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PREFAZIONE

I Rougon-Macquart dovranno comprendere una ventina di romanzi. Il piano generale fissato fin dal 1869, ed
io lo seguo con estremo rigore. Arrivato il momento dell'Assommoir, l'ho scritto, cos come scriver gli altri, senza
deviare nemmeno per un attimo dalla mia linea retta. Ecco da cosa deriva la mia forza. Ho un obiettivo cui tendere.
Quando L'Assommoir apparso su un giornale, stato attaccato con una violenza senza precedenti. stato
imputato di tutti i crimini. Occorre dunque ch'io spieghi qui, in poche righe, le mie intenzioni di scrittore? Quello che ho
voluto dipingere il fatale decadimento d'una famiglia operaia nell'ambiente appestato dei nostri sobborghi. Al fondo
dell'ubriachezza e della poltroneria, troviamo l'allentamento dei legami familiari, gli orrori della promiscuit, il
progressivo oblio d'ogni onesto sentimento; quindi, come scioglimento, la vergogna e la morte. Non altro che morale
in atto.
L'Assommoir senza dubbio il pi casto dei miei libri. Ho dovuto spesso toccare delle piaghe ben altrimenti
spaventose. Soltanto la forma ha scandalizzato. Se la son presa con le parole. Il mio crimine stato quello d'aver avuto
la curiosit letteraria di raccogliere e fondere in uno stampo adeguatamente elaborato la lingua del popolo. Ah! la forma,
ecco il pi grande dei crimini! Eppure, di tale lingua, esistono dei dizionari. Gli eruditi la studiano e ne apprezzano il
vigore, l'imprevedibilit e la forza delle immagini. un boccone prelibato per i grammatici ficcanaso. Non conta.
Nessuno si accorto che volevo fare un lavoro puramente filologico, un lavoro che credo del pi vivo interesse storico e
sociale.
Ma nemmeno mi difendo. La mia opera mi difender. un'opera di verit, il primo romanzo sul popolo che
non menta e abbia lo stesso odore del popolo. Ma non bisogna affatto concluderne che il popolo per intero sia cattivo: i
miei personaggi non sono infatti cattivi, sono soltanto ignoranti e corrotti dall'ambiente di dura fatica e di miseria in cui
vivono. Si dovrebbe comunque leggere i miei romanzi, capirli, valutarli lucidamente nel loro insieme, prima d'emettere
i giudizi bell'e fatti, ridicoli e odiosi che circolano sulla mia persona e sulle mie opere. Ah! se si sapesse fino a che
punto i miei amici se la spassano alla sorprendente leggenda con cui la folla si diverte! Se si sapesse che l'assetato di
sangue, l'implacabile romanziere, non altro che un degno borghese, un uomo di studio e di arte, che vive sobriamente
nel suo cantuccio e la cui unica ambizione quella di lasciare un'opera il pi possibile ampia e viva! Non mi curo di
smentire alcun racconto. Lavoro, e mi affido al tempo e alla buona fede del pubblico perch mi si possa alla fine
scoprire al di l del mucchio di sciocchezze che si sono nel frattempo accumulate.
Emile Zola
Parigi, 1 gennaio 1877
CAPITOLO PRIMO

Gervaise aveva aspettato Lantier fino alle due del mattino. Poi, tutta in brividi per essere rimasta in camicia
all'aria frizzante della finestra, s'era assopita, gettata di traverso sul letto, febbricitante, le guance inondate di lacrime.
Da otto giorni. appena uscivano dal Veau Deux Ttes, dove mangiavano, lui la mandava a dormire con i bambini e
ricompariva soltanto a notte fonda, raccontandole che andava a cercar lavoro. Quella sera, mentre spiava il suo ritorno,
le era sembrato di vederlo entrare al ballo del Grand-Balcon, le cui dieci finestre fiammeggianti illuminavano come in
un manto d'incendio la nera colata dei boulevards esterni; e dietro di lui, a cinque o sei passi di distanza, le mani
penzoloni, come se gli avesse appena lasciato il braccio per non passare insieme sotto il crudo chiarore dei globi del
portone, aveva visto avanzare la piccola Adle, una brunitrice che mangiava al loro stesso ristorante.
Quando Gervaise si svegli, verso le cinque, irrigidita, le reni a pezzi, scoppi in singhiozzi. Lantier non era
tornato. Era la prima volta che dormiva fuori casa. Rest seduta sulla sponda del letto, sotto il brandello di perse
sbiadita che pendeva da un braccio attaccato al soffitto con una cordicella. E lentamente, i suoi occhi velati di lacrime
facevano il giro della misera camera ammobiliata: un cassettone di noce cui mancava un cassetto, tre sedie di paglia e
un tavolino bisunto, su cui languiva una brocca slabbrata. Era stato aggiunto, per i bambini, un lettino di ferro che
bloccava il cassettone e occupava i due terzi della stanza. Il baule di Gervaise e Lantier, spalancato in un angolo,
mostrava i suoi fianchi vuoti e, sul fondo, un vecchio cappello d'uomo, nascosto sotto un mucchio di camicie e di
calzini sporchi. Lungo le pareti, sulle spalliere dei mobili, pendevano uno scialle bucato, un paio di pantaloni mangiati
dal fango, gli ultimi stracci rifiutati perfino dai rigattieri. Al centro del camino, fra due candelieri di zinco spaiati, c'era
un pacchetto di bollette del Monte dei pegni, d'un rosa tenue. Era la camera migliore della locanda, la camera del primo
piano, che dava sul boulevard.
Coricati l'uno accanto all'altro sullo stesso guanciale, i due bambini intanto dormivano. Claude, che aveva otto
anni, con le manine distese fuori della coperta, respirava lentamente, mentre Etienne, di soli quattro anni, sorrideva, un
braccio passato attorno al collo del fratello. Lo sguardo smarrito della madre si ferm su di loro: scoppi allora
nuovamente in singhiozzi, si schiacci un fazzoletto sulla bocca per soffocare le piccole grida che le sfuggivano. E a
piedi nudi, senza curarsi di rimettere le ciabatte cadute a terra, torn ad affacciarsi alla finestra, ricominci la stessa
attesa della notte, frugando con lo sguardo i marciapiedi, in lontananza.

La locanda si trovava sul boulevard de la Chapelle, a sinistra della barriera Poissonnire. Era una catapecchia a
due piani, dipinta di color rosso vino fino al secondo, con persiane infradiciate dalla pioggia. Al di sopra d'un lampione
dai vetri incrinati, si poteva leggere, fra le due finestre, in grandi lettere gialle da cui la muffa del gesso aveva portato
via qualche frammento: Locanda Boncoeur, tenuta da Marsouillier. Gervaise, ostacolata dal lampione, doveva
sporgersi, con il fazzoletto sempre sulle labbra. Guardava a destra, dalla parte del boulevard de Rochechouart, dove
gruppi di beccai, davanti ai mattatoi, parevano immobili nei loro grembiali insanguinati: e il vento fresco trascinava con
s, a tratti, un fetore, un odore selvaggio di bestie massacrate. Guardava a sinistra, abbracciando d'infilata il lungo
nastro del viale, per arrestarsi quasi dirimpetto a s, alla massa bianca dell'ospedale di Lariboisire, allora in
costruzione. Lentamente, da un capo all'altro dell'orizzonte, seguiva il muro del dazio, al di l del quale, la notte, sentiva
a volte delle grida come di assassinati: e frugava allora con gli occhi gli angoli pi appartati, i punti pi oscuri, neri di
umidit e lerciume, con la paura di scoprirvi il corpo di Lantier, crivellato nel ventre dalle coltellate. Quando sollevava
lo sguardo, oltre la grigia e interminabile muraglia che circondava la citt come in una fascia di deserto, intravedeva un
immenso chiarore, un pulviscolo di sole, gi riempito del chiasso mattutino di Parigi. Ma era pur sempre alla barriera
Poissonnire che tornava, con il collo teso, sentendosi stordita dal veder scorrere, fra i due tozzi padiglioni del dazio, il
flusso ininterrotto di uomini, bestie e carri, che calava dalle alture di Montmartre e della Chapelle. Era tutto uno
scalpiccio d'armenti, una folla che arrestandosi all'improvviso s'allargava in pozzanghere sulla via, uno sfilare senza fine
di operai che andavano al lavoro, con i loro arnesi sulla schiena e il loro pane sotto braccio. E quella folla si lasciava
inghiottire da Parigi, per annegarvi, continuamente. Quando Gervaise, fra tutta quella gente, credeva di riconoscere
Lantier, si sporgeva ancora di pi, rischiando di cadere. Si premeva poi ancora pi forte il fazzoletto sulla bocca, come
per ricacciare indietro il suo dolore.
Una voce giovane e allegra fece s che lasciasse la finestra.
Vostro marito non dunque in casa, signora Lantier?.
No, signor Coupeau, rispose sforzandosi di sorridere.
Era un operaio zincatore che occupava, proprio in cima alla locanda, una stanzetta da dieci franchi. Aveva il
suo sacco sulla spalla. Avendo trovato la chiave nella porta, era entrato, come un amico.
Sapete, riprese, adesso lavoro l, all'ospedale... Eh! proprio un bel maggio! Picchia forte, stamattina.
E guardava il viso di Gervaise, arrossato dalle lacrime. Quando s'accorse che il letto era intatto, scroll
dolcemente il capo; poi, si port accanto al letto dei bambini, che continuavano a dormire con le loro rosee facce da
cherubini, e abbassando la voce:
Coraggio! vostro marito non si comporta saggiamente, vero?... Non v'affliggete, signora Lantier. tutto preso
dalla politica. L'altro giorno, quando si votato per Eugne Sue, uno perbene, almeno pare, sembrava come impazzito.
Probabilmente, avr passato la notte con qualche amico a parlar male di quel crapulone di Bonaparte.
No, no, mormor Gervaise con sforzo, non come credete. So bene dov' Lantier... Abbiamo anche noi i
nostri dispiaceri, come tutti, mio Dio!.
Coupeau ammicc, per farle capire che non si lasciava imbrogliare da quella menzogna. E se ne and, dopo
essersi offerto d'andarle a comprare il latte, se lei non voleva uscire: era una brava e bella donna, e poteva sempre
contare su di lui, il giorno che si fosse trovata in difficolt. Appena l'altro si fu allontanato, Gervaise si rimise alla
finestra.
Alla barriera, lo scalpiccio d'armenti continuava, nel freddo del mattino. Si riconoscevano i magnani con le
loro casacche da lavoro in tela azzurra, i muratori con le loro tute bianche, i pittori con i loro cappotti, al di sotto dei
quali comparivano dei lunghi camiciotti. Quella folla, da lungi, conservava una sua compattezza gessosa, una tonalit
neutra, in cui dominavano l'azzurro sbiadito e il grigio sporco. A tratti, un operaio si fermava di colpo, riaccendeva la
pipa, mentre attorno a lui gli altri continuavano a camminare, senza un sorriso, senza che una parola venisse detta a un
compagno, le guance terree, il volto proteso verso Parigi che, uno a uno, li divorava attraverso la bocca spalancata del
faubourg Poissonnire. Ai due angoli di rue des Poissonnires, alla porta dei due vinaioli che stavano levando le
imposte, degli uomini rallentavano il passo e, prima d'entrare, restavano per un attimo sul bordo del marciapiede, con
sguardi obliqui verso Parigi, le braccia abbandonate, gi guadagnati a un giorno di poltroneria. Davanti ai banconi, a
gruppi si offrivano da bere, perdevano coscienza di se stessi, ritti in piedi, riempiendo le sale, sputando, tossendo,
schiarendosi la gola a forza di bicchierini.
Gervaise stava tenendo d'occhio, a sinistra della via, la sala di pap Colombe, dove credeva d'aver visto
Lantier, quando si sent interpellare dal centro della strada da un donnone in grembiale e a testa nuda.
Beh! com' che siete tanto mattiniera, signora Lantier?.
Gervaise si sporse di pi.
Toh! siete voi, signora Boche!.. Oh! ho un sacco di cose da fare, oggi!.
Gi, proprio cos, le cose non si fanno certo da sole!.
E cominci allora una conversazione dalla finestra al marciapiede. La signora Boche era la portinaia del
caseggiato di cui il ristorante del Veau Deux Ttes occupava il pianterreno. Diverse volte, non volendo sedersi a tavola
da sola con tutti gli uomini che le mangiavano accanto, Gervaise aveva aspettato Lantier nella sua guardiola. La
portinaia raccont che stava andando a due passi da l, in rue de la Charbonnire, per sorprendere a letto un impiegato
da cui il marito non riusciva a farsi saldare l'accomodatura d'una redingote. Parl poi d'uno dei suoi inquilini che, la sera
prima, s'era portato a casa una donna e aveva impedito a tutti di dormire, fino alle tre del mattino. Ma pur continuando a

chiacchierare, studiava la giovane donna con un'espressione d'intensa curiosit: come se fosse venuta a mettersi sotto la
finestra soprattutto per sapere.
Il signor Lantier ancora a letto?, domand all'improvviso.
S, dorme, rispose Gervaise, che non pot evitare d'arrossire.
La signora Boche s'accorse delle lacrime che le riempivano gli occhi, e certo soddisfatta, stava gi per
allontanarsi trattando gli uomini da maledetti fannulloni, quando torn indietro gridando:
Andate stamattina al lavatoio, vero?... Ho anch'io qualcosa da lavare, vi terr un posto vicino a me, potremo
chiacchierare.
Poi, come presa da un improvviso senso di pena:
Ma fareste meglio a togliervi di l, o finirete per ammalarvi... Siete tutta viola!.
Ma Gervaise si ostin a restare alla finestra per altre due orribili ore, fino alle otto. Le botteghe erano ormai
aperte. Il flusso d'operai che calava dalle alture s'era interrotto, solo qualche ritardatario superava la barriera a grandi
falcate. Dai vinaioli, gli stessi uomini, sempre ritti in piedi, continuavano a bere, a tossire e a sputare. Dopo gli operai,
era stata la volta delle operaie, delle brunitrici, delle modiste, delle fioriste, tutte strette nei loro miseri abitucci,
trotterellanti lungo i boulevards esterni: camminavano a gruppi di tre o quattro, chiacchieravano allegramente, con dei
gridolini e certe occhiate di fuoco gettate d'intorno. A tratti, una, solitaria, magra, l'aria pallida e austera, seguiva il muro
del dazio, evitando le colate di lerciume. Erano poi passati gli impiegati, riscaldandosi le dita con il fiato e mangiando il
loro pane da un soldo lungo la via: giovani affaticati, dai vestiti troppo corti, gli occhi cerchiati, ancora annebbiati dal
sonno; vecchietti che si trascinavano sulle gambe, la faccia illividita, logorata dalle lunghe ore d'ufficio, che guardavano
l'orologio per regolare il loro passo con l'approssimazione d'un secondo. I boulevards avevano alla fine assunto il loro
aspetto pacifico del mattino: i benestanti del vicinato passeggiavano al sole; le madri, a capo scoperto, con sporche
sottane, cullavano bambini in fasce, li cambiavano sulle panchine, tutta una marmaglia moccolosa, sbrindellata, si
agitava, si buttava per terra, in mezzo a piagnucolii, risate e pianti. Gervaise si sent allora soffocare, in preda alla
vertigine dell'angoscia. Si sent al termine d'ogni speranza, le sembrava che tutto fosse finito, che i tempi fossero finiti,
che Lantier non sarebbe mai pi tornato. Il suo sguardo smarrito vagava dai vecchi mattatoi, anneriti dai massacri e dai
fetori, al nuovo ospedale, cupissimo, che lasciava intravedere, attraverso le ferite ancora aperte delle sue file di finestre,
le sale nude dove la morte sarebbe venuta con la sua falce. Di fronte a lei, dietro il muro del dazio, il cielo smagliante e
il levarsi del sole, che ingigantiva sopra il grandioso risveglio di Parigi, l'abbagliavano.
La giovane era seduta su una sedia, le mani abbandonate, e senza nemmeno pi piangere, quando Lantier entr
tranquillamente.
Sei tu! Sei tu!, grid Gervaise gettandoglisi al collo.
S, sono io. E allora?, rispose l'altro. Non vorrai per caso ricominciare con le tue solite sciocchezze!.
L'aveva allontanata da s. Poi, con un moto di malumore, lanci al volo sul cassettone il suo cappello di feltro
nero. Era un giovane di ventisei anni, Piccolo di statura, brunissimo, di bell'aspetto, con dei sottili mustacchi che aveva
l'abitudine d'arricciare con un gesto meccanico della mano. Indossava una casacca da operaio, una vecchia redingote
tutta macchiata che stringeva all'altezza della vita, e parlando aveva un accento provenzale assai spiccato.
Gervaise, lasciatasi ricadere sulla sedia, si lamentava sommessamente con frasi interrotte.
Non sono riuscita a chiudere occhio... Credevo che t'avessero giocato un brutto tiro... Dove sei stato? Dove
hai passato la notte? Mio Dio, non ricominciare, diventer pazza... Dimmi, Auguste, dove sei andato?.
Dove avevo qualcosa da fare, che diamine!, rispose alzando le spalle. Alle otto mi trovavo alla Glacire, da
quel mio amico che vuole metter su una fabbrica di cappelli. Si fatto tardi. Allora, ho preferito dormire... Insomma, lo
sai, non mi piace esser controllato. Lasciami in pace!.
La giovane ricominci a singhiozzare. Gli sbalzi di voce e i movimenti inconsulti di Lantier, che andava a
sbattere contro le sedie, avevano svegliato i bambini. Si levarono a sedere nel letto, seminudi, sbrogliandosi i capelli
con le loro manine, e sentendo piangere la madre, lanciarono grida terribili, mentre i loro occhi appena riaperti si
riempivano a loro volta di lacrime.
Ecco! la solita musica!, url Lantier furibondo. Vi avverto, posso anche andarmene di nuovo, io! E me la
svigno sul serio, stavolta!... Volete o no tacere! Addio! Torno da dove son venuto.
Aveva gi ripreso il cappello sul cassettone. Ma Gervaise si precipit balbettando:
No, no!.
E soffoc con mille carezze le lacrime dei piccoli. Ne baciava i capelli, li ricoricava con tenere paroline. I
piccoli, calmatisi di botto, ridendo sul guanciale, si divertirono a pizzicarsi l'un l'altro. Il padre, intanto, senza nemmeno
sfilarsi gli stivali, s'era buttato sul letto, con l'aria affranta, la faccia terrea come per una notte passata in bianco. Non
s'addorment, rimase con gli occhi spalancati, guardandosi in giro per la camera.
davvero pulito, qui!, mormor.
Poi, dopo aver guardato Gervaise per un attimo, aggiunse con cattiveria:
Potresti anche sistemarti un po'!.
Gervaise aveva solo ventidue anni. Era alta, un po' minuta, con dei lineamenti delicati, ma gi tirati dalle
durezze della vita. Spettinata, in ciabatte, tremante di freddo sotto la camicia bianca su cui i mobili avevano lasciato un
po' della loro polvere e del loro grasso, sembrava invecchiata di dieci anni dalle ore di angoscia e di pianto che aveva
appena passato. La frase di Lantier la fece uscire dal suo atteggiamento impaurito e rassegnato.

Sei ingiusto, disse animandosi. Sai bene che faccio tutto quello che posso. Non colpa mia se siamo finiti
qui... Vorrei veder te, con i due bambini, in una stanza dove non c' nemmeno un fornello per scaldare l'acqua... Appena
arrivati a Parigi, avremmo dovuto trovar subito una sistemazione, come avevi promesso, invece di far fuori tutto il tuo
denaro.
Beh! senti un po'!, si mise a gridare Lantier, anche tu ti sei pappata il gruzzolo insieme a me! Non dovresti
adesso sputare su quei buoni bocconi!.
Ma Gervaise sembr non intenderlo, e continu:
Insomma, con un po' di coraggio, potremmo comunque venirne fuori... Ieri sera ho incontrato la signora
Fauconnier, la lavandaia di rue Neuve: andr da lei luned. Se tu ti metti con quell'amico della Glacire, potremo tornare
a galla entro sei mesi, il tempo di farci qualche nuovo vestito e d'affittare un buco da qualche parte, dove saremo
finalmente a casa nostra... Oh! certo, si dovr lavorare, lavorare....
Lantier si gir verso il muro con aria annoiata. Gervaise allora si lasci trascinare.
S, cos, ma sappiamo bene che l'amore per il lavoro certo non ti opprime. Sei gonfio d'ambizione, vorresti
esser vestito come un gran signore e portare a spasso qualche sgualdrina in abito di seta. Non forse cos? Non mi trovi
pi abbastanza carina, da quando mi hai fatto portare tutti i miei vestiti al Monte dei pegni... Ecco, Auguste, non volevo
nemmeno parlartene, avrei aspettato ancora, ma so dove hai passato la notte, ti ho visto entrare al Grand-Balcon con
quella puttana di Adle. Ah! le scegli davvero bene! Lei s che tutta ripulita! Fa bene a prendere quelle sue arie da
principessa... andata a letto con tutto il ristorante.
Con un balzo, Lantier salt gi dal letto. Nel suo volto illividito, gli occhi erano adesso d'un nero inchiostro. In
quell'ometto, l'ira suscitava come una tempesta.
S, s, con tutto il ristorante!, ripet la giovane. La signora Boche finir per darle lo sfratto, a lei e a quella
spilungona della sorella, perch sulle scale c' sempre una fila di uomini.
Lantier sollev i pugni. Poi, resistendo alla voglia di batterla, l'afferr per le braccia, la scosse con violenza, la
mand a cadere sul letto dei bambini che, di nuovo, si misero a gridare. E torn a coricarsi, bofonchiando, con
l'espressione implacabile d'un uomo che prende una risoluzione di fronte alla quale ancora esitava.
Non sai quello che hai appena fatto, Gervaise... Hai avuto torto, te ne accorgerai.
I bambini continuarono a singhiozzare per qualche istante. La madre, ancora protesa verso di loro dalla sponda
del letto, li stringeva in un unico abbraccio, ripetendo all'infinito, con voce monotona, quest'unica frase:
Ah! se non ci foste voi, miei poveri piccoli! Se non ci foste voi!... Se non ci foste voi!....
Sdraiato tranquillamente, gli occhi levati sopra di s, sul brandello di perse sbiadita, Lantier non l'ascoltava
nemmeno pi, immerso in qualche sua idea fissa. Rimase cos per quasi un'ora, senza cedere al sonno, malgrado la
stanchezza che gli appesantiva le palpebre. Quando si rigir, poggiando su un gomito, la faccia dura e determinata,
Gervaise stava finendo di riordinare la camera. Rifaceva il letto dei bambini, che aveva appena lavato e vestito. Lantier
la vide spazzare, spolverare i mobili: la stanza rimaneva pur sempre cupa e miserevole, con il soffitto fumoso, la carta
scollata dall'umidit, le tre sedie e il cassettone zoppicanti, su cui il sudiciume resisteva ed anzi s'estendeva sotto lo
strofinaccio. Poi, mentre lei si lavava con acqua abbondante, dopo essersi raccolta i capelli davanti allo specchietto
rotondo, appeso alla spagnoletta della finestra, che gli serviva per radersi, sembr passarle in rassegna le braccia nude, il
collo nudo, tutto il nudo che lei mostrava, come se nella sua mente avessero luogo dei confronti. E fece una smorfia con
le labbra. Gervaise zoppicava dalla gamba destra, ma nessuno se ne accorgeva se non nelle giornate pi faticose,
quando s'accasciava, le anche affrante. Quella mattina, distrutta dalla sua notte, trascinava la gamba, si appoggiava ai
muri.
Regnava il silenzio, non si erano pi scambiati una parola. Lantier sembrava attendere. Gervaise, macerandosi
nel suo dolore, cercava d'assumere un'espressione indifferente, di far le cose in fretta. Stava facendo un involto della
biancheria sporca gettata in un angolo, dietro al baule, quando l'altro si decise finalmente a parlare:
Che stai facendo? Dove vai?, domand.
Gervaise non rispose subito. Poi, quando Lantier ripet la sua domanda con furore, si decise:
Lo vedi anche tu... Vado a lavare tutte queste cose... I bambini non possono vivere in mezzo allo sporco.
Aspett che lei raccogliesse due o tre fazzoletti. Quindi, dopo un altro silenzio, riprese:
Hai del denaro?.
Gervaise si risollev di colpo, lo guard in faccia, senza lasciar cadere le camicie sporche dei bambini che
teneva in mano.
Del denaro? Dove pensi che l'abbia rubato?... Lo sai che l'altroieri ho avuto tre franchi per la mia gonna nera.
Abbiamo mangiato due volte, e ci vuol poco a spendere quando si va dal pizzicagnolo... No, no, non ho del denaro. Ho
quattro soldi per il lavatoio... Non ne guadagno come certe femmine.
Lantier finse di non cogliere l'allusione. Era sceso dal letto e stava adesso esaminando i pochi stracci appesi in
giro per la stanza. Alla fine, prese i pantaloni e lo scialle, apri il cassettone e aggiunse all'involto una camiciola e due
camicie da donna. Quindi, gettando il tutto sulle braccia di Gervaise:
Tieni, porta queste cose al Monte.
Non vuoi che ci porti anche i bambini?, domand la giovane. Eh! se si desse a prestito anche sui figli,
sarebbe proprio un bel modo di sbarazzarsene!.
E tuttavia and al Monte dei pegni. In capo a mezz'ora, era gi di ritorno: mise una moneta da cento soldi sul
camino e aggiunse la bolletta alle altre, fra i due candelieri.

tutto quello che m'hanno dato, disse. Volevo sei franchi, ma non c' stato verso. Oh! non andranno certo
in rovina... E c' sempre tanta di quella gente, l dentro!.
Lantier non prese subito la moneta da cento soldi. Avrebbe voluto che Gervaise la cambiasse in spiccioli, per
lasciarle qualcosa. Ma si decise a infilarsela nel taschino del panciotto, vedendo sul cassettone un avanzo di prosciutto
in un cartoccio e un pezzo di pane.
Non sono andata dalla lattaia, le dobbiamo gi otto giorni, spieg Gervaise. Ma torner presto: in mia
assenza, scendi a comprare del pane e delle cotolette impanate. Poi pranzeremo. Prendi anche un litro di vino.
Non le disse di no. Pareva che la pace fosse tornata. La giovane stava finendo d'ammucchiare la biancheria
sporca. Ma quando fece per prendere dal fondo del baule le camicie e i calzini di Lantier, questi le grid di non toccare
le sue cose.
Lascia la mia biancheria, mi senti! Non voglio!.
Cos' che non vuoi?, domand Gervaise raddrizzandosi. Non penserai certo di rimetterti addosso queste
porcherie! Bisogna pur lavarle.
E lo scrutava, inquieta, ritrovando sul suo volto di bel ragazzo quella stessa durezza che nulla, ormai, sembrava
poter piegare. Lantier s'infuri, le strapp dalle mani la biancheria e la ricacci in fondo al baule.
Dio santo! Ubbidiscimi almeno una volta! Se ti dico che non voglio!.
Ma perch?, riprese Gervaise, impallidendo, sfiorata da un orribile sospetto. Adesso non hai bisogno delle
tue camicie, non stai per uscire... Che t'importa se le prendo?.
L'altro esit per un attimo, a disagio sotto gli sguardi ardenti con cui la giovane lo fissava.
Perch? Perch?, bofonchiava Che diamine! Vai dicendo in giro dappertutto che mi mantieni, che lavi, che
rammendi. Ebbene! una cosa che mi fa andare in bestia! Fa' le tue faccende, io penser a fare le mie... Le lavandaie
non lavorano per i cani.
Lo supplic, neg d'essersi mai lamentata. Ma Lantier chiuse il baule bruscamente, vi si mise a sedere sopra,
gridandole un bel no! sul muso. Era o no padrone delle cose che gli appartenevano? Poi, per sfuggire agli sguardi con
cui l'altra lo inseguiva, torn a distendersi sul letto, dicendo d'aver sonno e che la smettesse di rompergli il cervello. E
questa volta, infatti, sembr addormentarsi.
Gervaise rest per un attimo indecisa. Era tentata di dare un bel calcio all'involto della biancheria, per poi
mettersi seduta a cucire. Il respiro regolare di Lantier fin per rassicurarla. Prese il turchinetto e il pezzo di sapone che le
erano rimasti dopo l'ultimo bucato, e avvicinandosi ai bambini che giocavano tranquillamente con dei vecchi turaccioli,
davanti alla finestra, li baci, dicendo loro sottovoce:
State buoni, non fate rumore. Pap dorme.
Quando lasci la camera, soltanto le risate soffocate di Claude e di Etienne risuonavano nel grande silenzio,
sotto il soffitto annerito. Erano le dieci. Un raggio di sole entrava dalla finestra semiaperta.
Sul boulevard, Gervaise prese a sinistra e segu rue Neuve de la Goutte d'Or. Passando davanti alla bottega
della signora Fauconnier, salut con un cenno del capo. Il lavatoio si trovava quasi a met della via, nel punto in cui la
strada cominciava a salire. Al di sopra d'un piatto edificio, tre enormi serbatoi d'acqua, dei cilindri di zinco saldamente
bullonati, si mostravano nelle loro grigie rotondit, mentre un po' indietro s'innalzava lo stenditoio, un secondo piano
abbastanza elevato e chiuso su ogni lato da persiane dalle stecche sottili, che lasciavano vedere i capi di biancheria posti
ad asciugare sui fili d'ottone, e attraverso le quali l'aria entrava dall'esterno. Sulla destra dei serbatoi, la stretta canna
della macchina a vapore sbuffava, un soffio forte e regolare, lanciando getti di fumo bianco. Gervaise, senza nemmeno
raccogliersi le sottane, da donna abituata alle pozzanghere, oltrepass la porta ingombra di boccali d'acqua di
candeggina. Conosceva gi la padrona del lavatoio, una donnetta delicata, dagli occhi malati, sempre seduta nel suo
stanzino a vetri, con registri davanti a s, pani di sapone sulle mensole, vasi di turchinetto, libbre di bicarbonato di soda
in pacchetti. Passando, le domand la mestola e il bruschino che le aveva affidato in occasione del suo ultimo bucato.
Quindi, prese il suo numero ed entr.
Era un immenso capannone dal soffitto piatto, con travi a vista, montato su pilastri di ghisa, chiuso da ampie
finestre luminose. Un chiarore smorzato filtrava liberamente attraverso il caldo vapore sospeso come una nebbia
lattiginosa. Dei fumi salivano da certi angoli, si dilatavano, coprendo il fondo con un velo azzurrognolo. Pioveva
un'umidit opprimente, gonfia d'un odore saponoso, un odore slavato, madido, continuo. A tratti, dominavano aliti pi
forti d'acqua di candeggina. Lungo le batterie, ai due lati della corsia centrale, c'erano file e file di donne, le braccia
nude fino alle spalle, il collo nudo, le sottane raccolte in alto a mostrare le calze colorate e grandi scarpe a lacci.
Battevano furiosamente, ridevano, s'arrovesciavano per gridare qualche parola in quel frastuono, si curvavano sul fondo
dei loro mastelli, volgari, brutali, ondeggianti, infradiciate come da un acquazzone, le carni arrossate e fumanti. Attorno
a loro, sotto di loro, scorreva come un torrente continuo: i secchi d'acqua calda passati e svuotati d'un tratto, i rubinetti
aperti dell'acqua fredda, che colavano dall'alto, gli schizzi delle mestole, gli sgocciolii dei panni risciacquati, le
pozzanghere in cui sguazzavano; e tutto scivolava via in tanti piccoli ruscelli sulle lastre inclinate. E in mezzo alle grida,
ai colpi cadenzati, allo scroscio mormorante come di pioggia, a quel clamore da temporale che andava soffocandosi
contro il soffitto inumidito, la macchina a vapore, a destra, tutta imbiancata come da una sottile rugiada, sbuffava e
brontolava senza tregua, con l'armoniosa trepidazione del suo volantino che sembrava regolare l'immensit di quel
chiasso.

Gervaise, a piccoli passi, seguiva il corridoio, gettando lo sguardo a destra e a sinistra. Portava l'involto della
biancheria sotto il braccio, l'anca un po' rialzata, zoppicando pi del solito, in mezzo al viavai delle lavandaie che la
urtavano da ogni parte.
Ehi, da questa parte, piccola!, grid il vocione della signora Boche.
Poi, quando la giovane l'ebbe raggiunta, a sinistra, proprio in fondo, la portinaia, che stava sfregando
energicamente un calzino, cominci a parlare con frasi veloci, senza lasciare il suo lavoro.
Mettetevi l, vi ho tenuto un posto... Oh! non ne ho per molto. Boche sporca cos poco la sua biancheria... E
voi? Neanche per voi andr troppo per le lunghe, vero?... davvero piccolo, il vostro involto. Prima di mezzogiorno,
avremo finito e potremo andare a mangiare... Un tempo, davo la mia biancheria a una lavandaia di rue Poulet, ma me la
rovinava tutta a forza di cloro e colpi di spazzola. Allora ho deciso di lavarmela da sola. tanto di guadagnato. Costa
solo il prezzo del sapone... Ma dite un po', ecco delle camicie che avreste dovuto mettere a mollo. Questi sporcaccioni
di bambini, in fede mia, sembrano avere della fuliggine sul didietro!.
Gervaise sciolse il suo involto, dispieg le camicie dei bambini. E poich la signora Boche le consigliava di
prendere un secchio d'acqua di liscivia, rispose:
Oh! no, baster l'acqua calda... So il fatto mio.
Aveva gi separato la biancheria, mettendo da parte i pochi capi colorati. Poi, dopo aver riempito il suo
mastello con quattro secchi d'acqua fredda, presa al rubinetto che era dietro di lei, vi immerse il mucchio di panni
bianchi, e rialzandosi la sottana fino a stringersela fra le cosce, entr in una specie di bidoncino, sistemato per il dritto,
che le arrivava fino al ventre.
Sapete il fatto vostro, vero?, ripet la signora Boche. Facevate la lavandaia al vostro paese, cos,
piccola?.
Gervaise, con le maniche rimboccate a mostrare le sue belle braccia da bionda, ancora giovani, appena
arrossate sui gomiti, cominciava a mettere in ammollo la sua biancheria. Dopo aver disteso una camicia sull'assicella
della batteria, corrosa e imbiancata dall'usura dell'acqua, la sfregava con il sapone, la rigirava, la sfregava dall'altro lato.
Prima di rispondere, impugn la sua mestola, si mise a battere, gridando queste frasi, punteggiandole con colpi secchi e
cadenzati:
S, si, lavandaia... A dieci anni... Sono passati dodici anni da allora... Andavamo al fiume... C'era un odore pi
buono che qui... Avreste dovuto vedere, c'era un angolo sotto gli alberi... con dell'acqua limpida che scorreva... Sapete, a
Plassans... Non conoscete Plassans?... vicino a Marsiglia?.
Forte come una bestia!, esclam la signora Boche, meravigliata dall'energia di quei colpi di mestola. Che
briccona! Schiaccerebbe il ferro con quelle sue braccine da signorina.
La conversazione continu ad alta voce. La portinaia, a volte, era costretta a protendersi di pi, non riuscendo a
sentire. I panni bianchi vennero battuti, e con che forza! Gervaise li rimise nel mastello, li riprese uno a uno per sfregarli
una seconda volta con il sapone e strigliarli. Con una mano, teneva fermo il capo di biancheria sulla batteria, mentre con
l'altra, che stringeva il corto bruschino di gramigna, faceva uscire dal panno una schiuma sporca, che scivolava in
lunghe colate. Allora, nel minimo rumore del bruschino, si fecero pi vicine, chiacchierarono in modo pi intimo.
No, non siamo sposati, riprese Gervaise. Non me ne vergogno. Lantier non cos garbato da far desiderare
di essergli moglie. Se non ci fossero i bambini, allora!... Avevo quattordici anni e lui diciotto, quando abbiamo avuto il
primo. L'altro venuto quattro anni dopo... successo come succede sempre, lo sapete anche voi. Non ero felice in casa
nostra. Pap Macquart, per un nonnulla, era capace di prendermi a calci nelle reni. E allora, proprio vero, uno cerca di
divertirsi un po' fuori... Ci saremmo anche sposati, ma i nostri genitori, chiss poi perch, non hanno voluto.
Scosse le mani, che si facevano rosse sotto la schiuma bianca.
L'acqua davvero fredda, a Parigi, disse.
La signora Boche continuava a lavare, ma lentamente. S'interrompeva, facendo durare pi a lungo il suo
bucato, per rimaner l a conoscere quella storia che da quindici giorni tormentava la sua curiosit. Nel suo gran
faccione, la bocca era quasi spalancata e gli occhi, a fior di testa, scintillavano. Pensava fra s, soddisfatta d'aver
indovinato:
Gi, la poverina chiacchiera troppo. Ci deve essere stato qualche battibecco.
Poi, ad alta voce:
Dunque, non si comporta bene con voi?.
Non me ne parlate!, rispose Gervaise. Finch stavamo l, andava tutto bene per me, ma da quando siamo
arrivati a Parigi, non riesco pi a venire a capo di nulla... Dovete sapere che sua madre morta l'anno scorso,
lasciandogli qualcosa come mille e settecento franchi. Aveva deciso di venire a Parigi. Allora, anche perch pap
Macquart continuava a prendermi a schiaffi senza nemmeno degnarsi d'aprir bocca, ho acconsentito ad andarmene con
lui. Abbiamo fatto il viaggio con i due bambini. Doveva mettermi su una bottega da lavandaia, e lui si sarebbe dedicato
al suo mestiere di cappellaio. Saremmo stati felici... Ma, vedete, Lantier un ambizioso, uno spendaccione, un uomo
che non si cura che del proprio divertimento. Non vale granch, insomma... Siamo scesi alla locanda Montmartre, in rue
Montmartre. E poi stato tutto un susseguirsi di pranzi, carrozze, il teatro, un orologio per lui, un vestito di seta per me:
perch non di cattivo cuore, quando ha del denaro... E tutto il resto, capite... In capo a due mesi, eravamo all'asciutto.
Ed stato allora che siamo venuti ad abitare alla locanda Boncoeur e che cominciata questa vita maledetta....
S'interruppe, la gola improvvisamente serrata, trattenendo le lacrime. Aveva intanto finito di strigliare la
biancheria.

Devo andare a prendere dell'acqua calda, mormor.


Ma la signora Boche, decisamente contrariata dall'interrompersi di quelle confidenze, chiam l'inserviente del
lavatoio che stava passando.
Mio caro Charles, siate gentile, andate a prendere un secchio d'acqua calda per la signora, che ha fretta.
L'inserviente prese il secchio e lo riport pieno. Gervaise pag: veniva un soldo al secchio. Vers l'acqua calda
nel mastello e insapon la biancheria un'ultima volta, con le mani, sporgendosi al di sopra della batteria, immersa in un
vapore che intrecciava fili di fumo grigio al biondo dei suoi capelli.
Tenete, metteteci un po' di soda, ce l'ho io,. disse gentilmente la portinaia.
E svuot nel mastello di Gervaise il fondo d'un sacchetto di carbonato di soda, che aveva portato con s. Le
offr anche dell'acqua di candeggina, ma la giovane la rifiut: andava bene per le macchie di grasso e le macchie di
vino.
Lo si direbbe un po' donnaiolo, riprese la signora Boche, ritornando a Lantier pur senza nominarlo.
Gervaise, piegata in due, le mani affondate e contratte nella biancheria, si limit a scuotere la testa.
S, s, continu l'altra, mi sono accorta di tante piccole cose....
Ma poi cos protest vedendo l'improvvisto moto di Gervaise, che si era raddrizzata, pallidissima, fissandola in
volto:
Oh! no, non so nulla! Gli piace scherzare, credo, ecco tutto... Per esempio, le due ragazze che abitano da noi,
Adle e Virginie, le conoscete, ebbene! si diverte con loro, ma non si spinge certo pi in l, ne sono sicura.
La giovane, ritta davanti a lei, il volto madido di sudore, le braccia che grondavano, continuava a fissarla con
uno sguardo fermo e profondo. Allora la portinaia si adombr, si picchi il petto dando la sua parola d'onore. Gridava:
Non ne so nulla! Se vi dico che non ne so nulla!.
Poi, calmandosi, aggiunse con voce mielata, come si parla a una persona per cui la verit non varrebbe nulla:
A me sembra che abbia degli occhi onesti... Vi sposer, piccola, potrei scommetterci!.
Gervaise si asciug la fronte con la mano bagnata. Poi, trasse dall'acqua un altro capo di biancheria, scrollando
di nuovo la testa. Rimasero entrambe in silenzio per un momento. Attorno a loro, il lavatoio s'era calmato. Battevano le
undici. Met delle lavandaie, sedute a cavalcioni sul bordo dei loro mastelli, con un litro di vino stappato ai loro piedi,
mangiavano salsicce in pezzi di pane tagliati in due. Soltanto le massaie, venute a lavare i loro piccoli involti di
biancheria, facevano in modo d'affrettarsi, guardando l'orologio a occhio di bue appeso al di sopra dell'ufficio. Si
sentiva ancora qualche colpo di mestola, intervallato, fra le risate addolcite, fra le conversazioni che si perdevano in un
rumore di ghiotte mascelle; mentre la macchina a vapore, marciando al suo solito passo, senza riposo n tregua,
sembrava alzare la voce, vibrando, sbuffando, riempiendo l'immensit della sala. Ma nessuna delle donne l'ascoltava:
era come il respiro stesso del lavatoio, un fiato ardente che ammassava sotto le travi del soffitto l'eterno e fluttuante
vapore. Il calore si faceva intollerabile. Raggi di sole penetravano a sinistra dalle alte finestre, accendendo i vapori
fumanti in strisce opalescenti d'un grigio rosato e d'un grigio azzurro tenuissimi. E poich alcune se ne lagnavano,
Charles, l'inserviente, andava da una finestra all'altra, tirava delle tende di tela grossolana; quindi, passava dall'altro lato,
dal lato dell'ombra, e apriva dei vasistas. Lo acclamavano, gli battevano le mani: c'era una grande allegria nell'aria. Ben
presto, anche le ultime mestole rimasero mute. Le lavandaie, a bocca piena, non facevano altro che gesti con i coltelli
aperti che stringevano in mano. Il silenzio era ormai tale che si sentiva regolarmente, proprio in fondo alla sala, il
raspare della pala del fuochista che prendeva il carbon fossile e lo gettava nel forno della macchina.
Gervaise stava intanto lavando i suoi capi colorati nell'acqua calda e grassa di sapone che aveva conservato.
Quando ebbe finito, trasse a s un cavalletto e vi sistem di traverso tutti i panni, che andavano formando a terra delle
chiazze azzurrognole. Cominci a risciacquare. Alle sue spalle, il rubinetto dell'acqua fredda colava su un ampio
mastello fissato al suolo e attraversato da due sbarre di legno, destinate a reggere la biancheria. Pi in alto, in aria,
passavano altre due sbarre, su cui la biancheria finiva di sgocciolare.
Siete quasi alla fine, per fortuna, disse la signora Boche. Mi trattengo anch'io per aiutarvi a strizzare.
Oh! non ne vale la pena, vi ringrazio molto, rispose la giovane, che stava strofinando e disguazzando
nell'acqua chiara i suoi capi colorati. Se fossero delle lenzuola, capirei!.
Ma fu comunque costretta ad accettare l'aiuto della portinaia. Stavano strizzando insieme, ognuna da un capo,
una sottana, una lanetta d'un orribile color marrone da cui veniva fuori un'acqua giallastra, quando la signora Boche
esclam:
Ma guarda un po', la bella Virginie!... Cosa mai verr a lavare, quella l, con i suoi quattro stracci in un
fazzoletto?.
Gervaise aveva risollevato energicamente la testa. Virginie era una giovane della sua et, pi alta di lei, bruna,
graziosa nonostante un volto un po' troppo lungo. Portava un vecchio abito nero a balze e un nastro rosso al collo. Si era
pettinata con cura, la crocchia stretta in una reticella di ciniglia azzurra. Per un momento rimase immobile in mezzo al
corridoio centrale, strizzando gli occhi con l'aria di cercare qualcuno; poi, avendo visto Gervaise, le pass accanto tutta
impettita, insolente, dimenando i fianchi, e and a sistemarsi nella stessa fila, a cinque mastelli di distanza.
Ma guarda che capriccio!, riprese la signora Boche abbassando la voce. Non si lava mai neanche un paio di
maniche... Ah! una gran fannullona, ve lo dico io! Una rammendatrice che non rammenda nemmeno i suoi stivaletti!
come la sorella, la brunitrice, quella scioperata di Adle, che manca in officina due giorni su tre! Non se ne conoscono
n il padre n la madre, non si sa bene di cosa vivano, e se solo si volesse parlare... Ma cosa sta strigliando? Ah! una
sottogonna! Mi sembra davvero disgustosa, deve averne viste di porcherie, quella sottogonna!. |[continua]|

|[CAPITOLO PRIMO, 2]|


La signora Boche voleva evidentemente far cosa gradita a Gervaise. In realt, prendeva spesso il caff con
Adle e Virginie, quando le due giovani avevano del denaro. Gervaise non rispondeva, cercava di sbrigarsi, con gesti
febbrili. Aveva finito di fare il suo turchinetto in un piccolo mastello montato su tre piedi. Vi immergeva i capi di
bianco, li agitava velocemente nell'acqua colorata, il cui riflesso andava assumendo una sfumatura di lacca; e dopo
averli leggermente strizzati, li sistemava in fila sulle sbarre di legno, in alto. Nel portare a termine il suo lavoro, volgeva
con affettazione le spalle a Virginie. Ma ne sentiva le risatacce, ne avvertiva su di s gli sguardi obliqui. Virginie
sembrava esser venuta con il solo scopo di provocarla. Per un attimo, essendosi Gervaise rigirata, si fissarono negli
occhi a vicenda.
Lasciatela perdere, mormor la signora Boche. Non vorrete finire per prendervi per i capelli... Se vi dico
che non c' nulla! E poi non lei!.
In quello stesso momento, mentre la giovane stava appendendo l'ultimo capo di biancheria, si sentirono delle
risate alla porta del lavatoio.
Ci sono due bambini che chiedono della mamma!, grid Charles.
Tutte le donne si rigirarono verso la porta. Gervaise riconobbe Claude ed Etienne, che vedendola le corsero
incontro, in mezzo alle pozzanghere, battendo sulle lastre i tacchi delle loro scarpe slacciate. Claude, il maggiore,
teneva per mano il fratellino. Le lavandaie, al loro passaggio, lanciavano piccole grida di tenerezza, vedendoli un po'
spaventati, eppure sorridenti. Si fermarono davanti alla madre, senza separarsi, alzando le loro bionde testoline.
Vi manda pap?, domand Gervaise.
Ma abbassandosi per riallacciare le scarpe di Etienne, s'accorse della chiave della camera con il suo numero di
rame, che Claude teneva con un dito facendola dondolare.
Toh! mi porti la chiave!, disse assai meravigliata. Come mai?.
Il bambino, vedendo la chiave che aveva dimenticato al dito, sembr ricordarsi di qualcosa e grid con voce
chiara:
Pap se n' andato.
andato a comprare da mangiare, e vi ha detto di venirmi a cercare qui?.
Claude guard il fratello, esit, non sapendo pi che dire. Ma riprese d'un tratto:
Pap se n' andato... saltato gi dal letto, ha messo tutte le sue cose nel baule, ha caricato il baule su una
carrozza... Se n' andato.
Gervaise, accovacciata, si risollev lentamente, il volto bianco, portandosi le mani alle guance e alle tempie,
come se si sentisse la testa scoppiare. E non riusc a trovare che queste sole parole, ripetendole all'infinito con voce
monotona:
Ah! mio Dio!... ah! mio Dio!. ah! mio Dio!....
La signora Boche stava intanto interrogando a sua volta il bambino, eccitatissima nel trovarsi immischiata in
quella storia.
Coraggio, piccolino, racconta un po' meglio come stanno le cose... E stato lui a chiudere la porta e a dirvi di
portare la chiave, vero?.
E abbassando la voce, all'orecchio di Claude:
C'era forse una signora nella carrozza?.
Il bambino si confuse di nuovo. Ricominci la sua storia con aria trionfante:
saltato gi dal letto, ha messo tutte le sue cose nel baule, se n' andato....
Quindi, lasciato libero dalla signora Boche, port il fratello davanti al rubinetto, e si divertirono insieme a far
scorrere l'acqua.
Gervaise non riusciva nemmeno a piangere. Soffocava, poggiandosi con i fianchi contro il suo mastello, con il
viso sempre stretto fra le mani. Era scossa da piccoli brividi. A tratti, se ne usciva in un lungo sospiro, mentre si
premeva ancora pi forte i pugni sugli occhi, come per annullarsi nelle tenebre del suo abbandono. Era una voragine
tenebrosa in cui le sembrava di precipitare.
Via, piccola, che diamine!, mormorava la signora Boche.
Se sapeste! Se sapeste!, disse Gervaise a bassa voce. Stamattina mi ha mandato al Monte dei pegni con il
mio scialle e le mie camicie, e tutto per pagare la carrozza!.
E pianse. Il ricordo di quella corsa al Monte dei pegni, precisando un fatto della mattinata, le aveva strappato
quei singhiozzi che le si strangolavano in gola. Quella corsa era una vergogna, il dolore pi grande nella sua
disperazione. Le lacrime le colavano sul mento, gi inumidito dalle mani, ma non si curava nemmeno di prendere il
fazzoletto.
Siate ragionevole, tacete, vi guardano, ripeteva la signora Boche, che le s'affacendava d'intorno. mai
possibile star tanto male per un uomo!... Lo amate ancora, vero, mia povera cara? Poco fa, sembrava proprio che ce
l'aveste con lui. E adesso, eccovi qua a piangere, a farvi scoppiare il cuore... Mio Dio, siamo davvero delle stupide!.
Volle poi mostrarsi materna.

Una bella ragazza come voi! Se me lo consentite... Vi posso raccontare tutto, adesso, vero? Ebbene! vi
ricordate, quando sono passata sotto la vostra finestra, gi m'immaginavo qualcosa... Dovete sapere che stanotte,
quando Adle tornata, ho sentito un passo d'uomo insieme al suo. Allora, ho cercato di sapere, ho guardato su per le
scale. L'uomo era gi al secondo piano, ma ho ugualmente riconosciuto la redingote di Lantier. Boche, che stamattina
stava di guardia, lo ha visto ridiscendere tranquillamente... Era con Adle, capite. Virginie ha adesso un signore da cui
va due volte alla settimana. La faccenda non comunque molto pulita, perch hanno solo una camera e un'alcova, e non
so proprio immaginare dove Virginie abbia potuto dormire.
S'interruppe per un istante, si rigir, riprendendo poi con il suo vocione soffocante:
Si diverte a vedervi piangere, quella donna senza cuore. Metterei la mano sul fuoco che il suo bucato tutta
una commedia... Ha imbarcato gli altri due, ed venuta qui per raccontar loro il diavolo a quattro che farete.
Gervaise scost le mani, guard. Quando vide davanti a s Virginie, in mezzo a un gruppo di tre o quattro
donne che parlavano sottovoce, fissandola, fu colta da un furore incontenibile. Le braccia protese in avanti, cercando
per terra, girandosi attorno, in un tremore di tutte le membra, avanz di qualche passo, trov un secchio pieno, l'afferr
con entrambe le mani e lo lanci in aria svuotandolo in un getto.
Baldracca!, grid la bella Virginie.
Aveva fatto un balzo all'indietro, e soltanto i suoi stivaletti s'erano bagnati. Il lavatoio, tutto in scompiglio da
qualche istante per le lacrime della giovane, si stringeva ondeggiando per assistere alla battaglia. Alcune lavandaie,
finendo di mangiare il loro pane, salirono sui mastelli; altre si precipitarono con le mani ancora piene di sapone. Si
form un cerchio.
Ah, che baldracca!, ripet la bella Virginie. Che diavolo le prende, a questa cagna arrabbiata!.
Gervaise, immobile, il mento proteso, la faccia convulsa, non rispondeva, non avendo ancora la facilit di
parola delle parigine. L'altra continu:
Ecco qua! stanca di battere la provincia, non aveva nemmeno dodici anni e gi faceva da pagliericcio a tutta
la soldataglia, ha lasciato una gamba al suo paese... caduta gi marcia, la gamba....
Si sentirono delle risate. Virginie, visto il successo, avanz di due passi, si sollev in tutta la sua imponente
statura e grid pi forte:
Coraggio! fatti un po' avanti, ti voglio proprio dare una bella lezione! Cos impari a venire a darci fastidio... E
chi la conosce, poi, questa baldracca!... Per fortuna che non mi ha preso, altrimenti le avrei tirate su le sottane, pensate
un po' che spettacolo! Che dica almeno cosa le ho fatto... Allora, puttana, cosa ti ho fatto?.
Non parlate tanto, balbett Gervaise. Lo sapete bene... Hanno visto mio marito, ieri sera... E tacete, che mi
vien voglia di strangolarvi, proprio cos!.
Suo marito! Ah! questa s che bella!... Il marito della signora! Come se si potesse avere un marito con un
grugno del genere!... Non colpa mia se ti ha mollato. Non sono stata io a portartelo via. Potete frugarmi addosso...
Vuoi proprio che te lo dica? l'asfissiavi, quell'uomo! Era troppo carino per te... Ma gliel'avevi messo il collare,
almeno?... Qualcuno ha trovato il marito della signora? Si offre una ricompensa....
Ricominciarono le risate. Gervaise, quasi sottovoce, si limitava a mormorare:
Lo sapete bene, lo sapete bene... Vostra sorella, la strozzer, vostra sorella....
Ma s, va pure a stuzzicare mia sorella, riprese Virginie sogghignando. Ah! mia sorella! Certo, possibile,
mia sorella ha sicuramente pi classe di te... Ma forse che la cosa mi riguarda? Non si pu nemmeno lavare la
biancheria in pace! Lasciami stare, mi senti, ne ho abbastanza!.
Ma fu lei a tornare alla carica, dopo aver dato cinque o sei colpi di mestola, inebriata dalle ingiurie, fuori di s.
Tacque e ricominci cos a pi riprese:
Ebbene! S, mia sorella. Beh, sei contenta?... Si vogliono tutti e due un bene dell'anima. Bisogna vederli
come si sbaciucchiano!... E ti ha mollato con i tuoi bastardi! quei mostriciattoli con la faccia piena di croste! Uno dei
due figlio d'una guardia, vero? e altri tre li hai fatti crepare per alleggerirti il bagaglio quando siete venuti qui. stato
Lantier a raccontarcelo! Ah! ne dice delle belle sul tuo conto, non ne poteva pi della tua carcassa!.
Puttana! puttana! puttana!, grid Gervaise fuori di s, ripresa da un tremito incontenibile.
Si volt, cerc per terra ancora una volta, e non trovando altro che il piccolo mastello, l'afferr per i piedi, gett
l'acqua del turchinetto in faccia a Virginie.
Disgraziata! m'ha rovinato il vestito!, strill l'altra, che aveva una spalla tutta bagnata e la mano sinistra tinta
d'azzurro. Aspetta un po', troia!.
Afferr a sua volta un secchio e lo rovesci sulla giovane. Cominci allora una magnifica battaglia. Correvano
entrambe lungo le file dei mastelli, si impadronivano dei secchi pieni d'acqua, tornavano a rovesciarseli sulla testa. E
ogni inondazione era accompagnata da uno scoppio di voce. Ormai anche Gervaise replicava:
Prendi, sporcacciona!... Te lo sei beccato, questo. Ti rinfrescher il deretano!.
Ah! brutto ronzino! Prendi questo per il tuo lerciume. Lavati almeno una volta nella vita!.
S, s, ti voglio togliere il sale di dosso, gran baccal!.
Eccone un altro!... Sciacquati i denti, fa la tua toeletta per quando stasera andrai a battere all'angolo di rue
Belhomme!.
Alla fine, andavano a riempire i secchi ai rubinetti. E mentre aspettavano che si riempissero, continuavano a
scambiarsi sconcezze. I primi secchi, lanciati male, le sfioravano appena, ma ben presto vi fecero la mano. Fu Virginie
la prima a riceverne uno in piena faccia: entrandole dal collo, l'acqua le col lungo la schiena e il petto, sgocciol sotto

il vestito. Ne era ancora tutta stordita, quando un secondo secchio la colse di striscio, colpendola forte sull'orecchio
sinistro e infradiciandole la crocchia, che si sciolse come una cordicella. Gervaise fu dapprima raggiunta alle gambe, un
secchio le riemp d'acqua le scarpe, schizzandola fino alle cosce; altri due la inondarono ai fianchi. Alla fine non fu pi
possibile valutare i colpi. Erano entrambe sgocciolanti dalla testa ai piedi, i corsetti appiccicati alle spalle, le sottane
incollate sulle reni, stecchite, intirizzite, tremanti di freddo, colando da tutte le parti come degli ombrelli durante un
acquazzone.
Non sono per niente divertenti!, disse la voce roca d'una lavandaia.
Ma il lavatoio si divertiva enormemente. Le donne si eran messe da parte, per non esser colpite dagli schizzi.
In mezzo al rumore come di cascata che facevano i secchi svuotati al volo, si sentivano degli applausi, delle prese in
giro. Per terra, s'allargavano delle pozzanghere, e le due donne vi sguazzavano fino alle caviglie. Intanto Virginie,
immaginando un colpo a tradimento, s'era impadronita d'un secchio d'acqua di liscivia bollente, che una delle sue vicine
aveva domandato. E lo gett: ci fu un grido. Si pens che Gervaise ne fosse rimasta ustionata, ma solo il piede sinistro
s'era leggermente scottato. Allora, esasperata dal dolore, con tutte le sue forze, senza nemmeno riempirlo, lanci un
secchio fra le gambe di Virginie, che cadde.
Tutte le lavandaie parlavano insieme.
Le ha rotto una zampa!.
Diamine! l'altra voleva farla cuocere!.
Beh, dopo tutto la bionda ha ragione, se le hanno portato via il suo uomo!.
La signora Boche levava le braccia al cielo, lanciandosi in esclamazioni. Si era nascosta prudentemente fra due
mastelli, mentre i due bambini, Claude ed Etienne, piangendo a singulti soffocati, impauriti, le si aggrappavano alle
sottane con un unico grido continuo: Mamma! mamma!, che si spezzava fra i singhiozzi. Vedendo Virginie a terra, la
signora Boche si precipit, tir Gervaise per le sottane, ripetendo:
Basta, andatevene! Siate ragionevole!... Ho il sangue tutto rimescolato, parola mia! Non s' mai visto un
simile massacro!.
Ma fu costretta a indietreggiare, e torn a ripararsi fra i due mastelli con i bambini. Virginie s'era gettata alla
gola di Gervaise. La stringeva al collo, cercava di strangolarla. Con un violento scossone, Gervaise riusc a liberarsi,
s'appese alla coda della sua crocchia, come se avesse voluto strapparle la testa. La battaglia ricominci, questa volta
muta, senza un grido, senza un'ingiuria. Non s'afferravano al corpo, ma miravano alla faccia con le mani aperte e
adunche, pizzicando e graffiando dovunque arrivassero. Il nastro rosso e la reticella di ciniglia azzurra della bella bruna
vennero strappati, e il suo corsetto, lacerato all'altezza del collo, ne lasci vedere la pelle in alto sulla spalla; mentre la
bionda, seminuda, con una manica della camiciola bianca cavata via chiss come, aveva uno squarcio nella camicia che
le metteva a nudo la piega della vita. Volavano in aria brandelli di stoffa. Gervaise fu la prima su cui si vide il sangue,
tre lunghi graffi che le scendevano dalla bocca al mento. E cerc allora di proteggersi gli occhi, chiudendoli ad ogni
colpo, per paura d'essere accecata. Virginie non sanguinava ancora. Gervaise mirava alle orecchie, s'infuriava non
riuscendo a raggiungerle. Poi finalmente riusc a stringere uno degli orecchini, una pera di vetro giallo, tir a s con
forza, lacer l'orecchio: ne usc del sangue.
Si uccidono! Separate quelle scimmie!, gridarono in molte.
Le lavandaie s'eran fatte pi vicine. Si formarono due schieramenti: le une incitavano le due donne come cagne
che si battono, mentre le altre, pi nervose, tutte tremanti, volgevano il capo, ne avevano abbastanza, ripetevano che
avrebbero finito per sentirsi male. E manc poco che la battaglia non si facesse generale: si trattavano l'un l'altra da
senza cuore, da buone a nulla; le braccia nude si protendevano, si sent il suono di tre schiaffi.
La signora Boche cercava intanto l'inserviente del lavatoio.
Charles! Charles!... Ma dove s' ficcato?.
Lo trov finalmente in prima fila, che guardava a braccia incrociate. Era alto e poderoso, con un collo enorme.
Rideva, godendo alla vista dei pezzi di pelle che le due donne mostravano. La piccola bionda era grassoccia come una
quaglia: sarebbe stato divertente, se la camicia le si fosse rotta!
Toh!, mormor ammiccando, ha una voglia sotto il braccio!.
Come! Siete qui!, grid la signora Boche scorgendolo. Ma aiutatemi invece a separarle... Voi potete certo
separarle!.
Ah, no! grazie! se devo farlo da solo!, rispose l'altro tranquillamente. Per farmi graffiare gli occhi come
l'altro giorno, vero? Non son qui per questo, avrei troppo da fare... Ma non abbiate paura! Un piccolo salasso non pu
far loro che del bene. Le far pi tenere.
La portinaia minacci allora d'andare a chiamare le guardie. Ma la padrona del lavatoio, la giovane delicata e
dagli occhi malati, vi si oppose formalmente. Ripet a pi riprese:
No, no, non voglio, comprometterebbe il mio esercizio.
In terra, la lotta continuava. Virginie si risollev di colpo sulle ginocchia. Aveva preso una mestola, la
brandiva. La sua voce era cambiata, e rantolava:
Attenta a te, cagna! Fammi un po' vedere la tua biancheria sporca!.
Gervaise allung velocemente una mano, afferr a sua volta una mestola, la tenne levata in alto come una
mazza. Anche la sua voce s'era fatta pi roca.
Ah! vuoi fare un gran bucato... Mostrami la pelle, che ne voglio fare degli strofinacci!.

Rimasero per qualche attimo in ginocchio, a minacciarsi. Con i capelli sul viso, il petto affannoso,
inzaccherate, tumefatte, si sorvegliavano, attendendo, riprendendo fiato. Gervaise assest il primo colpo: la sua mestola
scivol sulla spalla di Virginie. Si gett allora di lato per evitare la mestola dell'altra, che le sfior l'anca. Poi, preso
l'abbrivio, cominciarono a battersi come le lavandaie battono la loro biancheria, con colpi forti e cadenzati. Quando
riuscivano a colpirsi, l'impatto sembrava attutirsi, come quello di una mano in un mastello pieno d'acqua.
Attorno a loro, le lavandaie avevano smesso di ridere. Molte erano andate via, dicendo che cose del genere le
facevano star male allo stomaco; le altre, quelle che rimanevano, allungavano il collo, gli occhi infiammati da una luce
crudele, trovavano coraggiose le due guerriere. La signora Boche aveva allontanato Claude ed Etienne, e si sentiva
all'altra estremit della sala lo scoppio dei loro singhiozzi, insieme ai colpi sonori delle due mestole.
Ma all'improvviso, Gervaise si mise a urlare. Virginie l'aveva colpita sul braccio nudo, poco pi in alto del
gomito, e una macchia rossa affior, la carne si gonfi all'istante. Allora s'avvent. Sembrava che volesse accoppare
l'altra.
Basta! Basta!, qualcuna grid.
Ma la sua espressione era cos terribile, che nessuna os avvicinarsi. Dieci volte pi forte di prima, Gervaise
afferr Virginie alla vita, la pieg, le incoll la faccia contro le lastre, le reni in aria, e nonostante i suoi scossoni, le
sollev per bene le sottane. Virginie aveva sotto un calzoncino. Gervaise le pass la mano nello spacco, lo strapp,
mostr tutto, le cosce nude, le natiche nude, e levata in alto la mestola, cominci a battere, come batteva in altri tempi a
Plassans, sul bordo della Viorne, quando la sua padrona lavava la biancheria di tutta la guarnigione. Il legno affondava
nelle carni con un rumore soffocato, mentre a ogni colpo una striscia rossa marezzava il bianco della pelle.
Oh! oh!, mormorava Charles, l'inserviente, esterrefatto, gli occhi sgranati.
Si erano sentite di nuovo delle risate. Ma ben presto il grido: Basta! basta! ricominci. Gervaise non ascoltava,
n sembrava stancarsi. Si dedicava al suo lavoro con impegno, tutta protesa, con l'unica preoccupazione di non lasciare
un solo punto intatto. Voleva tutta quella pelle battuta e ribattuta, un'unica lividura. E parlottava, colta da una feroce
allegria, ricordando una canzone da lavandaia:
Pam! pam! Margot va a lavare... Pam! pam! con la mestola a colpire... Pam! pam! va a lavarsi il cuore... Pam!
pam! tutto nero dal dolore....
E riprendeva:
E questo per te, questo per tua sorella, questo per Lantier... Quando li vedi, d loro questo da parte mia...
Attenta! ricomincio... Questo per Lantier, questo per tua sorella, questo per te... Pam! pam! Margot va a lavare...
Pam! pam! con la mestola a colpire....
Le dovettero strappare Virginie dalle mani. La bella bruna, il volto rigato di lacrime, imporporata, confusa,
riprese la sua biancheria e si mise in salvo: era sconfitta. Gervaise si riaggiustava intanto la manica della camiciola, si
risistemava le sottane. Il braccio la faceva soffrire, e preg la signora Boche di metterle la biancheria sulla spalla. La
portinaia rievocava la battaglia, diceva le sue emozioni e voleva esaminarle il corpo, per controllare.
Potreste anche avere qualcosa di rotto... Ho sentito un colpo....
Ma la giovane voleva soprattutto andarsene. Non rispondeva alle parole di compassione o alle ovazioni
chiassose delle lavandaie che la circondavano, ritte nei loro grembiali. Quando ebbe il suo carico, s'affrett verso la
porta, dove i bambini l'aspettavano.
Sono due ore, fanno due soldi, le disse fermandola la padrona del lavatoio, gi reinstallata nello stanzino a
vetri.
Perch due soldi? Gervaise non capiva che le veniva richiesto il prezzo del posto. Ma diede poi i due soldi. E
zoppicando visibilmente sotto il peso della biancheria bagnata appesa alla spalla, sgocciolante, il gomito illividito e la
guancia insanguinata, se ne and trascinandosi dietro con le braccia nude Etienne e Claude, che le trotterellavano di
fianco, ancora scossi e bagnati in volto dai loro singhiozzi.
Alle sue spalle, il lavatoio ricominciava a rumoreggiare come un'enorme cascata. Le lavandaie avevano
mangiato il loro pane, bevuto il loro vino, e battevano adesso ancora pi forte, i volti accesi, messe in allegria dai fieri
colpi di Gervaise e Virginie. Lungo le file dei mastelli, si agitavano di nuovo in una furia di braccia profili angolosi di
marionette dalle reni spezzate e dalle spalle sbilenche, che si piegavano violentemente come attorno a delle cerniere. Le
conversazioni continuavano da un'estremit all'altra dei corridoi. Le voci, le risate, le parole volgari, si amalgamavano
al frastornante gorgoglio dell'acqua. I rubinetti sputavano, i secchi spruzzavano d'intorno, un fiume scorreva sotto le
batterie. Era la fatica del pomeriggio, la biancheria battuta a colpi di mestola. Nell'immensa sala, i vapori si facevano
rossastri, lacerati soltanto da qualche squarcio tondeggiante di sole, come delle palle d'oro che le tende strappate
lasciavano passare. Si respirava il soffocante tepore degli odori saponosi. All'improvviso, il capannone si riemp d'un
bianco vapore: l'enorme coperchio della tinozza in cui ribolliva la liscivia saliva meccanicamente lungo un fusto
centrale a cremagliera, e la bocca spalancata del rame, in fondo alla sua muratura di mattoni, esalava turbini di fumo dal
dolce sapore di potassa. Di fianco erano in funzione gli strizzatoi: a ogni giro di ruota della macchina, ansimante,
fumante, che faceva vibrare ancora pi forte il lavatoio con il continuo lavoro delle sue braccia d'acciaio, i mucchi di
biancheria nei cilindri di ghisa risputavano tutta la loro acqua.
Entrando nel viale della locanda Boncoeur, Gervaise si rimise a piangere. Era un viale stretto e scuro, con un
rigagnolo che costeggiava il muro, per le acque sporche. Nel ritrovare quel fetore, non pot non pensare ai quindici
giorni che vi aveva passato con Lantier, quindici giorni di miseria e di litigi, il cui ricordo, in quel momento, era venato
da un cocente rimpianto. Le sembr d'entrare nel suo stesso abbandono.

In alto, la camera era nuda e piena di sole, con la finestra aperta. Quella striscia di sole, quello sprazzo
ondeggiante di pulviscolo d'oro, faceva sembrare ancora pi tristi il soffitto annerito e le pareti dalla carta strappata.
Rimaneva soltanto, appeso a un chiodo del camino, un piccolo fisci da donna, attorcigliato come una corda. Il letto dei
bambini, tirato al centro della stanza, lasciava adesso libero il cassettone i cui cassetti, rimasti aperti, mostravano i loro
fianchi vuoti. Lantier si era lavato e aveva finito la pomata, due soldi di pomata in una carta da gioco: l'acqua resa
grassa dalle sue mani riempiva il catino. E non aveva dimenticato nulla, l'angolo occupato un tempo dal baule pareva a
Gervaise un'immensa voragine. Non ritrov pi nemmeno lo specchietto rotondo, appeso alla spagnoletta della finestra.
Ebbe allora un presentimento, and a guardare sul camino: Lantier aveva portato via anche le bollette, il mucchietto
rosa non era pi fra i due candelieri di zinco spaiati.
Dopo aver appeso la biancheria alla spalliera d'una sedia, rimase ritta in piedi, guardando i mobili, colpita da
un tale stupore da non essere nemmeno in grado di piangere. Le restava un soldo dei quattro soldi tenuti da parte per il
lavatoio. Sentendo poi ridere alla finestra Etienne e Claude, ormai consolati, si avvicin, ne prese le teste sotto il
braccio, perse per un attimo ogni coscienza di se stessa davanti a quella strada grigia in cui aveva visto, la mattina, il
risveglio del popolo operaio, l'immenso lavoro di Parigi. La via, riscaldata dall'affaccendarsi del giorno, s'accendeva
adesso in un riverbero ardente al di sopra della citt, dietro il muro del dazio. Ed era appunto in mezzo a quella via, a
quell'aria da fornace, che veniva gettata da sola con i bambini. E il suo sguardo prese d'infilata i boulevards esterni, a
destra, a sinistra, indugiando alle due estremit, sentendosi cogliere da un sordo spavento, come se ormai la sua vita
fosse destinata a svolgersi tutta l, fra un mattatoio e un ospedale.
CAPITOLO SECONDO

Tre settimane pi tardi, verso le undici e mezza d'un bel giorno di sole, Gervaise e Coupeau, l'operaio
zincatore, stavano mangiando insieme una prugna in acquavite all'Assommoir di pap Colombe. Coupeau, che fumava
una sigaretta sul marciapiede, l'aveva obbligata ad entrare, dopo averla fermata mentre attraversava la strada, al ritorno
da una consegna di biancheria; e la sua grande cesta quadrata da lavandaia era a terra accanto a lei, dietro il tavolino di
zinco.
L'Assommoir di pap Colombe si trovava all'angolo fra rue des Poissonniers e boulevard de Rochechouart.
L'insegna portava da un capo all'altro e in lunghe lettere azzurre una sola parola: Distillazione. Sulla porta, in due mezzi
fusti, si vedevano degli oleandri polverosi. L'enorme bancone s'allungava sulla sinistra di chi entrava, con le sue file di
bicchieri, la fontana e i misurini di stagno, mentre la vasta sala tutt'attorno era adornata di grosse botti dipinte di giallo
chiaro, luccicanti di vernice, con i cerchi e le cannelle di rame risplendenti. Pi in alto, su delle mensole, bottiglie di
liquori, boccali di frutta, ogni sorta di fiale disposte in bell'ordine, nascondevano le pareti, riflettendosi nello specchio
dietro al bancone con le loro macchie vivaci, verde mela, oro pallido, lacca tenera. Ma la curiosit della casa era, in
fondo, dall'altro lato d'uno steccato di quercia, in un cortile a vetri, la macchina da distillazione, che gli avventori
potevano veder funzionare: alambicchi dai lunghi colli, serpentine che s'inabissavano sottoterra, tutta una cucina del
diavolo dinnanzi alla quale venivano a sognare gli operai ubriaconi.
A quell'ora, l'ora del pranzo, l'Assommoir era in genere vuoto. Un omaccione sui quarant'anni, pap Colombe,
in panciotto con maniche, stava servendo una fanciullina d'una decina d'anni, che gli domandava quattro soldi
d'acquavite in una scodella. Una striscia di sole entrava dalla porta, scaldando il pavimento di legno sempre inzuppato
dagli scaracchi dei fumatori. Dal bancone, dalle botti, da tutta la sala, veniva su un odore liquoroso, un fumo d'alcool,
che sembrava inspessire e ubriacare il pulviscolo ondeggiante del sole.
Coupeau si stava intanto arrotolando un'altra sigaretta. Aveva un aspetto assai pulito, con il suo camiciotto da
lavoro e il piccolo berretto di tela azzurra; sorridendo, mostrava dei denti bianchissimi. Aveva la mascella inferiore un
po' sporgente, il naso leggermente schiacciato, degli occhi belli e castani, e una faccia da cagnolino allegro e
bonaccione. La sua folta capigliatura arricciata si manteneva perfettamente dritta. Conservava ancora la pelle delicata
dei suoi ventisei anni. Dirimpetto a lui, Gervaise, in una casacchina d'orlans nera, a testa scoperta, stava finendo di
mangiare la sua prugna, che reggeva in punta di dita per il gambo. Erano vicini alla strada, nel primo dei quattro tavolini
schierati lungo le botti, davanti al bancone.
Subito dopo aver acceso la sigaretta, lo zincatore s'appoggi con i gomiti sul tavolino, si protese con il volto e
guard per un attimo senza parlare la giovane, il cui grazioso viso di bionda aveva quel giorno una trasparenza lattea di
fine porcellana. Poi, alludendo a una questione che solo loro due conoscevano, e che gi avevano dibattuto, domand
semplicemente sottovoce:
Allora, no? dite di no?.
Oh! certo che no, signor Coupeau, rispose tranquillamente Gervaise sorridendo. Non vorrete parlarmi di
queste cose proprio qui. M'avevate pur promesso d'essere ragionevole... Se l'avessi saputo, avrei rifiutato il vostro
invito.
L'altro non aggiunse una parola, ma continu a guardarla sempre da vicino, con il tenero ardimento di chi si
offre, affascinato soprattutto dagli angoli delle sue labbra, piccoli angoli d'un rosa pallido, un po' inumiditi, che
lasciavano vedere il rosso acceso della bocca, quando sorrideva. Gervaise non si faceva comunque indietro, restava
placida e affettuosa. Dopo un breve silenzio, fu ancora lei a parlare:

Davvero, non ci pensate pi. Sono una vecchia, ho un figlio grande di otto anni... Che cosa faremmo
insieme?.
Perdinci!, mormor Coupeau sbattendo gli occhi. Quello che fanno tutti gli altri!.
Ma Gervaise ebbe un piccolo gesto di noia.
Ah! se credete che sia sempre piacevole! Si vede proprio che non avete mai avuto una famiglia... No, signor
Coupeau, devo occuparmi di faccende ben pi serie. Spassarsela non porta a nulla, sapete! Ho due bocche da sfamare, a
casa, e macinano forte! Come volete che riesca a tirar su la mia piccola gente, se perdo tempo con le frivolezze?... E
poi, sentite, la mia disgrazia mi servita da lezione. Capite, adesso gli uomini non fanno pi per me. Non mi lascer
riacciuffare per un bel po'!.
Si spiegava senza collera, con grande saggezza, freddissima, come se stesse trattando una questione di lavoro, i
motivi che le impedivano, per esempio, d'inamidare un fisci. Era evidentemente convinta di quanto diceva, come se ci
fosse arrivata dopo mature riflessioni.
Coupeau ripeteva intenerito:
Mi date un gran dolore, un gran dolore....
S, lo vedo, riprese Gervaise, e me ne dispiace per voi, signor Coupeau... Ma non dovete sentirvene ferito.
Se mi venisse in mente di spassarmela, mio Dio! sarebbe certo con voi piuttosto che con un altro. Sembrate un gran
bravo ragazzo, siete gentile. Ci potremmo mettere insieme, vero? e andrebbe avanti finch andrebbe avanti. Non mi do
certo delle arie da principessa, non dico che non avrebbe potuto accadere... E poi, perch mai dovrei farlo, se non ne ho
voglia?... Da quindici giorni vado dalla signora Fauconnier. I bambini vanno a scuola. Lavoro, sono contenta... E
quindi? non forse meglio rimanere cos come siamo?.
E si chin per riprendere la sua cesta.
Mi fate chiacchierare troppo, dalla padrona mi stanno certo gi aspettando... Ve ne troverete un'altra, che
diamine! signor Coupeau, e sicuramente pi carina di me, e che non abbia due marmocchi da tirar su.
Coupeau guard l'orologio a occhio di bue inquadrato nello specchio. La fece rimettere a sedere, gridando:
Ma aspettate ancora un po'! Sono solo le undici e trentacinque... Ho ancora venticinque minuti... Non dovete
aver paura ch'io faccia chiss quale sciocchezza: c' anche il tavolino che ci separa... Oppure vi disgusto a tal punto che
non volete nemmeno fare quattro chiacchiere con me?.
Pos di nuovo la sua cesta, per non fargli dispiacere, e parlarono da buoni amici. Gervaise aveva pranzato
prima d'andare a consegnare la biancheria, Coupeau aveva mangiato in fretta un po' di zuppa e di carne di manzo, per
attenderla al varco. Pur rispondendogli con compiacenza, la giovane continuava ad osservare attraverso i vetri, fra i
boccali di frutta sotto spirito, la grande animazione della via, in cui l'ora del pranzo faceva concentrare uno straordinario
accalcarsi di folla. Sui due marciapiedi, nella soffocante strozzatura delle case, era tutto un affrettarsi di passi, di braccia
penzoloni, un continuo urtarsi di gomiti. Alcuni ritardatari, operai trattenuti al lavoro, i lineamenti induriti dalla fame,
attraversavano la strada a grandi falcate, entravano dal panettiere di fronte, e quando ripassavano con la loro libbra di
pane sotto il braccio, andavano tre porte pi in su, al Veau Deux Ttes, a consumare un pasto da sei soldi. Accanto al
panettiere, c'era anche una fruttivendola che vendeva patate fritte e cozze al prezzemolo: in una fila ininterrotta, operaie
in lunghi grembiali portavan via cartocci di patate e scodelle di cozze, mentre altre, delle graziose fanciulle a capo
scoperto e dall'aria delicata, compravano mazzi di ravanelli. Piegandosi un po' di lato, Gervaise poteva anche vedere
una bottega di pizzicagnolo stracolma di gente, da cui uscivano ragazzini che tenevano in mano, avvolta in una carta
bisunta, una cotoletta impanata, una salsiccia o un pezzo di sanguinaccio caldo caldo. Intanto, lungo la strada sempre
inzaccherata di nera fanghiglia, anche nei giorni di bel tempo, nello scalpiccio della folla che avanzava, alcuni operai
abbandonavano gi le bettole, scendevano a bande, bighellonando, con le mani aperte che battevano contro le cosce,
appesantiti dal cibo, placidi e lenti in mezzo agli spintoni di quella calca.
S'era formato un gruppo davanti alla porta dell'Assommoir.
Senti un po', Bibi-la Grillade, domand una voce arrochita, sta dunque a te d'offrire un giro d'acquavite?.
Cinque operai entrarono, rimasero in piedi.
Ah! quel ladro di pap Colombe!, riprese la stessa voce. Sapete, ne vogliamo di quella vecchia, e non gusci
di noce, dei veri bicchieri!.
Pap Colombe serviva imperturbabile. Sopraggiunse un altro gruppo d'operai. A poco a poco le loro casacche
si ammucchiavano all'angolo del marciapiede, facevano una breve sosta, finivano per entrare nella sala, passando fra i
due oleandri grigi di polvere.
Siete una bestia! Non pensate ad altro che a quelle porcherie!, stava dicendo Gervaise a Coupeau. Certo che
lo amavo... Ma dopo il modo orribile con cui mi ha lasciato....
Parlavano di Lantier. Gervaise non l'aveva pi rivisto, era convinta che vivesse alla Glacire insieme alla
sorella di Virginie, presso l'amico che voleva impiantare una fabbrica di cappelli. Ma nemmeno si sognava di corrergli
appresso. Sulle prime, la cosa le aveva cagionato un gran dolore, aveva perfino pensato d'annegarsi; ma ormai se n'era
fatta una ragione, e tutto andava per il meglio. Probabilmente con Lantier non sarebbe mai riuscita a tirar su i bambini,
con tutto il denaro che quello si mangiava. Certo, poteva sempre venire ad abbracciare Claude ed Etienne, non gli
avrebbe chiuso la porta in faccia. Ma quanto a lei, si sarebbe fatta fare a pezzi prima di lasciarsi toccare da lui anche
solo con un dito. E diceva tutte queste cose da donna ben determinata, mentre Coupeau, che non rinunciava al suo
desiderio d'averla, volgeva tutto con fare scherzoso in oscenit, le faceva su Lantier delle domande anche assai crude,
ma cos allegramente e con dei denti cos bianchi, che la giovane non pensava minimamente a lasciarsene ferire.

Insomma, eravate voi a batterlo!, disse alla fine Coupeau. Oh! non siete certo buona! Prendete tutti a colpi
di frusta!.
Gervaise lo interruppe con una lunga risata. Del resto era vero, aveva pur preso a frustate quella gran carcassa
di Virginie. Sarebbe stata cos felice, quel giorno, di strangolare qualcuno! E scoppi a ridere ancora pi forte, mentre
Coupeau le raccontava che Virginie, umiliata dall'aver messo in mostra ogni parte di s, s'era decisa a lasciare il
quartiere. Il viso di Gervaise conservava comunque una dolcezza infantile: spingeva innanzi a s le mani paffute,
ripetendo che non avrebbe fatto male a una mosca; non conosceva le botte se non per averne gi ricevute molte in vita
sua. Fin cos per parlare della sua giovinezza a Plassans. Non era certo il tipo da correre dietro agli uomini, gli uomini
anzi l'annoiavano. Quando Lantier l'aveva presa, a quattordici anni, le era sembrato bello, perch lui si diceva suo
marito, mentre a lei sembrava che giocassero a far gli sposini. Il suo unico difetto, assicurava, era quello d'essere fin
troppo sensibile, di voler bene a tutti, d'entusiasmarsi per persone che le facevano poi mille angherie. Cos, quando
amava un uomo, non stava a pensare alle sciocchezze, sognava soltanto di poter vivere sempre insieme, di poter essere
sempre felice. E poich Coupeau sogghignava ricordandole i due figli, che non aveva certo trovato sotto un cavolo, gli
diede dei buffetti sulle dita, e aggiunse che anche lei, naturalmente, era fatta dello stesso stampo delle altre donne, ma
che tuttavia si aveva torto a credere le donne sempre intente a correr dietro a quelle cose: le donne pensavano alla
famiglia, si facevano in quattro per la loro casa, e si coricavano troppo stanche, la sera, per non mettersi a dormire
all'istante. Lei rassomigliava del resto alla madre, una gran lavoratrice, morta dalla fatica, che aveva fatto da bestia da
soma a pap Macquart per pi di vent'anni. Era ancora un po' mingherlina, lei, mentre la madre aveva certe spalle da
buttar gi le porte quando passava. Ma questo non contava, le rassomigliava soprattutto per la sua mania d'affezionarsi
alle persone. Anche il fatto che zoppicava un po' le veniva da quella povera donna, che pap Macquart picchiava a
sangue. Mille volte la madre le aveva raccontato delle notti in cui il padre, tornando a casa ubriaco, si mostrava d'una
galanteria cos brutale da fracassarle le membra; e di certo lei doveva esser spuntata fuori in una di quelle notti, con la
sua gamba in ritardo.
Oh! ma non quasi nulla, non si vede nemmeno, disse Coupeau per farle la corte.
Gervaise sollev il mento: sapeva bene che invece si vedeva, a quarant'anni sarebbe stata rotta in due. Poi,
dolcemente, con un piccolo sorriso:
Avete proprio degli strani gusti, se amate una zoppa!.
Allora Coupeau, sempre con i gomiti sul tavolino, facendosi ancora pi vicino con la faccia, cominci a farle
dei complimenti con parole pi audaci, come per inebriarla. Ma Gervaise continuava sempre a rispondere di no con la
testa, senza lasciarsi tentare, bench lusingata da quella voce carezzevole. Ascoltando, guardava all'esterno, sembrava
interessarsi di nuovo alla folla che aumentava. Adesso, nelle botteghe deserte si stava dando un colpo di scopa; la
fruttivendola ritirava la sua ultima padellata di patate fritte, mentre il pizzicagnolo rimetteva in ordine i piatti
sparpagliati sul suo bancone. Da tutte le bettole uscivano frotte di operai: omaccioni con tanto di barba si spingevano
l'un l'altro a manate, giocavano come ragazzini, con il frastuono delle loro grosse scarpe chiodate, graffiando il selciato
in una scivolata; altri, con le mani affondate nelle tasche fumavano con aria pensosa, gli occhi rivolti verso il sole, le
palpebre che sbattevano. Era una vera invasione del marciapiede, della carreggiata, dei rigagnoli, un flusso pigro che
scorreva dalle porte aperte, si fermava in mezzo alle carrozze, formava una scia di casacche, di camiciotti e di vecchi
cappotti; e tutto impallidiva e si scoloriva sotto la striscia di luce bionda che prendeva d'infilato la via. Si sentivano
suonare in lontananza le campane delle officine; ma gli operai non s'affrettavano, riaccendevano le pipe, rialzavano le
spalle, e dopo essersi richiamati a vicenda da un vinaiolo all'altro, si decidevano a riprendere la via che li portava al
lavoro, strascicando i piedi. Gervaise si divert a seguire con lo sguardo tre operai, il primo alto e gli altri due bassi, che
si voltavano indietro ogni dieci passi: finirono per scendere la via e vennero diritti all'Assommoir di pap Colombe.
Ah! bene, mormor Gervaise, ecco tre veri fannulloni!.
Toh!, disse Coupeau, quello alto lo conosco, Mes-Bottes, un mio compagno.
L'Assommoir si era riempito. Si parlava gridando, con scoppi di voce che squarciavano il grasso mormorio
delle raucedini. Di quando in quando, dei pugni lasciati cadere sul bancone facevano tintinnare i bicchieri. Tutti in piedi,
le mani incrociate sul ventre o dietro la schiena, i bevitori formavano dei piccoli gruppi, stretti gli uni agli altri; alcune
compagnie, accanto alle botti, dovevano aspettare anche un quarto d'ora prima di poter ordinare il loro giro a pap
Colombe.
Come! quell'aristocratico di Cadet-Cassis!, si mise a gridare Mes-Bottes, dando una gran manata sulla
spalla di Coupeau. Un bel signorino che si fa le sigarette con le cartine e ha certa biancheria!... Vogliamo dunque far
colpo sull'amichetta, offrendole delle prelibatezze!.
Eh! non mi scocciare!, rispose Coupeau, assai contrariato.
Ma l'altro sghignazzava.
Basta! siamo all'altezza della situazione, mio caro buonuomo... I cafoni restano pur sempre dei cafoni, ecco!.
E volse di nuovo le spalle, dopo aver lanciato un'orribile occhiata a Gervaise. La giovane si ritrasse alquanto
spaventata. Il fumo delle pipe, l'acre sentore di tutti quegli uomini, montavano nell'aria satura di alcool. Si sentiva
soffocare, scossa da piccoli colpi di tosse.
Oh! che brutta cosa il bere!, disse sottovoce.
E raccont che un tempo beveva l'anissette con la madre, a Plassans. Ma un giorno per poco non ne era morta,
e la cosa l'aveva disgustata per sempre: adesso non sopportava pi nessun liquore.
Vedete!, aggiunse indicando il suo bicchiere, ho mangiato la prugna, ma lascer il sugo, mi farebbe male.

Nemmeno Coupeau riusciva a capire come si potessero bere tanti bicchieri pieni d'acquavite. Una prugna ogni
tanto certo non poteva far male. Ma quanto all'acquavite, all'assenzio e a tutte le altre porcherie del genere, buona notte!
davvero non se ne sentiva il bisogno. I suoi compagni potevano anche prenderlo in giro: lui continuava a rimanere sulla
porta, quando quegli ubriaconi andavano a ficcarsi in qualche distilleria. Pap Coupeau, ch'era stato zincatore come lui,
s'era sfracellato la testa sul selciato di rue Coquenard, un giorno di bisboccia, precipitando dalla grondaia del n. 25: un
ricordo che, nella sua famiglia, li rendeva tutti sobri. Ogni volta che passava per rue Coquenard e rivedeva quel punto,
avrebbe bevuto l'acqua dei rigagnolo piuttosto che mandar gi anche solo un bicchiere di vino offertogli gratis da
qualche vinaiolo. E cos concluse:
In un mestiere come il nostro, bisogna avere le gambe ben salde.
Gervaise aveva ripreso la cesta, ma non si alzava: la teneva sulle ginocchia, con gli occhi smarriti, sognante,
come se le parole del giovane operaio avessero risvegliato in lei chiss quali lontani pensieri di un'altra esistenza. E
riprese a parlare, lentamente, senza nesso apparente:
Mio Dio! non sono certo un'ambiziosa, non domando granch... Il mio ideale sarebbe di poter lavorare
tranquillamente, aver sempre di che mangiare, un buco il pi possibile pulito per dormire, sapete! un letto, un tavolo e
due sedie, nulla di pi... Ah! vorrei anche poter allevare come si deve i miei bambini, fare di loro dei bravi cittadini, se
fosse possibile... Avrei anche un altro ideale: di non esser battuta, s, se mai rimettessi su famiglia, no, non mi
piacerebbe certo d'essere battuta... Ecco tutto, vedete? ecco tutto....
Analizzava se stessa, interrogava i suoi desideri, non trovava null'altro di serio che la tentasse. Ma dopo una
piccola esitazione, riprese:
S, si pu alla fine desiderare di morire nel proprio letto... Dopo aver sfacchinato per tutta la vita, morirei
volentieri nel mio letto, a casa mia.
E si alz. Coupeau, che approvava con calore le sue aspirazioni, era gi in piedi, un po' in pensiero per l'ora.
Ma non uscirono immediatamente. Gervaise, per semplice curiosit, volle andare a vedere, in fondo, oltre lo steccato di
quercia, il grande alambicco di rame rosso, in piena attivit sotto i chiari vetri del piccolo cortile; e lo zincatore, che
l'aveva seguita, le illustr in che modo funzionava, indicandole con il dito i diversi pezzi dell'apparecchio, mostrandole
la gigantesca storta da cui colava un limpido filo d'alcool. Con i suoi vasi dalla forma pi strana, le sue spirali senza fine
di tubi, l'alambicco aveva un aspetto quanto mai cupo: non ne usciva nemmeno un soffio di fumo, si sentiva a malapena
una sorta di respiro interiore, un russare sotterraneo. Sembrava la fatica notturna compiuta in pieno giorno da un
lavoratore ombroso, possente e muto. Intanto Mes-Bottes, seguito dai suoi compagni, era venuto ad appoggiarsi con il
gomito sullo steccato, nell'attesa che un angolo del bancone si liberasse. La sua risata rassomigliava allo stridere d'una
puleggia male ingrassata: scrollava il capo, con gli occhi commossi e fissi sulla macchina fatta apposta per gli
ubriaconi. Fulmini di Dio! com'era bella! C'era, in quel gran ventre di rame, di che rinfrescare l'ugola per almeno otto
giorni. Avrebbe voluto che gli saldassero fra i denti uno dei capi della serpentina, per sentire l'acquavite ancora calda
che lo riempiva, gli scendeva fino ai talloni, ancora, ancora, come un ruscelletto senza fine. Che diamine! non si sarebbe
pi mosso da l: altro che i bicchierini piccoli come dei ditali di quell'avaraccio di pap Colombe! E i suoi compagni
sogghignavano, dicevano che quel bestione di Mes-Bottes aveva perlomeno un modo tutto suo di parlare. Sordamente,
senza una fiamma, senza nemmeno un guizzo nei riflessi spenti dei suoi rami, l'alambicco continuava a lavorare,
lasciava colare il suo sudore d'alcool, simile a una sorgente lenta e ostinata che sembrava, a lungo andare, voler
invadere tutta la sala, riversarsi sui boulevards esterni, inondare l'immensa fossa di Parigi. Gervaise, colta da un fremito,
indietreggi; e si sforz di sorridere, mormorando:
Lo so, sciocco, ma mi d i brividi, questa macchina... il bere mi d i brividi....
Poi, tornando sulla vagheggiata idea d'una perfetta felicit:
Eh, non ho ragione? non sarebbe meglio cos: lavorare, aver sempre di che mangiare, avere un buco tutto per
s, allevare i bambini, morire nel proprio letto....
E non essere battuta, aggiunse Coupeau allegramente. Ma certo non vi batterei io, se solo voi voleste,
signora Gervaise... Non dovete aver paura, non bevo mai, e poi vi amo troppo... Allora, per stasera, ci terremo al
caldo.
Aveva abbassato la voce, le parlava quasi all'orecchio, mentre Gervaise si faceva strada spingendo la cesta in
avanti. Ma disse ancora di no con la testa, a pi riprese. E tuttavia si voltava verso di lui, gli sorrideva, sembrava felice
di sapere che l'altro non beveva. Certo, gli avrebbe detto volentieri di s, ma aveva giurato a se stessa di non rimettersi
mai pi con un uomo. Guadagnarono alla fine la porta, uscirono. Alle loro spalle, l'Assommoir era ancora pieno e faceva
arrivare fin sulla strada il frastuono delle voci arrochite e l'odore liquoroso dei giri d'acquavite. Si sentiva Mes-Bottes
trattare pap Colombe da farabutto, accusandolo di avergli riempito il bicchiere soltanto a met. Lui era troppo per
bene, un allocco, una vittima. Ah! accidenti! il capo poteva anche venirlo a stanare, lui non sarebbe tornato in officina,
aveva la fiacca. E proponeva ai due compagni d'andare al Petit Bonhomme qui tousse, una gran bella distilleria della
barriera Saint-Denis, dove si poteva bere dell'alcool purissimo.
Ah! si respira, disse Gervaise sul marciapiede. Ebbene! addio, e grazie, signor Coupeau... Torno subito a
casa.
S'incamminava gi lungo il boulevard, ma Coupeau, che le aveva preso la mano, non la lasciava andar via e
ripeteva:
Fate il giro insieme a me, passate per rue de la Goutte-d'Or... Non allungate nemmeno... Devo andare da mia
sorella, prima di tornare al cantiere... Ci faremo compagnia.

