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Retrocopertina

Il romanzo di Pinter che racconta l’educazione sentimentale ed esistenziale di quattro giovani sullo sfondo di una Londra povera, negli anni Cinquanta.

Nel 1950 Harold Pinter ha vent’anni, sta compiendo i primi passi d’at- tore in alcuni romanzi radiofonici a puntate alla Bbc. Ha pubblicato qualche lirica su «Poetry London» ed ha preso a scrivere questo ro- manzo, I nani, cui attenderà sino al 1956, per decidere poi di lasciarlo nel cassetto. Dal romanzo germinerà una commedia omonima, allestita prima in televisione, e poi sul palcoscenico. Ma nel 1989 Pinter ripren- de in mano il vecchio dattiloscritto, decide che vale la pena di renderlo pubblico e, alleggeritolo di cinque capitoli, lo affida al suo abituale edi- tore. La critica inglese, alla pubblicazione, è stupita e ammirata: si trova dinnanzi ad un’opera prima che già reca in sé tutti i temi della successi- va maturità pinteriana, e che, in aperta polemica col tradizionale pano- rama narrativo del Paese, ostenta i segni di un provocatorio sperimenta- lismo. Romanzo «astratto», di «conversazione» più che d’azione, I nani racconta l’educazione esistenziale e sentimentale di quattro giovani, Len, Mark, Peter e Virginia, sullo sfondo di una Londra povera, tra case popolari e fabbriche di periferia. Passeggiate, bevute, feste, notti d’amore la punteggiano: ma soprattutto, interminabili incontri-scontri verbali, ora drammatici ora comici, talvolta seriosi, spesso grotteschi, in cui i nostri quattro malcapitati antieroi discutono di tutto: in primo luogo di chi sono, di cosa vorrebbero dalla vita, del perché l’amore li conturbi e il terrore della follia, di continuo, li lambisca.

Traduzione di Alessandra Serra. Postfazione di Guido Davico Bonino.

Di Harold Pinter (Londra 1930) Einaudi ha pubblicato l’intera opera tea- trale, in buona parte contenuta in Teatro (ET Biblioteca, 2 voll.), le sceneg- giature La donna del tenente francese e Proust.

In copertina: foto Satchan / Zefa / Corbis. Progetto grafico 46xy.

Super ET

Dello stesso autore nel catalogo Einaudi

Teatro (2 voli.) Anniversario Ceneri alle ceneri La collezione. Paesaggio Prove d'autore Vecchi tempi La donna del tenente francese Proust. Una sceneggiatura

Harold Pinter I nani

Traduzione di Alessandra Serra Postfazione di Guido Davico Bonino

Einaudi

Titolo originale The Dwarfs © Harold Pinter, 1990

© 1993 e 2005 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

Prima edizione «Nuovi Coralli» 1993 www.einaudi.it

ISBN 88-o6-18205-6

A Judy Daish

Bianca

Nota dell'autore

Ho scritto I nani all'inizio degli anni Cinquanta, prima di cominciare a scrivere teatro. Allora non cercai di farlo pubblicare. Nel 1960 ho estratto alcuni elementi dal libro e ne ho scritto una commedia breve dallo stesso titolo. La commedia è alquanto astratta, soprattutto, credo, perché ho eliminato Virginia, personaggio indispen- sabile. Nel 1989 ho riletto il libro per la prima volta dopo tanti anni e ho deciso che con dell'altro lavoro sareb- be migliorato. Tale lavoro èstato soprattutto di tagli. Ho tagliato cinque capitoli che mi sembravano ri- dondanti e ho ricomposto o condensato un certo nu- mero di passaggi. Nonostante questa revisione, il te- sto è fondamentalmente quello scritto nel periodo

tra il 1952 e il 1956.

Bianca

I nani

Bianca

Parte prima

Bianca

Uno

Andarono all'appartamento poco prima di mez- zanotte. Era buio e gli awolgibili erano abbassati. Len introdusse la chiave nella serratura e con una spinta apri la porta. C'era una pila di lettere sullo zerbino. Le raccolse e le posò sul tavolo dell'ingres- so. Scesero per le scale. Pete apri la finestra del salot- to e tirò fuori da una tasca un pacchetto di tè. Andò

in cucina e riempi il bollitore. Len si aggiustò gli occhiali e lo segui. Tirò fuori un flauto dalla tasca interna. Ci soffiò dentro, lo guardò controluce e se lo portò alla bocca. Piegandosi, lo scosse con violenza e lo lucidò sui pantaloni, si rial- zò, afferrò uno strofinaccio ruvido dal portasciuga- mani e si pulf le dita. Poi vi puli il flauto e se lo rigirò tra le mani, lo portò alla bocca, copri i fori con le dita

e soffiò. Non dava segni di vita. -Non esagerare. Len si batté il flauto sulla testa. -Cos'ha che non va?- disse. La pioggia cadeva sul tetto della cucina. Pete aspettò che l'acqua bollisse, poi la versò nella teiera e portò tutto in salotto, dove sistemò due tazze sul ta- volo. C'erano due poltrone accanto al caminetto, una di fronte all'altra. Lui si sedette su una delle due

e si accese una sigaretta.

- Questo flauto ha qualcosa che non va, - dis- se Len.

- Prendiamo il tè.

-Non riesco a farci niente. Len versò il tè e si controllò le tasche.

-Dov'è il latte?- domandò.

-

vero. -E allora, dov'è?

- L'ho dimenticato. Perché non me lo hai ricor-

dato?

Eri tu che dovevi portarlo.

- Dammi la tazza.

- Ora che facciamo?

- Passami il tè.

-Senza latte? -E dai.

- Senza neanche un po' di latte?

-Non ce n'è di latte.

- E lo zucchero? - domandò Len passandogli la

tazza.

- Dovevi portare anche quello.

-Perché non me lo hai ricordato? Pete si guardò attorno.

- Beh, - disse, - tutto sembra in ordine. -Lui non ne ha? -Non ne ha di che?

- Di zucchero.

- Non sono riuscito a trovarne.

-Sembra un ricovero qui. Pete prese un forchettone, con il manico a testa di scimmia, che era appeso a un gancio accanto al cami- netto e lo esaminò. curioso.

-Quello?- disse Len.- Non lo avevi mai notato prima? portoghese. Tutto in questa casa è porto- ghese. -E perché?

- Perché lui è di li.

-Già.

- O perlomeno, suo nonno da parte di madre. Pete riappese il forchettone al gancio.

- Bene, bene.

- O sua nonna da parte di padre. L'orologio dell'ingresso rintoccò. ascolto.

Rimasero m

- A che ora arriva?

-Verso l'una e mezzo. -Beh, che ne dici di una boccata d'aria? -Aria?- disse Len. -Cos'ha quell'aggeggio? -Nulla. È la miglior marca sul mercato. Ma deve essersi rotto. È un'anno che non lo uso.

Pete si alzò, sbadigliò e si trascinò verso gli scaffali dei libri, stipati e ammassati alla rinfusa e pieni di polvere. Sullo scaffale piu basso trovò una Bibbia. Lesse la dedica.

- Gliel'ho regalata io questa, anni fa, - disse. -Cosa?

- Questa Bibbia.

- Per farne che?

Pete ricacciò il libro al suo posto e si spolverò

le dita.

-Questo tè è un attentato al fegato,- disse Len.

- Beh, e allora?

-E allora che? -La boccata d'aria.

-Non per me. -Perché no? -Piove.

- Ascolta, - disse Pete.

- Non sento niente.

- Ha smesso di piovere.

- Come fai a saperlo?

-La senti? -No. -Non la senti perché ha smesso.

- Comunque la pioggia non c'entra.

-E dai, su. -No. Lo so dove vuoi trascinarmi. -Dove?

- Al di là del fiume.

-E allora? -Non sai com'è quel posto di notte. -Ah no, eh?

- E va bene e allora lo sai. Forse. Ciò nonostante

hai voglia di tornarci lo stesso, di notte. Io no.

- Lo sai, -disse Pete, -è ora che tu ti muova. Hai

già un piede nella fossa. Si sedette. Len, sorridendo, tirò fuori un fazzolet- to per pulirsi gli occhiali che poi mise sul tavolo, si al- zò, starnuti due volte e scosse la testa. -Mi sono preso il peggiore e il piu fottuto raffred- dore che abbia mai avuto in vita mia. Si soffiò il naso.

- In realtà non è poi cosi fastidioso.

Pete si sedette a guardare il giornale coperto di fu-

liggine, che stava nel caminetto, battendo ritmica- mente un piede sul parafuoco.

- Ah ecco, - disse Len, -vuoi che vada a prende- re il mio violino e che ti suoni qualche pezzo finché

non ti stufi? Ho un pezzo di Alban Berg in mente che potrebbe farti volare dritto in paradiso. -Ti ha mai scritto con l'inchiostro rosso?- chiese P ete. -Eh? -L'inchiostro rosso. Ce n'è una bottiglia sullo scaffale. -Certo che lo ha fatto. Che c'è di strano? A te ha mai scritto con l'inchiostro rosso? -No. Len starnuti e si soffiò il naso. La pioggia comin- ciò a cadere di nuovo, picchiettando sulla finestra. Sporgendosi sul tavolo, andò a schiacciare il naso sul vetro. buio. - Mettiti del Vicks, - disse Pete. -Perché? Tu gli hai mai scritto con l'inchiostro rosso? Pete portò la sua tazza in cucina e la sciacquò. Ri- tornò in salotto dove ritrovò Len, con gli occhi striz- zati, che teneva gli occhiali a distanza di braccio. -C'è ancora. -Cosa? -Non sai cosa perdi a non portare gli occhiali. -Cosa mi perdo?- chiese Pete, versandosi del tè nella tazza. -Ora te lo dico. Vedi, c'è sempre un punto lumi- noso al centro delle lenti, al centro del tuo campo vi- sivo. Non puoi sbagliare. Non ti puoi confondere. C'è sempre, anche nelle notti piu buie, una scintilla, un frammento di luce, sospeso davanti a te. Vedi, c'è certa gente, che conosci quanto me, che va sempre in giro con una ruga sulla fronte. Quando, a volte, rie- sce a eliminare quella ruga, il mondo gli gira intorno

per il verso giusto, e sarebbe disposta a investire in qualsiasi campo. Comunque con questo non voglio dire che ho sempre lo stesso stato d'animo solo per- ché sono consapevole dell'esistenza di quel punto luminoso. Neanche per idea. Voglio dire questo: la funzione di quel punto lumin~soè quella di indicarti la traiettoria della tua orbita. E inutile che mi guardi cosi. Non capisci. Ti dà il senso di orientamento an- che se non ti muovi. -Debbo inginocchiarmi?

- Ti sto dando una dritta preziosa.

- Rispondimi a una domanda, una sola, - disse -Ma tu non hai sempre una ruga in fronte?

- Esattamente. Precisamente. È proprio per que-

sto che so bene quel che dico. L'orologio dell'ingresso suonò l'una. Len si infilò

gli occhiali e sedette immobile.

- Dieci a uno che avrà fame. -Perché?

Pete.

- Gli preparo qualcosa.

Pete chiuse gli occhi e si appoggiò allo schienale.

- Riesce a mangiare come un lupo, quello là, -

disse Len. Si rigirò il flauto tra le mani.

- L'ho visto finirsi un filone di pane prima che io

fossi riuscito a togliermi la giacca. Avvicinò il flauto all'occhio sinistro e vi guardò dentro. -Una volta non avrebbe lasciato nemmeno una briciola nel piatto. Pete apri gli occhi, accese un fiammifero e lo guar-

dò consumarsi. -Certo, potrebbe essere cambiato,- disse Len, alzandosi e muovendosi per la stanza.- Le cose cam-

IO

biano. Ma io sono sempre lo stesso. Lo sai che, la set- timana scorsa, mi sono mangiato cinque pasti com-

pleti in un solo giorno. Alle undici, alle due, alle sei, alle dieci e all'una. Niente male vero? Il lavoro mi fa venire fame. Stavo lavorando quel giorno. Si appoggiò all'armadio e sbadigliò.

- Sono sempre affamato quando mi alzo. La luce

del giorno ha un effetto bizzarro su di me. E la notte, va da sé. Per quanto mi riguarda, l'unica cosa che si può fare di notte è mangiare. Mi mantiene in forma, specie quando sono a casa. Devo precipitarmi giu per accendere il bollitore, tornare su di corsa per fi- nire quello che stavo facendo, di corsa giu a prepa- rarmi un panino o a condirmi un'insalata, ritornare su di corsa per finire ciò che stavo facendo, riprecipi- tarmi di sotto a controllare le salsicce, questo se ho deciso di mangiar salsicce, ritornare di sopra di corsa per finire quello che stavo facendo, precipitarmi di nuovo di sotto per apparecchiare, ritornare su per fi- nire quello che stavo facendo, correre di nuovo giu.

- Sf!

-Dove hai preso quelle scarpe? -Cosa? -Quelle scarpe. Da quanto tempo le hai? -Perché, che cos'hanno?

- Sto perdendo il mio spirito di osservazione. Le hai adosso da tutta la sera? -No,- disse Pete. -Sono venuto scalzo da Beth- nal Green fino a qui. -: Si, sto proprio perdendo il mio spirito di osser- vaziOne. Si sedette al tavolo e scosse la testa. -Quand'è che hai dormito l'ultima volta?- chie- se Pete.

-Dormito? Non mi far ridere. Non faccio altro che dormire.

- E il lavoro? Come va il lavoro?

- Euston? Un forno. È un forno. Tuttavia, meglio

aria mefitica che niente aria del tutto. Credo, alme- no. È meglio nel turno di notte. Entrano i treni, e un tizio per mezzo dollaro fa il mio lavoro, io mi rannic- chio in un angolo e leggo gli orari. La mensa è sem- pre aperta. Se fossi stato li stasera mi avrebbero dato una tazza di tè con tutto il latte e lo zucchero che vo-

levo, te lo posso garantire. Pete si alzò in piedi e appoggiando la mano sul

muro si stirò. -Dovresti mettere su qualche chilo,- disse Len.

- Sembri fatto di sole ossa.

- Sarà qui a minuti.

-Ti sei guardato gli zigomi ultimamente? Ti stan- no bucando la pelle. -E allora?- disse Pete, sbirciando dalla finestra. Len si tolse gli occhiali e si strofinò gli occhi. -Penso che sto cambiando,- disse.

-Ah sf?

- Lo sento. Sento che sto cambiando.

Pete raccolse la teiera e le tazze, le portò in cucina

e mise il bollitore sul gas.

- Che succede? - chiese Len, dalla porta.

- Vorrà qualcosa da bere.

-Tè senza latte? Sei matto. Non puoi accogliere una persona che ritorna a casa sua con del tè nero.

-Cerca di ricordare,- disse Pete.- Cos'hai detto che ti aveva scritto nella sua lettera? -Ha scritto: vai all'appartamento e metti sul fuo- co il bollitore. -Per il tè?

!2

-Per il tè.

- Ed è esattamente quello che sto facendo, - disse

Pete. - Infatti, sto interpretando le sue parole nella maniera piu rigorosa. Avrà il suo tè. Tè nero. Tè pu- ro. All'una nove minuti e quindici secondi. Il campanello suonò.

- Eccolo, - disse Pete. Apri la porta.

Due

- Hai dormito?

- Ho dormito tutto il giorno, - disse Mark.

-Entra. Len chiuse la porta. Scesero le scale e andarono in cucma. -Cosa ne pensi della mia cucina? È cambiata?

Mark tirò fuori un pettine dalla tasca e si pettinò. sempre una cucina di gran classe,- disse.

- Senti, Mark, sono proprio contento che ti sei

fatto una buona dormita. Ascolta. Cosa ne pensi di questo libro? Voglio che tu gli dia una sbirciata. Non crederai ai tuoi occhi. Te lo garantisco. Mark rimise il pettine in tasca e guardò il titolo.

- La Teoria degli Integrali di Reimman. Cosa fai,

vuoi indurmi in tentazione? -Perché non lo leggi?- disse Len.- È proprio il

tuo genere.

- Martedi, fra quindici giorni, - disse Mark, -

puoi incominciare a tenermi un corso.

- Perdi l'occasione della tua vita.

- La matematica, gli scacchi e la danza sono cose

da cominciare all'età di undici, dodici anni al mas-

simo. -Non sai quello che dici.

- Anche prima, forse.

- Senti, - disse Len. - Ho lavorato tutta l'altra

notte alla Meccanica e ai Determinanti. Non c'è

niente di meglio,che fare un po' di Calcoli per tirarti su. Mi capisci? E materia morta. Non ti può far del male. La mente rompe tutte le barriere e vola libera. -Non mi dire! -Te lo posso dire e te lo dico. È l'unica cosa che

mi fa sentire parte di «un'accoppiata vincente».

-Cos'è questo?- disse Mark, estraendo un pezzo di carta che stava tra le pagine. -Che cos'è? una delle tue poesie. Len glielo afferrò, lo lesse rapidamente e se lo ac-

cartocciò nella tasca. -Cosa c'è? -disse Mark. -Fammi dare un'oc- chiata.

- Sono parole incomprensibili, -disse Len. -Del

tutto inutili. Potrebbero contagiarti. Lo estrasse dalla tasca e lo gettò nel bidone sotto

all'acquaio. fuori questione. -Ti credo. Len corrugò la fronte, si schiari la voce e si aggiu-

stò le maniche.

mi dici di P ete? - disse Mark. - Ha scritto

qualcosa ultimamente? -Non lo so. Come potrei saperlo? Non sono fatti che mi riguardano. So, però, che ha altra carne al fuoco. -Davvero?

- Che

-Si.

-Mi domando cosa. -Nessuno ti vieta di domandartelo. Mark sorrise, e si guardò attorno nella cucina vuo- ta. Il soffitto era basso. La credenza, le sedie e il tavo-

lo erano semplici, di un legno chiaro. Lo scaldaba-

gno sporgeva dal muro. Era una stanza quadrata. Una piccola finestra si affacciava sul cortile. -Le stanze,- disse,- in cui viviamo.

- Non me lo dire, non me ne parlare,- disse Len. Agitò i polsi, gesticolando. Scosse la testa e strinse

i denti.

- Le stanze in cui viviamo si aprono esi chiudono.

Tirò fuori una sedia da sotto il tavolo facendola ci- golare, e sedendosi la spinse contro il muro per don-

dolarsi.

