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Guillaume Apollinaire

LE UNDICIMILA VERGHE

A CURA DI LILIANA BUCELLINI PER TELESOFTWARE - 1998.

Guillaume Apollinaire è nato a Roma nel milleottocentottanta ed


è morto a Parigi nel millenovecentodiciotto. Il nome, col quale è
universalmente conosciuto, è lo pseudonimo di Wilhelm Apollina-
ris. E' figlio naturale di una nobildonna polacca e di un italia-
no ex ufficiale borbonico, ed ha vissuto i suoi primi anni fra
Roma, Monaco, Nizza, Cannes e Lione. Si stabilisce a Parigi nel
millenovecentodue e partecipa alle più grintose e vivaci batta-
glie artistiche del suo tempo. Fonda riviste e scrive cronache
d'arte. Fu il primo a presentare, nel millenovecentootto le opere
di Matisse e ad appoggiare la "rivoluzione" cubista con un suo
scritto celebre: "I pittori cubisti", del millenovecentotredici.
In questo stesso anno entra in contatto con l'italiano Marinetti
e scrive il manifesto "L'antitradizione futurista" e d'ora in poi
sarà sempre pronto a cogliere l'importanza di artisti dalle ten-
denze anche molto diverse, da Delaunay a Picabia, a De Chirico.
Arruolatosi nel millenovecentoquattordici e successivamente in-
viato al fronte, nel millenovecentosedici è ferito alla testa, ma
sarà la febbre spagnola a portarlo via, al di là della vita, nel
novembre del millenovecentodiciotto.
Apollinaire è autore di numerose opere in prosa.
Vi ricordo "L'incantatore imputridito", i racconti riuniti in
"L'eresiarca e C", "Il poeta assassinato", ma la sua fama inter-
nazionale resta pur sempre affidata a due raccolte poetiche, "Al-
cools", del millenovecentotredici, e "Calligrammi", del milleno-
vecetodiciotto. Il primo, Alcools, raccoglie cinquanta componi-
menti rappresentativi di una produzione che va dal milleottocen-
tonovantotto al millenovecentotredici. Accanto a poesie ostenta-
tamente moderniste quali "Zona" o "L'Emigrante di Lander Road",
in cui il discorso poetico tende a frantumarsi, procedendo per
accumuli di materiale tratto dall'attualità la più provocatoria
possibile, ce ne sono altre, più pure e lineari che ripropongono
ritmi e temi neoromantici o che si servono di modelli già collau-
dati del post-simbolismo. "Calligrames" raccoglie ottantasei
"poesie della pace e della guerra".
Forse il momento più avanzato della ricerca formale di Apollinai-
re, è nell'"Ideogramma lirico" dove l'autore sfrutta le potenzia-
lità figurative dei segni verbali, e in una giusta posizione di
frammenti di dialogo tende a riprodurre le molteplici sfaccetta-
ture del reale, con un ritmo accelerato del testo "simultaneo",
che trova il suo equivalente nella tecnica compositiva del cubi-
smo e spinge le immagine in libertà sulle soglie del surrealismo.
Di sicuro, l'originalità e i veri tratti della sua poesia vanno
soprattutto ricercati in quel parlato continuo, nella discorsivi-
tà ininterrotta che, aiutati da una libera sintassi poetica, uni-
scono con singolare armonia i differenti versanti della sua spe-
rimentazione.
Nel lungo racconto che presentiamo, celebre e dannato, il nostro
autore racconta, con un frenetico linguaggio che va dall'erotico
al pornografico, tutte le possibili ed inimmaginabili fantasie
(imbrigliate sul tema del sesso spinto sino all'estremo) apparte-
nenti ad un immaginario soprattutto maschile che ancora oggi per-
dura: sesso portato anche alle sue estreme conseguenze, racconta-
to con spavalda disinvoltura in tutte le sue più sconvolgenti
sfaccettature: amore violento, attrazione fatale verso la morte,
rapporti omosessuali, incesti e, neppure minimamente mascherate,
una schiera di perverse forme di sadismo e sado-masochismo; il
tutto narrato con una sincerità (e a-moralità) davvero sconvol-
gente e una modernità di linguaggio che sebbene sia tremendamente
pornografico e volgare, ha reso celebre il suo libro che, al di
là di tutto, è diventato, nel suo genere, una specie di 'classi-
co'.
GLI AMORI DI IN OSPODAR
(parte 1)

Bucarest è una bella città dove si direbbe che vengono a mesco-


larsi tra loro l'Oriente e l'Occidente. Siamo ancora in Europa,
dal punto di vista della situazione geografica, eppure già in
Asia rispetto a certi costumi del paese, ai turchi, ai serbi e ad
altre razze macedoni di cui si scorgono per le strade esemplari
pittoreschi. Eppure è un paese latino e i soldati romani che co-
lonizzarono il paese indubbiamente avevano il pensiero costante-
mente rivolto verso Roma, allora capitale del mondo e capoluogo
di tutte le eleganze.
Questa nostalgia occidentale si è trasmessa ai loro discendenti e
i romeni pensano di continuo a una città in cui il lusso è natu-
rale, in cui la vita è allegra. Ma Roma è decaduta dal suo splen-
dore, la regina delle città ha ceduto la sua corona a Parigi; e
che c'è di strano se, per un fenomeno atavico, i romeni pensano
in continuazione a Parigi, che ha cosi' bene sostituito Roma alla
testa dell'universo?
Come tutti gli altri romeni, il bel principe Vibescu sognava Pa-
rigi, la "Ville-Lumière", dove le donne, tutte belle, sono anche
tutte di coscia leggera. Quando era ancora in collegio, sempre a
Bucarest, gli bastava pensare a una parigina.
perché il membro gli si indurisse e fosse costretto a farsi len-
tamente e beatamente una sega. Più tardi s'era sfogato in tante
vagine e tanti sederi di deliziose romene, ma, se ne rendeva con-
to molto chiaramente, quel che ci voleva era una parigina.
Mony Vibescu era di famiglia ricchissima. Suo bisnonno era stato
hospodar - come dire, in Francia, sottoprefetto. Ma questa digni-
tà si era trasmessa al nome di famiglia, e il nonno e il padre di
Mony si erano entrambi gloriati del titolo di hospodar. Mony Vi-
bescu aveva dovuto portarlo anche lui in onore dell'avo.
Ma aveva letto abbastanza romanzi francesi per poter rider dietro
ai sottoprefetti: "Suvvia, diceva, non è ridicolo farsi dire
"sottoprefetto" perché lo è stato un vostro avo? E' semplicemen-
te grottesco".
E per essere meno grottesco aveva sostituito il titolo di hospo-
dar (sottoprefetto), con quello di principe.
"Ecco, esclamava, un titolo che può esser trasmesso ereditaria-
mente. Hospodar, indica una funzione amministrativa, ma è giusto
che chi si e distinto nell'amministrazione abbia diritto a un ti-
tolo. Mi faccio nobile. In fin dei conti, sono un avo anch'io: i
miei figli e i miei nipoti me ne saranno grati".
Il principe Vibescu era molto legato al vice-console di Serbia,
Bandí Fornoski che, si diceva in città, inculava volentieri l'af-
fascinante Mony. Un giorno il principe si vesti' correttamente e
si diresse verso il vice-consolato di Serbia.
Per strada, tutti lo guardavano e le donne se lo bevevano con gli
occhi pensando: "Che bel tono parigino!"
In effetti il principe Vibescu camminava come a Bucarest si pensa
che camminino i parigini, cioè a passettini minuti e ancheggiando
moltissimo. Straordinario! quando un uomo cammina in questo modo,
a Bucarest non c'è una donna che gli resista, si trattasse pure
della moglie del primo ministro!
Giunto dinnanzi alla porta del viceconsolato di Serbia, Mony pi-
sciò a lungo contro la facciata, poi suonò.
Un albanese vestito con una fustanella bianca andò ad aprirgli.
Il principe sali' rapidamente al primo piano. Il vice-console
Bandí Fornoski se ne stava completamente nudo nel suo salotto.
Sdraiato su un morbido sofà, si poteva notargli una ottima ere-
zione: vicino a lui c'era Mira una bruna montenegrina che gli ti-
tillava i testicoli. Era nuda anche lei, e un poco reclina: la
posizione metteva in mostra un bel culo paffutello, bruno e vel-
lutato, dalla pelle fine tesa da rompersi. Le natiche erano divi-
se da una lunga fessura ben netta e bruno-pelosa e si scorgeva
GLI AMORI DI IN OSPODAR
(parte 2)

anche il buco proibito, tondo come una pasticca. Al disotto, si


allungavano le cosce, nervose e lunghe, e poiché la posizione co-
stringeva Mira a tenerle aperte, si poteva vedere la vulva, piena
e spessa, dal taglio preciso, ombreggiata da una criniera fitta e
nerissima.
Quando Mony entrò non si scomodò affatto.
In un altro angolo, su un'ottomana, due belle ragazze dal gran
culo, si manovravano a vicenda lanciando piccoli "Ah!AH!" di vo-
luttà. Mony si liberò rapidamente dei vestiti e poi, il membro in
aria ben eretto, si precipitò sulle due donne tentando di sepa-
rarle. Ma le sue mani scivolavano sui loro corpi umidi e lisci
che si torcevano come serpenti. Vedendo come schiumavano di vo-
luttà, e furioso di non poterla condividere, Mony si mise a menar
grandi schiaffi sul gran culo bianco che gli stava a portata. Ma
questo sembrò eccitare notevolmente la sua proprietaria, cosicché
lui si mise a picchiare con molta più forza, in modo che il dolo-
re fosse superiore alla voluttà.
La bella ragazza di cui aveva fatto rosso il sedere che aveva
bianco sino a poco prima, si alzò allora tutta arrabbiata e gli
disse:
- Maiale, principe degli inculati, non rompere le scatole, non
sappiamo che farcene del tuo bischero. Vai a dare il tuo biscotto
a Mira, e lasciaci in pace. Non è vero, Zulmé?
- Si', Toné, rispose l'altra ragazza.
Il principe brandi' il suo gran coso gridando:
- Come, giovani troie, ancora e sempre a passarvi la mano nel di-
dietro?
Poi, afferrando una di loro, tentò di baciarla sulla bocca.
i trattava di Toné, una bella bruna il cui corpo bianco aveva ai
posti giusti dei bei nei che ne facevano risaltare il candore an-
cora di più; il volto era pallido, e un neo sulla guancia sini-
stra rendeva più affascinante l'aspetto della fanciulla. Il seno
era ornato da due superbe tette dure come il marmo, cerchiate di
blu e sormontate da fragole rosa-tenero, quella di destra abbel-
lita anch'essa da un neo messo li' come una mosca, una mosca as-
sassina.
Mony Vibescu, afferrandola, aveva spinto le mani sotto il bel cu-
lo, che faceva pensare a un melone cresciuto al sole di mezzanot-
te, tanto era bianco e pieno. Ognuna delle due natiche sembrava
tagliata in un blocco di Carrara privo di imperfezioni, e le co-
sce che ne scendevano erano rotonde come colonne di un tempio
greco. Ma, che differenza!, le cosce erano tiepide e le natiche
fredde, e questo, come tutti sanno, è un segno di buona salute.
Poichè la sculacciata le aveva rese un po' rosee, sembravano fat-
te di crema mescolata a lamponi.
Questa vista portò al limite dell'eccitazione il povero Vibescu.
La sua bocca succhiava una ad una le tette sode di Toné, oppure
si posava sul collo o sulla spalla in ardenti succhioni. Le mani
stringevano fermamente il bel culo, sodo come un cocomero duro e
polposo. Palpava le chiappe regali ed aveva insinuato l'indice in
un buco di strettezza incantevole. La sua grande asta, sempre più
rigida, spingeva contro un affascinante sesso di corallo sormon-
tato da un vello nero lucente.
La ragazza gli gridò, in romeno:
"No, non me lo infilerai!" e allo stesso tempo dimenava le belle
cosce tonde e grassottelle.
Il gran membro di Mony aveva già la rossa testa infiammata a con-
tatto con l'umida caverna di Toné. Quella si dimenò ancora, ma
cosi' facendo le scappò un peto, tutt'altro che volgare, e anzi
con un suono cristallino che le provocò una scoppio di risa vio-
lento e nervoso. La sua resistenza si rilassò, le cosce si apri-
rono e il grosso arnese di Mony aveva già nascosta la testa nella
caverna quando Zulmé, amica di Toné e sua partner in manipolazio-
ni, afferrò improvvisamente i testicoli di Mony e stringendoli
nella manina gli provocò un dolore tale che il membro fumante
GLI AMORI DI IN OSPODAR
(parte 3)

sorti' dal suo domicilio con gran disappunto di Toné, che comin-
ciava già ad agitare il culone sotto la vita sottile.
Zulmé era bionda, e la fitta capigliatura le ricadeva sino alle
caviglie. Era più piccola di Toné, ma la sua sveltezza e la sua
grazia non le erano da meno. Gli occhi erano neri e cerchiati.
Non appena ebbe lasciato le palle del principe, questi le si get-
tò addosso dicendo:
"Ebbene pagherai per Toné!".
Poi, acciuffando una bella tetta, si mise a succhiarne la punta.
Zulmé si torceva tutta e per eccitare Mony faceva ondulare e muo-
vere il ventre, che terminava in una deliziosa barbetta bionda e
riccioluta. Contemporaneamente spingeva verso l'alto il bel sesso
che fendeva in due l'inguine paffuto. Tra le labbra di quella ro-
sea vulva fremeva un clitoride abbastanza lungo, a dimostrazione
delle sue abitudini tribadiche. Il membro del principe tentava
vanamente di penetrarne. Infine agguantò le chiappe della ragazza
e tenendole ferme con le mani stava per lanciarsi, quando Toné,
arrabbiata per essere stata privata dell'eiaculazione del superbo
arnese, si mise a far solletico sui piedi del giovanotto con una
penna di pavone. Mony si mise a ridere, anzi a torcersi dalle ri-
sa. La penna di pavone continuava a fargli solletico era risalita
dai piedi alle cosce, poi all'inguine, poi al membro che rapida-
mente si smontò e si afflosciò.
Le due sbarazzine, felici del loro scherzo risero per un bel po',
poi, rosse e senza fiato, ripresero a manovrarsi a vicenda ab-
bracciandosi e leccandosi davanti al principe, vergognoso e stu-
pefatto. I loro culi si alzavano ritmicamente, i loro peli si me-
scolavano, i loro denti battevano nell'incontro dei baci, i loro
seni sodi e palpitanti dalla pelle di seta si strofinavano tra
loro. Infine, contorcendosi e gemendo di voluttà, si bagnarono
reciprocamente, mentre il principe si stava di nuovo eccitando.
Ma vedendole entrambe stanche delle loro fatiche, si rivolse a
Mira, che continuava a maneggiare il membro del vice-console. Vi-
bescu si accostò piano piano, e facendo passare il suo bel membro
tra le grosse chiappe di Mira, lo insinuò nella vagina socchiusa
ed umida della bella fanciulla che, non appena senti' entrarvi
dentro la testa, dette un colpo di sedere che fece penetrare in
un attimo tutto quanto l'arnese. Poi continuò i suoi movimenti
disordinati, mentre con una mano il principe le carezzava abil-
mente il clitoride e con l'altra i capezzoli.
Il suo movimento di va-e-vieni nel sesso ben stretto sembrava
produrre su Mira un vivo piacere che era dimostrato dalle sue
grida voluttuose. Il ventre di Vibescu batteva contro il sedere
di Mira, la cui freschezza provocava nel principe una sensazione
altrettanto piacevole di quella causata alla fanciulla dal calore
del ventre del principe. Ben presto i movimenti si fecero più vi-
vaci, più irregolari; il principe si stringeva più addosso a Mi-
ra, che ansimava stringendo le chiappe.
La morse sulle spalle e la tenne stretta in questo modo. La ra-
gazza gridava.
- Ah! che bello... resta... più forte... più forte... tieni, tie-
ni... prendi tutto. Dammelo, il tuo sperma... Dammelo tutto...
Tieni... Tieni!
E in un orgasmo comune si accasciarono e restarono un attimo come
annientati. Toné e Zulmé, allacciate sull'ottomana, li guardavano
ridendo. Il vice-console di Serbia aveva acceso una sottile siga-
retta di tabacco orientale.
Quando Mony si rialzò gli disse:
- Adesso, caro principe, tocca a me; aspettavo il tuo arrivo e mi
sono solo fatto maneggiare un po' da Mira, ma riservando a te il
mio godimento. Vieni, cuoricino mio, mio adorato culetto, vieni,
che te lo metto!
Vibescu lo osservò un istante, poi, sputando sul membro che il
vice-console gli presentava, proferi' le seguenti parole:
GLI AMORI DI IN OSPODAR
(parte 4)

- Ne ho abbastanza di essere inculato da te, tutta la città ne


parla!
Ma il vice-console si era fatto avanti, sempre col membro in re-
sta, ed aveva afferrato una pistola.
La rivolse contro Mony, la mano sul grilletto, e quello, treman-
do, si voltò presentandogli il culo e balbettando: - Bandí, caro
Bandí, lo sai quanto ti amo, inculami, inculami.
Bandí, sorridendo, fece penetrare il membro nel buco elastico che
si trovava tra le natiche del principe.
Entratovi, mentre le tre donne osservavano, si dimenò come un in-
vasato gridando:
- Per Giove! Godo, stringi, stringi, mio bel gitone, stringi,
vengo! Stringi le tue belle chiappe!
E, gli occhi stravolti, le mani contratte sulle spalle delicate,
eiaculò.
Mony si lavò, si rivesti', disse che sarebbe tornato dopopranzo, e
se ne andò. Ma giunto a casa sua scrisse questa lettera:
"Mio caro Bandí, sono stufo di farmi inculare da te, sono stufo
delle donne di Bucarest, sono stufo di dilapidare qui una fortu-
na, che potrebbe rendermi felice a Parigi. Tra due ore sarò par-
tito. Spero di divertirmi enormemente e ti dico addio.
Mony, principe Vibescu, hospodar ereditario."
Il principe sigillò la lettera, e ne scrisse un'altra al suo no-
taio pregandolo di liquidare i suoi beni e inviargli il ricavato
a Parigi non appena avesse ricevuto il suo indirizzo.
Prese tutto il denaro che possedeva, e cioè cinquantamila fran-
chi, e si diresse verso la stazione. Imbucò le due lettere e sali'
sull'Orient-Espress diretto verso Parigi.
CAPITOLO SECONDO
(parte 1)

- Ah!, signorina, mi è bastato vedervi e, folle d'amore, ho sen-


tito i miei organi genitali tendersi verso la vostra sovrana bel-
lezza, ritrovandomi più in calore che dopo aver bevuto un bic-
chiere di rakí.
- Con chi? Con chi?
- La mia fortuna e il mio amore sono ai vostri piedi. Se fossimo
soli in un letto, vi dimostrerei la mia passione venti volte di
seguito. Che le undicimila vergini o perfino undicimila verghe mi
castighino se qui si mente!
- E talmente!
- I miei sentimenti non sono finiti. Non parlo cosi' a tutte le
donne. Non sono mica una farfalla.
- Tua sorella!
Questa conversazione si svolgeva sul boulevard Malesherbes in un
mattino di sole. Maggio ridestava la natura a nuova vita e i pas-
seri di Parigi pigolavano di amore sugli alberi di nuovo verdi.
Il principe Mony Vibescu teneva galantemente questi discorsi ad
una bella ragazza agile, vestita con eleganza, che scendeva verso
la Madeleine. La seguiva con fatica, tanto quella andava svelta.
All'improvviso però si voltò bruscamente e gli scoppiò a ridere
in faccia:
- Ne avete ancora per molto? Adesso non ho tempo. Vado a trovare
un'amica a rue Duphot, ma se siete disposto a far compagnia a due
donne scatenate di lusso e d'amore, se insomma siete un uomo
quanto a fortuna e a potenza copulatoria, allora seguitemi.
Mony scattò sull'attenti esclamando:
- Sono un principe romeno, hospodar ereditario.
- E io, disse la fanciulla, sono Culculina d'Ancona, ho dicianno-
ve anni, e ho già svuotato le sacche di dieci uomini eccezionali
dal punto di vista amoroso, e la borsa di quindici milionari.
Chiacchierando piacevolmente di diverse cose futili o conturban-
ti, il principe e Culculina arrivarono in rue Duphot e salirono
con l'ascensore fino al primo piano.
- Il principe Mony Vibescu... La mia amica Alessina Mangiatutto.
Culculina fece le presentazioni con molta serietà, in un boudoir
decorato con stampe oscene giapponesi.
Le due amiche si baciarono, mettendo in funzione le loro lingue.
Erano ambedue di buona corporatura, però senza esagerazione.
Culculina era bruna, con occhi grigi scintillanti di malizia, e
un neo pelosetto sulla guancia destra, in basso. Di colorito opa-
co, il sangue a fior di pelle, le guance e la fronte facilmente
corrugantesi a prova delle sue preoccupazioni di soldi e d'amore.
Alessina era bionda, di quel colore che sfuma verso il cenere,
come se ne vedono solo a Parigi. La carnagione chiara sembrava
trasparente. La bella fanciulla sembrava, nell'affascinante de-
shabillé rosa, delicata e sbarazzina come una marchesa birboncel-
la del penultimo secolo.
La conoscenza si sviluppò facilmente, e Alessina, che aveva un
amante romeno, andò a cercarne la foto nella camera da letto. Il
principe e Culculina la seguirono, e si precipitarono all'unisono
su di lei spogliandola tra matte risate. La vestaglia le scivolò
in terra lasciandola in una camicia di batista che scopriva un
corpo affascinante, grassottello, pieno di fossette nei punti ca-
nonici.
Mony e Culculina la rovesciarono sul letto e scoprirono le belle
tette rosa, grandi e sode, di cui Mony si mise a succhiare avida-
mente le punte. Culculina si abbassò, ed alzando la camicia sco-
pri' invece due cosce tonde e belle, che convergevano su un bo-
schetto biondo-cenere come i capelli. Lanciando gridolini volut-
tuosi, Alessina tirò i piedini sul letto, facendo cadere a terra
le pantofole con un rumore secco. Le gambe ben aperte, lasciava
che l'amica le leccasse il didietro, aggrappandosi intanto al
collo di Mony.
Il risultato non si fece attendere molto, le natiche si irrigidi-
rono, il galoppo divenne più vivace, ed ella si infiammò moltis-
simo, ed esclamò:
- Vigliacchi, mi eccitate troppo, adesso dovete soddisfarmi!
CAPITOLO SECONDO
(parte 2)

- Ha promesso di farlo venti volte! - disse Culculina, poi si


spogliò.
Il principe segui' il suo esempio.
Poco dopo erano tutti e tre nudi e mentre Alessina giaceva in
estasi sul letto, poterono ammirare a vicenda i propri corpi. Il
gran culo di Culculina si dondolava deliziosamente sotto una vita
finissima, e i ricchi testicoli di Mony si gonfiavano sotto un
enorme affare di cui Culculina non tardò a impossessarsi.
- Comincia con lei, a me toccherà dopo.
Il principe accostò il bell'arnese alla apertura palpitante di
Alessina, che al contatto esclamò:
- Tu mi uccidi!
Ma intanto quello era penetrato fino in fondo, ed era uscito e
rientrato come uno stantuffo. Culculina balzò sul letto e accostò
la sua passera di pelo nero alla bocca di Alessina, mentre Mony
le leccava l'altra apertura.
Alessina s'agitava come un'indemoniata; infilò un dito nel didie-
tro di Mony al quale la carezza provocò un'erezione ancora più
violenta Mony congiunse le mani sotto le natiche di Alessina, ag-
grappandovisi con forza incredibile e stringendo nella vagina in
fiamme l'enorme membro che poteva appena muovervisi.
Ben presto l'agitazione dei tre personaggi raggiunse l'estremo e
la loro respirazione si fece affannosa. Alessina venne tre volte,
poi toccò a Culculina, che si distaccò dal gruppo per scendere a
mordicchiare le palle di Mony. Alessina si mise a gridare come
una dannata, e si contorse tutta come un serpente, quando Mony le
scaricò nel ventre i suoi succhi romeni. Culculina la strappò im-
mediatamente da quella situazione, e la sua bocca prese il posto
del membro per lappare lo sperma che colava dalla vagina a grandi
fiotti. Nel frattempo Alessina aveva preso in bocca il membro di
Mony, che ripuli' a dovere provocando una nuova erezione.
Un minuto dopo, il principe si precipitò su Culculina, ma fermò
il membro alla sua porta, solleticando il clitoride, mentre nella
bocca stringeva un seno della giovane donna. Alessina li carezza-
va entrambi.
- Mettimelo - gridò Culculina - non ne posso più!
Ma il membro sembrava non volerne sapere.
La ragazza venne due volte e sembrava disperata, quando infine il
membro la penetrò all'improvviso fino alla matrice; allora, folle
di eccitazione e di voluttà, dette un morso all'orecchia di Mony,
cosi' forte che gliene rimase un pezzetto tra i denti. Lo inghiot-
ti', gridando con tutta la forza che le restava ed agitando prodi-
giosamente il sedere. La ferita, da cui scaturiva sangue a fiot-
ti, parve eccitare Mony, perché i suoi movimenti si accelerarono,
e non lasciò andare la bella Culculina che dopo esser venuto tre
volte, mentre quella godeva dieci orgasmi,
Quando si staccarono, i due amanti si accorsero con stupore che
Alessina era scomparsa, ma poi la videro tornare quasi subito con
dei prodotti farmaceutici destinati a curare Mony e con una enor-
me frusta da cocchiere.
- L'ho comprata per cinquanta franchi,- esclamò la ragazza,- dal
cocchiere del fiacre 3269, e ci servirà per ridestare le forze
del romeno. Lascia che si curi la orecchia, Culculina mia, e in-
tanto facciamo un sessantanove per eccitarci.
Mentre l'uomo arrestava il suo sangue, assistette al seguente
stuzzzicante spettacolo.
Testa-piedi, Culculina e Alessina si leccavano piene d'ardore. Il
gran culo di Alessina, bianco e ben modellato, si muoveva ritmi-
camente sulla faccia di Culculina; le lingue, lunghe come membri
di bambini, ci davano sotto con decisione, saliva e sperma si me-
scolavano, i peli bagnati s'incollavano e sospiri da far piangere
l'anima se non fossero stati di voluttà si levavano dal letto,
che scricchiolava e gemeva sotto il piacevole peso delle belle
fanciulle.
- Mettimelo dietro! - esclamò Alessina.
Ma Mony perdeva tanto di quel sangue da non aver più nessuna vo-
glia d'eccitarsi.
CAPITOLO SECONDO
(parte 3)

Allora Alessina si alzò dal letto e, afferrata la frusta del fia-


cre 3269, un superbo strumento nuovo fiammante, si mise a mano-
vrarlo sulle spalle e le natiche di Mony, che dimenticò subito
l'orecchio sanguinante e si mise a urlare per il nuovo dolore. Ma
Alessina, nuda e simile a una baccante in delirio, picchiava sen-
za fermarsi.
- Tu picchia me! - gridò a Culculina, cui gli occhi fiammeggiava-
no, e che venne a sculacciare con entusiasmo il gran culo agitato
di Alessina, finendo per eccitarsi a sua volta, si' da gridare a
Mony:
- Sculacciami, sculacciami!
E quello, ormai abituatosi alla punizione, anche se sanguinava in
più parti, si mise a picchiare a mano aperta sulle belle chiappe
brune che s'aprivano e richiudevano ritmicamente. Quando il mem-
bro gli si eresse, il sangue non gli colava più solo dall'orec-
chio, ma da ogni ferita lasciata dalla frusta crudele.
Allora Alessina si voltò e presentò le belle chiappe infuocate
all'enorme membro, che vi penetrò senza esitazione. mentre la po-
verina gridava agitando il sedere e le tette. Le due donne ripre-
sero a manovrarsi reciprocamente, mentre Mony, tutto insanguinato
e bene insediato nel sedere di Alessina, si agitava con un vigore
che faceva tremendamente godere la sua partner. I testicoli gli
si muovevano come le campane di Notre-Dame e si scontravano con
il naso di Culculina. Ci fu un momento in cui il sedere di Ales-
sina si serrò con gran forza sulla base del glande di Mony, che
non poté più muoversi. E fu cosi' che egli eiaculò possentemente
nell'avido ano di Alessina Mangiatutto.
Intanto, per strada, la folla si radunava attorno al fiacre 3269
e al suo cocchiere privo di frusta.
Un agente gli domandò che ne avesse fatto:
- L'ho venduto a una signora della rue Duphot.
- Andate a recuperarlo, o vi rifilo una bella contravvenzione.
- E va bene, disse quel pezzo di normanno dalla forza fuori del
comune che, dopo essersi informato in portineria, suonò al primo
piano.
Alessina andò ad aprirgli nuda come era; il cocchiere ne ricavò
un capogiro, e poiché quella si rifugiava nella camera da letto,
le corse appresso, l'afferrò per la vita, e le infilò per di die-
tro un affare di volume rispettabile.
Non ci mise molto a venire, esclamando: "Puttana Eva! Tuoni e
fulmini! Razza di cagna!"
Alessina si muoveva a gran colpi di sedere e venne contemporanea-
mente al cocchiere, mentre Mony e Culculina si torcevano dal ri-
dere. Il cocchiere, credendo che lo prendessero in giro, s'arrab-
biò come un toro:
- Puttane, magnaccia, carogna, immondezza, lebbra, mi prendete
per il sedere! La mia frusta, dov'è la mia frusta?
E, adocchiatala, se ne impossessò per menar colpi a tutta forza
su Mony, Alessina e Culculina, i cui corpi nudi scattavano sotto
le frustate che vi lasciavano segni di sangue. Poi il coso gli si
rizzò un'altra volta, e saltando su Mony glielo infilò nel culo.
La porta d'ingresso era rimasta aperta e lo sbirro, che non ve-
dendo di ritorno il cocchiere era salito su per le scale, entrò
proprio in quel momento nella camera da letto; e non ci mise pa-
recchio a mettere in mostra il suo membro regolamentare. Lo insi-
nuò nel didietro di Culculina che chiocciava come una gallina e
rabbrividiva al freddo contatto dei bottoni dell'uniforme.
Alessina, disoccupata, prese il bianco bastone che dondolava nel-
la guaina su un fianco del sergente, e se lo introdusse dove sa-
pete. Ben presto, tutti e cinque si misero a godere spaventosa-
mente, mentre il sangue delle ferite colava sul tappeto, sulle
lenzuola, sui mobili, e mentre nella strada si conduceva al depo-
sito degli oggetti perduti il fiacre abbandonato 3269, e il ca-
vallo lanciava peti a ogni passo, profumando il percorso in ma-
niera nauseante.
CAPITOLO TERZO
(parte 1)

Dopo qualche giorno dalla seduta conclusa cosi' bizzarramente dal


cocchiere del fiacre 3269 e dall'agente di polizia, il principe
Vibescu s'era appena rimesso dalle sue emozioni. I segni della
flagellazione si erano cicatrizzati e lui se ne stava mollemente
disteso su un sofà in un salotto del Grand Hôtel. Per eccitarsi
leggeva la cronaca del "Journal".
Una storia lo appassionò in modo particolare. Si trattava di un
delitto spaventoso.
Uno sguattero di ristorante aveva fatto arrostire il sedere di un
altro sguattero più giovane, e poi l'aveva sodomizzato tutto cal-
do e ancora a sangue, mangiando i pezzi rosolati che si staccava-
no via via dal posteriore dell'efebo.
Alle grida del Vautel in erba, i vicini erano accorsi ed avevano
arrestato il sadico lavapiatti. La storia era raccontata in tutti
i particolari, e il principe se la gustava manovrandosi dolcemen-
te il membro che aveva tirato fuori dai pantaloni.
Proprio in quel momento qualcuno bussò alla porta.
Una cameriera fresca e graziosissima, completa di cuffia e di
grembiule, entrò su ordine del principe. Aveva in mano una lette-
ra e diventò tutta rossa al vedere in che stato era il principe,
che si ricompose e si allacciò le brache dicendo:
- Non se ne vada, bella signorina bionda, le debbo dirle due pa-
roline.
Intanto aveva chiuso la porta, e afferrata la graziosa Marietta
alla vita la baciava avidamente sulla bocca. Quella dapprima si
dibatté un poco, stringendo le labbra, ma non ci volle molto
perché, sotto la stretta, cominciasse a lasciarsi andare e a soc-
chiuder la bocca. La lingua del principe vi si introdusse, subito
morsa da Marietta, la cui lingua vivace solleticò la estremità di
quella di Mony.
Con una mano il giovanotto la stringeva alla vita; con l'altra le
tirava su la gonna. Non portava mutande. La mano fu subito tra
due cosce che Mony non avrebbe sospettato cosi' grosse e tonde
perché la ragazza era alta e magra. La cosetta era pelosissima e
calda. La mano si ritrovò ben presto all'interno di una umida fe-
ritoia, mentre Marietta si abbandonava spingendo il ventre in
avanti. La sua mano non restava inattiva, ed errava sulla patta
del principe, accingendosi a sbottonarla.
Ne tirò fuori la sua superba lancia portafortuna appena intravi-
sta quand'era entrata.
Si masturbavano poi dolcemente: lui, pizzicandole il clitoride;
lei, massaggiando col pollice l'estremità del membro. Lui le alzò
su le gambe e se la mise sulle spalle, mentre lei si slacciava il
corsetto per farne scaturire due superbi seni bene eretti che il
principe si mise a succhiare l'uno dopo l'altro, mentre faceva
penetrare nella donna il suo membro in fiamme.
La ragazza di li' a poco gridò:
- Che bello! che bello! come ci sai fare...!
Allora agitò più forte e disordinatamente il sedere ed egli la
senti' godere dicendo :
- Tieni... vengo... tieni... prendi tutto!
Subito dopo, gli afferrò bruscamente l'arnese alla radice, e gli
disse:
- Da questa parte basta.
Lo tirò fuori da dov'era e se lo infilò in un altro buco bello
tondo, posto poco più in basso del primo, come un occhio di ci-
clope tra due globi carnosi, bianchi e freschi.
Il membro, lubrificato dal succo femminile, vi penetrò con faci-
lità e, dopo aver sculettato arditamente, il principe scaricò
tutto il suo sperma nel sedere della bella cameriera.
Poi tirò fuori il suo affare, che fece "floc", come quando si
stappa una bottiglia, e sulla punta c'era ancora sperma, mescola-
to con un po' di merda.
In quell'istante qualcuno suonò nel corridoio e Marietta disse:
"Devo andare a vedere ».
E poi scappò via dopo aver baciato Mony, che le mise in mano due
luigi. Non appena fu uscita, si lavò per bene il membro afflo-
sciato, poi dissuggellò la lettera, che conteneva quanto segue:
CAPITOLO TERZO
(parte 2)

"Mio bel romeno, che fine hai fatto? Ormai dovresti esserti ri-
messo dalle tue fatiche. Ricordati di quel che hai detto: ' se
non faccio l'amore venti volte di seguito, che undicimila verghe
mi castighino '. Venti volte non l'hai fatto, peggio per te.
L'altro giorno sei stato ricevuto nel foutoir di Alessina, a rue
Duphot. Ma ora che ti conosciamo puoi anche venire da me. Da
Alessina non è possibile: non può ricevere nemmeno me. Per questo
ha un foutoir suo: il suo senatore è troppo geloso. Io me ne fre-
go: il mio amante fa l'esploratore e in questo momento sta infi-
lando perle con le negre della Costa di Avorio. Puoi venire da
me, al 241 di rue de Prony. Ti aspettiamo alle quattro.
Culculina d'Ancona."
Letta la lettera, il principe guardò l'ora.
Erano le undici del mattino. Suonò per far salire il massaggiato-
re, che lo massaggiò e poi lo inculò come di dovere.
La seduta lo rimise in sesto. Fece ancora un bagno, e sentendosi
fresco e preparato suonò per il parrucchiere, che lo pettinò e lo
inculò artisticamente. Poi sali' il pedicure e manicure, che gli
fece le unghie e lo inculò vigorosamente.
Il principe si senti' alla perfezione.
Scese nei boulevards, pranzò abbondantemente, e sali' su un fiacre
che lo condusse a rue de Prony, a un palazzetto il cui unico abi-
tante era Culculina. Una vecchia cameriera lo fece accomodare. La
casa era ammobiliata con gusto squisito.
Fu fatto entrare immediatamente in una camera da letto col letto
d'ottone bassissimo e larghissimo. Il pavimento era ricoperto di
pelli d'animali che attutivano il rumore dei passi. Il principe
si spogliò rapidamente ed era nudo quando entrarono Alessina e
Culculina, in déshabillés affascinanti. Le ragazze scoppiarono a
ridere, e lo baciarono sulle guance. Mony si mise seduto, poi si
mise sulle ginocchia le due amiche, ma con le vestaglie aperte in
modo che, pur sembrando decentemente vestite, sentisse i culi nu-
di sulle sue cosce. Poi si mise a manovrarle, una mano per cia-
scuna, mentre loro gli vellicavano il membro.
Quando le senti' eccitate a dovere, disse:
- E adesso, faremo la lezione.
Le fece accomodare su una sedia di fronte a lui e, dopo aver ri-
flettuto un momento, chiese:
- Signorine, sento che non avete mutande. Dovreste vergognarvi.
Correte a metterle.
Quando furono tornate, la lezione poté infine cominciare.
- Signorina Alessina Mangiatutto, come si chiama il re d'Italia?
- Se pensi che me ne freghi qualcosa, ti sbagli di grosso! - dis-
se Alessina.
- Immediatamente sul letto! - gridò il professore.
La fece mettere in ginocchio sul letto, in modo che gli volgesse
le spalle, e le fece tirar su la vestaglia e giù le mutande, met-
tendo allo scoperto la luminosa bianchezza dei due globi oculari.
Allora si mise a picchiare a mano aperta, e il posteriore divenne
rapidamente rosso. Alessina era tutta eccitata e spingeva in fuo-
ri il sedere con convinzione, ma il principe si stancò presto dei
preliminari. Le passò le mani attorno alla vita, le afferrò le
mammelle sotto la veste, poi fece scivolare una mano ad accarez-
zare il clitoride, e senti' che la zona era tutta bagnata.
Le mani della ragazza non erano inattive: avevano afferrato l'a-
sta del principe e l'avevano indirizzata sullo stretto sentiero
di Sodoma. Si chinava, inoltre, in modo che il sedere fosse me-
glio disposto per l'introduzione.
Il glande fu inghiottito rapidamente, il resto gli venne dietro
con facilità, e i testicoli sbatterono contro le basse natiche
della ragazza. Culculina, che a far niente s'annoiava, prese po-
sto sul letto e leccò la vulva di Alessina che, soddisfatta da
due parti, godeva da piangerne. Il suo corpo, scosso dalla volut-
tà, si contorceva come per inaudite sofferenze. Dalla gola le
CAPITOLO TERZO
(parte 3)

sfuggivano rantoli voluttuosi. Il grosso membro le riempiva il


didietro e, muovendosi avanti e indietro, veniva a urtare la mem-
brana che la separava dalla lingua di Culculina che raccoglieva i
succhi provocati da questo passatempo. Il ventre di Mony si scon-
trava col sedere di Alessina. Pian piano il principe sculettò più
rapidamente, e si mise a mordere il collo della ragazza. Il mem-
bro gli si gonfiò. Alessina non poté più sopportare tanta felici-
tà; s'abbandonò sul volto di Culculina, che non smise per questo
di leccare, mentre il principe la seguiva nella caduta, il membro
ben riparato. Ancora qualche spinta di reni, e Mony si libero del
suo seme. La ragazza restò distesa sul letto, mentre Mony andava
a lavarsi e Culculina si alzava per pisciare. Prese un secchio,
vi si mise a cavalcioni, tirò la sua veste e orinò abbondantemen-
te. Poi, per soffiar via le ultime gocce rimaste tra i peli, lan-
ciò un piccolo peto tenero e discreto che eccitò notevolmente Mo-
ny.
- Defeca nelle mie mani, cacami nelle mani! - esclamò.
La ragazza sorrise.
Mony si mise alle sue spalle, mentre quella abbassava un poco il
sedere e cominciava a fare qualche sforzo. Aveva mutandine di ba-
tista trasparenti, che lasciavano scorgere al disotto le belle
cosce nervose. Lunghe calze nere le salivano sopra al ginocchio
modellando due polpacci meravigliosi dal profilo incomparabile,
né troppo grossi né troppo magri.
Il suo sedere, in questa posizione, risultava ammirevolmente in-
quadrato dal taglio delle mutande. Mony osservò avidamente le na-
tiche brune e rosa, vellutate, animate da un sangue generoso. In-
travvedeva l'estremità appena prominente della spina dorsale, e
sotto, dove cominciava la fessura culina: dapprima larga, poi più
stretta e profonda via via che aumentava lo spessore delle nati-
che, fino ad arrivare al bel buco bruno e tondo e con tante pie-
goline interne. Gli sforzi della ragazza ebbero come primo effet-
to quello di dilatare il buco, e di farne vedere un po' di pelle
liscia e rosea dell'interno, come un labbro rigirato verso l'e-
sterno.
- E dagli! - gridava Mony.
Apparve infine una punta di merda, aguzza e insignificante, che
mostrò il capo per ritrarsi subito nella sua caverna. Riapparve,
però, seguita lentamente e maestosamente dal resto del salame,
che costituiva uno dei più bei prodotti intestinali mai visti.
La merda usciva untuosa, ininterrotta e solida, come una gomena
di nave, e penducchiava graziosamente tra le belle chiappe che
s'allargavano sempre più.
Poi dondolò con più animazione e il sedere si dilatò ancora di
più, si scosse un po', e la cosa ne cadde, calda e fumante, nelle
mani di Mony tese a riceverla.
A quel punto esclamò: "Rimani come sei!" e, chinandosi, le leccò
per bene il buco d'uscita, mentre intanto arrotolava lo sterco
tra le mani. Poi lo schiacciò voluttuosamente e se ne cosparse
tutto il corpo.
Culculina si spogliò per fare come Alessina, che si era denudata
per mostrare a Mony il bel culo dalla pelle trasparente di bion-
da. "Cacami addosso!", esclamò Mony rivolto a Alessina, sdraian-
dosi per terra, in modo da poter cosi' godere dello spettacolo of-
ferto dal sedere di quella. I primi sforzi ebbero per tutto ri-
sultato di far uscire un po' dello sperma che Mony vi aveva la-
sciato; poi venne il resto, sterco giallo e molle che cadde in
più riprese e, poiché la ragazza rideva e si muoveva, fini' su una
parte e l'altra del corpo di Mony, che ne ebbe il ventre ornato
di strisce odorifere.
Alessina aveva però contemporaneamente orinato, e il getto caldo
era caduto sul membro di Mony, risvegliando i suoi spiriti anima-
li. L'asta cominciò a sollevarsi a poco a poco gonfiandosi sino
al momento in cui, raggiunta la sua grossezza normale, il glande
CAPITOLO TERZO
(parte 4)

si tese, rosso come una grossa prugna, sotto gli occhi della ra-
gazza che, accostandosene, si chinò sempre di più, fino a far pe-
netrare il membro in erezione tra le sponde pelose del suo sesso
ampiamente aperto. Il culo di Alessina, abbassandosi, sfoggiava
ancor meglio la sua appetitosa rotondità. Le curve piccanti si
precisavano, accusate ancor meglio dall'allargamento delle nati-
che. Quando il culo fu sceso per bene, e l'asta completamente in-
ghiottita, si rialzò e dette inizio a un grazioso movimento di
va-e-vieni che modificava il suo volume in proporzioni notevoli,
dando vita a uno spettacolo delizioso a vedersi.
Mony, tutto smerdato, godeva profondamente e senti' presto re-
stringersi la vagina della bella Alessina, che disse con voce
rantolante: "Porco, vengo... godo..."
E scaricò il suo seme.
Culculina, che aveva assistito all'intera operazione e sembrava
tutta in calore, la strappò via bruscamente da sopra il suo palo,
e gettandosi su Mony senza minimamente preoccuparsi della merda,
che sporcò anche lei, si infilò la banana nel sesso, con un gran
sospiro di soddisfazione. E cominciò a dare terribili colpi di
sedere dicendo: "Ah!", ad ogni colpo di reni. Ma Alessina, irri-
tata per esser stata spossessata del suo bene, apri' un cassetto e
ne estrasse uno staffile fatto di strisce di cuoio. E cominciò a
picchiare sul culo di Culculina, i cui sobbalzi divennero ancora
più appassionati. Alessina, eccitata dallo spettacolo, picchiava
sodo e senza esitazioni. I colpi piovevano sul superbo posterio-
re. Mony, chinando la testa un po' di lato, vedeva, in una spec-
chio posto proprio di fronte, il gran culo di Culculina sollevar-
si e abbassarsi. Nel sollevarsi, le chiappe si aprivano e appari-
va per un attimo la rosetta, per sparire nell'abbassarsi quando
le belle natiche paffute si restringevano. Più in basso, le lab-
bra pelose e allargate del sesso inghiottivano l'enorme membro
che, nel movimento di ascesa del culo, appariva quasi per intero,
e bagnato. I colpi di Alessina fecero arrossare completamente il
povero culo, che ora trasaliva di voluttà. Ben presto uno dei
colpi lasciò un segno sanguinante. Tutte e due, quella che fru-
stava e quella ch'era frustata, deliravano come baccanti e sem-
brava godessero l'una e l'altra allo stesso modo. Lo steso Mony
si mise a dividere il loro furore, e le sue unghie s'accanirono
sulla pelle di seta delle spalle di Culculina. Alessina, per pic-
chiare più comodamente l'amica, si mise in ginocchio a fianco del
gruppo. Il suo gran culo grassottello e sobbalzante a ogni colpo
che dava, si trovò cosi' a due dita dalla bocca di Mony.
Il quale non ci mise molto a infilarvi la lingua. Poi, crescendo
l'ira e la voluttà, si mise a mordere la chiappa destra. La ra-
gazza lanciò un grido di dolore. I denti erano penetrati nella
carne e un sangue fresco e vermiglio dissetò la gola secca di Mo-
ny. Egli lo succhiò, apprezzandone parecchio il gusto ferroso ap-
pena un po' salato. In quell'istante i sobbalzamenti di Culculina
cominciarono a diventare più disordinati. Gli occhi stralunati
non mostravano più che il bianco. La bocca macchiata della merda
ch'era sul corpo di Mony, lanciò un gemito, e la bella raggiunse
l'orgasmo contemporaneamente a Mony.
Alessina cadde su di loro sfinita, rantolante e digrignando i
denti, e a Mony, che le infilò la lingua nel sesso, bastò poco
per farla venire. Poi i nervi si rilassarono dopo qualche sobbal-
zo ancora, e il trio si distese tra la merda, il sangue e lo
sperma. Si addormentarono in questo stato.
Quando si svegliarono sentirono l'orologio a pendolo della camera
suonare i dodici colpi della mezzanotte.
- Non muovetevi, ho sentito un rumore - disse Culculina - non
CAPITOLO TERZO
(parte 5)

può essere la cameriera: è abituata a lasciarmi in pace, e starà


di certo dormendo.
Un sudore freddo copri' il volto di Mony e delle due giovani. I
capelli si drizzarono loro in testa e i corpi nudi e merdosi fu-
rono scossi da brividi.
- C'è qualcuno! - disse Alessina.
- Già c'è qualcuno! - assenti' Mony.
In quell'istante la porta si apri' e quel poco di luce che prove-
niva dalla strada notturna permise di scorgere due ombre umane
vestite di soprabiti dal collo rialzato e con la bombetta in te-
sta.
La prima ombra illuminò improvvisamente la stanza col raggio di-
screto di una pila elettrica che aveva in mano, ma i due scassi-
natori non videro subito il gruppo disteso sul pavimento.
- Che razza di puzza! - disse il primo.
- Entriamo lo stesso, nei cassetti dev'esserci parecchia grana! -
ribatté il secondo.
In quel momento Culculina, che si era trascinata verso l'inter-
ruttore della luce in silenzio, illuminò improvvisamente la stan-
za.
Gli scassinatori rimasero interdetti di fronte allla sua nudità.
- Merda! - disse il primo. - Parola di Cornaboeux, non mancate
certo di gusto!
Era un colosso scuro dalle mani pelose. La barba incolta lo ren-
deva ancora più orrendo.
- Guarda un po' che roba, - disse il secondo. - Ma la merda non è
poi un guaio, porta fortuna!
Si trattava di una pallida canaglia guercia, che si rigirava tra
le labbra una cicca spenta.
- Proprio vero, Scialuppa - disse Cornaboeux, ci ho appena messo
il piede sopra, e come prima fortuna credo che m'infilerò 'sta
figliola. Ma prima sistemiamo il giovinotto.
E gettandosi su Mony spaventatissimo, i due ladri lo imbavaglia-
rono e gli legarono braccia e gambe.
Poi, girandosi verso le due donne tremanti di paura, ma un tanti-
no divertite, Scialuppa disse:
- E voi, bambine, cercate di essere gentili, se no vi sistemo per
le feste.
Aveva in mano una canna, e la passò a Culculina ordinandole di
picchiare Mony con tutte le sue forze.
Poi le si mise alle spalle ed estrasse dai calzoni un membro sot-
tile come un mignolo, e però molto lungo. Culculina cominciava a
divertirsi.
Scialuppa, come inizio, le dette due pacche sulle natiche dicen-
dole:
- Ci siamo, bel sederotto! ti toccherà suonare il piffero, ora!
Maneggiava e palpava il gran culo vellutato, e, passata una mano
sul davanti, gingillava col clitoride, poi, improvvisamente, in-
filò nel didietro l'asta lunga e sottile.
La donna incominciò ad agitare il sedere picchiando intanto Mony.
Non potendo né difendersi né gridare, questi si dimenava come un
verme ad ogni bastonata, che lasciava un segno dapprima rosso ma
che stingeva subito in un colore violetto. Man mano che l'opera-
zione di Scialuppa andava avanti, Culculina eccitata picchiava
sempre più forte, gridando:
- Porco, carogna, prendi questo, e prendi quest'altro... Scialup-
pa, fammi entrare il tuo stuzzicadenti fino in fondo.
Il corpo di Mony sanguinò da ogni parte.
Nel frattempo Cornaboeux aveva afferrato Alessina e l'aveva get-
tata sul letto. Cominciò col mordicchiarle i capezzoli che comin-
ciarono a indurirsi. Poi scese fino al sesso e vi accostò avida-
mente la bocca, mentre tirava i bei peli biondi e ricciuti del
pube. Si rialzò e tirò fuori un membro enorme, ma corto, dalla
testa paonazza. Rivoltò la ragazza, e si mise a sculacciarla sul
grande culo roseo; di tanto in tanto passava la mano nella fessu-
ra culina.
Poi strinse a sé la ragazza col braccio sinistro, in modo da ave-
re a portata della mano destra il suo sesso. La sinistra la tene-
va per la barba di quella... e non era piacevole per lei, che si
mise a piangere e a gemere sempre più forte, specialmente quando
Cornaboeux ricominciò a sculacciarla a più non posso. Le grandi
cosce rosa fremevano tutte, e il sedere pure, ogni volta che vi
CAPITOLO TERZO
(parte 6)

piombava la zampata dello scassinatore. Cercò di difendersi, e


con le manine libere si mise a graffiare la faccia barbuta del
violento, e gli tirò i peli del viso cosi' come quello le tirava
la barba del sesso:
- D'accordo! - disse Cornaboeux, e la rivoltò sulle spalle.
In quell'istante, la ragazza poté vedere lo spettacolo formato da
Scialuppa che inculava Culculina che picchiava Mony che aveva il
sedere tutto sanguinato, e questo la eccitò. Il gran membro di
Cornaboeux batteva contro il suo culo, ma senza trovare il punto
giusto, o troppo a destra o troppo a sinistra, o più in alto o
più in basso. Ma quando infine trovò il buco, posò le mani sulle
reni lisce e ben tornite di Alessina e se la tirò contro con tut-
ta la sua forza. Il dolore provocatole dall'enorme affare che le
lacerava il didietro l'avrebbe fatta gridare di dolore se non
fosse stata cosi' eccitata da tutto quanto era successo. Non appe-
na ebbe fatto entrare il suo membro, Cornaboeux lo tirò fuori,
poi rivoltò Alessina sul letto e le infilò lo strumento nel ven-
tre. Il suo arnese entrò a fatica, causa la sua grossezza, ma non
appena dentro Alessina incrociò le gambe sul dorso dello scassi-
natore e lo tenne cosi' stretto che anche se avesse voluto uscirne
non ci sarebbe riuscito. L'agitazione dei due sederi fu furiosa.
Cornaboeux le succhiava i capezzoli, e la barba le faceva solle-
tico eccitandola ancora di più. La donna passò una mano nei pan-
taloni dello scassinatore e gli infilò un dito nel sedere. Poi si
misero a mordersi come bestie selvagge, dando intanto frenetici
colpi di reni. E l'orgasmo freneticamente arrivò. Ma il membro di
Cornaboeux, prigioniero nella vagina di Alessina, ricominciò a
irrigidirsi di nuovo. Alessina chiuse gli occhi per gustare me-
glio il secondo abbraccio.
Venne quattordici volte, contro le tre di Cornaboeux. Quando si
fu rimessa, si accorse di avere sesso e culo insanguinati, feriti
dall'enorme membro di Cornaboeux. E scorse sul suolo il corpo di
Mony scosso da sussulti convulsivi.
Il suo corpo era tutto una piaga.
Su ordine del guercio Scialuppa, Culculina gli succhiava l'affa-
re, inginocchiata davanti a lui.
- In piedi, adesso, puttana! - gridò Cornaboeux.
Alessina obbedi' e l'uomo le rifilò un tale calcio nel didietro da
farla cadere addosso a Mony. Cornaboeux le lego braccia e gambe e
la imbavagliò senza prestare attenzione alle sue suppliche e, af-
ferrata la canna, si mise a decorare il suo corpo di nerbate. Il
sedere trasaliva a ogni colpo, poi toccò alle spalle, al ventre,
alle cosce e ai seni sui quali la gragnuola si andò intensifican-
do. Sussultando e dibattendosi, Alessina si ritrovò sul membro di
Mony, eretto come quello di un cadavere, e che s'accostò al sesso
della ragazza e lo penetrò.
Cornaboeux bastonò ancora più forte, e picchiò indistintamente su
Mony e su Alessina, che godevano in maniera atroce. Ben presto la
bella pelle rosea della biondina divenne invisibile sotto le ze-
brature e il sangue che ne colava. Mony era svenuto, la donna
svenne poco dopo. Cornaboeux, le braccia ormai stanche, si rivol-
se a Culculina, che cercava di far venire Scialuppa senza però
esserci ancora riuscita.
Cornaboeux ordinò alla brunetta di allargare le cosce. Fece una
certa fatica a infilarla di dietro. La ragazza soffri' molto, però
stoicamente, senza smettere un solo istante di succhiare l'affare
a Scialuppa. Quando Cornaboeux ebbe preso pieno possesso di Cul-
culina, le fece alzare il braccio destro e le morse i peli fol-
tissimi delle ascelle. Quando l'orgasmo arrivò, fu cosi' forte che
Culculina svenne mordendo violentemente il membro di Scialuppa.
Questi lanciò un grido di dolore, ma il glande era ormai tronca-
to. Cornaboeux, che aveva appena eiaculato, usci' bruscamente dal-
CAPITOLO TERZO
(parte 7)

la vagina di Culculina, che cadde svenuta al suolo.


Scialuppa, svenuto, perdeva tutto il suo sangue.
- Povero Scialuppa - disse Cornaboeux - è meglio se crepi
sull'istante!
E, estratto un coltello, gli affibbiò un colpo mortale, scuotendo
sul corpo di Culculina le ultime gocce di sperma che gli colavano
dal membro.
Scialuppa mori' senza poter dire "Ah!".
Cornaboeux si riaggiustò accuratamente i pantaloni, vuotò i cas-
setti di tutto il denaro e i vestiti che vi trovò, e prese inol-
tre i gioielli e gli orologi.
Guardò Culculina svenuta per terra.
- Bisogna vendicare Scialuppa - pensò.
E estrasse ancora una volta il coltello, infilandolo di forza tra
le natiche di Culculina, ancora svenuta. Cornaboeux lasciò il
coltello piantato nel sedere. Gli orologi suonarono le tre del
mattino. L'uomo usci' come era entrato, lasciando quattro corpi
distesi a terra, nella stanza piena di sangue, di sperma e di un
disordine indescrivibile.
Una volta in strada, si diresse allegramente verso Ménilmontant
cantichiando: Un culo deve odorare di culo
E non di acqua di Colonia...
oppure: Bec... co di gas
Bec... co di gas
Accendi accendi il mio bel buchettin.
CAPITOLO QUARTO
(parte 1)

Lo scandalo fu grandissimo.
I giornali parlarono del fattaccio per otto giorni.
Culculina, Alessina e il principe Vibescu dovettero restare a
letto per due mesi. Durante la convalescenza, Mony entrò una sera
in un bar vicino alla stazione di Montparnasse. Vi si beve petro-
lio, una bevanda niente male per i palati assuefatti agli altri
liquori.
Il principe, degustando l'infame torcibudella, stava scrutando i
consumatori. Uno di loro, un colosso barbuto, era vestito da sca-
ricatore di mercato e l'immenso cappello infarinato gli dava l'a-
spetto di un semidio da racconto pronto a compiere qualche eroica
impresa.
Al principe parve di riconoscere il simpatico volto dello scassi-
natore Cornaboeux. Lo intese a un tratto ordinare petrolio con
una voce tonante.
Era proprio la voce di Cornaboeux.
Mony si alzò e gli andò incontro tendendogli la mano:
- Buongiorno, Cornaboeux, siete ai mercati, adesso?
- Io? - disse lo scaricatore sorpreso - come fate a conoscermi?
- Vi ho visto al 114 di rue de Prony - disse Mony con un tono di-
sinvolto.
- Non ero io - rispose spaventatissimo Cornaboeux - non so chi
siete lavoro ai mercati da tre anni e tutti mi conoscono. Lascia-
temi in pace!
- Basta con le sciocchezze, - rispose Mony. Cornaboeux, tu mi ap-
partieni. Posso consegnarti alla polizia. Ma mi sei simpatico, e
se vuoi seguirmi mi farai da servitore, verrai con me dappertutto
ti associerò ai miei piaceri, mi aiuterai e mi difenderai se ce
ne sarà bisogno. E se mi sarai fedele ti arricchirò. Rispondi im-
mediatamente.
- Siete un tipo in gamba, e sapete parlar bene. Qua la mano, sono
l'uomo che fa per voi.
Pochi giorno dopo Cornaboeux, promosso al grado di valletto,
chiudeva le valige del principe.
Mony era stato richiamato in tutta fretta a Bucarest: il suo in-
timo amico, il viceconsole di Serbia era morto lasciandogli in
eredità tutte le sue fortune, che non erano indifferenti. Si
trattava di miniere di stagno, che fruttavano molto bene da qual-
che anno in qua, ma che bisognava sorvegliare da vicino se non si
voleva vederne i profitti calare immediatamente. Il principe Mony
come abbiamo visto, non amava il denaro in quanto tale; ambiva
alla più gran ricchezza possibile solo per i piaceri che solamen-
te l'oro può procurare.
Ripeteva sempre questa massima, pronunciata da uno dei suoi avi:
"Tutto si vende; tutto si compra; è solo questione di prezzo".
Il principe Mony e Cornaboeux avevano preso posto sull'Orient-
Express; le vibrazioni del treno fecero subito effetto su Mony,
cui venne un'erezione da cosacco e che lanciò verso Cornaboeux
sguardi infiammati. Fuori, il paesaggio bellissimo dell'Est della
Francia sciorinava le sue magnificenze calme e nitide.
Lo scompartimento era quasi vuoto; un vecchio podagroso vestito
con gran ricchezza, si lamentava sbavando sul "Figaro" che tenta-
va di leggere.
Mony, che era tutto avvolto in un grande mantello, afferrò la ma-
no di Cornaboeux e, facendola passare per l'apertura uso tasca di
quel comodo capo di abbigliamento, se la portò alla patta. Il co-
lossale valletto non tardò a comprendere il desiderio del padro-
ne. La sua gran mano pelosa, ma ben modellata e più dolce di
quanto ci si sarebbe potuto aspettare, sbottonò con dita delicate
i pantaloni del principe, e afferrò il membro in delirio, che
giustificava in tutto e per tutto il celebre distico di Alphonse
Allais:
La vibrazione eccitante dei treni
Stimola desideri di fuoco nelle reni.
Ma entrò un impiegato della Compagnia dei vagoni-letto e annunciò
che era l'ora del pranzo e che molti viaggiatori già si trovavano
nel vagone-ristorante.
- Eccellente idea - disse Mony. - Cornaboeux, andiamo prima a
mangiare.
La mano dell'ex-facchino scivolò fuori dall'apertura del mantel-
CAPITOLO QUARTO
(parte 2)

lo. I due uomini si diressero verso la sala da pranzo. Il membro


del principe era sempre eretto e poiché non si era riallacciato i
calzoni, si notava sul mantello una bella bozza.
Il pranzo cominciò senza inciampi cullato dal rumore ferroso del
treno e dai ticchettii del vasellame, dell'argenteria e dei cri-
stalli, turbato talvolta dall'improvviso schiocco di un tappo di
Apollinaris.
A un tavolo sul fondo, al lato opposto di quello di Mony, c'erano
due donne bionde e graziose. Cornaboeux, che le aveva di fronte,
le indicò a Mony. Il principe si voltò a guardarle e riconobbe in
una delle due, vestita più modestamente dell'altra, Marietta, la
squisita cameriera del Grand-Hôtel.
Subito si alzò in piedi e si diresse verso le dame. Salutò Ma-
rietta e si rivolse all'altra viaggiatrice, bella e truccata. I
capelli ossigenati le davano un tono moderno che incantò Mony.
- Signora - le disse - vi prego di scusare il mio comportamento.
Mi presento da solo, vista la difficoltà di trovare in questo
treno qualche comune conoscenza. Sono il principe Mony Vibescu,
hospodar ereditario. La signorina qui presente, cioè Marietta,
che ha senza dubbio lasciato il servizio al Grand-Hôtel per pas-
sare al vostro, mi ha permesso di contrarre nei suoi confronti un
debito di riconoscenza di cui voglio disobbligarmi oggi stesso.
Voglio sposarla al mio valletto, intestando a ognuno una dote di
cinquantamila franchi.
- Non vedo in ciò nessun inconveniente - disse la dama - ma vedo
qualcosa che non ha l'aria di essere troppo male attrezzato. A
chi è che lo destinate?
Il membro di Mony aveva trovato una via d'uscita e mostrava la
testa rubiconda tra due bottoni. Il principe arrossi' e fece spa-
rire l'arnese.
La donna si mise a ridere.
- Per fortuna siete in una posizione che ha permesso la vista a
noi soltanto... Sarebbe stato buffo... Ma rispondete, dunque, per
chi è quell'arnese spaventoso?
- Permettetemi - disse galantemente Mony, di farne omaggio alla
vostra sovrana bellezza.
- Vedremo, vedremo - disse la dama. - Nel frattempo, e poiché vi
siete presentato, ora tocca a me farlo... sono Estella Romange...
- La grande attrice del "Français"? - chiese Mony.
La dama annui' con modestia.
Mony, pazzo di gioia, esclamò:
- Estella, avrei dovuto riconoscervi subito! Sono vostro appas-
sionato ammiratore da tanto tempo! Quante serate ho passato al
Teatro Francese, a guardarvi nei vostri ruoli di amorosa! E per
calmare la mia eccitazione, non potendo masturbarmi in pubblico,
m'infilavo le dita nel naso, ne estraevo tutto il possibile, e me
lo mangiavo. Ed era bello! ah! com'era bello!
- Marietta, andate a pranzare col vostro fidanzato - disse Estel-
la. - E voi, principe, accomodatevi al mio tavolo.
Non appena furono seduti uno di fronte all'altra il principe e
l'attrice si guardarono come due innamorati:
- Dove siete diretta? - chiese Mony.
- A Vienna, a recitare dinnanzi all'Imperatore.
- E il decreto di Mosca?
- Del decreto di Mosca me ne frego: invierò a Claretie le mie di-
missioni... Mi trascura... Mi si affidano ruoli secondari... mi
si rifiuta quello di Eorakâ nella nuova pièce di Mounet-Sully...
Parto... Non permetterò che il mio talento venga soffocato.
- Recitate qualcosa per me... alcuni versi - chiese Mony.
E mentre un cameriere cambiava le stoviglie, Estella recitò
l'"Invitation au Voyage".
Mentre la declamazione dell'ammirevole poesia in cui Baudelaire
ha messo un po' della sua tristezza amorosa e della sua nostalgia
appassionata proseguiva, Mony senti' i piedini dell'attrice risa-
lire lungo le sue gambe: raggiunsero sotto il mantello il membro
di Mony, tristemente reclinato fuori dai pantaloni. Li' i piedini
si fermarono e, stringendo delicatamente l'arnese, cominciarono
un curioso movimento di va-e-vieni.
CAPITOLO QUARTO
(parte 3)

Immediatamente induritosi, il membro del giovinotto si lasciò ma-


novrare dalle delicate scarpine di Estella Romange. Non ci volle
molto perché cominciasse a star bene, e allora Mony improvvisò
questo sonetto, che recitò all'attrice, il cui lavoro pedestre
non ebbe sosta sino agli ultimi versi:
EPITALAMIO
Le tue mani introdurranno il mio bel membro asinino
Nel dannato bordello tra le tue cosce aperte
E voglio confessarlo, nonostante Agostino,
Che mi infuoca il tuo amore, se il tuo corpo l'avverte!
La mia bocca i tuoi seni bianchi più del latte
Succhierà, onore abbietto che mi farà felice.
Dalla mentula maschia che nel tuo sesso batte
Scaturirà lo sperma oro nella matrice.
Le tue chiappe hanno vinto, mia tenera puttana,
Di ogni frutto polposo il mistero profondo,
L'insipienza mensile del culo della luna,
L'umile ed asessuata rotondità del mondo
Anche se chiudi gli occhi, da loro si diffonde
Quell'opaco chiarore che dalle stelle scende.
E poiché il membro era arrivato al limite dell'eccitazione,
Estella ne tirò via i piedi dicendo:
- Mio principe, non facciamolo esplodere nel vagone-ristorante;
che si penserebbe di noi? Lasciate che io vi ringrazi per l'omag-
gio reso a Corneille in punta del vostro sonetto. Benché io stia
per abbandonare la "Comèdie Française", tutto quel che interessa
la Casa è oggetto delle mie costanti preoccupazioni.
- Ma - disse Mony - dopo aver recitato di fronte a Francesco Giu-
seppe, che cosa contate di fare?
- Il mio sogno - disse Estella - è quello di diventare una stella
del café-concert.
- State attenta! - riprese Mony. - Il triste Monsieur Claretie
distruttore di stelle vi intenterà processi senza fine.
- Lascia stare, Mony, e dimmi ancora qualche verso prima di anda-
re a nanna.
- Bene - disse Mony, e improvvisò questi delicati sonetti mitolo-
gici.
ERCOLE E ONFALE
D'Onfale
il culo
è vinto
e spinto.
- "Lo senti,
il fallo
che duro!"
- "Bello!
Io soffro
troppo,
eppur te l'offro!"
Ercol s'avvale
del cul
d'Onfale.
PIRAMO E TISBE
Madama
Tisbe
da sola
vola.
Piramo
giunge,
la sposa
stringe.
La bella
infine
favella,
freme,
e viene,
insieme.
- Squisito! delizioso! ammirevole! Mony, sei un poeta arcidivino,
vieni a fottermi nel vagone-letto, stasera ho sentimenti chiava-
tori.
Mony pagò i conti. Marietta e Cornaboeux si guardavano languida-
mente. Nel corridoio, Mony fece scivolare cinquanta franchi nelle
mani dell'impiegato della Compagnia dei vagoni-letto, che permise
alle due coppie di entrare nello stesso scompartimento.
- Alla dogana ci penserete voi - disse il principe all'uomo dal
berretto. - Non abbiamo niente da dichiarare. Dovrete però bussa-
re alla nostra porta due minuti prima del passaggio della fron-
tiera.
Nella cabina si spogliarono nudi tutti e quattro. Marietta fu la
prima a finire l'operazione. Mony non l'aveva mai vista in quello
stato, ma riconobbe le belle cosce tonde e la foresta di peli che
annerivano il sesso ben rilevato. I suoi capezzoli erano eretti,
come d'altronde i membri di Mony e Cornaboeux.
- Cornaboeux - disse Mony - tu pensa a incularmi, mentre io li-
merò questa bella ragazza.
Estella ci mise più tempo a spogliarsi e quando fu pronta Mony
s'era già introdotto da dietro nella vagina di Marietta che, co-
minciando a godere, agitava il suo gran posteriore e lo faceva
schioccare contro il ventre di Mony. Cornaboeux aveva infilato il
suo strumento corto e grosso nell'ano dilatato di Mony, che
sbraitava:
- Maiale di ferrovia! In questo modo perderemo l'equilibrio!
Marietta schioccava come una gallina e guizzava come un tordo in
una vigna. Mony le passò un braccio attorno alla vita e le
CAPITOLO QUARTO
(parte 4)

schiacciò le mammelle. Ammirava intanto la bellezza di Estella,


la cui folta capigliatura rivelava la mano di un abile parruc-
chiere.
Era una donna moderna nel pieno senso della parola: capelli ondu-
lati tenuti insieme da pettini di tartaruga, dal colore in accor-
do colla sapiente ossigenazione. Il corpo era affascinante e gra-
zioso. Il sedere nervoso e prominente in modo provocatorio. Il
volto truccato con arte le dava l'aspetto di una puttana di gran
lusso. I seni erano un tantino cadenti, ma non le stavano male:
piccoli, minuti, a forma di pera. A maneggiarli, erano dolci,
soffici, e al tatto facevano pensare alle mammelle di una capra
da latte, mentre, se Estella si voltava all'improvviso, saltella-
vano come un fazzoletto di batista arrotolato a mo' di una palli-
na che ci si divertisse a far danzare sulla mano.
Sul pube aveva solo un piccolo ciuffo di peli di seta. Si mise
sulla cuccetta e, con una specie di capriola, passò le cosce ner-
vose attorno al collo di Marietta, che si trovava cosi' ad avere
il sesso della padrona proprio davanti alla bocca, e che cominciò
a leccarlo golosamente, affondando il naso tra le cosce, e nel
buco più basso. Estella aveva già infilato la lingua nel sesso
della servetta e succhiava allo stesso tempo l'interno di un ses-
so infiammato e il gran membro di Mony che ci si agitava con ar-
dore. Cornaboeux si godeva beatamente lo spettacolo. Il suo gran
membro, entrato tutt'intero nel buco peloso del principe, andava
e veniva lentamente. Lanciò due o tre bei peti che appestarono
l'atmosfera aumentando il godimento del principe e delle due don-
ne. Ad un tratto Estella si mise a dimenarsi spaventosamente e il
suo culo si mise a danzare davanti al naso di Marietta, i cui mu-
golii e movimenti divennero anch'essi più vivaci. Estella lancia-
va a destra e a sinistra le lunghe gambe inguainate in calze di
seta nera e calzate di scarpine a tacco in stile Luigi XV. Cosi'
agitandosi, rifilò un terribile colpo al naso di Cornaboeux, che
ne rimase stordito e si mise a sanguinare abbondantemente.
"Puttana!" urlò Cornaboeux e, per vendicarsi, morse terribilmente
la spalla di Marietta, che stava venendo tra grandi grida. Per il
dolore, questa piantò i denti nel sesso della padrona che, iste-
ricamente, strinse forte le cosce attorno al suo collo.
- Soffoco! - articolò con difficoltà Marietta.
Ma nessuno le dette ascolto. La stretta delle cosce si fece più
forte. Il volto di Marietta divenne violaceo, la bocca schiumante
ferma sul sesso dell'attrice.
Mony eiaculò, urlando, in una vagina ormai inerte. Cornaboeux,
gli occhi fuori dalle orbite, lanciava il suo sperma nel culo di
Mony, dichiarando con voce sfinita:
- Se non resti incinto, non sei un uomo!
I quattro personaggi s'erano ormai afflosciati.
Distesa sulla cuccetta, Estella stringeva i denti dando pugni al
vento e agitando le gambe. Cornaboeux pisciò dallo sportello. Mo-
ny tentava di ritirare il membro dalla vagina di Marietta, ma non
c'era niente da fare. Il corpo della servetta non aveva più movi-
menti di sorta.
- Lasciami uscire - le disse Mony accarezzandola, poi le pizzicò
con violenza le natiche e la morse, ma non servi' a niente.
- Vieni ad allargarle le cosce, è svenuta! - disse Mony a Corna-
boeux.
Fu con gran fatica che Mony riusci' infine a tirar fuori il suo
arnese da un'apertura che si era spaventosamente rinserrata.
Cercarono poi di far rinvenire Marietta, ma non ci fu niente da
fare.
- Merda! è crepata! - dichiarò Cornaboeux.
Ed era vero. Marietta era morta, strangolata dalle gambe della
padrona. Era morta, irrimediabilmente morta.
- Stiamo freschi! - disse Mony.
- La causa di tutto è questa porca - dichiarò Cornaboeux indican-
do Estella che incominciò infine a calmarsi.
CAPITOLO QUARTO
(parte 5)

