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DOM PROSPER

GUÉRANGER

L’ANNO

LITURGICO

VOLUME

I

AVVENTO ■NATALE • QUARESIMA

- PASSIONE

EDIZIONI

PAOLINE

COLLANA

PASTORALE

DIRETTA

DA

GIACOMO

ALBERIONE

E

NATALE

BUSSI

M A GISTERIUM 3

EDIZIONI

PAOLINE

Titolo

originate

d e ll’opera

L ’ANNÉE TJTC R G IQ U E

D E S C L É R

E

t

C IB I

F A & lS

T rad u zio n e

d ì

-

P ,

T O U R N À I

-

G raziarli

Im prim i

potest

Solcami*»

F r.

d ìe

20

A u g u sti COZIEN

1950

GER'MANUS

A b b a s

S.

P e tri

d e

S olesm ia

R O M E

Nulla osta alla stampa

A lb a n i L uglio 1956

Pia

Can,

P.

Giamolio,

Vie.

Gen.

Visto

1282

PROPRIETÀ"

RISERVATA

Società

San

Paolo

-

Alba

(Cuneo)

DOM

GUÉRANGER,

ABATE

DI

SOLESMES

(1805-1875)

Prospero L uigi P asquale G uéranger nacque il 4 a p rile del 1805 a Sa- blè, cittadina francese situata fra Angers e Le Mans, appartenente alla dio­

cesi di Le M ans, e distante solo tre chilom etri dal piccolo p rio rato

let­

sm es. Ancor giovane, si m ostrò

ture, opere di giansenisti e di gallicani, non produssero su di lui che u n 'im ­

pressione di breve d u rata, perchè una tenera devozione per il Verbo Incarnato

di Sole-

p rim e

ap p assio n ato

p er lo studio.

Le sue

e

per la Vergine Im m acolata, la recita del breviario rom ano e l'au to rità di

L

am ennais,

difen so re

p er

qualche

tem po

del P ap ato , l ’orientam ento v ia v ia

verso

l’opera

di

tu tta

la

sua

vita.

O rdinato sacerdote il 7 ottobre del 1827, segretario del vescovo d i Le

M

ans,

che

accom pagnò nel suo ritiro a P arigi, Dom G uéranger occupò il

suo tem po

nello studio e pubblicò presto le Considerazioni sulla Liturgia,

Della

Preghiera

per

il

Re,

Della

nomina

dei

vescovi.

chiaram ente

n astica. Il P rio rato di .Solesmes era deserto

Fu allo ra che si m anifestò

in lu i il desiderio

da q uando la R ivoluzione F ra n ­

della vita m o­

cese del

1789

ne

aveva

scacciato, i

m onaci.

A vendolo

il

p ro p rie ta rio

m esso

in

vendita,

Dom

Guéranger

decise

di

acquistarlo

e

di

rip ristin arv i

la

regola

benedettina che aveva prodotto nel passato tan ti fru tti di scienza e di santità.

u n i­

rono

Casa

p iù v en tan n i.

E rano tra sc o rsi ap p en a q u attro a n n i, quando il 9 luglio del 1837 il P ap a Gregorio XVI approvò le C ostituzioni, elevando il P rio rato ad A bbazia e capo di Congregazione, ed elevando Dom Guéranger alla dignità abbaziale.

D odici giorni dopo, nella festa di 'Sant’A nna, egli faceva p ro fessione a R om a,

rie n tra v a a Solesm es p e r c eleb rarv i

ricevere le professioni dei suoi re li­

pontificalm ente la festa di O gnissanti e

n e ll’A bbazia di San Paolo fu o ri le M ura,

di

La Provvidenza gli m andò

a

lu i,

dei

generosi

benefattori;

alcuni

com pagni

si

e

l ’t

l luglio del 1833 i nuovi religiosi si in stallaro n o n e ll’a n tica

dei M au rin i, dove l ’ufficio divino e la p ra tic a della Regola non dovevano

conoscere

alcuna

interruzione

fuorché

quella

causata

da

u n

esilio

e

giosi nella

festa

della

Presentazione

della

Vergine.

 

Non

è nostro

com pito

descrivere

qui

le

varie

tappe della vita d i Dom

G uéranger fino a lla sua m orte. L ’interesse di questa v ita risiede, del resto , m e­

no negli avvenim enti

Dio aveva affidato al grande m onaco una trip lice m issione a cui egli doveva

accingersi con uuo zelo ed un coraggio che nem m eno i p iù te rrib ili attacchi

riuscirono

diocesi d i F ra n cia

che avevano ciascuna la sua o le sue speciali liturgie, di data recente. Si

propose di fa r conoscere

che l’aveva affascinato q u ando

il m essale rom ano. F u Io scopo

delle

e

aveva aperto per la p rim a volta il brev iario e

che la segnarono che nella d o ttrin a ch’egli ha sem inata.

di

ric o n d u rre a ll’u n ità

la

litu rg ia

Liturgia

ro m an a,

Cattolica,

liturgica

le

delle

Istituzioni

Liturgiche,

a Dio l ’h a incaricato

Considerazioni

fiaccare.

sulla

so

p rattu tto d ell’Anno L iturgico che doveva consentire a i fedeli « d i regolare

in

qualche m odo la loro conoscenza e la loro contem plazione dei m isteri

di

Cristo» la loro

p ra tic a

delle v irtù

cristian e, su llo svolgim ento e

suLl’in d ica-

zione q u o tid ian a

le

diocesi

della

della L itu rg ia della Chiesa ». In m eno di venti a n n i, tu tte

quanto,

F ra n cia

to rn aro n o

a ll’u n ità

rom ana

e

Dio

solo

sa

6

DOM

GUÉRANGER

d a l

1841, « con

il

suo

insegnam ento

dolce

c p iano,

l'A nno

L iturgico

h a

fatto

di

bene

nelle

anim e

che,

una

volta

gustatolo,

non

possono

più

staccarsene,

come

se

vi

riconoscessero

l ’accento

della

C hiesa

e

il

sapore

del

loro

b a t­

tesim o ». Dio

l'h a incaricato

di lo ttare contro

la

grande eresia

del nostro

tem po e

d i

pren d ere

le difese

del

so p ran n atu rale.

L 'erro re

aveva la

su a

fo rm a

p a rti­

colare

in tu tti

i

ram i

d eiru m an o

sapere: teologia, filosofia, storia, letteratura.

il N aturalism o, che professa la creazione, p e r so ttra rre l ’uom o

a lla sua legge. Meglio di ogni a ltro , il suo talento, la sua scienza, la sua fede

prep arav an o

ap ­

delle eresie:

T utto

tendenza

ciò form ava

la

a

sep arare

m a

Dom

p iù

sottile

dovunque

G uéranger a

Dio

d a lla

sua

sm ascherare il m ale. Egli Io affrontò su tu tti

sul

campo

storico.

In

una

serie

di

articoli

i cam ph

particolarm ente

p

a rsi ncll'U niw ers e raccolti in

seguito

in

volum e, m ise nella

sua

v era luce

IL

n

atu ralism o contem poraneo e dim ostrò che « la Storia della Chiesa è talm ente

è

tan

Storia della Chiesa n arra ta da uno storico il quale non è in tutto un discepolo

della

Dìo l'h a incaricato infine di d ifend ere costantem ente le d o ttrine rom ane,

le prerogative e i d iritti della Sede A postolica. La sua p rim a opera solesm iana

ebbe

successione dei prim i pontefici rom ani e d ata su ciascuno di essi una notizia

attin ta alle fonti storiche allora accessibili. Il suo am ore per la Chiesa e per

la Santa V ergine lo spinse a com porre, nel 1850, il suo Studio su ll’Immacolata

fede profonda

IX

doveva proclam are quattro anni dopo. E quando il Papa convocherà i Vescovi

c

re ­

ed

la

« la

im

pregnata

di

dogm atism o

cristian o

tale

che,

sto ria

q u alo ra q uanto

vero ».

rom ana »,

non

se

ne

tenga

e

conto,

che

to

im possibile

fede,

non

per

titolo

com prendere

è

u n

« Le

racconto

origini

della

raccontarla »,

pienam ente

C hiesa

dove

da

era

determ in ata

Concezione, il

cui svolgim ento e il cui accento

parte

decisiva n ella

V aticano

n el

1870,

Dom

anim ato

definizione

una

ardente ebbero u n a

gli

Abati

a l -Concilio

del dogm a che

non

Pio

G uéranger,

potendo

carsi a Rom a, scriverà il suo libro su La Monarchia Pontifìcia. Il Santo Padre

lo

rivendicato le m isconosciute p rerogative del d iritto , della sto ria e della fede ».

1875.

e

a lla

rin g razierà

Dona

subito

di

av er

« reso

C hiesa

u n

notevolissim o

il

30

gennaio

servigio

del

G uéranger

m orì

santam ente

a

Solcsm es

Un Breve di Pio IX indirizzato

al vescovo di P oitiers lo esalta come « un

uno

vero

discepolo

di

San

Benedetto;

strum ento provvidenzialm ente preparato

da

Dio

alla

F rancia

riso llevarvi

gli

religiosi;

un

appoggio

alla

Chiesa

rom ana

p er

p er rista b ilire

o rd in i dei

l ’u n ifo rm ità

riti

d is tru tti

d al

vizio

dei

tem

pi, per m ettere in m aggior luce i d iritti e i privilegi della

Sede apostolica,

per

confutare

gli

erro ri

e

le

opinioni

esaltate

come

la

gloria

della nostra

epoca ».

PREFAZIONE ALLA NUOVA EDIZIONE

Verso la fine del 1841, appariva sotto gli auspici dell'Arcivescovo dì Parigi, il primo volume dell’Anno Liturgico di Dom Guéranger. Negli anni che seguirono apparvero successivamente altri volumi; e quando Dom Guéranger morì, nel 1875, lasciando l’opera incompiuta, uno dei suoi monaci, Dom Lucien Fromage, la continuò con lo stesso spirito, con la stessa pietà e con la stessa dottrina. Occorse più di mezzo secolo per condurre a fine questo capolavoro che ha potuto in seguito essere imitato, ma che non potrà mai essere sostituito. Esso è davvero

la sorgente di quella corrente di vita spirituale che caratterizza il nostro temf.o, e che è stata chiamata la pietà liturgica, con tutte le conse­ guenze che ne derivano nella vita pubblica e privata, di una compren­ sione più perfetta della Messa, di una unione più profonda alla preghiera

e

alla vita della Chiesa. A distanza ha notato il biografo di Dom Guéranger e quando

si

abbraccia con lo sguardo l’opera di pace, di jorza e di luce che si è

compiuta silenziosamente nelle anime alla lettura di un libro che è stato tradotto in quasi tutte le lingue d’Europa, ci si può domandare se

l’Anno Liturgico non è stato la più bella, la più efficace di tutte le ispi­ razioni dell'Abate di Solesmes. Chi potrebbe calcolare la penetrazione dolce e tranquilla di questo insegnamento universale da cui le anime, quando l’hanno una volta gustata, non possono più distaccarsi, come se

vi riconoscessero l’accento della Chiesa

In questa edizione, si ritroverà il testo stesso di Dom Guéranger. Tuttavia, avendo la Chiesa in cinquantanni soppresso alcune feste e

avendone istituite delle altre, l ’opera ha dovuto anch’essa subire alcune soppressioni ed essere provvista di capitoli nuovi. D ’altra parte, i re­ centi progressi delle scienze storiche hanno portato la luce sull'origine

di alcuni riti; piuttosto che modificare quanto ne diceva Dom Gué­

ranger, si è preferito abitualmente porre in nota gli schiarimenti che sono sembrati indispensabili.

Con questa nuova edizione, poi, si è potuto ridurre l’opera da cinque a due volumi {in carta india), in modo da renderla più ac­ cessibile al pubblico. Sotto questa nuova forma, si spera che l’Anno Liturgico troverà buona accoglienza, e che i fedeli gli conserveran­

no la fiducia che da un secolo non è mai venuta meno.

e il sapore del loro battesimo?

INTRODUZIONE GENERALE

Il primo dei beni.

La preghiera è per l’uomo il primo dei beni. Essa è la sua luce,

il suo nutrimento, la sua vita stessa, poiché lo mette in rapporto

con Dio, che è luce (Gv. 8, 12), nutrimento (ibid. 6, 35) e vita (ibid. 14, 6). Ma noi da soli non sappiamo pregare come si deve (Rom. 8,

26); è necessario quindi che ci rivolgiamo a Gesù Cristo, e gli dicia­ mo come già gli Apostoli: Signore, insegnaci a pregare (Le. 9, 1). Egli solo può sciogliere la lingua dei muti, rendere eloquente la bocca dei fanciulli; e opera questo prodigio inviando il suo Spirito

di grazia e di preghiera (Zac. 12, io), che si compiace di aiutare la

nostra

8,

debolezza,

supplicando

in noi

con gemiti inenarrabili

(Rom.

26).

Lo Spirito Santo, spìrito di Dio.

Ora,^ su questa terra, è nella Chiesa che risiede questo Divino Spirito. E disceso su di lei come un vento impetuoso, mentre ap­ pariva sotto l’emblema espressivo di lingue infuocate. Da allora egli ha la sua dimora in questa Sposa felice: è il principio dei suoi movimenti; le impone le sue richieste, i suoi voti, i suoi cantici di lode, il suo entusiasmo e i suoi sospiri. Da ciò deriva che, ormai da diciotto secoli, essa non tace nè di giorno nè di notte; e la sua voce sempre melodiosa, giunge fino al cuore dello Sposo. Talora, sotto l’impressione di quello Spirito che animò il di­ vino salmista e i Profeti, essa attinge nei Libri dell’antico Popolo

il tema dei suoi canti; talora, figlia e sorella dei santi Apostoli,

intona i cantici che si trovano nei Libri del Nuovo Testamento;

talora infine, ricordandosi che ha ricevuto anche la tromba e l’arpa,

dà libertà allo Spirito che la anima, e canta a sua volta un cantico

INTRODUZIONE

GENERALE

9

nuovo (Sai. 143). Da questa triplice fonte emana l’elemento di­ vino che si chiama Liturgia.

La preghiera della Chiesa.

La preghiera della Chiesa è dunque la più gradita all’orecchio

e al cuore di Dio, e perciò la più potente. Beato dunque colui che

prega con la Chiesa, che unisce i propri voti particolari a quelli di questa Sposa, diletta dallo Sposo e sempre esaudita! Per questo no­

stro Signore Gesù Cristo ci ha insegnato a dire Padre nostro, e non Padre mio; dacci, perdonaci, liberaci, e non dammi, perdonami, li­ berami. Cosi, per più di mille anni, vediamo che la Chiesa, la quale prega nei suoi templi sette volte al giorno e continua a pregare du­ rante la notte, non pregava sola. I popoli le facevano compagnia, e

si nutrivano con delizia della manna nascosta sotto le parole e i

misteri della divina Liturgia. Iniziati in tal modo al Cielo divino dei misteri dell’Anno Cristiano, i fedeli, attenti alla voce dello Spirito conoscevano i segreti della vita eterna; e senz’altra preparazione, spesso un uomo veniva scelto dai Pontefici per diventare Sacerdote

o

Pontefice egli stesso, per effondere sul popolo cristiano i tesori

di

dottrina e d’amore che aveva attinti alla loro sorgente.

Poiché se la preghiera fatta in unione con la Chiesa è la luce dell’intelligenza, è anche, per il cuore, il fuoco della divina carità.

L

’anima cristiana non si tira in disparte per conversare con Dio

e

lodare le sue meraviglie e le sue misericordie, poiché sa bene che

la

società della Sposa di Cristo non la ruba a se stessa. Non fa essa

medesima parte di questa Chiesa che è la Sposa, e Gesù Cristo non

ha detto: Padre mio, fa ’ che siano

11). E quando parecchi sono radunati nel suo nome, il Salvatore stes­

so non ci assicura che egli è in mezzo a loro? (Mt. 18, 20). L ’anima

potrà dunque conversare a suo agio con Dio che testimonia di es­ sere così vicino ad essa; potrà salmodiare, come Davide, al cospetto degli Angeli, la cui preghiera eterna sì unisce nel tempo alla pre­ ghiera della Chiesa.

uno come io e te siamo uno? (Gv. 17,

Storia.

Ma troppi secoli sono già trascorsi da quando i popoli, preoc­ cupati di interessi terreni, hanno abbandonato le sante Veglie del Signore e le Ore mistiche del giorno. Quando il razionalismo del

10

INTRODUZIONE GENERALE

secolo xvi venne a decimarli a profitto dell’errore, essi avevano già da tempo ridotto alle sole Domeniche e alle Feste i giorni in cui avrebbero continuato ad unirsi esteriormente alla preghiera della san­

ta Chiesa. Per il resto dell’anno, le pompe della Liturgia si compiva­

no senza il concorso dei popoli che, di generazione in generazione, dimenticavano sempre più ciò che era stato il sostanzioso nutri­ mento dei loro padri. La preghiera individuale si sostituiva alla pre­ ghiera sociale: il canto, che è l’espressione naturale dei desideri e dei pianti stessi della Sposa, era riservato ai giorni solenni. Fu una

prima e lacrimevole rivoluzione nei costumi cristiani.

Ma, per lo meno, il suolo della Cristianità era ancora coperto

di chiese e di monasteri che risuonavano, il giorno e la notte, degli

accenti'della preghiera santa dei tempi antichi. Tutte quelle mani levate

verso il cielo ne facevano discendere la rugiada, dissipavano le tem­ peste, assicuravano la vittoria. Quei servi e quelle serve del Signore, che si rispondevano così l’uno all’altro nella lode eterna, erano e- letti solennemente dalle società ancora cattoliche di allora, per ren­ dere integralmente il tributo di omaggio e di riconoscenza dovuto

a Dio, alla gloriosa Vergine Maria e ai Santi. Quei voti e quelle

preghiere costituivano il bene comune; ciascun fedele amava ancora

di unirvisi; e se qualche dolore, qualche speranza lo conduceva tal­

volta al tempio di Dio, amava sentirvi, a qualunque ora, quella voce instancabile che saliva senza posa verso il cielo per la salvezza della Cristianità. Anzi, il Cristiano fervente vi si univa tralasciando i suoi uffici e i suoi affari; e tutti possedevano ancora l’intelligenza generale dei misteri della Liturgia.

Conseguenze della Riforma.

Venne poi la Riforma, e battè innanzitutto sull’organo della vita nelle società cristiane: fece cessare il sacrificio di lode. Distaccò

la

Cristianità dalle rovine delle nostre chiese. I Sacerdoti, i Monaci,

le

Vergini furono scacciati o massacrati, e i templi che sopravvissero

furono condannati a restare muti in una parte dell’Europa. Nell’al­ tra, ma soprattutto in Francia, la voce della preghiera si affievolì; molti infatti dei santuari devastati non si risollevarono più dalle loro rovine. Così si vide la fede diminuire, il razionalismo prendere sviluppi minacciosi, e infine, ai nostri giorni, la società umana scuo­ tersi dalle fondamenta.

INTRODUZIONE GENERALE

11

Poiché le distruzioni violente che aveva prodotte il Calvinismo non furono le ultime. La Francia e altri paesi cattolici furono portati a quello spirito d’orgoglio che è nemico della preghiera, poiché, esso dice, la preghiera non è l ’azione; come se ogni opera buona dell’uo­ mo non fosse un dono di Dio, un dono che suppone la richiesta che se ne è fatta e il ringraziamento che se ne rende. Si trovarono dun­ que degli uomini che dissero: Facciamo cessare le feste di Dio sulla jaccia della terra (Sai. 73, 8); e allora scese su di noi quella calamità universale, che il pio Mardocheo supplicava il Signore di rispar­ miare al suo popolo, quando diceva: Non chiudere, 0 Signore, le bocche di coloro che cantano le tue lodi (Est. 13, 17).

Restaurazione.

Ma, per misericordia di Dio, non siamo stati completamente an­ nientati (Tren. 3, 22); i resti d’Israele sono stati risparmiati, ed ecco che il numero dei credenti è cresciuto nel Signore (Atti 5, 14). Che è dunque avvenuto nel cuore del Signore Dio nostro per produr­ re questo ritorno misericordioso? È che la preghiera ha ripreso il suo corso. Numerosi cori di vergini santi, ai quali si unisce, benché in numero ancora molto inferiore, il canto più robusto dei figli del chiostro, si fanno sentire sulla nostra terra, come la voce della tortora (Cant. 2, 12). Questa voce si fa ogni giorno più forte: che il Signore si degni di gradirla, e faccia risplendere finalmente il suo arcobaleno sulle nuvole! Possano presto gli echi delle nostre cattedrali ridestarsi agli accenti di quella solenne preghiera che essi hanno ripetuta per così lungo tempo! Possano la fede e la munificenza dei fedeli far rivivere i prodigi di quei secoli passati, che furono così grandi perchè le istituzioni pubbliche stesse rendevano allora omaggio all’onnipo­ tenza della preghiera!

Alla scuola della Chiesa.

Ma questa preghiera liturgica diventerebbe presto impotente se i fedeli la lasciassero risonare senza unirvisi con il cuore, quando non possono prendervi parte esteriormente. Essa non vale per la salvezza delle genti se non in quanto è compresa. Aprite dunque i vostri cuori, figli della Chiesa cattolica, e venite a pregare con la pre-

1 2

INTRODUZIONE GENERALE

ghiera della vostra madre. Venite con la vostra adesione a completare quest’armonia che delizia l’orecchio di Dio. Che lo spirito di pre­ ghiera si rianimi alla sua sorgente naturale. Lasciate che vi ricordiamo questa esortazione dell’Apostolo ai primi fedeli: La pace di Cristo trionfi nei vostri cuori; la parola di Cristo abili in voi nella sua pienezza con ogni sapienza. Istruitevi ed esortatevi tra di voi con salmi, inni e cantici spirituali, dolcemente a Dio cantando nei vostri cuori (Col.

