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VI TIRAVAMO SASSI

FLAVIO TOCCAFONDI

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Libera Stamperia Wang

Edizione pdf per Voici la bombe

In copertina: Antonio Koch, "Soldatino", elaborazione grafica da una foto di Tina Modotti, "Dolores Del
Rio", 1928

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Alle rapide vie di fuga.

E a chi si sente solo.

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PRIMO MOVIMENTO

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L’estate cominciava quando, per andare al lavoro, non dovevo più starmene
riparato all’angolo del chiosco con le mani a conchetta per cercare di scaldarle
dal freddo ma quando, camicia gonfia di vento e qualche grammo di calamite
nascoste sotto al sellino, Xavier svoltava la curva in sella a Paresi, ché da zero
a cento ci metteva un anno e quattro mesi.

Paresi era come un parente, un vecchio zio visto da sempre.


Era stato di suo fratello che lo teneva come un gioiellino ma da quando era
passato in mani sue gli era capitato di tutto.
Inizialmente era stato privato della carena, quindi stuprato con l’inserimento di
un bel 75 e successivamente di un 90 e poi ancora con un altro motore che
aveva sempre le mani lì dentro, lui lì, e se volevi farci un giro mica ti riusciva a
partire.
Allora arrivava lui, le mani dentro. Due bestemmie. E la solita spiegazione.

“Prima in su.
Poi staiatento lascia piano la frizione che a me il sangue fa impressione e non
farci troppi giri che sto in riserva.”

Sempre in riserva quel motorino, da che ne ho ricordi.

Paresi era a tutti gli effetti uno del gruppo, in qualche maniera un fratello
minore.
Il mio vecchio motorino, Tetano, era miseramente morto l’anno prima dopo
nove dignitosi ferragosti.
Canchero, il Garelli nero di Jilles, era stato anch’esso salutato con rito funebre.
Jilles si era presentato tutto rosso in viso, le lacrime agli occhi

- Ragazzi, gli è entrata la quinta!

che la quinta, benché non prevista, a Canchero gli era entrata davvero e non vi
fu alcun libretto tecnico a poterne smentire l’assioma.
Canchero aveva la quinta.
Per un giorno.
Ma l’aveva avuta.

Fu Jilles stesso a portarci la notizia dell’avvenuto decesso.

Poi c’era stato il Pk di Thomas che ci trasportò anche in otto prima di essere
svenduto senza rimorso e sostituito da una nuova Vespa a tre marce, serie
Rush, poco cuore, colore verde metallizzato, che ci fai.

Quelli erano i nostri motorini, quasi mai acquistati ma molto più spesso
rimediati o tutto al più ereditati, sempre e solo al fine di rompere i coglioni alla
tranquilla popolazione vacanziera di Morilles quando fuori era estate e le
finestre erano aperte e non potevi fare altro che sperare che uno di quei
ragazzini cascasse facendosi molto male.
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Dunque, solo Paresi aveva vinto la scommessa.
Spuntando per l’ennesima volta da quella curva, ce l’aveva fatta.
Era sopravvissuto a tutti.

L’estate cominciava quando percorrevamo Rue Basse, Xavier una mano sola
sulla manopola del gas e leggeri guardavamo negli appartamenti, tra i balconi,
cercando una ragazza intenta a stendere, fissandola da sotto, immaginando
tutto e niente.
Cinque minuti e si era giù al porto con Xavier che si toglieva la camicia per
rimanere in canottiera e io, che lesto dalla tasca sfilavo una cravatta con un
nodo accennato e me la infilavo al volo, per poi infine salutarci davanti ad un
Paresi sprigionante fumo in tutti i sensi, ché i suoi quindici anni si facevano
sentire e che Johnny, dopotutto, era anche amico suo.

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Le onde che esplodevano, Signori, e l’ultimo bottone della divisa a giocar di


sponda con la stanza disegnando traiettorie e sul ponte il mozzo di bordo a
rintanarsi sotto alla scialuppa per il via - vai di grida angosciate e bestemmie e
cazzo se era agitato il mare
e io sudavo, sudavo e le onde si frantumavano in faccia e la moglie del
capitano scioccamente si mise a piangere e pensai teso che la moglie di un
Capitano non poteva piangere
così uomini e gesta e caratteri fragili dominavano la nave ferita e le ombre
degli oblò si estendevano molli lungo i corridoi in sfacelo

- mare d’occhi aperti, mare di sconfitti e per ogni ritorno un pesce da


raccontare

poi il mozzo di bordo si attaccò alle sottane delle turiste dai culi bianchi,
Signori, e su quei visi mi venne una gran voglia di defecare così mi aggrappai
al corrimano d’ottone alitandoci sopra, strofinandolo lieve con un fazzoletto con
le iniziali, E.L.,
El Logarthy, esatto,
esatto,
annata 1974 per servirvi, Signori.

Poi risalii la schiuma e il vomito spumoso del riflusso tentando, ottenendo


vittorie ad oltranza e le luci del corridoio si finsero solo per me Vulpecula e il
Delfino e silenziosamente seguendole mi trovai a prua e prua voleva dire
Signori è fatta, (queste turiste, queste passanti, belle signorine come siete
fortunate, siete illese – ma ora non ho tempo per i vostri seni, per i vostri
cuscinetti di pelo dolce) e una luce bianca infine mi accolse, viso di fanfara,
scintillante tra specchi riflessi su lampadari lucidati a giorno

e poi bianca, bianca di pittura fresca si presentò la cabina di comando e Messiè


Logarthy col suo calcetto ben presto sposta il cadaverecorpo bianco mortomuto
del Capitano, Sir Wallace Decurder, trentesimo anno di navigazione, prima
seconda classe mai uno scontro mai uno schizzo d’acqua

e il corpicino vola dai miei piedi più in là ché ho il timone in mano e 260
passeggere che a Messié Logarthy dovranno pur dire grazie

e un’onda mi schiaccia contro il muro e ho tutto il peso su una spalla, resto


ammassato sul lato destro della cabina

- siamo naviganti, siamo

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soli in mezzo al mare e gira tutto il mondo gira tutto in tondo e vomito un po’
ma ancora resisto, resisto contento

e finalmente dopo altre onde tutto improvvisamente si quieta e posso farmi i


complimenti, Messiè, pas mal, ora sì che posso strappare i gradi dal corpicino
cadaverico mortobianco sotto i miei piedi, ora sì che posso uscire sul ponte con
aria supponente, con nuovo passo da capitano e dire

“Signore, 260?”

con loro che fanno versi, piangono i loro morti ritagliando brandelli di camicie,
inalando l’ultimo sudore del loro amore morto e passato

- l’amore s’è perso per mare, stanotte, luce di candela che si spegne col dito
bagnato, Signorine mie, l’amore se n’è andato.

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Squilla il telefono (non rispondo non rispondo frega un cazzo non rispondo)

- Pronto?

- El?

- Sì?

ho un crampo allo stomaco e la stanza è a soqquadro, non accendo la luce, la


stanza è a soqquadro, non ho voglia di,
la stanza è a soqquadro.

E’ Johnny che chiama, Johnny da una cabina qui sotto (sottofondo - camion
che scala una marcia), poi le bestemmie per l’ascensore rotto, i clacson per il
verde, i passi del piano di sopra, il cuore in gola per scendere le scale, la
sensazione di essermi vestito troppo leggero, il vociare ronzante delle donne
nell’ampio atrio, il ricevitore del telefono che si abbassa

- Sì, va bene, scendo subito.

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Morilles è un lampo di corpo magro protetto da un lenzuolo, Morilles è i


particolari e i panorami eclatanti, due modi diversi di fingere bellezza.
Pioggia ed erbe infestanti, il sole, come allora, tramonta stretto tra porto e
canale ed è sempre lo stesso, simile ogni giorno, per merli, cantanti di tango,
gatti e pozze sull’asfalto, per me che continuo a tentare, capace solamente di
essere confuso, di sporcare camicie su camicie, distratto da un vento di
piastrelle rosse e panni stesi ad asciugare, in questo tempo di corsi di lingua in
cuffiette e tende nuove sui balconi, in questo tempo che sommato ad altro
tempo dà per risultato il tempo in cui tua madre ti chiamava dal balcone
perché era ora di cena, era ora di rientrare.

Morilles è per te, dunque, ferma nel tempo, nei ricordi di quando con le
squadre di quartiere al campetto tu eri Elkjaer e Jilles era Briegel e Thomas
puntava l’uomo ché lui era Giresse e Xavier portava i guanti grandi e diceva
“Segnategli, a Pfaff, se ne siete capaci!” e mai voler ammettere che a casa di
soldi non ce n’erano e per guanti da pallone bastavano quelli del fratello.

Morilles.

Dove tutti eravamo qualcuno.

Solo che ad un certo punto hai qualche anno in più e un direttore del personale
che ti comunica che non sei più Elkjaer e, per rendertene conto, ti è sufficiente
fissare il cartellino all’uscita dalla fabbrica, ogni sera alle sei.

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PRIMA LETTERA DI VIRGINIE

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C’è un forte vento e cattivo odore di mala carburazione di un motorino appena


partito.
In lontananza sento e vedo, e in qualche maniera mi riposo, il sole che sale e
diverse piante di rosmarino in fiore.
Mi afferrano con una presa da dietro, violenta, alla quale tento di reagire
cercando di divincolarmi, tentando quasi di colpire lo sconosciuto, ecco perché
scatto goffo e rabbioso e poi indurito mi blocco, ché mi accorgo che è Johnny
che strabuzza gli occhi

- Ma che cazzo fai, El

- Che cazzo faccio, Johnny

Ce ne andiamo al parco e ci accendiamo un johnny in tutta pace mentre sullo


sfondo una petroliera squarcia il mare e i motorini sfrecciano sul lungomare – a
Morilles qualsiasi cosa tu veda o faccia ha sempre a che fare con il mare.

Ha una brutta cera che un po’ trema a raccontarmi che suo padre ha il cuore in
corto e i soldi ora li deve rimediare – basta piazzare quelle calamite che ho a
casa, amico El – e per farlo mica ci metto tanto, due tre contatti per il carico
grosso e per le briciole c’è sempre il quartiere ma ora, non so se capisci, mi
serve casina pulita pulita e subito accende un altro johnny e me lo passa
mentre un bambino friziona il naso della nonna lisciandola con una sforbiciata
di supertele.

Seduti-sdraiati su una panchina, avrebbe voglia di essere capito.

E forse ha ragione, basta scavargli neanche troppo gli occhi per capire che
stavolta Johnny, che a quindici anni si era fotografato il culo con la Polaroid e
aveva messo la foto sulla scrivania del preside con la dedica “figlio mio”,
stavolta capisco che Johnny, lo spacciatore del quartiere, sta rivoltando mezzo
mondo per dare una degna assistenza medica a quel padre che lo aveva prima
messo alla porta di casa e poi ripreso, ché era meglio un figlio tossico di uno
morto.

- Casina pulita pulita è la parola, amico amico El, ché gireranno infermiere
e medici e clisteri e assistenti sociali e garze nel cassetto dei calzini.

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Ha ragione e lo capisco, non può fare altrimenti, è dannatamente lucido
mentre mi allunga una scatola di zigulì e una pistola avvolta in un fazzoletto.

- Questa me la tieni tu, amico amico El

E che non sia una richiesta lo capisco da me.

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Sono vuoto, sono scarico, quanti me siamo? Due? Sono sempre io? Due?
22.23 di sabato no martedì, non ricordo non ricordo non.
Minimo.
22.27 la luce verde la luce blu, due lampade, una piccola, una potente, fanno
due luci fanno (quanti siamo? Due?)
22.34 ora trentacinque
spostato su un fianco sono scomodo sono una bacinella bianca con una zanzara
morta al centro sono
22.39 seconda serata
dovrei prendere la vita con più leggerezza, dovrei avere una crescenza in frigo,
una formaggetta cremosa ma non riesco neppure a farmi crescere le unghie –
come potrei spalmarla sul pane - non riesco a muovermi adesso non riesco a
dirigere il

Parole e persone sono solo barriere da scavalcare sono solo righe tracciate con
un pennarello con pochissimo inchiostro, non hanno niente da dire ed io, in
definitiva, potrei contare fino a tre, poi, tirare tre pigne in faccia ai passanti,
dire

sono stato io

22.59 – 23.00 tra un’ora è mercoledì,

cazzo.

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Forse Mamma se ne era andata perché piangevo troppo.

Me la ricordo bene, con i capelli rossi, che sorrideva piano.


Camminavamo spingendo un passeggino più alto di me, le immagini tornano in
mente tutte in bianco e nero, ho in testa il fotogramma del collo degli stivali, il
sacchetto con i biscotti, le scritte sui muri che ancora non sapevo leggere e che
ricordo comunque nere e tondeggianti.
Camminavamo ostaggi di una certezza: quello era e quello non poteva che
essere.

Poi ricordo che era bella parecchio e che volevo fare Vola Vola e poco altro
ancora.

Avevo cinque anni e le scarpe da ginnastica nuove per scattare verso casa,
salire le scale due a due, tutte di un fiato e ogni volta era un nuovo record,
ogni volta un sorriso amniotico quando mamma apriva la porta e le dicevo

“Abbiamo vinto!”

Spaesato.

Sorpreso.

Lasciato stare.

Ora è così che mi sento.


E non è vero che non ho più parole.
Semplicemente, non mi va più di dirle perché forse Mamma voleva soltanto un
massaggio ai piedi e un bagno caldo.

Forse Mamma voleva dirmi

- Non ora, gioca da solo, ora sono stanca

forse Mamma era morta perché non riusciva a riposare.

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- Signor Logarthy?

Il portiere, con la voce fastidiosamente squillante, mi fa segno con la mano di


avvicinarmi

- Domani sera c’è condominio

e vorrebbe farmi firmare una cosa, un foglio verde, gli dico senta la metta lei
una firma e mi infilo rapido per le scale

- Signor Logarthy?

- …

- Mi raccomando quando annaffia le piante che la signora de

sì sì come no, ho un rododendro e una camelia che sono la fine del mondo, col
cazzo che smetto.

Poi entro in casa e accendo in sequenza un johnny e la tv.


Dieci minuti dopo sono sotto alla doccia e sento l’audio del televisore e le
macchine per strada.
A volte mi andrebbe davvero di spiegare a parole quello che sento.
Comincerei dicendo che mi snerva sentire parlare gli altri e che non credo
quasi a niente. So solo quello che mi capita e che significa esattamente quello
che mi lascia.
Mi infilo una maglietta bianca e resto in mutande sul terrazzo, i piedi
appoggiati alla balaustra.
Qualche goccia stagna sulla ruggine della sbarra. Ho i capelli bagnati e mi
sento bene, al contrario di tutto il circostante che, qui sotto, è fermo e
dolorante perché tutto si ferma e tutto si addolora, appena fa due gocce.

Butto giù una zigulì e un attimo dopo il letto è subito bianco, subito blu, di
nuovo stanato, leggo qualcosa, penso qualcosa, ho gli occhi verdi e lo stupore
per difendermi.
Mi addormento un po’.
Dormo e sento in sottofondo una musica, una musica e delle mitragliette,
mitragliette forse di un quiz, un quiz a tutto volume presentato da un grassone
invadente che dà del tu a tutti quelli che concorrono, sento due réclame di
detersivi poi uno stacchetto stacchetto, dammi due minuti, dammi solo due

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minuti, ok, imparato; un’attrice di soap piange la morte di un attore di soap,
non se la sa spiegare e io e io e io (stanco stanco stanco – dormire dormire) al
di qua del muro sento solo il rumore assordante della televisione della mia
vicina, voglio solo dormire, voglio solo (il volume rimbomba sui muri, sul mio
volto, sulle mollette, non ci sento, non mi sento più, non dormo più, abbassate
vi prego quella tv, abbassate vi prego e mi avvicino al muro e urlo disperato e
pazzo

SIGNORA ABBASILA TELEVISIONE CHE STOMMALE!!

SI TUFFI NEL CESSO LEI E LA SUA TELEVISIONE MORTA,


COMPRIS?

(compris?)

Per me è finita

Non mi sento bene

(compris?)

Sono sul letto ed è finita.

Evitato
Folle
Solo
Assurdo.

Sono assurdo.
È finita.

Poi tiro su le lenzuola fino a coprirmi il volto. La vicina è sorda, mi vuole


uccidere, vuole il mio appartamento libero, sicuramente ha una nipote pronta a
rilevarlo; sono più stanco di prima, non ho dormito un cazzo, sono le nove di
sera da non so quante ore.
Sento freddo a una coscia, cosa

- E questo telecomando?

La mia tv è accesa.

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Spingendo q rosso il chiasso assordante provocato dalla tv della vicina sparisce
come d’incanto.

Attendo la morte altri cinque minuti.

Poi mi addormento.

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SECONDO MOVIMENTO

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Siamo in sciopero, giù al porto, barili fumanti e copertoni a bruciare, i ragazzi
spingono cassonetti, fanno barricate, sembrano spaesati, ché il porto li vuole
mettere in cassa integrazione e Morilles rimane immobile proprio qui dietro,
fissa e distante, e porto e Morilles sono tutto quello che ci lega a qualcosa.

Tute blu e catrame, caschi gialli sbattuti in faccia ai poliziotti e un megafono a


dire

- Da quella parte, da quella parte –

e le canottiere e le nostre cravatte, assieme operai e impiegati si sputa


assieme, si dice il tempo, la lotta, si cercano parenti e amici e articoli di
giornale per verificare cosa hanno fatto gli altri, se davvero è da considerare
giusto scrivere

O LAVORO
O FIAMME

sulle travi accatastate di traverso e sopra appoggiarci il piede per battere il


tempo, sudici e rauchi.

E poi i compagni della Digeux coi loro fazzoletti al volto, i fazzoletti gialli ormai
simboli sul giornale, le facce incattivite, e quelli del sindacato a strattonarci le
maniche, a tirarci la giacca, a dire

- Non così, non così

ma rabbioso mi domando cosa sia così, se ora ho il fumo nero davanti e le


sirene della polizia dietro e rabbia e poche prospettive di mantenere ancora per
molto il lavoro; mi domandando dove ho sbagliato alzandomi ogni mattina alle
5,
dove
sporcandomi le scarpe di grasso e catrame
dove
per neanche ottocentocinquanta euro al mese
dove
io che sarei tutelato dal sindacato

io che lo stesso sindacato l’ho visto al tavolo dei proprietari a barattare pace
sindacale per nuove tessere.

Ecco perché tutte queste cose le devi tenere in considerazione, ogni volta che
miri alla macchina dell’industriale, ecco perché devi ricordarle tutte, una per
una e se l’unica cosa che può fermarti è la paura, la tua risposta adesso non
può che essere l’esplosione. La molotov è il tuo unico messaggio.

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Non devi aggiungere altro.

Mira meglio e goditi l’esplosione.

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SECONDA LETTERA DI VIRGINIE

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Il mio compleanno.
È il mio compleanno e c’è una televisione accesa sul secondo canale.
Il mio compleanno e posso notare non senza un annebbiamento della vista una
mezza minerale sul tavolo. Avviata.
Compleanno e luglio e mezzo sole sul terrazzo buono per la camelia e l’azalea,
per il rododendro e per il caprifoglio. Mezzo sole sul terrazzo buono per chi ha
voglia di sole o comunque accetta il concetto estivo delle finestre aperte e il
cinguettio continuo e assordante di un uccellino che si posa un attimo poi, si
accende un motore, immagino l’ora, l’uccellino scappa, e io rimango da solo.

Auguri.
E mi fisso le mani.
Auguri El.

Solo come un ragno, come un parente lontano che viene a trovarti ma parla
straniero e sorride e sorride e sorride e non capisce una sega e sorride.

Squilla il telefono, dall’altra parte c’è una voce gentile che dice

- Esprimi un desiderio, amore mio

Smettere.
Di.
Parlare.

Ecco.

Dove devo soffiare.

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Mi fa – e allora le dico

- Ma sicura che è la cosa giusta?

e lei mi scruta un pochino, dice guardi signore che non è che ci siano molte
alternative.
E io, amico amico El, mi giro con la testa guardando non so neanche io bene
dove perché veramente non so cosa dire – e cosa dovevo dire – e allora le
faccio

– E va bene, Sorella. Dov’è che devo firmare.

Johnny ha la faccia stanca mentre racconta per filo e per segno come è andata
giù all’ospedale.

- Allora la suora mi dà un modulo e guardo Pa’ e guardo dove devo firmare


e guardo Pa’, fisso la penna e gli infermieri e appena firmo se lo portano
via e – sai cosa vuol dire col cuore in gola, El – e allora gli faccio Pa’

- Veramente ero rimasto alla casa pulita e alle infermiere a rovistare nei
cassetti

- Dicono che a casa non ci poteva più stare.

È una mattinata di rondini sotto le tettoie, di corse di macchinette rosse nel


parco pubblico, di abbracci serrati e tentativi di abbracci, è una mattinata in cui
qualcuno passa con il volto tirato, le guance serrate, tenendo stretto per mano
un bambino che stenta a stargli dietro.
Il parco è quello di vent’anni prima, erba, panchine tutto a posto. Solamente è
più piccolo.
Johnny sembra conservarsi le mani l’una nell’altra, strette, preziose.
Lo ascolto.

- Sorella, ma non è che poi all’ospedale mi MUORE?

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- So cosa prova – mi fa la suora - eppure guardi che è veramente la cosa
migliore. Comunque deve decidere lei.

Io, capisci El?


Io, che tu lo sai, le uniche decisioni che ho preso nella mia vita sono state
quelle di passare dalle calamite all’eroina e di scegliermi il mio, di quartiere,
per spacciare. Io, El, io che devo decidere una cosa così.

- Va bene Sorella, se non c’è alternativa.

Penso abbia fatto la cosa più saggia. Glielo dico.

- Forse sì.

