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Poco tempo fa, discutendo con un esponente della


cultura “alta”, mi sentii raccontare che dopo
Campana, non c’era più stata poesia. Saltando a
piè pari quel che penso di chi fa un’affermazione
del genere mi accontento di sottolineare che è
molto improbabile che risponda a verità. Noi del-
la Biblioteca Clandestina Errabonda siamo con-
vinti che, dal 1932, anno in cui Campana morì, a
oggi, un po’ di Poesia (la maiuscola non è un re-
fuso) sia stata scritta. E anche un buon quanti-
tativo di prosa di livello. Ma è vero che, proba-
bilmente, tu non l’hai letta. E con te la gran
parte dei lettori. Nessun complotto. Non c’è nes-
suno che tenta di tenere nascosta la buona lette-
ratura contemporanea. Semplicemente le leve del
controllo stanno nelle mani (anche giustamente,
ci mancherebbe) di persone che si sono degnamente
formate su Dino Campana. E che non saprebbero
riconoscere qualcosa di nuovo (che tutti i grandi
autori sono stati nuovi una volta). Poi c’è la lo-
gica del mercato e delle vendite e chi me lo fa
fare di pubblicare un ignoto che non è nemmeno
caldeggiato da qualcuno che conta quando posso
pubblicare un bel libro di un comico o di un can-
tautore che perlomeno sono sicuro che vende. E
dovendoci, il nostro personaggio, in termini pro-
saici, mangiare, chi può dar lui torto. Per cui è
tutto un gioco perverso, in cui noi, lettori, ci
perdiamo la possibilità di scoprire se c’è qualco-
sa di bello in giro.
Questo non lo possiamo fare, dirvi se c’è qualcosa
di bello in giro intendo. Ma possiamo provare a
mostrarvi qualcosa di nuovo. Poi è tutta una que-
stione di gusto. E quello è un problema tuo.
Samiszdat è questo: una collana di roba nuova
(che poi a noi piace altrimenti mica la pubbli-
cheremmo).
Il nome ha dettato anche la veste grafica e lo
stile. Realizzeremo i nostri libri, che potrete
comprare in rete o cercandoci su
www.bceparma.splinder.com/.

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Samiszdat
Lara Arvasi
Collezione di piccoli rancori
copyright © dell’autore

Collana Samiszdat
Prima edizione

Grafica, elaborazione e impaginazione


Biblioteca Clandestina Errabonda Parma

La riproduzione anche solo parziale, di


questo testo, a mezzo di copie fotostatiche
o con altri strumenti, senza l’esplicita
autorizzazione dell’Autore, costituisce
reato e come tale sarà perseguito
Lara Arvasi

Collezione di piccoli rancori

Introduzione di
Alessandro Cinelli

Postfazione di
Enzo Campi
La carta se ne frega di voi e di me

Scrivere una prefazione è un atto a


metà tra servilismo e piaggeria. Per
questo motivo è sempre stato, per me ,
atto da rifuggere. Nondimeno, in que-
sta occasione, mi sono sentito deside-
roso, lo so che la parola è orribile
ma è proprio quello che intendo, di
misurarmi in questa prova. Questo
perché la poetica di Lara Arvasi è
oggetto particolare, da maneggiare
con cura, leggere con cura, rileggere
con attenzione, trileggere con piace-
re.

Le poesie contenute in questo libro


sono soltanto una selezione. Non po-
trete definirla “silloge” o darle uno
di quei nomi che piacciono tanto a chi
scrive di poesia (intendo proprio
quelli che scrivono di poesia, che i
poeti son altra cosa, quegli strani
animali). Questo perché le poesie di
Lara sono atti unici di un enorme
quadro globale che è lei stessa. Ogni
poesia è “a sé stante”. Forse perché
lei “non ripete”. O non ama ripetere,
che è più proprio.
Per cui selezione, come dicevo, basata
sui canoni della poetica Arvasiana.
Gli argomenti ricorrenti, pur se af-
frontati sempre da angoli visuali
differenti, permettono di individuare
assi portanti e schemi rappresentati-
vi importanti per noi fruitori. Non
per lei, chiaramente. Sulla base di
questi schemi si è formata questa se-
lezione, sintesi imperfetta, per for-
nire all’attenzione del lettore qual-
che appiglio in più. Perché, come dice
lei, lei le cose le sa già e non sente
il bisogno di ripeterle quando scrive.
Noi invece, che su quelle parole
scritte abbiamo la necessità di rico-
struire un cosmo in cui rispecchiarci,
ci approfittiamo anche di questi cri-
teri aggregativi per ridipingere un
quadro che, improvvisamente, è tanto
nostro quanto suo.
La poesia di Lara, anche queste sono
parole sue, è poesia della mancanza.
In tutti i sensi e a tutti i livelli:
mancanza fisica e spirituale, effetti-
va o percepita. La mancanza in ogni
sua sfumatura, che sia carenza, assen-
za, lacuna, difetto, distacco o priva-
zione.
Ecco. Quest’ultima accezione è quella
maggiormente presente in questo libro.
Perché è la privazione che, in lei,

II
genera i piccoli rancori, che poi, a
volte, forse spesso, tanto piccoli non
sono.

C’era una festa nel mio giardino


ma non sono stata invitata

Ho cani di stagnola nella pancia


che abbaiano e si spingono fin dove
possono,
lasciano segni scuri sul ghiaino
tendono la catena e quasi si strozza-
no.

Una collezione di piccoli rancori,


quindi, di una donna come altre, pro-
babilmente, ma in possesso di una ca-
pacità evocativa raramente eguaglia-
ta, di una forza, più propriamente
possanza, evidente, di un’anima che,
ancora oggi, rifiuta di corrompersi,
si oppone ai propri piccoli compromes-
si, imponendosi una regola morale che
rende la vita più dura, difficile. Ma
che le permette di continuare a guar-
darsi, in uno specchio come in ognuna
delle sue poesie, senza un minimo di
vergogna o pudore.

III
In una prospettiva che è sia soffe-
renza

Penso a un dolore
che abito ancora.
Mi veste, mi sveste e m’investe

che orgoglio

Galleggio in acque grigie


perché non ho altri mari
non ho ancore,
non ancora

Lara è figlia del suo tempo e del suo


mondo. È parmigiana fino in fondo al-
la sua anima e, di più, è parmigiana
di qua dall’acqua (che è una cosa dura
da spiegare. Anche da capire. Io non
lo so se lo capisco bene). È , come ame-
rebbe definirsi, “baraccona”. In un
orgoglio da ultimi che in qualche mi-
sura la riallaccia ad alcuni aspetti
della beat generation. In un continuo
definirsi parte di associazioni basate
sulla scelta, rivendicando contempo-
raneamente appartenenza e indipen-
denza. Intellettuale soprattutto. E’
figlia dei cantautori che ama e dei
libri che legge, ma capace di rimesco-

IV
lare tutto questo humus in un origi-
nale colpo di pennello. Poi il bisogno
di schematizzare di noi lettori ce la
fa accostare alle grandi scrittrici
del novecento (sopra tutte Dickinson e
Achmatova). Ma è un bisogno nostro,
chè Lara è sempre e soltanto Lara. Lo
capiremo, temo, a posteriori.

Come le rose
bisognerebbe appassire
-anche solo un poco-
prima di sfiorire.

Nella nuda semplicità di parole che


lei definisce “da bar”, la si scopre in
grado di squarciare il velo che av-
volge le vite, normali, di tutti gli
esseri umani e di toccarci. E se state
attenti magari riuscirete a accorger-
vi che, in quei momenti, le scappa un
compiacimento assai poco canonico per
un poeta. Ma Lara Arvasi è decisamen-
te poco canonica.

Infine credo che sia cosa dovuta spen-


dere qualche parola sulla struttura
di questo libro: si divide in due se-
zioni (collezione privata e collezione
pubblica) che si differenziano sostan-

V
zialmente per sfera di interesse. Men-
tre la prima riguarda apertamente il
mondo dell’autore, la seconda è meno
legata a lei e alle sue esperienze. Ma
è un trucco, perché anche qui tutto si
riflette nel cristallino di Lara e di
lei riluce. La prima sezione è divisa
in cinque sottosezioni che compongono
un cammino che parte dalla presa di
coscienza fino a raggiungere la fine
(sia essa morte o pazzia o accettazione
non ci è dato di sapere ma solo di in-
terpretare, grazie al cielo).

Poi, alla fine, la carta se ne frega di


voi e di me e, al termine di questo
lungo panegirico io so bene che niente
di quello che ho scritto servirà a
qualcosa. Analisi e conoscenza sono un
patrimonio che ognuno deve accumula-
re. Come ebbi modo di dire una volta,
la poesia di Lara è da leggere. Tutte
queste altre parole, per te, lettore,
saranno inutili.

Alessandro Cinelli

VI
VII
VIII
Collezione privata
16
Io che nella vita non so dire

17
18
Io che nella vita non so dire

È appoggio e scusa l’apparir


così aliena a quel che sono,
tu sai che la mia forza è finta.

Non sono che un muro di carta.


Se vuoi,
attraverso vedi.

Scricchiolo dentro a un mattino


nebbioso, di quelli che vorresti
essere altrove, tanto che se qual-
cuno ti chiede ''Cos’hai?'', rispondi
''Niente'', ma invece lo sai.
E mi taglio a pezzetti.
Dai tempi dell’asilo fino a qui,
all’estremità di una strada che è
un bastoncino ricurvo di zucchero
a righe bianche e rosse,
con le dita appiccicose e dolci.
Alla fine. Devo lavarmi le mani.
Il profumo di sapone e l’acqua che
scorre divorata dalla bocca del
lavandino schizza la ceramica
bianca.
Purifico e nel contempo infango.

