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Il Novellino

Letteratura italiana Einaudi

Edizione di riferimento:

in La letteratura italiana. Storia e testi, a cura di


C. Segre,
Riccardo Ricciardi editore, Milano-Napoli 1959

Letteratura italiana Einaudi

Sommario
I
II
III
IV
V
VI
VII
VIII
IX
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XVI
XVII
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Sommario
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vi

Questo libro tratta dalquanti fiori di parlare, di belle cortesie e


di be risposi e di belle valentie e doni, secondo che per lo tempo passato hanno fatti molti valentei uomini.

I
Quando lo Nostro Signore Ges Cristo parlava umanamente con noi, infra laltre sue parole, ne disse che
dellabondanza del cuore parla la lingua. Voi chavete i
cuori gentili e nobili infra li altri, acconciate le vostre
menti e le vostre parole nel piacere di Dio, parlando,
onorando e temendo e laudando quel Signore nostro
che nam prima che elli ne criasse, e prima che noi medesimi ce amassimo. E [se] in alcuna parte, non dispiacendo a lui, si pu parlare, per rallegrare il corpo e sovenire e sostentare, facciasi con pi onestade e [con] pi
cortesia che fare si puote. E acci che li nobili e gentili
sono nel parlare e ne lopere quasi comuno specchio
appo i minori, acci che il loro parlare pi gradito,
per chesce di pi dilicato stormento, facciamo qui memoria dalquanti fiori di parlare, di belle cortesie e di
belli risposi e di belle valentie, di belli donari e di belli
amori, secondo che per lo tempo passato hanno fatto gi
molti. E chi avr cuore nobile e intelligenzia sottile s l[i]
potr simigliare per lo tempo che verr per innanzi, e argomentare e dire e raccontare in quelle parti dove
avranno luogo, a prode e a piacere di coloro che non
sanno e disiderano di sapere. E se i fiori che proporremo fossero misciati intra molte altre parole, non vi dispiaccia; ch l nero ornamento delloro, e per un frutto nobile e dilicato piace talora tutto un orto, e per
pochi belli fiori tutto un giardino. Non gravi a leggitori:
ch sono stati molti, che sono vivuti grande lunghezza di

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tempo, e in vita loro hanno appena tratto uno bel parlare, od alcuna cosa da mettere in conto fra i buoni.

II
Della ricca ambasceria la quale fece lo Presto Giovanni al nobile imperatore Federigo.

Presto Giovanni, nobilissimo signore indiano, mandoe ricca e nobile ambasceria al nobile e potente imperadore Federigo, a colui che veramente fu specchio del
mondo in parlare e in costumi, e am molto dilicato parlare, e istudi in dare savi risponsi. La forma e la intenzione di quella ambasceria fu solo in due cose, per volere al postutto provare se lo mperadore fosse savio in
parlare e in opere. Mandolli per li detti ambasciadori tre
pietre nobilissime, e disse loro: Donatele allo mperadore, e direteli da la parte mia che vi dica qual la migliore cosa del mondo; e le sue parole e risposte serberete, e aviserete la corte sua e costumi di quella, e quello
inverrete, raccontarete a me sanza niuna mancanza.
Fuoro allo mperadore dove erano mandati per lo loro
signore; salutrlo, siccome si convenia per la parte della
sua maestade, e per la parte dello loro soprasc[r]itto signore donrli le sopradette pietre. Quelli le prese e non
domand di loro virtude: fecele riporre, e lodolle molto
di grande bellezza. Li ambasciadori fecero la dimanda
loro, e videro li costumi e la corte. Poi, dopo pochi giorni, adomandaro commiato. Lo mperadore diede loro risposta, e disse: Ditemi al signore vostro, che la migliore cosa di questo mondo si misura. Andr li
ambasciadori, e rinunziaro e raccontaro ci ch aveano
veduto e udito, lodando molto la corte dello mperado-

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re, ornata di bellissimi costumi, e l modo de suoi cavalieri. Il Presto Giovanni, udendo cioe che raccontaro i
suoi ambasciadori, lod lo mperadore, e disse chera
molto savio in parola, ma non in fatto, acci che non
avea domandato della virt di cosie care pietre. Rimand li ambasciadori, e offerseli, se li piacesse, che l
farebbe siniscalco della sua corte. E feceli contare le sue
ricchezze e le diverse ingenerazioni de sudditi suoi, e l
modo del suo paese. Dopo non gran tempo, pensando il
Presto Giovanni che le pietre chavea donate allo mperadore avevano perduta loro vertude, dapoi che non
erano per lo mperadore conosciute, tolse uno suo carissimo lapidaro e mandollo celatamente nella corte dello
mperadore, e disse: Al postutto metti lo ngegno tuo
che tu quelle pietre mi rechi; per niuno tesoro rimanga.
Lo lapidaro si mosse, guernito di molte pietre di gran
bellezza; e cominci presso alla corte a legare sue pietre.
Li baroni e li cavalieri veniano a vedere di suo mistiero.
Luomo era molto savio: quando vedeva alcuno chavesse luogo in corte, non vendeva, ma donava; e don anella molte, tanto che la lode di lui and dinanzi allo mperadore: lo quale mand per lui, e mostrolli le sue pietre.
Lodolle, ma non di gran virtude. Domand savesse
piue care pietre. Allora lo mperadore fece venire le tre
pietre preziose ch elli desiderava di vedere. Allora il lapidaro si rallegr, e prese luna pietra, e miselasi in mano, e disse cos: Questa pietra, messere, vale la migliore citt che voi avete. Poi prese laltra, e disse:
Questa, messere, vale la migliore provincia che voi avete. E poi prese la terza, e disse: Messere, questa vale
pi che tutto lo mperio; e strinse il pugno con le soprascritte pietre. La vertude delluna il cel, che nol potero vedere; e discese gi per le grdora, e torn al suo
signore Presto Giovanni e presentolli le pietre con grande allegrezza.

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III
Dun savio greco, ch uno re teneva in pregione, come giudic
duno destriere.

Nelle parti di Grecia ebbe un signore che portava corona di re e avea grande reame, e avea nome Filippo, e
per alcuno misfatto tenea uno savio greco in pregione. Il
quale era di tanta sapienzia, che nello ntelletto suo passava oltre le stelle. Avenne un giorno che a questo signore fu appresentato delle parti di Spagna un nobile destriere di gran podere e di bella guisa. Adomand lo
signore mariscalchi, per sapere la bont del destriere: fuli detto che in sua pregione avea lo sovrano maestro intendente di tutte le cose. Fece menare il destriere al campo, e fece trarre il greco di pregione, e disseli: Maestro,
avisa questo destriere, ch m fatto conto che tu se molto saputo. El greco avis il cavallo, e disse: Messere,
lo cavallo di bella guisa, ma cotanto giudico, che l cavallo nutricato a latte dasin[a]. Lo re mand in Ispagna ad invenire come fu nodrito, e invenero che la destriera era morta, e il puledro fu nutricato a latte dasina.
Ci tenne il re a grande maraviglia, e ordin che li fosse
dato uno mezzo pane il d alle spese della corte. Un giorno avenne che lo re adunoe sue pietre preziose, e rimandoe per questo prigione greco, e disse: Maestro, tu se
di grande savere, e credo che di tutte le cose tintendi.
Dimmi, se ti intendi delle virt delle pietre, qual ti sembra di pi ricca valuta? Il greco avis, e disse: Messere, voi quale avete pi cara? Lo re pres[e] una pietra
intra laltre molto bella, e disse: Maestro, questa mi
sembra pi bella e di maggiore valuta. El greco la prese, e miselasi in pugno, e strinse e puos[e]lasi allorecchie, e poi disse: Messere, qui ha un vermine. Lo re
mand per maestri e fecela spezzare, e trovaro nella detta

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pietra un vermine. Allora lod il greco doltremirabile


senno, e istabilio che un pane intero li fosse dato per
giorno alle spese di sua corte. Poi dopo molti giorni lo re
si pens di non essere legittimo. [Lo] re mand per questo greco, ed ebbelo in luogo sacreto, e cominci a parlare e disse: Maestro, di grande scienzia ti credo, e manifestamente lhoe veduto nelle cose in chio tho
domandato. Io voglio che tu mi dichi cui figliuolo io fui.
El greco rispuose: Messere, che domanda mi fate voi?
Voi sapete bene che voi foste figliuolo del cotal padre.
E lo re rispuose: Non mi rispondere a grado. Dimmi sicuramente il vero; e se nol mi dirai, io ti far di mala
morte morire. Allora il greco rispuose: Messere, io vi
dico che voi foste figliuolo duno pistore. E lo re disse:
Vogliolo sapere da mia madre. E mand per la madre
e costrinsela con minacce feroci. La madre confess la
veritade. Allora il re si chiuse in una camera con questo
greco e disse: Maestro mio, grande prova ho veduto
della tua sapienzia; pregoti che mi dichi come queste cose tu le sai. Allora il greco rispose: Messere, io lo vi
dir. Il cavallo conobbi a latte dasin[a] essere nodrito
per propio senno naturale, acci chio vidi ch avea li
orecchi chinati, e [ci] non propia natura di cavallo. Il
verme nella pietra conobbi, per che le pietre naturalmente sono fredde, e io la trovai calda. Calda non puote
essere naturalmente se non per animale lo quale abbia vita. E me, come conoscesti essere figliuolo di pistore?
El greco rispuose: Messere, quando io vi dissi del cavallo cosa cos maravigliosa, voi mi stabiliste dono dun
mezzo pane per d; e poi quando della pietra vi dissi, voi
mi stabiliste uno pane intero. Pensate che allora mavidi
cui figliuolo voi foste: che se voi foste suto figliuolo di re,
vi sarebbe paruto poco di donarmi una nobile citt; onde
a vostra natura parve assai di meritarmi di pane, siccome
vostro padre facea. Allora il re riconobbe la vilt sua, e
trasselo di prigione e donolli molto nobilemente.

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IV
Come un giullare si compianse dinanzi ad Alessandro dun cavaliere, al quale elli avea donato per intenzione che l cavaliere
li donerebbe ci chAlessandro li donasse.

Stando Alessandro alla citt di Giadre con moltitudine


di gente ad assedio, un nobile cavaliere era fuggito di pregione. Ed essendo poveramente ad arnese, misesi ad andare ad Alessandro che donava larghissimamente sopra li
altri signori. Andando per lo cammino, trov uno uomo
di corte nobilemente ad arnese. Domandollo dove andava. Lo cavaliere rispuose: Vo ad Alessandro, che mi doni, acci chio possa tornare in mia contrada onoratamente. Allora il giullare rispuose, e disse: Che vuoli tu
chio ti doni? e tu mi dona ci ch Alessandro ti doner.
Lo cavaliere rispuose: Donami cavallo da cavalcare, e
somiere e robe e dispendio convenevole [a] ritornare in
mia terra. Il giullare li le don, e in concordia cavalcaro
ad Alessandro, lo quale aspramente avea combattuta la
cittade di Giadre, era partito dalla battaglia e faceasi sotto un padiglione disarmare. Lo cavaliere e l giullare si
trassero avanti. Lo cavaliere fece la domanda sua ad Alessandro umile e dolcemente. Alessandro non li fece motto, n [li] fece rispondere. Lo cavaliere si part dal giullare, e misesi per lo cammino a ritornare in sua terra.
Poco dilungato lo cavaliere, li nobili cittadini di Giadre reca[ro] le chiavi della citt ad Alessandro con pieno
mandato dubbidire a lui siccome a lor signore. Alessandro allora si volse inverso i suoi baroni, e disse: Dov
chi mi domandava chio li donasse? Allora fu tramesso
per lo cavaliere chadomandava il dono. Lo cavaliere
venne; e Alessandro parl, e disse: Prendi, nobile cavaliere, le chiavi della nobile citt di Giadre, che la ti dono
volentieri. Lo cavaliere rispuose: Messere, non mi do-

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nare cittade; priegoti che mi doni oro o argento o robe,


come sia tuo piacere. Allora Alessandro sorrise, e comand che li fossero dati duemila marchi dargento. E
questo si scrisse per lo minore dono che Alessandro
don mai. Lo cavaliere prese i marchi e donolli al giullare. Il giullare fu dinanzi ad Alessandro, e con grande
stanzia adomandava che li facesse ragione, e fece tanto
che fece restare lo cavaliere. E la domanda sua si era di
cotale maniera dinanzi ad Alessandro: Messere, io trovai costui in cammino: domandalo ove andava, e perch.
Dissemi che ad Alessandro andava perch li donasse.
Con lui feci patto. Donagli, ed elli mi promise di donare
ci chAlessandro li donasse. Onde elli hae rotto il patto:
cha rifiutata la nobile cittade di Giadre, e ha presi i marchi. Per chio dinanzi alla vostra signoria adomando che
mi facciate ragione e sodisfare quanto vale pi la citt ch
e marchi. Allora il cavaliere parl, e primamente confess i patti; poi disse: Ragionevole signore, que che mi
domanda giucolare, e in cuore di giucolare non puote
discendere signoria di cittade. Il suo pensero fu dargento e doro; e la sua intenzione fu tale. E io ho pienamente
fornita la sua intenzione. Onde la tua signoria proveggia
nella mia diliveranza, secondo che piace al tuo savio consiglio. Alessandro e suoi baroni prosciolsero il cavaliere, e commendrlo di grande sapienzia.

V
Come uno re comise una risposta a un suo giovane figliuolo, la
quale dovea fare ad ambasciadori di Grecia.

Uno re fu nelle parti di Egitto, lo quale avea uno suo


figliuolo primogenito, lo quale dovea portare la corona

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del reame dopo lui. Questo suo padre dalla fantilitade


s comminci e fecelo nodrire intra savi uomini di tempo, s che, anni avea quindici, giamai non avea veduta
niuna fanciullezza. Un giorno avenne che lo padre li
commise una risposta ad ambasciadori di Grecia. Il giovane stando in su la ringhiera per rispondere alli ambasciadori, il tempo era turbato, e piovea; volse li occhi
per una finestra del palagio, e vide altri giovani che accoglievano lacqua piova[n]a, e facevano pescaie e mulina di paglia. Il giovane vedendo ci, lasci stare la ringhiera e gittossi subitamente gi per le scale del
palagio, e and alli altri giovani che stavano a ricevere
lacqua piova[n]a; e cominci a fare le mulina e le bambolitadi. Baroni e cavalieri lo seguirono assai, e rimenrlo al palazzo; chiusero la finestra, e l giovane diede sufficiente risposta. Dopo il consiglio si partio la
gente. Lo padre adun filosofi e maestri di grande
scienzia; propuose il presente fatto. Alcuno de savi riputava movimento domori, alcuno fievolezza danimo;
chi dicea infermit di celabro, chi dicea una e chi unaltra, secondo le diversit di loro scienzie. Uno filosofo
disse: Ditemi come lo giovane stato nodrito. Fuli
contato come nudrito era stato con savi e con uomini di
tempo, lung[i] da ogni fanciullezza. Allora lo savio rispuose: Non mi maravigliate se la natura domanda ci
chella ha peduto; ragionevole cosa bamboleggiare in
giovanezza, e in vecchiezza pensare.

VI
Come a David re venne in pensiero di volere sapere quanti fossero i sudditi suoi.

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David re, essendo re per la bont dIddio, che di pecoraio lavea fatto signore, li venne un giorno in pensiero [di volere] al postutto sapere quanti fossero i sudditi
suoi. E ci fu atto di vanagloria, onde molto ne dispiacque a Dio. E mandolli langelo suo, e feceli cos dire:
David, tu ha peccato. Cos ti manda a dire lo Signore
tuo: o vuoli tu stare tre anni in[f]er[m]o, o tre mesi nelle
mani de nemici tuoi, o stare al giudicio delle mani del
tuo Signore. David rispuose: Nelle mani del mio Signore mi metto: faccia di me ci che li piace.
Or che fece Iddio? Punillo secondo la colpa: ch quasi la maggior parte del populo suo li tolse per morte, acci che elli si vanaglori nel grande novero; cos lo
scem, e appiccol il novero. Un giorno avenne che, cavalcando David, vide langelo di Dio con una spada
ignuda, chandava uccidendo. E comunque elli volle
colpire uno, e David smontoe subitamente, e disse:
Messere, merc per Dio! Non uccidere linnocenti, ma
uccidi me cui la colpa. Allora, per la dibonarit di
questa parola, Dio perdon al popolo, e rimase luccisione.

VII
Qui conta come langelo parl a Salamone, e disseli che torrebbe Domenedio il reame al figliuolo per li suoi peccati.

Leggesi di Salamone che fece un altro dispiacere a


Dio, onde cadde in sentenzia di perdere lo reame suo.
Langelo li parl, e disse: Salamone, per la tua colpa tu
se degno di perdere lo reame. Ma cos ti manda lo Nostro Signore, che per li meriti della bont di tuo padre
elli nol ti torr nel tuo tempo, ma per la colpa tua lo

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torr al figliuolo. E cos dimostra i guiderdoni del padre meritati nel figliuolo, e le colpe del padre pulite nel
figliuolo. Nota che Salamone studiosamente lavor sotto l sole; con ingegno di sua grandissima sapienzia fece
grandissimo e nobile regno. Poi che lebbe fatto, providesi, che non voleva che l possedessero aliene rede, cio
strane rede, fuori del suo legnaggio. E accioe tolse molte
mogli e molte amiche per avere assai rede; e Dio provide, quelli ch sommo dispensatore, s che tra tutte le
mogli e amiche, cherano cotante, non ebbe se non un figliuolo. E allora Salamone si provide di sottoporre e
dordinare s lo reame sotto questo suo figliuolo, lo quale Roboam avea nome, chelli regnasse dopo lui certamente. Chel fece dalla gioventudine infino alla senettute ordinare la vita al figliuolo con molti amaestramenti e
con molti nodrimenti. E pi fece: che tesoro li ammassoe grandissimo, e miselo in luogo sicuro. E pi fece:
che incontanente poi s brig che in concordia fu con
tutti li signori che confinavano con lui, e in pace ordin[o]e e dispuose sanza contenzione tutti i suoi baroni.
E pi fece: che lo dottrin del corso delle stelle, e insegnolli avere signoria sopra i domon. E tutte queste cose
fece perch Roboam regnasse dopo lui. Quando Salamone fue morto, Roboam prese suo consiglio di gente
vecchia e savia; propuose e domand consiglio, in che
modo potesse riformare lo populo suo. Li vecchi linsegnaro: Ragunerai il populo tuo, e con dolci parole dirai che tu li ami siccome te medesimo e chelli sono la
corona tua, e che, se tuo padre fu loro aspro, che tu sarai
loro umile e benigno, e dovelli li avesse faticati, che tu li
soverrai in grande riposo. E se in fare il tempio fuoro
gravati, tu li agevolerai. Queste parole linsegnaro i savi vecchi del regno. Partissi Roboam, e adun uno consiglio di giovani, e fece loro simigliante proposta. E
quelli li addomandaro: Quelli con cui prima ti consigliasti, come ti consigliaro? E quelli irracont loro a

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motto a motto. Allora li giovani dissero: Elli tingannaro, perci che i regni non si tengono per parole, ma per
prodezza e per franchezza. Onde se tu dirai loro dolci
parole, parr che tu abbi paura del popolo, onde esso ti
soggiogher e non ti terr per signore, e non ti ubbidiranno. Ma fae per nostro senno: noi siamo tutti tuoi servi, e l signore puote fare de servi quello che li piace.
Onde d loro con vigore e con ardire chelli sono tutti
tuoi servi, e chi non ti ubbidir, tu lo pulirai, secondo la
tua aspra legge. E se Salamone li grav in fare lo tempio,
e tu li graverai [in altro], se ti verr in piacere. Il popolo
non tavrae per fanciullo, tutti ti temeranno, e cos terrai
lo reame e la corona. Lo stoltissimo Roboam si tenne
al giovane consiglio. Adun il popolo, e disse parole feroci. Il popolo sadir. I baroni si turbaro; fecero posture e leghe. Giuraro insieme certi baroni, sicch in trentaquattro d, dopo la morte di Salamone, perd delle
dodici parti le diece del suo reame per lo folle consiglio
de giovani.

