Sei sulla pagina 1di 95

Maurice Porot

Professore onorario di Clinica psichiatrica e di


Psicologia medica presso la Facoltà di Medicina di
Clermont-Ferrand

IL BAMBINO
DI
SOSTITUZIONE
PRIMA PARTE
Prefazione

Una giovane coppia desidera ardentemente un bambino. Finalmente


giunge una gravidanza, seguita da un parto che porta la gioia nella famiglia.
Questo bambino tanto desiderato muore in tenera età qualche tempo dopo la
sua nascita, lasciando un posto vuoto e un dolore tanto più crudele quanto
più il bambino era stato atteso. L'"elaborazione del lutto" è molto difficile,
anzi impossibile da affrontare. Per 'colmare' questo dolore, generare un altro
bambino sembra l'unica soluzione.
Costui sarà un bambino di sostituzione.
Noi, insieme ad altri autori, abbiamo adottato questo termine in
preferenza a quelli di bambino di sostituzione (substitution), bambino-
ostaggio, bambino-illusione, sostituto di bambino, ecc. Secondo il Petit
Robert, "sostituire è far fare a un'altra cosa il ruolo della prima", il che
corrisponde bene allo status del bambino di sostituzione.
Il ruolo assegnato a questo personaggio non è innocente, non è
neutro, come si potrebbe credere. Dalla nascita, dato che deve sostituire il
primogenito morto in tenera età - e del quale porta in genere il nome - egli è
condannato a un non-essere: non gli è permesso di avere una identità
propria.
Da una dozzina di anni lo studio delle biografie di personaggi celebri
ci ha permesso di constatare che questa situazione di bambino di sostituzione
non era senza rischi e che, se qualche pubblicazione era apparsa
sporadicamente, finora non era stato condotto nessuno studio complessivo.
Tentando di definire, se non un prototipo, almeno i tratti comuni dei
bambini di sostituzione, siamo arrivati alla conclusione che questa situazione
era, di fatto - e all'insaputa dell'interessato e del suo entourage - un handicap
nella vita per tre ragioni principali: il sostituto nasce in una atmosfera di
dolore non risolto; identificato con il defunto, di cui gli viene assegnato il
posto, egli non ha il diritto di essere se stesso; infine pesa su di lui un senso
di colpa del tutto paradossale.
Questi tre handicap di partenza non saranno privi di conseguenze
nello sviluppo della personalità dei bambini di sostituzione. Alcuni sembrano
uscire bene dai rischi incorsi. Altri, nel loro legittimo desiderio di esistere per
se stessi, di essere qualcuno, saranno portati, inconsciamente, a uscire dalle
norme sociali, poiché è sempre l'altro che si vede attraverso di loro, in una
parola a farsi notare per distinguersi dal piccolo morto, sempre troppo vivo.
Due strade si aprono davanti a loro: la "genialità" o la "follia", senza
che l’una escluda l’altra. La "follia" va dall'instabilità psichica e sociale alle
nevrosi più o meno strutturate, fino a disturbi seri che impongono il
ricovero.
Più felici sono coloro che hanno potuto sublimare i loro problemi in
una sfera creatrice di valori, nella letteratura, nella musica, nella pittura, nella
scultura, ma anche in molti altri modi.
L'analisi di questi osservazioni e la sintesi che abbiamo tentato di fare
permettono di comprendere meglio alcuni comportamenti altrimenti
inspiegabili. Ma esse implicano anche delle conclusioni pratiche sulla
condotta da tenere a monte, opponendosi a degli atteggiamenti stabiliti,
come ad esempio l'incoraggiamento a mettere al mondo un nuovo bambino
per consolare una madre inconsolabile, senza tenere conto del fatto che un
bambino esiste per se stesso, non è un oggetto interscambiabile e ha il diritto
di svilupparsi secondo la propria natura.
Questo concetto di bambino di sostituzione ci è sembrato
sufficientemente nuovo, in ogni caso non riconoscuto, per giustificare la
riunione e la sintesi di cui questo libro è il frutto.
Esso riunisce una ventina di biografie di personalità celebri, una
dozzina di osservazioni cliniche pubblicate anteriormente e una decina di casi
inediti.
Talvolta si rimprovera ai biografi di avventurarsi sul terreno della
vita privata di grandi uomini, perfino di studiare le loro patologie.
Certamente Proust ha ragione: l'artista creatore non potrebbe essere ridotto
all'uomo comune e innalzato a un ordine superiore. Ma esplorare un aspetto
della personalità non è fare opera riduttiva. Questa personalità supera di
molto l'handicap di cui essa è la vittima innocente. E' perché il nostro lavoro
ci è parso trovare la sua legittimazione nella non conoscenza generale dei
problemi che noi lo presentiamo.
Capitolo I

Biografie
A. GLI ANTENATI...

IL PRIMO DI TUTTI: SETH


Se si fa riferimento alla Bibbia, noi saremmo tutti bambini di
sostituzione o, più esattamente, i discendenti di un bambino di sostituzione.
In effetti, il libro della Genesi (GN 4,25) ci informa che Adamo
conobbe ancora una volta Eva, fuori dall'Eden, dopo la morte di Abele
ucciso da suo fratello Caino. "Ella ebbe un figlio concepito al posto di Abele,
poiché Caino l'ha ucciso". Questo figlio fu chiamato Seth e fu il primo di
tutti i bambini di sostituzione.
Noè era, alla nona generazione, il discendente di Seth. Dopo il
diluvio che fece scomparire tutti gli esseri viventi dalla superficie della terra,
esseri umani compresi - ad eccezione di Noè e della sua famiglia, al riparo
nell'arca - sono i discendenti di Noè, i suoi tre figli Sem, Cam e Jafet che
ripopoleranno la terra.
E' in questo modo noi saremmo tutti i discendenti di un bambino di
sostituzione.
VINCENT VAN GOGH
O
I TRE VINCENT
Si conoscono bene i complessi legami che unirono Vincent Van
Gogh a suo fratello minore Théo. Si sa anche che egli ebbe un fratello
maggiore, nato morto il 30 marzo 1852, chiamato allo stesso modo Vincent
e che il futuro pittore, Vincent II, nacque il 30 marzo 1853, un anno, stesso
giorno, dopo la nascita e la morte di questo fratello maggiore. Fu allora
iscritto allo stato civile con lo stesso numero, il 29, di suo fratello morto
(Urban).
Non ci sono meno di cinque Vincent tra gli antenati prossimi del
pittore. Si trattava, dunque, di una tradizione corrente, quella di dare lo
stesso nome ai neonati dopo i loro fratelli maggiori morti. "Se questa
abitudine risponde allora a una buona intenzione, consolante per i genitori,
essa si carica anche di un significato magico destinato a scongiurare possibili
malefici e ad assicurare la protezione del "piccolo angelo salito in cielo".
Vincent comincia a patire, di fatto, la presenza ossessiva della tomba di suo
fratello nel cimitero vicino alla canonica. Questo non condiziona tutti i
drammi della sua vita, ma questa lapide funeraria, triste pietra in un cupo
giardino, ha dato corpo a molti fantasmi che l'hanno abitato, riguardo alla
sua famiglia e a sua madre in particolare (Didier Porot).
Quest'ultima, più anziana di suo marito, è descritta come sottomessa,
rispettosa, ma soggetta a collere che mal nascondono la sua ostilità verso
suo marito. Costui, pastore calvinista, non brilla gran che per la sua
comprensione. Compensa la sua mancanza di carattere con una rigidità
d'animo che preclude ogni relazione affettiva che non sia superficiale.
Da questa coppia nascono quattro figli e tre figlie, tra i quali il
piccolo morto e il fratello Théo. Dalle circa 650 lettere che Vincent gli
indirizzerà dal 1872 al 1890 traspare il dolore di essere il "doppione", anzi lo
"zombie" di questo Vincent I. Viviane Forrester ricorda che ogni domenica,
da bambino, Vincent II passava davanti alla sua tomba andando ad ascoltare
suo padre, pastore, predicare nella piccola chiesa di Zundent, al centro del
cimitero, questa tomba dove era scritto il suo stesso nome, la data della sua
nascita e già quella di una morte: "Vincent Vam Gogh, 30 marzo 1852.
Lasciate che i piccoli vengano a me (Luc, 18,16)".
Il leit-motiv delle sue meditazioni di allora era: "Chi mi libererà da
questa morte?" o "Chi mi libererà dal cadavere di questo morto?". Suo padre
ricopiava per lui questo estratto di un poema:

"Chi ci libererà pienamente, per sempre,


dal corpo di questo morto, sotto il giogo tutto piegato".

L'autore sopracitato fa notare che, malgrado ciò, nella


corrispondenza di Vincent II l'esistenza così furtiva ma così pesante del
primo Vincent non è esplicitamente evocata nemmeno una volta. Egli ha
bisogno di non vedere la realtà, di tenere a distanza questo cadavere, l'altro
se stesso che gli impedisce di essere. Quando tentò di predicare nel
Borinage, attirato da "quelli che lavorano nelle tenebre, le viscere della
terra", era il fascino per l'altro se stesso, quello che viveva nel regno dei
morti? In una lettera a Théo cerca di scherzare sulla "balordaggine di fare il
cadavere prima di avere acquisito il diritto a questo titolo per decesso
legale".
Vincent II aveva, infatti, bisogno di interporre una barriera tra sé e il
piccolo morto, incapace di sopportare il "senso di colpa e i rimorsi
indiscutibili di cui soffrirà tutta la vita" (V. Forrester). La prima di queste
barriere fu il pittore Monticelli di cui diceva verso il 1887: "Cercheremo di
provare alle buone persone che Monticelli non è morto afflosciato sui tavoli
del caffé della Canebière, ma che il piccolo uomo vive ancora". Aveva allora
la sola pretesa di "continuare il bisogno" di questo pittore. Guarderà a lungo
a questa ambizione poiché, tra due ricoveri, dopo l'episodio dell'orecchio
tagliato, scrive a Théo: "Ascoltate, lasciatemi continuare tranquillamente il
mio lavoro, anche se è quello di un pazzo, parola mia tanto peggio... Io
cerco da mattina a sera di provare che, veramente, siamo sulle tracce di
Monticelli...".
La sua passione per suo fratello Théo, di quattro anni più giovane, e
il suo attaccamento morboso possono, senz’altro, spiegarsi naturalmente con
lo stato di solitudine e di miseria in cui si trovava. Ma come suggerisce
ancora V. Forrester, questa "osmosi, questa fusione dei due fratelli, ma
anche i loro antagonismi equivoci, l'ambivalenza dei loro scambi persistenti,
febbrili, la loro reciproca passione, generosa e vampiresca, inalterabile e
sempre minacciata, si potrebbe forse collegare, tra l'altro, al bisogno che
ognuno di loro, ma soprattutto Vincent, aveva di uno schermo vivente
contro il piccolo morto, il piccolo "spettro" così minaccioso, così
affascinante e pertanto tenuto segreto". E Vincent scrive: "E' gradevole
sentire che si ha ancora un fratello sulla terra ed è vivo".
Questo fratello morto, di cui "egli pensa di essere, nel migliore dei
casi, il sostituto, nel peggiore l'omicida" (V. Forrester), lo sente solidale al
punto di dubitare della sua propria esistenza, almeno mentre dipinge. Se per
lui Cézanne non era che un fumista e Degas si disperava, per contro, quando
Aurier, critico d'arte, pubblica il primo articolo di elogio che si sia scritto su
di lui, egli protesta, senza falsa umiltà, che "l'articolo sarebbe stato più giusto
se, prima di parlare di me, voi aveste reso giustizia a Gaugin e a Monticelli".
Ed egli stesso sottolinea: "Poiché la parte che me ne torna o tornerà, durerà,
ve lo assicuro, molto secondaria". Sempre questo tema (o questo senso di
colpa?) di usurpare un posto nel mondo dei vivi, a causa di questo non-
essere al quale l'hanno condannato le condizioni della sua nascita. Ancora
questa consapevolezza di essere, per sempre e nel migliore dei casi, il
secondo.
Tutto si riattivera, la piaga si riaprirà quando Théo, pieno di buone
intenzioni, chiamerà suo figlio Vincent-Wilhelm! D'altra parte si sapeva che
il fidanzamento e poi il matrimonio di Théo con Jo Bonger fu vissuto come
un tradimento imperdonabile. E Théo commetterà la gaffe scrivendo in una
lettera a Vincent: "Chissà se mio figlio non sarà qualcuno?". Toccante vanità
di un giovane padre, certamente, ma che viene di nuovo a confermare che
Vincent, quando diviene psicotico non è più qualcuno, se mai lo era stato.
Vincent tratterà allora questo nuovo inopportuno, questo nuovo
"doppio" come "compagno forzato". Aggiunge: "In effetti io non sono, io,
buono che per qualche cosa di intermedio e di secondario e modesto.
Prendiamo ancora da V. Forrester questo eccellente riassunto del
dramma di Vincent Van Gogh. "Terrore di essere il sopravvissuto, terrore di
mostrarsi, d'essere in vista da solo. Il senso di colpa, i rimorsi insistenti di cui
soffrirà tutta la vita, ma in particolare verso la fine, quando appariranno le
crisi in cui non riuscirà "a difendersi" lui non saprà da che cosa, lo
corrodono. Ma anche il senso di una sofferenza indicibile, incomprensibile
per lui quando, come all'inizio della sua vita, prima di recarsi nel Borinage, si
sente a sua volta diventato la sostituzione del primo Vincent, morto,
sotterrato. Egli scrive: "Ma gli uomini sono spesso nell'impossibilità di fare
nulla, prigionieri di non so qual gabbia orribile, orribile, molto orribile. Non
si riuscirebbe mai a dire quello che ci racchiude, quello che ci tiene murati,
quello che sembra sotterrarci, ma si sente tuttavia, non so quali sbarre, quali
inferriate, dei muri". Quelli che troverà anni più tardi all'ospizio di Arles, poi
all'Asilo di Saint-Rémy, come se gli fossero stati da tempo, da molto tempo,
promessi".
Nagera, citato da Sabbatini, ha accuratamente studiato gli effetti
dell'assenza/presenza di questo fratello morto su Van Gogh. Scrive: "Il
fratello, essendo nato morto, in realtà non ebbe mai una sua identità, ma
proprio per questa stessa ragione, un'identità ideale fu creata nella vita da
fantasma dei suoi genitori. Sarebbe stato il bambino perfetto, il condensato
di ogni virtù, attitudine e bontà. Avrebbe fatto tutto bene, in particolare là
dove Vincent aveva fallito, l'altro, il Vincent morto, sarebbe riuscito. Questo
grado estremo di idealizzazione di un bambino morto... spiega il livello
elevato degli ideali di sé che si era fissato, il terrore del fallimento... come la
paura della riuscita... Non poteva certo che fallire nel confrontarsi con ideali
di sé tanto elevati. Un altro aspetto importante di questi conflitti era il
terrore inconscio di rivaleggiare con il Vincent morto e idealizzato.
Inconsciamente doveva sentire che la sua riuscita era un attacco alla
memoria del morto, un tentativo di prendere il suo posto nell'affetto dei
genitori. Tali fantasmi sono fortemente conflittuali perché...i fratelli e le
sorelle di un bambino deceduto si sentono in un certo modo responsabili
della sua morte... Inoltre, sembra possibile che in tali circostanze Vincent sia
arrivato ad associare la morte e la riuscita. Affinché si riconoscesse che egli
aveva le stesse qualità di suo fratello o lo stesso svantaggio, era necessario
che egli fosse morto come lui. E alla fine, infatti, Van Gogh si suicida, pochi
mesi dopo la nascita di un altro Vincent, il figlio di suo fratello Théo".
Benezech e Addad hanno a loro volta, nel 1984, attirato l'attenzione
sulla sventura di Vincent Van Gogh, questo "stimmatizzato dalla società",
come essi lo definiscono, di essere stato un bambino di sostituzione:
"L'artista fece il suo ingresso nel mondo con una identità che non gli
apparteneva, perché nelle speranze dei suoi genitori si sostituiva a suo
fratello defunto. Sembra evidente che il suo destino è stato oscurato da
questo primo Vincent. Si conosce il problema che la sostituzione di un
bambino ad un altro prematuramente scomparso solleva. I genitori hanno
l'abitudine di imporre al bambino nato per secondo l'immagine idealizzata
che essi hanno del primo. Confrontato a un ideale di perfezione inaccessibile,
colui che sopravvive non potrà che deludere. L'ansietà dei genitori che
temono di perdere anche il loro secondo figlio, crea, inoltre, in quest'ultimo
una grande sensazione di vulnerabilità, verosimilmente aggravata a sua volta
dall'apparizione di un senso di colpa fratricida".
Vincent scrive: "Théo, mio vecchio Théo, se cio poteva un giorno
capitarmi, se questa sfortuna estrema che posa su tutto quello che ho
intrapreso e che mi è riuscito così male, questo torrente di rimproveri che
ho inteso o sentito, se tutto questo poteva un giorno essermi tolto (...). C'era
nella tua lettera una frase che mi ha agitato: "Vorrei abbandonare tutto. Io
sono la causa di tutto, non faccio che danni agli altri". Questo proposito mi
ha vivamente agitato, poiché questo stesso sentimento, esattamente lo
stesso, né più né meno, lo provo anche nella mia coscienza (...) Io sono fatto
[capitato] male nella vita".
Didier Porot nel suo libro Van Gogh o l'Olandese volante, apparso
nel 1989, riprende le osservazioni fatte da V. Forrester riguardo l'attrazione
di Vincent per tutto ciò che è sotto terra e vi aggiunge degli sviluppi originali
a partire dalla sua opera pittorica.
Per tutta la durata della sua vita e del suo lavoro Vincent ha provato
fascino per la regione dove si trovava suo fratello primogenito, questo regno
sotto terra che, come una canna, segnalava una piccola tomba incontrata
ogni giorno della sua infanzia.
Il suo soggiorno nel Borinage eccita la sua curiosità del mondo
sotterraneo. Egli prova a scendere nella miniera dove vanno, secondo la sua
stessa espressione, "questi sepolti vivi", i lavoratori del carbone, tra i quali ci
sono anche dei bambini.
E' anche affascinato dai cadaveri che gli è dato vedere. In Olanda
contempla quello di un ragazzo affogato, forzando la porta della casa in cui è
stato portato, poi lo descrive a lungo, in termini estetici.
Prova una grande attrazione per i cimiteri, ne fa meta di passeggiate,
e ne parla come di luoghi vivi. Ad Amsterdam, uno dei suoi ambienti
preferiti è quello dell'Est dove raccoglie dei bucaneve che offre a Mendès da
Costa, suo professore di lingue antiche.
Venuto a Parigi si reca a Père Lachaise: "Ci ho visto le tombe di
marmo per le quali ho un rispetto indescrivibile ma ho lo stesso rispetto per
la tomba più umile della mezzana di Béranger".
Tempo dopo, in modo apparentemente contraddittorio, scrive: "Si
dirà che è ben tragico che un pittore renda l'anima in un ospedale e poi sia
gettato, con le meretrici, nella fossa comune".
Infatti, simpatizzando con queste donne emarginate e identificandosi
con loro, non significa forse, nella prima citazione, che egli dovrebbe contare
quanto il primo Vincent e, nella seconda, non parla forse della tragedia di
essere un surrogato escluso?
Questi cimitero figurano spesso nella sua opera pittorica. Così è ne
La fossa comune, Il cimitero dei giudei, Il cimitero di Saint-Maries, Gli
Alyscamps.
Sono presenti, ma mascherati, anche nella struttura di certi paesaggi,
dove si schierano specie di campi funerari, come è il caso in La mietitura,
Campi di fiori in Olanda e La Crau vista da Montmajour.
Il suo interesse si sposta anche verso i dettagli che evocano il
sottosuolo quando rappresenta quelli che scavano o lavorano la terra, come
in I selciatori, Le strade di Montmartre. In particolare, al primo piano della
Maison Jaune, figura una trincea in una prospettiva che esagera quest'ultima
e fa vedere da vicino sia il sottosuolo che il focolare, così come a Zundent si
trovavano vicini sia il cimitero che la canonica".
Didier Porot fa un osservazione particolarmente originale a proposito
del famoso quadro di Vincent Van Gogh I mangiatori di patate, circa un
curioso personaggio sul quale nessuno, sembra, aveva ancora attirato
l'attenzione. Questo quadro è la sua prima opera importante, quella in cui si
rivela la sua capacità. "Questo quadro sintetizza le relazioni interpersonali
dei Van Gogh, il problema posto dal primogenito morto e le sue
conseguenze psicologiche sulla famiglia.
Dapprima il soggetto è la patata, questo cibo di origine sotterranea
rappresentato al centro del tavolo e della tela, e quest'ultima è dipinta con i
colori che Vincent vuole siano quelli di una "patata polverosa", il quadro
raffigurante un gruppo che si può supporre familiare.
Una donna che versa una bevanda si trova a distanza dagli altri,
isolata, con la testa malinconicamente abbassata. Potrebbe trattarsi di Moë (è
così che egli chiamava sua madre).
A sinistra un uomo giovane, la cui sedia porta scritto "Vincent",
guarda fissamente in direzione della prima, come per attirare la sua
attenzione.
Accanto a lui, squadrandolo, si trova una giovane donna che può
essere Wil, la sorella con cui Vincent ha avuto più relazioni, ma che può
anche essere Margot, quella che gli ha recentemente manifestato un interesse
amoroso.
Questa giovane coppia si oppone a quella che formano i due
personaggi a destra, la donna più anziana già presentata e un uomo, figura di
padre, che gli chiede da bere.
Soprattutto, in primo piano, un personaggio misterioso,
apparentemente infantile, sembra come un buco nel quadro. Visto di schiena,
cupo ma rischiarato di luce, non partecipa al pasto che con la sua presenza,
una sorta di nero fantasma del fratello morto.
Altrove, su uno schizzo, è verso questa sorta di 'colui che torna' che
si porta lo sguardo dell'uomo giovane.
Il fratello maggiore morto avrà sempre questa figura, ossessionerà
suo fratello minore psicologicamente e quest'ultimo crederà di vederlo
manifestarsi. Per esempio, quando vede il ritratto del pittore Bruyas fatto da
Delacroix, al museo di Montpellier, trova una rassomiglianza fra Théo, se
stesso e il pittore rappresentato e dice che questa figura gli ricorda il poema
di Musset:

"Ovunque ho toccato terra


Sulla mia strada è venuto a sedersi
Uno sciagurato vestito di nero
Che mi assomiglia come un fratello".

Bruyas è rosso, come i fratelli Van Gogh, ma la somiglianza si ferma


lì. Vincent crede pertanto di veder risorgere quello che avrebbe potuto
essere il fratello e che non ha vissuto, diventato adulto e pittore...".
Nel 1889, realizza una Pietà. Una madonna si china sul figlio morto.
Daltronde il suo atteggiamento è abbastanza ambiguo, affettuoso o
riluttante: le braccia aperte, senza contatto col proprio figlio, essa ha l'aria di
lasciarlo cadere quanto di mostrarlo. "Se la tradizione vuole che ella abbia il
volto di sorella Epifania, non è da meno una figura materna. In particolare è
il proprio volto che il pittore dà al Cristo, realizzando così un autoritratto
supplementare. Identificandosi con Gesù e prendendo su di sé le sofferenze
del mondo, che del resto spesso si infligge, Vincent si ritiene la causa del
dolore e della sollecitudine di sua madre e si trova "riconosciuto" da lei.
Se la morte viene così annunciata, essa è nello stesso tempo, dato che
è quella di Cristo, la promessa di una resurrezione.
Quest'ultima è rappresentata, a sua volta, nel 1890, nella forma di
quella di Lazzaro. Vincent si mette di nuovo in scena nelle sembianze del
miracolato. Un'altra esistenza si apre a lui come a quest'ultimo.
Tra sua madre e lui, nato e morto prima di lui, concepito e perso da
lei, c'è il primo Vincent. Gli atteggiamenti che condizionano le buone
relazioni tra la madre e il bambino non hanno potuto arrivare che tardi, una
volta messo da parte il dolore per il primogenito. Il suo fantasma diventa il
malinteso che governerà sempre i loro rapporti. Ciò frenerà Vincent nella
sua vera via e lo farà agire in rapporto a sua madre malata e a suo fratello
defunto".

