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Edward Bunker

EDUCAZIONE DI UNA CANAGLIA


Titolo originale "Education of a Felon"
Traduzione di Emanuela Turchetti
2000 by Edward Bunker
2002 Giulio Einaudi Editore, Torino
ISBN: 978-88-0619-1436

NOTA DI COPERTINA.
Dopo il grande successo di "Come una bestia feroce" arriva in Italia il capolavoro di
Edward Bunker, il libro in cui l'autore racconta la vera storia della sua vita. Un affresco
potente, rude e antiromantico, dal primo ingresso nella prigione di San Quentin a
diciassette anni alla Los Angeles di oggi. Salutato in America come un caso letterario senza
precedenti.
Le esperienze di Edward Bunker nelle prigioni peggiori della California, per le strade di
Los Angeles e nel sottobosco di Hollywood lo hanno accreditato a scrivere alcuni dei pi
conturbanti ed efficaci romanzi moderni sul carcere. Basti pensare che Quentin Tarantino
ha definito "Little Boy Blue" il miglior romanzo del crimine in prima persona che io abbia
mai letto, mentre il New York Times ha scritto, del suo romanzo "Cane mangia cane",
che Bunker si spinto pi avanti di quanto Chandler e Hammett avessero mai sognato.
Ora finalmente, con questo libro, i lettori possono entrare, senza alcuna finzione narrativa,
nel mondo duro e non edulcorato di Bunker. Sia che fumi uno spinello seduto sulla sedia
della camera a gas, o che prenda in mano un coltello usato da un serial killer, o che nuoti
tra i marmi della sfarzosa piscina Nettuno a San Simeon, California, Bunker si limita a
esporre la sua mercanzia, nuda e cruda. Il risultato agghiacciante, eppure non privo di
una sua orgogliosa morale, perch la pura verit.
Avrei potuto giocare meglio le mie carte, senza dubbio, e ci sono cose di cui mi vergogno,
ma quando mi guardo allo specchio, sono fiero di quello che sono. I tratti del mio carattere
che mi hanno fatto combattere il mondo sono gli stessi che mi hanno permesso di farmi
valere.
Edward Bunker.
Bunker uno scrittore americano autentico, assolutamente originale.
James Ellroy.
Edward Bunker descrive l'altro mondo dei reietti con la passione e l'intensit di chi ha vissuto una vita

sul margine.
Los Angeles Times.
Bunker tra i pochi scrittori americani la cui opera esprime insieme integrit, abilit tecnica e passione
morale.
William Styron.

Edward Bunker l'autore di due libri di grande successo anche in Italia, "Dog Eat Dog"
("Cane mangia cane", Einaudi Stile libero 1999), "No Beast So Fierce" ("Come una bestia
feroce" 2001), "Little Boy Blue" (2002) e "Animal Factory" (2003). Entrato nel penitenziario
di San Quentin (per la prima volta) a diciassette anni, ne ha poi passati diciotto in carcere,
in tre periodi successivi, ed stato fuori per venticinque. Si pu dire che quasi met vita
adulta l'abbia passata in carcere, e l'altra met a scrivere del carcere, facendone la
rappresentazione pi potente del nostro tempo. Oggi, pacificato, vive a Los Angeles con la
giovane moglie e un figlio, molto amato dal mondo del cinema. famosa la sua parte di
Mister Blue in "Reservoir Dogs", "Le iene", di Quentin Tarantino.

EDUCAZIONE DI UNA CANAGLIA


"Dedico questo libro a mio figlio.
Ho aspettato tanti anni per potergli servire
una mano migliore di quella che toccata a me.
Sono sicuro che giocher le sue carte
meglio di come io ho giocato le mie."

CAPITOLO PRIMO.
N CIELO, N INFERNO.

Nel marzo del 1933, la California del Sud all'improvviso prese a ballare al ritmo di un rock
and roll che risuonava dal ventre della terra. I soprammobili danzarono sulle mensole dei
caminetti prima di schiantarsi a terra. Le finestre andarono in frantumi e precipitarono a
cascata sui marciapiedi. Le case di canniccio intonacato scricchiolarono accartocciandosi,
prima su un lato e poi sull'altro, come scatole di fiammiferi. Gli edifici di mattoni
restarono in piedi finch non furono sopraffatti dalle vibrazioni, e poi rovinarono al suolo
sparendo in cumuli di calcinacci e nuvole di polvere. Il Long Beach Civic Auditorium
croll, e in molti restarono uccisi. In seguito mi raccontarono che ero stato concepito nel
momento preciso in cui la terra aveva tremato, e quando ero venuto al mondo, alla vigilia
del Capodanno 1933, all'ospedale Cedars of Lebanon di Hollywood, Los Angeles era
sommersa da un diluvio torrenziale, gli alberi di palme e le case fluttuanti nella fiumana
dei canyon.
All'et di cinque anni, sentii mia madre affermare che il terremoto e il nubifragio erano
cattivi presagi, poich fin dall'inizio avevo creato problemi, a cominciare dalle coliche. A
due anni sparii durante un picnic di famiglia a Griffith Park. Duecento uomini
setacciarono la boscaglia per met della nottata. A tre anni, non so come, riuscii a demolire

l'inceneritore di un vicino, piazzato nel cortile sul retro della sua casa, servendomi di un
martello a granchio. A quattro anni svaligiai il furgone frigorifero Good Humor di un altro
vicino di casa, e offrii il gelato a un branco di cani del quartiere. Una settimana dopo
provai a essere di aiuto ripulendo il cortile della casa, e appiccai il fuoco a un mucchio di
foglie di eucalipto ammassate accanto al garage del vicino. Ben presto l'incendio illumin
la notte, e le sirene dei pompieri lacerarono l'aria. Soltanto una parete del garage rest
annerita dalle fiamme.
Della marachella del gelato e dell'incendio mi ricordo, ma il resto me lo hanno raccontato.
I miei primi ricordi distinti sono dei miei genitori che litigano, le loro urla, e la polizia che
arriva per mettere pace. Il giorno in cui mio padre se ne and di casa, lo seguii nel
vialetto. Piangevo, singhiozzavo e volevo andare con lui, ma mio padre mi allontan con
uno spintone, salt sull'automobile e fil via sgommando.
Abitavamo in Lexington Avenue, a est dei Paramount Studios. La prima parola che
imparai a leggere fu Hollywoodland. Mia madre era ballerina di fila negli spettacoli di
variet e nei musical di Busby Berkeley. Mio padre lavorava come macchinista in teatro, e
ogni tanto anche per il cinema.
Non ricordo esattamente le dinamiche del divorzio, ma una delle sue conseguenze fu il
mio internamento in collegio. Dalla sera alla mattina da figlio unico viziato diventai un
moccioso tra una dozzina o pi di bambini pi grandi. in collegio che appresi per la
prima volta la realt del furto. Qualcuno rub i dolciumi che mi aveva portato mio padre.
Fu dura per me, in quell'occasione, accettare l'idea del furto.
La prima volta scappai dal collegio all'et di cinque anni. Era una domenica mattina,
pioveva, e tutti gli ospiti della casa tiravano a dormire fino a tardi. Indossai un
impermeabile e un paio di scarpe di gomma, e sgattaiolai per la porta di servizio. Percorsi
due isolati e mi nascosi nell'intercapedine del solaio di una vecchia casa in legno,
sopraelevata da terra e circondata dagli alberi. Ero all'asciutto e al riparo dalla pioggia, e
da l potevo spiare il mondo esterno. Il cane della famiglia mi trov quasi subito, ma
prefer accucciarsi accanto a me e farsi coccolare piuttosto che lanciare l'allarme. Restai l
finch non fece buio, smise di piovere e si alz un vento freddo. Anche a Los Angeles, a
dicembre, la sera pu essere fredda per un bambino di cinque anni. Uscii fuori, e dopo
aver camminato per mezzo isolato fui riconosciuto da uno di quelli che erano partiti alla
mia ricerca. I miei genitori erano in pensiero, naturalmente, ma non in preda al panico.
Che avessi un talento naturale a mettermi nei pasticci non era certo una novit.
La coppia che gestiva il convitto chiese a mio padre di venire a riprendermi. Dopo aver
tentato con un altro collegio, anche questo con esito fallimentare, mio padre prov con la
scuola militare, la Mount Lowe di Altadena. Dur due mesi. Poi segu un altro collegio,
anche questo ad Altadena, una casa di quattrocentocinquanta metri quadri circondata da
mezzo ettaro di terreno. Fu allora che incontrai per la prima volta Mistress Bosco, che
ricordo con affetto. Tutto lasciava pensare che mi fossi messo a rigare dritto, anche se
ricordo che mi nascondevo sotto il letto del dormitorio per poter leggere. Mio padre mi
aveva costruito una piccola libreria. Poi mi compr la serie in dieci volumi dei Junior
Classics, versioni adattate per i bambini di storie famose quali "L'uomo senza paese", "Il
vaso di Pandora" e "Damone e Pizia". Imparai a leggere su questi libri.
Mistress Bosco chiuse il collegio appena qualche mese dopo il mio arrivo. La tappa
successiva fu la Page Military School, tra Cochran Avenue e San Vicente Boulevard, a
West Los Angeles. Ai genitori dei potenziali cadetti venivano mostrati dormitori luminosi

ed eleganti suddivisi in scompartimenti separati, ma la maggioranza dei cadetti viveva in


alloggi meno sontuosi. Alla Page beccai il morbillo e gli orecchioni, nonch il mio primo
riconoscimento ufficiale di casinista destinato a finir male. Diventai un ladro. Un ragazzo
il cui nome e la cui faccia ho dimenticato da tempo mi portava con s, nelle ore piccole, a
razziare negli altri dormitori, mentre frugava nei pantaloni appesi al muro o appoggiati
sullo schienale delle seggiole. Quando qualcuno dei ragazzi che dormivano si girava su un
fianco, ci accovacciavamo, immobili come statue, il cuore che batteva all'impazzata.
Siccome i pannelli divisori degli scompartimenti arrivavano all'altezza delle spalle,
bastava abbassare la testa per non essere visti. Una volta, quando un ragazzo si svegli e ci
affront con coraggio, dovemmo darcela a gambe. - Ehi, voi, che state facendo? - Mentre ce
le battevamo di gran carriera, alle nostre spalle sentimmo urlare - Al ladro! Al ladro! - Una
bella scarica di adrenalina, non c' che dire.
Una notte un gruppo di noi sgusci dal dormitorio e, dopo aver raggiunto furtivamente la
grande cucina, ci servimmo di una mannaia per la carne per tranciare il lucchetto di una
cella frigorifera. Facemmo man bassa di tutti i dolcetti e i gelati. Ci beccarono poco dopo la
sveglia. Venni ingiustamente accusato di essere il capo e fui punito in modo esemplare.
Inoltre, fui designato per il trattamento speciale da parte degli ufficiali dei cadetti. I miei
pochi amici erano altri emarginati e casinisti come me. Il mio unico, valido risultato alla
Page fu scoprire che conoscevo l'ortografia pi di chiunque altro. Pur dentro al caos della
mia giovane esistenza, padroneggiavo sillabe e fonetica, e ricordavo gran parte delle
eccezioni alle regole. banale, ma proprio perch ero capace a pronunciare le parole,
imparai a leggere in et precoce, e ben presto con voracit.
Il venerd pomeriggio quasi tutti i cadetti andavano a casa per il fine settimana. Quanto a
me, un fine settimana andavo da mio padre, e quello successivo da mia madre. A quel
tempo lei lavorava come cameriera in una caffetteria. La domenica mattina seguivo
l'abitudine diffusa tra la gran parte dei bambini americani dell'epoca: andavo alla matine
del cinema di quartiere. Proiettavano due film. Una domenica, nell'intervallo tra i due
film, raggiunsi il foyer, dove appresi che i giapponesi avevano appena bombardato Pearl
Harbour. Qualche tempo prima mio padre aveva dichiarato: - Se quei bastardi con gli
occhi a mandorla aprono il fuoco, manderemo la Marina americana che far colare a picco
quelle loro carabattole galleggianti che chiamano isole -. Pap era in sintonia con l'epoca,
quando la parola negro compariva nella prosa di Ernest Hemingway, Thomas Wolfe e
altri. Pap disprezzava i negri, i portoricani, i guappi e gli inglesi con quel loro re
dei miei coglioni. Amava la Francia e gli indiani americani, e sosteneva che i Bunker
erano di sangue pellerossa. Io non ci ho mai creduto.
Oggi, rivendicare sangue indiano, per certi versi, fa molto chic. La nostra famiglia aveva
vissuto nella regione dei Grandi Laghi dalla met del Settecento, e dopo che mio padre
ebbe superato la soglia dei sessanta, la pelle grinzosa e coriacea della faccia e gli zigomi
alti gli conferivano la fisionomia di un indiano. A dire il vero, man mano che invecchio,
anche a me talvolta domandano se sono di sangue indiano. Davvero non lo so, n mi
importa.
Alla Page Military School le cose peggiorarono. Gli ufficiali dei cadetti resero la mia vita
un calvario, e cos una bella mattina come ce ne sono in California, io e un altro cadetto
scavalcammo il recinto sul retro dell'edificio e puntammo verso le colline di Hollywood,
distanti poco meno di cinque chilometri. Erano verdi, punteggiate di tetti rossi. Facemmo
l'autostop per superare le colline e passammo la notte nella carcassa di un'automobile
demolita accanto a un'autostrada a due corsie, guardando gli enormi autotreni che

passavano rombando. Adesso quell'autostrada diventata un'interstatale di scorrimento a


dieci corsie.
Dopo la notte trascorsa a tremare di freddo, e assalito dai morsi della fame al sorgere del
sole, il mio compagno mi comunic che intendeva tornare indietro. Lo salutai e presi per
un sentiero lungo la ferrovia che separava l'autostrada dalla distesa sconfinata degli
aranceti. Mi imbattei in un treno carico di autocarri verdi oliva dell'esercito in attesa su un
binario di raccordo. L'avevo ormai raggiunto quando il treno si mise in moto con un rollio
fragoroso. Mi aggrappai a una ringhiera e saltai su. Le centinaia di autocarri militari non
erano chiusi a chiave, cos salii a bordo di un veicolo e passai il tempo a rimirare il
panorama che scorreva dinanzi a me mentre il treno viaggiava verso nord.
Prima che facesse buio saltai gi nella periferia di Sacramento, a settecento chilometri dal
punto in cui avevo iniziato il mio viaggio. Cominciavo ad aver fame, e le ombre si
allungavano. Mi misi in cammino. Contavo di entrare in citt e andare a vedere un film.
Una volta uscito dal cinema, avrei trovato qualcosa da mangiare e un posto per dormire.
Ancora fuori Sacramento, su una sponda rigogliosa di vegetazione dell'American River,
sentii odore di cibo cucinato. Era un accampamento di vagabondi, una "Hooverville",
come si chiamava, un agglomerato di baracche di latta ondulata e cartone.
I vagabondi mi tennero con loro finch uno, preso dalla paura, ferm un'automobile dello
sceriffo. I vicesceriffi fecero irruzione nell'accampamento e mi portarono via.
La Page Military School si rifiut di riprendermi. Mio padre aveva le lacrime agli occhi:
che ne avrebbe fatto di me? Poi venimmo a sapere che Mistress Bosco aveva aperto un
nuovo collegio per una ventina di ospiti, ragazzi di et tra i cinque anni fino alla scuola
superiore. Aveva preso in affitto una residenza enorme di duemiladuecento metri quadri,
circondata da due ettari di terreno su Orange Grove Avenue, a Pasadena. Si chiamava
Mayfair. L'edificio esiste ancora come parte dell'Ambassador College. A quei tempi questi
giganteschi palazzi erano invendibili come elefanti bianchi.
Il nome MAYFAIR era affisso su un pilastro di ottone del cancello. La casa era degna di un
arciduca, ma un bambino di nove anni non fa caso a queste cose. I ragazzi erano
praticamente relegati in quattro stanze al secondo piano dell'ala nord, sopra la cucina. La
classe, un tempo la stanza di musica, era vicino al vasto atrio dell'ingresso, da cui partiva
una grande scalinata. Frequentavamo le lezioni cinque giorni la settimana, e le vacanze
estive non erano previste. L'insegnante, una donna austera patita di vestiti col colletto
ornato di pizzo e cammei al collo, aveva un debole per le punizioni. Ci prendeva per
l'orecchio e lo torceva, oppure ci bacchettava le nocche con il righello. Io avevo gi un
problema con l'autorit. Una volta che mi afferr per l'orecchio, scansai con un colpo la
sua mano e scattai in piedi. Spaventata, la donna indietreggi, incespic su una seggiola e
cadde sul sedere, gambe all'aria. Cominci a strillare, come se fosse l l per essere
assassinata. Mister Hawkins, il tuttofare nero, si precipit dentro e, dopo avermi afferrato
per la collottola, mi trascin da Mistress Bosco. Costei mand a chiamare mio padre.
Quando mio padre arriv, alla vista dei suoi occhi infiammati avrei voluto scappare via.
Mistress Bosco liquid l'accaduto con poche parole. In realt voleva che mio padre
leggesse la relazione sul test del mio quoziente di intelligenza, cui eravamo stati sottoposti
la settimana prima. Lui esitava. Voleva proprio sapere se suo figlio era pazzo? Lo osservai
mentre scorreva velocemente il rapporto; poi lo lesse con calma, e alla vampa rabbiosa
subentr un'espressione corrucciata di confusione. Alz gli occhi e scroll il capo.
- Questo in gran parte spiega il motivo dei suoi problemi, - comment Mistress Bosco.

- sicura che non ci sia un errore?


- Sicurissima.
Mio padre bofonchi e accenn una risatina. - Chi l'avrebbe immaginato?
Immaginato cosa? In seguito mi disse che la relazione equiparava la mia et mentale a
quella di un ragazzo di diciotto anni, e il mio quoziente di intelligenza era 152. Fino ad
allora avevo sempre pensato di essere nella media, forse un po' meno al di sotto della
media, per le facolt che erano dono di Dio. Di certo non ero mai stato il pi brillante in
nessuna disciplina, tranne che in ortografia, che pareva essere pi un'astuzia che un
indicatore di intelligenza. Da allora, pur nei limiti della mia esistenza caotica o nichilistica,
cercai di affinare le capacit naturali che mi venivano attribuite. L'esito potrebbe essere la
realizzazione di una profezia.
Seguitai a tornare a casa nei fine settimana, anche se mia madre a quel tempo gi viveva a
San Pedro con un nuovo marito, per cui, anzich alternare ogni fine settimana, tre su
quattro li passavo con mio padre. Che l'avessi trascorso con l'uno o con l'altra, la domenica
pomeriggio li salutavo, facendo finta di tornare direttamente a Mayfair. In realt non
rientravo mai immediatamente in collegio. Giravo per la citt. A volte noleggiavo una
piccola barca a motore elettrico a Echo Park, altre andavo a vedere un film in uno dei
cinema del centro di Los Angeles. Se andavo a trovare mia madre a San Pedro, deviavo
verso Long Beach, dove, sul pontile, il luna park funzionava a pieno ritmo.
Pi tardi, in serata, salivo su uno dei grossi tram rossi della Pacific Electric che mi
riportava a Pasadena, e da l dovevo fare pi di un chilometro e mezzo a piedi per
raggiungere Orange Grove Avenue e Mayfair. Risalivo per il viale sul retro della
residenza. Su un lato dell'edificio c'era un balcone che potevo raggiungere salendo su un
alberello e poi arrampicandomi fino alla ringhiera. Davanti alla porta che si apriva sul
balcone, a pochi passi, c'era la stanza che dividevo con altri due ragazzi. Nessuno notava
mai la mia assenza o il mio rientro, purch fossi reperibile il luned mattina.
Una domenica sera, dopo aver scavalcato il balcone, girato la maniglia, e spinto la porta di
qualche centimetro per aprirla, questa s'incepp. Qualcosa la bloccava dall'altra parte. Mi
appoggiai contro la porta con tutte le forze, riuscendo a forzarne la parte superiore quel
tanto che bastava per sgusciare dall'altra parte, e poi inciampai su ci che sembrava essere
un corpo. Mi accovacciai, e tastando nel buio toccai una faccia. Fui scosso da una fitta di
paura. La faccia era fredda. La faccia della morte. Credo di aver lanciato un grido, ma
nessuno mi sent.
Volendo evitare che qualcuno scoprisse il mio rientro dopo la mezzanotte, mi spogliai e
saltai a letto. Una volta disteso, mi resi conto per che non riuscivo semplicemente a
ignorare la situazione. Siccome volevo evitare di inciampare un'altra volta sul corpo nel
buio, passai attraverso il bagno nell'altra stanza, dove dormivano quattro ragazzi, e da l
raggiunsi il corridoio. Svegliai Mistress Bosco e le dissi ci che avevo scoperto.
Indossata una vestaglia e presa una torcia, Mistress Bosco mi condusse nella mia stanza e
mi ordin di tornare a letto, richiudendo poi la porta a chiave. Tornai a stendermi e riuscii
a prendere un sonno leggero, dal quale mi risvegliai sentendo un rumore di voci smorzate,
e vidi la luce sotto la porta.
Dopo qualche minuto sentii la chiave girare nella serratura della porta della stanza. Il
mattino dopo il corpo era sparito. Era di Frankie Dell, un ragazzo esile e pallido che
soffriva di una grave forma di emofilia e di reumatismi al cuore. Era caduto a terra ed era

morto nel corridoio. Pu anche darsi che andasse in cerca di aiuto.


Quello di Mistress Bosco fu l'unico istituto a piacermi da bambino. Lei mi trattava pi
come un adolescente che come un bambino di nove anni. Di sera, durante la settimana,
avevo il permesso di uscire da solo fino al centro di Pasadena. Naturalmente andavo al
cinema. Imparai la geografia sulle due grandi carte geografiche appese alla parete della
mia stanza: l'Europa, con il Mediterraneo e il Nord Africa erano su una carta, il Pacifico e
l'Asia sull'altra. Avevo puntine di vari colori per segnare le battaglie, le truppe e le linee
del fronte della guerra in corso. Cercando le isole Salomone per segnare Guadalcanal, mi
cadde l'occhio sull'Australia e la Nuova Zelanda. La stella sulla carta mi indic che
Canberra era la capitale dell'Australia.
Mister Hawkins, il nero tuttofare che viveva nell'appartamento sopra l'enorme garage, in
passato era stato un pugile professionista, e mi insegn a tirare di sinistro. Il sinistro che
imparai a tirare fece scempio del naso di Buckley, il bulletto del convitto. Avevamo
cominciato a fare a pugni nell'atrio del piano superiore. Io indietreggiavo, un passo alla
volta, per tutta la lunghezza di quel lungo corridoio del secondo piano, assestandogli un
sinistro sul naso ogni volta che Buckley provava a raggomitolarsi per caricare. Una delle
figlie di Mistress Bosco, una graziosa studentessa della U.s.c., usc dalla sua stanza e mise
fine alla scazzottata. Gli occhi di Buckley si gonfiarono rapidamente, e il suo naso
grondava sangue. Io non avevo beccato neanche un pugno. Pi o meno nello stesso
periodo, imparai il valore del colpo della domenica, che consisteva semplicemente nel
colpire per primo. Al riformatorio avrei osservato gli esperti nel colpo della domenica e
perfezionato le mie capacit. Il pugilato inutile nei consigli di amministrazione e negli
incontri d'affari. Non ti aiuta nemmeno a conquistare una ragazza. La maggioranza dei
bianchi delle classi medie e alte arrivano all'et adulta senza aver tirato nemmeno un
pugno. Ma negli ambienti in cui ho trascorso la giovent e i miei primi anni da adulto si
rivelata un'abilit utile, specie perch la natura non mi aveva dato n forza, n velocit, n
capacit di resistenza. I miei riflessi erano mediocri. Eppure riuscivo a incassare un bel
pugno senza crollare. Ho battuto uomini pi grandi, pi forti e pi in forma di me, tra i
quali un istruttore di karat della Marina americana, semplicemente perch iniziavo a
picchiare per primo e continuavo a colpire con tutte e due i pugni prima che i miei
avversari avessero potuto cominciare. Ogni tanto qualcuno superava quel primo assalto e
me le suonava, ma accadeva di rado. Maturando imparai a controllare il ritmo dei miei
attacchi, in modo tale che, anzich la gragnuola di colpi disordinati di molto tempo prima,
bastavano pochi pugni per avere la meglio. Un pugno al mento, e per lo pi finiscono stesi
e, una volta a terra, bisogna darsi da fare per impedire che si rimettano in piedi e seguitino
a colpire. Ma ho divagato. Torniamo alla mia infanzia a Mayfair, in Orange Grove Avenue,
nota come King's Row, per via delle numerose residenze signorili che vi si trovavano,
compresa la famosa Wrigley Mansion.
Una domenica di dicembre, a mezzanotte suonata, scesi dal tram all'altezza di Fair Oaks e
Colorado, al centro di Pasadena, e cominciai la mia solita camminata. L'ultima strada era
una via stretta delimitata da casette di legno dove alloggiavano i domestici, che correva
parallela a Orange Grove, a un isolato di distanza. La via e le casette sono sparite da
tempo, ma all'epoca, proprio di fronte, vi erano enormi alberi i cui rami sovrastavano la
strada. Alla finestra di una casa c'era un albero di Natale acceso, a un'altra finestra una
candela. Quelle luci placarono la mia paura, mentre camminavo tra le ombre sulle quali il
vento e il chiarore della luna disegnavano forme animate spettrali. Era sufficiente perch
un ragazzino di nove anni dall'immaginazione fertile avanzasse nell'oscurit fischiettando.

Entrai dal cancello posteriore di Mayfair. Sul pendio appariva in lontananza la sagoma
scura del grosso edificio immerso tra i pini. Gli alberi si addicevano all'architettura della
costruzione, che ricordava un casino di caccia bavarese. Un tempo la casa era stata di
propriet di un generale americano che a quanto pareva aveva investito grosse somme di
denaro in Germania dopo la Prima guerra mondiale. Avevo scoperto i documenti dietro
un muro. Girai intorno alla grande casa, che ormai non aveva pi segreti per me, in
direzione dell'alberello accanto al balcone.
In effetti l'albero si trovava a circa un metro di distanza dal balcone, ma quando mi
arrampicavo si piegava sotto il mio peso, cosicch atterravo sul pavimento del terrazzo
lanciando le braccia sopra la ringhiera prima di sganciare le gambe dall'albero. Come una
molla, l'albero schioccava tornando in posizione eretta.
Una volta sul balcone provavo sempre una fitta d'ansia; avevano chiuso a chiave la porta?
Non era mai accaduto, anche se non avrei esitato a rompere il vetro per penetrare
all'interno, se fosse stato necessario. Nessuno avrebbe mai saputo chi o perch l'avesse
fatto; il vetro rotto, del resto, avrebbe potuto passare inosservato per giorni. Quella notte
non se ne present la necessit. La porta era aperta come al solito.
Il corridoio era immerso nel buio, anche questo come al solito. Sentii subito l'odore di
qualcosa che non riuscivo a riconoscere. Era preciso, ma non soffocante. Cercai a tastoni la
porta della stanza. Si apr. Entrai dentro.
La stanza era completamente al buio. A memoria attraversai il buio fino al mio letto
nell'angolo. Era sparito. Dov'era finito il mio letto?
Allungai la mano, in cerca del letto accanto al mio. Niente.
Il mio cuore ebbe un soprassalto. Ero terrorizzato. Andai verso la porta e accesi
l'interruttore della luce.
Niente.
Avanzai tastoni lungo la parete. Vuota. Stava succedendo qualcosa di strano. Avrei voluto
urlare, ma cos sarebbe stato scoperto il mio rientro dopo la mezzanotte. Palpando il muro
con le dita, mi mossi verso la porta. Prima di raggiungerla, sentii vetro rotto sotto le
scarpe.
Il cuore batteva all'impazzata. Che succedeva? Mi sentivo quasi soffocare, perch non mi
veniva in mente alcuna spiegazione razionale. Il buonsenso mi suggeriva che non si
trattava di magia o di un evento soprannaturale, ma per un attimo non potei fare a meno
di concepire quest'idea. Proprio allora, nel buio, qualcosa mi sfior il polpaccio,
gettandomi nel panico. Reagii saltando sul posto, ricaddi, e mi precipitai fuori dalla porta.
Non ricordo di aver attraversato il corridoio, ma una volta sul balcone, sempre nel buio,
scavalcai la ringhiera e mi sporsi per raggiungere l'albero. Come ho detto, distava circa un
metro. Mi aggrappai con entrambe le mani, e l'albero raddrizzandosi si stacc dal balcone
trascinandomi via. I piedi erano ancora agganciati alla balaustra. Per un attimo mi
trasformai in un ponte umano; poi i piedi si liberarono.
Il ramo cui mi tenevo aggrappato si ruppe con un forte schiocco. Precipitai tra i rami che si
schiantarono, mi ghermirono e mi graffiarono, prima di atterrare sulla schiena.
Nell'impatto a terra i miei polmoni si svuotarono di tutta l'aria che contenevano. Pensai
che ero l l per morire. Non riuscivo a respirare, tirai le gambe verso di me e mi rotolai su
un fianco per rimettermi in piedi. Volevo scappare lontano dall'enorme casa. Avevo la

testa vuota. Correvo come un automa in preda al panico.


Quando il primo esile respiro mi irruppe in gola, mi trascinai zoppicando per l'area di
parcheggio verso gli arbusti. In quel punto si apriva un'ampia distesa di verde, un mezzo
ettaro di terreno in gran parte incolto, che conoscevo come le mie tasche. Affondai nella
barriera di arbusti proteggendomi il viso con le mani. Mi aprii un varco tra i rami che mi
laceravano i vestiti e la faccia.
Piegai a destra, dietro il garage, e caddi al suolo ai piedi di un olmo gigantesco i cui rami
coprivano la terra. Come fanno i ragazzi, vi avevamo sistemato una scatola di cartone
appiattita.
Lo sfinimento aveva trasformato la mia paura. Era una paura tremenda. Ero certo che i
fantasmi non esistevano. (Anni dopo, mentre raccontavo questa storia, qualcuno disse: Scommetto che era la coda di un gatto che ti strusciava contro la gamba -. Forse aveva
ragione. Mistress Bosco aveva un micio nero che girava per la casa e si strusciava contro le
gambe. Cos'altro poteva essere stato?) Passai la notte nello spiazzo sotto l'albero, tremando
dal freddo, e appisolandomi soltanto per qualche minuto.
Alle prime luci del giorno mi ritrovai con il corpo tutto indolenzito. La schiena mi faceva
un male cane, e presto vi sarebbe comparso un livido bluastro, il pi grosso che abbia mai
visto in vita mia.
Mi assopii per un poco, ma fui risvegliato dal rumore metallico dei bidoni della
spazzatura. Mister Hawkins li stava issando sul cassone di un camioncino. Lavorava nello
spazio accanto al garage, dove erano sistemati i bidoni.
Mister Hawkins! - chiamai.
Interruppe il suo lavoro e scrut dalla mia parte, chiudendo un occhio per mettere a fuoco
l'altro. - Sei tu? - domand. Mi conosceva meglio degli altri ragazzi. Oltre al pugilato mi
aveva insegnato anche ad annodare la cravatta. Un grosso nodo Windsor. Magari non era
ricco, ma il suo giorno libero si vestiva di tutto punto.
Uscii dagli arbusti, ma tenendomi al riparo del garage per non essere visto. - Che succede,
Mister Hawkins?
- Non hai ancora visto Mistress Bosco?
- No.
- Ha telefonato a tuo padre, domenica pomeriggio. E lui le ha detto che saresti stato qui
per le sei di sera. S' preoccupata da morire.
- Che successo? Dove sono tutti gli altri?
- C' stato un incendio nella soffitta, tra sabato notte e domenica presto, prima di giorno.
Guarda l -. Indic il tetto. Com' vero Iddio, c'era uno squarcio di oltre un metro, i cui
bordi erano anneriti e bruciacchiati.
- Colpa dell'impianto elettrico, - precis. - Hanno trasferito i letti laggi, nell'auditorium
della scuola. Lei ha deciso cos, almeno finch non verranno a riprendersi tutti i ragazzi.
In quel momento comparve una Lincoln Continental 1940 marrone rossiccio. Ci oltrepass
proseguendo per il viale circolare e accost davanti al portone d'ingresso della residenza.
L'automobile si ferm, e Mistress Bosco scese il vialetto per salutare la coppia appena
arrivata.

- Sono i genitori di Billy Palmer, - disse Mister Hawkins. - Devo andare a prendere quei
bagagli -. Si sfil i guanti da lavoro e abbandon i bidoni della spazzatura,
incamminandosi verso la casa. Io mi rintanai tra i cespugli.
Alcuni minuti dopo comparvero Mistress Bosco e Mister Hawkins. Puntarono dritti in
direzione del mio nascondiglio. Indietreggiai ancora tra i cespugli, strisciando sul sedere.
Vedendoli avanzare, entrai in fibrillazione. Mi alzai in piedi e mi diedi alla fuga in
direzione opposta. Mister Hawkins mi chiam per nome. Credeva fossi ancora l. Ma io mi
stavo allontanando di gran carriera.
Scavalcai la recinzione di ferro battuto dell'ingresso principale e attraversai di corsa il
largo viale alberato, prima di superare un prato e prendere per una strada privata che
conduceva a un cortile grande come un campo di baseball. Parecchie persone in abito
bianco - anni dopo, quando lessi F. Scott Fitzgerald, avrei ripensato a questa scena giocavano a croquet. Senza smettere di correre, e tenendomi alla larga da loro, li superai.
Un paio di giocatori alzarono lo sguardo; gli altri non si accorsero di nulla.
Era mezzogiorno quando scesi da un grosso tram rosso al Pacific Electric Terminal tra
Sixth e Main Street al centro di Los Angeles. I marciapiedi erano gremiti di gente.
Pullulavano uniformi di tutte le forze armate. C'era una lunga coda di persone in attesa
davanti al Burbank Theatre, il teatro di variet su Main Street. A due isolati di distanza
c'era Broadway, dove ogni blocco di edifici ospitava tantissimi cinema, le scritte luminose
che balenavano nella luce grigia di dicembre. Sarei anche andato a vedere un film, perch i
film mi facevano dimenticare i miei guai per qualche ora, ma quello era un giorno di
scuola e sapevo che gli agenti perlustravano abitualmente le sale dei cinema del centro per
pizzicare i ragazzi che marinavano la scuola.
Su Hill Street, nei pressi di Fifth, c'era il capolinea della metropolitana Pacific Electric. I
tram partivano in direzione degli insediamenti tentacolari a ovest della citt e della San
Fernando Valley, verso nordovest passando per una lunga galleria scavata sul fianco della
collina, e riuscivano a Glendale Boulevard. Salii su un tram diretto a Hollywood, dove mio
padre lavorava dietro le quinte di "Blackouts" di Ken Murray, uno spettacolo di variet
con ballerine di fila e attori comici allestito in un teatro su una strada laterale di
Hollywood Boulevard. Conoscevo bene la zona. Volevo ritrovarmi in un posto dove era
facile orientarmi.
Hollywood Boulevard era nuovo, luccicante, e straripava di gente. Trent'anni prima era un
campo di fagioli. Adesso pullulava di uomini in divisa. Venivano dai campi di
addestramento e dalle basi militari di tutta la California del Sud. Erano attirati da
Hollywood e Vine, e soprattutto da Hollywood Canteen, dove avevano la possibilit di
ballare con Hedy Lamarr o Joan Leslie, o passeggiare per il Boulevard e provare a vedere
se i loro piedi entravano nelle impronte di Douglas Fairbanks o Charlie Chaplin davanti al
Chinese Theater di Grauman. Sid Grauman aveva costruito tre enormi sale di proiezione
per rendere omaggio al cinema. Per primo aveva fatto edificare il Million Dollar Theater
del centro, ma poi aveva capito che la ricchezza della citt si stava spostando a ovest, e cos
aveva fatto costruire altre due sale su Hollywood Boulevard, il Chinese e l'Egyptian.
Quest'ultimo comprendeva un lungo passaggio tra la biglietteria e l'atrio sul quale si
allineavano immagini dell'antico Egitto e gigantesche statue kitsch di Ramesse Secondo e
Nefertiti o altre creature con teste di animale. Quella prima sera da fuggitivo, andai allo
Hawaiian, un cinema lussuoso pi lontano, in direzione est sul Boulevard, che aveva in
programma la prima versione di "La mummia", con Boris Karloff, e il nuovo seguito, "Il

ritorno della mummia". Per qualche ora fug le mie ansie.


