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Jan Lukasiewicz

Del principio
di contraddizione in Aristotele
A cura di Gabriele Franci e Claudio Antonio Testi
Presentazione di Maurizio Matteuzzi

Quodlibet

Claudio Antonio Testi"

Il principio di contraddizione in Tommaso D'Aquino

i. Premessa
Quando la redazione di "Discipline Filosofiche" ha proposto all'Istituto Filosofico di Studi Tomistici di curare assieme la traduzione dell'opera di Lukasiewicz Del principio di contraddizione in Aristotele, la nostra risposta positiva
stata unanime e immediata. E questo per un duplice ordine di motivi: da un
lato l'indubbia importanza di proporre alla cultura filosofica italiana un testo
che contiene apporti teorici ancora attuali e che stato fondamentale per la
nascita e la diffusione della scuola logica polacca. Dall'altro, l'interesse di
vedere se e come le critiche di Lukasiewicz ad Aristotele potevano valere
anche per il pensiero di Tommaso d'Aquino; e proprio su questo punto verteranno le brevi riflessioni riportate di seguito, in cui cercher di esporre,
attraverso una rassegna dei brani pi rilevanti, le intuizioni pi "originali"
che Tommaso ha intorno a queste tematiche.

2. Alcune definizioni delp.n.c.


Riportiamo di seguito, senza pretesa di esaustivit, alcune formulazioni del
principio di contraddizione (p.n.c.) che ritroviamo in Tommaso.
A) Formulazioni ontologiche:
i. "il medesimo non pu essere e non essere" ("[Non potest] idem esse
et non esse": In IIIMetaph. lect. vi n. 603);
Desideriamo ringraziare per 1 preziosi suggerimenti Arianna Betti, Maurizio Matteuzzi, Giuseppe Barzaghi e Gustavo Cevolani: il saggio largamente debitore della loro paziente attenzione e della loro competenza in materia. Naturalmente, tutta la "responsabilit" del contenuto dell'articolo resta a totale carico dell'autore.

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2. "una medesima cosa non pu inerire e non inerire simultaneamente allo


stesso, sotto il medesimo rispetto" ("Impossibile eidem simul inesse et
non inesse idem [...] secundum idem": In IVMetaph. lect. vi n. 600);
3. "E impossibile per la stessa cosa essere e non essere nel medesimo tempo"
("Impossibile est idem simul esse et non esse": In III Metaph. lect. v n. 238);
4. "La contraddizione non si pu verificare di una medesima cosa nello
stesso tempo" ("Impossibile est simul contradictionem verificari de
eodem": In IVMetaph. lect. xv n. 719);
5. "Una cosa non pu essere e non essere simultaneamente" ("Non contingit idem simul esse et non esse": In XIMetaph. lect. v n. 2211);
6. "Qualcosa non pu inerire e non inerire allo stesso nel medesimo tempo" ("Non contingit idem de eodem simul esse et non esse": In IPeri
Herm lect. xn n. 5).
B) Formulazioni logiche:
1. " impossibile affermare e negare qualcosa della stessa cosa" ("Impossibile est aliquid idem affirmare et negare": IniSent. D.34 q. 1 a. 1 ad 2);
2. "Non possibile affermare e negare nello stesso tempo" ("Non contingit simul affirmare et negare": In IPost. An. lect. xx n. 1);
3. "Non si pu affermare e negare nello stesso tempo" ("Non est simul
affirmare et negare": S. Th. I-II q. 1 a. 7; In ISent. D. 42 q. 2 ag. 2);
4. " impossibile affermare e negare nello stesso tempo" ("Impossibile
est simul affirmare et negare": S. Th. II-II q. 1 a. 7);
5. "Le contraddittorie non sono simultaneamente vere" ("Contradictoria non esse simul vera": In ISent. D. 8 q. 1 a. 3).
C) Formulazioni psicologiche:
1. " impossibile credere che lo stesso sia e non sia" ("Impossibile enim
est [...] opinari quod idem sit et non sit": InIVMetaph. lect. vi n. 601);
2. " stolto ritenere che le contraddittorie si verifichino simultaneamente della medesima cosa" ("stultum est [...] opinari quod contradictoria simul verificantur de eodem": In XIMetaph. lect. vi n. 5).
Per Tommaso, poi, il p.n.c, quale "certissimum principium", ha tre propriet fondamentali:
1. "non conditionale" nel senso che per s noto, essendo "necessario
per pensare qualsiasi cosa" ("necessarium ad intelligendum quodcumque") 1 ;

In IVMetaph. lect. vi n. 598.

Il l ' I ' I M 11 ! 1 I il 1 > r, I !' \l il ' I . li i-.l r. li i M M \M 1 [ )'/V il l'.i

2. indimostrabile, dato che non si acquista con una dimostrazione


("non acquiratur per demonstrationem") 2 ;
3. primo e notissimo, dato che su di questo impossibile errare ("non
possit aliquis mentiri sive errare"5) e quindi tutti i principi presuppongono questo primo principio ("omnia principia reducatur ad hoc
sicut ad primum, impossibile est simul affirmare et negare"4).
In tutte queste formulazioni Tommaso segue quasi letteralmente la posizione dello Stagirita: l'unico fatto rilevante che le definizioni psicologiche
del principio sono molto rare e che nelle formulazioni Ai, Bi e Ci non si fa
alcun riferimento alla temporalit5.
Quello che invece Tommaso affronta con maggior impegno e con una
prospettiva originale la genesi e il ruolo del p.n.c; e le idee proprie di Tommaso su tali questioni le si possono trovare soprattutto al di fuori dei commentari aristotelici6.

ibid., n. 599.
* Ibid., n. 597. Su tali caratteri del p.n.c. riportiamo anche i seguenti brani: "respondeo dicendum quod ita se habent in doctnna fidei articuli fidei sicut principia per se nota in doclrina quae
per rationem naturalem habetur. In quibus principus ordo quidam invenitur, ut quaedam in alili
implicite contineantur, sicut omnia principia reducuntur ad hoc sicut ad primum, impossibile esl
simul affirmare et negare, ut patet per philosophum, in IV Metaphys." [S. 77;. II-II q. 1 a. 7]; "ventatis enunciationis reducitur in prima principia per se nota sicut in primas causas, et praecipue 111
hoc principium, quod affrmatio et negatio non sunt simul vera" \In I Sent. dist. 9 q. 1 a. 1].
i S. Th. II-II q. 1 a. 7.
' Del resto lo stesso "simul" presente nelle altre formulazioni potrebbe intendersi come compresenza in un luogo e non in un tempo [cfr. In VPhys. lect. 5 n. 3].
6
Nella scuola tomista si molto disputato intorno ai rapporti tra p.n.c. e principio di ideii
tit. Al riguardo, si possono consultare: G. Cottier, La contradiction dans laperspecttvearistotelico tlm
miste in II problema della contraddizione, in "Verifiche" nn. 1-3, 1981, pp. 63-88; R. Verardo, Punitilo
assoluto del principio di identit, in "Divus Thomas" nn. 47-49, 1944-46, pp. 69-95; L. Elders, Le pie
mierprincipe de la vie intellettive, in "Revue Thomiste" n. 62, 1963, pp. 571-586; P. Courts, /. 'clic et le
non-etre selon S. Tlmmas d'Aquin, in "Revue Thomiste" n. 67, 1967, pp. 387-436. Tra tanti Mudi sul
p.n.c. in Aristotele ricordiamo: C. Rossitto, Opposizione e non-contraddizione nella 'Metafisica' ili An
stotele in La contraddizione, Citt Nuova, Roma 1977, pp. 43-71; E. Berti, Retorica, dialettica e Illudo
fia, in "Intersezioni" III n. 3, 1983, pp. 505-520; id., Analitica e dialettica nel pensiero antico, Ist Suoi
Orsola Benincasa, Napoli 1993; J. Lear, Aristotle and logicai tbeory, Cambridge Univ. Press, Noilolk
1980 (spcc. cap. 6); E. Severino (a cura di), Il principio di contraddizione, La Scuola, Brescia 1, I
Irwin, Aristotle's First Principles, Oxtord Univ. Press, Oxford 1988 (tr. it. Di A. Giordani, l pmuipi
primi di Aristotele, Vita e Pensiero, Milano 1996).

196

CLAUDIO ANTONIO TESTI

3. La genesi dei principio di contraddizione nei testi di Tommaso d'Aquino


Riporter dapprima i testi principali in cui emergono le idee proprie dell'Aquinate sul p.n.c; dopo di che cercher di spiegare questi testi awaiendomi
anche di alcuni strumenti di logica formale.
a) Innanzitutto, Tommaso afferma esplicitamente che il p.n.c. si conosce
per induzione 7 , e questo del resto in linea con tutta l'impostazione degli
Analitici Secondi [cfr. sotto], secondo cui tutti i primi principi delle dimostrazioni si conoscono per via induttiva:
a 1. "I primi principi sono conosciuti grazie alla luce naturale che emana l'intelletto agente, e n o n sono acquisiti con ragionamenti, ma per il solo fatto che si ha notizia dei
loro termini. E questo avviene cos: dalle sensazioni si genera la memoria, dalla
memoria l'esperimento e da questo la conoscenza dei termini, da cui segue la conoscenza delle proposizioni comuni che sono i principi delle arti e della scienza. E tale
deve essere il principio certissimo o fermissimo, circa cui non si p u errare, che n o n
ipotetico e che conosciuto naturalmente" [In IVMetaph. lect. vi n. 599] ;

7
Induzione in termini tommasiani significa il passaggio dai singolari percepiti dai sensi al piano universale: dopo aver fatto esperienza e memoria dei singolari e generato tramite la cogitativa gli 'schemi percettivi' corrispondenti, si possono astrarre le nozioni universali (ricavate dall'intelletto agente e comprese nella "simplex apprehensio" [cfr. nota 16] dall'intelletto possibile)
e riapphcarle agli enti di partenza (giudizio [cfr. nota 17]). Da notare che per passare dal singolare all'universale basta anche una sola esperienza di un singolo oggetto: l'esempio classico di Tommaso quello dell'eclissi lunare, per cui se noi fossimo sulla luna capiremmo immediatamente,
alla prima esperienza, che questa eclissi lunare dovuta all'interposizione della terra rispetto al
sole (definizione della nozione di eclissi lunare), e che questo vale per tutte le eclissi lunari [In II
Post. An. lect. 1 n. 417]. Altro esempio tipico quello della nozione di "sole", che era considerata universale anche se ai tempi di Tommaso era noto un unico sole esistente nell'universo [In Peri
Herm. lect. x n. 5]. Del resto per Tommaso un nome singolare non indica tutte le perfezioni possedute da un individuo, ma indica una particolare realizzazione di una forma universale [In I Peri
Herm. lect. x n. 6]. Sul tema, ovviamente vastissimo, sono da ricordare i seguenti studi: C. Fabro,
Percezione e Pensiero, Vita e Pensiero, Milano 1947, pp. 226 sgg: G. Basti-C.A. Testi, Lafondazwne
aristotelico tomista dell'induzione, in "Con-tratto" n. 1-2,1996, pp. 31-96; G. Basti, Filosofia della Natura e della Scienza, PUL, Roma 2002. Evidentemente, l'induzione in senso tomista differente dalla nozione moderna di induzione, intesa come semplice passaggio da enunciati singolari a un
enunciato universale (il quale non potr che essere probabile): qui si tratta invece della costituzione di un nuovo concetto (e di un conseguente enunciato) che si pu sempre specificare ulteriormente: in questo senso "nel Tomismo, le due teorie dell'induzione e dell'astrazione descrivono lo stesso processo - l'acquisizione progressiva dell'intellegibile - ma da due punti di vista
differenti: l'induzione 'fenomenologicamente' quasi raccontando, l'astrazione 'metafisicamente' 111
funzione di una determinata concezione della realt"[C. Fabro, Percezione e Pensiero e 11., p. i(sl
s
"F'x ipso enim lumine naturali intellectus agentis prima principia fiunt cognita, nei ai qui
runtur per ratiocinationes, sed solum per hoc quod eourum termini mnotesiiint. Quod quidctn
fit per hoc, quod a sensibilibus accipitur memoria et a memoria experiinentoruin et ab espiti
mento illorum terni inorimi cognilio, quibus cognitis cognoMimtur Imitisi] iodi pioposiiiones min

II. PRINCIPIO DI CONTRADDIZIONI-, IN TOMMASO D'ACHIINI )

a2. "anche i principi indimostrabili li conosciamo astraendoli dai smyiTu,


a. 5 co]'.

b) Tommaso ritiene poi che il p.n.c. sta fondato sulla nozione di ". i,-.
che tale tesi sia da attribuirsi propriamente all'Aquinate, conimn.itu .m. ':,.
dal fatto che in diversi luoghi (anche differenti dai commentari .itisi..1, li, ,1
egli riprende e chiarifica queste intuizioni:
bi. "dal fatto che le cose prodotte h a n n o una certa natura per cui h a n n o un esseic dm 1
minato, ne segue che sono distinte dalle loro negazioni: e da tale distinzione segui
che l'affermazione e la negazione non sono simultaneamente vere" [De Ventate q >
a. 2 ad 7 ] " ;
b2. "il nostro intelletto conosce per natura l'ente e le propriet che appartengono all'ente in quanto tale; e in questo si fonda la nostra conoscenza dei primi principi, quali
il principio secondo cui n o n si p u affermare e negare simultaneamente, e altri simili. Quindi il nostro intelletto conosce naturalmente solo i principi, mentre le conclusioni le raggiunge servendosi di questi" [Stimma Cantra Cent. II e. 83 n. 29] , 2 ;

munes, quac sunt artium et scientiarum principia. Manifestimi est ergo quod certissimum principium sivc firmissimum, tale debet esse, ut circa d non possit erran, et quod non sit suppositum
et quod adveniat naturaliter".
'' "etiam ipsa principia indemostrabilia cognosimus abstrahendo a singulaibus"; "Le prime concezioni dell'intelletto preesistono in noi quasi fossero 1 semi delle scienze, che vengono immediatamente conosciuti dall'intelletto agente per mezzo delle specie astratte dalle cose sensibili, siano queste concezioni complesse (come le degniti) o semplici (come le nozioni di ente e di uno)"
("Preexixtunt in nobis quaedam scientiarum semina scilicet pnmae conceptiones intellectus, quae
statini lumine intellectus agentis cognoscuntur per species a sensibihbus abstractas, sive sint complexa, ut dignitates, sive nicomplexa, sicut ratio entis, et unius" [De Ver. q. n a. i|).
"' Ens significa "d quod est", ovvero un soggetto ("id") con un'essenza determinata ("quod")
che ("est"). E quindi un termine analogo al termine "oggetto" usato anche nella logica contemporanea, che pu dirsi di ogni cosa, sia questa un ente naturale (un individuo, una propriet di
individuo) o un ente di ragione (una proposizione, un termine, un pensiero). In questo senso
corretto affermare "Socrate un ente" o "il bianco un ente" oppure "la chimera un ente" (
infatti un ente di ragione), cos come "il nome 'Socrate' un ente" o anche "l'enunciato 'Socrate
un ente' un ente". Tutto ci per dire che "ente" un termine trascendentale, dato che trascende tutte le categorie ontologiche (sostanza/accidente, ente nautrale/di ragione ecc..) e semantiche (nome, proposizione).
" "Ex hoc enim quod res productae sunt in tali natura, in qua habent esse termmatum, sunt
distinctae a suis negationibus: ex qua distinctione sequitur quod affirmatio et negano non sunt
simul vera ".
'' "Naturahter gitur intellectus noster cognoscit ens, et ea quae sunt per se entis iiiquantum
huiusmodi; 111 qua cognitione fundatur prmiorum prmeipiorum notitia, ut non esse simul a ('firmare et negate, et alia huiusinodi. I Liei igitur sola principia intellectus noster naturaliter logliosi il. 1 uni limone-, .mirili pei ipsa: per loloicni lognositl visus Uni comniunia iiu.mi sensibilia per
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b3. "una cosa pu essere nota in due maniere: primo, per s slessa; secondo, nspetio .1
noi. E nota per se stessa infatti qualsiasi proposizione in cui il predicato 1 lentia nella
nozione del soggetto: tuttavia per chi ignora la definizione del soggetto tale proposi
zione n o n per s nota. Per es. la proposizione 'l'uomo un animale razionale' pei
s nota nella sua natura, poich chi dice u o m o dice anche razionale; ma per chi ignora cos' l'uomo codesta proposizione n o n per s nota. Ecco perch, come nota Boezio, alcune sono degnit o proposizioni universalmente note; e tali sono quelle 1 cui
termini sono conosciuti da tutti come, per esempio, 'il tutto maggiore della parte';
'cose uguali a una terza sono uguali tra loro'. Ci sono invece proposizioni che sono
per s note ai soli sapienti che ne capiscono 1 termini: a chi sa, ad esempio, che un
angelo non un corpo, per s noto che nessun angelo si trova circoscritto in un luogo; ma ci n o n evidente a chi ignora cosa sia un angelo. Infatti, ci che per primo
cade nell'apprensione dell'intelletto l'ente, la cui conoscenza implicata da ogni
cosa conosciuta. E quindi il primo principio indimostrabile che n o n si pu affermare e negare simultaneamente, il quale fondato sulle nozioni di ente e non ente,
e sopra tale principio si fondano tutto gli altri" [S. Th. I-II q. 94.2]'';
b4. "ci che per primo cade nell'immaginazione dell'intelletto l'ente, senza di cui nulla pu essere conosciuto dall'intelletto; cosi come la prima cosa che cade nella capacit giudicativa dell'intelletto sono le degnit, e principalmente quella secondo cui 1
contraddittori n o n sono simultaneamente veri" [In 1 Scnt. D. 8 q.i a. 3 c o j ' 4 .
C o m e risulta dai testi b} e bq., va rilevato che Tommaso parla di "molti" primi principi immediati (indimostrabili), e dal p u n t o di vista logico n o n vi tra
di essi una gerarchia di importanza' 5 . La loro differenza soprattutto "estensio-

'' "Dicitur autem aliquid per se notum dupliciter, uno modo, secundum se; alio modo, quoad
nos. Secundum se quidem quaelibet propositio dicitur per se nota, cuius praedicatum est de ratione subiech, contingit tamen quod ignoranti defnitionem subiecti, talis propositio non erit per se
nota. Sicut ista propositio, homo est rationale, est per se nota secundum sui naturam, quia qui
dicit hominem, dicit rationale, et tamen ignoranti quid sit homo, haec propositio non est per se
nota. Et inde est quod, sicut dicit Boetius, in libro De Hebdomad., quaedam sunt dignitates vel
propositiones per se notae communiter omnibus, et huiusmodi sunt llae propositiones quarum
termini sunt omnibus noti, ut, omne totum est maius sua parte, et, quae uni et eidem sunt aequaha, sibi invicem sunt aequalia. Quaedam vero propositiones sunt per se notae sohs sapientibus,
qui terminos propositionum intelligunt quid significent, sicut intelligenti quod angelus non est
corpus, per se notum est quod non est circumscriptive in loco, quod non est manifestum rudibus,
qui hoc non capiunt. In his autem quae in apprehensione omnium cadunt, quidam ordo invenitur. Nam illud quod primo cadit in apprehensione, est ens, cuius intellectus includitur in omnibus quaecumque quis apprehendit. Et ideo primum pnncipium indemonstrabile est quod non est
simul affirmare et negare, quod fundatur supra rationem entis et non entis, et super hoc principio
omnia alia fundantur, ut dicitur in IV Metaphys".
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"Primum enim quod cadit in imagmatione intellectus, est ens, sine quo nihil potest
apprehendi ab intellectu; sicut primum quod cadit in credulitate intellectus, sunt digmtates, et
praecipue ista, contradictoria non esset simul vera".
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Che il p.n.c. sia il "principium firmissimum" o "certissimum" affermato unicamente all'interno del commentari Aristotelici, in cui Tommaso cerca di essere fedele espositore dello Stagiri-

li i r r . < n i ' > i 11 1 ' >\ 11' \i ' l ' i . ii .-.i v. l'e IMM.V-I > I )'/V >i 1:.' '

,,,,,

naie": vi sono alcuni principi che sono basati su nozioni elementari conosc m
te da tutti (ad es. quella di ente, quella di tutto e parte) e per questo sono conni
ni a tutti; altri invece sono basati su nozioni che solo gli esperti conoscono fui
es. le definizioni di certi enti quali l ' u o m o , il triangolo, e c c . . ) e quindi non
sono cos c o m u n e m e n t e noti [In IPost. An. lect. v e xvin; cfr. sotto par. <,].
e) L'Aquinate precisa poi che il p . n . c , p u r f o n d a t o sulla n o z i o n e di ens
(che si afferra per semplice apprensione" 1 ) tuttavia c o n o s c i u t o esplicita
m e n t e solo nella seconda operazione dell'intelletto, che il g i u d i z i o 1 :
ci. "le operazioni dell'intelletto sono due: una grazie a cui si conosce ci che , e che dei
ta intelligenza degli indivisibili: l'altra con cui si compone e divide. E in ambedue e 'e
qualcosa che per primo cade nella concezione dell'intelletto, e questo l'ente; quindi
nulla pu essere compreso se non si conosce l'ente. E il principio secondo cui impos
sibile essere e non essere simultaneamente, dipende dalla comprensione dell'ente, e osi
come il principio 'ogni tutto maggiore della sua parte' presuppone la conoscenza ch'I
tutto e della parte: quindi questo principio [il p.n.c] il primo nella seconda opera
zione dell'intelletto, ci nella composizione e divisione. E secondo questo operazione
ta. Fuori di questi, non credo si possa trovare un solo testo in cui si affermi il primato del p.n.i.
sugli altri, dicendo che la "prima veritas" o //"primum principium". Naturalmente, per .sostenere tali tesi, mi sono avvalso deWindex tomistiens d\ R. Busa, strumento imprescindibile per scinda
gliare l'immensa opera di Tommaso.
"' La semplice apprensione appunto la comprensione di nozioni semplici, a prescindere dal loro
rapporto con altre nozioni. Tale operazione produce 1 termini, oggetto proprio della cos detta
'logica dei termini' (da non confondersi tuttavia con il calcolo predicativo attuale), che studia la
natura e le caratteristiche dei termini (ad es. le distinzioni universale/particolare oppure la classificazione secondi i 5 predicabili che sono genere, specie, differenza, proprio e accidente). A questo livello non operano ancora i valori di verit: non ha senso dire che "uomo" o "Socrate" vero
(o falso).
17
E infatti solo nel giudizio che, ritornando all'oggetto percepito (conversio adphantasmata), si
compongono e dividono i termini indotti nella simplexapprehensio e si afferma o nega la loro 'connessione' rispetto alle cose da essi significate: ad es., dapprima da Socrate si ricava la nozione di
"uomo" intesa come "animale razionale", quindi si affermer che "Socrate uomo", che "Socrate animale razionale" e che "ogni uomo animale razionale". E tutti questi enunciati non sono
il frutto di analisi concettuali, ma bens esprimono un nesso soggetto-predicato che anch'esso
conosciuto per esperienza e fondato nella realt |cfr. P. Hoenen, De origine jormae materiali^. Ed.
Univ. Gregoriana, Roma 1932]. In questo senso, il giudizio il termine finale dell'operazione mduttiva-astrattiva [cfr. In IPost. An lect. v n. 52; S. TI). I q. 85 a. 2 ad 3], poich infatti solo nel giudizio che si conosce, attraverso un'unica specie, la cosa esperita \De Ver. Q. 1 a. 9; S. TI). I. ^8. 2; In
VI Metapb. lect. v n. 1228]. Quanto all'enunciato, ovvero il discorso vero o falso ("oratici in qua
veruni vel falsimi est" [In I Peri lerm. Lect. VII n. 83]), il prodotto del giudizio, quindi non va
con esso confuso: l'enunciato e non il giudizio, a essere vero o falso. In questo c' un convergenza con Lesniewski per il quale sono 1 segni concreti a essere veri o falsi [E. Luschei, Tlie Logli al
System ofLesniewski, North Holland Pubhsh. Company, Amsterdam 1962, p. 98]. Sovente invece si
introduce la distinzione tra enunciati (segni concreti) e proposizioni (significato degli enunciati)
e si afferma che sono le proposizioni (cui ogni enunciato cquiforme rimanda) a essere sempre vere
o false, indipendentemente dal momento dell'emissione vocale [il/id. Cfr. W.O. Quine, Parola e
Oggetto, Il Saggiatore, Milano 1996, p. 236 sgg. e le sue osservazioni in merito].

2()()

( . I M I 'h ' A ' . I

non si pu conoscere nulla se prima non si conosciuto questo principio. E quindi


come il tutto e la parte non sono conosciuti se prima non conosciuto l'ente, cosi il
principio 'il tutto maggiore della parte' non conosciuto se prima non si conosciuto il suddetto principio fermissimo" [In IVMetapb. lect. vi n. 605]'".

d) Tommaso infine chiarifica ulteriormente la sua prospettiva, e in pi


luoghi offre una dettagliata descrizione dell'ordine con cui 1 primi concetti
vengono afferrati dall'intelletto. Ecco i testi pi completi:
di. "l'ente ci che per primo cade nell'intelletto; secondariamente vi cade la negazione
dell'ente; e da queste due ne segue in terzo luogo la conoscenza della divisione (dal
fatto che qualcosa conosciuto come ente, e come non essere quell'ente, l'intelletto
conosce che da esso diviso); la quarta nozione dell'intelletto l'uno, con cui si capisce che questo ente n o n in s diviso; la quinta nozione quella di molteplicit, con
cui un ente compreso esser diviso dall'altro e entrambi sono intesi come uno in s.
E cos chiaro come non vi sia circolo nella definizione dell'uno e della moltitudine" [De Poi. Q. 9 a.7 ad 15]19;
d2. "bisogna capire che, per quanto l'uno implichi una implicita privazione, tuttavia non
implica la privazione della molteplicit: infatti, poich la privazione posteriore a ci
di cui privazione, ne seguirebbe che l'uno posteriore alla moltitudine. E cos la
moltitudine verrebbe posta nella definizione dell'uno. Infatti la privazione non si pu
definire se n o n facendo riferimento al suo opposto, come quando si dice che la cecit
privazione della vista. Quindi se nella definizione di moltitudine ci fosse l'uno
(dicendo che la moltitudine un aggregato di unit), ne seguirebbe un circolo nelle
definizioni. E quindi quando si dice che l'uno implica la privazione della divisione,
non ci si riferisce alla divisione della quantit, che riguarda un particolare genere di
enti, e quindi n o n pu ricadere nella definizione dell'uno. Ma l'uno che si converte
,s
"Duplex sit operatio intellectus: una, qua cognoscit quod quid est, quae vocatur indivisibilium mtelligentia: alia, qua componit et dividiti in utroque est aliquod primum: in prima quidem
operationem est aliquod primum, quod cadit in conccptionc intellectus, scilicet hoc quod dico
ens; nec aliquid hac operatione potest mente concipi, nisi intelhgatur ens. Et quia hac prmeipium,
impossibile est esse et non esse simul, dependet ex intellectus entis, sicut hoc princpium, omne
totum est maius sua parte, ex intellectus totius et partis: ideo hoc etiam principium est naturaliter
primum in secunda operatione intellectus, scilicet componentis et dividentis. Nec aliquis potest
secundum hac operationem intellectus aliquid intelhgere, nisi hoc principium mtellecto. Sicut
enim totum et partes non intelliguntur nisi mtellecto ente, ita nec hoc princpium omne totum est
maius sua parte, nisi intellecto praedicto princpium frmissimo".
"* "Primum enim quod in intellectum cadit, est ens; secundum vero est negatio entis; ex his
autem duobus sequitur tertio intellectus divisionis (ex hoc enim quod aliquid mtelhgitur ens, et
intelhgitur non esse hoc ens, sequitur in intellectu quod sit divisum ab eo); quarto autem sequitur in intellectu ratio unius, prout scilicet intelhgitur hoc ens non esse in se divisum; quinto autem
sequitur intellectus multitudinis, prout scilicet hoc ens intelhgitur divisum ab alio, et utrumque
ipsorum esse in se unum. Quantumcumque enim aliqua intelligantur divisa, non intelligetur multitudo, nisi quodlibet divisorum intelligatur esse unum. Et sic etiam patet quod non erit circulus
in definitione unius et multitudinis".

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1011 l'ente implica la privazione della divisione formale che si ha con gli opposti, la
cui prima radice l'opposizione tra affermazione e negazione. Infatti le cose che si
dividono reciprocamente sono tali per cui questa non quella. Quindi per primo si
comprende l'ente, e conseguentemente il non ente, e quindi la divisione, e poi l'uno
che priva della divisione, e conseguentemente la moltitudine, nella cui nozione cade
la divisione, cos come nella nozione di uno compresa l'indivisione; per questo cose
divise in tal m o d o non possono essere intese come moltitudine se prima non stata
loro attribuita la nozione di uno [In IVMetapb. lect. in n. 566] 2 ".

211
"Sciendum est autem quod quamvis unum importct privationem impilatali!, non tamen est
dicendum quod importet privationem multitudinis: quia cum privatio sit posterior naturaliter eo
cuius est privano, sequeretur quod unum esset postenus naturaliter multitudine. Item quod multitudo poneretur in defnitione unius. nani privatio defmiri non potest nisi per suum oppositum, ut
quid est caecitas? Privatio visus. Unde cum in defnitione multitudinis ponatur unum (nani multitudo est aggregano unitatum), sequitur quod sit circulus in definitionibus. Et ideo dicendum quod
unum importat privationem divisionis, non quidem divisionis quae est secundum quantitatem, nam
ista divisio determinatur ad unum particulare genus entis, et non posset cadere in defnitione unius.
Sed unum quod cum ente convertitur importat privationem divisionis formahs quae tt per opposita, cuius prima radix est oppositio affrmationis et negationis. Nam lla dividuntur adinvicem, quae
ita se habent, quod hoc non est illud. Primo igitur intelhgitur ipsum ens, et ex consequenti non ens,
et per consequens divisio, et per consequens unum quod divisionem privat, et per consequens multitudo, in cuius ratione cadit divisio, sicut in ratione unius indivisio; quamvis aliqua divisa modo
praedicto rationem multitudinis habere non possint nisi prius cuilibet divisorum ratio unius attribuatur". Anche in altri luoghi Tommaso riprende tali tesi: "patet autem ex praedicta ratione, non
solum quod sunt unum re, sed quod differunt ratione. Nam si non differrent ratione, cssent penitus
synonyma; et sic nugatio esset cum dicitur, ens homo et unus homo. Sciendum est enim quod hoc
nomai homo, imponitur a quidditate, sive a natura hominis; et hoc nomai res imponitur a quidditate tantum; hoc vero nomen ens, imponitur ab actu essendi: et hoc nomen unum, ab ordine vel
mdivisione. Est enim unum ens indivisum. Idem autem est quod habet essentiam et quidditatem
per illam essentiam, et quod est in se indivisum. unde ista tna, res, ens, unum, signiticant omnino
idem, sed secundum diversas rationes" [In IVMetapb. lect. 11 n. 6]; "ad secundum diccndum, quod,
ut ex praedictis, in corp. art., patet, unum non importat negationem nisi in ratione. Unde secundum
rem magis se habet ad positionem quam multitudo, in qua importatur rcahs negatio, secundum
quam res a re distinguitur. Et ideo unum in intellectu est prius quam multitudo, quamvis secundum
sensum vcl imaginationem sit e converso, ut dicit philosophus; quia sic composita priora sunt simplicibus et divisa indivisis: et ideo in defnitione unius non cadit multitudo, sed illud quod est prius
secundum intellectum umtate. Primum enim quod cadit in apprehensione intellectus, est ens et non
ens: et ista suffciunt ad defnitionem unius, secundum quod intelligimus unum esse ens, in quo non
est distinctio per ens et non ens: et haec, scilicet distiller per ens et non ens, non habent rationem
multitudinis, nisi postquam intellectus utrique attnbuit intentionem unitatis; et tunc definit nuiltitudinem d quod est ex unis, quorum unum non est alterum; et sic in defnitione multitudinis cadit
unitas, licet non e converso"|/ / Seni. Dist. 24 q. 1 a. 3 ad 2; da notare che in questo testo vi ancora confusione tra la nozione di moltitudine e di divisione, che poi verranno opportunamente distili
te"]; "sic ergo primo in intellectu nostro cadit ens, et deinde divisio; et post hoc unum quod divi
sionem privat, et ultimo multitudo quae ex unitatibus constituitur. Nam licet ea quae sunt divisa.
multa sint, non habent tamen rationem multorum, nisi postquam huic et 1II1 attribmlur quod su
unum. Quamvis etiam nilnl prohiberet dici rationem multitudinis dependere ex uno, sci nudimi
quod est mensurata per unum, quod am ad rationem numeri pertinet" [InXMetapb. lect. iv 11. h|

