaranta-cinquanta, in treno, in autobus, in auto. Poi avete, mi
sembra una migrazione stagionale, come i pastori da noi. In estate vi trasferite tutti verso il mare o verso la
montagna e lasciate la città. Anche da noi i nomadi cambiano territorio quando cambia stagione. Oppure, a
volte, cambiate proprio paese, andate lontano, lontano. C'è però un'altra cosa che vi accomuna ai nomadi. Li
hai studiati anche tu, vero? Ho letto i tuoi libri».
«Si, ho studiato i pastori di renne in Lapponia, i Peul del Mali, gli allevatori di yak in Nepal e altri ancora».
«Ecco, quando osservo dei gruppi di quelli che voi chiamate turisti, a volte mi sembra di vedere uno di quei
pastori, che conduce la sua mandria, la guida, la porta nei posti dove si può bere, dove si può mangiare o
dormire. Fa attenzione che non finiscano in mezzo ai pericoli, proprio come fa il pastore nomade».
Non sapevo se ridere del racconto di Nakwa oppure se preoccuparmi. Tutto sembrava diverso, raccontato
da lui. Parlava di noi e mi sembrava che parlasse di chissà quale popolo.
A un certo punto Nakwa salta su dicendo: «A volte mi .sembrate dei bambini».
«In che senso?»
«Dei bambini che non hanno ancora imparato bene le regole di come si sta al mondo».
«Non ti capisco».
«Ho guardato come vi salutate tra di voi. Vi date la mano e dite "buongiorno" oppure "buonasera" e basta.
Finita li».
«E cosa dovremmo dire?»
«Da noi quando incontri una persona chiedi come sta lui, come sta sua madre, come sta suo padre, la
famiglia e poi se è un uomo lo saluti in un modo, se è una donna in un altro, se è un anziano in un altro
ancora. Ci sono saluti per gli stranieri, per chi arriva dai campi, per chi arriva dal pozzo, è molto più
complesso».
- È davvero casi che ci si saluta in Africa?
- Si, i saluti sono spesso lunghissimi, ma quello che mi colpiva, era che a me sembravano fin troppo
complicati quei saluti, quasi noiosi, e invece a lui sembravano grezzi e poveri i nostri! Continuammo a
parlare a lungo e mentre lo ascoltavo scoprivo come il mio mondo, il nostro mondo, quello che siamo abituati
a considerare normale, ai suoi occhi appariva bizzarro.
«Un'ultima cosa, è vero che da voi gli anziani vengono messi in case speciali per anziani, fuori dalla loro
famiglia ?» chiese a un certo punto Nakwa.
«Capita a volte, sai la gente qui lavora tutto il giorno fuori casa e non può accudire gli anziani». Nakwa
scuoteva la testa: «No, no questo davvero mi è difficile capirlo. Da noi gli anziani sono più rispettati. Posso
permettermi di chiedere una cosa?»
«Dimmi, ci mancherebbe! »
Nakwa aveva spento l'mp3: «Non ti offendere, ma a me, abbandonare gli anziani, sembra una cosa da
selvaggi».
Sono rimasto in silenzio, come lui. Credo che ognuno di noi pensasse a cose diverse. Era strano sentirsi dire
da un pigmeo, che molti di noi considererebbero un selvaggio, che ai suoi occhi i selvaggi eravamo noi.
Allora mi sono tornate in mente le parole di un vecchio collega francese, Michel, che quando tutti pensavano

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che gli altri abitanti del mondo fossero selvaggi, diceva: «lo ritengo che non vi è nulla di barbaro e di
selvaggio in quelle popolazioni. La realtà è che ognuno definisce barbarie quello che non è nei suoi usi».

LA SENTINELLA di Fredrick Brown


Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame freddo ed era lontano 50mila anni-luce da casa. Un
sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità doppia di quella cui era abituato, faceva d'ogni
movimento un'agonia di fatica. Ma dopo decine di migliaia d'anni, quest'angolo di guerra non era cambiato.
Era comodo per quelli dell'aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si
arriva al dunque, tocca ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue,
palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano
mandato. E adesso era suolo sacro perché c'era arrivato anche il nemico. Il nemico, l'unica altra razza
intelligente della galassia... crudeli schifosi, ripugnanti mostri. Il primo contatto era avvenuto vicino al centro
della galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata subito
guerra; quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica. E
adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere, coi denti e con le unghie.
Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame, freddo e il giorno era livido e spazzato da un vento
violento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano di infiltrarsi e ogni avamposto era vitale. Stava
all'erta, il fucile pronto.
Lontano 50mila anni-luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l'avrebbe mai
fatta a riportare a casa la pelle.
E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano,
agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più.
Il verso, la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti, col passare del tempo, s'erano abituati, non ci
facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella
pelle d'un bianco nauseante e senza squame...
(tratto da 'Tutti i racconti (1950-1972), Fredrick Brown, 1992, A. Mondadori Editore)