Quando uscii dal cinema, si era levato un vento freddo. Non pioveva, ma il marciapiede e
la strada erano immersi nel buio che era calato mentre ero all'interno. Svoltai su Gower. Le
Hollywood Hills iniziavano un isolato a nord del cinema. Oltre Franklin Avenue c'era
Whitley Heights. Era la vecchia Hollywood e si aveva l'impressione di trovarsi in una
zona di Napoli o a Capri. Un tempo era stata abbastanza elegante per incontrare i gusti di
Gloria Swanson, Ben Turpin e Ramon Novarro. Negli anni della guerra doveva essere
ancora bella, bench da allora avesse perso prestigio e attrattiva, poich le strade intorno a
Hollywood erano state invase dalla povert e dalle ancelle della povert: delinquenza,
droga e prostituzione.
Cominci a piovere. Provai a cercarmi un riparo. Avrei potuto proteggermi dalla pioggia,
ma non dal vento. Era tempo di raggiungere il posto di lavoro di mio padre.
M'incamminai per Franklin Avenue e svoltai per Ivar. L'insegna luminosa era stata spenta
e la biglietteria era chiusa. Ad ogni modo non era l che dovevo andare. Proseguii per il
viale accanto all'edificio verso l'ingresso riservato agli attori. Non conoscevo il vecchio
sulla porta, ma lui conosceva mio padre e si ricordava di me da una visita precedente. Lavoravamo in centro, al Mayan. Lo spettacolo era "Abie's Irish Rose" o forse "Song of
Norway".
Mi ricordavo di "Abie's Irish Rose" al Mayan, ma non del vecchio. Era irrilevante; mi fece
cenno di entrare. Rifiutai scuotendo la testa.
- Quando finisce?
- Dieci e cinquantadue tra circa mezz'ora.
- Torno pi tardi.
- Ecco tuo padre. Ehi, Ed!
Mio padre, con indosso la tuta bianca dei macchinisti teatrali, stava attraversando il
retroscena. Gir la testa, e non appena mi vide la sua espressione s'indur. Mentre veniva
verso di me, i muscoli della mascella gli pulsavano. Avevo voglia di fare dietro front e
correre via. Ero sicuro che la sua rabbia non sarebbe esplosa l per l, ma conoscevo bene il
furore della sua esasperazione. Non era mai feroce, ma la frustrazione talvolta lo mandava
fuori di s. Mi guard. - Ci risiamo. Come una palla al piede, - disse.
Che cosa voleva dire? Palla al piede? Non avevo mai sentito quell'espressione e non avevo
idea di cosa significasse. Eppure la tensione della situazione me la impresse nella
memoria, cosicch anni dopo mi ricordai di questo momento ogni volta che sentii
pronunciare quelle parole.
Mio padre estrasse le chiavi dalla tasca. - Vai ad aspettarmi in macchina, - intim. -
parcheggiata dietro l'angolo su Franklin.
Presi le chiavi e uscii. Fu facile ritrovare l'automobile, una Plymouth del '37 con la prima
nave aerodinamica come ornamento del cofano. Il bianco della carrozzeria dava
nell'occhio in un'epoca in cui i colori scuri, specie il nero di Henry Ford, erano ancora
dominanti. Sul parabrezza c'era la decalcomania di una A, che stava a significare che
l'automobile poteva usufruire della razione di base di quattro galloni di benzina alla
settimana. I tagliandi della benzina venivano distribuiti e consegnati alle stazioni di
servizio. Il furto e la rivendita dei tagliandi della benzina divenne il mio primo reato
pecuniario.

Aprii la portiera e salii in automobile ad aspettare, ascoltando la pioggia che picchiava sul
tetto, osservando le gocce rimbalzare sull'asfalto. Era ipnotico, calmante, e probabilmente
mi appisolai. La notte prima, di fatto, non avevo dormito. Chiusi gli occhi in mezzo alle
altre automobili parcheggiate. Quando li riaprii le altre automobili erano sparite, e mio
padre bussava al finestrino.
Aprii la sicura della portiera e scivolai pi in l per fargli posto. Ero guardingo, perch
nonostante fosse benevolo e affettuoso, mio padre un paio di volte aveva perso le staffe e
mi aveva preso a scapaccioni, urlando la sua frustrazione. - Si pu sapere, in nome di Dio,
cos'hai? Non puoi comportarti cos. Prima o poi finirai - L'angoscia gli aveva strozzato le
parole in gola. Sentivo la sua pena. Mai una volta che fosse sconfinata nella violenza fisica,
ma sconvolgerlo a tal punto mi faceva sentire un infame, e puntualmente promettevo di
correggermi.
Stavolta evit di guardarmi mentre si metteva in strada in direzione del Cahuenga Pass.
(La Hollywood Freeway fu costruita soltanto un decennio pi tardi). Mentre guidava
borbottava e scuoteva la testa, reagendo cos al tumulto che aveva in testa. Immaginavo
che ci saremmo diretti all'albergo residence dove abitava, ma lui super l'incrocio e punt
verso le colline. Le nubi si diradavano lasciando filtrare un po' di chiaro di luna. Ben
presto ci ritrovammo sulla cima sovrastante Lake Hollywood, che in realt era un bacino
idrico. La vista dominava la parte occidentale della City of Angels, una distesa irregolare
di luci scintillanti inframezzata da pezzature di buio. Nel giro dei dieci anni successivi le
luci avrebbero riempito tutto il bacino di L. A. fino al mare penetrando nel deserto in
direzione opposta.
Mio padre spense il motore e trasse un sospiro lungo e angoscioso. Poi s'incurv, come
cedendo sotto un peso. - Che far adesso? Mistress Bosco l'hanno fatta chiudere. Non
aveva l'autorizzazione per quei due spostati che teneva al piano di sopra.
Mistress Bosco aveva ospitato nel convitto due ragazzi o giovani psicopatici conclamati.
Senza dubbio era stata pagata profumatamente per tenerli al riparo da occhi indiscreti.
Uno, ricordo, era mingherlino e lentigginoso. L'altro si chiamava Max. Aveva folti capelli
neri e un'abbondante peluria nera in faccia. Pareva che avesse la barba, ma in realt
lasciava passare un mese e pi senza radersi. Max di solito scendeva per scaricare la
giardinetta quando Mistress Bosco tornava dalla spesa con le provviste. Era forte. Aveva
un'ossessione: lacerarsi i vestiti. Gli ricadevano a brandelli sul tronco e a strisce sulle
gambe. Avrebbe fatto a pezzi un paio di Levi's nuovi, se l'avessero provocato. Bastava
fissarlo e dirgli Max un discolo! Max un discolo!, e quello attaccava a stracciarsi i
vestiti con tutta la furia di cui era capace.
Mistress Bosco non aveva l'autorizzazione per quei due. E l'incendio aveva svelato la loro
presenza alle autorit. Anche se fosse riuscita a mettere insieme i soldi per riparare il tetto,
c'era comunque l'ordine di chiusura. Era l'unico posto in cui ero riuscito a trovarmi bene,
per quanto fossi rimasto un emarginato.
A mio padre avrei voluto dire Fammi restare con te, ma quelle parole le ricacciai in gola.
Ci che volevo era impossibile, e finivo per farlo arrabbiare ogni volta che sollevavo la
questione. Regolarmente rispondeva che di sera doveva lavorare, che non c'era nessuno a
guardarmi, e che ero troppo piccolo per badare a me stesso.
Si gir verso di me, puntandomi gli occhi addosso. - Sei pazzo?
- Credo di no.

- Certo per che qualche volta ti comporti da pazzo. Pensavo che tutto andasse benone da
Mistress Bosco
- Va benone, pap.
- No, non vero no, quando scopro che passi le notti andando a zonzo per la citt. Hai
nove anni, per Dio!
- Mi spiace, pap -. Era vero; il mio dolore per il suo tormento era penoso.
- Dici cos, ma va sempre peggio Qualche volta sarei tentato di andare in garage e
accendere il motore della macchina con la porta chiusa.
Capivo ci che intendeva dire, e da qualche parte dentro di me, non saprei dire quale,
scatur il precetto cattolico: - Se lo farai, andrai all'inferno
Anche in preda alla disperazione, mio padre ribatt tronfio e sprezzante: - No, non ci
andr. Non c' nessun inferno e neanche il paradiso. La vita qui. La ricompensa qui.
Il dolore qui. Non so gran che ma di quel poco che so sono sicuro -. Dopo una pausa,
aggiunse: - Te ne ricorderai, promesso? Mi teneva per il braccio, senza staccarmi gli occhi
di dosso.
Annuii. - Promesso, pap.
L'ho ricordato, e sebbene abbia cercato ovunque una smentita, i fatti della vita confermano
l'amara verit di quella sua dichiarazione. L'unico modo per confutarla superare il caos
della realt con il grande salto della fede. E io non ne sono capace. Qualsiasi altra cosa
abbia fatto, apertamente e ripetutamente senza mai cercare scuse e giustificazioni,
violando ogni regola che si frapponeva tra me e l'oggetto dei miei desideri, qualunque
fosse, ho cercato di separare qualche grano di verit dalle tonnellate di stronzate. La verit
il distillato del significato dei fatti, poich ogni verit confutata da un fatto pura
illusione.
Sono un apostolo di Francis Bacon, il messia dell'oggettivit scientifica, che conduce
inesorabilmente all'umanesimo laico e al relativismo, e rigetta ogni idea di genuflettersi
per adorare un totem o un altro, sia esso una croce, un vitello d'oro, un palo totemico, o un
dio africano della fertilit dal fallo gigantesco.

CAPITOLO SECONDO.
CRESCIUTO DALLO STATO DELLA CALIFORNIA.

Eva Schwartz, nata Bunker, era tutta la famiglia di mio padre. Due anni pi grande del
fratello, si era sposata con Charles Shwartz che, contrariamente al nome, non era ebreo.
Era stato proprietario di una piccola sala cinematografica a Toledo, accanto a Lake Erie,
dove nel Settecento si erano insediati i miei antenati mercanti di pellicce. Bunker la
forma anglicizzata del nome di origine francese "Bon Couer, Buon Cuore. Senza figli, zia
Eva aveva cresciuto la figlia di un cugino. Alla morte del marito si era trasferita a ovest per
prendersi cura del figlio del fratello.
Per la prima volta in vita mia, da quel che potevo ricordare, avevo una casa. Era un villino
a un solo piano che avevano preso in affitto a Atwater Village, tra Glendale e il L. A. River.
Avevo un cagnetta, una bastarda col pelo di tre colori, e una fidanzata, una biondina di
nome Dorothy che abitava alla porta accanto. Io le mostrai le mie parti intime, e lei mi
mostr le sue. Il padre era proprietario di una sala da cocktail in Fletcher Drive, nei pressi

della gigantesca panetteria Van de Kamp. La cagnetta, che si chiamava Babe, era il mio
migliore amico e fedele compagno. Nella torrida estate del '43, ogni giorno scarpinavamo
per pi di un chilometro e mezzo sul cemento dell'argine del fiume per poi attraversare
una passerella e raggiungere Griffith Park, dove c'era un'enorme piscina pubblica. Nelle
vicinanze c'erano parecchie scuderie dove era possibile prendere a noleggio un cavallo e
andare in passeggiata per i chilometri di sentieri del parco. In prossimit di Riverside
Drive c'era il grande ristorante di propriet di Victor McLaglen, l'unico attore capace di
vincere un premio Oscar (come migliore attore in "Il traditore") e sfidare sul ring Jack
Dempsey.
All'epoca avevo gi l'abitudine di vagabondare. Ero sempre curioso di vedere cosa c'era al
di l della collina successiva o nella strada dietro l'angolo. A volte puntavo a nord
costeggiando il fiume per raggiungere Burbank, talvolta a sud, lungo i binari della
ferrovia. A Burbank scavalcavo il recinto dell'area posteriore del teatro di posa della
Warner Brothers, e giocavo tra gli scenari permanenti delle lagune e dei villaggi della
giungla. La mia cagnetta mi aspettava sempre fuori del recinto per ore e ore finch io non
tornavo indietro. Altra meta delle nostre esplorazioni era Lockheed, dove aggiravamo
facilmente il perimetro delle postazioni antiaeree. Una volta l'esercito fece bivaccare
parecchie migliaia di soldati in una parte di Griffith Park. File di tende, code di camion
militari verde oliva. Scomparvero magicamente come erano apparsi.
I binari della ferrovia correvano tra le fabbriche, i negozi e Van de Kamp, l'enorme
panetteria industriale. Una fabbrica di terraglie in seguito venne dichiarata a grande
rischio ambientale e recintata con divieto di accesso per anni. Tante di quelle volte
scavalcai quella recinzione cedevole in cerca di qualche avventura dall'altra parte. Giocai
in un cumulo di polvere bianca che poteva essere amianto. A quanto pare non mi ha mai
dato alcun disturbo; ci volle qualche decennio prima che l'amianto venisse dichiarato
pericoloso.
Lungo la strada pi vicina ai binari della ferrovia c'erano delle casette. A quasi due
chilometri da l il binario unico entrava nello scalo merci principale e si diramava in
dozzine di binari. In termini di status sociale, questo quartiere veniva considerato
dall'altra parte del binario e chi vi viveva conduceva uno stile di vita bohmien. L
abitava una ragazzina irlandese maliziosa, vivace e precoce di nome Dorothy, insieme alla
madre, bevitrice e fumatrice accanita. A qualsiasi ora arrivassi, la madre di Dorothy aveva
una sigaretta in bocca e un bicchiere di birra accanto. Per lo meno non beveva dalla
bottiglia. Era ben lungi dalla condotta e dalle pretese austere e calviniste di mia zia. Un
giorno la madre di Dorothy si lament di quanto fosse difficile rifornirsi di benzina per via
del razionamento. A quelle parole mi torn in mente una scatola di sigari piena di
tagliandi di benzina staccati dai blocchetti che avevo notato in una stazione di servizio
Texaco nei pressi del Gateway Theater di San Fernando Road. Il Gateway era il cinema
dove avevo visto "Quarto potere". Il pomeriggio del sabato successivo, tornando a casa, mi
fermai alla stazione di servizio per prendere una Coca. Osservai l'addetto strappare i
tagliandi del razionamento dal blocchetto di un cliente; mi pass davanti e li ripose in una
scatola di sigari su una scrivania dell'ufficio. La madre della ragazzina irlandese avrebbe
pagato un dollaro per ogni tagliando di benzina. Con un dollaro si comprava un
cheesburger, un frapp e un biglietto a un cinema di prima visione del centro. Il sabato
pomeriggio successivo consegnai alla madre di Dorothy pi tagliandi di quanti ne potesse
acquistare. Mi diede dieci dollari, e nei giorni successivi vendette i rimanenti ai suoi amici.
Incassai quaranta dollari, che quanto un macchinista teatrale iscritto al sindacato

guadagnava in una settimana. Fu il mio primo reato di tipo pecuniario coronato dal
successo.
Quello fu un periodo felice della mia vita. Ahim, per mia zia fu deludente. Si rivel
totalmente incapace di tenermi testa. Ero lo scapestrato del quartiere, ma parlavo come un
libro stampato. In rapida successione fui beccato a rubare nei magazzini Woolworth della
zona, sorpreso nell'atto di lanciare un sasso contro una finestra (per far colpo su Dorothy,
e anche se scappammo via, quelli presero il mio cane e risalirono a me tramite il collare), e
infine beccato da un addetto della stazione di servizio con la mano nella scatola di sigari
dei tagliandi di razionamento della benzina. Fui preso a sculacciate e spedito a letto;
promisi a mio padre e a Dio che avrei cambiato strada e sarei diventato un bravo ragazzo.
Ero sincero.
Naturalmente ogni volta mi veniva di agire diversamente, oppure dimenticavo la mia
promessa il giorno dopo. Tutte le mattine mi svegliavo in un mondo nuovo. Finita l'estate,
per la prima volta andai alla scuola pubblica, la scuola elementare di Atwater Avenue.
Poich non avevo pagelle ed ero passato per tre scuole militari e sei o sette collegi in
cinque anni, mi fecero sostenere un esame di verifica. Nonostante la mia infanzia caotica,
risultai due anni interi pi avanti del gruppo dei miei coetanei in lettura, anche se ero
sotto la media in matematica. Oggi, cinquant'anni dopo, non ne so niente di pi di quanto
ne sapessi allora, di matematica. Immagino che la mia carenza in matematica sia dovuta al
fatto che vada insegnata in una sequenza sistematica: ogni lezione getta le basi per la
successiva. La mia vita di scolaro nomade non aveva certo favorito questa condizione
ideale di apprendimento.
Il direttore dimezz la differenza e mi inser due semestri pi avanti della mia classe di
et. Sarei passato alla scuola media il semestre successivo, un paio di settimane dopo il
mio undicesimo compleanno.
A un mese dall'inizio della scuola, per, la zia e mio padre mi fecero sedere e mi
comunicarono solennemente che la casa in cui vivevamo in affitto era stata messa in
vendita. Dovevamo traslocare, ma per via della guerra non riuscivano a trovare nulla.
Sarei dovuto andare in un altro istituto o un'altra scuola militare. Ero sconvolto, ma
acconsentii ad andare a patto che mio padre mi promettesse di ritirarmi dall'istituto in
caso mi fossi trovato male. La mia avversione per la scuola prescelta era una certezza, e la
mia decisione era chiara ancor prima che mio padre mi depositasse alla Southern
California Military Academy di Signal Hill, a Long Beach. Il regolamento proibiva le visite
per il primo mese. Il comandante voleva che i nuovi arrivati superassero la nostalgia della
famiglia prima di tornare a casa per i fine settimana.
Mio padre mi promise che sarebbe venuto a trovarmi allo scadere del mese. Contavo i
giorni.
Il fatidico venerd trascorse senza che mio padre si facesse vivo. Al secondo appello i
ranghi erano ridotti perch la maggioranza dei ragazzi tornava a casa per il fine settimana.
Anzich dirigermi nel refettorio dei cadetti, uscii per la porta di servizio del dormitorio e
scavalcai il recinto sul retro dell'edificio. Era il richiamo dell'avventura, di nuove
esperienze e, pi importante di tutto, della libert. La mia fuga avrebbe inoltre punito mio
padre, che mi aveva mentito. Mi aveva fatto la promessa di venire dando la sua parola
d'onore, e non l'aveva mantenuta.
A Long Beach saltai su un tram rosso diretto al centro di Los Angeles. Il tragitto dur pi o
meno quaranta di minuti. Avevo in mente di prendere un tram giallo n. 5 o un W per

raggiungere il quartiere di Lincoln Heights, dove era andata a vivere mia zia, in un piccolo
appartamento in una palazzina quadrifamiliare. Il centro, per, scintillava delle scritte
luminose dei cinema. Mi fermai per vedere un film tratto da "Dieci piccoli indiani", il libro
di Agatha Christie, con interpreti d'eccezione, tra cui Barry Fitzgerald nella parte
dell'assassino. Era riuscito a fregare anche me, simulando la sua morte per stornare i
sospetti dalla sua persona.
Quando uscii dal cinema era tardi. Il vecchio tram giallo era quasi vuoto. I pochi
passeggeri si erano sistemati nella parte centrale con i vetri ai finestrini. Io preferivo
mettermi in fondo, dove i finestrini erano aperti. Mi piaceva l'aria fresca. Mi rinvigoriva, e
anche adesso mi fa lo stesso effetto.
Da zia Eva le luci erano accese, e l'automobile di mio padre era parcheggiata davanti a
casa. Ci passai a fianco e proseguii diritto. Poich avevo indosso l'uniforme della scuola
militare e i miei vestiti normali erano nell'appartamento di mia zia, decisi di tornare
l'indomani quando lei era al lavoro.
A parecchi isolati di distanza, vicino a un ponte ferroviario che attraversava la Arroyo
Seco Parkway (oggi Pasadena Freeway), c'era la Lavanderia Industriale Welch. Presi una
bracciata di lenzuola e tute di scarto strappate che erano state gettate in un bidone accanto
alla piattaforma di carico e li portai in un deposito di rottamazione dove si arrugginivano
le macchine in disuso. Su un lato trovai un'enorme macchina centrifuga, e dopo aver
cacciato gli stracci all'interno, mi arrampicai e mi ci infilai dentro. Lo spazio era piccolo, e
se provavo a stendermi non riuscivo ad allungare del tutto le gambe. Per lo meno mi sarei
riparato dal gelido vento notturno. Qualche ora dopo sentii la terra che ronzava, un suono
che via via si trasformava in un terrificante crescendo di vibrazioni. Stava arrivando un
treno, e avevo l'impressione che passasse sopra il mio nascondiglio, il guizzo accecante dei
fari che penetravano in ogni fessura. Pass a circa sei metri da me.
Quando il sole mattutino intiepid la terra, saltai fuori dal mio nascondiglio. Ero tutto
indolenzito. Dopo una notte trascorsa per strada, la mia uniforme cachi con la striscia sulla
gamba era ormai abbastanza sporca, e la gente si voltava a guardarmi.
M'incamminai verso un Thrifty Drug Store, con l'idea di fare colazione al bancone,
provvisto di un distributore d'acqua. Nei pressi dell'ingresso vidi un chiosco di giornali. I
quotidiani erano listati a lutto e titolavano a lettere cubitali: ROOSEVELT MORTO.
La notizia mi fece restare di sasso. Roosevelt era presidente da quando ero nato. Aveva
salvato l'America durante la depressione. - Ha salvato il capitalismo da se stesso, - aveva
detto una volta mio padre, e per quanto all'epoca non riuscissi a capire cosa volesse dire,
ero rimasto impressionato dall'impresa grandiosa di Roosevelt. Era comandante in capo
delle forze armate nella guerra che era ancora in corso, anche se gli eserciti alleati ormai
avanzavano in Germania. La sua voce era nota per i suoi Discorsi del caminetto. La
signora Roosevelt era la madre dell'America, e Fala, per quanto fosse di puro sangue
scozzese, era il cane dell'America. Avevo le lacrime agli occhi. Mi pass la voglia di far
colazione.
Un'ora dopo suonai alla porta di zia Eva per essere sicuro che non fosse in casa.
Poi feci il giro della palazzina fino a una porta che dava in un vano destinato al bidone
della spazzatura. Dietro il bidone, un'altra porta conduceva in cucina. Doveva passare
ancora qualche decennio prima che si diffondessero le sbarre alla finestre delle case dei
poveri e i sistemi di allarme in quelle dei ricchi.

Aprii la porta esterna, spalancai la porta interna e mi infilai all'interno. Chiamai ad alta
voce - Zia Eva! - caso mai non fosse ancora uscita. Nessuna risposta. Allora mi misi
all'opera.
La scatola con i miei vestiti era in un armadio. Conteneva un paio di Levi's e una camicia.
Cominciai a riempire la vasca da bagno. Mentre l'acqua scorreva, tornai in cucina per
trovare qualcosa da mangiare. Il frigorifero offriva un litro di latte e una pagnotta. Andai
fino al tostapane appoggiato sul piano di lavoro accanto al lavandino. Dalla finestra
guardai fuori la casa accanto.
In quel momento un poliziotto attravers velocemente il mio campo visivo e si ripar
dietro un albero.
"Crash"! Il bicchiere mi cadde di mano. Feci il corridoio di volata verso il bagno. Ero in
mutande e maglietta. Mi infilai in fretta e furia i jeans e le scarpe, senza curarmi dei
bottoni e dei lacci.
Sopra la vasca da bagno c'era una finestra. La aprii e spinsi in fuori la zanzariera. Da
un'altezza di quasi quattro metri, la finestrella si affacciava su un passaggio che separava
la palazzina dai garage. Mentre mi arrampicavo sulla finestra, sopraggiunse un poliziotto
che svolt l'angolo sotto di me. Con un salto lo sorvolai, ricadendo sul tetto del garage, e
presi a correre dall'altra parte. Il garage terminava sopra un terrapieno di oltre dodici
metri coperto di cespugli. Saltai gi dal tetto e mi lasciai rotolare fino in fondo tra le
erbacce e i cespugli.
Sopra di me comparve un poliziotto. Mi teneva lo sguardo puntato addosso.
Con un balzo mi rimisi in piedi e scavalcai un recinto vicino all'argine di calcestruzzo di
un canale di scolo delle acque. Il canale diventava un torrente al sopraggiungere delle
piogge, ma quel giorno era un ruscello largo meno di un metro e profondo dieci
centimetri. Sguazzai nel torrente e lo attraversai. Il muro di cemento dall'altra parte aveva
una pendenza molto pi ripida, ed era sovrastato da un recinto che fiancheggiava
l'autostrada. Qualche decina di centimetri sotto il recinto si apriva lo sbocco di un canale
di scolo, quel giorno asciutto. Altre volte, in passato, avevo provato a salire in corsa su per
il muro in pendenza fino al buco dello sbocco, ma non ce l'avevo mai fatta. Quel giorno
per lo scalai come una capra di montagna, scomparendo nel canale di scolo sotto
l'autostrada, in direzione della citt.
Mezz'ora dopo avevo gi percorso pi di tre chilometri, e mi trovavo su Mount
Washington, raggomitolato in una grotta poco profonda. La pioggia aveva iniziato a
oscurare la terra. Mi sentii veramente solo, in quel momento della mia giovane vita.
Pi tardi, quella notte, trovai un pacco di quotidiani dell'indomani fuori dei portoni dei
supermercati di tutto il quartiere. Quando inizi l'andirivieni della mattina, mi appostai
all'angolo tra North Broadway e Daly, a piazzare giornali, un nickel a copia. Venticinque
centesimi bastavano per mangiare e pagarmi un cinema. A notte fonda rifeci la strada fino
alla Lavanderia Industriale Welch e mi accoccolai tra gli stracci accanto al binario. Il terzo
giorno ero cos sudicio che tutti si voltarono a guardarmi quando entrai nel supermercato
dove avevo rubato i giornali per due notti di seguito. La terza notte i giornali non c'erano.
Con i soldi riuscii a comprarmi del latte e una barretta di cioccolato, e parecchie altre cose
le feci scivolare furtivamente nella camicia.
Quando riprese a piovere, salii per il pendio dietro la palazzina in cui abitava mia zia. La
pioggia aveva vuotato la strada. Stavolta nessuno guardava dalla finestra mentre

m'infilavo per la piccola porta che conduceva in cucina. Gridai: - Zia Eva! Zia Eva! Silenzio. L'appartamento era vuoto.
Volevo entrare e riuscire in fretta. Anche stavolta feci correre l'acqua per il bagno e tirai
fuori dei vestiti puliti dalla scatola. Mi sbrigai a fare il bagno, l'acqua diventava grigia per
il sudiciume che avevo dappertutto, dai capelli alle caviglie, sulle mani e sulla faccia.
Indossai gli abiti senza asciugarmi. Una volta vestito, mi sentii un po' pi sicuro, e mi
venne fame.
Trovai del tonno in scatola in un piatto, e misi a tostare due fette di pane per prepararmi
un sandwich. Mentre lo mangiavo, mi feci un giro per la casa per vedere se mia zia avesse
lasciato qualche spicciolo in giro. Nella sua camera da letto notai delle buste sulla toeletta.
Alcune erano bollette; su una c'era l'intestazione della Societ per la Protezione degli
Animali. Era stata aperta. Estrassi la lettera. Era una ricevuta: la mia cagnetta era stata
soppressa. Quando mi resi conto di ci che avevano fatto, credo che mi misi a urlare. Mi
sono successe tante cose in vita mia, ma penso che questo sia stato il dolore pi terribile
che abbia mai provato. Un dolore che si gonfi dentro di me. Mi sentii soffocare e restai
senza fiato; avevo l'impressione di un peso schiacciante sul petto.
Vacillai e sfogai in un pianto convulso il mio tormento estremo e assoluto. A ripensarci,
dopo pi di mezzo secolo da allora, mi vengono ancora le lacrime agli occhi. Mia zia e mio
padre mi avevano detto che Babe aveva trovato una nuova casa a Pomona. E invece se ne
erano sbarazzati facendola uccidere, perch per loro era un fastidio. Credo che questo fu il
momento preciso in cui il mondo mi perse, perch la sofferenza si tramut presto in
rabbia. Come avevano potuto fare una cosa del genere? Lei li aveva amati e loro l'avevano
ammazzata. Se avessi potuto ucciderli entrambi, l'avrei fatto, e anche se i ricordi di un
bambino sono presto sommersi dal corso delle cose, io non li perdoner mai.
Tre giorni dopo, un venerd mattina, ritornai un'altra volta per fare il bagno, e prendere i
vestiti e il cibo. Stavolta mio padre era l ad aspettarmi nell'oscurit. Blocc la porta per
impedirmi di scappare. Doveva chiamare quelli del Tribunale dei Minori. - Non ti
prender nessun altro. Per Dio, non so che altro fare.
- Perch non mi ammazzi come hai ammazzato il mio cane?
- Cosa?
- Lo sai bene. Ti odio! Sono contento di averti fatto venire i capelli bianchi.
Tir fuori un biglietto da visita e cominci a comporre un numero di telefono. Io mi avviai
verso il bagno, con l'intenzione di scappare un'altra volta dalla finestra. Lui ripose il
ricevitore. - Sta' qui e non ti muovere.
- Devo andare al bagno.
Forse intuendo il mio piano, mise gi il telefono e mi accompagn. Mentre ero al
gabinetto, notai un grosso flacone di Listerine sulla mensola di fronte. Lo afferrai, lo feci
volteggiare, e lo scagliai contro la testa di mio padre. Riusc a schivarla. La bottiglia intacc
l'intonaco della parete.
Venti minuti dopo sopraggiunsero due ispettori di polizia inviati dal Tribunale dei Minori
e mi portarono via. In serata mi ritrovai internato nel carcere minorile di Henry Street,
all'ombra dell'ospedale. Finirono l'iter burocratico della pratica di ingresso che era passata
l'ora dello spegnimento delle luci. Un funzionario di colore allampanato dall'andatura
dinoccolata mi fece strada tra le porte chiuse a chiave e per un lungo corridoio fino

all'Accettazione. Il pavimento del corridoio era lucidato a cera. In fondo al corridoio, che
era tagliato a T da un altro corridoio, c'era un funzionario seduto a una scrivania
illuminata soltanto da una piccola lampada. Il funzionario di colore porse i miei
documenti all'uomo seduto alla scrivania. Lui li esamin, mi diede un'occhiata, poi prese
la sua torcia elettrica e mi condusse per un altro corridoio fino a una doppia porta che si
apriva su un dormitorio di dieci letti. Us la torcia per illuminare la brandina vuota che mi
era stata assegnata.
Le lenzuola pulite erano lisce e fresche. Nonostante la stanchezza, stentai a prendere
sonno. I riflettori all'esterno illuminavano le maglie della grossa rete alle finestre. Ero in
gabbia per la prima volta. Quando alla fine il sonno ebbe il sopravvento, piansi, in sogno,
per il mio cane e per me stesso.
Mi risvegliai tra ragazzi in un mondo che in qualche modo faceva venire in mente "Flies"
di John Barth. Ragazzi che venivano da Jordan Downs, Aliso Village, Ramona Gardens e
altri quartieri di case popolari. Alcuni provenivano dalle squallide strade di Watts, Santa
Barbara Avenue, East Los Angeles, Hicks Camp e altre zone dell'infinita espansione
urbana di Los Angeles. Per lo pi venivano da famiglie senza un padre in casa, le
famiglie spezzate, come le chiamavano all'epoca. Se in casa un uomo c'era, il suo lavoro
probabilmente consisteva nell'andare a comprare l'eroina coi soldi che la madre metteva
insieme vendendo il suo corpo. Se si fosse mossa lei per concludere l'acquisto, poteva
aspettarsi che le vendessero lattosio al posto dell'eroina oppure, se gli spacciatori non
l'avevano, che l'alleggerissero dei suoi soldi e poi, per soprammercato, le tagliassero la
gola. Era un rapporto "quid pro quo" tra due tossici. Per loro andava bene, ma non era
certo la condizione ideale per tirare su un tredicenne che aveva gi il corpo segnato dai
tatuaggi blu e i valori dei "vatos loco", un misto di testosterone giovanile, machismo
distorto e culto dell'eroe per un fratello pi grande gi caduto nella "pinta".
Fino a quel momento, qualunque fosse stata la natura dei miei problemi, avevo sempre
goduto dei privilegi del bambino borghese. Adesso nuotavo nell'elemento pi sordido
della nostra societ: il sistema giudiziario della delinquenza minorile. Da quel momento
sarei stato affidato alle cure del servizio pubblico, allevato dallo Stato. I suoi valori
sarebbero diventati i miei valori, soprattutto il valore che la ragione del pi forte, un
codice che ammette l'omicidio ma proibisce la delazione. Dapprima quel mondo mi tratt
come un intruso, il bambino bianco precoce e istruito con la sua grammatica impeccabile.
Fui tormentato e restai vittima dei soprusi dei bulli, ma la cosa dur poco, perch reagii
battendomi, anche se ero pi lento e meno robusto. Arrivai a colpire con un mattone un
ragazzo nerboruto, prendendolo di sorpresa mentre dormiva, o a ferirlo all'occhio con una
forchetta nel refettorio. La mia grammatica perfetta e il mio parlare forbito ben presto si
tramutarono nell'idioma dei diseredati. Per un periodo, all'et di quattordici anni, il mio
inglese assunse un marcato accento messicano. Avevo una certa affinit con i messicani, o
meglio, con i chicanos, e il loro stoico fatalismo. Anzich i jeans Levi's, che erano "de
rigueur" tra i ragazzi bianchi delle periferie, io preferivo vestirmi secondo lo stile chicano:
mimetica dei marine, taglia extra large, con enormi tasche sborsate sui fianchi. Spesso tinta
di nero, veniva portata scesa sui fianchi e arrotolata alle caviglie. In questo modo le gambe
apparivano molto corte e il tronco esageratamente lungo. Avevo un taglio con una specie
di codino, i capelli tirati e appiattiti ai lati del viso, cos intrisi di brillantina "Three
Flowers" che quando li pettinavo colavano gocce dense di grasso. Siccome la brillantina
non era permessa in riformatorio, rubavamo la margarina. Puzzava di rancido, ma era
ottima per tenere a posto il taglio di capelli.