19
Mia madre aveva mani bellissime,
le dita erano lunghe e nervose e
la pelle bianchissima, quasi tra-
sparente e m’incantavo a pedinarla
mentre cuciva o fumava, ma era una
meraviglia guardarla ricamare sul
foglio con la sua Mont Blanc.
Io scrivo perchè mia madre aveva
mani bellissime.

Non chiedere mai più riparo


in questo asilo,
hanno piedi e occhi
troppo piccolini,
le mani poi,
son viole molli.

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Il fiume scorre pigro
nel cielo capovolto

Sulle piccole selci del ponte


mi deposito immutata e a rovescio
immobile, nella vita che scorre.

Il vecchio libro ha pagine gravide


figlia giorni gemelli
con pance gonfie
e piccoli piedi già sudici.

Aspetto la sera fin dal mattino


come un cucchiaino
incrostato di caffè
in bilico sul piattino.

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Due gocce di tempo cattivo

A fior d’acqua,
nel sale che la tiene sospesa,
dondola,
vestita da tre piccoli lembi
di stoffa e di luce.
Una medusa nera le assedia il viso.

Ruota il corpo
e come un Cristo di spalle,
osserva l’ombra della sua impronta
sul fondale di sabbia chiara.

Vestita di un piccolo lembo di


stoffae da un fiocco,
con la bocca divora l’aria,
poi immerge di nuovo il suo viso
nella quiete celeste,
trattenendo il respiro.

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Come un parasole

Al centro del tempo c’è un magnete,


attrae nuvole e pensieri neri.

Non c’è niente che non va, il fiume


scorre placido, stretto nei fian-
chi, i giorni girano in rotatorie
ampie e sgombre e il vetro
del cielo si appanna e si accorcia.
Come sempre, nulla è immobile,
nemmeno i piedi invisibili
delle foglie che cadono.
E tutto fluisce verso est.

La signora coreana si dispiace


della sua struttura riservata.
Le vieta d’essere loquace.

Il ragazzo sogna di tornare


gli manca il mare
e qui non c’è, non c’è mai stato.

Io non ho nessun pretesto.

Le lamelle di plastica bianca si


flettono.

È così che si spegne il sole.

23
La mancanza è una lapide di carta

Eccomi, papavero
divenuto pianta grassa,
agave forgiata da schiaffi di luce
e silenzio,
le spade carnose inarcate
in-sofferenza di pietra

-seppur monotono e tetro


non c’è spazio che mi sia piatto–

Pianta cadente d'acqua che


non basta,
internati in bocca
i piccoli origami
e occhi come unghie da tagliare.

24
Con gli occhi piccoli a ridosso
delle lenti tonde degli occhiali

Forse oggi
l’espressione non è fruttuosa,
d’altra parte
è da un po’ che non piove.

Tutto rimane a mezz'aria

(sopra a un piatto vetrino di luce


offesa e sbiadita)

La scopro infine,
liquida e nitida
crollare dall’occhio sinistro
e svenire nel cuscino,
corsia lucida nella stanza smorta.

-essere chiodi nel muro


che aspettano il quadro
e temono
più delle pinze e delle tenaglie
la ruggine-

La mia configurazione
è un ragno che dondola appeso.
Non cerca muri,
semplicemente li trova.

25
Come farsi del male

Oggi mi taglio i capelli,


così le tue mani,
domani,
non si tratterranno
nella carezza dolce.

Fra le ciocche,
il gioco d’amore diverrà fugace
e più facile sarà rinunciarvi.

26
Calcinculo

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28
Calcinculo

Rivolto gli orli dei giorni


e il nero cresciuto sotto
di nascosto
è sporco schizzato sulla stoffa
da scarpe che han pestato
fango, prati e strada.

Risvolto secco
di un andare sospeso e rimpiazzato
da uno scivoloso
ciabattar di panno
su cotto tirato a rosso di cera

Rivoglio denti come gigli,


shampoo alla mela verde
e un treno per Rimini
e occhi come bottoni scuri
su lino candido
di maschio rosa che sboccia
fra le lenzuola
e, paga,
la bocca di zucchero filato,
colpire barattoli e pescare cigni.

Le ossa non so dire se sono


di noce o gesso

29
ma sento i nervi ritirarsi e fare
un verso stridulo
da riccio in bocca a un cane.

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Di voli e voliere

Casa scatola
di storie a cartoni,
plastilina colorata,
pensilina che ripara,
tetto trasparente che vedi fuori
che importa se piove.

Porcellana e cemento
frangibile e sempiterno,
il libro di carta, memento,
luogo feroce e ingrato
spaginato
azzurro
come niente intorno.

Penso a fragole rosse che divorano


i fiori,
germogli
le giovani spose
e sequele di lame e cotone,
di polvere e tarli le madri
e mai il contrario,
magari.

Penso a un dolore
che abito ancora
mi veste, mi sveste e m’investe

31
Lui contro

“Caronte,
l’Orfeo restituito
è creatura di carta,
non vale.”

- Impara
ad avere opinioni di gomma,
la pioggia (o la luce) è imminente
fulmine e scossa il ferro conduce.-

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Fra gatti di terracotta
e passatempi di legno

C’è una festa nel mio giardino


ho spedito gli inviti,
ho ritagliato i festoni,
ho cucinato lo stesso dolce
due volte.

C’era una festa nel mio giardino


ma non sono stata invitata

-Non l’ho nemmeno toccata,


l’ho tenuta in serbo per te.
Vuoi la tua fetta di torta?-

Da qualche anno zappo il campo


di un altro.

(Dissolvermi in ripostigli grigi,


convertirli in osservatori segreti.
E dispersi.
Raggomitolarmi poi, dentro al
guscio duro e scuro di una noce.
La solitudine riduce.)

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Ho cani di stagnola nella pancia
che abbaiano e si spingono
fin dove possono,
lasciano segni scuri sul ghiaino
tendono la catena
e quasi si strozzano.

34
Conoscete qualcuno che sia riuscito
a finire una bic prima di perderla
o dimenticarla?

Sorridevi serio come un tramonto


non parlavi mai del dolore,
nemmeno dell'amore ora che ci penso

-la carta se ne frega


di me e di te-

(Non perdono chi ha abortito i miei


sogni e ha depennato dal mio
parlare le parole celesti che per
LUI SOLO
ho immaginato)

L’addestramento si fa da piccole
le mani appiccicose
e il naso come i cani

-orientamenti
da incidente annunciato-

come si sta a tavola


in chiesa la domenica
sulle giostre ma tre giri soli

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vietate le voglie
concessi i capricci.

Nel sole caliginoso che segna di


luce piana l’estensione del cielo
lo sguardo di un bambino che segue
l’atterraggio disastroso
dell’ aeroplanino di carta.

Non ho sassi da tirare nel lago.

Non ho.

36
Polve(re)rosa

Sul tavolo
disegni case di briciole.

Rimozioni da dopocena

Non conosce fine


questo precipizio verde
questo cadere lento
come un sorriso grato che ricambia
una condoglianza
e l’ unico raggio di sole
che obliquo buca gli occhi
aperti e superflui
come quando si fissa il bianco.

Con quel che resta del filtro


scrivi spirali di cenere.

-Io

Lo dici spesso, troppo


come se avessi appena imparato
a sentirti-

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Sconcerto in due battiti di ciglia

Condividere letto e malinconie,


al risveglio una colazione dolce
o salata
-quel che importa è il caffè-
Sfogliare il giornale per leggere
quel che accade
-rumorosi e senza occhiali-

Il mio colore è il buio.

-vuoi giocare a moscacieca


sui tetti?-

Negli occhi avevi l’incanto,


che ho dissuaso,
dall’abito di lino blu, stregato
cartoccio tenero di chissà quali
peccati o brame
pretesto per scavare memorie
e buche e ripiego dolce.
Per non fare danno
hai domato lo sguardo
sgravio e addebito
fulminea discesa nel diagramma
della quiete
per l’imbroglio di un libro mai
letto

38
e pensieri che pulsano
come un mal di testa
mentre indago quel che resta di me
fino a un attimo prima felice.

Ascolta attentamente una cosa,


una cosa qualsiasi
al di fuori di te
e fai tacere le voci dentro.

-da piccola sono stata felice.


Quando?
Non avevo ancora sei anni-

La nostra mente può contenere una


sola idea per volta.

- avevo gigli in permuta


a rimpiazzarmi i denti –

Rammenta un gesto gentile,


nessun atto gentile è inutile

-grazie-

Rammenda lo strappo, il paesaggio.

-Infilo un sorriso
come un paio di scarpe-

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La realtà non è che una forbice

-dovrei amputare quel cazzo di


filtro celeste-

Dall’anello conficcato nel muro,


piove una catena.
Unica testimonianza
di un cane che non c’è più
e del suo padrone indolente

-siamo come nuvole cadute e morte


dietro l’appennino-

L’abuso del condotto lacrimale


è un trucco d’acqua.
Teatrale.
Chiave che apre
e tocca gli astanti,
srotola i disaccordi
e assolve le amnesie.
Diveniamo tutti buoni
con chi frigna
e vive a scomparti.

Barando.

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Cinque punti

Mi scopro
vestendo un foglio bianco d’onestà
che a volte sembra resa parietale
dai colori intatti
i buffi sogni adolescenziali
chiusi in capsule
di maturità perplessa.

- ingerire dopo il pasto-

Alla fine d’ogni cena


pulisco la tovaglia dalle briciole
e mentre lavo i piatti
ascolto le cicale e i grilli
fra le lucciole
e non sono brava, no,
a nascondermi il rumore odioso
di pane secco sotto le ciabatte.

