Sei sulla pagina 1di 127

CRIMINOLOGIA

(Prof. Romano Bettini)

COMPENDIO DI CRIMINOLOGIA
(Gianluigi Ponti)

CAPITOLO 1
INTRODUZIONE ALLO STUDIO DELLA CRIMINOLOGIA

PREMESSA
La criminologia, contrariamente a quanto si creda, non riservata solo agli
addetti ai lavori: essa offre anche , in una prospettiva umanistica, molteplici
spunti per ampliare le conoscenze e favorire una migliore conoscenza della
persona umana.
Fornire conoscenze maggiormente approfondite, che non ricalchino solo il
comune buon senso o gli stereotipi e i luoghi comuni sul crimine lo scopo
specifico di questa disciplina.
LE SCIENZE CRIMINALI
Le discipline che hanno come loro interesse i fenomeni delittuosi si
denominano scienze criminali e ad esse appartengono, oltre alla
criminologia:
il diritto penale, sia sostanziale che procedurale esso la scienza che studia,
analizza ed approfondisce il complesso delle norme giuridiche rivolte ai
cittadini, le quali divengono, in forza di legge, regole di condotta. Pertanto, il
delitto, che il campo degli interessi e delle indagini scientifiche della
criminologia, viene ad essere definito dal diritto penale: poich la criminologia
si occupa di studiare i fatti delittuosi, gli autori dei delitti e le differenti reazioni
che la societ mette in atto per combatterli o prevenirli, ne consegue che la
criminologia sar debitrice al diritto penale della definizione delloggetto su
cui deve indirizzare la sua ricerca e il suo sapere.
Il diritto penitenziario che ha come oggetto linsieme delle disposizioni
legislative e regolamentari che disciplinano la fase esecutiva del procedimento
giudiziario penale.
La psicologia giudiziaria che studia la persona umana non in quanto reo
(ambito questo della criminologia e della psicologia criminale) ma quale attore,
in differenti ruoli, nel procedimento giudiziario (imputato, parte offesa, periti,
avvocati, magistrati della pubblica accusa e giudici, ecc.).
La politica penale (o politica criminale) composta da molteplici filoni di
pensiero che hanno come obiettivo quello di studiare, elaborare e proporre gli

strumenti ed i mezzi (legislativi, giuridici, sociali, trattamentali, preventivi) per


combattere la criminalit. Essa costituisce linsieme dei contributi che
molteplici discipline forniscono al legislatore per la formulazione delle leggi
penali, affinch operi non solo sotto la spinta delle sollecitazioni dellopinione
pubblica e dei valori della cultura di quel momento, ma anche alla luce delle
ricerche, degli studi e degli apporti dottrinari.
La criminalistica, invece, non va confusa n con la criminologia n con le
scienze criminali: essa da intendersi come linsieme delle molteplici
tecnologie che vengono utilizzate per linvestigazione criminale. Si tratta di
tecniche di polizia scientifica che hanno come obiettivo la risoluzione di
svariati problemi di ordine investigativo, utili per la qualificazione del reato,
per la identificazione del reo o della vittima, per la caratterizzazione delle
circostanze (es.: analisi grafometrica, analisi di campioni biologici, indagini
tossicologiche, ecc.).
Rientrano invece nelle competenze della criminologia gli studi e le
applicazioni pratiche aventi per oggetto lidentificazione del reo utilizzando le
caratteristiche psicologiche e comportamentali degli autori di taluni tipi di
reato.
PRECISAZIONI SEMANTICHE
Per quanto attiene ai fatti delittuosi, nel comune linguaggio il delitto, il
crimine, il reato, cos come pur avendo un significato sostanzialmente
equivalente, contengono sfumature semantiche differenti: la parola reato ha un
significato meno stigmatizzante ed implica reazioni emotive meno negative di
quanto non comporti la parola delitto, riservata di solito per definire atti di
particolare efferatezza. Le dizioni atto illegale o illeciti penali, pur avendo
sempre il significato di atto previsto dalla legge come reato, sono pi neutre e
non comportano un giudizio morale particolarmente severo. Le espressioni
verbali quali comportamento disonesto o disonest, poi, pur sempre indicando
un agire proibito dalla norma penale, implicano una ancor minore reazione
sociale di censura, sia per il poco rilevante danno economico dellazione
disonesta sia per la larga diffusione di quel tipo di azione. Nel linguaggio
giuridico, invece, tutte le azioni penalmente perseguibili vengono denominate
reati: tra di essi si differenziano i delitti e le contravvenzioni, a seconda della
natura delle pene (ergastolo, reclusione, multa nel primo caso; arresto e
ammenda nel secondo) a loro volta correlati alla maggiore o minore gravit del
reato. In criminologia si preferisce non tener conto delluso generico dei termini
anche perch i nomi che indicano i fatti delittuosi e gli autori di delitti variano

da paese a paese cosicch dizioni uguali hanno spesso significato giuridico


diverso.
Analogamente accade per i nomi con i quali si indica lautore di fatti previsti
dalla legge come reati. Nel linguaggio dei codici egli pu essere reo,
delinquente, condannato, indagato, indiziato, imputato, appellante, ricorrente,
ecc. Nel linguaggio quotidiano le dizioni delinquente e criminale non sono
astrattamente usate per indicare chi infrange la legge ma contengono in s
impliciti giudizi di valore negativi, disapprovazione, censura. Nel contesto dei
gruppi e della societ si effettuano differenziazioni nei confronti della
criminalit secondo una gerarchia dei valori violati, cosicch non tutte le
infrazioni della legge penale suscitano uguali reazioni negative, essendo talune
sentite come pi gravi di talaltre percepite come meno severamente censurabili.
Il criminologo deve tendere a spogliare la parola delinquente, criminale, reo
(colui che fa il male), da implicazioni emotive e da giudizi etici,
considerandole semplicemente quali termini per indicare coloro che hanno
commesso azioni proibite dalla legge penale.
Delinquente, in ogni caso, per il criminologo va usato non tanto come
sostantivo, quanto piuttosto come participio presente: colui che delinque.
Criminale, delinquente, reo, dovrebbero semplicemente indicare colui che ha
compiuto azioni che la norma giuridica definisce reati ed evitare dunque
generalizzazioni. Non esistono, infatti i delinquenti come categoria o come
astratti concetti ma una realt costituita da una infinita variet di singole
fattispecie delittuose e di singoli autori: dunque, necessario, per essere
scientificamente corretti, parlare sempre al singolare piuttosto che al plurale.
Sar bene poi non usare i verbi allindicativo ma utilizzare piuttosto espressioni
possibilistiche o probabilistiche perch le certezze non sono delle scienze
delluomo e men che meno appartengono alla criminologia.
OGGETTO E SPECIFICIT DELLA CRIMINOLOGIA
La criminologia si colloca fra le discipline che hanno come loro oggetto di
studio la criminalit e che abbiamo definito quali scienze criminali. Tratto
caratteristico della criminologia, per, il confluire integrato e non meramente
giustapposto degli apporti di diverse discipline secondo una prospettiva
sintetica. Il criminologo, dunque, in grado di coltivare conoscenze e di
informare su delitto e delinquenti secondo un pi ampio ventaglio di
prospettive. Vediamo le sue caratteristiche in particolare:
lampiezza del campo di indagine che considera i fatti criminosi e i loro
aspetti fenomenologici, le variazioni nel tempo e nei luoghi, le condizioni

sociali ed economiche che ne favoriscono la diffusione e le modificazioni.


Rientrano nellambito dei suoi interessi anche lo studio degli autori dei delitti, i
diversi tipi di reazione sociale che il delitto suscita, lanalisi delle conseguenze
esercitate dal crimine sulle vittime, del fenomeno della devianza.
una scienza multidisciplinare nel senso che una scienza che per il proprio
autonomo sviluppo richiede competenze molteplici: essa si occupa quindi dei
fenomeni delittuosi secondo molteplici prospettive e competenze. Afferiscono
alla criminologia conoscenze fornita da pi discipline quali la sociologia, la
psicologia, la psichiatria, la psicologia sociale, ecc. mentre esclusivo compito
della criminologia il coagulare in s i loro apporti per quanto pu essere
utilizzato per lo studio del crimine. Il criminologo lo studioso che deve saper
integrare in una visione sintetica dati, conoscenze, approcci e metodi
provenienti da campi diversi del sapere.
una scienza interdisciplinare poich ha necessit di dialogo con altre
scienze per poter, congiuntamente a queste, affrontare questioni alla cui
risoluzione necessitano molteplici competenze.
una delle scienze delluomo tali si definiscono quelle scienze che studiano
quella realt complessa, articolata e multiforme che il comportamento umano
in seno alla societ nei suoi infiniti aspetti. Con le altre scienze delluomo
(posologia, antropologia, pedagogia, storia, economia, psichiatria, ecc.) la
criminologia ha in comune lo studio delluomo nella sua dimensione
individuale e sociale, e come suo specifico oggetto lo studio delluomo
allorquando viola la legge penale.
LA CRIMINOLOGIA COME SCIENZA
Per poter parlare di scienza necessario che un certo tipo di sapere abbia alcune
caratteristiche. Irrinunciabili requisiti delle scienze sono:
la sistematicit nel senso che una scienza linsieme delle conoscenze
acquisite in determinati ambiti del sapere, integrate in un complesso strutturato
ed armonico;
la controllabilit posto che le enunciazioni debbono poter essere sottoposte al
vaglio delle critiche logiche e al confronto con i dati della realt;
la capacit teoretica per la quale una scienza deve riunire e riassumere
molteplici osservazioni e dati sui fenomeni di cui si occupa in proposizioni
astratte unite da un nesso logico (le teorie) e intese a spiegare, in una
costruzione semplice e comprensibile, i rapporti causali, le correlazioni e le
variabili dei fatti oggetto della sua analisi;

la capacit cumulativa consistente nella caratteristica delle scienze di


costruire teorie in derivazione luna dallaltra talch le pi recenti correggono,
modificano, amplificano o perfezionano le teorie prima formulate;
la capacit predittiva anche se doveroso precisare che le scienze delluomo
presentano grandi limiti nella possibilit di prevedere quali saranno i futuri
comportamenti sia collettivi che dei singoli individui. Luomo, infatti, non
mai costretto ad agire in un certo modo ma libero, sia pur in modo non
totale, di scegliere la sua condotta: la quale influenzata, anche fortemente, dal
sistema delle relazioni interpersonali,d agli obblighi legali e dalle norme di
costume, cos come lo dai fattori sociali, economici, familiari, ma alla fine la
condotta pur sempre rimessa alla scelta dellindividuo.
Posto ci, vediamo ora quali siano le particolari prerogative di dottrina
scientifica della criminologia.
Di certo la criminologia stata da molti ricompresa fra le scienze empiriche, nel
senso che sarebbe fondata solo sullosservazione della realt criminosa e non
sulla speculazione astratta o su presupposti teorici o su giudizi di valore, e nel
senso che i suoi dati dovrebbero avere carattere oggettivo. Pertanto, le
interpretazioni che essa fornisce del suo campo di indagine, le valutazioni cui
perviene e gli sviluppi teoretici che propone dovrebbero essere unicamente il
frutto della osservazione della realt. Ci per accade solo per talune delle
teorie criminologiche poich altre sono invece fortemente influenzate
dallatteggiamento soggettivo dello studioso. Il carattere avalutativo e neutrale
della criminologia intesa come scienza sempre e solo empirica, a lungo
sostenuto nel passato oggi assai ridimensionata. Le teorie criminologiche non
vengono pi considerate come oggettive certezze anche se rimane pur sempre
alla criminologia il requisito di scienza anche emprica, ma solo relativamente a
talune delle sue acquisizioni. Un altro aspetto del suo essere scienza empirica si
manifesta con la sua qualificazione come scienza descrittiva dei fenomeni
criminosi: per questo ad essa competa la descrizione fattuale, la classificazione
e la differenziazione tassonomica dei delitti e dei loro autori, Nel momento in
cui alla descrizione si aggiunge per anche la ricerca e la identificazione dei
fattori responsabili di tali eventi, la criminologia viene ad assumere il carattere
di scienza eziologia, cio di scienza che ricerca le cause dei fenomeni da lei
osservati.
Aspetto empirico/descrittivo
Criminologia

giudizi di fatto

Aspetto ideologico/critico

giudizi di

valore

Quando la criminologia costruisce le sue teorie, viene dunque ad assumere


prevalenti connotazioni di scienza eziologia: in questo senso, sottolineando
limportanza di alcuni fattori e indicandoli come cause della criminalit, viene
in definitiva ad effettuare giudizi ispirati a valori e perde quindi le sue
connotazioni di scienza empirica. Ci si verifica rinunciando al metodo
induttivo in favore di quello deduttivo, particolarmente nella costruzione di
talune teorie, nelle quali preminente non tanto la ricerca empirica, quanto
piuttosto la interpretazione di taluni fatti secondo una visione ideologica o
sociale: assume in tal caso le caratteristiche di quelle scienze che si fondano su
giudizi di valore.
E opportuno a questo punto ricordare la ormai classica distinzione di Norberto
Bobbio tra scienze che formulano giudizi di fatto e scienze che si occupano di
giudizi di valore: in questo senso, quando la criminologia coltiva
essenzialmente laspetto empirico e descrittivo dei fenomeni criminosi,
prevalente la prima caratteristica; quando la criminologia entra nel merito di
valutazioni che sono ideologiche o etiche, quando privilegia taluni fattori
sociali conferendo ad essi valore di causa unica o prevalente della criminalit
essa assume caratteri di scienza speculativa che si fonda su giudizi di valore.
Unaltra caratteristica della criminologia quella di essere anche una scienza
applicativa. Fra le molteplici competenze del criminologo, vi anche quella di
intervenire operativamente sui fenomeni criminosi e sugli individui: agisce sui
fenomeni con lattuare interventi di prevenzione generale e speciale, o con
lattivarsi nei programmi di mediazione fra reato e vittima; interviene sugli
individui per favorire, con le tecniche proprie delle scienze delluomo,
leducazione dei rei minorenni e la risocializzazione dei condannati adulti, ecc.
RELATIVITIA DEL SIGNIFICATO AVALUTATIVO E NEUTRALE
DELLA CRIMINOLOGIA
Anche se levolvere della scienza ha consentito di acquisire via via sempre
maggiori certezze nelloggettivit di taluni dati del reale, non altrettanto
sicurezza stata raggiunta nellinterpretazione organizzata in una teoria dei
dati stessi. Infatti, requisito fondamentale delle teorie scientifiche il loro
carattere di falsificabilit o confutabilit: questa caratteristica, cos denominata

da Popper, consiste nella loro non dogmaticit, perch proprio delle teorie
scientifiche il poter essere demolite e sostituite da nuove che dimostrano cos la
fallacia di quelle che le hanno precedute. Non vi cio una verit assoluta,
valida per sempre, ma piuttosto un succedersi di verit, sempre provvisorie, in
attesa di essere superate, modificate o smentite da altre interpretazioni teoriche
della realt in cui viviamo.
Infine si contesta lavalutativit della ricerca scientifica, affermando che i dati
non parlano da soli ma vengono letti alla luce della teoria: addirittura si
sostiene che sar la teoria a permetterci di vedere certi date e ad accecarci
rispetto ad altri. Il che, poi, tanto pi vero per quelle scienze meno
immediatamente a contatto col dato naturale, e che rivolgono invece la loro
attenzione alluomo nel suo agire sociale o individuale: dunque, tutte le
scienze nelle quali lo scienziato nello stesso tempo osservatore di eventi e
attore partecipe di quel contesto sociale, obbligatoriamente contengono delle
scelte di valore e riflettono gli orientamenti generali della cultura del proprio
momento. Quindi, anche la criminologia non pu essere solo scienza empirica e
conoscitiva (il che comunque non salvaguarderebbe lassoluta neutralit) ma
include in s necessariamente anche aspetti di scienza etico-normativa poich
le sue acquisizioni, oltre che basarsi su giudizi di fatti, contengono anche
giudizi di valore.
VERITA E TEORIE CRIMINOLOGICHE
E opportuno chiarire unaltra delle peculiarit delle teorie del comportamento
umano, rappresentato dal carattere relativo delle verit da esse enunciate.
Relativamente al carattere di verit sulle cause proposte dalle varie teorie, da
premettere che nel corso del tempo ne sono state identificate moltissime il che
farebbe sospettare che le cause indicate da ciascuna di esse non siano veri
fattori causali. Molti approcci teorici, sia sociologici che psicologici, si
propongono come teorie unicasuali, nel senso che hanno polarizzato il loro
interesse su di un unico fattore, ritenuto il pi rilevante o addirittura esclusivo.
Altre teorie tentano invece di conciliare molteplici fattori che intervengono
nella causazione per offrire cos una prospettiva interpretativa pi ampia:
queste si denominano teorie multicausali.
Nello studio del comportamento umano, da intendersi il significato di causa
in termini molto relativi: lenorme numero dei fattori concorrenti, unitamente
allestrema variet individuale nel rispondere e reagire anche a identiche
condizioni, devono render cauti sul significato della causalit nel
comportamento umano. Nessun fattore pu mai da solo completamente spiegare

un fatto, e reciprocamente lo stesso comportamento pu essere inquadrato e


spiegato secondo varie teorie causali: questa semplicemente la conseguenza
del fatto che i vari ricercatori rivolgono il loro interesse maggiormente sulluno
piuttosto che sullaltro degli innumerevoli fattori che concorrono nel
comportamento sociale delluomo.
Intendere la condotta in termini polarizzanti sulla causalit espone al rischio di
considerarla secondo la prospettiva del determinismo: ci vuol dire che col dar
valore di causa come antecedente che da solo spiega lagire, si finisce col
prospettare uninterpretazione meccanicistica che non lascia pi spazio a quella
che la variabile fondamentale del comportamento umano e cio la libert di
scelta.
E poi ormai risaputo che nelle scienze umane la libert di autodeterminarsi non
ha carattere dogmaticamente assoluto ma sentita come una responsabilit che
pu essere spesso attenuata e ne parliamo pertanto come di una libert morale
condizionata. Ben sappiamo che gli spazi della libert umana sono molte volte
compromessi, anche in maniera rilevante, da handicap sociali, o da
appartenenze a particolari sottoculture o dallo stigma o da fattori psicologici e
biologici. Ma al pari, il nostro momento culturale rivaluta la residua possibilit
di scelta delluomo dai vari condizionamenti, riafferma la sua responsabilit e
quindi anche la possibilit di formulare giudizi in termini di merito o di
demerito.
Sul terreno teorico risulta poi sterile ogni affermazione generalizzante o di
priorit fra le varie cause (o fattori) evidenziate dalle varie teorie: La
complessit dei fenomeni della psiche umana, e conseguentemente della
condotta, impedisce di stabilire delle gerarchie di importanza tra tali fattori:
solo utilizzando i vari approcci in una visione integrata e non esclusiva verr
favorita la migliore comprensione dei fenomeni. Ci che dovr evitarsi, dunque,
sar il dogmatizzare una sola teoria.
Va chiarito comunque che il concetto di teoria unicausale non equivale a
quello di teoria deterministica, ben potendosi formulare teorie unicausali che
non considerino il fattore da esse eletto a condizione principale anche come
escludente lintervento della scelta personale; viceversa, possono darsi teorie
multifattoriali ma deterministiche in quanto asseriscono che il concorrere di un
certo numero di fattori comporta necessariamente lesito criminoso. Ma sar
comunque ben difficile che una singola teoria possa soddisfacentemente
chiarire, sotto il profilo causale, o anche solo esplicativo, ogni tipo di condotta
criminosa.
Tornando alla questione delle verit delle teorie criminologiche, c da

ricordare che il carattere distintivo della bont di una teoria non il suo essere
pi o meno vera. Ogni costruzioni teorica che miri ad identificare la causa o le
cause del comportamento criminale incontra un primo insuperabile ostacolo
nella estrema variabilit dei crimini che sono straordinariamente diversi fra loro.
Questa considerazione consente di affermare che non ci sar nessuna teoria in
grado di identificare una o pi cause efficienti per ogni tipo di crimine, e che
pertanto nessuna teoria sar pi vera di altre.
Una seconda considerazione deriva dal fatto che le cause identificate (o
comunque i fattori ritenuti dalle varie teorie pi importanti) oltre ad essere
numerosissime sono spesso inconciliabili tra loro.
Bene, oggi siamo consapevoli che il metodo scientifica, in modo particolare
quello che si utilizza nelle scienze delluomo, non in grado n lo presume, di
fornire verit incontrovertibili: siamo consapevoli di non poter esprimere
certezze sulla personal umana.
Mentre la verit un concetto assoluto, le teorie hanno una validit solo
relativa e provvisoria. Una teoria dovr essere valutata piuttosto in funzione del
suo valore euristico: cio della capacit di stimolare altre ricerche e a favorire il
sorgere di nuove conoscenze. Una teoria perci vera (quindi non in senso
trascendente e assoluto) solo se utile (cio se si presta a essere utilmente
impiegata per ulteriormente facilitare la comprensione di un fenomeno, per
accrescere le conoscenze e per pi efficacemente intervenire su di esso).
Non si deve dunque cercare la teoria pi vera, posto che nessuna lo in
assoluto: il criminologo si avvarr piuttosto dei contributi derivanti da vari
approcci teoretici, cos da poter fruire di un pi ampio ventaglio conoscitivo. In
questo senso giocheranno infine un ruolo importante anche le affinit e gli
orientamenti di ciascun studioso in quanto sappiamo che non possibile
prescindere completamente dai giudizi di valore, che necessariamente sono
informati allideologia e alle inclinazioni culturali di ciascuno.
IL CONCETTO DI CAUSA IN CRIMINOLOGIA.
Gli uomini hanno costantemente costruito spiegazioni causali alla ricerca di
dottrine capaci di offrire una spiegazione al perch viviamo, e al perch
delluniverso di cui siamo parte: non deve dunque sorprendere se anche la
criminologia si sia posto il problema di identificare le cause della condotta
delittuosa.
Abitualmente si designa coma causa di un fatto lantecedente necessario e
sufficiente al suo accadimento.

Nel cercare la causa, non possiamo rifarci solo alle condizioni necessaria in
quanto esse sono molteplici e una siffatta esasperata e paradossale visione
condizionistica del tutto sterile. Ci che si indica come causa deve essere non
solamente necessario ma costituire anche una condizione sufficiente: si deve
cio, fra gli infiniti antecedenti necessari, identificare solo quello che in
definitiva ha provocato leffetto. Chiamiamo pertanto causa, fra tanti fattori pur
necessari, solo quella condizione che pi direttamente intervenuta nel
fenomeno esaminato, trascurando gli altri, e senza la quale leffetto non si
sarebbe verificato. Cerchiamo, cio, la conditio sine qua non. Fra i tanti
antecedenti, quello la causa efficiente.
Se poi, in unaltra prospettiva ci si propone non semplicemente un fenomeno
ma anche di intervenire per modificarlo, chiaro che necessario trascegliere
dal complesso degli antecedenti talune condizioni che si reputano pi
importanti perch sono quelle sulle quali possiamo intervenire per modificare
leffetto. Di fronte a tale esistenza di una causalit pragmatica si trova anche il
criminologo, chiamato ad indagare e comprendere, ma possibilmente anche a
contrastare il comportamento delittuoso.
Questo comune concetto di causalit, che chiameremo casualit lineare (dalla
causa A deriva leffetto B, che esprimiamo graficamente con la formula A ----- B
stato a lungo il paradigma dominante dellet del Positivismo quando, nel
secolo XIX, vigeva una visione meccanicistica ed una fiducia assoluta nella
capacit esplicativa della scienza secondo la quale i fenomeni naturali (e con
essi anche il comportamento umano) d e r i v a v a n o , i n u n a v i s i o n e
deterministica, da fattori noti che producevano necessariamente certi effetti, in
armonia con leggi di natura che erano certezze non discutibili.
Ma se per molti fenomeni naturali pi semplici la causalit lineare ha ancora
pieno valore, questo principio di causalit non ha oggi pi credito per quanto
attiene ai fenomeni di cui si occupano le scienze delluomo. La prospettiva
della causalit, relativamente al comportamento umano cambiata
radicalmente: essa intesa infatti secondo una prospettiva sistemica e alla luce
di un nuovo concetto di causalit detta di causalit circolare.
La teoria dei sistemi (Bethalanaffy, Bateson) invece di considerare i fenomeni
come effetto necessario di una causa data, certa piuttosto di analizzare le
reciproche influenze fra i fenomeni che sono inseriti nel sistema: questa teoria si
fonda sul concetto di insieme per il quale una unione di elementi qualcosa
di diverso dalla semplice somma dei singoli componenti; essa spiega inoltre
come nellinsieme dei rapporti interpersonali, costituenti appunto un sistema, la
condotta di un soggetto influenza quella degli altri, e come questultima a sua
volta si ripercuota sul comportamento del primo agente: questo il concetto di

causalit circolare. Il modello mutuato dalla cibernetica, che sostituisce lo


schema della causalit lineare con quello di retroazione o feedback per il
quale ognuna delle parti di un sistema influisce sulle altre (A --- B): ne deriva
che la differenziazione fra causa ed effetto viene in tal modo a perdere il
significato perch ogni parte del sistema nello stesso tempo causa ed effetto e
non pu pi parlarsi pertanto di causa efficiente. E dunque centrale il concetto
di sistema nel quale sono ricompresse oltre allattore del fenomeno osservato
anche le altre persone e circostanze con le quali il soggetto venuto in
rapporto, e le correlazioni tra di essi.
La criminologia, adottando una modalit esplicativa di queste genere favorir
una conoscenza pi ampia di quel soggetto e di quella condotto ma finisce per
ostacolare il giudizio morale nei suoi confronti e rischia di favorire un
atteggiamento globale di giustificazionismo e di deresponsabilizzazione:
leccesso del comprendere pu portare allimpossibilit del giudicare.
Le attribuzioni di responsabilit debbono avvenire secondo un modello
differente di causalit, la causalit giuridica materiale, che procede secondo la
logica della causalit lineare.
Fra le molteplici teorie giuridiche sulla causalit, preferibile appare la teoria
della causalit cosiddetta umana, per la quale la condotta umana pu
considerarsi causa dellevento quando: a) conditio sine qua non del
medesimo, in quanto senza di essa levento non si sarebbe prodotto; b) levento
al momento della condotta era prevedibile come conseguenza verosimile di
essa, secondo la miglior scienza ed esperienza del momento storico.
Ecco che se il criminologo con le sue conoscenze in grado di favorire proprio
attraverso la logica della casualit circolare, la comprensione approfondita di
un comportamento delittuoso identificando il reticolo dei fattori remoti e
prossimi, psicologici e relazioni che hanno avuto un ruolo pi o meno rilevante
nella condotta incriminata, deve per astenersi dal formulare giudizi in quanto
non solo perch quanto maggiore la comprensione tanto maggiore sar la
tendenza a giustificare ma perch giudizi e giustificazioni spettano solo al
giudice.
Il campo delle indagini criminologiche
La criminologia, gi si detto, non pu avere una propria autonomia nel
delimitare il proprio ambito dindagine perch delimitata in questo dal diritto
positivo. Il delitto un fatto sociale che la legge definisce come tale per
convenzione pubblica. Fra gli innumerevoli comportamenti il diritto ne indica

infatti alcuni come proibiti, prevedendo sanzioni per chi viola la proibizione:
solo che lindicazione di ci che proibito cambia nel tempo e nei luoghi.
Oltre che mutevoli, le definizioni del diritto positivo sono necessariamente
rigide e schematiche. Per molti studiosi il delitto si sostanzia in una condotta
che lede o mette in pericolo un bene di rilievo per la collettivit, nel senso che
la sua lesione o messa in pericolo costituisce danno sociale: essa cio risulta
intollerabile per la societ stessa e non altrimenti evitabile se non utilizzando
sanzioni criminali.
Fin dal secolo scorso, allepoca della Scuola Positiva, stato rivalutato il
vecchi concetto di delitto naturale contrapposto a quello di delitto come fatto
storicamente e socialmente contingente che mira a identificare i delitti
secondo un criterio e unetica universali, non subordinate al variare delle norme
legali. Secondo questa prospettiva giusnaturalistica, esisterebbe una sorta di
sistema legale non scritto cio un insieme di valori che le leggi
costantemente tutelano in ogni momento storico e che rispecchierebbero i
contenuti etici fondamentali, immutabili e trascendenti, di una supposta natura
delluomo: essi si affiancherebbero al diritto positivo dei singoli stati e delle
singole epoche, essendo indipendenti o addirittura superiori ad esso ed di essi
che la criminologia dovrebbe soprattutto occuparsi.
Lantropologia e letnologia informano invece che nessuna delle condotte
proibite dalle norme si mantenuta immutata nel corso dei secoli. Tutti i valori
etici, tra cui anche quelli che parrebbero pi radicati, non sono dunque frutto di
principi innati o del patrimonio biologico o di principi immanenti e immutabili
ma della evoluzione sociale e culturale.
Il delitto non pertanto fatto naturale bens fatto sociale identificato da
una definizione convenzionale, necessariamente mutevole con il mutare delle
societ e, pertanto, lidea del delitto naturale risulta inaccettabile per chi
affronta il problema in una prospettiva antropologico-culturale.
Nel tentativo di definire il delitto secondo criteri di validit generale,
svincolata dalle norme contingenti e mutevoli de diritto positivo, si anche
tentato di utilizzare il principio della antisocialit o della pericolosit sociale.
Sulla pericolosit si incentrava la politica criminale propugnata della Scuola
Positiva del diritto ed era intesa come una specie di innata tendenza a compiere
delitti non necessariamente connessa con leffettualit di comportamenti
legalmente proibiti e che sugli individui socialmente pericolosi si and
incentrando linteresse dei criminologi di quellepoca. Ma lantisocialit e la
pericolosit sono per condizioni ben difficili da oggettivare da arte delle
scienze delluomo ed in definitiva un mero giudizio di valore espresso nei

confronti di taluni individui in ragione non solo di talune loro caratteristiche


somatiche e psicologiche ma in pratica molto spesso semplicemente del loro
status. Rientrerebbero pertanto tra questi esseri antisociali anche coloro che pur
non avendo commesso reati ne vengono reputati potenzialmente capaci: si
ammette cos lesistenza di una criminalit potenziale o induttiva
svincolando il concetto di delinquente dal quello di delitto consumato o
tentato. C anche da dire che nel diritto penale moderno, il criterio della
generica antisocialit ha assunto un significato diverso in quanto beni giuridici
meritevoli di tutela penale sono oltre i beni prevalente individuali anche quelli
di pi ampio interesse cosicch sono ritenuti fatti antisociali linquinamento
ambientale, gli attentati allecologia, i reati economici.
Non possono nemmeno seguirsi quei pensatori che, sempre nellintento di
svincolare il campo dindagine della criminologia dal diritto positivo, hanno
parlato di una criminologia dei diritti umani, muovendo dallintento di
prendere in esame anche quei comportamenti che costituiscono violazione dei
fondamentali diritti e libert delluomo e che sono stati definiti dalla Carta
dellONU nel 1946 prescindendo dal fatto che siano, ovvero no, previsti come
reati dal diritto positivo delle singole nazioni. La questione ancora oggi
aperta in quanto comporta limitazioni della sovranit dei singoli stati.
Analogamente non sono accettabili le ormai superate proposte di estendere
linteresse della criminologia ai crimini del sistema,le cui prospettive politiche
di sinistra erano fin troppo palesi: sistema, prima della caduta del muro di
Berlino, era inteso come la struttura economico-plitica dei paesi occidentali e
capitalistici e come tale era da criminalizzare.
Peraltro, si cercato di differenziare i delitti a seconda del criterio della
maggiore o minore gravit, pensando di circoscrivere la competenza della
criminologia solo ai primi: ma secondo quale gerarchia di gravit dei reati?
Anche il parametro della gravit, evidente, pu subire oscillazioni in funzione
delle scelte contingenti di politica criminale e degli orientamenti seguiti nella
priorit della repressione penale. E evidente, pertanto, che anche questo
criterio non pu essere accolto, essendo contingente anche la valutazione di
maggiore o minore gravit dei reati. La gravit del reato, infatti, prevista dal
codice penale quale uno dei parametri per lapplicazione discrezionale fra
minimo e massimo della pena edittale (art. 133 c.p.) e si tratta, quindi, di una
prerogativa del giudice. In particolare, prerogativa del legislatore il porre il
principio generale e, del giudice, lidentificare nelle singole fattispecie la
maggiore o minore rilevanza sociale del delitto, non certo del criminologo.
Piuttosto, la criminologia si occupa anche della corrispondenza (o non
corrispondenza) fra la percezione nel corpo sociale della gravit degli illeciti

penali con quella della legge, percezione valutata attraverso ricerche empiriche,
inchieste, sondaggi di opinione, che vengono comparati con la scala di gravit
emergente dalla minore o maggiore entit delle pene.
In definitiva, il parametro per delimitare i confini del campo degli interessi
della criminologia pu essere solo quello della legge.
La stretta dipendenza della criminologia dal diritto positivo non va intesa per
come subordinazione concettuale nei confronti della norma: anche la norma
giuridica costituisce una realt sociale nei confronti della quale il criminologo
mantiene la propria libert di studioso, esercita una analisi storica, ne studia
caratteri e dinamiche, evoluzioni e meccanismi.
Certo che non vi pu essere nei confronti del diritto un atteggiamento di
inerte accettazione dello status quo o di passiva acquiescenza, per cui se la
criminologia studia il delitto e il delinquente alla luce di ci che definisce
come tali la legge penale, nello stesso tempo, quale scienza autonomia, essa
non si trova nei confronti del diritto in una posizione subordinata, ma esamina e
analizza criticamente, e in piena indipendenza, la legge medesima, le sue
modalit di applicazione e gli effetti che produce.
1.10 - Il delitto quale convenzione sociale mutevole col succedersi delle
culture: la sua relativit storica
I delitti non sono qualificati come tali come espressione di valori eterni e
trascendenti: la loro identificazione da intendersi come una convenzione
sociale, e, come tale, mutevole col succedersi delle culture.
La relativit del concetto di delitto deriva innanzitutto dal fatto che la norma
penale espressione dei valori prevalenti e degli interessi particolarmente
tutelati in una determinata societ.
In larghi archi di tempo, si pu osservare che sono stati puniti come reati
comportamenti che successivamente non sono stati pi ritenuti tali (stregoneria,
eresia, maleficio, ecc.) e, per converso, atti oggi severamente puniti, in altre
epoche furono puniti con maggior mitezza se non addirittura non penalizzati.
La relativit del concetto di diritto si osserva anche per il fatto che nella stessa
epoca, concezioni assolutamente difformi sono presenti in diversi paesi, pur
appartenenti ad analoghe strutture culturali e, ancora, di pi, in aree culturali fra
loro maggiormente differenti, possono osservarsi, in uno stesso momento
storico, assai diverse qualificazioni i delitti o unassai dissimile percezione di
gravit.

Per comprendere il carattere relativistico del delitto, occorre ricordare che tutta
la vita umana ordinata da norme (legali o di costume) che vengono apprese e
che differiscono, con limitato margine di discrezionalit individuale, come ci si
debba comportare e viceversa come non sia lecito agire nelle varie circostanze.
Lapprendimento di tali norme un fatto squisitamente culturale ed favorito
da un insieme di strumenti di controllo sociale che agiscono su ogni attore
sociale affinch si conformi ai precetti del suo gruppo. Linsieme delle regole di
comportamento fa s che tutte le azioni dalle pi semplici a quelle
apparentemente innate, a quelle pi complesse siano previste nel modo e nel
tempo in cui debbono essere eseguite lasciando uno spazio di libert e di scelta
al singolo individuo che sempre limitato. La maggior parte di queste norme
non codificata ed talmente connaturata ai costumi e alla cultura da passare
del tutto inosservata, o dal farla ritenere non tanto la conseguenza dello
sviluppo della cultura realizzatosi nel millenario succedersi di diverse societ
quanto addirittura naturale, cio legata alla stesa struttura biologica
delluomo.
La dinamicit delle regole tipica dellevolversi delle varie culture e le leggi si
modificano e si succedono in un divenire continuo, per adeguarsi
costantemente allevoluzione della societ. Alcune regole durano pi a lungo e
sono ritenute immutabile e perci intrinseche alla natura delluomo; altre si
modificano pi rapidamente e perci vengono apprezzate pi agevolmente
come mutevoli regole sociali.
Si sono inoltre sempre poste distinzioni fra le varie norme, alcune delle quali
vengono ritenute di minor conto ed altre valutata come pi importanti: sono
quelle che tutelano principi e beni che sono ritenuti primari e la cui osservanza
garantita dal controllo esercitato dalla legge penale. Questo vuol dire che
viene effettuata una selezione fra principi, beni, interessi, diritti, secondo una
precisa gerarchia di valori. Qualche volta queste infrazioni possono anche
essere lesive di valori morali, la cui osservanza per lasciata alla discrezione
dei singoli e non tutelata con punizioni legali, bens mediante il controllo
esercitato in modo informale dai gruppi sociali (riprovazione, derisione,
emarginazione, censura, ecc.). A protezione di principi e beni ritenuti essenziali
esistono invece (nelle societ simili alla nostra) norme scritte, tradotte in codici
e leggi, che ufficialmente ne proibiscono linosservanza, prevedendo, per
ciascuna trasgressione, la corrispondente pena.
Le leggi penali sono pertanto da intendersi come uno dei numerosi sistemi di
controllo sociale mirati a inibire quei comportamenti ritenuti pi gravi, perch
minacciano quellinsieme di beni, materiali e no, che una data societ ritiene
maggiormente preziosi e che protegge in modo privilegiato, mediante appunto

lintimidazione e lirrogazione della pena.