VIII
Come uno figliuolo duno re don uno re di Siria scacciato.

Uno signore di Grecia, lo quale possedea grandissimo


reame, e avea nome Aulix, avea uno suo giovane figliuolo, al quale facea nodrire e insegnare le sette liberali arti,
e faceali insegnare vita morale, cio di be costumi. Un
giorno tolse questo re molto oro e diello a questo suo figliuolo, e disse: Dispendilo come ti piace. E comand a baroni che no li insegnassero spendere, ma solamente avisassero il suo portamento e l modo chelli
tenesse. I baroni seguitando questo giovane, un giorno

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stavano con lui alle finestre del palazzo. Il giovane stava


pensoso; vide passare per lo cammino gente assai nobile,
secondo larnese e secondo le persone. Il cammino correa a pi del palagio. Comand questo giovane che fossero tutte quelle genti menate dinanzi da lui. Fue ubbidita la sua voluntade, e vennero i viandanti dinanzi da
lui. E luno chavea lo cuore pi ardito e la fronte pi allegra si fece avanti, e disse: Messere, che ne domandi?
El giovane rispuose: Domandoti onde se e di che
condizione. Ed elli rispuose: Messere, io sono di Italia e mercatante sono molto ricco, e quella ricchezza chi
ho no lho di mio patrimonio, ma tutta lho guadagnata
di mia sollicitudini. El giovane domand il seguente,
lo quale era di nobili fazioni, e stava con peritosa faccia
e stava pi indietro che laltro, e non cos arditamente.
Quelli disse: Che mi domandi, messere? El giovane
rispuose: Domandoti donde se e di che condizione.
Ed elli rispuose: Io sono di Siria, e sono re; e ho s saputo fare che li sudditi miei mhanno cacciato. Allora
il giovane prese tutto loro e diello a questo scacciato. Il
grido and per lo palagio. Li baroni e cavalieri ne tennero grande parlamento, e tutta la corte sonava della dispensagione di questo oro. Al padre furono ricontate
tutte queste cose, e le domande e le risposte a motto a
motto. Il re incominci a parlare al figliuolo, udenti
molti baroni, e disse: Come dispensasti? che pensiero
ti mosse? qual ragione ci mostri che a colui che per sua
bont avea guadagnato non desti; e a colui chavea perduto per sua colpa e follia tutto desti? Il giovane savio
rispuose: Messere, non donai a chi non mi insegnoe,
n a neuno donai; ma ci chio feci fu guiderdone e non
dono. Il mercatante non mi insegn neente; no li era
neente tenuto. Ma quelli chera di mia condizione, figliuolo di re, e che portava corona di re, il quale per la
sua follia avea [s] fatto che i sudditi suoi laveano cacciato, minsegn tanto che i sudditi miei non cacceranno

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me. Onde picciolo [guiderdone] diedi a lui di cos ricco


insegnamento. Udita la sentenzia del giovane, il padre
e li suoi baroni li commendaro di grande sapienzia, dicendo che grande speranza ricevea della sua giovanezza
che ne li anni compiuti sia di grande valore. Le lettere
corsero per li paesi a signori e a baroni, e fronne grandi disputazioni tra li savi.

IX
Qui si ditermina una nova quistione e sentenzia che fu data in
Alessandria.

In Alessandria, la qual nelle parti di Romania (acci


che sono dodici Alessandrie, le quali Alessandro fece il
marzo dinanzi chelli morisse); in quella Alessandria sono le rughe ove stanno i saracini, li quali fanno i mangiari a vendere, e cerca luomo la ruga per li piue netti mangiari e pi dilicati, siccome luomo fra noi cerca de
drappi. Un giorno di luned un cuoco saracino, lo quale
avea nome Fabrat, stando alla [c]ucina sua, un povero
saracino venne alla cucina con uno pane in mano: danaio non avea da comperare da costui; tenne il pane sopra il vasello, e ricevea il fummo che nusciva: e inebriato il pane del fumo che nuscia del mangiare, e quelli lo
mordea; e cos il consum di mangiare. Questo Fabrat
non ve[n]deo bene questa mattina; recolsi a ingiuria e a
noia, e prese questo povero saracino, e disseli: Pagami
di ci che tu hai preso del mio. Il povero rispuose: Io
non ho preso della tua cucina altro che fummo. Di ci
chai preso del mio mi paga dicea Fabrat. Tanto fu la
contesa, che per la nova quistione e rozza, non mai pi
avenuta, nandaro le novelle al Soldano. El Soldano per

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molta novissima cosa raun savi, e mand per costoro.


Form la quistione. I savi saracini cominciaro a sottigliare, e chi riputava il fummo non del cuoco, dicendo molte ragioni: il fummo non si pu ri[t]e[n]ere [che] torna
ad alimento, e non ha sustanzia n proprietade che sia
utile; non dee pagare. Altri dicevano: lo fummo era ancora congiunto col mangiare, era in costui signoria, e generavasi della sua propietade, e luomo sta per vendere
di suo mistiere, e chi ne prende usanza che paghi. Molte sentenzie vebbe. Finalmente fu il consiglio: Poi
chelli sta per vendere le sue derrate, e altri per comperare, tu, giusto signore, fa che l facci giustamente pagare la sua derrata, secondo la sua valuta. Se la sua cucina
che vende, dando lutile propiet di quella, suole prendere utile moneta; e ora cha venduto fummo, ch la
parte sottile della cucina, fae, signore, sonare una moneta, e giudica che l pagamento sintenda fatto del suono
chesce di quella. E cos giudic il Soldano che fosse
osservato.

X
Qui conta duna bella sentenzia che di lo Schiavo di Bari tra
uno borghese e un pellegrino.

Uno borghese di Bari and in romeaggio, e lasci trecento bisanti a un suo amico con queste condizioni e
patti: Io andr, siccome a Dio piacer; e sio non rivenisse, darali per la anima mia; e sio rivegno a certo termine, daramene quello che tu vorrai. And il pellegrino in romeaggio, e rivenne al termine ordinato, e
radomand i bisanti suoi. Lamico rispuose: Conta il
patto. Lo romeo lo cont a punto. Ben dicesti, dis-

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se lamico te, diece bisanti ti voglio rendere; i dugento novanta mi tengo. Il pellegrino cominci ad adirarsi dicendo: Che fede questa? tu mi tolli il mio falsamente. E lamico rispuose soavemente: Io non ti fo
torto; e sio lo ti fo, sianne dinanzi alla signoria. Richiamo ne fue. Lo Schiavo di Bari ne fu giudice. Udio
le parti. Form la quistione. Onde nacque questa sentenzia, e disse cos a colui che ritenne i bisanti: Rendi
[i] dugento novanta bisanti al pellegrino, e l pellegrino
ne dea a te [i] diece che tu li hai renduti; per che l
patto fu tale: ci che tu vorrai mi renderai. Onde i dugento novanta bisanti ne vuoli, rendili; e i diece che tu
non volei, prendi.

XI
Qui conta come maestro Giordano fu ingannato da un suo falso discepolo.

Uno medico fu, lo quale ebbe nome Giordano, il quale avea uno suo falso discepolo. Inferm uno figiuolo
duno re. Il maestro vand, e vide chera da guerire. Il
discepolo, per trre il pregio al maestro, disse al padre:
Io veggio chelli morr certamente. E contendendo
col maestro, s fece aprire la bocca allo nfermo, e col dito stremo li vi puose veleno, mostrando molta conoscensa, in su la lingua. Luomo morio. Lo maestro se nand
e perd il pregio suo, e l discepolo li guadagn. Allora il
maestro giur di mai non medicare se non asini, e fece la
fisica delle bestie e di vili animali.

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15

Il Novellino

XII
Qui conta de lonore che Minadab fece al re David, suo naturale signore.

Aminadab, conduttore e mariscalco del re David,


and con grandissimo esercito di gente, per comandamento del re David, ad una citt de Filistei. Udendo
Aminadab che la citt non si potea pi tenere, e che
savrebbe di corto, mand al re David che li piacesse di
venire alloste con moltitudine di gente, perch dottava
del campo. Il re David si mosse incontanente, e and nel
campo Aminadab, suo mariscalco. Domandoe: Perch
mi ci ha fatto venire? Aminadab rispuose: Messere,
per che la citt non si pu pi tenere, e io volea che la
vostra persona avesse lo pregio di cos fatta vittoria, anzi
che la[v]esse io. Combatteo la citt, e vinsela; e lo pregio e lonore nebbe David.

XIII
Qui conta come Antinogo riprese Alessandro perchelli si faceva sonare una cetera a suo diletto.

Antinogo, conducitore dAlessandro, faccendo Alessandro uno giorno per suo diletto sonare una cetera,
Antinogo prese la cetera e ruppela e gittolla nel fango, e
disse ad Alessandro cotali parole: Al tuo tempo ed etade si conviene regnare e non ceterare. E cos si pu dire: il corpo regno; e vil cosa la lussuria, e quasi a modo di cetera. Vergognisi dunque chi dee regnare in
virtude, e diletta in lussuria.

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Il Novellino

Re Poro, il quale combatt con Alessandro, a un mangiare fece tagliare le corde della cetera a uno ceteratore,
e disse queste parole: Meglio tagliare che s[on]are:
che a dolcezza di suoni si perdono le virtudi.

XIV
Come uno re fece nodrire uno suo figliuolo diece anni in luogo
tenebroso, e poi li mostr tutte cose, e pi li piacque le femine.

A uno re nacque uno figliuolo. I savi strologi providero che selli non stesse anni diece che non vedesse il sole,
[che perderebbe lo vedere]. Allora [il re] il fece notricare e guardare in tenebrose spelonche.
Dopo il tempo detto lo fece trarre fuori, e innanzi lui
fece mettere molte belle gioie e di molto belle donzelle,
tutte cose nominando per nome. E dettoli le donzelle essere dimon, e poi li domandaro qual desse li fosse pi
graziosa, rispuose: I domon. Allora lo re di ci si
maravigli molto, dicendo: Che cosa tirnnia bellore
di donna!

XV
Come uno rettore di terra fece cavare un occhio a s e uno al figliuolo per osservare giustizia.

Valerio Massimo nel libro sesto narra che Calogno essendo rettore duna terra, ordin che chi andasse a moglie altrui dovesse perdere li occhi. Poco tempo passando, vi cadde un suo figliuolo. Lo popolo tutto li gridava

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Il Novellino

misericordia; ed elli pensando che misericordia era cos


buona e utile, e pensando che la giustizia non vuole perire, e lamore de suo cittadini che li gridavano merc
l[o] stringea, providesi dosservare luno e laltro, cio[]
giustizia e misericordia. Giudic e sentenzi chal figliuolo fosse tratto luno occhio, e a se medesimo laltro.

XVI
Qui conta della gran misericordia che fece san Paulino vescovo.

Beato Paulino vescovo fu tanto misericordioso, che


cheggendoli una povera femina misericordia per un suo
figliuolo chera in pregione, e beato Paulino rispuose:
Femmina, non ho di che ti sovenire daltro; ma fa cos:
menami alla carcere, ov il tuo figliuolo. Menlvi. Ed
elli si mise in pregione in mano de tortri, e disse:
Rendete lo figliuolo a questa buona donna, e me ritenete
per lui.

XVII
Della grande limosina che fece uno tavoliere per Dio.

Piero tavoliere fu grande uomo davere, e venne tanto


misericordioso che mprima tutto lavere dispese a poveri per Dio, e poi, quando tutto ebbe dato, ed elli si fece vendere, e l prezzo diede a poveri tutto.

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18

Il Novellino

XVIII
Della vendetta che fece Iddio duno barone di Carlo Magno.

Carlo Magno essendo ad oste sopra i Saracini, venne


a morte. Fece testamento. Intra le altre cose, giudic suo
cavallo e sue arme a poveri; e lasciolle a un suo barone,
che l[e] vendesse, e desseli a poveri. Quelli si tenne, e
non ubbidio.
Carlo torn a lui e disse: otto generazioni di pene
mhai fatte sofferire in purgatorio, per Die, per lo cavallo e larmi che ricevesti! Ma, grazia del Signore mio, io
ne vo, purgato, in cielo; e tu la comperai amaramente.
Ch, udenti centomilia genti, venne un truono da cielo,
e andonne con lui in abisso.

XIX
Della grande libert e cortesia del Re Giovane.

Leggesi della bont del Re Giovane, guerreggiando


col padre per lo consiglio di Beltrame. Lo quale Beltramo si vant chelli avea pi senno che niuno altro. Di ci
nacquero molte sentenzie, delle quali ne sono qui scritte
alquante. Beltrame ordin con lui chelli si facesse dare
al padre la sua parte di tutto lo tesoro. Lo figliuolo li domand tanto chelli lebbe. Quelli li fece tutto donare a
gentili genti e a poveri cavalieri, s che rimase a neente, e
non avea che donare. Un uomo di corte li adomand
che li donasse. Quelli rispuose chavea tutto donato:
Ma tanto m rimaso ancora, chiho nella bocca un laido dente, onde mio padre ha offerti duo mila marchi a

Letteratura italiana Einaudi

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Il Novellino

chi mi sa s pregare chio lo diparta dagli altri. Va a mio


padre, e fatti dare li marchi; e io il mi trarr alla tua richiesta. Il giullare and al padre e prese i marchi, ed
elli si trasse il dente.
E uno altro giorno avenne chelli donava a uno gentile
dugento marchi. El siniscalco, overo tesoriere, prese
quelli marchi, e mise uno tappeto in una sala e versollivi
suso, e uno luffo di tappeto mise di sotto, perch il monte paresse maggiore. E andando il Re Giovane per la sala,
li le mostr il tesoriere, dicendo: Or guardate, messere,
come donate! vedete quanti sono dugento marchi, che li
avete cos per neente. E quelli avis, e disse: Piccola
quantitate mi sembra a donare a cos valente uomo.
Dar[a]line quattrocento, che troppo credeva che fossero
pi i dugento marchi, che non mi sembr[a]no a vista.

XX
Della grande libert e cortesia del Re dInghilterra.

Lo Giovane Re dInghilterra sp[e]ndea e donava tutto. Un povero cavaliero avis un giorno un coperchio
duno nappo dariento; e disse nellanimo suo: sio posso
nascondere quello, la masnada mia ne potr stare molti
giorni. Misesi il coperchio de largento sotto. Il siniscalco, a[l] levare le tavole, riguard largento. Trovrlo meno. Cominciaro a metterlo in grido e a cercare i cavalieri
alla porta. Il Re Giovane avis costui che laveva, e venne senza romore a lui e disseli chetissimamente: Mettilo sotto a me, che non sar cerco. E lo cavaliere pieno
di vergogna cos fece. El Re Giovane li le rend fuori
della porta, e miselile sotto; e poi lo fece chiamare e donolli laltra partita.

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Il Novellino

E p[i] di cortesia fece una notte che poveri cavalieri


entrarono nella camera sua, credendo veramente che lo
Re Giovane dormisse. Adunaro li arnesi e le robe a guisa
di furto. Ebbevene uno che malvolentieri lasciava una
ricca coltre che l Re avea sopra; presela, e cominci a tirare. Lo Re, per non rimanere scoperto, prese la sua partita, e teneva siccome que tirava; tanto che per far pi
tosto, li altri vi puosero mano. E allora lo Re parl:
Questa sarebbe ruberia e non furto; cio a trre per forza. Li cavalieri fuggiro, quando ludiro parlare, che
prima credevano che dormisse.
Un giorno lo re vecchio, padre di questo Re Giovane,
lo riprendea forte, dicendo: Dov tuo tesoro? Ed elli rispuose: Messere, io nho pi che voi non avete.
Quivi fu il s e l no. Ingaggirsi le parti. Aggiornaro il
giorno che ciascuno mostrasse il suo tesoro. Lo Re Giovane invit tutti i baroni del paese, che al cotale giorno
fossero in quella parte. Il padre quello giorno fece tendere uno ricco padiglione, e fece venire oro ed argento
in piatt[i] e a vasella, e arnese assai e pietre preziose infinite, e vers in sui tappeti, e disse al figliuolo: Ov il
tuo tesoro? Allora il figliuolo trasse la spada del fodero. Li cavalieri adunati trassero per le vie e per le piazze.
Tutta terra parea piena di cavalieri. Il re non poteo riparare. Loro rimase alla signoria del Giovane, lo quale
disse a cavalieri: Prendete il tesoro vostro. Chi prese
oro, chi vasello, chi una cosa, chi unaltra, s che di subito fu distribuito. Il padre ragun poi suo sforzo per
prenderlo. Lo figliuolo si rinchiuse in uno castello, e
Beltrame dal Bornio con lui. Il padre vi venne ad asedio.
Un giorno, per troppa sicurt, li venne un quadrello per
la fronte disaventuratamente, ch la contraria fortuna l
seguitava, che luccise.
Ma innanzi chelli morisse vennero a lui tutti i suoi
[creditori], e adomandaro loro tesoro cha lui aveano
prestato. El Re Giovane rispuose: Signori, a mala sta-

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Il Novellino

gione venite, ch l vostro tesoro dispeso; li arnesi sono


donati; il corpo infermo: non avreste ormai di me buono pegno. Ma fe venire uno notaio; e quando il notaio
fu venuto, disse quello Re cortese: Scrivi chio obligo
lanima mia a perpetua pregione, infino a tanto che voi
pagati siate. Morio questi.
Dopo la morte, andaro al padre suo e domandaro la
moneta. Il padre rispuose loro aspramente, dicendo:
Voi siete quelli che prestavate al mio figliuolo, ondelli
mi facea guerra; e imper, sotto pena del cuore e de
lavere, vi partite di tutta mia forza. Allora luno parl,
e disse: Messere, noi non saremo perdenti, ch noi
avemo lanima sua in pregione. E lo re domand: In
che maniera? E quelli mostraro la carta. Allora lo padre sumili, e disse: Non piaccia a Dio che lanima di
cos valente uomo stea in pregione per moneta; e comand che fossero pagati. E cos furo. Poi venne Beltramo dal Bornio in sua forza; e quelli lo domand, e disse:
Tu dicesti chavei pi senno che uomo del mondo; or,
ov tuo senno? Beltrame rispuose: Messere, io lho
perduto. E quando lhai perduto? Messere, quando
vostro figliuolo morio. Allora conobbe lo re che l senno chelli avea, si era per bont del figliuolo: s li perdon, e donolli nobilemente.

XXI
Come tre maestri di nigromanzia vennero alla corte dello
mperadore Federigo.