E prendendo una spazzola per i capelli dal nécessaire di Estella,


si mise a darle gran colpi in testa. Le setole della spazzola la
pungevano violentemente a ogni botta. La punizione la eccitò
enormemente.
In quell'istante, qualcuno bussò alla porta.
- E' il segnale - disse Mony - tra qualche istante passeremo la
frontiera. Bisogna, l'ho giurato, farne una per metà in Francia e
per metà in Germania. - Infila la morta.
Mony, a membro eretto, si buttò addosso a Estella che, a cosce
larghe, lo accolse nel suo sesso bruciante esclamando:
- Fallo entrare sino in fondo, dai...
Le spinte del suo sedere avevano qualcosa di demoniaco, dalla sua
bocca colava una bava che si mescolava al trucco, scivolando in-
fetta sul mento e sul seno; Mony le mise la lingua in bocca, e le
piantò il manico della spazzola nel sedere. Per effetto di questa
nuova voluttà, Estella morse con tale violenza la lingua di Mony
che questi dovette pizzicarla a sangue perché la smettesse.
Intanto, Cornaboeux aveva rigirato il cadavere di Marietta, il
cui volto violaceo era spaventevole. Le allargò le chiappe e fece
entrare con grande fatica l'enorme membro nell'apertura sodomiti-
ca. Allora dette libero corso alla sua ferocia naturale. Strappò
a ciuffo a ciuffo con le mani i biondi capelli della morta. Lace-
rò con i denti le spalle di una bianchezza polare, e il sangue
vermiglio che ne scaturi', presto coagulato, sembrava nascere dal-
la neve.
Poco prima di godere, introdusse la mano nella vulva ancora tie-
pida, e facendovi entrare tutto il braccio si mise ad estrarne le
budella della disgraziata cameriera. Nel momento dell'orgasmo,
aveva già estratto due metri di interiora e se le era passate at-
torno alla vita, come una cintura di salvataggio.
Eiaculò vomitando il pasto, sia a causa delle vibrazioni del tre-
no, sia a causa delle emozioni provate. Mony era appena venuto, e
guardava stupefatto il suo valletto colto da spaventosi singulti
mentre vomitava sul misero cadavere. Tra i capelli insanguinati,
budella e sangue si mescolavano al vomito.
- Maiale infame - esclamò il principe - lo stupro di questa fan-
ciulla morta che avresti dovuto sposare secondo la mia promessa
peserà sulla tua coscienza nella valle di Giosafat. Se non ti
amassi cosi' tanto, ti ucciderei come un cane.
Cornaboeux si alzò, insanguinato, frenando gli ultimi sussulti di
vomito. Indicò Estella, che contemplava con occhi dilatati
dall'orrore l'immondo spettacolo:
- E' lei la causa di tutto! - dichiarò.
- Non essere crudele - disse Mony - ti ha pur dato l'occasione di
soddisfare i tuoi gusti di necrofilo.
E poiché stavano passando sopra un ponte, il principe si mise al
finestrino per contemplare il romantico panorama del Reno che di-
spiegava i suoi splendori avanzando in larghe curve fino all'o-
rizzonte. Erano le quattro del mattino, nei prati si muovevano
lente le vacche, e bambini già danzavano sotto germanici tigli.
Una musica di pifferi, monotona e mortuaria annunciava la presen-
za di un reggimento prussiano, e la melopea si mescolava triste-
mente al rumore di ferraglia del ponte e al sordo accompagnamento
del treno in marcia. Villaggi felici animavano le rive dominate
da borghi centenari, e le vigne renane sciorinavano all'infinito
il loro mosaico regolare e prezioso.
Quando Mony si voltò, vide il sinistro Cornaboeux seduto sul vol-
to di Estella. Il suo sedere di colosso copriva la faccia
dell'attrice. Aveva defecato e la merda infetta e molle cadeva
d'ogni lato.
Aveva in mano un enorme coltello, e lavorava con quello sul ven-
tre palpitante della donna.
Il corpo dell'attrice aveva brevi sussulti.
- Aspetta - disse Mony - resta seduto.
E, coricandosi sulla morta, fece entrare il suo membro nel sesso
CAPITOLO QUARTO
(parte 6)

moribondo. Godette cosi' degli ultimi spasmi dell'assassinata, le


cui ultime sofferenze dovettero essere terribili, e bagnò le
braccia nel sangue caldo che le scaturiva dal ventre. Quando ebbe
eiaculato, l'attrice non si muoveva più.
Era rigida, e gli occhi riversi erano coperti di sterco.
- Adesso - disse Cornaboeux - bisogna squagliarsela.
Si ripulirono e si vestirono. Erano le sei del mattino. Uscirono
dal finestrino, e si sdraiarono coraggiosamente lungo il marcia-
piede del treno lanciato a tutta velocità. Poi, a un segnale di
Cornaboeux, si lasciarono cadere dolcemente sulla massicciata
della ferrovia. Si rialzarono un po' storditi, ma sani e salvi, e
salutarono con un gesto pieno di intenzioni il treno, che già si
rimpiccioliva allontanandosi .
- Era ora! - disse Mony.
Raggiunsero la città più vicina, vi riposarono due giorni, poi
ripresero il treno per Bucarest.
Il duplice assassinio dell'Orient-Express alimentò i giornali per
sei mesi. Gli assassini non vennero ritrovati, e il crimine venne
attribuito a Jack lo sventratore che ha le spalle capaci.
A Bucarest, Mony ritirò l'eredità del vice-console di Serbia. Le
sue relazioni con la colonia serba fecero si' ch'egli ricevesse
una sera un invito a casa di Natascia Kolowit, la moglie del co-
lonnello imprigionato per la sua ostilità contro la dinastia de-
gli Obrenovic.
Mony e Cornaboeux arrivarono verso le otto di sera. La bella Na-
tascia era in un salone dai tendaggi neri, illuminato da ceri
gialli e decorato con tibie e teschi.
- Principe Vibescu, - disse la dama, - state per assistere a una
seduta segreta del comitato anti-dinastico di Serbia. Stasera
verrà certamente votata la morte dell'infame Alessandro e di
quella puttana di sua moglie, Draga Mascín; dobbiamo reinsediare
re Pietro Karageorgevic sul trono dei suoi avi. Se rivelerete
quanto vedrete e sentirete, una mano invisibile vi ucciderà, do-
vunque voi siate.
Mony e Cornaboeux s'inchinarono.
Uno a uno arrivarono i congiurati. André Bar, il giornalista pa-
rigino, era l'anima del complotto. Arrivò, funereo, avvolto in
una cappa alla spagnola.
Venne introdotta una strana coppia: un bambino di dieci anni in
abito da sera, il gibus sotto braccio, accompagnato da una bim-
betta affascinante che non poteva avere più di otto anni, e che
era vestita da sposa, in un abito di satin bianco ornato di maz-
zetti di fiori d'arancio.
Il pope fece un bel discorso e li sposò con lo scambio degli
anelli. Poi li invitò alla fornicazione. Il ragazzino tirò fuori
un affarino della grandezza di un dito mignolo e la sposina, sol-
levando le gonne di falpalà, mostrò le coscette bianche, in cima
alle quali era in attesa una fessurina imberbe e rosea come l'in-
terno del becco di una ghiandaia appena nata. Un silenzio reli-
gioso era sceso sull'assemblea. Il ragazzino cercò di infilare la
bambina, ma, poiché non ci riusciva, gli tolsero i calzoni e per
eccitarlo Mony lo sculacciò gentilmente mentre Natascia, con la
punta della lingua, gli titillava affaruccio e palline. Infine
l'erezione arrivò e il bambino poté spulzellare la bambina. Quan-
do ebbero giocherellato per una decina di minuti, vennero separa-
ti e Cornaboeux afferrò il ragazzino e gli sfondò il retro col
suo possente spadone. Mony non poté trattenere la voglia che ave-
va di farsi la bambina. L'afferrò, se la mise a cavallo sulle co-
sce e le infilò nella minuscola vagina il suo bastone animato. I
due bambini lanciavano grida spaventose, e giù per i membri di
Mony e Cornaboeux scorreva il sangue.
Poi la bambina venne sistemata sopra Natascia, e il pope, che
aveva infine terminata la messa, le alzò le gonne e si mise a
sculacciare il culetto bianco e affascinante. Natascia allora si
CAPITOLO QUARTO
(parte 7)

alzò, e inforcando André Bar, seduto in una poltrona, si penetrò


da sé dell'enorme sesso del congiurato, cominciando con lui quel-
lo che gli inglesi chiamano un vigoroso sangiorgio.
Il ragazzino, in ginocchio davanti a Cornaboeux, gli pompava il
dardo piangendo a calde lacrime. Mony sodomizzava la bambina che
si dibatteva come un coniglio che si tenti di strozzare. Poi Na-
tascia si rialzò e si voltò, tendendo il sedere a tutti i congiu-
rati, che lo baciarono a uno a uno. In quel momento venne fatta
entrare una balia dal volto di madonna, dalle tette enormi rigon-
fie di latte generoso. La fecero mettere a quattro zampe e il po-
pe si mise a mungerla come fosse una vacca, nei sacri vasi.
Mony la infilzò in un sedere di bianchezza luminosa, teso da rom-
persi. La bambina venne invitata a far pipi' nel calice. I congiu-
rati si comunicarono sotto le specie del latte e della pipi'.
Poi, afferrando le tibie, giurarono la morte di Alessandro Obre-
novic e della moglie Draga Mascín.
La serata terminò in maniera infame.
Vennero fatte salire delle vecchie, la più giovane delle quali
aveva settantaquattro anni, e i congiurati le inforcarono in tut-
ti i modi possibili. Mony e Cornaboeux si ritirarono disgustati
verso le tre del mattino. Rientrato in casa, il principe si denu-
dò e presentò il bel didietro al crudele Cornaboeux, che lo sodo-
mizzò otto volte di seguito senza mai ritrarsi.
Queste sedute quotidiane le chiamavano il loro "gustino penetran-
te". Per qualche tempo Mony condusse a Bucarest questa vita mono-
tona. Il re di Serbia e la moglie vennero assassinati a Belgrado.
Il loro omicidio appartiene alla storia ed è già stato diversa-
mente giudicato.
Poi scoppiò la guerra tra la Russia e il Giappone.
Un mattino, il principe Mony Vibescu, nudo e bello come l'Apollo
del Belvedere, stava facendo un sessantanove con Cornaboeux. Si
succhiavano entrambi i reciproci zuccherini e soppesavano volut-
tuosamente dei rulli che non avevano niente da spartire con quel-
li dei fonografi. Eiacularono contemporaneamente, e il principe
aveva la bocca piena di sperma quando un cameriere compunto e in-
glese entrò nella stanza e gli presentò una lettera su un vassoio
d'argento dorato.
La lettera annunciava al principe Vibescu che egli era stato no-
minato tenente in Russia, a titolo straniero, nell'esercito del
generale Kuropatkin.
Il principe e Cornaboeux manifestarono il loro entusiasmo incu-
landosi a vicenda. Poi si equipaggiarono a dovere e si recarono a
San-Pietroburgo prima di raggiungere il loro corpo d'armata.
- La guerra mi piace - dichiarò Cornaboeux - e i culi dei giappo-
nesi devono essere molto gustosi.
- E le passere delle giapponesi sono certamente dilettevoli - ag-
giunse il principe, accarezzandosi i baffi.
CAPITOLO QUINTO
(parte 1)

- Sua eccellenza il generale Kokodryov in questo momento non può


ricevere. Sta intingendo il pane nell'ovetto mattutino.
- Ma - rispose Mony al portiere - io sono il suo ufficiale di or-
dinanza. Voi petropolitani siete ridicoli, coi vostri continui
sospetti... Non vedete la mia uniforme? Se sono stato chiamato a
San-Pietroburgo, non credo sia stato per subire le lavate il capo
di un qualsiasi portiere!
- Mostratemi le vostre carte! - disse il cerbero, un tartaro co-
lossale.
- Tenete! - pronunciò seccamente il principe mettendo la pistola
sotto il naso dell'individuo terrorizzato, che s'inchinò e lasciò
immediatamente che l'ufficiale passasse.
Mony sali' rapidamente, facendo tintinnare gli speroni, al primo
piano del palazzo del generale Kokodryov, col quale avrebbe dovu-
to partire verso l'Estremo Oriente. Tutto era deserto e Mony, che
aveva visto il suo generale una volta sola, il giorno prima dallo
Zar, era tutto stupito per questo strano modo di riceverlo. Eppu-
re il generale gli aveva dato appuntamento ed era venuto esatta-
mente all'ora da quello fissata.
Mony apri' una porta e penetrò in un gran salone deserto e buio
che attraversò mormorando:
- Parola mia, vada come vada, il dado è tratto, bisogna continua-
re. Avanti con le nostre investigazioni.
Apri' una nuova porta che gli si richiuse alle spalle.
Si trovò in una stanza ancora più buia della precedente.
Una dolce voce femminile disse in francese:
- Fiodor, sei tu?
- Si', sono io, amor mio! - disse a voce bassa, ma con decisione,
Mony, col cuore che gli batteva all'impazzata.
Avanzò rapidamente verso l'origine della voce e si ritrovò accan-
to a un letto. Vi era sdraiata sopra una donna, tutta vestita.
Essa attirò Mony a sé stringendolo appassionatamente e infilando-
gli la lingua in bocca, suscitando in lui risposte appassionate.
Mony le tirò su le gonne. La donna allargò le cosce. Le gambe
erano nude. Dalla pelle di seta emanava un profumo delizioso di
verbena misto agli effluvi dell'"odor di femmina".
Il suo sesso, sul quale Mony aveva messo la mano, era già umido.
La donna mormorò:
- Facciamo l'amore... Non ne posso più... Cattivo, è da otto
giorni che mi trascuri.
Ma Mony, invece di rispondere, aveva estratto il suo membro mi-
naccioso e, cosi' armato, era salito sul letto e aveva spinto la
daga infuriata nella fessura pelosa della sconosciuta, che agitò
immediatamente le natiche dicendo:
- Entra bene... Mi fai godere!
Nello stesso tempo, portò la mano alla base del membro e si mise
a tastare le pendule palline, che sono chiamate testicoli non,
come si afferma comunemente, perché servono da testimoni alla
consumazione dell'atto d'amore, ma perché sono le testoline che
racchiudono la materia cervicale che scaturisce dalla mentula o
piccola intelligenza, cosi' come la testa contiene il cervello,
sede di tutte le funzioni mentali.
La mano della sconosciuta tastava accuratamente le sacche di Mo-
ny. All'improvviso lanciò un grido e con un gran colpo di culo
sloggiò il fottitore dalla sede in cui s'era introdotto:
- Voi m'ingannate, signore! - ella esclamò - il mio amante ne ha
tre!
E saltò dal letto, correndo verso un interruttore.
E luce fu.
La stanza era ammobiliata con semplicità: un letto, qualche se-
dia, un tavolo, una toilette, una stufa. Sul tavolo qualche foto-
grafia, una delle quali rappresentava un ufficiale dall'aspetto
brutale, nell'uniforme del reggimento di' Preobrajenski.
La sconosciuta era alta, i bei capelli castani un po' in disordi-
ne. il corsetto aperto a mostrare un seno prorompente, con bian-
che tette venate d'azzurro, dolcemente riposanti in un nido di
merletti. Le gonne erano state castamente riabbassate. In piedi,
stava di fronte a Mony, con la collera e la stupefazione dipinte
CAPITOLO QUINTO
(parte 2)

sul volto. Il principe era seduto sul letto, il membro per aria e
le mani sull'impugnatura della sciabola:
- Signore, disse la giovane donna, la vostra insolenza è degna
del paese che servite. Mai un francese sarebbe stato cosi' cafone
da approfittare, come voi avete fatto, d'una circostanza tanto
imprevista. Uscite, ve lo ordino.
- Signora, o signorina - rispose Mony - io sono un principe rome-
no, nuovo ufficiale di stato maggiore del principe Kokodryov. So-
no appena arrivato a San-Pietroburgo, ignoro le usanze di questa
città e, essendo riuscito a penetrare in questo palazzo solo mi-
nacciando il portiere colla pistola, benché avessi appuntamento
col mio capo, mi sarebbe parso di comportarmi da cafone se non
avessi soddisfatto una donna che pareva aver tanto bisogno di
sentire un membro nella sua vagina.
- Ma avreste almeno dovuto - disse la sconosciuta sogguardando il
membro virile di misura inusitata - avvertire che non eravate
Fiodor. E adesso, andatevene.
- Ahimè! - esclamò Mony - eppure voi siete parigina, e non dovre-
ste essere cosi' pudibonda... Ah! chi mi ridarà Alessina Mangia-
tutto e Culculina d'Ancona!
- Culculina d'Ancona? - esclamò la donna - voi conoscete Culculi-
na? Io sono sua sorella, Elena Verdier, e Verdier è anche il suo
vero cognome. Sono istitutrice della figlia del generale. Ho un
amante, Fiodor. E' ufficiale. Ha tre palle.
In quell'istante si udi' per strada un gran chiasso. Elena corse a
vedere. Mony guardò da dietro alle sue spalle. Il reggimento di
Preobrajenski stava passando.
La banda suonava una vecchia aria, sulla quale i soldati cantava-
no tristemente:
- Ah! che ti fottano la mamma!
Povero contadino, parti in guerra,
Tua moglie si farà montare
Da tutti i tori della tua stalla.
Tu ti farai insozzare il membro
Da tutte le mosche siberiane
Ma il venerdi' tienilo ben coperto
Che è giorno di vigilia
E non dare loro neppur un po' di zucchero,
Ché quello che ti danno l'hanno fatto
Macinando le ossa degli scheletri.
Fottiamo, fratelli, fottiamo
- La giumenta dell'ufficiale.
La sua f... è sempre meno larga
Di quella delle figlie dei tartari.
Ah! che ti fottano la mamma!
All'improvviso la musica cessò e Elena lanciò un grido. Un uffi-
ciale voltò la testa. Mony, che l'aveva visto in fotografia, ri-
conobbe Fiodor, che salutò l'amante con la sciabola gridando:
- Elena, addio! Parto in guerra... Non ci vedremo più!
Elena divenne bianca come una morta e cadde svenuta nelle braccia
di Mony, che la trasportò sul letto.
Dapprima le tolse il corsetto, e i seni furono in libertà: due
tette superbe, dalla punta rosata. Le succhiò un po', poi slacciò
la gonna, che tirò via assieme a tutte le sottovesti. Elena rima-
se in camicia. Mony, eccitatissimo, alzò su la bianca tela che
nascondeva gli incomparabili tesori di due gambe perfette. Le
calze salivano fino a metà coscia, e le cosce erano tonde come
torri d'avorio. Al loro punto d'incontro si nascondeva la grotta
misteriosa, in un bosco sacro, fulvo come l'autunno. Il vello era
spesso, e le labbra strette del sesso non lasciavano intravvedere
che un solco sottile simile a uno di quei segni messi promemoria
sui pali che servivano da calendario agli Incas.
Mony rispettò lo svenimento di Elena. Le tolse le calze e comin-
ciò a farle il giochetto dei sapori. I piedini erano graziosi,
paffuti come quelli dei bebè. La lingua del principe cominciò
dalle dita del destro. Passò coscienziosamente sull'unghia
dell'alluce, poi tra le giunture. Si fermò parecchio sul mignolo,
che era davvero carino. Il piede destro sapeva di lampone. La
lingua leccatrice s'insinuò quindi tra le pieghe del piede sini-
stro, il cui sapore parve a Mony simile a quello del prosciutto
di Magonza.
CAPITOLO QUINTO
(parte 3)

In quell'istante Elena apri' gli occhi e si mosse un poco. Mony


interruppe i suoi esercizi e guardò la ragazza alta e rotondetta
stirarsi in pandiculazione. La bocca aperta per lo sbadiglio mo-
strò una lingua rosea tra denti corti e bianchissimi.
La donna sorrise.
ELENA: Principe, in che stato mi avete messa?
MONY: Elena! vi ho messa a vostro agio solo per il vostro bene.
Non ho fatto che il buon Samaritano. Una buona azione non va mai
persa, e ho trovato una squisita ricompensa nella contemplazione
delle vostre grazie. Siete squisita, e il vostro Fiodor è un fu-
sto fortunato.
ELENA: Ahimè! non lo vedrò mai più! I giapponesi lo uccideranno!
MONY: Vorrei tanto poterlo sostituire, ma purtroppo, io ho solo
due testicoli.
ELENA: Non parlare cosi'. E' vero, Mony, ne hai soltanto due, ma
quel che hai come resto vale abbondantemente il suo.
MONY: E' proprio vero, mascalzoncella? Aspetta che mi slacci il
cinturone... Ecco fatto. Mostrami il tuo culetto... ah! che gros-
so, tondo, paffutello... Sembra un angelo che stia soffiando...
Senti! devo proprio sculacciarti in onore di tua sorella Culculi-
na... clic, clac, pam. pam...
ELENA: Ahi! ahi! ahi! Mi metti in fuoco, sono tutta bagnata.
MONY: Che bei peli fitti hai... clic, clac; devo assolutamente
far diventar rosso il tuo gran viso posteriore. Guarda, non è ar-
rabbiato: quando ti muovi un po' sembra che si stia divertendo.
ELENA: Fatti più vicino, voglio sbottonarti. Fammelo vedere, que-
sto bambinone che vuole venire a scaldarsi nel seno della mammi-
na. Che bello! Ha una testolina rossa, ma neanche un capello.
Guarda guarda, che peli duri e neri ha giù in basso, alla radice.
Che bell'orfanello... mettimelo, Mony! voglio gustarlo, succhiar-
lo, succhiarlo, farlo godere...
MONY: Aspetta che giochi un po' a foglia di rosa...
ELENA: Ah! che bello, sento la tua lingua nella fessura... Entra,
e si muove nelle pieghe della rosetta. Non spiegacciarlo troppo,
questo povero buco. Ecco, Mony, non è male il mio didietro, vero?
Ah! hai messo la faccia tra le mie chiappe. Aspetta, ora ti lan-
cio un peto... Chiedo scusa, non ce l'ho fatta a trattenermi!...
Ah! i tuoi baffi mi pizzicano, e tu salivi, porcone... tu sbavi.
Dammelo, il tuo gran membro, fammelo succhiare... ho sete...
MONY: Ah, Elena, che lingua abile hai! Se insegni l'ortografia
cosi' bene come aguzzi le matite, devi essere un'istitutrice
straordinaria... Ah! tu pilucchi il buco del glande con la tua
lingua... tu ripulisci le pieghe con la tua lingua calda. Ah!
fellatrice senza pari, sai leccare meravigliosamente... Non suc-
chiare cosi' forte. Mi prendi tutto il glande nella tua boccuccia.
Mi fai male... Ah! Ah! Ah! Ah! Mi fai il solletico su tutto il
membro... Ah! Ah! non schiacciarmi le palle... hai i denti ta-
glienti... Ecco, riprendi la testa del membro, è li' che devi la-
vorare... Ti piace, vero?... maialetta... Ah!... Ah!... Ah!...
Ah!... io... ven... go... puttana... s'è inghiottita tutto...
Adesso, dammi quel bel sesso, che ti manovri un poco mentre mi
riscaldo.
ELENA: Vai più forte... Agita bene la lingua sul mio bocciolo...
Senti come si fa più grande, il mio clitoride? senti? Fammi le
forbici... Cosi'... infila per bene il pollice davanti e l'indice
didietro... Ah! che bello!... che bello!... Senti! Senti il mio
ventre che gorgoglia di piacere? Cosi', la tua mano sinistra sulla
tetta di destra... Schiaccia bene la fragoletta... Godo... Bello!
Senti come mi muovo, senti che colpi di reni? vigliacco! che bel-
lo... Vieni prendimi. Dammi presto il tuo membro fammelo succhia-
re perché si indurisca di nuovo, mettiamoci nella posizione del
69, tu su di me... Ah! che bell'erezione, porcone, non ci è volu-
to tanto, e ora mettimelo... Aspetta, i peli si sono mischiati.
CAPITOLO QUINTO
(parte 4)