3 .

1 5 - 1 6 )-

Già da tempo, per rimediare a un malessere vagamente sentito,

si è cercato lo spirito di preghiera e la preghiera stessa in certi me­

todi e in cèrti libri che racchiudono, è vero, pensieri lodevoli e anche pii, ma sempre pensieri umani. Questo nutrimento è vuoto; perchè non inizia alla preghiera della Chiesa: isola, invece di unire. Tali

sono certe raccolte di formule e di considerazioni, pubblicate sotto diversi titoli da due secoli a questa parte, e nelle quali ci si è proposti

di edificare i fedeli e di suggerire ad essi, sia per l’assistenza alla

santa Messa, sia per la frequenza dei Sacramenti, sia per la cele­ brazione delle Feste della Chiesa, certi affetti più o meno banali,

e sempre attinti nell’ordine di idee e di sentimenti più familiari

all’autore del libro. Di qui ancora il colore così diverso di queste

sorte di libri che servono, è vero, in mancanza d’altro, alle persone

già pie, ma restano senza effetto quando si tratta di ispirare il gusto

e lo spirito di preghiera a quelli che ancora non lo possiedono.

Un pericolo.

Si dirà forse che, riducendo tutti i libri pratici della pietà cri­ stiana al semplice commento della Liturgia, si corre il rischio di indebolire e perfino di annientare, con forme troppo positive, lo spirito di Preghiera e di Contemplazione che è un dono tanto pre­ zioso dello Spirito Santo alla Chiesa di Dio. A questo risponderemo innanzitutto che, proclamando l’incontestabile superiorità della pre­

ghiera liturgica sulla preghiera individuale, non arriviamo fino a dire che si debbano abolire i metodi individuali: vogliamo solo collocarli nel loro giusto posto. Diremo quindi che se, nella divina salmodia,

si contano parecchi gradi, di modo che gli inferiori poggiano ancora

sulla terra e sono accessibili alle anime che si trovano nelle angustie della Vita purgativa; a misura che si eleva su questa mistica scala, l’anima si sente illuminata da un raggio celeste, e, giunta alla vetta

INTRODUZIONE

GENERALE

1 3

trova l’unione e il riposo nel bene supremo. Infatti, quei santi dot­ tori dei primi secoli, quei divini Patriarchi della solitudine, dove attingevano la luce e il calore che albergavano in essi, e che hanno lasciato così vivamente impressi nei loro scritti e nelle loro opere se non in quelle lunghe ore della Salmodia, durante le quali la ve­ rità semplice e multiforme passava senza posa dinanzi agli occhi della loro anima, riempiendola, a torrenti, di luce e d’amore? Chi ha dato al serafico Bernardo quell’unzione meravigliosa che scorre come un fiume di miele in tutti i suoi scritti; all’autore della Imi­ tazione quella soavità, quella manna nascosta che, dopo tanti secoli, non si corrompe mai; a Luigi di Blois quella dolcezza e quella te­ nerezza indescrivibili che commuovono qualunque uomo voglia prestargli il cuore, se non l’uso abituale della Liturgia in mezzo

alla quale la loro vita scorreva

di so­

spiri? Perciò l’anima, sposa di Cristo, che sente il desiderio dell’Ora­ zione, non tema di inaridirsi sulla sponda di quelle meravigliose acque della Liturgia, che talvolta mormorano come un ruscello, talvolta scorrono rumorose come un torrente, talvolta inondano come il mare. Si accosti e beva quest’acqua limpida e pura che zampilla fino alla vita eterna (Giov. 4, 14); perchè quest’acqua emana dalle ponti stesse del Salvatore (Is, 12, 3), e lo Spirito di Dio la feconda della sua virtù, affinchè sia dolce e nutriente al cervo assetato (Sai. 41, 2). Se è attratta dalle bellezze della Contemplazione, non si spaventi tuttavia dello splendore e dell'armonia dei canti della pre­ ghiera liturgica. Non è essa stessa uno strumento d’armonia sotto il tocco divino di quello Spirito che la possiede? Certo, essa non deve intendere il celeste Colloquio in modo diverso dal Salmista mede­ simo, che fu organo di ogni vera preghiera, accettato da Dio e dalla Chiesa. Eccolo ricorrere alla sua arpa quando vuole accendere nel proprio cuore la sacra fiamma, e dire: «Il mìo cuore è pronto, o Dio, il mio cuore è pronto: canterò e salmeggerò nella mia gloria. Sorgi, o mia gloria, sorgi, o arpa, 0 cetra: voglio sorgere all’aurora. Voglio celebrarti tra i popoli, o Signore, inneggiare a te fra le nazioni; perchè è più grande dei deli la tua misericordia, e la tua fedeltà giunge fino alle nubi i>(Sai. 107). Altre volte, trasportato al di là del mondo sen­ sibile, ed entrato nelle potenze del Signore (Sai. 70), si abbandona ad una santa ebrezza. Onde alleviate l’ardore che lo consuma, esplode allora nell’Epitalamio sacro: Il mio cuore, egli dice, ha concepito un poema sublime; al Re stesso io dedicherò il mio cantico; e narra la bel­ lezza dello Sposo vincitore e le grazie della Sposa (Sai. 44), Così,

in

un

insieme

di

canti e

14

INTRODUZIONE GENERALE

per l'uomo di contemplazione, la preghiera liturgica è talvolta il principio, talvolta il risultato delle visite del Signore.

Il pake di tutti.

Ma essa è soprattutto divina in quanto è insieme il latte dei bambini e il pane dei forti; simile al pane miracoloso del deserto, assume contemporaneamente tutti i gusti di coloro che se ne nutrono. Quelli stessi che non appartengono al numero dei figli di Dio, am­ mirano talvolta in essa questa incomunicabile proprietà, e convengono che soltanto la Chiesa cattolica conosce i misteri della preghiera; ed è appunto perchè non vi è una preghiera liturgica propriamente detta presso i protestanti, che essi difettano ancor più di scrittori ascetici. Senza dubbio, perchè il divino Sacramento dell’Eucarestia è

il centro della Religione, e quindi la sua assenza è più che sufficiente

per dar ragione di quella mancanza assoluta di unzione che caratte­ rizza tutti i prodotti della Riforma; ma la Liturgia è talmente legata

all’Eucarestia di cui forma la gloriosa aureola, che le Ore Canoniche sono cessate, e dovevano cessare infatti, dovunque veniva abolito

il dogma della Presenza reale.

La

manifestazione di

Cristo.

Gesù Cristo stesso è dunque il mezzo come pure l’oggetto della Liturgia, e appunto per questo l’Anno Ecclesiastico che ci proponiamo

di svolgere in quest’opera non è altro che la manifestazione di Gesù

Cristo, e dei suoi misteri, nella Chiesa e nell’anima fedele. È questo

il Ciclo divino in cui risplendono al loro posto tutte le opere di Dio:

i Sette giorni della Creazione; la Pasqua e la Pentecoste dell’an­

tico popolo; l’ineffabile Visita del Verbo Incarnato, il suo Sacrificio,

la sua Vittoria; la discesa del suo Spirito; la divina Eucaristia; le

glorie inenarrabili della Madre di Dio sempre Vergine; lo splendore degli Angeli; i meriti e i trionfi dei Santi: di modo che si può dire che esso ha il suo punto di partenza sotto la Legge dei Patriarchi, il suo progresso nella Legge scritta e la sua consumazione sempre crescente sotto la Legge d’amore, fino a quando, finalmente com­ pleto, svanisce nell’eternità, come cadde di per se stessa la Legge scritta, nel giorno in cui l’invincibile forza del Sangue dell’Agnello

lacerò in due il velo del Tempio. Come vorremmo poter raccontare degnamente le sante

mera-

INTRODUZIONE

GENERALE

1 5

viglie di questo Calendario mistico, di cui l’altro mon è che la figura

e l’umile supporto! Quanto saremmo lieti di far comprendere bene

tutta la gloria che deriva all’augusta Trinità, al Salvatore, a Maria, agli Spiriti beati e ai Santi, da questa annuale commemorazione

di tante meraviglie! Se la Chiesa rinnova ogni anno la sua giovinezza,

come l’aquila (Sai. i o z ) è perchè, mediante il Ciclo liturgico, essa è visitata dal suo Sposo secondo i suoi bisogni.

Ogni anno essa lo rivede bambino nella mangiatoia, lo rivede digiunare sulla montagna, offrirsi sulla croce, risuscitare dal sepol­ cro, fondare la sua Chiesa e istituire i Sacramenti, ascendere alla destra del Padre, mandare lo Spirito Santo agli uomini; e le grazie di questi divini misteri si rinnovano volta a volta in essa, di

modo che, fecondato secondo l’occorrenza, il Giardino della Chiesa manda allo Sposo, in ogni tempo, sotto il soffio dell’Aquilone e dell’Au­ stro, il delizioso sentore dei suoi profumi (Cant. 4, 16). Ogni anno,

lo

Spirito di Dio riprende possesso della sua diletta, e le assicura luce

e

amore; ogni anno, essa attinge un aumento di vita nei materni in­

flussi che la Vergine benedetta riversa su di lei, nei giorni delle sue

gioie, dei suoi dolori, e delle sue glorie; infine, le splendenti costella^ zioni che formano nel loro radioso insieme gli Spiriti dei nove cori

e i Santi dei diversi ordini' — Apostoli, Martiri, Confessori e Ver­

gini — versano su di essa ogni anno potenti soccorsi e inesprimibili consolazioni.

Ora, ciò che l’Anno Liturgico opera nella Chiesa in generale, lo ripete nell’anima di ciascun fedele attento a raccogliere il dono

di Dio. Quella successione delle stagioni mistiche assicura al Cri­

stiano i mezzi di quella vita soprannaturale senza la quale ogni altra vita non è che una morte più o meno lenta; e vi sono delle anime talmente comprese di questo divino avvicendarsi che si svolge nel Ciclo cattolico, che giungono a risentirne fisicamente le evoluzioni, come se la vita soprannaturale assorbisse l’altra, e il Calendario della Chiesa quello degli astronomi.

Possano dunque i lettori cattolici di quest’opera guardarsi da quella tiepidezza della fede, da quel sonno dell’amore che hanno fatto quasi scomparire il Ciclo che fu già un tempo, e che deve sempre essere la gioia dei popoli, la luce dei dotti, il libro degli umili!

Fine

dell’opera.