- Cambiano forma come e quando vogliono, -

disse. - E su questo non avrei niente da ridire, non

mi lamenterei, se solo queste stanze rimanessero

uguali, mentenendo la stessa consistenza. Ma no.

Non riesco a vederne i confini, né i limiti, che sono stato portato a credere naturali. Questo è il proble- ma. Io sono per i comportamenti naturali delle stan-

ze, delle porte, delle scale. Ma non posso fidarmi.

Per esempio, quando di notte guardo dal finestrino

di

un treno, e vedo nitidamente le luci gialle, so quel-

lo

che sono, e vedo che sono fisse. Ma sono fisse solo

perché io sono in movimento. So che si muovono as-

sieme a me, e quando superiamo una curva, spari- scono. Ma io so che comunque sono fisse. Infatti so- no applicate su pali, che a loro volta sono infissi nel suolo. Per cui sono in un certo senso fisse, conside- rando che la terra stessa è ferma, cosa che non è, ma quella è un'altra storia. Il nocciolo di tutta questa faccenda è che io riesco ad apprezzare tutto ciò solo quando sono in movimento. Quando sto fermo, nul-

la intorno a me segue un corso naturale. Con questo

non voglio dire che i miei principì siano inconfutabi-

r6

li. È una cosa che non direi mai. Dopo tutto, quando sono su quel treno io non mi muovo affatto. È ovvio.

Mi siedo sul sedile d'angolo. Sto fermo. Sono gli altri

a muovermi, ma io non mi muovo. E neanche le luci gialle si muovono. Il treno si muove, questo è sicuro,

ma cosa ha a che fare il treno con tutto questo?

- Giusto, - disse Mark.

-E allora? Io sono pronto ad affermare che que-

sto non è un caso aperto e subito chiuso. Ma d'altra

parte non riesco a pensare a nessun caso che venga

aperto e subito chiuso. Se devo essere sincero, non

me ne viene in mente neanche uno. Non vi è, dicia-

mocelo, neanche uno straccio di prova. Non sarebbe

sostenibile davanti a un giudice. Lui perderebbe la pazienza e io perderei la licenza. -Non c'è dubbio.

- Non è uno scherzo.

- Per carità. -La giuria si muove? -Eh?

- No. Rimangono fermi ai loro posti. E io ancora

fermo sul banco degli imputati. In questo caso però, quando io mi muovo, si muovono anche loro. Io tor-

no giu in gattabuia e loro chiamano un taxi.

- Proprio cosf.

-Un cambiamento, senza cambiamento. Sf, ma come fa tutto questo a risolvermi il problema? Me lo puoi dire? No, certo che non puoi. È cosf e basta. E

Oppure

sarà sempre cosf. Forse non è colpa nostra.

sf? Pete direbbe che lo è. Tu invece diresti di no. È

colpa nostra? -No,- disse Mark.- Macché.

Len rise. Apri la porta del seminterrato e prese una boccata d'aria. Stava piovendo.

- Beh, - disse Mark, - c'è una sola cosa che devo

dire. -E cos'è?

- Quando ci sei, ci sei. -Cosa?- disse Len.- Cos'hai detto? Quando ci sei, ci sei? -Esatto. -Hai ragione. Non posso dire il contrario. Non hai mai detto nulla di p ili vero. Quando ci sei,- ripe- té camminando attorno al tavolo, - ci sei. È cosi. Mi hai messo al tappeto con una piuma. Bisogna che me lo ricordi. Cosa ti ha fatto dire una cosa simile?

Non so, mi è venuta in mente, cosi. Quando ci se1, Cl set.

- Beh, - disse Len, - debbo ammetterlo. Da qui

non si scappa. È logico. E quando non ci sei, non ci sei. O, meglio, quando non ci sei, sei proprio fuori. - Si, cosi è piu giusto.

- Quando ci sei, -borbottò Len, -ci sei, eh? Beh, questa devo mettermela via per quando sono a corto. Di sopra, nel salotto, Mark si appoggiò allo schie- nale della poltrona di pelle logora, a guardare il cer- chio di luce sul soffitto, mentre Len, tirando fuori, delicatamente, il suo violino dal fodero e aggiustan- do l'arco, si concentrò su un passaggio di Bach, acci- gliandosi e mordendosi il labbro a ogni nota falsa. -Non riesco a suonarlo,- dichiarò. Ci fu un colpetto alla porta di dietro. Girò il po- mellç. Il gatto si infilò e sgattaiolò sotto al tavolo. -E ridicolo. Devo esercitarmi. Ho le dita sensi-

-

.

.

.

bili quanto un mangano di ferro. Farei meglio a pulir vetri. -A me suonava giusto,- disse Mark. -No, no. È un insulto a Bach. È una mancanza di rispetto. Il problema, - mormorò, mettendo via il violino,- è che quando trovo l'esatta direzione per le mie energie, non la so mantenere. Dovrei. Non do- vrei far altro che esercitarmi con la musica. Fare un piano di lavoro eseguirlo. Ma senti un po'. Sono sta- to un bracciante agricolo, un aiuto operaio, un im- ballatore, un macchinista in teatro, un impiegato ad- detto alle spedizioni, ho scavato la terra, sono stato un raccoglitore di luppolo, un venditore, un postino, sono un facchino, un matematico, un sonatore di violino, scribacchio e sono un discreto giocatore di cricket. Non sono mai stato un pescatore di perle, né un infermiere. Che genere di situazione è la mia? È assurda. Non sono mai riuscito a guardarmi allo specchio e a dire: ecco, questo sono io. Cosa combi- na quel gatto? Il gatto si sbatteva spasmodicamente contro la porta. -Cos'hai?- disse Len. -Va bene. Vai fuori. Ti caplSCO. -Io credo,- disse Mark, guardando la coda sgat- taiolare nella notte, - che ci sia molto di piu in quel gatto di quanto non si possa notare a prima vista. Len chiuse la porta.

- Andiamo giu, - disse piano.

- Siamo appena saliti.

- Lo so. Andiamo giu.

- E andiamo giu, - disse Mark. Scesero per le scale di legno fino al seminterrato.

I9

Len accese la luce della cucina. Mark si sedette, sba- digliò e accese una sigaretta. -Oh, bene. -Lo sai,- disse Len,- non so mai se capisci anche solo una parola di quello che ti dico. -Cosa?

- È possibile che tu capisca, o forse può essere so-

lo per il fatto che quando apri la bocca sostieni delle

ipotesi azzardate, a volte anche pertinenti, ma non sempre. Se è cosi, sei proprio una cannonata, te lo giuro. Ma a volte ho l'impressione che non sia altro

che una tattica ben studiata. Pete, per esempio, mi fa sempre capire, in un modo o nell'altro, quello che non capisce quando parlo. Pensa che sia un dovere morale. Tu lo fai raramente. Cosa vuoi dire? Signifi- ca che non vuoi mai comprometterti? O significa che non ti vuoi impegnare? Mark scrollò la cenere sul pavimento di pietra, che rimase intatta. Con la punta della scarpa la di- sperse delicatamente, verso la gamba del tavolo. Al- zò lo sguardo verso Len.

- Stavi dicendo qualcosa?

-Dov'è che recitavi? A Huddersfield?

-Esatto.

-Eri apprezzato a Huddersfield?

- Mi adoravano.

-Com'è recitare? Gratificante? Piace anche agli altri? -Che c'è di male nel recitare? una professione da sempre,onorabile. Onora- bile. Non c'è che dire. Ma cos'è? E gratificante salire

sul palcoscenico mentre tutti stanno li a guardarti?

O forse non ti guardano proprio. Forse preferireb-

bero vedere qualcun altro. Glielo hai mai chiesto?

Mark rise e si accese una sigaretta. Len sedette al tavolo stringendo i denti, e battendosi la fronte.

- Lo sai cosa sono io? Una spia internazionale. Suonò il campanello.

Attraverso le grate della botola del carbone, Pete intravide una lama di luce che dava nello scantinato e che veniva dal seminterrato. Si appoggiò al lato della porta. Un leggero vento vorticò sul fondo. La luna ammiccava tra nuvole instabili. Un gatto nero e ispido si lanciò su per le scale, passò sopra al suo stivale e si sedette con gli occhi chiusi, accanto alla porta. La coda gli sfiorò la caviglia. Abbassò lo sguardo su quella forma curva. Il gatto schiacciò il naso sulla crepa. Aspettarono in silenzio. Len apri la porta. Il gatto gli si infilò tra le gambe ed entrò nell'ingresso. -Cos'è quello? -Un gatto.

- Il tuo gatto?

-Il mio gatto?- disse Pete.- Di cosa stai parlan- do? lo non ho nessun gatto. -Ah no?

- Beh, dai, fammi entrare.

- Suppongo che sia il mio gatto, - mormorò Len, chiudendosi la porta alle spalle. -Non può essere altro che il tuo. -Perché? Come fai a dirlo?

- Abbiamo fatto due chiacchiere sulla porta. -Di cosa avete parlato?

- Delle teorie dei numeri.

- E cosa ne diceva lui?

-Non mi sfinire, - disse Pete. - Non sono del-

l'umore. Perché non accendi un po' di luci? Questo posto sembra l'« Hole of Calcutta» '. Mark era seduto e aveva i piedi sul tavolo. - Salve, - disse Pete. -Saluti. -Non mi fido di quel gatto,- disse Len.- Lo fac- cio uscire dalla porta di dietro e lui rientra da quell'altra. -Che ne dite di fare un salto fuori? C'è un bel venticello. A disposizione di tutti. Avete tutti e due l'aria di averne bisogno. Mark, con gesto agile, rimise le gambe a terra. -Hai ragione. Usciamo. -Forse avete vogl!a di sentire una piccola serena- ta prima di andate. E di Spack e Rutz ed è suonata da Yetta Clatta. E una musica da chiesa. -Un'altra volta, Weinblatt,- disse Pete.

Lasciarono la casa e si incamminarono fino allo stagno delle anatre. Misero alcuni giornali aperti sul- la panchina accanto al ponte di legno e si sedettero. Il vento scrollava la pioggia dalle foglie. -Senti un po',- disse Len.- Perché mi chiami W einblatt? Il mio nome è Weinstein. Lo è

sempre sempre stato. -Non riesco a ficcarmelo in testa. Mark cominciò a tossire e la tosse fini per diventa- re cavernosa. Bestemmiando tra un colpo di tosse e l'altro, si trascinò fino allo stagno e vi sputò copiosa-

' «Hole ofCalcutta>>. Nel giugno del 1756, centoquarantasei prigionieri bri- tannici, catturati durante la guerra tra inglesi e francesi, in India, furono gettati in una fossa-prigione e solo ventitre di essi furono ritrovati vivi la mattina seguente. Gli altri morirono soffocati nella fossa. L'orrenda storia rimase nella cronaca sot- to il nome di« Black hole of Calcutta>> e ancora oggi si ritiene accettata e fondata su un fatto che appare vero.

mente. Schiarendosi la gola, sputò di nuovo, nell'ac- qua scura.

- Mark,- disse Pete,- quanto a sputare sei unico.

- Grazie,- disse Mark, sputando in un cespuglio. Si sedette e si puli la bocca.

- Ma quello che voglio sapere, - disse Pete, -

quand'è che smetterai di sbraitare e indosserai la to-

naca? -lo? Cosa vuoi dire? Io sono un prete. In nessun posto al mondo mi sento pio, come quando sono a letto. Le metto tutte a contatto diretto con l'uni- verso. -Vuoi dire che continuerai a prenderle in giro.

- Esattamente.

Len si era alzato, e stava in piedi davanti allo sta- gno con le mani in tasca.

- Ho fatto domanda per una cosa, - disse. -Ti sei arruolato? - domandò Mark. -No,- disse Len, sedendosi.- No, ho fatto do- manda per un posto nelle assicurazioni. -Non mi dire. -Perché? -disse Pete. -Vediamo se riuscirà a farcela. -So quello che mi aspetta,- disse Len.- Mi fa- ranno compilare schede mortuarie tutto il giorno.

Starò li a calcolare il miglior tasso di mortalità. Un ti- po come te, Mark, riuscirebbe a ottenere il meno peggio, il massimo mai. -Cosa hai da ridire su uno come me?- disse Pete.

- Perché dovresti ottenere il massimo? N on co-

nosco nessuno che ci riesca. -E il tuo gatto?- domandò Mark.

- Potresti farcela, - disse Pete, -dandoci dentro e con molto fegato.

Pete e Mark si accesero una sigaretta. Len li guar- dò mentre awicinavano la testa al fiammifero. -Non è uno scherzo questo lavoro,- disse Mark, facendo uscire il fumo dal naso.

- Beh, dipende da che parte lo prendi. Per esem-

pio, conosco un tipo bislacco che passa la vita a toc-

car legno. E allora sai cosa ha fatto? Si è trovato un posto in biblioteca. Sai quante opportunità trova in biblioteca per toccar legno. L'ambiente è zeppo di legno. Si diverte come un matto. Len si alzò. -Senti, Pete, - disse. - Diamo un'occhiata alla tua mano. -Alla mia mano?

-

Sf.

Si portò la mano sinistra di Pete al mento, abbassò gli occhiali e scrutò il palmo. Respirando tra i denti,

si piegò per awicinarsi di p ili. Con uno scatto cadere la mano.

-Sei un maniaco omicida! - esclamò. - Lo sa- pevo. -Cosa?- disse Mark. -Dammi quella mano, - chiese Len. - Ti prego,

guarda, quella mano. Guarda. Una linea dritta in

mezzo alla mano.

La vedi? È tutto quello che ha. Che altre linee vedi? Non,ho mai visto niente di simile. Sei un pazzo!

lasciò

Proprio nel mezzo. Orizzontale.

- E molto probabile, - disse Pete.

-Molto probabile? Non esistono due uomini su un milione, con una mano cosi. Salta agli occhi. Sei

un maniaco omicida. Senza ombra di dubbio. Pos- siamo scommetterei anche gli ultimi centesimi. Len aveva il turno di notte. Li lasciò per prendere

il suo autobus. Pete e Mark si incamminarono verso Bethnal Green. -Lo sai cosa sta combinando?- disse Pete. -No. Cosa? -Ha cominciato a leggere il Nuovo Testamento.

- Tanti auguri.

- L'altro giorno mi è capitata tra le mani quella Bibbia che ti regalai. -Dove?

- Su uno dei tuoi scaffali.

-Ah si.

- L'hai mai letta?

- Beh, se ti devo dire la verità, Pete, non sono mai riuscito neanche a prenderla in mano.

- Ce l'hai da cinque anni circa. Che ti mantengo a

fare?

- Ho bisogno di una vacanza prima di riuscire a prenderla in mano. - È ora che allarghi un po' le tue vedute, - disse Pete. - Ti faresti del bene. -Non si può mai dire. Girarono l'angolo della Compagnia Elettrica. -Cosa ne sai tu dell'amore?- disse Pete. -L'amore? - Si, devi pur saperne qualcosa.

- Cosa te lo fa pensare? Un'improwiso scroscio di pioggia li obbligò a ri- pararsi nell'ingresso di una libreria. Osservarono la pioggia rimbalzare sui gradini del posto di polizia. Un poliziotto usci dalla stazione e guardò al di là del- la strada.

- Beh, - disse Mark, - questa è la migliore libreria

dell'usato di tutto l'Est di Londra, la libreria Clive.

-Debbo dire che è impressionante.

- Quello li, proprio dietro a quel libro nero, non è

lo « Yellow Book » l.

-Tratta di carciofi,- disse Pete, curvandosi. Il poliziotto attraversò la strada e venne verso di loro.

- Credo parlasse di architettura etiopica.

-Cosa?

- Il libro che stavo per comprare.

- Ah, quello. Pensavo fosse Logica e Colica di

Blitz.

- Ma no,- disse Mark,- tu stai pensando a Polve- re di Crutz. -Davvero? Il poliziotto passò davanti all'ingresso.

-Salute.

- Andiamo dall'altra parte, - disse Mark.

-Comunque,- disse Pete, mentre s'incammina-

vano per la strada, - tu sei sicuramente il tipo piu adatto per parlare d'amore.

- Ah si? E perché?

- La ragione per cui te lo chiedo, - disse Pete, - è

perché ho in testa alcune storie d'amore da proporre

a riviste femminili. -Cosa?

- Si. Ma fin dal principio mi trovo in difficoltà

perché non so quasi niente sull'argomento. E stavo pensando che se tu potessi darmi qualche consiglio valido, non dovrei metterei molto a battere l'intera faccenda a macchina.

- Mi stai prendendo in giro.

1 « Yellow Book»: quindicinale rivista artistico-letteraria pubblicata a Lon- dra nel 1894, con nomi di noti scultori e artisti (Beardsley-Beerbohm -Henry Ja- mes) e non fondata da Oscar Wilde, come spesso viene dato a credere.

- Ti giuro di no. Mai stato cosi serio. Mi farà bene provare anche questo gioco. E perché no? Dai, su. Dimmi di che si tratta?

- Fammi il favore.

-Cosa ti succede? Ci sei stato dentro fino al collo

per anni nei trastulli amorosi.

- È vero, - disse Mark. - L'amore fa girare il

mondo. -Come si sente uno innamorato? Quali sono i suoi sentimenti?

- Senti un po', perché non cerchi di scoprirlo da solo? -Come faccio? Camminarono sotto al ponte della ferrovia. -E va bene,- disse Mark.- Sei stato tu a comin- ciare. Qual è la situazione tra te e Virginia?

- Abbiamo molto in comune.

-Ma non potresti dire che la ami?

- La domanda potrebbe anche essere pertinente,

- disse Pete. - Ma non posso risponderti. -Il sangue scorre? -Che vuoi dire? -Se scorre? -Il sangue? Beh, ti dirò. Non è che lo facciamo molto, ultimamente. -Ah no? Una folla di persone stava uscendo dal Hackney Empire. Attraversarono la strada. -No. Io la vedo cosi. È un'incognita che ho dovu- to risolvere e l'ho risolta- anni fa- e ora non mi ser- ve quasi piu. -Ah no, eh? -No.

- Beh, -disse Mark,- riprovarci non può che far-

ti bene. -No. Penso che questa non sia affatto una ri- sposta. Attraversando il semaforo e andando verso Cam- bridge Heath sentirono un odore di sapone nella strada, acre e insistente. -Dov'è? - annusò Mark. - Dov'è la fabbrica? Dov'è?

- Da qualche parte li, - puntò Pete.