Non mi negai nulla. Indossavo scarpe con la suola spessa, salvatacchi a ferro di cavallo e
altri rinforzi sui lati e sulle punte. Correre era difficile, ma pestare qualcuno a suon di calci
era una passeggiata. I miei pantaloni erano semi, il che voleva dire moderatamente
sborsati rispetto allo stile "zootsuit". Lo "zootsuit" regolare prevedeva pantaloni molto
ampi sulla gamba con risvolti stretti, indossati con una giacca lunga al ginocchio, ma erano
gi passati di moda prima che io cominciassi a interessarmi di moda. La musica che
preferivo non figurava nella hitparade. Non erano certo Perry Como o Dinah Shore a
darmi il palpito, ma la musica e i ritmi funk che risuonavano in Central Avenue e a Watts:
Lonnie Johnson, Bull Mose Jackson, Dinah Washington, Billy Eckstine, Ella, Sarah e Billie,
Illinois Jacquet e Big J. McNeeley al sax, con "Bird" come l'icona di chiunque si voleva al
passo coi tempi.
Nei quattro anni successivi al mio ingresso nel carcere minorile, attraversai velocemente e
inesorabilmente il sistema giudiziario della delinquenza giovanile. Per otto volte tornai nel
carcere minorile, e per due volte fui ricoverato all'ospedale di Stato sotto osservazione.
Parlavo da persona sana, ma il mio comportamento era quello di un malato di mente. I
medici dell'ospedale erano perplessi sul mio caso. Ero scappato un sei, sette volte, vivendo
per le strade la vita del fuggitivo. Ero capace di far partire un'automobile senza la chiave
in meno di un minuto. Una volta, dopo essere fuggito dalla Fred C. Nelles School for Boys
di Whittier, rubai un'automobile. A met strada sulla via di Los Angeles, mi fermai per
urinare dietro un cartello della Pacific Outdoor. Quando mi rimisi in marcia, mi dimenticai
di accendere i fari. A San Gabriel un'automobile della polizia parcheggiata su un angolo
mi lampeggi. Sapevo che non era un'intimazione ad accostarmi, ma non avevo idea di
che significasse. I poliziotti si misero al mio inseguimento. Io li osservavo dallo specchietto
retrovisore. Quando le luci rosse iniziarono a lampeggiare, schiacciai l'acceleratore.
Durante l'inseguimento, esplosero un paio di colpi. Sentii le grosse pallottole colpire
l'automobile. Una travers l'abitacolo da parte a parte, trasformando il vetro del
parabrezza in una tela di ragno. Mi abbassai per schivare i colpi, la testa sotto il cruscotto.
Aprii la portiera della parte del guidatore, seguendo la linea bianca al centro della strada,
sicuro che quelli che mi precedevano, vedendo le luci lampeggianti e sentendo l'urlo della
sirena, si sarebbero fatti da parte. Poi guardai al di sopra del cruscotto, per vedere la
strada. Oh, merda! Mi trovavo in prossimit di un incrocio a T. Non avevo scelta, dovevo
svoltare a destra o a sinistra. Schiacciai il pedale del freno e cercai di girare. L'automobile
salt sul bordo del marciapiede finendo sul prato bagnato all'ingresso di una casa.
Avrebbe potuto anche essere ghiacciato, perch l'automobile slitt lateralmente e and a
schiantarsi contro una finestra piombando nel salotto dell'abitazione. Mi ritrovai con le
pistole puntate addosso prima ancora di riuscire a trascinarmi fuori dai rottami dell'auto.
Riportato a Nelles, mi destinarono al padiglione di rigore. Era retto con il pugno duro: la
disciplina in vigore era degna di una caserma dei marine. Il Capo mi prese subito in
antipatia. Una mattina, convinto che stessi battendo la fiacca al lavoro, mi lanci una zolla
di terra colpendomi alla nuca. Con l'urto la zolla si sgretol senza procurarmi ferite, ma
fer il mio ego. Io lo guardai, la rabbia mi si leggeva in faccia. - Non hai gradito, Bunker? mi domand con aria di sfida. Insieme a lui c'erano altri due sorveglianti e tre
capogruppo, ragazzi utilizzati come scagnozzi contro i loro pari.
Io mantenni il mio sangue freddo, ma dentro bollivo di rabbia. Quando rientrammo per il
pranzo (parte della punizione inflitta era servire sempre lo stesso menu, e per sette giorni
su sette, a pranzo, c'era sempre stato lo stufato), il Capo pass accanto al mio tavolo. Lo
chiamai per nome. Si volt e io gli lanciai il piatto dello stufato. I capogruppo mi

saltarono addosso. Poco tempo prima avevo avuto la peggio in una scazzottata proprio
con uno di loro. Contro tre, pi il Capo, non ci fu neppure colluttazione vera e propria. Dal
refettorio mi trascinarono gi per tre rampe di scale e poi per un corridoio fino a una cella
di isolamento sul retro, mollandomi calci e pugni per tutto il tragitto. Una volta che fui
rinchiuso in cella, il Capo mi punt addosso il tubo della pompa antincendio. Le sbarre
smorzarono un po' della forza del getto d'acqua che comunque si abbatt sulle mie gambe,
tanto che persi l'equilibrio e andai a sbattere contro un muro.
Un'ora dopo il Capo torn per godersi lo spettacolo della mia faccia tumefatta e del mio
corpo inzuppato fino al midollo. - Sembri un gatto tutto fradicio, - comment, il labbro
arricciato in un ghigno beffardo. - Almeno per un po' ti passer la voglia di lanciare le cose
per aria.
Poggiato a terra, nascosto dal mio corpo, tenevo un rotolo di carta igienica bagnata con un
mucchio di merda sopra. Quelle parole beffarde risuonavano ancora nell'aria quando
scagliai il rotolo di carta igienica e la merda attraverso le sbarre. Il missile si sfald
spiaccicandosi sui vestiti e sulla faccia del Capo, e sul muro alle sue spalle. Impazz dalla
rabbia, tant' che nessuno volle aprire il cancello.
Quella sera mi prelevarono e mi portarono via dalla porta di servizio, mi caricarono in
automobile e mi spedirono al Pacific Colony State Hospital, vicino Pomona. Il Pacific
Colony era un ospedale specializzato per ritardati mentali, ma accoglieva alcuni casi di
competenza del Tribunale dei Minori, trattenendo i soggetti per un periodo di
osservazione di novanta giorni. Il suo unico reparto di sicurezza era il posto pi brutale
che mi sia mai capitato di conoscere. Anche di quei tempi, se le condizioni bestiali di quel
luogo fossero diventate di dominio pubblico, sarebbe scoppiato uno scandalo. Trascorrevo
gran parte della giornata nella stanza comune, seduto su una delle panche allineate alle tre
pareti del locale. Su ogni panca figuravano quattro nomi scritti su una striscia di nastro
adesivo. Sedevamo l, in silenzio, a braccia conserte. Bastava sussurrare una parola e un
sorvegliante si accostava a passi felpati dietro le panche e con un pugno ti buttava a terra.
Sulla quarta parete della stanza c'erano delle seggiole di vimini imbottite. Quattro erano
sistemate su una pedana, ed erano riservate ai sorveglianti. I loro scagnozzi avevano
diritto di sedersi sulle seggiole al livello del pavimento.
Tanto per divertirsi, i sorveglianti organizzavano dei combattimenti tra i pazienti. Le
controversie venivano regolate in quel modo, oppure erano proprio i sorveglianti a
combinare gli incontri. Il vincitore aveva in premio un pacchetto di sigarette.
Una delle punizioni inflitte pi frequentemente era il traino del blocco. Il blocco era
una piastra di calcestruzzo che pesava una cinquantina di chili. Avvolta in parecchi strati
di vecchie coperte di lana, era munita di due ganci a occhiello cui era assicurata una
cinghia di tela larga e piatta, lunga circa tre metri e mezzo. Sul pavimento piastrellato di
un lungo corridoio laterale era stato cosparso uno spesso strato di paraffina. Il blocco
avvolto di coperte veniva trascinato su e gi per il corridoio per dodici ore al giorno. Un
chicano di La Colonia, a Watts, rest al blocco per trenta giorni per essersi imbottito di
fenobarbital.
La punizione pi brutale era venire appesi per le mani dall'alto dei condotti dell'aerazione.
Il mascalzone che si era meritato la punizione in realt non era sollevato completamente
dal suolo, ma doveva sostenersi sugli alluci, oppure far reggere tutto il peso del corpo
dalle braccia e dai polsi. Dopo dieci minuti era una tortura. Dopo un quarto d'ora, la
vittima di solito urlava. Ma i sorveglianti preferivano il pestaggio vecchio stile. Forse

perch apprezzavano il fatto che col pestaggio potevano fare esercizio fisico. Vista la
situazione, e considerato che mi trovavo l solo per un periodo di osservazione di novanta
giorni, cercai di non dare nell'occhio. Una notte, circa due mesi dopo il mio ingresso in
ospedale, me ne stavo alla finestra guardando gi nel cortile. A un centinaio di metri c'era
un reparto femminile. Un ragazzo di nome PeeWee, alloggiato nella stanza accanto alla
mia, stava strillando fuori della finestra per comunicare con la sua ragazza. Il guardiano
del turno di notte si chiamava Hunter, ma era conosciuto col soprannome di Picchiatore.
Lo ignoravo, purtroppo, ma il Picchiatore si era messo a correre di porta in porta,
sbirciando dallo spioncino per cogliere sul fatto chi osava schiamazzare di notte nel cortile
del manicomio.
Mi allontanai dalla finestra non appena sentii il rumore della porta che veniva aperta alle
mie spalle. Il Picchiatore entr con l'impeto fremente di un tasso. Senza dire una parola, mi
moll due pugni in faccia, i diretti corti di chi abituato a usare le mani per tirare di boxe.
Entrambi mi arrivarono in pieno viso, uno alla bocca, l'altro alla mandibola. Sentii in bocca
il sapore del sangue che sgorgava dal labbro tagliato dai denti, e una fitta di dolore alla
mandibola annunci che si era slogata. Il Picchiatore, dondolandosi sulla punta dei piedi,
le mani alzate, la voce perfida, mi minacci: - Ti insegno io a strillare, moccioso di merda.
Avanz saltellando per colpire ancora. Lo schivai e ricaddi sul letto, chinandomi per
schivare i colpi. Era difficile per lui centrarmi con i pugni, e cos prese a picchiarmi e a
calciarmi sui polpacci e sulle cosce, vomitando improperi rabbiosi. Sapevo che se avessi
reagito mi avrebbe ammazzato di botte.
Riuscivano a farla franca, in quel posto. Avevo visto brutalit tali che non sarebbero mai
accadute in un riformatorio, e neppure in prigione, se per questo, dove vigeva il diritto
di ricorrere al tribunale. Questo era un "ospedale". E noi eravamo i pazienti ricoverati in
cura.
Il Picchiatore, una volta finito il suo lavoro, se ne and. Sentivo l'occhio pesto chiudersi
tanto era gonfio. Durante il pestaggio il letto si era sfatto, e lenzuola e coperte erano tutte
sottosopra. Scostai la branda dal muro e cominciai a rassettare le coperte.
La porta si riapr. Il Picchiatore era di nuovo l, dondolando avanti e indietro sulla punta
dei piedi, una copia perfetta di Jimmy Cagney. Roteava la catena delle chiavi come l'elica
di un aeroplano. Alle sue spalle c'erano un grosso sorvegliante dai capelli rossi e un
paziente che godeva di un trattamento speciale perch svolgeva parte del loro sporco
lavoro. Il Picchiatore si accost al mio letto e ricominci a martellarmi di pugni.
Fino a quel momento avevo soffocato la mia collera. Adesso lo avevo di fronte, faccia a
faccia, gli occhiali luccicanti, il ghigno beffardo. Tese i muscoli per colpire ancora. Stavolta
fui io a colpire per primo. Il mio pugno gli fracass gli occhiali. Il vetro lo tagli sopra un
occhio e sul dorso del naso. Il sangue col sulla sua camicia bianca inamidata con la
farfallina nera al collo. Poich teneva le ginocchia puntate contro il letto, la forza del pugno
lo scaravent a sedere. Cercai di colpirlo ancora.
Il sorvegliante con i capelli rossi sopraggiunse alle mie spalle e, stringendomi un braccio
intorno al collo, mi tir indietro. Io non mollai la presa della camicia del Picchiatore, che si
strapp. Gli restarono addosso soltanto il colletto e la farfallina.
Mentre il rosso mi strangolava da dietro, lo scagnozzo mi sollev da terra per un piede.
Qualcuno balz sul letto e mi salt sullo stomaco. Un altro mi scazzott in faccia per sei o
sette volte. Erano pugni sferrati da un adulto, con tutta la forza.

Dopo che tutti e tre se ne furono andati, facevo fatica a respirare. Mandavo gi solo piccole
boccate d'aria, altrimenti fitte di dolore mi trafiggevano il petto. Il mio occhio destro era
completamente chiuso. Sputavo il sangue che mi usciva dal labbro spaccato.
A mezzanotte, al cambio del turno di vigilanza, la mia porta si apr per la terza volta ed
entrarono i due sorveglianti in servizio. Uno si chiamava Fields, un nome che dopo
cinquant'anni ricordo ancora. Aveva giocato nella squadra di football di una piccola
universit locale. Il fiato gli puzzava di alcol. Il regolamento prescriveva che mi alzassi in
piedi ogni volta che si apriva la porta. Riuscii a farcela. Allora quello mi atterr con un
pugno e seguit a tirarmi calci finch non riuscii a rintanarmi sotto il letto. Lui cerc di
spostare il letto per stanarmi. In preda a quella furia ubriaca, avrebbe seguitato a
massacrami di calci fino ad ammazzarmi, se l'altro sorvegliante alla fine non lo avesse
trattenuto. - Smettila, Fields. Cos lo ammazzerai. solo un bambino.
L'indomani mattina venne da me il medico del reparto, un ometto con un accento
dialettale, e tast la mia faccia gonfia e sfigurata chiocciando come una gallina. Ero
malconcio da fare paura. L'occhio chiuso sporgeva grosso come un uovo. - Non credo
proprio che picchierai un altro sorvegliante, dico bene? - domand. Scrollai il capo, e
pensai: No, se non mi riesce di ammazzarlo.
Fui tenuto segregato in camera mia per tutto il resto del periodo di osservazione. Dopo
avermi dichiarato sano di mente, mi rispedirono al riformatorio.
Tre settimane pi tardi, dopo il mio ritorno in riformatorio, scappai con un ragazzo nero
di nome Watkins, originario di Watts. Andammo a stare con sua madre e sua sorella tra
Hundredand-third e Avalon. Il padre era in marina. La famiglia viveva in un piccolo
bungalow di legno giallo con un pollaio in cortile. Gli agenti mandati dall'autorit
giudiziaria minorile arrivarono di notte, con l'intenzione di sorprenderci nel sonno. Noi
l'avevamo previsto, e dormivamo in un casotto tra i binari della ferrovia e le Simon
Rodia's Watts Towers. Quei grattacieli mi ricordavano vagamente le fotografie che avevo
visto di Angkor Wat in Cambogia. Se si saliva sul tram rosso che si fermava alla stazione
di Watts, si vedevano sempre quei grattacieli svettare contro il cielo. Dopo aver trascorso
un paio di mesi di vita vagabondando per le strade, Watkins fu catturato. Io scappai e
trascorsi parecchi mesi nel barrio di Temple. Dormivo in un cortile, dentro una vecchia
automobile Cord sistemata su dei blocchi di cemento, e andavo in giro con i "vatos loco".
Fui catturato per colpa del mio primo amore, una ragazza italiana. L'avevo conosciuta
tramite suo fratello, che avevo incontrato al carcere minorile. Sua sorellina confess ai
genitori che io dormivo nel casotto sul retro. I genitori chiamarono la polizia, che arriv
una mattina di buon'ora. Mi svegliai con una pistola puntata in faccia.
Anzich essere rispedito al riformatorio di Whittier, fui mandato alla Preston School of
Industry, non lontano da Stockton, nella California del Nord. Era un istituto destinato a
ragazzi di sedici, diciassette anni; alcuni internati erano diciottenni. Io avevo appena
compiuto quattordici anni.
Non appena arrivai alla Preston School of Industry, fui chiamato da parte e ammonito
come sempre: - Bene, Bunker, prova a combinare una sola delle tue solite bravate qui, e te
ne faremo pentire amaramente. Questo non un posto per mocciosi. Sappiamo trattare i
teppistelli come te.
Dopo quattordici mesi venni rilasciato e rimesso in libert. Avevano provato ad applicare
la disciplina del carcere minorile e di Whittier, pi qualche altra trovata, tipo spararmi del

gas lacrimogeno in faccia e, una volta, imprigionarmi in una camicia di forza per
ventiquattrore. Bisogna riconoscere che non arrivarono a commettere le brutalit che mi
avevano inflitto all'ospedale di Stato. Avessero usato gli stessi metodi, avrei finito per
uccidere qualcuno o suicidarmi.
Preston adottava una pratica tuttora in vigore dopo cinquant'anni. I ragazzi nerboruti e
maneschi venivano nominati ufficiali dei cadetti. Godevano privilegi speciali e fiducia
concessa sulla parola, e in cambio dovevano dispensare pugni e calci per mantenere
l'ordine con la forza e la paura. Ogni compagnia ne contava tre, uno bianco, uno nero, e un
chicano. Dovevano essere al tempo stesso duri e flessibili. Uno degli ufficiali era Eddi
Machen, che qualche anno dopo sarebbe diventato un pugile peso massimo e arriv a
gareggiare nella categoria superiore. Uno qualsiasi di loro, da solo, poteva mettermi fuori
combattimento. Dopo essere stato preso a calci da uno degli ufficiali dei cadetti perch ero
fuori passo mentre marciavamo verso il refettorio, aspettai il momento che si fu messo a
sedere per mangiare; poi gli arrivai alle spalle e lo colpii all'occhio con una forchetta. Lo
trasportarono d'urgenza a Sacramento, dove riuscirono a salvargli l'occhio, ma la sua vista
non fu pi la stessa. Fui assegnato permanentemente alla Compagnia G, una unit con un
blocco di celle su tre livelli. Era buio e tetro, una copia carbone di una sezione carceraria.
Per sei mattine la settimana mangiavamo in cella, poi marciavamo all'aperto con picconi e
pale in spalla. Ripulivamo i fossati di irrigazione dalle erbacce, oppure spalavamo la
merda dei maiali, il cui fetore il peggiore sulla faccia della terra. Qualche volta
gettavamo il cemento per l'impianto delle nuove porcilaie. A mezzogiorno rientravamo,
pranzavamo nel nostro piccolo refettorio, facevamo la doccia e poi tornavamo in cella,
dove restavamo fino al mattino seguente. La maggioranza dei miei compagni soffriva e
smaniava per tutto quel tempo in cui dovevamo restare reclusi in cella, ma io preferivo di
gran lunga la cella, perch cos, almeno, potevo leggere. Un benefattore anonimo aveva
donato alla Preston la sua biblioteca personale costituita da parecchie centinaia di libri. In
maggioranza i volumi dovevano essere stati acquistati dal Book of the Month Club, ma
molti il benefattore li aveva ricevuti in regalo, cos almeno indicavano le dediche sui
frontespizi. Dopo aver tolto le copertine rigide, li avevano sistemati alla rinfusa in uno
stanzino. Facevamo la doccia in tre alla volta, ed allora che potevamo rimediare due o tre
libri. Il Capo accendeva la luce dello stanzino e ci lasciava rovistare tra i libri finch non
avevamo tutti finito di fare la doccia. Io ero sempre il primo a uscire dall'acqua e ad
asciugarmi, cos da avere quel paio di minuti in pi per trovare il libro che mi piaceva pi
di altri. Non avevo capacit di giudizio critico. Un libro era un libro, una varco possibile
verso luoghi lontani e meravigliose avventure. Avevo manifestato una preferenza precoce
per il romanzo storico, che aveva avuto molto successo negli anni quaranta. Cercai per
autori, e presto riconobbi alcuni dei nomi degli scrittori pi venduti, come Frank Yerby,
Rafael Sabatini, Thomas Costain, Taylor Caldwell e Mika Waltari. Ricordo ancora Per chi
suona la campana di Hemingway, Ragazzo negro di Richard Wright e un unico volume
con parecchi racconti di Jack London, "Il lupo di mare", "Il richiamo della foresta" e "Il
tallone di ferro". Un romanzo era scritto in forma autobiografica e parlava di una
rivoluzione in America. Per parecchi capitoli pensai che stavo leggendo una storia vera,
ma quando raccont di una guerra civile nel 1920, mi resi conto che non si trattava di
vicende realmente accadute. Eppure buona parte di ci che l'autore scriveva sulla societ
suona vero ancora oggi. Risale all'epoca della Compagnia G la mia consapevolezza che i
romanzi, pi delle storie vere, possono avvincere e divertire. E che la saggezza e la forza
visionaria di quei libri riescono anche a penetrare i recessi pi intimi del comportamento
umano.

In base al codice penale, a un regolamento amministrativo o a qualche altra clausola, non


era consentito tenere un ragazzo non ancora sedicenne in una cella di reclusione per pi di
ventinove giorni di fila. A loro garbava molto il fatto che io fossi confinato nella
Compagnia G; non combinavo guai di sorta, niente risse, niente aggressioni al personale.
Non sputavo in faccia a nessuno, non turavo i gabinetti, non allagavo le celle, non
fomentavo rivolte, n progettavo la fuga. Cos, la trentesima mattina, dopo la colazione, mi
fecero uscire dalla Compagnia G. Dopo essere stato reintegrato tra la popolazione dei
regolari, andai a pranzo. Dopo pranzo mi riportarono nella Compagnia G. Quanto a me,
ero ben contento di tornare al libro che non avevo ancora finito di leggere, "La settima
croce" di Anna Seghers.
Dopo aver trascorso in carcere tre anni su quattro - un anno l'avevo trascorso in fuga, a
seguito di diverse evasioni - venni rilasciato sulla parola e affidato a mia zia dal giudice
minorile. Lei avrebbe preferito che andassi a stare altrove, ma non c'era alcun altrove, oltre
casa sua. Mia madre, che non vedevo dall'epoca del mio primo internamento nel carcere
minorile, si era risposata e aveva una figlia. N lei n suo marito mi volevano tra i piedi, e
la cosa era reciproca. Mio padre, ormai sessantaduenne e malato di cuore, era invecchiato
precocemente e viveva in una casa di riposo per anziani. Neppure mi riconobbe, quando
andai a trovarlo.
Mia zia mi accolse con affetto, ma lei ed io vedevamo il mondo in modo diverso. Da una
parte, lei mi considerava un ragazzino di quindici anni che si era messo nei guai, ma che
ormai doveva aver imparato la lezione. Pensava che avrei dovuto comportarmi come si
conviene a un quindicenne.
Io, dall'altra, mi consideravo un uomo cresciuto, o per lo meno con tutti i diritti di un
giovane diciottenne. Vivevo per le strade, sapendo badare a me stesso, dall'et di tredici
anni. Non avevo alcuna intenzione di rientrare a casa alle dieci di sera, se non mi andava,
e neppure a mezzanotte, se per questo. Riguardo alla scuola, quando andai a iscrivermi
salt fuori il mio fascicolo personale. La segretaria, dopo averlo esaminato, mi disse di
tornare il luned successivo.
Il luned, la donna dietro il banco mi consegn la lettera. Scritta sulla carta intestata
dell'Unified School District di Los Angeles, e firmata dal sovrintendente e dallo psichiatra
capo, notificava che, viste le circostanze, Edward Bunker era esonerato dall'obbligo di
frequentare la scuola. C'era indicato un numero di telefono, in caso qualcuno desiderasse
chiarimenti in proposito. Sulla lettera era stato apposto un timbro incomprensibile. Da
quel che mi risulta, un caso del genere non si mai verificato nella citt di Los Angeles.
Era magnifico, perch, per quanto amassi lo studio, non potevo soffrire la scuola. All'epoca
avevo gi capito che la vera cultura dipende dall'individuo e si pu attingere dai libri.
Le strade di notte erano un invito allettante. Gli amici che mi ero fatto in riformatorio, in
maggioranza pi grandi di me, vivevano per le strade e avevano le mani in pasta. Era
esaltante imbucarsi nei locali aperti fino al mattino sulla Quarantaduesima e la Central,
dove ti vendevano gli alcolici sottobanco, in tazze da t, servivano prosciutto, uova e
cereali eccellenti, si ascoltava buona musica e nessuno ti chiedeva i documenti di identit.
Del resto io li avevo, in caso di necessit. Certo, c'erano dei rischi ma, al diavolo, chi se ne
importava?
Mia zia disapprovava i miei orari e mi ammoniva, prevedendo che mi sarei nuovamente
messo nei guai. Aveva ragione. Avrei voluto smentirla. Ma, d'altra parte, vivevo
assolutamente alla giornata. Non sapevo mai ci che avrei fatto per pi di quarantotto ore.

Ogni mattina mi risvegliavo in un mondo nuovo. Le divergenze tra mia zia e me, e il
nostro modo diverso di vedere il mondo, cominciarono ad avvelenare il nostro rapporto.
Mi guadagnai quasi duemila dollari aiutando un chicano di Hazard, tale Black Sugar, a
raccogliere alcune piante di marijuana cresciute ad altezza d'uomo: le avevano coltivate tra
le file del granoturco, su a Happy Valley. Fu un bel colpo. Nessuno se ne accorse. Nessuno
and alla polizia.
Mi sganciai da mia zia e dal funzionario della libert sulla parola. Per tre mesi me la
spassai alla grande. Affittai una stanza e comprai una Ford '40 coup per 300 dollari. Tirai
avanti da solo. Poi mi arrestarono mentre mi trovavo a casa di due ragazzi conosciuti in
riformatorio che avevano rapinato empori. Diciottenni, abitavano in una casa nella zona
orientale di Alvardo, appena a sud di Temple Street. La casa era di propriet della madre
di uno dei ragazzi, ma la stanza sotto la veranda sul retro era il posto dove succedeva
tutto. Era un circolo per galeotti potenziali. Il posto ideale dove stazionare aspettando che
succedesse qualcosa, qualcuno passasse, qualcuno telefonasse, qualcuno si facesse venire
un'idea. Ed era anche il posto ideale per un'irruzione degli sbirri. Cosa che puntualmente
accadde. Trovarono un certo numero di pistole, un po' di pasticche illegali e un certo
quantitativo d'erba. Quanto bastava per schedarci tutti quanti finch la faccenda non si
fosse chiarita. Il loro obiettivo vero era portarci dinanzi ai testimoni delle rapine per il
confronto di riconoscimento. Nessuno dei testimoni mi riconobbe, ma le mie impronte
digitali tornarono indietro con un mandato di arresto straordinario per violazione della
libert vigilata emesso dall'autorit giudiziaria competente per i minori.

CAPITOLO TERZO.
TRA I CONDANNATI.

Il direttore della Preston School of Industry minacci di dimettersi qualora fossi tornato
nel suo istituto, o per lo meno questo fu quanto appresi dall'uomo che mi trasfer in
automobile dalla prigione della Contea di L. A. al carcere minorile di Lancaster. Il carcere
minorile si trovava ai margini del vasto Mojave Desert, ma ancora sotto la giurisdizione
della Contea di Los Angeles. Costruito durante la Seconda guerra mondiale come base di
addestramento per gli aviatori canadesi, era passato sotto la gestione
dell'Amministrazione Penitenziaria della California. Un doppio recinto sovrastato da una
spirale di filo spinato circondava gli edifici. Ogni cento metri si ergeva una torre di
osservazione con una guardia armata, costruita su pali. Voil! Una vera prigione.
Ad eccezione di una ventina di detenuti con qualifiche specifiche venuti da San Quentin o
Folsom (l'infermiere di pronto soccorso, lo stenodattilografo per il direttore aggiunto, e
cos via), gli internati di Lancaster avevano tra i diciotto e i venticinque anni. Il novanta
per cento di loro aveva tra i diciotto e i ventun anni. Quando l'agente addetto alla
traduzione dei detenuti mi tolse le catene nell'Ufficio Accettazione e Rilascio, avevo
quindici anni.
Stavo svolgendo la pratica di ingresso, quando arriv un sergente con l'incarico di
condurmi dal capitano. Indossata una tuta bianca, provai un senso di imbarazzo
attraversando la prigione scortato dal sergente. Teste si voltavano a scrutare il nuovo
arrivato. Un paio di detenuti, che avevo incontrato in altri posti, mi riconobbero e mi
chiamarono a voce alta. - Ehi, Bunker! Come va la vita?
Dentro l'Ufficio di Custodia, che per certi versi faceva venire in mente la redazione della

cronaca locale di un giornale di citt, c'era una porta con il vetro smerigliato su cui era
stampigliata la scritta L. S. NELSON, CAPITANO. Il capitano era al comando di tutto il
personale in uniforme. Era sulla trentina e aveva i capelli rossi. In seguito, quando quel
rosso si mescol al biondo sabbia, e lui era ormai diventato direttore di San Quentin, tutti
lo chiamarono Red Nelson. Era un direttore carcerario leggendario, noto per essere ferreo
ma leale. Di mascella forte, aveva la faccia imbrunita dal sole. Gli occhi erano nascosti
dietro un paio di occhiali scuri in stile aviatore. Li portava per l'impressione da duro che
conferivano. Si allung all'indietro sulla seggiola girevole, le dita intrecciate dietro al collo,
e mi parl con un'inflessione vagamente beffarda nella voce. - Cazzo! Non direi proprio
che incuti un terrore sacro. Sei troppo scarso di chiappe, per essere quel duro che mi
dicono. Sei fortunato se qualcuno, qui dentro, non ti concia per le feste.
- Non me ne preoccupo.
- Neanch'io. Ma pensavo di dirti come stanno le cose. Ti sei fatto un nome in quei posti per
mocciosi dove sei capitato. Ma questo non un posto per mocciosi. Questa una prigione.
Prova soltanto a fare qualche cazzata qui, e ti cadr il mondo addosso, ci puoi
scommettere. Ti far scoppiare il cervello a suon di calci. Capito?
- S, signore, - dissi. - Voglio scontare la mia pena e uscire di qui prima possibile -. Le mie
parole erano vere, ma ero risentito per quella sua minaccia. Ovunque ero finito - scuola
militare, carcere minorile, riformatorio, manicomio - tutti mi avevano promesso di
spezzarmi le ossa. Tutti mi avevano inflitto dure sofferenze fisiche ed emotive, ma io ero
ancora in piedi. Se il fatto di finire tra il grosso della popolazione carceraria fosse stato
meno importante per me, gli avrei scaraventato addosso la scrivania e avrei accettato il
pestaggio che avrei subito di conseguenza, cos avrebbe visto subito che non ero affatto
intimidito dalle sue parole.
- Va bene, Bunker vai nel cortile. Al minimo guaio, ti seppellisco sottoterra in una cella
di rigore cos profonda che dovranno pomparti l'aria per farti respirare -. Mi conged con
uno cenno del pollice. Girai i tacchi e il sergente rimasto in attesa apr la porta.
Dopo essere stato assegnato al Dormitorio N. 3, mi stavo preparando la branda, quando i
miei compagni del riformatorio e del carcere minorile cominciarono ad accostarsi,
dandomi il benvenuto con grandi sorrisi e pacche sulle spalle. Qualcuno mi salt addosso
e io andai a urtare contro una branda che slitt rumorosamente sul pavimento.
- Andate a scatenarvi fuori, - grid la guardia del dormitorio dalla sua scrivania. Uscimmo
fuori e prendemmo la strada che portava ai campi di pallamano. Di fronte a noi c'era un
capannello di detenuti. Ci accostammo. Al centro del gruppo c'erano due giovani
chicanos, ossuti come due sparvieri: ciascuno impugnava un grosso coltello. Ne riconobbi
uno che avevo conosciuto al riformatorio, senza tuttavia ricordarne il nome. A distanza, di
lato, c'era l'oggetto della loro contesa, una piccola checca di razza bianca di nome Forever
Amber, che si stropicciava le mani. Il chicano che avevo riconosciuto fece segno
all'avversario, invitandolo apertamente a farsi sotto. Aveva arrotolato la giacca jeans
intorno all'avambraccio. Entrambi indossavano una Tshirt bianca.
Quel che accadde subito dopo non somigli affatto al tipico scontro all'arma bianca che si
vede nei film. Si accapigliarono come due galli da combattimento, balzando in aria,
colpendo ripetutamente e accoltellandosi l'un l'altro. Quello col braccio scoperto ricevette
una coltellata che gli apr uno squarcio profondo fino all'osso. Poi fu lui a colpire. Il lungo
coltello penetr nella maglietta bianca dell'altro e affond fino al manico. Entrambi
rantolavano, ma nessuno dei due voleva gettare la spugna. Nel giro di pochi secondi,

erano entrambi dilaniati per le ferite ricevute. Quello con la giacca arrotolata sul braccio
all'improvviso farfugli: - Sporco figlio di puttana - poi si pieg sulle ginocchia e si
abbatt a terra a faccia in gi, il coltello che gli scivolava dalle dita stremate mentre il
sangue si spandeva in una pozza inzuppando la terra dura e asciutta.
L'altro chicano gir i tacchi e si allontan a passi lenti, il sangue che gli schizzava dalla
bocca. Mi fece venire in mente una balena che sfiata. Forever Amber gli corse dietro, tutta
moine e vezzi da femminuccia. Percorsi circa cinquanta metri, il vincitore si ferm di
colpo, toss scatarrando un grosso grumo di sangue, e piomb a terra. Prov a rimettersi in
piedi, ma rest sulle ginocchia, la testa reclina. Accorsero parecchi detenuti e lo
trasportarono all'ospedale, ma quando tornarono mostrarono pollice verso. Anche lui era
morto.
Dopo lo spegnimento delle luci, trascorse un certo tempo prima che il dormitorio si
acquietasse per la notte. Sagome si muovevano tra le ombre verso i bagni e le latrine, gli
spazzolini sui denti o in mano, gli asciugamani arrotolati intorno al collo. In fondo al
dormitorio, due figure sedute su brande adiacenti accostarono le teste per parlarsi
sottovoce. Uno scoppio di risa. La guardia grugn: - Piantatela, laggi -. Silenzio.
Ero disteso supino, senza scarpe ma con tutti i vestiti indosso, gli occhi coperti da un
asciugamano. Non avevo nemici, n motivo di stare in guardia. Colpi di tosse. Cigolii delle
molle del letto, scalpiccio di ciabatte che scivolavano nei passaggi tra le brande. Le finestre
del dormitorio erano telai vuoti, in realt buchi sulla parete a forma di finestre. La
recinzione doppia con il rotolo di filo spinato, le luci, e le torrette con le guardie armate
rendevano superflue le finestre di sicurezza. Il vento del deserto che si levava ogni giorno
all'imbrunire era caldo e forte quella sera. Faceva vibrare il filo spinato e rullare la
recinzione di rete metallica in tutta la sua lunghezza, come l'onda dell'oceano quando si
riversa sulla spiaggia. Senza posa mi tornava in mente l'immagine del coltello veloce e
mortale, ogni momento del combattimento quasi fermato nel tempo. Adesso sapevo
riconoscere la morte. Era stata inflitta dalla mano destra, un po' di sghembo e un po' verso
l'alto, in un movimento che pareva difensivo piuttosto che offensivo. L'altro ragazzo era
mancino, o per lo meno impugnava il coltello con la sinistra. Lo brandiva col braccio teso,
e vibrava colpi tagliando l'aria all'altezza della faccia dell'avversario. Quando aveva
allungato il braccio sinistro, il punto molle appena sotto le costole era rimasto scoperto. l
che il coltello dell'avversario era affondato sino al manico. La lama doveva aver reciso una
valvola cardiaca. "Zac"! Uno schiocco delle dita, ed era morto! Era ormai passato alla
storia. Quella notte, dopo lo spegnimento delle luci, restai disteso sulla mia branda,
ascoltando i rumori della notte, il cigolio delle molle, i sussurri senza parole, le risa
soffocate, pensando a quei due giovani chicanos morti. Si erano ammazzati combattendo
per una checca, per puro machismo. A giudizio di molti, a guidare il mio comportamento
era un'attrazione per il caos per il piacere puro e semplice del caos. Forse c'era da
scommettere che difficilmente avrei raggiunto i sessant'anni, men che meno i settanta.
Avevo appena assistito a un duplice omicidio, ed ero profondamente sconvolto. Anche se
coscientemente non espressi alcun proposito, e il mio comportamento seguit ad essere
sconsiderato e imprevedibile, da quel momento in poi c' sempre stato un qualcosa che mi
ha trattenuto sull'orlo del precipizio. Mai e poi mai sarei finito "mano a mano" con i
coltelli. E cos stato. Desideravo una vittoria vera e propria, non una vittoria di Pirro.
Per tre mesi riuscii ad evitare la cella di rigore, e feci a pugni solo un paio di volte. Prima
con un indiano di nome Andy Lowe, che conoscevo dai tempi del carcere minorile. Ci
battevamo corpo a corpo nel dormitorio. Il pugilato corpo a corpo un combattimento a

mani nude, senza guantoni, da cui sono esclusi i colpi alla testa. Andy poteva battermi
quando eravamo pi piccoli, ma ormai non pi. Quando si tese per sferrare il suo colpo, io
gli piantai un sinistro sul petto cos da bloccarlo e mi scansai ruotando su me stesso. Ogni
volta che sferrava un pugno, il colpo andava a vuoto. Non dava l'impressione di essere
arrabbiato, cos quando uno dei suoi cazzotti mi arriv in testa, pensai che non l'avesse
fatto di proposito. Cose che capitano.
Poi, per, sferr due altri pugni con le nocche che mi rintronarono in faccia, e all'accaduto
non segu alcuna parola di scusa. Quando ci riprov, anzich piantargli il pugno sul petto,
glielo mollai sul naso. La scazzottata era iniziata.
Qualcuno grid: - Il Capo! - Ci separammo immediatamente e gli spettatori si dispersero
per raggiungere le loro brande. La guardia percep che c'era qualcosa fuori posto, ma non
riusc a capire esattamente cosa.
L'altra scazzottata fu con un chicano, Ghost de Fresno. Una volta mi ero battuto con suo
fratello pi piccolo a Preston. Ghost si difese strenuamente. I villini dove un tempo
risiedevano gli ufficiali scapoli arruolati nell'Aeronautica canadese erano stati trasformati
in alloggi destinati ai detenuti che godevano un trattamento di favore, tre in ogni villino, e
fu quello il luogo scelto per il combattimento. Stavo avendo la meglio, ma sentivo le forze
rapidamente venir meno. Il mio solito punto debole. Fortunatamente, anche stavolta
qualcuno grid: - Il Capo! - Io mi tuffai sotto una branda, ma Ghost tent di scappare. I
villini erano al di fuori dei limiti dell'area consentita per coloro cui non erano assegnati. Fu
tradotto nella cella degli inquisiti per essere interrogato. Non riuscirono mai a scoprire
l'identit del suo avversario. Poich si erano verificati parecchi accoltellamenti tra i
detenuti dall'epoca del duplice omicidio, non vollero correre rischi rimettendo Ghost tra la
popolazione carceraria. A ventun anni, era pi grande della media dei suoi compagni, per
di pi era stato rinviato a giudizio dalla Corte Suprema perch scontasse una detenzione
vera e propria. Pertanto poteva essere trasferito a San Quentin. E cos fu. Lo caricarono su
un autobus e lo spedirono al nord, e per me and benone cos.
Poich non avevo nessuno che mi mandasse i dodici dollari al mese, la cifra allora
consentita per le sigarette e gli altri sfizi, dovetti cercarmi una forma di introito. Mi misi
nella produzione casalinga della birra. Per ogni gallone di birra ci volevano mezzo chilo di
zucchero, una presa di lievito, e uno qualsiasi di certi ingredienti per far fermentare il
preparato: passata di pomodoro, arance da spremere o succo d'arancia, uvette e prugne
secche, persino patate tagliate a pezzi. Mescolati, cominciano a fermentare
immediatamente. Si ottiene una bevanda che ha il sapore della birra e del vino mischiati
insieme e che ha un tasso alcolico del 20 per cento. Lo zucchero e il lievito si compravano
da uno che lavorava nelle cucine e li rubacchiava, nonostante i cuochi non detenuti
tenessero una stretta sorveglianza e il pane veniva fuori schiacciato. La parte difficile di
tutto il procedimento era trovare il posto dove nascondere la miscela mentre fermentava.
Aveva bisogno di un certo volume e mandava un odore. Non poteva essere messa in un
recipiente a tenuta stagna perch il processo di fermentazione la faceva gonfiare. Trovai
un nascondiglio cui sarei ricorso ancora: gli estintori. Ogni estintore era munito di un tubo
di gomma cucito a una camera d'aria da un detenuto che lavorava nella sartoria del
carcere, e poteva tenere quasi quindici litri. Un litro di birra costava cinque pacchetti di
Camel, e i clienti la ordinavano in anticipo. In circa un mese riuscii a riempire cinque
estintori che fermentavano in continuazione, e fui ricco, secondo i parametri della
prigione. Di fatto, quanto guadagnavo era una grossa quantit di tabacco, anche se mi
permetteva di comprare tutto ci che era in vendita all'interno del carcere.

Trascorsero tre mesi. Dal primo giorno in cui ero entrato nel carcere minorile non era mai
passato un mese senza che finissi in isolamento. I miei estintori in continua ebollizione
erano dappertutto: uno alla parete della baracca della palestra, due nel dormitorio, uno in
biblioteca, uno nel corridoio dell'ospedale. Passavo il tempo a procurarmi gli ingredienti,
mescolare l'intruglio, metterlo su o tirarlo gi, e vendere la birra un tanto al litro. Cos il
tempo passava pi in fretta.
Poi, un giorno, un cestino della carta straccia della biblioteca and a fuoco. Il bibliotecario
prese l'estintore e trov la mistura puzzolente della birra fatta in casa. Il capitano Nelson
and su tutte le furie. Minacci gli addetti alla biblioteca: o risalivano al colpevole, oppure
sarebbero stati caricati sull'autobus e spediti a San Quentin. Uno di loro riusc ad avere la
soffiata e mi denunci. Dopo l'appello, ma prima dell'apertura per la cena, due agenti di
custodia si presentarono alla porta del dormitorio, parlarono con la guardia, e poi
risalirono per il passaggio centrale tra le brandine. Mi resi conto che era me che cercavano
nel momento stesso in cui entrarono, anche se attesi il cenno del dito ricurvo per averne la
conferma.
Presi la giacca, un pacchetto di sigarette, i fiammiferi, e il libro che stavo leggendo, "Via col
vento". Sapevo che sarei finito nella cella degli inquisiti. Non era la cella di rigore. Si finiva
nella cella degli inquisiti fino al momento dell'udienza per il provvedimento disciplinare.
Erano le cinque del pomeriggio. Le luci sarebbero rimaste accese fino alle dieci e mezzo,
undici. Cosa avrei dovuto fare tutta la sera? Leggere "Via col vento", ovvio.
L'indomani mattina, alle dieci, mi vennero a prendere per l'udienza. Il capitano Nelson era
il funzionario incaricato dell'udienza. Avevo sperato che a presiedere fosse il direttore
aggiunto, che con lui divideva quelle funzioni. Altri sei giovani detenuti erano in fila, in
piedi, anch'essi in attesa di comparire dinanzi alla commissione disciplinare. La guardia di
scorta prima mi fece passare davanti a loro, poi buss alla porta e la apr di pochi
centimetri per sbirciare all'interno. Gli fu fatto cenno che potevo entrare, perch spalanc
la porta e io andai dentro.
Il Cap. L.S. Red Nelson era seduto alla scrivania. Era la nostra prima conversazione dal
giorno del mio arrivo. L'avevo intravisto in cortile un paio di volte, e avevo cambiato
direzione per evitarlo.
- Eccoci qua, Bunker. Sapevo che ci saremmo rivisti. Ho saputo che ti sei messo a fare la
birra.
Restai in silenzio. Che c'era da dire? Del resto non mi andava di chiacchierare con il
capitano Nelson neppure nella migliore delle situazioni.
-Dunque sei un duro, - aveva seguitato. - Non faresti il foruncolo sul culo di quelli l -.
Parlava di Alcatraz, dove aveva lavorato prima di passare all'Amministrazione
Penitenziaria della California. Mi raccont di essere stato rinchiuso in una cella insieme ad
altri sei agenti di custodia mentre tre bastardi, tre rapinatori originari dell'Oklahoma e del
Kentucky, scaricavano una calibro.45 dentro la cella. Nelson era sopravvissuto senza un
graffio. Da quel momento non aveva avuto pi paura di niente.
- A ogni modo, - riprese, dopo aver concluso le sue reminescenze, - sei accusato di aver
violato l'articolo D 1215 del regolamento carcerario. Il ventitre settembre, giorno pi
giorno meno, hai messo quindici litri di bevanda alcolica di fabbricazione artigianale
nell'estintore della biblioteca. Come ti dichiari?
- Non colpevole. Nessuno mi ha sorpreso a trafficare con la birra.

- Non necessario. Gli impiegati della biblioteca hanno entrambi dichiarato che era di tua
propriet. Quindi ti dichiaro colpevole. Sei condannato a dieci giorni di isolamento; per di
pi dispongo per il tuo caso la sorveglianza speciale e lo stato di segregazione
amministrativa. Rivedr la tua posizione tra sei mesi.
Sei mesi di segregazione! Significava essere richiuso in cella per ventitre ore al giorno. La
differenza tra l'isolamento e la segregazione era che la segregazione comportava qualche
privilegio: i libri, la mensa e altre banalit che diventano importanti quando non c' niente
altro. Ce l'avrei fatta, ma sei mesi erano un'esagerazione rispetto all'entit della mia
trasgressione. Fabbricare la birra artigianale era un reato minore nel contesto generale
delle cose. La segregazione era una reclusione a lungo termine prevista per i casi di
accoltellamento o i tentativi di fuga.
Nelson mi guardava con un'espressione beffarda, come per dire: - Non ti piace,
teppistello? - Frenai l'impulso di rovesciargli la scrivania addosso. Mi conged con un
cenno di saluto. L'agente di custodia mi apr la porta. - Uno in isolamento, - ordin Nelson
all'agente nel corridoio.
L'agente nel corridoio mi fece sedere mentre preparavano l'ordine di segregazione.
Il cicalino elettrico suon, e la guardia fece cenno al detenuto successivo di seguirlo.
Quando usc, l'agente di custodia dentro la stanza annunci: - Trenta giorni di
annullamento dei privilegi.
Il cicalino suon ancora. L'agente nel corridoio si volt per aprire la porta al detenuto
numero tre. Nel momento preciso in cui era girato di spalle, io mi alzai in piedi, mi
allontanai e, raggiunto l'angolo, svoltai. Mi sarei aspettato che una voce mi intimasse: Fermati, Bunker! - Nessuno disse niente.
Una volta uscito dall'Ufficio di Custodia, mi incamminai verso la baracca della palestra,
dove avrei trovato un coltello nascosto. In realt era poco pi di un temperino. La lama era
lunga soltanto cinque centimetri, e aveva la punta arrotondata. Avrebbe potuto procurare
una ferita, ma non penetrare in profondit.
Dopo aver preso il coltello, mi diressi verso la biblioteca, con l'intenzione di aggredire
almeno uno dei due che mi avevano incastrato. Vidi cinque agenti con i manganelli
svoltare l'angolo, quando gli altoparlanti dell'interfono annunciarono che c'erano visite per
me. Era assurdo. Nessuno veniva mai a trovarmi.
Non sarei mai arrivato alla biblioteca, ma avrei rischiato il tutto per tutto. Svoltai l'angolo
tra i dormitori e mi incamminai verso il cortile. Alle mie spalle, a distanza ravvicinata,
sentii uno scricchiolio di passi sul ghiaietto. Presi a correre, ma fui immediatamente
bloccato con un placcaggio degno di un difensore della National Football League. Ero con
la schiena a terra, e l'uomo era sopra di me. Nel tentativo di strapparmi il coltello, afferr
la lama. Io fui pronto a sfilarglielo di mano, squarciandogli il palmo. Qualcosa mi colp
alla testa, un colpo secco. L per l pensai a un sasso. Ma quando mi colpi ancora, vidi che
era il manganello del sergente grasso.
Gli agenti mi piombarono tutti addosso, e gi botte, pugni, calci. Intorno si era formato un
capannello di detenuti. Qualcuno grid: - Lasciatelo stare, vigliacchi
- Non qui! Non qui! - ordin una voce autoritaria. Non volevano testimoni.
Mi trascinarono per le gambe, la schiena che raschiava sul ghiaietto e sull'asfalto, per tutta
la distanza che separava la prigione al blocco, una piccola costruzione di dieci celle

usate per l'isolamento. Una volta dentro, si scatenarono. Fui fortunato che erano in dieci
perch si intralciarono a vicenda aizzandosi l'un l'altro mentre ciascuno scaricava calci e
pugni su di me. Dal loro punto di vista sarebbe stato meglio se fossero stati solo in tre. Io
ripiegai le gambe sul petto, proteggendomi la faccia con gli avambracci. Mi coprirono di
insulti e mi massacrarono di botte. Aggredire uno di loro significava aggredire tutti.
Quando si ammazzava un detenuto, nessuno protestava, ma assalire una guardia era
sacrilegio.
Una guardia commise un errore. Quando si curv, per trovare il punto esatto per mollarmi
il suo cazzotto in faccia, si accost troppo. Gli sferrai un calcio con entrambi i piedi,
allungando il corpo per metterci tutta la forza, e lo presi in faccia scaraventandolo a terra.
Mi afferrarono per le gambe, una guardia per gamba, altri due mi afferrarono per il tronco,
mi sollevarono in alto e poi mi scagliarono sul pavimento di cemento. Lanciai un urlo di
dolore. - Ancora, - sugger qualcuno. Lo fecero un'infinit di volte.
Infine mi strapparono i vestiti di dosso prima di buttarmi in una cella vuota. Uno di loro si
trattenne per commentare: - Scommetto che questa l'ultima volta che aggredisci un
agente.
La mia replica fu silenziosa, ma vera: - Questo non che l'inizio della mia lotta.
In mancanza di uno specchio, dovetti verificare a tastoni le lesioni sul mio corpo, con la
punta delle dita. Sulla nuca, dove avevo sbattuto contro il pavimento, si era formato un
grosso bernoccolo. La manganellata mi aveva squarciato il cuoio capelluto. Le spalle e il
petto erano incrostati di sangue, che colava sulle guance e sul collo. Era stato un pestaggio
feroce, ma non cos brutale come quello alla Pacific Colony. Tutto considerato, mi sentivo
in forma, e tutt'altro che pronto alla resa.
Circa un'ora dopo, un detenuto inizi a passare lo straccio sul passaggio esterno alle celle.
Lo convinsi a darmi lo spazzolone. Passai il bastone del manico tra le sbarre e lo spezzai
nel mezzo, staccai lo straccio, e piegai i denti cui era agganciato, cos da ricavare un
attrezzo che somigliava vagamente a un piccone o a una zappa. Poi, allungando la mano
tra le sbarre, riempii la grossa serratura di schegge di legno.
Poco dopo una guardia sbirci da dietro l'angolo. - Non ti arrendi, eh?
- Non ancora.
L'agente fece uno sbuffo di commiserazione e scosse il capo. Poi lo sentii chiamare al
telefono, ma non riuscii a capire ci che diceva. Mezz'ora pi tardi, la sua testa ricomparve
all'angolo del cancello. - in arrivo il capitano, e ha una certa cosa per te.
Sentii il rumore della porta esterna che si apriva e la voce del capitano Nelson. Svolt
l'angolo accompagnato da un sergente di corporatura piccola di nome Sparling. Entrambi
avevano una maschera antigas intorno al collo. Il capitano Nelson aveva una bombola
assicurata con una cinghia alla schiena e teneva uno spruzzatore in mano. Pareva che
dovesse andare a spruzzare le piante di antiparassitario. - Dammelo, Bunker.
- Vieni a prendertelo.
- Come vuoi -. Sorrise e si sistem la maschera antigas sulla faccia. Il sergente Sparling fece
altrettanto. Il capitano sollev lo spruzzatore e spar un getto di liquido. Che c
Quando il liquido mi arriv sulla pelle nuda, ebbi l'impressione di andare a fuoco, come se
fosse benzina infiammata. In seguito venni a sapere che era gas lacrimogeno liquido. In

quel momento pensai che non ne sarei uscito vivo. Gettai via il manico dello spazzolone,
mi rotolai sul pavimento e cercai di correre su per la parete. Il mio comportamento era
quello di una mosca investita da una spruzzata di insetticida. I miei occhi bruciavano e
lacrimavano. Era terribile. I detenuti delle celle vicine lanciavano urla strazianti.
Nessuno poteva resistere per pi di pochi minuti in quella concentrazione di gas
lacrimogeno. Fecero per aprire la cella, senza riuscirci per via delle schegge di legno che
avevo infilate nella serratura. Non riuscivano a vedere bene con la maschera antigas.
Quando finalmente riuscirono ad aprire la porta, il grosso del gas si era dissolto. Bruciava
ancora, ma molto meno.
- Alza le mani e vieni fuori a marcia indietro, - intim il capitano Nelson. Si teneva su un
lato del cancello, e il sergente sull'altro.
Feci come mi aveva ordinato. Non appena ebbi superato la soglia del cancello, allungai la
mano destra, strappai la maschera del sergente e lo colpii col pugno sinistro. Croll a terra.
Il capitano Nelson mi salt sulla schiena e prov a strangolarmi, ma io riuscii a
svincolarmi con un movimento veloce, prima di voltarmi e scaraventarlo contro le sbarre.
Il sergente, pur annaspando, si rimise in piedi e corse all'esterno dove attendeva una
squadra di agenti senza maschere antigas. Nel frattempo il capitano Nelson e io stavamo
facendo a pugni nel corridoio fuori delle celle, entrambi col naso che colava e gli occhi
lacrimanti. La maschera gli era andata di traverso, e il capitano aveva un'aria ridicola.
Arriv una frotta di agenti, infuriati per il gas lacrimogeno che bruciava agli occhi, e mi
trascinarono fuori imprecando contro di me. Alle nostre spalle gli altri detenuti urlavano
perch li facessero uscire di l. Ero nudo sotto il sole rovente del deserto. Mi trovavo sotto
una torretta di osservazione, e le guardie presero posizione circondandomi a una distanza
di circa tre metri. L'asfalto era cos infocato che dovevo saltare da un piede all'altro.
Doveva essere uno spettacolo grottesco: un ragazzo quindicenne che ballava di fronte a
quelle guardie con le lacrime agli occhi. Prima di andarsene, il capitano Nelson mi fece
portare un asciugamano perch lo mettessi sotto i piedi. Ero gi abbronzato in quasi tutto
il corpo, cos non mi bruciai, ma il sedere non l'avevo mai esposto al sole, men che meno al
sole pomeridiano del deserto.
Circa un'ora dopo arriv un'automobile giardinetta. Ne scese un tenente e mi consegn un
completo cachi. Una volta che mi fui vestito, mi ammanettarono, mi caricarono sul sedile
posteriore separato dallo schermo divisorio, e mi portarono via passando dal cancello
posteriore. Domandai dove eravamo diretti. Non mi risposero, ma quando svoltarono a
destra, anzich a sinistra, capii subito che la nostra destinazione era la prigione della
Contea di L. A.
La Prigione della Contea di Los Angeles era tra il decimo e il quattordicesimo piano del
Palazzo di Giustizia all'angolo tra Broadway e Temple Street. Quando il tenente della
polizia penitenziaria mi consegn al funzionario dell'accettazione, gli porse anche un
foglio di carta. Sul rapporto c'era scritto che ero stato arrestato per violazione dell'articolo
4500 del Codice Penale della California. L'articolo 4500 stabilisce che ogni detenuto
condannato all'ergastolo che si rende responsabile di un'aggressione suscettibile di
provocare lesioni gravi sul corpo della vittima punibile con la camera a gas. Non c'era
alternativa. L'ergastolo, secondo la legislazione della Suprema Corte della California
comprende anche le pene di durata indeterminata, vale a dire da un anno all'ergastolo o
da cinque anni all'ergastolo. In effetti io ero punibile secondo l'articolo 4500, comma B. Il

comma non era specificato nel documento. Il funzionario mi domand quanti anni avevo.
Gli risposi che avevo diciannove anni. Con un'alzata di spalle mi assegn al 10-A-1, noto
anche come sezione di massima sicurezza. Era il braccio di sorveglianza speciale
destinato agli uomini che rischiavano la camera a gas, condannati per omicidio di un
poliziotto o famigerati assassini.
In genere, i prigionieri vengono trasferiti in gruppi o talvolta possono anche muoversi da
soli da un posto all'altro all'interno della prigione, ma i detenuti sorvegliati speciali
vengono tradotti uno alla volta sotto scorta. Essere stati assegnati alla sorveglianza
speciale conferisce un certo prestigio nel mondo alla rovescia dei valori della malavita. Di
solito ci vogliono dalle otto alle dodici ore per espletare le pratiche di ingresso. In gruppo,
ogni detenuto doveva aspettare che tutti gli altri terminassero ciascuna fase della
procedura prima di passare alla successiva. Mi fecero passare avanti a tutti gli altri. Prima
l'Ufficio Accettazione e Rilascio, a fianco della Bertillion Room, dove mi scattarono le foto
segnaletiche e mi presero parecchie serie di impronte digitali. Ne furono spedite delle
copie a Sacramento e all'F.b.i. di Washington. Mi fecero fare la doccia, mi spruzzarono con
il D.d.t. (che veniva usato prima dell'introduzione del Silent Spring), e mi fu consegnata la
divisa da carcerato. Un ausiliare medico mi ordin di scappucciarlo e poi strizzarlo per
controllare se avevo la gonorrea. Poi esamin alla svelta i miei lividi, e mi dichiar idoneo.
Dopo aver preso una coperta e la fodera del materasso, dentro la quale c'era una tazza e
un cucchiaio di alluminio, un incaricato mi scort attraverso il labirinto della prigione fino
al decimo piano, accanto alla Stanza del Procuratore, dove si trovava, separata dalle altre,
la sezione di massima sicurezza. Il tragitto si snodava tra pareti di sbarre, di l dalle quali
c'erano passaggi che fiancheggiavano le celle. La prigione era affollata. Gran parte delle
celle ospitava quattro o cinque detenuti. Anche nel camerone dei carcerati che godevano
di buona condotta e avevano un regime privilegiato ce n'erano tre. I cancelli delle celle
erano aperti, e gli uomini erano fuori nel corridoio, dove passeggiavano o giocavano a
carte. Mentre passavo accanto a una cella, uno disse: Chi ha ammazzato? ancora un
bambino.
Per lo pi i cameroni rispettavano la segregazione razziale. Con una eccezione: il
camerone delle checche. Gli asciugamani avvolti in testa come turbanti, la camicia della
divisa carceraria con le falde legate a mo' di blusa, il trucco ingegnosamente ricavato da
Dio sa cosa, i jeans attillatissimi arrotolati sul fondo, erano tutti sgargianti parodie di
donne. Vedendomi mentre passavo con la guardia davanti alla loro cella, si assieparono
subito vicino a noi: - Mettilo qui con noi, signor aggiunto! Non gli faremo male!
L'aggiunto sbuff e rispose con una battuta spiritosa. - Come no! Giusto i lacci delle
scarpe, ritroveremmo di lui.
- Come ti chiami, tesoro? Non risposi.
- Chi hai ammazzato, moccioso?
- Se finisci in prigione, sar io la tua donna, e ammazzer chiunque ti romper i coglioni.
Non dissi nulla. Ci si rimetteva soltanto, a fare gli spiritosi con le checche: avevano la
lingua lunga e un umorismo sarcastico. Manco a dirlo, il pensiero che qualcuno potesse
scoparmi non mi preoccupava affatto. Non ero certo il tipo del signorino bianco perbene.
Se qualcuno avesse detto una parola fuori posto, o mi avesse guardato in modo strano,
avrei reagito immediatamente, e se non fossero seguite subito le scuse che pretendevo, gli
sarei saltato addosso senza spendere una parola di pi.

Oltrepassato il camerone delle checche, proseguimmo nel labirinto di scale di ferro e


sbarre, lungo una parete di mattonelle verde chiaro, lasciandoci alle spalle il settore dei
bianchi, quello dei neri, quello dei messicani. Giungemmo a una serie di celle con un
corridoio quasi vuoto. Sul pavimento era in corso una partita di bridge, una coperta
ripiegata faceva da tavolo da gioco. L'agente di scorta consegn alla guardia addetta alla
sorveglianza delle celle i miei documenti di ingresso e un'etichetta col mio nome che fu
infilata nella fessura di una bacheca. - Sei nella Cella 6, - disse, facendomi cenno di seguirlo
verso il cancello del camerone. Prima dovette aprire lo sportello di acciaio di un pannello
di controllo accanto al cancello. - Un pesciolino nella rete! - grid. - Cella 6.
Dopo che ebbe aperto e spalancato il cancello del camerone, entrai. I detenuti che
giocavano a bridge alzarono la testa per guardarmi; dalle porte aperte di altre celle si
affacciarono altre teste per esaminarmi. Una era nera. Nella prigione tutti erano segregati,
tranne i finocchi e gli assassini. Ironico, no?
Mi incamminai per il ballatoio. Era stretto, e dovetti scavalcare il gruppo dei giocatori di
bridge, scusandomi con loro. Raggiunsi la Cella 6. Sulle brandine c'erano gi due uomini.
Sapevo che la prigione era affollata, ma mi ero immaginato che un uomo che rischiava la
condanna a morte avrebbe avuto una cella tutta per s. Esitai. - Vieni, entra, - disse l'uomo
sulla brandina superiore. Prossimo alla quarantina, basette grigie, era piccolo e muscoloso.
L'uomo seduto sulla brandina sotto indossava una canottiera che gli fasciava la pancia
prominente. Dall'aspetto avrebbe potuto essere un italiano. Il secondino azion una leva
che fece vibrare rumorosamente tutti i cancelli delle celle. - Tutti dentro! A uno a uno in
cella!
La partita a carte si interruppe. I giocatori si alzarono in piedi. Gli altri due o tre detenuti
ancora fuori nel corridoio si mossero verso le loro celle. Il ballatoio cominci a svuotarsi.
Entrai dentro. Ero un po' impaurito. Mi trovavo rinchiuso in cella insieme a due adulti
rinviati a giudizio per i pi gravi reati immaginabili. Dall'ingresso della sezione, il
secondino grid: - Attenti ai cancelli! Si chiude! - Tutti i cancelli delle celle si chiusero con
un orrendo schianto, acciaio contro acciaio.
In tutta la prigione i cancelli vibravano e si chiudevano sbattendo fragorosamente. Era
l'ora della chiusura generale. L'uomo tarchiato sulla branda in basso mi fece posto. Mettiti a sedere. Quanti anni hai?
- Diciannove, - mentii.
Scroll la testa e grugn. Il suo nome, avrei saputo in seguito, era Johnny Cicerone, ed era
un vero uomo d'onore, uno della mafia, o perlomeno della sua versione a L. A. La mafia,
avrei appreso in seguito, aveva piccole "enclaves" sparse nella California del Sud, ma non
deteneva lo stesso potere che esercitava nell'Est. Johnny controllava una rete di allibratori
operanti in parecchie fabbriche e all'ospedale generale; in pi era il braccio destro dei
fratelli Sica, Joe e Freddy, di Jimmy the Weasel Fratianno e Dominic Brooklier, il "capo
de regime" sulla West Coast. Leggenda voleva che si fossero fatti le ossa eliminando Bugsy
Siegel.
- Com' che ti ritrovi alla massima sicurezza? - domand l'uomo pi piccolo, il cui nome
era Gordon D'Arcy. - Chi ti accusano di aver ammazzato? - (In carcere o in prigione, avrei
imparato in seguito, non si chiede mai a qualcuno quel che ha fatto, ma quello che
l'autorit giudiziaria ti imputa di aver fatto. Cos sei nella condizione di rispondere, senza
peraltro ammettere nulla).

- Nessuno. Ho accoltellato un secondino a Lancaster -. Non precisai che si trattava di una


ferita superficiale.
- Accoltellato un secondino! Cazzo! - La sua sorpresa era evidente. Con un cenno indic la
mia faccia ammaccata e malconcia. - A quanto pare ci hanno dato sotto.
- S, si sono fatti un giro di valzer sulla mia schiena. Non gran che grave -. Lo stoicismo,
cos apprezzato tra la malavita, era gi parte del mio codice. Mai frignare. Qualunque cosa
ti succeda, sforzarti di ridere.
D'Arcy sogghign. Nei giorni seguenti appresi che era un professionista della rapina a
mano armata, e che rischiava l'ergastolo per sequestro di persona e rapina. Si trattava di
un sequestro di persona di tipo tecnico: aveva costretto il direttore di un supermercato dal
reparto frutta e verdura a raggiungere l'ufficio sul retro per aprire la cassaforte.
Costringere qualcuno a spostarsi faceva scattare l'applicazione della cosiddetta legge
Little Lindbergh. Se la vittima avesse riportato qualche lesione, D'Arcy sarebbe finito
diritto nella camera a gas. Per come and, avrebbe rischiato soltanto l'ergastolo, se
dichiarato colpevole. La vittima afferm che avrebbe potuto identificare D'Arcy soltanto
dagli occhi. Il malvivente indossava un passamontagna che gli copriva tutta la faccia, cos
l'avvocato della difesa fece sfilare cinque uomini che indossavano abiti e passamontagna
identici ai suoi davanti al testimone e ai giurati. Il testimone senza un attimo di esitazione
aveva indicato D'Arcy. Aveva cacciato un urlo, e poi era svenuto. La giuria emise il
verdetto di colpevolezza in meno di tre ore. A quel tempo era in attesa del processo di
appello.
Cicerone prese in mano un mazzo di carte. - Forza, Gordon, fammi ricuperare i miei soldi.
- Metti qua le chiappe che ti suono io.
Cicerone prese una matita e un taccuino su cui erano gi segnati i punteggi delle partite
precedenti. - Vai pure a stenderti sulla mia branda, - disse rivolgendosi a me. - Non si
mangia, prima di una mezzoretta.
- Grazie. Di' un po', dov' che dormo?
- C' un materasso, l sotto -. Indic la branda in basso. - Lo tiriamo fuori di notte. Sei
fortunato a non essere in qualche altro braccio dove sono cinque in una cella.
Tirai fuori il materasso. Pi che un materasso era uno stuoino, ricoperto da una patina
lucente, traccia del sudore di centinaia di corpi. Ero troppo stanco per mettere il
coprimaterasso pulito che mi avevano consegnato. Spinsi il materasso al suo posto e mi
stesi sulla branda. Avevo l'impressione di trovarmi in una piccola grotta. Che giornata e
non era ancora finita. Che sarebbe successo? Certamente tra qualche giorno mi avrebbero
portato davanti al giudice e il tribunale si sarebbe dichiarato incompetente a giudicarmi,
perch ero minorenne. Poi sarebbe iniziato il procedimento giudiziario alla Corte
Suprema. Avevo personalmente conosciuto un giovane, Bob Pate, che aveva cercato di
fuggire da Lancaster. In forza di un mandato di carcerazione del Tribunale dei Minori, era
qui che era stato spedito. Avr avuto diciotto, diciannove anni, e gli avevano dato sei mesi.
Io avrei compiuto sedici anni tra quattro mesi. Mi avrebbero mandato a San Quentin? Ad
ogni modo, perlomeno agli occhi della legge, sarei stato un adulto.
Ero preso dai miei pensieri, quando sentii cigolare il cancello all'ingresso del camerone
insieme al rumore metallico delle ciotole e delle brocche del caff e delle altre cose che
venivano spinte su un carrello. Qualche istante dopo, uno dei detenuti addetti ai servizi

comparve davanti alla cella. Cont nove fette di pane e le pass attraverso le sbarre. Dietro
di lui ne veniva un altro che teneva un enorme recipiente d'acqua con un lungo beccuccio.
D'Arcy salt gi dal letto e, dopo aver preso parecchie tazze, le dispose sul pavimento
all'esterno della cella. L'uomo esit finch D'Arcy non gli allung un quarto di dollaro.
Allora quello riemp tutte le tazze e poi prosegu lungo il ballatoio. Tutto costava di meno,
a quei tempi.
I miei compagni di cella interruppero la partita per bere la bevanda calda. Un t dolce con
un gusto che non dimenticher mai, veniva servito tutte le sere.
- A mangiare! - url una voce all'ingresso della sezione. Sentii il "clic clac" di un cancello
che veniva aperto sul retro. Un asiatico obeso pass davanti alla nostra cella strascicando
le ciabatte. - Chi ? - domandai.
- Yama coso, o qualcosa del genere, - rispose Cicerone. - qui dal quarantacinque o
quarantasei, forse. Condannato a morte, per tradimento.
- Tradimento? Com' successo?
- Raccontaglielo tu, - disse Cicerone facendo segno a D'Arcy.
- cittadino americano. passato all'esercito giapponese, o in Giappone o nelle Filippine.
Ha partecipato alla Marcia della Morte di Bataan. Non credo che lo giustizieranno. Otterr
un annullamento o una commutazione della pena, o qualcosa di simile.
- Che bastardo! Se qualcuno si merita la camera a gas, questo lui, - disse Cicerone.
Quando il grasso nippoamericano torn indietro, si apr un altro cancello e sopraggiunse
un altro uomo. Era Lloyd Sampsell, e passando fece un cenno di saluto a D'Arcy. Si
conoscevano dai tempi del Grande Cortile di San Quentin. Sampsell era uno dei Banditi
degli Yachs, chiamati cos perch dopo un colpo fruttato un bel po' di soldi, prendevano
il largo su uno yacht e si facevano una crociera lungo la costa della California. Era
scappato dalla prigione e aveva fatto fuori una guardia di sicurezza o un agente durante
una rapina, ed era stato condannato a morte. Era stato trasferito dal Braccio della Morte
per comparire a un'udienza davanti al tribunale.
Anche l'uomo che comparve dopo era destinato al Braccio della Morte. Era grosso, con un
naso aquilino che era stato rotto pi di una volta. Era Caryl Chessman, il Bandito della
Luce Rossa. Avevo sentito parlare di lui. Dicevano che fosse un tipo in gamba. Una volta
un investigatore mi paragon a lui. Pass e fece ritorno alla sua cella. Poi comparve un
piccoletto con la faccia aguzza da furetto e una cicatrice che gli tirava la pelle intorno
all'occhio destro. Io ero in piedi accanto alle sbarre. Guard per due volte, si ferm quando
mi vide. - Caspita! E tu chi sei?
Capii al volo il messaggio sottinteso. La faccia mi and in fiamme.
- Muoviti, Cook! - grid la guardia all'ingresso.
Cook mi strizz l'occhio e prosegu verso l'ingresso per prendersi il suo rancio. Quando
torn sui suoi passi, io mi trovavo in fondo alla cella, seduto sul gabinetto. Cercava me.
Quando mi vide, mi mand un bacio. Non sapevo chi era. Non mi importava chi era.
Saltai in piedi. - Vaffanculo! Fottuto bastardo!
- Ehi, piccolo, non fare il cattivo.
- Torna in cella, Cook! - strill ancora il secondino. - Dentro!

Dopo che Cook se ne fu andato, mi rivolsi ai miei compagni di cella: - Chi quel bastardo?
- Billy Cook, - rispose D'Arcy. - Ha accoppato una famiglia intera, e poi ha fatto sparire i
corpi gettandoli in un pozzo. Poi fatto fuori un altro po' di gente mentre stava venendo a
ovest. L'hanno preso in Messico e l'hanno ributtato di qua dalla frontiera. Ha ammazzato
un tale che l'aveva beccato qui, in California. stato condannato a morte ieri.
Mi ricordavo vagamente di aver sentito parlare di questo caso. - Ha un occhio che non si
chiude, giusto?
- S. Quando le ha freddate, per via di quell'occhio, le vittime non riuscivano a capire se era
sveglio o dormiva.
- Sezione avanti apertura! - strill il secondino. - Attenzione ai cancelli!
I cancelli di tutte le altre celle incominciarono a vibrare; poi si aprirono.
- Su, vieni, - fece D'Arcy.
Seguii lui e Cicerone sul corridoio dove una ventina di uomini erano allineati all'ingresso
della sezione, mentre i detenuti in divise cachi addetti al servizio scodellavano spaghetti al
rag in un piatto combinato con una scodella. Era largo come un piatto, con i bordi di una
ciotola.
- Com' che noi usciamo insieme e gli altri uno alla volta?
- Loro sono mostri al cento per cento. Noi soltanto mezzi mostri.
- Quelli gi condannati a morte, oppure i tipi che pensano possano fare casino, li tengono
separati.
Mentre mangiavamo le celle restarono aperte; poi venimmo richiusi in cella mentre i
detenuti addetti ai servizi spazzavano e lavavano il corridoio. Quando il pavimento fu
asciutto, i cancelli della sezione centrale furono riaperti. D'Arcy prese una coperta
ripiegata e, dopo averla stesa per terra davanti all'entrata della cella, vi lasci cadere due
mazzi di carte Bee. Altri prigionieri si raccolsero intorno alla coperta sedendo sul
pavimento. - Giochi? - D'Arcy domand a Cicerone.
- No. Stasera viene il mio avvocato. Bisogna che scriva qualche stronzata da consegnargli.
Era una partita di poker alla rovescia, dove vince la mano chi ha il punto pi basso, e la
mano migliore asso, 2, 3, 4, 5. la variante del poker, come avrei imparato col tempo, che
richiede la massima abilit, se si vuole giocare bene. Disteso sulla branda inferiore,
osservavo la partita senza importunare nessuno.
Dopo cena, la prigione era pi tranquilla, sebbene mai del tutto immersa nel silenzio. Sul
passaggio all'esterno del camerone tintinnavano campanellini e lampeggiavano piccole
luci rosse. Erano segnali per i predatori, gli agenti di custodia che passeggiavano a passi
felpati lungo i cameroni. Cicerone fu mandato a chiamare. Dopo che se ne fu andato, la
partita si interruppe perch arriv l'ora dell'appello. Dovemmo allinearci sul corridoio in
file di tre, in modo che i secondini camminando dall'esterno potessero contarci per tre. Appello finito! - grid un aggiunto quando arriv in fondo.
- Vuoi un po' di t? - domand D'Arcy.
- S. Ma preferirei una sigaretta.
- Non hai sigarette? Tieni -. Estrasse alcune sigarette da un pacchetto di Camel e me le tese.
L per l esitai, perch non volevo obblighi con nessuno. Era una delle fondamentali regole

non scritte del penitenziario e della prigione: non essere in obbligo. - Forza, - insistette, e
cos presi le sigarette.
- Soldi ce n'hai? - domand.
Scossi il capo.
- Famiglia?
Scossi il capo.
Scosse il capo lui. - una vita dura se non hai nessuno.
Prese un rotolo di carta igienica, ne strapp una striscia che poi riarrotol alla meglio, ne
rimbocc il fondo attraverso il buco nel mezzo, poggi il cartoccio sul bordo del gabinetto
e diede fuoco. Bruci a cono, come un fornello, e dur quanto bastava per riscaldare una
tazza metallica di t. Ne vers met in un'altra tazza e me la porse. Era buono,
specialmente con una sigaretta. Mi raccont di Johnny Cicerone. La cosiddetta squadra
anticrimine del Lapd, il Polke Department di Los Angeles, gli stava alle costole. Lui
doveva riscuotere un debito di duemila dollari da un padroncino alle prime armi che lo
aveva fregato. Nel corso della esazione, aveva schiaffeggiato il tizio e lo aveva portato
nella sala bar del bowling di propriet del debitore, su Vermont. I soldi erano l. Cicerone
era riuscito a farsi pagare, ma il Lapd lo voleva seppellire vivo. Poich Cicerone aveva
schiaffeggiato il furbacchione con una pistola, lo avevano accusato di sequestro di persona
a scopo di rapina con l'aggravante della violenza premeditata. Era la stessa imputazione
che aveva spedito Caryl Chessman nel Braccio della Morte. Anche se era improbabile che
venisse condannato alla pena capitale, l'ergastolo non glielo toglieva nessuno
- Che gli succeder? - domandai.
D'Arcy rispose che non ne aveva la minima idea. (Un paio di anni dopo, scoprii che
Cicerone aveva patteggiato per ottenere una riduzione della pena nel merito di un altro
caso e aveva scontato tre anni di detenzione a Soledad).
Il cancello dell'ingresso si apr e Cicerone pass dentro e rientr in cella. - C' rimasto un
po' di t?
- S. Te ne ho lasciato una tazza. Bisogna scaldarlo.
Da qualche altra parte della prigione, attraverso le pareti, giunse la vibrazione di cancelli
che si chiudevano di colpo.
Un minuto dopo, l'aggiunto responsabile del nostro camerone grid: - Dentro! AUno!
Gli uomini nel corridoio si diressero verso le celle. Uno di loro si arrest davanti al nostro
cancello. - Tieni, - disse porgendomi un biglietto ripiegato. - Te lo manda Cook.
Aprii il biglietto e lessi soltanto poche parole prima di buttarlo nel cesso. Voleva vedermi
quando i detenuti del mio camerone sarebbero usciti per andare alle docce. D'Arcy e
Cicerone mi guardavano con un'espressione di solidariet. - E un mentecatto, - comment
D'Arcy.
- Gi -. Avevo una mezza speranza che i miei compagni di cella mi avrebbero aiutato,
anche se sapevo che non dovevo contarci. Ci eravamo appena conosciuti, e loro avevano le
proprie rogne da risolvere. La solidariet finiva l, non significava che sarebbero
intervenuti in mio favore. E poi, in galera chi non ce la fa a cavarsela da solo destinato a
soccombere.

- 'Fanculo a lui, - dissi.


- Come farai?
- Non lascer che mi fotta e non ho neanche intenzione di rivolgermi al Capo. Quand'
che si va a fare la doccia?
- Domani.
- Vuole vedermi nelle docce.
- Signore!
- Avete qualche lametta usata e uno spazzolino?
- Nel cartone del latte -. Cicerone volt la testa verso un cartone del latte sulla mensola in
fondo alla cella. Su un lato era aperto, e cos serviva anche come scatola per cianfrusaglie
varie. Lamette arrugginite, mozziconi di matita, uno spazzolino le cui setole erano state
usate per pulire qualcos'altro che i denti. Usando la fiamma di una mezza scatola di
fiammiferi, misi lo spazzolino sul fuoco. Quando si fu ammorbidito strappai via le setole e
accesi altri fiammiferi, e mentre bruciava e la plastica era diventata duttile, spensi i
fiammiferi e vi infilai met della lametta da barba, poi schiacciai la plastica intorno per
fissarla. Avevo visto un chicano al carcere minorile squarciare la schiena di un tizio, dalla
spalla al fianco, con un solo colpo. Centoventicinque punti di sutura. Come arma micidiale
non era un gran che, ma era la migliore che potessi fabbricarmi, in quelle circostanze. I
miei compagni di cella mi guardavano, impassibili. Soltanto quando Cicerone mi diede
una pacca sulla spalla dicendo: - Hai le palle, ragazzo mio -. Compresi senza alcun dubbio
che erano dalla mia parte.
Nonostante l'estrema stanchezza, mi fu difficile prendere sonno nella prigione della contea
quella prima notte. La massima sicurezza era una sezione esterna. Aveva le pareti di
sbarre, di l dalle quali c'era il passaggio del secondino, ma allora vi erano delle piccole
finestre, dalle quali giungevano i rumori notturni della citt, delle automobili e dei tram su
Broadway, dieci piani sotto. I tram facevano due scampanellate prima di ripartire da ogni
fermata. Quel suono suscitava in me gli stessi sentimenti indistinti del fischio di un treno
nella notte. Perch ero cos diverso? Ero pazzo? Pensavo di no, nonostante il mio
comportamento talvolta apparentemente dissennato. Pareva ci fosse una concatenazione
prestabilita di cause ed effetti. In mattinata avevo in mente di assalire un folle che aveva
ammazzato per lo meno sette volte. Che altro potevo fare? Invocare la tutela di una
guardia? S, per questa volta mi avrebbero protetto, ma il marchio d'infamia della vilt e il
fatto di essere uno spione, perch tale i miei pari mi avrebbero considerato, mi avrebbero
perseguitato per sempre. Avrei aperto la stagione della caccia contro di me. Avevo un
vantaggio, per, sul mio avversario. Lui non si sarebbe mai aspettato che io, il ragazzino
smilzo che aveva visto, lo attaccassi di sorpresa. Magari pensava che la scia di cadaveri che
aveva lasciato dietro di s mi avrebbe paralizzato.
Nonostante il turbinio dei pensieri, la stanchezza ebbe il sopravvento e ben presto mi
addormentai.
La mattina, prima di andare alle docce, dovemmo disfare i letti, ripiegare fodere e coperte,
e allineare tutti i nostri oggetti personali sul pavimento all'esterno della cella contro la
parete. Ci era permesso indossare soltanto la biancheria e le scarpe, e portare con noi un
asciugamano. Mentre eravamo sotto la doccia, una dozzina di guardie avrebbe perquisito
il camerone alla ricerca di merci e oggetti illeciti. Io ripiegai l'asciugamano intorno al

manico dello spazzolino, sicuro che sarebbe passato inosservato quando avrei varcato il
cancello insieme al gruppo degli altri.
Parecchi agenti passarono davanti alla nostra cella. I cancelli della sezione posteriore si
aprirono con un rumore metallico. Gli uomini gi condannati a morte furono i primi ad
andare. Billy Cook mi lanci uno sguardo strizzando l'occhio mentre passava. Restai
impassibile, nonostante il vuoto che avevo allo stomaco.
Dopo qualche attimo, il secondino chiam: - Bunker, cartellino personale e blusotto! - In
quegli anni, prima dell'introduzione dei braccialetti chiodati, portavamo dei cartellini
personali come segno di identificazione e poich i prigionieri tenevano le camicie da civili,
quando si usciva dal camerone era obbligatorio indossare un blusotto denim con la scritta
PRIGIONE DELLA CONTEA DI LA. Indossai pantaloni e blusotto. Impossibile portare lo
spazzolino con me.
- Dallo a me, - disse D'Arcy. Glielo passai.
- Cella 6! Apertura! Attenti al cancello! - grid il secondino.
Il cancello vibr e si apr con un rumore metallico. Percorsi il ballatoio, lungo le sbarre e i
volti che si affacciavano tra le sbarre. Dove stavo andando? E se qualcuno avesse fatto la
soffiata e gi si sapeva che ci sarebbe stato casino?
Un agente di scorta aspettava. - Dove devo andare? - domandai.
- Sala Bertillion.
Sala Bertillion? Era la stanza in cui mi avevano scattato le fotografie e preso le impronte
digitali. Bertillion era lo scienziato dell'Ottocento che aveva impiegato le misure del cranio
e delle ossa per identificare i criminali, un procedimento inutile che era stato sostituito
dalle impronte digitali. Il nome era rimasto. Perch mi convocavano l?
Dovevano prendermi l'impronta del pollice, per un procedimento di competenza delle
autorit del Tribunale dei Minori. Ci misero soltanto un minuto; poi l'agente mi
riaccompagn indietro attraverso i corridoi della prigione. Avevo in mente Billy Cook. Se i
turni delle docce erano finiti, sarebbe passata una settimana prima di incontraci faccia a
faccia. In quella settimana qualcosa poteva succedere. Magari sarebbe stato trasferito nel
Braccio della Morte di San Quentin. Del resto la sua sentenza di condanna era stata gi
emessa.
Arrivammo all'altezza di un angolo. Davanti a noi c'era il corridoio che conduceva al mio
camerone. L'agente svolt: ci dirigevamo verso la stanza delle docce. La doccia era ancora
in corso.
La sorte mi diceva male. Mi sentii sprofondare. Per un attimo mi venne la voglia di
spifferare tutto. - Mi sono inguaiato con Billy Cook -. Non potevo. Accadesse quel che
doveva accadere.
Svoltammo un altro angolo. Una ventina di agenti gremivano il corridoio all'esterno di un
cancello aperto, oltre il quale c'era un piccolo vestibolo e una stanza piena di panche e di
vapore. Le docce erano pi in l.
- Ecco Bunker, - disse l'agente di scorta alla guardia di custodia del camerone. - Viene dalla
Bertillion.
- Forza, mettiti sotto l'acqua, - ingiunse il secondino, sottolineando l'ordine con un cenno.

La stanza delle docce era quasi vuota. Poche indistinte figure emergevano dal vapore,
uomini che avevano gi finito di lavarsi e si stavano asciugando. Le panche erano piene di
biancheria e di scarpe. Tutti erano sotto le docce, dove il vapore era pi denso.
Comparve D'Arcy. - Tieni. Mi porse un asciugamano. Sentii lo spazzolino dentro le
pieghe. - in fondo alla prima fila.
Afferrai la ridicola arma attraverso il tessuto. La paura provava a fiaccarmi le forze. La
soffocai e predisposi la mente a uno stato di concitazione.
Senza togliermi i vestiti, mi avviai verso il vano a volta da cui si riversava il vapore.
Dentro c'erano parecchi tramezzi che arrivavano all'altezza della cintola. Ogni scomparto
era provvisto di una mezza dozzina di soffioni. Un paio di uomini divideva ogni
scomparto, alcuni si insaponavano, altri si sciacquavano. Mentre scivolavo lungo la parete,
cercando di evitare i corpi nudi, scrutavo tra il vapore denso, la mano serrata sullo
spazzolino, indifferente all'acqua che mi bagnava le gambe dei pantaloni.
Solo, nell'ultima doccia, Billy Cook si stava lavando i capelli, la faccia rivolta verso il getto
d'acqua. Il corpo pallido e smilzo era punteggiato di acne, le braccia coperte dai tatuaggi
blu dei detenuti. Era a due passi di distanza, e per un attimo esitai. Quando gir la testa, la
schiuma bianca dello shampoo che gli colava sul corpo, aveva gli occhi aperti, e mi vide.
Spalanc gli occhi e abbozz un sorriso; poi vide l'arma, o colse qualcosa sul mio viso. Si
volt per prendere un asciugamano appoggiato sul tramezzo che separava le file di docce.
Ero sicuro che nascondeva un'arma. E sarebbe riuscito a prenderla se non fosse scivolato
sul pavimento bagnato. Gli part un piede in avanti, e cadde su un ginocchio.
Prima che riuscisse a riaversi, gli piombai addosso brandendo lo spazzolino con la lametta
sporgente. Lo raggiunse sulla parte alta della spalla, vicino all'attaccatura del collo e gli
produsse uno squarcio di una quindicina di centimetri prima che con un movimento
riuscisse a sottrarsi alla traiettoria della lama. Lo colpii ancora, stavolta con tanta di quella
forza che la lametta si spezz e vol via. Il suo tentativo di scansarsi e la potenza del colpo
lo fecero cadere in ginocchio, la schiena verso di me. Era nudo. Io avevo ancora i vestiti
addosso. Assassino o no, in quel momento Billy Cook era alla mia merc e urlava
supplicando aiuto. I prigionieri nudi si precipitarono verso l'uscita. Gli saltai sulla schiena,
lo afferrai per i capelli e gli mollai un pugno su un lato della testa. Il dolore mi esplose
lungo il braccio, ma il suo grido mi ripag ampiamente. Ero bagnato fradicio, di acqua e
sangue.
Qualcuno arriv alle mie spalle. Dita affondarono nelle mie guance e nei miei occhi e mi
sganciarono dal mio avversario, scavando nella carne per tirarmi via. Intravidi il verde
oliva dei pantaloni dell'uniforme.
Gli agenti mi trascinarono fuori della sala docce e mi obbligarono a camminare nel
labirinto della prigione sotto gli sguardi curiosi dietro le sbarre. Dopo aver aperto una
porta di acciaio, mi spinsero dentro una stanza con tre porte pi piccole di acciaio
massiccio verniciato di verde.
- Togliti i vestiti, - fu l'ordine. Ero circondato da una mezza dozzina di guardie, giovani e
robusti ex marine. Fremevano dal desiderio di pestarmi. Obbedii.
Una volta nudo, qualcuno mi lanci un paio di brache lunghe e io le indossai. Un'altra
guardia mi consegn un recipiente di cartone rotondo, e un litro d'acqua. Una delle tre
porte era aperta. Era una stanza di neanche tre metri quadri, senza finestre, con le pareti di
acciaio e il pavimento in cemento. In un angolo c'era una buca per i bisogni. La stanza era

completamente spoglia. Qualcuno disse: - Cinque giorni, - e io capii che era il tempo che
avrei dovuto restare segregato l dentro. Cinque giorni. Dopo che fui entrato, la porta si
richiuse alle mie spalle con uno schianto, acciaio contro acciaio. Ero nell'oscurit della
tomba. Dall'esterno una chiave sbatt sull'acciaio. - Quando senti questo, rispondi. Se non
rispondi, e siamo costretti ad aprire la porta, meglio sar per te essere morto, perch se
non sei morto, o l l per morire, rimpiangerai di non esserlo. Capito?
Sentii risate smorzate, poi il rumore di un'altra porta che si richiudeva. Restai solo. Sarei
diventato pazzo? Che differenza avrebbe fatto? Sarei semplicemente impazzito, da solo nel
buio. A nessuno sarebbe importato niente. Immaginate il buio di un cieco in una gabbia di
tre metri quadri con le pareti di acciaio. Che fareste?
Mediti su tutto quello che sai. Canti tutte le canzoni che ti tornano in mente, dall'inizio alla
fine o in parte. Ti masturbi, sesso bruto sul pavimento di cemento. Ti metti a pensare a
Dio, se uno o se ce ne sono molti, e ti domandi perch permette che ci sia tanto dolore e
ingiustizia se lui davvero colui che dice di essere. Mia madre diceva che Dio esisteva;
tutti lo accettavano senza farsi domande. Anch'io avevo creduto che Dio esistesse, finch
non avevo cominciato a pensare sul serio ai fatti che provavano o confutavano la sua
esistenza. Forse c'era qualcosa di spirituale nell'universo, ma sembrava che Dio avesse
smesso di prestarvi attenzione da qualche secolo.
Sentivo rumori attraverso le pareti e i pavimenti, molti cancelli che si chiudevano con un
tonfo. Il suono dei campanelli segnalava i predatori. Non avevo idea del significato
preciso dei vari segnali.
Una volta al giorno aprivano la porta per sostituire il cartone di acqua e lasciare sei fette di
pane bianco. Pane e acqua. Il terzo giorno fecero scivolare all'interno un piatto di plastica
ricolmo di maccheroni. Il mio stomaco si era raggrinzito e l'appetito era scemato. Era una
grossa porzione, cos ne mangiai circa un terzo e misi il resto dentro le sei fette di pane.
Feci dei grossi panini imbottiti. Li avvolsi nella carta igienica. Uno per la sera, due per il
giorno dopo. Allora immaginavo che mi restava soltanto un giorno.
Poco dopo sentii il rumore di qualcosa che grattava. Quando allungai la mano per
prendere i panini, toccai il corpo viscido di un ratto. Ahhhh! Saltai in piedi e fui l per
svenire sentendomi raggelare il sangue.
Quei ratti schifosi erano saliti su dalla latrina. Non c' da stupirsi che sopravvivessero.
Alcuni gonzi in India li consideravano animali sacri. L'avevo letto in un numero del
National Geographic che mi era capitato in mano.
Trovai i panini. Il ratto aveva strappato la carta igienica e aveva mordicchiato un bel pezzo
di un panino. Scartai la parte che aveva rosicchiato e la buttai nella latrina. Poi mangiai il
resto. Fottuto di un topo. Gli era andata bene una volta. Non avrebbe avuto un'altra
possibilit.
I graffi delle unghie che la guardia mi aveva lasciato in faccia si cicatrizzarono. Lo stesso le
ferite sul cuoio capelluto. Devo dire una cosa: ero riuscito a sopravvivere a uno dei
pestaggi peggiori. Pensavo a Billy Cook che guaiva come una cagna mentre lo prendevo a
calci nel culo. - Gli sarebbe passata la voglia di fottermi, scommettiamo? - mi dissi e poi
scoppiai a ridere, ragliando come un asino nel buio.
Era ora di fare le flessioni. Parecchie volte al giorno, ne facevo quattro serie da
venticinque. Passavo molto tempo a masturbarmi. Dio mio, quante dee dello schermo ho
fottuto nell'intimit della mia mente. In altri momenti giocavo con un bottone strappato

dalle mutande. Lo lanciavo contro il muro, in diagonale, per farlo rimbalzare. Poi iniziavo
il rito della ricerca, tastando con un dito pochi centimetri per volta, piuttosto che passare
una mano aperta sul pavimento. Cos sarebbe stato troppo facile.
Sei o sette volte al giorno la porta esterna si apriva, e dopo pochi secondi una chiave
pesante veniva sbattuta contro la porta. Tutto a posto qui! - rispondevo, e la porta esterna
si richiudeva, lasciandomi solo.
I cinque giorni mi erano parsi un'eternit prima di affrontarli, ma una volta trascorsi mi
parvero un nulla. Quando la porta si apr per lasciarmi uscire, la luce agli occhi mi fece
voltare la testa. Ero stordito e caddi contro la parete quando provai a infilarmi i pantaloni.
- Sbrigati, - intim una guardia. - A meno che non preferisci tornare dentro finch non sei
pronto
- No, signore, sono pronto.
Quando rientrammo nella sezione di massima sicurezza, fui assegnato a una delle celle sul
fondo. Era stata la cella di Billy Cook. Era stato trasferito al Braccio della Morte di San
Quentin la sera prima. Non l'avrei pi rivisto, ma un paio di anni dopo avrei parlato con
lui attraverso i ventilatori tra il braccio dei condannati e la cella di isolamento due sere
prima della sua esecuzione. Le celle erano addossate e separate da un passaggio di
servizio con tubi e condotti. La sera prima dell'esecuzione l'avrebbero portato via e lo
avrebbero fatto scendere nella cella del condannato, dove avrebbe passato la notte. Gli
gridai: - Ehi, Cook, bastardo infanticida! Quanto tempo ce la farai a trattenere il respiro?
Ah, ah, ah - Da giovane, avevo il cuore indurito contro i miei nemici. Billy Cook era uno
di loro, lo ritenevo spregevole, indipendentemente dal rancore che provavo per lui. Aveva
massacrato una famiglia di cinque persone, compresi i bambini, e li aveva buttati in un
pozzo.
Quando il secondino mi disse che mi mettevano sul fondo della sezione a scopo di
protezione, protestai con violenza: - Non mi serve nessuna protezione.
- per proteggere loro da te, - ribatt. Era una menzogna, ma calm la mia collera.
Mentre percorrevo il ballatoio verso la sezione sul fondo, riconobbi tra i volti affacciati alle
sbarre quella di D'Arcy. - Ehi, aspetta un momento, - fece.
Mi fermai, ignorando la guardia che urlava mentre D'Arcy andava verso la federa appesa
a un gancio, dove teneva le cose comprate allo spaccio. Infil tra le sbarre qualche barretta
di cioccolato e due pacchetti di Camel.
- Bunker! Muoviti! - urlava la guardia dal cancello, battendo la chiave sulle sbarre per
farmi sbrigare. Alzai una mano per fargli capire che non lo stavo ignorando.
- Un secondo, Capo.
D'Arcy mi tese le sigarette e le barrette. - L'hai fottuto, quel bastardo.
- Bunker! Muoviti!
- Meglio che vai.
- Che far mai? Mi sbatter in galera?
Spacconata a parte, mi incamminai verso la cella che, stando al rumore, la guardia mi
stava aprendo. Passando davanti alle altre celle, notai che le facce erano cordiali ed
esprimevano approvazione. Prima di entrare dentro, mi accorsi che la cella accanto alla

mia era occupata da Lloyd Sampsell. Mi salut con un cenno del capo, ma la sua faccia era
imperscrutabile. Entrai.
- Attenti al cancello! - grid la guardia. Cominci a vibrare. - Chiusura! - La porta si
richiuse con uno schianto.
- Ehi, Loyd! - chiam D'Arcy.
- S, che c'?
- D un occhio al mio compagno laggi!
- Sicuro! Chiunque ha messo a posto quel pezzo di merda va benone con me! - Sampsell gli
grid di rimando; poi, rivolgendosi a me in tono colloquiale, soggiunse: - Ehi, Bunker, hai
una sigaretta con te?
- S, me ne date un po' D'Arcy.
- Se hai bisogno di qualcosa, dimmelo. Va bene?
- Voglio qualcosa da leggere.
- Che ti piace?
- Non lo so. Qualsiasi cosa va bene.
- Ne ho un mucchio. "I bassifondi di San Francisco" potrebbe piacerti.
Mi ricordavo del film con Humphrey Bogart. Se un libro era diventato un film,
probabilmente era abbastanza bello, per lo meno cos mi suggeriva la logica. - Passamelo, dissi.
Sampsell mi allung il tascabile grosso e logoro attraverso le sbarre. Prima che potessi
immergermi nella lettura, le pulizie della mattina finirono e le celle sul davanti della
sezione vennero aperte. I detenuti accusati di rapimento e omicidio e altri famigerati
criminali (ma evidentemente meno famigerati di Sampsell e me) poterono passeggiare
liberamente sul ballatoio esterno alle celle. D'abitudine, ogni giorno, D'Arcy portava fuori
la sua coperta grigia e la stendeva sul pavimento davanti alla cella di Sampsell per
riprendere l'interminabile partita di poker dal punto in cui si era interrotta. Il mercoled, il
giorno in cui l'addetto al denaro distribuiva la dotazione di contanti che potevano essere
ritirati dal conto di un prigioniero, c'erano pi giocatori che spazio per giocare, ma man
mano che passava la settimana i perdenti scomparivano e la partita si restringeva ai
quattro o cinque giocatori migliori: D'Arcy, Sampsell e Cicerone arrivavano sempre alla
fine. D'Arcy non aveva soldi nel conto, n riceveva visite. Viveva del poker. Sampsell
giocava allungando le mani tra le sbarre. Gli altri sedevano sul pavimento a gambe
incrociate oppure si appoggiavano sui gomiti e sul sedere. Giocavano a poker alla
rovescia, ovviamente. Il poker non come gli scacchi, in cui il giocatore mediocre
inesperto non vince mai una partita. A breve termine il neofita pu trovarsi in mano carte
imbattibili e portarsi via tutto, ma nel giro di ore o giorni si ristabilisce una forma di
equilibrio. Il giocatore esperto minimizzer le perdite nelle mani in cui perde e
massimizzer le mani vincenti. Si potrebbe affermare che chi rilancia un vincente, e
quello che paga per vedere un perdente.
Un giorno dopo l'altro, per dieci ore al giorno, seguivo la partita attraverso le sbarre.
D'Arcy sedeva alla sinistra di Sampsell, proprio all'angolo della mia cella, e incominci a
mostrarmi le carte. Mi faceva vedere se bluffava (non spesso) e come riusciva a farla
franca. Il bluff, mi diceva, in realt era uno specchietto per le allodole che serviva a far

invogliare l'avversario in modo che chiedesse di vedere anche quando aveva una mano
imbattibile da giocare. Era bello bluffare e avere successo, ma era anche utile essere
scoperti. Se non bluffavi mai, era difficile che l'avversario ti chiedesse di vedere, quando
avevi una buona mano. Nel poker alla rovescia, pi che in qualsiasi altra variante del
poker, il modo di giocare una mano dipende dalla tua posizione rispetto a chi distribuisce
le carte. I lanci e i rilanci sono frequenti prima di riprendere le carte, e sebbene si possa
puntare dopo aver ripreso le carte, e talvolta anche rilanciare, un assioma del poker alla
rovescia che tutta l'azione si svolga prima di riprendere le carte. D'Arcy mi insegn un
altro assioma del poker: bluffa pure quando ti pare, perch costa meno fare un errore e
mollare il gioco che restare onesti e chiedere di vedere.
Un pomeriggio convocarono D'Arcy nella Stanza degli Avvocati. Gli altri giocatori
protestarono perch stava vincendo alla grande e non avrebbero ricuperato i soldi persi se
lui si fosse ritirato dal gioco. D'impulso, e anche perch vincere trenta o quaranta dollari
ha poca importanza per un uomo che ha dinanzi a s la prospettiva di restare a San
Quentin vita natural durante, D'Arcy mi consegn una manciata di soldi chiedendomi di
seguitare a giocare al posto suo.
Col cuore in gola allungai le mani tra le sbarre e raccolsi le cinque carte che erano scivolate
sulla coperta verso di me. Ero al tempo stesso eccitato e spaventato. Volevo vincere. E
soprattutto non volevo perdere i soldi di D'Arcy.
D'Arcy rest via circa una mezz'ora. Io avevo giocato tre o quattro mani piccole,
vincendone una, e mi ero quasi rifatto quando varc il cancello: il piatto era alto, e io me lo
stavo giocando con un vecchio di nome Sol, in attesa di processo per l'omicidio del suo
socio in affari. La prova principale a suo carico era il movente: il socio rubava i soldi della
societ e andava a letto con la moglie di Sol. La mano inizi e io venni servito con un otto,
un cinque, un asso, un due, un tre. una buona mano, specie perch non avevo figure.
Dovendo giocare prima di Sol, feci la mia puntata. Sol rilanci, e io accettai. Il mazziere
chiese quante carte volevo. Se fossi rimasto servito senza accettare il rilancio di Sol, lui
avrebbe capito che avevo un otto o un nove. Con un sette o qualcosa di meglio, avrei
sicuramente rilanciato ancora prima di riprendere le carte. Il fatto che lui avesse rilanciato
dopo che io avevo aumentato il piatto indicava che probabilmente era stato servito forse
con un otto, forse anche con un nove, ma molto verosimilmente un sette o meglio. Dovevo
scartare l'otto e sperare in un sette, un sei, un quattro, o anche in un jolly? Se avessi saputo
che avrebbe cambiato una carta, sarei sicuramente restato sull'otto. Ma non lo sapevo. Una, - dissi, sollevando un dito. La carta mi arriv sulla coperta. La coprii senza guardarla.
- Una carta, - disse Sol, scoprendo la regina che aveva scartato. "Cazzo", imprecai tra me;
aveva giocato meglio di me, mi aveva fatto spezzare la mano e giocare d'azzardo.
Guardai la carta che avevo cambiato. Un cinque. Ce ne avevo gi uno. Adesso ne avevo
due e una mano schifosa. - Vedo, - dissi. A quel punto D'Arcy era arrivato e stava in piedi
accanto alla mia cella.
- Dieci dollari, - disse Sol.
Era una grossa puntata in una partita di poker in prigione, dove il massimo che un
detenuto poteva ritirare dal conto erano dodici dollari la settimana. Ma intuitivamente, o
forse grazie a qualche potere paranormale (in seguito, da un test al quale mi sottoposi,
risult che ne ero in possesso, secondo i parametri fissati della Duke University in seguito
ai famosi esperimenti li condotti), capii che Sol stava bluffando. Del resto bluffava sempre.
Sebbene fossi certo che stava bluffando, non potevo accettare per vedere. Avevo una

coppia, una grossa coppia. Avrei potuto farlo con un fante, o anche una regina, ma con
una "coppia" soltanto Non potevo rilanciare con una coppia. Non poteva avere una
coppia pi importante. Poi mi ricordai una cosa che D'Arcy aveva fatto una volta.
- Rilancio, - dissi. - Tutto quello che ho -. Cominciai a contare i soldi che D'Arcy mi aveva
lasciato. Erano all'incirca trenta dollari.
Quando arrivai a contare diciotto dollari, Sol gett via le carte come se gli bruciassero in
mano. - Questo bastardo di un moccioso mi ha fregato! Prima passa e poi rilancia!
Passare, poi aspettare che qualcuno accetti il gioco, e successivamente rilanciare la
trappola pi subdola a poker. Alcune sale da gioco non consentono questa mossa. Se
qualcuno passa e poi rilancia, getto via le carte senza neanche pensarci, a meno che non
abbia una mano fenomenale.
- Posso vedere? - domand D'Arcy. Ci mancherebbe altro. I soldi erano suoi. Gli passai le
mie carte, mentre rastrellavo il piatto sostanzioso. Dentro ero raggiante.
D'Arcy esamin le carte senza cambiare espressione.
- Anch'io voglio vedere, - disse Sol.
- No, no, - disse D'Arcy. - Devi pagare, per vedere -. Mi strizz l'occhio e gett le carte sulla
coperta.
Sol allung la mano per prendere le carte. D'Arcy, che era rimasto in piedi, schiacci il
piede sulla mano di Sol, inchiodandola insieme alle carte sulla coperta.
- Ehi che cazzo, - imprec Sol, riuscendo a liberarsi la mano ma lasciando le carte
coperte. - Che cazzo pensi di fare? - Sol, una trentina di chili pi grosso di D'Arcy, si
raggomitol per mettersi in piedi.
- Se ti alzi, ti faccio saltare la testa, - disse D'Arcy. Alle sue solite maniere amabili e gentili
era subentrato il rumore sordo di un missile ariaaria.
Sol ricadde sul sedere e sollev entrambe le mani in segno di resa. Era intimidito e aveva
deciso di fare buon viso a cattiva sorte. - Scommetto che aveva un sei, - disse. - Mi sbaglio?
D'Arcy ammicc, come a confermare la supposizione di Sol, poi si tolse il blusotto jeans
per sedersi e tornare a giocare. La conversazione riprese.
- Chi era? Matthews? - Al Matthews era il grande avvocato penalista. Era stato a capo della
sezione degli avvocati d'ufficio e, recentemente, aveva aperto un suo ufficio privato.
Matthews era molto ammanicato con quelli che sapevano scegliere un avvocato per un
processo criminale. A questo punto della sua carriera, nessuno dei suoi clienti si era mai
ritrovato nella camera a gas, ed era riuscito a rappresentare parecchi imputati indigenti di
Los Angeles che rischiavano la pena di morte.
- S, Matthews, - conferm D'Arcy prima di grugnire e girare il pollice in basso nel gesto
tipico degli imperatori romani.
Nel frattempo le carte seguitavano a scivolare sulla coperta.
- Che significa? - domand Sampsell.
- Hanno revocato il mio soggiorno.
- Allora ti trasferiranno.
- Ci vorr qualche giorno per i documenti; poi salir sul treno. Chi se ne fotte si mangia

meglio laggi -. Raccolse le carte e diede una rapida occhiata alla mano. Fu un altro ad
aprire. D'Arcy gett via le carte. Poi volt la testa e lanci un'occhiata dalla mia parte,
dietro le sbarre. - Ti far convocare tra qualche giorno. Di' all'aggiunto che vuoi vederlo.
Prima che Al Matthews mi mandasse a chiamare nella Stanza degli Avvocati, il
responsabile di queste questioni mi aveva condotto al Tribunale dei Minori, presieduto dal
giudice A. A. Scott. Poco pi di tre anni prima, Scott mi aveva affidato all'autorit
giudiziaria competente per i minori. Il pubblico ministero present un ricorso al tribunale
perch venissi giudicato come adulto. Non ci fu contestazione alcuna. Io ero senza
avvocato e, da quel che ricordo, nessuno mi domand di dichiarare nulla. Avrei anche
potuto essere un passeggero su un treno. Il viaggio dur dieci minuti, al termine dei quali,
mi condussero in un ufficio del Tribunale Municipale per inoltrare una querela a mio
carico, con un capo di accusa relativo non alla Sezione 4500 ma all'articolo 245 del Codice
Penale, aggressione con l'intento di provocare gravi lesioni fisiche. Venne fissata una data
per l'udienza preliminare. L'ammontare della cauzione era ventimila dollari.
Naturalmente mi era impossibile ottenere la libert su cauzione, poich le autorit
competenti per i minori avevano emanato un ordine di carcerazione contro di me. Io
sapevo bene come si sarebbero svolte le cose, perch avevo appreso qualche nozione di
procedura giudiziaria dagli uomini che mi stavano intorno. Mi domandavo se il
cambiamento del capo di accusa avrebbe significato un mio trasferimento in un'altra
sezione, ma pareva che ci fosse una comunicazione praticamente insussistente tra l'Ufficio
dello Sceriffo, da cui dipendeva la prigione, e i tribunali. Esistevano procedure ordinarie
per casi ordinari, rilasci e convocazioni davanti al tribunale, ma nessuno avrebbe notificato
alla prigione queste differenze. Il tribunale non aveva alcun motivo di sapere che io mi
trovavo nella sezione di massima sicurezza.
Stavo imparando anche altre cose. Quando il poker si interrompeva per i pasti, l'appello o
lo spegnimento delle luci, c'era sempre un gran parlare tra una cella e l'altra. D'Arcy era
troppo distante, ma Sampsell era nella cella accanto. Mi raccont della rapina ordita ai
danni della Lockheed, per impadronirsi dei soldi degli stipendi, negli anni trenta o
quaranta. Sampsell aveva una mente analitica e una lieve pronuncia nasale, da
campagnolo. Si entusiasm rievocando le sue mirabolanti imprese criminali. Raccont le
storie leggendarie di San Quentin, compresa la sua fuga dal penitenziario di Folsom. Sentii
anche altri racconti, di quel pazzo di Bugsy Siegel, che non amava farsi chiamare Bugsy,
anche se poi si lasciava chiamare cos da alcuni perch ignoravano quanto fosse pazzoide.
Imparai che dietro le sbarre andava bene avere la reputazione di essere anche il pi
violento in circolazione, ma non di essere pazzo, o imprevedibile. Nessuno voleva avere a
che fare con la paura, perch la paura pu rendere pericoloso anche un codardo. In un
mondo senza processo civile e senza ricorso all'autorit costituita, ciascuno aveva bisogno
degli altri per convincersi di avere la capacit di proteggere se stesso e i propri interessi.
Al Matthews venne a farmi visita. Io ero senza soldi, ma lui assicur che si sarebbe
occupato della mia udienza preliminare e in tempi brevi avrebbe inoltrato il mio caso alla
Corte Suprema. A quel punto avrebbe cercato di farsi nominare dal giudice al posto del
difensore d'ufficio. Aggiunse che poteva tentare di evitare un processo con la giuria e che
il caso venisse esaminato di fronte al giudice, senza i giurati.
And secondo le previsioni di Matthews. Non fece alcun tentativo di confutare i capi di
accusa, anche se la vittima dichiar di avere soltanto qualche punto di sutura, e di non
aver perso neanche un giorno di lavoro. Matthews ag in modo da ribaltare le cose e
istruire un processo sul torto da me subito. Mostr la foto segnaletica che mi avevano