- E’ che a casa mia lui è ancora mio padre ma in ospedale sembra…


sembra uno da andare a trovare, capisci cosa

- Credo di sì.

- …e lo so che è un discorso del cazzo, amico amico El, ma forse è meglio


vederselo morire in casa che lo chiami ancora papà piuttosto che farsi
dire guardi che è morto, Signor Drogatone, suo padre è morto stanotte.

Siamo vicini al laghetto con la casina dell’orologio, le lattine pitturate


raffigurano, con poca fantasia, sette panchine e sette bambini giù per terra.
Johnny cammina devo dire tranquillo, le mani in tasca, il passo sicuro.
D’un tratto decidiamo che la passeggiata finisce lì, è tardi per tutti e due,
consiglio di fabbrica per me e orario visite per lui.

- Johnny – faccio cercandogli lo sguardo, uno qualsiasi – ricordati che ho


sempre la tua pistola

ma davanti non ho più Johnny, davanti ho un'altra persona, una persona con
altri pensieri che se non sapessi cosa gli passa per la testa direi solamente che
è uno come tanti, uno che sembra contare i sassi, lo sguardo a raschiare il
basso, fisso sul breccino.
Forse neanche mi sente, ne ho quasi la certezza, come altrettanto certamente
potrei suggerirmi che non ha importanza avere dell’altro da dirgli

il 22 da prendere, scendere vicino alle scuole poi il 68 fino all’ospedale e


ricordarsi di portare un cambio, qualcosa di fresco, qualcosa di bianco

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C’è questo cui pensare.

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I compagni e il sindacato e Xavier che si scalda parlando con il gruppetto degli


anziani e coniuga verbi e propone soluzioni e ascolta paziente, teso, scuote la
testa, conferma con un cenno del capo solo se sente le parole Lavoro,
Pensione, Diritto.

Xavier che agita le mani, che chiede spiegazioni, con Paresi proprio lì fuori
della fabbrica e io al telefono poco lontano a cercare Jilles e quelli della Digeux
per proporre qualcosa di più concreto

- Allora, Jilles?

- El, il rischio sono i sindacati – dice centrando il punto - Se quelli parlano


mica ci mettono tanto a tirare le somme.

Jilles è entrato alla Digeux qualche mese dopo la mia assunzione alle Officines.
Senza pretese. Come me.

Sento un rombo d’urla dal capannone, uno degli anziani, Jacques, urla, dice
non è per me, è per voi.
Devo alzare la voce per farmi sentire e considerati gli argomenti trattati
preferisco lasciare stare e richiamarlo con più calma.

- Jilles? – faccio scrutando con la coda dell’occhio a destra e a sinistra per


assicurarmi di non essere ascoltato – Jilles, ti chiamo dopo!

La vita, troppo spesso, somiglia sempre di più ad un ombrellino bucato.

Quando lo richiamo è quasi finito il suo turno.


Risponde Sylvie, una ragazza che lavora al Personale.
Se la ricordo bene è mora, riccia, non ha alcun accento e ha la tessera del
sindacato – è lei che fa le tessere del sindacato.
Se la ricordo bene ha il sorriso di chi non crede alle tue stronzate.
E sempre se la ricordo bene, ha una scrivania da dove poterlo organizzare,
quel sindacato, e un odio viscerale verso chi non ne fa parte.

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- Ciao Sylvie, – esordisco splendido, che l’ultima volta che l’ ho vista mi ha
mandato a cagare per una battuta idiota – sono El, non è che Jilles è lì
da qualche parte?

- Ma tu guarda che onore, niente di meno che il signor Logarthy in


persona. A cosa dobbiamo questa perdita di dignità?

- Ma sei ancora incazzata per quella battuta?

- Figurati… Piuttosto, alle Officines che dite, stavolta state con noi oppure
no?

- Oppure no – dico soddisfatto con voce calma, ben sapendo che lei, non
conoscendomi affatto, non sa che sto sorridendo, non sa che devo
comprare da quattro mesi una plafoniera per il bagno e che a loro
proprio non penso – Per quanto vi possa voler bene, non mi convincete.

- El, da quant’è che ci conosciamo, io e te?

- Tre anni, Sylvie.

- E in questi tre anni quante volte siete stati con noi?

- Mai - ammetto senza difficoltà.

- E quanti scioperi abbiamo organizzato noi altri, El? – continua lei ormai
certa di avermi traghettato nel suo ragionamento, certa di fregarmi, voce
ferma, tono lineare, in questo devo dire grande, grande davvero, Sylvie -
Quante manifestazioni abbiamo fatto con voi e con i portuali a
picchettare davanti agli uffici, davanti ai palazzi delle autorità?

Ci penso ma già so che è una domanda a trabocchetto e che tanto la risposta


me la darà lei.
Comunque ci provo.

- Dieci

- Dodici!

- Dodici

- Dodici volte a bloccare la strada e il porto e il collocamento con i cartelli,


i fischietti, la nostra resistenza ad oltranza, le nostre richieste. Tu c’eri,
El?

Tu c’eri?

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- Senti, non è che per caso è rientrato Jilles?

- Sì, va be’, ora te lo chiamo.

Sento la sua voce rimbalzare dall’ufficio verso il corridoio poi giù in fondo fino
all’atrio, verso la sala macchine, tra motori e rumore, manovratori e qualcuno
che la raccoglie, questa voce, ci aggiunge sopra la sua urlando Jilles, e il nome
ora rimbalza tra i muri, graffia i vetri e

- Ora arriva – dice.

- Sylvie?

- Sì?

e come al solito avrei voglia di dire qualcosa di simpatico ma non sono


simpatico e non mi viene niente.

- No. Niente.

Jilles dice che potremo fare mercoledì. Del resto le tessere le abbiamo anche
noi.
A qualcosa dovranno pur servire.
Mercoledì, El.

Si va a manifestare.

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No.
Domattina non vengo, domattina sarò stanco; mi trovo benissimo qui,
clinicamente a posto, mi sento un signore, mi sento perfetto, in gran forma,
domattina non vengo.
Domattina no, è quello che so, vicino alla spiaggia da solo, forse addirittura le
nove, ai piedi la sensazione di freddo, sulla coscia un altro tipo di ghiaccio,
quello della canna della pistola di Johnny, non che la voglia usare ma è un po’
come avere a che fare con la morte, la tua o quella di un passante –
l’onnipotenza e l’attimo di follia – non importa la differenza.
Passeggiare sotto le palme finto californiane del lungomare deserto, ogni tanto
due anziani, due luci, l’insegna di un hotel, un neon rosso di un tre stelle con
acqua calda e fredda, tutti i servizi compreso l’ascensore e la ferrovia per Nice,
la strada centrale e il parcheggio.

Morilles, stasera, quieta in disperazione, astuta tra angosce di spazi e spazi e


spazi per uccidere il tempo, penombre di onde caracollanti silenzi, ed è proprio
ora che mi manchi, Virginie, lo capisci? mi manchi quando meno me lo aspetto,
quando vorrei dirti che sei importante, mi manchi e non c’è nessuno qui vicino
a dirmi che sono proprio senza speranza, con questo vento che prende alle
spalle e neon neon neon neon neon, fogli di carta a volteggiare in continui
rondò, assurdi in volo come foglie verdi senza esserlo affatto.

Di nuovo la sensazione di vedermi di spalle mentre tiro una moneta al mare,


intuendo di esser fatto di niente.

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6

Sylvie che mi guarda sorpresa, non sa cosa dire, allora dice

- Ciao, come stai

- Bene

e le regalo il più bel sorriso che trovo.

Mattina calda di fine estate, sole da tutte le parti, afa a picchiare forte sui loro
– sui nostri – striscioni così stirati nel dire ve l’avevamo detto, vi avevamo
avvisati, ora vi camminiamo sotto al collocamento fino all’ora di pranzo, ora vi,
poi Sylvie mi batte la mano sulla mia spalla, ripete forte

- Non ho mica capito, come mai, come mai alla fine sei venuto…

- Cambio idea ogni trenta secondi, è un problema?

e soddisfatta mi prende sottobraccio infilandosi un paio di occhiali di quelli un


po’ stronzi, quelli con le lenti colorate ma per il resto, tolti quelli, sa proprio
farti male e canta e dice anche tu devi cantare e la guardo e lo dice talmente
convinta che ogni volta che si gira, ogni volta che mi guarda, per compiacerla e
non farmi riprendere muovo anche io le labbra, fingo di saperle, le parole, e lei
tutta sorriso mi dà delle spintarelle con la spalla e camminiamo fianco a fianco
in prima fila dietro allo striscione Meno tagli più lavoro e io reggo
svogliatamente appoggiata alla clavicola la rossa bandiera del sindacato,
stringendo anche io le mani ai tanti amici della Digeux che passano a
salutarmi, lasciando qualcosa a Rename.

Sylvie si allontana per andare a confabulare col rappresentante nazionale


venuto apposta e che apposta per noi avrà parole di conforto e di fiducia,
speranzose per quello che otterremo e che se anche non otterremo avremo
lottato per ottenere e io non so perché ma ho sempre l’impressione che i miei
aumenti dipendano da quanto è stato gradito, ai miei tutelanti, il carpaccio di
pesce spada in salsa di limone e kiwi che hanno mangiato seduti a pranzo coi
dirigenti della fabbrica.

33
Vado da Rename, vedo Eleutére e Jilles, Xavier, Pierre e i compagni dell’area a
caldo – sono sguardi d’intesa, pacche sulle spalle per esserci nuovamente
ritrovati, ancora una volta, sempre noi – sono lunghe e attente e precise
strette di mano.

- State allegri che il sindacato ci sta aiutando

e Sylvie saluta il tipo e torna a prendermi sottobraccio e cantiamo una canzone


dove a un certo punto devi battere le mani e il traffico è completamente
andato, tutti fermi impazziti, a dare cazzotti sui cofani a dire vaffanculo non ve
la prendete con noi

- Sì Sylvie, è tutto bloccato

e lei è un esplosione di bellezza, lei è un lago bianco, un movimento di seta, è


qualcosa di disarmante e allora comincio a cantare davvero, un pochino canto
sul serio ché davvero se lo merita, considerato quanto ci crede, non mi costa
davvero niente alzare i pugni, so recitare bene quando mi ci metto (pelle
chiara e morbida, una piccola voglia proprio vicino al collo)

- Guarda quanti siamo, El

e siamo tanti davvero, stipati dietro agli striscioni come a dire, credendoci
legalmente, tutti in fila dietro megafoni minaccianti battaglie, minacciando
settembre di merda con scioperi e paralisi dell’attività produttiva per difendere,
come dice la canzoncina dalle rime elementari e scontate, questo benedetto
lavoro.

Poi chiamano nel palazzo Sylvie col rappresentante nazionale e altri due
operai, uno delle Officines e uno della Digeux, pare sia arrivato un
sottosegretario tutto di corsa, interrotto nelle sue piene funzioni digestive, e
pare anche che sia incazzato nero.

Jilles li osserva entrare, alza ironicamente le sopracciglia, poi si rimette i capelli


che si taglia da solo sotto al berretto blu della Digeux e si strofina il palmo
della mano aperta sulla barba non fatta.
Mi strizza l’occhio, allontanandosi.

E cominciamo una lunga attesa, inganniamo il tempo dividendo i nostri panini,


discutendo, sperando, azzardando supposizioni, aspettando, aspettando,
applaudendo compagno Jacques che ricorda i due morti dell’anno scorso caduti
dal traliccio, a maggio,

- Anche per loro – ha detto Jacques

34
e non credo sia giusto accomunare queste due cose ma poi, poi come fai a
dirglielo.

Poi per primo esce il rappresentante nazionale e a seguire Enrique della Digeux
che noi tutti chiamiamo Enriquedelladigeux e Ferdinand delle Officines che
nessuno chiama FerdinandelleOfficines quindi Sylvie che appena la vedo le
vado incontro, le dico

- Allora?

- È solo l’inizio, El, solo l’inizio.

e mi dà un bacio leggero sfiorandomi le labbra e io rimango così, senza capire,


senza. Rimango così.

- Non allarmiamoci

No, e chi si allarma, lei magari l’ ha fatto senza rendersene conto ma io, ora,
ho un vortice dentro e lo stomaco contratto.

Ripieghiamo gli striscioni, qualcuno dalla strada urla di toglierci dai piedi, di
andare a lavorare e noi tutti si ride e ci si divide, ognuno per la sua.

- Non sapevo avessi tanti amici alla Digeux

dico be’, e penso all’asta della bandiera di Rename colma dei piccoli cartocci
gonfi di polvere da sparo che noi tutti, dalla Officines e dalla Digeux, abbiamo
rimediato per organizzarci, come si usa dire, a modo nostro.

35
7

Il martello pneumatico impazzito sfonda il cranio, perfora l’asfalto, squarcia la


strade e prima o poi gli alibi e di disperazioni assordanti neanche la traccia, c’è
solo il rumore silenzioso e continuo della gente.
Anche del sole, a dire il vero, e il parcheggio del supermercato qui sotto
sembra completo, a vederlo dalla finestra.
Sopra di me, o a lato, o dietro, o da qualche parte, sento il vortice della
ventola d’aspirazione. La fioca luce di neon opaca mi dichiara disarmato e in
mutande in un piccolo bagno cieco.

Bello stronzo.

Dietro a questo muro Sylvie dorme abbracciata al suo cuscino.

Complimenti.

Prendo una lametta, di quelle economiche, bianche, di quelle che le donne


usano per depilarsi e riempio la conca della mano con la schiuma da barba.
Io che.
Niente.
Io che mi sciacquo il viso.

Cosa cazzo ho combinato.


Cosa cazzo.

(senza promettere, senza parlare, senza spiegazioni, senza futuro, si può


amare per una volta così?)

Si può, Sylvie?

- Buongiorno

Mi coglie di sorpresa.
È appoggiata allo stipite della porta, una delle tante da scartavetrare.
Maglietta di lino fino all’ombelico. Mutandine viola. Gambe.

- Colazione?
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(e come puoi, come fai ad andartene, se nessuno te lo ha mai insegnato.)

- No. Grazie. Devo andare.

Scarpe. Lacci.
Poi la porta chiusa alle spalle.

Per dimenticare per sempre, in quella casa, l’orologio e la lealtà.

37
8

La lancetta lunga termina la colletta dei secondi poi, con un piccolo scatto
preciso di quella più corta, fa un movimento in avanti sul quadrante.
È morto il padre di Johnny.
O forse dovrei dire.

È morto mio padre.

Papà che sono dieci anni che non lo pensavo così.

Dice Johnny che quando l’infermiera ha chiamato lui quasi se lo sentiva.

- El, quasi me lo sentivo.

Ovviamente mi hanno avvisato a cose fatte, non ho avuto tempo di pensare se


sto male o meno, se mi dispiace o se me lo aspettavo, se ho tempo o non ho
tempo.
Il giorno dopo, al funerale, un tipo con le scarpe impolverate chiude col
cemento la piccola soglia di marmo.
Johnny ha gli occhi gonfi.
Ce ne stiamo vestiti uno accanto all’altro.
Virginie è venuta apposta; con discrezione preferisce starsene in disparte,
osservando il dolore con una certa compostezza.
La sento vicina e persa, distante e presente, solida ed evanescente. Non riesco
a dirle nulla, sono abbottonato nella miseria di un lutto e nello schifo del senso
di colpa.
Mi sento decisamente perdente e sporco, proteso esclusivamente a ogni forma
di evitamento.

A casa ci siamo guardati a lungo, lei credendo probabilmente al silenzio come


unica forma possibile per starmi vicino, io preferendolo a qualunque altra
forma di rumore o decisione o parole.
Poi mi sono vestito con dei pantaloni neri e una giacca grigia che nera non l’ ho
trovata, la morte non è un fatto di colori, così ho lasciato perdere e ho spento
la tv.
Siamo scesi per strada e di nuovo scesi, scesi, scesi, fino a una chiesa mai
vista prima e come una diva ho ricevuto pacche sulle spalle e rincuori e sorrisi
ché tanto lo so quello che pensano, non ha senso fingere, i loro sguardi dicono
che non dovrei essere lì, e subito dopo dicono condoglianze, solo il tempo…

38
Solo il tempo un cazzo.

Col tempo ci sono rimasto fregato già una volta, quando avevo qualche anno in
meno e in un posto triste come questo avevate detto Forza piccolo, solo il
tempo.

Bene.

Come la mettiamo se oggi vi dicessi che tutto il tempo che mi avevate dato è
servito a farmi sentire ancora più solo?

Come la mettiamo?

Poi Johnny si avvicina, dice

- Di’ qualcosa

- Non posso. Per te è stato sempre naturale avere un padre così, o una
madre accennata dai ricordi di qualcun altro. Non puoi chiedermi di dire
qualcosa. Io per te sono stato solamente valigie e umiliazioni da
sopportare, bottiglie di vino e continui raccogliere papà, così caduto
vomitato sbottonato lungo le scale. Tu sei rimasto e l’errore è stato
lasciarti lì a farti rubare il tempo. Tu sei rimasto lì a sopportare con un
fratello che si limitava a chiederti “tutto bene?” e tu come no, sì,
tranquillo, va tutto bene ma intanto avevi già iniziato a farti e papà ti
prendeva a botte e poi ti ha detto arrivederci arrivederci che tanto
perdere un figlio o due è la stessa cosa e comunque due dipendenze
nella stessa casa sono troppe e ha detto vattene, non farti più vedere e
le tue braccia di lividi scuri e buchi e vene sorprese non sapevano più
dove andare a sbattere e allora, come dire, prima le panchine poi i cessi
pubblici poi le spiagge e le siepi e gli scalini, che magari avrai dormito
anche qua fuori, Johnny, e tuo fratello, nel frattempo, sparito, ché
Antibes per me era la sola possibilità per volermi bene, quindi un lavoro,
una ragazza. Eccola, la mia rivoluzione, Johnny. E tu mi chiedi prova a
dire qualcosa in questo funerale nel quale riconosco a malapena cinque
persone? Tu? Che poi papà ti ha ripreso a casa che era comunque meglio
un figlio drogato di uno morto. Tu che quando sono tornato mi hai detto
senti, amico amico El, ora papà è meglio, ora tutto funziona ma lo dicevi
e avevi gli occhi piccoli e i pugni serrati e tremavi e non avevi neppure
vent’anni, dicevi va tutto bene, ora c’è più equilibrio, che io avrei voluto
spiegartela la definizione di equilibrio, che lavarsi ognuno i propri calzini,
non fare domande e non dare risposte, non significa propriamente
equilibrio. E io poco più in là, nello stesso quartiere, tornato a Morilles,
trasferito alle Officines. Eccolo, il contabile, capace di ragionare con i
conti degli altri e non con i suoi. Finalmente tornato e Virginie a dire è
giusto così, tu vai, vai pure e poi non so, si fanno delle cose e si finisce in

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altre case e ci si sveglia con la sensazione che l’unico gesto veramente
tuo sia quello di spegnere la lampadina prima di andare a dormire. Ecco.
Spegnila tu, Johnny, la lampadina, adesso. In questo funerale in cui non
sento dolore, avrei solamente voglia di domandarvi

VI STO DELUDENDO?

VI STO DELUDENDO?

Papà.

Io non lo so se ti perdono.

Non lo so se mi perdono.

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TERZO MOVIMENTO

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Zigulì Zigulì
possibile mai
e volteggio tra fogli di carta igienica, mi rinfresco il viso con l’acqua dello
sciacquone - seduto sdraiato abbronzato accanto al cesso – l’immagine è quella
della casa vista perpendicolare e intanto piangono gli occhi, piangono i ricchi,
affogano anche loro tra gocce d’acqua sudate dal catis, si sentiranno deboli
come me.
Tu prova a prendere un foglio di carta bianca e a scrivere, richiamando le sole
immagini, tutto quello che ti viene in mente recuperando i termini Forte e
Debole.
Fallo.
Ti accorgerai che i concetti espressi sono gli stessi di quelli di un bambino di
sette anni.
Il punto allora è che dovremmo riuscire ad ammettere che proviamo ansia e
che spesso non ce la facciamo e che non c’è nulla di male nell’ammetterlo.
Ma com’è che poi non ci riesco, com’è che poi preferisco evitare le situazioni di
disagio, cacciare via i pensieri automatici negativi e rinunciare a vivere.
Allora penso proprio che sarà il silenzio della casa vuota, in un giorno di
maggio, a farmi implodere in altro silenzio.
Saranno le gocce a calmare i battiti, le orchidee selvatiche le prossime ad
appassire nei campi.
Sarà un cane col mio stesso sguardo. La fortuna che mi resta. Saranno i
pensieri costellati di una sera d’agosto.
Saranno i miei stessi movimenti, il ripetersi automatico dei gesti, a farmi
optare per l’abbandono e niente e nessuno potrà farci niente se alla fine tutto
mi avrà deluso.
Per ora, non mi resta che appendermi alla tendina bianca del bagno, ora come
ieri e, come sospetto, anche domani.
Saperle bianche e stirate mi fa star bene; penso alla luce che filtra dal vetro,
leggera.

42
2

Compongo il numero, poi succede tutto di fretta, le dico che mi sento una
merda, un ladro, un pazzo, che merito la solitudine, ho buttato via tutto e lo
so, lo so, ma ora ho bisogno di.

Virginie non dice niente.

Riesco perfino a immaginarla sdraiata tra i suoi libri e il cuscino, il telefono tra
le mani, gli occhiali sottili da lettura, rotondi, quelli che (il poster di Andy
Wharol appeso alla parete, ripreso mentre si gratta il mento), in quella stanza
di pareti vuote perché il vuoto è la migliore rappresentazione dell’arte.

