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Gian Luca Picconi

Il vero compito di un insegnante. Figure della trasmissione del


sapere in Volponi
Una parte cospicua dell'opera di Volponi costellata di rappresentazioni di
rapporti didattici: tra maestri e allievi, professori e alunni, insegnanti e
discenti. in gioco una problematizzazione della relazione pedagogica, nel
duplice e inscindibile aspetto di trasmissione del sapere e dell'affettivit; una
trasmissione che produce socialit e socializzazione, sia attraverso
l'insegnamento di regole, sia producendo, in primo luogo attraverso il
linguaggio, le regole stesse che insegna.
Da questo punto di vista, l'autorappresentazione della Bildung volponiana
sintomatica. Volponi dichiara l'insuccesso formativo del proprio apprendistato
scolastico, condotto negli anni del fascismo, giungendo a dire: Io sono uscito
male dalle scuole1, e ritrova il senso di una formazione riuscita in due
rapporti intellettuali giunti dopo la laurea: Posso dire e ho sempre detto che
ho due maestri: Adriano Olivetti e Pier Paolo Pasolini 2. Alla dichiarazione di
un ruolo di supplenza dei due intellettuali si alterna il topos della formazione
scolastica incompleta e insufficiente; si pensi a quanto dichiarava Volponi agli
studenti del Liceo Orazio di Roma nel 1986: adesso un po' sono rammaricato
di non avere studiato bene. Perch probabilmente sarei pi bravo, anche come
scrittore se io avessi studiato bene per tutto il ginnasio e il liceo, se avessi
capito esattamente bene tutto, avessi seguito le lezioni, avessi studiato i
testi3. Volponi si spinge a dire che il frutto di uno studio pi approfondito gli
avrebbe conferito:
la possibilit di ampliare ancora di pi la mia coscienza, di avere quindi un rafforzamento del
mio spazio psicologico e anche del mio spazio culturale e storico, perch indubbiamente lo
studio e la lettura aiutano, aiutano a fortificare anche i propri sentimenti, [] a raggiungere
quella maturit che fa appunto di una persona un cittadino che cosciente di s, cosciente del
proprio gruppo, dei propri doveri, delle proprie possibilit, dei propri affetti e che sa
controllarli e metterli in relazione con quelli del gruppo e con quelli della societ e muoversi
quindi come un protagonista4.

A latere opportuno sottolineare il termine protagonista: che evidentemente


ha a che fare con la capacit della figura umana di imporsi individualmente
sullo sfondo storico e sociale e lasciare un segno.
Dei due rapporti quindi che hanno colmato la lacuna costituita dalla scuola,
quello con Pier Paolo Pasolini viene esperito sotto l'insegna bifida del maestro
e amico, che compenetra dimensione didattica e affettiva. La morte di Pasolini
viene situata all'interno di un magistero vivente rivolto alla nazione, e
definita attraverso la sua essenza esemplare, didattica; perch diventa l'atto
conclusivo dell'insegnamento e lo svela per intero, dando alla vicenda
personale un'ampiezza storica5. Pasolini , per Volponi, un educatore civile.
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F. Santovetti, C. Celli, E. Liberatori Prati (a cura di), Conversazione con Paolo Volponi, in
Carte italiane, I, 9, 1988, p. 8.
Ivi, p. 6. Si impiegheranno nel testo le seguenti abbreviazioni: P. Volponi, Romanzi e prose,
vol I, a cura di E. Zinato, Einaudi, Torino 2002 (RP I); Id., Romanzi e prose, vol. II, a cura di
E. Zinato, Einaudi, Torino 2002 (RP II).
P. Volponi, Le ragioni della scrittura, in F. Bettini, M. Carlino, A. Mastropasqua, F. Muzzioli,
G. Patrizi (a cura di), Volponi e la scrittura materialistica, Lithos, Roma 1995, p. 153.
Ibidem.
P. Volponi, Il dramma popolare nella morte di Pasolini, in Id., Scritti dal margine, Manni,
Lecce 1995, p. 29.

