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1.

Don Giovanni Minzoni

“Durante la prima guerra mondiale, nel suo diario di cap-


pellano militare, aveva scritto: “Dormirò in pace come il
guerriero che colpito a morte si avvolge nella sua bandiera”
Morì avvolto nella sua bandiera sacerdotale, la sua veste
talare. Quando gliela tolsero, per comporlo sul letto di mor-
te, la videro imbrattata di un grumo sanguigno e polveroso,
proprio come una bandiera sul campo di combattimento. Ma
non era caduto durante la battaglia mentre soccorreva i feriti
ed i morenti. La Prima guerra Mondiale era già finita e don
Giovanni ne era tornato con una medaglia d’argento.
Una mano assassina l’aveva atteso di notte, in agguato al-
l’angolo di un vicolo buio del suo paese e, prima che egli se
ne avvedesse, a tradimento gli aveva fracassato il cranio con
una randellata.
Era la sera del 23 agosto 1923.
Don Giovanni ebbe appena la forza di trascinarsi per una
cinquantina di metri, avvinghiato ad un giovane che era in
sua compagnia, pure lui bastonato, fino alla porta della ca-
nonica. Dopo un’ora moriva. I due sicari erano spariti nel
buio, inseguiti dall’ombra del prete, ucciso senza conoscer-
lo, e protetti dalla organizzazione fascista, che con questi sistemi smantellava le trincee non sue,
per impadronirsi della vita della nazione.
L’anno prima don Giovanni aveva scritto al presidente diocesano della Gioventù Cattolica di
Ravenna, impossibilitato a partecipare ad una manifestazione giovanile organizzata ad Argenta
per essere stato picchiato dai fascisti: “... chi vuoi essere un apostolo della nostra idea non può
non essere un predestinato al martirio”.
Don Minzoni era un Assistente Scout, aveva organizzato la gioventù della sua parrocchia di
Argenta, organizzando opere sociali, e a tre mesi dal suo martirio aveva lanciato anche gli Esplo-
ratori, convinto che ai giovani bisognava presentare degli ideali grandi, generosi e forti.
A qualcuno dispiaceva l’operato di don Giovanni. Non mancarono le minacce, più o meno
violente (tentarono perfino d’incendiargli il circolo cattolico) e di notte a più riprese i fascisti ar-
gentani andarono a cantargli il “ Requiem “ e il “De profundis” sotto alle finestre della canonica,
ma Egli continuò deciso il suo lavoro apostolico.
Nel luglio 1923, l’Assistente Regionale degli Scouts fu chiamato ad Argenta per tenere una
conferenza pubblica nel teatro del circolo cattolico. Monsignor Emilio Faggioli era stato chiama-
to apposta da Bologna [dove, nell’aprile 1917, aveva fondato nella parrocchia di San Giovanni in
Monte il primo riparto ASCI dell’Emilia Romagna, il Bologna 1 “Pro Fide et Patria”] da Don
Minzoni per parlare degli Esploratori. Don Giovanni lo presentò ai pubblico che gremiva la sala e
gli diede la parola.
Il Vibrante e segaligno mons. Faggioli spiegò le finalità dello scautismo: “attraverso questo ti-
rocinio e disciplina della volontà e del corpo - disse fra l’altro l’oratore - noi intendiamo formare
degli uomini di carattere... “.
Dalla galleria una voce interruppe per dire: “C’è già Mussolini... “.
L’interruzione minacciosa creò subito una fenditura nell’ambiente mentre don Minzoni, alza-
tosi da mezzo il pubblico, si sentì istintivamente portato dalla sua irruenza romagnola verso il
luogo donde era uscita la voce. Monsignor Faggioli intanto rispondeva che lo scautismo agisce al
di sopra e all’infuori della fazione politica e continuava la relazione tra la compatta unanimità de-
gli ascoltatori, soprattutto giovani, che reagivano battendogli calorosamente le mani.

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 1


“Vedrete da oggi - terminò l’oratore - lungo le vostre strade i giovani esploratori col largo cap-
pello in testa ed il giglio sul cuore. Guardate con simpatia questi ragazzi che percorreranno can-
tando la larga piazza d’Argenta... “.
“ In piazza non verranno” - interruppe di nuovo la voce del segretario del fascio locale dalla
galleria. Ma questa volta rispose don Minzoni stesso: “Finché c’è don Giovanni, verranno anche
in piazza!” L’applauso immenso dei suoi giovani troncò il dialogo.
La minaccia era nell’aria. Ma con la minaccia c’era ad Argenta anche il Gruppo degli esplora-
tori cattolici. Più di settanta iscritti e tutti in uniforme.
Questo accadeva un mese prima del delitto. Ormai sono trascorsi molti anni, ma il ricordo di
quel vile episodio è ancora vivo come è vivo e convincente ancora l’esempio di fervore sacerdo-
tale lasciatoci da don Giovanni.
Un articolista [nel 1973] è riuscito a rintracciare anche Enrico Bondanelli, il giovane che ven-
ne aggredito insieme a don Minzoni e si salvò la vita solo perché le legnate furono attutite dalla
paglietta che portava in testa.
Interrogato sulle cause dell’aggressione a Don Minzoni ha dato queste spiegazioni: “... Per me
l’arciprete era solo un uomo che detestava la violenza da qualunque parte venisse, e che non tol-
lerava le imposizioni nemmeno dai fascisti. La causa della sua tragica morte è stata il contrasto
insanabile Sorto con i fascisti sulla educazione della gioventù d’Argenta. Il partito fascista aveva
fondato in quegli anni l’”Opera Balilla” ma i ragazzi ed i giovani d’Argenta preferivano iscriversi
all’associazione degli Esploratori e al Circolo cattolico istituiti da don Minzoni. Lo smacco pro-
vocò il risentimento dei fascisti argentani e poiché l’arciprete non intendeva cedere, decisero di
impartirgli una lezione, secondo il loro costume. La lezione fu tale che lo mandarono all’altro
mondo “.
Don Annunzio Gandolfi, “L’Esploratore”, ASCI, Ottobre 1973
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2. Chiacchierata al fuoco di bivacco - 16/10/2006
I ragazzi in età Esploratore hanno oggi interessi scarsi e molto banali. Sembra che siano privi
di fantasia. La scuola media e la televisione li hanno appiattiti e resi poco sensibili agli stimoli ed
alla originalità. La loro dovrebbe essere un’età d’ideali e di fantasia. Come potrebbero altrimenti
iniziare il loro progetto per il futuro?
La scuola media, nata per esser vocazionale, èstata costretta ad arrendersi e a portare avanti
con rassegnazione una massa amorfa d’individui, piazzati sul quasi sufficiente politico. La televi-
sione ha spiazzato il gusto della lettura e della conversazione. Sandokan e zio Zeb televisivi sono
uguali per tutti e lasciano ben poco spazio alla fantasia individuale, al contrario della lettura. Il ra-
gazzo che legge il libro di Salgari ècostretto infatti a svegliare la sua fantasia per immaginare la
figura di Sandokan, e l’ambiente in cui si muove. Personaggi e scenario vengono interpretati e
personalizzati dal lettore, che si trova così ad entrare nella loro avventura.
Potremmo fare un paragone con quanto accade ad un pittore che vede con occhi suoi un pae-
saggio e lo dipinge in modo certamente diverso da quanto farebbe un suo collega o da come lo ri-
trarrebbe la macchina fotografica. Il ragazzo che si pone di fronte al televisore percepisce invece,
senza fatica, un’immagine fotografica, che non richiede un’elaborazione personale. Sandokan te-
levisivo èdunque uguale per tutti, con la stessa espressione, lo stesso vestito, lo stesso panorama
di contorno.
Il ragazzo assiste ma non entra in quel mondo fantastico. La sua immaginazione rimane a ripo-
so e s’isterilisce. Anche i sentimenti hanno ben poco da spartire con tanti spettacoli televisivi. La
televisione ha arricchito l’uomo di immagini fotografiche ma lo ha impoverito di fantasia. Il col-
po finale viene poi dalla pubblicità, diretta ed indiretta, che cattura la intelligenza e l’imbalsama.
Lo scautismo potrebbe essere un antidoto se sapesse parlare ancora al cuore ed alla fantasia, ri-
scoprendo la sua vocazione. Forse occorrerebbe un restauro che togliesse certe patine grigie ed
eliminasse lo smog anticulturale. Bisognerebbe riportare al sole il gusto della cultura scout ossia
una conoscenza approfondita della tecnica, del gioco, dell’espressione, del sistema delle squadri-
glie, della storia scout e dei suoi personaggi, tanto per fare alcuni esempi.
Riscopriamo il gioco avventuroso e il gusto dell’esplorazione di ambienti. Scopriamo final-
mente le leggi di questa natura sempre fedele ai suoi ritmi e mutevole nei suoi spettacoli. Aiutia-
mo il ragazzo e la ragazza a scoprire la realtà con cui devono misurarsi, sapendola vedere con oc-
chi di poeta e di artista, interpretandola cioè con gioia, ottimismo, gusto del bello e dello sforzo.
Educhiamo i ragazzi alla fantasia. I mezzi che lo scautismo offre sono tanti ed originali: occorre
però che siano usati dai capi con professionalità e... con fantasia.
Ma torniamo alla fantasia dei ragazzi. Tra i tanti mezzi per educarla si potrebbero ripescare il
racconto e la lettura al fuoco di bivacco. Ogni località ha le sue leggende, le sue tradizioni e le
sue storie. Oggi c’èil gusto della loro riscoperta. Perché non utilizzare questo materiale al fuoco
di bivacco, anche per stimolare i ragazzi a meglio comprendere l’ambiente in cui campeggiano e
a sapersi inserire in esso?
Lo scautismo internazionale, italiano e locale, ha una sua storia e i suoi personaggi. Perché
non rievocare queste notizie, tanto utili anche per suscitare un certo orgoglio di appartenere al
movimento e per presentare degli esempi? Ci sono poi personaggi del mondo dell’avventura o del
servizio che potrebbero esser raccontati. Anche le ricorrenze storiche possono suggerire dei temi.
E, tanto per rinfrescarci le idee, perché non proviamo a riprendere in mano quel libro che si
chiama “Scautismo per ragazzi”? Il nostro caro vecchietto lo ha diviso - guarda caso - in chiac-
chierate al fuoco di bivacco, infiocchettandolo di episodi e personaggi che stimolano l’interesse e
la fantasia.
Il capo deve essere anche un mago del racconto. –
Annunzio Gandolfi - (da Esperienze e -Progetti n. 39-40, p. 169)
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Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 3


3. La fibbia scout
Samuele Andreucci, quand’era responsabile regionale scout dell’Emilia Romagna, una sera
raccontò al fuoco di bivacco il seguente episodio:
1943: campo di prigionia.
Desolata attesa della libertà nostra, ma più di tutto della liberazione della nostra Patria marto-
riata. Eravamo in cinque ufficiali sotto la tenda ai margini del deserto africano, bagnato dal nostro
sangue in tanti anni di guerra.
Stavamo coricandoci, quando un capitano, vedendo la cinghia di cuoio con la fibbia degli
scouts che mi toglievo spogliandomi, mi chiese: «Anche tu sei stato esploratore?» e, senza atten-
dere la mia risposta, seguitò:
-Io conoscevo poco quel movimento quand’ero ragazzo e in Italia c’erano gli esploratori, sen-
tivo qualche cosa che mi pareva straniero nella foggia delle uniformi e nella mentalità dei giovani
iscritti che avevo conosciuto; ne diffidavo... Poi passarono gli anni, più non li vidi e li dimenticai.
Ora ti dirò come dopo tanto tempo mi sono ricreduto della mia convinzione.
Avevo il comando di una compagnia a Mareth; fra gli ufficiali c’era un tenente, alto, bruno, di
una forza e di una resistenza alle fatiche rare a trovarsi. Era sempre calmo e sereno, ed era molto
ben voluto dai soldati: soleva dire che gli Italiani sanno morire solo per amore ed esser benvoluti
dai soldati significava poterli portare dove si voleva. Usava una cinghia di cuoio con la fibbia de-
gli scouts, proprio come la tua, e quando era in maniche di camicia durante la giornata la teneva
bene in vista. Un giorno, quasi per stuzzicarlo, gli chiesi il significato di quel fiordaliso e di quel
motto latino: egli mi parlò di promessa, di antichi cavalieri, di un programma meraviglioso per un
giovanetto; io poco capii e lasciai cadere la conversazione.
Una volta fummo attaccati da un battaglione inglese dei Granatieri della Regina, bei soldati
davvero. Contrattaccammo; tornammo sulla nostra posizione, il contrattacco non era riuscito.
Mancava il tenente.
Due dei suoi soldati uscirono a cercarlo verso il luogo dove doveva essere caduto. Lo trovaro-
no... Accanto a lui un soldato inglese era in ginocchio e, in silenzio, gli teneva il capo sollevato. I
soldati ristettero timorosi di turbare il morente. Egli tentò sollevarsi, fece cenno di volersi alzare,
poi lentamente si tolse la cinghia e la donò all’Inglese, poi in silenzio gli strinse la mano... e tra-
passò sorridendo: sembrava col sorriso rievocare visioni lontane della fanciullezza, visioni di una
fratellanza resa più vera nell’ora del trapasso.
I due soldati rientrano col corpo del tenente e raccontarono che il soldato inglese, dopo aver
composto il cadavere dell’ufficiale italiano caduto, aveva salutato con tre dita della mano destra
riunite..., e ripeterono il saluto che io avevo visto fare agli esploratori -.
- Capitano, - gli dissi, - gli scouts di tutto il mondo hanno una legge che fra l’altro dice: «Lo
scout è amico di tutti e fratello di ogni altro scout». Perciò il fratello inglese ha assistito il fratello
italiano nell’ora estrema... Fra gli scouts si realizza quella fraternità che gli uomini tutti cercano.
Gli altri compagni di tenda e di sofferenze dormivano. Dopo un lungo silenzio, il capitano
esclamò: - Se è così, è bello. Quella sera pensai al soldato inglese, all’ufficiale caduto, ai mille
nostri riparti, ai campeggi lassù sui monti della nostra Patria, quando eravamo esploratori... e mi
parve, la tenda della mia prigionia, la tenda nostra di esploratori.
***
Questa vicenda de “La Fibbia Scout” è comunemente conosciuta nella versione di “parte ita-
liana” (quella riportata anche nel libro “Fuoco di Bivacco”, di don Annunzio Gandolfi), ma, an-
che gli inglesi hanno raccontato una storia molto simile..., probabilmente la stessa!
Quando facemmo la Promessa, i nostri capi inglesi, Capitano Willy e tenente George, salutaro-
no per la prima volta la bandiera italiana. Chiedemmo loro perchè prima non lo avessero mai fat-
to, e i due risposero che, a seguito della nostra Promessa, noi eravamo entrati a far parte della
grande famiglia degli esploratori: il loro saluto era stato uno spontaneo omaggio alla bandiera dei
nuovi fratelli, e col saluto era dovuto il rispetto per tutto ciò che ci fosse caro. Ciò per quella fra-

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ternità che implica una completa e concreta solidarietà che si crea tra scout e che non conosce li-
miti di razza, di spazio e di tempo.
Come era solito fare, il Capitano Willy trasse subito spunto dall’episodio per farci comprende-
re la lezione e ci raccontò la storia della fibbia.
Nel corso della guerra, in Libia gli scontri tra soldati inglesi e italiani erano continui. I morti e
i feriti restavano sul terreno, e di notte uscivano infermieri per portare aiuto a chi era ancora in
vita. Uscivano dalle proprie linee anche pattuglie armate per osservare da vicino le linee e posta-
zioni nemiche ed accertare eventuali mutamenti di posizione. Una notte, una pattuglia inglese in
uscita fu attratta da sommessi lamenti che provenivano da un avvallamento del terreno. La pattu-
glia si avvicinò: gli uomini avevano le armi spianate perchè ci si andava avvicinando alle linee
italiane ed era una luminosa notte di luna piena.
Quando giunse sul posto, la pattuglia scorse un ufficiale italiano moribondo steso a terra e, ac-
canto a lui un soldato inglese che lo assisteva amorevolmente. Al di là dei due, dalla parte oppo-
sta si udivano dei sommessi rumori. Gli inglesi si buttarono a terra pronti a sparare ed avevano la
netta sensazione che dall’altra parte, molto vicino, ci fossero soldati italiani acquattati sul terreno.
Ma non fu sparato un solo colpo e gli inglesi non seppero mai se veramente di fronte a loro vi
fossero gli italiani.
Intanto, l’infermiere inglese continuava ad assistere il moribondo. Questi gli fece segno di vo-
lersi sollevare e poi lentamente si sfilò la cinta e gliela diede. Poco dopo l’italiano morì. L’inglese
gli chiuse gli occhi e, carezzandolo sulla fronte, ritornò verso le proprie linee, seguito dalla pattu-
glia armata.
Al rientro, gli uomini della pattuglia chiesero all’infermiere cosa gli aveva dato il moribondo,
e perchè egli aveva corso il rischio di farsi ammazzare per assisterlo. L’infermiere mostrò la cin-
tura ricevuta che aveva una fibbia scout e disse: “That Italian was my brother, he was a scout as I
am” (quell’italiano era mio fratello, era uno scout come me).
Eravamo ragazzi e rimanemmo piuttosto colpiti da questa storia, tanto che Salvatore, non ap-
pena poté farlo, scambiò la sua fibbia di scout italiano con quella di un greco che incontrammo in
un campo del Gargano.
In seguito, man mano che gli anni passavano, ci dicevano che in quella storia vi era troppa re-
torica, e che sembrava proprio creata apposta per evidenziare la fraternità scout. Tanto più che al-
l’epoca del fascismo non era probabile che un ufficiale italiano portasse una fibbia scout. Ma, an-
che con questi dubbi, Salvatore continuò sempre a usare la sua fibbia greca, simbolo della frater-
nità internazionale scout. Tanti anni dopo, in un Seminario di Animazione, mi stupii quando Er-
nesto Marcatelli di Roma mi raccontò una storia simile e, poi, stranamente ritrovai il racconto in
un libro di don Annunzio Gandolfi (“Fuoco di bivacco”), che lo narra come visto e vissuto non
dalla parte degli inglesi, ma da quella degli italiani.
Quando ne parlai a Salvatore egli trovò nel racconto di don Annunzio la conferma della storia
del capitano Willy: “Dunque il capitano non raccontava assurdità! Quella notte - diceva - attorno
al moribondo e all’infermiere vi erano veramente soldati nemici. Perchè non fu sparato un colpo?
Non lo sapremo mai: Fu il rispetto per la morte incombente, o forse il comportamento dell’infer-
miere inglese, in ginocchio accanto al morente, a bloccare le dita dei soldati sui grilletti delle
armi”.
A questo punto, il racconto non è solo una storia di fraternità e di umana solidarietà, ma mo-
stra anche come le azioni nobili e buone possano essere compiute pure nei momenti più duri e
difficili, perfino quando imperversa la furia bellica, e destano sempre un ammirato stupore.

