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Un’ora con G.

Aula di informatica ore 9.50 di venerdì 11 dicembre

G è distratto: filo elettrico, mollette colorate, cappuccio del giaccone.


Scapigliato, barba lunga ma curata, sguardo perplesso e trasognato, mi “smiccia” (si perdoni il
“calvinismo”) di sottecchi, cercando una lusinga o lanciando una minaccia?, chi lo sa!...
Verifica di storia, argomento “il Rinascimento”. G. cerca di catturare due pinzette di plastica
appoggiate sul banco.
S., che affianca L. “la Specialista”, sembra a disagio. Professore vecchia maniera, si muove a
fatica fra i percorsi dell’elettronica. Di sicuro non è praticante della religione informatica, mentre la
Specialista marcia spedita e fa rigar diritto.
Tra lei e G. c’è una complicità evidente, forse perché si conoscono già da qualche tempo (lei lo segue
anche durante il pomeriggio). Quello che colpisce del suo metodo è l’essere sbrigativa: niente spazio
per sentimentalismi, largo alla franchezza. In alcune occasioni, sembra brutale, violenta nelle
espressioni, colorita nella spontaneità del suo stile informale. Ma è evidente che questa è una chiave
che può aprire la porta...
Mentre da seduto mi muovo come pachiderma in cristalleria di Boemia (ogni sospiro genera un
fulmine della Specialista che colpisce dritto i miei occhi, come a dire: “ma la smetti di fare casino?”, la
seduta di Comunicazione facilitata fila via spedita: ad ogni domanda-una riposta; breve, recisa,
puntuale e sorprendentemente, infallibilmente, esatta!!

Poi all’improvviso G. compie uno scarto e la strada arranca.

- Che succede? - chiede la Specialista - e mi guarda.


- Ti dà fastidio la presenza di Federico?
- Può restare?
- Vuoi che esca?
- No, può restare, ma… niente domande personali.

DOMANDE PERSONALI!!
Mi sarei aspettato davvero l’indicibile, al massimo assenso o diniego, un sì o un no, yes or
not… ma questa risposta no!

E’ stato uno shock entrare in contatto - come un tuffo nel Baltico - con la sua anima.

Lo ammetto, in una relazione con persone normodotate (che termine orrendo!) la


comunicazione segue strade esplorate: gestualità, prossemica, sguardo, eloquio; e l’infallibile
pregiudizio “a pelle”. Con G. (e credo di poter generalizzare) è diverso.
Sono sincero: la prima volta che l’ho incontrato (un anno fa, nella mia attività di docente
curricolare) ho pensato che dietro quella maschera inespressiva, quei gesti ripetuti, quelle grida
improvvise e terrificanti, ci fossero come un vuoto, un assenza di sentimento; che l’aspetto desse un
ovvio verdetto negativo alla domanda: soffre della sua condizione? (ma no!).
Con il suo passo claudicante, la gestualità meccanica, stereotipata, sembrava quasi una
consolazione poter pensare - e forse confidare a qualche collega - “poverino!, per fortuna non sarà
cosciente della sua condizione...”
Quante illusioni ci concede l’indifferenza!!
Leggendo alcune riflessioni del ragazzo, negli scritti di verifica, strappate da una strategia che,
davvero!, sembra funzionare, sono rimasto senza parole. La sua sensibilità è stupefacente, la
consapevolezza è assoluta, il disagio è profondo e disperato.
G. non accetta la sua “devianza”, si giudica e dispera delle sue irrefrenabili pulsioni, definisce
se stesso “sciocco, cattivo”, si dispiace di illudere e deludere”. Vive ogni sentimento: rabbia e
frustrazione; gioia e gelosia; la simpatia, l’indifferenza. Come noi tutti non concede senza pegno
l’accesso ai segreti dell’esistenza. Ma contrariamente a molti altri, oppone una fiera, disperata
opposizione.

Nel frattempo, mentre i minuti filano lisci verso la ricreazione, G. completa la verifica e, diretto
alla porta, mi torna a smicciare; nel suo sguardo parole gassose come in un fumetto, dentro alla
nuvoletta:

- Non ti preoccupare… Ti sto solo osservando!

E, mentre l’orda barbarica si aduna alla campanella, penso a Ulisse e al suo cavallo di Troia.
Straordinario!! Nella disperante situazione di chi non poteva far breccia in un muro coriaceo ed
invalicabile, egli seppe aggirare l’ostacolo usando l’unica risorsa incorruttibile: l’intelligenza.
Che fa il paio con la perizia. E nella scuola contemporanea è proprio la conoscenza di metodi e
strategie, condite da un approccio votato all’ascolto della persona e delle sue esigenze, che permette di
affrontare consapevolmente una realtà molto problematica.

La persona

Con la Comunicazione facilitata ho avuto dischiuse due porte: una della consapevolezza, l’altra
della conoscenza. La prima ha una serratura difficile da forzare: essa si chiama pregiudizio, cioè
l’impossibilità o la non volontà di spingersi oltre i propri angusti riferimenti individuali.
La seconda assume i contorni della tecnica, della perizia, scorre nei cavi, illumina la parola con
lettere che si inseguono, si avvicendano o si azzerano.
Rompere il pregiudizio porta alla persona. La sua percezione - valutare cioè l’insieme di
bisogni, desideri, abilità e sentimenti - permette a sua volta di praticare una tecnica aumentativa che si
basa per definizione sulla prossimità sensoriale. Dagli scritti di G., durante le sessioni di
Comunicazione facilitata, emerge un mondo inesplorato, il cui accesso sarebbe impedito senza un
permesso speciale descritto in rilievo da tre parole: fiducia, empatia, condivisione.
Ecco perché G. con ha subito stabilito le regole: niente domande personali... Quelle sono
riservate, non a tutti è consentito di esplorare un mondo che è sommerso è perciò ancor più
affascinante.

Di seguito propongo la trascrizione di un dialogo tra l’esperta della Comunicazione facilitata e G.


Semplicemente emozionante: