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ROBERTO SANNA

L’ALCHIMIA
DEL DOLORE

La Riflessione
ROBERTO SANNA
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA


L'OPERA È FRUTTO DELL’INGEGNO DELL'AUTORE

© 2009 La Riflessione

Davide Zedda Editore

Via F.Alziator, 24
09126 – Cagliari

www.lariflessione.com
redazione@lariflessione.com
ordini@lariflessione.com

Prima Edizione
finito di stampare nel mese di settembre 2009
Tu mi rendi uguale a Mida,
Il più triste degli alchimisti;

Per te trasformo l’oro in ferro


E il paradiso in inferno;
Nel sudario delle nuvole

Io scopro un caro cadavere,


E sopra le rive celesti
Costruisco grandi sarcofagi.

(Charles Baudelaire – L’alchimia del dolore)


L’ALCHIMIA DEL DOLORE

LA SORELLA

I.
Ero solito in quelle giornate estive vagare solitario presso le
strade della mia città, in quei lunghi e silenziosi viali albera-
ti in cui il mio passo era accompagnato costantemente da
ombre meravigliose.
Mi piaceva quella dolce e soave solitudine, quella poesia
misteriosa. Sapevo che a quell’ora nessuno attraversava quei
luoghi, ed io potevo perdermi nei miei malinconici pensieri, in
quei sogni velleitari, nei miei irrealizzabili desideri, e quella
pace raggiungeva il mio cuore in tal modo che tremava come
colto nel delirio di una pura estasi.
Quel pomeriggio, mi pare che fossimo agli inizi di luglio,
uno dei miei mesi preferiti, però le cose andarono in modo
assai diverso, inaspettati eventi dovevano accadere.
Infatti, ero in preda ad uno dei miei soliti entusiasmi poetici.
Intessevo frasi senza parole alla vista di una gentile farfalla o
di una verde foglia brillante al contatto con i raggi solari,
quando sentii dei passi dietro ai miei.
Mi turbai all’inizio come ridestato da un sogno, poi mi calmai,
qualcuno doveva alla fine passare per quella via, era logico.
La mia ansia e la mia curiosità ripresero e crebbero quando
mi parve di udire una risata di una voce chiaramente femmi-
nile. Sembrava proprio rivolta verso di me, ma certo in un
modo veramente delizioso perché lei emetteva delle note
dolci ed armoniose che parevano formare una bellissima
frase musicale.
Sentii quello scalpicciare che si adeguava al mio ma non mi
voltai, probabilmente l’immaginazione mi giocava un brutto
scherzo davvero, e non avevo certo intenzione di fare brutta
figura, proprio io che credevo nel sogno come unica realtà.
I miei sospetti però avevano colto nel segno, sentii i passi
accelerare improvvisamente, io rallentai l’andatura e la

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ragazza mi sorpassò alla destra, all’interno del marciapiede.


Il suo profumo mi parve come una profusione di rose odoro-
se che invadeva il mio olfatto, vidi che lei ora si voltava ripe-
tutamente verso di me.
Notai che era una ragazza molto giovane. Forse aveva qual-
che anno in meno di me: i suoi capelli bruni corti erano accon-
ciati perfettamente, il viso leggermente abbronzato aveva un
colorito che mi ricordava il sole, quell’astro che tante volte
nella mia vita mi era stato compagno.
Dava proprio un’aria di simpatia con quel suo modo di muo-
versi e non c’era più alcun dubbio: c’è l’aveva con me, infatti,
si produceva lei in una serie impressionante di boccacce lan-
ciando ogni tanto anche qualche sonora risata, ammiccandomi
dagli occhi dal taglio gentile.
Per la mia tipica natura empatica risposi in modo buffissimo
a quelle espressioni, e contorcevo il viso nel modo più bizzar-
ro possibile, e la ragazza incitata da quell’emulazione mi sfida-
va in un assurdo gioco di smorfie.
Dopo qualche minuto lei riprese un’espressione normale e
proruppe in una lunga risata cui mi unii anche io. I nostri
corpi furono per qualche secondo attirati al suolo da quell’ila-
rità così magicamente sorta.
«Ah! Ah!» disse e portava la mano all’altezza del petto col
sorriso bianco che si allargava in tutto il viso.
«Ah R. come ti voglio bene, non sei cambiato proprio per
niente» allora disse con un accento particolarmente caloroso.
Io mi sorpresi, conosceva il mio nome, ed io non avevo mai
visto quella ragazza prima di quel giorno. Ero stupito da quel
fatto e questa meraviglia m’impedì di contraddirla.
Lei intanto mi si era avvicinata, era di statura leggermen-
te inferiore alla mia, e mi aveva abbracciato fortissimo fino
a soffocarmi.
«Ah! Fratello mio! Come ti voglio bene!»
«Sì, Manuela – dissi –Ti voglio tanto bene anche io, lo sai.»
«Cosa ho detto» pensai, avevo pronunciato un nome senza
riflettere, e sapevo, non so come ma ne ero certo, che quello

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L’ALCHIMIA DEL DOLORE

fosse effettivamente il suo.


«R. da quanto tempo che non ci vediamo, mi sei mancato
tantissimo, non vedevo l’ora di incontrarti di nuovo.»
Io cercavo di fare un ragionamento logico su quello che mi
succedeva, poteva essere un imbroglio, un tranello, doveva
esserci un secondo fine, dovevo essere diffidente.
Il cuore poi però prese il sopravvento e mise la museruola al
pensiero e ai suoi dubbi e alle sue incertezze oppose una fede
ferma e cieca. Quella simpatia, quella bontà, quell’affetto che
venivano da quella ragazza non potevano non essere la verità,
no, lei non mentiva.
Avevo trovato finalmente una sorella.

II.

Già da quel sorprendente pomeriggio Manuela venne a vive-


re nel mio piccolo appartamento, nella modesta mansarda da
poeta solitario che possedevo.
La sua allegria e la sua simpatia, nonché un inspiegabile
affetto nei miei confronti mi contagiavano a tal punto che
anche io mi scoprivo a ridere delle cose più impensate, e
bastava che i nostri sguardi s’incrociassero per poco più di un
secondo che eravamo costretti a tenerci per frenare le lacrime
che pronte inondavano gli occhi.
Un’altra sua caratteristica, un’altra peculiarità del suo carat-
tere era quella di vezzeggiarmi chiamandomi con i più bizzar-
ri nomignoli, di abbracciarmi e di baciarmi in continuazione,
come se dovesse ad ogni istante dovere dimostrarmi di voler-
mi bene.
«Il mio amato fratello» così lei era solita chiamarmi, ed io ero
conquistato da quel suo modo di fare, da quella gioia natura-
le, da quella sincerità e da quella spontaneità che mi coinvol-
geva sempre in misura maggiore.
Finii io per amarla febbrilmente, per adorarla come se lei
fosse un angelo disceso dal paradiso per portarmi, per

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donarmi la gioia.
Avevo dimenticato il significato della parola noia. Con
Manuela niente era scontato: ogni cosa, dal mangiare al pas-
seggiare, era un assoluto divertimento. Io, che avevo sempre
nascosto i miei sentimenti più profondi, ora ero lieto di poter-
li esprimere così liberamente, ero felice di potere essere final-
mente me stesso, senza nessun compromesso.
Manuela amava tantissimo i fiori, ed ogni mattina, non sape-
vo come facesse ma si alzava sempre prima di me, le stanze
n’erano piene: delle più diverse specie e varietà, i loro colori
riempivano di vita le camere della mia dimora da misantropo
con il loro profumo, ora conoscevo il segreto di quell’effluvio,
m’inondava il cuore di sensazioni e di emozioni che non avevo
mai sperimentato prima.
La sua innata gioia di vivere poi si esprimeva anche in un
altro modo: lei amava, infatti, sopra ogni cosa cantare e posse-
deva una voce molto bella dagli accenti dolci e dalle sfumatu-
re malinconiche.
Cantava canzoni conosciute che interpretava però in modo
del tutto personale, con uno stile particolare, o, invece, inven-
tava sul momento delle melodie e parole che quanto mi piace-
vano tanto sarebbe stato difficile riprodurre.
Incitava anche me ad entrare in quel gioco, ed io, che non
avevo mai cantato, ora mi lanciavo in spericolati duetti che ter-
minavano sempre in grandi risate e nelle nostre usuali mani-
festazioni d’affetto.
«Non ci lasceremo mai» ci promettevamo e a un tratto il
nostro tono diveniva serio e uno strano silenzio si posava fra
noi, fra le nostre anime, un silenzio carico d’emozione e di sen-
timenti veri.
Quando poi faceva buio non avevamo l’abitudine di uscire.
Manuela mi diceva spesso che non lo amava, le piaceva la
luce, il sole, e parlava di quell’astro come se fosse una persona
di sua conoscenza.
Ci mettevamo allora il pigiama, lei ne indossava uno di un
leggero tessuto bianco e lucido su cui erano disegnati dei

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L’ALCHIMIA DEL DOLORE

piccoli cuoricini vermigli. Io lo adoravo e ogni sera dicevo e


ripetevo quanto le stesse bene, poi cominciavamo a parlare
degli argomenti più disparati.
Forse era il buio, forse era la notte o forse era il tono di con-
fidenza che assumevamo, ma era certo che le nostre voci erano
ridotte a sussurri, a frasi in codice il cui significato era noto
solamente a noi.
Lei mi raccontava del suo ultimo viaggio, era andata in
America e affermava di essersi divertita moltissimo. Mi rac-
contava episodi particolarissimi che evidenziavano la sua
bontà e la sua generosità d’animo, ma non c’era mai nella sua
narrazione neanche la minima ombra di vanità, anzi lei si
toglieva sempre qualsiasi merito.
Poi il modo in cui raccontava era appassionante, coinvolgen-
te, sapeva dare colore a ogni storia, dargli quella tinta, quella
sfumatura in più come nessun altro osservatore della medesi-
ma scena avrebbe saputo fare.
Un giorno mi chiese:
«R. hai una ragazza?»
Io arrossendo dissi di no.
Allora lei si avvicinò e mi abbracciò teneramente, poi mi disse:
«Devi avere sofferto tanto. Non è vero?»
«Devi esserti sentito tanto solo?» poi aggiunse mentre
io annuivo.
«Adesso sono tornata e non dovrai mai essere più triste, per-
ché la tua sorella non ti lascerà!»

III.

In una chiara mattina d’estate io e Manuela, la mia amata


sorella di cui non potevo più fare a meno, camminavamo in
direzione del parco comunale, come per noi era ormai divenu-
ta buona abitudine.
Lei era come sempre del suo ottimo umore, allegra, gioiosa e
pronta ridere per ogni cosa: quel giorno indossava una tuta

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grigia (lei non amava certo formalizzarsi o vestire in modo


eccessivamente vistoso o esageratamente elegante) dal taglio
fine che rivelava ancora di più la sua graziosa femminilità.
Lei aveva preso il mio braccio quando fummo all’altezza del
cancello di colore verde mentre gli alberi avevano comincia-
to a circondarci con le loro lunghe fronde e con la loro altez-
za smisurata.
Nelle stradine lastricate del parco scorrevano coloro che si
applicavano all’attività del footing. Udivamo, senza nessuna
voglia di unirci ad essi, il loro respiro affannoso. Vedevamo i
volti provati dalla fatica e i muscoli delle gambe che vibrava-
no nel movimento ripetuto.
C’inoltrammo nei luoghi più nascosti, più solitari del giar-
dino, anche Manuela come me, amava quei posti isolati
dove nessuno può disturbarti e dove si può chiacchierare in
santa pace di qualsiasi argomento senza correre il rischio di
essere interrotti.
Avevamo trovato una panca di pietra che occupavamo ora-
mai con abitudine da due settimane, tanto che oramai la con-
sideravamo una nostra proprietà. Avevamo aggiunto i nostri
nomi a quelli degli altri innamorati che vi capeggiavano in
tutta la larghezza di essa.
Il silenzio, quella mattina, era dolcemente interrotto, dal cin-
guettare degli uccellini, dai passeri dalla voce delicata o dai
simpatici pettirossi dal tenero piumaggio.
Manuela riusciva addirittura ad attirare a sé quei piccoli
esserini di solito così diffidenti nei confronti del genere
umano. Lei parlava a loro, ed essi sembravano considerarla
come un’amica e si posavano nelle sue mani emettendo eufo-
nici versi.
Quella notte avevo composto una piccola poesia per
Manuela, gliela recitai ed anche se non era un granché (io la
paragonavo al sole, mi pare) lei si commosse e mi disse:
«Grazie, R. è bellissima!» e mi abbracciò forte con le lacrime
agli occhi, lacrime che presto spuntarono anche nei miei.
Eravamo felici, in quel momento. Potevo leggerlo nello

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sguardo di puro smeraldo della ragazza, lei si lasciò andare


poggiandosi nella mia spalla e ci lasciammo travolgere dallo
spettacolo incantevole della natura.
Solo qualche minuto dopo però udimmo dei rumori, dei
passi che venivano nella direzione in cui eravamo seduti,
entrambi ne fummo molto delusi perché la magia di quel
momento era stata spezzata da quell’arrivo improvviso. Ci
alzammo per andarcene con i visi mesti mentre un ragazzo
alto dal volto butterato si avvicinava verso di noi.
Ci allontanammo lentamente ma il ragazzo senza ragione
prese il braccio di Manuela.
«Voglio parlare con te» disse.
La ragazza sorpresa assunse un’espressione di puro terro-
re e disse:
«Lasciami stare» e mi rivolse uno sguardo che chiedeva un
disperato aiuto.
Con un ardire che non mi era consueto, il sangue mi pulsava
forte nelle tempie dall’indignazione, levai il braccio del bruto
da quello della ragazza e dissi con una voce di tuono:
«Mia sorella non vuole parlare con te, vattene!»
Quel ragazzone che pareva come un corpo privo dell’anima,
sembrò non capire e tentò di avvicinarsi ancora a Manuela che
arretrò spaventata, io mi misi di fronte a lui.
I nostri sguardi feroci s’incontrarono; le nostre mani freme-
vano per la lotta. Il ragazzo mi spinse a terra con violenza e
andò via.
Manuela ora calmatasi un poco mi aiutò a rialzarmi e disse:
«Grazie R., ti voglio bene.»
Ci abbracciammo nuovamente, per la prima volta mi parve
che la ragazza avesse perso la sua naturale allegria. La conso-
lai per la strada che ci riportava a casa.
La sera le era già tornato il buon umore.

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ROBERTO SANNA

IV.

Manuela, una sera, erano passati forse due mesi dal nostro
primo incontro, tornò a casa con una misteriosa aria afflitta.
Si sedette nel divano azzurro senza dire una parola; dopo
qualche secondo cominciò a piangere copiosamente.
Mi preoccupai subito di quegli eventi perché non c’era cosa cui
tenessi tanto come alla mia amata sorellina. Oramai non pensa-
vo che a lei per tutto il giorno e non potevo separarmene senza
doverne soffrire in modo inspiegabile e meraviglioso.
Mi avvicinai a lei, mi sedetti al suo fianco e le presi la mano,
i suoi occhi erano notevolmente arrossati. Doveva avere pian-
to anche fuori di casa.
«Che cosa è successo Manuela?» io le dissi teneramente
«Raccontami tutto, ti prego.»
Il suo pianto allora divenne ancora più acceso, mi abbracciò
e, singhiozzando disse:
«Fratello mio, ho delle cattive notizie da darti, purtroppo. Mi
dispiace tanto.»
Mi chiesi allora cosa dovesse essere successo, allarmandomi
perché non la avevo mai sentita parlare in quel modo, con quel
tono, e se lei sosteneva che era successo qualcosa, dovevano
essere accaduti fatti veramente terribili.
Alla fine Manuela mi rivelò il suo segreto, era risultata posi-
tiva al test dell’HIV.
Tentai in un qualche modo di consolarla, ma le sue lacrime
non sembravano doversi mai fermare, ci tenemmo stretti a
lungo senza parlare mentre la notte improvvisamente spunta-
va dalle finestre e il vento aveva, con violenza, preso a sbatte-
re sulle vetrate.
Quando ci lasciammo ci accorgemmo di non riuscire più a
parlare. Manuela mi guardava sempre con quello sguardo
sconsolato e frenava solo a stento quella sua profonda tri-
stezza; io anche facevo lo stesso cercando vanamente una
soluzione a quel problema, sapendo benissimo che dopo

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L’ALCHIMIA DEL DOLORE

qualche anno sarebbe arrivato l’AIDS, la terribile malattia


dagli effetti mortali.
Non mangiammo, non avevamo più voglia di fare niente.
All’improvviso la nostra felicità era crollata come un castello di
carte quando muoviamo male, per incidente, l’ultimo pezzo.
Tutta quella gioia, tutta quella luce, tutto quel sole erano solo
un ricordo, solo un ricordo oramai. Il mio cuore si struggeva e
si domandava perché proprio alla mia amata sorella, a quella
ragazza d’oro doveva capitare quella tragedia. Proprio a lei
che era un angelo in tutte le cose, lei non meritava una fine del
genere, non era giusto, no, non era giusto.
Andammo a dormire più presto del solito senza rivolgerci
parola. Vedevo che lei soffriva moltissimo, che era stato anche
per lei qualcosa d’imprevisto, d’inaspettato, era come se
davanti vedesse continuamente la morte, che nera indicava il
suo viso.
Spensi la luce, dormivamo, infatti, nella stessa camera, in
letti separati, ma non riuscivo affatto a prendere sonno.
L’insonnia, che credevo di avere per sempre debellato, ora
ritornava prepotentemente.
«Ci deve essere una soluzione, ci deve essere» mi ripetevo,
lungamente pensavo.
Accesi la luce, anche Manuela non dormiva, era stretta al suo
cuscino con gli occhi spalancati.
Mi recai nel bagno, presi un rasoio, mia sorella mi guardava
come per dire:
«No, non farlo, ti prego non farlo» io feci un cenno in modo
da impedire che muovesse obiezioni.
Aprii una ferita, un taglio all’altezza del pollice, lo stesso feci in
quello di Manuela, i due umori vermigli vennero a contatto.
Allora dissi:
«Siamo una persona sola.»

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L’ALCHIMIA DEL DOLORE

IL FANTASMA

Mauro Biloni, alzandosi in quella splendida mattina di


luglio, pensò che la vita fosse proprio bella, e non dubitò di
essere la persona più fortunata e felice al mondo. Il sole allora
irradiava con raggi piatti e dorati il tetto della villa a due piani
di sua proprietà. A tratti quel lucore si posava sulla sua mac-
china sportiva nera da cento milioni, creando un bizzarro
riverbero che pareva divertire molto l’uomo.
Lui aveva approssimativamente un’età di trentacinque anni,
portati benissimo, però, come si sentiva ripetere da ogni suo
conoscente. Ed era vero, il suo corpo robusto e muscoloso non
presentava neanche un filo di grasso, questo grazie alle sedu-
te settimanali che si concedeva in palestra. I suoi capelli bruni,
poi, parevano quelli di un ragazzo, neanche il minimo sento-
re di grigio o di bianco li attraversava.
Una lieve brezza arrivò allora sino alla bocca dell’uomo, che
inalò con compiaciuta voluttà quell’aria gentile e delicata che
riempiva il suo cuore di gioia e di beatitudine. Davanti a suoi
occhi una magnifica spiaggia solitaria sorgeva, con sabbia fine
e odorosa. Il mare, con lievi increspature bianche di schiuma,
carezzava dolcemente quelle soavi rive.
Lui stirò le braccia in alto e sbadigliò e vide, davanti ai suoi
occhi, come in un film, tutta la sua vita, tutti i suoi trionfi. La
laurea con i pieni voti, l’inizio della sua impresa, della fabbri-
ca di automobili, che nel giro di pochi anni aveva fatto parla-
re di sé in tutta la nazione, era amato dai suoi operai, era sti-
mato da tutta la gente del luogo. Aveva un nome, insomma,
una fama che si era conquistato nel campo, grazie ad un duro
ed operoso lavoro.
L’uomo rientrò nella stanza da letto mentre la giovane
moglie dormiva ancora. Lui si soffermò per qualche istante ad
osservarla nel sonno: ammirò il viso ovale perfetto, i capelli
biondi lunghi e delicati, quell’aria di dolcezza che da lei tutta

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ROBERTO SANNA

si profondeva. Mauro la amava tantissimo e il suo amore era


ampiamente ricambiato. Quell’unione durava oramai da due
anni, senza nessuno scossone. Mauro pensò che il matrimonio
lo avesse proprio messo a posto, certo da giovane si era diver-
tito a lungo, se l’era spassata, ogni sera una ragazza diversa, e
lui era un seduttore nato, ci sapeva fare con le donne. Ora,
però, aveva trovato la donna della sua vita, la persona giusta.
Lei, il suo nome era Alessandra, aspettava un figlio. Mauro
non si sarebbe mai sognato che sarebbe stato così bello diveni-
re padre, no, si disse, non lo avrebbe mai immaginato.
Lui s’avvicinò alla donna e le sfiorò il grembo dove a poco a
poco cresceva il nuovo membro della famiglia Biloni. A quelle
carezze la ragazza si risvegliò, aprendo leggermente gli
occhioni castani. Mauro fece un segno col dito per indicarle di
non parlare, i loro due sguardi s’incontrarono con affetto fra le
fresche lenzuola, s’abbracciarono teneramente.
«Cara come stai?» poi lui disse.
«Bene, bene» replicò la ragazza che aveva otto anni in meno
di quelli del consorte.
«Vuoi che ti prepari qualcosa?» disse lui con un morbido
tono di voce.
«No grazie, amore» replicò la ragazza in un sussurro melo-
dioso «non c’è né bisogno.»
Alessandra tornò a girarsi fra le coperte di seta bianca men-
tre Mauro si cambiava per recarsi alla sua “fabbrichetta”
com’era solito chiamarla simpaticamente. Lui, mentre radeva
il suo mento virile e quadrato, canticchiava un vecchio moti-
vetto di qualche anno prima. Era proprio una bella giornata,
una giornata di felicità, come poche ne capitano nella vita, e
lui sentiva di volere abbracciare il mondo intero.
Uscì con quest’aria allegra e festosa da quell’abitazione lus-
suosa. Lui non si vergognava della sua ricchezza, del suo
denaro perché era stata tutta opera del suo lavoro e del suo
spirito d’iniziativa. S’indirizzò verso l’automobile con un fare
sicuro, con gli occhiali da sole calcati sul naso, con i vestiti di
sartoria lucidi e brillanti, era bellissimo ed elegantissimo.

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L’ALCHIMIA DEL DOLORE

Arrivò celermente nel suo ufficio, dove regnavano un ordi-


ne e una pulizia assoluti. La scrivania azzurra lo aspettava
con il comodo scranno da cui controllava con un terminale
computerizzato l’andamento dell’azienda. La giovane segre-
taria appena assunta gli portò alcuni documenti da firmare,
lui la guardò, Sara era il suo nome. Certo che se lui avesse
voluto, con quella brunetta tutto pepe chissà cosa avrebbe
combinato, ma era meglio non pensarci, oramai era un uomo
sposato, lui pensò, e con la mano andò a sfiorarsi la grossa
aurea fede nuziale.
Verso le dieci, nel suo studio, ricevette una visita inattesa.
Sostava davanti alla porta un uomo sporco e malvestito, con
un’aria consunta e vissuta, con abiti chiassosi e sgargianti,
con una barba che gli cresceva selvaggiamente nel viso
magro. Inizialmente Mauro non riconobbe l’uomo; poi la
mente si concentrò.
«Piero, ma sei tu» lui esclamò al vecchio compagno
delle superiori.
I due uomini si abbracciarono vigorosamente, e cominciaro-
no ad interrogarsi vicendevolmente su quello che era loro
capitato in quei lunghi anni dal loro ultimo incontro.
Piero era disoccupato e sopravviveva solo grazie alle sue fur-
berie, ai suoi noti trucchi che sin da giovane lo avevano unito
a Mauro. Il giovane industriale sentendo parlare il vecchio
compagno sentì farsi avanti nella sua mente un certo imbaraz-
zo. Ora lui era un uomo affermato e non poteva certo farsi
vedere in giro con quel pezzente. I suoi dubbi poi furono
fugati dalla seguente riflessione: in fondo mostrava una gran
dignità nel rivolgere la parola a quella specie di mendicante,
era da considerarsi come un atto di carità.
La loro discussione, condita da scoppi improvvisi d’ilarità,
durò a lungo. Furono rievocate le loro imprese giovanili: le
ragazze, le feste, tutte le avventure che li avevano visti come
protagonisti. Poi ad un tratto Piero disse:
«Ti ricordi di Giorgio?»
«No» disse Mauro perplesso, nonostante la sua mente si

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ROBERTO SANNA

sforzasse di portare in luce un volto collegato a quel nome,


non vi riusciva.
«Ma come?» disse Piero «non ti ricordi della gita, lo scherzo
della baita, era stata una tua idea, non puoi averlo dimentica-
to, è stato uno spasso di cui abbiamo riso per anni.»
Un’immagine del passato tornò, Sì, ora ricordava vagamente,
un ragazzo di un’altra classe cui aveva giocato un tiro manci-
no, non tutto però gli era chiaro, ma fece finta di rammentare.
«Ah, sì» disse con sufficienza l’uomo mentre osservava con
disgusto la pancetta dell’amico.
«Ah, lo sapevo.» Fece ilare l’altro «Beh, immagina ora vaga
nelle strade come un barbone, proprio qui vicino. Devi proprio
vederlo, quasi crepavo dalle risate quando l’ho riconosciuto.»
«Ora è messo peggio che dopo il tuo trattamento, è tutto
ammattito.»
Mauro pensò di non sopportare più quel suo compare dal-
l’alito di sigaretta, con i denti gialli e cariati, voleva liberarse-
ne al più presto, ma, senza che lui lo volesse, si fece trascinare
a vedere quel tipo.
I due discesero nelle strade che portavano al porto. Le navi si
muovevano gravemente fra i lunghi moli, i traghetti carichi
scoppiavano di persone in viaggio, le barche dei pescatori si
confondevano fra loro, con l’attorcigliarsi delle reti e il puzzo
acre del pescato.
I due individui, il fallito e l’uomo di successo, si avvicinaro-
no in un angolo maleodorante di una piccola piazzetta dove
verdi ligustri si ergevano verso il cielo azzurro traversato solo
da qualche lieve evanescente nuvola rosacea.
Davanti a loro si mostrò questa scena: un uomo della loro
stessa età, con il volto da bambino e con i capelli grigi cammi-
nava, o meglio si muoveva maldestramente nel marciapiede,
come un tarantolato, balbettando, a tratti, parole incomprensi-
bili. Mauro guardò con noia quel matto dai vestiti logori e dal-
l’aria misera, era proprio scocciato, doveva tornare al suo lavo-
ro. Non poteva più perdere tempo con tutte quelle sciocchezze.
«Guarda, devo andare» lui era per dire, poi però ricordò

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L’ALCHIMIA DEL DOLORE

tutto, all’improvviso, in un istante, quello che era successo in


quella primavera. Si trovavano in una baita, nella gita della
terza superiore. Si facevano le solite cose, le consuete battu-
te che nascono fra le compagnie maschili, insomma ci si sec-
cava molto.
Lui, allora, ebbe un’idea, fecero entrare nella baita con una
scusa questo ragazzo di un’altra classe, si chiamava Giorgio,
ed era un ragazzetto che pareva un bambino per quanto era
magrolino e timido. Iniziarono a prenderlo in giro, ma presto
si stancarono perché quel tipo non dava soddisfazione. Poi lo
spintonarono ma lui non reagiva, a quel punto a Mauro venne
un’idea, tanto sadica quanto divertente per la congrega di gio-
vani aitanti maschi.
Lui raccattò un bastone e con quello, dopo aver fatto calare i
pantaloni al ragazzo…
Non poteva ricordare, era stato solo un gesto di giovani esal-
tati, non poteva ancora sentirsi in colpa per quel fatto. Era
stato solo un incidente giovanile. Ora guardava il volto di quel
vecchio, perché così pareva al suo sguardo, e capì che era stato
lui a ridurlo in quello stato.
«Beh, ti sei incantato, possiamo andare ora» disse Piero.
Mauro si scosse, i due uomini andarono via, lui con la coda
dell’occhio ancora cercava quella figura miserevole, col cuore
che gli batteva all’impazzata nel petto virile. Riuscì con una
scusa a separarsi da Piero, ritornò nel suo ufficio e si chiuse a
chiave per riflettere su quello che gli era accaduto.
Per ore si arrovellò la mente alla ricerca di una soluzione per
quel problema, senza riuscirne, però, a venirne a capo.
Trovava mille giustificazioni ma nessuna reggeva al giudizio
della sua coscienza. Poi però venne un’idea, uscì correndo dal-
l’ufficio fra gli sguardi stupiti dei suoi dipendenti.
Senza fiato raggiunse la banca che sorgeva al fianco degli
edifici della fabbrica, e prelevò una somma considerevole in
contanti. Si accorse di sudare, il suo volto era disfatto e
aveva un’espressione strana, che non aveva mai notato
prima su di sé, gli parve che rughe gli circondassero, gli

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ROBERTO SANNA

assediassero la fronte.
In tutta fretta lui raggiunse Giorgio, che ancora vagolava nella
piazzetta dal terribile nidore, lui gli sfiorò la spalla e disse:
«Senti, lo so che non ti ricordi di me, ma io ti voglio aiutare,
seguimi, ho un debito da saldare nei tuoi confronti.»
Il tipo precocemente invecchiato non comprese neanche
una parola di quello che gli veniva detto, mugolò qualche
verso acuto e stridulo, poi si mise a piagnucolare. Mauro
tentò di prendere la situazione in mano, quello era, in fondo,
il suo mestiere.
«Ti voglio aiutare, hai capito?» disse muovendo, agitando le
mani con forza, porgendogli le manate di soldi che aveva
appena prelevato. Giorgio si spaventò ulteriormente a quei
gesti e continuava a piangere. Il suo volto smangiato dalla
fame era rigato, sconvolto, impaurito.
«Lo lasci stare» disse allora un uomo che passava dietro di loro.
«Non vede che è un pazzo, lei non può fare niente, lo
lasci stare.»
Mauro ascoltò le parole dell’uomo di mezz’età che sembrava
avere un’aria saggia e ragionevole. Quelle argomentazioni lo
convinsero, si arrese, lui che non aveva mai mollato, lui che
era capace di risolvere i problemi più difficili, ora era schiac-
ciato da quel fantasma che ritornava dal passato.
Tornò a casa quando era già notte, dopo avere deambulato
a lungo, pensò che non avrebbe dovuto seguire quel suo vec-
chio compagno di scuola, ma ormai l’aveva fatto e non pote-
va più farci niente. Dire che quel giorno gli era parso, la mat-
tina, come bellissimo, credeva di avere raggiunto la felicità,
ed ora era tormentato da quel volto, da quella colpa di tanti
anni addietro.
Alessandra vedendolo arrivare notò che qualcosa non anda-
va, vedeva che il suo uomo si comportava in modo insolito,
vide che le mani gli tremavano violentemente, e chiese con
voce carezzevole e vellutata:
«Tesoro, cosa c’è? Stai male?»
Lui allungò il braccio come per assicurare che non era

22
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

niente, poi aggiunse:


«È solo un po’ di mal di testa, passerà» affermò, portando la
mano in direzione della fronte.
La cena si svolse in un’atmosfera irreale, in un silenzio asso-
luto. L’uomo di solito allegro e vitale era divenuto all’improv-
viso taciturno e ombroso. Dopo qualche minuto se ne uscì in
questo modo:
«Senti, cara. Ho scordato una cosa in macchina, vado, la
prendo e torno subito.»
Disse questo in un tono concitato; con gli occhi iniettati di
sangue. Non aspettò risposta. Scappò via in tutta fretta
lasciando la porta aperta.
Si ritrovò a correre in strada, incosciente di quello che face-
va, raggiunse il parco pubblico. I cancelli erano chiusi. Li sca-
valcò con facilità. Non parlava eppure gli pareva di gridare. Si
avvicinò ad un grande ficus sempreverde, dai rami spessi e
lisci, dalle foglie glabre e gigantesche
Si accorse di avere in mano una corda. Doveva averla com-
prata senza rendersene conto. La legò saldamente al ramo.
Gli parve allora di uscire fuori di sé. Era come se si vedesse
agire, come se fosse un osservatore di quella scena. Si vide
mentre s’impiccava. Sentì arrivargli la morte alla gola.
Questo pensiero, in quel momento, allora, sorse nella
sua mente:
«Sono salvo!» «Sono salvo!» e sentì una strana gioia consolar-
gli il cuore.

23
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

IL GIOVANE INCANTATORE

I.
Il sole era un astro così freddo e gelido nel cielo di quella
mattina di marzo. Nelle grigie strade della città di M., una
ragazza vagava, passeggiava avvolta in un cappotto di panno
blu molto grazioso e raffinato. Le ore erano ancora piccole, e
solo qualche figura s’intravedeva all’interno di bar dalle luci
di tenue fulgore.
Il nome della ragazza era Stefania; i suoi corti capelli neri
avevano un taglio quasi maschile, corti e ben pettinati. Il viso
era ovale e dava un’immediata impressione di razionalità e
sensibilità assieme. Le labbra erano sottili, il mento legger-
mente allungato, le sue mani avevano uno strano modo di
muoversi come se cercassero di afferrare qualcosa.
La sua età poteva ben approssimarsi sui venticinque anni.
Conservava da un lato un aspetto di ragazzina e dall’altro
un’evidente maturità. Quest’ultimo fatto si evidenziava
soprattutto nei particolari: la piccola borsa di pelle nera, il
trucco leggero ma presente, la compostezza dei movimenti
che faceva pensare al superamento delle acerbe esaltazioni di
un’adolescente.
La fronte di Stefania si corrugò all’improvviso. I suoi passi si
fecero più rapidi, producendo uno strano picchiettio nel
suolo. Un pensiero ricorrente balenava nella mente della
ragazza mentre la sciarpa azzurra le si stringeva delicatamen-
te nel collo niveo. Il giorno precedente aveva lasciato il suo
ragazzo e quella mattina s’era alzata molto presto per riflette-
re su quello che le era accaduto.
Quella storia, quella relazione era iniziata circa un anno
prima, quindi era un qualcosa che aveva lasciato un segno,
una traccia importante nella vita della ragazza. Lui si chiama-
va Samuele, ne vedeva anche ora il viso abbronzato, con la
lieve barba di un giorno che usava lasciarsi. Sentiva l’odore

25
ROBERTO SANNA

pungente del suo profumo, il senso della sua pelle e altro


ancora.
Era stata lei a lasciarlo, da qualche tempo lei sentiva un senso
di disagio, d’imbarazzo nello stare con quel ragazzo. Sentiva
nel cuore uno scarto, una distanza fra le loro due anime che
pareva incolmabile. Pensava, a volte, che loro due parlassero
due lingue diverse, come se appartenessero a due universi che
non potevano comunicare fra loro.
Stefania alzò lo sguardo verso nuvole screziate di un azzurro
intenso. Ora aveva preso a spirare un vento sottile e gelido, lei
s’era immessa in una strada che non conosceva. Era un lungo
viale dagli edifici alti ed anonimi dove ad un tratto spuntava
uno strano spiazzale squadrato senza alberi né panchine.
In quello slargo il vento era più forte e più freddo, e dava alla
pelle brividi e sentori di neve, di ghiaccio, di grandi laghi
immobili, di giganteschi alberi muti. Stefania ebbe lo strano
desiderio di addentrarsi in quel luogo.
L’atmosfera che si respirava era, in effetti, fantastica. Il silen-
zio era così profondo. La solitudine così intensa, così vibrante
che lei non si sarebbe sorpresa nel vedere spuntare all’improv-
viso uno gnomo bitorzoluto, dal cappello rosso e dal corpo
tozzo e rugoso, con una sacca verde nelle spalle piena di fun-
ghi appena raccolti.
Lei s’accorse che il cuore le palpitava leggermente, sentiva
una strana emozione venirle all’animo. Era una sensazione
bizzarra e misteriosa, un senso di spazio illimitato, di vertigi-
ne come se, ad un tratto, stesse camminando fra le nuvole, o
come se una lama ghiacciata la facesse lievemente sanguinare
nel petto.
Il sole le brillò un attimo negli occhi, la abbarbagliò legger-
mente. Si portò una mano nella fronte e le parve di sentire un
lieve rumore che si ripeteva. All’inizio credette solo d’essersi
immaginata tutto, poi comprese che si trattava di lontani colpi
di tosse.
Stefania attraversò il vento, lo tagliò e si diresse nel punto
in cui le pareva provenire quel tenue tossicchiare. Giunse

26
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

nell’angolo più interno dello scabro piazzale, dove sostavano


delle betoniere abbandonate, dove i lavori per quell’area
erano ancora in corso, e riudì, ora più distintamente quel
suono.
Vide un braccio magro ed infantile spuntare da una selva di
cartoni male ammucchiati. Si piegò istintivamente e li smosse.
Due occhi azzurri, o meglio, celesti, di un celeste puro e per-
fetto la guardarono. Davanti alla ragazza c’era un bambino,
un ragazzetto che forse poteva avere dieci o anche dodici anni.
Stefania vide con commozione quel fanciullo che in quella
giornata d’inverno indossava solo una strana leggerissima
tunica bianca ricamata.
Il ragazzo era bellissimo, nonostante il corpo fosse quasi assi-
derato. Lui, infatti, portava dei corti capelli biondi, sottili
come seta, di un’incomparabile finezza. La pelle poi aveva un
colore roseo e delicato. Vedendo che quella ragazza che lo fis-
sava, aveva assunto un’aria smarrita e titubante, come di chi
non sa ancora se fidarsi della persona che ha appena conosciu-
to.
Stefania era irresistibilmente attratta da quel fanciullo. Si
avvicinò a lui e cercò di rassicurarlo, posandogli una mano
materna sulla soffice capigliatura. Il ragazzino subito le sorri-
se in modo dolcissimo. La ragazza, vedendo che lui tremava
per il freddo, e le labbra sottili erano sul punto di divenire vio-
lacee nel colore, si tolse il cappotto e lo avvolse nelle sue spal-
le.
Già da qualche anno abitava da sola in un piccolo apparta-
mento che sorgeva in prossimità del porto, in uno di quegli
edifici che s’accostavano alla parte più vecchia della città. Non
ebbe nessun dubbio, doveva condurlo a casa, e poi conosciu-
ta la sua identità lo avrebbe riportato alla sua famiglia.
«Mi chiamo Stefania» lei disse con gentilezza, prendendo la
sua mano.
«Qual è il tuo nome?» poi aggiunse.
Il ragazzino spalancò le labbra e disse:
«Il mio nome è Charles» con una voce flautata e musicale,

27
ROBERTO SANNA

con accenti che per ragioni misteriose scossero l’anima della


ragazza. C’era in quella voce un’innocenza ed una tenerezza
che stupivano.
I due, senza altre parole, si mossero nelle vie della città, con
la mano tenuta. Dopo qualche minuto, Stefania abbassò il
capo verso gli occhioni celesti del fanciullo e chiese:
«Dove abiti, Charles?»
«Da nessuna parte, Stefania» disse lui come se fosse la cosa
più naturale del mondo, come se fosse normale non possede-
re una casa o un posto in cui vivere. La ragazza stupita si
fermò e chiese:
«Dove sono allora i tuoi genitori? Non hai un padre, una
madre, un fratello o una sorella?»
«Io non ho né padre né madre né fratelli o sorelle» disse sor-
ridendole.
«Ma da dove vieni?» allora chiese Stefania, sempre più sor-
presa da quelle risposte, non osandone dubitare, perché sape-
va che quel ragazzo non mentiva.
Lui allora, col braccio destro che era libero, indicò il cielo, e
in particolar modo un gruppo di nuvole dai riflessi dorati che
danzavano nell’orizzonte, e disse:
«Laggiù, laggiù, da quelle nuvole, da quelle nuvole meravi-
gliose.»
Stefania non sapeva cosa replicare a quelle parole, era assur-
do quello che diceva. Nessuno può essere nato nelle nuvole.
Eppure non parlò. Quella voce musicale ed eufonica l’aveva
ipnotizzata; quei suoni le stordivano la ragione, erano cose
incredibili quelle che sentiva ma, a tratti, anche lei se ne con-
vinceva, le riteneva così vere da non doverne e non poterne
dubitare.
Parlarono a lungo per arrivare fino a casa sua, e lei provava
sempre una strana e maggiore simpatia per il piccolo Charles.
Lui poi era gentile e educato in maniera particolare. Passando
per strade in cui sorgevano lievi vegetazioni lui raccoglieva
piccoli fiori gialli e li porgeva alla ragazza, facendole compli-
menti per ogni cosa.

28
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

Quei boccioli che coglieva poi, invece di vizzirsi dopo qual-


che minuto, rimanevano intatti nella freschezza dei loro peta-
li, ed emanavano un profumo forte ma delicato anche ad una
certa distanza.
Avvolta da quell’insolita atmosfera magica lei fece entrare il
bambino nel suo appartamento.

II.

Passarono diversi giorni da quel bizzarro episodio e il ragaz-


zino ora s’era insediato stabilmente all’interno dell’apparta-
mento della giovane ragazza. Lei aveva in verità cercato di
sapere qualcosa in più sulla famiglia di Charles, ma non aveva
ottenuto alcun risultato.
Una mattina s’era recata in Questura ed aveva chiesto infor-
mazioni sull’eventuale sparizione di un ragazzino nei giorni
precedenti. I funzionari non ne sapevano niente, nessuna per-
sona che corrispondeva alla sua descrizione era stata dichiara-
ta scomparsa.
Diede risposte evasive alle domande pressanti degli agenti.
Era divenuta all’improvviso diffidente, si nascose, si trincerò
in un lungo silenzio ai sospetti degli impiegati. Riuscì a veni-
re fuori della questura prima che tradisse la presenza del
ragazzino nella sua abitazione. Le era sorto il timore che quel
ragazzino fosse fuggito da un terribile orfanotrofio, vedeva
immagini di cruenta violenza e disperata solitudine sorgere
nella sua mente, e non voleva permettere che lo riportassero
in uno di quei postacci. Non negò a sé stessa di provare già
una sorta d’affetto per quel gentile bambino.
Stefania aveva anche interrogato lungamente Charles sulle
sue origini, ma le risposte erano sempre più stravaganti ed
originali. Un giorno dichiarò d’essere figlio del sole, un altro
affermò che i fiori erano suoi parenti. Diceva queste cose con
la massima serietà, con gli occhi che gli s’illuminavano. Non
era possibile contraddirlo.

29
ROBERTO SANNA

Quella compagnia divenne sempre più cara alla ragazza, il


bambino era dotato di un potere misterioso che la faceva cal-
mare e restare tranquilla. Una strana serenità ora attraversava
la sua vita, una pace che si diffondeva magicamente nelle stan-
ze come una musica silenziosa e soave.
Il ragazzino aveva dei comportamenti insoliti e sorprenden-
ti. Un giorno, infatti, Stefania sentì che parlava da solo nel ter-
razzo della sua casa. Lei lo raggiunse e vide che discorreva con
il gatto bianco dei vicini, e quello pareva tutto intento ad ascol-
tare quelle parole che apparivano incomprensibili alla ragaz-
za.
Non appena la vide le sorrise e disse:
«Ciao Stefi,» usava chiamarla con quel soprannome oramai
da tempo, «vieni qui, dai!» disse e le presentò il gatto come se
fosse un essere capace di comprendere, affermò che si chia-
masse Luciano. Certo che quel gatto in quel momento pareva
proprio avere un’anima, figurava che fosse molto intelligente.
Ad un tratto le parve anche che l’animale le strizzasse l’occhio,
ma doveva essere solo un’impressione, doveva essersi sicura-
mente sognata tutto.
Charles poi comunicava anche con le piante del suo terrazzo.
Faceva questo cantando delle nenie particolari, con una lingua
che pareva il tedesco. Stefania, però, non lo conosceva e non
poteva giurare che non fosse un idioma assolutamente scono-
sciuto.
Quelle pianticelle, che lei si dimenticava di annaffiare, creb-
bero da allora in modo prodigioso.

La ragazza era alla ricerca di un lavoro. Da alcuni mesi era


stata licenziata dalla sua precedente occupazione e i soldi
cominciavano a finire. Questa era una delle tante cose che ulti-
mamente la preoccupavano. A volte, nelle notti, rimaneva sve-
glia con pensieri che le circondavano la mente, senza riuscire
a trovare una soluzione a quel piccolo dramma che ora l’ango-
sciava.
Lei amava in particolare modo i libri, ed era un suo vecchio

30
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

sogno quello di potere lavorare all’interno di una libreria. A


lei poi piaceva molto il contatto con il pubblico, il potere par-
lare con la gente, però non aveva fino allora ottenuto che pic-
coli lavoretti come segretaria in uffici commerciali e legali,
dove era trattata senza rispetto. Quel tipo di occupazione la
rendeva molto insoddisfatta.
Una mattina, invece, con sua grande sorpresa, da una libre-
ria del centro, che fra l’altro lei frequentava spesso, ricevette
una telefonata. Una signora gentile le comunicò che era stata
assunta, lei non credeva a quelle parole. Non aveva, infatti,
mai rivelato a nessuno questo suo segreto.
Incuriosita si recò nel locale colmo di volumi che s’affollava-
no negli scaffali laccati di giallo da dietro alla grande vetrina.
Con un certo timore s’avvicinò al banco dove sorgevano la
cassa e un personal computer bianco.
«Mi scusi?» chiese ad una signora che aveva il capo chino.
Quella la guardò e gli occhi, prima indifferenti, furono acce-
si da un profondo entusiasmo.
«Stefania» disse lei aggiustandosi gli occhiali dalla montatu-
ra in osso sul naso. Le strinse vigorosamente la mano e poi,
prima che lei potesse aprire bocca, continuò:
«Il suo piccolo fratello è venuto qui due giorni fa. Lui mi ha
parlato tanto bene di te,» la donna sembrava usare molta con-
fidenza con la ragazza più giovane «che non ho potuto fare a
meno di credere alle sue parole.»
Stefania si stupì di quello che sentiva, era proprio del picco-
lo Charles che si parlava, come poteva avere fatto, si doman-
dò, ma intanto la donna proseguiva nel suo discorso:
«Ringrazialo ancora, è così carino e così gentile, poi quei fiori
che mi ha regalato sono proprio bellissimi. Che strano. Li ho
da alcuni giorni e non si sono ancora seccati. Incredibile!»
Stefania, senza replicare, accettò quel lavoro cui tanto aveva
anelato.
Ancora altri dovevano essere però i fatti che dovevano stupi-
re la giovane ragazza. Quel piccolo misterioso ragazzino sem-
brava dotato di un potere particolare: quello di far diventare

31
ROBERTO SANNA

gentili tutte le persone che lo circondavano.