( i M i <[ ' A ' , i > - . i L i i i

4. Spiegazione dei testi sulla genesi ileiprincipio di contraddinonc


E quindi chiaro che per Tommaso vi un certo ordine tra i primi concetti
(ens, negatio, divisio, unum, multitud), i quali sono tutti conosciuti per induzione; su tali primi concetti si fonda poi, sempre per induzione, lo stesso
p.n.c. Tale ordine non corrisponde a una descrizione strettamente "fenomenologica" e cronologica della genesi dei concetti, ma vuole indicare soprattutto una dipendenza logica tra le nozioni. Infatti, come prima conosciamo
in modo indeterminato tutta la casa e poi ne conosciamo distintamente le
parti (tetto, mattoni, finestre), cos prima conosciamo gli individui in quanto sono un qualcosa (ovvero sono enti), e solo successivamente ne comprendiamo le caratteristiche pi specifiche che li differenziano l'un l'altro21.
Cercher ora di esaminare queste tesi avvalendomi della simbologia ideata
da S. Lesniewski, che ritengo la pi adatta per esplorare analiticamente queste questioni 22 .
1-Ens. per esperienza ovvero per induzione [cfr. nota j\ conosciamo all'inizio semplicemente questo a e, nel capire che qualcosa, capiamo che a
un ente. Usando la simbologia di Lesniewski, dapprima capiamo che a un
qualcosa ( un certoy, ancora da determinarsi):
I)

[3y] a e y25

-' Ctr. Cantra Gentes I. e. 55 [si conosce prima il tutto continuo e poi le parti]; S. TI). I q. 58 a. 2 [si
conosce prima la proposizione e poi i suoi elementi]; In IPbys. lect. 1 [la conoscenza universale va dall'indeterminato al determinato] ; ctr. C. Fabro, Fenomenologia della percezione, Vita e Pensiero, Milano
1941, pp. 442-446; P. Hoenen, La Tlorie du Judegemetit d'apres St. Tomas d'Aquin, Ed. Univ. Gregoriana, Roma, 1955, pp. 11 sgg.
22
In questo senso, il primo ad usare con successo questo sistema per analizzare la metafisica
medievale stato D.P. Henry [ctr. Medieval Logie andMctapbysics, Ilutchinson Univ. library, Londra 1972; MedievalMereology, B. R. Griiner, Amsterdam-Philadelphia 1991; Tliat Most Subtle Qicestion,
Manchester University Press, Manchester 1984]. Tra 1 tanti studi su Lesniewski, ricordo qui: E.
Luschei, Tlie logicai system of Lesniewski, North Holland Publish. Company, Amsterdam 1962; J. Slupecki, Lesniewski calcuk ofname, in Lesniewski Sysytem: Ontology and Mereology, Martinus Nijluft
Publishers, Boston-Lancaster 1984.
-' Spieghiamo intuitivamente il significato della simbologia qui usata, premettendo che per funtore si intende un'entit linguistica sincategorematica, ovvero che forma un certo ente linguistico significante (proposizione, nome, verbo ecc.) solo quando completata da opportuni enti linguistici (nomi,
verbi o proposizioni):
- '[x]' = 'per ogni x' (simbolo del quantificatore universale);
- '[3x]' = 'per qualche x' (simbolo del quantificatore particolare, da interpretarsi come privo di
riferimenti esistenziali);
- 'a, b, e, ...' sono costanti individuali, mentre 'x, y, z, ...' sono variabili individuali;
-'
' = 'e' (funtore di congiunzione, ovvero sincategorema che forma un enunciato vero solo
quando completata da due enunciati veri, altrimenti forma un enunciato falso);

Il

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ll'l< ; !

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l'i A I M . V . i '

1 ) ' A i 'I

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Dove "... e..." un funtore che forma un enunciato vero quando completato da un nome individuale a sinistra e da un nome dicibile del soggetto a
destra (indice S/ n n2-+). Ad es. vero se si dice "Socrate e bianco", "Socrate
E maestro di Platone", falso se si afferma "la chimera e bianca" (il soggetto
un nome vuoto) o "l'uomo e animale" (il soggetto un nome generale)2^
Quindi possiamo comprendere (ovvero definire) la nozione di ente valevole in generale per ogni oggetto che sia qualcosa:
def I) |x] x e Ens <=> [3y] x e y (x un ente se e solo se per qualche y, x un y)
"Ens" dunque un termine generale che si dice di ogni singolo esistente, ed
simile ai termini "oggetto", "cosa", "positivo", "individuo".
//- Negatio entis. Un ente, essendo determinato, implica la propria negazione da altri enti 26 , e quindi immediatamente si comprende la differenza
reale di questa cosa da quella. Questa appunto la negatio entis, ovvero la differenza di questo da quello: ma di che negazione si tratta? In Tommaso infatti troviamo almeno due tipi di negazioni:
Ni) la negazione proposizionale, indicata dal simbolo "~" un funtore di
categoria semantica S/S che quindi viene applicato a enunciati e come risultato d enunciati. Esempi ne sono "non (la mela bianca)" e in generale:
~(x e y)

N2) la negazione nominale, indicata dal simbolo "n(..)", invece un funtore di indice n/n che applicato a un nome forma un nome. Esempi ne sono:
- '.. v ..' 'o' (funtore di disgiunzione, che forma un enunciato vero solo se e completato da due
enunciati di cui almeno uno vero, altrimenti forma un enunciato falso);
- '..=>..' = 'se.. .allora...' (funtore di implicazione, che forma un enunciato vero solo se l'antecedente falso o se sia l'antecedente che il conseguente sono veri, altrimenti forma un
enunciato falso);
- '..<=>..' = 'se e solo se' (s.s.s.: funtore di bi-implicazione, che forma un enunciato vero solo se 1
due enunciati che lo completano sono ambedue o veri o falsi, altrimenti forma un enunciato falso).
2J|
L'indice "S / n n" significa che il funtore in questione forme un enunciati (S) quando completato da due nomi (n n).
25
In questo senso la copula "E" in armonia con la tesi secondo cui il primo oggetto conosciuto a livello sensibile l'individuo (il soggetto del funtore "f") mentre a livello intellettuale
l'universale pi indeterminato [cfr. nota 21].
26
"In hoc ens includitur negatio illius entis" [In Boethhi De Trinitene q. 4 a. 1 (1. 1 q. 2 a. i)|.

CLAUDIO ANTONIO TESTI

204

"la mela non(bianca)" e formalmente si pu definire attraverso la negazione proposizionale: 27


x e n(y) x e x , ~(x e y)

~(a e b)

(a non b)

Tommaso dice infatti "hoc non est illud" e non "hoc est non illud"28.
Si potr poi usare tale negazione per definire la nozione di "divisio".
///- Divisio. Infatti, nel comprendere che a un ente (I) e che a non b
(II), si capisce che a un ente diviso da b. In simboli:
III) a e div(b)

2()5

IV- Unum. Compresa cos la nozione di divisione, si vede poi che questa
non riguarda l'interno dell'ente a, cos che l'ente risulta un unum, ovvero un
ente non diviso da s stesso:
IV) ~(aediv(a))

Ora, a mio avviso, nei testi citati, la negatio entis va intesa come negazione proposizionale, ovvero:
II)

II. PRINCIPIO DI CONTRADDIZIONK IN TOMMASO D'AQUINO

(a diviso da b)

Dove, in generale qualcosa diviso da qualcos'altro, se e solo se un ente


e non quell'altro ente:

Per cui si pu dare la seguente definizione:


def IV) [x] x e Unum 0 x 8 Ens . ~(x e div(x)) (x uno s.s.s. un ente
non diviso da s)
V- Multitudo. Infine, quando la nozione di unit viene intesa per enti divisi l'un l'altro, si coglie la nozione di moltitudine, e nel giudizio di dir che
"questo unum e quello unum, e sono entrambi divisi". Nel caso, gli enti
sono a e b, dunque:
V)

a e Unum . b e Unum . a e div(b). b e div(a)

E la nozione di moltitudine vale in generale tra due enti tra loro divisi e
indivisi in s stessi:
defV) [x,yj Mult(x, y ) x e Unum . y e Unum . x e div(y). y e div(x)''"

defili)

[x,y] x e div(y) <=> x e Ens . ~(x e y) (x diviso da y s.s.s. x


un ente e non y)

VI-p. n. e: Quanto al principio di non contraddizione, esso si fonda sulla nozione di ente e negazione dell'ente e sulla loro reciproca opposizione' 1 .
M

17

Vi poi un terzo tipo di negazione, ("p( )") intesa come privazione. anch'essa u n a negazione n o m i n a l e (funtore di indice n / n ) che per vera q u a n d o di un ente si afferma che privo
di una caratteristica che dovrebbe avere. Ad esempio, se A n t o n i o un u o m o cieco, la frase "Antonio cieco" ovvero " A n t o n i o e p(vedente)" vera. Diversamente, se il funtore viene applicato a
enti che n o n dovrebbero avere la perfezione che n o n h a n n o si ha che frasi del tipo "la pietra cieca" ("pietra e p(vcdente)") o "la chimera cieca" sono false [In Post. An. lect. v n. 5; /;; X Metapb.
lect. vi n. 8]. Se invece con " n o n vedente" si intende la semplice negazione n o m i n a l e (semplice
assenza di una perfezione), allora anche le frasi "la chimera n o n vedente" ("chimera e ^ v e d e n te)") e "la pietra n o n vedente" s o n o vere \ln 1Peri Herm: lect. iv n. 13; In IVMetapb. lect. 111 11.
565]: nel p r i m o caso si ha addirittura una negazione nominale che n o n richiede che il soggetto sia
un ente esistente. Definire formalmente tale funtore m o l t o complesso, perch sembrano ncics
sarie n o z i o n i modali e/o mereologiche. Da notare, infine che in "Tommaso n o n sempre c|uesie
distinzioni v e n g o n o m a n t e n u t e rigorosamente, cosi che si passa spesso da negazioni nominali a
proposizionali [es. In IVMetapb. lect. HI n. 565]. Sulla stona della negazione si p u vedeie 1 K
H o r n , A Naturai llhtory of Negatimi, University ol Chicago Press, 19N9.
-* Cfr. De Poi. Q. 9 a. 7 ad 15; In IVMetapb. lei 1. 111 11. sMi.

