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[21 aprile 1990 - 12 luglio 1994]

Mi riscopro vieppiù concittadino


dei miei sogni, concubino al silenzio
che attosca le miei notti col suo assenzio.
Potrò come traviare il mio destino,

distinguere il suo corso dal supino


corteo di turbamenti cui presenzio,
mio malgrado? Neppure se licenzio
l’innocuo idealismo in cui declino

riacquisterò reale un mio contorno.


In tutto uno di loro sarò incluso
per sempre in quella reggia, nell’adorno

ambito assurdo, umbratile e confuso


di attese e desideri che ho d’attorno :
snudare non potrò il mio sguardo illuso.
II
a A.T.

Principe moro, cui largito ho il meglio


ed il peggio di me in un solo dono,
laconico mi fingo un tuo perdono.
Sottile la tortura di un risveglio

mai voluto o pensato, ma che prono


col raggio mi ha trafitto del suo speglio,
mi rivuole per sé. Se ancora veglio
nel grembo della notte, è per il tono

perentorio e svagato del ricordo.


Non procede un’essenza da un sussulto
irrito e momentaneo - lo sai.

Eri l’Altro e me stesso. A volte mordo


il cuscino del dubbio e dopo esulto :
dell’alba ai primi passi sparirai.
III
a B.M.S.

Nel cortiletto della trattoria


trasteverina (sul tetto i piccioni
indecenti tubano pochi suoni
rimbalzano imprevisti dalla via)

mi sento vuoto: usuali le afflizioni


altrui non mi interessano, la mia
mi annoia ancora più (che sia
un sintomo anche questo?). Le occasioni

ogni volta si perdono, se anche


quest’estate romana in noi si impasta
di pioppi infastidita e di moschine.

Spengo gli occhi, mi adagio sulle panche


e già dentro di me sbocca nefasta
voluttuosa la vena della fine.
IV

Non vedrò mai forse la California


lucida defilare da un volubile
fumigare di albeggi, tra i novelli
saliscendi spioventi degli uccelli.

Chetata quando si sarà la sbornia


errabonda del giorno in seno al nubile
abbandono dei sensi, i miei rovelli
in me saranno pungoli e flagelli

al cupo stordimento dell’oblio


ed ogni volta imprenderò il mio viaggio
e crederò ogni volta in un addio,

finché quel fatuo impulso in sé impigrita


l’irrequietezza assorbirà del saggio :
ma tra un abbrivo e l’altro c’è la vita.
V

E adesso che ti inventi, malandrino


sfortunato del cuore, se deponi
anche l’ultimo amore? Tra i frastuoni
dissoni e radi stanco ti abbandoni

o riprendi la lotta col destino?


Il sipario bistrato che nasconde
le movenze del tedio e ne trasfonde
i travagli noiosi in infeconde

vicende ti condanna alla ribalta,


non la vuota platea né le dipinte
prospettive del mondo. Dalle quinte

una voce reclama e già ti assalta


- il copione è lo stesso - un gaio e serio
meccanico di gioia desiderio.
VI

Divine evanescenze, non contate


di eternarvi nel rapido baleno
che mi scocca dagli occhi per amate
parvenze, quando affiorino fortuite

dal fondo del mio sguardo. Un chiaro vate


fu che predisse il murmure sereno
del Lete trafugare in quiete ondate
le reliquie del tempo. (Le gratuite

prefiche dell’affetto impetreranno


tacito forse un gemito al dominio
del vuoto). Se continua lo sterminio,

cada, infine, rifuso in quest’affanno


qualche cosa di voi nelle mie tempre :
è questo il vostro lascito e per sempre.
VII
a A.T.

Che rimane dei giorni benedetti


elargiti dal genio del sorriso,
delle ore fatate, degli affetti
tumultuosi ed effimeri del caso?

Brindavamo ogni notte per progetti


camerateschi (donne, viaggi) e il liso
arazzo ritesseva i suoi diletti
ai dardi per sfrangiarsi di un occaso

non senza che abiurassi ancora al rude


tirocinio del savio. Se si esclude
un conato di pianto e poche spine,

solo una piaga blu nella memoria


che sconfina oltre i sogni, ma la storia
della tristezza non avrà mai fine.
VIII
a V.C.

In me si inebetisca il fido assenso


del simbolo spezzato che distingue
tra le repliche mille il proprio doppio,
l’altro di sé, se un caso nudo estingue

per fatale agnizione quell’immenso


visibilio d’attesa. Ti ripenso
intangibile impala in groppa a un pingue
costato di savana e già vi accoppio

il mio orgoglio virile, quel belluino


desiderio di te. Mi annullo chino
sul tuo corpo fiorito: per riscontro

non ho che un’occasione che saluta


per sempre irrimediabile e perduta.
Procrastinato ho invano il nostro incontro.
IX
a E.G. & E.P.

Di nuovo come allora mi confondo


(sono due anni ormai, ma non ricordo
altro frattanto) ai tiepidi abbandoni
che il meriggio dispensa a primavera

di frulli e campanelli a girotondo.


Vi scrivevo da un tetto dell’accordo
protervo di magnolie e di piccioni,
vi scrivevo del soffio della sera

che frammischia e disperde i miei pensieri,


ma so che c’è un piacere e dei più veri
a vivere senz’altro. Se per te

oggi imbrunisce il cielo, un emissario


scongiuro che ti scampi col saltuario
suo favore dal crollo: anche per me.
X
a E.D.

Forse mi conoscevi più degli altri


quando lieve sorriso era il rimprovero
vitreo e teso alla mia tempra acerba,
quando una cura futile o l’invidia

- l’avversaria di sempre - prava insidia


intentava al mio umore. Non più scaltri
periti del decorso mi riserba
ciò che si tesse in me. Ti annovero

tuttora tra i miei dei. Grato un larario


fondo e privato, avulso mercé i versi
dagli insulti del tempo, mi assicura

che davvero ho vissuto. Al tepidario


dell’oggi, dentro specchi nudi e tersi,
di te questa mia inchiesta ancora dura.
XI

Poi non mi addanno più lungo la Via


Indipendenza per prendere il treno
a bruciapelo. preferisco l’auto-
mobile, adesso, e un passo un po’ più cauto

sotto i portici ocra. C’è Bologna


e Bologna nei ricordi, Bologna
denegata e rimpianta goliardia,
Bologna in prestito, vissuta, almeno,

nei resoconti altrui, vista dai tram,


goduta nei caffè, coi più diversi
consorti al fianco e qui ti pongo freno,

della memoria subdolo tam-tam,


ché piangerei se non per questi versi
riattinta avessi la mia poesia.
XII
a E.D.

Sopravvivi per me dentro una sola


metafora, compiuta ed estensibile,
di tutto ciò che adoro e mi consola,
epitome precaria dell’idillio

in cui mi perderei ché già mi invola


in astratto soltanto l’impossibile
tuo profilo se taglia il raggio viola
sull’arena di Djerba (dell’epillio

trascendente mi approprio la favella) :


sei l’arcangiola nunzia e testimoni
che una scheggia traversa del divino

può graffiare il sensibile, la bella


lotta continua eppure dal confino
per traslato non graziano i patroni.
XIII

Tra le poche certezze una mi resta


fatidico se sbranca la pattuglia
delle credenze il tempo. È pertinace
un filo che rannoda la tempesta

controversa di eventi a cui si impresta


a sprazzi una coscienza. Dove muglia
più fondo il mio naufragio, dove tace
ogni senso, però continua questa

strana storia di me. Sfila il corteo


folclorico e irreale di chi è stato
dei miei, sbiancano i volti del passato

intatti ed infungibili al museo


degli amori sfatati. Nel fandango
fortunoso dei casi io permango.
XIV
a B.M.S.

Che farò quando trenta primavere


di corolle disfatte graveranno
l’urna sonora della gioventù
e il suo concento non avrà risposta

se non nell’eco spenta che da costa


a costa ripercuote le scogliere
di sbieco al volo scalzo delle gru?
Fra le stoppie strinate (manca un anno

e poi un altro) io che credevo, stolto,


solo abitassi gli anditi dei libri,
upupa, ti ho scoperta vera: ho pianto

per la gioia in ginocchio. Dunque, il manto


cieco può ancora aprirsi: assolto,
- giuro - vivrò finché qualcosa vibri!
XV

- Che più ti resta - sbotto - di infiniti


scorci - a me stesso -, di veglie straziate
dal filo cuspidato di un’attesa,
di duelli mancati e voti in chiesa,

dell’omaggio puerile a quelle liti


senza vinti o vincenti? E le fiammate
lucide e fatue, l’astio, la sorpresa
di essere sempre uguale? Non ti pesa

custodire un aspetto che a tempesta


sedata rinverdisca e l’aldilà
con lui dell’oggi e fughe e fretta

di ritorni e promesse, finte...?...- - Questa


contegnosa e dolente libertà
e andare, solo, al mare in bicicletta.-
XVI
a A.N.