Succhiami le tette... cosi', che bello!... Entra più in fondo, più


in fondo... Ecco, cosi', non muoverti... Ti stringo... Stringo le
chiappe... Sto bene... Muoio... Mony... mia sorella l'hai fatta
godere altrettanto?... spingi forte... mi arriva fino in fondo
all'anima... mi fai godere come se stessi morendo... non ne posso
più... Mony, caro... partiamo insieme. Ah! non ne posso più, è
finita... vengo...
Mony e Elena raggiunsero l'orgasmo contemporaneamente.
Lui le ripuli' poi il sesso con la lingua, e la donna fece lo
stesso col suo membro.
Mentre Mony stava ricomponendosi e Elena rivestendosi, si senti-
rono delle grida di dolore lanciate da una voce femminile.
- Non è niente, disse Elena, stanno sculacciando Nadeja; è la ca-
meriera di Wanda, figlia del generale e mia allieva.
- Fammi vedere, disse Mony.
Elena, vestita soltanto a metà, condusse Mony in una stanza buia
e vuota, con una falsa finestra interna a vetri che dava su una
camera di fanciulla. Wanda, la figlia del generale, era una per-
soncina molto graziosa sui diciassette anni. Brandiva una nagaika
e frustava a tutta forza una bellissima ragazza bionda, messa a
quattro zampe di fronte a lei, con le gonne rialzate. Era Nadeja.
Il suo culo meraviglioso, enorme, sodo, si dondolava sotto un vi-
tino incredibilmente sottile. Ogni colpo di nagaika la faceva
saltare, e sembrava che il culo le si gonfiasse. Era zebrato, a
croce di Sant'Andrea, dalle tracce lasciate dalla terribile na-
gaika.
- Padrona, non lo farò più, - gridava la frustata, e il culo le
si rialzava mostrando un sesso ben aperto, ombreggiato da una fo-
resta di peli biondo-stoppa.
- E adesso vattene - gridò Wanda rifilando un calcione nel sesso
di Nadeja che fuggi' via urlando.
Poi la fanciulla andò ad aprire uno stanzino dal quale usci' fuori
una bambina di tredici o quattordici anni, snella e bruna,
dall'aspetto vizioso.
- E' Ida, la figlia del dragomanno dell'ambasciata d'Austria-
Ungheria - mormorò Elena all'orecchio di Mony. - Se la fa con
Wanda.
In effetti, la bambina gettò Wanda sul letto, le tirò su le gonne
e mise allo scoperto una foresta di peli, foresta ancora vergine,
da cui emergeva un clitoride lungo come il dito mignolo, che la
bambina si mise a succhiare freneticamente.
- Succhia bene, Ida mia - disse amorosamente Wanda - sono eccita-
tissima, e devi esserlo anche tu. Non c'è niente di tanto ecci-
tante come frustare un gran culo come quello di Nadeja. Ma adesso
basta, non succhiare più, voglio prenderti.
La bambina si sdraiò, le gonne rialzate, a fianco dell'amica più
grande. Le robuste gambe di quella contrastavano singolarmente
con le cosce sottili, brune e nervose, dell'altra.
- E' curioso - disse Wanda - che io ti abbia sverginata col mio
clitoride, essendo anch'io tuttavia ancora vergine.
L'atto era incominciato.
Wanda stringeva furiosamente a sé la sua amichetta che accarezzò
per un attimo il suo piccolo sesso ancora imberbe.
Ida diceva:
- Wandina mia, maritino mio, che bei peli hai, prendimi!
E il clitoride non ci mise molto a penetrare nella fessura di
Ida. Il bel sedere rotondetto di Wanda si agitò furiosamente.
Mony, fuori di sé per lo spettacolo, passò una mano sotto le gon-
ne di Elena e la manovrò sapientemente. Lo stesso fece la donna,
afferrando a piena mano la sua grande asta, e lentamente, mentre
le due piccole saffo si stringevano perdutamente, lavorando il
gran membro dell'ufficiale, che, scappellato, sembrava fumasse.
Mony tendeva i garretti e pizzicava nervosamente il bocciolo di
Elena. Tutt'a un tratto Wanda, rossa e scarmigliata, si alzò da
sopra l'amichetta che, afferrando una candela da un candeliere,
completò l'opera iniziata dal clitoride ben sviluppato della fi-
CAPITOLO QUINTO
(parte 5)

glia del generale. Wanda andò alla porta e chiamò Nadeja che ar-
rivò tutta spaventata. La bella bionda, su ordine della padrona,
si slacciò il corsetto e ne tirò fuori le grandi tette, poi si
tirò su le gonne e presentò il sedere. Il clitoride in erezione
di Wanda penetrò ben presto tra le chiappe di seta, e li' si agitò
avanti e indietro come se Wanda fosse un uomo. La piccola Ida, il
cui seno nudo era affascinante ma piatto, venne a continuare il
gioco della candela seduta tra le gambe di Nadeja, di cui succhiò
il sesso con arte. Mony eiaculò proprio in quel momento per la
pressione esercitata dalle dita di Elena, e lo sperma si schiac-
ciò contro il vetro che li separava dalle ragazze. Ebbero paura
di venire scoperti, e abbandonarono la posizione. Allacciati l'u-
no all'altra passarono in un corridoio:
- Che significa - chiese Mony - la frase che m'ha detto il por-
tiere: "Il generale sta intingendo il pane nell'ovetto mattuti-
no?"
- Guarda, rispose Elena, e attraverso una porta socchiusa che da-
va nel gabinetto di lavoro del generale, Mony poté osservare il
suo capo, in piedi e in atto di inculare un affascinante ragazzi-
no. Capelli castani e riccioluti gli ricadevano sulle spalle. Oc-
chi azzurri ed angelici racchiudevano l'innocenza degli efebi che
gli dèi fanno morire giovani perché li amano. Il sedere bianco e
sodo sembrava accettare solo con pudore il virile dono fattogli
dal generale, abbastanza somigliante a Socrate.
- Il generale - disse Elena - alleva il figlio da solo. Il ragaz-
zo ha adesso dodici anni. La metafora del portiere era poco
esplicita, perché, piuttosto che nutrirsi da solo, il generale ha
trovato questo metodo conveniente per nutrire e ornare lo spirito
del rampollo maschio. Gli inculca dalle fondamenta una scienza
che mi sembra molto solida, e il giovane principe potrà fare bel-
la figura, senza vergogna, più in là con gli anni, nei consigli
dell'Impero.
- L'incesto - disse Mony - fa miracoli.
Il generale sembrava al colmo del godimento, e strabuzzava gli
occhi bianchi striati di rosso.
- Sergio - esclamò con voce rotta - senti bene lo strumento che,
non contento di averti generato, si è assunto anche il compito di
far di te un giovanotto perfetto? Ricordati, Sodoma è simbolo di
civiltà. L'omosessualità avrebbe potuto rendere gli uomini simili
a dèi, e tutte le disgrazie scaturiscono dal desiderio che sessi
diversi provano l'uno per l'altro. C'è un solo mezzo, oggi, per
salvare la sventurata e santa Russia, ed è che, filopedi, gli uo-
mini professino definitivamente l'amore socratico per i ragazzi
dai bei sederi, mentre le donne si recheranno alla roccia di Leu-
cade a prendere lezioni di saffismo.
E, con un rantolo di voluttà, eiaculò nel bellissimo culo di suo
figlio."
CAPITOLO SESTO
(parte 1)

L'assedio di Port-Arthur era incominciato.


Mony e la sua ordinanza Cornaboeux vi erano bloccati assieme alle
truppe del bravo Stoessel.
Mentre i giapponesi tentavano di forzare la cinta fortificata con
cavalli di frisia, i difensori della piazza si consolavano delle
cannonate che minacciavano di ucciderli ad ogni istante frequen-
tando assiduamente i cafés-chantants e i bordelli rimasti aperti.
Quella sera Mony aveva doviziosamente pranzato assieme a Corna-
boeux e a qualche giornalista. Alla carta: filetto di cavallo,
pesci pescati nel porto, ananas sciroppati. Il tutto annaffiato
con eccellente Champagne.
A dire il vero, il dessert era stato interrotto dall'inopinato
arrivo di un obice che scoppiò distruggendo una parte del risto-
rante e uccidendo qualcuno dei convitati. Mony si era tutto rin-
galluzzito per l'avventura e aveva dimostrato il suo sangue fret-
to accendendo il sigaro alla tovaglia che s'era incendiata. Ora
stava dirigendosi con Cornaboeux verso un tabarin.
- Quel dannato generale Kokodryov - disse strada facendo - era
indubbiamente uno stratega notevole, aveva previsto l'assedio di
Port-Arthur e mi ci ha fatto certo spedire per vendicarsi della
mia scoperta delle relazioni incestuose tra lui e il figlio. Come
già con Ovidio, mi si fa espiare il delitto commesso dai miei oc-
chi, ma non scriverò né le "Tristezze" né le "Epistole dal Pon-
to". Io 'preferisco goder il tempo che mi resta!'
Qualche palla di cannone passò fischiando sopra le loro teste;
scavalcarono una donna che giaceva in terra tagliata a mezzo da
una di quelle, e arrivarono infine davanti a "Le Delizie del Pic-
colo Padre".
Era la taverna più chic di Port-Arthur. Vi entrarono. La sala era
piena di fumo. Una cantante tedesca, dai capelli rossi e di carni
straripanti, cantava con forte accento berlinese, applaudita fre-
neticamente da quegli spettatori che capivano il tedesco. Poi
quattro "girls" inglesi, delle sisters qualsiasi, vennero a dan-
zare un passo di giga, complicato con variazioni di cake-walk.
Erano ragazze molto belle. Tiravano su le gonne fruscianti per
mostrare le mutandine a mezza gamba guarnite di fronzoli, ma per
fortuna aperte al punto giusto, cosi' da lasciar vedere a tratti
le grosse chiappe incorniciate dalla batista delle mutande o i
peli che attenuavano la bianchezza dei loro ventri.
Quando lanciavano in alto una gamba i loro sessi si aprivano,
tutti muscosi.
Cantavano:
- My cosey corner girl
e vennero più applaudite della ridicola "fraulein" che le aveva
precedute.
Certi ufficiali russi, probabilmente troppo poveri per pagarsi le
donne, si masturbavano coscienziosamente, contemplando con occhi
dilatati lo spettacolo paradisiaco (in senso maomettano).
Di tanto in tanto un potente getto di sperma scaturiva da uno di
quei membri per schiacciarsi su un'uniforme vicina, o perfino su
una barba.
Dopo le "girls", l'orchestra attaccò una marcetta fragorosa e si
presentò sulla scena il numero più sensazionale. Era formato da
una spagnola e da uno spagnolo. I loro costumi toreadoreschi pro-
dussero una forte impressione sugli spettatori, che intonarono un
"Bojé Tsaria Krany" di circostanza.
La spagnola era una superba ragazza con ogni cosa al posto debito
e proporzioni magnifiche.
Nel suo volto pallido, dall'ovale perfetto, brillavano occhi cor-
vini. Le anche erano ben tornite e le pagliette del vestito abba-
glianti.
Il torero, agile e robusto, dimenava anch'egli un sedere la cui
mascolinità doveva presentare qualche vantaggio.
L'interessante coppia lanciò dapprima nella sala, con la mano de-
stra, appoggiando la sinistra all'anca arcuata, un paio di baci
che fecero furore. Poi danzarono lascivamente, alla moda del loro
paese. Più tardi la spagnola si tirò su le gonne fino all'ombeli-
CAPITOLO SESTO
(parte 2)

co e le aggiustò in modo che restassero legate alla vita. Le lun-


ghe gambe erano inguainate in calze di seta rossa che salivano
fino ai tre quarti della coscia. Là erano attaccate al corsetto
da giarrettiere dorate, alle quali erano altresi' attaccati i lac-
ci di una mascherina di velluto nero sistemata sulle natiche in
modo da coprire il buco del culo. Il sesso era nascosto da un
vello nero-azzurro tutto riccioluto.
Il torero, cantando, estrasse dai pantaloni un membro molto lungo
e molto duro. Danzarono cosi', ventre in avanti, come a cercarsi e
a ritrarsi.
Il ventre della ragazza ondeggiava come un mare fattosi improvvi-
samente solido, si' come pare che la schiuma del Mediterraneo si
condensasse per dar vita al ventre di Venere.
All'improvviso, e come per incantesimo, il membro e la vagina dei
due istrioni si congiunsero, e si pensò semplicemente che avreb-
bero copulato in scena.
Ma non fu cosi'.
Col suo arnese ben alloggiato, il torero sollevò la ragazza, che
piegò le gambe e non toccò più terra, e passeggiò un po' in que-
sto modo. I servi del teatro avevano intanto teso a tre metri so-
pra la testa degli spettatori un fil di ferro, e lo spagnolo vi
sali' portando a spasso l'amante in questo modo, funambolo osceno,
sul capo degli spettatori congestionati, attraverso la sala. E
poi tornò a ritroso fino sul palco. Gli spettatori applaudirono
freneticamente e ammirarono moltissimo le forme della spagnola,
il cui sedere mascherato pareva sorridesse, perché vi occhieggia-
vano due fossette.
Fu allora il turno della donna. Il torero ripiegò i ginocchi e,
solidamente infilato nel sesso della compagna, si lascio portare
a spasso su e giù per la corda rigida.
Mony era tutto eccitato da questa fantasia funambolesca.
- Andiamo al bordello, - disse a Cornaboeux.
Il lupanare alla moda durante l'assedio di Port-Arthur si chiama-
va col bel nome de "Gli allegri samurai".
Era tenuto da due uomini, due ex-poeti simbolisti che, sposatisi
per amore a Parigi, erano venuti a nascondere la loro felicità in
Estremo Oriente. Esercitavano il redditizio mestiere di tenutari
di bordello e ci si trovavano a meraviglia. Si vestivano da don-
ne, ma senza aver rinunciato né ai baffi né ai nomi maschili.
Il primo era Adolfo Terré. Era il più anziano. Il più giovane
aveva avuto il suo quarto d'ora di celebrità a Parigi. Chi non
ricorda il mantello grigio perla e il collo d'ermellino di Tri-
stan de Vinaigre?
- Vogliamo delle donne - disse in francese Mony alla cassiera,
che non era altri che Adolfo Terré.
Questi cominciò a declamargli una delle sue poesie:
Tra Versailles e Fontainebleau, nel meriggio,
Inseguivo una ninfa tra le fronde fruscianti
Il mio membro si eresse per la calva occasione:
Magra e dritta veniva, idilli-demoniaca.
L'infilzai tre, m'ubbriacai venti giorni,
Me ne venne un piscione, ma gli dèi proteggevano
Il poeta. E i glicini mi coprirono i peli,
E Virgilio su me cacò distici dolci...
- Basta, basta, disse Cornaboeux, vogliamo delle donne, perdio!
- Ecco la sotto-maîtresse! - disse rispettosamente Adolfo.
La sotto-maîtresse, cioè il biondo Tristan de Vinaigre, si fece
graziosamente avanti e, lanciando occhiate assassine su Mony,
pronunciò con voce modulata questa storica poesia:
Il mio membro è arrossito di vermiglia allegrezza
Nella primavera dell'età
E le mie palle si sono dondolate, come f rutti pesanti
Che cercano il canestro.
Il vello sontuoso da cui nasce il mio membro
Si diffonde assai fitto,
Dal sedere al pube, e di qui all'ombelico
(E insomma in ogni dove).
Rispettando le mie fragili chiappe,
Immobili e contratte quando debbo cacare
Sul tavolo assai alto, con carta di satin,
Van gli stronzi infuocati dei miei ardenti pensieri.
CAPITOLO SESTO
(parte 3)

- Ma insomma, disse Mony, siamo in un bordello o in un gabinetto?


- Le ragazze in sala! esclamò allora Tristano e, contemporanea-
mente, passò un asciugamano a Cornaboeux, aggiungendo:
- Uno per due, signori... Dovete capire, in tempi d'assedio...
Adolfo riscosse i trecentosessanta rubli del prezzo delle puttane
di Port-Arthur, e i due entrarono nel salone.
Li attendeva uno spettacolo incomparabile.
Le puttane, vestite di vestaglie color ribes, scarlatte, blu scu-
ro o chiaro, giocavano a bridge o fumavano sigarette blonde.
In quel preciso momento, vi fu un terribile fracasso: un obice
forò il soffitto e cadde pesantemente al suolo, dove affondò come
un bolide, proprio al centro del gruppo delle giocatrici di brid-
ge. Ma, per fortuna, non scoppiò. Tutte le donne caddero all'in-
dietro gridando a più non posso. Gambe in aria, mostrarono l'asso
di picche agli sguardi concupiscenti dei due militari. Fu un'am-
mirevole esposizione di sederi di tutte le nazionalità, perché
quel bordello modello possedeva puttane di tutte le razze. Il cu-
lo a pera delle frisone contrastava con quelli paffuti delle pa-
rigine, le chiappe meravigliose delle inglesi, i posteriori qua-
drati delle scandinave e i culi cadenti delle catalane. Una negra
mostrò una massa tormentata, somigliante piuttosto ad un cratere
vulcanico che non a un didietro di donna. Non appena si fu rial-
zata, proclamò che la squadra avversaria al bridge aveva grande
slam, tanto ci si abitua agli orrori della guerra!
- Prendo la negra - disse Cornaboeux, e la regina di Saba, sen-
tendo che si parlava di lei, salutò il suo Salomone con queste
amene parole:
- Volere svoragghiare la mia badadona, zignor generale?
Cornaboeux la baciò gentilmente, ma Mony non era ancora soddi-
sfatto dell'esibizione internazionale cui aveva assistito:
- Dove sono le giapponesi? - chiese.
- Costano cinquanta rubli di più, - dichiarò la sotto-maîtresse
accarezzandosi i baffoni, - voi capirete, sono nemiche!
Mony pagò e vennero introdotte una ventina di musmé nel loro co-
stume nazionale.
Il principe ne scelse una davvero affascinante, e la sotto-
maîtresse fece entrare le due coppie in un buen retiro ammobilia-
to a scopi fottitorii.
La negra, che si chiamava Cornelia, e la musmé, che aveva il de-
licato nome di Kiljemú, cioè "Bocciolo di fiore del nespolo del
Giappone", si spogliarono cantando la prima un sabir tripolitano
e la seconda in bitchlamar.
Mony e Cornaboeux si spogliarono.
Il principe lasciò in un cantone il suo servitore e la negra, e
si occupò solo di Kiljemú, la cui bellezza, grave e infantile in-
sieme, lo incantava.
L'abbracciò teneramente. Di tanto in tanto, durante quella bella
notte d'amore, si sentiva il rumore del bombardamento. Obici
scoppiavano dolcemente. Si sarebbe detto che un principe orienta-
le offrisse un fuoco d'artificio in onore di qualche principessa
georgiana e vergine.
Kiljemú era piccola, ma molto ben fatta, aveva il corpo giallo
come una pesca, i seni piccoli e puntuti, duri come palle di ten-
nis. I peli della vulva erano raccolti in un piccolo ciuffo ruvi-
do e scuro, che faceva pensare a un pennello bagnato.
Si sdraiò e, tirandosi le cosce sul ventre, le ginocchia piegate,
apri' le gambe come un libro.
Questa posizione impossibile per una europea sorprese Mony.
Ne gustò ben presto il fascino. Il suo membro affondò tutt'intero
fino ai testicoli in una vagina elastica che, dapprima larga, si
restrinse ben presto in modo sorprendente.
E la ragazzina, che sembrava appena nubile, conosceva perfetta-
mente l'arte dello schiaccianoci. Mony se ne accorse ben presto
quando, dopo gli ultimi sussulti di voluttà, eiaculò in una vagi-
na che s'era follemente ristretta e che succhiava il membro fino
all'ultima goccia...
CAPITOLO SESTO
(parte 4)

- Raccontami la tua storia - disse Mony a Kiljemú mentre si sen-


tivano nello angolo i cinici mugolii di Cornaboeux e della negra.
Kiljemú si sedette:
- Sono - lei disse - la figlia di un suonatore di "sammisen", una
specie di chitarra che si suona a teatro. Mio padre faceva da co-
ro e, suonando arie tristi, recitava storie liriche e cadenzate
in un palchetto chiuso da una grata, posto sul proscenio.
Mia madre, la bella "Pesca-di-luglio", recitava i ruoli principa-
li di quei lunghi lavori cari alla drammaturgia nipponica.
Mi ricordo che si recitavano i "Quarantasette Ronin", "La bella
Sighenai", oppure "Tai'ko".
La nostra troupe andava di città in città, e la natura ammirevole
in seno alla quale io sono cresciuta si ripresenta continuamente
alla mia memoria nei momenti di abbandono amoroso.
Mi arrampicavo sui "matsù", conifere gigantesche; andavo a vedere
bagnarsi nei fiumi i bei samurai nudi, la cui mentula enorme non
aveva per me, in quell'epoca, nessun significato, e ridevo assie-
me alle serve graziose ed ilari che venivano ad asciugarli.
Ah! fare all'amore nel mio paese sempre in fiore! Amare un lotta-
tore tarchiato sotto i ciliegi rosa e scendere baciandosi dalle
colline!
Un marinaio in licenza della compagnia del "Nippon Josen Kaisha",
mi prese un giorno la verginità. Era mio cugino.
Avevo allora tredici anni. Mio padre e mia madre recitavano "Il
grande ladro" e la sala era piena. Mio cugino mi condusse a pas-
seggio. Aveva viaggiato in Europa e mi raccontava le meraviglie
di un universo che ignoravo. Mi condusse in un giardino deserto
pieno di iris, di camelie rossoscure, di gigli gialli e di fior
di loto simili alla mia lingua, tanto erano graziosamente rosei.
Li' mi baciò e mi chiese se avessi mai fatto l'amore. Gli dissi di
no. Allora mi slacciò il kimono, poi mi accarezzò i seni facendo-
mi solletico, per cui scoppiai a ridere, ma divenni molto seria
quando mi ebbe messo in mano un membro duro, grande e lungo.
- Che vuoi farne? - gli chiedevo.
Senza rispondermi, egli mi fece coricare, mi scopri' le gambe e,
infilandomi la lingua in bocca, distrusse la mia verginità. Ebbi
la forza di lanciare un grido che dovette turbare le graminacee e
i bei crisantemi del grande giardino deserto, ma subito si sve-
gliò in me la voluttà.
Più tardi venni rapita da un armaiolo, bello come Daibuk di Kama-
kura, e si deve parlare religiosamente della sua verga, che sem-
brava di bronzo dorato e che era inesauribile. Ogni sera prima
dell'amore io mi credevo insaziabile, ma quando avevo sentito
quindici volte la calda espansione nella mia vulva, dovevo of-
frirgli il mio stanco culetto perché potesse soddisfarsi, oppure
quand'ero troppo stanca anche per questo, prendevo il suo membro
in bocca e lo succhiavo fino a quando non mi avesse ordinato di
smettere! Si uccise per ubbidire alle prescrizioni del Bushido, e
compiendo quest'atto cavalleresco mi lasciò sola e sconsolata.
Un inglese di Yokohama mi raccolse.
Sapeva di cadavere come tutti gli europei, e per molto tempo non
potei abituarmi a quest'odore. Cosi' lo supplicavo di incularmi
per non vedermi di fronte la sua faccia bestiale dai favoriti
rossi. Eppure, alla fine, mi ci abituai, e poiché era del tutto
sotto il mio dominio, lo costringevo a leccarmi il sesso fino a
quando non gli venivano i crampi alla lingua e non riusciva più a
muoverla.
Un'amica di cui avevo fatto conoscenza a Tokio e che amavo folle-
mente venne a consolarmi.
Era bella come la primavera. Sembrava che due api fossero peren-
nemente posate sulle punte dei suoi seni. Ci soddisfacevamo con
un pezzo di marmo giallo lavorato ai due capi a forma di membro.
Eravamo insaziabili, l'una nelle braccia dell'altra, pazze,
schiumanti, urlanti, ci agitavamo furiosamente come due cani che
CAPITOLO SESTO
(parte 5)

vogliono rosicchiare lo stesso osso.


Un giorno l'inglese impazzi'; si credeva lo Shogun e voleva incu-
lare il Mikado.
Lo portarono via, e io feci la puttana in compagnia della mia
amica fino al giorno in cui mi innamorai di un tedesco, grande,
forte, imberbe, possessore di un gran membro infaticabile. Mi
picchiava e io lo abbracciavo piangendo. Infine, piena di botte,
mi faceva l'elemosina del suo membro ed io godevo come un'invasa-
ta stringendo il mio uomo con tutta la mia forza.
Un giorno prendemmo la nave e mi condusse a Shanghai, dove mi
vendette a una ruffiana. Poi se ne andò, il mio bell'Egon, senza
voltare la testa, lasciandomi disperata, con le donne del bordel-
lo che mi ridevano appresso. Loro mi hanno insegnato bene il me-
stiere, ma quando avrò molto denaro me ne andrò, da donna onesta,
in giro per il mondo per ritrovare il mio Egon, e sentire ancora
una volta il suo membro nella mia vagina e morire pensando agli
alberi rosa del Giappone.
La giapponesina, eretta e seria, se ne andò come un'ombra, la-
sciando Mony con le lacrime agli occhi, intento a riflettere sul-
la fragilità delle umane passioni.
Senti' un russare sonoro e, voltando il capo, vide Cornaboeux e la
negra castamente addormentati l'uno nelle braccia dell'altra.
Erano entrambi mostruosi, il gran culo di Cornelia posto in tutta
evidenza, poiché rifletteva la luna, il cui chiarore entrava dal-
la finestra aperta.
Mony tirò fuori la sciabola dalla custodia e si mise punzecchiare
quel gran pezzo di carne.
Anche nella sala si stava gridando. Cornaboeux e Mony vi entraro-
no con la negra. La sala era piena di fumo. Era entrato qualche
ufficiale russo ebbro e volgare e, vomitando immonde ingiurie, si
era precipitato sulle inglesi del bordello che disgustate dall'a-
spetto ignobile di quegli ubriaconi, mormoravano una sfilza di
"Bloody" e di "Damned".
Cornaboeux e Mony contemplarono per qualche istante lo stupro
delle puttane, poi se ne uscirono durante un'inculata collettiva
e strabiliante, lasciando disperati Adolfo Terré e Tristan de Vi-
naigre, che cercavano di ristabilire l'ordine e si agitavano in-
vano, intralciati dalle gonne femminili.
Proprio nello stesso istante entrò il generale Stoessel e tutti
dovettero rettificare la loro posizione, negra compresa.
I giapponesi stavano dando il primo assalto alla città assediata.
Mony ebbe quasi voglia di tornare sui suoi passi per vedere cosa
avrebbe fatto il suo capo, ma, dalla parte dei bastioni, si sen-
tivano grida selvagge.
Arrivarono dei soldati conducendo con loro un prigioniero. Era un
bel giovanottone tedesco, trovato al confine dei lavori di difesa
intento a depredare i cadaveri.
Gridava, in tedesco:
- Non sono un ladro. Amo i russi, ho attraversato coraggiosamente
le linee giapponesi per propormi come finocchio, puttana, culat-
tone. Senza dubbio avete poche donne, e non vi dispiacerà avermi
con voi.
- A morte - gridarono i soldati - a morte, è una spia, un ladro,
uno spogliatore di cadaveri!
Nessun ufficiale era tra i soldati. Mony si fece avanti e chiese
spiegazioni:
- Voi v'ingannate - disse allo straniero, abbiamo donne in abbon-
danza, e il vostro delitto va vendicato. Sarete inculato, dato
che ci tenete, dai soldati che vi hanno catturato, e in seguito
sarete impalato. Morirete cosi' come avete vissuto, e a detta dei
moralisti è questa la morte più bella. Il vostro nome?
- Egon Muller, dichiarò l'uomo tremando.
- Sta bene - disse seccamente Mony - voi venite da Yokohama e
avete trafficato vergognosamente, da vero magnaccia, la vostra
donna, una giapponese di nome Kiljemú. Finocchio, spia, magnac-
cia, e predatore di cadaveri, siete un essere completo. Si prepa-
ri il patibolo, e voi, soldati, inculatelo... Un'occasione del
CAPITOLO SESTO
(parte 6)

genere non vi capita tutti i giorni.