Pi ancora, un maieuta: E lui ha alzato la penna, mi ha guardato, poi ha


alzato il dito sempre questo indice destro, cos, con un atteggiamento
sempre da maestro, veramente un po' evangelico e fa: Ma va', battendomi
amichevolmente sulla spalla che una volta lo scriverai anche tu un
romanzo...6. Pasolini che alza il dito, secondo un'iconografia classica del
maestro che un esperto di pittura come Volponi non poteva ignorare, fa
pensare al Socrate di un quadro di Jacques-Luis David; appunto una sorta di
novello Socrate per Volponi Pasolini: era un buon maestro sempre in
dibattito con lo scolaro, in quella tensione cio davvero innovativa, al punto da
rovesciare spesso le parti. E come scolaro si poneva spesso, davanti a tanti
interlocutori7. Eppure, Pasolini, come maestro, non rivela in Volponi solo
un'immagine positiva: Pasolini ambiva ad essere un maestro e pretendeva
che tutti fossero d'accordo con lui. Bisognava prima riconoscergli una sorta di
primato e poi lui era pronto a concederti tutto 8. Dalla maieutica, insomma, si
pu sconfinare facilmente all'imposizione pedagogica. Ma si direbbe, alla luce
di quest'ultima citazione, che la vertente lungo cui si struttura la dimensione
pedagogica di questo rapporto quella dell'autorevolezza.
Anche nei confronti della figura di Olivetti, Volponi, nella dedica di Le mosche
del capitale, usa l'espressione: maestro dell'industria mondiale 9. Di Olivetti
Volponi diceva: Nemmeno Adriano Olivetti stato mai capito come un vero
maestro dell'industria e della cultura del paese: come un innovatore, un
creatore e un vero riformatore. [] Adriano era un vero protagonista del
rinnovamento del Paese10. Ancora una volta ricorre il termine protagonista,
ed emerge un altro corno della dimensione della magistralit: si passa dal
maieuta moralizzatore alla Pasolini, all'individuo che, con la sua eccezionalit
di visione, incide profondamente la societ, modificandola. E questo svela
un'altra modalit del rapporto pedagogico: l'esemplarit. Se Maestro si
riferisce, pertanto, alla triplice dimensione della trasmissione di un bagaglio
etico, di conoscenze, o di correnti affettive, le modalit della trasmissione del
sapere sono centrali nella meditazione di Volponi. E il ruolo di supplenza di
Pasolini e Olivetti nei confronti di una formazione con insegnanti istituzionali
pi che evidente: se io dovessi dire se ho avuto dei maestri nella mia vita, se
ho fatto un corso, una facolt, devo dire con Adriano Olivetti 11. Volponi
ribadisce addirittura che Olivetti gli ha dato pi dell'universit 12. L'elemento
personalistico che si rivela in questi rapporti fa pensare, in ogni caso, anche
alla dimensione dell'insegnamento come a una dimensione quasi lato sensu,
etimologicamente, seduttiva.
Volponi dedica numerose riflessioni alla scuola lungo tutta la sua carriera di
scrittore: guardando ad essa come a un ingranaggio cruciale sia nella
formazione del singolo, sia nella costruzione di una societ equilibrata e
funzionale. La scuola l'infrastruttura prima del buon governo, e un ponte tra
singolo e collettivit, in un rapporto sempre reversibile. Della scuola Volponi
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Conversazione con Paolo Volponi, cit., pp. 8-9.


Pasolini maestro e amico, in RP II, 655.
F. Bettini, I vent'anni di Corporale. Intervista a Paolo Volponi, in Critica Marxista, n.s.,
nn. 4-5, luglio-ottobre 1995, p. 103.
Le mosche del capitale, in RP III, 3.
P. Volponi, F. Leonetti, Il leone e la volpe. Dialogo nell'inverno 1994, Einaudi, Torino 1995,
p. 40.
V. Ochetto, Intervista a Paolo Volponi su Adriano Olivetti, in M. Pistilli, Paolo Volponi, uno
scrittore dirigente alla Olivetti di Ivrea, Aras, Fano 2014, p. 136.
Ivi, p. 137.

vede sia la dimensione di rapporto individuale, sia quella comunitaria 13. La


scuola pertanto anche il primo fattore di organizzazione civile della societ,
un primo fattore di regolazione dei rapporti umani. Ma la scuola odierna del
tutto insufficiente, e andrebbe riformata: Bisognerebbe invece pensare ad un
modo diverso di fare la scuola, di avere dei rapporti scolastici, culturali,
familiari, sociali ed anche politici con i nostri giovani 14. Naturalmente,
nessuna riforma per Volponi di per s sufficiente, se non accompagnata da
una necessaria trasformazione della totalit dei rapporti sociali. Restano le
difficolt dei ragazzi, a capire e a farsi capire: Per quelle che sono le
dichiarazioni di miei amici, che sono insegnanti, io so che leggere sempre
pi difficile, e anche scrivere, per i ragazzi. So che i ragazzi di terza media,
che hanno gi 14 anni, chiamati a fare un tema, trovano difficolt. Usano solo
un verbo, l'indicativo presente o l'imperfetto. Mai il futuro, mai il passato
remoto15. in particolare la dimensione della lingua a essere chiamata in
causa come quella attraverso cui possibile un padroneggiamento del mondo
che ci circonda. E quella, contemporaneamente, in cui la scuola pi
deficitaria. Attraverso la lingua il maestro dovrebbe consegnare un contenuto
di verit al discente. In un discorso in Senato, Volponi afferma, ritornando sul
problema della capacit di scrivere degli alunni:
Un mio amico professore mi ha detto che ha voluto fare in prima media un esercizio scolastico
prendendo un manifesto dei Puffi, dove le azioni di questi soggetti sono illustrate con i fumetti
e sono narrate con un linguaggio che in un certo senso sfuma il verbo appropriato e lo
sostituisce con quello puffare; per esempio frasi come andiamo nellorto a puffare le mele
sono contenute in questi fumetti. Il mio amico professore ha provato a chiedere ai suoi scolari
quale era il verbo che in italiano corrispondeva alla parola puffare: andiamo nellorto a le
mele. La maggior parte dei ragazzi non ha saputo sostituire questo verbo irreale con un
verbo che indicasse unazione concreta come: andiamo nellorto a guardare, a raccogliere, a
prendere, ad abbattere .... Tutto ci rappresenta un fatto molto grave per noi, per il nostro
lavoro e per il nostro paese, di una gravit notevole e minacciosa 16.

L'irrealt quotidiana che tutto attornia e che aduggia soprattutto sulla lingua
pare rendere inefficace questo lavoro di trasmissione di nuclei di verit in cui
consiste il lavoro dell'insegnante. La questione del padroneggiamento di
strumenti linguistici efficaci dunque fattore fondamentale per Volponi dal
punto di vista educativo. Gi su Memoriale, un testimone attendibile come
Pasolini scrive: La grande intuizione di Volponi stata quella di usare la
poeticit naturale del grafomane appartenente alla classe inferiore che usa
una lingua non sua17. Insomma, la tragedia di Albino Saluggia sarebbe anche
una tragedia della lingua; la lingua sarebbe non unicamente un sintomo, ma
piuttosto anche una causa della nevrosi di Albino. la problematica della
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L'importanza e la dimensione deficitaria nella creazione di nuove scuole per il meridione


d'Italia all'indomani della creazione dello stato unitario per esempio fortemente
sottolineata da Paolo Volponi nella gi citata Conversazione con Paolo Volponi, cit., p. 5.
Che in particolare mette in evidenza la necessit, elusa dai Savoia, di creare pi
urgentemente delle scuole per il popolo che non per la classe dirigente.
P. Volponi, Discorsi parlamentari 1984-1992, a cura di P. Giannotti e M. L. Ercolani, Manni,
Lecce 2013, p. 61.
Conversazione con Paolo Volponi, cit., p. 19.
P. Volponi, Discorsi parlamentari, cit., pp. 60-61. Questo stesso passo viene citato e
commentato nel bel saggio di A. Rondini, Paolo Volponi nel paese dei puffi, in M.
Verdenelli, G. Vincenzi (a cura di) Paolo Volponi: lessico dell'immaginazione, eum,
Macerata 2013, pp. 8-22.
P. P. Pasolini, Il mostro e la fabbrica, in Saggi sulla letteratura e sull'arte, Tomo II, a cura di
W. Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano 1999, pp. 2366-2372.