Guardarono oltre la strada e, sotto i muri di un ar-

co impregnati di fuliggine, videro le ciminiere, il ter- reno incolto e i magazzini.

- Certo, potrebbe non esistere affatto. Potrebbe

essere Dio che svuota la sua vasca da bagno. -Esiste, esiste, - disse Pete. - Lasciano entrare quel fetore, giorno e notte, direttamente dentro la fi- nestra della mia stanza da letto. Questo è quanto. Sorridere e sopportare. -Giusto. Alla stazione di Cambridge Heath entrarono in

una caffetteria e si sedettero davanti a due tazze di tè.

- Lo sai cosa?- disse Pete. -Ieri sera ho fatto uno dei miei soliti sogni sulla barca. -Dawero?

- Si,- disse Pete.- Ero su questa barca con Virgi-

nia, sai? Una barca a motore. Stavamo scendendo il

fiume. Abbiamo girato in un'ansa, e li, a cento metri

di fronte a noi, c'era una macchia d'acqua calma, co-

me non si era vista mai. Per cui ho detto a Ginny: an- drà tutto bene quando arriveremo li. Ho accelerato put-put-put e abbiamo proseguito. Poi tutto a un tratto il motore si è inceppato. Avevamo finito la mi- scela. Mi sono girato, era una bella giornata, e c'era

un posto di polizia sulla sponda. Cosi ho detto: ne prenderemo un po' IL Siamo riusciti a scarrocciare fino a un recesso. Poi mi sono girato verso Virginia, e ho detto, aspetta un momento, prima di andare sarà meglio dare un'occhiata ai tuoi cadaveri. Siamo saliti su uno scoglio, e li per terra stavano due esseri picco- lissimi di acciaio, lunghi circa trenta centimetri, av- volti nella carta intestata della società. Morti. Abbia- mo dato una rapida occhiata e li abbiamo rimessi al loro posto. Poi sono andato a prendere le taniche. Sono sceso per le scale e ho aperto il portello del

boccaporto. Nell'angolo, sdraiati contro della tela di iuta, c'erano altri due di quegli esseri, ma stavolta erano negri, stessa taglia, in acciaio, che mi guarda- vano, fisso, vivi. Li ho fissati per qualche minuto, poi ho detto, non pensate di sorprendermi. Sapevo che eravate IL So tutto dall'inizio.

-

Cristo, - disse Mark.

P

ete sorrise e si stuzzicò i denti con un fiammi-

fero.

Tre

-Avrei voglia di ballare stasera. È abbastanza na- turale. Virginia era accovacciata sul sofà. La stanza era immobile. Una lama di sole attraversò il tappeto. Non c'era un rumore. Lei si alzò in piedi. La prospettiva della stanza cambiò, la luce del sole si capovolse. La stanza si as- sestò. La luce del sole si rinnovò. Ma, pensò lei, ap- pena mi alzo in piedi l'equilibrio viene turbato. Ho interrotto il ciclo. Ho violentato le forze naturale e immutabili. Ho invertito il ciclo. Sorrise. Era un concetto, a cui Pete avrebbe certa- mente sorriso, e che avrebbe certamente elaborato. Cosa avrebbe detto? Come avrebbe cominciato? La stanza e il sole, avrebbe detto, erano quello che era- no, cosf, e nient'altro. C'erano molte stanze, ma un unico sole. Una stanza può essere difettosa nel pro- getto e nella costruzione, e può essere criticata da quel punto di vista. Una fenditura nel tetto è un di- fetto. Una stanza idonea è solo e unicamente la di- mostrazione della competenza del suo costruttore. Rimane statica finché la casa non viene demolita, poi, e solo poi, si verifica il processo di cambiamento drastico, difatti, cessa di essere una stanza. Il cam- biamento all'interno della stanza, quando è ancora intatta, è da attribuirsi solo ai muri, al pavimento o al

soffitto. Umido, deforme, o marcio secco. I mobili,

l'arredamento, le suppellettili sono del tutto casuali,

e in alcuni casi, null' altro che un'imposizione a di-

scapito della stanza. Attribuire deviazioni alternati- ve o desideri reali a una stanza è unicamente il pro- getto di una mente malata o delusa o il sintomo di un'euforia esaltata. Criticare il sole era assurdo. Il sole splendeva e la terra gli roteava intorno. Criticar- lo o rivoltarsi contro di esso era altrettanto impossi- bile quanto adorarlo. Al sole non faceva nessuna dif- ferenza. Né valeva la pena di considerare il sole un avversario, né un alleato, né attinente alle nostre azioni come forza partecipe. Non si tratta di una for- za partecipe. Quello di voler attribuire o imporre al sole o a una stanza altri concetti o condizioni, è l'ipo- crisia intellettuale per eccellenza. Puoi gioire del sole

o riparartene. Una stanza può piacerti, oppure no. Stai attenta a dove metti i piedi, Virginia. Lei rise sonoramente. Stai attenta a dove metti i

piedi, Virginia. Guardò di fronte all'angolo della strada dal quale Pete sarebbe sbucato. Era stata dav- vero onesta? Aveva svolto il tema proprio come lo avrebbe fatto lui, aveva esposto il caso in maniera ve- ramente scrupolosa? Era difficile dirlo. Lo conosceva da due anni, ma non era ancora in grado di ricordare, da un giorno all'altro, il suo modo di parlare, senza scetticismo. Era veramente cosi che parlava? Non poté che con- cludere che lo era. Poi, di colpo, le venne in mente che forse il suo scetticismo non era affatto scettici- smo, bensi manifesta apprensione. Se era vero, di che cosa aveva paura? Era stata quella forza e quella persuasione nelle sue parole ad attrarla verso di lui, all'inizio. Si erano conosciuti

una settimana prima in biblioteca, e avevano passato due sere insieme, passeggiando. Quello era stato il primo giorno in cui lui le aveva parlato per telefono. Mio padre è morto. Vediamoci per un tè. Si erano in- contrati in una caffetteria nella Hackney Road. Il po- meriggio era corto e pressante. Appena si sedettero, Pete cominciò a parlare. Lei lo guardava e lo ascolta- va. La polizia pensava, lui le disse, che suo padre si fosse suicidato. Lui invece non lo pensava. Era piu probabile che si fosse ubriacato e avesse lasciato ac- ceso il gas. Pete stava aggiustando il lavello, in cuci- na, c'era qualcosa nel tubo che non funzionava, quando senti sua madre che chiamava. Era nella loro stanza, in piedi davanti al corpo. Suo padre era diste- so sul tappeto e la stanza era piena di gas. Sua madre era andata a chiamare la polizia. Lui era rimasto li, con suo padre. Sei mai stata accanto a un morto? Era morto quanto poteva essere morta la ringhiera del letto, e quello che piu importava era il niente, il nien- te assoluto. Si era sentito vuoto come un vecchio sac- co. Tutto questo parlar di emozioni, cosa voleva di- re? Un mucchio di bolle di sapone soffiate in una carbonaia. Era asciutto come un fastello. Aveva la chiave inglese ancora in mano, avrebbe potuto facil- mente alzarsi e tornare ad aggiustare il lavello. E due piu due cosa fanno? Niente. Era stato per venti mi- nuti assieme al corpo prima che arrivasse la polizia. Suo padre era piu morto di una formica cotta, e per quanto riguardava lui, quell'evento non lo toccava affatto. Pete entrò con un pacco marrone sotto al braccio e lo posò sul tavolo. Strappò la carta per aprirlo e ne tirò fuori un vestito estivo bianco che le diede. Lei si tolse il maglione e la gonna e se lo infilò.

- Stai ferma.

Si girò su se stessa.

- Vai alla finestra.

Camminò fino alla finestra, tenendosi la gonna, si girò, ammirò il suo riflesso allo specchio. -Ti piace? Stai ferma. Il sole ti batte proprio sui fianchi e sul collo. Sei bellissima.

Lqi si sedette e si accese una sigaretta.

- E meraviglioso, - disse lei, sedendosi sul brac- ciolo della sua sedia. - Grazie.

- Ti sta bene.

-Lo terrò per un'occasione speciale.

- No,- disse Pete, -l'estate è la migliore occasio-

ne per quel vestito. Voglio vederti librare nell'aria.

-Nel sole. -Si. È valsa proprio la pena confezionarlo.

- Dove sei stato?

- Sono stato lungo l'Embankement. A veder pas-

sare le barche. Un po' di quiete. Sembra di stare da-

vanti alla gabbia delle scimmie, in quell'ufficio.

-

Le ragazze?

-

Sf.

-

Cosa fanno?

-Non guardo mai. Forse si stuzzicano in un lin- guaggio tutto loro. Non me ne interesso.

- Te lo permettono?

-Non mi si avvicinano. Sanno che le ridurrei in polpette.

- Era caldo oggi?

-Caldo? Ero mummificato. L'aria di mare mi ha fatto bene. È bello vedere galleggiare i rifiuti.

Virginia si avvicinò allo specchio e si guardò. Si girò.

- Pete?

-Si?

- Cosa ne pensi del sole?

- Cosa penso di cosa?

- Cosa ne pensi del sole?

- Cosa vuoi dire, cosa penso del sole?

- No, non fa niente. -No? Cos'è che non fa niente?

Si avvicinò lentamente alla finestra.

- Sta calando.

- Sono rimasta seduta qui, - disse lei.

Lui soffiò un anello di fumo, lo guardò fluttuare e

, -Cosa ne penso del sole, eh? E una domanda in- teressante. -Ti sei divertito a fare il vestito? -Quel vestito? Certo. -E perfetto. -Si. Facevo scacco matto con ogni punto. Mi è venuto cosi. Lo raggiunse alla finestra. -Vuoi che ti faccia una sottoveste? - doman- dò lui.

scomporsi.

- Si. Grazie.

-Va bene. La farò. Guardarono il sole scomparire dietro i comignoli. Lui appoggiò la tempia alla sua, il suo braccio intor- no alla vita. -Mi piaci oggi,- disse lui.

- Per via del vestito? -No. Lui la girò verso di sé e la baciò.

- Dai, beviamo del tè.

-Si. Lui la guardò andare verso l'armadio.

- Si, - disse lui, - stai bene con quel vestito.

- È un capolavoro, - disse lei. -Lo sai cosa?- disse lui, sedendosi,- tu per me in un certo senso sei piu un ragazzo che non una donna. -Cosa vuoi dire?

- No, sei comunque una donna. Ma a me piace il

tuo modo di conservare sempre l'energia mentale. Riesco a imparare molto da questo. Sei un buon compare per me, questo sL Un vero compagno.

- Veramente?

- SL Vedi, Mark, per esempio, non potrebbe mai

capire una cosa del genere. Una donna, per lui, è una sola cosa e nient'altro. Le nostre menti sono feconde assieme, e questa è una cosa per lui inconcepibi-

le. Non sempre, forse, ma per la maggior parte del tempo. Portò le tazze sul tavolo e versò il latte.

- Mark vuole che tutte le sue donne lo chiamino

Signore e che gli facciano il saluto tre volte al giorno.

E non si degna nemmeno di alzare il cappello a quel

saluto. Un'altra cosa che mi inquieta è che è un egoi- sta nei suoi rapporti con le donne: soddisfatto lui, il resto non conta.

- Il tè è pronto.

Si sedettero al tavolo e lei affettò del pane.

-Non puoi mettere una donna in un comparti-

mento stagno e aprire il portello solo quando le luci

si spengono,- disse Pete.- Una donna ha capacità

anche in altre sfere. -Ma ti sta simpatico, no? -Simpatico? Certo che mi è simpatico. Affettò un pomodoro e rovesciò del sale nel suo piatto.

un grande ascoltatore,- disse Virginia.

un tenace. Ecco cos'è. Stava cercando di con- vincermi, l'altro giorno, che la risposta a tutti i miei problemi era di andare a letto un po' piu spesso con te.

- Mark?

-SL -Ma come fa a saperlo? Voglio dire, come fa a sa- perne qualcosa? Di noi? -Non lo so. Forse gliene ho accennato io.

- Vuoi dire che gli hai detto che non facciamo l'a-

more spesso? - SL -Ah. -Perché? Ti dà fastidio? -No. -Non direi che è una cosa di cui vergognarsi. -Si, ma allora perché non stendiamo una dichia- razione congiunta e gliela mandiamo? -Non ce n'è bisogno,- disse Pete. Lui versò il tè.

- Per chiarirgli le idee.

- Non credo che sia turbato piu di tanto dai nostri problemi.

- Forse lo è invece, -disse lei. -Potrebbe esserne molto preoccupato. Certo, potrei anche mandargli

una lettera di fuoco, dicendogli di impicciarsi dei fattacci suoi.

- Ehi, - disse Pete, - aspetta un momento.

-Credi che ci occorrono davvero, questi suoi sug- gerimenti tecnici? -Aspetta un momento. Primo, tu stai parlando di un mio amico. Secondo, quello che ha detto tu lo senti dire fuori dal contesto originale, e terzo, se vo-

gliamo dawero affrontare l'argomento, potrebbe anche esserci un briciolo di verità in tutto questo.

-Ah?

- Si,- disse Pete, -ma bisogna saperle valutare le briciole di verità perché variano da caso a caso. Non si può fare d'ogni erba un fascio, specie in un caso come questo. Non trovi? In fondo una scopata è una scopata, ma non può riempire un vuoto. Il contesto è concreto.

- Anche una scopata lo è.

- Questo non c'entra, - disse Pete.

Quattro

Li c'è il tavolo. Quello è un tavolo. Li c'è la sedia. Li c'è il tavolo. Quella è una fruttiera. Lf c'è una to- vaglia. Lf ci sono le tende. Non c'è vento. Lf c'è il portacarbone. Non c'è nessuna donna in questa stanza. Questa è una stanza. C'è la carta da parato sui muri. Ci sono sei muri. Otto muri. Un ottagono. Questa stanza è un ottagono, senza nessuna donna e con un gatto. Lf c'è il gatto sul tappeto. Sopra al ca- minetto c'è uno specchio. Ho i piedi nelle scarpe. Non c'è vento. Questo è un viaggio e un'imboscata. Questo è il centro del freddo, uno stop al viaggio, e niente imboscata. Questa è l'erba alta in cui mina- scondo. Questa è la fitta boscaglia al centro della notte e del mattino. Lf c'è la lampadina da cento volt a mo' di pugnale. Non è né notte né mattino. Questa stanza si muove. Questa stanza si sta muo- vendo. Si è mossa. Ha raggiunto un punto fermo. Non ci sono imboscate. Non c'è nemico. Non ci so- no ragnatele. Tutto è chiaro e completo, non in un recinto e non serve da recinto, non viene mossa, né si sta muovendo, non ha nulla da nascondere, è priva di trucchi. Sarebbe buio, H dove vi sono i giardini. Queste sono le mie provviste. Queste sono le mie ra- dici. Forse verrà un mattino. Se verrà un mattino non distruggerà né le mie radici né il mio lusso. Ci sono le impronte dei miei passi sui muri, protesi ver-

so la loro meta. Un ritrovo per oggetti vari, ognuno

al

suo posto. Nulla si intromette nella notte, sia che

ci

sia buio e sia che ci sia luce. Io ho la mia cella. Io ho

il mio scompartimento. Tutto è in ordine, tutto al suo posto, non è stato commesso errore. Sono inca- strato. Non vi è nascondiglio. Non è né notte né mat- tino. Non vi sono imboscate, solo questa condizio-

ne, tra due sconosciuti, qui ci sono le mie radici, qui

la mia sistemazione, quando sono in casa, quando

sono solo, non dovendo riordinare, io ho i miei allea-

ti,

i miei oggetti, ho il mio gatto, ho il mio tappeto; ho

il

mio spazio, questo è un regno, non ci sono tradi-

menti, non c'è fiducia, non c'è viaggio, non c'è nes-

suno che tenta di scavarmi dentro. C'è qualcuno che mi scava dentro.

Il campanello ruppe la stanza. Len si alzò. Spinse da parte i libri che stavano sul tavolo, alzò la tovaglia, scostò il gatto, e rimase immobile. Entrò con le mani nelle fenditure del divano, alzò i cuscini, controllò dal davanzale, tirò le tende e rimase immobile. Il campanello suonò. Ispezionò la base del caminetto,

si inginocchiò per esaminarne il parafuoco, si inoltrò

a quattro zampe sotto al tavolo e trovò il pavimento nudo. Si alzò e rimase immobile. Il campanello suo- nò. Si avvicinò alla credenza e svuotò un vassoio pie- no di lettere, prese una tazza dal suo piattino e rab- brividendo si guardò i piedi. Il suo occhio colse un riflesso, il suo mento si ritirò ancora di piu. Nella ta- sca superiore della giacca c'erano gli occhiali. Se li infilò, sali le scale e andò alla porta d'ingresso e la apri.

-Cosa stavi facendo?- chiese Mark,- una danza

di guerra? Vedevo la tua ombra saltare su e giu.

-Come facevi a vedere la mia ombra? -Attraverso la buca delle lettere. Nella strada la pioggia si infiltrava nel buio. -Che ora hai detto che è?- chiese Len.

- J?eh,- disse Mark,- a dir la verità è un po' tardi.

- E meglio che entri.

Entrato nella stanza Mark si tolse l'impermeabile e si lasciò cadere pesantemente nella poltrona, siste-

mando i cuscini. -Cos'è questo? Un completo? E il tuo garofano dov'è?

- Cosa ne pensi? - chiese Mark.

Len tastò i risvolti, apri la giacca e vi guardò dentro. -Non è uno straccio,- disse lui. -Ha la chiusura lampo sui fianchi.

-Una chiusura lampo sui fianchi? Per cosa?

- Invece di una fibbia. È giusto. -Giusto? Dovrei dirlo io.

- Senza risvolti.

-Lo vedo. Perché non ha i risvolti? - È piu elegante senza i risvolti.

- Certo che è piu elegante senza i risvolti.

- Non lo volevo a doppio petto.

-A doppio petto? Ma certo che non avresti potu- to averlo a doppio petto.

- Cosa ne pensi della stoffa?

- La stoffa. Che stoffa. Che stoffa. Che stoffa. Che stoffa. Che stoffa. -Ti piace la stoffa? -CHE STOFFA!

- Che ne pensi del taglio?

- Che ne penso del taglio? Il taglio? Che taglio! Che taglio! Non ho mai visto un taglio cosi!

