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Bruno Severi

AI CONFINI
DELLA COSCIENZA
LA PREISTORIA ESCE DALLA FORESTA
AYAHUASCA: LA MEDICINA DELL’ANIMA
SCIAMANESIMO E PSICHEDELIA
LA "SLEEP PARALYSIS" E GLI ALIENI

e-book
L’autore

Bruno Severi (vod8178@iperbole.bologna.it) è nato a Bologna nel


1946. Laureato in Scienze Biologiche, ha lavorato all'Università di
Bologna, presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia, come
Microscopista Elettronico. Direttore scientifico del Centro
Studi Parapsicologici di Bologna, è uno dei 5-6 studiosi italiani
che fanno parte della Parapsychological Association, la più
importante ed esclusiva associazione parapsicologica esistente al
mondo.
Appassionato da tutto ciò che è inerente, o che trascende, la Natura, si
è interessato, oltre che di Parapsicologia, anche di Stati Alterati di
Coscienza e di Sciamanesimo. Costante sin dalla prima giovinezza è
stata la passione per i viaggi in luoghi remoti ed esotici. Sei volte in
Sud America, tre in Africa, quattro in India, cinque in Turchia, tre in
Iran, e poi nel Nepal, Tibet, Sri Lanka, Iraq e Afganistan.
Tra le tante esperienze fatte, di rilievo le sue avventure in Amazzonia,
dove si è recato ben quattro volte, nel cuore della foresta Amazzonica
peruviana, presso il confine con il Brasile. Qui, con due amici, è
andato alla ricerca degli ultimi sciamani per cercare di cogliere e
svelare alcuni degli aspetti più segreti della loro inquietante realtà: è
stato da essi iniziato all'Ayahuasca, sostanza psichedelica di origine
vegetale che gli sciamani di buona parte dell'Amazzonia consumano
per entrare in contatto con il mondo degli Spiriti e per ricevere da essi
insegnamenti utili alla loro particolarissima attività. Su queste
esperienze, che non è esagerato definire estreme, ha scritto vari
articoli ed ha riferito in congressi di Parapsicologia o di Scienze di
Frontiera.

© 2010 di Bruno Severi. Tutti i diritti riservati.


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2
Indice

Pag.

PREFAZIONE 4

LA PREISTORIA ESCE DALLA FORESTA 7

AYAHUASCA: LA MEDICINA DELL’ANIMA 26

SCIAMANESIMO E PSICHEDELIA 51

LA "SLEEP PARALYSIS" E GLI ALIENI 77

3
Prefazione
Gianluca Rampini

Lo sciamanesimo e le sue pratiche sono un argomento


con cui inevitabilmente, chi si occupa del
“paranormale” per usare un termine
omnicomprensivo, dovrà confrontarsi.
Dalla notte dei tempi gli sciamani sono il tramite tra la
nostra realtà ed una realtà ulteriore.
Uso il termine ulteriore non a caso ma con lo scopo di
individuare un livello dell’esistenza che non è
semplicemente una diversa dimensione, un mondo
extraterrestre o una proiezione della nostra mente, ma
bensì un ampliamento, una dilatazione delle maglie
della nostra realtà attraverso le quali lo sciamano o
l’applicante riesce ad infilarsi, prima solo con lo
sguardo poi con la sua intera essenza spogliata
solamente della propria fisicità.
Assumere l’Ayahuasca, o una delle molte altre
sostanze proprie di queste pratiche, rappresenta anche
un rito di passaggio, un’iniziazione che non spetta a
tutti.
Allo stesso modo approcciarsi a questi argomenti è
una fase cruciale della ricerca, poiché pone di fronte
ad interrogativi che sono in grado, con la loro forza, di
far progredire chi si sia messo nella condizione di
porseli.

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C’è chi sostiene che queste sostanze psicotrope siano
la scintilla che ha dato il via alla moderna evoluzione
dell’essere umano.
Chi sostiene questa tesi individua nel momento dei
primi viaggi negli stati alterati della coscienza il
confronto con concetti complessi tali da indurre
l’uomo primitivo a maturare in un essere più
complesso e consapevole della propria interiorità.
E’ certamente un’ipotesi azzardata ma i misteri ad essa
collegati sono molti.
Ad esempio, in taluni casi, non è sufficiente assumere
una sostanza allucinogena per incominciare il proprio
“viaggio” ma è necessario associarla ad un'altra, in
genere un’altra pianta sacra, affinché il nostro
metabolismo non la inibisca.
Ma come facevano gli uomini primitivi, che di certo
non avevano strumenti di analisi, ad avere nozioni di
chimica e fisiologia tali da permetter loro di ovviare a
questo?
Rispondere a questo interrogativo, se ci riusciremo, ci
consentirà di formulare ipotesi più valide sulle origini
della nostra civiltà ma anche di capire cosa abbiamo
colpevolmente dimenticato strada facendo.
Ma cosa o chi si incontra una volta levato il velo della
tridimensionalità dal proprio sguardo?
In molti casi animali, veri o immaginari, ma anche
Teriantropi, esseri mezzi animali e mezzi uomini,
esseri dal volto di serpente ed anche i propri defunti.
Graham Hancock, nel suo “Sciamani”, racconta di aver
compiuto un percorso simile a quello di Bruno Severi
affidandosi ad uno sciamano per vivere egli stesso la
sua esperienza e gli esseri da lui incontrati sono simili
agli alieni “grigi” descritti da chi dice di averli
incontrati a bordo degli Ufo.
Anche Severi, trattando un altro argomento, la
“paralisi notturna”, giunge ad una simile conclusione,
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sostenendo che almeno una parte degli episodi così
detti di “rapimento” possano riferirsi ad allucinazioni
conseguenti e correlati al fenomeno appunto della
paralisi notturna.
Verrebbe da chiedersi quanto di ciò che si vede e
percepisce durante le esperienze sciamaniche sia già
esistente a prescindere dal nostro tentativo di
osservarlo o quanto piuttosto sia una emanazione del
sé che liberatosi da inibizioni sociali e fisiche respira
fino in fondo apparendo come una realtà complessa.
Gli esseri che vi abitano potrebbero essere i nostri
timori e le nostre speranze, vi potrebbero essere
soggetti archetipici che in quanto tali riescono a
trasmetterci conoscenze dentro noi nascoste.
Ma porsi una simile domanda significa tralasciare il
fatto che non vi è una reale discontinuità tra noi e ciò
che ci circonda, tra noi ed i vari livelli di realtà, che
tutto è uno.
Noi influenziamo la realtà con il solo osservarla.
Per comprenderne i vari livelli di complessità bisogna
usare gli strumenti adatti, bisogna anche rischiare del
proprio come in effetti ha fatto Bruno Severi
sperimentando in prima persona i poteri psicotropi
della Ayahuasca.
In questo risiede il grande merito di questo libro, la
possibilità che ci viene offerta di sbirciare attraverso i
ricordi dell’autore oltre la coltre nebbiosa che ci
confina nella nostra quotidianità.

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LA PREISTORIA ESCE DALLA FORESTA

Una storia lontana

Nel dicembre del 1995, nell'alto fiume Mapuia, in


una regione dell'Amazzonia peruviana non lontana
dal confine con il Brasile, un gruppo di maderero
(tagliaboschi alle dipendenze di grosse industrie di
legname) percepì la presenza di qualcuno che li
seguiva e li sorvegliava, senza però scoprire
alcunché di preciso: solo vaghi rumori, tracce, rami
spezzati, etc.
Preoccupati da quella presenza misteriosa, fecero
dapprima loro stessi delle ricerche e poi, visto che
non erano riusciti a concludere niente, assoldarono
un gruppo di Ashaninka, vale a dire di uomini
appartenenti ad una etnia nota per il profondo e non
sopito spirito guerriero.
Anche quest'ultimi non ebbero alcun successo.
Un giorno, i maderero riuscirono a catturare un
bambino indigeno dopo averlo ferito ad una gamba
con una fucilata.
Sembra che fosse stato sorpreso mentre tentava di
rubare qualcosa dal loro accampamento.
Erano tutti d'accordo di finirlo con una seconda
fucilata al capo quando uno di loro, un certo Raul, li
fermò appena in tempo persuadendo i suoi
compagni a risparmiare il fanciullo.
La motivazione addotta era quella di utilizzare il
prigioniero per contattare il resto della sua tribù ed
evitare future complicazioni.
Seguirono accese discussioni, ma quella di Raul fu la
decisione che i maderero alla fine adottarono.
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Dopo alcuni tentativi, i contatti furono stabiliti.
Il quadro che apparve loro fu alquanto tragico.
Si trovarono dinanzi un gruppo di alcune decine di
indigeni spauriti ed affamati.
Essi erano, inoltre, completamente o quasi
completamente nudi e portavano con sé pochissime
suppellettili oltre ad alcuni archi e frecce la cui
punta, anziché di metallo, era fatta con un pezzo di
canna opportunamente sagomato.
Era anche questa una riprova che erano ancora
all'età della pietra.
I maderero hanno raccontato di aver donato loro
dei viveri e offerto qualche altra forma di assistenza
generica.
Attraverso alcuni di questi maderero che avevano
raggiunto la cittadina di Atalaya per provviste o per
altre ragioni, un missionario napoletano, padre
Carlo Iadicicco, venne a conoscenza di questa tribù
misteriosa emersa dal profondo della foresta
amazzonica.
Il missionario pregò più volte i maderero, ma
sempre invano, di condurlo al luogo dove era
accampata questa piccola comunità di primitivi.
Alla fine, stanco dei continui rinvii dei maderero,
tolto ogni indugio, decise di partire da solo.
Con una piccola barca a motore risalì dapprima un
tratto del fiume Urubamba, poi deviò per il Rio
Inuia, e, infine, percorse un lungo tratto del fiume
Mapuia.
Arrivato all'imboccatura con il torrente Capirona, il
volenteroso e coraggioso missionario napoletano
incontrò, finalmente, la piccola tribù non lontano
dall'accampamento dei tagliaboschi.
Dopo averne conquistato, con notevole difficoltà, la

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fiducia, lasciò loro dei viveri e ripartì con la
promessa di tornare appena possibile.
Uno dei maderero, che abitava in un piccolo
villaggio di nome Raya posto ad un giorno o due di
canoa dall'accampamento degli indigeni, avanzò
loro l'offerta di portarli nella sua comunità.
Egli era una specie di capovillaggio o, perlomeno, la
persona più influente.
Accettata la proposta, con alcune canoe fatte
scavando tronchi d'albero, il gruppo si trasferì a
Raya scendendo il fiume Mapuia.
Lo scopo di questo maderero nel volere condurre gli
indigeni nel suo villaggio non è mai stato chiarito
del tutto.
Considerato il suo innato e noto opportunismo, si
pensa che egli abbia voluto approfittare degli
immancabili aiuti che padre Carlo od altri avrebbero
portato agli indigeni per trarne lui stesso un qualche
vantaggio personale.
Quel che è certo, tuttavia, è che ai nuovi venuti
furono assegnate due capanne dove alloggiare e,
finite le scorte di viveri di padre Carlo, tutto il
villaggio donò loro cibo a sufficienza per
sopravvivere.
Dopo la partenza di padre Carlo, la situazione degli
indigeni subì una tragica svolta.
Nel villaggio dove erano ospitati scoppiò
un'epidemia di influenza.
Non avendo essi mai avuto in precedenza contatti
diretti con gente più o meno civilizzata, il loro fisico,
temprato a tutte le insidie della foresta, era rimasto
tuttavia del tutto indifeso verso le comuni e innocue
malattie importate dal mondo occidentale.
In altre parole, la semplicissima e banalissima

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influenza era a loro del tutto sconosciuta e,
naturalmente, mancavano di anticorpi che li
potessero difendere.
Le conseguenze non tardarono a manifestarsi nel
modo più tragico.
Molti indigeni si ammalarono e non pochi morirono
per le complicazioni, specialmente respiratorie, che
seguirono.
Per evitare l'allargarsi dell'epidemia, una parte di
essi fuggì nella foresta per unirsi al resto della tribù
che era rimasta, fino a quel momento, al di fuori da
tutte queste vicende.
Si trattenne nel villaggio soltanto un gruppo di 18-
20 persone appartenenti a due nuclei familiari
distinti.
Questo avvenne 3-4 mesi dopo che padre Carlo
fece loro visita.
Venuto a conoscenza di questa imprevista e penosa
situazione, il missionario convinse le autorità di
Atalaya, dalla cui giurisdizione dipendeva il
territorio in cui si sono svolte queste vicende, ad
intervenire.
Organizzò una seconda spedizione in compagnia di
sua sorella infermiera, del sindaco e del vicesindaco
di Atalaya per prendere diretta visione dei fatti
sopra riferiti e per portare un primo aiuto sanitario.
Arrivati alla comunità di Raya, si cercò con le
medicine disponibili di arginare i danni provocati
dall'epidemia di influenza, ma i risultati furono
modesti.
Nella stessa occasione, padre Carlo, grazie ad un
abitante del villaggio che parlava una lingua affine
(lo Jaminahua) a quella parlata dagli indigeni, riuscì
a ricostruire un po' della storia di questa gente

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primitiva che, all'improvviso, si era trovata a
contatto con gli ultimi avamposti del ventesimo
secolo.
La ricostruzione delle loro vicende sarà ripresa più
avanti.

La mia esperienza

Nel dicembre del 1996 ho preso parte ad una


spedizione al villaggio di Raya che univa, oltre
all'interesse antropologico e culturale in genere, lo
scopo di portare un po' di assistenza sanitaria agli
indigeni venuti dalla foresta.
La nostra spedizione era composta, oltre che da me,
da due miei amici italiani, di cui uno medico, da un
antropologo statunitense interessato all'
etnobotanica, da padre Carlo, dal vicesindaco di
Atalaya e da tre peruviani nativi della foresta
amazzonica nelle vesti di guide e di piloti della
nostra barca a motore.
Con questo mezzo siamo partiti dalla cittadina di
Sepahua ed abbiamo impiegato tre giorni per
raggiungere Raya.
Lungo il viaggio, alla notte abbiamo sostato in due
villaggi di contadini indio lungo il fiume.
Essendo questa la stagione delle piogge, debbo dire
che l'acqua non ci ha affatto risparmiati.
Oltre ad una scorta di medicinali, avevamo del cibo
da donare sia agli indigeni profughi, sia agli abitanti
del villaggio, per non creare tra loro dissidi e
recriminazioni.
Appena sbarcati al molo del villaggio, abbiamo
notato una certa animazione tra alcuni individui che
si sono subito allontanati da noi pur continuando a

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controllarci a distanza.
Poco dopo, padre Carlo ci ha spiegato che si trattava
degli indigeni venuti dalla foresta che avevano
riconosciuto in uno del nostro gruppo un
Amahuaca, appartenente cioè ad una etnia
tradizionalmente in guerra con la loro.
In effetti si trattava di un Amahuaca, però
acculturato e che probabilmente non aveva mai
partecipato a guerre tribali di alcun genere.
Proveniva, inoltre, da una zona distante da quella
infestata da questi indigeni.
C'è voluto un po' di tempo e di diplomazia perché la
loro diffidenza venisse stemperata.
Nel villaggio abbiamo trovato 18 indigeni ripartiti in
due nuclei familiari.
Le loro condizioni di salute sono state valutate ed
affrontate dal medico del gruppo che si è subito
premurato di curare i casi più gravi e di arginare
quelli che ancora non presentavano serie
complicazioni.
Tutto nell'ambito del possibile, dato che le nostre
scorte di medicinali si sono rivelate ben presto
insufficienti.
Dopo 4 giorni di permanenza nel villaggio di Raya,
siamo ripartiti lasciandoci alle spalle una situazione
momentaneamente sotto controllo, ma non ancora
del tutto tranquilla.
Ricadute, complicazioni o nuovi contagi con altri
tipi di malattie occidentali non possono essere
affatto esclusi.
Ma quello che più ci ha preoccupato, e che ancora ci
rattrista, è il pensare che il grosso della tribù quasi
certamente è stato a sua volta contagiato da quelli
che sono fuggiti dal villaggio di Raya e che si sono

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ad esso ricongiunti.
Delle sofferenze, dei più penosi drammi familiari ed
umani, delle morti dopo atroci sofferenze che quasi
senz'altro avranno avuto luogo là, in mezzo alla
foresta più inaccessibile, non ci sarà nessun
testimone.
Sarà un dramma che si consumerà senza alcun
clamore.
Potranno morire 100, 200, o più persone senza che
nessuno di fuori ne venga a conoscenza o possa o
voglia intervenire.
La foresta è stato il loro unico mondo sino ad oggi e
la foresta custodirà anche il loro destino, qualunque
esso sia.
Padre Carlo ha l'atroce dubbio di essere stato lui, nel
corso della sua prima visita, il vettore dei germi
dell'influenza anche se è molto più probabile che la
causa sia da riferirsi ai maderero o agli abitanti del
villaggio di Raya con cui gli indigeni hanno avuto i
primi e i più costanti contatti.
L'influenza, almeno nel periodo in cui noi abbiamo
fatto la nostra spedizione, era già molto diffusa in
un'ampia area di quella regione, tanto che quasi
nessuno di noi ne è stato risparmiato.
Anche da parte nostra non si può dire che tutto sia
tranquillo riguardo le conseguenze del nostro
intervento.
C'è rimasto il timore che, curando l'influenza e le
sue complicazioni, noi stessi non abbiamo lasciato
un qualche altro germe di una malattia innocua per
noi ma letale per loro.
Sembra un terribile ed angosciante circolo vizioso
dal quale non si può uscire: o prestare loro aiuto, col
rischio di peggiorare le cose, oppure non fare nulla.