-le formiche abitano il piano di


sotto-

Piegarmi a ciò ch’è probo e retto


di necessità e in amor proprio
non ti compete.
Galleggio in acque grigie

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perché non ho altri mari
non ho ancore,
non ancora

-ma qui ti voglio-

nel sacrificio di tre righe


su richiesta
nodo di raso rosa
attorno al masso
che m’ hai legato al collo.

"Avevi denti da ratto


e una lingua talmente docile
che sfuggiva al palato."

42
E ancora ci incanta
l’odore del pane

E ancora incidiamo nel bianco


simboli neri
dormiamo su letti di lattice
sotto a coltri di plastica
qualcuno ha sognato l’America
o fu l’America che ci sognò
mancandoci?
E cadono i denti
e ci cadono addosso mordendoci,
lo senti il sapore del sangue,
l’ annusi l’odore e il dolore?
Sorrisi di cenere
vicino a un libro sul comodino,
resti di cera e di neve

-dettagli semplici, visivi,


insignificanti, forse-

Se toglierai gli occhi dalle tasche


e io la stecca di vaniglia
dal latte,
se aprirai una noce morta
e farai rumore,
io farò l’amore,
atto impuro ma non disonesto

43
e m’innamorerò di te, spesso,
caparbia come un tulipano
che reciso cresce.

44
Confiteor

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46
Confiteor

Sei pallido, stanco, la tua colonna


vertebrale da sognatore ha perso
elasticità,
il tuo cuore batte un po’ di meno.
Credo sia colpa mia.

La convinzione d’aver sempre


ragione è una cattiva madre.

Pensieri alla catena fissata nel


muro, si certo, sono mattoni
d’onesta moralità, la mia integrità
è salva, ma le gambe sono troppo
corte per camminare a fianco
di un gigante.

Confinata fra gli scaffali ti


penso ogni minuto e scelgo solo
cose per te, lo shampoo, i calzini,
il vino che ti piace.
Il mio amore da Coop.

Corro sempre, così quando torni a


casa mi trovi. Esaurita.

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E trascurata, ingrassata, sconten-
ta. Arrabbiata con te e con me
stessa per quel che sono diventata.
Gelosa anche,
il processo psicologico è ovvio.
E tu che tenero mi rassicuri,
mi ami e mi allarmi.

Vinco a carte ma a scacchi perdo.

Non leggerò l’oroscopo in cerca di


conferme,
non accenderò candele profumate,
scalza t’amerò di un amore nuovo,
identico a quello che in passato
abbiamo già abitato.

Stasera non laverò i piatti,


semmai domani.

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D’astemia alterata
nel sorriso slogato mi annido

Francesco parla adesso che è gior-


no che il tempo è come un cartone
di latte aperto nel frigo, e tu sai,
perché uno che pensa è anche uno
che veglia e gira dentro e intorno
e si perde senza ritorno, che tor-
nare è peccato, bisognerebbe farlo
almeno con mani deserte, sangui-
nando da ferite complesse e diverse
e zitto Francesco con chi si dice
migliore perché ha imparato tre
lingue e non ha nulla da dire, se-
duto che sembri in piedi continua
a stonare la stessa canzone, resi-
stenza di carta carbone, perché tu
sai che la notte ha fame e miseria
di tutti i colori e di contorni
precisi, ha fame di te e delle tue
piccole cose infelici e corri
Francesco, prima che il buio con-
sumi le scarpe e la strada, prima
che il cielo diventi scacchiera e
la luna cada in tre mosse nel fiu-
me e appaia ai due malinconici a-
manti di carta in una piazza di
Praga e aspettami immobile sotto al
primo lampione dell’ultimo ponte

49
che cuce i due lembi di una città
che è la mia o la tua non importa,
la sigaretta fra due dita,
quasi finita, ti prego,
aspettami un’ ultima volta.

50
Bocca piccolina

Lei fa passare il filo di voce


nell’ago del mio sentire
e ricama.

Come un treno che ondeggia


e affonda nella striscia
di grigio e di salvia
che l’apparire del sole
potrebbe mutare.

Io, spettatrice di sponda


di fili e tralicci
e di qualcosa che ancora non so
ma che sta per arrivare.

Come i papaveri che tingono


di rosso i binari morti,
come l’altro treno
che imprevisto sfreccia di lato
e mi fa sussultare.

51
Ho solo due aranciate nel baule
e qualcosa da dire

La matrigna s’accende e strilla,


ti sveglia amore mio,
che è sempre troppo presto
anche se è già tardi
per il caffè
che non prepari chè io dormo
e tu sai che nel sonno
-ti bacio-
che il mestiere
ha odore di ferro e di olio
e unghie rotte
che appena torni aggiusterò.

(Ci sono uomini che non sanno la


cosa più buona che hanno
nel cuore.
La fanno poi vanno a dormire)

Un confetto di zucchero colato


ha in bocca l’uomo alla finestra
che bada ai fiori miei di carta.

Mai stata così amata.

Che meraviglia gli occhi di fronte,


di giorno, nel cartazzurro

52
le mucche sorvegliano
il sonno bambino.

Il talento sa d’esser nudo


si vergogna e non si basta,
messo in piazza,
sogna di tornare al cuore.

I versi fra parentesi sono di Luigi Romolo Carrino

53
54
De•>formazione del dolore

55
56
Occhi di seppia

Lina
sguardo da bambina sola
e gambe da uccellino
nella gabbia con le ruote,
sul balcone
l’ibisco ha 5 fiori e poche foglie
e il cemento cresce intorno
e simula una casa.

Ossi di seppia
friabili
come biscotti
gli occhi
si allargano
nel latte delle notti bianche
aspettano, smaniano
e temono il traguardo.

I giorni sono spari


e lei il bersaglio.

57
Rosa dente d'oro dato in pegno

Rosa otto anni e otto fratelli


guarda la casa che brucia
dentro suo padre
suicida e assassino di suo fratello
tre anni e mezzo.

Mamma dorme altrove


senza figli e senza respiro.

Rosa e le suore,
i santi di gesso
troppo imponenti nel buio
per non fare paura,
Rosa, perdona
l’odore di cera e di chiuso
e sulle mani il rumore secco
di legno che brucia
stiletto
ricade
sui figli
la colpa dei padri.

58
Ca(r)ne in scatola

Notte d’ala di corvo e luna di


becco arancione che racconta una
favola al cielo e lo consola dal
nero.

I bambini non crescono bene,


diventano solo più alti,
più grandi per finta.

Sono occhi enormi,


gusci d’uovo disabitati,
d’albume le cornee.

Sono bellissimi
gli occhi dei bambini
quando li prendi per mano
e gli insegni un gioco.

“Se in soffitta troviamo


due assi di legno e tre chiodi
possiamo giocare
alla crocefissione.
Sopporteremo il peso
dei mali del mondo,
vedi come siamo felici?”

59
Gli occhi e le mani giunte
dei bambini
sono il bianco perimetro
di un vuoto.
Corre la preghiera sulle labbra
come un terremoto.

Notte d’ala di corvo e luna di


becco arancione, di bambini che
dormono mentre il cane di pezza
gli morde le mani.

60
L’improbabile non produce dolore

Sboccia fra quadrangoli d’erba


e mi cammina verso
figurina controluce
che stringo
fra il pollice e l’indice
fino a che tracima dalle dita
e mi è di fronte.

Mai sono riuscita a trattenerla.

Lei è madre di un io ferocissimo,


ha bisogno di qualcuno che liberi
le grondaie dalle foglie,
qualcuno con cui parlar
secco e rapido,
come con i cani,
un nemico che l’assecondi,
d’annientare,
poi, grata
s’addormenta facile.

Bianca sarà la notte, stanotte,


per lei.

S’allontana vizza,
figurina fugace controluce,

61
la stringo fra il pollice e l’indice
fino a che finisce.

62
De•>formazione del dolore

<• GRAFICO •>

Mamma dal cappotto di lana•>


sgualcita•> hai ingoiato
quattro bottoni•>
verdi•> gli occhi•>
li hai spartiti con me
• fa-re re-si •
ladra di mani e domani•>
- io che temo i graffi dei gatti -
di carne e rasoio•>
<• scriverò •>
di te•>
d’idee•> come caramelle•>
scartate•> sotto il sole•>
il ghiaccio è sciolto•>
allaga<•i progetti da tre carte•>
<•un soldo•>per ogni lacrima•>
di un cosmo triste•>come un collegio•>
<• privo •>di uscite•>di sicurezza•>
•> metallo freddo di gabbia
e lucchetto•>
del canarino giallo•> evaso•>
d’agosto•>le vacanze•>
rinviate•> al mittente•>
le cartoline•> da Bari
• il mare che appare non c’è •

63
Mamma stasera non ti saluto
e chissà quante sere non ti saluterò,
con gli innocenti soltanto
sono formale e ossequiosa,
con chi amo
odiosa.

64
Gocce tossiche

65
66
Gocce tossiche

Cos’è questa dermatite molesta,


innescata da parassiti con ciglia
lunghe di mascara, con fazzoletti
di favori piegati nelle tasche e
sciroppi a ammorbidire e pillole di
menta e cerotti monouso che porgo-
no, esibiscono, offrono, concedono e
che danno
queste donne che si prestano come
un passaggio o una tazza di
zucchero la domenica mattina.
Cos’è tutto questo rumore di passi
veloci e gommosi, di sorrisi
elastici, di volontà adattabili,
di facili pretese e d’offese
compiaciute, di richiami e reclami
d’urla e lacrime, di vittime
facoltative con l’ombelico nudo.
Cos’è questa catena di ferro dorato
che vorrebbe significare
aggregazione e che finisce per
essere guinzaglio, strangolino,
meglio somigliare ad anelli
riservati e sparsi, liberi di
unirsi, aprirsi o perdersi in
qualche ruga o borsetta o cassetto

67
e guarda che polvere c’è sopra al
comò.
Cos’è questo odore di frutta
sfranta, di vestiti essiccati sui
termosifoni, di caffè e saccarina,
di rossetti perlati emigrati sulla
tazzina, lo specchio bislungo sul
tavolo, la sigaretta finita,
l’accendino bic e un flacone di
fondotinta dorè,
capovolto.
Domani ne compro uno nuovo.