Lo mperadore Federico fue nobilissimo signore, e la


gente chavea bontade vena a lui da tutte le parti, per
che luomo donava volentieri e mostrava belli sembianti a

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Il Novellino

chi avesse alcuna speziale bont. A lui venieno sonatori,


trovatori e belli favellatori, uomini darti, giostratori,
schermitori, dogni maniera gente. Stando lo mperadore
Federigo, e facea dare lacqua, le tavole coverte, s giunsero a lui tre maestri di negromanzia con tre schiavine. Salutrlo cos di subito, ed elli domand: Qual il maestro di voi tre? Luno si trasse avanti, e disse: Messere,
io sono. E lo mperadore il preg che giucasse cortesemente. Ed elli gittaro loro incantamenti, e fecero loro arti.
Il tempo incominci a turbare; ecco una pioggia repente,
e tuoni e folgori e baleni, e parea che fondesse una gragnuola che parea copelli dacciaio: i cavalieri fuggendo
per le camere, chi in una parte chi in unaltra. Rischiarossi il tempo. Li maestri chiesero commiato, e chiesero guiderdone. Lo mperadore disse: Domandate. Que domandaro il conte di San Bonifazio, che era pi presso allo
mperadore. Que dissero: Messere, comandate a costui
che vegna in nostro soccorso contra li nostri nemici. Lo
mperadore li le comand molto teneramente.
Misesi il conte in via colloro. Menrlo in una bella
cittade; cavalieri li mostr[ar]o di gran paraggio, bel destriere e bellarme li apprestaro, e dissero al conte:
Questi sono a te ubbidire. Li nemici vennero a battaglia. Il conte li sconfisse e franc lo paese. E poi ne fece
tre delle battaglie ordinate in campo. Vinse la terra. Diedergli moglie. Ebbe figliuoli. Dopo, molto tempo tenne
la signoria.
Lascirlo grandissimo tempo; po ritornaro. Il figliuolo del conte avea gi bene quarantanni. Il conte era vecchio. Li maestri tornaro, e dissero che voleano andare a
vedere lo mperadore la corte. El conte rispuose: Lo
mperio fia ora pi volte mutato; le genti fiano ora tutte
nuove; dove ritornerei? E maestri dissero: Noi vi ti
volemo al postutto menare.
Misersi in via; camminaro gran tempo. Giunsero in
corte. Trovaro lo mperadore e suoi baroni, chancor si

Letteratura italiana Einaudi

23

Il Novellino

dava lacqua, la qual si dava quando il conte nand co


maestri. Lo mperadore li facea contare la novella; que
la contava: I ho poi moglie; e figliuoli channo quarantanni. Tre battaglie di campo ho poi fatte; il mondo
tutto rivolto: come va questo fatto? Lo mperadore li
le fa ricontare con grandissima festa a baroni e a cavalieri.

XXII
Come allo mperadore Federigo fugg un astore dentro in Melano.

Lo mperadore Federigo stando ad assedio a Melano,


s li fugg uno suo astore, e vol dentro a Melano. Fece
ambasciadori, e rimand per esso. La podestade ne tenne consiglio. Aringatori vebbe assai. Tutti diceano che
cortesia era a rimandarlo pi cha tenerlo. Un melanese
vecchio di gran tempo consigli a la podest, e disse cos: Come ci lastore, cos ci fosse lo mperadore, che
noi lo faremmo disentire di quell[o] chelli fa al distretto
di Melano. Perchio consiglio che non li si mandi. Tornaro li ambasciatori, e contaro allo mperadore siccome
consiglio nera tenuto. Lo mperadore, udendo questo,
disse: Come pu essere? trovossi in Melano niuno che
contradicesse alla proposta? Rispuosero li ambasciadori: Messere s. E che uomo fu? Messere, fu un
vecchio. Ci non pu essere, rispuose lo mperadore
che uomo vecchio dicesse s grande villania. Messere, e pur fue. Ditemi, disse lo mperadore di che fazione, e di che era vestito? Messere, era canuto e vestito di vergato. Ben pu essere, disse lo mperadore
dacch vestito di vergato: che gli un matto.

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Il Novellino

XXIII
Come lo mperadore Federigo trov un poltrone a una fontana, e chieseli bere, e poi li tolse il suo barlione.

Andando lo mperadore [Federigo] a una caccia con


veste verdi, siccomera usato, trov un poltrone in
sembianti a una fontana; e avea distesa una tovaglia
bianchissima in su lerba verde, e avea suo tamerice
con vino, e suo mazzero molto pulito. Lo mperadore
giunse e chieseli bere. El poltrone rispuose: Con che
ti dare io bere? A questo nappo non porrai tu bocca.
Se tu hai corno, del vino ti do io volentieri. Lo mperadore rispuose: Prestami tuo barlione, e io berr per
convento che mia bocca non vi appresser. E lo poltrone li le porse. [Que bev] e tenneli lo convenente,
poi non li rendeo; anzi spron il cavallo e fugg col barlione.
Il poltrone avis bene [alle vestimenta da caccia] che
de cavalieri de lo mperadore fosse. Laltro giorno and
alla corte. Lo mperadore disse alli uscieri: Se ci viene
un poltrone di cotal guisa, fatelmi venire dinanzi e non li
fermate porta. Il poltrone venne; fu dinanzi [allo
mperadore.] Fece il compianto di suo barlione. Lo
mperadore li fece contare la novella pi volte in grande
sollazzo. Li baroni ludiro con gran festa. E lo mperadore disse: Conosceresti tu tuo barlione? S, messere. Allora lo mperadore lo si trasse di sotto, per dare a
divedere chelli era suto. Allora lo mperadore, per la
nettezza di colui, li donoe riccamente.

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Il Novellino

XXIV
Come lo mperadore Federigo fece una quistione a due savi, e
come li guiderdon.

Messere lo mperadore Federigo s avea due grandissimi savi: luno avea nome messere Bolghero, e laltro
messere M[artino]. Stando lo mperadore un giorno tra
questi savi, luno s era dalla destra parte e laltro dalla
sinistra. E lo mperadore fece loro una quistione, e disse:
Signori, secondo la vostra legge possio a sudditi miei
a cu io mi voglio trre a uno e dare ad un altro, sanzaltra cagione a ci, chio sono signore, e dice la legge che
ci che piace al signore s legge intra i sudditi suoi? Dite sio lo posso fare, poich mi piace. Luno de due savi rispuose: Messere, ci che ti piace puoi fare [di
quello] de sudditi tuoi sanza colpa. Laltro rispuose, e
disse: Messere, a me non pare; per che la legge giustissima, e le sue condizioni si vogliono giustissimamente osservare e seguitare. Quando voi togliete, si vuole sapere perch, e a cui date. Perch luno savio e laltro
dicea vero, ad ambidue donoe. Alluno don cappello
scarlatto e palafreno bianco; e allaltro don che facesse
una legge a suo senno. Di questo fu quistione intra savi,
a cui avea pi riccamente donato. Fue tenuto cha colui
chavea detto che poteva dare e trre come li piaceva,
donasse robe e palafreno come a giullare, perch lavea
lodato. A colui che seguitava la giustizia, s diede a fare
una legge.

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Il Novellino

XXV
Come il Soldano don a uno dugento marchi, e come il tesoriere li scrisse, veggente lui, ad uscita.

Saladino fu soldano, nobilissimo signore, prode e largo. Un giorno donava a uno dugento marchi, che l[i]
avea presentato uno paniere di rose di verno a una stufa.
E l tesoriere suo dinanzi da lui li scrivea ad uscita: scorseli la penna, e scrisse trecento. Disse il Saladino: Che
fai? Disse il tesoriere: messere, errava; e volle dannare il sopra pi. Allora il Saladino parl: Non dannare; scrivi quattrocento. Per mala ventura se una tua penna sar pi larga di me.
Questo Saladino, al tempo del suo soldanato, ordin
una triegua tra lui e Cristiani, e disse di volere vedere i
nostri modi, e se li piacessero diverrebbe cristiano. Fermossi la triegua. Venne il Saladino in persona a vedere
la costuma de Cristiani. Vide le tavole messe per mangiare con tovaglie bianchissime; lodolle molto. E vide
lordine delle tavole ove mangiava il re di Francia, partit[e] dallaltre; lodollo assai. Vide le tavole ove mangiava[no] i maggiorenti; lodolle assai. Vide come li poveri
mangiavano in terra [v]ilemente. Questo riprese forte e
biasim molto, che li amici di lor Signore mangiavano
pi vilmente e pi basso.
Poi andaro li Cristiani a vedere la costuma [loro]. Videro che i Saracini mangiavano in terra assai laidamente.
El Soldano fece tendere suo padiglione assai ricco l dove mangiavano, e in terra fece coprire di tappeti, i quali
erano tutti lavorati a croci spessissime. I Cristiani stolti
entraro dentro, andando con li piedi su per quelle croci,
sputandovi suso siccome in terra. Allora parl il Soldano, e ripreseli forte: Voi predicate la croce, e spregiatela tanto? Cos pare che voi amiate vostro Iddio in sem-

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Il Novellino

bianti di parole, ma non in opera. Vostra maniera e vostra guisa non mi piace. Ruppesi la triegua, e ricominciossi la guerra.

XXVI
Qui conta duno borghese di Francia.

Uno borghese di Francia avea una sua moglie molto


bella. Un giorno era a una festa con altre donne della villa; e avevavi una molto bella donna la quale era molto
sguardata dalle genti. E la moglie del borghese diceva
infra se medesima: Sio avesse cos bella cotta comella,
io sarei altress sguardata comella: perchio sono altress
bella come sia ella. Torn a casa al suo marito, e mostrolli cruccioso sembiante. Il marito la domandava sovente perchella stava crucciata. E la donna rispuose:
Perchio non sono vestita sicchio possa dimorare con
laltre donne. Ch a cotale festa laltre donne, che non
sono s belle comio, erano sguardate, e io no per mia
laida cotta. Allora suo marito le promise, del primo
guadagno che prendesse, di farle una bella cotta. Pochi
giorni dimor che venne a lui uno borghese, e domandolli diece marchi in prestanza. E offersegliene due marchi di guadagno a certo termine. Il marito rispuose: Io
non ne far neente, per che lanima mia ne sarebbe
obligata allo nferno. E la moglie rispuose: Ahi disleale traditore, tu l fai per non farmi la mia cotta. Allora il borghese, per la puntura della moglie, prest largento a due marchi di guiderdone, e fece la cotta a sua
mogliere. La mogliere and al monisterio con laltre
donne.
In quella stagione vera Merlino. E uno parl, e disse:

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Il Novellino

Per san Ianni, quella bellissima dama. E Merlino, il


saggio profeta, parl, e disse: Veramente bella, se i
nemici di Dio non avessero parte in sua cotta. E la dama si volse, e disse: Ditemi come i nemici di Dio hanno parte in mia cotta. Rispuose: Dama, io lo vi dir.
Membravi quando voi foste a cotal festa, dove laltre
donne erano sguardate pi che voi, per vostra laida cotta, e tornaste a vostra magione, e mostraste cruccio a vostro marito, ed elli impromise di farvi una cotta del primo guadagno che prendesse, e da ivi a pochi giorni
venne un borghese per diece marchi in presto a due
marchi di guadagno, onde voi vinduceste vostro marito? E di s malvagio guadagno vostra cotta. Ditemi, dama, sio fallo di neente. Certo, sire, no; rispuose la
dama e non piaccia a Dio, nostro sire, che s malvagia
cotta stea sor me. E veggente tutta la gente, la si spogli. E preg Merlino che la prendesse a diliverare di s
malvagio periglio.

XXVII
Qui conta duno grande moaddo a cui fu detta villania.

Uno grande moaddo and ad Alessandria, e andava


un giorno per sue bisogne per la terra, e un altro li vena
di dietro e dicevali molta villania e molto lo spregiava; e
quelli non facea niuno motto. E uno li si fece dinanzi, e
disse: Oh, ch non respondi a colui che tanta villania ti
dice? E quelli, sofferente, rispuose e disse a colui che li
dicea che rispondesse: Io non rispondo, perchio non
odo cosa che mi piaccia.

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Il Novellino

XXVIII
Qui conta della costuma chera nello reame di Francia.

Costuma era nel reame di Francia che luomo chera


degno dessere disonorato e giustiziato, s andava in su
lo carro. E se avenisse che campasse la morte, mai non
trovava chi volesse usare n stare con lui per niuna cagione. Lancialotto, quandelli venne forsennato per
amore della reina Ginevra, s and in su la carretta e fecesi tirare per molte luogora, e da quello giorno innanzi
non si spregi pi la carretta: che le donne e li cavalieri
di gran paraggio vi vanno ora su a sollazzo. Ohi mondo
errante e uomini sconoscenti, di poca cortesia, quanto
fu maggiore il Signore nostro che fece lo cielo e la terra,
che non fu Lancialotto che fu un cavaliere di scudo, e
mut e rivolse cos grande costuma nel reame di Francia, chera re[a]me altrui! E Ges Cristo nostro signore,
non poteo [fare], perdona[ndo] a suoi offenditori, che
niuno uomo perdoni. E questo volle e fece nel reame
suo a quelli che l puosero in croce: a coloro perdon, e
preg il padre suo per loro.

XXIX
Qui conta come i savi astrologi disputavano del cielo impirio.

Grandissimi savi stavano in una scuola a Parigi e disputavano del cielo impireo, e molto ne parlavano disiderosamente, e come stava di sopra li altri cieli. Contavano il
cielo dov Giupiter, Saturno e Mars, e quel del sole, e di
Mercurio e della luna; e come sopra tutti stava lo mpireo

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Il Novellino

cielo, e sopra quello sta Dio padre in maiestade sua. Cos


parlando, venne un matto, e disse loro: Signori, e sopra
il capo di quel Signore che ha? E luno rispuose a gabbo: Havi un cappello. Il matto se nand, e savi rimasero. Disse luno: Tu credi al matto aver dato un cappello, ma elli rimaso a noi. Or diciamo: sopra capo che ha?
Assai cercaro loro scienzie; non trovaro neente. Allora
dissero: Matto colui ch s ardito che la mente metta
di fuori dal tondo; e via pi matto e forsennato colui che
pena e pensa di sapere il suo Principio; e sanza veruno
senno chi vuol sapere li Suo profondissimi pensieri.

XXX
Qui conta come un cavaliere in Lombardia dispese il suo.

Uno cavaliere di Lombardia era molto amico dello


mperadore Federigo, e avea nome G., il quale non avea
reda niuna; bene avea gente di suo legnaggio. Puosesi in
cuore di volere tutto dispendere a la vita sua, sicch non
rimanesse il suo dopo lui. Estim quanto potesse vivere,
e soprapuosesi bene anni diece. Ma tanto non si soprapuose, che dispendendo e scialacquando il suo li anni
sopravennero e soperchiolli tempo, e rimase povero,
chavea tutto dispeso. Puosesi mente nel misero stato
suo, e ricordossi dello mperadore Federigo: ch grande
amistade avea [avuta] co lui, e nella sua corte avea molto
dispeso e donato. Propuosesi dandare a lui, credendo
che laccogliesse a grandissimo onore. And allo mperadore, e fu dinanzi da lui. Domand chi e fosse, tutto
che bene lo conoscea. Quelli li ricont suo nome. Doman[d] di suo stato. Cont lo cavaliere come li era incontrato, e come il tempo li era soperchiato. Lo mpera-

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Il Novellino

dore rispuose: Esci di mia corte, e sotto pena della vita


non venire in mia forza, imper che tu se quelli che non
volei che dopo i tuoi anni niuno avesse bene.

XXXI
Qui conta duno novellatore chavea mes[s]ere Azzolino.

Messere Azzolino avea un suo novellatore, il quale facea favolare quanderano le notti grandi di verno. Una
notte avenne che l favolatore avea grande talento di
dormire; e Azzolino il pregava che favolasse. El favolatore incominci a dire una favola duno villano che avea
suoi cento bisanti, il quale and a uno mercato a comperare berbici, ed bbene due per bisante. Tornando con
le sue pecore, un fiume chavea passato era molto cresciuto per una grande pioggia che venuta era. Stando alla riva, vide un pescatore povero con un suo burchiello a
dismisura piccolino, s che non vi capea se non il villano
e una pecora per volta. Allora il villano cominci a passare con una berbice e cominci a vogare: lo fiume era
largo. Voca, e passa. E lo favolatore rest di favolare. E
Azzolino disse: Va oltre. E lo favolatore rispuose:
Lasciate passare le pecore, poi conter il fatto. Che le
pecore non sarebero passate in uno anno, s che intanto
puot bene ad agio dormire.

XXXII
Delle valentie che fe Riccar lo Ghercio dellIlla.

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Il Novellino

Riccar lo Ghercio fu signore dellIlla, e fu grande gentile uomo di Provenza, e di grande ardire e prodezza a
dismisura. E quando i Saracini vennero a combattere la
Spagna, elli fu in quella battaglia che si chiam la Spagnata, e fu la pi perigliosa battaglia che fosse dallo tempo di quella di Troiani e de Greci in qua. Allora erano li
Saracini grandissima multitudine, e con molte generazioni di stormenti: sicch Riccar il Ghercio fu il conduttore della prima battaglia. E per cagione che li cavalli
non si poteano mettere avanti per lo s[p]avento delli
stormenti, comand a tutta sua gente che volgessero tutte le groppe de cavalli alli nemici; e tanto ricularo, che
furo tra i nemici. E poi, quando furo misciati intra nemici cos riculando, ebbe la battaglia dinanzi e venieno
uccidendo a destra e a sinestra, s che misero i nemici a
distruzione.
E quando il conte di Tolosa si combattea col conte di
Provenza altra stagione, s dismont del distiere Riccar
lo Ghercio, e mont in su uno mulo; e l conte disse:
Che ci, Riccardo? Messere, voglio dimostrare chio
non ci sono n per cacciare n per fuggire. Qui dimostr la sua grande franchezza, la quale era nella sua persona oltre alli altri cavalieri.

XXXIII
Qui conta una novella di messere Imberaldo del Balzo.

Messere Imberal del Balzo, grande castellano di


Proenza, vivea molto ad algura a guisa spagnuola; e uno
filosafo chebbe nome Pittagora fu di Spagna e fece una
tavola per istorlomia, la quale, secondo i dodici segnali,
verano molte significazioni danimali: quando li uccelli

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Il Novellino

sazzuffano; quando uomo truova la donnola nella via;


quando lo fuoco suona; e delle ghiandaie e delle gazze e
delle cornacchie, [e] cos di molti animali molte significazioni, secondo la luna. E cos messere Imberal, cavalcaldo uno giorno con sua compagnia, andavasi prendendo guardia di questi uccelli, perch si temea di
incontrare algure. Trov una femina in cammino, e domandolla, e disse: Dimmi, donna, se tu hai trovati o
veduti in questa mattina di questi uccelli, siccome corbi,
cornille o gazze? E la donna rispuose: Segner, ie vit
una cornacchia in su uno ceppo di salice. Or mi d,
donna, verso qual parte teneva volta sua coda? E la
donna rispuose: Segner, ella lavea volta verso il cul.
Allora messere Imberal temeo lagura, e disse alla sua
compagnia: Conveng a Dieu, ie non cavalcherai [n]i
uoi ni deman a questa agura. E molto si cont po la
novella in Proenza, per novissima risposta chavea fatta,
senza pensare, quella femina.

XXXIV
Come due nobili cavalieri samavano di buono amore.