lingua, nel suo rapporto con la dimensione fobica, centrale in Volponi,


articolata tra individuo/lingua e realt/irrealt (sociale e materiale), che
determina e autorizza il continuo passaggio, nella riflessione di Volponi sulla
funzione della scuola, dai drammi della collettivit alle peripezie del singolo.
Volponi dice: anche i grandi maestri, per esempio della letteratura e del
pensiero pedagogico, hanno fatto molto spesso ricorso trattando anche in
modo saggistico certi temi della morale o della istruzione o delleducazione
degli individui in una determinata epoca ai loro ricordi scolastici18.
Volponi racconta con chiarezza le sue difficolt di adattamento al mondo della
scuola parlando letteralmente di terrore nella bellissima prefazione al libro
di Iginio De Martino Enciclopedia della gestione della scuola; una
testimonianza cos significativa da indurre a citare davvero a profusione:
Ho passato anni di terrore in quel ginnasio, di vero dolore; anche perch non capivo nulla e
nulla diventava mio.
La professoressa delle materie letterarie mi prendeva in giro e proclamava che i miei temi,
anche quelli fatti in classe, erano copiati.
Finch alla fine della seconda ginnasiale fui respinto e anche sconsigliato a continuare gli
studi classici19.

La testimonianza conferma pienamente, se ce ne fosse bisogno, le eco


autobiografiche di Il lanciatore di giavellotto. Volponi continua gli studi,
trovando un ambiente migliore:
Trovai per mia fortuna una classe del tutto diversa dalla precedente, perfino lontana
fisicamente dal corridoio del preside, e con un professore gioviale, di origine campagnola,
amante del vino e del latino come terrestre, perenne fonte di saggezza. La sua classe era stata
apposta confinata dal preside fuori dal solenne corridoio del piano nobile, al pianterreno,
direttamente sul cortile20.

Volponi trova in questo nuovo ambiente un'ancora di salvezza. Continua:


Fatto si che in questo nuovo ambiente potei salvarmi e trovare la spinta per proseguire gli
studi.
Incontrai ugualmente di seguito per tutto il liceo molto dolore e molta estraneit, anche per le
mie particolari condizioni psicologiche, per il mio carattere cupo, permalosa, recalcitrante sul
quale nessun professore ha mai certo tentato un'indagine anche la pi sommaria, di generica
cordialit.
Potevo proseguire perch la scuola non era pi lunico tutto davanti a me, estraneo e
incombente, privo di qualsiasi possibilit di salvezza che non passasse a livello di Giovanni
Pascoli e della bravura perfezionistica della mia prima professoressa e del suo gruppetto di
preferiti.
Infatti nel frattempo per la strada e nei rioni avevo imparato a conoscere il lavoro, le botteghe
artigiane, i gruppi davanti alle osterie, il cucito e il ricamo delle donne, la conversazione
aperta e reale di un 'intera strada da porta a porta o intorno a una fontana, una stufa, uno
scalino ombroso. La scuola era lontana, separata, ancora maligna e contraria; ma io potevo
imparare qualcosa e recuperare fiducia, interessi, rapporti in questi altri ambienti. Prestavo
volentieri, anche se molto saltuariamente, una mano a un falegname, a un muratore o a uno
straordinario meccanico di automobili, l'unico nella provincia capace di riparare bene una
Lancia e che mentre lavorava ci insegnava a distinguere gli attrezzi, a capirne l'uso; ci istruiva
sui motori e ci raccontava del Teatro della Scala che aveva frequentato accanitamente da
giovane a Milano dove era andato a imparare a fare il meccanico.
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Paolo Volponi, Discorsi parlamentari, cit., p. 66.


P. Volponi, Introduzione, in I. Di Martino, Enciclopedia della gestione della scuola, Teti,
Roma 1976, p. 5. Cita abbondantemente questo studio, dipingendo un efficace e utile
ritratto della formazione di Volponi, S. Ritrovato, All'ombra della memoria di Volponi, in
Id., All'ombra della memoria. Studi su Paolo Volponi, Metauro, Pesaro 2013, pp. 9-21.
P. Volponi, Introduzione, in I. Di Martino, Enciclopedia della gestione della scuola, cit., p. 5.