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I Nahua

Alle notizie raccolte da padre Carlo nelle sue due


precedenti visite si debbono aggiungere anche le
informazioni che i miei compagni di viaggio ed io
abbiamo potuto ottenere dagli stessi indigeni.
Un peruviano del nostro gruppo, Raundi, e Glen,
l'antropologo statunitense, ci hanno fatto da
interpreti.
Ecco che cosa siamo riusciti a ricostruire su questi
misteriosi abitanti della foresta.
Si tratterebbe (il condizionale è sempre d'obbligo
quando si ricevono informazioni da parte di gente
primitiva) di una tribù di almeno 400-500 individui
che vive abitualmente in una zona che copre il
confine tra Perù e Brasile.
Per essere più precisi, la zona è compresa tra il
fiume Breu ed il fiume Juruà.
Viene dato loro il nome di Nahua o di Citonahua per
la lingua che parlano che è molto affine, come già
detto, allo Jaminahua.
Sia la lingua Nahua che lo Jaminahua appartengono
ad una diffusa famiglia linguistica conosciuta con il
nome di Pano.
Essi sono nomadi e non hanno, pertanto, una casa
fissa, ma si riparano entro rifugi rudimentali fatti al
momento con rami e foglie.
Alcuni possiedono un'amaca per dormire fatta di
fibre vegetali.
Non conoscono l'agricoltura ma traggono di che
vivere con la raccolta dei frutti che la foresta offre
spontaneamente, oltre che con la caccia e con piccoli
furti nei confronti delle fattorie di altri indigeni o

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degli occasionali accampamenti di tagliaboschi
brasiliani che nel loro vagabondare incontrano.
Quest'ultima attività, anche se è basata
principalmente sul furto di qualche provvista o di
qualche utensile di scarso valore (una pentola, un
machete, un fucile, etc.), comporta un rischio reale e
di non poco conto.
I derubati difendono i loro averi sparando senza
tanti complimenti contro i colpevoli i quali, per
vendicare gli immancabili morti, cercano di rifarsi
con gli interessi.
Tutto questo ha originato una specie di faida fatta di
agguati e di stermini senza fine e non è raro che, per
un proprietario di una fattoria o per un tagliaboschi,
il solo fatto di incontrare casualmente qualcuno di
questi indigeni sia una ragione sufficiente per
cercare di ammazzarlo senza neanche chiedersi il
perché.
E probabilmente è vero anche il contrario.
Quando riescono a rubare un fucile, gli indigeni lo
usano finché ci sono proiettili, dopo di ché lo
buttano via.
La loro vita è insidiata anche da un'altra causa,
forse ancora più grave.
Nell'ampia regione in cui si spostano ci sono, oltre
alla loro, altre due tribù.
Con una di esse sono in buoni rapporti e attuano lo
scambio di povere cose e delle donne.
Questo per evitare i matrimoni all'interno della
stessa tribù che immancabilmente si risolverebbero
tra consanguinei.
Con la restante i rapporti non sono buoni, anzi sono
pessimi, tanto che è ora in atto una feroce guerra
senza esclusione di colpi.

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Una delle ragioni principali, ma non so se sia
l'unica, di questo stato di cose è che entrambe le
tribù rivali fanno scorrerie nell' accampamento
dell'altra per rapire le donne e cose varie e le
vendette sanguinarie si sprecano.
Negli ultimissimi tempi la situazione è
notevolmente peggiorata per i Nahua che si sono
trovati ad essere decimati dalla tribù rivale al punto
che, per evitare lo sterminio totale, sono in continua
fuga per la foresta.
Ma la fuga non permette loro di procurarsi il cibo
sufficiente per sfamarsi.
Indeboliti per la fame e terrorizzati dai nemici, sono
nella disperazione più nera e vagano per la foresta
in gruppi ridotti per evitare il massacro.
Ed è stata questa disperazione che ha spinto il
gruppo di poche decine di persone, di cui ho parlato
all'inizio, a uscire dalla regione che storicamente
abitano ed a cercare una qualche forma d'aiuto e di
protezione presso i maderero che, come si è visto,
sono loro tradizionali nemici.
Dei due mali hanno scelto quello che hanno ritenuto
il minore.
Per loro fortuna (ma è poi stata una fortuna?), i
maderero, dopo qualche incertezza, hanno deciso di
avere con essi rapporti amichevoli.
Un vecchietto che era stato in precedenza
intervistato da padre Carlo e che ora è morto in
seguito all'epidemia di influenza, conosceva alcune
parole di portoghese.
Ciò ha spinto padre Carlo a farsi raccontare la sua
storia che risale probabilmente a 50-60 anni fa.
Quando l'intervistato era un fanciullo fu rapito,
insieme con altri componenti della sua tribù, dai

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brasiliani che utilizzavano gli indigeni come schiavi
nel lavoro nelle fattorie o nell'estrazione del caucciù.
Dopo non si sa quanti anni di prigionia e di lavori
forzati, riuscì a fuggire nella foresta dove incontrò
una tribù ancora selvaggia e alla quale si unì
rimanendo con essa sino alla fine dei suoi giorni.
Dagli anni della sua prigionia probabilmente non ha
mai più incontrato o avuto rapporti stretti con
persone del cosiddetto mondo civile, a parte i
maderero che tanto civili non debbono poi essere.

Scampoli di vita in comune

Tra le varie cose che maggiormente mi hanno


colpito in questo straordinario incontro con i
Nahua, ricordo in particolare il tentativo che
abbiamo fatto di ricostruire la composizione dei loro
nuclei familiari.
Quelle che inizialmente ci erano sembrate due
famiglie tipiche, nascondevano alcune sorprese di
non poco conto.
Premetto che questi indigeni non conoscevano la
loro età e le mie valutazioni sono da considerarsi del
tutto indicative.
La famiglia che sembrava più semplice da
ricostruire, a nostro parere era composta da un
adulto di circa 35-40 anni, da sua moglie di una
ventina di anni, da una ragazzina di 11-12 anni che
aveva un viso imbambolato ed il fisico non ancora
entrato nella pubertà, e da due bambini piccoli di
cui uno ancora attaccato al seno materno.
La sorpresa consisteva nel fatto che la ragazzina,
dall'aria e dal fisico per niente maturi, e che
chiunque avrebbe identificato come la figlia

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maggiore, era, niente meno, la seconda moglie
dell'uomo adulto.
Senz'altro più complessa e foriera di maggiori
sorprese era la composizione del secondo gruppo
familiare.
C'era una ragazzina di forse 11 anni, anch'essa per
niente sviluppata, un ragazzo di 14-15 anni, due
ragazzi di 16-17, un'altro più anziano di un paio
d'anni, una ragazza di pari età e una donna attorno
alle 35 primavere.
Tralasciamo di elencare i vari bambini in tenera età
presenti.
Ci è stato spiegato che il ragazzo e la ragazza più
maturi erano normalmente sposati tra loro e che la
donna più anziana era rimasta vedova e si era
successivamente sposata con uno dei ragazzi di 16-
17 anni.
L'altro ragazzo di pari età doveva, di lì a poco,
sposarsi con la ragazzina undicenne.
Quest'ultima ed il ragazzino di 14-15 anni non ho
capito di chi fossero figli.
Per quanto riguarda i numerosi bambini, diciamo
che appartenevano un po' agli uni e un po' agli altri,
ma sul loro conto non ho voluto approfondire le
rispettive paternità e maternità per non avere altre
sorprese e per non aumentare la confusione.
Occorre aggiungere che tutti questi individui
passavano la maggior parte del giorno all'interno
delle loro capanne, senza quasi mai uscire, non
facendo assolutamente niente se non stare sdraiati
sull'amaca o a cucinare quel po' di cibo che veniva
loro offerto dagli abitanti del villaggio.
Non li abbiamo mai visti entrare nella foresta per
procurarsi, per proprio conto, quello di cui avevano

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bisogno anche se, almeno per alcuni, le condizioni
fisiche erano sufficientemente passabili per darsi
un minimo da fare.
Le ragioni di questo comportamento abulico dei
Nahua ci sono rimaste oscure.
Solo i bambini più piccoli, tra un colpo di tosse e
l'altro, scorazzavano allegramente da ogni parte in
compagnia dei loro coetanei del villaggio.

Un giorno abbiamo organizzato un breve giro nella


foresta con la donna trentacinquenne e con il suo
giovane marito per vedere il grado di conoscenza
che avevano delle piante medicinali.
La donna si è subito dimostrata molto ferrata in
materia; ogni 40-50 metri si fermava per indicarci
una pianta medicinale aggiungendo una descrizione
delle patologie verso cui essa trovava impiego.
Quasi tutte le piante che ci sono state mostrate
erano conosciute, con le stesse proprietà
terapeutiche, da Glen, l'antropologo, che si stava
specializzando in etnobotanica e che aveva ormai
una esperienza della foresta amazzonica di 10 anni.
Dopo circa mezz'ora di cammino, avevamo già
incontrato più di una decina di piante medicinali
diverse.
Un improvviso e violento temporale ha interrotto la
nostra ricognizione, ma già ci eravamo fatti una
chiara idea delle buone conoscenze che questi
selvaggi hanno delle risorse medicinali che offre la
foresta.
Durante questa passeggiata, la donna Nahua ha
raccolto un fascio di erbe profumate che, una volta
tornata al villaggio, ha legato attorno alle braccia.
Alla nostra curiosità è stato risposto che il loro

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profumo delicato attira gli spiriti benevoli, mentre
tiene lontano quelli cattivi che sono invece attratti
dagli odori più sgradevoli.
Ogni giorno che abbiamo trascorso nel villaggio di
Raya iniziava e terminava con una visita medica alle
persone ammalate.
Oltre all'influenza, che aveva colpito con diversa
intensità i Nahua, il nostro medico doveva
affrontare anche le sue complicazioni, specialmente
respiratorie, sino ad un caso di grave polmonite
bilaterale.
Altre patologie erano rappresentate da infezioni
intestinali indotte da germi o da vermi, da infezioni
agli occhi e dagli effetti derivati da carenze
alimentari.
Sulfamidici ed antibiotici furono i primi medicinali
a terminare.
Sembravano ghiotti delle medicine, ne avrebbero
prese a dosi da cavallo e in ogni ora del giorno e
della notte.
La ragione, come abbiamo poi scoperto, era duplice.
In parte perché si erano convinti della loro efficacia,
e in parte per motivi di golosità.
Infatti, avevamo deciso di aggiungere dello zucchero
alle medicine destinate ai bambini per renderle
meno amare.
Fu così che scoprirono per la prima volta,
diventandone subito avidi, lo zucchero.
La somministrazione delle medicine rappresentava
un'occasione in più per assaggiarlo e la scorta che
avevamo affidato loro per addolcire le medicine dei
bambini finì in men che non si dica con il
sostanzioso contributo degli adulti.
Un altro alimento che li ha ugualmente conquistati,

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e che prima di allora non conoscevano, è stato il
sale.
Io ero il responsabile della distribuzione delle
caramelle. Con quest'opera il mio prestigio è andato
alle stelle.
Non facevo a tempo ad estrarre dallo zaino un
sacchetto di caramelle, che già ero circondato da
una torma di individui di tutte le età che
attendevano ansiosi le caramelle che mi accingevo a
distribuire.
Ai Nahua si sono subito aggiunti i bambini del
villaggio di Raya seguiti dai loro genitori e dai loro
nonni.
Un'altra cosa che ha destato in loro un'estrema
curiosità e meraviglia è stato il vedermi scrivere
degli appunti su un bloc notes.
La cosa si è ulteriormente amplificata quando ho
tracciato alcuni semplici disegni che essi, man
mano, riconoscevano come oggetti noti: una
capanna, un bambino, un arco, un viso, etc.
Mi guardavano con lo stesso stupore che si ha
nell'assistere ad un miracolo.
Sembrava che quei semplici disegni, via via che
venivano tracciati ed assumevano una forma sempre
più definita, acquistassero, ai loro occhi, come per
magia, una realtà oggettiva oltre che
rappresentativa.
Questi piccoli episodi mi hanno indotto ad alcune
considerazioni.
In particolare ho pensato che questi stessi indigeni,
così indifesi e, in quelle particolari circostanze, così
infantili, in altre occasioni non avrebbero esitato un
momento a scaricarci le frecce dei loro archi o a
farci morire nei modi più crudeli.

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Ora infondevano un senso di tenerezza mista a
pietà.
Durante le prime due notti nel villaggio di Raya, ho
notato uno degli uomini Nahua agitare il fuoco di
una torcia in ogni settore e in ogni angolo delle due
capanne da essi abitate.
Poco dopo, una o due voci maschili hanno cantato
monotone nenie per buona parte della notte, mentre
scariche violentissime di tosse facevano da sinistro
accompagnamento a questi canti.
Probabilmente, con il fuoco intendevano purificare
le loro capanne dalle forze ostili causa delle loro
malattie, mentre i canti servivano ad attirare
magicamente gli spiriti benevoli.
Quando abbiamo chiesto perché non hanno
continuato queste ritualità anche le notti successive,
ci è stato risposto che i canti vengono fatti
masticando del tabacco che però era finito alla
seconda notte.
Il tabacco usato dagli indigeni possiede proprietà
allucinogene che favoriscono un più diretto contatto
con gli spiriti della foresta ai quali sono soliti
chiedere aiuto per risolvere le loro disgrazie
esistenziali.
Ho visto anche uno di loro fumare la pipa e soffiare
ripetutamente il fumo sul corpo delle persone
ammalate.
Anche questo è un mezzo largamente usato dagli
sciamani amazzonici per allontanare gli spiriti che
sono ritenuti essere la causa delle malattie.

Finale con morale

Padre Carlo si sta preoccupando molto del destino

22
di questo sparuto gruppo di Nahua.
Vorrebbe, così come rientra nella sua mentalità e
nella sua cultura missionaria, integrarli a piccoli
passi nel mondo civile.
Per far questo è necessario che essi si fermino
stabilmente in qualche posto, che siano aiutati ed
educati, che sappiano rendersi autosufficienti,
eccetera, eccetera.
In questo suo progetto sembra avere trovato un
valido sostegno nella municipalità di Atalaya che ha
promesso di donare ai Nahua un piccolo
appezzamento di terra ai margini di quella foresta
da cui sono comparsi al nostro mondo.
Verrebbe inviata contemporaneamente, e per un
periodo di sei mesi, una coppia di indigeni già
acculturati per insegnare loro i primi rudimenti
dell'agricoltura.
Tra le varie cose che dovrebbero imparare a
coltivare c'è il cotone che servirà loro per tessere e
confezionare stoffe per uso proprio e per fare,
eventualmente, un piccolo commercio.
Seguirà, a ruota, nei piani di padre Carlo,
l'immancabile processo di conversione alla vera
religione.
Propositi senz'altro nobili negli intenti, ma che mi
lasciano ugualmente in un mare di perplessità.
Si ripropone l'irrisolto e secolare problema se
lasciare, finché si può, i selvaggi alla loro vita, al loro
ambiente ed alle loro tradizioni, oppure recuperarli
all'istante alla nostra superiore civiltà.
Anche se le cose si evolveranno, prima o poi e senza
alcun dubbio, nel senso auspicato da padre Carlo,
questa prospettiva mi rattrista molto.
Avrebbero un prezzo da pagare elevatissimo ed i

23
danni derivati dall'importazione delle nostre
malattie, come si è visto, sarebbero un primo e
pesantissimo acconto.
Dall'arrivo degli europei nel continente
sudamericano, si stimano a milioni le vittime di
questa sorta di genocidio senza clamore.
Un missionario spagnolo di Sepahua, padre Ignacio,
ci ha riferito che nel corso di queste epidemie si
verificano spesso drammi familiari davvero
terrificanti.
Come esempio, tra i tantissimi di cui è a conoscenza,
ci ha raccontato di un caso avvenuto qualche tempo
prima in un punto qualsiasi della sua immensa
diocesi amazzonica.
L'influenza aveva decimato una tribù di primitivi.
Una donna di questa tribù, che aveva già visto
morire il marito e forse ella stessa ammalata, non
potendo più provvedere ai suoi 4 piccoli bambini, fu
presa dalla disperazione più grande che una madre
possa avere: li ha uccisi tutti seppellendoli
all'interno della propria capanna.
Fatto questo, ha atteso il suo turno per morire.
Sono tornato in Italia da poche settimane ed una
parte di me la sento già lontana mille miglia da
questi problemi e da queste esperienze.
Un'altra parte di me vi è ancora strettamente legata,
ma fino a quando?
Tomas, uno degli abitanti del villaggio di Raya che
più sinceramente sembra preoccuparsi della sorte
dei Nahua, ci ha confidato le sue previsioni.
Ritiene che un giorno, un po' prima dell'alba, senza
dire nulla a quelli del villaggio, gli indigeni
ritorneranno nella foresta, nel loro mondo, forse per
sempre.

24
In questo caso, prevedo che passerà un po' di tempo
e nessuno si ricorderà più di loro, o li vorrà
ricordare.
E' anche questo un modo per esorcizzare i nostri
turbamenti, le responsabilità che non abbiamo
voluto assumerci, le memorie scomode.