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La prima parte è stata scritta da don Annunzio Gandolfi in “L’Esploratore”, rivista ASCI, n.
9/10 1958 e pubblicata anche in “Fuoco di Bivacco”, ed. Ancora. La seconda parte è stata scrit-
ta da Piero Antonacci in “La nostra strada”, periodico della Comunità MASCI “Daunia” - di
San Severo (FG), Marzo 1993.
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4. ) Due occhi scout pieni di fantasia
Era impossibile entrare nella base del reparto scout Villanova 1 senza fermarsi, almeno un atti-
mo, ad ammirare il magnifico disegno di Adriano Perone, che raffigurava un esploratore intento a
costruire un ponte di corde.
Tutti conoscono i disegni di Adriano: sulle pagine delle riviste scout hanno fatto la storia e il
costume dell’associazione per moltissimi anni.
Quello, posto in bella vista nell’ingresso, contornato da elementi araldici scout, era uno dei
meglio riusciti e Adriano l’aveva donato a don Annunzio in ricordo di tante avventure associative
vissute insieme.
Lo scout, raffigurato in equilibrio su un “ponte delle scimmie” in costruzione, alzava lo sguar-
do verso l’osservatore e con un largo sorriso sembrava volesse dire: “Vieni anche tu ad aiutarci!”.
Sul fondo le cime tormentate di alcune montagne e un cielo quasi infuocato contribuivano a
creare un’atmosfera carica d’esotico e d’av-ventura.
Lorenzo, tutte le volte che entrava in sede, affascinato e quasi osses-sionato da quell’impresa
di pionieristica, si soffermava un attimo e pensa-va: “Debbo insistere coi capi perché mi diano
quelle corde grosse che ci sono in magazzino e cosi potrò realizzare una bella impresa di squadri-
glia. Certo, occorre prima fare il progetto, scegliere il posto adatto, distri-buire i compiti, allenarsi
nelle legature... ma so tutto io...!”.
Guarda un giorno, guarda l’altro, il desiderio diventava sempre più insistente, mentre il sorriso
biricchino dello scout del disegno sembrava caricarsi ogni volta di maggiore provocazione.
“Ti decidi o no ad aiutarmi? Vorrei finalmente completare questo ponte”.
“Verrò, verrò, Ardito!”.
Dovete sapere che Lorenzo era entrato tanto in confidenza con lo scout del disegno da battez-
zarlo e chiamarlo ormai per nome, come un amico di vecchia data. Perché avesse poi scelto il
nome Ardito lui solo potrebbe spiegarlo. Forse, possiamo immaginare noi, perché quello gli sem-
brava un progetto... “ardito”. Non corre molto ma è l’unica soluzione che sia riuscito a figurarmi.
Una sera, il nostro caposquadriglia rientrò a casa tardino, con lo stomaco un po’ carico a causa
di una ricca mangiata fatta dal terzo di squadriglia. Per preparare e provare il menù del campo
estivo, gli squadriglieri avevano deciso di trovarsi una volta al mese nella casa di uno di loro, se-
condo un turno preciso che teneva conto degli eventuali compleanni in “zona”.
I consigli delle madri ospitanti avrebbero assicurato il successo dell’esperimento culinario.
Così la squadriglia si preparava ad affrontare con tranquillità le sfide di cucina, tanto impor-
tanti per la classifica finale.
Queste “cenette” erano, per la squadriglia, una tradizione ormai consolidata nel tempo; proprio
per questo in reparto si mormorava che gli “aiuti” al campo estivo fossero disposti a fare la carte
false pur di essere segnati come ospiti a pranzo da quei cuochi sperimentati.
Purtroppo (se così si può dire!) quelle esercitazioni casalinghe, con l’aggiunta di qualche rin-
forzo offerto dai genitori ospitanti, si rivelavano spesso un po’ pesanti... per lo stomaco ma è an-
che vero che a quell’età si digerirebbero pure i chiodi.
Prima di rientrare a casa, Lorenzo era passato in sede per riportare il «Libro d’Oro» della squa-
driglia, su cui era stato segnato il menù di quella memorabile “mangiata”, firmato da tutti i pre-
senti. La storia è fatta anche di questi episodi, importanti per consolidare lo spirito di squadriglia.
Come il solito, entrando, Lorenzo aveva salutato l’amico Ardito, che sembrava sorridere con
un certo sarcasmo:
«Invece di mangiare come maialetti fareste meglio a venire a lavorare con me, sul ponte...!».
“Se non la smetterai di provocarmi, te la darò io una bella scossata al ponte, per farti cadere”.
Di li a poco, invece, sul ponte si ritrovò anche lui, Lorenzo, in sogno. Ritornando, infatti, rapi-
damente a casa, era andato subito a letto, addormentandosi di pacca a metà della recita della pre-
ghiera dell’esploratore.
“Ehi, tu, non dormire, passami quella corda...!”.

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“Che nodo debbo fare qui?”.
“Quella legatura è troppo distante... e poi stringi forte quel nodo, se vuoi che tenga”.
“Ma tu, Ardito, di che squadriglia sei?”.
“Dei Giaguari!”.
“Bel totem; ma i tuoi squadriglieri dove sono?”.
“Quelli? dormono...!”.
“Bella coincidenza, ti pare?”.
Il dialogo proseguì ricco e cordiale durante tutto il lavoro poiché numerosissimi erano gl’inte-
ressi che accomunavano i due ragazzi. Pareva che si conoscessero da moltissimo tempo e fossero
in grande confidenza tra loro. Non ci meravigliamo perché tra scouts ciò è normale.
Grazie all’affiatamento subito raggiunto e alla tecnica che anche Lorenzo seppe dimostrare, il
ponte fu completato al tramonto.
“Ora - disse Ardito - prima di mostrarlo ai capi, dovremo collaudarlo: forza, sali su e tieniti
ben saldo”.
Lorenzo salì e Ardito cominciò a scuotere violentemente le funi.
Lorenzo dimenticò per un istante che in casi del genere occorre allargare il più possibile tra
loro le due funi corrimano: un ultimo scossone gli fece perdere l’equilibrio e, poiché si era anche
dimenticato d’inserire al suo posto il moschettone dell’imbracatura di sicurezza, precipitò si col-
po verso terra da un’altezza di circa dieci metri, Vide tutto girargli attorno vorticosamente e sentì
anche un senso di nausea.
Lanciò un forte urlo e... si svegliò.
Il cuore gli batteva fortemente, la nausea accompagnata da un po’ di capogiro la sentiva anco-
ra ma il ritrovarsi sano e salvo sul morbido materasso, invece che ammaccato sul duro terreno, lo
tranquillizzò subito.
Tirò un sospiro e pensò: “Meno male che era solo un sogno! Però sarebbe bello costruire dav-
vero un ponte del genere”.
Quanto alla tecnica era sicuro di riuscirci poiché in reparto era considerato quasi un fanatico
della pionieristica e poi nel sogno aveva imparato alcune astuzie da Ardito e... a non sottovalutare
le regole di sicurezza. Non era sicuro però che gli altri squadriglieri lo avrebbero seguito con al-
trettanto entusiasmo e sufficiente competenza. Qualche volta, quando c’era da lavorare, li trovava
un po’ demotivati. Di questo si era lamentato nel consiglio di squadriglia e anche in quello dei ca-
pisqua-driglia.
“Quando c’è da mangiare e da far festa vengono tutti, se invece dobbiamo fabbricare qualcosa,
alcuni “svicolano” o procedono lentamente senza entusiasmo, lasciando spesso il lavoro a metà”.
Il capo aveva cercato di dargli una spiegazione: «È tutta colpa della civiltà dei consumi e del
benessere: i ragazzi oggi sono abituati a trovare tutto fatto e senza fatica; non sanno usare le pro-
prie mani per costruire qualcosa e poi hanno scarsa fantasia. Eppure B. -P. sostiene che l’abilità
manuale dovrebbe essere uno dei quattro filoni fondamentali dei programmi scout per aiutare gli
esploratori e le guide ad acquistare lo spirito e le capacità di far del bene al prossimo e per vivere
felici».
Dopo questi pensieri, Lorenzo riuscì a riprendere sonno, non senza aver pensato che per vivere
felici occorre anche usare convenientemente l’imbracatura di sicurezza.
Tutto finito qui?
Per niente!
Al mattino, mentre si lavava, sentì che il sapone gli bruciava le mani: guardò e vide sulla pelle
dei segni, delle piccole vesciche, come se avesse veramente maneggiato delle corde per un pome-
riggio intero. Ancor oggi Lorenzo conserva la cicatrice di una di quelle vesciche.
Spalmò sulle palme una pomata adatta e poi uscì rapidamente di casa, deciso a fare un passag-
gio in sede, prima di andare a scuola: gli era venuto in mente un certo pensierino...
Come aprì la porta d’ingresso, il sole illuminò il disegno di Perone, posto di fronte. Il ponte
appariva ora terminato e ben fatto; di Ardito... nessuna traccia. Non c’era più sulle corde a lavora-

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re: sparito, volatilizzato.
Quella che seguì non fu per Lorenzo una bella giornata di scuola: conoscendo gli antefatti si
può ben capire.
La professoressa di geografia si meravigliò molto della sua distrazione poiché solitamente, da
buon esploratore, era interessato a quella materia e a quanto altro riguardasse lo studio d’ambien-
te.
“Sarà la primavera - commentò tra sé, con sentimenti di comprensione - oppure si sarà inna-
morato... ”.
Non poteva certo immaginare che si trattasse invece solo e unicamente di... un ponte di corde.
La sera stessa ci fu la riunione di squadriglia. Nessuno notò la sparizione dello scout raffigura-
to nel disegno dell’ingresso e anzi, quando Lorenzo cercò prudentemente di avviare un’indagine
sull’argomento, quasi quasi lo presero per matto poiché neppure uno si ricordava di averlo mai
visto.
Proprio così: sul ponte non c’era mai stato uno scout!
Lorenzo ricordò allora di aver letto su “Scautismo per ragazzi” una frase di Baden-Powell, che
suonava pressappoco così:
“Un vero scout sa vedere cose che agli altri passano inosservate... ”.
Questo riferimento autorevole lo tranquillizzò e anche per noi può passare come spiegazione
plausibile.
Non abbiamo sempre sostenuto che occorre saper guardare il mondo con occhi di fantasia e di
poesia?
Annunzio Gandolfi (Esp. Progetti n. 75 – 1989)
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5. ) NE HANNO PARLATO ANCHE “AIRONE” E “IL RESTO DEL CARLINO”
Lungo i fiumi di Villanova si aggira un animale misterioso. Non sarà il mostro di Loch Ness,
tuttavia...
I sarchiaponi volanti
L’antefatto
Molti ricordano il famoso sketch televisivo di Walter Chiari sui «Sarchiaponi» e credono an-
cora che questo strano animale sia solo una pura invenzione del simpatico attore. Sbagliato!
I sarchiaponi esistono realmente e noi abbiamo saputo da fonti solitamente ben informate che
l’ispirazione per la scenetta comica nacque da una notizia giornalistica.
Un famoso settimanale di quei tempi scrisse infatti che una coppia di misteriosi animali, cattu-
rata dopo lunghi appostamenti nel Sud America, era fuggita dalla gabbia, durante il trasferimento
verso Bologna, ove era attesa, per esser studiata nella locale facoltà di zoologia dell’università, da
un’equipe di scienziati guidata dal celebre professor Ghigi.
Poiché si trattava di una specie di animali molto rara, difficilissima da avvicinare e ancor più
da catturare, il dispiacere per la perdita fu molto grande.
La cattura dei due esemplari, maschio e femmina, era avvenuta per pura fortuna ad opera d’in-
digeni espertissimi ma anche molto timorosi, poiché quegli animali godono di una cattiva reputa-
zione per la loro cattiveria, per la loro mole e ancor più perché porterebbero disgrazia e sfortuna.
Non si ritenne quindi possibile riorganizzare una spedizione che tentasse una nuova cattura in
America e si cercò solo di recuperare i due rarissimi esemplari, con alcune battute di caccia, sen-
za successo, nella zona del fiume Idice, dove si erano - possiamo ben dirlo - volatilizzati.
Purtroppo nessuno aveva ancora pensato di fotografarli per cui di essi non rimase nemmeno
l’immagine.
Passarono molti anni e i sarchiaponi furono quasi dimenticati, anche se qualcuno ogni tanto
raccontava nel bar di aver udito delle grida agghiaccianti nel bosco o di aver intravisto degli stra-
ni animali nel folto della vegetazione.
Poiché in genere si trattava di cacciatori, abituati a spararle grosse, la discussione si conclude-
va inevitabilmente con una risata generale e l’interessato veniva pregato di cambiar argomento se
desiderava salvare la propria reputazione.
Una prima indagine
Alcune di queste “chiacchiere” arrivarono anche alle orecchie dei Capi del Reparto Villanova
1°, sempre alla ricerca d’informazione sull’ambiente locale, utili per le esplorazioni degli Scouts.
Il reparto di Villanova frequenta spesso per le sue attività all’aperto la zona in cui il fiume Sa-
vena si unisce al fiume Idice, ricca di vegetazione.
L’esplorazione della natura è un’attività fondamentale per gli Scouts perché aiuta a compren-
dere il significato di tante cose e in particolare come la natura condiziona l’uomo e come l’uomo
modifica la natura. Queste osservazioni insegnano a ragionare.
Luigi, il Capo degli Scouts, consigliò ai suoi Aiuti di fare una rapida indagine nei bar e negli
esercizi locali, frequentati da cacciatori, per raccogliere più notizie possibile, senza trascurare
qualsiasi particolare anche bizzarro. Questi, indicati qui di seguito, i risultati.
Finché son giovani, i sarchiaponi volano ma invecchiando si appesan-tiscono e preferiscono
correre; si muovono preferibilmente nelle ultime ore della notte e all’alba; se sono disturbati
emettono un urlo spaventoso; sono molto sospettosi ed è quindi quasi impossibile avvicinarli; sa-
rebbero molto più grandi di un grosso tacchino e di orrendo aspetto. Qualcuno afferma che in
caso di fame arrivino anche a rovistare nelle discariche, nelle buche dei rifiuti e nelle dispense
aperte dei Campi Scout. Sarebbero anche ghiottissimi del tonno in scatola. Sarà poi vero?
Il nome “Sarchiapone” (“Sarchiapo orridus” scientificamente) deriverebbe dai terribili unghio-
ni dei loro piedi, che usano come micidiale arma di difesa. Le tracce di questi artigli sarebbero
state rilevate chiarissime oltre che sul terreno anche su alcuni alberi di pioppo quasi comple-
tamente scortecciati.