Amos Oz, Contro il fanatismo, Feltrinelli


Scrittore per colpa dell'indigenza, della solitudine e del gelato
Amici miei, io sono diventato scrittore per colpa dell'indigenza, della solitudine e del gelato. Ero figlio unico di
una assai modesta famiglia della classe media, - di fatto, una famiglia povera di Gerusalemme. Mio padre
faceva il bibliotecario e mia madre dava sporadiche lezioni private di storia e letteratura. Abitavamo in un
minuscolo appartamento che pareva l'abitacolo di un sommergibile, zeppo di libri in diverse lingue. Ma a
parte i tomi, c'era ben poco: i miei genitori si ritrovavano con i loro amici nei caffè. E mi portavano con loro,
dal momento che ero figlio unico e non c'era nessuno con cui lasciarmi, a casa. Mi dicevano che dovevano
conversare con i loro amici e che io dovevo comportarmi bene e che se mi fossi comportato bene, alla fine
avrei avuto il gelato. Insomma, il gelato nella Gerusalemme di quell' epoca era più raro che la pace nel
Medio Oriente di oggi. Era un sentito dire, una leggenda: solo chi era molto fortunato lo conquistava. lo
andavo matto per il gelato, se non che i miei avevano l'abitudine di trascinare quelle loro conversazioni con
gli amici ininterrottamente per sette giorni e sette notti. O almeno così sembrava a me. Allora dovevo pur far
qualcosa di me stesso, per non urlare o dar fuori di matto: così me stavo lì seduto, come un piccolo
detective, a osservare il viavai nel locale - gente che entrava, gente che usciva ... e come uno Sherlock
Holmes in erba, ne studiavo gli abiti, le facce, i gesti, le scarpe, rimiravo le borsette e ingannavo l' attesa
inventando delle piccole storie su questa gente, fantasticando sulla loro provenienza o sui rapporti fra quelle
due donne e quell'uomo seduti al tavolino d'angolo, le due che fumavano e lui no, una con l'aria davvero
triste, lui che a stento apriva bocca, e l'altra donna che parlava quasi sempre lei. Dovevo inventare una
trama. O quell'altro - un giovanotto alto, strano, dall'aria timida, seduto accanto alla porta con un giornale
davanti, che peraltro non stava leggendo. Teneva lo sguardo fisso sulla porta, stava aspettando. Un'ora,
due, insomma, non era possibile che stesse aspettando il mio gelato, evidentemente si trattava di una
persona. Allora mi figuravo chi e perché stava aspettando. Dunque, imparai ad alleviare la mia solitudine
osservando la gente, immaginando, inventando, a tratti captando brandelli di conversazione per poi
ricomporli e, come un ufficiale della Stasi, ricavare da trascurabili frammenti di informazioni una storia
intrigante. Ora, debbo ammettere che continuo a comportarmi così quando mi capitano i cosiddetti "tempi
morti" , in aeroporto, o quando mi trovo in sala d'attesa dal dentista, o in coda da qualche parte - invece di
sfogliare qualcosa o grattarmi la testa, mi do al fantasticare. Certo, le mie fantasie di oggi non sono sempre
così innocenti come quelle di allora, quando, bambino, sognavo il mio gelato. Ma ancora fantastico. E
credetemi, è un passatempo utile, non solo per un romanziere, non solo per uno scrittore: per chiunque di
noi. Accadono davvero tante cose, a ogni angolo di strada, in ogni coda in attesa dell'autobus, in qualunque
sala d'aspetto di un ambulatorio, o in un caffè ... Tanta di quella umanità attraversa ogni giorno il nostro

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campo visivo, mentre per gran parte del tempo noi restiamo indifferenti, non ce ne accorgiamo neppure,
vediamo ombre invece di persone in carne e ossa. Perciò, con l'abitudine di osservare gli estranei, e con un
pizzico di fortuna, finirete presumibilmente per scrivere dei racconti congetturando intorno a quello che la
gente si fa a vicenda, a come ci si appartiene a vicenda. Altrimenti, sarà comunque un buon passatempo
con tanto di gelato alla fine, un gioco dove non ci sono perdenti.