Di volta in volta, la societ distingue per convenzione ci che lecito da ci
che non lo e, pertanto, anche la definizione di reato mutevole e
convenzionale, cio non assoluta, ma frutto di scelta, di decisione o accordo in
funzione di una a sua volta mutevole gerarchia di valori.
Il carattere relativistico delle definizioni legali di delitto non autorizza peraltro
alcune soggettivismo, per il quale, essendo la legge una convenzione, sarebbe a
ciascuno lecito decidere, secondo un proprio codice personale, se accettare e
rispettare la norma legale, ovvero rifiutarla e non osservarla. Principio
irrinunciabile di ogni societ losservanza della legge esistente, che mantiene
la sua imperativit anche constatandone il valore contingente e on
trascendente. Semmai, le leggi vanno modificate quando non sono pi
socialmente percepite come adeguate ai valori della cultura.
- Strumenti di controllo
Ogni societ retta da regole di comportamento, parte non codificate, parte
tradotte in norme legali (fra le quali quelle penali) al fine di assicurare coesione
fra i suoi membri e stabilit sociale: senza regole, infatti, qualsiasi contesto, dl
pi arcaico al pi evoluto, non pu esistere. Questi obiettivi sono assicurati
dalla esistenza di sistemi di controllo che hanno appunto lo scopo di assicurare
la coesione e la salvaguardia di ogni dato contesto sociale.
Il termine controllo sociale va spogliato dl pensiero che si tratti di qualcosa
di opprimente e va inteso, invece, in modo neutrale, avendo la consapevolezza
che nessun sistema sociale pu esistere senza losservanza di regole e questo per
il benessere di tutti.
Isaiah Berli, uno dei maggiori rappresentanti del liberalismo europeo, scriveva,
giustamente, che la libert larea entro cui una persona pu agire senza esser
ostacolata dagli altri ma per fruire di questo bene fondamentale necessario che
la libert dei singoli sia garantita appunto dai sistemi di controllo che, senza per
ci essere necessariamente oppressivi, ne assicurano la salvaguardia.
Per comprendere lutilit di queste strutture di salvaguardia, prendiamo in
considerazione il concetto di agenzie di riduzione dellansiet. Tali agenzie
svolgono una fondamentale funzione di stabilit sociale e sono rappresentate
da tutte quelle struttura pi o meno istituzionalizzate o informali alle quali gli
attori sociali aderiscono per vari motivi e in vario modo (comunit,
associazioni, partiti, movimenti, organizzazioni sportive, ecc) che forniscono
contestualmente costellazioni di valori (ideologie, fede religiosa, fede politica,

ideali, mete collettive, etica sociale, regole di vita): il loro venire meno si
riflette in aumento di ansia sociale. Tali agenzie sono vissute come pregnanti:
tanto pi il singolo individuo pu riferirsi ad esse e tanto meno deviante sar la
sua condotta.
Queste agenzie costituiscono uno dei tanti mezzi di cui la societ dispone per
assicurare nei suoi membri la massima osservanza delle regole che
caratterizzano la sua cultura e quindi anche per contenere la criminalit. Ogni
tipo di societ impiegher tutti gli strumenti idonei a evitare le tendenze
devianti dai suoi valori fondamentali: questi sono appunto gli strumenti di
controllo sociale.
Fra gli strumenti di controllo sociale distinguiamo:
quelli istituzionalizzati o di controllo formale - che sono cio organizzati e
regolamentati da specifici organismi. Controllo formale il controllo esercitato
dagli organi pubblici in base a norme giuridiche che ne prevedono
esplicitamente le competenze e le procedure. I controllo formale quello
esercitato dalle forze di polizia, dalle sanzioni detentive e pecuniarie, dalle
misure di sicurezza, ecc. Sono tutti strumenti che, regolamentati in precise
istituzioni, mirano a garantire il rispetto delle norme.
Quelli di controllo informale istituzionalizzato sono organismi fondamenti
che, pur avendo diversi fini istituzionali, rappresentano anche importantissime
fondi di informazione normativa e canali di comunicazione dei valori
fondamentali, e che quindi fungono anche da agenzie di controllo del
comportamento. Il controllo informale rappresentato dallazione di strutture
riconosciute dal diritto per finalit diverse dalla lotta alla criminalit (ad
esempio, la famiglia, la scuola, la chiesa, il sindacato) o anche indifferenti al
diritto (es: le comunit abitative e le associazioni spontanee) che,
intenzionalmente o meno, concorrono a determinare ladattamento degli
individui agli schemi delle societ in cui vivono o anche a correggere
situazioni , comportamenti e abitudini di vita che fanno temere unesposizione
al rischio di divenire delinquenti o una inclinazione in tal senso (servizi sociali,
presidi psichiatrici, i centri per alcolizzati e tossicomani, ecc.).
Quelli di controllo informale non istituzionalizzato (o di gruppo) Si tratta di
un sistema di controllo che non si esercita mediante le istituzioni ma da persona
a persona nel contesto stesso dei vari gruppi sociali Il vicinato, le persone che si
frequentano, gli amici e i colleghi, lambiente di studio e di lavoro). Ciascun
individuo infatti costantemente sottoposto al giudizio di coloro con i quali
vive a contatto e, attraverso una fitta rete di messaggi, constata continuamente
il grado di accettazione ovvero di critica e di riprovazione che la sua condotta

suscita. Questo tipo di controllo viene esercitato con lapprovazione o lelogio


pubblico ovvero con la riprovazione: questultima si manifesta attraverso una
gradualit di atteggiamenti proporzionali alla gravit con cui viene giudicata la
condotta
(riprovazione verbale in privato; rimprovero pubblico; severa
censura; derisione; temporaneo allontanamento dal gruppo; isolamento;
emarginazione; stigmatizzazione).
In sintesi, dunque, i controllo sociale consiste nellazione di tutti i
meccanismi che controbilanciano le tendenze devianti, o impedendo del
tutto la deviazione o, cosa pi importante, controllando o capovolgendo
quegli elementi della motivazione che tendono a produrre il comportamento
deviante.
In una societ vi tanta maggior criminalit e devianza quanto maggiore il
vuoto di valori o quanto pi prevalgono gruppi sociali negativi.
Connessioni fra cultura, leggi e poteri
Per cultura, in generale, si intende linsieme dei contenuti di valore, delle
ideologie, delle conoscenze, dei costumi, della morale, e delle credenze
caratteristici di ogni societ.
In una prospettiva pi ristretta, la cultura consiste, dunque, in modelli astratti di
valori etici e di regole riguardanti il comportamento, che rappresentano le
impalcature essenziali e le fondamentali linee direttrici che danno specificit a
ogni particolare momento storico e sistema sociale.
Ancora meglio, ogni cultura pu intendersi come linsieme delle norme
(tradizioni, costumi e leggi) che danno concretezza e tutela ai valori
caratteristici di una data societ.
Rientra nella logica dei fatti sociali che si stabilisca, allinterno della societ,
ci che lecito e meritorio e ci che, viceversa, riprovevole e da
condannarsi: la definizione del bene e del male si realizza perci nel contesto
della societ. In una data societ, dunque, esiste un insieme complesso e
articolatissimo di valori, taluni dei quali si concretizzano appunto nelle leggi.
Uno dei fini delle leggi quindi quello di assicurare la continua coerenza e
funzionalit tra la struttura della societ e il tipo della cultura.
Ma non si deve avere una visione del divenire dei fatti sociali intesa come
esclusivamente fondata sulluniformit del consenso di tutti gli attori sociali.
Coesistono infatti contemporaneamente per ogni societ e per ogni cultura sia
ladesione e i consenso, sia forme di dissenso pi o meno radicali che

alimentano le conflittualit e che sono da ritenersi componenti insostituibili per


evitare il rischio della cristallizzazione sociale e per garantire il progredire
storico delle culture stesse.
Occorre quindi tener presente che in ogni aggregazione umana sono
contemporaneamente presenti sia consenso che dissenso: certamente essi sono
entrambi indispensabili il primo, per evitare il dissolvimento dellaggregato
sociale e limpossibilit, a causa della costante contesa, di un funzionamento
operativo dei vari gruppi; il secondo, per impedire la sclerosi dellimmobilismo
e il soffocamento delle voci minoritarie.
I concetti si struttura e sovrastruttura, mutuato dalla filosofia marxista, ben
si presta per spiegare il legame esistente tra le caratteristiche di una societ e i
valori ideologici, la morale, i costumi e le credenze della sua impalcatura
culturale. Struttura , appunto, il tipo di sistema economico di una societ data,
controllato dai gruppi che detengono i mezzi di produzione dei beni;
sovrastruttura linsieme di valori di quella societ, che risulta funzionale al
tipo di sistema economico. La coerenza assicurata dal fatto che i valori
fondamentali non sono espressi da tutti i membri della societ ma, data la
divisione in classi, solo dai gruppi che in quella societ detengono pi potere e,
di conseguenza, fanno leggi in modo funzionalmente armonico alla propria
posizione e interesse.
In realt, la piena corrispondenza funzionale tra valori culturali di generale
accettazione e valori culturali dei gruppi o delle classi pi potenti si realizza
solamente nei periodi storici caratterizzati da stabilit sociale, quando il potere
ben definito; quando, invece, si affacciano nuovi gruppi in ascesa o quando
una societ pluralistica e composita, con la presenza di gruppi diversi, si
realizza la contestuale presenza di ideologie e valori diversi e contrastanti,
funzionali a quelli dei differenti gruppi con conseguente difficolt di
adeguamento sociale dovuta al conflitto delle norme. Quello che deve essere
ben chiaro, detto questo, che la classe dominate, oltre ad esprimere i propri
valori, possedendo gli strumenti per formulare ed imporre le leggi, stabiliscono
quali siano i beni i valori ed i diritti meritevoli di quella tutela privilegiata che
la legge penale fornisce anche se pur vero che entro certi limiti i valori pi
specificatamente connessi agli interessi che sono propri di chi ha pi potere
legislativo vengono percepiti e fatti propri anche dalla maggior parte degli altri
gruppi sociali.
E da porre in evidenza anche che i valori di una data cultura non sono
esclusivamente quelli che riflettono gli interessi della classe dominante ma ne
comprendono anche altri che fanno parte di un patrimonio comune a tutti
come, ad esempio, i valori di famiglia, di patria o di nazione, quelli religiosi, la

carit, la tolleranza o il fanatismo, il concetto di bello o brutto, ecc.


E poi da chiarire che per di gruppi di potere non si possono identificare
semplicisticamente con una classe o una casta, dato che si osserva
nellevoluzione storica il susseguirsi e il subentrare di sempre diversi gruppi
che di volta in volta vengono ad assumere una rilevanza dominate. Tali gruppi
di potere, in una prospettiva dinamica, possono essere stabili o contrastati, in
declino o in ascesa: non pu perci sempre facilmente definirsi quali sono i
gruppi potenti.
Metodi e fonti delle conoscenze empiriche
E opinione generale che la criminologia si distingua dalle altre scienze
criminale per la sua caratteristica di scienza empirica, cio fondata
sullosservazione della realt e non sulla speculazione concettuale.
Ma
dobbiamo ricordare, tuttavia, che ci vero solo in parte perch non pensabile
una criminologia senza il presupposto di una visione del mondo, che anche
filosofica ed etica. Cos come, reciprocamente, la criminologia non pu
prescindere anche dai dati dellosservazione empirica dei singoli individui,
dellambiente e della realt sociale. Da qui, limportanza di conoscere metodi e
fondi dei dati empirici di cui pur sempre la nostra disciplina si avvale.
Gli strumenti statistici a disposizione del criminologo sono:
Le statistiche di massa - servono per esaminare lestensione dei fenomeni e le
caratteristiche pi generali dei fatti criminosi (frequenza, diffusione,
distribuzione e fluttuazioni nel tempo e nei luoghi) e sono effettuate su grandi
numeri o sulla totalit dei soggetti delluniverso considerato. Queste ricerche
non consentono, per, lidentificazione dei fattori sociali che concorrono alla
genesi del fenomeno osservato e levidenziazione delle condizioni microsociali
o individuali rilevanti, in quanto privilegiano i fattori macrosociali di pi
generale influenzamento;
Losservazione individuale tipica della criminologia clinica, consente
invece di evidenziare circostanze particolari che la statistica non pu
considerare (caratteristiche psicologiche o psicopatologiche del reo, aspetti del
suo ambiente particolare, riverberi su di esso della reazione sociale, la sua
carriera criminale, relazioni interpersonali, ecc.). Risulta per impossibile
enucleare con questo mezzo di indagine i fattori di pi generico
influenzamento presenti nellambiente sociale. Questo tipo di investigazione
pu estendersi a pi soggetti aventi una comune caratteristica delittuoso, cos
che dalla moltiplicazione dei singoli casi osservati se ne possono ricavare

profili psicologici e identikit maggiormente significativi sulla tipologia di


particolari delinquenti: ricerche di questo tipo consentono di accertare, ad
esempio, le caratteristiche comuni di ladri o truffatori professionali, serial killer,
ecc.
Le ricerche su gruppi campione con questo tipo di ricerche, lindagine viene
sempre centrata su singoli individui ma estendendo lindagine su un numero
pi elevato di soggetti e utilizzando certe regole di rilevazione, se ne possono
ricavare conclusioni dotate di validit generale, cos come avviene con le
statistiche sui grandi numeri. La ricerca eseguita su un numero relativamente
ristretto di soggetti che diventa per rappresentativa (un campione, appunto)
dellintera popolazione.
Le indagini sul campo Quando si vogliono studiare le caratteristiche
criminali di certi ambienti o gruppi, gli orientamenti particolari di certe
sottoculture, le interazioni che esistono fra i loro appartenenti, pu essere utile
che il ricercatore si inserisca materialmente per un periodo di tempo.
Le ricerche settoriali sono condotte, senza che il ricercatore si inserisca
personalmente nel campo indagato, su altri ambienti particolarmente
significativi (carcere, istituti per misure di sicurezza, ambienti dei tossicomani,
ecc.) per indagare su dati e situazioni non altrimenti conoscibili.
Interviste a testimoni privilegiati - Si eseguono inchieste su persone che, per la
loro veste professionale (assistenti sociali, psicologi, psichiatri, insegnanti, ecc.)
hanno conoscenze vissute ed esperienze professionali particolarmente preziose.
Tutti questi tipi di indagine vengono eseguite con la tecnica delle interviste
dirette e con questionari, cos da poter valutare le percezioni e le opinioni nei
confronti di vari problemi attinenti alla criminalit.
Quando si vogliono analizzare gli effetti di taluni trattamenti risocializzativi, le
conseguenze di certi interventi o la validit di talune innovazioni penali, si
utilizzano le ricerche operative, che consistono nel controllare i loro effetti
comparando una campione di soggetti che ne hanno beneficiato con altri che
non ne hanno fruito. In tal senso, queste possono essere definite ricerche
sperimentali.
Ci sono poi le indagini anamnestiche che esaminano i risultati a distanza di
tempo di taluni interventi per valutarne lefficacia.
Sono da ricordare anche gli studi predittivi, utilizzati per trovare indicatori che
consentono di prevedere il futuro comportamento sulla scorta di certi parametri
e le ricerche storiche, che offrono unampia gamma di studi, per esempio sulla
fenomenologia criminosa, sulle pene e sui sistemi carcerari di epoche passate.

Il numero oscuro
Una importante limitazione di ogni indagine effettuata in ambito criminologico
legata al fatto che i dati utilizzati, qual che sia la metodologia impiegata, sono
relativi ai reati denunciati dalla polizia o dai privati alla magistratura, ai
procedimenti penali istruiti, alle sentenze di condanna, alle popolazioni delle
carceri e, comunque, ai dati relativi ai criminali o crimini identificati: emergono
cio da fonti che sarebbe erroneo ritenere rappresentativo dellintera criminalit
poich esprime solo la quantit e qualit di quei delitti che si sono individuati.
Invece, in effetti, il numero dei delitti che vengono quotidianamente consumati
in genere superiore a quello che emerge alla superficie: cos, la visione della
realt criminosa risulta gravemente deformata ove essa fosse riferita solo ai dati
ufficiali senza prendere in considerazione anche quelli relativi alla criminalit
sconosciuta. A ci fanno riferimento sostanzialmente gli studi sul numero
oscuro (dark number).
Le ragioni che rendono conto del divario fra criminalit nota reale sono tante:
alcune attengono ai fatti delittuosi, altre al tipo di autori, altre ancora a
particolari situazioni che riguardano le vittime.
Lindice di occultamento (cio il rapporto reati noti e reati commessi) varia in
modo considerevole per le differenti specie di delitti: il numero degli omicidi
volontari commessi molto vicino a quello noto; le truffe, invece, quelle note
sono notevolmente inferiori a quelle attuate dato che non tutte le vittime
denunciano il reato subito.
Al numero oscuro relativo al mancato accertamento dei reati, si aggiunge poi
a dilatare ancora di pi la zona dombra il problema della non identificazione
dellautore dei reati pur accertati.
Il numero oscuro non dunque da riferirsi solo ai fatti delittuosi che rimangono
del tutto ignorati e che non mettono nemmeno in moto le strutture deputate alla
loro repressione e punizione, ma ricomprende anche quei delitti ufficialmente
noti e dei quali non si scoperto lautore.
Lindice di occultamento, quindi, sempre negativo a causa della
insormontabile sproporzione fra i fatti-reato e limpossibilit delle strutture a
ci deputate di perseguirli tutti e di identificarne tutti gli autori.
1.14.1 Latteggiamento della vittima e qualit del reato
E da considerare che non tutti i delitti vengono denunziati dalle vittime (o dai

testimoni) e non tutti vengono perci a conoscenza delle autorit: anche


latteggiamento della vittima, dunque, gioca un ruolo determinante sul numero
oscuro.
Dobbiamo pensare infatti che vi sono certi delitti, fra cui tipici sono quelli di
aggressione sessuale, per i quali la vittima preferisce lasciare impunito lautore
piuttosto che dare notoriet al fatto, oppure, come per il racket, per il quale la
persona offesa tace per timore di ritorsioni o vendette. Vi sono poi dei reati che
non vengono denunciati in quanto la vittima ritiene che sprecherebbe il suo
tempo per una denuncia che non porterebbe comunque a nulla, come accade per
i furti in appartamento ad opera degli zingari.
1.14.2 Latteggiamento degli organi istituzionali
Gli organi di polizia e la magistratura inquirente hanno, per loro finalit, non
solo il compito di identificare gli autori dei fatti denunziati o comunque
conosciuti ma anche quello di prendere liniziativa andando a ricercare fatti
delittuosi non ancora divenuti noti. Nella realt, le iniziative di indagine si
rivolgono invece in modo selettivo verso certi settori di delittuosit piuttosto
che verso altri, a seconda di ci che, in un dato momento, per le diverse
esigenze e contingenze, o per lallarme sociale suscitata in maggiore o minore
misura da certi comportamenti, viene ritenuto essere pi utile, opportuno e
importante da reprimere, trascurando conseguentemente, e perci di fatto
tollerando, altre condotte.
Il privilegiare luno o laltro settore sempre questione di necessit contingenti
e/o di scelta e ci comporta, inevitabilmente, un aumento dei comportamenti
delittuosi in ambiti determinati in quanto ritenuti dai delinquenti meno
rischiosi. Ad esempio, si ricorda lindifferenza riservata ai delitti di natura
finanziaria ed imprenditoriale.
1.14.3 La qualit dellautore del reato
Interferisce sullentit del numero oscuro anche la qualit dellautore del reato:
a parit di condotta delittuosa, per esempio, lautore di un piccolo furto non
verr denunciato qualora si tratti di un ragazzo di buona famiglia e questo
perch intervengono pressioni oppure considerazioni di opportunit che
possono favorire maggior tolleranza nei suoi confronti. Una inferiore
esposizione al rischio di denuncia si realizza anche, ovviamente entro certi
limiti, nei confronti di minorenni o qualora il colpevole rivesta posizioni di
prestigio sociale, sia un personaggio noto o molto ricco.

Statistiche di massa
Le statistiche di massa consentono al raccolta, lanalisi matematica e
linterpretazione di dati quantitativi, inclusa la determinazione di correlazione
fra vari dati.
Poich raccolgono, di un fatto osservato, tutti i casi che si sono verificati, o un
numero molto grande di essi, la veridicit dei dati di statistiche di questo tipo
molto elevata. Le statistiche sui grandi numeri peraltro, non forniscono
interpretazioni raffinate dei fenomeni ma ne consentono in genere solo una
comprensione superficiale.
Pu utilizzarsi questo genere di indagine per avere statistiche trasversali (es.:
caratteristiche della criminalit in un dato momento) ovvero statistiche
longitudinali o dinamiche (modificazioni da un momento allaltro o nello
sviluppo diacronico di un fenomeno).
Questi dati possono poi essere elaborati in funzione di numerose variabili: et,
sesso, tipo di reato, tipo di sanzione, condizioni economiche degli autori,
professione, regione di nascita e di residenza, scolarit, religione, razza,
nazionalit, condizione familiare e molti altri.
Di particolare interesse sono le correlazioni statistiche fra diverse serie di dati e
talune variabili. E possibile che si abbiano delle variazioni indipendenti nelle
serie confrontate (assenza di correlazione o correlazione indifferente = numero
degli omicidi e stagione in cui sono commessi); che le variazioni di un carattere
corrispondono a variazioni nellaltra serie nello stesso senso (correlazione
positiva = pi aumenta lurbanizzazione pi aumenta la criminalit); ovvero
nel senso opposto (correlazione negativa = dopo i 30 anni, pi aumenta let e
minore diventa il numero dei fatti delittuosi).
Ovviamente, le correlazioni possono variare, per uno stesso fenomeno, nei
tempi e nei luoghi. Inoltre, lo studio delle correlazioni pu essere pi
complesso includendo pi variabili in funzione di un singolo carattere
(detenuti esaminati in relazione allet, alle condizioni economiche e alla
stabilit lavorativa nei riguardi della residenza).
Dalle correlazioni statistiche in genere arbitrario trarre delle illazioni di ordine
causale perch il fatto che due fenomeni si modifichino con andamento
parallelo non sempre indica che luno sia causato dallaltro. I fattori che
intervengono nel comportamento criminoso, infatti, sono estremamente
numerosi e complessi e accentrare lattenzione su una variabile comporta
sempre il rischio di non tener conto di altri fattori che pur concorrono nel
fenomeno osservato.

La statistica criminale poi soggetta a errori non solo relativi


allinterpretazione dei dati ma anche per quanto concerne la loro validit come,
da esempio, per quelli che derivano dalla imprecisione o dalla non attendibilit
delle fonti.
Assai ambigue sono poi le comparazioni statistiche internazionali, sia per la
diversit, da paese a paese delle fonti e dei criteri di rilevamento delle
statistiche ufficiali, sia per la variabilit delle terminologie giuridiche, del
contenuto e della procedura della legge penale: uno stesso tipo di condotta, ad
esempio, pu figurare con denominazioni diverse, pu costituire o no atto
perseguibile, ecc.
Le interpretazioni, poi, possono essere inficiate da numerosi fattori di errore
quali, ad esempio, quelli derivanti da variabili non considerate o nascoste o
sconosciute.
La molteplicit dei fattori che agiscono sulla condotta umana deve
rappresentare una costante remota alla tentazione sia di attribuire
immediatamente, attraverso i dati ricavati dalle indagini statistiche, valore di
causa a certi fattori, sia di generalizzare arbitrariamente.
Inchieste su gruppi campione
Le indagini campionarie sono quelle che consentono di ricercare talune
caratteristiche su di un gruppo ristretto di persone, scelte per in modo tale da
rappresentare la totalit di una popolazione, cos da essere un campione
veramente rappresentativo di essa. Limpiego di tecniche particolari rende
possibile, anche se lo studio effettuato su di un numero relativamente ristretto
di individui, di conferire a queste indagini una validit simile a quella che si
sarebbe ottenuta ove fossero stati sottoposti allinchiesta tutti i soggetti di
quella popolazione.
Affinch il gruppo campione sia rappresentativo, necessario che, a seconda
del tipo di indagine, esso contenga, in misura proporzionale a quella esistente
nella realt, certe percentuali dei differenti tipi di soggetti che esistono nella
popolazione.
Le inchieste campionarie sono dotate di un indubbio potere chiarificatore e
hanno consentito alla moderna criminologia di acquisire conoscenze
fondamentali. Esse conservano i vantaggi, eliminandone per i difetti, sia delle
indagini di massa che di quelle individuali.
Anche le indagini campionarie, per, consono del tutto prive di difetti e
immuni da critiche. Innanzitutto, non sempre agevole ottenere un campione

veramente rappresentativo delluniverso che si vuole analizzare (es.: non sono


tutti noti gli autori di un determinato delitto quindi, estrarre un campione dalla
popolazione dei detenuti per quel delitto fuorviante). Inoltre, i fattori sui quali
si vuole indagare sono difficilmente enucleabili nella complessa interferenza
delle molteplici condizioni agenti sulla condotta criminosa: incentrando
lindagine su una o qualcuna delle molte variabili si rischia di trarre
conclusioni arbitrarie.
1.17 Le osservazioni individuali
Con i metodi individuali di indagine, si studiano singoli criminali o, al pi,
piccoli gruppi in quanto esse attengono, in generale, allo studio della
personalit, intesa come unit psico-organica, e dei fattori microsociali agenti a
pi immediato contatto del singolo.
Queste indagini possono essere indirizzate verso lo studio del caso, eseguito
con investigazione minuziosa e approfondita. Vengono cos sviscerati,
relativamente ad un singolo caso, tutti gli aspetti relativi alla famiglia, al
passato, alle caratteristiche ambientali, mediche, psicologiche, ecc.
Talune indagini individuali particolarmente dettagliate e approfondite possono
assumere il carattere di storia di vita descrivendo tipi
particolari ed
emblematici di carriere criminali, illuminando su fattori di peculiare importanza
(es. difetti di socializzazione o influenza di determinate vicende o ambienti
sociali nel destino di una persona) e mettendo in evidenza, con il circostanziato
racconto biografico, il riscontro e lesemplificazione delle teorie
criminologiche nel caso concreto.
Le indagini individuali hanno consentito cos di enucleare fattori assai
significativi della condotta deviante e criminale: frequenza delle anomalie
della personalit, fattori familiari disturbanti, condizioni di frustrazione, ecc. E
stato cos possibile, ad esempio, osservare il ruolo giocato nella criminogenesi
dallalcoolismo, dalle tossicomanie, dal disturbo mentale, dalle condizioni di
sfavore sociale.
Questionari ed interviste
Fra i metodi di indagine utilizzati in criminologia si debbono citare anche i
questionari e le interviste che vengono ampiamente utilizzati negli ambiti pi
diversi per effettuare sondaggi di opinione, conoscere preferenze, scelte, gusti
ed abitudini. Nello specifico della ricerca criminologia, questi vengono
utilizzati per rilevare atteggiamenti e reazioni nei confronti dei fenomeni

criminali, il maggiore o minore sentimento dinsicurezza dovuto alla


criminalit da strada, le richieste e i provvedimenti auspicati da parte delle
autorit competenti.
I questionari non sono altro che interviste strutturate consistono in un
insieme di domande uniformi e rigidamente predefinite, volte in genere a
indagare temi precisi e circoscritti, che vengono sottoposte a gruppi campione
molto estesi. Esistono poi altri tipi di interviste nelle quali le domande non
sono predisposte in maniera altrettanto rigida, e perci allesaminatore viene
lasciata maggiore libert di interloquire con il soggetto: esse possono
distinguersi in semistrutturate o libere, a seconda del maggiore o minore
grado di flessibilit.
Un esempio di intervista libera costituito dal colloqui che viene utilizzato per
scopi sia clinici che di ricerca: consiste in una conversazione opportunamente
indirizzata con il soggetto o con i soggetti studiati e consente perci un
contatto diretto e una comprensione pi approfondita, anche se meno estesa,
delle dinamiche sottese al fenomeno analizzato. Naturalmente, le informazioni
raccolte durante il colloquio non sono del tutto esenti dal rischi di
condizionamento.
Tra le finalit di questi metodi di indagine vi anche quella di conoscere
meglio lidentit e qualit dei delitti commessi: utilizzando queste interviste e
questionari stato possibile, ad esempio, aprire qualche spiraglio nella
conoscenza della criminalit nascosta.
Le inchieste confidenziali, ad esempio, sono state utilizzate per interrogare con
questionari campioni di popolazione, chiedendo agli intervistati se avessero
mai commesso reati. Tali inchieste vengono eseguite in condizioni di massima
discrezione ed offrendo garanzie di assoluto anonimato. Anonimato vuol dire
che neanche il ricercatore stesso, al momento dellelaborazione dei dati, in
grado di risalire al soggetto che ha fornito le risposte; confidenziale vuol dire
che tale riconoscimento invece possibile ma si assicura la completa
segretezza.
Altre ricerche, sempre effettuate mediante la tecnica delle inchieste
confidenziali, sono state svolte per identificare quelle vittime che non avevano
denunciato i torti subiti (inchieste vittimologiche): attraverso indagini su
gruppi campione e chiedendo agli intervistati quali e quanti reati avevano
subito in un certo periodo, emersa la conferma che i reati commessi sono ben
pi numerosi di quelli ufficialmente noti. Agli stessi risultati hanno condotto le
inchieste tra persone che, per il ruolo e lattivit svolti hanno maggiore
possibilit di venire a conoscenza di fatti delittuosi (inchieste tra testimoni

privilegiati).
Da pi parti stato riconosciuto come le informazioni raccolte attraverso tali
tecniche possono essere limitate o distorte da numerosi fattori quali il cattivo
ricorso, la sempre possibile reticenza o la semplice mendacit. Non da trascurare
neanche il fatto che le vittime potrebbero non avere interesse a menzionare
alcuni reati nei quali hanno avuto un ruolo attivo (es: stupefacenti o corruzione
di pubblici funzionari).
1.19 Indagini predittive
La predizione di futuro comportamento delittuoso rappresenta uno degli
obiettivi della criminologia.
La predizione criminosa viene di regola effettuata secondo criteri induttivi,
cio secondo esperienza e comune buon senso: intervengono in questo giudizio
la valutazione della gravit e del tipo di reato, le circostanze e modalit di
commissione, le caratteristiche personali sociali e familiari del reo, i suoi
precedenti penali.
Utilizzando una diversa metodologia, fondamentalmente viene utilizzato un
criterio statistico, che ha in s inevitabilmente tutte le incognite connesse al
trasferimento sul singolo caso di medie statistiche.
Il pi noto dei sistemi predittivi quello predisposto da Glueck che utilizza
alcuni indici (della famiglia, del carattere e della personalit) emersi come pi
frequenti fra giovani delinquenti rispetto a quelli di loro coetanei che hanno
invece tenuto condotta regolare.
La predizione del comportamento uno dei compiti pi impegnativi,
nonostante le sue conoscenze specifiche, che il criminologo incontra.

CAPITOLO 2
LO SVILUPPO DEL PENSIERO CRIMINOLOGICO
2.0 Ideologie e criminologia
La criminologia nasce come scienza solamente nel 1800 quando, per la prima
volta, viene affrontato in modo empirico e sistematico lo studio dei fenomeni
delittuosi, che in precedenza, venivano considerati secondo una prospettiva
essenzialmente morale e solo secondariamente giuridica.
E interessante perci rendersi conto in quale modo i delitti e i loro autori siano
stati percepiti nel tempo, e secondo quali intenti si mirato a combattere ,
prevenire e punire la criminalit.
In questa prospettiva storica, comunque da sottolineare il fatto che riandando
fino ai tempi pi remoti della nostra evoluzione culturale, si constata che da
sempre la norma (sia essa legale o morale) rappresenta il fondamentale
parametro regolatore della condotta degli uomini: il definire quindi taluni
comportamento come autorizzati ed altri proibiti dunque una esclusiva
caratteristica delluomo, dalla quale deriva anche laltra sua specifica
prerogativa di potere e di voler cio scegliere le condotte proibite anzich
quelle lecite e perci di potere e di volere compiere anche delitti.
La netta differenziazione fra illecito morale e illecito giuridico avverr solo in
tempi a noi vicini e sar frutto del pensiero illuministico. In precedenza, in ogni
delitto era implicito anche un contenuto di infrazione morale e i due concetti,
di fatto, coincidevano.
Questo approccio storico pu essere affrontato secondo una triplice prospettiva:
una prospettiva esplicativa (perch si delinque?)
una prospettiva finalistica (a qual fine punire?)
una prospettiva operativa (come punire?).
Vediamole in particolare.
prospettiva esplicativa secondo questa prospettiva, oggi si risponde alla
domanda perch si delinque?; per lunghi secoli, invece, questa domanda era
perch si pecca?. Le risposte in proposito sono state molte: per ribellione al
comandamento divino, per acquiescenza alle lusinghe del demonio, cio, in
altri termini, al mai risolto conflitto tra Bene e Male. Un simile approccio pone
subito la questione mai risolta della predeterminazione, ovvero della libert di
peccare: questo dibattito ancora oggi aperto tra le correnti di pensiero

deterministiche, che ritengono luomo totalmente condizionato nellazione da


forze a lui esterne (cultura, societ, pressioni ambientali di ogni tipo, fattori
psicologici, ecc.) e quelle che ritengono invece luomo comunque libero, cio
dotato della capacit di scegliere il male (i comportamenti proibiti dalle norme)
ovvero il bene (i comportamenti autorizzati). Solo in tempi a noi pi vicini, con
il rafforzarsi dellautorit dello stato, si sono andati lentamente differenziando il
delitto inteso come infrazione ai divieti terreni dal peccato quale
inosservanza della morale (cio dei precetti divini) anche se etica e delitto si
sono pur sempre, ed anche oggi, in parte sovrapposti.
Prospettiva operativa se ci chiediamo, invece, come punire, ben notala
predilezione, nei tempi passati, per la pena capitale quale sanzione elettiva,
applicata per infrazioni ai nostri occhi anche di ben modesta gravit anche se le
pene corporali, le fustigazioni, la lapidazione, i tormenti, le mutilazioni, ed altre
atrocit non erano disdegnate. Solo ai nostri giorni la pena fondamentale
diventata la perdita della libert mediante la carcerazione che, comunque, una
sofferenza irrogata come pena sia pure con sempre maggior limitazione della
sofferenza del corpo. La pena capitale oggi prevista in un numero ancora
considerevole di Paesi anche se lONU ne ha raccomandato la proscrizione.
Prospettiva finalistica se vogliamo invece mettere in evidenza la domanda
qual lo scopo della pena? dobbiamo fare alcune considerazioni. E da
sottolineare innanzitutto come, in ogni tempo, non si mai rinunciato al
principio sanzionatorio non solo come strumento di controllo sociale ma anche
al fine di appagare in ognuno il sentimento e il bisogno di giustizia. Pena (dal
latino poena, sofferenza) significa, appunto, infliggere sofferenza per fa pagare
il male commesso e la questione, oggi, non tanto quella di non infliggere
sofferenze quanto di contenerne qualit e quantit. Nel passato la pena era
rozzamente commisurata secondo la legge del taglione, intesa quale mezzo per
compensare loffesa subita con linfliggere al colpevole la stessa sofferenza
causata alla vittima. Inoltre, finalit della pena fu quella della vendetta, con
linfliggere un male al colpevole direttamente da chi ha subito il torto in
compenso del male subito. Per secoli (dal mondo greco fino ancora nel IV, V
secolo d.C. per il diritto germanico), infatti, la vendetta non fu solo la
motivazione principale della pena ma un preciso diritto della vittima o dei suoi
familiari. Le origini del diritto penale si possono far risalire allora proprio nel
momento in cui lo stato limita e regolamenta la vendetta, ponendo delle norme
legali per stabilire come e in quali casi essa poteva essere legittimamente
esercitata. Solo pi tardi, lautorit dello stato ha avocato esclusivamente a s
lamministrazione della giustizia togliendola alla disponibilit del privato. La
moderna finalit retributiva era, allepoca illuministica, ancora da venire