Restano da precisare le relazioni che hanno potuto avere i disturbi


psichici di Vincent Van Gogh con il fatto di essere stato un bambino di
sostituzione.
La sua 'malattia' è stata oggetto di numerosi studi medici, ben
riassunti nel libro di Didier Porot. Il primo ad aver portato una diagnosi fu il
Dr. F. Rey, internista all'ospedale di Arles quando Vincent vi entrò. Egli
parla di una "sorta di epilessia caratterizzata da allucinazioni e da episodi di
agitazione confusionale, le cui crisi erano favorite da eccessi alcoolici". Non
si può che rendere omaggio a questo collega che, con i mezzi dell'epoca, ha
formulato la diagnosi generalmente accettata oggi. Secondo H. Gastaut, che
è un'autorità in materia, Vincent Van Gogh soffriva di una epilessia
temporale, verosimilmente del lobo destro. F. Minkowska aveva
analogamente argomentato in tale senso. Le altre ipotesi avanzate sono
molto meno credibili e non possiamo discuterle qui. Ciò che si può affermare
è che Van Gogh non è stato "pazzo" nel senso popolare o psichiatrico del
termine.
Ciò che sembra più interessante sono le sue affermazioni: "Io lotto
con tutta la mia energia per dominare il mio lavoro, dicendomi che, se ci
riesco, questo sarà il miglior parafulmine per la malattia (...). Non c'è
rimedio, o se c'è, è di lavorare con passione". Questo sembra confermare che
il bambino di sostituzione candidato alla "follia" ha una scappatoia, la
"genialità", ma la genialità rivelata dal lavoro. Come dice S. Ongenae: "Ogni
fenomeno creativo è un processo di riparazione".
SALVADOR DALI'
O
I GEMELLI
Appassionato di Salvador Dalì, C. Chamoula gli dedica la propria tesi
dottorato, nella quale rileva un errore certamente significativo nella biografia
di questo pittore. Dalì, in La vita segreta di Salvador Dalì, sostiene di avere
avuto un fratello maggiore chiamato anch'egli Salvador. Secondo Dalì,
costui sarebbe morto all'età di sette anni, giusto tre anno prima della propria
nascita. Ora, facendo ricerche nei registri del municipio di Figueras,
Chamoula ha scoperto che questo fratello maggiore non è morto all'età di
sette anni, ma di venti, un mese e venti giorni, e non tre anni, ma esattamente
nove mesi e dieci giorni prima della nascita di suo fratello minore, il pittore.
Al limite si può supporre che quest'ultimo è stato concepito lo stesso giorno
della morte di suo fratello maggiore. Il suo stato di bambino di sostituzione
sembra dunque ben consolidato e lo si ritrova in filigrana nella vita e
nell'opera di questo artista.
Già prima di Chamuola, P. Roumegere, un altro ammiratore di Dalì,
aveva suggerito che il fratello morto di Dalì era in effetti il suo doppio,
doppio fantomatico che aveva creato una sorta di schizofrenia nella
personalità del pittore, nella sua immagine del corpo, anzi nel suo schema
corporeo. Questo doppio sarebbe divenuto "quel doppio mitico che ha tanto
rapito Dalì: l'incarnazione in Salvador Dalì e sua moglie Gala del mito dei
dioscuri" dei gemelli Castore e Polluce (o Polluce e Elena, secondo le
versioni), gemelli cosmici. Ricordiamo che questa coppia proveniva da un
solo uovo, generato dall'unione di Leda con Zeus trasformato in cigno.
Questo uovo è rappresentato in molteplici esemplari di grande taglia nel
teatro di Figueras dove ha sede il museo Dalì.
Le sue eccentricità, secondo lui, avrebbero perseguito il medesimo
scopo: "Grazie a questo gioco costante di uccidere per mezzo delle mie
eccentricità la memoria di questo fratello morto, ho realizzato il mito sublime
di Castore e Polluce, un fratello morto e un altro immortale" ( in tutta
modestia...). E siccome non è mai in debito di immaginazione, aggiunge,
invocando Darwin, che suo fratello non aveva potuto sopravvivere perché
troppo debole, rendendo così possibile lo sbocciare del suo successore, lui
stesso.
Il padre dei due Salvador, I e II, si chiamava anch'egli Salvador. Per
Chamoula, la madre dei due Salvador-figli ha dovuto vivere la morte del
primo in modo straziante e la gravidanza di Salvador II che sopraggiunse -
volontariamente o no -, immediatamente dopo il decesso avrebbe bloccato
(egli dice "trattenuto") il suo lutto in piena gestazione, lutto animato da un
senso di colpa inconscio, date le circostanze in cui il futuro pittore fu
concepito. Secondo Fereneczi, molte persone presentano, poco dopo un
lutto, un aumento dei bisogni sessuali, che portano, dopo una morte, al
concepimento di un bambino. Egli cita Torok che constata che tutti quelli
che confessano di avere vissuto un tale aumento di libidine lo fanno con
vergogna.
La madre di Dalì ne avrebbe trasmesso gli effetti patogeni a suo
figlio, che scrive:

"Ho vissuto la mia morte, prima di vivere la mia vita. All'età di sette anni
mio fratello è morto di meningite, tre anni prima che io nascessi (ciò è inesatto). Ciò
ha scosso mia madre nelle profondità del suo essere. La precocità, il genio, la
grazia, la bellezza di questo fratello erano la sua delizia: la sua scomparsa fu uno
shock terribile. Ella non doveva più riaversi. La disperazione dei miei genitori non
fu placata che dalla mia nascita, ma la loro sciagura continuava a penetrare ogni
cellula del loro corpo. Nelle viscere di mia madre io potevo già sentire la loro
"angst" (?). Il mio feto nuotava in una placenta infernale (sic). La loro angoscia non
mi lasciò mai... Io ho vissuto profondamente il persistere della presenza di mio
fratello come un un trauma permanente - una specie di alienazione dell'affetto - e il
senso di essere vinto. Tutte le eccentricità che io commetto, tutte le mie incoerenze,
sono la costante tragica della mia vita. Io voglio dimostrare a me stesso che non
sono il fratello morto, ma quello vivente. Come nel mito di Castore e Polluce:
uccidendo mio fratello, conquisto per me l'immortalità".

Chamoula prosegue supponendo che la libido traumatizzata della


madre di Dalì, con il suo amore non sazio e il suo lutto abbreviato, è stata
investita massicciamente su Salvador II che l'ha vissuta come un amore
violento, mortale, un "corpo estraneo interno" (J. Laplanche) traumatizzante.
Salvador II avrebbe sempre tentato di riunire questo "corpo estraneo
interno" irrazionale, persecutorio, al resto della sua vita cosciente e critica.
Da cui il suo "metodo paranoico-critico" così spesso affermato.
Nel 1929 Salvador II, pittore ormai conosciuto nel mondo intero,
rompe con il padre. Si dice anche che era stato cacciato da lui quando questi
aveva scoperto le relazioni incestuose tra lui e sua sorella, la giovane ragazza
sempre dipinta di schiena nei suoi primi quadri. Che si tratti del rifiuto del
padre o del rifiuto verso il padre (che si chiama anch'egli Salvador) il pittore
si libera simbolicamente del primo nome del fratello maggiore, così pesante
da portare. Ora, questo salvador I aveva un altro nome: Galo. Incontrando
nello stesso anno Gala (doppio femminile di Galo, come ha fatto notare J.
Laplanche), si libera ancor più completamente rifiutando il secondo nome,
attraverso una trasmutazione al femminile. E Gala diventerà "Gala
Salvadora"... L'investimento massiccio e liberatorio è attestato dal nostro
pittore, che afferma: "Io amo Gala più di mia madre, più di mio padre, più di
Picasso e anche più del denaro". Si apprezzerà la progressione. Al super-io
parentale inibitore si sostituisce il surrealismo, istanza liberatrice delle sue
pulsioni.
L'orientamento verso la produzione artistica gli avrà forse eviti di
cadere nella follia e ciò chiarisce senza dubbio il suo celebre capriccio: "La
sola differenza che c'è tra un pazzo e me, è che io non sono pazzo...".
Guyotat pensa, con ragione, che se si facesse una diagnosi
psichiatrica, ne uscirebbe un tipo di ipomania cronica, cosa che non è
sufficiente - egli sostiene - a qualificare il genio creativo di questo pittore.
Questo autore segnala che Dalì, che è sempre stato affascinato
dall'Angelus di Meillet, ha provato a ritrovare, con i raggi x, la forma di un
bambino morto sepolto ai piedi dell'uomo e della donna nel famoso quadro,
esempio tipico di un gesto guidato dal fascino dell'incontro tra immaginario e
reale, ma anche dall'ossessione di questo fratello morto e sepolto.
Dalì ha sempre rifiutato di avere dei figli: "Gli embrioni mi fanno
orrore, il loro aspetto fetale mi mette in difficoltà, fino all'angoscia. Io non
potrei mai, come tutti i geni, che generare un cretino". E Guyotat suggerisce
che il bambino reale lo avrebbe privato del suo doppio, che egli proietta su
Gala.
LUDWIG VAN BEETHOVEN
O
I MALINTESI
Ciò che tutti conoscono di Beethoven è la sua sordità e il suo volto
leonino: un po' poco per 'valutare' un personaggio eccezionale come lui. I
suoi contemporanei ne hanno fatto ritratti più dettagliati, in generale poco
lusinghieri, che insistono sulla sua bruttezza, la sua capigliatura, la sua
negligenza corporale, la sua goffaggine, il suo disordine, la sua incapacità di
contare, anche in modo elementare, e la sua credulità.
Lo studio degli antenati e della famiglia di Beethoven rivela tre
caratteristiche: la mobilità nello spazio, la presenza di musicisti in ogni
generazione e un legame particolare con l'alcool, sia come venditori, sia
come consumatori, sia ambedue.
Suo padre, che lo avviò molto presto al pianoforte, era un alcolizzato
viloento, autoritario e tirannico, la cui morte fu salutata dal Principe Elettore
di Colonia (di cui egli era il musicista titolare) in questi termini: "I guadagni
sulle bevande hanno subito una diminuzione... a causa della morte di
Beethoven".
Sua madre, persona discreta, dimessa, tubercolotica, senza dubbio
triste, non gli diede - e a ragione - una brillante immagine della vita
coniugale. Ne fu amato? In ogni caso lui l'amò profondamente.
Un fatto sembra avere, con la carenza dell'autorità familiare, pesato
inconsciamente su di lui: Ludwig era un bambino di sostituzione. Un po' più
di un anno prima della sua nascita era venuto al mondo un fratello maggiore
morto all'età di quattro giorni: si chiamava Ludwig anche lui. Ereditando il
suo nome, egli eredita anche una primogenitura che rivendica
ininterrottamente a oltranza per tutta la vita. Oggi noi pensiamo che questa
eredità ebbe conseguenze ancora più importanti.
Si sa che egli ebbe, oltre a questo fratello più grande, altri tre fratelli
e due sorelle, di cui due solamente sopravvissero, i suoi fratelli Kaspar-Karl
e Nikolas-Johann, i due che lo seguirono immediatamente in questa famiglia,
dove nacquero sette bambini in diciassette anni, cosa affatto anormale a
quell'epoca, d'altra parte non più importante della mortalità infantile, in una
situazione in cui il padre morì alcolizzato a la madre tubercolotica.
Orfano di madre a 17 anni e di padre a 22 anni, Ludwig II, "auto-
autorizzandosi" (come avrebbe detto Lacan) si reputò capofamiglia e dalla
morte del padre pretese di comandare i fratelli più giovani di 18 e 16 anni.
Aveva finalmente da un ruolo da ricoprire, una identità sociale.
Infine, è nell'Inno alla gioia di Goethe, di cui fece il superbo coro
finale della sua Nona Sinfonia, che egli raggiunse forse questa fratellanza
ideale, perseguita a lungo: "Fratelli miei, cessate i vostri lamenti, solo
l'allegria deve unire le nostre anime: la gioia deve regnare su di noi! Gioia!
etc.".
Tre problemi dominano la vita di Ludwig Van Beethoven: la sordità,
l'alcolismo e i suoi rapporti con le donne.
Essere sordo, per un musicista, sembrava essere la peggiore cosa che
potesse capitare: è almeno l'opinione corrente; nei fatti è contestabile. Quale
fu la ripercussione della sordità, apparsa in età matura in Ludwig Van
Beethoven, sulla sua personalità e sulla sua opera? Per quanto riguarda la
prima, è certo che essa non poté che contribuire, isolandolo dal mondo, a
inasprire, ad accentuare le reazioni sfavorevoli di questo sradicato vivo. Ma
egli non si è mai rammaricato che essa abbia avuto un'influenza sulla sua
creatività. Infatti, l'artista crea nella sua mente, sente cantare in sé ciò che poi
scrive e solo allora lo verifica sullo strumento. Al limite, alcuni si sono
domandati se questa sordità non abbia favorito, al contrario, il creatore a
svantaggio dell'esecutore.
Che Beethoven abbia abusato dell'alcool, in particolare del vino, oggi
non è certo un mistero. Il referto d'autopsia che descrive un fegato tipico di
cirrosi di Laënnec convalida questa ipotesi. La questione veramente
importante è sapere perché Beethoven beveva: bisogno di superare i propri
problemi familiari - soprattutto il disagio dovuto al suo stato di bambino di
sostituzione che gli impediva di essere se stesso - desiderio di rassicurazione
sociale, o per superare le difficoltà che ha sempre avuto con le donne? Non
si può dire.
Il terzo problema di Beethoven è quello dei suoi rapporti con le
donne. Quelle che ebbero un ruolo nella sua vita sono di tre tipi: quelle che
gli sono servite da madre, quelle che ha amato o che lo hanno amato e infine
quelle che ha odiato.

Beethoven era attaccato a sua madre. Alla sua morte aveva


diciassette anni. Né il suo misero focolare, né le opinioni che ella esternava
sul matrimonio hanno potuto incorragiare il giovane Beethoven a farsi
realmente una famiglia, nonstante il suo convinto desiderio. Molto presto
trovò delle 'madri di sostituzione', dapprima a Bonn nella persona di Hélène
Von Breuning, madre di famiglia intelligente e calorosa, poi a Vienna in
quella della principessa Cristina Lichnowsky, presso la quale alloggiò e che
lo proteggerà fino all'irritazione; infine fu la volta della contessa Marie
Erdödy, "la cattivante e conturbante sirena malata", come la chiama Romain
Rolland, più spesso obbligata a stare a letto che a zoppicare coi piedi sempre
gonfi. Gli screzi e le riconciliazioni caratterizzarono le relazioni con queste
tre madri, come con l'ultima di loro, Nanette Streicher, eccellente pianista e
brava governante della casa particolarmente disordinata di questo celibe,
incapace di vivere normalmente.

Beethoven non riuscì mai ad accostarsi serenamente alle donne e


all'amore. La sua vita sessuale, intesa in senso ampio, fu una successione di
malintesi nella misura in cui egli non seppe mai considerare una donna come
un'altra persona, ma solo come un oggetto da possedere o rifiutare. Tutte le
suse relazioni con le donne portano il marchio di uno squilibrio e di una
disarmonia: egli non va molto lontano per realizzare i suoi voti, o va troppo
lontano, per farli fallire. Le donne gli fanno paura. Aveva l'abitudine - fatto
rimarcabile - di legarsi sia con l'entourage maschile immediato delle donne
amate, fratello o marito, sia con esse stesse. Questa "passione
dell'inaccessibile" (M. Salomon) traspariva dalla sua vita amorosa,
personificata da questa "Benamata lontana" che egli canta, ideale proprio
perché inaccessibile.

Tuttavia la sua seduzione era reale e il suo cuore non fu mai inattivo.
Ma nessuno sa se questi amori terminavano in una realizzazione sessuale. Su
questo argomento egli era di un pudore assoluto. Se si mostrava sprezzante
o aggressivo, era per un meccanismo di difesa contro il nemico: le donne.
Ricordiamo tra i suoi più famosi amori, Lorchen von Breuning a Bonn, che
aveva diciassette anni, le due sorelle Brunswich a Vienna, Thérèse, saggia,
riservata, pia, raggiante bontà, e la più giovane Joséphine, detta "Pepi", più
fragile, che occuparono indiscutibilmente un posto negli amori di Beethoven,
così come la loro cugina germana, Giuletta Guicciardi, piccola moretta,
spiritosa e civettuola, sapendo di piacere. Probabilmente Ludwig fu più
attaccato a "Pepi", anche dopo il matrimonio di lei con il conte Deym e la
sua vedovanza.
Il cuore di Ludwig non restava mai vuoto: i suoi ultimi amori ne
fanno fede, che si trattasse di Teresa Malfatti e soprattutto di Bettina
Brentano, molto discussa dai biografi del musicista, che seppe mirabilmente
legare e far danzare quell'orso di Beethoven.
Nessuno sa ne mai saprà il numero di coloro che l'hanno amato in
silenzio, senza essere contraccambiate e senza speranza. Tra queste si deve
citare la piccola Fanny Giannastasio, il cui diario di adolescente semplice e
pudica ci ha lasciato dei ricordi toccanti.
Tutti conoscono la famosa lettera all' "Amata Immortale", oggetto di
interminabili malintesi, "enigma spossante a forza di essere insolubile" (J. e
B. Massin).
L'identità della destinataria, che non ricevette mai tale lettera, dato
che la si ritrovò in una cassetta segreta dell'ufficio di Beethoven dopo la sua
morte, varia secondo gli autori.

Per vent'anni l'astio portato da Beethoven alle sue due cognate


resterà implacabile e feroce. Esse sono incolpate di ogni vizio, persino di
crimini (non erano perfette), ma il crimine più grave era stato di aver sposato
i suoi due fratelli, che egli considerava come un suo bene, se non proprio
come suoi schiavi. Il processo intentato per togliere la custodia del proprio
nipote Karl alla legittima madre Johanna, che Ludwig battezzava "regina
della notte", riempiranno diversi volumi. Thérèse, sposa di Johann, il meno
simpatico dei fratelli Beethoven, era soprannominata da Ludwig la
"donnaccia", fatto che testimonia la stima nella quale la teneva.
Sballottato tra la propria madre e lo zio, messo in collegio, il nipote
Karl, che Ludwig voleva considerare come un proprio figlio, da solo, finì per
tentare il suicidio, fallito, ma tale da uscire per il rotto della cuffia da
quell'atroce gioco.
Condannato a 'non-essere' come tutti i bambini di sostituzione,
Beethoven sperava probabilmente di realizzarsi nella persona di questo
nipote, che avrebbe avuto tuttosolo per sé.