Gervaise fini per acconsentire, e risalirono insieme lungo rue des Poissonniers, fianco a fianco, senza
nemmeno prendersi per il braccio. Coupeau le parlava della sua famiglia. La madre, mamma Coupeau, un tempo
lavorante in panciotti, doveva adesso far la donna delle pulizie, per colpa degli occhi che le si andavano sempre pi
indebolendo. Aveva appena compiuto sessantadue anni, il 3 del mese trascorso. Lui era il pi giovane. Una delle sue due
sorelle, la signora Lerat, una vedova di trentasei anni, lavorava nei fiori e abitava in rue des Moines, a Batignolles.
L'altra, di trent'anni, aveva sposato un fabbricante di catenelle, quell'acquacheta di Lorilleux. Era da quest'ultima che
stava andando, in rue de la Goutte-d'Or. Abitava nel gran caseggiato a sinistra. Tutte le sere, mangiava in casa dai
Lorilleux, era un risparmio per tutti e tre. Passava quindi da loro per avvertirli di non aspettarlo: quel giorno, era stato
invitato da un amico.
Gervaise, pur ascoltandolo, l'interruppe improvvisamente per domandargli sorridendo:
E cos, vi chiamate Cadet-Cassis, signor Coupeau?.
Oh!, rispose l'altro, un soprannome che mi hanno dato i compagni, perch prendo sempre del cassis,
quando mi trascinano a forza da qualche vinaiolo... Sempre meglio chiamarsi Cadet-Cassis che Mes-Bottes, vero?.
Certo, non male, Cadet-Cassis, conferm la giovane.
E gli chiese poi del suo lavoro. Coupeau continuava a lavorare dietro il dazio, al nuovo ospedale. Oh! il lavoro
non mancava davvero, non si sarebbe certo spostato da quel cantiere per tutto l'anno. C'erano metri e metri di grondaie!
Sapete, disse, posso vedere la locanda Boncoeur, quando mi trovo lass... Ieri eravate alla finestra, vi ho
fatto dei segni con le braccia, ma non mi avete visto.
Si erano gi inoltrati di un centinaio di metri in rue de la Goutte-d'Or, quando Coupeau s'arrest, sollev lo
sguardo e disse:
Ecco la casa... Io sono nato qualche metro pi in l, al 22... Ma anche questo fabbricato un bell'ammasso di
mura! All'interno grande come una caserma.
Gervaise levava il mento in su, guardava la facciata. Visto dalla via, il caseggiato aveva cinque piani, e in
ognuno si allineavano in fila quindici finestre, le cui scure persiane dalle stecche rotte conferivano un'aria di rovina e
d'abbandono a quell'immensa estensione di mura. In basso, quattro botteghe occupavano il pianterreno: a destra del
portone, la vasta sala d'una bettola scalcagnata; a sinistra, un carbonaio, un merciaio e una venditrice di ombrelli. Il
caseggiato sembrava ancor pi colossale innalzandosi fra due basse e miserabili costruzioni, praticamente incollate ad
esso; e quadrato, simile a un blocco di calcina impastata grossolanamente, s'imputridiva e si sbriciolava sotto la pioggia,
stagliandosi contro il cielo luminoso, al di sopra dei tetti pi vicini, con il suo enorme cubo grezzo, con le sue fiancate
senza intonaco, color fango, in una interminabile nudit che faceva pensare ai muri d'una prigione, e su cui file e file
d'addentellati sembravano mascelle caduche che sbadigliassero nel vuoto. Ma Gervaise guardava soprattutto il portone,
un immenso portone rotondo che si elevava fino al secondo piano, dando luogo a un androne profondo, all'altra
estremit del quale si riusciva a intravedere il pallido chiarore d'un grande cortile. Al centro dell'androne, lastricato
come la strada, scorreva un rigagnolo che trasportava con s un'acqua d'un rosa tenuissimo.
Entrate, coraggio, disse Coupeau, nessuno vi manger.
Gervaise volle aspettarlo per strada. Nell'attesa, non pot resistere e s'inoltr sotto l'androne, fino alla guardiola
del portinaio, che si trovava sulla destra. E l, sulla soglia, alz di nuovo lo sguardo. All'interno, le facciate avevano sei
piani, quattro facciate regolari che racchiudevano l'ampio quadrato del cortile. Erano mura grigie, divorate da una
lebbra gialla, rigate e sbavate dalla sgocciolatura dei tetti, e s'innalzavano completamente piatte dal selciato fino alle
ardesie, senza una modanatura; solo i canali di scarico si curvavano a gomito all'altezza dei piani, dove i cassoni
spalancati degli acquai mostravano la macchia della loro ghisa arrugginita. Le finestre prive di persiane lasciavano
vedere i vetri nudi d'un verde glauco d'acqua torbida. Da alcune, spalancate, spenzolavano materassi a riquadri azzurri
messi l a prendere aria; davanti ad altre, su corde tese, dei capi di biancheria asciugavano al sole, tutto il bucato d'una
famiglia, le camicie dell'uomo le camiciole della donna, i pantaloncini dei bambini. A una finestra del terzo piano era
steso un pannicello da neonato, tutto impiastricciato di lordura. Dall'alto in basso, le abitazioni troppo piccole
esplodevano all'esterno, lasciando sfuggire brandelli della loro miseria da ogni apertura. In basso, servendo ogni
facciata, una porta alta e stretta e senza rivestimenti di legno, come ritagliata nel gesso nudo, scavava un vestibolo
screpolato in fondo al quale giravano i gradini infangati d'una scala con ringhiera di ferro. C'erano cos quattro scale,
indicate con le prime lettere dell'alfabeto, dipinte sul muro. I pianterreni accoglievano immense officine chiuse da
invetrate nere di polvere: fiammeggiava la fucina d'un magnano, si sentivano in lontananza i colpi di pialla d'un
falegname, mentre vicino alla portineria un laboratorio di tintore lasciava colar fuori in grandi gorgoglii il rigagnolo
d'un rosa tenuissimo che scorreva sotto l'androne. Insudiciato dalle pozze d'acqua colorata, dai trucioli, dai bruscoli di
carbone, piantato ad erba sui bordi, fra le lastre sconnesse, il cortile era illuminato da un bagliore crudo, come tagliato
in due lungo la linea su cui il sole si fermava. Dal lato dell'ombra, attorno alla fontana il cui rubinetto conservava una
costante umidit a quella zona, tre gallinelle becchettavano il suolo, cercavano vermi di terra, con le loro zampe tutte
inzaccherate. E Gervaise, lentamente, vagabondava d'intorno con lo sguardo, scendeva dal sesto piano al lastricato,
risaliva, sbalordita da quell'immensit, sentendosi al centro d'un enorme organismo vivente, nel cuore stesso d'una citt,
interessandosi a quel caseggiato come se si trovasse di fronte a una gigantesca persona.
Forse la signora sta cercando qualcuno?, grid insospettita la portinaia, affacciandosi alla porta della sua
guardiola.
La giovane le spieg allora che stava aspettando una persona. Ritorn sulla via poi, siccome Coupeau tardava,
rivenne sui suoi passi, stranamente attirata, per guardare ancora. Il caseggiato non le sembrava affatto brutto. In mezzo

agli stracci appesi alle finestre, ridevano angoli pi allegri, una violacciocca fiorita in un vaso, una gabbia di canarini da
cui scaturiva un vivace cinguettio, specchi da barba che proiettavano nella profondit dell'ombra come degli splendori
di stelle tondeggianti. In basso, un falegname cantava accompagnato dai sibili regolari del suo piallone, mentre
nell'officina del magnano il frastuono dei martelli che battevano in cadenza dava vita a una sorta d'immenso argentino
scampanio. Da quasi tutte le finestre aperte, sullo sfondo della miseria che si poteva intravedere, i bambini mostravano
le loro testoline arruffate e sorridenti, le donne cucivano con i loro placidi profili chinati sul lavoro. Era l'ora in cui si
riprendevano le faccende dopo il pranzo, nelle camere lasciate vuote dagli uomini che lavoravano fuori casa; l'ora in cui
tutto il caseggiato riaffondava nel suo grande silenzio, interrotto esclusivamente dai rumori degli artigiani, dal
monotono cullare di qualche ritornello, sempre lo stesso, ripetuto per ore e ore. Solo il cortile appariva un po' umido. Se
Gervaise avesse abitato l, avrebbe voluto un alloggio sul fondo, dalla parte del sole. Aveva fatto cinque o sei passi,
respirava l'odore sciapito delle case povere, un odore di polvere antica, di sudiciume irrancidito. Ma era pur sempre
l'acre sentore delle acque della tintoria a dominare, e le sembrava allora che l'insieme puzzasse comunque meno che la
locanda Boncoeur. E gi aveva scelto la sua finestra, una finestra nell'angolo di sinistra: c'era una cassetta piantata a
fagioli di Spagna, i cui fragili steli cominciavano ad attorcigliarsi intorno a un piccolo pergolato di cordicelle.
Vi ho fatto un po' aspettare, eh?, disse Coupeau, la cui presenza accanto a s Gervaise avvert all'improvviso.
Fanno un sacco di storie quando non mangio da loro, anche perch oggi mia sorella aveva comprato del vitello.
E poich la giovane aveva avuto un piccolo sussulto di sorpresa, continu guardandosi a sua volta d'intorno:
Stavate osservando la casa. sempre tutta affittata da cima a fondo. Ci sono trecento inquilini, credo... Io
stesso, se solo avessi dei mobili, avrei adocchiato una cameretta... Si potrebbe star bene qui, vero?.
S, s potrebbe star bene, mormor Gervaise. A Plassans, nella via in cui abitavamo, non era certo cos
affollato... Guardate com' carina quella finestra, al quinto piano, con i fagioli!.
Allora, con tutta la sua ostinazione, Coupeau le domand ancora se proprio non voleva. Una volta che avessero
avuto un letto, avrebbero gi potuto dormir l. Ma Gervaise sfuggiva, si rifugiava correndo sotto l'androne, lo pregava di
non ricominciare con le sue sciocchezze. La casa poteva anche crollare, e del resto non si sarebbe mai ficcata sotto le
stesse coperte insieme a lui. Alla porta della bottega della signora Fauconnier, nel lasciarla, Coupeau riusc a trattenerle
per un attimo la mano nella sua, e la giovane gliela abbandon in piena amicizia.
La buona intesa fra Gervaise e l'operaio zincatore prosegu cos per due mesi. Coupeau la trovava davvero
coraggiosa, vedendola ammazzarsi di lavoro, aver cura dei bambini e aver ancora le forze, la sera, per mettersi a cucire
non importa quale straccio. Esistevano di sicuro delle donne poco per bene, amanti degli spassi, golose, ma, che
diavolo! lei non era certo fatta di quella stoffa; prendeva la vita fin troppo sul serio! Allora Gervaise rideva, si scherniva
con modestia. Per sua sventura, non era sempre stata cos saggia. E alludeva al suo primo parto, a quattordici anni,
insisteva sui litri d'anisette scolati un tempo con la madre. L'esperienza la migliorava un po', ecco tutto. Si aveva torto
ad attribuirle una forte volont, al contrario era debolissima, si lasciava trascinare da qualunque parte la si spingesse, per
paura di far dispiacere a qualcuno. Il suo sogno era quello di poter vivere in mezzo a della gente onesta, perch le
cattive compagnie, diceva, sono come una mazzata che rompe il cranio e schiaccia una donna in men che non si dica. Se
pensava all'avvenire, le venivano i sudori freddi, e si paragonava a un soldo lanciato in aria e che ricade testa o croce, a
seconda degli accidenti del suolo. Tutto ci a cui aveva assistito, i cattivi esempi suggeriti ai suoi occhi di bambina, le
avevano dato una dura lezione. Ma Coupeau la prendeva in giro per le sue lugubri idee, la richiamava a tutto il suo
coraggio, cercando nel frattempo di stringerla ai fianchi. La giovane lo respingeva, gli allungava dei piccoli schiaffi
sulle mani, mentre l'altro protestava ridendo che, per essere una donna tanto debole, era pur sempre una difficile preda.
Coupeau, di spirito allegro, non si preoccupava affatto dell'avvenire. Dopo un giorno veniva un altro giorno, perdinci!
Purch si potesse sempre avere una cuccia e un po' di mangime! Il quartiere gli sembrava abbastanza come si deve, a
parte una buona met degli ubriaconi da cui si sarebbe dovuto ripulire i rigagnoli. Non era un cattivo diavolo, era a volte
capace di discorsi pieni di buon senso, aveva perfino una punta di vanit, fra i capelli una riga di lato sempre ben curata,
delle belle cravatte, un paio di scarpe di vernice per la domenica. E oltre a tutto questo, una scioltezza e una sfrontatezza
da scimmia, una buffoneria scherzosa da operaio parigino, una gran parlantina, un fascino che traspariva anche in quel
suo grugno giovanile.
Avevano finito per rendersi a vicenda una quantit di servigi, alla locanda Boncoeur. Coupeau andava a
prenderle il latte, s'incaricava delle sue commissioni, portava gli involti di biancheria; e spesso, essendo il primo a
tornare dal lavoro, accompagnava i bambini a spasso sul boulevard esterno. Gervaise, per contraccambiare tanta
gentilezza, saliva a volte nella minuscola cameretta in cui l'altro dormiva, proprio sotto i tetti, e gli metteva in ordine i
vestiti, ricuciva i bottoni delle casacche, rammendava le giacchette di tela. Una gran familiarit andava consolidandosi
fra di loro. La giovane non s'annoiava nemmeno per un istante, quando si trovava presso di lui, divertendosi alle
canzoncine che Coupeau le ripeteva, a quell'eterno scherzare dei sobborghi di Parigi, per lei ancora cos sconosciuto.
L'altro, a forza di strusciarsi contro le sue sottane, s'infiammava sempre di pi. Ma veniva sempre rimesso al suo posto,
e con che decisione! Il che finiva per irritarlo. Continuava a ridere, ma con lo stomaco cos a mal partito, cos contratto,
che la cosa non gli sembrava pi tanto divertente. Continuava a fare lo sciocco, non poteva incontrarla senza gridarle: A
quando?. Gervaise capiva a cosa l'altro alludesse, e gli prometteva che la cosa sarebbe successa l'anno del mai. Allora
lui la molestava, andava a trovarla con le pantofole in mano, come in un inizio di trasloco. Gervaise vi si divertiva, le
sue giornate passavano piacevolmente, senza che le venisse mai d'arrossire, nonostante le continue allusioni licenziose
in mezzo a cui Coupeau la faceva vivere. Purch non si mostrasse brutale, gli concedeva tutto. Soltanto una volta
s'infuri: volendo prenderle un bacio con la forza, le aveva strappato una ciocca di capelli. |[continua]|

|[CAPITOLO SECONDO, 2]|


Verso gli ultimi giorni di giugno, Coupeau sembr perdere la sua allegria. Stava cambiando. Gervaise,
allarmata da certi suoi sguardi, si barricava per la notte. Alla fine, dopo un broncio durato da domenica a marted,
improvvisamente, la sera del marted, Coupeau venne a bussarle alla porta, verso le undici. Non voleva quasi aprirgli,
ma la sua voce era cos dolce e tremante che fin per spostare il cassettone, spinto contro la porta. Quando fu entrato, le
sembr ammalato, a tal punto lo vide pallido, gli occhi arrossati, il volto illividito. Restava in piedi, balbettando,
scuotendo la testa. No, no, non era ammalato. Stava piangendo da due ore, lass, in camera sua, piangeva come un
bambino, mordendo il guanciale per non farsi sentire dai vicini. Eran tre notti che non riusciva pi a chiudere occhio.
Cos non poteva durare.
Sentite, signora Gervaise, disse con la gola serrata, sul punto d'esser ripreso di nuovo dalle lacrime, bisogna
farla finita, non vi sembra? Ci sposeremo. Lo voglio nel modo pi assoluto, sono deciso.
Gervaise si mostr assai sorpresa. Era molto seria.
Oh! signor Coupeau, mormor, che andate mai cercando? Non vi ho mai chiesto una cosa del genere, lo
sapete bene... Non mi stava bene, ecco tutto... Oh! no, no, adesso una cosa seria, dovete riflettere, ve ne prego!.
Ma l'altro continuava a scuotere la testa con un'espressione d'ostinata determinazione. Tutto era stato calcolato.
Era sceso da lei perch aveva bisogno di passare una buona nottata. Non avrebbe certo voluto che risalisse in camera
sua a piangere! Bastava che dicesse di s, e non l'avrebbe pi tormentata, avrebbe potuto mettersi a letto
tranquillamente. Voleva soltanto sentirla dire di s. Ne avrebbero riparlato meglio l'indomani.
Ma non posso certo dire di s cos, su due piedi, rispose Gervaise. Non vorrei proprio che in seguito
m'accusaste d'avervi spinto a compiere una sciocchezza... Vedete, signor Coupeau, fate davvero male ad ostinarvi. Non
sapete nemmeno voi cosa sentite per me. Se non ci vedessimo per otto giorni, vi passerebbe, scommetto. Spesso gli
uomini si sposano per una notte, la prima, e poi le notti si susseguono, i giorni s'allungano, tutta la vita, e si ritrovano
alla fine profondamente disgustati... Sedetevi l, voglio parlare di tutto immediatamente.
E cos, fino all'una del mattino, nella camera buia, al chiarore fumoso d'una candela che trascuravano di
smoccolare, discussero del loro matrimonio, abbassando la voce per non svegliare i due bambini, Claude ed Etienne,
che dormivano con il loro breve respiro, la testa sul medesimo guanciale. E Gervaise tornava sempre a loro, li mostrava
a Coupeau: gli avrebbe portato davvero una gran bella dote! non se la sentiva proprio di mettergli sul groppone due
marmocchi! E poi si vergognava soprattutto per lui: che avrebbero detto nel quartiere? L'avevano vista con il suo
amante, conoscevano la sua storia; non sarebbe stato granch decoroso, se si fossero sposati in capo a nemmeno due
mesi. A tutte quelle buone argomentazioni, Coupeau ribatteva alzando le spalle. Se ne fregava, lui, del quartiere! Lui
non ficcava il naso negli affari degli altri, prima di tutto perch avrebbe avuto troppa paura di sporcarselo! Ebbene! s,
anche se lei aveva avuto Lantier prima di lui, che c'era di male? Non faceva certo la vita, non si portava gli uomini in
casa, come facevano tante altre donne anche pi ricche di lei. Quanto ai bambini, sarebbero cresciuti, li avrebbero
allevati, perbacco! Mai avrebbe potuto trovare un'altra donna cos coraggiosa, cos buona, cos piena di tutte le virt.
Ma nemmeno questo, in realt, contava: avrebbe anche potuto battere i marciapiedi, essere brutta, fannullona,
ripugnante, avere una sfilza di bambini moccolosi, per lui non sarebbe cambiato nulla. La voleva.
S, vi voglio, ripeteva picchiandosi il ginocchio con il pugno in un continuo martellare. Mi capite, vi
voglio... C' poco da ribattere a una cosa del genere, mi sembra!.
Gervaise a poco a poco si inteneriva. Si sentiva in preda a una sorta di debolezza del cuore e dei sensi, avvolta
com'era dalla brutalit di quel desiderio. Ormai opponeva soltanto delle timide obiezioni: aveva le mani raccolte sulle
sottane, il volto tutto soffuso di dolcezza. Da fuori, attraverso la finestra socchiusa, la bella nottata di giugno spirava
aliti caldi che facevano fremere la candela, il cui lungo stoppino rossastro lentamente si carbonizzava. Nel gran silenzio
del quartiere addormentato, si sentivano solamente i singhiozzi infantili d'un ubriaco sdraiato sulla schiena nel bel
mezzo del boulevard, mentre in lontananza, in fondo a qualche trattoria, un violino rallegrava con una quadriglia
popolaresca un festino di nozze prolungato, una musica cristallina, limpida e leggera come una frase d'armonica.
Coupeau, vedendo la giovane a corto d'argomenti, silenziosa e vagamente sorridente, le aveva afferrato le mani,
l'attirava a s. Gervaise si trovava in una di quelle ore d'abbandono di cui tanto diffidava, vinta e troppo commossa per
poter rifiutare qualcosa e far dispiacere a qualcuno. Ma lo zincatore non cap che la giovane era pronta a darsi: si limit
a stringerle i polsi fin quasi a stritolarglieli, come per prendere possesso di lei, e a entrambi sfugg un sospiro a quel
lieve dolore attraverso cui trovava sfogo tutta la loro tenerezza.
Dite di s, vero?, domand Coupeau.
Non mi tormentate, mormor la giovane. Lo volete veramente? ebbene, allora s.... Mio Dio! non staremo
facendo una follia?.
Coupeau s'era alzato. La prese per la vita e le schiocc un rude bacio sulla faccia, a casaccio. Poi, siccome
quella manifestazione d'affetto aveva fatto fin troppo rumore, fu il primo a preoccuparsene, guard Claude ed Etienne,
si mise a camminare a passi felpati, ad abbassare la voce.
Zitti! dobbiamo essere prudenti, disse, non bisogna svegliare i bambini... A domani.
E risal in camera sua. Gervaise, tutta tremante, rimase per quasi un'ora seduta sulla sponda del letto, senza
nemmeno pensare a spogliarsi. Era commossa, trovava che Coupeau si era comportato in modo davvero onesto, anche

perch a un certo punto aveva creduto di non aver pi scampo e che l'altro avrebbe finito per dormire l. L'ubriacone, da
basso, sotto la finestra, gemeva adesso con un rantolo rauco da bestia braccata. In lontananza, il violino aveva smesso di
suonare quella sua carola popolaresca.
Nei giorni seguenti Coupeau cerc di convincere Gervaise a salire una sera in casa della sorella, in rue de la
Goutte-d'Or. Ma la giovane, timidissima, confessava d'avere una gran paura per quella visita ai Lorilleux. S'era accorta
facilmente fino a che punto lo zincatore temesse la famiglia. Ma non dipendeva certo dalla sorella, che non era
nemmeno la maggiore. Mamma Coupeau avrebbe dato il suo consenso di tutto cuore: mai si sarebbe opposta al volere
del figlio. Tuttavia, in famiglia, i Lorilleux erano ritenuti in grado di guadagnare fino a dieci franchi al giorno, il che
dava loro una vera e propria autorit. Coupeau non avrebbe mai osato sposarsi, se per qualche motivo i Lorilleux non
avessero accettato sua moglie.
Ho parlato loro di voi, conoscono i nostri progetti, spiegava a Gervaise. Mio Dio! siete proprio una
bambina! Venite stasera... Vi ho gi avvertito: mia sorella vi sembrer un po' sostenuta, e nemmeno Lorilleux in
genere una persona piacevole. In realt, si sono un po' offesi, perch una volta sposato non manger pi a casa loro, e
sar un risparmio in meno. Ma non importa, non vi metteranno di certo alla porta... Fatelo per me, assolutamente
necessario.
Queste parole non fecero che spaventare ancora di pi Gervaise. Un sabato sera, tuttavia, cedette. Coupeau
venne a prenderla alle otto e mezzo. La giovane s'era vestita di tutto punto: un abito nero con uno scialle a palme gialle
in mussolina di lana stampata, e una cuffia guarnita d'un piccolo merletto. In sei settimane di lavoro aveva messo da
parte i sette franchi dello scialle e i due franchi e cinquanta della cuffia; l'abito era un vecchio abito ripulito e
rimodernato.
Vi aspettano, le disse Coupeau mentre svoltavano l'angolo con rue des Poissonniers. Oh! cominciano a
rassegnarsi all'idea di vedermi sposato. Stasera danno l'impressione di voler essere gentili... E poi, se non avete mai
visto come si fanno le catenelle d'oro, vi divertirete di sicuro a guardare. Hanno un'ordinazione urgente per luned.
Tengono dell'oro in casa?, domand Gervaise.
Lo credo bene! ce n' dappertutto, sui muri, per terra!.
Avevano nel frattempo oltrepassato il portone rotondo e attraversato il cortile. I Lorilleux abitavano al sesto
piano, scala B. Coupeau le grid ridendo d'aggrapparsi saldamente alla ringhiera e di non mollarla pi. Gervaise alz gli
occhi, sbatt le palpebre, scorgendo l'alta torre cava della tromba delle scale, illuminata da tre becchi a gas a ogni due
piani; l'ultimo, proprio in cima, sembrava qualche stella tremolante in un cielo nero, mentre gli altri due proiettavano
lunghi bagliori stranamente frastagliati sull'interminabile spirale dei gradini.
Toh!, disse lo zincatore raggiungendo il pianerottolo del primo piano, si sente un bell'odore di zuppa di
cipolle. Qualcuno sicuramente ha mangiato della zuppa di cipolle.
La scala B, tutta grigia, sporca, con la ringhiera e i gradini bisunti, i muri graffiati e che mettevano a nudo il
gesso, era infatti ancora tutta impregnata d'un penetrante sentore di cucina. Ad ogni pianerottolo, si aprivano corridoi
risuonanti d'ogni genere di rumore, porte si spalancavano all'improvviso, pitturate di giallo, annerite attorno alla
serratura dal grasso delle mani; e a livello delle finestre, i cassoni degli acquai esalavano un fetore umido, il cui lezzo si
mescolava a quello pi acre della cipolla cotta. Dal pianterreno al sesto piano, non si sentivano altro che i rumori delle
stoviglie, dei tegami che venivano risciacquati, delle casseruole che venivano grattate con i cucchiai per esser poi
lucidate. Al primo piano, Gervaise intravide dallo spiraglio d'una porta, su cui la parola: Disegnatore, era scritta in
grandi lettere, due uomini seduti a un tavolo davanti a un'incerata sparecchiata, che parlavano accanitamente in mezzo
al fumo delle pipe. Il secondo e il terzo piano, gi pi tranquilli, lasciavano solo filtrare attraverso gli interstizi dei
rivestimenti di legno la cadenza d'una culla, il pianto soffocato d'un bambino, il vocione d'una donna che scaturiva con
un sordo mormorio d'acqua corrente, senza che fosse possibile distinguere anche solo una parola. E la giovane pot
leggere dei cartellini inchiodati, su cui eran scritti dei nomi: Signora Caudron, cardatrice, e pi oltre: Signor Madinter,
laboratorio d'imballaggio. Al quarto piano, stavano picchiandosi: un batter di piedi che faceva tremare tutto
l'impiantito, mobili rovesciati, un fracasso orribile di bestemmie e di colpi. Il che non impediva ai vicini dirimpetto di
giocare a carte, con la porta spalancata per avere un po' d'aria. Una volta raggiunto il quinto piano, Gervaise fu costretta
a riprendere fiato: non era abituata a salire, e quel muro che non faceva altro che girare, quelle abitazioni appena
intraviste una di seguito all'altra, le facevano venire il mal di testa. Un'intera famiglia, del resto, occupava tutto il
pianerottolo: il padre stava lavando i piatti su un piccolo fornello portatile, accanto all'acquaio, mentre la madre,
appoggiata alla ringhiera, ripuliva il bambino prima di metterlo a dormire. Coupeau incoraggiava la giovane. Stavano
per arrivare. E appena fu giunto al sesto piano, si rigir per aiutarla con un sorriso. Gervaise, con la testa in su, cercava
di capire da dove provenisse quel filo di voce che sentiva fin dal primo gradino, chiaro e penetrante, che sovrastava tutti
gli altri rumori. Si trattava d'una vecchierella che, proprio sotto i tetti, abbigliava cantando bambole da tredici soldi. La
giovane riusc anche ad intravedere, mentre una bella ragazza rientrava con un secchio in una camera vicina, un letto
disfatto su cui un uomo in maniche di camicia giaceva attendendo, stravaccato, con lo sguardo in aria: sulla porta,
richiusa all'istante, un biglietto da visita scritto a mano indicava: Signorina Clmence, stiratrice. Arrivata in cima alle
scale, con le gambe spezzate, il fiato corto, Gervaise ebbe la curiosit di sporgersi oltre la ringhiera: era adesso il becco
a gas in basso a sembrare una stella, sul fondo dello stretto pozzo dei sei piani. E gli odori, la vita immensa e pulsante
del caseggiato, giungevano fino a lei come in un unico respiro, le colpivano come una vampata di calore il volto
inquieto, che s'arrischiava lass come sull'orlo d'un abisso.
Ancora non ci siamo, disse Coupeau. Oh! un viaggio.

Aveva preso a sinistra un lungo corridoio. Svolt due volte, la prima ancora a sinistra, la seconda a destra. Il
corridoio sembrava farsi sempre pi lungo, si biforcava, stretto, sgretolato, scalcinato, illuminato a tratti da una debole
fiammella di gas; mentre dalle porte tutte uguali, allineate come le porte di una prigione o di un convento, quasi tutte
spalancate, s'intravedevano degli interni di miseria e di lavoro, che la calda serata di giugno riempiva come d'un vapore
rossastro. Arrivarono alla fine a un'estremit del corridoio completamente immersa nel buio.
Eccoci!, riprese lo zincatore. Attenzione! Tenetevi contro il muro, ci sono tre gradini.
Gervaise avanz ancora d'una decina di passi, muovendosi con cautela nell'oscurit. Inciamp, cont i tre
gradini. In fondo al corridoio, Coupeau aveva intanto sospinto una porta, senza nemmeno bussare. Un vivo chiarore si
diffuse sul pavimento. Entrarono.
La stanza era una specie di strozzatura, una sorta di budello che sembrava il prolungamento stesso del
corridoio. Una cortina di lana scolorita, in quel momento tenuta sollevata da una cordicella, tagliava il budello in due. Il
primo vano conteneva un letto sospinto sotto un angolo del soffitto mansardato, una stufa di ghisa rimasta ancora
tiepida dall'ora di pranzo, due sedie, un tavolo e un armadio, a cui s'era dovuto segar via la cornice per farlo stare fra il
letto e la porta. Nel secondo vano era installato il laboratorio: sul fondo, una stretta fucina con il mantice, a destra, una
morsa fissata alla parete, sotto una scansia che reggeva ogni genere di ferraglia; a sinistra, vicino alla finestra, un
piccolo banco da lavoro completamente ingombro di pinze, cesoie, seghe microscopiche, unte di grasso e sporchissime.
Siamo noi!, grid Coupeau portandosi fino alla cortina di lana.
Ma dapprima non rispose nessuno. Emozionatissima, e soprattutto tutta sconvolta all'idea d'entrare in un luogo
ricolmo d'oro, Gervaise si teneva dietro l'operaio, bofonchiando qualcosa, accennando con un piccolo movimento del
capo a un saluto. Una lampada ardeva sul banco da lavoro, un braciere di carbone fiammeggiava nella fucina, e tutta
quella luce rendeva ancora pi profondo il suo turbamento. Finalmente vide la signora Lorilleux: piccola di statura,
rossiccia, abbastanza ben messa, stava tirando con tutto il vigore delle sue corte braccia, e con l'aiuto di una grossa
tenaglia, un filo di metallo nero, che faceva poi passare nei fori d'una filiera fissata alla morsa. Davanti al banco da
lavoro Lorilleux, altrettanto piccolo di statura ma con spalle ben pi gracili, manipolava con la punta delle pinze e con
un'agilit da scimmia qualche lavoro cos minuto, che si perdeva fra le sue dita nodose. Fu il marito a sollevare per
primo la testa, una testa dai capelli ormai radi, d'un pallore giallastro come di vecchia cera, lunga e sofferente.
Ah! siete voi, bene, bene!, mormor. Dobbiamo fare in fretta, sapete. Non entrate nel laboratorio, sarebbe
solo un fastidio. Restate nella camera.
E torn a dedicarsi al suo minuto lavoro, con il volto di nuovo immerso nel riflesso verdastro d'un bulbo
d'acqua, attraverso cui la lampada proiettava sulla sua opera un cerchio di viva luce.
Prendi le sedie!, grid a sua volta la signora Lorilleux. Questa la signora, vero? Benissimo, benissimo!.
Dopo aver arrotolato il filo, lo port alla fucina, e ravvivando il braciere con un largo ventaglio di legno, lo
mise a ricuocere, per poi farlo passare negli ultimi fori della filiera.
Coupeau spinse in avanti le sedie, e fece sedere Gervaise rasente la cortina. La stanza era cos stretta che non
riusc a sistemarsi accanto a lei. Si mise a sedere alle sue spalle, protendendosi verso di lei in modo da mormorarle
all'orecchio qualche spiegazione su quel lavoro. La giovane, un po' stranita a causa della bizzarra accoglienza dei
Lorilleux, a disagio sotto i loro sguardi obliqui, sentiva come un ronzio nelle orecchie, che le impediva quasi
d'ascoltare. La donna le sembrava assai pi vecchia dei suoi trent'anni, con quella sua aria arcigna, tutta in disordine,
con i capelli rossastri arrotolati sulla camiciola slacciata. Quanto al marito, che aveva solo un anno di pi, le sembrava
un vecchio dalle labbra sottili e crudeli, in maniche di camicia, con i piedi nudi infilati in un paio di pantofole
scalcagnate. Ma ci che soprattutto la lasciava di sasso era la piccolezza del laboratorio, le pareti imbrattate, gli utensili
di ferro scuriti, tutto quel nero sudiciume che s'accumulava in un'accozzaglia da rigattiere. Faceva un caldo terribile.
Gocce di sudore imperlavano il volto verdognolo di Lorilleux, mentre la signora Lorilleux si decideva a sfilarsi la
camiciola, rimanendo con le braccia nude e la camicia incollata ai seni cadenti.
E l'oro?, domand Gervaise a mezza voce.
I suoi occhi febbrili frugavano in ogni angolo, cercavano in mezzo a quel lerciume lo splendore che aveva
sognato.
Coupeau era scoppiato a ridere.
L'oro?, disse, tenete, eccolo, eccone ancora, ne avete anche sotto i piedi!.
Aveva indicato nell'ordine il filo sottile che stava lavorando la sorella e un altro mucchietto di filo, simile a un
gomitolo di fil di ferro, appeso al muro, accanto alla morsa; poi, mettendosi a quattro zampe, aveva raccolto da terra,
sotto il tavolato che rivestiva il pavimento del laboratorio, uno scarto, un pezzetto di filo simile alla punta d'un ago
arrugginito. Gervaise protestava: non poteva certo essere dell'oro, quel metallo nerastro e vile come il ferro! Coupeau
dovette allora mordere lo scarto, farle vedere il graffio luccicante lasciato dai suoi denti. E ricominci con le
spiegazioni: i padroni fornivano l'oro in filo tutto legato, i lavoranti lo passavano alla filiera per ottenerlo della
grandezza voluta, avendo cura di farlo ricuocere cinque o sei volte durante l'operazione, perch non si rompesse. Oh! ci
voleva polso e mestiere! La sorella impediva al marito di toccare le filiere, poich aveva la tosse. Quanto a lei, aveva
una gran mano, l'aveva vista tirare l'oro sottile come un capello.
Lorilleux, colto proprio in quel momento da un accesso di tosse, era tutto curvo sul suo sgabello. Nel pieno
della crisi, volle comunque parlare e disse con voce soffocata, sempre evitando di guardare Gervaise, come per
constatare la cosa esclusivamente fra s e s:
Io faccio la colonna.

Coupeau costrinse Gervaise ad alzarsi: poteva tranquillamente avvicinarsi, avrebbe visto meglio. Il fabbricante
di catenelle diede il suo assenso con un grugnito. Dopo aver avvolto il filo preparato dalla moglie attorno a un
mandrino, una sottilissima bacchetta d'acciaio, diede un leggero colpo di sega tagliando il filo tutt'attorno al mandrino,
in modo che ogni giro finisse per formare una maglia. Poi sald. Le maglie venivano quindi messe su un grosso pezzo
di carbone di legna. Lorilleux le inumidiva con una goccia di borace presa dal fondo d'un bicchiere rotto, che aveva
sempre accanto a s, e finiva d'arroventarle sotto la lampada, alla fiamma orizzontale del cannello. Quando ebbe
ottenuto in tal modo un centinaio di maglie, si rimise ancora una volta al suo lavoro minuto, appoggiandosi al bordo del
tassello, una piccola asse che lo sfregamento delle sue mani aveva levigato. Piegava la maglia con una pinza, la
stringeva da un lato, l'inseriva nella maglia superiore gi precedentemente sistemata, la riallargava con l'aiuto d'una
punta. E tutto questo avveniva con costante regolarit: le maglie si succedevano alle maglie, e cos rapidamente che la
catena s'allungava poco a poco sotto gli occhi di Gervaise, senza che a quest'ultima fosse possibile seguire e
comprendere precisamente.
Ecco, questa la colonna, disse Coupeau. Ci sono catenelle a giaco, catenelle a treccia, catenelle a corda,
catenelle piatte. Ma questa la colonna. Lorilleux fa solo la colonna.
Lorilleux fece un piccolo ghigno di soddisfazione. E grid, sempre continuando a stringere le maglie, invisibili
fra le sue unghie nere:
Ascolta, Cadet-Cassis!... Stamattina ho fatto un calcolo. Ho cominciato a dodici anni, d'accordo? Ebbene!
vuoi sapere con tutte le colonne che ho dovuto fare a che lunghezza sono arrivato fino ad oggi?.
Sollev il pallido volto, strinse le palpebre arrossate.
Ottomila metri, capisci! Due leghe!... Eh! ho fatto colonne per una lunghezza di due leghe! Quanto basta ad
attorcigliare il collo a tutte le femmine del quartiere... E sai? la lunghezza continua ad aumentare. Spero di poter andare
da Parigi a Versailles.
Gervaise si era rimessa a sedere, delusa: le sembrava tutto cos brutto! Sorrise per far piacere al Lorilleux.
Quello che soprattutto l'infastidiva era il silenzio tenuto sul suo matrimonio, su una faccenda cos importante per lei,
senza la quale non si sarebbe mai sognata di venire fin l. I Lorilleux continuavano a trattarla come una ficcanaso
importuna portata da Coupeau. Ed essendosi finalmente avviata una conversazione, questa s'aggir esclusivamente sugli
inquilini del caseggiato. La signora Lorilleux domand al fratello se aveva sentito, salendo, quelli del quarto piano che
si picchiavano. Quei Bnard se le davano di santa ragione tutti i giorni: il marito tornava a casa ubriaco come un porco,
ma anche la moglie aveva i suoi torti, gridava delle cose disgustose. Si parl poi del disegnatore del primo piano, quello
spilungone di Baudequin, uno tutto fasullo e mangiato vivo dai debiti, che non faceva altro che fumare ed alzare la voce
con i suoi compagni. L'impresa d'imballaggio del signor Madinier andava avanti zoppicando: il padrone aveva perfino
licenziato due operai il giorno prima, e sarebbe stata una vera manna dal cielo se fosse andato in malora, perch si stava
mangiando tutto, lasciava i figli con il culo per terra. La signora Gaudron era bravissima a cardare i materassi, ma finiva
sempre per trovarsi incinta, anche adesso, il che in fin dei conti era quasi indecente, alla sua et. Il proprietario aveva
appena dato lo sfratto ai Coquet, quelli del quinto piano: gli dovevano gi tre trimestri, e si ostinavano ad accendere il
fornello sul pianerottolo; tanto che il sabato precedente la signorina Remanjou, la vecchia dei sesto piano, portando gi
le sue bambole, era scesa appena in tempo per impedire che il piccolo Linguerlot finisse per ritrovarsi con il corpo tutto
bruciato. Quanto alla signorina Clmence, la stiratrice, si comportava come si comportava, ma non si poteva accusarla
d'altro, adorava gli animali, aveva un cuor d'oro! Eh! davvero un peccato che una cos bella ragazza se la facesse con
tutti gli uomini! Una notte l'avrebbero incontrata su qualche marciapiede, poco ma sicuro!
Toh, eccone una, disse Lorilleux alla moglie, passandole il pezzo di catenella a cui stava lavorando dall'ora
di pranzo. Puoi raddrizzarla.
E aggiunse, con l'insistenza di chi non abbandona troppo facilmente una facezia:
Ancora quattro piedi e mezzo... Il che m'avvicina sempre di pi a Versailles.
La signora Lorilleux, dopo averla fatta ricuocere, stava adesso raddrizzando la colonna facendola passare alla
filiera di taratura. La mise poi in una piccola casseruola di rame dal lungo manico, piena d'una soluzione acquosa
d'acido nitrico, e la decap al fuoco della fucina. Nuovamente sospinta da Coupeau, Gervaise fu costretta a seguire
anche quest'ultima operazione. Una volta decapata, la catenella appar d'un rosso scuro. Era finita, pronta per esser
consegnata.
Le catenelle vengono consegnate cos, grezze, spieg ancora lo zincatore. Ci sono poi delle lustratrici che
le sfregano con un panno.
Gervaise si sentiva ormai venir meno ogni coraggio. Il calore era sempre pi forte e la soffocava. La porta
doveva esser tenuta comunque chiusa, perch la minima corrente d'aria faceva raffreddare Lorilleux. Allora, tanto pi
che si continuava a non parlare del loro matrimonio, la giovane ebbe voglia d'andarsene, tir leggermente per il vestito
Coupeau. Questi cap all'istante. Del resto, cominciava a sua volta a sentirsi imbarazzato e offeso da quel silenzio
ostentato.
Bene, ce ne andiamo, disse. Vi lasciamo lavorare.
Mosse un po' i piedi, attese, come sperando in una parola, in una piccola allusione. Alla fine si decise a
intavolare egli stesso l'argomento.
Ascoltate, Lorilleux, contiamo su di voi, sarete il testimone di mia moglie.
Il fabbricante di catenelle sollev la testa, si mostr sorpreso, sogghign brevemente, mentre la moglie,
lasciando le filiere, veniva a piantarsi al centro del laboratorio.

Ma allora una cosa seria!, mormor Lorilleux. Questo benedetto Cadet-Cassis, non si capisce mai quando
fa per scherzo o sul serio!.
Ah! s, la signora la persona in questione, disse a sua volta la moglie squadrando Gervaise. Mio Dio! non
possiamo certo darvi dei consigli... una strana idea, comunque, quella di sposarsi. Ma insomma, se la cosa sta bene a
tutti e due... Quando non funziona, non bisogna prendersela che con se stessi, ecco tutto. E non che funzioni tanto
spesso, no, non tanto spesso, non tanto spesso....
La voce le si spense su queste ultime parole, quindi scosse la testa, come per esaminare Gervaise dalla faccia
alle mani, ai piedi, quasi avesse voluto spogliarla per studiarle perfino i grani della pelle. Probabilmente le sembr
migliore di quello che aveva creduto.
Mio fratello liberissimo di fare quello che vuole, continu in un tono pi infiammato. Certo, la famiglia
avrebbe forse desiderato... Si fanno sempre dei progetti. Ma le cose cambiano poi in un modo cos imprevedibile...
Comunque, non voglio perdermi in discussioni. Anche se ci avesse portato la feccia della feccia, gli avrei detto:
"Sposala, e lasciami in pace...". Ma qui da noi non si trovava poi tanto male. bene in carne, si vede che non digiunava.
E c'era sempre per lui una zuppa ben calda, fatta l per l... Di' un po', Lorilleux, non ti sembra che la signora rassomiglia
a Thrse, sai di chi sto parlando, quella dirimpetto a noi che morta di mal di petto?.
S, vagamente, rispose il fabbricante di catenelle.
E avete due bambini, signora?, Ah! di questo, per esempio, ho parlato con mio fratello, gli ho detto: "Non
capisco proprio come tu possa sposare una donna che ha due figli...". Non dovete offendervi, se penso anche al suo
interesse: del tutto naturale... E poi, non avete l'aria d'essere troppo robusta... Non vero, Lorilleux, che la signora non
ha l'aria d'essere troppo robusta?.
No, no, non mi sembra robusta.
Non parlarono della sua gamba. Ma Gervaise capiva, da come la guardavano obliquamente e da come
stringevano le labbra, che proprio a quella gamba intendevano fare allusione. Restava davanti a loro, stretta nel suo
scialletto a palme gialle, rispondendo a monosillabi quasi si trovasse dinanzi a qualche giudice. Coupeau, vedendo che
soffriva, fin per gridare:
Tutto ci non c'entra nulla... Fra quel che voi dite e il niente non c' nessuna differenza. Le nozze avranno
luogo sabato 29 luglio. Ho fatto il conto sull'almanacco. Siamo d'accordo? Va bene per voi?.
Oh! per noi va sempre bene, rispose la sorella. Non avevi nemmeno bisogno di consultarci!... Non impedir
certo a Lorilleux di fare da testimone. Amo la pace.
Gervaise, a testa bassa, non sapendo pi che contegno tenere, aveva infilato la punta del piede in una losanga
del tavolato che rivestiva il pavimento del laboratorio; poi, temendo d'aver fatto qualche danno nel ritrarla, s'era
abbassata, tastando con la mano. Lorilleux s'avvicin con la lampada, precipitosamente, e le esamin le dita con fare
sospettoso.
Bisogna stare attenti, disse, i piccoli frammenti d'oro s'incollano sotto le scarpe, e c' il rischio di portarseli
via senza che nessuno se ne accorga.
E fece allora una lunga storia. I proprietari non ammettevano nemmeno un milligrammo di scarto: e le fece
vedere la zampa di lepre con cui raccoglieva le particelle d'oro rimaste sul tassello, e anche la pelle che teneva distesa
sulle ginocchia, perch appunto vi cadessero. Due volte alla settimana il laboratorio veniva accuratamente spazzato; le
immondizie venivano conservate e quindi bruciate, le ceneri venivano passate. Ogni mese vi si trovava fino a
venticinque o trenta franchi d'oro.
La signora Lorilleux non distoglieva lo sguardo dalle scarpe di Gervaise.
Ma non dovete offendervi, mormor con un sorriso. La signora si pu guardare da sola sotto le suole.
E Gervaise, arrossendo, torn a sedersi, sollev i piedi, fece vedere che sotto non c'era nulla. Coupeau aveva
gi spalancato la porta, gridando con voce brusca: Buonasera. La chiam dal corridoio. Gervaise usc allora a sua volta,
dopo aver balbettato qualche parola di circostanza: sperava davvero che si sarebbero incontrati di nuovo, e soprattutto
che sarebbero andati d'accordo. Ma i Lorilleux si erano gi rimessi al lavoro, in fondo al buco nero del laboratorio, dove
la piccola fucina riluceva come un ultimo carbone incandescente nel grande calore d'un forno. La donna, con un lembo
della camicia scivolato gi sulla spalla, la pelle arrossata dal riflesso del braciere, stava tirando un nuovo filo, gonfiando
a ogni sforzo il collo, i cui muscoli s'attorcigliavano come piccole corde. Il marito, curvo sotto la luce verdastra del
globo d'acqua, riprendeva invece un pezzo di catenella, piegava la maglia con la pinza, la stringeva da un lato, l'inseriva
nella maglia superiore, la riallargava con l'aiuto d'una punta, di continuo, meccanicamente, senza perdere un movimento
per asciugarsi il sudore sul volto.
Quando Gervaise sbuc passando per i corridoi sul pianerottolo del sesto piano, non riusc a trattenersi e disse
con le lacrime agli occhi:
Tutto ci non mi sembra promettere una gran felicit!.
Coupeau scosse furiosamente il capo. Lorilleux gli avrebbe pagato quella serata! S'era mai visto un avaraccio
del genere! Credere che qualcuno gli volesse portar via tre granelli della sua polvere d'oro! Tutte quelle storie non erano
altro che pura avarizia! Sua sorella s'era forse illusa che lui non si sarebbe mai sposato, tanto per farle risparmiare
quattro soldi sul suo mangiare? Insomma, la cosa sarebbe comunque avvenuta il 29 luglio. Se ne infischiava
completamente di loro!
Ma Gervaise, scendendo le scale, si sentiva sempre il cuore gonfio, torturata da un'assurda paura che la faceva
indagare con inquietudine le ombre ingigantite della ringhiera. La scala era ormai addormentata e deserta, e soltanto

illuminata dal becco a gas del secondo piano, la cui fiamma rattrappita metteva in fondo a quel pozzo di tenebre il fioco
chiarore d'un lumino da notte. Oltre le porte chiuse, non si sentiva che un enorme silenzio, il sonno oppresso degli
operai che s'erano messi a letto appena alzati da tavola. Una risata sommessa usciva tuttavia dalla camera della
stiratrice, mentre un filo di luce filtrava dalla serratura della signorina Remanjou, ancora in piedi a tagliare, con un
piccolo rumore di forbici, i vestitini di garza delle sue bambole da tredici soldi. Da basso, in casa della signora Gaudron,
un bambino continuava a piangere. E i cassoni degli acquai alitavano un fetore ancora pi forte, in mezzo a
quell'immensa pace, scura e silenziosa.
Arrivati nel cortile, mentre Coupeau chiedeva che gli aprissero con voce cantarellante, Gervaise si volt,
guard un'ultima volta la casa, che sembrava farsi ancora pi grande sotto il cielo senza luna. Le facciate grigie, e come
ripulite dalla loro lebbra e spennellate dall'ombra, si allargavano, s'innalzavano, ed erano ancora pi nude, cos piatte,
cos spoglie degli stracci che di giorno s'asciugavano al sole. Le finestre chiuse dormivano. Alcune, qua e l,
allegramente illuminate, aprivano gli occhi, come se certi angoli si mettessero a sbirciare. Al di sopra d'ogni vestibolo,
dal basso in alto, in fila, i vetri dei sei pianerottoli, bianchi di pallida luce, ergevano come una stretta torre luminosa. Il
raggio d'una lampada, proiettato dal laboratorio d'imballaggio del secondo piano, gettava una striscia gialla sul lastricato
del cortile, squarciando le tenebre in cui annegavano le botteghe del pianterreno. E dal fondo di quelle tenebre,
nell'angolo umido, rumoroso in tanto silenzio, delle gocce d'acqua cadevano una dopo l'altra dal rubinetto della fontana,
chiuso male. Sembr allora a Gervaise che tutto il caseggiato la sovrastasse, opprimente, glaciale alle sue spalle. Era
ancora la sua assurda paura, una fanciullaggine di cui in seguito avrebbe certo sorriso.
State attenta!, grid Coupeau.
E Gervaise fu costretta, per uscire, a saltare al di sopra d'una grande pozzanghera, colata fuori dalla tintoria.
Quel giorno la pozzanghera era azzurra, l'azzurro profondo d'un cielo d'estate, in cui la piccola lampada da notte del
portinaio accendeva come delle stelle.
CAPITOLO TERZO

Gervaise non avrebbe voluto una festa di nozze. Perch mai spendere tanti soldi? Per di pi continuava a
sentirsi un po' vergognosa, le sembrava inutile sbandierare il loro matrimonio davanti a tutto il quartiere. Ma Coupeau
protestava: non ci si poteva sposare cos, senza nemmeno mangiare un boccone tutti insieme. Lui se ne infischiava
bellamente del quartiere! Oh! non pensava a nulla di particolare, tutt'al pi una piccola passeggiata nel pomeriggio,
nell'attesa d'andare a torcere il collo a qualche coniglio nella prima bettola che avrebbero incontrato. E senza musica al
dessert, naturalmente, non ci sarebbe stato nessun clarinetto a far dimenare il deretano inzaccherato delle signore.
Insomma, giusto per trincare qualcosa, prima d'andarsene a nanna ognuno a casa propria.
Lo zincatore, scherzando, motteggiando, riusc finalmente a convincere la giovane giurandole che nessuno
sarebbe andato troppo su di giri. Avrebbe pensato lui a tener d'occhio i bicchieri, per impedire che qualcuno si
sbronzasse. Fin cos per organizzare un picnic a cento soldi a testa, da Auguste, al Moulin d'Argent, in boulevard de la
Chapelle. Era un piccolo vinaiolo a basso prezzo, con una sorta di balera in fondo al retrobottega, sotto le tre acacie del
cortile. Al primo piano sarebbero stati benissimo. Per dieci giorni Coupeau non fece altro che reclutare convitati nel
caseggiato della sorella, in rue de la Goutte-dOr: il signor Madinier, la signorina Remanjou, la signora Gaudron e il
marito. Riusc perfino a far accettare a Gervaise due dei suoi compagni, Bibi-la-Grillade e Mes-Bottes: certo, MesBottes alzava un po' il gomito, ma faceva sempre mostra di un appetito cos straordinario che veniva immancabilmente
invitato ai picnic, non foss'altro che per vedere l'espressione dell'oste davanti a quell'incredibile voragine intenta a
divorare le sue dodici libbre di pane. La giovane, dal canto suo, promise di portare la sua padrona, la signora
Fauconnier, e i Boche, bravissime persone. A conti fatti, sarebbero stati in quindici a tavola. Era pi che sufficiente.
Quando si in troppi, finisce sempre che qualcuno si mette a litigare.
Tuttavia Coupeau non aveva nemmeno un soldo. Non voleva certo fare il grande, ma intendeva comportarsi da
persona perbene. Domand in prestito cinquanta franchi al padrone. Dopodich acquist in primo luogo la fede, una
fede d'oro da dodici franchi, che Lorilleux gli fece avere direttamente dalla fabbrica per nove franchi. Si ordin poi una
redingote, un paio di pantaloni e un panciotto, da un sarto di rue Myrrha, dandogli soltanto un acconto di venticinque
franchi; le sue scarpe di vernice e il bolivar potevano ancora andare bene. Una volta messi da parte i dieci franchi per il
picnic, e cio la quota per s e per Gervaise, i bambini venendo considerati in sovrappi, gli rimasero esattamente sei
franchi, il prezzo d'una messa all'altare dei poveri. A dir la verit, i preti non gli piacevano, gli piangeva il cuore all'idea
di regalare i suoi sei franchi a quei bifolchi, che non ne avevano certo bisogno per rinfrescarsi l'ugola. Ma un
matrimonio senza messa, c'era poco da dire, non era un vero matrimonio. And di persona alla chiesa a mercanteggiare,
e per un'ora non fece che litigare con un vecchio pretino dalla sporca sottana, pi ladro d'una fruttivendola. Aveva una
gran voglia di prenderlo a schiaffi. Tanto per scherzare, fin per domandargli se non poteva trovare nella sua bottega
qualche messa d'occasione, non troppo sciupata, e di cui una coppia alla buona si poteva anche accontentare. Il vecchio
prete, continuando a borbottare che il buon Dio non avrebbe benedetto troppo volentieri la sua unione, fin per lasciargli
la messa a cinque franchi. Erano pur sempre venti soldi risparmiati. Gli restavano dunque venti soldi.
Anche Gervaise ci teneva ad apparire il pi in ordine possibile. Una volta che il matrimonio fu definitivamente
deciso, si diede da fare, fece delle ore in pi la sera, e riusc a mettere da parte trenta franchi. Aveva una gran voglia

d'una mantellina di seta, che aveva visto in vendita a tredici franchi in rue du Faubourg-Poissonnire. La compr, poi
acquist per dieci franchi, dal marito d'una lavandaia ch'era morta in casa della signora Fauconnier, un vestito di lana
turchina, che risistem completamente riadattandolo alla sua taglia. Con i sette franchi che le rimanevano, riusc ad
avere un paio di guanti di cotone, una rosa per la sua cuffia e un paio di scarpe per il figlio maggiore Claude. Per
fortuna i vestitini dei bambini erano ancora abbastanza presentabili. Pass quattro notti ripulendo ogni cosa e
rammendando anche i pi piccoli buchi delle sue calze e della sua camicia.
Venne finalmente il venerd sera, la vigilia del gran giorno. Gervaise e Coupeau, tornando a casa dal lavoro,
dovettero ancora sgobbare fino alle undici. Poi, prima d'andare a dormire ognuno a casa propria trascorsero un'ora
insieme, nella camera della giovane, felici d'essere ormai al termine di tutte quelle noie. Nonostante la loro decisione di
non preoccuparsi troppo del quartiere, avevano finito per prendere le cose a cuore, e s'erano in ogni modo sfiancati di
fatica. Quando si diedero la buonanotte, dormivano letteralmente in piedi. Ma fecero comunque un gran sospiro di
sollievo. Tutto era ormai sistemato. I testimoni di Coupeau erano il signor Madinier e Bibi-la-Grillade; Gervaise
contava su Lorilleux e su Boche. Sarebbero andati tutti e sei tranquillamente in chiesa, senza portarsi dietro una pi
lunga coda di persone. Le due sorelle dello sposo avevano perfino annunciato che sarebbero rimaste in casa: la loro
presenza non era certo necessaria. Soltanto mamma Coupeau s'era messa a piagnucolare, dicendo che si sarebbe
incamminata per prima, per nascondersi in qualche angolo. Le avevano allora promesso di portarla con loro.
L'appuntamento con tutto il resto della comitiva era fissato per l'una, al Moulin d'Argent. Da l sarebbero andati a
stuzzicarsi l'appetito nella piana di Saint-Denis: avrebbero preso la ferrovia, per fare poi il ritorno a piedi, costeggiando
la strada maestra. La scampagnata sembrava quanto mai promettente: non una mangiata di quelle da star male, ma
qualcosa all'insegna dell'allegria, qualcosa di garbato e dignitoso.
Il sabato mattina, mentre si vestiva, Coupeau fu colto dall'inquietudine pensando alla sua moneta da venti soldi.
Gli era appena venuto in mente che, per essere gentile, avrebbe almeno dovuto offrire un bicchiere di vino e una fetta di
prosciutto ai testimoni, aspettando l'ora di cena. E ci potevano essere inoltre delle spese impreviste. Insomma, quei venti
soldi non potevano di certo bastare. Dopo aver accompagnato Claude ed Etienne in casa della signora Boche, che s'era
incaricata di portarli la sera a cena, imbocc allora rue de la Goutte-d'Or e sal dai Lorilleux, deciso ad ottenerne un
prestito di dieci franchi. La faccenda gli pesava sullo stomaco, perch gi s'immaginava la smorfia che avrebbe fatto il
cognato. Lorilleux infatti grugn, sogghign con un'espressione stupida quanto feroce, ma alla fine prest le due monete
da cento soldi. Coupeau sent la sorella che diceva a denti stretti che la cosa cominciava davvero bene.
Il matrimonio in municipio era fissato per le dieci e mezza. Il tempo era bellissimo, con un sole fiammeggiante
che faceva arrostire le strade. Per non essere troppo guardati, gli sposi, la mamma e i quattro testimoni, si divisero in
due gruppi. In prima fila, Gervaise avanzava al braccio di Lorilleux, mentre il signor Madinier conduceva mamma
Coupeau; poi, a venti passi di distanza e sull'altro marciapiede, venivano Coupeau, Boche e Bibi-la-Grillade. Gli ultimi
tre indossavano una redingote nera, avevano le spalle curve e le braccia penzoloni; Boche aveva dei pantaloni gialli,
Bibi-laGrillade, abbottonato fino al collo, senza panciotto, lasciava intravedere solo un angolo della cravatta arrotolata a
corda. Soltanto il signor Madinier era vestito di tutto punto, con un bell'abito a coda quadrata; e i passanti si fermavano
per guardar meglio quel signore che portava a spasso la grossa mamma Coupeau, in scialle verde, cuffia nera con nastri
rossi. Gervaise, dolcissima, tutta allegra nel suo vestito turchino, con le spalle strette nella minuscola mantellina,
ascoltava con compiacenza le battute di Lorilleux, affondato in un immenso cappotto a sacco, nonostante il caldo; poi,
di quando in quando, alla svolta di qualche via, si rigirava un po' con la testa, lanciava un piccolo sorriso a Coupeau, cui
i vestiti nuovi e luccicanti al sole davano un certo impaccio.
Bench procedessero a passo assai lento, arrivarono in municipio con almeno mezz'ora d'anticipo. Il sindaco
per di pi era in ritardo, e il loro turno venne soltanto verso le undici. Nell'attesa, si misero a sedere su delle sedie, in un
angolo della sala, ammirando l'altezza del soffitto e la severit delle pareti, parlando sottovoce, tirandosi indietro con le
sedie, per eccesso di gentilezza, ogni volta che passava un commesso. E tuttavia, a mezza voce, trattavano il sindaco da
fannullone: doveva trovarsi di sicuro da qualche bionda, a farsi frizionare la gotta; a meno che non avesse finito per
inghiottire la sua sciarpa tricolore. Ma quando il magistrato comparve, si alzarono rispettosamente. Furono di nuovo
invitati a sedere. Assistettero cos a tre matrimoni, confusi in mezzo a tre comitive di nozze borghesi, con le spose in
bianco, delle fanciulline ricciolute, delle damigelle con le cinture rosa, e cortei interminabili di signori e signore in
ghingheri e con l'aria assolutamente perbene. Alla fine, quando vennero chiamati, manc poco che non si potessero
sposare: Bibi-la-Grillade era sparito. Boche lo ritrov da basso, sulla piazza, che fumava la pipa. Erano proprio dei gran
bastardi, in quel buco di sopra, a infischiarsene della gente, solo perch non aveva dei guanti gialli da metter loro sotto
il naso! E tutte le formalit, la lettura del Codice, le domande che venivano poste, la firma di tutte quelle carte, vennero
liquidate cos in fretta che si guardarono l'un l'altro, sentendosi come defraudati d'una buona met della cerimonia.
Gervaise era tutta stordita, con il cuore gonfio, e si premeva il fazzoletto sulle labbra. Mamma Coupeau piangeva a
calde lacrime. Si erano tutti concentrati sul registro, tracciando il loro cognome in grandi lettere zoppicanti, ad
eccezione dello sposo, che aveva firmato con una croce, non sapendo scrivere. Ognuno diede quattro soldi per i poveri.
Quando il commesso consegn a Coupeau il certificato di nozze, questi, spinto con il gomito da Gervaise, si decise a
tirar fuori altri cinque soldi.
Era una bella camminata dal municipio alla chiesa. Lungo la via, gli uomini presero della birra, mamma
Coupeau e Gervaise del cassis allungato con acqua. Dovettero seguire una lunga strada, su cui il sole batteva a piombo,
senza un filo d'ombra. Il custode li aspettava al centro della chiesa vuota; li sospinse verso una piccola cappella,
domandando loro rabbiosamente se era per prendersi gioco della religione che arrivavano tanto in ritardo. Un prete

venne verso di loro a grandi passi, con l'aria corrucciata, il volto livido d'affamato, preceduto da un chierico
trotterellante e dalla cotta inzaccherata. Il prete serv in fretta la messa, mangiandosi le frasi in latino, rigirandosi,
abbassandosi, allargando le braccia, veloce, lanciando sguardi obliqui agli sposi e ai testimoni. I primi, una volta
davanti all'altare, imbarazzatissimi, non sapendo nemmeno a che punto si dovessero inginocchiare, alzarsi, sedersi,
attendevano un cenno del chierico. I testimoni, per essere all'altezza della situazione, restarono ritti in piedi per tutto il
tempo, mentre mamma Coupeau, nuovamente in lacrime, piangeva su un messale preso in prestito da una vicina. Era
intanto suonato mezzogiorno, l'ultima messa era stata detta, la chiesa si riempiva dello scalpiccio dei sacrestani, del
fracasso delle sedie che venivano rimesse a posto. L'altare maggiore veniva probabilmente preparato per qualche festa:
si sentiva il martello dei tapezzieri che inchiodavano gli addobbi. E in fondo alla cappella sperduta, in mezzo alla
polvere d'un colpo di scopa appena dato dal custode, il prete dall'aria corrucciata agitava energicamente le mani
rinsecchite sui capi reclinati di Gervaise e di Coupeau, sembrava unirli nel bel mezzo d'un trasloco, in assenza del buon
Dio, fra due messe pi vere. Quando la comitiva ebbe di nuovo firmato il registro, e si ritrov in pieno sole, sotto il
portico della chiesa, rimase per qualche attimo sgomenta, ansimante come se fosse stata condotta al galoppo.
fatta!, disse Coupeau con un sorriso imbarazzato.
E si dondolava, non trovando altro da dire che potesse far ridere gli altri. Aggiunse tuttavia:
Insomma, la cosa non va certo per le lunghe... Vi mandano via in quattro e quattr'otto... come dal dentista:
non c' nemmeno il tempo di gridare uffa! Vi sposano senza dolore.
S, s, un gran bel lavoro, mormor Lorilleux sogghignando. Ci si sbriga in cinque minuti e poi la cosa va
avanti per tutta la vita... Ah! povero Cadet-Cassis, fatti coraggio!.
E i quattro testimoni diedero delle gran manate sulle spalle di Coupeau, che curvava la schiena. Gervaise
abbracciava intanto mamma Coupeau, sorridente ma con gli occhi ancora inumiditi di pianto. Rispondeva alle frasi
interrotte della vecchia:
Non abbiate paura, far il mio possibile. Se dovesse andar male, non sar per colpa mia. No, davvero, ho
troppa voglia d'essere felice... Insomma, ormai fatta, vero? Dipender solo da noi fare tutto il possibile per andare
d'accordo.
Andarono poi difilato al Moulin d'Argent. Coupeau aveva preso la moglie per il braccio. Camminavano a passo
spedito, ridendo, come fuori di s, precedendo gli altri di duecento passi, senza guardare n le case n i passanti n le
carrozze. I rumori assordanti del boulevard rimbombavano nelle loro orecchie come campane a festa. Appena arrivati
dal vinaiolo, Coupeau ordin due litri di vino, del pane e qualche fetta di prosciutto, nello stanzino a vetri, senza piatti e
senza tovaglia, giusto per mangiucchiare qualcosa. Poi, accorgendosi che l'appetito di Boche e di Bibi-la-Grillade
andava facendosi sempre pi gagliardo, fece venire un terzo litro di vino e un pezzo di Brie. Mamma Coupeau non
aveva fame, era troppo commossa per mangiare. Gervaise, che moriva invece di sete, beveva enormi bicchieri d'acqua
appena arrossata.
Ci penso io, disse Coupeau passando direttamente alla cassa, dove pag quattro franchi e cinque soldi.
Era ormai l'una, gli invitati cominciavano ad arrivare. La prima a comparire fu la signora Fauconnier, una
donna imponente e ancora bella: aveva un vestito di tessuto cru a fiori stampati, una cravatta rosa e un berretto
stracolmo di fiori. Poi arrivarono insieme la signorina Remanjou, ancor pi mingherlina nell'eterno vestito nero che
sembrava indossare anche per andare a letto, e i coniugi Gaudron: il marito, con una grossolanit da bifolco, faceva
scricchiolare la sua giacca scura al minimo movimento, mentre la moglie esibiva un gran ventre da donna incinta, di cui
la sottana d'un violetto crudo faceva ancora pi risaltare la rotondit. Coupeau spieg che era inutile aspettare MesBottes: il compagno avrebbe raggiunto la comitiva sulla strada per Saint-Denis.
Benissimo!, grid entrando la signora Lerat, avremo un bell'acquazzone! Sar davvero uno spasso!.
E invit la compagnia a farsi sulla porta del vinaiolo per guardare le nuvole, una tempesta nera come
l'inchiostro che s'addensava rapidamente a sud di Parigi. La signora Lerat, la maggiore dei Coupeau, era un donnone
asciutto e un po' mascolino, dalla voce nasale, quel giorno tutta infagottata in un vestito color pulce troppo largo, le cui
lunghe frange la facevano rassomigliare a un magro barboncino appena uscito dall'acqua. Maneggiava il suo ombrellino
come se fosse stato un bastone. Dopo aver abbracciato Gervaise, riprese:
Non vi potete immaginare che raffiche di vento si ricevono per la strada... Sembra quasi che vi gettino del
fuoco in faccia!.
Tutti dichiararono allora che avevano sentito la tempesta gi da molto tempo. Quando erano usciti dalla chiesa,
il signor Madinier aveva perfettamente capito che cosa li aspettava. Lorilleux raccont a sua volta che i suoi calli gli
avevano impedito di dormire, dopo le tre del mattino. Del resto non poteva che finire cos, erano tre giorni che faceva
davvero troppo caldo.
Oh! pu anche darsi che finisca per andar via, disse Coupeau in piedi sulla porta, interrogando il cielo con
uno sguardo irrequieto. Manca soltanto mia sorella, se arrivasse potremmo comunque partire.
La signora Lorilleux era infatti in ritardo. La signora Lerat era appena passata da lei, per venir via insieme. Ma
l'aveva trovata che ancora doveva mettersi il corsetto, e avevano finito per litigare. L'imponente vedova aggiunse poi
all'orecchio del fratello:
L'ho mollata cos com'era... Ha un umore di quelli!... Vedrai che scena!.
E la compagnia fu costretta a pazientare per un altro quarto d'ora, scalpitando nella bottega del vinaiolo, urtata,
spinta, in mezzo agli uomini che entravano a bere un bicchierino al bancone. A tratti, Boche e la signora Fauconnier e
Bibi-la-Grillade si staccavano dal gruppo, si spingevano fin sul bordo del marciapiede, con gli occhi levati in aria. Il

tempo non migliorava affatto, la luce scemava, soffi di vento raso terra sollevavano piccoli turbini di polvere bianca. Al
primo tuono, la signorina Remanjou si fece il segno della croce. Tutti gli sguardi si volgevano ansiosamente verso
l'orologio a occhio di bue che stava sopra lo specchio: erano gi le due meno venti.
Ci siamo!, grid Coupeau. Gli angeli stanno piangendo.
Una raffica di pioggia stava spazzando la strada, mentre alcune donne scappavano reggendosi le sottane con le
mani. E fu appunto sotto questo primo acquazzone che arriv finalmente la signora Lorilleux, senza fiato, furibonda,
alle prese sulla soglia con l'ombrello che non si voleva chiudere.
Si mai visto nulla del genere?, balbett. Mi ha preso proprio sulla porta. Avevo una gran voglia di
tornarmene a casa e di spogliarmi. Avrei fatto bene... Ah! proprio una gran bella festa di nozze! Lo dicevo io ch'era
meglio rinviare tutto a sabato prossimo. E adesso piove perch non mi hanno dato retta! Tanto meglio! tanto meglio!
Che venga pure gi il cielo!.
Coupeau cerc di calmarla. Ma la sorella lo mand al diavolo: non sarebbe certo stato lui a ripagarle il vestito,
se si fosse rovinato! Aveva un vestito di seta nera in cui soffocava: il corpetto era troppo stretto e le tirava attorno alle
asole, le tagliava le spalle, mentre la sottana a foggia di tubino le stringeva cos forte le cosce da farla camminare a
passettini. Le signore della compagnia la guardavano stringendo le labbra, evidentemente confuse davanti alla sua
toilette. Quanto a lei, sembr non accorgersi nemmeno della presenza di Gervaise, seduta accanto a mamma Coupeau.
Chiam Lorilleux, gli chiese il fazzoletto, e poi, in un angolo della bottega, asciug una a una, accuratamente, le gocce
di pioggia cadute sulla seta.
L'acquazzone era improvvisamente cessato. La luce continuava a calare, faceva quasi notte, una notte livida e
percorsa da larghi lampi. Bibi-la-Grillade ripeteva ridendo che certamente sarebbero venuti gi dal cielo dei curati. Di
colpo, la tempesta torn a scoppiare con incredibile violenza. Per mezz'ora l'acqua cadde a catinelle, mentre i fulmini
tuonavano senza tregua. Gli uomini, ritti in piedi sulla porta, contemplavano il velo grigio del temporale, i rigagnoli che
s'ingrossavano, il pulviscolo d'acqua che s'innalzava dagli spruzzi delle pozzanghere. Le donne si erano messe a sedere,
spaventate, coprendosi gli occhi con le mani. Nessuno parlava, tutte le gole erano come serrate. Una battuta un po'
arrischiata di Boche, secondo cui san Pietro stava starnutendo nell'alto dei cieli, non fece sorridere nessuno. Appena i
fulmini cominciarono a distanziare i loro boati, perdendosi in lontananza, la comitiva torn a spazientirsi: se la presero
con il temporale, bestemmiando e mostrando i pugni alle nubi. Dal cielo color cenere cadeva adesso una pioggia fina,
interminabile.
Sono le due passate, strill la signora Lorilleux Non penserete di passare la notte in questo posto!.
Avendo proposto la signorina Remanjou d'andare ugualmente in campagna, anche a costo di fermarsi nel fosso
delle fortificazioni, tutto il resto della compagnia protest: le strade dovevano essere davvero in un bello stato, e
nemmeno avrebbero potuto sedersi sull'erba, per di pi la faccenda non sembrava affatto finita, c'era di nuovo il rischio
di un acquazzone. Coupeau, che stava seguendo con lo sguardo un operaio zoppo che camminava tranquillamente sotto
la pioggia, mormor:
Se quel bestione di Mes-Bottes ci sta aspettando sulla strada per Saint-Denis, non prender certo un colpo di
sole.
Ci si divert a quell'idea. Ma il malumore non faceva che aumentare. La cosa cominciava ad essere ormai
insostenibile. In un modo o nell'altro, ci si doveva decidere. Non si poteva di certo restare cos, a guardarsi l'un l'altro
nelle palle degli occhi fino all'ora di cena! Per un quarto d'ora, mentre l'acquazzone s'ostinava a durare, si spremettero
tutti il cervello: Bibi-la-Grillade proponeva una partita a carte; Boche, di temperamento pi licenzioso e sornione,
diceva di conoscere un giochino davvero divertente, il gioco del confessore; la signora Gaudron parlava d'andare a
mangiare una torta di cipolle in chausse a Clignancourt; la signora Lerat avrebbe desiderato che qualcuno raccontasse
delle storielle; Gaudron non se la prendeva, stava bene anche l, proponeva soltanto che si mettessero subito a tavola. E
a ogni proposta si discuteva, ci si arrabbiava: la cosa era troppo stupida, sarebbe venuto un colpo di sonno a tutti quanti,
li avrebbero presi per dei ragazzini. Alla fine, quando Lorilleux, volendo dire la sua, invit gli altri a qualcosa di
semplicissimo, una passeggiata sui boulevards esterni fino al Pre-Lachaise, dove avrebbero potuto entrare a visitare la
tomba di Abelardo ed Eloisa, avendone il tempo, la signora Lorilleux non si trattenne pi e sbott: lei tagliava la corda!
Ecco cosa avrebbe fatto! Volevano forse prendere in giro la gente? S'era vestita, aveva preso la pioggia, e tutto per
andare a rinchiudersi da un vinaiolo! No, no, ne aveva fin sopra i capelli d'una festa di nozze del genere, preferiva
tornarsene a casa. Coupeau e Lorilleux furono costretti a sbarrarle la porta. Ma quella ripeteva:
Toglietevi dai piedi! Vi dico che voglio andarmene!.
Il marito riusc comunque a calmarla, e Coupeau s'avvicin allora a Gervaise, che se ne stava sempre tranquilla
nel suo angolo a chiacchierare con la suocera e la signora Fauconnier.
E voi non avete nessuna proposta da fare?, le chiese, non osando ancora darle del tu.
Oh! a me va bene qualunque cosa venga decisa, rispose la giovane sorridendo. Non sono di gusti difficili.
Uscire, non uscire, per me lo stesso. Sto benissimo, non domando di pi.
E il suo volto appariva infatti illuminato da una gioia pacata. Da quando erano giunti gli invitati, parlava ad
ognuno di loro con voce bassa ed emozionata, l'aria composta, senza mescolarsi alle discussioni. Durante la tempesta,
era rimasta con gli occhi fissi, guardando i lampi, come intravedendo chiss quali gravi cose in lontananza,
nell'avvenire, in ognuno di quei bagliori improvvisi.

Il signor Madinier non aveva ancora avanzato una sua proposta. Se ne stava appoggiato contro il bancone, con
le falde del vestito aperte, conservando la sua aria sussiegosa da padrone. Scaracchi a lungo, quindi volgendo in giro i
suoi occhioni:
Mio Dio!, disse, si potrebbe sempre andare al museo....
E si lisci il mento, sbattendo le palpebre come per chiedere il parere del resto della compagnia.
Ci sono antichit, illustrazioni, quadri, un mucchio di belle cose. molto istruttivo... Forse non ne sapete
niente, ma da vedere, almeno una volta!.
Gli altri si guardavano, nessuno parlava. No, Gervaise non ne sapeva nulla di quelle cose, e nemmeno la
signora Fauconnier, nemmeno Boche, insomma nessuno. Coupeau credeva d'esserci andato una domenica, ma non ne
aveva conservato nessun ricordo. Erano ancora tutti esitanti quando la signora Lorilleux, che si lasciava sempre molto
impressionare dall'aria d'importanza del signor Madinier, trov la proposta magnifica e davvero come si deve.
Considerato che la giornata era ormai perduta, e che ci si era vestiti di tutto punto, tanto valeva visitare qualcosa per la
propria istruzione. Tutti approvarono. Poich continuava a piovere ancora un po', presero in prestito degli ombrelli dal
vinaiolo, dei vecchi ombrelli blu, verdi, marroni, dimenticati dai clienti. E s'incamminarono tutti insieme verso il
museo.
Svoltarono a destra, addentrandosi in Parigi attraverso il faubourg Saint-Denis. Coupeau e Gervaise
camminavano di nuovo in testa, quasi correndo, distanziando gli altri. Il signor Madinier dava adesso il braccio alla
signora Lorilleux: mamma Coupeau era infatti rimasta dal vinaiolo, per colpa delle gambe. Poi venivano Lorilleux e la
signora Lerat, Boche e la signora Fauconnier, Bibi-la-Grillade e la signorina Remanjou, e per ultimi i coniugi Gaudron.
Erano in dodici: un bel corteo sul marciapiede.
Oh! noi non c'entriamo proprio per nulla, ve l'assicuro, stava spiegando la signora Lorilleux al signor
Madinier. Non sappiamo nemmeno dove l'abbia pescata, o meglio, lo sappiamo fin troppo... Ma non sta certo a noi di
parlare, vero?... Mio marito ha dovuto pagare la fede. Stamattina, appena alzati, abbiamo dovuto prestar loro dieci
franchi, altrimenti non si riusciva a far nulla... Una sposa che non fa venire nemmeno un parente alle sue nozze! Dice
d'avere a Parigi una sorella che fa la pizzicagnola. E allora, perch non l'ha invitata?.
S'interruppe per indicargli Gervaise, che il marciapiede in salita faceva visibilmente zoppicare.
Ma guardatela! mai possibile!... Oh! una zoppa!.
E questa parola, zoppa, fin per passare di bocca in bocca per tutta la compagnia. Lorilleux sghignazzava,
diceva che d'ora in poi avrebbero dovuto chiamarla in quel modo. Ma la signora Fauconnier prendeva le difese di
Gervaise: facevano male a prendersi gioco di lei, era lustra come un soldo e affrontava con coraggio il lavoro, quando
era necessario. La signora Lerat, che amava in modo particolare le allusioni licenziose, chiamava la gamba della piccola
un'ancora d'amore, e aggiungeva che a molti uomini piacevano cose del genere, ma rifiutava di spiegarsi di pi.
Dopo aver oltrepassato rue Saint-Denis, la comitiva attravers il boulevard. Il flusso delle carrozze la costrinse
a una breve sosta. Poi s'avventur sulla strada, ormai trasformata dal temporale in una pozza colante di fango.
L'acquazzone stava ricominciando, la compagnia aveva dovuto riaprire gli ombrelli: e sotto quegli ombrelli scalcagnati,
tenuti in equilibrio dalla mano degli uomini, le donne si rimboccavano le sottane, mentre la sfilata s'allargava nel fango,
occupando tutto lo spazio fra un marciapiede e l'altro. Fu a quel punto che due perdigiorno si misero a gridare alla
mascherata: accorsero allora dei passanti, mentre alcuni bottegai, con l'aria divertita, si sollevavano in punta di piedi da
dietro le vetrine. In mezzo al calpestio della folla, sul fondo grigio e bagnato del boulevard, le coppie in processione
stampavano come delle macchie violente: il vestito di lana turchina di Gervaise, il vestito di tessuto cru a fiori stampati
della signora Fauconnier, i pantaloni color giallo canarino di Boche; quel non so che di rigido che caratterizza le
persone vestite a festa dava un aspetto curiosamente carnevalesco alla redingote luccicante di Coupeau e all'abito
squadrato del signor Madinier, mentre la bella toilette della signora Lorilleux, le frange della signora Lerat, le sottane
sgualcite della signorina Remanjou, creavano tutto un guazzabuglio di mode, come la sfilata di quegli articoli da
rigattiere che sono il solo lusso dei poveri. Ma erano soprattutto i cappelli degli uomini a divertire, vecchi cappelli tenuti
da parte, appannati dall'oscurit degli armadi, con forme ridicole, alti, svasati, a punta, con tese inverosimili, rivoltati,
piatti, troppo larghi o troppo stretti. E i sorrisi si facevano ancora pi larghi quando, proprio in coda, come a chiudere lo
spettacolo, si vedeva avanzare la signora Gaudron, la cardatrice, nel suo vestito violetto crudo, con il suo gran ventre di
donna incinta tutto proteso in avanti. La compagnia non faceva comunque nulla per affrettarsi, si sentiva di buon umore,
tutta felice d'essere guardata, divertendosi a sua volta a quelle battute.
Toh! ecco la sposa!, grid uno dei due fannulloni, indicando la signora Gaudron. Ah! poverina! deve aver
mandato gi qualcosa che l'ha fatta gonfiare!.
Tutta la compagnia scoppi a ridere. Bibi-la-Grillade, rigirandosi, disse che quel furfante l'aveva proprio
azzeccata. La cardatrice era quella che rideva di pi, addirittura si pavoneggiava: non c'era nulla di che vergognarsi, al
contrario, pi d'una signora la guardava passando e avrebbe certo voluto essere al suo posto.
Percorsero rue de Clry, poi imboccarono rue du Mail. In place des Victoires ci fu una piccola sosta. La sposa
aveva la scarpa sinistra slacciata, e mentre se la riannodava ai piedi della statua di Luigi XIV, le coppie si serrarono
dietro di lei, aspettando, lanciando battute su quel po' di polpaccio che s'intravedeva. Finalmente, dopo esser discesi per
rue Croix-des-Petits-Champs, arrivarono al Louvre.
Il signor Madinier si offr con bel garbo di mettersi alla testa del corteo. Era tutto cos grande che ci si poteva
anche perdere. Conosceva del resto le parti pi belle, c'era venuto spesso con un artista, un giovane intelligentissimo
che lavorava per una grande impresa d'imballaggio: faceva disegni che venivano poi incollati sulle scatole. Da basso,

appena la comitiva fu entrata nel museo assiro, si sent percorrere da un piccolo brivido. Perbacco! non si poteva certo
dire che facesse caldo, la sala sarebbe stata una magnifica cantina. Le coppie procedevano lentamente, con la faccia in
su, gli occhi che sbattevano, fra quei colossi di pietra, quegli dei di marmo nero cos muti nella loro ieratica rigidezza,
quelle bestie mostruose per met gatte e per met donne, con volti di morte, il naso assottigliato e le labbra gonfie.
Trovarono tutto ci decisamente volgare. Adesso s che si sapeva come lavorare la pietra! Un'iscrizione in caratteri
fenici li lasci senza fiato. Non era possibile, di certo nessuno aveva mai letto quelle scritture indecifrabili. Ma gi il
signor Madinier, sul primo pianerottolo insieme alla signora Lorilleux, li stava chiamando e gridava sotto le volte:
Venite! roba da nulla, sono solo degli aggeggi... Al primo piano ci sono pi cose da vedere.
La severa nudit delle scale li rese austeri. Un magnifico usciere in panciotto rosso e con la livrea gallonata
d'oro, che sembrava quasi attenderli sul pianerottolo, raddoppi la loro emozione. Fu allora con il massimo rispetto, e
camminando il pi silenziosamente possibile, che entrarono nella galleria francese.
E qui, senza arrestarsi, con gli occhi abbagliati dall'oro delle cornici, seguirono l'infilata delle piccole sale,
vedendo passare le immagini, troppo numerose per essere guardate con maggiore attenzione. A volerle comprendere a
fondo, avrebbero dovuto fermarsi almeno un'ora davanti ad ognuna. Quanti quadri, Dio santo! Non finivano pi. Ce ne
dovevano essere di soldi l dentro! Alla fine il signor Madinier li fece improvvisamente fermare davanti alla Zattera
della Medusa e spieg loro l'argomento. Catturati, immobili, non poterono far altro che tacere. Quando si rimisero in
marcia, Boche riassunse il sentimento generale: era proprio una bella trovata.
Nella galleria d'Apollo, fu soprattutto il pavimento di legno a sbalordire tutta la compagnia, un pavimento
scintillante, limpido come uno specchio, in cui si riflettevano i piedi delle poltroncine. La signorina Remanjou chiudeva
gli occhi, le sembrava di camminare sull'acqua. Si consigliava alla signora Gaudron di poggiare di piatto le scarpe,
considerate le sue condizioni. Il signor Madinier cerc di mostrar loro le dorature e le pitture del soffitto, ma era cosa da
spezzare il collo, e per di pi non riuscivano a distinguere nulla. Allora, prima d'entrare nella sala quadrata, indic loro
una finestra e disse:
Ecco il balcone da cui Carlo IX ha fatto sparare sulla folla.
E intanto non perdeva di vista la coda del corteo. Con un piccolo cenno ordin al resto della comitiva di
fermarsi al centro della sala quadrata. L dentro c'erano solo capolavori, mormor, proprio come in una chiesa. Fecero il
giro della sala. Gervaise domand l'argomento delle Nozze di Cana: era assurdo che non scrivessero l'argomento sulle
cornici. Coupeau s'arrest davanti alla Gioconda, che gli sembr notevolmente rassomigliante a una delle sue zie.
Boche e Bibi-la-Grillade sogghignavano, indicandosi l'un l'altro con una strizzatina d'occhi le donne nude: soprattutto le
cosce dell'Antione provocarono loro un sobbalzo d'emozione. In fondo alla coda, i coniugi Gaudron, il marito a bocca
aperta e la moglie con le mani sul ventre, restavano ammirati, inteneriti e sbalorditi, di fronte alla Vergine del Murillo.
Una volta concluso il giro della sala, il signor Madinier pens bene di cominciarlo da capo: ne valeva la pena.
S'interessava particolarmente alla signora Lorilleux, forse a causa del suo vestito di seta, e ogni volta che quella
l'interpellava, le rispondeva gravemente e con la massima compostezza. Poich l'altra s'appassionava molto alla storia
dell'amante del Tiziano, la cui chioma bionda le sembrava identica alla sua, le fece a caso il nome della bella Ferronire,
una delle amanti di Enrico IV, sulla quale s'era perfino rappresentato un dramma all'Ambigu.
La comitiva si lanci poi nella lunga galleria che accoglie le scuole italiane e fiamminghe. Ancora quadri,
ancora e sempre quadri, di santi, di uomini e donne dalle espressioni incomprensibili, di paesaggi cupissimi, di animali
diventati gialli, tutto un brulichio di persone e di cose, un violento contrasto di colori da cui cominciavano a sentirsi
rompere il cervello. Il signor Madinier aveva smesso di parlare, guidava lentamente il corteo, e tutti lo seguivano
ordinatamente, con il collo teso e gli occhi levati in alto. Secoli e secoli d'arte sfilavano davanti alla loro ignoranza
sbalordita, la delicata austerit dei primitivi, gli splendori dei Veneziani, la vita opulenta e scintillante di luce degli
Olandesi. Ma erano soprattutto affascinati dai pittori che copiavano i quadri, con i loro cavalletti piazzati in mezzo alla
gente, intenti a dipingere senza alcun imbarazzo: una vecchia dama, ritta in piedi in cima a una grande scala, che faceva
andare un pennello da calce nel cielo tenue d'una immensa tela, li colp in modo particolare. Poco a poco, intanto,
doveva essersi diffusa la voce che una comitiva di nozze stava visitando il Louvre: pittori accorrevano con la bocca
spalancata nel riso, curiosi si mettevano a sedere in fretta sulle poltroncine, per assistere comodamente alla sfilata,
mentre i custodi, a labbra strette, trattenevano a fatica qualche battutaccia. La compagnia, gi sfiancata, perdendo in
gran parte quel suo rispetto, trascinava le scarpe chiodate, batteva i tacchi sui pavimenti sonori, con lo scalpitio d'un
armento allo sbando, sguinzagliato nel lindore spoglio e raccolto delle sale.
Il signor Madinier adesso taceva ma solo per pregustare un sicuro effetto. And difilato verso la Festa del
villaggio di Rubens, ma continu a non aprir bocca, limitandosi ad indicare la tela, strizzando l'occhio come in
un'allusione salace. Le signore, una volta con il naso sul quadro, lanciarono delle piccole grida, e s'allontanarono, rosse
in volto. I signori le trattennero, scherzando, cercando i particolari pi osceni.
Ma guardate un po'!, ripeteva Boche, basta questo a ripagare tutti i soldi che abbiamo speso. Ecco uno che
vomita. E quest'altro che sta innaffiando i denti di leone. E questo qui, oh! questo qui... Bene! bene! sono persone
davvero come si deve!.
Possiamo andarcene, disse il signor Madinier, felice del successo ottenuto. Qui dentro non c' pi nulla da
vedere.
La brigata torn sui suoi passi, attravers un'altra volta la sala quadrata e la galleria d'Apollo. La signora Lerat
e la signorina Remanjou si lamentavano: era come se le loro gambe volessero rientrare nel corpo. Ma l'imballatore
voleva mostrare a Lorilleux i monili antichi. Non era molto lontano, si trovavano in fondo a una saletta: poteva arrivarci

anche ad occhi chiusi. E invece si confuse, fece perdere la compagnia attraverso sette od otto sale deserte, fredde, con
dentro solo delle vetrine austere in cui s'allineavano in gran quantit vasi rotti e orribili figurine. La comitiva fremeva,
s'annoiava mortalmente. Tentarono una porta, si trovarono in mezzo ai disegni. Cominci allora un'altra interminabile
corsa: i disegni non finivano pi, le sale si succedevano alle sale, senza che incontrassero nulla d'interessante, ma solo
fogli di carta scarabocchiati e messi sotto vetro, contro i muri. Il signor Madinier perse a sua volta la testa, ma non volle
confessare d'essersi smarrito. Infil una scala, fece salire d'un altro piano la compagnia. Si trovarono a vagabondare nel
bel mezzo del museo della marina, fra modelli di strumenti e di cannoni, planimetrie in rilievo, navi non pi grandi di
giocattoli. Dopo un quarto d'ora di marcia, incontrarono un'altra scala, isolata, lontana. La percorsero in discesa: eccoli
di nuovo in mezzo ai disegni. Fu allora la disperazione: sciamarono a caso nelle sale, le coppie sempre in fila, seguendo
il signor Madinier che non faceva che asciugarsi la fronte, fuori di s, furioso contro l'amministrazione che accusava
d'aver cambiato di posto alle porte. I custodi e gli altri visitatori li guardavano passare, sbigottiti. In nemmeno venti
minuti, furono visti di nuovo nella sala quadrata, nella galleria francese, lungo le bacheche che accolgono il sonno dei
piccoli dei dell'Oriente. Ne sarebbero mai usciti? Con le gambe a pezzi, affranta, la comitiva faceva un baccano
infernale, lasciandosi dietro nella sua folle corsa il ventre enorme della signora Gaudron.
Si chiude! Si chiude!, gridarono con voce possente i custodi.
Per poco non si fecero chiudere dentro. Fu necessario l'intervento d'un custode, che si mise alla testa del corteo
e li riaccompagn fino a una delle uscite. Finalmente, nel cortile del Louvre, una volta recuperati gli ombrelli al
guardaroba, respirarono di sollievo. Il signor Madinier aveva gi ritrovato tutta la sua disinvoltura: il suo errore era stato
quello di non aver girato a sinistra, adesso ricordava perfettamente che i monili antichi si trovavano a sinistra. Tutta la
compagnia, del resto, si diceva contentissima d'aver potuto vedere tutte quelle belle cose.
Erano le quattro: il che significava altre due ore da far passare prima di cena. Si decise di fare comunque una
passeggiata, cos, giusto per ammazzare il tempo. Le signore, affaticatissime, avrebbero preferito mettersi a sedere da
qualche parte. Ma siccome nessuno si sognava d'offrire qualcosa da bere, si rimisero in cammino, seguendo il
lungofiume. Fu allora che vennero sorpresi da un nuovo rovescio, e cos fitto che, nonostante gli ombrelli, le toilettes
delle signore finirono per rovinarsi. La signora Lorilleux, con la morte nel cuore ad ogni goccia che le bagnava il
vestito, propose di correre al riparo sotto il Pont-Royal: se poi non volevano seguirla, ci sarebbe comunque andata
anche da sola, minacciava. E il corteo and quindi a rifugiarsi sotto il Pont-Royal. Ci si stava benissimo: era proprio
un'idea azzeccata! Le signore stesero i loro fazzoletti sulle lastre, e si misero a riposare cos, con le ginocchia divaricate,
strappando a piene mani i fili d'erba che crescevano fra le pietre, guardando scorrere quell'acqua intorbidita, come se si
trovassero in campagna. Gli uomini si divertirono a urlare a squarciagola per ridestare l'eco dell'arcata dirimpetto a loro.
Boche e Bibi-la-Grillade si davano il turno a lanciare improperi nel vuoto, gridavano a pieni polmoni: Porco!, e
ridevano di gusto ogni volta che l'eco rimandava fino a loro il suono della parola. Alla fine, avendo ormai la gola
arrochita, presero dei sassi piatti e si misero a giocare a rimbalzino. L'acquazzone era finito, ma la compagnia si sentiva
cos a proprio agio che nessuno aveva pi voglia d'andar via. La Senna trascinava con s stracci bisunti, vecchi
turaccioli e bucce di legumi, tutto un ammasso di porcherie che qualche piccolo vortice, di quando in quando, tratteneva
per un istante nell'acqua minacciosa, offuscata dall'ombra della volta; e intanto, sul ponte, passavano rotolando gli
omnibus e i fiacres, tutta la folla di quella Parigi di cui scorgevano soltanto i tetti, a destra e a sinistra, come dal fondo
d'una fossa. La signorina Remanjou sospirava: se solo ci fossero state delle foglie, diceva, quel luogo le avrebbe
ricordato un certo angolo della Marne, dove andava verso il 1817 con un giovane che ancora rimpiangeva.
Il signor Madinier diede il segnale della partenza. Attraversarono il giardino delle Tuileries, in mezzo a una
piccola folla di bambini che portarono lo scompiglio, con i loro cerchi e con i loro palloni, nei ranghi ben ordinati delle
coppie. Arrivati in place Vendme, mentre la comitiva ne ammirava la colonna, il signor Madinier pens di mostrarsi
galante con le signore: propose loro di salire sulla colonna, da cui si poteva guardare Parigi. L'offerta sembr a tutti
divertente. S, s, si doveva salire: ne avrebbero riso per chiss quanto tempo! La cosa non mancava certo d'interesse,
per chi non aveva mai lasciato la terra ferma.
Ma davvero credete che la Zoppa abbia voglia d'arrischiarsi fin lass, con quella sua gamba?, mormor la
signora Lorilleux.
Io salirei volentieri, disse la signora Lerat, ma non ci deve essere nessun uomo dietro di me.
E cominciarono a salire. I dodici si arrampicavano in fila lungo la stretta spirale della scala, inciampando nei
gradini consunti, tenendosi contro il muro. Quando l'oscurit si fece pressoch totale, non si sentirono che risatine
soffocate. Le signore lanciavano gridolini. I signori facevano loro il solletico, davano pizzichi nelle gambe. Ma
sarebbero state ben sciocche a protestare: bastava fingere che ci fossero dei topi! E poi era tutto cos innocente,
sapevano fermarsi al momento giusto, erano uomini per bene. Boche escogit una facezia che venne poi ripetuta da
tutta la compagnia. Si misero a chiamare la signora Gaudron, come se si fosse smarrita per via, chiedendole se il suo
gran ventre riusciva o no a passare. Ma ci pensate! Se si fosse trovata intrappolata, senza poter n salire n ridiscendere,
avrebbe bloccato tutto il passaggio, nessuno sarebbe pi riuscito ad andarsene via! E ridevano di quel ventre di donna
incinta, con un'allegria fragorosa che faceva vibrare l'intera colonna. Ormai lanciatissimo, Boche cominci poi a dire
che avrebbero finito per invecchiare in quella specie di gola di camino: non s'arrivava mai, stavano forse salendo fino in
cielo? E faceva di tutto per terrorizzare le signore, gridando che la colonna si muoveva. Coupeau non parlava, era
immediatamente alle spalle di Gervaise, la stringeva alla vita, sentiva che gli si abbandonava. Nel momento stesso in
cui, all'improvviso, tornarono in piena luce, stava appunto per baciarla sul collo.

Bravi! siete proprio carini, non si pu certo dire che vi sentiate in imbarazzo!, disse la signora Lorilleux con
aria scandalizzata.
Bibi-la-Grillade sembrava furibondo. Ripeteva fra s e s:
Avete fatto un tale fracasso! Non sono nemmeno riuscito a contare i gradini!.
Il signor Madinier aveva intanto raggiunto la piattaforma, e gi stava indicando i monumenti. La signora
Fauconnier e la signorina Remanjou non vollero nemmeno oltrepassare la scala. La sola idea di dover guardare in gi,
verso il lastricato, dava loro il capogiro, e si limitarono ad arrischiare di quando in quando qualche sbirciatina,
affacciandosi oltre la piccola porta. La signora Lerat, pi ardimentosa, girava attorno alla piccola terrazza, stringendosi
al bronzo della vetta. Ma insomma, c'era davvero di che sentirsi turbati: se si pensava che sarebbe bastato metter fuori
una gamba! Che capitombolo, benedetto Iddio! Gli uomini, un po' pallidi, guardavano la piazza. Sembrava d'essere
sospesi in aria, lontani da tutto. No, veramente, era una cosa da far stringere le budella. Il signor Madinier
raccomandava di guardare in alto, di volgere gli occhi diritti in avanti, in lontananza: rimedio sicuro contro le vertigini.
E continuava ad indicare Les Invalides, il Panthon, Notre-Dame, la Tour Saint-Jacques, Montmartre. Alla signora
Lorilleux salt poi in mente di domandare se si riusciva a vedere, sul boulevard de la Chapelle, il vinaiolo dove
sarebbero andati a mangiare, al Moulin d'Argent. Per almeno dieci minuti, non fecero allora che guardarsi in giro, si
misero perfino a litigare: ognuno vedeva il vinaiolo nel posto che preferiva. Tutt'attorno a loro, Parigi distendeva la sua
grigia immensit, le sue lontananze azzurrastre, le sue vallate profonde, dove i tetti sembravano scorrere e ondeggiare.
Tutta la riva destra era immersa nell'ombra, coperta da un enorme lembo di nuvole ramate, e dai bordi di quelle nuvole,
frangiate d'oro, cadeva un largo raggio di sole che accendeva le migliaia di finestre della riva sinistra in uno scintillio di
faville, facendo risaltare contro luce quell'angolo della citt in un cielo purissimo, lavato dal temporale.
Non valeva la pena di salire fin quass solo per stare con il naso per aria!, disse Boche furioso, tornando
verso la scala.
Discesero in silenzio, corrucciati, accompagnati soltanto dallo scricchiolio delle scarpe sui gradini. Da basso, il
signor Madinier voleva pagare, ma Coupeau protest e s'affrett a mettere in mano al custode ventiquattro soldi, due
soldi per ogni persona. Erano ormai quasi le cinque e mezzo: c'era giusto il tempo di rientrare. Fecero quindi ritorno
percorrendo i boulevards e il faubourg Poissonnire. Ma secondo Coupeau la passeggiata non poteva finire in quel
modo, e convinse gli altri ad entrare da un vinaiolo, dove presero un po' di vermut. |[continua]|
|[CAPITOLO TERZO, 2]|
La cena era stata ordinata per le sei. Al Moulin d'Argent aspettavano la compagnia da almeno venti minuti. La
signora Boche, che aveva affidato la portineria a una vicina, stava chiacchierando con mamma Coupeau nella sala del
primo piano, davanti alla tavola apparecchiata, mentre i due ragazzini, Claude ed Etienne, venuti con lei, si rincorrevano
per gioco sotto la tavola, in mezzo alle sedie sparpagliate. Quando Gervaise, entrando, scorse i piccoli, che non aveva
visto per tutta la giornata, li prese sulle ginocchia, li accarezz, li copr di baci.
Sono stati buoni?, domand alla signora Boche. Non vi hanno dato troppo fastidio, vero?.
E poich l'altra s'era messa a raccontare con quali uscite i due birbantelli l'avevano fatta morire dal ridere per
tutto il pomeriggio, la giovane li sollev di nuovo, li strinse a s in un impeto di tenerezza.
strano, comunque, per Coupeau, diceva la signora Lorilleux alle altre signore, in fondo alla sala.
Gervaise non aveva abbandonato la sorridente pacatezza del mattino. Dopo la passeggiata, tuttavia, c'erano
momenti in cui appariva come rattristata, e guardava allora il marito e i Lorilleux con la sua aria composta e pensierosa.
Coupeau le sembrava un po' troppo debole con la sorella. Nemmeno ventiquattr'ore prima, s'era messo a sbraitare,
aveva giurato di rimettere al loro posto quelle lingue di serpente, se solo avessero osato mancarle di riguardo. Ma in
loro presenza, era evidente anche ai suoi occhi, si comportava come un cane da punta, pendeva dalle loro labbra,
perdeva la testa quando li credeva offesi per qualche motivo. E questo, naturalmente, inquietava la giovane al pensiero
del loro avvenire.
Aspettavano soltanto Mes-Bottes, che ancora non s'era fatto vedere.
Ah! accidenti!, sbott Coupeau, mettiamoci a tavola. Finir che lo vedremo arrivare di corsa, ha il naso
fino, sente l'odore del cibo anche da lontano... Pensate un po' come deve spassarsela, se ancora l ad aspettarci sulla
strada di Saint-Denis!.
La compagnia si mise allora allegramente a tavola con un gran rumore di sedie. Gervaise si trovava fra
Lorilleux e il signor Madinier, Coupeau fra la signora Fauconnier e la signora Lorilleux. Gli altri invitati si sistemarono
a loro piacere, anche perch si andava sempre a finire in gelosie e battibecchi, ogni volta che si trattava di fissare i posti.
Boche si ficc vicino alla signora Lerat. Bibi-la-Grillade si trov come vicine la signorina Remanjou e la signora
Gaudron. Quanto alla signora Boche e a mamma Coupeau, sedute all'estremit della tavola, presero ad occuparsi dei
bambini, incaricandosi di tagliar loro la carne e di versare loro da bere, purch pochissimo vino.
Non c' nessuno che vuol dire il Benedicite?, domand Boche, mentre le signore s'aggiustavano le sottane
sotto la tovaglia, temendo le macchie.
La signora Lorilleux non amava questo genere di battute. La zuppa di vermicelli, quasi fredda, venne mangiata
in fretta, con gran risucchi delle labbra attorno ai cucchiai. Due camerieri servivano a tavola in giacchette corte e
bisunte, in grembiali d'un bianco sospetto. Dalle quattro finestre aperte sulle acacie del cortile, irrompeva la piena luce

del giorno, la fine d'una giornata di tempesta, limpida e ancora calda. In quell'angolo pi umido, il riflesso degli alberi
dava toni di verde alla sala affumicata, faceva danzare le ombre delle foglie al di sopra della tovaglia, gi tutta
impregnata d'un vago odore d'ammuffito. Due specchi, scacazzati dalle mosche, uno a ogni estremit, allungavano la
tavola all'infinito, coperta di rozze stoviglie, tendenti al giallo, dove il grasso delle acque del lavello risaltava in nero nei
graffi lasciati dai coltelli. In fondo alla sala, ogni volta che un cameriere risaliva dalla cucina, una porta sbatteva, mentre
un forte sentore di soffritto alitava d'attorno.
Non bisogna mai parlare tutti insieme, disse Boche, poich tutti tacevano, con il naso sul piatto.
Stavano bevendo il primo bicchiere di vino, e covando con gli occhi due pasticci ripieni di carne trita, serviti
proprio allora dai camerieri, quando entr Mes-Bottes.
Insomma! siete proprio tutti quanti dei gran farabutti!, grid. Ho consumato le suole delle mie scarpe per
almeno tre ore sulla strada, finch un gendarme mi ha domandato i documenti... Ma vi sembrano porcherie da fare a un
amico? Potevate almeno mandarmi un fiacre con un fattorino. Ah! no, sapete, scherzi a parte, dura da mandar gi. E
per di pi pioveva, e cos forte che avevo l'acqua perfino nelle tasche... Davvero, ci si potrebbe pescar fuori una bella
frittura.
La compagnia si contorceva dal gran ridere. Quel bestione di Mes-Bottes era brillo, aveva gi in corpo i suoi
soliti due litri, giusto per non soccombere in quella broda da ranocchie che il temporale gli aveva scaracchiato addosso.
Ehi! conte di Gigot-Fin!, disse Coupeau, va a sederti laggi, vicino alla signora Gaudron. Lo vedi, ti
stavamo aspettando.
Oh! la cosa non lo metteva minimamente in imbarazzo, avrebbe ben saputo raggiungere gli altri: e domand
per tre volte la zuppa di vermicelli, tagliandovi dentro delle enormi fette di pane. Quando fu il momento d'attaccare i
pasticci, tutta la tavolata non pot che ammirarlo sinceramente. Come sbafava! I camerieri sbigottiti facevano la catena
per passargli il pane, delle fette tagliate sottilissime che Mes-Bottes divorava in un solo boccone. Fin per irritarsi:
voleva sempre del pane vicino. L'oste, alquanto preoccupato, s'affacci per un attimo sulla soglia della sala. La
compagnia, che se l'aspettava, torn a contorcersi dal ridere. Quel giorno buttava male per il taverniere! Un gran bel
tipo, comunque, quel Mes-Bottes! Non era forse stato lui, una volta, a mangiare dodici uova sode e a bere dodici
bicchieri di vino, mentre battevano i dodici rintocchi di mezzogiorno? Non se ne incontrano poi tanti di quella forza! La
signorina Remanjou, tutta intenerita, guardava Mes-Bottes che masticava, mentre il signor Madinier, dopo aver cercato
la parola giusta per esprimere il proprio sbigottimento a dir poco rispettoso, dichiar assolutamente straordinaria una
simile capacit.
Segu un breve silenzio. Un cameriere aveva poggiato sulla tavola una fricassea di coniglio, in un piatto fondo,
scavato come un'insalatiera. Coupeau, allegrissimo, volle dirne una delle sue.
Ma dite un po', cameriere, sono forse conigli da grondaia, questi? Sta ancora miagolando!.
E infatti un lieve miagolio, perfettamente imitato, sembrava uscire dal piatto. Era Coupeau a farlo con la gola,
senza muovere le labbra: un gioco di societ che otteneva sempre un certo successo, tanto che non mangiava mai fuori
casa senza ordinare una fricassea di coniglio. Non manc nemmeno di fare le fusa. Le signore si premevano i tovaglioli
contro il volto, per il gran ridere.
La signora Fauconnier domand la testa: le piaceva soltanto la testa. La signorina Remanjou adorava invece i
lardelli. E siccome Boche affermava di preferire le cipolline, purch ben rosolate, la signora Lerat strinse le labbra
mormorando:
Capisco.
Era magra come un chiodo, conduceva una vita da operaia prigioniera nel suo tran tran d'ogni giorno, non
aveva pi visto la faccia d'un uomo in casa sua dopo la morte del marito, e tuttavia non faceva che appassionarsi alle
cose pi licenziose, con una fissazione per i doppi sensi e le allusioni oscene, ma d'una tale profondit che era la sola a
capirci qualcosa. Essendosi Boche proteso verso di lei, in attesa d'una spiegazione, continu a bassissima voce,
all'orecchio:
Ma certo, le cipolline... Mi sembra che possa bastare.
La conversazione s'era nel frattempo fatta pi seria. Ognuno parlava del proprio mestiere. Il signor Madinier
esaltava l'imballaggio: c'erano dei veri artisti in quel settore, e parlava di certe confezioni da regalo di cui conosceva i
modelli, delle vere meraviglie quanto a lusso. Lorilleux sogghignava: era orgogliosissimo di lavorare l'oro, gli sembrava
di vederne il riflesso sulle sue stesse dita, ed anzi su tutta la sua persona. Senza contare, aggiungeva, che nei tempi dei
tempi i gioiellieri portavano spesso la spada: e citava a casaccio il nome di Bernard Palissy. Coupeau raccontava a sua
volta d'una certa banderuola, un capolavoro opera d'un suo compagno, formata da una colonna, un covone, una cesta di
frutta e infine una bandiera: il tutto perfettamente riprodotto e fatto esclusivamente di pezzi di zinco ritagliati e quindi
saldati. La signora Lerat mostrava a Bibi-la-Grillade come s'avvolgeva un gambo di rosa, facendo rotolare il manico del
suo coltello fra le dita ossute. Le voci si facevano sempre pi alte, si incrociavano. Pur in mezzo a quel frastuono, si
sentiva gridare la signora Fauconnier, che si lamentava ad alta voce d'una delle sue operaie, una giovane svaporata
assunta come apprendista e che il giorno prima le aveva bruciato un paio di lenzuola.
Dite quel che volete, grid Lorilleux dando un pugno sulla tavola, ma l'oro sempre l'oro!.
E in mezzo al silenzio provocato da quella verit, non si sent che l'esile voce della signorina Remanjou, che
continuava:
Allora rimbocco la gonna, comincio a cucire all'interno... Poi conficc una spilla nella testa per tener fermo il
berretto... E basta, le vendo a tredici soldi.