mentre la finalit intimidativa fu sempre insita nella pena ed essa costituiva nel
passato anche lunica modalit di prevenzione che veniva per lo pi attuata con
la pubblicit della punizione da eseguirsi sulle pubbliche piazze dinanzi a tutto
il popolo. La segretezza del giudizio, quale vigeva un tempo, stata sostituita
dalla attuale pubblicit del processo e, per contro, divenuta nascosta nel
chiuso del carcere lesecuzione della pena. La funzione pedagogica e di
emenda morale, caratteristica del 1800, e la funzione risocializzativa/
riabilitativa del 900, non erano presenti nella cultura preilluministica ma pu
intravedersene una anticipazione nei teologi della Scolastica per i quali la pena
aveva un carattere medicinale per il reo, che espiava la sua colpa davanti a Dio,
guarendo cos dal male. Analogamente accadeva allepoca dellInquisizione (la
riconciliazione, in virt della quale linquisitore operava affinch il reo
condannato morisse chiedendo perdono per il peccato commesso e perdonando
chi lo giustiziava) quando si voleva ottenere il pentimento e il ravvedimento
delleretico al quale si chiedeva per poterlo assolvere di fare pubblica abiura
onde favorire il ravvedimento di coloro che egli, con parole e fatti, aveva
traviato. E da mettere ben in evidenza, ancora oggi, fra le finalit della pena, il
suo contenuto satisfattorio: la necessit di dare soddisfazione al bisogno di
giustizia, vedendo unito il colpevole, anche se oggi misconosciuto o sottaciuto,
un contenuto sempre vissuto da tutti gli uomini come irrinunciabile. La pena
risponde ad una precisa necessit psicologica che nasce nel momento stesso in
cui nasce letica, vale a dire da quando luomo divenuto tale. Ovviamente
letica (cio il significato del bene e del male) muta nel tempo cos come
incessantemente muta la cultura.
2.1 LIlluminismo e lideologia penale liberale
Il pensiero penalistico moderno nasce con lIlluminismo.
Nellancien regime, infatti, tanto il diritto che la procedura quanto lesecuzione
delle pene, erano incentrati sullautoritarismo dispotico della monarchia
assoluta e sui privilegi dellaristocrazia nobiliare ed ecclesiastica. Anche
lesercizio della giustizia era arbitrario tanto quanto la struttura sociale: il
diritto penale si estendeva ad aree che ora consideriamo come di competenza
della coscienza privata (i delitti di opinione erano anche infrazione di norme
religiose); non vi era diritto di critica nei confronti dellautorit ed era prevista
unampia discrezionalit che molto spesso scadeva nellarbitrio. Il delinquente
era percepito alla stregua di un malvagio attentatore dellautorit del sovrano,
la cui persona si identificava con lo stato; il reo, inoltre, era ancora gravato da
una colpevolezza di significato anche religiose, posto che la potest reale era
considerata come promanante e garantita dalla divinit: egli doveva dunque

essere severamente punito e, spesso, materialmente soppresso. Lesecuzione


della punizione era dunque pubblica affinch tutti potessero vedere ci che
comportava laver sfidato lautorit. E in questa situazione che le idee
dellIlluminismo cominciano a farsi strada con lobiettivo di rischiarare la
mente degli uomini dalle tenebre del dispotismo, dellignoranza, della
superstizione religiosa, attraverso la scienza e la conoscenza. Esso era dunque
un movimento rivoluzionario che proponeva valori alternativi: la ragione come
sostituto della tradizione; la libert per tutti i cittadini (e non pi sudditi), la
loro eguaglianza come fatto e legge naturale a fronte di privilegi di casta.
Uno degli elementi che avrebbe realizzato il pensiero illuminista doveva essere
appunto la giustizia: il principio delluguaglianza degli uomini di fronte alla
legge risale a Voltaire e Montesquieu anche se, per gli illuministi, lidea di
uguaglianza si riferiva specificamente allabolizione dei privilegi di nascita e di
classe ed essenzialmente alla parit di tutti i cittadini di fronte allautorit dello
stato che veniva a sostituirsi allautorit del monarca e delle caste potenti.
Nella prospettiva politica, lIlluminismo fu anche il pensiero che assicur
laffermarsi della borghesia mercantile, finanziaria e imprenditoriale e che le
forn il supporto ideologico per sostituirsi alla nobilt e al clero che, fino ad
allora, avevano detenuto il potere politico ed economico.
La necessit di una nuova struttura giuridico-normativa del diritto pubblico,
che desse corpo ai principi dellIlluminismo e che ponesse le basi di un nuovo
diritto, trov in Cesare Beccarla (1738-1794) il suo pi famoso sostenitore e
divulgatore. Dei delitti e delle pene, pubblicato anonimo per timore della
censura nel 1764, rappresenta la pi nota, lucida e sintetica esposizione della
nuova concezione liberale del diritto penale, che segna linizio di una nuova
filosofia della pena e che fra laltro sar anche anticipatorio dei futuri approcci
criminologici.
Gli aspetti fondamentali della concezione liberale del diritto, possono essere
cos riassunti:
separazione fra morale religiosa ed etica pubblica - la funzione della pena
quella di rispondere alle esigenze di una determinata societ anzich ai principi
morali;
presunzione di innocenza il diritto deve garantire la difesa dellimputato
contro gli arbitri dellautorit;
i codici devono essere scritti ed i reati espressamente previsti;
la pena deve avere un significato retributivo anzich unicamente intimidatorio
e vendicativo (ciascuno deve subire una pena che tocchi i propri diritti tanto

quanto il delitto che ha commesso ha colpito i diritto altrui);


la pena deve colpire il delinquente unicamente per quanto di illecito ha
commesso e non in funzione di quello che egli o ci che pu diventare;
il criminale non un peccatore ma un individuo dotato di libero arbitrio,
pienamente responsabile, che ha effettuato scelte delittuose delle quali deve
rispondere nel modo stabilito dalla legge.
Vediamo come molti di questi fondamenti sono ancora attuali mentre
cambiato oggi il modo riconsiderare la personalit del delinquente.
2.2 La Scuola Classica del diritto penale
Le esigenze di un effettivo adeguamento del diritto penale ai principi liberali
dellIlluminismo trovarono, dopo la rivoluzione francese, una prima attuazione
nel codice napoleonico del 1804.
In Italia, i nuovi principi si sono articolati in una summa dottrinale che prese il
nome di Scuola Classica del diritto penale che, per quasi un secolo, ha
caratterizzato il pensiero penalistico in tutta lEuropa.
Tra i pi noti esponenti della Scuola Classica, troviamo: Pellegrino Rossi,
Giovanni Carmignani, Francesco Ferrara.
Questi studiosi elaborarono una dottrina che si rifaceva ampiamente,
rielaborandoli minuziosamente, ai principi liberali.
La Scuola Classica, movendo dal postulato del libero arbitrio che intendeva
luomo assolutamente libero nella scelta delle proprie azioni, poneva a
fondamento del diritto penale la responsabilit morale del soggetto quale
rimproverabilit per il male commesso e, conseguentemente, la concezione
etico-retributiva della pena.
Essa si incentrava su tre principi fondamentali:
la volont colpevole il delinquente percepito perci come persona del tutto
libera senza tener conto, nella criminogenesi, dei condizionamenti ambientali e
sociali;
limputabilit per aversi volont colpevole occorre che il reo sia capace di
intendere il disvalore etico e sociale delle proprie azioni (da cui deriva il
presupposto della capacit di intendere e di volere, quale requisito necessario
per essere sottoposto al giudizio e alla pena);
il significato di retribuzione della pena per il male compiuto che, come tale,
doveva essere: affittiva, proporzionata, determinata e inderogabile. La pena

dunque doveva essere severa e gravata da sofferenza fisica nel convincimento


che la riabilitazione sociale dovesse essere il frutto di una correzione morale
quale conseguenza pedagogica della sofferenza della punizione (= emenda) che
sarebbe appunto scaturita dalla durezza del trattamento.
Il delitto veniva dunque considerato quale entit di diritto e non di fatto cio
come una astrazione rigidamente dogmatica che prescindeva da qualsiasi
considerazione della realt psicologica del reo e che comportava il giudizio nei
suoi confronti prescindendo dalle condizioni individuali e sociali interferenti
nel suo agire.
I principi fondamentali della Scuola Classica costituiscono la base di un
sistema normativo che ancora oggi mantiene piena validit:
il principio della legalit nessuna azione pu essere punita se non
esplicitamente prevista dalla legge come reato;
il principio della non punibilit per analogia non si pu punire un
comportamento non espressamente previsto come fatto illecito assimilandolo
ad altri reati o perch potenzialmente foriero di futuri delitti;
il principio garantistico con le norme a salvaguardia del diritto di difesa e
della presunzione di innocenza;
il principio di certezza del diritto che mette al bando ogni discrezionalit
nellirrogazione delle pene e che comporta la loro eguaglianza per tutti coloro
che hanno commesso il medesimo delitto.
In tempi a noi pi vicini, unaspra critica stata portata alla Scuola Classica
dallideologia di derivazione marxista secondo la quale essa era la tipica
espressione del capitalismo ottocentesco, gravido di ingiustizie sociale e
incentrato sullo sfruttamento delle classi lavoratrici, che impose una
normativa penale rigidamente repressiva che andava a colpire specialmente
la classe operaia classe che, a quellepoca, era ritenuta il focolaio della
maggior parte della delinquenza.

2.3 Le classi pericolose


Nel 1800 era generale convincimento che la delinquenza fosse pressoch
prerogativa esclusiva delle classi pi povere dato che il tumultuoso

sviluppo industriali aveva attirato dalle campagne grandi masse di proletari


che erano costretti a vivere in condizioni miserrime e ai limiti della
sopravvivenza. Di conseguenza, le citt si popolavano di reietti la cui vita
era segnata dalla miseria, dallignoranza, dallalcolismo, dalla delinquenza.
In effetti, le statistiche relative alla criminalit che proprio allora si
cominciavano ad elaborare, indicavano che la maggior parte dei delinquenti
proveniva proprio da quelle fasce di popolazione pi misera cos che nella
cultura dominante dellepoca, che era la cultura borghese, and
affermandosi il concetto di classi pericolose. Le classi pericolose erano
considerate come agglomerati di individui degenerati e carichi di vizi, privi
di volont e di iniziativa: alle loro deficienze di doti morali veniva
attribuita non solo la criminalit, fra essi selettivamente dilagante, ma anche
le stesse misere condizioni di vita e lincapacit di emanciparsi da tali
condizioni. Questa concezione era ovviamente legata allideologia borghese
dellattivismo e della volont di successo dei singoli, che era congeniale a
una economia fondata sul liberalismo sfrenato e allesaltazione
delliniziativa imprenditoriale. Secondo questa ideologia, dalle lontane
origini calviniste, a chiunque fosse dotato di ambizione e volont di fare
erano aperte le strade del successo mentre era riprovevole restare poveri.
Tale mentalit raggiunse il suo apice nella societ americana degli anni
ruggenti, antecedente alla grande crisi del 1929, e sar riassunta nel
concetto del self made man, luomo che si fa da s. Ad alimentare questi
principi contribu anche, e non poco, quella filosofia nota col nome di
darwinismo sociale secondo la quale le teorie di Darwin dellevoluzione
delle specie e della selezione naturale andavano applicata anche al campo
sociale: era ritenuto funzionale allevoluzione della societ che gli inetti
ed i perdenti dovessero soccombere nella lotta per la vita e che andassero
ad occupare gli strati pi squalificati della societ: appunto, quelli delle
classi pericolose.
A questo modo di intendere il delinquente dobbiamo riconoscere alcuni
aspetti positivi:
a) quello di aver dato lavvio a nuove metodologie di ricerca con le
indagini sul campo condotte nei quartieri pi poveri dei centri urbani;
b) quello di aver messo per la prima volta in evidenza le correlazioni tra
depressione socio-ambientale e condotta criminale anche se alla criminalit
stata cos attribuita una valutazione unicasuale, cosa che oggi non pi
accettata.
Nel 1800, a fianco alla visione colpevolizzante del povero e dellinetto,
and contestualmente sviluppandosi anche un filone ideologico cristiano e

filantropico, improntato a principi di umana carit e di aiuto nei confronti


dei bisognosi e dei traviati che segn una nuova modalit di intervento
nei confronti dei delinquenti. Si trattava dunque di una concezione
moralistica, come quella della emendache informava la Scuola Classica,
con la differenza che mentre per questultima la redenzione doveva essere il
frutto della pena severa e affittiva, questi indirizzi alternativi miravano ad
ottenere la redenzione come risultato dellassistenzialismo umanitario.
Nacquero cos organizzazioni come lEsercito della Salvezza, che mirava a
redimere gli alcolizzati e i vagabondi, le prime associazioni volontarie di
soccorso e di cristiana solidariet per i detenuti, i primi trattamenti
differenziali per i delinquenti pi giovani e i primi esperimenti di porbation,
utilizzato per la prima volta a Boston. Questo istituto, che tanto sviluppo
ebbe poi in America ed in Europa, fu dettato allorigine proprio da questa
diversa percezione del delinquente che anzich come un depravato, venne
considerato per la prima volta quale persona bisognosa di aiuto per riuscire a
reinserirsi nella societ.
2.4 Primi studi statistici e sociologici (= prime concezioni del diritto
come fatto sociale)
La concezione del reato quale astratta entit di diritto, tipica della Scuola
Classica, stata messa in crisi, verso la met del 1800, dai primi studi
statistici impiegati per lapproccio scientifico ai fenomeni criminosi. Cos,
mentre in precedenza il delitto era percepito quale azione malvagia o
depravata compiuta da un individuo del pari astratto, in quanto non
considerato nel suo contesto, si passava ad una concezione che chiamava in
causa lambiente sociale nel quale il delinquente agiva.
Ai ricercatori Quetelet e Guerry, che hanno utilizzato per primi i dati
statistici e demografici, ed stato riservato lattributo di statistici morali
in quanto le loro ricerche indicavano una concentrazione particolarmente
elevata di criminali nellinterno dei gruppi sociali pi squalificati, ove
frequentissime erano la miseria, la prostituzione, lalcolismo e il degrado
morale. Nei loro studi, per la prima volta fu considerata lincidenza dei reati
in relazione allet, al sesso, alle professioni, al grado di istruzione, ecc.:
tutto ci consent di aprire la strada per la comprensione del delitto anche
come fenomeno sociale.
Si affermava, in sostanza, con la presenza di costanti e di regolarit
statistiche dei delitti, anche una loro qual prevedibilit almeno a livello di
grandi numeri quindi si apriva la strada a una percezione del crimine di

tipo deterministico o almeno pluricausata, del tutto assente in precedenza.


Ora, si poteva anche dire che se le condizioni dellambiente sociale
influenzavano il crimine, si poteva anche affermare che la condotta
delittuosa era determinata , al di l dellimmoralit dei rei, anche da altri
fattori: da questo momento, dunque, che si poteva iniziare a pensare al
delitto come fatto sociale secondo la concezione di Emile Durkheim
(1858-1917)che lo intendeva come non soltanto unidea soggettiva ma una
cosa esistente di per s, una parte inevitabile del tipo particolare di una
struttura sociale. Anche il delitto costituiva pertanto un fenomeno generale
di ogni societ, una sua parte integrante e non pi una occasionale
aberrazione di certi individui; pertanto il delitto non poteva essere
eliminato, anche se era modificabile, nella quantit e nella tipologia, con il
mutare del contesto sociale nel quale si manifestava.
Proprio del mutamento nella quantit e nel tipo di delitti si occup Gabriel
Tarde (1843-1904) secondo cui alla radice della crescita dei delitti
riscontrata nel corso del XIX secolo, era da porsi linizio di una nuova
prosperit che fungeva da stimolo alle aspirazioni e alla instabilit sociale:
infatti, prima dellavvento della societ moderna, gli individui non solo
avevano ben poche possibilit di cambiare il proprio status ma non
subivano neanche la frustrazione derivante dal fatto di non poter conseguire
determinate mete, ora divenute possibili anche se difficili per la maggior
parte di essi. La delinquenza era per Tarde il prezzo da pagare al maggior
benessere sociale.
2.5 Determinismo sociale (la societ come causa del delitto)
I primi studi statistici sul crimine misero in crisi quel concetto di libero
arbitrio del reo che aveva caratterizzato lideologia liberale dal momento
che era ora possibile statisticamente prevedere il numero e i tipi di delitti
che sarebbero stati consumati nella societ.
Questo nuovo approccio faceva comunque intendere che il comportamento
criminoso non era pi esclusivamente riconducibile alla sola volont del
singolo, ma che su di lui agivano anche fattori legati alla societ: esistendo
cio certe circostanze nella societ, il delitto doveva inevitabilmente
realizzarsi.
Secondo gli studiosi che seguivano questo orientamento, nella societ erano
insite delle cause per le quali le azioni dei delinquenti venivano ad essere
necessariamente e fatalmente condizionate in senso delittuoso. Pertanto, se

pur potevano esservi delle variabili individuali, il fenomeno delittuoso nel


suo complesso, quale fatto sociale, era ritenuto la diretta conseguenza di
fattori legati allambiente, che trascendevano dallindividuo e che erano
necessariamente provocati dalle caratteristiche della societ.
Nasce cos, con il primo approccio sociologico della criminologia, la
visione deterministica della condotta criminosa, col viraggio dalla
percezione liberale del delitto verso una percezione positivistica,
caratteristica del IXI secolo.
Il Positivismo rappresentava infatti lideologia fondamentale della scienza,
secondo la quale tutti i fenomeni naturali rispondevano ad una universale
determinazione causale degli eventi della quale la scienza era in grado di
identificare le leggi: il Posivitismo inform di se tutta la cultura del secolo,
affermando lesistenza di leggi universali valide per ogni campo del sapere.
Nella prospettiva sociologica, la visione deterministica del crimine
consisteva nel convincimento che solo, o prevalentemente, nel contesto
della societ dovevano ritrovarsi i fattori determinanti la condotta criminale
e ci comportava in definitiva lassenza di responsabilit morale
dellindividuo, governato comera da leggi e fattori che prescindevano dalla
sua volont.
Andava cos prendendo corpo un determinismo sociale che doveva trovare
il suo equivalente contrapposto nel determinismo biologico di marca
lombrosiana.

26 Cesare Lombroso, la criminologia dellindividuo e il determinismo


biologico.
Sempre nel XIX secolo, che vide linizio del filone sociologico della
criminologia, Cesare Lombroso (1835-1909) rappresenta il pioniere del
nuovo indirizzo individualistico della criminologia, secondo il quale lo
studio del reato doveva polarizzarsi principalmente sulla personalit del
delinquente, fino ad allora del tutto trascurata.
Lombroso indirizz i suoi numerosi studi sulla persona del delinquente e
sulle sue componenti morbose ritenute responsabili della sua condotta: ci
ha rappresentato una svolta importante nei confronti dellastrattismo di una

concezione solo legale o morale o sociale del delitto, fino ad allora


dominanti.
Oggi, la maggior parte delle sue teorie priva di valore scientifico ma ci
non toglie a Lombroso il merito di aver per primo impiegato i metodi della
ricerca biologica per lo studio del singolo autore del reato, di aver fatto
convergere linteresse delle scienze penalistiche sulla personalit del
delinquente (prima unicamente rivolto allentit di diritto costituita dal
reato), di aver stimolato una larga massa di indagini sui problemi della
criminalit e di aver dato avvio a un indirizzo organico e sistematico nello
studio della delinquenza (Scuola di Antropologia Criminale) cosicch la
criminologia come scienza ebbe modo di imporsi come nuovo filone della
cultura.
La teoria del delinquente nato la pi nota delle sue teorie e sostiene che
unalta percentuale dei pi incalliti criminali possiederebbe disposizioni
congenite (cio presenti fin dalla nascita) che, indipendentemente dalle
condizioni ambientali, li renderebbe inevitabilmente antisociali: particolari
caratteristiche anatomiche, fisiologiche e psicologiche si accompagnavano
secondo il Lombroso a tali disposizioni e ne consentivano lidentificazione.
Importanti erano anche, tra le cause di innata tendenza al delitto,
allepilessia e ad altre patologie generali.
La teoria dellatavismo tentava di interpretare la condotto criminosa del
delinquente nato come una forma di regressione o di fissazione a livelli
primordiali dello sviluppo delluomo; il delinquente era dunque un
individuo primitivo, una sorta di selvaggio ipoevoluto nel quale la scarica
degli istinti e delle pulsioni aggressive si realizzava nel delitto senza
inibizioni.
Lombroso riconobbe poi anche un gran numero di delinquenti occasionali,
non dissimili per la loro costituzione dagli uomini normali, e nei quali
assumevano rilevanza, nel condizionare la loro condotta, lambiente e le
circostanze.
I fattori individuali innati e predisponesti al delitto
mantenevano comunque un significato di privilegio: la loro primariet fra le
cause e lineluttabilit con cui essi condurrebbero allo sbocco criminoso
configurano quella componente di determinismo biologico che un
carattere saliente del pensiero lombrosiano.
Il delitto rappresentava dunque nella visione lombrosiana un evento
strettamente legato a qualcosa di patologico o di ancestrale che alcuni
uomini presentavano come loro specifica caratteristica. Questo
atteggiamento proponeva una visione
deresponsabilizzante del fatto

delittuoso che tuttora persiste in taluni filoni di pensiero: esistono uomini


giusti, osservanti delle leggi e uomini reprobi che inevitabilmente
delinquono perch la loro natura diversa e malata. Nei confronti di
costoro nulla pu farsi in quanto predestinati al delitto, se non difendersi
dalla loro innata antisocialit. Il reato e le anomalia della condotta vengono
cos visti come se fossero solo una malattia da combattere e da neutralizzare
individualmente, in un approccio che risulta essere decolpevolizzante nei
riguardi della societ e del reo e che libera da ogni responsabilit collettiva
e individuale nei confronti del fatto delittuoso.
La prospettiva lombrosiana verr ripresa attorno agli anni 50 del XX secolo
dallideologia detta del mito medico
(secondo la quale le carceri
avrebbero dovuto assumere almeno idealmente laspetto e le funzioni di un
luogo dove si cura o si cerca di curare) e, pi di recente, da quegli
orientamenti di criminologia clinica sempre centrati sullo studio
dellindividuo e che hanno avuto importanti riflessi anche sulla politica
penitenziaria penale.
27 La Scuola Positiva
Le teorie lombrosiane sul delitto hanno costituito la base di un nuovo
orientamento
giuridico e criminologico che si ispirava al pensiero
positivistico allora imperante secondo il quale i dati dellosservazione
empirica dovevano costituire lunico punto di partenza per interpretare i
fatti delittuosi e per proporne i rimedi.
Unitamente a Cesare Lombroso, i penalisti Enrico Ferri (1856-1929) e
Raffaele Garofalo (1852-1934) furono i teorici e i divulgatori dei principi
di quella che si sarebbe appunto chiamata la Scuola Positiva di diritto
penale.
La Scuola positiva si incentrava sui seguenti postulati:
il delinquente un individuo anormale;
il delitto la risultante di un triplice ordine di fattori antropologici, psichici e
sociali;
la delinquenza non la conseguenza di scelte individuali ma condizionata da
tali fattori;
la sanzione penale non deve avere finalit punitive ma deve mirare alla
neutralizzazione e possibilmente alla rieducazione del criminale e deve
pertanto essere individualizzata in funzione della personalit del delinquente.

La pena non doveva pertanto avere pi il significato di retribuzione per la


colpa commessa o di dissuasione dal delitto mediante lintimidazione ma
quello di realizzare il controllo delle tendenze antisociali, considerando pi la
personalit del criminale che non il tipo di delitto commesso.
I principi della Scuola Positiva si tradussero in un vero e proprio programma
di politica penale, per il quale, accertata lattribuibilit del fatto al singolo
autore, una misura di difesa sociale doveva sostituire la pena, ed essa doveva
essere non tanto commisurata alla gravit del delitto compiuto, secondo il
sistema tariffario, quanto piuttosto proporzionata alla maggiore o minore
perniciosit sociale del reo.
Cardine dunque di ogni misura penale era la pericolosit sociale del
criminale, sia attuale, dimostrata dalla condotta delittuosi, sia potenziale,
insita nella sua personalit.
Assai rilevanti sono state le influenze che la Scuola Positiva ha avuto sia
sulla criminologia che sulla evoluzione del diritto penale: essa polarizz
linteresse sulla personalit del criminale piuttosto che sul fatto delittuoso,
promuovendo la ricerca e lo studio sulle cause individuali della criminalit.
Inoltre, lapproccio con metodologie scientifiche segn linizio delle prime
vere scuole criminologiche, sia di indirizzo individualistico che
sociologico.
Anche se codici totalmente ispirati ai principi della Scuola Positiva non
sono mai stati adottati nei paesi europei, linfluenza del pensiero
positivistico ha portato comunque allintroduzione, in molti sistemi
giuridici, del principio secondo il quale andava tenuto conto, nellirrogare
misure penali, oltre che della gravit del reato, anche della potenzialit
criminale del reo.
Ci si realizzato secondo due indirizzi:
con il sistema del doppio binario (Germania e Italia a partire dagli anni 30)
secondo il quale a fianco delle pene tradizionali, commisurate alla gravit del
reato, venivano disposte anche misure di sicurezza per i delinquenti ritenuti
socialmente pericolosi (malati di mente, plurirecidivi, soggetti particolarmente
aggressivi, delinquenti abituali e professionali) che si aggiungevano alla pena
detentiva. Tali misure erano indeterminate nel tempo e destinate a durare fino a
quando non veniva a cessare la pericolosit;
con il sistema della pena a tempo indeterminato (USA e paesi scandinavi)
secondo il quale la durata effettiva della pena non era preventivamente stabilita
dal giudice secondo la gravit del reato ma dipendeva dalle prospettive di

successo del reinserimento sociale, in virt del buon esito del trattamento
risocializzativo.
Alcune considerazioni in merito ai principi propri della scuola positivista
vanno doverosamente fatti. Innanzitutto una troppo cieca fiducia nelle
scienze delluomo e nelle loro capacit di valutazione della pericolosit e la
fallacia delle previsione sulla condotta futura e sulla modificazione della
stessa. Si pensi, ad esempio, alle incertezze di un giudizio di pericolosit
fondato prevalentemente su previsioni comportamentali incerte, su giudizi
soggettivi o meramente intuitivi e non verificabili come pure il rischio di
errori e di arbitrariet nel valutare, senza possibilit di appello, la persistente
pericolosit.
Daltro canto non pu sottacersi limportanza che comunque la Scuola
Positiva ha rivestito in quanto ha promosso anche lintroduzione nel diritto
penale del principio secondo cui le caratteristiche della persona devono
entrare in gioco nella commisurazione e nella scelta della pena, cos come
del debito conto che va dato alle condizioni sociali agenti sul reo. Essa ha
dunque spinto il pensiero penale moderno verso i principi
della
individualizzazione della sanzione e del trattamento individualizzato del
delinquente.
28 Primi indirizzi marxisti in criminologia
Il marxismo, storicamente, stato il principale fulcro attorno al quale si sono
andati organizzando i movimenti operai e le lotte di classe ispirate al
socialismo e al comunismo e ha dato inizio in tutto il mondo alla
contrapposizione fra i due blocchi politici dei paesi del socialismo reale e
di quelli capitalisti che ha caratterizzato il XX secolo.
Gi Karl Marx (1818-1883) e Friedrich Engels (1820-1895), nei loro studi
sociali e politici, si erano o occupati sia pur marginalmente anche della
criminalit, sostenendo che il delitto una diretta conseguenza
delleconomia capitalistica e delle ingiustizie, squilibri e grandi disfunzioni
del capitalismo del XIX secolo. I delinquenti quindi non venivano intesi
come appartenenti a quel proletariato consapevole della propria potenzialit
rivoluzionaria che, attraverso la lotta di classe, avrebbe sconfitto il sistema
capitalistico e instaurato la dittatura del proletariato e la societ comunista
bens come facenti parte di quel sotto-proletariato pi misero e degradato
anche moralmente (appunto, le c.d. classi pericolose) che non aveva

acquistato coscienza di classe e che alle ingiustizie sociali sapeva reagire


solo con una ribellione individuale, il crimine appunto.
Il primo sistematico studio criminologico di ispirazione marxista per
opera di Willem Adrian Bonger (1876-1940), che tent di coniugare il
marxismo con il pensiero positivo allora imperante. Bonger sosteneva che
un sistema di produzione basato sulla concorrenzialit, sulliniziativa
privata e sul profitto individuale a discapito degli interessi collettivi, era
strutturalmente contrario allo sviluppo di unetica sociale e di legami di
solidariet e reciprocit . Lo stesso meccanismo sociale che esigeva spietata
concorrenza e antagonismo fra i singoli, rendeva gli uomini pi egoisti e
quindi pi propensi al delitto. Le sperequazioni di classe e la diversa
disponibilit dei beni materiali e culturali rendevano pi acuto il conflitto
fra persone e stimolavano laggressivit; tutti i tipi di reati riflettevano i
rapporti tra le classi e si manifestavano con maggior frequenza fra il
proletariato solo in funzione del maggior sfavore nelle condizioni di vita e
di un atteggiamento comprensibilmente rivendicativo nei confronti della
societ che li emarginava. Se il capitalismo era la causa della delinquenza, la
sua sostituzione rivoluzionaria con un sistema di produzione non
competitivo avrebbe consentito di eliminare il delitto: una prospettiva
evidentemente utopistica che enfatizzava limportanza dei fattori sociali.
Per quanto attiene agli aspetti positivistici, Bonger riconosceva lesistenza
di differenze innate tra gli individui, con conseguente diversa propensione
alla violenza e alla delinquenza, ma a suo avviso era solo nellambiente
sociale che dovevano essere ricercati i fattori atti a provocare il passaggio
dalla potenziale aggressivit di taluni al comportamento criminoso. Trapela
qui quel determinismo sociale che abbiamo visto essere tipico di quel
momento storico: avendo Bonger identificato nel sistema capitalistico la
causa fondamentale della criminalit, sostenne di conseguenza che tale
causa portava alla impossibilit concettuale del libero arbitrio e della
responsabilit individuale.
Altri autori della scuola socialista, come Turati, Ferri, Colajanni,
consideravano anchessi la criminalit come strettamente connessa ai fattori
sociali, e pi specificamente quale conseguenza del capitalismo.
29 Integrazione fra approccio sociologico e antropologico
Fino dalle sue origini la criminologia si andata sviluppando secondo due
filoni: quello sociologico e quello incentrato sullindividuo (antropologico)
sorto con la scuola lombrosiana. Questi due indirizzi si sono affiancati a

lungo, spesso proponendosi in una visione contrapposta nella


interpretazione dei fatti criminosi.
Per lapproccio sociologico, lo scopo principale della criminologia avrebbe
dovuto essere quello di spiegare la delinquenza ricercandone le cause nella
societ stessa; per il filone antropologico, la criminologia avrebbe dovuto
invece ricercare che cosa vi fosse di anormale o di diverso nei delinquenti
che favorisce o determina il loro divenire criminali.
La semplicistica attribuzione delle responsabilit del delinquere alla societ,
cos come allopposto alle anomalie del singolo soggetto, comporta che in
ogni caso nessuno abbia n merito n demerito per le proprie azioni, e
impedisce che la collettivit possa chiedere a ciascuno di render conto della
propria condotta.
Solo dunque una visione integrata che tenga conto sia dei fattori sociali
(cio degli squilibri, delle carenze e delle ingiustizie dellorganizzazione
collettiva) sia, contestualmente, del diverso modo (variabile da individuo ad
individuo) di rispondere ai fattori ambientali sfavorenti e di effettuare le
proprie scelte, pu consentire una valutazione serena della condotta
criminale e suggerire quegli interventi sociali e individuali idonei a
contenere il suo continuo incremento.
A TEORIE SOCIOLOGICHE
Nella prima met del 900, mentre in Europa venivano maggiormente
coltivati gli indirizzi individualistici, si sviluppa ampiamente negli USA la
sociologia criminale, che diverr per un lungo periodo il filone pi
rigoglioso della criminologia.
Vediamo in particolare le teorie maggiormente significative.
30 Teoria delle aree criminali o teoria ecologica
Un approccio incentrato sullo studio della criminalit nelle aree
criminalivenne iniziato da Shaw (1929) che intraprese nuove e sistematiche
indagini in quei medesimi ambiti urbani maggiormente degradati.
Esse
vennero proseguite da quella che prender il nome di Scuola di Ghicago e che
fu la prima scuola criminologica specificamente coltivata da sociologi. Questi
sociologi indicarono con il termine di aree criminali quelle zone delle citt
dalle quali proviene e risiede la maggior parte della criminalit comune.
Secondo queste teorie, in ogni grande
agglomerato urbano possono

identificarsi zone con particolari caratteristiche ambientali (da qui il nome di


teoria ecologica) nelle quali gli abitanti che hanno avuto a che fare con la
legge si trovano in concentrazione molto pi elevata che in altre. Sono queste
le zone in cui si concentra unalta percentuale di persone bisognose di
sovvenzioni assistenziali, dove c sovraffollamento nelle abitazioni,
inadeguatezza di pubblici servizi e dove finisce per risiedere la parte pi
indigente della popolazione. Condizioni socio-economiche particolarmente
disagiate sono una regola per gli abitanti di queste aree, che presentano anche
elevata disoccupazione o svolgono attivit squalificate e precarie. Questi
quartieri rappresentano poi un significativo polo di attrazione per coloro che
cercano un ambiente pi permissivo e pi adeguato al proprio status di
delinquenti abituai ed anche pi protettivo perch non mette ulteriormente ai
margini coloro che gi sono degli emarginati. La popolazione di tali aree pu
risiedervi solo transitoriamente oppure in modo stabile ma lavvicendamento
degli abitanti non influisce sul tasso di criminalit rilevato che rimane
costantemente elevato: ci sta ad indicare il significato criminogenetico dei
fattori dovuti alle particolari caratteristiche dellambiente sociale.
Per la teoria ecologica, pertanto, lambiente di vita il fattore pi importante
nella genesi della criminalit, almeno nelle modalit pi squalificate e povere
di delinquenza comune, anche se ovvia limportanza di altri fattori, posto che
non tutti coloro che risiedono nelle aree criminali divengono delinquenti, e
viceversa molti delinquenti di buon livello economico risiedono anche in
quartieri urbani normali.
Questa anche una teoria a medio raggio nel senso che non rende certamente
conto di fenomeni pi generale: si presta a render conto solamente della
delinquenza comune pi povera, della manovalanza delinquenziale.
31. teorie della disorganizzazione sociale
Possono riunirsi in questa comune dizione di teorie della disorganizzazione
sociale molteplici studi sociologici che hanno posto laccento sulle profonde
trasformazioni che la sempre maggiore industrializzazione ha indotto nella
struttura della societ nella prima met del nostro secolo.
Il nucleo originario di questa teoria era costituito dalla polarizzazione
d e l l i n t e re sse su l mu t a me n t o e su l l i n st a b i l i t p ro v o c a t i d a l l a
industrializzazione e da tutti i fenomeni ad essa collegati (urbanizzazione, crisi
della vecchia struttura patriarcale, crisi della famiglia) fattori questi che hanno
determinato la rottura di molteplici equilibri sui quali si fondavano i precedenti
valori normativi e letica sociale.

