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IL CANNONE

Seconda Puntata
Sul dolore
(Riflessioni nate dalla lettura del “Questionario moraviano” in Nuovi Argomenti 40 (ottobre-
dicembre 2007)
di Gianluca D’Andrea

In riferimento alla risposta di Magrelli al quesito n° 2 sulla responsabilità collettiva e


all’irrimediabile perdita del senso di comunità, società.
Tutto muore alla base, franato il terreno, la radice non ha presa. È mutato il paesaggio sociale ed è
ovvio e risaputo vi siano responsabilità generazionali. Il contesto si fonda ormai sul benessere
economico, raggiunta la possibilità di sussistere, ci distingue (in Italia, in Occidente?) la diversa
accessibilità ai beni di consumo.
L’accumulo ereditato come valore ha condotto all’indifferenza sociale, alla perdita di altre
prospettive. Il male è dentro, anche dentro la tradizione. L’educazione è il problema pressante!
Occorre una gestione più articolata dei valori, niente di impositivo s’intenda o di imperativo.
Riscoprire il ruolo dell’educatore, maschera di una professione. Far bene, fare il proprio dovere (mi
riallaccio alla perdita di responsabilità dei lavoratori descritta negli esempi di Magrelli). La
complicazione più tenace è l’apparente impossibilità di ricreare la fiducia, perché si è raggiunta la
consapevolezza della nostra effettiva scissione. Alla luce di questa stessa consapevolezza e del
vuoto di coscienza derivante, ogni strada appare percorribile, basta che lo si faccia in funzione della
propria salvaguardia e di sempre più economici interessi. Non siamo ancora fuori dal circolo ozioso
del capitale.
Era di destra, in cui le opposizioni offuscate permettono l’arbitrarietà animalesca di ogni decisione.
Un nuovo medioevo senza la certezza spirituale offerta dall’autorità di una Chiesa.
La lamentazione (a volte moralistica, ma slanciata, generosa) di Pasolini riguardava proprio questa
perdizione fuori dai valori, oso dire dai sentimenti. Leopardi, Foscolo, Dante: la formazione
intellettuale sostenuta dalla sicurezza di un ruolo all’interno della società ha sospinto in passato il
poeta e la sua opera. Funzione ancora viva e presente e allo stesso tempo drammatica nella
situazione attuale. Nell’appiattimento dei valori, nell’unica morale del potere d’acquisto, una grossa
parte del malessere sociale, trascina con sé l’importanza educativa delle manifestazioni culturali. La
perdita dovuta alla neutralizzazione degli interessi coinvolge l’arte e la scrittura soprattutto in Italia,
dove si è verificato in maniera totale l’assorbimento di un’altra cultura.
L’Italia, perduta la propria identità, subisce passivamente l’alterità come ricezione e non come
scambio. La naturale conseguenza è ciò che avviene: poter vivere un sogno che non è stato mai
sognato, piuttosto visto a forza e fuori contesto. La situazione è desolante, ma si può credere ancora,
anche nel dolore, e in cosa?
L’esigenza di un tentativo comunicativo, ulteriore, chiudendo il capitolo della constatazione e
agendo sul campo (poetico, letterario, culturale?) con la pronuncia chiara e senza orpelli di chi può
e deve farsi capire.
Senza devastazioni o profezie ri-dire il reale, senza illusioni re-liricizzare il mondo, parlandone nel
tentativo educativo di spiegare ciò che è, senza scorciatoie o censure, ma con la delicatezza di chi
non può urtare l’altrui sensibilità perché sa di arrecare dolore…

2
Quando il tacchino fa la ruota
di Angelo Rendo

Mi appresto a ribaltare la frase di chiusura del pezzo di Gianluca, e scrivo “con la furia di chi urta
l’altrui sensibilità, perché sa di non arrecare dolore”.

Gli scrittori sensibili sono civili, sono scrittori civili; non hanno paura del dardeggiamento, quindi.
Io, invece, siccome credo che la civiltà segua vie dirette, men che meno “esortazioni” tirtaiche (A.
Seri qui http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/02/03/lettera-ai-poeti-che-erano-bimbi-
nellestate-dell80/#comment-39883) o risposte ad appelli (qui
http://www.nazioneindiana.com/2008/02/06/nel-nome-della-letteratura/) – dato che risiede in un
alveo di per sé germinativo, una sacca – io, dicevo, ho volontà di chiedere a tutti i soldati della
buona novella, dove caspitina credono di andare a parare, continuando a vellicarsi con parole
passate, ingolfate, ruminate, delicate, e, continuando ad inseguire bontà, riconoscimento e
militanteria, facendo, infine, del corpo lecca-lecca.

Voglio dire: la carica delle vesti da scrittore, depressiva, riduce chi si addobba.

Lo stallo giace nel protocollo–contagio (M. Merlin qui


http://universopoesia.splinder.com/post/15783550#comment), per cui la casta scrittoral – poetica
inizia a porsi nell’ottica del magistrale mestiere di poeta.
Ma lo scrittore non è un appestato.