- Se nasce dal vuoto, in qualche maniera deve anche rappresentarlo

e forse ha sempre avuto ragione anche se, per il solo gusto di contraddirla,
ribattevo asserendo che col vuoto ci si riempiono quadri e libri e dischi e che
dunque è solo l’artista a rimanere vuoto del suo vuoto appena rappresentato,
lui solo è l’unico oggetto/soggetto a sopravvivere impregnato di arte.
Allora lei mi guardava con quel modo perfetto e odioso di non credermi e poi
diceva dai, andiamocene lì, indicando lontano, e laggiù era un punto col dito,
laggiù era un punto indefinito così le chiedevo

- Ma laggiù dove, al centro?

e lei

- No, no, più giù

e io

- Laggiù dove, Cap d’Antibes?

e lei
43
- No, no, più giù

e alla fine laggiù era Genova e una Chiesa scoperta casualmente in un giorno
di maggio, girovagando senza sapere dove andare.
E andiamocene laggiù furono poi Nice e i paesi del nord e le mille pieghe delle
sue labbra, fu vederla correre verso una fontanella, piegata per dissetarsi.
Laggiù furono una panchina e un prato per sedersi a rifiatare e Antibes e sua
madre e suo padre e qualche posto per fare all’amore.
Laggiù fu casa mia di quando vivevo ad Antibes, casa tutta balcone, casa come
arrampicata sul terzo piano di una vecchia palazzina ad angolo, granata, e i
vasi dei fiori e la proprietaria coi suoi gatti e l’orologio rotto in cucina che
segnava sempre l’una e lei a dirmi – vieni, è l’una, ho preparato una tisana -
lei, sempre lei, coi suoi sacchi di stallatico per le camelie e le sue facili soluzioni
di risolvere tutto con le tisane e la lasciavo fare, rimanevo a guardarla, in
pantaloncini corti, perfetta inginocchiata con la zappetta e i capelli lunghi
raccolti da un elastico e le canottiere colorate che lasciavano intravedere il
seno, era proprio così che la osservavo, assorto, rapito, ascoltando Bach
mentre lei, sul balcone, canticchiava canzoni leggere.

- El, non dire più niente, ti prego. Hai già rovinato abbastanza.

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3

Svegliato di pomeriggio dal telefono che squilla.

- Come stai? - domanda Sylvie

- Bene

Siamo ancora a casa, noi delle Officines, e da ieri lo sono anche alcuni della
Digeux.
I pomeriggi passano lenti, sembra sempre di stare a misurare le mattonelle di
casa.
La mattina no, la mattina ho imparato a fregarla restando a letto fino a tardi.
Il trapano del vicino. Il rumore del martello pneumatico giù in strada. Una
bestemmia degli operai. Tutte novità da apprezzare.

Sono in ostaggio, sul mio balcone di vedetta, e capace solo di osservare le


migliaia di coppie di anziani con le macchine tirate a lucido, lei che fa segno a
lui che forse non ha chiuso bene la portiera.
Il mercatino del sabato che ormai riconosci chi li frequenta, divertito dal via vai
dei neri, col loro carico di finte borse griffate, al passaggio dei vigili, neanche
troppo stupito dall’accorgermi di conoscere gli orari dei treni che passano; del
tutto assuefatto dai programmi idioti del pomeriggio alla tv, è pieno di
brizzolati, sono tutti brizzolati e con il ghigno astuto l’ennesimo giornalista
abbronzato informa il pubblico drogato che l’autista di uno scuolabus è
impazzito nel traffico e ha ucciso tutti i bambini.
Tutti.
Tranne un genitore.

Il pomeriggio non riesco proprio a farlo passare così aspetto Johnny, aspetto
lui e le sue calamite e ci accendiamo un johnny in tutta pace e ci sediamo sul
balcone e continuiamo a osservare chi passa, le gambe tese sulla ringhiera, è
da diversi giorni che non piove.

Si parla poco, è fin troppo evidente che abbiamo perso l’argomento in comune.

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Dice che ci va spesso, rispondo che per me è troppo presto. Poi si apre una
birra facendo perno sullo spigolo della ringhiera

- Cazzo Johnny

ma neanche mi risponde e continuiamo a fissare il traffico e ce ne stiamo lì a


contare quelli che passano.

Ogni tanto invertiamo la posizione delle gambe ed è il maggior cambiamento di


cui sembriamo capaci.

46
4

Zigulì anno terzo e allora ordinai al mozzo di coperta di tagliarsi il lobo con il
coltello da pesce e subito la cartomante e il pappagallo di Haiti presero a
sorseggiare silenti e impauriti, in due parole nascosti, tutta la scena.
L’indovino di turno tracciò la rotta e la nave bianca spense le sue gocce di
splendore e riprese a navigare.
La figlia del maitre primo livello quella notte dimenticò gli orecchini e la fila di
perline nella stanza del musicista rumeno.
Da par mio, reggevo il timone con il dito più corto e il traffico di rondini e
gabbiani cessò per dodici ore e solo a mattina ripresero a volteggiare.
Le vedove in quarantena decisero di travestirsi con maschere da indovinare
così tutte si dipinsero le unghie disegnandosi aggressività migliori.
Alle dieci stappammo champagne d’importazione e furono coriandoli e dediche
per tutte le signore così perfette in movenze e calze e solo a tarda notte offrii il
mio corpo ballerino alla vedova di un chirurgo d’oltremare.
Durante il ballo girammo stretti volteggiando con i volti cementati, la mano
mia dolce a stringere impostata la sua (seni pressanti, la Signora) fiero e
piroettante, l’occhio fermo, lo sguardo all’insù.
Al mio tavolo le Signore mi accolsero con l’applauso e tagliai dunque con classe
la torta a forma di candelina invitando i presenti a innalzare i calici.
La gentile dama veneziana con le trecce sorseggiò dal bicchiere come si
conviene e spogliata da ogni convenzione, fece segno di seguirla.
Maschera nera tenuta con la mano, la seguii muto in attesa della cabina e una
volta dentro ella mostrò le sue rotondità sublimi, accogliendomi cortese e
saporita tra le gambe.
Il rapporto carnale si consumò con vari oltraggi e richiamato dalla eco della
sala lontana, mi incamminai per il discorso di fine serata.

“Procediamo a dritta col mare che ci culla. Domattina all’alba saremo prossimi
alla riva”.

E ancora una volta la consapevolezza di non sbagliare.

47
5

Tua madre, Virginie, dice che non sei in casa e allora la saluto, gentile,
domando se mi fa richiamare quando torni, dice sì, – dice sempre di sì – e
probabilmente ora se ne andrà a stendere i panni e avrà settecento cose sul
fuoco mentre io qui fuori mi sento dimagrito, mi si contano le costole e ho la
bocca impastata e

Perché mi hai detto basta, Virginie?

48
6

La valigia la preparo in due minuti, solo le cose tipo mutande, una camicia, i
calzini e un piccolo biglietto bianco con l’orario del treno.
Idiota come gli idioti che se ne vanno, anche io mi sento in obbligo di dover
avvisare qualcuno.

Xavier.

- Io sono Sabelle, tu? - risponde la voce dall’altra parte del telefono

- Stellina, sono El

- Ciaaaaoooooo - fa lei – Capitano! – che solo lei mi chiama così, ché


quando eravamo piccoli io, Xavier e Jilles e Thomas giocavamo a fare
Star Trek nella cameretta di Xavier e io ero il capitano, ora il nome non
lo ricordo, ci mettevamo nella cabina pronti per il lancio e la cabina era
una sedia rovesciata ed entravamo nella doccia di casa sua per il
teletrasporto e riempivamo di codici segreti i fogli di carta presi in cucina
e poi Xavier doveva averle raccontato tutta questa storia se ancora oggi

- Non è che il buon vecchio è a casa?

- Oh sì, sì è a casa ma… insomma se vuoi te lo chiamo

- Ma sta cagando? Guarda che se sta cagando lascialo stare, fa niente,


volevo solamente fargli un saluto.

- Ma perché te ne vai, El ?

- …

- El?

49
- Che c’è Sabelle ?

- Ti ho chiesto se te ne vai

- No, è che… casomai gli dici che non sto via per molto

- Tutto a posto, El?

- Sì. Tutto a posto. Diciamo di sì. Ti bacio proprio lì.

Poi tiro su la sacca cercando invano l’orologio e senza sapere esattamente l’ora
mi incammino verso la stazione.
Riesco perfino a immaginarmi visto da dietro mentre vado via (il portiere,
prima di uscire mi ha consegnato una lettera di Virginie.
Il timbro è antecedente alla, insomma, è antecedente.
La infilo in tasca, mi andrebbe di leggerla ma so che non sarebbe corretto, so
che in qualche maniera non mi appartiene più, non è più indirizzata a me.

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TERZA LETTERA DI VIRGINIE

51
7

Antibes, dicono stazione di Antibes, megafono gracchiante, megafono che tutti


si scende e si guarda – collo e scatti – cartello blu e bianco che dice Antibes,
stazione di Antibes e nei sottopassaggi intravedo i primi cartelli per Nice e
Cannes e Cap d’Antibes e puoi scegliere dove andare, puoi scegliere se avviarti
o fermarti al bar per bere qualcosa, probabilmente un cocktail che contenga la
parola Antibes – e due si sono mezzi ammazzati e la polizia prende documenti,
riconosce facce e movimenti – così decidi di proseguire e percorri nuovamente
quei cinquecento metri che separano la stazione dai cancelli della De Riange
(tu la mattina presto, tu a vent’anni con gli occhi che sembravano incollati e il
mal di testa e quel cemento allo stomaco, i crampi continui la voglia di essere
ricco e non andarci, in quel posto lì) e vedi il cancello d’entrata mezzo
arrugginito, riconosci i cartelli, i Fare attenzione, vedi due tute blu entrare coi
loro sacchetti per il pranzo e la grossa ciminiera.
Appoggiato alla ringhiera che circoscrive il perimetro della fabbrica, dall’altra
parte dello spiazzo un uomo sembra rimproverarti qualcosa, porta le mani alla
bocca e lancia un urlo.

Fa segno con la mano di avvicinarmi, di andare verso la rete.

Viene avanti, le mani sporche di grasso scivolano sulla tuta evidentemente


abituata a quel gesto.

- Ma porco cane, che ci fai qui, disgraziato? - dice Philippe il vecchio capo
squadra, mal celando un sorriso che alla fine, però, gli scappa da tutti i
lati della bocca.

- Scusa, Philippe, faccio tutti questi chilometri per venirti a trovare e


neanche un misero frac? Poi dicono la classe operaia… La classe operaia
merita di stare dove sta - dico altalenando sapientemente il tono della
voce, neanche fossi un consumato attore.

Lui incastra le dita e il sorriso tra le maglie della rete. Tolgo le mani dalle
tasche, attaccandole alle sue.

- El

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- Ciao, Philippe

e restiamo a guardarci senza dire niente, fino a quando lo sguardo si blocca tra
i suoi capelli bianchi e mi porta a domandargli della sua famiglia.

- Tutto a posto

I figli, la moglie, la scuola, la madre, la casa, la cena. Tutto a posto.

- Ma è vero quel che si dice su Morilles?

- Le voci girano

E provo a spiegare e mi accorgo che a differenza di molti quando parlo non


gesticolo, tendo a usare molto le parole e poco le mani.
Passano solamente pochi minuti e qualcuno lo chiama dallo spiazzo.

- Ora devo proprio andare.

Ci abbracciamo, poi ci voltiamo e non ci vediamo più.

Mi rimetto la sacca sulle spalle godendomi il sole; cammino con le mani in


tasca per i viali poco alberati di Antibes, ucciso dagli squarci senza vergogna di
insegne al neon di pizzerie, gelaterie, birrerie, sartorie, moltitudini di strade
stuprate dal cartellone con la faccia mai malinconica di un presentatore della tv
che continua a dirti IO USO QUESTO

e sticazzi

ecco cosa bisognerebbe cominciare a rispondere, STICAZZI, affittare un


cartellone di pari dimensione e fare luccicare a intermittenza la nostra risposta
definitiva.

STICAZZI

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Antibes non sembra più Antibes, negli angoli cataste di sedie a sdraio buttate
via a causa di viti spanate, impilate su cerchi di gomme di automobili o su cocci
di vasi, ci sono cose schiacciate da altre cose tra strade schiacciate da altre
strade, solo balconi, balconi, balconi e basta, panni stesi quasi fossimo capaci
solamente di sporcare.

Non vi sopporto più.

Mi fate ribrezzo perché vi vedo soddisfatti, vi vedo tornare stanchi e felici di


aver acquistato il pacchetto sport + cinema della pay tv, vi sento ripetere
ossessivi e convinti che neanche se lo meritano, al lavoro, tutto quell’impegno
da parte vostra.
Mi fate senso perché vi serve una ragione, un nome, una religione, una
morale, un politico, vi serve qualcuno che vi racconti quello che da soli non
riuscite a percepire, vi occorre sempre un ordine, una spiegazione, un
dentifricio per rendere sempre più bianchi i vostri denti.
Vi bastano una vacanza al mare e il decoder.
Ecco i sani principi sui quali fondate la vostra famiglia.

Potete credere di essere felici ma non lo siete affatto.

Neanche io lo sono, lo ammetto, e questo modo di vedere le cose non mi


salverà certo dal disastro.
Nessun elettrodomestico nuovo o macchina o vescovo o seconda casa al mare
mi salverà la vita.
Dunque.

Auguriamoci fortuna.

Solo fortuna ci potrà salvare.

54
8

Ho camminato tutto il giorno e adesso sono stanco.


Non ho neanche mangiato e mi passo questo lecca-lecca da una guancia
all’altra, le cinque del pomeriggio, appoggiato al palmo della mano aperta.

- Le cinque

ha risposto il signore al quale gliel’ ho chiesto.

Cinque del pomeriggio, piegato ricurvo sulla balaustra della passeggiata, mi


accorgo solo adesso del respiro pesante, della testa in fiamme.

Allora dico di sì e scatto in piedi.

Vengo a casa tua, Virginie, io ho deciso e tu hai capito bene – A CASA TUA –
vengo a dirti che ho mal di schiena e che dobbiamo tornare insieme, vengo a
raccontarti quello che ho fatto ieri e che fino a ieri ti interessava e prendo le
strade che sono le strade che portano a casa tua, Rue Borgosse per cominciare
e la faccio col passo di carica, a testa bassa e Rue Senne a seguire, ma che
non lo vedi come ricordo tutto, Virginie?, svolto a sinistra, a destra, ché ho
bisogno di dirti che giovedì ho visto mio fratello che venerdì sono andato al
cinema che sabato ho cenato con un panino in spiaggia che il film comunque
non era un granché che domenica ho lavato casa che lunedì mi sono fatto la
foto per i documenti che martedì ho portato a spasso il pesce rosso che
mercoledì non ho fatto niente che oggi sono partito te lo devo raccontare,
vero?

Te lo devo raccontare, non è così?

Non eri tu che dicevi che ti dovevo raccontare tutto?

Sono vicino a casa tua, Virginie, tre traverse per chiederti di tornare con me,
per ascoltare Schumann, per spegnere per ultima la tv.

Due traverse, stella stellina stelletta che brilli, anima mia.

55
Una traversa poi.

Casa tua.

(con quale discorso cominciamo, Virginie?)

Suono.

(Inizi tu?)

Da dietro la tenda tua madre mi guarda nervosa.


Il suo giardino è sempre in fiore.

Va bene, non ti preoccupare, Virginie, fai con comodo.


Aspetto. Aspetto che ti metti le scarpe. Aspetto anche tre ore.

C’è quest’aria fresca che non sembra neanche piena estate e casa tua è di un
rosa pastello opaco e ha sempre la ringhiera da verniciare che diresti che
nessuno la cura, casa tua, ma poi getti lo sguardo più in là e ti imbatti su
queste petunie e altri fiori dei quali non so il nome, fiori comunque, sparsi tra i
brevi sentieri di pietra, improvvisi tra gli orci e le calle e c’è questo rigagnolo
d’acqua che parte dal tubo della pompa e c’è sempre tua madre dietro la tenda
a dare un’occhiata e forse a dirti qualcosa di perfido su di me.

Se volete ve la vernicio io, la ringhiera.

Poi apri la porta.


Esci.
Ma non parli.

Stai ferma sulla soglia e non dici niente.


I capelli, il maglione leggero, le braccia conserte. Sei tu.
Ma non dici niente.

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E io vorrei, ti giuro vorrei tornare indietro, vorrei, ti giuro, vorrei che tutto
tornasse come prima, vorrei chiamare l’uomo che mi ha detto sono le cinque,
portarlo qui, dirgli, senta io e Virginie stiamo scherzando, tra un po’ dovrò
verniciare la ringhiera e sentirla canticchiare Plaisir d’amour mezzo tono sopra.
Vorrei, ti giuro vorrei, seguirti in camera e chiederti se vuoi uscire stasera,
vorrei vederti spogliare e raccoglierti il seno dentro un braccio per la timidezza,
vorrei sentire quello che pensi, tornare alla nostra vecchia casa e
accompagnarti la mattina alla stazione e cercare, nell’ultima pagina del
giornale, il concerto di un pianista sfortunato che suona Chopin, Listz o
Boccherini – portarti lì ad ascoltare chi musica soffre, in una sala mezza vuota,
lo sguardo su quei tasti da alternare.
Vorrei aspettare notte per dirti buonanotte.

Ma non dici niente.


Sei capace solo di fissarmi.

Allora tiro fuori dalla sacca la tua ultima lettera, te la porgo e dico

- Questa è tua. Non ne ho il diritto.

57
QUARTO MOVIMENTO

58
Come sei lucida, come sei nera, sei come scaldarsi al sole, come aspettare
sera; sei i passi di sei passi, sei dita in cerchi di acqua nella fontana col
muschio, sei le giostre, le luci spente, sei questi occhi – lucidi – sei la scia, il
disegno in semicerchio di due foglie morte.

Seduto come inginocchiato, sporcati i pantaloni sull’asfalto di cemento in


lastroni, seduto in prossimità di mattonelle, la collanina nuova tra le labbra e
questo tonfo sordo - che puoi ascoltare - in questa sera, qui a Morilles, il collo
inclinato, la barba da fare, lo sguardo fisso, capace solo di dondolare, capace
solo di dondolare.

59
2

La porta l’apre uno con i baffi e il maglione rosso.


Mi invita a seguirlo e per tutto il corridoio il tizio mi chiama almeno tre volte
compagno, infine batte un saluto sulla spalla indicandomi Sylvie che vedo da
dietro un vetro parlare con qualcuno.

Oh.
Io che vado al sindacato.
Oh.
Io che vado da Sylvie.
Oh.

Io che invece vado alla Digeux per i compagni, quelli veri, quelli che tirano
sassi.
Io che da Sylvie ci passerò dopo.

Qui per loro, tra gli isolati, i giudicati, con le nostre riunioni nei cessi durante la
pausa pranzo.
Io tra quelli che hanno capito che per ottenere qualcosa non ci vogliono
organigrammi. Basta saper mirare bene e correre via veloci.
Ed è per questo motivo che.
Reparto undici.
Fabbrichiamo ordigni.

Jilles e Rename ed Eleutére e gli altri, a pochi metri dalla porta del sindacato,
scattano occhiate furtive e veloci prima di sparire dietro un container.

Voi ci togliete il lavoro?


Noi vi togliamo la fabbrica.

Poi torno da Sylvie e da quest’altro tipo. Apro la porta.

- …e per queste proposte non… Sì?

60
- Si può?

Lei si volta, gli occhi sorpresi, allunga il collo per capire chi, per capire (e
questo mi fa venire voglia di andare via, un maledetto panico, caldo improvviso
e solo voglia di essere altrove – non so perché mi succede così, so solo che a
volte mi succede così e ora mi maledico per essere entrato), si tradisce
contenta, mi intristisce solo la sua frase retorica quando dice

- Chi non muore…

Il tipo che le sta accanto non capisce chi e cosa e come (è un passeggero, una
comparsa in bilico tra attimi altrui), ma sono buono e lo benedico con un
sorriso e avrei persino voglia di spiegargli in mezzo a cosa si trova, dirgli che
sono quattro giorni che non la chiamo, che non rispondo ai suoi messaggi, ma
poi ho la sensazione che sia inutile persino guardarlo negli occhi o presentarmi,
o peggio ancora ricordargli che ci siamo già visti alla manifestazione.

- Ciao Sylvie

- Ciao – dice lei abilmente distratta, la caramella da una guancia all’altra -


Conosci Guillame?

- Alla manifestazione, credo…

- Eh sì, mi sa di sì - dice lo stolto.

E non so più cosa dire. Non so mai cos’altro dire. Vado in difficoltà dopo ogni
scambio di convenevoli.
Le donne, poi, sono malefiche. Quando sono arrabbiate, per vendetta, ti
lasciano in silenzio.
Mi rivolgo al tipo, domando

- Senti, ci sono novità?

- El, vero?

61
- El, sì - dico

- Guarda El, ti posso rispondere per quello che riguarda la Digeux. La


vostra situazione purtroppo è più complicata, essendo anche in esubero
di personale.

- Mah, - dico scrollando le spalle – qui mi sembra che stiano tutti a casa,
altro che esuberi - ma tanto mi aspetto, tanto già lo so che ora, tanto lo
immagino che

- Non scherziamo

- Appunto. Non scherziamo.

- Le Officines dovevano ridurre il personale già due anni fa, questo lo


sappiamo tutti e per non pagare gli scivoli dei prepensionamenti si sono
ridotti ad aspettare i termini di cessazione dei rapporti lavorativi. Da voi
ci sono lavoratori che non andranno in pensione prima di due anni.

- Lo so

- Quindi il problema è diverso e paradossalmente anche più


semplicemente risolvibile. Con soldi e volontà, ovviamente.

Lo ascolto. Non mi interessa ma lo ascolto.


Oltre a essere buono sono anche gentile.

- Vedi, El, con un cambio di gestione e l’aumento di capitale, le Officines


potrebbero tornare a pieno regime in poco tempo. È chiaro che dovranno
esserci cassa integrazione e qualche pre-pensionamento.