Ludwig Van Beethoven, psicologicamente parlando, era normale o


no? La domanda, posta così, è insolubile. Beethoven non fu "pazzo", nel
senso comune del termine. Ma il suo carattere e il suo comportamento
stupirono sempre (ed è un eufemismo) i suoi contemporanei e i suoi biografi.
Il documento detto Testamento di Heiligenstadt fornisce su questo punto
elementi di stima di primaria importanza. Bisogna leggerlo. Vi si constata
subito che, destinato ai suoi due fratelli, egli dimentica - fatto altamente
simbolico - per tre volte di nominare suo fratello Johann, lasciando uno
spazio bianco al posto del suo nome. Lo stile cupo, disperato, enfatico,
romantico, le idee di suicidio, i sentimenti di solitudine e di rivolta aggressiva
sono eloquenti e traducono una "sensitività" manifesta.
Beethoven - è il nostro punto di vista - era un "sensitivo" nel senso
inteso dallo psichiatra tedesco Kretschmer. Con questo termine, come
sintetizza Jean Sutter, Kretschmer designa soggetti vulnerabili, sensibili,
dipendenti, scrupolosi, poco rassicurati nella loro sessualità. Tali sono in
fondo a se stessi, ma sembrano capire che questi tratti li destinano a imprese
di dominio proprie degli individui più coraggiosi; così si sforzano di
mostrarsi sicuri di se stessi, energici, intrattabili: la loro psicologia (e questo
appare bene nella loro mimica o maschera imperiosa) è marcata da una
costante tendenza alla compensazione.
Dal 1915 un altro psichiatra tedesco, Krappelin, aveva a sua volta
descritto le reazioni psicopatologiche alla sordità progressiva, che portano a
quella che egli ha chiamato la "paranoia dei sordi", che assomiglia molto alla
paranoia sensitiva di Kretschmer. La descrizione che egli ne fa è del tutto
sovrapponibile a quello che si sa del carattere di Beethoven.
Questo squilibrio profondo e permanente del musicista si può
spiegare con molteplici ragioni, come abbiamo visto. Ma da subito egli soffrì
dell'handicap rappresentato dal fatto di essere un bambino di sostituzione,
cercando in continuazione di affermare una identità mal stabilita, quasi
inesistente, attraverso difficoltà innumerevoli per instaurare legami normali
sia con se stesso che con il proprio entourage.
Un piccolo avvenimento, infine, sembra confermare questo punto di
vista. Maynard Solomon fa notare che Ludwig Van Beethoven non ha mai
conosciuto la propria età esatta o piuttosto non l'ha voluta conoscere. Egli
ha creduto per molto tempo di essere nato nel dicembre 1772 e non nel
dicembre 1770. Molti dei suoi migliori amici gli hanno presentato copie del
suo estratto di battesimo ed egli ogni volta ne contestava la validità: era
persuaso che si trattasse di quello di suo fratello maggiore Ludwig-Maria. Il
2 maggio 1810 scrive a Wegeler per chiedergli di inviargli un estratto di
battesimo "corretto". "Ma bisogna fare attenzione a una cosa: c'è stato un
fratello nato prima di me [è lui che lo sottolinea] che si chiamava anch'egli
Ludwig, con in più Maria, ma che è morto. Per stabilire la mia vera età
bisogna trovare quello (...). Io ho avuto un libretto di famiglia, ma è andato
perso, il Cielo sa come. Dunque non ti scoraggiare se ti raccomando molto
calorosamente questo problema e cerca di scoprire Ludwig-Maria e il
Ludwig di adesso, venuto dopo di lui".
Egli ricevette questo certificato, documento timbrato dal sindaco di
Bonn, che dava come data di battesimo il 17 dicembre 1770. Lo rifiuta e
scrive sul retro. "1772. Sembra che il battesimo non sia corretto, poiché c'era
un altro Ludwig prima di me".
Questo bisogno costante, irresistibile, di contestare la propria data di
nascita per ritardarla e per mettere la distanza più grande possibile tra sè e
quel fratello maggiore morto piccolo, non può essere senza significato. Egli
vuole staccarsene, respingerlo, forse per essere più sicuro di avere una
propria identità e per non accontentarsi di non essere che un semplice
"doppio" condannato a un non-essere. "Era nel suo fantasma il "falso" figlio
che non poteva mai prendere il posto del fratello morto", scrive M.
Solomon, che ne dà la nostra stessa interpretazione: secondo questo autore,
il fratello morto rappresenterebbe, nel "romanzo familiare", il bambino
legittimo e felice e il povero figlio cadetto l'illegittimo e il sofferente.
In altri termini, perché il secondo potesse essere, il primo Ludwig
non avrebbe mai dovuto esistere.
CHATEAUBRIAND
O
I QUATTRO RENE'
René-Auguste de Chateaubriand, conte di Combourg, padre dello
scrittore, fece fare a sua moglie dieci figli in quattordici anni, quattro dei
quali morirono nella culla, e due, da adulti, furono ghigliottinati.
Quest'uomo, che aveva fatto fortuna con la pesca, la corsa e il
trasporto, aveva il desiderio ossessivo di assicurarsi la trasmissione del
proprio cognome, del proprio titolo e dei propri beni. Era un uomo severo e
senza pietà, al punto che il suo corpo, inumato nella chiesa parrocchiale di
Combourg, fu dissotterrato e bruciato sulla piazza pubblica dai cittadini
all'inizio della rivoluzione.
A partire dal 1754, un anno dopo il suo matrimonio, venne al mondo
una figlia e morì nella culla. Stessa sorte capitò a un figlio, molto atteso,
Geoffroy-René-Marie, nel 1758. L'anno seguente fu più fortunato, perché
nel 1959 veniva al mondo Jean-Baptiste-Auguste che diventava il
primogenito dei maschi (morì ghigliottinato a 35 anni). A questo futuro
capofamiglia, il padre, René-Auguste, doveva riservare la sua predilezione e
la sua generosità, secondo il duca di Castries.
Fu solo il 4 settembre 1768, dieci anni dopo la nascita del primo
René morto nella culla, che un secondo erede maschio venne a soddisfare le
voglie del conte René-Auguste. Fu chiamato Francois-René. Egli doveva, in
seguito, rendere celebre il nome dei Chateaubriand come scrittore e uomo
politico.
Si sarà notato che il padre, il primogenito dei ragazzi, morto in tenera
età, e lo scrittore portano tutti e tre lo stesso nome, René (re-natus = nato di
nuovo). Era questa una tradizione familiare o il desiderio paterno di una
rinascita simbolica? Non si può fare a meno di accostare questi due René
separati da dieci anni, ma che sembrano avere proprio un'unica identità
almeno nel desiderio del padre. E se ne dovette parlare in famiglia, perché
non è senza ragione che Francois-René scrisse nelle sue Memorie
dall'oltretomba: "Non c'è giorno che, ritornando a ciò che sono stato, non
riveda nel pensiero la roccia sulla quale son nato, la camera dove mia madre
mi infliggeva la vita, la tempesta il cui rumore cullò il mio primo sonno, il
fratello sfortunato che mi donò il nome che ho quasi sempre trascinato
nell'infelicità. Il Cielo sembrò riunire queste diverse circostanze per mettere
nella mia culla un'immagine del mio destino". Questo fece dire a Jules
Lamaitre che Chateaubriand nacque senza nessuna semplicità...
Ciò che sembrava ancora più significativo è che Francois-René de
Chateaubriand, coscientemente o no, ha sempre rifutato il nome di René e ha
'creduto' di chiamarsi Francois-Auguste a tal punto da sposarsi con questo
nome. Inoltre, tutte le opere di Chateaubriand portano i nomi di Frabcois-
Auguste, dal Saggio sulle rivoluzioni del 1791 fino al momento in cui
Chateaubriand sostituirà i suoi nomi con il suo titolo di conte. Colui che oggi
noi chiamiamo René non ha mai firmato le sue opere con questo nome.
Chateaubriand aveva fatto erigere a Roma, sulla tomba della sua
amica Paolina de Beaumont, un monumento funerario con questa dedica:
"F.-A. de Chateaubriand ha eretto questo monumento alla sua memoria". E
la stessa Paolina de Beaumont, nel proprio testamento, ha dichiarato di
lasciare "tutti i miei libri a Francois-Auguste de Chateaubriand".
Riassumendo, Chateaubriand ha sempre rifiutato di portare il nome del
fratello precedente, morto piccolo, tanto davanti allo stato civile quanto da
autore, come per liberare la propria personalità da quella di questo fratello
morto al quale si era voluto identificarlo.
Rifiutando il nome René, Chateaubriand rifiuta quello di un padre
tirannico, senza calore, meschino oggetto di identificazione (come il filosofo
Paul-Michel Foucault rifiuta il nome di Paul, che era di suo padre, per
conservare solo quello di Michel). O forse rifiutò anche di essere
identificato, confuso, con questo fratello maggiore morto piccolo, di cui egli
era considerato il sostituto nel progetto familiare paterno?
Il padre di Chateaubriand si chiamava René-Auguste. Ora è il solo
nome Renè che fu rifiutato dallo scrittore, durante la sua vita, il quale
assunse però il secondo nome Auguste. E' dunque il piccolo fratello morto
che rifiuta, quello "che mi ha dato un nome che ho quasi sempre trascinato
nell'infelicità".
A. Rouault de la Vigne (comunicazione personale) non pensa che il
nome René fu abbandonato per le ragioni che proponiamo. Secondo lui, dal
momento che il fratello primogenito Jean-Baptiste era stato ghigliottinato,
Chateaubriand, considerandosi il capofamiglia (e diventandolo di fatto dopo
la morte del padre nel 1786), prese il cognome di questo padre Auguste,
lasciando cadere quello di René che aveva per lui una connotazione di
dolore, ad un punto tale che prendere il nome del padre, capofamiglia,
permetteva di stabilire un certo standing per gli affari e per il suo orgoglio.
Questa tesi sembra difficile da sostenere, perché Chateaubriand non
ha mai firmato un'opera con il nome René. Ora il suo primo lavoro Saggio
sulle rivoluzioni è apparso nel 1791 senza il nome René, quando il fratello
maggiore non fu ghigliottinato che due anni più tardi, nel 1793.
Ma c'è un quarto René in questa famiglia!
E' l'eroe della celebre trama che ha per titolo questo solo nome, eroe
che si trova altrove anche in altre trame ambientate in America, in particolare
i Natchez.
Il tema della storia è una passione incestuosa tra l'eroe e sua sorella
Amélie, che la eviterà entrando in convento. Si sa anche che il nostro autore
aveva per sua sorella Lucile, più grande di lui di quattro anni, una amicizia
appassionata e che si era indignato quando se ne sospettò la purezza.
Sainte-Beuve e dopo di lui M. Regard affermano che è in se stesso
che l'autore si è immedesimato per scoprire i tratti principali del suo
personaggio. I riscontri abbondano. Ma il destino dell'autore si distinguerà in
seguito dal René creato.
Bisogna vedere in questa sfaldatura un mezzo per liberarsi dal peso
insopportabile di questo fratello morto piccolo, di cui aveva ereditato il
nome, proiettandolo nell'immaginario?
Questa situazione di fratello maggiore è a sua volta rinnegata dallo
scrittore e rivendicata dall'eroe, che dice: "Avevo un fratello che mio padre
benedisse perché vedeva in lui il figlio primogenito". Nello stesso passaggio
dice: "Venendo al mondo io sono costato la vita di mia madre: sono stato
estratto dal suo seno col ferro". Ora, la madre dello scrittore sopravvisse 29
anni al parto di quest'ultimo.
Secondo M. Regard, il "René" di Chateaubriand è il libro della
constatazione e del rifiuto. D'altronde le prime note furono abbozzate a
matita durante il suo esilio londinese nel 1793, quando aveva 25 anni, l'anno
in cui suo fratello, primogenito di fatto, se non il primo nato, fu
ghigliottinato.
I discorsi disincantati e tragici di colui che chiama "temporali
desiderati" (ripreso dal Cantico dei Cantici), che dice "abitare con un cuore
pieno un mondo vuoto e, senza avere usato niente, essere disingannato di
tutto" rilevano certamente più un lirismo romantico proprio dell'epoca che
un problema psicologico legato allo stato familiare specifico.
Comunque sia, questo atteggiamento ambiguo verso questo titolo di
primogenito, rifiutato e al tempo stesso rivendicato, questa "morte della
madre" (che scarica sul medico che ha usato i ferri) questo attaccamento
quasi incestuoso a sua sorella meriterebbero, forse, un'analisi psicologica più
a fondo ma anche più azzardata: nopi lasciamo ad altri il compito di andare
oltre.
Tutta la vita di scrittore e di uomo politico di Chateaubriand è là per
affermare che il suo genio l'ha portato a trionfare, senza dubbio, per mezzo
di una proiezione letteraria liberatoria, su un handicap di partenza pesante da
reggere.
"Rompere con le cose reali, non è niente: ma con i ricordi..." finirà
con lo scrivere nel suo ultimo lavoro, La vita di Rancé.
CAMILLE CLAUDEL
O
IL RAGAZZO DOPPIAMENTE MANCATO
La celebrità di suo fratello Paul ha lasciato a lungo nell'ombra
Camille Claudel, la cui opera scultoria merita di meglio dell'oblio relativo nel
quale è caduta. Un film ed alcuni libri le sono stati dedicati negli anni '80 e
hanno permesso di rendere caduca l'osservazione che faceva Charles
Maurice nel 1907 secondo la quale il talento di Camille Claudel è una gloria
e una vergogna del nostro paese.
La morte non ha permesso a Jacques Cassar di completare una tesi
molto documentata, la cui parte essenziale è stata pubblicata postuma, e che,
di tutti i lavori apparsi, è quella che porta le infomazioni più precise su
questa artista, che trascorse gli ultimi trenta anni della sua vita in ospedale
psichiatrico, dopo avere amato appassionatamente lo scultore Rodin, che
non ricambiò questo amore assoluto e senza confini, dopo avere lavorato,
anche con passione, per trasferire nella scultura la visione del mondo che ella
portava in sé.
Suo padre, conservatore di ipoteche alla Fère-en-Tardenois, aveva
diciotto anni più della moglie: "Specie di montanaro nervoso, collerico,
irascibile, lunatico, immaginativo all'estremo, ironico, amaro", scrive di lui il
figlio Paul. Ebbe sempre per sua figlia Camille una indulgenza che sua madre
non aveva. Questa, orfana a tre anni, privata presto dell'affetto materno,
condusse una vita piena di tristezza e conobbe poche gioie.
Da questa coppia nacque, diciotto mesi dopo il matrimonio, il 1
agosto 1863, un figlio, Charles-Henri, che morì quindici giorni più tardi,
diciassette mesi prima della nascita di Camille, l'8 dicembre 1864. La vita
familiare non era serena e scene violente avevano accompagnato la nuova
gravidanza. E per di più fu una figlia e non un maschio!... La delusione
materna fu immensa. La madre di Camille non le perdonò mai di non essere
stata il maschio che sperava, di non aver sostituito il piccolo Charles-Henri. I
suoi rapporti con la madre furono sempre più cattivi. Questa non l'accettò
mai, chiamandola ripetutamente "l'usurpatrice", trattandola da "donnaccia",
da "diavolo incarnato".
Si osserverà che Camille ricevette un nome ambiguo, sia maschile che
femminile, che non si ritrova in alcuno degli ascendenti. Suo fratello Paul
d'altra parte darà questo nome a un personaggio maschile, Camille le Maure,
in Scarpa di raso.
Da questa coppia nascono ancora due figli: Louise nel 1866 e Paul
nel 1868, che renderà illustre il nome dei Claudel nella carriera e nella
letteratura.
Camille, 'ragazzo mancato' per nascita, si comporterà tutta la vita da
'ragazzo mancato' nel senso corrente del termine.
A quel tempo una ragazza seria non poteva quasi contemplare una
carriera diversa dal matrimonio. Presa, fin dall'infanzia, dal demone della
cultura, ella vi consacra la propria vita, tutta la propria vita, in disprezzo ai
propri interessi personali, alle convenzioni sociali, alla morale dell'epoca.
Questa passione per la scultura doveva portarla ad incontrare Rodin,
scultore già celebre, che avrebbe "di primo acchito riconosciuto i doni (?)
eclatanti della giovane artista, la cui immagine, i magnifici occhi blu intenso,
lo sguardo luminoso, catturarono presto il suo cuore d'uomo". Divenne sua
allieva "perché lei è artista e perché egli è veramente il solo scultore che
faccia dell'arte" (C. Claudel). Egli amò in lei sia l'artista che la donna. La sua
passione per lei fu totale ed esigente.
Il loro relazione fu burrascosa, dato che Rodin proseguiva una
vecchia relazione con Rosa Beuret alla quale lo univano dei legami "più
domestici che sentimentali". Presto Camille va ad abitare da sola in fondo ad
un umile cortile, lungofiume Bourbon, in quello che rappresenta anche il suo
atelier e diventerà più tardi la sua stamberga. Col passare degli anni, ella si
libererà dell'influenza di Rodin. Ci si è potuti interrogare se egli non abbia
utilizzato il talento di Camille a proprio vantaggio (faccenda del "volo" di La
Clotho). Un giorno egli dirà: "Io le ho mostrato dove trovare l'oro, ma l'oro
che lei trova è proprio dentro sé".
La fama di Camille aumenta, ma la sua personalità diviene sempre più
scossa e le sue relazioni già molto distese con Rodin si trasformano in
manifestazioni di ostilità e di rancore, in parte giustificate, prima che si
sviluppino un comportamento e dei disturbi mentali che allarmeranno i suoi
vicini e porteranno il suo entourage a farla internare il 10 marzo 1913 presso
l'Asile de Ville-Evrard. Aveva 48 anni. Il ritornello abituale sul "sequestro
arbitrario" fu condotto per mezzo di una campagna di stampa di "L'Avvenire
dell'Aisne" contro la famiglia Claudel e principalmente contro suo fratello
Paul. Il 9 settembre 1914, a causa della guerra, Camille viene trasferita
presso l'Asile de Montdevergues, a Montfavet, nella Vaucluse, dove morirà
il 19 ottobre 1943, dopo essere stata internata per quasi trentanni.
Si è molto discusso circa la "follia" di Camille Claudel. F. Lhermitte e
J.-F. Allilaire, si basano su documenti conservati negli ospedali psichiatrici e
hanno fatto nel 1984 una messa a punto che può essere considerata come
definitiva. Secondo questi autori "la realtà dei disturbi mentali di Camille
appariva in piena luce dall'inizio alla fine. Ciò non leva niente alla sua
stupenda figura di donna e di artista". Camille Claudel fu colpita da un
delirio paranoico persecutorio determinato da false interpretazioni.
Numerosi tentativi di spiegazione sono stati avanzati per cercare di
chiarire la sua vita tormentata, il suo genio e il suo fallimento finale. J.
Cassar fa pesare il ruolo della mancanza di soldi che costituì la sua
preoccupazione quotidiana e costante durante la sua vita, della mancanza del
più elementare conforto, della scarsità degli insegnamenti ricevuti, del
carattere penoso del proprio mestiere di scultore, della sua coscienza
professionale esasperata fino all'eroismo, del tipo di relazioni col suo
entourage (Rodin in particolare) e soprattutto coi suoi familiari.
Le relazioni con suo padre non furono sempre facili, ma li univa una
tenerezza segreta. Sua sorella Louise e suo fratello Paul hanno saputo
comprenderla, aiutarla materialmente e moralmente fino ai suoi ultimi giorni.
Il suo grido: "Mio piccolo Paul! Mio piccolo Paul!" lanciato all'ultima visita
di costui, quando la demenza aveva già preso il posto del delirio, la dice
lunga sul loro attaccamento reciproco.
Ma sono le sue relazioni con la madre che sembrano essere state
determinanti. Concepita - l'abbiamo detto - per sostiituire il piccolo Charles-
Henri, fu male accettata. Anne Delbée che, in Una donna, ha scritto una vita
molto romanzata di Camille Claudel, fa dire alla vecchia domestica Victoire:
"Lei [la madre] aveva vissuto all'ombra di suo padre, il medico. La propria
madre era morta giovane. E soprattutto c'era stato il dramma di Charles-
Henri (...). Spesso si è rimproverato a questa bambina di avere usurpato il
posto del primogenito. Usurpatrice la chiama sua madre quando è in
collera".
"Povera Camille, tu non ci sei veramente per nulla. Egli non era
vitale. Quindici giorni appena. Tua madre credette di impazzire. Tuo padre
se ne andava tutto solo, al cadere della notte. Camminava ore per
dimenticare, come se portasse la morte dentro sé. Tua madre gliene voleva.
Sai, da noi, succede spesso. Un primo nato, non è sempre una riuscita...
Allora hanno cominciato a litigare. Tua madre aveva paura. Tuo padre
diventava violento. Poi sei nata tu, magnifica, selvaggia, forte! Tuo padre era
pazzo di gioia e ti mostrava a tutti. Tua madre voleva un figlio. Non voleva
riconoscerti. Tuo zio, il curato, ha fatto suonare le campane. E din e don,
Camille Rosalie - una rosa è nata - io ti guardavo...".
"Tua madre ha volto la testa e non ha più detto niente per qualche
ora. Piangeva, ecco tutto. Non ringraziò nemmeno il buon Dio. Si ebbe a
dire che ella ti consacrava al Diavolo".
Condannata già a non essere se stessa, a un non esistere a causa della
sua situazione di bambina di sostituzione, Camille dovette oltretutto subire il
rancore e talvolta l'odio che sua madre le porterà per tutta la vita. Ella non
può sopportare questa figlia, nata prima della fine del suo "lutto", "ragazzo
mancato" doppiamente, dalla sua nascita e per la sua successiva condotta.
Alla morte della loro madre, Paul scrive nel suo giornale: "Come ha
potuto questa donna, il cui carattere fu soprattutto la modestia e la
semplicità, avere due figli come mia sorella Camille e me?" (autocritica o
autogratificazione?). Era anche "una donna iperattiva, con un senso del
dovere spinto all'eccesso", disse Camille. Si comprende come quest'ultima, il
cui comportamento era tutto l'opposto di quello di sua madre, si sia sempre
sentita a disagio di fronte a questa donna dalla morale intransigente e che
non l'amava. In una lettera ella mette Paul a parte di un progetto, rimasto
allo stato di disegno, che intitola L'errore: una ragazza si accovaccia su un
banco, piange; i suoi genitori la guardano stupiti. Bisogna vederci un senso
più o meno cosciente di colpa? Già nel 1881 Alfred Boucher fa notare che i
suoi primi tentativi erano legati, scavati di un nero profondo. Camille, a più
riprese, ha rovinato le opere che aveva realizzato: insoddisfazione, auto-
punizione, auto-distruzione? Chi potrà dirlo?
Questa madre perfetta era senza calore: "Nostra madre non ci
abbraccia mai", scrive Paul, e anche il suo piccolo figlio Henri dirà: "Non
andiamo mai a trovarla senza una piccola apprensione. Non sprecava del
tempo per abbracciarci e vezzeggiarci".
A tanta freddezza, se non di più, Camille risponderà con una ricerca
disperata dell'affetto che non aveva mai ricevuto da sua madre. Alla fine del
1938 (aveva 74 anni) sempre ricoverata, scrive ancora a Paul: "In questo
momento di festa, penso sempre alla nostra cara mamma. Non l'ho mai
rivista dal giorno in cui voi avete preso la funesta decisione di mandarmi
nell'ospedale per matti! Penso al bel ritratto che le avete fatto, nell'ombra del
nostro bel giardino. I grandi occhi in cui si leggeva un dolore segreto, lo
spirito di rassegnazione che regnava su tutta la figura, le sue mani contratte
sulle ginocchia nell'abnegazione completa: tutto indicava la modestia, il
dovere spinto all'eccesso. Era la nostra povera madre". Aggiunge: "Non ho
più rivisto il ritratto (non più di lei!). Se mai tu ne senta parlare, me lo dirai.
Non penso che quell'odioso personaggio [Rodin] di cui spesso ti parlo abbia
l'audacia di attribuirselo come le mie altre opere. Sarebbe troppo, il ritratto
di mia madre!" Secondo la tradizione, è il modello stesso che l'avrebbe
distrutta.
Il suo delirio di persecuzione la portò d'altronde, alla morte di sua
madre, ad affermare che questa era stata avvelenata.
Pertanto, fin dall'inizio, Camille aveva fatto inconsciamente tutto ciò
che aveva potuto per conformarsi al desiderio segreto di sua madre, essere
un ragazzo, fiera di essere più forte di tutti i ragazzi del villaggio, scegliendo
un mestiere maschile, quello di scultore, rifiutando le altre manifestazioni di
femminilità nel modo di vestire, nell'atteggiamento, truccata male, vestita
male, sempre imbrattata dell'argilla che impastava, ma soprattutto
conducendo la vita libera di un giovane uomo dell'epoca, avendo una
relazione con Rodin, che ella nascose per tutto il tempo che poté. Questa
condotta sembrava essere stata più una costrizione ineluttabile che una scelta
deliberata o una provocazione.
Non è certo che la madre conoscesse i reali rapporti che la univano a
Rodin. Ma ella reagì a tutto questo comportamento con indignazione,
asserendo che sua figlia aveva occhi da folle e che l'avrebbe fatta rinchiudere.
Una madre conosce subito e in modo intuitivo l'avvenire dei propri figli.
E dunque furono Louise e Paul che dovettero rassegnarsi per
necessità a fare internare Camille e a provvedere ai suoi bisogni per quasi
trentanni.
Questa madre resterà per tutta la vita ostile a un riavvicinamento alla
figlia: non andò mai a trovarla a Montdevergues e si oppose a ogni
trasferimento quando si trattò di ricoverarla a Ville-Evrard dopo la prima
guerra mondiale, come gli altri ospiti. "Ho tanta pena quanta se ne può avere
a saperla messa male, ma non posso fare niente più di ciò che ho fatto; e se
la si rilascia, sarà tutta la famiglia a soffrire anziché lei sola" scrisse a Paul.
Ella fa di sua figlia un cupo ritratto al direttore dell'Asile e conclude:
"Dopotutto ha tutti i vizi, non la voglio rivedere, ci ha fatto troppo male".
Condannata a non esistere a causa delle circostanze del suo
concepimento e della sua nascita, condannata e rifiutata, se non addirittura
odiata, da sua madre per non essere stata il maschio che lei sperava, Camille
aveva, come molti bambini di sostituzione, due possibili destini: l'arte o la
follia. Trovò la sua strada nella prima, dove riuscì in parte, ma finì per cadere
nella seconda.
Si può pensare che il suo delirio di persecuzione fosse dovuto alla
sua situazione di bambino di sostituzione? In altri termini, la sua vita avrebbe
avuto un altro corso se non avesse dovuto assumere questo ruolo? Nessuno
lo può dire. Il suo carattere e la sua condotta possono in gran parte spiegarsi
così, ma un delirio così strutturato e così duraturo richiede cause molteplici.
Il suo "duplice" legame (Lhermitte e Allilaire) con Rodin l'ha profondamente
ferita. Il fallimento della sua vita femminile l'ha sicuramente condotta ad un
suicidio sul piano artistico. Si può porre la domanda anche al contrario: la
struttura paranoica della sua personalità non ha condizionato i suoi
fallimenti, dal momento che tutto il suo essere si coagulava in una psicosi
definitiva?
Paul Claudel possedeva lo spirito della famiglia. Aveva intenzione,
dopo la loro morte, di riunire tutti i parenti prossimi a Branges dove abitava.
Due suoi parenti, sua sorella Louise e anche il piccolo Charles-Henri, di cui
fece riesumare i resti, e lui stesso, riposano oggi nella tomba di famiglia dei
Claudel. Quando volle, allo stesso modo, deporre i resti mortali di Camille,
ricevette dall'ufficio del cimitero del municipio di Avignone una lettera che
diceva che "la zona del cimitero riservata all'ospedale di Montfavet era stata
ripresa per le necessità di servizio, poiché le informazioni relative la famiglia
della defunta non erano state fornite al servizio del cimitero".
E' così che l'infelice Camille, condannata come bambina di
sostituzione a non essere se stessa in vita, esclusa dall'esistenza da sua
madre, fu perseguitata da questa maledizione al di là della tomba e non fu
mai integrata, fosse questo in una cripta mortuaria, nella famiglia da cui era
nata. Questo doppio non essere è straordinario.
Ma l'artista sopravvisse. Principalmente la sua opera. Ma anche come
fa notare J. Cassar perché fu inaugurata una targa commemorativa il 28
settembre 1968 nel cimitero di Villeneuve-sur-Fère dove era nata, con la
semplice iscrizione:

Camille Claudel 1864-1943


STENDHAL
O
L'UOMO CON GLI PSEUDONIMI
Stendhal, piccola città tedesca del Brandeburgo, fu scelta, non si sa
quasi perché, come pseudonimo letterario da Henri Beyle. Starobinskj nel
1951 gliene attribuisce un altro centinaio e E. Wilson Jr duecentocinquanta.
Quest'ultimo autore ha fatto, nel 1988, un eccellente studio dal titolo
Stendhal, bambino di sostituzione dal quale abbiamo preso numerosi
elementi utilizzati in questo capitolo.

Breve studio psico-pato-biografico.

Henri Beyle apparteneva a una famiglia delfinatese di Grenoble. Il


primo figlio di Chérubin Beyle e della sua sposa, nata Henriette Gagnon,
Marie-Henri, nacque il 16 gennaio 1782 e morì all'età di quattro giorni. Il
secondo che doveva divenire famoso nella letteratura sotto lo pseudonimo di
Stendhal, nacque il 23 gennaio 1783, giusto un anno più tardi, e ricevette il
medesimo nome di Marie-Henri. Concepito circa tre mesi dopo la morte del
fratello maggiore e avendo ricevuto lo stesso nome, è molto probabile che fu
messo al mondo per sostituire il piccolo morto. Sua madre morì quando egli
aveva sette anni.
Il suo Edipo è ben strutturato: "Io volevo coprire mia madre di baci
e che non ci fossero vestiti (?) (...) Io le rendevo i suoi baci con tale impeto
che ella era come obbligata ad andarsene. Odiavo mio padre quando veniva
ad interrompere i nostri baci". Aveva poca stima per quest'ultimo (che egli
soprannominava il "bastardo" e morì in rovina) al quale chiedeva spesso
soldi, aggiungendo cinicamente: "Mi ha piantato, bisogna che mio padre mi
innaffi".
Condusse una vita da dandy, conversatore brillante, frequentatore di
teatri e salotti, in Francia e all'estero, spesso innamorato con o senza
successo.
Egli scrisse poco fino alla quarantina e l'essenza della sua opera
(Armance, Le Rouge et le Noir, Lucien Leuwen, La vie d'Henry Brulard, La
Chartreuse de Parme) è stata scritta in un periodo di una decina di anni tra i
44 e i 55 anni.
Sembra aver avuto un periodo di depressione seguito da uno di
esaltazione (accesso a doppia forma?) poco prima dei 50 anni. Inizia Lucien
Leuwen e non lo termina. Comincia La vie d'Henry Brulard nell'ottobre
1832 senza esito migliore e ne abbandona la redazione per quasi tre anni,
come se fosse incapace di proseguire. Bruscamente la riprende nel novembre
1835 e la scrive di getto in quattro mesi (tre volumi). Egli scrive: "Le idee
galoppano, se non le scrivo, le perdo". "Ma mi lascio trasportare, mi lascio
travolgere". Note marginali tentano di non perdere nulla di queste accelerate
associazioni di idee. Dei disegni affrettati, piantine, diagrammi, schizzi
riempiono il testo. Scrive in Henry Brulard: "Dalla fine di maggio fino al
mese di ottobre o novembre che io fui tenuto sotto luogotenenza (...)
trovavo cinque o sei mesi di fortuna celeste e completa". Quest'ultimo
comportamento che si potrebbe definire ipomaniacale (euforia, ipermnesia,
graforrea, scarabocchi, ecc.) sembra fermarsi bruscamente. Nell'ultimo testo
citato qui sopra, Stendhal aggiunge una nota: "Il 26 marzo 1836 alle dieci e
mezzo, lettera molto graziosa per gekon (commiato). Dopo questo grande
correre dei miei pensieri, non lavoro più". In effetti La vie d'Henry Brulard
taglia corto, senza ragione apparente.
La controreazione era stata efficace, perché fu allora che intraprese
La Chartreuse de Parme.
Molti critici hanno notato che La vie d'Henry Brulard (con una -y in
più) è un'autobiografia che gli è servita come autoanalisi (André, Crouet,
Didier e Wison).
Si è parlato di "sindrome di Stendhal". B. Waysfeld la definì come
una intensa emozione che si prova davanti a opere magistrali, emozione che
trova eco nella storia personale e familiare del soggetto, in particolare nella
sua dimensione spirituale e religiosa e che si manifesta essenzialmente con
disturbi di andatura timica e/o psicotica, che abitualmente regredisce in
qualche giorno. Stendhal avrebbe presentato tale sindrome visitando Firenze.

Stendhal e i bambini morti.

E. Wilson Jr. fa un studio in profondità, di natura psicoanalitica, per


spiegare l'attitudine di Stendhal verso i bambini, ma insiste poco su ciò che a
noi sembra essenziale nella situazione dei bambini di sostituzione (di cui egli
parla): egli non aveva diritto di esistere in maniera autonoma, era
condannato a un non essere; doveva essere il piccolo morto, perché era nelle
aspettative dei suoi genitori. In Le Rouge et le Noir, Madame de Rénal,
sconvolta dalla malattia del figlio illegittimo che ha avuto da Julien Sorel, è
pronta a confessare a suo marito la sua relazione, nella speranza che il cielo
le perdonerà il suo amore colpevole e salverà la vita del suo bambino.
Questo tema del bambino ritornerà alla fine del romanzo quando Julien viene
ghigliottinato, e l'aristocratica Mathilde, incinta per opera sua, va al suo
funerale, "all'insaputa di tutti, sola nella sua carrozza drappeggiata, portando
sulle ginocchia la testa dell'uomo che aveva tanto amato", in una curiosa
mescolanza dei temi della morte e della nascita a venire di un bambino.
E' il destino di Sandrino in La Chartreuse de Parme che a Wilson
sembrerà il più significativo. Sandrino è il figlio nato dalla relazione
adulterina di Fabrice e Clélia dopo il matrimonio di quest'ultima. La morte di
Sandrino tuttavia è raccontata in poche righe: la coppia aveva fatto il
progetto di togliere di mezzo il bambino e dire che era morto. Infatti in
bambino si ammalò quando fu allontanato e morì. Clélia morì di dolore poco
dopo e Fabrice entra nel convento che darà il nome al romanzo. Stendhal dà
poche spiegazioni sul significato di questa morte, così importante per il
destino di Clélia e Fabrice. Scrive a Balzac, nell'ottobre 1840: "Io ho scritto
La Chartreuse pensando alla morte di Sandrino che mi aveva profondamente
toccato". Stendhal accusa il suo editore di averlo privato dello spazio
necessario per parlarne più a lungo.
Scrive nel suo Journal il 17 gennaio 1813 parlando della contessa
Daru di cui era stato innamorato, che il suo recente dolore, la morte di suo
figlio, l'aveva molto cambiato. Infatti, il bambino stava bene...
La morte di una bambina sembra averlo scosso in maniera
particolare: quella di Bathilde Curial a 14 anni. Era la figlia di una delle sue
amanti. Questo nome (in differenti ortografie) si trova in Le Rouge et le
Noir, in Lucien Leuwen, in Armance. E' simile a quello di Mathilde in Le
Rouge et le Noir. La morte di questa piccola bambina, secondo Michel,
sembra avergli recato molto dolore. Wilson ritiene che si tratti della
presenza, in lui, incosciente e penetrante, di quel piccolo fratello morto
prima di lui.
In La vie d'Henry Brulard racconta che sua madre è morta dando
alla luce un bambino nato morto. Ciò è falso, perché allora non era incinta.
Questo se stesso che dice "nato-morto" non sarebbe che il fantasma del
piccolo morto che l'aveva preceduto. Ciò potrebbe ben essere un modo di
distruggere "magicamente" il fantasma di questo primogenito che pesava su
di lui.

Alla ricerca di un'identità attraverso gli pseudonimi.