Poich vi un unico oggetto in gioco, questa quindi una negazione di sola ragione |clr.
//; ISeni. D. 24, Q.i a. 3 ad 2 cit. in nota 20], diversamente dalla II e dalla III, dove di a veniva negato qualcosa in relazione a un // realmente diverso da a. Similmente, per T o m m a s o la relazione di
identit, di sola ragione, perch n o n riguarda due enti diversi, ma un ente che viene "reduplicat o " col pensiero: "idem eidem i d e m " infatti una relazione di ragione perch "realtio non h.ibel
aliqua realem distinctionem inter extrema" \In ISent. D. 26 q. 2 . i|. Del resto l'identit anche
per Tommaso vicina al concetto di unit: "identitas nulla importat d i s t m e t i o n m , sed magis uni
tatem" \ln ISent. D. 19 q. 1 a. 1 ad i\.
in
Ovviamente tale concetto vale anche se gli elementi s o n o pi di due e addirittura infiniti.
Per Tommaso, infatti p o s s o n o esistere moltitudini di enti infinite in atto, proprio perch distingue tra unum trascendentale e unum numerico. Su questo mi p e r m e t t o di rinviare al mio saggio
L'infinito numerilo in Tommaso DAquino e Georg Cantor, 111 "Discipline filosofiche" n. 2/9S, 199(1,
pp. 207-237.
'' "il primo principio indimostrabile che non si p u allermare e negare simultaneamente, e
questo principio f o n d a t o sulle n o z i o n i di ente e non ente" | " p n m u m principimi) iiuleinon
strabile est q u o d n o n est simul affirmare et negare, q u o d hindalui supi.i lationem cniis et min
entis": S. Tb. I-1I q. 94.2].Cfr. De Ventale q. s a. ,' .ni / 1 il. sopia.

CLAUDIO ANTONIO TESTI

2o6

Dapprima infatti si comprende che l'ente a, che un qualcosa (I), non pu


esserlo non esserlo:
VI) ~ ( a e y . ~ ( a e y ) )
Quindi si comprende che, questo vale per qualsiasi caratteristica di a:
VII) [y] - (a e y . ~(a e y) )
Infine, si comprende che ci vale non solo per a ma per tutte le cose:
p.n.c.) [x, y] ~( x e y . ~(x e y) )
Ora, che il p.n.c. sia "fondato" sulla nozione di ente e negatio entis, non
significa che sia da queste derivabile logicamente: infatti, da nessuna delle
proposizioni I-VII segue p.n.c. E del resto, se questo avvenisse, il p.n.c. non
sarebbe conosciuto per induzione ma per deduzione: per questo l'ho introdotto come un vero e proprio assioma, il che conforme al fatto che per
Tommaso il p.n.c. appunto conosciuto nel giudizio [testo ci], e quindi non
la semplice "registrazione" di un fatto o di una nozione.
Se poi si interpreta "x" come una proposizione qualsiasi, e "y" come il
predicato "vero" si ha che ogni proposizione non pu essere vera e non vera:
ecco cos che dal principio ontologico di contraddizione segue la sua "versione" logica (p.n.c.l.):
p.n.c.l.) ~(P . ~P)
Dunque, perch l'ente determinato, che il p.n.c. vero (versione ontologica), e da ci segue che anche il p.n.c.l. vero (versione logica del p.n.c:
cfr. testi bi e bz). E allo stesso tempo il p.n.c. assieme alle prime nozioni
conosciute, "spiega" in cosa consista la determinatezza dell'ente: ogni ente
si oppone a ci che non {negatio entis, divisio) e se qualcosa non pu non
esserlo.

II. PRINCIPIO DI CONTRADDIZIONI- IN TOMMASO D'AQUINO

5. Valore e ruolo del p.n.c. per Tommaso D'Aquino


E indubbio che Tommaso riconosce grande importanza al p.n.c, 111.1 m
consiste concretamente il suo ruolo? Cosa vuol dire Tommaso quandi' ma che "sopra questo principio si fondano tutti gli altri principi"'? Voli .>
innanzitutto alcune interpretazioni errate di queste affermazioni.
Prima di tutto, il p.n.c. non serve a dimostrare gli altri principi imim .1. >
Infatti per Tommaso il p.n.c. non l'unico primo principio. Ce ne som > n>. .
altri che sono primi e indimostrabili ad eguale titolo. Per Tommaso inl.itti > .
proposizione immediata se indimostrabile, ovvero se tra soggetto e \n< .l>
to non possibile trovare alcun medio". Se ci fosse, infatti, si potrebbe- 1 " >
sillogismo in Barbara tale che la proposizione ne sarebbe una conclusi, >i>.
L'Aquinate poi, commentando Aristotele [cfr. In IPost. An. Ice 1 \, VM. .
xix], dice che i principi immediati di una dimostrazione possono <-SM I.
1. "Dignitates" {axiomata per lo Stagirita): sono i principi che I^-.MU.
ammette per poter ragionare su una qualunque cosa (ad es. il ptnu ip- 1
non contraddizione, o il principio secondo cui il tutto maggiore >l>ll > \ >
te), e sono studiati principalmente dal metafisico [In IPost. An. lei 1 \ t. .
50];
2. "Positio" (theseis): sono principi che non sono noti a tutti e quindi
caratteristici delle diverse scienze. Si possono distinguere in:
2.1. Definzioni (ad es. "animale razionale" come definizione di ii>>m. .
quali non sono n vere n false perch non dicono l'essere e il non e--.-., r. 1
qualcosa [In I Post. An. lect. v n. 51-2]
2.2. Suppositiones: sono enunciati veri e propri i quali si consideiann n>>>.
diati, per un duplice ordine di motivi:
2.2.1. Sono immediati perch derivano direttamente dalle clcfim/i>>i>> 1
cui una volta comprese le definizioni si capiscono i relativi enuiu i.m \. >. IPost. An. lect. v n. 51]. E qui vi sono due casi fondamentali \ln I /'.>/ 1lect. x]:
2.2.1.1. un enunciato immediato nel primo modo dicendiper se s<- il |-i. 1
cato la definizione del soggetto: ad es. "ogni uomo animale u/i>>t> >!
2.2.1.2. Un enunciato immediato nel secondo modo dicendi pei w il
getto nella definizione del predicato, ad. es "ogni razionale anim.il> 1 >
naie" o "ogni animale razionale conosce al modo dell'animale n/i<>n.il>
<-' "Super h o t principio o m n i a alia fundantur, ut dicitur in IV Mcl.iphys" (\. / A l i l i
" in I Posi. An. lect. v n. 45.
" In Pus! .'In. lect. xxxvi n. 517.

,,

io8

CLAUDIO ANTONIO THSTI

con "conosce al modo dell'animale razionale" intendo il modo di conoscere tipico dell'uomo.
2.2.2. L'altro tipo di supposizioni, che per a noi interessano meno, sono
immediate relativamente a una scienza, nel senso che sono indimostrabili in
questa, ma potrebbero essere in qualche modo dimostrate".
Ora, va ricordato che per Tommaso tutte queste proposizioni immediate, eccettuato il tipo 2.2.2, sono tali per cui "non ce n' una prima" ("non est
altera prior" [In Post. An. lect. v n. 45]) e dunque non ci sono proposizioni
"immediate" dimostrabili da altre proposizioni "pi" immediate. E questo
vale anche per il p.n.c. In una parola, il metafisico che indaga il p.n.c. non
pu aver la presunzione di conoscere da questo (o dalle altre verit metafisiche) la natura dei diversi enti: per sapere che l'uomo animale razionale
occorre indagare scientificamente i diversi uomini concreti, e questo vale per
ogni altro asserto scientifico. Infatti, sia l'esistenza degli oggetti di studio che
il tipo di oggetto che si studia sono "precomprensioni" necessarie alle dimostrazioni, e quindi si conoscono solo per induzione [In 1 Post. An. lect. 11; In
Il Post. An. lect. 1].
Il p.n.c. ha per un ruolo fondamentale: ci garantisce infatti che, una volta conosciuto che un certo ente qualcosa, tale ente non pu non esserlo.
Conosciuto dunque per induzione che ogni uomo animale razionale (premessa minore di una dimostrazione propter quid), possiamo esser certi, grazie
a tale principio, che non pu esserci qualche uomo che non sia animale
razionale, e che a livello logico (grazie a p.n.c.l.) l'enunciato "non (ogni
uomo animale razionale)" non vero. E se questo vale per le premesse
immediate della dimostrazione, vale anche per le conseguenze sillogistiche
che da queste derivano. Concretamente, nel sillogismo dimostrativo:

" Vi sono poi tre tipi di suppositiones 2.Z.2.: alcune sono dimostrabili da un'altra scienza [In I
Post. An. lect. v n. 51], altre non sono ancora state dimostrate (ad cs. la teoria tolemaica degli eccentrici e epicicli che si supponeva vera [In IIDe Coelo lect. xvn n. 451; S. T>. I. 32. 1. ad 2]), altre ancora sono indimostrabili di principio (ad es. "il mondo eterno" o "il mondo iniziato nel tempo"
sono enunciati per Tommaso entrambi indimostrabili, per cui l'eternit o meno del mondo un
problema razionalmente indecidibilc [S. TI). I. q. 46]). Aristotele e Tommaso dividono poi tutte
le suppositiones o ipothesis [2.2] a seconda che chi le usa nella dimostrazione le ritenga vere (sup
positio in senso stretto, quali le 2.2.1 [In Posi. An. lect. xix n. 163]), incerte (pelilioncs o aithana in Ari
stotele, aithemata in Euclide; tali termini vengono di solito tradotti con postulati.) a false (quaestio).
Da notare inoltre che per Tommaso e Aristotele le degnit sono principi comuni a piti scienze
(koin, koinaiennoiatin Euclide), ma non tutti 1 principi comuni a pi scienze sono degnila: ad cs
il principio comune secondo cui "se da eguali tolgo eguali ottengo eguali" tonnine .1 tulle le
scienze matematiche, e quindi si distingue dai principi propri della geometria (quale ad es. Li deh
nizione di linea), e tuttavia non una degnila \Iu I Post. An. lect. xvm n. is.| issi

IL PRINCIPIO DI CONTRADDIZIONI-: IN TOMMASO D'AQUINO

Si

209

ogni animale razionale conosce al modo dell'animale razionale


ogni uomo animale razionale
ogni uomo conosce al modo dell'animale razionale^6

il p.n.c. (nelle sue due versioni, ontologia e logica) serve a garantire che date
le premesse vere, queste non possono essere false; e data la conclusione, non
pu essere vero che "qualche uomo non conosce al modo degli animali
razionali" (negazione della conclusione).