- Lo dici come fosse la cosa giusta.

- Non lo è, ma forse è l’unica via.

62
- Cioè, aspetta, fammi capire, secondo te è logico mettere alla porta
alcune persone, scelte freddamente al posto di altre, e poi, in base a
cosa…

Fifì allarga le braccia e inspirando dice

- …logico… - (mi aspetto un “be’") - be’, forse proprio logico non lo è, ma


forse è l’unica maniera per salvare altri posti di lavoro. Compreso il tuo.
Perché El, parliamoci chiaro, chi potrebbero fare fuori? Quelli del porto…

Lo osservo bene perché forse è l’ultima volta che lo vedo con questi tratti
somatici.

- …oppure qualche autista, insomma El, prima di arrivare a voi ce ne


mettono…

Guardo Sylvie per capire se il tipo scherza o se invece è pazzo e dice sul serio.
Lei mi rimanda un’occhiata che non aggiunge nulla. Sorride. Un sorriso piccolo.
Sì, ma che cazzo c’entra un sorriso, adesso.

- Ma tu – dico carezzandomi le unghie – le pensi da solo queste stronzate


oppure, dietro la promessa che non ti toccheranno il posto, te le fai
suggerire? No, perché se le pensi da solo, va bene, sei un coglione e
basta, ma se te le fai suggerire ti faccio saltare il culo.

- Il tuo amico scherza?

- Non credo Guillame, non credo proprio.

Mi auguro che le siano venute in mente, proprio in questo momento e con tutto
il trasporto di cattiveria necessaria, le dodici volte che con loro noi NON
c’eravamo.
Spero le stiano venendo in mente i nostri bulloni contro i LORO palchi.
E io e gli altri a tirare biglie e transenne contro le cosiddette autorità.
No.
Sylvie lo sa che non sto scherzando. Sa che non me ne frega un cazzo di
comunisti e sindacati e fascisti e centristi, sa che non me ne frega un cazzo di
tutto questo e che io non appartengo a nulla se non, e ho i miei dubbi, a me
stesso.

63
Sylvie sa bene che non sto scherzando. Non può non saperlo.

Lui, intuita la fermezza, si fa rosso in viso, poggia i pugni serrati sulla


scrivania, gioca a carte scoperte, gli è montata la rabbia.

- Guarda bello, che l’autonomia del sindacato è fuori discussione!

- Contento per voi.

- …e non solo è il bene primario ma è anche l’unica garanzia per il rispetto


dei diritti!

Lo guardo come si guarda uno stronzo.

- E se la Digeux propone delle trattative, noi siamo ben lieti di sederci a


quel tavolo per valutare la Digeux in base a quello che ci propone.

- Belle parole, Guillame. Allora anche tu concordi con quel che ti sto
dicendo?

- Sarebbe

- Siete manovrati e raramente dalla parte del lavoratore. Siete troppo al


contatto col potere per non esserne attratti. Non siete liberi di agire. La
vostra unica arma di lotta è il coltello per sfilettare il pesce ai pranzi che
vi offrono. La vostra unica forma di protesta è prendervela con il
cameriere.

- Senti, lasciamo perdere….

Niente affatto, non lasciamo perdere proprio nulla così, senza degnarlo
nemmeno di uno sguardo, aggiungo

- Tranquillo, non sai da quanto tempo ho deciso di lasciar perdere, con


gente come te.

64
- Guarda che noi non abbiamo nemici – si agita il compagno. Ci sono
dirigenti meglio disposti di altri ad ascoltare le nostre proposte. Non è un
reato.

- Sbagli. Vendersi lo è.

- Ma vaffanculo.

Neanche gli rispondo. Lui si volta di scatto ed esce rosso in viso, portandosi
mezza porta dietro.
Non capisco come mai ancora perdo tempo in simili discussioni.

- El? – dice Sylvie che in tutta la discussione non è stata capace di


difendere me o le sue idee o qualcosa o qualcuno e in questo mi ha
profondamente deluso e da oggi, dunque, la valuterò solamente come
bocca e fica, essendo immeritevole d’altro – Ma tu me la apri la porta di
casa se un giorno di questi ti passo a trovare?

e io, io che vorrei prendere a bastonate i loro megafoni, le loro tesserine,


riesco solamente a dirle

- Ma come no. Passa quando vuoi.

65
3

- Johnny, fratellino mio, capisci

- E tu cosa gli hai detto?

- Niente. Avrei voluto fargli saltare la macchina ma niente. C’è questo


discorso da mantenere in piedi, sai, l’apparenza

- …una copertura…

- Già

Di nuovo sul balcone, i piedi appoggiati alla balaustra. Comincia a fare freddo
per questo genere di uscite ma io e Johnny le abbiamo sempre fatte, freddo o
caldo, e poi lui adesso mi deve parlare di qualcosa e anche io gli devo
domandare qualcosa.
Ho la solita tuta viola macchiata davanti. Lui strofina le mani sulle cosce, per
scaldarsi.
Fumiamo.

- Quasi Natale.

- Mm

Continuiamo a fissare un punto indefinito davanti a noi. Sotto casa c’è sempre
questo traffico continuo.
Il punto è che se abiti al secondo piano di un palazzo affacciato sulla statale e
fai abbondante uso di sostanze stupefacenti, finisci per forza di cose col fare
caso ai modi di frenare differente da persona a persona, allo scalare delle
marce, alla prima che gratta, ai nomi dei camionisti fluorescenti nelle cabine,
alle gambe belle delle donne sedute, alle loro gonne tirate su, nelle macchine.
66
- El

- Mmm

- Quella roba che è in casa, hai qualcosa in contrario se…

- Johnny

- Sì

- E’ roba tua. Tutto quello che sta in quella casa è roba tua. Quel che
dovevo prendere l’ ho portato già via dieci anni fa - dico indicando la
foto in bianco e nero di mia madre da ragazza.

Lui mi regala un sorriso e nasconde il johnny dietro l’anca, quasi a voler


nascondere a nostra madre un dispiacere.

- Cosa ne vuoi fare?.

- Non lo so. Ma noi non siamo mai stati una gran famiglia – dice e non so
cosa voglia dire ma una cosa comunque l’ ha detta.

- Come si chiama la ragazza che abita con te?

- Elise

- Elise

- E lei cosa ne pensa di tutta questa situazione

- Crede che la Bretagne sia un gran bel posto

67
Passa un uomo in bicicletta. Anche questa è una cosa da notare. Sembra voglia
fare il giro del palazzo, perché imbocca la stradina contromano del condominio.

- Ti ho lasciato la roba sul divano

- Sì, lo so, ho visto

So solo che un giorno o l’altro dovrò ringraziarlo per tutta questa roba che mi
porta mettendola sul conto di qualche ignaro ragazzino che gli chiede il fumo.
Il vantaggio di Johnny è certamente l’età.
Giovane per conoscere ancora i sedicenni e sufficientemente sveglio per
trattare con i proprietari dei locali per le pasticche.
È questo che, fino ad ora, lo ha salvato. La differenziazione del mercato. La
diversificazione. È un uomo marketing e non lo sa.
La sua salvezza, dunque, sembra finalmente avere un volto, un nome.
Elise.
E nonostante sia trascorso un quarto d’ora, commento a bassa voce

- Deve essere bella davvero, la Bretagne.

68
4

Il camioncino pulisce gli angoli dalle foglie cadute, avanza facendo poco
rumore.
Posso vedere chiaramente i due uomini alla guida rivolgersi domande a
vicenda. Mi piace fissarli.
Quando mi concentro riesco a bloccare lo sguardo sulle cose, posso misurarne
la precisione.
Una fogna si è intasata. Le strade sono fatte a dorso di asino. Quante cose.
Cammino sotto un portico assieme ad altra gente.
Sentiamo un cane abbaiare da un balcone, vediamo il cielo aprirsi e poi di
nuovo, e poi per sempre possiamo ognuno riprendere le proprie assurde
direzioni.

Arrivo al negozio per comprare il succo d’arancia e le uova.

Centinaia di piccioni dai colli ticchettanti mi accerchiano affamati.

Ma oggi no.

Oggi non sono in grado di corrergli dietro.

69
5

L’occasione per rivedere Jilles e i ragazzi della Digeux è il rinnovo della tessera
del sindacato.
Anche io, sì. Devo farlo.
Dico

Ventuno
Trentuno
Dodici.

- Lo so - risponde Sylvie.

Metto una firma sul modulo che mi ha fatto compilare e forse si aspetta che le
domandi come mai non è passata da me.
Forse, anzi, certamente, non è passata apposta per sentirsi, ora, domandare
come mai non è passata o peggio ancora per potermi dire la frase sicuramente
preparata davanti allo specchio per diversi minuti e che quindi non le farò dire.
Cambio strategia, la spiazzo, domando se è tutto a posto.
Dice di sì.

- Devi firmare anche qua, El

- Sì

- Qua, El

- Sì, sì

Rename, Eleutére, Jilles e gli altri sono in sala macchine.


Alla Digeux l’ hanno quasi superata, la crisi.

70
Hanno optato, accettando non senza divisioni e spaccature e diverse rotture di
amicizie trentennali, la cassa integrazione per buona parte del reparto
produzione e la maggioranza ha adottato la scelta di meno ore e più turni,
meno stipendio ma si lavora quasi tutti, bisogna dirlo.
Che poi fa schifo, ma almeno tuo figlio ha un tema da svolgere sul lavoro del
papà.

Jilles mi prende sottobraccio togliendosi il casco giallo. Si strofina le mani sui


pantaloni.
Siamo cresciuti nello stesso cortile, a forza di pallonate alle saracinesche e di
gare in bicicletta, tirati su a cibi preconfezionati e sguardi attenti di sua madre
da dietro la finestra della cucina.
Bisognerebbe scattargli una foto, ora, a Elkjaer e Briegel, piegati con le schiene
ricurve sul corrimano sopra ai container a parlare di bombe, esplosioni,
Officines e lavoro.
Sarebbe da appenderla, quella foto, farla vedere a quei due che provavano la
sforbiciata su un campetto in cemento, rovinandosi la schiena sull’asfalto.
Mi domando se, intuito il futuro, quei due avrebbero avuto ancora voglia di
continuare a rinunciare al miracolo del gesto atletico per, invece, rientrare a
casa richiamati dal grido di una cena pronta e di compiti da finire.

Qui intorno è pieno di persone con le ginocchia piegate, impegnati nella


quotidiana pausa pranzo; è un capannello di ragazzi a scambiarsi il pallone, e
per porta un baschetto e un maglione.
Vedo solo tristezza e mi spiace, non solo in me, anche negli altri, vedo troppo
poco tempo libero per tutti.
Qui si passano le giornate nei posti sbagliati, passiamo trentacinque anni della
nostra esistenza in un posto che non ci appartiene, lontani dai nostri interessi.
Otto, sedici, ventiquattro.
Passiamo un terzo della giornata, un terzo della vita, a ripetere gesti
automatici e privi di umanità.
Otto, sedici, ventiquattro.
Otto ore le dormiamo.
Sedici, ventiquattro.
Otto ore le lavoriamo.
Ventiquattro.
Rimangono otto ore per mangiare, vestirsi, cagare, asciugarsi, annaffiare,
informarsi, deglutire, spalmare, rombare, fare i padri, fare le madri, fare
l’amore, non farlo, vivere.

Jilles chiama Rename che chiama Eleutére che chiama un ragazzo che non so
chi sia (lo prendo da parte, gli dico - Jilles non mi piace che ci sia uno che non
conosciamo – stai tranquillo, l’ho portato io – Sì, va bene, ma non mi va lo
stesso).

71
- Piacere, Goufre

- Piacere

(il ragazzo ha qualche anno meno di me, venticinque o ventisei anni, il vago
senso di non sapere)

- Mettiamoci al lavoro

– El, non è che la storia con Sylvie ti

- Non fate gli stronzi, non mi vorrete mica far credere che

scuotono la testa, fanno di no

– Non lo so cosa vi è preso, ma se pensate questo lasciamo perdere

Ci mettiamo dietro ai container.


Jilles fischia a uno delle macchine, come per dire, se arriva qualcuno facci un
segno. Quello fa sì, poi sparisce.
Tensione.
Rename dice è là e tutti sappiamo cosa è là, dico ma quanto ce ne hai messo,
lui dice a sufficienza, non ti preoccupare, qui potranno ricostruire dalle
fondamenta inserendo nel progetto anche gli scivoli per gli handicappati (ha
sempre un occhio al sociale, Monsieur Rename, coi suoi quarant’anni, col suo
zoppicare).
Jilles mastica nervoso la gomma poi si tira indietro i capelli.
Eleutère dice ma allora quand’è che lo facciamo e non ricevendo alcuna
risposta prosegue la torsione del collo verso gli altri come a dire, ditemi voi,
ma nessuno dice nulla.
Poi Rename dice ragazzi ecco, ve la presento – e rimaniamo tutti in silenzio ma
è un attimo, poi dico

- Che ne dite prima di Natale

Jilles dice quanto tempo prima di Natale, dico due giorni prima potrebbe
andare e ognuno infila la propria espressione interrogativa in quella degli altri
e, tacitamente d’accordo, si decide.

- Allora si fa due giorni prima di Natale, è deciso

72
Sì, è deciso. Andiamo in pace.

- E della bomba cosa ne facciamo – domando a Rename

- El, non lo so

Allora chiamo gli altri, dico Jilles, dico Eleutére, Goufre, cosa ne facciamo – e
mentre lo dico fisso Goufre per metterlo alla prova – ma lui è capace solo di
dire ditemi voi.

- Io propongo di portarla via di qui, a portata sì di mano ma fuori di qui,


soprattutto considerando che

- Sì, El, - fa di sponda Jilles - la cosa più logica è sistemarla fuori, magari
ai magazzini del Porto che di notte si può entrare senza grandi problemi…

- Io potrei farmi mettere di turno – dice Goufre – problemi non dovrebbero


essercene.

- Qui non si tratta di problemi – intervengo – qui si tratta di stabilire


precisamente, nel dettaglio, come bisognerà muoversi d’ora in avanti.

- El ha ragione - dice Eleutére - stabiliamolo ora.

- Io direi che va bene per Goufre di notte - dice Jilles - lui dentro e…

- Io alla macchina - dice Rename - che di farmi correre non mi sembra


proprio il caso.

- Sì - sorrido fissandogli la gamba claudicante - non mi sembra proprio il


caso. Allora, dai, diamoci una mossa, tanto mi sembra che ci siamo.

Gliela piazziamo sotto al culo.

73
Immaginate la scena.
Sei camerieri in fila, lindi, il tovagliolo a cadere elegantemente dal braccio
sinistro.
Poi una voce, una sola, tra sei.

“Il dolce era buono, Signori? Prepariamo il conto?”

74
6

Quasi buio (uccellini, canarini cantano, segregati cantano, indaffarati cantano,


nei loro nidi), in casa solo palline di carta stagnola, nelle orecchie il suono
sordo dell’esplosione di plastica delle mie medicine.
Questo mentre un russo, sul pianerottolo, aggiusta l’ascensore. Ha un colore
pallido, ripete sempre la stessa bestemmia. Ha qualcosa che non va.
Ho freddo.
Impalato, abbracciato alla poltrona, gli occhi spenti ma non ha importanza, mi
domando solo da tutto ciò che cosa posso trarne.
Qui, seduto pazientemente, affatto vivo.

Piuttosto, uno che non muore.

75
7

SO COME TI PIACE FARLO.


VUOI CHE TI APRA LA PORTA, VUOI APPOGGIARE LA BORSA SULLA SEDIA,
VUOI ACCENDERTI UNA SIGARETTA VUOI DIRMI – FUMI?
POI VUOI QUALCOSA DA BERE, SENTIRTI RISPONDERE – GUARDA NEL FRIGO.
VUOI CAMMINARE CON PASSI DECISI PER LASCIARMI NELLE ORECCHIE
CONTINUI TONFI SORDI.
VUOI SEDERTI VICINO A ME, LE GAMBE SERRATE, PUNTARTI SUI GOMITI E
FISSARMI, CHIEDERMI SE HO QUALCOSA DA RACCONTARE.

NO.

NON HO NIENTE DA RACCONTARE.


ALLORA ASPETTI UNA PRIMA MOSSA (MA NON TI SEI ACCORTA CHE TI STO
PENETRANDO DA QUANDO SEI ENTRATA?)
VUOI CHE TI SFIORI LE LABBRA CON UN PICCOLO BACIO, VUOI CHE LA MANO
MIA DOLCE SCIVOLI TRA LE TUE, LO VUOI PER POCO PERCHE’ HAI GIA’ LA
TESTA TIRATA INDIETRO E IL RESPIRO BOLLENTE, LA PELLE APPICCICOSA E
LE MANI CHE ANNASPANO

E’ UNA RECITA, LA CONOSCO BENE

PERCHE’ POI DA INDECISE LE MANI SI FANNO PRECISE E CONOSCONO I


GESTI, SANNO SBOTTONARE (PROVO SEMPRE UN CERTO DISAGIO NEL
PENSARE A QUANTE ALTRE VOLTE HANNO SBOTTONATO, PER ESSERE OGGI
COSI’ ESPERTE).

ED ECCOMI QUA, IMPRIGIONATO TRA I TUOI TESSUTI, TRA LE VERDI


MUTANDINE DA ABBASSARE PER SCORGERE IL PELO E ASPETTARE LE TUE
MANI IN CONTEMPORANEA SUL MIO SESSO, IL TUO CORPO A SEGUIRNE IL
MOVIMENTO, VIENI, BELLA MIA, DISTENDITI E PUNTA LE DITA SULLA
SCHIENA, SCIVOLA E STRINGI, SCIVOLA E SPINGI, SOLO ADESSO PUOI FARE
QUELLO CHE TI PARE

COSI’ TI SONO SOPRA E NON ME NE FREGA PIU’ NULLA DI TE, SIAMO IO E IL


MIO PIACERE,

CAPISCI?

E I TUOI FIANCHI ONDEGGIANO E STRINGO FORTE I SENI, TI STRAPPO LE


CHIAPPE, GIURO
STAVOLTA TI STRAPPO LE CHIAPPE

76
- E TU LO CHIAMI AMORE

QUI E’ UNA LOTTA A CHI DURA DI PIU’ E TI AGITI, TI DIMENI, VAI UN PO’
TROPPO FORTE, AMICA MIA, CALMA
RACCOGLI SUDATA I CAPELLI CON UNA MANO SOLA (INARCHI LA SCHIENA E
SEI UN SENO PERFETTO, SEI PANCIA SUDATA), PENSO A COME VENIRE
TI GIRO DI SPALLE E TI POMPO DA DIETRO, STELLINA MIA
DA DIETRO LO SAI QUANTO MI FAI SANGUE
TI VERRO’ DIETRO, SI’
UN TRIONFO SULLA SCHIENA
SARA’ PERFETTO VEDRAI,
TU MUOVITI, FORZA, ALLARGATI, FAMMI VEDERE FAMMI (SENTO LE TUE
CONTRAZIONI, SENTO CHE CI SEI) SPINGO I POLSI CONTRO IL LETTO
VORREI CHE ORA ME LO PRENDESSI IN BOCCA VORREI CHE ORA

Dopo tu vuoi sempre le coccole.

Ma quando vai in bagno ne approfitto per scoreggiare.

77
8

- Facciamo qualcosa, stasera?

Di nuovo a casa mia, la seconda volta in due giorni. Ha posato le cose sul
divano, ha cominciato ad andare in giro a piedi scalzi.

- No.

- Come sarebbe no?

- No, hai capito bene.

- Cioè tu mi vuoi dire che tu stasera…

E proprio non riesce a trattenersi, me la deve fare, LA DOMANDA, dice

- Scusa, ma quando stavi con Virginie

- E ora che cazzo c’entra Virginie

- Va be’, non t’arrabbiare

- Non mi arrabbio, ma tu dimmi cosa cazzo c’entra adesso Virginie

- No, è che volevo sapere se anche quando stavi con lei, se insomma eri…
così

- Così come
78
- Così… che non vuoi mai uscire

- …

- Quindi stasera dovremmo starcene a casa perché tu non hai voglia di

- Non mi sembra di aver mai parlato al plurale

- …

- Ma tu sai quante volte sono andato a letto alle nove e mezza, il sabato
sera?

- No

- Non era una domanda

e questa cosa qui la offende parecchio.

- Qual è il tuo problema, El?

Allargo le braccia.

- Voglio dire, ti ho fatto qualcosa?

- …

- Perché guarda che non è certo mia intenzione starmene qui a farmi
offendere da te.

Ma ormai sono furbo, detesto i confronti, gli scontri, le urla, in un concetto solo
detesto spiegarmi, e ho imparato a dire

79
- Scusami

- Tu non hai bisogno di me. Non so mai quello che pensi, non parli, non ti
diverti, non… non lo so, non ci sei, dai sempre l’impressione che
preferiresti startene da solo. Non credo sia normale. Tante volte me lo
domando. Ma io, con te, che ci sto a fare? E la risposta me la do da sola.
El. Non lo so. E guarda che la cosa non è divertente, quindi non ridere.
Voglio dire, tu credi sia normale? Te ne stai sempre chiuso in casa, non
parli, nessuno sa quello che pensi. Se non ti telefono tu non ti preoccupi.
Se non passo a casa tua saresti capace di non vedermi per intere
settimane.

(O Cristo.
Vorrei solo domandarle se ha minimamente idea di cosa possa voler dire
questo concetto. Ho. Finito. Le. Parole.
Scandito così, come è capace di sottolineare lei le frasi intervenendo sulla
ritmica quando è arrabbiata. Ma già so che non servirebbe, sarebbe una
sciocca polemica. E poi ho deciso di guardarla e basta).

- Cos’è, ti spaventa l’idea di stare con qualcuno?