Il tema dell'identità è presente in tutta l'opera di Stendhal. Secondo


noi c'è il problema essenziale del bambino di sostituzione: essi non hanno il
diritto ad una propria identità perché devono rivestire, che gli piaccia o
meno, il ruolo di colui che sono chiamati a sostituire.
In La vie d'Henry Brulard Stendhal pone le domande: "Chi sono io?
Chi sono stato? Chi sono io?" per concludere: "Sono sempre stato quello
che sono".
Secondo Wilson, Stendhal ha cercato per tutta la sua vita un
compromesso con il suo doppio, il bambino morto di cui portava il nome,
per poter accedere ad una vita autonoma e personale. Liberato da questo
fantasma dopo la violenta crisi di cui abbiamo parlato, divenne capace di
proseguire per creare un bambino a se stesso, Fabrice, della Chartreuse de
Parme.
Essere bambini di sostituzione, è già ricevere uno pseudonimo, dato
che vi viene attribuito il nome di un altro. Non si ha il diritto di essere ciò
che si è, perché bisogna essere il predecessore.
Lo pseudonimo, il nome di sostituzione, è scelto liberamente e
volontariamente da colui che non vuole rivelare il suo vero nome, per diversi
motivi. In ogni caso egli afferma la sua volontà di essere qualcuno per se
stesso, di 'autocrearsi' in qualche modo. Si capisce come questa sia una
tentazione per il bambino di sostituzione.
Paul Valery, parlando degli pseudonimi, dice che "Stendhal congiura
con Stendhal sotto vari nomi - [129 pseudonimi contati da Léautaud ....) -, a
volte contro Stendhal, sempre contro gli sciocchi, gli importanti e gli
insensibili".
J. Starobinski, in un lungo articolo intitolato Lo pseudonimo
Stendhal (1951), analizza tutti i significati e gli aspetti di quello che può
essere uno pseudonimo e tenta di spiegare perché Stendhal ne ha fatto un
tale uso: precauzioni politiche (César Bombet), desiderio di piacere
(Dominique, Salviati), di ridicolizzare i 'borghesi' (Cetonnet, Chamier, il
barone di Cutendre, William Crocodile), pseudonimi di fuga per sottrarsi agli
importuni. J. Bedier ne ha contati 24, tra il 1811 e il 1825 (quindi prima della
stesura dei suoi lavori più importanti). Tra quelli che si è attribuito c'è Belle,
fatto che non manca di sembrare spiritoso, poiché si sa che Stendhal (Henry
Beyle) si è preoccupato tutta la vita per la sua bruttezza.
Psudonimi ne attribuisce anche ai suoi amici, che a volte li adottano.
La lista è lunga, senza contare i personaggi dei suoi romanzi che sono lui
stesso, in molti casi. Secondo Starobinski, si adotta uno pseudonimo prima
di tutto per sottrarsi agli altri.
Questa patetica ricerca di un'identità attraverso gli pseudonimi, i
personaggi lettterari, è stata infine coronata dal successo. Henry Beyle, detto
Stendhal (Henry comunque...) ha finito per ottenere un gloria ardentemente
desiderata, e per raggiungere l'immortalità e la riconscenza degli "happy
few".
E' la giustissima conclusione di E. Wilson jr.
J.-J. GRANDVILLE
O
L'OSSESSIONE DELLA MORTE
J. J. Grandville, Gerardo il suo vero nome, fu un disegnatore e
caricariturista francese, nato a Nancy nel 1803 e morto a Parigi nel 1847.
Molto celebre nella prima metà del XIX secolo, oggi è un po' dimenticato.
La sua specialità era di dare a personaggi famosi aspetti di animali, ma anche
di dare sembianze umane ad animali, con un talento che non aveva uguali
che la sua ferocia. Baudelaire, parlando di lui, ritenenva che "un filosofo e un
medico avrebbero dovuto fare un buon studio psicologico e fisiologico su
Grandville".
Tale studio è stato fatto nel 1987 da Anne Bouyout nella sua tesi di
medicina sostenuta a Nancy, città natale di Grandville. In particolare lei
scrive: "La sera del 15 settembre 1803 nasceva il quarto figlio di Jean-
Baptiste Gerard, di mestiere pittore di miniature. Quando nacque Jean
Ignace Isidore, la famiglia Gerard aveva già due figli: Nicolas Ferdinand,
otto anni e Hyppolite, sei anni. Un terzo figlio, Adolphe, era morto all'età di
cinque anni nel mese di luglio di quello stesso anno (due mesi prima della
nascita del nostro personaggio). Questa perdita turbò crudelmente il cuore di
sua madre, che riversò sul nascituro la parte di affetto che sarebbe stata di
quello morto: da allora, ella volle che Jean Ignace Isidore fosse chiamato in
seguito con il nome di Adolphe, a ricordo del figlio defunto. Nacquero in
seguito due sorelle, Eulalie e Louise.
Il pseudo-Adolphe, dato che questo era il suo nome usuale (nome
che Grandville utilizza più tardi per firmare la posta indirizzata alla sua
famiglia) crebbe in un ambiente artistico: i nonni paterni del giovane erano
stati a suo tempo commedianti di talento molto graditi al re Stanislao. Dei
loro tre figli uno solo continuerà con il teatro ed entrò nella Commedia
Francese. Gli altri due diventeranno pittore e miniaturista. Il prediletto, per
distinguersi dal fratello maggiore, firmava aggiungendo al nome proprio di
battesimo, il nome di scena del padre: Grandville, che riprese e renderà
illustre il disegnatore, facendolo precedere dalle iniziali J.J. (perchè queste
iniziali?) come se tentasse di essere totalmente differente da quello che aveva
sostituito.
Una delle sue biografe, Laure Garcin scrive di lui: "Ultimo di una
famiglia di sei bambini (non esatto), Grandville rimpiazzò nel 1803, nel
desiderio dei suoi genitori, un bambino che avevano appena perso; gli si dà
lo stesso nome di questo bambino per qualche mese (non esatto). Quindi
abbastanza indecisa gli sembrò all'inizio la sua identità."
Suo padre era un minaturista, sembra, abbastanza mediocre. Se non
si sa nulla di preciso di sua madre, sembra, sempre secondo Laura Garcin,
che il nostro personaggio abbia avuto con lei seri problemi, come testimonia
un disegno isolato che lei ha ritrovato, rappresentante una donna con un
becco da cicogna aperto (la cui parte inferiore è rotta) che va contro vento
tirandosi dietro un bambino piccolo che manifestamente non la vuole
seguire.
Sposa nel 1833 un cugina dalla quale ebbe tre figli. Era una donna
dura, volgare, che non tollerava della sua produzione che ciò che poteva far
bollire la marmitta (portare un guadagno?). Egli doveva nascondere i suoi
disegni perché lei li strappava e ne faceva bigodini per i suoi capelli:
"Madame Grandville ha dei bigodini come non ne hanno le regine", si diceva.
Prima di morire (nel 1843) lei gli indicherà chi doveva sposare e con
la quale sembra essere stato più felice. I tre figli di primo letto morirono tutti
all'età di quattro anni.
Il suo editore, Herzel, ha scritto che "morì folle per gli sforzi di
sovraeccitazione di questo lavoro nello straordinario", fatto che viene
smentito dalle sue ultime lettere, di una grande lucidità. In realtà, delirò per
tre giorni prima di morire in seguito ad una angina acuta: l'angoscia che
trasmettono certi suoi comportamenti o caricature si pone su un piano
diverso da quello della follia.
La sua opera di caricaturista è ben conosciuta. Collabora a giornali
satirici come il "Charivari". Si attira numerose ostilità a causa
dell'intransigenza e della ferocia della sua matita: riuscì nella prova di forza
di essere messo in quarantena sia dai mezzi reazionari che dai mezzi
romantici. E' nella solitudine più completa che costruisce le sue opere. Agli
uomini dava teste di animali e agli animali comportamenti da uomini, in
genere nelle sue opere più conosciute, Scene di vita pubblica e privata degli
animali. Inventò, ad esempio, due animali strani: l'elegante Misocampo e il
terrificante Volvoce. Non si scorderà mai che egli ha illustrato le fiabe di La
Fontaine come numerose altre opere, quali Robinson Crusoe, I viaggi di
Gulliver, Don Chisciotte etc.
Ma sono le sue caricature politiche, apparse nei giornali di
opposizione, che ebbero grande risonanza e gli crearono molti nemici.
Spirito intransigente, egli non sopportava quelli che definiva i borghesi (e
che simbolizzava con un berretto di cotone), le loro ambizioni, la loro
crudeltà, il loro cinismo, la loro brama di onori che egli denunciava con una
matita vigorosa e senza pietà.
Però sono altri disegni ripartiti in più di dieci lavori ad essere più
interessanti dal punto di vista psicologico. Molti autori fanno notare che essi
assomigliano molto ai quadri di Jérôme Bosh e di Brueghel, con personaggi
spesso lillipuziani, in situazioni bizzarre, con strani attributi. I suoi disegni
sono composti, si leggono spesso dall'alto in basso e rappresentano, se si
può dire, una vera animazione immobile. Laure Garcin (che ha fatto
animazione al cinema fotogramma per fotogramma) lo qualifica come
"rivoluzionario dell'arte del movimento". "Niente è realistico, ma tutto è
figurato. Si potrebbe qualificare la sua arte come onirica, forse non nel senso
di una trascrizione pura e semplice di un sogno notturno, con le sue
rimozioni, le sue condensazioni, etc., ma piuttosto di "sogno in stato di
veglia controllato" di R. Desoille che ha per finalità l'esplorazione e
l'intervento psicologico, dove il terapeuta aiuta a sviluppare uno scenario
quasi onirico in un soggetto rimasto cosciente".
In questo mondo onirico, tutto è perpetuo cambiamento:
"Trasformazioni, visioni, incarnazioni, metamorfosi, litomorfosi,
metempsicosi, apoteosi e altre cose" è il sottotitolo dato da Grandville a Un
altro mondo (1844) "Nessun oggetto è realmente ciò che è, tutto può
diventare non importa cosa. Non è la situazione che cambia, è in lui stesso
che si trasforma e, cambiandosi, diventa al contrario fonte di creazione" (L.
Garcin). Si comprende perché i surrealisti abbiano dovuto annetterlo.
Baudelaire, che vedeva in lui uno "spirito cagionevolmente
letterario", diceva che "quest'uomo, con coraggio sovrumano, ha passato la
sua vita a rifare la creazione. Egli la prendeva nelle sue mani, la torceva, la
riarrangiava, la spiegava, la commentava, e la natura si trasformava in
apocalisse". Diceva che la sua opera gli procurava un certo malessere, lo
"atterriva".
Le immagini dicono molto più delle parole. Alcuni temi, alcuni
simboli tornano con una particolare frequenza: il cavallo alato, il serpente, i
rovi e le spine, soprattutto la morte e i suoi attributi quali lo scheletro, il
salice piangente, le maschere serene che svelano un viso scarno, etc. Una
serie di litografie dedicate alla morte apparse nel 1830 (non ha che 27 anni!)
si intitola: Viaggio per l'eternità. Rivista generale degli omnibus accelerati,
partenza in ogni ora e punto del globo. Ci si può domandare cosa
nascondesse questa ossessione perpetua. Era il peso di quel piccolo morto
che gli aveva impedito di essere se stesso, destino dal quale cerca di fuggire
affermandosi con la sua arte?
L. Garcin trova curiosa l'ostinazione con la quale vuole annunciare la
data della propria morte in alcune sue composizione o dei suoi discorsi.
"Credetemi, lo so, prestò andrò a studiare tra le stelle" scrive nello stesso
anno della sua morte. E, dodici giorni prima di questa (che fu molto rapida e
senza preavviso) "Io ho ancora qualche giorno da dedicarvi ... Addio", scrive
per il suo editore. In Fiori animati (1847) si trova un disegno intitolato
Ritorno dei fiori. In basso sotto questa composizione, su un tappeto, è
scritto "1847" (anno della sua morte), come pure le sue iniziali e quelle del
suo amico Taxile Delord (che morirà invece nel 1877). Su questo tappeto
riposano un potatoio a forbice rotto e riparato e un rastrello in cui L. Garcin
vede gli strumenti distruttivi della vita.
Il disegno più suggestivo - almeno in ciò che concerne il motivo del
nostro studio - porta il titolo La felicità si fa con i sogni e fu eseguito nel
1842 per illustrare un racconto di P.-J.-Sthal (nome d'arte del suo editore
Hetzel): Il settimo cielo. In questa incisione si vede un individuo seduto sul
bordo di una rupe, gambe penzoloni e incrociate così come le mani sulle
ginocchia. E' vestito un po' come un moschettiere, con una grande cappa,
stivali mosci, coperto da un cappello di paglia con bordi larghi sotto il quale
spariscono completamente sia il viso che la testa. Sembra accasciato a
guardare ai suoi piedi una specie di piccolo dolmen, la cui tavola superiore
sopporta una croce di pietra tagliata grossolanamente. Accanto a questa
'tomba' fuoriesce un albero piccolo ma robusto e fronzuto. Dietro il
personaggio, un salice piangente, l'albero dei cimiteri. In primo piano la
sponda di un corso d'acqua, nel quale è piantato, quasi in rapporto
simmetrico col primo, un altro arbusto, ma tutto secco. In ogni angolo dei
curiosi disegni, portatori probabilmente di un certo simbolismo. "Là, notte e
il giorno, egli sognava", dice la didascalia. A chi? Forse al piccolo bambino
morto che simbolizza il dolmen-tomba sormontato da un croce, che gli
impedisce di essere se stesso; cioè di avere una testa, una faccia che
caratterizzi la persona, l'essere nel proprio carattere unico, insostituibile. Il
piccolo morto nella sua tomba è l'unico vivente, dato che emerge un piccolo
albero pieno di vita; di fronte, nell'acqua (tema che torna spesso in
Grandville e che L. Garcin ritiene simbolizzi la madre) un arbusto secco.
Simbolizza anch'esso il figlio minore, colui che sostituisce, che doveva
divenire J.-J. Grandville, quello che la madre ha "designato" per sostituire il
piccolo morto?
In una delle sue ultime opere, Crimine ed espiazione (1847),
particolarmente strana, L. Garcin vede 'chiaramente' il mito della ri-nascita:
"Grandville è sulla soglia della liberazione, ma essa non si compirà in questo
mondo, non può essere donata che con la morte".
Questa rivolta permanente contro la società, questa ossessione del
cambiamento perpetuo degli esseri e delle cose, della trasformazione di tutto
in tutto, traduce perlomeno un malessere, una difficoltà ad inserirsi in una
realtà che non è fatta per lui, perché egli è destinato a non esistere per se
stesso in quanto deve sostituire il fratello morto prima di lui.
E' lui stesso che, molto prima della sua morte, ha proposto il suo
epitaffio: "Qui giace J.-J. Grandville. Animò e tutto fece vivere, parlare o
camminare. Lui solo non seppe fare il suo cammino".
RAINER MARIA RILKE
O
LA RI-NASCITA
La madre di Rainer Maria Rilke, per il quarantasettesimo compleanno
di suo figlio, rammenta la sua nascita a Praga (4 dicembre 1875) in termini
lirici, passionali: "Papà ed io ti abbiamo benedetto, abbracciato, - la nostra
gioia radiosa sussurrava ringraziamenti a Gesù e a Maria. Il nostro caro bebè
era piccolo e fragile ma meravigliosamente proporzionato, e quando, al
mattino, fu messo nella sua culla, gli si diede una piccola croce,- così Gesù
fu il suo primo regalo... Poi sfortunatamente vennero altri guai piccoli e
grandi -, ma quando mi inginocchiavo alla tua culla, - il mio cuore scoppiava
di gioia, l'adorabile bebè era il nostro bene supremo!".
Il bebè era nato prematuramente (a sette mesi) e fu battezzato
esattamente così: René-Karl-Wilhelm-Johann-Josef-Maria. Renè e non
Rainer. Questo "ri-nato" era probabilmente intenzionale nello proposito di
colmare un dolore completamente superato, perché l'anno precedente i
genitori avevano perso, all'età di qualche settimana, il loro primo figlio, una
piccola bambina.
René resterà figlio unico.
Il padre, secondo i biografi del poeta, era un uomo deluso dalla vita;
aveva sognato di essere ufficiale, ma aveva dovuto, per ragioni di salute,
accontentarsi di un posto di ispettore delle ferrovie e, grazie ad una
omonimia, pretendeva di discendere da una vecchia nobiltà della Carinzia
(N.B.: della Carinzia, regione austriaca).
La madre, figlia di nobili di Praga, immigrati dall'Alsazia, è presentata
come bigotta, con pretese mondane e dedita a scrivere d'occasione.
La vita familiare non era serena e gli sposi si separarono quando
René aveva solo nove anni. Quando ne ebbe undici, per separarlo da una
madre che si riteneva lo vezzeggiasse troppo, suo padre lo mandò alla scuola
militare dei cadetti di St. Polten, che lasciò all'età di sedici anni e di cui
serberà un ricordo orribile, probabilmente deformato - si pensa - dalla sua
personalità ipersensibile e facilmente ansiosa.
La madre del poeta riversò su questo figlio tutto il suo affetto reso
disponibile dalla morte della piccola bambina, fatto che sembra non essere
sempre stato accolto senza impazienza. In effetti Rilke scrive nelle molte
autobiografie Cahiers de Malte Lauridis Brigge: "Ci ricordiamo che ci fu un
tempo in cui mamma desiderava che io fossi una bambina e non un questo
bambino che, mio Dio, sì, bisognava che io lo fossi. L'avevo intuito, non so
più come, e avevo avuto il pensiero di bussare qualche volta, il pomeriggio,
alla porta della mamma. Quando chiedeva chi fosse, io ero felice di
rispondere da fuori: "Sophie" (quello che era il nome della mamma e della
piccola morta) con una vocina che io assottigliavo così bene che mi
solleticava la gola. E quando poi entravo (col mio piccolo vestito con le
maniche rialzate che sembrava quasi un 'déshabillé' da ragazzina) ero proprio
Sophie, la piccola Sophie di mamma che si occupava della casa e alla quale
sua madre doveva fare le trecce perché non ci fosse confusione con il cattivo
Malte, se mai ritornava." Scrisse anche: "Fino a quando andai a scuola, fui
vestito come una bambina."
Annoterà più tardi, a trentuno anni: "Mi a madre è venuta a Roma e
si trova ancora qui. Non la vedo che raramente, ma - tu lo sai - ogni incontro
con lei è una specie di ricaduta. Quando devo vedere questa donna smarrita,
irreale, senza legami con nulla, e che non può invecchiare, comprendo
perché, bambino, ho già desiderato sfuggirle; temo, nella parte più intima di
me, che dopo anni di partenze e arrivi, io non sia mai abbastanza lontano da
lei, che ci sia ancora in me una parte dei comportamenti che sono la metà dei
suoi gesti intristiti, pezzi di ricordi che ella porta con sé, frantumati. Allora
ho orrore della sua pietà distratta, della sua fede testarda, tutta vuota come
un vestito, spettrale, spaventoso. E che io sia nondimeno suo figlio: che in
questa parete dilavata, senza rapporto con niente, qualche porta nascosta,
appena visibile, sia stato il mio accesso al mondo - (supposto che simile
porta possa mai fare accedere al mondo)"...
Inoltre: "... Una figura così vaga, per la quale, ancor oggi, nel cuore
provato, non può formarsi il minimo sentimento reale".
In una lettera ad una sua amica, Ellen Key, fa sentire la sua nostalgia
di non avere avuto una madre secondo i propri desideri: "Voi vi siete
immaginata mia madre, in una delle vostre buone lettere, come una donna
bella e nobile le cui mani portano dei fiori al suo bambino: quante volte ho
sognato una madre che fosse grandezza, bontà, carità... ce ne devono essere
state di tali nella mia famiglia, perché a volte sento un po' della loro presenza
posata su di me come la luce di una stella lontana, come uno sguardo
oscuro. Allora vi ho scritto come avrei fatto ad una madre, o a una sorella
più grande che ne sa più di me sulla vita e sugli uomini."
Egli parla di sua madre anche con tono lirico: "...sei tu, sei la luce
intorno agli oggetti familiari ed intimi che ci sono, senza sensi reconditi,
buoni, semplici, certi. E quando qualcosa si muove nel muro o fa un passo
sul pavimento, tu sorridi semplicemente, sorridi, sorridi, trasparente su un
fondo chiaro, al viso angosciato che ti scruta come se tu fossi nel segreto di
ogni suo suono soffocato, in accordo con esso e di concerto. Un potere
eguaglia il tuo potere nel regno della terra...?"
Questa ambivalenza è abbastanza caratteristica dei bambini che hanno
avuto una madre superprotettiva. Oggi si conosce bene il ruolo nefasto di
tali madri sullo sviluppo affettivo del loro bambino, che esse impediscono,
involontariamente, di accedere all'autonomia adulta. Il loro amore è
prigionia, contrariamente all'amore di una madre normale, che si dona per
vocazione. Una tale madre attende dal proprio figlio compensazioni alle
proprie insoddisfazioni affettive profonde, si aspetta una totale
sottomissione, in una parola si sostituisce a lui. Questo "maternalismo"
(Mauco) non è senza conseguenze. Incollati alla loro madre, questi bambini,
anche se riusciranno brillantemente nella vita, resteranno dei veri impotenti
dal punto di vista affettivo e anche sessuale (non fu il caso di Rilke, se si
crede a certe sue amanti).
Il suo caso è aggravato dal fatto che fu un figlio unico e, soprattutto,
un bambino di sostituzione. Questi bambini non hanno diritto di esistere per
se stessi, sono condannati a non essere, destino al quale gli è molto difficile
sfuggire, se non attraverso la genialità e/o la follia o ambedue.
Qui sulla genialità non c'è alcun dubbio e il meno che si possa dire
sulla personalità di Rainer Maria Rilke è che non fu particolarmente
equilibrata.
Ciò non impedisce affatto di considerarlo [con Goethe] come il più
grande poeta di lingua tedesca del XX secolo. Si può essere un autentico
genio e presentare un reale squilibrio psichico, ma questo non è
indispensabile: Paul Valery e Saint-John Perse, per citare solo due poeti di
difficile approccio, come è Rilke, ebbero una vita equilibrata e normale.
Non fu il caso di Rilke. Tutti i suoi contemporanei, i suoi biografi
hanno fatto notare fino a che punto egli fosse un vero e proprio esiliato nella
sua vita: non ebbe mai un indirizzo fisso, rapporti sereni e duraturi, beni
materiali, risorse e impieghi regolari. I suoi biografi hanno enumerato
minuziosamente, tra gli altri, i luoghi dove è vissuto e i suoi amici.
Da Praga, dove nacque, a Rarogne, nel Vallese, dove riposa in una
piccola tomba commovente per la sua semplicità, dopo essere morto di
leucemia nel 1927 nel sanatorio svizzero di Val-Mont, egli vagabondò senza
sosta, seguendo gli impulsi e gli inviti amichevoli o affettuosi, che gli
venivano fatti o che egli sollecitava: Monaco, Venezia, Vienna e molte altre
città tedesche, italiane e austro-ungariche, la Spagna, la Russia, l'Africa del
Nord, l'Egitto, i paesi Scandinavi, il Belgio, la Francia e soprattutto Parigi,
dove fu segretario di Rodin (col quale si azzuffò e si riconciliò) furono
alcune delle tappe di questo vero vagabondo della poesia.
Duino, un vecchio castello romantico sull'Adriatico, va ricordato in
modo particolare. Vi scrisse le sue celebri Elegie di Duino durante uno dei
suoi numerosi soggiorni, dove vi fu invitato dalla Principessa Von Thurn und
Taxis-Hohenlohe, che fu per lungo tempo la sua attenta 'ninfa egeria', dopo
che Lou Andreas-Salomè l'ebbe fatto 'rinascere a se stesso'.
La sua storia sentimentale, nel senso più ampio della parola, fu assai
caotica. Numerose donne incrociarono la sua vita. Se ne contano una decina
che hanno avuto una certa importanza; bisogna citare soprattutto Lou
Andreas-Salomè, Baladine Klossowski, la Principessa Marie Von Thurn und
Taxis-Hohenlohe.
Incontrò la prima all'età di ventidue anni; lei ne aveva trentasei, cioè
quattordici più di lui: egli trovò in lei una madre, una sorella maggiore e
un'amante. Lou Andreas-Salomè aveva una forte personalità. Femminista
ante litteram, di costumi molto indipendenti per la sua epoca, era
conquistatrice, seduttrice, traeva piacere ad "accendere" gli uomini
(soprattutto Nietzsche) per poi sottrarsi il più delle volte all'ultimo momento.
Ciò avvenne con suo marito, più anziano di lei, con il quale visse a lungo,
senza mai appartenergli.
Lou non fu solo l'amante e, in seguito, l'amica e la confidente di
Rilke. Fu per lui anche una madre di sostituzione e gli permise di diventare
se stesso.
All'inizio della loro relazione avviene un fatto significativo. Baptiste
René - e questo nome compare tale e quale sulle sue prime opere stampate -
decise, su suggerimento di Lou, di germanizzare il suo nome Renè in quello
di Rainer, con il quale è generalmente conosciuto. Cambiò anche
radicalmente e definitivamente la sua scrittura, che divenne
straordinariamente simile a quella di Lou. Per tutta la vita resterà
profondamente legato a questa amica materna, a colei che lo aveva aiutato a
trasformarsi, a nascere una seconda volta, ad essere se stesso, ad esistere
finalmente. Nel 1911, dopo il completamento dei Cahiers de Malte Lauridis
Brigge, depresso, medita di farsi psicanalizzare, ma Lou, che conosceva
bene Freud, lo dissuade. Le scrive: "Addio, cara Lou, Dio lo sa, la tua anima
era veramente la porta attraverso la quale solamente accedevo all'aria aperta:
e adesso mi capita ancora di tornare di tanto in tanto e di mettermi contro il
montante della porta dove una volta noi abbiamo segnato i gradi della mia
crescita. Lasciami questa cara abitudine, ed amami...".
P. Jaccolter, presso il quale abbiamo trovato la maggior parte delle
citazioni precedenti, fa notare con molta precisione che Rilke aveva già
utilizzato la metafora della porta parlando della sua nascita reale, biologica,
come abbiamo visto prima. Ne parla di nuovo come se si trattasse realmente
di una nuova nascita: non era nessuno venendo al mondo, perché non era
che "Re-né", il sostituto della piccola sorella defunta, ed è solo con Lou che
accede ad una identità autentica, diventando "Rainer" grazie a colei che gli
ha permesso finalmente di essere "qualcuno che non fosse che me", come
dice Renè Feret.
La maggioranza delle donne che hanno avuto un ruolo nella sua vita
erano molto più anziane di lui.
Intanto, durante la sua vita, Rilke dimostrerà di avere una preferenza
molto viva per le giovani donne e le ragazzine. A 25 anni sposa Clare
Westhoff. Ella aveva due anni meno di lui. Ebbe da lei, dieci mesi dopo il
matrimonio, una figlia, Ruth, ma si separò da Clare dopo due anni di vita
comune, senza tuttavia, come con le altre donne, cessare di avere con lei
rapporti amichevoli.
Si può (o si deve) fare una diagnosi relativa alla sua personalità?
Un poeta è etimologicamente un creatore e non potrebbe essere
giudicato alla stregua delle altre esseri umani. Con questa riserva, è probabile
che oggi lo si classificherebbe tra i "personaggi limite", "i border-line".
Questi soggetti, che non rivelano né psicosi né nevrosi, hanno una
speciale personalità, mal strutturata, per ragioni che risalgono molto indietro
nella prima infanzia. E' un pesante handicap quello di essere un bambino di
sostituzione e pensiamo che là sia la chiave di questo personaggio: questi
border-line sono soggetti instabili su tutti i piani: professionale, sociale,
sentimentale, affettivo; i loro legami personali sono superficiali e poco solidi,
essi mancano di spirito critico e di senso della realtà obiettiva. "Le loro
relazioni interpersonali sono intense ma instabili, rivolte alla manipolazione
degli altri prima idealizzati, poi disvalorizzati, ma sempre utilizzati a fini
personali. Hanno un sentimento fragile della loro identità, caratterizzato
dalla variabilità dell'immagine di sé, l'incostanza dei progetti e lo sviluppo
della loro carriera, l'intolleranza della solitudine, l'instabilità dell'umore,
l'ansietà etc..." (Plénat).
A. Couvez ci dice che, per superare l'affermazione insostenibile dei
genitori che hanno detto al bambino prima della sua nascita "Tu sei il morto"
bisogna, per essere se stessi, "Uccidere il morto". E' questo che ha voluto
dire il ramingo Rilke quando scrive: "Uccidere è una forma del nostro dolore
vagabondo"?
Ed è Rilke stesso che infine ci dice chi è: "Dove io creo, io sono
vero".
HERMANN HESSE
O
IL SOSTITUTO A RIPETIZIONE
La situazione di questo scrittore è abbastanza particolare: autentico
bambino di sostituzione di un fratello maggiore morto in tenera età e
avendone preso lo stesso nome, nella sua prima infanzia dovette sostenere di
nuovo il peso di questa sostituzione, per due fratelli minori morti in tenera
età.
Oggi si conosce poco, soprattutto in Francia, Hermann Hesse, che
nel 1946 ricevette il Premio Nobel per la letteratura e che ha conosciuto
tirature fino a milioni di copie. Scrittore tedesco naturalizzato svizzero, i
suoi numerosi scritti testimoniano di un'anima tormentata durante la sua vita
da problemi spirituali. Problemi della solitudine della vita parigina che lo
spingono a ritornare nella sua campagna svizzera, solitudine dell'uomo
tristemente sposato. Queste sventure lo porteranno a cercare una evasione
sul piano spirituale e letterario, di cui si trovano i tentativi nei suoi romanzi
come nella sua vita: avendo soggiornato nelle Indie, in Oriente, buon
conoscitore delle filosofie e delle religioni di questi paesi, pacifista e liberale,
credeva di trovare la risposta alle domande che si poneva nella psicanalisi,
soprattutto junghiana, da cui si attendeva la soluzione delle contraddizioni
umane. Continuò fino alla fine della sua vita questa ricerca spirituale "alla
ricerca di una unità nascosta dell'universo e dello spirito umano". "Il
paradiso non è riconosciuto come tale in quanto se ne è stati cacciati", scrive
in Lecture Minute.
L'autoesplorazione, divenuto un aspetto essenziale del suo lavoro di
creazione, fece prendere coscienza ad Hesse che tutte i suoi primi inizi gli
sfuggivano a causa di una amnesia totale degli anni cruciali della sua prima
infanzia. Egli riscoprì un avvenimento accaduto alla fine del suo terzo anno,
ma riconobbe che gli dispiaceva "la vita ricca e misteriosa che aveva dovuto
precederlo, dato che non posso ricordarmi una sola ora di questa vita". D.
Farrell, in un lavoro apparso nel 1987, si è preoccupato di colmare questa
lacuna.
Non manca documentazione su Hermann Hesse. Oltre ai suoi
racconti e romanzi, fortemente autobiografici, si è potuto raccogliere 35000
lettere e carte di suo pugno. Ma sull'argomento che ci interessa, la principale
fonte di documentazione è la pubblicazione, da parte di sua sorella Angela
Gundert, nel 1934, di una parte del diario e dei taccuini in cui la madre di
Hermann segnava di giorno in giorno i piccoli avvenimenti familiari.
Senza voler negare, ma al contrario, la parte di genio propria
dell'autore nella sua opera, Farrell fa notare che l'unico posto di Hermann
nella sua famiglia era stato preparato da prima della sua nascita ereditando il
nome Hermann, portato dai suoi due nonni e da un bambino morto, nato dal
primo matrimonio di sua madre. Egli era anche il primo figlio di suo padre
(secondo marito di sua madre). "Grandi speranze erano state riposte in
questo bambino, che, per contro, venne a questo mondo preparato per lui
impegnato in una lotta appassionata con la vita".
In effetti il primo figlio di Johannes e Marie Hesse, nato il 2 luglio
1877 nella Foresta Nera, ricevette il nome di Hermann, portato dai suoi due
nonni, forti personalità che pesavano su ciascuna delle due famiglie.
Entrambi "pietisti", cioè appartenenti ad una setta luterana che metteva
l'accento sulla necessità di una pietà personale, più che su una stretta
ortodossia dottrinale, essi si occupavano della Società Missionaria di Bâle.
Il nonno materno, Hermann Gundert, era stato missionario nelle
Indie. Johannes Hesse era suo assistente ed è così che conobbe sua figlia
Marie, di cinque anni maggiore. Ella era vedova di un missionario dal quale
aveva avuto tre figli, dei quali però gliene restavano solo due vivi, dato che il
primogenito Hermann era morto prematuramente.
Un anno dopo il suo nuovo matrimonio con Johannes Hesse, ella
ebbe una figlia, Adele, poi, due anni dopo, un bambino, al quale diede il
nome di Hermann, quello del primogenito (morto) di primo letto.
Indiscutibilmente il nostro autore era un bambino di sostituzione. Si
apprende dalle sue lettere che sua madre non aveva mai dimenticato il primo
e ne aveva idealizzato il ricordo. Ella aveva dato al suo secondo marito
l'anello del primo, come se un marito potesse sostituire l'altro, e un figlio
sostituire un figlio morto. Nella sua adolescenza ella aveva sofferto
numerose separazioni affettive, fatto che può spiegare forse una certa
tendenza a imporre l'immagine idealizzata di quello che aveva perduto alla
persona del suo secondo Hermann.
Nel suo diario ella si dice minacciata e piena di paure prima della
nascita del secondo Hermann. Tuttavia Maria si dice felice. Ma a partire
dalla nascita ella si ammala e si diagnostica una 'febbre gastrica' (dolori,
febbre, vomito) che la obbliga, nel giro di un mese, a smettere di allattare al
seno il suo bebè, del quale malgrado tutto si occupa con molta coscienza. Il
bambino dal canto suo si mette a vomitare. Si teme per la vita della mamma
e del bambino. Tutti e due guariscono e Maria scrive: "Il buon Dio ce l'ha
donato una seconda volta".
Un anno dopo la nascita di Hermann, Maria partorisce nel luglio
1878 un secondo figlio, Paul, che non cancella ancora il ricordo del primo
Hermann: una settimana dopo il battesimo di Paul, ella scrive: "Dieci anni or
sono, a Hayderabad, abbiamo sepolto il nostro caro bambino! Spesso
immagino ciò che sarebbe oggi Hermann. Un giorno lo reincontrerò così
come suo padre".
Paul cresceva bene, ma sei mesi più tardi è colpito da una
pneumopatia acuta. Maria, malgrado la sua pietosa rassegnazione, ne fu
profondamente colpita e presentò uno stato depressivo per due mesi, nel
corso dei quali Hermann si ruppe un braccio sfuggendo dalle braccia della
sua nutrice, fatto che lo fece definire dalla madre "ragazzo incredibilmente
temerario e vivace".
Hermann era stato il più giovane in famiglia solo per un anno, fino
alla nascita di Paul. Bruscamente aveva terminato di essere il bebè e per
cinque mesi aveva dovuto fare buon viso a questa situazione e accettare
l'arrivo di questo intruso. La partenza e il ritorno di sua madre, depressa,
riposatasi per dieci giorni, sembra aver prodotto, secondo Farrell, reazioni
affettive violente nel piccolo Hermann.
Una terza bambina, Gertrud, nacque nel luglio 1880 quando
Hermann aveva due anni, ma morì nove mesi dopo allo stesso modo di Paul.
Hermann non sembra essersi particolarmente addolorato, ammirando i fiori e
le ghirlande poste sul letto del bebè, saltando "verso il piccolo Angelo" e
gridando "quest'anno desidero balzare verso il nostro caro salvatore".
Aggiunge più tardi: "Ho ricevuto tanti piccoli baci! Sarai divenuta nostra
cara piccola bebè Gertrud?"
Già figlio di sostituzione del primo Hermann, nato dal primo
matrimonio di sua madre, diviene in seguito bambino di sostituzione di due
piccoli nati di secondo letto e morti entrambi prematuramente, fatto che
conferma i suoi ricordi relativi alle visite nel corso delle quali i suoi genitori
lo conducevano al cimitero sulla tomba dei due piccoli morti.
La vita della famiglia Hesse riprese un corso in apparenza normale.
Tuttavia quando Hermann aveva tre anni e mezzo sua sorella maggiore
Adele gli tolse un chiodo dalla bocca gridando: "Tu vuoi morire! Hai
pensato che io non voglio diventare "il più piccolo" con tutti gli altri piccoli
realmente morti?". Ed Hermann le rispose: "Va bene! Se muoio e vado in