Stava parlando delle sue bambole a Mes-Bottes, le cui mascelle si muovevano lentamente a mo' di macine.
Non l'ascoltava, era troppo occupato a tener d'occhio i camerieri, non volendo che gli portassero via le portate prima che
le avesse ben bene ripulite. Avevano mangiato un fricand al sugo con fagiolini. Portavano adesso l'arrosto, due polli
rinsecchiti, allungati su un letto di crescione appassito e cotto al forno. All'esterno, il sole moriva sugli alti rami delle
acacie. Nella sala, il riflesso verdastro si condensava insieme ai vapori che salivano dalla tavola, ormai macchiata di
vino e di salsa, con le stoviglie in disordine, come in un crollo di tutta l'appareechiatura. Lungo le pareti, i piatti sporchi
e i litri ormai vuoti, dimenticati dai camerieri, sembravano i rifiuti spazzati via e vomitati dalla tovaglia. Il caldo era
insopportabile. Gli uomini si tolsero le redingotes e continuarono a mangiare in maniche di camicia.
Signora Boche, vi prego, non fateli mangiare troppo, disse Gervaise, fino a quel momento quasi del tutto
silenziosa, sorvegliando da lontano Claude ed Etienne.
Si alz, e and a parlare un istante ritta dietro le sedie dei figli. I bambini non avevano un briciolo di giudizio,
erano capaci di mangiare tutto il giorno senza rifiutare nemmeno un boccone. Ma fu lei stessa a servir loro un po' di
petto di pollo. Mamma Coupeau disse che per una volta potevano anche rischiare un'indigestione. La signora Boche
accus a bassa voce il marito di dar pizzicotti sulle gambe alla signora Lerat. Oh! era un subdolo, uno che correva dietro
alle femmine! L'aveva pur visto mentre faceva scivolare la mano sotto la tavola. Se solo avesse ricominciato, perdio!
era donna da rovesciargli una caraffa piena sulla testa!
Nel silenzio, il signor Madinier cominci a parlare di politica.
La loro legge del 31 maggio una vergogna. Adesso ci vogliono almeno due anni di domicilio. Tre milioni di
cittadini vengono cos cancellati dalle liste... Mi hanno riferito che Bonaparte in fondo assai dispiaciuto, perch ama il
popolo e ne ha dato mille prove.
Il signor Madinier era repubblicano, ma ammirava il principe, a causa dello zio, uno di quegli uomini che non
s'incontrano tanto facilmente. Bibi-la-Grillade si ribell: gli era capitato di lavorare all'Eliseo, e aveva visto Bonaparte
cos come adesso vedeva Mes-Bottes, proprio l, davanti a lui; ebbene! quell'idiota di presidente rassomigliava a uno
sbirro, ecco la verit! Dicevano che stava per fare un giro dalle parti di Lione: sarebbe stato un bel modo di sbarazzarsi
di lui, se casualmente si fosse rotto l'osso del collo in qualche fossato! La discussione tendeva a farsi pesante, e
Coupeau fu costretto a intervenire.
Ma basta! siete proprio degli illusi a prendervela tanto per la politica! Che gran presa in giro, la politica!
Credete forse che qualcuno la faccia pensando a noi?... Metteteci pure chi vi pare, un re, un imperatore, nessuno, cosa
cambia? Continuerei a guadagnare i miei cinque franchi, a mangiare, a dormire, non vi sembra?... No, davvero, tutto
troppo stupido!.
Lorilleux scrollava la testa. Era nato nello stesso giorno del conte di Chambord, il 29 settembre 1820. Tale
coincidenza lo impressionava in modo del tutto particolare, lo faceva sprofondare in una vaga fantasticheria, secondo
cui ci doveva essere una sorta di relazione fra il ritorno in Francia del re e la sua personale fortuna. Non diceva
chiaramente quali fossero le sue speranze, ma dava a intendere che gli sarebbe allora capitato qualcosa di
straordinariamente piacevole. Cos, ogni volta che un suo desiderio era troppo grande per poter essere soddisfatto,
rinviava il tutto ad un altro momento, quando il re sarebbe tornato.
Del resto, cominci a raccontare, una sera ho visto il conte di Chambord....
Tutti i visi si volsero verso di lui.
Proprio cos. Un uomo alto, in cappotto, con l'aria da bravo ragazzo... Mi trovavo da Pquignot, un mio amico
che vende mobili in Grande-Rue de la Chapelle... Il conte di Chambord vi aveva dimenticato il giorno prima un
ombrello. entrato e ha detto cos, semplicemente: "Vi dispiacerebbe rendermi l'ombrello?". Mio Dio! s, era proprio
lui, Pquignot mi ha dato la sua parola d'onore.
Nessuno dei convitati si permise il minimo dubbio. Erano arrivati al dessert. I camerieri stavano sparecchiando
la tavola con un gran rumore di stoviglie. La signora Lorilleux, fino a quel momento assolutamente decorosa e assai
compunta, si lasci sfuggire un Maledetto porco! perch uno dei camerieri, togliendo un piatto, le aveva rovesciato
qualcosa di liquido gi per il collo. Di sicuro il suo vestito di seta era rovinato! Il signor Madinier fu costretto a
controllarle la schiena: era tutto a posto, glielo poteva assicurare. Al centr della tovaglia, si vedeva adesso un dolce con
gli albumi battuti a neve, in un'insalatiera, affiancato da due piatti di formaggi e da due piatti di frutta. Gli albumi battuti
a neve, pur essendo un po' troppo cotti e galleggianti nel giallo della crema, suscitarono in tutti una sorta di
raccoglimento: nessuno se li aspettava, e l'idea sembr ad ognuno quanto mai raffinata. Mes-Bottes continuava a
mangiare. Aveva domandato dell'altro pane. Fin i due formaggi, e poich c'era ancora un avanzo di crema, si fece
passare l'insalatiera, tagliandovi dentro delle grandi fette, come per una zuppa.
Che uomo notevole!, disse il signor Madimer, nuovamente pieno d'ammirazione.
I signori si alzarono per prendere le pipe. Per un attimo, rimasero ritti in piedi alle spalle di Mes-Bottes,
dandogli delle gran manate, chiedendogli se si sentiva meglio. Bibi-la-Grillade lo sollev di peso con tutta la sedia. Per
mille saette! quell'animale pesava adesso almeno il doppio! Coupeau, per burla, disse che l'amico non aveva fatto altro
che un po' d'allenamento, e che adesso avrebbe continuato a mangiar pane per tutta la notte. I camerieri scapparono via
terrorizzati. Boche, che era sceso per un attimo, risal raccontando in che condizioni aveva trovato il vinaiolo: se ne
stava da basso tutto pallido dietro al bancone, mentre la moglie, non meno costernata, aveva mandato qualcuno a vedere
se i panettieri erano ancora aperti. Anche il gatto di casa aveva l'aria allibita. C'era veramente da ridere! Bastava quello a
ripagare i soldi della cena. Non era pensabile un picnic senza quel tritasassi di Mes-Bottes. Gli uomini, con le pipe

accese in bocca, lo guardavano con espressione quasi invidiosa: perch insomma, per mangiar tanto, si doveva pur
essere ben solidamente costruiti!
Non vorrei mai essere io a dovervi nutrire, disse la signora Gaudron. Ah! no, ci mancherebbe!.
Sentite un po', mammina, non mi prendete in giro, rispose Mes-Bottes con uno sguardo obliquo sul ventre
della sua vicina. Mi sembra che voi abbiate mandato gi pi roba di me!.
Lo applaudirono, gli gridarono bravo! Quella era la risposta che ci voleva! Era ormai calata la notte, tre becchi
a gas fiammeggiavano nella sala, smuovendo come dei grandi chiarori torbidi in mezzo al fumo delle pipe. I camerieri,
dopo aver servito il caff e il cognac, avevano portato via le ultime pile di piatti sporchi. Da basso, sotto le tre acacie, si
sentivano i primi suoni della balera, una cornetta e due violini che strimpellavano forte, qualche risata di donna, come
arrochita nel caldo della notte.
Qui ci vuole un bel punch!, grid Mes-Bottes, due litri d'acquavite pepata, molto limone e un pizzico di
zucchero!.
Ma Coupeau, accorgendosi dell'espressione preoccupata di Gervaise, si alz dicendo che non avrebbero pi
bevuto. Avevano scolato ben venticinque litri, un litro e mezzo a testa, calcolando i due bambini come persone adulte:
era pi che sufficiente. Avevano mangiato un boccone insieme, in buona amicizia, senza tante cerimonie, perch si
stimavano l'un l'altro e avevano desiderato celebrare in intimit una festa di famiglia. Tutto s'era svolto garbatamente,
erano contenti, non ci si doveva adesso ubriacare vergognosamente, anche solo per non mancare di rispetto alle signore.
Insomma, per concludere, si erano riuniti per bere alla salute della coppia di sposi, non per prendersi una sbornia. Il
breve discorso, detto con tono convinto dallo zincatore, che si premeva la mano contro il petto alla fine d'ogni frase,
ottenne la pi calda approvazione da parte di Lorilleux e del signor Madinier. Ma gli altri, Boche, Gaudron, Bibi-laGrillade e soprattutto Mes-Bottes, gi sufficientemente ubriachi tutti e quattro, non facevano che sghignazzare, la bocca
tutta impastata, prendendosela con quella loro maledettissima sete che in qualche modo si doveva pur placare.
Chi ha sete ha sete, e chi non ha sete non ha sete, fece notare Mes-Bottes, Ordiniamo il punch!... Qui non si
vuole costringere nessuno. Le persone delicate potranno sempre farsi portar su dell'acqua zuccherata!.
E poich lo zincatore stava per ricominciare la sua predica, l'altro, che s'era levato in piedi, gli diede una gran
pacca sul sedere e gli grid:
Ah! sai, mi hai proprio rotto!... Cameriere, due litri, ma di quello vecchio!.
Coupeau disse allora che la cosa poteva anche stargli bene, ma che prima di tutto si doveva assolutamente
saldare il conto della cena. Era il modo migliore per evitare ogni possibile discussione. Le persone ben educate non
avevano certo il dovere di pagare anche per gli ubriaconi. E infatti Mes-Bottes, dopo essersi frugato a lungo nelle
tasche, non riusc a trovare che tre franchi e sette soldi. Ma insomma, perch l'avevano lasciato cos a lungo ad aspettare
sulla strada di Saint Denis? Doveva forse lasciarsi annegare? Era stato costretto a cambiare la sua moneta da cento
soldi. Erano gli altri a essere in colpa, ecco la verit! Fin per dare i tre franchi e tenersi i sette soldi per il tabacco
dell'indomani. Coupeau, furibondo, l'avrebbe certo picchiato se Gervaise, spaventatissima e supplicante, non l'avesse
trattenuto per la redingote. Si decise allora a chiedere altri due franchi in prestito a Lorilleux che, dopo averglieli
rifiutati, glieli diede di nascosto dalla moglie, che sicuramente non sarebbe stata d'accordo.
Il signor Madinier aveva intanto preso un piatto. Le donne, la signora Lerat, la signora Fauconnier e la
signorina Remanjou, vi deposero la loro moneta da cento soldi per prime, con discrezione. Gli uomini s'appartarono poi
all'altra estremit della sala, fecero i conti. Erano in quindici, il che significava un totale di settantacinque franchi.
Quando i settantacinque franchi furono tutti nel piatto, ogni uomo vi aggiunse cinque soldi per i camerieri. Ci volle un
quarto d'ora di calcoli quanto mai laboriosi, prima che l'intera faccenda venisse sistemata con soddisfazione di tutti.
Ma quando il signor Madinier, che voleva trattare direttamente con il padrone, ebbe domandato dell'oste, tutta
la compagnia rimase sbigottita sentendogli affermare con un sorriso che quello non era per nulla il suo conto: c'erano
dei supplementi. Quel termine, supplementi, fu accolto con esclamazioni di furore. Il vinaiolo diede allora il dettaglio:
venticinque litri invece dei venti stabiliti, gli albumi battuti a neve, che aveva aggiunto di sua iniziativa, sembrandogli il
dessert un po' troppo inconsistente; per finire, un piccolo boccale di rum, servito con il caff, nel caso a qualcuno
piacesse il rum. Cominci allora una discussione interminabile. Coupeau, chiamato in causa, si difendeva: non aveva
mai parlato di venti litri, e quanto agli albumi battuti a neve, dovevano essere considerati insieme al dessert, e tanto
peggio per l'oste se li aveva aggiunti di sua spontanea volont. Restava il boccale di rum; una presa in giro, solo un
modo d'aumentare il conto, mettendo di soppiatto sulla tavola dei liquori di cui nessuno s'era accorto.
L'avete portato sullo stesso vassoio del caff?, gridava Coupeau, e allora! deve essere contato insieme al
caff! Lasciateci in pace. Prendete il vostro denaro, e ci colga un accidente se rimetteremo mai pi piede nella vostra
baracca!.
Ci vogliono ancora sei franchi, ripeteva il vinaiolo. Datemi i miei sei franchi... E non ho nemmeno messo
in conto i tre pani del signore!.
Tutta la compagnia, strettasi intorno a lui, lo circondava con gesti di rabbia, con un mugolio di voci strozzate
dall'ira. Soprattutto le donne abbandonavano la loro naturale compostezza, rifiutavano d'aggiungere un solo centesimo.
Oh! tante grazie, era stata proprio piacevole quella festa di nozze! La signorina Remanjou diceva che non si sarebbe mai
pi fatta incastrare in cene del genere. La signora Fauconnier sosteneva d'aver mangiato malissimo: a casa sua, con quei
quaranta soldi, si sarebbe fatta dei piattini da leccarsi le dita. La signora Gaudron si lamentava amaramente d'essere
stata confinata all'estremit peggiore della tavola, accanto a Mes-Bottes che non le aveva mostrato il minimo riguardo.
Insomma, riunioni del genere finivano sempre malissimo! Se si voleva avere delle persone al proprio matrimonio, allora

le si doveva anche invitare, che diamine! Quanto a Gervaise, che s'era rifugiata vicino a mamma Coupeau davanti a una
delle finestre, non sapeva che dire, si sentiva tutta vergognosa, intuendo che tutte quelle recriminazioni finivano per
ricarderle addosso.
Il signor Madinier fin per scendere con il padrone. Li sentirono discutere da basso. In capo a mezz'ora
l'imballatore risal: aveva sistemato tutta la faccenda con tre franchi in pi. Ma la comitiva restava di cattivo umore,
esasperata, e non faceva che tornare sulla questione dei supplementi. La confusione raggiunse il suo culmine grazie a un
colpo di testa della signora Boche. Avendo sempre continuato a tener d'occhio il marito, lo vide proprio allora, in un
canto, stringere alla vita la signora Lerat. Gli lanci addosso con violenza una caraffa, che and a rompersi contro il
muro.
Come si vede che vostro marito un sarto, signora, disse l'imponente vedova, stringendo le labbra in una
piccola smorfia piena di sottintesi. un sottaniere di prima categoria... Ma gli ho allungato un bel paio di calci sotto la
tavola.
La serata era ormai rovinata. Gli animi si andavano sempre pi inasprendo. Il signor Madinier propose di
cantare, ma Bibi-la Grillade, che aveva una bella voce, era scomparso: la signorina Remanjou, affacciata a una delle
finestre, lo vide sotto le acacie tutto concentrato a ballare con una ragazzona dai capelli sciolti. La cornetta e i due
violini stavano suonando Le marchand de moustarde, una quadriglia alla cui pastourelle ci si batteva a vicenda con le
mani. Ci fu allora uno scompiglio generale: Mes-Bottes e i due Gaudron scesero a loro volta, e anche Boche se la
squagli. Dalle finestre si vedevano le coppie volteggiare fra le foglie, su cui le lanterne appese ai rami gettavano un
verde crudo e come dipinto, simile a quello d'una quinta teatrale. La notte era immobile, senza un alito di vento,
stremata dal gran caldo. Nella sala, intanto, Lorilleux e il signor Madinier s'erano messi a conversare di cose serie,
mentre le signore, non sapendo pi in che modo sfogare la collera che ribolliva in loro, si esaminavano i vestiti alla
ricerca delle eventuali macchie.
Le frange della signora Lerat sembravano inzuppate nel caff. Il vestito di tessuto cru della signora
Fauconnier era coperto di salsa. Lo scialle verde di mamma Coupeau, caduto da una sedia, era finito in un angolo,
arrotolato e calpestato. Ma era soprattutto la signora Lorilleux a non trovar pace. Aveva una macchia sulla schiena, era
inutile giurarle il contrario, se la sentiva addosso. E alla fine, contorcendosi davanti a uno specchio, riusc in effetti a
vederla.
Cosa vi dicevo?, grid. grasso di pollo. Il cameriere mi dovr ripagare il vestito, a costo di fargli causa...
Ah! una giornata del genere non poteva che finire in questo modo. Avrei fatto meglio a restarmene a letto... Tanto per
cominciare, me ne vado. Ne ho fin sopra i capelli delle loro maledettissime nozze!.
E scapp via rabbiosamente, facendo tremare le scale sotto i colpi dei suoi tacchi. Lorilleux la rincorse. Ma
tutto ci che riusc ad ottenere fu che la moglie avrebbe aspettato cinque minuti sul marciapiede, se anche gli altri
avessero davvero deciso d'andar via. Avrebbe dovuto squagliarsela subito dopo il temporale, se solo avesse seguito il
suo primo impulso. Gliel'avrebbe fatta pagare, a Coupeau, una giornataccia del genere! Vedendola a tal punto fuori di s
dal furore, il fratello si mostr costernato. Gervaise, per evitargli altri fastidi, acconsent a che la comitiva si sciogliesse
all'istante. Si abbracciarono l'un l'altro frettolosamente. Il signor Madinier si offr d'accompagnare mamma Coupeau. La
signora Boche, in occasione della prima notte di nozze, avrebbe portato Claude ed Etienne a dormire a casa sua: la
madre poteva star tranquilla, i due piccoli s'erano gi addormentati sulle sedie, appesantiti da una bella indigestione di
albumi d'uovo battuti a neve. Gli sposi stavano gi per andarsene insieme a Lorilleux, lasciando il resto della comitiva
dal vinaiolo, quando si sent da basso, nella balera, l'inizio d'una vera e propria battaglia fra la loro e un'altra compagnia:
Boche e Mes-Bottes, che avevano sbaciucchiato una signora, non volevano pi restituirla a due militari, che ne
vantavano il legittimo possesso, e minacciavano di fare a pezzi ogni cosa, il tutto in mezzo allo strepito furibondo della
cornetta e dei due violini, che suonavano adesso la polca delle Perles.
Erano appena le undici. Sul boulevard de la Chapelle, come in tutto il quartiere della Goutte-d'Or, la paga della
quindicina, che cadeva per l'appunto quel sabato, aveva portato un assordante fracasso d'operai ubriachi. La signora
Lorilleux stava aspettando a venti passi dal Moulin d'Argent, in piedi sotto un lampione a gas. Prese per il braccio
Lorilleux e cammin davanti agli altri, senza voltarsi, con un'andatura cos spedita che Gervaise e Coupeau la seguivano
con affanno. Di quando in quando, erano costretti a scendere dal marciapiede, per far posto a qualche ubriacone che si
buttava per terra all'improvviso, con le gambe in aria. Lorilleux si volt, cercando di sistemare le cose.
Vi accompagniamo fin sotto casa, disse.
Ma la signora Lorilleux, alzando la voce, disse che le sembrava assurdo passare la prima notte di nozze in
quell'orribile buco che era la locanda Boncoeur. Non avrebbero fatto meglio a rinviare il matrimonio, mettere da parte
quattro soldi, acquistare dei mobili e avere una casa propria in cui dormire la prima sera? Ah! sarebbero stati proprio
bene, sotto i tetti, costretti in due in uno stanzino da dieci franchi, dove mancava perfino l'aria.
Ho dato la disdetta, non staremo su da me, obiett Coupeau timidamente. Teniamo la camera di Gervaise,
pi grande.
La signora Lorilleux, senza riflettere, si rigir bruscamente.
Questo il colmo!, grid. Vai a dormire nella camera della Zoppa!.
Gervaise si sbianc in volto. Quel soprannome, che riceveva in faccia per la prima volta, la colpiva come uno
schiaffo. Per di pi poteva ben comprendere la protesta della cognata: la camera della Zoppa era la stessa camera in cui
lei aveva vissuto per un mese insieme a Lantier, vi si trovavano ancora le vestigia della sua vita passata. Coupeau non
cap, si sent soltanto ferito dal soprannome.

Sbagli a dare dei soprannomi agli altri, rispose sgarbatamente. Non lo sai che nel quartiere ti chiamano la
Rossa, per i tuoi capelli? Ecco, la cosa non ti fa piacere, vero?... Perch mai non dovremmo tenere la camera del primo
piano? Stasera i bambini dormono fuori, ci staremo benissimo.
La signora Lorilleux non replic, si strinse tutta nella sua dignit, offesa a morte di sentirsi chiamare la Rossa.
Coupeau, volendo consolare Gervaise, le strinse dolcemente il braccio, e riusc perfino a farla sorridere raccontandole in
un orecchio che la loro vita in comune cominciava con la somma tonda tonda di sette soldi, tre monete da due soldi e
una moneta da un soldo, che faceva tintinnare con la mano nella tasca dei pantaloni. Arrivati alla locanda Boncoeur, si
diedero la buonanotte con aria offesa. Proprio nel momento in cui Coupeau spingeva le due donne l'una nelle braccia
dell'altra, trattandole da sciocche, un ubriaco, che pareva voler passare a destra, fece un'improvvisa diversione a sinistra
e venne a gettarsi fra loro.
Toh! pap Bazouge!, disse Lorilleux. proprio cotto, oggi!.
Gervaise s'era spaventata e se ne stava adesso quasi incollata contro la porta della locanda. Pap Bazouge, un
becchino sui cinquant'anni, aveva i pantaloni neri e macchiati di fango, la mantella nera allacciata sulle spalle e il
cappello di cuoio nero ammaccato, come schiacciato da qualche caduta.
Non abbiate paura, non cattivo, continu Lorilleux. un nostro vicino, sta nella terza camera dello stesso
corridoio, prima d'arrivare da noi... Sarebbe un bel guaio che i suoi superiori lo vedessero conciato in questo modo!.
Pap Bazouge s'era risentito per la paura della giovane donna.
Insomma, che c'?, balbett. la gente come noi non mangia certo le persone... Valgo quanto qualunque
altro, ecco la verit, carina... S, vero, ho bevuto un po' troppo! Ma quando il lavoro massacrante, bisogna pure
ungere un po' le ruote. N voi n nessuno dei vostri amici sarebbe mai riuscito a portar gi quel tale che pesava seicento
libbre, come abbiamo fatto noi soltanto in due, dal quarto piano e senza nemmeno farlo cadere una volta... Mi piace la
gente che sa spassarsela.
Ma Gervaise si rannicchi ancora di pi nell'angolo della porta. Sentiva una gran voglia di piangere, come se si
fosse ormai del tutto rovinata quella festa che aveva vissuto con allegria e pacatezza. Non pensava pi ad abbracciare la
cognata. Supplic Coupeau di mandar via l'ubriacone. Bazouge, barcollando, fece allora un gesto pieno di sdegno
filosofico.
Fate come volete, ma ci dovrete passare anche voi, carina... Forse un giorno sarete contenta di tirare le cuoia...
S, conosco molte donne che mi ringrazierebbero, se le portassi con me.
E mentre i Lorilleux, finalmente, lo trascinavano via, si volse un'ultima volta e balbett fra due singulti:
Quando si morti... sentitemi bene... quando si morti, la cosa non finisce cos presto.
CAPITOLO QUARTO

Furono quattro anni di duro lavoro. Nel quartiere, Gervaise e Coupeau erano visti come una coppia ben
assortita: vivevano appartati, non si picchiavano mai, facevano la loro solita passeggiata la domenica, dalle parti di
Saint-Ouen. La moglie sgobbava dodici ore al giorno dalla signora Fauconnier, ma trovava ancora il tempo per tenere la
casa pulita come uno specchio e preparare da mangiare per tutta la famiglia, a pranzo e a cena. Il marito non si
ubriacava, portava a casa le sue quindicine, si faceva una pipata alla finestra prima di mettersi a dormire, cos, giusto
per prendere una boccata d'aria. La loro gentilezza era sulla bocca di tutti. E poich guadagnavano insieme quasi nove
franchi al giorno, si calcolava che dovevano mettere da parte un piccolo gruzzoletto.
Ma soprattutto nei primi tempi, furono costretti a faticare non poco, per riuscire a sbarcare il lunario. Il
matrimonio li aveva caricati d'un debito di duecento franchi. Per di pi non sopportavano l'idea di continuare a vivere
alla locanda Boncoeur: la trovavano disgustosa, frequentata com'era da clienti tanto sudici, e sognavano d'avere una
casa tutta per loro, con mobili loro, di cui avrebbero saputo aver cura. Mille volte calcolarono la somma necessaria:
arrotondando, ci volevano almeno trecentocinquanta franchi, quanto bastava a non aver problemi per tenere in ordine le
loro cose e ad avere a disposizione una casseruola o una padella, in caso di bisogno. Disperavano di poter mettere da
parte una cifra cos grossa in meno di due anni, ma si present all'improvviso una buona occasione: un vecchio signore
di Plassans domand che gli mandassero Claude, il maggiore dei due piccoli, per sistemarlo in un collegio. Era il
generoso capriccio d'un vecchio originale amante dei quadri, rimasto fortemente impressionato da certe figurine
scarabocchiate un tempo dal bambino. Claude costava loro un occhio della testa. Non appena ebbero a loro carico
soltanto il minore, Etienne, riuscirono a risparmiare i trecentocinquanta franchi in sette mesi e mezzo. Il giorno in cui
acquistarono i mobili da un rigattiere di rue Belhomme, non vollero tornare a casa prima d'aver passeggiato un po' sui
boulevards esterni. Avevano il cuore gonfio di gioia. Si erano comprati un letto, un comodino da notte, un cassettone
con il ripiano di marmo, una tavola rotonda con la sua incerata, sei sedie e il tutto di vecchio mogano, senza contare il
corredo per il letto, la biancheria e gli utensili da cucina quasi nuovi. Sembr loro d'entrare pi seriamente e in modo
pi definitivo nella vita, come se avessero conquistato qualcosa, che rendendoli proprietari, conferisse a entrambi una
nuova importanza agli occhi dei benestanti del quartiere.
La scelta dell'abitazione li tenne occupati per due mesi. Cercarono dapprima di prendere in affitto un alloggio
nel gran caseggiato di rue de la Goutte-d'Or. Ma non c'era nemmeno una camera libera, e dovettero rinunciare al loro
vecchio sogno. A dire il vero, Gervaise non ne fu in fondo particolarmente dispiaciuta: l'idea d'avere come vicini i

Lorilleux, quasi porta a porta, l'avrebbe senza dubbio spaventata. Si misero a cercare altrove. Coupeau, non senza
ragione, ci teneva a non allontanarsi troppo dalla bottega della signora Fauconnier, in modo che Gervaise la potesse
raggiungere in pochi minuti a qualunque ora del giorno. Finalmente ebbero un colpo di fortuna: una grande camera, uno
stanzino e una cucina in rue Neuve-de-la-Goutte-d'Or, quasi dirimpetto alla lavanderia. Era una piccola casa a un solo
piano, con una scala ripidissima in cima alla quale si trovavano soltanto due appartamenti, il primo a destra e il secondo
a sinistra. Da basso, alloggiava un noleggiatore di carrozze, i cui materiali occupavano dei capannoni in un vasto cortile
lungo la strada. Gervaise ne era incantata, le sembrava di tornare in provincia: nessuna vicina, nessun pettegolezzo di
cui aver paura, un angolo di pace che le riportava alla memoria un certo vicoletto di Plassans, alle spalle dei bastioni. E
per colmo di fortuna, poteva vedere la sua finestra anche da dove lavorava, senza lasciare i ferri, semplicemente
allungando un po' il collo.
Il trasloco ebbe luogo verso la fine di aprile. Gervaise era incinta di otto mesi. Ma dava prova di tutto il suo
coraggio, e diceva che quel figlio le era d'aiuto perfino quando lavorava: sentiva dentro di s quelle manine che
spingevano e le davano come una nuova forza. Ma niente affatto! rispondeva dolcemente a Coupeau, quando l'altro la
voleva costringere a mettersi a letto, tanto per rilassarsi un po'. Si sarebbe messa a letto al sopraggiungere delle doglie.
E ancora le sembrava fin troppo presto perch adesso, con una bocca in pi da sfamare, non c'era altro da fare che
rimboccarsi le maniche e faticare a pi non posso. Volle quindi essere lei a ripulire l'appartamento, e poi ad aiutare il
marito a sistemare i mobili. Mostr un vero culto per i mobili: li puliva con una cura quasi materna, le si spezzava il
cuore alla vista del minimo graffio. Se le capitava d'urtarli mentre scopava, si fermava interdetta, come se avesse colpito
se stessa. Amava soprattutto il cassettone: le sembrava cos bello, solido, dall'aria austera. Aveva un sogno di cui non
osava nemmeno parlare, una pendola da mettere al centro del ripiano di marmo, con un effetto che s'immaginava
magnifico. Se non ci fosse stato il marmocchio che stava nascendo, forse si sarebbe arrischiata a comprare la pendola.
Insomma, era una cosa da rinviare ad un altro momento, ma ci pensava con un sospiro.
Vissero nell'incanto in quella nuova dimora. Il letto di Etienne occupava quasi tutto lo stanzino, ma c'era ancora
posto per una culla. La cucina era piccolissima e scura, ma lasciando la porta aperta, ci si poteva vedere abbastanza
chiaramente. Del resto Gervaise non doveva cucinare per trenta persone, bastava che ci fosse il posto per le sue pentole.
La grande camera era invece il suo vanto. Chiudevano le cortine dell'alcova fin dal primo mattino, erano cortine di
calic bianco, e la camera si trovava trasformata in camera da pranzo, con la tavola al centro, l'armadio e il cassettone
che si fronteggiavano. Il camino consumava quasi quindici soldi di carbone di terra al giorno, e l'avevano quindi
sbarrato; una piccola stufa di ghisa, poggiata sulla lastra di marmo, bastava a riscaldarli nei giorni pi freddi con una
spesa d'appena sette soldi. Coupeau aveva poi riempito le pareti alla meglio, ripromettendosi ulteriori abbellimenti: in
alto, una stampa che rappresentava un maresciallo di Francia caracollante con il suo bastone in mano, fra un cannone e
un cumulo di palle, serviva anche da specchio; al di sopra del cassettone, le fotografie di famiglia erano allineate in due
file, a destra e a sinistra d'una vecchia acquasantiera di porcellana dorata, nella quale venivano messi i fiammiferi; sulla
cornice dell'armadio, un busto di Pascal faceva riscontro a un busto di Branger, il primo tutto grave in volto, il secondo
sorridente, accanto all'orologio a cuc di cui sembravano ascoltare i battiti. Era davvero una bella camera.
Provate un po' a indovinare quanto paghiamo qui dentro?, domandava Gervaise ad ogni visitatore.
E quando si diceva una cifra molto pi alta per la sua pigione, trionfava, e si metteva a gridare, felicissima
d'essersi sistemata cos bene per pochi soldi.
Centocinquanta franchi, non una lira di pi!... Davvero regalato!.
Anche rue Neuve-de-la-Goutte-d'Or entrava a far parte della loro felicit. Gervaise vi trascorreva tutte le sue
giornate, andando senza posa da casa sua alla bottega della signora Fauconnier. La sera, Coupeau scendeva adesso nella
via, a fumare la pipa sulla soglia di casa. La strada era senza marciapiede e la carreggiata, sfondata, andava in salita. In
alto, dalla parte di rue de la Goutte-d'Or, si vedevano delle botteghe tetre e dai vetri sporchi, dei calzolai, dei bottai, una
drogheria poco invitante, un vinaiolo sull'orlo del fallimento e le cui imposte, sbarrate da settimane, erano ormai coperte
di manifesti. Dall'altra parte, verso Parigi, c'erano case di quattro piani che nascondevano il cielo, occupate al
pianterreno da lavandaie, pigiate le une accanto alle altre, ammassate; mentre, isolata, una vetrina da parrucchiere di
provincia, tutta dipinta di verde, riempita di fiale dai colori delicati, rallegrava quell'angolo oscuro con il vivace
splendore dei suoi piatti di rame, sempre pulitissimi. Ma la parte pi allegra della via si trovava al centro, dove le
costruzioni, facendosi sempre pi rare e pi basse, lasciavano effondersi d'attorno l'aria e il sole. I capannoni del
noleggiatore di carrozze, il vicino stabilimento in cui si produceva l'acqua di Seltz, il lavatoio di fronte, si estendevano
in un ampio spazio completamente libero e silenzioso, dove le voci soffocate delle lavandaie e il respiro regolare della
macchina a vapore sembravano accrescere quella sensazione di raccoglimento. Fra i terreni profondi, fra i viali che si
perdevano in mezzo all'oscurit delle mura, sorgeva una sorta di villaggio. E Coupeau, sempre divertito da quei pochi
passanti che vedeva scavalcare l'eterno ruscello delle acque insaponate, diceva di ricordarsi d'un paese in cui era stato
con uno zio, quando aveva cinque anni. Per Gervaise, era invece una gioia l'albero piantato in un cortile, a sinistra della
finestra, un'acacia che protendeva uno solo dei suoi rami e il cui stento verdeggiare bastava a rallegrare tutta la via.
Gervaise partor l'ultimo giorno d'aprile. Fu presa dalle doglie nel pomeriggio, verso le quattro, mentre stava
stirando un paio di tende nella bottega della signora Fauconnier. Ma non volle andarsene a casa immediatamente, e
rimase a contorcersi dal dolore su una sedia, rimettendosi subito a stirare appena il travaglio sembrava placarsi. Le
tende erano del resto urgenti, voleva assolutamente finirle: e poi forse si trattava soltanto d'una colica, non si doveva far
tante storie per un semplice mal di pancia. Parlava gi di mettersi a stirare anche delle camicie da uomo, quando
impallid improvvisamente. Fu costretta ad uscire dalla bottega, e attravers la via piegata in due, sorreggendosi ai muri.

Un'operaia s'offri d'accompagnarla, ma rifiut, e la preg piuttosto di fare un salto dalla levatrice che stava l accanto, in
rue de la Charbonnire. La faccenda non era poi tanto urgente, ne avrebbe avuto di sicuro per tutta la notte. Non sarebbe
certo stata una bazzecola del genere ad impedirle di preparare la cena per Coupeau, una volta arrivata a casa; e dopo, s,
si sarebbe buttata per qualche minuto sul letto, senza nemmeno spogliarsi. Ma nelle scale fu colta da un tale accesso di
dolore che non pot fare a meno di mettersi a sedere sui gradini, e si tapp con i pugni la bocca, per non gridare, perch
le sembrava una vergogna essere trovata in quelle condizioni da qualche uomo che poteva salire. Le doglie passarono,
riusc ad aprire la porta di casa, sollevata, sicura d'essersi sbagliata. Aveva deciso di preparare per cena uno spezzatino
di montone. Tutto and per il meglio fintanto che pelava le patate. Ma mentre le cotolette cominciavano a rosolare nella
padella, i sudori e le contrazioni ricomparvero improvvisamente. Rimescolando la salsa di burro fuso, pestava i piedi
davanti al fornello, accecata dalle lacrime. Anche se stava per partorire, non era certo una buona ragione per lasciare a
digiuno Coupeau, tanto pi che lo spezzatino stava cuocendo da solo a fuoco lento sulla brace ricoperta di cenere. Torn
nella camera, sper di fare in tempo ad apparecchiare almeno un capo della tavola. Ma non riusc nemmeno a reggere in
mano il litro di vino, non ebbe pi la forza di raggiungere il letto, cadde per terra e si sgrav su uno stuoino. La levatrice
arriv dopo un quarto d'ora, e fu per terra che la fece secondare.
Lo zincatore lavorava ancora all'ospedale. Gervaise non volle che si andasse a chiamarlo. Quando il marito
rientr verso le sette, la trov a letto, ben avviluppata, pallidissima sul bianco del guanciale. Il neonato piangeva,
fasciato in uno scialle, coricato ai piedi della madre.
Ah! povera moglie mia!, disse Coupeau baciando Gervaise. E pensare che mentre io me la stavo spassando,
nemmeno un'ora fa, tu eri qui a lamentarti e a soffrire tutta sola!... Ma devo dire che non mi sembri in difficolt, l'hai
scodellato mettendoci meno tempo di quello che ci vuole per uno starnuto!.
Gervaise sorrise debolmente, poi mormor:
una femminuccia.
Perfetto!, rispose lo zincatore, scherzando per farle animo, avevo appunto ordinato una femminuccia!... Eh!
eccomi servito! Fai proprio tutto ci che voglio!.
Prese in braccio la bambina, e continu:
Lasciatevi un po' guardare, signorina Piscialetto!... Che musettino scuro scuro! Finir per schiarirsi un po',
non abbiate paura. Ma dovete comportarvi bene, non fare la poco di buono, crescere saggia e assennata, come il babbo e
la mamma!.
Gervaise era seria in volto e guardava la figlia con gli occhi sbarrati a poco a poco annebbiati come da una
sorte di tristezza. Scosse piano la testa. Avrebbe voluto un maschietto: i maschi se la cavano sempre meglio, non
corrono tutti i pericoli dell'insidiosa Parigi. La levatrice tolse il neonato dalle mani di Coupeau. Proib inoltre a Gervaise
di parlare: gi si faceva fin troppo baccano attorno a lei! Lo zincatore disse che doveva andare ad avvertire mamma
Coupeau e i Lorilleux, ma stava morendo di fame, gli conveniva prima cenare. Fu un grande dolore per la puerpera
vedere il marito che si serviva da solo, correva in cucina a prendersi lo spezzatino, mangiava in un piatto fondo, non
riusciva a trovare il pane. Nonostante il divieto, protestava, non faceva che rigirarsi fra le lenzuola. Era stata proprio una
sciocca a non riuscire nemmeno ad apparecchiare la tavola, ma la colica l'aveva buttata a terra come una mazzata! Di
certo il marito se la sarebbe presa con lei, costretto com'era a mangiare tanto male, mentre lei se ne stava a letto a
poltrire. Sperava almeno che le patate fossero cotte al punto giusto. Non ricordava pi se ci aveva messo il sale.
Ma state un po' zitta!, sbott alla fine la levatrice.
Ah! se credete che sia tanto facile impedirle di buttarsi gi dal letto!, disse Coupeau a bocca piena. Se non
ci foste voi, sono pronto a scommettere che s'alzerebbe anche solo per tagliarmi il pane... Ma mettiti pi comoda sulla
schiena, ochetta che non sei altro! Non devi affaticarti, altrimenti ti ci vorranno quindici giorni prima di poterti rimettere
in piedi... Lo stufato buonissimo. La signora ne manger un po' con me. Dico bene, signora?.
La levatrice rifiut, ma accett invece di bere un bicchiere di vino, anche perch era ancora tutta sconvolta,
cos diceva, dall'aver trovato la sventurata e la bambina a terra sullo stuoino. Coupeau usc per andare ad annunciare
alla famiglia la lieta novella. Torn in capo a mezz'ora accompagnato da tutti gli altri, mamma Coupeau, i Lorilleux, e la
signora Lerat che aveva trovato in casa di questi ultimi. I Lorilleux, al cospetto della prosperit della coppia, erano
diventati decisamente pi gentili, e si lanciavano adesso in elogi sperticati di Gervaise, pur lasciandosi sfuggire di
quando in quando dei piccoli gesti di dubbio, delle scrollatine di capo, certi sbatter di ciglia, come per far intendere
quale fosse la loro vera opinione. Insomma, nonostante tutte le cose che sapevano, non volevano andare contro il
giudizio di tutto il quartiere.
Sono accompagnato da una vera e propria processione!, grid Coupeau. Ma che ci potevo fare? Hanno
voluto assolutamente vederti... Non dir niente, ti stato proibito. Rimarranno qui a guardarti, tranquillamente, senza
tante cerimonie, vero?... Quanto a me, vado a fare un po' di buon caff!.
E spar infatti in cucina. Mamma Coupeau, dopo aver baciato Gervaise, non faceva che meravigliarsi di quanto
fosse grossa la bambina. Le altre due donne avevano a loro volta coperto di baci le guance della puerpera. E tutte e tre,
ritte in piedi davanti al letto, commentavano con grandi esclamazioni tutti i particolari del parto, di quella strana cosa
che un parto, non tanto peggio di un dente da cavare. La signora Lerat esamin la piccola da ogni lato, la dichiar
perfettamente conformata e aggiunse perfino, con evidente intenzione, che ne sarebbe venuta fuori una gran dama; e
siccome le sembrava che la testa fosse un po' troppo appuntita, faceva in modo d'arrotondarla modellandola con un
tocco delicato, nonostante gli strilli della bambina. La signora Lorilleux le tolse dalle mani la piccola, indignata: era
proprio la cosa giusta da fare per infondere tutti i vizi a quella creatura, palpeggiarla cos, quando il cranio era ancora

tanto tenero! Si mise poi a cercare le rassomiglianze. Per poco non litigarono. Lorilleux, che allungava il collo stando
alle spalle delle signore, sosteneva che la piccola non aveva preso proprio nulla da Coupeau: forse un po' il naso, ma
nemmeno! Era tutta sua madre, ma con certi occhi, per, che non venivano di certo da quella parte della famiglia.
Coupeau non si faceva ancora vedere. Lo sentivano in cucina alle prese con il fornello e la caffettiera. Gervaise
smaniava: non stava certo all'uomo preparare il caff! E gli gridava come doveva fare, senza dar retta agli zitta! energici
della levatrice.
Mettete gi la bambina!, disse Coupeau, tornando nella camera con la caffettiera in mano. Che moglie
petulante! Vuol proprio farsi un problema di tutto... Lo berremo nei bicchieri, non vi dispiace, vero? perch, vedete, le
tazzine sono ancora dal negoziante.
Si sedettero attorno alla tavola, e lo zincatore volle versare personalmente il caff. Era davvero forte, non
risciacquatura di piatti. La levatrice se ne and dopo aver centellinato il suo bicchiere: tutto andava per il meglio, non
avevano pi bisogno di lei, se la notte fosse successo qualcosa, potevano cercarla l'indomani. Non aveva ancora finito di
scendere le scale, che gi Lorilleux si mise a trattarla da ubriacona e buona a nulla: una che metteva ben quattro zollette
di zucchero nel caff, e si faceva dare quindici franchi per poi lasciarvi partorire da sole. Ma Coupeau la difendeva: le
dava volentieri quei quindici franchi, e dopo tutto erano donne che passavano la giovinezza a studiare, avevano ragione
a farsi pagar caro. Subito dopo Lorilleux litig con la signora Lerat. Sosteneva che, se si voleva avere un maschio, si
doveva girare la testa del letto verso il nord, mentre la cognata alzava le spalle, diceva che eran cose da bambini, e dava
invece un'altra ricetta: bastava nascondere sotto il letto, senza dirlo nemmeno alla moglie, una bella manciata di ortiche
fresche e colte sotto il sole. Avevano avvicinato la tavola al letto. Fino alle dieci, pur sentendosi cadere addosso
un'immensa fatica, Gervaise si mostr sorridente e come un po' attonita, con la testa poggiata sul guanciale: vedeva,
ascoltava, ma non trovava pi la forza d'accennare a un qualunque gesto, a una parola. Le sembrava d'essere morta, una
morte dolcissima, dai cui abissi era tuttavia felice di guardare la vita degli altri. A tratti, si sentiva un piccolo vagito
della bambina in mezzo a quel parlare ad alta voce, a quelle interminabili considerazioni su un certo delitto avvenuto il
giorno prima in rue du Bon-Puits, all'altra estremit di rue de la Chapelle.
Quando la compagnia cominci a parlare d'andarsene, venne fuori il problema del battesimo. I Lorilleux
avevano accettato di fare da padrino e da madrina, ma in cuor loro storcevano il naso. Tuttavia, se la coppia non si fosse
rivolta a loro, avrebbero evidentemente fatto una gran brutta figura con tutti. Coupeau non vedeva la necessit di
battezzare la piccola: non per questo qualcuno le avrebbe regalato una rendita di diecimila lire, e per di pi la cosa
poteva farle venire un'infreddatura. Meno si aveva a che fare con i preti e meglio era. Mamma Coupeau l'accus di non
essere che un pagano. I Lorilleux, pur non andando quasi mai in chiesa a fare la comunione, si piccavano d'essere dei
buoni cristiani.
Potrebbe essere domenica, se a voi sta bene, disse il fabbricante di catenelle.
Gervaise diede il suo assenso con un piccolo cenno del capo. Allora la baciarono di nuovo raccomandandole di
star bene. Diedero la buonanotte anche alla bambina. Uno dopo l'altro, andarono tutti a chinarsi su quel povero
corpicino intirizzito, sorridendo, con paroline tenere, come se la piccola fosse gi in condizioni di capire. La
chiamavano Nan, vezzeggiativo di Anna, il nome della madrina.
Sogni d'oro, Nan... Su, Nan, comportatevi da brava signorina....
E finalmente se ne andarono. Coupeau avvicin la sedia alla sponda del letto e fin la sua pipa, stringendo nella
sua la mano della moglie. Fumava lentamente, concedendosi qualche frase fra uno sbuffo e l'altro, visibilmente
commosso.
Eh! vecchia mia, ti hanno fatto venire il mal di testa, vero? Ma lo capisci anche tu, non ho potuto impedir loro
di venire. In fondo, una bella prova d'amicizia... Ma da soli si sta davvero meglio! Ne sentivo proprio il bisogno, s, di
stare un po' da solo con te... Mi sembrata una serata cos lunga!... Mia povera chioccia! Ti hanno fatto tanta bua?
Questi marmocchi non s'immaginano nemmeno il male che fanno quando si decidono a venire al mondo! Deve essere
come sentirsi aprire le reni... Dimmi dov' la bua, che voglio darci sopra mille baci!.
Dopo essersi insinuato delicatamente con una delle sue grandi mani sotto la schiena di Gervaise, adesso
l'attirava a s, le baciava il ventre attraverso il lenzuolo, colto da tutta la sua tenerezza di uomo rude al cospetto di quella
fecondit ancora dolorante. Le chiedeva se le faceva tanto male, diceva che avrebbe voluto risanarla soffiandoci sopra.
E Gervaise era felice. Gli giur che non soffriva quasi pi del tutto. Non vedeva l'ora di rimettersi in piedi: non era certo
quello il momento di fare gli scioperati. Coupeau la tranquillizzava. Non era forse affar suo guadagnare quanto bastava
per dare da mangiare alla piccola? Sarebbe stato un bel vigliacco a lasciarle la bambina sul groppone! Non era poi un
gran merito mettere al mondo un figlio: il merito era se mai nel tirarlo su con ogni cura.
Coupeau non riusc a chiudere occhio per tutta la notte. Aveva coperto il fuoco della stufa. Un'ora dopo l'altra,
doveva alzarsi per dar da bere alla piccina qualche cucchiaio d'acqua tiepida zuccherata. Ma con tutto ci, usc di casa la
mattina presto per recarsi al lavoro come ogni altro giorno. Approfitt perfino della pausa per il pranzo per andare in
municipio, a fare la sua dichiarazione. La signora Boche, che era stata avvertita, si era intanto precipitata al capezzale di
Gervaise, trascorrendovi quasi tutta la giornata. Quanto alla puerpera, dopo dieci ore di sonno profondo, gi aveva
ricominciato a protestare, diceva di sentirsi tutta indolenzita, non ne poteva pi di stare a letto. Si sarebbe di certo
ammalata, se non la lasciavano alzarsi. Quando Coupeau torn a casa la sera, gli raccont i suoi tormenti: sicuro che si
fidava della signora Boche, ma la verit era che non sopportava di vedere un'estranea piazzarsi in camera sua, aprire i
cassetti, toccare le sue cose. L'indomani la portinaia, tornando da una commissione, la trov in piedi, tutta vestita,
occupata a spazzare e a preparare la cena per il marito. N ci fu verso di convincerla a rimettersi a letto. La volevano

forse prendere in giro? Era una cosa che poteva andar bene per le signore, mostrarsi affrante e sfinite. Non ne avevano
nemmeno il tempo, loro, non erano di certo dei ricchi! Non erano passati neanche tre giorni dal parto, che gi s'era
rimessa a stirare delle sottogonne nella bottega della signora Fauconnier, ad armeggiare con i suoi ferri, grondando
sudore per il soffocante calore dei fornelli.
Il sabato sera la signora Lorilleux si present con i suoi regali da madrina: una cuffia da trentacinque soldi, e
un vestitino da battesimo, plissettato e ornato con un piccolo merletto, che aveva avuto per sei franchi, essendo un po'
rovinato. L'indomani Lorilleux, nella sua qualit di padrino, diede alla puerpera sei libbre di zucchero. Facevano
entrambi le cose come andavano fatte! E nemmeno la sera, giungendo alla cena che ebbe luogo dai Coupeau, si
presentarono a mani vuote. Il marito arriv con una bottiglia di vino ancora sigillata per braccio, mentre la moglie
reggeva un enorme budino acquistato da un pasticciere assai rinomato, dalle parti della chausse Clignancourt. Ma i
Lorilleux andarono a vantarsi della loro generosit in tutto il quartiere: avevano speso poco meno di venti franchi!
Venendo a conoscenza di questi pettegolezzi, Gervaise si sent stringere il cuore e non tenne pi in alcun conto le loro
buone maniere.
Fu in occasione della cena per il battesimo che i Coupeau si legarono ancor pi strettamente con i loro vicini di
pianerottolo. Il secondo appartamento della casa era occupato da due persone, madre e figlio, i Goujet, cos si
chiamavano. Fino a quella sera, si erano al massimo salutati sulle scale o per strada, nulla di pi: i vicini parevano anzi
un po' scorbutici. La madre aveva portato un secchio d'acqua a Gervaise, il giorno dopo il parto, e alla giovane era
sembrato opportuno invitarli alla cena, tanto pi che avevano tutta l'aria d'essere delle persone per bene. Avevano cos
finito per fare conoscenza.
I Goujet erano originari del dipartimento del Nord. La madre rammendava i merletti, mentre il figlio, fabbro di
mestiere, lavorava in una fabbrica di bulloni. Vivevano da cinque anni nel secondo appartamento del pianerottolo. La
pace silenziosa della loro esistenza nascondeva in realt un antico dolore: pap Goujet, un giorno ch'era pazzo furioso
dal gran bere, aveva ucciso a Lille un compagno a colpi di spranga di ferro, per poi strangolarsi in prigione con un
fazzoletto. La vedova e il bambino, scappati a Parigi subito dopo la disgrazia, sentivano ancora incombere questo
dramma su tutta la loro vita, e cercavano di riscattarsi con la pi rigorosa delle onest, con una dolcezza e un coraggio
che nulla poteva minacciare. Mostravano perfino una punta d'orgoglio, parlando della loro vicenda, perch alla fine
pareva loro d'essere migliori di tanti altri. La signora Goujet era sempre vestita di nero, con la fronte come incorniciata
da una cuffia quasi monacale, un volto pallido e rilassato da matrona, come se il biancore dei merletti e il lavoro
minuzioso delle sue dita le avessero conferito un riflesso di serenit. Il figlio era un colosso di ventitr anni, magnifico
di figura, il volto rasato, gli occhi azzurri, forte come un ercole. In officina i compagni lo chiamavano Gueule-d'Or, per
la sua bella barba bionda.
I due suscitarono subito in Gervaise un moto spontaneo di simpatia e di amicizia. La prima volta che entr in
casa loro, rimase abbagliata dall'estremo lindore della dimora. C'era poco da fare, si poteva anche soffiare dappertutto,
non ne sarebbe volato via un solo granello di polvere. Il pavimento scintillava, limpido come uno specchio. La signora
Goujet la invit ad entrare anche nella camera del figlio, se la voleva vedere. La camera era graziosa e ordinata come
quella d'una fanciulla: c'erano un piccolo letto di ferro con cortine di mussola, un tavolo, una toilette, una minuscola
libreria appesa alla parete, e soprattutto illustrazioni da tutte le parti, in alto, in basso, delle figurine ritagliate, delle
stampe a colori fissate al muro con quattro chiodi, ritratti d'ogni genere di personaggio, evidentemente staccati da
qualche giornale illustrato. La signora Goujet diceva sorridendo che suo figlio era un gran fanciullone: la sera la fatica
gli impediva di leggere, e si divertiva allora ad ammirare le sue immagini. Gervaise pass un'ora in compagnia della
vicina, come in una sorta d'oblio di tutto il resto. La signora Goujet s'era messa al telaio, davanti a una delle finestre. La
giovane donna sembrava interessarsi alle centinaia di spilli che tenevano fermo il merletto, felicissima di trovarsi in
quella casa, respirando a pieni polmoni il buon odore di pulito che aleggiava in tutto l'alloggio, osservando quel lavoro
delicato che metteva tutt'attorno un silenzio raccolto.
I Goujet ci guadagnavano ad essere frequentati. Sgobbavano dalla mattina alla sera, e mettevano pi d'un
quarto della loro quindicina presso la Cassa di Risparmio. Tutto il quartiere li salutava, parlava delle loro economie.
Goujet non aveva mai un buco nei vestiti, usciva mettendosi addosso delle casacche pulitissime, senza nemmeno una
macchia. Era molto educato, perfino un po' timido, a dispetto delle sue spalle possenti. Le lavandaie che stavano
all'estremit della via si divertivano a vederlo passare con gli occhi bassi. Non gli piacevano le loro facezie volgari,
trovava disgustoso che delle donne non sapessero dire che sconcezze. Ma un giorno gli era capitato di tornare a casa
ubriaco. La signora Goujet, per tutto rimprovero, l'aveva messo di fronte a un ritratto del padre, un orribile quadro
pietosamente nascosto in fondo al cassettone. Dopo questa lezione, Goujet beveva soltanto quanto gli bastava, senza
odiare tuttavia il vino, perch diceva che il vino necessario all'operaio. Ogni domenica usciva in compagnia della
madre, dandole il braccio: il pi delle volte la portava dalle parti di Vincennes, pi raramente l'accompagnava a teatro.
La madre era la sua unica passione. Si rivolgeva a lei come un ragazzino. La testa ben squadrata, la carne irrobustita dal
duro lavoro del martello, gli conferivano un aspetto da bestione: un po' ottuso d'intelligenza, ma dal cuore buono.
Per qualche giorno, la presenza di Gervaise lo mise in imbarazzo, ma in capo a poche settimane fin per
abituarsi a lei. Era sempre pronto ad aiutarla a portare i suoi involti di biancheria, la trattava come una sorella, con
brusca familiarit, ritagliando immagini da dedicarle. Una mattina, avendo spinto la porta senza bussare, la sorprese
seminuda e intenta a lavarsi il collo; per otto giorni, non riusc pi a guardarla in faccia, a tal punto che anche Gervaise
fin per arrossirne.

Cadet-Cassis, fiero della sua parlantina tipicamente parigina, trovava Gueule-d'Or un po' sciocco. Faceva bene
a non darsi ai bagordi, a non ammiccare alle fanciulle sul marciapiede; ma insomma, un uomo doveva pur essere un
uomo, altrimenti tanto valeva infilarsi delle sottane. Lo prendeva in giro anche in presenza di Gervaise, accusandolo di
fare il cascamorto con tutte le femmine del quartiere, e quel tamburo maggiore di Goujet si difendeva strenuamente. Ma
la cosa non impediva ai due operai d'essere ottimi compagni. Appena alzati, si chiamavano l'un l'altro, si muovevano di
casa insieme, bevevano di quando in quando un bicchiere di birra prima di rientrare. Dopo la cena per il battesimo,
avevano cominciato a darsi del tu, anche perch dire sempre Voi non fa altro che rendere pi lunghe le frasi. La loro
amicizia era a questo punto, quando Gueule-d'Or rese a Cadet-Cassis un gran servigio, uno di quei servigi del tutto
particolari di cui ci si ricorda per tutta la vita. Era il 2 dicembre. Lo zincatore, volendo divagarsi, aveva avuto la bella
idea d'andare in citt a vedere la sommossa. Se ne infischiava bellamente della Repubblica del Bonaparte e di tutto il
resto, ma gli piaceva l'odore della polvere da sparo, e le schioppettate gli sembravano divertenti. Stava appunto per
essere beccato dietro una barricata, quando il fabbro, per fortuna a sua volta presente, riusc giusto in tempo a
proteggerlo con il suo corpaccione per poi aiutarlo a battersela. Mentre risalivano lungo rue du Faubourg-Poissonnire,
Goujet camminava in fretta, grave in volto. Lui s, s'occupava di politica, era repubblicano ma moderato, in nome della
giustizia e del benessere di tutti. Ma non aveva mai sparato un colpo di fucile. E diceva le sue buone ragioni: il popolo
non ne poteva pi di pagare ai borghesi le patate bollenti che il popolo stesso tirava fuori dal fuoco, bruciandosi le dita;
Febbraio e Giugno erano state delle belle lezioni, e ormai i sobborghi avrebbero lasciato che la citt se la cavasse per i
fatti suoi. Quando furono poi arrivati sull'altura, in rue des Poissonniers, gir la testa in direzione di Parigi: laggi il
maledettissimo lavoro si trovava pur sempre, e un giorno il popolo si sarebbe forse pentito d'aver incrociato le braccia.
Ma Coupeau ridacchiava, gli sembravano cos stupidi gli asini che rischiavano la loro pelle, con il solo risultato di non
far perdere i loro venticinque franchi ai fottuti fannulloni della Camera. La sera, i Coupeau invitarono a cena i Goujet.
Al dessert, Cadet-Cassis e Gueule-d'Or si baciarono l'un l'altro sulle guance, per due volte. Adesso era per la vita e per
la morte.
Per tre anni, l'esistenza delle due famiglie trascorse, da un lato come dall'altro del pianerottolo, senza
particolari avvenimenti. Gervaise era riuscita a tirar su la piccola perdendo tutt'al pi due giorni di lavoro alla settimana.
Si era ormai fatta un'ottima operaia di fino, guadagnava a volte fino a tre franchi. Aveva dunque deciso di far entrare
Etienne, che andava per gli otto anni, in un piccolo pensionato di rue de Chartres, pagando cento soldi. La coppia,
nonostante il peso dei due bambini, metteva fra i venti e i trenta franchi al mese alla Cassa di Risparmio. Quando le loro
economie ammontarono a seicento franchi, la giovane cominci a perdere il sonno, era ossessionata da un sogno
ambizioso: si voleva mettere in proprio, prendere in affitto qualche botteguccia, assumere a sua volta delle operaie.
Aveva calcolato tutto. In capo a vent'anni, se il lavoro procedeva bene, avrebbero potuto avere una rendita, e sarebbero
andati a spendersela da qualche parte, per esempio in campagna. Ma non osava arrischiarsi. Diceva di cercare la bottega
giusta, per darsi il tempo di riflettere. Il denaro non correva alcun pericolo alla Cassa di Risparmio, al contrario:
fruttificava. In tre anni, aveva soddisfatto una sola delle sue voglie: aveva finalmente acquistato una pendola, anche se
la pendola, una pendola di palissandro a colonne ritorte, con un bilanciere di rame dorato, doveva essere pagata in un
anno, con piccole rate di venti soldi ogni luned. Si risentiva se Coupeau diceva che voleva essere lui a ricaricarla: lei
sola poteva sollevare la campana, e spolverare religiosamente le colonne, come se il marmo del cassettone si fosse
tramutato d'incanto in una cappella. Sotto la campana, dietro la pendola, Gervaise nascondeva il libretto della Cassa di
Risparmio. E spesso, cominciando a fantasticare sulla sua bottega, si fissava l, davanti al quadrante, guardando con
occhi sbarrati le lancette che giravano, con l'aria di chi attende lo scoccare d'un certo minuto prima di risolversi a
qualche importante decisione.
I Coupeau uscivano quasi tutte le domeniche con i Goujet. Facevano delle belle passeggiate, una frittura a
Saint-Ouen o un coniglio a Vincennes, mangiati semplicemente sotto il boschetto di qualche trattoria. Gli uomini non
bevevano mai pi del necessario, e tornavano verso casa con l'occhio appena appena un po' appannato, dando il braccio
alle signore. La sera, prima di coricarsi, le due famiglie facevano i conti, dividevano a met tutte le spese, e non
capitava mai che un soldo in pi o in meno facesse nascere una discussione. I Lorilleux erano gelosi dei Goujet. Non
riuscivano a capacitarsi perch mai Cadet-Cassis e la Zoppa stessero tanto appresso a quei due estranei, quando avevano
un'intera famiglia a disposizione. Ah! era dunque quella la verit! che se ne infischiavano in tutto e per tutto della
famiglia! Da quando avevano messo da parte quattro soldi, avevano la pretesa di fare di testa loro. E la signora
Lorilleux, mal sopportando di vedere il fratello sfuggirle di mano, aveva ricominciato a vomitare ingiurie contro
Gervaise. La signora Lerat, al contrario, prendeva le parti della giovane, e la difendeva raccontando avventure
straordinarie, tentativi di seduzione, la sera, sul boulevard, e di come Gervaise se la fosse cavata ogni volta con il piglio
d'una vera eroina drammatica, colpendo con un bel paio di ceffoni i suoi aggressori. Mamma Coupeau, dal canto suo, si
sforzava di mettere tutti d'accordo, di farsi ben accogliere da tutti i figli: la vista non faceva che calarle, aveva soltanto
una famiglia, ed era ben contenta di trovare cento soldi in casa degli uni come in casa degli altri.
Il giorno stesso che Nan compiva tre anni, Coupeau, tornando a casa la sera, trov Gervaise sconvolta. Ma
non voleva parlare, non aveva nulla di nulla, diceva. Ma apparecchiava la tavola tutta al contrario, si fermava con i
piatti in mano come lasciandosi andare a importanti considerazioni; e il marito volle assolutamente sapere.
Ebbene!, fin per confessare, ecco, affittano la bottega del piccolo merciaio di rue de la Goutte-d'Or... Sono
andata a vederla un'ora fa, con il pretesto di comprare del filo... Mi venuto un colpo!.
Era una bottega pulitissima, proprio nel gran caseggiato in cui un tempo avevano sognato di vivere. C'era la
bottega, il retrobottega, e altre due camere, a destra e a sinistra. Insomma, proprio quello che faceva al caso loro. Le

stanze erano forse un po' piccole, ma ben distribuite. Il problema era che le sembrava troppo caro: il proprietario parlava
di cinquecento franchi.
Quindi l'hai visitata e domandato il prezzo?, chiese Coupeau.
Oh! sai, giusto per curiosit!, rispose Gervaise, simulando indifferenza. Si va in giro, si entra ogni volta che
si vede un cartello, ma non ci si impegna a niente... Ma questa troppo cara, decisamente. E poi, forse farei una
sciocchezza a mettermi in proprio.
Tuttavia, subito dopo cena, torn nella bottega del piccolo merciaio. Fece una pianta del luogo sul margine d'un
giornale. E continuava a parlarne, ne misurava ogni angolo, risistemava le stanze, come se fin dall'indomani avesse
dovuto sistemarci i suoi mobili. Coupeau cerc allora di convincerla a prendere in affitto la bottega, se davvero ne
aveva tanta voglia. Del resto, non avrebbe di certo potuto trovare nulla di meglio a meno di cinquecento franchi: ma non
c'era proprio modo d'avere una piccola riduzione? La cosa pi fastidiosa era d'andare ad abitare nella stessa casa dei
Lorilleux, che Gervaise ormai non poteva pi sopportare. Ma la giovane protest: non voleva male a nessuno; e
nell'ardore del suo desiderio, si mise perfino a difendere i Lorilleux, dicendo che in fondo non erano poi cos cattivi,
forse avrebbero potuto andare d'accordo. Si misero a letto. Coupeau stava gi dormendo che Gervaise continuava a far
nella mente tutti i suoi spostamenti, anche se non aveva ancora del tutto deciso di prendere in affitto la bottega.
L'indomani, rimasta sola, non riusc a resistere all'impulso di sollevare la campana della pendola e di guardare
il libretto della Cassa di Risparmio. E pensare che la sua bottega era tutta l dentro, in quei foglietti ricoperti da termini
tanto banali! Prima d'andare al lavoro, pens di chiedere consiglio alla signora Goujet, che approv
incondizionatamente il suo progetto di mettersi in proprio: con un uomo come il suo, un gran bravo ragazzo che beveva
appena appena un goccio ogni tanto, poteva dormire fra due guanciali, avrebbe fatto degli ottimi affari e se la sarebbe
cavata senza che la cosa la stritolasse. All'ora di pranzo sal dai Lorilleux, per avere anche il loro parere. Non voleva
dare l'impressione di fare le cose di nascosto dal resto della famiglia. La signora Lorilleux ne rimase esterrefatta. Come!
la Zoppa avrebbe avuto una bottega tutta sua, e cos presto! E pur con la morte nel cuore, fu costretta a mostrarsi
felicissima: ma s, quella bottega era davvero quello che ci voleva, Gervaise faceva bene a prenderla. Ma subito dopo,
riacquistata la calma, sia lei che il marito cominciarono a parlare dell'umidit del cortile, di quanto fosse triste la luce
nelle stanze del pianterreno. Oh! era davvero il posto giusto per buscarsi i reumatismi! Ma insomma, se Gervaise aveva
ormai deciso di farlo, non sarebbero di certo stati i loro commenti, vero? a farle cambiare idea e a impedirle d'affittare la
bottega. |[continua]|
|[CAPITOLO QUARTO, 2]|
La sera, Gervaise confess sorridendo che ne avrebbe fatto una malattia, se non fosse riuscita ad avere la sua
bottega. Ma prima di dire: deciso!, voleva portare Coupeau a vedere il posto, e se possibile ottenere una pigione pi
bassa.
Andiamoci domani, se ti va bene, disse il marito. Puoi venirmi a prendere verso le sei sul lavoro, in quel
palazzo di rue de la Nation. Tornando verso casa, possiamo fare un salto in rue de la Goutte-d'Or.
Coupeau stava allora finendo il tetto d'un nuovo caseggiato a tre piani. Quel giorno, doveva appunto sistemare
le ultime lamine di zinco. Poich il tetto era quasi completamente piatto, era riuscito a portar su anche il suo banco da
lavoro, una tavola di legno abbastanza larga e che poggiava su due cavalletti. Il bellissimo sole di maggio era ormai al
tramonto, e copriva d'oro i comignoli. E lass, sul tetto, l'operaio tagliava tranquillamente lo zinco con le cesoie, come
un sarto che tagliasse a casa propria un paio di pantaloni. Contro il muro della casa vicina, il suo aiutante, un ragazzino
di diciassette anni, gracile e biondo, alimentava il fuoco del fornello azionando un enorme mantice; e a ogni sbuffo si
sprigionava tutto un crepito di scintille.
Ehi! Zidore, metti i ferri!, grid Coupeau.
L'aiutante immerse i ferri per la saldatura al centro della brace, il cui colore sembrava d'un rosa pallido in
quell'inondazione di luce. E si rimise a far soffiare il mantice. Coupeau aveva in mano l'ultima lamina di zinco. Doveva
sistemarla proprio sul bordo del tetto, dove la pendenza era pi forte e si spalancava l'abisso della strada di sotto. Lo
zincatore, come se fosse a casa propria, avanz strisciando lentamente con i piedi calzati in scarpette di vivagno, e
fischiettando l'aria Oh! i piccoli agnelli. Arrivato all'altezza della voragine, si lasci scivolare, s'appoggi con un
ginocchio contro la muratura d'un comignolo, e s'arrest a met strada fra il tetto e il lastricato. Una gamba pendeva nel
vuoto. Ogni volta che doveva arrovesciarsi per chiamare quella lumaca di Zidore, si rannicchiava contro un angolo della
muratura, ricordandosi che da basso, sotto di lui, c'era il marciapiede.
Maledetta lumaca, vieni!... Deciditi a darmi i ferri! Che fai? guardi per aria, mucchio d'ossa che non sei
altro!... Se speri che le allodole ti cadano gi bell'e arrostite!....
Ma Zidore non sembrava aver fretta. Era affascinato dai tetti vicini, dal gran fumo che saliva dal fondo di
Parigi, verso Grenelle: e se fosse stato un incendio? Ma finalmente si mise a pancia in gi, con la testa al di sopra
dell'abisso, e pass i ferri a Coupeau. Quest'ultimo cominci a saldare la lamina. S'accovacciava, si protendeva,
riuscendo sempre a trovare una posizione d'equilibrio, seduto su una natica, appollaiato sulla punta d'un solo piede,
trattenuto soltanto da un dito. Che bella agilit, che magnifica scioltezza di movimenti! Si sentiva perfettamente a
proprio agio, come chi non si cura del pericolo. A cose del genere aveva ormai fatto il callo! Era piuttosto la strada ad

avere paura di lui. Continuava a stringere fra le labbra la pipa, e di quando in quando si girava per scaracchiare
tranquillamente nella via.
Toh! Signora Boche!, grid all'improvviso. Ehi! Signora Boche!.
Aveva visto la portinaia attraversare la strada. La donna sollev la testa, lo riconobbe a sua volta. Si misero
allora a chiacchierare cos, dal tetto al marciapiede. La signora Boche si nascondeva le mani sotto il grembiale, con il
naso in aria. Coupeau si sporgeva, aggrappandosi con il braccio sinistro alla canna d'un comignolo.
Avete per caso incontrato mia moglie?, chiese.
No, ve l'avrei detto, rispose la portinaia. Perch? doveva passare da queste parti?.
Mi viene a prendere... In casa vostra tutto bene?.
Ma s, grazie! sono io quella che sta peggio, sapete... Vado dalle parti della chausse Clignancourt a comprare
un piccolo cosciotto... Il beccaio accanto al Moulin-Rouge lo vende a soli sedici soldi.
Pass una carrozza, furono costretti ad alzare la voce. Rue de la Nation, larga e in quel momento deserta,
risuonava tutta delle loro parole lanciate nel vuoto; ma solo una vecchiarella s'era affacciata alla finestra e indugiava
adesso cos, poggiata sul gomito, godendo di quell'inaspettata emozione, divertendosi a guardare l'uomo appeso sul tetto
di fronte, quasi sperasse di vederlo cadere da un momento all'altro.
Beh! vi saluto, grid ancora la signora Boche. Non vi voglio disturbare.
Coupeau si volt e prese il ferro che Zidore gli porgeva. La portinaia si stava allontanando quando vide
sull'altro marciapiede Gervaise e Nan, che la giovane donna teneva per mano. Avrebbe voluto avvertire lo zincatore, e
gi accennava a guardare di nuovo verso l'altro, ma Gervaise la invit a tacere con un gesto deciso. E a mezza voce, per
non farsi sentire fin lass, manifest il suo timore: aveva paura che, comparendo all'improvviso, potesse cogliere di
sorpresa il marito e farlo precipitare. In quattro anni soltanto una volta era andata a cercarlo sul lavoro. Quel giorno era
la seconda. Non se la sentiva proprio di stare a guardare, le si rimescolava il sangue nelle vene quando vedeva il suo
uomo sospeso cos, fra il cielo e la terra, tanto in alto che nemmeno i passerotti vi si arrischiavano.
Certo, non deve essere piacevole, mormor la signora Boche. Per fortuna che il mio uomo fa il sarto, non
ho di questi tremori!.
Se sapeste!, continu Gervaise, nei primi tempi, tremavo di paura dalla mattina alla sera. Me l'immaginavo
sempre con la testa rotta, disteso su una barella... Ormai non ci penso quasi pi. Ci si abitua a tutto. Bisogna pure
guadagnarsi il pane... Ma un pane che costa davvero caro, si rischia la pelle pi di quanto sarebbe necessario!.
Smise di parlare e avvolse Nan fra le sue sottane, temendo che alla piccola potesse sfuggire un grido. E suo
malgrado, pallidissima, teneva gli occhi fissi in alto. Coupeau stava adesso saldando il bordo esterno della lamina vicino
alla grondaia, si sporgeva in fuori il pi possibile, non riuscendo a toccarne l'estremit. S'arrischi di pi, muovendosi
lentamente da operaio avvezzo alla cautela e all'agilit. Per un attimo rimase come sospeso del tutto nel vuoto, al di
sopra della strada, non sorreggendosi pi in alcun modo, ma ugualmente tranquillo, tutto preso dal suo lavoro; mentre
dalla via si vedeva crepitare la fiammella bianca della saldatura sotto il ferro che strisciava, mosso da quella mano cos
esperta ed accurata. Gervaise, ammutolita, con la gola serrata dall'angoscia, stringeva i pugni, li levava in alto in un
gesto inconsapevole di supplica. E le usc un sospiro troppo profondo. Coupeau era tornato a scalare il tetto, senza darsi
fretta, concedendosi il tempo di scaracchiare un'ultima volta nella via.
E cos vengo sorvegliato!, grid allegramente nel vederla. Sono sicuro che ha fatto le sue solite storie, vero,
signora Boche?... Non ha voluto chiamarmi... Aspettami, ne ho ancora per dieci minuti!.
Aveva quasi finito, doveva solo sistemare il capitello d'un comignolo, una bazzecola, una cosa proprio da nulla.
La lavandaia e la portinaia rimasero sul marciapiede, facendo pettegolezzi sulla gente del quartiere, tenendo d'occhio
Nan per impedirle d'inzaccherarsi nel rigagnolo, dove la piccola s'ostinava a voler cercare qualche pesciolino. Ma le
due donne tornavano sempre a guardare verso il tetto, sorridendo e scrollando il capo, come per dire che non si
sarebbero spazientite. La vecchia dirimpetto era sempre affacciata alla finestra; osservava, aspettava.
Ma che avr mai da guardare, quella brutta strega!, disse la signora Boche. Che brutto ceffo!.
Dall'alto si sentiva l'energica voce dello zincatore che cantava Ah! come bello coglier la fragola! Era adesso
tutto curvo sul banco da lavoro, e tagliava lo zinco da vero artista. Aveva tracciato una linea servendosi del compasso, e
staccava un ampio ventaglio servendosi d'un paio di cesoie ricurve; poi piegava delicatamente il ventaglio con il
martello, a forma di fungo appuntito. Zidore aveva ricominciato ad alimentare il fuoco del fornello con il mantice. Il
sole stava adesso tramontando alle spalle della casa in un immenso chiarore rosato, che impallidiva lentamente,
volgendo al pi tenue dei lill. E contro il cielo aperto, nell'ora pi raccolta del giorno, le sagome dei due operai
s'ingrandivano a dismisura, si stagliavano sul limpido fondale dell'aria, insieme alla scura tavola del banco da lavoro e
al bizzarro profilo del mantice.
Una volta sistemato il capitello, Coupeau lanci di nuovo il suo richiamo:
Zidore! I ferri!.
Ma Zidore era scomparso. Lo zincatore, bestemmiando, frug in giro con lo sguardo, lo chiam affacciandosi
all'abbaino del solaio rimasto aperto. Lo scopr alla fine sul tetto d'una casa vicina, a due isolati di distanza. Il piccolo
furfante stava passeggiando, esplorava i dintorni, con i sottili capelli biondi che svolazzavano all'aria aperta, e gli occhi
che gli sbattevano di meraviglia dinanzi all'immensit di Parigi.
E allora, perdigiorno! credi forse d'essere in campagna!, grid Coupeau furibondo. Non sei Branger, non
componi dei versi, mi sembra!... Vuoi passarmi o no quei ferri! Ma s' mai vista una cosa del genere! andare a zonzo sui

tetti! Perch non chiami la tua amichetta? potresti sempre cantarle qualche scemenza... Insomma, mi dai o no i ferri,
maledetto salame!.
Dopo aver saldato, strill a Gervaise:
Ecco, ho finito Vengo gi.
La canna di cui doveva sistemare il capitello si trovava proprio al centro del tetto. Gervaise, ormai pi
tranquilla, continuava a sorridere tenendo d'occhio i movimenti del marito. Nan, messa in allegria alla vista del padre,
batteva le manine. S'era messa a sedere sul marciapiede, per guardare meglio verso l'alto.
Pap! pap!, gridava con tutta la sua forza, pap! guarda!.
Lo zincatore si protese verso l'esterno, ma il piede gli scivol. Cominci allora a rotolare irrefrenabilmente,
stupidamente, come un gatto dalle zampe intrappolate, precipitando lungo la lieve pendenza del tetto, senza trovar nulla
a cui potersi aggrappare.
Cristo santo!, disse con voce soffocata.
E cadde. Il suo corpo descrisse una curva ampia e sinuosa, gir per due volte su se stesso, and a schiantarsi in
mezzo alla strada, con lo stesso tonfo sordo d'un mucchio di biancheria lasciato cadere dall'alto.
Gervaise, sbigottita, con la gola lacerata da un urlo di strazio, rimase immobile con le braccia levate. Accorsero
dei passanti, lentamente and formandosi un piccolo assembramento. La signora Boche, ugualmente sconvolta, con le
gambe che le si piegavano, prese Nan fra le braccia per coprirle il volto e impedirle cos di vedere. La vecchiarella
dirimpetto, come finalmente soddisfatta, aveva intanto chiuso tranquillamente la finestra.
Alla fine quattro uomini trasportarono Coupeau fino a una farmacia all'angolo con rue des Poissonnires: vi
rimase per quasi un'ora, al centro della bottega, sdraiato su una coperta, mentre gli altri erano andati a cercare una
barella all'ospedale Lariboisire. Coupeau respirava ancora, ma il farmacista non faceva che scrollare la testa. Gervaise
s'era inginocchiata a terra, singhiozzava di continuo, fradicia delle sue stesse lacrime, accecata, inebetita. Con un gesto
quasi inconsapevole, allungava le mani, palpava il corpo del marito, dolcemente, dolcemente. Poi le ritraeva, guardava
il farmacista che le aveva proibito di toccarlo, ma ricominciava da capo qualche secondo pi tardi, troppo ansiosa
d'assicurarsi se il corpo era ancora caldo, illudendosi di fargli del bene. Arriv finalmente la barella. E quando qualcuno
parl di portare Coupeau all'ospedale, Gervaise si risollev di scatto, dicendo con violenza:
No, no, all'ospedale no!... Portatelo a casa nostra, in rue Neuve-de-la-Goutte-d'Or!.
Cercarono inutilmente di spiegarle che le cure le sarebbero costate ben care, se decideva di tenersi il marito in
casa. Ripeteva testardamente:
In rue Neuve-de-la-Goutte-d'Or... Vi far vedere il portone... Per voi non forse lo stesso? Ho qualche soldo
da parte... mio marito, vero? mio, lo voglio!.
E dovettero alla fine portare Coupeau a casa. Quando la barella si fece largo in mezzo alla folla che si stringeva
davanti alla bottega del farmacista, le donne del quartiere stavano parlando di Gervaise con ammirazione: vero,
zoppicava, quella briccona, ma nondimeno aveva energia da vendere e sicuramente sarebbe riuscita a salvare il marito,
non come in ospedale, dove i medici facevano di tutto per far tirare al pi presto le cuoia agli ammalati troppo gravi,
con l'unico scopo di non perdere il tempo e la testa nell'illusione di guarirli. La signora Boche, dopo aver condotto Nan
a casa sua, era tornata e raccontava l'incidente con mille interminabili particolari, nonostante fosse ancora tutta
scombussolata dall'emozione.
Stavo andando a comprare un cosciotto, ero presente, l'ho visto cadere, ripeteva. stato per la piccola,
voleva guardarla, e patatrac! Ah! Dio benedetto! non avrei certo voglia di vederne cadere un altro... Ma devo proprio
andare a comprare il cosciotto.
Per otto giorni Coupeau se la vide assai brutta. La famiglia, i vicini, tutti, s'aspettavano di vederlo tirare le
cuoia da un momento all'altro. Il medico, un medico carissimo che si faceva pagare cento soldi alla visita, temeva
qualche lesione interna: espressione che gettava tutti nel panico, e nel quartiere si diceva che lo zincatore s'era rotto il
cuore nella caduta. Ma Gervaise, resa livida dalle notti trascorse in bianco, seria, risoluta, si limitava ad alzare le spalle.
Il suo uomo s'era rotto la gamba destra, lo sapevano tutti, gliel'avrebbero rimessa a posto. Ecco tutto. Quanto al resto, al
cuore spaccato, non era nulla. Ci avrebbe pensato lei a riaggiustargli il cuore. Sapeva bene come fare: ci volevano delle
cure, ordine e pulizia, una salda amicizia. E si mostrava orgogliosamente sicura, convinta di guarirlo semplicemente
restandogli accanto, sfiorandolo con le mani nei momenti di febbre. Non ebbe mai un dubbio. Durante l'intera settimana
fu vista sempre in piedi, quasi completamente silenziosa, tutta concentrata nella sua ostinazione, con l'idea fissa di
salvarlo, trascurando i bambini, la strada, la citt intera. Allo scadere del nono giorno, quando finalmente il medico
garant per l'ammalato, si lasci cadere su una sedia, con le gambe molli, la schiena a pezzi, scoppiando a piangere. La
notte acconsent a dormire due ore, la testa poggiata sulla sponda del letto.
L'incidente di Coupeau aveva messo tutta la famiglia sottosopra. Mamma Coupeau passava le notti con
Gervaise, ma alle nove s'addormentava immancabilmente sulla sedia. Ogni sera, al ritorno dal lavoro, la signora Lerat
faceva un lungo giro per venire a chiedere se c'era qualcosa di nuovo. I Lorilleux erano venuti agli inizi anche due o tre
volte al giorno, offrendosi di vegliare, portando perfino una poltrona per Gervaise. Ma ben presto erano sorte delle
discussioni sul modo migliore d'assistere gli ammalati. La signora Lorilleux sosteneva d'aver salvato abbastanza vite, in
passato, per sapere cosa si dovesse fare. Accusava Gervaise di mandarla via, d'allontanarla dal letto del fratello. Ma s,
la Zoppa faceva bene a voler guarire Coupeau, perch, insomma, se non fosse andata a dargli fastidio in rue de la
Nation, di certo il marito non sarebbe caduto. Ma se continuava a stargli attorno cos, c'era da scommettere che l'altro
era bell'e spacciato.

Quando vide Coupeau ormai fuori pericolo, Gervaise smise di fare la guardia al suo letto con tanta scontrosa
gelosia. Nessuno poteva pi ucciderglielo, e lasciava quindi che anche gli altri s'avvicinassero al marito, senza pi
diffidarne. I familiari sciamavano nella camera. La convalescenza sarebbe stata assai lunga, il medico aveva parlato di
quattro mesi. Durante i sonni prolungati dello zincatore, i Lorilleux cominciarono a trattare Gervaise da sciocca. Che
vantaggio aveva a tenersi in casa il marito? All'ospedale si sarebbe ristabilito di certo pi in fretta. Lorilleux diceva che
avrebbe voluto ammalarsi a sua volta, un acciacco qualunque, giusto per dimostrarle che non avrebbe esitato un
secondo a farsi portare al Lariboisire. La signora Lorilleux aveva un'amica che ne era appena uscita: bene! aveva
mangiato pollo dalla mattina alla sera! Ed entrambi, marito e moglie, per la millesima volta facevano il conto di quanto
sarebbe costata alla coppia quella convalescenza di quattro mesi: prima di tutto, le giornate di lavoro perdute; poi il
medico, le medicine, e successivamente del buon vino, della carne al sangue. Se alla fine i Coupeau si fossero ritrovati
soltanto con i loro quattro soldi messi da parte spazzati via, sarebbero gi stati fortunati. Ma avrebbero finito
necessariamente per indebitarsi: poco ma sicuro! Beh! erano fatti loro. Che non s'illudessero comunque di poter contare
sulla famiglia: nessuno di loro era abbastanza ricco da poter mantenere un ammalato a casa propria. Tanto peggio per la
Zoppa, in fin dei conti! Perch non aveva fatto come tutti gli altri, e lasciato che si portasse il suo uomo all'ospedale? Il
quadro era completo. La verit era che si trattava solo d'orgoglio.
Una sera, la signora Lorilleux le chiese malignamente:
E allora! che ne della vostra bottega? quando l'affittate?.
Gi, ghign Lorilleux, il portiere sempre l che vi aspetta.
Gervaise si sent stringere il cuore. Aveva completamente dimenticato la bottega. Ma s'accorgeva benissimo del
piacere maligno di quella gente, all'idea che ormai la sua bottega se n'era andata in fumo. Da quella sera in poi, i due
Lorilleux colsero ogni occasione per sbeffeggiarla ricordandole il suo sogno finito in fondo al mare. Ogni volta che si
parlava di qualche speranza impossibile da realizzare, le facevano balenare d'innanzi il giorno in cui sarebbe finalmente
stata a sua volta padrona, in un bel negozio affacciato sulla via. E alle sue spalle era tutto un gran spettegolare. Gervaise
non voleva pensare al peggio, ma in verit i Lorilleux parevano felicissimi dell'incidente di Coupeau, che le impediva
d'aprire la sua lavanderia in rue de la Goutte-d'Or.
Si sforz allora d'essere la prima a riderne, di far capire a quei due come sacrificasse volentieri quel denaro per
la guarigione del marito. Ogni volta che prendeva in loro presenza il libretto della Cassa di Risparmio da sotto la
campana della pendola, diceva allegramente:
Esco, vado ad affittare la mia bottega!.
Non aveva voluto ritirare i suoi risparmi in una sola volta. Se ne faceva restituire cento franchi di quando in
quando, per non tenere troppi soldi tutti insieme nel cassettone; e continuava poi a sperare vagamente in qualche
miracolo, in un improvviso ristabilimento che consentisse loro di non sperperare l'intera somma. Dopo ogni salto alla
Cassa di Risparmio, tornata a casa, calcolava su un pezzetto di carta quanto denaro restava ancora. Lo faceva solo
perch tutto fosse in perfetto ordine. Il piccolo capitale cominciava ad essere seriamente intaccato, ma non contava,
Gervaise continuava ad avere la sua aria assennata, il suo tranquillo sorriso, e soprattutto a misurare giorno dopo giorno
la trionfale disfatta di tutte le loro economie. Ma non era gi consolante l'idea d'utilizzare cos bene quel denaro,
d'averlo avuto a portata di mano nel momento della disgrazia? E cos, senza un rimpianto, tornava a riporre con gesti
accurati il libretto dietro la pendola, sotto la campana.
I Goujet si dimostrarono generosissimi nei confronti di Gervaise durante tutta la malattia di Coupeau. La
signora Goujet era a sua completa disposizione, non scendeva una sola volta senza domandarle se non avesse per caso
bisogno di zucchero, di sale, e le offriva sempre il brodo migliore, quando la sera faceva il bollito. Se la vedeva troppo
occupata, si prendeva anche cura della cucina, le dava una mano per le stoviglie. Ogni mattina, Goujet prendeva i secchi
della giovane donna, andava a riempirli alla fontana di rue des Poissonniers: era sempre un risparmio di due soldi. Poi,
dopo cena, quando i familiari non invadevano pi con la loro presenza la camera, i Goujet venivano a far compagnia ai
Coupeau. Per due ore, fino alle dieci, il fabbro fumava la pipa, guardava Gervaise che si dava da fare attorno al
capezzale dell'ammalato. Non diceva pi di dieci parole in tutta la serata. Il suo faccione biondo sembrava affondare fra
le spalle da colosso; s'inteneriva nel vederla versare la tisana in una tazza, girare lo zucchero con il cucchiaio senza fare
rumore. Quando poi la vedeva rimboccare il letto e incoraggiare Coupeau con voce dolce, restava tutto commosso. Non
aveva mai incontrato una donna tanto coraggiosa. E anche quel suo zoppicare non le stava poi tanto male, era anzi un
merito in pi, visto il modo in cui sfacchinava tutto il giorno dandosi da fare per il marito. Non c'era che dire, non si
sedeva nemmeno per un quarto d'ora, giusto il tempo di mangiare. Correva di continuo in farmacia, doveva toccare cose
poco pulite, s'affacendava in mille modi per tenere in ordine la camera dove avveniva di tutto; e con ci, mai un
lamento, sempre gentile, anche le sere in cui dormiva in piedi, a occhi aperti, da tanto ch'era stanca. E il fabbro, in quel
clima d'assoluta dedizione, in mezzo agli intrugli dimenticati sui mobili, sentiva nascere in s un profondo affetto per
Gervaise, a forza di vederla amare e curare con tutto il cuore Coupeau.
Beh! vecchio mio! eccoti rimesso a nuovo, disse un giorno al convalescente. Del resto non ero affatto in
pena, tua moglie il buon Dio in persona!.
Quanto a lui, si doveva sposare. O meglio: la madre gli aveva trovato una fanciulla davvero per bene,
merlettaia come lei, e desiderava assolutamente che la sposasse. Per non farle dispiacere, lui diceva di s, e il
matrimonio era addirittura stato fissato per i primi di settembre. Il denaro per metter su famiglia si trovava da molto
tempo alla Cassa di Risparmio. Ma Goujet scuoteva la testa quando Gervaise gli parlava del matrimonio, e mormorava
con la sua voce un po' strascicata:

Non tutte le donne sono come voi, signora Coupeau. Se tutte le donne fossero come voi, uno si sposerebbe
non una ma dieci volte!.
In capo a due mesi Coupeau pot cominciare ad alzarsi dal letto. Non si spingeva mai troppo lontano, ma
passeggiava dal letto alla finestra, sempre sorretto da Gervaise. Arrivato alla finestra, si metteva a sedere nella poltrona
dei Lorilleux, con la gamba destra allungata su uno sgabello. Quel gran burlone, che amava scherzare sulle gambe che
si rompevano nei giorni di gelata, era assai indispettito per il suo incidente. Mancava insomma di filosofia. Aveva
passato quei due mesi a letto a bestemmiare, a mandare al diavolo tutti quanti. Non era certo un gran bel vivere, starsene
sdraiati sulla schiena, con la gamba legata e irrigidita come un salame! Ah! come lo conosceva, ormai, quel soffitto! Per
esempio, c'era una fenditura, nell'angolo dell'alcova, che avrebbe potuto disegnare anche ad occhi chiusi. Una volta
conquistata la poltrona, cominci un'altra storia. Per quanto tempo avrebbe dovuto starsene l, inchiodato come una
mummia? La strada non era nemmeno divertente, non ci passava mai nessuno, puzzava tutto il santo giorno di
candeggina. No, davvero, non voleva invecchiare in quella poltrona, avrebbe ben volentieri dato dieci anni della propria
vita solo per vedere in che stato erano le fortificazioni. E tornava sempre a prendersela veementemente con il destino.
Non era giusto che gli fosse capitato quell'incidente, non doveva succedere proprio a lui: lui che era un buon operaio, un
gran lavoratore, uno che non beveva mai. Fosse capitato a qualcun altro, d'accordo, allora s! l'avrebbe anche potuto
capire.
Pap Coupeau, diceva, s' rotto l'osso del collo un giorno che era cotto dal gran bere. Non voglio dire con
questo che se lo sia meritato, ma insomma la cosa aveva almeno una sua giustificazione... Io invece ero a stomaco
praticamente vuoto, me ne stavo tutto calmo e tranquillo, senza nemmeno una goccia d'alcool in corpo. Ed ecco che
cado gi a capofitto, solo perch ho voluto girarmi per fare un salutino a Nan... Non vi sembra un po' dura da mandar
gi? Ammesso che ci sia il buon Dio, mi pare che abbia un modo ben strano di mettere a posto le cose. Non riuscir mai
a capacitarmi d'una faccenda del genere!.
E anche quando recuper l'uso delle gambe, conserv nei confronti del lavoro un profondo rancore. Che
mestiere disgraziato, quello di passare la giornata come i gatti, lungo le grondaie! I borghesi non sono affatto stupidi!
sono cos codardi che non s'arrischiano nemmeno a salire in cima a una scala, e vi mandano diritti incontro alla morte,
sistemandosi comodamente accanto al loro fuoco e infischiandosene bellamente della povera gente. E si spingeva anche
oltre: sosteneva che ognuno avrebbe dovuto mettersi da solo lo zinco sul tetto di casa propria. Che diamine! a voler
essere giusti, la conclusione era una sola: se non vuoi stare al bagnato, fa' in modo di metterti al coperto! Rimpiangeva
anche di non aver appreso qualche altro mestiere, un mestiere pi bello e meno pericoloso, per esempio quello
d'ebanista. E anche in questo caso, la colpa era tutta di pap Coupeau: i padri avevano sempre quell'assurda fissazione
d'obbligare ad ogni costo i figli ad abbracciare la loro stessa professione.
Nei due mesi che seguirono, Coupeau fu costretto a camminare con l'aiuto delle stampelle. Agli inizi s'era
limitato a scendere nella via e a farsi qualche pipata davanti al portone, poi aveva cominciato a spingersi fino al
boulevard esterno, trascinandosi al sole e rimanendo per ore seduto su una panchina. Gli tornava l'allegria, la sua
diabolica parlantina si faceva ancora pi sciolta e mordace, nutrendosi di quei lunghi ozi. Insieme al piacere di vivere,
andava cos riacquistando tutta la gioia del dolce far niente, e si sentiva le membra tutte abbandonate, i muscoli che gli
scivolavano in una sorta di dolcissimo sonno: era come la trionfale avanzata della pigrizia, che approfittava della sua
convalescenza per entrargli nella pelle e per intorpidirlo, rammollirlo. Ricominciava a star bene, ad essere beffardo, a
trovare bella la vita, e non capiva perch mai un simile stato di cose non avrebbe potuto continuare all'infinito. Quando
pot fare a meno delle stampelle, spinse le sue passeggiate pi lontano, gironzol per i cantieri andando a salutare i
compagni. Rimaneva a braccia incrociate davanti alle case in costruzione, sogghignando fra s e s, scrollando la testa,
e si faceva gioco degli operai che sgobbavano, allungava la gamba come a mostrar loro il sicuro risultato di tanto
sfacchinare. Quest'indulgere allo scherno, queste pause in cui non faceva che sbeffeggiare la fatica degli altri,
accontentavano in qualche modo il suo sordo rancore nei confronti del lavoro. Ma s, prima o poi avrebbe ricominciato
anche lui, non poteva farne a meno, ma l'avrebbe di certo fatto il pi tardi possibile! Oh! ne aveva di buone ragioni, per
mancare a tal punto d'entusiasmo! E soprattutto, gli sembrava cos piacevole battere un po' la fiacca!
Nei pomeriggi di noia, Coupeau saliva dai Lorilleux, dove si faceva compiangere e conquistare con ogni sorta
d'amabile premura. Nei primi anni del loro matrimonio, grazie all'influenza di Gervaise, era riuscito a sfuggire alla loro
tutela. Ma adesso i due lo stavano di nuovo riacciuffando, prendendolo in giro per la paura che gli incuteva la moglie.
Ma insomma! era o non era un uomo? I Lorilleux davano comunque prova di grande discrezione, e non facevano che
elogiare in modo smaccato i meriti della lavandaia. Coupeau, pur evitando ancora di farne un'occasione di litigio,
giurava a Gervaise che la sorella l'adorava, e la pregava di mostrarsi a sua volta un po' meno malevola nei suoi
confronti. La coppia aveva bisticciato per la prima volta una sera, a proposito di Etienne. Lo zincatore aveva trascorso il
pomeriggio dai Lorilleux. Tornato a casa, poich la cena si faceva aspettare e i bambini strillavano reclamando il loro
piatto di minestra, se l'era presa all'improvviso con Etienne, mollandogli un paio di ceffoni. E aveva continuato a
mugugnare almeno per un'ora: quel marmocchio non era suo, non sapeva nemmeno perch se lo teneva in casa, avrebbe
finito per metterlo alla porta. Fino a quel momento aveva accettato la presenza del monello senza fare tante storie.
L'indomani aveva tirato in ballo la sua dignit. Tre giorni dopo aveva preso l'abitudine di prendere a calci nel sedere il
piccolo, dalla mattina alla sera, tanto che il bambino, appena lo sentiva salire le scale, correva a mettersi in salvo dai
Goujet, dove la vecchia merlettaia gli teneva libero un angolo della tavola, perch vi potesse fare i compiti.
Gervaise aveva ricominciato a lavorare da molto tempo. Non doveva pi preoccuparsi di togliere e rimettere la
campana della pendola: tutte le loro economie erano ormai andate in fumo, e si trattava adesso di sfacchinare sul serio, e

sfacchinare per quattro, perch erano quattro le bocche da sfamare. Soltanto lei poteva dar da mangiare a quel suo
piccolo mondo. Se sentiva che qualcuno la compiangeva, si premurava di giustificare Coupeau. Ma mettetevi un po' nei
suoi panni! aveva cos sofferto, che non c'era adesso da meravigliarsi se il suo carattere ne risentiva e si faceva pi
aspro! Ma tutto sarebbe cambiato appena avesse recuperato le forze. E se le suggerivano che Coupeau, stando alle
apparenze, era ormai perfettamente ristabilito e che poteva quindi tornare al cantiere, eccola ancora a protestare: no, no,
era troppo presto! non voleva di certo vederlo un'altra volta costretto a letto! Ricordava benissimo cosa diceva il
medico. Era lei che gli impediva di lavorare, e gli ripeteva ogni mattina di prendersela con calma, di non fare sforzi. Era
ancora lei a ficcargli di nascosto delle monete da venti soldi nel taschino del panciotto. Coupeau accettava la situazione
come se fosse la cosa pi naturale di questo mondo, si lamentava d'ogni sorta di dolore soltanto per farsi coccolare. I sei
mesi erano ormai trascorsi, ma la sua convalescenza continuava ancora. Adesso, nei giorni in cui andava a guardare i
compagni sul lavoro, entrava volentieri a bere un bicchiere di vino con loro. A dire la verit, non si stava affatto male
dai vinaioli, si scherzava, ci si tratteneva giusto per cinque minuti. Non era un disonore per nessuno. Solo i pedanti
amavano far la parte di chi muore di sete sulla porta. Facevano proprio bene un tempo a prenderlo in giro, un bicchiere
di vino non ha mai ucciso nessuno. Ma si batteva il petto affermando ch'era un suo punto d'onoro bere soltanto del vino,
sempre ed esclusivamente del vino, mai e poi mai dell'acquavite: il vino faceva vivere pi a lungo, non faceva star male,
non ubriacava nemmeno. Ma in diverse occasioni, dopo giornate d'ozio trascorse passando di cantiere in cantiere, di
bettola in bettola, era tornato a casa un po' alticcio. Gervaise aveva allora chiuso la porta di casa, adducendo a sua volta
a pretesto un terribile mal di capo, non volendo che i Goujet ascoltassero tutte le scempiaggini di Coupeau.
Ma a lungo andare la giovane fin per cadere in preda alla malinconia. Non faceva che passare per rue de la
Goutte d'Or, e guardava di nascosto la bottega, che aspettava sempre d'essere affittata, come se si rendesse conto di
comportarsi in un modo infantile e indegno d'una persona adulta. La bottega ricominciava a farle girare la testa: la notte,
a luci spente, con gli occhi spalancati, le bastava pensarci per sentire tutto l'incanto d'un piacere proibito. E tornava a
fare i conti: duecentocinquanta franchi per l'affitto, altri centocinquanta franchi per gli utensili e i macchinari, cento
franchi di riserva per avere di che vivere per almeno quindici giorni, in tutto cinquecento franchi, a voler essere stretti.
Se evitava di parlarne esplicitamente e troppo spesso, era solo perch temeva di poter dare l'impressione di rimpiangere
i risparmi spazzati via dalla malattia di Coupeau. Ma le capitava a volte di lasciar trasparire il suo desiderio; allora
impallidiva tutta e cercava di mascherare il senso delle sue parole dicendosi distratta da qualche brutto pensiero. Ci
volevano a quel punto quattro o cinque anni di lavoro, prima d'aver messo da parte una somma tanto consistente. Era
soprattutto quest'idea a gettarla nello sconforto. Avrebbe voluto metter su bottega al pi presto, provvedere con le sue
sole forze ai bisogni della famiglia, senza fare affidamento su Coupeau e lasciandogli anzi qualche altro mese di riposo,
perch potesse alla fine ritrovare la voglia di lavorare. Allora s che si sarebbe sentita pi tranquilla, avrebbe avuto di
nuovo fiducia nell'avvenire, finalmente libera da quelle inconfessabili paure che l'afferravano di quando in quando,
vedendo tornare a casa il marito tutto felice e contento, canticchiando e raccontando di qualche buona battuta detta da
quel gran bestione di Mes-Bottes, al quale aveva offerto un litro di vino.
Una sera che Gervaise si trovava da sola in casa, entr Goujet, che non scapp via quasi subito come faceva
d'abitudine. S'era messo a sedere e la fissava fumando. Doveva frullargli nel cervello chiss quale serio discorso: lo
rigirava dentro di s, lo perfezionava, ma non riusciva ancora a dargli un'espressione adeguata. Finalmente, dopo un
lungo silenzio, sembr decidersi, si tolse la pipa di bocca e recit infatti tutto d'un fiato:
Signora Gervaise, vorrei che mi permetteste di farvi un piccolo prestito!.
La giovane era curva sul cassettone aperto, cercando degli strofinacci. Si risollev di scatto rossa in viso.
Possibile che Goujet l'avesse vista, quella mattina, immobile con aria estatica davanti alla bottega, per almeno dieci
minuti? L'altro sorrideva imbarazzato, come se le avesse fatto una profferta offensiva. Gervaise rifiut decisamente: non
avrebbe mai potuto accettare del denaro, senza sapere quando sarebbe stata in grado di restituirlo. Tanto pi che si
trattava d'una somma davvero troppo alta. E poich Goujet insisteva, fin per esclamare:
Ma il vostro matrimonio? Non posso certo prendere il denaro del vostro matrimonio!.
Oh! non preoccupatevene, rispose Goujet arrossendo a sua volta. Non mi sposo pi. Sapete, era solo
un'idea... Davvero, preferisco prestarli a voi, quei soldi.
Abbassarono entrambi gli occhi. C'era fra loro qualcosa di dolcissimo che non osavano dirsi. E Gervaise
accett. Goujet aveva gi avvertito la madre. Attraversarono il pianerottolo e andarono a parlarle all'istante. La
merlettaia era seria in volto, come un po' rattristata, tranquillamente ricurva sul telaio. Non voleva contrastare il
desiderio del figlio, ma non approvava il progetto di Gervaise, e non manc di dirne chiaro e tondo le ragioni: Coupeau
stava prendendo una cattiva strada, Coupeau avrebbe finito per farle fuori la bottega. La vecchia non perdonava allo
zincatore di non aver voluto imparare a leggere, durante la convalescenza; il fabbro s'era offerto d'aiutarlo, ma l'altro
l'aveva mandato a quel paese e se l'era presa con la scienza, che accusava d'affamare la povera gente. La cosa aveva
quasi fatto litigare i due operai, e adesso ognuno andava per la sua strada. Vedendo gli sguardi di supplica del suo
fanciullone, la signora Goujet si mostr tuttavia gentilissima nei confronti di Gervaise. Venne deciso alla fine che i
Goujet avrebbero prestato i cinquecento franchi ai vicini, che li avrebbero restituiti in ragione di venti franchi al mese:
prima o poi, la faccenda sarebbe pur finita.
Ma dimmi un po'! non che il fabbro ti fa gli occhi dolci, per caso?, disse Coupeau ridendo, quando
Gervaise lo mise al corrente di tutta la vicenda. Oh! posso stare tranquillo, uno che proprio non ci sa fare... Li avr
indietro, i suoi soldi. Ma davvero, se avesse a che fare con qualche canaglia, sarebbe cos facile metterlo nel sacco!.

Fin dall'indomani i Coupeau presero in affitto la bottega. Gervaise pass l'intera giornata a correre da rue
Neuve a rue de la Goutte-d'Or. La gente del quartiere, al vederla passare cos leggera e felice, a tal punto che nemmeno
pi zoppicava, raccontava che avevano dovuto farle chiss quale operazione.
CAPITOLO QUINTO

I Boche avevano lasciato rue des Poissonniers subito dopo la scadenza di aprile, ed erano andati ad occupare la
portineria proprio del gran caseggiato di rue de la Goutte-d'Or. Tutto s'accomodava quindi alla perfezione! Gervaise, che
aveva vissuto fino ad allora in santa pace, nel suo buco di rue Neuve, senza l'incubo d'una portinaia, aveva dapprima
temuto di poter capitare sotto il severo controllo di qualche bestiaccia cattiva, una di quelle con cui ci si trova prima o
poi a litigare per un po' d'acqua fatta cadere a terra o per una porta sbattuta troppo rumorosamente, la sera. Che sudicia
razza, infatti, quella dei portinai! Ma con i Boche sarebbe stato pi che altro un piacere. Si conoscevano, sarebbero
andati sicuramente d'accordo. Insomma, era un po' come entrare in una grande famiglia.
Il giorno della locazione, quando i Coupeau si presentarono per la firma del contratto, Gervaise si sentiva il
cuore gonfio d'emozione nel passare sotto l'alta porta. Era dunque vero che stava andando ad abitare in quella casa che
sembrava estendersi come una piccola citt, e dove i lunghi percorsi delle scale e dei corridoi s'allungavano e
s'incrociavano all'infinito! E le grigie facciate, gli stracci che pendevano dalle finestre ad asciugare al sole, il livido
cortile dal lastricato qua e l sfondato come quello d'una piazza, il rumorio dei lavori che attraversava lo spessore dei
muri, la turbavano enormemente, le facevano sentire tutta la gioia d'essere finalmente vicina a soddisfare la sua
ambizione, ma insieme la paura di non farcela e di trovarsi alla fine annientata in quell'immane lotta contro la fame, di
cui avvertiva gi l'alito. Le pareva di gettarsi in un'avventura fin troppo ardita, come fra le fauci d'un ingranaggio che si
muovesse a sua insaputa. E intanto, i martelli del magnano e le pialle dell'ebanista continuavano a battere e a sibilare, in
fondo alle botteghe del pianterreno. Le acque della tintoria che scorrevano sotto l'androne erano quel giorno d'un verde
mela delicatissimo. Gervaise le scavalc sorridendo: vedeva in quel colore una sorta di felice presagio.
L'incontro con il proprietario era stato fissato nella portineria dei Boche. Il signor Marescot, illustre coltellinaio
di rue de la Paix, aveva un tempo fatto girare la mola sui marciapiedi. La sua ricchezza veniva adesso valutata
sull'ordine di svariati milioni. Era un uomo di cinquantacinque anni, forte ma ossuto, decorato, e faceva sfoggio con
orgoglio delle sue enormi mani da antico operaio. Una delle sue pi grandi soddisfazioni era quella d'affilare
personalmente, per semplice diletto, i coltelli e le forbici dei suoi inquilini. Lo dicevano tutt'altro che superbo, e si
tratteneva infatti per ore in compagnia dei suoi portinai, acquattato nell'ombra della guardiola, a rivedere i conti. L
trattava tutti i suoi affari. I Coupeau lo trovarono seduto davanti alla sudicia tavola della signora Boche, tutto preso a
farsi raccontare in che modo la sarta del secondo piano, nella scala A, si fosse rifiutata di pagare l'affitto con una
parolaccia. Una volta firmato il contratto, diede una stretta di mano allo zincatore. Gli piacevano, gli operai. Un tempo,
aveva avuto anche lui il suo gran da fare. Ma il lavoro aggiustava tutto. E dopo aver contato i duecentocinquanta
franchi, che fece scomparire nel fondo della tasca, si mise a parlare della sua vita, mostr le decorazioni.
Gervaise si sentiva alquanto a disagio di fronte allo strano atteggiamento dei Boche. Fingevano quasi di non
conoscerla. Si mostravano invece pieni di premure nei confronti del proprietario, umili, pendevano dalle sue labbra,
sempre pronti ad approvare con piccoli cenni del capo. La signora Boche usc in fretta e furia per cacciar via una banda
di ragazzini che sguazzavano attorno alla fontana, il cui rubinetto, lasciato completamente aperto, rischiava d'allagare il
lastricato. E quando ritorn, tutta severa e impettita dentro le sue sottane, attraversando il cortile con lunghe occhiate da
una finestra all'altra, come per assicurarsi del buon funzionamento della casa, si limit a stringere appena appena le
labbra, a voler significare di quanta autorit fosse ormai investita, adesso che aveva sotto di s trecento inquilini. Boche
aveva ricominciato a parlare della sarta del secondo piano: era dell'avviso di cacciarla, e calcolava l'ammontare degli
affitti arretrati assumendo l'aria d'importanza d'un amministratore la cui gestione potesse essere minacciata. Il signor
Marescot approv l'idea dello sfratto, preferiva tuttavia aspettare un altro mezzo trimestre. Era brutto gettare la gente in
mezzo alla strada, tanto pi che la cosa non faceva entrare nemmeno una lira in pi nelle tasche del padrone di casa.
Gervaise, non senza un piccolo brivido di paura, si domandava se avrebbero gettato anche lei in mezzo alla strada, il
giorno in cui qualche sventura le avesse impedito di pagare. Fumosa, zeppa di mobili anneriti, la portineria era umida e
livida come una cantina. Davanti alla finestra, la luce cadeva soltanto sul tavolo da lavoro del sarto, dove una vecchia
redingote da rivoltare giaceva come abbandonata. Pauline, la figlia dei Boche, una bambina di quattro anni e dai capelli
rossi, seduta per terra, controllava con espressione compunta la cottura d'un pezzo di vitello, lasciandosi avvolgere
felicissima dal forte odore di cucina che veniva su dalla padella.
Il signor Marescot tese di nuovo la mano allo zincatore, ma Coupeau pens bene d'accennare alle riparazioni, e
gli ricord il suo impegno verbale di discuterne al momento opportuno. Il proprietario s'innervos: non s'era impegnato
proprio a un bel nulla, e del resto quando mai s'era visto far delle riparazioni a una bottega! Acconsent tuttavia a
visitare i locali, accompagnato dai Coupeau e da Boche. Andandosene, il piccolo merciaio s'era portato via l'intero
arredo di scaffali e di assi; la bottega, completamente spoglia, mostrava cos a nudo il soffitto annerito e le pareti
screpolate, da cui pendevano ancora dei brandelli di vecchia carta ingiallita. E in quelle stanze, in quel vuoto
riecheggiante, s'avvi una furiosa discussione. Il signor Marescot sosteneva indignato che spettava ai negozianti mettere
a nuovo i loro locali: perch, insomma! un negoziante poteva anche voler rivestire tutto d'oro, mentre lui, come

proprietario, l'oro proprio non ce lo voleva! Raccont poi di come si fosse sistemato in rue de la Paix, spendendovi pi
di ventimila franchi. Gervaise, con un'ostinazione tutta femminile, continuava a insistere su un ragionamento che le
sembrava inconfutabile: se si fosse trattato d'una abitazione, il signor Marescot avrebbe o no fatto mettere della carta
alle pareti? E allora! perch non considerare la bottega come un'abitazione? Non gli chiedeva altro, solo d'imbiancare il
soffitto e far rimettere la carta alle pareti.
Boche continuava a mostrarsi impenetrabile e dignitoso. Girava, si guardava attorno, senza esprimere il suo
parere. Inutilmente Coupeau gli ammiccava, l'altro dava ad intendere di non voler abusare del suo grande potere sul
padrone di casa. Ma fin tuttavia per lasciarsi sfuggire una piccola smorfia, un sorrisetto quasi impercettibile e
accompagnato da un breve scrollare di capo. Appunto allora il signor Marescot, esasperato, con l'aria infelice,
allargando le dita come in un crampo d'avaro che si vede strappare di mano il suo oro, stava cedendo alle insistenze di
Gervaise, e le prometteva sia il soffitto che la carta, ma a condizione che almeno la carta venisse pagata a met. E
scapp via in fretta, rifiutandosi a qualunque altro discorso.
Una volta rimasto solo con i Coupeau, Boche si mostr tutto espansivo, si mise a dar loro delle gran pacche
sulla schiena. Bene! ce l'avevano fatta! Ma se non era per lui, non avrebbero mai ottenuto n la carta n il soffitto. Non
s'erano forse accorti di come il proprietario l'avesse consultato guardandolo con la coda dell'occhio, per poi decidersi
tutto all'improvviso solo perch l'aveva visto sorridere? Quindi, in via del tutto confidenziale, confess d'essere lui il
vero padrone di casa: era lui a decidere degli sfratti, lui ad affittare soltanto alle persone che gli andavano a genio,
ancora e sempre lui a riscuotere le pigioni e a tenerle poi da parte anche per quindici giorni nel suo cassettone. La sera,
volendo ringraziare i Boche, i Coupeau ritennero doveroso portar loro due litri di vino. Una faccenda del genere
meritava un regalo.
Fin dal luned successivo, gli operai cominciarono a lavorare nella bottega. La scelta della carta da acquistare si
rivel un vero problema. La lavandaia voleva una carta grigia a fiori azzurri, per illuminare e rallegrare le pareti. Boche
si offr d'accompagnarla, lasciando comunque a lei la decisione. Ma aveva avuto delle indicazioni precise da parte del
padrone di casa: non dovevano spendere pi di quindici soldi a rotolo. Si trattennero per pi di un'ora nel negozio.
Gervaise, disperata, trovando orribili tutte le altre carte, insisteva a voler comprare una perse delicatissima da diciotto
soldi. Alla fine il portinaio fu costretto a cedere: in qualche modo avrebbe sistemato lui la cosa, poteva sempre mettere
in conto un rotolo in pi, se occorreva. Tornando verso casa, Gervaise prese dei dolci per Pauline. Non le piaceva
mostrarsi da meno, c'era sempre da guadagnarci qualcosa ad essere compiacenti con lei.
La bottega doveva essere pronta in quattro giorni. I lavori si protrassero invece per tre settimane. In un primo
momento, s'era parlato di lisciviare soltanto gli stucchi. Ma questi stucchi, un tempo color rosso vino, erano ormai cos
sudici e tristi che Gervaise si lasci convincere a ridipingere tutta la vetrina in un bell'azzurro chiaro con righe gialle. A
quel punto, i lavori di restauro rischiarono di non aver pi fine. Coupeau, che non aveva ancora ripreso a lavorare, si
presentava in bottega fin dal primo mattino, per controllare come procedeva la faccenda. Lo stesso Boche, trascurando
la redingote o i pantaloni di cui doveva rifare le asole, veniva a sua volta a sorvegliare i suoi uomini. E sia l'uno che
l'altro, ritti in piedi davanti agli operai, con le mani dietro la schiena, fumando, scaracchiando, passavano l'intera
giornata a dar giudizi su ogni colpo di pennello. Ad ogni chiodo da cavare, si perdevano allora in considerazioni
interminabili, in profonde fantasticherie. I pittori, due gran bravi ragazzi, scendevano a ogni istante dalle loro scale, si
piantavano a loro volta al centro della bottega, e si univano alla discussione, scrollando il capo per ore e guardando con
occhi sognanti il lavoro appena incominciato. Il soffitto venne intonacato abbastanza rapidamente. Ma con gli stucchi si
corse il rischio di non venirne mai a capo. Non si volevano proprio asciugare. I pittori si presentavano verso le nove con
i loro barattoli di colori, li poggiavano a terra da qualche parte, gettavano un'occhiata e scomparivano, non si facevano
pi vedere. Andavano a mangiare, o a portare a termine qualche lavoretto, a due passi da l, in rue Myrrha. A volte era
Coupeau stesso a portare tutta la combriccola a bere un bicchierino: non solo Boche e i pittori, ma anche i compagni che
si trovavano a passare da quelle parti. Era un altro pomeriggio perduto. Gervaise si sentiva rimescolare il sangue. Poi, di
colpo, in due giorni fu tutto finito, gli stucchi stuccati, la carta incollata, i rifiuti gettati nel cassonetto. Gli operai
avevano portato a termine il loro lavoro come per gioco, fischiettando in cima alle scale, cantando a squarciagola da
assordare l'intero quartiere.
Anche l'arredo venne sistemato in pochissimo tempo. Nei primi giorni, ogni volta che attraversava la strada al
ritorno da qualche commissione, Gervaise sentiva in s una felicit quasi infantile. Rallentava il passo sorridendo: ecco
la sua nuova dimora! Da lontano, in mezzo alla fila nera delle altre vetrine, la sua bottega le appariva come illuminata
da una nuova allegria, con l'insegna azzurro chiaro in cui le parole: Lavandaia di fino, erano dipinte in grandi lettere
gialle. Nella vetrina, chiusa sul fondo da tendine di mussola e tapezzata di carta azzurra, per far meglio risaltare il
candore della biancheria, restavano sempre in mostra alcune camicie da uomo, mentre delle cuffie da signora pendevano
con i lacci annodati ai fili d'ottone. Come le sembrava bella, la sua bottega, con quell'azzurro simile a quello del cielo!
Anche all'interno ci si trovava immersi nell'azzurro. La carta, che imitava una perse rococ, raffigurava un pergolato
attorno a cui s'avvolgevano dei convenevoli; il banco da lavoro, un'immensa tavola che occupava quasi i tre terzi della
stanza, era rivestito da una spessa coperta che finiva in basso in frange di cretonne con grandi fogliami azzurri, in modo
da nascondere i cavalletti. Gervaise si metteva a sedere su uno sgabello, respirava a fondo dalla gioia, si beava alla vista
di quell'ambiente cos ordinato, covava con gli occhi le nuove attrezzature. Il suo primo sguardo era sempre per la
macchina, una caldaia di ghisa su cui si potevano mettere ad arroventare dieci ferri contemporaneamente, in fila attorno
al fuoco, su piastre oblique. Si inginocchiava, controllava, sempre con la paura che quella bestia della sua apprendista
potesse far scoppiare la ghisa, a forza di riempire la caldaia di coke.