(Oh no, bella. La risposta è pesante, la risposta è più dura, la risposta è che
guarda che per me è uguale. È esattamente la stessa cosa. Ma non te lo dico.
Sto sufficientemente bene con te per non lasciarti e sufficientemente male per
non amarti. Tutto qui.)

- Credo sia normale aprirsi quando si sta con una persona. Non che sia
facile, questo no, ma perlomeno uno ci dovrebbe provare. Io davvero ci
sto bene, con te. Mi piaci. Ma non puoi continuare così, El. Non puoi
proprio.

- Sylvie?

- Sì.

- Io non ti ho rubato niente.

- E questo cosa vorrebbe dire?

80
- Che non ti ho mai rubato niente.

Sei tu ad essere più sola di me, per accettare questo schifo.


Sei tu a non avere rispetto per te stessa.
Ed è per questo motivo che, pur nel torto, in qualche maniera mi sento a
posto.

81
9

Nuova riunione al Collocamento, pare ci siano novità.


I sindacati si sono accomodati al tavolo delle trattative. Il sottosegretario
conferma: “Torneranno tutti al lavoro”.
Intanto il Ministero invita il Dipartimento a prendere parte al progetto per il
dopo-acciaio.

È la vittoria di noi tutti, dicono.

Per ora, comunque, sono solo ipotesi, neanche troppo definitive, eppure
sembra che la pratica Officines –Digeux vada avanti.
Il gruppo Thierry rilancia l’idea di occupare i dipendenti attuali delle aree a
caldo, a patto che lo Stato venda l’area a freddo, per poter così ampliare la
produzione.
La novità più grande è la “nostra” ammissione alla trattativa.
“Potremo” dire la nostra ai gruppi di lavoro che stanno preparando la
dismissione delle Acciaierie.
I nostri rappresentanti saranno coinvolti in questa fase preparatoria. Nessun
accordo sui programmi sarà stipulato senza il nostro assenso. Questo ce lo
hanno garantito. Ecco perché è anche un po’ nostra, questa vittoria.
Con il consenso della base, dalle nostre elaborazioni partirà la trattativa vera e
propria.
Il punto cardine sarà la sdemanializzazione. Il gruppo Thierry vuole acquistare
l’area di produzione. L’alternativa è lo strumento della concessione. Entrambe
le ipotesi restano valide.

Noi intanto festeggiamo la nostra vittoria, in attesa di altre notizie.

82
10

Quattro piedi sulla balaustra. Si pela la verniciatura. Deve essersi gonfiata alla
fine dell’inverno scorso.

Johnny cerca di non appoggiare i piedi lì dove la vernice si gonfia in bolle.


Con la mano tiro una striscia sottile e lunga di vernice verde. Piano. Così. Per
fare qualcosa. Ché magari Johnny non lo vedo più.

Oggi se ne vanno.

- Quando sono andato via da Morilles, la voglia di scappare era talmente


tanta che non ho minimamente pensato, nei mesi precedenti, a imparare
a cucinare qualcosa, una qualsiasi cosa che non avesse come condimento
ordinario un sugo già pronto. Tu vai pure, fratellino mio, ma ricordati che
non puoi vivere molto mangiando solamente surgelati. Distruggono il
fegato. Annoiano.

- Elise non sa guidare – dice preoccupato

In effetti è un po’ in ritardo.

- Da quant’è che non ti fai?

- Due mesi.

Perdonato il ritardo, Elise.

Johnny accavalla la sinistra sulla destra fissando la signora del banco della
frutta. Sembra quasi dire ma quella sta sempre lì. Invece tace.
Ha portato con sé un carico di calamite che ora mi mostra. Solleva lo zainetto
alle ginocchia
83
- Quante – dico

- In effetti – dice

e gli do una pacca sulla spalla, lasciandogli un sorriso.

Quella della frutta sta sempre lì sotto.


Tiriamo le ultime boccate di fumo, poi la spengo annacquandola nel fondo del
bicchiere di plastica ancora sporco di succo d’arancia e vodka.
Natale.
Fa buio alle cinque di sera e non appena la notte scende dalle stelle, fuori si
accendono i lampioni e partono i lumini intermittenti e sotto ai lumini anche
questo Natale ci porterà tanti doni, anche quest’anno dirai la poesia.
Elise dovrebbe arrivare a momenti, fa freddo abbastanza, freddo abbastanza.

- Me la presenti?

- Se scendi, sì - dice e fa segno con il dito indicando in basso, dove


confusa tra la folla c’è una ragazza vestita di viola con un basco
anch’esso viola che lo saluta agitando freneticamente la mano. Ha
parcheggiato sul marciapiede.

- Oh, scendiamo, allora

Elise è piccolina, dall’alto sembrava più alta, non sarà neanche un metro e
sessanta, non si trucca o meglio, ha un viso sorprendentemente pulito e
appena mi vede mi dà un bacio allacciandosi, spontanea, ai miei fianchi.

- Ciao ciao, fratellino El

Sorrido ed è una cosa istintiva volerle bene, tanto quanto lo è il suo gesto di
prendere lo zainetto di Johnny e di infilarlo in macchina

- Quando vuoi, Onie

- Onie? – domando incuriosito - e Johnny allarga le braccia come a dire,


che ci posso fare, va bene così.

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Hanno fretta, non hanno tempo da perdere, allora le do un bacio, le dico

- È l’unica persona alla quale tengo

- Pure io. È una delle due persone alle quali tengo.

Vado verso Johnny, apro persino le labbra per dire qualcosa poi, poi non ci
riesco e dopo un minuto o dieci li vedo già al semaforo, pronti a girare a destra
senza aver messo alcuna freccia.

85
11

Zigulì alla tua salute, fratellino che sei partito e alla tua, sorellina che eri
appena arrivata, a voi e alla vostra macchina targata S, salute a voi tre, se ho
capito bene, e comunque vi volevo ringraziare per tutto il ben di Dio che mi
avete lasciato, come potevo non festeggiare, come potevo non.
Sdraiato qui sul letto impietrito, ho anche freddo e suona il citofono ma adesso
lo giuro sono impossibilitato - al citofono insistono, vorrei dire Presente, ma
cazzo suona ancora, ancora il (lo capite che non ce la faccio a venire ad aprirvi,
lo capite che), c’è questo maledetto muro dannatamente bianco DEVO contare
le strisciate del pennello – non riesco a non fissare gli angoli della stanza, è
come se tutte le luci fossero accese, come se, in questi sessanta metri che
Silvie vorrebbe arredare, è come se questi sessanta metri fossero seicentomila
metri dove non trovi comunque un, è come se in una casa con un muro lungo
novecento metri tu i libri finissi per metterli nel cassetto delle mutande, capisci
cosa, è come se in una casa di novemila metri tu decidessi di

Ma come hai fatto, Sylvie, in una casa di sessanta metri quadrati, a


dimenticare il reggiseno sul divano?

86
12

Zigulì, se ben ricordo da due giorni a casa – ultimamente sogno sempre


questo: scappo di casa, vado a vivere al piano di sotto dove sistemo tutta la
mia roba nel primo armadio che trovo e mi siedo su una poltrona verde
pensando a cosa potrei cucinare e alla fine mi viene in mente che non devo
cucinare ma tagliarmi i capelli ma è lunedì e i barbieri sono chiusi e mentre me
ne sto lì a cercare una soluzione si spalanca la porta di casa e vedo la mia
vicina del piano di sotto, quella bassa e grassa e cinquantenne che mi minaccia
con uno straccio zuppo, dice - Stai fermo che se ti muovi te lo tiro sulla schiena
- così rimango paralizzato e non sapendo cosa dire le dico, Signora, conosce
mica un barbiere che il lunedì
lei dice - No, bello mio, non lo so, ma tu stai fermo -
e passati due minuto dice che deve andare in bagno, io devo continuare a
stare fermo, devo stare buono ad aspettarla a meno che se sento un urlo
posso andare a controllare perché lei ha una fottuta paura di scivolare mentre
si fa la doccia, abita da sola, capisci, nessuno se ne accorgerebbe, morirebbe
dissanguata

così l’aspetto

e dopo mezz’ora esce bagnata, grassa e unta di crema al sandalo e io con il


soprabito al gomito mi preparo per uscire ma lei mi blocca, dice Aspetta mi
sono scattata una polaroid, ti voglio fare un dono, sono io mentre mi lavo la
patata e io non vorrei vederla ma lei continua a minacciarmi con lo straccio
zuppo, non voglio vedere la patata spelacchiata – lei alza lo straccio come per
colpirmi, così la guardo e la foto ha anche una scheda audio che ogni volta che
la tocco parte questa canzoncina

BLUEMOON
BLUE MOOOON

la foto prende vita, si vede lei che si passa la spugna, tutta grassa, tra i seni
enormi, canta

BLUEMOON
BLUE MOOOON

la foto non mi si stacca più dalle mani, cerco di scollarla ma si attacca all’altra
mano

87
BLUEMOON
BLUE MOOOON

BLUMOON
BLUE

Non sono né felice né infelice.

88
13

Al telefono Sylvie mi dice se ho saputo della Thierry

- Sì

- Lo vedi che alla fine i risultati si ottengono, e che sedersi per una
trattativa è più efficace di… E poi, El, ancora non abbiamo ottenuto tutto
quello che speravamo ma … sì, qualcuno resterà a casa ma era
inevitabile, El, gran parte della forza operaia tornerà operativa, El, come
data mi sento anche di sbilanciarmi, e se dicessi appena dopo Natale. El.
El?

Mi sta bene tutto ma ho gli occhi ancora rimbecilliti e sento la vena sulla
tempia pulsare, enorme e viola, ho questa immagine che

- El?

Ancora istupidito a cercare di dirle va bene, va bene, pur di farla smettere

- El, sei contento?

Non lo so cosa sono o cosa non sono. Non ne ho proprio idea. Siete voi che
sapete tutto, siete voi che sapete collocarvi.
Sapevate come vincere e avete vinto. Sapevate, perché lo sapevate, che avere
dalla vostra parte settecento operai significava tanto.
Gli avete fatto credere che la battaglia l’avete vinta sorvolando sul passaggio
cruciale, quello che svela come li avete sfruttati in qualità di strumento dell’
ennesimo scacco matto che ha portato, nel baratto, un bene statale nelle
tasche di una multinazionale.
E non ditemi che queste cose non le sapevate. Non ditemi che non vi siete
accorti che, a fronte di tutto quel che è successo, c’era già un piano
prestabilito.
Non ditemi che ci siete cascati.

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Complimenti, dunque, complimenti per aver alzato tanta polvere e aver messo
ancora una volta la dignità delle persone al servizio dell’alta finanza.
Complimenti.
E sincere congratulazioni per aver consegnato alla nuova proprietà un’azienda
snellita, in numeri, di gran parte dei lavoratori anziani. Complimenti.
E ancora un sincero ringraziamento per non esservi accorti che i capitali mossi
in questa operazione sono gli stessi banche che vi hanno licenziato.
Complimenti.
Bravi.

E un’ultima cosa, prima che me la scordo.


Appuntatevi, voi che volete sapere tutto, che il Signor El Logarthy, numero di
matricola 213, ha bisogno di 2,5 g. di alzopralam al giorno per vivere in pace.
È una piccola cosa, lo so.
Ma mi riguarda da vicino ed è la cornice di un quadro che puoi trovare in ogni
casa.

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14

Quattro giorni a Natale, a Natale quattro dì; vado alla Digeux per gli ultimi
accordi.

La porta degli uffici del sindacato me la apre un tipo che ho sempre visto, uno
con il quale non ho mai parlato

- Ciao, avrei bisogno di vedere Jilles

- D’accordo, ma non è che puoi mettere sempre di mezzo il sindacato per


venire a trovare gli amici tuoi

- Guarda che il sindacato c’entra

- See, come no - è pazzo, mi fa ridere, si allontana dicendo - See, come


no

Attraverso i corridoi tra vetri e divisori e cartelli e indicazioni per reparti e


finalmente Jilles mi viene incontro, fa un gesto con le sopracciglia che significa
– Tutto a posto.
Poi alza la cornetta e a memoria digita gli interni dei reparti e chiama Rename
ed Eleutére, chiama Goufre, gli dice, ci vediamo ai container.

- Avete sentito della Thierry – domanda Eleutére.

Jilles dice di sì, ho sentito

- Be’, cosa ne pensate

- Cosa ne penso?- risponde Jilles. – Credo che

91
ma subito Rename lo interrompe, dice che non c’è niente da pensare, non è
cambiato niente, mica vorrete farmi credere che

- Sì, ma fatemi parlare, io ancora non voglio credere a niente

- Ah, ecco, perché sennò lasciamo perdere subito

- Ma che cazzo, ora non si può più neanche discutere – rimbrotta offeso –
ma con chi cazzo credi di avere a che

- Io ho solo detto che non è cambiato niente e che siete dei coglioni se

- Ma vaffanculo

- Ma vaffanculo te – risponde Rename

poi la voce di Goufre il ragazzo che dice smettetela, comunque sia i nuovi
eventi vanno considerati

- Parlano anche le mosche, adesso

- Se la mettiamo così

- No, scusami Goufre. - Lui fa un cenno di disapprovazione con la mano,


poi aggiunge

- Bisogna considerare anche la possibilità di rientrare al lavoro entro


gennaio, come hanno detto

- Coi suoi pro e i suoi contro – interviene Eleutére

- Sarebbe? – domando

- Sarebbe che da una parte si rientra al lavoro e dall’altra c’è comunque


gente che non rientra al lavoro. Tutto qui.

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- Parli dei licenziamenti

- Già. Parlo anche dei prepensionamenti senza scivoli se non con la


minaccia di riprenderti a lavorare per poi mandarti a novecento
chilometri di lontananza

e Jilles

- Bisogna stabilire cosa andiamo a

- Oppure si cambia obiettivo – dice Goufre il biondino – e invece della


fabbrica, gliela piazziamo sotto a qualche macchina.

- Mmm - dice Rename che quella cosa lì lui l’ ha assemblata – con tutto il
rispetto, direi che salterebbero anche quelle parcheggiate in doppia fila a
Nice.

- Scusa – interviene Goufre – ma quanto ce ne hai messo?

- Tanto – dice Rename. – Tanto davvero.

- E comunque c’è poco da chiacchierare - interrompe Jilles - o si fa o non


si fa

- Per me – dice Eleutére – prima dovremmo capire veramente i numeri di


questa nuova situazione. Voglio dire. Quanti restano a casa e quanti
torneranno al lavoro e soprattutto

- Sì, è chiaro – intervengo – ragioniamo su questi dati, allora

E il ragazzo Goufre dice,

- Ok, d’accordo, mi sembra logico,

- Neanche per idea – dice Rename - Posso essere d’accordo


sull’elaborazione di una nuova linea di lotta e questo è pacifico, non
abbiamo alcun diritto di precludere il diritto al lavoro altrui, ma rimango

93
fermo sulla posizione di rivolgere comunque le nostre attenzioni ai cari
signori che

- Ma è questo il problema - dice Eleutére – chi sono oggi i nuovi


proprietari ? Voglio dire. Officines e Digeux hanno cambiato gestione – è
pur vero che parte dei capitali investiti sono sempre delle stesse banche
di prima – ma i proprietari non sono gli stessi. Cosa ne hanno, loro, se

- Questo in effetti è da considerare – dice Jilles

- Insomma – fa Eleutére – questi vengono a farci lavorare e per il


momento non hanno colpe. Aspettiamo prima di

- Ma porca puttana – fa Rename – non ci pensate più a quelli che per la


sola colpa di avere 58 anni rimarranno esclusi da quello che voi mi state
rappresentando come un sereno rientro al lavoro? Saranno anche nuovi,
questi, ma i metodi sono quelli di sempre.

- Ho capito – insiste Eleutére – ma pensa anche a quelli che sono mesi che
non lavorano. A quelli non ci pensi? Noi alla Digeux bene o male abbiamo
sempre lavorato – “come” lo sappiamo tutti – ma giù alle Officines, se
questi ora hanno la possibilità di rientrare, ne avranno diritto o no? E noi
che facciamo? Gli mettiamo una bomba

- Cazzo – dico – parla piano, Eleutére

- Gli mettiamo una bomba così non solo non

Suona una sirena. Restiamo tutti in silenzio.

- Ripeto – riprende Eleutére – a me sembra il caso di aspettare. Valutiamo


le loro mosse. Non forziamo i tempi. A scapito, poi, di altri lavoratori che
hanno pieno diritto di tornare al lavoro.

- È la tua opinione, Eleutére – dice Rename – io invece ti chiedo di


considerare i metodi grazie ai quali si tornerà in fabbrica, ossia sulla pelle
di altra gente.

- Goufre? - dico

94
- Io sto con Eleutére

- Jilles?

- Non lo so. E poi ancora non è certo che la Thierry chiuda la trattativa. E
anche se lo facesse, le garanzie che abbiamo sono sempre vincolate
dall’intervento del sindacato, e dunque sarà sempre la solita storia.
Pranzi e conti. Comunque sia, credo ci voglia un segnale forte. Come
dire. Trattate pure. Noi valutiamo. E se non sarà una bomba dovrà
comunque essere qualcosa di simile. Bisogna fargli sapere che i gruppi
autonomi sono presenti e poco disposti a pigliarlo in culo.

- Be’ – dice Rename – per fortuna. Credevo di essere diventato scemo.

- No – gli fa Jilles – non lo sei affatto. È che in effetti qui c’è da scegliere
se continuare col nostro progetto o no. Del resto, il punto dei
prepensionamenti “a minaccia” esiste, ma se vogliamo far finta di non
aver visto e sentito niente…. Ma ve lo siete mai domandato come mai
hanno chiamato anche il sindacato alle trattative? Il sindacato non si può
rifiutare, per qualche licenziamento, di mettere a repentaglio il reintegro
di altre centinaia di posti. Sono stati furbi. Lo conoscete anche voi il
vecchio Jacques della Officines, no? Ecco. Andateglielo a spiegare a lui
che la ristrutturazione, che il rilancio delle acciaierie partono dal suo
licenziamento. Lui che ha lavorato trent’anni quaggiù. Lui che ha passato
una vita qua dentro. Diteglielo voi che vi dispiace ma che è comunque il
prezzo da pagare. Convincetelo voi che è giusto così.

Rename si volta verso di me, dice

– Io li conosco da una vita, lui e gli altri.

- Capisco quello che provate – fa Eleutére – e non crediate che di colpo sia

- No. Non c’entra niente – dico

- Fammi finire, El. In un certo senso mi sento costretto a valutare i


benefici che comporterà questo passaggio di proprietà, perché di questo
si tratta, di benefici, e pregiudicare il lavoro di centinaia di persone mi
sembra un po’ una cazzata

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dico

– È un’opinione, comunque sia valida

- Ma allora che si fa? – domanda Goufre

– Eleutére?

- No, ragazzi, non me la sento, io aspetto.

- Jilles?

- Anche io, El, anche io. Sono incazzato ma preferisco aspettare.

- Goufre?

- Mi chiamo fuori, El

- E tu, Rename?

- Spero solo che sia la decisione più saggia che potevamo prendere, se è
questo quel che

- E tu – mi fa Jilles?

- Vale anche per me.

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97
QUINTO MOVIMENTO

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Ho dato fuoco alla fabbrica

(sirene, sirene e polizia e lampeggianti – lampeggianti nella notte)

e noi tutti, qui sul lungomare, a guardare le fiamme, a farci lacrimare gli occhi
per questa fabbrica che brucia e si svegliano le persone negli appartamenti, si
muovono le ombre nelle penombre, tra prime luci e gente che si affaccia.

L’ ho versata dai vetri, dalle finestre rotte, litri e litri tuffati sulle caldaie,
lentamente, la spalla destra alta sopra alla testa e le taniche a svuotarsi, una
alla volta, mentre sudavo – il cuore in gola, il fiato strozzato, tanto era lo
sforzo di tenerle oblique - poi sul pavimento e tra le carte, negli uffici ordinati e
ben presto impregnati di infiammabile, e che sarebbe stato sufficiente una
fiammella, oh, questo sì, lo sapevo, ma sfregare l’accendino fu lo stesso
un’emozione, tenerlo in mano con la fiamma alta ( per la prima volta la
certezza di essere nel giusto) mi fece rendere conto in un solo istante che
anche io sarei stato vampata, anche io, finalmente, fiamma.

E nel mirare tutto questa bagliore, adesso, è come se sentissi di aver fatto
finalmente qualcosa di totale, non più bulloni in faccia e sassate ai vetri, no,
stavolta no, stavolta la vite si è spanata e la fabbrica non s’aggiusta più.

99
2

Le prime notizie hanno cominciato a darle quand’ero ancora sul balcone.


Una voce impostata ha interrotto i programmi radio frastornandomi di acuti,
rimarcando parole come sviluppi, eventi, doloso.

Sul balcone, freddo crudo addosso, a canticchiare una canzone di Natale.

Natale.
A vederli da sopra sembrano tutti pazzi, tutti i genitori hanno mandato i
nonni in giro coi nipoti, li posso osservare, li tengono con una mano sola,
con l’altra, decisa, fermano il traffico, davanti al semaforo rosso pare non
conoscano la luce giusta.
So tutto, ormai, dei loro movimenti.
Non mi sfuggono più.

Mercato della frutta, seiunquarto locale per Nice, nel palazzo di fronte una
vecchia stende, svuota d’acqua un secchio, il muro le si sbriciola.

Non mi sfuggite più.

Le prime notizie hanno cominciato a darle quando stavo ancora sul balcone.
Si riferivano a gruppi di autonomi, erano date a intermittenza tra la
pubblicità di un assorbente e quella di un dentifricio.

In questo lasso di tempo è cominciato a fare buio, è squillato il telefono, e io


senza molta voglia di rispondere, ma poi era Sylvie

– Tu non ne sai niente, vero?