68
Nella perduta teoria del barista,
il pretesto

Ricordo,
nel sonno mi mordevi un braccio
fu il dolore a svegliarmi.

Con gli occhi inutilmente aperti


mi tastai l’ovale di pelle,
appena un poco sopra il polso,
per rinvenire i segni.

Accesi il buio con un click


e ti guardai
a un millimetro dal mio braccio
illeso,
rannicchiato sotto al lenzuolo,
dormire inquieto.

Si aprì di nuovo il coperchio


della scatola dei mali profondi
poi, si chiuse per caduta,
come la bocca di un alligatore.

69
Pesci di nebbia

Indago nelle mani,


tana rosa rugosa,
dieci pesci di nebbia
senza capo né coda.
Occhi miopi a fissare
pericolose macchie di infinite cose
mie da interpretare.

Figlio di una maestra d’arte


e di un pittore fu facile per
Hermann, psichiatra,
imbrattare dieci tavole.

Fu decisamente facile.

Hermann era svizzero.

La voglia di riesumare vetri


che tagliano ancora
ha origini antiche.
Scandagliamo il nulla
per trovare il nome.

(La Svizzera non è mica come la


Francia, che non esiste)

70
Prati-cantato nei bianchi inferni

Alice coi capelli amputati


ha lacrime annodate
e non piange mai.

Minima esile Alice


chiodo storto e ritorto
regressione bambina
ruba un biscotto
merenda ammalata
inappagata
nuda su bianche e grigie losanghe
fa la pipì nei canti.

Rumore di perline che si sfilano


e cadono
una dopo l’altra.

Ha le ali schiuse, inchiodate,


screziate di rosa e di giallo,
intacca e svuota,
come un cane che dissotterra l’osso.

71
Davvero vuoi che mi racconti?

Prologo (da ri-toccare)

La mente è una stanza


o una scatola.
Dietro la porta
(sotto al coperchio)
il libro consunto
-sintesi e dilatazione-
inchiostro fresco
che macchia e sbava
appunti e sottolineature
-a matita mai-
per segnalibro un cappio di corda
per funamboli innocenti
e sangue rappreso su bende
-le tracce del danno-
Poi, essenze fluide
salvate in boccette
-tiglio e vaniglia-
istanti disseminati e resi
in descrizioni meticolose
-gli sguardi-
Pentagrammi sentimentali.

Epilogo

è un muscolo debole il cuore.

72
Collezione pubblica

73
74
Pittori e poeti hanno bisogno
di paesaggi e luce

75
76
La voce restituita
(Sebastiano e Zoe)

Ti ramifica dentro
una quercia
-qui
dici toccandoti il centro,
spingendo il ragno di mano
più a fondo nel petto.

Metamorfosi inversa
in una luna sola
corre e scorre
il rumore assordante
di una vita intera,
sangue che cola
e si ficca nel campo di neve
che sciolta si fonde
unisce e confonde
la freccia e la mela
che pur se colpita
appare immobile e tonda.

77
Io c’ero,
sulle labbra di Zoe
con un dito ha tracciato una croce
e nell’ombra profonda del sonno,
di Zoe ho percepito la voce.

78
Non sono lieve nè colorata, non so-
no mai stata
a Sylvia Plath

Lampi azzurri
e un tappo in gola,
è perfetto
l’Odio d’Oro che cola sul foglio.
-Ho trent’anni soltanto-
Come le rose
bisognerebbe appassire
-anche solo un poco-
prima di sfiorire.

79
Francisco Isidoro Luis

La vita entra dagli occhi,


così le parole scritte,
accade fin da bambini.

-Scivolasti sul primo gradino


fino in fondo alla scala
illuminata male.
Era il millenovecentotrentotto,
l’anno in cui mio padre nacque
e morì il tuo.
Dicesti il Padre Nostro in quattro
lingue quando toccò a te.-

Accogliere, sfrattare
prima l’uno e poi l’altro,
e questo accade anche da vecchi,
nel buio,
come le parole dette
la vita mi trabocca e si allontana.

80
Montale
precipitando dallo scaffale
si è sbucciato un angolo

Sono cartilagini fra vertebre


le lancette atone degli orologi
-secondo spazio minuto
d’ora o di un giorno
percorso e trascorso
fluente e corrente
sorgente a venire-
è carta-pesta
o marmo sbrecciato,
dente cariato
posato su un prato
di formiche,
merda
e petali.

Sono intolleranti e distratte


le gerbere.

81
Pittori e poeti hanno bisogno
di paesaggi e luce

Un ago che succhia,


uno per ogni orbita,
è questo mio vedere senz’occhi,
un volo elicoidale
che pare immobile,
sospeso.
Eppure il cuore batte furioso.

-Squilibrio-

Deposito di muschio e nettare


fra risme di pensieri contaminati,
ragnatele decorative,
e collane di perle infette
posate su velluto blu,
blu come il cappio di corda
che dondola appeso.

-I guinzagli hanno urgenza


di cani-

Rigide affettuosità
mentre, di spalle,
perde acqua un cielo sottratto,
nell’ eco di sirene sparite o morte

82
c’è odore di gomma
e profumo di limone
e piccoli petali d’ortensie rosa.

Microcosmo

83
Quadro di un giorno anacromatico

Bianco è il colore di quel piccolo


fiore sbocciato dietro al mio
orecchio sinistro che hai colto e
appassito per eccessiva adulazione
e liscia dolcezza.

Sorridi a chi
ha paura della tua malinconia.

Sai, gli uomini s’annidano dentro


alla stanza più calda e aspettano
che qualcun altro apra le tende.
Oppure con un semplice clik
accedono una luce.
Fissano per ore i drappi di tessuto
pesante scendere dal soffitto
e si eclissano.
Sono come palpebre ottuse abbassate
su rassicuranti fedi e misere
certezze d’oro fra le ciglia chiuse.

Le chiese hanno occhi


di vetri colorati.

Nei rari triangoli magici

84
apparsi al centro d’incroci dove
non ritorneremo, afferriamo un
lampo occasionale di verità
che ci attraversa e illumina
rendendoci muti.

Il vero
non lo sappiamo raccontare.

Il caleidoscopio delle innumerevo-


li civiltà si snoda nei percorsi
paralleli del tempo.
Il nostro desiderio d’appartenenza
ci inganna.
Per i cinesi il bianco è il colore
del lutto mentre per noi è il nero.
Non credo sia necessario decidere,
fra i due opposti,
chi abbia ragione.
Ognuno dovrebbe vestire la morte
con il colore che vuole.

Guardami, ho occhi spalancati su


un prato incolto dove ogni filo
d’erba è un dubbio che difendo fino
a quando, seccando,
diverrà nutrimento per le mie
domande.

85
Credi sia peccato bramare
l’impossibile?

Siamo quello che sogniamo


e che dimentichiamo appena svegli.
Non è un pettegolezzo.
Chiudo gli occhi e mi specchio.

Gli uomini contemplano quel che di


loro non sanno.

Delle mie infelicità conosco ogni


uscita di sicurezza e so che c’è una
scaletta ripida che sale sul mio
terrazzo dove tengo in serbo un
cesto di ricci.
La pelle che ricopre le mie mani
è sottile.
Per le castagne dovrò aspettare.

86
Henri Toulouse Lautrec e il rosso.

Rosa imperfetta
d’eredità malata
d’ossa e d’occhi fragili,
le gambe infrante
e l’anima storpia d’alcool
e tristezza
sconfinata
nel nocciolo di Montmartre
per quelle donne dai contorni neri
accese di colore e di lustrini
che han ceduto viso e nome
nella tela del per sempre
sotto a un cappello con le piume
o spettinate dentro a un letto.

87
Come Théo Van Gogh

Il figlio dell’allenatore
guardava lontano
io guardavo lui
chiedere a un cieco
la sua soluzione
fra cattivi intellettuali
e puttane da orgasmi simulati,
polvere e caviglie gonfie.

Nella penombra indulgente


del suo sogno/albergo
parlava fitto fitto di nulla
senza voltarsi indietro mai.

Lui ubriaco di fantasia


io filo che lega la vite.

Distacco e calore.

Ricorda il mio nome:


Mary Bates.
Io ti ho perdonato.

Nella premonizione stanno


i nove decimi del dolore.

88
La platea lamentosa
detesta i muti congedi

Il buio è una lavagna


fu per questo o per timore che
l’artista partì che era già notte e
dentro al buio lasciò Sophie la
bambinaia, che noncurante non ca-
pì, ma si offese molto e volò nella
casa e nella bocca del padre e, se-
duti l’una di fronte all’altro, sen-
za appoggiare mai i gomiti sulla
tavola, lavorarono il danno come
fosse stato argilla che asciugò e
diventò scultura rifinita da una
policromia nervosa che disposero
in bella mostra in un angolo del
salotto, proprio sotto al pendolo e
che la luce e il tempo a poco a po-
co scolorì.