In rotta da Milwaukee a San Francisco


(e dopo tanto ancora mi commuovo)
ripenso al tuo saluto: «Viaggia anche
per me». Fai viaggi - mi dicevi - spesso

per persona interposta. A me lo stesso


capita cogli amori. Rinverdisco
all’idea di un mio volo, nelle stanche
pieghe di me, ma un senso non ritrovo

a questo mio vagabondare. In delega


se indolente e per altri ascendo il piano
falso dei desideri, se il mio bene

ad altri spetta, in cambio mi pertiene


sospiro altrui che al nulla non mi relega?
Forse è così che non viviamo invano.
XVII

Idolatra impunito a troppe cose


ho rivolto il mio culto e nei più amari
templi così, miseri oggetti ignari
di una propria supposta deità,

sono stati pinze, finestre, ombrelli,


telefoni, automobili, cancelli,
invocati da me trampoli, uose,
a soccorso di qualche avversità

e penne, battilardo, sassi; pure,


coincidenze, dilezioni, casi,
corsi e trascorsi, esperienze, frasi.

Nella notte del giorno in faccia a dure


peripezie, forse, mi sono perso :
un bacio, sì, mi ridarebbe il verso.
XVIII

Dal finestrone ampio in biblioteca


(è un abbaglio fugace che mi acceca)
scopro inatteso dei miei verdi anni
liceali e inconsulti quel cortile

che pareva irreale. Un vetro seca


l’androne e mi separa (quasi impreca
la mia passione elusa) dagli affanni
di allora che l’età primaverile

mi rendeva inespiabili. (In rapporto


i presenti non sono che ludibrio
di noia e di ossessioni). Mi disvio

pensando in controluce all’equilibrio


inappagato d’oggi e a quel trasporto :
i due vorrei. Come spiegarlo a Dio??
XIX
a R.M.

Sei ricomparsa, invece, nei miei sogni


direttiva e indulgente come quando
il gregge dei pensieri sulle zolle
miei radunavi docili al comando

gaeliche. Non so che cosa agogni,


simulacro di vita, questo folle
supino sentimento, questo sbando
che si abbarbica in me pregno del molle

furore dell’esistere: sia un segno


il tuo, mi sfugge il senso, sia un contegno
risentito ed incredulo di sdegno,

sia il monito accorato di chi tace,


ma sa, a me - non sono perspicace -
quel saluto finale non dà pace.
XX
a S.C.

Gli sconforti più neri, la più impura


estasi vedo in sogno e mi ridesto,
se l’altro è un doppio inutile di questo
in che mondo potrò invocare scampo

da questa ottenebrata e imperitura


marea di insofferenza? Perse immagini,
distratte ai dì, (la veglia ne scompagini
il frastaglio confuso) al freddo lampo

della ragione non avranno forza


più di intaccare quest’ottusa scorza
in cui languisco; eppure contro il margine

algido e refrattario di ogni oggetto


i miei fantasmi vigili proietto :
è un vizio cui non so mettere un argine.
XXI

Quale sarà la mia fra queste molte


strade del mondo? Un tempo c’era un quieto
angolo cieco, agibile, discreto
in cui mi rifugiavo quando fuori

la furia imperversava delle svolte


e c’era un sentimento un po’ inconsueto,
atavico e impudico oltre il roveto
ardente di speranze rubacuori,

di esistere a dispetto dei rovesci.


Non so più come ho perso la mia rotta
in questo labirinto di calvari;

di me è perento il meglio sotto i vari


nubifragi e silenzi: galeotta,
erra la ciurma in circoli sghimbesci.
XXII

Dal tuo incesso imperioso non imploro


giuramenti o ragioni. Quel tuo passo
che rincorro per gioco sotto il portico
fatato dell’infanzia riga d’oro

lo stupore in cui giaccio; ancora esploro


il sorriso infinito mentre vortico
in fondo alla speranza; dall’ammasso
silente spillo il liquido sonoro

del tuo eloquio, parole di conforto


quali vorrei, mio inesistente amore.
Ah, le platee deserte, le ringhiere

battenti contro il sole, queste ore


scarne e insapori, le avvilite sere :
al mio pellegrinaggio urge un porto.
XXIII
a L.B.

Quando l’ombra cadrà che si interpone


quasi specchio ed enigma alle coscienze,
nella gloria finale quando tutti
saremo in Lui e Lui in tutti, allora,

forse, potrò capire perché infiora


di gladioli amari e gigli asciutti
questa vita la sorte. In trasparenze
attonite vedrò quale ragione

alla mia sofferenza sia sottesa,


quale legge crudele mi allontani
sempre da ciò che amo, se ogni amico

oggetto mi ha lasciato e il soffio antico


del cuore: ne trarrò compensi arcani,
ma varrà la sua pena quest’attesa?
XXIV
a C.V.

Nella notte più corta, nel candente


silenzio del solstizio per Platone
pregavo e le mie labbra erano intente
a sillabarne il nome. Le rotaie

mi parvero innevate, evanescente


un volto amato in fuga; dal vagone
il giorno dopo, ho contemplato lente
sparizioni di campi e di ceppaie

in fondo al magma della luce. «Possa


salvarsi - supplicavo - entrare in cielo;
più lui di molti santi invocherei.»

È tutto ciò in cui credo, cui anelo :


si salvi e me con lui salvi e coi miei
palpiti tutti d’onta e di riscossa.
XXV
a R.M.

Ondulate brughiere di Edimburgo


vive e sospese, tiepide e incostanti
in cui ci smarrivamo... Il folle gioco
non poteva durare! Come tanti

anche tu sei scomparsa, ma se obiurgo


quegli errori di sempre, se ti invoco
genuflesso gridando degli istanti
passati il nome veritiero un poco

mi ridarai di quelle voluttà


senza nome o sembiante, senza età?
Mi ridarai visioni anche da sveglio

come quando sconnesso elicitavo


e mi graziava il tuo sorriso bravo?
Abbiamo avuto, poi, niente di meglio.
XXVI

Il demone galante che dimora


in me, sonnecchia; assai poco mondano
esce di rado e non incontra amici;
coltiva solo poche ammiratrici

devote e inconcludenti, ma radici


non sa mettere altrove se gli uffici
triviali dell’esistere per mano
disbriga mia. Per caso ignoto affiora

allo stato cosciente da sommersi


deliqui e la girandola riesplode
frenetica di idee. Tutto si gode

di me sotto mie spoglie il meglio; frode


non è, ma ambigua identità che erode
lo smalto malizioso dei miei versi.
XXVII
a F.F. & A.F.

La finta frenesia dei musicanti


(perché è finta - lo so) non mi trascina
in pista. A freddo so contare quanti
balli e con chi lo ho fatti, quanti notti

candite di lumini insonni ho spese,


quanti baci mi scippa la rapina
sospirosa degli altri, quante offese
ho patito e ritorto, quanti botti

e splendori traccianti dai dirupi


di Bertinoro ho scorto, quante volte
sono partito, quante glorie ho colte

ed ignominie, quanti fondi cupi


ho lambiti cadendo, ma la nota
giusta trabocca da una scala ignota.
XXVIII
a F.F.

Ho visto le più ingenue convertirsi


predilezioni in asti furibondi,
tenui amori mutarsi in odi aspri,
nel freddo il caldo, il nubilo in sereno

la vittoria in sconfitta, il più nel meno


Ho visto le Baccanti e i loro tirsi
ritornare donzelle, in rudi diaspri
concretarsi bei laghi, mille mondi

estinguersi, fondendosi nel buio,


della notte assassina il volto fuio
risplendere in aurora. Sfuma l’evo

presente nel preterito: c’è un moto


fisso dell’universo e quel tuo vuoto
sarà sconforto prima, poi sollievo.
XXIX
a F.P.

Meno cruda dirò per me la sorte


(potrà udirmi, però?) se ti ridona
traslucida e reale, fresca viola
viva che transustanzia negli sguardi

all’avventura mia raminga. Ardi


odorosa e sepolta dove immola
la coscienza sopita alla persona
presente i suoi rimpianti. Dalle porte

più fonde e laterali, dall’ebbrezza


sconsolata dell’ora che si ingombra
del suo contrario (ancora un cesto scenda

supplicante sul Nilo) mi si accenda


per contrasto insanato la tua ombra
o d’altra comparabile bellezza.
XXX
a S.S.

«Sono stanca dei versi» mi dicesti


«che concludono niente» nel già bruno
risciacquo della sera. Certo ai presti
corrieri dell’Oscuro quel raduno

ingenuo e sedizioso (penseresti


piuttosto per pietà, celia che uno
degli afflati del Genio, da contesti
erratici, di sillabe a digiuno,

ci volesse invasare?) era sfuggito.


Per quel trasalimento le parole
da sole hanno potuto dare al mito

un corpo, un’ombra vera. A queste scuole


casuali appreso ho la magia: l’ordito
del Poema totale in sé ci vuole.
XXXI

Se varranno qualcosa non - lo credo -


questi miei che improvviso quasi ovunque
versi raschiati all’ozio e all’indolenza
rabbiosa, se sfidare l’incombenza

potranno dell’effimero, prevedo


per giunta un esito bizzarro. Dunque,
capofitti per me nella ghiacciaia
eterna della gloria finché paia

alla fama saranno i miei falliti


amplessi, i troppi addii, quei miei disagi
intimi e ancora, sconsolati, i miti?

Eretto un monumento più perenne


avrò del bronzo ai miei giorni randagi,
a chi mi accora epigrafe solenne.
XXXII
a M.P.R.

Ho sempre avuto in uggia i bei diporti


sfrontati dei potenti (l’universo
arricchire potranno di un bel verso?) :
cavalli, sci, casini, barche a vela,

laute cenette a lume di candela,


soggiorni tropicali con incluse
avventure a buon prezzo, compre Muse
da ristorante e da privati porti,

acquisti di ricordi e cianfrusaglie;


le partite di tennis, capodanni
sontuosi e affaticati sotto i panni

di chi si agita e geme nelle maglie


spinose di un travaglio da prigione :
insomma, arriva la rivoluzione?
XXXIII
a L.B.

«Perché se il giro eccentrico degli anni


sturba i ricordi e maschera gli affanni
sarà di te ciò che sarà dei vini
d’ambra o rosati, torvi e frizzantini

al cumulo delle stagioni: i danni


non sanno dell’età né i disinganni
che un giorno sfiniranno le mie attese
ma si fanno di giorno in giorno, mese

in mese più facondi e più soavi»


Così ti ho intrattenuta e mi narravi
il sogno di Parigi e della noia

e io di come ho visto senz’allerta


nuotare libri in Savio (in questo è un’erta
scalata al trono pigro della gioia?).
XXXIV

Colle lenti a contatto ho visto il mare


ed è stato il vagito di un amore
presagito, ma ignoto, se non solo
per responsione inconscia, strana: rare

gioie alla mia potrei paragonare


che, per caso, distacco dal fragore
dell’onda una scintilla, colgo al volo
un volo di gabbiano. Se mi appare

nitida come agli altri la distesa


alma dell’acqua e magico il normale,
non è, forse, un auspicio che mi spetti

un’arra più fruttuosa, una sorpresa


più grande nel domani? (I parapetti
dell’illusione ignorano il banale).
XXXV
a S.U.

Errabondo spirito, troverò


- può darsi, quando? - una mia casa. Scorro
l’eclittica gremita alla ricerca
di una collocazione che non ho,

di un segno mio che all’infinito tracci


disagio un suo traguardo dacché aborro
ogni falso riposo e sempre alterca
coll’oggi il desiderio. Quanti lacci

dissolvere dovrò, quante comete


sfatare, a quante vie volgere il dorso
finché germogli in me questo percorso

che tasto, vena occulta del mio vuoto?


O, forse, mi compete quest’immoto
viaggio, questo cadere senza mete?
XXXVI
a C.Q.

Sarà premiata infine l’insolenza


seducente e moresca dei tuoi occhi,
e in un abbraccio strozzerai la febbre
che ti ingravida e sana dalle lebbre

intime dell’angoscia: un’incoscienza


divina pulsa in te. Vivi balocchi
indifesi del caso ci affratella
una fede animale che livella

agli uomini gli dei, ma è un dio più forte,


incredibile e sordo, che scongiura
la forza guaritrice di natura

e slega ciò che è unito. Nelle morte


serate che mi attendono un’abiura
mi laverà da rimembranza impura.
XXXVII
a D.C.

Io col diavolo no, ma col Signore


- ho sempre fatto il tifo per il Bene -
un contratto firmerei per le ore
che mi sono rimaste (ci guadagno

tanti fastidi in meno e poi il dolore


di intingere la penna nelle vene) :
svendo un’anima tutta col fervore
dannato, ma sublime di un ristagno

senza fine di smanie e di sconforti.


In cambio l’oblazione pura e santa
di me tutto mi ottenga intero un mese

incolume dal morso dei contorti


colubri del livore, dalla tanta
afflitta vacuità delle mie attese.
XXXVIII
a E.D. & F.P.

«Ci saranno altri luoghi, altri tempi, altre persone


da aggiungere alla trama dei tuoi giorni,
incontri ancora, ancora, poi, ritorni
e volti e grida e baci di una donna

e porte e chiuse e aperte e l’emozione


di dire ancora un sì che non assonna
nella memoria. Annoda alla colonna
l’ospite la cavezza, gli altoforni

utopici deflagrano di intenso


chiarore, lucida risplende Sirio :
abbandona le rotte del delirio».

Io non obietto mesto, taccio e penso,


penso a quando e non solo nei miei carmi
tornerai, dolce amica, a visitarmi.
XXXIX

“Sant’Isidoro” disse il re Filippo


e già gli vellicava le calcagna
losca la Morte, fradicia di tremiti
contratti e di sudori “al re di Spagna

non negherà l’aiuto (che mai un cippo


commemori l’evento?) anche da lì
dov’è”. Dopo, si spense senza gemiti.
«Quali sono i tuoi santi?» Interloquì

qualcuno, impertinente. «San Tomaso


l’Obeso, coi suoi asini che volano,
San Vicinio e i suoi pazzi da catena

qualcun altro - può darsi -» arriccio il naso


a nomi che non vengono «consolano
le mie notti, ma dura la mia pena».
XL

“Saremo solo plichi per l’archivio”


mi salta in testa (questo l’ho pensata
a Montefiore Conca su nel sotto-
tetto del Municipio) e un altro bivio

che non saprò saltare mi si apre


inutilmente netto nel dirotto
pianto che fingo e che mi piace (data
dai miei primordi). Un sentiero di capre

in salita e di troppe lastricato


vaghe intenzioni è la mia scelta: pendo
ora all’urto murale, all’ecpirosi

scientifica di tutto ciò che è stato,


ora a un rinculo memore. Mi attendo
inferno e paradiso in pari dosi.
XLI
a L.P.

Miei signori, Gemelli, ai quali devo


quest’ingegno e l’accidia, arditi slanci
stolte e le titubanze, quando elevo
chi altri c’è come me gli occhi al tranquillo

carosello di stelle? Non credevo


tanto limpido e puro degli aranci
notturni il crepitio fioco, primevo
mi potesse ammansire e lo zampillo

rilucente degli astri, eterna pioggia


serena, mi guarisse. A me si appoggia
il respiro del mondo e qui dal colle

scompaiono gli amici, quel camino


che crolla tra le fiamme e il mio destino.
Chi potrà mai amarmi così folle?
XLII
a E.G.

«Più non conosco i giorni, ma le albe


soltanto ed i tramonti» Nelle scialbe
risonanze d’Agosto quel tuo grido
d’aiuto, se è d’aiuto, si tramuta

nel trillo di un’allodola precoce


al levare del sole, nella voce
che piange d’usignolo dentro il nido
intricato di un bosco; poi, l’astuta

rivalsa della vita ha riconverso


nell’ovvio l’acquiescente irrequietudine
di quell’appello assorto. Dunque, ho perso

ancora il meglio? (Nelle notti brave


oltre muri di assenze in solitudine
dei domani che cantano è la chiave).
XLIII
a F.P.

Potrà menare vanto il bel torrione


di spigoli e tralicci, di lamiera
e noi con lui di avere infranto l’Era
dell’oggi macchinale e del domani

che replica lo ieri. È un’intensione


ludica e fascinosa della fiera
beltà che mi si nega e che è foriera
di nulla, se consuma in questi insani

incontri il suo futuro. Alla catena


dei ricicli scampato nella svelta
raffica già mi perdo, a cui mi invita

per gioco il tuo incantesimo. Raffrena


gli scalpiti del cuore questa scelta
tra vivere e diligere la vita.
XLIV

Sapessi come ardo e quel tuo intento


viso nel nulla quanto stuprerei.
Lasso l’arco del labbro violerei
col membro gonfio ormai prossimo al getto.

Facile avrei ragione nel tormento


che l’apice precede dei tuoi bei
seni segreti, riparati ai miei
assalti invano; sfiancherei sul letto

le tue reni di damma. Ti difende


iridiscente un tremolio di ciglia
che consente e denega. Quel tuo fiore

non coglierò (lo credo!), ma si tende


al tuo passaggio (e questa è meraviglia)
come un muscolo solo il mio furore.
XLV
a F.F.

Di contro alle vetrine mi sovvengono


sgargianti i bei colori delle tute
che volevamo metterci. Perdute
le ore dell’autentica allegria

sopravvivo di inerzia, ma trattengono


in sé, nelle radici, di agonia
molesta un grano nero (è una magia)
gli attimi tutti. Possano le mute

immagini sfinirsi nel crogiolo


esausto del passato, questa doppia
tortura unificarsi in fondo a un solo

ardente e interminabile cospetto


e possa annichilirsi la mia stoppia
graziata dall’incendio di un affetto.
XLVI
a E.G.

Il ritmo pago degli anniversari


è stratagemma estremo del destino
per trattenerci al gioco: il primo introito,
la prima donna, il figlio - non ne ho -

che per primo balbetta (che farò


se si inceppano in me tali ordinari
ordigni dell’esistere?) col coito
primo si incidono sul vivo fino

all’oblio di se stessi in un ritorno


artefatto e nostalgico. Consenti,
tu smaliziata amica, a questa farsa

che illumina e rimuove la scomparsa,


ma io che non riguardano gli eventi
attraverso una volta sola il giorno.
XLVII
a A.T.

La tua auto - mi ricordo la targa -


quando si imbatte in me tronfio sarcofago
coricato in parcheggi centrurbani
o ieratica e stronza sotto inani

ottusangoli di luce, larga


fende una pena amara sull’esofago
e il suo polso di ferro stretto schiaccia
il battito al mio corpo. In questa ghiaccia

giravolta degli anni non saprei


di quegli attimi quale ho più rimpianto :
non di te, non di te, misero essere

come tutti lo siamo, scrivo il canto,


ma di me, di com’ero, poche tessere
rivendico all’invidia degli dei.
XLVIII
a L.Pi.