Da quanto si è detto, il lettore concluderà, vogliamo sperare, che la nostra intenzione non è dì mettere in atto le risorse della nostra

1 8

INTRODUZIONE GENERALE

mente tanto per costruire un sistema, e fare dell’eloquenza, della filosofia, o qualunque altra bella cosa a proposito dei misteri del­ l’Anno Ecclesiastico. Noi non abbiamo che uno scopo, e chiediamo umilmente a Dio di poterlo raggiungere: servire da interprete alla santa Chiesa, mettere i fedeli all’altezza di seguirla nella sua pre­ ghiera di ogni stagione mistica, e anche di ogni giorno e di ogni ora. Dio non voglia che ci permettiamo mai di mettere i nostri effìmeri pensieri accanto a quelli che Nostro Signore Gesù Cristo, che è la divina Sapienza, ispira mediante il suo Spirito a colei che è la sua Sposa diletta! Tutto il nostro impegno sarà di cogliere l’intenzione dello Spirito Santo nelle diverse fasi dell’Anno Liturgico, ispiran­ doci allo studio dei più antichi e più venerabili monumenti della preghiera pubblica, e anche ai sentimenti dei santi Padri e degli interpreti approvati; di modo che, mediante tutti questi sussidi, possiamo offrire ai fedeli il midollo delle preghiere ecclesiastiche,

unire, se è possibile, l’utilità pratica a quella gradita varietà che solleva ed allieta. In quest’opera insisteremo sul culto dei Santi, perchè è uno dei grandi bisogni della pietà in tutti i tempi, ma soprattutto nel tempo presente. La devozione alla persona adorabile del Salvatore ha ripreso, da noi, un nuovo vigore ; il culto della santa Vergine

e

si

estende e si accresce. Rinasca dunque anche la fiducia nei Santi,

e

scompariranno allora le tracce di quella deviazione in cui l’influsso

sordo del Giansenismo trascinava la pietà. Nondimeno, siccome bi­ sogna sapersi limitare, tratteremo raramente dei Santi che il Ca­ lendario Romano non registra. Quanto al sistema che seguiremo in ciascuno dei volumi di questo Anno Liturgico, è subordinato al genere speciale delle materie che dovrà contenere. Riserveremo per le nostre Istruzioni tutto ciò che riguarda la parte puramente scientifica della Liturgia, limitan­ doci qui ai punti necessari per iniziare i lettori alle intenzioni della santa Chiesa in ciascuna delle stagioni mistiche dell’anno. Le for­ mule sacre saranno spiegate e adattate all’uso comune, mediante una glossa nella quale cercheremo di evitare gl’inconvenienti d’una fredda traduzione, come pure la pesantezza d’una parafrasi greve

e quasi vuota. Dato che, come abbiamo detto, il nostro fine è di offrire ai fe­ deli la parte più sostanziale e più nutritiva della liturgia, siamo sta­

ti guidati nella scelta dei brani da questa stessa intenzione, lascian­

do da parte tutto ciò che non andava direttamente allo scopo. Questa osservazione si riferisce principalmente ai passi tratti dai

INTRODUZIONE

GENERALE

17

libri di Uffici della Chiesa greca. Non vi è nulla di più ricco e più pio di questa Liturgia, quando la si conosce da qualche estratto; come non vi è nulla di meno attraente, se la si vuol leggere nelle sue fonti stesse. Vi abbondano in maniera fastidiosa i luoghi co­ muni, e il sentimento vi si esaurisce in ripetizioni senza fine. Noi abbiamo dunque preso soltanto il fiore, e abbiamo solo fatto una scelta, spigolando in questa messe troppo esuberante. Ciò vale parti­ colarmente per i Nenei e VAntologia della Chiesa greca. I brani liturgici delle altre Chiese dell’Oriente sono generalmente redatti con più gusto e sobrietà.

Divisione del ciclo.

La prima parte dell’Anno liturgico comprenderà la spiegazione del servizio divino, dall’Avvento alla Purificazione. La seconda condurrà la Liturgia dalla Purificazione alla Settimana Santa. La

terza avrà per oggetto il Tempo Pasquale. La quarta tratterà innanzi­ tutto le feste della Trinità, del Corpus Domini e del Sacro Cuore di Gesù; per il resto sarà consacrata al lungo periodo del Tempo dopo la Pentecoste. Questo complesso, il cui piano è tracciato dalla santa Chiesa stessa, ci dà il dramma più sublime che possa essere offerto all’am­

la salvezza e la santifi­

mirazione umana. L ’intervento di Dio per

cazione degli uomini, la conciliazione della giustizia con la miseri­

cordia, le umiliazioni, i dolori e le glorie dell’Uomo-Dio, la venuta e le operazioni dello Spirito Santo neH’umanità e nell’anima fedele,

la missione e l’azione della Chiesa: tutto vi è espresso nella maniera

più viva e più affascinante; tutto arriva al suo posto mediante il

legame sublime degli anniversari. Diciotto secoli or sono si compiva un fatto divino; il suo anniversario si riproduce nella Liturgia, e viene a ringiovanire ogni anno nel popolo cristiano il sentimento

di ciò che Dio ha operato da tanti secoli. Quale intelligenza umana

avrebbe potuto concepire un tale pensiero! Quanto sono deboli

di fronte alle nostre realtà imperiture quegli uomini temerari e

leggeri che credono di prendere in difetto il cristianesimo, che osano giudicarlo come un rudere antico, e non sospettano nemmeno

a qual punto esso è vivo e immortale mediante l’Anno liturgico

presso i cristiani! Che cosa è dunque la Liturgia, se non una inces­ sante affermazione, una solenne adesione ai fatti divini che sono

accaduti una volta,

ma la cui realtà è intangibile, perchè ogni

anno, da allora, se ne è vista rinnovata la memoria? Non abbiamo

2.

- L 'anno

liturgico.

Voi. I.

18

INTRODUZIONE

GENERALE

noi gli scritti apostolici, gli Atti dei Martiri, gli antichi decreti dei concili, gli scritti dei Padri, i nostri monumenti, la cui successione risale all’origine, e che ci rendono la testimonianza più precisa sulla tradizione delle nostre feste? Il Ciclo liturgico non vive nella sua pienezza e nel suo progresso che in seno alla Chiesa Cattolica; tuttavia le sette separate sia dallo scisma sia dall’eresia, vi rendono anch’esse testimonianza con i residui che ne hanno conservati, ed

è su questi resti che esse continuano a vivere.

Attualità dei Misteri.

Ma se la Liturgia ci commuove ogni anno presentandoci allo sguardo il rinnovarsi altamente drammatico di tutto ciò che si è operato ai fini della salvezza dell’uomo e della sua riconciliazione con Dio, è meraviglioso come la successione d’un anno all’altro non tolga nulla alla freschezza e alla forza delle emozioni, quando dob­ biamo ricominciare il corso del Ciclo, di cui abbiamo tracciato le sud- divisioni. L ’Avvento è sempre impregnato del sapore d’un’attesa dolce

e misteriosa; il Natale ci attira sempre con le gioie incomparabili della nascita del divino Bambino; entriamo con la stessa emozione sotto

le ombre della Settuagesima; la Quaresima ci prostra davanti alla

giustizia di Dio, e il nostro cuore è preso allora da un timore salu­ tare e da una compunzione che ci sembra di non aver provata l’anno precedente. La Passione del Redentore, seguita giorno per giorno, ora per ora, non ci appare sempre come nuova? Gli splendori della Risurrezione non arrecano ai nostri cuori una letizia che essi sem­ brano avere fin’allora ignorata? La trionfante Ascensione non ci

apre forse, su tutta l’economia della divina incarnazione, delle visioni che ancora non avevamo? Quando lo Spirito Santo discende nella Pentecoste, non sentiamo forse la sua presenza rinnovata, e le emo­ zioni provate in un bel giorno l’anno precedente non ci sembrano

in quel momento superate? La festa del Corpus Domini, che torna

a sua volta così radiosa e affascinante, trova forse i nostri cuori adu­

sati al dono ineffabile che Gesù ci fece alla vigilia della sua Passione? Non entriamo piuttosto come in un nuovo possesso di questo ine­ sauribile mistero? Ogni ritorno delle feste di Maria ci rivela degli aspetti inattesi sulle sue grandezze; e i nostri santi preferiti, quando tornano a visitarci durante il Ciclo, ci sembrano più belli che mai:

INTRODUZIONE

GENERALE

19

Potenza santificatrice dei Misteri.

Questa potenza rinnovatrice dell’Anno Liturgico sulla quale insistiamo concludendo, è un mistero dello Spirito Santo, che fe­ conda incessantemente l’opera che ha ispirato la santa Chiesa con il fine di santificare il tempo assegnato agli uomini per rendersi degni di Dio. Ammiriamo anche, in questa sublime elargizione, il progresso che essa opera neU’intelIigenza delle verità della fede e nello sviluppo della vita soprannaturale. Non vi è un solo punto della dottrina cristiana che non sia non dico enunciato nel corso dell’Anno Liturgico, ma inculcato con l’autorità e l’unzione che la

Santa Chiesa ha saputo mettere nel suo linguaggio e nei suoi riti così espressivi. La fede del fedele s’illumina così di anno in anno;

si forma in lui il senso teologico; la preghiera lo conduce alla scienza.

I misteri rimangono misteri; ma il loro splendore diventa così vivo

che la niente e il cuore ne sono rapiti, e arriviamo a farci un’idea delle gioie che ci arrecherà la visione eterna di quelle divine bellezze che, attraverso il velo, hanno già per noi tanta attrattiva. E quale fonte di progresso per Tanima del cristiano, quando l’oggetto della fede gli appare sempre più luminoso, quando la spe­ ranza della salvezza gli viene come imposta dallo spettacolo di tante meraviglie che la bontà di Dio ha operate in favore dell’uomo, quando l’amore s’infiamma in lui sotto il soffio dello Spirito divino, che ha stabilito la Liturgia come il centro delle sue operazioni nelle anime! La formazione del Cristo in noi (Gal. 4, 19) non è forse il risultato della comunione ai suoi diversi misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi? Ora, questi misteri passano in noi, s’incorporano a noi ogni anno, per effetto della grazia speciale che arreca la loro comunicazione nella Liturgia, e l’uomo nuovo si stabilisce insensibilmente sulle rovine del vecchio. Se è necessario che l’impressione del tipo divino in noi sia favorita da un riavvicinamento con i membri della famiglia umana che meglio l’hanno realizzato, non ci giungono forse l’inse­ gnamento pratico e l’incoraggiamento dai nostri cari santi da cui il Ciclo è come costellato? Contemplandoli, arriviamo a conoscere la via che conduce a Cristo, come Cristo ci offre in se stesso la Via che conduce al Padre. Ma al di sopra di tutti i Santi, Maria risplende più scintillante di tutti, offrendo in se stessa lo Specchio di giustizia, in cui si riflette tutta la santità possibile in una pura creatura.

20

INTRODUZIONE

GENERALE

La poesia sacra.