Si sedette e brontolò. -Lo sai dove sono stato appena adesso?- disse Mark. -Dove?

non

c'entra. -Cos'ha Earls Court che non va? - È un obitorio senza cadaveri. Sbadigliando, Len si tolse gli occhiali e si strofinò gli occhi con le nocche. Mark si accese una sigaretta e camminò per la stanza, misurandola con il braccio

steso. -Cosa stai facendo? Un rito propiziatorio? -Esatto. Trovò un portacenere e si sedette. -Come hai fatto a tornare? Con l'autobus not- turno? -Certo. -Quale?

- Earls Court.

- Oooooh!

Cosa ci facevi

li?

Anche

se

- Il 297 diretto a Fleet Street. E il 296 da li.

Len si alzò per far uscire il gatto dalla porta di die-

tro. Dette un'occhiata fuori e richiuse subito la porta. -Posso portarti da Notting Hill a qui in un'ora spaccata, - disse.

- Mi puoi portare?

- È semplice. Perfetto. A qualsiasi ora della notte.

Diciamo che sei a Notting Hill Gate all'r e 52, no, è Shepherds Bush quello dell're 52, diciamo che sei a Notting Hill Gate all're 56 o 57, puoi prendere il289 che arriva a Marble Arch alle 2 e 05, o 6, circa, intor- no alle 2 e o6 piu o meno, e in men che non si dica puoi prendere il 291 o il 294, che viene da Edgware

Road e arriva a Marble Arch alle 2 e 07 circa. Cosa avevo detto? Giusto. È quello. Puoi prendere quello

fino a Aldwych, arriva verso le 2 e 15 o I4 e alle 2 e r6 prendi il 296 proveniente da Waterloo, che ti porta fino a Hackney. E se sono passate le tre puoi fare lo stesso giro con lo sconto operai.

- Grazie infinite, - disse Mark. - Cosa ci fai a

Notting Hill Gate?

- Notting Hill Gate? Lo dicevo per te. Io non va-

do mai nemmeno vicino a Notting Hill Gate.

- Ti ho appena detto che ero a Earls Court.

- Ah! -disse Len. -N on mi nominare quel posto!

Mark si grattò l'inguine e si stirò le gambe.

- Cosa stavi facendo, - gli domandò, - quando

bussavo alla tua porta? -Facendo? Pensando. -Cosa?

- Niente. Non pensavo a niente. A questa stanza.

Niente. Il pensiero e il pensare sono una perdita di tempo.

- Cos'ha questa stanza?

-Cos'ha? Non esiste! Quello che non capisci, ve- di, è che mi stanno ricattando. E se qualcuno non pa- ga in fretta sono morto e stecchito.

- Chiedono molto?

-Non vogliono soldi. Non vogliono soldi, non ne vogliono sapere. Chiedono qualcosa che nessuno è disposto a dare. E io stesso non posso darglielo, per- ché non ce l'ho. Ma non importa. Che importanza ha? C'è un tempo e un posto per tutto. Queste cose

andrebbero affrontate. -Non hai mai detto niente di piu vero. -Cosa? Che vuoi dire con questo?

- Che c'è un tempo e un posto per tutto. Queste cose andrebbero affrontate. -Mai dicesti niente di piu vero. Mark tossi brevemente e sputò nella grata.

- Ho notato che il burro sta salendo, - disse

Mark, pulendosi la bocca. -Sono pronto a crederci, ma questo non rispon-

de alla mia domanda. -Qual era? -Che cosa fai qui? Che cosa vuoi, qui?

- Ho pensato che mi avresti offerto una fetta di

pane con miele. Len si awicinò alla finestra e raddrizzò una tenda. -Vedi, tu sai di aver paura.

- Ah sf? - disse Mark. - E di che?

-Hai paura che io in qualsiasi momento possa in- filarti del carbone ardente in bocca. Sf. Ma quando viene il momento, vedi, quello che dovrei fare è infi- larmelo in bocca io. -E perché? -Perché? Dovrebbe essere owio. Potrebbe dir- telo Pete. Non sbaglierebbe di molto. -Credi? -Non sbaglierebbe di molto,- disse Len seden- dosi sul tavolo. - Ma voglio dirti qualcosa sul tuo conto. Vedi, io so come fanno a stare in piedi le cose nel nulla. Io conosco il nulla. L'aria morta e desolata. Ma per Pete, anche il nulla ha qualcosa di positivo. Il nulla di Pete si nutre, è vorace, è un'erba cattiva. Ma, non lo vedi, si difende, ci si aggrappa fino alla morte. Lui è un lottatore. Il mio nulla se ne infischia di com- portarsi cosi. Si lecca le zampe mentre io awizzisco. E una vera nullità, una paralisi. Non vi è conflitto né

lotta. Sono io. Io sono il mio nulla. È l'unica cosa che

mi rallegra.

- Bazzecole, - disse Mark.

- Perché dici cosi?

- Piscio di gatto.

- Va bene, va bene. Se credi a questo, ti farò un'altra domanda.

-Dai. -Cos'hai contro Gesti Cristo?

- Che domanda diretta.

- E perché no?

- In che ditta lavora?

- In proprio.

-Ah già,- disse Mark,- fa il bookmaker in un ci-

nodromo.

- Che faccia il bookmaker è sicuro. -Esattamente,- disse Mark.- Perché? Ti ha dato qualche buona dritta ultimamente?

- Si, alcune ottime dritte, te lo garantisco - disse Len, e alzò le spalle.

- Beh, suppongo che tutti hanno i loro punti de-

boli.

Cominciò a camminare a grandi passi per la stan-

za, stringendo e allargando il pugno.

- A proposito ho sentito dire che le vostre tariffe rmcareranno. Len si fermò sui suoi passi e si girò. -Rincarare? Chi te lo ha detto?

- Spero che non si voglia forzare troppo il bi- lancio. Mark si sedette di fronte a Len, davanti al cami- netto, e sorrise.

- Mi aspettavo che me lo chiedessi, - disse.

-Dammi un'idea delle tariffe. Potrei anche deci-

dere di andare a piedi pur di risparmiare qualche .

pennsy.

enti un po , , ammetto c e 1m1e1 prezz1 stanno

salendo, ma se tu pensi di non essere in grado di pa- garli posso vedere di farti sedere vicino al conducen- te o nel bagagliaio. Ma, se devo proprio essere since- ro, preferirei che tu pagassi la tariffa intera. Cosa preferiresti? Ma come hai fatto a sapere che le tariffe rincaravano?

h

.

.

.

.

-

- Me lo ha detto Pete. -Naturalmente. -Perché? Ci ha investito dei soldi?

- In un certo senso, penso di si, ma questo è apre- scindere. Non vedo come riuscirò mai a ottenere la tariffa intera da te, neanche lontanamente. Ma devi capire che io sono soggetto ai mutamenti del bilan- cio. Se il mercato crolla o sale, cosa posso farci io? Guarda, Mark, che è la verità. Il mio ispettore è na- scosto dietro un grosso libro, in questo momento. Non lo nego. È proprio li, dietro alla radio. Mark si girò e si guardò dietro le spalle. -Un libro nero?

-Si.

-Un libro nero, grosso?

-Si.

- Mi sembra familiare.

-Ah.

-Ci sono molte pagine in quel libro. -Si. È nascosto là, ma ho l'intenzione di guardar- ci dentro, ne puoi star certo. Voglio dargli una sbir- ciata, almeno quella.

- E che male c'è? - disse Mark.

-Niente. Non c'è niente di male. Poi ti farò cono- scere il risultato delle mie indagini.

-Va bene.

- Però, Mark mi fai un favore, la smetti di sputare. Non è obbligatorio sputare. So che è un tuo Droit ', ma anch'io ho il mio. Puoi non tenere a nulla, ma alle buone maniere ci devi tenere. Tutto ciò che ti chiedo è: cerca di moderarti. -Aspetta un attimo. Chi è che alza le tariffe, tu o io? -Ora ti spiego,- disse Len.- Uno dei miei pro- blemi è che tendo a considerare i riflessi del castello e quelli della luna cose reali. I miei antenati mi indica- no quali sono i veri obbiettivi e io ho rispetto per l'età. Ma debbo essere io a scoprirli, per convincermi del tutto. Devo imparare a distinguere da solo la realtà dalla finzione. Cos'ho da perdere? Certo, tu hai il tuo Droit, ma se mi lasci il mio, potrai tenerti il tuo. -Che ne dici? -Non lo escludo. -E di Pete che ne dici? Anche lui ha il suo Droit?

- Pete avrà il suo Droit, - disse Len, - quando noi saremo morti e sepolti. Che ti piaccia o no. Mark si accese una sigaretta e soffiò sul fiammi- fero.

- Senti, Len, - disse, - tutto quello che devi fare è appendere un cartello con scritto: Vietato Sputare. Chi potrà obiettare? Le tariffe sono già abbastanza alte. Non potrei permettermi di pagare anche una multa.

- Sf, è una buona idea. Lo farò. Ma se poi succede che ti fai scappare uno sputo e non hai i soldi per la multa, io sarò responsabile delle conseguenze. -Non succederà.

' In francese nel testo. Droit nel senso di Diritto.

- Ma non ti rendi conto! Non ti rendi conto che sono obbligato ad alzare le mie stesse tariffe e viag- giare nel sedile anteriore per non essere costretto a viaggiare nel mio stesso bagagliaio. E poi, comun- que, da li non ci vedrei e io devo tener d'occhio la strada. Ci sarà molto spazio per me perché quasi nes- suno si potrà permettere di pagare quelle tariffe. E in quel caso potrò fare l'itinerario che voglio ed evitare gli ingorghi di traffico. Farò proprio cosi.

Cinque

Pete guardò, al di sopra del corpo di Virginia, ver- so le ombre gibbose della stanza, e poi, dopo averle raccolto i capelli, glieli riadagiò sul cuscino. Lei lo attirò verso di sé. Lui posò la testa sul seno. Una leggera brezza, che proveniva dalla finestra aperta, alitava sopra di loro. Lei guardò i muri pro- prio al di sopra della testa di Pete. Non riusciva a di- stinguerne i confini. Le sembravano vicini e lontani allo stesso tempo. Fissò il soffitto screpolato. L'alo- ne pallido dell'ombra pendente, dapprima visibile, ora svaniva a vista d'occhio e si trasformava da figura in sagoma, amalgamandosi con le gibbosità del sof- fitto. Impressa su di un muro, una macchia oblunga che sembrava un'inferriata, si infiltrava dalla fine-

stra. Il buio faceva risaltare i loro corpi, gravava, e si dissolveva nel ritrarsi, sotto il suo sguardo fisso.

- Sono riuscita a cancellare il buio dalla faccia della terra.

Pete allungò le braccia intorno alla gamba di una sedia e incrociò le dita.

- Come hai fatto?

- No, è buio, - disse lei. - Ancora piu buio da

quanpo ti sei mosso. -E il caldo. Se non avessimo tanto caldo, non sa- rebbe cosi buio. -D'estate,- disse Virginia,- il giorno non diven-

ta mai notte. Il giorno è giorno. D'inverno, la notte è parte del giorno.

- Non credo, - disse Pete, - d'essere d'accordo con te. Sbadigliò e si stirò, pigiando il piede sul para- fuoco. -Ora è buio, comunque. Piu buio perché noi sia- mo cosi bianchi, - disse lei.

-Si.

Lui, voltandola sui cuscini, la attirò a sé per ba- ciarla, e fissò il suo viso. -Tu non chiudi gli occhi. -No, - disse lei. -Perché no?

- Perché voglio vederti. -E perché?

- Perché ti amo. -Si,- disse Pete.- Anch'io ti amo. La luna aveva raggiunto il centro della finestra. I suoi raggi si riflettevano su di loro attraverso le asti- celle di una sedia. -Senti. Tu non credi che io ti ami? -E tu? -Ci credi? -No. -Ti sbagli, - disse Pete. - Io ti amo. Raggiunse la sedia e sfilò due sigarette dalla sua giacca, le accese e ne mise una tra le labbra di Vir- gmta.

- In un certo senso sono poco sveglio, io.

Lasciò che il fumo si accumulasse per poi sparpa- gliarlo con un soffio.

- Ma sto diventando meno ottuso. -Ottuso?

- Credo che sto imparando ad amarti.

-E come? -Forse sei tu che mi insegni, chi altro potrebbe? -Io?

- E chi altro?

Si alzò a sedere e si girò per guardarlo.

- L'altro giorno mi hai detto che per te ero come

un ragazzo. -Ho detto: in un certo senso. -Ma -Ho pensato molto. -A cosa?

- Ho molto riflettuto.

Lasciò cadere la testa sul cuscino che si trovava accanto al fianco di Virginia, allungando le gambe verso il caminetto, lei, seguendo i suoi movimenti, abbassò gli occhi. Chinandosi lo baciò e poi si allon- tanò per sedersi. Lui la riattirò a sé e premette le lab- bra sulla sua spalla. I capelli di Virginia lambirono il viso di lui. Lui le baciò il seno. Lei fissò la finestra. La luce riverberava. Lei si girò su un fianco e gli cadde addosso. Pete la abbracciava, si baciarono rotolando via dai cuscini. Le sue cosce erano awinte a quelle di lei. Erano immobili, la parte scura, del sottotavolo, era sospesa sopra di loro, le rpani di Virginia gli cin- gevano la vita: Lei faceva scivolare le mani lungo il corpo di lui. Pete si liberò da quell'abbraccio e si se- dette. -Si, sei molto bella. Tornarono sui cuscini e si sedettero uno di fronte all'altro. -Cosa stavo dicendo? -lui sorrise. -Stavi pensando.

-Si.

-Avevi pensato. Pete raccolse la sigaretta di Virginia dal caminetto

e gliela passò. -A volte, può succedere che si vada oltre il pro- prio pensiero, - disse lui, - e cosi ci si trova, senza rendersene conto, a restare indietro rispetto al pro- prio tempo. Tutto questo, e me ne accorgo solo ora,

mi stava succedendo da un po', senza che io ne fossi

sufficientemente consapevole. O, forse, non avevo

voglia di ammetterlo. Sto imparando ad amarti da

un po' di tempo a questa parte.

Virginia non parlava. E lui lo buio della stanza.

si sdraiò e fissò l' ango-

- Ne sei sicuro?

-No. Ma voglio esserlo. E voglio che tu mi aiuti a

dimostrartelo. -Si.

- Possiamo farcela, ne sono sicuro.

-Non si sente volare una mosca,- disse Virginia.

-Ehi. -Si?

- Resto qui stanotte. -Sul serio? -Si.

-Non riesco a ricordare l'ultima volta che è suc- cesso. -Beh,- disse lui, -lo vedi?

- lo sono qui, tu sei qui. Vuoi ballare con me? -Come? Ora? -Si. -Non subito, eh?- disse Pete. -Va bene. -Beviamo un po' di vino.

Si alzò, andò verso il tavolo e versò due bicchieri

di

vino rosso.

-

Sei molto magra, molto sottile. -Evviva!

-

La luna ti segue dappertutto.

-No, sono io che le sto tra i piedi. un tuo diritto. -Già, perché no? Guardò fuori, in piedi davanti alla finestra. -Non c'è un filo di vento.

-

Len mi ha detto la stessa cosa una volta, - dis-

se

lei. -Cosa?

- Mi ha guardato e mi ha detto, non c'è un filo di

vento.

- Ah sf? - disse Pete. - Lo vedrò domani sera. Alzò la testa e guardò il cielo.

-Tutto tace lassu.

- Che tono solenne, - disse lei.

-Cosa? -Quando hai detto: vedrò Len domani sera. -Perché? Si sedette accanto a lei. -Che cosa siamo io e te? Una cosa non siamo si- curamente, l'esempio di due amanti meccanicamen-

te appassionati.

-No. Quello proprio no. -Giusto. Tu rappresenti per me molto di piu. Di- fatti tu non hai bisogno di b~rdarticon addobbi pro- vocatori o cose del genere. E del tutto inutile. La tua

seduzione è di un altro genere, un genere piu natura- le. La tua bellezza è di un altro tipo. -Davvero?

- SL Esiste malgrado te e malgrado tutti. Non hai

bisogno di ricorrere a titillamenti come fanno le al- tre. Non è nella tua natura. La tua natura è quella di essere una discepola delle dee. Mi segui? Pete svuotò la bottiglia nei bicchieri. Virginia si infilò a letto.

- Ti ho mai raccontato qual era il mio spauracchio

quando me la sbattevo in giro con Mark? Quando ancora facevo parte del clan dei ragazzi?- disse Pe- te.- Le donne in guepière. È un po' meno difficile che fare l'amore su una lettiga. Mi ricordo che una volta a una di quelle saltò una giarrettiera. Eravamo

seduti su una lapide del cimitero di Hackney. Mi ero incastrato tra il fermaglio e il resto dell'ordigno. Per poco non rischiavo la strozzatura del pene. Era un'infermiera quella. Diplomata. Mi pizzicava di continuo la pelle per dimostrarmi come mi avrebbe trattato da cadavere. Divertente, ma è un gioco da scemt.

- Stavate sempre assieme tu e Mark, allora?

- Sf, lavoravamo a turni. Lavoro. Si lavora doma-

ni,- disse lui, sbadigliando.- Lo sai che nelle canti-

ne della ditta c'è tanta cacciagione da far affondare una nave? -E a che serve?

- Per i direttori e le loro mogli. Entrò nel letto e la prese tra le braccia. -Mi fa molto bene tutto questo,- disse lei. -Anche a me. -Non è giusto che una maestra dorma sempre da sola. La campana di una chiesa batté le due.

- I tuoi occhi sono molto luminosi, - disse lei.

- Io non ho mai visto i tuoi cosf grandi.

- I miei si dilatano di notte.

Con un dito le percorse l'arco dei sopraccigli, le palpebre e le guance. -Chissà se sognerò stanotte. -No,- mormorò lei, con gli occhi chiusi,- non sogneremo. -Guarda la luna,- disse Pete. Sporgendosi in avanti guardarono fuori dalla fi- nestra.

-

Sf.

La luna brillante spiccava incorniciata dalle vena- ture e dalle fenditure delle nuvole.

Sei

-Fai quello che vuoi, ma non svegliare quel gatto.

- Ma fammi la cortesia.

- Tu non capisci. Oggi stavo suonandogli Bach.

Stavo provando una sonata per solo violino. Capi- sci? E secondo lui, ora si merita un dovuto riposo. Con questo non è che io mi ostini a capire il suo pun- to di vista. Anche se mi sento molto piu vicino a quel gatto di quanto tu non possa supporre. Abbiamo molto in comune.