scattato al momento del mio ingresso nella prigione della contea. Poi una guardia che si
era dimessa dall'Amministrazione Penitenziaria rese la sua testimonianza scritta
illustrando le modalit del mio pestaggio. Il giudice mi dichiar colpevole, ma quanto mi
avevano fatto gli s'impresse bene in mente. Fu fissata la data per l'udienza di concessione
della libert vigilata e per l'emissione della sentenza. Al Matthews sugger al giudice di
nominare il dottor Marcel Frym della Hacker Clinic perch conducesse una perizia sulla
mia persona e stendesse una relazione. Il giudice accolse l'istanza.
Il dottor Frym, ebreo austriaco dalla mandibola tremante e con un accento che trasudava
intelligenza, venne a farmi visita. A Vienna aveva lavorato come avvocato della difesa e
aveva studiato come allievo di Freud. Frym era un esperto famoso di psicologia criminale.
A Vienna, in cui era in vigore il sistema inquisitorio basato sul Codice Napoleonico,
anzich il sistema accusatorio adottato dai Paesi di ascendenza anglosassone, la
condizione mentale dell'accusato era di estrema importanza. Compito del pubblico
ministero era non di sostenere la colpevolezza dell'imputato, ma di scoprire e presentare al
giudice la verit. Il fondamento filosofico scoprire la verit, non sconfiggere un
avversario. A tutte le domande va data una risposta. Non c' nessun Quinto
Emendamento. L'imputato obbligato a rispondere a tutte le domande che gli vengono
poste. Anche le storture della mente umana sono parte integrante della ricerca della verit.
La legge americana una conseguenza del processo come forma di combattimento, in cui i
legali di parte sono i campioni che scendono in lizza e i giudici si rendono garanti del
rispetto delle regole del combattimento. Ciascun sistema ha i suoi pregi e i suoi difetti, ma
io ritengo che il Codice Napoleonico sia pi efficace e pi equo, e che di conseguenza
garantisca maggiormente il raggiungimento della verit. Quanto alla giustizia, chiss
cos'? Io ho violato molte leggi, ma se ci fosse un dio della giustizia, non so che accadrebbe
se mettesse ci che ho fatto su un piatto della bilancia, e ci che ho subito sull'altro. Al
momento di emettere il verdetto, il giudice sospese il procedimento giudiziario contro di
me e mi condann a cinque anni di libert vigilata; avrei dovuto scontare i primi novanta
giorni della pena nel carcere della contea. La concessione della libert vigilata era vincolata
alla condizione che mi sottoponessi a trattamento psichiatrico sotto la cura del dottor
Frym, alla Hacker Clinic di Beverly Hills.
Urr! A primavera sarei uscito dal Palazzo di Giustizia e avrei fatto una passeggiata su
Broadway. Nuovamente libero, e avremmo visto ci che era scritto nella prossima pagina
della mia vita. Non era tempo di rovellarsi il cervello, figurandosi difficolt, reali o
immaginarie, sociali o psicologiche. Vivevo nell'impulso del momento.
Un paio di giorni dopo la sentenza, mentre ero in attesa della registrazione dell'esito del
mio procedimento nell'Ufficio dello Sceriffo, giunse un annuncio dall'Ufficio Accettazione
e Rilascio: Chessman convocato in sala visite. La notizia eccit gli avanzi di galera e i
criminali di professione detenuti nella sezione. La sua battaglia donchisciottesca nei
tribunali, che era appena cominciata, amplificava la sua leggenda gi radicata nel mondo
della malavita. Il suo libro, "Cella 2455, Braccio della Morte", non era ancora stato
pubblicato, ma il suo nome era gi famoso, o famigerato, a San Quentin e Folsom e su tutti
i giornali della California del Sud. Un'ora dopo, un aggiunto sopraggiunse sul ballatoio,
spingendo un carrello carico di scatole di cartone, contenenti i fascicoli di Chessman. Era
giunta un'ordinanza del tribunale, e l'Ufficio dello Sceriffo era sotto pressione quando da
un tribunale arrivava l'ingiunzione di fare qualcosa. Chessman era stato condannato alla
camera a gas per una serie di reati minori, rapine e aggressioni sessuali perpetrati in
Mulholland Drive. Era stato soprannominato il Bandito dalla Luce Rossa, perch aveva

agganciato le sue vittime costringendole ad accostare al marciapiede con una luce rossa,
simile a quelle in dotazione alla polizia. Probabilmente si trattava soltanto dell'effetto
prodotto da un foglio di cellophane rosso sopra il riflettore di cui molte vetture, all'epoca,
erano provviste. Lui sosteneva, e la maggioranza dei criminali gli credeva, che il Lapd lo
avesse incastrato o per lo meno che avesse ordito una montatura contro di lui per
provarne la colpevolezza, ben sapendo che era innocente. Da molti anni era una spina nel
fianco della polizia. Una tempo aveva rapinato dei casin e dei bordelli illegali sulle
colline sopra Sunset Strip, sulla cui attivit l'Ufficio dello Sceriffo chiudeva un occhio.
Pareva poco credibile che uno capace di tanto passasse poi a rapine di pochi spiccioli e
stupri da pervertito. Io credevo nella sua innocenza. Se avessi pensato il contrario, non gli
avrei neppure rivolto la parola. Il mio codice morale mi impediva di fraternizzare con
stupratori e rei di abusi sessuali su minori.
Chessman era stato convocato per un'udienza nel merito della veridicit del verbale del
processo, il documento utilizzato dal Tribunale della California, e da tutti i tribunali
successivi per determinare esattamente, momento per momento, le fasi di svolgimento del
lungo processo in cui Chessman aveva scelto di rinunciare all'avvocato di parte e
difendersi da solo. Al Matthews era stato nominato in qualit di consigliere. L'impiegato
del tribunale addetto alla verbalizzazione aveva usato la stenografia, anzich una
macchina, fatto di nessuna importanza nella misura in cui lo stenografo provvedeva alla
trascrizione esatta del dibattimento. Ahim! L'uomo era deceduto prima di riuscire a
completare il lavoro, e Chessman contest che il nuovo stenografo incaricato di ultimare la
trascrizione aveva commesso errori tali da inficiare il ricorso in appello. Questa
controversia garant a Chessman altri dodici anni di vita, ma non port alla celebrazione di
un altro processo. All'epoca, nei casi di ricorso in appello diretto alla Corte Suprema
passavano da un anno a diciotto mesi tra la sentenza di condanna e la pasticca di cianuro,
talvolta meno. Con i due anni gi trascorsi, il caso di Chessman stava gi superando la
media.
I reati che presumibilmente aveva commesso erano i seguenti: un'automobile munita di
luce rossa si era accostata al veicolo di una coppia che aveva parcheggiato per godersi la
vista dell'ammasso di luci della conca della San Fernando Valley. Una figura era scesa
dall'automobile e si era avvicinata alla coppia. Impugnava una pistola. Li aveva rapinati,
costringendoli poi a prestazioni sessuali. Figurandomi la situazione, non riuscivo a
immaginare come mi si potesse drizzare, sia nel ruolo della vittima che del delinquente.
Quando rapinavo una banca, il mio pene di solito si raggrinziva fin quasi a scomparire.
Mi riferirono (non lessi mai personalmente la trascrizione) che Chessman si condann con
le proprie mani al Braccio della Morte quando rivolse a una donna di Camarillo, una delle
sue vittime, una domanda talmente dissennata che aveva aperto la strada a una
testimonianza incriminante. Se si fosse fatto assistere da un buon avvocato, sarebbe stato
condannato all'ergastolo, che a quei tempi, trascorsi sette anni, dava diritto alla
concessione della libert vigilata. Non ho mai sentito dire che un condannato per omicidio
di primo grado abbia scontato meno di quattordici anni di detenzione, ma Chessman non
aveva omicidi a suo carico e molti altri condannati per reati paragonabili ai suoi fecero
soltanto dieci anni di galera. A quei tempi, e in molti Paesi del mondo, dieci anni di
detenzione erano parecchi, ma oggi, almeno qui in America, dieci anni sono la pena che
viene comminata per gli illeciti minori, o quelli che dovrebbero essere considerati tali.
Ero convinto che Chessman fosse rimasto vittima di una montatura costruita scientemente
a tavolino contro di lui. Col tempo la mia idea cambiata. Era colpevole. Fece ci di cui fu

accusato, anche se pareva destituito di qualsiasi logica. Il titolo di avvocato galeotto che
gli fu attribuito il suo lascito al sistema giudiziario. Prima di Chessman, un detenuto che
si aggirasse nel cortile della prigione con le carte legali in mano era considerato o un
coglione o uno che spacciava un mucchio di fandonie. Una volta alcuni detenuti
falsificarono un pronunciamento della Corte Suprema e si misero a venderne delle copie
nel cortile della prigione in cambio di una stecca di sigarette per ogni copia, ma questo
episodio risale al dopoChessman. La verit che sarebbero molto meno numerosi i
detenuti e/o i giustiziati se tutti gli imputati disponessero anche di un quarto delle risorse
dell'accusa. Noi diciamo che il nostro sistema il migliore, ma in base a quale criterio?
Forse concediamo la libert all'innocente e puniamo il colpevole meglio degli altri? Tutto
va bene finch i colpevoli non sono i ricchi, perch nessuno riesce a punire veramente i
ricchi. Grazie a Dio i poveri commettono molti pi reati.
Chessman dava l'impressione di camminare con passo spavaldo, ma in realt la sua
andatura era il frutto di una ferita che risaliva all'infanzia. Il suo naso da falco era stato
fratturato: adesso aveva un becco ricurvo. Aveva un'aria da duro, ma non minacciosa. Lo
sentii aprire le scatole dei suoi documenti.
- Chess, c' la tua macchina per scrivere? - domand Sampsell.
- Ce l'hanno loro. Devono ispezionarla. Sai com', no?
- Come no.
- Intendo quello della cella accanto, - disse Chessman. Quello ero io. - Che succede?
- Di che ti accusano?
- Dicono che ho accoltellato una guardia a Lancaster.
- Ah, gi. Ne avevo sentito parlare. L'hai sistemato tu, quel fottuto di Billy Cook, vero?
- Ho fatto del mio meglio.
- Se lo meritava maledetto stronzo
Sentii il colpo sordo del palmo di una mano sulla parete della mia cella, e la voce di
Sampsell, pi gentile del solito, dire: - Ehi, Bunk.
-S?
Vidi comparire la sua mano, allungata tra le sbarre e di fronte all'angolo della mia cella.
Teneva un biglietto, uno di quei tipici messaggi clandestini che circolano in carcere,
ripiegato stretto. Allungai la mano e lo presi.
- Per Chess, - disse.
Bussai sulla parete di Chessman.
- Ehi!
- S?
- Prendilo.
Passai il biglietto a Chessman. Non sapevo cosa c'era scritto, ma dopo un minuto
Chessman si fece sentire, - S, Lloyd, una buona idea! Glielo dir quando lo vedo! Ce l'hai
qualche sigaretta?
- Certo. Ehi, Bunk.

- S?
- Prendine due pacchetti e passa il resto.
Era una stecca di Camel da cui mancava un pacchetto. Ne presi due e passai il resto a
Chessman. Essere accettato da due uomini condannati alla pena capitale era curiosamente
gratificante. In questo mondo oscuro, non c' nulla di pi prometeico che aggredire una
guardia. Il potere che conta si adombra e non sufficiente punire il trasgressore,
facendogli divorare il fegato da un'aquila. Quando affermai di avere accoltellato una
guardia, l'immagine che se ne fecero quelli che mi ascoltavano era molto diversa dalla
realt.
- Ti piace leggere? - mi domand una volta Chessman.
- Oh, s. Pi che mangiare.
- Forse per un po'. A ogni modo tieni. Passali a qualcun altro, se non ti interessano.
Infil tra le sbarre due tascabili, "Il lupo di mare" di Jack London e "L'ultimo puritano" di
George Santayana. Ricordai di aver letto "Il tallone di ferro" di Jack London quando ero
alla Preston School of Industry. Mi era rimasto impresso. Incominciai subito a leggere la
storia di Wolf Larsen, che viveva picchiando, pestando e prendendo a mazzate chiunque
gli mettesse i bastoni tra le ruote, tranne il fratello, che era pi pavido, e pi temibile, di
lui. Le loro navi si lanciavano sulle rotte dell'Oceano Pacifico. Quando le luci della cella si
spensero, esclamai: - Che libro maledettamente bello!
- "Il lupo di mare"?
- Gi.
- Jack London era un grande. molto amato in Russia.
- In Russia!
- S. Era comunista o per lo meno, socialista, in qualche modo. Ed era anche un razzista,
a suo modo. Pare quasi un paradosso un comunista razzista. Strano, eh?
- Chi il tuo scrittore preferito? - domandai.
- Questa settimana, vuoi dire. Cambia cos, di settimana in settimana. Leggerai tanti di
quei libri, in galera.
- Non finir in galera -. Per un attimo pensai avesse dimenticato quanto gli avevo detto sul
mio conto, della libert vigilata e della sentenza.
- Ah, stavolta no, ma sei finito in carcere minorile a dieci anni, in riformatorio a tredici, e a
sedici sei stato condannato come un adulto. Prima o poi finirai in galera. Spero soltanto
che non capiterai nella cella accanto alla mia.
- Ci sono adesso.
- Voglio dire nella cella accanto nel Braccio della Morte.
Il Braccio della Morte. Vidi l'ombra di Cagney che piagnucolava mentre lo trascinavano
alla sedia elettrica. All'epoca le esecuzioni erano cos comuni che nessuno teneva il conto,
ma pareva tutto troppo possibile per me, molto pi a quei tempi che adesso. L'omicidio
forse il reato grave pi facile con cui si riesce a passarla liscia. Solo i pi stupidi e i pi
impulsivi si fanno catturare e condannare. Soltanto una parte dei pi poveri e dei pi
ignoranti tra gli assassini finisce nel Braccio della Morte. La paura della condanna a morte

non mi farebbe esitare un secondo adesso che sono vecchio e inoffensivo, e i miei intimi
furori sono ormai smorzati. Ma allora, quando la rabbia e lo spirito ribelle mi ardevano
dentro fino quasi a scoppiare, ero terrorizzato dalla camera a gas.
- Mi fa paura, - confessai a Chessman.
- Merda, fa paura anche a me. E a te, Lloyd?
- S, - rispose Sampsell laconico. - Ma troppo tardi, ormai.
- Hai la possibilit che venga sospesa? - domand Chessman.
Sampsell scoppi in una risata.
- Io, un tentativo, penso di poterlo ancora fare. Come faccio ad avere un giudizio in
appello equo senza la trascrizione giusta? Hanno incaricato questo stenografo, dopo che
quell'altro era morto e questo, nei punti in cui non riusciva a decifrare il verbale
stenografico, chiedeva a quel fottuto pubblico ministero di chiarire quello che c'era scritto.
- Il pubblico ministero! Com' possibile?
- Perch il giudice l'ha autorizzato a farlo.
- Fricke?
- Lui, gi, il solo e unico.
- mai capitato che le sue sentenze siano state annullate?
- Che io sappia, no. Il suo libro, "California Criminal Law", il testo di studio "numero
uno". Come fanno ad annullare le sentenze di quello che ha scritto il libro su cui hanno
studiato?
Restavo ad ascoltarli, una notte di seguito all'altra: quei due uomini che sarebbero stati
entrambi giustiziati nella stanzetta verde di forma ottagonale dove le pastiglie di cianuro
cadevano nel bacile dell'acido sotto la seggiola. Riandavano al passato, rievocando le
leggende di San Quentin. Mi raccontarono di Bob Wells, un nero che era finito nel Braccio
della Morte per aver aggredito una guardia carceraria di Folsom: gli aveva fatto saltare un
occhio con una sputacchiera. Wells aveva incominciato con un furto d'auto e aveva
rilanciato strada facendo, per poi finire nel Braccio della Morte. Chessman mi raccont: In galera, la cosa migliore evitare di mettersi nei guai, se possibile ma se ti pestano i
piedi e devi proprio far fuori qualcuno, se vuoi evitare la camera a gas o l'ergastolo, sta'
attento a colpirlo davanti, non alle spalle. Se lo colpisci davanti, puoi sempre invocare la
legittima difesa. Un'altra cosa: non andare mai a pescarlo nella sua cella o nel posto dove
lavora. Nel qual caso avresti varcato i limiti consentiti e ti troveresti dove non dovresti
essere.
Per il 1950, i loro consigli erano buoni. Vent'anni dopo era impossibile essere condannato
per un omicidio commesso in carcere senza una guardia almeno come testimone oculare.
Negli anni cinquanta, i detenuti in maggioranza si sentivano cos impotenti e sconfitti che
solitamente confessavano dopo qualche giorno, settimana, o persino alcuni mesi, nel
cosiddetto sotterraneo, una fila particolare di celle dell'Edificio N. 5 del Penitenziario di
Folsom. Neppure si pensava che un galeotto avesse diritto a un avvocato. Bob Wells vide
il suo avvocato soltanto nell'aula del tribunale.
Un altro consiglio di Sampsell che mi restato in mente: - Due il numero perfetto per
una banda di criminali. Se sei solo, sei sicuro che nessuno far la spia ma uno solo non

pu tenere d'occhio che una sola persona mentre si impadronisce dei soldi. In due, uno
tiene d'occhio il posto e l'altro intasca i soldi. Uno pu tenere sotto tiro un mucchio di
gente. E se c' una spiata, si fa presto a risalire a chi stato
Ascoltai e ricordai, ma senza commentare. Non ero portato alla rapina a mano armata. In
realt, non avevo alcuna intenzione di diventare un criminale. Non feci neppure una
promessa al Padreterno, o a qualcun altro, che non lo sarei diventato. Non avrei avuto un
soldo in tasca, quando il cancello si sarebbe aperto davanti a me. Tutte le mie amicizie
erano nate in una gabbia o in un'altra: carcere minorile, riformatorio, prigione. Qualunque
cosa fosse accaduta, avrei tirato avanti. I galeotti seri dicevano sempre: - Quando il gioco
diventa troppo duro per tutti gli altri, proprio allora che comincia a piacermi. una frase
che ho usato spesso, in vita mia.
Pi o meno una settimana dopo l'emissione della mia sentenza, la burocrazia carceraria mi
trasfer al Wayside Honor Rancho, dove dormivo in un dormitorio e durante il giorno
lavoravo spingendo un carretto pieno di escrementi di maiale. Niente, sulla faccia della
Terra, puzza pi degli escrementi di maiale. Ogni sera e nei fine settimana giocavo a poker
alla rovescia. Un vecchio, truffatore e tossico, mi insegn come dare le carte sporche (le
carte di palmo) e come distribuirle dal fondo del mazzo. Con gli anni ho scoperto che
quando avrei potuto barare non ce n'era bisogno, perch ero cos bravo a giocare a poker
che potevo farne a meno. Quando gli altri giocatori erano cos bravi che barare avrebbe
anche potuto servire, erano anche talmente bravi da conoscere, anche loro, tutte le mosse
possibili. Non si vedeva mai niente di illecito, ma c'erano dei gesti o degli atteggiamenti
che tradivano l'eventuale baro, il modo di tenere le carte o di condurre il gioco. La cosa
essenziale era essere bravi a individuare il manipolatore in una partita. Quando ci
riuscivo, gli davo il segnale riconosciuto dai truffatori di tutto il mondo, un pugno sul
tavolo. Significa che il gioco deve svolgersi in modo pulito, secondo le regole. Il palmo
piatto significa procedi e fai il tuo lavoro. Ci sono anche tipi di segnali per i carcerati che
giocano al "Match" (Fiammifero) o allo "Strap" (Cintura) e per i taccheggiatori e i
borseggiatori e gli altri appartenenti alla razza in via di estinzione dei ladri professionisti,
le cui origini risalgono per lo meno all'Inghilterra elisabettiana.
Al Wayside Honor Rancho, che era la colonia penale agricola della contea, dormivo
accanto a un giovane magnaccia che si chiamava J. Manes. Portava lenti molto spesse ed
era un tipo sveglio. Ogni domenica una delle sue puttane gli portava dell'erba per farsi
qualche spinello. Dopo l'appello della sera, ci mettevamo a sedere fuori del dormitorio e ci
facevamo una canna. La mia partita a poker ne risentiva, quando mi facevo di erba. J.M.
scontava trenta giorni di pena per guida in stato di ubriachezza e una sfilza di biglietti del
parcheggio non pagati. Entr dopo e usc prima di me. Mentre faceva fagotto,
preparandosi a salire sull'autobus che l'avrebbe portato al centro di Los Angeles, dove i
prigionieri venivano rimessi in libert, scrisse un numero di telefono e mi disse di farmi
vivo una volta che fossi uscito. Anche un allibratore ebreo di nome Hymie Miller, socio di
un boss di punta di Los Angeles in quel periodo, Mickey Cohen, mi prese in simpatia.
Miller avrei potuto contattarlo tramite un bar di Burbank di propriet dei fratelli Sica,
entrambi famigerati gangster di quei tempi.
Durante il mio soggiorno nella colonia agricola, finii coinvolto in una scazzottata. Successe
durante la partita di poker, anche se non riesco a ricordare ci che fece precipitare le cose.
Il mio avversario era un omone, per di pi grasso. Un tipo turbolento e arrogante, due
tratti caratteriali che mi hanno sempre dato sui nervi. Stavamo giocando su una branda
come tavolo di gioco, in sei: quattro seduti sulla lunghezza del lettino e due alle estremit.

Lui mi stava proprio di fronte. Non ricordo perch, ma a un certo punto quel tale sbatt
violentemente le carte sul letto, disse qualcosa sul genere 'fanculo moccioso, e fece per
alzarsi. Avr pesato per lo meno una cinquantina di chili pi di me, ma doveva avere
cinquant'anni. Prima che riuscisse a mettersi in piedi, io mi tuffai di traverso sulla branda
e gli piombai addosso, e con una mano cercai di strizzargli i testicoli da sopra i pantaloni,
mentre con i denti provavo a mordergli il naso o un orecchio.
Entrambi i tentativi si rivelarono superflui, perch l'impatto del mio corpo lo fece
traventare sulla schiena e ricadere sulla sponda metallica laterale della branda contigua. Si
ritrov addosso tutti i miei settanta chili.
Url. Gli altri mi tirarono via. Gli avevo rotto la spalla. Lo portarono all'ospedale generale,
e io non lo vidi pi. A ogni modo, si chiamava Jack Whalen, e quelli che conoscono l'epoca
d'oro dei gangster a Los Angeles, di Bugsy Siegel, Mickey Cohen, dei fratelli Shannon (nati
Shaman) e degli altri, sanno che Jack Whalen era il pi temuto rapinatore e criminale della
malavita di L. A. Venni a saperlo soltanto dopo che gli avevo spezzato la spalla.
Manco a dirlo, nessun altro os darmi noie durante il resto del mio periodo al Wayside
Honor Rancho. I giorni diventavano sempre meno: otto, sette, sei, cinque. Presto sarei
stato un uomo libero.

CAPITOLO QUARTO.
PUTTANE, HEARST, E L'ANGELO DI HOLLYWOOD.

Libert! Mentre mi toglievo di dosso la tenuta in tela della prigione della contea e
aspettavo che mi consegnassero i miei abiti civili, le dita mi si intrecciavano e la testa mi
girava. Il detenuto addetto al servizio usc dalle rastrelliere degli abiti appesi e spinse i
miei sul bancone: calzoni larghi di gabardine e pelle di daino e una giacca con grosse
imbottiture alle spalle e il davanti di pelle scamosciata marrone. L'insieme dava un'aria
alla moda. Quando mi avevano portato da Lancaster avevo indosso una divisa cachi
dell'esercito americano che mi stava troppo grande, ma una mattina, al ritorno dal
tribunale, l'uomo prima di me si era tolto i pantaloni di pelle di daino e la giacca col
davanti scamosciato. Io avevo scambiato le targhette, e adesso quei vestiti erano miei. Mi
stavano come se me li avessero confezionati su misura. A parte gli scarponi alti da
galeotto, me ne sarei uscito di l vestito alla moda del 1950.
Dal bagno della prigione, dove si vestivano i detenuti rimessi in libert, mi fecero salire su
una scala a chiocciola di acciaio che portava a una gabbia. Lungo una parete c'era una
panca vuota, mentre la parete di fronte era simile allo sportello di un cassiere protetto da
un'inferriata. Sul lato opposto della scala c'era un cancello comandato elettricamente.
Un vicesceriffo comparve allo sportello. - Chi sei?
- Bunker.
Scartabell una pila di rilasci, e dopo aver trovato quello giusto con i documenti allegati,
mi fece cenno di accostarmi. - Qual il nome da nubile di tua madre?
- Sarah Johnston.
- Luogo di nascita?
- Vancouver, British Columbia.

- Dammi il pollice.
Prese l'impronta, e mentre mi ripulivo l'inchiostro con uno straccio appeso l, la raffront
con l'impronta che mi avevano preso al momento del mio ingresso nella prigione.
Soddisfatto, grid in direzione dell'angolo della gabbia, all'addetto all'ascensore: - Uno che
esce! - Premette un pulsante, e il cancello emise il ronzio dell'apertura elettrica. Lo
spalancai, uscii, e lo lasciai richiudere con uno schianto alle mie spalle.
All'angolo c'era un vecchio, l'addetto all'ascensore, che mi aspettava tenendo la porta
aperta. Entrai, le porte scorrevoli si richiusero, e scendemmo velocemente per dieci piani.
Le porte si aprirono sul corridoio principale dell'atrio del Palazzo di Giustizia brulicante di
gente. Avvocati, sbirri, testimoni, parti avverse, imputati, garanti della libert vigilata, e
pubblico delle udienze andavano e venivano di gran fretta. Mi ritrovai davanti a una
grande porta a vetri. Di l, c'era Broadway. La spinsi e uscii fuori.
Una volta sul marciapiedi, mi fermai. E adesso? I passanti erano un vortice intorno a me.
Era una tiepida mattinata di sole. Una giovane graziosa in vivace abito fantasia e tacchi alti
mi super. Per un attimo sentii il suo profumo. Aveva le gambe abbronzate, e i capelli le
rimbalzavano sul collo a ogni passo. Procedeva in direzione sud, verso gli edifici pi alti e
le innumerevoli pensiline all'ingresso dei cinema di Broadway. L'ufficio di Al Matthews
era nel vecchio Law Building, anche questo nella zona meridionale. Seguii la giovane, lo
sguardo incollato alle sue gambe, provando a immaginarmele sopra l'orlo dell'abito. Si
muoveva con brio.
Ancora perso nelle mie fantasticherie seguitavo a starle dietro, e insieme attraversammo
Temple Street. Svolt entrando nel primo edificio, il vecchio edificio dell'Archivio. Addio,
graziosa signora, addio. Potresti essere Laura che passa nella luce brumosa? Bene. Il Law
Building era sull'altro lato della via.
MATTHEWS & BOWLER, 11esimo PIANO.
Il Law Building era s scalcinato, ma conservava ancora qualche pretesa di distinzione. Un
paio dei migliori avvocati penalisti avevano ancora l lo studio. Joe Frano aveva un ufficio
eccentrico, come del resto Gladys Towles Root, quella che si presentava in tribunale con i
capelli color porpora, o verdi, o blu, o di un'altra tinta che s'intonasse al vestito che aveva
indosso. I suoi cappelli di marca, tutto uno svolazzo di penne, facevano inchinare i
presenti. Nel mondo conservatore dei tribunali, era la personificazione della stravaganza.
Era un avvocato in gamba, quando ci si metteva d'impegno. Alcuni ladri avevano una
fiducia cieca in lei. Al pari di molti avvocati sovraccarichi di lavoro, non rifiutava alcun
caso, che potesse seguirlo con la dovuta attenzione o meno. Girava la battuta che a Folsom
avesse una sezione di assistiti tutta sua.
L'ascensore cigol, e quando misi piede nello studio legale Matthews & Bowler, notai che
la moquette era logora. Il posto emanava una certa aria di cupa rispettabilit, con i volumi
di diritto rilegati in pelle nelle librerie allineate lungo le pareti e la pesante mobilia di
cuoio dell'ufficio di ingresso. Una donna, lesta e minuta come un uccello, Emily Matthews,
moglie di Al, era seduta dietro al banco della ricezione. Usc da dietro il banco
accogliendomi con un largo sorriso, mi strinse la mano e si present. Al le aveva parlato di
me. - Al in tribunale, - disse. - Ma, prego, mi permetta di presentarle qualcuno dello
studio.
Un uomo stava scrivendo a caratteri dorati MANLEY BOWLER su una porta. Bowler era il
nuovo socio di Al. Emily buss, annunciando il nostro ingresso. Era un tipo smilzo,

dall'aria signorile; mi strinse la mano e mi squadr con occhio critico. - Stavolta ti terrai
alla larga dai guai, eh?
Risposi sinceramente: - Spero di farcela, ma - finendo con un'alzata di spalle. Per quanto
riuscivo a ricordare, vivevo da sempre in mezzo ai guai, e allora come facevo a dichiarare
categoricamente che non sarei mai pi finito nei guai? Era un affronto alla legge delle
probabilit.
- Bene, speriamo che tu ce la faccia -. Era cordiale, ma nei suoi occhi vedevo uno sguardo
diverso da quello di Al. L'associazione di Bowler con Al Matthews ebbe vita breve, anche
se restarono sempre amici. Manley aveva l'ottica del pubblico ministero, e ben presto torn
a sedere da quella parte del tavolo, dove fece una bella carriera.
Il telefono dell'ufficio all'ingresso squill. Emily si precipit a rispondere, e Manley si
scus; aveva lavoro da sbrigare. Tornato nella zona della ricezione, stavo per dire a Emily
che sarei tornato l'indomani. Senza smettere di parlare al telefono, la donna scosse il capo
e mi fece cenno di aspettare. Dopo aver riattaccato, disse: - Resta qui. Al vuole incontrarti.
Va' a sederti nel suo ufficio. Leggi qualcosa. Io devo rispondere al telefono.
L'ufficio di Al era spazioso, il rivestimento di legno vecchio e scuro. Scaffali di libri protetti
dal vetro ricoprivano le pareti dal pavimento al soffitto. File di volumi numerati, "51 Cal
App Rpts", e "52, 53, 54" eccetera. Due grossi volumi blu: "Corpus Juris Secundum". Un
paio di libretti logori: "California Criminal Law", di Fricke e "California Criminal
Evidence", di Fricke. Fricke era il tale di cui parlavano Sampsell e Chessman. Il "Law
Dictionary" di Black. Mi pare di aver creduto che questi libri possedessero qualche
incantesimo, quasi una magia. Se ne avessi conosciuto il contenuto, sarei diventato un
mago della legge.
Girai intorno alla scrivania e mi sedetti sulla seggiola di Al. La scrivania era sgombra, a
parte una foto di Emily e di un ragazzo sui dodici anni. Sotto il bordo del tampone della
carta assorbente verde sulla scrivania era infilato un biglietto scritto a mano. C'era scritto:
EDDIE MISTRESS WALLIS???? Si riferiva a me? In caso affermativo, l'avrei scoperto a
tempo debito.
Cominciai a sfogliare qualche libro. Il primo che tirai gi conteneva una strisciolina di
carta che serviva da segnapagina. Lo aprii proprio in quel punto, trovai un
pronunciamento della Corte Suprema che confermava una condanna alla pena capitale.
Entr Emily. - Puoi anche andare. Al non rientrer prima del tardo pomeriggio.
- A che ora?
- Difficile dirlo Quando il giudice che presiede il processo decide che la giornata finita.
Alcuni tirano per le lunghe.
Mentre mi accingevo ad andarmene, Emily aggiunse: - L'ora migliore per trovarlo la
mattina tra le nove e le nove e mezzo prima che esca per andare in tribunale.
A me andava bene. Volevo essere libero di farmi i miei giri. Passammo dall'ufficio alla
stanza di ingresso.
- Dove pensi di alloggiare?
- Pensavo di affittare una stanza ammobiliata -. All'epoca una stanza ammobiliata costava
nove, dieci dollari alla settimana. Conosciute come stanze piscianel-lavandino,
solitamente erano provviste di lavandino e rubinetto, mentre il bagno era nel corridoio.

- E i soldi, ce li hai?
Esitai una frazione di secondo prima di annuire. In realt avevo una quarantina di dollari,
in banconote da uno e cinque dollari. Il regolamento carcerario stabiliva che il taglio da
cinque dollari era il pi grande che un detenuto poteva avere in suo possesso. Durante la
mia ultima settimana in prigione avevo giocato a poker come un forsennato.
Notando la mia esitazione, Emily prese il portafoglio. Ne estrasse tre carte da venti dollari
e me le infil nel taschino. - A proposito, bel completo, - disse.
Uscii da l con cento dollari in tasca. Mi sentivo bene. Pi o meno era l'equivalente del
salario di due settimane di un operaio. Ero pieno di soldi.
Di nuovo su Broadway, proseguii verso sud. I marciapiedi brulicavano di gente vestita
elegantemente, in giro a far compere. I tram gialli sferragliavano in su e in gi al centro
della via, lasciando sulla destra uno spazio appena sufficiente per il passaggio di
un'automobile. All'ombra dei canyon formato dagli edifici, scintillavano le pensiline
all'ingresso dei cinema. Vedevo da Second a Ninth Street. E qui che si trovavano i grandi
magazzini di Los Angeles - Broadway, May Company, Eastern Columbia, J. J. Newberry,
Trifty Drug Stores - e i negozi del quartiere, tra cui il Victor Clothing, il pi rinomato.
Guardavo nelle vetrine dei negozi di abbigliamento maschile. La moda del momento
erano gli abiti a doppio petto con spalle larghe, risvolti ampi, pantaloni con le pieghe
profonde, allentati al ginocchio e affusolati sui risvolti. Era una variazione del vestito con
giacca lunga e pantaloni a tubo, ed era la prima volta che lo stile del sottoproletariato era
stato adottato dalla gente elegante. Lo stile di base era in voga da quando avevo
cominciato a interessarmi di abbigliamento. Pensavo, a quei tempi, che quello stesso stile
sarebbe stato alla moda per tutta la mia vita.
Le vetrine riflettevano anche la mia immagine. Non tanto alto, esile, n bello n brutto, e
coperto di lentiggini. Gli anni in cui avevo frequentato i ragazzi precoci di East Los
Angeles e Watts avevano foggiato il mio stile. Camminavo come un moderno chicano di
East Los Angeles.
Seguitando la mia passeggiata per Broadway, pensavo alle cose che avrei dovuto fare.
Innanzitutto, andare a trovare mio padre alla casa di riposo per anziani. Aveva da poco
superato i sessant'anni, che allora significava essere molto pi vecchi di quanto non lo sia
oggi. Aveva gi avuto una crisi cardiaca piuttosto grave, e mia zia Eva mi aveva scritto che
cominciava a dar segno di una certa "dementia" - la parola usata dal dottore, mi aveva
detto. Pensando a lui, provai un doloroso vuoto allo stomaco. Aveva fatto tutto il possibile
per me, il figlio che non era mai riuscito a capire. pur vero che tra le cose che aveva fatto
non era mai figurato un vero focolare e che aveva soppresso la mia amata cagnetta, ma
anche senza darmi un focolare, aveva fatto dei sacrifici per me, pagando le rette di buoni
collegi e costose scuole militari. Mi sentivo responsabile del suo invecchiamento precoce.
Non sopportavo l'idea che fosse finito in un ospizio, ma non avevo il potere di fare nulla
per cambiare le cose. Forse, se in futuro avessi fatto abbastanza soldi
Dovevo andare a trovare anche zia Eva, ma speravo di non doverle chiedere ospitalit.
L'ultima volta era stato penoso per entrambi. Magari avrei potuto passare a casa sua
quella sera stessa, quando fosse rientrata dal lavoro, ma per questo dovevano passare
ancora molte ore. Cosa fare nel frattempo? Forse prendere il tram n. 5 che passava per
Chinatown attraversando il ponte e arrivava fino a Lincoln Heights. Lorraine, la mia
prima ragazza, viveva l con il fratello pi grande e le due sorelline.

Un clacson mugol. - Bunker!


Mi guardai intorno. Una decappottabile color smeraldo, il tetto abbassato, si era accostata
al marciapiede. La bionda platino sul sedile del passeggero mi salutava con una mano.
Non la conoscevo, ma mi avvicinai per vedere cosa voleva. Al volante c'era J. Manes, il
pappa cui portavano l'erba il giorno delle visite.
La bionda apr la portiera e scivol sul sedile. Le automobili dietro di noi strombazzavano.
La bionda sorrise e, mostrando il dito medio, mand tutti a quel paese.
Montai in macchina e ci allontanammo.
- Ehi, Bunker, sono proprio contento di vederti. Lei Flip.
- Salve, Flip.
- Lui il tipo di cui ti ho parlato quello che ha fottuto Billy Cook.
Flip si volt, avvicinando il volto. - Complimenti. Qua la mano -, Aveva dita esili, carne
liscia, e occhi verdi felini. Con i capelli di quel colore, il trucco, e gli abiti alla moda, era la
pi bella donna che avessi mai visto fuori dallo schermo di un cinema.
- Ti va di farti?
- Secondo te, un orso caca nel bosco o no? - risposi.
Il Park Wilshire Hotel era davanti al Mac Arthur Park, sull'altro lato della strada. Costruito
coi fondi di un sindacato sul finire degli anni venti, originariamente l'albergo era stato
progettato per essere una casa da gioco di prim'ordine. L'architettura era suggestiva, e
nell'atrio c'era una scala maestosa degna di un palazzo russo. Purtroppo la sua posizione
era troppo a ovest del centro di Los Angeles per attirare chi viaggiava per affari, e troppo a
est per catturare il giro degli studi cinematografici. Cose che ignoravo, mentre insieme agli
altri aspettavo l'ascensore. A me pareva splendido e grandioso come lo WaldorfAstoria.
Flip premette il pulsante dell'ascensore parecchie volte. Nessuno ha pi fretta di un tossico
a due passi dal buco.
All'ascensore c'era un addetto. Mentre salivamo al piano, mi squadr in un modo tale che i
miei compagni interpretarono come una domanda silenziosa. - uno a posto, - fu la
risposta di J. Manes. Che c'?
- Un mio amico ha una ragazza che vuole lavorare, - fece l'addetto all'ascensore.
- Ha mai lavorato?
- No, ma una che sa quel che vuole.
- Accompagnala da me domattina.
- Domattina tardi, - precis Flip. - Dopo le undici.
- S, in mattinata tardi, - conferm Manes. - Ma non ti meravigliare se poi cambia idea.
Tante pollastrelle pensano di voler fare le marchette. Possono mettere insieme un sacco di
soldi facendo una cosa tutto sommato naturale - essere la prima a mettersi a letto e l'ultima
ad alzarsi -, ma quando si tocca da vicino la realt di quel che , magari con un vecchio
trippone che ubriaco e schifoso, allora non ce la fanno a reggere.
- per questo che in tante prendono a bucarsi. Copre il tormento.
- E quello che non toglie, finisce che non te ne frega pi niente, - concluse Flip.