Brutalizzata l’abside rinvia


acuta ancora un’eco oscura e roca
di antica, bestialissima pazzia
e, intanto, in qualche landa macilenta

dell’Africa o dell’Asia la razzia


imperversa inaudita se la poca
pietà sfiorisce, muore: colla mia
quant’altra sofferenza si presenta

al trono dell’Altissimo? La lastra


del Santo, a Padova, di un tocco appena
ho sfiorato in preghiera, ma, ai suoi stessi

sodali sconosciuta, in cui si incastra


ogni doglia del mondo, è una catena
che sostiene gli oranti e me con essi.
XLIX
a C.Q. & L.Pi.

Perugia un poco mi ricorda Arezzo,


ma non saprei spiegarlo: stessa piazza
in pendenza e sbilenca, stesse vie
scavate fra le case in un dispendio

assorto e indecifrabile. Mi avvezzo


a stento alle private geografie
fantastiche e imprecise in cui ramazza
gli eventi stati un coscienzioso incendio

e tutto si incastona in tutto. Dove


sono i passi innevati d’Appennino,
dove le corte e faticate tappe

del ritorno coi guai, dove le nuove


amicizie e gli esami del mattino?
Ho solo dentro me confuse mappe.
L
a J.d.L.

Jacopo da Lentini il tuo regalo


(fra tutti - credi - l’ho riconosciuto!)
mi è più caro degli altri. Ah, se potessi
confondermi io pure a quegli stessi

turbamenti, a quei drammi, ma uno scialo


irrompe di chi adoro e non voluto,
perfino, ed ogni volta c’è una dose
di pianto negli eventi e nelle cose

che in me percola amara per l’imbuto


refrattario e contorto del mio canto.
Ti invidio il sole, il tocco d’amaranto

dei versi, Agri e Livenza, i baci, il liuto :


di contro alla fatica mia di dire
che questa è poesia, ma da capire.
LI
a A.G.

Il mio solo rimpianto è non averti


fra le mie braccia, te che sola amata
ho più dei giorni miei. Questa che solca
piatte marine a pelo d’acqua, nata

contro vento, rude vela bifolca,


è la mia vita e il golfo si dilata
burrascoso dei sensi per scoperti
gradimenti e ribrezzi, dove sfiata

il sibilo della passione fino


a dilagare a tutto il mio destino.
Senza più stelle ormai navigo a vista

di scalo in scalo ed ogni svolta è un punto


in più sulla mia rotta che ho raggiunto :
si allunga senza posa la mia lista.
LII
a R.M.

Potrà ricapitarmi nei meandri


futili in cui questa città traligna
felice di incontrarti? Gli oleandri
rugiadosi stillavano di intensa

vitalità, gnaulavano in agosto


sul terrazzo i soriani e una benigna
quiete è piovuta in me, fatta di mosto,
di piaceri infantili, della densa

purulenta materia in cui scolpisce


i suoi idoli il dopo. Si accartoccia
il mio animo al peso che ci lega,

ma sapranno crearne queste lisce


traversie inesperite un altro: sboccia
senza antefatti il battito che piega.
LIII
a S.S.

È vero sì che so mimare i modi


della felicità, ma quanto noia
lo stesso in Portogallo. Sulla stuoia,
insonne, a galla dei miei desideri

Guerra e Pace, gli alberghi, incastri e snodi


di un labirinto che trangugia i lai
frolli di chi persiste, i finti guai
di una feria obbligata e semiseri

rimorsi: tutto ho sopportato. In testa


mi batteva - perdona l’empio labbro -
colla furia salmodica di un fabbro

l’auspicio irriverente: «Una mia festa


giunga alla fine in cambio». Ora, padrone
Fato, pretendo una permutazione.
LIV

Di fuori uguale agli altri vado in centro,


ma nessuno saprà che cosa ho dentro?
Passioni riprovevoli, diletti
a me stesso inspiegabili, progetti

che vivono la luce di un mattino


e, poi, marasmi, lotte, un intestino
risentimento contro tutti e tutto
e la credono flemma. Questo lutto

intimo, quest’assenza di un domani


tangibile e compreso un po’ mi esalta
e mi sconvolge a un tempo. Che mai l’alta

comprensione del Cielo per gli umani


questi scherzi riservi o non, piuttosto,
un destino si spicchi dal suo opposto?
LV
a C.Q.

«La cuspide leggera di Cupido


che ti dilani il petto insegui invano
per salti, per le svolte della vita,
per la ridda di incontri frali, vuoti

da cui non scaturisce, negli ignoti


golfi dell’illusione, un’appassita
neppure compassione, ma la mano
che un giorno scoccherà lo strale infido

elude e si traveste in questo tedio


che non offre speranza né rimedio.»
dici e lo so, ma possa quest’assedio

turpe allentarsi in un sorriso rado


di supponenza o svago e varchi il guado
a briglia sciolta un desiderio brado.
LVI
a C.D.

A tua insaputa mi acquattavo - adesso


si può anche dire - ignavo narcisista,
pretenzioso, ma indòtto musicista
a prospetto del tuo nel mio giardino

(tra i due c’è un terrapieno) e lì, cretino,


mi incantavo a spiarti al pianoforte
che, in cantina, infondevi a quelle morte
note, scritte soltanto, un suono. (Un nesso

c’era col dopo?). Fantasiosi accordi,


passaggi funambolici al tuo tocco
erano vivi e, insieme, qualche strazio

imprevisto e nativo. Il bieco spazio


di palpiti e pulsioni senza sbocco
che vivo adesso è una trincea per sordi.
LVII
a B.P.

O Venezia, Venezia, in queste calli


marcite dietro cui fila una gondola
e il violino sfondato appena dondola
al fruscio dello zefiro, mi appendo

a un gancio immaginario, mi scoscendo


e, intanto, la città scorre ai miei piedi
come nei sogni lucidi: «Se siedi
sui gradini a San Rocco o sugli stalli»

dice qualcuno (amico?) «ti fotografo


per sempre» e, poi, lo fa. (Il cronografo
dispettoso rallenta sul gioviale

istante e insussistente). Nella sera


quale ponte dovrò saltare, nera
quando cadrà la tenda del finale?
LVIII

Nel giorno d’Ognissanti sotto i colpi


fervidi della nemesi ho scoperto
per caso la saggezza. Era la soglia
che imprudente ho varcato e senza voglia

mentre invocavo il turbine che spolpi


quest’essenza caduca; poi, l’incerto
novilunio di sempre in cui si oscura
tutta la mandria ed ogni fiamma è impura

dentro di me. «Cogli altri fare pace


e con se stessi e, in più, spogliare l’uomo
quanto si può». - mi detta la loquace

profezia che mi visita e va via,


lasciandomi all’impresa. (A stento domo
una fitta traversa di ironia).
LIX
a C.Q.

E ti vedo svilire vago fiore


che ho indugiato a raccogliere: l’amore
in sé da sé si spegne e non ramifica
se attraversa, intoccato, la stagione

degli incontri e dei baci. Il fortunale


iracondo dei giorni, il tribunale
pentito che il passato non rettifica
mi condanna per sempre alle persone

consuete, a questo pungolo pignolo,


all’acqua morta della compagnia
degli assetati, quando nei burroni

notturni a Galeata era allegria


reticente e smaniosa: quali doni
manco di cui fa incetta il Boscaiolo!
LX
a T.D.Z.

Un tempo non lontano quando il diavolo


furioso e risibile del nero
umore, del silenzio o del dispetto
su me si appollaiava ad un sonetto

dispiegavo i miei sensi. Sopra il tavolo


di tek in sala o fuori sul sentiero
lento dei passi perduti a memoria
dentro me componevo. La cursoria

impazienza uno scalpito contratto


per poco tratteneva (anche la vita
quasi imitava a un’estasi infinita);

pure adesso finale che è lo sfratto


dal carapace della fantasia,
nei versi trovo una mia terapia.
LXI
a S.C. & F.F.

Noi qui, mentre adoriamo il Sole


impuniti (davvero fino in spiaggia
si spingono gli ulivi!) chiacchieriamo
frattanto; tu chi ami, io chi amo

è l’argomento - il solito! - e un po’ duole,


se può, dentro un azzurro che ci irraggia
di gioia involontaria. Tu tormenti
da una cabina il gonzo, i miei cimenti

si sprecano di nuovo in un concorso


e, sul lettino, le Storie sleggiucchio
del Padre della Storia. Da quel mucchio

di favole e di trame che ho trascorso


non pesco più. L’amico ci consola :
«Di storie tante conta una sola».
LXII
a E.D.

In questa notte spenta quel ricordo


mi tormenta e mi placa. Sul divano-
letto nella mansarda silenziosa
chissà fra i tanti perché lo sciamano

ballerino e collerico e il suo ingordo


demone associativo hanno dal nulla
estratto proprio questo? La corrosa
superba fissità che si trastulla

con noi è quella, doppia e cattedrale,


di Torcello, ma, già prima, sull’acque,
scherzavo, ignaro: «Sopra tutto aspiro

a Mazzorbo». «Rinviene ciò che giacque» -


sanerai, incastonando in un sospiro
vissuto e inesauribile, il mio male.
LXIII

Al «Capolinea» (ci siamo tutti


o quasi) l’amico teneva banco
di mio fratello. Ingenue sbalordiva
con invadenza lubrica e ossessiva

(finte?) le poche astanti, allora flutti


pervasivi e impalpabili lo stanco
trascinio di me stesso per l’estate
tralucente, difficile, di ingrate

amicizie e promesse hanno sommerso :


il grande Io e il piccolo me stesso
per sempre in lotta e, poi, sempre l’inverso

che capita e strapazza le emozioni


che vorrei, più non sento in questo terso
luccichio di una notte di perdoni.
LXIV

Non pretendo le grandi, mi accontento


delle felicità da poco. Quella
di sorbire in terrazza un cappuccino,
di fremere al sorriso di un stella

che liquefà negli occhi, il sopravvento


sereno di un solstizio, nel giardino
di frusciare le pagine a una bella
stampa col dito, di sfiorare il lino

grezzo di un seno. «Su, - dice - non fare


così. Fatti coraggio! Tieni duro,
- rimbrotta già qualcuno - anima ignava!