Sul retro della bottega, l'abitazione era pi che decorosa. I Coupeau dormivano nella prima camera, che serviva
anche da cucina e da sala da pranzo; in fondo, una porta si apriva sul cortile della casa. Il letto di Nan era sistemato
nella camera di destra, uno stanzino abbastanza grande e illuminato da un lucernario rotondo che si apriva quasi
all'altezza del soffitto. Quanto ad Etienne, occupava la camera di sinistra, che divideva con la biancheria sporca, sempre
ammassata in enormi mucchi sull'impiantito. Non mancavano tuttavia gli inconvenienti: dapprima i Coupeau non
vollero ammetterlo, ma le pareti trasudavano umidit, e gi alle tre del pomeriggio non c'era pi luce.
La nuova bottega produsse in tutto il quartiere la pi profonda emozione. Qualcuno non manc di rimproverare
ai Coupeau di correre un po' troppo in fretta, con il rischio d'andarsi a cacciare in qualche brutto pasticcio. La coppia
aveva infatti speso tutti i cinquecento franchi dei Goujet per sistemare la bottega e l'alloggio, e non avevano tenuto da
parte nemmeno di che vivere per quindici giorni, come s'erano invece ripromessi. La mattina in cui Gervaise tolse per la
prima volta le imposte della sua bottega, non aveva nel borsellino che sei franchi. Ma non era affatto preoccupata, i
primi clienti sarebbero ben presto arrivati, gli affari promettevano bene. Otto giorni dopo, un sabato, prima di mettersi a
dormire, pass due ore a far conti su un pezzetto di carta; quindi svegli Coupeau, con il volto raggiante, per dirgli che
potevano guadagnare tutti i soldi che volevano, si trattava solo d'usare un po' di giudizio.
Ma bene! ma benissimo!, andava strillando la signora Lorilleux per tutta rue de la Goutte-d'Or,
quell'imbecille di mio fratello ne dovr vedere di tutti i colori!... Ci mancava solo che la Zoppa si mettesse a fare la
bella vita!, Cos impara! dico bene?.
I Lorilleux ce l'avevano a morte con Gervaise. Agli inizi, durante il restauro della bottega, s'erano sentiti
schiattare dalla rabbia: se appena vedevano i pittori da lontano, passavano sull'altro marciapiede, tornavano a casa
stringendo i denti. Una bottega tutta azzurra a quella mezza calzetta! non c'era forse di che far cascare le braccia alle
persone per bene? E cos, fin dal secondo giorno, con il pretesto che l'apprendista aveva rovesciato in mezzo alla strada
una tazza piena d'amido, proprio nel momento in cui lei usciva di casa, la signora Lorilleux aveva messo in sobbuglio
tutta la via, accusando la cognata di farla insultare dalle sue operaie. Ogni rapporto era stato dunque interrotto: ogni
volta che s'incontravano, era gi tanto se si scambiavano qualche occhiataccia feroce.
S, s, la bella vita!, insisteva la signora Lorilleux. Lo sanno tutti dove andata a trovare i soldi per la sua
baracca! Se li guadagnati con il fabbro... E anche quelli, proprio della gente come si deve! Il padre non s' del resto
tagliata la gola con un coltello, per evitare la ghigliottina? Insomma, una qualche storiaccia del genere!.
Accusava apertamente Gervaise d'andare a letto con Goujet. Mentendo, andava raccontando in giro d'averli
sorpresi un giorno su una panchina del boulevard esterno. L'idea d'una relazione del genere e dei piaceri che vi doveva
cogliere la cognata, bastava ad esasperarla, nella sua onest di donna brutta. Ogni giorno le saliva alle labbra un grido
dal cuore:
Ma che avr mai, quella minorata, per riuscire a farsi amare? E a me perch nessuno mi ama?.
Era poi un interminabile spettegolare con le vicine. Raccontava loro tutta la storia. Per esempio, il giorno del
matrimonio, aveva pur cercato di far intendere le sue ragioni! Oh! aveva il naso fino, aveva gi capito come sarebbe
andata a finire. Ma poi, mio Dio! la Zoppa s'era mostrata cos gentile, o piuttosto cos ipocrita, che lei e il marito, per
riguardo a Coupeau, avevano accettato di fare da padrino e madrina a Nan, anche se veniva a costare molto un
battesimo come quello. Ma adesso come adesso, veramente! anche se la Zoppa si fosse trovata in punto di morte e
avesse avuto bisogno d'un bicchier d'acqua, non sarebbe di sicuro stata lei a portarglielo! Non le piacevano le insolenti,
le poco di buono, le svergognate. Quanto a Nan, era sempre la benvenuta, quando faceva un salto a salutare il padrino
e la madrina. La piccola, vero? non era certo colpevole dei misfatti della madre. Coupeau non aveva bisogno di
consigli: qualunque altro uomo, al posto suo, avrebbe messo a mollo in un secchio d'acqua il sedere della moglie, e le
avrebbe dato per di pi un bel paio di ceffoni! Insomma, erano fatti suoi, gli si domandava soltanto d'esigere un minimo
di rispetto per la famiglia. Fulmini di Dio! se Lorilleux l'avesse colta in flagrante, lei, la signora Lorilleux, la cosa non
sarebbe finita tanto tranquillamente, le avrebbe ficcato le forbici nel ventre!
I Boche, arbitri severi in tutte le dispute del caseggiato, davano torto ai Lorilleux. Certo, i Lorilleux erano
persone a modo, tranquille, che lavoravano tutto il santo giorno, che pagavano sempre puntualmente l'affitto. Ma in
questo caso, onestamente, l'invidia doveva averli accecati. Senza dire ch'era gente capace di cavar sangue da una rapa!
Dei tirchi, ecco che cos'erano! delle persone che nascondevano il loro litro di vino, quando qualcuno saliva da loro, per
non doverne offrire nemmeno un bicchierino. Insomma, della gentaglia! Un giorno Gervaise aveva offerto ai Boche del
cassis allungato con acqua di Seltz, e lo stavano appunto sorseggiando nella guardiola quando era passata la signora
Lorilleux, tutta rigida e impettita, facendo il gesto di sputare sulla porta della signora Boche. Da quella volta, ogni
sabato, quando scopava le scale e i corridoi, la portinaia lasciava sempre le immondizie davanti alla porta dei Lorilleux.
Perbacco!, gridava la signora Lorilleux, la Zoppa deve proprio rimpinzarli per bene, quegli ingordi! Si sa,
quando si fatti della stessa pasta! Ma meglio che non mi facciano troppo arrabbiare! Potrei anche andare a protestare
dal padrone di casa... Giusto ieri ho visto quel viscido di Boche che si strusciava contro le sottane della signora
Gaudron. Uno che corre dietro a una donna di quell'et, e che ha per di pi una caterva di figli, dico bene? deve essere
per forza un gran porco!... Se solo mi fanno un'altra delle loro schifezze, vado subito a raccontare ogni cosa a mamma
Boche, che rifili almeno una bella scarica di botte al suo uomo... Diamine! ci sarebbe proprio da divertirci!.
Mamma Coupeau continuava a frequentare entrambe le famiglie. Adeguandosi di volta in volta a quello che
dicevano gli altri, riusciva perfino a farsi invitare a cena pi spesso d'un tempo, ascoltando allora con la stessa
compiacenza sia la figlia che la nuora, a turno. La signora Lerat aveva smesso, almeno per il momento, d'andare dai
Coupeau. Aveva infatti litigato con la Zoppa a proposito d'un certo zuavo che aveva di recente tagliato il naso alla sua

amante con un colpo di rasoio: la signora Lerat aveva preso le difese dello zuavo, quel colpo di rasoio le sembrava un
gran segno d'amore, ma non voleva spiegarne le ragioni. Cos, non aveva nemmeno evitato d'esasperare ulteriormente il
rancore della signora Lorilleux, riferendole che la Zoppa, chiacchierando in presenza di altre quindici o venti persone,
l'aveva chiamata con il soprannome di Rossa, senza il minimo scrupolo. Mio Dio! s, di certo era cos, a quel punto sia i
Boche che i vicini dovevano chiamarla in quel modo!
In mezzo a tutti questi pettegolezzi, Gervaise continuava a mostrarsi pacata e sorridente, e a salutare con un
piccolo cenno del capo, dalla soglia della sua bottega, gli amici che passavano. Le piaceva fermarsi l per qualche
minuto, fra un colpo e l'altro di ferro, a sorridere a tutta la via, con il cuore gonfio di quell'orgoglio che sente il bottegaio
all'idea d'avere tutto per s un pezzo di marciapiede. Rue de la Goutte-d'Or le apparteneva, e lo stesso le strade vicine, il
quartiere intero. Ogni volta che s'affacciava sulla soglia della sua bottega, in camiciola bianca e a braccia nude, con i
biondi capelli ancora scomposti dall'affanno del lavoro, gettava un'occhiata a sinistra, un'occhiata a destra, da un capo
all'altro della via, per afferrare in un unico sguardo i passanti, le case, il lastricato e il cielo. A sinistra, rue de la Goutted'Or, pacifica e deserta, andava a perdersi in un angolo da paese di provincia, con le donne che parlavano a bassa voce
sulla porta; a destra, a pochi passi di distanza, rue des Poissonniers faceva arrivare fino a lei il frastuono delle carrozze e
il continuo scalpitio della folla, che scendeva e risaliva la via trasformandola verso il fondo in un crocicchio popolato e
rumoroso. Gervaise amava la strada, i sobbalzi dei carri a ogni buca del lastricato ormai tutto ingobbito, l'urtarsi delle
persone sui marciapiedi troppo stretti e qua e l interrotti da acciottolati in ripido pendio. I tre metri di rigagnolo davanti
alla bottega assumevano ai suoi occhi un immenso valore, diventavano un ampio fiume che scorreva limpido e
tranquillo, un fiume strano ma vivo, le cui acque erano sempre colorate nei pi teneri capricci dalla tintoria del
caseggiato, nonostante il nero del fango. Si divertiva poi a guardare i negozi vicini: una grande drogheria con una
distesa di frutta secca protetta da reti a piccole maglie, una bottega di biancheria e berretti da operai, nella cui vetrina si
vedevano dondolare al minimo soffio di vento le casacche e le tute azzurre appese a braccia e gambe divaricate. Nel
negozio della fruttivendola e della trippaia riusciva a scorgere un angolo del bancone, su cui dei gatti superbi e
impassibili facevano le fusa. La sua vicina, la signora Vigouroux, la carbonaia, non mancava mai di renderle il saluto.
Era una donna piccola e grassa, dalla faccia nera e gli occhi scintillanti, sempre indaffarata a ridere e a scherzare in
compagnia di qualche uomo, tutta appoggiata con il corpo contro la sua vetrina, che alcuni ciocchi dipinti su un fondale
color rosso vino decoravano con un intricato disegno da chalet rustico. Un'altra bottega vicina a quella di Gervaise era il
negozio d'ombrelli delle due Cugorge, madre e figlia, che non si facevano invece mai vedere: la loro vetrina era sempre
immersa nell'ombra e la porta, ornata da due ombrellini di zinco rivestiti da uno spesso strato di vermiglio acceso, era
sempre chiusa. Prima di rientrare, Gervaise gettava sempre un'occhiata al gran muro dirimpetto a lei, un muro senza
nemmeno una finestra ma che si apriva in basso in un immenso portone, oltre il quale si riusciva a vedere, in fondo a un
cortile ingombro di barrocci e di carrette con le stanghe all'aria, il fiammeggiare d'una fucina. Sul muro la parola:
Maniscalco, era scritta in grandi lettere e incorniciata da un ventaglio di ferri da cavallo. Per tutta la giornata i martelli
picchiavano sull'incudine, incendi di scintille squarciavano di luce l'ombra livida del cortile. E nella parte pi bassa del
muro, fra una straccivendola e una piccola rivendita di patate fritte, in un bugigattolo poco pi grande d'un armadio,
c'era la bottega d'un orologiaio, un signore in redingote e dall'aria per bene che passava tutto il tempo a frugare nei suoi
orologi con strumenti microscopici, sul banco da lavoro s'indovinavano degli oggetti delicatissimi custoditi sotto
campane di vetro, mentre alle spalle dell'uomo i bilancieri di due o tre dozzine di piccolissimi cuc battevano insieme,
in mezzo alla nera miseria della via e al fracasso cadenzato del maniscalco.
Tutto il quartiere trovava Gervaise decisamente carina. Certo, giravano molti pettegolezzi sul suo conto, ma
non c'era che una sola voce per riconoscere che aveva dei gran begli occhi, una bocca n troppo grande n troppo
piccola, dei denti bianchissimi: insomma, era quel che si dice un gran pezzo di bionda, e avrebbe potuto prendere posto
fra le pi belle se non fosse stato per quella sua gamba sventurata. Aveva quasi ventotto anni, era ingrassata. I suoi
lineamenti delicati cominciavano ad appesantirsi, i suoi gesti assumevano una piacevole indolenza. Le capitava adesso
d'abbandonarsi a volte sull'orlo d'una sedia, nell'attesa che il ferro si scaldasse, con un vago sorriso, il volto inondato
d'una gioia golosa. Ed era vero che stava diventando golosa, lo dicevano tutti, ma non era poi un cos grave difetto, al
contrario. Quando si guadagna quanto basta ad offrirsi i bocconi migliori, si sarebbe davvero degli sciocchi ad
accontentarsi delle bucce di patate. Tanto pi che continuava a faticare come prima, facendosi in quattro per la sua
clientela, passando le notti in bianco, con le imposte chiuse, se il lavoro era urgente. Come dicevano nel quartiere, aveva
trovato una vera miniera d'oro, gli affari le andavano a gonfie vele. Lavava per tutto il caseggiato, per il signor
Madinier, la signorina Remanjou, i Boche, era perfino riuscita a portar via alla sua padrona d'una volta, la signora
Fauconnier, certe dame di Parigi che abitavano in rue du Faubourg-Poissonnire. Fin dalla seconda quindicina aveva
dovuto assumere due operaie, la signora Putois e Clmence, la giovane che viveva un tempo al sesto piano: il che
significava tre persone alle sue dipendenze, contando anche l'apprendista, quella strabicuccia di Augustine, brutta come
il sedere di un pover'uomo. Altre ma non lei avrebbero di certo perso la testa di fronte a una simile fortuna. Era quindi
comprensibile che si concedesse qualche buon piattino il luned, dopo aver sgobbato per tutta la settimana. Ne aveva
bisogno: sarebbe di certo rimasta senza forze a guardare le camicie che si stiravano da sole, se non si fosse messa
qualcosa d'appetitoso nello stomaco, qualcosa di buono alla cui sola idea si sentiva gi solleticare il palato.
Mai Gervaise s'era mostrata cos compiacente. Era dolce come un agnello, buona come il pane. A parte la
signora Lorilleux, che chiamava con il soprannome di Rossa soltanto per vendicarsi, non aveva rancore per nessuno,
giustificava tutti. Nel languido abbandono della sua golosit, soprattutto se aveva ben pranzato e gi bevuto il suo caff,
cedeva al bisogno d'una sorta di benevolenza universale. Il suo motto era: Ci si deve perdonare l'un l'altro, vero? se

non si vuole vivere come i selvaggi. Se qualcuno le parlava della sua bont, rideva. Ci mancava solo che fosse anche
cattiva! E si scherniva, diceva che non era certo merito suo se era buona. I suoi sogni non s'erano forse tutti realizzati,
cos'altro le restava da desiderare nella vita? Ricordava il suo ideale d'un tempo, quando s'era trovata all'improvviso sul
lastrico: lavorare, aver sempre qualcosa da mangiare, avere un buco tutto per s, allevare i figli, non essere battuta,
morire nel proprio letto. E adesso il suo ideale era stato perfino superato: aveva tutto, e tutto era ancora pi bello!
Quanto al morire nel proprio letto, aggiungeva scherzando, ci contava, ma il pi tardi possibile, naturalmente.
Era soprattutto con Coupeau che Gervaise si mostrava generosa. Mai che le venisse alle labbra una parola
cattiva o un lamento alle spalle del marito. Lo zincatore aveva finalmente ricominciato a lavorare, e poich il suo
cantiere si trovava in quel momento dall'altra parte di Parigi, Gervaise gli dava tutte le mattine quaranta soldi per la
colazione, un bicchiere di vino e il tabacco. Ma almeno due giorni su sei Coupeau si fermava a met strada, andava a
bersi i quaranta soldi con un amico, e tornava a casa all'ora di pranzo raccontando qualche fandonia. Una volta s'era
addirittura fermato a due passi da casa, e si era concesso in compagnia di Mes-Bottes e di altri tre compagni una
mangiata con i fiocchi, delle lumache, un arrosto e del vino in bottiglia, al Capucin, dalle parti della barriera della
Chapelle; e alla fine, non bastandogli i quaranta soldi per pagare il conto, aveva mandato un cameriere dalla moglie,
facendole dire ch'era rimasto completamente all'asciutto. Gervaise sorrideva, alzava le spalle. Che c'era di male se il suo
uomo si divertiva un po'? Era sempre meglio lasciare agli uomini la briglia lunga sul collo, se si voleva aver la pace in
famiglia. Bastava una parola di troppo, e si finiva ben presto per darsele di santa ragione. Mio Dio! lo si doveva pur
giustificare, Coupeau continuava a soffrire per la sua gamba, e poi di certo si lasciava trascinare dai compagni, era
costretto ad adeguarsi per non fare la figura del cafone. Tanto pi che la cosa era senza conseguenze: anche se tornava a
casa un po' alticcio, gli bastava ficcarsi a letto e in capo a due ore era tutto passato.
Le giornate s'erano intanto fatte sempre pi calde. Era un pomeriggio di giugno, un sabato. Il lavoro era ancora
pi urgente del solito, e Gervaise aveva riempito la caldaia di coke. La canna della macchina brontolava, dieci ferri si
stavano arroventando. Il sole batteva a picco sulla vetrina, dal marciapiede si sollevava un riverbero ardente, le cui
ampie marezzature sembravano danzare sul soffitto della bottega, e quei tagli di luce, immersi a loro volta nel riflesso
azzurro della carta delle mensole e della vetrina, si proiettavano sul tavolo da lavoro in un biancore accecante, come un
pulviscolo di sole che andava a smorzarsi nel candore del bucato di fino. Crepavano tutte di caldo. Avevano lasciato
spalancata la porta che dava sulla via, ma non ne entrava nemmeno un alito di vento. I panni che stavano in aria ad
asciugare, appesi ai fili d'ottone, fumavano, s'irrigidivano come trucioli in meno di tre quarti d'ora. Da qualche
momento, in quell'afa soffocante da fornace, regnava un completo silenzio: si sentiva solo il battere dei ferri, un battere
sordo e come soffocato dalla spessa coperta frangiata di calic.
Mio Dio!, disse Gervaise, c' da sciogliersi, oggi... Verrebbe voglia di togliersi anche la camicia!.
Accovacciata a terra davanti a un catino, stava passando nell'amido alcuni capi di biancheria. Aveva una
sottana bianca, la camiciola arrotolata alle maniche le lasciava scoperte anche le spalle, aveva le braccia nude, il collo
nudo, era tutta arrossata, sudava, le piccole ciocche bionde dei suoi capelli arruffati le si incollavano alla pelle.
Immergeva con gesti accurati nell'acqua lattiginosa cuffie, petti di camicie da uomo, intere sottogonne, guarnizioni di
calzoncini da donna. Quindi arrotolava i diversi capi e li metteva sul fondo d'una cesta quadrata, dopo aver immerso la
mano in un secchio e averla poi scrollata sulle camicie e sui calzoni non inamidati.
Questa cesta per voi, signora Putois, riprese. Farete il pi in fretta possibile, vero? Altrimenti si asciuga
subito, e fra un'ora dovremo ricominciare tutto da capo.
La signora Putois, una donna sui quarantacinque anni piccola e magra, tutta stretta in una vecchia casacchina
marrone, stava stirando senza cacciar fuori una sola goccia di sudore. Non si era nemmeno tolta la cuffia, una cuffia
nera dai nastri verdi ormai tendenti al giallo. Era tutta impettita davanti al tavolo da lavoro, troppo alto per lei, con i
gomiti in fuori, e spingeva il ferro con gesti bruschi da marionetta. D'un tratto esclam:
Ah! no, signorina Clmence, rimettetevi subito il corpetto. Lo sapete, certe indecenze proprio non mi
piacciono. Gi che ci siete, mostrate pure tutta la vostra mercanzia! Guardate, gi si son fermati tre uomini sul
marciapiede.
Clmence la tratt a denti stretti da vecchia rimbecillita. Soffocava, aveva tutto il diritto di mettersi a proprio
agio, non tutti avevano la pellaccia dura dell'altra. Come se poi si vedesse davvero qualcosa! Sollev le braccia: il suo
petto prosperoso da giovane donna in fiore esplose nella camicia, le spalle fecero quasi scoppiare le maniche troppo
corte. Clmence rischiava di sfiancarsi nel vizio ancor prima dei trent'anni. Dopo aver passato tutta una notte a
folleggiare, il giorno dopo non si reggeva quasi in piedi, crollava dal sonno sul lavoro, si sentiva il cervello e lo stomaco
come se fossero imbottiti di stracci. Ma non la mandavano via: nessuna operaia poteva vantarsi di stirare una camicia da
uomo con tanta accuratezza. Le camicie da uomo erano la sua vera specialit.
roba mia, oppure no?, fin per ribattere battendosi il petto con le mani. Non morde, non fa del male a
nessuno!.
Clmence, rimettetevi il corpetto, disse Gervaise. La signora Putois ha ragione, una cosa sconveniente...
Prenderebbero la mia bottega per quello che non .
Clmence si rivest allora brontolando. Quante ipocrisie! Come se i passanti non avessero mai visto delle tette!
E pens bene di sfogare la sua rabbia sull'apprendista. Augustine, la povera strabicuccia, stava stirando dei capi
semplici, qualche calza, qualche fazzoletto. Clmence la urt, le diede una gomitata. Augustine, piena d'astio, subdola e
maligna come ogni essere deforme e destinato a far sempre da zimbello, le sput da dietro sul vestito, senza che
nessuno la vedesse, per vendicarsi.

Gervaise aveva intanto preso una cuffia della signora Boche, di cui voleva occuparsi personalmente. Aveva
preparato dell'amido cotto per rifarla come nuova. Stava passando e ripassando delicatamente la calotta della cuffia con
un polacco, un piccolo ferro con le due estremit arrotondate, quando entr una donna ossuta e dal volto pieno di
chiazze rossastre, con le sottane inzuppate. Era una lavandaia che aveva alle sue dipendenze tre operaie al lavatoio di
rue de la Goutte-d'Or.
Siete arrivata troppo presto, signora Bijard!, grid Gervaise. Vi avevo pur detto di passare stasera... In
questo momento, mi siete pi che altro d'impiccio!.
Ma poich la lavandaia si lamentava, temendo di non poter mettere i capi a mollo il giorno stesso, fu costretta a
cedere e decise di darle subito la biancheria sporca. Andarono a prendere gli involti nella camera di sinistra, la stessa in
cui dormiva Etienne, e tornarono entrambe con le braccia cariche di panni, che ammucchiarono sul pavimento, in un
angolo della bottega. La cernita dur pi di mezz'ora. Gervaise faceva dei mucchi attorno a s, raccoglieva insieme le
camicie da uomo, le camicie da donna, i fazzoletti, i calzini, gli strofinacci. Ogni volta che le capitava fra le mani il
capo d'un nuovo cliente, lo segnava con una croce di filo rosso, per riconoscerlo. In quell'aria surriscaldata, la
biancheria sporca e smossa di continuo emanava un fetore come irrancidito.
Oh, mamma mia! che puzza!, disse Clmence tappandosi il naso.
Beh! certo, se fosse roba pulita, non ce la porterebbero, spieg Gervaise pazientemente. Ogni cosa ha il suo
giusto odore!... Allora, dicevamo, quattordici camicie da donna, giusto, signora Bijard?... Quindici, sedici,
diciassette....
Continu a contare ad alta voce. Abituata com'era alla sporcizia, pi nulla le faceva disgusto. Affondava le
braccia nude e rosee in mucchi di camicie ingiallite dall'unto, strofinacci irrigiditi dal grasso dei piatti risciacquati,
calzini corrosi e infeltriti dal sudore. Ma in quell'odore penetrante che saliva fino al suo viso curvato sui mucchi, si
sentiva come invadere da una dolce indolenza. Si era messa a sedere sul bordo d'uno sgabello, piegata in due,
allungando le mani ora a destra e ora a sinistra, con gesti sempre pi lenti, come inebriata da quel fetore umano, con un
vago sorriso sulle labbra, gli occhi sperduti nel vuoto. Sembrava che la sua pigrizia nascesse proprio da l, dall'asfissia
di quella vecchia biancheria che le appestava l'aria d'intorno.
Stava scrollando dei pannolini da neonato resi quasi irriconoscibili dalle lordure, quando entr Coupeau.
Miseriaccia!, balbett, che cotta!... Picchia in testa!.
Lo zincatore s'aggrapp con tutte e due le mani al banco da lavoro per non cadere. Era la prima volta che si
presentava ubriaco a quel modo. Fino ad allora s'era limitato a tornare a casa un po' alticcio, mai di pi. Quel giorno
aveva un occhio tutto illividito, forse il ceffone d'un amico andato confuso in qualche piccolo battibecco. I suoi capelli
ondulati, dove cominciavano a comparire i primi fili bianchi, dovevano aver spolverato gli angoli di chiss quale lercia
sala di vinaiolo, perch da un ciuffo sulla nuca spenzolava una ragnatela. Manteneva comunque un fare scherzoso, ma
aveva i lineamenti come contratti e precocemente invecchiati, la mascella inferiore ancora pi sporgente, restando pur
sempre un gran bravo figliolo, come diceva di se stesso, e con una pelle ancora cos delicata da fare invidia a una
duchessa.
Ti devo raccontare tutto, riprese rivolgendosi a Gervaise. tutta colpa di Pied-de-Cleri, hai capito di chi
parlo? quello che ha la gamba di legno... Doveva partire per il suo paese, e ha voluto offrirci da bere... Oh! eravamo tutti
in gran forma, ma poi con questo maledetto sole... Per strada, la gente si sente tutta male. Dico davvero! ondeggiano
tutti!....
E poich Clmence s'era messa a sghignazzare all'idea che Coupeau avesse visto ubriaca anche la via, fu colto
a sua volta da un'incontenibile risata che per poco non lo soffoc. E si mise di nuovo a gridare:
Ah! maledetti ubriaconi!... Sono proprio tutti ridicoli... Ma non colpa loro, colpa del sole....
Tutti nella bottega ridevano, perfino la signora Putois, che non poteva sopportare gli ubriachi. Quel
mostriciattolo di Augustine aveva una risata chioccia da gallina, come un canto a gola spiegata e sempre sul punto di
strozzarsi. Quanto a Gervaise, era stata colta all'improvviso dal sospetto che Coupeau non fosse tornato a casa difilato,
ma avesse passato almeno un'ora dai Lorilleux, sempre pronti a dargli qualche cattivo consiglio. Quando il marito neg
giurando sul proprio onore, si mise a ridere a sua volta, piena d'indulgenza, e non gli rimprover nemmeno d'aver perso
un'intera giornata di lavoro.
Quante ne dice di sciocchezze, mio Dio!, mormor. Si son mai sentite tante sciocchezze tutte in una
volta?.
Poi, in tono materno:
Perch non vai a metterti un po' a letto? Lo vedi, adesso abbiamo da fare, ci dai fastidio... Allora, signora
Bijard, eravamo a trentadue fazzoletti, vero? eccone altri due, e sono in tutto trentaquattro....
Ma Coupeau non aveva sonno. Rimase a ciondolare in giro, muovendosi a piccoli scatti come il bilanciere d'un
orologio e sogghignando con un'espressione insieme testarda e dispettosa. Allora Gervaise, volendo sbarazzarsi al pi
presto della signora Bijard, chiam Clmence e le fece contare la biancheria, continuando lei stessa a farne la lista. A
ogni capo che passava Clmence, da quella maliziosa che era, se ne usciva con qualche parolaccia, con qualche
oscenit; metteva in mostra le miserie dei clienti, le avventure da alcova, tirava fuori facezie da operai su ogni buco e su
ogni macchia che le capitavano fra le mani. Augustine fingeva di non capire, tendeva le orecchie da piccola viziosa. La
signora Putois stringeva le labbra, le sembrava assurdo dire certe cose in presenza di Coupeau: un uomo non dovrebbe
mai vedere certi capi di biancheria, non sono esibizioni da farsi fra le persone come si deve. Gervaise, seria in volto e
tutta presa dal suo lavoro, non stava nemmeno ad ascoltare. Pur continuando a scrivere la sua lista, seguiva i panni che

passavano con uno sguardo vigile, come per riconoscerli a colpo d'occhio, e infatti non si sbagliava mai, metteva su
ogni capo un nome, a naso, a seconda del colore. Quel tovaglioli erano dei Goujet: il che saltava agli occhi, non erano di
certo serviti ad asciugare il culo delle padelle. Ecco una federa che apparteneva senza dubbio ai Boche: lo si capiva
dalla pomata con cui la signora Boche impiastricciava tutta la sua biancheria. Non c'era nemmeno bisogno di ficcare il
naso nei panciotti di flanella del signor Madinier, per capire di chi erano: quell'uomo tingeva la lana, da tanto aveva
grassa la pelle. E indovinava da mille altri particolari i segreti della pulizia d'ognuno, riconosceva la biancheria intima
delle vicine che vedeva attraversare la via in sottane di seta, sapeva il numero di calze, di fazzoletti e di camicie che
ogni cliente sporcava in una settimana, il modo in cui le diverse persone strappavano i loro capi, sempre nello stesso
punto. Era piena di aneddoti. Le camicie della signorina Remanjou, per esempio, erano fonte di commenti interminabili:
si consumavano in alto, la zitella doveva aver le ossa delle spalle davvero aguzze; ma non erano mai sporche, anche se
le aveva portate per quindici giorni, il che dimostrava che a quell'et si come un pezzo di legno, quasi impossibile
cavarne fuori anche una sola goccia di qualcosa. A ogni cernita, cos nella bottega mettevano a nudo tutto il quartiere
della Goutte-d'Or.
Che prelibatezza!, esclam Clmence aprendo un altro involto.
Gervaise, colta all'improvviso da un gran disgusto, s'era tirata da parte.
la roba della signora Gaudron, disse. Non voglio pi lavarla, bisogna trovare un pretesto... No, non sono
certo pi schifiltosa di tante altre donne, mi gi capitato di dover ficcare le mani in mezzo alla biancheria pi
ripugnante, ma questa, davvero! questa non riuscirei a toccarla nemmeno con un dito! Mi verrebbe subito da vomitare...
Ma che diavolo far mai, quella donna, per ridurre la sua biancheria in un simile stato?.
E preg Clmence di sbrigarsi. Ma l'operaia si ostinava a frugare, a cacciare le dita in tutti i buchi che
incontrava, uscendosene con un'allusione oscena ad ogni panno che sventolava come lo stendardo stesso della sporcizia
trionfante. I mucchi s'erano nel frattempo fatti pi alti attorno a Gervaise che, sempre seduta sull'orlo dello sgabello,
sembrava adesso scomparire fra le camicie e le sottogonne. Aveva davanti a s le lenzuola, i pantaloni, le tovaglie, tutta
l'apoteosi del luridume, e immersa in quei mucchi, in mezzo a quel lago che non faceva che crescere, affiorava
immobile, ancora pi tenera e illanguidita, con le braccia nude, il collo nudo, le ciocche bionde dei suoi corti capelli
incollate alle tempie. Aveva ritrovato la sua aria pi assennata, il suo sorriso da padrona attenta e coscienziosa, quasi
avesse gi dimenticato i panni lerci della signora Gaudron, nel cui mucchio stava anzi frugando con una mano, come a
sincerarsi di non aver commesso qualche errore, ormai indifferente al tanfo che ne emanava. Augustine, che si divertiva
come una bambina a gettar palate di coke nella caldaia, l'aveva riempita a tal punto che le piastre di ghisa
rosseggiavano. Il sole batteva obliquo sulla vetrina, tutta la bottega fiammeggiava. Coupeau, reso ancora pi ebbro dal
gran caldo, si sent afferrare da una tenerezza improvvisa, si avvicin a Gervaise con le braccia spalancate, commosso.
Sei proprio una brava moglie, balbett. Ti voglio abbracciare!.
Ma fin per incespicare nelle sottogonne che gli sbarravano la via, manc poco che cadesse.
Sei proprio noioso!, disse Gervaise pur senza arrabbiarsi. Su, sta un po' tranquillo, abbiamo quasi finito.
Macch! non c'era niente da fare: voleva abbracciarla, sentiva il bisogno di farlo, era la prova di quanto le
voleva bene! Sempre bofonchiando qualcosa fra s e s, s'aggirava attorno al mucchio delle sottogonne, inciampava nel
mucchio delle camicie, finch, a forza d'ostinarsi, riusc a mettere i piedi in fallo e and a cadere lungo disteso
affondando con la faccia nel mucchio degli strofinacci. Gervaise ebbe un piccolo moto d'impazienza, gli diede uno
scossone: le stava di nuovo mettendo sottosopra tutta la biancheria, protest. Ma Clmence e la stessa signora Putois le
diedero torto: era una cosa cos carina, in fin dei conti! Il marito voleva abbracciarla. Perch mai Gervaise non doveva
lasciarsi abbracciare?
Siete fortunata, signora Coupeau, questa la verit!, disse la signora Bijard, che quell'ubriacone del marito,
un fabbro ferraio, accoppava di botte tutte le sere appena tornava a casa. Se il mio uomo mi trattasse cos, quando un
po' su di giri, v'assicuro che ne sarei ben felice!.
Gervaise s'era gi calmata, rimpiangeva la sua reazione un po' troppo vivace. Aiut Coupeau a rimettersi in
piedi, e gli porse sorridendo la guancia. Ma lo zincatore, tutt'altro che imbarazzato dalla presenza delle altre persone, le
afferr i seni.
Lasciamelo dire, mormor, ma puzza proprio la tua biancheria! Eppure, lo vedi? ti voglio bene
ugualmente!.
Dai, lasciami, mi fai il solletico, grid Gervaise ridendo. Che bestione! Non fai altro che dire delle
sciocchezze!.
L'aveva agguantata, non la mollava. Gervaise s'abbandonava all'abbraccio, come stordita dalla lieve vertigine
che saliva fino a lei da quei mucchi di biancheria, non sentendosi nemmeno infastidita dall'alito avvinazzato di
Coupeau. E il lungo bacio che si diedero sulla bocca, in mezzo a tutte le lordure del mestiere, era come una prima
caduta nel progressivo infiacchimento della loro vita. |[continua]|
|[CAPITOLO QUINTO, 2]|
La signora Bijard stava intanto annodando gli involti di biancheria, e parlava della figlia Eulalie, una piccina di
soli due anni ma gi in grado di capire le cose come una vera donna. Potevano tranquillamente lasciarla sola in casa,

non piangeva, non si metteva mai a giocare con i fiammiferi. Usc dalla bottega portando via un fagotto alla volta, con il
corpo piegato in due sotto il peso della biancheria, con il viso che le si riempiva di chiazze violacee.
insopportabile, mi sembra d'arrostire, disse Gervaise asciugandosi il volto, prima di riprendere in mano la
cuffia della signora Boche.
S'accorsero che la caldaia era rovente: che voglia di prendere a schiaffi Augustine! Anche i ferri rosseggiavano!
Doveva proprio avere il diavolo in corpo! Bastava voltarle le spalle per un momento, e subito ne combinava una delle
sue! E adesso dovevano aspettare almeno un quarto d'ora prima di potersi servire dei ferri. Gervaise copr il fuoco con
due palate di cenere. Pens poi di appendere un paio di lenzuola ai fili d'ottone che scendevano dal soffitto, a mo' di
tende, per ripararsi dal sole. Come si stava bene, adesso, a lavorare nella bottega! La temperatura era piacevole e dolce,
ci si poteva credere in un'alcova, immersi in una luce quasi bianca, riparati come a casa propria, lontani dal mondo,
anche se si sentivano ancora, al di l delle lenzuola, i passi delle persone che camminavano veloci sul marciapiede.
Potevano finalmente mettersi a proprio agio. Clmence si tolse di nuovo il corpetto. Coupeau continuava a non aver
nessuna voglia di ficcarsi a letto, e gli fu concesso di restare, purch promettesse di starsene tranquillo in un angolo: a
quel punto, non potevano pi concedersi il lusso di battere la fiacca.
Dove mai avr cacciato il polacco, quel maledetto vermiciattolo?, brontolava Gervaise alludendo ad
Augustine.
Passavano giornate intere a cercare dappertutto il piccolo ferro, e finivano per trovarlo nei punti pi impensati,
dove l'apprendista, dicevano, doveva averlo nascosto per pura e semplice malignit. Gervaise aveva finito la calotta
della cuffia della signora Boche. Aveva stirato i merletti, prima lisciandoli con la mano e subito dopo raddrizzandoli con
un veloce colpo di ferro. La cuffia aveva i contorni a balze alternate a entre-deux ricamati. Gervaise vi si dedicava con
la massima cura, stirando le balze e gli entre-deux con il gallo, un uovo di ferro fissato con un'asta in un piede di legno.
Allora il silenzio fu completo. Non si sent pi per qualche istante che i colpi sordi e soffocati dalla coperta. Ai
due lati del gran tavolo quadrato, la padrona, le due operaie e l'apprendista, ritte in piedi, si curvavano sul lavoro da
fare, con le spalle inarcate e le braccia che s'agitavano in un avanti e indietro continuo. Tutte e quattro avevano alla loro
destra una piastrella, un mattone piatto e bruciato dai ferri troppo caldi. Al centro del tavolo, sull'orlo d'un piatto fondo e
pieno d'acqua limpidissima, stavano a mollo uno strofinaccio e una piccola spazzola. Un mazzo di gigli si schiudeva in
un vecchio vaso di ciliegie sotto spirito, dando a tutto l'ambiente un vago sapore di giardino, con le ciocche dei suoi
larghi fiori di neve. La signora Putois si stava dedicando alla cesta di biancheria che le aveva affidato Gervaise,
tovaglioli, pantaloni, camicie, paia di maniche. Augustine perdeva tempo sulle sue calze e sui suoi strofinacci, con il
naso levato in aria, tutta presa ad ammirare un calabrone che svolazzava. Quanto a Clmence, era arrivata nel corso
della giornata alla trentacinquesima camicia da uomo.
Sempre e soltanto del vino, mai e poi mai dell'acquavite!, disse all'improvviso lo zincatore, come se gli fosse
sembrata assolutamente urgente un'affermazione del genere. L'acquavite mi fa male, non voglio proprio averci a che
fare!.
Clmence aveva preso un ferro dalla caldaia e adesso, stringendone fra le dita l'impugnatura di cuoio rivestita
di latta, l'avvicinava alla guancia per assicurarsi che fosse abbastanza caldo. Dopo averlo strofinato contro la sua
piastrella, l'asciug con un panno che teneva appeso alla vita, e affront la sua trentacinquesima camicia da uomo,
stirandone prima di tutto lo sprone e le maniche.
Boh! signor Coupeau, disse in capo a qualche minuto, un bicchierino d'acquavite ogni tanto non pu di
certo far male. A me, per esempio, d un'energia... E poi, ve lo dico io, prima ci si sente torcere le budella e prima ci si
diverte... Oh! non mi faccio illusioni, so che le mie ossa non avranno il tempo d'invecchiare!.
Ma quanto siete deprimente con tutti questi discorsi da funerale!, sbott interrompendola la signora Putois,
che non amava affatto le considerazioni tristi.
Coupeau s'era messo in piedi, si sentiva offeso all'idea che lo si accusasse d'aver bevuto dell'acquavite. Lo
giurava sulla sua vita, su quella della moglie e della figlia: non aveva in corpo una sola goccia d'acquavite. E nel
frattempo si faceva sempre pi vicino a Clmence, le alitava in faccia per farle sentire il fiato. Quando si ritrov con il
naso quasi appiccicato alle sue spalle, si mise a ridacchiare. Voleva guardare. Clmence, dopo aver ripiegato il dorso
della camicia e aver dato una passata di ferro sui due lati, era arrivata ai polsini e al collo. Ma Coupeau le si faceva
sempre pi vicino, e Clmence fece una falsa piega, fu costretta a prendere la spazzola dal piatto fondo per allisciare
l'amido.
Signora!, grid, fate qualcosa, non possibile che mi stia cos addosso!.
Lasciala in pace, non ti vuoi proprio rendere conto, disse Gervaise in tono pacato. Abbiamo fretta, lo
capisci?.
D'accordo, avevano fretta, e allora? non era colpa sua! Non faceva nulla di male. Non la stava toccando, si
limitava a guardare. Non era forse pi permesso ammirare tutte le cose belle che ha creato il buon Dio? E quella
svergognata di Clmence aveva senza dubbio delle gran belle tette! Poteva metterle in mostra per due soldi e farsele
palpeggiare per bene, nessuno avrebbe di certo rimpianto il suo denaro. L'operaia aveva intanto smesso di difendersi, ed
anzi cominciava a divertirsi a quelle pesanti galanterie da uomo in fregola. Non le dispiaceva nemmeno ribattere ai suoi
scherzi. Coupeau s'era messo a prenderla in giro sulle camicie da uomo. A quanto pareva, aveva sempre a che fare con
le camicie da uomo. Ma s, era il suo regno. Ah! poteva giurarlo su tutti gli dei, non c'era che lei a sapere perfettamente
com'erano fatte. Glien'erano passate fra le mani centinaia di centinaia! Tutti i maschi del quartiere, biondi o bruni o
com'altro fossero, si portavano addosso un po' del suo lavoro. Anche se le spalle le sobbalzavano dal gran ridere, non

aveva smesso tuttavia di lavorare. Dopo aver sistemato il dietro della camicia appiattendola in cinque lunghe pieghe,
introducendo il ferro dall'apertura dello sparato, stava adesso aggiustando la stoffa sul davanti, per poi ripiegarlo allo
stesso modo ripassando a lungo con il ferro.
Ecco la mia bandiera!, disse ridendo pi forte.
Anche la povera Augustine scoppi a ridere, tanto le sembr buffa quella definizione. La rimproverarono.
Pensare che quella mocciosa gi si divertiva ad allusioni di cui non avrebbe nemmeno dovuto comprendere il senso!
Clmence le pass il ferro. L'apprendista usava i ferri per ripassare gli strofinacci e le calze, quando non erano pi
abbastanza caldi per stirare i panni inamidati. Ma lo prese in mano cos maldestramente che fin per bruciarsi il polso. Si
mise allora a singhiozzare, accus Clmence d'averla fatta bruciare apposta. L'operaia, che era andata a prendere un
ferro arroventato per ripassare il davanti della camicia, come tutta consolazione minacci di stirarle le orecchie, se non
la faceva subito finita. Dopo aver infilato un pezzo di lana sotto lo sparato, spingeva lentamente il ferro, per dare
all'amido tutto il tempo d'asciugarsi. Il davanti della camicia, lucido e duro, assomigliava a uno spesso foglio di carta.
Cristo santo!, bestemmi Coupeau, che le stava sempre alle costole con la tipica ostinazione dell'ubriaco.
Si sollevava sulla punta dei piedi, con delle risate che sembravano il cigolio d'una puleggia male ingrassata.
Clmence, saldamente appoggiata contro il tavolo da lavoro, con i polsi in fuori e i gomiti sollevati e distanti fra loro,
piegava il collo in una tensione di tutto il corpo; la sua carne nuda si gonfiava, le spalle risaltavano nel gioco appena
accennato dei muscoli, la sua pelle delicata palpitava, il petto esplodeva, madido di sudore, nell'ombra rosata della
camicia slacciata in alto. Coupeau allung le mani, voleva toccare.
Signora! Signora!, grid Clmence, fatelo smettere una buona volta!... Se continua cos, me ne vado. Non
voglio che mi si manchi di rispetto.
Gervaise aveva sistemato la cuffia della signora Boche su un pomo rivestito di stoffa, e ne stava stirando a
cannoncino i merletti, passando il ferro delicatamente. Sollev lo sguardo nel momento stesso in cui lo zincatore
s'intrufolava ancora di pi con le mani, frugando ormai sotto la camicia.
Non c' che fare, Coupeau, non vuoi proprio comportarti come si deve, disse con aria annoiata, come se
stesse sgridando un bambino che s'ostinava a mangiare la marmellata senza pane. Va' a letto, meglio.
Ma s, mettetevi a letto, signor Coupeau, la cosa migliore, approv la signora Putois.
Va bene, va bene!, bofonchi lo zincatore senza smettere di ridacchiare, come siete cattiva, per!... Non si
pu neanche pi scherzare, adesso? Eppure mi conoscete, non ho mai dato fastidio a una donna. Tutt'al pi qualche
pizzicotto a una signora, ma la cosa sempre finita l... Bisogna pure rendere omaggio al bel sesso! E poi, se una donna
mette in mostra tutta la sua mercanzia, vuol dire che l'uomo pu scegliere quel che gli pare, o mi sbaglio? Allora, se la
bionda tira fuori tutto il suo ben di Dio, lei a comportarsi in modo poco pulito....
E rivolgendosi a Clmence:
Senti un po', cocchina, fai male a far tanto la difficile... Se solo perch c' gente....
Ma non riusc a concludere. Gervaise l'aveva tirato via con una mano, tappandogli la bocca con l'altra. Mentre
la moglie lo spingeva in fondo alla bottega, verso la loro stanza, Coupeau cerc di sfuggirle, cos, tanto per gioco. Si
tolse la mano di Gervaise dalla bocca, e disse che adesso s, aveva proprio voglia di ficcarsi a letto, purch la bionda
venisse a scaldargli un po' i piedi. Le altre sentirono Gervaise che gli sfilava le scarpe. Lo stava spogliando
strapazzandolo con fare materno. Quando si tratt d'abbassargli i pantaloni, Coupeau scoppi a ridere, abbandonandosi,
riverso, stravaccato al centro del letto; e scalciava, diceva che gli stava facendo il solletico. Gervaise gli rimbocc con
gesti affettuosi le lenzuola, come si fa con un bambino. Si sentiva meglio? Ma il marito non le rispose, e grid invece a
Clmence:
E allora, cocchina? io sono qui, ti sto aspettando!.
Gervaise raggiunse le altre nella bottega. In quello stesso momento la povera Augustine veniva presa a schiaffi
da Clmence. Era capitato che un ferro tutto annerito era finito chiss come sulla piastrella della signora Putois che, non
avendone il minimo sospetto, s'era trovata a sporcare un'intera camicia. Clmence, per difendersi dall'eventuale accusa
di non aver pulito il suo ferro, aveva accusato Augustine giurando solennemente che quel ferro non era il suo,
nonostante le macchie d'amido bruciato che c'erano sotto; e l'apprendista, esasperata da una simile ingiustizia, le aveva
di nuovo sputato addosso, ma questa volta senza far nulla per nascondersi, e sul davanti del vestito, non dietro come
prima. Ecco il perch degli schiaffi. La strabicuccia ricacci indietro le lacrime, e ripul il ferro strofinandolo con un
mozzicone di candela. Ma ogni volta che si trovava a passare alle spalle di Clmence, si riempiva la bocca di saliva e
sputava, ridendo fra s e s alla vista dello scaracchio che sgocciolava lungo la sottana dell'altra.
Gervaise ricominci a stirare a cannoncino i merletti della cuffia. E in quella pace improvvisa, si sent dal
fondo del retrobottega la voce impastata di Coupeau. Era allegro come un fringuello, ridacchiava da solo, lanciando
ogni tanto qualche piccola frase appena accennata.
Che assurda, mia moglie!.. Che assurda, a mettermi a letto!... Ma s, a letto di pomeriggio, quando uno sta
bene come me, davvero assurdo!.
Poi di colpo cominci a russare. Gervaise sospir di sollievo. Era contenta che si fosse finalmente messo a
dormire, smaltendo quella brutta sbornia in un lungo sonno ristoratore. E interruppe il silenzio parlando con voce lenta e
pacata, senza distogliere comunque lo sguardo dal piccolo ferro che le serviva per stirare a cannoncino e che muoveva
su e gi con gesti pieni d'energia.
Che volete farci? non del tutto in s, non sarebbe giusto prendersela con lui. Anche se lo rimproverassi, non
servirebbe a nulla. meglio assecondarlo e convincerlo a mettersi a letto. Almeno la cosa finisce l e posso stare

tranquilla... E poi davvero un brav'uomo, mi vuole bene veramente. L'avete visto anche voi, poco fa, avrebbe fatto di
tutto pur di potermi abbracciare! gi qualcosa: ce ne son tanti che, quando hanno bevuto, preferiscono andare a caccia
di femmine... E invece lui torna difilato a casa. Gli piace far lo stupido con le operaie, ma la cosa non si spinge mai
oltre. Sentite, Clmence, non ha senso che vi offendiate. La verit che ubriaco. Potrebbe uccidere il padre e la
madre, e poi nemmeno se ne ricorderebbe... Oh! quanto a me, gli perdono di tutto cuore. Non diverso dagli altri,
perdinci!.
Ma sosteneva i suoi argomenti fiaccamente, senza convinzione, come gi rassegnata alle sfuriate di Coupeau,
giustificando ancora la sua indulgenza verso il marito, pur cominciando a pensare che non ci fosse nulla di male se
quello si divertiva a pizzicare i fianchi a una delle ragazze, perfino a casa sua. Non aveva pi nulla da dire, e ci fu di
nuovo un lungo silenzio. La signora Putois, ad ogni capo che prendeva, avvicinava a s la cesta nascosta sotto la
guarnizione di cretonne che copriva il tavolo da lavoro; quindi, una volta stirato il capo, sollevava le corte braccia e lo
riponeva su una delle mensole. Clmence stava finendo di plissettare con il ferro la sua trentacinquesima camicia da
uomo. Il lavoro da fare era interminabile. Avevano deciso di vegliare fino alle undici: per quanto potessero lavorare in
fretta, era proprio il tempo che ci voleva. Non c'era pi nulla che le potesse distrarre e tutte, nella bottega, s'accanivano
sul lavoro, sgobbavano senza temere la fatica. Le loro braccia nude si muovevano rapidamente, coprendo con la tinta
rosata della pelle il candore immacolato della biancheria. La macchina era stata ancora riempita di coke, e il sole,
insinuandosi fra le lenzuola, andava a battere in pieno sul fornello della caldaia: sembrava allora di vedere quelle
vampate di calore che salivano lungo i raggi, come una fiamma invisibile il cui fremito faceva vibrare l'aria. Si
soffocava sotto la coltre delle tovaglie e delle sottane che s'asciugavano appese al soffitto, e la povera Augustine, ormai
a corto di saliva, si inumidiva gli angoli delle labbra con la punta della lingua. Si sentiva in tutta la bottega l'odore della
ghisa arroventata, dell'acqua d'amido inacidita, dei ferri messi a scaldare sul fuoco, un odore insieme tiepido e sciapito
da vasca da bagno a cui le quattro operaie, denudandosi le spalle, avevano aggiunto l'afrore ancor pi penetrante delle
loro crocchie e delle loro nuche infradiciate dal sudore. Nell'acqua imputridita che riempiva ancora il vaso, i gigli
appassivano esalando un profumo purissimo e intenso. Di quando in quando, in mezzo al rumore dei ferri e
dell'attizzatoio che raschiava l'interno della macchina, si sentiva il rantolo di Coupeau addormentato, regolare come il
battito d'un grande orologio, un russare sommesso che sembrava scandire il tempo dell'immane fatica in cui era
immersa tutta la bottega.
All'indomani d'ogni sbornia, lo zincatore si sentiva sempre scoppiare la testa, un dolore terribile che lo faceva
stare per tutto il giorno con i capelli arruffati, la bocca impastata, il muso gonfio e l'espressione storta. Si alzava tardi, si
scrollava il sonno di dosso soltanto verso le otto; e passava il tempo a scaracchiare, bighellonando su e gi per la
bottega, non si decideva ad uscire per andare al cantiere. Un'altra giornata che andava perduta. Per tutta la mattina non
faceva altro che lamentarsi, diceva di sentirsi le gambe di gomma, si trattava da stupido per essersi ubriacato in quel
modo, tanto pi che certe cose possono sfiancare la tempra d'un uomo. Ecco la verit: non era colpa sua, gli capitava
sempre d'incontrare qualche canaglia che non gli si toglieva pi dai piedi, lo costringevano a bere senza che ne avesse
voglia, finiva coinvolto in qualche rissa e si trovava all'improvviso ubriaco fradicio. Ah! caspita, basta! non ci sarebbe
cascato mai pi, non aveva nessuna intenzione di rimetterci la pelle nel fiore degli anni! Ma gli bastava mettersi
qualcosa nello stomaco per risentirsi subito in gran forma. Si schiariva la gola per provare a se stesso che tutto era a
posto. E cominciava a negare d'essersi mai sbronzato: ma s, la sera prima era un po' allegrotto, tutto qui! Ce n'erano
ormai pochi di uomini del suo stampo: era sempre ben saldo al suo posto, aveva il polso fermo, poteva bere quanto
voleva senza battere ciglio. Passava il pomeriggio a vagabondare per il quartiere. Quando le operaie non ne potevano
pi delle sue molestie, la moglie gli dava venti soldi perch si levasse di torno. Usciva, andava a comprare il tabacco
alla Petite Civette, in rue des Poissonniers, e si concedeva anche una prugna, se solo v'incontrava qualche amico. Quel
che gli restava della moneta da venti soldi correva a spenderlo da Franois, all'angolo con rue de la Goutte-d'Or, dove
c'era un buon vino giovane che rinfrescava la gola. Era una bettola ormai passata di moda, una bottega cupa dal soffitto
basso e con una sala a parte, piena di fumo, in cui si poteva anche mangiare un piatto di minestra. Vi si tratteneva fino a
sera, giocando qualche bicchierino alla ruota. Franois gli aveva aperto il conto, promettendogli formalmente di non
rivolgersi in alcun caso alla moglie. Insomma, non faceva male sciacquarsi un po' la gola, era l'unico modo per ripulirla
dopo le porcherie del giorno prima. Un bicchiere di vino ne caccia un altro. E tutto sommato era davvero un gran bravo
ragazzo, non dava mai fastidio alle signore, gli piacevano gli scherzi, questo s! e gli capitava a volte di bere un po'
troppo, s'ubriacava ma moderatamente, disprezzava tutte le bassezze di cui si rendevano colpevoli gli uomini caduti
sotto il dominio dell'alcool, uomini che passavano il loro tempo a smaltire una sbornia da cui non uscivano mai!
Tornava a casa allegro e affettuoso come un passerotto.
Non si ancora visto il tuo spasimante?, chiedeva a volte a Gervaise tanto per punzecchiarla. scomparso
da un bel po', finir che dovr andarlo a cercare.
Lo spasimante era naturalmente Goujet. Il fabbro, in effetti, evitava di farsi vedere troppo spesso, non volendo
esser d'impaccio e dare alimento ai pettegolezzi. Ma coglieva al volo il minimo pretesto, s'offriva di consegnare la
biancheria, passava e ripassava sul marciapiede. C'era un angolo, nella bottega, verso il fondo, che amava
particolarmente: gli piaceva restar l seduto a fumare, per ore e ore, immobile, stringendo fra le labbra la sua corta pipa.
Certe sere, dopo aver cenato, una volta ogni dieci giorni, si faceva coraggio e si metteva a suo agio, ma senza perdersi
in chiacchiere, ed anzi fin troppo silenzioso, con gli occhi fissi su Gervaise, limitandosi a togliersi di quando in quando
la pipa di bocca per sorriderle ad ogni cosa che diceva. Quando le operaie si trattenevano a lavorare, ogni sabato, fino a
sera, sembrava perdere la cognizione del tempo, si divertiva come se fosse stato a teatro. Capitava a volte che le operaie

dovessero stirare fino alle tre del mattino. Dal soffitto pendeva una lampada appesa a un filo di ferro, il paralume
proiettava un cerchio di luce accecante, la biancheria aveva lo stesso soffice candore della neve. L'apprendista metteva
le imposte alla porta della bottega, lasciata comunque aperta sulla via nelle notti pi ardenti di quel luglio. Le ore
passavano, e le operaie si mettevano a loro agio slacciandosi i vestiti. Avevano una pelle delicata che la luce della
lampada indorava, e Gervaise pi delle altre, con le carni gonfie, le spalle chiare e lisce come la seta, una piega infantile
sul collo, che Goujet avrebbe potuto disegnare a memoria, a tal punto gli sembrava di conoscerla. Immerso a sua volta
nel caldo asfissiante della macchina, nell'odore dei panni che fumavano sotto i ferri, scivolava lentamente in una sorta di
torpore che gli annebbiava il cervello, mentre il suo sguardo si smarriva sui corpi delle donne che si muovevano con
gesti veloci, agitando le braccia nude, passando la notte a rimettere a nuovo tutto il quartiere. Tutt'attorno alla bottega, le
case vicine s'addormentavano, regnava il silenzio profondo del sonno. Mezzanotte, l'una, le due. Non c'era in giro una
sola carrozza, un solo passante. E nella strada ormai deserta e oscura, la porta della bottega proiettava un piccolo raggio
di luce, come uno scampolo di stoffa gialla srotolato a terra. Ma a momenti un passo risuonava da lontano, un uomo
s'avvicinava; e attraversando quella striscia di luce, allungava un po' il collo, guardava, e s'allontanava di nuovo
portando con s la rapida visione delle operaie scamiciate e immerse in quel vapore rossastro.
Goujet s'era accorto che il pensiero di Etienne assillava Gervaise, e volendo salvare il bambino dai calci di
Coupeau, era riuscito a farlo assumere nella sua fabbrica di bulloni come addetto al mantice. Il mestiere di chiodaio non
era certo piacevole in s, lavorare nella fucina insudiciava e il fatto di battere ogni giorno gli stessi pezzi di ferro aveva
qualcosa di stupido e ostinato; ma era pur sempre una condizione vantaggiosa, vi si poteva guadagnare dieci o anche
dodici franchi al giorno. Il ragazzino, che aveva allora dodici anni, poteva in poco tempo imparare il mestiere, se gli
piaceva. Etienne era cos diventato un legame in pi fra la lavandaia e il fabbro. Goujet riaccompagnava a casa il
bambino, le raccontava i suoi progressi. Goujet doveva aver proprio una bella cotta per lei, le dicevano tutti ridendo.
Gervaise lo sapeva, e arrossiva come una scolaretta in un piccolo fremito di pudore che le colorava le guance con i toni
accesi d'una mela appiola. Eppure quel fanciullone di Goujet non l'aveva mai messa in imbarazzo: non una volta che le
avesse accennato alla cosa, mai un gesto troppo audace o una parola volgare. E senza volerlo confessare nemmeno a se
stessa, assaporava con volutt il piacere di sentirsi amata in quel modo, quasi fosse una santa vergine. Se le capitava
qualche guaio, il suo pensiero correva subito al fabbro, e la cosa ogni volta la consolava. Nemmeno se rimanevano
completamente soli, si sentivano in qualche modo turbati: si guardavano sorridendo con gli occhi negli occhi, senza
parlare, senza dirsi quello che provavano. Era una sorta d'intenerimento pacato che non si curava degli aspetti pi
materiali dell'esistenza, anche perch sempre meglio conservare la propria tranquillit, quando si pu essere felici
senza smettere d'essere in pace con se stessi.
Verso la fine di quell'estate, Nan riusc a mettere sottosopra tutto il caseggiato. Aveva sei anni, e s'annunciava
gi come un'autentica briccona. Per non averla sempre fra i piedi, la madre l'accompagnava tutte le mattine fino al
piccolo pensionato della signorina Josse, in rue Polonceau, dove la bambina passava tutto il tempo a legare da dietro i
vestitini delle sue compagne e a riempire di cenere la tabacchiera della direttrice. Aveva poi certe trovate indecenti che
meglio non raccontare. La signorina Josse l'aveva mandata via per due volte, ma l'aveva poi sempre ripresa, non
volendo perdere quei sei franchi al mese. Finite le lezioni, Nan si vendicava di quelle ore che aveva trascorso
rinchiusa, faceva il diavolo a quattro nell'androne e nel cortile, dove le operaie, avendone i timpani rotti, le avevano
detto d'andare a giocare. Era l che Nan incontrava Pauline, la figlia dei Boche, e Victor, il figlio dell'antica padrona di
Gervaise, un babbeo di dieci anni che non vedeva l'ora d'abbandonarsi a ogni genere di ribalderie in compagnia delle
bambine pi piccole. La signora Fauconnier era rimasta in buoni rapporti con i Coupeau, e vi accompagnava volentieri
il figlio. L'intero caseggiato era del resto un inverosimile pullulare di marmocchi, frotte di ragazzini che sciamavano su
e gi per le quattro rampe di scale e s'abbattevano alla fine sul selciato come stormi di passeri striduli e predatori. La
sola signora Gaudron ne sguinzagliava in giro nove, biondi, bruni, spettinati, moccolosi, con i pantaloni tirati su fino
agli occhi, le calze che s'afflosciavano sulle scarpe, e certe camiciole a brandelli che lasciavano vedere il biancore della
pelle pur sotto gli strati di sudiciume. L'inquilina del quinto piano, una donna che portava il pane, ne aveva sette. Ma ne
uscivano a schiere da tutte le case. E in quel formicaio di monelli dai rosei faccini lavati soltanto dalla pioggia, se ne
vedevano alcuni gi alti e con l'aria scaltra, altri enormi e panciuti come uomini fatti, altri ancora piccolissimi, come
appena usciti dalla culla, ancora incerti sulle gambe, veri animaletti che si trascinavano a quattro zampe quando
cercavano di correre. Nan regnava su quella corte di monelli, faceva la padrona con ragazzine due volte pi grandi di
lei, e si degnava di cedere un po' del suo potere solo a Pauline e Victor, i due intimi confidenti che appoggiavano ogni
suo volere. La briccona proponeva ogni volta di giocare alla mamma, spogliava i pi piccini solo per il gusto di
rivestirli, pretendeva di guardare gli altri dappertutto, li palpeggiava, esercitando insomma il dispotismo capriccioso
d'una persona adulta e rotta a tutti i vizi. Sotto la sua guida facevano giochi che avrebbero meritato un bel paio di
schiaffi. Sguazzavano nelle acque colorate della tintoria, uscendone con le gambe tinte d'azzurro o di rosso fino alle
ginocchia; quindi correvano dal fabbro, gli rubavano dei chiodi e della limatura di ferro, scappavano di nuovo per
andarsi a gettare in mezzo ai trucioli del falegname, mucchi enormi di trucioli in cui si divertivano ad avvoltolarsi
mettendo in mostra il sedere. Il cortile era il loro regno. Il lastricato rimbombava sotto i colpi delle loro scarpine che si
rincorrevano, o nel grido lacerante di quelle voci che si facevano ancora pi acute non appena tutta la banda riprendeva
il suo volo. Ma c'erano giorni in cui nemmeno il cortile sembrava abbastanza grande per loro. Allora si riversavano
nelle cantine, risalivano, s'arrampicavano lungo una scala, infilavano un corridoio, scendevano di nuovo, rimontavano
per un'altra scala, seguivano un altro corridoio; e tutto questo senza mai stancarsi, per ore, urlando, mentre l'immenso

caseggiato sembrava vibrare, come scosso dal loro galoppo di piccole bestie scatenate e pericolose, acquattate in ogni
angolo.
Ma che sfacciati, questi bambini!, gridava la signora Boche. Si direbbe davvero che la gente non ha nulla di
meglio da fare, se mette al mondo tanti figli... E poi si lamentano, dicono che hanno appena di che mangiare!.
Boche diceva che i figli vengono su dalla miseria come i funghi dal letame. La portinaia strillava tutto il santo
giorno, minacciandoli con la scopa. Alla fine fu costretta a chiudere la porta delle cantine. Pauline, che si prese in
cambio un paio di schiaffi, le aveva raccontato di come a Nan fosse venuta la bella idea di giocare al dottore proprio
laggi, nell'oscurit. La piccola viziosa aveva deciso di curare gli altri a forza di bacchettate.
Insomma, un pomeriggio, s'arriv a un'orribile scenata. Prima o poi doveva pur capitare. Nan aveva inventato
un gioco davvero spassoso. Aveva rubato uno zoccolo della signora Boche, che la portinaia aveva dimenticato sulla
porta della sua guardiola. Dopo averlo legato a un pezzo di spago, cominci a trascinarlo come se fosse una carrozza.
Da parte sua, Victor pens bene di riempire lo zoccolo di bucce di mela. Un piccolo corteo si mise allora in marcia.
Nan era in prima fila e si tirava dietro lo zoccolo, con Pauline alla sua destra e Victor alla sua sinistra. Venivano poi
tutti gli altri marmocchi, in ordine, con i pi grandi che precedevano i pi piccoli, spingendosi l'un l'altro. Chiudeva la
sfilata un moccioso in gonnellino e con un cercine sfondato sull'orecchio. E il corteo intonava un canto lugubre e
punteggiato da oh! e da ah! di compianto, perch Nan aveva detto che avrebbero giocato al funerale: le bucce di mela
erano per l'appunto il morto. Fecero un primo giro del cortile, ne incominciarono un altro. Quel gioco doveva sembrar
loro davvero simpatico e divertente.
Ma che stanno facendo!, mormor la signora Boche, uscendo dalla guardiola per vedere meglio, sempre
diffidente e sul chi vive.
Le bast un attimo per capire, e grid allora fuori di s:
Ma il mio zoccolo! Ah! maledetti furfanti!.
E si mise a darle di santa ragione, prese a ceffoni Nan su entrambe le guance, diede un calcio a Pauline: cos
imparava, quell'oca, a lasciar portar via lo zoccolo alla madre! Gervaise stava riempiendo un secchio alla fontana del
cortile. Vedendo Nan con il naso sanguinante e quasi soffocata dai singhiozzi, per poco non salt al collo della
portinaia. S'era mai visto battere un bambino come se fosse una bestia? Si doveva proprio essere senza cuore, la pi
infame delle infami. La signora Boche replic: quando si aveva una figlia svergognata come la sua, era meglio tenerla
sotto chiave. Boche stesso s'affacci sulla soglia della guardiola, e grid alla moglie di rientrare in casa, invece di perder
tempo in tante spiegazioni o d'immischiarsi in porcherie del genere. Da quel giorno i loro rapporti si guastarono
completamente.
Fra i Boche e i Coupeau le cose non andavano pi bene come una volta da almeno un mese. Gervaise, generosa
per natura, non faceva che portar loro litri di vino, tazze di brodo, arance, fette di torta. Una sera era scesa in portineria
con un avanzo di cicoria e di barbabietola, sapendo che la signora Boche avrebbe commesso qualunque infamia per un
piatto di verdura. Ma l'indomani era rimasta di stucco, era impallidita, mentre la signorina Remanjou le raccontava in
che modo la portinaia avesse buttato via la sua cicoria con aria disgustata, e per di pi in presenza d'altre persone,
protestando indignata che, grazie a Dio! non era ancora arrivata al punto di dover mangiare dai piatti in cui gli altri
avevano appena sbavato. Da quel momento, Gervaise aveva interrotto le sue elargizioni: basta con i litri di vino, basta
con le tazze di brodo, con le arance, con le fette di torta o con qualunque altra cosa! La faccia dei Boche era un vero
spettacolo! Si sentivano come derubati dai Coupeau. Gervaise aveva capito il suo errore: se non fosse stata tanto sciocca
da rimpinzarli in quel modo, i Boche non avrebbero finito per prenderci gusto, avrebbero continuato a mostrarsi gentili.
La portinaia diceva ormai peste e corna di lei. Alla scadenza d'ottobre, perse ore e ore a spettegolare sul suo conto con il
padrone di casa, il signor Marescot, dicendogli che la lavandaia era in ritardo d'un giorno sulla sua pigione perch
spendeva ogni soldo che guadagnava in ghiottonerie. E il signor Marescot, a sua volta tutt'altro che garbato, entr nella
bottega di Gervaise senza nemmeno togliersi il cappello, pretendendo il suo denaro; e fu subito accontentato. I Boche si
erano naturalmente riappacificati con i Lorilleux. Era in compagnia di questi ultimi che adesso mangiavano e bevevano
nella loro guardiola, tutti e quattro inteneriti da quella riconciliazione. Non avrebbero mai litigato se non ci fosse stata di
mezzo la Zoppa, una di quelle donne che avrebbero messo in guerra fra loro le montagne. Ah! anche loro, i Boche,
avevano ormai capito con chi avevano a che fare, si rendevano conto della sofferenza dei Lorilleux. E ogni volta che
Gervaise si trovava a passare, si mettevano a ridere pi forte solo per farsi sentire al di l della porta.
Ma un giorno Gervaise non pot fare a meno di salire dai Lorilleux. C'era il problema di mamma Coupeau, che
aveva allora sessantasette anni. I suoi occhi non ci vedevano pi, e anche le gambe erano male in arnese; aveva dovuto
rinunciare a far la donna delle pulizie, e rischiava adesso di morire di fame se qualcuno non la soccorreva. A Gervaise
sembrava vergognoso che una donna di quell'et, pur avendo tre figli, si trovasse a tal punto abbandonata e sola al
mondo. Coupeau s'era rifiutato di parlarne con i Lorilleux, e aveva detto a Gervaise che poteva farlo lei stessa; e
Gervaise s'era decisa a salire, sotto l'impulso d'una indignazione che le faceva scoppiare il cuore nel petto.
Entr senza bussare, come una tempesta. Nulla era cambiato dalla sera in cui i Lorilleux, per la prima volta,
l'avevano accolta in un modo cos poco incoraggiante. Lo stesso brandello di lana scolorita separava la camera dal
laboratorio, stretto come un budello e fatto apposta per un'anguilla. Lorilleux, curvo sul tavolo da lavoro, stava
stringendo una a una le maglie d'un pezzo di colonna, mentre la signora Lorilleux, in piedi davanti alla morsa, tirava un
filo d'oro alla filiera. La piccola fucina, nella piena luce del giorno, mandava riflessi rossastri.

S, sono io!, disse Gervaise. La cosa vi stupisce, perch siamo ormai ai ferri corti? Ma non sono salita n
per me n per voi, lo potete immaginare... Sono venuta da voi per mamma Coupeau. S, sono salita a vedere per quanto
tempo ancora la lasceremo ad aspettare un tozzo di pane dalla carit degli altri.
Bene! che bel modo d'entrare!, mormor la signora Lorilleux. Avete davvero una bella faccia tosta!.
E si gir di spalle, riprese a tirare il filo d'oro, fingendo d'ignorare la presenza della cognata. Lorilleux aveva
sollevato la faccia illividita, gridando:
Ma di che parlate?.
Aveva invece capito perfettamente, e continu:
Ancora delle chiacchiere, vero? Ma che carina, mamma Coupeau, ad andare in giro a piangere miseria!...
Come se appena due giorni fa non avesse cenato qui da noi! Tutto quello che possiamo fare, lo facciamo. Non abbiamo
trovato il Per... Ma se continua ad andare a spettegolare in casa degli altri, allora che ci resti! a noi non vanno a genio i
ficcanaso!.
Riprese il pezzo di catena, e si gir a sua volta di spalle aggiungendo come a malincuore:
Se tutti gli altri le daranno cento soldi al mese, glieli daremo anche noi.
Gervaise s'era intanto un po' calmata. I volti terrei dei Lorilleux immancabilmente la raggelavano. Non aveva
mai messo piede in casa loro senza provare all'istante una sorta di malessere. Con gli occhi abbassati a terra, sulle
losanghe del pavimento di legno, dove andavano a cadere gli scarti dell'oro, diceva adesso le sue ragioni in un tono pi
pacato. Mamma Coupeau aveva tre figli: se ognuno dava cento soldi, facevano in tutto solo quindici franchi, e quindici
franchi non potevano bastare, non si poteva vivere con cos poco, si doveva almeno triplicare la somma. Ma Lorilleux
protestava: dove credeva che potesse trovare quindici franchi al mese? La gente era davvero strana, lo credevano tutti
ricco perch aveva dell'oro in casa! E se la prendeva di nuovo con mamma Coupeau: non voleva rinunciare al caff la
mattina, le piaceva bere, aveva insomma gli stessi gusti di chi pu permetterseli avendo dei soldi. Perbacco! piacerebbe
a tutti poter fare quel che si vuole, ma quando non si stati capaci di risparmiare nemmeno un soldo, bisogna fare come
fanno gli altri, stringere la cinta! Del resto mamma Coupeau non era ancora tanto vecchia da non poter pi lavorare, e
quanto al vederci, ci vedeva perfettamente quando doveva tirar su un buon boccone dal piatto. Insomma, era una furba
di tre cotte, il suo sogno era quello di starsene tranquillamente in panciolle. Se anche ne avesse avuto i mezzi, gli
sarebbe sembrato d'agire per il peggio incoraggiando qualcuno nella poltroneria.
Gervaise continuava a mostrarsi conciliante, e s'opponeva pacatamente a quelle ragioni poco convincenti.
Cercava di commuovere i Lorilleux. Il marito smise perfino di risponderle. La moglie si trovava adesso davanti alla
fucina, e stava decapando un pezzo di catena nella piccola casseruola di rame dal lungo manico, piena d'acido nitrico
allungato nell'acqua. Faceva sempre in modo di volgerle le spalle, con ostentazione, come fingendo d'essere a cento
leghe di distanza. Ma Gervaise s'ostinava a parlare, e li guardava intanto accanirsi sul lavoro, immersi nella polvere
nerastra del laboratorio, con i corpi contratti, gli abiti sdruciti e bisunti, resi duri e stupidi come vecchi utensili dalla loro
fatica da automi. Allora, di colpo, la collera la riafferr alla gola, e grid:
Basta, forse meglio cos, tenetevi pure i vostri soldi!... Preferisco pensarci io a mamma Coupeau, mi capite?
L'altra sera ho raccolto un gatto, posso benissimo raccogliere anche vostra madre. E non mancher di niente, avr il suo
caff e il suo bicchierino!... Santo cielo! che sudicia famiglia!.
La signora Lorilleux si rigir di scatto, brandendo la casseruola come se volesse gettare in faccia alla cognata
l'acido nitrico allungato. Balbettava:
Toglietevi dai piedi, o faccio uno sproposito... E non contate sui miei cento soldi, non vi dar nemmeno il
becco d'un quattrino, nemmeno un soldo, nemmeno uno!... S, figuriamoci, cento soldi! La mamma vi farebbe da serva,
e voi intanto ve la spassereste con i miei cento soldi! E se decide di venire a casa vostra, ditele proprio cos! pu anche
trovarsi in fin di vita, non le porter nemmeno un bicchier d'acqua... Su, forza, vi ho detto di togliervi dai piedi!.
Che donna orribile!, disse Gervaise sbattendo violentemente la porta.
L'indomani stesso si prese in casa mamma Coupeau. Sistem il suo letto nello stanzino in cui dormiva Nan e
che era illuminato dal grande lucernario rotondo che s'apriva quasi all'altezza del soffitto. Il trasloco non port via molto
tempo. Mamma Coupeau aveva infatti pochi mobili: il letto, un vecchio armadio di noce che and a finire nella camera
della biancheria sporca, un tavolo e due sedie; il tavolo fu venduto e le due sedie vennero fatte di nuovo impagliare. Fin
dalla prima sera, la vecchia si mise a scopare e a lavare le stoviglie, cerc insomma di rendersi utile in ogni modo, felice
che qualcuno si prendesse finalmente cura di lei. I Lorilleux schiattavano dalla rabbia, tanto pi che la signora Lerat
aveva da poco fatto la pace con i Coupeau. Le due sorelle, la fiorista e la fabbricante di catenelle, avevano finito per
prendersi a schiaffi in un feroce battibecco a proposito di Gervaise. La prima, dopo essersi azzardata ad approvare la
condotta della cognata nei confronti di mamma Coupeau, vedendo la seconda esasperata e volendo soprattutto
provocarla, non aveva esitato ad esaltare gli occhi della lavandaia, degli occhi magnifici che avrebbero potuto dar fuoco
a un pezzo di carta. E tutte e due, dopo essersi schiaffeggiate, avevano giurato di non rivedersi mai pi. La signora Lerat
trascorreva adesso le sue serate nella bottega di Gervaise, dove si divertiva ad ascoltare le sconcezze di Clmence.
Passarono tre anni. Litigarono e rifecero la pace infinite volte. Gervaise se ne infischiava dei Lorilleux, dei
Boche e di tutti quelli che non la pensavano come lei. Se avevano qualcosa da ridire, potevano anche andarsene al
diavolo! Guadagnava quel che voleva, questa era la cosa che per lei contava di pi. Nel quartiere era ormai tenuta in
grande considerazione. Ce n'erano del resto ben poche di clienti come lei: una che pagava sempre puntualmente, non
mercanteggiava, non faceva mai delle storie! Gervaise comprava il pane dalla signora Coudeloup, in rue des
Poissonniers, la carne da Charles, il macellaio di rue Polonceau, le spezie da Lehongre, in rue de la Goutte-d'Or, quasi

dirimpetto alla sua bottega. Franois, il vinaiolo che stava all'angolo della via, le portava il vino in ceste da cinquanta
litri. Vigouroux, la cui moglie doveva avere i fianchi ormai viola per tutti i pizzicotti che si prendeva dagli uomini, le
vendeva il coke allo stesso prezzo della Compagnia del gas. E si poteva ben dirlo: i suoi fornitori la servivano sempre
con coscienza, lo sapevano anche loro che con lei c'era tutto da guadagnare a comportarsi da persone gentili. Ogni volta
che andava in giro per il quartiere, in ciabatte e a testa nuda, la salutavano tutti con riguardo. Gervaise si sentiva come a
casa propria, le strade vicine le sembravano come il naturale prolungamento dell'alloggio in cui viveva e che s'apriva al
loro stesso livello sul marciapiede. Le capitava sempre pi spesso d'attardarsi in qualche commissione, felice d'essere
all'aperto, in mezzo alla gente che conosceva. Nei giorni in cui le mancava perfino il tempo per mettere qualcosa sul
fuoco, andava a prendere dei cibi gi cotti, e si tratteneva a chiacchierare con il trattore, che occupava una bottega
dall'altra parte del caseggiato, un'ampia sala dalle grandi vetrate impolverate, oltre la cui sporcizia s'intravedeva in
fondo la luce appannata del cortile. Oppure si fermava a parlare, con le mani cariche di piatti e di scodelle, davanti a una
finestra del pianterreno, in modo da guardar dentro al bugigattolo del ciabattino: un letto disfatto, il pavimento
ingombro di pezze, due culle zoppicanti e il vasetto di pece pieno d'acqua nera. Ma il vicino che rispettava di pi era pur
sempre l'orologiaio dirimpetto, il signore in redingote e dall'aria perbene che passava ore e ore a frugare negli orologi
con i suoi microscopici strumenti; e attraversava spesso la via soltanto per salutarlo, gli sorrideva e restava per qualche
attimo ad ammirare, in quella bottega stretta come un armadio, l'allegro oscillare dei piccoli cuc i cui bilancieri si
muovevano in fretta, battendo l'ora fuori tempo, tutti insieme.
CAPITOLO SESTO

In un pomeriggio d'autunno, mentre tornava verso casa dopo aver consegnato dei capi di biancheria a una
cliente di rue des Portes-Blanches, Gervaise si ritrov al cadere del giorno nella parte bassa di rue des Poissonniers. La
mattina aveva piovuto, ma il tempo era adesso dolcissimo e un intenso profumo saliva dal selciato ancora scivoloso.
Appesantita dall'enorme paniere, con il corpo accasciato, la lavandaia soffocava, rallentava il passo, e risaliva la via
sentendo dentro di s la vaga inquietudine d'un desiderio sensuale reso ancora pi forte dalla fatica. Avrebbe volentieri
mangiato qualcosa di buono. Alzando per caso gli occhi, vide la targa di rue Mercadet e le venne allora l'idea
improvvisa d'andare a trovare Goujet nella sua fucina. Mille volte il fabbro l'aveva invitata a farlo, se solo le fosse
venuta la curiosit di vedere come si lavorava il ferro. Davanti agli altri operai, avrebbe chiesto di Etienne, in modo da
far credere che s'era decisa a entrare unicamente per il figlio.
La fabbrica di bulloni e di rivetti si doveva trovare proprio da quella parte di rue Mercadet, ma Gervaise non
sapeva esattamente dove, tanto pi che la numerazione spesso mancava e fra un edificio e l'altro sorgevano a intervalli
dei terreni abbandonati. Era una via in cui non avrebbe abitato per tutto l'oro del mondo, una via larga e sporca, annerita
dalla polvere di carbone delle manifatture vicine, piena di buche e di solchi in cui le pozze d'acqua imputridivano.
Lungo i bordi della strada s'innalzavano dei capannoni, grandi officine a vetri, costruzioni grige e come incompiute che
lasciavano a nudo i mattoni e le ossature, tutto uno sparpagliamento di murature traballanti e interrotte da squarci che
davano sulla campagna, fiancheggiate da locande malfamate e da bettole oscure. Gervaise ricordava soltanto che la
fabbrica era quasi attaccata a un magazzino di stracci e di ferri vecchi, una sorta di cloaca che si spalancava a fior di
terra e in cui giacevano ammassi di merci per centinaia di migliaia di franchi, stando almeno a quanto raccontava
Goujet. Cerc allora d'orientarsi in mezzo allo strepito delle officine: sui tetti, canne sottili soffiavano con violenza
sbuffi di vapore; da una segheria meccanica uscivano dei cigolii regolari, come strappi improvvisi in una pezza di
calic; le manifatture di bottoni facevano vibrare il suolo con il battito ritmato delle loro macchine. Gervaise stava
guardando verso Montmartre, indecisa, non sapendo se doveva spingersi ancora oltre, quando un colpo di vento fece
ricadere la fuliggine d'un alto camino, ammorbando tutta la via; chiuse gli occhi, sentendosi soffocare, e proprio in
quell'istante giunse fino a lei un rumore cadenzato di martelli. Era arrivata senza accorgersene di fronte alla fabbrica: la
riconobbe dalla fossa tutta piena di stracci che si apriva da un lato.
Ma esit ancora, non sapendo da che parte entrare. Una palizzata sfondata apriva un varco che sembrava
inoltrarsi in mezzo ai calcinacci d'un cantiere in demolizione. Una pozza d'acqua melmosa impediva il passaggio, ma
due grandi assi erano state gettate di traverso. Gervaise s'arrischi a salire sulle assi, volt a sinistra, e venne a trovarsi
in una strana selva di vecchie carrette rovesciate a stanghe in aria e di casolari in rovina, le cui sole travature
rimanevano in piedi. Verso il fondo s'intravedeva il bagliore d'un fuoco, il cui rosseggiare squarciava l'oscurit della
notte, qua e l interrotta dall'ultima luce del giorno. I martelli avevano smesso di battere. Gervaise avanzava con
prudenza, avvicinandosi sempre pi al chiarore sul fondo, quando all'improvviso le pass accanto un operaio dalla
faccia nera di carbone e come incespugliata da una barba da capro, con uno sguardo obliquo negli occhi un po' acquosi.
Signore, domand, qui, vero, che lavora un bambino di nome Etienne?... mio figlio.
Etienne, Etienne, ripeteva l'operaio, ciondolando, con una voce un po' roca. Etienne, no, non lo conosco.
La sua bocca spalancata alitava lo stesso odore d'alcool che esce dalle vecchie botti d'acquavite, una volta che
s' tolto il tappo. E poich quell'incontro con una donna in un angolo tanto appartato cominciava a renderlo pi audace,
Gervaise indietreggi, mormorando:
Ma qui, almeno, che lavora il signor Goujet?.

Ah! Goujet, lui s!, rispose l'operaio, Goujet lo conosco! Se siete venuta per Goujet... Andate fino in
fondo.
E rigirandosi, strill con quella sua voce che risuonava come il rame incrinato:
Ehi! Gueule-d'Or, c' una signora per te!.
Ma il suo grido fu soffocato da un fracasso di ferri vecchi. Gervaise arriv fino in fondo alla strada, raggiunse
una porta, guard dentro: era un locale immenso, ma dapprima non riusc a distinguervi quasi nulla. La fucina era come
morta, e un bagliore lontano e offuscato come quello d'una stella faceva sembrare ancora pi remoti i contorni immersi
nelle tenebre. Larghe ombre galleggiavano qua e l, e a tratti delle masse nere passavano davanti al fuoco, coprendo
l'ultimo sprazzo di chiarore, uomini ingranditi a dismisura e di cui s'indovinavano le grosse membra. Gervaise, non
osando avventurarsi, chiamava dalla porta, a mezza voce:
Signor Goujet, signor Goujet....
D'un tratto tutto si rischiar. Sotto il respiro affannoso del mantice era sprizzato un getto di fiamma bianca. E
Gervaise vide allora il capannone, chiuso da tramezzi di assi, con aperture murate in modo grossolano e spigoli
rafforzati da strati di mattoni. Le polveri volteggianti del carbone intonacavano l'officina con una coltre di grigia
fuliggine. Dalle travi pendevano grandi ragnatele, simili a stracci messi lass ad asciugare e fatti pesanti da anni e anni
di sudiciume accumulato. Tutt'attorno alle pareti del capannone, abbandonati sulle scansie, appesi ai chiodi o gettati in
qualche angolo oscuro, mucchi di vecchi ferri, d'attrezzi fuori uso e di utensili enormi mostravano i loro profili spezzati,
sformati e duri. La fiamma incandescente continuava a sprizzare in alto, scintillante, illuminando come in un raggio di
sole la terra battuta, dove l'acciaio levigato di quattro incudini ben salde nei loro ceppi prendeva un riflesso d'argento
con pagliuzze dorate.
Fu allora che Gervaise riconobbe la bella barba bionda del fabbro. Goujet era in piedi davanti alla fucina,
mentre Etienne tirava il mantice. C'erano altri due operai, ma la lavandaia vide soltanto Goujet; s'avvicin, si ferm
davanti a lui.
Toh! la signora Gervaise!, grid Goujet illuminandosi in volto, ma che bella sorpresa!.
Ma subito dopo, accorgendosi delle strane espressioni dei compagni, spinse Etienne verso la madre e aggiunse:
Siete venuta a vedere il piccolo... in gamba, comincia gi a farsi la mano.
Certo che non facile arrivare fin qui, disse Gervaise. Avevo l'impressione d'essere in capo al mondo....
E raccont il suo viaggio. Poi domand come mai il nome di Etienne non era conosciuto nell'officina. Goujet
sorrideva. Le spieg che il ragazzino veniva chiamato da tutti Zuz, perch aveva i capelli rapati come quelli d'uno
zuavo. Mentre chiacchieravano, Etienne aveva smesso di tirare il mantice, e la fiamma della fucina s'abbassava, un
roseo chiarore s'andava spegnendo in mezzo al capannone nuovamente immerso nell'ombra. Il fabbro guardava con
tenerezza la giovane donna che gli sorrideva, tutta luminosa pur in quel barlume di luce. Poi, siccome entrambi non si
dicevano pi nulla, come sospesi a loro volta in quelle tenebre, sembr ricordarsi all'improvviso di qualcosa, ruppe il
silenzio:
Dovete perdonarmi, signora Gervaise, ma ho un lavoro da finire. Potete rimanere, non date fastidio a
nessuno.
E Gervaise rimase. Etienne s'era rimesso a manovrare il mantice. La fucina fiammeggiava di sprazzi di
scintille, tanto pi che il ragazzino, volendo mostrare la sua forza alla madre, riusciva a scatenare un soffio possente
come un uragano. Goujet, in piedi, teneva d'occhio una sbarra di ferro che s'arroventava, aspettando con le tenaglie in
mano. L'immenso bagliore della fucina lo illuminava violentemente, senza nemmeno un'ombra. La camicia avvoltolata
alle maniche, aperta sul collo, gli scopriva le braccia nude, il petto nudo, una pelle rosata da fanciulla su cui
s'arricciavano i suoi peli biondi; e con la testa un po' bassa fra le grosse spalle ingobbite di muscoli, l'espressione
attenta, gli occhi chiari fissi sulla fiamma, senza un battito, sembrava un gigante in riposo e tranquillo nella sua forza.
Quando la sbarra fu incandescente, l'afferr con le tenaglie e la tagli in tanti pezzi regolari battendola con il martello su
un'incudine, come se avesse infranto dei pezzi di vetro a colpi leggeri. Quindi rimise i pezzi sul fuoco, riprendendoli
uno a uno per forgiarli. Fabbricava dei rivetti a sei facce. Metteva i pezzi di ferro in una chiodaia, schiacciava il ferro
che formava la capocchia, appiattiva le sei facce, gettava a terra i rivetti finiti e ancora roventi, la cui vivida macchia
andava allora a spegnersi nell'ombra; e tutto questo senza mai smettere di picchiare sull'incudine, reggendo nella mano
destra un martello di cinque libbre, aggiustando un dettaglio a ogni colpo, rivoltando e lavorando il ferro con una tale
destrezza che poteva al tempo stesso conversare e guardare la gente. L'incudine aveva un suono argentino. E Goujet, per
nulla sudato, del tutto a suo agio, continuava a battere tranquillamente, come se la cosa non gli costasse uno sforzo
maggiore di quello che faceva a casa propria, la sera, quando si metteva a ritagliare le sue figure.
Sono dei piccoli rivetti di venti millimetri, spiegava rispondendo alle domande che gli rivolgeva Gervaise.
Se ne possono anche fare trecento al giorno... Ma bisogna farci l'abitudine, il braccio s'arrugginisce in fretta....
E quando Gervaise gli domand se il polso non gli si intorpidiva alla fine della giornata, scoppi a ridere. Lo
prendeva forse per una femminuccia? Il suo polso s'era sottoposto a prove ben pi dure, in quegli ultimi quindici anni, e
s'era fatto a sua volta di ferro a forza di strofinarsi contro gli attrezzi del mestiere. Ma Gervaise aveva comunque
ragione: un signore che non avesse mai fabbricato un rivetto o un bullone, e avesse voluto mettersi a giocare con il
martello di cinque libbre, ne avrebbe avuto le ossa rotte in capo a due ore. Pareva una cosa da nulla, ma poteva buttare a
terra dei veri colossi nel giro di pochi anni. Anche gli altri operai stavano battendo sulle incudini, tutti insieme. Le loro
grandi ombre sembravano come danzare in quel bagliore d'incendio, mentre i lampi rossastri del ferro che uscivano dal
braciere andavano a perdersi nelle tenebre sul fondo, e sprazzi di scintille s'alzavano in volo a ogni colpo di martello,

irradiandosi come soli tutt'attorno alle incudini. A Gervaise sembrava d'essere a sua volta afferrata dal ritmo incessante
della fucina; era contenta, non pensava affatto ad andarsene. Stava raggiungendo Etienne, dopo aver fatto un lungo giro
per non correre il rischio di bruciarsi le mani, quando vide entrare l'operaio sudicio e barbuto con cui aveva parlato nel
cortile.
Beh! alla fine siete riuscita a scovarlo!, le disse quello con la sua aria beffarda da ubriacone. Lo sai,
Gueule-d'Or? sono stato io a dire alla signora dove ti poteva trovare....
Lo chiamavano Bec-Sal, detto anche Boit-sans-Soif. Era il migliore dei migliori, uno che sapeva fare i bulloni
come nessun altro, anche perch gli piaceva innaffiare il ferro con un litro d'acquavite al giorno. Era appena andato a
farsene un bicchierino, non si sentiva abbastanza oliato da poter resistere fino alle sei. Quando venne a sapere che Zuz
si chiamava in realt Etienne, la cosa gli sembr quanto mai divertente, e scoppi in un'enorme risata che gli scopr i
denti ormai completamente anneriti. Poi riconobbe Gervaise. Non pi tardi del giorno prima, aveva bevuto un
bicchierino con Coupeau. Ogni volta che qualcuno gli parlava di Bec-Sal, detto anche Boit-sans-Soif, subito Coupeau
si metteva a gridare: Quello s che uno in gamba!. Ah! quell'animale di Coupeau! ce n'erano pochi in giro di
generosi come lui, era sempre lui ad offrire da bere, anche quando sarebbe stato il turno d'un altro!
Mi fa piacere sapere che siete sua moglie, ripeteva. Se la merita, una bella moglie! Non ho ragione Gueuled'Or, la signora non forse una gran bella moglie?.
E continuava a mostrarsi galante, cercava di farsi sempre pi vicino alla lavandaia. Gervaise riprese allora la
cesta, e se la strinse al seno in modo da tenerlo a distanza. Goujet, visibilmente contrariato, capiva che il compagno si
permetteva di scherzare con tanta libert proprio per la sua buona amicizia con Gervaise.
E allora, sfaticato!, gli grid, quando pensi di farli i quaranta millimetri?... Ti senti abbastanza in forma,
adesso che ti sei lubrificato per bene, ubriacone che non sei altro?.
Il fabbro alludeva a un'ordinazione di grossi bulloni che richiedevano almeno due coniatori all'incudine.
Ma subito, se vuoi, mio bel fanciullone!, rispose Bec-Sal, detto anche Boit-sans-Soif Ancora si succhia il
pollice, e gi pretende di far le cose come un uomo! Sarai pure grande e grosso, ma io ne ho fatti fuori anche di pi
tosti!.
E allora, d'accordo, subito! Vieni, a noi due!.
Sono pronto, canaglia!.
Si sfidavano, la presenza di Gervaise li infiammava. Goujet gett nel fuoco i pezzi di ferro che aveva gi
tagliato, poi fiss su un'incudine una chiodaia di grosso calibro. Il suo compagno, dopo aver staccato dal muro due
mazze di venti libbre, le due sorelle maggiori dell'officina, che gli operai chiamavano Fifine e Ddle, continuava a
darsi delle arie, parlava di sei dozzine di rivetti che aveva forgiato per il faro di Dunkerque, dei veri gioielli, degli
oggetti da esporre in un museo, da tanto erano perfettamente rifiniti. Accidenti! no e poi no non aveva paura della
concorrenza, per trovarne un altro bravo come lui non sarebbe bastato frugare in tutte le officine della capitale. Adesso
s che c'era da ridere, era una cosa tutta da vedere.
Sar la signora a giudicare, disse volgendosi verso la giovane.
Basta con le chiacchiere!, grid Goujet. Zuz, mettici un po' di forza! Deve accendersi di pi, ragazzo
mio!.
Ma Bec-Sal, detto anche Boit-sans-Soif, aveva ancora una domanda da fare:
Allora, battiamo insieme?.
Niente affatto! un bullone per uno, mio prode!.
Queste parole crearono un gelo improvviso, e l'altro operaio, nonostante tutta la sua parlantina, rimase di colpo
a bocca aperta dallo stupore. Dei bulloni di quaranta millimetri forgiati da un solo uomo erano una cosa mai vista, tanto
pi che i bulloni dovevano essere a capocchia rotonda, un'impresa difficilissima, un vero capolavoro, ammesso di
saperlo fare. Gli altri tre operai dell'officina avevano abbandonato il lavoro, e s'erano messi a guardare. Uno di loro, alto
e magro, scommise un litro sulla sconfitta di Goujet. I due fabbri presero una mazza per uno, a occhi chiusi, perch
Fifine pesava mezza libbra pi di Ddle. Bec-Sal, detto anche Boit-sans-Soif, ebbe la fortuna di scegliere Ddle,
mentre a Gueule-d'Or capit Fifine. E mentre aspettavano che il ferro s'arroventasse, il primo, fattosi di nuovo
baldanzoso, si piazz davanti all'incudine senza smettere di lanciare tenere occhiate in direzione della lavandaia.
Prendeva la giusta posizione, picchiava con il piede a terra in segno di sfida, come un cavaliere sul punto di battersi in
duello, faceva gi ondeggiare Ddle a tutta forza. Ah! fulmini di Dio! si sentiva davvero in gran forma, avrebbe potuto
ridurre in frittelle la colonna Vendme!
Su, comincia!, gli disse Goujet mettendo nella chiodaia un pezzo di ferro grosso come il polso d'una
fanciulla.
Bec-Sal, detto anche Boit-sans-Soif, s'inarc e diede il via alla danza di Ddle, reggendola con entrambe le
mani. Piccolo, rinsecchito, con la sua barba da capro e gli occhi da lupo che gli scintillavano sotto la zazzera spettinata,
si piegava in due a ogni colpo del martello, si sollevava da terra come trasportato dal suo stesso slancio. Sembrava che
si battesse furiosamente con il ferro per il solo fatto di sentirlo tanto resistente; s'accaniva, e mandava fuori una specie
di grugnito ogni volta che gli pareva d'avergli assestato un duro colpo. Forse l'acquavite rendeva molli le braccia degli
altri, ma lui aveva bisogno d'acquavite nelle vene, al posto del sangue: il bicchierino di prima gli aveva messo in moto
la carcassa come una caldaia, sentiva in s la forza straordinaria d'una macchina a vapore. Era il ferro ad avere paura di
lui, quella sera, facendosi piatto e molle come un mozzicone di sigaretta. E Ddle continuava a ballare, era uno
spettacolo! Faceva la capriola con le gambe in aria, come una ballerina dell'Elyse-Montmartre che mette in mostra tutta

la sua biancheria. Ma non c'era tempo da perdere, il ferro cos traditore che si raffredda all'istante, solo per il gusto di
fare un dispetto al martello. In trenta colpi Bec-Sal, detto anche Boit-sans-Soif, aveva dato forma alla capocchia del
suo bullone. Ma ansimava, strabuzzava gli occhi, era fuori di s dalla rabbia perch le braccia gli scricchiolavano.
Inferocito, saltellando, urlando, fece allora cadere altri due colpi, cos, unicamente per vendicarsi della sua fatica. E
quando finalmente lo tir fuori dalla chiodaia, il bullone era ormai deformato e aveva la capocchia male impiantata
come quella d'un gobbo.
Beh! che ve ne pare, niente male, vero?, disse comunque senza scomporsi, mostrando il suo lavoro a
Gervaise.
Non so, non ne capisco nulla, signore, rispose la lavandaia con aria perplessa.
Ma s'era accorta dei due ultimi colpi di taglio lasciati da Ddle sul bullone; e ne era felice, stringeva le labbra
per non mettersi a ridere, perch adesso Goujet aveva tutte le probabilit di vincere.
Toccava appunto a Gueule-d'Or. Prima di cominciare, il fabbro lanci alla lavandaia uno sguardo pieno di
tenera fiducia. Poi non s'affrett, calcol la giusta distanza, fece ricadere il martello dall'alto a grandi bracciate regolari.
Aveva un lancio classico, corretto, agile e perfettamente bilanciato. Nelle sue mani, Fifine non s'abbandonava a una
danza sfrenata da balera, con le gambe in aria e le sottane in disordine, ma si sollevava e ricadeva in perfetta armonia,
come una nobile signora dall'aria austera che stesse guidando un vecchio minuetto. I tacchi di Fifine battevano il tempo
gravemente, affondavano nel ferro rovente, sulla capocchia del bullone, con un'arte ponderata, dapprima schiacciando il
metallo nel mezzo, poi modellandolo con una serie di colpi precisi e ritmati. Non era di certo acquavite che Gueule-d'Or
aveva nelle vene, era sangue, un sangue puro che pulsava potentemente fin dentro il martello e dava la giusta cadenza
alla sua fatica. Era l'impresa d'un uomo magnifico, d'un vero colosso! Goujet era colpito in pieno dall'alta fiamma della
fucina. I suoi corti capelli arricciati sulla fronte bassa, la sua bella barba bionda e inanellata, s'accendevano, gli
illuminavano il volto con i loro fili d'oro, e il volto sembrava davvero intagliato nell'oro, senza esagerazione! E in pi un
collo che assomigliava a una colonna, un collo bianco come quello d'un bambino, un petto ampio e tanto vasto da
potervi coricare una donna di traverso, le spalle e le braccia come scolpite e ricalcate su quelle d'un gigante in un
museo. Ogni volta che prendeva l'abbrivio, si vedevano i suoi muscoli che pulsavano, montagne di carne che tremavano
e s'indurivano sotto la pelle; e le spalle, il petto, il collo, si gonfiavano. Irradiava una sorta di luminosit tutt'attorno al
suo corpo, diventava bello e onnipotente come un dio benevolo. Gi venti volte aveva calato a tutta forza Fifine, gli
occhi fissi sul ferro, respirando a ogni colpo, mentre due gocce di sudore gli scorrevano sulle tempie. Contava: ventuno,
ventidue, ventitr. Fifine continuava tranquillamente a fare i suoi inchini come una gran dama.
Quante scene!, mormor sogghignando Bec-Sal, detto anche Boit-sans-Soif
Gervaise si trovava proprio di fronte a Gueule-d'Or, e lo guardava sorridendo teneramente. Mio Dio! gli uomini
erano proprio sciocchi! Quei due non s'accanivano forse sui loro bulloni soltanto per farle la corte? Oh! se ne accorgeva
perfettamente, se la disputavano a colpi di martello, erano come due galli rossi che fanno i coraggiosi davanti a una
bianca gallinella. Quante se ne inventano! Il cuore ha a volte degli strani modi di dichiararsi! S, era per lei il
rimbombare di Ddle e Fifine sull'incudine, era per lei quell'agitarsi di tutta la fucina, adesso fiammeggiante come in
un incendio, invasa com'era dal vivo scoppiettare delle scintille. Stavano forgiando per lei un amore, era lei la posta in
gioco nel loro sfidarsi a chi alla fine avesse forgiato meglio. E la cosa le faceva in fondo piacere, perch alle donne le
galanterie sono sempre gradite. Ma erano i colpi del martello di Gueule-d'Or a riecheggiarle soprattutto nel cuore,
suonandovi come sull'incudine una musica argentina che accompagnava i battiti accelerati del suo sangue. Sembra una
sciocchezza, ma sentiva che qualcosa le si conficcava nel petto, qualcosa di saldo e resistente, quasi il ferro stesso del
bullone. Al crepuscolo, prima d'entrare nell'officina, camminando lungo i marciapiedi ancora bagnati, aveva sentito in
s un vago desiderio, il bisogno di mangiare un buon boccone: adesso era appagata, come se i colpi di martello di
Gueule-d'Or l'avessero nutrita. Oh! non dubitava affatto della sua vittoria, era a lui che sarebbe appartenuta. E poi BecSal, detto anche Boit-sans-Soif, era cos brutto mentre saltellava con l'aria di una scimmia appena scappata dalla
gabbia, nel suo camiciotto e nella sua casacca insudiciata! E Gervaise aspettava, rossa in volto, godendo tuttavia di
quell'immenso calore, felice di sentirsi a sua volta scossa dalla testa ai piedi dagli ultimi colpi di Fifine.
Goujet continuava a contare.
E ventotto!, grid alla fine poggiando il martello a terra. Ho finito, guardate!.
La capocchia del bullone era liscia, compatta, senza un'incrinatura, rotonda come una sfera fatta con lo stampo,
un vero lavoro da orefice. Gli operai l'ammiravano approvando con un cenno del capo: c'era poco da dire, veniva voglia
di mettersi in ginocchio. Bec-Sal, detto anche Boit-sans-Soif, si sforz di prendere la cosa sul ridere, ma era
indispettito, e fin per tornare alla sua incudine con fare imbronciato. Gervaise s'era intanto fatta pi vicina a Goujet per
guardare meglio. Etienne aveva lasciato il mantice, la fucina si riempiva nuovamente di ombre, sembrava immersa nel
tramonto d'un grande sole la cui rossa luce inondasse all'improvviso l'immensit delle tenebre. Il fabbro e la lavandaia
assaporavano la dolcezza di quella notte che li avvolgeva, in quel capannone annerito dalla fuliggine e dalla limatura, in
quell'odore penetrante di vecchi ferri. Si sentivano soli come se si fossero trovati nel Bois de Vincennes, come se si
fossero dati appuntamento in uno spiazzo d'erba appartato. Goujet le prese la mano come se l'avesse appena conquistata.
Una volta fuori, non si scambiarono una sola parola. Il fabbro era silenzioso, le disse solo che non poteva
lasciarle portar via Etienne, perch c'era ancora mezz'ora di lavoro. Gervaise fece per andarsene, ma l'altro la richiam,
voleva trattenerla per qualche altro minuto.
Venite con me, non avete ancora visto tutto... Vi interesser, ne sono sicuro.