5. Tommaso dAquino, Aristotele e Lukasiewicz


Si tratta ora di vedere brevemente se e quanto le critiche che Lukasiewicz
rivolge ad Aristotele siano applicabili anche a Tommaso. Naturalmente, non
possibile passare in rassegna tutte le argomentazioni del polacco 57 e dunque mi limiter a esaminare le quattro critiche che mi sono sembrate pi pertinenti al presente saggio.
1) Accusa di psicologismo. In Tommaso poco o nulla presente la problematica psicologica del p.n.c: le formulazioni psicologiche dello stesso sono
meno frequenti delle altre [cfr. paragrafo 2 supra] e Tommaso sembra sostanzialmente non interessato a questa tematica. In questo senso le accuse di psicologismo che Lukasiewicz rivolge ad Aristotele [cap. IV], appaiono in Tommaso ancor meno motivate;
2) Il circolo nelle dimostrazioni del p.n.c. Nei testi propri di Tommaso non si
trova, a quanto mi consta, nessun tentativo di dimostrazione del p.n.c: il
problema non sembra interessarlo particolarmente. Dunque da questo pun"' Questo sillogismo il primo sillogismo della catena di dimostrazioni propter quid, essendo
che la prima premessa maggiore immediata nel secondo modo per s, e la premessa minore lo
nel primo modo per s [In Post. An. I lect. xin; II. i, II. xix]. Si noti tra l'altro come sul piano estensionale 1 tre termini del sillogismo sono tutti equiestensivi, il che vuol dire che la distinzione dei
modi difendiper s, fondamento di tutta la teoria della dimostrazione anstotelico-tomista, non
estensionale ma mtensionale.
1
Tra gli scritti che contengono riflessioni critiche sul pensiero di Lukasiewicz intorno al p.n.c.
ricordo: A. Betti, Lukasiewicz and Lesniewski on contradiction, in Barghramian-Simons, Lukasiewicz
iind moderi! logie, Dordrecht, Kluwer, (di prossima pubblicazione); d. Tlje incomplete Stoty of Lukasiewicz unii Bivalente, in Atti de] 150 Simposio Internazionale Logica 2001, Zahradky Gasile, G/.cch
Republic, m-22 Giugno 2001; V. Raspa, Lukasiewicz versus Aristotele, in "Paradigmi" n. S3, 2000, pp.
.|i(-.|.)S; d. In-conlraddizione, Ed. Parnaso, Trieste 1999; D. Marconi, Lajormalr/zazioue della ilialcl//.</, m 11 odu/.ione a La formalizza/unte {iella dialettica, Rosenberg e Sellici, I ormo 1')/'), pp. <i S.|.

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( .1 \1 I III ' A ' ,

i 'Mi

II

.11

to di vista l'Aquinate non sembra cadere nella fallacia aristotelica clic pi volte Lukasiewicz ravvisa (il p.n.c. detto indimostrabile e poi lo si cerca disperatamente di dimostrare [capp. XIII-XIV]);
3) Esistenza di altre verit prime. Tommaso parla esplicitamente di molte
verit indimostrabili, ovvero immediate, e tutte sono tali che "prima" non
c' una proposizione da cui si dimostrino: dunque, in questo senso, il p.n.c.
uno dei primi principi, ma non il primo, n la "prima veritas". Inoltre, Tommaso afferma che ci sono altri giudizi veri che precedono lo stesso p.n.c,
come ad es. "qualcosa un qualcosa" (I), "questo non quello" (II)'X, "questo in s indiviso" (IV) o "le cose hanno un essere determinato" 59 . Per questo, che esistano delle verit ancor pi definitive del p.n.c. (come afferma
Lukasiewicz criticando Aristotele [capp. VII-VIII]) non contrasta con la prospettiva tommasiana 4 ".
4) Il p.n.c. fondato su verit empiriche solo probabili. Tommaso, infatti,
ammette esplicitamente che il p.n.c. conosciuto per induzione e che
appunto basato sulla determinatezza dell'ente 4 '. Al riguardo, anche in Aristotele si trova un argomento abbastanza simile a questa tesi tommasiana, e
quindi vale la pena esaminare come Lukasiewicz critica nel merito lo Stagirita [cap. XI]. Il polacco espone cos l'argomentazione aristotelica:
Se P un oggetto, esso deve essere nella sua essenza una cosa determinata [...];
Se P nella sua essenza una cosa determinata, esso non pu nella sua essenza essere
e e n o n essere e nello stesso tempo;
Conclusione: se P un oggetto, esso non pu nella sua essenza essere e e non essere
e nello stesso tempo [p. 68].

Da cui, per modus ponens, dato un oggetto P, allora questo non pu nella
sua essenza essere e e non essere e nello stesso tempo [ibid.\
In altri termini, come Tommaso fonda il p.n.c. sulla determinatezza dell'eniH
"hoc non est llud" [In IVMetaph. lect. in n. 566].
w "res habent esse terminatimi" [De Ver. q. 5 a. 2 ad 7].
4
" E del resto, se la realt deve essere il fondamento della verit del pensiero (realismo) sarebbe assurdo voler dimostrare l'esistenza della realt, ovvero di ci che fonda la verit della dimostrazione. Infatti Tommaso ammette esplicitamente che l'esistenza di qualcosa [In IPost. An. lect.
11; In IIPost. An. lect. 1] o del mondo intero [cfr. S. Th. I. 46. Art. 1 co.] sono indimostrabili, e lo
stesso dicasi per la dimostrazione delle distinzioni veglia/sonno e sano/malato [In IVMetaph. lect.
xv n. 709].
41
Tra gli insigni tomisti che hanno sottolineato il carattere induttivo dei primi principi ricordiamo: C. Fabro, Percezione e pensiero cit., p. 242; P. Hoenen, De origine primorum principiorum sdentine, in Gregorianum, X (1933), pp. 153-184. Non tutti per concordano con questa lettura "induttiva" ed affermano che in Tommaso la conoscenza dei primi principi "a-priori" [cfr. P. Hoenen,
De Origine cit. ].

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1 ! h i . i i ' M 1:. h >\r.i v.i I >'Ai 'i I:.I

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te, cos Aristotele ricorre qui all'unit dell'essenza. A questo ragionamento


Lukasiewicz rivolge, tra le altre, le seguenti obiezioni:
4a) possono esistere cose che nella loro essenza non sono una cosa sola:
ad es. la parola "ippocentauro" indica un oggetto che met uomo e met
cavallo, e quindi contraddittorio poich l'ippocentauro ad un tempo
uomo e non-uomo (cavallo). Ma gi su questo Lukasiewicz mostra di non
afferrare completamente le basi della semantica aristotelico-tomista. Infatti,
per Tommaso (come gi per Aristotele) il nome "voce significativa di cui
nessuna parte, presa separatamente, dotata di significato" [In Peri Herrn. I,
lect. iv]: in questo senso il nome "ippocentauro" non significa uomo+cavallo, cos come equiferus (l'esempio di Tommaso) non indica cavallo+selvaggio, infatti "la parte di un nome composto che viene posto a significare un
concetto semplice non significa la parte della concezione composta dalla
quale viene preso il nome per significare" [ibid. n. 11]. In altri termini, "nel
nome 'equiferus' la parte 'ferus' preso da solo non significa nulla di quanto
significa per esempio nel discorso 'equus ferus'"42. La critica di Lukasiewicz,
dunque, non tiene presente il significato unitario che deve avere un nome 4 '.
4b) Lukasiewicz sostiene poi che quest'argomentazione aristotelica, "se
anche fosse giusta, dimostrerebbe il principio di contraddizione per un gruppo ristretto di oggetti: riguarderebbe soltanto l'essenza delle cose, non gli
attributi accidentali" [p. 68]. Ma questo rimprovero non vale certamente per
Tommaso: egli infatti parla di determinatezza dell' "ente", termine che, essendo trascendentale, "trascende" appunto la divisone delle categorie e quindi
vale sia per la sostanza che per gli accidenti 44 .
4c) infine Lukasiewicz afferma al riguardo:
Tale prova si basa sull'ipotesi che negli oggetti ci sia un'essenza concettuale diversa
dagli attributi accidentali, un universale in re. Questa tesi costituisce la base metafisica di
tutta la logica di Aristotele. [...] Che cosa sono questi universalia in rei Ci che Aristotele chiama "essenza delle cose" un insieme di attributi che si presentano sempre
uniti alle cose, come ad esempio alcuni caratteri della struttura organica dell'uomo
quali il bipedismo. Per spiegare il tatto che questi attributi si presentano sempre insieme, si ipotizza che alla loro base ci stia qualcosa di unico che li unisca, un ente sostan-

42
Per le citazioni in italiano, mi sono avvalso della traduzione del Commento di Tommaso
al Peri Hermeneias, curata da P. Bertuzzi e S. Parenti, ESD, Bologna 1997.
41
Questa preziosa osservazione mi stata suggerita, con il solito acume teoretico, dal prol.
Giuseppe Barzaghi.
44
Sul tema 1 testi sono innumerevoli: basti per tutti De Ver. 1. 1. In S. Th. I. 29.1 si afferma che
la nozione di individuo vale sia per la sostanza che per gli accidenti.

C L A U D I O A N T O N I O TKSTI

212

ziale di cui nulla sappiamo [...]. La seconda dimostrazione del principio di contraddizione si fonda dunque sul concetto di sostanza. [...] Aristotele cerca di provare l'esistenza degli enti sostanziali attraverso altre dimostrazioni. Tralascio queste argomentazioni poich a mio avviso la storia del concetto di sostanza dimostra
definitivamente che il giudizio comprovante l'esistenza degli enti sostanziali o
dell'"essenza" delle cose, diversa dagli accidenti, pu essere soltanto un'ipotesi pi o
m e n o probabile, ma mai sicura. Ne risulta che anche le conseguenze basate su quest'ipotesi possono essere soltanto probabili per cui la seconda prova elenctica [quella
sopra esposta: nota mia], se anche fosse vera, dimostrerebbe solo la probabilit del
principio di contraddizione [p. 68-70].