25
SCIAMANESIMO E PSICHEDELIA

Le cosiddette droghe psichedeliche sono state da


sempre, in qualche modo, associate alla religione.
I funghi psichedelici, in particolare l’Amanita
muscaria, sono stati usati dagli sciamani siberiani
da alcune migliaia di anni fino ai giorni nostri.
Con essi, questi particolarissimi personaggi
potevano entrare in uno stato di trance che
consentiva loro di intraprendere il cosiddetto volo
dell’anima.
Durante questo volo, la loro anima abbandonava
momentaneamente il corpo e si trasferiva in altre
realtà popolate dagli Dei o da varie categorie di
spiriti e di anime di defunti.
Già 2.500 anni fa gli Sciti impiegavano la marijuana
durante le loro cerimonie religiose, così come ne
facevano un vasto uso rituale gli antichi Egizi, i
Cinesi, gli Indiani e gli Assiri.
Anche l’Haoma dell’Avesta iranico ed il Soma,
descritto negli antichi inni Vedici dell’Induismo
primitivo, sembra derivassero da piante
psichedeliche che solo ora gli studiosi sembrano
avere identificato.
I riti dionisiaci, così come altri culti misterici
similari dell’antica Grecia, si ritiene fossero basati
sull’assunzione di sostanze estratte da piante
psichedeliche (a seconda delle varie interpretazioni,
Amanita muscaria, ergot della Claviceps purpurea,
vino mescolato a particolari sostanze, ecc.).

26
L’impiego del vino nelle cerimonie religiose
cristiane potrebbe essere un lontano ricordo di
questi riti più antichi.
Se passiamo al continente americano, troviamo altre
innumerevoli importanti testimonianze dell’impiego
sacramentale delle piante contenenti principi attivi
psichedelici.
Testimonianze che non sono solo un ricordo di un
lontano passato, ma che ai nostri giorni trovano
ancora ampia diffusione.
Le cronache dei Conquistadores spagnoli sono piene
di condanne ed accuse da parte dei missionari
contro l’uso del peyote, che non è altro che un
piccolo ed apparentemente insignificante cactus che
contiene, come principio allucinogeno, la mescalina.
La fase più spettacolare dell’intossicazione del
peyote è rappresentata da visioni ed allucinazioni
caleidoscopiche ripiene di forme rapidamente
cangianti e dai colori assai vivi.
Le popolazioni precolombiane del Messico e dell'
America centrale ritenevano che il peyote fosse un
messaggero divino in grado di metterci a diretto
contatto con gli Dei.
Per questa ragione, nei tempi antichi, il peyote era
ingerito dai sacerdoti per rivolgere richieste agli Dei
o per conoscerne il volere.
Un simile impiego avevano dei piccoli fungi del
genere psylocibe, considerati dai popoli messicani
come funghi sacri.
Gli indiani del Nord America, nella seconda metà
del diciannovesimo secolo, nelle loro scorrerie nel
Messico settentrionale conobbero l’impiego del
peyote.

27
Dopo il 1880, venne fondato, all’interno di varie
tribù di pellerossa, un culto che era un misto di
animismo e di cristianesimo e che vedeva
nell’ingestione del peyote l’espressione più alta dei
loro riti.
Una sorta di sacramento. Questo culto prese il nome
di “Native American Church” ed è l’unica
confessione religiosa degli Stati Uniti alla quale è
consentito dalla legge l’uso di una sostanza
psichedelica, altrimenti tassativamente proibita.
La stessa sostanza che si trova nel peyote, la
mescalina, è presente in notevole quantità in un
altro cactus che prospera in Ecuador e nel nord del
Perù, il San Pedro (Trichocereus pachanoi).
I principi attivi di questa pianta erano e sono ancora
utilizzati per mettere in uno stato di trance estatica
gli sciamani andini e consentire loro di dialogare
con il mondo degli spiriti e delle divinità del loro
variegato pantheon religioso.
Sempre nei paesi andini, gli antichi Inca usavano le
foglie di coca per usi rituali.
In quasi tutta l’area amazzonica, si raggiunge il
mondo degli spiriti e si dialoga con esso mediante
l’assunzione di una miriade di sostanze di origine
vegetale tra cui una delle più importanti e diffuse è
l’ayahuasca.
La pianta del tabacco è ugualmente ritenuta sacra
da varie popolazioni sparse in tutto il continente
americano.
Il tabacco, originario delle Americhe, fu considerato
già dagli Aztechi come il corpo della Dea
Cihuacohatl e trovò una diffusissima utilizzazione
sacramentale da parte degli sciamani sia amerindi
che pellerossa, i quali usavano fiutarlo o fumarlo, in

28
quantità anche enormi, allo scopo di indurre trance
estatiche o allucinatorie.

Psichedelici ed enteogeni

Nei non lontani anni settanta, gli studiosi nel campo


degli stati alterati di coscienza si resero conto che i
vari termini: allucinogeno, psichedelico,
psicotomimetico, psicotropo, psicolitico, etc, riferiti
a quelle sostanze in grado di alterare il nostro
normale stato di coscienza, non erano più sufficienti
per coprire tutta la gamma di situazioni e di vissuti
interiori che andavano scoprendo.
Per questa ragione fu introdotto il termine
enteogeno con riferimento a quei principi attivi, in
genere derivati dal mondo vegetale, in grado di
indurre la profonda sensazione soggettiva di
comunione o di stretto rapporto con la divinità o
con un principio cosmico trascendente.
In definitiva, gli enteogeni sono ritenuti capaci di
indurre degli stati di coscienza di tipo mistico-
estatico.
Letteralmente la parola enteogeno deriva dalla
somma di tre termini dell’antica lingua greca
En=dentro; Theo=Dio, divino; Gen=diventare, ossia
“Diventare divini dentro”, nel senso di essere
ispirati o posseduti da un Dio.
Tra le tante sostanze in grado di modificare in
profondità il nostro normale stato di coscienza in
senso religioso solo poche sono unicamente
enteogene, la maggioranza è sia enteogena, sia
allucinogena.
Il prevalere dell'una o dell'altra caratteristica
dipende, oltre naturalmente dalla composizione

29
chimica della sostanza, da una sequenza di variabili
legate principalmente al cosiddetto “set” (stato
psicologico ed emozionale del soggetto unitamente
alle sue inclinazioni personali ed al suo background
culturale) ed al “setting” (il contesto in cui si fa
l'esperienza).
Comunque, è anche vero che certe piante sono
tipicamente considerate come evocatrici di stati
psicologici che vengono fatti rientrare nella sfera del
transpersonale e del mondo mistico.
In contesti rituali, più raramente in situazioni
profane, le esperienze che ne derivano possono
essere di tipo estatico nel senso più profondo del
termine, almeno per chi le vive.
Molti resoconti di persone che si sono cimentate con
l’LSD, il peyote, l'ayahuasca, la salvia divinorum,
l'amanita muscaria, alcuni tipi di tabacco
amazzonico ed i vari funghetti allucinogeni del
genere psylocibe, etc., evidenziano, con una certa
frequenza, vissuti che appaiono assolutamente di
tipo mistico ed hanno prodotto, il più delle volte,
sostanziali e durature trasformazioni nelle
concezioni filosofiche e religiose di chi ha avuto
queste esperienze.
Molti valori sono cambiati radicalmente e nuovi
ideali, mai prima considerati, hanno indirizzato la
loro vita sostituendosi a quelli precedenti.
Sono stati fatti dei precisi confronti tra le esperienze
indotte da sostanze enteogene e le vere estasi
mistiche, sia cristiane e non.
Spesso non si è colta alcuna differenza tanto che un
giudice esterno, davanti a dei resoconti sia di estasi
prodotte da sostanze psichedeliche e sia di classiche

30
estasi religiose, non è stato in grado di attribuire
un’esperienza né all'uno, né all'altro gruppo.
Nelle estasi indotte da enteogeni, sia l'aspetto
cognitivo, sia quello più strettamente emozionale,
non differiscono in nulla dai racconti fatti dai più
famosi mistici dell’antichità sui loro rapimenti
estatici avuti in condizioni certamente non favorite
dall'assunzione di particolari sostanze.

Viaggio a ritroso nella storia dell’uomo

La razza umana ha una lunghissima e venerabile


storia di rapporti con questo genere di sostanze
psicoattive.
Il mondo vegetale n’è pieno ed ogni angolo della
terra ha il suo corredo di piante dalle quali varie
popolazioni hanno estratto principi attivi con
proprietà allucinogene o enteogene.
Il loro rapporto con le varie religioni o forme di
religiosità, sia nello stato embrionale dell'uomo
primitivo, sia nelle forme più evolute di successive
civiltà, è sempre stato molto stretto e non si è mai
totalmente interrotto.
Un uomo che assuma una sostanza enteogena, a
seconda del suo background religioso, della sua
cultura e della sua sensibilità (set), come più sopra
accennato, potrà attribuire ad entità spirituali o allo
stesso suo Dio le immagini percepite e gli incontri
avuti durante l’esperienza.
Ma vi sarà anche chi, all’opposto, cercherà di darne
una spiegazione laica e materialistica come può
essere, ad esempio, quella che si rifà a banali e
transitorie allucinazioni o ad altre inconsuete

31
aberrazioni della mente mediate da particolari
reazioni chimiche all’interno del cervello.
Gli sciamani del periodo preistorico sono stati i
primi a raccogliere ed a trasmettere alle successive
generazioni i segreti da loro carpiti alla natura.
Erano, come ci riferisce il notissimo studioso di
storia delle religioni Mircea Eliade, i maestri
dell'estasi, estasi che essi raggiungevano sia con
mezzi chimici (di derivazione vegetale), sia con altre
tecniche della più varia natura (danze, canti,
digiuni, isolamento, mortificazioni, ascolto di suoni
e ritmi stereotipati, etc.).
E non mancano certo gli studiosi (tra i quali
spiccano il famoso etnomicologo Gordon Wasson e
l’etnobotanico Terence McKenna) che ritengono che
la primitiva e rozza religiosità dell'uomo primitivo si
sia notevolmente evoluta grazie al casuale incontro
con alcune particolari piante (enteogene e
psichedeliche) di cui si è cibato.
Questo semplice e casuale fatto avrebbe aperto la
sua coscienza verso stati mai prima sperimentati
mettendolo a confronto con nuove realtà sino ad
allora nemmeno immaginate.
Secondo quest’ipotesi, con l'assunzione di sostanze
psicoattive, ed ancor più di enteogeni, si sarebbe
verificato un sostanziale salto di qualità tra gli
uomini della preistoria.
La loro coscienza, fino a quel punto rudimentale e
legata unicamente agli istinti ed agli aspetti pratici
della vita, avrebbe subito, con l'uso di quelle piante,
uno straordinario ed improvviso balzo evolutivo.
Le nuove visioni, che si sono loro inaspettatamente
presentate, erano popolate da creature mai
incontrate prima, da esseri invisibili al nostro

32
normale stato di coscienza, da forze, energie e
rapporti tra le cose e tra gli esseri di questo mondo
mai prima avvertite.
Le visioni ed i contenuti erano molto più ricchi, oltre
che di tipo diverso, rispetto a quanto si presentava
sia nel normale stato di veglia, sia nello stato di
sogno.
Alla loro vecchia e semplice coscienza si andava
aggiungendo una nuova consapevolezza: che oltre al
mondo visibile, percepibile da tutti, ne esiste un
secondo, oscuro o luminoso, pauroso o rassicurante,
abitato da divinità o da esseri malefici, esplorabile o
del tutto impraticabile a seconda che si riesca o no a
trovare la chiave per entrarvi e se ne conoscano
nello stesso tempo le regole che lo governano.
Chi vi entrava senza alcuna preparazione vi poteva
trovare la morte o la pazzia.

I primi sciamani

Ben presto vennero identificate alcune persone che


avevano maggiori capacità delle altre a modificare il
loro stato di coscienza e di usare questa nuova
condizione per entrare in quel mondo secondo e
dialogare con le misteriose presenze che vi
abitavano.
Con particolari rituali, formule e sacrifici, man
mano sempre più elaborati ed efficaci, le terrifiche
entità dell'altro mondo potevano essere avvicinate,
si poteva anche farsele amiche, alleate.
Queste entità avevano spesso le sembianze di
animali o di persone defunte.
Si scoprì che era possibile chiedere loro consiglio,
farsi predire il futuro, ricevere utili informazioni per

33
la caccia e per la guerra, sapere come guarire le
ferite e le malattie.
Questi uomini speciali (gli sciamani) erano anche in
grado, con il permesso e l'aiuto di queste entità, di
poter viaggiare nella nuova dimensione, di scoprire
le divinità che governavano i regni sotterranei o
quelli celesti, incontrare i signori della vita e della
morte.
Allo stesso modo con cui Dante Alighieri visitò il
mondo dell'oltretomba guidato da Virgilio, lo
sciamano era accompagnato in quelle lande
sconosciute da una o più entità spirituali con le
quali aveva fatto amicizia o con la quale aveva
instaurato un qualche rapporto di collaborazione.
In questi viaggi avventurosi, che potevano costare la
vita alla minima imprudenza ed errore, fu scoperto
il mondo dei trapassati, il loro rifugio finale.
Avendo appreso sia il modo per entrare in questi
incredibili stati di coscienza, vissuti come mezzo per
accedere a dimensioni ultramondane, sia avendo di
queste ultime appreso la topografia, lo sciamano
poteva ora divenire l'intermediario tra questo e
l'altro mondo, ed in particolare si assumeva il
compito di guida dei defunti accompagnandoli,
perché non si perdessero, verso il misterioso e
oscuro regno delle ombre.
Nacque così, e si perpetuò, la funzione di
psicopompo dello sciamano della preistoria.
I voli estatici in queste dimensioni consentirono
anche di conoscere in dettaglio le varie tipologie di
entità spirituali che vi abitavano.
Vi erano spiriti buoni con i quali era facile prendere
rapporto e ricevere aiuto e consigli.

34
Altre entità erano apparentemente pericolose ma,
con opportune astuzie e rituali, potevano essere
piegate ai propri desideri ed essere mutate in alleati.
Infine, non mancavano gli spiriti assolutamente
ostili con i quali occorreva combattere per non
soccombere e per evitare danni sia allo sciamano,
sia alla sua comunità.
Contro questa ultima categoria di spiriti lo sciamano
con le sole sue forze non poteva alcunché, poteva
contrastarli solamente con l'aiuto degli spiriti
alleati.
In ogni modo, anche se guidato, il suo accesso alle
regioni dell'altra dimensione era sempre un'impresa
estremamente pericolosa.
Non si poteva osare tanto senza un’opportuna
selezione e preparazione.

L’iniziazione sciamanica

Apparve ben presto chiaro che non tutti potevano


diventare gli intermediari tra i due mondi, solo
pochi eletti, con una speciale predisposizione innata
e che erano stati in un qualche modo prescelti dagli
spiriti a questa missione, potevano diventare
sciamani.
Spesso, questa sorta di vocazione o di chiamata
all'arte dello sciamano si manifestava nel corso di
una grave malattia o di un pericoloso incidente,
talora dopo essere stati colpiti dal fulmine, in
situazioni dunque nelle quali la persona era giunta
veramente ad un passo dalla morte.
In questo stato era facile che si presentassero
visioni, sogni o allucinazioni popolate da strani

35
esseri che davano al moribondo un segno,
indicavano una strada, prospettavano una missione.
Molto spesso, in queste visioni la persona assisteva
ad una rappresentazione allucinatoria nel corso
della quale vedeva, come in preda ad una esperienza
extracorporea (OBE), il proprio corpo separato dalla
sua coscienza nell’atto di venire fatto a pezzi dagli
spiriti, dilaniato nel modo più feroce e minuzioso e
buttato da parte.
In seguito poteva vedere la ricostruzione del suo
corpo con nuove membra, con nuovi organi e con
nuovi fluidi ad opera delle stesse entità spirituali.
Attraverso questi processi così brutali il futuro
sciamano rinasceva simbolicamente ad una nuova
vita, molto più ricca ed evoluta di prima, lasciando
alle spalle un corpo ed una coscienza ormai inutili.
Gli spiriti trasmettevano poi al neofita i loro
insegnamenti segreti e specialissimi poteri.
Una volta guariti dalla malattia, guai a non seguire
quelle indicazioni, a non seguire la strada che in
qualche modo era stata indicata.
Non c'era possibilità di rifiutare, pena la follia o la
morte.
Tutto questo rappresentava la prima fase
dell'iniziazione sciamanica contraddistinta, come si
è visto, da esperienze transpersonali popolate da
spiriti e da scene terrificanti, dall’incontro con la
morte e da una rinascita e, infine, da un corpo di
insegnamenti segreti.
Solo morendo alla loro precedente esistenza
potevano affacciarsi ad una nuova vita,
spiritualmente più evoluta ed arricchita da
esperienze ed insegnamenti che mai si sarebbero
aspettati.

36
Successivamente dovevano affrontare la parte finale
dell'iniziazione, quella tradizionale.
Uno o più sciamani anziani trasmettevano al neofita
i loro segreti, le loro esperienze e tutte quelle
tecniche che permettono di padroneggiare le
misteriosi energie dell'altra dimensione.
Infine, dopo una difficile prova sul campo per
verificare il grado di preparazione raggiunto, si
diventava a tutti gli effetti sciamani e ci si metteva al
servizio della propria comunità per alleviarne le
sofferenze o scioglierne le incertezze.
Si diventava gli intermediari tra questo e l'altro
mondo, con poteri soprannaturali veramente unici.
Grazie all'estasi, che avevano imparato a prodursi ed
a padroneggiare, i nuovi sciamani raggiungevano
altre dimensioni, viaggiavano ed incontravano gli
spiriti, i defunti ed i signori dei regni celesti e degli
inferi, ricevevano da loro consigli, nuovi
insegnamenti e più penetranti energie.
In altre parole, veniva trascesa la condizione umana
per entrare nel mondo del mito e del divino.

"C'è un mondo al di là di questo, un mondo che è


molto lontano ma anche assai vicino, ed invisibile.
Ed è là dove vivono gli Dei, dove vivono i morti, gli
spiriti ed i santi, un mondo dove ogni cosa è già
successa ed ogni cosa è conosciuta.
Quel mondo parla.
Ha un suo linguaggio particolare.
Io riferisco quello che dice.
I sacri funghi mi prendono per mano e mi
conducono nel mondo dove ogni cosa è conosciuta.
Sono essi, i sacri funghi, che parlano in modo che
io possa capirli.
Io pongo loro delle domande ed essi mi
rispondono.
37
Quando ritorno dal viaggio che ho fatto con loro,
racconto ciò che mi hanno detto e ciò che mi hanno
mostrato".

Questo è quanto ha raccontato, alla metà del secolo


scorso, al famoso etnobotanico R.E. Schultes e allo
scopritore dell'LSD A. Hofmann, la sciamana
mazateca Maria Sabina riguardo alle sue esperienze
spirituali a cui accedeva con l'uso di funghi
allucinogeni contenenti psilocibina, seguendo una
secolare tradizione risalente alla civiltà Azteca.

La professione dello sciamano

Le funzioni principali degli sciamani sono


molteplici.
In primo luogo sono i depositari della cultura del
loro gruppo che riguarda la cosmogonia, le
leggende, le tradizioni, i miti.
Altra fondamentale funzione riguarda l’attività come
guaritore.
A questo proposito occorre precisare che per i
popoli primitivi l’origine delle malattie è
generalmente dovuto alla perdita dell’anima o al
furto di essa da parte di entità spirituali malevole.
In questo caso, lo sciamano viene incaricato dai
familiari dell’ammalato di ritrovarla.
Per far questo, egli attua una seduta cerimoniale nel
corso della quale, attraverso tecniche che gli sono
proprie, entra in un particolare stato modificato di
coscienza (trance estatica) che gli permette di
compiere il cosiddetto volo dell’anima.
La sua anima esce dal corpo e va alla ricerca di
quella della persona ammalata e, se necessario,
raggiunge in spirito il regno degli inferi.
38
Non solo gli spiriti possono essere la causa delle
paure e delle malattie all’interno di una comunità.
Anche gli stessi sciamani, su propria iniziativa o su
incarico di altre persone, possono indirizzare un
maleficio verso una persona al fine di farla soffrire o
di farla morire.
In tale evenienza, sarà incaricato un altro sciamano
per cercare di neutralizzare l’attacco e di ribattere
colpo su colpo alle magie avversarie.
Presso molte culture primitive, la mancanza di uno
sciamano rappresenta la più grande disgrazia che
possa capitare ad una comunità.
Questa rimane senza alcuna guida, in totale balia
degli spiriti e delle forze della natura.
Non sa come reagire e come rapportarsi con essi,
non sa interpretare i segni che da essi provengono.
Una comunità che si trovi in questa non augurabile
situazione, in definitiva, è destinata a disgregarsi, a
non avere alcuna possibilità di continuare la propria
esistenza.
E’ come una nave con il timone rotto in balia della
tempesta.
Il suo destino è segnato, non c’è alcuna possibilità
per fronteggiare le incontenibili forze che
incombono su di essa.
Da queste considerazioni, appare evidente come
un’importantissima ulteriore funzione sciamanica
sia quella psicoterapeutica.
Ossia, stabilizzare il clima sociale e psicologico della
comunità, alleviare o risolvere ogni tipo di tensione
e di paura, assumersi in prima persona il compito di
acquietare gli spiriti affinché l’intera popolazione
non ne debba soffrire la collera.

39
L’esperienza psichedelica

Come abbiamo visto, per l’uomo primitivo, ma


anche per molti uomini moderni, i mondi che gli
enteogeni dischiudono erano e sono popolati da
entità ritenute soprannaturali o divine.
Intere mitologie e religioni sarebbero state create su
queste basi.
La nostra cultura occidentale e postmoderna è
ancora impregnata da queste arcaiche suggestioni,
seppure in modo più o meno velato e latente.
Alcuni studiosi degli stati alterati di coscienza hanno
cercato di scoprire quale fossero le caratteristiche e
le potenzialità di queste esperienze così inconsuete e
multiformi.
Accanto ad essi si è affiancata una schiera non
esigua di psicoterapeuti che cercavano di utilizzare i
composti allucinogeni (principalmente quelli
enteogeni) per scopi terapeutici.
Entrambi i gruppi, oltre alle evidenti differenze tra
individuo ed individuo, hanno riconosciuto in modo
convincente dei punti in comune tra gli effetti
indotti dai derivati allucinogeni.
In particolare, essi hanno individuato dei vissuti o
tappe che, a grandi linee, sembrano succedersi in
modo abbastanza costante durante la seduta
psichedelica.

La prima tappa (dell’attesa) è quella che segue


immediatamente l’ingestione della sostanza.
Ci si pone in tranquillità ed in silenzio aspettando
che qualcosa avvenga.

40
E’ la fase nella quale ci si predispone ad accogliere
un’esperienza che si spera possa essere importante
sia per conoscere più a fondo se stessi, sia per
tentare di scoprire ed immergersi in nuove realtà.

Segue una seconda tappa (delle manifestazioni


fisiche) che è spesso caratterizzata da brividi di
freddo molto intensi alternati a periodi di eccessivo
caldo.
Subentra nausea, si può vomitare ed intervengono
forti tremori incontrollabili in varie parti del corpo.
Essa può perdurare anche nelle fasi successive.

A questa fase succede quella allucinatoria, specie di


tipo visivo.
Dapprima le visioni sono semplici, geometriche,
caleidoscopiche e sembrano possedere una loro vita
indipendente.
Su di esse è difficile esercitare il minimo controllo.
Possono, non necessariamente, trasformarsi in
visioni più complesse con scene fantastiche,
specialmente legate al mondo della foresta se la
seduta si svolge in questo ambiente, con comparsa
di strani personaggi od animali con i quali si può, a
volte, anche dialogare.
E’ probabilmente questo uno dei momenti in cui
vengono ricevuti, da chissà chi, messaggi ed
insegnamenti di vario genere.
E’ possibile anche sentirsi trasformare in animali,
specialmente uccelli, e volare.
Si può avere l’impressione di uscire dal proprio
corpo e trasferirsi da altre parti o in altre
dimensioni.

41
Alcune volte le visioni possono, invece, essere
paurose e minacciose tanto da indurre la persona
che le vive a cercare in tutti i modi di venirne fuori.

La fase allucinatoria può rappresentare la fine della


seduta o, al contrario, essere il preludio ad una fase
successiva (della conflittualità) all’interno della
quale ci si raffronta con le angosce, le paure ed i
conflitti che emergono impietosamente dalle
profondità del nostro inconscio.
Si sperimentano la sofferenza, la solitudine ed il
dolore.
Ricordi tristi o scomodi e rimossi possono essere
rivissuti con grande intensità e sofferenza.

Raramente segue un’ulteriore fase, quella della


disgregazione della nostra personalità, del nostro io,
nella quale si sperimenta il nulla, il vuoto assoluto,
persino la pazzia.
E’ una fase strettamente psicotica ma, nello stesso
tempo, quella che sembra darci, in una fase
successiva, l’illuminazione, la reintegrazione della
nostra personalità più profonda, la realizzazione del
nostro Sé.
In alcuni casi è anche possibile fare un drammatico
incontro con la morte, vissuta contemporaneamente
sia come da spettatore, sia come da vittima.
Se si riesce a superare l’estrema angoscia del
momento e ad accettare la possibilità reale di poter
morire in quel preciso istante, allora scattano dei
meccanismi che portano quella persona ad un
sostanziale passo ulteriore.
Si raggiunge così la fase tipicamente transpersonale
all’interno della quale possiamo sperimentare

42
esaltanti stati mistici o un rapporto molto intimo
con una realtà trascendente che le parole non sono
in grado di descrivere.
Si possono, infine, incontrare entità spirituali che ci
parlano e ci danno speciali insegnamenti, o ci
introducono e ci fanno sperimentare una vera e
completa esperienza di iniziazione.
E’ in questo ultimo passaggio che le proprietà
enteogene delle sostanze ingerite vengono
manifestate al massimo grado facendoci vivere
esperienze che possono segnare per sempre la
nostra esistenza ed indirizzarla, con rinnovati valori,
verso mete mai prima immaginate.
Ma sono pochi quelli in grado di arrivare tanto
lontano.

Per sostanziare ulteriormente le conclusioni che più


avanti esporrò vorrei, sia come testimonianza
diretta, sia come caso esplicativo di esperienza
psichedelica estrema, illustrare nei punti essenziali i
profondi e conturbanti vissuti che ho avuto con una
di questa sostanze enteogene, l’Ayahuasca.
Ho assunto ripetutamente questa sostanza nel corso
di cerimonie sciamaniche all’interno della selva
amazzonica, in un contesto, pertanto, molto
suggestivo, forse il più adatto a vivere con maggiore
pienezza un’avventura psichedelica.
La presenza dello sciamano mi ha dato sicurezza e
mi ha permesso di sciogliere quelle paure e quei
freni psicologici che immancabilmente impediscono
di vivere in pieno quanto si va sperimentando.
In breve, ho avuto visioni fantastiche e
indescrivibili, ho fatto l’incontro con la morte, con la

43
pazzia, con i ricordi più scomodi, e perciò rimossi,
della mia vita.
Ho ricevuto diversi insegnamenti da un’entità che
non vedevo e con la quale dialogavo in modo non
verbale.
Sono arrivato quasi al punto di accettare la
disgregazione del mio io perché invitato a farlo
innumerevoli volte da quell’entità invisibile.
Ho nettissimo il ricordo di essermi sentito
trasformare, pezzo per pezzo, in un uccello per poi
volare in lande sconosciute.
Per un paio di volte ho visto misteriose entità che
smembravano il mio corpo per poi ricostruirlo in
modo nuovo.
Io mi sentivo contemporaneamente vittima
impotente e spettatore di questo processo
inquietante.
Ho provato un intenso senso di comunione con la
natura e con la gente che mi stava accanto.
Questa breve e succinta elencazione non rende
giustizia di tutto quello che ho vissuto in quelle
sedute.
Essa è solo una pallida ombra del mondo fantastico
che l’ayahuasca mi ha fatto incontrare.
La sensazione soggettiva che ne ho tratto è stata
quella di sentirmi profondamente trasformato, di
avere scoperto, pian piano nel tempo, nuovi
significati e nuovi valori, di essermi lasciato alle
spalle un modo di concepire le cose che ora vedo
come limitato e grezzo.
Forse tutto questo è solo un’illusione, un grande e
conturbante sogno indotto da quella sostanza e che
si è protratto, in qualche senso, anche nei giorni, nei
mesi e negli anni che sono seguiti.

44
Ciò nonostante, l’esperienza con l’ayahuasca,
seppure estremamente sofferta ed ancora in buona
parte da decifrare, la considero un punto chiave
nella mia vita1.

Conclusioni

Non mi sembra azzardato riconoscere, almeno in


alcune delle tappe sopra descritte, dei precisi punti
in comune con alcuni dei vissuti principali
dell’esperienza iniziatica degli sciamani.
In chi riesce ad arrivare alle fasi più avanzate
dell’esperienza psichedelica è come se si innescasse
un processo iniziatico non ritualizzato, del tutto
privato, vissuto in modo diretto grazie al dispiegarsi
di alcune nostre potenzialità innate.
Una specie di archetipo che con le droghe enteogene
troverebbe, talora, la via per emergere
simbolicamente alla superficie e manifestare le sue
profonde potenzialità trasformative e realizzative.
Anche se soli e senza punti precisi di riferimento,
starebbe poi a noi, e solo a noi, dare un significato
ed un seguito a quanto nella profondità del nostro
essere si è così misteriosamente manifestato.
Ma una cosa è certa.
Chi è riuscito a raggiungere questo punto estremo
dell’esperienza psichedelica non è più la stessa
persona di prima, i suoi ideali sono mutati, la sua
visione del mondo si apre a nuovi orizzonti,

1Una estesa trattazione delle mie esperienze con l’ayahuasca è


contenuta nel capitolo successivo di questo e-book, comunque
già pubblicata nei Quaderni di Parapsicologia, Vol. 27, N. 1,
1996 con il titolo: Ayahuasca: la medicina dell’anima. Viaggio
ed esperienze tra gli sciamani Shipibo-Conibo del Perù.
45
raggiunge un rapporto di comunione molto intimo
con la natura e con gli altri esseri viventi ed il timore
della morte è di molto stemperato.

Considerati i tanti punti in comune, è forse quella


psichedelica una via alternativa per portare a
termine un’esperienza iniziatica di tipo sciamanico
tradizionale?
Inoltre, è solo casuale il fatto che anche le
esperienze perimortali (NDE) siano state
equiparate, per le tante somiglianze, all’iniziazione
sciamanica?
Esiste veramente una sorta di archetipo iniziatico
che potrebbe essere risvegliato da più di un tipo di
esperienza psichica estrema?
Infine, è forse l’incontro con la morte, incontro
vissuto realmente o anche solo ritualmente, la
condizione necessaria per far emergere questo
presunto archetipo sia nel caso dell’iniziazione
sciamanica, sia nel caso delle NDE, così come nelle
fasi più profonde dell’esperienza psichedelica?
Io credo di sì.
Raggiunta questa meta estrema, sembra che
possano manifestarsi certe capacità di tipo
paranormale.
Agli sciamani sono attribuite varie di queste
capacità, prima fra tutte quella di sapere
diagnosticare e curare le malattie, di conoscere il
presente, il passato ed il futuro, di potere agire
fisicamente a distanza su persone e cose.
Capacità pranoterapeutiche e psi sono state anche
riscontrate in persone che hanno sperimentato una
NDE o che hanno vissuto profonde esperienze

46
transpersonali in seguito all’assunzione di sostanze
allucinogene.
Kenneth Ring, il maggiore studioso delle NDE, nel
suo libro “Progetto Omega”, suggerisce la seguente
ipotesi:

“Come per la NDE, anche i casi di “UFO o alien


abduction” hanno la struttura di un viaggio
iniziatico, possono cioè rappresentare un
particolare ed attuale tipo di viaggio sciamanico
adattato alla condizione di alta tecnologia del
giorno d’oggi”.

Ricordo in breve che il fenomeno della UFO


abduction si basa sul racconto di alcune persone che
riferiscono di essere state rapite dagli alieni e di
essere state portate nella loro navicella spaziale.
Qui, sarebbero state sottoposte ad un intervento
chirurgico consistente spesso nell’innesto di un
oggetto misterioso nel loro corpo.
Segue infine il loro ritorno al luogo d’inizio della
loro esperienza con spesso una momentanea
amnesia di quanto successo.
Se l’ipotesi di Ring è corretta, ma ancor di più se
tutta la fenomenologia della UFO abduction troverà
un suo giusto collocamento, allora varrebbero le
seguenti analogie tra questo tipo di fenomeno e
l’iniziazione sciamanica:

47
persona rapita
=
aspirante sciamano

alieni
=
entità spirituali preposte all’iniziazione

rapimento e trasporto della persona nella navicella


spaziale aliena
=
viaggio nella dimensione spirituale

intervento chirurgico sulla persona da parte degli


alieni
=
smembramento del corpo del futuro sciamano e
sua ricostituzione con nuove membra e con
peculiari poteri spirituali (riferibili probabilmente
al misterioso oggetto innestato)

Un simile accostamento, tra “alien abduction ed


iniziazione sciamanica” è anche sostenuto da un
altro studioso, Simon Harvey Wilson in un articolo
sull’Australian Journal of Parapsychology del 2001.
L’ipotesi di Kenneth Ring e di Wilson che la alien
abduction non sia altro che una moderna
espressione di un motivo archetipico ancestrale

48
merita di essere ricordata e, in un certo senso,
conforta l’idea di fondo qui rappresentata.
Per concludere, ritengo, e non io solo, che alla base
delle profondissime analogie all’interno delle
esperienze di NDE, di iniziazione sciamanica e di
alcune esperienze psichedeliche vi sia un comune
denominatore: il trovarsi, o credere di trovarsi, in
imminente pericolo di vita.
Nel vedere la morte in faccia la nostra reazione può
essere duplice: o la si affronta con sgomento e
disperazione cercando di aggrapparci con ogni
mezzo a quel piccolo residuo di vita che ancora ci
resta oppure, grazie ad una nostra maturazione
interiore precedente, la si accetta con serenità e
senza drammi.
In questo caso può, non necessariamente, scattare
qualcosa nella nostra psiche (archetipo iniziatico?)
che ci libera dai normali condizionamenti e
limitazioni della nostra solita vita per aprirci verso
una realtà completamente nuova ed innovatrice.
Una sorta di illuminazione, di rinascita interiore, di
radicale decondizionamento i cui frutti
perdureranno per il resto della nostra vita.
Ci si potrebbe, infine, chiedere: “Esiste un
significato simbolico che alberga dietro questo
incontro con la morte?”
In linea con certe tradizioni sia occidentali, sia
orientali, ritengo che affrontare la morte ed
accettarne serenamente la fatalità corrisponda a
rinunciare al proprio io, ad abbandonarne gli
schemi di riferimento e le lusinghe.
Solo dopo avere, nella parte più profonda di noi
stessi, rinunciato all’io ed averlo fatto
simbolicamente morire, si entra, o si può entrare, in

49
uno stato di consapevolezza nuova dove ci è dato di
spaziare all’interno di orizzonti enormemente e
fantasticamente più ampi.
Non è facile esprimere a parole questa condizione
della mente che più che descritta andrebbe provata.
Accontentiamoci di quello che affermano i buddisti
che dei segreti dell’io erano dei profondissimi e
ostinatissimi studiosi:

“Con la morte dell’io si trova un nuovo Io, quello


vero, e con esso la suprema liberazione”.

