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La scoperta italiana della plastica pulita

Un computer collegato a internet. E un'idea. Nasce cos la scoperta


fatta da Marco Astori e Guy Cicognani. E quelle degli altri inventori
e innovatori che provano a "cambiare la vita in meglio" di RICCARDO
LUNA
"LA COSA pi buffa di questa storia che io non sono uno scienziato e nemmeno un laureato in
chimica. Sono soltanto un grafico pubblicitario che un giorno si detto che doveva esserci un
altro modo per fare la plastica. Un modo che non inquinasse il pianeta per migliaia di anni.
Allora sono andato su Internet a cercare fino a quando quel modo l'ho trovato". Questa la
storia di una rivoluzione fatta in casa, scoperta per caso e destinata forse a cambiare le cose.
Gli oggetti della nostra vita. L'artefice si chiama Marco Astorri, ha 43 anni, tre figli, una
pettinatura che lo fa assomigliare al protagonista muto di The Artist e un'azienda che sta
facendo discutere il mondo: la BioOn sta a Minerbio, a 40 minuti da Bologna. Da qualche mese
ogni settimana c' una processione infinita verso questo misterioso laboratorio in mezzo ai
campi: bussano i capi delle grandi multinazionali della chimica, ma anche i produttori di
telefonini, personal computer e televisori, componenti per le automobili. Insomma tutti quelli
che fanno prodotti usando la vecchia plastica.
Vengono, ascoltano, guardano le ampolle piene di misture dolciastre, i fermentatori di
metallo riflettente. Poi spalancano gli occhi e la domanda che si fanno : possibile che questo
scienziato-fai-da-te, questo hacker con la scatola del piccolo chimico sotto il braccio abbia
trovato la formula magica per farci vivere davvero "senza petrolio" (il petrolio, com' noto,
la base di tutte le plastiche e l'origine dei problemi a smaltirle dato il suo tasso terribilmente
inquinante, vedi la diossina)?
Ebbene s, possibile, perch esattamente quello che sta accadendo. La storia inizia nel
2006. E inizia naturalmente con un pezzetto di plastica. Anzi con migliaia di pezzetti di
plastica. Sono gli skipass che gli sciatori lasciano distrattamente in mezzo alle neve a fine
giornata. Solo che poi in primavera la neve si scioglie, gli skipass no: quei pezzetti di plastica
restano a inquinare l'ambiente per una vita, anzi per migliaia di anni. Marco Astorri e il suo
socio francese Guy Cicognani di quegli skipass sono in un certo senso colpevoli, visto che li
producono. Per la precisione, realizzano le micro-antennine che aprono i tornelli (Rfid).
Ed facendo questo lavoro che iniziano a chiedersi se non ci sia un modo per fare una
plastica totalmente biodegradabile. Una plastica che si sciolga in acqua. Come la neve,
appunto. Astorri e Cicognani non sono i primi a pensarlo ovviamente. Proprio in Italia Catia
Bastioli, dal 1990 e negli stabilimenti della Novamont a Terni, ha iniziato a produrre la
MaterBi, plastica a base di amido di mais. Ha avuto un notevole successo, al punto che alle
prossime Olimpiadi di Londra i piatti, i bicchieri e le posate, in tutto alcune decine di milioni

di pezzi, saranno di bioplastica italiana.


Un grande orgoglio nazionale di cui andare fieri. Il mais per un alimento: usarlo per fare la
plastica vuol dire farne salire il prezzo e si visto con i biocarburanti di prima generazione
come questo possa essere problematico. Inoltre, per quanto riguarda la biodegradabilit, la
provincia di Bolzano ha fatto presente che i sacchetti che dal 1 gennaio la legge ci impone di
usare al supermercato creano inciampi agli impianti di compostaggio dei rifiuti. Insomma,
forse si pu fare meglio.
Ma torniamo al 2006. Ricorda Astorri: "Abbiamo chiuso con gli skipass. Ci siamo comprati un
computer, un iMac, l'abbiamo collegato alla Rete e abbiamo iniziato a cercare qualcosa di
nuovo". La caccia al tesoro dura poco e finisce in un'universit in mezzo all'Oceano Pacifico
dove un gruppo di ricercatori sta sperimentando un modo per produrre la plastica con gli
scarti della lavorazione delle zucchero: il melasso, sostanza che oggi ha un costo per essere
smaltito ma pu diventare invece la materia prima per una plastica davvero bio.
Astorri e Cicognani intuiscono che quella pista quella buona, prendono un aereo, investono
la met dei loro risparmi per comprare quel brevetto (250mila dollari), ne aggiungono una
serie di altri sparsi nel mondo e in un anno sono pronti a realizzare la molecola descritta dal
biologo francese Maurice Lemoigne nel lontanissimo 1926: il PHA.
Di che si tratta? A sentire la spiegazione del capo del laboratorio, Simone Begotti, un
quarantenne che per anni si occupato di fermentazione in aziende biofarmaceutiche, la
ricetta un segreto di Stato ma il procedimento non complesso: "Si tratta di affamare e poi
far ingrassare dei batteri. In poche ore quel grasso diventa la polvere con cui facciamo la
plastica ". Perch ci sono ci sono voluti pi di 80 anni per ripartire da l? "Perch in quei tempi
ci fu il boom del petrolio: fare plastica in quel modo era facile ed economico, i costi per
l'ambiente non venivano tenuti in considerazione ", sostiene Astorri.
Nel 2007 il nuovo polimero viene battezzato Minerv, in omaggio al posto dove sorge il
laboratorio ma anche a Minerva, dea romana della guerra e della saggezza "visto che sarebbe
saggio fare questa guerra in nome dell'ambiente". Un anno dopo arriva la certificazione
internazionale: "Il Minerv biodegradabile in terra, acqua dolce e acqua di mare", attestano a
Bruxelles. Astorri lo spiega cos: "In 10 giorni i granuli di MinervPHA si dissolvono in acqua
senza alcun residuo ". Miracolo. Si decide cos di fare una startup anche qui cambiando le
regole: niente soldi pubblici e soprattutto niente soldi dalla banche: "Abbiamo fatto un patto
con i contadini", racconta Astorri. L'accordo con la cooperativa agricola emiliana CoProB che
produce il 50 per cento dello zucchero italiano. Oltre a tantissimo melasso. Saranno loro, i
contadini emiliani, i titolari del primo impianto BioOn che aprir a fine anno: " la fabbrica a
chilometro zero. Sorge dove stanno le materie prime", spiega Astorri che con l'aiuto del
colosso degli impianti industriali Techint, punta a replicare il meccanismo in tutto il mondo: la
fabbrica in licenza. Un paio di impianti, a forma di batterio, disegno dell'architetto bolognese
Enrico Iascone, apriranno in Europa, uno negli Stati Uniti.

La svolta arrivata un anno fa quando in laboratorio il mago Begotti riuscito per la prima
volta a realizzare un PHA con propriet molto simile al policarbonato. Non la classica plastica
dei sacchetti della spesa, quindi, ma la plastica dura e malleabile di cui sono fatti tanti
oggetti della nostra vita quotidiana. Il primo a crederci stato il presidente di Floss che ha
voluto replicare una celebre lampada del design italiano firmata Philippe Starck, Miss Sissi.
Presentazione solenne lo scorso 18 aprile al Salone del Mobile, poi un'escalation continua:
secondo Astorri tra un anno il MinervPHA sar negli occhiali da sole italiani, nei computer
californiani, nei televisori coreani e persino nelle confezioni di merendine per bambini. "Tutti
mi dicono che sono seduto su una montagna d'oro ma non cos che mi sento. Mi sento su una
scala di cui non si vede la fine".
L'inizio in compenso si vede benissimo. Era il 1954 e a pochi chilometri da Minerbio, Ferrara,
negli stabilimenti della Montecatini, un grande chimico italiano scopriva la regina delle
plastiche, il polipropilene isotattico, noto come il Moplen nelle reclame dell'epoca con Gino
Bramieri. Il 12 dicembre 1963 Giulio Natta e il chimico tedesco Karl Ziegler ricevevano il
premio Nobel. Nella motivazione si legge: "Le conseguenza scientifiche e tecniche della
scoperta sono immense e ancora non possono essere valutate pienamente". Sarebbe la
seconda volta che un italiano reinventa la plastica. (20 giugno 2012)