La pena eleggi che ti fa più brava!»


In casi come questi resta oscuro
nel coro dei gaudenti chi ascoltare.
LXV
a M.D.

Ma già di questo posso ringraziarti


a tua insaputa di essere salpata
mia seconda al timone del vascello-
fantasma. In fuga ho traversato innata

in me la conca sfonda degli scarti


umani, il golfo lacrimoso, il chiuso
specchio delle mie brame (svello
surrettizie radici al disilluso

amore) insieme a te per sanguinari


bracci, per agri mari, ancora in gola
colla gioia di quando dai binari

si spicca il treno in corsa e il ventre squarcia


di Parigi per l’aria infranta e vola...
Mia commodora, addio! Torno alla marcia.
LXVI
a D.C.

L’ignobile settembre che s’avanza


sempre uguale a se stesso, sempre allegro
bambi caracollante ancora dà
la stura al walzer delle vacuità :

il cilindro, la piazza, la iattanza


omiletica e trita di chi il negro
risvolto si pittura di impossibili
copule e viaggi, incontri, di infrangibili

dogmi portatili, la discoteca,


fare tardi la sera, la ribeca
che ripete: «Chiappe! Poppe!» ... Stupisci

disincantato amico, che io pisci


asti e lagne e con occhi da scafandro
scruti se torni un mitico Alessandro?
LXVII
a E.G.

Ho smesso i panni dell’Ottantanove :


qualche mutanda forse una camicia
tiene duro all’assalto delle nuove
nel guardaroba e, intanto, la vettura

che avevo allora in tinta Coca-Cola


ha preso il via per il pendio. «Incornicia
altro quadro; - concludo nella scuola
della vita - ribatti la ventura

che ogni volta si intreccia e si districa».


Se dal mazzo non esce la mia carta,
che farò delle attese e del continuo

diverbio col presente, finché parta


ogni forza da me? «Sempre l’antica
urgenza incomberà dei giorni» - insinuo.
LXVIII
a L.P.

Che recherai notizie dall’Ibernia,


amica, riapprodando? E i caldi voti
sussurrati al guanciale nell’occulto
penetrale dei sensi agli dei ignoti?

Io, nel frattempo, che rischiavo l’ernia


curvo sotto di me, sotto remoti
crucci senza più nome in un sussulto
i raggi ho visto occidui dietro i vuoti

boccali rossi della birra, ho visto


l’irruzione del verde nell’austero
paradiso di noia in cui sprofondo.

Più non domando a questo velo tristo


che mi esclude, intessuto di un altero
riso e di pianto: un voto anch’io nascondo.
LXIX
a E.M.

Non ho mai detto che sarò il tuo uomo


(né negato, però): sai che non posso
dare il mio pegno, se con me non vuole
la deità che vive negli sguardi

rilucenti e furtivi, nei maliardi


baci rubati in auto. Intero un duomo
di zucchero e canditi e, poi, carriole
di cornetti stracolme, quel tuo grosso

cuore di panna e mi riporti il culto


del cargo e tutto ciò che è buono,
ma porti pure il biasimo e l’indulto

per me che non invento la mia vita,


ma la trovo così con quel che sono
o voglio e come gioco la partita.
LXX
a J.B.

Mont-Saint-Michel, se replico episodi


stralciati a caso dal mio repertorio
stinto di poche gioie, se risalgo
la giostra che bambino un promontorio

di paure mi parve e senza approdi


(semicieco cercavo rotatorio
il volto di mia madre), se quei chiodi
stacco dalla memoria, che più valgo

contro il frullo del tempo? Nel tuo addome


capace un angelo picchi le tempie
più forte ancora se così le scempie

rimozioni sobbarchi a queste some


dei ricordi. Quale meta rifuggo,
se, moroso, chi ero non distruggo?
LXXI

Qui da Gemmano (in prospettiva inversa


alla mia infanzia) vedo Montescudo
e quella macchia bianca che si aggrappa
al colle è la mia casa; dunque, tutto

si ribalta alla fine e nella tersa


fissità trasparente di ogni ignudo
sogno c’è dentro un sogno e un altro. «Scappa
finché sei in tempo, finché il brutto

mælstrom si turi» accenti vani


altoparla non so dove infossato
un nunzio di aldilà. Non posso credere

alle sillabe più che a perdifiato


rutta il cielo. Mi tuffo sulle federe,
spengo e mi scontro coi Polinesiani.
LXXII
a F.P.

Ti porto solo dodici sonetti


strappati alla stampante, a un computiere
pigro (scappava il treno per Bologna).
È certo imperdonabile vergogna

che non sappia neppure ai miei diletti


sbadati dare un ordine, nocchiere
perdigiorno e lunatico, pupazzo
dei sentimenti tutti. Un qualche lazzo

un qualche invito ancora alla tua agenda


impulsiva e gremita di saluti,
baci e biglietti, fiori, voli e astuti

dinieghi e assensi strapperò? Chi emenda


bizzosa malavita che ha suoi svaghi
solo in griglia di rime che ti appaghi?
LXXIII
a L.B.

La dama spigolosa, incantatrice


di alcove inesistenti, che disdegna
la mia corte, profferte, viaggi, rose,
che deliba e non sente le mie cose

con chi sostituirò, quando infelice


il mio ultimo tralcio sarà legna
prosciugata e caduca? Quali storie
saprò imbastire dopo, quante glorie

da un baiocco nel colmo andirivieni


di proposte insolute, di ripulse
superflue bacchierò, d’ampie e convulse

apostrofi notturne e frusti beni


di fortuna? Basico istinto d’uomo,
chi domando alla fine sarai domo?
LXXIV

Odio i treni, ma solo per Parigi


e Bologna li prendo volentieri.
Partendo nella notte alla mattina
ci si sveglia e si è là. L’adamantina

persistenza dell’alba a questo gioco


presto mi abitua e mi rilancia il fuoco
d’Ariete e le canzoni delle strigi,
ritrovo Primavera e i suoi corsieri

nel maggio trafelati già da spiaggia,


poi, fulmine sereno, il professore
tanto inseguito e la sorella saggia,

(e pareva difficile!) l’amica


dei libri di Italiano... (Che fatica
sprecata anticiparsi quelle ore!)....
LXXV

«Che? Sarà ora di tornare in Scozia?»


ogni estate mi chiedo e l’esorcismo
rimando dei miei giorni più felici
(inutilmente se per noi decide

un Genio inesistente che divide


dagli affetti la causa) e, dunque, ozia
in me di tante storpie e meretrici
memorie, divertendo, il fatalismo

superbo di quel tempo. Il mio diluvio


- se di questo si tratta - non ha fretta,
ma rifiuta e si appella alla disdetta

che è mio alibi e impaccio nel profluvio


di cose immaginate e mai godute :
in che non so io trovi una salute.
LXXVI

I finestrini aperti alle vetture


in lotta per un refolo di brezza
dentro l’afa, l’ardore dei cristalli
che infrangono le lame della luce

la fiumana di musica che cuce


in una danza sola pigri sballi,
lampi di ilarità che a tratti olezza
del suo contrario, labili sventure

senza ragione poi compiante: questa


- me ne accorgo - è l’estate; questo è il punto
più azzurro in cui convergono gli istinti

di gioia e di preservazione. Avvinti


vorrei piuttosto che due noi in congiunto
trasporto ricreassimo la festa.
LXXVII

Per una prima volta della morte


ho intravvisto il baleno. Era, sul punto
di trasvolare all’Isola del Tè,
un riflesso sfuggito anche alle accorte

pupille del delirio. È stato un forte


silenzio, un lampo cieco in contrappunto
al violetto del cielo. Nel sakè
che rimesto di un giorno senza porte

si è aperto d’ombra un adito, finale,


che, sfumando, oltrepassa il bene e il male,
aspersorio di quiete e, poi, l’orrore.

Di qua dal vetro inerte dell’acquario


di noie e querimonia nel sudario
mi riavvolgo e mi aggrappo alle mie ore.
LXXVIII
a E.M.