Due nobi[li] cavalieri samavano di grande amore;


luno avea nome messere G., e laltro messere S. Questi
due cavalieri saveano lungamente amato. Luno di questi si mise a pensare, e disse cos: Messere [S.] ha uno
[bello] palafreno; sio li le cheggio, darebbelmegli? E
cos pensando facea il partito, nel pensiero, dicendo: S
darebbe; [non darebbe]. E cos tra l s e l no vinse il
partito che non li le darebbe. Il cavaliere fu turbato; e
cominci a venire col sembiante strano contro a lamico
suo. E ciascuno giorno i[l] pensare cresceva, e rinnovel-

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Il Novellino

lava il cruccio. Lasciolli di parlare, e volgeasi, quandelli


passava, in altra parte. Le genti si maravigliavano, ed elli
medesimo si maravigliava forte.
Un giorno avenne che messere S., il cavaliere il quale
avea il palafreno, non poteo pi sofferire. And a lui e
disse: Compagno mio, perch no mi parli tu? perch
se tu crucciato? Elli rispuose: Perchio ti chiesi lo
palafreno tuo, e tu lo mi negasti. E quelli rispuose:
Questo non fu giammai, non pu[] essere. Lo palafreno
e la persona sia tua: chio tamo come me medesimo.
Allora il cavaliere si riconcili, e torn in su lamistade
usata, e riconobbe che non avea ben pensato.

XXXV
Qui conta del maestro Taddeo di Bologna.

Maestro Taddeo leggendo a suoi scolari in medicina,


trov che [chi] continuo mangiasse nove d petronciano, diverebbe matto. E pro[va]valo secondo la fisica.
Un suo scolaro, udendo quel capitolo, propuosesi di volerlo provare. Prese a mangiare de petronciani, e in capo de nove d venne dinanzi al maestro, e disse: Maestro, il cotale capitolo che leggeste non vero, per
chio lhoe provato, e non sono matto. E pure alzasi e
mostrolli il culo. Scrivete, disse il maestro che tutto
questo del petronciano e provato ; e facciasene nuova
chiosa.

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Il Novellino

XXXVI
Qui conta come uno re crudele perseguitava i Cristiani.

Fue uno re molto crudele, il quale perseguitava il populo di Dio. Ed era, la sua, grandissima potenza, e niente poteva acquistare contro a quel populo, per che Dio
lamava. Quel re ragion con Barlam profeta, e disse:
Dimmi, Barlaam, che ci, che li miei nemici sono assai
io pi poderoso di loro, e non posso loro tenere niuno
danno? E Barlam rispuose: Messere, per che sono
populo di Dio. Ma io far cos, chio andr sopra loro e
maladicerolli; e tu darai la battaglia, e avrai sopra loro
vittoria.
Salio questo Barlam in su uno asino, e and su a un
monte. El populo era quasi che gi al piano, e quelli andava per maladirli di su il monte. Allora langelo di Dio li
si fece dinanzi, e non lo lasciava passare. Ed elli pungea
lasino, credendo che ombrasse; e quelli parl: Non mi
battere; ch v[e]di qui langelo di Dio con una spada di
fuoco che non mi lascia andare. Allora lo profeta Barlam guard e vide langelo. E langelo parl: Che ci,
che tu vai a maladire il populo di Dio? Incontinente lo
bened, se tu non vuoli morire, come tu il volevi maledire! And il profeta, e benedicea lo populo di Dio. E lo
re dicea: Che fai? Questo non maladire. E que rispuose: Non pu essere altro, per che langelo dIddio
il mi comand. Onde fa cos. Tu hai di belle femine; elli
nhanno dischesta. Tone una quantit, e vestile riccamente, e poni loro da petto una [n]usca doro o dariento, cio una boccola con uno fibbiaglio, ne la qual sia intagliata lidola che tue adori (che adorava la statua di
Mars). E dirai cos loro, chelle non consentano [a neuno] se non promettono dadorare quella figura di Mars.
E poi, quando avranno peccato, io avr bala di maladirli.

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Il Novellino

E lo re cos fece. Tols[e] di belle femine, e mandolle


in quello modo nel campo. Li uomini nerano vogliosi:
consentivano, e adoravano lidole; poi peccavano con
loro. Allora lo profeta and, e maladisse lo populo
dIddio. E Dio no li atoe. E quello re diede battaglia e
sconfisseli tutti. Onde li giusti patiro la pena dalquanti
che peccaro. Ravidersi e fecero penitenzia, e cacciaro le
femine e riconcilirsi con Dio. E tornaro ne la loro libertade.

XXXVII
Qui conta duna battaglia che fu tra due re di Grecia.

Due re furo nelle parti di Grecia, e luno era pi poderoso che laltro. Furo insieme a battaglia: lo pi poderoso perdeo. Torn, e and in una [sua] camera, maravigliandosi siccome avesse sognato, e al postutto non
credeva avere combattuto. Intanto langelo di Dio venne
a lui, e disse: Come stai? che pensi? tu non hai sognato, anzi combattuto, e se isconfitto. E lo re guard
langelo, e disse: Come pu essere? Io avea tre cotanti
gente di lui. E langelo rispuose: Per t avenuto,
che tu se nemico di Dio. Allora lo re rispuose: O[r]
lo nemico mio s amico di Dio, che per mabbia vinto? No, disse langelo ch Dio fa vendetta del nemico suo col nemico suo. Va tu con loste tua da capo, e
tu lo sconfiggerai, comelli ha fatto te. Allore questi
and, e ricombatt col nemico suo, e sconfisselo e preselo, siccome langelo avea detto.

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Il Novellino

XXXVIII
Duno strologo chebbe nome Melisus, che fu ripreso da una
donna.

Uno lo quale ebbe nome Melisus, grandissimo savio


in molte scienzie; e spezialmente in istrologia, secondo
che si legge in libro sesto di Civitate Dei, e conta che
questo savio alberg una notte in una casetta duna feminella. Quando and la sera a letto, disse a quella feminella: Vedi, donna, luscio mi lascerai aperto stanotte,
perchio mi sono costumato di levare a provedere le stelle. La femina lasci luscio aperto. La notte piovve; e
dinanzi [da la casa] avea una fossa, ed empiessi dacqua.
Quando elli si lev, s vi cadde dentro. Quelli cominci
a gridare aiutorio. La femina domand: Che hai?
Que rispuose: Io sono caduto in una fossa. Ohi cattivo! disse la femina or tu badi nel cielo, e non ti sai
tener mente a piedi? Levossi questa femina, e aiutollo:
che periva in una fossatella dacqua per poca e per cattiva providenza.

XXXIX
Qui conta del vescovo Aldobrandino, come fu schernito da un
frate.

Quando il vescovo Aldobrandino vivea al vescovado


suo dOrbivieto, e stando un giorno al vescovado a tavola, overano frati minori a mangiare, ed eravene uno
che mangiava una cipolla molto savorosamente e con fine appetito; il vescovo, guardandolo, disse a uno

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Il Novellino

do[n]zello: Vammi a quello frate, e dilli che volentieri


li acambiarei a stomaco. Lo donzello and e disseglile. E lo frate rispuose: Va d a Messere che ben credo
che volentieri macambierebbe a stomaco, ma non a vescovado.

XL

Duno uomo di corte chavea nome Saladino.

Saladino, lo quale era uomo di corte, essendo in Cicilia un giorno ad una tavola per mangiare con molti cavalieri, davasi lacqua; e uno cavaliere disse: Lva[ti] la
bocca e non le mani. E Saladino rispuose: Messere,
io non parlai oggi di voi. Poi quando piazzeggiavano
cos riposando in su il mangiare, fue domandato il Saladino per un altro cavaliere cos dicendo: Dimmi, Saladino, sio volesse dire una mia novella, a cui la dico per
lo pi savio di noi? E l Saladino rispuose: Messere,
ditela a qualunque vi pare il piue matto. [I] cavalier[i]
mettendolo in questione, pregrlo chaprisse sua risposta; el Saladino rispuose: A li matti ogni matto par savio per la sua somiglianza. Adunque quando al matto
sembrer uomo pi matto, fia quel cotale pi savio, per
che l savere contrario della mattezza. Ad ogni matto
i savi paiono matti: siccome a savi i matti paiono veramente matti e di stoltizia pieni.

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Il Novellino

XLI
Una novella di messere Polo Traversaro.

Messere Polo Traversaro fu di Romagna, e fu lo pi


nobile uomo di tutta Romagna; e tutta quasi la signoreggiava a cheto. Avea tre cavalieri molto leggiadri, e non
parea loro che in tutta Romagna avesse uomo che potesse sedere con loro in quarto. E per l ov elli teneano
corte aveano una panca di tre, e pi non ve ne capevano;
e niuno era ardito di sedervi, per temenza della loro leggiadria. E tutto che messere Polo fosse loro maggiore,
ed ellino nellaltre cose lubbidiano, ma pure in quello
luogo leggiadro non [o]sava sedere, tutto che confessavano chelli era lo migliore uomo di Romagna, e l pi
presso da essere il quarto che niun altro.
Che fecero i tre cavalieri, vedendo che messere Polo li
seguitava troppo? Rimuraro [mezzo] un uscio dun loro
palagio perch non vi entrasse. Luomo era molto grosso
di persona: non potendovi entrare, spogliossi ed entrvi
in camicia. Quelli, quando il sentiro, entraro ne le letta,
e fiecersi coprire come malati. Messere Polo li credeva
trovare a tavola; trovgli ne le letta: confortgli, e domandolli di lor mala voglia; e avidesene bene, e chiese
commiato, e partissi da loro.
Quelli cavalieri dissero: Questo non giuoco.
Andrne a una villa delluno, ove avea bello castelletto,
con fosso e ponte levatoio. Posersi in cuore de fare quivi
il verno. Un die vand messere Polo con buona compagnia; e quando ellino vollero entrare dentro, elli levaro il
ponte. Assai pot dire, che non ventrarono; ritornaro
indietro.
Passato il verno, ritornaro a la cittade. Messero Polo,
quandelli tornaro, non si lev, e que ristettero; e luno
disse: O messere, per mala ventura, che cortesia sono

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Il Novellino

le vostre? quando i forestieri giungono a citt, voi non


[vi levate per] loro? E messere Polo rispuose: Perdonatemi, messeri, chio non mi levo, se non per lo ponte
che si lev per me. Allora li cavalieri ne fecero gran festa. Morio luno de cavalieri, e quelli segaro la sua terza
parte de la panca ove sedeano quando il terzo fu morto,
perch non trovaro in tutta Romagna niuno cavaliere
che fosse degno di sedere in suo luogo.

XLII
Qui conta bellissima novella di Guiglielmo di Berghedam di
Proenza.

Guiglielmo di Berghedam fue nobile cavaliere di


Proenza al tempo del conte Raimondo Berlinghieri. Un
giorno avenne che cavalieri si vantavano, e [Guiglielmo]
si vant che non avea niuno nobile uomo in Proenza,
che no gli avesse fatto votare la sella e giaciuto con sua
mogliera. E questo disse in udienza del conte. El conte
rispuose: Or [me]? Guiglielmo disse: Voi, signore?
io lo vi dir. Fece venire suo destriere sellato e cinghiato bene, li sproni in pi, mise il pi ne la staffa; e
quando fu [cos] ammannato, parl al conte, e disse:
Voi, segnore, n metto n traggo. E monta a cavallo e
sprona e va via. El conte sadiroe molto; que non veniva
a corte.
Un giorno si ragunaro donne a uno nobile convito.
Mandaro per Guiglielmo de Berghedam; e la contessa vi
fu, e dissero: Ora [ci] d, Guiglielmo, perch hai tu cos onite le nobili donne di Proenza? cara la comperrai.
Catuna avea uno ma[tte]ro sotto. Quella che parlava,
disse: Vedi, Guiglielmo, che per la tua follia ti convie-

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Il Novellino

ne morire. E Guiglielmo, vedendo che s era sorpreso,


parl e disse: Duna cosa vi prego, donne, per amore:
che mi facciate un dono. Le donne rispuosero: Domanda, salvo che non domandi tua scampa. Allora
Guiglielmo parl, e disse: Donne, io vi priego per
amore che quale di voi la pi putta mi dea imprima.
Allora luna riguard laltra: non si trov chi prima li volesse dare; e s scamp a quella volta.

XLIII
Qui conta di messere Rangone, come elli fece a un giullare.

Messere Iacopino Rangoni, nobile cavaliere di Lombardia, stando uno giorno a una tavola, avea due ingaistare di finissimo vino innanzi, bianco e vermiglio. Un giucolare stava a quella tavola, e non sardiva di chiedere di
quel vino, avendone grandissima voglia. Levossi sue, e
prese uno muiuolo, e lavollo [molto bene e] di vantaggio.
E poi che lebbe cos lavato molto, gir la mano, e disse:
Messere, io lavato lhoe. E messere Iacopino di della
mano ne la guastada, e disse: Tu il pettinerai altrove che
non qui. Il giullare si rimase cos, e non ebbe del vino.

XLIV
Duna quistione che fu posta ad uno uomo di corte.

Marco Lombardo fue nobile uomo di corte e savio


molto. Fue a uno Natale a una cittade dove si donavano

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Il Novellino

molte robe, e non nebbe niuna. Trov un altro uomo di


corte, lo qual era nesciente apo lui, e avea avute robe. Di
questo nacque una bella sentenzia; ch quello giullare
disse a Marco: Che ci, Marco, chi ho avute sette
robe, e tu non niuna? E s se tu troppo migliore e pi
savio di me. Qual la ragione? E Marco rispuose:
Non per altro, se non che tu trovasti pi de tuoi che io
non trov delli miei.

XLV
Come Lancialotto si combatt a una fontana.

Messere Lancialotto si combattea un giorno a una fontana con uno cavaliere di Sansogna, lo quale avea nome
A[libano]; e combatevansi aspramente a le spade, dismontati de loro cavalli. E quando presero lena, domand luno del nome dellaltro. Messere Lancialotto rispuose: Da poi che tu disideri mio nome, or sappi chi
ho nome Lancialotto. Allora si ricominci la meslea, e
lo cavaliere parl a Lancialotto, e disse: Pi mi nuoce
tuo nome che la tua prodezza. Perch saputo il cavaliere chera Lancialotto, cominci a dottare la bont sua.

XLVI
Qui conta come Narcis [s]innamor de lombra sua.

Narcis fu molto buono e bellissimo cavaliere. Un


giorno avenne chelli si riposava sopra una bellissima

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Il Novellino

fontana, e dentro lacqua vide lombra sua molto bellissima. E cominci a riguardarla, e rallegravasi sopra alla
fonte, [e lombra sua facea lo simigliante]. E cos credeva che quella ombra avesse vita, che istesse nellacqua, e
non si accorgea che fosse lombra sua. Cominci ad
amare e a innamorare s forte, che la volle pigliare. E
lacqua si turb; lombra spario; ondelli incominci a
piangere. E lacqua schiarando, vide lombra che piangea. Allora elli si lasci cadere ne la fontana, sicch
aneg.
Il tempo era di primavera; donne si veniano a diportare alla fontana; videro il bello Narcis affogato. Con
grandissimo pianto lo trassero della fonte, e cos ritto
lappoggiaro alle sponde; onde dinanzi allo dio damore
and la novella. Onde lo dio damore ne fece nobilissimo mandorlo, molto verde e molto bene stante, e fu ed
il primo albero che prima fa frutto e rinnovella amore.

XLVII
Qui conta come uno cavaliere richiese una donna damore.

Uno cavaliere pregava uno giorno una donna damore, e diceale intra laltre parole chelli era gentile e ricco
e bello a dismisura: E l vostro marito cos laido, come voi sapete. E quel cotal marito era dopo la parete
della cammera. Parl, e disse: Messere, per cortesia,
acconciate li fatti vostri, e non isconciate li altrui!
Messere Lizio di Valbona fu [l] laido, e messere Rinieri da Calvoli fu laltro.

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Il Novellino

XLVIII
Qui conta del re Curado, padre di Curradino.

Leggesi del re Currado, padre di Curradino, che


quando era garzone, s avea in compagnia dodici garzoni di sua etade. Quando lo re Currado fallava, i maestri che li erano dati a guardia non lo battevano, ma
battevano questi garzoni, suoi compagni. E que dicea:
Perch battete voi costoro? Rispondeano li maistri:
Per li falli tuoi. E que dicea: Perch non battete
voi me? ch mia la colpa. E li maistri rispondeano:
Perch tu se nostro signore. Ma noi battiamo costoro
per te: onde assai ti dee dolere, se tu hai gentil cuore,
chaltri porti pene de le tue colpe. E perci si dice
che lo re Currado si guardava di fallire per la piet di
coloro.

XLIX
Qui conta duno medico di Tolosa, come tolse per moglie una
nepote de larcivescovo di Tolosa.

Uno medico di Tolosa tolse per moglie una gentile


donna di Tolosa, nepote de larcivescovo. Menolla. In
due mesi fece una fanciulla. Il medico non ne mostr
nullo cruccio, anzi consolava la donna, e mostravale ragioni secondo fisica che ben poteva essere sua di ragione. E con quelle parole e con belli sembianti fece s che
la donna no la pot traviare. Molto onoroe la donna nel
parto. Dopo il parto s le disse: Madonna, io vho onorata quanti ho potuto. Priegovi, per amore di me, che

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Il Novellino

voi ritorniate omai a casa di vostro padre. E la vostra figliuola io terr a grande onore.
Tanto andaro le cose innanzi, che larcivescovo sent
che l medico avea dato commiato a la nepote. Mand
per lui. E acci chera grande uomo, parl sopra a lui
molto grandi parole, mischiate con superbia e con minacce. Quandebbe assai parlato, el medico rispuose e
disse cos: Messere, io tolsi vostra nepote per moglie,
credendomi della mia ricchezza potere fornire e pascere
la mia famiglia. E fu mia intenzione davere uno figliuolo lanno, e non pi. Onde la donna ha cominciato a fare
figliuoli in due mesi; per la qual cosa io non sono s agiato, se l fatto dee cos andare, chio li potesse notricare, e
voi, non sarebbe onore che vostro lignaggio andasse a
povertade. Perchio vi chieggio mercede che voi la diate
a un pi ricco omo chio non sono, [che possa notricare
li suoi figlioli] s che a voi non sia disinore.

L
Qui conta di maestro [Francesco], figliuolo di maestro [Accorso].

Maestro Francesco, figliuolo di maestro Accorso della citt di Bologna, quando ritorn dInghilterra, dove
era stato longamente, fece una cos fatta proposta dinanzi al Comune di Bologna, e disse: Un padre duna famiglia si part di suo paese per povertade, e lasci i suoi
figliuoli e andonne in lontane provincie. Stando uno
tempo, ed elli vide uomini di sua terra. Lamore de figliuoli lo strinse a domandare di loro. E quelli rispuosero: Messere, vostri figliuoli hanno guadagnato, e sono
ricchi. E quelli, [u]dendo cos, propuosesi di ritornare.

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Il Novellino

E ritorn in sua terra; trov li figliuoli ricchi. Adomandoe a suoi figliuoli che l rimettessero in su le possessioni, s come padre e signore. I figliuoli negaro, dicendo
cos: Padre, noi il ci avemo guadagnato, non ci hai che
fare: s che ne nacque piato. Onde la legge volle che l
padre fosse al postutto signore di ci chaveano guadagnato i figliuoli. E cos andomando io al Comune di Bologna che le possessioni de miei figliuoli siano a mia signoria: cio de miei scolari, li quali sono gran maestri
divenuti, e hanno molto guadagnato poi chio mi part
da loro. Piaccia al Comunale di Bologna, poi chio sono
tornato, chio sia signore e padre, s come comanda la
legge che parla del padre della famiglia.