50
AYAHUASCA: LA MEDICINA DELL'ANIMA
Viaggio ed esperienze tra gli sciamani
Shipibo-Conibo del Perù

I pensieri muoiono nel momento in cui si


materializzano in parole (A. Schopenhauer)

Introduzione

Questo capitolo vorrebbe rappresentare la


continuazione ideale del pregevole lavoro del Dr.
Antonio Bianchi, comparso sul secondo volume del
1994 dei Quaderni di Parapsicologia.
Per tale ragione non mi soffermo su quegli
argomenti che sono già stati trattati dal Dr. Bianchi,
alla cui opera rimando il lettore che volesse saperne
di più (vedasi bibliografia).
Bastino queste poche informazioni preliminari.
In quell'articolo il Dr. Bianchi illustrava le singolari
proprietà di una droga allucinogena, l'ayahuasca,
derivata da una liana diffusa in tutta la foresta
amazzonica.
Leggendo l'articolo, l'aspetto che mi era parso più
rilevante è che l'ayahuasca viene estratta da una
pianta considerata una "pianta-maestro".
Dietro questa definizione si cela la supposta
capacità dello spirito della pianta di dare agli
sciamani della foresta insegnamenti di vario genere,
da quelli di ordine pratico (come guarire le persone
ammalate, come ritrovare oggetti smarriti o rubati,
come fare una buona caccia, ecc.), a quelli che

51
permettono allo sciamano ed ai suoi discepoli di
ottenere una emancipazione spirituale.
Il mio interesse si è subito focalizzato
principalmente su due punti: 1) verificare se
veramente dietro alla pianta dell' ayahuasca si cela
un "maestro", o alcunché di equivalente, e 2) di
capire, in caso affermativo del punto precedente, in
che modo possano mai gli insegnamenti essere
trasmessi ai discepoli.
Non restava altro che fare le valige, partire per la
foresta amazzonica e bere l'ayahuasca.
E così feci.
Ho trascorso l'intero mese di ottobre del 1994 a
Pucallpa, cittadina nel cuore della foresta
amazzonica peruviana, in compagnia del sopracitato
Dr. Antonio Bianchi e di altri due amici ugualmente
interessati a queste cose: Luigi Vernacchia e Fabio
Ravanello.
Ci siamo spostati anche lungo il fiume Ucayali sino
alla cittadina di Atalaya, visitando diversi villaggi e,
quando presenti, contattando gli sciamani e
bevendo con essi l'ayahuasca.
La conoscenza che il Dr. Bianchi aveva sia della
ambiente amazzonico, che di alcuni sciamani che
utilizzano l'ayahuasca, ha reso notevolmente più
facile affrontare questa difficile esperienza.
Esperienza che, tuttavia, non è stata per niente
immune da pericoli, fatiche e delusioni di vario
genere e sui quali non desidero soffermarmi.

52
I preliminari

Dopo quasi un mese di permanenza in Perù e dopo


almeno 9-10 sedute nel corso delle quali abbiamo
bevuto l'ayahuasca, non ero per niente soddisfatto.
L'effetto dell'ayahuasca su di me era sempre stato al
di sotto delle aspettative e, comunque, decisamente
inferiore a quello ottenuto dai miei tre amici.
Ci sono state sedute interamente negative, accanto
ad altre caratterizzate dalla presenza di visioni più o
meno sempre uguali e prive, apparentemente, di
qualsiasi significato.
Avevo provato già con cinque sciamani diversi senza
notare alcuna differenza sostanziale, tranne che in
una sola e limitata occasione.
Don Pedro (il nome è stato cambiato), lo sciamano
Shipibo di Pucallpa col quale avevo avuto
precedentemente cinque sedute e che sembrava
essersi preso maggiormente a cuore le nostre
istanze, si era dimostrato incapace a togliermi quel
blocco che lui sosteneva di avere individuato in me
(mi ha parlato di un soffio, di una corrente d'aria nel
mio corpo, o di uno spirito che impediva alle visioni
di raggiungere la testa).
Anche il suo comportamento si era fatto
estremamente antipatico e deludente.
Alla iniziale cortesia e disponibilità, si era sostituito
un atteggiamento che non riuscivo ad accettare.
Aveva cominciato a chiedere, senza alcuna
giustificazione, soldi ed altri regali con una faccia
tosta che non ci saremmo aspettati da lui.
Per queste ragioni, oltre che per lo sconforto che già
avevo, associate al fatto che la nostra permanenza in

53
Perù stava esaurendosi, avevo deciso di troncare
definitivamente con lui.
Volevo provare, come ultima volta, con un altro
sciamano, don Laurencio, che godeva fama di
provocare esperienze con l'ayahuasca molto più
profonde e decise (forse anche troppo, da quello che
ho sentito in giro).
"O la va, o la spacca!", come si dice quando si è
decisi a tutto.
I miei amici mi hanno a fatica persuaso a fare un
ultimo tentativo con don Pedro.
Ho accettato con tantissime riserve e senza alcun
interesse.
Quella che segue è la relazione di questa seduta che
ho scritto al mio risveglio il mattino seguente.

Resoconto

Pucallpa, 25 ottobre 1994.


Alle ore 20,30, Antonio, Fabio ed io abbiamo
raggiunto l'abitazione di don Pedro alla estrema
periferia di Yarinacocha, villaggio distante pochi
chilometri da Pucallpa.
Ci sono, nella veste di curanderos, anche don
Emanuel, sciamano probabilmente Muraya (il
massimo grado della gerarchia sciamanica), un altro
sciamano parente di don Pedro, più un apprendista
sciamano.
C'è anche una nutrita schiera di pazienti (dalle 20
alle 30 persone) tra indigeni e meticci venuti a farsi
diagnosticare i propri malanni e sfortune e a farsi
prescrivere la relativa terapia: il tutto viene
comunicato agli sciamani dagli spiriti che si rivelano
attraverso l'ingestione dell'ayahuasca.

54
Sono infine presenti alcuni bambini ammalati, in
genere molto piccoli e per lo più dormienti tra le
braccia dei genitori.
Don Pedro è già seduto al suo solito posto al centro
di uno dei lati maggiori della capanna ed ha accanto
a sé gli altri sciamani.
Tutti gli altri sono stipati nel rimanente spazio
sotto la capanna, ed anche fuori.
Questa ha forma rettangolare, di circa 8 metri per 4,
ed è formata da un tetto di foglie di palma sostenuto
da pali di legno.
Non ci sono pareti laterali.
E' posta accanto alla abitazione di don Pedro, in uno
spiazzo circondato da orti.
La gente sta sdraiata o seduta per terra, gomito a
gomito.
Pian piano i convenuti abbassano il tono della voce e
le varie conversazioni si attenuano.
Sono circa le ore 21 quando don Pedro inizia il
canto (icaro) che serve a richiamare lo spirito della
"pianta-madre" dell'ayahuasca.
Ad un certo punto mi chiama e mi ordina di soffiare
alcune volte all' interno di un bicchiere pieno a metà
di ayahuasca e di bere un sorso ma, se volevo,
aggiunge, potevo berne di più.
Procedura insolita, riservata solo a me ed a Fabio.
Bevo a fatica l'intero contenuto dal sapore orrendo
ed amarissimo.
Dopo di me chiama a bere, uno alla volta, Fabio,
Antonio, gli altri sciamani e due o tre pazienti
accompagnando la mescita con icari identici.
Per ultimo beve lui stesso.
La luce viene poi spenta e ciascuno raccoglie in un
silenzio interiore i propri pensieri e le proprie

55
speranze: di guarire, di risolvere i più svariati
problemi esistenziali, di avere visioni illuminanti, o
si pone in semplice attesa che qualcosa di indefinito
succeda.
Dopo 20-30 minuti, mentre sono sdraiato per terra
e con gli occhi chiusi, sento una pressione alla
tempia destra oltre ad un senso di freddo che mi
sale dai piedi.
Queste sensazioni, che anche nelle precedenti
sedute hanno preceduto il comparire degli effetti
dell'ayahuasca, sono di lì a poco seguite da
numerose visioni geometriche, vorticose, intense,
sotto forma di onde di tantissimi colori che si
sovrappongono o si succedono l'una all'altra come
in un caleidoscopio.
Mi accorgo che l'intensità delle visioni è accresciuta
dagli icari che gli sciamani cantano
contemporaneamente e ciascuno per proprio conto.
In questa fase questi canti servono a favorire la
discesa dello spirito della pianta sul paziente che
ciascun sciamano ha fatto sedere davanti a sé.
Le visioni arrivano ad ondate e nei momenti di
maggiore intensità mi trascinano in uno stato di
semincoscienza.
Di lì a poco perdo quasi ogni contatto con la realtà
circostante e con la cognizione del tempo.
Mi sembra di essere al centro di un vortice di onde e
di colori che mi trascina vertiginosamente in mille
direzioni.
Cerco di controllare un fastidioso stimolo a
vomitare.
Mi si alternano, facendomi soffrire molto, un senso
di grande calore e un senso di freddo intenso, per

56
cui mi scopro e mi ricopro in continuazione con il
sacco a pelo su cui sono sdraiato.
Percepisco dapprima vagamente, in seguito con
maggiore e crescente intensità (o intuisco), la
presenza di una guida che identifico con, o intuisco
essere, don Pedro.
Se esprimo un desiderio o un’intenzione, essi
falliscono quasi subito.
Infatti mi accorgo di essere sempre più, man mano
che il tempo passa, in balia della guida che fa di me
quello che vuole e mi trascina lentamente da
qualche parte o verso qualche esperienza
sconosciuta infischiandosene dei miei desideri e
timori.
Ho paura e cerco di oppormi a farmi trascinare
chissà dove, non sono sicuro che finirò bene.
Il mio smarrimento e la mia paura ad un certo
punto si trasformano in panico vero e proprio,
specialmente quando mi sento solo.
Infatti, le persone accanto a me sembrano statue
morte, incapaci di portarmi aiuto.
La percezione della presenza della guida è sempre e
solo una impressione, a volte vaga e che talora
perdo quando cerco di non abbandonarmi
completamente per timore che dietro ad essa non ci
sia veramente don Pedro, ma qualche cos’altro che
vuole la mia rovina.
Se apro gli occhi per prendere maggiore contatto
con la realtà normale, vedo solo forme indefinite e
scure sovrastate dalle solite visioni colorate in
veloce movimento.
Il mio senso di solitudine e di paura aumenta in
modo vertiginoso e per un po' mi dà sollievo trovare

57
e stringere una funicella del mio zaino che era nei
pressi, a portata di mano.
E’ l’ultimo punto di contatto con la realtà normale.
Ma subito dopo vengo trascinato via e mi perdo di
nuovo.
Ho momenti di maggiore lucidità alternati a
momenti di quasi o totale perdita della normale
coscienza.
Nei momenti lucidi intuisco che gli icari servono a
dirigere la forza della pianta, o quella dello
sciamano, dentro di me.
La potenziano anche.
Ad un punto indefinito di questa situazione intuisco
che presto vomiterò.
Perciò mi alzo e, barcollando, esco dalla capanna;
finisco anche con il piede nudo in un piccolo fosso
melmoso.
Sento una forza che mi dirige (o trascina) in certe
direzioni ed io mi lascio guidare.
Non vedo distintamente le cose che mi circondano,
però mi sembra di intravedere un albero e intuisco
che è proprio lì che debbo vomitare.
Mi avvicino e cerco di toccarlo non sicuro che ci sia
realmente.
Lo sento, mi appoggio con una mano e vomito.
Finito questo, mi guardo attorno e sento gli icari
provenire da una direzione abbastanza definita.
Ma non vedo la capanna.
Mi giro verso tutte le direzioni e vedo sempre lo
stesso quadro indistinto e scuro.
Rimango appoggiato per un po' all'albero (non so
quanto).

58
Le visioni mi tornano, ho paura, non so dove andare
e se sono in grado di muovermi, vorrei aiuto, non so
che fare.
Sento qualcosa che mi spinge a sedermi per terra.
Dopo non so quanto tempo mi sdraio
completamente.
Ho una paura tremenda di non potere più uscire da
quella condizione, di perdermi e di non potere
prendere l'aereo per tornare in Italia.
Arrivo al punto in cui credo di stare per morire.
Infatti le mie forze sono allo stremo e si rivelano
impotenti a fronteggiare una situazione così
devastante e tragica.
La morte, ad un certo punto e all'improvviso, non
mi fa più paura, mi sembra una cosa del tutto
normale e accetto tranquillamente l'eventualità di
morire in quello stesso momento.
La vedo accanto a me, posso quasi toccarla tanto la
percepisco reale.
E non mi sembra così brutta, anzi, nella sua
indifferenza di ghiaccio mostra di avere un suo
fascino ed una sua logica in rapporto a quel mio
momento particolare.
Non oppongo resistenza, sono pronto a seguirla.
Traggo un insperato sollievo quando Sonia, la nuora
di don Pedro ed ella stessa apprendista sciamana,
inviata da don Pedro giunge in mio soccorso, mi
parla e mi chiede come sto.
Rimane in ginocchio accanto a me per non so
quanto tempo.
Le visioni ed il mio smarrimento a tratti sembrano
toccare il limite massimo ma, aprendo gli occhi e
vedendo ancora Sonia, mi rincuoro.

59
Per un paio di volte la vedo trasfigurarsi contro lo
sfondo scuro della notte in un vecchio sciamano
vestito di pelli.
Ha il viso incartapecorito e coperto di fango o di
cenere ed i capelli sono lunghi ed arruffati.
Forse guarda nella mia direzione, ma con distacco e
indifferenza.
Sembra in meditazione.
Arriva anche don Pedro che mi soffia l'Agua Florida
(un profumo rituale) sul capo e sulle mani giunte.
Sonia mi porge un fiore secco invitandomi ad
odorarlo.
Ha un profumo molto intenso che mi dà energia.
Con il fiore in mano e con l'aiuto di Sonia,
barcollando ed inciampando più volte, raggiungo il
mio posto nella capanna.
Guardo verso don Pedro e vedo tanti don Pedro
quante sono le persone presenti alla seduta.
In seguito le riconosco una ad una e sento che sono
presenze amiche e che anche nel loro silenzio ed
immobilità emanano solidarietà per la mia difficile
situazione.
In questi momenti in particolare sento che l'icaro
che sto ascoltando è quanto di più appropriato ci sia
a sostenere ed a sviluppare la trasformazione che
sento avvenire dentro di me.
Mi sembra anche che dietro a tutta questa mia
esperienza ci sia sempre don Pedro.
La mia coscienza appare ancora abbastanza vigile,
anche se talvolta la sento come sospesa a mezz'aria.
Ho una gran sete.
C'è una borraccia con dell'acqua sul tavolo accanto
a me, quasi a portata di mano.

60
Capisco che non riuscirei a prenderla e lascio
perdere.
Sento che negli icari, tra loro sovrapposti e
indirizzati ai pazienti, c'è una componente rivolta a
me.
Essa mi sembra ricca di insegnamenti e comprendo
che mi proviene in un qualche modo da don Pedro.
Le visioni sono più controllate, mi sento
leggermente meglio, sono più tranquillo e mi
abbandono con crescente fiducia alla guida interiore
che identifico con quasi assoluta certezza con don
Pedro.
Le visioni e gli icari mi stanno ora insegnando
qualcosa, in modo chiaro, tranquillo.
E lo fanno in modo ripetuto, tornando come ad
ondate a ripropormi gli stessi tipi di insegnamento.
Per prima cosa mi viene insegnato (non chiedetemi
come - comunque intuisco, capisco, talvolta mi
sembra di vedere) ad eliminare ogni desiderio e
volizione.
Ogni volta che esprimo un desiderio o l'intenzione
di fare o pensare a qualcosa, intuitivamente mi
viene fatto notare che il pensiero appena formulato
contiene il verbo volere o un altro verbo similare ed
io subito cerco di cancellarlo.
Mi riesce abbastanza bene, probabilmente perché
sono aiutato.
Poi mi viene insegnato a concentrarmi e a pormi in
una condizione di meditazione.
Ma qui i miei ricordi sono vaghi.
Segue un'altra fase in cui si cerca di farmi cancellare
il senso dell'io.
Anche in questo caso, quando formulo dei pensieri
personalizzati, vale a dire dei pensieri il cui soggetto

61
sono io o è in qualche misura legato a me, mi viene
fatta notare la cosa ed io cerco di rimediare o
eliminando l'intero pensiero, o modificando quella
parte di esso dove compare la mia presenza.
Ad un certo punto capisco, o intuisco, che
occorrerebbe far sparire ogni verbo dal linguaggio
della mente per raggiungere uno stato di perfetta
assenza dell'io che, a tratti, mi sembra di realizzare.
Questi processi sono ripetuti più volte ed ogni volta
provo meno sforzo e difficoltà ad apprendere quanto
mi viene insegnato.
Sono processi che sperimento visivamicarente sotto
forma di cerchi concentrici che si fanno sempre più
piccoli sino a ridursi ad un punto.
Quando ho realizzato la cancellazione del mio io, mi
sono visto, o ho visto qualche parte di me, non so
bene, affondare e sparire in uno stagno di melma
scura.
C'era anche un caimano che, con la testa che
emergeva dalla melma, assisteva indifferente alla
scena.
Gli icari e le visioni intanto cominciano a veicolare
insegnamenti di tipo concettuale.
Certe domande che nella giornata o nei giorni
precedenti mi ero posto trovano, per intuizione
interna, una risposta che si incastra esattamente con
la rispettiva domanda.
Percepisco per un attimo la risposta, oserei dire che
la vedo, e la riconosco come corretta e logica.
Subito dopo essa entra in un piccolo scrigno (tipo
cofanetto per anelli) incastonato su una parete
verticale.
Lo scrigno all' improvviso si chiude e io non vedo e
non ricordo più il suo contenuto.