Infine, l’Anno Liturgico, di cui abbiamo tracciato il piano, ci inizierà alla più sublime poesia che l’uomo abbia potuto raggiungere quaggiù. Non soltanto otterremo con esso l’intelligenza dei canti divini di Davide e dei Profeti, che costituiscono come il fondo della lode liturgica; ma il Ciclo nel suo corso non cesserà di ispirare alla santa Chiesa i cantici più belli, più profondi e più degni dell’argo­ mento. Sentiremo volta a volta le diverse razze dell’umanità, unite in una sola dalla fede, effondere la loro ammirazione e il loro amore in accenti nei quali l’armonia più perfetta nei pensieri e nei sentimenti s’unisce alla varietà più spiccata nel genio e nell’espressione. Noi scartiamo, come è giusto, nella nostra raccolta certe composizioni moderne, troppo spesso prese a prestito da una letteratura profana e che, non avendo ricevuto la benedizione della santa Chiesa, non sono destinate a vivere a lungo; ma cogliamo in tutte le età i prodotti del genio liturgico: per la Chiesa latina, da Sedulio a Prudenzio fino a Adamo di San Vittore e ai suoi emuli; per la chiesa orientale, da sant’Afrem fino agli ultimi innografi cattolici della Chiesa bizantina. La poesia non sarà meno viva nelle preghiere che sono redatte in sem­ plice prosa cadenzata che in quelle che si presentano ornate d’un ritmo regolare. Nella Liturgia, come nelle Scritture ispirate, essa si trova dovunque, perchè essa sola è all'altezza di ciò che deve essere espresso; e la raccolta dei monumenti della preghiera pubblica, completandosi, diventa anche il più ricco deposito della poesia cristiana, di quella che canta sulla terra i misteri del cielo e ci pre­ para ai cantici dell’eternità. Ci sia permesso, terminando questa introduzione generale, di ri­ cordare al lettore che, in un lavoro di questo genere, l’opera dello scrittore è completamente sotto la dipendenza dello Spirito divino che spira dove vuole (Gv. 3, 8), e non dell’uomo al quale tocca tutt’al più piantare e innaffiare (I Cor. 3, 6 ). Osiamo dunque suppli­ care i figli della santa Chiesa che s’interessano al ritorno delle tra­ dizioni antiche della preghiera, di aiutarci con la loro petizione presso Dio, affinchè la nostra indegnità non costituisca un ostacolo all’opera che intraprendiamo, e che sentiamo tanto al di sopra delle nostre possibilità. Non ci rimane che dichiarare che sottomettiamo la nostra opera, tanto per la materia che per la forma, al supremo e infallibile giudizio della santa Chiesa Romana, che è la sola a custodire, con i segreti della Preghiera, le parole della vita eterna.

AVVENTO

STORIA

C a p it o l o

I

D E L L ’AVVENTO

Il

nome dell’Avvento.

Si dà nella Chiesa latina, il nome di Avvento (i) al tempo de­ stinato dalla Chiesa a preparare i fedeli alla celebrazione della festa

di Natale, anniversario della Nascita di Gesù Cristo. Il mistero di

questo grande giorno meritava senza dubbio l’onore d’un preludio

di

preghiera e di penitenza: cosicché sarebbe impossibile stabilire

in

maniera certa la prima istituzione di questo tempo di prepa­

razione, che ha ricevuto solo più tardi il nome di Avvento (2). L ’Avvento deve essere considerato sotto due diversi punti di vista: come un tempo di preparazione propriamente detta alla Na­ scita del Salvatore, mediante gli esercizi della penitenza, o come un corpo d’Uffici Ecclesiastici organizzato con lo stesso fine. Fin dal secolo V, troviamo l’uso di fare delle esortazioni al popolo per di­ sporlo alla festa di Natale; ci sono rimasti a questo proposito due sermoni di san Massimo di Torino, senza parlare di parecchi altri attribuiti una volta a sant’Ambrogio e a sant’Agostino, e che sembrano essere invece di san Cesario d’Arles. Se tali documenti non ci in­ dicano ancora la durata e gli esercizi di questo tempo sacro, vi ri­ scontriamo almeno l’antichità dell’uso che distingue mediante par­ ticolari predicazioni il tempo dell’Avvento. Sant’Ivo di Chartres, san Bernardo, e parecchi altri dottori dell’xi e del x ii secolo hanno lasciato speciali sermoni de Adventu Domini, completamente di­ stinti dalle Omelie Domenicali sui Vangeli di questo tempo. Nei Capitolari di Carlo il Calvo dell’anno 864, i Vescovi fanno presente a quel principe che egli non deve richiamarli dalle loro Chiese du­ rante la Quaresima nè durante l’Avvento sotto il pretesto degli

 

(1)

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(2)

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dell'A vvento.

 

22

AVVENTO

affari di Stato o di qualche spedizione militare, perchè essi hanno

in quel periodo dei doveri particolari da compiere, principalmente

quello

Un antico documento in cui si trovano, precisati, in maniera

della predicazione.

sia

pure poco chiara, il tempo e gli esercizi dell’Avvento, è un passo

di

S. Gregorio di Tours, al decimo libro della sua Storia dei Franchi

nel quale riferisce che S. Perpetuo, uno dei suoi predecessori, che occupava la sede verso il 480, aveva stabilito che i fedeli digiunas­ sero tre volte la settimana dalla festa di san Martino fino a Natale (3). Con quel regolamento, san Perpetuo stabiliva un’osservanza nuova, o sanzionava semplicemente una legge già esistente? È im­ possibile determinarlo con esattezza oggi. Rileviamo almeno questo intervallo di quaranta giorni o piuttosto di quarantatre giorni, de­ signato espressamente, e consacrato con la penitenza come una seconda Quaresima, sebbene con minor rigore (4).

Troviamo quindi il nono canone del primo Concilio di Macon, tenutosi nel 583, il quale ordina che, durante lo stesso intervallo

da san Martino al Natale, si digiunerà il lunedì, il mercoledì, il

venerdì, e si celebrerà il sacrificio secondo il rito Quaresimale. Qual­ che anno prima, il secondo Concilio di Tours, tenutosi nel 567,

aveva ordinato ai monaci di digiunare dall’inizio del mese di di­ cembre fino a Natale. Questa pratica di penitenza si estese presto a tutti i quaranta giorni per i fedeli stessi; e si chiamò volgarmen-

 

(3)

S econdo

1

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(4)

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STORIA

DELL AVVENTO

2 3

te la Quaresima di san Martino. I Capitolari di Carlo Magno, al libro

sesto, non ne lasciano alcun dubbio; e Rabano Mauro attesta la me­ desima cosa nel secondo libro della Istituzione dei Chierici. Si fa­ cevano anche particolari festeggiamenti nel giorno di san Martino,

come si fa ancor oggi all’avvicinarsi della Quaresima e a Pasqua.

Variazioni nelle osservanze.

L ’obbligo di questa Quaresima che, cominciando a pesare in modo quasi impercettibile, era cresciuto successivamente fino a di­ ventare una legge sacra, diminuì grado a grado; e i quaranta giorni da san Martino a Natale si trovarono ridotti a quattro settimane. Si è visto come l’usanza di tale digiuno fosse cominciata in Francia; ma di qui si era diffusa in Inghilterra, come apprendiamo dalla Storia del Venerabile Beda; in Italia, come consta da un diploma di Astolfo, re dei Longobardi (f 753); in Germania, in Spagna (5), ecc,, come se ne possono vedere le prove nella grande opera di Dom Martène sugli antichi Riti della Chiesa. Il primo indizio che ri­ scontriamo della riduzione dell’Avvento a quattro settimane si può ritenere che sia, fin dal ix secolo, la lettera del papa san Nicola I

ai Bulgari. La testimonianza di Raterio di Verona e di Abbondio di

Fleury, autori appartenenti entrambi allo stesso secolo, serve anche

a provare che fin d’allora si discuteva molto per diminuire d’un

terzo la durata del digiuno dell’Avvento. È vero che san Pier Da­ miani, nell’xi secolo, suppone ancora che il digiuno dell’Avvento fosse di quaranta giorni e che san Luigi, due secoli dopo, continuava ad osservarlo in questa misura; ma forse questo santo re lo praticava in tal modo per un trasporto di devozione particolare. La disciplina della Chiesa d’Occidente, dopo essersi rilassata sulla durata del digiuno dell’Avvento, si raddolcì presto al punto da trasformare tale digiuno in una semplice astinenza; si trovano inol­ tre dei Concili fin dal xn secolo, come quello di Selingstadt del 1122, che sembrano obbligare soltanto i chierici a tale astinenza (6).

(5)

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dell'A vvento.

 
 

(6)

Il

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A v ra n c h e s

(1172)

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2 4

AVVENTO

Il Concilio di Salisbury, del 1281, pare anch’esso obbligarvi solo

i monaci. D ’altra parte, è tale la confusione su questa materia, senza

dubbio perchè le diverse Chiese d’Occidente non ne hanno fatto

l’oggetto d’una disciplina uniforme, che, nella sua lettera al Vescovo

di Braga, Innocenzo III attesta che l’uso di digiunare per tutto lo

Avvento esisteva ancora a Roma al suo tempo, e Durando, sempre nel xiii secolo, nel suo Razionale dei divini Uffici, testimonia ugual­ mente che il digiuno era continuo in Francia per tutta la durata di

quel tempo sacro. Comunque sia, questa usanza venne sempre più diminuendo di modo che tutto quello che potè fare nel 1362 il Papa Urbano V per arrestarne la caduta completa, fu di obbligare tutti i chierici della sua corte a conservare l’astinenza dell’Avvento, senza alcuna men­ zione del digiuno, e senza comprendere affatto gli altri chierici, e tanto meno i laici, sotto questa legge. San Carlo Borromeo cercò anch’egli di risuscitare lo spirito, se non la pratica, dei tempi an­ tichi nelle popolazioni del Milanese. Nel suo quarto Concilio, or­ dinò ai parroci di esortare i fedeli a comunicarsi almeno tutte le do­ meniche della Quaresima e AtWAvvento, e indirizzò quindi ai suoi stessi diocesani una lettera pastorale in cui, dopo aver loro ricor­ dato le disposizioni con le quali si deve celebrare questo sacro tem­ po, faceva istanza per condurli a digiunare almeno il lunedì, il mer­ coledì e il venerdì di ciascuna settimana. Infine Benedetto XIV ancora Arcivescovo di Bologna, calcando così gloriose orme, ha

consacrato la sua undicesima Istituzione Ecclesiastica a ridestare nello spirito dei fedeli della sua diocesi la sublime idea che i cristiani ave­ vano un tempo del tempo dell’Avvento, e a combattere un pre­ giudizio diffuso in quella regione, cioè che l’Avvento riguardava

le sole persone religiose, e non i semplici fedeli. Egli dimostra che

questa asserzione, salvo che la si intenda semplicemente del digiuno

e dell’astinenza, è di per sè temeraria e scandalosa, poiché non si po­ trebbe dubitare che esiste, nelle leggi e nelle usanze della Chiesa universale, tutto un insieme di pratiche destinate a mettere i fedeli

in uno stato di preparazione alla grande festa della Nascita di Gesù

Cristo. La Chiesa greca osserva ancora il digiuno dell'Avvento, ma con molto minore severità rispetto a quello della Quaresima. Esso consta

di quaranta giorni, a partire dal 14 novembre, giorno in cui quella

Chiesa celebra la festa dell’Apostolo san Filippo. Per tutto questo tempo, si osserva l’astinenza dalla carne, dal burro, dal latte e dalle

uova; ma si fa uso di pesce, olio e vino, cose tutte vietate durante

s t o r ia

d e l l a v v e n t o

25

la Quaresima. Il digiuno propriamente detto è d’obbligo soltanto per sette giorni sui quaranta; e tutto l’insieme si chiama volgar­ mente la Quaresima di san Filippo. I Greci giustificano queste mi­ tigazioni dicendo che la Quaresima di Natale è solo di istituzione monastica, mentre quella di Pasqua è d’istituzione apostolica. Ma se le pratiche esteriori di penitenza che consacravano una volta il tempo dell’Avvento presso gli Occidentali, si sono a poco a poco mitigate, in maniera che oggi non ne resta alcun vestigio fuori dei monasteri, l’insieme della Liturgia dell’Avvento non è cambiato; ed è nello zelo per appropriarsene lo spirito che i fedeli daranno pro­ va d’una vera preparazione alla festa di Natale.