Si spogliò nudo il bell'Egon, giovanotto di ammirevole bellezza
dai seni come quelli di un ermafrodito. Di fronte a tanta avve-
nenza, i soldati estrassero i loro membri concupiscenti.
La visione del giovane nudo, commosse Cornaboeux, che chiese al
padrone di risparmiarlo, con le lacrime agli occhi. Ma Mony fu
inflessibile e si limitò a permettere alla sua ordinanza di farsi
succhiare il membro dall'affascinante efebo che, sedere in fuori,
ricevette l'uno dopo l'altro nel suo ano dilatato i membri rag-
gianti dei soldati che, da bravi bruti, cantavano inni religiosi
felicitandosi per la loro cattura.
La spia, dopo aver ricevuta la terza scarica, cominciò a godere
furiosamente, e agitava il didietro succhiando il membro di Cor-
naboeux, come se avesse avuto ancora davanti a sé trent'anni di
vita.
Nel frattempo il palo di ferro che doveva servire da sedia per il
gitone era stato innalzato.
Quando tutti i soldati ebbero avuto il prigioniero, Mony disse
qualche parola all'orecchio di Cornaboeux, ancora beato del lavo-
retto che era stato fatto al suo piolo.
Cornaboeux andò fino al bordello e ne tornò rapidamente accompa-
gnato dalla giovane puttana giapponese Kiljemú, che si domandava
i motivi di quell'invito.
A un tratto scorse Egon, che era stato appena conficcato, imbava-
gliato, sul palo di ferro. Si contorceva tutto, e la picca gli
penetrava poco a poco nel didietro. La sua picca anteriore, inve-
ce, era cosi' rigida che si sarebbe detto che avrebbe finito per
rompersi.
Mony indicò Kiljemú ai soldati: la povera piccola ragazza guarda-
va il suo amante impalato con occhi in cui il terrore, l'amore, e
la compassione si mescolavano in una suprema desolazione. I sol-
dati la denudarono e issarono il suo povero corpo d'uccellino su
quello dell'impalato.
Allargarono le gambe all'infelice e il membro rigonfio che ella
tanto aveva desiderato la penetrò ancora una volta.
La povera semplice animuccia non comprendeva questa barbarie, ma
il membro che la riempiva l'eccitava troppo alla voluttà. Divenne
come folle, e i suoi movimenti facevano scendere a poco a poco il
corpo dell'amante lungo il palo.
Spirò eiaculando.
Era uno strano stendardo, quello formato da quell'uomo imbava-
gliato e dalla donna che si agitava stretta a lui... Sangue scuro
formava una pozza ai piedi del palo.
- Soldati, salutate coloro che muoiono - gridò Mony, e rivolgen-
dosi a Kiljemú: "Ho soddisfatto ai tuoi voti... In questo momento
i ciliegi in Giappone sono tutti in fiore, e gli amanti si na-
scondono nella neve rosa dei petali che stanno sfogliando!"
Poi, afferrando la pistola, bruciò le cervella della piccola cor-
tigiana, che schizzarono sul volto dell'ufficiale come se ella
avesse voluto sputare in faccia al proprio boia.
CAPITOLO SETTIMO
(parte 1)

Dopo l'esecuzione sommaria della spia Egon Muller e della puttana


giapponese Kiljemú, il principe Vibescu era diventato molto popo-
lare a Port-Arthur.
Un giorno il generale Stoessel lo fece chiamare e gli consegnò un
plico dicendogli:
- Principe Vibescu, pur non essendo russo, voi siete nondimeno
uno dei migliori ufficiali della guarnigione... Stiamo aspettando
soccorsi, bisogna che il generale Kuropatkin si sbrighi... Se ri-
tarda ancora, dovremo capitolare... Questi cani di giapponesi ci
tengono in una morsa, e il loro fanatismo finirà con l'aver ra-
gione della nostra resistenza. E' necessario che voi attraversia-
te le linee giapponesi per poter consegnare questo messaggio nel-
le mani del generalissimo.
Venne preparato una aerostato. Per otto giorni, Mony e Cornaboeux
si esercitarono alle manovre, e un bel mattino il pallone venne
gonfiato.
I due passeggeri, salirono sulla navicella, pronunciarono il tra-
dizionale: "Mollate gli ormeggi!" e ben presto, raggiunta la zona
delle nuvole, la terra apparve ai loro occhi come una piccolezza
qualsiasi Il teatro della guerra era netto e chiaro, con gli
eserciti, i navigli sul mare, e un fiammifero acceso per accende-
re una sigaretta lasciava una scia più luminosa che le palle dei
giganteschi cannoni di cui si servivano i belligeranti.
Un buon colpo d'aria ben utilizzato, spinse il pallone nella di-
rezione dell'esercito russo, e dopo qualche giorno atterrarono e
furono ricevuti da un ufficiale superiore che dette loro il ben-
venuto. Era Fiodor, l'uomo dai tre testicoli, l'ex-amante di Ele-
na Verdier, la sorella di Culculina d'Ancona.
- Tenente - gli disse il principe saltando giù dalla navicella, -
siete un degno soldato, e la vostra accoglienza ci ripaga di mol-
te fatiche. Permettetemi di richiedervi scusa per avervi fatto
cornuto a San-Pietroburgo con la vostra amata Elena, l'istitutri-
ce francese della figlia del generale Kokodryov.
- Avete fatto benissimo - rispose Fiodor - ma pensate chi ho tro-
vato qui: sua sorella Culculina, una ragazza superba, che fa la
ballerina in una birreria di donne frequentata da noi ufficiali.
Ha lasciato Parigi per far fortuna in Estremo Oriente. Guadagna
molto, perché qui gli ufficiali non fanno che divertirsi, come
fanno in genere coloro ai quali resta poco da vivere. E' con lei
la sua amica, Alessina Mangiatutto.
- Come? - esclamò Mony - Culculina e Alessina sono qui! Conduce-
temi immediatamente dal generale Kuropatkin, prima di tutto devo
portare a termine la mia missione... Poi mi condurrete alla bir-
reria...
Il generale Kuropatkin accolse amabilmente Mony nel suo palazzo,
un vagone di treno molto ben equipaggiato.
Il generalissimo lesse il messaggio, poi disse:
"Faremo tutto il possibile per liberare Port-Arthur. Nell'attesa,
principe Vibescu, io vi nomino cavaliere di San Giorgio..."
Circa mezz'ora dopo, il neo-decorato si trovava nella birreria
del "Cosacco addormentato" in compagnia di Fiodor e di Corna-
boeux. Due donne accorsero a servirli. Erano Culculina e Alessi-
na, ambedue affascinanti. Erano vestite da soldati russi e porta-
vano un grembiule merlettato sui gran pantaloni infilati in basso
negli stivali: seni e sederi risaltavano piacevolmente e arcuava-
no la linea dell'uniforme. Un berrettino messo sui capelli di
traverso dava un ultimo tocco piccante al loro bizzarro abbiglia-
mento. Sembravano due piccole comparse d'operetta.
- Ma guarda, Mony - esclamò Culculina.
Il principe baciò le due donne e si fece raccontare la loro sto-
ria.
- D'accordo - disse Culculina - ma anche tu dovrai raccontarci
cosa ti è capitato...
Dopo la fatale notte in cui i ladri ci lasciarono mezze morte vi-
cino al cadavere di uno di loro al quale avevo strappato il mem-
CAPITOLO SETTIMO
(parte 2)

bro coi miei denti in un istante di folle godimento, mi risve-


gliai circondata dai medici. Ero stata ritrovata con un coltello
piantato nelle natiche. Alessina venne curata a casa sua e di te
non avemmo più notizie. Poi venimmo a sapere, quando ci fu possi-
bile uscire di nuovo, che eri ripartito per la Serbia. Il fattac-
cio aveva suscitato uno scandalo enorme, il mio esploratore mi
abbandonò al suo ritorno, e il senatore di Alessina si rifiutò di
continuare a mantenerla.
A Parigi, la nostra stella cominciava a declinare. Scoppiò la
guerra tra la Russia e il Giappone. Il protettore di una nostra
amica organizzava una spedizione di donne per servire nelle
birrerie-bordello al seguito dell'esercito russo. Fummo assunte,
ed eccoci qua.
Mony raccontò quel che era capitato a lui, omettendo i fatti
dell'Orient-Express. Presentò Cornaboeux alle due donne, ma senza
dire che si trattava dello scassinatore che aveva piantato il
coltello nelle natiche di Culculina.
Tutti questi racconti provocarono un gran consumo di bevande; la
sala si era riempita di ufficiali in berretto che cantavano a
squarciagola accarezzando le cameriere.
- Usciamo - disse Mony.
Culculina e Alessina li seguirono e i cinque militari lasciarono
le trincee per dirigersi verso la tenda di Fiodor.
Era scesa, stellata, la notte. Passando davanti al vagone del ge-
neralissimo, a Mony venne una fantasia: fece tirar giù calzoni e
mutande ad Alessina, le cui grandi chiappe stavano a disagio nel-
la divisa militare e, mentre gli altri continuavano il loro cam-
mino, maneggiò il sedere superbo, simile a un volto pallido sotto
la pallida luna, e poi, tirando fuori il membro feroce, lo stro-
finò per un poco nella striscia tra le chiappe, facendogli bec-
chettare ogni tanto il buco posteriore. All'improvviso, sentendo
il suono asciutto di una tromba accompagnata da più rulli di tam-
buro, si decise. Il membro discese tra le natiche fresche ed
avanzò per una vallatella che finiva nella vulva. Le mani del
giovanotto, dal davanti, cercavano nel vello e solleticavano il
clitoride. Andò e venne, scavando col vomere del suo aratro la
fessura di Alessina, che godeva agitando il culo lunare che la
luna, lassù, pareva ammirare sorridendo.
All'improvviso incominciò l'appello monotono delle sentinelle; le
loro grida si ripetevano attraverso la notte. Alessina e Mony go-
devano silenziosamente e quando raggiungendo l'orgasmo quasi nel-
lo stesso istante e con un profondo sospiro un obice lacerò l'a-
ria e venne a uccidere dei soldati che dormivano in un fossato, e
che morirono lamentandosi come bambini che chiamino la mamma. Mo-
ny e Alessina, rapidamente ricomposte le vesti, corsero alla ten-
da di Fiodor.
Vi trovarono Cornaboeux senza brache, inginocchiato davanti al
sedere di Culculina che se l'era denudato e glielo stava mostran-
do. Lui diceva:
- No, non si vede niente ed è impossibile indovinare che tu abbia
mai ricevuto una coltellata proprio li'.
Poi, alzatosi in piedi, l'inculò gridando certe frasi russe che
aveva imparato.
Allora Fiodor si piazzò davanti alla donna e gli introdusse il
membro nella vagina. Culculina sembrava un bel ragazzo che si fa-
ceva inculare mentre infilava il suo membro in una donna. Infat-
ti, era vestita da uomo e il membro di Fiodor sembrava il suo. Ma
le sue natiche erano troppo grosse perché questo pensiero potesse
resistere a lungo, e inoltre, la vita sottile e il rilievo del
seno smentivano assolutamente l'impressione che si trattasse di
un gitone. Il trio si agitava ritmicamente e Alessina vi si avvi-
cinò per accarezzare le tre palle di Fiodor.
In quell'istante, da fuori la tenda, un soldato chiese ad alta
voce del principe Vibescu.
Mony usci'.
CAPITOLO SETTIMO
(parte 3)

Il militare era stato inviato in staffetta dal generale Munin,


che desiderava immediatamente Mony nella sua tenda.
Lui segui' il soldato e, attraverso l'accampamento, giunsero fino
a un furgone nel quale Mony sali' solo, mentre il soldato annun-
ciava:
- Il principe Vibescu!
L'interno del furgone ricordava un boudoir, ma un boudoir orien-
tale. Un lusso insensato vi regnava, e il generale Munin, un co-
losso di cinquant'anni, accolse Mony con grande educazione.
Gli mostrò, mollemente sdraiata su un sofà, una bella donna sui
vent'anni.
Era una circassa, sua moglie:
- Principe Vibescu - disse il generale - oggi mia moglie ha sen-
tito i particolari della vostra impresa, e ha voluto felicitarsi
con voi. Inoltre è incinta da tre mesi, e una voglia da donna in-
cinta la spinge irresistibilmente a voler far l'amore con voi.
Eccovela! Fate il vostro dovere. Io mi soddisferò in altro modo.
Senza neppure rispondere, Mony si spogliò nudo e cominciò a spo-
gliare la bella Haidyn, che sembrava in uno straordinario stato
di eccitazione e che lo morse per tutto il tempo richiesto
dall'operazione. Aveva un corpo bellissimo, e ancora non si vede-
va che era incinta. I seni, modellati dalle Grazie, erano tondi e
sodi come palle di cannone.
La corporatura era agile, in carne, però slanciato. E c'era una
sproporzione cosi' bella tra la grossezza del sedere e la sotti-
gliezza della vita, che Mony si senti' erigere il membro come un
pino di Norvegia.
Lei gliel'afferrò mentre Mony tastava le cosce, grosse in alto e
più sottili verso il ginocchio.
Quando fu nuda, le montò sopra e la penetrò nitrendo come uno
stallone, mentre la donna teneva gli occhi chiusi in infinita
beatitudine.
Il generale Monin, intanto, aveva fatto entrare un ragazzino ci-
nese, tanto grazioso quanto spaventato.
I suoi occhi alla cinese lampeggiavano rivolti verso la coppia
amorosa.
Il generale lo spogliò e gli succhiò l'affaretto grande appena
come una giuggiola.
Poi lo fece voltare e sculacciò il sedere magro e giallino. Prese
la sciabola, e se la mise accanto.
Infine inculò il ragazzino, che doveva già conoscere questo meto-
do di civilizzazione della Manciuria, perché agitava in maniera
sperimentata il corpo minuto di puttanella celeste.
Il generale diceva:
- Godi bene, Haidyn mia, sto per godere anch'io.
E il suo membro usciva quasi per intero dal corpo del bambino ci-
nese per rientrarvi rapidamente. Quando si senti' vicino all'eia-
culazione, afferrò la sciabola e, stringendo i denti, senza arre-
stare il movimento, tagliò la testa al cinesino, i cui ultimi
spasmi gli procurarono un gran godimento, mentre il sangue spriz-
zava dal collo come acqua da una fontana.
Poi il generale ritirò il membro e se lo asciugò con un fazzolet-
to. Ripuli' la sciabola e, raccolta da terra la testa del piccolo
decollato, la presentò a Mony e a Haidyn, che adesso avevano cam-
biato posizione.
La circassa cavalcava Mony furiosamente. I suoi seni danzavano e
il sedere si alzava e abbassava con frenesia. Le mani di Mony
palpavano le grandi chiappe meravigliose.
- Guardate, disse il generale, come sorride gentilmente il cine-
sino.
La testa aveva una smorfia orribile, ma la sua vista raddoppiò la
furia erotica dei due fottitori, che si dimenarono con ardore an-
cora maggiore.
Il generale lasciò cadere la testa, e poi, afferrando la moglie
per le anche, le introdusse il membro nel didietro. Il godimento
di Mony ne fu ancora accresciuto. I due membri, appena separati
da una sottile parete, si scontravano quasi frontalmente, aumen-
tando il godimento della donna, che mordeva Mony e si agitava co-
me una vipera. La triplice scarica avvenne allo stesso tempo. Il
trio si separò e il generale, immediatamente in piedi, afferrò la
CAPITOLO SETTIMO
(parte 4)

sciabola gridando:
- E adesso, principe Vibescu, dovete morire! Avete visto troppe
cose!
Mony lo disarmò senza fatica. Lo legò per i piedi e per le mani,
e lo trascinò per terra in un angolo del furgone, vicino al cada-
vere del piccolo cinese. Ciò fatto, continuò fino all'alba i suoi
dilettevoli fottimenti con la generalessa. Quando la lasciò, la
donna era stanca e addormentata. Anche il generale dormiva, i
piedi e le mani legati.
Mony si diresse alla tenda di Fiodor: anche li' si era continuato
a fottere per tutta la notte. Alessina, Culculina, Fiodor e Cor-
naboeux dormivano nudi, coricati alla rinfusa su dei mantelli. Il
pelo delle donne era intriso di sperma, e; membri degli uomini
pendevano miseramente.
Mony li lasciò dormire e si mise a errare per il campo. Si annun-
ciava un combattimento con i giapponesi. I soldati stavano equi-
paggiandosi o erano intenti a mangiare il rancio. Certi della ca-
valleria stavano curando i loro cavalli.
Un cosacco che aveva freddo alle mani se le stava riscaldando nel
gran sesso della sua giumenta. La bestia nitriva dolcemente; d'un
tratto il cosacco, eccitatosi, montò su una sedia che aveva messo
dietro alla sua bestia e estraendo un gran membro lungo come un
manico di lancia, lo fece penetrare con delizia nella vagina ani-
male, il cui succo ippico doveva essere molto afrodisiaco perché
il bruto umano eiaculò tre volte con grandi movimenti di sedere.
Un ufficiale che aveva visto questi atti bestialità si avvicinò
al soldato assieme a Mony, e gli rimproverò vivamente di essersi
lasciato vincere dalla sua passione:
- Amico mio - gli disse - la masturbazione è una qualità milita-
re.
Ogni buon soldato deve sapere che in tempo di guerra l'onanismo è
il solo atto amoroso permesso. Masturbatevi quanto volete, ma non
toccate né donne né bestie.
Peraltro, la masturbazione è molto lodevole perché permette agli
uomini e alle donne di abituarsi alla loro separazione prossima e
definitiva. I costumi, lo spirito, le abitudini e i gusti dei due
sessi sono sempre più diversi tra loro. Se, come mi sembra neces-
sario, si vuole dominare sulla terra, sarebbe ora di accorgersene
e di tener conto di questa legge naturale che finirà con l'impor-
si ben presto.
L'ufficiale si allontanò lasciando solo Mony, che si diresse so-
vrappensiero verso la tenda di Fiodor.
All'improvviso il principe senti' un rumore bizzarro, come di la-
mentatrici irlandesi che piangessero un morto sconosciuto.
Facendosi più vicino alla sorgente del rumore, quello si modifi-
cò, e parve ritmato da schiocchi secchi, come se un direttore
d'orchestra folle battesse la bacchetta sul leggio mentre l'or-
chestra suonava in sordina.
Il principe affrettò il passo, e uno strano spettacolo si presen-
tò di fronte ai suoi occhi. Una squadra di soldati comandati da
un ufficiale colpivano a turno con lunghe bacchette flessibili le
spalle dei condannati, nudi fino alla cintola.
Mony, il cui grado era superiore a quello del comandante dei fu-
stigatori, volle prendere il loro comando.
Venne portato un nuovo colpevole. Si trattava di un bel giovanot-
to tartaro che parlava il russo a malapena. Il principe lo fece
denudare completamente, e lo fece fustigare dai soldati in questo
stato, in modo che il freddo del mattino agisse su di lui assieme
alle verghe che lo sferzavano.
Il giovane rimaneva impassibile. Questa calma irritò Mony, che
disse una parola all'orecchio dell'ufficiale, il quale si allon-
tanò per ritornare quasi subito conducendo con sé una delle came-
riere della birreria, una prosperosa kellerina il cui seno e il
cui sedere riempivano in modo indecente l'uniforme che vestiva.
La bella ragazzona arrivò impacciata dal costume, camminando a
passi di anatra.
- Siete indecente, figlia mia, - le disse Mony; quando si è una
CAPITOLO SETTIMO
(parte 5)

donna come voi, non ci si veste da uomo: cento vergate per inse-
gnarvelo.
L'infelice tremò tutta, ma a un gesto di Mony i soldati la spo-
gliarono.
La sua nudità contrastava singolarmente con quella del tartaro.
L'uomo era alto, il volto scavato, gli occhi piccoli, furbi, cal-
mi; le membra avevano la magrezza che si è soliti attribuire a un
Giovani Battista dopo ch'ebbe vissuto per qualche tempo di caval-
lette. Le braccia, il torace e le gambe di airone erano pelosi;
il pene circonciso si inturgidiva a causa della fustigazione e il
glande era di color porporino, del colore del vomito d'un ubria-
co. La kellerina, bell'esemplare di tedesca del Brunswick, aveva
un gran sedere pesante; la si sarebbe detta una robusta cavalla
lussemburghese lasciata in libertà tra tanti stalloni. I capelli
biondo-stoppa la rendevano alquanto poetica. Le naiadi del Reno
devono essere fatte allo stesso modo.
Capelli biondi chiarissimi le pendevano sino a metà delle cosce.
Questa zazzera copriva completamente un inguine ben rilevato. La
donna godeva di robusta salute e tutti i soldati sentirono i loro
membri virili mettersi da soli sull'attenti.
Mony chiese uno knut, che gli venne portato. Lo mise in mano al
tartaro.
- Porco di un prevosto - gridò - se vuoi risparmiare la tua pel-
le, non fare grazia a quella di questa puttana.
Senza rispondere, il tartaro esaminò da intenditore lo strumento
di tortura composto di corregge di cuoio alle quali aderiva della
limatura di ferro.
La donna piangeva e chiedeva grazia in tedesco. Il suo corpo
bianco e rosa tremava tutto. Mony la fece inginocchiare poi, con
un calcio, costrinse il suo gran culo a sollevarsi. Il tartaro
agitò dapprima lo knut in aria, poi, alzando il braccio molto in
alto, stava per riabbassarlo con forza, quando l'infelice kelle-
rina, che tremava a verga a verga, si lasciò sfuggire un peto so-
noro che fece ridere tutti i presenti, e lo knut ricadde. Mony,
una verga in mano, frustò l'uomo sul volto dicendogli:
- Idiota, ti ho detto di colpire, e non di ridere.
Poi gli consegnò la verga dicendogli di fustigare la tedesca con
quella, perché si abituasse. Il tartaro prese a colpire con rego-
larità. Il suo membro, posto dietro il sedere della paziente,
s'era indurito e raddrizzato, ma, nonostante la sua concupiscen-
za, il braccio ricadeva ritmicamente, la verga era flessibilissi-
ma, il colpo fischiava in aria e ricadeva seccamente sulla pelle
tesa che andava striandosi di rosso.
Il tartaro era un vero artista, e i colpi che dava stavano compo-
nendo un disegno calligrafico.
Sul dorso, appena sopra le natiche, fu possibile leggere ben pre-
sto distintamente la parola puttana.
Si applaudi' vigorosamente, mentre le grida della tedesca diventa-
vano sempre più rauche. Il culo, ad ogni vergata, si agitava un
poco, poi si sollevava; le natiche immediatamente serrate si
riallargavano; si poteva allora intravvedere il buco più stretto
e sotto di quello il sesso, umido e sbadigliante.
A poco a poco, la donna parve abituarsi. A ogni schiocco di ver-
ga, il dorso si sollevava mollemente, il sedere si socchiudeva e
il sesso sbadigliava a suo agio come per un godimento imprevisto.
Ben presto cadde a terra, sopraffatta dalla voluttà, e Mony fermò
a questo punto la mano del tartaro.
Riconsegnò all'uomo lo knut e quello, eccitatissimo folle di de-
siderio. si mise a colpire con quest'arma crudele le spalle della
tedesca. Ogni colpo lasciava più segni sanguinosi e profondi,
perché, invece di sollevare lo knut dopo averlo lasciato cadere,
il tartaro lo, tirava a sé in modo che la limatura di ferro ade-
rente alle corregge trascinasse con sé brandelli di pelle e di
carne, che ricadevano in seguito d'ogni lato, macchiando di goc-
cioline di sangue le uniformi della soldatesca.
CAPITOLO SETTIMO
(parte 6)