La percezione è una teoria


primitiva e nobile come Suzanne
che cuce dipinta e sfumata d’ombra
e d’azzurro, calma e senza pudore
come fosse normale esser nuda e
cucire seduta nel letto sfatto da

89
chissà quali peccati mortali e es-
senziali che ha accolto e abbrac-
ciato umida fra le gambe e nel
cuore, docile e senza malizia, rossa
e viva ciliegia
matura, arrendevole e pronta a go-
dere di quel poco di vita in permu-
ta, leale come chi non ha nulla da
vendere ma tutto da perdere.

La follia è gialla
come un girasole appassito in un
vaso di vetro, come il suo pittore
con l’orecchio reciso e i suoi qua-
dri invasi dal vento, come un or-
digno nascosto troppo sensibile a-
gli urti, troppo sensibile e basta
alla vita che arriva a onde gigan-
ti e inonda e sprofonda ogni di-
stacco e vantaggio e commiato dal
mondo e ogni volta è passione,
sconcerto, smania e tormento, ogni
volta è un ritorno, è un correre
incontro a braccia serrate sul
petto prevedendo lo scontro.

Il nome è una premonizione

90
e per la ragazza che suona l’oboe
lo è il diciassette ma per Vincent
fu la prima volta che vide il mare,
fu quella la chiave, la luce stana-
ta nel suo continuo fluire e on-
deggiare, la luce truffata dalle
visioni e invenzioni di ognuno,
sfruttata in scenari caliginosi,
spalmata sul legno in colori pa-
stosi, per Gauguin invece fu
l’isola profumata la soluzione, il
sorriso largo e calmo che si apre
sul mondo indulgente e bonario,
docili dolci di cioccolato le donne
nude e sopravvissute candide a
rincuorare le voglie, sorgente
d’acqua spontanea che scorre, dis-
seta, si offre e non toglie.

L’amor di sé è incolore
o al massimo è una monocromia esa-
sperata di troppe tinte divenute
una sola e grottesca, croce e mela
e veleno e Dio e Angelo caduto e
croce e mela e veleno e Dio e cosi
via fino a incrociare la buona o
la cattiva sorte perché poi di que-
sto si tratta e quindi vita o morte
per coincidenza o disegno e così il

91
vortice giallo inghiotte il talento
e il genio e rimane solo una lapi-
de, l’idea originale, l’affare o un
parlar sterile da intellettuale.

L’arte è un ponte
costellato di fiori, di mango e di
spine, è un fratello che sa e che
per questo ti tiene per mano, è la
crepa nel guscio dell’uovo, è sco-
prire le cose di nuovo e vederle
diverse, è una piccola fiamma nel
suo piccolo e instabile cerchio di
luce per sempre, è cercare ogni
volta la chiave che apre o blocca
qualsiasi porta, nessun dorma se è
di cielo il soffitto, oppure addor-
mentati dolceamore se il cielo è
nel sogno.

92
93
94
Collazioni e collezioni

Poichè utilizzo il discorso del significato – non


ce ne sono altri, e non si tratta di sostituirlo,
ma di esporsi ai suoi limiti –, mi si domanderà:
cosa significa allora la presentazione? Non me la
caverò rispondendo che essa qui non ha senso –
come non hanno mai risposto quelli di cui sfrutto
la testimonianza. La “presentazione”: mi servo qui
di questa parola, ogni significato della quale
nasconde probabilmente una trappola o un’impasse
per l’uso che ne faccio, al fine di andare altrove
e verso altre parole; se la scelgo, questa volta, a
causa di alcuni privilegi filosofici di cui è o
fu provvista, non è per attribuirle un nuovo
senso, almeno non in questo senso : è piuttosto
per scriverla qui in un modo che non sia sempli-
cemente quello della comunicazione di un senso,
ma che sia anche quello dell’esposizione di una
cosa, e quello di un appello, o di una strizzata
d’occhio, di una cancellatura o di una notazione
musicale, come un disegno o come una scarica di
energia; nulla di tutto ciò significa qualcosa di
preciso (ma si può, certamente, ricondurre tutto a
traduzioni perfettamente chiare), significa ciò
che contorna in ogni discorso il senso dei signi-
ficati e ciò che forse è una “presentazione” del
discorso e delle parole, di voi e di me, degli uni
e degli altri, irriducibili al “senso” e tuttavia
sempre presente ai suoi confini. Potrei provare a
dire così: questo senso accade tra noi, e non tra
significante, significato e referente.

(Jean-Luc Nancy, L’oblio della filosofia, cura Fe-


derico Ferrari, Lanfranchi, Milano, 1999, pp. 91,
92)
Il “tra noi” accade, si dà essen-
zialmente in ambito poetico. Se, rici-
tando Nancy, “il senso siamo noi”, quel
tra significa anche incunearsi, in-
framettersi nelle pieghe del soggetto
che produce (o vanifica, o comunque
mette al lavoro) il senso.
Se il soggetto è qui configurato al
plurale (noi) c’è una ragione ben pre-
cisa: il livello di ricezione di una
letteratura poetica non può prescin-
dere dall’interpretazione soggettiva
del ricevente. Per cui la differenza
tra significato e significante viene
a configurarsi e a deterritorializ-
zarsi su svariati livelli.
In poesia non c’è una verità al lavoro,
non può esserci un porsi in opera
della verità, non una verità assoluta
almeno. La pressoché continua rivalu-
tazione dei piani semantici non per-
mette la costituzione di una verità
assoluta e al singolare. Induce semmai
la disseminazione di una serie di pic-
cole verità relative e al plurale. Re-
lative, per esempio, al coglimento di
un istante, alla ripercussione che può
fomentare uno stato d’animo o, molto
più semplicemente (si fa per dire),
all’urgenza di mettere su carta la
propria vita, ma anche al lumen o al-

II
la tenebra che accompagnano il pro-
prio transito intellettivo.
Il transito è paragonabile ad una
pagina di scrittura. C’è il flusso.
L’andirivieni. Le necessarie soste. Le
riflessioni. Le disillusioni. E, natu-
ralmente, i “rancori”.
La stessa pagina scritta è una “colle-
zione” di parole che a loro volta col-
lezionano stati d’animo e visioni.
C’è un «io» quindi. Un io al lavoro,
che si pone in opera.
Questa è la prima – e la più importan-
te – di quelle che possiamo definire
aperture o sorgività (il condursi al
fondo per meglio aprirsi).
Aperturà e sorgività presuppongono
una sorta di mise en abîme: da un lato
scandagliare la propria intestinità e
dall’altro lato farsi portavoce di quel
fenomeno – comune a tanti poeti – che
viene chiamato «autoriflessività».
Ci troviamo quindi di nuovo a parlare
di plurale.
L’io si mette in abisso per specchiar-
si, per moltiplicarsi e per consegnar-
si all’esterno nella sua essenza al
plurale. Quest’essenza che possiamo de-
finire come cuore poematico pretende
dal fruitore non la semplice osserva-
zione di un dato di fatto, ma una vera

III
e propria “interpretazione” del dato
di fatto. Quel “tra noi” comprende
quindi svariati soggetti e viaggia su
diversi livelli: tra la Arvasi e la
sua stessa essenza poematica (si po-
trebbe dire: viaggiando all’interno
della sua stessa molteplicità intrin-
seca), tra me e la Arvasi, tra me e voi
che leggete questo mio intervento. E,
infine, il più importante che è quel
“tra noi” che intercorre tra voi let-
tori e la Arvasi.
La mia presenza qui è quasi super-
flua.
Parafrasando Nancy non dirò che la
mia presenza non ha senso, ma che si
riduce, in un certo senso, al ruolo del
mediatore.
Le mie intenzioni non sono quelle di
mettere a nudo la Arvasi; penso che
nemmeno lei ci riuscirebbe, non com-
pletamente almeno. Le mie intenzioni
sono quelle di tracciare una serie di
linee che possano creare – inesausti-
vamente – un piano ove girovagare al-
la ricerca di un senso, o meglio: ove
rischiare un’interpretazione.
Per far sì che ciò accada, bisogna che
collezioni anch’io una serie di parole,
che mi servi delle parole date “al fi-
ne di andare altrove e verso altre

IV
parole” che possano non dico giustifi-
care le prime, ma comunque conferirle
il giusto peso.
Il mio non è un compito agevole. Non è
semplice parlare di un qualcosa che
entra dentro e lascia il segno. Non è
semplice servirsi delle parole per
parlare di altre parole, così come non
è certo agevole parlare in modo obiet-
tivo e distaccato di un qualcosa che
ha fomentato in me una sorta di bri-
vido.
Ci sono momenti di altissima poesia in
quest’opera.

Eccomi, papavero divenuto pianta grassa,


agave forgiata da schiaffi di luce e silenzio,
le spade carnose inarcate
in-sofferenza di pietra

-seppur monotono e tetro


non c’è spazio che mi sia piatto-

Pianta cadente d’acqua che non basta,


internati in bocca i piccoli origami
e occhi come unghie da tagliare

E anche là dove il verso lascia il po-


sto ad una sorta di poesia prosodica
si respira, a pieni polmoni, l’aria ra-
refatta e tonificante di un’altezza

Mia madre aveva mani bellissime, le dita erano


lunghe e nervose e la pelle bianchissima, qua-

V
si trasparente e m’incantavo a pedinarle men-
tre cuciva o fumava, ma era una meraviglia
guardarle ricamare sul foglio con la sua Mont
Blanc.
Io scrivo perché mia madre aveva mani bellis-
sime.