Non salirò le chiatte dell’Olanda


insieme a te, per coste, per canali,
per le isole ferme di Zelanda
a cui chiedi ristoro dai tuoi mali

se mali sono i gemiti perduti


nelle notti virtuose di campagna
a casa tua. Smarrita, gli occhi muti
mi ricorda di te quando scompagna

ogni senso da sé la mia loquela


(è il suo bello) e non sai la meraviglia
della mia inconcludenza, della casta

malizia che mi è propria, ma se anela


al mio il tuo sguardo, animo ripiglia :
il gioco è peso e la bontà non basta.
LXXIX

Dal fondo delle notti più languente


di Burgos, di Miami, di Colombo
vi penso, tante vite parallele
che per voglia, comando od accidente

ho incrociate: subito un continente


inconfesso e tortuoso, nel rimbombo
querulo di un singhiozzo, per sequele
ripide di rancori in cui si sente

ancora un’eco tarda, di creduto


finale turbamento, di scommesse amare,
di amori stralunati, nostalgia

malriposta, di storie, dal suo mare


si staglia impertinente in un saluto :
«Siate felici!» - dico. E così sia.
LXXX

Il cielo blu al tramonto è come un fondo


rovesciato di zangola. Mettevo
i piedi a mollo un tempo e l’acqua calda
era carezza tiepida nel tondo

recipiente alle piante. «Forse, il mondo


tutto sta in un catino e già si sfalda
ogni forma - ho pensato - se le levo
il mio consenso.» Ormai meditabondo

riscorro la catena dei miei fatti


e mi sento perduto: non ci trovo
alcun conseguimento o direttrice

plausibili. Così, se baro e i patti


straccio dell’ovvio, che ci perdo? Un uovo
in me riarde d’araba fenice.
LXXXI

Tre cose ho care soprattutto e sono


la poesia, la musica e il teatro,
ma delle tre nessuna corrisponde
a queste ingenue mie passioni: in dono

tutto me stesso ai loro altari d’atro


fulgore e incenso ho speso, tese ronde
fumose ho trepestato e già impersono
lo scialo di virtù promesse. Latro

Anubi bastonato oltre il deserto


procelloso di ghibli e di annassite
anime erranti (ho in serbo troppe vite

per finire così): sono inesperto


se non di rime e sillabe, che fare
d’altro? Il mio giorno ha voluttà più rare.
LXXXII
a D.S.

Spoglia la galleria di questa vita


di nicchie, arcate cieche, volte, rampe
si riempie a capriccio di alte statue
sognanti cerimonie e riti, fatue

forme di bronzo intrallacciate, stampe


puntigliose di leggi, di infinita
mappe avventura, di graffiti osceni,
pitali, baldacchini, di prosceni

e veroni da cui storie di addii,


provvidi matrimoni con divorzi
altrettanto previsti recitare

e, in più, carriere, manifesti, gare


di ingegno e nobiltà. Ahi, quanti sforzi
per compiacere negligenti iddii!
LXXXIII
a E.M.

Avevamo scambiato un casamento


tetro e moderno per il Monastero
de las Huelgas e non ci dispiaceva;
ci vedevamo l’arte di un austero

sconosciuto maestro e, forse, il vero


non ci ha più dato alcun trasalimento.
Capita a volte di scambiare un cero
vacillante per stella, per l’allieva

musicante dell’alba i merli nelle aurore,


una pozza negletta, anche tranquilla,
per un vago miracolo di Antilla

o prendere per morso di un amore


(può essere più grave a ben pensarne)
pretta una dilezione della carne.
LXXXIV

Fra tutti proprio non invidio Dio


sull’amaca del cielo in pace quando
gli scaricano addosso carrettate
di preghiere, di voti e blasfemie

che profondono labbra chiuse e rie


dal pozzo un’ambascia per frustrate
genuflessioni rotte al contrabbando :
«Dammi l’impunità, l’arte, l’oblio

il successo, un marito, dammi i soldi,


una copula, un pasto, che mi assoldi
non importa che truppa, un giorno, un viaggio

la santità, una dose, un buon impiego».


Infedele e credente anch’io lo prego
di fare parte a me nel mio miraggio.
LXXXV
a P. C.

Da in fondo al cuore aggalla Barcellona,


incrostata di tulle, piatta ancona,
nerbo di orgoglio catalano, ignara
di celate mentali anamorfosi

contro il vallo di un’ora che sanziona


la fine, ma non è la Barcellona
di qua, quella che è vera e che separa
dal mio groppo dolente pochi implosi

singhiozzi, che mi spenzola da un filo


troncato di telefono (a che serve
partire, se, poi, tutto torna?). Cerve

mi promette impudiche e cacce, un silo


di buone cose la Città Celeste,
quando del mio sensibile si sveste.
LXXXVI

In cerca di presagi il ramo d’oro


a miti e favole divelto imploro,
ominoso scuotendo, le finestre
serrate degli dei. Quante maldestre

mascherate dovrò contro il decoro


che ormai pretendo e che mi spetta (alloro
mi metto in testa, vesto i panni smessi
di Telefo e di Priamo, dei messi

tragici, le ali di Mercurio


ai miei piedi con esito un po’ spurio)
mio malgrado inscenare? Una malia

perversa e simpatetica rapprende


in un unico intrigo le stupende
ambagi degli eroi e questa mia.
LXXXVII
a S.M.

Liquida e trasparente la Jamaica


mi è apparsa sotto forma di caracca
alla fonda cogli alberi nel sogno
tentennare a languori di risacca,

mi è apparsa nell’intensa e poco laica


trepidazione della primavera
con quei suoi lidi intonsi al mio bisogno
di gioia e di passione in una sera

opulenta. «Nostromo, olà!, straorza!


- grido in silenzio - Vira a tutta forza,
mio Capitano! Su, lancia la sfida

al destino!» Nei portolani inquieti


che tracciarmi saprò fitti di lieti
approdi e rotte è un’isola più fida.
LXXXVIII
a D.C., L.A. & A.M.

Bel tramonto di sangue!, ci affogavo


patemi e solitudini inesplose
e tutto mi sembrava sopportabile.
Adesso che discendo nelle cose

con più discernimento e sono bravo


a fare e, poi, disfare un presentabile
ruolo di marcia, adesso che le rose
non mando più, non sono tanto affabile

da illudermi, ma tutto è alla deriva,


forse, mi sento meglio e non soggiaccio
agli obblighi di un fine che mi priva

di ciò che è. Verrà tempo briccone


che effimeri - se ancora non lo faccio -
rimpiangerò i passeggi di Riccione.
LXXXIX
a C.N.

Nel dormiveglia acerbo in cui mi cullo,


fasciame alla deriva, per trastullo
ecco lo Spettro ormeggia tra vapori
salsi del Millenovencentottanta-

cinque (o del sette?): «Olà - grido (ahi, dolori!,


megafono di Dio per questa santa
transigenza) - sei tu, dunque, che incidi
le tue iniziali sugli opali di Idi

appese ancora al calendario?» «Cresci


- mi schernisce - nel gorgo della notte
non mulini tu solo: intere flotte

veleggiano sul gran sonno dei pesci.


Tolgo il velo ai tuoi occhi acché tu veda
quanto fallace è il sogno e non receda».
XC
a L.Pi.

Eh già, non torneremo a questo ponte


spaccato dal torrente, non all’altro
venerando ed altero sopra il limo
nello stesso tramonto. Forse, il primo

incontro cogli eventi nel simbionte


circo fatato ha un fascino che scaltro
emulare non può qual sillogismo
difettivo o efficiente. «Anacronismo

più dissono non c’è che la tua brama


forsennata di perdere l’avuto
e, dopo, di riavere il già perduto».

È vero, sì, ma in questa trama


contusa e luccicante di emozioni
inseguo sensi no, folgorazioni.
XCI
a G.A.B.

Con noi morranno fiaccole segrete


di stelle che non sono mai rifulse,
moriranno le lacrime convulse,
strozzate nei guanciali, ogni puttana

vastità mai solcata ed irrequiete


le giumente di amori senza nome,
immobili al galoppo, intente come
gli eserciti corruschi in porcellana

negli ipogei a nanna dell’Impero


efferato e Celeste della Cina.
Quanti incontri sfumati, quante ire

inespresse, ma pure quanto vero


stordimento e dissidio sulla china
greve di un’ora che non sa finire!
CII
a R.V.

Perché un raggio anche solo può scalfire


questo coma insipiente che condanna
senza appello o rimpianto le mie mire
irrite e spumeggianti, perché (un colpo

di fulmine potrà, dunque, le dire


Parche dell’imminente in un osanna
totale allegramente sovvertire?),
appeso ad un attendere, mi spolpo

di gioie e di dolori e sono fatto


ormai d’ombra e di stasi un mero segno
sul limite, perché non ho riscatto

se non nel sì che agogno e mi si nega


possibile, per giubilo e contegno
il gioco a sopravvivere mi strega.
XCIII

Avevo quindici anni e già (ne cito


qualcuno: «Piene di tanti ricordi
sono le vostre correnti», «Di luce
ti colori anche tu», «Forse che è amore

quello della candela?») per partito


scrivevo versi. Amavo ritirarmi
in campagna da solo o sulla spiaggia
a torturare fitti stracciafogli

e ad altro non pensavo, non a mogli


o figli, non ai soldi (troppo saggia
costumanza!); semmai c’erano allarmi

si smentivano poi senza il dolore.


Sono chi sono ormai, ma non si scuce
di dosso a me il Signore dei balordi.
XCIV

L’ombra che mi persegue non demorde


ma il suo passo di piombo ad una inculca
ad una addosso a tutte le mie impronte
finché saprà del poco mio orizzonte

fare un solco dolente. Sulle corde


flosce mi addestro (tutta non conculca
la mia speranza): «Ancora hai molto filo -
rido di me - davanti e il fiero stilo

tante volte hai schivato». Questo adoro


ingegno mattacchione e vagabondo,
Anteo, figlio del caso, che il mio vuoto

fortifica e ridesta. È lui l’ignoto


compare che ringrazio se del mondo
traverso il lato oscuro e non scoloro.
XCV
a F.C.