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 10


I guardiacaccia della zona, interrogati in proposito, si mantengono molto sul vago, evidente-
mente per non destare allarmismi.
Un urlo nella notte
L’anno scorso, durante un’uscita estiva sul fiume verso mezzanotte, quando gli Scouts si sta-
vano addormentando in tenda tutti udirono chiaramente un urlo raccapricciante che poteva scate-
nare qualsiasi ipotesi fantastica. Quasi tutti si raggomitolarono ancor più nel saccoletto, chiuden-
do la lampo fino agli occhi, dopo aver controllato se a portata di mano c’era un’accetta o un col-
tello o un bastone, precedentemente predisposto a scopo di difesa. Le chiacchiere circolate negli
ultimi giorni suggerivano chiaramente anche questa misura prudenziale.
Solo Silvano, uno degli Aiuti, uscì coraggiosamente dalla tenda, per controllare la situazione.
Era una notte di luna piena.
L’urlo non si ripeté e il Campo, dopo qualche tempo, piombò in un sonno profondo, tanto che
il giorno successivo alcuni Scouts non seppero precisare se l’urlo lo avessero veramente sentito o
soltanto sognato.
Arrivò in visita al Campo anche Sandro, un vecchio Scout, di media età, conosciuto per le sue
attività veliche, automobilistiche e comunque avventurose, vissute in mezzo mondo. Anche il suo
abbigliamento molto sportivo e la barba modello pirata avevano contribuito a creare nel Reparto
un certo alone di fantasia e di mistero su di lui.
Con estremo interesse s’inserì nell’argomento del giorno, raccontando che durante la sua per-
manenza in Brasile, per la costruzione di una strada nella giungla amazzonica, aveva avuto occa-
sione di vedere alcune ossa, e soprattutto gli artigli, di un sarchiapone giovane mangiato dagli in-
digeni. Anche la descrizione fatta da questi ultimi, secondo lui, sembrava corrispondere in gran
parte alle notizie già conosciute dal Reparto.
L’atmosfera si arroventò e il Fuoco di Bivacco, più che nelle solite scenette, fu spontaneamen-
te quasi tutto impegnato, in una discussione sui sarchiaponi e... sul coraggio necessario per af-
frontarli.
I più scettici sulla loro concreta esistenza non si dichiararono disponibili a partire per ricercar-
li.
Solo Massimo e Walter, rispettivamente Capo e Vice dei Cobra, parvero disposti all’impresa.
Alcuni segreti motivi c’erano: qualcuno, infatti si era dichiarato disponibile a scommettere venti
chili di angurie contro il loro coraggio e anche ad illustrare convenientemente alle Guide un even-
tuale rifiuto.
Due coraggiosi
I Capi pensarono che era opportuno battere il ferro finché era caldo e proposero un apposta-
mento per la notte stessa. Al termine del Fuoco, dopo un’opportuna merenda rinvigoritrice, i due
ardimentosi sarebbero partiti per andare ad appostarsi nella zona da cui sembrava esser partito il
grido.
Poncho, accetta, pila, binocoli, borraccia con liquido corroborante, macchina fotografica con
flash, registratore, viso annerito col fondo di un tappo da sughero bruciato (secondo le ben note
tecniche dei commandos): nulla mancava agli intrepidi. Il resto del Reparto era forse combattuto
tra il compatimento e l’invidia; qualcuno per fare un po’ lo spiritoso suggerì di completare l’equi-
paggiamento con un rotolo di carta per “usi speciali” (quella che si appende ai palloncini per mi-
surare i piani di un palazzo, tanto per intenderci!).
Era una magnifica notte di luna e i nostri eroi raggiunsero in silenzio il luogo stabilito per por-
re un posto di osservazione, secondo le ben note regole suggerite dal trapperone nazionale An-
drea Mercanti, che a Villanova è di casa. Si misero poi in postazione per attendere gli eventi. Il
tempo passava e... la paura cresceva. Saranno stati i rumori del fiume, amplificati enormemente,
parrà strano, dal silenzio della notte, oppure le ombre che la luna nel suo corso verso l’orizzonte,
allungava e modificava continuamente, fatto sta che il cuore cominciò a battere più velocemente
e a salire verso la gola, mentre un sudorino freddo scendeva invece lungo la schiena.

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 11


Verso l’alba cessò improvvisamente anche la brezza, stanca forse di aver orchestrato tanti ru-
mori sospetti: un’atmosfera gravida di incognite calò allora gelatinosamente tutt’intorno, raggiun-
gendo anche lo stomaco.
Quel po’ di torpore, che fino a quel momento aveva tentato di appesantire le palpebre, fuggì
via. C’era nell’aria una palpabile sensazione che qualcosa stesse per accadere da un momento al-
l’altro.
Sarà svelato il mistero?
Laggiù, verso il confine tra il pratone e il bosco, dove i due Scouts avevano posto una scatolet-
ta di tonno aperta come esca, qualcosa parve muoversi. Era un’entità certamente diversa dalle sa-
gome d’ombra che la luna aveva via via gradatamente modificato fino a quel momento.
Massimo portò lentamente all’occhio il mirino della macchina fotografica, mentre Walter, mu-
nito di binocolo, si disponeva per dare l’eventuale segnale di scatto. Anche il registratore fu mes-
so in movimento. A tutti e due gli Scouts parve di vedere contemporaneamente un punto lumino-
so, come un occhio fosforescente di gatto che riflettesse la luce.
“Eccolo”, disse Walter, e Massimo premette istintivamente il pulsante di scatto della macchina
fotografica. Il lampo del flash illuminò per un istante lo spiazzo ma non fu sufficiente per lasciar
vedere alcunché. Un urlo mostruoso però si sentì chiaramente (anche se difficilmente descrivibi-
le) e qualcosa attraversò velocemente il prato e poi parve alzarsi da terra con frastuono, forse uno
sbatter d’ali.
I binocoli, avvicinando l’immagine, dettero a Walter la netta sensazione che quel qualcosa ve-
nisse troppo rapidamente verso di lui, per cui il nostro Scout istintivamente si alzò in piedi e si
mise a correre disperatamente in direzione opposta, dopo aver gettato quanto aveva in mano ver-
so l’apparizione, in gesto di difesa. Contemporaneamente anche Massimo fu preso dal vivo desi-
derio di gareggiare in velocità con il suo Vice. Fortunatamente si trascinò dietro la macchina foto-
grafica, poiché era appesa al suo collo con la cinghietta.
I rami sferzavano il viso, i rovi graffiavano le gambe ma ciò nonostante i nostri due atleti bat-
terono ampiamente il record olimpico sui quattrocento metri. Peccato non aver potuto cronome-
trare!
Si fermarono solo quando il paesaggio parve loro più familiare e prossimo al Campo. Si sedet-
tero sulla sponda di un fossetto in attesa di riuscire a parlare. Quando il violento ansimare final-
mente calò, pensarono bene di concordare una versione dei fatti ufficiale, e, ovviamente, più co-
raggiosa e particolareggiata. Molti dubbi però furono sollevati dalla Comunità, a causa ovviamen-
te delle gambe tutte graffiate e dei binocoli e dell’altro materiale sparso in un ampio raggio e re-
cuperato nella mattinata, nel corso di un sopralluogo operato da tutto il Reparto.
I risultati...
Il registratore, chissà perché, fu trovato aperto: la cassetta era uscita e il nastro si era sparso sui
cespugli come una stella filante di carnevale. Svaniva così una prima importantissima testimo-
nianza.
Massimo fornì tuttavia, con ostentata tranquillità e sicurezza, una descrizione dettagliata dei
fatti, promettendo di documentarli successivamente con la famosa foto scattata, che avrebbe dis-
sipato tutti i dubbi.
Due giorni dopo, i due eroi, affidarono il prezioso rullino fotografico a un laboratorio di loro
fiducia e aspettarono con ansia i risultati, ripromettendosi d’inviare la foto anche ad «Avventura»
e ad «Airone».
Il risultato fu invece catastrofico: la foto, con tutte le caratteristiche di una doppia esposizione,
mostrava solo l’immagine comprensibile e chiaramente visibile del viso della Giorgia, una Guida.
Il mistero fu subito chiarito, senza ovviamente ricorrere a pericolosi e azzardati accostamenti.
La settimana precedente la squadriglia di Massimo era stata invitata a pranzo dalle Guide che
campeggiavano nella stessa località. Il nostro Caposquadriglia, anche con un certo interesse, si
era esibito nello scattare foto con la sua nuova macchina.

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 12


Ultimato il rullino, lo aveva riarrotolato ma senza sostituirlo, dimenticandosi di farlo anche
successivamente. Così aveva scattato la foto con una pellicola già impressionata.
Walter per un po’ di tempo continuò a sostenere che dietro all’immagine della Giorgia si intra-
vedeva anche quella del Sarchiapone ma nessun altro gli diede ragione, forse anche per non cor-
rere il rischio di perdere la simpatia delle fanciulle, alle quali non pareva né gradita né umoristica
quella identificazione. Il mistero, dunque, permane tuttora e la caccia fotografica al sarchiapone
può continuare lungo i fiumi Idice e Savena, accrescendo l’interesse dell’opinione pubblica per il
parco fluviale di Castenaso.
Annunzio Gandolfi (Esp. Progetti n. 75 – 1989)
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6. ) Le mani giunte
Il riparto Zolosa 1” ha tradizioni di buon vicinato con altri gruppi, anche se di associazioni di-
verse. “Lo scout e fratello di ogni altro scout... ”.
Ci saranno delle differenze nelle uniformi, nei regolamenti, ma in definitiva lo spirito deve es-
sere uguale in tutti, cosi come suggerisce B. -P.
La fraternità e un fondamento portante dell’educazione scout ed e motivo di fierezza per tutto
il movimento. Fraternità vuol dire conoscenza, attività in comu-ne, interscambio di esperienze ed
anche nobili confronti.
Certamente non vuol dire reciproche scomuniche, che qualcuno potrebbe es-ser tentato di
comminare.
Per gli scouts del Zolosa, che vivono in campagna, occasione di conoscenza e anche l’abbona-
mento ad altre riviste che non siano quelle delta propria asso-ciazione e la loro esposizione in una
vetrinetta a disposizione di tutti. Natural-mente e vietato portarle fuori dalla sede perché andreb-
bero disperse.
Un grande interesse destò qualche tempo addietro un articolo comparso su “Avventura”
(AGESCI) e dedicato a don Giovanni Minzoni, grande figura di Assi-stente scout, martire per lo
scautismo.
Le Pantere in particolare scoprirono che Argenta, la parrocchia di don Minzioni, non distava
più di settanta chilometri dalla sede e quindi era raggiungibile in bicicletta, in occasione di una
uscita di squadriglia ben preparata.
Preparata vuol dire: progettata, attrezzata, motivata.
Per questo la squadriglia studiò l’itinerario e i punti d’appoggio, l’equipaggiamento e gl’inter-
rogativi a cui dare risposta in quella “esplorazione”.
Il progetto, prima di diventare operativo, fu presentato al capo reparto che lo approvò con note
di lode e con l’impegno, da parte sua, di contattare il parroco di Argenta per ottenere l’opportuno
appoggio logistico in loco.
Da notare anche lo studio che fu compiuto per attrezzare le biciclette con due borse, acquistate
a Medicina in un grande magazzino di surplus militari ed oppor-tunamente modificate ed adatta-
te. Così fu eliminato lo zaino, che male si adatta con la posizione del corpo sulla bicicletta.
Il percorso non poneva problemi! poiché era tutto pianeggiante nella bassa bolognese. In fase
di preparazione la squadriglia si documentò anche sui proble-mi agricoli e sociali delta zona da
attraversare. Non rimaneva infine che partire, osservare sui luoghi, scambiarsi le opinioni e foto-
grafare.
Al loro arrivo ad Argenta, gli scouts furono coinvolti dal parroco in un pelle-grinaggio vesper-
tino, a piedi, verso il santuario della Celletta, situato in mezzo alla campagna.
Quella fu un’occasione per fare anche alcune osservazioni sulla devozione popolare.

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 14


Al ritorno chiacchierano proficuamente con il parroco, rincresciuto di non avere gli scouts ad
Argenta e preoccupato per la lentezza con cui procede il pro-cesso di beatificazione di don Min-
zoni. «Dovrebbero essere gli scouts di tutt’Italia a spingere, a sollecitare, a pregare!».
La squadriglia ricostruì sul luogo le fasi dell’aggressione a don Giovanni, poi si recò a pregare
sulla sua tomba, all’interno del duomo.
Tre cose, in particolare, suscitarono l’interesse dei nostri scout:
Il giglio scout ASCI posto sulla tomba; il ricordo della visita e della preghiera di Giovanni
Paolo II e una serie di fazzolettoni scout multicolori allineati sul sarcofago.
È tradizione che i gruppi in visita lascino il loro, come segno di partecipazione e di affetto,
senza distinzione d’associazione.
Lo scautismo è uno.
«Le Pantere con una semplice cerimonia aggiunsero il fazzoletto del loro gruppo, recitando
sull’attenti la Legge e la Preghiera scout.
La commozione era nel cuore di tutti e certamente quei ragazzi conserveranno, anche da adul-
ti, il ricordo di quel momento “Sarebbe bello - disse il vice caposquadriglia - che ci fossero tutti i
fazzolettoni d’Italia! Ma come sistemarli?”.
«Niente paura - aggiunge il caposquadriglia - diffondiamo anche noi l’idea – e il parroco don
Tulio, pieno com’è d’iniziative, saprà risolvere il problema, forse con due grandi rastrelliere a
fianco della tomba”.
“Sarebbe bello che anche i Gruppi lontani, impossibilitati a venire ad Argenta, spedissero il
loro fazzolettone per posta” - aggiunse il quarto di squadriglia - non meno sveglio degli altri.
Nella mattinata di domenica, completate le ricerche e le osservazioni, la squadriglia si offrì di
servire la S. Messa, come era solita fare nella sua parrocchia, poi prese la strada del ritorno, por-
tando dietro il ricordo e le emozioni vissute.
“È stato un vero pellegrinaggio - disse il caposquadriglia - che abbiamo compiuto anche a
nome di tutti gli scouts del mondo!”.
Beh, l’espressione poteva sembra un tantinello esagerata, ma certamente interpretava il senti-
mento delle Pantere che se ne tornavano a Zolosa con la sensazione di aver raggiunto qualcosa
nel proprio patrimonio ideale.
Un temporale rallentò un po’ la tabella oraria, che prevedeva l’incontro con Michele, il capo, e
con i genitori, presso la chiesa di Villanova. Veramente era previsto anche un incontro con il sot-
toscritto per completare la riflessione su don Minzoni e il sacerdozio. Non rimaneva molto tem-
po: cercammo di occuparlo convenientemente con un dialogo veramente partecipato.
Era giunta intanto l’ora della funzione pomeridiana. Stavo per licenziare gli scouts quando essi
si offrirono per il servizio liturgico. Non potevo certo rifiutare tale segno d’impegno, tanto più
che in chiesa conserviamo un ritratto di don Giovanni e quindi il gesto poteva sembrare un com-
pletamento della missione e un ringraziamento a Don Minzoni per la missione compiuta in suo
nome e certamente anche con il suo aiuto.
Ora tutta l’uscita è organicamente documentata e fa parte dell’archivio del gruppo a... perpetua
memoria.
C’è un ultimo particolare che può sembra insignificante ma che per me ha grande valore.
Incrociando, In una delle vie del mio paese, un parrocchiano, sempre ben informato, noto per
saper interpretare i desideri e i giudizi del «popolo», dopo il saluto mi disse: «Bravi gli scouts che
hanno servito la funzione di ieri pomeriggio. Ha notato che tenevano le mani giunte...?»
lo non avevo notato il particolare, ma certo l’osservazione del parrocchiano mi fece molto pia-
cere.
Tra gli scouts circola infatti un modo di dire che suona così:
“Non basta fare le cose, occorre farle bene. Non basta farle bene, occorre farle al meglio”.
È questione di stile scout ed è sullo stile che ci si confronta cavallerescamente tra scout.
Annunzio Gandolfi (E. P. n. 137)
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Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 15


7. ) Acqua e cielo
Gli scout di Villanova sono famosi, oltre che per le loro attività “terrestri”, anche per quelle
“marinare” e “fluviali”. Nel 1987 riuscirono a collegare Villanova col mare Adriatico, via acqua,
discendendo in canoa il fiume Idice e il fiume Reno. È notorio il loro interesse per il parco fluvia-
le dell’Idice, che forse si concretizzerà anche in una pubblicazione per ragazzi e chissà che non si
possa, in quella occasione, conoscere qualcosa di più sui leggendari «sarchiaponi». Intanto legge-
te questa nuova avventura nel «Delta».
Le disposizioni del capo erano state perentorie: “Squadriglie Cobra e Pantere domattina sve-
glia alle ore 05. 00; alle ore 05. 46 ultime disposizioni per la partenza; alle ore 06. 00 si “levano
gli ormeggi”.
Alle ore 05. 46 come stabilito, fu consegnata ai capi squadriglia una busta chiusa da aprire
quando fossero arrivati al punto “TK 904667”.
La condotta da tenere durante il trasferimento e il materiale occorrente erano già stati concor-
dati in precedenza.
I capi squadriglia, con l’aiuto dei topografi - navigatori, non ebbero difficoltà a individuare la
destinazione sulla carta topografica (sistema U. T. M. ).
Se non sapete cos’è “il reticolato chilometrico nella proiezione conforme universale trasversa
di Mercatore”, eruditevi perché è fondamentale per fare “carriera scout”.
Alle ore 06. 00 precise, dopo l’urlo di squadriglia, le sei canoe, equipaggi a bordo, cominciaro-
no lentamente a muoversi lungo il canale verso la destinazione indicata.
A destra il sole, levatosi da poco, spezzava i suoi raggi contro la pineta. Due gazze vistose si
alzarono in volo, quasi a voler aiutare i navigatori mattutini.
Attraversata la foce del «canale della Falce», gli scouts dovevano tenere come punto di riferi-
mento a terra, per la prima parte della navigazione, i canneti palustri (localmente chiamati «bon-
nelli») invasi dalle acque marine, oltre i quali si scorgevano le chiome vistose dei lecci del bosco
della Mesola e alcuni lucenti pioppi bianchi. Tra le canne svolazzavano cannareccine e tarabusini.
Si udiva anche il canto dell’”usignolo di fiume” che nidifica tra gli arbusti.
Dall’altra parte, verso II mare, emergevano alcuni cordoni sabbiosi, gli “scanni”, sui quali pas-
seggiavano alcuni “fraticelli”. Facilmente individuabili per il loro capo nero, questi uccelli carat-
teristici delle spiagge del Delta padano si nutrono di piccoli pesci catturati in mare o nelle lagune
retro-dunali con spettacolosi tuffi ad ali semichiuse.
La navigazione era prevista a distanza ravvicinata da terra e con ritmo lento per poter gustare
il panorama con tranquillità.
Tutti gli scouts indossavano il giubbotto salvagente e il cappellino da navigazione.
Secondo i piani stabiliti il capo doveva raggiungere la flottiglia, con la barca a motore, prima
che arrivasse all’altezza di Goro, mentre due aiuti, con le auto e un carrello, dovevano convergere
nel pomeriggio sulla destinazione stabilita per recuperare canoe e navigatori. La flottiglia doveva
procedere unita e i due capo squadriglia erano muniti di radio per poter comunicare, in caso di ne-
cessità, col campo.
Sarebbe interessante a questo punto riportare tutte le osservazioni natura fatte dagli scouts, ma
lo spazio non ce lo permette. Arrivati alla meta stabilita, il paesello di Gorino Ferrarese, iniziò la
seconda parte della missione, che prevedeva una raccolta, anche con l’aiuto del registratore e del-
la macchina fotografica, di alcuni aspetti originali e caratteristici della vita locale.
Le Pantere attaccarono discorso con un vecchio pescatore che, cappello di paglia in testa e pi-
petta di terra tra i denti, stava aggiustando la sua rete.
A prima vista sembrava un tipo disposto a chiacchierare e a raccontare molti particolari del
suo lavoro e delle sue condizioni di vita.
Lorenzo, che riuscirebbe a parlare anche con una statua, attaccò senza preamboli discorso, toc-
cando subito un tasto buono.
“Perché - chiese - su un remo di quella barca è verniciato in grande il numero dieci e sull’altro
il numero sette? Nessun’altra barca ha dei numeri sui remi.