Il termine disorganizzazione non si riferisce quindi alla disfunzionalit dei


pubblici servizi, al cattivo funzionamento delle varie istituzioni pubbliche ma a
qualcosa di pi profondo che viene a togliere alla societ la capacit di fornire
valori stabili, punti di certezza, capacit di regolare e controllare la condotta dei
singoli.
In definitiva, si realizza disorganizzazione sociale quando perdono di
efficacia gli abituali strumenti di controllo sociale ed in particolare il
controllo di gruppo e quello familiare.
Secondo questo approccio, il singolo individuo, vivendo in una struttura
instabile e in troppo rapido mutamento, perde la possibilit di governarsi
secondo i vecchi parametri normativi, divenendo egli stesso, come la societ,
disorganizzato nella sua condotta.
Questo approccio teorico non solo rivolto a rendere conto dellincremento
della criminalit fra gli individui pi poveri e pi emarginati, come faceva la
teorica ecologica ma fornisce una interpretazione a pi largo raggio, idonea a
spiegare in una pi ampia prospettiva il dilagare della criminalit anche in altre
classi sociali, ed anche fra coloro che subivano linfluenza della
disorganizzazione sociale pur senza essere afflitti da disagi economici.
Sutherland (1934), ha utilizzato anchegli il concetto di disorganizzazione
sociale, legandolo, per, pi che al mutamento e alla instabilit conseguenti
alla espansione industriale e allo sconvolgimento culturale a esso
seguito,piuttosto allesistenza nella societ di contraddizioni normative. Una
societ disorganizzata perch le norme sono contrastanti e contraddittorie e
non assolve pertanto alla sua fondamentale funzione socializzatrice: di rendere
cio gli individui osservanti delle norme pi cogenti. In pratica, il delitto si
verifica perch la societ non saldamente organizzata contro questa forma
di comportamento.
Il conflitto di norme quindi una delle condizioni pi significative nel
provocare la disorganizzazione sociale, dal momento che la coesistenza di
regole, leggi e costumi fra di loro in contrasto riduce grandemente lefficacia
del controllo sulla condotta dei singoli.
Una sintesi dei pi significativi aspetti del conflitto di norme, responsabile
della disorganizzazione sociale e del conseguente incremento di criminalit,
stata formulata, in epoca successiva, da Johnson (1960). Secondo questo autore,
vi conflitto di norme:
quando vi sia socializzazione difettosa o mancante E questa la situazione
che si realizza in coloro che, facendo parte di gruppi marginali, possono essere

ambivalenti verso norme legati che, in gran parte, sentono come estranee o
riguardanti solo i diritti delle pi favorite fasce sociali piuttosto che i propri
(sono questi gli appartenenti alle sottoculture delinquenziali);
quando vi siano sanzioni deboli e vi quindi insufficienza di intimidazione
punitiva verso alcuni tipi di azioni delittuose che vengono pertanto
implicitamente incentivate;
quando vi sia inefficienza o corruzione dellapparato giudiziario o di polizia
in questo caso le sanzioni contemplate nei codici possono essere anche severe,
ma la loro efficacia ridotta perch le leggi vengono scarsamente o per nulla
applicate.
Il conflitto e la contraddizione delle norme accentuano notevolmente il
carattere di instabilit degli strumenti del controllo sociale e costituiscono
pertanto unimportante causa di disorganizzazione sociale e di delinquenza.
32 Teoria dei conflitti culturali
La teoria dei conflitti culturali venne sottolineata da Sellin (1938) che vide
nella contrapposizione in un medesimo individuo di sistemi culturali differenti
una delle principali cause del venir meno degli abituali parametri regolatori
della condotta sociale con conseguente facilitazione alla devianza e alla
delinquenza.
Sellin, per lelaborazione della sua teoria, prese lavvio dallanalisi
dellimminente flusso immigratorio verificatosi nei primi decenni del 1800
verso gli USA quando, per le esigenze del grande sviluppo industriale di quegli
anni, vennero aperte le frontiere agli emigranti provenienti da molti paesi
europei.
Egli not:
che alcuni valori normativi dellimmigrato si trovavano in contrasto con quelli
della societ ospitante il persistere dei valori della cultura di origine poteva
provocare conflitto con quelli nuovi non ancora assimilati e indebolire cos
quegli autocontrolli che assicuravano in precedenza un comportamento onesto;
il partecipare a due sistemi culturali differenti provocava una situazione di
disagio, di insicurezza, esponendo lindividuo al rischio di ogni tipo di
disadattamento, dalla malattia mentale alla criminalit;
ad essere soggetti a comportamenti devianti non erano tanto i neoimmigrati
quanto quelli di seconda generazione, cio i loro figli tutto ci venne
interpretato nel senso che il conflitto tra i due sistemi di cultura era pi aspro

per i giovani perch avevano perduto di significato i contenuti normativi della


cultura di origine (ancora validi per i padri) senza che fossero stati ancora
assimilati costumi e valori del paese ospitante.
Sellin distinse inoltre:
i conflitti culturali primari risultanti dal disagio e dalle incertezze che il
singolo individuo viveva per lattrito diretto fra due sistemi culturali troppo
differenti;
i conflitti culturali secondari dovuti alla discriminazione e al rigetto da parte
della societ ospitante nei confronti di quegli individui estranei e diversi, da
troppo poco tempo entrati a far parte del loro contesto sociale.
Sellin inoltre mise in evidenza che per aversi condotta integrata necessario
che vi sia sintonia fra i valori normativi del gruppo di appartenenza e quelli di
cui la legge espressione: se, infatti, le prescrizioni della norma legale nei
confronti di tale condotta non si accompagnano alla opposizione del
gruppo (perch i gruppo vive valori devianti rispetto a quelli legali)
lintimidazione della legge inefficace. Le norme penale, infatti, una volta
interiorizzate vengono a costituire una componente della coscienza morale
dellindividuo ma ci non sufficiente ad evitare comportamenti delittuosi se
contemporaneamente non vi lappoggio e la solidariet nello stesso senso da
parte del gruppo di appartenenza.
33. Struttural-funzionalismo e teoria della devianza
Il concetto di devianza ha avuto un peso notevole nel successivo pensiero
sociologico.
Questo concetto ha visto linizio della sua fortuna nellambito di una vasta
scuola sorta negli USA negli anni 30: lo strutturalfunzionalismo. Premesso che
per struttura si intendono tutti i rapporti esistenti fra le persone allinterno di
una data societ, laspetto funzionale rappresentato dalla necessit per la
sopravvivenza di ogni sistema sociale che la struttura consenta di perseguire lo
scopo fondamentale che il sistema si propone, e che costituito dalla
integrazione dei singoli attori sociali, cos da assicurare il mantenimento, la
stabilit e la coerenza del sistema stesso.
Secondo questo indirizzo, i cui maggiori rappresentanti sono stati Parsons
(1937), Merton (1938) e pi tardi Johnson (1060), i soggetti che agiscono nella
societ (gli attori sociali) regolano il comportamento fra le persone e i gruppi in
funzione di un complesso sistema di norme che vengono, consapevolmente o
inconsciamente, fatte proprie da ciascuno: il comportamento sociale, in

funzione della osservanza o della non osservanza delle norme, si viene pertanto
a collocare fra le due opposte alternative della conformit e della devianza.
Conformit - lo stile di vita che orientato e coerente con linsieme delle
norme (siano esse espresse dalle leggi codificate ovvero da regole del costume,
dagli usi, dalle tradizioni, ecc.): conforme pertanto una condotta che rientra
nella gamma dei comportamenti permessi e generalmente accettati. La
conformit una scelta psicologgizzata, che viene cio a far parte della
personalit dei singoli, e che rientra fra le motivazioni ad agire anche se non
sempre lattore conosce esattamente o in dettaglio linsieme normativo: esiste
per una precisa consapevolezza che rende ciascuno costantemente informato
della conformit o non conformit della sua condotta. Questa conoscenza il
frutto dei processi di socializzazione e lessere conformi il risultato di una
socializzazione ben riuscita. Ci si realizza attraverso leducazione (esempio,
imitazione o insegnamento esplicito) ma anche attraverso meccanismi
psicologici complessi quali la identificazione (cio col rendersi simili a taluni
soggetti eletti a propri modelli assumendone i valori morali e normativi) e la
interiorizzazione (cio con lincludere nella propria coscienza norme e principi
che vengono cos a costituire parte integrante della personalit di ciascuno).
Il rafforzamento e il mantenimento della conformit poi favorito dai sistemi di
controllo sociale cio da quellinsieme di strutture e istituzioni che consento a
ogni attore sociale di conoscere le conseguenze (pene giudiziarie o sanzioni
non legali dei gruppi quali il rimprovero, lostracismo e lemarginazione) della
non osservanza delle norme.
Lideologia, intesa quale fondamentale contenuto della cultura, contiene i
valori generali che le norme sanciscono e questi valori motivano i consociati a
conformarsi alle regole.
La conformit alle norme sociali del proprio momento non garantita solo dai
valori ideologici e dal timore delle sanzioni ma anche dagli interessi costituiti,
cio dai vantaggi legittimi che il rispetto delle norme comporta.
Pertanto, riassumendo, possiamo dire che nella genesi del comportamento
conforme possono distinguersi:
il momento dellapprendimento delle norme che si realizza tramite i processi
di socializzazione e attraverso i continui contatti fra persone e gruppi;
la fase del mantenimento e del rinforzo dellapprendimento normativo che
attuata dai vari strumenti di controllo sociale, dalla minaccia di sanzioni,
dallideologia, dagli interessi costituiti.

La devianza la condizione opposta alla conformit. Si tratta di un concetto


molto pi ampio rispetto a quello di delinquenza dato che ricomprende sia le
condotte che violano le norme penale (cio i delitti) sia quelle contrarie alle
semplici regole sociali generalmente accettate. Vi per devianza solo quando
la violazione frutto di una precisa scelta e non accidentale e solo quando
lo violazione avviene nei confronti di una norma verso la quale lattore
orientato (cio che non ha perso per lui di significativit).Non dunque
deviante chi viola la norma per mero caso o quando infrange una regola
disattesa da tutti.
Ogni comportamento deviante presuppone pertanto nellattore sociale un
atteggiamento di ambivalenza nei confronti della norma: ci significa che il
deviante deve da un lato conoscere la persistente imperativit di quella norma
ma daltro canto egli non ne accetta lautorit normativa.
Pertanto, possiamo concludere affermando che nella prospettiva della
sociologia struttural-funzionalista, la devianza non ogni condotta che violi
alcune delle innumerevoli regole che una data cultura contiene ma solo il
mancato rispetto di quelle norme che conservano ancora credibilit e che
vengono ritenute pi importanti.
34 lanomia come causa di devianza
Allo struttural-funzionalismo va riconosciuto il merito di aver inteso fornire una
teoria sulle cause della devianza avvalendosi del concetto di anomia.
Ogni societ pone dei limiti, con le norme legali o culturali, al soddisfacimento
delle aspirazioni degli individui, stabilendo quali siano i mezzi che possono
essere legittimamente impiegati per soddisfarle. Quando una societ
strutturata in modo stabile e armonico, i limiti e le norme sono percepiti e
accettati come giusti: un mutamento di rilievo nella compagine sociale, mette
per in crisi taluni valori normativi e comporta un minor rispetto di essi.
Pertanto, quando le norme perdono di credibilit, la condotta di molti individui
sar pi facilmente orientata in dispregio di esse e questa perdita di credibilit
delle norme configura appunto lo stato di anomia di un certo contesto sociale.
Lanomia si realizza dunque quando le regole, che in altri momenti si
mostravano idonee ad assicurare la condotta socializzata dei membri, perdono
la loro efficacia cosicch gli attori sociali si vengono a trovare in una
condizione di particolare difficolt, dovuta proprio alla carenza dei necessari
parametri di riferimento normativo: si genera quindi disagio se le regole non
sono pi adeguate, se hanno perso di credito, se pur essendo formalmente

ancora presenti sono nella sostanza divenute prive di significato.


Il temine di anomia era gi stato introdotto in sociologia da Emile Durkheim
(1858-1917) allinizio del 900 col significato di frattura delle regole sociali. In
particolare, egli intendeva la particolare situazione che si instaura in certe
societ e che ingenera, in un elevato numero di soggetti, disagio e condotta
dissociale. Per Durkehiem
causa dellanomia era essenzialmente la
iperstimolazione delle aspirazioni che la societ industriale ha indotto, e quindi
nellinsofferenza verso i sistemi di controllo che tendono a limitare le
aspirazioni stesse: il difetto di quella societ sarebbe stato nel non aver saputo
porre limiti alle domande dei vari gruppi sociali. Il mito del successo, il
miraggio dellascesa economica sempre pi rapida, hanno provocato
irrequietezza, esasperazione, frustrazione e malcontento: ci stato causa della
rottura delle regole sociali, ovvero, anomica: che non vuol dire pertanto assenza
di norme bens significa contraddizione, incoerenza, ambivalenza e ambiguit
delle norme stesse.
Robert Merton, negli anni 30, ha fornito della devianza una nuova teoria.
Lanomia intesa infatti come la conseguenza di una incongruit fra le mete
proposte dalla societ e la realt possibilit di conseguirle: una societ ha
caratteristiche di anomia quando la sua cultura propone delle mete senza che
vengano a tutti forniti i mezzi per conseguirle. Questa teoria incentrata
dunque sulla antinomia dinamica tra mete e mezzi legittimi per conseguirle. Le
mete sociali possono intendersi come le prospettive che la cultura di un certo
momento pone come prioritarie ai suoi membri, come quellinsieme di obiettivi
verso i quali debbono tendere le aspirazioni di tutti, obiettivi che sono nello
stesso tempo ideologici, morali e materiali. Naturalmente, con il variare delle
societ variano anche le mete che la cultura di ciascuna societ propone come
fondamentali, come pi meritorie e qualificanti. Pertanto, le societ, per non
produrre frustrazioni, debbono mantenere un buon equilibrio tra le norme e le
mete istituzionalmente suggerite e devono offrire la possibilit di raggiungere
le mete con i mezzi legittimi che vengono prescritti o forniti. La societ
industriale, ad esempio, ha come caratteristica limperativo di non accontentarsi
del proprio status e di mirare a traguardi sempre pi elevati ma se ci pu essere
inteso come una delle ragioni degli enorme progressi materiali compiuti vi
contestualmente insita una elevata fonte di ansiet e di frustrazione dato che
non facile, per chi parta da condizioni sociali svantaggiate soddisfare questo
imperativo con mezzi legittimi. Pertanto, la disuguaglianza nelle opportunit di
successo sociale stimolano la non osservanza delle norme che regolano le
modalit lecite per conseguire le mete proposte dalla cultura. Nella nostra
societ non troviamo solo frustrazione individuale ma anche un pi ampio

fenomeno che implica un diverso atteggiamento di interi gruppi sociali nei


riguardi delle orme. Tale teoria, per, non in grado di risolvere il problema
psicologico del perch alcuni individui siano pi sensibili e altri meno alle
influenze anomiche.
Merton ha anche individuato le diverse modalit di reagire alla condizione
anomica (peraltro, Merton on considera la devianza come conseguenza delle
differenti caratteristiche psicologiche o di anomalie delle personalit ma come
frutto di fattori insiti nella stessa struttura sociale. Dunque, abbiamo:
un comportamento di conformit che risulta tanto pi agevole e tanto meno
ansiogeno e frustrante quanto maggiori sono le opportunit di successo offerte
dal proprio status.
Un comportamento deviante che, a seconda di come viene risolta lantinomia
fra le mete poste dalla cultura e i mezzi impiegato per conseguirle, pu essere
cos manifestato:
Innovazione che si realizza quando lattore sociale orientato verso i fini
proposti dalla cultura, mira a raggiungerli ma per ottenerli non si pone problemi
circa il carattere eventualmente illegittimo dei mezzi impiegati. Costoro
diventano delinquenti trovandosi a essere osservanti dei fini ma non dei mezzi
per conseguirli.
Ritualismo questo tipo di devianza sui generis, si realizza quando permane il
rispetto per le norme e vi invece rifiuto di ricorrere ai mezzi illegittimi anche
se ci comporta la rinunzia a perseguire le mete del successo sociale. Esiste in
questo modo devianza solo perch vengono mortificate le aspirazioni, ci si
accontenta di ci che si ha.
Rinunzia la devianza che si realizza quando vengono persi di vista sia i fini
che i mezzi, cio quando si rinunzia a raggiungere i fine dellascesa economica
o del successo ma nello stesso tempo non vi rispetto delle norme istituzionali.
E questa la devianza di chi cessa di combattere, dei vagabondi, dei drogati, dei
derelitti: si tratta di persone che in varia modalit infrangono le regole legali ma
nelle quali il mancato rispetto delle norme non serve a migliorare il proprio
status.
Ribellione la devianza caratterizzata dalla sostituzione delle mete culturali
con mete diverse, da un rifiuto globale della societ e, pertanto, anche delle
regole circa luso dei mezzi illegittimi. Il ribelle, lanarchico, il contestatore
assumono un sistema di valori del tutto alieno e contrapposto a quello della
cultura dominante e si propongono di conseguire un sistema sociale e culturale
alternativo.

35. Teoria delle associazioni differenziali


Negli anni 30, Sutherland elabora una nuova teoria sociologia che
prese il nome di teoria delle associazioni differenziali.
Tale teoria ha come suo carattere distintiva il principio che il
comportamento delinquenziale appreso: poco importerebbe
pertanto nel divenire delinquenti la psicologia dei singoli individui.
La delinquenza non viene appresa per semplice imitazione bens
mediante lassociazione interpersonale con altri individui che gi si
comportano da delinquenti. Lapprendimento della condotta
criminosa in relazione pertanto con i tipi di persone con le quali si
viene a contatto, con il tipo dei loro valori, mediante un processo di
comunicazione analogo, ma di segno opposto, a quello tramite il
quale si apprende il rispetto delle norme legali.
Il termine dissociazione differenziale non deve essere inteso come
una sorta di societ di fatto ma come semplicemente partecipazione a
certi gruppi sociali differenti dagli altri per la loro abituale
indifferenza nei confronti della legge.
Questa teoria venne proposta da Sutherland come schema per una
teoria generale della criminalit, una teoria eziologica capace di
render conto di tutti i tipi di condotta criminosa non solo quella
delle classi sfavorite ma anche di quella imprenditoriale e
professionistica e del perch, nonostante la presenza di analoghe
opportunit, si verificano orientamenti differenti da un individuo
allaltro circa il rispetto o meno della legge, in funzione della
frequentazione appunto di gruppi inosservanti della legge penale.
Una persona dunque favorita nella scelta delinquenziale a parit di
condizioni economiche e sociali, quando si trova inserita in un
gruppo ove prevalgono definizioni favorevoli alla violazione della
legge rispetto a quelle sfavorevoli.
Di conseguenza, ora chiaro che sia i valori etici che le tecniche per
compiere i delitti devono essere necessariamente appresi da altre
persone. Non esisterebbe dunque una criminalit innata, ma si
imparerebbe ad agire criminalmente assimilando i modelli di
comportamento delinquenziale proposti da un certo ambiente, sempre
che questi prevalgano sui modelli di condotta integrata.
Per non tutti i gruppi con i quali si via via in contatto hanno la

stessa capacit di influenzare la condotta: fra i vari ambienti di cui un


individuo si trova a far parte, avranno pi elevata capacit di
orientare la condotta quelli che vengono frequentati con maggiore
intensit; quelli nei quali i rapporti hanno maggiore priorit (in
quanto i membri godono per il soggetto di maggiore prestigio), quelli
dove i rapporti hanno maggiore durata e, infine, quelli che per
anteriorit si sono proposti come modello in epoca pi precoce e in
et pi giovane.
Lassociazione soggettivamente percepita come pi importante, che
viene pi frequentata, che inoltre pi duratura e anteriore, quella
da cui pi facilmente verranno appresi ideali, valori e tecniche di
condotta: se questa associazione sar di tipo delinquenziale, si
apprender uno stile di vita criminoso.
Analiticamente possiamo dunque puntualizzare che:
il comportamento criminale un comportamento appreso;
tale comportamento appreso attraverso il contatto con altre persone e per
mezzo di processi di comunicazione;
esso appreso allinterno di dirette relazioni interpersonali;
si apprendono anche le tecniche necessarie al compimento del reato, le
valutazioni e le attitudini nei confronti del crimine;
si diventa delinquenti quanto le interpretazioni contrarie rispetto alla legge
sono in un dato ambiente prevalenti rispetto a quelle favorevole;
le associazioni differenziali possono variare in rapporto allintensit, alla
priorit, alla durata, alla anteriorit del contagio;
il processo di apprendimento del comportamento criminale implica gli stessi
meccanismi che verrebbero chiamati in causa in qualsiasi altro tipo di
apprendimento.
Il fatto che Sutherland si sia sforzato di costruire una teoria eziologia per
spiegare cio ogni forma di criminalit non significa che egli ignorasse del tutto
la possibilit dellintervento di altri fattori nelleziologia del crimine e, anzi, li
indic nelle opportunit, nellintensit del bisogno, nella possibilit che
vengano proposte alternative al comportamento criminoso e, soprattutto, nella
disorganizzazione sociale. Egli era comunque convinto della necessit di
ricondurre tutti gli elementi criminogenetici in una unica teorica.
Per, se certamente condivisibile lassunto secondo cui le tecniche e gli

atteggiamenti criminali devono essere appresi, difficile per condividere il


principio secondo cui tutte le forme di criminalit debbano essere
necessariamente apprese, secondo lo schema fornito da questa teoria. Del tutto
insufficiente appare infatti questo tipo di spiegazione per rendere conto della
criminalit aggressiva o dimpeto o di quello su base emotivo-passionale, agita
dai singoli.
Altri appunto che si possono muovere alla teoria delle associazioni differenziali
sono:
essa si mostra del tutto carente dal punto di vista dellindagine psicologica in
quanto trascura il problema della risposta differenziale che si pone a livello
personale;
non piega linvenzione di nuove condotte delittuose mai utilizzate in
precedenza o anche di quella criminalit che si manifesta spontaneamente,
senza precedenti contatti con associazioni differenziali;
portatrice di un determinismo piuttosto rigido in quanto le motivazioni e le
tecniche attraverso cui si delinque sembrano apprese allinterno di un ambiente
in cui lattore gioca un ruolo per lo pi passivo, senza che gli siano possibili, in
apparenza, altre alternative.
Un indiscutibile merito di Sutherland (condiviso con la teoria dellanomia di
Merton) comunque quello di avere infranto lequazione secondo la quale la
delinquenza sarebbe sempre e solo strettamente collegata allindigenza e alle
condizioni sociali favorevoli.
36. Sutherland e la criminalit dei colletti bianchi
Sutherland va ricordato non solo per la teoria delle associazioni differenziali ma
anche, e soprattutto, perch per la prima volta ha indirizzato i suoi studi verso
un settore di delinquenza che era stato fino ad allora trascurato cio quello dei
reati che vengono compiuti dai dirigenti delle imprese industriali, finanziarie,
commerciali e dai professionisti.
Egli infatti aveva notato che in certi ambienti professionistici ed
imprenditoriali prevalevano le definizioni favorevoli alla violazione della
legge; ovviamente le infrazioni che vengono commesse in tali ambienti sono
ben diverse
da quelle delle sottoculture dei delinquenti comuni, ma pur
sempre si tratta di reati (evasioni fiscali, frodi nei bilanci, illeciti del commercio,
bancarotta fraudolenta, furto di brevetti ecc.). Queste sue osservazioni sono
state pubblicate nel 1940 nella sua prima opra dedicata ai delitti commessi da
individui dal ruolo prestigioso White Collar Crime e, nonostante il tempo

trascorso, conservano la loro importanza storica in quanto aprirono la strada alla


questione del numero oscuro e, pi tardi, allepoca della criminologia critica
di sinistra che doveva affermarsi un ventennio dopo divenendo punto di
partenza fondamentale per i filoni criminologici incentrati sulla tematica dei
conflitti di classe.
Caratteristiche della delinquenza dei wcc sono date dal fatto che:
questa delinquenza si realizza negli stessi ambienti ove si producono beni e
servizi ed strettamente connessa ai processi stessi di produzione di tali servizi
e beni;
non si tratta di delinquenza parassitaria come quella comune nel senso che si
procurano ricchezza con i reati ma senza produrre alcun legittimo beneficio;
il suo costo sociale rilevante perch questi reati compenetrano moltissimi
settori delle operativit produttive;
lindice di occultamento di questi reati molto elevato essendo essi facilmente
mascherabili e per loro natura di difficile identificazione;
gli autori di questi delitto godono di un elevato tasso di impunit in quanto
rivestono posizioni influenti e spesso godono di connivenze con aree del potere
politico e giudiziario;
minore la reazione sociale di censura nei loro confronti e ci traspare dalluso
di aggettivi quali disonesto piuttosto che criminale. Ci significa che il
colletto bianco non viene associato allo stereotipo del delinquente da parte
della collettivit e tale inoltre egli non si reputa. Lo stigma del criminale
diventato una sanzione di per s che pu accompagnarsi ad altre sanzioni o
essere del tutto evitato;
per chi compie delitti di questo tipo perdono di significato tutti quei fattori di
anomalia di personalit e di sfavore sociale che tanto hanno occupato la
criminologia impegnata nello studio dei delitti comuni;
per configurare questo specifico tipo di delinquenza, fondamentale la
tipologia dei reati commessi, che devono essere strettamente connessi alle
attivit di produzione di beni o servizi.
37 . Gli sviluppi dellindirizzo individualistico e la criminologia clinica (anni
50)
Un punto di riferimento importante nello storico sviluppo della criminologia
rappresentato dalla fine della seconda guerra mondiale. Infatti, prima della
guerra, la sociologia criminale non era ancora caratterizzata da coloritura

politica cosa che, invece, accaduta dopo quando il mondo stato diviso in
due campi ostili da una contrapposizione ideologica e politica che ha coinvolto
la cultura, gli intellettuali e i cittadini, divisi tra seguaci del primo o del
secondo modello.
Di conseguenza, a partire dagli anni 50, la criminologia, non solo continua a
svilupparsi secondo i due filoni di base - antropologico e sociologico ma si
bipartir ulteriormente secondo i due filoni ideologici che si erano imposti in
quegli anni nella politica cos come nella cultura: si avuta cos una
criminologia di sinistra, di ispirazione marxista, incentrata sulla critica della
societ capitalista ritenuta matrice fondamentale della criminalit ed una
criminologia di destra, ideologicamente vicina alla socialdemocrazia, che
analizzer le relazioni fra la classe sociale e la criminalit rimanendo pur sempre
sintonica con i valori di democrazia e di libert dei paesi occidentali.
Lindirizzo individualistico (o antropologico)
E stato quello che fra i due ha subito la minore influenza rispetto alla coloritura
politica ma divenuto il cardine di una nuova politica penale incentrata sulla
risocializzazione dei delinquenti che rimasta valida fino ai nostri giorni. In
questo filone individualistico, si sono andate articolando scuole polarizzate
sulla ricerca delle caratteristiche che, nei singoli autori di reati, potessero
assumere significato di causa per rendere conto del comportamento
delittuoso. Di conseguenza, a seconda degli interessi dei singoli cultori, si sono
sviluppate ricerche volte allo studio delle infermit organiche, delle diversit di
costituzione, dei fattori ereditari ma stato soprattutto lorientamento
psicogenetico che, specialmente ispirandosi ai principi della psicoanalisi,
doveva rivolgere lindagine sui vari meccanismi psichici che possono rendere
conto dei comportamenti criminosi. E stato cos che si sviluppata una
criminologia del passaggio allatto, che cercher di spiegare perch taluni
individui, a parit di circostanze e di ambiente, scelgono una condotta
criminosa mentre altri no.
Le teorie individualistiche trovarono il loro momento di confluenza operativa
in quella che prese il nome di criminologia clinica. Uno dei primi cultori
stato Benigno di Tullio (1896-1979) al quale va anche il merito di aver
mantenuto vivi gli interessi criminologici in Italia anche durante il fascismo.
Nella prima met degli anni 50, Di Tullio inizi la trasposizione in ambito
criminologico delle finalit e delle criteriologie del metodo clinico della
medicina. La criminologia clinica venne concepita come disciplina volta allo
studio non tanto dei fenomeni generali della delinquenza ma del singolo
delinquente a fini diagnostici, prognostici e terapeutici, cio di trattamento

individualizzato per finalit risocializzativa. Parallelamente, lo studio clinico


di un elevato numero di soggetti avrebbe permesso la elaborazione di nozioni e
concetti di carattere generale, cos da costruire un sapere che, in chiave
eziologia, identificasse le cause individuali (e anche microsociali) responsabili
della commissione del reato.
Lopera di Di Tullio stata poi importantissima in quanto ha realizzato una
stretta collaborazione tra diritto penale e criminologia. Se, infatti, la giustizia
penale mantiene una funzione principale nel meccanismo di lotta alla
criminalit, alla criminologia clinica spetta il compito di attuare la prevenzione
speciale, attraverso losservazione scientifica del reo. Infatti, se si vuole
applicare il criterio della individualizzazione della pena imprescindibile la
conoscenza in senso biologico, psicologico e sociale della personalit del
singolo delinquente. Intervento medico-criminologico che poi dovrebbe
proseguire nella fase di trattamento del condannato in carcere per rimuovere le
carenze fisio-psichiche che sarebbero distintive della personalit del
delinquente.
La criminologia clinica rappresenta dunque il momento della utilizzazione
operativa delle conoscenze mediche psichiatriche e psicologiche relative alla
personalit dellindividuo e al suo ambiente microsociale, per intervenire in
senso terapeutico al fine di curare la criminalit, per cercare cio di eliminare
le cause individuali del comportamento criminoso.
Il fine operativo di questo indirizzo appare tuttora quello d rimuovere i pi
immediati fattori psichici e ambientali favorenti il persistere della condotta
delinquenziale, e di intervenire in definitiva al fine di indurre il delinquente ad
assumere un ruolo integrato.
La criminologia clinica si caratterizzerebbe in senso politicamente
conservatore: agirebbe cio in modo funzionale al sistema dato, lasciando
immutate le contraddizioni sociali e cercando solo di fare accettare ai criminali
una struttura sociale che andava invece, secondo il loro orientamenti,
radicalmente rinnovata.
38 - La Nuova Difesa Sociale e la politica penale della risocializzazione
Nel secondo dopoguerra, si costitu un movimento di opinione da cui dovevano
prendere forma le tendenze configuranti la dottrina della Nuova Difesa Sociale.
Antecedenti di tale orientamento possono essere considerati, sul piano
ideologico e giuridico, la Dichiarazione Universale dei Diritti dellUomo
dellONU e le numerose rinnovate Costituzioni che in quegli anni, in molti

paesi, si pronunciarono contro la pena di morte e posero i principi di una


politica penale e penitenziaria che voleva essere anche un intervento sociale.
Tali contenuti ideologici propri dei paesi occidentali verranno a riflettersi
anche sulla percezione della criminalit e si tradurranno in un nuovo
programma di politica penale che va ricollegato a un fondamentale principio
sociale gi da qualche anno introdotto nel mondo occidentale, cio lideologia
del Welfare State (introdotta da Roosevelt nel 1932 come risposta alla grande
crisi economica di quegli anni e poi fatto proprio, in Europa, dal riformismo
socialdemocratico). Secondo questo principio, lo stato non pu disinteressarsi
delle difficolt dei meno abbienti, che in precedenza non coinvolgevano la
collettivit e che venivano affrontate solo con le istituzioni umanitarie e di
mutua assistenza. Lo stato, in questa ottica, dove farsi carico di assicurare a tutti
i cittadini i beni materiali fondamentali e garanzie di sicurezza e benessere. Fra
le garanzie che lo stato deve offrire vi anche quella di fornire a chi ha
compiuto reati gli strumenti per essere risocializzato cos da poter nuovamente
fruire di un normale assetto sociale. La rieducazione socializzativa da
realizzare attraverso gli strumenti risocializzativi della criminologia clinica costituisce dunque un nuovo diritto del cittadino e un nuovo impegno dello
stato.
In questo clima culturale, politico e giuridico, deve essere ricordata lopera di
Filippo Gramatica, che tent di riproporre i principi della Scuola Positiva e
che trov espressione compiuta nei Principi di difesa sociale, pubblicato nel
1961. Per lautore, la difesa sociale si concreta in una sostituzione del diritto
repressivo con un sistema penale non punitivo di reazione contro
lantisocialit. Tale sistema avrebbe dovuto escludere ogni riferimento al
principio di punizione e conferire allo stato il solo dovere di recuperare
lindividuo allo societ, negandogli quello di punire. Sarebbe caduta, seguendo
questi principi, ogni distinzione fra pena e misura di difesa sociale (misura di
sicurezza) posto che la giustizia non avrebbe avuto se non lo scopo della
risocializzazione del delinquente.
Contro questa dottrina estremistica e utopistica, reagirono i propugnatori di
posizioni pur sempre riformative del diritto penale ma di ispirazione moderata e
realistica, che raccoglieranno i maggiori consensi in seno alla Societ
Internazionale di Difesa Sociale. Lopera che meglio interpreta queste esigenze
e che d il nome allintera corrente di pensiero Nuova Difesa Sociale, di
Marc Ancel, pubblicata nel 1954. Tra i pi interessanti asserti di questo
movimento vi senzaltro il rifiuto del determinismo degli indirizzi sia
antropologici che sociologici. Coloro che hanno aderito a questa corrente di
pensiero rivalutano la nozione di libero arbitrio, in cui peraltro il

riconoscimento della libert e responsabilit dellindividuo deve tener conto


della concreta realt umana e sociale in cui egli si trova a vivere e quindi degli
eventuali condizionamento economici e ambientali a cui ciascuno esposto. La
Nuova Difesa Sociale parla di doveri delluomo verso i suoi simili e di
risocializzazione come presa di coscienza di una morale sociale vincolante. La
politica penale, pertanto, impone allo Stato precisi doveri tra cui lobbligo di
reintegrare lindividuo che ha commesso il reato in una comunit sociale che
non sia oppressiva cui corrisponde il diritto alla socializzazione da parte dei
cittadini. Non si tratta quindi di sopprimere (come era stato per i positivisti) il
diritto penale come sistema o di abbandonare lapprezzamento giuridico-penale
del delinquente, e nemmeno di sopprimere la sanzione penale retributivo
sostituendola con la misura di difesa sociale quale strumento preminente della
giustizia penale. La Nuova Difesa Sociale tende solo ad adeguare la reazione
anticriminale ai bisogni congiunti dellindividuo e della societ, oggetti e
soggetti, insieme, della protezione sociale. Essa in definitiva tradusse in
principi di politica penale i contenuti ideologici del Welfare State.
39 Criminologia del consenso
Sempre negli anni 50 e 60, oltre ai filoni della criminologia pi connotati
politicamente (criminologia di destra e criminologia di sinistra>) un nutrito
gruppo di teorie sociologiche, pur sottolineando gli inconvenienti delle
sperequazioni sociale del capitalismo, non assunse posizioni ideologiche
radicali. Questi filoni, emblematicamente rappresentati dalla sociologia
strutturl-funzionalistica, si fondano sullassunto che le norme sono suffragate
dal consenso della maggioranza dei consociati, in una visione della societ in
cui valori e interessi trovano il supporto di una larga accettazione: solo i
devianti e i delinquenti, con la loro condotta inosservante delle norme, sono
intesi come una sorta di elemento patologico che devia appunto da un sistema
nel suo complesso accettato. Anche se la prospettiva ideologica di queste teorie
era pur sempre la denuncia dei fattori criminogeni insiti nelle discriminazioni
sociali, il mezzo per provi rimedia doveva essere quello delle riforme e non
della sovversione rivoluzionaria. A questi filoni e a queste teorie sociologiche
stato attribuito il nome di criminologia del consenso dal momento che la sua
prospettiva, sul piano pragmatico e della politica penale, ovviamente quella
di ricondurre i devianti e i delinquenti alla conformit e quindi al consenso.
Nellambito della criminologia del consenso, vanno collocati tutti gli indirizzi
antropologici e individualistici miranti ad identificare le peculiari
caratteristiche degli individui che commettono reati, caratteristiche che
verranno valutate quali cause della loro condotta criminosa, secondo la

prospettiva della criminologia eziologia, o quali fattori di vulnerabilit


individuale favorenti, se non determinanti, le scelte criminose.
Particolare rilievo va riservato in questa prospettiva alla criminologia
pragmatistica, che ha spostato laccento dalla ricerca di cause o di fattori
favorenti individuali e/o sociali a quello degli interventi operativi. Il pi noto
esponente di questo indirizzo rappresentato da Leo Radzinowicz (1966) che
parte dal rifiuto degli approcci unifattoriali affermando che non esiste una
singola causa della criminalit ma solo un insieme di fattori che coerentemente
concorrono in un sempre fitto reticolo di embricazioni vicendevoli: fattori a
loro volta mutevoli nelle singole fattispecie di condotte criminose e sempre
variabili col continuo mutare delle circostanze sociali. Scopo della
criminologia deve essere pertanto quello di fornire conoscenze sempre pi
ampie, idonee a essere utilizzate a fini pratici per adeguare i provvedimenti
legislativi, gli strumenti istituzionali e il trattamento dei criminali a una
mutevole realt in costante modificazione.
Traggono da qui origine le teorie multifattoriali che ebbero appunto come
obiettivo quello di integrare la conoscenza dei fattori criminogenetici
ambientali con quelli individuali.
40 Teorie multifattoriali dellintegrazione psico-ambientale (individuo/
ambiente)
Lopportunit di considerare congiuntamente lindividuo e il suo contesto
sociale caratterizza lindirizzo della integrazione individuo/ambiente tipico
delle teorie multifattoriali che sono state formulate negli anni 50 e 60 e che si
collocano nel filone della criminologia del consenso, prive come sono di
contenuti ideologici e politici per privilegiare piuttosto un approccio teorico
dal contenuto il pi possibile fattuale e oggettivo.
Obiettivo fondamentale quello di fornire una spiegazione alla constatazione
che non tutti gli individui reagiscono con analoghe risposte comportamentali ai
fattori criminogenetici legati al loro ambiente e alle loro condizioni socioeconomiche e, viceversa, individui con uguali caratteristiche abnormi di
personalit non divengono per ci solo delinquenti.
Le teorie dellintegrazione hanno per lappunto cercato di considerare
contestualmente i vari fattori criminogenetici individuali, somatici e/o psichici,
capaci di rendere conto della risposta differenziale ad analoghe spinte
criminogenetiche indicandoli come componenti di vulnerabilit individuale
nei confronti di sollecitazioni provenienti dallambiente ed integrandoli con

le componenti di vulnerabilit ambientale, legate ai vari handicap sociali ai


quali i singoli soggetti sono esposti.
40.1 Teoria non direzionale dei Glueck
La teoria dei coniugi Glueck si proposta di identificare i fattore familiarisituazionali e quelli individuali che sono pi frequenti nei giovani criminali.
Questi fattori sono emersi, mediante ricerche e controlli protrattisi per circa 20
anni (1950-1971), dal controllo di due gruppi di minorenni, luno composta di
giovani che avevano commesso delitti e laltro di coetanei che avevano avuto
condotta normale, cos da poter analizzare, a parit di condizioni, in cosa
differivano i delinquenti dai non delinquenti. Il gruppo dei delinquenti e dei
non delinquenti, poi, vennero divisi in coppie che avevano in comune la
residenza in zone povere e periferiche, let, il livello intellettivo e la razza:
cos potevano essere neutralizzati i fattori che di per s solo gi si sapeva aver
efficienza nel favorire la delittuosit e poter scoprire cosa era intervenuto a far
in modo che uno divenisse delinquente e laltro no.
Il perch del diverso comportamento sociale venne identificato nelle diverse
caratteristiche di personalit e dellambiente familiare di ogni soggetto.
I delinquenti minorili sono apparsi, come gruppo, diversi dai corrispondenti
controlli costituiti da soggetti non divenuti criminali, per cinque
raggruppamenti di caratteristiche che spiegherebbero appunto la differente
condotta:
dal punto di vista fisico per essere frequentemente di costituzione robusta e
muscolosa;
per il temperamento essendo i giovani delinquenti pi facilmente irrequieti,
energici, impulsivi, distruttivi, aggressivi;
per latteggiamento psicologico per essere pi frequentemente ostili,
antagonisti, pieni di risentimento, rivendicanti diritti, sospettosi, non
convenzionali e non remissivi;
intellettivamente perch capaci di apprendere preferibilmente secondo
modalit concrete e dirette piuttosto che tendere al pensiero astratto, simbolico,
logico-razionalizzante;
per la loro condizione familiare caratterizzata dalla inadeguatezza dei
genitori e di tutto lambiente familiare, da poca coesione, da basso livello di
aspirazione e scarsi valori sociali, dalla presenza di genitori non adatti a essere
guide e protettori, inidonei a fungere da modello di identificazione ed a fornire

una buona socializzazione.