Afflitto da nevrosi e tonsilliti


vedo che attorno a me scorrono gli anni
e scorrono anche in me: questo è il più crudo
fra tutti che lamento dei malanni.

Dopo numeri e numeri finiti


quando avrò tutti i trucchi, quando ai molti
fremiti non saprò più dare un nudo
nome neanche, niente che mi ascolti

più gremirà per me gli astanti palchi.


Che si allontani l’ora!, che non calchi
le mie scene per prova il suo pensiero,

se un febbraio (chissà quanto sincero!)


di un’ulcera carminia ha fatto rosa
e ride, un marzo, dopo la mimosa!
XCVI

Un passato mi suona la puntina


arando come a nuovo sfrigolii
di vinile, su rauche ruote nere
e mi ridona tempi interi, addii

ferali e, dopo, un’altra e repentina


ricongiunzione. «I no di oggi i sì
saranno di domani e queste sere
penose, vacue e tante anche così

si trasfigureranno nei ricordi


belli a venire» ho canticchiato solo
tra il riso e il pianto incerto al karaoke

intimo e mio. Perché, Musica, accordi


ripestando il tuo giro, queste poche
reviviscenze, se, poi, stronchi il volo?
XCVII
a E.V.

Chissà se la mia suora della Quinta


Elementare è ancora viva (spero
per lei di sì). Nel minimo ridotto
ricavato per noi dal sottotetto

traballante di sopra o dal salotto


della televisione, buono e stretto,
impartiva apodittica un severo
sermone e, poi, con altrettale grinta

nei mondi trasfondeva e nei paesi


pensati dalle carte un che di vivo :
Portorico, l’Aral, Guam, lo Zambesi

collo sguardo del sogno già lambivo.


Per compito così ho contratto il vizio
dei viaggi e ormai completo l’esercizio.
XCVIII
a M.D.

Invece delle isole c’è Vienna;


(magra consolazione!) avanzo a stento
contro l’urto congiunto (pioggia e vento)
sulla mia faccia. Anche l’ombrello (strenna

ormai non so di chi) non è contento,


ma si rivolta, quasi goffa benna,
all’indietro su me (migliore penna
meriterebbe il fatto). Il mio talento -

se mai c’è stato - spreco in queste fughe


patetiche, se a sera nello specchio
la mia fronte si scopre nuove rughe

e in lizza già mi staccano gli aitanti


stalloni di San Piero in Bagno. Vecchio
ragazzo, perché perdi tempo? Avanti!!
XCIX
a A.N.

Ho sempre amato la presidentessa


di Tourvel, sempre uguale a se stessa,
ho amato di Odisseo quando la ressa
ricaccia delle anime, indefessa

Clitennestra, le lagne dei pastori


fannulloni. Per me che si innamori
e che si infuri Orlando o si lavori
Don Giovanni Zerlina, che trafori

le sfere il Ghibellino o quali intrecci


intrallazzino in ozio i goderecci
di Fiesole, come MacBeth non sbrecci

l’orlo del fato o in cuore una zaffata


dei bei Fiori del Male sia esalata
può, se ci credi, fare la giornata.
C
a M.P.R.

Ostile, assente la città mi nega


ogni svago perché quando si è soli
costa di più il conforto elementare
di infilarsi tra gli altri in coda ai riti

vieti del quotidiano a cui si piega


l’ansia di darsi un senso, almeno. Voli
spezzati, corsi senza svolte, chiare
traiettorie nel nulla, ardenti siti

che spegne pioggia senza fine ho visto


negli occhi miei, negli occhi di chi incrocia
i miei per sbaglio o carità, ma sfocia

qualche dove la passione del Cristo


che geme dentro me? Il pianto mi scalza,
la pena che mi faccio mi rialza.
CI
a Fl. F.

Si infila nel pareo, ma non le cade


uno sguardo, per sbaglio, su di me
neppure, che disteso sul lettino
mi fingo raggiungibili le forme

bronzee del suo seno, quelle spade


luccicanti degli occhi nel turchino
infitte, il passo raso senza orme
su scivoli di sabbia, ma perché

manca sempre qualcosa alla più piena


felicità? Perché, dopo, si svena
ogni volta l’umore in cui mi insedio,

quando si mostra appena e si diparte


l’angelo dell’altrove? Quale arte
fonderà col tormento il suo rimedio?
CII

Infantili i Sessanta e qualche anno


vano di stordimenti, poi, i Settanta
convulsivi e zelanti di ideali
e passioni imperterrite, tribali

ripulse e accanimenti ( - Ma che hanno


di incredibile o grave i miei propositi?
- mi chiedevo), ma già ecco gli Ottanta
strafottenti ed ottusi, assai compositi

di sentimenti innominati, amici e sbalzi


come sempre d’umore e di destino,
la laurea, il servizio e poi il lavoro,

la rumba arcana degli affetti scalzi


(torneranno gli spasimi?): declino
già nei Novanta e un esito non sfioro.
CIII

«Non so perché dai Nuovi Zelandesi


si pretende che usino vocaboli
uguali ai nostri e per le stesse cose»
protesto e gli accigliati conciliaboli

mi censurano intanto per palesi


contraddizioni al senso più comune,
«Chissà» mi chiedo «quando dico rose
se anche a loro si apre come in dune

bellicose un bel rivolo d’affetto


o quando dico rocca di scalini
un mondo intero e intrighi clandestini

sgorga e di storie, fughe e di sospetto».


È una figura: capirete, Amori
contrariati, che voglio cento fiori?
CIV

Per un’altra - se esiste - prendo appunti


esistenza: so già come la voglio.
Innanzitutto, basta cogli smunti
sguardi da troppo studio, col cordoglio

di rinunce e distacchi involontari,


usuali con nevrosi e miopie,
coi tranelli, gli scacchi, coi più vari
e lisi scampoli di strategie :

una vita vorrei fatta di poche


anime iscritte al mio vagabondaggio;
vorrei dopo i convegni delle oche

morte, sberleffi e lotte giù nel fango


giocare la mia mano ingenuo e saggio,
ma niente cresce in me l’eterno tango.
CV
a M.C.

«Attento! In te coi diavoli, impaziente,


non spegnere anche gli angeli!» consiglia
un aio a pagamento. «Ciò - mi dice
e ascolto compiaciuto - meraviglia

ancora più che lo zelo già - non mente -


si abbarbagli e decada al primo spiro
avverso e si scombussoli il felice
accordo degli sforzi col deliro

auspicio». «Dove vanno, dove - chiedo -


dai ristagni ribollenti e preclusi
di mangrovie a uno schiocco delle dita

i palpiti d’aironi?» C’è una vita


tutta, sospesa a quel segnali d’usi
smarrimenti e ritrovi e non la cedo.
CVI

L’inconsolato, il vedovo, l’afflitto


che non vince i concorsi e non fa breccia
nei cuori altrui, che resta senza donne
quando è un dio che le vuole, che sta zitto

nei ranghi supponenti della feccia,


l’esausto trapezista, il vate insonne
di un vangelo cifrato e mai trascritto,
il danzatore immaginario, freccia

ratta e anche pomo e, in più, sordo fruscio,


albeggio e chiaroscuro, compassione,
ebbrezza e improntitudine, potrà

mai calare la maschera? Al di là


di tanti volti e scambi di persone,
c’è una tara incompresa e sono io.
CVII
a F.F.

«Quelle assurde promesse che non sai


mai mantenere» mi dicevi «e i giorni
che butti al vento, l’estro giramondo,
i discorsi scoscesi (ormai frastorni

nessuno con certezze che non hai)


su cui ti arrampichi al domani suonano
tante campane e crepi dal profondo
scontento a cui soccombi. Tuonano

per te gli squilli mai rocambolesca


di una resa?» «Ma i cinque piani, il fiume
sornione di battelli e ponti e tresca

delle piscine galleggianti?» - penso.


(Il gioco è troppo breve e spento il lume,
l’edificio dei cuori è un Ade immenso).
CVIII
a A.M.P.

«Compro una casa a Borghi - meraviglio


nessuno più con queste mie trovate -
e la rifaccio in stile postmoderno»
peroro. Piroetto su macerie

(le mie - si intende) di castelli, piglio


in prestito le vite altrui, le fate
adesco ed abbandono eppure sverno
ogni anno più o meno. Ah, le materie

sode di cui più sono fatti i vostri


progetti e realizzi, le sagaci
ostinazioni! Mi lasciate ai rostri

torvi del caso e compatirmi è svago.


Tra me sorrido e che un’ansia vi baci
prego per voi San Giorgio e prego il Drago.
CIX
a R.M., E.D. & V.B.