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 16


Il pescatore, che si chiamava Coriolano (in quelle zone come in Romagna hanno il gusto dei
nomi strani o storici) forse si attendeva la domanda. Sul suo volto, scurito dal sole e tappezzato
da una barba di almeno tre giorni, si disegnò un sorriso di compiacimento.
“Guarda - rispose a Lorenzo - come si chiama la barca”. Intanto si erano radunati, incuriositi,
tutti gli altri scouts della squadriglia.
Sulla fiancata della barca era scritta in caratteri visibilissimi la parola Fede.
“Devi sapere - continuò Coriolano - che anche la barca di mio padre e quella di mio nonno
avevano lo stesso nome. È una tradizione di famiglia, che purtroppo scomparirà con me perché
mio figlio, invece di continuare la mia attività, ha cercato lavoro in un’officina meccanica di Fer-
rara. Il suo lavoro certamente sarà più sicuro e al coperto quando piove, ma dall’officina non si
può rimirare il volo dell’airone rosso o del germano reale. A Ferrara il sole tramonta in incogni-
to... ».
Lorenzo intanto fremeva perché la soluzione tardava ad arrivare e il discorso di Coriolano sta-
va girando al largo senza arrivare in porto. Il pescatore con passione stava raccogliendo sulla ta-
volozza del discorso tutti i colori per descrivere i paesaggi del Delta.
«Ma il sette e il dieci che cosa c’entrano con la Fede» riuscì a richiedere il nostro scout, appro-
fittando di una pausa del discorso.
Coriolano accettò l’intervento:
“Se tu vogassi solo col numero dieci che cosa accadrebbe alla barca?”.
Lorenzo non ebbe esitazioni, tanto la soluzione pareva ovvia:
“La barca girerebbe in cerchio!”.
“Bravo! E se vogassi solo col sette?”.
“La barca girerebbe in cerchio nell’altro senso”.
“Bravo! E per navigare invece diritto che cosa occorre fare?”.
“Vogare con tutti e due i remi”.
«Bravo ancora. Ora indovina che relazione hanno quei due numeri con il nome della barca:
Fede».
La domanda era troppo imprevista e Lorenzo, preso di contropiede, rimase a bocca aperta. In
suo aiuto intervenne Diego, che parla sempre poco ma quando apre bocca lo fa con la competen-
za di un professore:
“Forse dieci vuoi dire Dieci Comandamenti?”.
“Bravissimo anche tu!”. Coriolano a questo punto riprese il timone del discorso e continuò:
“Mio nonno diceva sempre che nella vita, se si vuoi arrivare in porto, occorre navigare con Fede.
La Fede ci sostiene come una barca e impedisce a noi di andare a fondo, ma per far avanzare
la Fede occorre anche vogare con dei remi che si chiamano comandamenti e sacramenti (dieci gli
uni, sette gli altri).
I sacramenti senza i comandamenti non bastano e viceversa. Capito, ragazzi?”.
A questo punto, senza nemmeno attendere la risposta, Coriolano si tolse la pipetta di bocca e
sputò per terra. Con l’altra mano alzò un po’ il cappelluccio e si grattò la testa.
Tutti capirono che nel linguaggio mimico dei pescatori quei gesti volevano dire:
“Ve l’assicuro io: è così! Non c’è da discutere”.
Lorenzo con un certo timore reverenziale, abbastanza insolito in lui, ringraziò della spiegazio-
ne e della morale. Gli altri scouts fecero eco e si allontanarono parlando sotto voce, quasi non vo-
lessero farsi sentire.
Non è difficile immaginare che cosa dicessero: stavano decidendo concordemente di mettere
quei numeri anche sui loro remi, tanto l’esempio era stato convincente.
Poi, col cuore tranquillo e la coscienza posto, decisero di andare a intervistare anche il... gela-
taio.
Annunzio Gandolfi (E. P. n. 139)
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Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 17


8. ) Una finestra sull’avventura
La squadriglia Bisonti del V... 1° aveva ricevuto un preciso “Ordine di missione” dal capo ri-
parto, per un’uscita di due giorni, in piena stagione primaverile.
L’ordine parlava chiaro:
“Raggiungere, con l’autoservizio di linea (in partenza alle ore 16), la fermata prossima al chi-
lometro 35 della strada provinciale...;
percorrere a piedi ancora 200 metri in direzione sud, poi imboccare il viottolino (sentiero CS
1 rosso) che scende a sinistra verso il bosco;
fermarsi entro il bosco nella prima radura ed aprire il dispaccio principale (A).
Equipaggiamento personale: codice 2.
Equipaggiamento di Sq. : codice Alfa.
Viveri: razioni Y e H.
Biglietti di andata e ritorno per la corriera: tariffa 3.
Lasciare sul palo della segnaletica CS21 rosso il contrassegno adesivo della squadriglia per
indicarne il passaggio.
Tutto aveva funzionato perfettamente fino alla radura. I colori ed i profumi della primavera sti-
molavano un senso di euforia e di gioia, difficilmente speri-mentabili fuori della vita scout e delle
sue avventure in piena natura.
La squadriglia si sentiva perfettamente affiatata e capace di affrontare una missione impegnati-
va. Anche i più giovani non vedevano l’ora di dimostrare le loro capacità tecniche, acquisite ed
affinate con impegno costante nelle attività degli ultimi mesi.
Il caposquadriglia con autorità piantò il guidone per terra, nel centro dello spiazzo ed estrasse
dalla borsa della topografia il famoso dispaccio. Sembrava che anche le cime degli alberi circo-
stanti si piegassero per seguire con curiosità i movimenti degli scouts.
Il plico conteneva una carta topografica con sottolineature a colori di alcuni percorsi; una ta-
bella oraria per la giornata; l’indicazione del luogo ove cucinare e pernottare con i ripari di fortu-
na (poncho e telo-tenda personale); le osservazioni di topografia e della natura da compiere in
quel pomeriggio e un altro plico da aprire alle ore 7 del mattino seguente.
Il tutto era completato da una riflessione da leggere insieme prima di dormire e naturalmente
anche da una “busta soccorso” (con istruzioni in chiaro), da aprire solo in caso d’emergenza.
Per il momento tutto sembrava chiarissimo e semplice, per cui la squadriglia riprese il cammi-
no con la convinzione non espressa, ma chiaramente percepibile, che “Adesso faremo vedere noi
ai Capi che cosa sanno fare i Bisonti!”.
Tutto procedeva regolarmente, anche troppo, ma...
Dopo un quarto d’ora il topografo avvertì che, secondo i suoi calcoli eseguiti sulla carta topo-
grafica, ormai il bosco doveva finire per lasciar posto ad un terreno scoperto.
Tutti avvertirono in quel momento un cambiamento d’atmosfera: era come se fossero entrati in
un ambiente irreale, caratterizzato da uno strano chiarore, come se il bosco stesse veramente fi-
nendo, mentre gli alberi, al contrario, diventavano sempre più fitti e diversi dai precedenti. La di-
versa atmosfera la si percepiva chiaramente anche a fior di pelle, con un senso di disagio.
Anche la segnaletica del CAI era scomparsa da un po’ di tempo.
Il sesto di squadriglia poi s’azzardò a dire seriamente di aver notato delle orme di bisonte. Na-
turalmente la battuta suscitò una grande ilarità, non molto gradita, a dire il vero, da chi l’aveva
pronunciata: il “sesto”, infatti, pur essendo giovanissimo, dedicava qualche ritaglio del suo tempo
alla raccolta di tracce e ad altre osservazioni naturali connesse, per cui si sentiva, e a ragione, un
competente in materia.
L’atmosfera intanto sembrava caricarsi sempre più di elettricità. Mentre all’inizio l’attraversa-
mento del bosco aveva suscitato entusiasmo, ora tutti non vedevano l’ora di uscire da quella si-
tuazione che, minuto dopo minuto appariva sempre più irreale.
Tutti affrettarono inconsapevolmente il passo finché laggiù, oltre gli alberi, finalmente scorse-
ro un chiarore che annunciava davvero la fine del bosco.

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 18


Gli ultimi metri furono percorsi quasi di corsa.
Usciti allo scoperto, gli scouts si sentirono come scaricati dalla tensione precedente e pervasi
da una grande calma. Era come rientrare in se stessi dopo una prova estremamente impegnativa.
Tuttavia il caposquadriglia, ancora con un certo timore, estrasse la carta topografica, l’osservò at-
tentamente, poi, con comprensibile disagio, dichiarò di non esser in grado di riconoscere il pae-
saggio: tutto sembrava diverso, molto diverso.
Eppure lungo il tragitto precedente nessuno aveva notato un altro sentiero o un’altra deviazio-
ne possibile.
Il panorama ora visibile non sembrava che potesse collegarsi in qualche modo con quello la-
sciato all’entrata del bosco, meno di un’ora prima.
In lontananza si vedeva anche un fiume, che sulla carta topografica proprio non era segnato;
inoltre le nozioni geografiche regionali studiate a scuola escludevano la sua esistenza.
Il secondo propose, secondo le regole, di mandare indietro due “volontari” per controllare il
percorso compiuto. Nessuno si offrì e la proposta fu subito scartata, anche perché sembrava più
prudente non separarsi. Insieme, tuttavia, tentarono di fare una breve ricognizione all’indietro, ma
ben presto vi rinunciarono poiché nessuno riusciva più a riconoscere il bosco appena attraversato,
sia pure in senso contrario.
L’euforia della partenza e la carica elettrica percepita nel bosco lasciarono posta ad un nervo-
sismo diffuso e giustificato, per cui il caposquadriglia chiese a tutti di sistemarsi in cerchio, d’im-
pugnare insieme il guidone e di lanciare l’urlo di squadriglia, come si era usi fare nei momenti
difficili.
Ristabilita in qualche modo la calma, gli squadriglieri decisero di accamparsi al bordo del bo-
sco e di dormire insieme, costruendo un riparto unico coi teli-tenda personali, uniti tra loro, come
varie volte provato nelle riunioni di reparto.
Prima che scendesse il buio, il caposquadriglia e il vice, esplorarono con il binocolo tutto
quanto era visibile all’intorno, ma non riuscirono a scoprire né una casa, né un traliccio, né altre
costruzioni.
Non fu difficile procurare della legna secca per cucinare secondo le istruzioni. Il bosco era allo
stato selvaggio e non vi erano segni di attività umana.
Data l’abbondanza di legna, qualcuno propose di mantenere acceso il fuoco tutta la notte per
tenere lontani gli animali selvatici, come raccontato sulle pagine del “Giornale delle avventure e
dei viaggi”, stampato all’inizio del novecento e ritrovato rilevato tra i libri del nonno.
Il caposquadriglia decise per il no, onde evitare «altre presenze» e comunque le occasioni d’in-
cendio. Le preghiere furono recitate molto sentitamente. Vi lascio immaginare come trascorse la
notte. Alle prime luci dell’alba erano tutti in piedi e pronti a muoversi con sollecitudine, dopo
aver dato una sistemata al terreno. Il solito sesto tentò di far notare che il cielo si era schiarito con
anticipo sull’orario normale, ma nessuna fu in grado di rispondere e riprendere l’osservazione per
mancanza di recenti esperienze sulle albe primaverili.
Il fiume sembrava la meta più ovvia per potersi meglio orientare.
Durante l’avvicinamento individuarono anche una sorgentina per rifornirsi d’acqua. Strana-
mente non appariva curata da mano d’uomo e il terreno circostante, impregnato d’acqua, era se-
gnato da molte e diverse tracce d’animali selvatici, con grande gioia del “sesto”, che poteva così
confermare la sua osservazione messa in dubbio il pomeriggio precedente. Per procedere era ne-
cessario aprirsi la strada attraverso una bassa vegetazione che non mostrava segni di lavoro uma-
no.
Come Iddio volle, arrivarono al fiume, che si rivelò più ampio di quanto era apparso da lonta-
no e che non poteva certamente identificarsi con qualcuno dei torrenti che attraversano la provin-
cia di...Tutti conoscevano la geografia della propria regione e mai avevano sentito parlare di un
fiume di quella portata.

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 19


“Comunque - disse il “terzo”, altro elemento culturale della squadriglia - lungo i fiumi si svi-
luppano le attività umane e comunque i fiumi sono attraversati da ponti stradali, per cui non ci ri-
mane che seguire il corso”.
A questo punto si riproponeva il problema perché occorreva decidere se risalire o discendere il
corso d’acqua.
Scelsero con il sistema della paglia corta e della paglia lunga. Anche gli ebrei nell’A. T. ricor-
revano qualche volta a questo sistema.
Le sponde sembravano incontaminate e per quanto tutti avessero intensificato la loro attenzio-
ne per scoprire qualcosa, proprio non si notavano costruzioni.
“Vuoi scommettere - disse il “terzo” - che siamo capitati in un Parco Nazionale?».
“Ma qualche parco? - intervenne il caposquadriglia - nella nostra regione, così vicino a casa,
non c’è nessun parco... ”.
“Ma neppure un fiume - riprese il “terzo” - eppure il fiume lo abbiamo davanti agli occhi e
non abbiamo viaggiato in elicottero. Abbiamo camminato a piedi e non possiamo esserci allonta-
nati tanti chilometri...”.
“Allora, siamo capitati in territorio indiano” intervenne il “sesto”, quello delle tracce di bison-
te, che non aveva ancora tracciato bene nella sua fantasia il confine tra la realtà e l’immaginazio-
ne.
Altra risata, ma anche altra raggelata poiché, avendo nel mentre percorso un’ansa del fiume,
era loro apparso proprio un accampamento indiano, mod. John Ford.
“Giù tutti - ordinò perentoriamente il caposquadriglia - e non fatevi vedere!”.
Sulla sponda opposta c’erano proprio i tepee, le donne che lavavano, i cani che scorazzavano, i
cavalli nei recinti, i fuochi accesi e un totem.
“E ora che facciamo? - fu la domanda rivolta sottovoce da tutti al caposquadriglia, e con mag-
giore preoccupazione dal “terzo”... che aveva una chioma alla moda, cioè un po’ lunghetta.
“Ragazzi mostriamoci tranquilli e pacifici siamo ormai nel 2000, non ci sono più indiani peri-
colosi. Faranno parte di un circo. Andiamo a chiedere informazioni. Comunque mettete le accette
e i coltelli negli zaini, poi cerchiamo un guado”.
Intanto la presenza degli scouts era stata notata anche dall’altra sponda e annunciata da un
grande abbaiare dei cani.
Non tardarono a comparire sulla scena anche degli uomini con l’arco in mano.
Dobbiamo riconoscere che la squadriglia, forse per incoscienza o forse per imitare lo zio Zeb
di tanti Western, ritrovò il suo spirito e si avviò compatta, guidone in testa, verso il suo destino
nel campo indiano.
Forse fu quella tranquillità che li garantì presso gl’indiani o forse fu proprio la sagoma del bi-
sonte, disegnata in rosso sul guidone e stranamente rassomigliante ad alcune decorazioni ripro-
dotte sulle tende indiane e sul totem. Qualcosa evidentemente univa gli scouts ai pellirosse di
quella tribù. E poi si vedeva che i nostri erano sì dei ragazzi, ma anche abituati a presentarsi con
un certo stile, che non so come si chiami in dialetto pellerossa, ma che certamente poteva esser
motivo di fiducia anche presso quelle popolazioni nordamericane.
Intanto il campo indiano si era mobilitato e i nostri, guardando il fiume, si trovarono a dover
passare tra due file d’indiani grandi e piccoli, maschi e femmine, tutti chiassosi.

Qualcuno rideva, qualche ragazzino faceva le linguacce ma nel complesso non pareva ci fosse
un’atmosfera ostile; anche se non mancavano degli atteggiamenti di prudenza.
Finalmente arrivarono davanti al capo e ai suoi aiutanti, ben riconoscibili per gli ornamenti
classici e per la riservatezza dei gesti. Il caposquadriglia sorridendo tentò di salutare in buon in-
glese senza ottenere però risposta. Il vice tentò allora con il francese ottenendo il medesimo risul-
tato; sembrava che quei pellirosse non capissero l’inglese e il francese più... del bolognese.
Allora il caposquadriglia ebbe un lampo d’ingegno e mise la mano destra sul cuore come ave-
va visto fare tante volte da John Wayne in simili circostanze.