E qui, a mio avviso, si tocca un punto davvero essenziale per comprendere


il senso della logica aristotelico-tomista. Infatti, ben vero che questa dimostrazione basata su una tesi "empirica" (la distinzione sostanza-accidenti),
che in quanto tale fondata sull'esperienza, e quindi sull'induzione. Ma questo non pu valere come critica, poich proprio della logica tomista l'essere fondata sull'induzione, attraverso cui si costituiscono le prime nozioni e
i primi assiomi delle dimostrazioni:
Per induzione infatti conosciamo qualche principio e qualche universale cui arriviamo dall'esperienza dei singolari, com' detto all'inizio della Metafisica; e da questi
principi universali in tal m o d o preconosciuti procede poi il sillogismo. E cos risulta
che ci sono dei principi da cui procede il sillogismo, che non si dimostrano con un
sillogismo; altrimenti si procederebbe all'infinito nei principi del sillogismo, il che
impossibile, come si dimostrato negli Analitici posteriori. D u n q u e il principio del
sillogismo l'induzione**5
in realt, le proposizioni che h a n n o un medio vengono provate attraverso questo
medio, mentre le proposizioni che n o n l'hanno sono provate attraverso l'induzione
[Art. Pr. II cap. 23 68b 30-32]
Vi un duplice m o d o di acquisire la scienza. U n o attraverso la dimostrazione, l'altro attraverso l'induzione. I due modi sono per differenti, in quanto la dimostrazione procede dagli universali mentre l'induzione procede dai particolari. Se infatti
gli universali, da cui procede la dimostrazione, fossero conoscibili senza l'induzione,
45

"Inductio autem inducitur ad cognoscendum aliquod principium et aliquod universale in


quod devenimus per experimenta smgularium, ut dicitur in principio Metaphysicae; sed ex universalibus principiis praedicto modo praecogmtis procedit syllogismus. Sic ergo patet quod sunt
quaedam principia ex quibus syllogismus procedit, quae non notifcantur per syllogismum, alioquin procederetur in infinitum in pnncipiis syllogismorum, quod est impossibile ut probatur 111
primo postenorum. Sic ergo relinquitur quod principium syllogismi sit inductio" \ln Elhit. I.ib.
VI, lect. ni n. 1148I.

Il PRINCIPIO DI CONTRADDIZIONI- IN TOMMASO D'AQUINO

213

ne seguirebbe che l'uomo potrebbe avere scienza di ci di cui non ha sensazione. Ma


impossibile che si possa speculare sugli universali senza induzione 4 .
poich dai singolari che conosciamo gli universali, [Aristotele] conclude che necessario che anche i primi principi universali siano conosciuti per induzione. E infatti
per via induttiva che la sensibilit costituisce nell'anima l'universale, in quanto vengono considerati alcuni singolari 47 .

Per quanto riguarda il p.n.c, per induzione che noi comprendiamo immediatamente (senza medi dimostrativi) la nozione di ente e la sua determinatezza (semplice apprensione), e formulando per esteso il p.n.c. (giudizio) esprimiamo proprio questa determinatezza. A questo discorso, Lukasiewicz
obbietterebbe che la tesi secondo cui gli enti sono determinati non una verit
definitiva ma solo probabile [supra] : un domani si potrebbe incontrare un ente
contraddittorio che in quanto tale non determinatamente n una cosa n
un'altra. Ma anche in questo caso, la critica non centra il bersaglio. Per Tommaso, infatti, le verit a cui si giunge per induzione non sono probabili, ma sono
ad un tempo vere e parziali, e dunque sono sempre ulteriormente specificabili a
seconda di quanto l'esperienza insegna. In altri termini:
- se si intende l'induzione come una procedura costitutiva dei termini primitivi e degli assiomi;
- e si ammette che la nostra conoscenza della realt sempre incompleta;
allora ne segue che con l'induzione possiamo sempre riadeguare gli assiomi
e le definizioni in base a nuove informazioni, mantenendo invariata la verit
degli assiomi medesimi.
E questo discorso non vale solo per le leggi "fisiche", ma anche per i primi principi logici: del resto, non forse vero che Aristotele e Tommaso dapprima affermano il principio del terzo escluso [Metaph. Lib. IV] e poi ne specificano la portata ai soli oggetti passati e presenti [PeriHerm. Lib I cap. 9I?
Similmente, alla luce delle indagini cantoriane sugli insiemi transfiniti, oggi
non forse necessario limitare il principio "il tutto maggiore della parte"
'' "quod duplex est modus acquirendi scientiam. Unus quidem per demonstrarionem, altus
autem per inductionem; quod edam in principio huius libri positum est. Differuni autem bis duo
modi, quia demonstratio procedit ex universalibus; inductio autem procedi! ex parttcularibus. Si
ergo universale, ex quibus procedit demonstratio, cognosci posscnt absque inductionc, sequele
tur quod homo posset accipere scientiam eorum, quorum non liabet sensum. Sed impossibile est
universalia speculari absque tnductione" [///1 Post. An. lect. xxx 1111. 251-2551.
<:: "Quia igitur universalium cognitionem accipimus ex singularibus, concludit in.inik-sluin
esse quod necesse est prima universalia principia cognosccre per inductioncni. Sic cium, siilm-i
per via ni inductionis, sensus tacil universale mtus in anima, 111 quantum consociatimi .iliqu.i sin
gularia" \hi 11 Post in. lect. XX 11. 141. l).i notare the alcuni milk 1 li.)uno "omnia" inve e di ".ili
qua", ma "olimi.1" pti-suppoin-bbc un'nulu/ioni- 1 omplila: pei ijtirsio ntrni;o t In- ".iln|ii,i" su pm
11 u n i iti- 1 oli il prnsirM * il ri l'Ai [ini 1.1 li- |( 'ti P 1 liHiii-n, Hi' miglili- i it . p i s >; i li in >l.i

CLAUDIO ANTONIO TESTI

2I4

ai soli enti di cardinalit finita? E forse che questi (il p.t.e. e il principio sul
tutto maggiore delle parti) non sono degnit, proprio come il p.n.c?
Anche in questo senso, il sistema logico moderno che pi si avvicina alla
prospettiva tommasiana quello di Stanislaw Lesniewski, essendo un sistema "in divenire" in cui, rispettando certe regole formali, possono introdursi
sempre nuove definizioni. Facciamo un esempio proprio con il p.n.c: poniamo il caso che per esperienza si comprenda che vi sono casi in cui possibile affermare che qualcosa se stesso e non se stesso (ad es. il circoloquadrato, o il barbiere che rade tutti quelli che non si radono da s). Questi casi
metterebbero immediatamente in crisi tutta la teoria, visto che si darebbe un
x che x e non x, e questo violerebbe p.n.c. Ma se la nostra teoria logica
"dinamica", baster dire che questi non sono enti, ma dei nulla, attraverso
la seguente definizione:
Def NU) [a] a e NU a e a . -(a e a)
Ove l'intero defmiens indica un nulla proprio come qualcosa di contraddittorio. Allo stesso tempo, si comprende anche che questi nulla sono ben
diversi dagli enti si cui ci si era basati per formulare il principio di non contraddizione: quindi il principio di non contraddizione va ridefinito e rispecificato, limitandolo solo agli enti determinati:
p.n.c.) [x, y] x e Ens => ~( x e y . ~(x e y) )
Aggiungendo la condizione "x e Ens", si limita cos il "dominio" del p.n.c.
ai soli enti. E questa un'operazione indubbiamente "scandalosa" per il logico contemporaneo, che si vede cambiare alcuni assiomi in corso d'opera 48 ;
tuttavia un'operazione lecita e necessaria nella prospettiva tomista, in cui
la verit intesa come adeguazione alla realt implica appunto un continuo
riadeguamento delle nostre nozioni (ivi inclusi i primi principi) alla luce di
quanto l'esperienza ci fa conoscere 49 .
-,s In questo senso, lo "scandalo" non sta tanto nel passaggio da "[x,y] ~( x e y . ~(x E y) )" a
"[x, y] [ x E Ens => ~( x e y . ~(x e y) ) ]", visto che vale la tesi proposizionale "P => (Q=> P)", quanto nell'aver usato le stesso nome "p.n.c." per indicare l'ultima versione del principio.
49
Se poi, come gi abbiamo fatto, si interpreta "x" come una proposizione qualsiasi e "y"
come il predicato "vero", si ha che:
p.n.c.l.z) P E Ens => ~(P . ~P)
Ora, essendo che ogni enunciato (P) un ente, l'antecedente vero, e quindi per modus pancia
viene confermato il p.n.c.l.:
p.n.c.l.) --(!'. --P").

li. PRINCIPIO DI CONTRADDIZIONI; IN TOMMASO D'AQUINO

2IS

In questo modo, per i nulla non vale il p.n.c 5 e quindi permane la verit
del p.n.c. per gli enti. Ed infatti, date queste definizioni, si pu poi dimostrare che se qualcosa un ente allora non un nulla5':
Teor. i) [x] x e Ens => ~(x e NU) 52
Non solo, ma si pu anche dimostrare che qualcosa un ente e non un
nulla:

" Anche se poi, per la nota legge "ex absurdum quodhbet", pure dei nulla vale il p.n.c.
Nelle dimostrazioni (fatte col metodo supposizionale: sia parte dall'antecedente per derivarne il conseguente indicando le righe su cui agiscono le regole richiamate, e quindi si usa il teorema di deduzione) user tesi valide del calcolo delle proposizioni ('CP'), la regola di sostituzione e le usuali regole di inferenza per il calcolo dei predicati, ovvero:
1- OMU (omissione del quantificatore universale): [x]A(x) > A(v). Nell'espressione *[x|A(x)',
in cui 'x' sotto l'azione del quantificatore e A sta per un'espressione qualsiasi, si pu
omettere il quantificatore universale e sostituire in A(x) ad ogni occorrenza libera di V
un suo esempio individuale V (ove V pu essere una costante 'a' o una variabile individuale 'y' o 'x') che non appare nella conclusione. Ad es. da "Per ogni x, x ente" posso
derivare "Socrate ente" o "qualunque cosa ente".
2- OME (omissione del quantificatore esistenziale): [3x] A(x) > A(a). Nell'espressione '[3x|
A(x)' si pu omettere '[3x]' e sostituire a 'x' un suo esempio arbitrano determinato, ovvero una costante 'a' che non appare nel contesto (non n nelle premesse n nella conclusione della prova). Ad es. da "qualche x uomo" derivabile "Socrate uomo" a patto che prima non abbia mai usato il nome "Socrate": se prima avessi ad es. dedotto da
"qualche y tigre" la tesi "Socrate tigre" non potrei eseguire, da "qualche x uomo" la
deduzione "Socrate uomo" (ma al massimo "Platone uomo").
5- AGLI (aggiunta del quantificatore universale): A(y) [x]A(x). Nell'espressione 'A(y)', 111
cui V denota un individuo qualsiasi scelto arbitrariamente, si pu aggiungere la quanti
ficazione universale sulla variabile 'x' e sostituire 'x' ad 'y'. Ad es. da "qualsivoglia y ente"
derivabile "ogni x ente". Invece dalle premesse "a uomo" e "se a uomo allora a
animale" posso dedurre che "a animale", ma da questa non si pu dedurre "ogni x animale": "a" infatti non un esempio arbitrano dato che dalle premesse derivabile solo
che "a animale" e non che "b" o quant'altro animale.
4- AGE (aggiunta del quantificatore esistenziale): A(v) > [3x] A(x). Nell'espressione 'A(v)'
(ove V pu essere sia una costante 'a' che una variabile 'y') si pu aggiungere il quantificatore esistenziale e sostituire 'x' ad 'a' o a 'y'. Ad. es. da "Socrate buono" o "quel tale
buono" derivabile "qualche x buono".
5- Valgono infine le usuali leggi dei quantificatori ovvero:
(Qi)[x]P(x) o ~[3x] ~P(x);
(Qz) [3x1 P(x) - | x l - P ( x )
Per le dimostrazioni di alcuni teoremi qui solo riportati (e di altri ancora) rimandiamo .1 Slupci ki.
51

Lesniewski cit.