3
Rivelazione
di Giuseppe Cornacchia

Pasciuto è un aggettivo un po’ lontano da una certa afflittiva retorica poetica, ma non occorre molto
per potercisi identificare: una cultura da scuola superiore o universitaria, un pc da un paio di
centinaia di euro e una buona connessione internet sono molto più di quanto tre quarti del mondo
può sognare. Il “terzo millennio occidentale” è quindi un ottimo recinto nel quale operiamo
volentieri, consapevoli di essere appunto pasciuti e disposti a restituire almeno parte dei vantaggi,
sotto forma di condivisione dei testi. La memoria storica e civile italiana alla quale lei fa appello (il
riferimento è ad A. Seri, qui http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/02/03/lettera-ai-poeti-
che-erano-bimbi-nellestate-dell80/#comment-39883) non mi sembrano componenti essenziali, non
più del “be nice to people and don’t talk with your mouth full”. Probabilmente perché da piccolo
guardavo “giochi senza frontiere”, invece di Ustica, Bologna e Vermicino.

E allora, qual è il punto, oggigiorno? Riuscire a separare poeticità, eticità e simili sentimenti /
atteggiamenti dal nudo testo (o dalla tecnica), almeno nella fase di tirocinio, che dalle mie parti si
chiama benchmark & validazione. Dopo la validazione (ripeto: DOPO), ognuno segua la strada che
ritiene più opportuna: solotesto, performance, comportamento, ecc.

4
Per una classe poetica
di Eleonora Matarrese

Per anni ho avuto dentro me il pensiero che ci fosse bisogno di una "classe poetica", di gente
competente, ma soprattutto “seria”.

Ciò che mi interessa primariamente è un discorso di ricerca, poco mi interessa - ora - che mi si
legga e mi si osanni. Non penso che il vero Poeta abbia bisogno di questo. Certo, sarebbe
auspicabile che finalmente in Italia la poesia venisse riconosciuta al pari di ogni altra arte che si
rispetti e avesse una propria identificazione ben definita.

Per anni anch'io ho sostenuto che i pivelli facevano bene a starsene quieti, ché tanto c'è da imparare.
Però mi sembra che si stia facendo di tutto per fare della poesia un business. Ben venga la poesia
vocale, la performance, ma NON a scapito della poesia lineare. Va benissimo che la poesia nasce -
lo dicevano Vico e lo insegnano i “troubadours” e l'origine orale di tutti i tipi di discorso in tutte le
lingue del mondo - come voce, ma bisognerebbe soffermarsi un attimo su ciò che si dice. Se la
"classe critica" dovesse essere quella che vien fuori dalle facoltà di Lettere e svolge questo mestiere
con cognizione di causa va benissimo. Ma che lo faccia sul serio, e che quest'azione sia scevra da
favoritismi. E che la si smetta, come sempre più spesso si fa - soprattutto in rete – di dire che
Raboni, Saba etc. sono splendidi, mentre D'Annunzio era legato a filo doppio alla politica e allora
non va bene, o che Leopardi era il classico depresso pregamorti. Non va bene.

La poesia è un “unicum” e come tale va considerata. Va benissimo che ognuno di noi, che ogni
persona che scrive (attenzione, non ho detto ogni poeta), abbia predilezione ora per questo e ora per
quello, ma che non si faccia di tutta l’erba un fascio.
Bisogna leggere tutti, guardare a tutti, avere sete di poesia. Bisogna lasciarsi permeare.

Se si ama la poesia, la si ama tutta, poi si discerne ciò che fa battere il cuore, ciò che scatena il
sentimento, ciò che.

5
Contro il Dilettante
[In risposta a E. Matarrese]
di Giuseppe Cornacchia

L’interesse fondamentale è che il discorso sia alimentato propositivamente, e credo che riescano a
farlo come va fatto solo i professionisti del ramo. Il Dilettante è la casalinga, l'amatore, ma anche il
narratore che sfonda la sua misura e firma appelli (http://www.nazioneindiana.com/2008/02/06/nel-
nome-della-letteratura/) rovesciando brodaglia e credendola arte o dovere: mentre non lo sono
perché stanno fuori il discorso, non lo seguono, non stanno nel solco degli strumenti ad essi stessi
minimi e necessari; sono un calco smorto di ciò che è già stato esorbitato e nemmeno vogliono
sentirselo dire; stanno incollati ad un indistinto letto plastico e non biodegradabile che urla
presenza, presenza, presenza.

Questa gente merita di stare fuori, questi sono i deboli, gli autistici, i narcisistici o patologici. Se poi
1000-2000 persone competenti riescono anche a creare un movimentino economico, perché no? Qui
la scrittura riesce ad essere un lavoro; non credo che sarà mai un business, ma mi pare giusto che un
professionista lavori ricavandone del denaro: sarà anche stimolato a fare meglio. Gratificazione
tangibile, non corruzione dell'ideale.

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[ I sensi si risvegliano.
Come il geco immobile si nutre del sole
il discorso gia' stanca,
poi a notte mostra vero colore. ]

escono... fine seconda puntata

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