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 20


Il capo rispose con ugual gesto e tutti capirono il significato pacifico e ospitale di tale saluto.
Gli scouts notarono anche una particolare attenzione del capo rivolta al guidone o meglio al bi-
sonte raffigurato, forse il vero lasciapassare.
Ai nostri ragazzi non era nemmeno sfuggito che l’abbigliamento e le attrezzature degli indiani
non erano affatto moderni, anzi... Non un fucile, né un mezzo di trasporto; le tende e i vestiti era-
no tutti di pelle, i tegami di coccio: sembrava di essere arretrati di qualche secolo.
E poi, come mai quei pellirosse non comprendevano l’inglese?
Era come se per loro il tempo si fosse fermato o che la civiltà non fosse mai giunta in quel ter -
ritorio, fuori dalle carte topografiche e lontano nel tempo e dello spazio in cui sarebbe stato più
logico trovarli.
Altrettanta e forse maggiore meraviglia destarono negli indiani le attrezzature, l’abbigliamento
e l’equipaggiamento degli scouts: le accette, la sega, i coltelli, le pentole in alluminio, i teli tenda
mimetici, le scarpe, le borracce, ecc.
Nessun interesse invece per gli orologi e le macchine fotografiche, apparentemente oggetti di
uso sconosciuto. Per meglio comprendere provate ad immaginare come ci comporteremmo noi in
presenza di un gruppo di ragazzini “marziani”, capitati per caso in mezzo a noi, e come si com-
porterebbero loro.
Rotto l’indugio iniziale, gli scouts e gl’indiani riuscirono, a comprendersi nelle cose più sem-
plici, usando prima qualche segno molto espressivo, poi qualche parola insegnata reciprocamente.
Ogni ragazzo fu assegnato ad una diversa famiglia, ad una diversa tenda e all’attenzione dei
coetanei.
Più difficile fu l’adattarsi ai pasti secondo il menù pellerossa, ma occorse far buon viso, con la
consapevolezza che gli ospiti dovevano esser alquanto permalosi (almeno secondo i libri letti a
casa).
Il pomeriggio passò rapidamente, occupato dalla visita al campo: c’erano da vedere e da speri-
mentare le canoe di corteccia di betulla, la lavorazione delle coperte di pelle di bisonte e d’orso,
la confezione delle tuniche di daino e dei mocassini, ecc. ecc.
Gli scouts erano tanto fuori dal tempo da aver perso il senso della sua misura e così, senza ac-
corgersene, furono raggiunti dal tramonto. A quell’ora avrebbero dovuto già trovarsi sulla corrie-
ra del ritorno e invece erano ancora impegnati nello scambio di cortesie con i pellirosse. Accen-
narono un proposito di partenza, ma gli ospiti fecero conto di non capire e intanto preparavano
evidentemente una festa serale. Anche lo stregone, con gesti significativi, cercò di spiegare che
avrebbe indicato lui il momento adatto. Non certo quella sera, forse domani o anche il giorno suc-
cessivo: occorreva avere il permesso delle stelle e del tempo...
***
Spostiamoci ora per andare su di un altro scenario: quello della sede scout, presso la quale era-
no in trepida attesa il capo ed alcuni genitori.
All’ora stabilita ovviamente la squadriglia non rientrò e nemmeno un’ora dopo o dopo due ore.
A quel punto scattò il piano d’emergenza per il recupero degli scouts: il capo e un genitore
raggiunsero in auto la fermata della corriera e scesero per il viottolino, raccogliendo il segnale di
passaggio, che non ritrovarono nei punti successivi stabiliti.
A mezzanotte partirono il capo clan ed alcuni rovers capaci.
Durante la notte non si trovarono tracce e neppure la mattina successiva, per cui si dovettero
allertare anche i carabinieri e la Protezione Civile, che intervennero con un elicottero, ma anche
loro senza alcun risultato.
Gli scouts non si trovavano, nessuno li aveva più visti dopo che erano scesi dalla corriera;
sembravano spariti nel nulla: non uno, ma sette ragazzi!
Nessuna traccia fu rilevata sul terreno in cui avrebbero dovuto pernottare.
Immaginate come aumentava, ora dopo ora, l’ansia dei familiari, dei capi scout e dell’opinione
pubblica, coinvolta ormai dai mezzi di comunicazione, che si erano impadroniti della vicenda.

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 21


Il giorno successivo i servizi speciali erano nelle prime pagine della stampa nazionale e della
TV, e si mise in moto una grande organizzazione di ricerca ma sempre con esito negativo e con
progressivo aumento di preoccupazione. Non potevano esser spariti sette ragazzi in un territorio
conosciuto e frequentato.
Il terzo giorno poi, mentre i nostri giovani erano impegnati con i loro coetanei pellirosse in un
corso accelerato di usi, costumi e tecniche indiane, si mobilitò l’opinione pubblica mondiale, si
riunì il Comitato Centrale scout e fu organizzata un’ulteriore battuta a tappeto nella zona interes-
sata alla vicenda.
I Bisonti, a loro volta preoccupati, avevano sperimentato l’impossibilità di uscire dal territorio.
Lo stregone intanto sorrideva e solo nel mattino del settimo giorno fece capire ai ragazzi che era
giunto il momento di prepararsi e di lasciare il campo per ritornare a casa.
I saluti furono commoventi; gli scouts lasciarono in dono alcuni attrezzi, le pentole, due teli-
tenda e qualche altro oggetto personale ed ebbero in cambio delle corna di bisonte decorate, delle
collanine e qualche altro prodotto dell’artigianato indiano.
Furono accompagnati fino al bordo del bosco e qui diedero l’addio alla tribù, con la consape-
volezza che non si sarebbero mai più rivisti.
Man mano che la squadriglia s’inoltrava di nuovo nel bosco, ma in direzione opposta all’anda-
ta, tutti riprovarono la sensazione come di piccole scariche elettriche sulla pelle e poi, dopo un
lampo nero, improvvisamente il paesaggio circostante ritornò ad apparire sempre più familiare e
conosciuto. Senza difficoltà ulteriori arrivarono al famoso segnalino del CAI.
“Ragazzi, siamo ormai a casa!” - commentò il caposquadriglia con una dose di commozione.
Intanto sulla strada, all’altezza della fermata della corriera, un cronista televisivo, con ricchez-
za di attrezzature, stava spiegando in diretta che le autorità avevano deciso di abbandonare le ri-
cerche poiché in sei giorni non era stato possibile scoprire alcun indizio per risolvere quello che
ormai era considerato il mistero del duemila.
Il caposquadriglia capì subito la situazione e così comandò ai suoi uomini, appena risaliti sulla
strada: «Siamo Bisonti! Si procede con stile e si canta l’inno di squadriglia”. Poi mise in testa le
penne d’aquila avute in regalo.
E così il mondo intero assistette in diretta al ritorno di una vera squadriglia scout, che era stata
“chissà dove”. Per qualche giorno il mistero rimase tale e quale. I nostri ragazzi furono interrogati
anche separatamente da vari personaggi: poliziotti, cronisti, professoroni, genitori e capi scout.
La versione unanime era quella che era; nessuna contraddizione fu rilevata nei racconti degli
scouts, ma pochissimi si dichiararono disposti a credere ai Bisonti, che furono anche minacciati di
castighi per aver prolungato la loro uscita, con conseguenze... mondiali.
I genitori, visto che tutto era finito bene, dopo tanta angustia, decisero per il perdono.
Non furono presi in considerazione gli oggettini indiani, riportati dai ragazzi, che avrebbero
potuto avvalorare il racconto. Furono considerati paccottiglia da banchetto per souvenir turistici.
Non fu possibile mostrare delle fotografie, che pure erano state scattate dalla squadriglia nel cam-
po indiano, perché qualcuno curioso, evidentemente un pellirossa che non ne conosceva l’uso,
aveva aperto la macchina per vedere cosa c’era dentro. Così le pellicole si erano sciupate.
Fortunatamente intervenne sul caso anche il nostro Professore Fantasio Pomponazzi, del Cen-
tro Studi Baden-Powell e noto studioso del West.
Convinto che occorresse dare ai ragazzi riconoscimento della loro sincerità ed anche un pre-
mio per aver superato con coraggio e competenza una grande prova, si dedicò a risolvere autore-
volmente il mistero. Scoprì che su una rivista fantascientifica canadese, conosciuta come seria,
era stata pubblicata una relazione di un noto professore bavarese, secondo il quale il vero proble-
ma del cambio di millennio non poteva essere quello del famoso “baco”, ma quello di una fine-
stra spazio-temporale che si sarebbe aperta e richiusa imprevedibilmente entro l’anno a causa di
un piccolo errore astronomico nei difficili calcoli degli scienziati.
Evidentemente i nostri eroi erano capitati al posto giusto e nel momento giusto per entrare e
uscire da quella finestra, che li aveva provvisoriamente trasferiti nel West del 17° secolo.

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 22


Ma come spiegarlo ai genitori e ai quadri associativi?
O forse tutto il racconto è uscito dalla fantasia di qualcuno che considera sempre lo Scautismo
come una finestra per entrare nell’avventura!
Annunzio Gandolfi

È anche vero che in un piccolo museo etnografico di una cittadina del Wyoming sono conser-
vate, fin dalla fine dell’ottocento, una pentola di alluminio ed un’accetta con marchi italiani del
nostro tempo, ma ritrovati presso una piccola tribù indiana che li aveva in uso da tempo immemo-
rabile. Nello stesso museo è in mostra una antica pelle di bisonte tagliata in forma quadrata e tin-
teggiata con colori mimetici, simili a quelli dei teli-tenda mod. 29 del nostro esercito e usati an-
che dai Bisonti del V… 1.
Mah!?!
Annunzio Gandolfi (E. P. n. 134)
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Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 23


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9. ) Go West!
Sono portato spesso a immaginare lo scautismo come una grande carovana che viaggia verso
una terra lontana e meravigliosa. Tutti debbono muoversi insieme, dividersi le responsabilità e le
provviste, coltivare medesimi ideali e comuni speranze, aiutarsi a vicenda e incoraggiare chi vor-
rebbe interrompere il viaggio a causa della stanchezza e della sfiducia o solo per il miraggio di un
riposo accanto a una fresca sorgente o all’ombra di un albero apparentemente amico.
Durante il viaggio altri si uniscono alla carovana che vedono passare, attirati forse dal fascino
dell’avventura e di orizzonti lontani da conquistare oppure rispondendo all’invito di speranza che
proviene sempre da chi cammina con entusiasmo verso una meta agognata.
Per comprendere il viaggio e la carovana non basta pero guardare solo il futuro, occorre anche
conoscere le ragioni della partenza e il passato di quel popolo che cammina. È un passato che for-
se ha fatto storia ed e stato ragione di vita per molti.
Se non si conosce il percorso già compiuto dalla carovana, sarà molto difficile comprendere
fino in fondo le sue motivazioni e le sue tradizioni.
Per questo proponiamo oggi ai nostri lettori un testo classico, forse il primo dopo le opere di
B. -P. , sul «sistema delle squadriglie». Leggetelo col rispetto dovuto a un pezzo d’antiquariato
ma anche con la sicurezza di trovare in esso qualcosa di quella saggezza che permette allo scauti-
smo di essere attuale oggi come lo fu settant’anni fa.
Nel ripulirlo dalla patina del tempo trattatelo con delicatezza ed esso vi apparirà in tutta la sua
bellezza di piccola opera d’arte, meritevole di rispetto. Vi accorgerete allora che le opere d’arte
sono tali perché sanno esprimere una saggezza universale che supera i limiti del tempo.
Abbiamo pensato d’illustrare il testo con alcuni disegni anch’essi anzianotti ma ancora tanto
seducenti nella loro semplicità.
Lo scautismo e nato come una cosa semplice e pratica, da presentare in termini chiarissimi.
Annunzio Gandolfi
(da E. -P. n. 54, p. 32)
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Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 24


10. ) Chiacchierata al fuoco di bivacco
I ragazzi in età Esploratore hanno oggi interessi scarsi e molto banali. Sembra che siano privi
di fantasia. La scuola media e la televisione li hanno appiattiti e resi poco sensibili agli stimoli ed
alla originalità.
La loro dovrebbe essere un’età d’ideali e di fantasia. Come potrebbero altrimenti iniziare il
loro progetto per il futuro?
La scuola media, nata per esser «vocazionale», è stata costretta ad arrendersi e a portare avanti
con rassegnazione una massa amorfa d’individui, piazzati sul «quasi sufficiente» politico. La tele-
visione ha spiazzato il gusto della lettura e della conversazione.
Sandokan e zio Zeb televisivi sono uguali per tutti e lasciano ben poco spazio alla fantasia in-
dividuale, al contrario della lettura. Il ragazzo che legge il libro di Salgari è costretto infatti a sve-
gliare la sua fantasia per immaginare la figura di Sandokan, e l’ambiente in cui si muove. Perso-
naggi e scenario vengono interpretati e personalizzati dal lettore, che si trova così ad entrare nella
loro avventura.
Potremmo fare un paragone con quanto accade ad un pittore che vede con occhi suoi un pae-
saggio e lo dipinge in modo certamente diverso da quanto farebbe un suo collega o da come lo ri-
trarrebbe la macchina fotografica.
Il ragazzo che si pone di fronte al televisore percepisce invece, senza fatica, un’immagine fo-
tografica, che non richiede un’elaborazione personale.
Sandokan televisivo è dunque uguale per tutti, con la stessa espressione, lo stesso vestito, lo
stesso panorama di contorno.
Il ragazzo assiste ma non entra in quel mondo fantastico. La sua immaginazione rimane a ripo-
so e s’isterilisce. Anche i sentimenti hanno ben poco da spartire con tanti spettacoli televisivi. La
televisione ha arricchito l’uomo di immagini fotografiche ma lo ha impoverito di fantasia. Il col-
po finale viene poi dalla pubblicità, diretta ed indiretta, che cattura la intelligenza e l’imbalsama.
Lo scautismo potrebbe essere un antidoto se sapesse parlare ancora al cuore ed alla fantasia, ri-
scoprendo la sua vocazione.
Forse occorrerebbe un “restauro” che togliesse certe patine grigie ed eliminasse lo smog anti-
culturale. Bisognerebbe riportare al sole il gusto della “cultura scout” ossia una conoscenza ap-
profondita della tecnica, del gioco, dell’espressione, del sistema delle squadriglie, della storia
scout e dei suoi personaggi, tanto per fare alcuni esempi.
Riscopriamo il gioco avventuroso e il gusto dell’esplorazione di ambienti. Scopriamo final-
mente le leggi di questa natura sempre fedele ai suoi ritmi e mutevole nei suoi spettacoli.
Aiutiamo il ragazzo e la ragazza a scoprire la realtà con cui devono misurarsi, sapendola vede-
re con occhi di poeta e di artista, interpretandola cioè con gioia, ottimismo, gusto del bello e dello
sforzo.
Educhiamo i ragazzi alla fantasia. I mezzi che Io scautismo offre sono tanti ed originali: occor-
re però che siano usati dai capi con professionalità e... con fantasia.
Ma torniamo alla fantasia dei ragazzi. Tra i tanti mezzi per educarla si potrebbero ripescare il
racconto e la lettura al fuoco di bivacco.
Avanzando cautamente nella notte senza luna, Rafael Rodriguez svoltò dietro la casa. Erano le
21,30. S’aspettava di incontrare una quarantina di fuggiaschi. Dietro il fienile, invece, ne trovò
85. “Alcuni di voi non li conosco - disse alla piccola folla silenziosa - ma spero che tutti abbiate
del coraggio. Ci vorrà una marcia di sei ore per arrivare al mare. Dovrete frazionarvi in piccoli
gruppi e seguire in assoluto silenzio la guida, lo chiuderò la marcia. Ora nessuno può più tirarsi
indietro. Sparerò contro chiunque tentasse di farlo. È l’unico modo per proteggerci tutti”. La gui-
da s’incamminò decisa tra gli alberi...”.
Ogni località ha le sue leggende, le sue tradizioni e le sue storie. Oggi c’è il gusto della loro ri-
scoperta. Perché non utilizzare questo materiale al fuoco di bivacco, anche per stimolare i ragazzi
a meglio comprendere l’ambiente in cui campeggiano e a sapersi inserire in esso?