Io non ne so niente, ma che cazzo vuole questa e un minuto dopo era tardi,
pioveva e altro ancora, tutto in caduta, come una minaccia, sembrava
un’agonia, in strada in poco tempo si formano sempre alcune piccole pozze
tra le pieghe dell’asfalto scivoloso e dissestato, e alla luce di tutto questo
non posso far altro che alzare la fronte, prendermi tutta questa pioggia sul
viso e ripetere

spruzza ancora,
spruzza ancora,
pioggerellina.

100
Mi sento proprio uno schifo e Xavier fa finta di non essere Xavier e tira fuori
dalle tasche una bella calamita e dice Buon Natale El, e gli porgo una zigulì
e abbiamo le pupille come due spilli, neanche le cinque del pomeriggio,
sorridenti benevoli o in due parole strafatti.

Alla radio trasmettono la messa in latino. Nel mio appartamento vuoto i


santini hanno i volti delle modelle degli ultimi numeri di Newsweek, mi
benedicono dalle loro copertine colorate.

Butto giù con una sorsata l’ennesima zigulì e Xavier è sparito, lo immagino
vomitante e insicuro, sono infastidito dal rumore tintinnante delle posate
sbattute sui piatti dalla tizia del piano di sotto, mi infastidisce il campanello
che suona, non ho proprio idea di chi – poi con le palpebre socchiuse e un
po’ di fortuna riconosco Xavier, seduto, tornato, stravaccato, sbottonato
addosso alla poltrona – mi sa che per un attimo ci guardiamo, addirittura –
è che dopo un po’ comincia a fare completamente freddo e alla radio
continuano a suonare And so this is Christman and a Happy New Year e
altre quattrocento quindici messe da diverse abbazie.

Xavier non lo vedo più (- stai di nuovo vomitando? -) oppure piscia e sbatte
la testa e sbatte le ginocchia e sbatte la tavoletta e io ora ho un attacco di
nausea e il quadro a fiori comincia ad andarsene in giro per casa – dove
cazzo vai – stai fermo qui, quadro di fiori – e gira la stanza e cado a testa in
avanti vomitando, credo vomitando, succo d’arancia e forse tra un po’
svengo, non appena mi sento meglio svengo ché vedo solo bianco e non ho
la forza per tirarmi su – resto giù sollevando un lembo di tappeto,
avvolgendomici dentro, condivido la posizione con la foto di Paul Young
tratta dalla copertina del numero di maggio di Newsweek

- Paul, che cazzo di fine hai fatto?

- Paul, ma cosa mi succede?

Oh io proprio niente, proprio non me la ricordo quella tua canzone, quella tua
famosa

- Ma che sei arrabbiato con me, Paul, perché non ti ho più ascoltato?

- Canti ancora, Paul ? Avrei piacere di ricevere per posta il tuo ultimo

101
Oh, cazzo, sangue dalle gengive, devo essere caduto proprio male però non
provo dolore, non per ora, perlomeno

- Paul, anche tu non sentivi niente?

e dalla radio risplendono nel mio cervello ritornelli natalizi, ho le gambe stese,
allungo la mano per arrivare a un dattero ché magari se mangio qualcosa
miglioro.
Poi il bicchiere mi casca per terra e quel che rimane dentro mi va bene lo
stesso, butto giù alla goccia e ho subito un conato e allora mi passo la mano
sulla fronte sudato, freddo, inizio a strippare – non posso più toccare niente,
devo stare fermo, immobile, cercare respiri profondi – la fronte bagnata, la
fronte penso, oddio, vomito e un bottone della camicia è perso per terra e
Xavier mi sa con la faccia piena di vene, mi sa che scuote la testa ogni tanto
geme, non per dire, ma il ragazzo è messo male, non per dire ma se stavolta
sopravviviamo giuro che

Natale, ovunque voi siate, comunque la pensiate, tanti auguri a chi un


fidanzato ha

e se continuerà a procedere per il verso giusto, se la stanza continuerà a girare


nella stessa direzione, tra un paio di minuti io e Xavier dovremmo incontrarci,
tra un po’ inevitabilmente capiteremo faccia a faccia l’uno all’altro e
ma poi lui si inginocchia sul tappeto, si sporge verso di me, dice qualcosa – che
hai detto, Xavier?

- CHE HAI DETTO, XAVIER?

lancio una rapida occhiata fuori dalla finestra, chissà cosa starà facendo Paul
Young adesso, chissà in quale gabbia sarà rimasto intrappolato.

Suonano alla porta, mi sa che non gli apriamo, mi sa che stavolta rimanete
tutti fuori ma è Sylvie che ha le chiavi, mi guarda di traverso oppure sono io,
dico

- Alla grande, è tutto in ordine, stai tranquilla

e vorrei alzarmi per dimostrarle che è vero ma devo dire è meglio se resto
seduto e mi torna da vomitare, riprovo inutilmente con piccoli inspiri profondi,
solo che stavolta ho un tumore in gola e brividi, brividi per tutta la schiena,
devo respirare, devo respirare, piccoli respiri e non pensare a quello che mi sta
accadendo

102
forza El, Alle formazioni! alle distrazioni, pensa al libero della Polonia dell’82,
pensa – ecco, va meglio, appoggio la testa sul bracciolo della poltrona e Sylvie
appoggia la borsa accanto alla mia testa, si inginocchia passandomi la mano
sotto al mento che magari adesso non ci faccio tanto caso ma a ripensarlo sarà
commovente, così raccolgo le poche parole che mi rimangono e ne bisbiglio
due o tre alla volta mentre lei mi passa nuovamente la mano sotto al mento.

Poi mi sa che si è portata via Xavier e che mi ha messo a letto perché quando
mi sono svegliato ero ancora giovane e felice, quando mi sono svegliato era
tutto finito – solo un telefono che squillava e la madonna in linea che chiedeva
se doveva passare o se stavo meglio – sto meglio – anzi

- Domani vengo a trovarti alla Digeux, sempre che tu voglia, sempre che ti
faccia piacere.

103
4

Attraverso il cortile della Digeux spettinato, le mani in tasca.


Il freddo è pungente non tanto a causa della temperatura quanto piuttosto per
via del vento che viene dal mare, non ne ho mai imparato il nome, ma viene
da là.
Si sono radunati in piccoli gruppi, pare non aspettassero altri che me, passo in
mezzo a questo varco lasciato aperto tra le loro facce serrate e anche Jilles,
anche Goufre ed Eleutére e Rename, anche loro mi fissano ma non fa niente,
non mi infastidisce, fate come cazzo credete.

- Lasciali stare - suggerisce Sylvie

- Non mi interessa quello che pensano

- Dicono che sei stato tu

- Senti, ho la testa che mi esplode, non è che avresti…

- Novalgina …

- Va bene pure quella

- Tu non c’entri niente, vero El?

- …

- Guardami negli occhi

- Sì, facciamo il confronto all’americana…

104
Poi di nuovo fuori, violentato dalla vostra idiozia, rapito dal breccino per terra,
capace di concentrarmi solamente sul rumore delle macchine automatiche e
chissà come mai ma solo adesso, proprio adesso avrei voglia di misurare chi ha
più odio per l’altro, se voi coi vostri baschetti gialli per me o se io, con la mia
nausea, per voi.

105
5

Sul lenzuolo bianco, il gioco consiste nel mettere in fila per intensità di colore
le mie zigulì e i soldi del mese.
Perdo peli, non mi piace che io perda peli; Dusty Spriengfield sotto voce
sussurra Son of a preacher man.
È come avere un tondino di ferro a contatto con la pelle, uno spigolo di gelo
che non puoi controllare.
Seduto sul letto, il lenzuolo bianco, il cuscino caduto per terra, sono sempre
bravo a raccoglierlo, è sempre stata un’operazione estremamente semplice
eppure - cuscino per terra - guardo una foto di Virginie, la guardo senza
opinione e le nocche delle mani sfiorano la plastica scoppiata, vuota la carta
argentata, micro pezzettini sul teso bianco

PERCHE’ NON RIESCO PIU’ A PARLARE?

e mi accovaccio infreddolito, abbracciato alla tazza del cesso, cazzo se mi


sento paralizzato

e poi questa vena sul collo che va per conto suo.

106
6

L’ultimo dell’anno me l’ ha organizzato Sylvie.


Una festa a casa di amici ché gli amici suoi ora sono anche amici miei (lo ha
detto uno che, presentandosi, mi ha stretto la mano).
Sylvie devo dire è splendida, unico neo un abito rosso eccessivo che le fa
luccicare il culo.
Per sembrare più slanciata si è pure stirata i capelli.
La padrona di casa si chiama Marianne e appena ci vede comincia a sbracciarsi
agitando ottocento metri di ricci e quando ci raggiunge prende Sylvie
sottobraccio (le amiche sono loro due checché ne dica il mio amico del quale
già non ricordo il nome) e se la porta via.
La loro amicizia ha a che fare con un anno di università passato insieme o
qualcosa del genere, so solo che ci sono una marea di amici nuovi e che Sylvie
me li vuole presentare.
Così, per il solo motivo di essersi guardate, le due cominciano a ridere di
qualcosa in codice, poi mi dicono El torniamo subito e subito lo so che significa
tra un secolo.
Allora vada alla disperata ricerca di qualcosa da bere. Lo trovo.
Salgo sul soppalco per guadagnarmi un posto a sedere, per godermi la visione
dei miei nuovi amici che ballano.

Ci saranno una sessantina di persone.


Pacchi neri spuntano qua e là.
Mi diverto.
Appoggio i gomiti sulla balaustra.
Anche Sylvie è lì tra loro, ha Marianne di fronte, ogni tanto si guardano negli
occhi, ogni tanto li socchiudono producendosi in smorfie aritmicamente in linea
con la musica, sofferenze che assumono la forma di mossa da ballo, quindi
consone e calzanti nel loro manifestarsi.
Procedono a scatti.
Sylvie ogni tanto si volta per cercarmi, sguinzaglia le pupille, avrei persino
voglia di urlarle “Proprio quassù, proprio se alzi le palpebre!”, invece le
riabbassa subito e io non grido.

Siamo partiti da casa alle otto, è passata a prendermi lei, due colpi di clacson,
io già pronto,

- Già pronto?

- Sei un incanto, Sylvie – allungandomi per darle un bacio

107
- Attento che ti macchio! - che un po’ ci rimango anche male, ma so
abituarmi presto alle cose.

Vodka numero otto.

Sylvie a questo punto mi scova, fa un cenno con il capo come a dire Vieni qui -
fingo di non capire e le regalo uno splendido sorriso alzando il bicchiere alla
sua salute così lei scuote la testa divertita e riparte a pieno culo, hanno messo
Paris latino, la sua preferita ed è già in pista che balla, posseduta da un revival
anni ’80.

Poi passa un’infinità di tempo e almeno un litro di vodka e a un certo punto


sento tutti che gridano

Tre
Due
Uno

e si abbracciano e si cercano e si baciano e si riempiono i bicchieri di


champagne.
Sylvie sale di corsa per le scale, mi prende da dietro, si sente felice, mi stringe
in un abbraccio, mi sussurra nell’orecchio che mi ama e allora anche io, anche
io non me la sento di dirle che quello che dice non ha senso, così per un attimo
mi arrendo e la bacio con tutto l’amore che posso.

Solo dopo un po’ mi accorgo di questo tizio seduto, stravaccato, sparso sul
divano che ha vomitato su un libro di Miller.
Gli dico

- Vieni Pallido, andiamocene a fare due passi.

Sylvie mi vede, mi viene incontro

- Ma che è successo?

- Niente, vomitava, lo porto a prendere una boccata d’aria.

Lei e Marianne gli sollevano il capo per capire chi sia, scuotono la testa non
avendone la più pallida idea e io mi carico Pallido sulle spalle e al ritmo di the
rhytm is magic lo parcheggio su una fioriera in giardino.

108
- Torno subito, non ti muovere, stai qui, non fare cazzate.

Mi allontano per andare a prendere una tazza di caffè ma Pallido mi blocca, mi


avvisa che manca poco a mezzanotte

- Pallido, è passata

- Sì?

- Sì

Siamo come due rami secchi buoni per la legna, dimenticati sotto un albero da
un contadino distratto. Ecco cosa sembriamo.
Eppure ho il vago sentore che gli unici due veri amici in questo marasma di
corpi e fiati caldi, benché privi di pernacchiette e cappellini, siamo proprio noi
due. Che neanche ci siamo presentati.
Gli verso un bicchiere di caffè e Pallido fa segno con un gesto rapido della
mano che basta, che va bene, poi dice

- Bella parola, caffè

Mi verso un bicchiere di pompelmo e vodka e me lo scaldo tra le mani.


Abbiamo grosso modo gli stessi anni. Ci distingue solo l’eleganza.
La sua eleganza.
Impeccabile.
Il pratino inglese tagliato fresco ci congela le chiappe.

- Pallido?

- Emile

- Emile?

- Dimmi caro

- Manca la volontà

109
- Eh?

- Secondo me bisognerebbe agire sulla volontà. Voglio dire, se noi tutti ci


convincessimo, ci imponessimo di non accettare la volontà altrui sulla
nostra, di fatto non esisterebbe più alcuna forma di potere, di
prevaricazione, tu lo capisci?

Pallido alterna inevitabili momenti di buio a sprazzi di concentrazione ma,


nell’insieme, pare interessato.

- Io sono a favore del singolo, dell’individuo. È impensabile che emeriti


sconosciuti tentino di esercitare la loro logica su di me, calpestando la
mia identità di individuo. Non ho alcuna intenzione di assoggettarmi
all’aberrante logica dell’imposizione. Non riconosco alcuna facoltà di
potere a nessuno, per cui diritti e autorizzazioni me li prendo da me. Non
credo ad alcuna forma di società, pertanto me ne allontano.

Emile ha la mano destra puntata sul fegato. A vederlo così conciato


sembrerebbe lontano anni luce da qualsiasi ragionamento. Invece, a sorpresa

- Si chiama asservimento coatto

Porto il bicchiere alle labbra stringendolo tra i denti. Con un gesto secco, poi,
mando giù.

- Sai, – dice Pallido – si potrebbe obiettare a quel che tu dici sostenendo


che è proprio grazie all’asservimento coatto che si è riusciti a costituire
una società civile, libera e democratica.

- Ma libera da cosa? Solo perché la domenica ti fanno vedere la partita,


solo perché ogni tanto ti mandano a votare? No... Secondo me la libertà
la puoi conquistare solamente se riesci a evitare gli altri. Gli altri, non
tutti, sia chiaro, ma quasi tutti, sono brutti. E per colpa dei brutti siamo
costretti a osservare le regole. La libertà non può essere coniugata con
l’asservimento. È una contraddizione troppo evidente, dai. La libertà è
unicità, quindi estranea alla società.

- Mm

110
- Cosa

- No. Io continuo a credere che delle regole ci debbano comunque essere e


che non vanno considerate “imposizioni”, semmai principi basilari della
convivenza. Anche tu e tua moglie, dentro casa, ponete delle regole, dei
principi. Nella stessa maniera va la società.

- Mm

Poi mi sa che ci addormentammo e verso le cinque Sylvie viene a recuperarci


portandomi un cappotto.

- È ora di andare

e ci avviamo verso il vialetto d’uscita scrutando le facce gonfie della gente.


Due hanno litigato e non si rivolgono la parola. Un’amica di Marianne si fa
accompagnare a casa da un altro mentre il suo ragazzo li osserva impotente
sparire via.
Ai padroni di casa non resta che pulire o, molto più probabilmente, far pulire.
La gente è scontata e fragile.

Sylvie e Marianne si baciano, dicono Oh, mi raccomando, stavolta non


perdiamoci di vista.
Funziona così.
Allora anch’io lo dico al mio turno del bacio.
Il mio amico Pallido, intanto, è reintegrato in società da una ragazza con i seni
enormi e le mani appoggiate ai fianchi.
Un’ anfora.
Un’anfora che non promette nulla di buono.
Povero Pallido.
Prima di lasciarlo all’anfora, gli dico

- Seguimi, che ti devo dire quello che penso delle donne

- Dimmi.

- Aspetta che non me lo ricordo. Ah! Ecco. Che prima ti fanno ingrassare e
poi ti lasciano solo, davanti a uno specchio, a farti schifo.

111
Ride. Poi si gira di spalle.

- Stammi bene, El.

- Ciao Thierry – lo saluta uno passandogli accanto, urtandomi


involontariamente con una spallata.

112
113
SESTO MOVIMENTO

114
1

Sospese la telefonata per rivolgere una domanda urgente all’uomo che gli
stava di fronte.

- E questa dove l’ hai trovata?

L’uomo sorrise. Il nodo della cravatta allentato.

- Al Porto, Commissario.

L’ordigno disinnescato giaceva al centro della stanza. Gli artificieri, il


Commissario e l’uomo di colore, inconsapevolmente, formarono un cerchio
attorno alla bomba.

- Capitano – domandò il Commissario rivolgendosi all’ artificiere coi baffi e


la cintura fuori ordinanza – qualcosa di più sull’ordigno?

L’uomo si inginocchiò accanto alla bomba per accompagnare con alcuni gesti la
spiegazione verbale.

- Rudimentale. Nel senso. Costruita con una tecnica non professionale.


Comunque possedeva un elevato carico esplosivo. Nel senso. Per quanto
semplice nel suo assemblaggio, poteva risultare estremamente precisa e
deleteria. Capace di far saltare in aria una bella fetta del porto.

Il Commissario Vildove mugugnò, portando le mani alla cintura, per poi


tornarsene pensieroso verso la scrivania.
Si sedette.
Fece ticchettare nervosamente la penna sul tavolo. Poi le mani, un vizio
dunque, sfiorarono nuovamente la cintura.

- Bene. Voi potete andare.

115
Nella stanza rimasero solo in due, lui e l’uomo di colore, Lacombe.
Il loro fissarsi aveva un ché di automatico, una sosta degli occhi che non
chiedeva risposte, non essendovi state domande.
Chiusi in una stanza mentre fuori puttane e assassini e autisti impazziti e delitti
e contraffazioni e stupri e vecchi morti e.
Chiusi in una stanza mentre fuori parenti e vittime e rapine a mano armata e
coltelli e sfregi e risse e.

La morte del vecchio professore di musica del teatro cittadino reclamava una
soluzione. Bisognava chiudere il caso in poche ore.
Se non raccogli elementi sufficienti nelle prime ventiquattro ore non risolverai
mai nulla. E intanto al teatro non si balla. E intanto a teatro non si suona e non
si balla.
Più.

Al Commissario Vildove l’ultimo arrivato non dispiaceva.


A differenza degli altri, non aveva entusiasmi facili o arroganze da lauree. Era
un solitario. Uno ancora da decifrare. Pensava, anzi ormai ne era straconvinto,
che tanto era inutile metterci tanto impegno nel lavoro se poi tornavi a casa, la
sera, e tua moglie era una porta che si chiudeva e due gambe che andavano
via.
Per questo motivo, seduto nel suo ufficio, all’ora tarda di un pomeriggio
dell’ultimo dell’anno, a quel ragazzo di colore di trent’anni più giovane di lui,
fossero stati in confidenza, avrebbe detto

- Non sentirti mai una roccia ché i cani, sulle rocce, ci pisciano.

E invece fu Lacombe a strappare la monotonia di quella scena con il rumore del


tonfo del piede destro sulla sedia.
Per tirare su il calzino.

- Circa quelle segnalazioni? - domandò il Commissario.

Lacombe si strinse nelle spalle.

- Tutte da valutare – rispose e subito riprese - Il tipo di ordigno


ricondurrebbe a un gesto politico più che a una qualsivoglia forma di
regolamento di conti. La situazione di crisi della Officines, a mio avviso,
non può essere sottovalutata. Un’ipotesi riguarderebbe la preparazione di
un attentato da parte di un gruppo autonomo estraneo al sindacato.
Oppure, ma sarebbe tutta da valutare, potrebbero esserci di mezzo la
crisi e i facili moventi da attribuire agli operai che potrebbero aver
invogliato la proprietà ad un incendio doloso. Ecco. Tenderei a lavorare
su queste due piste.

116
- Ottimo – concluse il Commissario – Sembrano anche a me le più
probabili.

Lacombe mancava da Morilles da qualche anno ma amicizia e tempo, a suo


avviso, erano estremi che prima o poi si sarebbero toccati perché spesso tutto
torna e le cose riprendono da dove le si era lasciate.
E lui, alla Officines e alla Digeux, qualche asse da far combaciare ancora ce lo
aveva.

117
2

La guardo e vorrei capirne la freddezza, la micidialità.


Vorrei passare gran parte della giornata prendendo la mira su tutti gli angoli
della casa, puntare il centro esatto degli oggetti della cucina. Il vaso nel quadro
dei fiori. L’interruttore della luce.
Vorrei esattamente spendere il tempo che mi rimane mirando – l’occhio
sinistro chiuso – al bicchiere con lo spazzolino per i denti. Voltarmi di scatto e
centrare le ciabatte di Sylvie.
Con la pistola di Johnny in mano. Davanti allo specchio. Per il resto della vita.

Oh cazzo.
Mi sento il petto come esaminato da altre mani, mi sento paralizzato e non
appena uscirò fuori da qui andrò a comprare le aspirine e qualcosa da
mangiare.

Sento le persone qui sotto ridere e ridere, raccontarsi cose e ridere.


Mi disturbano.
Sono stufo delle persone. Sono stufo della morte delle persone.
Dovrei essere io a giudicare chi rimane e chi può morire. Dovrebbe riguardare
me, non Dio, questa faccenda qui.

Non appena sarò in grado di sollevarmi mi passerò dell’acqua fresca sulla


fronte.
Sdraiato sul divano, senza protezione.