62
A questo seguono insegnamenti su argomenti non
legati a nessuna mia domanda precedente, ma che
sono stati scelti direttamente dalla fonte che me li
invia.
Anche in questo caso mi rendo conto del loro
elevato valore ma, dopo un attimo, spariscono
anch'essi nello stesso modo di prima.
L'unico insegnamento che mi ricordo è che
l'ayahuasca serve anche per ridurre la distanza tra
la nostra cultura occidentale e quella indigena al
fine che anche noi possiamo cogliere appieno i frutti
che gli sciamani ci possono dispensare.
Forse serve anche agli stessi Shipibo che si sono
allontanati dalle loro tradizioni.
Ma probabilmente non si limita solo a questo.
Intuisco che gli insegnamenti non sono perduti, ma
sono entrati in qualche angolo della mia mente e mi
guideranno nei momenti opportuni.
Intuisco che in futuro non avrò, ai miei occhi e a
quelli degli altri, più potere, sapienza ed altre
capacità positive, ma che anche dopo questa
esperienza sarò, tutto sommato, quello di prima, ma
con un piccolo tesoro nascosto da qualche parte.
Esso mi potrà essere utile o mi guiderà senza che io
od altri se ne accorga.
La cosa mi verrà confermata da Sonia una volta alla
fine della seduta.
Il mio stato è tale che mi accorgo di non percepire
quasi per niente il mio corpo.
Mi chiedo più volte se per caso mi sono vomitato
addosso o se quello che mi sembra di sentire al tatto
sulla mia camicia non sia invece fango.
Sarebbe imbarazzante una situazione del genere
davanti a tanta gente, ma subito dopo mi viene da

63
pensare e da dire che non me ne frega un… e ci rido
sopra.
La stessa cosa si ripete con il sospetto di essermela
fatta addosso.
Dapprima grande imbarazzo ma poi, all’improvviso,
qualcosa scatta in me e mi viene da pensare - forse
lo dico anche - che non me ne frega assolutamente
niente, la cosa mi fa ridere (anzi, rido di gusto) e mi
lascia del tutto indifferente, se non soddisfatto.
Tanto – penso - sono tra amici (tutti quelli presenti
alla seduta, anche quelli che non conosco) che mi
capiscono e comprendono il mio difficile momento.
Alla fine della seduta tutte queste mie
preoccupazioni, apparentemente così banali ed
anche un po’ buffe, si sono rivelate infondate.
Nulla del genere mi era successo.
Tuttavia, ho intuito che anche questo ulteriore
piccolo dramma personale faceva parte degli
insegnamenti e del programma di ricostruzione del
mio io sopra descritti.
Durante questa fase finale delle mie allucinazioni,
intuisco che tutto quanto è successo in questa mia
vacanza così ricca di imprevisti, fatiche e delusioni,
comprese la mia sfiducia e la mia irritazione per don
Pedro arrivate quel giorno stesso al loro apice,
facevano parte di un programma.
In altre parole, sono stato ripetutamente messo alla
prova prima di essere sottoposto al rito finale di
questo che in quel momento ho capito essere un
vero e proprio processo di "INIZIAZIONE".
Inoltre, mi sono reso conto che don Pedro ha voluto
darmi una dimostrazione del fatto che lui non era da
meno di don Laurencio (lo sciamano con cui volevo
fare l'ultima seduta con l'ayahuasca) e che le stesse

64
cose che si attribuiscono a quest'ultimo, lui le poteva
fare anche con maggior forza ed in modo più
drammatico, come per volermi punire per la mia
mancanza di fiducia.
Quando credo di essermi ristabilito a sufficienza,
accendo una sigaretta, esco dalla capanna, mi siedo
accanto a Sonia che mi rivolge delle domande e mi
confida, ma lo sapevo già dal giorno precedente, che
era un’apprendista sciamana.
Mi spiega anche che il fiore secco e profumato che
mi aveva precedentemente dato era un fiore
"sagrado" (sacro) avuto in dono da suo marito,
sciamano anche lui.
Vengo poi chiamato da don Pedro che mi canta un
icaro e mi soffia per la seconda volta l'Agua Florida
sul capo e sulle mani e mi dice che ora sono forte e
posso uscire dalla dieta2.
Dice anche che ora ho un arcana (una specie di
scudo protettivo) contro i pericoli ed i mali del
mondo e che posso andare tranquillo.
Parlando con i miei amici ed alcuni altri fra i
presenti, mi rendo conto che quella sera la seduta è
stata molto forte per tutti coloro che hanno bevuto
l'ayahuasca, sia in positivo che, ancor più, in
negativo (in diversi hanno vomitato o hanno avuto
violenti attacchi di diarrea o, ancora, hanno avuto
visioni terrificanti).

2 La dieta è un tipo di regime alimentare e di comportamento

richiesto a chi si accinge a fare sedute con l’ayahuasca. In


particolare essa è richiesta agli aspiranti sciamani per i quali
può durare da alcuni mesi ad un anno o più. Noi stessi
dovevamo conformarci ad un regime alimentare piuttosto
stretto evitando di mangiare e di bere una ampia varietà di
cose. In particolare, il giorno in cui dovevamo bere
l'ayahuasca, dovevamo digiunare.
65
Nessuno, però, tra quelli che si sono dichiarati più
soddisfatti della loro personale esperienza, ha
riferito d'avere avuto alcunché di simile a quello che
ho sperimentato io.
Alle cinque del mattino faccio ritorno al mio albergo
in discrete condizioni di lucidità mentale e di forze.

Tipologia delle visioni

Le visioni che ho avuto hanno sempre evidenziato


la presenza di alcune costanti.
Non ho notato sostanziali differenze qualitative
delle visioni tra uno sciamano e l' altro ed anche il
loro contenuto, pur essendo variato all'interno di
una stessa seduta, tendeva a ripetere certi temi e
schemi fissi.
L’andamento più tipico è così articolato: dopo 20-30
minuti dall' assunzione dell'ayahuasca, periodo
durante il quale mi metto in uno stato rilassato e di
attesa con gli occhi chiusi, le visioni sono
costantemente precedute da alcuni segnali che
anticipano di poco il loro arrivo.
In particolare avverto una sensazione di freddo che
mi parte dai piedi e si diffonde a tutto il corpo.
All'improvviso il freddo sparisce per tornare di
nuovo nel giro di pochi minuti.
Questa sensazione è accompagnata da un senso di
pressione alla tempia destra, come se qualcuno vi
premesse sopra con un dito.
Entrambe le sensazioni inizialmente vanno e
vengono e, ad ogni loro ritorno, appaiono più
intense delle volte precedenti.
La pressione alla tempia può, in alcuni casi,
estendersi a più ampie aree della testa.

66
E’ nel corso di questa fase che le visioni arrivano, in
modo impetuoso ed improvviso.
All'inizio si presentano ad ondate, rimangono un po’
per poi sparire.
Nei casi in cui l'effetto dell'ayahuasca è
particolarmente intenso, esse possono durare a
lungo, anche alcune ore ed hanno come sfondo una
rete a maglie piuttosto fini.
La loro forza d'impatto e la loro intensità sembrano
aumentate notevolmente dagli icari degli sciamani,
come se questi fossero in grado di canalizzarle e
focalizzarle all'interno della mente dei partecipanti.
Di solito sono costituite da immagini geometriche
dai mille colori che si trasformano in altre immagini
simili ad una velocità vertiginosa.
Non sono mai ferme ed è difficile descriverle
adeguatamente perché di solito non hanno alcun
riscontro con alcunché di reale e di definito
(immagini caleidoscopiche).
A volte si presentano come una miriade di luci
colorate che si accendono e si spengono cambiando
di colore.
In questo caso mi ricordano quelle di un Luna Park,
anzi mi sembra proprio di essere in un Luna Park.
Altre volte sembrano animaletti o pupazzi tratti dai
cartoni animati per i più piccini.
Più spesso mi ricordano motivi decorativi
geometrici degli Indiani del Nord e del Sud America,
sempre senza una forma ed un significato precisi.
Più raramente, insieme ad esse, ho la sensazione di
immergermi nella giungla, sommerso dalla sua
esuberante vegetazione.
In almeno un paio di esperienze ho notato
particolari enormemente ingranditi di oggetti

67
comuni (una spalliera di una sedia, una penna biro,
parti del corpo di insetti, etc.).
In questa nuova prospettiva mi sembrava di entrare
in un mondo nuovo, ancora inesplorato, in cui i più
minuti particolari si animavano ed acquisivano una
ricchezza straordinaria di forme e di colori.
Era come se mi fossi trasformato in un microbo così
da poter vedere con nuovi occhi una realtà che a noi,
esseri macroscopici, è preclusa.
Era, in definitiva, come entrare in una nuova
dimensione esistenziale.
Talvolta i colori apparivano così evidenti da
sembrare di possedere una consistenza solida.
Ma queste descrizioni colgono solo parzialmente il
modo di percepire le visioni.
Il vedere era fuso al pensare anzi, ad un modo
nuovo di pensare e di vivere le cose che mi
comparivano d'innanzi.
In definitiva, non erano solo immagini, ma molto di
più.
In una occasione in particolare (una delle prime
volte con don Pedro ma, in misura molto minore, è
successo anche con un altro sciamano), le visioni
hanno lasciato il posto, o si sono accompagnate, a
modificazioni della mia percezione sensoriale.
C’è è stato un momento in cui ho sentito una parte
di me sollevata di alcuni centimetri dal corpo.
Mi sembrava che questa parte corrispondesse alla
mia mente, almeno a quella che in qualche misura
ragionava e percepiva queste sensazioni.
Anche l'intensità delle mie percezioni tattili e
dolorifiche oscillavano vistosamente.
A tratti mi sentivo leggero o come adagiato su di un
comodo materassino che non mi faceva sentire

68
eccessivamente le asperità del terreno su cui ero
disteso.
Altre volte il mio contatto con il terreno era
doloroso, molto più del normale.
Sentivo il mio corpo pesantissimo che si schiacciava,
sotto il proprio peso, contro il suolo.
Se poi tenevo una mano lievemente appoggiata sul
collo, all'improvviso ne sentivo forte la pesantezza e
quasi si sembrava di soffocare; se invece la mano era
appoggiata sul petto, la percepivo pesantissima al
punto di provare dolore e di non riuscire a respirare.
In altri momenti, se avevo necessità di grattarmi, lo
dovevo fare con grande forza, altrimenti non sentivo
il contatto e la pressione delle dita.
Anche la coperta che mi serviva a proteggermi dai
momenti di freddo, talvolta la sentivo pesantissima
sul mio corpo ed ero costretto a liberarmene.
Mi sono reso conto che, come regola, non dovevo
avere nulla che appoggiasse sulla parte del mio
corpo al di sopra della cintola.
Nella medesima occasione la mia attività mentale ha
incontrato un grosso ed inaspettato ostacolo.
Nel formulare un pensiero qualsiasi notavo un
sensibile ritardo tra la decisione di pensare a
qualche cosa e vedere quel qualche cosa che si
concretizzava in pensiero.
Normalmente i due processi sono pressoché
contemporanei, ma in quell'occasione, tra il
decidere di pensare a qualche cosa e pensarlo
effettivamente, il tempo intercorrente si dilatava in
modo innaturale.
Questo inconsueto sfasamento mi disorientava e
non mi permetteva di dar forma a pensieri anche
non particolarmente complessi.

69
Il mio atteggiamento mentale ed emotivo nei
confronti delle visioni è stato duplice,
probabilmente perché rifletteva la minore o
maggiore intensità dell’azione dell'ayahuasca.
Spesso mi sentivo come un semplice spettatore che
osservava, sempre ad occhi chiusi, le diverse visioni
che si succedevano davanti allo schermo della sua
mente.
Erano percepite, pertanto, come qualcosa prodotto
da qualche agente esterno e che non mi
riguardavano direttamente.
Il mio coinvolgimento emotivo era scarso o nullo,
spesso perfino pieno di delusione e di noia per il
fatto che non vi riconoscevo alcun significato ed
importanza.
Non ero quasi mai soddisfatto da questo tipo di
visione.
In altre circostanze, più rare, le cose erano
completamente diverse.
Ero come rapito, immerso o trascinato dalle visioni.
La mia coscienza spesso veniva quasi annullata, mi
sentivo un tutt’uno con le visioni, non più uno
spettatore inerte ed indifferente.
Non esisteva più nulla al di fuori del connubio fatto
da me e dalle visioni, mentre il mondo esterno non
esisteva più.
La mia coscienza, o quel poco che rimaneva, era
leggera e trasparente, impalpabile, a volte
inconsistente e seguiva, adeguandosi perfettamente,
l'andare e venire ciclico delle visioni.
Talvolta, per intuizione (non trovo altra definizione
migliore) capisco che le visioni sono in qualche
modo l'espressione visiva di un lavoro minuzioso di
forgiatura (più volte mi si presenta alla mente

70
questo termine quando cerco di decifrare il senso
delle visioni).
Forgiatura di qualcosa di interno (l’io?), come se
avvenisse dentro di me un modellamento ed una
correzione di una struttura che deve essere
modificata o ricostruita secondo nuove regole.
A volte le visioni quasi si fermano ed entrano in uno
stato di intensa e finissima vibrazione
accompagnate da una specie di sibilo molto acuto,
leggero e penetrante.
Capisco che in quei momenti la forgiatura diventa
cesello.
Sono momenti che percepisco essere molto
importanti per la trasformazione profonda e sottile
del mio io o di qualcosa di correlabile ad esso.
Ogni volta ho percepito questi attimi come quelli
rappresentativi della fase più profonda e pregnante
dell’esperienza.
Spesso, in questi momenti, la rete che
costantemente fa da sfondo alle visioni, entra
anch'essa in vibrazione, per poi avvicinarsi
lentamente a me sino ad avvolgermi.
Fabio mi ha detto che anche lui ha vissuto questa
situazione ed ha aggiunto che se si riesce a saltare al
di là della rete, si entra in un altro livello
esperienziale molto più pregnante e ricco di
contenuti.
Del mio "rapporto" con don Pedro ho già trattato.
Alcune volte ho intuito che nelle visioni, o nascosto
dietro ad esse, ci fosse qualcosa di vivo ed
intelligente, anche se indefinito, con una propria
consistenza fisica, che era lì perché aveva un
compito da svolgere che forse mi riguardava.

71
Conclusioni

Questa è solo una breve relazione di un'esperienza


assai complessa durata diverse ore e che, da una
grossolana valutazione, credo di ricordare solo per il
20-30 per cento.
Vorrei puntualizzare che l’intero processo si può
compendiare in alcune significative fasi, di cui le
principali sono: quella delle visioni; quella della
solitudine; quella della paura che si tramuta in
terrore panico; quella dell'incontro con la morte; e
quella degli insegnamenti.
Nel complesso, l’intero processo sembra
corrispondere molto da vicino, se non coincidere,
con un vero e completo processo di iniziazione.
I significati ed i messaggi contenuti in queste varie
fasi sono stati recepiti da me per intuizione (non
saprei trovare un termine più adeguato), anche se
spesso essi erano accompagnati o completati da una
componente visiva molto intensa e vivace.
Ho anche intuito, verso il termine della seduta, che
tutto quanto era successo era stato voluto e
condizionato dallo sciamano che aveva scelto il
tempo ed i modi più opportuni per condurmi sino a
quel punto, per poi istruirmi secondo un preciso
programma.
E tutto questo trovò una piena realizzazione proprio
quando avevo deciso di abbandonare ogni cosa e
tornarmene a casa.
Questa esperienza, sia per i contenuti che per le
modalità con cui si è svolta, è stata veramente
impressionante e complessa e, a mio parere, ben al
di là delle mie capacità creative ed immaginative.

72
Non ho mai assunto prima di allora droghe di alcun
genere e ritengo di avere sempre dimostrato una
condotta sufficientemente critica e razionale.
Ora mi accorgo di avere un atteggiamento
ambivalente verso il significato di questa mia
esperienza.
Da una parte sento ancora molto forte il
convincimento che don Pedro sia stato la causa ed il
regista di tutto.
In altre parole, egli avrebbe agito su di me per via
forse paranormale sottoponendomi a numerose e
difficili prove preliminari prima di permettermi di
affrontare la prova finale, quella dell'iniziazione.
Infatti, una mia impressione raggiunta durante le
fasi finali di quella seduta è stata che queste prove
coincidessero con le numerose traversie e delusioni
che hanno costantemente caratterizzato la mia
permanenza in Perù sino a quel momento oltre,
naturalmente, alle difficilissime situazioni che ho
dovuto superare durante quell'ultima seduta.
Si tratta di un' interpretazione coincidente con la
visione sciamanica delle popolazioni amazzoniche e
che fa risalire ogni trasformazione interiore a forze e
ad entità esterne all'individuo che le vive.
Naturalmente, all’interpretazione strettamente
sciamanico-iniziatica che si può attribuire a questa
mia esperienza, se ne può contrapporre un’altra
molto più razionale.
Ovvero, che io abbia soggettivamente raggiunto un
livello molto profondo e nascosto della mia psiche.
Infatti, è opinione largamente diffusa ed accettata
che, entro le inesplorate profondità del subconscio,
esista un’area di consapevolezza superiore che solo
molto di rado raggiunge il livello conscio.