- O dio, o dio, - disse Pete. Len girò la chiave nella porta. Attraversarono il salotto. Il gatto, che era sdraiato in poltrona, aprf gli

occhi. sveglio. -Non si addormenterà mai piu,- disse Pete se- dendosi.- Bach potrà essere la tua apoteosi, ma è si- curamente la rovina di quel gatto.

- Questa non l'ho capita, - disse Len.

Spinse leggermente il gatto che cadde giu dalla se- dia in terra con un tonfo e fissò Pete agitando la coda.

- Forse tu non capisci il suo modo di essere, ma

lui capisce benissimo il mio. -Vuoi dire dal suo punto di vista?

-

Sf.

-E qual è?

-Disprezzo,- disse Pete,- sfida. Poco riguardo,

oltraggio a tutto ciò che s'addice al grande Architet- to, come lo stimo! molto triste tutto ciò, Dio mio.

- Guarda che qualunque uomo di buon senso si lascerebbe intrappolare da un gatto che è matemati- co e musicologo e che si proclama, in questi due campi, quale re del pollaio. -Hai detto intrappolare o diffidare?

- Ho detto intrappolare.

- Pensavo avessi detto diffidare.

Il gatto si sistemò sul tappeto e si leccò le zampe.

- Ha smesso di fare il gatto.

- Quel gatto non è piu il gatto che era una volta, -

disse Pete. - Guardalo. È diventato una semicroma. -Non puoi attribuire tutto a Bach.

- E perché no? Dirige questa casa con una bac-

chetta di ferro. Len scosse la testa e tirò le tende, poi sempre scuotendo la testa si sedette sul tavolo, tirando un sospiro a denti stretti. Abbassò gli occhiali sul naso e fissò la stanza al di sopra delle lenti, poi arricciando il naso li rimise a posto. -Cosa? - esclamò, strappandosi gli occhiali dal naso.- Cos'hai detto? Eh? Bach? Bach? Cosa c'en- tra Bach? Pete si appoggiò allo schienale della poltrona. -Dimmi un po' una cosa. Chi era Bach? -Chi era? Non puoi farmi una domanda del genere. -Cosa puoi dirmi su di lui? -Sei pazzo.

- Senti, - disse Pete, piegandosi in avanti, - abbi

un po' di buon senso. Devi pur saperne qualcosa, dopo tutta questa tiritera. Dimmi cosa combinava. -No,- disse Le!J.- Chiedilo a qualcun altro. lo non posso aiutarti. E fuori discussione. Io non posso parlare di lui. -Ah no? Len alzò le spalle e apri l'armadio. Prese una bot- tiglia di vino da uno scaffale, la stappò e la annusò, poi la mise sul tavolo con due bicchieri. Guardò la bottiglia di traverso, la prese e lesse l'etichetta. Poi la passò a Pete. Pete la annusò a sua volta e gliela ripas- sò. Len alzò gli occhiali e trattenne il fiato per annu- sarla di nuovo. Versò il vino, avvicinò il bicchiere al naso, vi guardò dentro e bevve un piccolo sorso. Camminò per la stanza trattenendo il vino in bocca, girando gli occhi e sbattendo le palpebre. Poi co- minciò a fare dei gargarismi.

- Bach, - disse risputando il vino nel bicchiere, -

è semplice. La questione con Bach

con Bach Alzò la bottiglia, corrugò la fronte e la rimise nel- l'armadio richiudendolo.

- La questione con Bach è che- dammi una chan-

ce- è che

Si sedette sul tavolo per rialzarsi di scatto, affer- rando anche il bicchiere e strofinandosi il didietro dei pantaloni bagnati di vino.

la questione

-Ohi! Ohi! Ohi!

- Prendi uno straccio.

-Ohi!

- Girati, - disse Pete. - Non si vede niente.

- Sono completamente bagnato.

- Stavi parlando di Bach. Len si sbottonò i pantaloni e se li tolse, li prese per

le gambe e li sbatté con violenza. Poi li esaminò e se li rinfilò riabbottonandoseli. -Trenta nove e sei pences, cinque anni fa.

- Perché non ti metti anche a testa in giu, giacché

ci sei?- disse Pete. -Allora cosa dicevi, Cristo, di questo cazzo di Bach?

- Bach? È semplice. La cosa fondamentale di

Bach è che lui considerava che la sua musica non provenisse da lui, ma tramite lui. Dal «do», via Bach, al «mi». Non c'è bisogno di dire altro. Si sedette sulla poltrona e si appoggiò allo schie-

nale.

- Prendi Beethoven.

- Che vuoi dire?

-Che vuoi dire?! -disse Len.- Beethoven è sem- pre Beethoven. Bach invece è come il caldo o il fred- do o l'acqua o il fuoco. È Bach, ma non è Bach. Non c''e paragone. -Aspetta un attimo.

Senti un po',- disse Len tastando lo straccio che aveva sotto al sedere,- quando ascolto la musica di Bach so cos'è la riconoscenza. Non la riconoscenza per il fatto che sto ascoltando Bach. La riconoscenza tout-court. Non c'è pelle, non c'è legno, non c'è car- ne, non Cl sono ossa, non c e orgasmo, non c e ricu- pero. Non c'è vita, ma non c'è neanche morte. Non c'è azione. La consapevolezza è lasciata ai quattro venti, o magari ai quaranta, dipende da chi sei. -Veramente? incontestabile. Ora è qui. E non c'entra. C'en- trerebbe se Bach fosse qualcun altro. Allora potresti dire: Sf, lo sto proprio ascoltando, io. Ma Bach non vuole saperne di te. Perciò si tratta di un atteggia- mento del tutto inutile. Inutile.

-

.

,'

,

.

-

Sf.

-

Bach è il compositore dei deboli. Ma anche dei

forti, per questo è terribile per i molti che non sono né forti né deboli.

- Whoah!

- Bach, - disse Len, alzandosi e camminando ver-

so il muro, -non c'entra né con l'omicidio, né con la

natura, né col massacro, né col terremoto, né con le epidemie, né con le rivoluzioni, né con la carestia o altro. Non è coinvolto con le grandi cose, come tale. C'è sempre posto per lui. Puoi crederci o meno, puoi mettertelo nel taschino didietro. Puoi mettertelo nel taschino didietro. Ma se te lo metti nel taschino di- dietro, non metti Lui nel taschino didietro, questo devi capirlo.

-Uh.

- Mi dicono Pete, - disse Len sedendosi sul tavo-

lo, - che una donna calda e generosa può rendere tutto il resto pallido e insignificante. Non c'è dub-

bio. Anche Shakespeare può diventare un cumulo di parole ben scelte. Ma Bach, per me, non potrà mai diventare un cumulo di note ben scelte. Forse per- ché io non mi fido di nessuno. Posso capire, o alme- no credo di capire, quando tutto quello che è mio, diviene anche proprietà di una donna e allora tutto il resto non conta piu. Ma l'ultima carta da giocare è proprio la sua, per il momento. -Capisco. -Vedi,- disse Len alzandosi,- uno dei punti pu- ramente tecnici di Bach consiste nella sua insistenza e nella sua esuberante giustificazione per quella stes- sa insistenza. Bu bu bu bu bu bu bu bu bu bu bu bu

bu bu bu bu bu bu bu bu bu bu bu bu

lellalala !alala bu bu bu eccetera. Puoi inserirti nel

bu tllellellel-

tillellella, ma puoi inserirti ancora piu facilmente nei suoi bu bu precedenti. Non ci sono problemi. Que- sto è quanto ho da dire su Bach. Ecco fatto. Non avresti dovuto chiedermelo.

- Insomma, - disse Pete. - Qualcosa mi hai inse-

gnato. Rimasero in piedi sul tappeto, con le mani in tasca. -Che ne dici di una tazza di cacao? -Cacao?

- Sf, - disse Pete, - facciamo un brindisi. -Va bene. Va bene. Non ho nulla in contrario. Lasciarono la stanza e andarono giu nel tinello, se- guiti dal gatto. Dalla finestra del seminterrato la luna risplendeva di sbieco sulle stoviglie appese. Len ac- cese la luce e mise il bollitore sul fuoco. Tirò fuori un barattolo di cacao.

- Sf, c'è del vero in quel che dici. -Non è possibile. -Il mio viso è un teschio,- disse Pete, guardan- dosi nello specchio sfaldato appeso sopra al lavello.

- Hai ragione. -Lo sai che l'altro giorno una vicina mi ha ferma- to e mi ha detto che ero l'uomo piu bello che aveva mai visto in vita sua.

- E tu cosa gli hai detto?

- Cosa potevo dire? -Ho dei bagels ',-disse Len. Pete si sedette al tavolo e ne accarezzò la super- ficie.

1 In Yiddish nel testo, bagel. Una ciambella composta di farina bianca, assai rara in quel periodo, e di chiara d'uovo. Una prelibatezza del popolo ebraico po- vero d'Europa, simbolo, perché rotonda, del ciclo della vita, perciò servita do- po le cerimonie funerarie. È considerata una speciale «delicatezza>> culinaria e anche simbolo di buon augurio.

-Questo è un tavolo molto solido.

- Ti ho detto che ho dei bagels.

-No, grazie. Da quanto tempo hai questo ta-

volo?

- È un retaggio di famiglia.

- Sf,- disse Pete, appoggiandosi all'indietro,- mi piacerebbe avere un buon tavolo, e una buona sedia. Roba solida. Fatti a mano. Li metterei in una barca. In una casa galleggiante. Ci si potrebbe sedere nella cabina e guardare l'acqua. -Chi starebbe al timone? -Si potrebbe ormeggiare. Ormeggiarla. Non c'è amma viva.

- Dove andresti?

-Andare?- disse Pete.- Non andrei da nessuna

parte.

-Tieni il tuo cacao. Ne bevvero un sorso.

- Come sta Mark?

-Benissimo-. Len alzò le spalle. -Che racconta di sé?

- Ieri sera ha detto che non avrebbe piu sputato.

- Sono contento di sentirtelo dire.

- E io sono contento di poterlo dire.

- Cosa avrà da sputare tutto il tempo?

- Beh, gli piace farsi una bella sputata ogni tanto.

- Sf, ma su cosa sputa, o non sputa, in questo mo- mento, - chiese Pete.

- Sul mio Maestro.

-Chi? -Cristo. Gesu Cristo. -Cosa?- disse Pete, rizzandosi,- non penserà di farsi una scatarrata su Gesu Cristo?

-Non esattamente. Ma non può farne a meno, a volte. Suppongo.

- Cosa stai farfugliando?

- Beh, - disse Len, - glielo hai detto tu che stavo dando un'occhiata al Nuovo Testamento.

- Ah. Dunque sputa su quello, eh?

- Te l'ho appena detto, mi ha assicurato che non lo avrebbe piu fatto.

- Molto generoso da parte sua.

-Forse lui può permetterselo. Non si può mai

dire. Pete sprofondò le mani in tasca e rise.

- Parli a vanvera. Permettersi di sputare su Gesu Cristo? Mi fai torcere le budella. Ma vai avanti, la co- sa mi interessa. Perché pensi che abbia il diritto di sputare? -Non mi scocciare.

- Ma se ti lascio tutta la libertà che vuoi. Dài, su.

- E va bene. Credo che una risposta ce l'abbia, ec- co tutto. E se non ce l'ha, sono propenso a credere che ce l'abbia e anche se non penso che ce l'abbia

o che ce la potrebbe avere, c'è sempre la possibili- , tà che potrebbe· averla uno che si chiama come lui. -Uno che si chiama come lui?! Hai fatto scappa-

re il gatto sotto al tavolo. È cosi che parli al tuo gatto ogni sera?

- E va bene. Se hai qualcosa da dire. Perché non

la dici? -No,- disse Pete. Prese la tazza e la fini.

- No, - sorrise. - Non ho niente da dire.

- Sul serio? - Len aggrottò la fronte.

Guardò in alto e scosse la testa e riflettendo co- minciò a ridacchiare.

- E va bene. Ha detto anche altre cose che sono si-

curo apprezzerai molto. -Cosa?

- Parlava di Dean Swift, sai, e diceva che ha finito

per mangiarsi la propria merda lasciando tutti i suoi soldi ai manicomi. Hai visto Pete ultimamente?

Ecco Proprio cosi. Completamente fuori. Tu che ne dici? Pe,te si sedette sporgendosi in avanti e rise.

- E molto divertente.

-Divertente! Sono io che devo dirlo.

- Sf, molto buffo. -Buffo? Cosa intendi per buffo?

- Quando sono tornato a casa dal lavoro l'altro

giorno, - disse Pete, - ho trovato un vicino davanti

alla mia porta. Usciva fumo dalla finestra. -Cosa?

-Nulla di serio. Una torta che avevo dimenticato nel forno. La casa era intatta, ma la torta era da dare al tuo gatto. Il vicino, invece, era in un tale stato, bianco in viso. Avrà sicuramente pensato che stavo facendo bollire ossa umane.

- Sf, ce lo vedo,- annuf Len. -Ah sf?

- Sf, sf, ce lo vedo benissimo.

Il rubinetto gocciolava. Len lo strinse di piu. -Come ti vanno le cose, Len?- disse Pete. -Cosa?

- Come ti vanno?

- Uh, -disse Len, e dette un calcio alla sedia. -Mi sento carne per gli avvoltoi. -Chi? -Ti assicuro,- disse Len, mettendosi a cavalcioni sulla sedia.- Sono un non-partecipante.

-Ma va'. Tu? Tu sei solo un Charley Hunt '.

- Anche quello.

- Te lo dico io qual è il tuo problema,- disse Pete. -Devi essere piu elastico. -Elastico? Elastico. Hai proprio ragione. Elasti- co. Di che stai parlando?

- Come va con Cristo?

-Cristo? No, no. No. Lui è quello che è, io sono quello che non sono. Non vedo che relazione ci pos- sa essere. -Rendere l'anima a Dio,- disse Pete, accenden- dosi una sigaretta, - non è tanto un disastro quanto un errore di tattica. Quando dico elastico intendo preparato alle tue stesse deviazioni. Non sai mai quello che ti può saltare in mente in quel momento. Sei come una vecchia camicia. Raccogli le tue idee. Ti rinchiuderanno tra non molto, se continui cosi. Smetti di giocare con il terrore e con la pietà. Sono

tutte cazzate. Il buon senso può far miracoli. La pri- ma cosa che devi fare è uccidere quel gatto. Non ti serve a niente. Len si alzò e pulf gli occhiali, guardò in basso e rabbrividi. -No,- disse.- Il cielo, quando lo guardo, è sem- pre diverso. Le nuvole mi vorticano negli occhi. Non posso farlo.

- La consapevolezza della propria esperienza non

può che dipendere dalla disçriminazione, se voglia- mo darle il suo giusto peso. E proprio questo che ti manca. Non sai distinguere una cosa dall'altra, nean-

che la piu semplice. Ogni volta che esci da quella

1 Charlie Hunt che fa rima con C un t. È un'espressione volgare mascherata da una rima, che in italiano è l'equivalente di<< testa di cazzo». O meglio l'equivalen·

te del nostro Cargiulo

napoletano.

porta cadi in un precipizio. Ciò che devi fare è arric- chire la tua capacità di valutazione. Come pensi di poter valutare o verificare qualcosa, se cammini tut- to il giorno con il naso tra le dita dei piedi?

- Senti, -disse Len, -non potrei mai rinunciare a Bach.

- E chi ti ha chiesto di farlo?

-Ah no? Oh. Oh. Ho capito male.

-Cosa? -Non mi avevi detto di rinunciare a Bach?

- Ma di che stai parlando?

-Deve essere stato qualcun altro. Len raccolse le tazze e le mise nel lavello. -Chissà cosa sta facendo Mark?

- Starà sussurrando dolci parole all'orecchio di

qualche signora. Non credi?

- Probabilmente.

- Si,- disse Pete,- è uno strano tipo, Mark. Certe volte penso sia l'uomo nero. Facendo oscillare la sedia sotto di lui mise le gam- be sul tavolo. -Si,- disse.- A volte penso sia l'uomo nero. Per

quanto non lo so. Mi sorprende quello li, ogni tanto, nel senso buono, voglio dire. Spesso mi ritrovo a pormi delle domande su di lui. A volte penso che si diverta a convertire il fango delle sue scarpe in oro, che stia giocando un gioco. Ma a quale? Len apri il rubinetto e sciacquò un piattino.

- A volte mi domando, - disse Pete, - perché me

ne preoccupo. Dopo tutto ha tanto orgoglio da po- tersi permettere di combattere contro un intero esercito. Chissà cosa c'è dietro a quel suo orgoglio.

Questa è la vera cosa da chiedersi. Non credi? Len sciacquò una tazza e non rispose.

-Un atteggiamento. Ma c'è sostanza dietro a quel- l'atteggiamento oppure solo un mucchio di rovine? A volte penso che ci sia solo un mucchio di rovine, co- me dopo un bombardamento. Ma non voglio atteg- giarmi a dogmatico. -No,- disse Len, asciugando le tazze. - È ambiguo. Devo dire che mi piace, in fondo, quando prende posizione. Riesco a perdonargli mol- to. Non ha mai lavorato un solo giorno della sua vita, questo è il suo guaio. È un po' ruffiano, e non lo ne- gherebbe neanche lui. Credo che esageri con la lus- suria. Detto tra me e te, se continua cosi, esaurirà le sue forze in men che non si dica.

- Pss! Pss! - sibilò Len. Il gatto scivolò fuori da sotto il tavolo. Len, spin- gendolo da una parte, versò del latte in un piattino e si rialzò. Il gatto lo leccò.

- Come si chiama il gatto?

- Solomon, - disse Len.

Si appoggiò alla credenza e si strofinò l'angolo dell'occhio sotto agli occhiali.