La tedesca non sentiva più dolore, anzi, si contorceva, si agita-


va, mugolava di godimento. Era rossa in volto e sbavava, e quando
Mony comandò al tartaro di smetterla, le tracce della parola put-
tana erano scomparse, perché il dorso ormai era tutto una piaga.
Il tartaro restava in piedi, lo knut insanguinato in mano. Sem-
brava aspettare un'approvazione, ma Mony lo guardò con disprezzo:
"Avevi cominciato bene ma hai finito male. Hai fatto un lavoro
detestabile, hai colpito come un ignorante. Soldati, portate in-
dietro la donna e conducetemi una delle sue compagne nella tenda
là dentro. E' vuota. Mi ci intratterrò con questo miserabile tar-
taro ».
Mandò via i soldati, alcuni dei quali riportarono la tedesca alla
birreria, e si fece seguire dal suo condannato dentro la tenda,
dove si mise a colpire con tutte le sue forze con due verghe con-
temporaneamente. Il tartaro, eccitato dallo spettacolo avuto sino
ad allora sotto gli occhi e del quale era stato il protagonista,
non trattenne per molto lo sperma che ribolliva nei suoi testico-
li. Il suo membro si eresse sotto i colpi di Mony e lo sperma che
ne zampillò fini' contro la tela della tenda.
In quel momento venne condotta una altra donna. Era in camicia,
poiché era stata sorpresa a letto. Il suo volto esprimeva stupe-
fazione e profondo terrore. Era muta e la sua gola poteva emette-
re solo suoni rauchi e inarticolati.
La ragazza era bella, originaria della Svezia. Figlia del diret-
tore della birreria aveva sposato un danese, socio del padre.
Aveva partorito quattro mesi prima ed allattava essa stessa la
figlioletta. Poteva avere ventiquattr'anni. I seni, gonfi di lat-
te, perché era un'ottima puerpera riempivano la camicetta.
Non appena Mony la vide, spedi' via i soldati che gliel'avevano
portata e le tirò su la camicia. Le grandi cosce della svedese
sembravano fusti di colonne che sostenevano un edificio superbo.
Di pelo era dorata e graziosamente ricciuta. Mony ordinò al tar-
taro di fustigarla, mentre egli le avrebbe accarezzato la vulva.
Sulle braccia della bella muta piovevano i colpi, ma la bocca del
principe raccoglieva in basso il liquore amoroso distillato da
quel sesso boreale.
Poi lui si sistemò nudo sul letto, dopo aver tolto la camicia al-
la donna, ormai eccitata. Lei gli si coricò sopra, e il membro
penetrò profondamente tra le cosce di un candore accecante. Il
culo massiccio e sodo si sollevava ritmicamente. Il principe por-
tò la bocca su un seno e si mise a succhiarne un latte delizioso.
Il tartaro non rimaneva inattivo. Facendo sibilare la verga, ap-
plicava colpi sanguinosi sul mappamondo della muta, stimolandone
cosi' il piacere. Picchiava come un invasato, segnando quel culo
sublime, marchiando senza rispetto le belle spalle bianche e
grasse, lasciando strisce rosse sul dorso. Mony, che aveva già
lavorato parecchio, fu duro a venire, e la muta, eccitata dalla
verga, godette una quindicina di volte per una sola di Mony.
Allora lui si rialzò e, vedendo il tartaro in bello stato di ere-
zione, gli ordinò d infilare da dietro la bella balia, che sem-
brava ancora insoddisfatta. Lui stesso, afferrato lo knut, insan-
guinò il dorso del soldato, che godeva lanciando grida terribili.
Il tartaro però non abbandonava il suo posto. Sopportando stoica-
mente i colpi del terribile knut, scavava senza sosta nella grot-
ta amorosa in cui s'era annidato. Vi depose cinque volte una cal-
da offerta.
Poi rimase immobile, sulla donna ancora agitata da brividi volut-
tuosi. Il principe lo insultò; aveva accesa una sigaretta e con
quella bruciò in diverse zone le spalle del tartaro. Poi gli mise
sotto i testicoli un fiammifero acceso, e la bruciatura ebbe
l'effetto di rianimare il membro infaticabile. Il tartaro riparti'
CAPITOLO SETTIMO
(parte 7)

per una nuova galoppata. Mony riprese lo knut e picchiò con tutte
le sue forze sui corpi allacciati del tartaro e della muta; il
sangue zampillava, i colpi piovevano e facevano "flac". Mony be-
stemmiava in francese, in romeno e in russo. Il tartaro godeva
terribilmente, ma uno sguardo di odio per Mony gli attraversò gli
occhi. Conosceva il linguaggio dei muti e, passando la mano di
fronte al volto della compagna, le fece certi segni che quella
comprese a meraviglia.
Verso la fine della cavalcata, Mony ebbe una nuova fantasia: ac-
costò la sigaretta accesa sulla punta umida del seno della muta.
Il latte, di cui una gocciolina imperlava il capezzolo, spense la
sigaretta, ma la muta aveva lanciato un ruggito di terrore, in
pieno orgasmo.
Fece un segno al tartaro, che tirò subito indietro il suo membro.
E entrambi si precipitarono su Mony disarmandolo. La donna prese
una verga e il tartaro lo knut. Lo sguardo carico d'odio, animati
dalla speranza della vendetta, si misero a fustigare crudelmente
l'ufficiale che li aveva fatti soffrire. Mony ebbe un bel gridare
e dibattersi, i colpi non risparmiarono nessuna parte del suo
corpo. Tuttavia il tartaro, temendo che la sua vendetta a danno
di un ufficiale potesse provocare conseguenze per lui funeste,
lasciò lo knut accontentandosi, come la donna, di una semplice
verga. Mony saltellava sotto la fustigazione e la donna si acca-
niva a picchiare soprattutto sul ventre, sui testicoli e il mem-
bro del principe.
Durante tutti questi fatti, il danese, marito della muta, si era
accorto della sua scomparsa perché la bambinetta reclamava il se-
no materno.
La prese in braccio e si mise alla ricerca della moglie.
Un soldato gli indicò la tenda in cui si trovava, ma senza dirgli
cosa vi stesse facendo. Folle di gelosia, il danese vi si preci-
pitò, alzò la tela e penetrò nella tenda. Lo spettacolo non era
certo comune: la moglie, nuda e insanguinata, in compagnia di un
tartaro insanguinato e nudo, stava fustigando un giovanotto.
Lo knut era in terra; il danese mise giù la bambina, prese lo
knut e colpi' a tutta forza la moglie e il tartaro, che caddero a
terra gridando di dolore.
Sotto i colpi, il membro di Mony si era eretto di nuovo, e adesso
stava contemplando in questo stato la scena coniugale.
A terra, la bambinetta piangeva. Mony la prese e, togliendole le
vestine, baciò il culetto roseo e il sessolino glabro e tondo,
poi, applicandoselo sul suo membro e tappandole la bocca con una
mano, la violò. Il membro lacerò le carni infantili. Mony non ci
mise molto a venire. Stava eiaculando quando il padre e la madre,
accorgendosi troppo tardi del delitto, si precipitarono su di
lui. La madre gli strappò la pargoletta. Il tartaro si rivesti' in
fretta e se la squagliò; ma il danese, gli occhi iniettati di
sangue, sollevò lo knut per assestare un colpo mortale sulla te-
sta di Mony. Ma vide per terra l'uniforme da ufficiale. Il brac-
cio gli ricadde, perché sapeva che l'ufficiale russo è sacro e
può violentare e saccheggiare, mentre il mercante che avesse osa-
to portar la mano contro di lui sarebbe stato immediatamente im-
piccato.
Mony capi' cosa si stava svolgendo nel cervello del danese, e ne
approfittò per rialzarsi e prendere alla svelta la sua pistola.
Con sguardo sprezzante ordinò al danese di togliersi i pantaloni.
Poi, la pistola sempre puntata, gli ordinò di sodomizzare la fi-
glia. Il danese supplicò e pianse, ma non servi' a niente e dovet-
te far entrare il suo membro meschino nel tenero culetto della
lattante svenuta.
Intanto Mony, con la verga nella destra e la pistola nella sini-
stra, faceva piovere i colpi sulle spalle della muta, che sin-
ghiozzava e si torceva per il dolore. La verga ridestava una car-
CAPITOLO SETTIMO
(parte 8)

ne già gonfia per i colpi precedenti, e il dolore provato dalla


povera donna era uno spettacolo orribile. Mony lo sopportò con
coraggio ammirevole, e il bracciò gli restò ben saldo sino al mo-
mento in cui il misero padre non ebbe eiaculato nel sedere della
sua figlioletta.
Allora Mony si rivesti' e ordinò alla danese di fare altrettanto.
Poi aiutò gentilmente la coppia a rianimare l'infante.
- Madre senza visceri, disse alla muta, vostra figlia vuole il
latte, non lo vedete?
Il danese fece un gesto alla moglie e quella estrasse castamente
dal corpetto un seno e allatto la fantolina.
- Quanto a voi - disse Mony al danese - fate bene attenzione:
avete violato vostra figlia di fronte a me. Posso tradirvi. Siate
dunque discreto, ché la mia parola prevarrà sempre sulla vostra.
Andate in pace. Il vostro commercio, d'ora innanzi, dipende dal
mio buon volere. Se sarete discreto, vi proteggerò, ma se raccon-
terete cos'è accaduto qui, sarà la vostra fine.
Il danese baciò la mano all'aitante ufficiale versando lacrime di
riconoscenza, e condusse rapidamente via la moglie e la bambina.
Mony si diresse verso la tenda di Fiodor.
Intanto i dormienti si erano svegliati e, dopo la toilette, già
rivestiti.
Per tutto il giorno ci si preparò alla battaglia, che cominciò
verso sera. Mony, Cornaboeux e le due donne si erano rinchiusi
nella tenda di Fiodor, che era andato a combattere sugli avampo-
sti. Si sentirono presto i primi colpi di cannone, e i barellieri
tornarono indietro conducendo i feriti.
La tenda venne adibita ad infermeria. Cornaboeux e le due donne
vennero requisiti per raccogliere i cadaveri. Mony rimase solo
con tre feriti russi che deliravano.
Arrivò una dama della Croce Rossa, vestita di un grazioso camice
grezzo, col bracciale regolamentare al braccio destro.
Si trattava di una robusta giovane polacca della nobiltà. Aveva
una voce soave come quella degli angeli: al sentirla, i feriti
volgevano verso di lei gli occhi moribondi, credendo di vedere la
madonna.
Dava a Mony ordini secchi con voce soave. Egli obbediva come un
bambino, stupito dell'energia di quella ragazza e alla strana lu-
ce che vedeva talvolta nei suoi occhi verdi.
Di tanto in tanto il volto serafico si induriva, e una nube di
vizi imperdonabili sembrava passarle sulla fronte. Veniva da pen-
sare che l'innocenza di questa donna avesse delle intermittenze
criminali.
Mony l'osservò, e si accorse ben presto che le sue dita si sof-
fermavano sulle piaghe più del necessario.
Venne portato un ferito orribile a vedersi. Il volto era tutto
sangue, il torace tutto una ferita.
L'infermiera lo curò con voluttà. Aveva messo la mano destra nel-
la ferita aperta e sembrava godesse del contatto con la carne
palpitante.
All'improvviso, la lasciva alzò gli occhi e vide di fronte a sé
Mony, dall'altro lato della barella, che la osservava sorridendo
sdegnosamente.
Arrossi', ma lui la rassicurò:
- Calmatevi, non abbiate paura, capisco meglio di chiunque altro
la vostra voluttà. Anch'io ho le mani impure. Godete di questi
feriti, ma non rifiutatevi ai miei abbracci.
Lei abbassò gli occhi in silenzio. Mony le fu rapidamente alle
spalle, le tirò su le gonne, e scopri' un sedere meraviglioso le
cui natiche erano cosi' strette che pareva avessero giurato di non
doversi mai separare.
Ora la donna stava lacerando febbrilmente, e con un sorriso ange-
lico sulle labbra, la terribile ferita del moribondo. Si chinò
per permettere a Mony di goder meglio lo spettacolo del suo di-
dietro.
Egli introdusse allora il suo dardo tra le labbra di seta della
vulva, da dietro, e con la destra le accarezzava le chiappe men-
tre la sinistra correva sotto le gonne a cercare il clitoride.
L'infermiera godette silenziosamente, contraendo le mani nella
CAPITOLO SETTIMO
(parte 9)

ferita del moribondo, che rantolava spaventosamente. Spirò nel


momento stesso in cui Mony eiaculò. L'infermiera lo sloggiò imme-
diatamente dalla tana, e slacciando i pantaloni del morto, mise a
nudo un membro dalla rigidezza di ferro, e se lo infilzò nel ses-
so, godendo, sempre silenziosamente e con la faccia più angelica
che mai.
Mony dapprima sculacciò il bel sedere dondolante, sotto al quale
le labbra del sesso vomitavano e reinghiottivano rapidamente la
colonna cadaverica. Il suo membro riacquistò ben presto la primi-
tiva durezza e, mettendosi dietro l'infermiera che stava godendo,
egli la sodomizzò come un invasato.
Poi si ricomposero. Venne portato un bel giovanotto al quale
braccia e gambe erano state stroncate dalla mitraglia. Quel tron-
co umano possedeva ancora un bel membro dalla fermezza ideale.
Non appena rimasta sola con Mony, l'infermiera si sedette sul
membro del tronco rantolante e, durante una cavalcata scatenata,
succhiò la banana del principe, che eiaculò ben presto meglio di
un frate. L'uomo-tronco non era ancora morto, e sanguinava ab-
bondantemente dai monconi delle quattro membra. L'indemoniata gli
prese il membro in bocca e lo fece morire sotto l'orribile carez-
za. Lo sperma che risultò da quest'operazione, come ella confessò
a Mony, era quasi freddo, e ella sembrava talmente eccitata che
Mony, che si sentiva sfinito, la pregò di slacciarsi il corpetto.
Le succhiò le tette, poi la donna si mise in ginocchio e cercò di
rianimare il membro principesco masturbandolo tra le sue tette.
- Suvvia! - esclamò Mony, - donna crudele a cui Dio ha dato come
missione quella di finire i feriti, chi sei, chi sei?
- Io sono - lei rispose - la figlia di Giovanni Morneski, il
principe rivoluzionario che l'infame Gurko inviò a morire a To-
bolsk. Per vendicarmi e per vendicare la Polonia, mia madre, io
do il colpo di grazia ai soldati russi. Vorrei uccidere Kuropat-
kin e auguro la morte a tutti i Romanoff
Mio fratello, che è anche mio amante e che mi ha sverginata du-
rante un pogrom a Varsavia per paura che la mia verginità cadesse
preda di un cosacco, prova i miei stessi sentimenti. Ha fatto
sperdere il reggimento che comandava e lo ha fatto annegare nel
lago Baikal. Mi aveva annunciato quest'intenzione prima della sua
partenza.
E' cosi' che noi, polacchi, ci vendichiamo della tirannia moscovi-
ta. Questi furori patriottici hanno agito sui miei sensi, e le
mie più nobili passioni hanno ceduto a quelle della crudeltà. So-
no crudele, lo vedi, come Tamerlano, Attila e Ivan il Terribile.
Ero pia, un tempo, come una santa. Oggi di fronte a me Messalina
e Caterina non sarebbero che dolci pecorelle.
Non fu senza un brivido che Mony ascoltò le dichiarazioni di
quella magnifica puttana. Volle a ogni costo leccarle il sedere
in onore della Polonia e le narrò come avesse indirettamente pre-
so parte alla cospirazione che costò l'esistenza a Alessandro
Obrenovic, a Belgrado.
La donna l'ascoltò con ammirazione.
- Possa vedere un giorno - esclamò - lo zar infine defenestrato!
Mony, che era un ufficiale leale, protestò contro la defenestra-
zione e confessò il suo attaccamento alla legittima autocrazia:
- Io vi ammiro - disse alla polacca - ma se fossi lo zar, di-
struggerei in blocco tutti i polacchi, inetti ubriaconi che non
la smettono di fabbricare bombe e che rendono il pianeta inabita-
bile. Perfino a Parigi, questi sadici personaggi di competenza
della corte d'assise come delle galere, turbano l'esistenza dei
pacifici cittadini.
- E' vero - disse la polacca - che i miei compatrioti sono gente
poco allegra, ma si renda loro la Patria, li si lasci parlare la
loro lingua, e la Polonia tornerà a essere il paese dell'onore
cavalleresco, del lusso e delle belle donne.
CAPITOLO SETTIMO
(parte 10)

- Hai ragione! esclamò Mony, e spingendo l'infermiera su una ba-


rella, se ne servi' tranquillamente, mentre, sempre fottendo, par-
lottavano di cose galanti e lontane. Si sarebbe detta una scena
da decamerone, e che fossero circondati dagli appestati.
- Donna affascinante - disse Mony - scambiamoci assieme alle ani-
me la fede.
- Si' - rispose lei - dopo la guerra ci sposeremo e riempiremo il
mondo del clamore delle nostre crudeltà.
- Lo voglio - disse Mony - ma che si tratti di crudeltà legali.
- Forse hai ragione - disse l'infermiera - niente è cosi' dolce
come fare ciò che è permesso.
E su questo caddero in estasi, si spinsero, si morsero e godette-
ro profondamente.
In quell'istante si intesero grandi grida. L'esercito russo, in
rotta, era sospinto indietro dalle truppe giapponesi.
Si sentivano le grida orribili dei feriti, il fracasso dell'arti-
glieria, il rullio sinistro dei cassoni e il crepitio dei fucili.
La tenda fu aperta improvvisamente e una truppa di giapponesi
l'invase. Mony e l'infermiera avevano avuto appena il tempo di
aggiustarsi i vestiti.
Un ufficiale giapponese si fece avanti verso il principe Vibescu.
- Siete mio prigioniero! - gli disse, ma con un colpo di pistola
Mony lo fece secco. Poi, di fronte ai giapponesi stupefatti,
spezzò la sua spada sulle ginocchia.
Un altro ufficiale giapponese si fece avanti, i soldati circonda-
rono Mony che accettò la sua cattività, e quando usci' dalla tenda
in compagnia del piccolo ufficiale nipponico, poté scorgere in
lontananza, nella pianura, i fuggiaschi ritardatari che tentavano
penosamente di raggiungere l'esercito russo in rotta.
CAPITOLO OTTAVO
(parte 1)

Prigioniero sulla parola, Mony fu libero di andare e venire nel


campo giapponese.
Cercò Cornaboeux, ma invano. Nei suoi andirivieni, osservò di es-
sere sorvegliato dall'ufficiale che l'aveva fatto prigioniero.
Volle farselo amico, e riusci' infine a legarsi con lui. Era uno
shintoista abbastanza godereccio che gli narrò cose ammirevoli
sulla donna che aveva lasciata in Giappone.
- E' sempre sorridente e affascinante - diceva - e io l'adoro co-
me adoro la trinità Ameno-Mino-Manussi-No-Kami. E' feconda come
Issaghi e Isanami, creatori della terra e generatori degli uomi-
ni, e bella come Amaterassu, figlia di questi dèi e dèa ella
stessa. Aspettandomi, ella pensa a me e fa vibrare le tredici
corde del suo kô-tô in legno imperiale o suona il siô a dicias-
sette canne.
- Ma voi - chiese Mony - non avete mai avuto voglia di fottere da
quando siete in guerra?
- Io, - disse l'ufficiale - quando il desiderio è troppo forte mi
masturbo contemplando immagini oscene!
E esibi' di fronte a Mony dei libriccini pieni d'incisioni su le-
gno di stupefacente oscenità. Uno di questi mostra donne in amore
con ogni sorta di bestie, gatti, uccelli, tigri, cani, pesci e
perfino polipi che allacciano orribilmente coi loro tentacoli a
ventosa le isteriche musmé.
- Tutti i nostri ufficiali e tutti i nostri soldati - disse l'uf-
ficiale - hanno libri di questo tipo. Possono fare a meno delle
donne e si masturbano contemplando disegni priapici.
Mony andava spesso a visitare i feriti russi. Un giorno ritrovò
tra loro l'infermiera polacca che nella tenda di Fiodor gli aveva
dato lezioni di crudeltà.
C'era tra i feriti un capitano originario di Archangèl. La sua
ferita non era di gravità estrema e Mony si fermava spesso a
chiacchierare con lui, seduto al suo capezzale.
Un giorno il ferito, che si chiamava Katasch, porse a Mony una
lettera pregandolo di leggergliela. Vi si diceva che la moglie se
la faceva con un mercante di pellicce.
- L'adoro - disse il capitano - amo questa donna più di me stes-
so, e soffro terribilmente al saperla di un altro, ma sono feli-
ce, enormemente felice.
- Come potete conciliare questi due sentimenti? chiese Mony. -
Sono del tutto contraddittori.
- In me si confondono - disse Katasch - e non concepisco voluttà
senza dolore.
- Siete dunque masochista? - domandò Mony, vivamente interessato.
- Se volete! - acconsenti' l'ufficiale - Il masochismo è peraltro
conforme ai precetti della religione cristiana. Ma, poiché dimo-
strate di interessarvi a me, voglio raccontarvi la mia storia.
- Molto volentieri - disse immediatamente Mony, ma bevete prima
questa limonata per rinfrescarvi la gola.
Il capitano Katasch cominciò cosi':
- Sono nato nel 1874 a Archangel, e sin dalla mia infanzia ho
provato una gioia amara ogni volta che mi si castigava. Tutte le
disgrazie che s'abbatterono sulla mia famiglia svilupparono in me
la facoltà di godere della sventura e l'acuirono.
Questo dipendeva da troppa tenerezza, è indubbio. Mio padre venne
assassinato, e ricordo che allora, avevo quindici anni, a causa
di questo trapasso provai il mio primo godimento sessuale. La
profonda emozione e lo spavento mi fecero eiaculare. Mia madre
impazzi', e quando andavo a visitarla in manicomio, mi masturbavo
ascoltandola divagare in maniera immonda, perché si credeva tra-
sformata in una tazza di gabinetto, signore, e descriveva i sede-
ri immaginari che defecavano su di lei. Bisognò rinchiuderla il
giorno in cui immaginò che la fossa era piena. Diventò pericolosa
e chiedeva a gran grida che gli operai andassero a svuotarla. La
ascoltavo tristemente. Mi riconosceva.
"Figlio mio," diceva, "non ami più tua madre, tu frequenti altri
gabinetti. Siediti su di me e fai a tuo comodo. Dove puoi farla
CAPITOLO OTTAVO
(parte 2)

meglio che nel seno materno? E poi figlio mio, non dimenticarlo,
la fossa è piena. Ieri un mercante di birra che è venuto a farla
su di me aveva una colica. Io trabocco, non ne posso più. Bisogna
far venire assolutamente gli operai a svuotarmi."
Lo credereste, signore, ero profondamente disgustato e insieme
addolorato, perché adoravo mia madre, ma contemporaneamente pro-
vavo un piacere indicibile a sentire quelle immonde parole. Si',
signore, godevo, e mi masturbavo.
Mi misero nell'esercito e, grazie alle mie influenze, potei re-
stare nel Nord. Frequentavo la famiglia di un pastore protestante
stabilitosi a Archangel; era inglese e aveva una figlia cosi' me-
ravigliosa che tutte le mie descrizioni non ve la farebbero imma-
ginare bella che per metà di quello che è in realtà. Un giorno
che danzavamo durante una festicciola in famiglia, dopo il valzer
Florence mi posò come per caso la mano tra le cosce chiedendomi:
"Siete in erezione?"
Si accorse che in effetti ero in uno stato d'erezione terribile,
e sorrise dicendomi:
"E anch'io, sono tutta bagnata, ma non in vostro onore. Ho goduto
per Dyre."
E si diresse tutta moine verso Dyre Kissird, un commesso viaggia-
tore norvegese. Scherzarono tra loro per un istante, poi la musi-
ca attaccò una nuova danza e vi si gettarono allacciati, guardan-
dosi amorosamente negli occhi. Soffrivo il martirio. La gelosia
mi mordeva il cuore. E se Florence era desiderabile, la desidera-
vo ancora di più dal giorno in cui seppi che ella non mi amava.
Eiaculai vedendola danzare col mio rivale. Me li figurai l'uno
nell'altra e dovetti voltarmi perché non si vedessero le mie la-
crime.
Spinto dal demone della concupiscenza e della gelosia, giurai a
me stesso che sarebbe diventata mia moglie. E' strana, Florence,
parla quattro lingue: francese, tedesco, russo e inglese, ma in
realtà non ne conosce nessuna e il gergo che usa ha un che di
selvaggio. Io stesso parlo benissimo il francese e conosco a fon-
do la letteratura francese, soprattutto i poeti della fine del
Dodicesimo secolo. Scrivevo per Florence versi che dicevo simbo-
listi e che riflettevano semplicemente la mia tristezza.
Nel nome di Archangèl, o anemoni, fiorite!
Mentre gli angeli piangono su per le loro sfere,
Di Florence il bel nome or sospira d'avere
Giuramenti in vestigie di scale delle note.
Voci bianche cantando nel nome di Archangèl
Han modulato spesso le nenie di Florence,
I cui fiori, a lor volta, ripiombavano in trance
I soffitti e le mura trasudanti al disgel.
O Florence! Archangèl!
L'una baia di alloro, ma l'altra d'erbe angeliche,
Fanciulle, volta a volta, si chinano al suo vel
E sommergono i pozzi di fiori e di reliquie,
Di reliquie d'arcangelo e fiori d'Archangèl.
La vita di guarnigione nel nord della Russia, in tempo di pace, è
piena di tempo libero. La vita del militare si divide tra la cac-
cia e i doveri mondani. La prima non aveva per me che attrattive
assai scarse, e le mie occupazioni mondane si potevano riassumere
in queste poche parole: ottenere Florence che amavo e non m'ama-
va. Fu una rude fatica. Soffrivo mille volte la morte, perché
Florence mi detestava sempre di più, prendendomi in giro e flir-
tando con cacciatori di orsi bianchi e mercanti scandinavi, e
perfino, un giorno che una miserabile troupe francese d'operette
era venuta a dare qualche rappresentazione nelle nostre lontane
brume, sorpresi Florence, durante un'aurora boreale, intenta a
pattinare la mano nella mano col tenore, un repugnante caprone
nato a Carcassonne.
Ma io ero ricco, signore, e i miei tentativi non erano indiffe-
renti al padre di Florence, cosi' che riuscii finalmente a sposar-
la. Partimmo per la Francia, e per strada non mi permise mai nem-
meno di baciarla. Giungemmo a Nizza in febbraio, durante il car-
CAPITOLO OTTAVO
(parte 3)