La condusse a destra, in un altro capannone dove il padrone stava impiantando una produzione automatizzata.
Al momento d'entrare, come colta da un'istintiva paura, Gervaise esit. L'enorme locale, scosso dalle vibrazioni delle
macchine, tremava, mentre ombre gigantesche ondeggiavano nel rosseggiare dei fuochi come macchie di buio. Ma il
fabbro la rassicur sorridendo: non c'era nulla di cui aver paura, le giur, doveva solo stare attenta a non impigliarsi con
le sottane negli ingranaggi. Avanz per primo, Gervaise lo segu nel frastuono assordante in cui ogni genere di rumore
sibilava e brontolava, in mezzo ai vapori popolati da quegli esseri vaghi, uomini neri e indaffarati, macchine che
agitavano le braccia. Per Gervaise era tutt'uno, era impossibile distinguere gli uomini dalle macchine. I passaggi erano
strettissimi, ad ogni istante dovevano scavalcare degli ostacoli, evitare delle buche, gettarsi da parte per non essere
investiti da un carrello. Non si sentiva una voce. Non vedeva ancora nulla, tutto ondeggiava. Poi, avvertendo poco pi
in alto della sua testa come il fremito d'un immenso sbattere d'ali, si ferm, sollev lo sguardo, vide le corregge, lunghi
nastri che disegnavano sul soffitto una gigantesca ragnatela i cui fili sembravano dipanarsi all'infinito. Il motore a
vapore era nascosto in un angolo, dietro a un muricciolo di mattoni, e le corregge parevano muoversi da sole, come se
prendessero il via dal fondo stesso delle tenebre, nella loro oscillazione continua, regolare e dolce come il volo d'un
uccello notturno. Gervaise rischi di cadere: era inciampata in uno dei tubi del ventilatore che si ramificava sotto la
terra battuta e distribuiva il suo soffio pungente come un vento alle piccole fucine collocate accanto alle macchine. Fu
appunto la prima cosa che Goujet volle farle vedere. Quando sprigion il vento su uno dei forni, alte fiamme
s'allargarono d'attorno a forma di ventaglio, un collaretto di fuoco frastagliato e abbagliante, appena colorato da una
punta di lacca; la luce era cos viva che le piccole lampade degli operai sembravano gocce d'ombra in un sole. Poi alz
la voce per spiegarle meglio, le mostr le macchine: le cesoie meccaniche che divoravano le sbarre di ferro
inghiottendone un pezzo a ogni morso, per poi risputare i pezzi da dietro, uno a uno; le macchine per i bulloni e i rivetti,
enormi, complicate, che forgiavano la capocchia con una sola pressione della loro vite possente; le sbavatrici dal
volante di ghisa, una sfera di ghisa che faceva vibrare l'aria con violenza a ogni pezzo di ferro di cui ripulivano le
sbavature; le filettatrici, manovrate da donne, che filettavano i bulloni e le madreviti, con il ticchettio dei loro
ingranaggi d'acciaio scintillante sotto il grasso degli olii. Gervaise poteva cos seguire tutto il lavoro, dalla sbarra di
ferro ancora poggiata al muro ai bulloni e ai rivetti finiti; ce n'erano casse piene che ingombravano gli angoli. Cap,
sorrise brevemente scrollando il capo, ma si sentiva ancora un nodo alla gola, impaurita nel vedersi cos piccola e
indifesa in mezzo a quelle brutali manipolatrici di metallo; e si girava di scatto, con il sangue che le si faceva di
ghiaccio, a ogni sordo colpo d'una sbavatrice. Cominciava ad abituarsi all'ombra, vedeva gi degli angoli oscuri in cui
uomini immobili regolavano la danza ansimante dei volanti, ogni volta che uno dei forni sputava all'improvviso il
lampo di luce del suo collaretto di fiamme. Ma suo malgrado, era sempre al soffitto che il suo sguardo tornava, alla vita,
al sangue stesso delle macchine, al volo agile delle corregge, di cui ammirava sollevando gli occhi l'energia colossale e
silenziosa che scorreva nelle incerte tenebre delle ossature.
Goujet s'era intanto fermato davanti a una delle macchine per i rivetti; e rimaneva immobile, pensieroso, con la
testa bassa, gli occhi fissi a terra. La macchina forgiava i rivetti di quaranta millimetri con la placida facilit d'un
gigante. E in verit, non c'era nulla di pi semplice. Il fuochista prendeva il pezzo di ferro dal forno e il coniatore lo
sistemava nella chiodaia, inumidita da un continuo filo d'acqua per evitare che l'acciaio si stemperasse; e la cosa era
bell'e fatta, la vite s'abbassava, il bullone saltava a terra con la sua capocchia rotonda come una sfera fatta con lo
stampo. In dodici ore era in grado di farne per centinaia di chili, quella macchina maledetta! Goujet non aveva in s
nulla di violento, ma in certi momenti avrebbe afferrato volentieri Fifine per menar colpi su tutta quella ferraglia, a tal
punto s'imbestialiva nel vederle delle braccia ben pi solide delle sue. Era una cosa che lo tormentava, anche quando si
sentiva pi ragionevole, pur dicendo a se stesso che la carne non poteva competere con il ferro. Un giorno la macchina
avrebbe di certo schiacciato l'operaio; le loro giornate di lavoro erano gi scese da dodici a nove franchi, e si parlava di
abbassarle ancora. Insomma! non avevano nulla di divertente quelle enormi bestie che facevano bulloni e rivetti come
avrebbero potuto fare salsicce! La guard per almeno tre minuti senza aprir bocca; le sue sopracciglia s'aggrottavano, la
sua bella barba bionda s'arruffava come minacciosa. Poi un'espressione di dolce rassegnazione gli distese poco a poco i
lineamenti del volto. Girandosi verso Gervaise, che gli si stringeva contro, disse con un triste sorriso:
Eh! sono cose del genere a distruggerci! Ma forse un giorno serviranno a far la gente felice.
Gervaise se ne infischiava della felicit della gente. E i bulloni fatti a macchina le sembravano decisamente
brutti.
Capite?, protest con calore, sono fatti fin troppo bene... Mi piacciono di pi i vostri. Si sente almeno il
tocco d'un artista!.
Che gioia, nel sentirla parlare cos! Goujet aveva temuto per un attimo che Gervaise lo disprezzasse, dopo aver
visto le macchine. Se lui era pi forte di Bec-Sal, detto anche Boit-sans-Soif, le macchine erano comunque pi forti di
lui, che diamine! Quando alla fine si separarono nel cortile, le strinse i polsi fin quasi a spezzarglieli, a tal punto si
sentiva felice.
La lavandaia andava ogni sabato dai Goujet per riportar loro la biancheria. Abitavano ancora nel piccolo
alloggio di rue Neuve-de-la-Goutte-d'Or. Il primo anno, aveva puntualmente reso venti franchi al mese sui cinquecento
che doveva loro; per non complicare i conti, facevano la somma del bucato soltanto a fine mese, e Gervaise aggiungeva
gli spiccioli necessari a completare i venti franchi: il bucato dei Goujet non superava mai, ogni mese, i sette od otto
franchi. Aveva quasi saldato la met del debito quando un giorno, il giorno in cui scadeva il trimestre, non sapendo pi
come cavarsela, anche perch alcune clienti non avevano rispettato gli impegni presi con lei, aveva dovuto far ricorso ai
Goujet, chiedendo in prestito di che pagare la pigione. In altre due occasioni, dovendo pagare le sue operaie, s'era di

nuovo rivolta a loro, e il debito era cos risalito a quattrocentoventicinque franchi. E ormai non dava pi un soldo, si
sdebitava esclusivamente con il bucato. Non che lavorasse di meno o che gli affari non fossero pi buoni come un
tempo. Ma in casa sua s'aprivano delle continue falle, il denaro sembrava volatilizzarsi, e Gervaise era gi contenta
quando riuscivano a sbarcare il lunario. Mio Dio! finch si vivi, non c' motivo di lamentarsi, non cos? Ingrassava,
cedeva a tutte le piccole debolezze della sua pinguedine nascente, non aveva pi la forza d'inquietarsi pensando
all'avvenire. Tanto peggio! il denaro prima o poi sarebbe pur venuto, e comunque s'arrugginiva se lo si metteva da parte.
La signora Goujet continuava tuttavia ad avere un atteggiamento materno nei confronti di Gervaise. La rimproverava a
volte con dolcezza, non tanto per il suo denaro, ma perch le voleva bene e temeva di vederla fare una brutta fine. Non
alludeva quasi mai al suo denaro. Insomma, era piena di delicatezza.
L'indomani della visita di Gervaise alla fucina era per l'appunto l'ultimo sabato del mese. Arrivando dai Goujet,
dove ci teneva ad andare di persona, la cesta le aveva talmente spezzato le braccia che rimase senza fiato per almeno
due minuti. Non s'immagina quanto pesa la biancheria, soprattutto quando ci sono delle lenzuola!
Avete portato tutto?, domand la signora Goujet.
Era un argomento su cui era invece assai severa. Pretendeva che le si riportasse la biancheria senza che un solo
capo vi mancasse: era in nome dell'ordine, cos diceva. Un'altra sua esigenza era che la lavandaia venisse esattamente il
giorno stabilito e sempre alla stessa ora, affinch nessuna delle due perdesse il suo tempo.
Oh! s, c' proprio tutto, rispose Gervaise sorridendo. Lo sapete che non lascio mai nulla indietro.
vero, ammise la signora Goujet, state prendendo delle brutte abitudini, ma questa ancora non ce l'avete!.
E mentre la lavandaia svuotava la cesta, posando la biancheria sul letto, la vecchia cominci ad elogiarla: non
bruciava mai i capi, non li lacerava come facevano invece tante altre, non strappava i bottoni con il ferro; l'unica cosa
era che usava troppo turchinetto e inamidava eccessivamente i davanti delle camicie.
Guardate, sembra cartone, continu facendo scricchiolare il davanti d'una camicia. Mio figlio non si
lamenta, ma cos gli si taglia il collo... Domani avr il collo tutto insanguinato, quanto torneremo da Vincennes.
No, non dite cos!, protest Gervaise desolata. Se si vuole essere eleganti, le camicie devono essere un po'
rigide, altrimenti sarebbe come avere uno straccio addosso. Guardate i signori... Sono solo io ad occuparmi della vostra
biancheria, le mie operaie non c'entrano per niente; e lo faccio con gran cura, ve l'assicuro, potrei ricominciare tutto da
capo per dieci volte di fila, perch roba vostra, capite?.
Era arrossita leggermente finendo la frase in una specie di balbettio. Non voleva lasciar trasparire il piacere che
provava stirando di persona le camicie di Goujet. Non che avesse pensieri disonesti, ma la cosa l'avrebbe comunque
messa in imbarazzo.
Oh! non critico affatto il vostro lavoro, lavorate magnificamente, disse la signora Goujet. Per esempio,
questa cuffia fatta davvero a regola d'arte. Non ci siete che voi a far risaltare cos i ricami. E le pieghettature a
cannoncino sono perfette, senza una grinza! Via, riconosco subito la vostra mano. Se fosse una delle vostre operaie ad
occuparsi anche solo d'uno strofinaccio, me ne accorgerci all'istante... Per dovrete mettere un po' meno amido, ecco
tutto! Goujet non ci tiene ad aver l'aspetto d'un signore.
Aveva intanto preso il suo quaderno e cancellava i singoli capi con un tratto di penna. Andava tutto bene. Al
momento di regolare i conti, s'accorse che Gervaise le faceva pagare una cuffia sei soldi. Protest, ma alla fine fu
costretta ad ammettere che per il resto non era affatto cara: no, le camicie da uomo cinque soldi, i calzoncini da donna
quattro soldi, le federe un soldo e mezzo, i grembiali un soldo, non si poteva proprio dire che fosse caro; molte
lavandaie prendevano due lire o anche un soldo in pi per ognuno di quei capi. Gervaise pass quindi la biancheria
sporca capo per capo, mentre la vecchia ne prendeva nota sul libriccino; poi la mise nella cesta, ma non se ne andava,
rimaneva l tutta confusa, imbarazzata dalla domanda che le premeva in gola.
Signora Goujet, disse finalmente, se per voi fosse lo stesso, questo mese prenderei il denaro del bucato.
Il conto del mese era decisamente alto, il totale che avevano appena calcolato arrivava a dieci franchi e sette
soldi. La vecchia la guard per un attimo con aria severa. Poi rispose:
Figlia mia, faremo come volete. Non voglio rifiutarvi questo denaro, dal momento che ne avete bisogno...
Tuttavia non mi sembra il modo migliore per saldare il vostro debito. Lo dico per voi, ve l'assicuro. Davvero, dovreste
essere pi accorta!.
Gervaise accett la predica abbassando la testa e balbettando qualcosa. I dieci franchi le servivano per
completare la somma d'una cambiale che aveva firmato al suo fornitore di coke. La signora Goujet si fece allora pi
severa, sentendo la parola cambiale. Le disse di seguire il suo esempio: da quando le giornate lavorative di Goujet
erano scese da dodici a nove franchi, aveva cominciato a ridurre le spese. Se non si saggi da giovani, si muore di fame
da vecchi. Ma si contenne, non disse a Gervaise che le dava la biancheria da lavare solo per permetterle di pagare il suo
debito; una volta lavava tutto da sola, e avrebbe ricominciato a farlo se il bucato doveva farle sborsare delle simili
somme. Dopo aver avuto i suoi dieci franchi e sette soldi, Gervaise ringrazi la vecchia e scapp via in fretta. Una volta
sul pianerottolo, si sent sollevata, aveva voglia di mettersi a ballare, perch cominciava gi ad abituarsi ai fastidi e alle
infamie del denaro, e di quelle seccature non conservava in s che la gioia d'esserne uscita, almeno fino alla prossima
volta.
Fu appunto quel sabato che a Gervaise capit uno strano incontro. Mentre scendeva le scale dei Goujet, fu
costretta a farsi di lato, quasi contro la ringhiera, per lasciar passare una donna alta e a capo scoperto che stava salendo e
stringeva in mano, in un pezzo di carta, uno sgombro freschissimo e dalle branchie ancora insanguinate. Ed ecco che
riconobbe Virginie, la giovane cui aveva sollevato le sottane al lavatoio! Si fissarono entrambe in volto. Gervaise chiuse

gli occhi, temendo per un attimo che l'altra volesse sbatterle lo sgombro in faccia. Ma no! Virginie le fece un piccolo
sorriso; e allora la lavandaia, il cui paniere bloccava la scala, si premur di mostrarsi a sua volta garbata.
Vi chiedo scusa, disse.
Siete scusata, rispose la bella bruna.
E si trattennero cos a chiacchierare sugli scalini, fecero all'istante la pace, senza arrischiare una sola allusione
al passato. Virginie, che aveva allora ventinove anni, era diventata una donna maestosa, possente, con il viso un po'
lungo e incorniciato da due ciocche d'un nero corvino. Raccont d'un fiato tutta la sua storia per darsi un'aria
d'importanza: adesso era una donna maritata, aveva sposato in primavera un operaio ebanista che aveva da poco finito il
servizio militare e stava ora dandosi da fare per ottenere un posto di guardia municipale, perch un impiego pubblico
sempre la cosa pi sicura e decorosa. Quanto a lei, era appena andata a comprare uno sgombro per il marito.
Va pazzo per lo sgombro, disse. Gli uomini sono tutti dei bruti, sempre meglio viziarli un po'; non siete
d'accordo?... Ma salite! voglio farvi vedere la nostra casa... Per di pi siamo proprio in mezzo a una corrente d'aria.
Dopo che Gervaise le ebbe raccontato a sua volta del suo matrimonio, e le disse d'aver vissuto in quello stesso
alloggio, dove aveva perfino messo al mondo una bambina, Virginie la invit di nuovo a salire, con pi insistenza e
calore. Fa sempre piacere rivedere i posti in cui si stati felici! Aveva abitato per cinque anni dall'altra parte del fiume,
al Gros-Caillou; era l che aveva conosciuto il marito, a quei tempi ancora sotto le armi. Ma s'annoiava, sognava di
poter tornare nel quartiere di rue de la Goutte-d'Or, dove era amica di tutti. E infatti, da quindici giorni, viveva nella
casa dirimpetto a quella dei Goujet. Oh! le sue cose erano ancora tutte in disordine, ma avrebbe sistemato tutto con
calma.
Poi, sul pianerottolo, si scambiarono finalmente i cognomi.
Signora Coupeau.
Signora Poisson.
E da quel momento in poi si chiamarono a vicenda soltanto cos, signora Poisson, signora Coupeau,
riempiendosene la bocca, unicamente per il piacere di sentirsi delle signore, loro che s'eran conosciute in altri tempi in
situazioni assai meno ortodosse. Ma Gervaise non riusciva a fidarsi del tutto. Forse la bella bruna aveva deciso di
riappacificarsi con lei con il segreto disegno di vendicare l'offesa del lavatoio, rimuginando chiss quale complotto da
bestiaccia ipocrita. Si riprometteva quindi di restare in guardia. Al momento Virginie si mostrava assolutamente gentile;
doveva esserlo anche lei. |[continua]|
|[CAPITOLO SESTO, 2]|
Nella camera in alto, Poisson, il marito, un uomo sui trentacinque anni e dal volto livido, con mustacchi e
pizzetto d'un bel rosso acceso, stava lavorando seduto a un tavolo accanto alla finestra. Faceva delle scatoline. Come
unici utensili, aveva un temperino, una sega non pi grande d'una lima per le unghie e un vasetto di colla. Il legno di cui
si serviva era ricavato da certe vecchie scatole da sigari, sottili assicelle di mogano grezzo in cui si divertiva a intagliare
decorazioni di straordinaria raffinatezza. Per tutta la giornata, da un capo all'altro dell'anno, faceva sempre lo stesso tipo
di scatolina: otto centimetri per sei. Ma la copriva d'intarsi, inventava nuove forme di coperchio, v'inseriva degli
scomparti. Era solo per divagarsi, un modo come un altro di far passare il tempo, mentre aspettava la sua nomina a
guardia municipale. La passione per le scatoline era l'unica cosa che avesse conservato del suo vecchio mestiere
d'ebanista. Non vendeva mai i suoi lavori, li regalava ai conoscenti.
Poisson si alz e salut garbatamente Gervaise, che la moglie gli present come una vecchia amica. Ma non
era un gran conversatore, e torn subito a dedicarsi alla sua seghetta. A tratti lanciava tuttavia un piccolo sguardo in
direzione dello sgombro, appoggiato sul bordo del cassettone. Gervaise era felice di rivedere la camera in cui un tempo
aveva vissuto; indic i punti in cui erano disposti i suoi mobili, mostr l'angolo in cui aveva partorito, a terra. Ma in che
strano modo s'incrociavano di nuovo i loro destini! Quando s'erano perse di vista, in altri tempi, non avrebbero mai
immaginato di potersi ritrovare in quel modo, con una delle due che andava ad abitare nella stessa casa in cui l'altra
aveva precedentemente vissuto. Virginie aggiunse altri particolari su lei e il marito: Poisson aveva appena avuto una
piccola eredit, da una zia; prima o poi l'avrebbe di certo messa in proprio, ma per il momento continuava ad occuparsi
di cucito, rimediava un vestito qu, un vestito l, come capitava. In capo a mezz'ora, la lavandaia pens bene
d'andarsene. Poisson volse appena le spalle. Virginie l'accompagn, promise di restituirle la visita; e comunque la cosa
era decisa: sarebbe diventata una delle sue clienti. Poi, visto che insisteva a trattenerla sul pianerottolo, Gervaise pens
che volesse parlarle di Lantier e della sorella Adle, la brunitrice. La sola idea la sconvolgeva. Ma non si scambiarono
una sola parola su quell'argomento tanto spiacevole; e si separarono con un arrivederci! detto da entrambe nel pi
amabile dei modi.
Arrivederci, signora Coupeau.
Arrivederci, signora Poisson.
Fu l'inizio d'una grande amicizia. In capo a otto giorni, Virginie non poteva passare una sola volta davanti alla
bottega di Gervaise senza che le venisse voglia d'entrare; e si perdeva in chiacchiere per due o tre ore, tanto che
Poisson, preoccupato, gi immaginando un incidente, finiva ogni volta per venirla a cercare, con la sua faccia terrea e
silenziosa da cadavere. Gervaise, a forza di vedere ogni giorno la cucitrice, cominci ben presto a sentire una vaga
inquietudine: ogni volta che l'altra attaccava una frase, credeva che stesse per parlarle di Lantier. Finch Virginie non se

ne andava, Gervaise non poteva far altro che pensare a Lantier, era una cosa irresistibile. Era assurdo, in fin dei conti,
perch in realt se ne infischiava di Lantier e di Adle e di quello che poteva essere successo fra di loro; non le veniva
da chiedere nulla, non era nemmeno curiosa di sapere qualcosa di loro. Proprio cos! era una cosa che la possedeva suo
malgrado; il pensiero di loro le ronzava nel cervello come si pu avere un ritornello sulle labbra, un ritornello insistente
e difficile da cacciar via. Del resto non ce l'aveva affatto con Virginie, la colpa non era di certo sua. Si divertiva in sua
compagnia, e la tratteneva a lungo prima di decidersi a separarsi da lei.
Intanto era arrivato l'inverno, il quarto inverno che i Coupeau passavano in rue de la Goutte-d'Or. Quell'anno
dicembre e gennaio furono particolarmente rigidi. Il gelo spaccava le pietre. Dopo Capodanno, la neve rimase per tre
settimane in mezzo alla strada senza sciogliersi. Ma la cosa non impediva di lavorare, al contrario: l'inverno la
stagione migliore per le stiratrici. Come si stava bene nella bottega di Gervaise! I vetri non si coprivano di ghiaccioli
come dal droghiere e dal cappellaio dirimpetto. La caldaia, riempita di coke, manteneva una temperatura costante da
vasca da bagno; i panni fumavano, ci si poteva credere in piena estate. E si stava magnificamente bene con le porte
chiuse, il calore si diffondeva in ogni angolo, a tal punto che veniva voglia di mettersi a dormire ad occhi aperti.
Gervaise diceva sorridendo che le sembrava d'essere in campagna. Ed era vero: il rumore delle carrozze che scivolavano
sulla neve era come soffocato, era gi tanto se si sentiva il calpestio dei passanti. In mezzo al gran silenzio del freddo si
levavano in alto soltanto delle voci di fanciulli, il chiasso d'una frotta di monelli che avevano costruito un grande
scivolo lungo il rigagnolo del maniscalco. Gervaise andava di quando in quando a uno dei riquadri della porta, ne
toglieva con la mano il vapore, guardava l'effetto che faceva sul quartiere quel freddo maledetto: ma nemmeno un naso
s'affacciava sulla soglia delle botteghe vicine; il quartiere, impellicciato di neve, sembrava darsi un'aria d'importanza. E
la lavandaia scambiava solo un piccolo saluto silenzioso con la carbonaia, che s'ostinava a camminare a testa nuda, la
bocca spaccata da un'orecchio all'altro da quando il gelo s'era fatto cos forte.
La cosa pi piacevole, con quel tempo da cani, era prendere a mezzogiorno una bella tazza di caff bollente. Le
operaie non avevano di che lagnarsi: la padrona lo faceva fortissimo e non ci metteva nemmeno quattro chicchi di
cicoria; non assomigliava affatto a quello della signora Fauconnier, che pi che un caff era un'autentica brodaglia. Ma
quando era mamma Coupeau ad incaricarsi di far passare l'acqua sui fondi, la cosa non finiva pi, perch la vecchia
s'addormentava davanti al bollitore. E le operaie, dopo aver pranzato, aspettavano allora il caff dando un altro colpo di
ferro.
Il giorno dopo l'Epifania, per l'appunto, a mezzogiorno e mezzo il caff non era ancora pronto. Quel giorno
proprio non voleva saperne di passare! Mamma Coupeau batteva sul filtro con un cucchiaino, e si sentivano le gocce
che colavano una a una, lentamente, senza fretta.
Lasciatelo stare, disse Clmence. Cos non fate altro che intorbidirlo... Oggi avremo da bere e da mangiare
tutto in una volta.
Clmence stava rimettendo a nuovo una camicia da uomo, stendendone le pieghe con la punta dell'unghia.
Aveva un raffreddore della malora, gli occhi gonfi, il petto squassato da attacchi di tosse che la costringevano a piegarsi
in due, aggrappata al bordo del tavolo da lavoro. Eppure non aveva nemmeno un foulard al collo, indossava soltanto
una lanetta da diciotto soldi in cui tremava dal freddo. Al suo fianco la signora Putois, avvolta nella sua flanella,
imbacuccata fino alle orecchie, stirava una sottogonna facendola passare attorno a un'asse per i vestiti, la cui estremit
meno estesa poggiava sullo schienale d'una sedia; e a terra, un lenzuolo disteso impediva che la sottogonna
s'insudiciasse strusciando sul pavimento. Gervaise occupava met del banco da lavoro con le tendine di mussola
ricamata su cui spingeva il ferro in linea retta, con le braccia distese, per evitare le false pieghe. A un tratto il caff
cominci a colare rumorosamente, e la lavandaia risollev il capo. Augustine, quella maledetta strabicuccia, aveva fatto
un buco nei fondi, conficcando un cucchiaio nel filtro.
Ma proprio non riesci a startene un po' tranquilla?, le grid Gervaise. Ma che diavolo avrai mai in corpo?
Finiremo per bere del fango!.
Mamma Coupeau aveva intanto disposto cinque bicchieri su un angolo libero del tavolo da lavoro. Le operaie
smisero allora di stirare, mentre la padrona versava il caff, dopo aver messo due zollette di zucchero in ogni bicchiere.
Era il momento pi atteso di tutta la giornata. Quel giorno, mentre ognuna prendeva il suo bicchiere e andava ad
accoccolarsi su uno sgabello di fronte alla caldaia, la porta che dava sulla strada si apr, ed entr Virginie tutta trafelata e
tremante.
Ah! ragazze mie, disse, fa un freddo che taglia in due! Non mi sento pi le orecchie. Che tempaccio
maledetto!.
Toh! la signora Poisson!, grid Gervaise. Bene! arrivate giusto in tempo... Prenderete il caff insieme a
noi.
Insomma! non dico certo di no... Basta attraversare la strada, e ci si sente il gelo nelle ossa!.
Per fortuna era rimasto del caff. Mamma Coupeau and a prendere un sesto bicchiere; e Gervaise, volendo
mostrarsi gentile, lasci che Virginie se lo zuccherasse da sola. Le altre operaie si scostarono per fare un po' di posto
alla nuova venuta accanto alla caldaia. Virginie continu a rabbrividire per qualche istante, con il naso rosso, stringendo
le mani intirizzite attorno al bicchiere, per riscaldarsi. Era appena stata dal droghiere, dove s'era congelata aspettando un
quarto di gruviera. E si lanciava in grandi esclamazioni sul bel calduccio della bottega: sembrava davvero d'entrare in
un forno, sarebbe bastato a resuscitare un morto, a tal punto solleticava piacevolmente la pelle. Allora tutte e sei
cominciarono a sorseggiare lentamente il caff, in mezzo al lavoro interrotto, nell'umidore soffocante dei panni che
fumavano. Soltanto mamma Coupeau e Virginie erano sedute sulle sedie; le altre, sui loro piccoli sgabelli, parevano

quasi per terra; quel mostriciattolo di Augustine aveva tirato a s un angolo del lenzuolo che riparava la sottogonna, e vi
si era sdraiata sopra. Non avevano ancora voglia di parlare; avevano tutte il naso nel bicchiere, assaporavano il caff.
Comunque buono!, disse Clmence.
Ma per poco non rimase strozzata da un attacco di tosse. Appoggi la testa contro il muro per tossire pi forte.
Siete proprio conciata per le feste, disse Virginie. Come ve la siete presa?.
E chi lo sa!, rispose Clmence asciugandosi il viso con la manica. Deve essere stato l'altra sera. C'erano due
donne che litigavano all'uscita del Grand-Balcon. Ho voluto guardare, sono rimasta ferma sotto la neve. Ah! se le
davano proprio di santa ragione! c'era da morire dal ridere. Una delle due aveva il naso a pezzi, le colava il sangue fino
a terra. Quando l'altra s' accorta del sangue, se l' data a gambe... Era una alta quasi come me... E poi, la notte, ho
cominciato a tossire. Ma bisogna anche dire che gli uomini sono proprio delle bestie, quando sono a letto con una
donna: non fanno altro che scoprirvi per tutta la notte....
Bel modo d'agire, brontol la signora Putois. Cos vi uccidete, bambina mia.
E se per caso mi piacesse, d'uccidermi in questo modo?... La vita davvero assurda. Si sgobba per tutto il
santo giorno per guadagnare cinquantacinque soldi, ci si brucia il sangue dalla mattina alla sera davanti alla caldaia...
No! sapete, ne ho fin sopra i capelli!... Ma purtroppo questo raffreddore non mi render il servigio di farmi crepare; se
ne andr cos come venuto.
Segu un breve silenzio. Quella svergognata di Clmence, che nelle balere era sempre la pi scatenata della
compagnia, e strillava come uno stoccafisso, al lavoro si divertiva a deprimere le altre operaie con i suoi pensieri di
morte. Gervaise la conosceva, si limit quindi a dire:
Non sembra che siate molto allegra all'indomani delle vostre scorribande!.
La verit era che Gervaise avrebbe preferito che non si parlasse affatto di donne che si picchiavano. Le tornava
sempre in mente la famosa sculacciata del lavatoio, e le dispiaceva che si parlasse davanti a lei e a Virginie di calci negli
stinchi e di schiaffi in faccia. Tanto pi che adesso Virginie la guardava sorridendo.
Oh!, mormor l'altra, proprio ieri ho assistito a un litigio fra donne. Se le davano di santa ragione....
Ma chi?, domand la signora Putois.
La levatrice che sta all'inizio della via e la sua serva, sapete? quella biondina... Una vera peste, quella ragazza!
Gridava all'altra: "S, si, hai fatto abortire la fruttivendola, me ne vado dal commissario, se non mi paghi!". Ne diceva di
tutti i colori, da non credere!... Allora la levatrice le ha mollato un ceffone, paf! in pieno grugno. Ecco allora che quella
sgualdrinella salta agli occhi della sua padrona, la graffia, la spella, oh! una cosa fatta con i fiocchi... dovuto correre il
pizzicagnolo a togliergliela dalle grinfie!.
Le operaie sorrisero compiaciute. Quindi tutte e sei presero un altro goccio di caff, con aria golosa.
Ma credete che sia vero che l'abbia fatta abortire?, riprese Clmence.
Diamine! lo dicono tutti nel quartiere, rispose Virginie. Capite, io non c'ero... Del resto fa parte del
mestiere. Lo fanno tutte.
Davvero, proprio da stupide mettersi nelle loro mani, disse la signora Putois. Grazie tante! per farsi
storpiare!... Ve lo dico io, c' un metodo che davvero perfetto. Tutte le sere bisogna bere un bicchiere d'acqua
benedetta tracciandosi sul ventre tre segni di croce con il pollice. Se ne va come il vento.
Ma mamma Coupeau, che le altre credevano addormentata, protest scrollando il capo. Conosceva un altro
metodo, quello s infallibile. Si doveva mangiare un uovo sodo ogni due ore e applicarsi delle foglie di spinaci sulle
reni. Le altre quattro donne ascoltavano con aria austera. Ma quella strabicuccia di Augustine, le cui esplosioni
d'allegria prendevano il via sempre da sole, senza che se ne riuscisse mai a capire il perch, sbott all'improvviso in quel
chiocciare da gallina che era il suo modo tutto speciale di ridere. L'avevano dimenticata. Gervaise sollev la sottogonna,
la scopri sotto il lenzuolo, avvoltolata come un porcellino con le gambe in aria. E la fece uscire da l sotto, la rimise in
piedi con uno schiaffo. Ma che aveva da ridere tanto, quell'oca? Perch si metteva ad ascoltare i discorsi delle persone
adulte? E poi, tanto per cominciare, doveva ancora portare la biancheria a un'amica della signora Lerat, a Batignolles. E
pur continuando a parlare, la padrona le infil il paniere sotto il braccio, la spinse verso la porta. La poverina
recalcitrava singhiozzando, ma alla fine s'incammin strascicando i piedi nella neve.
Mamma Coupeau, la signora Putois e Clmence stavano ancora discutendo sugli effetti delle uova sode e delle
foglie di spinaci. Allora Virginie, che era rimasta fino a quel momento tutta pensierosa, stringendo il suo bicchiere in
mano, disse a bassa voce:
Mio Dio! prima ci si picchia e poi ci si abbraccia! Va sempre a finir bene se si ha buon cuore....
E rivolgendosi a Gervaise con un sorriso:
Ma no, lo sapete, non ve ne voglio... La faccenda del lavatoio, ricordate?.
La lavandaia rimase immobile dall'imbarazzo. Ecco il momento che aveva sempre temuto! Adesso sentiva che
si sarebbe parlato di Lantier e di Adle. La macchina brontolava in un ritorno di fiamma, il calore si sprigionava ancora
pi forte dalla canna arroventata. E in quella sorta di torpore, le operaie, che facevano durare a lungo il caff per
rimettersi al lavoro il pi tardi possibile, guardavano la neve in mezzo alla via con strane espressioni insieme vogliose e
illanguidite. Era il momento delle confidenze. Raccontavano cosa avrebbero fatto se avessero avuto diecimila franchi di
rendita: non avrebbero fatto assolutamente nulla, sarebbero rimaste per pomeriggi interi a scaldarsi e a sputare da
lontano sulle fatiche della vita. Virginie s'era fatta pi vicina a Gervaise, per non farsi sentire dalle altre. E Gervaise si
sent all'improvviso ancora pi languida e fiacca, forse a causa di quel caldo eccessivo, ma cos languida e fiacca da non

aver pi la forza di deviare la conversazione; peggio ancora, aspettava le parole dell'altra con il cuore gonfio d'una
emozione di cui godeva senza confessarselo.
Spero che non vi dispiaccia, cominci la cucitrice, ma gi mille volte avrei voluto parlarvene. Insomma!
visto che siamo sull'argomento... Giusto per parlare, capite?... Ah! ve l'assicuro, non ce l'ho affatto con voi per quanto
accaduto. Parola d'onore! non ho il minimo rancore nei vostri confronti.
Smosse il fondo del caff nel bicchiere per tirarne su tutto lo zucchero, e ne prese tre gocce con un piccolo
risucchio delle labbra. Gervaise aveva la gola strozzata, continuava ad aspettare, e si chiedeva se veramente Virginie le
aveva perdonato la sculacciata cos come diceva, perch vedeva che il nero dei suoi occhi s'accendeva di gialle scintille.
Quella femmina scaltra si doveva essere ficcata in tasca il suo rancore coprendolo con il fazzoletto.
Avevate del resto le vostre buone ragioni; continu Virginie. Vi avevano appena fatto una vera porcheria,
una cosa abominevole. Oh! so essere giusta! Al vostro posto avrei tirato fuori il coltello!.
E mand gi altre tre gocce di caff, schioccando la lingua contro l'orlo del bicchiere. Quindi aggiunse tutto
d'un fiato e senza mai fermarsi, con la sua voce strascicata:
E comunque la cosa non ha portato loro fortuna, ah! mio Dio, no! nemmeno un briciolo di fortuna!... Erano
andati ad abitare a casa del diavolo, dalle parti della Glacire, in una strada tanto sudicia che vi si cammina con il fango
fin sopra le ginocchia. Una mattina, forse due giorni dopo, ho preso su e sono andata a pranzo da loro; una bella
galoppata in omnibus, ve l'assicuro! Ebbene, mia cara! li ho trovati che gi se le davano di santa ragione. Davvero,
mentre entravo si stavano prendendo a ceffoni! Eh! ecco dei veri innamorati!... Lo sapete anche voi, Adle non vale
nemmeno la corda per impiccarla. D'accordo, mia sorella, ma questo non mi impedisce di dire che una vera
baldracca. Me ne ha fatte di porcherie; ma sarebbe troppo lungo da raccontare, e poi son conti da regolare fra di noi...
Quanto a Lantier, diamine! lo conoscete, non che sia molto meglio dell'altra! Un signorino, questo s! ma uno che vi
prende a calci nel sedere per un s o per un no! E stringe il pugno, quando mena... Vi dicevo che se le stavano dando di
santa ragione... Bastava salire le scale per sentire che facevano a botte. Un giorno arrivata perfino la polizia. Lantier
aveva chiesto una zuppa all'olio, una schifezza che mangiano nel Mezzogiorno; e siccome Adle trovava la cosa
disgustosa, si sono buttati in faccia la bottiglia dell'olio, la casseruola, la zuppiera e tutto il resto. Insomma! una scena
da mettere a soqquadro tutto il quartiere.
Raccont d'altre battaglie, non la finiva pi di parlare di quei due; sapeva sul loro conto delle cose da far
rizzare i capelli sulla testa. Gervaise ascoltava tutta quella storia in assoluto silenzio, con il volto pallido e una piega
nervosa che le contraeva gli angoli della bocca come in un piccolo sorriso. Da quasi sette anni non aveva pi sentito
parlare di Lantier, e non avrebbe mai creduto che il nome di Lantier, cos sussurrato al suo orecchio, le potesse ancora
provocare un simile calore alla bocca dello stomaco. No, davvero, non avrebbe mai sospettato d'avere dentro di s tanta
curiosit per tutto ci che riguardava la sorte di quello sciagurato che s'era comportato cos male con lei. Ormai non
poteva essere pi gelosa di Adle, eppure si compiaceva fra s e s dei furibondi litigi della coppia, s'immaginava il
corpo della ragazza tutto pieno di lividi, e quel pensiero la vendicava e divertiva al tempo stesso. Sarebbe rimasta per
tutta la notte ad ascoltare i racconti di Virginie. Se non le faceva nessuna domanda, era solo per evitare di mostrarsi
interessata. Era come se all'improvviso le si colmasse una falla: il suo passato, in quel momento, andava difilato a
ricongiungersi con il suo presente.
Virginie aveva intanto rimesso il naso nel bicchiere, e succhiava lo zucchero con gli occhi socchiusi. Allora
Gervaise, comprendendo che doveva pur dire qualcosa, prese un'aria d'indifferenza e domand:
E vivono sempre alla Glacire?.
Ma no!, rispose l'altra, non ve l'ho detto?... Da otto giorni non stanno pi insieme. Un bel mattino Adle ha
portato via tutti i suoi vestiti, e Lantier non le di certo corso dietro, ve l'assicuro!.
La lavandaia si lasci sfuggire un piccolo grido, ripetendo ad alta voce:
Non stanno pi insieme!.
Ma chi?, domand Clmence, interrompendo la sua conversazione con mamma Coupeau e la signora Putois.
Nessuno, rispose Virginie, delle persone che non conoscete.
Ma fissava Gervaise, che le sembrava profondamente turbata. Allora si fece ancora pi vicina, e ricominci a
raccontarle la storia come se ne traesse chiss quale maligno piacere. Poi di colpo le domand cosa avrebbe fatto se per
caso Lantier si fosse rifatto vivo; perch, insomma! gli uomini sono davvero bizzarri, e Lantier era anche capace di
ritornare ai suoi primi amori. Gervaise si raddrizz, si mostr risoluta e senza incertezze. Era una donna sposata,
avrebbe messo Lantier alla porta, ecco tutto! Non ci poteva essere pi nulla fra di loro, nemmeno una stretta di mano. Si
sarebbe davvero mostrata senza cuore, se solo un giorno avesse acconsentito a rivedere quell'uomo.
Lo so, aggiunse, Etienne anche figlio suo, ed un legame che non posso rompere. Quando a Lantier verr
voglia di riabbracciare Etienne, far in modo che la cosa possa avvenire, perch impossibile impedire a un padre di
voler bene a suo figlio... Ma quanto a me, capite, signora Poisson? mi farei fare in mille pezzi prima di permettergli di
sfiorarmi anche solo con la punta del dito. tutto finito!.
Pronunciando queste ultime parole, tracci nell'aria una croce, come per suggellare per sempre il suo
giuramento. Volendo quindi interrompere a quel punto la conversazione, sembr riscuotersi di soprassalto e grid alle
operaie:
E allora, voi altre! credete forse che la biancheria si stiri da sola?... Che belle pelandrone!... Coraggio! al
lavoro!.

Le operaie non si diedero comunque fretta, intorpidite e appesantite dalla pigrizia, con le braccia abbandonate
sulle sottane, stringendo ancora in mano i bicchieri vuoti, sul cui fondo si vedeva appena qualche rimasuglio di caff.
Continuarono a chiacchierare.
S, l'ho conosciuta, la piccola Clestine, disse Clmence. Aveva la mania dei peli di gatto... Proprio cos,
vedeva i peli di gatto dappertutto, e non faceva altro che muovere la lingua in questo modo, perch le sembrava sempre
d'avere la bocca piena di peli di gatto.
Quanto a me, intervenne a sua volta la signora Putois, ho avuto un'amica che aveva il verme... Oh! questi
animaletti hanno certi capricci!... Il suo, per esempio, le straziava le viscere se lei non gli dava ogni volta la sua razione
di pollo. Pensate! Il marito guadagnava sette franchi, andava via tutto in ghiottonerie per il verme....
Io l'avrei guarita in un batter d'occhio!, l'interruppe mamma Coupeau. Ma s! basta inghiottire un topo
arrostito. Il verme resta stecchito sul colpo.
Anche Gervaise s'era lasciata riafferrare dalla piacevolezza di quel dolce far niente. Ma si riscosse, e si mise in
piedi! Bene! ecco un altro pomeriggio passato a pigreggiare! Non era certo il modo migliore per riempirsi la borsa!
Torn immediatamente alle sue tendine, ma le trov macchiate di caff, e prima di riprendere in mano il ferro, fu
costretta a strofinare la macchia con un panno bagnato. Le operaie si stiracchiavano davanti alla macchina, cercavano i
loro ferri con aria riluttante. Appena si mosse, Clmence ebbe un altro attacco di tosse, una cosa da farle sputare la
lingua; poi fin la sua camicia da uomo, appuntandone i polsini e il collo. La signora Putois aveva ripreso la sottogonna.
Ebbene! arrivederci, disse Virginie. Ero scesa a comprare solo un quarto di gruviera. Poisson penser che il
freddo m'abbia congelato in mezzo alla via.
Ma aveva gi fatto tre passi sul marciapiede, quando riapr la porta per gridare che aveva visto Augustine in
fondo alla strada; quella bricconcella stava facendo degli scivoloni sul ghiaccio insieme a qualche altro monello. Ormai
era uscita da pi di due ore. Entr a precipizio nella bottega, ansimante, trafelata, con la cesta sotto il braccio, i capelli
inzaccherati da una palla di neve; e si lasci rimproverare con aria sorniona, s'invent che non si riusciva quasi pi a
camminare per colpa della gelata. Qualche dispettoso doveva averle ficcato per scherzo nelle tasche dei pezzi di neve
ghiacciata, perch in capo a un quarto d'ora le sue tasche cominciarono ad annaffiare la bottega come degli imbuti.
I pomeriggi passavano tutti in quel modo. La bottega era diventata il rifugio della gente pi freddolosa del
quartiere. Tutta rue de la Goutte-d'Or sapeva che l dentro si stava al caldo; era allora un continuo viavai di pettegole
che si piazzavano davanti alla macchina con le sottane rimboccate fino alle ginocchia, in cerchio, ad assaporare un po'
di quell'aria riscaldata dal fuoco. E Gervaise era orgogliosa di quel bel calduccio, invitava i passanti, teneva salotto,
come dicevano malignamente i Lorilleux e i Boche. La verit era che Gervaise continuava a mostrarsi cortese e
caritatevole, tanto da far entrare anche i poveri quando li vedeva rabbrividire dal freddo in mezzo alla via. S'era
soprattutto affezionata a un vecchio di settant'anni, un tempo imbianchino, che abitava in un sottoscala dello stesso
caseggiato, dove crepava di fame e di freddo; aveva perso i tre figli in Crimea, e viveva adesso d'espedienti, perch da
due anni non riusciva pi a reggere in mano un pennello. Ogni volta che Gervaise vedeva pap Bru battere i piedi nella
neve per scaldarsi, lo chiamava, gli teneva un posto accanto alla caldaia; spesso lo costringeva a mangiare un pezzo di
pane e formaggio. Pap Bru, con il corpo curvo, la barba bianca, la faccia rugosa come una vecchia tela raggrinzita,
rimaneva per ore e ore senza parlare, ascoltando gli scoppiettii del coke. Probabilmente ricordava i suoi cinquant'anni di
lavoro, quel mezzo secolo passato sulle scale a ridipingere le porte e a intonacare i soffitti da un capo all'altro di Parigi.
Ebbene! pap Bru, gli chiedeva a volte la lavandaia, a che state pensando?.
A nulla, a tante cose insieme, rispondeva il vecchio con un'aria inebetita.
Le operaie lo prendevano in giro, gli dicevano che di certo doveva avere qualche pena d'amore. Ma pap Bru,
come se nemmeno le avesse ascoltate, ripiombava nel suo silenzio, nel suo atteggiamento cupo e meditativo.
A partire da quell'epoca, Virginie riparl spesso a Gervaise di Lantier. Sembrava che si divertisse a tenerle
occupato il cervello con il suo amante d'un tempo, solo per il gusto di metterla in imbarazzo con ogni sorta di
supposizione. Un giorno le disse d'averlo incontrato, ma poich la lavandaia restava silenziosa, per il momento non
aggiunse altro; l'indomani le lasci tuttavia capire che Lantier le aveva parlato a lungo di lei, con grande tenerezza.
Gervaise era assai turbata da quei discorsi bisbigliati sottovoce in un angolo della bottega. Il nome di Lantier continuava
a farle sentire una specie di fuoco alla bocca dello stomaco, come se quell'uomo le avesse lasciato sotto la pelle
qualcosa di s. Ma si credeva ben salda, voleva vivere da donna onesta, perch vivere onestamente significa gi essere
felici almeno a met. E non si preoccupava affatto di Coupeau, in tutta quella faccenda, perch non aveva nulla da
rimproverarsi nei confronti del marito, nemmeno nel pensiero. Le veniva invece in mente il fabbro, e il suo cuore si
faceva ancora pi esitante e ammalato. Era come se quel ritorno in lei del ricordo di Lantier, quella lenta invasione da
cui era di nuovo posseduta, la rendesse in qualche modo infedele a Goujet, al loro amore inconfessato e dolce come
un'amicizia. Trascorreva delle tristi giornate quando si credeva in colpa nei confronti del suo buon amico. Esclusa la
famiglia, avrebbe voluto avere dell'affetto soltanto per lui. Era un sentimento che viveva nella parte pi elevata di lei, al
di sopra di tutte le infamie di cui Virginie sorvegliava il fuoco sul suo volto.
All'arrivo della primavera, Gervaise decise di cercar scampo da Goujet. Ormai non si poteva pi mettere a
sedere, per riflettere su una qualunque cosa, senza che il pensiero le corresse ben presto al suo primo amante; lo vedeva
lasciare Adle, rimettere la sua biancheria in fondo al loro vecchio baule, tornare da lei con il baule nella carrozza. Ogni
volta che usciva, delle assurde paure la coglievano all'improvviso in mezzo alla via: le sembrava di sentire il passo di
Lantier alle sue spalle, non osava nemmeno voltarsi, e tremava immaginandosi che le sue mani l'afferrassero alla vita.
Di certo doveva spiarla, un pomeriggio le sarebbe piombato addosso; e quell'idea le faceva venire i sudori freddi, perch

Lantier l'avrebbe sicuramente baciata sull'orecchio, come faceva un tempo per stuzzicarla. Ed era proprio quel bacio a
spaventarla: se ne sentiva gi assordata, era un ronzio che le riempiva il cervello e in cui ogni suono si confondeva, non
facendole pi distinguere che i battiti accelerati del suo cuore. Allora, quando queste paure l'afferravano, l'officina era il
suo unico rifugio; tornava sorridente e serena sotto la protezione di Goujet, il cui sonoro martello sembrava mettere in
fuga le sue tristi fantasticherie.
Che beata stagione! La lavandaia si prendeva cura in modo particolare della sua cliente di rue des PortesBlanches; le riportava sempre di persona la biancheria, anche perch questa commissione, ogni venerd, era un ottimo
pretesto per poter passare da rue Mercadet ed entrare nella fucina. Le bastava svoltare l'angolo della via per sentirsi
all'istante libera e spensierata, come se stesse facendo una scampagnata in mezzo ai terreni abbandonati e costeggiati
dalle grigie officine; la carreggiata nera di carbone, i pennacchi di vapore sui tetti, le rallegravano la vista come un
piccolo sentiero immerso nel muschio di un boschetto della periferia e che andasse poi a perdersi in grosse macchie di
verde. Amava quell'orizzonte livido e rigato dagli alti comignoli delle fabbriche, la collina di Montmartre che copriva
quasi il cielo con le sue case gessose, in cui si aprivano gli squarci regolari delle finestre. Poi arrivando rallentava il
passo, scavalcava le pozzanghere piene d'acqua, si divertiva ad attraversare gli angoli pi deserti e diroccati del cantiere
in demolizione. In fondo, la fucina fiammeggiava anche in pieno giorno. Il cuore le balzava nel petto ascoltando la
danza dei martelli. Quando entrava, era rossa in volto, con i sottili capelli biondi che le svolazzavano sulla nuca come
quelli d'una donna che giunga a un appuntamento. Goujet l'aspettava a petto nudo, a braccia nude; e in quei giorni
picchiava pi forte sull'incudine, perch lei lo potesse sentire anche da lontano. E avvertiva subito la sua presenza,
l'accoglieva con un sorriso dolce e silenzioso che gli illuminava la bella barba bionda. Ma Gervaise non voleva che si
distogliesse dal lavoro; lo supplicava anzi di riprendere il martello, perch le piaceva ancora di pi quando glielo vedeva
brandire con le sue grosse braccia gonfie di muscoli. Poi andava a dare un buffetto sulla guancia a Etienne, sempre
appeso al suo mantice, e rimaneva per un'ora a guardare i bulloni. Si scambiavano al massimo dieci parole. Ma non
avrebbero appagato meglio il loro bisogno di tenerezza se si fossero trovati chiusi a doppia mandata in una stanza. I
sogghigni di Bec-Sal, detto anche Boit-sans-Soif, non li mettevano per nulla in imbarazzo; non se ne curavano affatto.
Dopo un quarto d'ora, Gervaise cominciava a sentirsi un po' soffocare; quel calore, quell'odore cos intenso, quei vapori
che continuavano a salire, la stordivano, mentre i colpi sordi del martello la facevano tremare dalla testa ai piedi. Allora
non aveva pi desideri, quel piccolo piacere bastava gi ad appagarla. Anche se Goujet l'avesse presa fra le braccia, la
sua emozione non sarebbe stata pi forte. Gli si stringeva quasi addosso, per sentire l'alito del martello sulla guancia,
per entrare a sua volta nel colpo che l'altro vibrava. Quando qualche scintilla colpiva le sue mani delicate, invece di
ritrarle di scatto, sembrava quasi assaporare quella pioggia di fuoco che le sferzava la pelle. Probabilmente il fabbro
intuiva fino a che punto Gervaise si sentisse felice; e teneva da parte per il venerd i lavori pi difficili, per continuare a
farle la corte con tutta la sua forza e tutta la sua abilit, senza risparmiarsi, anche a costo di rompere in due le incudini,
ansimando, con le reni che gli vibravano di quella stessa gioia che le arrecava. Per tutta la primavera, la fucina risuon
dei loro amori come in un tuonare di tempesta. Fu insomma un idillio in un'impresa da gigante, in mezzo al
fiammeggiare del carbone, mentre il capannone tremava nella sua carcassa scricchiolante e nera di fuliggine. Era come
se tutto quell'ammasso di ferro schiacciato, impastato come ceralacca, conservasse in s i rozzi sigilli delle loro
tenerezze. Ogni venerd, dopo aver lasciato Gueule-d'Or, la lavandaia percorreva rue des Poissonniers a piccoli passi,
appagata, stanca, rasserenata nello spirito e nella carne.
Poco a poco la sua paura di Lantier cominci a farsi meno insistente; e Gervaise ritrov tutto il suo buon senso.
Avrebbe perfino potuto dirsi felice se non fosse stato per Coupeau, che s'era messo ormai su una cattiva strada. Un
giorno, mentre tornava per l'appunto dall'officina di Goujet, le sembr di riconoscere Coupeau nell'Assommoir di pap
Colombe, tutto occupato a scambiarsi dei giri d'acquavite in compagnia di Mes-Bottes, Bibi-la-Grillade e Bec-Sal,
detto anche Boit-sans-Soif. Non volendo che quelli si credessero in qualche modo sorvegliati, pass oltre in fretta; ma
subito dopo si rigir: s, era proprio Coupeau, quello che si stava rovesciando nel gozzo un bicchierino di schnick con
un gesto che le sembr gi abituale. Dunque le mentiva, era ormai passato all'acquavite! And verso casa disperata;
tutto il suo orrore per l'acquavite l'afferrava di nuovo. Poteva anche ammettere il vino, perch il vino rid energia
all'operaio; ma le bevande alcooliche erano al contrario delle porcherie, dei veleni che toglievano all'operaio ogni voglia
di lavorare. Ah! il governo avrebbe dovuto proibire che si producessero delle schifezze del genere!
Quando arriv in rue de la Goutte-d'Or, trov tutto il caseggiato in gran scompiglio. Le sue operaie, che
avevano lasciato il lavoro, si trovavano in cortile con il naso per aria. Gervaise allora interrog Clmence.
Pap Bijard sta massacrando di botte la moglie, rispose la stiratrice. Era gi nel portone, ubriaco come un
Polacco, ad aspettare che lei tornasse dal lavatoio... Le ha fatto salire le scale a forza di pugni, e adesso la sta
accoppando su da loro... Ecco, non sentite come gridano?.
Gervaise s'affrett a salire. Sentiva un certo affetto per la signora Bijard, che lavava per lei ed era una donna di
gran coraggio. Si augurava di poter mettere fine a tutta quella faccenda. In alto, al sesto piano, la porta della camera dei
Bijard era rimasta aperta; qualche inquilino commentava ad alta voce sul pianerottolo, mentre la signora Boche strillava
sulla soglia:
Basta! volete o no farla finita?... O preferite che chiami le guardie?.
Ma nessuno osava avventurarsi nella camera, a tal punto era conosciuta la fama di Bijard, un uomo che si
trasformava in un'autentica furia ogni volta che si ubriacava. Del resto Bijard non smaltiva mai del tutto le sue sbronze.
Nei rari giorni in cui lavorava, poggiava un litro d'acquavite accanto alla sua morsa da magnano, e beveva a canna ogni

mezz'ora. Ormai non si reggeva pi in piedi se non in quel modo; avrebbe preso fuoco come una torcia, se solo
qualcuno gli avesse accostato un fiammifero alla bocca.
Non possiamo lasciare che si massacrino!, disse Gervaise tutta tremante.
Ed entr. La camera, mansardata, era pulitissima ma nuda e fredda, saccheggiata com'era dalle continue
scorrerie dell'ubriaco, che toglieva perfino le lenzuola dal letto per andarsele a bere. Il tavolo era rotolato vicino alla
finestra, nella lotta, mentre le due sedie, urtate, erano cadute con le gambe in aria. Al centro della camera, sul
pavimento, con le sottane ancora inzuppate dall'acqua del lavatoio e incollate alle cosce, i capelli scarmigliati,
sanguinante, la signora Bijard rantolava con un respiro accelerato, con certi oh! e certi ah! a ogni calcio del marito.
Bijard, dopo averla buttata a terra a forza di pugni, la calpestava adesso con i piedi.
Ah! puttana!... Ah! puttana!... Ah! puttana!..., grugniva con voce sempre pi strozzata, accompagnando con
questa parola ogni colpo, esasperandosi sempre di pi ogni volta che la ripeteva, colpendo pi forte via via che la voce
gli si strozzava.
Poi la voce gli manc del tutto, e continu a battere alla cieca, come un folle, tutto contratto nel suo camiciotto
e nella sua casacca a brandelli, con la faccia illividita sotto la barba sporca, il cranio calvo picchiettato da grandi chiazze
rossastre. Sul pianerottolo, i vicini dicevano che la stava picchiando perch la mattina gli aveva rifiutato venti soldi. Si
sent la voce di Boche in fondo alle scale. Chiamava la signora Boche, le gridava:
Vieni gi, lascia pure che s'accoppino! Saranno sempre delle canaglie di meno!.
Pap Bru era stato l'unico a seguire Gervaise nella camera. Con le loro sole forze, cercavano entrambi di far
ragionare il magnano, lo spingevano verso la porta. Ma Bijard tornava sempre alla carica, muto, con la bava alla bocca,
mentre nei suoi occhi slavati l'alcool divampava accendendo una luce omicida. La lavandaia fin per averne il polso
contuso, il vecchio operaio and a sbattere contro il tavolo. La signora Bijard, sempre a terra, rantolava adesso ancora
pi forte, con la bocca spalancata e le palpebre chiuse. Ormai Bijard non era pi in grado di colpirla; eppure s'ostinava a
volerla battere, s' accaniva, falliva la mira, furibondo, accecato dalla rabbia, dando a se stesso i colpi che scagliava nel
vuoto. E mentre questo scempio continuava, Gervaise poteva vedere in un angolo della camera la piccola Lalie, che
aveva allora quattro anni, con lo sguardo fisso sul padre che sembrava deciso a massacrare la madre. La bambina
stringeva fra le braccia, come per proteggerla, la sorella Henriette, svezzata appena da un giorno. Lalie era in piedi, con
la testa coperta da una cuffia d'indiana, pallidissima, seria in volto; i suoi occhi erano neri e profondi, immobili e come
gi offuscati dai troppi pensieri, senza una lacrima.
Bijard and a sbattere contro una sedia, si lasci cadere a terra mettendosi subito a russare. Allora pap Bru
aiut Gervaise a rimettere in piedi la signora Bijard. La donna piangeva adesso a calde lacrime, mentre Lalie, fattasi pi
vicina, la guardava singhiozzare, come gi abituata a quelle scene, gi rassegnata. Scendendo nuovamente le scale, in
mezzo al caseggiato che aveva finalmente ritrovato la sua pace, la lavandaia non riusciva a togliersi dagli occhi quello
sguardo di bambina di quattro anni, grave e coraggioso come lo sguardo d'una donna.
Il signor Coupeau sul marciapiede di fronte!, l'inform Clmence appena la vide. Sembra completamente
ubriaco!.
Coupeau stava proprio in quel momento attraversando la via. Manc la porta, e per poco non sfond la vetrina
con una spallata. Aveva una sbronza triste, i denti stretti, il naso affilato. E Gervaise riconobbe all'istante, nel sangue
avvelenato che gli illividiva la pelle, l'acquavite dell'Assommoir. Cerc comunque di sorridere, pensando di metterlo a
letto come faceva nei giorni in cui il marito non aveva in corpo che l'euforia del vino. Ma Coupeau le diede una spinta
senza dire una sola parola; e le pass accanto, andando da solo verso il letto, con il pugno levato a minacciarla.
Assomigliava adesso all'altro, all'ubriacone che stava russando nella camera in alto, ormai stanco di battere. Allora si
sent raggelare. Pensava agli uomini, al marito, a Goujet, a Lantier, con il cuore spezzato, disperando di poter mai essere
felice.
CAPITOLO SETTIMO

Il compleanno di Gervaise cadeva il 19 giugno. Nei giorni di festa, in casa Coupeau si facevano le cose alla
grande; erano banchetti da cui s'usciva rotondi come palle, con il ventre pieno per una settimana. Tutto il denaro veniva
spazzato via in quel modo. Appena c'erano quattro soldi in famiglia, se li mangiavano. Inventavano dei santi sul
calendario solo per potersi concedere delle grandi spanciate. Virginie approvava incondizionatamente che Gervaise si
rimpinzasse dei cibi migliori. Quando si ha per marito un uomo che potrebbe tranquillamente bersi tutto, non cos?
gi un miracolo se la casa non se ne va tutta in liquori, e se si riesce a riempirsi prima di tutto lo stomaco! Visto che il
denaro sembrava in un modo o nell'altro volatilizzarsi, era sempre meglio spenderlo dal macellaio piuttosto che dal
vinaiolo. E Gervaise, che si faceva sempre pi golosa, accettava volentieri quella scusa. Tanto peggio! era per colpa di
Coupeau che lei non riusciva pi a mettere da parte nemmeno il becco d'un quattrino! S'era fatta ancora pi grassa,
zoppicava ogni giorno di pi; e la sua gamba, gonfiandosi di lardo, sembrava raccorciarsi a vista d'occhio.
Quell'anno incominciarono a parlare della festa con un mese d'anticipo. Studiavano i piatti migliori, si
leccavano gi le dita. E tutta la bottega aveva una gran voglia d'abboffarsi. Ci voleva una scorpacciata con i fiocchi,
qualcosa di straordinario e d'azzeccato. Mio Dio! non si faceva di certo baldoria tutti i giorni! La pi grande
preoccupazione della lavandaia era quella di decidere chi avrebbe invitato; voleva che a tavola ci fossero dodici

persone, non una di pi, non una di meno. C'erano lei, il marito, mamma Coupeau, la signora Lerat: il che significava
quattro persone della famiglia. Poi ci sarebbero stati i Goujet e i Poisson. Dapprima s'era ripromessa di non invitare le
sue operaie, la signora Putois e Clmence, per non dare l'impressione d'una eccessiva familiarit; ma poich in loro
presenza non si faceva altro che parlare della festa, e le due operaie allungavano gi il collo, fin per considerarle della
partita. Dunque: quattro e quattro, otto, e due, dieci. Volendo assolutamente arrivare a dodici, pens di riconciliarsi con i
Lorilleux, che da un po' di tempo le ronzavano di nuovo attorno. Fu deciso che i Lorilleux sarebbero venuti alla cena;
avrebbero poi fatto la pace con il bicchiere in mano. Anche perch non ha senso che in una famiglia regni sempre la
discordia. L'idea della festa inteneriva del resto tutti i cuori. Era un'occasione che non si poteva perdere. Appena i Boche
vennero a sapere dell'imminente riconciliazione, fecero di tutto per riconquistare l'amicizia di Gervaise, con mille
gentilezze, con mille sorrisi di simpatia; e non si pot fare a meno di pregarli d'intervenire a loro volta. Insomma! alla
fine sarebbero stati in quattordici, senza contare i bambini. Gervaise non aveva mai offerto un banchetto del genere, ne
era tutta spaventata e orgogliosa.
Il compleanno cadeva appunto di luned. Ed era una fortuna: Gervaise contava sul pomeriggio della domenica
per mettere in moto la cucina. Il sabato, mentre le stiratrici portavano avanti alla meno peggio il loro lavoro, ci fu una
lunga discussione nella bottega; tutte volevano sapere che cosa si sarebbe mangiato. Una sola portata era stata gi decisa
da tre settimane: un'oca grassa da fare arrosto. E ne parlavano con occhi golosi. L'oca era gi stata comprata. Mamma
Coupeau and a prenderla per farne sentire il peso a Clmence e alla signora Putois. Allora fu un'unica esclamazione di
meraviglia; la bestia sembr a tutte davvero enorme, con quella sua pelle ruvida e gonfia di grasso giallastro.
Ma prima di tutto un bel lesso di manzo con verdure, giusto?, disse Gervaise. Una zuppa e un po' di bollito
vanno sempre bene... Ma dopo ci vorrebbe un piatto in umido.
Clmence propose del coniglio; ma non si mangiava altro che coniglio, ne avevano tutte fin sopra i capelli. E
poi Gervaise pensava a qualcosa di pi raffinato. Quando la signora Putois accenn a una fricassea di vitello, tutte le
altre si guardarono con un sorriso che si faceva sempre pi grande. Che bella idea! nulla avrebbe fatto tanto effetto
come una fricassea di vitello!
S, ma dopo ci vorrebbe comunque un piatto in umido, disse ancora Gervaise.
Mamma Coupeau pens a un piatto di pesce. Ma tutte le altre fecero una smorfia, e si misero a battere i loro
ferri pi forte. Nessuna di loro amava il pesce: lo stomaco non lo reggeva, e per di pi era tutto pieno di lische. E poich
quella strabicuccia di Augustine s'era permessa d'intervenire dicendo che a lei piaceva la razza, Clmence le chiuse il
becco con un ceffone. Finalmente la padrona si decise per una costata di maiale con patate; e quell'idea aveva gi
illuminato tutti i volti, quando Virginie entr come una raffica di vento, con il viso acceso.
Capitate al momento giusto, grid Gervaise. Mamma Coupeau, fatele vedere la bestia.
E mamma Coupeau and a prendere l'oca grassa per la seconda volta. Virginie fu costretta a prenderla in mano.
L'apprezz con esclamazioni di meraviglia. Cristo santo! era davvero pesante! Ma se ne liber quasi subito posandola
sul tavolo da lavoro, fra una sottogonna e un pacco di camicie. Aveva la testa altrove. Port Gervaise nella camera in
fondo.
Sentite un po', piccolina, mormor con voce affrettata, dovete stare in guardia... Non indovinereste mai chi
ho appena incontrato in fondo alla via... Lantier, mia cara! l che s'aggira, che sorveglia... Allora mi sono precipitata
ad avvertirvi. Ho avuto paura per voi, capite?.
La lavandaia era impallidita di colpo. Cosa mai poteva voler da lei, quello sciagurato? Ecco per di pi che le
piombava addosso nel bel mezzo dei preparativi della festa! Davvero la fortuna le voltava sempre le spalle! mai che
potesse prendersi un piacere in santa pace! Virginie le rispose che non valeva proprio la pena che si facesse cattivo
sangue. Perbacco! se Lantier si fosse solo azzardato a seguirla, avrebbe subito chiamato un gendarme, l'avrebbe fatto
sbattere in prigione! Da quando, un mese prima, il marito aveva finalmente ottenuto il suo posto di guardia municipale,
la bella bruna aveva cominciato a darsi delle arie di superiorit, si diceva pronta a far arrestare il mondo intero. Ma
poich alzava troppo la voce, augurandosi d'essere molestata in piena via solo per il gusto di portare l'insolente al posto
di polizia e di consegnarlo lei stessa a Poisson, Gervaise, non volendo che le operaie la sentissero, la preg con un gesto
di tacere. Quindi rientr per prima nella bottega; e simulando la massima calma:
Adesso ci vorrebbe un contorno, riprese.
Gi! dei piselli al lardo, disse Virginie. Non mangerei altro!.
S, s, dei piselli al lardo!, approvarono con calore tutte le altre, mentre Augustine, dall'entusiasmo, dava
grandi colpi d'attizzatoio nella caldaia.
L'indomani, domenica, non appena furono le tre, mamma Coupeau accese i due fornelli di casa e un terzo
fornelletto a mano imprestato per l'occasione dai Boche. Alle tre e mezza, il lesso di manzo cominciava a bollire nel
pentolone preso in prestito dal ristorante accanto: la pentola che usavano di solito era infatti sembrata troppo piccola.
Avevano deciso di preparare la fricassea di vitello e la costata di maiale con un giorno d'anticipo, anche perch questi
piatti sono ancora pi buoni quando vengono riscaldati; quanto alla salsa della fricassea di vitello, l'avrebbero unita solo
al momento di mettersi a tavola. Rimaneva del resto ancora molto da fare per il luned: la zuppa, i piselli al lardo, l'oca
arrosto. La camera in fondo era illuminata dal fuoco dei tre fornelli; i soffritti sfrigolavano nelle padelle in un denso
fumo di farina bruciata, mentre il pentolone, con i fianchi scossi dal suo ribollire cupo e profondo, sbuffava getti di
vapore come una caldaia. Mamma Coupeau e Gervaise, con un grembiale bianco allacciato sul davanti,
s'affaccendavano su e gi per la stanza, agitatissime, sempre di corsa; mondavano il prezzemolo, controllavano di
continuo il pepe e il sale, rivoltavano la carne con la mestola di legno. Per non averlo fra i piedi, avevano cacciato di

casa Coupeau. Ma per tutto il pomeriggio furono prese d'assalto dal mondo intero. C'era un cos buon profumo di cucina
in tutto il caseggiato che le vicine scendevano una dopo l'altra, entravano con un pretesto, chiedevano cosa mai stessero
cucinando; e non si muovevano di l finch la lavandaia non si vedeva costretta a sollevare i coperchi. Verso le cinque
comparve Virginie. Aveva di nuovo incontrato Lantier: insomma! non si poteva pi camminare per strada senza
trovarselo fra i piedi! Anche la signora Boche l'aveva appena intravisto, immobile all'angolo del marciapiede, con l'aria
di spiare. Gervaise, che s'accingeva a uscire per comprare un soldo di cipolle scottate che voleva aggiungere al bollito,
fu colta da un brivido e non s'azzard pi a lasciare la bottega; tanto pi che la portinaia e la cucitrice, come se la
volessero a bell'apposta spaventare, cominciarono a raccontarle delle storie da far rizzare i capelli sulla testa, di uomini
che s'appostavano per aggredire le donne con pistole e coltelli nascosti sotto la redingote. Ma s, che diamine! i giornali
eran pieni di fatti del genere! Quando uno di quegli scellerati perde la testa, e vuole a tutti i costi rovinare la vita alla sua
amante d'un tempo, non c' pi nulla al mondo che lo possa fermare. Poi Virginie disse con fare amichevole che sarebbe
andata lei a comprare le cipolle scottate. Fra donne ci si doveva pur sempre aiutare, e comunque la povera piccola non
poteva correre il rischio di farsi massacrare. Al suo ritorno rifer che Lantier se n'era andato: sapendosi ormai scoperto
aveva evidentemente preferito tagliare la corda. Ma la conversazione, attorno ai fornelli, continu tuttavia ad aggirarsi
su di lui fino a sera. Quando la signora Boche le consigli di raccontare tutto a Coupeau, Gervaise sembr colta
all'improvviso da un immenso terrore, e la supplic di non lasciarsi mai sfuggire una sola parola su tutta quella
faccenda. Ah, mio Dio! era proprio quello che ci voleva! Il marito doveva gi avere dei sospetti, perch da qualche
giorno, al momento di mettersi a letto, cominciava a bestemmiare e a menar pugni contro il muro. La sola idea che due
uomini si potessero fare a pezzi per lei la faceva tremare. Conosceva Coupeau: era cos geloso che sarebbe stato capace
d'avventarsi su Lantier con le cesoie in mano. E mentre le quattro donne sembravano sprofondare in questo dramma, le
salse continuavano a cuocere a fuoco lento sui fornelli coperti di cenere. Ogni volta che mamma Coupeau le
scoperchiava, la fricassea di vitello e la costata di maiale sprigionavano un piccolo gemito, un fremito sommesso; il
bollito continuava a russare come un cantore addormentato con la pancia al sole. Alla fine, volendo assaggiare il brodo,
si versarono tutte e quattro un po' di zuppa in una scodella.
Finalmente giunse il luned. Sapendo adesso che avrebbe avuto a tavola quattordici persone, Gervaise temeva
di non riuscire ad accoglierle in modo adeguato. Decise che avrebbero cenato nella bottega; e fin dal mattino si mise a
prendere le misure con un metro per capire da che lato avrebbe potuto sistemare la tavola. Poi fu necessario spostare
altrove la biancheria e smontare il banco da lavoro, perch era appunto il banco da lavoro che, poggiato su altri
cavalletti, doveva servire da tavola. Ma proprio nel bel mezzo di questo trambusto, una cliente entr nella bottega e fece
un'autentica scenata: stava aspettando la sua biancheria fin dal venerd precedente, era chiaro che se ne infischiavano di
lei, voleva subito indietro il suo bucato. Gervaise cerc allora di scusarsi, ment spudoratamente: la colpa non era sua,
stavano ripulendo tutta la bottega, le sue operaie non sarebbero tornate al lavoro fino all'indomani. Conged la sua
cliente dopo averla placata con la promessa che si sarebbe al pi presto occupata di lei. Ma appena quella se ne fu
andata, si mise a imprecare. Che diavolo! se solo avesse dato retta alle sue clienti, non le sarebbe rimasto nemmeno il
tempo di mangiare, avrebbe dovuto ammazzarsi di fatica soltanto per i loro begli occhi! E poi non era un cane alla
catena. Diceva sul serio! anche se il Gran Turco in persona fosse venuto da lei per portarle un solino, anche se si fosse
trattato di guadagnare centomila franchi, quel luned non avrebbe dato neanche un colpo di ferro, perch alla fin fine
aveva anche lei il diritto di spassarsela un po'!
L'intera mattinata fu dedicata alle cose che restavano da comprare. Gervaise usc di casa tre volte, e tre volte
torn carica come un mulo. Ma proprio mentre stava per uscire di nuovo per andare a ordinare del vino, s'accorse di non
avere abbastanza denaro. Il vino l'avrebbe comunque preso a prestito; ma in casa non si poteva rimanere senza neanche
un soldo, c'erano sempre mille piccole spese impreviste. Nella camera in fondo s'abbandon alla disperazione insieme a
mamma Coupeau. Calcolarono che avevano bisogno d'almeno venti franchi: dove potevano mai trovare quelle quattro
monete da cento soldi? Mamma Coupeau, che un tempo aveva fatto le pulizie di casa per un'attricetta del teatro di
Batignolles fu la prima a parlare del Monte dei pegni. Gervaise sorrise, respir di sollievo. Che sciocca! se n'era
completamente dimenticata! Allora pieg in fretta il suo vestito di seta nera, e l'avvolse in un asciugamano che appunt
poi con degli spilli. Quindi nascose l'involto sotto il grembiale di mamma Coupeau, e le raccomand di tenerlo ben
schiacciato contro il ventre, perch non voleva che i vicini s'accorgessero di qualcosa. E and ad appostarsi sulla soglia
della bottega, per vedere se mai qualcuno seguisse la vecchia. Mamma Coupeau non era ancora arrivata all'altezza del
carbonaio che Gervaise la richiam:
Mamma! mamma!.
La fece rientrare nella bottega, si sfil la fede dal dito e le disse:
Prendete, metteteci anche questo. Cos avremo di pi.
E quando mamma Coupeau le port venticinque franchi, si sarebbe messa a ballare dalla gioia. Pens allora
d'ordinare sei bottiglie di vino sigillato da bere con l'arrosto. Cos i Lorilleux sarebbero stati definitivamente umiliati.
Da quindici giorni era infatti questo il sogno dei Coupeau: umiliare i Lorilleux. Quei due, marito e moglie, una
bella coppia davvero! ogni volta che avevano qualcosa di buono da mangiare, spingevano la loro ipocrisia fino al punto
di nascondersi agli occhi di tutti, proprio come se l'avessero rubato! S! coprivano la finestra con una coperta per non far
passare la luce e far credere che stavano dormendo. Nessuno allora si permetteva di salire, e i due s'abboffavano da soli,
si rimpinzavano in fretta e furia, senza lasciarsi uscir di bocca nemmeno una parola ad alta voce. L'indomani evitavano
perfino di buttare gli avanzi nella spazzatura, perch altrimenti i vicini avrebbero capito cosa avevano mangiato. La
signora Lorilleux andava a gettarli nella bocca di scarico che si trovava in fondo alla via. Una mattina Gervaise l'aveva

sorpresa a svuotare una cesta piena fino all'orlo di gusci d'ostrica. Ah! no, non si poteva di certo dire che quei due
spilorci fossero particolarmente larghi di mano! E tutti quei piccoli sotterfugi nascevano unicamente dalla loro mania di
fingersi pi poveri di quello che erano. Insomma! meritavano una lezione, ci si doveva mostrare ancor pi generosi del
dovuto. Gervaise, se solo le fosse stato possibile, avrebbe messo la tavola in mezzo alla via, giusto per il piacere
d'invitare tutti quelli che passavano. Che diamine! il denaro non stato inventato per farlo ammuffire! cos bello
quando luccica al sole tutto nuovo di zecca! Quanto a lei, aveva ormai cos poco in comune con i Lorilleux che quando
le capitava d'avere in tasca venti soldi faceva di tutto per far credere agli altri d'averne almeno quaranta.
Fin dalle tre, mentre apparecchiavano la tavola, mamma Coupeau e Gervaise non fecero altro che parlare
appunto dei Lorilleux. Avevano appeso delle tende alla vetrina; ma poich faceva caldo, la porta che dava sulla via era
rimasta spalancata, e tutto il quartiere sfilava cos davanti alla tavola. Le due donne non sistemavano una caraffa, una
bottiglia, una saliera, senza farci entrare in un modo o nell'altro qualche umiliante allusione ai Lorilleux. Avevano
fissato i posti a tavola in modo che i due potessero ammirare la superba distesa della tovaglia apparecchiata; e avevano
serbato per loro le stoviglie pi belle: erano sicure che i piatti di porcellana avrebbero loro inferto un duro colpo.
No, no, mamma!, grid Gervaise, quei tovaglioli non sono per loro! Ce ne sono due damascati.
Magnifico!, mormor la vecchia, schiatteranno di rabbia!.
E si sorrisero, ritte ai due lati della gran tavola bianca i cui quattordici coperti perfettamente allineati le
facevano gonfiare d'orgoglio. Sembrava una cappella collocata al centro della bottega.
Ecco!, riprese Gervaise, cos imparano a voler sempre fare la parte dei pezzenti... Per esempio, sapete? il
mese scorso hanno mentito, quando la moglie si messa a raccontare in giro d'aver perso un pezzo della sua catenella
d'oro mentre andava a riconsegnare il lavoro. Ma figuriamoci! come se fosse una di quelle che perdono qualcosa!... Era
soltanto una scusa, un pretesto per piangere miseria, per non darvi i vostri cento soldi.
Finora i miei cento soldi li ho avuti soltanto due volte, disse mamma Coupeau.
Vogliamo scommettere che il mese prossimo s'inventeranno qualche altra storia?... Il che spiega fra l'altro
perch si barricano dentro casa ogni volta che devono mangiare un coniglio. Insomma! verrebbe proprio voglia di parlar
loro in questo modo: "Visto che potete permettervi di mangiare un coniglio, potreste anche dare quei famosi cento soldi
a vostra madre!". Oh! ne hanno di vizi!... Che ne sarebbe stato di voi, se non v'avessi accolta in casa nostra?.
Mamma Coupeau scroll il capo. Quel giorno, all'idea del banchetto che avrebbero offerto i Coupeau, sentiva
d'avercela a morte con i Lorilleux. Amava la cucina, le chiacchiere attorno ai fornelli, le case messe sottosopra per le
scorpacciate dei giorni di festa. Andava in genere abbastanza d'accordo con Gervaise. Ma quando succedeva che si
punzecchiassero a vicenda, come capita spesso anche nelle migliori famiglie, la vecchia cominciava immancabilmente a
brontolare, si diceva la pi infelice delle donne, le sembrava orribile essere in tutto e per tutto in balia della nuora. Tanto
pi che doveva pur conservare in s un po' d'affetto per la signora Lorilleux, che in fin dei conti era sempre sua figlia.
Non ho ragione?, continu Gervaise, non sareste di certo cos ben nutrita in casa loro! E niente caff, niente
tabacco, niente dolci!... E poi, credete forse che vi avrebbero dato due materassi per il vostro letto?.
Ma neanche per sogno!, rispose mamma Coupeau. Appena m'accorgo che stanno per arrivare, mi metto
davanti alla porta; voglio proprio vedere le smorfie che faranno.
La sola idea delle smorfie che avrebbero fatto i Lorilleux bastava gi a metterle di buonumore. Ma non c'era
pi tempo da perdere; s'erano soffermate fin troppo a lungo ad ammirare la tavola. I Coupeau avevano pranzato un po'
pi tardi del solito, verso l'una, e avevano mangiato soltanto degli affettati: tutti e tre i fornelli erano infatti occupati, e
del resto non volevano sporcare di nuovo le stoviglie gi lavate per la sera. Alle quattro le due donne erano ancora in
pieno fermento. L'oca arrostiva davanti alla fornacetta sistemata a terra, contro il muro, accanto alla finestra spalancata;
la bestia era tanto grossa che avevano dovuto conficcarla di forza nel girarrosto. Quella strabicuccia di Augustine,
seduta su uno sgabello, colpita in pieno dal riverbero ardente della fornacetta, ungeva accuratamente l'oca servendosi
d'un cucchiaio dal lungo manico. Gervaise s'occupava dei piselli al lardo. Mamma Coupeau, che perdeva letteralmente
la testa in mezzo a tutti quei piatti, s'aggirava su e gi per la camera aspettando il momento di mettere a scaldare la
costata di maiale e la fricassea di vitello. Gli invitati cominciarono ad arrivare verso le cinque. Comparvero dapprima le
due operaie, Clmence e la signora Putois, entrambe vestite come per le grandi occasioni, la prima d'azzurro e la
seconda di nero. Clmence aveva in mano un geranio, la signora Putois un eliotropio. Gervaise diede loro due grossi
baci, gettando all'indietro le mani bianche di farina. Sulla loro scia entr subito dopo Virginie, elegante come una vera
signora nel suo vestito di mussola stampata, in sciarpa e cappello bench avesse dovuto attraversare soltanto la via.
Teneva in mano un vaso di garofani rossi. Afferr la lavandaia fra le sue grandi braccia e la strinse forte a s. Poi
arrivarono gli altri: Boche, con un vaso di viole del pensiero; la signora Boche, con un vaso di reseda; e la signora Lerat,
con un vaso di cedronella il cui terriccio aveva sporcato il suo vestito di merino violetto. Allora cominciarono tutti ad
abbracciarsi, pigiati al centro della camera, asfissiati dai caldi vapori che s'innalzavano dai tre fornelli e dalla fornacetta.
Lo sfrigolare delle padelle copriva quasi del tutto le voci. Quando uno dei vestiti and a impigliarsi nel girarrosto, fu
una grande emozione per tutti. L'odore dell'oca era cos forte che i nasi si dilatavano. Gervaise, ancora pi amabile del
solito, ringraziava ciascuno per i fiori che aveva portato; ma non per questo smetteva d'occuparsi della fricassea di
vitello, la cui salsa stava adesso lavorando in una scodella. Aveva messo i vasi nella bottega, a un'estremit della tavola,
senza toglier loro l'alto collaretto di carta bianca. Un dolce profumo di fiori si mescolava all'odore della cucina.
Volete che vi aiuti?, domand Virginie. Quando penso che da tre giorni che state cucinando, e che
spazzeremo via tutto in pochi minuti!....

Diamine!, rispose Gervaise, non son certo cose che si preparano da sole... No, inutile che vi sporchiate le
mani. Vedete? tutto pronto. Manca solo da fare la zuppa....
Allora ognuno si mise in libert. Le signore poggiarono sul letto gli scialli e le cuffie, poi s'appuntarono le
sottane con degli spilli, tenendole sollevate per non sporcarle. Boche, che aveva mandato la moglie a far la guardia in
portineria fino all'ora di cena, cominciava gi a darsi da fare con Clmence, la spingeva contro la stufa, le chiedeva se
soffriva il solletico; e Clmence ansimava, si contorceva, si rannicchiava, con i seni che le scoppiavano sotto il corpetto:
la sola idea del solletico le faceva venire i brividi in tutto il corpo. Le altre signore si erano spostate a loro volta nella
bottega, per non esser d'impiccio alle due cuoche, e in piedi contro le pareti, non facevano che ammirare la tavola; ma
poich la conversazione proseguiva attraverso la porta spalancata, e non sempre ci si riusciva a sentire, coglievano ogni
pretesto per ritornare nella camera in fondo, l'invadevano con i loro improvvisi scoppi di voce, circondavano Gervaise
che, per rispondere a tutte, finiva allora per trascurare ogni altra cosa, pur continuando a reggere in mano il suo
cucchiaio ancora fumante. Ridevano, ne dicevano di tutti i colori. Virginie aveva appena detto che da due giorni aveva
smesso di mangiare per svuotarsi meglio lo stomaco, che subito Clmence, da quella gran sudiciona che era, ne
raccont una ancora pi grossa: quel mattino s'era svuotata le budella facendosi un clistere come gli Inglesi. Boche
sugger un sistema infallibile per digerire all'istante. Era anche quella un'usanza degli Inglesi: bastava stringersi in una
porta dopo ciascun piatto, in quel modo si poteva mangiare per dodici ore di fila senza affaticarsi lo stomaco. Quando
uno invitato a cena, che diamine! la buona educazione gli impone di mangiare! Se vi offrono del vitello, o del maiale,
o dell'oca, non certo perch ne avanzi qualcosa per i gatti! Oh! la padrona di casa poteva star tranquilla: avrebbero
spazzato via tutto con tanta cura che il giorno dopo non avrebbe nemmeno dovuto lavare i piatti. E sembrava che la
compagnia si facesse crescer l'appetito fiutando sopra i tegami e il girarrosto. Le signore finirono per mettersi a giocare
come delle ragazzine; si davano delle spinte, correvano da una stanza all'altra facendo tremare l'impiantito, smuovendo,
propagando gli odori della cucina con le loro sottogonne, in un fracasso assordante in cui le risate si mescolavano al
rumore della mezzaluna di mamma Coupeau, che stava tritando il lardo.
Goujet comparve proprio nel momento in cui tutti si divertivano a correre e a gridare. Era intimidito, non osava
entrare. Reggeva fra le braccia un rosaio bianco, una pianta magnifica il cui lungo gambo gli arrivava fino alla faccia e
cospargeva di fiori il biondo della sua barba. Gervaise gli corse incontro, con le gote infiammate dal fuoco dei fornelli.
Ma Goujet non sapeva come sbarazzarsi del vaso; e quando lei glielo prese dalle mani, non seppe far altro che
balbettare, non osando baciarla. Fu allora Gervaise a sollevarsi e a poggiargli la guancia contro le labbra; ma il fabbro
era ancora cos turbato che la baci sull'occhio, rozzamente, quasi da accecarla. Rimasero tutti e due tremanti.
Oh! signor Goujet, troppo bello!, disse Gervaise sistemando il rosaio accanto agli altri fiori, che superava
in altezza con tutto il suo pennacchio di foglie.
Ma no, ma no, ripeteva quello, non trovando altro da dire.
E dopo aver tirato un gran sospiro, rianimatosi un po', le annunci che non doveva contare sulla presenza della
madre; aveva un attacco di sciatica. Gervaise ne fu desolata. Disse che le avrebbe lasciato da parte un pezzo d'oca;
voleva assolutamente che la signora Goujet l'assaggiasse. Non doveva arrivare nessun altro. Coupeau stava di certo
bighellonando per il quartiere in compagnia di Poisson, che era andato a prendere subito dopo pranzo; ma sarebbe
rientrato da un momento all'altro, aveva promesso d'essere a casa per le sei in punto. Allora, poich la zuppa era quasi
cotta, Gervaise chiam la signora Lerat, e le disse che le sembrava venuto il momento d'andare a prendere i Lorilleux.
La signora Lerat assunse immediatamente la sua espressione pi austera: era stata lei a condurre le trattative e a stabilire
in che modo le due famiglie si sarebbero incontrate. Si rimise lo scialle e la cuffia, e sal, tutta rigida nelle sue sottane,
con aria d'importanza. La lavandaia continu a rimescolare la sua zuppa di pasta italiana, in assoluto silenzio. Il resto
della compagnia, che sembrava aver ritrovato di colpo tutta la sua seriet, aspettava con fare solenne.
La signora Lerat ricomparve per prima. Aveva fatto il giro dalla parte della strada, per dare maggior pompa alla
riconciliazione. Con una mano tenne spalancata la porta della bottega, mentre la signora Lorilleux, che era vestita di
seta, s'arrestava sulla soglia. Tutti gli invitati s'eran levati in piedi; Gervaise si fece avanti, e baci la cognata cos come
era stato convenuto.
Coraggio, entrate, le disse. tutto dimenticato, vero? D'ora in poi saremo entrambe pi gentili.
E la signora Lorilleux rispose:
Non chiedo di meglio, vorrei che fosse cos per sempre.
Quando la moglie fu entrata, Lorilleux si ferm a sua volta sulla soglia, e aspett d'esser baciato prima
d'inoltrarsi nella bottega. Nessuno dei due aveva portato dei fiori. Si erano assolutamente rifiutati di farlo; non volevano
dare l'impressione di sottomettersi alla Zoppa portandole dei fiori la prima volta che andavano a casa sua. Gervaise
grid ad Augustine di portare due litri. Riemp poi di vino i bicchieri poggiati su un angolo della tavola, e chiam a
raccolta tutti gli invitati. Ciascuno prese un bicchiere, e si brind alla buona armonia della famiglia. La compagnia
beveva in silenzio, le signore buttavano gi il vino fino all'ultima goccia, tutto d'un sorso.
proprio quello che ci vuole prima della zuppa, disse Boche facendo schioccare la lingua. sempre
meglio d'un calcio nel sedere.
Mamma Coupeau s'era messa davanti alla porta per vedere le smorfie che avrebbero fatto i Lorilleux. Prese
Gervaise per la sottana e la condusse nella camera in fondo. E curve tutte e due sulla zuppa, parlarono animatamente, a
bassa voce.
Mamma mia, che facce!, disse la vecchia. Voi non potevate guardarli, ma io li tenevo d'occhio... Quando lei
ha visto la tavola, le si storto tutto il muso cos, ecco! gli angoli della bocca le sono saliti fino a toccare le orecchie;

quanto a lui, sembrava che l'avessero strangolato, non ha fatto altro che tossire... Adesso, guardateli, sono rimasti senza
parole, son l che si mangiano le labbra.
triste che ci siano delle persone talmente invidiose, mormor Gervaise.
Ed era vero che i Lorilleux stavano facendo una gran brutta figura. A nessuno fa certo piacere d'essere umiliato;
soprattutto nelle famiglie, quando gli uni riescono nella vita, gli altri si consumano di rabbia. naturale. Ma tuttavia ci
si contiene, non cos? si cerca di non dar spettacolo! Era proprio quello che i Lorilleux non riuscivano a fare:
contenersi. Era pi forte di loro. Continuavano a guardare di traverso, a storcere il grugno. Insomma! la cosa era cos
evidente che gli altri invitati li fissavano con curiosit e domandavano loro se per caso non fossero indisposti. Mai e poi
mai sarebbero riusciti a mandar gi quella tavola imbandita per quattordici persone, con la tovaglia immacolata e le
fette di pane gi tagliate. Ci si poteva credere in un ristorante dei boulevards. La signora Lorilleux fece un giro attorno
alla tavola, abbass gli occhi per non vedere i fiori; e come per caso sfior la tovaglia, tormentata dall'idea che doveva
essere nuova.
Ci siamo!, grid Gervaise riaffacciandosi sorridente e a braccia nude, con i corti capelli biondi che le
svolazzavano sulle tempie.
Gli invitati scalpitavano attorno alla tavola. Erano tutti affamati, sbadigliavano leggermente con aria annoiata.
Se mio marito arrivasse, aggiunse la lavandaia, potremmo anche incominciare!.
Tanto meglio!, disse la signora Lorilleux, cos la zuppa avr il tempo di raffreddarsi. Coupeau si dimentica
sempre di tutto. Non avreste dovuto farlo uscire di casa.
Erano gi le sei e mezza. Ormai stava tutto bruciando; l'oca sarebbe stata troppo cotta. Allora Gervaise,
disperata, parl di mandare qualcuno a cercare Coupeau presso tutti i vinaioli del quartiere. E quando fu Goujet ad
offrirle il suo aiuto, decise d'andare con lui. Virginie, a sua volta preoccupata per il marito, li accompagn. I tre, a capo
scoperto, occupavano da soli tutto il marciapiede. Il fabbro, che indossava la sua redingote, teneva Gervaise al braccio
sinistro e Virginie al braccio destro: gli sembrava d'essere un paniere con due manici, disse a un certo punto, e
quell'espressione parve loro cos buffa che si fermarono in mezzo alla via, con le gambe piegate in due dal gran ridere.
Si guardarono nello specchio del pizzicagnolo, e si misero a ridere ancora pi forte. Accanto a Goujet, tutto vestito di
nero, le due donne sembravano due sgualdrinelle imbellettate, la cucitrice nella sua toilette di mussola stampata a fiori
rosa, la lavandaia nel suo vestito di percalle bianco a pois azzurri, con i polsi nudi e una sciarpetta di seta grigia
annodata al collo. Al loro passaggio la gente si voltava: erano cos allegri, cos freschi, vestiti come di domenica in quel
giorno come tutti gli altri, mentre si facevano largo fra la folla che invadeva rue des Poissonniers in quella dolce serata
di giugno! Ma non erano usciti per divertirsi. Andavano decisi alla porta d'ogni vinaiolo, allungavano il collo, cercavano
con lo sguardo davanti al bancone. E se Coupeau fosse andato a farsi un bicchierino all'Arco di Trionfo? Avevano gi
percorso tutta la parte superiore della strada, guardando nei posti pi probabili: alla Petite Civette, rinomata soprattutto
per le prugne; da mamma Banquet, che vendeva il vino d'Orlans a otto soldi; al Papillon, il ritrovo dei cocchieri, gente
difficile da accontentare. Nemmeno l'ombra di Coupeau. Ma mentre scendevano verso il boulevard e passavano davanti
alla bottega di Franois, l'oste all'angolo della via, Gervaise cacci all'improvviso un piccolo grido.
Che succede?, domand Goujet.
La lavandaia non rideva pi. Era pallida in volto, e cos turbata che per un attimo sembr sul punto di cadere.
Virginie cap tutto all'istante: da Franois, seduto a un tavolino, Lantier stava mangiando tranquillamente. Le due donne
trascinarono via il fabbro.
Mi si storto un piede, disse Gervaise appena fu in grado di parlare.
Finalmente riuscirono a scovare Coupeau e Poisson all'altro capo della via, nell'Assommoir di pap Colombe.
Erano in piedi in mezzo a un gruppo di uomini. Mentre Coupeau, in casacca grigia, gridava e gesticolava come un
pazzo, tempestando di pugni il bancone, Poisson, che quel giorno non era di servizio, stretto in un vecchio cappotto
marrone, lo ascoltava con aria tetra e silenziosa, rizzando il pizzetto e i mustacchi rossi. Goujet lasci le due donne sul
marciapiede, entr e poggi una mano sulla spalla dello zincatore. Ma appena l'altro s'accorse di Gervaise e Virginie che
aspettavano di fuori, s'infuri ancora di pi. Chi gli aveva cacciato fra i piedi quelle donnacce? Era mai possibile che le
gonnelle non lo lasciassero in pace! Ebbene! lui non si sarebbe mosso di l! che le mangiassero pur loro le schifezze che
avevano preparato per la cena! Per placarlo, Goujet fu costretto ad accettare un bicchierino di qualcosa; ma anche cos
Coupeau non abbandon le sue cattive maniere, e si trascin per altri cinque minuti davanti al bancone. Quando
finalmente usc, disse alla moglie:
Queste cose non mi piacciono... Se sto qui perch ho da fare, hai capito?.
Gervaise non rispose. Tremava in tutto il corpo. Doveva aver parlato di Lantier con Virginie, perch
quest'ultima diede una spinta al marito e a Goujet e disse loro d'incamminarsi per primi. Le due donne si misero poi ai
fianchi dello zincatore, per distrarlo e impedirgli di guardarsi attorno. Coupeau era solo un po' alticcio, intontito pi
dall'aver gridato che dall'aver bevuto. Per dispetto, vedendole ben decise a seguire il marciapiede di sinistra, si liber di
loro spingendole di lato e pass sul marciapiede di destra. Allora le due donne gli corsero appresso, spaventate, e
cercarono di nascondergli la porta di Franois. Ma Coupeau doveva essere gi informato della presenza di Lantier. E
Gervaise rimase senza fiato quando lo sent mugugnare:
Insomma! cocchina mia, se non sbaglio l dentro c' un tale che conosciamo. Mi devi proprio prendere per un
babbeo... Se ti sorprendo un'altra volta ad andartene in giro con le tue arie da santarellina!.
E vomit una sfilza di parolacce. Non era di certo lui che stava cercando, con le mani sui fianchi e la faccia
tutta imbellettata; stava cercando il suo antico ganzo. Poi all'improvviso sfog tutta la sua rabbia prendendosela con

Lantier. Ah! quel farabutto! Ah! quel libertino! Uno dei due doveva assolutamente restare sul marciapiede con le trippe
di fuori come un coniglio! Intanto Lantier sembrava non rendersi conto di nulla, e mangiava a piccoli bocconi del
vitello all'acetosella. Si cominciava a radunar gente. Virginie alla fine riusc a portar via Coupeau, che si calm
all'istante non appena ebbero svoltato l'angolo della via. Ma con tutto ci ritornarono nella bottega assai meno allegri di
come ne erano usciti.
Gli invitati aspettavano intorno alla tavola con i musi lunghi. Lo zincatore diede delle strette di mano
ciondolando davanti alle signore. Gervaise, un po' abbattuta, parlava a mezza voce, invitava i suoi ospiti ad
accomodarsi. Ma a un tratto s'accorse che, non essendo venuta la signora Goujet, un posto sarebbe rimasto vuoto, il
posto accanto a quello della signora Lorilleux.
Siamo in tredici!, disse con voce allarmata, come vedendovi una prova in pi della sventura da cui si sentiva
minacciata negli ultimi tempi.
Le signore, gi sedute, si rimisero in piedi con un'aria inquieta e contrariata. La signora Putois si disse disposta
ad andar via: non erano cose con cui si poteva scherzare, e del resto le era passata la voglia di mangiare, tutti quei piatti
le sarebbero rimasti sullo stomaco. Invece Boche sogghignava: preferiva essere in tredici che in quattordici; le porzioni
sarebbero state pi grandi, ecco tutto.
Aspettate!, riprese Gervaise. So come aggiustare le cose.
E usc sul marciapiede per chiamare pap Bru, che stava attraversando proprio in quel momento la via. Il
vecchio operaio entr tutto curvo, rigido, con la faccia inespressiva.
Sedetevi, brav'uomo, gli disse la lavandaia. Mangerete con noi, vero?.
L'altro fece soltanto un cenno con la testa. Accettava, per lui era lo stesso.
Eh! lui o un altro!, continu Gervaise abbassando la voce. Non gli capita molto spesso d'aver da mangiare
tanto da saziarsi. Almeno per una volta far un buon pranzetto E noi potremo rimpinzarci senza tanti scrupoli!.
Goujet era cos commosso che gli occhi gli luccicavano. Anche gli altri si impietosirono, trovarono la cosa ben
fatta: avrebbe portato fortuna a tutti. Ma la signora Lorilleux non sembrava particolarmente soddisfatta d'essere seduta
accanto al vecchio; si scostava, gettava delle occhiate di disgusto sulle sue mani indurite dai calli, sulla sua casacca tutta
rattoppata e scolorita. Pap Bru teneva la testa bassa, e sembrava soprattutto preoccupato del tovagliolo che copriva il
piatto che gli stava davanti. Alla fine si decise a sollevarlo, e lo pos lentamente sul bordo della tovaglia, senza pensare
a metterselo sulle ginocchia.
Gervaise stava finalmente servendo la zuppa di pasta italiana, e gli invitati gi impugnavano i loro cucchiai,
quando Virginie fece notare che Coupeau era sparito di nuovo. Probabilmente era tornato da pap Colombe. A quel
punto la compagnia esplose indignata. Tanto peggio per lui, questa volta non l'avrebbero nemmeno cercato; poteva
andarsene in giro per il quartiere, se proprio non aveva fame. Ma mentre i cucchiai rovistavano in fondo ai piatti,
Coupeau ricomparve con due vasi, uno per braccio, un garofano e una balsamina. Tutti i commensali applaudirono.
Coupeau, con fare galante, and a collocare i vasi uno a destra e uno a sinistra del bicchiere di Gervaise. Poi si chin
verso di lei, la baci e le disse:
Mi ero scordato di te, cocchina... Ma non conta, ci si vuol bene ugualmente in un giorno come questo.
Ma quant' garbato il signor Coupeau, questa sera, mormor Clmence all'orecchio di Boche. Non gli
manca proprio nulla per essere adorabile.
Le buone maniere del padrone di casa ristabilirono l'allegria, che per un attimo era stata compromessa.
Gervaise, tranquillizzata, era di nuovo tutta sorridente. Gli invitati finirono la zuppa. Quindi cominciarono a girare i
litri; e si sorseggi il primo bicchiere di vino, quattro dita di vino puro per mandar gi la pasta. Nella camera accanto i
bambini stavano litigando. C'erano Etienne, Nan, Pauline e il piccolo Victor Fauconnier. Si era deciso di metterli in
una tavola apposta per loro, raccomandando a tutti e quattro di fare i bravi. La povera Augustine, che sorvegliava i
fornelli, doveva mangiare sulle ginocchia.
Mamma! mamma!, grid all'improvviso Nan, Augustine sta facendo cadere il pane nel girarrosto!.
E la lavandaia, accorsa a precipizio, sorprese la sciagurata sul punto d'inghiottire in fretta e furia una fetta di
pane inzuppata di grasso d'oca bollente, con il rischio di bruciarsi la gola. Allora le diede un paio di schiaffi, anche
perch quella birba indiavolata s'ostinava a strillare che non era vero.
Dopo il bollito, quando comparve la fricassea, servita in un'insalatiera perch in casa non c'era un piatto
abbastanza grande, gli invitati si sorrisero l'un l'altro.
La cosa si fa seria, disse Poisson, che parlava di rado.
Erano le sette e mezza. S'erano decisi a chiudere la porta della bottega, per non esser spiati dalla gente del
quartiere. Soprattutto il piccolo orologiaio dirimpetto spalancava degli occhi grandi come scodelle, e toglieva loro il
cibo di bocca con uno sguardo cos vorace che non riuscivano quasi pi a mangiare. Le tende appese davanti alla vetrina
lasciavano filtrare una gran luce bianca, uniforme, senza un'ombra; la tavola vi sembrava galleggiare, con i coperti
ancora ben allineati e i vasi di fiori adornati dagli alti collaretti di carta. Quel pallido chiarore, quel lento crepuscolo,
dava un'aria signorile a tutta la compagnia. Fu Virginie a trovare l'espressione giusta: guard la stanza chiusa e
tappezzata di mussola, e afferm che tutto era davvero carino. Quando un carro passava nella via, i bicchieri tremavano
sulla tovaglia, e le signore erano costrette ad alzare la voce come gli uomini. Ma parlavano poco, si davano un
contegno, si scambiavano cortesie. Coupeau era l'unico ad avere indosso la sua casacca da lavoro: con gli amici, diceva,
non c' bisogno di far tante storie, e del resto la casacca il vestito d'onore dell'operaio. Le signore, strette nei loro

corsetti, avevano i capelli impiastricciati come da una pomata su cui la luce si rifletteva; mentre i signori, seduti discosti
dalla tavola, tenevano il petto proteso in avanti e allargavano i gomiti per paura di sporcarsi la redingote.
Ah! fulmini del cielo! che vuoti nella fricassea! Se parlavano poco, con le mascelle lavoravano sodo.
Frugavano nell'insalatiera conficcando il cucchiaio al centro di quella salsa densa e saporita, una salsa gialla che
tremolava come una gelatina. Da l pescavano i pezzi di vitello; e ce n'erano sempre, l'insalatiera passava di mano in
mano, i volti si chinavano e cercavano dei funghi. I grossi pani appoggiati al muro, alle spalle dei commensali,
sparivano in un batter d'occhio. Fra un boccone e l'altro si sentiva il rumore dei bicchieri che ricadevano sulla tavola. La
salsa era un po' troppo salata, e ci vollero quattro litri per annegare quella maledetta fricassea, che scivolava gi come
una crema e vi metteva un incendio nel ventre. E non ci fu nemmeno il tempo di riprender fiato, perch la costata di
maiale, imbandita in un piatto fondo e circondata da enormi patate rotonde, stava gi arrivando in una nuvola di fumo.
Fu un unico grido. Perdio! che trovata! Piaceva a tutti. E a quella vista l'appetito si risvegliava; ognuno seguiva il piatto
con la coda dell'occhio, pulendo il coltello sul pane per essere pronto. Poi quando tutti si furono serviti, ci si diede di
gomito, si parl con la bocca piena. Eh! che burro, quella costata! qualcosa di delicato e sostanzioso che si sentiva
scorrere lungo le budella fino alla punta dei piedi. Le patate erano uno zucchero. Questa volta non c'era troppo sale; ma
appunto per le patate, ci voleva una bella innaffiata a ogni minuto. Fecero fuori altri quattro litri. I piatti furono ripuliti
cos bene che non li cambiarono per mangiare i piselli al lardo. Oh! i contorni non fanno mai male! E ne divoravano
allora a cucchiaiate, come per gioco. Insomma! una vera ghiottoneria: erano la delizia delle signore. Il meglio dei piselli
erano i pezzetti di lardo che, rosolati a puntino, puzzavano di zoccolo di cavallo. Bastarono due litri.
Mamma! mamma!, grid all'improvviso Nan, Augustine sta mettendo le mani nel mio piatto!.
Basta, mi scocci! mollale uno schiaffo!, rispose Gervaise che si stava abboffando di piselli.
Nell'altra camera, alla tavola dei bambini, Nan faceva da padrona di casa. Si era seduta accanto a Victor, e
aveva sistemato il fratello Etienne vicino alla piccola Pauline; e giocavano a marito e moglie, fingevano d'essere due
coppie di sposi che facevano una gita. Dapprima Nan aveva servito i suoi invitati con molto garbo, con dei sorrisi gi
da donna adulta; ma ben presto aveva ceduto al suo amore per i lardelli e li aveva presi tutti per s. Quella strabicuccia
di Augustine, che ronzava di continuo attorno ai bambini, ne aveva approfittato per prendere i pezzetti di lardo a piene
mani, con il pretesto di rifare le parti. Nan, furiosa, le aveva morsicato il polso.
Ah! sai, mormor Augustine, vado a raccontare a tua madre che dopo la fricassea hai detto a Victor di
baciarti.
Ma tutto rientr nell'ordine, quando Gervaise e mamma Coupeau entrarono per sfilare l'oca dal girarrosto. Alla
tavola grande i commensali tiravano il fiato, riversi contro lo schienale delle sedie. Gli uomini si sbottonavano il
panciotto, le signore si asciugavano il volto con il tovagliolo. Il pranzo fu come interrotto: solo qualche invitato, con le
mascelle ancora in moto, continuava a inghiottire dei grossi bocconi di pane senza nemmeno accorgersene. Lasciavano
che il cibo s'assestasse per bene nello stomaco, aspettavano. Lentamente era scesa la sera; una luce sporca, d'un grigio
cenere, s'addensava dietro le tende. Quando Augustine accese due lumi e li sistem ai due capi della tavola, quella
vivida luce mise di colpo a nudo tutto il disastro dell'apparecchiatura: le forchette e i piatti unti, la tovaglia macchiata di
vino e coperta di briciole. C'era tutt'attorno un odore acre e soffocante. Ma ogni volta che una zaffata calda arrivava fino
a loro, tutti i nasi si volgevano verso la cucina.
Possiamo darvi una mano?, grid Virginie.
E lasci la sua sedia, pass nella stanza vicina. Tutte le donne la seguirono una a una. In piedi attorno al
girarrosto, osservarono con profondo interesse Gervaise e mamma Coupeau che s'affannavano a sfilare la bestia. Poi si
lev un gran grido: si distinguevano le voci stridule e i salti di gioia dei bambini. L'ingresso fu davvero trionfale:
Gervaise portava l'oca con le braccia tese, la faccia coperta di sudore e distesa in un largo sorriso silenzioso; le signore
venivano dopo di lei e sorridevano a loro volta, mentre Nan, che chiudeva il corteo, si sollevava sulla punta dei piedi e
spalancava gli occhi per veder meglio. Quando l'oca fu sulla tavola, enorme, dorata, colante di grasso, non l'attaccarono
subito. Lo sbalordimento, la sorpresa piena d'ammirazione, avevano azzittito tutta la compagnia. Se la mostravano l'un
l'altro ammiccando, scrollando il capo. Perbacco! una vera signora! che cosce e che ventre!
Non certo ingrassata leccando i muri!, disse Boche.
Allora si parl della bestia, si aggiunsero dei particolari. Gervaise diede notizie pi precise: quell'oca era il pi
bel capo che fosse riuscita a trovare dal pollivendolo del faubourg Poissonnire; pesava dodici libbre e mezza alla
bilancia del carbonaio; avevano consumato quasi un decalitro di carbone per cuocerla e aveva tirato fuori appena tre
scodelle di grasso. Virginie l'interruppe per vantarsi d'aver visto la bestia cruda: la si sarebbe mangiata anche cos,
diceva, tanto aveva la pelle sottile e delicata, una pelle da bionda, davvero! Tutti gli uomini si misero a ridere
arricciando le labbra in una smorfia d'oscena golosit. Intanto Lorilleux e la moglie storcevano il muso, inviperiti, non
reggendo alla vista di un'oca del genere sulla tavola della Zoppa.
Ebbene! vediamo, non la vorremo mangiare intera!, disse alla fine la lavandaia. Chi vuole tagliarla?... No,
no, io no! troppo grossa, mi fa impressione.
Si offri Coupeau. Santo cielo! era la cosa pi facile del mondo! Bastava prenderla per le cosce e tirare verso
l'alto; le parti venivano bene ugualmente. Ma gli altri protestarono, e gli tolsero di mano il coltello da cucina: ogni volta
che era lui a tagliare, riduceva il piatto in un vero e proprio cimitero. Cercarono per un po' un uomo di buona volont.
Poi la signora Lerat disse con la sua voce pi amabile:
Ascoltate, tocca al signor Poisson... Ma s, tocca al signor Poisson....
E poich il resto della compagnia sembrava non capire, aggiunse con un fare ancora pi complimentoso:

Ma certo, tocca al signor Poisson... Non forse avvezzo all'uso delle armi?.
E pass alla guardia municipale il coltello da cucina che teneva in mano. Tutti i commensali approvarono
sorridendo di sollievo. Poisson chin la testa con un rigido gesto da militare, e si mise l'oca davanti. Le sue vicine,
Gervaise e la signora Boche, si scostarono perch potesse muovere i gomiti pi comodamente. E Poisson cominci a
tagliare lentamente, con gesti ampi, con gli occhi fissi sulla bestia come per tenerla inchiodata in fondo al piatto.
Quando le affond il coltello nella carcassa, che scricchiol, Lorilleux s'abbandon a uno slancio patriottico. E grid:
Eh! se fosse un Cosacco!.
Vi siete forse battuto con i Cosacchi, signor Poisson?, domand la signora Boche.
No, con i Beduini, rispose la guardia municipale staccando un'ala. Non ci son pi Cosacchi.
Poi si fece un gran silenzio. Le teste s'allungavano, gli sguardi seguivano il coltello. Poisson preparava una
sorpresa. A un tratto diede l'ultimo colpo; la parte posteriore si stacc, e la bestia rimase con il sedere ritto per aria: era il
boccone del prete. L'ammirazione fu allora generale. Non c'erano che gli ex militari a saper essere tanto spiritosi in
societ. L'oca aveva schizzato un getto di sugo dal buco spalancato del suo deretano. E Boche celiava:
Io mi ci abbono!, mormor, purch mi si faccia sempre la pip in bocca in questo modo!.
Oh, che porco!, gridarono le signore. Bisogna proprio essere un gran porco....
Davvero! non conosco nessuno pi disgustoso di lui!, disse la signora Boche, che era la pi furiosa di tutte.
Taci, hai capito? Faresti venire il vomito a un esercito intero... Ma sapete, lo fa per potersi mangiare tutto da solo!.
Clmence stava intanto ripetendo con insistenza, pur in mezzo a quel baccano:
Signor Poisson, sentite, signor Poisson... Mi terrete da parte il boccone del prete, vero?.
Mia cara, il boccone del prete vi spetta di diritto!, disse la signora Lerat con la sua espressione pi maliziosa.
Poisson aveva finito di tagliare l'oca. Dopo aver concesso alla compagnia d'ammirare il boccone del prete per
qualche minuto, aveva diviso le porzioni e le aveva disposte attorno al piatto. Ci si poteva servire. Ma le signore,
slacciandosi i vestiti, si lamentavano del caldo. Coupeau grid che quella era casa sua, che se ne fregava dei vicini; e
spalanc la porta che dava sulla via. Allora il banchetto continu in mezzo allo scorrere dei fiacre e all'urtarsi dei
passanti sul marciapiede. Con le mascelle ormai riposate e lo stomaco di nuovo vuoto, ricominciarono a mangiare,
s'avventarono furiosamente sull'oca. A forza d'aspettare e di guardare la bestia che veniva fatta a pezzi, disse quel
burlone di Boche, la fricassea e la costata gli erano gi scese fin sotto i tacchi. |[continua]|
|[CAPITOLO SETTIMO, 2]|
E fu davvero una colossale scorpacciata! Nessuno della compagnia ricordava d'aver mai avuto un'indigestione
simile sulla coscienza. Gervaise, straboccante, poggiata sui gomiti, divorava enormi porzioni di petto in assoluto
silenzio, per paura di lasciarsi sfuggire qualche boccone; era solo un po' imbarazzata dalla presenza di Goujet, si
vergognava di mostrarsi al fabbro pi golosa d'una gatta. Del resto anche Goujet si rimpinzava pi volentieri, vedendola
tutta colorita dal cibo. E poi, nella sua ingordigia, restava pur sempre cos gentile, cos buona! Gervaise non parlava, ma
s'alzava dalla sedia di continuo, per prendersi cura di pap Bru e mettergli qualcosa di delicato nel piatto. Era
commovente vedere quella ghiottona che si toglieva di bocca un'ala per passarla al vecchio che, come se non sapesse
distinguere un pezzo da un altro, mandava gi tutto allo stesso modo, a testa bassa, inebetito dal troppo mangiare,
proprio lui il cui palato non ricordava nemmeno pi il gusto del pane. I Lorilleux sfogavano la loro rabbia sull'arrosto;
ne prendevano per tre giorni, avrebbero ingoiato il piatto, la tavola e l'intera bottega solo per il piacere di rovinare di
colpo la Zoppa. Tutte le signore avevano voluto un po' della carcassa: la carcassa il boccone delle signore. La signora
Lerat, la signora Boche e la signora Putois ripulivano le ossa, mentre mamma Coupeau, che adorava il collo, ne
strappava la carne con gli ultimi due denti che le restavano. A Virginie piaceva la pelle, soprattutto se cos ben rosolata,
e ogni invitato le metteva la sua nel piatto, per galanteria. Poisson fin per guardare la moglie con aria severa, le ordin
di smetterla: ne aveva presa abbastanza; gi una volta, per essersi abboffata d'oca arrosto, era rimasta a letto per quindici
giorni con la pancia che le scoppiava. Ma Coupeau s'indign e pass a Virginie un pezzo di coscia, gridando che, per
tutti i fulmini! se non lo spolpava fino all'osso, non era una vera donna. Quando mai l'oca aveva fatto male a qualcuno?
Al contrario, l'oca guariva le malattie della milza. La si mandava gi senza pane come un dessert. Quanto a lui, avrebbe
potuto mangiarne per tutta la notte senza risentirne in alcun modo; e per fare lo sbruffone, si ficc in bocca tutta la parte
inferiore della coscia. Clmence stava intanto finendo il boccone del prete, lo succhiava schioccando le labbra,
torcendosi sulla sedia dal gran ridere per le oscenit che Boche le diceva sottovoce. Ah! perdio! s, che gran spanciata!
Quando uno ci si trova, tanto vale che ne approfitti, non cos? e se non ci si concede una bella scorpacciata che una
volta tanto, sarebbe proprio da sciocchi non riempirsi fino agli occhi! E davvero le trippe sembravano sul punto di
scoppiare. Le signore parevano gravide. Mangiavano tutti a crepapelle, quei maledetti papponi! Con la bocca aperta e il
mento impiastricciato di grasso, avevano delle facce che sembravano dei deretani, e dei deretani da gente ricca che
scoppiasse di salute, da tanto che erano rosse.
E il vino, ragazzi miei! il vino scorreva intorno alla tavola come l'acqua scorre verso la Senna. Un vero
ruscello, come quando ha piovuto e la terra assetata. Coupeau lo versava dall'alto, per veder spumeggiare quel getto
rosso; e quando un litro era vuoto, si divertiva a rovesciarlo, gli strizzava il collo con il tipico gesto delle donne che
mungono le vacche. Un altro litro che aveva la gola rotta! In un angolo della bottega, il mucchio dei litri svuotati
ingigantiva, un cimitero di bottiglie su cui si buttavano gli avanzi della tavola. Quando la signora Putois aveva chiesto

dell'acqua, lo zincatore, sdegnato, aveva fatto portar via le caraffe. Da quando in qua la gente perbene beveva
dell'acqua? Voleva che le venissero le rane nella pancia? I bicchieri si svuotavano in un lampo, si sentiva il vino che,
appena versato, scorreva in un sol sorso nelle gole, con il rumore che fanno le acque piovane lungo i tubi di scarico nei
giorni di temporale. Pioveva vino, ecco! un vino che agli inizi sapeva di botte vecchia, ma a cui ci si abituava
facilmente, tanto che alla fine sembrava sapere di nocciola. Ah! Cristo santo! i gesuiti avevano un bel dire, ma il sangue
della vite era davvero una gran bella invenzione! La compagnia rideva, approvava: di certo l'operaio non poteva vivere
senza il vino, pap No doveva aver piantato la sua vigna pensando agli zincatori, ai sarti e ai fabbri. Il vino ripuliva e
riposava dal lavoro, metteva il fuoco in corpo anche ai fannulloni; e se poi quel traditore vi giocava qualche brutto tiro,
che importava! il re non era vostro zio, Parigi vi apparteneva! E per di pi l'operaio, sfiancato dal lavoro, senza un
soldo, disprezzato dai borghesi, aveva cos poco da stare allegro che non era proprio il caso di rinfacciargli una piccola
sbronza presa ogni tanto al solo scopo di vedere la vita un po' pi in rosa! Eh! adesso, per esempio, se ne potevano
infischiare dell'imperatore! Poteva darsi che anche l'imperatore fosse in quello stesso momento ubriaco. E con ci? Loro
se la ridevano; lo sfidavano a chi fosse pi ubriaco e a chi se la spassasse di pi. Accidenti agli aristocratici! E Coupeau
mandava tutti a quel paese. Ma trovava le donne carine; e si batteva sulla tasca in cui tre soldi tintinnavano, ridendo
come se avesse rastrellato delle palate di monete da cento soldi. Lo stesso Goujet, in genere tanto sobrio, cominciava a
essere un po' alticcio. Gli occhi di Boche si rimpicciolivano, quelli di Lorilleux si facevano ancora pi scialbi, mentre
Poisson si guardava in giro con un'espressione sempre pi severa sulla sua faccia abbronzata di ex militare. Eran tutti
ubriachi come cocuzze. E anche le signore ne avevano la loro parte: oh! una sbornia ancora leggera, il vino puro alle
guance, e una smania di mettersi in libert che le spingeva a togliersi almeno il fisci; soltanto Clmence cominciava ad
avere degli atteggiamenti tutt'altro che decorosi. Ma all'improvviso Gervaise si ricord delle sei bottiglie di vino
sigillato; aveva dimenticato di portarle in tavola con l'oca, le prese, riemp i bicchieri. Allora Poisson si alz, e disse con
il bicchiere in mano:
Bevo alla salute della padrona di casa.
Tutti i commensali si misero in piedi con un fracasso di sedie smosse; le braccia si protesero, i bicchieri si
urtarono in un enorme baccano.
Cinquanta di questi giorni!, grid Virginie.
No, no, si schern Gervaise commossa e sorridente, sarei troppo vecchia. Viene un momento che si
contenti d'andarsene.
Nel frattempo, sulla strada, al di l della porta spalancata, tutto il quartiere s'era messo a guardare e a
partecipare al banchetto. I passanti si fermavano nella striscia di luce che s'allargava sul selciato, e ridevano di gusto
vedendo tutta quella gente che s'abboffava con tanto fervore. I cocchieri, piegati a cassetta, sferzavano i loro ronzini
gettando delle occhiate, lanciando qualche facezia: E allora, non ci offri nulla?... Oh! mammina, corro a chiamare la
levatrice!.... E il profumo dell'oca rallegrava e saziava tutta la via; sul marciapiede di fronte i garzoni del droghiere si
sentivano in bocca il sapore della bestia; la fruttivendola e la trippaia si piazzavano ad ogni momento davanti alla loro
bottega, e annusavano l'aria, si leccavano le labbra. Insomma! tutta la strada stava scoppiando a sua volta d'indigestione.
Le due Cudorge, madre e figlia, le ombrellaie di fianco, quelle che non si facevano mai vedere, attraversarono la via
l'una appresso all'altra, con gli occhi illanguiditi e le facce tutte accaldate come se avessero appena finito di fare delle
frittelle. Il piccolo orologiaio, seduto al banco da lavoro, eccitatissimo in mezzo ai suoi allegri cuc, non riusciva pi a
lavorare, quasi si fosse a sua volta ubriacato soltanto a forza di contare i litri. Ma s! grid Coupeau, anche i vicini
avevano la loro parte! Perch allora avrebbero dovuto nascondersi? I commensali, ormai lanciatissimi, non si
vergognavano pi di farsi vedere a tavola; al contrario, si sentivano lusingati e perfino incoraggiati da tutta quella folla
che s'accalcava con la bocca aperta e l'espressione ingorda. Avrebbero voluto sfondare la vetrina, spingere la tavola fino
al centro della strada, per il gusto di prendere il dessert sotto gli occhi di tutti, nel continuo via vai che faceva tremare il
selciato. Visto che nessuno li guardava con disgusto, che bisogno c'era di starsene barricati dentro casa come se fossero
degli egoisti? Accorgendosi che il piccolo orologiaio, con la bava alla bocca, faceva degli scaracchi grossi come monete
da dieci soldi, Coupeau gli mostr la bottiglia da lontano; e quando l'altro accett con un piccolo cenno della testa, gli
port la bottiglia e un bicchiere. Una sorta di fratellanza accomunava ormai tutta la via. I convitati bevevano alla salute
di chi passava, chiamavano i compagni che avevano un aspetto da persone perbene. L'abboffata s'estendeva, dilagava di
minuto in minuto, a tal punto che l'intero quartiere della Goutte-d'Or sembrava scoppiare di cibo e si teneva il ventre in
quel fracasso infernale.
Da qualche istante la signora Vigoureux, la carbonaia, non faceva che passare e ripassare davanti alla porta.
Ehi! signora Vigoureux! signora Vigoureux!, url la compagnia.
E quella entr con un sorriso inebetito, con la faccia tutta ripulita, grassa da far scoppiare il busto. Gli uomini si
divertivano a pizzicarla, perch la potevano pizzicare in ogni punto senza mai incontrare un osso. Boche la fece sedere
al suo fianco, e subito le strinse furtivamente il ginocchio sotto la tavola. Ma l'altra, evidentemente abituata a cose del
genere, scol tranquillamente il suo bicchiere di vino, raccontando che tutti i vicini erano affacciati alle finestre e che
qualcuno, nel caseggiato, cominciava gi a protestare.
Oh! questo affar nostro, disse la signora Boche. Siamo o non siamo i portinai? Ebbene! rispondiamo noi
della tranquillit di tutti... Vengano pure a lamentarsi, li accoglieremo come si deve!.
Intanto, nella camera in fondo, Nan e Augustine se l'erano date di santa ragione, perch tutte e due volevano
intingere il pane nel girarrosto. Per un quarto d'ora il girarrosto era rimbalzato sul pavimento con un rumore di vecchia
casseruola. Adesso Nan si prendeva cura del piccolo Victor, che aveva un osso d'oca in gola; ficcandogli le dita sotto il

mento, lo costringeva a inghiottire, come medicina, delle grosse zolle di zucchero. Il che non le impediva d'occhieggiare
di continuo verso la tavola dei grandi. Non faceva altro che andare a chiedere del pane, del vino, della carne, per
Etienne e Pauline.
Toh! scoppia!, le gridava la madre. Finirai pure per lasciarmi in pace!.
Ormai i bambini non riuscivano pi a mandar gi nulla, ma continuavano a mangiare, e battevano con le
forchette il ritornello d'una canzoncina, come per eccitarsi.
Pur in mezzo a quel frastuono, s'era intavolata una conversazione fra pap Bru e mamma Coupeau. Il vecchio,
a cui il cibo e il vino avevano ben poco tolto del suo pallore, parlava dei figli morti in Crimea. Ah! se quelli fossero stati
ancora vivi, non gli sarebbe mancato di certo di che nutrirsi tutti i giorni. Ma mamma Coupeau, che aveva la bocca un
po' impastata, si chin verso di lui e gli disse:
Con tutti i dispiaceri che ci danno i figli, via!... Mi credete felice, qui, vero? E invece son pi le volte che
piango... No, lasciate perdere i figli!.
Pap Bru scosse la testa.
Non mi prendono pi a lavorare da nessuna parte, mormor. Sono troppo vecchio. Quando entro in
un'officina, i giovani si mettono a ridere, mi chiedono se sono stato io a verniciare gli stivali di Enrico IV... L'anno
scorso ho guadagnato trenta soldi al giorno dipingendo un ponte; dovevo star sdraiato sulla schiena, con il fiume che
scorreva di sotto. da allora che ho la tosse... Ma ormai finita, mi hanno cacciato dappertutto.
Si guard le povere mani irrigidite, e aggiunse:
Ma comprensibile, non sono pi capace di far nulla. Hanno ragione loro, mi comporterei anch'io allo stesso
modo... Vedete, la mia disgrazia quella di non essere ancora morto. Ma s! colpa mia. meglio mettersi a letto e
crepare, quando non si pi in grado di lavorare!.
A dire il vero, disse Lorilleux che stava ascoltando, non capisco perch il governo non faccia qualcosa a
favore degli invalidi del lavoro... Leggevo l'altro giorno in un giornale....
Ma Poisson ritenne suo dovere difendere il governo.
Gli operai non sono soldati, dichiar. Les Invalides sono per i soldati... Non bisogna chiedere
l'impossibile.
Il dessert era servito. Al centro c'era una torta di savoiardi a forma di tempio e con la cupola di fette di melone;
sopra la cupola era piantata una rosa artificiale, accanto alla quale ondeggiava una farfalla di carta argentata, appesa a
un filo di ferro. Fra i petali del fiore, due gocce di resina imitavano due gocce di rugiada. Poi, a sinistra, un pezzo di
ricotta galleggiava in un piatto fondo, mentre in un altro piatto, a destra, eran pigiati dei fragoloni che annegavano nel
loro sugo. Ma era ancora rimasta un po' d'insalata, delle larghe foglie di lattuga romana imbevute d'olio.
Allora, signora Boche, disse Gervaise con fare garbato, ancora un po' d'insalata? So che la vostra
passione.
No, no, grazie, sto scoppiando, rispose la portinaia.
La lavandaia si volt allora dalla parte di Virginie, ma quest'ultima si ficc un dito in bocca come per toccare il
cibo.
Davvero, sono piena come un uovo, mormor. Non ho pi posto. Non c'entrerebbe un solo boccone.
Oh! sforzandosi un po'!, riprese sorridendo Gervaise. Un posticino si trova sempre... L'insalata si pu
mangiare anche quando non si ha fame... Non vorrete che la lattuga romana finisca per andare a male?.
La potete mangiare domani ripassata con l'aceto, disse la signora Lerat. Ripassata ancora pi buona.
Le signore sospiravano, guardando con aria di rimpianto l'insalatiera. Clmence raccont che un giorno aveva
pranzato con tre mazzi di crescione. La signora Putois era ancora pi gagliarda: prendeva dei cespi di lattuga romana e
li brucava cos com'erano, crudi e conditi soltanto con un po' di sale, senza nemmeno mondarli. Tutte avrebbero vissuto
unicamente d'insalata, ne avrebbero consumate intere bigonce. E aiutate dalle chiacchiere, le signore svuotarono
l'insalatiera.
Io mi metterci a quattro zampe in un prato, diceva la portinaia con la bocca piena.
Ridacchiarono davanti al dessert. Ormai contava poco, il dessert. Arrivava un po' tardi, ma che importava?
l'avrebbero almeno assaggiato. Quand'anche avessero dovuto scoppiare come bombe, non si sarebbero lasciati
spaventare da qualche fragola e da un po' di torta. E del resto non c'era fretta, avevano tutto il tempo che volevano, la
notte intera, se occorreva. Tanto per cominciare, si riempirono i piatti di fragole e di ricotta. Gli uomini si accendevano
la pipa; e poich le bottiglie di vino sigillato erano ormai vuote, tornarono ai litri: bevevano il vino fumando. Poi
insistettero perch Gervaise tagliasse all'istante la torta di savoiardi. E Poisson, tutto galante, si alz, prese la rosa e la
offri alla padrona di casa fra gli applausi di tutta la compagnia. La lavandaia se l'appunt con una spilla sul petto, a
sinistra, dalla parte del cuore. Ogni volta che si muoveva, la farfalla svolazzava.
Ma dite un po'!, esclam Lorilleux che aveva appena fatto una scoperta, non stiamo per caso mangiando sul
vostro tavolo da lavoro?... Bene! credo che non abbia mai visto tanto lavoro!.
Quella battuta un po' maligna ottenne un grande successo. Cominciarono a piovere le allusioni pi spiritose:
Clmence non inghiottiva pi una cucchiaiata di fragole senza dire che stava dando un colpo di ferro; la signora Lerat
sosteneva che la ricotta sapeva di amido; mentre la signora Lorilleux, sempre a denti stretti, ripeteva che era proprio una
gran bella idea quella di spazzar via in cos poco tempo del denaro, sulle stesse assi su cui s'era tanto stentato a
guadagnarlo. Le risate e le grida rimbombavano come una tempesta.

Ma a un tratto una voce pi forte impose il silenzio a tutta la compagnia. Boche, in piedi, aveva assunto un'aria
sgangherata e canagliesca, e s'era messo a cantare Il vulcano d'amore, ovvero il soldatino seducente.
Son io, Blavin, che seduco le belle...
Una scarica d'applausi accolse la prima strofa. S, s, avrebbero cantato! Ognuno avrebbe fatto la sua parte.
Non c'era nulla di pi divertente. E tutta la compagnia si piant con i gomiti sulla tavola, s'abbandon contro gli
schienali delle sedie, sottolineando con piccoli cenni del capo i punti pi riusciti, bevendo ad ogni attacco dei ritornelli.
Quell'animale di Boche aveva la specialit delle canzoni comiche. Avrebbe fatto morire dal ridere anche i bicchieri,
quando faceva il verso al marmittone, con le dita aperte e il cappello all'indietro. Subito dopo Il vulcano d'amore,
cominci a cantare La baronessa di Cervamatta uno dei suoi cavalli di battaglia. Quando arriv alla terza strofa, si gir
verso Clmence, e mormor con voce pi lenta e voluttuosa:
La baronessa in casa aveva gente,
Ma erano le sue quattro sorelle,
Tre erano brune e l'altra bionda,
Con otto occhi pieni di languore.
A quel punto la compagnia, rapita, inton il ritornello. Gli uomini battevano il tempo con i tacchi. Le signore
avevano preso il coltello e colpivano in cadenza sul bicchiere. Tutti cantavano a squarciagola:
Perdinci! ma chi pagher
Da bere alla pa... alla pa... pa...
Perdinci! ma chi pagher
Da bere alla pa... alla pattu... glia?
I vetri della bottega tintinnavano, quel cantare a pieni polmoni faceva svolazzare le tendine di mussola. Intanto
Virginie se l'era gi squagliata due volte, e rientrando s'era curvata verso Gervaise per bisbigliarle all'orecchio chiss
quale novit. La terza volta, quando rientr, le disse in mezzo a quel fracasso:
Mia cara, sempre da Franois, finge di leggere il giornale... Ci deve essere sotto qualche imbroglio.
Parlava naturalmente di Lantier. Non faceva che tenerlo d'occhio. E a ogni nuova ambasciata, Gervaise
sembrava sempre pi inquieta.
ubriaco?, domand a Virginie.
No, rispose la bruna. Ha l'aria d'essere perfettamente in s. Ma appunto questa la cosa che mi preoccupa
di pi. Perch continua a star l se non ubriaco?... Mio Dio! mio Dio! purch non succeda nulla!....
La lavandaia, angosciatissima, la supplic di non parlare. S'era fatto all'improvviso un profondo silenzio. La
signora Putois s'era alzata e aveva incominciato a cantare All'arrembaggio. I convitati, muti e raccolti, la guardavano; lo
stesso Poisson aveva lasciato la pipa sul bordo della tavola per ascoltarla con pi attenzione. La donna s'era piantata
ritta in piedi, piccola e stizzita, con una faccia illividita sotto la cuffia nera; spingeva in avanti il pugno sinistro con una
fierezza piena di convinzione, e tuonava con una voce pi grossa di lei:
Se un corsaro ha l'ardimento
D'inseguirci, e ha il vento in poppa,
Guai a quel filibustiere!
Non gli daremo quartiere!
Amici, su, ai cannoni!
Berremo del rum con i bicchieri pieni!
Sian pirati, sian corsari,
Li impiccheremo ai sartiami!
Quella s che era roba seria! E per di pi, Cristo, vi dava una vera idea della cosa. Poisson, che aveva viaggiato
per mare, ciondolava il capo approvando ogni singolo dettaglio. Si sentiva benissimo, del resto, che quella canzone era
nelle corde della signora Putois. Coupeau si pieg per raccontare che la signora Putois, una sera, in rue Poulet, aveva
preso a schiaffi quattro uomini che la volevano disonorare.
Intanto Gervaise, aiutata da mamma Coupeau, aveva servito il caff, bench tutta la compagnia fosse ancora
alle prese con la torta di savoiardi. Non le permisero di rimettersi a sedere; le gridarono che adesso toccava a lei. La
lavandaia si schern impallidendo, evidentemente a disagio; le domandarono perfino se per caso l'oca non le avesse dato
qualche incomodo. Allora incominci a cantare Ah! lasciate ch'io dorma! con la sua voce flebile e dolce; ogni volta che
arrivava al ritornello, a quel desiderio d'un sonno popolato di bei sogni, le palpebre le si abbassavano e il suo sguardo
smarrito andava a perdersi nel buio, dalla parte della strada. Fu poi la volta di Poisson: dopo aver reso omaggio alle
signore con un energico inchino, inton una canzone da osteria, I vini di Francia; ma cantava come se sparasse, e
soltanto l'ultima strofa, la strofa patriottica, ebbe un certo successo, perch parlando della bandiera tricolore lev in alto

il bicchiere, lo tenne sospeso per un attimo e fin per svuotarlo in un sorso in fondo alla sua gran gola spalancata.
Seguirono poi le romanze: si cant di Venezia e dei suoi gondolieri nella barcarola della signora Boche, di Siviglia e
delle belle andaluse nel bolero della signora Lorilleux, mentre il marito s'arrischi a cantare i profumi d'Arabia e gli
amori di Fatima, la danzatrice. E attorno alla tavola unta, nell'aria appesantita da un acre sentore d'indigestione, si
aprivano orizzonti dorati, passavano colli d'avorio, capelli d'ebano, baci sotto la luna e al suono delle chitarre, baiadere
che seminavano sotto i loro passi una pioggia di perle e di gemme. Gli uomini fumavano beatamente la pipa, le signore
avevano un sorriso inconsapevole di gioia; si credevano tutti laggi a respirare i migliori profumi. Quando Clmence si
mise a tubare Fate un nido con la gola tutta fremente, il piacere dei commensali fu completo: la canzone richiamava alla
mente la campagna, il volo leggero degli uccelli, i balli sotto le frasche, i fiori dal calice di miele, insomma tutto ci che
si poteva vedere nel Bois de Vincennes, quando s'andava a torcere il collo a qualche coniglio. Ma Virginie riport
l'allegria con Mio bel cocchino; imitava la vivandiera ripiegando una mano sul fianco e spingendo il gomito in fuori; e
versava da bere nel vuoto con l'altra mano, rivoltando il polso. A quel punto tutta la compagnia supplic mamma
Coupeau di cantare Il topolino. La vecchia dapprima si rifiut, giurando di non conoscere una simile porcheria. Ma poi
cominci a cantare con appena un filo di voce, mentre la sua faccia tutta raggrinzita, dagli occhietti ancora vivaci, non
faceva che sottolineare ogni minima allusione, i terrori della signorina Lise che si stringeva addosso le sottane alla sola
vista del topo. Tutta la tavolata rideva; le donne non riuscivano a star serie, e lanciavano ai vicini occhiate di fuoco. Ma
in fin dei conti non c'era nulla di sconcio, non c'erano espressioni troppo crude. Boche, a dir la verit, si divertiva a far
la parte del topo sui polpacci della carbonaia. Sarebbero forse finiti sul volgare se Goujet, spinto da un'occhiata di
Gervaise, non avesse imposto il silenzio pi rispettoso con Gli addii d'Abd el-Kader, che intonava con la sua voce da
basso. Lui s che aveva un petto possente! La voce gli usciva dalla bella barba bionda come da una tromba di rame.
Quando lanci il grido: O mia nobile amica!, parlando della nera giumenta del guerriero, tutti i cuori si misero a
battere pi forte, lo applaudirono senza aspettare la fine, a tal punto aveva urlato il suo canto.
A voi, pap Bru, a voi!, disse mamma Coupeau. Cantate una delle vostre. Quelle vecchie son sempre pi
allegre!.
E la compagnia si volt verso il vecchio, insistendo, incoraggiandolo. L'altro, intorpidito, con la sua maschera
immobile di pelle incartapecorita, guardava tutti come se non capisse. Gli domandarono se conosceva Le cinque vocali.
Pap Bru abbass la testa; non ricordava pi; tutte le canzoni dei bei tempi gli si confondevano nella zucca. Ma poich
non si decidevano a lasciarlo in pace, all'improvviso sembr ricordarsi di qualcosa, e balbett con voce cavernosa:
Tra la la, tra la la,
Tra la, tra la, tra la la!
La sua faccia si animava, quel ritornello doveva risvegliare in lui chiss quali gioie perdute, che riassaporava
adesso da solo, ascoltando la sua voce sempre pi sorda, con un rapimento quasi infantile:
Tra la la, tra la la,
Tra la, tra la, tra la la!
Ascoltate, mia cara, mormor Virginie all'orecchio di Gervaise, dovete sapere che torno appena adesso da
l. Tutta quella faccenda mi preoccupava... Ebbene! Lantier non sta pi da Franois!.
Non l'avete incontrato fuori?, domand la lavandaia.
No, sono venuta via di corsa, non m' venuto in mente di guardare.
Ma Virginie, che alzava gli occhi, s'interruppe e mand un sospiro soffocato:
Oh! mio Dio!... Eccolo l, sul marciapiede di fronte; sta guardando dalla nostra parte.
Gervaise, tutta sconvolta, arrischi tuttavia un'occhiata. Diverse persone s'erano radunate in mezzo alla via per
sentir cantare la brigata. I garzoni dei droghieri, la trippaia, il piccolo orologiaio, facevano un gruppo, pareva che
fossero a teatro. C'erano militari, borghesi in redingote, tre bambine di cinque o sei anni che si tenevano per mano, con
l'aria compunta, meravigliate. E Lantier, infatti, era piantato l in prima fila, ad ascoltare e a guardare con aria
tranquilla. Aveva davvero una gran faccia tosta! Gervaise si sent agghiacciare in tutto il corpo, dalle gambe fino al
cuore, e non os pi muoversi, mentre pap Bru continuava:
Tra la la, tra la la,
Tra la, tra la, tra la la!
Va bene, vecchio mio, adesso ne abbiamo abbastanza!, disse Coupeau. Possibile che non la sappiate tutta
intera?... Ce la canterete un altro giorno, d'accordo? quando saremo pi allegri.
Si sentirono delle risate. Il vecchio rimase interdetto, si guard attorno con i suoi occhi scialbi, e riprese la sua
aria da bruto pensieroso. Avevano bevuto il caff. Lo zincatore aveva chiesto dell'altro vino. Clmence s'era rimessa a
mangiare le fragole. Per qualche istante le canzoni cessarono; si parl d'una donna che era stata trovata impiccata,
quella stessa mattina, nella casa accanto. Toccava adesso alla signora Lerat, ma le occorrevano dei preparativi. Inzupp
un angolo del tovagliolo in un bicchiere d'acqua e se l'applic sulle tempie, perch cominciava a soffrire il caldo.
Domand poi una goccia d'acquavite, la scol, si asciug a lungo le labbra.

Il figlio del buon Dio, mormor, s, Il figlio del buon Dio ...
E alta, mascolina, il naso ossuto e le spalle quadrate da gendarme, cominci:
Il figlio smarrito che la madre abbandona,
Trova sempre un asilo nel pi santo dei luoghi.
Dio lo vede e protegge dal suo trono.
Il figlio smarrito il figlio di Dio.
La sua voce tremava su certe parole, si trascinava in note commosse; e i suoi occhi si levavano verso il cielo,
mentre la mano destra indugiava all'altezza del petto per poi poggiarsi sul cuore, con un gesto di partecipazione. Allora
Gervaise, tormentata dalla presenza di Lantier, non riusc pi a trattenere le lacrime; le sembrava che quella canzone
parlasse del suo strazio, le sembrava d'esser lei quel figlio smarrito, abbandonato, di cui il buon Dio doveva prendere le
difese. Clmence, completamente ubriaca, si mise all'improvviso a singhiozzare; e con la testa abbandonata sulla tavola,
soffocava i singulti contro la tovaglia. Il silenzio era assoluto e pareva percorso da brividi. Le signore avevano tirato
fuori il fazzoletto e si asciugavano gli occhi, ma con il capo ben eretto, quasi facendosi belle della loro commozione. Gli
uomini, abbassata la fronte, tenevano gli occhi fissi davanti a s, sbattevano tutt'al pi le palpebre. Poisson, strozzato e
stringendo i denti, spezz per due volte il cannello della pipa, e ne sput a terra i pezzi pur senza smettere di fumare.
Boche aveva tolto la mano dal ginocchio della carbonaia, e non la pizzicava pi, come in preda a un vago rimorso, a un
vago rispetto, mentre due lacrimoni gli scendevano lungo le guance. Insomma! quei crapuloni erano rigidi come la
giustizia e teneri come agnelli! Era il vino a sgorgare dai loro occhi, ecco la verit! Quando il ritornello ricominci,
ancora pi lento e lamentoso, tutti s'abbandonarono, piangendo come vitelli nel piatto, sbottonandosi sulla pancia,
fradici di buoni sentimenti.
Ma Gervaise e Virginie, loro malgrado, continuavano a volgere lo sguardo verso il marciapiede di fronte.
Anche la signora Boche s'accorse della presenza di Lantier, e si lasci sfuggire un piccolo grido, senza smettere per cos
poco d'infradiciarsi di lacrime. Allora tutte e tre, con i volti contratti dall'ansia, si scambiarono involontari cenni
d'intesa. Mio Dio! se Coupeau si fosse improvvisamente voltato, se Coupeau avesse visto quell'altro! Che carneficina!
che macello! E tanto fecero che lo zincatore fin per domandare:
Ma che avete da guardare tanto?.
Si gir, riconobbe Lantier.
Cristo santo! questo troppo!, mormor. Ah! che porco schifoso, ah! che porco schifoso!... No, questo
troppo! bisogna farla finita!....
E mentre si levava in piedi balbettando atroci minacce, Gervaise lo supplic sottovoce:
Ascoltami, ti scongiuro... Lascia perdere il coltello... Rimani al tuo posto, non fare uno sproposito.
E Virginie gli dovette strappare di mano il coltello che aveva preso dalla tavola. Ma non riusc a impedirgli
d'uscire e d'affrontare Lantier. Il resto della compagnia, nella sua crescente emozione, non s'accorgeva di nulla,
piangeva sempre pi forte, mentre la signora Lerat cantava con un'espressione straziante:
L'orfanella s'era smarrita,
E nessuno ascoltava la sua voce,
Se non gli alti alberi e il vento.
L'ultimo verso pass come un soffio intollerabile di tempesta. La signora Putois, che stava bevendo, ne fu cos
toccata che vers il vino sulla tovaglia. Ma Gervaise continuava a sentirsi come paralizzata; si teneva un pugno premuto
contro la bocca per non gridare, sbattendo gli occhi dallo spavento, aspettandosi di vedere da un momento all'altro uno
dei due uomini cadere accoppato in mezzo alla via. Virginie e la signora Boche seguivano a loro volta tutta la scena con
la massima partecipazione. Coupeau, stordito dall'aria aperta, per poco non era andato a cadere nel rigagnolo, nel
tentativo d'avventarsi su Lantier. Quest'ultimo, con le mani in tasca, s'era semplicemente spostato. E adesso i due
uomini si stavano ingiuriando; soprattutto lo zincatore conciava l'altro per le feste, trattandolo da porco infoiato,
minacciava di cavargli le budella. Si udiva lo strepito rabbioso delle voci, si vedevano dei gesti furiosi, come se fossero
decisi a slogarsi le braccia a forza di predersi a schiaffi. Gervaise si sentiva mancare, chiudeva gli occhi: la cosa andava
troppo per le lunghe, e li credeva sempre l li per azzannarsi, tanto le loro facce s'avvicinavano. Poi, non sentendo pi
nulla, riapr gli occhi, e rimase come inebetita nel vederli conversare amichevolmente.
La voce della signora Lerat s'alzava languida e lamentosa, mentre cominciava un'altra strofa:
L'indomani, mezza morta,
L'infelice bambina fu raccolta
Eppure ci son delle donne che son proprio delle puttane!, disse la signora Lorilleux in mezzo
all'approvazione generale.
Gervaise aveva scambiato un'occhiata con Virginie e la signora Boche. Tutto stava dunque andando per il
meglio? Coupeau e Lantier continuavano a chiacchierare sull'orlo del marciapiede. Si scambiavano ancora delle
ingiurie, ma in tono amichevole. Si chiamavano l'un l'altro maledetto bestione con una voce in cui si sentiva perfino una

punta di tenerezza. Sentendosi osservati, finirono per mettersi a passeggiare lentamente fianco a fianco, costeggiando le
case e fermandosi ogni dieci passi. Conversavano animatamente. A un tratto Coupeau sembr arrabbiarsi di nuovo,
mentre l'altro rifiutava, si faceva pregare. E fu appunto lo zincatore a spingere Lantier e a costringerlo ad attraversare la
strada, per entrare nella bottega.
Ma se vi dico che di tutto cuore!, gridava. Berrete un bicchiere di vino... Gli uomini sono uomini, non
cos? Son fatti apposta per capirsi....
La signora Lerat stava finendo l'ultima strofa. Le signore ripetevano tutte insieme, avvoltolando i fazzoletti:
Il figlio smarrito il figlio di Dio.
Si fecero mille complimenti alla cantante, che si mise a sedere affettando d'essere spossata. Chiese qualcosa da
bere, perch metteva tanto sentimento in quella canzone che aveva sempre paura che le si rompesse una vena. Tutta la
tavolata, intanto, aveva gli occhi fissi su Lantier, che seduto tranquillamente al fianco di Coupeau, stava mangiando
l'ultima fetta della torta di savoiardi, inzuppandola in un bicchiere di vino. A parte Virginie e la signora Boche, nessuno
lo conosceva. I Lorilleux, pur fiutando un imbroglio, non ne capivano nulla, e avevano assunto un'aria ancor pi
sostenuta. Quanto a Goujet, che si era accorto del turbamento di Gervaise, guardava il nuovo venuto di traverso. Poich
il silenzio cominciava ad essere imbarazzante, Coupeau disse semplicemente:
un amico.
E rivolgendosi alla moglie:
Su, dunque, datti da fare... Forse c' ancora del caff caldo.
Gervaise li osservava l'uno dopo l'altro, con fare docile e stupefatto. Sulle prime, quando il marito aveva spinto
il suo antico amante nella bottega, s'era presa la testa fra i pugni, con lo stesso gesto istintivo che aveva nei giorni di
temporale, ad ogni tuono. Le sembrava tutto inverosimile; di certo i muri sarebbero crollati, seppellendo tutti. Ma poi,
vedendo i due uomini seduti, senza che nemmeno le tende di mussola ne avessero a tremare, la faccenda aveva
cominciato a sembrarle del tutto naturale. L'oca l'appesantiva alquanto, ne aveva mangiata troppa, ed era questo che le
impediva di pensare. Una dolce pigrizia l'illanguidiva, la teneva rannicchiata contro il bordo della tavola; sentiva solo il
bisogno di non esser infastidita. Mio Dio! perch mai farsi cattivo sangue se gli altri non se ne fanno, e le cose
sembrano accomodarsi da s, con soddisfazione di tutti? S'alz per andare a vedere se era rimasto del caff.
Nella camera in fondo, i bambini s'erano addormentati. L'infelice Augustine li aveva terrorizzati per tutto il
dessert rubando loro le fragole, con minacce irripetibili. E adesso si sentiva male, accasciata su uno sgabello, con la
faccia illividita, senza dire una parola. Pauline aveva abbandonato la testa contro la spalla di Etienne, a sua volta
addormentato sull'orlo della tavola. Nan era seduta sullo scendiletto, accanto a Victor, che stringeva a s passandogli
un braccio attorno al collo; e insonnolita, con gli occhi chiusi, ripeteva con voce flebile e petulante:
Oh! mamma, ho la bua... Oh! mamma, ho la bua....
Perdinci!, mormor Augustine con la testa ciondolante e che le cadeva sulle spalle, sono cotti... hanno
cantato come i grandi!.
Gervaise sent una nuova fitta di dolore vedendo Etienne. Soffocava all'idea che il padre di quel monello si
trovasse l, nella camera accanto, tutto occupato a mangiare la torta, senza nemmeno aver espresso il desiderio
d'abbracciare il figlio. Fu tentata di svegliare Etienne e di portarlo nell'altra stanza fra le braccia. Ma ancora una volta le
sembr perfetto il modo pacifico in cui le cose s'aggiustavano. Tanto pi che non era di certo il caso di scombussolare la
fine della cena. Torn con la caffettiera e serv un bicchiere di caff a Lantier, che del resto pareva occuparsi ben poco
di lei.
Allora tocca a me, balbett Coupeau con voce impastata. Eh! mi si tiene in serbo per il gran finale...
Ebbene! vi canter Quel porco di mio figlio.
S, s, Quel porco di mio figlio!, approv tutta la tavolata.
Il baccano ricominciava. Nessuno pensava pi a Lantier. Le signore prepararono i bicchieri e i coltelli per
accompagnare il ritornello. I commensali gi ridevano al solo guardare lo zincatore che si piegava sulle gambe con
un'aria da canaglia. Si mise a chiocciare come una vecchia:
Tutte le mattine, appena alzato,
Ho lo stomaco senza sopra n sotto;
E lo mando a comprarmi al mercato
Quattro soldi di quello buono.
Ma quasi un'ora va a zonzo per la via,
E poi, quando finalmente risale in casa,
Si scola met del mio bicchierino:
Ah! quel porco di mio figlio!
E le signore, battendo sui bicchieri, ripresero in coro, mentre l'allegria saliva alle stelle:
Ah! quel porco di mio figlio!
Ah! quel porco di mio figlio!

Tutta rue de la Goutte d'Or s'era ormai unita alla compagnia. L'intero quartiere cantava Quel porco di mio
figlio! Dall'altra parte della strada, il piccolo orologiaio, i garzoni del droghiere, la trippaia, la fruttivendola, che
conoscevano la canzone, aspettavano il ritornello, dandosi delle pacche tanto per scherzare. Davvero la via sembrava a
sua volta ubriaca: bastavano gli odori del banchetto che uscivano da casa Coupeau a dare alla testa alla gente appostata
sul marciapiede. Quanto a quelli che stavano dentro, bisogna dire che ormai erano completamente partiti. La cosa era
andata crescendo poco a poco, dopo il primo sorso di vino che aveva seguito la zuppa. Ma adesso avevano raggiunto il
colmo: tutti strillavano, tutti scoppiavano dal gran mangiare, in mezzo al vapore rossastro dei due lumi che si
consumavano fumando. Il baccano di quell'enorme scorpacciata copriva il rumore delle ultime carrozze. Due guardie
municipali, credendola una sommossa, s'affrettarono a intervenire; ma riconoscendo Poisson, scambiarono con lui un
piccolo cenno d'intesa. S'allontanarono camminando lentamente, l'uno accanto all'altro, nell'oscurit che avvolgeva le
case.
Coupeau era arrivato a questa strofa:
La domenica, alla Petite-Villette,
Subito dopo il gran caldo,
Andiamo da mio zio Tinette,
Che mastro bottinaio,
Per avere un po' di letame
Con cui tornare a casa.
Ma quello ci si butta a capofitto:
Ah! quel porco di mio figlio!
Ah! quel porco di mio figlio!
A quel punto tutto il caseggiato sembr tremare. Sal nell'aria tiepida e calma della notte un tale fracasso che
quegli scalmanati finirono per applaudirsi da s, perch non si poteva certo sperare di urlare pi forte.
Nessuno dei commensali riusc mai a ricordare con precisione in che modo si fosse concluso il banchetto.
Doveva essere assai tardi, ecco tutto, perch nella strada non passava pi un cane. Era perfino possibile che si fossero
messi a ballare attorno alla tavola, tenendosi per mano. Tutto si confondeva in una sorta di nebbia giallastra, con delle
facce paonazze che saltellavano, la bocca spalancata fino alle orecchie. Ma sapevano per certo d'essersi concessi del
vino alla francese, sul finire; tuttavia non ricordavano pi se qualcuno avesse davvero avuto la bella idea di mettere del
sale nei bicchieri. I bambini si dovevano essere spogliati e coricati da soli. L'indomani la signora Boche si vantava
d'aver allungato un bel paio di schiaffi al marito, in un canto, dove chiacchierava troppo da vicino con la carbonaia; ma
Boche aveva dimenticato ogni cosa, diceva che era tutta una frottola. Ma erano tutti d'accordo nel giudicare
assolutamente indecente la condotta di Clmence, una di quelle signorine che non si dovevano mai invitare; aveva finito
per mettere in mostra tutto quello che aveva, e le era venuto il mal di pancia, aveva vomitato dappertutto, tanto da
rovinare una delle tendine di mussola. Almeno gli uomini andavano a liberarsi in mezzo alla strada; Lorilleux e Poisson,
per esempio, con lo stomaco in subbuglio, erano usciti a precipizio correndo fino alla bottega del pizzicagnolo. Se uno
stato educato come si deve, sa comportarsi bene in ogni occasione. Tant' vero che la signora Putois, la signora Lerat e
Virginie, sentendosi oppresse dal caldo, erano semplicemente andate nella camera in fondo a levarsi i corsetti; e Virginie
s'era allungata un po' sul letto, giusto per qualche minuto, in modo da evitare ogni inconveniente. Poi i commensali
s'erano come dissolti nel nulla; sparivano gli uni appresso agli altri, si accompagnavano a vicenda, si perdevano in
fondo al quartiere ancora immerso nelle tenebre, senza smettere del tutto di far chiasso: un furibondo litigio fra i
Lorilleux, il lugubre e ostinato tra la la, tra la la di pap Bru. A Gervaise sembrava che Goujet si fosse messo a
piangere, al momento d'andarsene. Coupeau continuava a cantare. Quanto a Lantier, si doveva essere trattenuto fino
all'ultimo; e le era parso di sentire per un attimo come un alito fra i capelli, ma non avrebbe mai saputo dire se
quell'alito fosse di Lantier o della notte ancora calda.
Poich la signora Lerat s'era rifiutata di tornare a Batignolles a un'ora del genere, levarono dal letto un
materasso e lo stesero per lei in un angolo della bottega, dopo aver spostato la tavola. E fu l che dorm, fra gli avanzi
della cena. E per tutta quella notte, nel sonno profondo dei Coupeau che smaltivano la festa, il gatto d'una vicina, che
aveva approfittato d'una finestra aperta, rosicchi le ossa dell'oca, fin di seppellire la bestia con il piccolo rumore dei
suoi denti aguzzi.
CAPITOLO OTTAVO

Il sabato seguente Coupeau, che non era tornato per cena, arriv a casa verso le dieci in compagnia di Lantier.
Avevano mangiato insieme degli zampetti di montone da Thomas, a Montmartre.
Non ti arrabbiare con noi, mogliettina mia, disse lo zincatore. Siamo del tutto sobri, lo vedi anche tu... Oh!
non ci sono pericoli del genere con lui; vi rimette subito sulla buona strada.

E raccont che s'erano incontrati per caso in rue Rochechouart. Dopo cena, Lantier aveva respinto la sua
proposta di bere qualcosa al caff della Boule noire, dicendo che quando si aveva per moglie una donna cos onesta e
garbata, non s'aveva il diritto di vagabondare da una bettola all'altra. Gervaise ascoltava con un lieve sorriso. Ma certo
che no! non le veniva nemmeno in mente d'arrabbiarsi; era troppo imbarazzata per farlo. Dalla sera della sua festa,
sentiva che prima o poi le sarebbe capitato di rivedere il suo antico amante. Ma l'arrivo improvviso dei due uomini, a
un'ora cos tarda e proprio quando stava per mettersi a letto, l'aveva colta di sorpresa; e con le mani tremanti cercava di
raggiustarsi la crocchia che le si era sciolta sul collo.
Ancora non lo sai, continu Coupeau, ma poich stato cos delicato da non voler bere nulla fuori, adesso
dovrai versarcene un bicchierino... Ah! ce lo devi!.
Le operaie se n'erano andate gi da tempo. Mamma Coupeau e Nan si erano appena coricate. Allora Gervaise,
che stava rimettendo le imposte nel momento stesso in cui i due uomini erano comparsi, lasci la bottega aperta e
poggi in un angolo del tavolo da lavoro dei bicchieri e il fondo d'una bottiglia di cognac. Lantier era sempre in piedi,
evitava di rivolgerle direttamente la parola. Ma quando lei lo serv, esclam:
Soltanto un goccio, signora, vi prego!.
Coupeau li guard, ed espresse con franchezza le sue ragioni. Volevano per caso mettersi a fare i babbei? Il
passato non era forse il passato? Se si capaci di conservare del rancore anche dopo nove o dieci anni, si finisce per non
vedere pi nessuno. No, no, lui aveva il cuore in mano! E poi sapeva con chi aveva a che fare: con la migliore delle
mogli e con un uomo perbene, con due amici, ecco! Era tranquillo, conosceva la loro onest.
Oh! sicuro... sicuro..., ripeteva Gervaise tenendo gli occhi abbassati e senza capire nemmeno lei quello che
stava dicendo.
come una sorella, adesso, nient'altro che una sorella!, mormor a sua volta Lantier.
E allora datevi la mano, in nome di Dio!, grid Coupeau, e freghiamocene dei borghesi! Quando si ha del
sale in zucca, c' poco da invidiare i milionari! Quanto a me, metto l'amicizia al primo posto, perch l'amicizia sempre
l'amicizia, e non c' nulla al mondo che valga di pi.
Si batteva il petto con i pugni, e aveva un'aria cos sconvolta che lo dovettero calmare. Poi tutti e tre, in
silenzio, brindarono e svuotarono i bicchieri. Gervaise ebbe allora tutto l'agio di guardare Lantier, mentre la sera della
festa l'aveva visto come in una nebbia. S'era imbolsito, era tutto grasso e tondo, con le braccia e le gambe che
sembravano ancora pi tozze a causa della sua piccola statura. Ma il volto conservava ancora qualche traccia della sua
bellezza d'un tempo, pur sotto i gonfiori della sua vita da sfaccendato; e poich non aveva smesso d'aver cura dei suoi
sottili mustacchi, dimostrava esattamente l'et che aveva, trentacinque anni. Indossava quel giorno dei pantaloni grigi e
un cappotto blu scuro, come un signore, e aveva in testa un cappello rotondo; portava anche l'orologio e una catenina
d'argento da cui pendeva un anello, un ricordo.
Me ne vado, disse. Sto a casa del diavolo.
Era gi sul marciapiede, quando lo zincatore lo chiam indietro e gli fece promettere che d'allora in poi non
sarebbe pi passato davanti alla porta della bottega senza far loro almeno un piccolo saluto. Gervaise, che nel frattempo
era sparita senza far rumore, ritorn proprio allora spingendo davanti a s il piccolo Etienne, in maniche di camicia e
con il faccino ancora addormentato. Il bambino sorrideva, si stropicciava gli occhi. Ma appena vide Lantier, rest tutto
tremante e vergognoso, volgendo degli sguardi ansiosi alla madre e a Coupeau.
Non riconosci il signore?, domand quest'ultimo.
Il bambino abbass il capo senza rispondere. Poi fece un piccolo cenno per far capire che lo riconosceva.
E allora, coraggio! non fare lo stupido, vai a baciarlo!.
Lantier attendeva con aria grave e serena. Quando Etienne si decise ad andargli vicino, si curv e gli porse le
guance; quindi diede a sua volta un grosso bacio sulla fronte del monello. Allora Etienne s'arrischi a guardare il padre.
Ma tutt'a un tratto scoppi in singhiozzi e fugg via come un pazzo, inseguito dagli scherni e dai rimproveri di Coupeau
che lo trattava da selvaggio.
l'emozione, disse Gervaise a sua volta pallida e sconvolta.
Oh! di solito cos dolce e gentile, spieg Coupeau. L'ho educato con rigore, vedrete... Deve soltanto
abituarsi di nuovo a voi. Bisogna che conosca le persone... Insomma! non foss'altro che per il bambino, non si poteva
continuare ad esser nemici, vero?... E avremmo dovuto pensarci gi da un bel pezzo, per il suo bene, perch mi farei
tagliare la testa piuttosto che impedire a un padre di vedere suo figlio!.
Dopodich propose di finire la bottiglia di cognac. Tutti e tre brindarono di nuovo. Lantier sembrava non
stupirsi di nulla, restava imperturbabile. Prima d'andarsene, per contraccambiare tutte le gentilezze dello zincatore, volle
assolutamente aiutarlo a chiudere la bottega. Poi, battendosi le mani per far andare via la polvere, augur la buonanotte
alla coppia.
Dormite bene! Spero di fare in tempo a prendere l'omnibus... Vi prometto di farmi vivo al pi presto.
E infatti, a partire da quella sera, Lantier cominci a farsi vedere sempre pi spesso in rue de la Goutte-d'Or. Si
presentava soltanto quando c'era anche lo zincatore, e chiedeva sue notizie dalla porta, sottolineando in quel modo che
se entrava era unicamente per lui. Si metteva poi a sedere in faccia alla vetrina, senza togliersi mai il cappotto, sempre
sbarbato e ben pettinato; e chiacchierava amabilmente, con i modi di un uomo che avesse ricevuto un'ottima
educazione. I Coupeau poterono cos conoscere alcuni particolari della sua vita. Negli ultimi otto anni aveva diretto una
fabbrica di cappelli, ma per poco tempo; e quando gli domandavano perch mai si fosse ritirato da quell'attivit, si
limitava ad accennare a uno dei soci, un suo compaesano, un vero furfante, una canaglia che aveva fatto fallire l'impresa

correndo appresso alle donne. Ma il suo vecchio titolo di direttore restava su tutta la sua persona come un'insegna di
nobilt ormai irrinunciabile. Parlava di continuo d'un magnifico affare che era sempre sul punto di concludere: certi
cappellai l'avrebbero messo in proprio, gli volevano affidare degli enormi interessi. Nell'attesa, non faceva
assolutamente nulla, passeggiava al sole con le mani in tasca, come un borghese. Nei giorni in cui si lamentava, se
s'arrischiavano a indicargli una manifattura in cerca d'operai, sorrideva con condiscendenza: non aveva voglia di crepare
di fame sfiancandosi per gli altri. Eppure quel bel tomo, come diceva Coupeau, non poteva certo campare d'aria! Oh!
era un furbacchione, sapeva arrangiarsi, si procurava qualche affaruccio; perch in fin dei conti manteneva pur sempre
una parvenza di prosperit, e gli ci volevano per forza dei soldi per comprarsi la biancheria di fino e quelle sue cravatte
da figlio di pap! Un mattino lo zincatore l'aveva visto che si faceva lustrare le scarpe in boulevard Montmartre. La
verit era che Lantier, gran chiacchierone quando si trattava degli altri, taceva o mentiva su tutto ci che lo riguardava.
Non voleva nemmeno dire dove abitava. No, era ospite di un amico, laggi, a casa del diavolo, finch non avesse
trovato una migliore sistemazione; e proibiva alle persone d'andarlo a cercare, dicendo che comunque non era mai in
casa.
Si trovano dieci posti di lavoro per uno che se ne perde, amava ripetere. Ma non vale la pena d'entrare in un
buco da cui si ha voglia di scappare dopo nemmeno ventiquattr'ore... Per esempio, capito un luned da Champion, a
Montrouge. Fin dalla prima sera Champion mi fa andare in bestia parlando di politica; non abbiamo di certo le stesse
idee. Insomma! il marted mattina me la batto, visto che non ci troviamo pi al tempo degli schiavi, e non sono uno di
quelli che si vendono per sette franchi al giorno!.
Si era allora ai primi di novembre. Lantier port un giorno dei mazzetti di viole, che offr galantemente a
Gervaise e alle due operaie. Poco a poco moltiplic le sue visite, fin per venire quasi ogni giorno. Pareva che volesse
conquistare tutto il caseggiato, l'intero quartiere; e sedusse per prima Clmence e la signora Putois usando loro, senza
distinzioni d'et, le attenzioni pi premurose. In capo a un mese le due operaie lo adoravano. I Boche, assai lusingati dal
fatto che Lantier li andasse a salutare nella loro guardiola, andavano in estasi per il suo bel garbo. Quanto ai Lorilleux,
quando vennero a sapere chi era quel signore capitato al momento del dessert, il giorno della festa, vomitarono subito
mille orrori sul conto di Gervaise, che aveva avuto la sfacciataggine d'accogliere in casa il suo vecchio ganzo. Ma un
giorno Lantier sal da loro, e si present cos bene ordinando una catenella per una signora di sua conoscenza, che
l'invitarono a sedersi e lo trattennero per un'ora, incantati dalla sua conversazione; si domandarono anzi come mai un
uomo tanto distinto avesse potuto convivere con la Zoppa. Le visite del cappellaio in casa Coupeau finirono insomma
per non scandalizzare pi nessuno; sembravano ormai naturali, a tal punto era riuscito ad entrare nelle buone grazie di
tutta rue de la Goutte-d'Or. Soltanto Goujet continuava a mostrarsi perplesso. Se gli capitava d'essere presente quando
l'altro arrivava, prendeva la porta per non essere costretto ad entrare in intimit con quel bel tomo.
Eppure, in mezzo a questo delirio di simpatia nei confronti di Lantier, Gervaise trascorse le prime settimane
immersa nel pi profondo turbamento. Sentiva alla bocca dello stomaco quello stesso calore da cui gi s'era sentita
ardere nei giorni in cui si confidava con Virginie. Ci che soprattutto la spaventava era il timore di trovarsi del tutto
impreparata, senza forze, se Lantier l'avesse sorpresa una sera da sola e si fosse azzardato a baciarla. Non faceva che
pensare a lui, ne era per intero posseduta. Poi aveva cominciato a riacquistare la calma: lo vedeva cos pieno di rispetto,
non la guardava mai in faccia, non la sfiorava nemmeno con la punta d'un dito, anche se gli altri volgevano loro le
spalle. Virginie la faceva vergognare dei sui brutti pensieri, quasi riuscisse a leggere in lei. Di cosa aveva tanta paura?
Non si poteva trovare un uomo pi garbato. Davvero, non aveva pi nulla da temere. E la bruna tanto fece che un giorno
riusc a spingerli tutti e due in un angolo, portando il discorso sugli affari di cuore. Lantier dichiar con voce grave, e
scegliendo le parole una a una, che il suo cuore era ormai morto, che voleva d'allora in poi dedicarsi esclusivamente al
bene del figlio. Non nominava mai l'altro, Claude, che viveva sempre nel Mezzogiorno. Tutte le sere baciava Etienne
sulla fronte, ma sembrava che non avesse nulla da dirgli; e anche quando il bambino continuava a restargli accanto,
finiva ben presto per dimenticarlo e si metteva a fare il galante con Clmence. Allora Gervaise, tranquillizzata, sentiva
che il passato moriva dentro di lei. La presenza continua di Lantier consumava i suoi rimpianti per Plassans e per la
locanda Boncoeur. A forza di vederlo, non lo pensava pi. Sentiva perfino una sorta di disgusto al ricordo dei loro
rapporti d'un tempo. Oh! era finita! era davvero finita! Se un giorno Lantier avesse avuto la faccia tosta di chiederle
delle cose del genere, gli avrebbe risposto con un paio di schiaffi; meglio ancora, avrebbe raccontato ogni cosa al
marito. E ricominciava a pensare senza rimorsi, e con una dolcezza straordinaria, alla buona amicizia di Goujet.
Una mattina, mentre entrava nella bottega, Clmence raccont d'aver incontrato il giorno prima, verso le
undici, il signor Lantier che dava il braccio a una signora. Ma ne parlava in termini volgari, aggiungendovi qualche
malignit solo per il gusto di vedere la faccia della padrona. Si, proprio cos! il signor Lantier stava risalendo per rue
Notre-Dame-de-Lorette; la donna era bionda, una sgualdrinella del boulevard, una di quelle che sembrano vive per
miracolo, con il culo nudo sotto il vestito di seta. Li aveva seguiti, cos, per divertirsi. La puttanella era entrata da un
pizzicagnolo per comprare dei gamberetti e del prosciutto. Arrivati in rue La Rochefoucauld, il signor Lantier s'era
fermato sul marciapiede, davanti alla casa, con il naso in aria, aspettando che l'altra, salita da sola, gli facesse dalla
finestra il segno di raggiungerla. Clmence ebbe un bell'aggiungere i commenti pi disgustosi: Gervaise continuava a
stirare tranquillamente un vestito bianco. Ma a tratti le veniva da sorridere ascoltando tutta quella storia. Questi
Provenzali, diceva, erano sempre infoiati, non facevano che correre appresso alle donne; ne avevano bisogno di
continuo, ne avrebbero raccolte a palate in un mucchio di spazzatura. E la sera, quando arriv il cappellaio, si divert ad
ascoltare le punzecchiature di Clmence, che non gli dava pace e l'ossessionava a forza di parlargli della sua bionda.
Lantier pareva del resto assai lusingato dal fatto che l'avessero scoperto. Oh! Mio Dio! era soltanto un vecchia amica

che rivedeva di tanto in tanto, quando la cosa non dava fastidio a nessuno, una giovinetta di gran classe che aveva tutti i
mobili in palissandro; e nominava alcuni dei suoi passati amanti, un visconte, il figlio d'un notaio, un mercante di
maioliche. A lui piacevano le donne che si profumavano. E stava gi facendo annussare a Clmence uno dei suoi
fazzoletti, che la piccola gli aveva profumato, quando entr Etienne. Allora assunse di nuovo la sua espressione pi
austera, e baci il bambino, aggiungendo che quella pagliacciata non avrebbe avuto alcun seguito, e che il suo cuore
continuava ad essere morto. Gervaise, china sul suo lavoro, scroll il capo con aria d'approvazione. E fu ancora,
Clmence a pagare il fio della sua sfacciataggine, perch Lantier l'aveva gi pizzicata due o tre volte, facendo finta di
nulla; e adesso si sentiva schiattare d'invidia all'idea di non odorare anche lei di muschio, come la puttanella del
boulevard.
Quando torn la primavera Lantier, ormai di casa, parl di venire ad abitare nel quartiere, in modo da essere
pi vicino ai suoi amici. Voleva una camera ammobiliata in una casa pulita. La signora Boche e Gervaise stessa si
fecero in quattro per trovargliela. Tutte le vie vicine furono passate in rassegna. Ma Lantier era troppo difficile, gli ci
voleva un gran cortile, esigeva un pianterreno; insomma, tutte le possibili comodit. E ogni sera, dai Coupeau,
sembrava adesso misurare l'altezza del soffitto, studiare la distribuzione di ogni stanza, quasi desiderasse un alloggio
simile a quello. Oh! non avrebbe domandato di meglio, si sarebbe volentieri ricavato un buco tutto per s in
quell'angolo caldo e tranquillo! E immancabilmente concludeva il suo esame con questa frase:
Perbacco! non c' che dire, vi siete sistemati proprio come si deve!.
Una sera che s'era trattenuto a cena, e aveva lasciato cadere la sua solita frase al momento del dessert,
Coupeau, che s'era messo a dargli del tu, gli grid all'improvviso:
Devi restar qui, vecchio mio, se il cuore che te lo dice... Ci arrangeremo....
E spieg che la camera della biancheria sporca, una volta ripulita, sarebbe diventata una gran bella stanza.
Etienne poteva dormire nella bottega, su un materasso buttato per terra, ecco tutto.
No, no, disse Lantier, non posso assolutamente accettare. Vi sarebbe troppo di disturbo. Lo so, l'avete detto
con il cuore, ma finiremmo per crepare dal caldo a star gli uni sugli altri... E poi, capite, a ognuno le sue libert. Mi
toccherebbe attraversare la vostra camera, e non sempre sarebbe piacevole.
Ah! che bestia!, riprese lo zincatore sganasciandosi dal ridere e picchiando sulla tavola per schiarirsi la voce,
non pensa ad altro che alle scemenze!... Ma balordo che non sei altro, basta avere un po' d'inventiva! Ascolta: nella
stanza ci sono due finestre. E allora ne abbassiamo una fino a terra e ne facciamo una porta. Cos, capisci, tu puoi
entrare dal cortile, e possiamo anche murare la porta di comunicazione, se ci sembra opportuno. Mai visti n conosciuti,
tu sei a casa tua e noi siamo a casa nostra.
Segu un breve silenzio. Poi il cappellaio mormor:
Ah! s, in questo modo, non dico... Ma no, no, vi starei comunque addosso....
Evitava di guardare Gervaise. Ma aspettava evidentemente una sua parola per accettare. Quanto a lei, era assai
contrariata dall'idea del marito: non che il pensiero di vedere Lantier in casa sua l'inquietasse o la ferisse pi di tanto;
semplicemente si domandava dove avrebbe potuto mettere la biancheria sporca. Intanto lo zincatore faceva valere tutti i
vantaggi d'una soluzione del genere. L'affitto di cinquecento franchi era sempre stato un po' troppo alto. Ebbene! il
compagno avrebbe pagato la camera tutta ammobiliata venti franchi al mese; per lui non sarebbe stata una cifra
eccessiva, e in quel modo li avrebbe aiutati al momento della scadenza. Aggiunse che s'incaricava di ricavare sotto il
letto una specie di cassettone, e che l'avrebbe fatto cos grande da poter contenere la biancheria sporca dell'intero
quartiere. A quel punto Gervaise sembr esitare, e si consult con mamma Coupeau rivolgendole una breve occhiata; la
vecchia parteggiava ormai da mesi per Lantier, che l'aveva definitivamente conquistata portandole delle pasticche di
gomma contro il catarro.
Naturalmente non ci dareste fastidio, disse alla fine Gervaise. Basterebbe trovare il modo d'organizzarsi....
No, grazie, ripet il cappellaio. Siete troppo gentili, mi sembrerebbe d'approffittarne!.
Questa volta Coupeau s'arrabbi. Fino a quando avrebbe continuato a fare il salame? Ma se gli stavano dicendo
ch'era di tutto cuore! Sarebbe stato lui a render loro un servigio, ecco! lo voleva capire oppure no? Poi url in tono
furioso:
Etienne! Etiernne!.
Il monello s'era addormentato sulla tavola. Alz la testa di soprassalto.
Ascolta, devi dirgli che lo vuoi anche tu... S, a questo signore... Diglielo, ma forte: "Lo voglio!".
Lo voglio!, balbett Etienne con la bocca impastata dal sonno.
Tutti si misero a ridere. Ma Lantier riprese subito la sua aria grave e compassata. Strinse la mano a Coupeau da
sopra la tavola, e disse:
Accetto... Purch sia in buona amicizia da una parte come dall'altra... S, accetto per il bambino.
L'indomani, essendo venuto il proprietario, il signor Marescot, a passare un'ora nella guardiola dei Boche,
Gervaise gli parl dell'affare. L'altro si mostr dapprima assai preoccupato, s'oppose decisamente, mont su tutte le
furie, come se gli avesse chiesto di buttar gi tutta un'ala del caseggiato. Ma dopo aver ispezionato minuziosamente i
locali, e aver guardato in aria per vedere se i piani superiori non ne sarebbero stati per caso danneggiati, fin per dare la
propria autorizzazione, ma a patto di non dover sopportare la minima spesa; e i Coupeau furono costretti a firmare una
carta con cui s'impegnavano a ridare all'alloggio il suo aspetto primitivo, appena fosse scaduto il loro contratto. La sera
stessa lo zincatore fece venire dei suoi compagni, un muratore, un falegname e un pittore, tre bravi ragazzi che si
sarebbero occupati di quell'inezia alla fine della loro giornata di lavoro, unicamente per fargli un favore. Con tutto ci

l'apertura della nuova porta e la ripulitura di tutta la stanza non costarono meno d'un centinaio di franchi, senza contare i
litri di vino con cui venne innaffiata l'impresa. Lo zincatore disse ai compagni che li avrebbe pagati pi in l, con i primi
soldi del suo inquilino. Si tratt poi d'ammobiliare la camera. Gervaise vi lasci l'armadio di mamma Coupeau, e vi
aggiunse un tavolo e due sedie prese in camera sua; infine acquist una toeletta e un letto con tanto di corredo, il tutto
per centotrenta franchi: una somma che avrebbe dovuto pagare in ragione di dieci franchi al mese. Se per una decina di
mesi i venti franchi di Lantier non sarebbero serviti che a saldare i debiti cos contratti, in seguito ne avrebbero ricavato
un bel guadagno.
Ai primi di giugno il cappellaio si trasfer nel suo nuovo alloggio. Il giorno prima Coupeau s'era offerto
d'aiutarlo a portar via il suo baule, per fargli risparmiare i trenta soldi di un fiacre. Ma l'altro, visibilmente imbarazzato,
gli aveva risposto che il baule era troppo pesante, come se avesse voluto nascondere fino all'ultimo momento dove
abitava. Arriv verso le tre del pomeriggio. Coupeau non c'era. E Gervaise, in piedi sulla soglia della bottega, si sent
sbiancare in volto nel riconoscere il baule sul fiacre. Era il loro vecchio baule, lo stesso con cui era partita da Plassans,
ma ormai tutto graffiato, a pezzi, tenuto insieme con le cinghie. Ecco che lo vedeva tornare come tante volte aveva
sognato; e si poteva perfino immaginare che anche il fiacre fosse lo stesso, che fosse lo stesso fiacre in cui quella
puttana di brunitrice s'era burlata di lei, a riportarglielo indietro! Boche stava intanto dando una mano a Lantier. La
lavandaia li segu in silenzio, un po' stordita. Quando i due uomini ebbero deposto il loro fardello in mezzo alla camera,
disse tanto per dire qualcosa:
Oh! anche questa fatta!.
Poi, riavutasi, accorgendosi che Lantier, tutto preso a slacciare le cinghie, nemmeno la guardava, aggiunse:
Signor Boche, vi prego, entrate a bere qualcosa.
E and a prendere un litro e dei bicchieri. Proprio in quel momento Poisson, in divisa, stava passando sul
marciapiede. Gli fece un piccolo cenno, gli ammicc con un sorriso. La guardia municipale cap all'istante. Quando era
in servizio, e qualcuno gli ammiccava in quel modo, voleva dire che gli offrivano un bicchiere di vino. Cos, gli
capitava di passeggiare per ore davanti alla bottega della lavandaia, nell'attesa che quella gli ammiccasse. Allora, per
non essere visto, passava dal cortile, e si scolava il suo bicchiere di nascosto.
Ah! Ah!, disse Lantier vedendolo entrare, siete voi, caro Badingue!.
Lo chiamava Badingue per prenderlo in giro, per farsi gioco dell'imperatore. Poisson accettava la cosa con la
sua aria severa, senza lasciar mai capire fino a che punto gli dispiacesse. Del resto i due uomini, pur separati dalle loro
convinzioni politiche, erano diventati ottimi amici.
Lo sapevate che l'imperatore stato guardia municipale a Londra?, disse Boche a sua volta. S, lo giuro!
raccoglieva per strada le donne ubriache.
Gervaise aveva intanto riempito tre bicchieri sulla tavola. Non aveva voglia di bere, si sentiva lo stomaco in
sobbuglio. Eppure s'ostinava a star l, a guardare Lantier che stava slacciando le ultime cinghie, presa dal bisogno di
vedere quello che c'era nel baule. Ricordava, in un angolo, un mucchio di calzini, due camicie sporche, un vecchio
cappello. Chiss se quelle cose erano ancora dentro al baule? Stava forse per ritrovare le vestigia del loro passato?
Lantier, prima di sollevare il coperchio, prese il suo bicchiere e brind.
Alla vostra salute.
Alla vostra, risposero Boche e Poisson.
La lavandaia riemp di nuovo i bicchieri. I tre uomini si ripulirono la bocca con la mano. Alla fine il cappellaio
apri il baule. Era pieno di un miscuglio di giornali, libri, vecchi vestiti, biancheria raccolta in fagotti. Lantier ne tir
fuori una casseruola, un paio di stivali, un busto di Ledru-Rollin con il naso rotto, una camicia ricamata, dei pantaloni
da lavoro. E Gervaise, piegata, sentiva venirne fuori un tanfo di tabacco, un tanfo d'uomo poco pulito, che cura soltanto
la facciata, ci che appare della sua persona. No, il vecchio cappello non si trovava pi nell'angolo di sinistra. Al suo
posto c'era un puntaspilli che non aveva mai visto prima, qualche regalo di donna. Allora si calm, senti una vaga
tristezza; e continu a guardar passare un oggetto dopo l'altro, domandandosi se apparteneva al suo tempo o al tempo
delle altre.
Dite un po', Badingue, questo lo conoscete?, domand Lantier.
E gli mise sotto il naso un opuscolo stampato a Bruxelles e illustrato con incisioni, Gli amori di Napoleone III.
Fra gli altri aneddoti, vi si raccontava in che modo l'imperatore avesse corrotto la figlia tredicenne d'un cuoco; la figura
rappresentava Napoleone III che, senza pantaloni, con addosso soltanto il gran cordone della Legione d'onore, inseguiva
una bambinetta che faceva di tutto per sfuggire alla sua lussuria. Ah! proprio indovinata!, esclam Boche, i cui
istinti segretamente voluttuosi erano stati in quel modo sollecitati. S, sempre cos che succede!.
Poisson era rimasto esterefatto, costernato; non riusciva a trovare una sola parola per difendere l'imperatore. La
cosa era in un libro, non poteva negare l'evidenza. Ma alla fine, poich Lantier continuava a spingergli l'illustrazione
sotto il naso con fare beffardo, si lasci scappare questo grido allargando le braccia:
Ebbene! e con ci? Non son forse cose naturali?.
Questa risposta chiuse la bocca a Lantier. Il cappellaio sistem i libri e i giornali su uno scaffale dell'armadio; e
poich sembrava dispiaciuto che non ci fosse almeno una piccola libreria appesa al di sopra del tavolo, Gervaise
promise di procurargliene una. Possedeva La storia di dieci anni di Louis Blanc, tranne il primo volume, che del resto
non aveva mai avuto; I Girondini di Lamartine, tutti in fascicoli da due soldi; I misteri di Parigi e L'ebreo errante di
Eugne Sue, senza contare un mucchio di opuscoli filosofici e umanitari che aveva raccattato nelle botteghe degli
straccivendoli. Ma era soprattutto sui giornali che indugiava con degli sguardi commossi e rispettosi. Era una collezione

che aveva messo insieme in anni e anni. Ogni volta che al caff gli capitava di leggere in un giornale un articolo che gli
sembrava ben riuscito e conforme alle sue idee, comprava il giornale e lo teneva da parte. Ne aveva cos un pacco
enorme, di tutte le date e di tutti i titoli, messi in pila senza alcun ordine. Dopo aver levato il pacco dal baule, vi picchi
sopra con dei colpetti affettuosi, dicendo agli altri due:
Li vedete? Ebbene, sono tutti miei!... Nessun altro pu vantarsi d'avere qualcosa del genere... Quello che c'
scritto qui dentro, lo potreste a malapena immaginare. Voglio dire che, se s'applicasse anche solo la met di queste idee,
la societ ne sarebbe di colpo ripulita. Si! l'imperatore e tutti i suoi sgherri colerebbero a picco in un momento....
Ma fu interrotto dalla guardia municipale, sulla cui faccia illividita il pizzetto e i mustacchi rossi fremevano
d'indignazione.
E l'esercito, dite un po', cosa pensereste di farne?.
Allora Lantier si lasci trascinare. E grid, tempestando di pugni i giornali:
Voglio la soppressione del militarismo, la fratellanza di tutti i popoli... Voglio l'abolizione dei privilegi, dei
titoli e dei monopoli... Voglio la parit dei salari, la ridistribuzione degli utili, la glorificazione del proletariato... Tutte le
libert, capite? Tutte!... E il divorzio!.
S, s, il divorzio, per la morale!, approv Boche.
Poisson aveva assunto un'aria maestosa. Rispose:
Tuttavia, se non voglio saperne di tutte queste vostre libert, sono ben libero di farlo.
Se non volete... se non volete..., balbett Lantier soffocato dalla passione. No, non siete libero!... Se non
volete saperne, vi far sbattere in Caienna, si! in Caienna, con il vostro imperatore e tutti i porci della sua banda!.
S'accapigliavano in questo modo ogni volta che s'incontravano. Gervaise, che non amava le discussioni,
interveniva di solito a metter pace. Usc dal torpore da cui s'era sentita invadere alla vista di quel baule tutto impregnato
del profumo corrotto del suo antico amore, e indic i bicchieri ai tre uomini.
Avete ragione, disse Lantier recuperando di colpo tutta la sua calma e prendendo il bicchiere. Alla vostra!.
Alla vostra!, risposero insieme Boche e Poisson, brindando con lui.
Ma Boche sembrava agitato, come travagliato da chiss quale inquietudine, e guardava la guardia municipale
con la coda dell'occhio.
Tutto ci deve restare fra noi, vero, signor Poisson?, bisbigli alla fine. Con tutte le cose che vi hanno detto
e fatto vedere....
Ma Poisson non lo lasci nemmeno finire. Si mise la mano sul cuore, come per far intendere che nulla ne
sarebbe mai uscito. Non faceva di certo la spia agli amici. Intanto era arrivato anche Coupeau, e svuotarono allora un
secondo litro. La guardia municipale sgattaiol poi dal cortile, e appena fu di nuovo sul marciapiede riprese la sua
andatura rigida e impettita, a passi misurati.
Nei primi tempi regn il massimo scompiglio in casa della lavandaia. Lantier aveva, vero, una camera tutta
per s, un ingresso solo per lui, la sua chiave; ma poich all'ultimo momento avevano cambiato idea e non avevano pi
murato la porta di comunicazione, gli capitava il pi delle volte d'entrare dalla parte della bottega. Anche il problema
della biancheria sporca continuava ad ossessionare Gervaise, perch il marito non s'occupava affatto del cassettone di
cui aveva tanto parlato; e si trovava costretta a ficcare i panni un po' dappertutto, negli angoli, e specialmente sotto il
letto: il che era tutt'altro che piacevole, soprattutto nelle calde notti d'estate. Inoltre le sembrava davvero una bella
seccatura dover rifare ogni sera il letto di Etienne nel bel mezzo della bottega; le volte che le sue operaie lavoravano
fino a tardi, il bambino doveva dormire su una sedia, aspettando. Fu anche per questo che, quando Goujet le accenn
alla possibilit di mandare Etienne a Lilla, dove il suo padrone d'un tempo, un meccanico, cercava appunto degli
apprendisti, si lasci subito tentare da quel progetto, tanto pi che il ragazzino, poco felice in famiglia e desideroso
d'essere padrone di se stesso, la pregava d'acconsentire. Temeva soltanto un netto rifiuto da parte di Lantier. Era venuto
ad abitare da loro unicamente per riavvicinarsi al figlio; non avrebbe voluto perderlo proprio quindici giorni dopo aver
preso possesso del suo nuovo alloggio. Ma quando, pur tremando, si decise a parlargli di quell'idea, l'altro l'approv
incondizionatamente, sostenendo che i giovani operai avevano bisogno ogni tanto di cambiar aria. E la mattina in cui
Etienne finalmente part, dopo avergli fatto un lungo discorso sui suoi diritti, lo baci declamando:
Ricordati che il lavoratore non uno schiavo, ma anche che chi non lavora un parassita.
Allora il tran tran della casa ricominci come prima, tutto s'acquiet e s'assop nelle nuove abitudini. Gervaise
s'era ormai assuefatta al disordine della biancheria sporca e all'andare e venire di Lantier. Il cappellaio parlava sempre
dei suoi grandi progetti; usciva a volte ben pettinato, con la biancheria pulita, scompariva, dormiva perfino fuori, poi
tornava affettando d'essere spossato, d'aver la testa a pezzi, come se avesse appena discusso per un giorno di fila i pi
gravi interessi. La verit era che se la prendeva comoda. Oh! non c'era pericolo che si facesse venire i calli alle mani! Si
alzava di solito verso le dieci, e nel pomeriggio faceva una passeggiata, quando aveva voglia di starsene al sole; nei
giorni di pioggia restava nella bottega a leggere il giornale. Era quello il suo vero elemento. Si sentiva perfettamente a
suo agio fra le gonnelle, s'infilava sempre dove c'eran pi donne; e andava in visibilio a tutte le sconcezze che dicevano,
le spingeva perfino a dirne di peggiori, pur mantenendo dal canto suo il linguaggio pi raffinato: il che spiegava perch
gli piacesse tanto starsene sempre appiccicato alle lavandaie, fanciulle tutt'altro che puritane. Quando Clmence gli
confidava i suoi segreti, l'ascoltava con fare tenero e sorridente, tirandosi i sottili mustacchi. L'odore della bottega, le
operaie tutte accaldate che battevano i ferri con le braccia nude, quell'angolo cos simile a un'alcova e invaso dai panni
pi intimi delle signore del quartiere, rappresentavano ormai per lui la tana cos a lungo sognata, il rifugio da sempre
cercato in cui indulgere alla pigrizia e ai piaceri.

Agli inizi Lantier aveva continuato a mangiare da Franois, all'angolo con rue des Poissonniers. Ma sui sette
giorni della settimana, dedicava tre o quattro sere a cenare con i Coupeau; tanto che fin per proporre loro di prenderlo a
pensione: avrebbe dato quindici franchi ogni sabato. A quel punto non si mosse pi di casa, ne prese possesso per intero.
Lo si vedeva dalla mattina alla sera andare su e gi dalla bottega alla camera in fondo, in maniche di camicia, alzando la
voce, dando ordini; rispondeva perfino alle clienti, portava avanti la baracca. Poich il vino di Franois l'aveva ormai
disgustato, convinse Gervaise a comprare il vino da Vigoureux, il carbonaio di fianco, dove pizzicava la moglie insieme
a Boche, ogni volta che andava a fare le sue ordinazioni. Poi trov mal cotto il pane di Coudeloup, e mand Augustine a
comprare il pane da Meyer, il forno viennese del faubourg Poissonnire. Volle cambiare anche il droghiere, Lehongre; e
l'unico a cui rest fedele fu Charles, il macellaio di rue Polonceau, ma pi che altro per le sue idee politiche. In capo a
un mese fece in modo che tutto venisse cucinato con l'olio. Come diceva Clmence per prenderlo in giro, la macchia
d'olio riaffiorava sempre in quel maledetto Provenzale. Era lui stesso a fare le frittate, delle frittate rivoltate dai due lati,
ancora pi rosolate delle frittelle, e cos dure da sembrare delle gallette. Sorvegliava mamma Coupeau, voleva le
bistecche stracotte, delle vere suole di scarpe; e aggiungeva l'aglio dappertutto, s'arrabbiava se solo gli tagliavano delle
erbette nell'insalata: erano erbacce, gridava, e potevano anche essere velenose. Ma la sua gran passione era una zuppa di
vermicelli cotti nell'acqua, densissima, in cui versava mezza bottiglia d'olio. Lui e Gervaise erano gli unici che la
mangiassero; gli altri, i parigini, per essersi un giorno arrischiati ad assaggiarla non avevano per poco vomitato anche le
budella.
Poco per volta Lantier era anche riuscito a intromettersi negli affari di famiglia. Poich i Lorilleux
continuavano a recalcitrare prima di levarsi di tasca i cento soldi di mamma Coupeau, non aveva esitato a minacciarli
spiegando loro che c'erano tutti gli elementi per un processo. Credevano davvero di poter prendere in giro la gente?
Erano solo dieci franchi al mese che dovevano dare! E saliva lui stesso a prendere i dieci franchi, con un fare insieme
cos deciso e garbato che la fabbricante di catenelle non osava rifiutarglieli. Anche la signora Lerat dava adesso le sue
due monete da cento soldi. Mamma Coupeau avrebbe baciato le mani a Lantier, tanto pi che il cappellaio aveva
assunto la parte di giudice supremo nelle discussioni fra la vecchia e Gervaise. Quando la lavandaia, in un momento
d'impazienza, maltrattava la suocera, e questa si buttava piangendo sul letto, Lantier spingeva le due donne l'una verso
l'altra, le convinceva ad abbracciarsi, domandando loro se credevano davvero d'essere divertenti con quei loro
caratteracci. S'occupava allo stesso modo di Nan: sosteneva che l'educavano malissimo. E in questo non aveva torto,
perch quando il padre la picchiava, la madre prendeva le difese della bambina, e quando era invece la madre a batterla,
il padre faceva a sua volta una scenata. Nan, felicissima che i genitori s'accapigliassero per lei, si sentiva giustificata in
anticipo e ne combinava di tutti i colori. S'era adesso inventata d'andare a giocare dal maniscalco dirimpetto. Passava il
giorno intero appesa alle stanghe delle carrette, si nascondeva con bande di monelli in fondo al cortile livido e
rischiarato dalle rosse fiamme della fucina; e tutt'a un tratto riappariva, correndo, urlando, sudicia e scarmigliata, seguita
dal suo codazzo di teppistelli, come se una scarica di martellate avesse messo in fuga quella masnada di piccole
canaglie. Soltanto Lantier poteva rimproverarla; ma anche in questo Nan sapeva prenderlo per il verso giusto. Quella
sgualdrinella di dieci anni gli camminava davanti ancheggiando come una signora, lanciandogli sguardi di traverso, con
occhi gi pieni di vizio. Il cappellaio aveva finito per, incaricarsi della sua educazione: le insegnava a ballare e a parlare
in gergo.
Pass un anno. La gente del quartiere era convinta che Lantier avesse delle rendite, perch solo in quel modo si
poteva spiegare l'agiatezza in cui sembravano vivere i Coupeau. D'accordo, Gervaise almeno continuava a guadagnare
qualche soldo; ma adesso che manteneva due uomini nell'oziopi assoluto, la bottega da sola non poteva di certo
bastare; tanto pi che la bottega cominciava ad andare in malora, alcune clienti s'allontanavano, e le operaie si
grattavano la pancia dalla mattina alla sera. La verit era che Lantier non pagava nulla, n il vitto n l'alloggio. Nei
primi mesi aveva dato qualche acconto; poi s'era limitato a parlare d'una somma enorme che doveva riscuotere, e grazie
alla quale si sarebbe finalmente sdebitato tutto in una volta. Gervaise non osava pi chiedergli un centesimo. E aveva
cominciato a prendere fa credito il pane, il vino, la carne. I conti aumentavano dappertutto, s'andava avanti con tre o
quattro franchi al giorno. Non aveva dato nemmeno un soldo al mercante di mobili, n ai tre compagni di Coupeau, il
muratore, il falegname e il pittore. E tutti cominciavano a brontolare, nei negozi la trattavano meno gentilmente. Ma
Gervaise era come presa dalla smania dei debiti; da quando aveva smesso di pagare, perdeva la testa, sceglieva sempre
le cose pi care, s'abbandonava alla sua golosit. Ma in fondo rimaneva il ritratto dell'onest: sognava di guadagnare in
una giornata qualche centinaio di franchi, senza sapere nemmeno lei in che modo, solo per il gusto di sbattere in faccia
ai suoi fornitori manciate di monete da cento soldi. Insomma, affondava; e tanto pi andava a rotoli, quanto pi parlava
d'estendere i suoi affari. Intanto, verso la met dell'estate, Clmence se n'era andata, perch non c'era abbastanza lavoro
per due operaie e doveva aspettare la sua paga per intere settimane. In questo sfacelo, Coupeau e Lantier ingrassavano. I
due bei tomi, con il mento sulla tavola, si mangiavano l'intera bottega, s'impinguivano mandando in rovina l'esercizio; e
s'incitavano l'un l'altro a far bocconi da gigante, si battevano ridendo la pancia, arrivati al dessert, tanto per digerire pi
in fretta.
L'argomento di conversazione che appassionava tutto il quartiere era se realmente Lantier si fosse rimesso con
Gervaise. I pareri erano discordi. A prestar fede ai Lorilleux, la Zoppa faceva di tutto per riacciuffare il cappellaio,
mentre l'altro non voleva pi saperne di lei, la trovava ormai sfiorita, aveva in citt delle ragazzine con dei musetti ben
pi attraenti. Secondo i Boche, al contrario, la lavandaia era andata a trovare il suo antico ganzo fin dalla prima notte,
non appena quel frescone di Coupeau s'era messo a russare. In un modo o nell'altro, la faccenda non sembrava troppo
pulita. Ma ci sono tante porcherie nella vita, e anche di pi grosse, che la gente finiva per trovare del tutto naturale e

perfino garbato il rapporto che esisteva fra quei tre: non si picchiavano mai e le convenienze erano salve. E sarebbe poi
bastato ficcare il naso in qualche altra casa del quartiere, per trovarvi di certo delle lordure ben pi disgustose. In casa
Coupeau si faceva tutto alla buona. Tutti e tre non badavano ad altro che a mangiar bene; poi si ubriacavano e andavano
a letto insieme, ma senza far rumore, senza impedire ai vicini di dormire. Del resto tutto il quartiere continuava ad esser
conquistato dalle belle maniere di Lantier. Quell'incantatore sapeva come chiudere il becco a tutte le pettegole. Anzi, nel
dubbio in cui ci si trovava circa i suoi rapporti con Gervaise, quando la fruttivendola li negava parlandone con la
trippaia, quest'ultima lasciava intendere che era un vero peccato, perch la cosa rendeva i Coupeau meno interessanti.
Intanto Gervaise da questo lato era tranquilla, non pensava affatto a tutte quelle porcherie. Le cose arrivarono
al punto che l'accusarono di mancare di cuore. In famiglia non capivano il suo rancore nei confronti nel cappellaio. La
signora Lerat, che adorava immischiarsi nelle faccende d'amore, veniva ormai tutte le sere, trattava Lantier da uomo
irresistibile, fra le cui braccia anche le signore pi altolocate dovevano per forza soccombere. La signora Boche non
avrebbe risposto della sua virt, se solo avesse avuto dieci anni di meno. Una cospirazione sorda, incessante, senza
tregua, pareva voler spingere Gervaise a cedere, come se tutte le donne attorno a lei avessero dovuto rimanere a loro
volta appagate semplicemente dandole un amante. Ma Gervaise si stupiva, non trovava in Lantier tante seduzioni. Senza
dubbio era cambiato in meglio; indossava sempre il cappotto, s'era fatto una certa istruzione frequentando i caff e le
riunioni politiche. Ma lei lo conosceva bene, e gli leggeva fin dentro l'anima al solo guardarlo negli occhi, ritrovandovi
un'infinit di cose che la facevano ancora un po' rabbrividire. Insomma! se alle altre quel signore piaceva tanto, perch
non si toglievano il gusto d'assaggiarne almeno un piccolo boccone? Fu appunto in questi termini che parl un giorno a
Virginie, che si mostrava la pi calda. Allora la signora Lerat e Virginie, per montarle la testa, le raccontarono gli amori
di Lantier e di Clmence. S, lei non s'era accorta di nulla; ma ogni volta che usciva per qualche commissione, il
cappellaio si portava l'operaia in camera. Continuavano a vedersi anche adesso, e probabilmente Lantier andava a
trovarla a casa sua.
Ebbene?, disse la lavandaia con la voce un po' tremante, forse che la cosa mi riguarda?.
E guard gli occhi gialli di Virginie, dove splendevano scintille d'oro lucente, come in quelli dei gatti. Ma
allora quella donna l'odiava, visto che faceva di tutto per ingelosirla! La cucitrice prese un'aria innocente, e rispose:
Ma certo, la cosa non vi riguarda affatto... Per dovreste consigliargli di lasciar perdere quella ragazza, che gli
dar solamente dei dispiaceri.
La cosa peggiore era che Lantier, sapendosi appoggiato, incominciava a cambiare il proprio atteggiamento nei
confronti di Gervaise. Adesso, quando le dava una stretta di mano, le tratteneva per un attimo le dita fra le sue.
L'ossessionava con il suo sguardo, fissava su di lei i suoi occhi arditi, dove si leggeva chiaramente quel che voleva da
lei. Ogni volta che le passava alle spalle, le spingeva le ginocchia fra le sottane, le alitava sul collo come per
addormentarla. Tuttavia aspettava ancora, prima d'essere pi esplicito e di dichiararsi. Ma una sera, trovandosi solo con
lei, la spinse davanti a s senza una parola, la strinse tremante contro il muro, in fondo alla bottega, e cerc di baciarla.
Volle il caso che proprio in quel momento entrasse Goujet. Allora Gervaise si dibatt, riusc a liberarsi. E i tre si
scambiarono qualche parola, cos, come se nulla fosse. Goujet, livido in volto, aveva abbassato gli occhi, immaginando
d'averli disturbati, e che Gervaise si fosse tanto dibattuta solo per non essere baciata di fronte ad altri.
L'indomani la lavandaia non fece che andar su e gi per la bottega, sentendosi la pi infelice delle donne,
incapace di stirare anche solo un fazzoletto. Doveva assolutamente vedere Goujet, spiegargli in che modo Lantier
l'avesse costretta contro il muro. Tuttavia, da quando Etienne si trovava a Lilla, non osava pi andare alla fucina, dove
Bec-Sal, detto anche Boit-sans-Soif, l'accoglieva immancabilmente con un sorriso sardonico. Ma nel pomeriggio,
cedendo al suo desiderio, prese una cesta vuota e usc dalla bottega con il pretesto d'andare a ritirare delle sottogonne
dalla sua cliente di rue des Portes-Blanches. Poi, quando fu in rue Mercadet, si mise a passeggiare su e gi, lentamente,
davanti alla fabbrica di bulloni, sperando in un incontro fortuito. Evidentemente Goujet la stava aspettando, perch non
era l nemmeno da cinque minuti che usc come per caso.
Toh! siete in giro a far commissioni, disse il fabbro sorridendole dolcemente. State tornando verso casa....
Diceva cos tanto per dire. Gervaise volgeva in quel momento le spalle a rue des Poissonniers. Risalirono allora
verso Montmartre, fianco a fianco, senza prendersi il braccio. Sentivano soprattutto il bisogno d'allontanarsi al pi
presto dalla fabbrica; non volevano dar l'impressione che si fossero dati un appuntamento davanti all'entrata. A capo
basso seguivano la strada dal fondo dissestato, in mezzo al brusio delle officine. Poi, dopo duecento passi, naturalmente,
come se avessero riconosciuto il posto, svoltarono a sinistra, sempre silenziosi, e s'inoltrarono in un terreno
abbandonato. Fra una segheria meccanica e una manifattura di bottoni, c'era una striscia di prato ancora verde, con delle
chiazze gialle d'erba bruciata: una capra, legata a un palo, vi girava attorno belando; sul fondo, un albero morto si
sbriciolava al sole.
Sembra davvero d'essere in campagna!, mormor Gervaise.
Andarono a sedersi sotto l'albero morto. La lavandaia si mise la cesta accanto ai piedi. Di fronte a loro,
Montmartre allineava le file dei suoi alti e grigi caseggiati, fra ciuffi di esili verzure; e quando rovesciavano all'indietro
la testa, potevano vedere il cielo ampio, puro e ardente che sovrastava la citt, attraversato a settentrione da un volo di
piccole nubi bianche. Ma la viva luce li abbagliava. Guardavano allora, diritto verso il piatto orizzonte, le terree
lontananze dei sobborghi, seguendo il respiro della sottile canna fumaria della segheria meccanica, che sbuffava getti di
vapore. E quei profondi sospiri sembravano dar sollievo al loro cuore martoriato.
S, disse Gervaise imbarazzata da quel silenzio, stavo facendo delle commissioni, ero uscita....

Dopo aver tanto desiderato una spiegazione, tutt'a un tratto non riusciva pi a parlare. Si sentiva schiacciata
dalla vergogna. Eppure sapeva che eran venuti fin l appunto per discorrere di quella faccenda, e che anzi lo stavano gi
facendo, pur senza scambiarsi una sola parola. Il fatto del giorno prima incombeva fra loro come un peso che li
opprimesse.
Allora, colta da un'atroce tristezza, con le lacrime agli occhi, raccont l'agonia della signora Bijard, la sua
lavandaia, morta quella stessa mattina dopo terribili sofferenze.
tutto cominciato con un calcio che le ha dato Bijard, cominci a dire con una voce dolce e incolore. Le si
gonfiato il ventre. Doveva averle rotto qualcosa dentro. Mio Dio! tre giorni passati fra le peggiori torture!... Ci sono in
galera dei farabutti che non sono arrivati a tanto... Ma la giustizia avrebbe troppo da fare se s'occupasse di tutte le donne
che crepano per colpa dei mariti. Un calcio di pi, un calcio di meno, fa poca differenza, quando se ne prendono tutti i
giorni!... Tanto pi che la povera donna voleva salvare il suo uomo dalla forca, e raccontava a tutti che s'era fatta male al
ventre scivolando su un mastello... Ha urlato per tutta la notte prima d'andarsene.
Il fabbro taceva, strappava dei fili d'erba con le dita contratte.
Nemmeno quindici giorni fa, continu Gervaise, aveva svezzato l'ultimo figlio, Jules, e almeno questa
una fortuna, perch il bambino non ne risentir... Che importa! il fatto che quella ragazzina, Lalie, si trova adesso con
due marmocchi sulle spalle... Ha appena otto anni, ma gi seria e giudiziosa come una vera mammina. Ma con tutto
ci il padre la picchia a sangue... Ah! davvero, s'incontrano degli esseri che sembrano nati apposta per soffrire!.
Goujet la guard, e disse all'improvviso con le labbra tremanti:
Mi avete molto addolorato, ieri, oh! s, mi avete molto addolorato!....
Gervaise era impallidita, si stringeva le mani. Ma l'altro continu:
Lo so, prima o poi doveva avvenire... Ma avreste dovuto confidarvi con me, informarmi di come stavano le
cose, per non lasciarmi con certe idee per la testa....
Ma non pot finire. Gervaise s'era alzata, comprendendo che anche Goujet la credeva caduta di nuovo fra le
braccia di Lantier, come sosteneva tutto il quartiere. E grid tendendo le mani:
No, no, ve lo giuro... Si, vero, mi stringeva, stava per baciarmi, ma la sua faccia non ha nemmeno sfiorato la
mia, ed era la prima volta che cercava di farlo... Oh! ecco, ve lo giuro sulla mia vita, su quella dei miei figli, su tutto ci
che ho di pi sacro!.
Ma il fabbro scuoteva la testa. Diffidava, perch le donne negano sempre. Allora Gervaise assunse un'aria
ancora pi grave, e disse pacatamente:
Mi conoscete, signor Goujet, non sono una bugiarda... Ebbene! no, non come credete, parola d'onore!... Non
succeder mai, capite? mai! Il giorno che accadesse, diventerei la peggiore delle donne, non meriterei pi l'amicizia d'un
uomo onesto come voi.
E aveva, parlando, un'espressione cos bella e cos piena di franchezza, che il fabbro le prese la mano e la fece
di nuovo sedere. Adesso tornava a respirare pi liberamente, sorrideva dentro di s. Era la prima volta che le teneva in
quel modo la mano, stringendola nella sua. Rimasero entrambi in silenzio. Nel cielo, il volo delle nubi bianche si
spostava nuotando con una lentezza di cigno. In fondo al campo la capra, rivolta verso di loro, li guardava mandando a
intervalli lunghi e regolari un dolcissimo belato. E senza lasciarsi le dita, con gli occhi colmi di tenerezza, si perdevano
in lontananza, sulle livide pendici di Montmartre, in mezzo all'alta selva dei comignoli delle officine che rigavano
l'orizzonte, in quella periferia grigia e desolata, dove i verdi boschetti delle bettolacce sembravano commuoverli fino
alle lacrime.
Vostra madre ce l'ha con me, lo so, riprese Gervaise a voce pi bassa. Non dite di no... Con tutti i soldi che
le dobbiamo!....
Goujet si mostr allora brutale, pur di farla tacere. Le strinse la mano tanto da stritolargliela. Non voleva che
parlasse del denaro. Poi esit, e fin per borbottare:
Ascoltatemi, da molto che penso di proporvi una cosa... Siete infelice. Mia madre sostiene che le cose si
mettono male per voi....
Si ferm, come oppresso.
Ebbene! dobbiamo andarcene via insieme!.
Gervaise lo guard, non riuscendo a capir subito di cosa parlasse, sorpresa da quella dichiarazione d'un amore
su cui l'altro aveva sempre taciuto.
Come?, domand.
S, continu il fabbro a testa bassa, andremo via da qui, a vivere da qualche altra parte, in Belgio se volete...
quasi il mio paese... Lavorando tutti e due, in poco tempo riusciremo a cavarcela bene.
Allora Gervaise arross. Se Goujet l'avesse stretta a s per baciarla, ne avrebbe avuto meno vergogna. Doveva
proprio essere uno strano ragazzo, se aveva pensato di proporle un ratto, come nei romanzi e nell'alta societ. Oh!
attorno a s vedeva degli operai corteggiare delle donne maritate, d'accordo! ma non le portavano nemmeno a SaintDenis, la faccenda veniva sbrigata sul posto, senza tanti problemi.
Ah! signor Goujet, signor Goujet..., mormorava senza trovare altro da dire.
Insomma! ecco, saremmo soltanto noi due, riprese il fabbro. Gli altri mi danno noia, capite?... Quando
sento dell'amicizia per una persona, non posso vedere quella persona con altri.
Ma Gervaise, riavutasi dalla sorpresa, rifiutava adesso con aria assennata.

Non possibile, signor Goujet. Sarebbe mal fatto... Sono sposata. Ho dei figli... Lo so bene che avete
dell'amicizia per me e che vi faccio soffrire. Ma avremmo di certo dei rimorsi, non ne ricaveremmo alcun piacere...
Sento anch'io dell'amicizia per voi, ne provo anzi troppa per permettervi di fare una sciocchezza. E lo sarebbe proprio,
una sciocchezza, dico davvero... No, sentite, meglio se continuiamo cos come adesso. Ci stimiamo, i nostri sentimenti
s'accordano. gi molto, e m'ha sorretto in pi di un'occasione. Quando si riesce a rimanere onesti, nella nostra
posizione, si sempre ben ricompensati.
Goujet l'ascoltava scrollando il capo. Le dava ragione, non poteva sostenere il contrario. A un tratto, nella piena
luce del giorno, la prese fra le braccia, la strinse a s fin quasi a schiacciarla, e la baci furiosamente sul collo, come se
avesse voluto divorarle la pelle. Poi la lasci andare senza chiedere altro. Non parl pi del loro amore. Gervaise si
stava riavendo dall'abbraccio, e non si sentiva offesa: capiva che entrambi avevano meritato quel piccolo piacere.
Il fabbro, scosso in tutto il corpo da un fremito possente, si era intanto allontanato da lei per non cedere alla
tentazione di riprenderla fra le braccia; e si trascinava sulle ginocchia, quasi non sapesse che fare delle mani, cogliendo
fiori di dente di leone che gettava da lontano nella cesta. In mezzo al manto d'erba bruciata, c'erano dei magnifici denti
di leone gialli. Poco a poco quel gioco lo calm, lo divert. Con le dita irrigidite dal lavoro del martello, strappava
delicatamente i fiori, li lanciava uno a uno, e sorrideva con i suoi occhi di buon cane fedele ogni volta che non mancava
il paniere. La lavandaia si era appoggiata all'albero morto, allegra e riposata, parlando a voce pi alta per farsi sentire
nel forte ansimare della segheria meccanica. Quando lasciarono il terreno abbandonato, fianco a fianco, parlando di
Etienne, che era contentissimo di vivere a Lilla, Gervaise riprese la sua cesta piena di fiori di dente di leone.
In fondo Gervaise non si sentiva nei confronti di Lantier cos coraggiosa come diceva. Certo, era ben decisa a
non permettergli di toccarla nemmeno con la punta delle dita; ma aveva paura, se mai l'altro fosse riuscito a toccarla,
della sua debolezza d'un tempo, di quella mollezza e di quella compiacenza a cui si lasciava andare per far piacere agli
altri. Ma Lantier abbandon per il momento ogni tentativo. Si ritrov diverse volte solo con lei e rimase tranquillo.
Pareva adesso tutto preso dalla trippaia, una donna di quarantacinque anni, ma ben conservata. Gervaise, in presenza di
Goujet, parlava sempre della trippaia per rassicurarlo. E rispondeva a Virginie e alla signora Lerat, quando queste
facevano l'elogio del cappellaio, che Lantier poteva benissimo fare a meno della sua ammirazione, visto che tutte le
vicine avevano una cotta per lui. |[continua]|
|[CAPITOLO OTTAVO, 2]|
Coupeau andava proclamando per tutto il quartiere che Lantier era un amico, uno di quelli veri. Potevano
spettegolare finch volevano sul loro conto: lui sapeva quel che sapeva, se ne infischiava delle chiacchiere, dal
momento che aveva l'onest dalla sua parte. La domenica, quando uscivano tutti e tre insieme, obbligava la moglie e il
cappellaio a camminargli davanti, sottobraccio, tanto per fare il gradasso sotto gli occhi della gente; e guardava le
persone con l'aria d'essere pronto a prenderle a schiaffi, se solo si fossero azzardate a fare il pi piccolo commento
spiritoso. Certo, trovava Lantier un po' troppo vanesio, l'accusava di fare lo schifiltoso davanti all'acquavite, lo prendeva
in giro perch sapeva leggere e parlava come un avvocato; ma a parte questo, sosteneva che era un tipo veramente in
gamba. In tutta la Chapelle non se ne sarebbero trovati due altrettanto tosti. Quanto a loro, si comprendevano, erano fatti
l'uno per l'altro. L'amicizia con un uomo sempre pi salda dell'amore con una donna.
Ma bisogna anche dire che Coupeau e Lantier si concedevano insieme delle scorpacciate da rimetterci la pelle.
Lantier aveva perfino incominciato a farsi prestare dei soldi da Gervaise, dieci, venti franchi, non appena sentiva in casa
l'odore del denaro. Gli servivano sempre per i suoi grandi affari. Poi, in quei giorni, convinceva Coupeau, parlava d'una
commissione da sbrigare lontano, lo portava con s; e una volta seduti a tavola, naso a naso, in fondo a qualche
ristorante vicino, s'ingozzavano di tutti quei piatti che non potevano mangiare a casa, innaffiandoli con bottiglie di vino
sigillato. Lo zincatore avrebbe preferito delle abboffate pi alla buona, ma era impressionato dai gusti aristocratici del
cappellaio, che in ogni men riusciva sempre a trovare le salse dal nome pi straordinario. Era difficile immaginare un
altro dal palato cos delicato e incontentabile. Pare che siano tutti cos nel Mezzogiorno. Per esempio, non voleva cibi
troppo piccanti, e discuteva ogni intingolo dal punto di vista della salute, facendo portare indietro la carne quando gli
sembrava o troppo salata o con troppo pepe. Non parliamo poi delle correnti d'aria: ne aveva una paura indiavolata, e
strapazzava tutto l'esercizio se solo una porta era rimasta socchiusa. Era inoltre avarissimo, lasciava due soldi di mancia
al cameriere per pasti di sette o otto franchi. Ma che importa! davanti a lui si tremava, ed era ben conosciuto sui
boulevards esterni, da Batignolles a Belleville. In Grand-Rue des Batignolles, andavano a mangiare la trippa alla moda
di Caen, servita su piccoli scaldavivande. In fondo a Montmartre, trovavano alla Ville de Bar-le-Duc le migliori ostriche
del quartiere. Quando s'arrischiavano fino in cima a Montmartre, al Moulin de la Galette cuocevano un coniglio al salto
apposta per loro. In rue des Martyrs, i Lilas avevano la specialit della testina di vitello, mentre alla chausse
Clignancourt, i ristoranti del Lion d'or e dei Deux Marronniers servivan loro dei rognoni saltati da leccarsi le dita. Ma
giravano il pi delle volte verso sinistra, dalla parte di Belleville, dove avevano un tavolo riservato ai Vendanges de
Bourgogne, al Cadran Bleu e al Capucin, locali di fiducia dove si poteva prender di tutto a occhi chiusi. Erano
escursioni fatte alla chetichella, e di cui parlavano l'indomani con allusioni velate, sbocconcellando le patate di
Gervaise. Un giorno Lantier port con s una donna al Moulin de la Galette, e Coupeau li lasci soli in un boschetto
subito dopo il dessert.

Ma naturalmente non si pu al tempo stesso far baldoria e lavorare. Cos, da che il cappellaio era entrato a far
parte della famiglia, lo zincatore, che gi prima si dedicava fin troppo volentieri al dolce far niente, aveva finito per non
prendere pi in mano nemmeno uno dei suoi arnesi. Quando accettava ancora d'andare a lavorare, stanco di trascinarsi
per casa in ciabatte, il compagno andava a snidarlo sul cantiere, lo sbeffeggiava a morte trovandolo appeso in cima alla
sua corda a nodi come un prosciutto affumicato; e gli gridava di scendere a farsi un bicchierino. Era la regola: lo
zincatore lasciava il lavoro e cominciava a fare un giro di tutte le bettole che durava per giornate e settimane intere. Oh!
erano davvero dei vagabondaggi senza fine, una rassegna generale di tutte le osterie del quartiere, la sbornia del mattino
smaltita a mezzogiorno e riacchiappata la sera; i giri d'acquavite si moltiplicavano, si perdevano nella notte, come i
lampioni d'una festa, finch l'ultima candela non si spegne insieme all'ultimo bicchiere! Ma quell'animale del cappellaio
non andava mai fino in fondo. Lasciava che l'altro si ubriacasse, lo mollava in asso, e tornava verso casa sorridendo con
la sua aria pi amabile. Era tutt'al pi un po' alticcio, ma con decenza, senza che la cosa si vedesse. Per chi lo conosceva
bene, era possibile accorgersene soltanto dagli occhi che si facevano pi stretti e dai suoi modi pi intraprendenti con le
donne. Lo zincatore diventava al contrario assolutamente disgustoso, non poteva pi bere senza ridursi in uno stato
davvero ignobile.
Verso i primi di novembre, Coupeau si lasci appunto trascinare in uno di questi pellegrinaggi, e la cosa fin
nel pi orribile dei modi sia per lui che per gli altri. Il giorno prima lo zincatore aveva finalmente trovato lavoro. Lantier
era questa volta tutto pieno di buoni sentimenti; predicava le virt del lavoro, perch il lavoro nobilita l'uomo. Quel
mattino si svegli perfino all'alba, e accompagn l'amico fino al cantiere, con fare austero, onorando in lui l'operaio
veramente degno di questo nome. Ma arrivati davanti alla Petite Civette, che apriva proprio allora, entrarono a prendere
una prugna, non pi di una, tanto per annaffiare insieme la ferma risoluzione d'una buona condotta. Di fronte al
bancone, seduto su uno sgabello, con la schiena contro il muro, Bibi-la-Grillade fumava la pipa con aria annoiata.
Toh! Bibi che fa lo sfaticato!, disse Coupeau. Si batte la fiacca, vecchio mio?.
No, no, rispose il compagno stirandosi le braccia. Ma i padroni fanno davvero schifo... Ieri ho mandato al
diavolo il mio... Non sono che dei crapuloni, delle canaglie....
E Bibi-la-Grillade accett una prugna. Doveva starsene l, seduto sullo sgabello, proprio ad aspettare che
qualcuno gli offrisse da bere. Lantier s'era messo a difendere i padroni: si trovano a volte in un mare di guai, ne sapeva
qualcosa lui, che s'era da poco ritirato dagli affari. Che razza di manigoldi, gli operai! sempre a far baldoria, a
infischiarsene del lavoro, a mollarvi nel bel mezzo d'una ordinazione, a rifarsi vivi solo quando son rimasti senza il
becco d'un quattrino! Per esempio, gli era capitato un Piccardo che aveva la mania d'andare in giro in carrozza; proprio
cos, appena intascava la sua settimana, prendeva il fiacre per giornate intere. Da quando in qua gli operai avevano dei
gusti del genere? Poi, a un tratto, Lantier cominci a prendersela anche con i padroni. Oh! lui vedeva le cose
chiaramente, diceva ad ognuno la verit che si meritava. Una sporca razza, tutto sommato, degli sfruttatori senza
vergogna, divoratori di carne umana! Lui almeno, grazie a Dio, poteva dormire con la coscienza tranquilla, perch s'era
sempre comportato da amico con i suoi uomini, anche a costo di non guadagnare dei milioni come facevano gli altri.
Andiamo, ragazzo mio, disse rivolgendosi a Coupeau. Bisogna aver giudizio, o finiremo per arrivare tardi.
Bibi-la Grillade usc insieme a loro, le braccia penzoloni. Fuori, l'alba stava appena spuntando, un'alba livida e
insudiciata dal riflesso fangoso del lastricato; il giorno prima aveva piovuto, ma il tempo era adesso dolcissimo.
Avevano spento da poco i lampioni a gas; rue des Poissonniers, su cui ondeggiavano ancora brandelli di notte come
strozzati fra una casa e l'altra, cominciava a risuonare del sordo scalpiccio degli operai che scendevano verso Parigi.
Coupeau, con la sua sacca da zincatore passata a tracolla, camminava con l'aria spavalda di chi sa come cavarsela, una
volta tanto.
Bibi, vuoi venire a lavorare anche tu? Il padrone mi ha detto di portare un altro operaio, se lo trovavo.
Grazie, rispose Bibi-la-Grillade, ma ho bisogno di depurarmi... Proponilo piuttosto a Mes-Bottes, che
cercava ieri un buco qualunque dove lavorare... Aspetta, lo troviamo sicuramente l dentro.
E quando arrivarono in fondo alla strada, videro infatti Mes-Bottes da pap Colombe. Bench fosse ancora
molto presto, l'Assommoir era gi tutto sfolgorante di luce, con le imposte levate e il gas acceso. Lantier rest sulla
porta, e raccomand a Coupeau di spicciarsi perch avevano al massimo ancora dieci minuti.
Come! vai da quella canaglia di Borgognone!, strill Mes-Bottes dopo che lo zincatore ebbe parlato. Farmi
cacciare in una trappola del genere? No, preferirei piuttosto aver la lingua di fuori fino all'anno che viene... E anche tu,
vecchio mio, ci resisterai a dir tanto tre giorni, meglio che tu lo sappia subito!.
Ma davvero una trappola del genere?, domand Coupeau evidentemente preoccupato.
Oh! mai visto niente di pi schifoso... Non ci si pu muovere. E quella bestia del padrone ti sta sempre
addosso. Poi, come se non bastasse, certi modi di trattare la gente, la moglie del padrone che ti guarda come se fossi un
ubriacone, un posto dove non si pu nemmeno sputare... Li ho mandati a quel paese fin dalla prima sera, capisci?.
Bene! almeno m'hai avvisato. Non credo che mi fermer molto da loro... Adesso vado solo a tastare il terreno;
ma se il padrone mi secca, l'agguanto per il collo e lo metto a sedere sulla moglie, sai, incollati come un paio di suole!.
Lo zincatore stringeva la mano al compagno per ringraziarlo d'averlo messo in guardia; e stava gi per
allontanarsi, quando tutt'a un tratto Mes-Bottes mont su tutte le furie. Fulmini del cielo! era mai possibile che il
Borgognone dovesse impedir loro di farsi almeno un bicchierino? Gli uomini non erano allora pi uomini?
Quell'animale del padrone poteva anche aspettare per altri cinque minuti. Lantier entr per accettare il giro, e i quattro
operai rimasero in piedi davanti al bancone. Mes-Bottes, con le scarpe rotte, la casacca nera di sudiciume, il berretto
schiacciato sulla zucca, sbraitava e gettava delle occhiate da padrone per tutto l'Assommoir. Era stato appena acclamato

imperatore degli ubriaconi e re dei porci, perch aveva mangiato un'insalata di maggiolini vivi e addentato un gatto
morto.
Sentite un po', specie di Borgia!, grid a pap Colombe, dateci di quella gialla, un po' del vostro piscio
d'asino numero uno.
E quando pap Colombe, pallido e tranquillo nella sua maglia azzurra, ebbe riempito i quattro bicchieri, quei
signori li svuotarono in un lampo, perch il liquore non svaporasse.
Questa roba fa sempre bene quando la si manda gi, mormor Bibi-la-Grillade.
Ma quell'animale di Mes-Bottes ne stava raccontando una davvero comica. Il venerd era cos ubriaco che i
suoi compagni gli avevano murato la pipa in bocca con una manciata di gesso. Un altro ne sarebbe crepato; lui alzava le
spalle, si pavoneggiava.
I signori ne vogliono ancora?, domand pap Colombe con la sua voce un po' untuosa.
S, ancora, lo stesso, disse Lantier. Adesso tocca a me.
Si erano messi a parlare di donne. La domenica precedente, Bibi-la-Grillade aveva portato la sua ganza a
Montrouge, da una zia. Coupeau domand notizie della Malles-des-Indes, una lavandaia di Chaillot ben conosciuta in
tutto l'esercizio. Stavano per bere, quando Mes-Bottes chiam ad alta voce Goujet e Lorilleux che passavano. I due
uomini s'avvicinarono alla porta ma rifiutarono d'entrare. Il fabbro non sentiva bisogno di prendere nulla. Il fabbricante
di catenelle, livido e tremante, stringeva in tasca le catenine d'oro che andava a consegnare; e tossiva, si scusava,
dicendo che un bicchierino d'acquavite l'avrebbe definitivamente sfiancato.
Ma che tartufi!, grugn Mes-Bottes. Scommetto che s'abboffano e s'ubriacano di nascosto.
E dopo aver messo il naso nel suo bicchiere, se la prese con pap Colombe.
Vecchia canaglia, hai cambiato litro!... Se credi di poterlo fare con me, di far pasticci con l'acquavite!....
Si era ormai fatto giorno, un fioco chiarore illuminava l'Assommoir, mentre il padrone spegneva il gas.
Coupeau stava intanto giustificando il cognato che non poteva bere; non dovevano del resto fargliene una colpa.
Approvava anche Goujet: era una bella fortuna non aver mai sete. E parlava d'andare a lavorare, quando Lantier, con la
sua grand'aria da uomo come si deve, gli diede una lezione: doveva almeno pagare il suo giro prima di filarsela; non
poteva mollare in asso gli amici come un codardo, nemmeno per andare a compiere il proprio dovere.
Ma quanto ci stufa con il suo lavoro!, protest Mes-Bottes.
Allora, il giro del signore?, domand pap Colombe a Coupeau.
Lo zincatore pag il suo giro. Ma quando venne la volta di Bibi-la-Grillade, questi si chin all'orecchio del
padrone, che manifest il suo rifiuto con un lento cenno dei capo. Mes-Bottes cap e incominci a inveire contro quel
serpente velenoso di pap Colombe. Come! un miserabile della sua specie si permetteva d'usare quelle maniere con un
suo compagno? Tutti i mercanti d'acquavite facevano credito! Bisognava capitare in una bettola del genere per essere
insultati! Il padrone restava calmo, si dondolava poggiando i grossi polsi sull'orlo del bancone, e ripeteva gentilmente:
Prestate del denaro al signore, sar pi semplice.
In nome di Dio! s, glielo presto!, url Mes-Bottes. Toh! Bibi, gettagli i suoi quattrini in gola, a questo
venduto!.
Poi, ormai lanciato, irritato dalla sacca che Coupeau aveva tenuto a tracolla, continu rivolgendosi allo
zincatore:
Assomigli a una balia. Molla un po' il tuo pupo. Ti fa sembrare gobbo.
Coupeau esit per un attimo; poi tranquillamente, come se si fosse deciso dopo una lunga riflessione, pos la
sacca per terra, dicendo:
Ormai troppo tardi. Andr dal Borgognone dopo pranzo. Gli dir che mia moglie ha avuto delle coliche
Ascoltate, pap Colombe, lascio i miei arnesi sotto questo sedile, li riprender verso mezzogiorno.
Lantier approv questa soluzione con una scrollatina del capo. Si deve lavorare, su questo non c' il minimo
dubbio. Tuttavia, quando ci si trova fra amici, l'educazione dovrebbe sempre averla vinta su tutto. Una smania di far
baldoria s'era impadronita di colpo dei quattro operai, lasciandoli come intorpiditi, con le mani pesanti, ad ammiccarsi
l'un l'altro. E quand'ebbero davanti a loro cinque ore d'ozio, furono presi a un tratto da una gioia chiassosa;
s'allungarono delle manate, si gridarono in faccia delle parole affettuose. Soprattutto Coupeau, sollevato, ringalluzzito,
chiamava gli altri miei vecchi rampolli. Annaffiarono ancora con un giro generale, poi andarono alla Puce qui renifle,
una bettoluccia con tanto di biliardo. Il cappellaio arricci per un attimo il naso, perch si trattava di un locale non
molto pulito: lo schnick costava un franco al litro, dieci soldi un mezzolitro in due bicchieri; e i frequentatori del locale
avevano a tal punto insudiciato il biliardo che le palle vi restavano come incollate. Ma una volta incominciata la partita,
Lantier, che aveva una steccata davvero micidiale, ritrov il suo garbo e il suo buonumore, mettendo fuori il petto e
accompagnando con un bel movimento dei fianchi ogni carambola.
Quando venne l'ora di mangiare, Coupeau ebbe un'idea. Batt i piedi gridando:
Dobbiamo andare a prendere Bec-Sal. Lo so dove lavora... Lo porteremo a mangiare degli zampetti di
montone in salsa bianca da mamma Louis.
L'idea venne approvata con calore. S, Bec-Sal, detto anche Boit-sans-Soif, doveva certo aver bisogno di
mangiare degli zampetti di montone in salsa bianca. Uscirono. Le strade erano gialle, cadeva una pioggerellina sottile;
ma erano fin troppo infiammati dentro per poter sentire quella leggera innaffiatura sui loro vestiti. Coupeau li port in
rue Mercadet, alla fabbrica di bulloni. E poich vi arrivarono almeno mezz'ora prima dell'uscita, lo zincatore diede due

soldi a un monello, perch andasse a dire a Bec-Sal che la moglie stava male e lo voleva d'urgenza. Il fabbro comparve
subito, dondolandosi, con l'aria tranquilla, gi pregustando una bella mangiata.
Ah! che razza di ubriaconi!, disse appena li vide nascosti sotto un portone. Lo sapevo... Bene! che si
mangia?.
Da mamma Louis, mentre succhiavano gli ossicini degli zampetti, il discorso torn a cadere di nuovo sui
padroni. Bec-Sal, detto anche Boit-sans-Soif, raccontava che nella sua officina c'era un'ordinazione urgente. Oh! per il
momento il padrone era di manica larga; anche se non si presentavano quando li chiamava, restava gentile, doveva
stimarsi gi fortunato se qualcuno alla fine tornava. Del resto, non c'era pericolo che un padrone osasse mettere alla
porta Bec-Sal, detto anche Boit-sans-Soif, perch se ne trovavano pochi di operai con le sue capacit. Dopo gli
zampetti, mangiarono una frittata. Ciascuno bevve il suo litro. Mamma Louis faceva venire il vino dall'Auvergne, un
vino color rosso sangue che si poteva tagliare con il coltello. La cosa cominciava a farsi divertente, la compagnia si
accendeva.
Volete sapere cosa ha fatto per farmi imbestialire, quel povero cristo del mio padrone?, grid Bec-Sal al
dessert. Non gli venuta l'idea d'attaccare una campana nella sua baracca?... La campana va bene per gli schiavi...
Bene! pu anche farla suonare per tutto il giorno, oggi! Mi colga un fulmine se mi lascio rimettere all'incudine! Sono
cinque giorni che mi ci ammazzo sopra di fatica, posso anche starmene un po' a far niente... Se solo s'azzarda a farmi
una multa, lo mando a quel paese!.
Sono costretto a lasciarvi, disse Coupeau con un'aria d'importanza, vado a lavorare... S, l'ho giurato a mia
moglie... Divertitevi, il mio cuore resta con voi, lo sapete.
Gli altri lo burlavano. Ma lo zincatore sembrava cos deciso che l'accompagnarono a riprendere i suoi arnesi da
pap Colombe. Prese la sacca da sotto il sedile e se la mise davanti, mentre bevevano un ultimo bicchiere. All'una la
compagnia si stava ancora offrendo dei giri. Allora Coupeau, con un gesto di noia, rimise gli arnesi sotto il sedile: gli
davano fastidio, non poteva avvicinarsi al bancone senza inciamparvi. E poi era assurdo: sarebbe andato il giorno dopo
dal Borgognone. Gli altri quattro, che litigavano sulla questione salariale, non si stupirono quando lo zincatore, senza
alcuna spiegazione, propose un giretto sul boulevard, tanto per sgranchirsi un po' le gambe. Non pioveva pi. Il giretto
dur in tutto duecento passi. Camminavano sulla stessa fila, con le braccia ciondoloni, senza aver pi nulla da dirsi,
sorpresi dalla luce, irritati dal trovarsi all'aperto. Lentamente, senza doversi nemmeno consultare a colpi di gomito,
risalirono come istintivamente rue des Poissonniers, ed entrarono da Franois a scolarsi qualche bottiglia. Ne avevano
davvero bisogno per rimettersi in forze. A star per strada veniva una immensa tristezza; il fango era tale che non si
sarebbe messo alla porta nemmeno una guardia municipale. Lantier spinse i compagni nel fondo del locale, in uno
stanzino stretto e occupato da un solo tavolino, separato dalla sala comune con un tramezzo a vetri smerigliati. Era
sempre l che prendeva le sue piccole sbornie, perch gli pareva meno indecoroso. I compagni ne erano contenti oppure
no? Ci si poteva credere a casa propria, ci si poteva addormentare senza mettersi in soggezione. Chiese il giornale, lo
apr e cominci a leggerlo aggrottando le sopracciglia. Coupeau e Mes-Bottes avevano iniziato una partita a picchetto.
Due litri e cinque bicchieri sbadigliavano sul tavolino.
E allora? cosa raccontano su quel foglio?, domand Bibi-la-Grillade al cappellaio.
Questi non rispose subito. Poi, senza alzare gli occhi:
Mi sto occupando della Camera. Che repubblicani da quattro soldi, quei maledetti fannulloni della sinistra!
Forse che il popolo li nomina per farsi poi asfissiare dalla loro aria fritta?... Crede in Dio, questo qui, e fa delle moine a
quelle canaglie dei ministri! Se fossi eletto io, salirei in tribuna e direi: Merda! S, nient'altro, la mia opinione!.
Sapete che Badinguet s' preso a schiaffi con la moglie, l'altra sera, davanti a tutta la corte?, raccont BecSal, detto anche Boit-sans-Soif. Parola d'onore! E cos, per nulla, a forza di punzecchiarsi... Badinguet era ubriaco.
Ma lasciateci in pace con la vostra politica!, grid lo zincatore. Leggete piuttosto di qualche bell'assassinio,
pi divertente!.
E ritornando alla sua partita, annunci una terza ai nove e tre donne:
Ho una terza alla fogna e tre colombe... Le crinoline non mi vogliono lasciare.
Svuotarono i bicchieri. Lantier si mise a leggere ad alta voce:
Un orribile misfatto ha gettato il terrore nel comune di Gaillon (Seine-et-Marne). Un giovane ha ucciso il
padre a colpi di zappa, per rubargli trenta soldi....
Tutti lanciarono un grido d'orrore. Eccone uno che sarebbero andati a veder giustiziare con piacere! No, la
ghigliottina non bastava; avrebbero dovuto farlo a pezzettini. Una storia d'infanticidio li disgust del pari; ma il
cappellaio, buon moralista, giustific la donna mettendo tutti i torti dalla parte del seduttore: perch, insomma, se quel
libertino non le avesse messo in pancia un marmocchio, quella sventurata non ne avrebbe mai avuto uno da buttare nella
latrina. Ma ci che li entusiasm furono le gesta del Marchese di T, che uscendo da un ballo alle due del mattino,
s'era difeso dall'attacco di tre teppisti sul boulevard des Invalides, senza nemmeno levarsi i guanti; s'era sbarazzato dei
primi due scellerati a colpi di testa nel ventre e aveva condotto il terzo al posto di polizia, tirandolo per un orecchio. Eh!
che grinta! Peccato solo che fosse un nobile.
State a sentire, continu Lantier. Passo alle notizie sull'alta societ. "La contessa di Brtigny sposa la figlia
maggiore al barone di Valanay, aiutante di campo di Sua Maest. Ci sono fra i regali di nozze pi di trecentomila
franchi di merletti".
Che ce ne importa!, l'interruppe Bibi-la-Grillade. Non vogliamo di certo sapere di che colore hanno la
camicia... La piccola ha un bell'avere tutti quei merletti, vedr sempre la luna dallo stesso buco delle altre!.

E poich Lantier sembrava intenzionato a proseguire nella sua lettura, Bec-Sal, detto anche Boit-sans-Soif, gli
tolse il giornale di mano e ci si mise a sedere sopra, dicendo:
Ah! no, basta!... Eccolo al caldo... La carta non sta bene che qua sotto!.
Intanto Mes-Bottes, che guardava il suo gioco, dava un pugno sul tavolino in segno di trionfo. Aveva fatto
novantatr.
Ho la Rivoluzione!, grid. Quinta mangiona che porta il trifoglio alla vacca... Venti, giusto?... Poi terza
maggiore di mattoni, e fa ventitr; tre buoi, ventisei; tre gobbi, ventinove; tre guerci, novantadue... Adesso gioco l'Anno
uno della Repubblica, e faccio novantatr!.
Sei fregato, vecchio mio, gridarono gli altri a Coupeau.
Ordinarono dei nuovi litri. I bicchieri erano sempre pieni, i vapori del vino salivano. Verso le cinque la cosa
cominci a farsi un po' disgustosa, tanto che Lantier aveva smesso di parlare e pensava gi di svignarsela; quando ci si
metteva a strillare e si rovesciava il vino per terra, finiva sempre per sentirsi a disagio. Ma proprio in quel momento
Coupeau si alz e si fece il segno della croce degli ubriaconi. Sulla fronte disse Montparnasse, alla spalla destra
Menilmonte, a quella sinistra La Courtille, in mezzo al petto Bagnolet, e alla bocca dello stomaco tre volte coniglio in
fricassea. Allora il cappellaio, approfittando del chiasso sollevato da un cos pio esercizio, prese tranquillamente la
porta. I compagni non s'accorsero nemmeno della sua fuga. Lantier aveva una bella sbornia; ma una volta all'aperto, si
riscosse, ritrov tutta la sua disinvoltura; e rientr senza problemi nella bottega, dove raccont a Gervaise che Coupeau
era con degli amici.
Passarono due giorni. Lo zincatore non era ricomparso. Batteva il quartiere, non si sapeva bene dove. Delle
persone dicevano d'averlo visto da mamma Baquet, al Papillon, al Petit bonhomme qui tousse. Ma gli uni assicuravano
che era da solo, mentre gli altri l'avevano incontrato in compagnia di sette o otto ubriaconi della sua specie. E Gervaise
alzava le spalle con aria rassegnata. Mio Dio! doveva pur farci l'abitudine! Non correva appresso al suo uomo; anzi, se
lo vedeva da un vinaiolo, faceva un giro per non farlo imbestialire; e tuttavia aspettava sempre che tornasse, rimanendo
in ascolto la notte se per caso non stesse russando davanti alla porta. Coupeau si metteva a dormire dovunque gli
capitasse, su un mucchio di immondizie, su una panchina, in un terreno abbandonato, di traverso in un rigagnolo.
L'indomani, con la sua sbronza del giorno prima non ancora smaltita, ripartiva, batteva alle imposte delle bettole, si
lanciava nuovamente in una corsa furiosa, in mezzo ai bicchierini, ai bicchieri e ai litri, perdendo e ritrovando i suoi
amici, spingendosi in spedizioni da cui tornava con gli occhi pieni di stupore, vedendo ballare le vie, cadere la notte e
nascere il giorno senza altra idea se non quella di bere e di smaltire la sbornia sul posto. Quando l'aveva smaltita, la
faccenda era chiusa. Tuttavia, il secondo giorno, Gervaise and all'Assommoir di pap Colombe in cerca di notizie; lo
avevano visto cinque volte, non potevano dirle di pi. S'accontent di portar via la sacca degli arnesi, che era rimasta
sotto il sedile.
La sera Lantier, vedendo la lavandaia addolorata, le propose d'accompagnarla al caff-concerto, cos, tanto per
passare qualche momento allegro. Dapprima Gervaise rifiut, non si sentiva in vena di ridere. Altrimenti non avrebbe
detto di no, anche perch il cappellaio le aveva fatto il suo invito con un'aria tanto onesta, da non darle modo di
sospettare un tranello. Lantier sembrava partecipare alla sua disgrazia e si mostrava davvero paterno. Coupeau non
aveva mai dormito fuori casa per due notti di fila. Cos, quasi senza volerlo, ogni dieci minuti andava a piantarsi sulla
porta senza abbandonare il suo ferro. Guardava da un capo all'altro della strada per vedere se il suo uomo non stesse per
caso arrivando. A quel che diceva, sentiva nelle gambe come dei pizzichii che le impedivano di star ferma. Certo,
Coupeau poteva rompersi il collo, cadere sotto una carrozza e restarci secco; e lei se ne sarebbe sbarazzata con piacere,
perch proibiva a se stessa di conservare nel cuore il minimo affetto per uno sporco figuro del genere. Ma alla fine era
veramente una scocciatura starsi sempre a domandare se sarebbe o non sarebbe tornato a casa. E quando si accese il gas,
poich Lantier insisteva a parlarle del caff-concerto, fin per accettare. In fin dei conti le sembrava d'essere troppo
sciocca a negarsi quel piccolo divertimento, mentre da tre giorni il marito menava una vita da vero pulcinella. Visto che
non tornava, sarebbe uscita anche lei. Tutta la baracca poteva anche bruciare, se voleva. Avrebbe dato fuoco lei stessa a
tutto quel ciarpame, tanto ne aveva fin sopra gli occhi di tutte le noie della vita.
Cenarono in fretta. Uscendo alle otto sottobraccio al cappellaio, Gervaise preg mamma Coupeau e Nan
d'andare subito a letto. La bottega era chiusa. La lavandaia usc dalla porta del cortile, e affid la chiave alla signora
Boche dicendole che, se quel porco del suo uomo fosse tornato, le facesse la gentilezza di metterlo a dormire. Il
cappellaio l'aspettava sotto il portone, tutto elegante, fischiettando una canzone. Gervaise indossava il suo vestito di
seta. Seguirono lentamente il marciapiede, camminando stretti stretti, rischiarati dalla luce che usciva dalle botteghe,
parlandosi sottovoce e con un sorriso.
Il caff-concerto si trovava sul boulevard de Rochechouart. Era un piccolo e vecchio caff che era stato poi
ingrandito, dalla parte del cortile, con una baracca di assi. Sulla porta un cordone di palle di vetro disegnava una sorta di
porticato luminoso. Lunghi manifesti, incollati su pannelli di legno, erano appoggiati a terra, all'altezza del rigagnolo.
Siamo arrivati, disse Lantier. Questa sera, debutto della signorina Amanda, cantante di genere.
Ma s'accorse di Bibi-la-Grillade, che stava leggendo a sua volta il manifesto. Bibi aveva un occhio pesto,
qualche pugno beccato chiss dove il giorno prima.
Ebbene! e Coupeau?, domand il cappellaio guardandosi attorno, avete dunque perso Coupeau?.
Oh! da un bel po' di tempo, da ieri, rispose l'altro. Se le son date, uscendo da mamma Baquet. A me non
piacciono gli scherzi con le mani... Sapete? stato con il cameriere di mamma Baquet, ci son state delle spiegazioni a
proposito d'un litro che ci voleva far pagare due volte... Sono filato via, sono andato a schiacciare un sonnellino.

Sbadigliava ancora, aveva dormito per diciotto ore di fila. Ma la sbornia gli era passata del tutto; aveva l'aria
inebetita, e la sua vecchia giacca era piena di peli, poich doveva essersi buttato sul letto completamente vestito.
E non avete idea di dove sia mio marito, signore?, chiese allora la lavandaia.
Ma no, non ne so nulla... Erano le cinque quando siamo usciti da mamma Baquet. Ecco!... Sar forse andato
in fondo alla via. S, mi sembra proprio d'averlo visto entrare al Papillon con un cocchiere... Oh! che stupido! davvero
capace di farsi ammazzare!.
Lantier e Gervaise passarono una piacevolissima serata al caff-concerto. Alle undici, quando chiuse il locale,
tornarono verso casa gironzolando senza fretta. Il freddo era pungente, le gente si ritirava a frotte, e si sentivano delle
fanciulle che scoppiavano a ridere, laggi, sotto gli alberi, nell'ombra, agli scherzi degli uomini che si facevano troppo
vicini. Lantier canticchiava a fior di labbra una delle canzonette della signorina Amanda: Mi pizzica nel naso. Gervaise,
stordita, come ubriaca, ripeteva il ritornello. Aveva avuto molto caldo per tutta la sera. Le due bevande che aveva preso
le rimescolavano lo stomaco, insieme al fumo delle pipe e all'odore di tutta quella gente ammucchiata. Ma soprattutto
portava in s una forte impressione della signorina Amanda. Mai avrebbe osato esporsi cos nuda sotto gli occhi del
pubblico. Bisognava essere onesti: quella dama aveva una pelle da fare invidia. E mentre Lantier entrava nei pi intimi
particolari della vita della persona in questione, con l'aria di chi avesse potuto contarle le costole in privato, Gervaise
l'ascoltava con una sorta di curiosit sensuale.
Dormono tutti, disse dopo aver suonato tre volte, senza che i Boche avessero tirato la corda.
Il portone si apr, ma l'androne era buio; e quando la lavandaia batt ai vetri della guardiola per riavere la
chiave, la portinaia, tutta assonnata, le raccont una lunga storia di cui sulle prime non riusc a capir nulla. Finalmente
comprese che la guardia municipale Poisson aveva riportato a casa Coupeau in uno stato da far piet, e che la chiave
doveva essere nella serratura.
Santo cielo!, mormor Lantier quando furono entrati, ma che ha combinato? un vero porcile!.
Il fetore era davvero insopportabile. Gervaise, cercando dei fiammiferi, camminava su qualcosa di bagnato.
Quando riusc ad accendere una candela, ai loro occhi si present un incredibile spettacolo. Lo zincatore aveva vomitato
anche le budella. La camera ne era inondata, il letto e il tappeto impiastricciati, il cassettone stesso ne era tutto
schizzato. E Coupeau, caduto dal letto in cui Poisson doveva averlo gettato, russava beatamente in mezzo alle sue
lordure. Vi era disteso, stravaccato come un porco, con una guancia imbrattata; e un respiro appestato gli usciva dalla
bocca spalancata, mentre i capelli gi grigi spazzavano la pozza che s'allargava attorno al suo capo.
Oh! che porco! che porco!, ripeteva Gervaise indignata, esasperata. Ha insudiciato tutto... No, un cane non
l'avrebbe fatto, la carogna d'un cane fa meno schifo!.
Nessuno dei due osava muoversi, non sapevano dove mettere i piedi. Lo zincatore non era mai tornato a casa
con una sbornia del genere, non aveva mai ridotto la camera in quello stato. Quella scena portava un duro colpo al
sentimento che la moglie poteva ancora nutrire per lui. In altri tempi, quando il marito rientrava un po' brillo o ubriaco,
Gervaise si mostrava compiacente e non nauseata. Ma ormai era troppo, il suo cuore si ribellava. Non l'avrebbe toccato
nemmeno con le molle. La sola idea che la pelle di quel maiale potesse sfiorare la sua, la riempiva d'orrore, come se le
avessero imposto di sdraiarsi accanto al corpo d'un morto, sconciato da qualche ignobile malattia.
Ma dovr pur mettermi a letto anch'io, mormor. Non posso andare a dormire in mezzo alla strada Oh!
cercher di passargli sopra....
E cerc infatti di scavalcare l'ubriaco, aggrappandosi a un angolo del cassettone per non scivolare in tutta
quella lordura. Coupeau ostruiva con il suo corpo tutta la zona del letto. Allora Lantier, che aveva un sorrisetto sulle
labbra, sapendo bene che quella notte Gervaise non avrebbe fatto la nanna sul suo guanciale, le prese la mano e le disse
con voce bassa e ardente:
Gervaise... Ascoltami, Gervaise....
Ma l'altra aveva gi capito, e cerc di liberarsi, smarrita, dandogli a sua volta del tu come un tempo.
No, lasciami... Te ne scongiuro, Auguste, torna in camera tua... Mi arranger, salir sul letto dalla parte dei
piedi....
Gervaise, via, non fare la sciocca, insisteva Lantier. Non puoi restare qui, con tutta questa puzza... Vieni...
Di cosa hai paura? Lui non ci pu certo sentire!.
Ma Gervaise continuava a lottare con tutta la sua energia, diceva di no con la testa. Nel suo turbamento, come
per dimostrare che avrebbe passato la notte in quella camera, si spogliava, gettava il vestito di seta su una sedia,
rimaneva a un tratto in camicia e sottogonna, bianchissima, con il collo e le braccia nude. Non era forse quello il suo
letto? Voleva dormire nel suo letto. Per due volte tent ancora di trovare un angolo pulito da cui passare. Ma Lantier
non demordeva, la prendeva alla vita, sussurrandole delle cose che le mettevano il fuoco nelle vene. Ah! in che stato era
ridotta, costretta a dibattersi fra un marito fannullone che le impediva di ficcarsi onestamente sotto le sue coperte e un
porco maledetto che pensava unicamente ad approfittare della sua sventura per riaverla! E poich il cappellaio alzava la
voce, lo supplic di tacere. Si mise in ascolto, con l'orecchio teso verso lo stanzino dove dormivano Nan e mamma
Coupeau. La bambina e la vecchia dovevano dormire, si sentiva un respiro forte e regolare.
Auguste, lasciami, le sveglierai, riprese a mani giunte. Sii ragionevole. Un altro giorno, in un altro posto...
Non ora, non qui, davanti a mia figlia....
L'altro aveva smesso di parlare, ma continuava a sorridere. Quindi, lentamente, la baci sull'orecchio, come la
baciava un tempo per eccitarla e stordirla. Allora Gervaise si senti abbandonare da tutte le sue forze, avvert un gran
ronzio, un gran brivido che le penetrava nella carne. Ma fece di nuovo un passo in avanti. Fu costretta a indietreggiare.

Era impossibile; il suo disgusto era cos grande, e quell'odore si faceva cos forte, che avrebbe finito lei stessa per
vomitare nelle lenzuola. Coupeau, come se si sentisse avvolto nella bambagia, annientato dall'ubriachezza, smaltiva la
sua sbornia con le membra morte e il collo di traverso. Tutta la strada avrebbe potuto godere della moglie, non un pelo
del suo corpo si sarebbe scosso.
Tanto peggio!, balbettava Gervaise, la colpa sua, non posso... Ah! Mio Dio! Mio Dio! mi si caccia dal
letto, non ho pi un letto... No, non posso, colpa sua!.
Tremava, perdeva la testa. E mentre Lantier la spingeva in camera sua, il viso di Nan s'affacci alla porta
smerigliata dello stanzino, al di l dei vetri. La bambina s'era appena svegliata, e s'era alzata piano piano, in camicia,
pallida di sonno. Guard il padre avvoltolato nel suo vomito; poi con la faccia incollata al vetro della porta, rest l ad
aspettare che la sottana della madre fosse sparita nella stanza dell'altro uomo, di fronte. Era tutta seria. I suoi occhioni
enormi da bambina viziosa scintillavano di sensuale curiosit.
CAPITOLO NONO

Quell'inverno mamma Coupeau rischi d'andarsene all'altro mondo in una crisi di soffocamento. Ogni anno,
quando veniva dicembre, era sicura che la sua asma l'avrebbe tenuta inchiodata a letto almeno per due o tre settimane.
Non era pi una ragazzina di quindici anni; ne avrebbe compiuti settantatr il giorno di Sant'Antonio. Per di pi
cominciava a sentirsi senza forze, rantolava per un nonnulla, bench fosse massiccia e rotonda. Il medico diceva che se
ne sarebbe andata tossendo, con appena il tempo di gridare: Buonasera a tutti, la candela si spenta!
Quando si trovava costretta a letto, mamma Coupeau diventava una vera peste. Bisogna dire che lo stanzino in
cui dormiva insieme a Nan non aveva nulla d'allegro. Fra il letto della bambina e il suo, c'era appena il posto per due
sedie. La carta delle pareti, una vecchia carta grigia e ormai scolorita, si staccava a brandelli. Il lucernario rotondo, che
si apriva all'altezza del soffitto, lasciava passare un chiarore fioco e pallido da cantina. S'invecchiava davvero in fretta, l
dentro, soprattutto se si faceva fatica a respirare. La notte, almeno, quando la prendeva l'insonnia, stava a sentire la
piccola che dormiva; era una distrazione. Ma di giorno, poich nessuno le faceva compagnia dalla mattina alla sera,
brontolava, piangeva, ripetendo fra s e s per ore intere, mentre la sua testa s'agitava sul guanciale:
Mio Dio! come sono infelice!... Mio Dio! come sono infelice!... In prigione, s! mi faranno morire in
prigione!.
E non appena qualcuno veniva a trovarla, per esempio Virginie o la signora Boche, per domandarle come si
sentiva, non rispondeva nemmeno e cominciava subito a lamentarsi:
Ah! mi costa caro il pane che mi fanno mangiare! No, non soffrirei cos tanto in casa d'estranei!... Ecco, ho
chiesto una tazza di tisana. Ebbene! me ne hanno portato una caraffa piena, solo per rinfacciarmi che ne bevo troppa...
Per non parlare di Nan, una bambina che ho tirato su io: la mattina scappa via a piedi scalzi e non si fa pi vedere per
tutto il giorno. Come se io puzzassi!... Ma intanto la notte se la dorme bene, non si sveglierebbe nemmeno per una volta,
a domandarmi se soffro... La verit che son loro d'impiccio, non vedono l'ora ch'io crepi. Oh! avverr presto. Ho perso
mio figlio, quella canaglia della lavandaia me l'ha portato via. Mi batterebbe, mi finirebbe, se solo non avesse paura
della giustizia.
In realt Gervaise, in certi momenti, si mostrava un po' rude. La baracca andava di male in peggio; in casa tutti
s'inasprivano e si mandavano a quel paese alla prima occasione. Coupeau, una mattina che si sentiva la testa pesante,
s'era messo a gridare: La vecchia continua a dire che sta morendo, e non muore mai!, frase che aveva colpito al cuore
mamma Coupeau. Le rinfacciavano quello che costava, le dicevano tranquillamente che, senza di lei, avrebbero
risparmiato un mucchio di soldi. A dir tutta la verit, nemmeno lei si comportava come avrebbe dovuto. Ogni volta che
vedeva la figlia maggiore, la signora Lerat, piangeva miseria, accusava il figlio e la nuora di farla morire di fame; il
tutto per cavarle di tasca una moneta da venti soldi, che sperperava in piccole ghiottonerie. Anche con i Lorilleux
s'abbandonava ai pi ignobili pettegolezzi; raccontava a che servivano i loro dieci franchi, a soddisfare tutti i capricci
della lavandaia, cuffie nuove, torte che venivano mangiate di nascosto, cose talmente vergognose che nemmeno osava
parlarne con loro. In due o tre occasioni, poco manc che non facesse venire alle mani tutta la famiglia. Ora parteggiava
per gli uni, ora per gli altri: insomma, un vero pasticcio.
Al culmine della sua crisi, quell'inverno, un pomeriggio che la signora Lorilleux e la signora Lerat s'erano
ritrovate al suo capezzale, mamma Coupeau ammicc con gli occhi per dir loro che si chinassero. Poteva parlare
appena. Ed esal sottovoce:
Bella roba!... Stanotte li ho sentiti. S, s, la Zoppa e il cappellaio... E ce la mettevano tutta! Coupeau servito.
Bella roba!.
E raccont a frasi spezzate, tossendo e soffocando, che il figlio doveva essere tornato a casa ubriaco fradicio, la
sera prima. Allora, non riuscendo a dormire, s'era ben presto accorta di tutti i rumori che quei due stavano facendo: i
piedi nudi della Zoppa che strisciavano furtivi sul pavimento, la voce sibilante del cappellaio che la chiamava, la porta
di comunicazione spinta dolcemente, e tutto il resto. Dovevano esser rimasti insieme fino all'alba. Non avrebbe saputo
dire l'ora precisa, perch nonostante i suoi sforzi aveva finito per assopirsi.

Ma la cosa pi vergognosa che Nan avrebbe potuto sentirli, continu. Si agitata per tutta la notte,
proprio lei che in genere dorme come un ghiro; saltava, si rigirava, come se nel suo letto ci fossero stati i carboni
accesi.
Le due donne non sembrarono particolarmente sorprese.
Perbacco!, mormor la signora Lorilleux, la faccenda deve essere cominciata fin dal primo giorno... Ma dal
momento che Coupeau felice cos, non dobbiamo immischiarcene. Ma non certo un onore per la famiglia!.
Se ci fossi stata io, spieg la signora Lerat stringendo le labbra, avrei cercato di farle paura, le avrei gridato
qualcosa, una cosa qualunque, per esempio: "Ti vedo!", oppure: Ecco i gendarmi!. La serva di un dottore mi ha detto
che il suo padrone le ha detto che in quel modo si poteva far morire sul colpo una donna, in quei momenti che sapete...
E se ci restasse secca, vero? sarebbe una cosa ben fatta, si troverebbe punita proprio l dove ha peccato.
Tutto il quartiere fu ben presto informato che ogni notte Gervaise andava a trovare Lantier. Ogni volta che si
trovava con i vicini, la signora Lorilleux ostentava un'indignazione implacabile; e compiangeva il fratello, quel frescone
che la moglie copriva di corna dalla testa ai piedi. A sentirla, se entrava ancora in una simile babele, era soltanto per la
sua povera madre, che si trovava costretta a vivere in mezzo a quelle vergogne. Allora il quartiere fu tutto contro
Gervaise. Doveva esser stata lei a sedurre il cappellaio. Glielo si leggeva negli occhi. S, nonostante le brutte voci, quel
maledetto furbone di Lantier rimaneva nelle simpatie di tutti: continuava ad avere quella sua aria da uomo come si deve
con tutta la gente, camminava sul marciapiede leggendo il giornale, era premuroso e galante con le signore, aveva
sempre con s delle pasticche o dei fiori da regalare. Mio Dio! faceva soltanto il suo mestiere di gallo, un uomo
sempre un uomo, non gli si pu domandare di resistere alle donne che gli si buttano al collo. Ma lei, lei non aveva
nessuna giustificazione; disonorava tutta rue de la Goutte-d'Or. E i Lorilleux, come padrino e madrina, attiravano Nan
in casa loro con la speranza di saperne qualcosa di pi. Quando l'interrogavano, ma prendendola alla larga, la bambina
assumeva un'aria svagata, e rispondeva spegnendo la fiamma degli occhi sotto le sue palpebre lunghe e molli.
In mezzo a quella pubblica indignazione, Gervaise continuava a vivere tranquilla, languida e un po'
addormentata. Sulle prime s'era sentita colpevole, sudicia, e aveva provato orrore di se stessa. Quando usciva dalla
camera di Lantier, si lavava le mani, inzuppava uno strofinaccio e si sfregava le spalle da scorticarle, come per cacciar
via ogni traccia di quella sua vergogna. Se Coupeau cercava di prendersi uno spasso, s'arrabbiava, correva infreddolita a
rivestirsi in fondo alla bottega; e non tollerava nemmeno che il cappellaio la toccasse, quando usciva dagli abbracci del
marito. Avrebbe voluto cambiar pelle ogni volta che cambiava uomo. Ma poco a poco s'andava abituando. E poi non
poteva passare la vita a lavarsi, era troppo faticoso. La pigrizia l'ammolliva, il bisogno d'essere felice la spingeva a
ricavare tutto il piacere possibile dal suo stesso avvilimento. Era compiacente con s e con gli altri; cercava soltanto
d'accomodare le cose in modo che nessuno ne avesse a patir troppo. Insomma! purch il marito e l'amante fossero
contenti, e la casa andasse avanti con il suo piccolo tran tran regolare; purch si scherzasse dalla mattina alla sera, tutti
grassi, tutti soddisfatti della vita che scorreva tanto dolcemente, non c'era davvero di che lamentarsi! Tanto pi che, in
fin dei conti, non doveva poi comportarsi cos male, visto che le cose s'aggiustavano per il meglio e con soddisfazione
di tutti; quando si agisce male, in genere si puniti. Allora la sua stessa spudoratezza era diventata un'abitudine. Tutto
veniva adesso regolato come il bere e il mangiare. Ogni volta che Coupeau tornava a casa ubriaco, Gervaise passava la
notte con Lantier, il che capitava almeno il luned, il marted e il mercoled d'ogni settimana. Divideva ormai le sue
notti. Anzi, quando lo zincatore cominciava a russare troppo forte, lo lasciava nel bel mezzo del sonno, e andava
tranquillamente a finire la sua nanna sul guanciale del vicino. Non che provasse pi amicizia per il cappellaio. No,
semplicemente lo trovava pi pulito, riposava meglio in camera sua, dove le sembrava di prendere un bagno.
Assomigliava insomma alle gatte che si accovacciano con tanto piacere sulla biancheria pulita.
Mamma Coupeau non os mai parlare esplicitamente della cosa. Ma dopo ogni loro litigio, se la lavandaia
l'aveva maltrattata, la vecchia non risparmiava le allusioni. Diceva di conoscere degli uomini davvero sciocchi e delle
donne davvero puttane; e biascicava anche delle parole pi ardite, con la crudezza di linguaggio di un'antica cucitrice di
panciotti. La prima volta Gervaise s'era limitata a fissarla negli occhi senza rispondere. Poi, evitando a sua volta d'essere
pi precisa, cominci a difendersi esprimendo le sue ragioni in termini generali. Quando una donna aveva per marito un
ubriacone, un maiale che passava la vita avvoltolato nel suo stesso sudiciume, allora quella donna era certo da
perdonare se cercava un po' di pulizia altrove. E andava anche pi in l, lasciava intendere che Lantier era suo marito
almeno quanto Coupeau, se non di pi. Non l'aveva forse conosciuto a quattordici anni? Non aveva forse avuto due figli
da lui? Ebbene! in quelle condizioni, tutto si giustificava; nessuno poteva scagliarle la prima pietra. Si sentiva in regola
con le leggi della natura. E poi avrebbero fatto bene a non annoiarla tanto. Non ci avrebbe messo nulla a sbattere in
faccia a ognuno le sue vergogne. Rue de la Goutte-d'Or non era poi cos pulita! La piccola signora Vigoureux, per
esempio, passava le giornate a far capriole nel suo carbone. La signora Lehongre, la moglie del droghiere, se la faceva
con il cognato, un lercio bavoso che lei non avrebbe toccato nemmeno con le molle. Quanto all'orologiaio dirimpetto,
quel signore tanto sostenuto, per poco non era comparso in Assise per un'infamia: andava a letto con la figlia, una
svergognata che batteva i boulevards. E con un ampio gesto, indicava il quartiere intero; le ci voleva un'ora soltanto a
dispiegare i panni sporchi di tutta quella gente: le persone coricate come bestie, a mucchi, padri, madri, figli, che si
rotolavano nella loro lordura. Oh! lo sapeva, l'infamia scorreva dappertutto, appestava le case dei dintorni! S, s, eran
proprio qualcosa di pulito, l'uomo e la donna, in quell'angolo di Parigi, dove si viveva gli uni sugli altri, per colpa della
miseria! Si potevano mettere i due sessi in un mortaio, e se ne sarebbe tirato fuori di che concimare tutti i ciliegi della
pianura di Saint-Denis.

Farebbero meglio a non sputare in aria, perch lo sputo ricade sempre sui loro nasi!, gridava quando la
spingevano agli estremi. Ognuno nel suo buco, d'accordo? Che lascino vivere le brave persone a modo loro, se
vogliono vivere al loro... Io accetto tutto, ma a patto di non esser trascinata nel fango da gente che vi immersa fino al
collo.
E poich mamma Coupeau era stata un giorno pi esplicita, le aveva detto a muso duro:
Siete a letto, e ne approfittate... No, ascoltate, avete torto, sapete bene che sono gentile con voi, perch non vi
ho mai rinfacciato la vita che avete condotto. Oh! lo so, una gran bella vita, con due o tre uomini, anche quando pap
Coupeau era ancora vivo... No, ho finito, non tossite. Era soltanto per domandarvi di lasciarmi in pace, ecco tutto!.
La vecchia per poco non ne era rimasta soffocata. Il giorno dopo, essendo venuto Goujet a reclamare la
biancheria della madre, in un momento che Gervaise era assente, mamma Coupeau lo mand a chiamare e lo trattenne a
lungo al suo capezzale. Conosceva bene l'amicizia del fabbro, lo vedeva di giorno in giorno sempre pi cupo, infelice,
come se sospettasse le brutte cose che accadevano. E volendo spettegolare per vendicarsi del litigio del giorno prima,
gli disse la verit brutalmente, piangendo, disperandosi, come se la condotta di Gervaise fosse soprattutto un torto nei
suoi riguardi. Quando usc dallo stanzino, Goujet s'appoggiava alle pareti, oppresso dal dolore. Al ritorno della
lavandaia, mamma Coupeau le grid che la volevano subito in casa della signora Goujet, con la biancheria lavata
oppure no; e la vecchia era cos animata che Gervaise immagin tutti i pettegolezzi, si raffigur la triste scena e il
crepacuore da cui si sentiva minacciata.
Pallidissima, con le membra gi a pezzi, mise la biancheria in una cesta e usc. Da anni non restituiva un soldo
ai Goujet. Il debito ammontava sempre a quattrocentoventicinque franchi. Gervaise si faceva dare ogni volta i soldi del
bucato, parlando delle sue difficolt. Ma per lei era una gran vergogna, perch non voleva aver l'aria d'approfittare
dell'amicizia del fabbro per scroccargli tutto quel denaro. Coupeau, meno scrupoloso di lei, ormai se la rideva. Diceva
che Goujet qualche pizzicotto doveva certo averglielo dato, e insomma! aveva gi trovato il modo di farsi pagare.
Gervaise, nonostante l'indegno commercio in cui era caduta con Lantier, si rivoltava, e domandava al marito se era gi
quello il pane che voleva mangiare. Non si poteva parlar male di Goujet in sua presenza; la tenerezza che aveva per il
fabbro rimaneva dentro di lei come l'ultimo rifugio del suo onore. Cos, ogni volta che andava a riportare la biancheria a
quella brava gente, si sentiva stringere il cuore fin dal primo gradino della scala.
Ah! siete voi, finalmente!, le disse bruscamente la signora Goujet nell'aprirle la porta. Quando avr bisogno
della morte, mander voi a chiamarla.
Gervaise entr, imbarazzata, senza nemmeno azzardarsi a balbettare una scusa. Non era pi precisa come un
tempo, non arrivava mai all'ora stabilita, si faceva aspettare anche per otto giorni. Poco a poco precipitava in un enorme
disordine.
gi una settimana che conto inutilmente su di voi, continu la merlettaia. E in pi mentite, mi mandate la
vostra apprendista a raccontarmi un mucchio di storie: che state lavorando alla mia biancheria, che me la farete avere la
sera stessa; oppure che capitato un incidente, l'involto che caduto in un secchio. Ma in tutto questo tempo perdo la
mia giornata, non vedo arrivare nulla e mi torturo il cervello. No, non avete pi giudizio... Vediamo, cosa avete in quella
cesta? C' tutto, almeno? Mi avete riportato quel paio di lenzuola che vi tenete da un mese, e la camicia che restata
indietro all'ultimo bucato?.
S, si, mormor Gervaise, c' anche la camicia, eccola.
Ma la signora Goujet protest. Quella non era certo la sua camicia, non la voleva. Adesso le cambiavano anche
la biancheria, era il colmo! Gi la settimana precedente le avevano consegnato due fazzoletti che non portavano le sue
cifre. Non era proprio di suo gradimento quella biancheria venuta da chiss dove. E poi ci teneva alle sue cose.
E le lenzuola?, ricominci. Le avete dimenticate, vero?... Ebbene! bambina mia, arrangiatevi come potete,
ma le voglio assolutamente per domani mattina, mi capite?.
Vi fu un momento di silenzio. Il turbamento di Gervaise cresceva di minuto in minuto, anche perch s'era
accorta che, alle sue spalle, la porta della stanza di Goujet era rimasta socchiusa. Il fabbro doveva essere in camera sua,
ne era sicura; e si disperava all'idea che l'altro potesse ascoltare quei rimproveri tanto meritati, e ai quali non sapeva
opporre la minima difesa. Si faceva docile, arrendevole, curvando la testa, posando la biancheria sul letto pi in fretta
che poteva. Ma le cose si guastarono di nuovo quando la signora Goujet cominci ad esaminare i capi uno a uno. Li
prendeva e li scartava, dicendo:
Ah! state davvero perdendo la mano. Non vi si pu far sempre dei complimenti... S, ormai tirate via, non
lavorate pi con la cura d'un tempo... Ecco, guardate il davanti di questa camicia, bruciato, il ferro ha lasciato il segno
sulle pieghe. E i bottoni sono strappati. Non so proprio capire come facciate, non riuscite mai a salvare nemmeno un
bottone... Oh! basta, questa camicia non ve la pagher! Ma guardate! le macchie d'unto ci sono ancora, le avete
semplicemente diffuse. Grazie! se nemmeno la biancheria pi pulita....
Si ferm contando i capi. Poi protest di nuovo:
Come! tutto qui quello che avete portato?... Mancano due paia di calze, sei tovaglioli, una tovaglia, degli
strofinacci... Ma allora mi volete prendere in giro! Vi ho fatto dire di riportarmi tutto, stirato o non stirato. Se entro
un'ora la vostra apprendista non qui con il resto, finiremo per litigare, signora Coupeau, vi avverto!.
In quel momento Goujet toss in camera sua. Gervaise trasal appena. Mio Dio! lui era l, e la madre la stava
trattando in quel modo! E rimase al centro della stanza, imbarazzata, confusa, aspettando la biancheria sporca. Ma la
signora Goujet, dopo aver finito il suo conteggio, s'era rimessa tranquillamente a sedere accanto alla finestra,
rammendando uno scialle di pizzo.

E la biancheria?, domand timidamente la lavandaia.


No, grazie, rispose la vecchia, non c' nulla, per questa settimana.
Gervaise impallid. Le toglievano il lavoro. Allora perse completamente la testa; e poich le gambe non la
reggevano pi fu costretta a mettersi a sedere. Ma non cerc di difendersi, e trov soltanto da dire:
Il signor Goujet ammalato?.
S, non si sentiva bene; aveva dovuto tornare a casa invece d'andare alla fucina, e si era steso sul letto per
riposare. La signora Goujet parlava gravemente, come sempre vestita di nero, con la faccia pallida e incorniciata nella
sua cuffia monacale. Avevano ancora ridotto il salario degli operai addetti ai bulloni: era calato da nove a sette franchi al
giorno, per colpa delle macchine che ormai facevano tutto il lavoro. E spiegava che avrebbero risparmiato su ogni cosa;
voleva di nuovo lavare la sua biancheria da s. Naturalmente, sarebbe venuto proprio a proposito se i Coupeau le
avessero potuto restituire il denaro prestato dal figlio. Ma non sarebbe certo stata lei a chiamare gli uscieri, se non
potevano pagare. Da quando la vecchia s'era messa a parlare del debito, Gervaise, a testa bassa, sembrava seguire l'agile
gioco dell'ago che riprendeva una a una le maglie.
Tuttavia, continu la merlettaia, con qualche piccolo sacrificio, non vi sarebbe impossibile sdebitarvi. In
casa vostra si mangia fin troppo bene, spendete molto, ne sono sicura... Se riusciste almeno a renderci dieci franchi al
mese....
Ma fu interrotta dalla voce di Goujet che la chiamava:
Mamma! Mamma!.
Tornando di l a poco a sedersi, la vecchia cambi discorso. Senza dubbio il fabbro l'aveva scongiurata di non
chiedere del denaro a Gervaise. Ma suo malgrado, in capo a cinque minuti, parlava di nuovo del debito. Oh! l'aveva pur
previsto quel che adesso stava accadendo: lo zincatore si beveva tutta la bottega, e chiss fin dove avrebbe trascinato la
moglie. Se il figlio le avesse dato retta, non avrebbe mai prestato quei cinquecento franchi. E adesso sarebbe sposato,
invece di lasciarsi morire di tristezza, con l'unica prospettiva d'essere infelice per tutto il resto dei suoi giorni. Si
animava, si faceva pi dura; e accusava ormai esplicitamente Gervaise d'essersi messa in combutta con Coupeau per
abusare dell'ingenuit di suo figlio. S, c'erano donne che facevano le ipocrite per anni; ma la loro cattiva condotta
finiva sempre per venire alla luce.
Mamma! Mamma!, chiam per la seconda volta la voce di Goujet, ora pi forte.
La vecchia si alz; e quando ricomparve, disse rimettendosi al suo pizzo:
Entrate, vi vuol vedere.
Gervaise, tremante, lasci la porta socchiusa. Quella scena la commuoveva, perch era come confessare la loro
tenerezza davanti alla signora Goujet. Ritrov la cameretta tranquilla e tappezzata di figure, con il piccolo letto di ferro,
cos simile a quella d'un ragazzino di quindici anni. L'enorme corpo di Goujet, con le membra spezzate dalla rivelazione
di mamma Coupeau, era allungato sul letto; i suoi occhi erano rossi, la bella barba bionda era ancora bagnata di pianto.
Nel primo impeto di rabbia, doveva aver sfondato il guanciale con i suoi terribili pugni, perch dalla tela spaccata
uscivano le piume.
Ascoltate, la mamma ha torto, disse alla lavandaia quasi sottovoce. Non mi dovete nulla, non voglio pi
che si parli di queste cose.
Si era sollevato, la guardava. Delle grosse lacrime gli riempirono gli occhi.
Vi sentite male, signor Goujet?, domand Gervaise. Che avete? Vi prego, parlate!.
Nulla, grazie. Ieri mi sono affaticato troppo. Dormir un po'.
Poi il suo cuore si spezz; e non pot trattenere questo grido:
Ah! mio Dio! mio Dio! Avevate giurato che non sarebbe mai accaduto, mai, mai!... E invece, adesso, invece...
Ah! mio Dio! mi fa troppo male, andatevene!.
E con la mano l'allontanava da s, supplicandola dolcemente. Gervaise non s'avvicin al letto; se ne and come
l'altro voleva, intontita, non riuscendo a dirgli una sola parola per confortarlo. Nella camera accanto, riprese la sua
cesta; ma non si decideva ad uscire, avrebbe voluto dir qualcosa. La signora Goujet continuava a rammendare lo scialle
senza alzare la testa. Fu poi la vecchia a parlare:
Ebbene! buonasera, fatemi avere la biancheria, faremo i conti in un secondo momento.
S, va bene, buonasera, balbett Gervaise.
Richiuse la porta lentamente, gettando un ultimo sguardo su quella dimora cos pulita, cos ordinata, in cui le
sembrava di lasciare qualcosa della sua onest. Torn verso la bottega con la stessa espressione ottusa che hanno le
vacche quando tornano alla stalla senza darsi pensiero del cammino. Mamma Coupeau, seduta accanto alla caldaia,
aveva appena lasciato il letto per la prima volta. Gervaise non le fece nemmeno un rimprovero; era troppo affaticata, si
sentiva le ossa rotte come se l'avessero battuta. Pensava che la vita era in fin dei conti gi troppo dura, e che a meno di
crepare all'istante, non ci si doveva sbranare il cuore da s.
Ormai la lavandaia se ne infischiava di tutto e di tutti. Con un piccolo gesto della mano mandava al diavolo il
mondo intero. A ogni nuova noia, si sprofondava nel suo solo piacere: quello di fare tre buoni pasti al giorno. Fosse pure
crollata la bottega, a patto di non esser lei la prima a restarci sotto, che importava! se ne sarebbe andata volentieri senza
portare con s nemmeno una camicia. E la bottega stava infatti crollando: non tutta in una volta, ma poco a poco, ogni
giorno di pi. Uno a uno i clienti si spazientivano, e portavano altrove la loro biancheria. Il signor Madinier, la signorina
Remanjou, gli stessi Boche, erano tornati dalla signora Fauconnier, sicuri d'esser serviti con pi precisione. Si erano
stufati di dover reclamare un paio di calze per tre settimane, e di rimettersi addosso delle camicie che avevano ancora le

macchie di grasso della domenica prima. Gervaise, senza perdere per cos poco l'appetito, augurava loro buon viaggio e
li conciava a sua volta per le feste, gridando che era davvero felice di non dover pi frugare in mezzo alle loro
schifezze. Tutto il quartiere voleva abbandonarla? Tanto meglio! si sarebbe sbarazzata d'un bel mucchio di porcherie!
avrebbe avuto meno da lavorare! Nel frattempo riusciva a conservare soltanto le clienti peggiori, gli scarti, donne come
la signora Gaudron, di cui nemmeno una lavandaia di rue Neuve avrebbe voluto lavare la biancheria, da tanto che
puzzava! La bottega stava andando a rotoli. Gervaise aveva dovuto licenziare la sua ultima operaia, la signora Putois, ed
era rimasta da sola con quella strabicuccia di Augustine, l'apprendista, che con il passare degli anni sembrava farsi
sempre pi stupida; ma anche cos, in due, non sempre avevano da lavorare, e passavano pomeriggi interi con il sedere
incollato allo sgabello. Insomma, lo sfacelo pi completo! Si sentiva gi un odore di rovina.
Naturalmente, via via che entravano la pigrizia e la miseria, entrava anche la sporcizia. Sarebbe stato ormai
difficile riconoscere la bella bottega azzurra, dello stesso colore del cielo, di cui Gervaise era un tempo cos orgogliosa.
I rivestimenti di legno e i vetri della mostra, che trascuravano sempre di lavare, restavano da cima a fondo inzaccherati
dal fango delle carrozze. Al di sopra delle scansie, tre miseri stracci, lasciati in eredit da qualche cliente morto
all'ospizio, finivano d'ingrigire sulla sbarra d'ottone. Ma l'interno della bottega era ancora pi desolato: l'umidit della
biancheria appesa ad asciugare al soffitto, aveva fatto scollare la carta delle pareti; la perse pompadour era ridotta a
brandelli e pendeva come una ragnatela appesantita dalla polvere; la macchina, ormai rotta, squarciata dai colpi
d'attizzatoio, riempiva con i suoi rottami di vecchia ghisa l'angolo in cui si trovava, ne faceva come un angolo di
rigattiere; il banco da lavoro sembrava aver fatto da tavola a un'intera guarnigione, macchiato com'era di caff e di vino,
tutto impiastricciato di marmellata, unto dalle scorpacciate del luned. In pi, un odore d'amido inacidito, un fetore di
muffa, di fritto e di grasso. Ma Gervaise ci si trovava benissimo. Non aveva visto la bottega farsi sempre pi sudicia; vi
sguazzava, si abituava alla carta strappata e ai rivestimenti di legno bisunti, cos come arrivava al punto di portare delle
sottane bucate e di non lavarsi pi le orecchie. Anzi, la sporcizia era diventata per lei una sorta di nido caldo in cui
s'accoccolava con piacere. Lasciare le cose alla rinfusa, aspettare che la polvere riempisse i buchi e mettesse dappertutto
il suo velluto, sentire che la casa s'addormentava attorno a lei nel profondo torpore dell'ozio: eran queste le cose di cui
godeva, la volutt che pi d'ogni altra l'inebriava. La sua tranquillit prima di tutto; del resto se ne infischiava. I debiti,
per quanto continuassero ad aumentare, avevano smesso di tormentarla. Cominciava a perdere un po' della sua onest.
Li avrebbero pagati, non li avrebbero pagati? La cosa restava nel vago, preferiva non chiederselo. Se le chiudevano il
conto in un negozio, ne apriva subito un altro nel negozio vicino. Si comprometteva con tutto il quartiere, aveva dei
puffi in ogni bottega. Per non parlare che di rue de la Goutte-d'Or, faceva ormai di tutto per evitare il carbonaio, il
droghiere, la fruttivendola; il che la costringeva, quando doveva andare al lavatoio, ad allungare per rue des
Poissonniers, una scarpinata d'almeno dieci minuti. I fornitori cominciavano a trattarla da poco di buono. Una sera,
l'uomo che le aveva venduto i mobili per Lantier mise in sobbuglio l'intero quartiere; gridava che le avrebbe sollevato le
sottane e che avrebbe saldato i conti in quel modo, se non gli avesse dato all'istante tutto il suo denaro. Certo, quelle
scene la lasciavano scossa e tremante; ma si scrollava in fretta come un cane battuto, e la cosa finiva l, non per questo
cenava con meno appetito. Quegli insolenti volevano proprio farla infuriare! Se il denaro non ce l'aveva, doveva forse
fabbricarlo? Tanto pi che i negozianti rubavano fin troppo, ed erano fatti apposta per aspettare. E tornava ad
addormentarsi nel suo buco, evitando di pensare a ci che prima o poi sarebbe inevitabilmente accaduto. Avrebbe fatto
un bel tonfo, perbacco! ma fino a quel momento pretendeva che la lasciassero in pace.
Mamma Coupeau s'era intanto ristabilita. Per un altro anno si vivacchi alla meno peggio. D'estate,
naturalmente, c'era un po' pi di lavoro, si poteva almeno contare sulle sottane bianche e sui vestiti di percalle di
qualche svergognata del boulevard esterno. Ma tuttavia casa Coupeau poco a poco affondava: con il muso sempre pi
nel fango di settimana in settimana, con alti e bassi, delle sere in cui si grattavano la pancia davanti alla credenza vuota,
altre in cui mangiavano vitello fino a scoppiarne. Mamma Coupeau era ormai l'unica della famiglia a farsi vedere in
giro per il quartiere, con gli involti nascosti sotto il grembiale, mentre s'avviava con l'aria di chi sta facendo una
passeggiata verso il Monte dei pegni di rue Polonceau. Curvava le spalle, con l'espressione ingorda e bigotta d'una
beghina che sta andando alla messa; quegli intrighi non le dispiacevano affatto, i traffici di denaro la divertivano, il
continuo cincischiare fra gli oggetti esaltava le sue passioni di vecchia comare. Gli impiegati di rue Polonceau la
conoscevano bene; la chiamavano mamma quattro franchi, perch domandava sempre quattro franchi, ogni volta che
gliene offrivano tre per quei suoi involti non pi grandi d'un soldo di cacio. Gervaise avrebbe svuotato tutta la casa; era
presa dalla smania del pegno, si sarebbe tosata a zero se al Monte le avessero fatto un prestito anche sui capelli. Era cos
comodo; non si poteva fare a meno d'andar l a prendere del denaro, quando si doveva comprare un pane di quattro
libbre. Tutte le sue cianfrusaglie finivano in rue Polonceau: la biancheria, i vestiti, perfino gli utensili di casa e i mobili.
Nei primi tempi, approfittava delle buone settimane per disimpegnare le sue cose, a costo d'impegnarle di nuovo la
settimana dopo. Poi non se ne cur pi, le abbandon al loro destino, fin per vendere perfino le bollette. Soltanto una
volta le si spezz il cuore: quando fu costretta a portare al Monte dei pegni la sua pendola, per pagare una cambiale di
venti franchi a un usciere che veniva a farle un sequestro. Fino ad allora aveva giurato a se stessa che sarebbe morta di
fame pur di non doversi mai separare dalla pendola. E quando mamma Coupeau usc portandola via in una cappelliera,
si lasci cadere su una sedia, con le braccia molli e gli occhi umidi di pianto, come se le avessero portato via la sua
stessa buona sorte. Ma appena la vecchia ricomparve con venticinque franchi, quel prestito insperato, quei cinque
franchi in pi, la consolarono; e mand immediatamente mamma Coupeau a comprare quattro soldi di acquavite in un
bicchiere, tanto per festeggiare la moneta da cento soldi. Ormai capitava spesso, quando filavano di perfetta intesa, che
si scolassero insieme un bicchierino in un angolo del banco da lavoro: uno strano miscuglio, met acquavite e met

cassis. Mamma Coupeau dava prova d'una abilit del tutto particolare, nel portare il bicchiere pieno in una tasca del
grembiale senza versarne nemmeno una goccia. Non c'era nessun bisogno che i vicini se ne accorgessero, vero? Ma la
verit era che i vicini s'accorgevano perfettamente di tutto. La fruttivendola, la trippaia, i garzoni del droghiere,
dicevano: Toh! ecco la vecchia che sta andando al Monte!; oppure: Toh! ecco la vecchia che porta in tasca il suo
bicchierino di brodaglia!. Il che, com'era naturale, spingeva sempre pi il quartiere ad accanirsi contro Gervaise. Si
stava mangiando tutto, ben presto avrebbe fatto a pezzi l'intera bottega. S, s, ancora tre o quattro bocconi al massimo, e
di tutta quella baracca non sarebbe rimasto in piedi un bel nulla.
In questo sfacelo generale, Coupeau prosperava. Quel maledetto ubriacone era felice come una pasqua. Il vino
e l'acquavite lo facevano ingrassare. Mangiava come un porco, e se la rideva di quel tisicuccio di Lorilleux che
accusava l'alcool d'assassinare le persone; per rispondergli, si picchiava sul ventre, dove la pelle tesa e gonfia di grasso
assomigliava a quella d'un tamburo. Vi suonava sopra tutta una musica, i vespri della gola, dei rullii e delle battute da
grancassa che avrebbero fatto la fortuna d'un cavadenti. Ma Lorilleux, che si vergognava di non aver nemmeno un filo
di pancia, diceva che quello era un grasso giallo, un grasso malato. Coupeau se ne infischiava; e s'ubriacava ogni volta
di pi proprio per mantenersi in buona salute. I suoi capelli brizzolati e lasciati liberi al vento fiammeggiavano come un
brulotto. La sua faccia da ubriacone, con la mascella da scimmia, s'ingrommava e prendeva dei toni di blu vinaccia.
Rimaneva d'indole allegra. Ma quando la moglie s'azzardava a raccontargli le sue preoccupazioni, la cacciava via in
malo modo. Perch mai gli uomini avrebbero dovuto occuparsi di quelle seccature? La baracca poteva anche andare in
malora, la cosa non lo riguardava. Purch la sua pappatoia fosse pronta a pranzo e a cena, non si chiedeva mai in che
modo gliel'avessero riempita. Quando non lavorava per intere settimane, si faceva ancora pi esigente. Quanto al resto,
era sempre in buona amicizia con Lantier, e gli dava delle gran pacche sulla schiena. Ignorava evidentemente la cattiva
condotta di Gervaise. Alcuni, come i Boche e i Poisson, giuravano su tutti i loro santi che lo zincatore non sospettava di
nulla, e che sarebbe stata una vera tragedia se fosse venuto a saperne qualcosa. Ma la signora Lerat, che era pur sempre
sua sorella, scuoteva la testa, e raccontava di conoscere dei mariti a cui cose del genere non dispiacevano affatto. Una
notte Gervaise, che stava uscendo dalla camera del cappellaio, era rimasta di ghiaccio sentendosi dare nell'oscurit una
manata sul sedere; aveva poi finito per rassicurarsi, s'era convinta d'aver sbattuto contro la fiancata del letto. No, la
situazione era gi fin troppo insostenibile,non era possibile che il marito si divertisse a farle quegli scherzetti.
Nemmeno Lantier sembrava deperire. Aveva molta cura di s, si misurava il ventre con la cintura dei pantaloni,
con la costante paura di dover stringere o allentare la fibbia; si piaceva esattamente cos com'era, non voleva n
dimagrire n ingrassare, per civetteria. Il che lo rendeva ancora pi difficile sul cibo; stava attento a ogni piatto che
mangiava, temendo che gli potesse guastare la linea. Anche quando in casa non c'era un soldo, non poteva fare a meno
delle uova, delle costolette, delle cose insieme pi nutrienti e delicate. Da quando divideva la padrona di casa con il
marito, si considerava in tutto e per tutto come l'altra met del governo della famiglia; intascava le monete da venti soldi
che gli capitavano sottomano, si faceva obbedire da Gervaise a bacchetta, brontolava, gridava, aveva l'aria di sentirsi a
casa propria ancor pi dello zincatore. Insomma, era una baracca che aveva due mariti. E il marito d'occasione, quello
pi scaltro, tirava sempre l'acqua al suo mulino, si prendeva il meglio d'ogni cosa, della moglie, della tavola e di tutto il
resto. Scremava i Coupeau, ecco la verit! E nemmeno si vergognava di sbattere in pubblico il suo burro. Nan era
sempre la sua preferita, perch gli piacevano le fanciulline gentili. S'occupava invece sempre meno di Etienne: i ragazzi,
secondo lui, dovevano imparare a sbrigarsela da soli. Quando qualcuno veniva a cercare Coupeau, Lantier usciva dal
retrobottega in pantofole e in maniche di camicia, con l'espressione scocciata d'un marito che si venga a importunare; e
non esitava a rispondere al posto di Coupeau, dicendo che pi o meno era la stessa cosa.
Fra questi due signori, Gervaise aveva ben poco da ridere. Grazie a Dio, non poteva lamentarsi della sua salute;
stava anzi ingrassando fin troppo. Ma con due uomini sul groppone, due uomini da curare e d'accontentare, le sembrava
il pi delle volte che le venissero meno le forze. Ah! in nome di Dio! come se non bastasse un solo marito a guastarvi il
sangue! La cosa peggiore era che quei due bricconi andavano sempre d'amore e d'accordo. Mai una volta che
litigassero! Al contrario, la sera, dopo cena, si sorridevano sul grugno, con i gomiti puntati sulla tavola; e passavano il
giorno intero a strofinarsi l'uno contro l'altro, come i gatti che non cercano e coltivano se non il proprio piacere. Ogni
volta che tornavano a casa infuriati, si sfogavano su di lei. Forza! dagli alla bestia! Tanto pi che quella bestia aveva
delle buone spalle, e che a forza di strigliarla insieme i due finivano per sentirsi ancora pi amici. Guai se avesse osato
ribellarsi! Agli inizi, quando uno dei due cominciava a gridare, supplicava l'altro con la coda dell'occhio, sperando
d'ottenerne una parola d'amicizia. Ma non ne aveva ricavato mai nulla. Ormai aveva imparato a stare al suo posto,
curvava le spalle; aveva capito che si divertivano a passarsela di mano in mano, tutta rotonda com'era, una vera palla.
Coupeau, il pi sboccato, la trattava con parole che la facevano arrossire. Lantier sceglieva al contrario delle ingiurie
pi raffinate, cercava le parole meno usate e che la potessero ferire di pi. Ma per fortuna ci si abitua a tutto; le
cattiverie e le ingiustizie dei due uomini finivano ormai per scivolare sulla sua tenera pelle come su una tela incerata.
Era arrivata anzi al punto di preferirli arrabbiati, perch quando si mettevano in testa di fare i galanti, l'opprimevano
ancora di pi; le stavano sempre addosso, le impedivano di stirare anche solo una cuffia in santa pace. Le domandavano
allora dei manicaretti; doveva salare e non salare, dire bianco e dire nero, coccolarli, metterli a dormire nella bambagia
uno appresso all'altro. Alla fine della settimana aveva la testa e le membra a pezzi, si sentiva inebetita, con gli occhi
spiritati. Fatiche del genere logorano qualunque donna.
S, Coupeau e Lantier la logoravano, era la parola giusta; la bruciavano da tutti e due i capi, come si dice d'una
candela. Certo, lo zincatore mancava d'istruzione, ma il cappellaio ne aveva fin troppa, o per meglio dire aveva
un'istruzione cos come altri, le persone poco pulite, potevano avere una camicia bianca: con il sudiciume di sotto. Una

notte aveva sognato di trovarsi sull'orlo d'un pozzo; Coupeau la spingeva verso il basso con una mano, mentre Lantier le
solleticava i fianchi per farla cadere pi in fretta. Ecco! la sua vita assomigliava a quel sogno! Ah! seguiva una buona
scuola, non c'era da meravigliarsi se s'abbrutiva in quel modo! Ma la gente del quartiere si dimostrava tutt'altro che
generosa, quando la rimproverava di prendere una brutta piega, perch le sue sventure non dipendevano soltanto da lei.
A volte, quando vi rifletteva, un brivido le correva sulla pelle. Poi pensava che le cose avrebbero potuto andar peggio.
Per esempio, era sempre meglio avere due uomini che perdere le braccia. Trovava ormai naturale la sua condizione, una
condizione simile a tante altre; e cercava semplicemente di ricavarsi un piccolo angolo di felicit. Bastava gi a
dimostrare fino a che punto fosse diventata accomodante e sciatta, il fatto che non riuscisse a odiare Coupeau pi di
quanto non odiasse Lantier. In una commedia, alla Gait, aveva visto una poco di buono che detestava il marito e
l'avvelenava, tutto per un amante; se n'era sentita quasi offesa, perch il suo cuore non le suggeriva nulla del genere.
Non sarebbe stato pi saggio vivere tutti e tre in buona armonia? No, no, erano solo un mucchio di sciocchezze; ci si
rovinava la vita a pensarla in quel modo, e la vita era gi cos poco divertente! Insomma, nonostante i debiti, nonostante
la miseria che la minacciava, si sarebbe definita la pi tranquilla e la pi contenta delle donne, se solo lo zincatore e il
cappellaio l'avessero logorata e maltrattata un po' meno.
Ma sfortunatamente, verso l'autunno, in famiglia ci si guast di nuovo. Lantier si lamentava di dimagrire
troppo, e aveva un muso che si faceva ogni giorno pi lungo. Trovava da ridire su tutto, storceva il naso davanti alla
zuppa di patate, una sbobba che non poteva nemmeno assaggiare, cos diceva, senza aver poi delle coliche. I pi piccoli
contrasti finivano ormai in vere e proprie scenate, in cui ci si rinfacciava l'un l'altro di mandare in rovina la casa; ed era
un'impresa convincerli a rifare la pace, prima che ognuno se ne andasse a dormire nella sua cuccia. Quando la crusca
finita, anche gli asini si battono fra loro, non forse cos? Lantier fiutava il tracollo. Non sopportava l'idea che la casa
fosse ormai bell'e mangiata; gli pareva anzi cos ben ripulita che si vedeva gi prendere bastone e cappello per andare a
cercarsi altrove la nanna e la pappa. S'era affezionato alla sua tana, vi aveva preso mille piccole abitudini, tutti lo
coccolavano: un vero paese di cuccagna, le cui dolcezze non avrebbe forse mai pi ritrovato. Che diamine! non ci si pu
rimpinzare fino agli occhi e pretendere d'avere ancora dei bocconi nel piatto! In fin dei conti non se la prendeva che con
la sua stessa pancia, perch era proprio l dentro, nella sua pancia, ch'era andata a finire tutta la casa. Ma non era cos
che ragionava; e mostrava invece il pi fiero disprezzo verso gli altri, verso quella gente che in due anni era riuscita a
cadere nella miseria pi nera. Ecco la verit: i Coupeau erano degli smidollati! Cominci allora a urlare che Gervaise
non aveva il senso dell'economia. Fulmini dei cielo! che ne sarebbe stato di loro? Ecco che gli amici lo abbandonavano
proprio sul punto di concludere un affare superbo, seimila franchi di stipendio in una fabbrica, quanto bastava a far
nuotare tutta la famiglia nel lusso.
Una sera di dicembre non poterono mangiar altro che con la fantasia. Non avevano il becco d'un quattrino.
Lantier, cupissimo, usciva di buon'ora, e batteva il quartiere cercando una qualunque topaia in cui ci fosse almeno il
profumo della cucina a rallegrare le facce. Rimaneva per ore a riflettere accanto alla caldaia. Poi, all'improvviso, mostr
una grande amicizia per i Poisson. Non si burlava pi della guardia municipale chiamandola Badingue; fin anzi per
concedergli che in fin dei conti l'imperatore poteva anche essere un bravo figliolo. Dimostrava soprattutto una grande
ammirazione per Virginie, una donna con la testa sulle spalle, cos diceva, che avrebbe saputo condurre bene la sua
baracca. Non c'era dubbio: li corteggiava. Si poteva perfino credere che si volesse mettere a pensione in casa loro. Ma
Lantier aveva una zucca a doppio fondo, molto pi contorta di quel che poteva sembrare. Poich Virginie gli aveva
confidato di volersi mettere in proprio, aprendo non sapeva ancora bene quale genere di bottega, il cappellaio cercava
d'entrare nelle sue grazie appassionandosi a sua volta a quel magnifico progetto. S, doveva esser portata per il
commercio; era cos maestosa, avvenente, attiva! Oh! avrebbe guadagnato a sua discrezione! Visto che il denaro era
pronto da tanto tempo, l'eredit d'una zia, aveva tutte le ragioni di lasciar perdere quei quattro stracci che rimediava ogni
stagione, per lanciarsi invece negli affari; e faceva i nomi di certe persone che erano sul punto di realizzare delle vere
fortune: la fruttivendola all'angolo della via, una piccola commerciante di maioliche del boulevard esterno. Tanto pi
che il momento era dei migliori; si sarebbero venduti anche gli scarti rimasti sul bancone. Ma Virginie era ancora
esitante; cercava una bottega d'affittare, non voleva lasciare il quartiere. Allora un giorno Lantier la prese in disparte,
parl sottovoce con lei per almeno una decina di minuti. Sembrava che la volesse convincere di qualcosa, quasi di forza;
e l'altra non diceva pi di no, aveva l'aria d'autorizzarlo ad agire. Era come un segreto che li univa, un continuo
ammiccare, parole bisbigliate in fretta, una sorda macchinazione che si tradiva gi nel loro modo di darsi la mano. Da
quel momento in poi il cappellaio, pur continuando a mangiare il loro pane asciutto, cominci a guardare i Coupeau
dall'alto in basso; era tornato chiacchierone come un tempo, e li stordiva con le sue continue geremiadi. Per tutto il
giorno Gervaise sprofondava in quell'immagine di miseria che l'altro le dispiegava in modo compiaciuto sotto gli occhi.
Non parlava di certo per s, gran Dio! Era anche pronto a morire di fame insieme agli amici, se occorreva! Ma la
prudenza esigeva che ci si rendesse perfettamente conto della situazione. Dovevano almeno cinquecento franchi ai
negozianti del quartiere, al panettiere, al carbonaio, al droghiere, per non parlare di tutti gli altri. Per di pi erano
indietro di tre trimestri sulla pigione, il che significava altri duecentocinquanta franchi; e il padrone di casa, il signor
Marescot, minacciava di sfrattarli se non l'avessero pagato entro il primo gennaio. Come se questo non bastasse, il
Monte dei pegni s'era ormai preso tutto; per quante cianfrusaglie avessero potuto raccattare, non ne avrebbero ottenuto
pi di tre franchi, tanto la casa era stata ripulita per bene: restavano giusto i chiodi alle pareti, e nulla di pi, ma anche di
quelli ce n'erano al massimo per due libbre da tre soldi. Gervaise, frastornata da tutti quei conti, si sentiva cadere le
braccia, perdeva la testa, picchiava i pugni sulla tavola; oppure si metteva a piangere come una sciocca. Una sera grid:

Basta! domani me ne vado!... Preferisco metter la chiave sotto la porta e dormire sul marciapiede, piuttosto
che continuare a vivere in mezzo a queste angosce!.
Sarebbe forse pi conveniente, disse subdolamente Lantier, cedere a qualcun altro il contratto d'affitto,
ammesso che lo si riesca a trovare... Se solo tutti e due foste decisi a lasciare la bottega....
Gervaise lo interruppe con violenza:
Ma oggi stesso, oggi stesso!... Ah! non mi parrebbe vero di sbarazzarmene!.
Allora il cappellaio si mostr concreto. Cedendo il contratto di locazione, avrebbero senza dubbio ottenuto dal
nuovo affittuario i due trimestri arretrati. E s'arrischi alla fine a fare il nome dei Poisson. Ricordava che Virginie stava
per l'appunto cercando un negozio; la bottega di Gervaise le sarebbe probabilmente convenuta. Gli veniva anzi in mente
d'averla sentita dire che le sarebbe piaciuto proprio qualcosa del genere. Ma al solo sentire il nome di Virginie, la
lavandaia aveva riacquistato di colpo tutta la sua calma. Ci avrebbe pensato. Nei momenti di disperazione, si parlava
sempre di piantare tutto in asso; ma la cosa non era poi cos facile, quando ci si metteva a ragionare.
Nei giorni seguenti, quando Lantier insisteva con le sue litanie, Gervaise si limitava a rispondere che s'era
trovata in acque anche peggiori, e che in un modo o nell'altro era sempre riuscita a tirarsene fuori. Bel guadagno,
quando non avesse pi avuto la sua bottega! Come se il pane quotidiano le potesse davvero cadere dal cielo! Pensava
invece d'assumere delle nuove operaie e di rifarsi una clientela. Parlava cos soprattutto per ribattere agli argomenti del
cappellaio, che la dipingeva ormai sul lastrico, schiacciata dalle spese, senza la minima speranza di potersi mai
rimettere in sella. Lantier, tuttavia, fece l'imprudenza di pronunciare di nuovo il nome di Virginie; Gervaise s'irrigid
ancora di pi, and su tutte le furie. No, no, mai! Aveva sempre dubitato della sincerit di Virginie; se adesso Virginie
smaniava tanto per la sua bottega, era solo per umiliarla. L'avrebbe ceduta piuttosto alla prima che passava per strada; a
chiunque, ma mai e poi mai a quell'ipocrita che doveva aspettare da chiss quanti anni la soddisfazione di vederla
andare in rovina. Oh! adesso s che tutto si spiegava! adesso s che capiva l'origine delle scintille gialle che
s'accendevano negli occhi da gatta di quella sgualdrina! S, Virginie non aveva ancora digerito la sculacciata del
lavatoio; covava il suo rancore sotto la cenere. Ebbene! avrebbe agito con pi prudenza mettendo la sua sculacciata
sotto una campana di vetro, a meno che non volesse buscarsene un'altra. La misura era ormai colma! Virginie poteva gi
cominciare a preparare il suo deretano! Sommerso da questo profluvio d'ingiurie, sulle prime Lantier aggred a sua volta
Gervaise, la chiam maledetta testona, dannata pettegola, signora Stringichiappe; e arriv al punto di trattare lo stesso
Coupeau da cafone, l'accus di non esser capace di far rispettare un amico dalla moglie. Poi comprese che
abbandonandosi in quel modo alla collera, avrebbe solo rischiato di compromettere ogni cosa; e giur che non si
sarebbe mai pi immischiato nelle storie degli altri, soprattutto se doveva esser poi ricompensato con quelle belle
parole. E sembr in effetti non insistere pi sulla cessione del contratto; ma in realt aspettava un'occasione migliore per
riparlare dell'affare e convincere definitivamente la lavandaia.
Era arrivato gennaio: un tempo orribile, umido e freddo. Mamma Coupeau, che aveva passato tutto il mese di
dicembre a tossire e a soffocare, fu costretta a mettersi a letto subito dopo l'Epifania. Quella era la sua rendita; ogni
inverno sapeva che ci poteva contare. Ma quell'inverno, si diceva attorno a lei che non sarebbe pi uscita da camera sua
se non con i piedi in avanti. Aveva un rantolo terrificante, che puzzava gi di cadavere. Eppure era sempre grande e
grossa, nonostante avesse un occhio gi spento e met della faccia contorta. I figli non le avrebbero di certo dato il
colpo di grazia; tuttavia si trascinava da cos tanto tempo, era di tale impiccio, che si auguravano la sua morte come una
vera liberazione. Lei per prima ne sarebbe stata pi contenta; aveva del resto fatto il suo tempo, e quando uno ha fatto il
suo tempo, non cos? non ha pi nulla da rimpiangere. Il medico, dopo esser venuto una volta, non s'era fatto pi
rivedere. Le davano delle tazze di tisana, tanto per non farla sentire abbandonata del tutto. Continuavano ad entrare in
camera sua per vedere se era ancora viva. Non riusciva pi a parlare, soffocava troppo; ma il suo unico occhio rimasto
ancora aperto, vivo e limpido, non faceva altro che fissare in volto le persone. E c'erano tante cose in quell'occhio:
rimpianto dei tempi migliori, tristezza nell'accorgersi che i suoi non vedevano l'ora di liberarsi di lei, indignazione nei
confronti di Nan, quella piccola viziosa che ormai non si vergognava pi di mettersi a spiare dalla porta a vetri, ogni
notte, in camicia. |[continua]|
|[CAPITOLO NONO, 2]|
Un luned sera Coupeau rincas ubriaco. Da quando sapeva la madre in pericolo, viveva in uno stato di
continua commozione. Dopo che si fu messo a letto, cominciando subito a russare profondamente, Gervaise si gir
attorno ancora per qualche minuto. In genere passava una parte della notte al capezzale di mamma Coupeau. Nan si
dimostrava del resto assai coraggiosa; continuava a dormire vicino alla vecchia, e diceva che se l'avesse sentita morire,
ci avrebbe pensato lei ad avvertire tutti gli altri. Ma quella notte, poich la bambina dormiva e l'ammalata sembrava
sonnecchiare pacificamente, la lavandaia fin per cedere a Lantier, che la chiamava in camera sua invitandola a riposare
un poco. Lasciarono soltanto una bugia accesa, poggiata a terra, dietro l'armadio. Ma verso le tre Gervaise salt
bruscamente gi dal letto, oppressa da un'angoscia improvvisa. Aveva sentito come se un alito freddo le passasse sul
corpo. Il pezzo di candela era ormai bruciato; e Gervaise si riaggiust le sottane al buio, stordita, con le mani
febbricitanti. Fu solo nello stanzino, dopo aver sbattuto contro i mobili, che pot accendere una piccola lampada. In
mezzo al silenzio opprimente delle tenebre, il russare continuo dello zincatore faceva risuonare due note gravi. Nan,
allungata sul dorso, respirava sommessamente con le labbra dischiuse. Quando Gervaise, dopo aver abbassato la

lampada che creava nel buio delle immense ombre danzanti, illumin il volto di mamma Coupeau, la vide bianca
bianca, con la testa reclinata sulla spalla e gli occhi aperti. Mamma Coupeau era morta.
Lentamente, senza che un solo grido le uscisse di bocca, raggelata e prudente, la lavandaia torn in camera di
Lantier. Il cappellaio s'era riaddormentato. Si curv su di lui mormorando:
Ascolta, finita, morta.
Tutto appesantito dal sonno, sveglio solo a met, l'altro si limit dapprima a grugnire:
Lasciami in pace, torna a letto... Non possiamo farci nulla, se morta.
Poi si sollev sul gomito, e domand:
Che ore sono?.
Le tre.
Soltanto le tre! Ti dico di tornare a letto. Ti prenderai un malanno... Quando far giorno, ci penseremo.
Ma Gervaise non gli dava retta; stava finendo di rivestirsi. Allora Lantier torn a infilarsi sotto le coperte, con
la faccia contro il muro, pigliandosela con le donne e con il loro cervello da gallina. Che fretta c'era d'annunciare alla
gente che in casa avevano un morto? La faccenda era tutt'altro che divertente, nel cuore della notte. Per di pi, non
tollerava l'idea che il suo sonno fosse stato disturbato da pensieri cos funesti. Dopo aver riportato nella sua camera tutti
gli oggetti che le appartenevano, comprese le forcine per i capelli, Gervaise si lasci cadere sul letto e singhiozz
liberamente, non avendo pi paura che la potessero sorprendere con il cappellaio. In fondo voleva davvero bene a
mamma Coupeau; e dopo non aver sentito nel primo momento che terrore e fastidio, per l'ora cos poco opportuna che
la vecchia aveva scelto per andarsene, provava adesso un autentico dolore. E piangeva sola sola, si disperava ad alta
voce in quel silenzio in cui lo zincatore continuava tranquillamente a russare. Coupeau non s'era accorto di nulla.
Gervaise lo aveva chiamato, lo aveva scosso; ma alla fine s'era decisa a lasciarlo in pace, dicendo a se stessa che il
marito sarebbe stato soltanto d'impiccio se si fosse svegliato. Quando torn presso il cadavere, Nan era seduta sul letto
e si stava stropicciando gli occhi. La bambina cap; e allung il collo per veder meglio la nonna, con una curiosit
morbosa da piccola canaglia. Non diceva nulla. Tremava appena; sembrava sorpresa e come appagata da quella morte
che pregustava da due giorni, da quell'orribile cosa che veniva tenuta nascosta e proibita ai bambini. E davanti a quella
maschera bianca, resa ancora pi affilata dall'ultimo soprassalto della passione della vita, le sue pupille di giovane gatta
si dilatavano; sentiva lo stesso irrigidimento della schiena che la teneva inchiodata dietro la porta a vetri, quando vi si
appostava per spiare tutte quelle cose che i mocciosi dovrebbero ignorare.
Forza, alzati!, le disse sottovoce la madre. Non voglio che tu resti qui.
Nan si lasci andare gi dal letto a malincuore, volgendo il capo, continuando a fissare la morta. La presenza
della figlia imbarazzava non poco Gervaise; non sapeva dove metterla, finch non si fosse fatto giorno. Si era intanto
decisa a farla almeno vestire, quando fu raggiunta da Lantier, in pantaloni e ciabatte. Non era pi riuscito a dormire, si
vergognava un po' della sua condotta. Allora tutto s'aggiust.
Si pu mettere nel mio letto, mormor il cappellaio. Lo spazio non manca.
Nan guard la madre e Lantier con i suoi grandi e limpidi occhi, e prese la sua aria pi innocente, la stessa che
aveva ogni capodanno, quando le regalavano delle pasticche di cioccolato. Non ci fu bisogno di convincerla. And via
di corsa, in camicia, i piedi nudi che sfioravano appena il pavimento; e s'insinu come una biscia nel letto ancora caldo,
vi si allung lasciandosi affondare, con il corpo snello che disegnava una piccola gobba sotto le coperte. Tutte le volte
che entrava, la madre la trovava con gli occhi scintillanti e l'espressione ottusa; era rossa in volto, non dormiva, non si
muoveva, sembrava tutta assorta in chiss quali gravi riflessioni.
Lantier aveva intanto aiutato Gervaise a vestire mamma Coupeau; non era stata un'impresa da poco, perch la
morta era davvero pesante. Non avrebbero mai immaginato che quella vecchia fosse cos grassa e bianca. Le avevano
messo un paio di calze, una sottana bianca, una camiciola, una cuffia; insomma, la sua biancheria migliore. E intanto
Coupeau continuava a russare: erano due sole note, la prima bassa, che scendeva, e la seconda alta, che risaliva;
assomigliava alla musica da chiesa che accompagna le funzioni del Venerd Santo. Non appena la morta fu vestita e
compostamente allungata sul suo letto, Lantier si vers un bicchiere di vino, giusto per rimettersi, perch si sentiva lo
stomaco in sobbuglio. Gervaise frug nel cassettone, cercando il piccolo crocefisso di rame che aveva portato da
Plassans; ma si ricord che proprio mamma Coupeau doveva averlo venduto. Avevano fatto del fuoco. Passarono il
resto della notte a dormicchiare sulla sedia e a finire il litro di vino gi cominciato, irritati, tenendosi il broncio, come se
fosse colpa loro.
Finalmente, verso le sette, prima che fosse giorno, Coupeau si svegli. Quando apprese la disgrazia, rimase
dapprima a occhi asciutti, balbettando, sospettando vagamente che gli volessero fare uno scherzo. Poi si gett per terra,
e and a cadere davanti alla morta; la baciava, piangeva come un vitello, e con delle lacrime cos grosse che inzuppava
le lenzuola ogni volta che vi si asciugava le guance. Allora Gervaise si rimise a singhiozzare, straziata dal dolore del
marito. Si sentiva riconciliata con lui. S, in fondo era migliore di quel che credeva. La disperazione di Coupeau era resa
ancora pi acuta da un violentissimo mal di testa. Si passava di continuo le mani fra i capelli, aveva la bocca impastata
come a ogni indomani d'una sbornia; ed era ancora un po' brillo, nonostante le sue dieci ore di sonno. Si lamentava
stringendo i pugni. Oh! mio Dio! ecco che la povera mamma, la sua mamma che amava tanto, se n'era andata! Ah! che
terribile mal di capo! sarebbe stato il suo colpo di grazia! Una vera corona di fuoco attorno alla fronte! E adesso gli
strappavano anche il cuore! No, la sorte era troppo ingiusta ad accanirsi a tal punto contro un uomo!
Andiamo, coraggio, vecchio mio, disse Lantier aiutandolo a risollevarsi. Bisogna farsi animo.
E gli vers un bicchiere di vino. Ma Coupeau non volle bere.