una piccola tomba, non porterò via che due libri di immagini".
Un'altra figlia, Marulla, nacque otto mesi più tardi ed Hermann, che
aveva tre anni e mezzo, ricorda l'avvenimento: "Tutte le cure e l'amore della
famiglia convergevano su questa sorella e io me ne stavo seduto, solo e
abbattuto, vicino ad una scura finestra".
La famiglia ricevette un incarico a Bâle. Un giorno si interra un topo
ed Hermann fa un grande buco tutto intorno "per tutti i topi che potremo
intrappolare"; poi vi si adagia tranquillamente. Secondo Farrell questa era
un'altra rinascita, un'altra prova per superare il problema della morte.
Tutte le informazioni utilizzate qui sopra sono estratte, l'abbiamo
detto, dal diario della madre di Hermann, Marie, che registra fedelmente le
parole del proprio figlio, ammirata per l'intelligenza, la vivacità, lo spirito del
piccolo ragazzo che ella trovava differente dagli altri. Ma egli la provocava
anche e la faceva adirare al punto che ella temeva per il proprio futuro.
L'energia di Hermann si manifestava nella "creazione e la lotta". Gravato di
colpa per la morte dei suoi due fratelli più piccoli, che egli credeva di avere
causato magicamente, Hermann, per questo fatto, rientra nella categoria di
quelli che presentano una sindrome di colpevolezza tipica di chi sopravvive,
dice Farrell.
Per il suo quinto compleanno furono invitati dei piccoli amici con i
quali si conversò riguardo i loro rispettivi nomi. Sua madre riferisce che egli
dichiarò "che non amava il suo nome e che avremmo dovuto chiamarlo
"Seth": Seth era un nome molto bello, dal momento che Adamo ed Eva
avevano così chiamato il loro buon bambino, che gli era stato inviato per
consolarli della morte del loro Abele e del loro malvagio Caino".
A quel tempo Marie era nuovamente incinta e vicina al termine.
Hermann cadde malato poco dopo la nascita e volle essere nutrito con il
biberon "come un bebè" che era appena nato - manifestazione evidente di
regressione in un bambino di cinque anni. Il bambino fu chiamato Johannes
come il padre.
A sei anni e mezzo fu messo in collegio a causa del suo carattere,
tornando a casa dai suoi genitori solo la domenica.
Divenuto adolescente, ebbe una depressione e sfiorò, si è detto, la
psicosi e il suicidio. Trovò finalmente una rinascita nella sua immaginazione
creatrice, nella costruzione di un'altra identità come scrittore, fatto che gli
permetteva di inventare un mondo privato nel quale poteva trasporre "la
realtà autodicentesi" (come egli amava chiamarla) fino a quando voleva. Tra
le capacità che credeva di avere, c'era quella di "resuscitare i morti".
Secondo Farrell, benché Hermann non abbia certamente potuto avere
coscienza degli avvenimenti all'età di diciotto mesi, nel suo libro A dream
sequence, egli racconta un sogno che stranamente sembra risalire a una età
così precoce che si può dubitare che tale avvenimento sia stato registrato.
Secondo Farrell, che cita Lichtenberg, rimozione e simbolismo entrano in
azione prima dell'apparizione del linguaggio In base alla sua esperienza
clinica, avvenimenti precoci della vita possono a volte essere rammentati e
raccolti in un pettegolezzo tenuto dagli adulti. Anche Freud ha ricordato
nella sua autoanalisi, le risonanze profonde sulla sua personalità di un trauma
dell'infanzia: la morte di un giovane fratello quando egli aveva diciotto mesi.
"Infatti, i ricordi di Hermann sembrano chiaramente riflettere l'odio
del piccolo bambino per il nuovo nato, l'emergere di pulsioni di morte, quindi
il capovolgimento di questo desiderio di uccidere in un atto creativo. La
rabbia gelosa del bambino, l'eliminazione del rivale restano incompiuti (e qui
il rivale era già il primo Hermann che non aveva conosciuto, ma del quale
aveva dovuto, con il nome, indossare la personalità). Al posto di un morto è
nato un bambino, l'omicida in potenza diventa creatore".
Farrell conclude: "Durante la sua vita, in un processo continuo,
l'uomo crea l'arte e l'arte crea l'uomo. Pertanto mi pare lecito pensare che la
forza e la direzione della spinta creatrice di Hermann (forse essa stessa una
significazione essenziale della sua vita e della sua opera) provengono da un
seme già piantato nel suolo mosso e fertile di questa infanzia dimenticata".
HANS HENRY JAHNN
O
"IO SONO SENZA NOME PERCHE' SONO TE"
Hans Henry Jahnn, romanziere e drammaturgo tedesco nato alla fine
dell'ultimo secolo, nel 1894, e morto nel 1959, è poco conosciuto in Francia.
Fu anche fabbricante di organi, organista e musicografo. I suoi romanzi,
dallo stile sobrio, sviluppano temi di grande violenza, attraverso i quali egli
esprime aspirazioni cristiane. Figlio di un costruttore di navi, temeva suo
padre, ma era molto vicino a sua madre.
Elsbeth Wolffheim gli ha dedicato nel 1986 un lavoro a proposito del
suo Storia di una coppia di gemelli apparso nel suo romanzo Perudya. Noi
ci siamo riferiti a lei nel corso di questo studio, che comincia così: "C'era una
volta una madre che aveva due metà di figlio, l'una vivente, l'altra morta."
Ella sottolinea l'attrazione di Jahnn per il tema del "doppio". Lo si
incontra spesso nei suoi scritti sotto aspetti differenti: metà-fratelli, gemelli,
amici. Il loro punto in comune è che tutti questi personaggi si sono
profondamente impegnati ad amarsi e a morire l'uno per l'altro. Un amico di
Jahnn, Muschg, ha pubblicato (ma basandosi sulla memoria) delle
Conversazioni che egli ebbe con lui. Ci scrive soprattutto dei discorsi che
avrebbe tenuto nel 1913 all'età di 37 anni (a quel tempo Jahnn scappava dalla
Germania per rifugiarsi a Zurigo).
"Mio fratello morì due o tre anni prima della mia nascita. Mia madre
mi parlava spesso di lui, perché era il suo favorito. Da piccolo era sempre
malato e morì a quattro o cinque anni. Mia madre fu inconsolabile e il suo
dolore non finì che quando fu certa di aspettare un altro bambino. Tutti i
suoi figli precedenti erano stati maschi, per questo ella era certa che il
successivo sarebbe stata una femmina. Per tale ragione la mia nascita le
portò grande disappunto. Mi si diede lo stesso nome del bambino morto:
Hans-Henny (Henny è un nome femminile). In ogni caso io non corrisposi
alle aspettative di mia madre e questo perchè la mia nascita non riuscì a
placare la sua amarezza".
Si rilevano delle inesattezze nei resoconti di Muschg. In particolare il
fratello più grande morì un anno prima della nascita di Hans Henry (e non
due o tre) e non morì a quattro o cinque anni, ma esattamente a due anni e
due mesi. Si ritrovano qui le stesse distorsioni cronologiche che abbiamo
sottolineato in Salvador Dalì e in Ludwig Van Beethoven.
D'altra parte il nome del piccolo fratello morto era Robert-Gustav e
non Hans, ancora meno Henny. Questa trasformazione traduce, secondo E.
Wolffheim, il fantasma di una fratellanza gemellare. Jahnn sognava di
diventare il fratello ideale grazie ad una duplicazione, processo
evidentemente destinato allo scacco nella realtà. Non c'è dubbio che egli
conoscesse almeno uno dei veri nomi di questo fratello, dato che lo diede al
protagonista Gustav Anias Horu della sua trilogia epica Fiume senza
sponde.
Inoltre, dei tre nomi "Hans Henry Jahnn" solo il primo è conforme ai
documenti di stato civile. L'ultimo, Jahnn, ha solo una "n" sullo stesso
documento ed il secondo è Henry: sarebbe stato lo stesso Henry all'età di
diciotto anni che avrebbe trasformato Henry (nome maschile) in Henny
(nome femminile): pertanto Jahnn attribuisce questo a sua madre che così
avrebbe trovato motivo di consolazione per non aver dato alla luce una
figlia. "Lei mi amava" disse, "ma solamente come una sostituzione".
Si può supporre che Jahnn si creò un personaggio allo stesso tempo
maschile e femminile, in una ambiguità sessuale che tenterà di realizzare non
solo attraverso la manipolazione dei nomi, ma anche nelle sue relazioni
sessuali, come si vedrà più avanti.
Jahnn ha dovuto patire una perdita e una diminuzione della propria
identità a causa del disappunto materno, che si aggiunge ad un non essere
imposto da tutte le situazioni di bambino di sostituzione. Si considerava
come insufficiente in rapporto a suo fratello morto.
Per Jahnn l'obbligo di ricreare l'esistenza di un'altra persona fu
certamente traumatico. In un passaggio del suo diario scriveva nel dicembre
1915: "Mi capitava spesso di andare con mia madre la vigilia delle vacanze,
al vecchio cimitero dove era sepolto mio fratello, questo fratello nato prima
di me e che aveva il mio stesso nome (...). Mia madre diventava sempre così
silenziosa che io osavo appena respirare. Il mio sangue circolava in me e io
sapevo che non era il mio sangue, che niente era mio, che tutto apparteneva
a colui che era sepolto (...). Avevo la convinzione di contenere la sua anima,
l'anima di uno straniero che, in quel momento, si accostava al proprio corpo
e si sforzava di uscire da me per entrare nella tomba, diritto nella tomba (...).
Conobbi allora il segreto del mio concepimento: avevo presupposto di essere
come lui e la sua anima radiosa era stata presa in trappola da questo corpo
pesante, disgustoso, distrutto. Pensavo che non sarei mai stato capace di
rivaleggiare con le sue realizzazioni". Si pensa a Vincent Van Gogh, che
passava tutte le domeniche davanti alla lapide del cimitero dove era scritto
"Qui giace Vincent Van Gogh, morto il 30 marzo 1832", esattamente un
anno prima della sua nascita.
La preferenza di Jahnn per l'intercambiabilità di certi personaggi, così
come per le personalità schizoidi, che si incontrano in tutti i suoi scritti, ha le
sue radici in questo trauma infantile. Il suo senso di essere
contemporaneamente morto e vivo, che la sua anima apparteneva a suo
fratello e aspirava ad essere sepolto nella tomba fraterna, rivela la fragilità
della propria identità, che va ben oltre l'inevitabile senso di colpa del fratello
che sopravvive, dice E. Wolffheim. Non era che tutt'uno con il fratello
morto.
Ma questo desiderio era affrontato con volontà elementare,
sopravvivere: ormai non c'era altra scelta che realizzare nella sua opera
l'identificazione desiderata con il sé del morto attraverso una sublimazione
che qui sarà letteraria.
Il compimento del processo di identificazione con l'altro "gemello"
sembra possibile solo con l'auto-sacrificio. Un esempio di questo pensiero
ossessionante si trova in Fiume senza rive, dove il protagonista, Gustav
Anias Horn, descrive il suo rapporto con l'omicida, Alfred Tutein: "Noi
eravamo posseduti dal desiderio di essere identici, incatenati l'uno all'altro -
era impossibile essere più uniti. Essere "gemelli", essere intimitanto quanto
veri gemelli era uno scopo valido. Ahimé, noi eravamo giovani, abbastanza
giovani per essere più che pronti a sacrificare noi stessi per l'altro. In qualche
profondità oscura ed antica del nostro essere noi, esseri umani, aspiriamo a
sottometterci ad un annullamento e proclamiamo che questo atto è
giustificato (...) a causa del sacrificio".
Nella vita reale, intanto, i tentativi di Jahnn di realizzare una
identificazione con un gemello si rivelarono forzatamente vani. Tutto ciò che
poté fare - magra compensazione - fu di sacrificare il suo nome al fratello
morto, cioè di rinunciarvi. Da lì l'affermazione, nel suo diario, nel 1913, che
contiene il primo nome "errato" del fratello di Jahnn: "Sono anche andato al
cimitero dove sono stato molto afflitto; ho pregato tranquillamente e provato
emozioni che non so spiegare. Capii che non sarebbe quello il luogo del mio
riposo, perché un altro Hans Jahnn vi riposa già. Potrebbe essere mia perché
la pietra tombale porta solamente: "Qui riposa Hans Jahnn". Potrei essere io,
ma è mio fratello. Riposa in pace, fratello mio. Tutti mi malediranno, ma non
puoi tu benedirmi? Io sono senza nome perché sono te".
Quest'ultima frase è particolarmente significativa: Hans Jahnn non
può esistere in doppio. L'uomo in piedi davanti alla tomba, che si presume
porti lo stesso nome, è in realtà il "tu" morto di suo fratello. Jahnn considera
che la sua esistenza è valida solo perché, nei suoi fantasmi, è capace di
compiere il processo di identificazione con suo fratello proiettando nel suo
lavoro letterario i suoi desideri repressi.
E' precisamente questa convinzione che si ritrova con evidenza nelle
opere epiche e drammatiche di Jahnn. Se è vero, come egli dice in qualche
scritto, che "tutte le grandi opere di cui noi possiamo essere fieri sono la
realizzazione dei nostri sogni di giovinezza", bisogna considerare i suoi
scritti sotto questa luce speciale. I suoi principali personaggi sono
contrassegnati dal suo ardente desiderio di unità con la morte e la
decomposizione. Questo è vero per i primi lavori, come per Gustav Arias
Horn e Alfred Tutein, figure centrali dei lavori più importanti di Jahnn.
Questa preoccupazione ossessiva di imbalsamare il corpo deve essere
considerata non solo come un'attenzione speciale per l'amico morto, ma
anche come destinata al proprio corpo.
Questa interpretazione spiega la fissazione di Jahnn sulle relazioni
gemellari e il desiderio di una morte comune. E così che il suo eroe, Gustav
Arias Horn, confessa ad un certo momento che, nella sua infanzia, il ventre
prominente delle donne incinte gli ricordava sempre le pietre tombali: "A
quel tempo conoscevo già il segreto del mio concepimento: che dovevo
essere quello che ero stato".
Ormai Jahnn vissuto [?] come sostituto di suo fratello, ma, nello
stesso tempo, con sé e con l'anima di suo fratello dentro di sé, nel desiderio
di invertire il processo della nascita e della morte.
Questa realizzazione in un'opera letteraria non fu sufficiente e questo
handicap di bambino di sostituzione si fece sentire fin dai suoi primi anni.
Scrisse che "l'avvenimento più importante della sua vita" fu la relazione
amorosa, passionale, che stabilì con Gottfried Harms che chiamava il suo
"Friedel". Voleva che il suo amico lo chiamasse con il nome femminilizzato:
Henny. Nel suo diario scrive nel 1913: "Tic-tac fa l'orologio, raccontandomi
alcune notti meravigliose... Tic-tac: mi parla del mio Friedel che senz'altro
sta giustamente pensando alla sua Henny, sospirando di poter essere con
lei".
Insomma, Jahnn pensava di fuggire la sua assenza di identità,
adottando un atteggiamento femminile verso l'amico ed eliminando l'Hans
morto nelle sue relazioni. Inoltre realizzava così il desiderio deluso di sua
madre di non aver avuto figlie.
"La discrezione mi impedisce di fornire dettagli su quello che furono
queste relazioni" disse E. Wolffheim. Jahnn stesso la commenta con
insistenza nei suoi diari, ma al tempo stesso si esprime in uno stile
accuratamente scelto, casto dal punto di vista sessuale. Per esempio: "La
notte scorsa ho abbracciato il corpo del mio Friedel e ho pensato al rosso
sangue che scorreva nelle sue vene. Ma due mani toccavano il suo corpo,
come se io fossi incapace di afferrare che era il mio Friedel che era steso
accanto a me, che il suo corpo e l'anima che lo conteneva erano miei".
Questa relazione con Harms rese temporaneamente possibile un certo
grado di equilibrio per la fragile identità di Jahnn, ma egli persistette fino alla
fine nella sua convinzione che solo la morte avrebbe permesso una
indissolubile unità tra i due amici.
Questo legame nel frattempo non gli porterà la pace: "La pace",
scrive Jahnn nel suo diario (22 novembre 1914) non potrà trovarla "che
quando verrà eretta, da qualche parte, una tomba, per cui saprò che
nell'avvenire essa ci accoglierà entrambi, dormienti, assieme". Questo
desiderio di una tomba comune è senza alcun dubbio legato al ricordo della
tomba di suo fratello. Questo volere fu realizzato: le tombe dei due amici
sono l'una accanto all'altra nella Nienstedtener, cimitero di Hambourg:
l'ideazione di questa tomba è opera di Jahnn, elaborata da lui all'epoca della
morte di Gottfried Harms nel 1931.
Jahnn non poté mai sfuggire al doppio ruolo imposto da sua madre:
sostituire un bambino morto un anno prima della sua nascita ed essere una
figlia. Egli si sentiva "l'altro" al punto di credere che il suo sangue non era il
suo, che la sua stessa anima era quella dell'altro, che il suo nome non gli
apparteneva, erano quelli del piccolo morto.
Anche la sua identità sessuale era poco sicura: cambiare una
consonante per fare di un ragazzo, Henry, una ragazza, Henny, era puerile,
ma qui noi siamo nel campo dell'inconscio, dove la logica non trova posto. Il
suo amore appassionato per un ragazzo accanto al quale volle essere
interrato e al quale sopravvisse quasi venti anni rappresenta un tentativo
disperato ed commovente di essere in una volta, differente dal fratello
maggiore morto e al tempo stesso conforme al doppio desiderio materno,
che aveva, concependolo poco dopo la morte del piccolo fratello, creduto di
poter sfuggire all'indispensabile elaborazione del dolore.
La sua opera, poco conosciuta in Francia, gli assicurerà nello stesso
tempo un diritto di esistere che gli era stato rifiutato alla nascita.
JAMES BARRIE
O
IL RAGAZZINO CHE NON VOLEVA CRESCERE
Il bambino di sostituzione, nella maggior parte dei casi, nasce dopo la
morte del bambino che lo precede. Ma a volte c'è un altro membro della
famiglia, nato sempre dopo il defunto che viene designato (o si designa lui
stesso) per sostituire lo scomparso. E' un bambino 'sostituente'. In questo
caso, le difficoltà che sono destino del bambino di sostituzione, che si
potrebbero chiamare "classiche", sono le sue.
Questo fu il caso di James Mattew Barrie, scrittore inglese.
Peter Pan, o il piccolo fanciullo che non voleva crescere è il titolo di
uno dei suoi lavori che ha conosciuto la celebrità. E' anche il titolo che
Alison Lurie dà al capitolo che dedica a James Barrie nel suo libro di
racconti per bambini. E' anche quello che riprende il suo biografo F. Riviere.
James Barrie, autore della fine del XIX secolo e di inizio del XX
secolo, ha scritto numerosi romanzi ed opere teatrali più o meno
autobiografici e in particolare il suo Peter Pan, apparso nel 1904, al quale un
film di Walt Disney ha dato popolarità mondiale. All'origine si trattava di una
"pantomima", come la definivano gli inglesi, che noi chiameremo più
volentieri "fiaba", che ha conosciuto un successo immenso e duraturo: più di
diecimila rappresentazioni nella sola Inghilterra dal 1904 al 1954. Fu
all'origine di un racconto recentemente ristampato in francese nel suo testo
integrale. E' un racconto affascinante, bizzarro, molto poetico, pieno di un
umorismo corrosivo [?], molto britannico, che conduce da un'epoca all'altra,
con una piroetta, il lettore alla realtà. "Lontano dall'essere", come osserva A.
Lurie, "un racconto di fate superficiale, sciropposo e di una sciocchezza
insopportabile esso è molto più completo e sovversivo di quanto non si
creda". James Barrie sapeva benissimo, per ragioni personali e dolorose, ciò
che poteva essere un ragazzo che non è diventato grande.
L'esistenza di James Barrie, che tutti chiamavano Jamie (pronunciare
Jimmy) è senza storia fino all'età di sei anni.
Nato in una famiglia scozzese molto modesta, è l'ottavo di dieci figli,
dei quali due morti in tenera età. David, il quarto, più grande di lui di otto
anni, è un ragazzo brillante, il preferito di sua madre. Alla vigilia dei suoi
quattordici anni muore vittima di un incidente sul ghiaccio, in presenza di
Jamie, facendo cadere la sua famiglia nella disperazione. "A partire da questo
minuto, conoscevo mia madre per sempre" scrive. Questa, inconsolabile, si
mette a letto e ci resterà un anno, rifiutandosi di mangiare e di parlare, nei
primi tempi.
Nel suo libro Margaret Ogilvy (il nome di sua madre) ha riportato
così l'avvenimento cruciale della sua vita: "Mia sorella Jane Ann, allora
ventenne, venne da me una sera, il viso ansioso e torcendosi le mani, per
ordinarmi di andare a trovare mia madre e ricordarle che ella aveva ancora
un bambino. Ci andai tutto commosso, ma era buio nella camera e quando
sentii la porta richiudersi senza che alcun suono giungesse dal letto, ebbi
paura e me ne stetti quieto. Senza dubbio respirai forte, e forse mi sono
messo a piangere perché, nel giro di un momento, una voce distratta che,
fino a quel giorno, non lo era mai stata, disse:
-Sei tu?
Il tono dovette ferirmi, perché non risposi. La voce riprese con
inquietudine:
-Sei tu?
Credetti che parlava al morto e risposi con una piccola voce solitaria:
-Non, non è lui, sono soltantoio.
Allora sentii un singhiozzo e mia madre si girò nel suo letto, e benché
fosse buio, io seppi che mi tendeva le braccia".
E F. Riviere continua il racconto: "Quella notte, Jamie resta per ore
seduto vicino a sua madre a tentare di farle dimenticare l'altro."Era il mio
modo di giocare al dottore".
Spesso, il bambino ricorrerà a questo ruolo singolare presso colei che
egli vorrebbe veder ridere e riprendere il buon umore. Spesso, Jane Ann lo
obbliga a ritornare a dormire, ma la camera di Margaret Ogilvy è, in quel
momento, al centro del mondo per Jamie, che diventa affetto da insonnia e lo
resterà, più o meno, per tutta la sua esistenza.
Margaret sarà ormai la preda di tutte le malattie, emblema di questa
maledizione, che copre di vergogna coloro che sopravvivono all'orribile
incidente di David. Jamie è l'oggetto di tutti i sospetti, ma sopporta senza
ribellione apparente questa spaventevole colpevolezza.
Nei mesi che seguirono, Jamie passerà la maggior parte delle sue
giornate al capezzale di sua madre, a tentare di consolarla e di ridarle il gusto
della vita. Egli concepisce un "desiderio intenso" di prendere il posto di
questo fratello morto, "di diventare così simile a lui che persino sua madre
non vedrebbe la differenza". Le promette di diventare celebre anche lui, di
essere per lei un motivo di orgoglio, come sarebbe stato David, se fosse
vissuto. Ci riuscì, senza tuttavia sostituire David nel cuore di sua madre.
L'atmosfera morbida nella quale ella lo costringeva a vivere non fu, certo,
senza influenza nelle sue evasioni nei sogni, dove egli riuscì bene.
In "Margaret Ogilvy", scritto subito dopo la morte di sua madre,
Barrie esprime l'opinione che "tutto quanto accade dopo l'età di dodici anni
non ha grande importanza".
"Il voto di Jamie si è realizzato, quasi come in un racconto di fate. E'
diventato celebre e dal comportamento strano, terribile, si è sostituito a
David bambino: Barrie è invecchiato, certamente, senza mai essere del tutto
adulto. E' rimasto per il resto della sua vita (è morto a 78 anni) un giovane
ragazzo molto brillante, impubere, attaccato appassionatamente a sua madre,
che amava più di tutti i giochi e i racconti per i bambini" (A. Lurie). Come
dice, in modo grazioso, F. Riviere "ha vissuto tutta la vita con l'ombra del
piccolo Jamie cucito al personaggio di Barrie":
La somiglianza era più che psicologica. Barrie aveva anche il fisico di
un piccolo ragazzo: molto smilzo e giovanile, non misurava più di un metro
e cinquanta e aveva una piccola voce sottile. Sulla foto scattata all'età di
venti o trent'anni, ha l'aria di un monello di tredici anni travestito con falsi
baffi: e benché avesse volentieri la compagnia [?] di graziose donne, era
apparentemente incapace di amore fisico. Il suo matrimonio, a trentaquattro
anni, con una giovane attrice che aveva una parte nel suo primo lavoro
teatrale di successo, senza dubbio non è mai stato consumato.
A. Lurie solleva il problema di sapere se questo infantilismo
psicologico e affettivo-sessuale è di origine ormonale o forse di origine
psichica come se, alla maniera di Peter Pan, il piccolo Jamie aveva deciso di
non crescere. Si parlerebbe oggi di "nanismo psico-sociale". A. Lurie
aggiunge: "Sul piano intellettuale, nondimeno, il giovane James Barry è
largamente all'altezza". Lo proverà in seguito con la sua brillante riuscita
letteraria. Come lui stesso scrive, "la gelata notturna può fermare la crescita
di un fiore senza impedirgli di fiorire" (Mary Rose).
Durante la sua vita, James Barrie si occuperà di bambini: da subito
dei suoi fratelli e sorelle e più tardi, divenuto ricco, celebre e riconosciuto,
dei cinque figli della coppia Llewellyn-Davies, dopo la morte dei loro
genitori. E' con loro che aveva creato progressivamente, nei giardini di
Kensington, dei giochi per bambini e il personaggio di Peter Pan che doveva
renderlo famoso. Si affezionò ad essi, li "sedusse" secondo F. Riviere, che
aggiunge: "Barrie non ha occhi che per Michael, il quarto tra loro (...). Una
specie di sortilegio reciproco caratterizza le loro relazioni".
La morte di questo per annegamento con un amico lo spingerà in un
dolore profondo, tormentato, passionale e duraturo. Questa morte
accidentale (o per suicidio?) aveva risvegliato il ricordo di quella di David?
Michael era diventato un omosessuale accertato e Jamie aveva per lui
un'attrazione che non era solo quella di un fratello maggiore? Le sue
relazioni con le donne, numerose, sono sempre rimaste platoniche, anche con
la sua sposa, ma nulla permette, nella sua vita, di pensare che, se ha avuto
tendenze omosessuali, esse si siano mai concretizzate nella realtà.
Numerosi autori hanno visto in Peter Pan, il ritratto Barrie, amico
ideale e organizzatore di giochi per bambini. "Ma è anche ciò che Barrie non
poteva essere, un bambino autentico. Altri hanno identificato Peter Pan con
il fratello dell'autore, David, che, morto durante l'infanzia, non può in effetti
invecchiare e vive sotto terra in compagnia dei Ragazzi Perduti, in quello che
forse è il paese dei morti" (A. Lurie).
"Me ne sono fuggito il giorno della mia nascita" dice Peter. "Ho
sentito i miei genitori parlare di ciò che mi aspettava quando sarei stato
uomo. Non voglio diventare uomo. Voglio restare un ragazzino e
divertirmi."
E James Barrie aggiunge inoltre che Peter Pan è meno fauno che
bambino letteralmente fuggito dalla civiltà e dalle sue contingenze.
Peter Pan abita il "Never-Never-Land", il paese del Gran Mai (che si
è tradotto da "l'Isola dei Bambini Perduti o l'Isola Immaginaria") e comanda
la banda dei "Ragazzi Perduti". Sono dei ragazzini caduti dalla loro
carrozzina mentre la loro bambinaia era voltata di spalle. A. Lurie fa notare
che quando muore uno dei nostri parenti, si dice comunemente, per
eufemismo, che lo si è "perduto".
Questi ragazzi vivono sotto terra - come il fratello maggiore David
nella realtà - in una sorta di tomba confortevole e morbida. Sono in lotta con
i Pellerossa, ma anche con i Pirati, guidati dall'irriducibile Capitan Uncino
che non crede né a Dio, né al Diavolo, ma solo al Coccodrillo che lo segue
instancabilmente "incarnando con superbia lo spauracchio del rimorso
infantile" (Riviere).
In questo racconto il ruolo delle donne e soprattutto delle mamme è
ambivalente: ce n'è bisogno, ma ci avvelenano l'esistenza, il che tende a
dimostrare che il rapporto di James Barrie con la propria madre
inconsolabile non fu né semplice, né facile quando volle sostenere il ruolo di
bambino di sostituzione.
In Les Gentils Garçons, scritto a 25 anni, di un umore stridente, egli
dice che "i ragazzi gentili sono gentili in ogni circostanza (segue la
descrizione del loro comportamento) ma non si sa mai: forse un giorno si
toglierà il suo costume di velluto e domanderà di farsi tagliare i capelli. Non
è forse sua madre interamente responsabile di tutto ciò?"
Sua madre fu la sola donna che abbia veramente contato nella sua
vita. Margaret Ogilvy (il nome di sua madre) è un racconto autobiografico
attraverso il quale si può comprendere la complessità delle relazioni tra
questi due esseri così strani, sia l'uno che l'altro. Il suo lavoro Mary Rose ha
per tema centrale la morte; il personaggio principale è una madre-fantasma,
giovane e bella per l'eternità, che ritorna a frequentare il figlio di venti anni.
Se Jamie ha persistito tutta la vita nella ricerca di un amore materno
inaccessibile, non fu ricambiato: due ore prima di morire sua madre
mormorò a più riprese: "David, sei tu David?", questo fratello maggiore che
egli cercò invano di sostituire, di allontanare dal cuore di sua madre.
Nell'Isola dei Ragazzi Perduti, come il suo nome indica, non c'è alcun
personaggio femminile. Il solo che potrebbe esserlo è la fata Clochette-la
Rétaneuse [Campanellino] (perché ripara anche i grossi orologi), minuscola,
saltellante, dispettosa e invidiosa. E' una aiutante indispensabile di Peter Pan
che non si fida e la tiene bene sul palmo della mano. Come tutte le fate è nata
dal primo riso di un neonato: d'altra parte è per questo che ci saranno
sempre fate, fintanto che ci saranno fanciulli.
All'inizio del racconto compare Wendy Darling, ragazzina che si vola
via con i suoi due fratelli, al seguito di Peter Pan, verso il paese dei Ragazzi
Perduti. "a giovane mamma che vola - è letteralmente il caso - in soccorso
dei Ragazzi Perduti, per raccontargli storie che permettano loro di
addormentarsi" (F. Riviere).
Peter, di fatto, si innamora di lei. Ella diventa la "madre" di tutto
questo piccolo mondo, Peter compreso. E' accettata in questo ruolo, ma il
suo compito si limita a dare medicine ai Ragazzi Perduti, a fare vita in
comune e a coprirli con le coperte a letto, con una autorità e una fermezza
che nessuno avrebbe idea di contestare.
Più tardi, Wendy, nella quale, nel racconto, sembrano condensarsi la
madre inconsolabile di James Barrie e sua sorella Jane-Ann che aveva preso
il suo posto in famiglia al tempo del suo interminabile dolore, si sposerà,
avrà una figlia, che a sua volta ne avrà una, e così via. E tutte queste figlie
andranno a loro volta al Paese dei Ragazzi Perduti (per fare la pulizie di
primavera). "Esse vi racconteranno storie di cui Peter Pan è l'eroe e che egli
ascolta appassionatamente (...). E le cose continueranno così, per tutto il
tempo che i ragazzi saranno allegri, innocenti e senza cuore". E' su queste
parole che si conclude il racconto.
Le madri vi sono giudicate severamente.
"Peter Pan non solo non aveva una mamma, ma diceva di non
desiderare neppure di averne alcuna." A suo avviso si sopravvalutava
l'importanza di queste creature" dice il racconto.
Non è che in assenza di Peter i Ragazzi Perduti si arrischino a parlare
di madre, "poiché Peter Pan aveva bandito dalla conversazione questo tema,
secondo lui, stupido".
Malgrado ciò, fa eccezione per Wendy, la ragazzina che egli porta
per divenire la madre dei Ragazzi Perduti. Una freccia tirata contro di lei da
uno di costoro al momento del suo arrivo la lasciò per morta. In realtà,
questa freccia è stata fermata, come per miracolo, dal "bacio" che Peter Pan
le aveva dato in precedenza. Ignorando in senso di questa parola quando lei
gli aveva detto "Dammi un bacio ", gli aveva "messo una ghianda in
mano"(sic), cioè uno dei bottoni del suo vestito. Questo episodio ha un forte
richiamo edipico.
"In quel momento, tutti si inginocchiarono e tesero verso lei le
braccia: "-Oh! Signora Wendy, dissero, siate la madre di noi tutti: -Devo
accettare? domanda Wendy, raggiante. È terribilmente seducente, sicuro, ma
io sono solo una ragazzina, lo vedete, manco di esperienza. -Ciò non ha
alcuna importanza, dice Peter, come se fosse il solo a conoscere a fondo
questo problema, di cui in realtà ignorava tutto. Ciò di cui abbiamo bisogno,
è una persona che abbia l'aria materna".
La madre protegge, ma non sembra quasi dare affetto. Peter Pan
confessa: "Tempo fa, pensavo, anch'io, che mia madre lasciasse la finestra
aperta per me. Restavo dunque lontano per lune e lune. Ma quando ritornai,
c'erano sbarre alle finestre, perché mamma mi aveva completamente
dimenticato, e un altro piccolo fanciullo dormiva nel mio letto".
"E i Ragazzi Perduti sapevano, nel fondo di quello che si può
chiamare il loro cuore, che ci si può scambiare la mamma molto bene e che
sono solo le mamme che credono la cosa impossibile".
E il racconto continua con il ritorno dei ragazzi Darling dai loro
genitori: "Non si avrebbe potuto sognare un quadro più bello, ma non c'era
nessuno a vederlo, se non un ragazzo sconosciuto che guardava dietro la
finestra. Gli capitava di conoscere felicità inaudite, vietate agli altri bambini,
ma che in quel momento, egli guardava attraverso il vetro, la sola gioia che
gli era, per sempre, negata."
Un episodio posto all'inizio del racconto merita di essere citato:
quello dell'ombra perduta e ritrovata. Peter Pan è costretto a fuggire
rapidamente dalla camera dei bambini dove viene una prima volta: la sua
ombra si impiglia nella finestra che si chiude su di lui. Che fare? La madre,
dopo aver riflettuto, arrotola l'ombra e la sistema in un cassetto.
Quando Peter Pan ritorna, la fata Clochette, che aveva visto tutto, gli
indica dove poteva trovarla. Egli ne fu così contento che richiuse il cassetto
lasciando dentro Clochette. "Nel suo pensiero, se è questo che pensa - fatto
di cui dubito - lui e la sua ombra avrebbero dovuto presto risaldarsi come
due gocce d'acqua si uniscono l'una all'altra. Allora, con suo grande
spavento, l'ombra non volle riprendere il suo posto. Provò a incollarla con
del sapone, invano. Si sciolse in lacrime".
E allora che fa la conoscenza di Wendy. " Ella non puoi trattenersi
dal sorridere vedendo che aveva provato a incollarla con del sapone. Tutti
uguali questi ragazzi!". "Bisogna ricucirla" ella dice, "con un filo di
condiscendenza ". Ella cercò allora di riaccomodare l'ombra ai piedi di Peter.
Presto l'ombra tenne correttamente, ma era un po' sgualcita. E Peter
esclamò: "Come sono furbo", persuaso di aver fatto il lavoro tutto da solo.
Harry M.Geduld (citato da A. Lurie che trova questo punto molto
pertinente, se non convincente) vede il simbolo del desiderio della madre di
unire David, suo figlio morto, a James, suo figlio vivo. Secondo noi, più
esattamente evidenzia che James aveva provato a prendere il ruolo di David
e aveva fallito. Solo il desiderio della madre poteva dare l'apparenza di un
successo.
A 62 anni, scrive nel suo quaderno di appunti: "E' come se tanto
tempo dopo aver scritto Peter Pan, ne avessi, infine, compreso il vero
significato. Tentativo disperato di diventare grande, ma io non ci arrivo
mai".
E la sua ultima opera, scritta un anno prima della sua morte, si
chiama Il ragazzo David.
Si può definire "orfana di suo figlio " questa mamma di James Barrie
chiusa in un dolore interminabile, e forse impossibile, per il suo figlio
primogenito, nel quale tentò inserirsi all'età di sei anni, un piccolo sostituto
travestito di buone intenzioni? Vano tentativo di innesto che lo blocca in una
infanzia perpetua, sempre alla ricerca di una mamma che fosse altra cosa da
una madre convenzionale e senza tenerezza. Le sue osservazioni ironiche o
condiscendenti hanno molto spesso il marchio di un'attesa sempre delusa e di
un amore mai soddisfatto.
B. ... E I MODERNI