nevale.
Affittammo una villa e, un giorno di battaglia dei fiori, Floren-
ce mi avverti' che aveva deciso di perdere la verginità la sera
stessa. Credetti che il mio amore sarebbe stato infine ricompen-
sato. Ahimè! il mio calvario voluttuoso era appena cominciato.
Florence aggiunse infatti che non ero io l'eletto per adempiere a
questa funzione.
"Voi siete troppo ridicolo," mi disse, "e non sapreste come fare.
Voglio un francese, i francesi sono galanti e in fatto di amore
sanno quel che fanno. Sceglierò io stessa il mio allargatore du-
rante la festa".
Chinai il capo, abituato all'obbedienza. Andammo alla battaglia
dei fiori. Un giovanotto dall'accento nizzardo o monegasco guardò
con insistenza Florence. Ella volse il capo sorridendo. Soffrivo
più di quanto non si soffra in nessuno dei gironi danteschi.
Lo rivedemmo durante la battaglia dei fiori. Era solo, in una
carrozza ornata da una profusione di fiori rari. Noi eravamo in
una vittoria in cui si impazziva, poiché Florence aveva voluto
che fosse interamente decorata di tuberose.
Quando la vettura del giovanotto incrociava la nostra, egli get-
tava dei fiori a Florence, che lo guardava amorosamente lanciando
mazzetti di tuberose.
Ad una svolta, ormai stanca, ella lanciò con più forza il suo
mazzetto, i cui fiori e gli steli, molli e vischiosi, lasciarono
una macchia sul vestito di flanella del bellone. Immediatamente
Florence si scusò e scendendo, senza educazione, sali' nella vet-
tura del giovanotto.
Era un tale di Nizza, arricchitosi col commercio dell'olio di
oliva lasciatogli dal padre.
Prospero, questo era il suo nome, accolse mia moglie altrettanto
senza educazione, e alla fine della battaglia la sua carrozza eb-
be il primo premio e la mia il secondo. La musica suonava. Vidi
mia moglie stringere lo stendardo vinto dal mio rivale, e baciar-
lo senza vergogna.
La sera volle assolutamente che cenassimo assieme a Prospero, e
lo invitò a seguirci nella nostra villa. La notte era splendida.
Soffrivo.
Mia moglie ci fece entrare entrambi, in camera da letto, io tri-
ste fino alla morte e Prospero stupito e un po' a disagio per
tanta buona sorte.
Mia moglie mi indicò una poltrona dicendomi:
"Assisterete a una lezione di voluttà cercate di approfittarne".
Poi disse a Prospero di spogliarla: e l'altro lo fece con una
certa grazia.
Florence era affascinante. Le carni sode, e più piene di quanto
non si sarebbe sospettato, palpitavano sotto la carezza del gio-
vanotto. Si spogliò anche lui. Il suo membro era rigido. Mi ac-
corsi con piacere che non era più grande del mio, ma anzi più
piccolo e puntuto. Insomma un vero membro da pulzellaggio. Erano
entrambi bellissimi: mia moglie, ben pettinata, gli occhi scin-
tillanti di desiderio tutta rosa nella camicia di pizzo.
Prospero le succhiò i seni, aguzzi come colombe sospirose e, pas-
sando la mano sotto la sua camicia, la manovrò per un poco mentre
ella si divertiva ad abbassare il membro, per la testa, e a la-
sciarlo all'improvviso facendolo elasticamente tornare alla pri-
mitiva posizione si che sbattesse sul ventre del giovanotto.
Nella mia poltrona, io piangevo. Tutt'a un tratto, Prospero prese
mia moglie tra le braccia e le sollevò la camicia da dietro, sco-
prendo il suo bel sedere paffuto, pieno di fossette.
Prospero la sculacciò mentre ella rideva, e su quel didietro le
rose si mescolarono ai gigli. Ma ecco che mia moglie divenne se-
ria e disse.
"Prendimi".
La trasportò sul letto e sentii il grido di dolore che mia moglie
lanciò quando l'imene lacerato ebbe concesso il passaggio al mem-
bro del suo vincitore.
Non mi prestavano nessuna attenzione, e io singhiozzavo, tuttavia
godendo del mio dolore; non riuscii a dominarmi, e tirai fuori il
mio membro masturbandomi in loro onore.
CAPITOLO OTTAVO
(parte 4)

Fecero l'amore una decina di volte. Poi mia moglie, come se si


fosse accorta solo allora della mia presenza mi disse:
"Vieni a vedere, maritino caro, il bel lavoro fatto da Prospero".
Mi accostai al letto, il membro in aria, e mia moglie, vedendo
che il mio era più grande di quello di Prospero, ne concepi' per
quello il più grande disprezzo.
Mi masturbò dicendo:
"Prospero, il vostro membro non vale niente, perché quello di mio
marito, che è un cretino, è più grosso del vostro. Mi avete in-
gannata. Mio marito mi vendicherà. Andrea (sono io) frusta que-
st'uomo a sangue".
Mi gettai su di lui e afferrando una frusta da cani sul tavolino
da notte lo servii con tutta la forza della mia gelosia. Frustai
a lungo. Ero più forte di lui e alla fine mia moglie ne ebbe pie-
tà. Lo fece rivestire e lo spedi' via con un addio definitivo.
Una volta partito, credetti che le mie disgrazie fossero finite.
Ahimè! lei mi disse:
"Andrea, presentatemi il vostro membro".
Me lo manovrò a lungo, ma senza permettermi di toccarla. Poi
chiamò il suo cane, un bel danese che masturbò per qualche istan-
te. Quando il suo membro aguzzo fu eretto, fece salire il cane su
di sé, ordinandomi di aiutare la bestia, che stava a lingua in
fuori, ansimante di voluttà.
Soffrivo tanto che svenni, eiaculando. Quando rinvenni Florence
mi chiamava con gran grida. Il pene del cane, una volta entrato,
non voleva più uscire. Tutti e due, la donna e il cane, facevano
da una mezz'ora circa inutili sforzi per distaccarsi. Una nodosi-
tà impediva al membro danese di uscire dalla vagina ristretta di
mia moglie. Ricorsi all'acqua fresca, e ben presto riebbero la
loro libertà. Da quel giorno a mia moglie passò la voglia e non
ebbe più voglia di fare l'amore coi cani. Per ricompensarmi mi
masturbò, e poi mi spedi' a dormire in camera mia.
La sera dopo, supplicai mia moglie di lasciarmi adempiere al mio
dovere di sposo.
"Ti adoro," le dicevo, "nessuno ti ama come me, sono il tuo
schiavo. Fai di me ciò che vuoi".
Era nuda e deliziosa. I capelli disciolti sul letto, le fragole
del suo seno, mi attiravano, e io piangevo. Ella mi estrasse il
membro e lentamente, a piccoli colpetti mi masturbò. Poi suonò, e
una giovane cameriera che aveva assunta a Nizza si presentò in
camicia da notte, perché si era già coricata. Mia moglie mi fece
riprender posto nella poltrona, e dovetti assistere alle batta-
glie delle due tribadi che godettero febbrilmente, sbuffando e
sbavando. Si leccarono a vicenda, si masturbarono l'una appoggia-
ta alla coscia dell'altra, e vedevo il sedere della giovane Ni-
netta, grande e sodo, sollevarsi al disopra di mia moglie che
aveva gli occhi languidi di voluttà.
Volli accostarmi, ma Florence e Ninetta mi derisero e mi mastur-
barono, per poi rigettarsi nelle loro voluttà contro natura.
Il giorno dopo, mia moglie non chiamò Ninetta ma un ufficiale dei
cacciatori delle Alpi, che venne per farmi soffrire. Il suo mem-
bro era enorme e nerastro.
Era grossolano, mi insultava e mi colpiva.
Quando ebbe presa mia moglie, mi ordinò di recarmi vicino al let-
to e, prendendo la frusta da cane, mi frustò sul volto. Lanciai
un grido di dolore. Ahimè! una scoppio di risa di mia moglie mi
precipitò ancora in quella acre voluttà che già avevo provato.
Mi lasciai spogliare dal crudele soldato, che per eccitarsi aveva
bisogno di frustare.
Quando fui nudo, l'alpino mi insultò, mi chiamò fesso, merda, be-
stia cornuta, e alzò il frustino abbattendomelo sul sedere. I
primi colpi furono crudeli, ma vidi che mia moglie prendeva gusto
alla mia sofferenza, e il suo piacere divenne il mio. Provai pia-
cere a soffrire.
Ogni colpo ricadeva sulle mie natiche come una voluttà un po'
violenta. Il primo bruciore si cambiò rapidamente in squisito
CAPITOLO OTTAVO
(parte 5)

solletichi'o, il membro mi si induri'. I colpi mi laceravano la


pelle, il sangue che ne scaturiva mi eccitava in modo strano, ac-
crescendo di molto il mio godimento.
Il dito di mia moglie si agitava nel muschio del suo bel sesso,
l'altra mano accarezzava il mio boia. I colpi, all'improvviso,
raddoppiarono e sentii che si avvicinava per me il momento dello
spasimo. Il mio cervello si esaltò; i martiri di cui la Chiesa si
onora debbono aver vissuto momenti simili a questo.
Mi alzai, insanguinato e in erezione, e mi precipitai su mia mo-
glie.
Né lei né il suo amante poterono impedirmelo. Caddi nelle braccia
della mia sposa, e il mio membro aveva appena toccato i peli ado-
rati del suo sesso che io eiaculai lanciando orribili grida.
Ma l'alpino mi strappò immediatamente dal mio posto; mia moglie,
rossa di rabbia, disse che dovevo venir punito.
Prese delle spille e me le infilzò nel corpo, con voluttà, una
dopo l'altra. Lanciavo grida di dolore spaventose. Qualsiasi per-
sona avrebbe avuto pietà di me, ma la mia indegna sposa si coricò
sul letto rosso e, a gambe larghe, attirò a sé l'amante prenden-
dolo per il suo enorme membro asinino, e poi, scostando i peli e
le labbra della sua vulva, ve lo fece affondare sino ai testico-
li, mentre l'ufficiale le mordeva i seni e io mi rotolavo per
terra come un pazzo, affondando sempre più le spille dolorose
nella carne coi miei movimenti.
Mi risvegliai tra le braccia della bella Ninetta, che, accocolata
su di me, mi tirava via le spille. Sentivo mia moglie, nella ca-
mera accanto, lanciare grida e oscenità godendo nella braccia
dell'ufficiale. Il dolore delle spille che Ninetta strappava e
quello causatomi dall'orgasmo di mia moglie, mi provocarono una
atroce erezione.
Ninetta, l'ho già detto, era accocolata su di me. L'afferrai per
la barba del sesso e sentii la fessura umida sotto il mio dito.
Ma, ahimè!, in quel momento la porta si spalancò e un orribile
bocia, cioè un manovale piemontese, entrò nella stanza.
Era l'amante di Ninetta e si arrabbiò terribilmente. Tirò su le
gonne all'amante e si mise a sculacciarla di fronte a me. Poi si
tolse la cintura di cuoio e la fustigò con quella. La ragazza
gridava:
"Non ho fatto l'amore col padrone".
"Chissà allora," disse il muratore "perché ti teneva per i peli
del culo".
Ninetta si difendeva invano. Il suo gran sedere di bruna trasali-
va sotto i colpi della cintura, che fischiava e fendeva l'aria
come un serpente lanciato contro la preda. Il sedere fu presto in
fiamme. Ma questa punizione doveva piacerle, perché si voltò e,
afferrando l'amante per i calzoni, glieli tirò giù mettendo allo
scoperto un membro e dei testicoli che dovevano pesare tra tutto
almeno tre chili e mezzo.
Il porco era eccitato come un maiale. Si coricò su Ninetta che
incrociò le gambe fini e nervose sulle spalle dell'operaio. Vidi
il gran membro entrare in una vulva vellutata che l'inghiotti' co-
me una pastiglia e lo risputò come un pistone. Ci misero molto
prima di venire, e le loro grida si mischiavano con quelle di mia
moglie.
Quando ebbero finito, il bocia, tutto rosso, si rialzò e vide che
mi stavo masturbando. M'insultò, poi riprese la cinta fustigando-
mi da ogni parte. La correggia faceva un male terribile, perché
ero debole e non avevo più forza sufficiente per poter avvertire
qualche voluttà. La fibbia mi penetrava crudelmente nelle carni.
Gridavo:
"Pietà!".
Ma in quell'istante, mia moglie entrò col suo amante e poiché un
organo di Barberia suonava un valzer sotto le nostre finestre, le
due coppie si misero, tutte sbracate, a danzarmi sul corpo,
schiacciandomi i testicoli, il naso, e facendomi sanguinare da
ogni parte.
Caddi malato. Fui però vendicato, perché il bocia cadde da un'im-
CAPITOLO OTTAVO
(parte 6)

palcatura spaccandosi il cranio, e l'ufficiale alpino, per aver


insultato un suo collega, venne ucciso da quello in un duello.
Un ordine di Sua Maestà mi richiamò a servire in Estremo Oriente
e cosi' ho lasciato mia moglie, che continua a ingannarmi.
Katasch terminò cosi' il suo racconto. Mony ne era tutto eccitato,
e come lui l'infermiera polacca, che era entrata verso la fine
della storia e l'aveva ascoltata fremendo di voluttà rattenuta.
Il principe e l'infermiera si precipitarono sul disgraziato feri-
to, lo scoprirono e, afferrando delle aste di bandiere russe pre-
se nell'ultima battaglia che giacevano li' per terra, si misero a
picchiare l'infelice, il cui didietro sussultava a ogni colpo.
Delirava:
- Ah, mia cara Florence, è ancora la tua mano divina a colpirmi?
Ah, come mi ecciti... Ogni colpo mi fa godere... Non dimenticare
di accarezzarmelo... Ah! che bello... Picchi troppo forte sulle
spalle. Ah! questo colpo mi ha fatto uscire sangue... E' per te
che scorre, sposa mia... tortorella mia... mia piccola mosca ado-
rata...
L'infermiera colpiva da puttana, come nessuno mai ha picchiato.
Il sedere dello sventurato sobbalzava, livido, macchiato qua e là
da un sangue pallido. Ma a Mony si strinse il cuore ed egli si
rese conto della sua crudeltà. Cosi' il suo furore si rivolse con-
tro l'indegna infermiera. Le tirò su le gonne e si mise a colpire
lei. La donna cadde a terra, agitando il didietro di vacca, ab-
bellito da un neo.
Picchiò con tutte le sue forze, lasciando che il sangue sgorgasse
dalla carne di seta.
La donna riusci' a voltarsi, gridando come un'ossessa, e il basto-
ne di Mony le si abbatté sul ventre, con rumore sordo.
Mony ebbe un'ispirazione geniale e, prendendo da terra l'altro
bastone abbandonato dall'infermiera, si mise a suonare il tamburo
sul ventre nudo della polacca. I "bam" succedevano ai "bum" con
rapidità vertiginosa. Il piccolo Bara, di gloriosa memoria, non
suonò la carica sul ponte di Arcole altrettanto bene.
Infine il ventre si lacerò ma Mony continuava a battere e fuori
dell'infermeria i soldati giapponesi, credendo a un'allarmi, si
riunivano tutt'intorno. Le trombe ripresero l'allarme per tutto
il campo. I reggimenti si erano arrestati in ogni parte, e fecero
bene, perché i russi stavano scatenando l'offensiva e avanzavano
verso il campo giapponese. Senza la stamburinata del principe Mo-
ny Vibescu, il campo giapponese sarebbe stato preso. Fu questa,
peraltro, la vittoria decisiva dei Nipponici. Essa è dovuta a un
sadico romeno.
All'improvviso alcuni infermieri che stavano trasportando dei fe-
riti entrarono nella sala e videro il principe battere sul ventre
aperto della polacca, videro il ferito nudo e insanguinato sul
letto.
Si precipitarono sul principe, lo legarono e lo condussero via.
Un consiglio di guerra lo condannò a morte per flagellazione e
nulla riusci' a commuovere i giudici giapponesi. Una domanda di
grazia rivolta al Mikado non ebbe alcun successo.
Il principe Vibescu si rassegnò coraggiosamente e si preparò a
morire da vero hospodar ereditario di Romania.
CAPITOLO NONO
(parte 1)

E venne il giorno dell'esecuzione. Il principe Vibescu si confes-


sò e si comunicò, poi fece testamento e scrisse ai suoi parenti.
Alla fine venne fatta entrare nella sua cella una ragazzina di
dodici anni. Lui ne fu sorpreso, ma vedendo che li lasciavano so-
li si mise subito a palpeggiarla.
Era deliziosa, e gli disse in romeno di venire da Bucarest e di
essere stata catturata dai giapponesi sulle retrovie dell'eserci-
to russo, dove i suoi genitori facevano i mercanti.
Le era stato chiesto se non avesse voluto lasciare la sua vergi-
nità a un condannato a morte romeno. Aveva accettato.
Mony le sollevò le gonne e le succhiò il piccolo sesso rigonfio
su cui non era ancora spuntato un sol pelo, poi la sculacciò dol-
cemente mentre ella lo masturbava. Mise la punta del suo membro
tra le gambe infantili della piccola romena senza però riuscire a
farla penetrare. La bambina contribuiva come meglio poteva, spin-
gendo il ventre in avanti, e offrendo ai baci del principe i suoi
piccoli seni, tondi come mandarini.
Mony fu preso da furia erotica e il suo membro penetrò infine
nella fanciulla facendo scorrere sangue innocente. Allora Mony si
rialzò e, poiché non aveva più nulla da sperare dalla giustizia
umana, strangolò la bambinetta dopo averle cavato gli occhi, men-
tre quella lanciava grida spaventose.
I soldati giapponesi entrarono nella cella e lo condussero fuori.
Un araldo gli lesse la sentenza nel cortile della prigione, un
tempo pagoda cinese dall'architettura meravigliosa.
La sentenza era breve.
Il condannato doveva ricevere una vergata da ogni componente
dell'esercito giapponese di stanza in quel luogo. L'esercito era
composto di undicimila unità.
E mentre l'araldo leggeva, il principe ripensò a tutta la sua vi-
ta agitata. Le donne di Bucarest, il vice-console di Serbia, Pa-
rigi, l'assassinio in vagone letto, la piccola giapponese di
Port-Arthur, tutto questo gli danzò nella memoria.
Un episodio ebbe il sopravvento sugli altri. Si ricordò del bou-
levard Malesherbes: Culculina in abito primaverile che saltellava
verso la Madeleine e lui, Mony, che le diceva:
- Se non faccio l'amore venti volte di seguito, che le undicimila
vergini o undicimila verghe mi castighino.
Venti volte di seguito non l'aveva fatto; il giorno in cui undi-
cimila verghe l'avrebbero castigato era arrivato.
Era a quel punto della sua fantasticheria quando i soldati lo
scossero, e lo condussero dinnanzi ai suoi carnefici.
Gli undicimila giapponesi erano disposti su due ranghi, uno di
fronte all'altro. Ogni uomo aveva in mano una bacchetta flessibi-
le. Mony venne spogliato, e dovette avviarsi per quel sentiero
crudele fiancheggiato da carnefici. I primi colpi lo fecero sol-
tanto trasalire. Si abbatterono su una pelle di seta e lasciarono
segni rosso-scuri. Sopportò stoicamente i primi mille, poi cadde
nel suo stesso sangue, ma venne subito rialzato.
Lo adagiarono su una barella e la lugubre passeggiata riprese,
scandita dai colpi secchi delle bacchette che picchiavano su una
carne tumefatta e insanguinata. Il suo membro non poté più trat-
tenere il lancio spermatico e, sollevandosi a più riprese, sputò
il suo liquido biancastro in faccia ai soldati, che allora pic-
chiarono con più violenza su quel brandello umano.
Al duemillesimo colpo Mony rese l'anima.
Il sole era radioso. I canti degli uccelli manciù rendevano più
gaio il pimpante mattino. La sentenza doveva essere eseguita per
intero e gli ultimi soldati colpirono su una massa informe, una
specie di carne da salsiccia in cui non si distingueva più nulla
salvo il volto che era stato accuratamente rispettato e in cui i
grandi occhi vetrosi sembravano contemplare la maestà divina
dell'aldilà.
In quell'istante, un convoglio di prigionieri passò vicino al
CAPITOLO NONO
(parte 2)

luogo dell'esecuzione. Venne fatto fermare per impressionare i


moscoviti.
Ma un grido risuonò, seguito immediatamente da due altri. Tre
prigionieri si slanciarono sul corpo del suppliziato, che aveva
appena ricevuto l'undicimillesimo colpo di verga. Si gettarono
ginocchioni e abbracciarono, devotamente e versando lacrime, la
testa insanguinata di Mony.
I soldati giapponesi, un attimo stupefatti, osservarono che uno
dei prigionieri era un uomo, anzi un colosso i due altri due gra-
ziose donne travestite da soldati. Si trattava in effetti di Cor-
naboeux, Culculina e Alessina, catturati dopo il disastro dell'e-
sercito russo.
I giapponesi dapprima rispettarono il loro dolore, poi, eccitati
alla vista delle due donne, si misero a stuzzicarle. Cornaboeux
venne lasciato in ginocchio vicino al cadavere del suo padrone, a
Culculina e Alessina, che si dibatterono invano, vennero tolti i
pantaloni.
Agli sguardi meravigliati dei soldati apparvero i loro bei dere-
tani candidi e palpitanti di graziose parigine. I giapponesi si
misero a frustare dolcemente e senza rabbia gli affascinanti po-
steriori che s'agitavano come lune ubriache: quando le belle don-
ne cercavano di rialzarsi, si potevano intravvedere anche i peli
delle loro sbadiglianti passerine.
I colpi sibilavano per cadere a piatto, ma non troppo forte, se-
gnando un po' i bei deretani sodi delle parigine. Però i segni
scomparivano presto per riformarsi sul luogo in cui la verga ve-
niva successivamente a colpire.
Quando le due donne furono eccitate a dovere, due ufficiali giap-
ponesi le condussero sotto una tenda, e li' le fotterono una deci-
na di volte, affamati com'erano per una lunghissima astinenza.
I due ufficiali giapponesi erano gentiluomini di grande famiglia.
Avevano fatto lo spionaggio in Francia e conoscevano Parigi. Cul-
culina e Alessina non dovettero faticare per farsi promettere il
corpo del principe Vibescu, che fecero passare per un loro cugi-
no, presentando se stesse come due sorelle.
Tra i prigionieri c'era un giornalista francese, corrispondente
di un giornale di provincia, che prima della guerra faceva lo
scultore, non senza qualche merito. Si chiamava Genmolay. Culcu-
lina andò a trovarlo per pregarlo di scolpire un monumento degno
della memoria del principe Vibescu.
La fustigazione era l'unica passione di Genmolay. Lui chiese come
solo compenso che Culculina si lasciasse frustare.
La donna accettò, e si recò con Alessina e Cornaboeux all'appun-
tamento fissato. Le due donne e due uomini si denudarono. Alessi-
na e Culculina si misero sopra un letto, la testa in basso e il
sedere in aria, e i due robusti francesi, armati di verghe, si
misero a picchiarle facendo in modo che la maggior parte dei col-
pi cadessero nelle fessure culine o sui sessi che, a causa della
posizione, erano bene in vista. Le due donne soffrivano il marti-
rio, ma l'idea che le loro sofferenze avrebbero procurato a Mony
una sepoltura degna di lui, le sostenne fino in fondo a questa
prova singolare.
Poi Genmolay e Cornaboeux si sedettero e si fecero succhiare i
grossi membri pieni di linfa, mentre le due verghe continuavano a
colpire sui posteriori tremanti delle belle fanciulle.
Il giorno dopo Genmolay si mise all'opera, e portò rapidamente a
compimento un monumento funebre stupefacente, sormontato dalla
statua equestre del principe Mony.
Bassorilievi sul basamento rappresentavano le azioni eroiche del
principe. Da un lato lo si vedeva mentre lasciava in pallone
Port-Arthur assediata. Dall'altro era rappresentato come protet-
tore delle arti, che era andato a studiare a Parigi.
Il viaggiatore che percorre la campagna manciù, tra Mukden e Dal-
ny, scorge all'improvviso, non lungi da un campo di battaglia an-
CAPITOLO NONO
(parte 3)

cora disseminato di ossa, una tomba monumentale in marmo bianco.


I cinesi che lavorano li' attorno la venerano, e la madre manciù,
rispondendo alle domande del figlioletto, dice:
- E' un cavaliere gigante che protesse la Manciuria contro i dia-
voli dell'Occidente e contro quelli dell'Oriente.
Ma il viaggiatore, generalmente, si rivolge più volentieri al ca-
sellante transmanciù, un giapponese dagli occhi a mandorla vesti-
to come un impiegato del P.L.M. che risponde con modestia:
- E' un tamburo maggiore giapponese la cui azione fu decisiva per
la vittoria di Mukden.
Se, curioso d'informarsi con più esattezza, il viaggiatore si av-
vicina alla statua, rimane a lungo pensieroso dopo aver letto
questi versi che sono incisi sullo zoccolo:
QUI GIACE IL PRINCIPE VIBESCU
UNICO AMANTE DELLE UNDICIMILA VERGHE
MEGLIO SAREBBE, PASSANTE, SIINE CERTO,
SVERGINARE LE UNDICIMILA VERGINI!
Fine