Il fatto che le caratteristiche differenziali fra i due gruppi presentino una elevata
frequenza statistica indica la loro effettiva importanza nella criminogenesi tanto
vero che il riscontro di tali caratteristiche in un dato soggetto stato utilizzato
dai coniugi Glueck come indice predittivo di sua probabile futura criminalit.
Ora, stato evidenziato che la predizione della futura condotta criminosa
mantiene lo stesso elevato margine di validit se anzich considerare
congiuntamente i dati psicologici e quelli familiari, la predizione venga
effettuata sulla scorta delle sole caratteristiche della famiglia: ci sottolinea
limportanza dei fattori legati allinadeguatezza dellambiente familiare.
Si potrebbe in sintesi affermare che le aree sociali meno privilegiate dalle quali
provenivano i due gruppi di giovani esaminati dai Glueck contengono
molteplici fattori potenzialmente criminogeni: solo per nel caso in cui i fattori
negativi ambientali si sommino a certa particolari caratteristiche psichiche
dellindividuo e/o allinadeguatezza della famiglia, si realizza pi facilmente la
condotta criminosa.
40.2 La teoria dei contenitori di Reckless (1961)
Questa teoria multifattoriale si presenta come un altro indirizzo della
criminologia multifattoriale del consenso. Essa mira a spiegare in generale il
comportamento sociale identificando quei fattori che favoriscono il
contenimento della condotta nellambito della legalit: viceversa la carenza di
questi fattori di contenimento (cio dei contenitori, da cui prende il nome la
teoria) costituisce elemento significativo nel favorire la scelta criminale.
Reckless distinse:
contenitori interni rappresentati da quegli aspetti della struttura psicologica
pi significativi per favorire lintegrazione sociale. Essi consistono in : buon
autocontrollo, buon concetto di s, forza di volont, buon sviluppo delle
istanza etiche, buona socializzazioni, forte resistenza agli stimoli disturbanti,
senso di responsabilit, orientamento verso fini ben chiari.
Contenitori esterni rappresentati dallinsieme delle caratteristiche
dellambiente nel quale il singolo soggetto si trova a vivere. Le variabili
psicologiche non sono infatti di per s sufficienti a render conto, da sole, del
comportamento socialmente conforme (ovvero di quello criminoso) perch esse
agiscono in modo differenziale a seconda dello status del soggetto e delle
caratteristiche peculiari del suo ambiente. I contenitori esterni rappresentano i
freni strutturali che, operanti nellimmediato contesto sociale di una persona, o

agenti in senso pi lato nella societ, gli permettono di non oltrepassare i limiti
normativi. Detti contenitori sono rappresentati da fattori molteplici: da un
ragionevole insieme di aspettative di successo sociale, nel senso che quanto
maggiori sono le prospettive di successo legate al ceto, alle relazioni, alle
qualificazioni professionali, tanto pi agevole sar mantenersi nella conformit
e non usare mezzi illegittimi per affermarsi; lopportunit di incontrare consensi
nel proprio ambiente, il disporre di figure capaci di offrire coerenti modelli di
identificazione e una salda guida di condotta morale.
Si ren d e d u n q u e n ecessari o co n si d era re co n t emp o ra n ea men t e
lintegrazione e la correlazione tra le variabili psicologiche e quelle
ambientali. Esiste cio tutto un complesso sistema di correlazioni fra i vari
contenitori che consente di comprendere come laccentuata carenza di
taluni di essi renda proporzionalmente meno rilevante la mancanza degli
altri: in genere, quanto pi difettano i contenitori esterni, tanto minore
importanza nel condurre alla criminalit viene ad assumere la carenza di
quelli interni e viceversa.
41. La criminologia del conflitto (criminologia di sinistra)
Negli anni 60, larghi settori dellopinione pubblica sono stati caratterizzati,
specie tra gli intellettuali ed i giovani, da un deciso viraggio verso le
ideologie di sinistra. Si realizzo cos in quellepoca una vera e propria
rivoluzione culturale i cui ispiratori teorici furono i filosofi della Scuola di
Francoforte (Adorno, Marcuse, Horkheimer) che sottopose la societ
neocapitalistica, scotomizzandone i pregi, a una critica serrata per tutti i
guasti di cui veniva accusata: in primo luogo per le ingiustizie sociali e,
quindi, in una prospettiva esistenziale, per aver ridotto luomo al
conformismo e al consumismo, privandolo di ideali. Quelle idee furono fatte
proprie dal movimento del Sessantotto che, partito nel maggio di quellanno
dalla rivoluzione studentesca di Parigi si diffuse in tutta Europa,
specialmente in Germania ed in Italia.
Le nuove idee investirono presto ogni settore della vita politica, culturale ed
anche privata di quegli anni. I principali informatori e le parole dordine di
quel movimento furono soprattutto il rifiuto del consumismo e, pi in
generale, di tutto il mondo capitalistico e della societ industriale, la
prospettiva della rivoluzione comunista, il fiorire di unetica solidaristica
verso i poveri, i diseredati, gli emarginati e addirittura verso i devianti
ritenuti anchessi vittime della societ. Si enfatizzava e si rifiutava il
disagio della civilt cio la quota di nevrosi e di ansia che la

competitivit e il consumismo comportano. Il rifiuto di ogni inibizione


riverber anche sui costumi privati, sulla famiglia, sulla sessualit: anche
libert sessuale avrebbe dovuto servire, come lideologia comunista e
femminismo, a distruggere la societ del consenso e dellintegrazione,
posto dei quali gli ideali divennero il dissenso, la contestazione,
trasgressione.

si
la
il
al
la

In questo clima culturale, in quegli anni, taluni filoni della criminologia si


sono intessuti di esplicite connotazioni ideologiche e politiche di sinistra e
si sono andata qualificando come criminologia del conflitto in opposizione
ad una criminologia del consenso. Per la criminologia del consenso,
centrale la percezione della societ come struttura non certo ottimale, con
gravi disfunzioni di organizzazione, disparit di accesso ai beni, carente di
giustizia sociale, ma comunque migliorabile con le riforme e dove la
delinquenza ritenuta favorita da certi handicap sociali e individuali che
per nulla tolgono alla responsabilit dei singoli autori di delitti
(responsabilit su cui viene in definitiva a far leva ogni intervento
risocializzativo, obiettivo fondamentale della politica criminale). Per i filoni
pi estremistici della criminologia del conflitto, invece, la delinquenza non
eliminabile senza la radicale trasformazione della struttura economicosociale e senza la pi o meno apertamente auspicata soluzione
rivoluzionaria che avrebbe condotto alla eliminazione dei conflitti di classe
e delle ingiustizie e che avrebbe risolto anche la questione criminale.
Gli approcci meno ideologizzati e pi cauti, furono quelli che negli USA si
sono rivolti allo studio delle sottoculture delinquenziali e delle bande
giovanili che vedono nelle discriminazioni sociali, nelle difficolt
economiche e nella riduzione delle opportunit di successo la ragione prima
della attrattiva esercitata sui giovani delle classi disagiate da parte delle
sottoculture criminose. I filoni pi radicali e massimalisti si sono sviluppati
invece in Inghilterra prendendo corpo nella teoria delletichettamento fino
a giungere alla criminologia critica che vedr la stessa criminalit quale
fatto politico ed addirittura rivoluzionario.
42 - Teorie della sottocultura giovanile
Quando parliamo di cultura, in un senso ristretto, intendiamo indicare
modelli astratti di valori morali e di norme riguardanti il comportamento,
che vengono appresi direttamente o indirettamente nellinterazione
sociale, in quanto sono parte dellorientamento comune della maggior
parte delle persone. La cultura, ed in particolare le norme che, in

criminologia, della cultura sono laspetto pi importante, si riflettono nel


comportamento dei singoli attori sociale, anche se in esso intervengono pure
fattori individuali, non culturalmente determinati: carattere, personalit,
istinti, intelligenza, valori etici e sociali.
Strettamente associato al concetto di cultura quello di gruppo. Infatti,
anche nellambito di una cultura pi ampia, esistono nella societ tante
culture, per certi aspetti differenziate, quanti sono i gruppi che in essa
agiscono, intendendosi per gruppi le associazioni di individui caratterizzati
da una comune cooperazione e dal senso di appartenenza al gruppo.
Il gruppo di distingue da una massa differenziata per alcune caratteristiche:
i membri di un gruppo sono in rapporto stabile e non solo casuale e passeggero;
in tutti i membri del gruppo si sviluppa e si mantiene un concetto chiaro del
gruppo e dei suoi limiti
un gruppo pu venire a trovarsi in contrasto e anche in lotta con altri gruppi
nellambito del gruppo esiste unorganizzazione e divisione dei compiti, spesso
su base gerarchica
nel gruppo si sviluppa un complesso di usi, costumi e regole che creano una
tradizione (spirito di gruppo).
Si nota pertanto come le particolari norme, valori, principi e tradizioni del
gruppo sono inseriti nella sua cultura e sono fatti propri dagli appartenenti a
quel gruppo.
Lappartenenza a un gruppo un fatto dinamico perch il singolo individuo
pu partecipare contemporaneamente a pi gruppi.
Qualora un gruppo sociale abbia una propria cultura fortemente
differenziata rispetto alla cultura dominante per taluni valori importanti, si
parler allora di sottogruppo che avr, a sua volta, una sua propria
sottocultura, volendo sottolineare con questi termini il contrasto e la
differenza di taluni precetti normativi rispetto a quelli della cultura
generale.
Per sottocultura delinquenziale si intende quella di un sottogruppo che ha
una sua particolare visione normativa in contrasto con ci che la cultura
generale considera come illegale. La sottocultura delinquenziale pertanto
quella di un sottogruppo che, pur avendo molti valori normativi comuni con gli
altri gruppi, se ne diversifica per quanto attiene a certi comportamenti inibiti
dalla legge (concetto che si ricollega dunque a quello di associazione
differenziale di Sutherland di qualche decennio prima). E bene notare, poi,

che una sottocultura pu esistere anche largamente distribuita nello spazio e


senza alcun contatto interpersonale fra singoli individui o gruppi interi di
individui.
Nella prospettiva sottoculturale si collocano alcune teorie che hanno mirato a
illuminare nellambito della criminologia del conflitto, le ragioni che
favoriscono la confluenza verso le sottoculture criminose dei giovani delle
classi pi disagiate.
42.1 La teoria della cultura delle bande criminali di Cohen (1955)
Questa teoria vuole fornire una spiegazione delle dinamiche che portano alla
delinquenza nelle grandi citt i giovani delle classi pi sfavorite. Per Cohen, la
sottocultura delinquenziale dei giovani di bassa estrazione sociale nasce dal
conflitto con la cultura della classe media, che rappresenta i valori pi diffusi,
ma dalla quale essi si sentono estranei ed estraniati: per questi giovani, di
conseguenza, impossibile conseguire i vantaggi ed il successo sociale di cui
godono i loro coetanei dei ceti pi favoriti ed essi vivono pertanto pi
frequentemente linsuccesso, la frustrazione e lumiliazione. Per Cohen, questi
giovani trovano una soluzione a tale dissonanza nel disconoscere le regole
della cultura dominante e nel cercare di organizzare nuovi e diversi rapporti
interpersonali con proprie norme e propri criteri di status. Quindi essi
metterebbero in atto il meccanismo difensivo della formazione reattiva che un
meccanismo psicodinamico di marca psicoanalitica che implica la sostituzione
nella coscienza di un sentimento che provoca angoscia con il suo opposto. In
tal modo, le norme e gli ideali borghesi, essendo irraggiungibili, non
costituiscono pi mete culturali ambite ma sono rifiutate e disprezzate perch
espressione del sistema dominante, giudicato a loro estraneo, ingiusto, da
rifiutare e disprezzare. Questi giovani sono favoriti a inserirsi stabilmente nelle
sottoculture dei delinquenti abituali dal fatto che queste ultime sono
frequentemente insediate proprio nei quartieri poveri dove essi risiedono e dal
loro vivere allangolo della strada con conseguente maggiore facilit di
rapporti con soggetti gi facenti parte della delinquenza comune che proprio da
questi giovani attinge nuove leve.
Questa teoria, tuttavia, non offre alcuna spiegazione del fatto che fra tutti i
giovani che gravitano sulla strada per le sfavorevoli condizioni economiche
delle loro classi di appartenenza, solo una parte finisce per confluire nelle file
della delinquenza.
42.2 La teoria delle bande giovanili di Cloward e Ohlin (1960)
Nella concezione di questi autori le sfavorevoli condizioni economiche e

sociali e in particolare lappartenenza alla classe operaia si traducono in una


limitazione delle opportunit cosicch si parla della loro teoria anche come
teoria delle opportunit differenziali.
Questi autori partono dalla considerazione che la societ capitalistica offre a
tutti, in teoria, la possibilit di conseguire le mete di affermazione e successo
ma, di fatto, la competizione limita le opportunit di chi parte da un piedistallo
pi basso. Ora, secondo gli autori, le bande giovanili si originano dal bisogno
di aggregazione tra soggetti socialmente sfavoriti con analoghi problemi di
adattamento e possono assumere tre differenti forme:
le bande criminali
in senso stretto sono formate da giovani dediti
inizialmente ai c.d. reati da strada (furto, borseggio, rapina) e che poi, con
linserimento nella sottocultura della delinquenza abituale, ampliano e
perfezionano la loro attivit criminosa passando a reati ben pi gravi. Questi
soggetti diventeranno cos professionisti della delinquenza comune e
acquisiscono in questo modo denaro e status symbol di successo.
Le bande conflittuali che sono invece dedite alla violenza e al vandalismo
sistematico senza finalit primariamente appropriative o lucrative; mirano
soltanto a distruggere i simboli irraggiungibili del successo esprimendo cos
irrazionalmente e con violenza gratuita la protesta per esserne esclusi.
Le bande astensioniste che sono composta da quei giovani nei quali la
frustrazione ha provocato una fuga che esprime il rifiuto globale della cultura
stessa, dalla quale cercano di evadere mediante labuso di droghe e di alcol.
Queste teorie, anche se ci aiutano a capire
meglio come arrivano alla
delinquenza i giovani provenienti da gruppi economicamente svantaggiati,
hanno dei limiti dovuti al fatto che:
hanno una visione massimalista dei gruppi sociale e sono sostenute da una
ispirazione marxista troppo radicalizzata sul conflitto di classe;
la delinquenza dei pi giovani non necessariamente organizzata in bande ma
pu esercitarsi anche in modo isolato mentre vandalismi e violenze spesso
vengono compiuti anche da giovani appartenenti a ceti abbienti;
tanto la teoria di Cohen quanto quella di Cloward e Ohlin cadono facilmente in
un approccio che risulta rigidamente deterministico in quanto finiscono per
lasciare limpressione che i giovani provenienti da certi gruppi siano quasi
fatalmente destinati alla delinquenza.
43 Teorie delletichettamento

La visione di una societ travagliata dalla continua conflittualit tra classe


detentrice del potere e le classi lavoratrici viene ulteriormente radicalizzata
negli anni 60 dai teorici del nuovo filone criminologico del labelling
approach che recuperano la prospettiva dellinterazionismo simbolico di Gorge
Mead (1934).
Gli aspetti caratterizzanti della teoria delletichettamento (Becker, Lemert,
Kitsuse) sono incentrati sui seguenti punti:
visione rigida e dicotomica delle classi sociali percepite come classe dei
proletari sfruttati e classe dei padroni sfruttatori;
non univoca accettazione delle norme legali in quanto ritenute funzionali ai
detentori del potere e quindi con condivise da quella parte dei consociati da
essi vessati;
valorizzazione del concetto di reazione sociale quale risposta che la cultura
dei ricchi mette in atto nei confronti delle condotte devianti mediante la
stigmatizzazione, lemarginazione e le sanzioni penali;
percezione della devianza e della criminalit non quali comportamenti
riprovevoli o colpevoli ma quale mero frutto di un etichettamento negativo
esercitato dal potere nei confronti delle sole condotte antigiuridiche commesse
dalle classe subalterne.
I teorici del labelling approach, affermano che il deviante non tale perch
commette certe azioni, ma perch la societ qualifica come deviante chi
compie quelle azioni: con la reazione sociale consistente nel conferire la
qualifica di deviante, la devianza viene in un certo senso creata dalla
nostra stessa societ. Il punto focale del nuovo approccio spostato pertanto
dallatto del singolo, comera nelle precedenti teorie, alle reazioni della
societ nei confronti dellatto stesso.
Il deviante non pi visto come disfunzionale al sistema sociale ma la condotta
deviante invece intesa come necessaria e utile alla societ che in essa trova il
confine ben delineato della propria conformit. Il deviante, quindi, deve essere
creato per differenziarsene ed avere un termine di paragone negativo.
Il deviante svolge anche un ruolo di capro espiatorio nel momento in cui si
polarizza contro di lui tutta lemotivit e lo sdegno per gli autori del male, si ha
il vantaggio di non far percepire come devianti altre condotte, parimenti
dannose per la societ, ma che sono proprie delle classi domianti;
Il criminale, nella comune accezione, non tanto colui che commette un
crimine ma piuttosto colui che, fra i molti atti illegali, ne compie certuni. I
concetti di stereotipo e di stigma, rappresentano bene questi meccanismi nel

senso che lo stereotipo culturale del criminale (cio la concezione di


delinquente diffusa nellopinione pubblica) corrisponde a quello della
criminalit abituale e convenzionale ma non comprende tutti gli atti contrari ai
codici. Si avrebbe cos una discriminazione in relazione al tipo di delitto,
allambiente in cui esso viene attuato e al ceto dellautore. La discriminazione
si attua a vari livelli: chi ha pi potere pu fare leggi a s pi favorevoli e
decide, ne contempo, cosa lecito e cosa non lo .
I gruppi sociali, quindi, creano devianza facendo le norme la cui
infrazione costituisce devianza, applicando queste norme ad alcune
persone ed etichettandole come outsider. Da questo punto di vista la
devianza non una qualit dellatto commesso dalla persona ma
piuttosto una conseguenza dellapplicazione di norme e sanzioni a un
delinquente da parte di altri. Il deviante una persona alla quale
letichettamento stato applicato con successo: il comportamento
deviante un comportamento che viene etichettato come tale.
Il processo di consolidamento della devianza si realizza poi
attraverso una serie di eventi. Infatti, colui che definito come
deviante tende a stabilizzare la sua condotta in una carriera deviante,
i l c h e c o mp o rt a l a ssu n z i o n e d i u n ru o l o d e v i a n t e e
conseguentemente anche il sentimento della identit personale
diviene quello di un Io deviante. La stigmatizzazione fa dunque in
modo che il soggetto che si comportato in un certo modo finisca per
riconoscere se stesso nelletichetta che gli stata posta e non tende
pi a modificare la condotta.
Viene inoltre distinta:
la devianza primaria che definisce una condotta deviante senza che si
mettano in moto reazioni sociali e psicologiche che modifichino il ruolo e il
sentimento della propria identit del soggetto agente; questi, pertanto, non si
vive come un deviante ed ha ampie possibilit di rientrare nella conformit;
la devianza secondaria si realizza come effetto della reazione sociale
(stigmatizzazione e sanzione legale) e comporta peculiari effetti psicologici
sullindividuo che si percepisce come deviante, sviluppa tutta una serie di
atteggiamenti oppositivi che il suo ruolo comporta, con conseguente fissazione
in tale ruolo di deviante ovvero di delinquente.
Dunque, si diviene devianti perch si qualificati come tali e, quindi, deviante
colui al quale letichettamento stato applicato con successo; viceversa, colui
che commette azioni criminose ma che non viene raggiunto dalla censura, non
sarebbe un deviante, con buona pace dei principi morali e della giustizia.

Critiche possono essere mosse a questa teoria:


la confusione fra devianza e criminalit
sinonimi;

- che sono spesso usate come

questa teoria spiega la devianza non criminosa e la piccola delinquenza di poco


conto, la microcriminalit di strada ma non si presta affatto ad essere applicata
nei confronti della criminalit pi grave in quanto i delinquenti di questo tipo
si auto-emarginano per loro scelta primaria e sono assolutamente indifferenti
alla stigmatizzazione;
questa teoria deterministica in quanto la persona che ha subito lo stigma
sembrerebbe non potersi sottrarre ad un inevitabile destino delinquenziale;
questa teoria deresponsabilizzante perch equiparando delinquenti e devianti
finisce per attenuare la colpevolezza dei primi che vengono a fruire
dellatteggiamento pi tollerante riservato ai secondi.
44 Teoria della devianza secondo Matza
Il rigido orientamento classista e il giustificazionismo nei confronti della
delinquenza anche pi grave propri di tutta la criminologia del dissenso sono
stati in qualche modo sottoposti a revisione, in quegli stessi anni, dal
criminologo americano Matza (1969) il cui contributo rappresenta il
superamento nei confronti della teoria della sottocultura giovanile di Cohen e
di quella delletichettamento.
La critica verte sul fatto che i teorici delle sottoculture (Cohen in particolare)
intendono la sottocultura delinquenziale minorile come il risultato di un
processo di costruzione da parte dei giovani della classe operaia, di valori
antagonisti rispetto a quelli dominanti (quelli della classe media). Per Matza
questa ipotesi da rigettare poich non possibile pensare alla condotta
delinquenziale come al frutto di una situazione in cui il soggetto definisce
giusto il suo comportamento. Il problema, invece, pi complesso in quanto
molto difficile convincersi che esista una netta scissione tra i valori accettati
dai soggetti conformi e quelli di coloro che delinquono. Lo dimostra il fatto che
molti giovani esprimono, dopo la commissione del reato, vergogna e un sincero
senso di colpa che non possono essere sbrigativamente interpretati come
tentativo di manipolazione da parte degli appartati istituzionali. Dunque non si
pu concludere che i mondo dei giovani delinquenti non completamente
avulso dalle richieste di conformit espresse dallordine sociale dominante.
Secondo Matza, gran parte dellattivit delinquenziale dovuta ad una
proliferazione di difese nei confronti dellatto delinquenziale, sottoforma di

auto-giustificazioni per il comportamento deviante, considerate valide dal


delinquente ma non dal sistema giuridico o dalla societ.
Il delinquente, cio mette in atto un processo di razionalizzazione che gli
consente di esprimersi in senso deviante e giungere allinfrazione normativa
neutralizzando attraverso particolari tecniche le tecniche di
neutralizzazione il conflitto con la morale sociale da lui almeno
parzialmente accettata. Queste razionalizzazioni non intervengono ex postfacto ma precedono latto deviante e servono a escludere la responsabilit
individuale e a negare la sua illiceit attraverso la ridefinizione del proprio
operato.
La delinquenza, non deriva dunque dallapprendimento di imperativi o valori
devianti ma il frutto dellacquisizione di queste particolari tecniche di autogiustificazione.
Queste tecniche di neutralizzazione vengono presentate in cinque forme
diverse:
la negazione della propria responsabilit il delinquente, per aprirsi la
possibilit di imboccare la via della devianza ed evitare di doversi assumere la
responsabilit di un attacco diretto allapparato normativo, inizia ad
autopercepirsi come una palla da biliardo immagine che gli consente di
viversi come agito, trascinato nelle diverse situazioni;
la minimizzazione del danno arrecato il delinquente portato a considerare il
proprio comportamento come appartenente ad una attivit vietata ma non
immorale. Per lui, inoltre, la gravit della condotta viene valutata in base al
danno subito dalla vittima. La neutralizzazione consiste nella ridefinizione
delle proprie condotto: un atto vandalico diventa un disturbo dellordine, un
furto una presa in prestito, uno scontro tra bande uno scambio privato di
opinioni, ecc.;
la negazione della vittima anche nel caso in cui il delinquente si riconosce
responsabile dellatto commesso e si dichiara disposto ad ammettere la gravit
del danno causati, la responsabilit viene neutralizzata accentuando il fatto che
il pregiudizio recato alla vittima non rappresenta una ingiustizia perch si tratta
di un individuo che meritava il trattamento subito. Il delinquente, cio, si sente
un giustiziere;
la condanna di coloro che condannano coloro che sono conformi alla legge
vengono giudicati dal delinquente come ipocriti, la polizia come corrotta, i
giudici come parziali;
il richiamo a ideali pi alti in questo caso le forme di controllo sociale

possono essere neutralizzate sacrificando le istanza pi generali della societ


(norme, aspettative, doveri) a vantaggio di ideali particolari ma considerati
eticamente superiori, quali quelli della fedelt al gruppo di appartenenza, della
solidariet fra amici, della giusta lotta fra bande del quartiere, ecc.
Un aspetto importante della teoria di Matza il superamento delle teorie
delletichettamento e del loro contenuto deterministico, quella scuola, infatti,
sorvola sul problema della devianza primaria (cio la scelta del
comportamento censurabile dalla collettivit) cio di quella devianza agita dal
soggetto prima ancora che egli sia individuato come deviante e venga quindi
stigmatizzato dalla reazione sociale (foriera della devianza secondaria). Matza
non si schiera n per un totale libero arbitrio n per un rigido determinismo,
egli, piuttosto, per affermare un determinismo debole che spiega con il
concetto di drift, termine che non trova una giusta traduzione in italiano ma
che
rimanda alla presenza di una motivazione allagire deviante non
rigidamente vincolante. Il soggetto, cio, si trova in una situazione di limbo tra
conformit e devianza e reagisce di volta in volta alle richieste delluna o
dellaltre senza mai dirigere definitivamente il proprio comportamento in senso
deviante o in senso conforme.
La sottocultura, per Matza il luogo in cui il soggetto per sollevarsi da
situazioni angosciose, pu accentuare inclinazioni che non sente.
La volont di violare una norma un processo molto complesso che nasce
quando alla preparazione (che consiste nellapprendimento delle tecniche di
neutralizzazione) subentra un vero e proprio senso di disperazione dovuto al
sentirsi incapaci di dominare gli eventi e lambiente circostante: disperazione
che a sua volta si traduce in un generico desiderio di far accadere qualche cosa,
pur di convincere se stessi che si ancora padroni della situazione.
Matza dunque spiega non solo la devianza primaria ma riconferisce uno spazio
di libert al deviante stesso (e quindi una responsabilit), pur evidenziando i
fattori che tale libert in parte limitano.
45. Criminologia critica (criminalit come fatto politico)
Tra gli anni 70 e 80, in una prospettiva rigidamente marxista, la criminalit
venne intesa non pi come fatto sociale ma piuttosto come fatto politico: la
criminologia, cio, identific la devianza con il dissenso, cosicch tutte le
classi ed i movimenti che si opponevano alla societ neo-capitalista vennero
ritenuti costituire lautentica categoria dei devianti. Ma ci comport che cos
come i movimenti politici di sinistra, anche i criminali vennero intesi come

oppositori del sistema borghese, talch la criminalit venne considerata un fatto


sostanzialmente politico. I criminali. Per non avendo coscienza del significato
rivoluzionario della propria condotta dovevano essere politicizzati per poter
assumere un ruolo consapevole di forza promotrice dellinnovazione: questo
doveva essere il compito dei movimenti di sinistra e pi specificamente della
criminologia. La criminologia, pertanto, doveva cessare di proporsi come
scienza con finalit di ricerca per assumere precise prese di posizione militanti e
politiche.
In questa ottica, la stessa definizione tradizionale di delinquenza e di devianza
andava rifiutata perch fondata sulla ideologia del potere e del privilegio di
classe: criminale era ritenuta invece la classe dominante con le sue ingiustizia,
lo sfruttamento, la mortificazione consumistica e la negazione della libert e
dignit umane.
La devianza e la criminalit venivano cos a identificarsi con la lotta che
lintera classe operaia conduce per ledificazione della societ comunista.
Il primo filone della criminologia critica si sviluppato in Inghilterra attorno
alla National Deviance Conference (Taylor, Walton, Young, 1975) e ha preso le
mosse da una critica della vecchia interpretazione marxista della criminalit
secondo la quale questa era un diretto prodotto della societ capitalistica ma
riteneva il criminale privo della consapevolezza del significato classista del suo
essere deviante, in quanto reputato mosso solo da istanze individualistiche. La
new criminology inglese affront invece il problema della devianza come scelta
consapevole dei singoli dinanzi ai disagi e alle contraddizioni sociali.
Questo indirizzo stato coltivato anche in Germania ed in Italia da un gruppo
di studiosi facenti capo alla rivista Questione criminale. Nella prospettiva di
questi studiosi, la devianza veniva definita come una modalit di condotta
contrapposta ai canali normativi (costumi, leggi, cultura) ispirati e governati
esclusivamente della classe al potere. La devianza esprime tutte le esigenze
alternative allideologia borghese e si identifica con la non accettazione di
questa: il fatto che la devianza sia stigmatizzata e repressa dalle istituzioni la
conseguenza del fatto che essa viene, dalla societ capitalista, percepita come
una minaccia per il suo sistema.
Viene distinta:
una devianza individuale - che nelle sue varie forme (criminalit, evazione
nella droga, rifiuto dellinserimento lavorativo, ecc.) costituisce una modalit di
rigetto della societ borghese, devianza che per priva oltre che di
consapevolezza anche di prospettive;

una devianza organizzata che rappresenta la lotta delle classi lavoratrici


(quindi un superamento della devianza individuale che parziale ed alienata)
chiaramente politicizzata e ordinata nei movimenti politici delle masse. La lotta
sociale organizzata per il superamento della societ capitalistica e per
ledificazione del comunismo avrebbe dovuto consentire anche il
riassorbimento delle devianze individuali nella devianza collettiva e
organizzata dei lavoratori.
Cos come inteso dalla criminologia critica, il termine di devianza divenuto
addirittura sinonimo delle classi lavoratrici impegnate nella pi matura lotta di
classe. In questa ottica, anche la pena carceraria e tutto il sistema penale
vennero visti come strettamente legati alla societ capitalistica e funzionali agli
interessi economici e di controllo sociali delle classi dominanti.
La criminologia critica, anche se ha avuto il merito di contribuire ad un
movimento per la decarcerizzazione e lumanizzazione della pena, ha
alimentato un atteggiamento dellopinione pubblica di sinistra di eccessiva
solidariet nei confronti dei delinquenti, visti come vittime della societ
piuttosto che come individui non solo inosservanti delle leggi ma spesso anche
autori di comportamenti prevaricatori. Essa ha cio identificato la delinquenza
come se fosse solo microcriminalit da strada, agita da soggetti provenienti dai
gruppi pi sfavoriti, trascurando del tutto
la pi allarmante criminalit
violente, la delinquenza economica e quella organizzata.
46 - Il Nuovo Realismo
Nella seconda met degli anni 80, la constatata inefficienza del regime
comunista e del centralismo economico ad assicurare condizioni di vita
comparabili con quelle delloccidente, aveva provocato un mutamento radicale
anche nella politica interna dellURSS con la richiesta di maggiori libert
democratiche (si pensi alla perestrojka, e alla glasnost di Gorbaciov) per
giungere infine al crollo nel 1989 del muro di Berlino e alla dissoluzione
dellimpero sovietico.
Gli stessi autori di ispirazione marxista che in Gran Bretagna erano stati i
promotori della New Deviance Conference e della criminologia critica, pur
sempre rimanendo su posizioni di sinistra, diedero avvio (Lea, Young, 1984)
alla scuola del Nuovo Realismo.
A circa dieci anni di distanza, limpostazione viene completamente capovolta
dal punto di vista metodologico e da quello dei contenuti: da una riflessione
esclusivamente ideologica e teorica e di fronte alle esasperazioni di un

approccio che vedeva solo nelle sperequazioni sociali la causa della criminalit
e che intendeva il deviante esclusivamente come vittima, questi autori
rivolgono la loro attenzione allosservazione empirica, particolarmente
riguardo ai reati da strada (street crimes) che avvengono nei quartieri popolari
delle metropoli scoprendo cos che la delinquenza, studiata in precedenza in
una prospettiva tutto sommato astratta, invece una realt di fatto. I Nuovi
Realisti, scoprono lelevata vittimizzazione e la richiesta di protezione propria
dei meno abbienti e dei pi indifesi, di conseguenza, propongono ora
programmi sociali miranti a ridurre la marginalizzazione, a offrire alternative
alla carcerazione, a promuovere esperimenti di riconciliazione tra reo e vittima
(nei casi meno gravi) e a creare una organizzazione nella comunit mirante a
cooperare con la polizia in vista della prevenzione dei reati nei quartieri. La
prevenzione, prima rifiutata, diviene ora un obiettivo primario, che dovrebbe
essere perseguito attraverso progetti di sorveglianza di vicinato formati da
comitati di zona di cui fanno parte anche privati cittadini, in una rivalutazione,
quindi, dei sistemi di controllo informali o semi-formali.
47. Neo-classicismo e abolizionismo
Sempre negli anni 80, dopo la fine della criminologia tutta incentrata sulla
ideologia politica di sinistra, hanno preso le mosse altri due filoni di pensiero
come conseguenza di due differenti e in un certo senso opposte ragioni:
labolizionismo che distinguiamo in:
abolizionismo carcerario come estrema espressione della critica alla
carcerazione, ritenuta inefficace quale strumento per combattere la criminalit.
E un movimento che prende le mosse dalle ben note censure, gi degli anni
60, contro le istituzioni totali, contro il loro effetto disumanizzante,
stigmatizzante e addirittura criminogeno e contro lidentificazione della
sanzione penale esclusivamente con la reclusione in carcere. Esso, per, finisce
per massificare tutti i criminali secondo una unica prospettiva astratta,
vittimistica e indulgenzialistica, senza tener conto cio della estrema
differenziazione con cui, viceversa, il criminologo e loperatore giudiziario si
trovano a confrontarsi. Una prospettiva tanto estrema non pu realisticamente
conciliarsi con lesistenza di delinquenti particolarmente pericolosi e, infine,
con istanze di giustizia e di sicurezza che le persone sentono e vedono
concretizzate nella pena carceraria: un conto ridurre luso del carcere, un
conto labolizione. Listituto della carcerazione, stato dunque sottoposto a
una critica serrata che per non pu giustificare le posizioni di globale
abolizionismo: queste rispecchiano il rifiuto di infliggere sofferenza ma non

tengono conto, dinanzi ai crimini socialmente pi pericolosi, dellesigenza


universalmente sentita di adeguata retribuzione e di tutela pubblica e della
insostituibilit del carcere quale strumento, per taluni crimini, di difesa sociale.
Ci che costituisce un atteggiamento erroneo verso listituto della carcerazione
piuttosto il considerarla come lunica o la principale modalit di punizione,
buona per ogni tipo di persona e di reato. Corretto appare invece lo sforzo,
ispirato dal principio riduttivistico, di trovare sanzioni idonee a sostituire il
carcere con altri strumenti di punizione meno dolorosi per il reo e meno costosi
per leconomia pubblica.
Abolizionismo penale il pi noto esponente di questa corrente di pensiero il
norvegese Christie che, partendo dal presupposto che la pena dolore e
occorre ridurre al minimo il bisogno cosciente di infliggere sofferenza legale
per esigenze di controllo sociale, propugna la soppressione non solo del
carcere ma di ogni tipo di pena e, conseguentemente, dellintero sistema della
giustizia penale. Le correnti abolizionisti che si sono ispirate a Christie
esordiscono col ritenere linutilit di tale sistema, negandone la deterrenza e
qualsiasi altra finalit positiva. Siamo pertanto di fronte ad una estrema e
semplicistica generalizzazione di situazioni viceversa tra loro troppo differenti.
Labolizionismo penale, oltre che di impossibile realizzazione, comporta rischi
di iniquit e aumento di sofferenze per le vittime mentre del tutto inadeguate
appaiono le soluzioni alternative proposte dallo stesso autore della risoluzione
in chiave privatistico-risarcitoria fra autore e vittima del comportamento
delittuoso e del controllo disciplinare esercitato dalle comunit in quanto, tra
laltro, rimarrebbero del tutto insoddisfatte le domande su cosa succederebbe
quando il patteggiamento fra le parti non fosse possibile o non fosse voluto,
quando non vi vittima o quando il delitto troppo grave.
il neo-classicismo sorto quale reazione al fallimento della politica penale
incentrata sul trattamento risocializzativo. Lideologia del trattamento stata
messa in crisi da diversi fattori:
lingente impegno finanziario legato alle molteplici agenzie di trattamento
non corrispondeva una sensibile diminuzione della delinquenza e delle
recidive; anzi, con il passare degli anni, la delinquenza aumentata;
la presa di coscienza, da parte degli stessi fautori e degli operatori del
trattamento, dellimpossibilit che non con tutti i soggetti si potessero
conseguire risultati soddisfacenti mediante le tecniche di trattamento
criminologico;
stato rimesso in discussione lobiettivo stesso della risocializzzione in

quanto si afferm lidea che essa servisse solo a creare cittadini pi ossequienti,
a discapito della loro libert di autodeterminarsi e di opporsi consapevolmente
al sistema politico vigente.
Cos, come conseguenza di queste critiche, si andato articolando il
filone di pensiero penalistico e criminologico inteso a rivalutare i
principi retribuzionistici della Scuola Classica del diritto, le garanzie
processuali, la certezza della pena, secondo un modello chiamato
appunto neo-classicismo o neo-retributivismo. Negli USAS, questa
inversione di tendenza si tradotta oltre che in una riduzione
dellimpegno nelle misure alternative e nei programmi di trattamento,
anche in un inasprimento delle pene e nellintroduzione di sanzioni
rigidament prefissate. In luogo della pena indeterminata, ha avuto
incentivazione il sistema della incapacitazione selettiva, fondato sulla
difesa sociale e sulla mera deterrenza e mirante ad aggravare le sanzioni
nei confronti dei delinquenti recidivi e pi pericolosi. Un polo di naoclassicismo ha preso piede anche nei Paesi scandinavi dove, del pari,
stato riabilitato lideale retributivo per come reazione alla crisi del
modello terapeutico.
Vediamo come tutte le citate tendenze neo-retribuzionistiche hanno in
co mu n e u n d rast i co e p ro g ressi v o ab b an d o n o d i q u al si asi
individualizzazione discrezionale delle risposte sanzionatorie per
sviluppare un sistema penale che stabilizzi e rassicuri la societ
attraverso una comminazione oggettiva delle pene, vincolata a ben
precisi criteri quantitativi.
48 Lapproccio economico-razionale
I mutamenti economici hanno prodotto grandi cambiamenti anche delle idee,
delle prospettive della gente e degli assi portanti ideologici; leconomia
divenuta una componente importante ed essa si riflette sul pensiero intellettuale
e sulla cultura.. E accaduto cos che i fattori legati alleconomia si sono fatti
strada pure nel pensiero ciminologico, dal quale in precedenza erano del tutto
estranei. Si cos affacciato negli ultimi anni un approccio ai problemi della
criminalit del tutto nuovo, che vede la condotta criminosa agita secondo
principi razionali: secondo cio quegli stessi criteri che guidano le scelte
economiche.
Una comprensione dellapproccio economico-razinale possibile utilizzando il
contributo di Becker, economista americano e capostipite della sociology
economy, che gi alla fine degli anni 60 ha iniziato ad applicare le teorie

economiche a settori di ricerca usualmente non esplorati dagli economisti, quali


la famiglia, leducazione, le discriminazioni razziali.
Secondo Becker, la causa del comportamento criminale non deve essere
ricercata in una propensione biologica o psicologica dellindividuo n in
problemi legati al suo ambiente fo a fattori sociali: semplicemente, alla base
dellagire criminale vi una forte componente di calcolo e una razionale analisi
dei costi-benefici connessi alla commissione del reato. Il delinquente calcola,
valuta e soppesa i vantaggi e gli svantaggi derivanti dalla commissione di un
fatto illecito e, se i benefici attesi risultano essere significativi e superiori ai
costi e agli svantaggi, si determiner a delinquere. Egli non si differenzia
pertanto da qualsiasi altro operatore economico. Becker sintetizza il suo
assunto nella formula 0 = (P, F, U): dove 0 il numero dei reati commessi da
una persona in un determinato periodo; P la probabilit di essere condannato
per quel reato; F la sanzione per quel reato; U una variabile complessiva di tutte
le altre influenze. E dunque evidente che taluni cambiamenti della variabile U
(ad es.: aumento del reddito disponibile, aumento delleducazione rispetto alla
legge) potrebbero ridurre gli incentivi ad entrare in attivit illegali.
Secondo Becker
i costi del delitto possono distinguersi in:
costi diretti - connessi alla organizzazione o alla esecuzione del reato;
costi indiretti collegati al rischio dellessere individuati e condannati (tale
distinzione si rende necessaria perch lindividuazione e la condanna
rappresentano momenti diversi affidati ad istituzioni diverse che potrebbero
avere, di conseguenza, diverso grado di efficienza);
mentre i benefici connessi alla commissione del reato - posto che in alcuni
casi possono essere valutati, dal punto di vista economico, immediatamente
mentre in altri no sono di difficile valutazione e sono legati anche al tipo
di reato commesso. Ad esempio, gli atti di vandalismo, apportano scarso
beneficio dal punto di vista economico ma un intenso senso di piacere e di
soddisfazione.
Nella scelta se compiere o meno un delitto, abbiamo visto che operano altre
variabili ambientali, quali i profitti provenienti da attivit illegali e la presenza
di valori etici provenienti dalla famiglia e dalla scuola. Cos, un soggetto con
un lavoro stabile ed una buona condizione familiare e sociale considerer la
violazione di questi principi etici un costo elevatissimo da sostenere nella
commissione di reati: intervengono dunque nella criminogenesi anche fattori
legati alla variabilit psicologica e ambientale propria dei singoli individui.