Ci diceva che la Scala era grande come la met di Urbino, ma che era cos magica che il pi
piccolo dei suoni, e batteva piano un martelletto sullincudine, poteva esservi percepito intero
da qualsiasi punto uno si trovasse.
Adesso posso mettere quel meccanico fra i professori pi bravi che ho avuto, insieme con il
professore contadino, con alcuni compagni leaders del nostro gruppo, organizzatori di giochi
e scampagnate, il calzolaio anarchico del rione, un mio coetaneo bravissimo che mi faceva
d'estate ripetizioni di latino e di greco e, dopo, pi avanti gi nel corso delle scelte, Luigi
Bartolini, pittore e poeta marchigiano, Adriano Olivetti, Pier Paolo Pasolini 21.

Le insufficienze dell'organizzazione sociale si riverberano e prolungano nelle


vite individuali attraverso una lingua e un ambiente chiusi; a questi si
contrappone un mondo capace, comunitariamente, di una conversazione
aperta e reale22. Si insomma costretti a cercare al di fuori della scuola,
intesa come fattore repressivo e generatore di ansia, una compensazione al
trauma ingenerato, per la loro stessa dimensione sociale, economica e
organizzativa, da quelle strutture educative che dovrebbero invece garantire e
proteggere dal trauma e aiutare nell'integrazione entro i confini della societ.
Non dunque un caso che, in due romanzi, Corporale e Il lanciatore di
giavellotto, Volponi abbia esplicitamente tematizzato la relazione pedagogica
facendo di Gerolamo Aspri un insegnante di lettere e mostrando, in Damn
Possanza, l'esito negativo, che avrebbe potuto essere di Volponi stesso, della
formazione di un giovane vittima della societ borghese (RP II, 641), come
dice Occhialini nel finale evidentemente allegorico del romanzo. (Anzi, si
potrebbe dire, parafrasandolo, vittima della scuola borghese). Un finale,
tuttavia, in cui il maestro riscatta l'esperienza di vita del suo allievo attraverso
il recupero del suo nome; e in cui l'allievo, quindi, in qualche modo, trova la
strada per riscattare la propria esistenza nel suo maestro; un finale in cui
dunque si intravede quella capacit del maestro di ribaltare i suoi rapporti con
l'allievo, gi attestata da Volponi su Pasolini. Ora, in entrambi i romanzi
emerge un'ulteriore aspetto dell'insegnamento: giacch ad esso, come ad ogni
rapporto con la realt che sia mediato da un essere umano, corrisponde una
certa quota di quello che potremmo definire fallicit narcisistica23.
Gerolamo Aspri insegnante di Lettere in un Istituto privato. Ma di Aspri
risaltano anche, in prima battuta, le esperienze scolastiche pregresse. Aspri
convittore in un collegio (con singolare specularit rispetto ai suoi allievi);
l'autore scrive: avendo in collegio molto letto di Cristo, di coloro che lo
invocano e delle loro invocazioni e salmodie [] sempre il mio unico conforto
21
22

23

Ivi, pp. 5-6.


Va detto che la narrazione da Volponi dispiegata circa la sua formazione intrattiene
numerose analogie con quelle di altri autori della sua generazione, non ultime quelle di
Calvino, da un lato, e di Meneghello dall'altro; che, con esiti scolastici differenti,
provavano il trauma, tipico della scuola fascista, di un'educazione completamente
distaccata dal mondo della vita e della produzione circostante.
Il tema del narcisismo (e della lotta contro di esso) risulta centrale in tutta l'opera di Paolo
Volponi, e affligge, come variamente notato dalla critica, quasi ognuno dei suoi
protagonisti (ad esempio molto forte in Gerolamo Aspri, che si difende dall'accusa di
narcisismo formulata da Overath, attraverso una evidente ammissione, in Corporale, RPI I,
480). La presenza assolutamente non preterintenzionale ma programmatica di un gran
numero di simboli fallici all'interno di Il lanciatore di giavellotto stata notata da molti
critici; si segnala tra gli altri A. Luzi, La scrittura di Volponi tra natura e storia. Ideologia
ed eros in Il lanciatore di giavellotto, in Cahiers dtudes italiennes, 3, 2005, p. 150, che
parla molto opportunamente di rete isotopica di simboli fallici aggressivi. Si pu a
questo punto pensare di incrociare i due elementi, il narcisismo onnipresente nella
narrativa di Volponi e l'isotopia fallica per evidenziare come il narcisismo di Damn venga
configurato in questo romanzo sotto le specie di un rapporto scorretto, autistico, con il
proprio fallo.

e appoggio, maestro e guida e confortevole confessore stato il mio animato


dorso, la pacca del mio cuore, il mio sicuro spadino, pronto e nascosto sempre
al posto giusto, fratello, garofano di bosco, la vena di me stesso, il condotto
della mia verit (RP I, 452). C' una dimensione fallica nel rapporto di Aspri
con la realt e con la verit; e anche con il controllo e la trasmissione
dell'esperienza. Il fallo maestro, per Volponi.
Correlativamente, anche il maestro fallico. Volponi ci mostra Aspri all'opera
con gli alunni, ragazzini di Scuola media: Aspri era seduto alla sua cattedra e
guardava la scolaresca della terza media maschile. Gli alunni erano chini sul
compito come su tante minestre. Si sgangheravano di qua e di l del banco ma
senza muovere la faccia; alcuni scorrevano i labbri in silenzio ogni tanto
sospirando e altri affondavano la mano libera tra i calzoni. Ciascuno mostrava
la sua fila di bottoni e il suo gonfiore all'erta (RP I, 584-585). Con questa
immagine pasoliniana si apre una scena in cui il protagonista discute con
un'intera classe della paura atomica: ma pare evidente che l'immagine della
paura atomica sussuma quella delle molte altre paure che attraversano i
protagonisti, e che Aspri pensa persino di sfruttare: Quello spesso schermo
[di ipocrisia] appannava anche il suo progetto. Che non era forse quello di
diffondere quella paura? Di difenderla? Di inghiottirla o di sputarla? (RP I,
586-587). Volponi appare cosciente della falsa coscienza dell'insegnante e
delle dinamiche seduttive che intercorrono nella relazione pedagogica,
quando fa dire agli alunni: Che cazzo cerca costui con l'atomica? Dove ce lo
vuole mettere sotto il terrore atomico? (RP I, 587). (Per inciso, l'allusione a
una corrente di omoerotia che abita l'insegnamento, in un brano non privo di
forza allegorico-parodica, potrebbe essere il motivo che ha indotto in Pasolini,
nominato nella medesima pagina, un rapporto conflittuale con il libro). Aspri si
rivolge a un singolo studente, avendone esaminato un tema, con un piccolo
interrogatorio sulle sue fantasie erotiche e sulla frequenza della sua attivit
masturbatoria, sulle sue letture, sulla sua attrice preferita, invitandolo poi a
tentare approcci con ragazze e donne, senza paura. Terminato l'esame,
durante il quale viene menzionato il libro di Pasolini Ragazzi di vita, Aspri si
rivolge al ragazzo, dicendogli: Ti porter io un libro, disse Aspri, che non
sapeva per quale avrebbe potuto scegliere, ti aiuter a non aver paura,
disse ancora, questo sarebbe il vero compito dell'insegnante (RP I, 589).
Il vero compito dell'insegnante: la tematizzazione della relazione pedagogica
incardinata sulla paura, che tema portante di tutto Volponi. A cominciare da
un poemetto capitale, come appunto La paura, fino a un testo come Per questi
versi, contenuto in Nel silenzio campale, non solo il romanzo, ma anche la
poesia di Volponi hanno tematizzato la paura, superabile solo grazie a varie
figure di mediazione emotiva: M'aiuta nella paura di volare / la vostra
cordiale presenza, la vacanza, / la piccola valle che rompe la clausura / con il
solco di terra familiare, / con la foglia del tempo corrente nell'intreccio fresco
di verdure24. Non un caso che la cordiale presenza cui allude Volponi sia
quella di Pasolini, Roversi, Leonetti, come documenta bellamente su
L'immaginazione Raffaeli: tra le figure che consentono di superare la paura
vi senz'altro anche l'apporto educativo del maestro 25. Ma il superamento
della paura caratterizza anche la possibilit di una minima forma di legato
intellettuale e quindi riguarda pure chi insegna: Ci che di me sopravvive /
24