- Senti, - disse Pete, - se vuoi ti racconto un so- gno che ho fatto ieri notte, per tirarti su. -Va bene. -Non pensavo che avrei sognato ieri notte. -Cos'era? -Era molto diretto,- disse Pete.- Ero con Virgi- nia nella stazione di una metropolitana, sul marcia- piede. La gente era molto agitata. C'era una specie di panico. Quando ho cominciato a guardarmi in giro ho visto che i visi di quella gente cominciavano a spellarsi, erano pieni di pustole, di vesciche. La gen- te urlava e si precipitava dentro i tunnel. L'allarme

suonava. Quando ho guardato Virginia mi sono ac- corto che anche il suo viso si stava sgretolando. Co- me se fosse intonaco. Croste e macchie nere. La pelle le cadeva a pezzettini come del macinato per gatti. Riuscivo a sentire i pezzettini sfrigolare sulle rotaie elettriche. L'ho tirata per un braccio per portarla via. Non voleva muoversi. Rimaneva li in piedi, con metà della faccia, guardandomi fisso. Le ho gridato:

vieni via, ma non si muoveva. Di colpo ho pensato:

«Cristo, come sarà la mia faccia? Sarà per quello che mi fissa? Non starà decomponendosi anche la mia?» Len boccheggiava. buona per un racconto dell'orrore, eh? Len si copri gli occhi con le mani. -Non ci pensare, - disse Pete. - Guarda qui. Guarda quante riesco a farne. -Di cosa? -Contale. Pete si sdraiò per terra sullo stomaco e cominciò a flettersi, su e giu, sulle braccia. Len si piegò per ve- dere meglio. -Quante?- grugni Pete. -Quindici. Pete continuò l'esercizio, guardandolo fisso. -Venti.

-Uh.

- Venticinque.

-Uh.

- Ventinove.

-Basta. Si riposò e ghignò, sedendosi per terra. -Non male, eh?

-Ma di che cosa sei fatto?- disse Len.- È incon- cepibile per me. -Dammi una settimana e te ne faccio trenta- cmque.

Sette

I nani stanno tornando al lavoro. Tengono d' oc- chio gli sviluppi. Si ritirano molto presto, fiutando gli avvenimenti. Sembrano avvoltoi di città sotto mentite spoglie; lavorano solo nelle città. E comun- que sono dei lavoratori specializzati e il loro mestiere non è privo di rischi. Basta anche un filo di fumo perché si armino del loro equipaggiamento. Arriva- no sul luogo senza perdere tempo e immediatamente circondano la zona di pericolo. Li, poi, prendono posizione e sono capaci di sostituirsi l'un l'altro con un preavviso di pochi secondi, qualora se ne presenti la necessità. E non smettono il proprio lavoro finché non lo hanno terminato in un modo o nell'altro. Non sono riuscito a iscrivermi, ma mi hanno con- sentito di entrare a far parte della loro banda, per un breve periodo. Non resterò con loro a lungo. Non vedo come questo mio speciale incarico possa dura- re fino all'inverno, il gioco sarà finito per quel perio- do. Per ora, comunque, questo è l'unico sistema in cui io riesca a tenerne d'occhio gli sviluppi. Ed è fon- damentale che io segua da vicino il corso del cambio, i movimenti del mercato. Probabilmente né Pete né Mark si rendono conto quale effetto abbia lo stato del cambio di ciascuno di loro, sul mio mercato. Ma è cosi. Per cui starò con i nani e sorveglierò con loro.

Niente sfugge ai nani. Con un preciso preavviso, da parte loro, sarò in grado di liberarmi delle mie azio- ni, in caso di crollo del mercato.

Otto

Su richiesta di Pete lei si sedette. Lui le spiegò che aveva qualcosa da dirle che avrebbe fatto bene ad ascoltare, perché avrebbe potuto essere utile. Per cominciare, in piedi davanti al camino, la invitò a considerare il problema dell'aspetto fisico e quanto quest'ultimo fosse rilevante. Ciò che gli premeva di sapere era fino a che punto il corpo finiva di essere un incentivo per trasformarsi in uno svantaggio. Per esempio, c'era lui e c'era Mark. Azzardò l'ipotesi che il loro aspetto fisico avesse la precedenza, stabilendo il contatto, prima che le loro personalità fossero in grado di partecipare. A chi ha poco giudizio ciò può servire quale indice per quello che doveva ancora av- venire, ma fino a che punto era preciso quell'indice? Lui era un bel ragazzo, Mark aveva sempre l'aria di essere appena uscito o sul punto di infilarsi in un let- to. E, sperava, che questi due aspetti fossero inconsi- stenti con i fatti in questione. Era, certamente, uno dei problemi che avevano in comune. Erano obbli- gati, tutti e due, a trovare un compromesso con il lo- ro fisico e le soluzioni che avrebbero scelto per risol- vere il problema avrebbero potuto essere decisive. A lui pareva che Mark fosse pienamente soddisfatto nell'assecondare i desideri del proprio corpo. L'ado- razione del proprio aspetto fisico gli procurava, di per sé, l'appagamento. Ma aveva sicuramente di pili

da offrire che non il profilo o le sue meccaniche pre-

stazioni sessuali. Stava sottovalutando le proprie possibilità. Compiacendo cosi i capricci del corpo, non poteva mai sperare di salvaguardare un suo

punto di vista critico e oggettivo, né verso se stesso

né verso gli altri. Devi sempre mantenere la distanza

fra quello che è stato l'istinto e la tua abilità di mette-

re sulla bilancia la realtà della situazione e degli eventi che ti si sono presentati. Mark era refrattario a qualsiasi modifica. Non accettava critiche. Lei ascolta. Len, è chiaro, non era tanto un essere umano, quanto un sintomo. Il suo comportamento, la ma- niera di esprimersi erano invalidati da qualcosa simi- le a una incontrollabile balbuzie. Non stava mai fer- mo, ma se ci stava, lo faceva per affettazione e per spirito di contraddizione. Ma non erano le sue fat- tezze a impressionare, era quello che veniva dopo; le difese che si creava, le manifestazioni di angoscia inerenti alla sua natura. Era possibile affrontarlo so-

lo su quel territorio e criticare i suoi atteggiamenti

era del tutto inutile, perché il suo corpo, come tale,

non partecipava. I movimenti continui che si notava- no, quando si era in sua compagnia, raggiungevano, dai suoi centri nervosi, le estremità del suo corpo e

gli oggetti attaccati a quelle estremità: le mani e gli occhiali. L'attività dei suoi occhi era generata solo dai centri nervosi che non potevano essere conside- rati parte del suo corpo. E li dove il sistema nervoso,

di solito, viene considerato parte della somma, nel

caso di Len, era la somma intera. E questo precorre-

va il suo corpo che, come tale, non era altro che un

mezzo dentro quella scatola di trucchi e di misteri che costituivano la sua entità.

Virginia si adagia all'indietro. In realtà, Len, anche lui, non sapeva mantenere la distanza tra istinto e realtà piu di quanto non lo sa- pesse fare Mark, ma per ragioni diverse. Nessuno dei due riusciva a distinguere fra quello che veniva loro dato da prevedere e le conclusioni conseguenti, ma mentre Mark era troppo pigro per tentare di di- stinguere, a Len mancava la fiducia nel suo stesso giudizio. Doveva mantenersi fedele all'istinto e ade- guarlo al pensiero, finché il pensiero non divenisse istinto, perché non era capace di affrontare la vera natura del pensiero e le esigenze di quest'ultimo. Ma mentre Mark era prevenuto nei riguardi delle criti- che, anche se a volte scopriva in tempo i suoi errori ed era portato ad apprezzarli come esempi, Len era disposto ad accettare l'insegnamento e l'aiuto. Virginia si appoggia allo schienale, ascoltandolo. Era pronto, continuò, a dare ad ambedue tutto questo e anche molto di piu. Perché tutto considera- to, tenuto conto delle differenze, sapeva che la loro amicizia aveva valore. Infatti non era poi detto che insieme non avrebbero potuto creare una comunità,

di un qualche tipo. Non avevano certo lo stesso dog-

ma né lo stesso indirizzo, però avevano in comune lo stesso terreno e una struttura di base. Alloro meglio formavano un'unità, un'unità che, secondo lui, ave-

va il diritto di chiamarsi comunità; tutti e tre forma-

vano un'alleanza volta al bene comune, e in questa avevano fede. Voleva dire, naturalmente, avanzare verso una struttura equilibrata e flessibile. Sapeva bene che questa struttura era lontana dall'essere compiuta. Le loro differenze all'interno dell'unione erano soggette a corruzione. Ci voleva molto lavoro per frenarli, ma se poi si riusciva a frenarli, o meglio

ancora, se si riusciva a raggiungere un'onesta ricon- ciliazione, allora avrebbero potuto parlare di succes- so. Per lui era uno sforzo che valeva pili che la pena. Effettivamente, piu che valere la pena, era un ele- mento essenziale. Era solo una questione di comuni- cabilità. Se non poteva comunicare con i suoi amici, non gli rimaneva in mano altro che un pugno di mo- sche. Lei ascolta. Avendo ammesso che c'era la possibilità di cor- ruzione all'interno dell'unione, si apprestava ad affrontare la possibilità di una corruzione anche all'esterno. Era convinto che una corruzione esterna sarebbe stata assorbita tranquillamente e senza dan- ni. Per esempio, Virginia, ora ne stava praticando una su uno di loro: su di lui. Amettendo che lei gli fa- cesse veramente del bene, allora, lui avrebbe potuto dare di piu alla comunità. Se, invece, lei gli stava fa- cendo veramente del male, era sicuro che gli altri avrebbero considerato un loro obbligo quello di di- mostrargli comprensione. Certo ci potrebbe essere un caso in cui un'influenza esterna potrebbe, per co- si dire, agire su Len in un modo, e su Mark in un'al- tro, tanto da causare una divergenza d'opinione tra loro e a compromettere la comunità. Ma in quel caso diventerebbe solo una questione di scelta. Dovreb- bero mettersi a vagliare a quale delle due attribuire piu valore: l'oggetto della loro lite o quello della loro alleanza. In quel caso, ci sarebbe un profitto per la comunità, oppure tanto varrebbe fare le valigie e piantar tutto. Il giorno comincia a calare, lei si adagia sulla se- dia, le ombre della stanza cominciano a fondersi, so-

lo parole finora, intorno a lei, dal letto, dove lui è ac- coccolato, e fuma. Di vuoto e di chiacchiere ne aveva fatto il pieno. Il suo modo di vivere aveva forzato la crisi. Per esem- pio, il tempo dedicato alla Chiesa d'Inghilterra era stata una delusione e una perdita di tempo. Non era stato altro che un rigovernare intellettuale in cui in- gannava se stesso, pretendendo di realizzare le sue fantasie con un lavoro improduttivo. Era stato solo una degradazione delle sue capacità. Le sue poten- zialità stavano assottigliandosi, si fermavano, per il solo fatto di non voler riconoscere le proprie capaci- tà. E secondo lui, oltre alle sue risorse, gli rimaneva ben poco. Il tempo sarebbe stato buon giudice. E comunque era condannato a un ciclo, su questo non c'erano dubbi. Doveva consumare la sua malattia fi- no all'osso per riuscire a curarsela. Per distruggere la sua condizione doveva finire per accettarla, a questo avrebbe dovuto rassegnarsi. Ma il rimanere parte della Chiesa d'Inghilterra richiedeva una pazienza che lui non possedeva piu. Erano troppo sommersi dalle inanità. Per esempio, il loro concetto della na- tura di Dio era di per sé un'offesa. In realtà, tutto ciò che facevano era di darsi delle gran pacche sulle spalle. E per quanto riguardava Dio gli avevano reso il cappello e gli avevano detto di aspettare. Lo consi- deravano una loro creazione: un semplice prodotto. Erano loro i direttori della ditta, Lui un semplice fattorino. Dio portava la soma; loro incassavano i profitti. All'ultimo seminario a cui aveva partecipato aveva dichiarato: dov'è questo vostro Dio? Mettete- lo qui sul tavolo e diamogli un'occhiata. Vediamo di studiarlo bene. Fu come lo scoppio di una bomba. In realtà, loro erano quel tipo di persone, che, se gli

si aprissero i cancelli del cielo proverebbero solo una gran corrente d'aria. Virginia siede immobile nella penombra. Pete si accosta a lei. Lo stesso si può applicare ai poeti. Erano colpevo- li di una defezione criminale. Impossibile per lui non sottolinearle che l'atto stesso di scrivere è quello di impegnarsi con se stessi. Di conseguenza si tratta di una questione morale. Per quanto riguarda i poeti ogni volta che firmano il loro nome è come se firmas- sero la loro condanna a morte. Il loro lavoro non è tanto un'auto-espressione quanto un'auto-creazio- ne. E tutto ciò che ne proveniva dopo, era menzo- gna. Ogni poesia che scrivevano non era altro che la scia di una scoreggia. Il travaglio di un uomo morto, il quale non può che partorire un cadavere, simile a

È la degradazione e la liquidazione dello scopo

loro.

stesso di scrivere, attiva solo nel compiacersi del pro- prio fetore. È fatale per un lavoro artistico essere concepito solo pervenire espresso in un vuoto. Ten- dente allo stesso fine di un dolce. Che lo hai fatto a fare un plumcake se poi non lo mangi? Per quanto, a

parte il proprio impegno, lo scrivere è destinato a in- formare, illuminare e forse a trasformare. L'uomo potrà anche essere il prodotto di un errore di giudi- zio, ma rimane, pur sempre, un elemento positivo. E questa gente esisteva solo a causa della continua os- sessione di quei fantasmi di cera che doveva affron- tare quotidianamente. Commettevano un peccato per ogni parola scritta. È buio. Virginia si alza e mette il bollitore sul gas. Piu tardi andranno a fare due passi oltre il fiume Lea.

Nove

Pete bighellonando entrò a Threadneedle Street, dette una sbirciata al blocco grigio, inarcato e si fer- mò. Alzò gli occhi. Banca Valparaiso. Deve essere la Banca Valpa- raiso. Costruita senza mattoni. Geometrica e priva di mattoni. Un atto di fede. Dritta come un fuso. Fino in su, poi di nuovo giu. Una con- versazione geometrica con il sole. Un riferi- mento alla Santa Croce. L'angolo di sole impri- gionato e trasformato commercialmente. But- tato giu in stenografia. Non farti ingannare dai riflessi ingannevoli. Aderenze polmonari. Il mercato è saturo. Peggio di una coniugazione perifrastica. Il sole, comunque, assume forma e misura. Provocando guai. Acrobazie verbali sui tetti. Linguaggio in codice. Ma quello co- s'è? Un diedro? Oppure chi ha sputato sul poli- gono? Tirami la palla matematica. Sono pro- penso a crederci. Si appoggiò al muro. Accenditi una sigaretta e comportati normal- mente. Lungo il palazzo, privo di mattoni, della Banca Valparaiso, il sole si protese, penetrò e si fissò sull'a- sta della bandiera. Aspirando fumo, Pete notò la foga del traffico

l'intreccio e il via vai della circolazione di mezzogior- no; le figure investite dai bagliori, procedevano, pas- so per passo; lo squarcio dell'ago sulla strada del so- le. Un agile braccio nero lo sorpassò, deviandolo. Guarda. SL Semi di lino e ceralacca. Un cagno- lino dal collare rigido. Peso leggero. Rimbal- zando sulle sue zampe. Sovrani di una nazione. La storia interna. Operai e costruttori della pa- ce. Assi nella manica. Ci penso io a te. Nulla se non il meglio. Parole d'ordine e gin frettolosi. Qual è il tuo nome e il tuo numero? Tientelo. Appoggiandosi esaminò il movimento della stra- da. I palazzi fissati al suolo si bilanciavano all'in- dietro, estranei al baricentro. Immobili tra il sole e il sole. Intorno all'ora della siesta. Distesi sul giardino pensile. Tè al limone e un tendone. All'ombra

di un vecchio melo. Lontani dalle correnti. Fai

girare il mondo e stuzzicati i denti. Centinaia di finestre, neanche un viso affaccia- to. Il giorno non esiste. Lavoro sotterraneo. Portando avanti il lavoro. Un giorno composto da otto ore, senza giorno. Il mondo del lavoro. Dove fatico e trasgredisco. Verso chi? Chi ha parlato, dicendo. Non credere a una sola pa-

rola. Pete gironzolò, alzò lo sguardo. Dalle finestre del- la Banca Valparaiso lampeggiavano ammiccamenti

anomm1.

Lampeggiavano dalla testa ai piedi. Tutto fat-

to anonimamente. Dipende se hai gli utensili.

Molto lavoro per tutti. Ma niente licenza senza

la

grazia di Dio. Mettila in cornice. Spolverala

in

tutti i climi, tutti i giorni.

Palazzo vacillante, come quello prossimo, come quello prossimo, lungo la Threadneedle Street. Cos'è questo? Inciampando con fierezza. Di- rebbe di no, lei? Guarda quei fianchi. Wim wam. Spogliami e comprami'. Wam wim. Monterebbe pure il cavallo a dondolo. Fino a Dalston. Senza dubbio. Sono già stato li una volta. Abbandonato sulla porta d'ingresso. Di- strutto e senza un soldo.

- Peter Cox! Santi numi! Ricompensa. -Guarda, guarda, guarda!

- Derek! -Pete lo salutò, stringendoglila mano.- Guarda, guarda.

- Ah-ah,- estasiato Derek, serrandogli la mano,- guarda, guarda!

- Bene, - sorrise Pete. - Cosa ci fai da queste

parti? -Ci lavoro, - disse ridendo Derek, il viso sma- gliante. -Davvero?- disse Pete.- Non lo avrei mai sup- posto. Anch'io. -Davvero? -balenò Derek, il viso spaziante. - Non lo avrei mai neanche sognato. Bene, bene, be- ne, e dove? -Dove? - disse Pete. - Ah, da Dobbin e Laver. Dietro l'angolo. -Siamo vicini! -sbraitò Derek, il viso scoppian- te, dandogli una pacca sulle spalle.

- Bene! - disse Pete. - Guarda, guarda, guarda.

-Sei in gran forma,- si rallegrò Derek, il viso ri-

1 Vecchio slogan dei gelatai ambulanti: «Stop me and buy one>> (Fermami e compramene uno). L'autore lo ha cambiato in «Strap me and buy one>> (Spoglia- mi e comprami).

piegato. -Non sei cambiato affatto. Hai ancora i ric- cioli, eh? Come ti va la vita? Hai un buon lavoro?

- Beh, - sorvolò Pete, scrollando le spalle, - è -

beh - non - male - Derek, vecchio mio. -Per Giove! -sorvolò Derek, il viso rinserrato. -Devono essere passati tre anni dall'ultima volta che ci siamo visti! E prima di quella volta, non ci vedeva-

mo dai tempi della scuola.

- Sf, - disse Pete, - proprio cosf.

-Dio degli dei! - ruggf Derek, il viso schiumante, -è un secolo! Cosa fai adesso? Vai a colazione?

- Beh, sf, - sbuffò Pete. - Piu o meno.