73
Grazie all'effetto dell'ayahuasca ed al particolare
contesto rituale in cui mi trovavo, mi è stato
possibile rimuovere gli ostacoli tra me e questa
misteriosa dimensione e raggiungerne in modo
molto selettivo e chiaro i contenuti.
In questo caso don Pedro, da vero psicoterapeuta,
con un opportuno rituale e tecniche appropriate,
avrebbe favorito la mia discesa entro quella
inesplorata realtà, senza essere però lui a
determinarla concretamente.
Solo da quella realtà interiore, e non da don Pedro o
dallo spirito dell' ayahuasca, avrei ricevuto gli
insegnamenti di cui ho riferito.
Infine, ci può essere un'altra logica spiegazione dei
fatti: che l’intero processo iniziatico sia derivato
interamente da processi legati alla mia mente ed alla
mia immaginazione.
Una sorta di sogno allucinatorio con caratteri
psicotici.
La mia immaginazione, per un complesso processo
inconscio favorito dalla droga, avrebbe prodotto
allucinatoriamente questa iniziazione facendomela
apparire come reale.
Tutto questo in risposta a mie personali e molto
particolari istanze ed aspettative più o meno
consapevoli.
Quest’ultima interpretazione è quella che sento a me
più lontana, in quanto i sentimenti provati durante
la seduta mi sembrano completamente estranei ad
essa.
Ma forse, come mi hanno consigliato alcuni amici, è
del tutto inutile volere trovare un'interpretazione ad
ogni costo.

74
L'importante, secondo loro, è avere vissuto di
persona questa esperienza che è unica e
probabilmente fondamentale per quel processo di
recupero delle proprie potenzialità che il più delle
volte è impossibile realizzare con le nostre sole
forze.
Ora, dopo diversi mesi da allora, sento di essere
sempre lo stesso di prima e che nulla è cambiato in
me in maniera evidente.
O forse credo che sia così.
Mi dispiace che le parole, che così faticosamente
riesco a raccogliere per comporre questo racconto,
non possano esprimere compiutamente ciò che
ricordo di quella seduta.
I miei ricordi dei particolari di questa esperienza
non sono legati a parole, a discorsi o a fatti consueti
facilmente descrivibili con i normali mezzi
comunicativi.
Essi, al contrario, sono fatti di pensieri che non si
possono pensare, di immagini chiare ma fugaci, di
sentimenti e di intuizioni mai provati prima.
Bisognerebbe inventare un linguaggio nuovo per
riferire in modo soddisfacente i contenuti delle
esperienze di questo genere.
Anche se mi è difficile comunicarlo, ora so, o credo
di sapere, come l'ayahuasca opera e come può
dispensarci i suoi insegnamenti.
Anche se a volte mi viene da pensare di avere
vissuto un fantastico sogno che con il tempo
lentamente si scolora, un mio intimo sentimento mi
suggerisce che, con quell’esperienza, mi è stata
indicata una strada e che dipende solo da me se
seguirla o meno.

75
Bibliografia

Chi desiderasse maggiori informazioni riguardo


l'ayahuasca ed il contesto sciamanico in cui viene
impiegata, si consigliano le seguenti letture:

- Andritzky, W.: (1989) Sociopsychotherapeutic


functions of Ayahuasca healing in Amazonia.
J.Psychoactive Drugs, 21(1), 77-89.
- Bianchi, A.: I mistici del vegetale: Piante
psicotrope e stati alterati di coscienza nella selva
amazzonica. Quaderni di Parapsicologia, 25, 43-58,
1994.
- Bianchi, A. : Gli allievi delle piante maestro. I
Fogli di Oriss, n. 3, 81-96, 1995.
- Cardenas, C.: Los Unaya y su mundo. CAAP-IIP,
1989. Lima.
- Dobkin de Rios, M.: A modern-day shamanistic
healer in the Peruvian Amazon: Pharmacopoeia and
Trance. J. Psychoactive Drugs, 21, 91-99, 1989.
- Harner, M.: La via dello sciamano. Ed.
Mediterranee 1995.
- McKenna, T.: Il nutrimento degli dei. URRA,
Apogeo 1995.

Significativi, per alcune strette somiglianze con la mia


esperienza, sono i resoconti tratti dai seguenti articoli:

- Samorini, G.: L' iniziazione alla religione Buiti.


Metapsichica, Numero Unico, 19-25, 1994.
- Slotkin, J.S.: La via del peyote. Luce e Ombra,
Anno 60, N. 3, 161-168, 1960.

76
LA "SLEEP PARALYSIS" E GLI ALIENI3

La "Sleep Paralysis"

Il mondo che si cela dietro al sonno ed ai sogni è


pieno di misteri ed alcuni misteri sono più
inquietanti di altri.
Con il progredire della ricerca e della speculazione
scientifica molti di questi misteri sono stati risolti,
mentre altri stanno in parte per esserlo.
Ma tanto rimane ancora da fare e da scoprire.
Nel variegato contesto del mondo onirico esistono
particolari situazioni attorno alle quali sono nate
tante leggende e storie tenebrose che hanno
alimentato da sempre il folklore di tutti i popoli.
Recentemente si è cercato di far luce su queste
peculiari situazioni inquadrandole all'interno di un
ben preciso disturbo del sonno.
Mi riferisco a quell'entità che dal punto di vista
medico è indicata come "sleep paralysis" (SP) o
paralisi nel sonno.
Esistono due tipi di "sleep paralysis": la SP comune
(CSP) e quella con allucinazioni (HSP).
La prima si presenta quando il dormiente si sveglia
all'improvviso e si accorge che il proprio corpo è
completamente paralizzato.
Soltanto i suoi organi di senso e la sua coscienza
sono in funzione, tutto il resto è penosamente
bloccato.
Questa condizione dura per un periodo compreso
normalmente tra pochi secondi ed un minuto.

3 Quaderni di Parapsicologia, vol.XXVIII, N. 1, 1998.


77
Un sondaggio Gallup del 1992 ha concluso che quasi
ogni persona adulta va incontro mediamente ad un
episodio di CSP ogni due anni.
La CSP non viene considerata una condizione
patologica, ma soltanto una isolata e reversibile
disfunzione fisiologica di lieve entità.
Tuttavia si sta studiando se esiste un rapporto con
una situazione molto più grave che è la sindrome
della improvvisa morte notturna (inspiegabile).
Il secondo tipo di "sleep paralysis" appare ancora
più terrificante ed è chiamato paralisi nel sonno con
allucinazioni (HSP), o anche paralisi nel sonno
ipnagogico e ipnopompico.
La definizione "ipnagogico" e "ipnopompico" è
legata al fatto che la HSP sembra verificarsi di
preferenza in quella fase di passaggio tra la veglia ed
il sonno, che viene appunto indicata come fase
ipnagogica del sonno, oppure nel momento che
precede immediatamente il risveglio (fase
ipnopompica).
Queste fasi sono piene di strane e realistiche
visioni che spesso incutono un profondo terrore in
chi le subisce.
Esse si possono presentare sotto forma di
allucinazioni di tipo tattile, cinestesico, visuale,
olfattivo o uditivo.
La HSP è senz'altro molto più rara del primo tipo
(CSP) e sembra si manifesti talvolta sotto forma di
epidemie a ristretta diffusione geografica.
Ad esempio, in un paese in cui non se ne è mai
sentito parlare, all'improvviso accadono questi fatti
con una certa ed inspiegabile frequenza.
Si sta cercando di stabilire se la HSP abbia anche un
carattere ereditario.

78
Ogni singolo episodio di HSP può persistere per un
tempo più lungo rispetto al CSP (si parla sino a 10
minuti) e si presenta con particolari e caratteristiche
che il più delle volte procurano un estremo terrore a
chi ne è vittima.
Terrore legato al fatto che il soggetto, in stato di
piena coscienza, si trova nello stesso tempo
paralizzato sul letto ed in preda a spaventose e a
realistiche allucinazioni, in prevalenza di tipo visivo.
Solo di rado le visioni mancano dell'aspetto
inquietante e sottintendono invece presenze
beatifiche e rassicuranti.
La maggior parte delle volte, la persona che ne è
involontaria vittima ha la precisa sensazione che
nella stanza ci sia una presenza sconosciuta, spesso
minacciosa.
Altre volte ha l'apparizione di persone, demoni,
mostri o spiriti che lo assalgono o cercano di
ucciderlo.
Oppure ne sente i passi che si avvicinano, ode la loro
voce o il respiro, o percepisce degli odori.
Può sentire distintamente folate di aria gelida.
Il tutto accompagnato da intensa sudorazione,
tachicardia, senso di freddo, panico.
La respirazione è spesso difficile anche perché la
persona sente in genere un peso che gli comprime il
petto.
L'essere della visione può assalire la persona
immobilizzata sul letto comprimendole il petto ed
impedendole di respirare o può persino cercare di
strangolarla.
Alcune volte si instaura un preciso rituale a sfondo
sessuale.

79
In casi abbastanza rari lo stato allucinatorio si può
accompagnare ad esperienze del tipo "Out of Body
Experience" durante le quali, oltre all'uscita dal
corpo, si ha la precisa sensazione di abbandonare la
stanza in cui ci si trova e di compiere viaggi
all'esterno.
Abbastanza spesso il soggetto vede luci o nebulosità
luminose che si muovono per la stanza.
La scena allucinatoria, nella sua essenza, è sempre
un misto di irrealtà e di realtà, nel senso che ciò che
appare è inserito nell'ambiente nel quale la persona
si trova effettivamente in quel momento.
Tutto succede e viene percepito nello sfondo di una
realtà oggettiva che entra a far parte della scena
principale.
Ed è appunto questa commistione di elementi
allucinatori con elementi reali che rende queste
incredibili esperienze così realistiche, anzi più vere
della stessa realtà, come alcuni hanno riferito.
L'idea di stare sognando o di assistere al
manifestarsi di un processo allucinatorio in quel
momento non sfiora minimamente le persone
coinvolte.
La combinazione di queste allucinazioni terrificanti
con l'impossibilità di reagire o di invocare aiuto crea
una miscela veramente esplosiva per chi si trova a
vivere queste situazioni.
Moderne indagini hanno stabilito che circa il 15%
della popolazione adulta in tutto il mondo subisce
queste esperienze almeno una volta nella vita, anche
se in genere tutto viene dimenticato.
Ad alcuni possono succedere più volte, anche a brevi
intervalli.

80
E' stato notato che spesso la HSP si presenta a
persone che in quel momento stavano dormendo in
posizione supina.
Sebbene la CSP e la HSP possono verificarsi a carico
di persone fisicamente sane ed apparentemente
prive di qualsiasi problema di carattere psicologico
o sociale, è stato notato un significativo rapporto
con situazioni di stress, di intossicazione alcolica o
da droghe, di narcolessia (si tratta di un disturbo del
sonno che porta ad addormentarsi in modo
frequente, improvviso ed incontrollato), in soggetti
che dormono fuori casa ed in luoghi insoliti.
E' abbastanza frequente anche presso i divorziati ed
i vedovi ( Baker, 1992).

Panorama storico

Da quanto sopra riportato, appare chiaro perché da


sempre l'uomo ha popolato il mondo attorno a sé di
demoni, fantasmi, vampiri, lupi mannari, mostri e
folletti.
E li ha sempre ritenuti reali, talvolta come abitanti
di un mondo parallelo al nostro, altre volte come
presenze invisibili infestanti certi luoghi particolari
o che si manifestano solo in determinate
circostanze.
Si tratta di un fenomeno universale e la cultura di
tutti i popoli è fortemente intessuta da queste strane
e paurose presenze.
Intere tradizioni, leggende e mitologie, sino a
diverse fiabe dei bambini, sono nate su queste basi
ed ancora oggi, persino nei paesi più progrediti
culturalmente e industrializzati, tali esseri

81
continuano a tormentare e ad impaurire l'umanità,
in alcuni casi con virulenza incredibile.
Sembrano fare quasi parte del nostro codice
genetico o essere i simboli di realtà archetipiche.
Anche la religione cattolica ammette l'esistenza di
demoni, di forze del male variamente concepite, che
spesso tormentano gli uomini o entrano nel loro
corpo mentre dormono.
Ed allora l'unico rimedio è l'esorcismo.
L'iconografia religiosa medievale, ed anche quella
posteriore, è ricca di immagini di diavoletti neri con
lunghe code lanceolate che, con i loro forconi,
affliggono le notti delle loro vittime prescelte.
Sembrano volerci dare un'anticipazione di quelle
che saranno le future pene dell'inferno.
Anche presso numerosi popoli primitivi si ritiene
che gli spiriti maligni possono entrare nel corpo
della gente durante il sonno e provocare malattie o
devastanti fenomeni di possessione.
Per quel che riguarda le interpretazioni che gli
antichi o la gente di altri lontani paesi danno di
questi strani fenomeni, il panorama appare assai
vario.
Accanto alla diffusissima credenza che prevede una
realtà oggettiva per questi strani ospiti dei nostri
sogni, si è cercato anche di dare spiegazioni diverse.
Per gli antichi greci potevano essere il frutto di una
semplice indigestione.
Per i romani e gli egiziani si supponeva che fossero
la conseguenza di un senso di colpa che ci si
trascinava nel sonno.
Nell' Europa medievale si colpevolizzavano senza
alcun dubbio i demoni detti, rispettivamente,

82
incubus se di sesso maschile e succubus se di sesso
femminile.
Tra i popoli di etnia araba erano, e sono ancora, i
gin, spiritelli del deserto, a produrre questi incubi
notturni.
Ancora in Europa, ma in un passato a noi
abbastanza vicino, si faceva ricadere la colpa ai
vampiri o ai cosiddetti lupi mannari.
In Irlanda e in Scozia ci si rifaceva ad uno strano
personaggio chiamato Old Hag o Old Hat, mentre in
varie parti dell'Asia poteva essere una volpe o un
gatto malefici oppure gli spiriti degli antenati.
Nonostante questa diversità di interpretazione, quel
che più colpisce è l'universalità di questo fenomeno
e la sua presenza dagli albori della civiltà sino ad
ora.
Troviamo dei precisi riferimenti alla HSP in
importanti autori classici: Orazio, Plutarco,
Erodoto, Apuleio e Galeno.
Su questi assalti notturni ci viene data anche una
autorevole testimonianza da San Agostino e da San
Tommaso d'Aquino che vedono in essi un
inequivocabile intervento del demonio.

Alcuni esempi dalla letteratura

Vorrei presentare due esempi tratti dalla letteratura


che credo coprano molti dei diversi aspetti con cui si
presenta l'HSP.
Sono entrambi brani dello stesso racconto, "La
Horla", che Guy de Maupassant pubblicò nel 1887.
Consideriamoli un buon punto di partenza per
entrare nel cuore del problema.

83
L'interprete di La Horla così descrive la sua prima
esperienza:

"Sono ben sicuro di essere a letto e di dormire… lo


sento e lo so… e sento anche che qualcuno si sta
avvicinando a me, mi guarda, mi palpa, sale sul
mio letto, mette le ginocchia sul mio petto e mi
prende il collo tra le sue mani e le stringe, le
stringe con tutta la sua forza per strangolarmi.
Cerco disperatamente di liberarmi, ma sono
incapace del più minimo movimento a causa di
quel terrificante sentimento di impotenza che ci
paralizza nei nostri sogni.
Vorrei gridare ma non posso.
Cerco con la forza della disperazione di respirare e
faccio sforzi tremendi.
Tento di girarmi su di un fianco per togliermi
d'addosso quella creatura che mi sta schiacciando
e soffocando, ma non posso.
Poi, all'improvviso, mi risveglio ancora in preda al
panico ed inzuppato di sudore.
Accendo una candela.
Sono solo".

Il secondo brano è forse ancora più impressionante.

"Ieri sera ho sentito che qualcuno era accucciato


sul mio corpo, con la sua bocca contro la mia, che
succhiava la mia vita attraverso le mie labbra
aperte.
Sì, veramente sentivo che egli stava aspirando la
mia vita attraverso la gola, proprio come quando
una sanguisuga succhia il sangue".

Altri famosi scrittori ci hanno lasciato


particolareggiate descrizioni di questi strani

84
fenomeni: Edgar Allan Poe, Ernest Hemingway, F.
Scott Fitgerald, Stephen King, etc.

Una versione moderna: la "Alien abduction"

Dagli anni sessanta in poi si è accumulata,


specialmente negli Stati Uniti, una vasta casistica
riguardante persone che hanno creduto di essere
state rapite da extraterrestri e condotte nelle loro
astronavi ( "alien abduction") per subire interventi
chirurgici, specialmente nella zona addominale e
genitale, o per essere sottoposti a pratiche o a
violenze sessuali.
Sarebbero i cosiddetti incontri ravvicinati del quarto
tipo.
La maggioranza di queste persone ha dimenticato
quanto era loro successo.
In questo caso, l'intera vicenda avrebbe tuttavia
lasciato uno strascico di ansia inspiegabile, di
depressione, di fobie e di ricorrenti incubi notturni
che li ha spinti a ricorrere ad uno psicoterapeuta.
Una parte di queste persone si è rivolta a psichiatri i
quali, mediante la regressione ipnotica, hanno fatto
rivivere ai pazienti quella situazione traumatica che
non ricordavano di avere subito.
Ed i particolari, anche i più minuziosi e
raccapriccianti della loro avventura, sono stati
riportati alla coscienza.
Questa modernissima versione del fenomeno sta
trovando numerosi seguaci in tutto il mondo.
Essi si sono organizzati attorno a sette o a
personaggi carismatici che proclamano sconvolgenti
"verità" ricevute dagli alieni stessi.