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 25


Lo scautismo internazionale, italiano e locale, ha una sua storia e i suoi personaggi. Perché
non rievocare queste notizie, tanto utili anche per suscitare un certo orgoglio di appartenere al
movimento e per presentare degli esempi? Ci sono poi personaggi del mondo dell’avventura o del
servizio che potrebbero esser «raccontati». Basterebbe prendere in mano i fascicoli della collana
«eroi» dell’Elle di Ci. per rendersene conto.
Anche le ricorrenze storiche possono suggerire dei temi.
Quest’anno, per esempio, il campo potrebbe essere una bella occasione per raccontare la vita
di S. Francesco e quella di Baden-Powell.
E, tanto per rinfrescarci le idee, perché non proviamo a riprendere in mano quel libro che si
chiama “Scautismo per ragazzi”. Il nostro caro vecchietto lo ha diviso - guarda caso - in “chiac-
chierate al fuoco di bivacco”, infiocchettandolo di episodi e personaggi che stimolano l’interesse
e la fantasia.
Il capo deve essere anche un “mago” del racconto.
***
Segnaliamo, a chi vuole farsi qualche idea dei filoni ai quali attingere, i seguenti libri oggi in
normale commercio:
o Fabbri Editori: «Il libro delle leggende”;
o Lito Editrice: “80 leggende e racconti attorno al mondo”;
o Elle di Ci: Collana “Un’avventura per ogni giorno” - Collana «Uomini per tutti i conti-
nenti» - Collana “Eroi” - Collana “Campioni” - Collana “Pionieri”;
o S. E. I. : E. Biagi “I nuovi rivoluzionari” - T. Bosco «I tempi che scottano» - E. Biagi
«Testimone del tempo» - R. Costa «Perché ho scelto questo mestiere” - A. Todisco
«Animali addio» - F. M. Quilici «Esploratori e esplorazioni” - E. Biagi «Dai nostri in-
viati in questo secolo» - T. Bosco «Terra pianeta che sanguina».
Annunzio Gandolfi - (da E. -P. n. 39-40, p. 169)

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Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 26


11. ) La campana della Bastiglia
Certamente tutti avrete sentito parlare della Bastiglia e della sua distruzione, avvenuta a furore
di popolo il 14 luglio 1789. Nessuno pero potrebbe immaginare che quell’episodio, lontano da
noi quasi due secoli, abbia un qualche legame con una storia scout, una storia che sembra una
leggenda, anche se inizia solo poco più di trenta anni fa, subito prima della Seconda Guerra Mon-
diale.
In quel tempo nello scautismo si parlava molto di cavalieri, di imprese cavalleresche ed ogni
scout, in fondo in fondo, si sentiva, sia pure simbolicamente, rivestito di una corazza e di un ci-
miero e pronto a lanciarsi in aiuto dei deboli e dei bisognosi. Perfino le decorazioni delle sedi
scout erano intonate allo stile dei castelli medioevali e le cerimonie erano tutte ispirate a rituali
cavallereschi.
Evidentemente, se questo era lo spirito, la B. A. non poteva non essere uno dei cardini fonda-
mentali dello stile e delle attività scout.
Mentre in Italia, ove lo scautismo era proibito, i ragazzi si addestravano con il moschetto «ba-
lilla», nelle altre nazioni e in Francia particolarmente gli scouts cercavano di rivivere le belle ge-
sta dei cavalieri della Tavola Rotonda e dei Paladini. La fantasia sognava scalpitii di cavalli e ori-
fiamma al vento ma nelle attività si sapeva poi scendere al pratico, e realizzare qualcosa di con-
creto, secondo quel nobile spirito di altruismo e generosità.
«Che buona azione potrei fare? - pensò Michel - il Capo è un po’ che ne parla ed io non sono
ancora riuscito a trovarne una consistente!». Mentre stava cosi pensando, con il naso schiacciato
contro il vetro della finestra, sulla strada passo, con un’andatura frettolosa, una suora di San Vin-
cenzo. I rossi riflessi di un tramonto ottobrino si dipingevano sull’ala bianca del suo ondeggiante
cappellone a vela. L’attenzione di Michel non fu colpita da quel passaggio rapido ma l’immagine
forse entro ugualmente nel gioco della sua fantasia, tanto e vero che di li a poco il nostro scout
riuscì a sfoderare una magnifica idea: le suore dell’ospedale avrebbero potuto suggerirgli una so-
luzione al suo problema e quindi domani sarebbe andato a trovarle.
Suor Domitilla in particolare, avendolo preparato qualche anno prima alla Santa Comunione,
nutriva per lui una simpatia quasi materna, accresciuta dalla soddisfazione di vedere quel ragaz-
zetto perseverare, per mezzo della vita scout, nella via del bene. Tanto bastava per rallegrare
quella buona suora, soprattutto dopo il suo trasferimento come Superiora all’ospedale, ambiente
certamente di minor soddisfazione per una suora abituata a stare in mezzo ai bambini.
Michel era un ragazzo sereno e quindi gli basto quella brillante idea per mettersi il cuore in
pace; mise in pace anche lo stomaco con un abbondante panino spalmato di marmellata e scese in
cortile, tranquillo e beato, per sgranchirsi le gambe con gli amici. Ad ogni giorno la sua preoccu-
pazione: quella odierna era già stata superata, i compiti inoltre erano terminati e quindi c’erano
tutte le ragioni per giocare serenamente.
Il giorno successivo, puntuale come l’appetito di un ragazzo della sua età, Michel andò a par-
lare con Suor Domitilla. Per uno strano processo di intuizione, che in un ragazzo desideroso di
fare il bene funziona come un radar, la direzione scelta da Michel si rivelò quella giusta.
Nell’ospedale era degente un ragazzo destinato a rimanere ricoverato alcuni mesi per una lun-
ga cura. La sua famiglia abitava lontano, in campagna, e poteva permettersi solo rare visite a quel
figliolo. L’offerta di assistenza di Michel fu accolta - lo potete ben immaginare - come una vera
manna del cielo e diede inizio ad una simpatica amicizia che doveva continuare nel tempo.
Regolare come un pompiere, due volte alla settimana Michel si recava a trovare il suo amico
René, per fargli compagnia, per raccontargli le sue avventure scolastiche e scouts e per portargli
libri e giornaletti. Poi i mesi passarono e René, rimesso in sesto, ritornò a casa. I due ragazzi man-
tennero viva la loro amicizia, soprattutto con una frequente corrispondenza, finché i tragici eventi
bellici sconvolsero la Francia facendo loro perdere i contatti.
Passò finalmente anche la guerra, passarono altri anni e i due amici, diventati adulti, si erano
ormai affermati nella vita, ognuno nella propria professione:

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 27


René come agricoltore e Michel come studioso di storia.
Fu proprio quest’ultimo particolare che permise ai due di ritrovarsi. Il nome di Michel compar-
ve, infatti, su un giornale a proposito di certi studi e ciò permise a René di rintracciarlo dopo tanti
anni.
Anzi, proprio quell’articolo gli suggerì l’idea di un regalo. Durante il periodo bellico, vuotan-
do una vecchia soffitta per cercare del cuoio utile a riparare le scarpe, aveva scoperto una vecchia
campana, capitata là chissà come e chissà quanti anni prima. Certamente doveva essere un ogget-
to storico e quindi chi meglio di Michel avrebbe potuto apprezzarlo? Michel si vide dunque reca-
pitare, a nome dell’amico, una grossa cassa contenente quella grossa campana e immaginate qua-
le fu il suo stupore nello scoprire, leggendo le scritte in rilievo sul bronzo, che si trattava proprio
della campana dell’orologio della Bastiglia. Dalla distruzione di quella fortezza si salvò ben poco
e pochi quindi sono i cimeli storici che la ricordano, eppure quella campana dopo aver scandito le
lunghe ore dei carcerati e le ultime ore dei condannati a morte era sfuggita alla distruzione ed era
arrivata, chissà come, fin laggiù in quella soffitta di campagna. Ora solo un caso fortuito aveva
permesso il suo ritrovamento: la Buona Azione di uno scout e i suoi successivi studi proprio su
quel turbinoso periodo storico della Francia.
Un altro, quasi certamente, non avrebbe potuto individuare in quella campana un cimelio tanto
importante.
Dice un vecchio adagio popolare: “Da cosa nasce cosa!”.
Noi potremmo concludere dicendo: “Chi sa che cosa può nascere anche da una semplice B. A.
di un ragazzino scout di buona volontà?”. Proprio per questo mi auguro che non si abbia a perde-
re la sana abitudine della buona azione, così caratteristica e simpatica tra gli scouts. Un grande al-
bero nasce sempre da un piccolo seme!
A Bracciano, nel terreno del Campo Scuola Nazionale ASCI, proprio quest’anno, in ricordo
della B. A. di Michel abbiamo montato una campana. L’abbiamo sistemata sul monumento che
ricorda una grande B. A. compiuta dagli scouts a Longarone, subito dopo la tragedia del Vajont.
Durante i campiscuola, ogni mattina la campana suonerà per ricordare le buone azioni che in quel
giorno gli scouts di buona volontà di tutta Italia compiranno generosamente per essere degni del
nome e del distintivo che portano. Suonerà certamente anche per la tua buona azione!
Don Annunzio - (Da L’Esploratore, n. 12, Dicembre 1970, pp. 32-32)

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Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 28


12. ) La leggenda del Vajont
Sono passati ormai più di 9 anni da quando, in una terribile notte autunnale, un’immensa onda-
ta d’acqua, uscita dalla diga del Vajont nel Bellunese, spazzò via quasi completamente la cittadi-
na di Longarone.
Gli scouts di varie regioni di Italia, poche ore dopo la sciagura erano sul posto, per collaborare
all’opera di soccorso e di pietosa ricerca delle salme.
Arrivarono con le loro tende ed il loro equipaggiamento perché in simili circostanze è fonda-
mentale essere autonomi.
Quasi tutti i soccorsi erano diretti a Longarone; gli scouts si fermarono invece più a valle dove
non c’era quasi nessuno e grande invece era la necessità d’intervento, soprattutto per il recupero
delle salme trasportate dalle acque del Piave.
Gli scouts si misero subito al lavoro, in collaborazione coi sindaci, con qualche vigile del fuo-
co e qualche altro volontario. Non si trattava solo di recuperare le salme, spesso irriconoscibili,
ma anche di ricomporle, vestirle e sistemarle in sacchi di plastica e nelle bare. Poi iniziò la triste
processione dei parenti, addolorati, sconvolti, che cercavano i resti dei loro cari. Era necessario
accoglierli, in qualunque ora del giorno e della notte, specialmente nel cimitero di Cadola, ac-
compagnarli tra le bare, aprirle per facilitare la ricerca, consolarli.
Per la sepoltura dei morti le autorità decisero di costruire un grande cimitero a Fortogna. Le
scavatrici si misero subito all’opera ma mancavano gli uomini per la sistemazione delle bare. Ar-
rivarono allora gli scouts a dare il cambio agli unici quattro stradini comunali che non ne poteva-
no più dalla stanchezza.
Forse più della metà del lavoro di Fortogna lo compirono gli scouts: scaricarono le bare dai ca-
mion, le sistemarono nelle fosse, le riaprirono più volte per permettere ai parenti angosciati un
eventuale riconoscimento, dotarono ogni tomba di una croce ed aiutarono i dipendenti comunali a
compiere le formalità richieste.
A questo punto, ricordato il quadro generale di quella grande catastrofe nazionale, ha inizio la
nostra storia che potremmo veramente definire «ai confini della realtà». Ecco perché nel titolo ho
parlato di “Leggenda” del Vajont.
Un Clan di Rovers trevigiani era impegnato nella ricerca delle salme lungo il fiume ingombro
di legname, proveniente dalle costruzioni demolite dall’acqua ed ora accavallato nel più spettrale
dei modi.
A mezzogiorno il Capo invita a sospendere i lavori per una breve sosta ma poiché i rovers ave-
vano ormai affrontato una catasta di legname formatasi lungo un’ansa del fiume, di comune ac-
cordo si decise di proseguire ancora un po’ il lavoro, per terminare lo sgombro e di rimandare di
un’ora il pasto: una scatoletta di carne ed un po’ di pane.
Fu proprio verso le tredici che sotto tutto il legname trovarono il corpicino di un bambino dal-
l’apparente età di cinque sei anni. Certamente la catastrofe lo aveva raggiunto nel sonno e l’acqua
lo aveva trasportato via così com’era.
Ora non gli rimaneva che una magliolina di lana rivoltata stranamente sul viso. Quando la ri-
misero a posto comparve un bel visino per nulla maltrattato dallo sballottamento lungo il fiume,
come purtroppo lo erano invece tutte le altre salme. Sembrava che continuasse il suo sonno tran-
quillo, per nulla disturbato da quanto era accaduto. I rover raccolsero con cura religiosa il povero
corpicino e lo trasportarono al cimitero di Fortogna, sperando di poter mettere un nome sulla sua
croce. Lo rivestirono per bene ed attesero qualche giorno prima di seppellirlo. Invano: nessuno si
presentò per dargli una identità ed allora furono costretti a calarlo nella fossa ed a ricoprirlo di
terra. Sembrava che seppellissero un soldato ignoto o un martire delle catacombe. Forse la sua fa-
miglia era stata tutta distrutta: proprio per questo i rovers, pur abituati dalla tragica circostanza ad
una confidenza con la morte, piansero come se stessero seppellendo uno di famiglia: un loro fra-
tellino più giovane.

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 29


Quella notte stessa, il rover che lo aveva ritrovato per primo, se lo sognò pieno di vita in mez-
zo ad un bel prato. Nel sogno si avvicinò a lui e si mise gioiosamente a giocare come aveva fatto
tante volte coi lupetti del suo Branco.
Dopo una bell’ora di salti e di corse il bambino lo salutò ma prima che la sua immagine sfu-
masse nelle nuvole del sogno, il nostro rover riuscì a domandargli: “Come ti chiami?... ”.
“Arri vederci, oggi no ma in una prossima occasione, quando ci ritroveremo a giocare, te lo
dirò... ” promise il bambino, scuotendo i riccioli.
Al risveglio del mattino il rover raccontò il sogno e non ci fu difficoltà da parte di alcuno a
spiegarlo ed a giustificarlo.
L’impressione, il sentimento, la fatica della giornata avevano ricreato quelle immagini in un
alone di poesia, di sogno.
“Capita! Capita...!” fu il commento unanime.
Spiegazione più che ovvia per un sogno se esso non si fosse ripetuto esattamente la notte suc-
cessiva.
In questa seconda occasione, al termine dei giochi, il bimbo mantenne la promessa: “Mi chia-
mo - disse - ...”.
Voi al posto dei puntini immaginate un nome ed un cognome tipicamente locali, che io per
promessa fatta non posso ora rivelare.
Il rover - a suo dire - non aveva mai sentito prima d’allora quel cognome e quindi non poteva
essergli riaffiorato da qualche angolo della memoria.
Nessuno dei suoi compagni ebbe questa volta la spiegazione facile, anzi nessuno si azzardò
nemmeno a fare delle ricerche su quel cognome: quel bimbo si chiamava ormai così! Se malau-
guratamente si fosse scoperto che quel cognome non esisteva a Longarone si sarebbe disciolto nel
nulla un sogno a cui tutti ormai con commozione davano credito.
Certo siamo ai confini della realtà poiché io, che non avevo gli scrupoli di quei rovers, le ricer-
che le ho fatte ed ho scoperto che un bimbo di quella età, con quel nome e quel cognome a Lon-
garone c’era. Posso dire di più: la sua famiglia fu tutta distrutta dal cataclisma.
In un angolo del camposcuola scout di Bracciano, sotto un’immagine Mariana, posta a ricordo
del servizio compiuto dagli scouts al Vajont, è fissata una piccola bicicletta tutta contorta, ritrova-
ta dai rovers poco lontano dal corpicino di quel bambinello. A questo punto potremmo anche pen-
sare che sia stata la sua.
Annunzio Gandolfi

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Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 30


13. ) La scomparsa di 001
Dal 15 settembre u. s. non si hanno più notizie di un aereo da turismo scomparso mentre sor-
volava il monte Aconcagua nel Sud America. Purtroppo su quell’aereo era imbarcato anche il no-
stro “Baffo 001”, in compagnia di altri tre membri di una spedizione scientifica organizzata dalla
Reale Società Geografica Britannica. Le spedizioni di soccorso sono riuscite ad individuare solo i
resti di un’ala, che si presume appartenesse all’aereo scomparso. Dato il tempo trascorso e l’im-
pervietà della zona in cui si sarebbe verificato il disastro, non si hanno più speranze di ritrovare
dei superstiti. Anche le ricerche sono state abbandonate per evitare il pericolo di ulteriori perdite
umane.
Con Angelo Gandolfi (possiamo finalmente rivelare il nome di «Baffo 001, cugino di don An-
nunzio) scompare una delle figure più discusse ma forse anche più simpatiche dello scautismo
italiano. Continua a vivere il suo ricordo nelle pagine de l’Esploratore che lo ebbe prima direttore
e poi collaboratore affezionato. Rimane vivo anche, tra quanti lo conobbero, il ricordo delle gesta
avventurose della sua vita, che tutti hanno avuto occasione di trovare riassunte nel numero di
Marzo di quest’anno. In tutto il mondo ci sono amici che lo rimpiangono. Ci hanno scritto per di-
chiarare il loro dispiacere per la disgrazia e l’ammirazione verso la figura dello scomparso anche
coloro che egli fu costretto ad affrontare nei tempi difficili della guerra. Da più parti abbiamo ri-
cevuto richieste di un suo ricordo e l’invito a farci promotori di una iniziativa per collocare una
memoria di Lui sul Campo Scuola di Bracciano. Abbiamo accolto la proposta e giriamo a tutti i
riparti l’invito a collaborare Ai primi Riparti (o singoli scouts) che c’invieranno un contributo di
almeno mille lire (versandolo sul Conto Corrente Postale n. 1/4431 Commissariato Centrale
ASCI Piazza P. Paoli, 18 Roma) daremo in ricordo, fino ad esaurimento, una taglia di “Baffo 001
ed una targhetta del S. I. S. , che ovviamente perde ormai la ragione della sua esistenza.
Ragazzi! È con le lacrime agli occhi che vi dico a nome anche di tutta la redazione:
È SCOMPARSO BAFFO 001, MUORE IL S.I.S.! VIVA 001, VIVA IL S.I.S.!
Il Direttore
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Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 31