- Che fortuna! - disse Derek, esagerando, il viso scottante. -Che ne dici di bere qualcosa?

- Ma, veramente, - disse Pete increspandosi, - vado di corsa, ho un appuntamento con un tizio, Mark Gilbert. Lo conoscevi anche tu, no?

- Gilbert! Certo! - muggf Derek, il viso digri-

gnante.- Sf, fa teatro, vero?

- Beh, sf, -disse Pete, -però credo che ha in men- te qualcosa. E vuoi parlarne un po' con me. Sai com'è. Conosci gli attori, no?

-Problemi con donne, eh?- eluse Derek, il viso sfolgorante.- So benissimo quello che vuoi dire. At- tore, eh?

- Sf,- disse Pete, -gente buffa. È un peccato, ma è andata cosf. Ci rivedremo sicuramente. Lavorando tutti e due da queste parti.

- Speriamo! -irruppe Derek, il viso gorgheggian- te, stringendogli i gomiti.- Dobbiamo bere qualcosa insieme dopo tutti questi anni. -Certo. -Beh, senti un po', Peter,- volteggiò Derek, il vi- so salmodiante, battendolo sulle spalle, - perché

Bo

non mi dai un colpo di telefono? Possiamo vederci una sera dopo il lavoro. Aspetta un attimo, te lo scri- vo. Lo sai che vedo ancora Robin e Bill? Vedi mai nessuno della vecchia banda? Ah già, Gilbert. Ecco- lo. Beh, dai, chiamami, d'accordo? E io chiamo Ro- bin e Bill e ci facciamo tutti insieme una bella rimpa- triata. -Come se la passa Robin? -A meraviglia, vecchio mio. Non è ancora sposa- to. Tu ti sei sposato?- disse in falsetto Derek, il viso

germogliante. -Ah, ah,- disse Pete.- E cosi, eh? Va bene. Lo farò. Devo correre ora. Sai come sono questi attori.

- Che fortuna averti incontrato! - buttò li Derek, il viso concludente. - Non dimenticartene. Pete girò i tacchi, salutò con un cenno della mano e attraversò la strada. Madido di sudore. Qualcuno deve averlo tra- mato. Devo tenere gli occhi ben aperti. Non mi avrebbe visto se stavo sull'altro lato della stra- da. All'ombra. O, si, mi avrebbe visto comun- que. Succede sempre. Dovrei portare il cappel- lo. Farmi crescere i baffi. Comprare una sedia a rotelle. Un naso finto può far miracoli. L'ho scampata bella. Dov'è quel foglietto. Uh. Giu nel tombino. Pete attraversò la strada tra clacson e colpi agli stinchi. Sotto una tettoia di lamiera ondulata, vide mattoni e pannelli eretti, disposti dagli operai accal- dati. Girò in una strada secondaria. Qua giu. Il fiume. Si. Piu lo fiuti e piu fa fresco. Il brusio è ancora intenso. Il brusio e il crepitio. Londra brucia. Guarda. Ragazze che mangiano sandwich. Spettacolo di gambe per un genti-

,

Br

luomo della city. Appollaiate sui muri. Pronte per la cattura. Uccelli da preda. Com'è essere donna, Maisie? Non saprei. Niente tra le gam- be. Nessun pendaglio, nessun ostacolo. Liscio e umido. Dita nella carta. Fazzoletti di carta per tutti gli usi. Rossetto e cetriolo. Occhi. No, non faccio la tua stessa strada. La parola è «mai». Ad alcuni piace sudata. Parto d'animale. Mec- canici putrefatti. Senza sella con uno sguazzo. Al cospetto di Dio. Non costa niente. Non ab- bastanza buono. n sudiciume opposto all'im- peccabile pulizia. Sudore e sputi e nulla altro da mostrare. Atto di pietà. Scommessa su un piazzato. O la borsa o la vita. Qualcosa in cam- bio di nulla. Livellamento generale. Non cosi. Non cosi.

Ecco una barca. Una barca per me. È una buo- na barca. Barche. Moscerini. Dài un'occhiata a quel sole. Assetato di sangue. Vele. Moscerini. Stupidi moscerini. Anche il sole è di acciaio. Proprio di acciaio. Se io fossi di acciaio. Tutti i problemi risolti. Pronti per l'azione. Sonno. Pete entrò nell'ufficio e si chiuse la porta alle spalle.

- Ah, - disse la ragazza al banco, -il signor Lynd vuole vederla, signor Cox. -Me?

- E chi altro?

Testoline bionde scosse da risatine. -Ora? La ragazza annuf e piegò la testa. Pete si incammi- nò verso la porta piu lontana e bussò. -Avanti.

Pete entrò. -Ah.

- Mi hanno detto che voleva vedermi, signor

Lynd. -Ah, si, è vero,- disse il signor Lynd, accarezzan- do il coperchio della scatola di sigari. -Entri, la pre- go? Chiuda la porta. Cosi. Ora. Si. Si sieda, signor Cox. -Grazie. Pete si sedette.

- Dunque, signor Cox.

Il signor Lynd tamburellò le dita sulla scrivania. -Vuole fumare?- propose, cercando con la ma- no sulla scrivania. -No grazie, signor Lynd.

- Dunque, signor Cox, - disse il signor Lynd, -

come vanno le cose?

- Oh, - disse Pete, - non troppo male sa, signor Lynd. Il signor Lynd sorrise a bocca chiusa, congiun- gendo le dita di tutte e due le mani e aspirando mo- deratamente.

-Bene,- e sorrise.- E con il lavoro come va?

- Beh, - disse Pete, - non credo di poterle dare

una risposta, signor Lynd. La risposta penso che di- penda da quanto io le risulti soddisfacente. Rigirandosi sulla sedia, il signor Lynd fissò il suo riflesso nel vetro scuro dell'armadietto.

- Non era quello che volevo dire, - disse. - Ma,

per la verità, signor Cox, non posso negare che il suo

lavoro è abbastanza soddisfacente. -Oh,- disse Pete,- grazie.

- Ho detto «abbastanza», - disse il signor Lynd,

rigirandosi sulla sedia e aggiustandosi i pantaloni

con uno strattone,- ho detto «abbastanza», ma lei, personalmente, cosa ne pensa?

- Cosa ne penso?

-Se devo essere sincero, signor Cox,- disse il si- gnor Lynd, stringendosi il polso che era appoggiato sul ventre,- ho alcune divergenze di opinione con i

miei colleghi.

- Divergenze?

-Voglio dire nel nostro rapporto con il persona- le, nel senso di dipendenti. Io, personalmente, repu- to che il loro, ehm, contributo mentale, se cosi lo si

può chiamare, ha nell'insieme, in qualche modo, a che fare con il buon rendimento della ditta. -Giustissimo- disse Pete. -Le dico tutto questo, ovviamente, perché mi

rendo conto che lei, ehm, certamente, non manca di intelligenza, signor Cox. Pete si grattò il naso e bofonchiò. -Ma quello che volevo dire, signor Cox,- conti- nuò il signor Lynd, il busto inclinato in avanti e la fronte corrugata,- è che ho avuto l'impressione, una

o due volte, che lei

Apri una grande agenda di cuoio nero sulla scriva- nia, alla sua destra, e poi la richiuse energicamente.

- un po' assente. -Davvero? - disse Pete, incrociando la gamba destra su quella sinistra.

- Si, - disse il signor Lynd, appoggiando i gomiti sulla scrivania e giocherellando con le dita, - la mia impressione è che lei non sia molto interessato, se cosi posso dire, al suo lavoro. -Interessato al mio lavoro?

- Proprio cosi - disse il signor Lynd, annuendo frettolosamente- per cosi dire.

tende a essere, come posso dire

Cosa vuoi dire, per cosi dire? Non mi far stare sulle spine.

- Ma le posso assicurare, signor Lynd, -disse Pe-

te,- che il mio lavoro mi interessa molto. Direi che la concentrazione può ingannare le apparenze. Attento!

- Mi scusi? - disse il signor Lynd, abbassando gli

occhi. -No, voglio dire Il signor Lynd, con le palme rivolte in alto, accen- nò un sornso smcero. -Non ho capito

-No, - cominciò Pete, - Io

Il suo piede colpi la scrivania. -No, - disse, ·sorridendo, - mi sento perfetta- mente a mio agio, signor Lynd, se è questo quello che intende. Forse ero troppo preso dal lavoro che avevo sottomano in quelle occasioni. La fronte del signor Lynd scattò in alto.

- Ah, -disse, - sono contento di sentirglielo dire, signor Cox. Vede, io credo, che lei sia dotato di grandi capacità. Aspirò profondamente e cercò il suo orologio da tasca.

Chi ti ha detto queste cose? La tua balia? Non

devi credere a una sola parola che ti riferiscono, amico mio. Dai su. Fammi andare via. Adesso basta. Tutto zucchero e miele io e te. Ammetti- lo. Io non parlerò, sono un libro chiuso. Il signor Lynd chiuse di scatto l'orologio da tasca.

-

Mi dica, signor Cox.

-

Sf?

- Mi dica, se non le dispiace, quali sono, per cosi dire, - rise, - le sue ambizioni?

Pete osservò il signor Lynd aprire e poi richiudere la scatola di sigari e alzare lo sguardo candidamente.

- Ho paura, - rispose, lisciandosi il mento, - di non averci mai pensato veramente, signor Lynd. -Sul serio? La cosa mi sorprende. Il signor Lynd sbatté le palpebre, e tirò in dentro il mento, raddrizzando la schiena, per rilassare il collo.

- Perché io credo,- disse, deglutendo,- e non so- no il solo a crederlo, che lei possieda delle ottime po- tenzialità per quanto riguarda questa ditta, glielo di- co con tutta franchezza. Il sole gli strisciò sul braccio, mentre si allungava per spingere il calendario ai margini della scrivania. Ne anticipò la caduta, lo divaricò per farlo stare in equilibrio e raddrizzò la poltrona con uno scatto. ·

- Sf, però avrà, suppongo, altri interessi.

-Oh sf,- disse Pete,- ne ho parecchi. Soprattut- to domestici.

- Ah sf? Pertanto non posso credere che lei sia

sposato? Gli occhi del signor Lynd balenarono. Sorrisero all'unisono. -No, non sono sposato, signor Lynd. -Ah ecco. Beh, forse sto diventando troppo in- quisitorio. -No, affatto. TI signor Lynd sollevò il polso della giacca, lo esa- minò e dette un buffetto, con il mignolo, al polsino della camicia.

- Allora, - concluse, - ogni volta che desidera parlarmi, la prego non esiti a farlo. - Molto gentile da parte sua, signor Lynd.

- Bene, - disse il signor Lynd rilassandosi nella

poltrona. Pete si alzò. Il sole si frantumò sul fermacarte.

- Grazie, - disse.

-No, no. Agnellino, chi ti ha creato?'. La porta, richiudendosi dietro a lui, graffiò il tap-

peto.

Piu tardi, nel pomeriggio, mentre il sole calava sulla città, Pete si appoggiò al muro, ai piedi della rampa di scale di pietra, fumando e guardando dalla finestra gli autobus rossi che scorrevano sotto gli al- beri lungo il fiume. Non ci sono sirene sul fiume. Non c'è sudore sul fiume. Solo acciaio. Odore di acciaio. Scin- tillio di acciaio sulla marea. Esercito di luci sul- l'acqua metallica. Voci. Voci sopra di lui. Giocarono soffuse, vaghe, ca- lanti; si sciolsero in risata, fluttuando in alto, in bas- so; fino a ridursi a un mormorio di pietra. Scarpe che strusciavano e si fermavano, mormorii, sopra di lui. Intrappolato sotto alla rampa delle scale, lui, cor- rugato, sotto a bisbiglii; loro, le ragazze, sul piane- rottolo, affrettandosi garbatamente, ridendo, bisbi- gliando. Ai bordi della scala il tac taf di una scarpa con punta di metallo, risuonò sullo scalino di pietra, un tac taf invisibile sullo scalino piu basso, si voltò e si fermò. Un sospiro, profondo, tra le voci, uno schiamazzo intrecciato. Appoggiandosi al muro Pe- te udi dei mormorii contrastanti, mormorii striscian- ti, avvolti nella pietra. Ora, una voce sguisciò giu in- decifrata, infilandosi nei labirinti dell'orecchio, pro-

1 Litte Lamb, who made thee? citato da The Tiger & The Lamb.

cedendo lungo un filamento del muro granulato, im- pacchettata sotto un'eco; il suo stesso suono. Una voce, in bilico, il cigolio di un passo, uno schiaffo sulla pietra, sopra di lui, con un passo indistinto, frettoloso, ora udibile, ora no; ignorandolo, accet- tandolo, ascoltandolo. Pete si appoggiò al muro sus- surrante, girò il viso verso la luce forte, ascoltò, ac- cettò. Passi che scivolavano sulla pietra, scoppi di ri- sate, forti, aperti, senza parole. Una porta sbatté. Sparito. Dolcezza. Luce. Rancidume. Volgarità. Il regno l. Sali le scale ed entrò nell'ufficio.

- Ah, signor Cox, c'è qualcuno che la vuole al te- lefono. -Come, proprio ora?

- Sf. È in linea.

Orecchi tesi e occhiate. -Pronto?

- Signor Cox?

- SL Chi è?

- La chiamo per dirle che il mio cliente non è per

niente contento del lavoro sul soffitto. -Cosa? -,Si ricordi che ha dato una garanzia al mio clien- te. E d'accordo nel ridurre del sessanta per cento le perdite, ma non sopporta le gocce. Lei adempia ai

suoi obblighi e lui farà altrettanto con i propri. Il mio cliente è d'accordo nel darle

- Len, non ora, sono occupato. Quando posso ve-

derti? -Mi sembra che lei non si renda conto della gra-

1 Da Amleto, atto I, scena 1. << Things rank and gross parla).

» Amleto che

vità della situazione, signor Pox, voglio dire Cox. L'impianto idraulico è fuori uso e il contatore si sta ostruendo. Il pianoforte a coda forse è irrecuperabi- le. Se stipula un contratto sta a lei onorario. Il mio cliente

- Va bene, allora. Se non sei lontano possiamo ve- derci dopo il lavoro. -Non si è mai sentita una cosa del genere. -Ciao. -Non dimenticarti di portare i crauti.

Dieci

-Sono qui, - disse Len, pulendosi le scarpe sul tappeto del salotto.- Non sta piovendo. Sganciò lo specchio dal muro dell'ingresso e lo portò di sotto.

- Rimettilo a posto,- disse Mark, seguendolo.

- Questo è il pezzo piu bello che hai in casa. Lo

È spagnolo. No, portoghese. Tu sei porto-

sapevi?

ghese, no?

- Rimettilo a posto.

Len arricciò il naso e guardò fisso.

-Non ti capisco, - disse.

- Rimettilo a posto.

-Guarda nello specchio. Guarda il tuo viso in

È una farsa. Il tuo fegato è

questo specchio. Guarda!

awolto nei tuoi reni. Dove sono i tuoi lineamenti? Non hai lineamenti. Hai il naso qui, e un orecchio là.

Ti sei illuso per anni. Cos'è questa, una faccia? Sem- bri pronto per il manicomio. Non riesco a capire co- sa abbiamo in comune.

- Rimetti quello specchio al suo posto, Len. Ho

visto Pete oggi. L'ho incontrato dopo il lavoro. Que-

sto non lo sapevi. Questo specchio? Cos'hai contro questo specchio? Cos'ha che non va? Credo proprio che mi toccherà chiamare un infermiere. Tornò di sopra e riappese lo specchio al muro.

Mark si sedette in poltrona e lo guardò mentre ritor- nava e si fermava sulla porta.

- Penso a te. Penso spesso a te, - disse Len sotto- voce. -Ma devo continuare a pedalare. Devo. C'è un limite a tutto. -Ah si?

-

Sf.

Sorrise e si guardò intorno. -Chi tieni nascosto qui? Cosa? Non sei solo qui.

- Hai ragione.

- Mhm. Come ti va con l'Esperanto? Non dimen- ticarti che tutto ciò che supera le due once costa un penny di piu.

- Grazie per la dritta, - disse Mark.

-Si, ma tu che genere di dritte puoi darmi? Nes- suna. Vado. Mi sento arrugginito. Non ce la faccio. A te che te ne importa? Tu non sai. Ma te lo dico io. Lo sai dove sono stato prima?

-No.

- Sono stato al Conway Hall. Ho sentito la Grosse

Fuge. Non avevo mai sentito niente del genere. Non è musicale. È fisica. È fisica. Non è musica. Sembra

qualcuno che sega ossa in una bara. -Sul serio?

- Ho visto Pete oggi.

-Me lo hai già detto.

- L'ho visto dopo il lavoro. Abbiamo camminato

lungo l'Embankment. Mi ha chiesto di prestargli una sterlina. -E allora?

- Ho rifiutato. -Cosa? -Non capisci. Gli ho detto che se gli prestavo una

sterlina sarebbe stato un atto da parte mia. E io non voglio aver niente a che fare con gli atti. Mark chiuse un occhio e lo guardò di sbieco, ac- cendendosi una sigaretta. -E come l'ha presa? - domandò. -Come l'ha presa? L'ha presa. Ha detto ciò che aveva da dire. Lo sai una cosa? Da quando l'ho la- sciato ho pensato a cose che non avevo mai pensato prima. Ho pensato a cose che non avevo mai pensa- to prima. Agitò le braccia e le lasciò cadere.

- Senti, - disse Mark. -Cosa?

-Perché non lo lasci in pace Pete?

- Lasciarlo in pace?

-Dagli un taglio. Non ti fa affatto bene. -Cos'hai detto?

- Sono l'unico con cui va d'accordo, - disse

Mark. -Tu?

- SL Bisogna avere un certo «non so che» per an-

dar d'accordo con lui. E, comunque, io ce l'ho ora,

tu no. Che bene ti può fare? Dovresti dargli un taglio. -Tu ci vai d'accordo?- disse Len. -Non si prende nessuna libertà con me. Con te si.

- Cosa ti fa pensare che si prende delle libertà con

me? -Fai un po' quel cazzo che ti pare. -Vuoi dire mettermi dalla tua parte.

- Che vuoi dire? - chiese Mark.

Len tolse dal gancio il forchettone appeso al muro e lo scrutò.

- Questo è il lavoro di un genio.

- Cosa volevi dire prima?

- Lo usi mai?