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Nuove interpretazioni

Sono stati proposti vari modelli interpretativi per


spiegare questa complessa fenomenologia.
L'uno non esclude gli altri, possono benissimo
coesistere ed integrarsi reciprocamente.
L'unico che sembra indipendente da tutti gli altri è il
modello realistico.

Modello realistico
Può essere verosimile che le entità che si
manifestano nel corso delle esperienze sopra
descritte abbiano una qualche forma di realtà
oggettiva.
Ciò presuppone la possibilità che il nostro mondo
sia popolato da esseri invisibili e che solo in
determinate circostanze si possono a noi
manifestare.
In alternativa, potrebbero anche far parte di un'altra
dimensione spazio-temporale che mantiene con il
nostro mondo solo tenui e sporadici canali di
comunicazione.
In questo modello realistico occorre fare rientrare
anche l'esistenza degli extraterrestri.

Modello neurologico
E' stato ripetutamente osservato che persone che
soffrono di disturbi neurologici, come ad esempio
alcune forme di epilessia e di schizofrenia, possono
avere frequentemente quadri allucinatori i cui
contenuti possono coincidere con quelli della HSP.
Appare, comunque, evidente che questa
interpretazione può essere adottata solo per un

86
numero limitato di casi, quei casi in cui sia presente
una patologia a carico del sistema nervoso.

Modello psicodinamico
La psicoanalisi e la psicologia del profondo si sono
interessate già da tempo a questi fenomeni
ricavandone dei modelli interpretativi connessi a
traumi del passato, a problematiche di carattere
sessuale e a problemi esistenziali di vario genere
non risolti.
Pertanto, da questo particolare punto di vista, le
apparizioni terrificanti non sarebbero altro che
allucinazioni dotate di un significato legato alla
psiche della persone che le subiscono e che deve
essere studiato e rivelato.
Infatti, secondo questo modello, l'apparizione-
allucinazione non si manifesta in genere con
caratteristiche chiare e dirette, ma è necessario
scavare nella personalità e nei ricordi del paziente
per trovare i giusti rapporti tra il suo mondo
psichico e quell'esperienza.
L'allucinazione, alla stessa stregua dei sogni, si
traveste, si maschera, e va pertanto interpretata.
Il suo linguaggio è il simbolo, la metafora e
l'allusione.
Anche C.G. Jung (1971) ravvisa in questi fenomeni
un valore simbolico di un qualcosa che sta dietro ai
simboli stessi.
E questo qualcosa per Jung è l'archetipo.
Aniela Jaffé (1987), una delle principali e più note
collaboratrici di Jung, nel suo libro "Sogni, profezie
e apparizioni" ci fornisce numerosi esempi e
speculazioni a conforto delle intuizioni del suo
maestro.

87
Per Nandor Fodor (1959):

"…l' incubus, il demone amante delle streghe dei


secoli bui, (che compare abbastanza spesso anche
nelle esperienze di HSP nell'atto di assalire e di
violentare sessualmente le sue vittime impotenti,
nota dell'Autore) non è una creazione del
Satanismo e un abominio davanti a Dio e agli
uomini, ma è una tipica fantasia neurotica che può
venire riconosciuta come tale da qualsiasi
psicoanalista."

Modello psichedelico
E' ormai assodato che il cervello umano è in grado
di produrre infinitesime quantità di sostanze che si
possono definire "allucinogeni endogeni" (Axelrod,
1961; Barker, 1981; Benington, 1965).
Potrebbe accadere che la produzione di queste
sostanze, in determinate circostanze, possa
aumentare bruscamente facendoci fare un vero e
proprio "trip" psichedelico.
Chi assume volontariamente gli analoghi sintetici di
queste sostanze spesso riferisce di avere fatto, in
stato di trance, strani incontri con esseri incredibili:
spiriti di defunti, mostri e folletti, demoni, animali
mitologici, sino a veri e propri extraterrestri.
Si può pertanto ipotizzare che nel sonno, a volte, il
nostro tasso di allucinogeni endogeni subisca un
brusco rialzo e questo fatto sia sufficiente per farci
avere un incontro ravvicinato con una realtà che
non sembra appartenere a questo mondo.
Questo modello appare molto suggestivo e non
esclude la possibilità di potersi combinare con il
modello psico-fisiologico che sta per essere
descritto.
88
Modello psico-fisiologico.
Dal momento che la HSP consta di due componenti,
la paralisi motoria ed il vissuto allucinatorio,
vediamo di affrontare l'intero problema cercando di
spiegare separatamente questi due diversi aspetti
della HSP.
Partiamo dalla semplice SP supponendo che insorga
al momento del risveglio.
E' stato verificato che durante la fase REM del
sonno, quando appunto si sta sognando, il cervello
produce una forte attività inibitoria nei confronti dei
principali muscoli motori del dormiente (Dement,
1976).
Normalmente questo stato di paralisi cessa con la
fine del sogno, o subito prima, in modo che il
dormiente possa svegliarsi con la piena padronanza
del proprio corpo.
Se per una qualsiasi ragione questa inibizione si
prolunga oltre il periodo del sogno ed il soggetto si
sveglia, egli si troverà nella infelice situazione di
essere incapace di compiere il pur minimo
movimento.
Potrà guardare davanti a sé, sentire i rumori
circostanti, avere una coscienza attiva e in grado di
valutare la sua situazione, ma la sua voce non potrà
essere emessa e non potrà in alcun modo esternare
all'esterno i propri timori e la propria disperazione.
I muscoli non rispondono, se ne è perso il controllo.
Lo scopo dell'inibizione motoria indotta dal cervello
sarebbe quella di impedire alla persona che sogna di
accompagnare il vissuto onirico con i gesti del
corpo.

89
Grazie a questo meccanismo di controllo il sogno si
sviluppa come una pura attività mentale, mentre il
corpo rimane in una situazione di calma e di
immobilità, estraneo a quel che succede
interiormente.
Passiamo ora alla seconda parte del problema: la
parte apparizionale.
Secondo Robert A. Baker (1992), esiste una
tenuissima linea di confine tra esperienze mentali
apparentemente dissimili come i pensieri, le
fantasie, i sogni e le allucinazioni; per diverse
persone questi diversi tipi di esperienza possono
mutare o evolvere facilmente l'uno nell'altro.
Così un sogno, al risveglio, può trasformarsi in una
allucinazione ipnopompica; oppure un pensiero che
si ha prima di addormentarsi può diventare un
sogno.
Se mentre stiamo sognando ci svegliamo, i circuiti
neurali e le aree del cervello che erano attivi nel
sogno potrebbero mantenere il loro stato di
attivazione ancora per un po'.
Noi, essendo ormai svegli, crederemmo che
determinati stimoli siano di provenienza esterna
anziché originati dall'attività onirica.
In altre parole, il sogno continuerebbe anche
quando il soggetto è pressoché sveglio o si trova
nella fase ipnopompica.
In una siffatta situazione, gli stimoli provenienti
dall'ambiente si mescolerebbero con gli stimoli o le
immagini provenienti dal sogno organizzandosi il
tutto in modo tale che il cervello crede di essere
pienamente sveglio mentre vive
contemporaneamente due diverse realtà: quella del
sogno e quella della veglia.

90
La paralisi durante il sogno fornirebbe le
caratteristiche fisiologiche della situazione, mentre
il sogno, che ugualmente si è prolungato oltre il
dovuto, fornirebbe la base del quadro allucinatorio.
Infine, per Baker, svegliarsi in uno stato di SP può
facilmente indurre una iperventilazione nel soggetto
che può spiegare la difficoltà a respirare ed il senso
di pressione al petto.
L'iperventilazione, sempre secondo Baker,
procurando al soggetto un brusco calo dell'apporto
di ossigeno al cervello, provocherebbe una
iperacusia (suoni del tutto normali o di bassa
intensità vengono uditi ad un volume elevatissimo).
Questa iperacusia trasformerebbe deboli segnali
sonori come fruscii, cigolii, etc. presenti
naturalmente nella stanza, in segnali sonori molto
distinti che arricchirebbero il contenuto
allucinatorio o ne favorirebbero l'insorgenza.
Questi rumori amplificati, sempre secondo Baker,
potrebbero essere il terreno fertile su cui si
sviluppano le allucinazioni di tipo uditivo presenti
in certi casi di HSP.
Se, infine, l'apporto di ossigeno cala ulteriormente,
verranno attivati i centri del piacere sessuale nel
cervello, il che spiegherebbe la componente erotica
che spesso accompagna tali esperienze.
Simile modello interpretativo mi sembra possa
spiegare esaurientemente anche un tipo di
esperienza allucinatoria leggermente diversa e che
appare una semplificazione del processo sopra
illustrato.
Si tratta di quelle esperienze, molto più frequenti,
che sono del tutto simili alle precedenti, ma
mancano della paralisi motoria.

91
Vediamo un esempio descritto da A.M.W. Stirling
(1958), nel suo libro: "Ghosts Vivisected".
Si tratta di una sua esperienza personale.

"Mi svegliai con difficoltà da un sonno pesante e


vidi molto distintamente, ai piedi del mio letto, una
figura umana apparentemente solida ed a contorni
netti.
Mentre la stavo osservando, con il mio cervello
ormai totalmente lucido, la figura si dissolse
davanti a me!
Conclusi che il mio cervello era stato parzialmente
sveglio e che la figura non era altro che un residuo
di un sogno.
Le mie ore di sonno si erano sovrapposte a quelle
di veglia".

Come si è visto, la persona vive l'esperienza in modo


simile alla HSP, ma sembra avere conservato la
possibilità di reagire e di muoversi.
Come la Stirling ha sottolineato, queste
allucinazioni sarebbero la continuazione da svegli di
un sogno inquietante.
Nel caso che le HSP si verifichino all'inizio del
sonno, nella fase ipnagogica, è stato suggerito un
meccanismo in parte differente.
Ne sarebbero vittime delle persone che soffrono di
un particolare disturbo del sonno chiamato
narcolessia e che spesso appare associarsi alla HSP.
Chi ne soffre cade, in qualsiasi momento della
giornata, improvvisamente addormentato.
Sempre Dement (1976) ha scoperto che i pazienti
narcolettici, alcuni attimi prima di addormentarsi e
contrariamente a quanto succede normalmente,

92
passano subito nella fase REM del sonno, quella in
cui si sogna.
Non sono ancora del tutto addormentati, ed hanno
pertanto ancora un qualche rapporto col mondo
esterno, eppure sognano.
Come visto in precedenza, la fase onirica è
caratterizzata da paralisi dei principali muscoli
motori.
Il contenuto dei loro sogni può facilmente riflettere i
pensieri che essi avevano qualche istante prima,
oppure potrebbero riflettere esperienze avute nel
corso della giornata.
Ed è su questa base che probabilmente si sviluppa la
HSP.
I loro sogni si inserirebbero in una coscienza ancora
in buona parte desta e che sarà pertanto incapace di
riconoscerli come veri sogni.
Appariranno più verosimilmente come fatti reali e
se il loro contenuto è drammatico, crederanno di
trovarsi davanti a vere scene drammatiche.
Nello stesso tempo, non avranno la possibilità di
reagire essendo paralizzati.
Ricordiamo che la narcolessia non è una malattia
particolarmente rara.
Per quanto riguarda, infine, la "alien abduction"
vorrei fare queste considerazioni che anche altri
hanno proposto.
Diversi studiosi hanno manifestato il forte sospetto
che quegli psichiatri che già credevano nella realtà
della "alien abduction", abbiano in una certa misura
influenzato i loro clienti dando un tono
fantascientifico ai ricordi evocati con la regressione
ipnotica.

93
Infatti, un soggetto in ipnosi è quanto di più
influenzabile possa esistere.
Inoltre, se i pazienti hanno sperimentato una HSP,
le strane presenze apparse loro allucinatoriamente
sarebbero state trasformate in extraterrestri dalle
suggestioni più o meno esplicite dei loro terapeuti.
Dall'analisi dei fatti, sembra proprio che buona
parte dei casi possa rientrare in questa
interpretazione.
In alternativa, sarebbero stati gli stessi pazienti a
dare questi connotati alle loro allucinazioni perché
influenzati da film, da libri, riviste e da programmi e
dibattiti televisivi su questo tema che sempre più
massicciamente vengono presentati al pubblico
americano.
Mentre all'inizio di questo fenomeno gli alieni
venivano descritti dai "rapiti" in modo piuttosto
vario, dopo l'uscita del film "Incontri ravvicinati del
terzo tipo" gli alieni hanno bruscamente mutato il
loro aspetto assumendo le stesse forme degli
extraterrestri presenti nel film.
Secondo un sondaggio molto discusso e discutibile
essendo di parte, nei soli Stati Uniti si è stimato che
ci siano quasi 4 milioni di persone che hanno una
grossa probabilità di essere stati rapiti dagli alieni.
E c'è da aspettarsi che entro breve tempo questa
"alien abduction syndrome" dilagherà anche in
Italia.
Sembra proprio che ci sia un adeguamento ai tempi
moderni.
Come in passato molti credevano negli spettri, nei
demoni, etc, ora ci si conforma a quelli che paiono
essere i mostri della nostra era supertecnologica.

94
Sepolti i satanassi ed i vampiri di antica memoria,
chi altri, se non gli alieni, potrebbe candidarsi a
terrorizzare le nostre notti materializzando le
nostre fantasie secondo le suggestioni dei tempi
attuali?

Conclusioni

Giunti a questo punto, credo che non ci sia molto da


aggiungere o da concludere.
Il problema di questa strana e spesso terrificante
fenomenologia appare ancora ampiamente aperto
anche se, da vari settori della ricerca scientifica, ci
sono già precisi e abbastanza convincenti modelli
interpretativi.
Personalmente non mi sento di dare alcun credito
all'ipotesi che le entità di cui si è parlato abbiano
una realtà oggettiva, sia che facciano parte di questo
mondo, sia che provengano da altre dimensioni o da
altri pianeti dispersi nello spazio siderale.
Nei testi sacri della parapsicologia, il fenomeno
delle apparizioni è considerato essere assai
complesso, anche per le diverse tipologie e
situazioni con cui esso si manifesta.
Ci sono vari tipi di apparizione e ciascun tipo ha in
comune con gli altri sia delle strette somiglianze, sia
delle marcate differenze.
Questo modo non unitario con cui le apparizioni si
presentano fa pensare che molto difficilmente sarà
trovata per esse un' unica teoria.
Quello su cui tutti sembrano concordi è il fatto che
le apparizioni, il più delle volte, si manifestano nel
corso di stati modificati di coscienza, il più

95
frequente dei quali è il sonno o il periodo di
dormiveglia.
Comunque, in situazioni di abbassamento del
nostro stato di coscienza.
Personalmente, rivolgo la mia preferenza verso il
connubio tra il modello psichedelico e quello psico-
fisiologico.
Ma, come detto prima, questa mia preferenza, se
dovesse trovare delle sostanziali conferme,
probabilmente potrà coprire solo una parte del
problema, non tutto.
Per finire, permettetemi di lasciarmi andare ad una
profezia molto audace: credo che i tempi siano
maturi perché gli spiriti di tutti i livelli e censi che
presiedono alle sedute spiritiche possano presto
essere sostituiti da nuove entità aliene provenienti
da lontane galassie.
Ma forse questo è già avvenuto, ma non ce ne siamo
accorti.

Bibliografia

- Axelrod, T. (1961) Enzymatic formation of


psychotomimetic metabolites from normally
occurring compounds. Science, 134, 343.
- Baker, R.A. (1992) Alien abduction or alien
productions? Some not so unusual personal
experiences (http://www.ufobbs.com/ufo).
- Barker, S.A., et al. (1981) N,N-
Dimethyltryptamine: an endogenous hallucinogen.
Int. Rev. Neurobiol., 22, 83-110.
- Benington, F., et al. (1965) 5-Methoxy-N,N-
Dimethyltryptamine, a possible endogenous
psychotoxin. Ala. J. Med. Sci., 2, 397-403.

96
- Dement, W. (1976) Some must watch while some
must sleep: Exploring the world of sleep. W.W.
Norton & Co., Inc., New York.
- Fodor, N. (1959) The Haunted Mind, pag. 201,
Garrett Publications, New York.
- Jaffé, A. (1987) Sogni, Profezie e Apparizioni. Ed.
Mediterranee, Roma.
- Jung, C.G. (1971) Inconscio, occultismo e magia.
New Compton Italiana, Roma.
- Stirling, A.M.W. (1958) Ghosts vivisected. The
Citadel Press, New York.

97
Programma delle attività culturali
del Centro Studi Parapsicologici di Bologna
http://cspbo.altervista.org/b/

Sede: C/O Famiglia Cassoli


Via Valeriani, 39 - 40134
Tel. e FAX: 051/614.31.04
E-mail: centrsp@iperbole.bologna.it

Anno sociale 2009-2010

Conferenze ad ingresso libero

- 6 Marzo 2010, ore 16.30. "Parliamo di


Parapsicologia ed altro..." con un intervento del Prof.
Maurizio Deoriti su "La bussola spirituale".
Seguiranno altri interventi e discussioni. Presso la
Biblioteca Bozzano-De Boni, Via Marconi, 8 (Bo)

- 17 Aprile 2010, ore 16,30. Il Dr. Massimo Biondi


terrà una conferenza dal titolo: "Osservare i processi
della mente: la nuova frontiera della parapsicologia".
Presso la Biblioteca Bozzano-De Boni, Via Marconi, 8
(Bo)

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