25

P. Volponi, La paura, in Le porte dell'Appennino (1963), in Poesie 1946-1994, a cura di E.


Zinato, Prefazione di G. Raboni, Einaudi, Torino 2001, p. 114.
M. Raffaeli, Una foto di Officina e La paura, in l'immaginazione, 281, maggio-giugno
2014, pp. 18-19.

alla mia paura / appartiene interamente agli altri; poco oltre: Se qualcosa di
me ancora vale / debbono tale cosa prenderla gli altri, / impiegarla e trarne
profitto presente e reale26. Questo superamento della paura per mezzo del
lascito intellettuale, per mezzo insomma dei semi gettati per molti versi una
sublimazione della fallicit insita nella figura del maestro. Una fallicit per
cos dire narcisistica, che sempre il rovescio della medaglia nel mestiere di
insegnante. Se in ogni cultura il maestro una figura paterna ci si deve al
fatto che l'essere maestro ha una funzione di supplenza e sublimazione nei
confronti di questa fallicit narcisistica e seduttiva che organizza i rapporti tra
gli umani e la realt.
In Il lanciatore di giavellotto27 si pu registrare una contrapposizione tra la
bottega del maestro Occhialini e il mondo della scuola, un mondo repressivo.
Anche Occhialini, come gi Aspri, invita i ragazzi, normalmente intenti a gare
di masturbazione, a tentare approcci con le ragazze 28. Occhialini svolge
dunque il ruolo di una sorta di liberatore, che combatte la repressione. Al
contrario, la professoressa che compare nel romanzo, e che in una scena
topica umilia Damn per la sua pronuncia inadeguata ancora la lingua, al
centro di tutto , dispiega una forza repressiva nei confronti del giovane,
finendo per costituire quindi una sorta di antitesi dialettica di Occhialini.
Non so se sia un caso che questo Occhialini lavori di punteruolo, come dice
Volponi stesso: abbia cio come emblema del proprio lavoro un simbolo fallico,
quasi a dimostrare la capacit di sublimare la dimensione fallica appunto nella
capacit lavorativa, nell'esemplarit, nell'organizzazione.
Al contrario, a fronte dell'azione di repressione svolta sadicamente davanti a
tutta la classe dalla professoressa, l'unica reazione possibile per Damn
ancora una volta aggrapparsi alla masturbazione, la fallicit essendo in questo
caso l'unico surrogato possibile di una incapacit di padroneggiare il mondo e
le relazioni con gli altri.
La fallicit narcisistica, seduttiva e persino violenta, visibilissima in Il
lanciatore di giavellotto, non dissimula dunque una relazione con la
dimensione pedagogica: Sto cazzo. Il dominatore, il sovrano. Lo stesso che
avrebbe voluto essere, o possedere egli medesimo: il padrone cieco senza
dolore, il superiore vero e ostinato, il maestro della libert, il caposquadra del
controscuola, il maestro dell'ignoranza buona, sapiente e manuale, il custode
dell'orologio senza obblighi, del tempo vero dell'orto e del fiume (RP II, 493).
Il rapporto pedagogico sempre un rapporto personale, dove si attiva una
dialettica di servo/padrone: e Volponi gioca sull'ambivalenza del termine
maestro in alternanza con padrone, e sulla problematica del fallo, come
qualcosa che si vuole essere o possedere29.
Un'allegoria della fallicit che attraversa e perverte la nostra societ
soprattutto per la dimensione di repressione: il buon maestro cancella la
paura perch combatte la repressione (che spesso un retroeffetto
26
27

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29

P. Volponi, Per questi versi, in Nel silenzio campale, in Poesie 1946-1994, cit., p. 380.
Su Il lanciatore di giavellotto si veda il bel saggio di S. Lorenzetti, Il lanciatore di
giavellotto di Paolo Volponi. La mancata formazione di Damn, in M. C. Papini, D. Fioretti,
T. Spigoli (a cura di), Il romanzo di formazione nell'Ottocento e nel Novecento, ETS, Pisa
2007, pp. 575-582.
Gi Aspri, in Corporale, consigliava a uno dei suoi alunni di tentare approcci con i membri
del genere femminile (RP I, 589).
Il riferimento all'essere o avere il fallo, e a questo come maestro e padrone (che riflette
l'omonimia francese dei due termini italiani), fa immediatamente pensare a un famosissimo
saggio di J. Lacan, La significazione del fallo: Die Bedeutung des Phallus, in Id., Scritti, Vol.
II, a cura di G. B. Contri, Einaudi, Torino 2002, pp. 682-693.