LI
Qui conta duna guasca, come si richiam a lo re di Cipri.

Era una guasca in Cipri, alla quale fu fatta un d molta villania e onta tale, che non la poteo sofferire. Mossesi
e andonne al re di Cipri, e disse: Messere, a voi sono
gi fatti diecimila disinori, e a me n fatto pur uno; priegovi che voi, che tanti navete sofferti, minsegniate sofferire il mio uno. Lo re si vergogn e cominci a vendicare l[i] su[oi], e a non voler[n]e pi sofferire.

LII
Duna campana che sordin al tempo di re Giovanni.

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Il Novellino

Al tempo di re Giovanni dAcri fue ordinata una


campana, che chiunque ricevea un gran torto s landava
a sonare; il re raguna[va i] savi a ci ordinati, acci che
ragione fosse fatta. Avenne che la campana era molto
tempo durata, che la fune per la piova era venuta meno,
sicch una vitalba vera legata. Ora avenne che uno cavaliere dAcri avea uno suo nobile destriere, lo quale era
invecchiato s che sua bont era tutta venuto meno: sicch per non darli mangiare il lasciava andare per la terra. Lo cavallo per la fame aggiunse con la bocca a quella
vitalba per rodegarla. Tirando, la campana son. Li giudici si adunaro, e videro la petizione del cavallo, che parea che domandasse ragione. Giudicaro che l cavaliere
cui elli avea servito da giovane il pascesse da vecchio. Il
re li costrinse, e comand sotto gran pena.

LIII
Qui conta duna grazia che lo mperadore fece a un suo barone.

Lo mperadore don una grazia a un suo barone, che


qualunque uomo passasse per sua terra, che li togliesse
dogni magagna evidente uno danaio di passaggio. Il barone mise a la porta un suo passeggiere a ricogliere il
passaggio. Un giorno avenne che uno, chavea m[eno]
un piede, venne alla porta: il pedaggiere li domand un
danaio. Quelli si contese, azzuffandosi con lui. Il pedaggiere il prese. Quelli difendendosi trasse fuori un suo
moncherino: chavea meno luna mano. Allora il pedaggiero il vide; disse: Tu me [ne] darai due, luno per la
mano e laltro per lo piede. Allora furono alla zuffa: il
capello li cadde di capo. Quelli avea meno luno occhio.

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Il Novellino

Disse il pedaggiere: Tu mi ne darai tre. Piglirsi ai


capelli; lo passeggiere li puose mano in capo. Quelli era
tignoso. Disse lo passeggiere: Tu mi ne darai ora quattro. Cos convenne, a colui che sanza lite potea passare
per uno, pagasse quattro.

LIV
Qui conta come il piovano Porcellino fu accusato.

Uno piovano, il quale aveva nome il piovano Porcellino, al tempo del vescovo Mangiadore fu acusato dinanzi
dal vescovo chelli guidava male la pieve per cagione di
femine. Il vescovo, facendo sopra lui inquisizione, trovollo molto colpevole. E stando in vescovado, attendendo laltro d dessere disposto, la famiglia, volendoli bene, linsegnaro campare.
Nascoserlo, la notte, sotto il letto del vescovo. E in
quella notte il vescovo vavea fatto venire una sua amica;
ed essendo entro il letto, volendola toccare, lamica non
si lasciava, dicendo: Molte impromesse mavete fatte, e
non me ne attenete neente. Il vescovo rispuose: Vita
mia, io lo ti prometto e giuro. Non, disse quella io
voglio li danari in mano. El vescovo levandosi per andare per danari, per donarli allamica, el piovano usc di
sotto il letto, e disse: Messere, a cotesto colgono elle
me! Or chie potrebbe fare altro? Il vescovo si vergogn, e perdongli; ma molte minacce li fece dinanzi alli
altri cherici.

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Il Novellino

LV
Qui conta una novella duno uomo di corte chavea nome Marco.

Marco Lombardo, [uomo di corte] savissimo pi che


niuno de suo mestiere, fu un d domandato da un povero orrievole uomo e leggiadro, il quale prendea i danari
in sagreto da buona gente, ma non prendeva robe. Era a
guisa di morditore e avea nome Paolino. Fece a Marco
una cos fatta quistione, credendo che Marco non vi potesse rispondere: Marco, disse elli tu se lo pi savio uomo di tutta Italia, e se povero e disdegni lo chiedere: perch non ti provedesti tu s che tu fossi s ricco
che non ti bisognasse di chiedere? E Marco si volse
dintorno, poi disse cos: Altri non vede ora noi e non
ci ode. Or tu comhai fatto? E l morditore rispuose:
Ho fatto s chio sono povero. E Marco disse: Tiello
credenza a me, e io a te.

LVI
Come uno della Marca and a studiare a Bologna.

Uno della Marca andoe a studiare a Bologna. Vennerli meno le spese. Piangea. Un altro il vide, e seppe perch piangeva; disseli cos: Io ti fornir lo studio, e tu
mimprometti che tu mi dara mille livre al primo piato
che tue vincerai. Lo scolaio studi e torn in sua terra.
Quelli li tenne dietro per lo prezzo. Lo scolaio, per paura di dare il prezzo, si stava e non avogava; e cos avea
perduto luno e laltro: luno il senno, laltro i danari. Or

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Il Novellino

che pens quelli de danari? Richiamossi di lui e dielli


un libello de duemila livre, e disseli cos: O vuogli perdere, o vuogli vincere. Se tu vinci, tu mi pagherai la promessione. Se tu perdi, tu mi adempierai il libello. Allora lo scolaio il pag, e non volle piatire con lui.

LVII
Di madonna Agnesina di Bologna.

Madonna Agnesina di Bologna istando un giorno in


una corte da sollazzo, ed era donna dellaltre: intra le
quali avea una sposa novella, alla quale voleva fare dire
comella fece la [prima notte]. Cominciossi madonna
Agnesina alle piue sfacciate, e domand imprima loro.
Luna dicea: Io il presi [con le due mani] ; e laltre diceano in altro sfacciato modo. Domand la sposa novella: E tu come faccesti? E quella disse molto vergognosamente, con gli occhi chinati: Io il presi con le
due dit[a]. Madonna Agnesina rispuose e disse:
Deh, cagiu ti fossello!

LVIII
Di messere Beriuolo, cavaliere di corte.

Uno cavaliere di corte chebbe nome messere Beriuolo era in Genova. Venne a rampogne con uno donzello.
Quello donzello li fece la fica quasi infino allocchio, dicendoli villania. Messere Brancadoria il vidde; seppeli

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Il Novellino

reo. Venne a quello cavaliere di corte: confortollo che rispondesse e facesse la fica a colui che la faceva a lui.
Madio, rispuose quello non far: chio non li farei
una de le mie per cento delle sue.

LIX
Qui conta dun gentile uomo che lo mperadore fece impendere.

Federigo imperadore fece impendere un giorno un


grande gentile uomo per certo misfatto. E per fare rilucere la giustizia, s l faceva guardare ad un grande cavaliere
con comandamento di gran pena, che no[l] lasciasse
spiccare. S che questi non guardando bene, lo mpiccato
fu portato via. S che quando quelli se navide, prese consiglio da se medesimo per paura di perdere la testa. E
istando cos penso[so] in quella notte, s prese ad andare
ad una badia chera ivi presso, per sapere se potesse trovare alcuno corpo che fosse novellamente morto, acci
che l pottesse mettere alle forche in colui scambio.
Giunto alla badia la notte medesima, s vi trov una donna in pianto, scapigliata e scinta, forte lamentando; ed
era molto sconsolata, e piangea uno suo caro marito lo
quale era morto lo giorno. El cavaliere la domand dolcemente: Madonna, che modo questo? E la donna
rispuose: Io lamava tanto, che mai non voglio essere
pi consolata, ma in pianto voglio finire li miei d. Allora il cavaliere le disse: Madonna, che savere questo?
Volete voi morire qui di dolore? Ch per pianto n per
lagrime non si pu recare a vita il corpo morto. Onde
che mattezza quella che voi fate? Ma fate cos: prendete me a marito, che non ho donna, e campatemi la persona, perchio ne sono in periglio, e non so l dovio mi na-

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Il Novellino

sconda: che io per comandamento del mio signore guardava un cavaliere impenduto per la gola; li uomini del
suo legnaggio il mhanno tolto. Insegnatemi campare,
che potete, e io sar vostro marito, e terrvi onorevolemente. Allora la donna, udendo questo, si innamor di
questo cavaliere e disse: Io far ci che tu mi comanderai, tant lamore chio vi porto. Prendiamo questo mio
marito, e traiallo fuori della sepultura, e impicchiallo in
luogo di quello che v tolto. E lasci suo pianto; e at
trarre il marito del sepulcro, e atollo impendere per la
gola cos morto. El cavaliere disse: Madonna, elli avea
meno un dente della bocca, e ho paura che, se fosse rivenuto a rivedere, chio non avesse disinore. Ed ella,
udendo questo, li ruppe un dente di bocca; e saltro vi
fosse bisognato a quel fatto, s lavrebbe fatto. Allora il
cavaliere, [vedendo] quello chella avea fatto di suo marito, disse: Madonna, siccome poco v caluto di costui
che tanto mostravate damarlo, cos vi carebbe vie meno
di me. Allora si part da lei e andossi per li fatti suoi, ed
ella rimase con grande vergogna.

LX
Qui conta come Carlo [dAngi] am per amore.

Carlo, nobile re di Cicilia e di Gerusalem, quando era


conte dAngi s am per amore la bella contessa di
[T]eti, la quale amava medesimamente il conte dUniversa. In quel tempo il re di Francia avea difeso sotto pena
del cuore, che niuno torniasse. Il conte dAngi, volendo
provare qual meglio valesse darme, o lui o l conte
dUniversa, s si provide, e fu con grandissime prechiere
a messere Alardo di Vallieri, e manifestolli dove elli ama-

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Il Novellino

va, e che sera posto in cuore di provarsi in campo col


conte dUniversa, pregandolo per amore che accatasse la
parola dal re, che solo un torniamento facesse con sua licenzia. Quelli domandando cagione, il conte dAngi
linsegn in questa guisa: Il re s quasi beghino, e per
la grande bontade di vostra persona elli spera di prendere e di fare prendere a voi drappi di religione per avere la
vostra compagnia; onde in questa domanda sia per voi
chesto in grazia che un solo tornemento lasci a noi fedire;
e voi farete quanto che a lui piacer. E messere Alardo
rispuose: Or mi d, con te, e perder io la compagnia
de cavalieri per uno torniamento? E l conte rispuose:
Io vi prometto lealmente chio vi ne deliberr. E s fece elli in tal maniera come io vi conter.
Messere Alardo se nand al re di Francia e disse:
Messere, quandio presi arme il giorno di vostro coronamento, allora portarono arme tutti li migliori cavalieri
del mondo; onde io per amore di voi volendo in tutto lasciare il mondo e vestirmi di drappi di religione, piaccia
a voi di donarmi una nobile grazia, cio che un torniamento feggia, l ove sarmi la nobilit di cavalieri, sicch
le mie armi si lascino in cos grande festa comelle si presero. Allora lo re lot[r]i. Ordinossi un torniamento.
Dalluna parte fu il conte dUniversa, e dallaltra il conte
dAngioe. La reina con contesse e dame e damigelle di
gran paraggio furo alle loggie, e la contessa di Teti vi
fue. In quel giorno portaro arme li fiori di cavalieri del
mondo da una parte e dallaltra. Dopo molto torneare, il
conte dAngioe e quello dUniversa fecero diliverare
laringo, e luno incontro allaltro si mosse alla forza de
poderosi destrieri, con grosse aste in mano. Or avenne
che nel mezzo de laringo il destriere del conte dUniversa cadde col conte in uno monte, onde le donne discesero delle logge e portrlone in braccio molto suavemente. E la contessa di Teti vi fue. Il conte dAngi si
lamentava fortemente dicendo: Lasso! perch non

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Il Novellino

cadde mio cavallo, siccome quello del conte dUniversa,


che la contessa mi fosse tanto di presso quanto fo a lui!
Partito il torneamento, il conte dAngi fu alla reina, e
chies[e]le merc, chella per amore de nobili cavalieri di
Francia dovesse mostrare cruccio al re; poi nella pace gli
adomandasse un dono, e l dono fosse di questa maniera: che al re dovesse piacere che giovani cavalieri di
Francia non perdessero s nobile compagnia comera
quella di messere Alardo di Valleri. La reina cos fece.
Crucci col re, e nella pace li domand quello chella
volea. E l re le promisse il dono. E fu diliberato messere
Alardo di ci chavea promesso, e rimase co li altri nobili cavalieri torneando e faccendo darme, siccome la rinomea per lo mondo si corre sovente di grande bontade, doltrama[ra]vigliose prodezze.

LXI
Qui conta di Socrate filosofo, come rispose a Greci.

Socrate fue nobile filosofo di Roma, e al suo tempo


mandaro i Greci nobile e grandissima ambasceria ai Romani. E la forma della loro ambasciata si fu per difendersi da Romani del trebuto che davano loro con ragione. E
fue loro cos imposto dal Soldano: Andrete e userete
ragione; e se vi bisogna, userete moneta. Li ambasciadori gionsero a Roma. Propuosersi la forma della loro
ambasciata nel Consiglio di Roma. Il Consiglio di Roma
s provide la risposta della domanda de Greci, che si dovesse fare per Socrate filosofo, sanza niun[o] altro tenore
riformando il Consiglio, che Roma stesse a ci che per
Socrate fosse risposto. Li ambasciadori andaro col dove
Socrate abitava, molto di lungi da Roma, per opporre le

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Il Novellino

loro ragioni dinanzi da lui. Giunsero alla casa sua, la quale era di non gran vista. Trovaro lui che cogliea erbetta.
Avisrlo da lunga. Lomo era di non grande apparenza.
Parlaro insieme, considerante tutte le soprascritte cose.
E dissero intra loro: Di costui avremo noi grande mercato, acci che sembiava loro anzi povero che ricco.
Giunsero, e dissero: Dio ti salvi, uomo di grande sapienzia, la quale non pu essere piccola, poi che Romani
thanno commessa cos alta risposta. Mostrrli la
[ri]formagione di Roma, e dissero a lui: Proporremo
dinanzi da te le nostre ragionevoli ragioni, le quali sono
molte. El senno tuo proveder il nostro diritto. E sappiate che siamo di ricco signore; prenderai questi perperi, i
quali sono molti, e al nostro signore neente, e a te pu
essere molto utile. E Socrate rispuose alli ambasciadori, e disse: Voi pranzerete inanzi, e poi intenderemo a
vostri bisogni. Tennero lo nvito, e pranzaro assai cattivamente, sanza molto rilevo. Dopo il pranzo parl Socrate alli ambasciadori, e disse: Signori, quale meglio tra
una cosa o due? Li ambasciadori rispuosero: Le due.
E que disse: Or andate a ubbidire a Romani co le
persone: ch se l Commune di Roma avr le persone de
Greci, elli avr le persone e lavere. E sio togliesse loro, i
Romani perderebbero la loro intenzione. Allora li ambasciadori si partiro dal filosafo assai vergognosi, e ubbidiro a Romani.

LXII
Qui conta una novella di messere Ruberto.

Arimini monte si in Borgogna, e havi un sire che si


chiama messere Ruberto, ed contado grande. La con-

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Il Novellino

tessa antica e sue cameriere s aveano un portiere milenso; ed era molto grande della persona, e avea nome
Baligante. Luna delle cameriere cominci a giacere
con lui, poi il manifest a unaltra, tanto che cos and
infino alla contessa. Sentendo la contessa chelli era a
gran misura, giacque con lui. Il sire le spi. Facelo
amazzare, e del cuore fe fare una torta, e presentolla
alla contessa e alle sue cameriere; e mangirolla. Dopo
il mangiare venne il segnore a corteare, e domand:
Chente fu la torta? Tutte rispuosero: Buona. Allora rispuose il sire: Ci non maraviglia, ch Baligante vi piaciuto vivo, selli vi piace di morto! E la
contessa e le cameriere, quando intes[er]o il fatto, si
vergognaro, e videro bene chelle aveano perduto
lonore di questo mondo. Arendrsi monache, e fecero
un munistiero che si chiama il monistiero delle nonane
di Rimino monte.
La casa crebbe assai, e divenne molto ricca. E questo
si conta in novella, che vera [e] che v questo costume,
che quando elli vi passasse alcuno gentile uomo con
molti arnesi, ed elle il faceano invitare e facealli grandissimo onore. E la badessa e le suore li veniano incontro,
e, in sul donneare, quella che pi li piacesse, quella il
servia, e acompagnava a tavola e a letto. La mattina s si
levava, e trovavali lacqua e tovaglia. E quando era levato, ed ella li aparecchiava un ago vto e un filo di seta, e
convenia che, selli si voleva affibbiare da mano, chelli
mettesse lo filo ne la cruna dellago; e se al[le] tre volte
avisasse che non lo vi mettesse, s li toglieano le donne
tutto suo arnese e non li rendeano neente; e se metteva il
filo, a le tre, nellago, s li rendeano larnese suo, e donvalli di belli gioielli.

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Il Novellino

LXIII
Del buono re Emeladus e del Cavaliere senza paura.

Il buono re Meliadus e l Cavaliere sanza paura s


erano nemici mortali in campo. Andando un giorno
questo Cavaliere sanza paura a guisa derrante cavaliere
discognosciutamente, trov suoi sergenti che molto
lama[v]ano, ma no lo conosceano. E dissero:
Di[nn]e, cavaliere errante, per onore di cavalleria, qual
migliore cavaliere tra l buono Cavaliere sanza paura o
l buono re Meliadus? E l cavaliere rispuose: Se Dio
mi dea buona ventura, lo re Meliadus l migliore cavaliere che in sella cavalchi. Allora li sergenti, che voleano male al re Meliadus per amore di lor signore, s sorpresero questo lor signore a tragione, e cos armato lo
levaro da distriere e miserlo attraverso duno ronzino, e
diceano comunemente che l voleano impendere. Tenendo lor cammino, trovaro il re Meliadus. Trovarolo a
guisa di cavaliere errante, chandava a uno torniamento, e domand i vassalli perchelli menavano quello cavaliere cos villa[na]mente. Ed elli rispuosero: Messere, perchelli ha bene morte servita; e se voi il sapeste,
voi il menereste pi tosto di noi. Adomandatelo di suo
misfatto. El re Meliadus si trasse avante, e disse: Cavaliere, che ha tu misfatto a costoro che ti menano cos
laidamente? E l cavaliere rispuose: Niuna cosa n
misfatto ho fatto loro, se non chio volea mettere il vero
avanti. Disse il re Meliadus: Ci non pu essere.
Contatemi pi vostro misfatto. Ed elli rispuose:
Sir[e], volentieri. Io s tenea mio cammino a guisa derrante cavaliere; trovai questi sergenti, e que mi domandaro per la verit di cavaleria chio dicesse qual fosse
migliore cavaliere tra l buono re Meliadus o l Cavaliere sanza paura. E io, siccomio dissi di prima, per met-

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Il Novellino

tere il vero avante, dissi che l re Meliadus era migliore;


e nol dissi se non per verit dire, ancora che l re Meliadus sia mio mortale nemico, e mortalmente il disamo.
Io non volea mentire. Altro [non ho] misfatto; e per
subitamente mi fanno onta. Allora il re Meliadus cominci ad abattere i servi, e fecel sciogliere, e donolli
uno bello e ricco destriere co la nsegna suacoperta, e
pregollo che non la ne levasse insino a suo stello. E
partrsi, e ciascuno and a suo cammino, il re Meliadus
e sergenti e l cavaliere. [Il Cavaliere] giuns[e] la sera
allostello. Lev la coverta della sella. Trov larme del
re Meliadus che li avea fatta s bella deliberanza, e donolli, ed era suo mortale nemico.