DIM. [x]
1) x E Ens
2) [y] ~(x y . ~(x E y)
3) x E N U
4) x e x . ~(x E x)
s) [3y| (x r y . (x f v)
6) .1 r NU

hp
1, p.n.c.
hp
3, def. Di N I )
4, AGE;
s-, .>, , e CI': (!' > ((.) . (.)) ) > I'

CLAUDIO ANTONIO TESTI

2l6
Teor. 2) [3x] x e Ens . ~(x e NU)

Da ci risulta (dal teor. 2 e da p.n.c.) anche che esiste qualcosa di non


contraddittorio:

II. PRINCIPIO DI CONTRADDIZIONI-! IN TOMMASO D'AQUINO

217

"postulato di esistenza" che garantisca che nessun oggetto non contraddittorio un oggetto contraddittorio ("1 ^ 0") e questo significa:
postulare /'esistenza di oggetti non contraddittori. Il principio di n o n contraddizione non
garantisce di per s l'esistenza di tali oggetti. C o m e ogni legge della logica simbolica,
esso soltanto un enunciato ipotetico [p. 176] 57 .

Teor. 3) [3a] [y] ~(a e y . ~(a e y)


Di contro, invece, nessuna cosa un nulla:
Teor. 4) [x] ~(x e NU)
Infine, se qualcosa un ente, non pu essere un ente e non esserlo:
Teor. 5) [x] ( x e Ens => ~(x e Ens . ~(x e Ens)) )55
Ora, a ben vedere, tutti questi teoremi sono in fondo molto vicini al
"postulato di esistenza" di cui parla Lukasiewicz, in cui si afferma l'esistenza
di un oggetto che non un non oggetto. Per il polacco, infatti,
se P un oggetto, allora non pu possedere a e non possederlo nello stesso tempo.
Ma da ci non risulta che P sia un oggetto, ovvero che esso semplicemente un oggetto, non essendo nello stesso tempo un non-oggetto 5 1 [p. 176].

Per avere questa certezza, per Lukasiewicz occorre introdurre appunto un


DIM.
1) |3y] a e y
par. 4, enunciato I)
2) a Ens
1), def. Di "Ens",
3) [3a] a e Ens
2), AGE
3), teor. 1
4) - (a e NU)
5) [3a] a e Ens . -(a NU) 3), 4)AGE.
D I M . |x|:
1) x e NU
hp
2) x e x . ~(x e x)
1, def. Di NU
.), 2) CP: P =(Q.~Q)
3)~(xfNU)
DIM. (x]
hp
1) x e Ens
2) |y] - ( x E y . ~ ( x y )
1), p.n.c.
3) ~(x f Ens . ~(x E En:s))
2), OMU
*6 Le frasi si Lukasiewicz "P un oggetto" e "P possiede a" sono traducibili nel simbolismo
sopra usato con "x Ens" e "x y" e quindi la formulazione di Lukasiewicz del principio di non
contraddizione equivale nel nostro formalismo all'ultima versione di p.n.c.

Invece, in una prospettiva tomista, tale "postulato" non affatto estrinseco alla teoria logica, proprio perch in Tommaso la logica sempre fondata sull'esperienza ("il principio del sillogismo l'induzione" \In Ethic. Lib.
VI, lect. in n. 11-48]): che ogni oggetto (ovvero ogni ente) non sia al tempo
stesso un non-oggetto (un nulla) [teor. 1], che un tale oggetto non contraddittorio esiste [teor. 2 e 3] e che non pu essere ad un tempo un oggetto e
non esserlo [teor. 5], divengono cos tesi dimostrabili dai concetti di ente,
nulla e da p.n.c, i quali sono conosciuti induttivamente. In questo senso il
logico, per quanto non si interessi direttamente dell'esistenza degli enti tuttavia, nel momento in cui esamina le forme argomentative corrette e i primi
principi logici, non pu prescindere dal fatto che qualcosa esiste. Certo,
estremamente importante avere una logica che permetta di parlare anche di
qualcosa che non c' (qual ad es. 1' "Ontologia" di Lesniewski) ma, nel
momento in cui si vuole concretamente dimostrare qualcosa di qualcosa,
occorre che questa cosa esista [In Post. An. Lib. I lect. 11; Lib. II lect. ij: e tale
esistenza, pur non essendo dimostrabile, una verit che non pu considerarsi un postulato, visto che il fondamento induttivo di tutta la teoria dimostrativa cos com' elaborata negli Analitici Secondi.
Da quanto detto, ben si capisce che ci troviamo di fronte a una prospettiva logica molto lontana da quelle attuali, visto che in Tommaso logica ed
i7
Infatti, per Lukasiewicz (come per Meinong) esistono degli oggetti contraddittori. Per Lesniewski, invece, se qualcosa un oggetto (ovvero un ente) non contraddittorio: in questo senso "NU"
non indica oggetti contraddittori, ma semplicemente un nome vuoto. Su questo da un lato Tommaso si avvicina a Lesniewski, in quanto per lui non esistono oggetti contraddittori (e dunque "chimera" o altri nomi simili sono nomi vuoti). D'altro canto, per, Tommaso afferma anche che la chimera, come il nulla, "sono" (sono appunto detti essere "ens rationis" [De Ver. ci. a. n ad y. De Mulo
Q. 1 a. 1 corpus e ad i; In IVMetapb. lect. in n. 565; sulla distinzione tra ens naturar e ens rationis di
In IVMetapb. lect. iv n. 5]). E qui si incontra la distinzione tommasiana tra la nozione di "essere" e
quella di "ente" ("Ens" sopra definito): il primo un verbo che si pu predicare di qualsiasi cosa di
cui si possa parlare (ivi incluse le chimere o il Nulla), mentre il secondo un nome che si dice- con
verit di soli individui esistenti. Formalmente, indicando con "E" la nozione di essere, si ha che
[x] E(x)
Ove "x" ndica enti linguistici appartenenti a qualsiasi categoria semantici (n, S, S/n...). I. 1 Ina
ro che questa nozione andrebbe analizzata in maniera pi adeguala, visto che pone immediata
niente dei pmblnni eh autorc-ferenziaht: intani d.\ essa segue- banalmente 1 he- 'T.(I-)".

2l8

CLAUDIO ANTONIO TESTI

esperienza (ovvero deduzione e induzione) non possono mai essere nettamente separate, e questo vale anche per i primi principi della conoscenza.
Da qui anche le difficolt a percorrere la via della formalizzazione per cercare di chiarire nel modo pi rigoroso possibile le idee dell'Aquinate, visto e
considerato che la logica simbolica nasce con motivazioni ben distanti da
quelle aristotelico-tomiste.
Inutile quindi dire che occorrerebbe uno spazio ben maggiore per esaminare adeguatamente tali tematiche; spero tuttavia che i pochi cenni dati
possano contribuire alla comprensione del p.n.c. all'interno della prospettiva logica tommasiana la quale, pur nella diversit, ritengo essere tuttora di
notevole importanza anche per gli sviluppi delle attuali ricerche logico-formali58.

Indice delle citazioni da Aristotele

Analitici

21,92,

98,137

Analtici Primi
II

2 0 , 6 6 b 4-15

13511

II

2 0 , 6 6 b 6-13

56

3, 1005 a 22-23
1005 b 12
1005 b 19-20
1005 b 2 0 - 2 2
1005 b 23-24
1005 b 23-26

Analitici

Secondi

9011

I 3, 7 2 b 18-20
I

De

11, jy a 10-22

42
9 0 , 9 1,13711

anima
I I I 3 , 4 2 8 a 20-21

29

III 4

2in

1005 b 26-32
1005 b 52-34
4 , 1 0 0 6 a 3-4
1 0 0 6 a 3-11
1 0 0 6 a 3-15
1 0 0 6 a 5-7, 13-15
1006 a i o - n
1 0 0 6 a 11-12

De

interpretatione

21,27,

1, 16 a 16-18

2211

4 , 17 a 1-3

22tl

(>, U a 3 2 "35

20

9, 18 a 3 9 - b 1

9, 18 a 3 9 - b 2

13411

9, 18 b 1-2

32,34,13411

14, 23 a 27-39

27,28

14, i) b 17

V
32
3'

14, 23 b 20-21
14, 23 b 22-23

14, 23 b 25-27
14, 2 4 b 1-3

Elenchi

25

s8
In questo senso opportuno ricordare come anche dall'interno della logica contemporanea
inizino a emergere idee che sono abbastanza vicine alla prospettiva logica anstotelico-tomista [eIr.
C. Celucci, Le ragioni della logica, Laterza, Bari 1998; id., Filosofa e matematica, Laterza, Bari 2002;
si veda anche, per un inquadramento tomista di queste nuove ricerche, (J. Basti, Filosofili ilclla
Natura cit.l.

32> 34

22, 28

sofistici

165 a 1-3, 170 b 1-2

5611

1 0 0 6 a 11-13
1 0 0 6 a 15-18
1 0 0 6 a 18-25
1 0 0 6 a 28-31
1 0 0 6 a 2 8 - 1 0 0 7 b li
1 0 0 6 a 29-31
1 0 0 6 a 31-34
1 0 0 6 b 7-9
1 0 0 6 b 11-15, 18
1 0 0 6 b n-13
1 0 0 6 b 11-22
1 0 0 6 b 28-34
10(57

a T

7"i8

1 0 0 7 a 20-21

1006 a 27-29

1 0 0 7 a 25-26

1 0 0 7 b 16-18
1 0 0 7 b 17-18

Metafisica
B

16, 11, 29, 4 2 , 56, 59,


2,Wt,b|M

i.

;..

-H

3. ^7
19

1 0 0 7 b 19-21
1007b26
; b .-N-.w