Nel palazzo dove abitava Stefania s’era prodotto un fenome-
no straordinario, fantastico. Tutti si amavano e si scambiavano
complimenti e lodi. Era sorta una gara di bontà e generosità
che era impensabile fino a qualche settimana prima.
Quel cambiamento era dovuto al giovane bambino, a quel
giovane incantatore. Quel ragazzetto biondo dalla pelle di bam-
bino era adorato e coccolato da tutti, e lui faceva regali a tutte
le persone del palazzo, anche se non si sapeva come facesse a
trovare quegli strani gioielli azzurri che distribuiva.
Stefania pure ricevette uno di quei monili, uno che aveva la
forma del sole, ma con un disegno oblungo e bizzarro. Lei lo
ringraziò con le lacrime agli occhi, oramai non poteva frenare
quella gioia, quella felicità che non riusciva a spiegarsi.
«Questo gioiello è per te, mio sole» disse lui con la sua voce
incorporea e musicale, con quella voce che seduceva, che esta-
siava.
Lei lo abbracciò. Oramai non si poneva più interrogativi sulla
sua nascita o sulla sua famiglia. Disse, con calore: “Piccolo
Charles ti voglio bene.»
«Anche io ti voglio bene, Stefania» disse lui mentre dalle
tende bianche il sole appariva alle loro spalle. Quei raggi si
posavano delicatamente su quell’immagine di due persone
unite in modo così profondo.

III.

Un pomeriggio primaverile si stendeva sulla città in fiore. Il


sole caloroso allungava le ombre dei passanti mentre una fre-
sca bava di vento si riversava nelle stradine del centro. I nego-
zi s’affollavano di gente. Le voci si confondevano in una vita-
le amalgama, fra le risate delle commesse e le chiacchiere dei
giovani.
Stefania quel giorno non lavorava. Era il suo giorno libero. Si
era per questo recata alla ricerca di un regalo per il suo piccolo

32
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

amico. Non ne conosceva il motivo ma si sentiva molto felice.


Camminava o meglio saltellava nel selciato, con una grande
allegria.
Si sentiva leggera, piena di gioia. I suoi occhi bruni erano
colmi di una profonda luce interiore. Le piaceva molto l’idea
di fare un dono al suo piccolo Charles, e già voleva immagina-
re la sua faccia dinanzi alla sorpresa che le preparava.
«A meno che non mi legga ancora nel pensiero» si disse lei
divertita.
Era arrivata fino ad un negozio di giocattoli in cui intendeva
entrare quando sentì una ruvida mano posarsi sulla sua spal-
la. Si voltò e davanti ebbe un volto familiare, una faccia cono-
sciuta. Era Samuele, il suo ex-ragazzo. Dal volto bruno le sor-
rideva.
«Ciao!» disse lei gentile, si sentiva molto buona e non c’è
l’aveva più con lui. Era in fondo passato così tanto tempo che
serbare ancora rancore non sarebbe stato né giusto né ragione-
vole.
«Ciao!» replicò lui con la sua voce profonda e mascolina.
«È tanto tempo che non ci si vede» disse lui. Stefania sentì
ancora quel suo tipico profumo intenso, mentre gli occhi neri
la scrutavano con interesse.
«Sì. È vero» disse lei
«Allora come stai?” poi aggiunse.
«Sì, va tutto bene» lui replicò «Sai sono divenuto capo villag-
gio, come volevo.»
«Raggiungo sempre i miei obiettivi» poi disse portandosi le
mani grandi nei capelli scuri e molto curati.
«Sai anche io ho raggiunto il mio obiettivo, lavoro in una
libreria.»
«E questo era il tuo sogno? Non me lo avevi mai raccontato.»
«Sì» rispose lei facendo finta di non notare il lieve accenno
d’ironia che era in quelle parole.
La discussione si protrasse per lungo tempo. Stefania aveva
una gran voglia di parlare con lui. In fondo lo aveva amato
molto e non lo aveva dimenticato. Il rivederlo dopo tanto

33
ROBERTO SANNA

tempo, anzi, le aveva risvegliato antiche speranze, vecchi


ricordi in cui lo immaginava ancora come perfetto.
I suoi occhi, in quel momento di felicità e d’entusiasmo, vede-
vano solo i pregi di quel ragazzo e non riuscivano a notare
quel gretto egoismo che l’aveva costretto a lasciarlo.
«Ti trovo bene!» disse ad un tratto lui, con lo sguardo pene-
trante.
«Grazie!» disse lei sorridendo.
«Anche tu» poi aggiunse e pensava di trovarlo proprio bello.
«Senti» poi disse lui «Posso invitarti a cena. Non preoccupar-
ti, non ci provo. Incontriamoci come buoni amici.»
Lei, senza riflettere, rispose di sì.
«Allora, stasera vengo a prenderti” disse lui.
«Alle otto.»
«Alle otto.»
Samuele la salutò e si mosse verso la lussuosa macchina nera
parcheggiata nel marciapiede. Stefania lo vide andare via. Lei
allora tornò a casa e sentì un brivido strisciarle nel petto, per
sensazioni che le sorgevano, che le si risvegliavano ad un trat-
to nella mente.
Entrò nel suo appartamento e allora, vedendo gli occhi cele-
sti e gentili di Charles che la guardavano con dolcezza, si
ricordò che aveva avuto l’intenzione di comprargli un regalo.
Se l’era dimenticato, n’era dispiaciuta. Sarebbe stato per un’al-
tra volta
Per tutta la sera, prima del suo appuntamento, lei fu intratte-
nuta dal bambino dai capelli biondi e dal viso di ragazza. Era
davvero un ragazzino incantevole; ma quella sera lei non gli
prestava attenzione. La sua mente volava invece all’altro, a
Samuele, era stato un incontro inaspettato e ne provava anco-
ra una forte emozione.
Il ragazzino notò subito quella distrazione e, con cura, chie-
se:
«Cos’hai Stefi? Sembra che ti sia persa dentro ad un sogno.»
Lei, in un primo momento, voleva raccontargli tutto, poi fu
presa da uno strano timore e disse:

34
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

«Sai, ho incontrato una vecchia amica, che non vedevo da


tanto tempo. Stasera usciamo insieme.»
Sentì un sobbalzo, un sussulto venirle al cuore. Aveva menti-
to. Non sapeva perché ma le parve che la terra avesse preso a
tremare.
Lo guardò nei suoi occhi celesti e puri. Lui aveva capito della
sua menzogna, n’era stupito, e forse proprio per questo non
replicò. Uno strano silenzio scese fra i due.

IV.

Trillò la suoneria del citofono verso le otto e un quarto.


Charles dormiva già, Stefania discese ad incontrare Samuele.
Lui l’aspettava in mezzo al marciapiede, elegantemente
appoggiato alla sua vettura scura. Era vestito di tutto punto e
in mano aveva un grosso e brillante mazzo di rose di un colo-
re rosso carico.
«Sono bellissime» disse lei stupita da tante attenzioni.
«Sì» disse lui con la sua aria sicura mentre baciava nelle
guance la ragazza.
«Stai molto bene» disse lui notando l’abito un po’ scollato che
lei indossava. Il suo occhio lungamente andava a guardare in
quel punto e nel viso gli sorgeva un’espressione divertita e
maliziosa.
Arrivarono in un ristorante elegante e costoso. Il personale
era vestito con delle divise bianche e lucide. Tutti erano di una
gentilezza squisita. I lampadari brillavano in mille gocce di
cristallo. Le luci iridescenti si posavano nelle candide tovaglie
e nel fulgore delle posate d’argento.
Stefania pensò che sarebbe stata un’ottima serata. Non aveva
mai visto Samuele comportarsi in modo così gentile e galante.
Era poi anche simpatico e divertente com’era nel suo carattere
estroverso.
Ad un tratto lui chiese l’origine di quel gioiello. Disse:
«Te l’ha regalata il tuo nuovo uomo? Vero? Facevi tanto la

35
ROBERTO SANNA

santa e invece ti sei già fatta un amante.»


«No, no» replicò lei arrossendo non poco «non è come la
pensi» e raccontò la lunga storia del quel bizzarro bambino
che in una mattina di febbraio aveva incontrato e che ora abi-
tava insieme con lei.
Dinanzi a quella storia fantastica Samuele non lesinò la sua
proverbiale ironia. Un bambino in casa. Cos’era diventata una
baby-sitter.
Stefania non parve udire l’acida battuta. Continuò, anzi, a
parlare del ragazzino. Affermò che era triste per lui. Non gli
aveva detto dove andava. Gli aveva mentito. Dire che lui le era
tanto caro, era stata così stupida a non dirgli la verità. Era una
leggerezza che non si perdonava.
Samuele assunse un fare comprensivo. La sua voce si abbas-
sò di tono, per assumere delle sfumature e degli accenti più
vellutati. Poi, però, disse:
«Guarda che non gli devi mica rendere conto di tutto. Se vuoi
uscire esci. Sei o no una donna libera ed indipendente?»
Lui serrò la ragazza con queste argomentazioni fino a farla
convincere di quello che sosteneva. Iniziarono a bere. Lei non
voleva. Lo sapeva che era molto sensibile all’alcool. Lui riuscì
ad obiettare con successo alla ragazza: per una volta, non c’era
niente di male. Poi non uscivano in fondo come buoni amici.
Le aveva promesso che non ci avrebbe provato ed lei non
poteva negare che s’era comportato come un perfetto galan-
tuomo.
Il clima divenne più allegro fino ad assumere, a tratti, un
tono d’euforia. Il ragazzo rimaneva ben lucido nel suo astuto
piano. Lei invece era già un po’ brilla e lasciava che lui facesse
le sue battutine maliziose, il braccio avanzava con precise
intenzioni verso il corpo della ragazza.
Si lasciò trascinare in quel gioco, con ingenuità dovuta anche
all’ottenebramento della coscienza cui era soggetta in quel
momento.
La riaccompagnò a casa che lei oramai non era più in sé. Si
ricordavano i vecchi tempi, i bei vecchi tempi. Si rideva degli

36
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

episodi che divenivano più belli così trasformati dalla memo-


ria. Ci sapeva fare; fece rammentare alla ragazza la loro prima
volta.
Erano arrivati davanti all’abitazione della ragazza. Non vide
che una luce accesa brillava nel quarto piano, all’interno del
suo appartamento. Lo fece salire in casa. Già nell’ascensore lui
la baciava nelle spalle e faceva scivolare con veemenza le mani
nel suo corpo giovanile.
Furono così, da una parte per caso, dall’altra per intenzione,
nello stesso letto. Stefania mentre lui la spogliava sembrò
ritrovare la sua coscienza. Disse:
«No, non voglio. Ti prego. Finiscila. C’è un bambino in casa.»
Samuele però fu ben deciso e soffocò quella ribellione ai suoi
intenti. Portò la mano nella bocca della ragazza per farla tace-
re; ed, in sostanza, la stuprò.
Dopo un qualche tempo, il buio serrava la stanza da letto dal
soffitto al pavimento. Si udirono dei lievi passi entrare nella
stanza. Quel piccolo rumore fece svegliare la ragazza.
Nonostante un gran mal di testa lei si rese, ad un tratto, conto
di quello che le era accaduto, coprì con le lenzuola il suo corpo
nudo.
Le luci si accesero. Charles la fissava con uno sguardo vacuo
e spento. Quel colore celeste non era più quello del cielo o
della purezza. Lei notò delle occhiaie rosse, sintomo di un
lungo pianto. Il suo volto poi aveva un pallore, una bianchez-
za, un lividore, come se non vi scorresse più neanche una goc-
cia di sangue. Samuele dormiva profondamente con il capo
riverso nel cuscino color rosa.
Il ragazzino scappò. Stefania solo dopo qualche minuto lo
seguì, ma non riuscì a trovarlo. Doveva essere scappato fuori
casa. Era disperata. Cacciò l’uomo dal letto e lo fece andare
via. Non poté sopportare quello sguardo, quel sorriso di deri-
sione, come per dire «ti ho fregato», che spuntava dal viso
virile.
Cercò il bambino per tutta la notte, ma non lo trovò. Girò
tutte le strade della città, ma non ve n’era rimasta traccia.

37
ROBERTO SANNA

Tornò a casa la mattina. Le prime luci dell’alba, gli smorti


chiarori dell’aurora accompagnavano il suo viso stanco e sof-
ferente.
Aprì la porta di casa. Lo spettacolo che vide era terribile.
Il ragazzino s’era impiccato al lampadario. Una corda sottile
dal colore rosso l’avvolgeva nel collo. Il dolce viso di Charles
era deformato dalla morte. Stefania piangendo lo tirò giù, lo
strinse a sé, piena del profumo delicato che da lui si profonde-
va, ma il suo cuore aveva già, purtroppo, terminato di battere.

38
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

L’ALCHIMIA DEL DOLORE

I.

Era già sera. Fuori della finestra, sistemata, posta nel secon-
do piano dell’edificio popolare in cui abitavo, il buio e l’oscu-
rità si addensavano sul vetro in una densa e muta immobilità.
Tutto m’appariva quieto e tranquillo all’interno della mia
piccola cameretta, col soffitto basso che mi opprimeva i pen-
sieri. Solo si udiva il lieve e continuo ronzio della luce elettri-
ca che veniva da un’unica e nuda lampadina che spenzolava,
che pencolava dall’alto, in modo pericoloso, con alcuni fili che
erano scoperti.
Nessuno s’era preoccupato di ripararla. Ne seguii per alcuni
istanti il movimento ondulatorio ripetuto che m’ipnotizzava,
che mi ossessionava.
Provavo freddo e questo nonostante ci fosse una tempera-
tura molto elevata, e nella città di K. fosse quasi arrivata
l’estate. Mi raggomitolai, sospirando lievemente, in un ango-
lo del piccolo e modesto letto di legno consumato. Il vetro
della finestra di fronte a me rifletteva lievemente il mio viso
di bambina, e i capelli neri tagliati corti e non troppo bene
pettinati. Pensai di avere, in quel momento, proprio un
aspetto triste e sfortunato.
Pensai che nel mio cuore non vi fosse alcuna speranza per il
futuro.
Quella sera, mi ricordai, avrei dovuto studiare, ma non lo
avevo fatto; e, proprio per questo motivo, il mio cuore batteva
più velocemente del normale. Il respiro era, intanto, corto,
mozzato. Avevo paura per il giorno dopo. Forse m’avrebbero
interrogato, non osavo pensarci, questo mi faceva tremare,
questo mi faceva stare veramente troppo male.
Provai a prendere in mano il libro dalla copertina di colore
azzurro. Lo dischiusi, lo aprii nella pagina in cui v’era la

39
ROBERTO SANNA

lezione da dover imparare.


Vidi allora apparire il volto cupo e severo del professore, quel
suo particolare sguardo inquisitore e privo di compassione. Era
come se fosse arrivato specialmente nella mia stanza al fine di
incutermi timore, col solo ed unico scopo di terrorizzarmi.
E vi riusciva molto bene davvero. La testa mi doleva forte;
ripetere era divenuta, da qualche tempo, una fatica troppo
grande, uno sforzo indicibile per le mie povere forze.
Le idee mi si confondevano nella mente. Gli occhi mi si riem-
pivano di lacrime involontarie di sofferenza. Sì, avevo proprio
una gran voglia di piangere, ma mi trattenevo, ma mi frenavo
per la mia invincibile ed innaturale timidezza, per la mia irri-
nunciabile insicurezza.
Ci provai un’altra volta, non bisognava arrendersi, non biso-
gnava arrendersi. Era solo, era esclusivamente una questione di
volontà. Riprovai quindi, ma non v’era proprio nulla da fare,
non vi riuscivo. Era qualcosa che andava oltre le mie possibilità.
Mi sentivo male, stavo male ma non avevo nessuno con cui
parlarne; nessuna persona con cui potermi confidare. Avevo
paura, paura, paura degli altri, paura del mondo, paura di tutto.
Pensai che in quel momento nessuno m’avrebbe potuto aiu-
tare; nessuno m’avrebbe potuto capire, ma forse, forse mi sba-
gliavo, ma non possedevo certo il coraggio per verificare que-
sta teoria.
Decisi di fare qualcosa per liberarmi da quel pressante senso
d’alienazione, da quell’angosciante solitudine che mi rendeva
tanto inquieta.
Avevo pochi soldi conservati, pochi ma sufficienti per poter-
mi comprare una rivista, una delle poche libertà che ero in
grado di concedermi.
Stabilii di scendere con la mia vecchia e logora tuta, che
indossavo anche se mi vergognavo molto di quegli abiti pove-
ri e miserevoli. Erano gli unici che mi potevo permettere, ma
forse, anche se avessi avuto i soldi, non me ne sarei comprati
di migliori. La mia persona sembrava adatta proprio a quel
tipo d’indumenti.

40
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

Uscii dalla mia stanza. Ora provavo una forte sensazione di


calore in tutto il corpo.
Mia madre (mio padre era morto senza che io avessi mai
avuto la possibilità di conoscerlo) sedeva come sempre nel vec-
chio divano macchiato e scolorito, e, come sempre, beveva una
bottiglia di birra mangiando degli enormi panini imbottiti.
Avevo un folle terrore di quella figura insolitamente alta e
smisuratamente adiposa. Era sempre arrabbiata, furiosa per
qualsiasi cosa che occorresse o accadesse.
Tutta la pensione d’invalidità era spesa in alcolici. Non mi
arrischiavo mai di domandarle del denaro. Non osavo mai, in
verità, chiederle alcuna cosa. Le sue reazioni erano sempre
convulse e violente. Già diverse volte mi aveva picchiata, ma
io non piangevo, ma non per ribellione solo per paura, solo
per paura.
Lei non capiva questo, non lo capiva e allora la serie di colpi,
la scarica di botte continuava, seguitava, si prolungava io
ancora più terrorizzata di prima non reagivo. Ad un tratto poi,
finalmente, si stancava e smetteva di pestarmi.
«Dove stai andando?» mi disse ora con il suo sguardo odio-
so ed arcigno.
«All’edicola» io sussurrai, abbassando lo sguardo fino a terra
e ben oltre.
«Che sia vero. Se no ti picchio, puttanella.»
«Sì.» dissi io, non osando replicare a quella terribile ingiuria.
Uscii dalla porta. Il mio cuore continuava a pulsare violente-
mente. Mi pareva ad un tratto che le cose avessero preso ad
ondeggiare, ne vedevo i contorni come sfumati, come riempi-
ti di un denso vapore aereo.
Era la verità che da un po’ di tempo mi pareva di vedere
molto meno. Ovviamente non avevo il coraggio di parlarne
in casa, ma io non avevo proprio la forza d’animo di fare
alcuna cosa.
Ero arrivata nella strada buia; mi avvicinai all’edicola e
acquistai la rivista. C’erano dei ragazzi. Mi sentivo osservata.
Risalii velocemente a casa, percorrendo i gradini a due a due.

41
ROBERTO SANNA

Pensai subito di non avere fatto un buon affare. Il mio


cuore, la mia anima mi diceva, affermava che avevo commes-
so un errore.
Ne ero cosciente, in verità, già da prima, ma in quella situa-
zione non m’era possibile non sbagliare. No, non m’era pro-
prio possibile.
Rientrai velocemente nella mia stanza e mi rinchiusi dentro,
cercando in tal modo di evitare i rimproveri e i lamenti di mia
madre, ma, in verità, sentii in ogni caso tutto ciò che lei mi gri-
dava, che mi strillava, ed io non potevo rimanere indifferente
a quelle parole.
Mi distesi nel letto, mi sentivo molto stanca, priva di ogni
energia. Per diversi minuti non toccai nemmeno la rivista;
avevo quasi una sensazione di terrore solo all’idea di dover
sfiorare quelle pagine patinate e piene d’illustrazioni e di sgar-
gianti fotografie colorate.
Poi però la presi in mano quasi involontariamente mentre un
rumore di vetture veniva dalla strada adiacente.
Mi fermai con una certa stoltezza in una pagina in cui v’era
un’intervista ad una giovane scrittrice.
Si chiamava Angela Colonna, aveva solo diciassette anni,
proprio come me, io pensai, ed era divenuta famosa, celebre in
seguito alla pubblicazione di un romanzo intitolato «Le colon-
ne dell’amore».
La rivista affermava che fosse proprio un gran bel volume, e
vi era proprio da crederci leggendo l’entusiasmo con il quale
la giovane ragazza parlava di sé e del suo lavoro.
Vidi una sua foto: aveva un aspetto molto gradevole e questo
doveva avere certo contribuito non poco al suo successo. Il suo
viso era ovale, regolare e ben proporzionato; aveva dei lunghi
e vaporosi capelli bruni, occhi grandi e dolci dello stesso colo-
re. Indossava abiti ricercati ed eleganti.
Aveva, per così dire, un’aria molto romantica, veramente
angelica e soave.
Nell’intervista, ad un tratto, il malizioso cronista poneva
questa domanda:

42
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

«E l’amore! Come va?»


La ragazza pareva schermirsi in un primo momento, poi,
finalmente svelava la verità. Sì, aveva un fidanzato (l’informa-
tissimo cronista assicurava che si trattava di un uomo dello
spettacolo, forse un affermato primo ballerino).
L’intervistatore andava, allora, più a fondo nelle domande.
Voleva conoscere se i due avessero intrattenuto rapporti inti-
mi. Mi parve che quell’insistenza fosse diabolica. Non volevo
continuare a leggere, non volevo, ma lo feci come in preda ad
un forte istinto di morte, di autodistruzione.
La giovane scrittrice, anche in questo caso, sembrò non vole-
re rispondere ma solo inizialmente, poi rivelò quel suo segre-
to, la sua prima volta.
Sembrava che da quelle righe trasparisse proprio quell’emo-
zione, mi pareva, ad un tratto, che io provassi le sue stesse emo-
zioni, mi appariva che proprio io provassi le sue identiche sen-
sazioni, era come se io fossi improvvisamente diventata lei.
«È stato come rompere le acque» questo diceva.
Questa sicuramente particolare espressione mi colpì moltis-
simo. Non sapevo per quale motivo ma cominciai a tremare in
tutto il corpo. Quelle parole, quelle frasi con mille immagini e
mille sensazioni diverse contemporaneamente cominciarono
a turbinare, a volteggiare nella mia mente.
Mi sentii stordita, nauseata ed immensamente sola, sola,
sola. Era come se un abisso s’aprisse, si spalancasse ai miei
piedi e mi chiamasse e mi volesse inghiottire.
Era come se un uomo, un demone oscuro avesse preso fra le
mani, afferrato il mio cuore e, con un punteruolo di ferro, si
divertisse a straziarlo, a lacerarlo ferocemente.
Sentii una tensione insopprimibile prendere il possesso, il
dominio del mio corpo. Scostai la rivista e cercai di calmarmi,
ero troppo nervosa, ma non riuscii nel mio intento.
Cercai di ripetere la lezione del giorno dopo, ma non ricor-
davo assolutamente nulla.
Fui alternativamente preda di forti sensazioni di calore e di
altrettanto vigorosi e striscianti brividi di freddo. Restavo

43
ROBERTO SANNA

ferma nel mio letto. Mi coricai, come per provare a dormire,


ma c’erano troppi rumori che provenivano dal soggiorno e per
questo io non riuscivo a riposare.
Mi coprii le gambe magre con una coperta di lana pesante dal
particolare decoro greco. Era sfilacciata ai lati ed aveva un
grosso foro al centro. Non ne conoscevo il motivo ma quella
vecchia coperta mi dava un forte senso di commozione. Era
quasi come se io la considerassi una persona viva, una vecchi-
na da dovere accudire, una donna non autosufficiente di cui
doversi preoccupare.
Forse qualche lacrima mi solcava allora il viso, mentre il
cuore mi sanguinava di un dolore enorme. Pensai che, in
fondo, quello mio non fosse tanto un cattivo destino, non
potevo forse considerarmi veramente sfortunata. Non avrei
sinceramente voluto essere come quella scrittrice. Sentivo di
non invidiarla.
I rumori nel salotto, nel frattempo, non terminavano affatto.
Mia madre guardava la televisione fino a tardi e tenendola
sempre ad un volume molto alto.
Era già notte dunque ed io non riuscivo a prendere sonno. La
tensione, la rigidezza del mio corpo m’impediva di rilassarmi.
Mi rigirai lungamente in quel mio piccolo e povero lettino,
ma, nonostante mutassi spesso posizione, quella inquietudine,
quel turbamento continuavano ad aumentare sempre più.
Mi accucciai, mi rimpiattai in un lato del letto e mi strinsi
forte e teneramente alla coperta. Provai a recitare qualche pre-
ghiera ma senza effetto dato che mi pareva di non ricordarne
più le parole.
Sentivo sorgere, allora, al centro del petto una fitta, uno
spasmo, un forte dolore, uno stringimento. Ebbi un singulto,
sospirai silenziosamente e cercai di calmarmi senza riuscirci
in verità.
Mi pareva che qualcosa all’interno del mio corpo si strozzas-
se, si restringesse, si tendesse fino a spezzarsi. Non riuscivo a
resistere a quel dolore fisico che era arrivato così all’improvvi-
so, senza che io me lo fossi aspettato.

44
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

Mi apparve, in un momento, che i miei pensieri fossero


divenuti meno lucidi e coerenti. Pure se rimanevo ferma, era
come se la testa continuasse a roteare, a volteggiare, a turbi-
nare nel vuoto.
Era come se fossi ubriaca, ebbra, anche se in verità io non
avevo mai bevuto tanto da potere conoscere gli effetti dell’al-
cool nel corpo. L’unica volta che avevo bevuto, ma solo un
goccio, m’ero sentita così male che, nonostante le bestemmie e
le imprecazioni di mia madre, m’ero sempre rifiutata di toc-
carne ancora.
La testa mi si era come gonfiata, come se vi avessero inietta-
to dei liquidi che ora circolavano velocemente dentro di essa.
Poi, lentamente, mi abituai a quel dolore, e forse per questo
motivo cominciai a badare, a prestare attenzione ai rumori, ai
suoni e alle vicende che accadevano in strada.
La situazione in cui mi trovavo era simile a quella che si
prova all’interno di un sogno, tanto le cose e gli eventi pare-
vano da un lato distanti ed evanescenti, quanto dall’altro
vicini e stridenti.
La strada, in un primo momento, doveva essere completa-
mente vuota. Era vacua e silente. Si sentiva solo un sottile sibi-
lare di vento che pareva giungere in ogni angolo della via, ed
io avevo così concezione, coscienza dello spazio circostante.
Mi pareva quasi di vederla, la strada asfaltata, buia, nera e
minacciosa, rischiarata solo dalle tenui e leggere luci dei lam-
pioni. Quell’immobile stasi, quel terrifico silenzio, non durò
che lo spazio di pochi minuti. Si udirono, infatti, avanzare,
risuonare nel suolo dei passi, passi di persone, di individui
che camminavano con pesantezza, pestando i piedi a terra
molto violentemente.
Subito dopo compresi che doveva trattarsi di un gruppo di
ragazzi. Non so per quale motivo volli immaginare che loro
fossero anche più giovani di me,
Le loro voci erano molto alte, esaltate, avrei potuto dire, per
quanto i toni e i timbri di quei giovani apparivano scalmana-
ti. Udii poi distintamente fra esse le voci di alcune (almeno

45
ROBERTO SANNA

due) ragazze che ridevano garrule alle battute sconce dei


maschi.
Quella discussione, quella conversazione era così animata e il
mio udito così fine, così sottile, così sensibile che io ne distin-
guevo ogni particolare con esatta distinzione, meglio anche,
pensai, che se fossi stata in mezzo a loro.
Ad un tratto ebbi come una visione razionale, mi parve anche
di vedere quel piccolo gruppo di persone: le gole abbronzate
mosse all’indietro dalla perversa ironia allusiva, i modi lan-
guidi, e quelli prepotenti e studiati.
Era come se leggessi perfettamente, esattamente il male che
risiedeva nelle loro anime, e questo fatto, questa sensazione
dell’ambiente mi schiacciava, mi annullava, mi annichiliva
completamente.
Mentre mi rivoltavo nel letto mi parve di essere sommersa,
avvolta dall’effluvio prepotente dei loro profumi industriali e
dei dopobarba all’ultima moda.
Il tono acceso ed eccitato, allegro forse non sarebbe stato il
termine preciso per definire quella particolare situazione,
dopo qualche minuto ebbe improvvisamente fine.
Uno dei ragazzi aveva detto una parola di troppo e aveva sca-
tenato la reazione rabbiosa di un altro. Le urla erano veramen-
te altissime, tanto che io mi tappavo con le mani le orecchie,
vanamente però, per non udire altro.
Gli insulti erano molto pesanti, pronunciati in dialetto locale
e, anche se non ne comprendevo il significato, tremavo dinan-
zi a tutta quella violenta aggressività.
Ora mi rendevo conto che uno dei due aveva paura dell’altro e
si era nascosto, si era rifugiato nell’altra parte del marciapiede.
«Vieni! Vieni!» gli gridava con voce provocatoria ed ironica e
lo minacciava delle più tremende ed atroci punizioni.
Sentivo, provavo io stessa la paura, la tensione di quello
scontro fatale. Non avrei voluto sentire, non avrei proprio
voluto intendere quelle ingiustizie.
La rissa temuta, invece, non si realizzò affatto. I due fecero
un’ancora più becera e chiassosa pace, che chissà per quanto

46
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

tempo avrebbe resistito.


Ritornò il silenzio, ora non sentivo più il rumore della televi-
sione accesa, forse era proprio venuto il tempo per potermi
riposare.
La testa mi doleva. Sentii un brivido percorrere il mio corpo.
Il silenzio era agghiacciante. Passarono ancora diverse ore
prime che riuscissi a addormentarmi.

II.

Mi svegliai tremando, ancora molto stanca per la lunga notte


insonne, con un forte dolore alla testa e con una trafittura, un
male che mi squarciava, mi lacerava il petto.
Restai diversi minuti coricata, adagiata sopra al mio letto
senza avere il coraggio, la forza d’animo solo per potermi
muovere o alzare.
Ogni azione, ogni minimo gesto mi era come impedito. Mi
sarebbe costato uno sforzo fisico e mentale superiore alle mie
forze. Sapevo eppure che dovevo tirarmi su; sapevo che dove-
vo andare a scuola anche se controvoglia, anche se senza entu-
siasmo con quel forte senso di vuoto che mi colmava l’animo.
Nella mia mente ora balenava, turbinava questo imperativo,
questo preciso ordine:
«Alzati! Alzati!»
Lievi strie di sole giallastro macchiavano, chiazzavano le
imposte color marrone, marcite a causa della pioggia e delle
intemperie. In uno scatto nervoso, repentinamente, mi levai in
piedi, il cuore riprese a palpitarmi per l’ansia di quella nuova
giornata che era per iniziare.
Mi diressi verso il bagno, dopo avere alzato le serrande della
mia cameretta. Lasciai il letto disfatto con tutte le coperte e le
lenzuola in disordine. Avrei, allora pensai, rimesso tutto a
posto dopo, con più calma.
La porta del bagno era chiusa, era serrata. Doveva esserci
Francesco, il mio detestato fratello maggiore, questo pensavo

47
ROBERTO SANNA

perché, a quell’ora, mia madre doveva dormire ancora.


Attesi a lungo prima che mio fratello terminasse col bagno.
Lui doveva essere sempre il primo ad entrarci e in questi casi
era davvero difficile contraddirlo. Oramai era divenuto lui il
padrone della casa. Circa un mese prima aveva litigato con
nostra madre e i due, urlando disgustose bestemmie fino al
cielo, erano venuti alle mani. Francesco aveva avuto la meglio
e da allora si comportava come un tiranno, dava ordini e pre-
tendeva di essere obbedito alla lettera. In caso contrario si
sarebbero passati brutti guai davvero.
Uscì, proprio mentre io m’addentravo in questi pensieri,
dalla porta, sghignazzando, con addosso un forte, vigoroso
profumo di pulito. Era molto più alto e più forte di me ed
usava la sua superiorità fisica per sopraffarmi e per infligger-
mi ingiuste e continue umiliazioni.
Anche quella mattina una scena consueta, cui non m’ero in
verità ancora abituata, orribilmente si ripeté.
«Vieni a farti la barba, Alex?» lui disse sfiorandomi il mento
(in effetti il mio nome era Alessandra, ma lui mi aveva affib-
biato questo nomignolo solo per beffeggiarmi meglio).
Io non replicai a quella provocazione. Abbassai lo sguardo e
cercai di entrare nel bagno evitando di cadere in quel tranello
che avrebbe portato ad uno scontro inutile.
Lui, però, sardonico, compiaciuto della sua autorità, si mise
in mezzo all’entrata e non mi fece passare. Cominciò a toccar-
mi, come per farmi il solletico; io impaurita mi piegavo, mi
nascondevo in un angolo, nient’affatto divertita da tutte quel-
le attenzioni.
A quel punto lui mi prese forte, mi afferrò per il collo e me lo
strinse con violenza. Al che dissi:
«Smettila, ti prego.»
Sussurravo da quanto la mia voce appariva flebile e tenue, ed
lui trovò in quella mia frase il pretesto, la ragione per conti-
nuare quel suo crudele gioco.
«Lasciami stare!» io implorai ancora e questa volta, con mio
grande sollievo, lui mi liberò veramente dalla sua morsa.

48
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

I suoi scherzi, però, non erano ancora terminati. Lui ora mi


guardava con un’aria particolare e maliziosa, io mi spaventa-
vo, rabbrividivo nel più profondo del mio cuore dinanzi a
quello sguardo.
Lui s’avvicinò a me e cominciò a toccarmi con forza nelle
parti intime, io urlai sconvolta ed addolorata da tutta quel-
la malvagità.
Lui allora rise, rise selvaticamente, con un’aria trionfante. Mi
lasciò andare ed io, in un attimo, mi chiusi a chiave dentro al
bagno, facendo sbattere seccamente la porta.
Mi sdraiai allora nel freddo impiantito e mi inginocchiai
piangendo lentamente. Chiusi gli occhi come per estraniarmi
da quel mondo da cui mi sentivo rifiutata, per non sentire
quello che accadeva.
Solo dopo alcuni minuti mi drizzai e davanti allo specchio
guardavo riflesso il mio viso pallido e stanco come se appar-
tenesse ad una persona che non avevo mai visto prima.
Piccoli tagli, impercettibili cicatrici che portavo all’altezza
delle labbra mi ricordarono, ad un tratto, un episodio spiace-
vole che mi era capitato alcuni anni addietro.
Ero allora ancora una bambina, e nella mia ingenuità pote-
vo dirmi ancora felice. Giocavo, in quel tempo, spesso e
volentieri da sola con l’unica bambola che possedevo e che
avevo chiamato Lucy (bambola che poi mia madre mi sot-
trasse sostenendo che non ero più una bambina e che era ora
di diventare grandi).
Andavo allora molto d’accordo con mio fratello, e qualche
volta giocavamo anche insieme. Quel giorno però lui speri-
mentò per la prima volta i suoi istinti sadici su di me. C’era in
casa una pinzatrice, uno di quegli infernali aggeggi che servo-
no per legare assieme fogli sparsi. Non ricordo come era capi-
tata in casa, ma rammento che mio fratello se ne era imposses-
sato e sin dalla mattina si divertiva ad usarla sopra ogni cosa.
Ad un tratto il suo divertimento pareva sicuramente scema-
re, il suo nuovo giocattolo non gli procurava più il piacere che
aveva provato inizialmente. A quel punto lui mi osservò con

49
ROBERTO SANNA

uno strano sguardo, che mi ricordò che mi turbò moltissimo,


e si avvicinò verso di me con la sua arma in mano.
Il ragazzino insano usò la pinzatrice proprio sopra la mia
pelle, divertendosi ad mio ulteriore spavento. I segni di quel-
la violenza rimanevano ancora sul mio viso di ragazza, e ser-
bavo memoria del fatto che quell’aneddoto fece il giro del
palazzo, e che tutti i ragazzini del quartiere mi presero in giro
per diversi mesi, incuranti del male che mi facevano e delle
lacrime che, copiose, versavo ad ogni nuova umiliazione.
Mi voltai allora in direzione della stretta vasca da bagno da
cui presi un reggiseno costellato da delicati e piccoli fiorellini.
Lo indossai mentre sentivo stranamente che il mio cuore si
struggeva dalla tenerezza. Mi guardai nuovamente allo spec-
chio ed ero presa da una dolce e morbida sensazione di nostal-
gia di cose passate, come un ricordo lontano di antiche esisten-
ze in cui la purezza e l’innocenza regnavano su un universo
ancora incontaminato dal male.
Mi lavai il viso e il resto del corpo, con forza nervosa, quasi
con rabbia da quanto era grave quel dolore che mi opprimeva;
sulle mie esili spalle sentivo gravare come un grande peso; e la
mia schiena era curva come quella di un pettirosso ammalato-
si dopo un violento acquazzone. Indossai nuovamente la
maglietta grigia e rientrai nella mia cameretta.
Dall’armadio beige presi gli abiti, gli indumenti necessari per
vestirmi al fine di andare a scuola. Mi accorsi subito di esser-
mi vestita nello stesso modo del giorno precedente (questo
anche perché non avevo molte possibilità di scelta): portavo i
miei soliti jeans celesti che mi andavano un poco corti, e che,
per quanto erano stati usati, avevano assunto un colore molto
più vicino al bianco e la mia consueta camicia rosa con delle
righe di un colore più intenso forse fucsia. Notavo che questa,
nei polsi, era leggermente sdrucita e consumata.
Raccolsi il vecchio zaino fuori moda nel posto in cui lo met-
tevo abitualmente. Uscii dal portone, curandomi di non esse-
re scorta da nessuno, anche se, a dire la verità, forse mio fra-
tello doveva essere già uscito da qualche minuto. Lui aveva,

50
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

infatti, trovato un piccolo lavoretto che gli permetteva di gua-


dagnare i soldi necessari per soddisfare i suoi effimeri piaceri.
La strada che conduceva alla scuola era davvero molto lunga
e le mie gambe erano troppo deboli e scarnificate per riuscire
a sostenerla, a sopportarla senza provare fatica. Era una lunga
salita, anche se la pendenza era abbastanza leggera. Essa ora-
mai, per il numero infinito di volte che l’avevo percorsa, mi
era venuta a noia e mi provocava sempre un senso di profon-
da nausea. Mi rievocava tutti i tristi e solitari ricordi, i pensie-
ri poco lieti che in quegli anni avevo provato.
Prima di tutto dovevo attraversare una lunga fila, una schie-
ra serrata di abitazioni dalle pareti ingiallite, che apparivano
come alti uomini smagriti colti da un forte attacco d’itterizia.
Poi, proseguendo ancora in quel tragitto, emergevano una
serie di piccoli negozietti che avevano tutta l’aria di essere
vicini al fallimento: il tabacchino dall’intonaco cadente da cui
uscivano ragazzi e ragazze con in mano avidi pacchetti di
sigarette, l’edicola di proprietà di una donna adiposa, il labo-
ratorio di un ciabattino, un piccolo omettino, piccolo, grigio e
magrissimo dagli occhiali grandi e opachi.
Seguendo quel percorso si arrivava poi in una zona un po’
meno periferica e degradata della città, là dove le attività bor-
ghesi seguivano uno sviluppo più ordinato e avevano un
aspetto più ricco e consolante alla vista. Avevo però in partico-
lare antipatia, quasi in odio una piccola pescheria dall’aspetto
pulito all’esterno ma da cui promanava, da cui si diffondeva
sempre un puzzo, un tanfo insopportabile e disgustoso.
Il mio cuore cominciò a pulsare violentemente, il mio corpo
a barcollare nel momento in cui vidi quell’ultima salita, quel-
la secca erta che mi avrebbe portato direttamente dentro la
scuola. Rabbrividii nel vedere quei muri di colore rosso cupo.
Davanti ai miei occhi sorsero, comparvero le scritte giganti
ed oscene che erano state marcate da qualche vandalo. Io
ancora mi stupivo davanti a quell’immensa volgarità; stenta-
vo ancora a credere che potessero esistere persone di quel
genere. Si levò quindi un certo scoraggiamento nel mio

51
ROBERTO SANNA

animo e fui persuasa, ritenni vero che tutti gli esseri umani
fossero fatti in quel modo e forse anche io lo ero, forse ero solo
una repressa, nient’affatto migliore degli altri.
Quelle immense scritte, quelle bestemmie disegnate con trat-
to rozzo e malfermo mi umiliavano, mi toglievano le ultime
speranze, l’ultimo residuo di dignità che pensavo di possede-
re ancora.
Ora ero vicina alla scuola e fui travolta dal temuto boato
della folla, da quell’intenso chiacchiericcio che mi faceva sen-
tire smarrita. La ressa, la calca era enorme. Ero schiacciata da
quella marea, da quella fiumana di persone sconosciute. Poi il
caldo, quel tempo afoso di una mattina di metà giugno acui-
vano in me il senso di estraneità e di solitudine che portavo
dentro.
Quella particolare atmosfera umida che caratterizzava la
città di K. in quei giorni era veramente terribile e non mi dava
alcuna rassicurazione.
Io conoscevo a malapena i miei compagni di scuola, li vede-
vo raggruppati, ammassati in un punto molto distante. Non
avevo certo il coraggio di avvicinarmi a loro; non mi volevo
fare osservare dai loro occhi, dai loro sguardi irridenti ed
indagatori.
Compresi subito di avere camminato troppo in fretta, avevo,
infatti, già l’affanno. Freneticamente, convulsamente mi ero
mossa e, in tal modo, ero arrivata in anticipo e dovevo soppor-
tare, subire una lenta e crudele agonia: quella che sempre per
me era l’attesa di alcuni minuti prima dell’inizio delle lezioni.
Mi guardavo intorno con aria turbata e istupidita, anche se
un po’ mi ero abituata a quello spettacolo. Vedevo quelle com-
pagnie allegre e smaliziate che sapevano tutto di tutto, e, da
un lato invidiavo quella sicurezza che loro possedevano, quel-
la padronanza dei propri sentimenti, ma sapevo anche, nello
stesso momento, che se avessi ascoltato veramente i loro
discorsi ne sarei rimasta impressionata negativamente e mai
vi avrei voluto partecipare.
La campanella dell’ingresso, all’improvviso, suonò, proprio

52
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

quando non mi aspettavo più che accadesse. Il cuore mi balzò


nuovamente nel petto, e tutte le paure che avevo a lungo cova-
to nella sera e nella notte precedente ritornarono con prepo-
tenza.
Rallentai volutamente il passo, in modo tale che tutti entras-
sero prima di me. In effetti fui una delle ultime persone che lo
fecero insieme ad un ragazzo dai capelli bruni e una ragazza
dai capelli biondi e sottili.
Avanzai nei corridoi unti e maleodoranti dai colori smorti.
Vidi in fondo ad uno di essi l’aula dove si trovava la mia clas-
se. Capii che tutti gli altri miei compagni dovevano essere già
arrivati. Questo mi mise in ulteriore agitazione, e questo
nonostante cercassi di calmarmi e mi ripetessi che non era
niente, che era inutile prendersi tanta paura per un episodio
così insignificante.
Ma il mio cuore non seguiva le indicazioni del cervello e tre-
mai nel varcare quella soglia con lo sguardo attento e pronto
a tutti coloro che mi avrebbero osservata. La mia paura, in un
primo momento, mi parve infondata: nessuno mi salutò, nes-
suno s’era accorto di me ed io mi tranquillizzai e andai ad
occupare il mio posto che si trovava proprio nel primo banco
della fila centrale. Non avevo avuto negli ultimi due anni né
un compagno né una compagna di banco.
Ero proprio sul punto di sedermi quando, all’improvviso,
udii un urlo alle mie spalle.
“Buu!” aveva gridato un mio compagno. Non capii chi fosse
stato. Io mi girai con il viso atterrito dalla paura e dallo sgo-
mento e quel mio sentimento doveva apparire veramente
molto divertente a quel gruppo di giovani. Questo in quanto
tutta la classe ne rise mentre io mi facevo sempre più piccola
nella mia sedia, cercando di non pensarci.
Un’altra ben più grande tortura prese allora inizio: quella
dell’attesa del professore. Lui non tardò ad arrivare, io mi
auguravo che non venisse per non dovere essere interrogata,
ma non fu così.
L’uomo dal corpo magro ed allungato entrò in perfetto orario

53
ROBERTO SANNA

con i suoi capelli corti leggermente grigiastri e gli occhialoni


dalla montatura in osso, con il suo sguardo perennemente alte-
ro e corrucciato.
Non che io lo considerassi come una persona malvagia o cat-
tiva. Non era proprio questo il mio pensiero su di lui, anzi io
lo ritenevo un uomo cui mi sentivo molto vicina, più di tutte
le persone che conoscevo.
Era una persona seria e giusta, ed io ammiravo il mio profes-
sore e avrei voluto che mi notasse, che mi stimasse, che fosse
orgoglioso di me, che mi amasse, che mi volesse bene, ma io
non ero, purtroppo, molto dotata negli studi, non ero molto
intelligente, e quindi le mie premure, i miei sogni non erano
ricambiati che da un gelido e distaccato disprezzo.
Lui entrava in classe ora col suo fare algido, come di una per-
sona che c’è l’avesse con il mondo intero. Per qualche minuto
ancora si fece silenzio nell’aula, poi l’uomo fece lentamente il
solito appello. Gli alunni rispondevano distrattamente o con
un tono ironico e provocatorio, privo di qualsiasi rispetto.
Sentii che l’atmosfera si era come raggelata, agghiacciata
quando vidi che il professore chiamava per l’interrogazione.
Io cercavo in qualche modo di nascondermi nel mio banco, ma
mi trovavo certamente nella peggiore posizione per tentare un
trucco, un espediente di quel tipo.
Speravo che non mi chiamasse, ma non c’era niente da fare.
Mi aveva già chiarito che per essere promossa avrei dovuto
prendere una sufficienza, una almeno nella sua materia.
Mi chiamò, infatti, insieme con altri tre miei compagni. Io mi
trovavo nel lato in cui s’ergeva nera la lavagna insudiciata dal
gesso. Al mio fianco vi era Bruno, un ragazzone molto alto e
grasso dai capelli rossastri e dai modi volgari e maleducati.
«Tanto ti boccia» mi disse acidamente, piegandosi verso di
me, io avvertii il nauseante sapore di salame della sua bocca;
io evitai accuratamente di rispondere.
Mi trovavo ovviamente in uno stato di panico completo e tota-
le. Il giorno prima non avevo toccato il libro ed era difficile, in
pratica impossibile che riuscissi a recuperare le mie insufficienze.

54
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

Iniziarono le domande, che veloci mi turbinavano, mi cir-


condavano in ogni lato, ed io ero solo in grado di balbettare
qualche monosillabo, qualche miserevole risposta. Il profes-
sore mi guardava molto arrabbiato, ma senza fare commen-
ti, evidentemente lui s’aspettava che fossi pronta, ma pur-
troppo, non lo ero.
Gli altri, anche se non erano per nulla preparati, erano com-
pletamente disinteressati dall’ottenere un qualsiasi risultato.
Mi vennero ad un tratto spontanee lacrime agli occhi, mentre
la testa continuava a vorticarmi e le gambe avevano preso a
tremolare in maniera impercettibile. Mi vergognavo e cercavo
di nascondere quella mia sofferenza, quel mio dolore a quelle
persone che erano incapaci di potermi comprendere.
Il mio imbarazzo era, in verità, ingiustificato perché nessuno
nella classe sembrava realmente preoccupato di quello che
accadeva. Vidi, infatti, che un gruppo di miei compagni ron-
zava intorno a Vanessa, la ragazza più corteggiata della clas-
se. Lei era circondata dai suoi ammiratori, in quel gruppo si
facevano battute sporche e sottintese. Qualcuno provava a
fare la corte alla ragazza e sembrava anche riuscire ad ottene-
re in quel senso qualche risultato.
Quella scena mi fece pensare ad un gruppo di animali inca-
loriti, privati del cervello, come se fossero bestie che possede-
vano solo il corpo, private del tutto di una qualsiasi parvenza
di anima o di cervello.
Tornai finalmente nel mio banco, sconfitta, estranea, stranie-
ra a tutto e tutti. Era come se mi sentissi svuotata con quel
grande male al capo che mi estenuava. Ogni parola, ogni frase
mi turbava violentemente, i nervi mi erano scoperti e impaz-
zivo dal dolore.
Bruno tornando nel suo banco, mi spintonò e mi guardò
come per dire:
«Sei solo una femminuccia piagnucolosa» e sentii che cadevo
in un abisso ancora più profondo.

55
ROBERTO SANNA

III.

Ero tornata a casa, accompagnata da un terribile sole roven-


te. Avevo in tutta fretta consumato un pasto molto grasso e
pesante a base di carne. Non riuscii a digerirlo, a tal punto che,
subito, provai un forte dolore, un’intensa pressione all’altezza
dello stomaco.
Durante il pranzo avevo attentamente nascosto ogni mio
minimo sentimento, come peraltro io facevo sempre. Con mia
madre non avevo mai parlato seriamente. Noi due non erava-
mo mai entrate in confidenza, anche perché le sue capacità
intellettive, in quegli ultimi anni, erano diminuite in misura
progressiva e sensibile.
Ora lei era capace solo di esprimersi gridando, con le più vol-
gari ed oscene espressioni che era possibile immaginare.
Dopo il pranzo mi recai velocemente nel bagno. Presa
com’ero da quel profondo disgusto e da quell’acceso senso di
nausea per quel cibo troppo pesante, vomitai lungamente e
con un lieve sollievo.
Mi parve che in quel rigetto, ma non ne ero troppo sicura, si
mescolasse, si combinasse anche del sangue.
Rientrai nella mia stanza e solo allora avvertii, compresi qual
era la mia situazione effettiva. La realtà mi si rivelò intera, mi
era finalmente chiaro tutto quello che mi era accaduto.
La coscienza della verità fu così istantanea e lancinante, così
repentina che quasi non mi rendevo conto di come, in poco
tempo, fossi precipitata in quell’abisso. Era come se la terra
avesse preso a tremare, come se una potente scossa tellurica
avesse fatto crollare le mie ultime illusorie ragioni di vita, le
mie malferme certezze.
Solo in quel momento mi resi conto di quanto fosse perfetta-
mente inutile e superflua la mia esistenza. Non avevo un’ami-
ca, nessuno con cui confidarmi, non avevo conoscenze. Tanto
nello studio quanto nel lavoro non avevo speranze, non vede-
vo alternative a quella situazione in cui mi ero impelagata.
Già nella mia immaginazione compariva il tabellone degli esiti

56
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

scolastici e senza alcuna fiducia avrei osservato il mio nome e


cognome accompagnato dalla scritta: NON PROMOSSA.
Sentii che la pelle mi bruciava, mi scottava. Nel mio cervel-
lo divampava un incendio, una vampa bruciava, mi lacerava
i pensieri, era così forte da arrivare a mangiarmi, a divorar-
mi il cuore.
Mi addormentai e piombai subito in un sonno lungo e convul-
so da cui mi svegliai ancora più debole e spossata di prima. Un
sonno traversato più che da veri e propri sogni, da orride visio-
ni. Era come se qualcuno mi svuotasse d’ogni energia e poi mi
abbandonasse, mi lasciasse sola in una crudele disperazione.
Mi risvegliai completamente, solo quando era oramai pome-
riggio inoltrato, forse doveva essere già sera. Restai ferma in
quella posizione supina per diverse ore, anche se non avevo
allora un’esatta coscienza, cognizione del tempo che scorreva.
Forse, pensai, che dovevano essere già le sei o forse addirittu-
ra le sette, il clima mi apparve ancora molto afoso.
Sentii di nuovo, allo stesso modo del giorno precedente, la
necessità impellente di dovere uscire, di dovere andare via da
quel luogo immediatamente. Non potevo rimanere un minu-
to di più all’interno di quell’angusta abitazione, non era pro-
prio possibile.
Per questo strano ed irrefrenabile impulso non mi cambiai
nemmeno, e rimasi con la mia maglietta un po’ sdrucita e con
dei pantaloncini corti di colore blu scuro. In realtà mi metteva
in imbarazzo vestire in quel modo ma non ci feci troppo caso
forse anche perché in questo modo accrescevo le torture cui
sottopormi, davo sfogo a quel sentimento di autodistruzione
che mi possedeva.
Anche questa volta avrei dovuto superare il giudizio di mia
madre. Lei, allora, era intenta a guardare un programma tele-
visivo. Il presentatore, un tipo dal viso congestionato e dagli
occhialini ovali, gridava senza freni.
Una coppia di persone dalla soddisfatta e ricca aria borghe-
se rispondeva ad una domanda dello stesso. Alla risposta
esatta il conduttore si lasciò andare ad uno strano urlo:

57
ROBERTO SANNA

«Aaaaahh!» mentre il suo corpo si piegava fin quasi a sfiora-


re il suolo dello studio televisivo.
Credevo di essere scampata al controllo del mio cerbero, in
quanto la sua attenzione sembrava distratta da quel program-
ma, ma mi sbagliavo. Vedendomi, infatti, disse:
«Dove stai andando?» con un tono arcigno e severo.
Io riproposi la risposta che avevo dato il giorno precedente:
«Devo andare all’edicola per acquistare un giornale.»
«Non me la racconti giusta» disse la donna «mi sembra una
grande cazzata» io sentivo allora mescolarsi orribilmente in lei
il lezzo del sudore con l’acre miasma dell’alcool.
Lei allora scoppiò in un inconsulto scatto d’ira. Così disse:
«Sei solo una puttana, con chi devi andarti a prostituirti que-
sta volta» le sue mani si muovevano violentemente davanti al
mio viso «non dovevo lasciarti tutta questa libertà.»
Nonostante quella predica mia madre ritornò a sprofondare
nel suo divano ed io potei svignarmela sgusciando via dal
portone di casa.
Oramai io ero talmente distrutta e disperata che non provai
più un senso di umiliazione. Niente avrebbe potuto farmi
cadere più in basso di dove ero arrivata, eppure in quello sco-
ramento, in quella pena, in quel tormento conservavo una
forma di sventurato orgoglio, una misera fierezza per cui ero
attraversata, a tratti, da un sottile piacere.
Nel momento in cui raggiunsi la strada, io decisi di percorre-
re le consuete strade in cui passavo, in cui mi muovevo. Poi
una bizzarra idea mi venne, mi giunse alla mente e mi mossi
verso una stradina in cui per un timore innaturale ed inspie-
gabile non avevo osato transitare.
In quel vicolo ostile ed oscuro sorgeva un piccolo bar, un
locale non troppo nuovo in cui l’insegna reclamizzava una
marca di caffè forse non più in commercio da molto tempo.
Davanti ad esso provavo una forte soggezione, eppure sen-
tivo contemporaneamente il desiderio nervoso e convulso di
entrarci. Il respiro mi si fermava a quell’idea ed ero incapa-
ce anche del minimo movimento, ma, ad un tratto, presi la

58
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

decisione, ineluttabilmente, irrevocabilmente, e mi trovai


precipitata dentro al bar.
Mi mossi tremando visibilmente in direzione del bancone.
Ero circondata esclusivamente da uomini, la maggior parte di
mezza età. Tutti, nessuno escluso, avevano un’aria malsana e
trasandata, e dovevano essere anche mezzo ubriachi in quan-
to bevevano sregolatamente da bottiglie di birra di vetro
verde e dal collo strozzato.
Ero in grande imbarazzo ed ora ero già pentita di avere com-
piuto quell’atto, ma non potevo andarmene senza prendere
niente. Con il viso che mi s’imporporava dalla vergogna dissi:
“Vorrei un bicchiere d’acqua” anche perché era l’unica cosa
che ero sicura di potermi permettere.
Il barista, un uomo dal viso largo e scavato e dalle sopracci-
glia molto folte, mi scrutò, mi osservò attentamente con il suo
sguardo profondo ed inquietante.
«La vuoi gasata?» mi disse strofinandosi le mani in un grem-
biule dall’apparenza poco pulita. Quel tono di voce ebbe su di
me un effetto molto strano; mi sentii quasi offesa per quelle
parole. Mi venne una gran voglia di piangere.
«No, la vorrei liscia» allora io affermai, ma avevo parlato
quasi sottovoce, in un lieve sussurro appena. L’uomo, infat-
ti, replicò:
«Come?»
«Liscia, la vorrei liscia» e mi sembrò che quella combutta di
beoni, quella congrega di uomini avvinazzati si fosse scossa
dal torpore. Mi parve di avere allora tutti gli occhi, tutti gli
sguardi addosso. Ora mi imbarazzavo, mi confondevo, mi
turbavo. Non sarei proprio dovuta entrare in quel locale con
quella vecchia maglietta addosso dove erano riprodotti perso-
naggi di un cartone animato.
Ero smaniosa, impaziente di uscire, di liberarmi da quell’in-
cubo. Volevo trangugiare, bere in un solo fiato tutto il bicchie-
re d’acqua. Volevo proprio farlo il più velocemente possibile,
ma non volevo dare nell’occhio e per questo bevvi con una
lentezza incredibile.

59
ROBERTO SANNA

Non avevo più neanche il coraggio di alzare lo sguardo. Non


volevo vedere le facce di quegli uomini. Terminai quindi la
mia consumazione e uscii lentamente dal terrifico bar, mentre
udivo che uno strano ed animato vociare si era prodotto, si era
generato alle mie spalle al mio raggiungere il grigio marcia-
piede sconnesso.
Ebbi il pensiero che la combriccola di bevitori stesse parlan-
do proprio di me. Cercai di capire, di comprendere quello che
loro dicevano, ma non vi riuscii.
Ora ero già nella strada, nel piccolo e nascosto vicolo della
periferia. Avevo il desiderio di correre, di fuggire via, ma non
lo feci. Mi pareva che le gambe non rispondessero a quel
comando della mente. Mi sentivo affranta, esausta, sfinita. Mi
accorsi che in prossimità del bar vi era un esiguo, un ridotto
spazio verde che mi diede un nuovo e misterioso senso di
inquietudine in quanto esso appariva sordido e lercio.
In quel momento ebbi coscienza che qualcuno dal bar mi
aveva seguito. Mi voltai e vidi davanti a me un ragazzo molto
alto, forse anche un metro e novanta, che indossava una
maglietta grigia che gli usciva dai jeans azzurri stracciati.
Portava dei capelli bruni molto scompigliati. Aveva uno sguar-
do feroce, cattivo, in quegli occhi che apparivano di un colore
verde molto torbido e caliginoso.
Sembrava proprio che c’è l’avesse con me. Era solo un dubbio
ma che trovo presto conferma quando l’uomo disse:
«Ehi, tu! Dico a te!»
Io non risposi, innaturalmente intimidita, spaventata da quel
ragazzo dal viso sporco ed angoloso. Lui, io notai, si appressa-
va, si accostava sempre di più a me.
«Ehi, non ti mangio mica» disse lui in risposta al mio silenzio
rilasciando le mascelle in una tremenda risata. Io ebbi invece
proprio quella sensazione, che mi fece rabbrividire, rendendo-
mi incapace anche del più ridicolo movimento.
«Sì» replicai, sperando che me la sarei cavata in pochi secon-
di. Forse aveva solo bisogno di qualche spicciolo. Io glielo
avrei dato e tutto sarebbe finito in quel modo.

60
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

«C’è l’hai il ragazzo? Eh!» disse lui.


Io risposi di no, facendomi ancora più piccola, arrossendo da
quella domanda imprevista ed imbarazzante.
Non ebbi coscienza di come ciò accadde, ma lui era riuscito
a portarmi proprio all’interno di quel piccolo spiano in cui
cresceva una lugubre vegetazione d’erbacce varie. Lui, muo-
vendo astutamente il suo corpo e le gambe, m’impediva di
camminare, di avanzare liberamente. A quel malvagio gioco,
ad ogni piccola vittoria che lui riportava, dalla sua bocca, dalle
sue labbra sottili scaturiva una lieve e stridente risatina che mi
echeggiava ripetutamente sino al profondo dell’animo.
Lui mi strinse fino a schiacciarmi in un muro dal colore
purulento e dal terribile afrore.
Le sue mani si mossero allora violentemente sul mio corpo.
Non riuscivo ad opporre resistenza in quanto la sua forza fisi-
ca era enormemente più grande della mia.
Nessuno poteva vederci. Non potevo gridare in quanto lui
mi serrava la bocca con la sua mano brutale. Mi levò i vestiti
quasi stracciandoli. Il suo respiro era ansimante. Il suo corpo
aveva un odore nauseante. Mi violentò. In pochi minuti mi
ritrovai nel suolo stordita, incapace di comprendere, di realiz-
zare cosa effettivamente mi fosse successo.
Mi rivestii in fretta quando mi accorsi che i miei vestiti erano
sparsi nel terreno erboso. L’uomo s’era già dileguato e forse
adesso già raccontava con vanto della sua impresa. I suoi com-
pagni del bar, io pensai, che ora si complimentavano con lui,
gli dovevano avere offerto una birra schiumante per quel
gesto di presuntuosa spavalderia.
Mi misi a piangere. Questa volta non riuscivo a frenare quel
lacrimare. Era un pianto nervoso, un dolore irrefrenabile. Il
mio corpo magro tremò a lungo, molto a lungo prima di tro-
vare requie.
Subito alla mia mente straziata venne in mente il pensiero
che mia madre aveva previsto tutto. Sì, riflettei, aveva ragione
lei. In quello stato, con quella vergogna, con quello scandalo
che mi attraversavano non sarei proprio potuta tornare a casa.

61
ROBERTO SANNA

Sarebbe stata un’umiliazione troppo grande proprio ora che


avevo bisogno invece di affetto, di amore e di protezione.
Mi alzai in piedi, preda, vittima della più intensa, della più
acuta, della più lancinante angoscia, del più profondo scora-
mento. Dovetti lasciare con terrore i miei indumenti intimi che
il maniaco mi aveva strappato in quell’atto.
Vagai a lungo nella città, avvicinandomi in una zona più cen-
trale, in una parte di essa in cui non avevo mai osato adden-
trarmi prima d’ora. Entrai in strade affollate in cui giovani
dallo sguardo crudele e i vestiti nuovi e profumati scorrevano
in una breve ed inquietante salita.
Mi pareva che in quel momento le mie sensazioni fossero
alterate, innaturali, falsificate; e, per questa ragione, per que-
sto motivo mi sentivo oppressa schiacciata da quella fiumana
di giovani, da quella calca da cui si versavano, da cui si diffon-
devano fragori, boati, rugghi che risuonavano, che tuonavano
nel mio corpo squassato dalla violenza.
Uscii frettolosamente da quel clamore e mi infilai in una pic-
cola viuzza che scendeva all’incrocio con un’edicola chiassosa.
La testa era infiammata dal dolore. Lo sforzo per il breve scat-
to, poi, mi aveva fatto rimanere senza respiro e avevo la vista
appannata, tanto che gli oggetti intorno erano divenuti per me
quasi invisibili.
Montai sopra ad un mezzo pubblico, un autobus dal colore
arancione. Non sapevo proprio come dovevo comportarmi. Il
mio aspetto trasandato aveva attirato le attenzioni di tutti.
Alcuni ragazzi mi guardavano con un misto di ironia e desi-
derio. Senza riguardo notavano con avidità l’assenza del reg-
giseno al di sotto della maglietta.
Non potevo certo sostenere a lungo quegli sguardi. Volevo
lacrimare. Mi diressi nel fondo della vettura dove vi era un
posto libero al fianco di un ragazzo con gli occhiali. Quel viso
mi rassicurò e mi sedetti. Doveva trattarsi di uno studente uni-
versitario. Era alto circa un metro e ottanta, ed lui portava con
sé alcuni libri voluminosi e dalla copertina consumata. Sotto al
braccio destro potevo anche individuare un quadernone, una

62
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

copertina zeppa di fogli vergati da una calligrafia minuta e


molto precisa.
Aveva un’aria altera e presuntuosa. Non badava affatto alla
mia presenza. Non se ne curava per niente. Era solo pieno di
sé. In quell’istante, io però credevo, avevo bisogno infinito di
affetto e di comprensione. Naturalmente posai il mio braccio
sulla sua spalla, in un gesto di estrema afflizione.
Lui non parve però gradire quel gesto. Mi guardò con aria
violenta e indignata, come se gli avessi sporcato in modo irri-
mediabile la sua giacca elegante. Deciso, irritato levò la mia
mano dal suo corpo.
Mi scostai da lui e i miei occhi si colmarono nuovamente di
intense e profonde lacrime di sofferenza. Scappai verso il lato
opposto della vettura, cercando in ogni modo di non farmi
notare. Passarono alcuni tremendi secondi prima che l’auto-
bus arrivasse alla successiva fermata.
Mi lanciai nervosamente nel marciapiede e presi a correre
nella strada. Il mio frenetico tragitto ebbe presto termine per-
ché le mie forze erano scarse. In pochi secondi ero già esausta
e grosse stille di sudore mi lavavano il viso.
Camminai a lungo, riuscendo a respirare solo con difficoltà.
Non comprendevo esattamente dove mi trovavo, ma non ero
preoccupata per questo. Il mio pensiero era poco lucido e pre-
ciso. Il caldo mi bruciava la pelle, la infiammava spietatamente.
Vidi che, nel viale soleggiato in cui mi trovavo, transitava
una vettura economica, un’utilitaria di colore celeste brillante.
Per una ragione non spiegabile mi avvicinai ad essa. Dentro vi
era un uomo di circa quarant’anni, non troppo magro, alto
circa un metro e sessanta, dai capelli corti e già con forti sfu-
mature grigiastre.
Lui, vedendomi in quelle particolari condizioni, con quell’ab-
bigliamento stracciato, credette che io fossi una prostituta. Lo
guardai con i miei grandi occhi bruni che imploravano pietà.
Mi lanciò uno sguardo stupito, poi disse come per giustificarsi:
«Ho solo cinquemila lire.»
Io non replicai e salii sulla macchina mentre lui mi portava in

63
ROBERTO SANNA

un lungo viale in salita, molto riparato, dove sembrava che


nessuno potesse disturbare. Mi tolsi i vestiti automaticamente,
in modo meccanico, chiudendo gli occhi. Lui guardò il mio
corpo grigio e smagrito. Il suo piacere durò solo pochi minuti
quanto il mio supplizio. Mentre lui si muoveva sopra di me, la
mia mente immaginava, sognava, fantasticava di lunghe pro-
cessioni funebri ed interminabili e cruente crocifissioni e altre
efferatissime torture.
Non mi ricordo come, ma mi ritrovai nella strada. L’uomo mi
guardava con un’aria stupita per la mia indifferenza, per la
mia apparente insensibilità. Mi scostai dalla vettura senza rac-
cogliere i soldi che lui mi porgeva.
Per lunghi minuti ancora traversai la città di K., e questa
volta i miei passi presero una direzione precisa. Mi indirizzai
verso un ponte che sorgeva nella parte antica della città. Tutte
le persone lì presenti, ognuno di essi poteva salvarmi, la folla
era pressante anche in quel luogo. Bastava una parola, un
gesto, uno sguardo, un’insignificante attenzione.
Ogni persona si preoccupava solamente di se stessa.
Salii sul ponte e mi gettai nel fiume senza nessun rimpianto.

64
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

LE PICCOLE MANI BIANCHE DEGLI ANGELI

I.
La febbre cominciò a diminuire in maniera sensibile solo
dopo il terzo giorno da quel traumatico intervento. In quella
mattina di un severo e rigido gennaio, infatti, Melissa spa-
lancò i timidi occhi verdi, rendendosi conto, avendo la con-
sapevolezza che la sua salute andava migliorando, e sentiva,
finalmente, dopo i convulsi incubi che l’avevano circondata
fino ad allora che ritornava ad avere coscienza piena dei pro-
pri pensieri.
Scese dal lettone di coperte rosse e pesanti di lana grezza, e
si accorse subito di barcollare leggermente, e che poi la testa le
girava in modo tale da renderle ancora più precario l’equili-
brio. C’era un lieve freddo che fece stringere a sé le braccia alla
giovane ragazza. Lei si strofinò poi le piccole mani bianche al
fine di infonderle calore. A quel punto si udì nella stanza un
leggero tossicchiare, e quel corpo magro e gracile ne fu scosso
fino a muoversi lievemente in avanti.
Melissa si fermò di fronte ad uno specchio che possedeva
intorno una laboriosa cornice lignea e rugosa. Lei aveva
diciassette anni, ma, per l’esile figura che ne emergeva da quei
pallidi riflessi, la si sarebbe detta ancora una bambina.
Scendevano fino quasi alle spalle, finissimi e delicati capelli
biondi dalla tonalità scura, quasi bruna. L’incarnato roseo del
viso si allargava fino al profilo minuto e ai lineamenti dolci e
sottili. Il suo corpo era poi magro, come se fosse smangiato,
scavato da un dolore profondo ed irresistibile.
Ad un tratto ritornavano, ribalenavano alla mente i ricordi e
le sensazioni di quella sera.
Prima di allora Melissa non si era mai recata ad una festa e,
per questo motivo, non ne aveva che una vaga e sognante
idea, che rimaneva, restava ferma, immobile in quelle zone
indistinte ed indeterminate della fantasia.

65
ROBERTO SANNA

Johanna, la sua migliore amica, una ragazza bruna dagli


occhi grandi e dalla voce squillante, era riuscita a convincer-
la e le due ragazze in questo modo avevano raggiunto la
grande casa padronale che si trovava solo qualche chilome-
tro al di fuori di Oakville, la piccola cittadina posta nella riva
del lago Ontario.
La sera era diaccia, gelida, aveva appena smesso di nevicare,
e quei cumuli bianchi riempivano le strade e i giardini con fare
cupo e minaccioso. Le due ragazze videro quella possente
costruzione dall’aria classica e vetusta, mentre volti sconosciu-
ti spuntavano da ogni parte, rendendo stranamente inquieto il
passo di Melissa.
E tutta quella scena appariva irreale e fantastica, e la ragazza
si perdeva in quei soffitti alti ed irraggiungibili, e il vago silen-
zio di quella comitiva di giovani le faceva colmare quel vuoto
con discorsi immaginari.
Le cose accadevano allora senza un senso apparente e com-
piuto; e quel freddo pareva rendere inerti anche i pensieri e
le sensazioni.
Lei non comprendeva come, ma un ragazzo, avesse un nome
o meno questo rimase per sempre un mistero, si avvicinò a lei.
Lui era alto e robusto con un cappello beige da cowboy che
impediva alla ragazza di poterne vedere gli occhi, di osservar-
ne lo sguardo, e indossava anche grossi stivali di pelle intar-
siati e lavorati con precisione. Lui aveva iniziato a parlare con
lei, anzi forse non aveva in verità pronunciato alcuna parola,
era solo il fatto che lui muovesse il corpo in modo lento,
ondeggiando, creando in questo modo, un ritmo ripetuto di
onde ipnotiche.
Melissa non ne era consapevole di come ciò fosse accaduto,
ma si era lasciata convincere, persuadere a salire nel piano
superiore, ed ad ogni passo che lei muoveva, sentiva il freddo,
quel gelo particolare crescere dentro la sua anima solitaria.
Aveva allora la confusa e fuggevole volontà di tornare indie-
tro, di rimanere, di trattenersi nel piano inferiore, di non muo-
versi, di indugiare nell’indecisione, e le parve con esattezza

66
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

che solo una parte di sé, ignara ed inconsapevole, si arrampi-


casse su quei larghi gradini nodosi. Si vide come se si fosse
sdoppiata e le parve proprio che la persona che saliva salutas-
se la parte che restava, come a dire:
«Ciao, ci vediamo dopo!», ma in maniera timida e ritrosa,
come per non farsi notare troppo dalle altre persone che lì
erano presenti.
La porta di una stanza si aprì, si schiuse, poi si richiuse. Solo
uno scatto mentre dalla finestra arrivava la tenebra indistinta,
Melissa provò nel suo animo adolescenziale un serrato terro-
re, avrebbe voluto dire:
«Abbassate la serranda, chiudete le tende, per favore.» ma
non uscì una parola dalle sue labbra sottili e rosee. C’era fred-
do, c’era freddo in quella stanza e le parole le si ghiacciavano
nella gola, le si fermavano proprio lì, senza che riuscissero a
muoversi, sospese, imprigionate, e trasalivano, si impauriva-
no, tremavano come, nella stessa misura in cui tremava il pro-
prio corpo.
Lui si spogliava, il suo corpo era del colore del bronzo, colmo
di strie nere. La guardò come per dire:
«Vuoi?» ma senza parlare, senza rompere quel cupo, terrifi-
co silenzio, con solo un accenno dello sguardo, una lieve
inflessione del viso.
Melissa annuì dallo sguardo timoroso, come obbedendo ad
un ordine, ad una richiesta che non si possa rifiutare. Le mani
della ragazza si mossero meccanicamente ad aggiustare i
capelli all’altezza dell’orecchio.
Tutto avvenne velocemente, inconsapevolmente, senza che
Melissa riuscisse a comprendere ciò che effettivamente fosse
accaduto. Le lenzuola erano fredde, il cuscino era freddo, il
letto di ghiaccio, quelle mani scavavano caverne sotterranee
nella sua anima. Tremava, tremava la ragazza, sempre di più,
e lei non voleva, non voleva sentire freddo.
L’uomo si scostò ansimante da lei e ricalcò subito sul capo il
cappello da cowboy, celando ancora in questo modo il suo volto.
Una sigaretta brillò fra le sue mani, le lunghe spirali del fumo

67
ROBERTO SANNA

volteggiavano nella stanza, Melissa non riusciva a respirare.


L’uomo uscì dalla stanza, Melissa si rivestì in fretta, starnutì
rimanendo per qualche minuto sotto le carezze delle dolci
coperte colme di calore, per cercare di fare andare via quel
freddo che la atterriva tanto.

Melissa continuò a camminare, uscendo dalla sua piccola


stanza, con le gambe che le tremavano, con un passo ondeg-
giante, con sempre la paura di dovere inciampare in qualsia-
si istante.
Era ancora molto presto, in quella mattina. Melissa, lenta-
mente, si spinse fino alla cucina. Udì il silenzioso vociare delle
stoviglie candide, che si stringevano freddamente sopra ad un
asciugatoio dalle grate in parte cupamente arrugginite.
Il becco lucido e metallico del lavandino brillava di una lumi-
nescenza malinconica e sconsolata, in quella scena che appari-
va completamente silenziosa ed immobile.
Si avvicinò fino alla porta che si sporgeva all’adiacente giar-
dino che era bianco della gelida neve che era finora caduta. E
quell’immagine parve alla ragazza come un deserto, come
un immenso deserto di ghiaccio che la faceva tremare di un
inusitato ed innaturale terrore. Inerte osservava il modo in
cui si riverberavano su di esso le prime luci diurne, che si
spandevano con quella particolare inclinazione che, ad un
tratto, scatenava un’emozione improvvisa e violenta sull’ani-
ma della ragazza.
Riprendeva in quel modo il fiume dei ricordi. Ora con esat-
tezza matematica rammentava ogni fatto che le era capitato tre
giorni prima.

Lei, dopo lo spiacevole ed inquietante episodio della festa,


aveva raccontato tutto alla sua amica; era riuscita infine a con-
fidare a qualcuno il suo dolore, che in quel momento le si
mostrava così grande da essere difficile da sopportare.
Scoprì dopo qualche tempo di essere incinta e questo episo-
dio tese a farla smarrire ancora di più. Oscuri e precedenti

68
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

terrori ora coglievano la sua psiche adolescenziale, crudeltà


ataviche e misteriose riemergevano da un passato non dimen-
ticato e non chiaro allo stesso modo. Era come se un mostro,
un feroce animale dalle taglienti mandibole divoratrici la ser-
rasse al collo.
Johanna, osservando la violenta reazione della sua migliore
amica, riuscì a convincerla ad abortire, e in modo tale che nes-
suno mai ne sarebbe venuto a conoscenza.
Pensava con timore Melissa al padre, a quell’uomo austero e
taciturno, dalle risposte laconiche e fredde, dalla voce così
cupa da apparire priva di una benché minima emozione.
L’uomo faceva il taglialegna da più di quarant’anni, era ora-
mai un uomo anziano. Vestiva sempre indossando un lungo e
pesante giaccone a scacchi rossi e neri. Si nutriva esclusiva-
mente di una strana zuppa che preparava una volta la settima-
na e che succhiava lentamente da un lungo cucchiaio argenta-
to. Non parlava mai, era chiuso in un’immobile e misteriosa
solitudine, con quella sua barba lunga e ispida.
Non c’era alternativa, l’unica cosa che poteva compiere era
l’aborto, anche se, in verità, la ragazza non si rendeva esatta-
mente conto di quello che era stava facendo. La notte non riu-
sciva più a dormire regolarmente, così scossa, agitata da un
profondo tormento interiore, in incubi oscuri in cui, inseguita,
era poi azzannata, morsa, lacerata, violentata nell’intimo.
Vedeva a volte un uomo, vedeva un uomo molto alto e nero,
senza volto, e quest’uomo immobile ed indifferente a tutto, a
tratti, rilasciava le mascelle in un’orrida e sardonica risata, e
Melissa sapeva che quell’uomo rideva, rideva di lei, e lei si
sentiva umiliata, atterrita, annichilita.
Melissa e Johanna partirono una mattina in gran segreto per
la vicina e ricca Toronto, città, colma nel suo seno di varie cli-
niche abortiste.
Le due ragazze furono imbottigliate, paralizzate in un lungo
autoveicolo dai riflessi argentati, in una corriera di una famo-
sa ditta privata, il cui nome risaltava in una scritta grande dai
caratteri appariscenti ed azzurrini. Ricordava Melissa che

69
ROBERTO SANNA

anche allora c’era quella luce fredda, quella luce terribile, che
pareva allargare gli spazi e le dimensioni fino a raggiungere i
limiti dell’infinito.
Il viaggio fu una lenta e feroce agonia, i tremori non inter-
rompevano di scorrere nel corpo magro ed affilato della
ragazza dai capelli biondi e sottili, fra il cigolare del veicolo
nella carreggiata e le chiacchiere alienanti dei passeggeri che
portavano Melissa ad una inverosimile inquietudine, e in quel
momento non era sufficiente, non bastava la presenza della
sua amica per poterla consolare.
La ciclopica Toronto si presentò tremenda alla giovane fan-
ciulla, come un gigante senza testa e privo dell’anima, con i
lunghi grattacieli smisurati e brillanti dalle finestre a specchie-
ra, con le fiumane di persone indaffarate ed indifferenti che
impedivano il cammino.
Melissa non possedeva di certo i soldi necessari per rivolger-
si ad una clinica ufficiale, la sua era una famiglia di estrazione
molto povera, e, per questo motivo, aveva dovuto rivolgersi,
grazie all’intercessione dell’amica, ad un locale ufficioso in
cui, in modo assolutamente illegale e clandestino, si praticava
una grezza e tremenda tecnica d’aborto.
Questo pseudo studio medico era posto nella periferia della
capitale della regione dell’Ontario, ed era gestita da un losco
individuo, da un furfante dalle quattro cotte, il professor De
Oliveira, un mediocre chirurgo brasiliano, affamato di denaro
e di successo sociale.
Lui, oltre a gestire una lussuosa e raffinata clinica per gli
aborti, che un ardito spot pubblicitario aveva reclamizzato a
lungo nelle televisioni locali, aveva creato in quella malsana
stamberga antigienica, un locale per coloro che non si poteva-
no permettere la prima. Questo in modo tale da potere soddi-
sfare compiutamente le diverse fasce di domanda che il mer-
cato poneva.
Johanna e Melissa, senza dire una parola fra di loro, avevano
varcato la porta e avevano raggiunto, assieme ad altre ragazze
mute dalle occhiaie nere e dai volti dolorosi, la lugubre sala

70
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

d’attesa scarsamente illuminata, attendendo ansiosamente il


proprio turno.
I muri erano scrostati e livide macchie d’umidità urlavano
negli angoli, il pavimento era formato da piastrelle verdi di
ridotte dimensioni, serrate e dal colore stinto, si poteva
immaginare che fossero state impiantate circa venti o trenta
anni prima.
La ragazza salutò Johanna, che le strinse con affetto la mano
in una lieve pressione. Il suo sguardo delicato allora si mosse
in direzione di un’indistinta fosforescenza bruna la quale pro-
veniva, baluginava dal fondo del corridoio scabro dall’acuto e
intenso odore di alcool denaturato e di ospedale.
Da una lercia e maleodorante toilette Melissa vide uscire
un infermiere. Con stolida indifferenza quell’uomo si abbot-
tonava davanti a lei un paio di calzoni grezzi di colore
scuro. Entrò nella sala colma di un lungo e ripetuto bisbi-
gliare di voci confuse. Sentì il desiderio di fuggire, di scap-
pare, ma la sua volontà era così tenue che rimase in quel
moto inerte che la conduceva verso l’orrore. Sentì di prova-
re molto freddo ed ancora lei si stringeva dentro ad una
giacchetta di lana nera traforata.
Sembrava che nessuno badasse a lei, che nessuno si fosse
accorto della sua presenza, lei camminava pudicamente senza
parlare, come sperando che l’avrebbero rimandata indietro,
come se si fosse solo trattato di un errore e tutto quello che ora
viveva non fosse altro che un brutto incubo da cui risvegliarsi
al più presto.
Ma, improvvisamente, qualcuno si accorse di lei, era un infer-
miere dal corpo tozzo e dagli occhiali ingialliti. Lui bruscamen-
te le ordinò di sdraiarsi in un lettino con uno sguardo scontro-
so, come se avesse appena interrotto il suo divertimento ed ora
la guardava con odio e una profonda ansia di vendetta.
Vide, come in un incubo lucido di perfetta percezione, quei
tremendi ferri muoversi nella semioscurità, in quel buio spez-
zato solo dalle fosforescenti luci della gretta sala operatoria, i
volti indifferenti ed ironici degli infermieri, i loro sguardi

71
ROBERTO SANNA

sicuri, le mani grosse, rozze e umide di liquidi purulenti.


Proprio in quel preciso istante ebbe inizio l’intervento.
L’iniezione sottocutanea di un liquido biancastro che le fu
fatta nel suo braccio destro avrebbe dovuto fare in modo che
Melissa non sentisse niente e non provasse dolore. Eppure la
ragazza fu subito preda di uno strano accesso di coscienza, e
ciò che non avvertiva, allora lo immaginava attraverso orride
visioni. Questo fatto determinò che Melissa fu consapevole,
cosciente di ogni atto che era compiuto violentemente sul suo
corpo con utensili medici vetusti e rugginosi.
Una particolare sensazione sgradevole e molesta prese ad
avvolgerla: era come se una persona malfida e malvagia la
stringesse nel collo sottile, e nonostante udisse il suo grande
dolore, i suoi lamenti ripetuti, le lacrime d’implorazione, non
cedesse a quella sadica crudeltà e, beffardamente, conducesse
ancora il gioco verso mete più lontane e violente.
Ebbe la sensazione, il sentore Melissa che il feto era stato
tratto fuori dal suo corpo dilaniato e sanguinante. Nella sala
chirurgica allora non si udiva altro rumore che quello dello
sferragliare degli strumenti medici e lo strofinarsi delle mani
degli infermieri.
Prima che iniziasse la seconda fase dell’operazione, che con-
sisteva nel raschiamento del corpo della ragazza, un’infermie-
ra adiposa dal fare compiaciuto dovette probabilmente pren-
dere in mano l’aborto.
Da quella distanza e con quella scarsa luminosità intorno
era difficile distinguere o comprendere qualcosa di preciso
di ciò che accadeva. Eppure Melissa notò quella particolare
espressione che passava nel volto della donna, quella cinica
ironia, quel malsano senso di superiorità del forte contro il
debole che contribuì ad accrescere il senso di scacco e di umi-
liazione della ragazza.
La donna allora disse:
«Ecco, bistecche per i miei cani» con un tono sboccato
e divertito.
Una grassa risata ebbe allora eco nella stanza. Vide Melissa

72
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

uomini che si tenevano la pancia prominente con ilarità e


notava il brillare delle fedi grosse ed auree, il rifulgere degli
orologi di metallo, dalle catenine, dei bracciali, lo sventolare
delle cravatte, il torcersi delle gonne e altri mille piccoli parti-
colari e minuti dettagli che ora rendevano quella saletta ani-
mata similmente ad una bolgia molteplice e ridondante.
La luce gialla che restava sopra di lei cominciò in quel
momento a pulsare, a vibrare leggermente fino ad assumere
un’inaspettata densità e corposità insieme. Melissa ora fu
preda di un senso d’angoscia e di agitazione. Non vedeva l’ora
che quel supplizio terminasse e il suo corpo provato e dilania-
to s’irrigidiva e si rendeva più sottile e fragile.

Qualche minuto dopo la ragazza, pallida e barcollante si


ripresentò nella sala d’attesa dove fu presto raggiunta dal-
l’amica, che, vedendola in quel particolare stato, provvide pre-
sto a sorreggerla.
«Come è andata?» chiese.
«Bene» rispose la ragazza quasi sottovoce.
«Bene» ripeté, ma era come se lei non fosse presente in quel-
la stanza.

II.

La realtà ora si dipingeva come dietro ad un velo di lacrime,


mentre Melissa posava la sua mano nel pomello della porta
che si riversava nel piccolo giardino innevato. La ragazza
indossò una lunga vestaglia consumata che era appartenuta
alla sua defunta madre, e decise con timore di uscire all’aper-
to per farsi avvolgere dalla brezza gelida del mattino.
Lei avanzò lentamente fra i vialetti coperti da collinette di
neve candida e lunghe lastre di ghiaccio. Melissa sfiorò con le
dita la corteccia liscia e compatta di un arbusto dal taglio sot-
tile, rigato solo da alcune venuzze lignee.
Quel freddo era veramente troppo intenso e lei fece ritorno

73
ROBERTO SANNA

nella sua casa, con un senso di nausea che le sopraggiungeva


allo stomaco. Chiuse la porta e ristette ad osservare il paesag-
gio candido ed intatto con il turbine del vento che spazzava le
strade e i rami degli alberi spogli.
Ad un tratto la ragazza sentì che stava intervenendo un cam-
biamento, ebbe la sensazione che il suo corpo prendesse calore,
come soggetto alla sferza di una febbre imminente. Il sole ora
aveva preso a slargarsi nello spazio e la sua luce si era fatta più
intensa ed armoniosa, e le nuvole che prima la accompagnava-
no, ora timorose si scostavano a quell’improvviso contatto.
La scena pareva assumere una dimensione fantastica ed
irreale. Alla ragazza parve di entrare coscientemente in un
sogno o meglio in una bizzarra allucinazione prodotta dalla
sua mente, che in ogni modo non era per questo meno effetti-
va ed esistente.
Era come compiere un salto, era come se ci fosse stato un
breve intervallo di tempo in cui la ragazza avesse perso la
memoria, ed ora che la riacquisiva si ritrovava meravigliosa-
mente stupita dalla novità.
Il silenzio divenne presto assoluto, completo, così profon-
do da generare sensazione. Passarono alcuni minuti in quel-
lo stato di pura estasi quando un lieve rumore intervenne
nella scena.
Si udì un sottile bussare alla porta di legno, era un percuote-
re di una persona di non grande forza, perché quel suono
appariva in ogni caso delicato, leggero. Melissa, senza stupo-
re, si avvicinò al portone che si apriva sul giardino e non vide
nessuno di fronte a lei.
Era stato forse un sogno, oppure una sola sua impressione,
eppure quel fenomeno si ripeté nuovamente: ancora il dolce
bussare, ma ora era occorso un particolare in più, una voce, una
voce infantile si era magicamente unita a quel regolare ritmo.
La ragazza vi prestò attenzione fino a cogliere queste distin-
te parole:
«Mamma, mamma!» nella voce evidentemente di un bambino.
Melissa sorpresa da quell’episodio imprevisto si sporse in

74
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

alto e vide effettivamente una sagoma spuntare, delinearsi nel


cortile. Un piccolo bambino la guardava da dietro il vetro, con
i suoi capelli del colore della sabbia e lo sguardo cristallino da
cui scaturivano lacrime di un lungo piangere. Il suo viso era
così pallido e triste che appariva evidente che era sul punto di
morire assiderato per il gran gelo.
Indossava calzoni marroni di una stoffa particolare, erano
laceri e strappati, macchiati e umidi in più parti. Per il resto
vestiva di un maglione blu, anch’esso dall’apparenza molto
usato, e un cappottino dello stesso colore che doveva essere di
molte taglie superiore a quella effettiva del bambino.
Non appena il ragazzino vide la figura che si stagliava niti-
da dal vetro riprese la sua litania:
«Mamma, mamma, aprimi, aprimi, qui fuori c’è freddo, c’è
tanto freddo, mamma, mamma perché mi hai lasciato qui
fuori?» e il suo tono era ora più lento e assumeva inflessioni
decisamente più vicine al lamento. Il dolore sembrava in lui
essere così grande che non riusciva a reggere lo sguardo
della ragazza per più di qualche secondo, e il suo corpo si
piegava ripetutamente verso il suolo.
Melissa era stupita, vedeva quel bambino piangere e non
sapeva come comportarsi. Il suo cuore si commuoveva, l’ave-
va scambiata per la madre ma ora le sorgeva il dubbio, e se
lo fosse stata veramente, e anche i suoi occhi ora si riempiva-
no di lacrime di dolce tenerezza. Voleva andare a chiedere a
suo padre se poteva farlo entrare. Si voltò quindi un attimo
in direzione della cucina, poi mutò idea e si riavvicinò alla
porta, forse per aprire, ma ora non c’era più nessuno: il pic-
colo bambino era scomparso.
La ragazza spalancò la porta e fece qualche passo nel corti-
le, era vero, non c’era nessuno, doveva essersi immaginata
tutto, forse la febbre era ritornata e le faceva brutti scherzi.
Eppure il suo cuore parve rinfrancato da quell’episodio,
forse si sorrise dolcemente allo specchio del vetro della cre-
denza. Tutto era così vero, così reale, quelle lacrime, quel
viso delicato, e quelle parole che lei si ripeteva ancora nella

75
ROBERTO SANNA

sua mente:
«Mamma, mamma.»

Quell’intensa sensazione, per così dire di enormità, ebbe a


poco a poco il sopravvento su Melissa, conducendola verso
una sorta di febbre nervosa. Il suo corpo era come mosso da
singolari vibrazioni, da una peculiare agitazione che si rivela-
va nel palpito accelerato del cuore.
Quel distacco, quella separazione ebbero come effetto di
rendere la superficie del suo corpo particolarmente calda,
come se al suo interno divampassero fiamme intense e vio-
lente. Quel sentimento apparve alla ragazza allo stesso modo
dolce e spiacevole. Era come se, infatti, lei fosse attraversata
da un senso di protezione, di cura, ma, allo stesso tempo,
questo la rendesse particolarmente gracile e debole, priva di
forze ed energie.
Era il fatto che allora alla ragazza venne l’improvviso desi-
derio di uscire. Ricordava che anche quella mattina, presso la
piccola scuola statale di Oakville, si tenevano le regolari
lezioni. Lei quindi, nonostante non ci fosse in realtà niente di
straordinario in questo fatto, provava, viveva una sensazione
di magia ed eccezionalità che la conduceva a compiere que-
sto gesto.
Melissa si rifugiò nella sua stanza, serrando bene la porta
antica e massiccia, e con un’insolita frenetica lentezza, si cam-
biò, indossando un paio di calzoni dal taglio sottile e dal colo-
re scuro, e un maglione color amaranto che appariva avere un
senso profondamente autunnale e malinconico.
La porta aperta si richiuse in un colpo che apparve a Melissa
sin troppo chiassoso, sino a che riprese ad agitarsi per quel fra-
casso. Era ancora molto presto e le strade erano completamen-
te vuote, e colme d’intensa luce mattutina che si inclinava in
sfumature quasi trasparenti.
Era possibile in quei momenti ascoltare, udire un silenzio
profondo e assoluto che riempiva di sé gli oggetti circostan-
ti, e quando un rumore, benché minimo, veniva a rompere

76
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

quella quiete, quel suono andava ad allargarsi nello spazio


intero con le sue particolari pulsazioni.
La strada procedeva in discesa e Melissa riprese ad avvertire
quella sensazione di profondo calore già conosciuta e le appa-
riva di rientrare dentro compiutamente a quel sogno, a quella
voce infantile e tenera che pareva chiamare proprio lei.
All’improvviso la ragazza ebbe un sobbalzo, come se fosse
ritornata subito ad una dura realtà. Le mani presero a tremar-
le violentemente e i suoi passi deboli e leggeri erano sempre
più lenti e stentati. Un vuoto al petto la fece piegare in due e
lacrime cominciavano a bagnarle gli occhi color verde smeral-
do. Istintivamente lei prese a legarsi i suoi capelli biondo
scuri, che tendevano molto verso il castano chiaro. Il suo volto
si muoveva smarrito vicino allo zaino di tela dove emergeva-
no alcune decorazioni a forma di stella.
Cominciava ad avvicinarsi verso zone più battute della pic-
cola cittadina e già i primi personaggi facevano capolino negli
angoli della strada, e questo fatto rendeva particolarmente
inquieta la ragazza.
Il vento allora iniziò a fremere gelidamente nelle strade stret-
te e grigie della piccola cittadina canadese.
Un uomo passò con la testa china, il capo nascosto, celato da
una cuffia di lana intessuta a mano, con gli sbuffi neri di un
sigaro che gli circondavano la barba corta e ben curata.
Melissa era sempre presa dallo sgomento alla vista di ogni
altro essere umano.
A poco a poco quelle sensazioni svanirono fino a quando
l’aria non mutò, e il profilo della scuola cadente non si dise-
gnava nell’angolo lontano della strada.
Il sole ora faceva una luce un po’ più decisa e si udiva un lieve
dolce chiacchierare di ragazze e ragazzi che indossavano
maglioni e giacche pesanti, e questo fatto generava una forte
eco di melodie delicate. E Melissa pensava, immaginava anco-
ra di pianure sterminate di un verde brillante e luminescente, di
lunghe spiagge solitarie dalle incantevoli redolenze delicate.
Dopo questa lunga teoria d’immagini, come udendo il suono

77
ROBERTO SANNA

struggente di un carillon, la ragazza si riebbe.


Una mano, lieve, una mano amica le si era posata nella spal-
la sinistra. La ragazza si voltò, lasciando il caleidoscopio delle
visioni, davanti ai suoi occhi appariva ora il volto di Johanna,
i suoi occhi piccoli e scuri, i capelli neri, corti con sottili e par-
ticolari ricci. Indossava un maglione nero, fine, e una giacchet-
ta di colore grigio scuro o seppia, vestiva lei inoltre con un
paio di jeans neri che rivelavano le gambe smagrite.
«Come stai?» lei chiese a Melissa con un tono concitato, eviden-
temente non si aspettava proprio di vederla quella mattina, e
aveva notato che l’amica non appariva molto in buona salute,
con quello sguardo sfuggente, con quella particolare lentezza
nei movimenti, e con le mani che evidentemente tremavano.
«Bene» disse lei con un accento particolarmente doloroso in
cui appariva risiedere una genuina dolcezza. Johanna prese la
mano all’amica, e, stringendola, avvertì che essa era madida e
pulsante di calore.
Le due figure minute allora si mossero attraverso i lunghi cor-
ridoi dai pavimenti scrostati della scuola statale, mentre dalla
finestra si mostrava un cupo giardino di cemento innevato.
Si svolgevano allora le lezioni con una cadenza monotona,
quasi irreale. Il freddo voleva creare, tendeva ad ingenerare
uno stato di sonnolenza, di quiete, di immobilità.
Si udiva distinto fra i diversi silenzi il tonfo della neve che
precipitava dal cielo, Johanna con ansia osservava l’amica di
piccola statura, notando che lei non pareva prestare attenzio-
ne alle lezioni, come immersa in una languida fantasticheria e,
allo stesso tempo, pigramente stanca.
Era particolare il fatto di come Melissa iniziasse a prendere
appunti, con una penna dal particolare inchiostro viola, e,
improvvisamente fosse costretta a fermarsi come dinanzi ad
uno sforzo troppo grande da poter sopportare.
Giunse infine il breve tipico intervallo fra le lezioni. Le due
ragazze si avvicinarono al piccolo spiazzo di cemento in cui si
radunavano in quell’ora gli studenti della piccola scuola.
Melissa camminava con una certa difficoltà, sempre più

78
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

lentamente, e parevano acuirsi nel suo volto dalla forma cir-


colare, quei lineamenti insieme dolci e dolorosi. Appariva
agitata, il suo respiro diveniva presto mozzato, affannoso al
punto che si voltava a volte di scatto in mille direzioni diver-
se. Col sibilo del vento che andava a raggiungerla nelle tem-
pie pulsanti, la giovane ragazza ascoltava sempre con mag-
giore difficoltà le parole che le rivolgeva Johanna, la sua
migliore amica.
Era come se tutti i suoi sensi si fissassero, unendosi in un
unico punto. Ora il suo corpo prendeva a trasalire con irrefre-
nabile violenza, quel breve camminare era stato una fatica
troppo grave per le sue povere e tenui forze.
Voleva muoversi, fare qualcosa, ma non c’era niente da fare,
non vi era possibilità di reazione. Il dolore ora la sopraffaceva
completamente.
Il suo corpo cadde, privo di energia, misteriosamente attira-
to al suolo. Johanna intanto si adagiava amorevolmente sul-
l’amica malata.
Ora lacrime cominciavano a sgorgare dagli occhi dal taglio
preciso e regolare di Melissa, i suoni si ampliavano in un
riverbero che la stordiva, s’accrescevano fino ai particolari più
minuti in quel particolare senso di estraneità.
«È troppo forte! È troppo forte!» la ragazza diceva distesa fra
le braccia accoglienti dell’amica, davanti agli sguardi stupiti
ed indifferenti degli altri studenti.

Tornando lungo la strada di casa, Melissa, accompagnata


dall’amica, con un passo lento e misurato, ripensava a quegli
strani avvenimenti che le erano capitati. La sua anima era
decisamente lacerata, scossa, avvertiva un senso di disequili-
brio e di nausea assieme.
La notte già raggiungeva la camera della giovane ragazza,
lei si distese, si adagiò mollemente nel pesante e alto materas-
so di vetusta fattura e fu preda da uno stato di vago torpore
sognante e di, allo stesso tempo, febbrile agitazione, presto
venne comunque il sonno e insieme ad esso emergevano

79
ROBERTO SANNA

oscure visioni nebulose ed indistinte.


Al risveglio parve a Melissa di vibrare ancora in tutto il
corpo, come se fosse ancora irrigidito dai lunghi incubi fera-
li. Eppure nel momento in cui prendeva coscienza dell’am-
biente una vaga speranza le rendeva al petto un dolce e gen-
tile batticuore.
In quel momento, proprio in quel preciso istante l’orologio
segnava le sei e mezza circa, con le lancette che si inseguivano
nel quadrante con quel loro tipico fremere in brevi scatti.
Quando la ragazza si levò in piedi, fu quello il tempo in cui
le riprese una forte agitazione e un’ansia convulsa, per l’attesa
di sapere se avrebbe rivisto quel fanciullo che aveva misterio-
samente incontrato il giorno prima. Non doveva sperare, forse
doveva essersi trattato solo di un sogno.
La ragazza allora discese le scale dopo che si era fatta
avvolgere entro il tepore di una vestaglia di lana di colore
marrone, sdrucito nel corpo e all’altezza dei gomiti, lungo le
scale aggettanti.
Con un tenue battito la ragazza raggiunse prima il salone, e
poi la cucina. Fu in un certo senso quello scendere, quell’arri-
vare così emozionata a quell’appuntamento una grossa delu-
sione. Tutto era immoto e vero, si era lasciata così prendere da
quel convulso entusiasmo che ora ne era stordita come colpi-
ta da una potente scarica elettrica. Il suo corpo a sbalzi si pie-
gava vittima di una forte fitta allo stomaco.
Fuori dalla casa ora si udiva il brusio che produceva lo scor-
rere di camion che trasportavano beni di mercato, per il resto
la scena non appariva meno che desolante. Eppure la ragazza
non demordeva nella sua particolare follia e decise di uscire
dalla casa, sempre col suo passo titubante e timido in direzio-
ne del giardino.
Melissa avanzò nel vialetto ghiaioso e umido dello stesso. Il
cielo, in quel momento era coperto e offuscato da nubi nere e
cariche che vagavano cupamente celando alla vista l’orizzonte.
Muovendosi indecisa nel suolo rigido, la ragazza era scossa
dalle forti folate di vento che rendevano difficoltoso il suo

80
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

cammino. Il freddo divenne a tal punto intenso che la ragazza


si vide costretta a ritornare all’interno dell’abitazione dalla
quale prese il suo giaccone scolorito dalle tonalità verdi e lo
indossò prima di ritornare al centro di quella feroce tormenta
di neve.
Gli elementi della natura si scatenavano, e quella tensione si
trasmetteva ben presto nell’anima di Melissa. Lei giunse infi-
ne fino alla corta e bassa staccionata di legno marcito in cui si
fermò, ormai senza più respiro.
Proprio in quell’istante la ragazza vide fare capolino nella
strada un bambino avvolto da pesanti indumenti invernali.
Lei non seppe se il trasalimento che ne derivò dipendeva più
dalla sorpresa o dalla speranza. Ma non c’era motivo di agitar-
si, vide che quel piccolo ragazzino era accompagnato dalla
madre. I due corsero a trovare pronto rifugio presso un auto-
veicolo che ben presto prese moto nella strada pericolosa.
La tempesta di neve mutò ad un tratto in un acquazzone
molto violento. Nonostante le intemperie non accennassero a
cessare, nonostante questo Melissa rimase ancora ferma nel
modesto recinto ad osservare ciò che capitava intorno.
Vide allora, il respiro nel frattempo le si era rallentato fino
quasi a raggiungere un ritmo regolare, che da una casa che
s’ergeva poco distante spuntava un ragazzo che aveva preso a
spalare il giardino della stessa e, vedendosi osservato, sembrò
lanciarle un’occhiata piena di malevolenza.
Tutte le sue precedenti speranze svanirono completamente
dinanzi a quella sconfortante immagine. Eppure in quella sua
delusione si scopriva, si disvelava comunque una bizzarra
vena consolatoria che rendeva paradossalmente la ragazza
ancora più inquieta.
Lei ora si muoveva senza più paura, verso la casa. Si sentiva
come svuotata dal termine di quell’intensa emozione. Febbrile
fu il rientro verso i consueti luoghi della sua esistenza.
Mestamente allora la ragazza ritornò all’interno di quella
modesta edificazione, che forse risaliva al secolo scorso e che
era costruita su due piani. Melissa sentì di essere molto stanca,

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ROBERTO SANNA

spossata, come dopo un grande sforzo fisico. Aveva un gran-


de desiderio di stendersi e di riposare, anche solo di sedersi
per un attimo.
Però non lo fece e forse anche perché quel gesto le appariva
essere molto difficoltoso. Allora Melissa appoggiò il braccio
sul frigorifero brontolante, mentre tentava di pulirsi i capelli
biondo scuri che ancora grondavano di umori.
I suoi occhi verdi allora si diressero verso la porta, e per una
particolare rivelazione, vide in modo distinto due piccole
mani bianche che si approssimavano ad essa e le vide come se
fossero avvolte da una particolare aura luminescente.
Le parve allora di avvertire nell’aria un particolare profumo
che rassomigliava forse all’incenso o ad un’altra essenza
soave, quasi come si trattasse di una polvere leggera ed impal-
pabile. Quella profumazione per le sue peculiarità fece venire
in mente alla giovane ragazza gli angeli.
In effetti lei non sapeva proprio per quale motivo le fosse
venuto in mente quel pensiero eppure aveva coscienza di
non essere in errore e che quella sua convinzione fosse quel-
la giusta.
Anche se quel fatto era assolutamente, completamente pre-
vedibile, questo non mancò di sorprendere fortemente la
ragazza. Il bussare, il lieve bussare che si ripeteva e che rim-
bombava nelle percezioni di Melissa fino a suscitare nel suo
animo adolescenziale un senso di terrore assoluto.
Era come se gli oggetti intorno sbiancassero fino a scomparire
totalmente e lei quindi si ritrovasse in un luogo solitario e sco-
nosciuto circondata dal rumore assordante di campane spie-
gate o dai lunghi ripetuti boati di assurde sirene.
La ragazza si avvicinò allora alla porta tremando per la
lunga indecisione, senza sapere ancora cosa fare. Era ormai
di fronte alla porta, anche questa volta vide quel piccolo
bambino che la guardava con gli occhi pieni di lacrime di tri-
stezza e di infelicità, ma rispetto all’altra visione, si era veri-
ficato un cambiamento. Vi era un elemento estraneo, nuovo
che modificava il tutto.

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L’ALCHIMIA DEL DOLORE

Infatti, il piccolo ragazzino, che possedeva caratteristiche


nella sua fisionomia che lo facevano pienamente rassomiglia-
re alla ragazza, non appena la vide smise immediatamente di
piangere e sembrò rilasciare le labbra in un sorriso dolcissimo.
Melissa, in quel momento, sentì una forte sensazione di pace.
Era come se si sentisse all’improvviso al sicuro, protetta con-
tro ogni difficoltà, e il suo corpo diveniva colmo all’istante di
un’arsura molto particolare, e, per questo motivo, levò alcuni
degli indumenti che allora indossava, senza più provare i bri-
vidi tipici della stagione invernale.
Non aveva più paura, ora tutti i suoi dubbi si erano dissolti,
si erano dileguati, erano svaniti, erano scomparsi. Aprì la
porta ed uscì nel giardino per la seconda volta in quella mat-
tina. Compì questa azione naturalmente, senza pensarci.
Il bambino le si avvicinato e le due figure ora si stringevano
teneramente, in un amore puro e incondizionato.
Melissa sentì allora il suo corpo in fiamme, come se stesse
effettivamente bruciando ed avvertiva invece che il ragazzino
aveva la pelle impregnata di una genuina frescura primaverile.
Ora le sembrava che il tempo scorresse molto lentamente,
fino quasi ad arrestarsi. I suoi passi rallentavano, mentre ora
il bambino le prendeva la mano e giocava con essa, muoven-
dola quasi si trattasse di un’altalena.
Avanzando lungo il giardino, Melissa si accorse che qualco-
sa era effettivamente cambiato nel paesaggio circostante, che
appariva riempito da una particolare luce iridescente che si
rendeva manifesta in ogni minimo particolare di quello scena-
rio naturale.
Era veramente strano, pensava la ragazza, colta da una sin-
golare commozione, ma non ricordava affatto di avere visto
mai rilucere nel cielo un sole così luminoso e chiaro e pulito.
Non era, in quel momento, possibile vedere neanche la mini-
ma ombra di neve, gli alberi, e questo era proprio impossibile
in quella stagione, erano liberi e in fiore.
Ebbe un altro balzo al cuore quando si accorse che un altro
evento non ordinario aveva iniziato a prodursi. Dinanzi ai

83
ROBERTO SANNA

suoi dolci occhi verdi, infatti, Melissa osservò che le strade, le


costruzioni, le case erano scomparse, completamente, e che al
loro posto si levavano invece montagne suggestive, estesi prati
di sognanti vegetazioni.
Il bambino aveva allora preso a correre dentro quella
varia natura, gioiosamente, poi ad un tratto urlando rag-
giunse la ragazza:
«Mamma, mamma» diceva la sua voce insieme tenera ed
impaurita, e le aveva mostrato una mano insanguinata come
se fosse stata dilaniata da una fiera feroce.
Melissa aveva stretto a sé il bambino con il cuore straboccan-
te di una paura, di un terrore irrazionale. Avevano iniziato
entrambi a piangere affettuosamente. Era bello, ragionava
Melissa, ma qualcosa si era rotto, sentiva che le sue forze erano
sul punto di venirle meno, e che le sue sensazioni cominciava-
no a perdere precisione e consistenza, fino a quando lei non
svenne nel prato fresco e rugiadoso.

III.

Dallo svenimento, il risveglio fu molto diverso da quello che


la ragazza poteva attendersi. Melissa, infatti, notò di ritrovar-
si ancora in quel prato, in quella stessa distesa verde in cui
aveva perduto i sensi.
Immediatamente la sua prima sensazione fu quella di essere
come dentro ad un sogno. Con distinzione quel fenomeno si
ripeteva, ma questa volta vi era un particolare nuovo. Era, in
effetti, come se fosse passata dall’altra parte del vetro ed ora
vedesse le cose attraverso una diversa prospettiva.
Si accorse che il suo corpo era incredibilmente denso di calo-
re, leggermente madido, sudato, e questo le rendeva un senti-
mento, un brivido che lei trovava proprio magnifico. Le piace-
va rimanere distesa con quella pace che la invadeva, senza
sentire la necessità di alzarsi.
Un lieve sole giallo screziato di rosso baluginava nel cielo di

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L’ALCHIMIA DEL DOLORE

un celeste intatto. Ondeggiando alcune nuvole candide dan-


zavano fra i colori della natura che intorno esplodeva in mille
consistenze delicate, in diverse tonalità, come melodie che si
intrecciassero sapientemente fra loro.
Nella pelle, stranamente per la prima volta nella sua vita non
avvertiva il tipico freddo canadese, scoperta, l’erba puntuta la
solleticava con dolcezza, la pizzicava leggermente.
Si alzò quindi senza sforzo e si accorse di camminare in un
clivo, in una collina dalla pendenza molto lieve. Il prato era
soffice e la ragazza, in un momento, si rese conto che cammi-
nava senza scarpe.
Non vi era dubbio che tutto quel paesaggio, tutto quello sce-
nario avesse in sé un qualcosa di magico, di straordinario ed
irreale allo stesso tempo. In effetti la ragazza comprendeva,
era cosciente che tutto quello che ora vedeva non poteva esse-
re vero, eppure allo stesso modo era impossibile non crederci.
Era come se ad un tratto il suo cuore avesse preso a sangui-
nare, ma non violentemente, ma con regolarità e il respiro
della ragazza ora era calmo e nello stesso tempo insolitamen-
te vitale.
La ragazza, colma di quelle particolari sensazioni, continua-
va a camminare in quella dolce discesa che le si presentava
innanzi, e, progressivamente le si allargava l’orizzonte, la pro-
spettiva: un immenso e magnifico scenario naturale le si
mostrava allora in ogni angolo di quella distesa.
La ragazza si portò inavvertitamente la mano all’altezza dei
capelli biondo scuri, ed essi si sciolsero in un momento, scos-
si leggermente da una brezza che con delicatezza li sfiorava,
facendoli ondeggiare lievemente. Melissa ancora non finiva
di stupirsi e di commuoversi alla visione di quella natura
intatta e pura. Si trovava, e non sapeva come, ma in verità
non se lo chiedeva neanche, in una conca vergine dall’inter-
vento dell’uomo.
Era quella una valle particolare in quanto non si poteva
affatto dedurre cosa vi fosse oltre, dato che in tutti i quattro
lati essa era circondata da alte montagne prive di neve, le cui

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ROBERTO SANNA

vette si perdevano per la grande altezza alla vista della gio-


vane ragazza.
I suoi dolci occhi verdi si muovevano all’istante da un luogo
all’altro, divenendo sempre più curiosi di afferrare quella mol-
teplicità di emozioni, quel caleidoscopio di colori e sensazioni
visive, quella moltitudine di profumi e suoni armonici.
Ad un tratto davanti a lei apparve un lago, una distesa d’ac-
qua di non grandi dimensioni, ma che, in ogni modo, attirava,
attraeva la ragazza. Melissa notò che la forma del lago era sin-
golare, essenziale, forse tendente verso l’ovale, e in qualunque
modo molto arrotondata.
Raggiunse senza provare fatica la riva in cui l’acqua giunge-
va con delicatezza e dove si frangeva sopra un tessuto di sas-
solini levigati di colore grigio non uniforme.
Sentiva, avvertiva la ragazza il fortissimo desiderio di
entrare in acqua e a questa esigenza interiore lei non si oppo-
se affatto. Per un attimo lei pensò, immaginò che l’acqua
potesse essere fredda, ma non lo era. Quel calore che ora pro-
vava, avvertiva nei piedi e nelle gambe era così intenso, era
così profondo, che ben presto lei immerse l’intero suo corpo
nel lago.
Era come se lei riandasse ad epoche passate, come se aves-
se intrapreso un viaggio di ritorno verso luoghi mitici e
dimenticati dalla memoria, verso quell’infanzia che le era
stata negata.
Il suo corpo diveniva con lo scorrere lentissimo ed imper-
cettibile del tempo sempre più denso, più pieno, più ricco di
calore, a tal punto che lei quasi cadeva in deliquio, che quasi
perdeva la coscienza del mondo esterno.
Sentì, in un momento, che nel suo petto, nel suo seno, qual-
cuno le si era insinuato e aveva preso ad abbracciarla con pic-
cole e morbide mani. Sapeva, anche se in quel momento non
poteva vederlo, che si trattava certamente del piccolo bambi-
no che il suo animo ben conosceva.
Ad un tratto le parve di udire ancora quella sua voce, quel-
la sua dolce voce, ma forse era solo un sogno, quella voce che

86
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

diceva, che ripeteva sempre la stessa parola:


«Mamma, mamma!» e Melissa sapeva allora che non dove-
va preoccuparsi più di niente.

Erano passati alcuni giorni da quando Johanna aveva per


l’ultima volta visto la sua amica Melissa. Lei era molto preoc-
cupata per la sua salute. L’aveva vista in quella nota mattina
molto debole, le era parsa malata, e capiva Johanna che non
doveva avere ancora superato il trauma di quell’operazione.
Infine era necessario che lei avesse presto sue notizie.
Aveva provato per innumerevoli volte in quei giorni a chia-
marla per telefono, ma non era riuscita a rintracciarla, il rice-
vitore emetteva un suono particolare come se la linea fosse
staccata o fosse perennemente occupata.
A quel punto Johanna non poteva più attendere, e decise di
andare a cercare la sua migliore amica direttamente nella
sua abitazione.
Quella mattina, era una Domenica ancora incredibilmente
fredda e gelida e la ragazza si muoveva febbrilmente nelle
strade di asfalto sconnesso di Oakville. Ben presto, c’erano sol-
tanto due isolati di distanza fra le loro rispettive abitazioni, si
delineò la vecchia e piccola casupola su due piani dell’amica.
Il cancelletto era aperto, leggermente dischiuso. Alcune
delle tende erano scostate e questo significava che qualcuno
si trovava in casa. Johanna giunse dinanzi al portone che in
alcune parti era scrostato, certamente di facile attacco per i
malviventi, pensava la ragazza, dopo avere notato la poco
tenace serratura.
La ragazza si sfilò il guanto di lana blu molto fine e suonò a
lungo il campanello che rispose emettendo a forza un trillo
basso e rauco. Ci vollero alcuni minuti prima che Johanna
udisse che nel silenzio lievi passi si muovevano in direzione
della porta. Finalmente si aprì ed era proprio Melissa che ora
stava di fronte all’amica.
Johanna osservò con attenzione il suo aspetto. Sembrava
smagrita, deperita in modo notevole, la sua pelle, poi, il suo

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ROBERTO SANNA

colorito era particolarmente bianco, esangue, mentre lei ricor-


dava con distinzione esatta che normalmente esso assumeva
delle tonalità dorate, e questo nonostante la scarsa intensità
del sole canadese.
A quel punto le si avvicinò e con un reciproco ed affettuoso
istinto le due ragazze si abbracciarono amorevolmente.
Melissa allora fece presto entrare l’amica nel noto salone in
cui avevano passato lunghe serate nelle quali nella penombra
si intessevano fitte chiacchierate. L’aria era gelida nonostante
fosse accesa una stufetta di colore grigio, Johanna aveva fatto
caso alle due spie rosse che brillavano all’interno della stanza.
Osservava con una certa apprensione il tremore violento del
corpo dell’amica. In quel momento Melissa appariva debolis-
sima, i suoi movimenti erano molto lenti e misurati. Sembrava
che i riflessi e la vista della ragazza fossero appannati, in
modo tale che, camminando, Melissa rischiasse in ogni
momento d’inciampare.
Non appena le due ragazze si furono sedute, adagiandosi su
due poltrone dalla fodera marrone, una di fronte all’altra, il
silenzio si ruppe per una seconda volta.
«Come stai?» chiese Johanna allungando la mano verso quel-
la dell’amica e stringendola leggermente a sé.
«Bene, mi sento solo molto debole e stanca» rispose Melissa
con una voce che era divenuta ancora più flebile del solito e
che possedeva una sfumatura così infinitamente dolce e tene-
ra che Johanna ne fu immediatamente commossa
«Ne sono felice» disse allora l’amica e sentiva così che le si
stringeva il cuore «Ma sei sicura di stare bene? Hai chiamato il
dottore? Sai in questi casi la prudenza non è mai troppa.»
Melissa allora guardò l’amica con uno sguardo che appariva
smarrito, come se o non avesse compreso il significato di quel-
le domande o non avesse affatto udito quelle parole.
Lei allora dopo un’attesa ancora di alcuni secondi rispose
«Sì» dimostrando ancora che la sua salute non era buona.
Johanna vedeva quella sofferenza che pareva propriamente
disegnarsi nell’intero aspetto della ragazza. I suoi capelli

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L’ALCHIMIA DEL DOLORE

biondo scuri cercavano di restare, di rimanere raccolti dietro


la nuca, legati da un nastro elastico azzurro, ma già alcune
ciocche scivolavano sia sulla fronte della ragazza che verso i
lobi lievemente arrossati.
Melissa non riusciva a mantenere lo sguardo alzato perché
esso riandava di frequente verso le mani che nervosamente
giocavano con una vestaglia bianca che possedeva dei riporti
di un colore verde pastello. Sotto invece indossava un pigia-
ma celeste dove erano riprodotte le figure di innumerevoli
pagliacci col naso azzurro.
Proprio dopo qualche altro istante la ragazza, sfinita, nono-
stante non si fosse prodotta in alcuno sforzo, si adagiò sopra
di un bracciolo della poltrona scura, e dai suoi occhi verdi
cominciarono a discendere lacrime sottili e dolcissime.
Johanna subito accorse a soccorrere l’amica così minuta e
gracile e la accompagnò a letto per farla riposare. La vegliò
fino a quando non si fu addormentata completamente. Voleva
rimanere al suo fianco ma dovette andare via perché per lei si
era già fatto troppo tardi.

Era arrivata la sera ed il buio si accompagnava ad essa. Era


già tardi quindi quando Melissa si svegliò da quel lungo
sonno ma, in verità, si sentiva ancora stanca, nonché indolen-
zita in tutto il corpo.
Il cuore riprendeva allora a pulsarle velocemente nel petto;
lei rimase a lungo immobile nella stessa posizione, senza riu-
scire a muoversi o a compiere la minima azione.
La ragazza non si rendeva conto di quanto tempo fosse tra-
scorso da quando si era risvegliata. Quell’angoscia particolare
continuava ancora a crescere. Era strano ma le luci erano acce-
se nella sua stanza, lei non si ricordava di averlo fatto, ed esse
creavano, generavano dei riflessi, dei riverberi che rendevano
ben più inquieto l’animo della ragazza.
Più precisamente nell’angolo destro della sua camera era
posato un fermacarte di vetro azzurrato che diede alla ragaz-
za la distinta sensazione che vi fosse qualcosa oltre, al di là

89
ROBERTO SANNA

della stanza, qualcosa di lucente, di dorato, che, per inspiega-


bili motivi, la terrorizzava.
Era il fatto che quella situazione, prima o poi, dovesse termi-
nare, si dovesse interrompere, e proprio così fu.
Accadde che come un fascio di luce azzurra invadesse quel-
la camera, creando un’atmosfera di pace. Tutto si svolse in un
istante o al massimo nel giro di pochi secondi. La ragazza si
voltò in un lato del letto, verso sinistra dove era posizionato
l’ingresso della stanza, e vide che al suo fianco era ora appar-
so quel bambino dai capelli biondi che tanto le rassomigliava.
Non se ne era accorta ma le aveva preso la mano e ora lei sen-
tiva sopra la sua pelle quel contatto fresco e morbido nello
stesso tempo.
«Andiamo! Andiamo! Presto!» lui diceva «Ci aspettano» e la
sua voce era adesso mossa in una certa agitazione come se non
si potesse effettivamente attendere altro tempo.
Dopo che Melissa si fu rapidamente cambiata, le due figure
si inoltrarono nei meandri della cittadina di Oakville. Subito
furono accolti da un buio intenso, da un’oscurità densa e silen-
te che rendeva ancora più forti dubbi alla ragazza.
Aveva preso, intanto, a nevicare, a nevicare forte per la strade,
tanto che la visibilità era ridotta e la ragazza non riusciva a com-
prendere esattamente in quale luogo si stessero dirigendo.
Il vento, in cui era frammisto quel fastidioso nevischio, li tra-
volgeva, rallentando in questo modo il loro cammino. Non era
più possibile parlare o scambiare parola, il frastuono generato
dagli elementi naturali era assordante. Si udiva, a tratti, fra le
pause di quegli immensi boati, il gracchiare di uccelli notturni
che lacerava ancora di più l’aria, oppure si sentiva lo stretto
cigolare di portoni di antiche locande.
Il gelo era così penetrante che ben presto la ragazza si rese
conto che il capo aveva preso a dolerle acutamente, e insieme
vi era anche un solido dolore che le torceva, che lo stomaco. Il
suo corpo si raffreddava, progressivamente, tanto da perder-
ne quasi la sensibilità. Anche la mano del piccolo bambino che
la tirava di continuo per affrettarsi era divenuta gelida e quasi

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L’ALCHIMIA DEL DOLORE

lei non riusciva ad avvertirla.


Convulsamente proseguiva quel rapido cammino, senza
soste, a lunghi frenetici e febbrili strappi che stendevano fisi-
camente la ragazza. I due infine giunsero in prossimità delle
rive del grande lago che si stendeva in quella zona del
Canada: il lago Ontario.
Non era certo uguale al lago che aveva visto da poco, la
ragazza pensava tra sé. Quelle onde alte e violente non la ras-
sicuravano affatto e tutto quel paesaggio non faceva altro che
far crescere la sua tensione e la sua angoscia. Il suo sentimen-
to allora era quello della fuga, della paura. Non avrebbe volu-
to rimanere un secondo di più in quel luogo, in quella temibi-
le situazione, ma rimase comunque immobile in attesa di
nuovi eventi.
Il bambino ora aveva lasciato la sua mano ed all’improvviso,
Melissa fu colta da una singolare visione per così dire paralle-
la. Un circolo verde e lucente aveva preso a fiammeggiare
nella sua fronte, irradiando in tale maniera una luce particola-
re da cui scaturiva una singolare profumazione.
Melissa fu colta nuovamente da una magnificente visione
dorata, che le era impossibile spiegare o comprendere a pieno.
Queste immagini che ora la raggiungevano, la facevano inso-
litamente e felicemente tremare, quasi avesse raggiunto uno
stato d’estasi.
Poi però le sue percezioni diminuivano e ritornava il cupo
scenario lacuale, e le onde e i marosi che la inquietavano.
Questo motivo si ripeté più volte e più volte ancora, prima che
la visione fosse completa, assoluta, superiore.
A quel punto lei vedeva solo una striscia luminosa in cui il
ragazzino la invitava a camminare e lei avanzava senza paura,
anche se, in verità, il suo corpo affondava nel grande lago tem-
pestoso fino a quando lei, sola, non scomparve completamen-
te in quei perigliosi flutti.

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L’ALCHIMIA DEL DOLORE

LA CROCIFISSIONE DELL’AGNELLO BIONDO

Sentii un brivido sulla pelle come se un vento mi spirasse


addosso con malignità. Solo in quel momento mi accorsi di
essere completamente nuda; nessun indumento addosso, ero
completamente nuda.
Non sapevo dove mi trovavo, tutta quell’apparenza buia e
tenebrosa m’induceva a credere che fossi capitata in una
caverna o in un qualche altro anfratto altrettanto misterioso.
C’era freddo quindi, ed ero senza vestiti, mi vedevo costretta
a stringermi nelle spalle magre dalla carnagione pallida.
Provavo imbarazzo a trovarmi in quella situazione, ma
soprattutto spavento e anche stupore per il come fossi giunta
in quel luogo. Mi resi conto subito di avere i sensi appannati
e che le mie percezioni erano vaghe e confuse pure se ero
presa, all’improvviso, da vaste ed istantanee sensazioni di pia-
cere e di eccitazione.
Lentamente presi a provare compiacimento di quella situa-
zione apparentemente vergognosa, con il crescere della mia
calma e della mia sicurezza poi, anche la temperatura iniziava
a prendere una certa corposità.
Quella che a prima vista mi sembrava solo un riflesso del
mio mutato stato mentale, ora era una verità incontestabi-
le: ora provavo persino caldo nonostante fossi priva di
vestiti, e quella calura crebbe e con essa anche quel senso
di eccitazione morbosa dei sensi, grondavo sudore e anche
il mio corpo morbido aveva preso una colorazione rossa-
stra e fiammeggiante.
Proprio come le fiamme, i fuochi erano stati accesi nel frat-
tempo intorno a me, senza che io me ne fossi resa conto. Ne
conclusi che qualcun altro oltre a me doveva essere presen-
te in quel luogo, questo fatto mi rese ancora più curiosa e mi
rendevo complice di quel misfatto, portando le mani sulle
parti intime come a simulare una vergogna non vera, che

93
ROBERTO SANNA

non provavo assolutamente.


Il caldo aumentava ed il mio corpo si addensava, si rappren-
deva di quei sordidi umori. Proprio in quel momento sentii
(era come se fossi stata sorda fino a poco prima ed ora avessi
riacquistato l’udito) un ritmato mutilare di percussioni tribali
che cresceva progressivamente d’intensità fino a divenire un
bombardamento sonoro, un muro fitto ed impenetrabile.
Fu allora che mi resi che nella scena c’era un altro cambia-
mento, questa volta decisivo: una serie di misteriosi personag-
gi dal volto pitturato e tatuato mi circondavano e si muoveva-
no intorno al ritmo delle allucinanti percussioni tribali.
Il cerchio, a poco a poco si stringeva. Quegli uomini dall’ap-
parenza primitiva, lasciarono a terra i gonnellini, unico indu-
mento che indossavano fino ad allora.
Quegli indigeni potevano ben essere definiti membruti. Si
dimostravano spavaldi, sicuri di sé. Mi si avvicinavano sem-
pre di più e cominciano a strusciarsi contro il mio corpo accal-
dato. Io, per un attimo, fui presa dalla tensione e dalla paura e
con le braccia proteggevo il seno da quel lubrico contatto. Poi
a quelle pressioni li lasciai andare. Più che uomini quegli esse-
ri erano delle belve selvatiche, mi stesero a terra con violenza,
io avvertii lo stridore della schiena al suolo, e, a turno, mi vio-
lentavano e violavano la mia verginità.
Le efferatezze di quegli sconosciuti non avevano termine. Mi
pareva strano ma non opponevo troppa resistenza, anzi avevo
piacere nel subire quelle torture. Quel turbine di emozioni mi
devastava quindi gradevolmente il cuore e chiedevo loro che
continuassero ancora.

Mi risvegliai che ero ancora dolente e compiaciuta. Il terrore


che mi aveva procurato quell’incubo era grande e mi sibilava
ancora nelle ossa ma era ancora più grande l’eccitazione frene-
tica e morbosa che mi aveva procurato.
Essere stuprata, essere posseduta fisicamente, completamen-
te in balia di un’altra persona, schiava, sottomessa, dominata.
Con questi pensieri che avevano preso il controllo della mia

94
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

mente, non riuscivo a stare ferma e neanche a riaddormentar-


mi. Mi dovetti alzare che era ancora presto per andare a scuo-
la, e nel bagno non potei fermare, contenere l’istinto di
masturbarmi riecheggiando le mostruose e sensuali scene che
avevano popolato quella mia notte agitata.

Si fece mattina quindi e il mio corpo era stanco e vibrante di


scosse nervose che erano come piccole scariche di elettricità
che alla fine mi sfibravano completamente.
I miei genitori, con la loro impalpabile indifferenza ed apa-
tia, erano usciti di casa per le loro abituali occupazioni, ero
quindi sola in casa, tutta sola e tutti i muri e le pareti erano
densi, accumulati dei miei umori.
Mi portai davanti allo specchio, mi lavai il viso e poi control-
lai il mio aspetto con notevole accuratezza. Le occhiaie si nota-
vano, risaltavano, la mia pelle era comunque liscia e gradevo-
le, era l’abbronzatura che si notava. Mi ravviai i capelli che
ultimamente avevo tinto di rosso scuro e tagliati molto corti
per rassomigliare ad una famosa cantante molto in voga in
quel periodo.
Ero dimagrita nell’ultimo periodo, e questo anche se ero già
di costituzione gracile. Feci uno sguardo antipatico alla mia
immagine allo specchio, avevo fatto colazione nonostante pro-
vassi un forte senso di nausea, ed ora il mio stomaco ne risen-
tiva e ne doleva.
Il flusso del vomito ne corse naturalmente, senza induzione
volontaria: un liquido giallastro ed acido che mi corrodeva la
gola e i denti. Ebbi la sensazione distinta dello stomaco che si
torceva e si piegava per il rigetto.
Questo accadimento prese a far aumentare la angoscia e i
muscoli e i nervi invece di rilasciarsi si tendevano sempre più
e mi impedivano di stare ferma.
Mi spogliai e mi feci una doccia molto velocemente, visto che
mi sentivo molto stanca. L’acqua scrosciava sul mio corpo e mi
diede un senso strano d’inquietudine quel rumore che solo
ora percepivo con stupore.

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ROBERTO SANNA

Ero stanca, molto stanca, spossata, non avevo nessuna voglia


di andare a scuola eppure dovevo farlo, non riuscivo a trova-
re nessuna scusante valida per evitarlo; poi tanto non sarei
stata capace di riposarmi né di riprendere sonno.
Mi guardai compiaciuta e disgustata prima di avvolgermi nel
mio accappatoio bianco che leggermente mi pungeva la pelle.
Avvolta in quell’abbraccio fui presa da un certo languore e da
un riflesso di sazietà. Ponevo deboli resistenze e scarne obie-
zioni e la mia coscienza era così ridicola che mi venivano faci-
li le bestemmie alla bocca.
Le dita si mossero abili per un facile piacere. Mi distesi nel
pavimento fra le sensazioni di freddo e caldo che alternativa-
mente provavo. Poi ritornava la rabbia e la frenesia, la stan-
chezza e l’irrequietezza.
Mi vestii indossando ciò che prima mi capitava nelle mani,
presi una mogliettina nera aderente e un paio di jeans neri e
così uscii di casa.

Una delle più grandi noie che dovevo sopportare nell’andare


a scuola era il dover salire su una di quelle corriere brulicanti
di studenti, dove si sentivano puzzi insopportabili.
Quella sensazione era ancora più viva quella mattina, e la
nausea si rifaceva temibilmente avanti. C’era molto caldo ed
io avevo preso a sudare copiosamente, si era stretti nel pul-
lman, volevo che qualcuno mi toccasse e mi molestasse, lì,
davanti a tutti.
Arrivai alla giusta fermata e continuava il brulicare delle
formiche e cresceva la mia angoscia, pensai che il mio sguar-
do si fosse fatto livido e rabbioso ma nella verità, dovevo
sentirmi solo impaurita e spaventata di qualcosa di poco
chiaro come se la mia coscienza, la mia identità si stesse pro-
gressivamente disgregando senza che fosse possibile ferma-
re questo processo. Già questi strani presagi prendevano a
confondere i miei pensieri e soprattutto le mie percezioni. Da
quel momento ebbi il senso come di un’alienazione, di un
distacco dalla realtà.

96
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

Sentii un click, uno scatto improvviso, e tutto era cambiato in


un solo istante. A tratti mi pareva proprio di avere delle diffi-
coltà visive e credetti di essere vittima di un’allucinazione.
La scuola, al suo interno, nelle pareti e nel pavimento, mi
apparve avere tinte e toni più cupi, con un senso di orrore
poco chiaro, sfuocato e per questo motivo ancora più apporta-
tore di paura.
Il grigio si completava attraverso delle macchie nere, e nono-
stante i molti rumori che imperavano, avevo, possedevo la
distinzione del silenzio che ne riempiva gli spazi vuoti.
Passarono forse anche alcune ore di lezione prima che mi
accorgessi di qualcosa di particolare che stava succedendo. Un
ragazzo, un mio compagno di classe di nome Mauro, infatti,
mi fissava continuamente, senza pausa. Nonostante mi voltas-
si, sentivo sempre il suo sguardo addosso che non si scollava
da me neanche per un istante.
Inizialmente ne fui quasi lusingata e sorridevo a quel ragaz-
zo che era stato con me sempre gentilissimo e educato. La sua
figura magra, sottile, faceva pensare che avesse molti anni in
meno di me. C’era una singolarità che si rivelava il lui, erano i
capelli biondi, così sottili da sembrare una lanugine impalpa-
bile e trasparente.
Essi ad un tratto curvavano e prendevano un’ondulazione
tutta propria, s’increspavano in una maniera che ragionevol-
mente poteva essere definito dolce o tenero.
Continuava a guardarmi, quindi, quel ragazzo dall’aspetto
puerile, ed io, ben presto, mi stancai di tutte quelle attenzioni
e m’immaginai che fosse un tipo piagnucoloso. Sì un tipo
appiccicoso e piagnucolante.
Gli lanciai uno sguardo stretto e severo come a dissuaderlo
dalle sue intenzioni. Mi parve che Mauro si fosse un po’ spa-
ventato e il suo volto denotava proprio turbamento e incapa-
cità a reagire.
Eppure, nonostante quel perentorio avviso, il ragazzo non
smise di fissarmi e di osservarmi, anzi diventava, se possibile,
ancora più insistente, ancora più invadente di prima.

97
ROBERTO SANNA

Io feci finta di niente e cercai da quel momento di ignorarlo


del tutto, come se non esistesse.
Finita quell’ora di lezione, il ragazzino mi si avvicinò, io ero
stizzita da quell’incontro, ma non potevo più evitarlo.
«X.» Mi disse «stai bene?»
«Mi è sembrato che stessi poco bene» disse e tremando lo
disse, perché era evidente che fosse molto emozionato di par-
lare con me, e poi con tono amichevole ed affettuoso poggiò la
sua mano nella mia spalla, per levarla però subito, intimidito
forse dal fatto di avere osato troppo. Io ero scocciata, volevo
restare sola, volevo essere lasciata in pace, non ne potevo più.
«Bambino idiota ti vuoi levare dai piedi» allora gli urlai, gli
vomitai addosso con ira.
Il ragazzo ne rimase scosso e dopo essersi scusato (in un
modo molto gentile e piagnucoloso) si allontanò rintanandosi
nella solitudine del suo banco.

Soddisfatta che fu la rabbia di cui mi ero nutrita, mi placai e


persi nuovamente il contatto con la realtà e ritornai in una
sorta di vuoto assoluto, di sonno senza soluzione. Da quella
letargia mi ridestai, solo nel momento in cui intervenne la con-
sueta quotidiana pausa fra le lezioni.
Ebbi una scossa, un sobbalzo e ripresi a provare una paura
oscura e una tensione lacerante, che trasformava in polvere
la mia anima e le mie emozioni. Uscii dall’aula, notai che
dentro vi rimase solo Mauro (certamente a piangere, imma-
ginai) ma non ci feci caso più di tanto.
Mi mossi quindi nei lunghi e stretti anditi della scuola e
facevo questo in maniera del tutto involontaria, senza voler-
lo, come per inerzia. Mi avvicinavo alla zona dei bagni, e
proprio in quelle prossimità c’erano due ragazzi che si bacia-
vano appassionatamente, senza ritegno. Lei si faceva toccare
in maniera piuttosto esplicita dal ragazzo che giunse perfino
a metterle una mano nel seno. Lei protestò a quel gesto, ani-
matamente, lui rideva beffardo del bel gioco che le aveva
tirato, poi i due ripresero compiaciuti ad amoreggiare.

98
L’ALCHIMIA DEL DOLORE

Quel senso oscuro di violenza ridestava gli umori not-


turni, mi affrettai a raggiungere il bagno con la frenesia
di masturbarmi.
La tensione era alta ma c’era anche troppa gente intorno a
me. Mancava l’intimità e il vuoto, il bianco vacuo che inten-
devo generare era distante e così non riuscii a venire.
Maledicendomi presi il cammino inverso per ritornare verso
la classe e udivo l’echeggiare di voci confuse e risate, e vidi
anche una certa folla che si raggruppava, si ammassava e si
dipanava proprio dall’ingresso della mia aula.
Il fatto di aver notato questo fatto non mi rese per questo
meno indifferente. Ero nervosa, stanca, m’infastidiva tutta
quella gente intorno, ebbi il senso di soffocare.
Mi diedi un’aggiustata alla maglietta, infilandola per bene
nei jeans neri prima di accorgermi della causa di quel clamo-
re; una scena non immaginabile si stava producendo.
Mauro, quel timido ragazzino, aveva col legno dei banchi
costruito una sorta di croce. Era difficile credere a quello che
vedevo, la cura con cui era stata forgiata richiedeva un lavo-
ro di almeno qualche giorno.
Il ragazzo quindi dopo aver innalzato in maniera totalmen-
te inspiegabile quell’arnese, vi si era appeso piazzandosi dei
chiodi sia nei piedi che nelle mani e anche questo era per lo
meno difficile da realizzare.
Mauro, seminudo, col sangue che gli colava in rivoli spor-
chi sul suo corpo smagrito, scheletrico, si era crocifisso. Il
suo sguardo era assente, il volto senza espressione come se
fosse svenuto.
Intorno s’era creato un clima di ironia e di disprezzo. Le
battute si sprecavano come i colpi e gli oggetti che venivano
lanciati all’agnello biondo.
Il disegno della croce, la massa che si affollava, le immagi-
ni che la mia mente generava si affastellavano confusamen-
te, tutto mi infuocava e mi stordiva.
Volevo gridare, morire, mi avvicinai al ragazzo, non volevo
far altro che dimenticare, lui forse sperava ancora in una mia

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ROBERTO SANNA

parola pietosa.
Invece io gli sputai negli occhi ed esclamai:
«Porco C*****!»

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L’ALCHIMIA DEL DOLORE

INDICE

LA SORELLA pag. 7

IL FANTASMA pag. 17

IL GIOVANE INCANTATORE pag. 25

L’ALCHIMIA DEL DOLORE pag. 39

LE PICCOLE MANI BIANCHE DEGLI ANGELI pag. 65

LA CROCIFISSIONE DELL’AGNELLO BIONDO pag. 93

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