LXIV
Duna novella chavenne in Proenza alla corte del Po.

Alla corte del Po di Nostra Donna di Provenza sordin una nobile corte. Quando il figliuolo del conte Raimondo si fece cavaliere, invit tutta la buona gente; e
tanta ve ne venne, per amore, che le robe e lariento fallio, e convenne che disvestisse de cavalieri di sua terra,
e donasse a cavalieri di corte. Tali rifiutaro, e tai consentiro. In quello giorno ordinaro la festa. E poneasi
uno sparaviere di muda in su una asta; or veniva chi si
sentiva s poderoso davere e di coraggio, e levavasi il
detto sparviere in pugno: convenia che quel cotale fornisse la corte in quello anno. I cavalieri e donzelli
cherano giulivi e gai s faceano di belle canzoni el suono
e l motto; e quattro aprovatori erano stabiliti, che quelle chaveano valore facevano mettere in conto, e laltre, a
chi lavea fatte, diceano che le migliorasse. Or dimoraro-

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Il Novellino

no, e dicano molto bene di lor signore; e li loro figlioli


furono nobili cavalieri e costumati.
Or avenne che uno di quelli cavalieri (pognalli nome
messere Alamanno), uomo di gran prodezza e bontade,
amava una molto bella donna di Proenza, la quale avea
nome madonna Grigia. E amavala s celatamente, che
niuno li le potea fare palesare. Avenne che donzelli del
Po si posero insieme dinganarlo e di farlo vantare. Dissero cos a certi baroni e cavalieri: Noi vi preghiamo
che al primo torn[e]are che si far, che la gente si vanti.
E pensaro cos: Messere cotale prodissimo darme:
far bene quel giorno del torniamento e scalderassi dallegrezza. Li cavalieri si vanteranno, ed elli non si potr
tenere che non si vanti di sua dama. Cos ordinaro li
torniamento. Fedio il cavaliere: ebbe il pregio de larme;
scaldossi dallegrezza. Nel riposare, la sera, i cavalieri
sincominciaro a vantare, chi di bella giostra, chi di bello
castello, chi di bello astore, chi di bella ventura; e l cavaliere non si pot tenere che non si vantasse chavea cos bella donna. Or avenne che ritorn per prendere gioia
di lei, come era usato; e la donna lacommiat. Il cavaliere sbigott tutto e partissi da lei e dalla compagnia di cavalieri, e andne in una foresta; e rinchiusesi in uno romitaggio s celatamente, che niuno il seppe. Or chi
avesse veduto il cruccio de cavalieri e delle donne e delle donzelle che si lamentavano sovente della perdita di s
nobile cavaliere, assai navrebbe avuto pietade. Un giorno avenne che i donzelli del Po smarriro una caccia, e
capitaro al romitaggio detto. Domandolli se fossero del
Po; elli rispuosero di s, ed e li domand di novelle. E
donzelli li presero a contare come vavea lade novelle,
ch, per picciolo misfatto, aveano perduto il fiore de cavalieri; e che sua donna li avea dato commiato, e niuno
sapea che ne fosse adivenuto: Ma procianamente un
torneamento era gridato, ove sar molta bona gente. E
noi pensiamo chelli ha s gentile cuore che, dovunque

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Il Novellino

elli ser, si verrae a torneare con noi. E noi avremo ordinate guardie di gran podere e di gran conoscenza, che
incontanente lo riteneranno; e cos speriamo di riguadagnare nostra gran perdita. Allora il romito scrisse a un
suo amico secreto, che il d del torneamento li trammettesse arme e cavallo secretamente, e rinvi i donzelli. E
lamico forn la richesta del romito: ch l giorno del torniamento li mand cavallo e arme. E fu, il giorno, nella
pressa di cavalieri; ed ebbe il pregio del torniamento. Le
guardie lebbero veduto; avisrlo. E incontanente lo levaro in palma di mano a gran festa. La gente, rallegrandosi, abattli la ventaglia dinanzi dal viso, e pregrlo per
amore che cantasse; ed elli rispuose: Io non canteroe
mai, sio non ho pace da mia donna. I nobile cavalieri
si lasciarono ire alla donna, e richieserle con gran pregheria che li facesse perdono. La donna rispuose: Diteli cos, chio non li perdoner gi mai se non mi fa gridar merz a cento baroni e a cento cavalieri e a cento
donne e a cento donzelle, che tutte gridino a una boce
merz, e non sappiano a cui la si chiedere. Allora il cavaliere, il quale era di grande savere, si pens che
sapressava la festa della candellara, che si facea gran festa al Po, e le buone gente venivano al mostiere. E pens: Mia dama vi sar, e sarvi tanta buona gente,
quantella adomanda che gridino merzede. Allora
trov una molto bella canzonetta. E la mattina per tempo salio in sue lo pergamo, e comminci questa sua canzonetta quanto seppe il meglio, ch molto lo sapea ben
fare. E dicea in cotale maniera:
I. Altress come il leofante
quando cade non si pu levare,
e li altri a lor gridare
di lor voce il levan suso,
e io voglio seguir quelluso.
Ch l mio misfatto tan greve e pesante,

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Il Novellino

ca la corte del Poi nha gran burbanza,


e se l preggio de leali amanti
non mi rilevan, giamai non sar suso;
che degnasser per me chiamar merz
l ove poggiarsi con ragion non val ren.
II. E sio per li fini amanti
non posso ma gioia recobrar,
per tos temps las mo[n] chantar
que de mi mon atent plus,
e vivrai si con reclus
sol, sanz solaz, car tal es mos talens
...
che minervia donor e plager:
car ie non sui de la maniere dors,
che qui ba[t] non tien vil, se[n] merc,
ado[nc], engras, e muluira or ven.
IV. Ab roth l[o] mon sui clantz
de mi trop parlar,
e sie poghes f[e]nis contrefar
ke non es mai cuns,
que sart e poi resurte sus
ieu marserei, car sui tan malananz,
e mis fais dig mensongier t[ru]anz,
e sortire[i], con spire e con plor
la [u] gioven[z] e bietaz e valor
es, que non deu fallir un pauc di merses,
la u Dieu asis tuttaltri bon.
V. Mia canzone e mio lamento,
va l u ieu non os annar
[n] de miei occhi sguardare,
tanto sono forfatto e fallente.
Ia ie non me nescus,
n nul fu Mei-di-donna, chi fu ndietro du an;

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Il Novellino

or torno a voi doloroso e piangente


s come cerbio ca, fatto su lungo cors,
tornal morir, al grido delli cacciatori.
E io cos torno alla vostra merz;
ma voi non cal, se dAmor non soven.
Allora tutta la gente gridarono merz quella chera
nella chiesa ; e perdonolli la donna, e ritorn in sua
grazia comera di prima.

LXV
Qui conta della reina Isotta e di messere Tristano di Leonis.

Amando messere Tristano di Cornovaglia Isotta la


Bionda, moglie del re Marco, s fecero tra loro un signale damore di cotal guisa: che quando messere Tristano
le volea parlare, s andava ad un giardino del re dovera
una fontana, e intorbidava il rigagnolo che facea la fontana. E andava questo rigagnolo per lo palazzo dove stava la detta madonna Isotta, e quando ella vedea lacqua
intorbidata, s pensava che Tristano era alla fonte. Or
avenne che uno malaventurato giardiniere se navide di
guisa che li due amanti neente il poteano credere. Quel
giardiniere and a lo re Marco e contolli ogni cosa
comera. Lo re Marco si diede a crederlo: s ordin una
caccia, e partsi da suoi cavalieri, siccome si smarrisse
da loro. Li cavalieri lo cercavano, erranti per la foresta, e
lo re Marco nand in sul pino chera sopra la fontana
ove messere Tristano parlava alla reina.
E dimorando la notte lo re Marco in sul pino, e messere Tristano venne alla fontana e intorbidolla. E poco
tardante, la reina venne alla fontana, ed a ventura li

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Il Novellino

avenne un bel pensiero: che guard il pino, e vide lombra pi spessa che non solea. Allora la reina dott, e
dottando ristette. E parl con Tristano in questa maniera, e disse: Disleale cavaliere, io tho fatto qui venire
per potermi compiagnere di tuo gran misfatto: ch giamai non fu cavaliere con tanta dislealtade quanta tu hai,
che mhai unita per tue parole, e lo tuo zio re Marco che
molto tamava. Che tu se ito parlando di me intra li erranti cavalieri cose che nenlo mio cuore non poriano
mai discendere; e inanzi darei me medesima al fuoco,
chio unisse cos nobile re come monsignore lo re Marco. Ondio ti disfido di tutta mia forza, siccome disleale
cavaliere, sanza niun altro rispetto. Tristano udendo
queste parole, dubit forte, e disse: Madonna, se malvagi cavalieri di Cornovaglia parlano di me [in questa
maniera], tutto primamente dico che giamai io di queste
cose non fui colpevole. Merz, donna, per Dio! Elli hanno invidia di me: chio giamai non dissi n feci cosa che
fosse disinore di voi n del mio zio re Marco. Ma dacch
vi pur piace, ubbidir a vostri commandamenti; andronne in altre parti a finire li miei giorni. E forse, avanti chio mora, li malvagi cavalieri di Cornovaglia avrano
sofratta di me, siccome elli ebbero al tempo dellAmoroldo, quandio diliverai loro e lor terre di vile e di laido
servaggio. Allora si dippartiro sanza pi dire. E lo re
Marco, chera sopra loro, quando ud questo, molto si
rallegr di grande allegrezza.
Quando venne la mattina, Tristano fe sembianti di
cavalcare: fe ferrare cavalli e somieri. Valletti vegnono
di gi e di su; chi porta freni e chi selle: il tremuoto era
grande. Il re sadira forte del partire di Tristano; e
raun baroni e suoi cavalieri, e mand commanda[nd]o
a Tristano che sotto pena del cuore non si partisse sanza suo commiato. Tanto ordin il re Marco, che la reina
ordin e mandolli a dire che non si partisse. E cos rimase Tristano a quel punto. E non si part, e non fu sor-

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Il Novellino

preso n ingannato per lo savio avedimento chebbero


intra lor due.

LXVI
Qui parla duno filosafo, lo qual era chiamato Diogene.

Fue uno filosafo molto savio, lo quale avea nome Diogene. Questo filosafo era un giorno bagnato in una troscia dacqua, e stavasi in una grotta al sole. Alessandro
di Macedonia passava con grande cavalleria. Vide questo filosafo; parl, e disse: Deh, uomo di misera vita,
chiedimi, e darotti ci che tu vorrai. E l filosafo rispuose: Priegoti che mi ti lievi dal sole.

LXVII
Qui conta di Papir[i]o, come il padre lo men al Consiglio.

Papirio fu romano, uomo potentissimo e savio, e dilett[ossi] molto in battaglia. E credeansi i Romani difendersi da Alessandro, confidandosi nella bontade di questo Papirio. Quando Papirio era fanciullo, il padre lo
menava seco al Consiglio. Un giorno il Consiglio s comand credenza. E la sua madre lo stimulava molto, ch
voleva sapere di che i Romani aveano tenuto consiglio.
Papirio veggendo la volunt della madre, si pens una
bella bugia, e disse cos: Li Romani tennero consiglio
qual era meglio tra che gli uomini avessero due mogli, o
le donne dui mariti, acci che la gente multiplicasse,

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Il Novellino

perch terre si rubellavano da Roma; onde il Consiglio


stabilio chera meglio e pi convenevole che luomo abbia due moglie. La madre, che li avea promesso di tenere credenza, il manifest a unaltra donna, e quella [a]
unaltra. Tanto and duna in altra, che tutta Roma il
sent. Ragunrsi le donne e andrne a sanatori, e doleansi molto. Ed elli temettero forte di maggiore novit.
Udendo la cagione, diedero cortesemente loro commiato, e commendaro Papirio di grande savere. E allora il
Comune di Roma stabilio che per innanzi niuno padre
dovesse menare suo figliuolo a Consiglio.

LXVIII
Duna quistione che fece un giovane ad Aristotile.

Aristotile fue grande filosofo. Un giorno venne da lui


un giovane con una nuova domanda, dicendo cosie:
Maestro, i ho veduto cosa che molto mi dispiace a lanimo mio: chio vidi un vecchio di grandissimo tempo fare
laide mattezze. Onde, se la vecchiezza nha colpa, io
maccordo di volere morire giovane anzi che invecchiare
e matteggiare. Onde per Dio, maestro, metteteci consiglio, se essere pu. Aristotile rispuose: Io non posso
consigliare che invecchiando la natura non muti in debolezza il buono calore naturale; se verae meno, la virt
ragionevole manca. Ma per la tua bella provedenza io
taprender comio potr. Farai cos: che nella tua giovenezza, che tu userai tutte le belle e piacevoli e oneste
cose, e dal lor contrario ti guarderai al postutto; e quando serai vecchio, non per natura n per ragione viverai
con nettezza, ma per la tua bella, piacevole e lunga usanza chavrai fatta.

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Il Novellino

LXIX
Qui conta della gran iustizia di Traiano imperadore.

Lo mperadore [Traiano] fue molto giustissimo signore. Andando un giorno con la sua grande cavalleria contra suoi nemici, una femina vedova li si fece dinanzi, e
preselo per la staffa e disse: Messere, fammi diritto di
quelli cha torto mhanno morto lo mio figliuolo! E lo
mperadore rispuose e disse: Io ti sodisfar, quandio
torner. Ed ella disse: Se tu non torni? Ed elli rispuose: Sodisfaratti lo mio successore. Ed ella disse:
E se l tuo successore mi vien meno, tu min se debitore.
E pogniamo che pure mi sodisfacces[se]; laltrui giustizia
non liberr la tua colpa. Bene averrae al tuo successore,
selli liberrae se medesimo. Allora lo mperadore
smont da cavallo e fece giustizia di coloro chaveano
morto il figliuolo di colei, e poi cavalc, e sconfisse i suoi
nemici. E dopo non molto tempo, dopo la sua morte,
venne il beato san Ghirigoro papa, e trovando la sua giustizia and alla statua sua, e con lagrime lonor di gran
lode e fecelo disoppellire. Trovaro che tutto era tornato
alla terra, salvo che lossa e la lingua; e ci dimostrava
comera stato giustissimo uomo, e giustamente avea parlato. E santo Grigoro or per lui a Dio, e dicesi per evidente miracolo che per li prieghi di questo santo papa
lanima di questo imperadore fu liberato dalle pene de
linferno, e andne in vita eterna; ed era stato pagano.

LXX
Qui conta dErcules come nand alla foresta.

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Il Novellino

Ercules fu uomo fortissimo oltre li altri uomini, e avea


una sua moglie la quale li dava molta travaglia. Partissi
un d di subito e andonne per una gran foresta, e trovava
orsi e lioni e assai fiere pessime. Tutte le squarciava e uccidea con la sua forza, e non trov niuna bestia s forte
che da lui si difendesse. E stette in questa foresta gran
tempo; poi torn a casa alla moglie con panni tutti
squarciati, con pelli di leoni adosso. La moglie li si fece
incontro con gran festa, e comminci a dire: Ben vegniate, il signor mio, che novelle? Ed Ercules rispuose:
Io vegno de la foresta; e tutte le fiere ho trovate pi
umili di te: ch tutte quelle chi ho trovate ho soggiogate, salvo che te. Anzi tu hai soggiogato me. Dunque se
tu la pi forte [cosa] chio mai trovasse; chai vinto
col[ui] che tutte laltre cose [ha] vinto.

LXXI
Qui conta come Seneca consol una donna a cui era morto
uno suo figliuolo.

Volendo Seneca consolare una donna a cui era morto


un suo figliuolo ([s come] si legge ne[l] libro Di consolazione) disse cotali parole: Se tu fossi femina siccome
laltre, io non ti parlerei comio far. Ma per che tu se
femina, e hai intelletto duomo, s ti dir cos: Due donne furo in Roma; a ciascuna mor il figliuolo. Luno era
di cari figliuoli del mondo, e laltro era via pi caro.
Luna si diede a ricevere consolazione, e piacquele essere consolata; e laltra si mise in uno canto della casa, e rifiut ogni consolazione, e diessi tutta in pianto. Qual[e]
di queste due l meglio? Se tu dirai quella che vollessere consolata, dirai il vero. Dunque perch piangi? Se mi

Letteratura italiana Einaudi

68

Il Novellino

di: piango il figliuol mio, perch la sua bont mi facea


onore, dico che non piang[i lui, ma] il danno tuo: onde
tu piagni te medesima, e assai laida cosa piangere altri
se stesso. E se tu vuoli dire che: l cuor mio piange, perch tanto lamava; non vero che meno lami tu morto
che quando era vivo. E se per amore fosse tuo pianto,
ch nol piangevi tu quandera vivo, sappiendo che dovea morire? Onde non ti scusare: tti dal pianto. Se l
tuo figliuolo morto, altro non pu essere. Morto secondo natura; dunque per convenevole modo, lo qual
di n[e]cessitade a tutti. E cos consoloe colei.
Ancora si legge di Seneca, [ch]essendo maestro di
Nerone, s lo batteo quandera giovane, come suo scolaro. E quando Nerone fo fatto imperadore, ricordossi
delle battiture di Seneca: s lo fece pigliare e giudicollo a
morte. Ma cotanto li fece di grazia, che li disse che alleg[e]sse de qual morte elli volesse morire. E Seneca
chiese di farsi aprire tutte le vene in un bagno caldo. E la
moglie s l piangea, e dicea: Deh, signor mio, che doglia m che tu muori sanza colpa! E Seneca rispuose:
Meglio m chio mora sanza colpa, che con colpa. Cos sarebbe dunque scusato colui che muccide a torto.

LXXII
Qui conta come Cato si lamentava contra alla Ventura.

Cato filosofo, omo grandissimo di Roma, stando in


pregione e in povertade, parlava con la Ventura e doleasi molto, e dicea: Perch mhai tanto tolto? E poi si
rispondea in luogo de la Ventura, e dicea cos: Figliuolo mio, quanto dilicatamente thoe allevato e nodrito! e
tutto ci che mhai chesto tho dato. La signoria di Ro-

Letteratura italiana Einaudi

69

Il Novellino

ma tho data. Signore tho fatto di molte dilizie, di gran


palazzi, di molto oro, gran cavalli, molti arnesi. O figliuolo mio, perch ti rammarichi tue perchio mi parta
da te? E Cato rispondea: S, ramarico. E la Ventura rispondea: Figliuolo mio, tu se molto savio. Or non
pensi tu chi ho figliuoli piccolini, li quali mi conviene
nutricare? vuo tu chio labandoni? non sarebbe ragione. Ohi, quanti piccioli figliuoli ho da notricare! Figliuol mio, non posso star pi teco. Non ti ramaricare,
chio non tho tolto neente; ch ci che tu hai perduto
non era tuo, perci che ci che si pu perdere, non
proprio. E ci che non proprio, non tuo.