- Ho capito. Allora l'accompagno io.


Mentre percorrevamo il corridoio, mi arriv il profumo di Flip. Era intenso, dopo i vari
odori della prigione: sudore, piscio, disinfettante. Sapeva certamente come camminare, la
ragazza, passi lunghi col culo che le ondeggiava sulle anche. Somigliava a una
spogliarellista che ostentava la sua merce senza togliersi i vestiti. Manes le pass
possessivamente un braccio intorno al fianco e le sussurr qualcosa che non riuscii a
sentire. Entrambi scoppiarono in una risata. Che aveva lui di speciale, per cui lei vendeva
il suo corpo e passava a lui i soldi? Non certo l'aspetto fisico. Era sfatto, emaciato, e un po'
effeminato. L'avevo visto nella doccia della colonia penale agricola. Aveva la pelle piena di
foruncoli e butterata dalle cicatrici dell'acne. Come faceva ad avere quella fata che pareva
uscita da un calendario? Era una sorta di fenomeno del sesso? No. Ero sicuro che il suo
controllo su di lei non aveva nulla a che fare col sesso.
Manes stava girando la chiave della porta della nostra stanza quando un'altra porta si
spalanc pi in gi nel corridoio. Ne usc un uomo grasso in mutande e calzini lunghi. Era
paonazzo in faccia, il corpo, al contrario, bianchiccio come la carne di un pesce. Teneva un
piede incastrato nello stipite, in modo da impedire che la porta si chiudesse e lui restasse
fuori. Era insieme comico e patetico. - Dov'? Dov' andata a finire?
- Dove andata a finire chi? - domand Manes.
- Quella puttana Brandi - Non abbiamo visto nessuno, - intervenne Flip. - Vero, ragazzi?
Io scrollai il capo.
- Stronzate! Deve essere uscita di qui. Ho sentito il rumore di una porta -. Teneva gli occhi
puntati su di noi. - Dovete averla vista per forza.
- Calma, signore, - fece Manes, alzando le mani in segno di pacificazione.
Frattanto io feci un passo indietro. Se quel tizio avesse seguitato a fare casino e fosse
diventato troppo aggressivo, gli avrei mollato un gancio sinistro allo stomaco. Cos si
sarebbe dato una calmata. Ne ero certo. Flip not la mia mossa, e con un'occhiata mi fece
segno di non colpirlo.
All'improvviso gli occhi dell'uomo si riempirono di lacrime. Sapeva che stava facendo la
figura dello stupido.
- Che successo? - domand Manes.
- Mi ha rubato il portafoglio e i calzoni. Ero al cesso, quando l'ho vista scappare.
successo cos - Schiocc le dita per far capire che le cose erano accadute in un baleno. - E
adesso che racconto a mia moglie? Chiamo la polizia.
Non sapevo se ridere o compatirlo.
- Calma, signore, - ripet Manes. Si avvicin all'uomo e apr la porta della sua stanza. Entri dentro e aspetti. Vedo se posso fare qualcosa per lei.
Le labbra dell'uomo tremavano; ci guard, uno dopo l'altro, la faccia segnata
dall'incertezza.
- Su, via, - disse Flip. - Non vorr mica mettersi a correre di qua e di l in maglietta e
mutande? Vedr che si aggiuster tutto.
Il cliente della prostituta ci guard di traverso, poi fece come gli era stato detto. Manes
richiuse la porta e poi torn sui suoi passi, l dove noi ci eravamo fermati ad aspettarlo.

Mentre girava la chiave nella serratura imprecava sottovoce.


Brandi, la puttana scomparsa, stava aspettando dentro la stanza. Aveva ascoltato tutto
dietro la porta. - Ecco qua, - disse mostrando un bel mazzetto di banconote. - Otto
bigliettoni e qualche spicciolo -. Pareva nervosa, e ne aveva motivo. Manes cerc di
mollarle un manrovescio. Lei schiv il colpo, e lui le rifil un calcio. Lei riusc a deviarlo in
parte con la mano, e incass il resto sulla coscia.
Flip fu pronta a frapporsi tra i due. - Calma. Non farle i segni, senn non potr lavorare.
Manes si ricompose, e poi agguant i soldi. - Dove sono finiti il portafoglio e i calzoni?
- Li ho buttati via.
- Via dove?
- Nel condotto della ventilazione.
Flip and a guardare nel condotto della ventilazione al centro dell'edificio. - S, sono
laggi.
- Alza le chiappe e va' a prenderli, - Manes intim a Brandi.
- Devo proprio?
- Devo proprio? - ripet lui facendole il verso. - Perdio, certo che devi. Quello l potrebbe
ancora andare dagli sbirri e farci finire dentro.
- Lo pagherai il ruffiano, no?
- E questo che c'entra?
- Pensavo che coprisse questo genere di cose.
- S, cos, ma non quando ci sono troppe lamentele. Ve l'ho detto a tutte, baldracche oche
senza cervello che non siete altro, di non rubare ai clienti. Ve l'ho detto, s o no?
Brandi annu a denti stretti.
- E te lo dico io perch sei una mignotta perch sei una fottuta imbecille -. Si volt verso
Flip e le consegn i soldi. -Torna da quello e cerca di calmarlo.
- Vuoi che gli restituisca i soldi?
- S. E digli anche che gli faremo riavere i calzoni e il portafoglio.
Flip usc dalla stanza. Manes prese il telefono e chiam la reception, dicendo che
accidentalmente i suoi pantaloni erano finiti nel condotto della ventilazione e che una
ragazza stava scendendo gi per ricuperarli. Nel frattempo, fece cenno a Brandi di uscire.
Mentre la ragazza si avviava verso la porta, depose il ricevitore e le assest un ultimo
calcio sul sedere col lato della scarpa. Il calcio la fece sollevare sulla punta dei piedi per un
attimo. - Stupida puttana, - borbott quando la porta si richiuse. Scroll la testa e
ridacchi, ovviamente soddisfatto di quella dimostrazione del suo potere, un potere che
per me era un enigma. Perch delle donne cos belle arrivavano a farsi umiliare fino a quel
punto? Flip e Brandi potevano servirsi dei loro corpi per soggiogare molti uomini. Siediti. Mettiti a tuo agio -. Dopo che mi fui seduto, lui incominci a frugare nei cassetti,
poi and in bagno. Attraverso la porta aperta, vidi che stava armeggiando sotto il
lavandino. Che cosa cercava?
Poco dopo torn Flip. - Si messo buono, - disse. - Dov' Brandi?

- andata a ricuperare i pantaloni del tizio. Di' un po', dov' finita tutta l'attrezzatura?
- Fuori nel corridoio, dentro l'idrante. Vado a prenderla -. Usc lasciando la porta
socchiusa, e torn quasi subito con un fazzoletto sporco dentro al quale erano avvolti un
cucchiaio storto e annerito, un contagocce con un succhiotto per bambini all'estremit del
bulbo e un ago ipodermico sull'altra. Era l'attrezzatura del tossico, anni cinquanta. A quei
tempi i tossicodipendenti non usavano ancora le siringhe.
Appoggi il fazzoletto aperto e il suo contenuto sopra una cassettiera. Manes usc dal
bagno con un bicchiere d'acqua.
- Ci serve un po' di cotone, - disse Flip.
- Ce l'ho -. Manes si sedette sul letto, si tolse una scarpa, ed estrasse una pallina di cotone
da sotto la linguetta della scarpa. La depose sul palmo di Flip e si rimise la scarpa. La
ragazza la aggiunse agli altri oggetti allineati sul fazzoletto sporco. - Da' un'occhiata
all'apertura del condotto della ventilazione, - mi disse, - e vedi se quella ha trovato i
calzoni e il portafoglio.
Aprii il finestrino che dava sul condotto di ventilazione e guardai gi. Brandi, i pantaloni
in mano, stava tornando verso la finestra che aveva scavalcato per raggiungere il fondo
del condotto della ventilazione. - Li ha presi e sta tornando.
- Basta con questa stronzata, - sbott Flip. - Forza con questo buco. Non vedo l'ora -.
Allung la mano in direzione di Manes schioccando le dita.
Manes tir fuori due capsule di polvere bianca. Mi sembravano piccole. La ragazza ne apr
una e vuot la polvere dentro il cucchiaio. Servendosi del contagocce aspir l'acqua dal
bicchiere, e poi ne still parecchie gocce nel cucchiaio in modo da coprire la polvere, che
subito cominci a dissolversi, anche se non del tutto. Diede fuoco a un mazzetto di
fiammiferi e poi li pass pi volte sotto il cucchiaio. Il liquido si schiar. Poi raffredd
velocemente il fondo del cucchiaio accostandolo al filo dell'acqua nel bicchiere, arrotol il
pezzetto di cotone tra i pollice e l'indice e lo lasci cadere nel liquido. Aspir il liquido
attraverso il cotone e l'ago del contagocce e poi ne rivers attentamente una parte nel
cucchiaio. La mia presenza era stata dimenticata.
Manes si arrotol la manica e si annod una vecchia cravatta sulla parte superiore del
braccio; poi, aprendo e chiudendo il pugno, pomp sangue nella vena.
Flip, in piedi accanto a lui, serrando il contagocce tra il pollice e l'indice, infil l'ago nella
vena.
Un filamento di sangue penetr nel contagocce. L'ago era nella vena. La ragazza premette
il succhiotto del contagocce iniettando una dose di liquido e si ferm. Lui aspett, poi
annu. Flip iniett il resto.
Mentre Manes si schiariva la gola gustando la vampata dell'eroina che si diffondeva nel
suo corpo, una sensazione unica al mondo, Flip sciacqu l'interno del contagocce con
l'acqua e aspir un'altra dose di liquido nel cucchiaio fino ad asciugare la pallina di cotone,
prima di farne schizzare tre piccole gocce mentre mi strizzava l'occhio.
Appoggi il marchingegno con cura e si leg la cravatta intorno al suo bicipite, tenendone
un capo tra i denti. Sull'incavo del gomito notai cicatrici bluastre e minuscole croste. Erano
camuffate col fondotinta, ma si vedevano lo stesso. Le cicatrici segnavano il tracciato delle
vene e ricordavano vagamente le impronte di un uccello. Non c'era da stupirsi, perch le ci
vollero parecchi tentativi prima di veder comparire il sangue, segno che aveva preso la

vena.
- Le pollastre ci mettono sempre un bel po', - osserv Manes, - specie quando ci sono ormai
dentro fino al collo. A un certo punto hanno un calo di pressione, o qualcosa del genere.
La ragazza si iniett l'eroina. Le sue pupille dilatate diventarono due punte di spillo. Era la
prima volta che vedevo una cosa del genere, ma mi bast per imparare a riconoscere, in un
posto pieno di gente, se qualcuno si era fatto di eroina soltanto guardandolo, o
guardandola, negli occhi.
- Ahhhh la medicina di Dio, - mugol la ragazza.
- O del diavolo, - corresse Manes.
Flip aspir acqua dall'ago per pulire il contagocce, poi tir su le ultime gocce rimaste. Questo per te, - disse. La sua voce aveva la tonalit roca, come avrei imparato in seguito,
tipica degli eroinomani.
Ero spaventato. La mia paura era frammista a una forma di fascinazione ipnotica. Non mi
avrebbe mica ammazzato. Avrei fatto la figura dell'idiota se non avessi accettato. Charlie
Parker ne andava matto. Che diavolo
Arrotolai la manica e presi la cravatta. - Fammelo tu, il buco, - dissi a Flip.
Con aria ebete la ragazza si gratt la punta del naso e annu, prima di avvicinarsi con il
suo marchingegno in mano. I nostri corpi si sfiorarono. Sentivo il calore e l'odore dolce del
suo fiato. Quasi non mi accorsi della puntura dell'ago. Il sangue comparve subito nel
contagocce.
- La pressione ce l'hai buona, - osserv lei, fermandosi un momento per grattarsi ancora la
punta del naso. Poi spremette il succhiotto e il liquido spar nel mio corpo.
Aspettai, sentendo distintamente le pulsazioni del cuore. Poi quell'indescrivibile
sensazione di calore si diffuse in tutto il mio corpo, cancellando ogni dolore. Buon Dio!
Era meraviglioso. Poi, all'improvviso, la nausea mi sal alla gola.
Mi precipitati in bagno, una mano sulla bocca. Il torrente di vomito schizz nel gabinetto.
Grazie a Dio non avevo rimesso sul pavimento. Mi sarei sentito un idiota.
Rimasi piegato sul gabinetto, scosso dai conati di vomito senza tuttavia rigettare niente.
Avevo la camicia intrisa di sudore, che mi rigava la fronte e mi entrava negli occhi. Mi
asciugai la faccia con un asciugamano e uscii dal bagno. L'attrezzatura era sparita. Brandi
era tornata, e stava consegnando a Manes dei soldi. Quando entrai guard dalla mia parte.
- Che successo? - domandai.
- L'ha messo nel sacco, - rispose Flip, scoppiando a ridere. - Un uomo col cazzo duro il
pi grande imbecille sulla faccia della terra.
Feci due passi. Quel movimento mi fece tornare la nausea. Flip se ne accorse dalla mia
faccia.
- Stenditi, - disse. - Non muoverti e ti passer.
Seguii il suo consiglio, e scoprii che aveva ragione. Se stavo calmo, anche il mio stomaco si
calmava. Fui invaso dalla beatitudine, una specie di euforia estrema e completo distacco
da ogni pena, mentale e fisica. Mi sentii meravigliosamente bene quando chiusi gli occhi
assaporando quel dolce calore che s'irradiava nel mio corpo. Non me lo sarei mai
immaginato. Era diverso dallo sballo della marijuana che distorce le percezioni, o dalla

scarica di energia quasi elettrica delle anfetamine. Mi assopiva, ma non stordiva il cervello
come il Seconal o il Nembutal. Semplicemente, mi sentivo "bene".
Avevo l'impressione che fossero trascorsi soltanto pochi minuti, ma quando guardai alla
finestra mi resi conto che il cielo era buio e le luci della citt brillavano nell'oscurit.
L'ultimo piano dell'albergo era un bordello. Manes si era messo d'accordo con il direttore
di notte, e con tassisti e barman. I magnaccia ci portavano le loro puttane. Arriv una
ragazza in cerca di un tampone; era quasi arrivata alla fine del ciclo, e il tampone avrebbe
assorbito le ultime tracce di sangue, cos avrebbe potuto lavorare. Poi arriv un pappone,
un tizio di colore che voleva sapere se Manes poteva fornirgli un po' di eroina. La sua
vecchia era in crisi di astinenza e non ce la faceva a lavorare.
Manes si rivolse a Flip, occupata a provarsi un paio di orecchini allo specchio. - Lo
spacciatore lo conosci tu, no?
- Mi stai dicendo di andarci io, a Temple Street? - parl con un tono di sfida; il messaggio
era ovvio. Temple Street era un posto da evitare. Era cosa risaputa, a quei tempi; una sala
da biliardo e il Traveler's Caf di Temple Street erano i luoghi d'incontro di trafficanti e
ladri. Un giorno, dopo la mia evasione da Whittier, avevo dormito per una settimana
dentro la carcassa di una Cord del '37 abbandonata in Beaudry Street, che incrocia Temple
Street a mezzo isolato dalla sala da biliardo.
- Vengo io con te, bambola, - propose il pappone di colore.
- Ci passerai una dose per l'incomodo, d'accordo? - domand Manes.
- Certo, amico. Che cazzo lo sai bene.
Mentre s'infilava il soprabito, Flip si volt a guardarmi mentre ero ancora steso sul letto.
Con la testa e le spalle appoggiate alla testiera del letto, potevo osservare tutto l'andirivieni
nella stanza. - Come ti senti? - domand.
- Cazzo, da dio! - La mia voce aveva assunto un tono stridulo, e io mi sentivo davvero da
dio. L'unico problema era che non appena mi muovevo, lo stomaco mi andava sottosopra
e mi tornava la nausea. All'inferno, non dovevo andare da nessuna parte. Stupendo.
Vedevo ogni sorta di cose, scoprivo ogni sorta di persone.
Uscirono tutti. Flip e il protettore per la loro spedizione, e Manes per pagare il ruffiano. Il
ruffiano era una specie di esattore. Tutti gli scippatori, i magnaccia, i truffatori, le puttane,
i giocatori d'azzardo e i taccheggiatori, che compravano il silenzio della squadra della
buoncostume o antitruffa passavano il pizzo a un intermediario, e lui poi trattava col
poliziotto corrotto. In questo caso l'intermediario era un barman che lavorava in un locale
di West Eight Street.
Non m'importava di essere stato lasciato solo. Nel gergo dei tossici, facevo la discesa in
folle.
La porta si apr. Brandi entr con una ragazza di colore "cafau-lait". - Ehi, bello, - disse, dov' Flip?
- andata a fare rifornimento.
- Oh, merda! Senti, c' un cliente da cento dollari, e ci serve una stanza.
- E allora?
- Be', questa l'unica. Ti diamo venti dollari.

Saltai su piantando i piedi sul pavimento. - Non se ne parla neanche. E io dove vado?
- Di l. Nel vano del guardaroba.
- Nel guardaroba? Che stronzata stai dicendo?
- Sss! qui fuori, nel corridoio.
Entrai nel vano del guardaroba. Era spazioso, illuminato dall'alto, e vuoto, a parte qualche
indumento di biancheria intima appeso a un gancio. Prima che potessi spiccicare parola,
Brandi spense la luce e chiuse la porta.
Immediatamente vidi la luce penetrare attraverso la parete. C'era uno spioncino. Non era
la prima volta che succedeva. Sentii delle voci oltre la porta. Accettai l'invito a fare il
guardone, e mi misi a spiare dal buco. La stanza d'albergo adesso era immersa in una luce
verde, un catalizzatore di fantasie erotiche, immagino. Appiattisce le rughe e fa apparire
soda la pelle flaccida. Brandi, in giarrettiere, calze a rete, e tacchi alti, era in piedi nel
mezzo della stanza. La ragazza nera indossava stivali alla coscia con tacchi metallici alti, e
un reggiseno di gomma dura che lasciava i seni nudi. Teneva in mano un regolo da
disegno lungo una trentina di centimetri che batteva ritmicamente sul palmo dell'altra
mano. Il rumore era pi violento di quanto si potesse immaginare. Mamma mia che mi
toccava vedere
Le due puttane giocavano col cliente al gatto e al topo preso in trappola. Un giochetto che
il topo in trappola pareva gradire molto. Il cliente si tolse la giacca costosa, sganci i
gemelli d'oro, e si sfil la camicia. Mentre se ne stava l in piedi, insaccato dentro le
mutande, le gambe flaccide e bianchicce, le ginocchia nodose e i reggicalzini, dal capitano
di industria che era si tramut in un cliente qualsiasi nello spazio veloce di un'erezione.
Pensavo che quella scena mi avrebbe eccitato, e invece mi ritrovai a mordermi la mano per
non scoppiare a ridere, specie quando l'uomo si mise a gattonare sul pavimento. La
ragazza nera gli stava sopra, la passera a pochi centimetri dalla sua faccia, e gli dava
ordini. Lui, di nascosto, lanci un'occhiata alla sua passera. Per punizione, lei gli schiaff il
regolo sul sedere. - Ah! Ohhh che beeello!
In prigione, avevo sentito raccontare tante storie di puttane, protettori e clienti, ma questa
era qualcosa di completamente diverso. In seguito, quando sarei diventato amico delle
ragazze squillo, avrei appreso che molti uomini si comprano il sesso perch sono un po'
pervertiti e un po' bacchettoni, e cos pagano per soddisfare delle fantasie che si
vergognerebbero di condividere con le loro mogli.
Brandi accese la luce e mi rise in faccia. - Be', che te ne pare?
- Strano.
La ragazza "cafau-lait" stava male. Si vedeva. Si lasci cadere sulla seggiola e tir sul col
naso. - Dove cazzo quella?
Quasi rispondendo a un segnale, la porta si apr. Flip, Manes e il pappone di colore
entrarono nella stanza.
- Spicciami per primo, amico, - disse il nero. - La mia signora deve andare a lavorare.
- Certo. Hai pagato, no?
Restai sul fondo della stanza, a osservare la scena. Non c' da stupirsi che li chiamassero
tossici. Aspettavano il loro turno con una febbre negli occhi vitrei. Era una specie di
sacramento. Contarono attentamente le gocce e le suddivisero tra i cucchiai. Il nero s'infil

l'ago, e il contagocce divent rosso di sangue. Premette un poco, poi si ferm. - Merda!
tappato -. Lo estrasse, stacc l'ago dal contagocce, e vers il resto del liquido nel cucchiaio.
- Oddio. Me n'ero scordato. L'epa
- Che hai fatto?! - esclam Manes - Tu che ne dici, Flip? Questo qui ha avuto l'epatite e ha
rimesso il sangue nel cucchiaio.
- Che vuoi che sia. L'epatite mi piace. A te, no?
- Oh, s -. Manes riinfil l'ago nel contagocce e aspir acqua prima di schizzare il liquido.
L'ago non era otturato. Aspir il liquido che era nel cucchiaio e tese l'attrezzo a Flip.
Vedendo quella scena, pensai che erano tutti pazzi. A Preston avevo conosciuto un tale
che si era beccato un'epatite acuta. Quando la pelle gli era diventata gialla, gli era
diventato giallo anche il bianco degli occhi, e la sua urina era nera come il caff. Era morto
nel giro di pochi giorni.
Fu allora per che mi resi conto che il nero aveva detto di avere l'epatite solo per finta, e
che loro l'avevano capito. In effetti l'aveva confessato con un'alzata di spalle. Aveva
sperato che si sarebbero messi paura e gli avrebbero lasciato il resto della roba.
- Dammi quell'epatite, - fece Flip. - Il flash verr anche meglio.
Tutta l'attivit rallentava dopo le due del mattino, quando chiudevano i bar e i taxi
riportavano a casa l'ultimo cliente. Alle tre e venti dall'uscita del Park Wilshire passarono
cinque puttane, tre protettori e un giovane delinquente di pelle bianca. Per me, era stata
tutta un'avventura. Per tutti gli altri, soltanto un'altra nottata di lavoro. Adesso si poteva
finalmente andare a mangiare. Ci ammucchiammo in un taxi e nell'automobile di Manes.
Io ero seduto tra Manes e Flip, e i movimenti della vettura mi sballottavano contro il suo
corpo. Eravamo diretti al centro, a The Pantry, un ristorante di carne alla buona. Era
aperto ventiquattro ore su ventiquattro, trecentosessantacinque giorni all'anno. La porta
era senza serratura. Non poteva chiudere.
Quando la nostra comitiva di puttane sgargianti e protettori piuttosto appariscenti fece il
suo ingresso nel locale, le teste dei presenti, comprese quelle di due poliziotti in uniforme
seduti al banco, si voltarono a guardarci. Io mi misi subito paura, perch tecnicamente ero
ancora tenuto a rispettare il coprifuoco. Se non fossi stato in testa al gruppo, avrei girato i
tacchi e me ne sarei andato. Ma, cos com'ero messo, avrei dato nell'occhio, perci seguitai
a camminare dietro al cameriere. Lui ci scort fino a due grossi tavoli che avevano unito
insieme sul fondo del locale. Mi stavo sedendo all'angolo del tavolo, quando si sent una
voce: - Guarda, guarda, Sambo con la puttana bianca
Uno dei protettori neri si volt e disse a gran voce: - Alla bestia che ha parlato voglio dire
che sua madre succhia i cazzi dei somari e lui lo prende in culo dai neri che ce l'hanno
bello grosso.
- Oh, merda, - bofonchi Manes, tirando il protettore per la manica. Il protettore si liber la
mano di dosso, e in quel momento un uomo grande e grosso, il razzista che aveva parlato,
si alz il piedi.
I poliziotti seduti al banco agirono in fretta. Si trovavano alle spalle del razzista che non si
accorse di loro finch un poliziotto lo afferr per un braccio. - Fuori di qui, - ordin il
piedipiatti.
- Non ho ancora finito il mio caff.
- Senti, meglio a meno che non te lo vuoi portare a Lincoln Heights.

- Va bene, ho capito -. Il razzista sogghign guardando il protettore nero sopra la spalla


del poliziotto. Il protettore avanz, ma l'altro sbirro gli blocc il passo col manganello. Calma, ragazzo.
- Ragazzo? Io non sono il tuo ragazzo, amico.
- Va bene. E neach'io sono amico tuo. Vedi solo di darti una calmata.
Accanto a me Flip borbott: - Che coglione.
- Allora, te ne vai o no?
- S -. Dopo aver buttato qualche moneta sul tavolo, l'uomo se ne and borbottando
qualcosa sui bastardi che se la fanno coi negri.
I due poliziotti affrontarono il protettore nero. - Adesso tocca a te; meglio per te se non
fai il passo pi lungo della gamba.
La puttana "cafau-lait" si alz in piedi e stratton il braccio dell'uomo. - Dai, cocco;
mettiti a sedere. Mollala qui.
A malincuore il pappone nero si mise a sedere borbottando, - 'Fanculo.
I due poliziotti tornarono al banco. Arriv il cameriere per prendere l'ordine. Anche se una
bistecca New York costava soltanto settanta centesimi, quasi tutti ordinarono uova e
pancetta. Pass qualche minuto prima che calasse la tensione. Alla fine il protettore disse: Quel coglione stato fortunato che non l'ho preso a calci in culo -. Tutti scoppiarono a
ridere.
Stavamo mangiando quando si apr la porta. Entrarono altri due agenti in divisa e due
detective. Si avvicinarono ai poliziotti seduti al banco, poi lanciarono un'occhiata al nostro
tavolo sul fondo del locale.
Io ero accanto alla parete. - Prendi questa, - fece Flip. - Falla sparire -. Dalla borsetta che
teneva in grembo tir fuori una calibro.38 canna mozza avvolta in un fazzoletto.
La presi in mano, allungai il braccio verso terra e piegai obliquamente la gamba in
diagonale, in modo che la caviglia blocc l'arma quando la lasciai cadere, smorzando cos
il rumore; in pi, feci un forte colpo di tosse. Col piede, poi, spinsi la.38 dietro la gamba
del tavolo. In quel momento i detective e gli agenti in divisa si avvicinarono passando per
il passaggio tra i tavoli.
- In piedi tutti.
- Perch? - domand una ragazza.
- Perch lo dico io, Miss Cadillac Coup de Ville. "Coup de Ville"! Che nomignolo.
- Fuori fuori, - tagli corto un agente.
Mi affrettai verso la porta, il pi lontano possibile dalla pistola. Un poliziotto not che
cercavo di svicolare dietro gli altri facendomi scudo dei loro corpi. - Tu, quanti anni hai? domand chiamandomi col dito.
- Ventidue.
- Hai un documento d'identit? La patente?
- Non ho la patente. Ho solo questi, - risposi consegnandogli due biglietti da visita
graffettati insieme, uno del mio garante della libert vigilata su cui erano indicati il giorno

e l'ora dell'appuntamento che avevo con lui, e l'altro di Al Matthews.


- Matthews il tuo avvocato, eh?
- S, signore.
- Muoviti.
- Che?
- Comincia a camminare. Per la strada.
Al di sopra della sua spalla, attraverso il vetro dell'entrata, vidi un agente in divisa accanto
al nostro tavolo. Si stava chinando. Non aspettai di vedere quello che aveva raccolto da
terra. - Grazie, - dissi, prima di girare sui tacchi e scappare via. A una quindicina di metri
dall'ingresso del ristorante c'era un vicolo. Non appena lo raggiunsi e vi svoltai, il mio
passo tranquillo scatt in una volata. Raggiunsi un'altra strada e svoltai ancora. L'attuale
Harbor Freeway all'epoca era una fila di vecchie case di legno. Percorsi met di un vialetto
e poi mi tuffai tra i cespugli. Se si erano messi sulle mie tracce per via della pistola, mi
avrebbero individuato sicuramente, se mi fossi messo a vagare a piedi per le vie del centro
alle quattro del mattino.
Era primavera avanzata e si fece giorno presto. Quando si spensero i lampioni,
comparvero le prime automobili e le prime luci del giorno spuntarono sulla linea
dell'orizzonte, all'epoca ancora bassa, di Los Angeles, uscii dai cespugli e m'incamminai
verso nordest. Mi trovavo a un paio di chilometri dallo studio di Matthews. Strada
facendo, mi chiedevo se la polizia mi stava cercando. Ne dubitavo. Gli sbirri non avevano
alcuna prova per dimostrare che la pistola era mia. Grazie al fazzoletto, non vi avevo
lasciato nemmeno le impronte digitali. Mentre camminavo guardando le stelle impallidire
e svanire, mi domandai se per caso mi mancava qualche rotella. I sociologi dell'epoca
ritenevano che il crimine fosse una prova "prima facie" di turbe psichiche. Ma non era
invece soltanto un altro nome per indicare una forma di possessione diabolica? Da una
parte, io sicuramente mi ero reso responsabile di azioni che, com' vero Iddio, potevano
sembrare quelle di un pazzo. Dall'altra, non avevo mai sentito voci o avuto apparizioni di
sorta. Secondo il dottor Frym, presentavo dei tratti paranoidi. Come potevo non avere dei
tratti paranoidi, con la vita che avevo condotto? Col passare degli anni, la mia
miniparanoia mi salv la pelle pi di una volta.
Quando Al e Emily Matthews arrivarono in ufficio, io li aspettavo nell'ingresso al
pianterreno. Dal loro sguardo, pi che dalle parole, capii che il mio aspetto li preoccupava.
Non ero pulito e in ordine come il giorno precedente. Mi domandai se avessi ancora le
pupille come punte di spillo. Dissi che avevo passato la notte all'ostello della Ymca. Emily
chiam Al in disparte. Quando la donna torn, mi chiese se mi andava di fare un lavoro
per quel giorno, ovvero dipingere il recinto di casa loro. Accettai con entusiasmo. Tanta
era la voglia di intascare quei soldi, che ignorai la stanchezza che avevo addosso.
La mia giovent mi sostenne per tutta la mattinata, durante la quale seguitai a imbiancare
i paletti del recinto, ma dopo pranzo mi sedetti nella veranda. Dalla cucina giungeva il
suono della musica alla radio. Chiusi gli occhi ascoltando la voce di Billy Holiday che
cantava "Crazy He Calls Me", e mi addormentai. Il mio ricordo successivo: Emily che mi
scuoteva per svegliarmi. Era ormai il tramonto, e dovevamo tornare in citt per andare a
prendere Al.
Quando giungemmo allo studio, Al chiese di parlarmi da solo. Non appena si richiuse la

porta, mi chiese a bruciapelo: - Perch hai mentito?


- Su cosa?
- Su dove hai passato la notte.
- Non ho mentito.
- Verso le quattro di stamattina eri in compagnia di un gruppo di puttane e di protettori.
Ho ricevuto una telefonata del sergente O'Grady. Hanno trovato una pistola.
- Io non c'entro con la pistola.
- Se il giudice Ambrose sapesse quello che successo, pistola o no, finiresti dentro per
violazione della condizionale.
Risposi con un'alzata di spalle. Il mio risentimento verso l'autorit, specie se rappresentava
una minaccia, mi fece subito infiammare. Se quel tono accusatorio l'avesse usato qualcun
altro, gli avrei detto che non me ne fregava un cazzo e che andasse pure a farsi fottere,
lui e il giudice. Con Al, per, mi controllai, anche se lui si accorse della mia reazione
contrariata. Cambi atteggiamento: - Per favore, non metterti nei guai -. Apr la porta e
fece un cenno a Emily. - Ha chiamato Mistress Wallis, - fece, - e mi ha detto che vorrebbe
vedere Eddie.
- Una bella notizia, - comment Emily, e poi, rivolgendosi a me: - Eddie, conosciamo una
signora. Era un'attrice nel cinema muto. Suo marito uno dei pezzi grossi del cinema.
Vuole incontrarti domani mattina.
- Vuole offrirti un lavoro, - seguit Al. - Emily, Geffy pu portarlo da lei dopo aver
accompagnato noi -. Geffy era alle dipendenze di Al, e gli faceva da autista, investigatore e
guardia del corpo. Negli anni trenta era stato un pugile di peso welter che andava alla
grande.
- Fatti trovare qui, domattina verso le nove.
- Ci sar.
- Che fai stasera?
- Vado a trovare una vecchia amica.
Al sogghign. - Impossibile. Non puoi avere vecchie amiche. Emily, lo hai pagato per il
lavoro che ha fatto oggi?
- Non ancora.
- Prendi questi -. Al estrasse dal portafoglio un biglietto da venti dollari e me lo mise in
mano. A quei tempi, la paga oraria minima era cinquanta centesimi. Fui molto contento di
intascare quei venti dollari.
Uscendo dallo studio, pensavo a Mistress Wallis. Al cinema non leggevo mai i titoli di
coda, ma il nome di Hall B. Wallis lo conoscevo bene. L'avevo visto troppe volte per
dimenticarmene, specie perch compariva nei miei film preferiti, quelli in bianco e nero,
prodotti della Warner Brothers, sui gangsters e i tempi duri, con Bogart, Cagney, Edward
G. Robinson, e George Raft. Non erano solo attori, per me; i loro personaggi erano modelli
di vita.
Al Matthews aveva una Cadillac verde acqua decappottabile. Era il primo modello con le
spettacolari pinne posteriori. Quella Cadillac era stupenda, ed era la prima sulla quale

salivo. L'unica casa automobilistica che poteva rivaleggiare con la Cadillac era la Packard;
la Mercedes, in seguito ai bombardamenti, era ancora un cumulo di rovine; la Mitsubishi
era solo la marca di quelle carrette volanti che i nostri Corsair abbattevano a sciami. Nel
1950, gli Stati Uniti sfornavano l'ottanta per cento di tutte le automobili in circolazione a
livello mondiale, e la Cadillac regnava sovrana.
La Hollywood Freeway era ancora un lungo fossato con le barre di acciaio allo scoperto
che aspettavano di essere ricoperte di cemento. Alla San Fernando Valley ci si arrivava
percorrendo Riverside Drive e costeggiando Griffith Park, oppure passando per Cahuenga
Pass a Hollywood. Geffy prese Second Street. La citt gi mi evocava ricordi. Passammo
davanti a un cinema dove mi infilavo di nascosto e dormivo, quando vivevo per la strada
dopo essere scappato dal riformatorio. Il gabinetto degli uomini era dietro lo schermo,
accanto all'uscita di emergenza che dava sul vicolo. Quando Joe Gambos e io bussavamo
alla porta del vicolo, uno degli ubriaconi abituali frequentatori del cinema ci faceva
entrare. Una sera, per, dopo aver bussato, la porta si apr e ci ritrovammo di fronte un
poliziotto armato di manganello. Joe era alle mie spalle, cos che quando mi voltai per
scappare andai a sbattere contro di lui. Lo sbirro mi colp col manganello sulla spina
dorsale. Caddi steso, urlando per il dolore. Mentre mi torcevo per terra, il poliziotto mi
prese a calci e poi mi ordin di andarmene. Obbedii. L'indomani mattina avevo la schiena
coperta di ecchimosi bluastre. Rest indolenzita per settimane. Non avevo mai odiato gli
sbirri, ma quella volta imparai sulla mia pelle che spesso erano molto diversi da come
Norman Rockwell li raffigurava sulle copertine del Saturday Evening Post.
Geffy imbocc Cahuenga Boulevard, passando davanti all'Hollywood Bowl. Dall'altra
parte della strada si trovava un teatro all'aperto dove ogni estate mettevano in scena la
vita di Cristo. Mio padre ci aveva lavorato per parecchi anni.
Gli aranceti della San Fernando Valley stavano sparendo sotto i bulldozer della
speculazione edilizia. Grossi agglomerati urbani stavano sorgendo per ospitare la pi
grande immigrazione di tutti i tempi, che all'epoca era in pieno svolgimento. Mai prima di
allora tanta gente si era spostata in un posto in un lasso di tempo cos breve.
Geffy sapeva ben poco di Mistress Wallis, tranne che era stata un'attrice del cinema muto,
e in particolare aveva lavorato nelle commedie di Mack Sennett prodotte dalla Keystone.
Si chiamava Louise Fazenda. L'avevo vista da piccolo. Come segno caratteristico, portava
le treccine. Era buffa. Non sentivo parlare di lei da vent'anni almeno.
Da Riverside Drive svoltammo su Woodman. La zona era ancora tutta aranceti ed erba
medica. Meno di un chilometro a nord di Riverside, a Magnolia, si ergeva un muro alto
quasi tre metri, dipinto in modo da rassomigliare a un muro di mattoni. Era lungo. Geffy
svolt all'imbocco di un viale d'accesso protetto da un massiccio cancello verde. C'era un
citofono con un pulsante. L'indirizzo era 5100 Woodman.
Geffy premette il pulsante e il citofono gracchi.
- Chi ?
- Siamo dello studio di Al Matthews.
Il cancello si spalanc, azionato automaticamente dall'interno. Entrammo, e il cancello si
richiuse alle nostre spalle. La strada era bordata da piante di fiori, agapanti e rose a
spalliera sulla destra, e un vasto prato sulla sinistra. Il prato digradava dalla Monterey
Colonial House, circondata dagli alberi, fino alla piscina e agli spogliatoi. Dietro gli
spogliatoi c'era un campo da tennis. La casa propriamente detta era pi piccola della villa

di Orange Grove Avenue, a Pasadena, ma il terreno circostante era molto pi curato.