DIDIER ANZIEU
O
IL CASO "AMATA" DI J.LACAN
Jacques Lacan, nel 1932, nella sua tesi inaugurale riferisce
l'osservazione di un'ammalata che egli chiama "Amata", ricoverata nel 1931
per delirio cronico di tipo passionale. Ella aveva tentato di accoltellare
un'attrice, a quei tempi celebre, Huguette Duflos. Rimase all'ospedale di
Sant'Anna dov'è assunse le funzioni di bibliotecario dal 1931 al 1941 o 1943.
Morì nel 1981 senza ricadute deliranti, senza atti di violenza durante 50 anni,
ma con un carattere perlomeno difficile.
Nel 1986 si apprende che questa "Aimeé " si chiamava in realtà
Margherite Anzieu ed era la madre di Didier Anzieu, psicologo e
psicoanalista conosciuto. E' lui che fa questa rivelazione durante alcune
conversazioni con G. Barrat che sono state oggetto di un'opera intitolata:
Una pelle per i pensieri.
Didier Anzieu (nato l'8 luglio 1923) precisa così la sua situazione
familiare: "La mia venuta al mondo è stata preceduta da quella di una
sorellina1 (...) Per me, questa sorella è rimasta definitivamente piccola,
perché è morta alla nascita. Voi avevate dunque ragione a chiamarmi "figlio
unico" piuttosto che " bambino unico". Di fatto io non l'ho conosciuta ed ho
vissuto come bambino unico. Ma dentro di me non era proprio così. Questa
sorella scomparsa, che aveva segnato il loro primo fallimento, è rimasta a
lungo presente nei pensieri e nelle parole dei miei genitori. Io ero il secondo,
che bisognava quindi sorvegliare e curare, per preservarlo dal destino cattivo
che aveva colpito la primogenita. Io ho subito il loro timore della ripetizione.
Bisognava soprattutto che io sopravvivessi, perché i miei genitori fossero
discolpati. Ma la mia sopravvivenza era ai loro occhi aleatoria. La minima
indigestione, la più piccola corrente d'aria mi minacciavano. Ciò mi metteva
in una situazione difficile, molto particolare. Dovevo sostituire una morta.
Ora, non mi si lasciava vivere sufficientemente. Questa non era veramente
1
Questa piccola bambina, nata morta nel marzo 1921, non fu registrata sullo Stato di famiglia e non aveva nome
(comunicazione personale)
una situazione è paradossale. Diciamo piuttosto una situazione ambigua".
Ciò che va notato in modo particolare e che la madre di Didier
Anzieu, quarta tra i fratelli era lei stessa una "bambina di sostituzione"! Tre
sorelle erano nate prima di lei, e "un giorno di festa, per andare a messa,
Marguerite, la più giovane delle tre figlie, era stata vestita con una abito di
organza. La si è lasciata un momento in custodia alla più grande, quella che
sarà la mia madrina. La piccola era vestita in modo leggero, faceva freddo, si
è accostata al fuoco... ed è morta bruciata viva. Fu uno shock è atroce per i
suoi genitori, per la sue sorelle. Mia madre fu allora concepita per sostituire
la defunta. E dato che nacque ancora una bambina, le fu stato dato lo stesso
nome, Marguerite. Una specie di morta vivente... Non è per caso che mia
madre ha trascorso la sua vita a moltiplicare i modi per sfuggire alle fiamme
dell'inferno. Questo si chiama subire il proprio destino, un destino tragico.
Mia madre non me ne ha parlato chiaramente che una volta sola. Ma io lo
sapevo dalla storia familiare. La sua depressione deriva, penso, da questo
ruolo che non si può controllare. Ella l'aveva differito dopo la nascita della
sua piccola figlia morta, implacabile ripetizione del destino. E la mia nascita,
riuscita, ha riattivato la minaccia insopportabile...".
Aggiungiamo che Aimeé dovette sopportare la presenza in casa di
una delle sue sorelle, sempre più invadente. Questa sorella Elisa aveva
sposato uno zio materno ed era lei stessa delirante. È dalla sua vedovanza
che venne a intrufolarsi in casa della sorella. Ed essendo deprivata
progressivamente del proprio marito e del proprio figlio "mia madre perse i
mezzi per difendersi contro la propria patologia latente " (D.Anzieu).
Si noterà che D.Anzieu è nato nel 1923 e che il gesto omicida di sua
madre avviene nel 1931, cioè otto anni dopo. Nel suo delirio, "Aimeé "
immaginava il rapimento di un bambino. Vedeva suo figlio "annegato,
ucciso, portato via dalla Guépéou, immaginava complotti, delle persecutrici
che venivano a deriderla" (Bolzinger).
J.Allouch, in un grosso volume pubblicato nel 1980, ha portato
lontano l'analisi del caso Aimeé così come l'atteggiamento e il ruolo di
Jacques Lacan in questa storia. Questa opera completa, con Didier Anzieu
che ne ha scritto la postfazione, i problemi di filiazione di quest'ultimo.
Secondo Allouch, volendo uccidere l'attrice, Marguerite voleva
uccidere se stessa. E questo passaggio all'azione ha guarito il delirio, che è
stato come "sgonfiato", con sorpresa dell'entourage.
Ma si apprende anche che la madre di Marguerite, Jeanne, era
anch'essa delirante e che esisteva una reale delirio oscillante tra la madre e la
figlia, poiché il ritorno alla normalità dell'una, faceva esplodere quello
dell'altra.
Da questa doppia e notevole situazione di bambino di sostituzione,
"al quadrato" si potrebbe dire, così finemente analizzata dalla vittima stessa,
si possono ricavare tre cose.
Subito, il fatto che non avendo potuto, come altri personaggi che
abbiamo studiato, sfuggire mediante la genialità creativa al rischio della
follia, "Aimeé ", autentica " bambina di sostituzione" è precipitata in una
psicosi delirante di tipo paranoico-sensitivo, del resto abbastanza particolare:
si sarebbe sviluppata senza manifestazioni nei dieci anni precedenti l'attentato
del 1931, ma sarebbe scomparsa al termine dei venti giorni nella prigione di
Saint-Lazare, addirittura prima dell'internamento a Sant'Anna per non
riapparire più sotto forma delirante fino alla sua morte nel 1981, il che
induce Bolzinger a parlare di "delirio senza psicosi".
Si può constatare, anche qui, questo paradossale senso di colpa del
bambino di sostituzione, che abbiamo sottolineato in un gran numero di casi.
J. Lacan parla in effetti, a proposito di Aimeé, di paranoia da auto-punizione
e di senso di colpa. Egli precisa anche: "Di fronte all'enigma che un simile
delirio pone, non ci si può trattenere dal ripetere all'ammalata la stessa
domanda, apparentemente vana: "Perché - le si domanda un giorno per la
centesima volta, in nostra presenza - ma perché credete che vostro figlio sia
minacciato?" Impulsivamente ella risponde: " Per castigarmi ". "Ma di che
cosa?" Qui esita: "Perché non ho compiuto la mia missione..." Ma un istante
dopo: "Perché i miei nemici si sentivano minacciati dalla mia missione..."
Nonostante il loro carattere contraddittorio, ella mantiene il valore di queste
due spiegazioni.
Infine, il caso di Didier Anzieu prova che se esistono i rischi e gli
handicaps, essi non sono ineluttabili. Le due psicoanalisi subite da questo
medico l'hanno certamente aiutato a sciogliere una situazione che, altrimenti,
avrebbe potuto diventare drammatica.
RENE' FERET
O
"IO NON NASCO"
Nel 1989, René Feret, cineasta, produce un film intitolato Battesimo,
film molto autobiografico, perché l'autore riconosce che tutto é partito da
una foto di famiglia, quella di un fratello morto accidentalmente a quattro
anni, sei anni prima della sua nascita. La prefazione di un libro apparso nel
1990, intitolato allo stesso modo Battesimo, tratto dal soggetto del film,
comincia così: "Una immagine immobile ha ossessionato la mia infanzia: è la
fotografia in bianco e nero di un bambino di quattro anni al quale mia madre
mi faceva assomigliare e del quale porto il nome. Mio fratello è morto in un
incidente nel 1939, qualche anno prima della mia nascita".
La genealogia dell'autore merita di essere precisata: i suoi bisnonni
paterni ebbero un primo figlio chiamato René che morì piccolo; un secondo,
anch'egli René, subì la medesima sorte; vennero in seguito due figlie la
minore delle quali (nonna materna) si sposò e diede il nome di Renè a suo
figlio; questi, sposato a sua volta (padre della autore) battezzò René il primo
figlio che ebbe e che perì accidentalmente all'età di quattro anni; il secondo si
chiamerà Bernardo, ma il terzo, il cineasta, si chiamerà ancora René.
L'abbondanza dei lutti e il susseguirsi di questi bambini di sostituzione
attraverso quattro generazioni, almeno, è qui particolarmente eloquente. E
sono tutti dei re-nés [ri-nati]...
Questa condizione di sostituto ha pesato gravemente su tutta la vita
del cineasta, che ci ha volentieri indicato un testo che ha intitolato Il film
interiore, redatto all'età di 33 anni, nel 1978 nel corso di una crisi
psicologica intensa, innescata della nascita di un figlio (che non ha chiamato
René!). Questo testo curioso, lungo più di una sessantina di pagine,
testimonia di una crisi di identità di rara violenza. Ne aveva già avuta una a
22 anni, dieci anni prima, le cui conseguenze furono gravi. Attraverso pezzi
di frasi troncate, brevi interiezioni, senza maiuscole e senza punteggiatura,
utilizzando le esclamazioni, le allitterazioni, i giochi di parole con
mescolanza di versi e di prosa, attraverso fuga di idee (alla maniera di un
discorso maniaco), egli tenta, apparentemente invano, di mettersi in
relazione con questo nuovo figlio, con la sua donna, con un suo padre e con
sua madre, con suo fratello Bernardo e soprattutto con se stesso.
"Io non nasco", dice ad un certo punto, traducendo con questo gioco
di parole che alla sua nascita, egli non ha niente, neppure il diritto di esistere
a causa della morte del piccolo fratello di cui deve prendere il posto. Allo
stesso modo, A.Convez aveva intitolato le sue memorie Uccidere il morto,
indicando con questo che all'ingiunzione dei genitori "Tu sei il morto", non si
poteva rispondere che "uccidendo" il fantasma del piccolo morto.
Vi si trovano dei passaggi molto significativi (N.B. Abbiamo indicato
con il segno: / i salti di riga del testo originale):
"Bisognava ritrovare questo fratello scomparso; morto di incidente
prima della mia nascita / morto / di cui porto il nome / ma che non è me / che
non esiste / più / ora me io vivo / io esisto / io voglio essere felice / malgrado
lui / perché lui dal momento che non c'è? / è lui o io / è assurdo perché egli
non esiste / sono io / (felice) / io sono (felice) / la mia nascita é legata alla
sua morte / io mi chiamo re-né / come lui (qua) / e come mio padre / io non
dovevo essere io / io dovevo essere una bambina / essendo ragazzo io ero lui
/ (...) è rené ritornato dal cielo / io sono rené / sono nato rené / (...) ho paura
di essere lui / ho paura di essere io / (...) è una vecchia paura: mi diventa
amica/ è come un'ombra sulla mia infanzia / parte di me / io sono gemello /
doppiamente doppio / il mio io è ovunque / talmente paura di non esistere /
mi metto dappertutto / mi disperdo / compaio e sparisco / (...) esisto nello
sguardo degli altri ".
"Bisognava che fossi morto per nascere / mia madre amava il ricordo
di un morto in me (mio fratello in fotografia) / bisognava scomparire per
essere amato?/".
"L'immagine del fratello appare in mio figlio / (...) io comprendo
perché ho scelto la follia dieci anni or sono / sono folle di gioia di
comprendere oggi / (...) immaginare per esistere / inventare l'esistenza / (il
teatro, il cinema, ecc.) / inventarsi un'esistenza / comparire / immaginarsi per
comparire / immaginarsi per provare ad essere".
"Divento folle di non sapere / è morto? morto / non è la / si prega su
di lui / sul suo nome e cognome / i miei quelli di papà / egli è assente / rené /
ucciso / incidentato / annegato / bruciato / distrutto / annientato / egli appare
/ egli scompare / non esiste / non ne posso più / non capisco niente /
soffoco".
"Non sono quello che si aspettava da me / non mi si attendeva / qui
non dovevo essere io / qui non è stato mio / questo non è stato lui /
Bernardo ha detto che c'era rené / rené ritornava / io sono colui che torna /
sono fantasma / Bernardo ha mentito / sì è mentito a Bernardo / sì è detto "si
è rené" / ma rené esisteva già / era esistito / esisteva più di prima / molto più
di me / impossibile essere io / io sono come un dio vivente a cui si preferisce
la tomba".
"Sono nato morto / o morto-nato / avevo paura della morte / avevo
paura della vita / vivere è morire / vivere la propria morte / non sono nato di
ieri / sono nato di domani /".
Si è detto che Vincent Van Gogh ogni domenica nella propria
infanzia doveva passare davanti alla tomba del primo Vincent che egli aveva
sostituito, dove il suo nome era scritto assieme alla data della propria morte.
René Feret, in questo lungo scritto, parla anche "dell'immagine della tomba /
René Feret scritto sopra".
E conclude: "L'arte è vivente, anch'io" mostrando ancora una volta
che spesso, per i bambini di sostituzione, non c'è altra via d'uscita che l'arte
creatrice o la follia.
Il film Battesimo del quale abbiamo parlato sopra descrive la vita di
una povera famiglia nel Nord della Francia, dal 1935 al 1965, vita piena di
banalità, con le sue piccole gioie, i suoi litigi, i suoi fallimenti, le sue
cerimonie: battesimi, matrimoni, funerali. Il sottotitolo è preciso: "Nascita di
una famiglia".
Interrogato sul senso che egli dà al suo film, Battesimo, risponde che,
per lui, è un film su una seconda nascita. Ora la dottrina cristiana chiama
"re-natus" il bambino che, dopo la sua nascita biologica, nasce una seconda
volta, alla vita spirituale, con il battesimo.
L'autore del film dice di essersi identificato in questo secondo Remì
(pseudonimo trasparente di René), reincarnazione (per la madre) del primo,
"ridisceso dal Cielo", al quale la madre fa dei riccioli affinché assomigli al
primo, la cui fotografia troneggia in permanenza sul pianoforte. A forza di
aver dovuto ricoprire il ruolo di un altro nella sua infanzia, questo "bambino
di sostituzione" abbraccia in maniera del tutto naturale una carriera di attore
(come fu il caso del cineasta) e, sulla scena, davanti a sua madre che asciuga
le lacrime, recita un poema di sua composizione che merita di essere citato:

Il giorno che giunsi quaggiù


Invece di nascere mi toccò rinascere.

Non chiedetemi perché


Mia madre quando nasco si imbroglia
Confondendo un altro con me
Che ella ebbe la gioia di riconoscere.

Sebbene per me la mia infanzia


Fu di fatto una vera tempesta,
Quando mia madre mi chiamava, me,
C'era un altro nella sua testa.

Quest'altro che ella ebbe prima di me,


Che visse solo per qualche festa,
Che lei amava tanto, molto più di me,
E che rivede in tutto il mio essere.

Venendo dal profondo del mio essere


Il mio grido sarà fino alla morte:
"Oh, conoscere la carezza di essere
Qualcuno che non sia altri che me...!"

D'altra parte il cineasta ha dichiarato a un giornalista: "Per me,


Battesimo è un modo di ricreare la mia vita e, al tempo stesso, di tentare di
finirla con questo problema, se mai finirà: con questo film, evito una
psicanalisi".
MARIE CARDINAL
O
IL BAMBINO DI SOSTITUZIONE NON DESIDERATO
Capita a volte che un bambino non desiderato sia costretto ad
ricoprire il ruolo di bambino di sostituzione e si indovina facilmente che, nei
genitori, si mescoleranno sentimenti spesso ambigui, negativi, di rifiuto, ma
anche positivi nel desiderio di assimilare, bene o male, questo nuovo venuto
in sostituzione con il piccolo morto.
Questa situazione è descritta abbastanza bene nel romanzo di Marie
Cardinal Le parole per dirlo, in apparenza molto autobiografico. Il padre,
tubercolotico, sposa una donna uscita da un ambiente borghese molto
classico, con principi sociali, morali e religiosi molto rigidi. Una prima
piccola figlia, Odette, nasce da questa unione, ma muore undici mesi dopo la
nascita. In seguito, due o tre anni dopo la sua morte, nasce un bambino e
cinque anni dopo quest'ultimo (cioè 7-8 anni dopo la prima sorella) una
seconda figlia - l'autrice - quando i suoi genitori erano sul punto di
divorziare, il che fu per la madre di grande umiliazione. La nuova venuta fu
battezzata: Simone (nome della madrina), Odette (come la piccola
primogenita morta), Maria e Teresa. La si chiamò sempre Moussia,
diminutivo di Maria, che l'autrice adotta nelle sue opere.
Diversi passaggi del libro rievocano una madre inconsolabile per la
perdita della sua prima figlia.
" Spesso mi capitava di sentire mia madre piagnucolare in camera.
Attraverso la sua porta passavano piccoli rumori di carta di seta spiegazzata,
mescolati a un leggero tirar su con il naso e a volte un debole lamento: "Ah!
Mio Dio, mio Dio". Sapevo che tirava fuori sul letto le reliquie della mia
sorella morta: scarpine, ciocche di capelli, abitini da bebè.
Al cimitero, la grande lastra di marmo senza niente, giusto un nome
in alto e a sinistra, quello della bambina e due date: la nascita e la morte (tra
le due c'erano stati undici mesi di vita), ella si inginocchiava, passava la mano
sulla pietra come per una carezza e piangeva. Lei le parlava (...)".
All'inizio le visite al cimitero erano quotidiane. Sedici o diciassette
anni più tardi ella non aveva più bisogno di venire così spesso, "perché poco
a poco la sua piccola morta aveva di nuovo germogliato in lei e ci viveva per
sempre. Ella ne resterà incinta fino alla morte".
Accusa suo marito, tubercolotico, di aver contaminato e ucciso la sua
bambina: "Dalla morte di tua sorella, tuo padre mi faceva orrore. Ero molto
giovane, appena 20 anni, non avevo mai visto un cadavere. Quando ho visto
il mio bebè così, in quello stato, la mia piccola bambina così bella, di cui ero
così fiera, fu terribile. Alla partenza (da Algeri per Luchon) - essi sapevano
tutti i due, tuo padre e il medico, che la piccola era perduta. Il dottore non
mi aveva detto che la malattia di cui soffriva che era di origine tubercolare.
Non mi aveva mai detto che tuo padre era tubercolotico. Io non lo sapevo.
Tuo padre non me l'ha mai detto. Se l'avessi saputo, avrei potuto fare
qualcosa, proteggerla, lei vivrebbe ancora. È lui che l'ha uccisa. (...) Allora io
ho perso la testa davanti alla mia figlia che non viveva più, in questo albergo
sconosciuto, in questo paese detestabile. Senza famiglia, senza amici, senza
sole! Sono diventata pazza. Aveva avuto ragione di tenermi lontana, perché,
se fosse stato là, se l'avessi avuto sotto le mie mani, l'avrei ucciso! (...)
"Mamma, voi non dovete farvi del male." Il suo sguardo non è cambiato,
non si è mosso, neppure quando ella ha mormorato: ah! tu non sai, non l'hai
conosciuta, era una bambina eccezionale".
Obbligata, molti anni più tardi, ad accettare questa figlia non
desiderata (l'autrice), concepita da un marito odiato, volle imporle "il ruolo
che le era stato assegnato nella Società dalla mia famiglia". "Che almeno ella
- (sua madre) - facesse di questa figlia che aveva messo al mondo, questa
figlia così differente dall'altra, la prima, la meravigliosa, quella che era morta,
qualche cosa di eccezionale. Bisognava che questa bambina (...) dato che
non aveva saputo morire per piacerle, divenisse quello che lei non era
riuscita a divenire: una santa, una eroina, qualcosa di differente dagli altri".
Ancora bambina, in occasione di una angina, la cura con competenza
e altrettanta dedizione: "Intanto dormi, mia piccola cara figliola". Mi parlava
come io l'avevo udita parlare con la sua bambina nella tomba, al cimitero. La
sua voce e le sue mani di mi accarezzavano".
"Infatti," commenta l'autrice, "come le fate mettono doni nelle culle
dei neonati principeschi, mia madre mi aveva concesso, alla mia nascita, la
morte e la follia".
Il romanzo, in effetti, è il racconto di una psicanalisi intrapresa
dall'eroina divenuta adulta, sposata e madre di famiglia, per liberarsi da una
nevrosi di forte angoscia, quasi invalidante, con manifestazioni parossistiche
e disturbi somatici, in particolare delle gravi metrorragie contro cui i
trattamenti medici non avevano potuto nulla. Solo la psicoanalisi, seguita a
lungo, per sette anni, la libererà da tutti i suoi disturbi. Ma, fino al quarto
anno di trattamento, Marie Cardinal precisa che "per ciò che era del
cadavere tra me e mia madre, non avevo spiegazioni da dare né al dottore (lo
psicanalista) né a me stessa. Non ne cercavo".
L'autrice mette in relazione l'insieme di questi disturbi che, secondo
lei, la portarono alle soglie della follia, al comportamento di sua madre verso
di lei, che aveva tentato e riuscito, al prezzo dei disturbi ricordati qui sopra,
a farla entrare nel suo sistema sociale borghese, come avrebbe fatto con la
prima figlia.
In molte occasioni la madre le lascia intendere quando rimpiangeva la
sorellina primogenita morta piccola e quanto avrebbe voluto che quella nata
in seguito la sostituisse e le somigliasse.
Nel corso di una forte crisi di angoscia, viene curata con attenzione
da sua madre: "Si sarebbe detto che faceva la mia conoscenza e che nello
stesso tempo mi riconoscesse (...). In questa calorosa attenzione, questa
connivenza, questa intimità che mi dava in quelle notti, ho compreso che mi
aveva concesso la morte alla mia nascita, che era la morte ciò che voleva che
io le rendessi, che il legame tra noi, questo legame tanto cercato, era la
morte. Questo mi faceva orrore".
Sul punto di morire, sua madre le parla ancora "della sua amata
bambina, che assomigliava a quest'uomo (suo marito)". "Continuava a
raccontare la malattia di suo marito, la morte della sua primogenita (...). La
sua vita si era fermata alla nascita di sua figlia, nel 1924. Aveva 23 anni. Io
non ne facevo parte".
Si potrebbe contestare a Marie Cardinal la condizione di bambina di
sostituzione, dato che non è stata concepita per sostituire una sorellina morta
prima di lei e disperatamente rimpianta. Ella me porta il nome, ma come
seconda posizione. Tra queste due figlie era nato un maschio al quale
l'autrice accenna appena. La seconda figlia nasce tra i sette e gli otto anni
dopo la prima.
Tuttavia, a nostro avviso, questo soggetto merita di essere
considerato come un caso di bambino di sostituzione, "di seconda
intenzione", si potrebbe dire. Furiosa e umiliata di aver concepito questa
figlia quando le procedure di divorzio erano già avviate, la madre, cattolica
praticante, non poteva considerare la possibilità di un aborto, ma ella
moltiplicò le corse a cavallo e in bicicletta per cercare, invano, di aiutare la
natura ad ottenere questo risultato. Erede, dalla sua nascita, dal suo stesso
concepimento, dell'odio contro suo padre, l'eroina fu, poco a poco, sostituita
alla piccola morta nel desiderio della madre di far entrare, questo di forza,
sua figlia nel modello borghese che rappresentava il suo ideale sociale, come
avrebbe naturalmente fatto con la prima figlia. In altri termini, e per
schematizzare: "Tu sei lì, malgrado me, prenderai il posto di tua sorella
maggiore, persino tuo malgrado". Infatti fu così, annullando in apparenza
una personalità che aveva un solo desiderio: conformarsi alla richiesta
materna. Ma questa costrizione trasformò le pulsioni profonde in sintomi
psichici e fisici, l'angoscia e le metrorragie.
LOUIS ALTHUSSER
O
"LUIS E LUI"
Il bambino di sostituzione non sempre sostituisce un primogenito
molto in tenera età. Costui può essere un adolescente (caso di A. e B. Cain),
può essere un giovanotto venerato per il suo eroismo (caso di Marcella).
La storia di Louis Althusser, il filosofo, può essere rapportato a
quest'ultimo caso. R. Maggioni gli ha dedicato un articolo "L'inferno
d'Althusser" nel giornale "Liberation" (21 aprile 1992). Le fonti cui attinge
sono: l'autobiografia del filosofo L'avvenire dura a lungo e la biografia che
gli dedica Jean Moulier-Boutang.
Al tempo della prima guerra mondiale, dice Maggioni, insisteva un
altro Louis Althusser. Era bello, giovane, brillante, stava per entrare alla
Scuola Normale di Saint-Claude. Amava una ragazza di sedici anni che lo
ricambiava. Ma il fidanzato dovette partire per la guerra (come aviatore) e la
guerra nel cielo lo uccise. "La giovane non ne seppe nulla fino al giorno in
cui fratello del fidanzato che era in artiglieria, in permesso per il lutto, si
presentò da lei. Le riferì la terribile notizia e, nello stesso tempo, le chiese di
sposarlo. Ella rispose "sì". Il marito Charles Althusser era vigoroso,
sanguigno e sputa fuoco, amava il vino, le carni sanguinanti e il sesso delle
donne. La moglie, Lucienne, era casta, riservata, il suo corpo era chiuso e
aveva paura delle correnti d'aria, dei microbi, dei voli e degli stupri. Il figlio
che ebbe da Charles, Lucienne lo chiamò Louis. Come il bell'aviatore che ella
continuava ad amare. "Louis", dice Althusser, "un nome che da tempo
immemorabile io ho letteralmente in orrore. Lo trovavo troppo corto, di una
sola vocale, e l'ultima, la "i", finiva in un acuto che mi feriva (...). Senza
dubbio esso diceva un po' troppo al posto mio: sì, e io mi rivoltavo contro
questo "sì" che era il "sì" al desiderio di mia madre, non al mio. E soprattutto
diceva: lui, questo prenome della terza persona che, suonando come il
richiamo di un terzo anonimo, mi spogliarla di ogni mia personalità e faceva
allusione a quest'uomo dietro la mia schiena. Lui, egli era Louis, lo zio che
mia madre amava, non io".
Louis Althusser, entra dunque nella vita a ritroso. Gli toccherà
invertire tutto per far sì che "il desiderio di sua madre" sia il suo. Non
avendo una esistenza autentica, avrà bisogno, per esistere, di farsi amare,
avvalendosi di artifici di seduzione "verso coloro dai quali volevo essere
amato".
Si sposa con Hélène Ruytman. Alcune opere consultate dal Maggioni
non gli consentono di cogliere veramente il mistero della relazione tra loro.
"Più anziana di me, assai più ricca di esperienza e di vita, Hélène mi amava
come una madre il suo bambino, il suo bambino miracoloso, e nello stesso
tempo come un padre, un buon padre infine, poiché mi iniziava con
semplicità al mondo reale, questo mondo infinito nel quale non avevo potuto
entrare (salvo, e ancora per infrazione, in prigionia), ella mi iniziava anche,
attraverso il desiderio che aveva di me, patetico, al mio ruolo e alla mia
virilità di uomo. Anche lui la amava: "tesoro mio, amore mio, e mia gioia
incomparabile" perché lei era "la sua chance": "Io ero abbagliato dall'amore
di Hélène e il privilegio miracoloso di conoscerla, di amarla e di averla nella
mia vita, tentavo di ricambiarlo alla mia maniera, intensamente e, se posso
dire, oblativamente, come se l'avessi fatto per mia madre. Per me, mia madre
non poteva essere che una martire, la martire di mio padre, una piaga aperta,
ma vivente".
Si sa che Louis Althusser si doleva di non aver mai potuto trovare il
proprio equilibrio, il suo posto nella vita. Fu soggetto a numerose crisi di
"depressione". Nel corso di una di queste, nel 1980, all'età di 62 anni,
strangolò sua moglie. Una perizia psichiatrica concluse per l'irresponsabilità
dovuta ad una crisi di melanconia acuta aggravata da uno stato confusionale,
con amnesie post-critiche.
M. Benezech e P. Lacoste in un tentativo di interpretazione
psicoanalitica di questo gesto, ricordano che fu un bambino di sostituzione
dell'uomo morto (suo zio), precisano che egli entrò alla Scuola Normale
Superiore come avrebbe dovuto fare suo zio Louis e aggiungono che
adotterà per tutta la vita degli artifici di identificazione, di seduzione, di
impostura, diventando, a suo parere, un personaggio fittizio,
fondamentalmente non autentico, sfruttando gli altri in relazioni
interpersonali a fini egocentrici.
Lotterà tutta la sua vita contro una profonda angoscia esistenziale,
con sintomi di fobia ed ipocondria e, a partire dal 1947 (all'età di 29 anni),
con episodi depressivi gravi e ricorrenti con idee suicide che richiedono
numerosi ricoveri in ospedali pubblici o privati. In due casi, fu necessario
trattarlo con sismoterapia. Gli accessi depressivi precedevano o seguivano
accessi ipomaniacali o francamente maniacali talvolta con manifestazioni
confusionali.
Riassumendo: nascita nel contesto di un lutto non terminato e che
egli ha avuto come ruolo di colmare, impossibilità di essere se stesso e
condannato a un non-essere, senso di colpa ingiustificato (accessi
melanconici), si trovano proprio la, in Louis Althusser, i principali handicaps
dei bambini di sostituzione.
QUALCUN ALTRO...
Nel corso delle nostre ricerche, siamo venuti a conoscenza di alcuni
casi sui quali le nostre informazioni sono troppo succinte per poterne fare
un'analisi dettagliata. Ne citiamo solamente alcuni nella speranza che altri
ricercatori possano andare oltre con i loro studi.

Anna O., il caso è riferito da Breuer, sarebbe, secondo Pollock, la


bambina di sostituzione di una sorella morta giovane. Questo autore mette
l'accento sul ruolo dell'idealizzazione il bambino morto da parte dei genitori
togliendo al sostituto ogni possibilità di confronto con la realtà.

Poul Bjerre (1876-1964) iniziatore della psicanalisi in Svezia e


primo mediatore di Freud, scrittore prolifico, scrive: "Appena un anno dopo
la perdita di una terza piccola figlia nata morta, rimessasi in modo
insufficiente da una epidemia di vaiolo che aveva infierito a Goteborg, mia
madre mi diede alla luce in condizioni drammatiche che spiegano la mia
predisposizione a forti emicranie invalidanti e ripetitive e agli abbattimenti i
periodici contro i quali ho dovuto lottare per tutta alla vita... Ci vedo la
sorgente e l'origine dell'alternanza ritmica di Morte e Rinnovamento,
fondamento concettuale sia della mia professione medica che
dell'elaborazione scientifica e filosofica di questa pratica". (A. de la
Paillonne-Lidbom e J. Chazaud).

Heinrich Schliemann sarebbe, secondo Niederland, un bambino di


sostituzione. Questo autore attribuisce un ruolo considerevole alla ricerca di
questo fratello morto nella carriera di questo pioniere dell'archeologia, che
scoprì, tra l'altro, la posizione di Troia, ma i cui metodi furono molto
discussi.

Kemal Atatürk, secondo Volkan e Itzkowitz, autori di una biografia


di questo grande riformatore, avrebbe sviluppato, in quanto bambino di
sostituzione, una organizzazione narcisistica della sua personalità e dei suoi
fantasmi di immortalità.

Hortense de Beauhornais, figlia di Joséphine e d'Alexandre, fu data in


moglie, contro la propria volontà, da Napoleone I, suo patrigno, a suo
fratello Louis. Ebbe tre figli: Napoléon-Charles nel 1802 e Napoléon-Louis
nel 1804 che morirono ambedue in tenera età. L'ultimo, nato nel 1808, il
solo sopravvissuto, fu chiamato Charles-Louis-Napoléon, nomi dei suoi due
predecessori, che egli eliminerà quando salirà al trono sotto il nome di
Napoleone III.

Marie-Françoise-Thérèse Martin, più conosciuta come Santa Teresa


di Lisieux, era la nona di nove figli, dei quali due maschi morti a 5 e 9 mesi.
Dei sette figli, cinque presero gli ordini, tra cui Teresa. Ella nacque due anni
e due mesi dopo la morte, all'età di due mesi, dell'ottava bambina, chiamata
Marie-Mélanie-Thérèse. Tutti i nomi dei nove bambini erano preceduti da
quello di Marie. Si conoscono quante discussioni appassionate hanno
sollevato alcune sue difficoltà, secondo alcuni nevrotiche, fatto che non
sembrava, a priori, incompatibile con una autentica santità.

Abbiamo potuto verificare che Serge Gainsbourg, così come è stato


affermato, era un bambino di sostituzione. L'adozione di uno pseudonimo (il
suo nome reale è Lucien Ginsburg), la creazione di un doppio che egli
chiama Gainsbarre che lo accompagna come un fratello, il suo desiderio
permanente di distruggere tutto: tutta la sua opera elaborata in 15 anni,
dipinge i tabù sociali e anche il suo personaggio caratteristico, di solito a
causa dell'alcol e del tabacco, lascia perlomeno pensare che egli "stava male
dentro la sua pelle". Bisogna vedere in questa vita, di cui egli voleva fare uno
scandalo permanente il desiderio sempre perseguito di distruggere un
personaggio - che egli presenta in modo ripugnante con un contegno
negligente e con la barba di tre giorni - che gli si attacca alla pelle, ed il cui
non arriverà a spogliarsi completamente, come una tunica di Nesso.

In un'intervista Michel Piccoli precisa che, tra i suoi maestri, ebbe i


suoi genitori. "Ma questo io non l'ho compreso che molto più tardi:
sembravano così poco contenti di me... Io sono nato solo perché mio fratello
maggiore era morto; sono un figlio di "sostituzione". "L'ho senza altro capito
molto presto; io ero riservato, muto, silenzioso. Siccome anche loro si
parlavano poco, noi formavamo uno strano trio; tanto più doloroso in
quanto mia madre dichiarava di restare a casa solo per me e mi opprimeva
con questa terribile responsabilità". Nato in questo contesto di lutto non
risolto, Piccoli ha provato a fuggire al suo non-essere, di realizzarsi, di
essere finalmente qualcuno attraverso la carriera di attore.

Salomone fu concepito per consolare Betsabea della perdita di suo


figlio: "Davide consolò la sua donna Betsabea. Andò verso di lei e giacque
con lei. Ella partorì un figlio e Davide gli diede il nome di Salomone. Il
Signore lo amò e inviò a dire tramite il profeta Natan. E gli diede il nome
Yedidya - cioè: Amato dal Signore - a causa del Signore". (2. Sam. 12, 24).

Si conosce in modo insufficiente la storia di Sabina Spielrein, che


ebbe nondimeno un ruolo importante negli esordi della storia della
psicanalisi. Questa giovane ucraina, in seguito alla morte di una sorella molto
giovane, presentò disturbi psichici chiamati, secondo gli autori, depressione
nervosa, isteria, schizofrenia paranoide. Suo padre la mandò in Svizzera, a
Zurigo da Bleuler che la affidò ad un giovane psichiatra che si interessava
alla psicoanalisi: C. G. Jung. Tra loro nacque un grande amore,
appassionato, condiviso e irrealizzabile (Jung era sposato). Ciò fu l'origine
del dissidio tra Freud e Jung. Sabina fece, in seguito, un matrimonio di
interesse e chiamò la sua prima figlia Renata, in ricordo della piccola sorella
morta.

B. Marbeau - Cleirens segnala, nel suo libro Il nome del bambino


morto che il Presidente D. Schreber era anch'egli un bambino di sostituzione.