LXXIII
Come il Soldano, avendo bisogno di moneta, vuolle cogliere
cagione a un giudeo.

Il Soldano, avendo bisogno di moneta, fu consigliato


che cogliesse cagione a un ricco giudeo chera in sua terra, e poi gli togliesse il mobile suo, chera grande oltre
numero. Il Soldano mand per questo giudeo, e domandolli qual fosse la migliore fede, pensando: selli dir la
giudea, io dir chelli pecca contra la mia. E se dir la saracina, e io dir: dunque, perch tieni la giudea? El giudeo, udendo la domanda del signore, rispuose: Messere, elli fu un padre chavea tre figliuoli, e avea un suo
anello con una pietra preziosa la migliore del mondo.
Ciascuno di costoro pregav[a] il padre challa sua fine li
lasciasse questo anello. El padre, vedendo che catuno il
voleva, mand per un fino orafo, e disse: Maestro,
fammi due anella cos a punto come questo, e metti in
ciascuno una pietra che somigli questa. Lo maestro fe-

Letteratura italiana Einaudi

70

Il Novellino

ce lanell[a] cos a punto, che niuno conoscea il fine, altro che l padre. Mand per li figliuoli ad uno ad uno, e
a catuno diede il suo in secreto. E catuno si credea avere
il fine, e niuno ne sapea il vero altri che l padre loro. E
cos ti dico ch delle fedi, che sono tre. Il Padre di sopra sa la migliore; e li figliuoli, ci siamo noi, ciascuno si
crede avere la buona. Allora il Soldano, udendo costui
cosie riscuotersi, non seppe che si dire di coglierli cagioni, s lo lasci andare.

LXXIV
Qui conta una novella duno fedele e duno signore.

Uno fedele dun signore, che tenea sua terra, essendo


a una stagione i fichi novelli, il signore passando per la
contrada, vide in su la cima dun fico un bello fico maturo; fecelsi cogliere. Il fedele si pens: da che li piacciano,
io li guarder per lui. S si pens dimprunarli, e di guardarli. Quando furono maturi, s le ne portoe una soma,
credendo venire in sua grazia. Ma quando li rec, la stagione era passata, che nerano tanti che quasi si davano
a porci. Il segnore vedendo questi fichi, s si tenne bene
scornato, e comand a fanti suoi che l legassero, e togliessero que fichi, e a uno a uno gli le gittassero entro il
volto. E quando lo fico li vena presso allocchio, e quelli gridava: Domine, te lodo! I fanti, per la nuova cosa, landaro a dire al signore. El signore disse perchelli
dicea cos. E quelli rispuose: Messere, perchio fui incorato di recar psche: che sio lavesse recate, io sarei
ora cieco. Allora il signore incominci a ridere, e fecelo sciogliere e vestire di nuovo, e donolli per la nova cosa chavea detta.

Letteratura italiana Einaudi

71

Il Novellino

LXXV
Qui conta come Domenedio sacompagn con uno giullare.

Domenedio saccompagn una volta con uno


g[iu]llare. Or venne un d che sera bandito una corte di
nozze, e bandsi uno ricco uomo chera morto. Disse il
giullare: Io andr alle nozze, e tu al morto. Domenedio and al morto, e guadagn, ch l risuscit: guadagn cento bisanti. Il giullare and alle nozze, e satollsi.
E redd a casa, e trov il compagno suo che avea guadagnato. Feceli onore. Quelli era digiuno: il giullare si fe
dare denari, e comper un grosso cavretto e arostillo. E
arrostendolo, s ne trasse li ernioni e mangiolli. Quando
il compagno lebbe innanzi, demand delli ernioni. Il
giullare rispuose: E non hanno ernioni quelli di questo paese.
Or venne unaltra volta che anche si bandiro nozze, e
un altro ricco uomo chera morto. E Iddio disse: Io voglio ora andare alle nozze, e tu va al morto; e io tinsegner come tu il risusciterai. Signerailo, e comanderaili
che si lievi; ed elli si lever. Ma fatti fare la impromissione
dinanzi. Disse il giullare: Bello far. And, e promisse di suscitarlo; e non si lev per suo segnare. Il morto
era figliuolo di gran signore: il padre sadir veggendo
che questi facca beffe di lui. Mandollo ad impendere per
la gola. Domenedio li si par dinanzi, e disse: Non temere, chio lo risusciter. Ma dimmi, in tua f: chi mangi
li ernioni del cavretto? Il giullare rispuose: Per quel
santo secolo dovio debbo andare, compagno mio, chio
non li mangiai. Domenedio, veggendo che non li le potea fare dire, increbbeli di lui. And e suscit il morto. E
questi fu delibero, ed ebbe la promessione che li era fatta.
Tornaro a casa. Disse Domenedio: Compagno mio,
io mi voglio partire da te, perch io non tho trovato lea-

Letteratura italiana Einaudi

72

Il Novellino

le comio credeva. Quelli vedendo chaltro non poteva


essere, disse: Piacemi. Dividete, e io piglier. Domenedio fece tre parte di danari. E[l] giullare disse: Che
fai? Noi non semo se non due. Disse Domenedio:
Ben vero; ma questuna parte sia di colui che mangi li
ernioni; e laltre, sia luna tua, laltra mia. Allora disse
il giullare: Per mia fede, da che tu di cos, ben ti dico
chio [li] mangiai. Io sono di tanto tempo, chio non
debbo omai dir bugia. E cos si pruovano tali cose per
danari, le quali dice luomo, che non le direbbe per
iscampare da morte a vita.

LXXVI
Qui conta della grande uccisione che fece il re Ricciardo.

Il buono re Ricciardo dInghilterra pass una volta oltre mare con baroni, conti e cavalieri prodi e valenti; e
passaro in nave sanza cavalli; e arrivoe nelle terre del Soldano. E cos a pi ordin sua battaglia, e fece di saracini
s grande uccisione, che le balie de fanciulli dicono
quandelli piangono: Ecco il re Ricciardo, acci che
come la morte fo temuto. Dice che il Soldano, veggendo
fuggire la gente sua, domand: Quanti cavalieri sono
quelli che fanno questa uccisione? Fulli risposto:
Messere, lo re Ricciardo solamente con sua gente. Il
Soldano disse: Non voglia il mio Iddio che cos nobile
uomo come il re Ricciardo vada a piede. Prese un nobile distriere e mandgliele. Il messaggio il men, e disse:
Messere, il Soldano vi manda questo, acci che voi non
siate a piede. Lo re fu savio: fecevi montare su uno scudiere, acci che l provasse. Il fante cos fece. Il cavallo
era nodrito. Il fante non potendo tenere, s si dr[i]zz

Letteratura italiana Einaudi

73

Il Novellino

verso il padiglione del Soldano a sua forza. Il Soldano


aspettava il re Ricciardo, ma non li venne fatto. E cos
nelli amichevoli modi de nemici non si dee uomo fidare.

LXXVII
Qui conta di messere Rinieri, cavaliere di corte.

Messere Rinieri da Monte Nero, cavaliere di corte, s


pass in Sardigna e stette col Donno dAlborea, e innamorvi duna sarda chera molto bella. Giacque con lei. Il
marito la trov: non li offese, ma andossene dinanzi al
Donno e lamentossi forte. Il segnore amava questo sardo:
mand per messere Rinieri; disseli molte parole di gran
minacce. E messere Rinieri, scusandosi, disse che mandasse per la donna, e domandassela se ci che fece fu altro
che per amore. Le gabbe non piacquero al signore: comandolli chelli sgombrasse il paese sotto pena della persona. Non avendolo ancora meritato di suo stallo, messere
Rinieri disse: Messere, piacciavi di mandare in Pisa al siniscalco vostro che mi provegga. Il Donno disse: Cotesto far io voluntieri. Feceli una lettera, e dieglile.
Or giunse in Pisa e fu al detto siniscalco. Ed essendo
con la nobile gente a tavola, cont il fatto comera stato;
poi di questa lettera al siniscalco. Quelli la lesse, e trov
che li dovesse donare uno paio di calze line a staffetta,
cio senza peduli, e non altro. E innanzi a tutti i cavalieri
che verano, s le volle. Avendole, ebbevi gran risa e sollazzo; di ci non sadir punto, perci chera molto gentile cavaliere. Or avenne chentr in una barca con un
suo cavallo e con un suo fante, e torn in Sardigna. Un
giorno andando il Donno a sollazzo con altri cavalieri, e
messere Rinieri era grande della persona e avea le gambe

Letteratura italiana Einaudi

74

Il Novellino

lunghe, ed era su un magro ronzino, e avea queste calze


line in gamba, il Donno il conobbe, e con adiroso animo
il fe venire dinanzi da s e disse: Ch ci, messere Rinieri, che voi non siete partito di Sardigna? Certo disse messere Rinieri s sono. Ma io sono tornato per li
scappini delle calze. Stese le gambe, mostr i piedi. Allora il Donno si rallegr e rise, e perdonolli; e donolli la
roba chavea indosso, e disse: Messere Rinieri, tu hai
saputo pi di me, e pi chio non ti insegnai. E que
disse: Messere, elli al vostro onore.

LXXVIII
Qui conta duno filosofo molto cortese di volgarizzare la scienzia.

Fue un filosofo, lo quale era molto cortese di volgarizzare la scienzia per cortesia a signori e altre genti. Una
notte li venne in visione che le dee della scienzia, a guisa
di belle donne, stavano al bordello. Ed elli vedendo questo, si maravigli molto e disse: Che questo? Non
siete voi le dee della scienzia? Ed elle rispuosero:
Ben vero, perch tu se quelli che vi ci fai stare. Isvegliossi, e pensossi che volgarizzare la scienzia si era menomare la deitade. Rimasesene, e pentsi fortemente. E
sappiate che tutte le cose non sono licite a ogni persona.

LXXIX
Qui conta duno giullare chadorava un signore.

Letteratura italiana Einaudi

75

Il Novellino

E fue un signore, chavea un giullare in sua corte, e


questo giullare ladorava siccome un suo iddio, e chiamavalo Dio. Un altro giullare vedendo questo, s gliene
disse male. E disse: Or cui chiami tu Iddio? Elli non
n mai [u]no. E quelli, a baldanza del signore, s l batteo villanamente. E quelli cos tristo, non potendosi difendere, andossene a richiamare al signore, e disseli tutto il fatto. Il segnore se ne fece gabbo. Quelli si part, e
stava molto tristo, intra poveri, perch non ardiva di stare intra buone persone: s lavea quelli concio. Or avenne che l signore fu di ci molto ripreso, s che si propuose di dare commiato a questo suo giullare a modo di
confini. E avea cotale uso in sua corte, per cui elli presentasse, s si intendea davere commiato e partirsi della
[sua] corte. Or tolse il signore molti danari doro e feceli mettere in una torta, e quandella li venne dinanzi, s la
present a questo suo giullare, e disse infra s: Dopoi
che li mi conviene donare commiato, io voglio che sia
ricco uomo. Quando questo giullare vide la torta, fu
tristo. Pensossi e disse: I ho mangiato; serberolla, e
darolla alloste mia. Andandone con essa allalbergo,
trov colui cu elli avea cos battuto, misero e cattivo:
preseline pietade, and inverso lui e dielli quella torta.
Quelli la prese; andossene con essa. Ben fu ristorato di
quello che ebbe da lui. E tornando al signore per iscommiatarsi da lui, il signore disse: Or se tu ancor qui?
non avestu la torta? Messere s: ebbi. Or che ne facesti? Messere, io avea allora mangiato: diedila a un povero giullare che mi diceva male, perchio vi chiamava
mio Iddio. Allora disse il signore: Va con la mala
ventura: ch ben migliore il suo Iddio che l tuo ; e
disseli il fatto della torta. Questo giullare si tenne morto;
non sapea che si fare. Partissi dal signore, e non ebbe
nulla da lui. E and caendo colui a cui lavea data. Non
fu vero che mai lo trovasse.

Letteratura italiana Einaudi

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Il Novellino

LXXX
Qui conta una novella che disse messere Migliore delli Abati di
Firenze.

Messere Migliore Abati di Firenze si and in Cicilia al


re Carlo, per impetrare grazia che sue case non fossero
disfatte. Il cavaliere era molto bene costumato, e ben
seppe cantare, e seppe il provenzale oltre misura ben
profferere.
Cavalieri novelli di Cecilia fecero per amore di lui un
gran corredo. Or venne che furono levate le tavole; menarolo a donneare. Mostrrli loro gioielli e lor cammere
e lor [diletti]. Intra quali li mostrarono palle di rame
stampate nelle quali ardeano aloe e ambra, e del fumo
che nusca oloravano le cammere. In questo parl messere Migliore e disse: Questo che diletto vi rende?
Luno parloe, e disse quello per che elle erano. Messere
Migliore disse: Signori, male avete fatto: questo non
diletto. Li cavalieri li fiecero cerchio intorno; domandaro il perch. E quandelli li vide affisati a udire, e que
disse: Signori, ogni cosa tratta della sua natura, ma tutta perduta. E que domandaro come. Ed elli disse
che l fumo dellaloe e dellambra d loro perduto il
buono odore naturale: che la femina non vale neente se
di lei no viene come di luccio passetto. Allora i cavalieri
di ci comminciaro a fare gran sollazzo, e gran festa del
parlare di messere Migliore.

LXXXI
Qui conta del consiglio che tenero i figliuoli di re Priamo di
Troia.

Letteratura italiana Einaudi

77

Il Novellino

Quando i figliuoli di Priamo ebbero rifatta Troia, che


laveano i Greci disfatta, e avevane menato Talamone e
Agamenon la lor suora Insiona i[n] Greci[a], s fiecero
ragunanza di loro grande amistade, e parlaro cos intra li
amici: Be signori, i Greci nhanno fatta grande onta.
La gente nostra uccisiero; la citt disfecero, e nostra suora ne menaro. E noi avemo rifatta la cittade e raforzata;
lamist nostra grande. Del tesoro avemo raunato assai. Onde mandiamo a loro che ci facciano la menda e
che ci rendano Insiona. E questo parl Parigi. Allora il
buono Ettor, che pass in quel tempo di prodezza tutta
la cavalleria del mondo, parl cos: Signori, la guerra
non mi piace e non la consiglio, perch i Greci sono pi
poderosi di noi e s hanno la prodezza, il tesoro, il sapere: sicch non siamo noi d[a] poterci guerreggiare a loro, per la loro gran potenzia. E questo chio dico, io nol
dico per viltade: che se la guerra sarae, che non possa rimanere, io difender mia partita siccome un altro cavaliere, e porter il peso della battaglia. E questo contra li arditi cominciatori. Or la guerra pur fue. Ettor fue
nella battaglia con li Troiani insieme. Elli era prode come un lione, e uccise di sua mano duo mila cavalieri di
Greci. Ettor uccidea li Greci e sostenea i Troiani e
scampavali da morte. Ma pure alla perfine fu morto Ettor, e li Troiani perdero ogni difensa, ch[ li] arditi cominciatori vennero meno nelle loro arditezze, e Troia fu
anche disfatta da Greci, e soprastettero loro.

LXXXII
Qui conta come la damigella di Scalot mor per amore di Lancialotto del Lac.

Letteratura italiana Einaudi

78

Il Novellino

Una figliuola duno grande varvassore s am Lancialotto del Lac oltre misura. Ma elli non le voleva donare
suo amore, imperci chelli lavea donato alla reina Ginevra. Tanto am costei Lancialotto, chella ne venne alla morte. E comand che quando sua anima fosse partita dal corpo, che fusse aredata una ricca navicella
coperta dun vermiglio sciamito, con un ricco letto ivi
entro, con ricche e nobili coverture di seta, ornato di ricche pietre preziose; e fosse il suo corpo messo in questo
letto, vestita di suoi piue nobili vestimenti e con bella
corona in capo, ricca di molto oro e di molte pietre preziose, e con ricca cintura e borsa. E in quella borsa avea
una lettera, chera dello nfrasc[r]itto tenore. Ma imprima diciamo de ci che va innanzi la lettera.
La damigella mor di mal damore, e fu fatto di lei ci
che disse. La navicella, sanza vele, fu messa in mare con
la donna. Il mare la guida a Cammalot. E ristette alla riva. Il grido and per la corte. I cavalieri e baroni dismontarono de palazzi. E lo nobile re Art vi venne, e
maravigliavasi forte chera sanza niuna guida. Il re entr
dentro: vide la damigella e larnese. Fe aprire la borsa.
Trovaro quella lettera. Fecela leggere. E dicea cos: A
tutti i cavallieri della Tavola Rotonda manda salute questa damigella di Scalot, siccome alla migliore gente del
mondo. E se voi volete sapere perchio a mia fine sono
venuta, s per lo migliore cavaliere del mondo e per lo
pi villano, cio monsignore messere Lancialotto di Lac,
che gi nol seppi tanto pregare damore, chelli avesse di
me mercede. E cos, lassa!, sono morta per ben amare,
come voi potete vedere.

Letteratura italiana Einaudi

79

Il Novellino

LXXXIII
Come Cristo andando un giorno co discepoli, videro molto
grande tesoro.

Andando Cristo un giorno co discepoli suoi per un


foresto luogo, nel quale i discepoli che veniano dietro videro lucere da una parte piastre doro fine, onde essi,
chiamando Cristo, maravigliandosi perch non era restato ad esso, s dissero: Signore, prendiamo quello
oro che ci consoler di molte bisogne. E Cristo si volse, e ripreseli, e disse: Voi volete quelle cose che toglie
al regno nostro la maggiore parte dellanime. E che ci
sia vero, alla tornata n[e ved]rete lassempro. E passaro oltre. Poco stante due cari compagni lo trovaro, onde
furono molto lieti; e in concordia and[ lu]no alla pi
presso villa per menare un mulo, e laltro rimase a guardia. Ma udite opere ree che ne seguiro poscia de pensieri rei che l Nemico di loro. Quelli torn col mulo, e
disse al compagno: I ho mangiato alla villa, e tu di
aver fame: mangia questi due pani cos belli, e poi caricheremo. Rispuose quelli: Io non ho gran talento di
mangiare ora; e per carichiamo prima. Allora presero
a caricare. E quando ebbero presso che caricato, quelli
chand per lo mulo si chin per legare la soma, e laltro
li corse di dietro a tradimento con uno appuntato coltello, e ucciselo. Poscia prese luno di que pani, e diello al
mulo. E laltro mangi elli. El pane era atoscato: cadde
morto elli e l mulo, innanzi che movessero di quel luogo; e loro rimase libero come di prima. El Nostro Signore pass indi co suoi discepoli nel detto giorno, e
mostr loro lesempro che detto avea.

Letteratura italiana Einaudi

80

Il Novellino

LXXXIV
Come messere Azzolino fece bandire una grande pietanza.