Irradiava la serenit di un chiostro.
La strada seguitava sul retro della casa, ma un vialetto circolare intorno a una fontana
conduceva all'ingresso principale. Al nostro arrivo si apr. Mistress Hal Wallis era sulla
cinquantina ed era tutta vestita di bianco. Ci venne incontro per darci il benvenuto. Aveva
capelli biondissimi e una grossa bocca dal largo sorriso, ed era una di quelle persone che ti
danno una sensazione di calore fin dal primo momento che ne fai la conoscenza. Ci invit
ad entrare, ma Geffy rispose che doveva tornare in citt per accompagnare Al tribunale di
Pomona quel pomeriggio.
- Mi saluti lui ed Emily, - disse Mistress Wallis, e rivolgendosi a me: - Vieni. Seguimi -. Mi
prese per mano e mi condusse all'interno. Il corridoio era immerso nella penombra, che
contrastava con la forte luce del giorno. Passammo per un salotto molto formale, poi per
un'altra stanza con seggiole rivestite di chintz azzurro e un corridoio con mobili
Chippendale e ottoni lucenti, e quindi arrivammo in una cucina tutta soleggiata. Li mi
present a una donna dai capelli candidi di nome Minnie, al servizio dei Wallis da molti
anni.
Mistress Wallis mi squadr da capo a piedi. Ero vestito troppo elegante per il lavoro che
aveva in mente di affidarmi. Domand a Minnie se Brent aveva un paio di vecchi jeans da
darmi. Minnie si asciug le mani e and a guardare. Mentre Minnie era via, Mistress
Wallis mi spieg che la sua propriet si estendeva fino a una strada secondaria sulla quale
si ergeva una vecchia casa disabitata. Con gli anni si era accumulata una montagna di
immondizia. Voleva che venisse rimossa e scaricata in una grossa buca. Mi domand se
ero capace di guidare un camion.
- Dipende da quanto grande.
Minnie torn con un paio di Levi's e una Tshirt. Mistress Wallis mi accost i pantaloni
alla cintola. - un po' pi robusto di te, ma forse possono andare.
Gli indumenti erano adatti allo scopo, anche se non li avrei indossati in pubblico. La mia
vanit era molto pi spiccata a sedici anni di oggi, che ne ho sessanta. In effetti, tutta la
societ dava molto pi peso all'immagine, nel 1950.
- Vieni con me, - disse la donna, scortandomi verso la porta di servizio che conduceva sul
retro della propriet. Sotto una tettoia consunta dal tempo c'era una vecchia diligenza. Nei
pressi, una scuderia, ma senza cavalli nei box. C'erano anche un paio di casette, una delle
quali utilizzata dal giardiniere, che sbuc dietro l'angolo, ci vide, e subito spar dalla vista.
- Chi ? - domandai.
- Non ti conosce. il giardiniere, pover'uomo. E rimasto coinvolto in un incidente stradale
dove hanno perso la vita la moglie e la figlia. uscito fuori di senno. Era a Camarillo.
Aveva bisogno di un ambiente particolare, di un luogo appartato di starsene da solo.
Sono stata ben contenta di potergli offrire un lavoro.
Raggiungemmo una parte della propriet che faceva pensare al magazzino di una fattoria.
Avevo notato un grosso campo dietro le casette. Mistress Wallis mi disse che era stato un
noceto, fino a qualche anno prima. Se ricordo bene, un'alluvione aveva abbattuto gli alberi.
La propriet si chiamava ancora Wallis Farms, come era scritto sui numerosi assegni che
via via ricevetti da lei nei mesi successivi.
In una costruzione che pareva un incrocio tra una stalla e un garage aperto, era

parcheggiato un vecchio camion in legno. Era pi grosso di tutti i veicoli che avevo
guidato fino ad allora, che in realt si limitavano a poche automobili rubate.
- Pensi di farcela?
- Certo -. Perch no? Mica dovevo andarci a Oklahoma City guidando sulla Statale 66.
Salimmo tutti e due sul camion, e io avviai il motore. Mistress Wallis mi avrebbe indicato
la strada. Partimmo, rimbalzando su una strada sterrata in direzione della via asfaltata.
Era Magnolia Avenue, che incrociava Woodman ad angolo retto.
- Gira qui, - disse. Lei voleva dire la strada, ma io capii che intendeva lo spazio tra le file di
alberi di arancio. Il camion gir, ma nel rimbalzo, i fianchi del camion cominciarono a
rompere i rami degli alberi.
- Mio Dio! - esclam la donna, e poi scoppi in una risata quando il camion si abbatt
contro un albero e si ferm.
- Nessuno perfetto, - commentai.
- Penso esattamente la stessa cosa. Fa' marcia indietro e riprovaci.
Mi riportai su Magnolia Avenue, e girai intorno all'isolato. Tutta la propriet che stava nel
mezzo, compresi parecchi edifici pi nuovi con appartamenti e giardino, erano dei Wallis.
Svoltammo in un viale accanto a una casa piuttosto vecchiotta, secondo i parametri della
California del Sud. Il cortile sul retro della casa invaso dalle erbacce era occupato da un
cumulo del pattume mediamente prevedibile di una societ del benessere: un materasso e
una rete del letto, scatole di immondizia, un frigorifero senza porta, altre scatole di vestiti
smessi, e altri rottami.
Mistress Wallis mi indic dove scaricare. - Torno a casa a piedi, - disse tagliando attraverso
la propriet invece di uscire sulla strada e girare intorno all'isolato.
Incominciai a lanciare le cose sul camion. Era mattina tardi, e lo strato di nubi marittime
tipico della California del Sud bruciava dissolvendosi rapidamente alla luce ardente del
sole. Dai giorni del riformatorio e della colonia penale agricola della contea covavo
risentimento contro la fatica bruta. Era un lavoro sporco, e scoppiavo dal caldo. Il sudore
mi inondava gli occhi. Una scheggia mi penetr sotto un'unghia. Finito di riempire il
primo carico, dissi a me stesso che non mi sarei ripresentato il giorno seguente. Tanti
vanno fieri di lavorare sodo, maneggiare un piccone o a cimentarsi con un martello
pneumatico. Questo atteggiamento viene inculcato nell'adolescenza dalla famiglia e dalla
cultura, e si chiama con un'infinit di nomi: l'etica protestante del lavoro, il mito della
virilit macho delle societ di lingua spagnola, il codice del samurai giapponese tradotto
nel mondo delle merci. Mi ricordavo ancora di Whittier, quando ero stato costretto al
lavoro duro, e io lo odiavo. Non ero l'unico a reagire cos. Era un atteggiamento di gruppo,
forse abbastanza simile al sentimento che provano gli schiavi. Questa visione della
sottocultura si esprimeva in certe battute che si sentivano in giro: Il lavoro manuale mi sa
di messicano. Il lavoro per i somari e gli imbecilli e, fino a prova contraria, ho tutto
meno le orecchie da asino.
Portai il camion fino alla buca e scaricai l'immondizia sollevando una nuvola di polvere.
Mentre tornavo per caricare un altro viaggio, trovai Minnie sulla strada. - Mistress Wallis
dice di entrare per pranzare. Riporta il camion in garage.
In cucina, mi aspettavano una tovaglietta, posate d'argento, e un tovagliolo col suo

portatovagliolo. Minnie mi aveva preparato una zuppa di mais e un panino prosciutto e


formaggio con un mucchio di maionese. Strano come ricordo esattamente questi
particolari dopo tanti anni.
Avevo appena terminato il pranzo, quando entr Mistress Wallis. In quelle ore della
giornata, la San Fernando Valley, che sarebbe stata un deserto senza l'acqua della
California del Nord (che storia incredibile di imbrogli e cavilli legali quella), era
praticamente un altoforno a pieno regime. - Fa troppo caldo per lavorare, - disse. - Perch
non ti fai un bagno in piscina? Ci sono parecchi costumi nello spogliatoio.
- Magnifico! - esclamai.
- Sapevo che non avresti detto di no. Una cosa, per. Se vedi comparire degli uomini con la
tunica, non farci caso. Ho autorizzato io i fratelli della Notre Dame High School a usare la
nostra piscina. In genere, fino al tardo pomeriggio non vengono mai, ma
- Va bene.
Uscito dalla porta della cucina, girai sul retro della casa, oltrepassando un grande roseto in
piena fioritura primaverile. In seguito Mistress Wallis mi disse che Hal aveva un vero
debole per le rose.
Mentre attraversavo il vasto prato punteggiato di aceri ombrosi e da un grosso pino
isolato, gli uccelli cinguettavano. Non c'era da stupirsi che i fratelli cattolici venissero l.
Era un posto bucolico e tranquillo come il giardino di un seminario. Un po' a distanza, lo
schizzatore rotante dell'impianto di irrigazione spruzz una pioggerella attraverso la luce
del sole. Girai intorno alla piscina per raggiungere gli spogliatoi, dove trovai un costume
da bagno della mia misura.
Uscii e mi tuffai in acqua. Era la prima volta che facevo il bagno in una piscina privata,
anzi in una piscina in cui nuotavo da solo, ed era meraviglioso. Seguitai a tuffarmi e
nuotare finch non sentii la stanchezza, e allora mi stesi sul cemento caldo per asciugarmi
al sole. Ho sempre pensato che distendersi sul cemento scaldato dal sole del bordo di una
piscina una delle sensazioni pi piacevoli che abbia mai provato.
Poco dopo vidi Mistress Wallis attraversare il prato e dirigersi verso di me. Si era cambiata
d'abito, ma era sempre in bianco. Vestiva sempre di bianco, non ho mai capito perch.
Camminava pavoneggiandosi, facendo la parodia dell'elegantone, spalle indietro,
esagerando il movimento delle braccia, un'espressione altezzosa sul viso. Aveva in mano
un vassoio con due bicchieri riempiti di ghiaccio e una caraffa. - Limonata? - domand.
- Buona idea.
Depose i bicchieri su un tavolo di ferro battuto e vers la limonata. Mentre me la porgeva,
disse: - Hai una bella abbronzatura per lo meno dalla cintola in su. Immaginavo che chi
sta in prigione avesse la pelle bianchiccia a parte, ovviamente, quelli di colore e i
chicanos.
- Ci permettono di lavorare a dorso nudo, a Wayside.
- Una volta ero membro della commissione per la libert vigilata della contea.
- Non sapevo nemmeno che ne esistesse una.
- S almeno c'era un bel po' di tempo fa.
Era una donna molto amabile, che sprigionava una loquacit benevola e positiva. Era

curiosa di me, e mi rivolse un'infinit di domande. Io rispondevo soppesando le parole,


attento a non lasciarmi sfuggire qualche ingenuit. Per quale motivo doveva interessarsi di
me? Era palese che la sua ricchezza superava i sogni di ogni cittadino medio. Che voleva
da me? Se voleva un gigol, avrebbe potuto sicuramente trovarne meglio di me.
Nonostante la mia diffidenza, non potei fare a meno di sorridere e ridere. Mistress Wallis
era cordiale e spiritosa.
A un certo punto sul prato comparve una giovane donna in pantaloncini corti e un enorme
cappello di paglia, con due bambini che le camminavano pigramente al fianco. Mentre
erano ancora a una certa distanza, Mistress Wallis mi inform che era una vicina di casa, e:
- stata la fidanzata di mio figlio, anche se aveva quattro anni pi di lui Strano, no? Col passare del tempo avrei imparato che Mistress Wallis spesso faceva domande del
genere, con l'atteggiamento consapevole di una cospiratrice. Non c'era niente di malizioso.
Era il suo modo di avvicinarti pi a lei. - Suo marito sta girando un film con la Warner
Brothers. Se "quelli" sapessero che viene qui "ahim", non sarebbero certo contenti.
"Quelli"! A "chi" alludeva?
Mentre i due bambini prendevano la rincorsa piombando in acqua come due piccole
bombe, la giovane donna tese la mano mentre Mistress Wallis faceva le presentazioni. Non
ricordo neppure chi fosse o come si chiamasse; ricordo soltanto che avr avuto sui
venticinque anni ed era molto carina, una bella corona di denti incorniciata da labbra
carnose mentre mi sorrideva al momento delle presentazioni. Il suo arrivo fu un grosso
vantaggio per me, in quanto mi risparmi le domande affabili di Mistress Wallis. Si mise a
sedere, e le due donne iniziarono a parlare. Io scesi in acqua per giocare con i bambini, un
maschio e una femmina, di un'et compresa tra i sei e i dieci anni. Non ero (e tuttora non
sono) bravo a determinare l'et dei bambini, tranne quella di mio figlio, che non tanto
pi grande. Ci lanciavamo un pallone leggero nell'acqua. I due ragazzini nuotavano come
pesci. Sarebbe potuto essere altrimenti? Erano due rampolli dell'alta borghesia della
California del Sud. Il nuoto ce lo avevano nei geni.
Minnie usc per annunciare che c'era Miss Wallis al telefono. Miss Wallis era la sorella di
Hal Minna Wallis della Famous Artists, e agente di Clark Gable e di altri attori. Col tempo
avrei imparato che era una patita del poker e una spietata arpia negli affari.
Louise Wallis si era allontanata da qualche minuto, quando decisi che era ora di andare. Il
sole bianco di mezzogiorno si era tinto di arancione mentre formava un angolo pi basso
attraverso i tanti alberi che cominciavano a ondeggiare alla musica della brezza serale. La
giovane donna chiam i bambini. - Sta rinfrescando, - disse. La salutai con un cenno della
mano, mentre uscivo dalla piscina aggrappandomi al bordo pi lontano, in prossimit
degli spogliatoi.
Quando ebbi finito di asciugarmi e rivestirmi, la donna se n'era andata. Per raggiungere la
casa dallo spogliatoio dovevo girare intorno alla piscina. Mentre camminavo lungo il lato
pi corto della vasca, non feci caso allo scalino che portava in acqua. Feci un passo, e
prima finii con un piede per aria e dopo in un palmo d'acqua. Poi scivolai di fianco nella
piscina. Chaplin non avrebbe potuto atterrare sul di dietro meglio di me.
Raggiunsi l'entrata di servizio sgocciolante e mortificato. Minnie chiam Mistress Wallis,
che trov la cosa comica.
Dopo aver lasciato i miei abiti zuppi nella veranda e indossato uno degli accappatoi di
spugna col monogramma di Hal, seguii Mistress Wallis al piano di sopra, nella stanza di

suo figlio. All'epoca frequentava uno dei Claremont Colleges, e tornava a casa solo nel fine
settimana. Nella stanza c'era una parete di libri, e le fotografie, le bandiere e
l'equipaggiamento sportivo tipico del giovane americano dell'epoca. La chitarra acustica
era un po' in anticipo sui tempi. La mania del momento era il sassofono. Dopo aver cercato
nei cassetti e nell'armadio guardaroba, Mistress Wallis mi allung un paio di Levi's (quelli
che oggi chiamiamo i 501, erano gli unici che venivano prodotti nel 1950), una maglietta
polo, e una giacca a vento corta di pelle scamosciata. Nel frattempo mi disse che il figlio
aveva pi roba del necessario, e mi fece un pacco dono. Poi trov una borsa dove mise il
tutto.
- Adesso, regoliamo il tuo compenso, - disse, scortandomi in camera sua, che in realt era
una suite, con spogliatoio e una stanza da bagno separati. Si trovava sull'angolo della casa,
le finestre che si affacciavano su due lati, a nord e a ovest, la luce obliqua del sole attenuata
dagli alberi. Le ombre danzavano nella brezza. La stanza era grande, per met camera da
letto vera e propria, mentre un divano e un paravento creavano un altro spazio, occupato
da un elegante scrittoio antico e dei mobiletti per i documenti. Un'enorme libreria
ricopriva una parete. Riuscii a sbirciare qualche titolo. Molti volumi erano di psicologia,
alcuni di religione. Per la prima volta vidi il nome di Pierre Tielhard de Chardin. Era un
nome cosi mellifluo che mi ricordai di quella volta, quando mi ricapit di vederlo. Tra i
libri c'era anche "La personalit nevrotica del nostro tempo" di Karen Horney.
Il libretto degli assegni di Mistress Wallis era grosso, sei assegni perforati su ogni pagina.
La signora scrisse un assegno da ventitre dollari. Venti erano per il lavoro, tre per il
trasporto del carico. - Percorri un isolato verso nord. Il tram ferma a Chandler e
Woodman. Ti porter direttamente alla stazione della metropolitana.
- l che voglio andare.
- Sai guidare l'automobile meglio di un camion? - domand ridendo.
Arrossii. - Oh, s, volevo dire era soltanto
- stata colpa mia. Ti ho detto io di girare. Domani voglio che mi accompagni in giro per
le mie commissioni. Ho l'artrite alle mani - Me le mostr. Le giunture erano gonfie,
sintomo tipico della malattia. - Puoi essere qui per le dieci?
- Ci sar -. Portare a spasso una ricca signora per la citt era cosa ben diversa dallo
sgobbare sotto il sole, e venti dollari erano il doppio della paga di un operaio della General
Motors addetto alla catena di montaggio.
Mi incamminai verso il cancello e lo aprii da solo premendo il pulsante interno. Risalendo
lungo i due grandi isolati di Woodman in direzione della fermata dei tram della Pacific
Electric su Chandler Boulevard, vidi che stavano costruendo una zona residenziale di ville
in stile ranch californiano. Alcune erano ancora soltanto degli scheletri in legno, altre
erano state gi intonacate, e da qualche parte, portato dalla brezza pomeridiana, mi giunse
il tonfo ritmico di un martello.
Ben presto arriv uno dei tram rossi della Pacific Electric, in realt due carrozze collegate,
e si arrest alla fermata. Sferragliando per una larga corsia nel mezzo dei due sensi della
carreggiata, pass per North Hollywood, poi costeggi Glendale e oltrepass il tempio
costruito da Aimee Semple McPherson e l'Echo Park con le sue barche elettriche, prima di
entrare in un tunnel lungo pi di un chilometro e mezzo in fondo a Glendale Boulevard. I
binari finivano parecchio pi in l della stazione della metropolitana, mezzo isolato a nord
di Fifth Street su Hill.

Affittai una stanza ammobiliata vicino a McArthur Park. Costava sette dollari alla
settimana. Il bagno era nel corridoio, ma nella stanza c'era un lavandino. Mi andava bene.
Sul pavimento c'era la moquette, ed era comoda. Era la mia. Chiusi la porta a chiave e
schiacciai un sonnellino. Quando mi svegliai, era ormai ora di uscire nella notte di Los
Angeles. Tutti sanno che il clima della California del Sud mite d'inverno. Molti di meno
sanno che nella City of Angels la notte il momento migliore. Anche se di giorno si
scoppia dal caldo, l'ora in cui il sole tramonta, la citt si rinfresca e la temperatura
perfetta. M'incamminai verso il centro, a poco pi di tre chilometri dalla stanza che avevo
affittato, e andai a vedere "Cielo giallo" un ottimo western, recitato alla grande, con
Gregory Peck e Anne Baxter.
L'indomani mattina inizi la giornata che si sarebbe ripetuta sempre uguale per parecchie
volte la settimana nei mesi seguenti. Arrivavo alle 9. Talvolta Mistress Wallis era pronta
per le nove e mezza, altre non prima delle undici. Mentre l'aspettavo, Minnie mi
preparava una gigantesca colazione.
Presto o tardi partivamo per le commissioni di Mistress Wallis. Imboccavamo Riverside
Drive, se la meta era la Paramount, a Hollywood. Lei veniva sempre trattata con molto
riguardo, anche se era vero che l'epoca in cui era stata una star del cinema era passata da
un pezzo. - Io sono "ancora" Mistress Wallis, - diceva, e ammiccava in segno di intesa,
come una cospiratrice. Hal Wallis, a dire di tutti, era un pezzo grosso del cinema. Mi
pareva strano che non fosse mai negli studi quando capitavamo l in visita. C'era sotto
qualcosa? Possibile che Mistress Wallis volesse che lo facessi fuori? Magari era questo il
motivo per cui s'interessava tanto a me e voleva sapere come la pensassi in proposito.
A Mistress Wallis piaceva parlare, e io sono da sempre uno che ascolta volentieri. Un po'
alla volta, a pezzi e bocconi, appresi la sua storia. Veniva da una famiglia povera, non alla
miseria, ma da una modesta famiglia di operai. Nei primi dieci anni del secolo aveva
abitato all'angolo tra Sixth e Kholer, e aveva lavorato alla Bishop Candy Company, tra
Seventh e Central. L'avevano licenziata (anni dopo mi confid che era stato per via di un
aborto), perch era troppo cagionevole di salute per lavorare. Era in cerca di un altro
lavoro. Una donna di nome Bertha Griffith, se non erro, le diede un passaggio e,
scoprendo che aveva bisogno di un lavoro, la port alla Keystone, dove Mack Sennett
produceva le sue commedie. Fu assunta come attrice nella casa di produzione di Sennett
perch sapeva guidare l'automobile, cosa rara tra le donne nel primo decennio del
ventesimo secolo. Con le sue caratteristiche treccine, divent una star del cinema muto. Non proprio una grande star, - precis, - ma il successo dur per un bel po' -. In effetti,
seguit a lavorare di tanto in tanto anche dopo l'avvento del sonoro, anche se oramai era
diventata la moglie di Hal B. Wallis, e non aveva alcun bisogno di guadagnarsi da vivere
lavorando nel cinema. Quando una volta, a casa loro, vidi la statuetta degli Oscar
assegnata a "Casablanca" come miglior film, Louise mi raccont questa storia. Per un certo
periodo Hal era stato a capo degli studi della Warner Brothers, e i fratelli Warner lo
amavano come un figlio, pi o meno cos afferm Mistress Wallis. Una decina d'anni
dopo, anno pi anno meno, i fratelli Warner e Hal Wallis divorziarono in malo modo, con
tanto di astio e risentimenti reciproci. Alla cerimonia di premiazione degli Oscar del '42 o
del '43, allorch venne annunciato il Miglior Film, i tirapiedi di Harry Warner
impedirono a Hal di lasciare il suo posto a sedere e salire sul palcoscenico. Si precipitarono
su a ritirare l'Oscar. - Sostennero che il premio spettava di diritto agli studi o qualcosa
del genere.
- E allora, come and a finire? - domandai.

- Oh, lo vedi bene dov', no?


- Non so neppure perch l'ho chiesto.
- Lo odiano. Non pronunciare il nome di Hal Wallis alla Warner. Gli ultimi anni in cui
aveva lavorato l, aveva arruolato giovani di talento, attori, cineoperatori, registi, e
parecchi di un certo calibro, sulla base di contratti personali, non per conto degli studi.
Quando se ne and e fond una casa di produzione indipendente alla Paramount, poco ci
manc che Harry Warner ci restasse secco. Mi venga un colpo se non vero -. Era proprio
divertente essere messo a parte dei pettegolezzi di Hollywood. Mi faceva sentire uno di
loro, ecco.
Spesso il nostro tragitto ci portava sulle colline e poi a Beverly Hills. Louise conosceva
tanta gente famosa. Jack Dempsey era suo amico dal tempo in cui si era trovata all'apice
della carriera negli anni ruggenti, quando, disse Provavo di tutto, e quello che mi piaceva
lo facevo due volte. Avendo saputo che avevo in mente di fare il pugile professionista, mi
accompagn negli uffici della sua agenzia immobiliare, in Santa Monica Boulevard, se ben
ricordo. Lui mi fece tirare un colpo diretto, parandolo con la sua mano enorme. Il pugno
risult terribilmente fiacco, e io provai un po' d'imbarazzo. Doveva avere per lo meno una
sessantina d'anni, e dava l'impressione che avrebbe potuto mettere fuori combattimento
un mulo. Un'altra volta Mistress Wallis mi port a trovare Ayn Rand, che lei conosceva
perch Hal aveva prodotto il film tratto dal suo romanzo "La sorgente", che ancora non
avevo letto. Andammo anche a casa di Aldous Huxley, un uomo alto e macilento. Tutto
quello che ricordo che la sua casa sapeva del pane che la moglie aveva appena cotto al
forno.
La visita pi memorabile fu quella che facemmo mentre eravamo in viaggio sul Benedict
Canyon, per una strada tutta curve strette e tornanti che scendeva a Beverly Hills. Le case
erano poche, ed erano tutte sprazzi di tetti rossi dietro mura di cinta coperte di
"bouganville".
- Sai chi William Randolph Hearst? - domand.
Pi volte avevo sentito mio padre imprecare contro i giornali di Hearst, che per lui erano
fottuta propaganda fascista. E da qualche parte avevo saputo che il film "Quarto potere"
si basava sulla vita di Hearst.
- E ancora vivo?
- Oh, s pi o meno.
- Il film lo diceva morto.
- Oh, no, W.R. ancora vivo. Meglio sarebbe, forse, se non lo fosse. Ha avuto un paio di
infarti. Sono tre anni che non mette piede fuori dalla casa di Marion. l che siamo diretti
-. Pochi minuti dopo, quasi parlando tra s, soggiunse: - Dio, quanto ha odiato quel film,
Marion. Anche lui, certo, ma lei avrebbe ammazzato Welles e Marion una donna
amabile e gentile e buffa. In giro si dice che diventata una diva solo grazie ai soldi di
W.R., ma stata una brava attrice di commedie leggere -. Mistress Wallis tacque,
raccogliendo le idee. - Ci siamo divertiti, - prosegu. - Era quasi una vergogna, negli anni
della depressione. W.R. faceva partire un piccolo treno privato che andava da Glendale a
San Luis Obispo; Hollywood Train, lo chiamavano. Poi tutti si accalcavano nel corteo di
limousine verso il "ranch". Ma come si faceva a chiamare San Simeon il "ranch"? Tutti
volevano essere invitati. Chaplin era ospite fisso. Era bravo a giocare a tennis. Greta

Garbo, John Gilbert. Li vedo ancora tutti quanti, a nuotare in piscina al chiaro di luna -.
Fece altri nomi che sicuramente tanto tempo fa risplendevano nel firmamento della
celebrit, ma non trovavano eco nei miei ricordi. Mi ricordai di Ken Murray, perch mio
padre aveva lavorato dietro le quinte di "Blackouts", lo spettacolo di Ken Murray che
aveva tenuto il cartellone a Hollywood per anni. Un giorno o l'altro mi avrebbe portato a
vedere San Simeon, promise Louise.
Da quel che mi ricordo, la casa dei Davies era su Beverly Drive, a nord di Sunset
Boulevard, dove la Beverly incrocia Franklin Canyon, anche se qualcuno mi ha detto che la
casa in cui vivevano era a Whitley Heights, sopra la zona pi vecchia del centro di
Hollywood. Scrivo basandomi sui miei ricordi, non dopo aver fatto delle ricerche, e nei
punti in cui mi sbaglio, perch la memoria mi fa difetto. Mai avrei pensato di raccontare
tutto ci, certamente non all'epoca cui risalgono questi avvenimenti.
Marion Davies apr la porta. Aveva cinquant'anni suonati, anche se alla luce soffusa
dell'ingresso pareva pi giovane. Era ancora evidente il motivo per cui Hearst, allora
cinquantenne, si fosse invaghito di quella ventiduenne ballerina di fila. Dopo aver
abbracciato Louise, si rivolse a me: - Brent? Non lo vedo da quando - Stese la mano
all'altezza della cintola per misurare la statura di un ragazzina - No, no, questo Eddie.
il mio figlio infrasettimanale, dal luned al venerd. Brent torna a casa soltanto per il fine
settimana.
Marion sorrise affettuosamente e mi tese la mano. - Hai una madre infrasettimanale molto
in gamba. Siamo amiche da tanto, tanto tempo.
Marion Davies ci condusse in un salotto, dove le due donne presero a parlare di Zasu
Pitts, un'amica comune malata di cancro che aveva appena subito un intervento
chirurgico. Marion disse che Zasu stava bene. Il cancro era stato asportato.
Mentre parlavano, chiesi permesso di andare in bagno. Marion mi condusse nell'ingresso e
mi spieg come raggiungerlo.
Quando tornai, erano sparite. C'era una portafinestra che si apriva su un terrazzo; vidi uno
sprazzo di bianco e mi avviai da quella parte. I mattoni del terrazzo, screziati dalla luce del
sole che filtrava attraverso un olmo gigantesco, erano macchiati dalle bacche rosse
schiacciate di un cespuglio che aveva ricoperto la balaustra in muratura. Un paio di
scoiattoli squittivano scorrazzando sui rami di un albero. C'era una distesa di piante
selvatiche sul declivio davanti all'ampio terrazzo.
Lo sprazzo di bianco era l'uniforme di un'infermiera. La donna aveva in mano un vassoio
ed era passata da un'altra porta. Dietro di lei, al tepore di un quadrato di luce, c'era un
uomo seduto in carrozzella. Mi accostai, con l'intenzione di domandare se avesse visto
Marion e Louise, ma quando gli fui pi vicino cambiai idea. La sua faccia mi era familiare.
Dovevo averla vista in qualche cinegiornale o sulla rivista Life, o da qualche altra parte,
o magari m'immaginai soltanto di riconoscerla. Ci che sapevo di quell'uomo si basava sul
film di Orson Welles e sull'avversione di mio padre per lui, ma per qualche ragione
sentivo che quell'uomo rappresentava la ricchezza e il potere oltre la misura stessa della
mia immaginazione. Vidi soltanto una grande mandibola e un enorme cranio rotondo con
qualche ciuffo di capelli grigi. Volt il tronco per guardarmi con quei suoi occhi acquosi.
Mi trovai in preda al panico perch costui era un uomo che aveva parlato a tutta l'America
tutte le volte che ne aveva avuto voglia. I presidenti degli Stati Uniti lo avevano
interpellato, e Churchill era andato a trovarlo nella casa sul mare di Marion, a Santa
Monica, per lo meno in base a ci che mi aveva riferito Louise Fazenda Wallis. Ma quando

si volt e storse la bocca per parlare, vidi la fragilit di un vecchio decrepito e malato. Per
la prima volta in vita mia compresi in modo viscerale la verit che tutti gli uomini sono
mortali. Disse qualcosa che suon all'incirca Mam, spruzzando saliva all'angolo della
bocca.
- Cosa? - domandai, sporgendomi in avanti.
- Marion, - disse, o cos mi parve.
- Vado a cercarla, - dissi, girando rapidamente sui tacchi.
Stava arrivando l'infermiera. - Dove posso trovare Miss Davies e Mistress Wallis?
- Erano dirette in cucina.
Quando le trovai stavano uscendo dalla cucina. Riferii a Marion Davies di Mister Hearst, e
lei arross, ma non fece commenti. Eravamo nell'ingresso. Mistress Wallis annunci che era
ora di andare e promise a Marion che si sarebbero riviste presto. Ci salutammo molto
cordialmente, ma Miss Davies era palesemente turbata, quando ci accompagn alla porta.
Mentre scendevamo in automobile verso la valle passando per la zona di Hollywood Hills
denominata Beverly Hills Post Office, non riuscivo a scacciare dalla mente l'immagine di
William Randolph Hearst e seguitavo a pensare a quanto avevo visto in "Quarto potere".
Non riuscivo a tenere separati ci che avevo saputo fino a quel momento da ci che avevo
appena appreso, ma, senza pensarci, avevo ritenuto che i giganti non diventassero mai
vecchi e indifesi. Questo segn veramente il mio ingresso nella consapevolezza
dell'egalitarismo finale della fragilit e della mortalit degli uomini. Non ho mai
desiderato diventare tanto vecchio da ritrovarmi in questo stato di impotenza. Dio, per,
che vita aveva vissuto fino a quel momento!
Qualche volta le "commissioni" di Mistress Wallis erano proprio tali, salti al supermercato
o al vivaio, oppure visite ad amici non particolarmente benestanti. Alcuni li conosceva dai
tempi della sua attivit cinematografica, come la donna che le faceva i capelli e li tingeva
color platino, senza mai ottenere mai esattamente lo stesso colore per due volte di seguito.
La sua compagnia era divertente. Una volta, in Riverside Drive, fortuitamente passai col
rosso. Mistress Wallis esclam - "Trucha la jura"! - Era autentico idioma del barrio per
dire fermati, gli sbirri, e mi parve molto buffo, detto da una signora. Un'altra volta
Mistress Wallis si era dimenticata la chiave che si girava sotto il citofono per aprire il
cancello. Erano circa le undici di notte. Anzich svegliare la servit, si tolse le scarpe, le
gett dall'altra parte, mi fece intrecciare le dita e sollevarla finch riusc a salirmi sulle
spalle e scavalcare il cancello. I suoi modi di fare cos immediati e alla mano suscitavano in
me ondate di affetto. Ormai mi ero convinto che non voleva n un gigol, n un sicario;
voleva semplicemente aiutarmi, anche se io non riuscivo a immaginarne il motivo.
Neppure Al ed Emily Matthews riuscirono a darmi una risposta in merito, quando glielo
domandai. - Aiuta la gente, tutto qui, - risposero. - A caval donato non si guarda in bocca.
Soltanto parecchi anni dopo Mistress Wallis mi raccont la storia della sue attivit
filantropiche, che erano state sempre personali e individuali, svincolate da una qualsiasi
organizzazione. Non comparve mai nelle fotografie di quello o di quell'altro comitato di
dame dedite alla beneficenza. Faceva le sue opere di bene da sola e senza fare rumore,
anche se il suo necrologio fu intitolato "L'Angelo di Hollywood".
Negli anni venti aveva ballato il "charleston" e il "black bottom", conosciuto Al Capone e i
ragazzi di Chicago Una volta stava con un ragazzo, un pugile professionista, che

lasci una valigia a casa sua. Poco tempo dopo arrivarono gli agenti della squadra
narcotici e venne fuori che la valigia era piena di morfina. Ci godeva a raccontare quelle
storie piccanti, ma era anche capace di essere seria, e assunse un tono serio quando mi
raccont il motivo per cui si era dedicata alla beneficenza.
- Volevo un bambino, e non riuscivo a restare incinta. I dottori diagnosticarono che
l'aborto cui mi ero sottoposta mi aveva provocato delle lesioni interne. Ad ogni modo,
andai in vacanza in Francia, sul "Normandie". Incontrai gente di Hollywood, e un giorno
andammo a Lourdes. Sai di Lourdes, no?
- Be', ho visto il film con Jennifer Jones.
- Esatto. Naturalmente era dall'ora di pranzo che non facevamo che bere, ed era ormai sera
quando andammo a vedere. Fu molto commovente, centinaia di persone in fila con le
candele che procedevano su per la collina che conduceva alla grotta dove avevano visto
apparire la Vergine. Senza pensarci, mi misi in fila, e quando arrivai alla grotta promisi
che se avess