Dopo questa sorta di preambolo bisogna


che tenga fede all’impegno preso e che
cominci quindi ad usare e trattare le
parole.
Ripartiamo quindi dal titolo che ho
inteso dare a questo mio intervento, e
cioè da due parole (naturalmente al
plurale): collazioni e collezioni.
Questo tipo di apertura implica, a
priori, un discorso assonantico (i due
termini infatti differiscono tra loro
nella semplice sostituzione di una vo-
cale). E non solo. In etimo le accezio-
ni di entrambi i termini portano alla
configurazione di una sorta di palin-
sesto, per certi versi, sinonimico.
Collazione dal latino collationem,
collatus, ma anche confèrre, e quindi
conferire, raffrontare. C’è anche
l’accezione del «portare insieme» che
rimanda al «latóre» (portatore, mes-
saggero). Confrontrare viaggia sulla
stessa linea di riscontrare; nello
specifico: l’originale dalla copia. Il
termine è stato usato specialmente in

VI
riferimento a stampe e scritture (si
potrebbe dire: il verso dipinto e il
verso inchiostrato; non a caso i rife-
rimenti alla pittura nella poetica
della Arvasi si moltiplicano a vista
d’occhio).
La collezione (collectio, collectus, ma
anche collidere = raccogliere e/o co-
gliere), allo stesso modo, raccoglie e
confronta, riscontra e conferisce (il
giusto valore, il giusto titolo), ma
anche letteralmente «porta insieme» o,
se preferite, mette insieme.
Perché dunque mettere insieme col-
lazioni e collezioni?
Le collezioni ricapitolano il senso
dell’opera e le collazioni si ricon-
giungono al primo termine in senso
assonantico e sinonimico. Queste due
ultime peculiarità rientrano, di di-
ritto, nella configurazione di
quell’asse paradigmatico che siamo so-
liti definire poesia.
Ho inteso partire dall’etimo proprio
per scandagliare alcune delle acce-
zioni sopraelencate (accezioni che a-
vevamo comunque anticipato nel pream-
bolo).
Per prima cosa il “raffronto”.
Questo è il secondo libro della Arvasi.

VII
Dal primo, Tre Donne D’Istanti, vorrei
qui estrarre una frase: “proseguimen-
to e coda del cuore”. Se la coda è
un’appendice, se il proseguimento è la
volontà di una prosecuzione in termi-
ni altri e se il cuore 1 è l’essenza po-
ematica, ecco che Collezione di piccoli
rancori comincia ad acquisire i suoi
primi tratti caratteristici proprio
nel riprendere il cammino interrotto,
nel riapprendere – col senno di poi –
le proprie creature (si legga anche
proposizioni) poetiche, e quindi nel
riapprendersi e nel riaprirsi. Qui ci
si riapprende e ci si riapre a partire
da un dato di fatto. Non a caso ho vo-
luto sottolineare “proseguimento” e
“col senno di poi”, perché la Arvasi
sembra riconfigurare – a più livelli
– il «già stato». Col senno di poi si

1
È questa la seconda volta che mi trovo a par-
lare della Arvasi, o meglio a scrivere su
quella che è una peculiarità imprescindibile
della sua poetica: il cuore poematico. A tal
proposito, se mi è concesso il rinvio, ci si può
confrontare con il mio Gesti d’aria e incom-
benze di luce, (saggio sulle poetiche di L.R.
Carrino, S. Molesini, R. Bonomo, L. Arvasi, M.
Sciutti, S.P. Anastasio) Liberodiscrivere, Geno-
va, 2008.

VIII
moltiplicano le prospettive, le cose
cambiano e accedono a vita nuova.
Se in Tre Donne D’Istanti scrive: “La
punizione dell’acqua sul chiodo è la
ruggine”, in Collezione di piccoli
rancori riconfigura:

essere chiodi nel muro che aspettano il quadro


e temono più delle pinze e delle tenaglie
la ruggine

Se in Tre Donne D’Istanti scrive: “Sulla


tua faccia non piove, e invece dovrebbe, / sor-
ridi meccanica e strangoli un’altra rosa”, in
Collezione di piccoli rancori non può
esimersi dal ribadire:

Forse oggi
l’espressione non è fruttuosa
d’altra parte è da un po’ che non piove

Se in Tre Donne D’Istanti scrive: “I


denti mordono tondini di pane secco / di pol-
vere d’olive / briciole fra la lingua e il pa-
lato”, in Collezione di piccoli rancori
possiamo scontrarci con la spiazzante
semplicità di una proposizione che
suona così:

Sul tavolo
disegni case di briciole

Se ci concediamo il lusso di continua-


re l’analisi (il raffronto) delle poe-
IX
sie da cui abbiamo estratto le ultime
due citazioni, nella prima troviamo
due domande: “Qual è il tuo punto di vista?
/ Da quale luogo stendi lo sguardo?”, e nella
seconda la possibilità di una risposta: “e
l’unico raggio di sole / che obliquo buca gli
occhi / aperti e superflui / come quando si
fissa il bianco”.
Questi sono solo alcuni esempi ma –
credetemi – gli occorrimenti si molti-
plicano a vista d’occhio e per enume-
rarli (collezionarli, collazionarli e
inventariarli) tutti rischierei di
scrivere un altro libro. Abbiamo in-
trodotto il leit motiv del palinsesto 2
(in chiave retorica si potrebbe parla-
re di accumulazione), ovvero della
messa in versi degli elementi che co-
stituiscono la collezione.
Come si può evincere dalla nota ci so-
no, nella poetica della Arvasi, delle
2
Ecco alcuni degli elementi: il muro (di volta
in volta in attesa dei chiodi, scrostato, di
carta), le mani (bellissime, appiccicose, deser-
te, giunte), il libro (vecchio, mai letto, sul
comodino, consunto), il numero tre (tre piccoli
lembi di stoffa, tre giri soli, tre righe su
richiesta, tre lingue, tre mosse, tre anni e
mezzo, tre chiodi, tre carte), il dolore (da abi-
tare, da non parlarne mai, da deformare), la
catena (da tendere per strozzarsi, che piove da
un anello conficcato nel muro, di ferro dora-
to), ecc.

X
proposizioni e degli oggetti ricor-
renti, si potrebbe dire da reiterare e
quindi anche da collazionare e colle-
zionare.
Ci ritorneremo più avanti nell’accenno
ai “cani” e alla “pioggia”, ma al di
là delle tematiche ricorrenti
quest’opera si rivela a tratti sbalor-
ditiva per l’estrema semplicità con la
quale si snoda su un asse ove vengono
giustapposte intensità quasi solenni

Nei rari triangoli magici


apparsi al centro d’incroci dove non ritorne-
remo
afferriamo un lampo occasionale di verità
che ci attraversa e illumina
rendendoci muti.

e intimità quasi spiazzanti

Oggi mi taglio i capelli,


così le tue mani,
domani,
non si tratterranno nella carezza dolce.
Fra le ciocche,
il gioco d’amore diverrà fugace
e più facile sarà rinunciarvi

Il sentiero da battere non è agevole,


né lineare. C’è tutta una serie di o-
stacoli da superare e, per così dire,
di curve pericolose. Ed è proprio in
quelle curve che le linee di congiun-

XI
zione , riannodando il prima al poi,
creano le relazioni.
Per parlare della Arvasi e della sua
poetica bisogna qui introdurre il
concetto del «velo». In francese e nel-
le accezioni derridiane (voile) lo si
può pronunciare sia al maschile che
al femminile: il velo e la vela. Se il
velo permette ciò che possiamo defini-
re il nascondimento, la vela invece,
fendendo il vento, permette
l’avanzamento, il transito, l’approdo.
A cosa approda la Arvasi?
In primis approda al “rancore”, ad un
palinsesto, ad una “collezione di pic-
coli rancori” ad uno ad uno giustap-
posti. Si potrebbe dire: messi in serie
o serializzati (l’idea stessa del pa-
linsesto si connota anche nella se-
rialità). Ciò che colpisce è
l’interazione dei singoli accadimenti,
come se fossero tanti piccoli pezzi che
–durante il transito – si staccano
dallo stesso corpo. Questa separazione
– per così dire voluta e forzata –
permette la disseminazione di quelle
che possiamo definire schegge poeti-
che.
Ma il poetico non basta.
C’è l’a priori poematico con cui fare i
conti.

XII
La vela stringe un patto d’alleanza
con il velo e si concede il lusso di
far scendere in campo il concetto del-
la trasparenza
Anche la trasparenza è un’apertura.
Un’apertura che, quasi paradossalmen-
te, si nutre di una mancanza, o me-
glio: mette al lavoro la mancanza.
Le proposizioni idiomatiche della Ar-
vasi vertono sulla privazione. Apolo-
gia della steresis, una sorta di elen-
co e quindi – immancabilmente – una
collazione e un raffronto. Giustappo-
sizione dei vuoti che si instaurano
nelle pieghe del corpo poetico, spesso
tra parola e parola. I vuoti e il si-
lenzio. La pausa riflessiva e
l’autoriflessività di un manque che
ritorna all’io narrante.
Ma il rancore è anche una forma di
rivalsa. Ci si libera del vuoto di-
chiarandolo, attestando la sua pre-
senza, conclamandone l’assenza e
l’essenza. Non si tratta però di
un’apologia del negativo. La questione
è anche linguistica. Le singole propo-
sizioni sembrano talvolta isolarsi e
vivere per conto proprio. Le sequenze,
le strofe sembrano a loro volta colle-
zionare una serie di elementi appa-
rentemente isolati. Ed è nel porre in-

XIII
sieme, nel mettere insieme che si può
accedere ad una sorta di verità.
Per ritornare alle due proposizioni
che hanno aperto le danze (ma in re-
altà non le abbiamo mai abbandonate),
se la collezione non è completa risul-
ta difficile darle il “giusto valore”,
conferirle una sorta di dignità idea-
lizzata. Bisogna, in un certo senso,
ricongiungere i vari tasselli e chiu-
dere il cerchio. 3
Quindi alla collezione primaria che è
quella dell’intera opera dobbiamo a-
giungere tutta una serie di piccole
collezioni.
Collezioni di parole e di vuoti, di si-
lenzi che precipitano tra parola e
parola inducendo non proprio una so-
spensione ma una sorta di riflessione.