Recentemente Becker ha affermato che per raggiungere buoni risultati nella


lotta contro i crimini, occorre una combinazione di tutte queste misure: leggi
severe e certe ma anche tutte quelle misure sociali come il miglioramento della
qualit delleducazione e puntare sui valori della famiglia.
La critica che pu essere portata a questo approccio che si tratta di un punto di
vista teorico troppo astratto per essere applicato a tutte le condotte delittuose:
esso non pu trovare applicazione per i delitti dimpeto o connessi a disturbi
psichici.
Daltro canto un settore dove pi brillantemente sono stati applicati questi
principi quello delle attivit corruttive e concessive dei colletti bianchi dal
momento che coloro che compiono reati di questo tipo non possono non aver
fatto una valutazione pi o meno attenta delle conseguenze del proprio agire
delittuoso e la scelta di metterlo in atto dovuta alla convinzione o al calcolo
probabilistico che i benefici che se ne potranno trarre supereranno i costi.
Lapproccio economico-razionale fornisce dunque una nuova e realistica
chiave di lettura di moltissimi delitti: sia in primo luogo dei delitti compiuti per
lucro ma anche di condotte criminali violente sulle cose o sulle persone per le
quali lutile perseguito non economico ma semmai psicologico quale
soddisfacimento di pulsioni e desideri.
La visione che viene fornita da questa teoria quella di una persona umana
responsabile che, prescindendo dalle motivazioni profonde come dai
determinismi sociali, consapevole di quel che compie e delle scelte che
effettua sia nellambito delittuoso che in quello lecito . Ma anche se la condotta
delittuosa talora irrazionale o addirittura autolesiva, essa pur sempre attuata
per conseguire un utile, pecuniario o psicologico che esso sia.
49. La criminologia in Russia
NellURSS, ancora pi che altrove, la totale assenza di pluralismo politico e
lintolleranza verso ogni manifestazione di libert di pensiero imposti dal
rigido sistema dittatoriale, hanno fatto s che anche i contenuti della
criminologia si uniformassero in modo particolarmente stretto con lideologia
ufficiale e con il succedersi degli avvenimenti che si sono col verificati nel
corso del nostro secolo e che si non su di essa riflessi.
Prima della rivoluzione del 1917, lo studio sistematico della criminalit fu
coltivato quasi esclusivamente dalla sociologia del diritto ed essa venne inteso
non tanto nella prospettiva del tecnicismo giuridico quanto essenzialmente
quale fenomeno sociale.

La ricerca prosegu anche dopo la Rivoluzione dOttobre: nel primo periodo


postrivoluzionario, quando ancora la chiusura verso la cultura europea non era
cos rigida come accadde dopo, le tesi positivistiche esercitarono un forte
fascino sui criminologi sovietici che prestarono attenzione non solo
allindirizzo sociologico del Ferri ma anche a quello lombrosiano.
Negli anni 30, i contenuti di derivazione positivistica vennero decisamente
rigettati perch non conciliabili con lideologia ufficiale che venne
rigorosamente imposta in ogni ambito del sapere. Poich ogni forma di
delinquenza veniva ritenuta espressione della lotta di classe, la morte del
capitalismo doveva necessariamente portare alla scomparsa della delinquenza: i
pochi delinquenti rimasti vennero considerati o come soggetti dotati di
patologiche caratteristiche di personalit ovvero quali portatori di residui valori
antisociali del capitalismo. La criminalit venne pertanto intesa come un
fenomeno accidentale e non come una componente normale di ogni societ.
La delinquenza e il dissenso politico vennero interpretati dunque in termini
prevalentemente psicopatologici e politici, segnatamento come attivit
controrivoluzionaria della vecchia classe borghese cos anche legittimando
limponente repressione penale di tutti i nemici del popolo, ivi compresi
dissidenti e criminali.
Pi tardi, negli anni 50 e 60, nel periodo successivo alla Seconda guerra
mondiale, la societ russa fu massivamente coinvolta materialmente con pesanti
sacrifici economici e moralmente con limpegno ideologico per sostenere la
guerra fredda contro loccidente. La criminologia segu lideologia del
momento continuando a vedere, da un lato, lesistenza di una correlazione fra
criminalit e reliquie capitalistiche non ancora sradicate, e, dallaltro,
sottolineando leffetto delle influenze disfattiste dei paesi occidentali che erano
accusate di iniettare valori e proporre modelli comportamentali (consumismo)
ostili al socialismo per minarne la stabilit ideologica e la forza economica e
militare.
Il dogmatismo ideologico pi andato attenuandosi e, alla fine, scomparendo
negli anni a noi pi vicini nellepoca gorbacioviana con la glasnost e la
perstrjka: il crollo dellimpero sovietico hanno provocato un
nuovo
orientamento dottrinario avvicinando la criminologia russa e dei paesi ex
satelliti a quella occidentale grazie anche ad una aumentata frequenza di
scambi culturali, un tempo del tutto aboliti. Anche in Russia, come ovunque, la
libert ha un presso, e nel prezzo compreso anche laumento della criminalit.

CAPITOLO 3
PSICOLOGIA E CRIMINALITA
50 La criminologia incentrata sullindividuo
Le teorie sociologiche rendono conto delle molteplici ragioni legate
allambiente, ai rapporti fra gruppi e alle loro reazioni che favoriscono le scelte
criminose di molti individui ma esse non possono spiegare la variabilit del
comportamento individuale dinanzi ad analoghi fattori socio-ambientali che si
osserva di fatto nei singoli casi: variabilit che da ricondurre alle diverse
caratteristiche psicologiche e biologiche di ogni individuo. E pertanto
necessario utilizzare un approccio integrato che miri a evidenziare quali sono i
fattori che rendono ogni persona una entit unica e irripetibile, cos che
differiscono per ogni soggetto anche le risposte ai fattori criminogenetici insiti
nella societ, fattori che rappresentano altrettante componenti di vulnerabilit
individuale nei confronti delle scelte criminose.
Si intendono per componenti di vulnerabilit individuale tutti quei fattori,
diversi da persona a persona, psicologici o biologici, che rendono ragione
della resistenza o della maggior fragilit o dellelettiva propensione di taluni
a comportarsi - a parit di condizioni macro-sociali e micro-sociali - in modo
conforme alle norme, ovvero allopposto criminoso dinanzi ai condizionamenti
provenienti dallambiente sociale.
Lo studio delle componenti di vulnerabilit pu essere condotto:
attraverso lo studio delle teorie psicologiche della personalit che mettono
in evidenza i complessi meccanismi che possono spiegare la variabilit
individuale delle risposte comportamentali e identificare aspetti della
personalit che possono esporre al rischio di devianza;
in una prospettiva biologica per identificare i fattori che rendono ogni essere
vivente diverso dagli altri come conseguenza della differente struttura del
patrimonio genetico e, si conseguenza, tutti i problemi legati allereditariet,
alla rilevanza di fattori neuro-fisiologici nei confronti della organizzazione
psichica e del comportamento istintuale, diverso dal comportamento appreso;
in una prospettiva clinica con lesame di fattori psicopatologici, nel quadro
delle correlazioni fra disturbi mentali e condotta criminosa.
Nel considerare le correlazioni fra individuo e ambiente,va sottolineato che
esiste in ogni tipo di comportamento umano una loro costante integrazione.
Laspetto pi caratteristico di questa correlazione rappresentato dal rapporto

inversamente proporzionale fra le componenti di vulnerabilit individuale e i


fattori ambientali: quanto pi criminogenetici sono questi ultimi, tanto meno
rilevanti sono le componenti psicologiche o biologiche legate allindividuo; e,
viceversa, quanto pi marcate sono le componenti della personalit che
rendono lindividuo pi incline alla condotta criminosa o deviante, tanto meno
significativi risultano le carenze, le sollecitazioni e , in generale, i fattori
criminogeni legati alla societ.
Naturalmente, dobbiamo sempre tenere presente che questa distinzione tra
fattori sociali e fattori individuali risponde solo a ragioni di comodit
espositiva perch nella realt il comportamento frutto di una costante
integrazione di condizioni individuali e ambientali.
51 Personalit, temperamento, carattere
Per comportamento (o condotta) si intende il complesso coerente di
atteggiamenti che ogni individuo assume in funzione dei suoi obiettivi e degli
stimoli che gli provengono dallambiente: poich tali atteggiamenti altro non
sono che, in gran parte, espressione della psiche, ne risulta in pratica la
possibilit di identificare lo studio della psicologia con quello del
comportamento.
Lattivit psichica costituita da tre fondamentali funzioni: la sfera
conoscitiva, la sfera affettiva e quella volitiva.
La sfera cognitiva Sono proprie di questa sfera:
La conoscenza linsieme delle funzioni che consento allindividuo di essere
informato sulla realt, di parteciparvi, di accumulare esperienze, di acquisire
nozioni;
Il pensiero lorganizzazione di processi mentali di carattere simbolico che si
concretizza nelle idee.
Lintelligenza linsieme delle capacit acquisite, che riutilizzano oltre che a
livello logico-razionale o speculativo, anche per agire nella vita relazionale;
lintelligenza pu essere dunque attitudine ad affrontare e risolvere situazioni
concrete (intelligenza pratica), ovvero attitudine a impostare e risolvere
problemi generali e astratti (intelligenza teorica).
La sfera affettiva - quella fondamentale coloritura positiva o negativa,
piacevole o spiacevole che eventi e pensieri suscitano in noi; laffettivit
anche responsabile di quegli stati danimo che si sperimentano soggettivamente
e che possono essere spontanei ovvero conseguenti a stimoli esterni. Nella sfera

affettiva si distinguono:
Lumore inteso come il variare dellemotivit nelle varie sfumature che
vanno dalla tristezza alla gioia;
I sentimenti che sono espressioni pi elaborate della vita affettiva che
sorgono nel rapporto con persone e situazioni non tanto sulla scorte di elementi
razionali quanto piuttosto per la risposta interiore che ciascuno vive nei
confronti di tali persone e situazioni;
Le emozioni sono sentimenti che si manifestano con una intensit
particolarmente acuta (ira, furore, esaltazione e rabbia) e che si estrinsecano
anche in fenomeni fisiologici (rossore, batticuore, pallore, tremore).
La sfera volitiva riguarda le azioni (e le omissioni) che vengono compiute per
determinati fini. Alla base del volere sussistono sia motivi consapevoli sia
motivazioni profonde o inconsce. Sulla volont si incentra tutta le tematica
della libert, del libero arbitrio, della responsabilit, o allopposto, del
determinismo.
Importantissimo il concetto di personalit.
Nelluso comune, il significato di personalit pu identificarsi con la abilit o
accortezza sociale, valutandosi la personalit di un individuo in funzione della
sua capacit ed efficienza nel reagire positivamente nei contatti con persone
diverse e nelle circostanza pi varie. In tal senso, si dice che un soggetto ha
personalit quando sa far valere le proprie ragione e sa perseguire con successo
i suoi obiettivi; ovvero, allinverso, si dice che ha disturbi o problemi di
personalit quando il modello di esperienza interiore e di comportamento e il
suo funzionamento
sociale risulta inadeguato a mantenere soddisfacenti
rapporti interpersonali.
Una seconda accezione la personalit di un individuo definita dalla reazione
del prossimo al modo di interagire di un individuo (prepotente, affascinante,
difficile, debole, ecc.). Si tratta di una definizione psicosociale dato che
considera la p persona nellinterazione col prossimo.
la personalit pu ancora essere intesa come linsieme delle qualit e
caratteristiche di un soggetto quale somma, cio di aspetti biologici e
psichici suscettibili di osservazione e descrizione obiettiva, facendo astrazione
dai riflessi interpersonali;
la definizione di personalit pu anche includere gli aspetti unici ed
irripetibili o pi rappresentativi di una persona ricalcando cos il concetto

di individuo della prospettiva biologica ma riferendola solo alle componenti


psichiche.
Ci rendiamo conto dunque da queste definizioni come la personalit altro non
esprime se non linsieme dei termini che vengono impiegati per descrivere il
singolo individuo, termini scelti in base a variabili e dimensioni diverse. Per,
un significato di personalit essenzialmente incentrato sugli aspetti intrinseci
della persona non pu essere soddisfacente per la criminologia in quanto essa
non pu prescindere dallapproccio integrato fra lindividuo e lambiente
sociale nel quale viene agito il comportamento delittuoso. Poich la condotta
criminale in sostanza un particolare tipo di comportamento nella societ
legato alle caratteristiche della persona ed ai reciproci influenzamenti fra
persona e ambiente, dal punto di vista criminologico la personalit interessa
sostanzialmente nei suoi aspetti psicosociali, pertanto: la personalit pu
definirsi come il complesso delle caratteristiche di ciascun individuo quali si
manifestano nelle modalit del suo vivere sociale e pu essere intesa come la
risultante delle interrelazioni del soggetto con i gruppi e con lambiente.
Queste interrelazioni tra personalit e ambiente sociale, inoltre, sono in
continua evoluzione dinamica. La personalit da vedersi come la risultante di
tali continui scambi e influenzamenti cos che essa non pu considerarsi come
data una volta per tutte, immodificabile ed obbligata.
Quando parliamo invece di temperamento, ci ricolleghiamo alla base innata,
ancorata alla struttura biologica, delle disposizioni e tendenze peculiari di ogni
individuo nelloperare nel mondo e nel reagire allambiente: cos parliamo di
temperamento mite o violento, subordinato o dominatore, ecc.
I genetisti da qualche tempo stanno scoprendo lesistenza di certi geni che
sembrano collegati al comportamento: a dimostrazione della sempre maggiore
influenza che si tende oggi ad attribuire alla base biologica nei confronti della
condotta. In tale prospettiva, il temperamento da ritenersi come poco
modificabile perch legato al patrimonio genetico acquisito al momento del
concepimento.
Peraltro, le infinite circostanze dellesistenza incidono sul temperamento,
facendo assumere al soggetto modalit di pensare, di atteggiarsi e di agire pi o
meno diverse da quelle innate: ci intendiamo per carattere.
In sintesi, il concetto di temperamento contiene connotazioni di potenzialit
che si traducono in attualit di modi di pensare e di interagire, cio in
carattere, per effetto delle mutevoli esperienze e vicende che la vita pone a

ciascuno. Ad esempio, un individuo dotato di temperamento aggressivo diverr


di carattere aggressivo, cio si comporter in modo effettivamente aggressivo
tanto pi facilmente quanto maggiori saranno state le circostanze della sua
esistenza che avranno favorito lagire violento.
Il carattere rappresenta pertanto la risultante della interazione fra
temperamento e ambiente: il carattere non quindi una componente statica
della personalit quanto piuttosto una componente dinamica che si modifica
col tempo e con quelle rivende di vita che ne plasmano gli aspetti.

52. La psicoanalisi
Fra le teorie della personalit, la psicoanalisi pu considerarsi la prima ad
essersi posta lobiettivo di fornire un sistematico paradigma interpretativo della
struttura psicologica e dei meccanismi psicodinamici agenti nella persona
umana. E, sebbene i diretti contributi della psicoanalisi nel fornire una sua
specifica teoria criminologia sono stati assai modesti, ben pi rilevante stato il
suo apporto nellaprire nuove vie per comprendere in generale la condotta
umana e, quindi, anche quella delittuosa
La psicoanalisi venuta a far parte del patrimonio culturale italiano molto pi
tardi che negli altri paesi perch (come anche la sociologia) fu osteggiata dal
regime fascista.
Da quando Sigmund Freud (1856-1939) pose le basi della sua dottrina sono
molto cambiati sia gli uomini sia il mondo e, di conseguenza, molte delle sue
asserzioni appaiono incompatibili con le pi recenti acquisizioni scientifiche.
Del resto, che la psicoanalisi fosse una vera scienza stato da sempre contestato
perch le sue asserzioni sfuggono alla possibilit della verifica sperimentale e
perch non le applicabile il principio di falsificalbilt di Karl Popper.
Due contributi della psicoanalisi sono rimasti comunque fondamentali
indipendentemente dal far proprie tutte le implicazioni che la teoria comporta;
il concetto di inconscio e quello di visione dinamica della psiche. Infatti,
mentre in precedenza la personalit era praticamente identificata con larea
della coscienza, intesa come consapevolezza, la lezione psicoanalitica ha
indicato come i pensieri, le scelte e i bisogni coscienti delluomo siano
collegati con forze psichiche profonde, prima sconosciute: linconscio,
appunto. Di conseguenza, una psicologia che si limiti ad analizzare solamente
ci di cui si consapevoli sar per la psicoanalisi del tutto incapace di
comprendere i motivi veri e primari del comportamento umano.

Secondo Freud, si possono identificare nella personalit tre istanze


fondamentali: lES, lIo e il Super-Io, da intendersi come tre livelli o momenti
dellattivit psichica e sebbene ognuna di queste componenti si a dotata di
funzioni, propriet e dinamismi propri, la loro interazione cos intima da
rendere difficile scinderne i singoli effetti e valutarne separatamente le
conseguenze sul comportamento umano.
LEs listanza posta allorigine della personalit, il nucleo primitivo e la
matrice nel cui seno si differenziano successivamente lIo e il Super-io. Lo
compongono tutti i fattori psicologici ereditari e presenti alla nascita, compresi
gli istinti e gli impulsi, le passioni, le idee e i sentimenti rimossi. LEs
rappresenta inoltre il serbatoio dellenergia psichica nel senso che lEs, e in
particolare gli istinti vitali fondamentali, costituiscono la sorgente della forza
dalla quale deriva ogni spinta ad agire. Tutto ci che contenuto nellEs ha la
caratteristica di essere inconscio, perci luomo non consapevole di quali
siano le pulsioni e gli istinti collocati nel suo profondo, che pure costituiscono
il motore di ogni sua attivit. In una prima fase, Freud identific nellistinto
sessuale la fonte primaria e unica dellenergia (libido) e lo stimolo vitale da cui
derivava ogni spinta: la libido cio non serviva solo a realizzare le pulsioni
sessuali ma era limpulso per ogni tipo di azione. Tale visione era perci
monopolare in quanto un solo istinto, quello sessuale, dominava e promuoveva
il comportamento. Freud in seguito cambi questa prima versione ed identific
nellEs due istinti contrapposti (visione bipolare): luno listinto di vita (Eros)
che contiene le cariche sessuali ma anche tutte le pulsioni vitali e le spinte
allazione; laltro listinto di morte (Thanatos) che mira invece a ricondurre
verso linerzia, verso la quiete, verso linattivit da cuci luomo ha avuto
origine con la nascita e a cui tende con la morte a ritornare. In ogni caso, gli
istinti per realizzarsi danno origine a una carica interna che comporta aumento
di energia: ci si traduce in stato di tensione. Quando la tensione
dellorganismo aumenta per lazione degli stimoli pulsionali, lEs opera in
modo da scaricarla immediatamente per riportare lorganismo al livello
energetico di base. Il superamento della tensione si realizza soddisfacendo con
lazione le pulsioni istintuali: lEs, che non tollera gli aumenti di tensione,
agisce pertanto stimolando luomo a dar soddisfazione immediata e diretta ai
propri istinti. Questo meccanismo di riduzione della tensione mediante il
soddisfacimento immediato delle pulsioni, da cui lEs governato, viene
denominato principio del piacere.
LIo si sviluppa in conseguenza dei bisogni dellindividuo che richiedono
rapporti adeguati col mondo oggettivo della realt, rapporti che lEs non in
grado di avere dato che conosce solo la realt psichica soggettiva, costituta dal

suo mondo pulsionale. LIo invece sa distinguere i contenuti mentali dalla


realt del mondo esterno. Quindi, mentre lEs obbedisce al principio del
piacere, lIo opera in funzione del principio della realt: egli in grado cio di
dilazionare il soddisfacimento delle pulsioni fino a quando non siano a
disposizione loggetto richiesto o le opportunit situazionali idonee a ridurre la
tensione. LIo quindi agisce nel reale organizzando lazione in modo da
consentire alluomo di soddisfare concretamente i bisogni mettendoli a
confronto con le possibilit offerte dal reale. Esame di realt, si denomina
appunto la funzione dellIo consistente nel valutare i dati oggettivi e
nellesaminarne lidoneit ai fini di soddisfare le pulsioni. LIo rappresenta
quindi la componente esecutiva della personalit.
Il Super-io il rappresentante interiore dei valori etici e delle norme sociali;
esso si va strutturando nel corso dellinfanzia, facendo propri, mediante il
meccanismo dellidentificazione, i contenuti etici e le regole di comportamento
dei genitori e poi delle altre persone con le quali si venuti a contatto. Il Superio esercita la funzione di arbitro morale interno della condotta, sia
disapprovando i comportamenti contrari alle norme sociale e facendo sentire
luomo colpevole (funzione questa che viene chiamata coscienza) sia
approvandolo e facendolo sentire orgoglioso di s quando la sua condotta
conforme alle regole e adeguata a quellideale di s che ciascuno tende a
perseguire secondo i modelli che genitori e societ impongono.
Riassumendo, in senso figurato, possiamo considerare lEs come la
componente biologica della personalit, lIo come quella psicologica, il
Super-io come quella sociale e morale e le tre istanza vanno intese come
semplice denominazione verbale di processi psichici agenti nellunit
della persona.
La concezione psicoanalitica della personalit essenzialmente
dinamica nel senso che proposta tutta una continuit di meccanismi
interiori che rende conto del formarsi e del modificarsi nel tempo della
personalit: esiste una reciproca azione di forze impulsive (cariche) e di
forze costrittive o antagoniste (controcariche) dal cui reciproco
confronto e dalle cui reciproche compensazione e armonia deriva
lequilibrio dellindividuo.
Tutti i conflitti della personalit e tutti i conflitti fra la persona e
lambiente sociale, possono ridursi a contrapposizioni tra queste due
categorie di forze. Quando lIo viene sopraffatto da uno stimolo
eccessivo che non riesce a dominare e non possibile un equilibrato

compenso fra le forze antagoniste dellEs e del Super-io, lIo stesso vive
una situazione di pericolo che porta allangoscia.
Langoscia o ansia soggettivamente vissuta come disagio, sofferenza,
timore, pertanto lespressione di una non realizzata soluzione delle
conflittualit fra le istanze interiori, ovvero fra lindividuo e lambiente.
Freud distinse tre tipi di angoscia:
lansia reale che il timore di un pericolo insito nella realt oggettiva;
lansia sociale cio il timore della riprovazione degli altri per aver commesso
qualcosa di contrario alle norme che regolano la convivenza;
lansia nevrotica espressione del timore della severit del Super-io quando gli
istinti, sfuggendo al controllo, costringono la persona a pensare, sentire, fare
qualcosa (ma anche pensare o provare un sentimento) per cui verr riprovata
appunto dal Super-io, ingenerandosi cos il senso di colpa. Questo tipo di ansia
la pi temibile perch la mancata armonizzazione fra pulsioni e coscienza, fra
richieste dellistinto ed esigenze morali pone lindividuo in uno stato di grave
pericolo per il suo equilibrio interiore.
Normalmente lIo in grado di risolvere i contrasti fra le opposte istanze
in modo armonico utilizzando meccanismi razionali ma quando questi
non sono sufficienti, lIo ha a disposizione altri particolari meccanismi
psichici che gli consentono di trovare ugualmente lequilibrio: questi
sono i meccanismi di difesa dellIo mediante i quali ci si difende dal
pericolo della nevrosi e della psicosi posto che questi stati morbosi si
realizzano quando i meccanismi di difesa falliscono.
I meccanismi di difesa sono molteplici:
la rimozione consiste nel respingere dalla coscienza nellinconscio qui
contenuti che provocano un allarme eccessivo. Tutte le pulsioni istintuali che
non possono essere accettate dal Super-io vengono rifiutate ma se esse non
trovano compensazione cagionano nellinconscio una tensione da cui pu
derivare una condizione di squilibrio;
la dislocazione consiste nel fatto che una pulsione istintuale rivolta verso un
obiettivo e che sia respinta (dalla morale pubblica, dalleducazione o da
controcariche interne della coscienza) pu essere deviata su altri oggetti o altre
mete. Daltro canto un oggetto sostitutivo non sempre riesce a ridurre
completamente la tensione originata dalla pulsione istintuale non soddisfatta
per cui si pu accumulare un continua carico di tensione tanto pi elevato
quanto pi il Super-io rigido, cio inflessibile e rigoroso nel rifiutare certi
impulsi o quanto pi la societ pone norme costrittive al soddisfacimento

istintuale. Da ci deriva linsoddisfazione e lirrequietezza.


la sublimazione consiste in uno spostamento dellenergia istintuale per
conseguire le pi elevate conquiste culturali o per raggiungere mete altruistiche
o morali
la proiezione consiste nel disconoscere alcuni aspetti negativi della propria
personalit attribuendoli ad altri, cos ottenendo il risultato di deviare sul
mondo esterno le conflittualit interiori. I processi di responsabilizzazione
comuni a tanti criminali (come in tutti quelli che cercano scuse) traggono
origine da questo meccanismo di difesa mediante il quale langoscia derivante
dalla riprovazione attribuita al mondo esterno piuttosto che alle minacce della
coscienza. Tale meccanismo al di l della formulazione freudiana, di riscontro
frequente nella forma di meccanismi di neutralizzazione che, secondo Matza,
vengono usati per autoassolversi.
la formazione reattiva un altro meccanismo di difesa che implica la
sostituzione nella coscienza di un impulso o sentimento che genera angoscia
col suo opposto (amore/odio). Un impiego in ambito criminologico di questo
meccanismo lo troviamo in Cohen a proposito delle sottoculture urbane dei
giovani delinquenti.
la fissazione e la regressione la personalit di ogni individuo, per
raggiungere la maturit attraversa fasi successive di sviluppo affettivo-emotivo,
abbastanza ben definite (fase orale, fase anale, fase fallica, fase genitale). Ogni
nuovo passaggio comporta una certa quantit di frustrazione e di angoscia:
qualora queste divengono eccessive pu realizzarsi un arresto (fissazione)
temporaneo o permanente in una certa fase dello sviluppo senza che venga
pertanto raggiunta la piena maturazione. Invece, le difficolt derivanti
dallincapacit di superare esperienze traumatiche possono comportare il
ritorno (regressione) a fasi anteriori e gi superate dello sviluppo (es. rifugio
nellalcolismo e nella droga pu essere interpretato come una regressione alla
fase orale dello sviluppo)
lidentificazione mediante questo processo una persona mira a rendersi simile
o ad assumere tratti psicologici caratteristici di un altro individuo che viene
eletto a proprio modello; si incorporano cos nella propria personalit contenuti
psicologici e valori, norme comportamentali e principi morali propri della
persona eletta a proprio modello ideale. Lidentificazione non si realizza
globalmente per tutte le caratteristiche di colui che stato preso a modello ma
in modo selettivo, assumendo cio via vai solo quei contenuti psichici e quei
valori che risultano pi utili per ridurre la tensione. Lidentificazione anche
una fondamentale modalit di apprendimento e di trasmissione nel tempo delle

regole e dei valori della societ dal momento che anche i modelli di
identificazione hanno a loro volta formato il loro Super-io mediante
lidentificazione con altri: si assicura cos la continuit nella cultura dei valori
morali e delle regole sociali.

53 Psicoanalisi e criminalit
La teoria psicoanalitica della personalit offre la possibilit di interpretare
talune modalit della condotta criminale. Si tratta dellutilizza della chiave di
lettura della psicoanalisi anche per la identificazione di alcuni meccanismi
della criminogenesi.
La visione dellIo come istanza consapevole delluomo continuamente in bilico
tra le spinte dellistinto e le controspinte del Super-Io ha accreditato una lettura
sostanzialmente deterministica della teoria psicoanalitica della personalit. LIo
cio non sarebbe altro che il passivo esecutore di istanze a lui estranee e nei
confronti delle quali, quindi, possiede ben poca autonomia: luomo pertanto
non avrebbe alcuno spazio di libert rispetto alle proprie pulsioni istintuali e
alla severit del Super-Io quasi fossero altro da s. Quindi la libert di scelta e la
responsabilit scompaiono nel momento in cui lindividuo agisce solo spinto
da forze che non pu controllare. Questa visione tanto rigida stata per oggi
superata da molti psicoanalisti che considerano lIo come dotato di maggior
autonomia, non pi necessariamente succube dei desideri dellEs e dei conflitti
fra le diverse istanze ma con possibilit di scelta perch provvisto di proprie
energie.
Il pi organico contributo psicoanalitico in ambito criminologico quello di
Alexander e Staub (1929).
Secondo questi autori la condotta criminosa leffetto di molteplici modalit
dello svincolo dal controllo del Super-io. Essi identificano diverse condizioni
nelle quali il controllo dellistanza superiore si riduce fino ad abolirsi
completamente, secondo il seguente schema:
la normalit (o integrazione sociale) rappresentata dal pieno controllo del
Super-io sul mondo pulsionale-istintuale: in tali condizioni vi piena
conformit di condotta e rispetto delle regole;
la delinquenza fantasmatica nella quale il controllo delle pulsionalit
antisociale ancora pienamente efficiente sul comportamento tant vero che

lindividuo non delinque; esistono tuttavia istinti antisociali pi pressanti che


il soggetto riesce comunque ad arginare mediante il processo della dislocazione
dellantisocialit sul piano della semplice fantasia (ammirazione per i
personaggi devianti dei film);
la delinquenza colposa (condotta motivata da imprudenza, negligenza,
imperizia) pu essere interpretata col meccanismo della dislocazione delle
pulsioni aggressive: laggressivit che il Super-io non consente che si realizzi
come tale, cio come violenza volontaria, verrebbe estrinsecata attraverso una
condotta imprudente o negligente che provoca ugualmente danno alla persona
osteggiato o alle sue cose;
la delinquenza nevrotica nella quale la condotta criminale rappresenta un
sintomo di una situazione conflittuale profonda. Il Super-io non ha
completamenti rinunziato al controllo dellantisocialit e questi si realizza
unicamente per lesistenza di profondi contrasti interiori che trovano una
possibilit di soluzione nella condotta deviante. Questultima dunque non
leffetto di un progetto razionale e consapevole o di un ideale dellIo di tipo
criminale ma una sorta di ripiego per eliminare la tensione delle conflittualit
interiori: la delittuosit nevrotica (piuttosto rara) non essendo completamente
accettata si accompagna pertanto a sensi di colpa (es. cleptomania).
delinquenza occasionale e affettiva viene definita cos quella delinquenza
che si attua appunto solo in circostanze eccezionali, particolarmente favorevoli
allo svincolo delle controspinte superiori (delitti per passionalit, delitti
scaturiti da violenti diverbi, in stato dira). Tale tipo di delinquenza per gli
autori anche quella commessa quando vi sia unampia probabilit di non
essere scoperti oppure quando un oggetto desiderato offerto in modo
suggestivo (furti nei grandi magazzini).
Delinquenza normale rappresenta lultimo stadio, dove il controllo del
Super-io cessa completamente e lIo pu realizzare senza ostacoli le pulsioni
aggressive e antisociali:
non essendovi pi controllo superegoico
il
delinquente non si sentir in colpa per la sua condotta.
Da quanto abbiamo appena considerato, appare chiaro come ladeguamento
alla vita sociale da vedersi essenzialmente in funzione dellefficienza del
Super-io.
Il Super-io pu essere:
anomalo - essendo strutturato come Super-io criminale gli ideali dellio sono
strutturati in modo antisociale e il soggetto adegua la sua condotta che diviene
pertanto criminale;

debole - e non costituire una guida sufficientemente costante e valida per la


condotta: ci si realizza quando vi siano stati fattori desiducativi ambientali,
difetti dei processi di identificazione, inadeguatezza della famiglia o mancanza
di modelli;
del tutto assente - si realizza in tal modo un inadeguamento globale alla vita
sociale.
Concludendo, per Alexander e Staub, si possono distinguere due tipi
fondamentali di delinquenza:
la delinquenza accidentale nella quale sono assenti tratti psicologici devianti
delle personalit e la delittuosit pu realizzarsi con delitti colposi o con delitti
occasionali correlati a situazioni eccezionali che inattivano il Super-io in stati
di particolare pregnanza emotiva o per occasioni particolarmente favorevoli o
allettanti;
la delinquenza cronica che rappresenta la propensione al delitto dovuta alla
struttura stessa della personalit: essa pu dipendere dal fatto che lIo fragile o
compromesso (per fatti tossici, per difetto dintelligenza) o perch esiste una
condizione nevrotica perch il Super-io strutturato in modo anomalo e il
delitto coerente con lanomala struttura dellistanza superiore o infine perch
il Super-io assente e quindi la condotta dellindividuo in balia degli istinti.
Importanti contributi di matrice psicoanalitica sono stati utilizzati al fine
di comprendere la criminogenesi (il perch del comportamento
criminoso) e la criminodinamica (il come). In base a questi studi si potr
comprendere, per esempio, quanto larmonica struttura dellistanza
superiore possa essere compromessa dai disturbi nel rapporto con le
figure parentali. Il processo di identificazione con le figure dei genitori
rappresenta infatti il primo nucleo attorno al quale si former il Super-io,
e disturbi in questa fase si ripercuoteranno sulla definitiva struttura della
personalit. Assenza o lontananza dei genitori, genitori iperoccupati,
autoritari, troppo deboli, iperprotettivi, indifferenti, sono stati indicati
come causa di disturbo nella formazione del Super-io cos da favorire la
condotta criminosa. Inoltre, lidentificazione con figure parentali
antisociali pu concorrere alla formazione di un Super-io criminale.
E stata identificata anche una delinquenza per senso di colpa: alcuni
soggetti agirebbero cio in modo criminoso unicamente per essere poi
puniti, e soddisfare, cos, senza rendersene conto, un bisogno inconscio
di espiazione di stampo nevrotico.
In certe situazione, poi, i comportamenti criminali sono stati interpretati

come originati dalla fissazione alla fase del principio del piacere: la
delinquenza, in questo caso, esprimerebbe un modo di dar
soddisfacimento diretto alle pulsioni. Le frustrazioni ambientali e
familiari, la marginalit, le sconfitte, lassenza di ragionevoli prospettive
di successo sociale, sono tipiche situazioni che ostacolano il processo di
maturazione verso la fase governata dal principio di realt, favorendo la
fissazione o la regressione a modalit pi immature di condotta.
Questa, come altre interpretazioni psicodinamiche, comportano il rischio
di fornire una lettura della condotta criminosa che finisce per essere
deresponsabilizzativi perch il delinquente viene percepito come se
fosse costretto a delinquere da forze da lui non governabili. Il tanto
deprecato determinismo della psicanalisi consiste proprio nel fatto che
vendono da taluni ignorate, nel gioco delle dinamiche psicologiche, le
componenti volontarie e morali che sono pur sempre alla base delle
scelte comportamentali.
Meccanismo reattivo messo alla luce dalla psicoanalisi e tipicamente
collegato alla immaturit affettiva quello dellacting-out (passaggio
allatto) che rappresenta una modalit impulsiva di comportamento
mirante a risolvere lansia, particolarmente quella derivante da eccesso di
frustrazione, con una condotta anomala: molti comportamenti criminali,
specie nei giovani, assumono il significato di azioni realizzate come
compenso di gravi carenze affettive o materiali. Lacting-out criminoso si
caratterizza per il fatto che il reato non appare in relazione a motivi o
scopi normali e coscienti (lucro, vendetta, ecc.) ma rappresenta una
scarica o un sollievo da una tensione emotiva riferibile a conflittualit o
frustrazione. Questo meccanismo non solo allorigine di reati di tipo
aggressivo ma pu concretarsi anche in furti commessi per liberarsi da
tensioni interiori.
Altro aspetto dellimmaturit rappresentato dalla bassa soglia di
tolleranza alla frustrazione: un adeguato esame di realt, quale effettua
una personalit matura condizione indispensabile per accettare quella
dose di frustrazione che inevitabilmente comporta la convivenza sociale.
Quanto pi bassa la tolleranza alla frustrazione di un soggetto tanto pi
facilmente egli sar indotto a reagire con aggressivit o con impulsivit,
alla frustrazione stessa. Ad analoga situazione si ricollega anche il
meccanismo della difesa dalla frustrazione mediante lidentificazione del
frustrato nel frustratore: il soggetto che ha subito ripetute frustrazioni
pu eleggere come propri modelli di identificazione, figure per lui

altamente frustranti divenendo pertanto egli stesso, con ladeguarsi ai


modelli, un soggetto frustratore.
Lincapacit di identificarsi col prossimo caratterizza, secondo Musatti,
molti degli autori di reati contro la persona; fa in loro difetto quella
qualit comune invece nelle altre persone, per la quale normalmente si
condivide il dolore e la pena altrui come se fossero nostri, qualit che
consente pertanto di controllare la violenza. In questottica, Musatti
classifica le condotte criminose violente in questo modo:
condotte dovute a deficienza globale di identificazione con loggetto
dellimpulso aggressivo come accade per esempio nella legittima
difesa;
condotte dovute a processi di identificazione soltanto parziale in
base al fatto che determinati valori morali non sono fortemente avvertiti
come veri e propri valori ( il caso delle sottoculture violente o delle
bande giovanili di tipo distruttivo);
condotte dovute a processi di identificazione particolari attraverso i
quali la passivit alla violenza si converte in attivit ( il caso della
identificazione del frustrato nella figura del frustratore)
Al meccanismo di difesa della proiezione
da attribuirsi
latteggiamento di deresponsabilizzazione riscontrabile in tanti
criminali. Proiettando su altri (famiglia, societ) la responsabilit della
propria condotta criminosa, ci si sente anzich colpevoli piuttosto delle
vittime, ci si libera dal senso di colpa e si mette il prossimo (cost,
giudici, operatori penitenziari) nella posizione di chi infierisce su un
innocente.
Lincapacit di sublimazione della libido, cio lincapacit di
indirizzare la pulsionalit verso mete socialmente accettate anzich su
oggetti proibiti, rende conto di comportamenti delinquenziali primitivi,
immediati e miranti a soddisfare i bisogni e le pulsioni nelle modalit pi
rozze.
Nonostante i tanti importantissimi contributi per la comprensione della
condotta criminosa, la psicoanalisi, con leccessivo indulgere nella
ricerca di interpretazioni psicodinamiche pu comportare il rischio di
i n t e n d e re o g n i c ri mi n a l e c o me p e rso n a i n q u a l c h e mo d o
psicologicamente disturbata, col risultato di patologizzare la
delinquenza; inoltre, le inconsce e spesso tortuose dinamiche ipotizzate

in chiave psicoanalitica rischiano di far perdere di vista la quotidiana


realt.
54 La psicologia analitica di Jung
La teoria analitica di Jung (1875-1961) fornisce una visione delluomo
diversa da quella psicoanalitica freudiana dalla quale deriva e propone
concetti importanti per la comprensione della condotta deviante.
Jung ha distinto, oltre allinconscio nel senso inteso dalla psicoanalisi
classica, un inconscio collettivo, che trascende lindividuo e costituisce
listanza psichica pi potente e di maggior influenza.
Mentre Freud vede le origini della personalit nellinfanzia, Jung risale
ben pi addietro, cosicch luomo inteso come dotato di
predisposizioni trasmessegli fin dai suoi pi lontani antenati.
Mentre la psicoanalisi freudiana attribuisce agli antecedenti (gli istinti, i
conflitti, i meccanismi di difesa, ecc.) un significato e un valore di causa
d e t e rmi n a n t e d e l c o mp o rt a me n t o p re se n t e , Ju n g c o n si d e ra
contemporaneamente, assieme agli elementi sedimentati dal passato che
agiscono in lui inconsciamente, perci al di fuori del suo consapevole
controllo, anche la dimensione dellindividuo proiettato verso il futuro a
conseguire conformemente alla sua volont gli obiettivi che si prefigge.
Listanza fondamentale rappresentata dal S, che costituisce il punto
centrale della personalit, e alle cui unit, stabilit ed equilibrio mira
costantemente lindividuo. Luomo, pertanto, non agisce solo spinta
dagli istinti e dallinconscio ma anche perch organizza la propria vita
per raggiungere le sue finalit e aspirazioni.
Concetto fondamentale della psicologia analitica il concetto di
conflitto psichico da intendersi come lurto fra forze, pulsioni,
controspinte insite nella psiche dellindividuo.
Con il termine di frustrazione, si indica invece quella condizione di
disagio psicologico che insorge quando taluni bisogni o aspirazioni non
possono essere soddisfatti a causa di ostacoli esterni ed anche ci
provoca, come nel conflitto psichico, uno stato di tensione
particolarmente spiacevole.
Dinanzi alla tensione, si possono realizzare modalit comportamentali di
differente polarit:
latteggiamento estroverso o alloplastico che orienta lindividuo

verso il mondo oggettivo della realt esterna, caratteristico di coloro


che risolvono la tensione con lazione, che tendono cio a rispondere
alla frustrazione o al conflitto psichico agendo verso lesterno, sulla
realt, proiettando eventualmente sullambiente i loro problemi con una
condotta abnorme. Non si ha in tal caso la prevalenza di sofferenza
interiore e si parla in questo caso di una modalit di essere di tipo egosintonico, perch lindividuo in accordo con se stesso, si sente nel
giusto, e la sofferenza causata dalla sua condotta si riversa sugli altri e
sullambiente. In questo caso, la proiezione dei conflitti sullambiente
pu portare a commettere pi facilmente delitti.
latteggiamento introverso o autoplastico che indirizza lattivit
psichica prevalentemente verso il proprio mondo soggettivo, tipico di
quegli individui che risolvono ed esauriscono la tensione allinterno
della propria psiche, con sofferenza, disagio, ansia. Questa modalit di
reagire pertanto di tipo ego-distonico, poich lindividuo
interiormente combattuto e in disaccordo con se stesso. In questo caso, le
condotte antigiuridiche saranno pi rare perch la risposta alla tensione
non si risolve in azione nella realt.

55. Psicologia sociale: Adler e Fromm


Dalla psicoanalisi ha preso avvio un importante filone che ha dato corpo
ad una serie di teorie che hanno riservato particolare attenzione alle
interazioni che avvengono fra gli individui allinterno del sistema
sociale e alla ripercussioni di tali interazione sulla personalit. Questo
filone la psicologia sociale che pu essere dunque definita come lo
studio delle relazioni interpersonali nel contesto sociale, ovvero del
modo secondo il quale la vita sociale si riflette sulle manifestazioni
psichiche della persona.
Secondo la psicologia sociale, la personalit non pu essere studiata in
s ma solo nellambito dei continui rapporti che si instaurano fra
lindividuo, le altre persone e i gruppi: luomo, come entit psichica e
come essere agente nella societ, motivato e influenzato anche dalle
relazioni interpersonali. Lo studio dei rapporti tra gli individui, poi, oltre
che tener conto della reciprocit di essi, deve considerare che tali
interrelazioni avvengono nellambito di un contesto sociale, cio in
istituzioni e ambienti organizzati (famiglia, scuola, luoghi di lavoro,
gruppi, comunit, nazione) che includono categorie, gerarchie, norme,

valori che sono del pari fondamentali nel regolare le interazioni umane.
Le teorie psicosociali possono farsi risalire a quel secondo filone di
derivazione psicoanalitica che fa capo ad Alfred Adler (1870-1937). La
psicologia adleriana considera lindividuo come mosso, anzich da
cause interiori (quali gli istinti, le dinamiche insite nelle sue varie istanze
o linconscio collettivo) piuttosto dalle prospettive e dai bisogni legati
al suo essere inserito nella societ.
Adler vede nella volont di potenza limpulso fondamentale che muove
luomo: essa prende lavvio dalla sua innata aggressivit e costituisce la
fonte di energia psichica che consente allindividuo di realizzare le sue
aspirazioni verso la superiorit, meta ultima di ogni condotta. La volont
di potenze inoltre sostituisce ci che per Freud la libido o lEros, vale a
dire il serbatoio di energia che promuove ogni attivit: essa si realizza in
una rete di rapporti interpersonali che, iniziando dallinfanzia, si
sviluppa nellarco della vita, fornendo sbocchi concreti allaspirazione
alla superiorit. Per converso, il contatto sociale pu alimentare, con
linsuccesso, sentimenti di inferiorit, intesi come senso di
incompiutezza e di imperfezione ma questo sentimento, a sua volta, il
punto di partenza che stimola lindividuo verso il conseguimento di
livelli di aspirazione pi alti.
In condizioni particolari (iperprotezione, carenza affettiva familiare,
innata disposizione) il sentimento dinferiorit pu essere talmente
accentuato da provocare manifestazioni anomale tanto da sviluppare un
complesso di inferiorit (a sua volta responsabile di atteggiamenti o
condotte anomale per la consapevolezza della propria inefficienza)
ovvero una condizione opposta di ipercompensazione altrettanto
disturbante (complesso di superiorit).
Volont di potenza, complesso di inferiorit, complesso di superiorit
sono processi psicologici che non infrequentemente possono ravvisarsi
nella criminogenesi di taluni soggetti.
La psicologia di Fromm sottolinea ulteriormente limportanza del
contesto sociale: il tema della sua riflessione quello della solitudine e
dellisolamento che luomo prova se non armonicamente inserito nel suo
ambiente sociale; ambiente con il quale peraltro pu facilmente entrare
in conflitto per la situazione ambivalente di sentirsi allun tempo essere
individuale ed essere sociale. Nel pensiero di Erich Fromm (1900-1980)
la condizione delluomo, per il suo equilibrio e armonia, comporta anche

il soddisfacimento di fondamentali esigenze non materiali:


il bisogno di relazioni - in quanto per divenire individuo socializzato ha
bisogno di amore, comprensione e rispetto reciproco continuo;
il bisogno di trascendenza - che si ricollega alla necessit delluomo di
elevarsi al di sopra della sua struttura animale mediante la creativit;
il bisogno di avere schemi di riferimento - cio di un sistema stabile e
coerente di valori che gli consentano di percepire e comprendere il
mondo, schemi che gli vengono forniti dal costume, dalla cultura, dalle
norme;
il bisogno di identit personale luomo ha anche necessit di sentirsi
un individuo unico e riconoscersi in una immagine di se stesso coerente
e stabile.
Da tutto questo discende la necessit di associarsi, di sentirsi inserito in
un gruppo per combattere lisolamento, la solitudine e la carenza di
identit. Linappagamento o la frustrazione di questi bisogni sono quindi
possibili spinte alla ricerca di compensazioni proprio per la condotta
delittuosa.
56. La psicologia sociale: identit personale e teoria dei ruoli
La psicologia sociale ha elaborato due concetti rilevanti in ambito
criminologico:
quello di identit personale che si riferisce al sentimento che in
ciascuno si viene a strutturare in ordine allassenza, unicit, qualit della
propria persona e ai fini e ai mezzi che devono informare il suo inserirsi
nel mondo.
Quello di ruolo che si riferisce alle aspettative che nella societ si
formano nei confronti di ciascun individuo in conseguenza della
posizione specifica che egli occupa nella societ o delle funzioni che
svolge nei gruppi sociali.
Ai problemi della formazione delle disarmonie della identit personale
dedicata buona parte del pensiero di Erikson (1963) che intende il
sentimento della propria identit come lorganizzazione di unimmagine
coerente, omogenea, continua e stabile dellessenza della propria
personalit.
La formazione dellidentit si realizza:

attraverso lidentificazione con successivi modelli significativi;


attraverso i ruoli via via proposti e assunti.
Questo iter ha il suo culmine formativo durante ladolescenza. In questa
fase e anche successivamente, un rapporto disarmonico con la famiglia o
coni vari gruppi di appartenenza pu portare a una disturbata
strutturazione della identit personale, visto che questa fortemente
influenzata dallatteggiamento degli altri.
Se per questa cattiva organizzazione della identit, o per qualsiasi altro
motivo, si verifica qualche iniziale comportamento deviante o
delinquenziali, si risvegliano nel prossimo aspettative negative nei
confronti di tali soggetti: ci finisce con lalterare lidentit personale
sicch lattore realizza poi stabilmente con la condotta deviante o
criminosa il giudizio negativo anticipato nei suoi confronti (profezia che
si autoadempie).
La societ, i gruppi, la famiglia continuamente confermano pertanto il
sentimento dellidentit personale con i giudizi, le valutazioni, le
gratificazioni, le frustrazioni. Ma in talune condizioni la societ provoca
una serie di degradazioni e mortificazioni che possono alle volte
condurre a una immagine di s valorizzata, che si denomina identit
negativa. In questi casi lindividuo riconosce se stesso come persona con
valori socialmente negativi perch i gruppi sociali gli hanno attribuito
questa qualit ( lo stesso processo delletichettamento). Il giudizio
squalificato che un gruppo formula verso un individuo fa s che
questultimo sia facilitato ad adeguarsi a tale ruolo negativo, assumendo
una identit a esso conforme, e adottando quindi una condotta
stabilmente deviante.
Quindi, latteggiamento del prossimo e i giudizi istituzionali,
riflettendosi sul sentimento della propria identit possono (nel senso che
fav o risco n o ) trad u rsi in fatto ri d i d ecisiv o in flu en zamen to
comportamentale ma non necessariamente comportano un destino
comportamentale delinquenziale.
La formazione della propria identit influenzata oltre che dal giudizio
degli altri anche dalla posizione che ciascuno occupa nella societ e
dalle funzioni che vengono svolte in coerenza alla posizione occupata.
La posizione di ogni individuo nella societ, o status, costituisce un
sistema relazionale che caratterizza ogni persona in base a una serie di
diritti e di doveri che regolano i suoi rapporti di interazione con persone
di altro status.

In tutte le societ esiste un certo numero di status, tanto pi elevato


quanto pi la societ complessa tanto da formare un vero e proprio
sistema nel quale ciascuno occupa contemporaneamente pi posizioni.
Taluni di questi status sono ascritti in funzione di ci che una persona
(per let, per il sesso, per la razza) mentre altri sono acquisiti in base a
ci che uno pu fare e divenire a partire dalla posizione sociale.
Ci che in criminologia importante il fatto che in ogni tipo di societ
ogni status legato a norme che ne regolano i rapporti con gli altri, e ad
aspettative circa losservanza dei compiti spettanti a chi occupa quello
status: questo quello che si intende per ruolo. Questo concetto si
riferisce dunque alle attese che esistono nella societ nei confronti di chi
occupa una determinata posizione ma in questo concetto insita la
consapevolezza nutrita da chi occupa quel ruolo su ci che gli altri si
attendono da lui: ci si riflette sullidentit personale, per cui ciascuno
finisce per avere un sentimento di s coerente e conforme al proprio
ruolo. Se esiste un ruolo prescritto (allo studente prescritto di
apprendere, allinsegnante di fornire nozioni e cultura, ecc.) esistono
anche un ruolo soggettivo (la professione pur sempre una decisione
personale cos come quella di fare il delinquente) e un ruolo svolto
(divenire un insegnante impegnato o uno studente svogliato) che sono
liberamente scelti dai soggetti anche se condizioni ambientali e varie
circostanze possono favorire luno piuttosto che laltro.
Significativo, in senso criminogenetico, loccupare un ruolo negativo.
Una serie di status squalificati (per ceto, posizione economica, regione di
nascita, razza, immigrazione, ecc.) facilitano lassunzione di ruoli
altrettanto squalificati che favoriscono la scelta comportamentale
delinquenziale.
Erving Goffman (1961) ha particolarmente sottolineato linfluenza sul
sentimento di identit e sulla stabilizzazione in ruoli negativi dellessere
inseriti negli istituti correzionali, nelle carceri, nei manicomi, negli
istituti rieducativi e in tutte quelle istituzioni che egli chiam istituzioni
totali perch coinvolgono globalmente lindividuo, deformandone la
personalit e limitandone le prospettive. Allindividuo inserito
nellistituzione totale veniva prospettata come pi reale e pi probabile
lidentificazione in truoli squalificati; egli era sentito come ridotto ad
una condizione di passivit che gli frustrava laspirazione ad assumere o
riassumere ruoli socialmente accettabili, che gli sarebbero apparsi
irraggiungibili con i propri mezzi; avrebbe finito pertanto con
laccogliere, quale propria identit, quei modelli negativi che

listituzione gli proponeva e gli suggeriva, andando cos a occupare


stabilmente ruoli altrettanto negativi. Le istituzioni totali ed i ruoli
negativi che in esse pi facilmente si assumono svolgerebbero dunque
una parte di rilievo nellaggravare le difficolt di reinserimento e nel
favorire la cronicizzazione in carriere criminali persistenti. Queste
considerazioni hanno fortemente influenzato importanti scelte di politica
sociale come labolizione dei manicomi, la tendenza a non rinchiudere i
giovani delinquenti in istituti correzionali, la tendenza a far sempre
minore ricorso al carcere.
Queste interpretazioni psicosociali devono, in conclusione, favorire la
comprensione dei meccanismi agenti nei rapporti fra gli uomini ma non
d ev o n o trad u rsi in atteg g iamen ti ch e sian o d elle co mp lete
deresponsabilizzazioni nei confronti della condotta dei singoli attori n
devono sfociare nella troppo meccanicistica visione di destini inevitabili
o di colpe unicamente attribuibili alla societ, senza che luomo sia pi
percepito come libero e responsabile e perci chiamato a rispondere del
bene o del male che ha compiuto.
57 Psicologia sociale: devianza, emarginazione e marginalit
Alla psicologia sociale siamo debitori di altri tre concetti fondamentali:
1) il concetto di devianza originariamente, nella sociologia strutturalfunzionalista, questo termine aveva il significato di comportamento
anomalo sotto il profilo statistico e raggruppava tutte quelle condotte
che si discostavano dalle regole e costumi sociali condivisi dalla
maggior parte delle persone .Ai tempi della sociologia di sinistra, i
devianti hanno assunto un significato sempre pi esteso fino ad essere
identificati con coloro che erano considerati vittime della societ a
causa delle discriminazioni e dei pregiudizi che le classi egemoni
avrebbero esercitato nei confronti dei diversi. E poich ei confronti dei
devianti viene abitualmente esercitata lemarginazione e perch pure i
delinquenti vengono emarginati si fin per includere fra i devianti anche
i criminali. Alla fine si giunse ad identificare la criminalit con la
devianza. In questo concetto sono stati racchiusi quindi comportamenti
tra loro radicalmente diversi ed per questo che opportuno fare una
fondamentale distinzione fra i diversi comportamenti che sono stati
denominati come devianti. Vi sono comportamenti che non risvegliano
sentimenti di riprovazione o richiesta di sanzioni ma che possono essere
indifferenti, ovvero anche provocare reazioni sociali di solidariet e

offerta di aiuto: in tali termini queste condotte non provocano giudizi


morali negativi, di tali condotte non viene fatta ai loro autori
attribuzione di colpa e non vengono censurate (atteggiamenti dei
vagabondi, di chi esercita la prostituzione, gli omosessuali, ecc). Pi
correttamente si debbono considerare devianti quei comportamenti che
suscitano invece reazioni di intensa disapprovazione e censura con
richiesta di sanzione: questi comportamenti sono attribuiti a titolo di
colpa ai loro autori perch non sono legati allo status in cui una persona
si trova per nascita e comunque non volontariamente ma sono frutto di
scelta (tossicomani, terroristi, tutti i tipi di delinquenti). La intensa
disapprovazione e la richiesta di sanzione risultano pertanto i parametri
fondamentali per identificare le condotte che meritano la qualificazione
di devianza. In ultima analisi, la qualificazione di devianza esprime un
giudizio di valore, una valutazione morale negativa, in funzione dei
principi etici di comune accettazione. La devianza un concetto
sociologico e non giuridico.
Il concetto di marginalit Marginalit indica una condizione statica o
uno status cio la condizione di taluni individui che si trovano ai
margini della societ. Marginali sono quegli status sociali che
provocano, per persone o gruppi, il vivere in condizioni diverse e
solitamente peggiori di quelle della societ nel suo complesso; la
marginalit comporta riduzione delle aspettative di affermazione sociale,
minore responsabilit sociale, minore partecipazione alla vita e alle
decisioni collettive. Il fenomeno della marginalit si osserva nei
confronti di certi status collettivi, i giovani, i vecchi, le donne, gli
handicappati, le persone di colore, gli extracomunitari. La marginalit
operata verso coloro che, nella logica dellideologia del profitto, non
solo produttivi o hanno perduto la capacit di produrre beni economici:
gli inetti, i pensionati, i disoccupati La marginalit anche la posizione
nella societ di certi malati cronici e specialmente dei sofferenti di AIDS
e dei malati di mente. Infine, divengono marginali i devianti e i
delinquenti. Ma mentre i devianti o i delinquenti si vengono a trovare ai
margini della societ a causa della loro condotta disapprovata, gli altri si
trovano ai margini della societ per un pregiudizio aprioristico in
funzione del sesso, dellet, del luogo di nascita ma non per colpa della
loro condotta. Vi sono dunque dei marginali per il solo fatto di essere
quello che sono e marginali per quel che hanno fatto: in altri termini, vi
sono marginali per loro colpa e marginali senza colpa.
Il concetto di emarginazione Lemarginazione invece un concetto

dinamico che viene messo in atto dai singoli e dai gruppi nei confronti di
taluni soggetti che si tende a escludere dagli abituali rapporti.
Lemarginazione il ridurre le prospettive, il togliere la responsabilit,
il nutrire aspettative negative rispetto a taluni soggetti a causa della
loro condotta riprovata: essi divengono perci marginali per colpa della
loro condotta. Il deviante e il criminale sono collocati in una posizione
di marginalit per effetto della emarginazione agita nei loro confronti:
costoro vengono esclusi a cagione del loro comportamento delittuoso o
disapprovato dalla posizione che occupavano. Donne, vecchi, gli
invalidi, la gente di colore sono in condizioni di marginalit ma non
vengono emarginati per la loro condotta ma lo sono perch occupano, in
definitiva, nella societ, status pi o meno squalificati.
58 Altri contributi della psicologia
Le fenomenologia una visione psicologico-filosofica delluomo che mira a
comprendere luomo dal suo interno in modo da scorgere le ragioni della sua
condotta quali emergono dal suo punto di vista e non da quello di chi indaga,
contrariamente alle altre teorie psicologiche che piegherebbero dal di fuori
luomo cos come viene spiegato dallesterno qualsiasi fenomeno della natura.
Lessere umano non vive in una realt oggettiva e neutra che esiste di per s e
indipendentemente da lui
ma d egli stesso vita a una realt. La
diversificazione fra condotta e realt, per questa psicologia, solo apparente,
poich lunica realt la realt fenomenica, espressione della intenzionalit del
soggetto del suo agire nel mondo. Cos, latto criminoso, secondo questa
prospettiva, viene assunto come rivelatore di un modo di essere che, seppure si
ponga violentemente di traverso nei riguardi degli aspetti etici e normativi del
vivere in societ, rappresenta pur tuttavia anchesso una estrema possibilit
espressiva dellumano.
La teoria del campo di Lewin ha derivato i propri assunti dal concetto di
campo di forze elettromagnetiche tratto dalla fisica: ogni elemento allinterno si
un sistema, detto campo, influenza tutti gli altri elementi e ne viene a sua volta
influenzato. In psicologia ci significa che lindividuo costantemente
influenzato dallambiente, e non pu quindi essere studiato isolatamente da
esso, posizione del resto condivisa da tutta la psicologia sociale. Balloni (1984)
ha esteso alla criminologia i concetti espressi da Lewin considerando campo
la persona, lambiente a lui pi vicino (cio il suo spazio di vita) e lambiente
nel senso pi ampio. La combinazione di questi elementi pu formularsi come

una legge fisica in cui il comportamento, in questo caso criminoso, in


funzione della persona e dellambiente.
La teoria dei sistemi, invece di considerare un fatto o una condotta come
effetto necessario di una causa data (causalit lineare) cerca piuttosto di
analizzare le reciproche influenze tra i fenomeni: relativamente al
comportamento umano, analizza il processo attraverso il quale, in un rapporto
interpersonale, la condotta di un soggetto influenza quella degli altri, cio la
loro risposta, e come di nuovo questa risposta ha effetto sul comportamento del
primo agente (causalit circolare). Questo modello mutuato dalla
cibernetica che sostituisce allo schema delle scienze classiche della causalit
lineare (da A a B) un altro schema in cui per un fenomeno detto di retroazione o
feedback, ognuna delle parti di un sistema influisce sullaltra (da A a B e da B
ad A): essendo ogni parte contemporaneamente causa ed effetto, la distinzione
medesima fra questi due termini perde di significato. Centrale i questa
prospettiva il concetto di sistema che comprende oltre agli attori o agli
oggetti di un fenomeno osservato anche le relazioni tra di essi, costituendo
quindi una complessit organizzata diversa dalla mera somma delle sue parti.
Relativamente alla criminologia, lo schema interpretativo della teoria dei
sistemi stato applicato soprattutto nello studio dei rapporti tra reo e vittima,
ritenendosi che talora latto aggressivo pu essere considerato come il risultato
di una serie di comunicazioni, risposte ed effetti di feedback in cui appunto non
sempre possibile sceverare con chiarezza tra laggressore, la vittima ignara
ovvero quella provocatrice e a sua volta aggressiva.
Una serie di studi sulla comunicazione (Haley, 1963) derivano direttamente
dalla teoria dei sistemi. Il presupposto da cui essi partono che esiste anche una
comunicazione di messaggi non verbali, quella appunto attuata coi genti, con
la mimica, con la postura, insomma, con latteggiamento. Inoltre, anche la
comunicazione fatto con le parole pu assumere un significato contrario al suo
significato letterale. Inoltre, anche la comunicazione fatta con le parole pu
assumere un significato contrario al suo significato letterale, poich il tono
della voce, unito alle comunicazioni non verbali pu comportare un messaggio
di significato opposto a quello palese. Pertanto, sia lagire che non lagire, sia
lattivit che linattivit, parole o silenzi, hanno tutti valore di messaggio. Data
la difficolt o limpossibilit di inviare messaggi comportamentali privi di
significato, lunico modo di segnalare la negazione di un comportamento o la
non volont di agirlo quella di mostrare e proporre lazione che si vuol negare
e poi di non portarla a termine: da ci la possibilit di leggere certi

comportamenti violenti come disperato e fallito tentativo di mostrare le proprie


intenzioni non violente.
La psicologia della testimonianza lesistenza di messaggi non verbali, la
possibile contraddittoriet tra parole, sentimenti e atteggiamenti, le
summenzionate patologie della comunicazione sono tutti elementi che
ridimensionano o in certi casi minano la certezza della prova testimoniale. Le
indagini e gli esperimenti psicologici mostrano che la deposizione di un teste
che crede di essere sincero non necessariamente corrisponde alla verit poich
molti fattori possono talora interferire sul suo ricordo e fargli riferire circostanze
che egli reputa vere, mentre non lo sono. Ci non significa che la testimonianza
debba sempre essere posta in dubbio: star al giudice valutare la credibilit di
un teste, ben sapendo che questi pu dire il falso senza rendersene conto.
59 - Il comportamentismo
I comportamentismo (o psicologia dello stimolo-risposta) una scuola
psicologica che si differenzia da tutte quelle fino ad ora considerate perch
fornisce una teoria della personalit maggiormente legata alle metodologie
empiriche delle scienze naturali. Pertanto, ad esso non possono essere avanzate
quelle riserva di non scientificit che sono state rivolte alla psicoanalisi dato
che i suoi principi sono essenzialmente il frutto della sperimentazione e della
osservazione empirica.
Il behaviorismo si limita ad osservare come luomo reagisce agli stimoli
provenienti dallambiente, partendo dal principio che non pu impiegarsi la
introspezione per comprendere la condotta umana perch tutto ci che avviene
nellintimo della persona non pu essere conosciuto ed al pi solo intuibile o
ipotizzabile: quanto pu conoscersi con obiettiva certezza delluomo solo il
suo comportamento che visibile e verificabile anche sperimentalmente. Da
questa premessa, subito emerge la profonda differenza con le altre teorie della
personalit che, secondo diversi modelli, mirano a spiegare e a comprendere le
ragioni e i meccanismi psicologici che sottendono al comportamento umano:
per il behaviorismo la psicologia si deve limitare allo studio del
comportamento.
Questa teoria nasce negli Stati Uniti dal caposcuola J.B. Watson (1914).
Secondo Watson, della struttura della persona pu essere conosciuto solo il
sistema delle risposte ai molteplici stimoli e sollecitazioni che lambiente pone
a ciascuna persona. Pu solo studiarsi, in altri termini, come lindividuo

reagisce al suo ambiente, prescindendo da ogni analisi di ci che avviene


dentro di lui.
Da questi presupposti la psicologia comportamentista giunta d un altro suo
fondamentale contenuto: la condotta umana pu essere indirizzata a seconda
di come lambiente, con i suoi diversi stimoli, contrasta o ricompensa o
rafforza il comportamento. Luomo, cio, non libero nella sua condotta ma ne
guidato dalle condizioni ambientali secondo il meccanismo dello stimolo
risposta: pertanto, modificando lambiente pu indirizzarsi il comportamento
nel senso voluto. Sarebbe inutile pertanto invocare tendenze innate, eredit o
variabili psicologiche e biologiche individuali: esiste invece unelevata
regolarit nelle risposte per cui, in circostanze analoghe, la maggior parte degli
individui reagisce agli stimoli esterni in ugual modo. Le risposte mutano in
modo statisticamente significativo non tanto per le variabili dei singoli
individui quanto col mutare delle condizioni esterne in funzione degli stimoli
cui gli individui stessi sono sottoposti.
La psicologia comportamentistica, e soprattutto quella di Skinner (1953) ha
profondamente influenzato anche il pensiero sociologico, fornendo un sistema
interpretativo della personalit umana rigidamente deterministico, secondo il
quale date certe condizioni, verrebbero lasciati strettissimi margini di libert
alla scelta comportamentale dei singoli.
Secondo Skinner la psicologia deve studiare quali sono i rinforzi che tendono
a indirizzare il comportamento e come applicarli pi efficacemente. Vi possono
essere rinforzi positivi (gratificazioni) ovvero rinforzi negativi (frustrazioni)
che sono rappresentati da tutti quegli eventi capaci statisticamente di
influenzare la comparsa delle risposte volute. Una corretta utilizzazione dei
rinforzi avr come risultato di far s che le persone indirizzino stabilmente la
loro condotta in un certo senso: da qui la visione utopica di una societ ideale
ove con una preordinata applicazione di stimoli e di rinforzi adeguati, potranno
essere eliminate tutte le anomalie comportamentali.
La visone behavioristica dunque quella delluomo determinato e
condizionato dalla situazioni ambientali e dalle modificazioni e dalle
manipolazioni degli stimoli, dunque privo di sostanziali alternative e le cui
scelte, apparentemente libere, sono invece semplici deviazioni nellambito di
un indirizzo prefissato dalla struttura sociale o dalla cultura del suo momento.
Dal punto di vista criminologico il comportamentismo stato utilizzato per
identificare quali siano gli stimoli e i rinforzi che, provenendo dallambiente,
portano alla condotta criminosa.
I principi della psicologia behavioristica sono stati anche utilizzati in una

specifica prospettiva criminologia nella teoria della frustrazione-aggressione


di Dollard (1939) secondo cui lemergere di un comportamento aggressivo
presupporrebbe sempre lesistenza di una frustrazione (lo stimolo) ed esso
porterebbe sempre a qualche forma di aggressione (la risposta). Quanto pi
perci una societ pone mete complesse tanto pi facilmente diverr arduo il
conseguirle e si realizzeranno molte pi occasioni di vivere situazioni
frustranti. Laumento di aggressivit, e pi in generale di criminalit, nella
societ moderna sarebbe pertanto la conseguenza di sempre maggiori occasioni
frustranti per leccesso di stimoli a conseguire mete sempre pi alte. E chiaro a
questo punto il richiamo alla teoria dellanomia di Merton.
Limpedimento temporaneo o definitivo al raggiungimento di un intento pu
essere perci una delle cause della condotta criminosa. Pertanto, anche la
delinquenza intesa come reazione comportamentale alla frustrazione.
Va sottolineato che il meccanismo dello stimolo risposta ha un valore solo
statistico nel senso che somministrato un certo stimolo la risposta voluta
prevedibilmente ottenibile solo in una percentuale significativa di soggetti ma
non in tutti coloro che hanno ricevuto quello stimolo. Vi sempre una quota di
persone che si comporteranno in modo diverso. Gli uomini, infatti, non sono
tutti uguali e ciascuno conserva pur sempre un suo spazio di libert di scelta e
questo spazio rimane comunque quali che siano i rinforzi che vengono
effettuati.
Le critiche che possiamo rivolgere alla teoria della frustrazione/aggressione
sono:
non tutte le condotte delittuose possono intendersi come atti aggressivi
anche in senso lato;
non tutte le condotte aggressive hanno la loro origine nelle frustrazioni e
non tutte le frustrazioni provocano aggressivit il diverso livello di
tolleranza alla frustrazione gioca infatti un ruolo molto importante nel
provocare tipi diversi di riposte cos come lo giocano la qualit,
lintensit e la frequenza delle frustrazioni.
La frustrazione pu dar luogo allaggressione ma, a seconda delle
circostanze e delle persone, pu causare anche la fuga o la rinunzia.
La frustrazione una componente ineliminabile della vita umana e lidea
che si possa vivere senza illusoria: non solo essa pu essere stimolante
ma evitare qualsiasi occasione di frustrazione (come nel caso di una
educazione troppo permissiva) impedisce la strutturazione di personalit
forti e mature.