118
3

Ovvero il commissario che alle diciannove e dieci minuti torna a essere Louis
Vildove, ovvero lui che dice alla moglie

- Parliamone. Perché tu, Claire, tu parli col cane, col gatto, col pesce
rosso.
- Anche se sei stanca, certo.
- Lo so che sei stanca
- Proprio ora? Possibile che devi andare sempre da qualche parte?
- No. Resto qui. Mi aprirò una birra.
- Non te ne deve fregare un cazzo di quanto bevo.
- Che c’entra?
- Una cosa è sapere dove sta andando tua moglie. Un’altra è quanto bevo.
- Che sono pure sfiatate, troia.
- Come troia a chi?
- Come se non lo sapessi chi è che me le sfiata.
- Hai cinquant’anni, sei ridicola col culo in bella mostra.
- Ma non lo conosci il senso del ridicolo?
- Copriti.
- Mettiti un maglione lungo, uno straccio, INSOMMA COPRITI IL CULO
PERDIO.
- Esatto. E non me ne fotte un cazzo.
- Me ne voglio stare qui questo divano fino a farmi venire i duroni al culo.
- Hai sentito bene. Ma chi pensi di sfidare.
- E non mi interessa. Prendi la tua.
- PRENDI LA TUAAAAA!!!
- Ma porca puttana le chiavi della tua ce le hai te e chi sennò?!
- Sì.
- Salutamele.
- Salutamele tutte.
- E vaffanculo.

119
4

Poi, a volte, capita di pensare a Virginie.


Vorrei sentire come sta.
Se i suoi fiori hanno ancora bisogno di acqua.
O di me.

Poi capita di sentirmi solo.

Suonano alla porta.


Dovrebbe essere Sylvie, invece è il portiere che si finge Sylvie e, con la mano
tesa, dice è per te

- Casomai per Lei

so essere cattivissimo quando voglio, soprattutto con i deboli e comunque non


sono altro che due bollette e un foglietto di carta, pare proprio che un
massaggiatore voglia massaggiarmi e in un altro volantino propongono un
viaggio al Santuario di Fatima e una serata danzante in un ristorante arabo.
In poche parole, non ho amici.

Dietro al portiere c’è Sylvie.

Le dico Vieni, entra, smetti di fingerti il portiere e lei mette la borsetta davanti
alla pancia, la tiene stretta con tutte e due le mani – Hai una bella gonna – le
dico e ha anche una giacca elegante e il cappotto già appoggiato sul divano

- Vengo dalla Digeux

Guardo l’orologio e sono le otto di sera – le otto di sera. Cazzo, Sylvie, c’è lo
sport al Tg, devi andare via.

- Hanno chiuso la trattativa.

120
- Il gruppo Thierry ha assorbito Officines e Digeux. Hanno acquistato l’area
di produzione.
- Come sindacato abbiamo vigilato su tutta l’operazione affinché
mantenessero le garanzie che avevamo precedentemente ottenuto. Sai
cosa significa, El?

(COSA SIGNIFICA, SYLVIE?)

- Significa che almeno l’ottanta per cento dei lavoratori torneranno


operativi. Non è male. E comunque rimane ancora da risolvere il
problema delle Officines.

(CI PENSI TU?)

- Stanno studiando la riconversione ad area a freddo. Restano da valutare


i tempi dell’operazione. A proposito. Lo sai, El, cosa si dice dellE
Officines?

(CHE SI DICE, SYLVIE?)

- Ne parlavo proprio oggi con il rappresentante regionale. Lui sostiene che


l’ipotesi del dolo per riscuotere il premio assicurativo non sia poi così
improbabile. Pensa ai costi dell’operazione. Le Officines, dico, erano da
buttare giù. Pensaci, El. Non è affatto da escludere quest’ipotesi. Io, lo
ammetto, avevo da subito pensato all’iniziativa del gruppo... insomma,
hai capito. Ma sarebbe stato controproducente. Credo l’avessero capito
anche loro. Che scopo avrebbe avuto andare contro ai lavoratori? No.
Theofile mi ha tolto un’angoscia.

( E BRAVO THEOFILE)

Devo dire che ha le labbra che ti lasciano stordito e un modo coinvolgente di


renderti partecipe alle sue cose tanto da fartele sembrare tue.
La osservo mentre parla gesticolando con quel modo efficace di essere chiara e
diretta – peccato sia io ad essere assente – spiacente – spiacente Sylvie.

Lascio i miei occhi di guardia a seguirla altri cinque minuti ma per il resto ho
troppo mal di testa e mi sembra tutto così inutile e lontano e privo di interesse.

- Comunque mi ha fatto piacere che sei passata.

121
5

Zigulì anno quarto, entra Xavier dalla porta, devo dire ultimamente una
rivelazione l’amico Fritz, saluta il quadro di fiori, dice che è passato per
festeggiare il ritorno al lavoro, tanto hai saputo El?

– sì ho saputo

e ci incontriamo esattamente a metà tappeto, ho gli occhi di cera e non trovo


una pantofola.
Me ne sto immobile a fissare il soffitto a metà tappeto e Xavier si passa la
mano tra la barba di tre giorni dice

- El, già tutta questa roba

dico chiedilo al tappeto – così gli faccio un bel sorriso senza pretese e mi
compiaccio della mia abilità di modificare l’espressione quando l’occasione lo
richiede e Xavier si attacca alla bottiglia di vodka che ha portato e stavolta il
pompelmo non c’è, dice

– Niente zigulì per me oggi

ché un po’ me la prendo ma poi ho di nuovo pensieri bellissimi e lunghi dove


nuotare

- Vieni a nuotare, Xavier?

e mi cade la bottiglia e finisce tutto l’alcool

- Sei contento Xavier? Le vedi tutte queste scatole per terra? Tutte queste
scatole vogliono dire che non ce n’è più e cari vecchi brividi e cara
vecchia schiena mi fate sudare ma non mi fate paura perché sto
pregando, Sto sudando Xavier? nèvvero? Suda e prega il capitano, suda
e prega e la nave va per i fatti suoi – ANNUNCIO AI SIGNORI
PASSEGGERI – siete tutti pregati di tamponarmi il sudore – MI
DOVEVATE QUALCOSA, NO? Bene, questo è il momento di sdebitarsi

e tutti educati in fila mi passano il palmo della mano aperta sulla fronte, mi
sbottonano il primo e il secondo bottone della camicia – forse era la collana a
soffocarmi – forse qualche vena e Xavier mi vede sudare mi vede col volto
tirato

122
– MI VEDI XAVIER? Sai, c’è questo problema che non mi sento affatto
bene, deglutisco, deglutisco, respiro, respiro, aspetta, respiro, respiro
piano, piano – respiro

RESPIRO, XAVIER?

Respiro ancora, Xavier?

123
6

- Il direttore dello stabilimento, prego – disse mostrando il tesserino con la


solennità propria d’ogni Autorità.

Di solito si presentava con un paio di agenti. Loro, jeans e giaccone. Lui, giacca
e presenza. Che capivi subito chi dei tre ti avrebbe rivolto la parola.
Stavolta era solo. Solo con la sua giacca.
La segretaria dell’ufficio tecnico arrossì, balbettando e solo dopo qualche
secondo riuscì a mettere in fila una complessa risposta:

- Non c’è.

Poi si corresse

- Ma se vuole le chiamo il proprietario. Può parlare con lui.

Lacombe annuì. Ogni incertezza altrui rappresentava un suo personalissimo


successo.

- Allora vado… - disse nuovamente indecisa, stavolta sgattaiolando via.

Incrociò le mani dietro alla schiena, Lacombe, poi diede una guardata rapida al
circostante. Due tipi parlavano in corridoio.
Accennò il gesto di sporgersi per sentire meglio ma una voce lo anticipò da
dietro

- Ispettore!

Si girò di scatto; l’espressione, benché infastidita dall’essersi fatto cogliere di


spalle, era priva d’ogni qualsivoglia forma di emozione.

- Sono Joseph Thierry, disse l’uomo - Salve.

I due si strinsero la mano poi Thierry indicò la strada per il suo ufficio.
La segretaria li seguì con lo sguardo.

124
- Come vede c’è aria di smobilitazione

- Già… - osservò Lacombe - Ho saputo che siete prossimi a riconvertire la


fabbrica.

Thierry annuì slacciandosi uno dei due bottoni della giacca. Domandò se
desiderasse un caffè.

- Volentieri

Poi un’ora.
E i due si strinsero nuovamente la mano.

- Ispettore, la fabbrica naturalmente è a sua completa disposizione – disse


gentile e accomodante

questo a prescindere, pensò malizioso tra sé e sé Lacombe

- La ringrazio. Allora, col suo permesso, ne approfitto subito.

Salì le scale verso la sala macchine.


Il danno imputabile all’incendio era piuttosto grave, erano state danneggiate
soprattutto le caldaie e buona parte degli uffici.
Certo, i locali non dovevano trovarsi in ottime condizioni già da prima. Dunque.
C’era quella scritta da andare a vedere. Quella scritta avrebbe sì rivelato molte
cose. Innanzitutto stabiliva che il responsabile sapeva che le fiamme non
sarebbero arrivate fin lì.
Da una prima valutazione poteva sembrare un’azione isolata di un gruppo
autonomo. Avessero voluto intascare il premio assicurativo l’avrebbero
incendiata in un’altra maniera.
Passò quindi alla zona delle caldaie.
Ne restava poco o niente. Il fuoco era partito proprio da lì. Già. Taniche
ammassate e mezze bruciate sotto alla finestra.
Si stirò le basette ricce. Era un gesto automatico che compiva ogni volta che
era assorto in qualche pensiero.
Dunque. Ricapitolando.
Caldaie e uffici al primo piano. Posizione centrale. In tre minuti si può fare.
Addirittura dall’esterno, senza bisogno di entrare.
Un numero di persone. Mettiamo tre. Tre persone avrebbero fatto di più. No.
Ricominciamo.
Una in macchina a far da palo, una a scrivere – per scrivere quella frase ci
vogliono almeno due minuti – e una a dar fuoco.

125
O forse senza macchina.
Uno che parcheggia nello spiazzo qui davanti dà nell’occhio. È vuoto, la sera.
Quindi anche meno persone. Due. Diciamo due. A piedi. E poi?
E poi magari scappare dall’interno verso il mare.

Quasi in trance si ritrovò di fronte alla recinzione che dava sul mare.

Da qui.
Da qui o te ne vai a piedi verso il lungomare o.
A nuoto.
Sì, a dicembre.
O forse in moto dal cancello principale. Ma sotto Natale… macché, la gente è
tutta a casa e una moto la senti, ti affacci, la vedi.
Che poi dipende dall’ora. Il rapporto dice. Dice. No. A tarda sera. C’è ancora
gente in giro. No, non può essere. Probabilmente sono fuggiti a piedi. D’altra
parte l’infiammabile usato era quello presente in fabbrica.
Unico peso da trasportare un accendino.
Ma allora che c’entra la bomba che abbiamo trovato?

Tornò verso il deposito macchine.

A meno che. Due gruppi separati. In conflitto tra loro. Allora.

- Lacombe!

Si voltò di scatto e stavolta sentì sul serio salirsi dentro la rabbia per essersi
fatto cogliere per la seconda volta di sorpresa, perlopiù intento a controllare
qualcosa.
Non senza affanno riuscì a tramutare l’espressione rigida in un sorriso.

- Ma tu guarda… Jilles, brutto animale!

- Thomas. Sei tornato.

Si fissarono in silenzio, i due, colpevoli solo di frugare l’uno nell’altro i segni


che il tempo ti marchia sulla pelle.
Poi Jilles gli diede un buffetto dietro alla nuca, catapultandoli nuovamente nel
presente.

126
Thomas.
Thomas dei quattro del quartiere.
Lui, Thomas, Xavier ed El.
Thomas delle pallonate alle saracinesche. Dei percorsi disegnati col gesso, per
terra, per le bici. Dei pomeriggi passati a inventarsi nuovi pomeriggi.

- Ma quando dei tornato? – domandò Jilles soffermandosi sui nuovi tratti


somatici, ormai maturi, dell’amico.

- Dieci giorni, grosso modo.

- Definitivo?

- Non lo so. La speranza è quella. Diciamo che sono tornato “bene”. Sai
cosa intendo.

Jilles sorrise, ammiccando. Poi aggiunse

- Sempre elegante come uno stronzetto…

- Almeno io sono elegante

Nella postura, nella loro voce, c’era ancora traccia di quell’imbarazzo che ti
prende quando non vedi l’altro da troppo tempo e, per mancanza di coraggio,
ti senti in dovere di spiattellargli in poche frasi quello che hai fatto e quel che
stai per fare.
Come se ci volesse altro tempo per assorbire il tempo.

- E gli altri? – domandò Thomas

- Oh, sempre gli stessi. Non è stato un bel periodo.

- Sì, ho saputo. Ma tu non stavi alla Digeux?

127
- Ci sto ancora, è che qui alle Officines, ora che la proprietà è comune,
mettono l’area a freddo. Stiamo iniziando i lavori.

- Bel guaio – disse Thomas indicando le caldaie.

Jilles inarcò le sopracciglia.

- Era tutta roba da buttare

e lasciarono il discorso cadere lì.

- Saputo del padre di El?

- Sì, me l’ ha detto mia madre.

- Anche Johnny è partito. È andato in Bretagne, con la ragazza. Mi ha


detto El che hanno preso un terreno da una vecchia zia di lei. Dice che lo
fa sudare fino a tarda sera e che poi è così stanco che non ha più tempo
per pensare a un cazzo e deve andare a dormire.

Sorrisero entrambi.

- Speriamo bene.

Poi Jilles fece come per guardarsi attorno

- Ed El non sta più con Virginie. Ora si è messo con una che lavora qui
dentro.

Come d’abitudine, Thomas fece un cenno interrogativo con il mento al quale


Jilles rispose, secco

128
- Sette. Sette e mezzo.

Poi riprese con la lista della spesa.

- Xavier sta sempre con Sabelle

- Ancora non si è accorta che sta con un coglione?

- Pare proprio di no

- Ma saranno dieci anni che stanno insieme?

- Oh, mica è colpa mia!

- E Vous, Monsieur Jilles ?

- Je suis vacant...

- Et Vous, mon amie ?

- Vacant aussi…

Mentre continuavano a parlare, percorsero lentamente, spogliati finalmente da


ogni formalismo, il lungo corridoio che li avrebbe condotti verso gli uffici tecnici
e l’uscita.

- Caffè alla macchinetta, Ispettore?

- Se paghi tu, lo prendo doppio.

Che le saracinesche, lo ricordavano bene, esplodevano proprio.

129
130
MOVIMENTO FINALE

131
1

L’ambulanza arrivò a sirene spiegate, scivolò in quinta per tutta la statale e le


macchine, le macchine si fermavano, si allargavano, salivano sui marciapiedi e
la gente, la gente ci guardava ben attenta a spostare i bambini.
Quel cazzone del portiere di casa di El, con le sue pantofole, mi guardò anche
male, gli avrei spaccato la faccia – tenne aperta la portiera dell’ambulanza
rispondendo a una signora affacciata dal terzo, disse - è quello del secondo,
quello che annaffiava troppo – non ci vogliono dire niente!

Salii dietro sedendomi vicino a El sdraiato sul lettino, subito un bocchettone in


bocca povero El, porcamadò, per poco vomita poi vomita un paio di volte sul
serio e ha gli occhi fuori dalle orbite e non risponde alle mie domande

– El? El? Non è che mi senti? El, queste sono cinque, te le faccio vedere,
cazzo, ti sto suggerendo

ma non rispondeva, non rispondeva più a niente e la sirena a impazzire, a


squarciare e c’era tutto da impazzire e da squarciare e mi reggevo forte con le
mani alle maniglie per non cadere

Elkjaer? Porca miseria come spingevi possente, come arretravano le difese e


Briegel sulla fascia con la mano fasciata a costringerli con un difensore in più
che Briegel arrivava e scardinava

Sai cosa c’è, Elkjaer, c’è che anche ora mi sa che stiamo correndo lungo la
fascia, non è vero Hans Peter?

Cazzo se mi piace correre lungo la fascia, Hans Peter

Poi superammo tutte le macchine e il traffico come una scheggia impazzita e


anche il passaggio con la sbarra dell’Ospedale e il medico disse stia tranquillo,
lei mi ha detto che è un familiare, sì sì certo, come no, risposi, e allora venga
con me e lo misero su un lettino e corsero per il corridoio fino all’ascensore,
entrammo, l’infermiera si sollevò la cuffietta per tamponarsi il sudore e la luce
132
del neon rendeva tutto freddo e distante come solo un neon sa fare e a El si
chiudevano gli occhi e lo presero a schiaffi e gli tolsero il respiratore – scatto –
suono – aperte le porte - entrarono in una sala, dissero lei qui non può
entrare, dissi ma io sono un parente – lei qui non può entrare e indicarono le
poltroncine e cominciai ad aspettare e ad aspettare, perché potevo solamente
aspettare e

Paul?
Paul Young?
Ti vedo un po’ sfocato.
Paul, ti ho rivisto l’altro giorno sulla copertina del tuo ultimo disco.
Paul, come mai ti sei fatto crescere il pizzetto? Non stavi male, prima, Paul.
Paul?
Paul Young, lo sai che sei un grande lo stesso, comunque vada. Lasciatelo dire.

Poi finalmente arrivò un dottore e disse che ormai era fuori pericolo ma che se
il suo intento era l’autodistruzione aveva trovato un metodo e un’applicazione
pressoché infallibili.
Disse gli abbiamo rivoltato lo stomaco, magari lo disse un po’ meglio.
Poi aggiunse il suo amico avrà qualche problema per almeno un paio di giorni,
soprattutto per mangiare – ora dovrebbe compilare questa scheda e aggiunse
guardi che devo redigere anche un rapporto per la polizia, è la prassi quando
c’è un suicidio – dissi ma questo non è un suicidio

– Una scatola di barbiturici lei come lo chiama?

(distrazione?)

dissi faccia lei, io so solo che così lo andiamo a sputtanare per tutto il resto
della vita

- Mi spiace

(mi spiace una sega)

133
- purtroppo la legge…

Gliela spiegai, non la legge, la storia.


Spiegai che El era da parecchio tempo che esagerava coi farmaci (tralasciai la
vodka, il fumo e il resto) ma aveva appena perso il padre e la ragazza e il
lavoro e il fratello tossico, insomma gliela misi sul patetico e lui disse o pensò
basta basta hai rotto il cazzo basta.

Senti che storia assurda, Paul. Prima mi è sembrato di fare un uno-due con
Briegel e ora, Paul ora invece sono dietro al tuo palco e ho tutte queste luci
negli occhi – solo che non sento la musica – lo sai che faccio Paul? Aspetto.
Aspetto con te che parta la musica (fossi in te comincerei con un pezzo
acustico. Comunque sei libero di scegliere).

Così andai verso i telefoni per chiamare Sylvie e tirai fuori nervosamente i
foglietti accartocciati, sgualciti dal portafoglio, trovai il suo numero, spinsi giù
le monete e dopo due squilli disse

- Sì?

- Sono Xavier, non so se, l’amico di El

- Certo che

- Guarda che devi venire all’ospedale, El è stato male, ora sta me

134
poi mi sa che mise giù o che misi giù io perché avevo il resto in mano e lo
infilai nella macchinetta delle bevande calde.

Allora Paul, stammi bene a sentire, stavolta è davvero importante.


La prossima volta che verrai a manifestare prenditi prima due aspirine per non
intossicarti col fumo e tieni sempre un limone in tasca per combattere i gas dei
lacrimogeni. Guarda, Paul, che lo dico per il tuo bene.
Ricorda: aspirina, limone e nelle gambe lo scatto di Briegel per fuggire dalla
polizia.

Sylvie arrivò con la fretta nel respiro e freneticamente cominciò a domandarmi


cose che non potevo sapere, dissi guarda che è fuori pericolo, non ti agitare –
disse

- Chi è il dottore?

- Quello laggiù, quello lì.

Gli andò incontro camminando con la gonna bianca e il perizoma sotto che un
po’ me lo fece anche addrizzare – scusami El, lo so che non è mo

- Dottore! Dottore, buongiorno, sono la ragazza di Logarthy

Lui fece buonasera poi la vidi massacrarlo di domande cui lui avrebbe risposto
se lei non, insomma, avrebbe risposto a tutto e forse

ma avevo il mio thè caldo tra le mani e non erano affari miei, gli affari loro.

135
2

Poi io, Sylvie e Jilles ci siamo avvicinati al letto, abbiamo detto guarda un po’
chi ti è venuto a trovare El, ma la sua voce non rispondeva a niente, non era
forte, non era roca, non era voce e allora gli abbiamo detto è una persona che
non vedi da tanto tempo, El

(Paul! Non dite che mi avete portato Paul Young!)

Jilles gli dice - è uno che non passava mai la palla

(Briegel!)

e io che non sopporto i quiz, io mi siedo sulla punta del letto e ascolto Jilles che
ci riprova

– Suo padre ci riparava le gomme bucate delle bici

(allora no)

Poi Sylvie si vede che prova a sorridere ma si sta sforzando e il sorriso le riesce
male. Vorrebbe partecipare al gioco ma proprio non lo conosce e comunque si
rende conto anche lei che l’indovinello non funziona e dice facciamolo entrare,
dai, facciamo entrare Thomas.

136
Una signora in vestaglia ci guarda a intermittenza dalla porta affacciata sul
corridoio. Ha la rivista dell’enigmistica in mano.
Il suo orario delle visite lo passa decifrando schemi.

Paul? Cazzo proprio non ci riesco a tenere gli occhi aperti.


Mi sento annebbiato, isolato, stupido, mai sveglio, mai veramente
addormentato e c’è sempre una signora che mi guarda e poi scrive.
Le dici qualcosa, Paul?
Le dici di smetterla?
Glielo dici anche a questi qui attorno?

Thomas ci guarda, dice - ragazzi non pensavo la situazione fosse questa

– Questa quale, domando

lui dice

- Xavier, ieri sera quando abbiamo parlato tu non mi avevi detto che

- Che niente, Thomas, che niente.