Come mi sentirei se fossi lei?


Del resto, sono ben io che mi alzo ogni mattina, faccio una piccola passeggiata nel deserto, prendo una
tazza di caffè, mi siedo alla scrivania e comincio col domandarmi: "Come mi sentirei se fossi lei? Come deve
essere stare dentro la sua pelle?" - questo è ciò che devi fare se vuoi scrivere anche il più semplice dei
dialoghi: devi spartire non soltanto la tua fedeltà, ma persino i tuoi sentimenti fra diversi personaggi. Credo di
stare parafrasando D.H. Lawrence, il quale un giorno disse che per scrivere un romanzo bisogna essere
capaci di assumersi una mezza dozzina di conflitti e sentimenti contraddittori e opinioni, con lo stesso grado
di convinzione, veemenza ed empatia. Allora forse sono equipaggiato un po' meglio degli altri per capire, con
il mio punto di vista ebraico-israeliano, come ci si sente a essere un palestinese sradicato, come ci si sente
a essere un arabo palestinese cui degli "alieni di un altro pianeta" hanno portato via la terra natale. E come
ci si sente a essere coloni israeliani in Cisgiordania? Sì, talvolta m'infilo nei panni di quella gente oltranzista,
o quanto meno ci provo. Il che forse mi dà il diritto di alzare la voce e criticare. E insieme ad altri dodici
(circa) israeliani, quasi tutti romanzieri e poeti, già nel 1967 , eravamo in pochissimi, molto prima che fosse
fondato il movimento Pace Adesso, qualche settimana dopo la spettacolare vittoria militare d'Israele nella
Guerra dei Sei Giorni, iniziammo a propugnare una soluzione binazionale, una Palestina accanto a Israele,
cosa che in quei giorni di euforia nazionale in Israele veniva guardata non solo come un tradimento ma
anche come una manifestazione di totale idiozia. Eravamo così in pochi, a quell' epoca, che avremmo potuto
svolgere gli incontri del movimento pacifista israeliano, e il nostro congresso nazionale, dentro una cabina
telefonica o quasi. Ma se ripenso a quel periodo, so che la mia posizione di allora non era il frutto di uno
straordinario intuito storico e nemmeno di una particolare dimestichezza con le ragioni degli arabi o
l'ideologia palestinese. Era forse la mia abitudine "professionale" a mettermi nei panni degli altri. Il che non
significa ch'io giustifichi sempre gli altri, piuttosto che riesco a vedere i punti di vista del prossimo.

Compromesso
Ebbene, la mia in proposito è una risposta che vale per molte cose: compromesso. Sono un gran fautore del
compromesso. So che questa parola gode di una pessima reputazione nei circoli idealistici d'Europa, in
particolare fra i giovani. Il compromesso è considerato come una mancanza di integrità, di dirittura morale, di
consistenza, di onestà. Il compromesso puzza, è disonesto. so non è integrità e nemmeno idealismo e
nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte. Sono sposato con
la stessa donna da quarantadue anni: rivendico un briciolo di competenza, in fatto di compromessi.
Permettetemi allora di aggiungere che quando dico compromesso non intendo capitolazione, non intendo
porgere l'altra guancia a un avversario, un nemico, una sposa. Intendo incontrare l'altro, più o meno a metà
strada. Comunque non esistono compromessi felici: un compromesso felice è una contraddizione. Un
ossimoro. così faccio compromessi anche per quanto riguarda la mia scrittura: ogni volta che mi trovo
d'accordo con me stesso al cento per cento, non scrivo una storia ma un articolo rabbioso per dire al mio
governo che cosa fare, a volte per dire al mio governo dove andare tutti insieme, cioè all'inferno. Per una
ragione o per l'altra, non mi danno mai retta. Benché abbia già detto mille volte, e con voce stentorea, di
andare all'inferno - sono ancora al loro posto. Ma in quei casi, che si presentano molto spesso, in cui sento
più di una voce dentro di me a proposito di una questione, laddove riesco a vedere più d'uno, e a volte più di
due punti di vista, quando riesco a sentire una piccola ragione dentro di me, allora so che sono quanto meno
gravido di una storia.