Messere Azzolino Romano fece una volta bandire nel


suo distretto, e altrove ne fece invitata, che voleva fare
una grande limosina; e per tutti i poveri bisognosi, mini come femine, e a certo die, fossero nel prato suo, e a
catuno darebbe nuova gonnella e molto da mangiare. La
novella si sparse. Trasservi dogni parte. Quando venne il
giorno dellagunanza, i siscalchi suoi furo tra loro con le
gonnelle e con la vivanda; e a uno a uno li facea spogliare
e scalzare tutto ignudo, e poi li rivestia di panni nuovi, e
davali mangiare. Quelli rivoleano i loro stracci; ma neente valse: ch tutti li messe in uno monte e caccivi entro
fuoco. Poi vi trov tanto oro e tanto ariento, che valse
pi che tutta la spesa; e poi l[i] rimand con Dio.
E al suo tempo li si richiam un villano dun suo vicino che li avea imbolato ciriegie. Compario laccusato, e
disse: Mandate a sapere se ci pu essere, perci che l
ciri[e]gio finemente imprunato. Allora messere Azzolino ne fece pruova, e laccusatore condann in quantit di moneta, per che si fid pi nelli pruni che nella
sua signoria. E diliber laltro.
Per tema della sua tirannia, li port [una vecchia femina] un sacco di noci, le quali non si trovava somiglianti. E essendosi il meglio acconcia chella poteo,
giunse col dovelli era co suoi cavalieri, e disse: Messere, Dio vi dea lunga vita. Ed elli sospecci, e disse:
Perch dicesti cos? Ed ella rispuose: Perch se ci
sarae noi staremo in lungo riposo. E quelli rise. E fecele mettere un bello sottano, il quale le dava a ginocchio,
e fecelavi cignere su; e tutte le noci fece versare per la sala, e poi a una [a una] li le facea ricogliere e rimettere nel
sacco. E poi la merit grandemente.

Letteratura italiana Einaudi

81

Il Novellino

In Lombardia e nella Marca si chiamano le pentole,


ole. E la sua famiglia aveano un d preso un pentolaio
per maleveria, e menandolo a giudice, messere Azzolino
era nella sala; disse: Chi costui? Luno rispuose:
Messere, un olaro. Andalo ad impendere. Come,
messere, ch un ollaro? E per dico che voi landiate
ad impendere. Messere, noi diciamo chelli un olaro.
E ancor dico io che voi landiate ad impendere. Allora il giudice se naccorse. Fecelne inteso, ma non valse:
che perch[ l] avea detto tre volte, conv[e]nne che fosse impeso.
A dire come fu temuto sarebbe gran tela, e molte persone il sanno. Ma s r[ame]nter come essendo elli un
giorno con lo mperadore a cavallo con tutta la lor gente,
si ingaggiaro chi avesse piue bella spada. Sodo [lo gaggio,] lo mperadore trasse la sua del fodero, chera maravigliosamente guarnita doro e di pietre. Allora disse
messere Azzolino: Molto bella, ma la mia assai pi
bella. E trassela fuori. Allora secento cavalieri che
verano con lui trassero tutti mano alle loro. Quando lo
mperadore vidde le spade, disse che ben era la pi bella.
Poi fu Azzolino preso in battaglia in uno luogo che si
chiama Casciano, e percosse tanto il capo al feristo del
padiglione ove era legato, che succise.

LXXXV
Duna grande carestia che fu una volta in Genova.

In Genova fu un tempo un gran caro; e l si trovavano sempre pi ribaldi che in niunaltra terra. Tolsero alquante galee, e tolsero conducitori, e pagrli, e mandarno il bando che tutti li poveri andassero alla riva, e

Letteratura italiana Einaudi

82

Il Novellino

avrebbero del pane del Comune. Andrvene tanti, ch


maraviglia; e ci fu perch molti che non erano bisognosi si travisaro. E li uficiali [dissero cos]: Tutti questi
non si potrebbero cernire, ma vadano li cittadini in su
quello legno, e forestieri nellaltro; e le femine co fanciulli in quelli altri ; sicch tutti vandaro suso. I conducitori furono presti: diedero de remi in acqua, e apportrli in Sardigna. E l li lasciaro, che vera dovizia; e
in Genova cess il caro.

LXXXVI
Qui conta duno chera bene fornito a [dis]misura.

Fu uno chavea [s grande naturale], che non trovava


neuno che fosse s grande ad assai. Or avenne chuno
giorno si trov con una [putta] che non era molto giovane; e avegna che molto fosse orrevole e ricca, molti
naveva veduti e provati. Quando furo in camera, ed elli lo mostr. Per grande letizia la donna il vidde [e rise].
Que disse: Che ve ne pare? [E la donna rispuose:]...

LXXXVII
Come uno sand a confessare.

Uno sand a confessare al prete suo, e intra laltre


cose disse: I ho una mia cognata, e l mio fratello
lontano. E quandio torno in casa, ella, per grande dime-

Letteratura italiana Einaudi

83

Il Novellino

stichezza, mi si puone a sedere in grembo. Come debbo


fare? Rispuose il prete: A me il si facesse ella, chio la
ne pagherei bene!

LXXXVIII
Qui conta di messere Castellano da Cafferri di Mantova.

Messere Castellano da [Cafferri di] Mantova essendo


podest di Firenze, s nacque una questione tra messere
Pepo Alamanni e messere Cante Caponsacchi, tale che
ne furo a gran minacce. Onde la podestade, per cessare
quella briga, s li mandoe a confini. Messere Pepe
mand in certa parte, e messere Cante, perchera grande
suo amico, s l mand a Mantova, e raccomandollo a
suoi. E messer Cante li ne rendeo tale guiderdone, che si
giacea con la moglie.

LXXXIX
Qui conta duno uomo di corte che cominci una novella che
non vena meno.

Brigata di cavalieri cenavano una sera in una gran casa fiorentina, e avevavi uno uomo di corte, il quale era
grandissimo favellatore. Quando ebbero cenato, cominci una novella che non vena meno. Uno donzello della
casa che servia, e forse non era troppo satollo, lo chiam
per nome, e disse: Quelli che tinsegn cotesta novella,
non la tinsegn tutta. Ed elli rispuose: Perch no?

Letteratura italiana Einaudi

84

Il Novellino

Ed elli rispuose: Perch non tinsegn la restata. Onde quelli si vergogn, e ristette.

XC

Qui conta come lo mperadore Federigo uccise uno suo falcone.

Lo mperadore Federigo andava una volta a falcone, e


avevane uno molto sovrano, che lavea caro pi chuna
cittade. Lasciollo a una grua; quella mont alta. Il falcone si misse alto molto sopra lei. Videsi sotto unaguglia
giovane; percossela a terra, e tanto la tenne che luccise.
Lo mperadore corse, credendo che fosse una grua:
trov comera. Allora con [i]ra chiam il giustiziere, e
comand che al falcone fosse tagliato il capo, perchavea
morto lo suo signore.

XCI
Come uno si confess da un frate.

Uno si confess da un frate, e disse che, essendo elli


una volta alla ruba duna casa, co[n] assai gente: Il mio
intendimento si era di trovare in una cassa cento fiorini
doro; e io la trovai vta. Ondio non ne credo avere peccato. Il frate rispuose: Certo s hai, come se tu [li]
aves[s]i avuti. Questi si mostr molto crucciato, e disse:
Per Dio, consigliatemi! E l frate rispuose: Io non ti

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Il Novellino

posso prosciogliere se tu nol rendi. Ed elli rispuose:


Io lo fo voluntieri, ma non so a cui. E l frate rispuose:
Recali a me, e io li dar per Dio. Questi li promisse, e
partsi. E prese tanta contezza, che vi torn laltra matina,
e ragionando co lui, disse che gli era mandato un bello
storione e che li le voleva mandare a disinare. Lo frate li
ne rend molte grazie. Partse questi, e non li le mand. E
laltro d torn al frate con allegra cera. Il frate disse:
Perch mi facesti tanto aspettare? E que rispuose:
Oh, credevatelo voi avere? Certo s. E non laveste?
No. Dico ch altrettale come se voi lo aveste avuto.

XCII
Qui conta duna buona femina chavea fatta una fine crostata.

Fue una femina chavea fatta una fine crostata danguille, e aveala messa nella madia. Vide entrare uno topo
per la finestrella, che trasse a lodore. Quella allett la
gatta, e missela nella madia perch l pigliasse. Il topo si
nascose tra la farina, e la gatta si mangi la crostata. E
quandella aperse, il topo ne salt fuori, e la gatta, perchera satolla, non lo prese.

XCIII
Qui conta duno villano che sand a confessare.

Uno villano se and a un giorno a confessare. E pigli


de lacqua benedetta, e vide il prete che lavorava nel col-

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to. Chiamollo, e disse: Sere, io mi vorrei confessare.


Rispuose il prete: Confessastiti tu anno? E que rispuose: S. Or metti un danaio nel colombaio, e a
quella medesima ragione ti fo uguanno, channo.

XCIV
Qui conta della volpe e del mulo.

La volpe andando per un bosco, s trov un mulo,


che mai non navea pi veduti. Ebbe gran paura, e fugg;
e cos fuggendo trov il lupo. E disse come avea trovata
una novissima bestia, e non sapeva suo nome. Il lupo
disse: Andianvi. Furono giunti a lui; al lupo parve via
pi nuova. La volpe il domand [di suo nome]. Il mulo
rispuose: Certo io non lho ben a mente; ma se tu sai
leggere, io lho scritto nel pi diritto di dietro. La volpe rispuose: Lassa! chio non so leggere: che molto lo
saprei voluntieri. Rispuose il lupo: Lascia fare a me,
che molto lo so ben fare. Il mulo s li mostr il piede
dritto, s che li chiovi pareano lettere. Disse il lupo: Io
non le veggio bene. Rispuose il mulo: Fatti pi presso, per che sono minute. Il lupo si fece sotto, e guardava fiso. Il mulo trasse, e dielli un calcio tale che luccise. Allora la volpe se nand, e disse: Ogni uomo che
sa lettera, non savio.

XCV
Qui conta duno mrtore di villa chandava a cittade.

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Il Novellino

Uno mrtore di villa vena a Firenze per comperare


un farsetto. Domand a una bottega, overa il maestro.
Non vera. Uno discepolo disse: Io sono il maestro:
che vuoli? Voglio uno farsetto. Questi ne trov uno.
Provgliele. Furono a mercato. Questi non avea il quarto danari. Il discepolo, mostrandosi dacconciarlo da
piede, s gli apunt la camicia col farsetto, e poi disse:
Tralti. Quelli lo si trasse. Rimase ignudo. Li altri discepoli furo intenti con le coregge. Lo scoparo per tutta la
contrada.

XCVI
Qui conta di Bito e di ser Frulli di Firenze, da San Giorgio.

Bito fu fiorentino, e fue bello uomo di corte, e dimorava a San Giorgio oltrArno. Avea uno vecchio chavea
nome ser Frulli, e avea uno suo podere, di sopra a San
Giorgio, molto bello, s che quasi tutto lanno vi dimorava con la famiglia sua, e ogni mattina mandava la fante
sua a vendere frutta o camangiare alla piazza del ponte.
Ed era s iscarsissimo e sfidato, che faceva i mazzi del camangiare, e ano[v]eravali a [la] fante, e faceva ragione
che pigliava. Il maggiore amonimento che le dava si era
che non si posasse in San Giorgio, per che vaveva femine ladre. Una mattina passava la detta fante con uno
paniere di cavoli. Bito, che prima lavea pensato, savea
messa la pi ricca roba di vaio chavea; ed essendo in su
la panca di fuori, chiam la fante, ed ella and da lui incontanente; e molte femine laveano chiamat[a] prima;
non vi volle ire. Buona femina, come di cotesti cavoli? Messere, due mazzi a danaio. Certo questa buona derrata. Ma dicoti che non ci sono se non io e la fante

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mia, che tutta la famiglia mia in villa, s che troppo mi


sarebbe una derrata; e io li amo pi volentieri freschi.
Usavansi allore le medaglie in Firenze, che le due valevano un danaio; per disse Bito: Damene ora un [mazzo]. Dammi un danaio, e te una medaglia; e unaltra volta torr laltro mazzo. A lei parve che dicesse bene, e
cos fece. E [poi] andoe a vendere li altri a quella ragione
che l signore li aveva data. E torn a casa, e diede a ser
Frulli la moneta. Quelli annoverando pi volte, pur trovava meno un danaio; e disselo alla fante. Ella rispuose:
Non pu essere. Quelli riscaldandosi co lei, domandolla se sera posata a San Giorgio. Quella volle negare, ma
tanto la scalz chella disse: S, posai a un bel cavaliere,
e pagommi finemente. E dicovi chio li debbo dare ancora un mazzo di cavoli. Rispuose ser Frulli: Dunque ci
avrebbe ora meno un danaio in mezzo? Pensvi suso,
avidesi dello nganno; disse alla fante molta villania, e domandolla dove quelli stava. Ella gliele disse a punto. Avidesi chera Bito, che molte beffe li avea gi fatte. Riscaldato dira, la mattina per tempo si lev, e misesi sotto le
pelli una spada rugginosa, e venne in capo del ponte; e l
trov Bito che sedeva con molta buona gente. Alza questa spada, e fedito lavrebbe, se non fosse uno che l tenne per lo braccio. Le genti vi trassero smemorate, credendo che fosse altro. E Bito ebbe gran paura. Ma poi,
ricordandosi come era, incominci a sorridere. Le genti
cherano intorno a ser Frulli, domandrlo comera. Quelli il disse con tanta ambascia, cha pena poteva. Bito fiece
cessare le genti, e disse: Ser Frulli, io mi voglio conciare
con voi. Non ci abbia pi parole. Rendete il danaio mio,
e tenete la medaglia vostra. Ed abbiatevi il mazzo di cavoli con la mali[di]zione di Dio. Ser Frulli rispuose:
Ben mi piace. E se cos avessi detto imprima, tutto questo non ci sarebbe stato. E non accorgendosi della beffa, s li di un danaio e tolse una medaglia, e andonne
consolato. Le risa vi furo grandissime.

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Il Novellino

XCVII
Qui conta come uno mercatante port vino oltremare in botti
a due palcora, e come li ntervenne.

Un mercatante port vino oltremare in botti a due


palcora. Di sotto e di sopra avea vino, e nel mezzo acqua, tanto che la met era vino, e la met acqua. Di sotto
e di sopra avea squilletto, e nel mezzo no. Vendero lacqua per vino, e radoppiaro i danari sopra tutto lo guadagno; e tosto che furo pagati, montaro in su un legno con
questa moneta. E, per sentenzia di Dio, apparve nella
nave un grande scimmio, e prese il taschetto di questa
moneta, e andonne in cima dellalbero. Quelli, per paura chelli nol gittasse in mare, andaro con esso per via di
lusinghe. Il bertuccio si puose a sedere, e sciolse il taschetto con bocca, e toglieva i danari delloro ad uno ad
uno. Luno gittava in mare, e laltro lasciava cadere in su
la nave. E tanto fece, che luna met si trov nella nave
col guadagno che far se ne dovea.

XCVIII
Qui conta duno mercatante che comper berrette.

Uno mercatante che recava berrette, s li si bagnaro; e


avendole tese, s nappariro molte scimie, e catuna se ne
mise una in capo, e fuggano su per li alberi. A costui ne
parve male. Tornoe indietro, e comper calzari, e presele, e fecene bono guadagno.

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XCIX
Qui conta una bella novella damore.

Un giovane di Firenze s amava carnalmente una gentile pulzella, la quale non amava niente lui, ma amava a
dismisura un altro giovane, lo quale amava anche lei ma
non tanto ad assai quanto costui. E ci si parea: ch costui navea lasciato ogni altra cosa, e consumavasi come
smemorato, e spezialmente il giorno chelli non la vedea.
A un suo compagno ne ncrebbe. Fece tanto che lo
men a un suo bellissimo luogo, e l tranquillaro quindici d.
In quel mezzo la fanciulla si crucci con la madre.
Mand la fante, e fece parlare a colui cui amava che ne
voleva andare con lui. Quelli fu molto lieto. La fante disse: Ella vuole che voi vegnate a cavallo, gi quando fia
notte ferma. Ella far vista di scendere nella cella: sarete
alluscio aparechiato, e gitteravisi in groppa. Ell leggera e sa bene cavalcare. Elli rispuose: Ben mi piace.
Quandebbero cos ordinato, fece grandemente aparecchio a un suo luogo, ed ebbevi suoi compagni a cavallo,
e feceli stare alla porta, perch non fosse serrata, e mossesi con un fine roncione, e pass dalla casa. Ella non
era ancora potuta venire, perch la madre la guardava
troppo. Questi and oltre per tornare a compagni.
Ma quelli che consumato era, in villa non trovava luogo; era salito a cavallo, e l compagno suo no[l] seppe
tanto pregare che l potesse ritenere; e non volle la sua
compagnia. Giunse quella sera alle mura. Le porte erano tutte serrate; ma tanto acerchi che sabatt a quella
porta doverano coloro. Entr dentro. Andonne inverso
la magione di colei, non per intendimento di trovarla n
di vederla, ma solo per vedere la contrada. Essendo ristato rimpetto alla casa di poco era passato laltro la

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Il Novellino

fanciulla diserr luscio e chiamollo sotto boce e disse


che acostasse il cavallo. Questi non fu lento: accostsi,
ed ella li si gitt vistamente in groppa, e andarono via.
Quando furono alla porta, e compagni dellaltro non li
diedero briga, ch nol conobbero, per che se fosse stato colui cui elli aspettavano sarebbe ristato co loro.
Questi cavalcarono ben diece miglia, tanto che furono in un bello prato intorniato di grandissimi abeti.
Smontaro, e legaro il cavallo allalbero. E prese a basiarla. Quella il conobbe: accorsesi della disaventura; cominci a piangere duramente. Ma questi la prese a
confortare lagrimando, e a renderle tanto onore chella
lasci il piagnere e preseli a volere bene, veggendo che
la ventura era pur di costui; e abbracciollo.
Quellaltro cavalc poi pi volte, tanto che [u]d il
padre e la madre fare romore nellagio, e intese dalla
fante comella nera ndata in cotal modo. Questi sbigott. Torn a compagni, e disselo loro. E que rispuosero: Ben lo vedemmo passare co lei, ma nol conoscemmo; ed tanto, che puote essere bene alungato. E
andrne per cotale strada. Missersi incontanente a tenere loro dietro. Cavalcaro tanto, che li trovaro dormire
cos abbracciati; e miravagli per lo lume della luna
chera apparito. Allora ne ncrebbe loro disturbarli, e
dissero: Aspettiamo tanto chelli si sveglieranno, e poi
faremo quello chavemo a fare. E cos stettero tanto,
che l sonno giunse e furo tutti addormentati. Coloro si
svegliaro in questo mezzo, e trovaro ci chera. Maraviglirsi. E disse il giovane: Ci hanno fatta tanta cortesia,
che non piaccia a Dio che noi li ofendiamo! Ma salio
questi a cavallo, ed ella si gitt in su un altro de migliori
che verano, e andaro via. Quelli si destaro e fecero gran
corrotto, perch pi non li potevano ire cercando.

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C
Come lo mperadore Federigo and alla montagna del Veglio.

Lo mperadore Federigo and una volta fino alla


montagna del Veglio, e fulli fatto grande onore. Il Veglio, per mostrar[l]i comera temuto, guard in alti, e vide in su la torre due assessini. Prese[s]i la gran barba;
quelli se ne gittaro in terra, e morirono incontanente.
Lo mperadore medesimo volle provare la moglie,
per che li era detto che uno suo barone giaceva con lei.
Levossi una notte e and a lei nella camera; e quella disse: Voi ci foste pur ora unaltra volta.

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