dell'irrealt, ossia dell'incapacit della personaggio di usare adeguatamente la


lingua), il cattivo insegnante instaura un regime di fallicit regressiva,
repressiva e autotelica. Ma soprattutto il buon maestro capace di
abbandonare il proprio narcisismo fallico fino al punto, come Occhialini, di
assumere come nome quello del proprio allievo, in un'ottica di riconoscimento
assoluto, che riprende quanto attribuiva Volponi a Pasolini: quello di mettersi
al posto del proprio allievo.
E proprio in questa dimensione dell'esperienza pedagogica come rinuncia al
narcisismo si scorge l'estremo lascito, anche inteso in senso cronologico,
dell'opera di Volponi. Infatti, nell'opera di Volponi emerge un'altra figura di
maestro: Vi furono maestri nel Trecento / detti ad esempio Sottile e
Arcano; / di loro non si ha precisa memoria / se fossero uomini o botteghe, /
ne resta soltanto la produzione30. Maestri minori anonimi: emblemi di una
produzione di cultura sottratta a ogni narcisismo, i maestri di cui non si ha
precisa memoria, e che pure hanno lasciato tracce tangibili, rappresentano un
altro tipo di esemplarit: la capacit di produrre mediante un totale
annegamento nel collettivo.
In questa scissione tra l'insegnamento come trasmissione di un'esperienza
individuale attraverso la maieutica e l'esemplarit, da un lato, o come
produzione pressoch anonima di cultura, di stile, di pratiche, si pu leggere il
tentativo di pensare il rapporto di soggezione che sussiste tra maestro e
allievo anche come rapporto liberatorio.
Nella sua prima vera dichiarazione di poetica, Volponi ha dichiarato:
La mia poesia non ha altre ragioni all'infuori di me. Certo che per io non so dove finisco io e
dove cominciano i miei amici, le influenze esterne, il paesaggio e la societ 31.

Al contrario, in un tardo autocommento, Volponi scrive:


io oggi lavoro sulla poesia con lo scrupolo di non indulgere mai a un "io" poetico narcisistico,
egoistico e ansioso. Vorrei poesie in terza persona o al plurale, con la capacit di riuscire a
sentire la voce esterna degli altri e delle cose32.

Si pu avvertire, in queste due dichiarazioni, rilasciate l'una dall'altra a


distanza di decenni, un progressivo passaggio verso l'abbandono del
soggettivismo narcisistico, da un'assoluta centralit dell'io poetico, a un suo
assoluto decentramento. senz'altro, questa, la via maestra dell'evoluzione
letteraria di Volponi dagli inizi fino alle ultime prove poetiche e narrative: da
un soggettivismo narcisistico pi marcato al tentativo di un abbandono totale
di questo soggettivismo. la stessa via che, in fondo, emerge, attraverso la
disseminazione di figure di trasmissori del sapere nei libri di Volponi.
Ma, si insinua anche un sospetto: che nella rappresentazione dei rapporti
pedagogici che Volponi ha dislocato lungo la sua opera, e che paiono ripetere
appunto questo percorso verso l'abbandono dell'io che si presenta anche a
livello di poetica, vi sia forse anche la volont, in qualche modo didascalica, di
realizzare un'allegoria del rapporto tra autore e lettore, e quindi una
interrogazione e problematizzazione del concetto stesso di autorialit.
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P. Volponi, Insonnia inverno 1971, in Con testo a fronte, in Poesie 1946-1994, cit., p. 259.
P. Volponi, [Lettera ai sodali di Officina (8 novembre 1955)], in G. C. Ferretti, Officina.
Cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta, Einaudi, Torino 1975, pp. 427-428.
Vorrei scrivere versi epici. Colloquio tra Paolo Volponi e Francesco Muzzioli su Nel silenzio
campale, in Quaderni di critica, Volponi e la scrittura materialistica, Lithos, Roma 1995,
pp. 137-138.