Sylvie ci porta quattro caffè.


Jilles intanto sfoglia il giornale, seduti tutti e tre stravaccati sulle poltroncine
della sala aspetto, gli occhi bassi, il silenzio religioso delle suore, intenti tutti ad
attendere qualcosa ma non c’è niente da aspettare, siamo solamente distanti
gli uni dagli altri e le facce sono quelle di chi conosci da sempre ma che ora
senti diverso da te.
E allora ti tornano in mente i cartoccetti che mettevamo nelle cerbottane e che
lentamente, nel tempo, si sono trasformati prima in bulloni nelle fionde poi in
polvere da sparo nelle bombe.
E mai avresti immaginato di continuare a giocare a guardia e ladri anche da
adulto.
E tutto questo, in definitiva, perché chiedevi rispetto e ti offrivano in cambio
carità.

137
Così la scelta è una sola e non può essere altrimenti, considerato che te la
prospettano loro.
Ecco perché poi ti viene facile sputargli in faccia e correre più forte delle
autorità.
Ecco perché io, El, Jilles.
Thomas no.
Thomas forse non aveva fiato e l’occasione se l’era andata a cercare da
un’altra parte.
E ora, ora che me lo trovo davanti ben vestito e impostato, ora davvero non so
cosa pensare di lui e di noi e del resto.
Ecco qua, lo sapevo, si accorge che lo sto fissando e alza il mento con uno
scatto, con il fare interrogativo.

- Niente, niente.

So solo che mettere una firma è comodo.


Poi giro lo sguardo e mi imbatto su Sylvie.
Anche lei mi lascia indifferente. So solo che è vestita bene, che è bella e che a
El ci tiene sul serio.
Perché io El lo conosco e dopo un po’ ti viene spontaneo lasciarlo stare.
È il suo modo di respingere che rende impossibile ogni contatto con lui.
Forse non è fatto così. Ma sembra sempre così.

Poi non ho più voglia di guardare niente e sento solo il rumore delle stampanti
e delle porte degli ascensori che si aprono e si chiudono e lascio che tutto
questo frastuono prenda il sopravvento sull’insensatezza del mio volermi a tutti
i costi accettarmi.
E lascio la scena e la vittoria ai rumori.

Poi Sylvie si alza in piedi

- Ieri sera ho parlato col dottore

L’impressione è quella di una mamma che sta per spiegare le cose brutte ai
bambini.
Facciamo silenzio e lasciamo scattare in avanti le nostre bocche in attesa di
essere imboccati.

- Una volta fuori di qui El avrà bisogno di essere seguito. Qui in ospedale
c’è un ottimo terapista. Bisogna solamente convincerlo.
138
- Sì - ripetiamo tutti e tre annuendo con la testa.

Mamma ha ragione.

139
3

Il Commissario traccia con il pennarello nero una croce sulla foto della moglie

Sylvie se n’è andata a casa a cambiarsi, toglie via di dosso quello che si deve
togliere, si infila rapida sotto alla doccia

Morilles, Morilles mi sa le dieci e mezza di sera

Sabelle ha preparato una pentola da riscaldare con dentro la pasta così quando
Xavier rientra l’accende a fuoco lento e trova qualcosa da mangiare

Sylvie si passa la spugna sul corpo, la preme forte sul collo e l’acqua cade a
scrosci e forma mille canali, mille rivoletti tra le pieghe del suo, mille

Jilles guida piano, cerca con le mani a tastoni il bottone dell’aria calda

di volta in volta se ne vanno e tutti salutano il Commissario, più per cortesia


che per necessità, mentre lui finge di lavorare e solo quando si accorge di
esser rimasto veramente solo porta le mani dietro alla nuca, tira indietro il
corpo, mettendo a dura prova lo schienale della poltrona, e ha la saliva cattiva
e quella cacchio di foto davanti

poi parcheggia e tira il freno a mano

Xavier la trova ancora in piedi, le dà un bacio stringendole i fianchi, profuma di


miele e dolcezza

gli viene il freddo alla schiena ché si è dimenticato di inserire l’antifurto, dove
cazzo hai la testa Jilles?

due infermiere intanto sostituiscono la flebo a El e la più giovane, ma è solo un


attimo, pensa ma tu guarda che bel ragazzo

Sabelle gli domanda – allora, come sta, - lui dice la questione è un’altra

Sylvie stende le gambe – seta- sul divano, ha i capelli bagnati ma non le danno
fastidio, i capelli bagnati non danno mai fastidio alle donne, chissà perché

la questione è NOI come stiamo

sale le scale di corsa, Jilles, il casermone del quartiere è sempre lo stesso da


quando è bambino, sono i suoi che sono morti

140
Thomas finisce di compilare il rapporto, si accorge delle altre luci accese

Sylvie accende un po’ di televisione, prova a guardarla ma la fissa e basta

gli dice – Commissario, anche stasera si fa tardi

salve Lacombe – ma lo dice piano – come avesse avuto intenzione di dirlo in


un altro modo ma la voce lo avesse sorpreso, trovato, fragile

si getta l’acqua tiepida sul viso, socchiude gli occhi

Sabelle dice che sua madre li ha invitati a cena sabato, Xavier annuisce

poi si mette il pigiama, Jilles, forse domani ufficializzano la sua promozione a


capo squadra

Thomas seduto su una delle due sedie di pelle davanti al Commissario, gli
allunga il suo pacchetto di sigarette

sono stata una stupida, una deficiente, non mi sono mai voluta accorgere di
niente

Elise gli mostra due bavaglini e Johnny le dice – due?

forse è già mezzanotte, molte luci nel palazzo di Jilles sono spente

la signora in vestaglia trascina le pantofole in giro per il corridoio dell’ospedale:


dieci verticale

il commissario fa di no con la mano, Thomas allora le ritira, ne prende una lui,


l’accende

poi lei ha voglia di fare l’amore e Xavier non lo sa, Xavier stasera avrebbe
voglia di dormire senza pensare a niente

gli dice Commissario, prima ci fanno ingrassare e poi ci lasciano davanti allo
specchio a farci schifo

la spegne anche Jilles

ha come unica reazione un sorriso amaro, il Commissario

ma ora l’avrebbe aiutato lei, ora El avrebbe sul serio potuto contare su di lei

e i due si muovono lentamente, all’unisono e lei gli sta sopra e presto stira la
schiena irrigidendosi, geme, Sabelle

la mano, a tastoni, nel buio per puntare la sveglia alle cinque e mezza

141
Xavier si attacca alla bottiglia di acqua minerale, nudo, di spalle al letto

gli dice allora, Lacombe, con l’inchiesta come siamo messi

Sylvie ricopia il numero dello psicologo sulla sua agenda

dice - Mi prendo ancora un paio di giorni ma entrambe le ipotesi rimangono


valide

poi abbassa la tapparella del tutto e prova a dormire, ci prova davvero ma


Sabelle si alza per andare in bagno ed è palesemente incazzata perché dopo
l’amore, dopo l’amore ci si coccola, perdio

ma la verità è che, chiuse nel cassetto della sua scrivania, Thomas ha le foto
dei membri dei due gruppi autonomi della fabbrica

poi fa una cosa che forse è stupida, dice Buonanotte El

e tra quelle foto ci sono i volti poco sorridenti di El e Jilles

e lo ripete perché gli arrivi più forte – Buonanotte El

e quelle di Rename e di Eleutére e di altri e altri ancora

Morilles, mi sa l’una

Thomas si infila la giacca, un’occhiata rapida all’orologio, -Anche stasera,


pensa

Johnny le dice, o meglio, le vorrebbe dire qualcosa, ma cosa vuoi dire

il Commissario toglie i cuscini dal divano del suo ufficio, ci si allunga sopra:
buonanotte.

142
4

Li senti, Paul.
Parlano di me.
È tutto il giorno che è così.
Accanto al mio letto, tra sedie di ferro e plastica verde e dura.

Li senti, Paul.
Nessuno che ammette che il peso che porto dentro è quello che merito,
nessuno che dice che ho deluso le loro aspettative, nessuno che dice avevi chi
ti voleva bene e potevi avere tutto, potevi aprire un negozio, potevi fare come
fanno gli altri, potevi - semplicemente – amare, potevi frequentare un corso di
ceramica, potevi avere un figlio con il tuo cognome, potevi sbucciargli la frutta.

Li senti, Paul.
Sgranano gli occhi per rimanere sereni.
In silenzio, trattenendosi dall’urlare.

Li senti, Paul.
Il sole entra di sbieco dalla finestra, è mattina presto, sto tentando debolmente
di svegliarmi.

Li senti, Paul.

Li senti.

143
5

La moglie di Jacques va in ospedale – il vecchio Jacques che tutti l’ hanno


sempre visto lavorare alle Officines – che se qualcuno poteva dire di averci
lavorato, in quel posto lì, era proprio lui.
La moglie di Jacques che chiude la porta di casa, infila la borsa verde a piombo
sul braccio, ha le vene blu.
Sale sull’autobus che la porterà dove la deve portare – dentro alla borsa un
pigiama, due camicie pulite, un paio di mutande di ricambio – siede vicina a
una signora che, per farle posto, scosta il sacchetto della spesa.
Gentile.
Poi le porte si aprono e deve fare attenzione ad attraversare la strada che le
macchine – e il resto - e ancora le macchine – e il resto - e poi ancora deve
fare assolutamente attenzione alle macchine.

Poi si infila dentro l’ascensore, sale al reparto chirurgia uomini e accosta lieve
la bianca porta della stanza scusandosi con gli altri parenti per il disturbo.
Con un filo di voce, dice

- Buongiorno.

******

Jilles e Thomas seduti nella sala aspetto, uno di fronte all’altro senza dirsi un
granché, in sottofondo solamente il rumore di pantofole che grattano il
pavimento, solo questo e solo ogni tanto.

******

144
Sylvie intanto al lavoro mette firme sulle pratiche che deve passare, mette le
firme che la mano quasi vola da sola tanto è abituata, poi mette in stampa
qualcosa, si alza, fa un cenno dal vetro alla collega, è un gesto consumato
dagli anni, un segno che vuol dire

- Caffè?

******

Grazie - dice la moglie di Jacques alla signora che glielo offre versandolo dal
thermos.

- Vuole anche dello zucchero?

Fa di no, la moglie di Jacques, ha l’impressione di aver disturbato già troppo.


Poi la signora gentile si informa, discreta, sulle condizioni del marito e lei
risponde

- Grazie, sta meglio.

******

- Lungo - dice Silvie

e la collega schiaccia il pulsante che segna lungo e restano in attesa, una con il
tacco puntato su un gradino di ferro, l’altra fissando l’etichetta del numero
dell’assistenza tecnica.

145
******

La moglie di Jacques si accorge che il marito si è svegliato e rapida domanda


se per caso vuole dell’acqua – lui fa di no, lo fa capire movendo lentamente la
testa

- Ti ho portato il cambio

******

Sylvie fa scivolare il piede scalzo fuori dalla scarpa, ignorandone l’erotismo.

******

El fissa il soffitto.
La signora in vestaglia, dal corridoio, lo scruta domandandosi tra quanto tempo
avrà di nuovo sonno.

******

146
La moglie di Jacques, con i soldi del borsellino, ha comprato al bar sotto casa
dei cioccolatini e ora è lei che li offre agli altri – questa cosa di sdebitarsi la fa
sentire meglio – comincia il giro finché non arriva dal marito e Jacques ci
prova, Jacques allunga la mano (a casa non lo farebbe mai, a casa neanche ci
proverebbe ad assaggiare quelle cose) eppure stavolta la moglie non lo salta,
stavolta la moglie fa arrivare il giro fino a lui tanto che sembra evidente che
anche lui può allungare la mano, anche lui può

– Grazie

E lo pensa davvero.

******

Decidono di rientrare, Jilles e Thomas, decidono che è meglio stare dentro che
fuori.
La signora con la vestaglia riconosce quei visi – assurdo come certe facce
possano diventarti familiari – poi abbassa lo sguardo e torna ai suoi cruciverba
e ad osservarla, a guardarla bene per un solo minuto, ti accorgeresti che il
tratto della matita è pesante e che ci mette sempre troppa forza, che spezza la
mina, spezza la mina.

******

Poi anche lei si mette in bocca un cioccolatino, lo scarta in fretta che deve
aiutare il marito a bere.

147
Quei polmoni ne avevano dovuta respirare troppa di immondizia in fabbrica.
Siamo al terzo ricovero negli ultimi cinque anni.
Gli avevano detto di smettere, di avviare le procedure per la pensione di
invalidità.
I medici sanno spiegartele bene, quando vogliono, certe cose.
Quelli della fabbrica, con tempismo, neanche l’avessero saputo, l’avevano
dapprima messo in cassa integrazione e poi invitato al prepensionamento.
Senza incentivi. Giusto qualche minaccia qua e là per aiutarlo a decidere.
Poi l’incendio.
E i suoi polmoni catramosi, per la prima volta, inspirarono gioia.
Per la prima volta espirarono vendetta.
Il rogo alle Officines l’aveva fatto tornare giovane, lo aveva fatto sentire
meglio.
Non che fosse stato un gesto da compiere in prima persona, questo no. La sua
educazione, e soprattutto il suo timore, non glielo avrebbero mai consentito.
Ma era certamente un gesto da condividere, questo sì.
Per questo motivo, lui che passava per caso, lui che ogni sera doveva farsi
mezzora di bicicletta per aiutare quei maledetti polmoni ad aprirsi, appena lo
vide scavalcare e accatastare le taniche una sopra l’altra, dapprima rimase
silente intento a spiarlo poi, intuito il gesto, decise di fermarlo, decise di dirgli

- Logarthy, ti prego, fallo col mio accendino

Dopodiché si era limitato a rimanersene sul sellino della sua bici a fare da palo,
assicurandosi che non ci fossero altri testimoni.

Eccola, la scena di quella notte.

L’unico testimone che va via fischiettando un motivetto anni cinquanta,


pedalando lentamente verso casa.

******

Poi Sylvie che apre la porta di casa di El – da quando ha una copia delle chiavi
si è convinta che in parte sia anche casa sua.
La figlia del portiere ha messo tutto a posto, ha lavato i vetri.
Sylvie le ha lasciato una busta con dentro i soldi per la giornata.
Per casa, ora, solo il cadenzato rumore dei tacchi – avanti e indietro - fin
quando decide di sfilarsi le scarpe e, del suo primo passo scalzo, non rimane
che l’impronta del piede che presto si dissolve.

148
La figlia del portiere ha lasciato lo scopettone a mollo nella tazza. C’è chi ha
questa usanza, si rammenta Sylvie.
Lei non la condivide.
Si abbassa la gonna e le mutandine.
Fa pipì.

******

Jacques dice alla moglie che all’ospedale è ricoverato anche un ragazzo che
lavora alle Officines.
A lei la notizia scivola addosso come fosse una tra le tante della giornata.
Sorride. Annuisce. Non può immaginare che.

- Davvero?

Davvero, ripete Jacques tra sé e sé.


Il respiro lo sente finalmente nel petto, non più in gola.
Ha nuovamente il fiato necessario per parlare, per chiedere alla moglie

- Fatti dire dove sta El Logarthy, per piacere.

******

El, intanto, si guarda attorno scrutando i volti dei suoi due amici e
dell’infermiera che passa a ritirare il vassoio della cena.

149
******

Sylvie riesce finalmente a infilarsi a letto.


Per almeno mezz’ora rimane lì a pensare. Poi trasforma tutto in sonno.
Domattina non ricorderà neppure a che ora si è addormentata.

******

- El, vuoi che ti andiamo a prendere una tazza di the?

sì, pensa El e sorride accompagnandoli con lo sguardo fino alla porta.


Thomas e Jilles se la chiudono alle spalle accompagnandone lo scatto, gli
stomaci contratti.
C’è molto nervosismo.
C’è la rabbia di non potergli dire che non era certo quello il modo. Coglione.

Se ne vanno lenti lungo il corridoio a vetrate.


Dall’altra parte, intanto, il vecchio Jacques, lento e fiero, avanza con la moglie,
dietro, attenta a seguirlo con le sopracciglia inarcate, infuriata per lo sforzo
inutile che si poteva benissimo risparmiare.
Apre la porta.

******

Jilles, in fondo al corridoio, si rivolge a Thomas

******

150
El è girato con la testa verso la finestra. Ha lo sguardo spento e un senso di
vuoto che lo confina in una landa periferica di emozioni secondarie.
La sensazione principale è quella di essere avvolto in un lenzuolo di pensieri
negativi, senza risposta.

Jacques lo individua tra gli altri.

La moglie non entra.

******

- Vado a fare una telefonata - dice Jilles

- Sì, - risponde l’altro passandogli una banconota - Me le prendi le


sigarette?

Thomas ha in mano il bicchiere fumante per El.


Ha la convinzione che non sarà più capace di trovare la stanza.
Poi, fortunatamente, associa la fila di sedie rosse all’immagine di quelle
memorizzate all’uscita dalla camera.

******

Si sente il rumore di una sedia di plastica tirata indietro.


El si volta per guardare chi è.

È Jacques.

151
- Jacques!

- Logarthy

I due si fissano in silenzio. Poi il più anziano parla.

- Io non … non… senti … ma … è vero che poi ti sembra di sentire un urlo


dentro? … dopo trent’anni, ragazzo mio … essere trattati così…

El strabuzza gli occhi, gli viene fuori una voce sudata, calda

- No, Jacques, no … Non ora, non qui

ma Jacques, che ha sempre tenuto dentro, ora è un fiume in piena e ha rotto


gli argini, trascina tutto e tutti e dentro ci sono tronchi e foglie e sassi e pesci
morti e carcasse di biciclette

- Sai cosa, Logarthy … è che proprio … non era giusto, capisci cosa…
proprio… non… non… non si può sempre accettare… non si può sempre…
capisci cosa…

– Ascoltami Jacques … ascoltami bene… non devi stare qui, credimi, e


soprattutto…. non devi spiegare la tua rabbia a chi ha appena bruciato
una fabbrica… dai, ora vai… ti prego, vai via…

152
Chiusi nel torpore di una stanza di ospedale, come ogni altro uomo anche loro
vestiti con pigiami scelti da donne – tutti quanti abbiamo pigiami scelti da
donne.
Inghiottiti in un ottavo piano sterilizzato, El appoggiato alla spalliera, la flebo
ancora attaccata al braccio e Jacques seduto con i gomiti puntati alle ginocchia,
leggermente ricurvo
e dietro la porta Thomas a sentire tutto,
così ora sa che,
così ora ha capito che,

così ora non sa

se

******

La signora con la vestaglia ha lasciato in corridoio la copia della settimana


enigmistica.
Una bambina di nove anni, con le scarpe rosse, la prende in mano, ha un
bocciolo di rosa tra i capelli, si stupisce di tutte quelle caselle tracciate,
annerite, solcate, invase da un’unica e lunga linea nera tracciata sui visi dei
personaggi, sugli unisci i puntini, sui rebus, sui – a tratti sembra addirittura
che abbia rischiato di bucare la pagina, tanto il tratto risulta profondo,
marcato.
Una linea nera, lunga e inesorabile sopra tutte le parole – come se quella
donna avesse desiderato solamente cancellare tutte le cose non sapute fare e
per le quali non esistono regole e definizioni – vuoi un lavoro, un ruolo,
preparare qualcosa da mangiare ogni sera, fare la mamma, fare l’amore, dire
una preghiera, imparare uno strumento, capire cosa è meglio e cosa è peggio.

Una riga.

Una lunga e unica riga nera per cancellare tutto e non accettare niente.

153
154
6

Rientrò veloce in Questura.

Due colleghi lo urtarono nel corridoio di vetri opachi, domandarono se si


sentisse bene.
Lui non ci fece caso, non rispose e rapido si infilò nell’unico ascensore
funzionante e, al suono metallico dell’apertura della porta, si diresse verso
l’ufficio.

Quando lasciò di scatto la maniglia metallica, lo sguardo piombò d’abitudine


sulla sedia abitualmente occupata dal collega.
La sua, al contatto con il peso del corpo, emise uno sbuffo di gomma piuma.
Cercò nel cassetto la pratica Officines.
La trovò.

Era un insieme disordinato di foto, di numeri, di appunti, di referti; tentò


convulsamente di ordinarli, affidando al battito pareggiante dei fogli sbattuti
sul tavolo l’improbabile miracolo di una catalogazione progressiva.
Poi.
Prese la penna.

Alla cortese attenzione di.


Commissario Louis Vildove.
Sede.

Scrisse le poche righe che bastavano per scagionare gli autonomi (gli venne
quasi da ridere quando disse che due degli indiziati, quella stessa sera,
avevano addirittura trascorso la serata con lui); mise per iscritto tutte le sue
ipotesi, l’insieme di teorie che, a suo avviso, portavano sempre più vicini alla
possibilità di un incendio doloso per intascare il premio assicurativo.

Di seguito appose la sua firma, per esteso, con la biro nera.

E per un solo attimo ogni cosa gli apparve esattamente per com’era, del tutto
priva di senso.
E fu come se qualcosa, con quel suo gesto di assoluzione, si fosse rotto
definitivamente.

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Si passò lento le mani tra i capelli.

Se non trovi nulla in cui sperare, fingi almeno che non sia accaduto niente.

156
fine

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RINGRAZIAMENTI

Le lettere di Virginie sono, in buona sostanza, di Marika Bortolami che ringrazio


per la pazienza, la costanza e la manovalanza.

Un grazie a Valeria, Sandro, Antonio, a Savona, a Briegel, Elkjaer e Paul


Young.

Naturalmente, non sarà sfuggita la presenza di una lettera chiusa. Bene, in


questa storia El, quella lettera, non l’apre. Non lo ritiene opportuno. Se
qualcuno di Voi volesse leggerla, mi scrivesse. La lettera è qua, ce l’ho io. Ma
lui non l’ha letta.

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