Variazioni nella Liturgia.

La forma liturgica dell’Avvento, quale si ha oggi nella Chiesa Romana, ha subito alcune variazioni. San Gregorio (590-604) sembra aver istituito per primo questo Ufficio che avrebbe abbracciato dap­ prima cinque domeniche, come si può vedere dai più antichi Sa­ cramentari di quel grande Papa. Si può anche dire a questo propo­ sito, secondo Amalario di Metz e Bernone di Reichenau, seguiti da Dom Martène e da Benedetto XIV, che san Gregorio sembre­ rebbe essere l’autore del precetto ecclesiastico dell’Avvento, benché l’uso di consacrare un tempo più o meno lungo a prepararsi alla festa di Natale sia del resto immemorabile, e l’astinenza e il digiuno di questo tempo sacro siano iniziati dapprima in Francia. San Gre­ gorio avrebbe determinato, per le Chiese di rito romano, la forma del­ l’Ufficio durante questa specie di Quaresima, e sanzionato il digiuno che l’accompagnava, lasciando tuttavia una certa libertà alle diverse Chiese circa la maniera di praticarlo.

si può vedere da Amalario, san N i­

cola I, Bernone di Reichenau, Reterio di Verona, ecc., le dome­ niche erano già ridotte a quattro; è lo stesso numero che porta il Sacramentario gregoriano dato da Pamelio, e che sembra sia stato trascritto a quell’epoca. Da allora, nella Chiesa Romana, la durata dell’Avvento non ha subito variazioni, ed è sempre consistito in quattro settimane, di cui la quarta è quella stessa nella quale cade la festa di Natale, a meno che tale festa non capiti di domenica. Si può dunque assegnare all’usanza attuale una durata di mille anni, almeno nella Chiesa Romana; poiché vi sono delle prove che fino al

Fin dal ix e x secolo, come

2 6

AVVENTO

secolo x i i i alcune Chiese di Francia hanno conservato l’usanza delle cinque domeniche (7). La Chiesa ambrosiana conta ancor oggi sei settimane nella sua

liturgia dell’Avvento; il Messale gotico o mozarabico mantiene la stessa usanza. Per la Chiesa gallicana, i frammenti che Dom Mabillon

ci ha conservati della sua liturgia non ci attestano nulla a questo ri­

guardo; ma è naturale pensare con questo studioso la cui autorità

è rafforzata anche da quella di Dom Martène, che la Chiesa delle

Gallie seguiva su questo punto, come su tanti altri, le usanze della Chiesa gotica, cioè che la liturgia del suo Avvento si componeva

ugualmente di sei domeniche e di sei settimane (8). Quanto ai Greci, le loro Rubriche per il tempo dell’Avvento si leggono nei Nenei, dopo l’Ufficio del 14 novembre. Essi non hanno un Ufficio proprio dell’Avvento, e non celebrano durante questo tempo la Messa dei Presantificati, come fanno in Quaresima, Si

trovano soltanto, nel corpo stesso degli Uffici dei Santi che occupano

il periodo dal 15 novembre alla domenica più vicina a Natale,

parecchie allusioni alla Natività del Salvatore, alla maternità di Maria, alla grotta di Betlemme, ecc. Nella domenica che precede il Natale, celebrano quella che chiamano la Festa dei santi Avi, cioè la Commemorazione dei Santi dell’Antico Testamento, per celebrare l’attesa del Messia. Il 20, 21, 22 e 23 dicembre sono decorati del titolo di Vigilia della Natività; e benché in quei giorni si celebri ancora l’Ufficio di parecchi Santi, il mistero della prossima Nascita del Salvatore domina tutta la Liturgia.

 

(71

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M ISTICA DELL’AVVENTO

2 7

C a p it o l o

I I

M ISTICA

D E LL’AVVENTO

La triplice Venuta.

Se ora, dopo aver descritto le caratteristiche che distinguono il tempo dell’Avvento da qualsiasi altro, vogliamo penetrare nelle pro­ fondità del mistero che occupa la Chiesa in quest’epoca, troviamo che questo mistero della Venuta di Gesù Cristo è insieme uno e triplice. E uno, perchè è lo stesso Figlio di Dio che viene; triplice, perchè egli viene in tre tempi e in tre modi.

«Nellaprima venuta, dice San Bernardo nel quinto sermone sul­ l’Avvento, egli viene nella carne e nell’infermità; nella seconda viene

in spirito e in potenza; nella terza, viene in gloria e in maestà; e la

seconda Venuta è il mezzo attraverso il quale si passa dalla prima

alla terza ».

Ecco il mistero dell’Avvento; Ascoltiamo ora la spiegazione che

ci dà Pietro di Blois di questa triplice visita di Cristo, nel suo terzo

sermone de Adventu: « Vi sono tre Venute del Signore, la prima nella carne, la seconda neH’anima, la terza con il giudizio. La prima ebbe luogo nel cuore della notte, secondo le parole del Vangelo: Nel

cuore della notte si fece sentire un grido: Ecco lo Sposo! E questa prima Venuta è già passata, poiché Cristo è stato visto sulla terra ed ha con­ versato con gli uomini. Noi ci troviamo ora nella seconda Venuta:

purché, tuttavia, siamo tali che egli possa venire a noi; poiché egli

ha detto che se lo amiamo, verrà a noi e stabilirà in noi la sua dimora.

Questa seconda Venuta è dunque per noi una cosa mista d’incertezza; poiché chi altro fuorché lo Spirito di Dio conosce coloro che sono

di

Dio? Coloro che il desiderio delle cose celesti trasporta fuor di

se

stessi, sanno bene quando egli viene; tuttavia, non sanno nè donde

viene nè dove va. Quanto alla terza Venuta, è certissimo che avrà luogo; incertissimo il quando: poiché non vi è niente di più certo che la morte, e niente di più incerto che il giorno della morte. A l momento in cui sì parlerà dì pace e di sicurezza, dice il Savio, allora la morte apparirà d’improvviso, come le doglie del parto nel seno del­ la donna, e nessuno potrà fuggire. La prima Venuta fu dunque umi­

le e nascosta, la seconda è misteriosa e piena d’amore, la terza sarà

28

AVVENTO

risplendente e terribile. Nella sua prima Venuta, Cristo è stato giu­ dicato dagli uomini con ingiustizia; nella seconda, ci rende giusti mediante la sua grazia; nella terza, giudicherà tutte le cose con equità:

Agnello nella prima Venuta, Leone nell’Ultima, Amico pieno di tenerezza nella seconda » {De Adventu, Sermo III).

La prima

Venuta.

Stando così le cose, la santa Chiesa, durante l’Avvento, aspetta con lacrime ed impazienza la visita di Cristo Redentore nella sua prima Venuta. Essa prende per questo le ardenti espressioni dei Profeti, alle quali aggiunge le proprie suppliche. Sulla bocca della Chiesa, i sospiri rivolti al Messia non sono una semplice commemo­ razione dei desideri dell’antico popolo: hanno un valore reale, un influsso efficace sul grande atto della munificenza del Padre celeste che ci ha dato il suo Figlio. Fin dall’eternità, le preghiere dell’antico popolo e quelle della Chièsa cristiana unite insieme sono state pre­ senti all’orecchio di Dio; e appunto dopo averle tutte ascoltate ed esaudite, egli ha mandato a suo tempo sulla terra quella rugiada benedetta che ha fatto germogliare il Salvatore,

La seconda

Venuta.

La Chiesa aspira anche verso la seconda Venuta, sèguito della

prima, e che consiste, come abbiamo visto, nella visita che lo Sposo

fa alla Sposa. Ogni anno questa Venuta ha luogo nella festa di Na­

tale e una nuova nascita del Figlio di Dio libera la società dei Fedeli

da quel giogo di servitù che il nemico vorrebbe far pesare su di essa

('Colletta del giorno di Natale). La Chiesa, durante l’Avvento, chiede

di essere visitata da colui che è il suo Capo e il suo Sposo, visitata

nella sua gerarchia, nelle sue membra, di cui le une sono vive e le altre morte, ma possono rivivere; infine in quelli che non fanno parte della sua comunione, e negli infedeli stessi, affinchè si convertano alla vera luce che splende anche per loro. Le espressioni della L i­ turgia che la Chiesa usa per sollecitare questa amorosa e invisibile Venuta, sono le stesse con le quali sollecita la venuta del Redentore

nella carne; poiché, fatte le debite proporzioni, la situazione è la medesima. Invano il Figlio di Dio sarebbe venuto venti secoli or sono, a visitare e a salvare il genere umano, se non ritornasse, per

MISTICA d e l l a v

v e n t o

2 9

ciascuno di noi e in ogni momento della nostra esistenza, ad apportare e fomentare quella vita soprannaturale il cui principio viene solo da lui e dal suo divino Spirito.

La terza

Venuta.