Ma che ho? come se avessi del rame in gola... per la mamma, appena l'ho vista ho sentito un sapore di
rame... Mamma! mio Dio! mamma, mamma....
E ricominci a piangere come un bambino. Fin ugualmente per bere il bicchiere di vino, per spegnere il fuoco
che gli bruciava il petto. Lantier se la svign di l a poco, con la scusa d'andare ad avvisare il resto della famiglia;
sarebbe anche passato in Municipio per la denuncia. In realt, aveva bisogno d'una boccata d'aria. E fece quindi le cose
con calma, fumando qualche sigaretta e assaporando il freddo pungente del mattino. Uscendo dalla casa della signora
Lerat, entr in una latteria di Batignolles a prendere una tazza di caff bollente. E vi si ferm per pi di un'ora, a
riflettere.
Intanto, fin dalle nove, tutta la famiglia si trovava riunita nella bottega, le cui imposte non erano state aperte.
Lorilleux fu l'unico a non piangere. Aveva del resto del lavoro urgente; e dopo aver indugiato per qualche istante con
una faccia di circostanza, risal quasi subito nel suo laboratorio. La signora Lorilleux e la signora Lerat avevano
abbracciato i Coupeau, e si asciugavano gli occhi appena appena arrossati da qualche lacrimuccia. Ma la prima, dopo
aver gettato una rapida occhiata attorno alla morta, alz improvvisamente la voce per dire che in quella casa si mancava
del pi elementare buon senso, perch non si lasciava mai una lampada accesa accanto a un cadavere; ci voleva una
candela, e mand quindi Nan a comprare un pacco di candele, di quelle grandi. Insomma! se uno moriva in casa della
Zoppa, veniva sistemato proprio in un bel modo! Che oca! non era nemmeno capace di trattare come si deve un morto!
Non aveva mai seppellito nessuno in vita sua? La signora Lerat fu costretta a salire dai vicini per farsi prestare un
crocefisso; ma ne port gi uno fin troppo grande, una croce di legno nero su cui era inchiodato un Cristo di cartapesta,
che copr per intero il petto di mamma Coupeau e sembrava schiacciarla con il suo peso. Poi cercarono l'acqua santa,
ma nessuno ce l'aveva. E fu di nuovo Nan a correre in chiesa a prenderne una boccettina. In un batter d'occhio la stanza
ebbe un altro aspetto: una candela ardeva su un tavolino, accanto a un piccolo vaso pieno d'acqua santa, in cui era
immerso un ramoscello di bosso. Adesso, se qualcuno fosse venuto, tutto era almeno come doveva essere. E si
disposero le sedie in cerchio, nella bottega, per ricevere.
Lantier ritorn soltanto alle undici. Aveva chiesto delle informazioni all'ufficio delle pompe funebri.
La bara costa dodici franchi, disse. Se volete una messa, saranno dieci franchi in pi. C' poi da pensare al
carro funebre, che si paga a seconda degli addobbi....
Oh! assolutamente inutile, mormor la signora Lorilleux, alzando la testa con aria sorpresa e preoccupata.
Non per questo la mamma tornerebbe in vita, vero?... Bisogna regolarsi secondo la propria borsa.
Senza dubbio, proprio quello che penso anch'io, riprese Lantier. Ho chiesto i prezzi soltanto perch vi
possiate regolare... Ditemi cosa decidete di fare; dopo pranzo andr ad ordinare quanto occorre.
Parlavano sottovoce, nella debole luce che rischiarava la camera attraverso le fessure delle imposte. La porta
dello stanzino era rimasta spalancata, e da quella sorta di bocca anelante usciva soltanto il profondo silenzio della
morte. Risate infantili salivano dal cortile; una frotta di monelle giocava a girotondo nel pallido sole d'inverno. Tutt'a un
tratto si sent la voce di Nan. Sfuggita alla sorveglianza dei Boche, presso i quali era stata mandata, urlava adesso i
suoi ordini a squarciagola, mentre i tacchi battevano il suolo e una piccola canzone prendeva il volo in un frastuono
d'uccelli schiamazzanti:
Il nostro asino, il nostro asino
Ha male a una zampa.
La sua padrona gli ha fatto fare
Una gran bella calzetta,
E delle scarpe lill, la, la,
E delle scarpe lill!
Gervaise aspett, e disse a sua volta:
Certo, non siamo ricchi, ma vorremmo almeno agire con decoro... Anche se mamma Coupeau non ci ha
lasciato niente, non comunque una buona ragione per gettarla nella terra come un cane... No, ci vuole una messa e un
carro funebre che sia almeno decente.
E chi pagher?, domand con veemenza la signora Lorilleux. Noi no di certo, abbiamo perso del denaro la
settimana scorsa; e voi nemmeno, poich non avete pi un soldo... Ah! dovreste finalmente accorgervi a cosa vi ha
portato la vostra mania di far colpo sulla gente!.
Coupeau, consultato, balbett qualcosa con un gesto di profonda indifferenza; quindi si riaddorment sulla
sedia. La signora Lerat disse che avrebbe pagato la sua parte. Era dello stesso avviso di Gervaise: dovevano comportarsi
con decoro. E si misero insieme a fare i conti su un foglietto di carta. Sarebbe costato in tutto poco pi di novanta
franchi, perch avevano deciso, dopo una lunga consultazione, di prendere un carro funebre ornato soltanto da un
piccolo festone.
Siamo in tre, concluse la lavandaia. Fanno trenta franchi a testa. Non poi la rovina.
Ma a quel punto la signora Lorilleux esplose, furiosa.
Ebbene! mi rifiuto, s, mi rifiuto!... Non certo per quei trenta franchi. Ne darei centomila, se li avessi e se
bastassero a far resuscitare la mamma... Il fatto che non mi piacciono gli orgogliosi. Avete una bottega, pensate
soltanto a darvi delle arie, a far colpo sul quartiere... Ma noi non vogliamo saperne di queste cose, non facciamo i
grandi... Oh! fate come volete! Metteteci anche dei pennacchi, sul vostro carro funebre, se la cosa vi diverte!.

Non siete obbligata a dar nulla, fin per rispondere Gervaise. Anche a costo di vendere me stessa, non
voglio aver niente da rimproverarmi. Ho dato da mangiare a mamma Coupeau anche senza di voi, posso benissimo
seppellirla senza di voi... Gi una volta vi ho detto in faccia quel che pensavo: se raccolgo i gatti randagi, non di certo
per lasciar poi vostra madre nel fango.
Allora la signora Lorilleux scoppi in lacrime, e Lantier dovette impedirle d'andarsene. La discussione si fece
cos accesa che la signora Lerat, azzittendoli con energia, pens bene di fare un salto nello stanzino; e gett sulla morta
uno sguardo inquieto e dolente, come se temesse di trovarla sveglia, ad ascoltare il litigio che si infiammava nella
camera accanto. In quello stesso momento, il girotondo delle bambine faceva di nuovo risuonare il cortile; e l'acuto filo
di voce di Nan sovrastava il canto di tutte le altre:
Il nostro asino, il nostro asino
Ha un gran mal di pancia.
La sua padrona gli ha fatto fare
Una gran bella ventriera,
E delle scarpe, lill, la, la,
E delle scarpe lill!
Mio Dio! come sono scoccianti queste bambine con la loro canzoncina!, disse Gervaise a Lantier, tutta
tremante, mentre lacrime d'impazienza e di tristezza cominciavano a salirle agli occhi. Fate in modo che stiano un po'
zitte, e riportate Nan dalla portinaia a pedate nel sedere.
La signora Lerat e la signora Lorilleux se ne andarono a pranzare, promettendo che sarebbero tornate. I
Coupeau si misero a loro volta a tavola; mangiarono degli affettati, ma senza appetito, non osando quasi far rumore con
le forchette. Erano irritati, inebetiti, con quella povera mamma Coupeau che incombeva su di loro e sembrava invadere
tutte le stanze. La loro vita si trovava scompigliata. Nell'agitazione del primo momento, giravano qua e l senza trovare
gli oggetti, si sentivano le ossa rotte come all'indomani d'un eccesso. Il cappellaio riprese subito l'uscio per tornare alle
pompe funebri, con i trenta franchi della signora Lerat e i sessanta che Gervaise si era fatta prestare da Goujet, correndo
da lui tutta scarmigliata, come una pazza. Nel pomeriggio ci furono le visite: delle vicine divorate dalla curiosit, che si
presentavano sospirando, guardandosi attorno con occhi affranti; entravano nello stanzino, squadravano la morta
facendosi il segno della croce e scuotendo il ramoscello di bosso immerso nell'acqua santa; quindi si mettevano a sedere
nella bottega, parlavano di quella cara donna, all'infinito, senza stancarsi di ripetere la stessa frase per ore. La signorina
Remanjou aveva notato che il suo occhio destro era rimasto aperto; la signora Gaudron si ostinava a trovarle un
bell'incarnato, per la sua et; e la signora Fauconnier si diceva esterrefatta: l'aveva vista prendere il caff soltanto tre
giorni prima. Davvero, si faceva in fretta a crepare; era meglio tenersi sempre pronti, poteva succedere da un momento
all'altro a chiunque. Verso sera i Coupeau cominciarono ad averne abbastanza. Era una gran bella tortura, per la
famiglia, tenere un cadavere in casa per cos tanto tempo. Il governo avrebbe dovuto fare una nuova legge. Ancora per
tutta una sera, tutta una notte e tutta una mattina! no, la cosa non sarebbe mai pi finita! Quando non si hanno pi
lacrime da versare, non forse vero? il dolore si muta in irritazione; c' il rischio di comportarsi male. Mamma
Coupeau, silenziosa e rigida in fondo all'angusto stanzino, sembrava incombere ancora di pi su tutta la casa, era ormai
diventata un peso che opprimeva la gente. E la famiglia, suo malgrado, riprendeva gi il suo tran tran di sempre,
cominciava a mancare di rispetto.
Mangerete un boccone insieme a noi, disse Gervaise alla signora Lerat e alla signora Lorilleux, appena
ricomparse. Siamo troppo tristi, non ci separeremo.
S'apparecchi sul tavolo da lavoro. Ognuno, guardando i piatti, ripensava alle scorpacciate d'un tempo. Lantier
era appena tornato. Lorilleux scese a sua volta. Un rosticcere aveva portato un pasticcio, perch la lavandaia non aveva
la testa per occuparsi della cucina. Mentre si mettevano a sedere, comparve Boche, dicendo che il padrone di casa
chiedeva di poter essere ammesso. Il signor Marescot venne avanti, serissimo, con la sua bella decorazione sulla
redingote. Salut in silenzio, e and diritto verso lo stanzino, dove si inginocchi. Era un uomo di grande devozione;
preg con un'aria raccolta da curato, poi tracci una croce nell'aria aspergendo il cadavere con il ramoscello di bosso.
Tutta la famiglia, che si era mossa da tavola, era in piedi, immobile, profondamente impressionata. Il signor Marescot,
finite le sue devozioni, pass nella bottega e disse ai Coupeau:
Sono venuto per i due trimestri arretrati. Siete nelle condizioni di pagarli?.
No, signore, niente affatto, balbett Gervaise, assai contrariata di dover parlare di quelle cose in presenza dei
Lorilleux. Capite, con la disgrazia che ci appena capitata....
Certo, certo; ma ognuno ha le sue pene, rispose il padrone di casa allargando le sue enormi dita di vecchio
operaio. Credetemi, sono davvero spiacente, ma non posso pi aspettare... Se non sono pagato entro dopodomani
mattina, sar costretto a ricorrere a uno sfratto.
Gervaise giunse le mani, con le lacrime agli occhi, muta e implorante. Ma con un cenno energico della sua
grossa testa ossuta, il padrone di casa le fece comprendere che le suppliche erano inutili. E a maggior ragione, perch il
rispetto dovuto ai morti proibiva qualunque discussione. Si ritir con discrezione, camminando all'indietro.
Mille scuse per avervi incomodato, mormor. Dopodomani mattina, non dimenticate.
E poich, per uscire, doveva passare di nuovo davanti allo stanzino, rese omaggio per l'ultima volta alla salma
inginocchiandosi devotamente di fronte alla porta spalancata.

Dapprima mangiarono alla svelta, per non aver l'aria di prenderci gusto. Ma arrivati al dessert, cominciarono a
far le cose con pi calma; sentivano un gran bisogno di benessere. Ogni tanto Gervaise o una delle due sorelle, con la
bocca piena, andava a dare un'occhiata nello stanzino, senza nemmeno lasciare il tovagliolo; e quando si rimetteva a
sedere, terminando il boccone, gli altri la guardavano per un secondo, per capire se tutto procedeva per il meglio, nella
camera accanto. Poi le signore s'incomodarono sempre di meno; mamma Coupeau venne dimenticata. Avevano
preparato una caraffa di caff, e di quello pi forte, per rimanere svegli tutta la notte. I Poisson arrivarono verso le otto.
Furono invitati a berne un bicchiere. Lantier, che non perdeva d'occhio la faccia di Gervaise, sembr allora afferrare al
volo l'occasione che aspettava fin dal mattino. Poich stavano parlando della volgarit dei padroni di casa, che
entravano a chiedere del denaro nelle case dove c'era un morto, disse improvvisamente:
un gesuita, quel mascalzone, con quella sua aria di servir messa!... Ma al posto vostro, lo pianterei in asso,
lui e la sua bottega!.
Gervaise, affranta dalla fatica, fiacca e snervata, rispose abbandonandosi:
S, non aspetter di certo che vengano gli uscieri... Ah! basta, ne ho fin sopra i capelli, ne ho fin sopra i
capelli!.
I Lorilleux, che gi si rallegravano all'idea che la Zoppa non avrebbe pi avuto il suo negozio, l'approvarono
calorosamente. Non ci si poteva nemmeno immaginare quanto costasse una bottega. Anche se avesse guadagnato
soltanto tre franchi al giorno, lavorando per altri, non avrebbe almeno avuto tutte quelle spese; non avrebbe mai
rischiato di perdere delle somme enormi. Convinsero Coupeau a insistere sull'argomento. Lo zincatore beveva troppo,
non usciva dal suo stato di continua commozione, e piangeva solo solo nel suo piatto. Poich sembrava che la lavandaia
si lasciasse convincere, Lantier guard i Poisson ammiccando. E Virginie intervenne a sua volta, si dimostr
amabilissima.
Vedete, ci si potrebbe intendere. Mi assumerei il carico dell'affitto, sistemerei la vostra questione con il
proprietario... Sareste insomma pi tranquilla.
No, grazie, rispose Gervaise, che si scosse come colta da un brivido. So dove trovare i soldi per la pigione,
se voglio. Lavorer; mi sono ancora rimaste le braccia, grazie a Dio! mi aiuteranno a uscire da questo impiccio.
Ne parleremo pi tardi, s'affrett a dire il cappellaio. Stasera sarebbe sconveniente... Pi tardi; domani, per
esempio.
In quel momento la signora Lerat, che era entrata nello stanzino, lanci un piccolo grido. Aveva avuto paura,
trovando la candela spenta e consumata fino in fondo. Si diedero tutti da fare per accenderne un'altra; e scrollavano il
capo, ripetendo che era un gran brutto segno quando si spegneva il lume messo accanto a un morto.
Cominci la veglia. Coupeau s'era buttato sul letto, non per dormire, diceva, ma per riflettere; e in capo a
cinque minuti russava. Nan, quando la mandarono a dormire dai Boche, scoppi a piangere; assaporava fin dal mattino
la speranza di potersi avvoltolare di nuovo nel lettone caldo del suo buon amico Lantier. I Poisson rimasero fino a
mezzanotte. Avevano finito per fare il vino alla francese in un'insalatiera, perch il caff innervosiva troppo le signore.
La conversazione s'era fatta pi confidenziale. Virginie parlava della campagna; avrebbe voluto esser seppellita in un
angolo di bosco, con dei fiori di campo sulla tomba. La signora Lerat custodiva nell'armadio il lenzuolo in cui voleva
essere avvolta, e lo profumava di continuo con dei mazzolini di lavanda; ci teneva ad avere sotto il naso un odore
delicato, quando avrebbe visto l'erba dalla parte delle radici. Poi, senza alcun nesso apparente, la guardia municipale
raccont d'aver arrestato, quella mattina, un gran bel pezzo di figliola che era stata sorpresa a rubare nella bottega d'un
pizzicagnolo; perquisendola, in commissariato, le avevano trovato addosso dieci salsicciotti legati attorno al corpo,
davanti e di dietro. E quando la signora Lorilleux disse con aria di disgusto che non avrebbe mai mangiato dei
salsicciotti del genere, tutta la compagnia rise sommessamente. La veglia si fece pi animata, pur rispettando le
convenienze.
Ma mentre stavano finendo il vino alla francese, uno strano suono, una sorta di sordo gorgoglio, usc dallo
stanzino. Tutti alzarono la testa, si guardarono.
Non nulla, disse tranquillamente Lantier abbassando la voce. Si sta svuotando.
Rassicurati da quella spiegazione, scrollando appena il capo, gli altri posarono i bicchieri sulla tavola.
Finalmente i Poisson si congedarono. Lantier usc insieme a loro. Andava a dormire da un amico, diceva, per
lasciare il letto alle signore; vi avrebbero potuto riposare a turno per un'ora. Lorilleux sal a coricarsi da solo, ripetendo
che era la prima volta che gli capitava una cosa del genere da quando era sposato. Gervaise e le due sorelle, rimaste con
Coupeau tuttora addormentato, si sistemarono accanto alla stufa, su cui misero a scaldare del caff. Raggomitolate,
quasi piegate in due, con le mani sotto il grembiale e il volto sul fuoco, parlavano sottovoce nel gran silenzio del
quartiere. La signora Lorilleux si lamentava: non aveva un vestito nero, e avrebbe fatto volentieri a meno di comprarne
uno, perch in quel momento si trovavano in cattive acque, proprio cos, in cattive acque; e chiese a Gervaise se
mamma Coupeau non avesse per caso lasciato una sottana nera, la sottana che le avevano regalato per la sua festa.
Gervaise and allora a prendere la sottana. Con una piega alla vita avrebbe potuto andar bene. Ma la signora Lorilleux
voleva anche della biancheria vecchia; parlava del letto, dell'armadio, delle due sedie; cercava con gli occhi tutte le
piccole cianfrusaglie da spartire. E per poco non litigarono di nuovo. Ma la signora Lerat ristabil la pace. Era un fatto
di giustizia: visto che i Coupeau avevano avuto il peso della madre, si erano ben guadagnati quei quattro stracci. E tutte
e tre s'appisolarono di nuovo con il naso sulla stufa, perdendosi in parole inutili e monotone. La notte parve loro
terribilmente lunga. A tratti si riscuotevano, bevevano un goccio di caff, gettavano una rapida occhiata dentro lo
stanzino, dove la candela, che non si doveva mai smoccolare, ardeva con una fiamma rossa e triste, ingrandita dai

funghi carbonizzati dello stoppino. Verso il mattino, nonostante il calore della stufa, erano intirizzite dal freddo. Si
sentivano oppresse dall'angoscia, stremate dalle chiacchiere; avevano la lingua asciutta e gli occhi pesti. La signora
Lerat si butt sul letto del cappellaio, e si mise a russare come un uomo, mentre le altre due donne, con la testa piegata
fin quasi a toccare le ginocchia, dormivano davanti al fuoco. Alle prime luci del giorno, un brivido le ridest. La
candela di mamma Coupeau s'era appena spenta di nuovo. E poich quel sordo gorgoglio ricominciava a farsi sentire
nelle tenebre, la signora Lorilleux ne ripet ad alta voce la spiegazione, come se volesse rassicurare in primo luogo se
stessa.
Si sta svuotando, disse accendendo un'altra candela.
Il funerale era per le dieci e mezza. Ecco quel che si dice una bella mattina, una mattina da mettere insieme alla
notte e a tutta la giornata appena trascorsa! E Gervaise, pur non avendo il becco d'un quattrino, avrebbe dato volentieri
cento franchi a chi fosse venuto a portar via tre ore prima mamma Coupeau. No, con tutto il bene che si pu volere alle
persone, quando sono morte finiscono per essere ben presto ingombranti; anzi, quanto pi le si ama, tanto pi in fretta ci
si vorrebbe sbarazzare di loro.
Ma la mattina d'un funerale per fortuna piena di distrazioni. Ci sono mille preparativi da fare. Per prima cosa
fecero colazione. Poi fu proprio pap Bazouge, il becchino del sesto piano, a portare la bara e il sacco di crusca. Il
brav'uomo era sempre ubriaco. Quel giorno, alle otto del mattino, doveva ancora smaltire la sbornia della sera prima.
Ecco; qui, vero?, domand.
E pos la cassa, che scricchiol con un rumore di legno nuovo.
Ma mentre vi buttava a lato il sacco di crusca, rimase a bocca aperta, con gli occhi sgranati, scorgendo
Gervaise in piedi davanti a lui.
Vi chiedo perdono, mille scuse, mi sono sbagliato, balbett. M'avevano detto che era per casa vostra.
Aveva gi ripreso il sacco. La lavandaia gli dovette gridare:
Fermatevi; qui.
Ah! fulmini del cielo! bisogna spiegarsi!, riprese quello battendosi sulla coscia. Capisco, la vecchia....
Gervaise era impallidita di colpo. Pap Bazouge aveva portato la bara per lei. Il vecchio continuava a mostrarsi
galante, cercando di giustificarsi:
Capite? ieri m'hanno detto che al pianterreno c'era una che era pronta per il grande viaggio. Allora ho
creduto... Sapete, nel nostro mestiere, certe cose entrano da un orecchio ed escono dall'altro... Vi faccio comunque i
miei auguri. Eh! sempre meglio domani che oggi, bench la vita non sia sempre divertente, ah! no, no di certo!.
Gervaise lo ascoltava, indietreggiava, quasi temendo che la volesse afferrare con le sue enormi mani sudice e
portarla via nella sua cassa. Gi una volta, la sera delle sue nozze, le aveva detto di conoscere delle donne che
l'avrebbero ringraziato di cuore, se le avesse portate via con s. Ebbene! lei non era ancora a questo punto, quell'idea le
metteva i brividi nella schiena. La sua vita era rovinata, ma non voleva andarsene cos presto; s, preferiva morire di
fame per anni e anni, giorno dopo giorno, piuttosto che crepare cos, in un secondo.
Siete completamente ubriaco, mormor con un'aria di disgusto e insieme di spavento. L'amministrazione
potrebbe almeno non mandare degli ubriaconi. Con quello che si paga!.
Il becchino si fece allora insolente e beffardo.
Ascoltate, mammina, vuol dire che sar per un'altra volta. Sapete, sono sempre al vostro servizio! Basta che
mi facciate un cenno. Eccomi! sono io il vero consolatore delle signore... E non sputare su pap Bazouge, perch lui ne
ha tenute fra le braccia almeno mille pi carine di te, e che si sono lasciate accomodare senza tante smorfie, tutte
contente di continuare la loro nanna al buio.
Fatela finita, pap Bazouge!, disse severamente Lorilleux, che era accorso al rumore delle voci. Certi
scherzi non sono affatto divertenti. Se qualcuno si lagnasse di voi, sareste licenziato... Forza, toglietevi dai piedi, visto
che non sapete rispettare i principi!.
Il becchino s'allontan; ma lo sentirono a lungo bofonchiare sul marciapiede:
S! i principi!... Ma non ci sono principi... Non ci sono principi C' soltanto l'onest!.
Finalmente suonarono le dieci. E il carro funebre era in ritardo. Davanti alla bottega s'erano gi raccolte delle
persone, gli amici, i vicini, il signor Madinier, Mes-Bottes, la signora Gaudron, la signorina Remanjou; e a ogni istante,
fra le imposte chiuse, dall'apertura della porta spalancata, s'affacciava la testa d'un uomo o di una donna, per vedere se
quella lumaca di carro non stesse per caso arrivando. La famiglia, riunita nella camera in fondo, dava delle strette di
mano. Si facevano dei brevi silenzi, subito interrotti da rapidi sussurri, un'attesa impaziente e febbrile, con improvvisi
svolazzare di sottane: la signora Lorilleux che aveva dimenticato il fazzoletto, o la signora Lerat che chiedeva a
qualcuno un messale. Ognuno, arrivando, vedeva al centro dello stanzino, di fronte al letto, la bara aperta; e quasi senza
volerlo, si fermava a studiarla con la coda dell'occhio, calcolando che mamma Coupeau, grossa com'era, non sarebbe
mai riuscita a trovar posto l dentro. E tutti si guardavano con questo pensiero negli occhi, senza comunicarselo. Ma ci
fu un po' di scompiglio alla porta che dava sulla strada. E subito dopo il signor Madinier entr annunciando con voce
grave e sostenuta, aprendo le braccia:
Eccoli!.
Ma non era ancora il carro funebre. Quattro becchini entrarono uno dopo l'altro, con passo affrettato, i volti
paonazzi e le mani indurite da sotterratori, nel nero sbiadito dei loro vestiti consumati e sbianchiti dal continuo strofinio
delle bare. Il primo a comparire era stato pap Bazouge, completamente ubriaco ma pieno di decoro; gli bastava
mettersi al lavoro per ritrovare tutto il suo contegno. Non pronunciarono una sola parola; con la testa un po' bassa,

soppesavano gi mamma Coupeau con lo sguardo. La cosa non and troppo per le lunghe; la povera vecchia venne
imballata in fretta, giusto il tempo d'uno starnuto. Il pi piccolo dei quattro, un giovanotto dagli occhi un po' storti, dopo
aver rovesciato la crusca nella bara, la distendeva e l'impastava con le mani, come se stesse facendo il pane. Un altro,
grande e magro, con l'aria da burlone, vi aveva disteso sopra il lenzuolo. Poi, uno, due, via! tutti e quattro afferrarono il
cadavere e lo sollevarono, due ai piedi e due alla testa. Veloci come se rigirassero una frittella! E quelli che allungavano
il collo potevano credere che mamma Coupeau fosse saltata da sola nella cassa. Vi era scivolata dentro come in un
guanto, oh! giusta giusta, proprio per un pelo, e anzi per cos poco che si era sentito il suo corpo strusciare contro il
legno nuovo. Toccava da tutti i lati, come un quadro nella sua cornice. Ma insomma ci stava; il che meravigli gli
astanti: si doveva esser ristretta in un solo giorno. Intanto i becchini si erano alzati e aspettavano; il giovane dagli occhi
storti prese il coperchio, invitando i familiari a dare gli ultimi addii, mentre pap Bazouge si metteva dei chiodi in bocca
e teneva pronto il martello. Allora Coupeau, le due sorelle, Gervaise, e altri ancora, si buttarono in ginocchio, baciarono
piangendo la mamma che se ne andava; e le loro calde lacrime cadevano e scivolavano su quel volto irrigidito, freddo
come il ghiaccio. Singhiozzarono a lungo, rumorosamente. Il coperchio fu sistemato sulla cassa; e pap Bazouge
conficc i chiodi con la perizia d'un imballatore, due colpi per ogni chiodo. Non si sent pi piangere nessuno, in quel
frastuono come di mobili che si aggiustano. Era finita. Si poteva andar via.
mai possibile far tanto gli sbruffoni in un momento del genere!, disse la signora Lorilleux al marito,
vedendo il carro funebre davanti alla porta.
Il carro aveva messo in agitazione tutto il quartiere. La trippaia chiamava i garzoni del droghiere, il piccolo
orologiaio si era appostato sul marciapiede, i vicini erano affacciati alle finestre. E tutti non parlavano che del festone,
un festone a frange bianche di cotone. Ah! i Coupeau avrebbero fatto meglio a pagare i loro debiti! Ma come
sostenevano i Lorilleux, quando si pieni d'orgoglio, la cosa vien fuori in qualunque occasione.
Che vergogna!, ripeteva in quello stesso momento Gervaise, alludendo al fabbricante di catenelle e alla
moglie. Pensare che questi taccagni non hanno portato nemmeno un mazzo di violette per la loro mamma!.
I Lorilleux erano infatti venuti a mani vuote. La signora Lerat aveva portato una ghirlanda di fiori artificiali. Si
mise inoltre sulla bara una corona di semprevivi e un mazzo di fiori che avevano comprato i Coupeau. I becchini
avevano dovuto far forza di spalle per sollevare e caricare il cadavare. E corteo si mise in fila lentamente. Coupeau e
Lorilleux, in redingote, con il cappello in mano, aprivano il corteo funebre; il primo, nella sua commozione alimentata
dai due bicchieri di vino bianco che aveva bevuto la mattina, si reggeva al braccio del cognato, con le gambe molli e la
testa ancora dolorante. Poi venivano gli uomini: il signor Madinier, grave in volto e tutto vestito di nero; Mes-Bottes,
con un cappotto sulla casacca; Boche, i cui pantaloni gialli non mancavano di far scalpore; e poi Lantier, Gaudron, Bibila-Grillade, Poisson e altri ancora. Seguivano quindi le signore: in prima fila la signora Lorilleux, che strascicava la
sottana raccorciata della morta; la signora Lerat, che nascondeva sotto uno scialle il suo vestito da lutto improvvisato,
una casacchina ornata di lill; poi, una di seguito all'altra, Virginie, la signora Gaudron, la signora Fauconnier, la
signorina Remanjou, tutto il resto del corteo. Quando il carro funebre si mosse e cominci a scendere lentamente rue de
la Goutte d'Or, fra segni della croce e scappellate, i quattro becchini presero la testa del corteo, i primi due davanti e gli
altri due a sinistra e a destra. Gervaise era rimasta a chiudere la bottega. Dopo aver affidato Nan alla signora Boche,
raggiunse il convoglio di corsa, mentre la bambina, tenuta dalla portinaia sotto l'androne, guardava con occhi pieni di
curiosit la nonna che spariva in fondo alla via, in quella bella carrozza.
Nel momento stesso in cui la lavandaia raggiungeva trafelata la coda del corteo, Goujet arrivava dall'altra parte
della strada. Si un agli uomini; ma si rigir, la salut con un cenno della testa, e cos dolcemente che Gervaise si sent
tutt'a un tratto ancora pi infelice e fu ripresa dalle lacrime. Ma non piangeva soltanto per mamma Coupeau; piangeva
per qualcosa di vergognoso, che non avrebbe saputo dire e che l'opprimeva. Per tutto il tragitto si tenne il fazzoletto
sugli occhi. La signora Lorilleux, con le gote asciutte e infiammate, la guardava di traverso, come per accusarla di far la
commedia.
In chiesa, la cerimonia fu liquidata alla svelta. Ma la messa and un po' per le lunghe, perch il prete era
decrepito. Mes-Bottes e Bibi-la-Grillade avevano preferito non entrare, per evitare la questua. Il signor Madinier pass
tutto il tempo a osservare i preti e a comunicare le sue impressioni a Lantier: quei cialtroni, biascicando il loro latino,
non sapevano nemmeno quanto andavano blaterando; seppellivano una persona cos come l'avrebbero battezzata o
maritata, senza avere in cuore il minimo sentimento. Il signor Madinier deplor poi tutte quelle cerimonie, quelle luci,
quelle voci lugubri, e tutto quello sfoggio al cospetto delle famiglie. Davvero, in quel modo si finiva per perdere i propri
cari due volte, a casa e in chiesa. E tutti gli uomini gli davano ragione. Tanto pi che ci fu un altro momento penoso,
quando, finita la messa, cominci un brusio di preghiere e gli astanti furono costretti a sfilare davanti alla salma,
aspergendo la bara con l'acqua santa. Per fortuna il cimitero non era lontano: il piccolo cimitero della Chapelle, un
lembo di giardino che s'apriva su rue Mercadet. Il corteo lo raggiunse alla rinfusa, e ormai scalpitando d'impazienza;
ognuno parlava dei fatti suoi. La dura terra risuonava, vi avrebbero volentieri battuto i piedi per scaldarsi. La fossa
spalancata, accanto alla quale fu posata la bara, era gi tutta gelata, grigia e pietrosa come una cava di gesso. Tutti erano
schierati attorno ai monticelli di calcinacci, ma non trovavano affatto piacevole aspettare con quel freddo, cominciavano
a non poterne pi di guardare la fossa. Finalmente da una casupola comparve un prete in cotta; tremava dal freddo, gli si
vedeva il fiato fumigare a ogni de profundis che diceva. All'ultimo segno della croce scapp via, senza aver voglia di
ricominciare. Il becchino prese la pala; ma a causa del gelo non staccava che delle grosse zolle, che cadevano
risuonando cupamente, laggi, sul fondo della fossa, un vero e proprio bombardamento sulla cassa, una sequela di colpi
di cannone da far credere che il legno si spaccasse. C' poco da essere egoisti: quella musica vi spezza il cuore.

Ricomparvero allora le lacrime. Andavano via, erano gi fuori, e ancora si sentivano quelle detonazioni. Mes-Bottes,
soffiandosi sulle dita, fece ad alta voce un'osservazione: ah! fulmini del cielo! no! la povera mamma Coupeau non
doveva aver di certo troppo caldo!
Signore, signori, disse lo zincatore ai pochi amici rimasti ancora insieme alla famiglia, se volete
permetterci d'offrirvi qualcosa....
Ed entr per primo da un vinaiolo di rue Mercadet, A la descente du cimitre. Gervaise, rimasta sul
marciapiede, cerc di trattenere Goujet che si stava allontanando, dopo averla salutata con un altro cenno della testa.
Non voleva proprio accettare un bicchiere di vino? Ma il fabbro andava di fretta, doveva tornare all'officina. Allora si
guardarono per un attimo senza parlare.
Vi prego di scusarmi per quei sessanta franchi, mormor finalmente la lavandaia. Mi sentivo come una
pazza, ho pensato a voi....
Oh! non c' di che, siete scusata, la interruppe il fabbro. Poi, lo sapete, sono sempre a vostra disposizione,
se vi capita qualche disgrazia... Ma non parlatene con la mamma, perch ha le sue idee, e non voglio contrariarla.
Gervaise continuava a guardarlo; e vedendolo cos buono, cos triste, con la sua bella barba bionda, fu sul
punto di accettare la sua antica proposta, di fuggir via con lui, per cercare d'esser felici altrove. Poi le venne un altro
cattivo pensiero, quello di chiedergli in prestito i due trimestri da pagare, a qualunque prezzo. Tremava; e riprese con
voce pi affettuosa:
Non siamo in rotta, vero?.
No, certamente, non lo saremo mai... Ma, capite? tutto finito!.
E se ne and a grandi passi, lasciando Gervaise stordita, mentre quella sua ultima frase le risuonava nel
cervello come un rintronare di campane. Entrando dal vinaiolo, si ripeteva oscuramente nel pi profondo del cuore:
tutto finito, ebbene! s, tutto finito; non ho pi niente da fare, se tutto finito!. Si mise a sedere, divor un pezzo di
pane e formaggio, svuot il bicchiere che le stava davanti.
Era una lunga sala a pianterreno, dal soffitto basso, occupata da due grandi tavoli. Dei litri, dei quarti di pane,
dei larghi triangoli di Brie disposti in tre piatti, si distendevano in fila. La compagnia mangiava con le mani, senza
tovaglia e senza coperti. E pi in l, accanto alla stufa che russava, i quattro becchini stavano finendo di pranzare.
Mio Dio!, spiegava il signor Madinier, a ciascuno il suo turno. I vecchi lasciano il posto ai giovani... Vi
sembrer certo vuota, la vostra casa, quando ci tornerete.
Oh! mio fratello sta per lasciarla, disse vivacemente la signora Lorilleux. un vero disastro, quella
bottega!.
Coupeau era stato lavorato per bene. Tutti lo spingevano a cedere la locazione. La stessa signora Lerat, da
qualche tempo in ottimi rapporti con Lantier e Virginie, solleticata dall'idea che potessero avere una bella cotta l'uno per
l'altra, non faceva ormai che parlare di fallimento e di prigione, assumendo un'aria tutta spaventata. E improvvisamente
lo zincatore s'arrabbi; la sua commozione si trasformava in furore, a forza d'essere innaffiata dall'alcool.
Ascoltami, grid in faccia alla moglie, voglio che mi ascolti! La tua maledetta testa ne fa sempre qualcuna
delle sue. Ma stavolta farai come voglio io, t'avverto!.
Ah! bene!, disse Lantier, come se fosse possibile convincerla a ragionare con le buone! Ci vorrebbe un
martello, per farle entrare un'idea del genere nella zucca!.
E tutti e due continuarono per un po' a infierire su di lei. Ma non per questo le mascelle lavoravano meno. Il
Brie spariva, i litri scorrevano come fontane. Intanto Gervaise si sentiva rammollire sotto quei colpi. Non rispondeva
nulla, con la bocca sempre piena, spicciandosi, come se avesse avuto una gran fame. Quando i due uomini si
stancarono, alz lentamente la testa e disse:
Ne ho abbastanza, sapete! Me ne infischio della bottega! Non ne voglio pi sapere... Capite? me ne infischio!
tutto finito!.
Allora chiesero ancora del formaggio e del pane, si misero a parlare seriamente. I Poisson si assumevano la
nuova locazione e si offrivano di rispondere dei due trimestri arretrati. Boche, con aria d'importanza, accettava
l'accomodamento in nome del padrone di casa. E anzi, seduta stante, affitt un alloggio ai Coupeau, l'alloggio vuoto del
sesto piano, sullo stesso corridoio dei Lorilleux. Quanto a Lantier, mio Dio! poteva benissimo tenersi la sua camera, se
la cosa non dava fastidio ai Poisson. La guardia municipale fece un piccolo inchino: la cosa non gli dava per nulla
fastidio; ci si intende sempre fra amici, nonostante le idee politiche. E Lantier, senza immischiarsi pi nella cessione, da
uomo che ha concluso il suo piccolo affare, si prepar un'enorme tartina di Brie; si mise a sedere pi comodamente e
cominci a mangiarla con devozione, tutto felice e contento, ardendo d'una gioia che dissimulava, strizzando gli occhi
per ammiccare di volta in volta a Virginie e a Gervaise.
Ehi! pap Bazouge!, chiam Coupeau, venite a farvi un bicchierino. Noi non siamo superbi, siamo tutti dei
lavoratori.
I quattro becchini, che stavano per uscire, tornarono indietro e brindarono con la compagnia. Non era certo per
fare un rimprovero, ma la signora di prima era davvero pesante e valeva almeno un bicchiere di vino! Pap Bazouge
non levava gli occhi di dosso dalla lavandaia, pur senza lasciarsi sfuggire una sola parola fuori posto. Gervaise si alz,
sentendosi a disagio, e lasci gli uomini che cominciavano a ubriacarsi. Coupeau, gi fradicio, aveva ripreso a
piagniucolare, dicendo che era per il gran dolore.
La sera, quando si ritrov nella sua casa, Gervaise rest a lungo inebetita su una sedia. Le sembrava che le
stanze fossero immense e deserte. Era davvero il vuoto pi assoluto. Evidentemente, in fondo a quella fossa, nel piccolo

giardino di rue Mercadet, non aveva lasciato soltanto mamma Coupeau. Troppe cose le mancavano. Doveva essere una
parte della sua stessa vita, e la sua bottega, e tutto il suo orgoglio di padrona, e chiss quali altre emozioni, che quel
giorno aveva seppellito. S, le pareti erano nude, e anche il suo cuore lo era; era uno sgombero completo, un salto nel
buio. Ma si sentiva troppo stanca; si sarebbe risollevata pi tardi, se avesse potuto.
Alle dieci, spogliandosi, Nan pianse, pest i piedi. Voleva dormire nel letto di mamma Coupeau. La madre
cerc in ogni modo di farle paura; ma la bambina era fin troppo precoce, e i morti non le provocavano che una gran
curiosit. E cos, per stare in pace, Gervaise fin per concederle di coricarsi nel posto di mamma Coupeau. Le piacevano
i letti grandi, a quella briccona; e vi si allungava, vi si rotolava. Quella notte dorm veramente bene, in quel bel
calduccio, solleticata dal materasso di piume.
CAPITOLO DECIMO

La nuova abitazione dei Coupeau si trovava al sesto piano, scala B. Una volta passati davanti all'alloggio della
signorina Remanjou, si prendeva il corridoio sulla sinistra. Poi si doveva svoltare ancora. La prima porta era quella dei
Bijard. Quasi di fronte, in un bugigattolo senz'aria, sotto una piccola scala che saliva fino ai tetti, dormiva pap Bru.
Due porte pi in l, c'era la camera di Bazouge. Infine, attaccati a Bazouge, c'erano i Coupeau: una camera e uno
stanzino che davano sul cortile. Alla fine del corridoio, rimanevano soltanto due famiglie, prima d'arrivare, proprio in
fondo, dai Lorilleux.
Una camera e uno stanzino, nient'altro. Era qui che i Coupeau avevano fatto adesso il loro nido. E per di pi la
camera era larga come il palmo d'una mano. Dovevano far tutto l dentro: dormire, mangiare e il resto. Quanto allo
stanzino, il letto di Nan ci stava appena appena; la bambina doveva spogliarsi nella camera del padre e della madre, e
le lasciavano la porta aperta, di notte, perch non soffocasse. Stavano cos stretti che Gervaise, al momento di lasciare la
bottega, era stata costretta a cedere ai Poisson alcune delle sue cose, non sapendo dove metterle. Il letto, il tavolo e le
quattro sedie, bastavano gi a riempire tutto l'alloggio. E con il cuore a pezzi, non avendo il coraggio di separarsi dal
suo cassettone, aveva ingombrato la camera con quel mobile maledetto che copriva met della finestra. Una delle
imposte era sempre chiusa; il che toglieva luce e allegria. Quando voleva affacciarsi alla finestra, poich si faceva
sempre pi grassa, non sapeva nemmeno dove poggiare i gomiti; e doveva sporgersi di traverso, torcendo il collo per
guardare nel cortile.
I primi giorni la lavandaia si buttava su una sedia e piangeva. Le sembrava troppo duro non riuscire pi a
muoversi in casa propria, abituata com'era a vivere in spazi pi ampi. Soffocava; rimaneva alla finestra per ore,
schiacciata fra il muro e il cassettone, a buscarsi dei gran torcicolli. Soltanto l respirava. Ma il cortile non le suggeriva
ormai che ben tristi pensieri. Di fronte a lei, dalla parte del sole, vedeva ancora il suo sogno di un tempo, quella finestra
del quinto piano dove, a ogni primavera, i fagioli di Spagna s'avvolgevano con i loro piccoli steli attorno a un pergolato
di corde. La sua camera era invece dalla parte dell'ombra; i vasi di reseda morivano in capo a otto giorni. Ah! no, la vita
certo non le sorrideva, non era quella l'esistenza che aveva sognato! Invece di prepararsi a una vecchiaia circondata di
fiori, ecco che s'avvoltolava in cose poco pulite! Un giorno, affacciandosi, ebbe una strana sensazione; le sembr di
vedere se stessa, proprio lei, di persona, laggi sotto l'androne, a due passi dalla guardiola del portinaio, con il naso in
aria ad ammirare la casa come aveva fatto quella prima volta; quel balzo all'indietro di tredici anni le diede una fitta al
cuore. Ma il cortile non era cambiato. Le nude facciate erano appena un po' pi nere e lebbrose, mentre lo stesso fetore
saliva dai condotti corrosi dalla ruggine; alle corde delle finestre erano appesi ad asciugare capi di biancheria, pannolini
imbrattati di lordura. In basso, il selciato era ancora tutto pieno di buche e insudiciato dai bruscoli di carbone del
magnano e dai trucioli del falegname; nell'angolo pi umido della fontana, la pozza che colava dalla tintoria aveva una
bellissima tinta azzurra, un azzurro non meno delicato dell'azzurro d'allora. Ma lei, lei s che era cambiata e sfiorita!
Non era pi laggi, la faccia levata verso il cielo, contenta e coraggiosa, a sognare un bell'appartamento. Era sotto i tetti,
nell'angolo dei pidocchiosi, nel buco pi lercio, in un luogo dove non entrava mai il pi piccolo raggio di sole. Non
bastava questo a giustificare le sue lacrime? come avrebbe potuto esser felice della sua sorte?
Tuttavia, quando Gervaise si fu un po' abituata, la vita della famiglia nel nuovo alloggio, almeno per i primi
tempi, non si present poi cos male. L'inverno era quasi finito; e i quattro soldi dei mobili venduti a Virginie avevano
reso pi facili le cose. Poi, appena il tempo si mise al bello, ebbero un colpo di fortuna: Coupeau trov da lavorare in
provincia, a Etampes; e vi si ferm per quasi tre mesi, senza mai ubriacarsi, momentaneamente guarito dall'aria di
campagna. Non si pu credere come tolga la sete agli ubriaconi il semplice fatto di lasciare l'aria di Parigi, le cui strade
galleggiano nei vapori del vino e dell'acquavite. Al suo ritorno, era fresco come una rosa; e portava con s quattrocento
franchi, che servirono a pagare i due trimestri arretrati della bottega, per i quali avevano garantito i Poisson, e altri
piccoli debiti sparsi qua e l per il quartiere, i pi pressanti. Gervaise pot cos passare di nuovo per due o tre vie che
aveva a lungo evitato. Naturalmente si era messa a fare la stiratrice a giornata. La signora Fauconnier, che era una gran
brava donna purch la si lisciasse un poco, l'aveva ripresa volentieri. Le dava anzi tre franchi come a una prima operaia,
per riguardo alla sua trascorsa condizione di padrona. Sembrava quindi che la famiglia potesse andare avanti alla meno
peggio. Con un po' di fatica e d'economia, si riprometteva Gervaise, un giorno sarebbero riusciti a pagare tutti i debiti e
a garantirsi un piccolo tran tran decoroso. Ma faceva tutti questi buoni propositi soltanto nell'euforia della forte somma

guadagnata dal marito; a freddo, continuava a prendere il tempo cos come veniva, e diceva che le cose belle duravano
sempre troppo poco.
I Coupeau soffrirono soprattutto nel vedere i Poisson installarsi nella bottega. Per natura non erano affatto
invidiosi; ma sembrava che gli altri facessero apposta a stuzzicarli, magnificando in loro presenza gli abbellimenti dei
loro successori. I Boche, e ancor pi i Lorilleux, non parlavano d'altro. A sentir loro, non si era mai vista una bottega
cos bella. E raccontavano in che stato vergognoso d'abbandono i Poisson avessero trovato i locali; dicevano che la sola
ripulitura non era costata meno di trenta franchi. Dopo qualche esitazione, Virginie s'era alla fine decisa per un piccolo
commercio di drogheria di lusso, confetti, cioccolata, caff, t. Lantier le aveva vivamente consigliato un commercio
del genere perch, diceva, c'eran da guadagnare delle somme enormi con le ghiottonerie. Tutta la bottega fu dipinta di
nero, con delle righe gialle, due colori eleganti. Tre falegnami lavorarono otto giorni a sistemare gli scaffali, le vetrine e
le mensole del bancone, per i boccali, proprio come nelle confetterie. La piccola eredit tenuta in serbo da Poisson ne
rimase probabilmente intaccata. Ma Virginie trionfava; e i Lorilleux, con l'appoggio dei portinai, non risparmiavano a
Gervaise nemmeno uno scaffale, una vetrina, un boccale, esultando ogni volta che la vedevano cambiare espressione.
C' poco da non essere invidiosi; ci si rode sempre il fegato, quando gli altri s'infilano nelle nostre scarpe e ci
calpestano.
E per di pi c'era sotto anche tutta una questione di uomini. Si sosteneva che Lantier avesse lasciato Gervaise.
Il quartiere lo proclamava ai quattro venti. Tanto meglio! finalmente la morale tornava ad abitare in quella via! E tutto il
merito della separazione andava a quella volpe del cappellaio, che le signore continuavano a portare in palma di mano.
Non mancavano i particolari: Lantier aveva dovuto prendere a schiaffi la lavandaia, per farla star buona, da tanto gli si
era appiccicata addosso. Naturalmente nessuno diceva tutta la verit; quelli che avrebbero potuto conoscerla, la
giudicavano troppo semplice e non abbastanza interessante. Se si voleva, Lantier aveva effettivamente lasciato
Gervaise, nel senso che non la teneva pi a propria disposizione sia di giorno che di notte; ma sicuramente continuava a
farle visita al sesto piano, quando ne aveva voglia, perch alla signorina Remanjou capitava spesso d'incontrarlo, mentre
usciva dalla casa dei Coupeau nelle ore pi impensate. La loro relazione insomma continuava, ma affidata al caso, come
e quando potevano, senza che nessuno dei due ne traesse poi un vero piacere: erano pi che altro delle compiacenze
reciproche, un avanzo d'abitudine e nulla di pi. Ma ci che complicava adesso la situazione era il fatto che tutto il
quartiere infilava ormai Lantier e Virginie sotto lo stesso paio di lenzuola. Anche in questo caso il quartiere si
dimostrava un po' troppo precipitoso. Era del resto vero che il cappellaio aveva messo gli occhi sulla bella bruna; e la
cosa rientrava per cos dire nelle regole, perch Virginie aveva in tutto e per tutto preso il posto di Gervaise nella casa.
Circolava addirittura una storiella. Si pretendeva che una notte il cappellaio fosse andato a cercare Gervaise nel letto del
vicino, ma che al posto della lavandaia avesse portato Virginie in camera sua, e l'avesse tenuta con s per tutta la notte,
non avendola riconosciuta se non alle prime luci dell'alba. La storiella era divertente. Ma Lantier non era in realt cos
avanti; si permetteva appena di pizzicarle i fianchi. Ma non per questo i Lorilleux, in presenza di Gervaise, parlavano
con meno tenerezza degli amori di Lantier e di Virginie, sperando d'ingelosirla. I Boche lasciavano capire a loro volta
che non avevano mai visto una coppia meglio assortita. Il buffo, in tutta questa faccenda, era che rue de la Goutte-d'Or
non sembrava affatto scandalizzarsi di quel nuovo connubio a tre; no, la morale, tanto rigida verso Gervaise, si mostrava
invece indulgente con Virginie. Ma forse la sorridente benevolenza di tutta la via derivava dal fatto che suo marito era
pur sempre una guardia municipale.
Per fortuna la gelosia non tormentava affatto Gervaise. Le infedelt di Lantier la lasciavano ormai del tutto
indifferente, anche perch il cuore, da molto tempo, non aveva pi una gran parte nella loro relazione. Pur non avendo
cercato in nessun modo di saperle, era venuta a conoscenza di certe storie poco edificanti che riguardavano il
cappellaio, di avventure con le peggiori donnacce, le prime cagne imbellettate che aveva incontrato per strada; e la cosa
le aveva fatto cos poco effetto che aveva continuato a mostrarsi compiacente, senza nemmeno trovare in se stessa
quella rabbia che le avrebbe forse permesso di farla finita una volta per tutte. Non diger tuttavia cos facilmente la
nuova infatuazione del suo amante. Se c'era Virginie di mezzo, era allora tutta un'altra faccenda. Dovevano aver
escogitato insieme quella storia soprattutto per farle dispetto; se ne infischiava della loro bagatella, ma pretendeva che
non le si mancasse di riguardo. E cos, quando la signora Lorilleux o qualche altra bestiaccia maligna diceva apposta in
sua presenza che il povero Poisson non riusciva nemmeno pi a passare sotto la porta di Saint-Denis, si sbiancava di
colpo, con il cuore dilaniato e un gran bruciore alla bocca dello stomaco. Ma stringeva le labbra e cercava di trattenersi,
non volendo dare la minima soddisfazione ai suoi nemici. Probabilmente non era riuscita a controllarsi altrettanto bene
con Lantier, perch la signorina Remanjou giur d'aver sentito il rumore d'uno schiaffo, un pomeriggio. E un litigio in
effetti c'era stato. Lantier non le rivolse la parola per quindici giorni; ma poi torn a cercarla, e le cose sembrarono
ricominciare come prima, come se nulla fosse accaduto. La lavandaia preferiva ormai rassegnarsi alla sua parte,
aborriva la sola idea d'accapigliarsi con l'altra, e voleva soltanto che non le rovinassero ancora di pi la vita. Ah! non
aveva pi vent'anni; e aveva smesso d'amare gli uomini fino al punto di prendere una rivale a sculacciate, soltanto per i
loro begli occhi, con il rischio di perdere il lavoro. Ma metteva anche questo in conto, insieme a tutto il resto.
Coupeau invece si divertiva. Quel marito cos comodo, che non aveva mai voluto sentir parlare di corna in casa
propria, si sbellicava adesso dal ridere davanti al bel paio di corna di Poisson. Se c'era lui di mezzo non gli faceva
nessun effetto, ma se si trattava di qualcun altro gli sembrava la cosa pi ridicola del mondo; e si dava un gran da fare
per scoprire tutti i possibili fatterelli del genere, quando cio erano le mogli dei vicini a guardare la foglia di fico
dall'altro lato. Che gran frescone, per esempio, quel Poisson! E dire che portava la spada, che si permetteva di prendere
a spintoni la gente in mezzo alla via! Coupeau spingeva poi la sua beata incoscienza fino al punto di sbeffeggiare

Gervaise. Bene! benissimo! ecco che il suo ganzo cominciava ad averne abbastanza di lei! Non si poteva certo dire che
avesse fortuna: gi una prima volta, con i fabbri, le cose le erano andate male; e adesso, la seconda volta, erano i
cappellai a darsela a gambe. Non c'era che dire: continuava a rivolgersi a corporazioni poco serie. Perch non si
prendeva invece un bel muratore, un uomo dalla presa sicura, che sapesse impastare ben saldo il suo gesso?
Naturalmente parlava in questo modo tanto per scherzare; ma Gervaise si faceva ugualmente di tutti i colori, anche
perch il marito sembrava frugarle nel cervello con i suoi occhietti grigi, come se avesse voluto conficcarvi quelle
parole con un succhiello. Quando cominciava a dir sconcezze, Gervaise non riusciva pi a capire se parlava per scherzo
o sul serio. Un uomo che si ubriaca da un capo all'altro dell'anno, non pi in s con la testa; e ci sono dei mariti,
gelosissimi a vent'anni, che a forza di bere diventano di manica assai larga, a trenta, sul capitolo della fedelt coniugale.
Che spettacolo, Coupeau, quando si metteva a far lo smargiasso in rue de la Goutte-d'Or! Parlava di Poisson
dandogli del cornuto! Cos chiudeva il becco alle chiacchierone! Ormai non era pi lui, il cornuto! Oh! sapeva tutto
quello che c'era da sapere. Se un tempo non aveva voluto dar retta alle chiacchiere della gente, era solo perch i
pettegolezzi non gli piacevano. Ognuno padrone in casa propria, e si gratta dove pi gli prude. Ebbene! se a lui non
prudeva in nessun posto, doveva forse grattarsi per far piacere alla gente? Nemmeno la guardia municipale pareva tener
conto di quello che dicevano gli altri! Eppure questa volta era tutto vero; i due amanti eran stati visti insieme, non si
trattava di chiacchiere campate in aria come nel suo caso. E s'indignava. Non capiva perch mai un uomo, un
funzionario del governo, potesse sopportare un tale scandalo nella sua stessa dimora. Alla guardia municipale doveva
piacere la rimasticatura degli altri, ecco la verit! Il che comunque non gli impediva, le sere in cui s'annoiava a star solo
con la moglie nel loro buco sotto i tetti, di scendere a cercare Lantier e di trascinarlo con s a viva forza. La loro baracca
gli sembrava ancora pi triste, da quando il suo compagno li aveva lasciati. E gli faceva far pace con Gervaise, ogni
volta che li vedeva sul freddo. Fulmini del cielo! bisogna saper mandare al diavolo la gente! O per caso proibito
divertirsi come pare e piace? Sogghignava; delle idee di grandezza gli si accendevano negli occhi incerti da ubriaco;
sentiva il bisogno di dividere tutto con il cappellaio, perch la vita gli sembrasse un po' pi allegra. Era soprattutto in
sere del genere che Gervaise non capiva se il marito parlava per scherzo o sul serio.
Lantier, in mezzo a queste storie, assumeva un'aria sempre pi austera; si mostrava paterno e dignitoso. Gi in
tre occasioni era riuscito ad impedire che i Poisson e i Coupeau litigassero; la buona armonia fra le due famiglie era una
delle ragioni della sua soddisfazione. Grazie agli sguardi insieme teneri e fermi con cui sorvegliava Gervaise e Virginie,
le due donne continuavano a dimostrarsi l'un l'altra la pi grande amicizia. E il cappellaio, regnando sulla bionda e sulla
bruna con una tranquilla aria da pasci, s'impinguiva della sua stessa ribalderia. Quella canaglia non aveva ancora finito
di digerire i Coupeau, e gi cominciava ad addentare i Poisson. Oh! non che la cosa lo mettesse in imbarazzo!
Semplicemente, una volta divorata una bottega, ne attaccava subito un'altra. Insomma, sono soltanto gli individui della
sua specie ad avere fortuna.
Quell'anno, a giugno, Nan fece la sua prima comunione. Aveva quasi tredici anni; era alta come una stanga e
aveva un'espressione da sfrontata. L'anno prima era stata cacciata dal catechismo per la sua cattiva condotta; e questa
volta il curato l'aveva accettata soltanto perch aveva paura che non si facesse pi vedere, e perch non voleva
abbandonare in mezzo alla strada un'eretica in pi. Nan ballava di gioia all'idea del suo vestito bianco. I Lorilleux, in
quanto padrino e madrina, le avevano promesso il vestito, un regalo di cui si vantavano gi in tutto il caseggiato; la
signora Lerat le avrebbe dato il velo e la cuffia, Virginie la borsetta e Lantier il messale. La famiglia Coupeau poteva
quindi affrontare la cerimonia senza darsene troppo pensiero. I Poisson, che volevano festeggiare l'inaugurazione dei
loro nuovi locali con un piccolo rinfresco, scelsero per l'appunto quello stesso giorno, probabilmente consigliati dal
cappellaio. Invitarono i Coupeau e i Boche, la cui figlia doveva fare a sua volta la prima comunione. La sera avrebbero
cenato in casa loro con un cosciotto e qualche contorno.
Il giorno prima, mentre Nan stava ammirando a bocca aperta i regali disposti in bell'ordine sul cassettone,
Coupeau rientr in uno stato vergognoso. L'aria di Parigi l'aveva gi riconquistato. Aggred la moglie e la figlia con
ingiurie da ubriaco, con delle oscenit che non erano certo appropriate a una circostanza del genere. Nan, del resto,
cominciava a sua volta a farsi sboccata, costretta com'era a non ascoltare che i discorsi pi disgustosi. Se le capitava di
litigare con la madre, la trattava senza peli sulla lingua da bagascia e da vacca.
Ho fame!, strillava lo zincatore. Dove diavolo la mia zuppa, branco di carogne!... Ma guardatele, queste
due donnicciole, con tutte le loro cianfrusaglie! Mi ci siedo sopra, sapete, a questo mucchio di stracci, se non mi date
subito da mangiare!.
Come asfissiante, quando ubriaco!, mormor Gervaise spazientita.
E rivolgendosi al marito:
La zuppa si sta scaldando. Lasciaci un po' in pace!.
Nan quel giorno aveva deciso di fare la modesta, perch le pareva l'atteggiamento pi appropriato. Continuava
a guardare i suoi regali messi in fila sul cassettone, e teneva gli occhi ostentatamente abbassati, fingendo di non capire
le volgarit del padre. Ma lo zincatore, le sere che rientrava ubriaco, era pi petulante d'una scimmia. Le parlava quasi
nelle orecchie.
Te li do io, i vestiti bianchi! Dimmi un po'! pensi ancora di farti le tette nel corpetto con delle palle di carta,
come l'altra domenica?... S, si, aspetta un po'! So bene quanto ti piace scuotere il didietro! Ti fanno prudere, i bei
vestiti, vero? ti mettono la fregola addosso!... Vuoi o no levarti dai piedi, dannato bacherozzo! Togli le mani di l, fa
scomparire questa roba in un cassetto, o ti ci pulisco tutto il grugno!.

Nan, a testa bassa, continuava a non rispondere. Aveva preso in mano la cuffia di tulle, e domandava alla
madre quanto costava. Coupeau allung le zampe per strapparle di mano la cuffia; Gervaise lo spinse indietro gridando:
Ma lasciala un po' stare, questa bambina! cos carina, non sta facendo niente di male!.
Allora lo zincatore ne vomit ancora di pi crude:
Ah! che puttane! la madre peggio della figlia, e tutte e due insieme ne fanno proprio un bel paio! Ma vi
sembra una bella cosa, andare a mangiare il buon Dio facendo le civette con gli uomini?... Osa un po' dire il contrario,
piccola sudiciona!... Ti far vestire con un sacco; vedremo se anche cos ti verr il prurito addosso. S, con un sacco, per
farvene passare la voglia, a te e ai tuoi preti! O credi forse che mi faccia piacere che t'insegnino tutti i vizi?... Insomma!
in nome di Dio! mi volete o no ascoltare, voi due?.
Ma tutt'a un tratto Nan si volt inviperita, mentre Gervaise allungava le mani per mettere in salvo le cose che
Coupeau minacciava di fare a brandelli. La bambina fiss per un attimo il padre; poi, dimenticando la modestia che le
aveva raccomandato il suo confessore, disse a denti stretti:
Porco!.
Subito dopo aver mangiato la zuppa, lo zincatore si mise a russare. L'indomani si svegli d'ottimo umore.
Aveva ancora un resto della sbornia del giorno prima, quel tanto che gli permetteva d'essere amabile. Poi volle assistere
alla vestizione della piccola, e il vestito bianco lo commosse; trovava che un nonnulla dava a quel passerottino una vera
aria da principessa. Insomma, come gli piaceva ripetere, in un'occasione del genere un padre non pu che essere
orgoglioso della sua bambina. E bisognava vedere con che grazia Nan portava quel suo vestitino un po' troppo corto,
sorridendo con l'imbarazzo d'una sposina! Finalmente scesero. Quando Nan vide Pauline sulla porta della guardiola,
abbigliata nel suo stesso identico modo, s'arrest di colpo e la squadr a lungo con il suo limpido sguardo; ma poi si
mostr affettuosissima, trovando che l'amica era decisamente meno elegante di lei e che assomigliava pi che altro a un
fagotto. Subito dopo le due famiglie s'avviarono insieme verso la chiesa. Nan e Pauline camminavano davanti,
stringendo il messale in mano e trattenendo i veli che il vento faceva ondeggiare. Non parlavano, ma si sentivano
entrambe venir meno dal piacere ogni volta che qualcuno s'affacciava alla porta d'una bottega; e assumevano la loro aria
pi devota per sentirsi dire, mentre passavano, che erano davvero graziose. La signora Boche e la signora Lorilleux
erano rimaste apposta un po' indietro per scambiarsi le loro riflessioni sulla Zoppa, una vera scialacquatrice, la cui figlia
non sarebbe nemmeno riuscita a comunicarsi, se i parenti non le avessero regalato tutto, s, tutto, perfino una camicia
nuova, per rispetto verso la Santa Mensa. La signora Lorilleux era in agitazione soprattutto per il vestito, che era
appunto il suo regalo; e fulminava Nan con lo sguardo, la chiamava piccola sporcacciona, ogni volta che la bambina,
per avvicinarsi troppo ai negozi, raccattava tutta la polvere da terra con la sottana.
In chiesa, Coupeau pianse per tutto il tempo. Era assurdo, lo sapeva, ma non riusciva proprio a trattenere le
lacrime. Tutto lo colpiva: il modo in cui il prete allargava le braccia, le fanciulle che sfilavano a mani giunte e che
assomigliavano agli angeli; la musica dell'organo gli risuonava nelle budella, e il buon odore dell'incenso lo costringeva
a tirar su con il naso, come se gli avessero spinto sul viso un mazzo di fiori. Insomma, vedeva tutto il mondo in azzurro;
si sentiva stringere il cuore. Fu soprattutto un cantico, qualcosa d'assolutamente celestiale, mentre le fanciulline
ricevevano il corpo di nostro Signore, a scorrergli gi per il collo, mettendogli un brivido in tutta la schiena. Attorno a
lui, del resto, tutte le persone di buon cuore stavano a loro volta inzuppando i fazzoletti. Davvero, era proprio un gran
bel giorno, il pi bel giorno della vita! All'uscita dalla chiesa, tuttavia, quando and a farsi un bicchierino in compagnia
di Lorilleux, che era invece rimasto a occhi asciutti e si divertiva a prenderlo in giro, mont su tutte le furie, accus i
preti di far ardere in chiesa chiss quali erbe diaboliche, per rinfrollire gli uomini. Ma in fin dei conti perch avrebbe
dovuto vergognarsi? Ebbene! s, i suoi occhi avevano pianto; il che dimostrava semplicemente che non aveva un sasso
al posto del cuore. E ordin un altro giro.
La sera, il ricevimento dei Poisson per l'inaugurazione dei nuovi locali si svolse nella pi grande allegria.
L'amicizia regn dall'inizio alla fine della cena, senza il minimo intoppo. Anche quando arrivano i brutti giorni, capitano
sempre delle ore del genere, delle buone serate in cui ci si vuol bene perfino fra persone che di solito si detestano.
Lantier, che aveva alla sua sinistra Gervaise e alla sua destra Virginie, si mostr amabile con entrambe e si prodig in
mille tenerezze, come un gallo che vuole la pace nel suo pollaio. Dirimpetto a lui, Poisson conservava la sua aria
assorta, tranquilla e severa da guardia municipale, la sua abitudine di non pensare a nulla, con gli occhi velati, come
durante i lunghi turni di guardia agli angoli dei marciapiedi. Le regine della festa furono le due ragazzine, Nan e
Pauline, che avevano avuto il permesso di non cambiarsi d'abito. Se ne stavano tutte impettite, per paura di macchiarsi il
loro vestito bianco; e a ogni boccone si gridava loro di alzare bene il mento, per mandar gi il cibo senza sporcarsi.
Nan, infastidita, fin per rovesciarsi tutto il vino sul corpetto. Fu un affare di stato: le fecero togliere il vestito e
lavarono immediatamente il corpetto con un bicchiere d'acqua.
Al dessert si parl seriamente dell'avvenire delle fanciulle. La signora Boche aveva gi fatto la sua scelta:
Pauline sarebbe entrata in un laboratorio di traforatrici in oro e in argento, dove poteva guadagnare dai cinque ai sei
franchi al giorno. Gervaise non aveva ancora un'idea precisa, tanto pi che Nan non mostrava nessuna vera
inclinazione. Oh! le piaceva far la vagabonda, questa s che era la sua vocazione! ma per il resto aveva le mani di burro.
Io, se fossi in voi, disse la signora Lerat, ne farei una fiorista. un mestiere onesto e piacevole.
Le fioriste, mormor Lorilleux, sono tutte puttane.
Ah, s! allora anch'io!, rispose la vedova stringendo le labbra. Ma come siete galante! Eppure lo sapete, non
sono certo una cagna, e non mi metto con le zampe all'aria appena mi fanno un fischio!.
Ma tutta la compagnia l'azzitt.

Signora Lerat! oh! signora Lerat!.


E con la coda dell'occhio le indicavano le due comunicande. Nan e Pauline ficcavano il naso nel bicchiere per
non ridere. Per convenienza, gli stessi uomini avevano usato fino a quel momento soltanto le espressioni pi innocenti.
Ma la signora Lerat non volle accettare l'ammonimento. Quello che aveva appena detto l'aveva sentito dire nelle
migliori compagnie. Si piccava del resto di conoscere perfettamente la sua lingua; le facevano spesso i complimenti per
come sapeva parlare di tutto, anche davanti ai bambini, senza offendere mai la decenza.
Ci sono delle donne assai per bene fra le fioriste, tenetevelo a mente!, grid. Certo, sono fatte come tutte le
altre donne, non hanno la scorza dappertutto. Ma sanno contenersi; e scelgono con gusto, ogni volta che si concedono
una scappatella... S, deve essere tutto merito dei fiori! Ecco perch mi sono conservata....
Mio Dio!, l'interruppe Gervaise, non ho nulla contro i fiori. Ma devono piacere a Nan; non bisogna
contrariare i fanciulli nella loro vocazione... Sentiamo, Nan, non fare la sciocca, rispondi. Ti piacciono i fiori?.
La piccola, chinata sul piatto, raccattava le briciole d'un dolce con il dito bagnato, e poi lo succhiava. Non
s'affrett a rispondere. Aveva un sorriso malizioso.
Ma s, mamma, mi piacciono, fin per dichiarare.
Allora la cosa venne subito combinata. Coupeau acconsent che la signora Lerat conducesse la fanciulla al suo
laboratorio, in rue du Caire, fin dall'indomani. E la compagnia parl gravemente dei doveri della vita. Boche diceva che
Nan e Pauline erano ormai delle donne, adesso che avevano fatto la prima comunione. Poisson aggiungeva che
dovevano imparare a cucinare, a rammendare i calzini, a mandare avanti una casa. Si parl perfino del loro matrimonio
e dei figli che un giorno avrebbero avuto. Le due ragazzine ascoltavano e ridacchiavano di nascosto; si sfregavano l'una
contro l'altra, con il cuore gonfio, felici d'essere gi donne, rosse e imbarazzate nel loro vestito bianco. Ma fu soprattutto
Lantier a stuzzicarle, quando domand loro, prendendole in giro, se non c'era gi in vista qualche fidanzatino. E Nan
fu costretta a confessare che voleva bene a Victor Fauconnier, il figlio della padrona di sua madre.
Insomma!, disse la signora Lorilleux ai Boche, mentre si salutavano, nostra figlioccia, ma dal momento
che ne fanno una fiorista, d'ora in poi ce ne laveremo le mani. Una puttana in pi per i boulevards... Tempo sei mesi, e
ne far vedere delle belle!.
Risalendo per andare a dormire, i Coupeau convennero che tutto era proceduto per il meglio, e che i Poisson
erano in fondo delle brave persone. Gervaise trovava addirittura che la bottega era stata sistemata proprio come si deve.
Si era immaginata di soffrire, a passar cos la serata nel suo alloggio d'un tempo, dove degli estranei si erano piazzati
tanto comodamente; ed era rimasta sorpresa di non aver avuto nemmeno un momento di stizza. Nan, spogliandosi,
chiese alla madre se il vestito della signorina del secondo piano, che si era sposata il mese prima, era di mussola come il
suo.
Ma quello fu l'ultimo bel giorno della famiglia. Trascorsero due anni, e i Coupeau andarono sempre pi a
fondo. Erano soprattutto gli inverni a dissanguarli. Se nella bella stagione avevano di che mangiare, con la pioggia e con
il freddo arrivavano, nella piccola Siberia della loro stamberga, anche la fame, i pasti saltati, le cene fatte soltanto nel
ricordo. Quel dannato dicembre entrava in casa loro passando sotto la porta, e trascinava con s tutti i mali: la
disoccupazione nelle fabbriche, gli ozi intorpiditi delle grandi gelate, la nera miseria dei giorni pi umidi. Il primo
inverno, in certe serate, fecero ancora un po' di fuoco; e si rannicchiavano attorno alla stufa, preferendo scaldarsi
piuttosto che mangiare. Ma il secondo inverno la stufa rimase con la ruggine, e ghiacciava tutta la camera con il suo
lugubre aspetto di cippo di ghisa. Ma erano specialmente gli affitti da pagare a spezzar loro le gambe, ad annientarli.
Oh! quella maledetta scadenza di gennaio, quando non avevano il becco d'un quattrino e pap Boche presentava gi la
ricevuta! Sentivano allora ancora pi freddo, una vera tempesta di tramontana. Il signor Marescot arrivava il sabato
dopo, coperto da un buon cappotto, le zampe infilate in guanti di lana; e aveva sempre in bocca la parola sfratto, mentre
fuori cadeva la neve, come a preparare per loro un bel letto sul marciapiede, con lenzuola bianche. Per pagare la pigione
avrebbero venduto la loro stessa carne. Era la pigione a svuotare la stufa e la credenza. In tutto il caseggiato risuonava
del resto un unico lamento. Si piangeva a tutti i piani; una musica di sventura riecheggiava lungo le scale e i corridoi. Se
in ogni casa ci fosse stato un morto, non si sarebbe sentito un suono d'organo altrettanto doloroso. Sembrava il giorno
del giudizio universale, la fine della fine, la vita impossibile, l'annientamento della povera gente. La donna del terzo
piano si era messa a battere all'angolo di rue Belhomme. Un operaio, il muratore del quinto piano, aveva rubato in casa
del padrone.
Senza dubbio i Coupeau non potevano incolpare che se stessi. Per quanto dura sia l'esistenza, con un po'
d'ordine e d'economia sempre possibile rimanere a galla. Lo dimostravano i Lorilleux, che pagavano il loro affitto
puntualmente, avvolgendo i soldi in pezzi di carta sudicia; ma quei due menavano una vera vita da cani, da far odiare il
lavoro. Nan con i fiori non guadagnava ancora nulla, e anzi spendeva parecchio per s. Gervaise cominciava ad essere
mal vista nella bottega della signora Fauconnier. Non ci sapeva pi fare, e combinava dei tali pasticci sul lavoro che la
principale le aveva ridotto la paga a quaranta soldi, il salario delle peggiori operaie. E con tutto ci, orgogliosa e
suscettibile com'era, si ostinava a sbattere in faccia al mondo intero la sua trascorsa condizione di padrona. Mancava dal
lavoro per intere giornate, lasciava la bottega per puro capriccio. Una volta, per esempio, si era a tal punto risentita nel
vedere che la signora Fauconnier aveva preso con s la signora Putois, e si era cos offesa all'idea di dover lavorare
gomito a gomito con la sua operaia d'un tempo, che era sparita per quindici giorni. Dopo queste scenate, veniva ripresa
soltanto per carit; il che l'inaspriva ancora di pi. Naturalmente, alla fine della settimana, la paga era tutt'altro che
grassa; come diceva con amarezza, sarebbe arrivato prima o poi un sabato in cui avrebbe dovuto esser lei a dare
qualcosa alla padrona. Quanto a Coupeau, i casi erano due: o non lavorava affatto, o se lavorava doveva di certo fare

omaggio del suo lavoro al governo, perch Gervaise, dopo la trasferta ad Etampes, non aveva pi visto il colore dei suoi
soldi. Nei giorni della santa paga, non gli guardava nemmeno pi le mani, quando rientrava. Arrivava con le braccia
ciondoloni, le tasche vuote, spesso anche senza il fazzoletto; mio Dio! s, aveva perso il suo moccichino, oppure glielo
aveva rubato qualche birbante di compagno. Le prime volte buttava gi dei conti, s'inventava delle panzane: dieci
franchi per una sottoscrizione, venti franchi che gli erano caduti di tasca per colpa d'un buco che faceva vedere,
cinquanta franchi per pagare dei debiti immaginari. Poi aveva perso ogni ritegno. Il denaro si volatizzava, ecco tutto!
Non l'aveva in tasca, l'aveva nel ventre: un altro modo non molto divertente di portarlo alla moglie. La lavandaia,
consigliata dalla signora Boche, andava qualche volta ad aspettare il suo uomo all'uscita dal lavoro, con la speranza di
acciuffare il gruzzolo fresco fresco; ma non serviva a niente, i compagni avvertivano Coupeau, e il denaro scompariva
nelle sue scarpe o in qualche altro borsellino ancora meno decente. La signora Boche si era fatta molto scaltra
sull'argomento, perch Boche le faceva sparire delle monete da dieci franchi, e se ne serviva di nascosto per offrire dei
conigli alle amabili signore di sua conoscenza; la portinaia frugava allora in tutti i possibili ripostigli dei suoi vestiti, e
trovava in genere nella visiera del berretto, cucita fra il cuoio e la stoffa, la moneta che mancava all'appello. Ah! lo
zincatore non era uno di quelli che imbottivano i loro stracci con l'oro! Se lo metteva direttamente in corpo. Gervaise
non poteva prendere le forbici e scucirgli la pelle della pancia.
S, la colpa era di tutta la famiglia, se andava di male in peggio di stagione in stagione. Ma sono cose che non
si ammettono facilmente, soprattutto quando ci si trova nel fango. Accusavano la sorte, affermavano che Dio ce l'aveva
con loro. Ormai in casa c'era l'inferno. Passavano l'intera giornata a litigare. Ma non avevano ancora cominciato a
picchiarsi; tutt'al pi qualche scappellotto sfuggito involontariamente di mano al culmine della discussione. La cosa
ancora pi triste era che avevano aperto la gabbia all'amicizia; i sentimenti migliori erano volati via come dei canarini.
Il bel calore dei padri, delle madri e dei figli, quando questo piccolo mondo si mantiene unito, stretto stretto, si ritraeva
da loro, lasciandoli tremanti, ognuno nel suo cantuccio. Tutti e tre, Coupeau, Gervaise e Nan, avevano i nervi sempre a
fior di pelle; si sbranavano per una parola con l'odio negli occhi; sembrava che qualcosa si fosse ormai rotto, la grande
molla della famiglia, l'ingranaggio che, nelle persone felici, fa battere i cuori all'unisono. Ah! senza dubbio Gervaise
non si turbava pi come una volta, quando vedeva Coupeau appeso sull'orlo delle grondaie, a dodici o quindici metri dal
marciapiede. Non che l'avrebbe buttato gi lei stessa; ma se il marito fosse caduto cos, per caso, non le sembrava in
verit che il mondo avrebbe subito una grave perdita. I giorni in cui regnava la discordia, gli gridava che avrebbe voluto
vederlo tornare di nuovo a casa in una barella! Questo ormai si augurava; solo cos le avrebbero restituito la sua felicit!
A che serviva, quell'ubriacone, se non a farla piangere, a spazzarle via ogni cosa, a spingerla al male? Ebbene! gli
uomini inutili come lui erano gettati il pi presto possibile nella fossa, e ci si ballava sopra la polca della libert
riconquistata. Quando la madre diceva: Ammazzalo! la figlia rispondeva: Accoppalo! Nan leggeva nei giornali le
disgrazie con commenti da figlia snaturata. Suo padre aveva una tale fortuna, che un omnibus l'aveva buttato a terra
senza nemmeno fargli passare la sbornia. Non sarebbe dunque mai crepata, quella carogna?
In mezzo a questa esistenza esasperata dalla miseria, Gervaise era per di pi costretta a soffrire per tutti gli
stenti di cui sentiva il rantolo attorno a s. Quell'angolo del caseggiato era l'angolo dei pidocchiosi, dove sembrava che
tre o quattro famiglie si fossero messe d'accordo per non aver di che mangiare tutti i giorni. Le porte avevano un
bell'aprirsi; non ne uscivano molto spesso gli odori di cucina. Nel corridoio c'era un silenzio di morte, e i muri
risuonavano cavernosi come pance vuote. A momenti si sentivano degli strepiti, donne che piangevano, bambini che si
lamentavano per la fame, famiglie che si sbranavano fra di loro, per ingannare lo stomaco. Era un generale crampo alla
gola; tutte quelle bocche tese sbadigliavano e i petti si scavavano al solo respirare quell'aria, dove nemmeno i moscerini
avrebbero potuto vivere, per mancanza di nutrimento. Ma la compassione di Gervaise era tutta per pap Bru, sotto la
piccola scala, nel suo buco. Il vecchio vi si ritirava come una marmotta, si raggomitolava per aver meno freddo;
rimaneva per intere giornate senza muoversi, buttato su un mucchio di paglia. Nemmeno la fame lo faceva uscire,
perch era inutile andar fuori a farsi crescere l'appetito, visto che nessuno l'aveva invitato a mangiare. Quando
scompariva per tre o quattro giorni di fila, i vicini spingevano la sua porta, guardavano se per caso non fosse morto. Ma
no! continuava a vivere come poteva, non del tutto, appena un poco, da un occhio soltanto; anche la morte lo
dimenticava! Gervaise, non appena aveva del pane, gli portava delle croste. Anche se s'incattiviva e detestava gli uomini
per colpa del marito, compiangeva sempre e sinceramente gli animali e pap Bru; quel povero vecchio che lasciavano
crepare solo perch non riusciva pi a reggere in mano un pennello, era per lei come un cane, una bestia ormai fuori
servizio, di cui nemmeno uno scortichino avrebbe voluto comprare il grasso o la pelle. E aveva come un peso sul cuore,
sapendolo sempre l, dall'altra parte del corridoio, abbandonato da Dio e dagli uomini, ridotto a nutrirsi soltanto di se
stesso, con il corpo che tornava a rimpicciolirsi e assomigliava a quello d'un bambino, raggrinzito e svuotato come un
arancio messo a rinsecchire sul camino.
La lavandaia era anche esasperata dalla vicinanza con Bazouge il becchino. Un semplice tramezzo,
sottilissimo, separava le loro due camere. L'altro non poteva mettersi un dito in bocca senza che lei lo sentisse. Quando
Bazouge tornava a casa la sera, Gervaise seguiva, come suo malgrado, tutto il suo piccolo affaccendarsi: il cappello
nero di cuoio che risuonava sinistramente sul cassettone, come una palata di terra; il mantello nero che, appeso al muro,
lo sfregava in un fruscio d'ali d'uccello notturno; tutti i suoi stracci neri, che venivano gettati in mezzo alla stanza e la
riempivano con un disordine di lutto. Lo sentiva andare su e gi per la camera, s'irritava al suo minimo movimento,
trasaliva se l'altro inciampava in un mobile o urtava le sue stoviglie. Quel maledetto ubriacone era il suo cruccio; la pi
sorda paura si univa in lei a una disperata voglia di sapere. E intanto Bazouge, sempre allegro, con il sacco pieno tutti i
giorni e il cervello sottosopra non soltanto la domenica, tossiva, scaracchiava, stonava le sue canzonacce oscene, si

lasciava andare a cose tutt'altro che pulite, andava a sbattere contro tutte e quattro le pareti prima di trovare finalmente il
suo letto. Tutta pallida in volto, Gervaise si domandava da quali mai strane faccende il becchino fosse a tal punto preso;
aveva delle atroci fantasticherie, si ficcava in mente che dovesse aver portato con s un morto e che lo mettesse sotto il
letto. Mio Dio! non aveva appunto letto in un giornale d'un fattaccio del genere, di un impiegato delle pompe funebri
che si teneva in casa una vera collezione di bambini chiusi nelle loro piccole bare, semplicemente per risparmiarsi un
po' di fatica e fare un solo viaggio al cimitero? Una cosa era comunque certa: quando Bazouge arrivava, il tanfo della
morte si faceva sentire anche attraverso il tramezzo. Ci si poteva credere alloggiati di fronte al Pre-Lachaise, in pieno
regno delle talpe. Era davvero spaventoso, quell'animale, con quel suo ridere continuamente da solo, come se il suo
mestiere lo rallegrasse. Anche quando aveva finito di far baccano, e si buttava sul letto, russava in un modo cos fuori
dal comune che alla lavandaia si mozzava il respiro. Passava ore e ore con l'orecchio teso; aveva l'impressione che dei
cortei funebri sfilassero in casa del vicino.
S, il peggio era che Gervaise, nonostante tutto il suo terrore, ne era a tal punto attratta da incollare l'orecchio
contro il muro, per sentire meglio. Bazouge le faceva insomma lo stesso effetto che i begli uomini fanno alle donne
oneste: li vorrebbero toccare, ma non osano, la buona educazione le trattiene. Ebbene! se la paura non l'avesse
trattenuta, Gervaise avrebbe voluto toccare la morte, vedere di cosa era fatta. In certi momenti si faceva cos curiosa,
con il fiato sospeso, tutta protesa in ascolto, come se si aspettasse la rivelazione di quel segreto da un semplice
movimento di Bazouge, che Coupeau le domandava ridacchiando se per caso non si fosse presa una bella cotta per il
becchino della porta accanto. Allora s'infuriava, parlava di cambiare casa, tanto quella vicinanza le ripugnava; ma suo
malgrado, appena il vecchio arrivava portandosi dietro il suo odore di cimitero, ripiombava nelle sue fantasticherie, e
prendeva l'aria trepidante e accesa d'una sposa che s'abbandona al sogno di un piccolo strappo alla fedelt coniugale.
Non le aveva forse offerto due volte d'imballarla e di portarla con s in altri luoghi, in una cuccia dove il piacere del
sonno cos grande da far dimenticare d'un tratto tutti i mali? Che fosse davvero quella la cosa migliore? Poco a poco
sentiva crescere in s una tentazione: di farne la prova. S, avrebbe voluto farne la prova per quindici giorni, un mese.
Oh! dormire per un mese, soprattutto d'inverno, il mese della pigione, quando i fastidi della vita l'uccidevano! Ma non
era possibile. Avrebbe dovuto dormire per sempre, se solo avesse cominciato a dormire per un'ora; questa idea
l'agghiacciava, la sua infatuazione per la morte scompariva, davanti al patto eterno e severo che la terra esigeva.
Tuttavia una sera di gennaio batt con i pugni sul tramezzo. Aveva passato una settimana angosciosa,
maltrattata da tutti, senza nemmeno un soldo, ormai a corto di coraggio. Quella sera non si sentiva bene, batteva i denti
per la febbre e aveva negli occhi come un danzare di fiamme. Allora, invece di buttarsi dalla finestra, come per un
momento aveva pensato di fare, si mise a bussare e a chiamare:
Pap Bazouge! Pap Bazouge!.
Il becchino si stava levando le scarpe, e cantava: C'eran tre belle ragazze. Il lavoro doveva essere andato bene,
quel giorno, perch sembrava pi confuso del solito.
Pap Bazouge! Pap Bazouge!, grid Gervaise alzando la voce.
Come mai non la sentiva? Eppure era pronta a darsi a lui in quello stesso istante; avrebbe potuto prenderla per
il collo e portarla via con s, dove portava tutte le altre donne, le ricche e le povere che consolava. E quella sua canzone:
C'eran tre belle ragazze, la feriva, perch vi vedeva quasi il disdegno di un uomo che ha fin troppe innamorate.
S! che c'? che c'?, balbett Bazouge. C' qualcuno che sta male?... Eccomi, mammina!.
Ma a quella voce roca, Gervaise si svegli come da un incubo. Cosa aveva fatto? Di certo doveva aver battuto
sul tramezzo. Allora fu come se le avessero dato una mazzata sulle reni; la fifa le fece stringere le natiche e indietreggi,
sembrandole di vedere le enormi zampe del becchino che uscivano dal muro e l'afferravano per i capelli. No, no, non
voleva; non era ancora pronta. Se aveva battuto, doveva averlo fatto con il gomito, mentre si rigirava nel letto, senza
averne l'intenzione. E alla sola idea di vedersi trascinare fra le braccia di quel vecchio, tutta irrigidita e con la faccia
bianca come un lenzuolo, un vero e proprio terrore le saliva dalle ginocchia fino al collo.
E allora? non c' pi nessuno?, riprese Bazouge nel silenzio. Aspettate, si sempre compiacenti con le
signore.
Nulla, non nulla, disse alla fine la lavandaia con voce strozzata. Non ho bisogno di nulla. Grazie.
E mentre il becchino si riaddormentava grugnendo, rimase ansiosa ad ascoltare, non osando quasi pi
muoversi, per paura che l'altro s'immaginasse di sentirla bussare di nuovo. E giur a se stessa che da allora in poi
sarebbe stata pi attenta. Anche se si fosse sentita in punto di morte, non avrebbe chiesto aiuto al vicino. Ma pensava
cos soprattutto per rassicurarsi, perch in certi momenti, nonostante tutta la sua paura, sentiva ancora il fascino di
quella terribile attrazione.
Pur nel suo angolo di miseria, in mezzo ai suoi affanni e a quelli degli altri, Gervaise trovava un bell'esempio di
coraggio in casa dei Bijard. La piccola Lalie, quella bambina di otto anni, non pi alta d'un soldo di cacio, mandava
avanti la casa con la stessa cura d'una vera donna; e non era un'impresa da poco, perch aveva sulle spalle i due
marmocchi, il fratello Jules e la sorella Henriette, due mocciosi di tre e cinque anni, sui quali doveva vegliare tutto il
giorno, anche mentre scopava o lavava le stoviglie. Da quando pap Bijard aveva ucciso la moglie con un calcio nel
ventre, Lalie era diventata la mammina di tutto questo piccolo mondo. Senza dire nulla, spontaneamente, aveva preso il
posto della morta; lo teneva anzi cos bene che quel bruto del padre, senza dubbio per rendere perfetta la
rassomiglianza, massacrava adesso la figlia come un tempo aveva massacrato la madre. Quando tornava a casa ubriaco,
aveva bisogno di donne da accoppare. Non s'accorgeva nemmeno di quanto Lalie fosse piccola e fragile; non avrebbe
picchiato pi forte su una vecchia carcassa. Con uno schiaffo le prendeva tutta la faccia; la carne della bambina era

ancora cos delicata che il segno delle cinque dita vi rimaneva impresso almeno per due giorni. La batteva in un modo
infame, la pestava per un s o per un no; era davvero un lupo infuriato che s'avventava su un povero gattino timido e
innocuo, magro da far piangere, e che si lasciava malmenare con i suoi dolci occhi rassegnati, senza lamentarsi. No,
Lalie non si ribellava mai. Ma piegava un po' il collo per proteggere il viso, e si tratteneva dal gridare per non allarmare
il caseggiato. Poi, quando il padre era stanco di sbatterla a forza di pedate da un angolo all'altro della stanza, aspettava
di aver la forza di tirarsi su; e si rimetteva subito al lavoro, ripuliva i bambini, preparava la zuppa, non lasciava un filo
di polvere sui mobili. Essere picchiata rientrava nei suoi doveri di tutti i giorni.
Gervaise si era presa di grande amicizia per la sua vicina. E la trattava da sua eguale, da donna adulta che
conosce la vita. Bisogna dire che Lalie aveva una fisionomia pallida e austera, un'espressione un po' da zitella. A sentirla
parlare, le si sarebbero dati trent'anni. Era bravissima a fare la spesa, a rammendare, a tener pulita tutta la casa; e
parlava dei bambini come se ne avesse gi partoriti almeno due o tre. Con i suoi otto anni, faceva sorridere chi
l'ascoltava; ma poi rimanevano tutti con un groppo alla gola, e se ne andavano per non mettersi a piangere. Gervaise la
teneva con s pi che poteva; e se appena era in grado di farlo, le dava qualcosa da mangiare o le regalava qualche
vecchio vestito. Un giorno, mentre le faceva provare una vecchia casacchina di Nan, era rimasta senza fiato vedendole
la schiena illividita, il gomito scorticato e ancora sanguinante, tutta la sua carne di piccola innocente martorizzata e
incollata alle ossa. Bazouge poteva davvero tenerle pronta la bara; di quel passo, ne avrebbe avuto bisogno ben presto!
Ma la piccina aveva pregato Gervaise di non farne parola con nessuno. Non voleva che per colpa sua il padre andasse
incontro a qualche guaio. Lo difendeva; giurava che non era cattivo, quando non aveva bevuto. Era come un pazzo, non
capiva pi quello che faceva. Oh! lei lo perdonava, perch ai pazzi si deve perdonare ogni cosa.
Da quel giorno Gervaise vigilava, cercava di intervenire non appena sentiva il passo di pap Bijard sulle scale.
Ma il pi delle volte riusciva soltanto a buscarsi la sua parte di botte. Nel corso della giornata, quando entrava, le
capitava spesso di trovare Lalie legata a un piede del letto di ferro: un'idea del magnano che, prima d'uscire, le
avvolgeva le gambe e la pancia con una grossa fune, ma senza che si potesse capirne il perch; una fissazione di quel
cervello sconvolto dal bere, un bisogno di martorizzare la piccola anche quando non era in casa. Irrigidita come una
sbarra di ferro, con le gambe che le formicolavano, Lalie restava al palo per intere giornate; vi rest addirittura per tutta
una notte, una volta che Bijard si era dimenticato di rincasare. Quando Gervaise, piena d'indignazione, la voleva
sciogliere, la piccola la supplicava di non toccare nemmeno una corda, perch il padre montava su tutte le furie se non
ritrovava i suoi nodi fatti nello stesso modo. E poi, davvero, non ci stava cos male; anzi, si riposava. E lo diceva
sorridendo, con le sue corte gambe da cherubino gonfie e senza vita. Soltanto una cosa l'addolorava: che stando
inchiodata a quel letto, davanti alla casa tutta in disordine, il suo lavoro certo non ci guadagnava. Sarebbe stato meglio
se il padre avesse inventato qualcos'altro. Ma continuava a sorvegliare i due bambini, si faceva obbedire, chiamava
Henriette e Jules per smoccolarli. Avendo le mani libere, lavorava a maglia aspettando d'essere liberata, per non perdere
del tutto il suo tempo. E soffriva soprattutto quando Bijard la slegava; si trascinava per un quarto d'ora a terra, non
riuscendo a rimettersi in piedi, per colpa del sangue che circolava male. |[continua]|
|[CAPITOLO DECIMO, 2]|
Il magnano aveva immaginato un altro giochetto. Metteva dei soldi ad arroventare sulla stufa, quindi li posava
su un angolo del camino. Poi chiamava Lalie, le diceva d'andare a prendere due libbre di pane. La piccola, senza
sospettare di nulla, afferrava i soldi, lanciava un grido, li lasciava cadere scuotendo la manina scottata. Allora il padre
s'infuriava. Chi gli aveva appioppato una sgualdrinella del genere? Ecco che adesso buttava via il denaro! E minacciava
di scorticarle il deretano, se non raccattava subito quei soldi. Quando la bambina esitava, le dava un primo
avvertimento, un ceffone cos forte che le faceva vedere le stelle. In silenzio, con due lacrimoni che le colavan gi dagli
occhi, raccattava i soldi e se ne andava, facendoli saltellare nel palmo della mano per raffreddarli.
No, non si pu lontanamente immaginare quali idee di brutale ferocia possono germogliare in fondo al cervello
di un ubriacone. Per esempio, un pomeriggio Lalie, dopo aver rassettato tutta la casa, s'era messa a giocare con i
bambini. La finestra era spalancata; c'era una piccola corrente d'aria e il vento, infiltrandosi nel corridoio, faceva
tremare la porta con leggere scosse.
il signor Ardito, diceva la bambina. Entrate pure, signor Ardito. Prego, favorite d'entrare.
E faceva degli inchini davanti alla porta, salutava il vento. Henriette e Jules, alle sue spalle, salutavano anche
loro, felicissimi di quel gioco, contorcendosi dal ridere come se qualcuno li stesse solleticando. E Lalie era tutta
contenta vedendo che si divertivano con tanto gusto; vi prendeva anzi la sua parte di piacere, il che le capitava soltanto
nel mese del mai.
Buongiorno, signor Ardito. Come state, signor Ardito?.
Ma in quello stesso momento una mano brutale spinse la porta; pap Bijard entr. Allora la scena cambi
completamente: Henriette e Jules caddero all'indietro battendo contro il muro, mentre Lalie, terrorizzata, era rimasta
immobile nel bel mezzo di un inchino. Il magnano impugnava una grande frusta da carrettiere, nuova di zecca, con un
lungo manico di legno bianco e la correggia di cuoio che finiva in una sferza sottile. Pos la frusta nell'angolo accanto
al letto, e non allung la sua abituale pedata alla piccola, che stava gi in guardia e gli presentava le reni. Un ghigno
orribile gli scopriva i denti neri; era allegrissimo, ubriaco fradicio, con il grugno illuminato da qualche ridicola idea.

Beh?, disse, ti sei messa a fare la sgualdrina, pidocchietto che non sei altro? Ti ho sentito ballare gi in
fondo alle scale... Allora, vieni avanti! Fatti pi vicina, in nome di Dio! e di faccia; non ho nessuna voglia d'annusarti il
deretano. Perch tremi come una foglia, se nemmeno ti sto toccando?... Toglimi le scarpe!.
Lalie, pi spaventata del solito proprio perch non aveva ancora ricevuto la sua razione quotidiana di botte,
fattasi di nuovo pallida, gli sfil le scarpe. Dopo essersi seduto sulla sponda del letto, pap Bijard vi si sdrai tutto
vestito, e rimase con gli occhi aperti a seguire i movimenti della bambina nella stanza. Lalie, inebetita sotto quello
sguardo, gironzolava per la camera, con le membra invase poco a poco da una tale paura che fin per rompere una tazza.
Allora, senza scomodarsi, il padre prese la frusta e gliela mostr.
Senti un po', bestiolina, guarda qua: un regalino per te! S, ecco che mi hai fatto spendere altri cinquanta
soldi... Con questo giocattolino, non sar pi obbligato a correrti dietro; avrai un bel ficcarti nei cantucci! Vuoi
provarla?... Ah! e cos rompi le tazze!... Allora, hop! coraggio, balla, fa' pure i tuoi inchini al signor Ardito!.
Non si sollev nemmeno; stravaccato a pancia in aria, con la testa affondata nel guanciale, cominci a far
schioccare la grande frusta per la stanza, con il baccano d'un postiglione che lancia al galoppo i suoi cavalli. Poi,
abbassando il braccio, sferz Lalie in pieno corpo, l'avvolse e la svoltol come una trottola. La piccola cadde, cerc di
mettersi in salvo a quattro zampe; ma il padre la sferz di nuovo e la rimise in piedi.
Hop! hop!, sbraitava, ecco la corsa delle asine!... Ah! va benissimo per le mattine d'inverno; resto nella mia
cuccia, non mi raffreddo, e colpisco i vitelli da lontano, senza scorticarmi i geloni!... Ecco! in quell'angolo! colpita,
gazza maledetta! E in quell'altro angolo! ancora colpita! E in quell'altro! colpita di nuovo!... Ah! se ti nascondi sotto il
letto, ti batto con il manico... Hop! a cavallo! a cavallo!.
Una leggera schiuma gli usciva dalla bocca; gli occhi gialli gli schizzavano dalle orbite. Lalie, in preda al
panico, urlava, saltava da un angolo all'altro della stanza, si rannicchiava a terra, si incollava ai muri; ma la sottile sferza
della frusta la raggiungeva dappertutto, le schioccava nelle orecchie come degli scoppi di mortaretti, mordendole la
carne in lunghe bruciature. Un vero ballo di animale a cui s'insegni a danzare. E quel povero gattino ballava, era da
vedere! con i calcagni per aria come le ragazzine che giocano alla corda e gridano: Hopl! Non riusciva pi a respirare;
rimbalzava su se stessa, come una palla elastica, lasciandosi colpire, accecata, stanca di cercare invano un rifugio. E
quel lupo di suo padre trionfava; la chiamava sciocca ramazza, le domandava se ne avesse abbastanza e se si fosse
ormai persuasa ad abbandonare ogni speranza di sfuggirgli.
Ma a un tratto entr Gervaise, che era stata richiamata dalle grida della piccina. Di fronte a un simile quadro, fu
colta dalla pi furiosa indignazione.
Ah! che uomo scellerato!, grid. Volete insomma lasciarla, brigante! O devo correre a denunciarvi alla
polizia?.
Bijard mand un grugnito da animale che venga disturbato; poi balbett:
Sentite, brutta sciancata, impicciatevi un po' degli affaracci vostri! Dovrei forse infilarmi i guanti per darle
una bella raddrizzata?... Lo faccio solo per metterla in guardia, lo vedete bene, per farle capire che ho il braccio lungo.
E schiocc un ultimo colpo di frusta, che raggiunse Lalie in pieno viso. Il labbro superiore si spacc e ne col
il sangue. Gervaise aveva preso una sedia. Cerc d'avventarsi sul magnano, ma Lalie tese verso di lei le sue mani
supplicanti, dicendo che non era nulla, che era tutto finito. Si asciugava il sangue con un lembo del grembiale, e faceva
chetare i bambini che piangevano a grossi singhiozzi, quasi si fossero sentiti addosso a loro volta quella sfuriata di colpi
di frusta.
Quando pensava a Lalie, Gervaise non osava pi lamentarsi. Avrebbe voluto avere lo stesso coraggio di quella
bambina di otto anni, che ne sopportava da sola quanto tutte insieme le donne della scala. L'aveva vista vivere per tre
mesi a pane e acqua, non avendo abbastanza croste nemmeno per sfamarsi, cos magra e indebolita che si reggeva ai
muri per camminare; e quando le portava di nascosto degli avanzi di carne, si sentiva scoppiare il cuore nel vederla
inghiottire a piccoli bocconi, lacrimando in silenzio, perch la sua gola rattrappita non lasciava pi passare il cibo. E
con tutto ci era sempre tenera e affettuosa, molto pi giudiziosa della sua et; adempiva ai suoi doveri di mammina con
tutta se stessa, fino a morire di quella maternit che era stata risvegliata troppo in fretta nella sua fragile e innocente
carne di bambina. E Gervaise prendeva esempio da quella cara creatura che viveva nella sofferenza e nel perdono;
cercava di imparare da lei a tacere il proprio martirio. Lalie conservava soltanto il suo sguardo muto, i suoi grandi occhi
neri rassegnati, in fondo ai quali non s'indovinava che un'eterna notte di miseria e d'agonia. Mai una parola; nient'altro
che quei grandi occhi neri spalancati.
Ma anche in casa dei Coupeau l'acquavite dell'Assommoir cominciava a fare i suoi guasti. La lavandaia vedeva
ormai avvicinarsi l'ora in cui il suo uomo avrebbe preso una frusta come Bijard, per condurre la danza. E la sventura che
la minacciava la rendeva naturalmente pi sensibile alla sventura della bambina. S, Coupeau stava prendendo una gran
brutta piega! Era finito il tempo in cui anche la peggiore acquavite gli dava un bel colorito. Non poteva pi picchiarsi
sulla pancia e vantarsi che quel maledetto bere lo impinguiva; il brutto grasso giallo dei primi anni se n'era infatti
andato, e lo zincatore cominciava a farsi macilento, terreo, con delle sfumature verdi da cadavere che imputridisce in
uno stagno. Anche l'appetito era scomparso. Poco a poco aveva perso il gusto per il cibo, era arrivato al punto di
schifare i suoi piatti preferiti. Gli avrebbero potuto servire le pietanze meglio cucinate, che il suo stomaco le avrebbe
comunque rifiutate; e i suoi denti vacillanti non riuscivano pi a masticare. Per sostenersi, gli ci voleva il suo mezzo
litro d'acquavite al giorno; era la sua razione, il suo mangiare e il suo bere, il solo cibo che digeriva. La mattina, appena
saltava gi dal letto, rimaneva per pi d'un quarto d'ora piegato in due, tossendo e scricchiolando in tutte le ossa,
tenendosi la testa e cacciando la pituita, qualcosa d'amaro come il fiele e che gli andava su e gi per la gola. Era

immancabile; gli si doveva tener sempre pronta la padella. Non riusciva a reggersi in piedi se non dopo il primo
bicchierino d'acquavite, un vero toccasana il cui fuoco gli cauterizzava le budella. Nella giornata le forze gli
ritornavano. Dapprima aveva sentito dei solletichii, dei pizzicori sulla pelle, ai piedi e alle mani; e ne aveva riso,
raccontava che gli facevano delle burle, che la moglie gli doveva mettere nelle lenzuola della polvere da grattare. Poi le
gambe gli si eran fatte pesanti, quei pizzicori avevano finito per trasformarsi in terribili crampi che gli strizzavano la
ciccia come in una morsa. Il che gli sembrava assai meno divertente. Non rideva pi; si fermava di botto sul
marciapiede, stordito, con le orecchie che gli ronzavano, gli occhi accecati da mille scintille. Tutto gli sembrava giallo,
le case ballavano; barcollava per qualche istante, con la paura di cadere lungo disteso. Altre volte, pur con la schiena al
sole pi cocente, sentiva una sorta di brivido, come se dell'acqua ghiacciata gli scorresse dalle spalle fino al sedere. Ma
pi di tutto era impressionato da un piccolo tremolio che gli prendeva tutte e due le mani; specialmente la mano destra
doveva aver commesso qualche grave fallo, tanto pareva oppressa dagli incubi. In nome di Dio! non era dunque pi un
uomo, stava diventando come una vecchietta! E tendeva furiosamente i muscoli, impugnava il bicchiere, scommetteva
di tenerlo immobile, quasi avesse avuto la mano di marmo; ma nonostante il suo sforzo, il bicchiere ballava il can can,
saltava a destra, saltava a sinistra, con un piccolo tremolio accelerato e regolare. Allora se lo svuotava in gola, infuriato,
urlando che se solo avesse potuto berne qualche dozzina, si sarebbe poi preso l'impegno di trasportare una botte senza
che gli tremasse un dito. Gervaise gli diceva al contrario di smettere di bere, se voleva far finire quel tremolio. Ma
Coupeau se ne infischiava, si scolava dei litri interi soltanto per rifare da capo l'esperimento; montava ogni volta su tutte
le furie, incolpando gli omnibus che passavano di fargli rovesciare l'alcool.
Nel mese di marzo, Coupeau torn a casa una sera bagnato fradicio. Era stato con Mes-Bottes a Montrouge,
dove avevano fatto una scorpacciata di zuppa d'anguille; sulla via del ritorno, fra la barriera dei Fourneaux e la barriera
Poissonnire, una strada che non finiva mai, si era preso un bell'acquazzone. Durante la notte gli venne una tosse
terribile; era rosso rosso, con una febbre da cavallo, ansimava come un mantice crepato. Il medico dei Boche, la mattina
dopo, non appena l'ebbe visitato e gli ebbe auscultato la schiena, scosse la testa e prese Gervaise in disparte, per
consigliarla di far subito portare il marito all'ospedale. Coupeau aveva la polmonite.
E Gervaise non si disper di certo. Un tempo si sarebbe fatta fare a pezzi, prima di consegnare il suo uomo agli
studenti di medicina. Quando era capitato l'incidente di rue de la Nation, aveva consumato tutto il loro gruzzolo pur di
tenerselo in casa. Ma i bei sentimenti durano sempre poco, quando gli uomini si danno alla crapula. No, no, non aveva
pi la minima intenzione di prendersi un simile grattacapo. Glielo potevano anche portar via e non restituirglielo mai
pi; avrebbe detto soltanto un bel grazie. Tuttavia, quando arriv la barella e vi caricarono sopra Coupeau come un
oggetto inanimato, impallid di colpo e strinse le labbra; e anche se continuava a borbottare e a trovare che era la cosa
migliore da farsi, il cuore le mancava, avrebbe voluto avere anche soltanto dieci franchi nel cassettone per non lasciarlo
andar via. Lo accompagn al Lariboisire; guard gli infermieri che lo mettevano in un letto in fondo a una grande sala,
mentre gli altri ammalati in fila, con le loro facce da trapassati, si sollevavano e seguivano con gli occhi il compagno
che era stato appena portato. Si moriva d'oppressione, l dentro: un fetore di malattia che prendeva alla gola e una
musica di tisici che vi avrebbe fatto sputare i polmoni; bisogna aggiungere che la sala aveva l'aspetto di un piccolo PreLachaise, fiancheggiata com'era da tutti quei lettini bianchi, un vero viale di tombe. Poi, vedendo Coupeau sempre
sprofondato con la testa sul guanciale, and via, non trovando una parola, non avendo sfortunatamente niente in tasca
che lo potesse confortare. Appena fuori, di fronte all'ospedale, si rigir e gett un'occhiata all'edificio. Ripensava ai bei
giorni d'un tempo, quando Coupeau, appollaiato sull'orlo delle grondaie, piazzava le sue lamine di zinco lass, sui tetti,
cantando nel sole. Non beveva, allora; aveva una pelle da fanciulla. Dalla sua finestra della locanda Boncoeur, Gervaise
lo cercava con lo sguardo, lo vedeva stagliarsi contro il cielo; e tutti e due sventolavano i fazzoletti, si mandavano dei
salutini come per telegrafo. S, Coupeau aveva lavorato proprio lass, non immaginando affatto che stava lavorando per
s. Adesso non era pi in cima ai tetti, come un passero sorridente e malizioso; adesso l'avevano messo laggi, aveva
fatto il suo nido all'ospedale, e vi sarebbe crepato con la cotenna rinsecchita. Mio Dio! come le sembrava lontano, quel
giorno, il tempo degli amori!
Due giorni dopo, quando Gervaise si present per aver notizie, trov il letto vuoto. Una suora le spieg che
avevano dovuto trasferire il marito al manicomio di Sainte-Anne, perch il giorno prima, tutt'a un tratto, aveva
incominciato a vaneggiare. Oh! uno sconquasso totale, delle idee da sfracellarsi la testa contro il muro, degli strilli che
impedivano agli altri ammalati di dormire. A quanto si diceva, era tutta colpa del bere. L'alcool che gli covava nel corpo
gli aveva aggredito e tormentato i nervi, approfittando della polmonite che lo costringeva a letto senza forze. La
lavandaia torn a casa sconvolta. Il suo uomo era