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Virgilio

Le bucoliche, Egloga I, 1-26


MELIBEO
Titiro, tu riposando sotto lombra di un ampio faggio
componi sull'esile zampogna una canzone silvestre:
noi lasciamo i confini della patria e i dolci campi.
Noi fuggiamo dalla patria: tu, Titiro, tranquillo nell'ombra
insegni alle selve a riecheggiare il nome della bella Amarillide.
TITIRO
Oh Melibeo, dio fece per noi questa pace.
Infatti io avr sempre quel dio, spesso un tenero
agnello dei nostri ovili bagner l'altare dello stesso.
Quello ha permesso, come vedi, che i miei buoi errassero
e a me stesso di suonare ci che voglio con un flauto agreste.
MELIBEO
In verit non ti invidio, mi stupisco di pi; dappertutto da ogni
parte per tutta la campagna a tale punto c scompiglio. Ecco, io
stesso afflitto senza sosta conduco le caprette; conduco anche
questa a fatica, Titiro. Questa infatti poco fa ahim ha lasciato
sulla nuda pietra, qui, nel folto dei noccioli, dopo averli partoriti a
fatica, due gemelli, speranza del gregge. Spesso ricordo le
querce colpite dal cielo predire a noi questo male, se la mente
non fosse stata stolta. Allora, Titiro, dicci chi questo dio.
TITIRO
Io stolto ho creduto che la citt che chiamano Roma,
Melibeo, fosse simile a questa nostra, dove noi pastori
siamo spesso soliti cacciare i teneri piccoli delle capre:
Conoscevo cos i piccoli simili ai cani, cos i capretti alle
madri, ero solito confrontare cos i grandi ai piccoli.
Ma questa ha alzato la testa tra le altre citt

quanto i cipressi spiccano in mezzo ai flessibili viburni.


MELIBEO
E quale grande motivo tu avevi di vedere Roma?