Ma questa visita annuale dello Sposo non soddisfa la Chiesa; essa aspira alla terza Venuta che consumerà ogni cosa, aprendo le porte dell’eternità. Ha raccolto queste ultime parole dello Sposo:

Ecco che io vengo presto (Apoc. 22) e dice con ardore: Vieni, Signore Gesù! (ibid.). Ha fretta di essere liberata dalle condizioni del tempo; sospira il compimento del numero degli eletti, per veder apparire sulle nubi del cielo il segno del suo liberatore e del suo Sposo. Fino a questo punto, dunque, si estende il significato dei voti che essa ha deposti nella Liturgia dell’Avvento; questa è la spiegazione delle pa­ role del discepolo prediletto nella sua profezia: Ecco le nozze dello Agnello, e la Sposa si è preparata (Apoc. 19, 7). Ma il giorno dell’arrivo dello Sposo sarà nello stesso tempo un giorno terribile. La santa Chiesa spesso freme al solo pensiero delle formidabili assise dinanzi alle quali compariranno tutti gli uomini. Chiama quel giorno «un giorno d’ira, del quale Davide e la Sibilla hanno detto che deve ridurre il mondo in cenere; un giorno di lacri­ me e di spavento ». Non già che essa tema per se stessa, poiché quel giorno fisserà per sempre sul suo capo la corona della Sposa; ma il suo cuore di Madre soffre pensando che allora parecchi dei suoi figli saranno alla sinistra del Giudice, e che, privati di ogni contatto con gli eletti, saranno gettati con le mani e i piedi legati in quelle te­ nebre in cui non vi sarà che pianto e stridor di denti. Ecco perchè nella Liturgia dell’Avvento, la Chiesa si ferma così spesso a mo­ strare la Venuta di Cristo come una Venuta terribile, e sceglie nelle Scritture i passi più adatti a ridestare un salutare spavento nella anima di quelli tra i suoi figli che dormirebbero il sonno di peccato.

Le forme liturgiche.

Questo è dunque il triplice mistero dell’Avvento. Ora, le forme liturgiche di cui è rivestito, sono di due specie: le une consistono nelle preghiere, letture, e altre formule, dove le parole stesse sono usate per rendere i sentimenti che abbiamo esposti; le altre sono riti esteriori adatti a questo tempo sacro e destinati a completare ciò che esprimono i canti e le parole.

3 0

AVVENTO

Gli occhi del popolo si accorgono della tristezza che preoccupa il cuore della santa Chiesa dal colore di penitenza di cui si copre.

Fuorché nelle feste dei Santi, non veste più che di viola; il Diacono depone la Dalmatica, e il Suddiacono la Tunicella. Un tempo anzi, si usava in parecchi luoghi il colore nero, come ad esempio a Tours,

a Le Mans, ecc. Questo lutto della Chiesa mette in rilievo con quanta

verità essa si unisca ai veri Israeliti che aspettavano il Messia sotto

la cenere e il cilicio, e piangevano la gloria di Sion scomparsa, e alo scettro tolto a Giuda, fino a quando non venga colui che deve

io). Esso

significa ancora le opere di penitenza con le quali si prepara alla seconda Venuta piena di dolcezza e di mistero che ha luogo nei cuori nella misura in cui si mostrano sensibili •alla tenerezza che testi­ monia loro quell’ospite divino che ha detto: Io trovo la mia delizia nello stare con i figli degli uomini (Prov. 8, 31). Essa geme sulla mon­ tagna, come la tortora, fino a quando non si faccia sentire la voce che dirà: «Vieni dal Libano, 0 mia Sposa, vieni: sarai incoronata perchè tu hai ferito il mio cuore » (Cant. 5, 8).

Durante l’Avvento, la Chiesa sospende anche, salvo nelle Feste dei Santi, l’uso dell’Inno Angelico: Gloria in excelsis Deo, et interra pax hominibus bona voluntatis. Questo canto meraviglioso si fece sentire solo a Betlemme sulla mangiatoia del celeste Bambino; la lingua degli Angeli non è dunque ancora sciolta; la Vergine non ha deposto il suo divino fardello; non è tempo di cantare, non è an­ cora esatto dire: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà! Così pure, al termine del Sacrificio, la voce del Diacono non fa più sentire le parole solenni che congedano l’assemblea dei fedeli:

Ite, Missa est. Le sostituisce con la semplice esclamazione: Benedi- camus Domino! quasi che la Chiesa temesse di interrompere le pre­ ghiere del popolo, che non sono mai troppo prolungate in questi giorni d’attesa. Nell’Ufficio della Notte, la santa Chiesa toglie anche in questi giorni l’inno di giubilo Te Deum laudamus. Essa aspetta nell’umiltà

il supremo beneficio, e nell’attesa non può far altro che chie­

dere, supplicare, sperare. Ma nell’ora solenne, quando in mez­ zo alle ombre più dense, il Sole di giustizia si leverà d’improv­ viso, essa ritroverà la voce del ringraziamento; e il silenzio della notte

lascerà il posto, su tutta la terra, al grido d’entusiasmo: «Noi ti lo­ diamo, o Dio! Signore, noi ti celebriamo! O Cristo! Re di gloria, Figlio

essere mandato, e che forma l’attesa delle genti » (Gen. 49,

PRATICA. DELL’AVVENTO

3 1

eterno del Padre! per la liberazione dell’uomo non hai avuto orrore del seno d’una umile Vergine ». Nei giorni di Feria, prima di concludere ciascun’ora dell’Uf­

ficio, le Rubriche dell’Avvento prescrivono particolari preghiere che

si devono fare in ginocchio; anche il Coro deve stare in quella po­

sizione in tali giorni, per una parte considerevole della Messa. Sotto questo aspetto, le usanze dell’Avvento sono del tutto identiche a quelle della Quaresima.

Tuttavia, vi è una caratteristica speciale, che distingue quésti due tempi: il canto dell’allegrezza, il gioioso AUeluja, non è sospeso durante l’Avvento, tranne nei giorni di Feria. Nella Messa delle quattro domeniche, si continua a cantarlo; e forma un certo contrasto con il colore austero degli ornamenti. C ’è anche una domenica, la terza, in cui persino l’organo ritrova la sua grande e melodiosa voce,

e il triste apparato viola può per un poco lasciare il posto al rosa.

Questo ricordo delle gioie passate, che si trova cosi in fondo alle sante tristezze della Chiesa, esprime abbastanza chiaramente che, pur unendosi all’antico popolo per implorare la venuta del Messia

e pagare cosi il grande debito dell’umanità verso la giustizia e la cle­ menza di Dio, essa non dimentica tuttavia che l’Emmanuele è già venuto per lei, che è in lei, e che prima che apra la bocca per implorare

la salvezza, già è riscattata e segnata per l’unione eterna. Ecco perchè

ai suoi sospiri unisce YAUeluja, perchè sono impresse in lei tutte le gioie e tutte le tristezze, nell’attesa che la gioia sovrabbondi sul do­ lore, nella notte santa che sarà più radiosa del giorno più fulgido.

C a p it o l o

III

PRATICA D E LL’AVVENTO

Vigilanza.

Se la santa Chiesa, madre nostra, passa il tempo dell’Avvento in questa solenne preparazione alia triplice Venuta di Gesù Cristo; se, sull’esempio delle vergini savie, tiene la lampada accesa per l’arrivo dello Sposo, noi che siamo le sue membra e i suoi figli, dob­ biamo partecipare ai sentimenti, che la animano, e prendere per noi quell’avvertimento del. Salvatore: « Siano i vostri lombi precinti corre

3 2

AVVENTO

quelli dei viandanti; nelle vostre mani brillino fiaccole accese; e

siate simili a servi che aspettano

Infatti, i destini della Chiesa sono anche i nostri; ciascuna delle anime è, da parte di Dio, l’oggetto d’una misericordia e d’un’atten- zione simili a quelle che egli usa nei riguardi della Chiesa stessa. Essa è il tempio di Dio perchè composta di pietre vive; è la Sposa perchè è formata da tutte le anime che sono chiamate all’eterna unio­ ne. Se è scritto che il Salvatore ha acquistato la Chiesa con il suo sangue (Atti 20, 28), ognuno di noi può dire parlando di se stesso, come san Paolo: Cristo mi ha amato e si è sacrificato per me (Gal. 2, 20). Essendo' dunque uguali i destini, dobbiamo sforzarci, durante l’Avvento, di entrare nei sentimenti di preparazione di cui abbiamo visto ripiena la Chiesa.

il loro padrone » (Le. 12, 35).

Preghiera.

E innanzitutto, è per noi un dovere di unirci ai Santi dell’An­ tica Legge per implorare il Messia, e soddisfare così quel debito di tutto il genere umano verso la divina misericordia. Onde animarci a compiere questo dovere, trasportiamoci con il pensiero nel corso di quelle migliaia di anni rappresentate dalle quattro settimane dell’Av­ vento, e pensiamo a quelle tenebre, a quei delitti di ogni genere in mezzo ai quali si agitava il vecchio mondo. Che il nostro cuore senta viva la riconoscenza che deve a Colui che ha salvato la sua creatura dalla morte, e . che è disceso per vedere più da vicino e condividere tutte le nostre miserie, fuorché il peccato! Che esso gridi, con l’ac­ cento dell’angoscia e della fiducia, verso Colui che volle salvare l’opera delle sue mani, ma che vuole pure che l’uomo chieda ed im­ plori la propria salvezza! Che i nostri desideri e la nostra speranza si effondano dunque in quelle ardenti suppliche degli antichi Profeti che la Chiesa ci mette sulle labbra in questi giorni di attesa. Dispo­ niamo i nostri cuori, nella più larga misura possibile, ai sentimenti che essi esprimono.

Conversione.

Compiuto questo primo dovere, penseremo alla Venuta che il Salvatore vuol fare nei nostro cuore: Venuta, come abbiamo visto, piena di dolcezza e di mistero, e che è la conseguenza della prima, poiché il buon Pastore non viene soltanto a visitare il suo gregge in generale, ma estende la sua sollecitudine a ciascuna delle pecore,

PRATICA DELL AVVENTO

3 3

anche alla centesima che si era smarrita. Ora, per ben comprendere tutto questo ineffabile mistero, bisogna ricordare che, siccome non

possiamo essere accetti al nostro Padre celeste se non in quanto egli vede in noi Gesù Cristo, suo Figlio, questo Salvatore pieno di bontà si degna di venire in ciascuno di noi, e, se noi lo vogliamo,

di trasformarci in lui, di modo che non viviamo più della vita nostra,

ma della sua. Il fine di tutto il Cristianesimo è appunto di divinizzare l’uomo attraverso Gesù Cristo: questo è il compito sublime imposto alla Chiesa. Essa dice ai Fedeli con san Paolo: «Voi siete i miei fi­ glioletti’, poiché io vi dò una seconda nascita, affinchè si formi in voi Gesù Cristo » (Gal, 4, 19).

Ma, come nella sua apparizione in questo mondo il divino Sal­ vatore si è dapprincipio mostrato sotto le sembianze d’un bambino, prima di giungere alla pienezza dell’età perfetta che era necessaria

perchè nulla mancasse al suo sacrificio, egli intende prendere in noi

gli stessi sviluppi. Ora è nella festa di Natale che si compiace di na­

scere nelle anime, e diffonde per tutta la sua Chiesa una grazia di Na­ scita alla quale, purtroppo, non tutti sono fedeli.