3
Fin dalla prima volta che ho letto la Arvasi
ho avuto la forte impressione di una scrittura
circolare. Non di una scrittura che si morde
la coda, ma proprio di una sorta di ciclicità,
di un qualcosa che ritorna per differenziarsi
e per conclamare i punti chiave a partire dai
quali si dipana l’asse paradigmatico del suo
discorso poetico. Qui non ci si può limitare a
parlare di poetica. Dietro e dentro c’è un di-
scorso che puntualmente ritorna e si rinnova.

XIV
Questi vuoti – che si potrebbero defi-
nire intervalli – talvolta dicono più
di quanto non nascondino.
In questo schermo, in questo velo non
c’è stallo, ma solo proiezione, un at-
traversamento, da parte a parte, che
si nutre della superficie sulla quale
si staglia proprio per meglio arriva-
re al profondo.
Ed è per questo che le loro caratteri-
stiche non si limitano al solo preci-
pitare all’interno del verso, ma devo-
no velare e al contempo svelare.
Qui ritorna, a pieno diritto, il no-
stro velo che possiamo definire come
una sorta di schermo trasparente dove
ad ogni immagine proiettata sulla su-
perficie corrisponde una sorta di
surdeterminazione interna.
A titolo d’esempio:

un volo elicoidale che pare immobile,


sospeso.
Eppure il cuore batte furioso.

Questa è l’immagine proiettata, ovvero:


il poetico. Ma cosa ci dice il cuore
poematico che si può intravedere at-
traverso la trasparenza? Molto sem-
plicemente l’evocazione di un colibrì,
ovvero per dirla con le parole della
stessa Arvasi: “l’immagine che ho in

XV
testa è quella del colibrì che batte le
ali 80 volte al secondo con un battito
cardiaco dieci volte più veloce del
nostro, eppure sembra fermo”.
In questo andirivieni di veli e di ve-
le si potrebbe parlare anche di mime-
si, ovvero di verosimiglianza.
Quanti lettori dopo aver letto una
proposizione come questa

Per non fare danno hai domato lo sguardo


sgravio e addebito
fulminea discesa nel diagramma della quiete
per l’imbroglio di un libro mai letto
e pensieri che pulsano come un mal di testa
mentre indago quel che resta di me fino a un
attimo prima felice

si riconosceranno nell’io narrante?


Sicuramente tanti.
E tanti altri si riconosceranno in
altre parti dell’opera.
La mimesi arvasiana teorizza un’arte
del riconoscimento facendosi condurre
dalla vela e offrendosi (aprendosi e
mostrando ciò che fibrilla nella sua
intestinità) attraverso la trasparen-
za del velo:

Ho cani di stagnola nella pancia


che abbaiano e si spingono fin dove possono,
lasciano segni scuri sul ghiaino
tendono la catena e quasi si strozzano

XVI
Per questo la Arvasi sembra contempo-
raneamente intrudere ed estrudere,
entra ed esce dai flussi lineari e da
quelli a caduta, si lascia prendere da
una macchina lirica e poi se ne tira
fuori precipitando in apologie di-
chiarative. E tutto in nome di se
stessa, nel suo stesso nome. C’è un io
che risuona, che si ascolta e si au-
sculta, che si rincorre per ritrovarsi
e differenziarsi.
Se c’è un’intimità al lavoro, c’è un io
che tende ad aprirsi.
Del resto ci si apre anche dando il
giusto peso a un istante passionale e
a un piccolo rancore da collezionare.
L’abbiamo già detto: la Arvasi si con-
figura proprio a partire dalla sua
apertura.
Apertura verso il sé che a sua volta
si apre verso l’esterno.
E la Arvasi – in questo processo di
autoriflessività – si apre squarcian-
dosi, si offre al pasto del lettore.
Le pietanze che tira fuori diretta-
mente dal suo costato sono tanto sem-
plici e sincere da sembrare, parados-
salmente, desuete.
Ciò che si cerca oggi non è la sempli-
cità ma l’artificio; ed è per questo

XVII
che sempre più raramente possiamo
scoprirci a leggere frasi di questo
tipo:

Lampi azzurri
e un tappo in gola,
è perfetto
l’Odio d’Oro che cola sul foglio.
-Ho trent’anni soltanto-
Come le rose
bisognerebbe appassire
-anche solo un poco-
prima di sfiorire.

Il piano espressivo della Arvasi si


snoda quindi su una serie di linee di
congiunzione e i vari aggiustamenti
di percorso sono misurati e natural-
mente calibrati, a tal punto da rende-
re quasi invisibili i cambi di dire-
zione. Ed è proprio su quella linea
che le parole parlano – quasi esclusi-
vamente – dell’io narrante.
Lara è il soggetto che si rende ogget-
to al solo scopo di mettere a nudo il
sé, per aprirsi e per offrirsi. Le sue
mani anche quando aderiscono al corpo
sono sempre idealmente aperte.
Ed è forse proprio per questo, per
quest’ innata apertura che nella sua
poetica non c’è una molteplicità di
luoghi, ma lo stesso luogo che di vol-

XVIII
ta in volta si appropria dei luoghi
che attraversa.
Quel luogo unico è il suo stesso corpo.
Ciò che ne scaturisce, che si protende
verso l’esterno sono le proiezioni del
suo luogo interiore.
C’è una spiccata intestinità nella
poetica della Arvasi.
Per questo, forse, il flusso non è ne-
cessariamente lineare.
Ci sono, talvolta, frasi o sequenze che
sembrano cozzare le une con le altre.
Ogni interruzione del flusso, ogni
sobbalzo, ogni chiusura deve essere
intesa in questo senso, deve essere
letta in quest’ottica. Ogni sé che si
rispetti, per il suo naturale fluire,
giustappone la levata alla caduta.
Non può permettersi di procedere sem-
pre con passo sicuro e spedito, deve
anzi concedersi il lusso di inciampa-
re. Magari per soffermarsi a pensare
e per far pensare. Per soppesare il
suo peso e per far sì che il lettore
dia il giusto peso (conferisca il giu-
sto valore) alle sue proposizioni.

È appoggio e scusa
l’apparir così aliena a quel che sono,
tu sai che la mia forza è finta.

Non sono che un muro di carta.

XIX
Se vuoi,
attraverso
vedi. 4

Quel muro di carta è, in un certo sen-


so, un velo. Ma non si tratta solo di
questo.
Ci sono diverse tipologie di velamen-
ti.
Lo stesso cielo intristito e piovoso
che scandisce il ritmo e il tempo di
Tre Donne D’Istanti è da considerarsi
un velamento.
La Arvasi sta compiendo il suo perso-
nale transito su quell’asse paradigma-
tico che ci ostiniamo a chiamare poe-
sia. E lo fa ritornando su se stessa,
mettendosi en abîme e amplificandosi,
riprendendo i punti-chiave per deter-
ritorializzarli verso un divenire.
L’a venire arvasiano ricongiunge i
frammenti e ricrea il tutt’uno ren-
dendolo sempre più organico, sempre
più compatto, ma al contempo duttile e
malleabile.
Da qui alla serialità il passo è breve.

4
Sul tema delle immagini ricorrenti e delle
riconfigurazioni, solo poche pagine più avanti
ci troviamo a riconsiderare il muro: “La mia
configurazione / è un ragno che dondola appe-
so. / Non cerca muri, / semplicemente li trova”

XX
Il concetto di serie, come già accen-
nato, deve essere applicato in maniera
particolare a due elementi: i cani e
la pioggia.
Entrambi sembrano appartenere al bios
dell’autrice.
Entrambi sembrano configurarsi come
tasselli autobiografici.
Così come con la straripante presenza
della pioggia, in Tre Donne D’Istanti
ci troviamo a fare i conti con un an-
dirivieni pressoché costante di cani.
Ma la cosa, naturalmente, non si esau-
risce nella prima opera. Entrambi gli
elementi vengono ripresi e amplifica-
ti nella “collezione di piccoli ranco-
ri”.
Collezionati e collazionati.
Conferiti e messi insieme, conclamati
e surdeterminati.
Anche in questo caso gli occorrimenti
si moltiplicano a vista d’occhio per
cui instaurare un raffronto diventa
cosa agevole.
Per amor di brevità citiamo solo due
esempi:

Dall’anello conficcato nel muro, scrostato


piove una catena.
Unica testimonianza di un cane che non c’è più
e del suo padrone indolente.

XXI
[...]

Impara ad avere opinioni di gomma, la pioggia


(o la luce) è imminente
fulmine e scossa il ferro conduce.

A cui dobbiamo almeno aggiungere la


terribilità di una frase che suona
così: “I guinzagli hanno urgenza di cani”.

Da tutto quello che abbiamo detto fi-


nora si evince che l’approccio
all’opera della Arvasi non può conno-
tarsi esclusivamente su un piano lin-
guistico. La disarmante semplicità con
cui ella ci si pone dinanzi e si sma-
schera non sembra basarsi su una co-
struzione formale, né tanto meno ar-
tificiosa. Così è stato per Tre Donne
D’Istanti e così è per Collezioni di
piccoli rancori.
A dire il vero, per la legge che vuole
e pretende l’eccezione per confermare
la regola, all’interno della “collezio-
ne” troviamo una poesia (Di voli e vo-
liere) che per la sua incredibile co-
struzione (allitterazioni, rime, asso-
nanze, innesti di gruppi timbrici,
ecc.) andrebbe qui trascritta intera-
mente.
Citiamo solo le prime quattro strofe:

XXII
Casa scatola
di storie a cartoni,
plastilina colorata,
pensilina che ripara,
tetto trasparente che vedi fuori
che importa se piove.