14. ) Il testamento di “Baffo 001”
In un cassetto del tavolo di comando del S. I. S. abbiamo ritrovato un servizio sul prossimo
Jamboree che pubblicheremo in un prossimo numero, ed una lettera che invece riteniamo nostro
dovere pubblicare subito. Eccola: Miei cari fratelli scouts,
ho il presentimento che da uno dei miei lunghi viaggi o da urta delle avventure, che ormai fan-
no parte della mia professione, non farò ritorno. Sono scampato fin ora a tanti pericoli ed ho af-
frontato tante peripezie ma verrà il momento in cui il Signore mi chiamerà. Quando leggerete
questa lettera il mio presentimento si sarà avverato. Noti è un addio che ci diciamo ma un arrive-
derci, come tante volte abbiamo ripetuto cantando al termine di un campeggio. Infatti la grande
comunità che abbiamo formato per tanti anni non può avere le ridotte dimensioni di questa terra
(lasciatelo dire a me!) né i limiti del tempo. Negli ideali che insieme abbiamo cercato di vivere
per nobilitare le nostre azioni c’è una ricchezza inesauribile e valutabile solo se sì cerca di rappor-
tarla su misure tendenti all’infinito.
Questa sensazione di eterno e di infinito l’abbiamo percepita tante volte, soprattutto al campo
al termine di una preghiera o di fronte ad un maestoso panorama.
L’abbiamo provata anche di fronte allo sforzo di tanti nostri fratelli, impegnati a vivere una
vita cristallina fatta di purezza e di altruismo.
Vi ringrazio tutti indistintamente per quanto mi avete donato con il vostro esempio, per i senti-
menti che sono riuscito a scoprire sotto alle righe delle vostre lettere, per l’affetto che mi avete
portato nonostante i miei difetti. Questi ultimi cercate di dimenticarli al più presto. Ricordatevi
invece, mi raccomando, di rivolgere per me una preghierina a Gesù in modo che possa raggiun-
gerlo presto. Quando sarò arrivato cercherò anch’io di fare qualcosa per voi, siatene certi. Lascia-
te fare a me...!
Sono commosso e perciò taglio corto, lasciando alla vostra immaginazione il resto. Ancora
una volta abbiate tutta la mia simpatia, la mia stima ed il mio fraterno affetto.
Un particolare abbraccio a 002 (A. Perone) a 003, al direttore de L’Esploratore, a tutti i miei
fidi agenti ed a mio cugino don Annunzio, che incarico di disporre, come meglio crede, del mio
materiale, dei miei libri e del mio arsenale.
Miei prodi e cari amici, vi saluta per l’ultima volta il vostro
Baffo 001, Roma, 1-4-1970.
P. S.
Vorrei darvi un ultimo consiglio.
Quand’ero ragazzo, ebbi un impareggiabile caposquadriglia. In seguito, durante le mie azioni
di controspionaggio e di commandos potei ottenere la sua collaborazione tecnica, di una genialità
più unica che rara, veramente favolosa e non spiegabile solo con le tre o quattro lauree che intan-
to aveva conseguito. Ora è sempre in movimento perché ha impegni scientifici in varie nazioni.
Da ragazzo ogni tanto rimaneva con la testa tra le nuvole a pensare e credo che questa abitudine
non sia riuscito a vincerla “diventando grande”. Ma forse non ci ha mai provato a combatterla,
tanto provava piacere a progettare e a fantasticare.
Quasi a presagire il suo futuro, battezzandolo gli misero nome Fantasia, Fantasio Pomponazzi.
Noi, fin da ragazzo, lo chiamavamo il Professore, con la Pi maiuscola, e professore (quale profes-
sore!) è diventato. Io ho sempre conservato una grande stima ed anche - debbo confessarlo - un
po’ di soggezione nei suoi confronti.
Ora, ecco il consiglio: cercate di
rintracciarlo e di attivizzarlo per otte-
nere una collaborazione o almeno una
consulenza per l’Esploratore. Sarebbe
un bell’acquisto perché potrebbe dare
un contributo originale alla rivista. Non lasciatevelo scappare e se dovesse servire il mio ricordo
per catturarlo, servitevene pure. Auguri!

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 32


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Adriano Perone - 1933 - 2006

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Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 33


1945 glorioso
La prima volta che sentii parlare seriamente dello scautismo fu pochi giorni dopo il 25 luglio
1943. Appena caduto il fascismo, monsignor Faggioli, il mitico fondatore dell’ASCI in Emilia-
Romagna, e alcuni vecchi scout pensarono subito di far rinascere lo scautismo a Bologna, ma la
situazione bellica che stava precipitando lasciò poco tempo e spazio ai progetti: vennero i bom-
bardamenti sulle città e infine l’armistizio dell’8 settembre che chiuse ogni possibilità. A me ri-
mase una copia della vecchia edizione di “Scautismo per ragazzi”, tradotta dal conte Mario di
Carpegna, la cui lettura mi rincuorò durante i lunghi mesi della Resistenza e mi fu anche oltremo-
do utile in quelle circostanze con i suoi consigli sulla... vita all’aperto.
Nella primavera del 1945, pochi giorni dopo la liberazione, potemmo ricomporre il progetto
scout fondando presso il convento di san Giuseppe quello che doveva diventare il famoso Bolo-
gna 16. Il convento dei padri cappuccini era stato in parte distrutto dai bombardamenti: per la
sede dovemmo quindi accontentarci di alcuni locali recuperati in una villetta confinante, per metà
abbattuta da una bomba. Salendo le scale, arrivati al primo piano, occorreva girare a destra per
entrare nelle uniche due stanze utilizzabili; se invece si girava a sinistra si correva il rischio di ri -
tornare al piano terreno, precipitando su un mucchio di macerie. Dalle macerie dell’ala distrutta
del convento recuperammo il legname di mobili sfasciati per costruire l’arredamento della sede.
Una bomba caduta nel giardino pubblico aveva divelto un abete: lo raccogliemmo per scolpire un
magnifico totem che ancora conservo gelosamente e molti m’invidiano. Le cassette per il mate-
riale le recuperammo in collina, durante le uscite, svuotandole dei proiettili di mortaio. Qua e là si
trovavano ancora dei depositi abbandonati di questo materiale.
Anche per metterci in uniforme scout dovemmo arrangiarci, aguzzare l’ingegno e superare
molte difficoltà: mancava la stoffa e mancavano anche... i denari. In un primo tempo rimediammo
con vecchie camicie militari ritrovate in una caserma abbandonata e ritinte da noi artigianalmen-
te; i calzoni corti li ricavammo adattando e tinteggiando di blu una partita di mutandoni militari di
tela grossa. Mancavano anche le calze e per poter indossare senza danni i grossi scarponi chiodati
militari, comperati usati al mercatino, dovemmo imparare a fasciare le estremità inferiori con le
cosiddette “pezze da piedi”: occorreva una notevole abilità nel sistemare le pieghe in modo che
non dessero fastidi durante il cammino.
Per il cappellone, il capo di vestiario più caratteristico e ambito, fummo fortunati: alcuni li re-
cuperammo da qualche zio che era stato scout prima del 1928, gli altri con grandi risparmi, riu-
scimmo a comperarli da una ditta di Biella che aveva ripreso la lavorazione.

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 34


Il cappellone ci sembrava un elemento così caratteristico dello scautismo da non poterne fare a
meno. “Nudi... ma col cappellone” avrebbe potuto essere uno slogan scout di quei tempi eroici.
Con alcuni teli mimetici mod. 29 costruimmo le nostre prime tende e affrontammo anche i
temporali più violenti. Tre mesi dopo la fine della guerra eravamo già in grado di organizzare il
primo campo estivo sull’Appennino. I viveri erano ancora tesserati e quindi ogni partecipante, ol-
tre alla quota, dovette versare, anche un certo quantitativo di farina, di zucchero, di olio, ecc.
Come località di campo, l’A. E. regionale offrì un suo terreno con casa, nei pressi di Monzuno, ad
appena due chilometri dalla linea su cui si era fermato il fronte per tutto l’inverno. La casa si era
fortunatamente salvata perché era stata raggiunta dagli alleati e un monte l’aveva protetta dalle
cannonate tedesche. Su quel territorio era infuriata la battaglia per mesi, per cui fummo calda-
mente consigliati di rimanere entro un ridotto spazio di bosco ben delineato e già bonificato; oltre
ai confini segnati era possibile incappare in qualche mina o proiettile inesploso. Squadre specia-
lizzate di militari e di civili stavano ancora operando per bonificare i terreni circostanti dagli
esplosivi e anche per recuperare i cadaveri dei soldati e le armi rimaste nei boschi.
Per raggiungere la località del campo percorremmo una decina di chilometri a piedi dalla sta-
zione di Vado che era stata appena rimessa in esercizio. Ai bordi della strada erano disseminati
rottami di veicoli, bossoli vuoti, cassette sfasciate per munizioni e quanto altro può abbandonare
un esercito in rapido movimento. A poca distanza dalla strada, pendente a cavallo di un davanzale
di una casa colonica semidiroccata, giaceva ancora il cadavere di un soldato tedesco che nessuno
aveva avuto il coraggio di togliere a causa delle mine sepolte attorno all’edificio.
Il campo si svolse con grande entusiasmo e successo. L’esperienza ci consigliò di affrontare al
ritorno il problema delle tende. Per questo prendemmo contatto con alcuni militari polacchi, che
erano stati scout prima della guerra, e per mezzo loro ottenemmo, nell’inverno successivo, un
certo numero di piccole tende da deserto che subito soprannominammo “polacchine”, un nome
che a Bologna è rimasto fino ai giorni nostri per indicare quel modello. Andai con uno scout a re-
cuperarle ad Ancona. Viaggiammo con un camion militare polacco che andava per altre ragioni
in quella città e sul quale caricare fino a Faenza il prezioso dono. Un frate cappuccino, alcuni
giorni dopo, trasportò le tende a Bologna con un barroccio trainato da un mulo. Prima di arrivare
a Faenza, il camion deviò verso Bagnacavallo per ritirare della grappa presso una distilleria che
era riuscita a salvare alcune cisterne. Ci promisero una buona bevuta per rimediare al gran freddo
patito viaggiando sul cassone del camion ma la prospettiva andò a monte perché proprio quella
mattina i proprietari della distilleria, facendo un’ispezione alla grande botte di cemento, avevano
trovato... un tedesco morto che galleggiava sull’alcool.
Lo scautismo che ci avevano insegnato sosteneva di essere un metodo educativo “per formare
la qualità del buon cittadino per mezzo della vita dei boschi” e perciò noi organizzavamo più
uscite possibile e con qualsiasi tempo. Il materiale più pesante del reparto spesso lo trasportava-
mo con un carretto a mano, alternandoci a turno tra le stanche. Ovviamente lo spettacolo poteva
suscitare qualche commento salace. Anche la sola presenza degli scout in molti paesi, soprattutto
della campagna, ove dominavano con la paura forze politiche poco disposte a tollerare chi non la
pensava come loro, era spesso motivo di beffeggiamenti, che non ci turbavano però più di quel
tanto. Spesso venivamo ironicamente indicati come i “balilla del Papa”. Di notte poi non era raro
essere svegliati da qualche scarica di mitraglia più o meno vicina: niente paura, sapevamo che era
solo l’avvertimento di un contadino dei dintorni insospettito da qualche rumore sospetto o solo
dalla presenza delle nostre tende nel bosco o lungo il fiume.
In settembre l’ASCI organizzò un convegno capi a Roma. Decidemmo di partecipare in tre. Le
ferrovie erano malandate e così impiegammo ventotto ore per arrivare nella capitale e riuscimmo
a partire solo salendo su un convoglio destinato ai profughi diretti al sud. Per viaggiare occorreva
infatti una speciale autorizzazione. Facemmo così conoscenza con “i grandi capi” di Roma con i
quali avremmo fatto poi con entusiasmo tanta strada insieme: una strada lunga fino ad oggi qua-
rant’anni.

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 35


Tanti e anche di più di vita scout li auguro a voi.
Annunzio
Articolo pubblicato su “Scout -Avventura” del febbraio 1985.

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Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 36


Moisson Jamboree

Gli uomini non sembrano più ca-


paci di comprendersi e di volersi bene
(domando scusa ai lettori, Intendo
parlare in generale dei popoli, non in
particolare dei singoli), l’interesse,
l’orgoglio li divide. I ragazzi al con-
trario con la generosità naturale della
loro età, se bene indirizzati, sono an-
cora capaci di annullare qualsiasi di-
stanza od ostacolo e di darsi la mano.
Ma non vorrei annoiarvi con dei fasti-
diosi ragionamenti che potrebbero be-
nissimo essere tacciati di retorica se
non fossero convalidati dai fatti. I fat-
ti ci vogliono, ed io vi porto i fatti.
(... ) Jamboree: è una parola strana, ma basta pronunciarla per vedere luccicare di entusiasmo
gli occhi di tutti gli esploratori di vostra conoscenza. Pensate, è una parola indiana e vuol dire
‘Riunione di tutte le tribù. Perbacco, è proprio uno di quei parolini che stanno molto molto in alto
nella scala del gergo scautistico, e non potrebbe essere altrimenti... Dunque, riunione di tutte le
tribù: beh... , voi comprendete bene che non si possono riunire insieme diversi milioni di esplora-
tori, quanti essi sono nel mondo, ma una buona rappresentanza, questo sì. Ogni quattro anni lo
scautismo mondiale proclama il jamboree affinché gli scout filippini si possano trovare insieme
con i norvegesi, i brasiliani con i greci, gli esquimesi con i neri e così via in un caleidoscopico ra-
duno di razze, linguaggi e usanze. Esagerato! direte voi... No! è verità: ho visto con questi miei
occhi il jamboree “della Pace” tenuto nel 1947in Francia. Immaginate, sulla riva della Senna, una
città tutta di tende, grande come Bologna entro i viali di circonvallazione. Una vera città con il
tram, i teatri, i mercati e l’arena, una città con il suo giornale quotidiano, i telefoni, la stazione
ferroviaria (12 binari), il porto e... l’aeroporto. Tutto ciò sorto come per incanto a 40 km da Pari-
gi, in mezzo ad un bosco, uno di quei boschi come ve ne sono ancora in Francia, dove non c’è ne-
cessità di coltivare tanto terreno. Potrebbe davvero sembrare una favola il parlare di una grande
città sorta per venti giorni in mezzo ad un bosco e governata dal più semplice e breve codice del
mondo: la legge scout (che è di 10 articoli) e abitata dalla più cosmopolita e multicolore popola-
zione, composta di quarantamila ragazzi neri, bianchi, gialli e rossi, venuti da ogni parte del mon-
do per vivere alcuni giorni insieme ed imparare a conoscersi e a volersi bene. Tutti ragazzi, tutti
scout: scout il fornaio e il pompiere, scout lo spazzino e il poliziotto addetto alla circolazione dei
veicoli. Il tutto sullo sfondo delle più svariate usanze, specialità e note ambientali più caratteristi-
che dei popoli e delle nazioni di questo mondo, messe in mostra ed in comune: minareti e tende
indiane, tukul africani e gondole veneziane, poncho argentini e... tagliatelle bolognesi. Una favo-
la? No, una realtà come le tagliatelle sopraddette. Ecco, anche a me, o per meglio dire a noi, sin-
ceramente sembrava un po’una favola, quando un anno prima incominciammo a prepararci e a
preparare... le tagliatelle per far ben figurare “la dotta e la grassa”, ma poi dovemmo arrenderci
all’evidenza dei tattiche superavano addirittura la nostra immaginazione e aspettativa. Ho detto
noi perché bolognesi eravamo 8 di cui 5 del sedicesimo riparto.

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 37


Ora vi dovrei raccontare come vivemmo in quei
giorni, le grandi manifestazioni folkloristiche, le
visite e gli scambi di oggetti; vi dovrei raccontare
come i negri erano i più ricercati per essere invitati
a pranzo, e come uno di noi fu tra i vincitori del
grande gioco della fraternità, ma, mea culpa, ho
già consumato tutto lo spazio riservatomi. Come
debbo fare? Ecco, riassumo tutto in una parola che
poteva ben dirsi la regolatrice di ogni attività di
quella meravigliosa metropoli di tela: “fraternità”.
Dopo venti giorni quasi d’incanto come era sorta,
la città é sparita da quel bosco, ma è rimasta nel
cuore di ognuno dei suoi abitanti che, sparsi verso
ogni punto cardinale, hanno portato con sé la no-
stalgia di quei giorni e la sincera convinzione che
per la felicità di tutti è necessario, indipendente-
mente dal colore della pelle o dal diverso parallelo
d’abitazione, volersi bene anche in quell’altra
grande città che si chiama mondo.
Annunzio
Da:
“Fascicolo commemorativo per il primo quin-
quennio del gruppo Bologna XVI”,

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 38


Jamboree e dintorni

Il Bologna 16 fu caratterizzato fin dal suo nascere da una forte carica d’apertura rivolta verso
tutte le dimensioni delle attività scout. Campi nazionali e regionali (e non solo dell’Emilia Roma-
gna), i primi famosi e pirotecnici campi di san Giorgio della Lombardia nell’immediato dopo-
guerra, raduni, challenge, incontri e congressi e soprattutto molti jamboree videro la presenza
qualificata del fazzoletto bianco rosso, uno dei più conosciuti e apprezzati sul pianeta ASCI.
Questa tradizione d’apertura e di partecipazione fu sempre puntigliosamente rispettata, talvolta
anche in polemica con settori associativi sfavorevoli a queste manifestazioni come nel caso del
campo nazionale del lago di Vico (1974), che segnò la ripresa dello scautismo verde con viso di
ragazzo di fronte a quello fortemente politicizzato col volto del cemento, che sembrò predomina-
re incontrollato nei difficili anni della contestazione. Prevalse sempre nel nostro gruppo l’interes-
se dei ragazzi, che debbono aprirsi e confrontarsi con le esperienze scout non solo locali, ma an-
che nazionali e mondiali: lo richiede la pedagogia e la fantasia dello scouting.
Nei primi anni, l’evento determinante per fissare questa tradizione fu il jamboree mondiale
“della Pace” (1947), a Moisson, vicino a Parigi. Il posto nella squadriglia bolognese del jamboree
si doveva conquistare partecipando a gare tecniche provinciali, svoltesi in fasi successive. Alla
fine l’ossatura portante della squadriglia risultò costituita da scout del Bologna 16; caposquadri-
glia fu Giancarlo Covicchio, cui toccò l’onore di alzare il guidone del Galli.
Non posso qui stendere la storia di quello straordinario e irripetibile jamboree, organizzato con
tutto l’estro dei transalpini e infiammato dal desiderio di pace di tutti i ragazzi del mondo, usciti
dalla pesantissima esperienza della guerra. Il famoso “gioco della fraternità mondiale” (ripetuto
poi in tutti i successivi raduni) fu vinto da un gruppo di scout, ognuno di nazionalità diversa, che
Giancarlo riuscì a unire per primo. Io credo che conservi ancora i nomi e gli indirizzi! La parteci-
pazione a quel jamboree, e il ragionamento vale anche per i successivi, permise di acquisire una
documentazione di attività scout, di organizzazione e di stile che poi applicammo con successo
nei nostri programmi di reparto e di gruppo.
Altra grande occasione fu il jamboree di Bad-Ischl, che pure vide una nutrita e qualificatissima
presenza degli scout del Bologna 16; anche quel Jamboree si caratterizzò per il suo stile e per le
sue straordinarie attività tecniche che furono recepite dallo scautismo mondiale e si diffusero ra-
pidamente.
Il jamboree straordinario del Cinquantennio dello scautismo, svoltosi in Inghilterra nel 1957,
vide addirittura la partecipazione di tre squadriglie del Bologna 16: in quell’occasione il reparto
organizzò la famosa Giostra del Saracino e un concerto di campane in miniatura. La grande mani-
festazione italiana all’arena del campo, svoltasi alla presenza della regina d’Inghilterra, presentò
in contemporanea alcuni aspetti del folclore italiano, nella cornice di un grande e variopinto mo-
vimento di masse cui parteciparono tutti gli scout del contingente. La giostra del Saracino ebbe la
posizione d’onore. Al centro dello schieramento, al momento stabilito, si portò, tra l’ilarità gene-
rale, Lorenzo De Antoni vestito da centurione romano e in sella di una rombante Lambretta, lo
scooter considerato allora uno dei simboli della rinata industria italiana.
Altra partecipazione numerosa e significativa la troviamo nel jamboree di Maratona del 1963,
che segnò definitivamente la ritrovata pace tra l’Italia e la Grecia. Fu il governo italiano che volle
assegnare agli scout il compito gradito di essere testimoni di un ritrovato legame di amicizia tra le
due nazioni, tra loro strettamente legate da una storia comune antichissima. Arrivammo in terra di
Grecia su navi della Marina Militare. Prima della partenza la città di Taranto, perla della Magna
Grecia, riservò un’accoglienza straordinaria e festosa al contingente degli scout italiani che si pre-
parava per quella ambasceria di pace.
Il Bologna 16 fornì anche la troupe giornalistica speciale che rappresentò al campo “L’esplora-
tore”, la rivista nazionale dell’ASCI, col compito di raccogliere tutta la documentazione necessa-
ria per un numero speciale da pubblicare sull’evento mondiale.