Ecco infatti la situazione delle anime all’awicinarsi di quel­

la ineffabile solennità. Alcune, ed è il numero minore, vivono pie­

namente della vita del Signore Gesù che è in esse, ed aspirano in

ogni istante all’aumento di tale vita. Altre, in numero maggiore, sono vive, sì, per la presenza del Cristo, ma sono malate e languenti, non desiderando il progresso della vita divina, perchè la loro carità

si è raffreddata (Apoc. 2, 4). Il resto degli uomini non gode di questa

vita, e si trova nella morte; poiché Cristo ha detto: Io sono la Vita (Gv. 14, 6).

Nei giorni dell’Avvento, il Salvatore va a bussare alla porta di tutte le anime, in una maniera ora sensibile, ora nascosta. Viene

a chiedere se hanno posto per lui, affinchè possa nascere in loro.

Ma, benché la casa che egli chiede sia sua, poiché lui l’ha costruita

e la conserva, si è lamentato che i suoi non l’hanno voluto ricevere

(Gv. 1, 11), almeno il numero maggiore tra essi. « Quanto a quelli che l’hanno ricevuto, ha concesso loro di diventare figli di Dio, e non più figli della carne e del sangue » (ibid. 12, 13). Preparatevi dunque a vederlo nascere in voi più hello, più radio­ so, più forte dì come l’avete conosciuto, 0 anime fedeli che lo custo­ dite in voi stesse come un prezioso deposito, e che da lungo tempo, non avete altra vita che la sua, altro cuore che il suo, altre opere che le sue. Sappiate cogliere, nelle parole della Liturgia, quelle che fan­ no per il vostro amore, e che commuoveranno il cuore dello Sposo.

3 4

AVVENTO

Aprite le porte per riceverlo nella sua nuova venuta, voi che già l’avevate in voi, ma senza conoscerlo; che lo possedevate, ma senza gustarlo. Egli torna con una nuova tenerezza; ha dimenticato il vo­ stro rifiuto; vuole rinnovare tutte le cose (Apoc. 21, 5). Fate posto al celeste Bambino, che vuol crescere in voi. Il momento è vicino:

che il vostro cuore dunque si desti; e perchè non vi abbia sorpreso il sonno quando egli passerà, vegliate e pregate. Le parole della Litur­ gia sono anche per voi; perchè esse parlano di tenebre che Dio solo può dissipare, di piaghe che solo la sua bontà può risanare, di languori che cesseranno solo per sua virtù.

E voi, cristiani, per cui la buona novella è come se non ci fosse

perchè i vostri cuori sono morti per il peccato, sia che questa morte

vi tenga stretti nei suoi lacci da lunghi anni, sia che la ferita che l’ha

causata sia stata inferta più di recente alla vostra anima, ecco venire colui che è la vita. «Perchè dunque vorreste morire? Egli non vuole

la morte del peccatore, ma vuole che si converta e viva » (Ez. 18,

31). La grande Festa della sua Nascita sarà un giorno di misericordia universale per tutti quelli che vorranno lasciarlo entrare. Questi ricominceranno a vivere con lui; ogni altra vita precedente sarà abo­ lita, e sovrabbonderà la grazia là dove prima aveva abbondato Vini­ quità (Rom. 5, 29).

E se la tenerezza e la dolcezza di questa misteriosa Venuta

non vi attraggono, perchè il vostro cuore non potrebbe ancora com­

prendere la fiducia o perchè, avendo per lungo tempo ingoiato l’ini­ quità come l’acqua, non sapete che cosa significhi aspirare me­ diante l’amore alle carezze d’un padre di cui avevate disprezzato gli inviti, pensate alla Venuta piena di terrore che seguirà quella che

si compie silenziosamente nelle anime. Sentite lo scricchiolio del­

l’universo all’avvicinarsi del terribile Giudice; osservate i cieli che

fuggono davanti a lui, e si aprono come un libro alla sua vista (Apoc.

6, 41); sostenete, se ne siete capaci, il suo aspetto, i suoi sguardi fiam­

meggianti; guardate senza fremere la spada a doppio taglio che esce dalla sua bocca (ibid. 1, 16); ascoltate infine quelle grida di lamento: o

monti cadete su di noi\ rocce, copriteci, toglieteci alla sua vista terri­ ficante (Le. 23, 30)! Sono le grida che faranno risuonare invano le anime sventurate che non hanno saputo conoscere il tempo della visita (ibid. 23, 19, 44). Per aver chiuso il loro cuore a quell’Uo- mo-Dio che pianse su di esse — tanto le amava! — scenderanno vive nei fuoco eterno la cui fiamma è così bruciante che divora il ger­ me della terra e le fondamenta più nascoste dei monti (Deut. 32, 22). Ivi si sente il verme eterno d’un rimorso che non muore mai (Me. 9, 43).

PRATICA DELL’AVVENTO

3 5

Coloro dunque, i quali non si sentono commossi dalla dolce notizia dell’awicinarsi del celeste Medico, del generoso Pastore che dà la vita per le sue pecorelle, meditino durante l’Avvento sul ter­ ribile eppure incontestabile mistero della Redenzione, resa inutile dal rifiuto che l'uomo oppone troppo spesso di associarsi alla pro­ pria salvezza. Misurino le loro forze, e se disprezzano il bambino che sta per nascere (Is. 9, 6), pensino se saranno in grado di lot­

giorno in cui verrà non più a salvare, ma

a giudicare. Per conoscerlo più da vicino, questo Giudice davanti al quale tutto deve tremare, interroghino la sacra Liturgia: qui impareranno a temerlo. Del resto, questo timore non è soltanto proprio dei peccatori; è un sentimento che ogni cristiano deve provare. Il timore, se è da solo, rende schiavi; se compensa l’amore, conviene al figlio colpevole, che cerca il perdono del padre adirato; anche quando l'amore lo spinge fuori (Gv. 4, 18), esso ritorna talora come un subitaneo lampo, e il cuore fedele ne è felicemente scosso fin nelle fondamenta. Sente allora ridestarsi il ricordo della sua miseria e della misericordia gratuita dello Sposo. Nessuno deve dunque disperarsi, in questo sacro tempo del­ l’Avvento, dall’associarsi ai pii timori della Chiesa che, per quanto amata, dice spesso nei suoi Uffici: Trafiggi la mia carne, 0 Signore, con il pungolo del tuo timore! Ma questa parte della Liturgia sarà utile so­ prattutto a coloro che cominciano a consacrarsi al servizio di Dio. Da tutto ciò, si deve-concludere che l’Avvento è un tempo con­ sacrato soprattutto agli esercizi della Vita Purgativa; come indicano quelle parole di san Giovanni Battista, che la Chiesa ci ripete così spesso in questo sacro periodo: Preparate le vie del Signore! Ciascuno dunque operi seriamente a spianare il sentiero attraverso il quale Gesù entrerà nella sua anima. I giusti, secondo la dottrina dell’apostolo, dimentichino ciò che hanno fatto nel passato (Filip. 3, 13), e attendano a nuovi impegni. I peccatori cerchino di rompere subito i legami che li tengono stretti, di lasciare le abitudini che li fanno prigionieri; ca­ stighino la carne, e diano inizio al duro lavoro di sottometterla allo spirito; preghino soprattutto con la Chiesa; e quando il Signore verrà, potranno sperare che non rimarrà sulla soglia della porta, ma entrerà, perchè egli ha detto: « Ecco che io sono alla porta e busso; se qualcuno sente la mia voce e mi apre, entrerò da lui i> (Apoc. 3, 20).

tare con il Dio forte, il

PRO PR IO

D EL

PRIMA

DOMENICA

TEM PO

DI

AVVENTO

Questa Domenica, la prima dell’Anno Ecclesiastico, è chiamata, nelle cronache e negli scritti del medioevo, la Domenica Ad te levavi, dalle prime parole dell’Introito, oppure anche la Domenica Aspìciens a longe, dalle prime parole d’uno dei Responsori del Mattutino. La Stazione (i) è a Santa Maria Maggiore. È sotto gli auspici

di Maria, nell’augusta Basilica che onora la Culla di Betlemme, e

che perciò è chiamata negli antichi monumenti Santa Maria ad Praesepe, che la Chiesa Romana ricomincia ogni anno il Ciclo sacro. Non era possibile scegliere un luogo più conveniente per salutare 1’avvicinarsi della divina Nascita che deve finalmente allietare il cielo e la terra, e mostrare il sublime prodigio della fecondità d’una Vergine. Trasportiamoci con il pensiero in quell’augusto Tempio, e uniamoci alle preghiere che vi risuonano; sono le stesse preghiere che verranno

esposte qui. All’Ufficio notturno, la Chiesa comincia oggi la lettura del Pro­ feta Isaia (vili sec. a. C.), colui fra tutti che ha predetto con maggiore evidenza i caratteri del Messia, e continua tale lettura fino al giorno

di Natale compreso. Sforziamoci di gustare gl’insegnamenti del santo

Profeta, e l’occhio della nostra fede sappia scoprire con amore il Sal­ vatore promesso, sotto i segni ora graziosi, ora terribili, con i quali

Isaia ce lo dipinge. Le prime parole della Chiesa, nel cuore della notte, sono le se­

guenti:

Il Re che sta per venire, il Signore, venite, adoriamolo !

Dopo aver compiuto questo supremo dovere di adorazione, ascol­ tiamo l’oracolo d’Isaia che ci viene trasmesso dalla santa Chiesa.

 

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PRIMA

SETTIMANA

DI

AVVENTO

3 7

Qui comincia il libro del Profeta Isaia (2). Visione ch’ebbe Isaia, figlio di Amos, intorno a Giuda e Gerusalemme ai tempi di Ozia, lotam, Achaz ed Ezechia, re di Giuda.

Udite, o cieli, ascolta, o terra, che parla il Signore:

« Dei figli ho ingranditi ed innalzati, ed essi mi sono ribelli. Conosce il bue il suo padrone

e l’asino la greppia del suo possessore (3);

ma Israele non ha conoscenza,

il mio popolo non intende ».

Ahi ! gente traviata, popolo carico di colpe, genia di malfattori, figli snaturati, che avete abbandonato il Signore,

spregiato il Santo d’Israele; tralignaste a ritroso !

Perchè

persistendo nella rivolta ? Tutto piagato è il capo

attirarvi nuovi

colpi

e tutto

languido

il

cuore.

Dalla pianta dei piedi sino alla testa non c’è parte intatta (4), ma contusione e lividura e fresca piaga, non compresse nè fasciate, nè lenite con olio.

(Is.

1,

1-6).

Queste parole del santo Profeta, o meglio di Dio che parla per bocca sua, debbono destare una viva impressione nei figli della Chiesa, all’inizio del sacro periodo dell’Avvento. Chi non tremerebbe senten­ do il grido del Signore misconosciuto, il giorno in cui è venuto a visitare il suo popolo? Egli ha deposto il suo splendore per non atter­ rire gli uomini; ed essi, lungi dal sentire la divina forza di Colui cha si abbassa cosi per amore, non l’hanno conosciuto e la mangiatoie

(2)

L a

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