60. La psicologia cognitiva


La psicologia cognitiva concepisce la mente come un elaboratore
elettronico attivo che di continuo verifica la congruenza fra i propri
progetti di comportamento e le condizioni oggettive esistenti nella
realt, filtrando le informazioni ma anche auto-correggendosi.
La prima formulazione teorica di Neisser (1967), partito dalla
cibernetica e dagli studi di informatica sui programmi per calcolatori.
Il cognitivismo nasce in opposizione al comportamentismo: mentre per
questa scuola lapprendimento e la condotta umana sono interpretata
sulla base del legame associativo stimolo risposta, per i cognitivisti la
mente delluomo non un passivo ricettore di stimoli che gli
provengono dallambiente ma funziona in modo attivo e selettivo nei
loro confronti, recependoli ed elaborandoli secondo un suo preciso
progetto comportamentale. La mente intesa come una scatola nera e
con la sua elaborazione attiva verifica in continuazione la congruenza fra
il proprio progetto comportamentale e le condizioni oggettive esistenti,
compie ininterrottamente scelte tra gli elementi in entrata operando una
serie di elaborazioni e decisioni in uscita che sono il risultato delle
verifiche e delle elaborazioni mentali compiute. Le conoscenze derivano
allindividuo d ipotesi, categorie, schemi, strutturazioni, dati
dellambiente, regole di comportamento che sono indipendenti dagli
stimoli attuali ma che sono stati acquisiti anche nel passato e costruiti
dallattivit mentale nel corso della maturazione della personalit: gli
schemi di elaborazione delle informazioni sono cio indipendenti
rispetto alle situazioni nelle quali si sono progressivamente formati.
I presupposti del cognitivismo confortano pertanto una visione della
condotta delittuosa come frutto di un progetto comportamentale: il
delinquente non dunque da intendersi come un individuo governato
dalle pulsioni e dalle psicodinamiche del profondo o dai suo complessi e
problematiche psicologiche consapevoli o inconsapevoli che siano. La
mente umana intesa come un sistema organizzato di strutture e di
processi che, oltre ad elaborare i dati provenienti dallambiente
programmata per risolvere i problemi che via via si presentano nel corso
della vita, facendo uso degli strumenti psichici di cui dotata. La
percezione delluomo (e, di conseguenza, anche quella del criminale)
riacquista quindi autonomia, libert e conseguentemente responsabilit
morale.

CAPITOLO 4
BIOLOGIA E CRIMINALITA
61 Lapproccio naturalistico
Come approccio naturalistico, si considera un campo di indagine che pur senza
ritenere le condotte criminose come unicamente riconducibili a cause
organiche, riserva particolare attenzione a certi fattori quali gli istinti,
lereditariet e le predisposizioni allaggressivit, che rientrano nellabito
dellindagine delle scienze biologiche e mediche.
Questo filone della criminologia visto frequentemente in antitesi a quello
sociologico e psicologico ma va ricordato che da evitarsi la visione
dicotomica corpo-mente e che lo studio della condotta criminosa deve condursi
nella prospettiva pi ampia possibile, mirando a integrare le conoscenze da
qualsiasi settore dello scibile esse provengano.
Lapproccio naturalistico pu essere dunque limitativo solo se inteso come
unica fonte di conoscenza con la pretesa di considerare luomo come struttura
esclusivamente biologica avulsa dal suo ambiente sociale.
Lo studio del crimine secondo lapproccio naturalistico, pu essere affrontato
secondo diverse prospettive, quindi, possiamo distinguere:
teorie della predisposizione per predisposizione si intende laumentata
suscettibilit di un individuo ad ammalarsi. Il trasferire questo termine alla
criminologia pu comportare il rischio di considerare la delinquenza come una
sorta di malattia mentre, invece, bisogna ben guardarsi dal cadere nellerrore di
associare malattia e criminalit. Possono inoltre ricondursi alla predisposizione
biologica solamente alcune caratteristiche psichiche o certe strutture di
personalit che possono facilitare talune condotte delittuose ma senza che
esista alcun diretto rapporto fra tali aspetti psichici e la criminalit. Gli
approcci relativi alle predisposizioni biologiche consentono semplicemente di
evidenziare taluni elementi facilitanti le scelte delinquenziali: questa
agevolazione connessa alla esistenza di alcune condizioni psichiche a
rischio biologicamente determinate nel senso che esse sono collocate nel
novero dei fattori di vulnerabilit individuale.
Teorie degli istinti secondo le quali il comportamento delinquenziale (certi
tipi di delinquenza particolarmente violenta) deriverebbero dal prevalere di
pulsioni istintuali aggressive o predatorie. Queste teorie, cadute in discredito,
sono state riportate allattenzione grazie alle pi recenti scoperte delle
neuroscienze che hanno fornito nuove angolature per indagare e comprendere

le relazioni fra struttura biologica, psiche e comportamento.


Sociobiologia un filone recentemente riproposto che mira a identificare
anche nel comportamento sociale unorigine ereditaria anzich vedere le
strutture sociali come solo dovute allevolvere della cultura.
62 teorie della predisposizione: eredit e delitto
Lipotesi di una correlazione fra eredit e delitto, nel senso che esisterebbero
taluni individui dotati, per ragioni genetiche, di una sorta di predisposizione
innata al delitto da considerarsi improponibile in quanto si tratta di due entit
tra di loro non confrontabili. La criminalit, infatti, un comportamento
definito tale per convenzione sociale e perci variabile a seconda del mutare
della cultura e delle norme; i fattori ereditari sono invece una non modificabile
realt biologica, essendo legati al patrimonio genetico di ciascun individuo che
indipendente dai fatti culturali e sociali.
Per quanto attiene alluomo, il nostro patrimonio genetico, insito nel DNA,
immutato da circa 1000.0000 anni proprio a ragione dei lunghissimi tempi
necessari alla evoluzione e alla selezione naturale. Nella molte migliaia di anni
intercorsi dalla comparsa dei nostri diretti progenitori si sono peraltro succedute
innumerevoli culture e organizzazioni sociali: per lessere umano il progresso
dalle forma pi arcaiche a quelle attuali si dunque verificato per una
evoluzione culturale pi rapida e diversificata, rispetto ai tempi e ai modi
dellevoluzione biologica, che in tutti questi millenni rimasta immutata. Non
pertanto possibile che esista una qualsiasi correlazione fra struttura biologica
(ereditaria e da un centinaio di millenni non modificata) e la criminalit ( che
connessa al pi rapido evolversi della cultura).
Esistono invece sicure correlazioni fra la struttura biologica degli individui e
certi aspetti della loro mente che possono favorire la criminalit: hanno
sicuramente matrice genetica laggressivit, certe componenti dellintelligenza,
lo spirito diniziativa, linventiva, la reattivit. Esistono dunque fra struttura
biologica (cio fattori psichici ereditariamente acquisiti) e criminalit delle
correlazioni indirette.
E inoltre molto importante riuscire a separare i fattori genetici da quelli
ambientali: ci possibile adottando quello che i genetisti denominano
metodo gemellare esaminando coppie di gemelli monozigoti (che hanno lo
stesso patrimonio genetico) ciascuno dei quali sia stato allevato in un contesto
familiare sociale e culturale diverso. Si tratta di gemelli che fin dalla nascita
sono stati divisi in quanto affidati a genitori adottivi di diversa estrazione e di

differente condizione sociale.


Proprio questi studi hanno consentito di
accertare che alcuni aspetti psichici e comportamentali erano identici nei due
gemelli nonostante le diverse condizioni dambiente nelle quali erano cresciuti.
Ci significa che questi tratti parrebbero avere una matrice genetica perch si
manifestano in entrambi i gemelli nonostante le differenze dambiente.
Altre indagini con la medesima finalit di scoprire una predisposizione innata
verso la criminalit sono state condotte mediante lo studio delle famiglie dei
criminali. Da questi studi emerso:
la frequenza di soggetti condannati fra ascendenti e collaterali statisticamente
maggiore di quanto si possa trovare nelle famiglie di coloro che non sono mai
stati condannati;
coloro che hanno avuto genitori criminali possono essere maggiormente esposti
a divenire essi stessi delinquenti senza per questo dimenticare che questi
individui delinquono perch hanno avuto una cattiva educazione e perch i
loro ambiente familiare stato carente.
Altri studi si sono in passato rivolti ad esaminare il rapporto fra la costituzione e
la criminalit, partendo dal principio che la conformazione corporea
certamente legata a fattori ereditari e dal fatto che esiste un certo rapporto fra
costituzione e caratteristiche psichiche, inferendo che la presenza di talune di
queste comporterebbe una sorta di predisposizione alla delinquenza.
Basti ricordare gli studi di:
Lombroso che aveva costruito la sua tipologia criminale correlando certe
caratteristiche morfologico-costituzionali con la predisposizione al delitto;
Di Tullio che considerava, a fianco del delinquente meramente occasionale e di
quello psicotico, tre tipi di delinquenti costituzionali: soggetti ciui sarebbero
prevalenti fattori ereditari condizionanti una loro specifica struttura
psicologica. Egli distingueva il delinquente costituzionale a orientamento
ipoevoluto (cos chiamato per lo scarso sviluppo delle caratteristiche psichiche
superiori), il delinquente costituzionale a orientamento psico-nevrotico (nel
quale prevalgono dinamismi psichici di natura nevrotica) e, infine, i
delinquenti costituzionali a orientamento psicopatico (che hanno come
tratto caratteristico le anomalie del carattere e i disturbi di personalit).
Sheldon (1942) ha costruito una classificazione tripartita che prevede la
corrispondenza fra la costituzione fisica e certi tratti del temperamento.
La costituzione endomorfa nella quale presente una struttura corporea
morbida e rotondeggiante con scarso sviluppo dei muscoli alla quale
corrisponderebbe un orientamento psichico caratterizzato da socievolezza,

ghiottoneria, amore per la comodit, umore stabile, tolleranza;


La costituzione mesomorfa nella quale la struttura corporea forte con
prevalente sviluppo della muscolatura e particolare resistenza al dolore e agli
sforzi fisici; ad essa corrisponderebbe un temperamento volto verso
laggressivit e lamore per il rischio;
La costituzione ectomorfa con struttura corporea longilinea e delicata
caratterizzata da un temperamento volto al forte autocontrollo, carattere chiuso,
timore della gente, amore per la solitudine.
Da questi studi condotti su popolazioni di detenuti, Sheldon giunto
alla dimostrazione una particolare frequenza fra costoro di individui
con costituzione mesomorfa: i soggetti con tale costituzione
avrebbero pertanto una sorta di predestinazione costituzionale a
diventare criminali posto che la struttura fisica e il corrispondente
temperamento siano sicuramente dovuti a fattori genetici.
Tutti questi approcci, naturalmente, sono oggi caduti in discredito e la validit
delle correlazioni fra fisico e psiche limitata a un semplice livello statistico
perch le variabili psichiche individuali sono talmente tanto numerose da
risultare arbitrario il farle corrispondere a una tipologia costituzionale che
prevede cos poca variet.
Semplicistico e improprio pertanto il parlare di disposizioni ereditarie al
delitto in quanto il fattore genetico non pu invocarsi per una modalit di
condotta cos complessa come la criminalit nella quale interferiscono
circostanze ambientali e situazionali, momenti storici differenti, diversit di
luoghi, culture, norme e soprattutto valori morali. Si pu parlare solo di
predisposizioni biologicamente determinate in senso genetico verso particolari
caratteristiche mentali che possono a loro volta diventare condizioni favorenti
(= fattori psichici di vulnerabilit) il comportamento criminoso: tali sono
specialmente laggressivit, lo scarso controllo dellemotivit e delle pulsioni,
lintolleranza alle frustrazioni.
63. Teorie della predisposizione: i geni e la mente
In tema di predisposizione biologica verso la criminalit stata avanzata negli
anni 60 lipotesi che esistessero tendenze innate verso la condotta criminale
dovute ad anomalie dei cromosomi cio i filamenti di DNA depositari del
patrimonio genetico di ogni individuo. I 46 cromosomi delluomo sono
accoppiati a due a due, dei quali luomo proviene dalla madre e laltro dal
padre cos che il patrimonio ereditario di ciascun individuo per met materno

e per met paterno.


Linteresse per il menoma umano e la scoperta di fattori genici responsabili di
certi tratti psichici e comportamentali non ha per condotto ad una visione
organicistica della persona e della condotta umane n ha alimentato nuove
illusorie ricerche di un gene del delitto.
Oggi sta prendendo piede un nuovo determinismo biologico che ha trovato
alimento dal grande sviluppo in questi anni delle neuroscienze : le scienze che
studiano il funzionamento del cervello e che si avvalgono di tecniche sempre
pi sofisticate che consentono di osservare come funziona il cervello in tempo
reale. Sta cos sorgendo una nuova visione materialistica e deterministica per la
quale il libero arbitrio, la morale la mente e lIo non esistono pi: luomo
programmato geneticamente fino ai minimi particolari.
Lassunto di partenza il cervello programmato biologicamente secondo le
informazioni del DNA cos che luomo non avrebbe effettivi spazi di libert.
64 Teorie degli istinti: lorientamento istintivistico e quello ambientalistico
Lantica questione mai risolta se delinquenti si nasce o si diventa. Poich gli
istinti sono innati vi lopportunit di affrontare la questione secondo gli
insegnamenti che derivano dalla biologia.
In biologia si sono a lungo contrapposti due antitetici orientamenti per quel che
riguarda le determinanti del comportamento, sia degli animali sia delluomo:
quello che privilegia listinto (secondo il quale il comportamento leffetto
delle predisposizioni congenite) e quello che d maggiore rilievo allambiente
(secondo il quale il comportamento la conseguenza delle condizioni e degli
stimoli ambientali). Vediamoli:
orientamento istintivistico secondo questo vecchio orientamento per istinto
si intende una serie di spinte ad agire in modo sempre uguale e in prefisse
direzioni per conseguire certi fini senza che lanimale avesse alcuna
consapevolezza dello scopo ultimo cui il suo agire mirava; si riteneva che gli
istinti fossero esclusivamente trasmessi per via ereditaria e che fossero in
numero relativamente scarso. Essi erano concepiti inoltre come una potenzialit
innata, come una forza che spinge allazione senza la necessit di alcun apporto
proveniente dallambiente o meglio lambiente forniva solo dei segnali che
scatenavano lazione istintuale. Questa concezione andata successivamente
temperandosi con gli studi di Karl Lorenz e degli altri etologi i quali hanno
scoperto che gli istinti vanno intesi come semplici schemi operativi generali:
tendenze innati che devono essere integrate con lapprendimento, lesperienza,

linsegnamento da parte dei genitori, cio con fattori che provengono


dallambiente. La scuola delletologia facente capo a Lorenz, partendo
dallosservazione degli animali, ha fondato il suo contenuto teorico sul
principio secondo cui qualsiasi essere vivente e il suo ambiente naturale non
sono concepibili separatamente ma si influenzano e si realizzano
continuamente in un reciproco rapporto di stimoli e risposte. Lorganismo
animale strutturato in modo da raccogliere segnali dallambiente e le risposte
a taluni stimoli sono, ma solo in parte, congenitamente determinate. Per questo
motivo, Lorenz preferisce chiamare gli istinti schemi di azione. Il principi
mutuati dalletologia naturalmente valgono anche per luomo con la differenza
per che nelluomo, meno condizionato degli animali dai fattori della natura,
lambiente da intendersi come ambiente sociale e come tale molto pi
complesso e mutevole di quello che non sia per gli animali.
Lorientamento ambientalistico secondo questo orientamento non pu
distinguersi nella condotta ci che determinato congenitamente da ci che
viene appreso dallambiente. La dotazione genetica si manifesterebbe nella
diversa capacit dellanimale di recepire (cio apprendere) i messaggi
provenienti dallambiente che sarebbe, in definitiva, il principale fattore
inducente le varie modalit di condotta. Il comportamento sarebbe solo
genericamente ricollegabile ai geni ereditari mentre la differenziazione
individuale delle condotte viene ritenuto sostanzialmente attribuibile alle varie
circostanze ambientali che gli individui incontrano. Enorme importanza ha
quindi lapprendimento correlato alle mutevoli stimolazioni e alle occasioni
fornite dallambiente.
Orientamento correlazionistico da un po di tempo, in biologia, si tenda
superare lantinomia fra istinto e ambiente per giungere a una visione che miri
invece a sottolineare sempre pi la stretta interdipendenza dei due termini. Si
cercato di risolvere il dilemma alla luce di una concezione che considera da un
lato taluni comportamenti fondamentali (basilari e tipici di ogni specie) come
programmi comportamenti di massima condizionati solo geneticamente;
dallaltro vi sarebbero altri programmi di dettaglio dove le variabili
comportamentali si ricollegano pi strettamente a fattori ambientali pur
nellambito degli schemi generali genetici. Lantinomia fra istinto e ambiente
verrebbe superata, come suggerisce Gottlieb (1971), considerando due distinti
tipi fondamentali di comportamento. Il comportamento innato, esclusivo degli
esseri viventi pi semplici (che si pu rappresentare con uno schema del tipo:
geni struttura biologica maturazione comportamento innato) in cui la
determinante ereditaria si riflette sulla struttura biologica individuale la quale,
giunta a maturazione e senza necessit di interventi dellambiente, d luogo al

comportamento. Il comportamento acquisito, tipico degli animali superiori, in


cui i fattori genici, comportando una struttura individuale diversificata, fanno s
che gli individui interagiscano con lambiente in modo differente in quanto
agenti sul diverso modo di apprendere e sul modo con cui i successivi
apprendimenti si traducono in esperienza.
65 Teorie degli istinti: la sociobiologia
La sociobiologia si imposta allattenzione del grande pubblico nel 1975
con lopera di Wilson Sociobiologia. La nuova sintesi come lo studio
sistematico delle basi biologiche di ogni forma di comportamento sociale.
Secondo Wilson le varie societ sarebbero non tanto il frutto dellevolversi
delle specie quanto la conseguenza di schemi prefissati negli individui che
le compongono. Questa teoria ha preteso di applicare i risultati delle proprie
osservazioni anche alle societ umane, sia a quelle meno complesse, sia alla
societ attuale; anche luomo, poi, essendo il risultato di una evoluzione
biologica, porta inevitabilmente entro di s una serie di predisposizioni, di
costrizioni emotive, di circuiti cerebrali che confluiscono sul suo
comportamento molto p di quanto generalmente si ritenga.
Sinteticamente pu dirsi che la sociobiologia afferma che anche le societ
umane, come quelle animali, devono essere adattive devono cio
soddisfare al massimo il principio di idoneit biologica in senso darwiniano,
vale a dire per tutto quanto attiene ai fini fondamentali dellevoluzione e
sopravvivenza della specie. Secondo questo assunto, non sono tanto gli
individui ad assumere importanza per tali fini quanto il gene cio il
patrimonio genetico ereditario trasmettitore degli schemi di comportamento
che solitamente chiamiamo istinti: il gene condiziona individui e societ
proprio per la sua connaturata e specifica spinta alla sopravvivenza e alla
riproduzione; per questo motivo gli sono estranee considerazioni dordine
etico o comunque culturale, proprie degli uomini e delle societ , e che
nella prospettiva sociobiologia sono anchessi subordinati e dominati dal
gene. La denominazione di gene egoista data da alcuni sociobiologi trova
allora la sua ragione nel fatto che il gene si preoccupa solo della propria
sopravvivenza cui legata quella della specie.
Anche laltruismo perde in questa prospettiva qualsiasi connotazione di
ordine etico e di merito: il gene, infatti, oltre che egoistico pu anche
indurre a comportamenti altruistici ma solo qualora siano funzionali alla
sopravvivenza della specie.
La sociobiologia si pone dunque quale antitesi al principio che vede nella

cultura il motore fondamentale dellevolversi e del diverso caratterizzarsi


del genere umano attraverso un processo di apprendimento e trasmissione
culturale.
Uno dei principi basilari della sociobiologia dunque lutilizzazione della
teoria evoluzionistica quale paradigma valido non solo per le scienze
biologiche ma anche per lo studio del comportamento sociale umano.
La sociobiologia ha dato adito a molte critiche, certamente valide nei
confronti degli esponenti pi estremisti:
per aver arbitrariamente esteso al comportamento umano osservazioni fatte
sugli animali, dimenticando o sottostimando la dimensione culturale
delluomo, e svalutando in tal modo le scienze sociali e letica;
per la visione per la quale le societ risulterebbero non tanto il frutto del lungo
evolversi storico e culturale, dei conflitti di potere e del succedersi di sempre
nuovi ideali e valori, ma piuttosto la risultante inevitabile di fattori insiti nella
informazione genetica.
Venendo allutilizzazione in criminologia dei principi della sociobiologia,
potrebbe ipotizzarsi che i comportamenti aggressivi, le violenze sui pi
deboli non sono comportamenti scelti e voluti dai loro autori in spregio
alletica e alle norme ma sono una sorte di inevitabile conseguenza di una
selezione naturale che venuta a privilegiare i pi forti, i pi violenti e i pi
aggressivi.
Comunque, non pu certamente ammettersi che esista un gene della
criminalit n potrebbe esistere in quanto nel nostro DNA non inscritto
alcun destino (delinquenziale o meno) da cui sia impossibile sottrarsi;
lunicit e la prerogativa della nostra specie risiedono nella sua natura
dicotomica, biologica e culturale, soggette allinfluenza di entrambe queste
determinanti.
66 - Laggressivit nella prospettiva biologica
Aggressivit non vuol dire criminalit anche se molti delitti sono espressione di
motivazioni aggressive. Da un punto di vista strettamente biologico, non pu
considerarsi listinto come una spinta ineluttabile e non modificabile verso
alcuni tipi di condotta: anche gli istinti aggressivi non possono intendersi come
una disposizione ineluttabile verso la violenza ma si deve ritenere piuttosto che
anche i fattori legati allambiente vengono a giocare una parte molto rilevante
nel favorire la condotta aggressiva istintuale, ovvero nellinibirla.

In biologia da tempo noto che la pulsione ad assalire e quella a fuggire ovvero


a immobilizzarsi dinnanzi a un pericolo non sono due istinti primari
contrapposti. Questi stati emotivi primordiali di collera o di paura non sono
considerati come entit disgiunte: un animale posto di fronte a una situazione
minacciosa esprimer rispettivamente con la fuga o con lattacco il suo stato
interiore di paura o di rabbia ma ci determina il tipo di reazione motoria
(lattacco oppure la fuga o limmobilizzazione) non solo la natura dello
stimolo, ma anche il modo secondo cui lanimale lo vive e lo percepisce
emotivamente in relazione a s e allambiente. Gi a livello proto-emotivo
sussiste quindi una stretta correlazione tra due stati affettivi di segno contrario,
in cui indubbiamente processi cognitivi ed esperienze giocano un ruolo
determinante nella motivazione comportamentale.
La,ambiente poi esercita un ruolo fondamentale ed linterpretazione
dellambiente da p arte dellanimale a decidere il tipo di risposta, di aggressione
o di fuga, che non pertanto legata a schemi di azione esclusivamente dovuto
allistinto.
Passando dal mondo animale a quello umano si ritiene che fattori biologici e
sociologici interagiscano fra loro nel produrre pi o meno facilmente un
comportamento violento.
E da sottolineare che laggressivit negli animali non ha nulla a che vedere con
ci che noi intendiamo per violenza fra gli uomini. Esiste poi una profonda
differenza fra laggressivit rivolta verso animali di specie diversa e
laggressivit intraspecifica cio tra individui della stessa specie e
laggressivit tra specie diverse (molto rara salvo quando ricorra il rapporto di
predatore/preda). Laggressione intraspecifica negli animali oltre a svolgere
precise funzioni di sopravvivenza dellindividuo e della specie, difficilmente
ha esiti mortali in quanto sussiste un insieme di meccanismi di contenimento
dellaggressivit atti a inibire o bloccare laggressivit del rivale ma si tratta di
una vera e propria ritualizzazione della lotta condotta con scopi ben precisi
(selezione sessuale, difesa del territorio, regolamento degli schemi elementari di
condotta e dei rapporti sociali). In definitiva, quindi, nel comportamento
animale pur essendo generalizzata e determinante, laggressivit risulta quasi
sempre funzionale e in armonia con le finalit biologiche e non mette in
pericolo la specie perch frenata da meccanismi spontanei di autocontenimento: meccanismi che nelluomo sono andati perduti o vengono
rifiutati col risultato che egli divenuto lessere vivente pi aggressivo che mai
sia comparso sulla faccia della terra.

67 Aggressivit e neuroscienze
Sempre in tema di aggressivit merita un cenno quel che le scienze
neurofisiologiche hanno consentito di appurare relativamente al rapporto fra
struttura biologica e inclinazione alla violenza di taluni individui.
I recenti studi condotti sul funzionamento del cervello, starebbero ad indicare
che taluni individui sono pi violenti di altri proprio per certe caratteristiche
organiche del loro sistema nervoso.
A questo proposito occorre ricordare la teoria triunitaria di MacLean
introdotta nellambito criminologia da F. Bruno (1987). Essa fornisce
informazioni sullorganizzazione evolutiva del cervello umano che sarebbe
costituito da tre tipi fondamentali di sistemi:
la struttura filogeneticamente pi antica ricorda morfologicamente le forme pi
rudimentali del cervello dei vertebrati e presiede ad attivit di tipo istintuale
(difesa del territorio, caccia, accoppiamento, nutrizione, organizzazione
gerarchica);
un secondo sistema deputato al controllo degli stati emozionali (collera,
paura, piacere);
il sistema pi recente e perfezionato quello che ha consentito alluomo il
maggiore e pi avanzato sviluppo, rappresentato proprio lo strumento delle sua
peculiari capacit intellettive.
Tale sistema, essendo passato per trasformazioni evolutive pi incisive e
rapide, non riuscito a integrarsi del tutto armonicamente con le strutture
cerebrali pi antiche che sono rimaste relativamente immutate. Da questo, la
non perfetta integrazione di un prodigioso sviluppo delle capacit
cognitive, operative e intellettuali, cui non ha corrisposto una analogo
progresso nel controllo delle pi antiche funzioni emozionali e istintuali.
La teoria trinitaria pu fornire un modello atto a spiegare taluni
comportamenti delittuosi nei quali si pu constatare il ricorso di condotte
agite sotto la spinta degli istinti o dellemotivit eludendo transitoriamente i
controlli superiori.
Molto interessanti sono le ricerche che hanno messo in luce, in anni recenti,
i rapporti fra difetti neurologici (verificatisi durante lo sviluppo o acquisiti
pi tardi) e la p propensione allaggressivit. In questa prospettiva
risulterebbe che i criminali violentemente aggressivi presentano difetti in
una proporzione molto pi elevata di quella rilevabile nella popolazione
generale.

Sofisticate indagini strumentali hanno consentito poi di rilevare come siano


assai frequenti nei soggetti violenti disturbi minimi cerebrali di varia natura.
Soggetti di questo genere sarebbero pi facilmente impulsivi.
68 La criminalit violenta
Secondo alcuni studiosi, laggressivit sarebbe una delle pulsioni istintuali
o delle motivazioni psichiche che pi frequentemente entrano in gioco nella
criminogenesi.
E necessario distinguere tra aggressione, intesa come effettivo
comportamento lesivo di persone e aggressivit, che si riferisce invece a
una disposizione o atteggiamento psichico favorevole allaggressione.
Laggressivit pu essere incanalata, mediante processi della dislocazione e
della sublimazione, verso altri obiettivi; infatti, non sempre laggressivit si
esprime con condotte giuridicamente perseguibili ma frequentemente pu
trovare modi di esprimersi socializzati o quanto meno socialmente tollerati:
essa addirittura necessaria alla sopravvivenza delluomo e della sua
affermazione sociale. Sotto questo profilo, audacia, spirito di iniziativa,
intraprendenza, scalata sociale, ambizione, competitivit, possono
rappresentare altrettante maniere di indirizzare o sublimare laggressivit
secondo modalit socialmente accettate o addirittura qualificanti.
Ci sono diversi modi di comportarsi aggressivamente e di commettere delitti
su base violenta:
aggressivit diretta sulle cose e sullambiente, con significato genericamente
distruttivo, quando la pulsione aggressiva viene deviata dalla persona cui
diretta verso gli oggetti;
aggressivit diretta sulla persona esclusivamente in modo verbale, con
lingiuria e la calunnia;
aggressivit diretta sulle persone, con la violenza sessuale, le percosse, i
maltrattamenti, lomicidio;
aggressivit rivolta contro s stessi fino ad arrivare al suicidio.
aggressivit rivolta verso s stessi al solo fine di ottenere detenzione emotiva
nellimpossibilit di rivolgerla su altri (da non confondersi con il tentativo di
suicidio, tipica delle personalit immature e impulsive e si manifesta con alta
frequenza fra i soggetti in reclusione sotto forma di lesioni da taglio multiple e
superficiali).

69 Aggressivit umana e cultura


Laggressivit umana assolutamente diversa da quella esistente negli animali.
Per comprendere questa nostra straordinaria aggressivit bisogna ritenere o che
luomo sia biologicamente diverso da tutti gli altri esseri viventi o che la sua
elevatissima aggressivit debba ricollegarsi a fattori diversi da quelli biologici.
In primo luogo da ricordare che i meccanismi automatici di regolazione
dellaggressivit che nel regno animale consentono, mediante la ritualizzazione
e la ri-direzione, di salvaguardare allo stesso tempo la conservazione della
specie e quella dellindividuo, nelluomo hanno perduto gran parte della loro
significativit: man mano che egli evoluto sempre pi allontanandosi dallo
stato di natura, non stato pi listinto a guidare le fondamentali modalit di
comportamento ma piuttosto lapprendimento, lesperienza, gli insegnamenti e
tutto lingente patrimonio di conoscenze e nozioni che egli andato
lentamente acquisendo nei millenni.
Nelluomo, laggressivit ha finito per essere priva di meccanismi di
contenimento e di autoregolazione, essendo disgiunta dallistinto e deriva
piuttosto dai fattori che provengono dalla cultura. Quella cultura cio che ai
comportamenti primari informa e regola nella specie umana ogni tipo di
condotta di maggiore complessit.
Dalla perdita dei meccanismi di comportamento istintuale dellaggressivit
derivato che nelluomo essa non svolge pi quelle funzioni biologiche che la
rendono utili e relativamente innocua ma appare invece come una forza
distruttiva e negativa.
La peculiare aggressivit umana stata denominata da Erich Fromm (1975),
proprio per differenziarla da quella degli animali superiori, aggressivit
maligna o distruttiva. Egli ha distinto infatti due tipi di aggressivit:
laggressivit benigna-difensiva comune a tutte le specie di animali
superiori, quale impulso istintuale programmato verso lattacco o verso la fuga
quando sono in gioco gli interessi biologici vitali, aggressivit pertanto non
necessariamente nociva e che non minaccia ma anzi favorisce la sopravvivenza
della specie;
laggressivit maligna o distruttiva propria delluomo che non istintuale
ma dipende dalla struttura sociale, appresa attraverso i rapporti interpersonali
e da questi sostenuta, venendo a far parte della cultura delle diverse societ.
Non rivolta alla conservazione degli interessi biologici vitali ma frutto
della pi evoluta e complessa organizzazione sociale tipica delluomo.
I comportamenti fondamentali che negli anomali sono trasmessi per via

naturale, nelluomo sono invece trasmessi mediante forme sociali di


apprendimento: non sono pertanto istintivi ma culturali e fra ci che la
cultura trasmette vi anche la valorizzazione dellaggressivit.
Laggressivit quindi diventata valore culturale essendosi dimostrata
vantaggiosa per soddisfare la sua volont di potenza; daltra parte, proprio la
cultura rappresenta nelluomo e nella societ umana lo strumento
fondamentale di regolazione del comportamento, essendosi globalmente
sostituita ai meccanismi biologicamente determinati.
La societ umana poggia fondamentalmente sulla violenza, che lo
strumento di regolazione di tutti i rapporti di potere e la sua intera storia si
sviluppata sulla lotta.E anche i valori culturali, pur positivi (relativi al
successo, alla forza, al coraggio, al sacrificio di s per il trionfo della propria
causa, al patriottismo) sono legati allaggressivit per quanto sublimata e
quindi non da intendersi solo in accezione negativa, che ha permeato cos
fin dalle pi profonde radici la cultura delluomo.
Da millenni luomo vive in un clima di valori e di ideali che lo spingono a
essere violento, coerentemente con la propria cultura anche se spesso non si
ha consapevolezza delle sottostanti pulsionalit violente, perch appunto
sono state sublimate, mascherate e razionalizzate quali condotte positive
dalle ideologie, dalla morale, dai costumi.
I contenuti della cultura hanno per anche sempre tentato di contenere la
violenza con le leggi, con le regole morali, con gli ideali, con le religioni.
Ci ha creato una situazione contraddittoria e ambivalente che rende conto
d ella min o re efficacia d i q u esti stru men ti d i co n ten imen to e
regolamentazione dellaggressivit rispetto a quelli esistenti nel mondo
animale. I messaggi culturali non violenti e i sistemi di controllo della
violenza sono poi dotati di ambivalenza perch nello stesso momento per
certi ambiti di comportamento sollecitano la violenza, mentre per altri
suggeriscono la non-violenza. I molti strumenti normativi e i valori antiaggrssivi che sono stati via via proposti nel corso della storia si sono spesso
dimostrati troppo deboli proprio per la contraddittoriet e lambivalenza
insita alla loro radice: bastano situazioni particolari di fragilit delle
istituzioni o di crisi per vedere riaffiorare la distruttivit insita negli uomini.
Di conseguenza, se illusorio pensare che la violenza cessi di essere uno dei
fondamentali strumenti nel regolare i rapporti di potere tra gli uomini
anche vero che essa pu essere contenuta solo mediante una sempre
maggiore efficacia degli unici mezzi disponibili, cio quelli delle norme e
dei valori della cultura perch se dalla cultura la violenza deriva, ancora e
solo nella cultura pu trovarsi lo strumento per contrastarla.

70 Struttura biologica e libert.


Se dai geni dipendono talune qualit psichiche come oggi alcuni studiosi
prospettano, se le sempre maggiori conoscenze sul funzionamento cerebrale
sembrano indicare la presenza di circuiti innati nei quali luomo
biologicamente costretto, dove va a finire la sua libert?
Il patrimonio delle informazioni trasmesse dal DNA di ciascun essere
vivente identico per quanto attiene alle qualit fondamentali comuni a
tutti gli appartenenti a una stessa specie ma si diversifica per aspetti
secondari dalluno allaltro soggetto. Ci rende conto della variabilit
genetica individuale dal momento che ciascuno pur nellambito dello
schema generale tipico della sua specie diverso ed irripetibile per altri
aspetti. Tali variabili comprendono oltre a qualit fisiche anche aspetti
psichici cos che venendo al problema dellaggressivit possono darsi
individui con maggior aggressivit biologicamente determinata e altri con
una carica pulsionale aggressiva meno intensa.
Sempre nellambito delle sole condotte aggressive, esse non possono in ogni
caso essere spiegate solo in base alle differenze del patrimonio dei geni ma
devono essere viste anche in rapporto al tipo di esperienze, di ambiente e di
sollecitazioni che il singolo individuo ha incontrato nel corso della sua vita.
In definitiva, gli uomini possono comportarsi in modo variabilmente
aggressivo sia perch in assoluto diversa la loro dotazione biologica sia
perch a cagione delle variabili caratteristiche dellambiente sociale nel
quale sono vissuti, diverse sono state le sollecitazioni o le inibizioni ad
agire in modo aggressivo sia perch in ogni individuo diverso il grado di
recettivit nei confronti delle sollecitazioni alla violenza che gli
provengono dalla cultura e dalla societ.
La sempre pi raffinata conoscenza del funzionamento del cervello, da cui
dipende lattivit mentale, non contraddice affatto lassunto della libert e
quindi della responsabilit: anzi, proprio i dati acquisiti sul funzionamento
cerebrale ci portano a una migliore comprensione dellindividuo in quanto
agente responsabile, e in tal modo ci chiariscono i problemi di corpo/mente
e di responsabilit/determinismo.
Quanto oggi si sa sul funzionamento del cervello consente di verificare che
il singolo individuo pur sempre in grado di scegliere e di orientare gli
infiniti programmi e circuiti che sono insiti nella sua organizzazione
cerebrale. La sua struttura innata costituisce semplicemente lo strumento

per organizzare il pensiero, senza che il tipo dei processi iscritti nella
struttura cerebrale lo obblighi a certi piuttosto che ad altri pensieri. Cos, la
libert non negata e rimane pur sempre lo spazio per nuovi pensieri e
nuovi progetti anche se tale spazio non illimitato perch circoscritto dalla
struttura biologica del cervello.
Non esistono in tutti gli animali superiori e in modo particolare per luomo,
moduli comportamentali fissi e perci meccanicisticamente vincolanti la
condotta: la moderna scienza biologica ha pertanto accantonato il
determinismo fatale, e da essa derivano addirittura indicazioni su come la
scelta e la non-determinazione del comportamento siano peculiarmente
umani in funzione della plasticit del cervello.

PAGE

PAGE 106