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 39


La nostra rivista aveva già dedicato molto spazio negli anni precedenti per preparare la parte-
cipazione italiana e fu premiata dai Greci per il numero speciale dedicato al jamboree e alla Gre-
cia, stampato nel gennaio precedente e che ebbe la virtù di far riprendere l’entusiasmo agli orga-
nizzatori greci, dopo una serie di contrattempi organizzativi che sembravano mettere in dubbio la
preparazione dell’evento. Tra le tante attività cui parteciparono gli scout del Bologna 16 vale la
pena di ricordare una corsa internazionale vinta da Antonio Avati, il cui premio fu consegnato
dallo stesso principe Costantino, capo degli scout greci.
Al jamboree dell’America nel 1967 portammo preziosi cimeli storici prestati da musei cittadi-
ni, che collaborarono al nostro progetto di presentare in quell’occasione alcuni personaggi italiani
entrati nella storia americana.
Fummo presenti anche nel 1971 in Giappone per documentare a tutti i reparti italiani, con un
numero speciale de “L’esploratore”, la cronaca di quell’avvenimento scout mondiale organizzato
con tutto lo spirito della cultura giapponese. Quel numero de “L’esploratore” uscì anche con la te-
stata della rivista del CNGEI “Il sentiero”, costituendo un precedente che purtroppo poi non ha
mai più trovato altri riscontri.
Numerosissima fu la partecipazione al jamboree svoltosi in Norvegia nel 1975. Per l’occasio-
ne, favoriti dalla relativa vicinanza, inviammo un ricco materiale d’espressione e di cucina che ci
permise d’entrare in modo significativo e caratteristico nelle attività proposte dal programma.
Annullato nel 1979 il jamboree dell’Iran, lo scautismo mondiale dovette ripiegare su alcuni
jamborette nazionali, aperti a contingenti stranieri. Noi decidemmo per una partecipazione in ter-
ra finlandese e la presenza di alcuni scout molto rappresentativi del Bologna 16 fornì un supporto
tecnico organizzativo assai apprezzato. Luca Neri portò una preziosa nota di stile, Filippo Brunel-
li fu prezioso in cambusa, Guido Serafini insostituibile in cucina, specialmente quando organiz-
zammo la cena per tutti i capi contingente, compreso il russo, capo dei pionieri comunisti che i
finlandesi, per mantenere un delicato equilibrio diplomatico, avevano pensato bene d’inviare al
campo.
La partecipazione al jamboree del 1983 in Canada fu l’exploit di Virgilio Politi che, con gran-
de perizia e forte delle esperienze precedenti, guidò uno dei quattro reparti AGESCI. Numerosa
anche la presenza degli scout (e, per la prima volta, di alcune guide), che si erano preparati con
molta passione, favoriti da tutto il gruppo.
Dove il gruppo è mancato è stato invece al jamboree dell’Australia: forse un incidente in se-
guito ad un cambiamento di gestione che non permise di afferrare tutti i termini del problema.
Le partecipazioni future mi auguro siano argomento di una storia che troverà spazio in un suc-
cessivo volume del Bologna 16, tutto ancora da scrivere, con immutato entusiasmo. Occorre pre-
pararsi con spirito profetico e con larghe vedute educative, per non mancare ad appuntamenti fu-
turi che già si stanno delineando e per i quali è tra l’altro ormai necessario entrare in dimensioni
europee: dobbiamo contribuire a preparare cittadini attrezzati per la nuova realtà che sta, sia pur
lentamente, emergendo e realizzando il destino di unione del continente.
Annunzio Gandolfi
(Tratto da: La volpe va... : dati e testimonianze per la storia di un gruppo scout, Agesci - Gruppo
Bologna 16, Francesco Pieri - Andrea Angiolini, Bologna, Agesci - Gruppo Bologna 16, 1989,
pp. 200).

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 40


Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 41
L’epopea di Baffo 001
Sul numero di marzo 1966 de “L’esploratore”, che si presentava rinnovato nella veste e nella
redazione - tra gli altri vi compariva M. Maffucci, oggi capo struttura alla rete 1 della RAI - a pa-
gina 2, faceva la sua apparizione uno strano personaggio. Struttura massiccia, divisa scout, un
paio di baffi bene in vista: era questa l’immagine che appariva dal disegno di Adriano Perone.
Con tipico sguardo indagatore -un occhio socchiuso e l’altro no -il nostro eroe si apprestava a di-
rigere “democraticamente” una riunione di atterriti redattori.
Non c’era da sbagliare era il direttore, che così si firmava in calce. Nel numero successivo
compariva, in perfetta uniforme, mentre apriva la porta a un timorato postino, sommerso sotto
una valanga di lettere. Sul numero 5 di quello stesso anno cominciavano a fare capolino alcuni
elementi di identificazione, quali sciabole, mitra, bombe a mano e altri giocattolini di questo tipo.
La galleria di ritratti e di atteggiamenti del nostro personaggio si arricchiva di numero in numero:
lo vediamo al suo ingombro tavolo di lavoro, oppure nell’atto di dettare, passeggiando nervosa-
mente, le sue disposizioni ad una efficiente segretaria in perfetta divisa scout che nonostante allo-
ra le due associazioni maschile e femminile fossero separate e con uniformi diverse, si presentava
del tutto uguale a quella del direttore. Prima visiva premonizione della nascita dell’AGESCI!
La cosa sconvolse forse i sonni dei benpensanti, perché nel numero successivo troviamo un
avviso sconcertante: il nostro è ricercato con tanto di taglia! Non se ne conosce il motivo, ma for-
se può essere messo in rapporto con il disegno, che si trova nelle pagine seguenti, dove lo si vede
sulla torretta di un possente carro armato (Leopard?), mentre torna da una visita alle sedi dei re -
parti. Evidentemente la cosa non dovette avere seguito perché nel primo numero dell’anno se-
guente, 1967, sbuca addirittura da una pagina del giornale. Nel numero successivo lo vediamo
alla guida di una fiammante 500, con un’indicativa targa di Bologna, e sulla fiancata un indirizzo
ben noto: via G. A. Perti 14. Il numero 3 di quell’anno ci svela un’altra delle sue passioni: il
West; lo troviamo, infatti, a cavallo, alle prese con un’orda di indiani. Era di ritorno da un sopra-
luogo al campo del jamboree, che si sarebbe tenuto nell’estate seguente nell’Idaho.
Al jamboree, rivelazione, lo vediamo con una veste da prete conservando i suoi fidati giocatto-
li. Infine a dicembre, con l’ultimo numero dell’anno, dopo una sosta in un ospedale psichiatrico,
dove la redazione aveva tentato di rinchiuderlo, ne conosciamo finalmente il nome “Baffo”, non
ancora 001.
Il 1968 trascorre senza che nessuno si accorga che è un anno particolare, degno di essere pe-
riodicamente celebrato; anche “Baffo” vive tranquillamente, tra ricordi marinari, cucina trappeur
e visite all’estero. A fine anno Baffo, divenuto “emerito”, annuncia il cambio del direttore della
rivista. È il 1969, le scuole e le università italiane sono in piena contestazione e così anche in
piazza Pasquale Paoli si brucia la poltrona di Baffo, tra un tripudio di scout festanti, ancora ignari
che il nostro, divenuto ormai “Baffo 001”, ha creato il S.I.S. (Servizio Informazioni Scout) che
darà filo da torcere ai novizi ribelli e agli scout “scarcinati”, che da Roma tentano di spargersi per
tutt’Italia. Il SIS sarà presente ad avvenimenti celebri e realizzerà scoop rimasti famosi, come
quello illustrato dal disegno del numero 7, che ritrae Baffo 001 nascosto dietro ad una roccia lu-
nare, intento a sorvegliare la prima passeggiata sulla luna degli astronauti americani.
Adriano non ha che da sbizzarrirsi: così, sul numero 11, troviamo Baffo 001 intento a dirigere,
nientepopòdimenoche, il centro spaziale di Cape Canaveral. È forse per questa sua attività, legata
alle imprese spaziali, che agli iscritti al SIS, accorsi in schiere numerose, viene consegnata la fa-
mosa targhetta con il missile contrassegnato dai grandi baffi alla 001. Prototipo di una intermina-
bile serie di targhette e distintivi, destinata ad invadere l’Italia. Forse è troppo. Comunque gli
americani corrono ai ripari e riprovano con la taglia. Questa volta la cifra è da capogiro: un milio-
ne di dollari! La cosa sembra sortire qualche effetto. Qualcuno comincia a pensare che la CIA sia
riuscita finalmente a mettere a segno un colpo!

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 42


Per alcuni numeri de “L’esploratore” Baffo 001 è un illustre sconosciuto. Poi la ferale notizia:
il numero di novembre si apre infatti con “La scomparsa di 001 “. L’aereo su cui era imbarcato
per partecipare ad una spedizione scientifica della Royal Geographic Society é dato per disperso.
Finalmente conosciamo i dati anagrafici del nostro avventuro personaggio: si tratta di un bolo-
gnese, Angelo Gandolfi, cugino del più famoso don Annunzio. L’anno successivo 1971 trascorre
tra alcuni timidi tentativi di resuscitare il SIS ad opera del prof. Pomponazzi, nominato erede di
Baffo 001. L’anno seguente, in una rinnovata redazione -compare tra gli altri un collaboratore
non ancora famoso: Piero Badaloni. Pomponazzi porta avanti faticosamente il compito affidato-
gli, ma il pensiero è rivolto sempre a “lui”. Adriano infatti continua nei suoi disegni a presentarlo
nelle sue più celebri imprese. Sull’ultimo numero dell’anno se ne annuncia persino un’edizione
commemorativa di francobolli.
Nel 1973, mentre la redazione accoglie altre firme celebri - è l’anno di entrata di Andrea Mer-
canti e di Gigi Mastrobuono -, si assiste ad un evento storico. La nuova amministrazione america-
na, forse per farsi perdonare l’ignominia della taglia, emette un nuovo biglietto da 50 $, con al
centro l’effigie inconfondibile di Baffo 001. L’anno 1974 è un anno pieno di iniziative e di ten-
sione. Sta per nascere l’AGESCI e nell’estate si terrà il campo nazionale esploratori al lago di
Vico. Improvvisamente, dopo tanto silenzio, nel numero 7 appare un articolo rievocativo di Baffo
001, ritratto da Adriano nelle sue “imprese” più significative. È un preannuncio. Non poteva in-
fatti il nostro restare insensibile al richiamo del campo nazionale. Così sul numero de “L’esplora-
tore” dedicato all’avvenimento ci spiega che è rimasto nell’ombra, per svolgere alcuni compiti al-
tamente riservati (contatti con gli ufo?) e manifesta un giudizio altamente positivo dell’avveni-
mento, condensato nella celebre frase: “eppur esiste” (lo scautismo ovviamente!).
Così come non era mancato al campo nazionale Baffo 001 non perderà il Nordjamb, dove si
interesserà al grande calcolatore a cui era stata affidata la programmazione del complicato evento.
È stata l’ultima grande ‘impresa’di Baffo 001. Al ritorno dal jamboree, la triste notizia: “L’esplo-
ratore” cessava le pubblicazioni, per la nascita della nuova rivista delle branche e/g dell’AGESCI
“Avventura”. Entrava però nella leggenda, come il suo personaggio più famoso.
“Baffo 001”, o meglio don Annunzio per chi ancora non l’avesse capito, si è identificato spes-
so con “L’esploratore. ” Anzi si può dire che la rivista è stata una sua creatura, forse la più amata,
per molti anni. La firma di don Annunzio la ritroviamo nella rivista già nei primi anni ‘50. Per di-
versi anni poi, precisamente dal 1958 al 1965, la redazione stessa della rivista è ospitata nella sua
casa. Con un gruppo di collaboratori affiatati ha, per anni, presentato sulla rivista l’ideale dello
scautismo. Talvolta in maniera simpatica e spiritosa, come con la storia di Baffo 001, che abbia-
mo cercato di raccontare velocemente, il personaggio senza dubbio più simpatico apparso nella
vita della rivista; più spesso attento alle attese dei ragazzi che volevano vivere pienamente l’av-
ventura dello scautismo. Ma questa è una storia che ancora continua.
Giovanni Morello

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 43


1. 1950, ANNUNZIO GANDOLFI, Moisson Jamboree, “Fascicolo commemorativo per il
primo quinquennio del gruppo Bologna XVI”, Bologna 1950, cip. , pp. 32 - 34.
2. 1958, ANNUNZIO GANDOLFI, La fibbia scout, “L’Esploratore”, ASCI, n. 9/10 1958 e
pubblicata anche in “Fuoco di Bivacco”, ed. Ancora. Segue seconda parte: PIERO AN-
TONACCI La fibbia scout[bis],“La nostra strada”, periodico della Comunità MASCI
“Daunia” - di San Severo (FG), Marzo 1993.
3. 1966, GIOVANNI MORELLO, L’epopea di Baffo 001, “L’esploratore”, marzo 1966.
4. 1969, ANNUNZIO GANDOLFI, La leggenda del Vajont, “L’Esploratore” ASCI, n. ,
1969??
5. 1970, ANNUNZIO GANDOLFI, Il testamento di “Baffo 001”, “L’Esploratore” ASCI, n.
, 1970
6. 1970, ANNUNZIO GANDOLFI, La campana della Pastiglia, “L’Esploratore” ASCI, n.
12, Dicembre 1970, pp. 32-32)
7. 1970, ANNUNZIO GANDOLFI, La scomparsa di 001, “L’Esploratore” ASCI, n. ,
1970??
8. 1973, ANNUNZIO GANDOLFI, Don Giovanni Minzoni, “L’Esploratore”, ASCI, Otto-
bre 1973
9. 1985, ANNUNZIO GANDOLFI, 1945 glorioso, “Scout -Avventura”, Febbraio 1985.
10. 1988 ??, ANNUNZIO GANDOLFI, Chiacchierata al fuoco di bivacco, “Esperienze &
Progetti” n. 39-40”, p. 169)
11. 1989, ANNUNZIO GANDOLFI, Due occhi scout pieni di fantasia, “Esperienze & Pro-
getti”, n. 75, 1989;
12. 1989, ANNUNZIO GANDOLFI, Jamboree e dintorni, “La volpe va...” : dati e testimo-
nianze per la storia di un gruppo scout, Agesci - Gruppo Bologna 16, Francesco Pieri -
Andrea Angiolini, Bologna, Agesci - Gruppo Bologna 16, 1989, pp. 200).
13. 1989, ANNUNZIO GANDOLFI, Ne hanno parlato anche “Airone” e “il Resto del Car-
lino”, “Esperienze & Progetti”, n. 75, 1989;
14. 1989??, ANNUNZIO GANDOLFI, Acqua e cielo, “Esperienze & Progetti” n. 139;
15. 1989??, ANNUNZIO GANDOLFI, Chiacchierata al fuoco di bivacco, “Esperienze &
Progetti”, n. 39-40, p. 169;
16. 1989??, ANNUNZIO GANDOLFI, Go West!, “Esperienze & Progetti”, n. 54, p. 32;
17. 1989??, ANNUNZIO GANDOLFI, Una finestra sull’avventura, “Esperienze & Progetti”
n. 134;
18. 1989??, ANNUNZIO GANDOLFI; Le mani giunte, “Esperienze & Progetti”, n. 137;
………………………………………………………………………………………………

Attilio Gardini, “Riguardo don Annunzio Gandolfi” al 06/04/10 p. 44

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