Sì, ben che abbiano amato i cantautori :


Claudio e Renato e cantavamo in classe
in fondo all’aula o nei convegni
del martedì (per me quali congegni

si sono rotti più che senza amori


veri ho scolato gli anni?). Nelle crasse
balere di oggidì, dall’autoradio
mi giunge ed è la fine di uno stadio

ridanciano e fugace che ho creduto


colpevolmente eterno) un qualche suono
che non può più essere il mio. Se intono

un requiem dissacrante al ripetuto


recupero posticcio, appena scampo
ad un kharma che già in un altro inciampo.
CX
a D.C

Credo ancora in un posto che si chiama


Felicità (lo crede anche la lama
che decapita e strema i desideri
per rappresaglia e pure gli strateghi

di questa universale prostrazione)


e continuo il mio corso, la tenzone
che mi spossa e rallegra. Refrigeri
precari in cui mi immergo, i miei ripieghi

salvifici e triviali, grami viaggi,


passatempi e dispendi (mi scoraggi,
invano, guazzabuglio di cammini

persi!) sono un riflesso e un po’ sbiadito


soltanto dell’Idea. Sono avvertito :
mi impiccheranno infine ai miei mulini!
CXI

Solo, sul letto appisolato (fuori


urge l’estate e quasi basterebbe
a raddrizzare il rovere mio inerte)
recupero le veglie, ma ristori

veri non sa più dare senza cori


petulanti di eroi questo giulebbe
stucchevole e prolisso al mio solerte
ingegno. Se spalanco gli illusori

veroni a cui si affaccia la mansarda


mio carcere e fornace, mia beffarda
contenzione, se ventilo il salone

cupido d’ombre e di intrattenimenti


concertanti e di auguri, mi violenti
già lo zampillo della creazione.
CXII
a L.A.

Quando esco la sera e faccio tardi,


magari, mi diverto, canterino
un animo mi sprizza nelle vene,
mi segue a letto e salta nelle amene

con me onde del sonno dei goliardi


rintronati. Oltre il limite, supino,
tra la veglia e il sopore mentre scivolo
di soppiatto fremente - quasi rivolo -,

sfila in parata la Felicità


sulla spiaggia incedendo col corteggio
paredro delle tante deità

minori: Gioia, Gratuità, Delizia,


tutte insieme si affollano al mio seggio,
ma subito e di nuovo un giorno inizia.
CXIII
a P.M.

Non prevarranno porte dell’Inferno


su questa mia, se per felice caso
busserete, sbandati pellegrini,
saltimbanchi, ribelli e clandestini,

se l’ospite inatteso è il più gradito


ancora a questa soglia, se di nuovo
si apre a rifugio per i malandrini
quest’anima che più non ha confini,

antro sommesso, lepido e fraterno,


che un brivido di assenso ha già persuaso,
se aspetto ancora fate e cavalieri

e congreghe invadenti senza invito


al mio falò d’attorno e mi commuovo,
se non esaurirò genio e mestieri.
CXIV
a C.Q., E.M. & P.B.

Non possono le dure il torpedone


sagomate magioni dei patrizi
bolognesi per prova intercettare
neppure. Il giorno lungo di interstizi

fuggevoli e taglienti alle persone


separate riporta appena un rigo
di quella che era stata basilare
l’epopea di una vita. Più non brigo

per questo o quello scopo e già mi stanco


solo a pensare a chi vorrei al mio fianco,
ma astratto e personale esiste un luogo

che porto dentro me, recinto in luglio


di ritmi e rime in cui spento il subbuglio
si fa bonaccia e mi consegna al rogo.
CXV
a E.B.

E «Le piacciono i viaggi?» mi informavo


con mia sorella di una sua cliente
eleggibile a donna della vita
e «Che pensa dei versi e dei romanzi?

Esce spesso la sera coi suoi ganzi


al cinema, a teatro? Come schiavo
tratta il suo uomo e, se la invita,
vuole rose e biglietti oppure sente

qualcosa dentro e gli apre lo sportello


quando partono insieme?» «Non so dirti
tutti i dettagli,» mi previene d’irti

presentimenti «ma nel suo fardello


c’è del pianto, c’è un sogno e molta gente,
molte guerre e conforti.» «È sufficiente.»
CXVI
a S.F.

Sono triste perché ieri il Ministro


del Tesoro è defunto, per i fondi
di investimento, per la lira, il bollo
dell’auto troppo caro (già un sinistro

scrocchio presento come cupo sistro


che minacci tracolli), per i mondi
che collidono in alto, perché ingollo
troppo cibo, perché un colloso bistro

mi marezza gli albori, per le piogge


acide, per la fine già prevista
di questa civiltà, per le balene

estinte, il piano oscuro delle logge


ed altro ancora, ma più mi rattrista
essere solo a sera in queste pene.
CXVII
a S.A.

Non mi va più di chi mi svende i giorni-


spazzatura, superflui chi i rimpianti
di eventi in cui non sono, in cui non c’entro;
sono stanco di inutili ritorni

a figure, carismi, volti santi


da scongiurare invano. In preda sventro
all’immaginazione nei piovorni
cantoni della psiche i pochi o tanti

sobbalzi della mia carriera e perde


la saga il suo mordente. - Quale treno
gongolante di sbuffi e fischi, pieno

di entusiasmi novelli e nuove merde


potrò prendere e poi tirare il freno? -
mi chiedo e, in più,: - Ci sarà sempre un treno? -
CXVIII
a L.O.

Malsana quando un’ombra il bello specchio


religioso e vibrante degli affetti
per un attimo solo nel suo cono
investe e concupisce, non rinasce

con lui l’intima luce. Dietro un vecchio


muro che gli urti e i sentimenti ha retti,
però, tengo un nasturzio, quieto dono
di me. Resisto (e non so come d’asce

rancorose si sfugga alla falange,


che cosa incida e smagli la lorica
dei cuori e non ricordo antica

la lingua in cui si parlano), ma un Gange


sofferto e ineluttabile di mille
pire mi inonderà nelle pupille.
CXIX

Pochi sanno davvero la bellezza


del mare a maggio, quando il pomeriggio
si accavalla alla sera e non demorde
ancora il giorno, quando gaie orde

di muscoli, di seni e di costumi


sfollano il bagnasciuga. Lenti i lumi
tracimano solari l’osteriggio
del cielo e tutto è pronto alla pienezza.

Pochi sanno davvero quanto è bello


il mare di settembre e il mulinello
d’acque e di sabbia, incontri e di saluti

sussurrati e si pensa già all’incerto


rincalzo dell’inverno. È più deserto
il mio mare, più scabri i miei minuti.
CXX
a R. Mag.

Furenti vaniloqui nella notte


dei suicidi non mi hanno ancora spento,
ma penso a quanto è stato duro farsi
strato su strato e quanto devo agli arsi

botti della fucina, quanto a lotte


di addendi e sottraendi nel redento
agone di chi amo e chi disamo.
Chi mi ha dato un appiglio, chi il suo amo,

chi tirarsi le ciglia, chi i profumi,


chi pacchiano lo spasso dei costumi,
chi partenze battenti, chi lo scialo

di me, delle sostanze, chi lo strazio


di perdersi, chi un porto. Vi ringrazio,
miei complici, se ancora non esalo.
CXXI
a E.P.

L’arguta compagnia delle giulive


ore soltanto, la brigata allegra
che saluti dispensa, risa, inviti
perduti come calici passiti

nei piovaschi d’aprile colle dive


sembianze immacolate mostra un’egra
propensione al distacco. Incauti miti
svende alla piazza, svende triti

convenevoli e, al colmo, inopinato


stende un languore, coltre lusinghiera
di bei fiori purpurei e di bisso :

teso, in punta di piedi, ho camminato


io pure su quel manto e sotto c’era
struggente e incontenibile l’abisso.
CXXII
a M.P.R.

L’arco di Sant’Arcangelo di notte


può apparire e sparire a un solo crollo
di pensieri o di palpebre. Concentro
tutti i poteri e già ci vedo dentro

quante sere grattate tante lotte


con chi non vuole uscire, già mi affollo,
piazza in disarmo, d’anime perdute,
caravelle, pellicole, bevute

svogliate. Il mio presente è zoppo,


falciato da un’obliqua nostalgia :
non sarà, forse, che ho vissuto troppo?

Se diradano i cieli e muore l’Arte


(sia l’una o sia quell’altra compagnia)
nel teatro del poi non avrò parte.
CXXIII

Prima o poi sfiderò dell’emisfero


opposto il quatto oceano, gli atolli
lussureggianti al pelo delle fosse
sgomente ed insondabili per scosse

occulte al fondo e correrò l’intero


vortice d’atti e sentimenti folli
e toccherò con mano in me la fine
di tutti i sogni, ingoierò le spine

di compimenti cedui ad una ad una.


Quali potranno arene di teatri,
dove il meglio del mondo si raduna,

e prose e versi e drammi il plateale


contenere mio grido? Fra gli espatri
che temo è questo che mi fa più male.
CXXIV
a E.G.

Zeppo di troppe cose il mio universo


è calderone incenso che ribolle
di battaglie mancate, di riverso
orgoglio (ahimè), di opere mai scritte

qualche busto d’Apollo, qualche terso


specchio di mare non solcato, un molle
senso di inadempienza, un già sommerso
grido contro l’ingiusto e le garitte

infrante, prolusioni, screzi, truffe


spicciole e verghe d’empio rabdomante,
sorrisi e sprezzi, calcoli e baruffe

simpatiche, ma chi dal colmo pozzo,


dove l’urgente scaccia l’importante,
saprà pescare un ultimo singhiozzo?
CXXV

Nell’ufficio segreto in cui si imbatte


solo per caso chi cerca scartoffie
confuse e intarmolite che ingiallendo
fanno a pezzi la storia e grette blatte

decompongono eventi anch’io (alle loffie


renitenze dell’ozio non mi arrendo)
mi invento una mia trama di distratte
palpitazioni e copio le iatture

del Conte a Recanati e i bandi pure


degli esuli romantici; le rime
trafugo a chi le ha sparse: in me si esprime

disincarnata foga di avventure,


ma se un’ombra mi chiede perché scrivo
non so nemmeno dirle perché vivo.