Porcellana e cemento
frangibile e sempiterno,
il libro di carta, memento,
luogo feroce e ingrato
spaginato
azzurro
come niente intorno.

[ Penso a fragole rosse che divorani i fiori,


germogli
le giovani spose
e sequele di lame e cotone,
di polvere e tarli le madri
e mai il contrario,
magari.

Penso a un dolore
che abito ancora
mi veste, mi sveste e m’investe.
Lui contro

Nella prima strofa troviamo


l’alliterazione, per così dire, semplice
di tetto/trasparente, quella multipla
di casa/cartoni/colorata e
l’allitterazione composta con rima di
plastilina/ pensilina.

XXIII
Nella seconda strofa ritorna la p di
porcellana e troviamo la rima quasi
omologa di cemento/memento ottenuta
per sostituzione di consonante; la ri-
ma ingrato/spaginato; il gruppo tim-
brico em deterritorializzato in ce-
mento, sempiterno e memento (da non
sottovalutare il fatto che il gruppo
timbrico occupa sempre la stessa posi-
zione all’interno di ognuna delle tre
proposizioni); l’allitterazione ingra-
to/intorno; da notare anche come il
termine sempiterno si riallacci in
chiave assonantica con intorno per
elisione di prefisso (sempi/in) e so-
stituzione di vocale (terno/torno).
Nella terza strofa troviamo
l’allitterazione semplice spo-
se/sequele, quella multipla ma-
dri/mai/ magari e un procedimento
anagrammatico nelle desinenze di fio-
ri/contrario (ori/rio).
Nella quarta strofa, metamorfosizzan-
do per sostituzione di vocale il ma in
mi, troviamo un nuovo trittico, per
così dire, di allitterazioni supporta-
tive che si surcodificano in un altro
trittico di proposizioni a rima asso-
nantica (mi veste/mi sveste/m’investe)
ottenuto per aggiunzione progressiva
di elementi.

XXIV
Ci sono poi tutta una serie di proce-
dimenti incrociati tra le vare strofe:
le allitterazioni casa/cartoni/carta
tra la prima e la seconda strofa e
contrario/contro tra la terza e la
quarta strofa; la ripetizione di “pen-
so” all’inizio della terza e della
quarta strofa che si riallaccia in
chiave allitterativa con l’apertura
della seconda strofa e cioè con la p di
porcellana (che a sua volta richiama
l’alliterazione plastilina/pensilina
della prima strofa).

Le porte della Arvasi sono sempre a-


perte. Basta entrare, guardarsi in-
torno e il gioco è fatto. Ella non si
attende sulla soglia di una risolu-
zione sapienziale e poetica. Casomai
attende – sulla soglia delle sue pic-
cole teorie – il lettore per invitar-
lo ad entrare in quella stanza priva-
ta che è la sua poematicità. Certo, bi-
sogna farsi largo tra i veli che ri-
coprono svelando, bisogna che il let-
tore – a sua volta – collezioni e
quindi metta insieme i vari tasselli
che riconfigureranno il corpo poeti-
co. Ma la Arvasi ci facilita il compi-
to.

XXV
Se molti poeti scrivono sul non anco-
ra, sull’a venire, sull’ulteriore che è
sempre da costituirsi, la Arvasi, come
già accennato, scrive sul già dato.
Scrivendo su un qualcosa che è già
avvenuto, ella si ritrova a racconta-
re, a narrare. Ne è esempio eclatante
la poesia D’astemia alterata nel sor-
riso slogato mi annido.
Bisognerebbe qui riportarla intera-
mente per meglio comprendere, ma ac-
contentiamoci di un frammento:

Franceco parla adesso che è giorno che il tem-


po è come un cartone di latte aperto nel frigo,
e tu sai, perché uno che pensa è anche uno che
veglia e gira dentro e intorno e si perde sen-
za ritorno, che tornare è peccato, bisognerebbe
farlo almeno con mani deserte, sanguinando da
ferite complesse e diverse e zitto [ ...] 5

Tra l’altro, da un punto di vista lin-


guistico, la Arvasi amplifica una fi-
gura che ricorre in molti dei suoi
scritti: il polisindeto.

5
Vorrei solo ricordare che in Tre Donne
D’Istanti si può leggere una frase che suona
così: “Quell’uomo si chiamava Francesco/ ma non
era il suo nome vero. /Francesco è il nome che
regalo a coloro che amo”.

XXVI
Questa figura consiste nella ripeti-
zione della congiunzione copulativa
tra le proposizioni consecutive (“e
gira dentro e intorno e si perde senza
ritorno” – “e diverse e zitto”)
all’interno di un periodo o di una se-
rie.
Qui la Arvasi non ipotizza la metafi-
sica di un ulteriore, ma compie un re-
soconto. Enumera, colleziona, colla-
ziona l’alea dei risvolti metafisici
del già accaduto. La copula aiuta la
decodificazione del palinsesto, gli
conferisce il giusto valore. Così fa-
cendo la Arvasi rischia l’analisi del
sé che si mette in gioco attraverso
l’inesausto transito tra i suoi stessi
istanti, tra i suoi stati d’animo, tra
le sue delusioni e i suoi piccoli ran-
cori.
Da qui l’inevitabilità di una “colle-
zione”.
Si colleziona ciò che piace.
Si potrebbe dire quindi che alla Ar-
vasi piacciano i suoi vuoti e i suoi
manque, per poterli cantare e per
farli decantare.
È una sorta di teoria, una delle tante
teorie che, quasi timidamente, si fan-
no strada all’interno del detto poeti-
co.

XXVII
Nella poesia che chiude l’opera la Ar-
vasi si apre ulteriormente – in sei
strofe a verso lungo – e costruisce
proprio una serie di piccole teorie
che – traslando dalla pittura alla
vita di tutti i giorni – codificano e
surdeterminano il buio, la percezione,
la follia, il nome, l’amor di sé e
l’arte. Per costruire teorie bisogna
aver raggiunto quello stato di consa-
pevolezza che permette di incrociare
le singole cose tra loro, di metterle
in comunicazione anche a distanza, di
riannodare il filo, di mettere in posa
il concetto senza esibirlo e senza
esibirsi.
Ed è questo quello che fa la Arvasi.
Si espone tracciando le linee che con-
giungono i vari tasselli per vela-
re/svelare le sue piccole verità, o
meglio: le sue piccole idee di verità.
Quali sono le sue idee di verità?
Per rispondere dovrei imitare la Ar-
vasi e produrmi nell’ennesimo palin-
sesto, dovrei molto semplicemente sfo-
gliare la sua “collezione”.
Queste sono alcune delle tematiche che
la Arvasi ha messo in versi nelle sue
due prime opere: il possesso e la per-
dita, il diafano e lo scolorito, la ri-
cerca del nome proprio, la pittura e

XXVIII
la musica, il manque e l’apertura, lo
sguardo nella sua doppia accezione di
porsi di fronte e girarsi di schiena,
il mondo come percezione,
l’intestinità, le piccole delusioni, la
senilità, le porte che si aprono e si
chiudono, i muri da travalicare e
contro cui sbattere il muso, l’amore,
la follia, il buio e la luce, l’eccesso
di bianco, la rosa e il sangue,
un’esercito di cani, piogge e ombrelli
che non riparano dall’acqua, la dimen-
ticanza e il riconoscmento, il peccato
veniale, gli oggetti visti da dietro e
quindi il mutare della prospettiva,
l’implacabilità e l’inesorabilità del
decorso temporale, ago e filo per ri-
cucire gli strappi, il numero tre, il
colore blu, la coscienza
dell’interrogazione e l’arte come ele-
mento indispensabile di vita.

L’arte è un ponte
costellato di fiori, di mango e di spine, è un
fratello che sa e che
per questo ti tiene per mano,
è la crepa nel guscio dell’uovo, è scoprire le
cose di nuovo e vederle
diverse, è una piccola fiamma nel suo piccolo e
instabile cerchio di
luce per sempre, è cercare ogni volta la chia-
ve che apre o blocca
qualsiasi porta, nessun dorma se è di cielo il
soffitto, oppure

XXIX
addormentati dolceamore se il cielo è nel so-
gno.

Solo per ribadire i concetti finora


espressi, in Tre Donne D’Istanti pos-
siamo leggere:

Tu credi che qualunque cosa creata ha il dove-


re di bastarsi da sola e di durare per sempre.
Ancora non sai che è necessario ricostruire
ogni volta qualunque ponte
che crolla.

In quest’ultima proposizione troviamo


le due principali chiavi d’accesso
alla poetica arvasiana: il “necessa-
rio” (l’urgenza) e la “ricostruzione”
(la riproposizione differenziata del
transito poematico).

(Enzo Campi – Reggio Emilia – Maggio


2008)

XXX
XXXI
XXXII
Lara Arvasi, è nata a Parma nel 1968
ma le sembra ieri. Alcune sue poesie
sono state pubblicate in antologie
edite da Liberodiscrivere (Immagine
che resta, 2005 e Anatomia di un bat-
tito d’ali, 2006 ). Nel 2006, con lo
stesso editore, pubblica il suo primo
libro di poesie Tre donne d’istanti.
Lara collabora con Alessandro Cinelli
all’organizzazione della Biblioteca
Clandestina Errabonda Parma