Il forchettone scivolò dalle mani di Len mentre lo teneva controluce e cadde sul tappeto. Mark si spor- se in avanti. -Non lo toccare! - sibilò Len, tagliando l'aria con le mani.- No! Non sai cosa ti può succedere se lo tocchi. Apparirà Gesu Cristo se lo tocchi. Non lo sai? Hai paura di Gesu Cristo, vero? Ti fa paura. -Fammi il favore, vuoi? -No, ma ti fa venire i brividi, non è vero? Len si piegò di scatto e raccolse il forchettone. -Ecco fatto. Non succede niente se lo tocco io. Non gliene importa niente a nessuno. Sono in un ar- madio vecchio e ammuffito. Puzzo di abiti vecchi. Sono buono solo per lavora,re alle caldaie. E si vede. Catrame, sudore, motori. E tutto. Lo sai come mi stai guardando? Scusa se rido. Riderò domani. Mi stai guardando come se fossi un essere umano. Sei come una vecchia mano, a questo gioco, lo so, ma non c'è bisogno di guardarmi cosi. Cerchi di guar- darmi dritto negli occhi mentre io sto guardando il tuo ombelico. Mi stai guardando in gola? Se si, sono sicuro che riesci a vedere molto in profondità. Io, co- munque, preferisco fissarmi sull'ombelico. Quando posso. Cos'altro vuoi che faccia? Cos'altro posso fa- re? Non sono mai stato bravo a prescrivere rimedi. E tu? Sono sicuro che il tuo rimedio ripulirebbe tanta merda qui intorno. Anche il rimedio di Pete ripu- lirebbe. Ma non i miei rimedi. Io non prescrivo rimedi.

Si lasciò sprofondare in una poltrona afferrando il forchettone, e se lo awicinò piano piano, coprendo- si gli occhi.

- Vedi. Non riesco a vedere i vetri rotti. Non rie-

sco a vedere nello specchio in cui mi dovrei vedere.

Vedo dall'altra parte. Dall'altra parte. Ma non riesco

a vedere il vetro dello specchio. Con la testa ciondolante, si lamentò.

- Vorrei romperlo, a pezzi. Ma come faccio a

romperlo? Come faccio a romperlo se non riesco

a vederlo? Emise un sibilo attraverso i denti e scosse la testa

selvaggiamente. -Tu sei dì pietra. Sono morto dentro di te? Ho

sparato alla serratura. Se riuscissi a muovermi da questa sedia, me ne andrei.

- Pete e Virginia saranno qui a minuti, - dis-

se Mark. -Va bene. Ti dico che va bene! Lasciami solo. Cosa vuoi? Ah. Annusa questa stanza. Annusala.

Questa stanza è c,ambiata da quando sono entrato io. L'ho permeata. E tutta acre, ora.

- Ti sbagli. La stanza è la stessa di prima.

-No. Non mi dire cosi. Tu non sai. Non ti imma- gini neanche che razza di sciacallo ti ritrovi in questa

stanza. -Si, lo so.

- No. Credi di sapere qualcosa di me, ma ti sbagli.

Sai cosa sono? Sono il monellaccio che vomita nel

palazzo. C'è del marcio in me. Marciume ovunqu~. Cosa ne dici del verme che si mangiò un edificio? E cosi. Potrei rimanere in questa poltrona per sempre.

O a letto. Si. Lo sai che non riesco a uscire dal letto?

Sono incapace di uscire dal letto. Non riesco a met-

tere un piede in terra. Potrei starei per sempre. Con qualcuno che venga a nutrirmi. Non sarebbe diffici-

le per nessuno. Si, tu non sai. Non sai cos'hai in que-

sta stanza. Un sacco di vecchie ossa. Ma non riesci a capire? Non riesco neanche a suicidarmi. È una de- cisione da prendere. Quello si che è un atto. E io non riesco a compiere un atto. Non ho giustificazioni per suicidarmi. Sarebbe)nutile, senza scopo. Il suicidio non è senza scopo. E un atto. Ecco che cos'è.

Bianca

Parte seconda

Bianca

Undici

Cosa stanno facendo i nani, quando viaggiano ne- gli angoli delle strade? Rotolano nelle grondaie e espongono i loro orologi da tasca. Uno con la faccia di gesso scarica i rifiuti della giornata in un bidone e poi si siede sul coperchio. Comincia a masticare an- che se non ha mangiato. Ora fanno la raccolta dal cortile di dietro. Uno si strofina le vene sulla fogna piu bassa, ora si rimpinza nella schiuma. Agghindato e lisciato, in tempo per la merenda. La puntualità è rispettata rigorosamente. Pete è nel capanno. Non riesce a sentire il brusio delle ossa che proviene dal cortile, il cicaleccio della pelle ruvida. Ascolta se stesso. Adesso, Mark, che si pettina i capelli di fronte agli specchietti. Tiene sei specchietti da tasca disposti a paravento. Canta la canzone di Mark ai vetri alzati. Non vede il mercato fuori dalla finestra. Vede se stesso e sorride. Il pavimento è pulito a fondo, mio è il lavoro. È a questo fondo che dono, e subaffitto i locali. Stendo un contratto astuto. Io ne sono il promotore, anche se, né Pete, né Mark, né tanto meno il contraente so- no al corrente del contratto stesso. Sono ancora H, tutti e due. O forse se ne sono an- dati. Dobbiamo aspettare. Io sono pronto ad aspet- tare. Non voglio smettere di aspettare. La fine di questa veglia è l'inizio del nulla.

Dodici

- Vieni a me, o morte, vieni - fammi giacere steso

nel dolente cipresso',- cantò Pete. Il sole stava tramontando. I lillà erano appesi pe- santi sull'albero arcuato. Il giardino sfarfallava. Len e Mark erano distesi su delle sdraio basse. Pete ter- minò gravemente il suo lamento, in piedi, al cancello del giardino.

- Mi piace questo giardino. È tranquillo.

In un giardino piu basso un falò, acceso, crollò, aprendosi in due e si frantumò. Del fumo si infiltrò, sottile, attraverso la siepe.

- La mia mente è una pagina vuota, - disse Mark.

- Df la prima cosa che ti viene in mente.

- Radendomi nell'asilo del mercoledf ho visto un

fungo velenoso seduto su un coniglio svuotato', - disse Mark tutto d'un fiato.

- Accidenti!

- Ecco fatto.

- Sai che ti dico,- disse Pete, stato il pensare a

portarmi fin qui e sarà quello che dovrà trovarmi la via d'uscita. Sai cosa voglio? Un'idea valida. Sai cosa

voglio dire? Un'idea valida. Una che funzioni. Un'i- dea su cui io possa puntare i miei soldi. Una scom-

1 Da La dodicesima notte di W. Shakespeare, atto II, scena IV.

' Da Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carro!!.

IOO

messa piazzata. Nulla è certo, questo lo so. Ma ho voglia di scommettere. Non ho mai smesso di scom- mettere, ma sono un po' a corto ultimamente. Ecco

di cosa ho bisogno. Sai cosa intendo? Certo, ci sono

persone che sono di per sé idee valide. Tu potresti essere un'idea valida, Mark. Non si può mai sapere. Non voglio dare giudizi. Io non lo sono di certo. De-

vo sudare per averne una. Ma se riesco ad averne

una, devo farla diventare un'impresa fortunata. Sen-

za

imbrogli né pasticci. Certa gente può permetter-

si

tre o quattro giorni di vacanza alla settimana. Io

non posso permettermi di perdere tempo. Sai cosa

intendo?

- Credo che le idee valide siano alquanto rare, -

disse Mark. -Forse. Ma come ti ho già detto è stato il pensare a portarmi fin qui e sarà quello che dovrà trovarmi la

via d'uscita. -Una volta conoscevo un tale che non pensava,-

disse Mark.- Correva a casa tutti i giorni il piu rapi- damente possibile, sistemava la poltrona, ci affonda-

va dentro e guardava fuori dalla finestra. Passate due

ore, quando fuori era buio, si alzava e accendeva la luce.

- Sf,- disse Len,- ma so cosa intendi per un'idea

valida. Uno schiaccianoci. Stringi le tepaglie e la no-

ce si rompe. Senza spreco di energia. E un processo

giusto ed efficace. L'idea è efficace. -No, disse Pete, - sbagli. C'è spreco. Quando stringi le tenaglie con la giusta presa, la noce si rom-

pe, ma allo stesso tempo il perno delle tenaglie gene-

ra un attrito, un'energia, inutile, per quella specifica

idea.

Non completamente valida. Perché si tratta di

una fuga e uno spreco di energia superfluo. È antie-

IOI

conomico. Dopo tutto è proprio come un lavoro ar- tistico. Ogni particella di un lavoro artistico dovreb- be schiacciare una noce, o per lo meno produrre una presa che poi, finalmente, schiaccerà la noce. Sai co- sa intendo? Ogni idea deve possedere sintesi ed eco- nomia, e l'immagine che esprime, se vuoi, deve tro- varsi in diretta attinenza con l'idea stessa. Solo allora si potrà parlare di espressione e solo allora si potrà parlare di compimento. Se c'è eccesso di attrito o di energia, se c'è spreco, hai sbagliato e devi ricomin- ciare da capo. E chiaro? -E allora la luna e il sole?- disse Len.- Non c'è dell'ambiguità nel sole e nella luna?

- E ancora, -continuò Pete, -niente impedisce a

un tizio di costruirsi la sua propria idea valida, ma bi-

sogna che stabilisca fin dall'inizio che cosa intende per valida. E una volta che l'ha capito, deve precisa-

re a che scopo servirà, o se servirà affatto. Certe idee che erano adeguate in passato, oggi non ti portereb- bero molto lontano. Devi poter essere capace di di- stinguere tra una giornata di lavoro valida e una non perfettamente valida, una che magari poteva essere considerata valida una volta, o che può diventare va- lida in altre circostanze, ma che non lo è al momento. Dipende a che mondo la riferisci. -Non so,- disse Pete.- Non so se siamo d'accor- do su quel punto, Mark. -Vuoi dire che forse stiamo parlando di due cose diverse? -Si. Alla fine mi domando di che mondo, esatta- mente, stai parlando? -Che mondo? Tutta la gamma che riesci a fiuta- re. Su, giu, dentro, fuori.

- Si, ma a me sembra che ogni tanto tu dimentichi

di fiutare alcune questioni rilevanti che ti stanno

proprio sotto al naso. Hai capito?

- Credo di capire benissimo dove vuoi arrivare.

- Beh, per essere sincero, Mark, sto insinuando che tu non presti abbastanza attenzione a ciò che ti succede intorno.

- Vuoi dire i titoli di testa.

- Piu di cosi. Sei influenzato da ciò che ti circonda

e ne dipendi per trarne sussidi e sopravvivenza. Non vedo come puoi non venirne coinvolto. Vivi in que-

sta società e non posso dire che approfitti delle occa-

sioni che ti si presentano.

- Ti riferisci al mondo dei biglietti dell'autobus.

-E va bene. Hai due pences in tasca e ti paghi il tuo biglietto. Ma a me sembra che tu consideri quei due pences, e per giunta il trasporto stesso, come se fossero un diritto divino. Paghi quei due pences co-

me se non pagassi affatto. Come se viaggiassi gratis.

Tu non riesci a capire che quei due pences sono su-

dore, come anche il lavoro per quel tragitto è sudore.

- Sono una passività nel bilancio della banca del mondo. -Non solo sei una passività,- rise Pete,- sei an- che una fottuta allucinazione! A volte non riesco a credere che tu esista.

- Ma, poi, quando lo ammetti, - disse Mark, -mi credi un parassita. -Non completamente. -Parassita,- disse Mark, alzandosi.- Non è esat- to. Io non vivo alle spalle di nessuno. Non rubo dalla cassa. Provo solo disprezzo per la cassa. Io non c'en- tro con i parametri di cui stai parlando. Io seguo i miei pruriti, e nient'altro. Non c'entra con la tua strada, né, forse, con quella di chiunque altro, e allo-

ra? Non aspiro ad alti livelli. Non fanno per me. Non nesco a conviVerci.

- Ecco il punto, -disse Pete. -Quello di cui ti ac-

cuso è di girare attorno alla vita senza mai entrarci dentro. -Se sono un ruffiano,- disse Mark,- sono il ruf- fiano di me stesso. Non sono il ruffiano di nessuno. Io vivo e giro attorno alla mia vita.

-Non puoi vivere isolato sotto una campana di vetro.

- Sei sulla strada sbagliata.

- Il tuo pericolo, Mark, è quello di trasformarti in

un atteggiamento e basta. -Non finché mi reggono le palle, vecchio mio. -Non riusciranno a salvarti. Potrebbero caderti.

- Le tengo ben lubrificate.

- Guarda. Ciò che disapprovo è che tu ti prendi troppe vacanze tra una pausa e l'altra.

-

Quando me le prendo, non sono certo pagate.

Mi

destreggio. E comunque il termine vacanza non è

esatto. Usi il termine vacanza solo perché esco dai

tuoi schemi. Ma io non esco dai miei.

- Beh, -disse Pete, -potrebbe esserci del vero in

tutto questo. Te l'ho già detto, potresti essere un'i-

dea valida. Passò una sigaretta a Mark e accese un fiammi- fero.

- Ciò che non capisci di me,- disse Mark,- è que-

sto: io non ho nessuna ambizione. Pete lo guardò. -Oh, - disse. - Capisco.

- Senti, - scattò Mark. ora che vi dica qualco- s' altro, ragazzi miei, per il vostro bene. -Cosa?

-Lo sapevate che sono nato già circonciso?

-Cosa? -Il tizio è venuto a casa con il coltello per affetta- ti, per fare il necessario ed è quasi svenuto per lo shock. Hanno dovuto dargli un doppio brandy, of- ferto dalla casa. Pensava fossi il Messia. -Beh,- domandò Len,- ammettilo, dai? Piu tardi, lasciarono la casa e andarono a piedi al Swan Café, passando dallo stagno, per incontrare Virginia. Lei era arrivata e sedeva nell'angolo.

- Beh, - disse Pete, mentre si sedevano di fronte a un tè, - come sta Marie?

- Molto bene, - disse Virginia.

- Marie Saxon? - disse Mark. - Cosa fa adesso?

-Passa gran parte del suo tempo, -disse Pete, -a

Soho. Facendosela un po' con tutti quanti. - È ancora innamorata di me? -Non ne ha proprio parlato, - disse Virginia.

- Era pazza di me, - disse Mark, - a quei tempi. -Non è quella che hai picchiato sull'orecchio, una volta? -No. Quella era Rita.

- Ah, già. Rita.

-Cos'è che hai fatto?- domandò Len.

- Lo stava sfottendo,- rise Pete,- o che so io, e lui le ha fatto rientrare i denti. -Non è andata proprio cosi,- disse Mark,- ma se l'è meritata, comunque. È stata la piu grande sor- presa della sua vita. Non me ne pento. Le ho inse-

gnato il rispetto. Senti, Len. Non mi guardare cosi. Non la conoscevi nemmeno la ragazza. Non c'era nient'altro da fare, te lo assicuro. Cosi Marie non è piu innamorata di me, eh?

!05

-Innamorata?- disse Pete.- Sta dando via la fica a tutti i fattorini e a tutti i pisciacani che incontra. Dalla stanza interna si senti il suono di una chitar- ra, strimpellata pesantemente. -Cosa avete fatto?- chiese Virginia. -Chiacchierato,- disse Pete.- Una serata socie- vole.

- Giusto, - disse Mark.

-Cercavo di spiegare a Len,- disse Pete,- quan- to bene gli farebbe seguire i miei schemi salutari, ma

lui non mi ascolta neanche. -Cos'è quel libro, Virginia? - domandò Mark.

-Amleto.

-Amleto?- disse Pete. -E com'è?

- Lo sai, - disse Virginia, - è strano, ma di colpo non riesco a trovargli piu nessuna virtu.

- Dawero? - disse Mark. -No. -E perché?

-No,- disse lei,- no. Io

, in fondo, che cos'è? E

depravato, sdolcinato, vendicativo e disponibile so- lo per i suoi g1~attacapi. Lo trovo molto monotono. Virginia si appoggiò allo schienale, battendo il rit- mo sul tavolo, con un cucchiaio. Dalla stanza interna si levò una voce che cantava in italiano, accompa- gnata dalla chitarra.

- Beh, - rise Mark, - è un punto di vista.

- Sbagli di grosso, - disse Pete, - come al solito.

-Non lo so,- sussurrò Virginia.- Cos'altro fa se non parlare e parlare, e ogni tanto piantare un coltel-

lo in qualche schiena. Volevo dire una spada.

- Lo trovo molto divertente, - disse Pete. - Ma non vogliamo mica parlarne sul serio.

ro6

- Io devo andare, - disse Len, alzandosi.

- Sf, - disse Pete, - la seduta è aggiornata. -Hai il turno tutta la notte?- domandò Mark, andando verso la porta.

- Sf, - disse Len. - Ecco il mio autobus.

-A presto,- disse Pete. Len attraversò la strada di corsa. -Ce la fai a rincasare da sola, Ginny?- disse Pete. - Perché credo che tornerò a casa subito. -Ma certo. -Vuoi che ti accompagni?- disse Mark.

-No, no, stai tranquillo.

- Il mio autobus, - disse Pete. - A presto. Ciao ciao, Mark. Attraversò la strada. -Beh, Virginia, è meglio che vada. Mark le guardò le labbra che si muovevano.

- Posso senz'altro

-No, non ti preoccupare, Mark. Sono solo cin-

que minuti. -Come stai?- domandò lui. -Benissimo.

- Uh-huh.

-Beh, - disse lei, - è meglio che vada. A presto.

-Si.

-Ciao.

- Buonanotte, - disse Mark.

- Buonanotte.

!07

Tredici

Pete usci di fretta dall'ufficio e attraversò la stra- da. Trovò una cabina telefonica vuota e vi entrò. Mentre il telefono suonava, lui guardò nella strada.

- Ginny?

-Si.

- Sei in casa?

-In casa? Certo.

- Va bene. Vengo subito da te.

-Cos'è questa fretta?

- Sarò li tra mezz'ora. -Qualcosa che non va? -Non uscire. Prese l'autobus per Dalston. Al semaforo saltò giu e prese una scorciatoia dietro la stazione. Virginia apri la porta del suo appartamento in accappatoio. -Sei stato velocissimo. Ho appena fatto il bagno. -Per che cosa?- domandò Pete. -Cosa?

Andò in cucina, si tolse la