Il drammaturgo americano David O'Neill era un autentico bambino


di sostituzione. Dopo un soggiorno in sanatorio, si mise a scrivere opere
sempre più autobiografiche. In una delle ultime A Long Day's Journey into
Night, dove la madre è morfinomane, il padre, i figli e anche il servitore sono
alcolizzati, egli racconta con grande precisione la propria storia di bambino
di sostituzione.2

2
Vedere l'allegato a p. 239 (?)
Capitolo II

Il bambino di sostituzione
nella letteratura medica

Non abbiamo trovato, nella letteratura medica, studi risalenti oltre il


1964. Quelli che abbiamo utilizzato sono apparsi dopo questa data.
Li abbiamo classificati in ordine cronologico.
La maggior parte di questi è in lingua inglese. Non li abbiamo tradotti
alla lettera, perché a volte sono molto lunghi. Li abbiamo riassunti tentando
di estrarre l'essenziale e di evitare le ripetizioni, di coglierne l'essenza senza
esitare, tuttavia, a fare citazioni testuali più o meno lunghe.
SEI SOSTITUTI IN CERCA D'IDENTITA'
E' Ad Albert C. Cain e Barbara S. Cain (USA) che si deve, sembra, il
primo importante lavoro sui bambini di sostituzione. Esso è apparso nel
1964 sotto il titolo On replacing a child.
Non si tratta di osservazioni isolate e dettagliate, ma di un insieme di
sei osservazioni analizzate globalmente. Questo lavoro si articola in tre
parti: l'atmosfera familiare, dove questi bambini sono diventati grandi, i
sintomi che hanno presentato e l'eventuale profilassi delle conseguenze
legate alla situazione di bambino di sostituzione (che saranno studiati nella
seconda parte di questo lavoro). E' molto liberamente che abbiamo riassunto
questo testo.

L'atmosfera familiare

Questi sei bambini di sostituzione, quattro maschi e due femmine,


dell'età dai sette ai dodici anni, furono esaminati nel quadro di una
consultazione psichiatrica per ragioni che vanno dai disturbi mentali leggeri
alle psicosi (due casi). I bambini che questi dovevano sostituire erano morti
nel periodo della preadolescenza, morti tragicamente di malattia o di
incidente: tumori maligni, incidenti d'auto, soffocamento con un pezzo di
pane. Il dolore dei genitori fu profondo. L'uno dei due o talvolta entrambi
non poterono metabolizzare normalmente il lutto e l'ansietà intensa che lo
accompagnava; le ragioni di questa impossibilità sono sconosciute, perché i
genitori, specialmente le madri, sono state viste brevemente e tutte almeno
setta o otto anni dopo la morte del loro bambino.
Due punti sembrano dover essere fissati.
Dapprima la personalità delle madri, cambiata dal senso di colpa,
generalmente depressive, compulsive o fobiche: esse avevano subito un
numero straordinario di persita familiari nella loro infanzia. Molto prima
della perdita del loro bambino, erano conosciute per aver presentato fobie
multiple e sporadiche depressioni. Due di queste madri erano
sufficientemente perturbate da essere considerate al limite della psicosi.
In secondo luogo, bisogna notare l'interesse narcisistico del bambino
morto da parte dei genitori. Questi bambini erano idealizzati all'eccesso: le
notizie ottenute da fonti meno implicate affettivamente, risulta che erano
veramente molto "riusciti". Sulle loro fragili spalle erano venute a pesare
delle pesanti identificazioni dei genitori, sogni, progetti, per non incontrare
alla fine che la disfatta umiliante ed irreversibile della morte.
L'intensità delle reazioni dei genitori era importante e permanente:
idee di suicidio, desideri espressi da " sarebbe stato meglio che morissimo
tutti", amara autoaccusa, dolore inconsolabile, recriminazioni, profonda
tristezza, abbandono delle amicizie in favore dei ricordi, e l'impossibilità
assoluta di staccarsi dall'immagine del bambino morto. Inoltre, fu proposta
una cattiva soluzione (in tre casi dal medico di famiglia): per "cambiarsi le
idee", per "ritrovare una ragione di vivere", la madre decise di avere un altro
bambino, "al posto del bambino morto", in cinque casi su sei, poiché
sembrava evidente che gli altri bambini della famiglia non potevano essere
dei sostituti. Questa decisione fu presa coscientemente, ma non senza
esitazioni e conflitti. Questo tentativo fu dominato interamente dall'immagine
e dal ricordo del bambino morto. Un caso particolarmente dimostrativo è
quello dei genitori che si rivolgono ad un'agenzia per adottare, per richiedere
un bambino di otto anni, piccolo, biondo, con gli occhi blu, per sostituire il
piccolo morto che aveva otto anni, era piccolo, biondo e aveva gli occhi blu.
Il nuovo bambino, il sostituto, nasce così in un mondo di lutto, un
mondo centrato sul passato e che letteralmente adora l'immagine del morto.
Tutti questi genitori, salvo una coppia, avevano da tempo abbandonato l'idea
di avere un altro figlio, fino a quando la domanda si pone a partire dalla
morte del loro bambino. Cinque di queste coppie erano sulla quarantina e,
per gli autori, non avevano l'energia, la duttilità e la pazienza necessarie per
ricominciare con un nuovo bambino e anche per integrare la loro famiglia.
Non potevano dare niente a questo nuovo venuto in questa famiglia dove
regnano la tristezza e la nostalgia.
C'è ancora di peggio: visite periodiche (in due casi quotidiane) alla
tomba; un domicilio scelto in prossimità del cimitero; un cambiamento di
città, rifiutato perché "quello lo lasceremmo solo"; costanti discussioni sulla
manutenzione della tomba; notti piene di lacrime della madre quando un
ricordo particolarmente sentito è stato evocato; un padre che resta ore intere
in una stanza buia davanti alla fotografia appena visibile del bambino morto.
Il bambino morto viveva in una maniera concreta e quotidiana: le sue foto
riempivano la casa; in due casi, la camera del bambino era trasformata in
cappella; ogni angolo della città rievocava ciò che il bambino ci aveva fatto;
ogni ripetizione di un avvenimento ricordava il modo come lo si era
trascorso insieme.
Dieci anni, undici anni più tardi, i genitori parlavano e riparlavano del
bambino morto. Molti di loro se ne scusavano, dicendo che sapevano bene
che non avrebbero dovuto continuare a parlarne, che sapevano (questo fu
ripetuto spesso) che questo non era un bene per gli altri membri della
famiglia, ma che non potevano assolutamente farne a meno. I professori
segnalavano che "essi non parlano di nient'altro che della figlia morta" o che
"la madre sembra effettivamente dilettarsi nel parlare del bambino morto".
La vita dei genitori sembra fermarsi in un pianto costante: "se solamente
questo non fosse successo..." non potevano andare la di là di questo
lamento.
Questi genitori imposero senza misure l'identità del bambino morto a
quello che veniva e, inconsciamente, identificavano i due.
Lapsus frequenti facevano dare al nuovo venuto il nome di quello
morto, per esempio chiamandolo per andare a tavola, per chiedergli come
andavano la cose a scuola o abbracciandolo quando si coricava.
Essi comparavano in continuazione i due bambini nella loro
apparenza, attitudini, mimica, modo di camminare e parlare. La speranza dei
genitori, la loro attesa, le domanda di riuscita verso il sostituto erano
chiaramente ispirate dalle "imprese" del bambino morto, o più esattamente
dalla sua immagine idealizzata e non reale. Questi bambini morti erano, a
dire dei loro genitori, intelligenti, "i più amati della loro classe", amici di
tutti, belli, sensibili, capibanda, vivaci ed abili, senza problemi, favoriti dai
vicini, sempre gioiosi, affettuosi, obbedienti, in una parola: bambini ideali,
perfetti, angelici. Davanti a tutte queste lodi, alcuni dei bambini di
sostituzione furono turbati dal desiderio di sapere perché Dio aveva preso il
loro fratello se era tanto gentile; e i genitori (che avevano protestato contro
la stessa ingiustizia) erano molto impacciati nel rispondere loro.
Il nuovo venuto entra in competizione con queste immagini
deformate dei bambini morti, che non avevano e non avrebbero potuto
vivere nella realtà. L'impresa era senza speranza ed essi lo compresero
presto. Questa attesa dei genitori era del resto uguale quando il nuovo nato
era di sesso opposto. Questa constatazione contraddice formalmente le
affermazioni delle agenzie di adozione che vedono bene i rischi che
incorrono con questi genitori, che pensano di neutralizzarli proponendo un
bambino di sesso o di età differente.
Questi paragoni tra i due bambini erano costanti, sia impliciti che
espliciti, spesso davanti al nuovo venuto e quasi sempre in suo sfavore. Le
osservazioni come "Billy, lui avrebbe..." erano frequenti. Nel migliore dei
casi, oppure gli si diceva "tu sei molto gentile, ma..." e i paragoni e i
rimproveri in rapporto al bambino morto venivano subito dopo. Le riuscite
del nuovo bambino avevano poca speranza di ottenere elogi o
incoraggiamenti da parte dei genitori, piuttosto un sorriso dolce-amaro e dei
sospiri: "E' sotto ogni punto di vista l'altro".
Un altro modo di fare delle madri, di solito ansiose, ma a volte
fobiche, si riferiva alla malattia e agli incidenti. Erano ossessionate dalla
paura di vedere morire questo nuovo bambino. Il minimo bernoccolo, febbre
o tosse, un ritardo di dieci minuti, lo stridio assordante dei freni per le strade
generavano un momentaneo terrore. Le paure fobiche si spingevano oltre il
bambino morto e generavano una superprotezione costante accompagnata
da numerosi divieti. Giocare con fiammiferi, salire sugli alberi, attraversare le
strade, starnutire, cadere dovevano generare disastri. Erano permesse poche
e tutte intensamente sorvegliate, A volte, questo arrivava fino all'ispezione
ripetuta del minimo disturbo, di ogni contusione, di ogni dolore e a un esame
dettagliato delle attività della giornata per segnalare i punti pericolosi.
I divieti erano sottolineati da avvertimenti, incentrati sulla morte, su
quello che potrebbe accadere e su ricordi lugubri di ciò che era accaduto.
Capitava che la madre aggiungesse una minaccia appena ventilata,
dicendo che se capitava qualcosa a questo nuovo bambino, si sarebbe uccisa.
Ricompense e punizioni venivano enunciate, lasciando cadere il dubbio circa
la possibilità per il bambino di raggiungere il fratello in Cielo.
In due madri c'era un fantasma particolare. Pensavano,
inconsciamente, che il sostituto fosse in qualche modo "responsabile" della
morte dell'altro. Gli autori pensano che questo processo inconscio possa
essere formulato così: "Questo nuovo bambino vive al posto del nostro
bambino morto. Ha preso il suo posto. Questo bambino no è il nostro
bambino morto. Avrebbe potuto essere un suo errore, dunque è errore suo
se il bambino è morto. Non è giusto che possa vivere e che l'altro sia morto.
E' responsabile di tutto ciò. E' tutta colpa sua... In questo modo l'ostilità e i
rimproveri che accompagnano il lutto dei genitori si proiettano
inconsciamente sullo stessi bambino di sostituzione.
In questa descrizione dell'atmosfera familiare, si tratta talvolta dei
due genitori, ma più spesso della sola madre. Poche notizie, in effetti, sono
state raccolte sui padri. In tre dei sei casi, era indicato come non implicato,
non partecipe, passivo, tenendosi semplicemente a lato della madre e dei suoi
comportamenti anormali. Pertanto, questi padri sembrano essere stati
implicati con le loro spose nel lutto perturbato e nella distorsione
conseguente dell'educazione del bambino di sostituzione.
Tale è l'atmosfera nella quale questi bambini sono stati e divenuti
grandi non senza problemi. Ma gli autori fanno notare che bisogna
obbiettivamente essere prudenti nell'attribuire a circostanze particolari della
loro nascita disturbi che potrebbero presentare: alcuni sono direttamente
attribuibili all'atmosfera familiare qui sopra descritta, ma altri sono in diretto
rapporto con il loro stato di bambino di sostituzione. Inoltre, descrivere i
loro disturbi non significa che non avevano d'altra parte anche un
comportamento normale e adatto.

Le ripercussioni psicologiche

Questi bambini erano, come ci si poteva attendere, pieni di fobie e di


ansie diffuse. Qualche minuto trascorso con il bambino o i suoi genitori,
metteva a nudo una lista di suoi oggetti fobici. Per esempio, George aveva
paura di utilizzare un dittafono, sobbalzava quando suonava l'interfono,
rifiutava alcune caramelle "perché potevano rimanere attaccate in gola",
tutto ciò detto con occhi sbarrati. Si fissavano sulle conseguenze che una
malattia banale aveva causato nel loro entourage. I timori erano incentrati
sulla morte, contenevano fantasie tipiche di abbandono, di castrazione, di
pena del taglione. Essi si riferivano anche, molto precisamente, alla morte del
fratello e a una identificazione con lui. Le paure più importanti, quelle della
malattia e delle mutilazioni corporali, sembravano la diretta conseguenza
della pesante vigilanza dei genitori, tutto ciò sulla base di ostilità-dipendenza
e di mutua ambivalenza madre-figlio. In quattro casi il bambino era legato
molto intimamente alla madre, essendo il modo troppo pericoloso perché il
bambino potesse muovercisi liberamente ed esplorarlo; bisognava che
restasse vicino alla madre, "altrimenti succede qualcosa".
Il risultato di questo rigido regime di "unione" alla madre, di
superprotezione, di restrizioni, di avvertimenti sfibranti era ciò che ci si
poteva aspettare: bambini rimasti infantili, immaturi, chiusi in casa, passivi,
molto dipendenti. Tutti avevano la convinzione di essere insufficienti,
vulnerabili, di vivere in un mondo di pericoli costanti e imprevedibili.
Presentavano sintomi di somatizzazione diversi, ma soprattutto di
conversione isterica che riproduceva quelle cose di cui era stato vittima il
bambino morto: per esempio, il fratello di quello che si era soffocato con un
pezzo di pane aveva la gola chiusa in permanenza: un dolore brachiale
tormentava la figlia il cui fratello era morto di leucemia dopo aver sentito
dolori in quel braccio. Questi due bambini, arrivati all'età in cui il loro
predecessore era morto, chiedevano solennemente di non avere più
compleanni: la loro identificazione aveva raggiunto un grado tale che essi
erano convinti che sarebbero morti alla stessa età. Tutti erano convinti di
essere "nati per non diventare mai grandi". L'affermazione che "le persone
non muoiono prima di essere vecchie" sembrava loro assurda e
argomentavano la loro diffidenza verso ogni sforzo di sostegno. Interrogati
su ciò che contavano di fare quando sarebbero diventati grandi, un ragazzo
rispose semplicemente: "Muoio. Nessun diventa vecchio".
Le preoccupazioni morbose erano diffuse. Un ragazzo, nel corso di
una piacevole festa, annunciò a suo padre: "Qualcuno qui presente non ci
sarà domani; potrebbe morire". Superando, quasi, i loro genitori in questo
campo, essi erano particolarmente interessati ai cimiteri, le case funerarie, i
film di uragani devastanti, le tombe di animali del vicinato; quelle degli amici
e della famiglia; dei parenti lontani etc. Questi avvenimenti davano loro la
prova che la morte ruotava intorno a loro e che i medici erano impotenti di
fronte ad essa.
Non avevano che idee deformate relative ai rapporti tra processi
morbosi e la morte. Così quel ragazzo, il cui ragazzo era morto "di una
grave malattia infettiva" mal riconosciuta, di fronte alle cui domande
incessanti i genitori avevano risposto che si trattava di qualcosa "come uno
speciale raffreddore molto cattivo", e trasse la conclusione che tutti i
raffreddori potevano condurre rapidamente alla morte. O, ancora, quella
bambina che interpretò nel modo seguente il tumore maligno che aveva
colpito suo fratello: "Ha ricevuto un colpo sulla gamba, è stata tagliata, ma
non è servito a niente"; ella viveva nel terrore di contusioni quotidiane, le sue
paure erano accresciute da esami regolari e scrupolosi della madre. La morte
aspettava al varco questi bambini, nascosti dietro cause assai banali.
Questi bambini avevano, in evidenza, problemi di identità. Avevano
l'impressione di poter appena respirare, in quanto individui con
caratteristiche proprie, identità propria. I genitori li costringevano a essere
simili ai loro predecessori morti, lasciando loro intendere che non avrebbero
mai potuto essere accettati come lui perché non avrebbero mai potuto essere
come lui. Schiacciati da una conoscenza incredibilmente dettagliata del
fratello morto e da paragoni costanti e di identificazioni imposte,
domandavano a se stessi, ma anche ai loro genitori: "Parlo come lui? Sono
svelto come lui? Che avrebbe fatto?" Erano irrimediabilmente convinti che
non avrebbero mai saputo misurarsi con lui: avevano "interiorizzato" la
convinzione dei loro genitori, anche se questo era spiacevole e il ricordo del
bambino morto trascinava spesso dalla parte del sostituto un paragone che
gli era sfavorevole. C'erano stati tentativi timidi di rifiutare e rigettare le
identificazioni, ma questi erano votati all'insuccesso. Tentativi di rifiuto,
sotto forma di rappresaglie, per insuccessi scolastici, di solito hanno finito
per deludere sempre più i genitori creando così un circolo vizioso. Questi
paragoni incessanti con un rivale morto invincibile avevano come solo
risultato di provocare una irritazione e un senso di colpa inconfessabile. Gli
si domandava non solo di affliggersi, ma anche di congiungersi
all'idealizzazione di colui con cui lo si metteva in competizione.
In ogni modo l'immagine del bambino morto proiettava la sua ombra
sul suo sostituto. Niente testimonia circa l'obbligo nel quale il sostituto era
costretto a vivere con il morto di queste frasi: "Io ho due fratelli", (uno tra
loro, ben inteso, morto da lungo tempo). E ancora: "Mia sorella ha 22 anni
(era morta 12 anni prima all'età di 11 anni).
SUSIE O LA GEMELLA DI SOSTITUZIONE
Poznanski è il primo ad avere pubblicato nel 1972, una completa
osservazione sul bambino di sostituzione. A.C. Cain e B.S. Cain avevano
pubblicato solo dei commenti su sei casi di sostituzione di pre-adolescenti.
Poznaski pensa che se non ha trovato casi analoghi in letteratura è perché
l'attenzione fino ad allora non era stata fissata su questa situazione
particolare.
Più che un caso patologico, la storia di Susie dipinge un luogo
familiare e le reazioni psicologiche dell'intervistata alla situazione di bambino
di sostituzione. Inoltre, l'interesse di questo caso risiede ugualmente nel
ruolo che gioca, nella famiglia, la "reazione compleanno" della morte del
bambino che, qui, intensifica il disagio del bambino di sostituzione.
Susie, una ragazza di 15 anni, è ospedalizzata in pediatria e da lì
inviata in psichiatria per "depressione leggera". I medici erano inquieti
perché due anni prima era stata ricoverata per una "super dose di pillole",
verosimilmente un tentativo di suicidio.
La sua curiosa storia fu ricostruita nel corso di numerose sedute
psichiatriche, perché la famiglia aveva, fino ad allora, preferito tenere il
segreto. Undici mesi prima della nascita di Susie, il padre, un mattino,
condusse in chiesa sua moglie, le loro due gemelle, Bettie e Barbie, di 15
anni, e il loro fratello Johnny, dieci anni. Secondo una saga familiare ben
consolidata (che ha subito, senza dubbio, cambiamenti nel corso degli anni).
Bettie picchiettava la spalla di suo padre mentre guidava e annunciò che
moriva, ma che egli non doveva tormentarsi, perché Dio avrebbe donato
un'altra figlia alla famiglia. Alcuni minuti più tardi avvenne un incidente e
Bettie fu uccisa sul colpo. Gli altri membri della famiglia furono feriti
gravemente, ma guarirono, ad eccezione di Barbie, la gemella sopravvissuta,
vittima di importanti lesioni cerebrali, che imposero il suo ricovero in un
istituto specializzato perché ella non aveva più, secondo la famiglia, che lo
psichismo di un bambino di cinque anni.
Susie fu concepita due mesi dopo l'incidente, con la deliberata
intenzione di riparare la perdita subita dalla famiglia. Dopo la sua nascita, il
padre volle chiamare la nuova venuta Bettie, ma la madre si oppose e
finalmente si accordarono su Susie (si noterà la desinenza "ie" dei tre nomi,
quelli delle gemelle e della sostituta). La madre in seguito ebbe ancora due
aborti e rinunciò ad avere altri figli. E' così che, secondo la famiglia, la
predizione di Bettie si avvera.
Il padre adorava Susie e durante la sua crescita aveva sempre paura
che le capitasse qualcosa. Si lamentava costantemente dei rischi corsi da
Susie, in qualsiasi momento. Susie diceva che suo padre poteva sempre dire
il fastidio che lei poteva subire, portando come esempio un incidente
sopraggiunto quando, frequentando la quinta elementare, volle andare a un
gita in campagna organizzata dalla scuola per la fienagione. Il padre obiettò
che era pericoloso, ma Susie insistette e fu finalmente autorizzata a
parteciparvi. Susie durante la fienagione commentò l'evento con un tono
rassegnato. Al ritorno, su una strada abitualmente deserta, una macchina
entrò in collisione con il carro del fieno e Susie fu leggermente ferita ad una
gamba. Si può supporre, dice l'autore, che in quell'incidente Susie aveva
accettato e anticipato la realizzazione delle paure paterne e persino arrivare a
pensare che, in altre situazioni, ella poteva inconsciamente provocare la loro
sopravvenuta.
Susie si ricorda intensamente, ogni 15 agosto, data dell'anniversario
dell'incidente. In quel giorno, ogni anno, è vietato a Susie uscire di casa per
timore che capiti qualcosa. Il padre non esce in macchina, trema alla sola
idea di guidare e anche a sentire parlare di macchina. Susie si ricorda di ogni
15 agosto come di un giorno durante il quale l'atmosfera in casa è solenne e i
due genitori lugubri. Suo padre, spesso, "entra in angoscia", e la chiama
Bettie. Curiosamente, Susie si è rassegnata ad essere chiamata Bettie nel
giorno-anniversario dell'incidente e non considera più il lapsus paetrno come
insolito. Questo rito del 15 agosto si è ripetuto regolarmente per così tanto
tempo che Susie non si ricorda, anche se l'intensità è diminuita nel tempo.
La preadolescenza di Susie fu influenzata da due avvenimenti. Sua
madre riprese il lavoro e poco dopo suo padre ebbe diverse crisi cardiache:
in due di questa crisi Susie era da sola con suo padre semicosciente: si
precipitò dai vicini che chiamarono la polizia. Nel ricordo di Susie un ritardo
di qualche minuto tra la scoperta di suo padre incosciente e il suo invio
all'ospedale avrebbe causato la morte.
Susie non è mai stata capace di esaminare la sua paura di crisi
cardiache paterne nei seguenti termini: "Sarò forse io responsabile della sua
morte?", ma queste paure sembrano non essere conosciute, come il padre
non avrebbe mai ammesso la sua paura di aver ucciso Bettie; poteva
solamente dire "Soffro ogni volta che vedo un incidente d'auto o un bambino
ritardato".
Benché Susie appartenesse ad una ambiente non delinquente, tre dei
suoi quattro flirt hanno avuto a che fare con la polizia. L'ultimo anno uno di
questi, Jim (lei lo chiamava lo "schizofrenico") è diventato suo innamorato;
appariva in momenti e luoghi inattesi dicendole: "Ti amo, ma ti voglio
uccidere". Susie ne fu turbata e ne parlò al suo consigliere pedagogico che
chiamò la polizia. Un mese più tardi, allorché Susie era sola in casa, Jim
suonò alla porta posteriore e, quando Susie rispose, aprì con un fucile in
mano. Susie poté salvarsi scappando dalla porta anteriore.
Secondo Poznaski, i genitori non si rimiserono mai dalla morte di
Bettie. Si accontentarono di sostituire la bambina perduta e Susie fu
automaticamente gratificata di un passato che non era il suo, ereditando
anche tutte le qualità attribuite alla bambina morta, e di tutte le speranze
riposte in lei. L'intendimento di questa idealizzazione si rivela nella saga
familiare: ci si ricorda di Bettie come di un profeta del bene e del male della
famiglia, evocata in termini vibranti in ogni momento, a volte da Susie, a
volte dai genitori. Il padre voleva che il suo atteggiamento fosse perfetto
perché non sostituiva solo Bettie, ma anche una versione vivente della
bambina che suo padre sperava. Come per molti bambini di sostituzione, il
suo rendimento scolastico era mediocre perché è impossibile rivaleggiare con
un bambino idealizzato. L'idealizzazione, in questa famiglia, serve da difesa
psicologica per allontanare i sentimenti di collera verso questo morto che l'ha
abbandonata e addolorata. E' una reazione normale, ma è anche
estremamente pesante da portare per il bambino di sostituzione.
Le depressioni di Susie, il suo tentativo di suicidio, i suoi incubi di
morte e di agonia, i suoi legami con un flirt che tenta di ucciderla, presi
individualmente, sono sopradeterminati, ma insieme suggeriscono l'esistenza
di un pericolo permanente della morte, come se Susie anticipasse la sua
morte improvvisa, conseguenza naturale del fatto di sostituire Bettie.
I BAMBINI DI SOSTITUZIONE ANTICIPATI
Nicole Alby, nel 1974, ha riportato casi particolari di bambini di
sostituzione. Sono concepiti quando uno tra i fratelli, ancora vivente, è
minacciato gravemente da una ricaduta in un processo leucemico, come se si
volesse sostituirlo anticipatamente. Queste sono delle vere "parate di
ricaduta".
Questo autore sottolinea come sono difficili la raccolta e
l'utilizzazione di tali osservazioni. Tramite gli infermieri, ha potuto mettere
insieme una quindicina di casi di gravidanza avvenuti in queste condizioni,
ma con dati obiettivi molto insufficienti, perché i dossier di queste donne
incinte, durante la malattia del loro figlio, non comportano alcun riferimento
ad una possibile sostituzione. I padri, più spesso delle madri, hanno fatto
riflessioni del tipo: "Avremo un altro piccolo figlio per sostituire l'angelo
salito in cielo".
Otto altre gravidanze hanno potuto essere studiate con maggiore
precisione: cinque erano iniziate proprio al momento della ricaduta del
bambino malato; due non coincidevano ed una non ha potuto essere datata.
Oltre questi otto casi, tre altre gravidanza sono cominciate più di un anno
dopo la morte del piccolo malato.
In cinque casi ritrovati, comportanti una osservazione dettagliata, la
coincidenza tra la minaccia legata alla ricaduta e l'inizio della gravidanza è
molto precisa. Una madre ha atteso la certezza di essere incinta per fare
constatare una ricaduta che ella aveva temuto a partire da segni clinici, ma di
cui aveva differito la conferma biologica. Alcune osservazioni delle
infermiere, "poverino, è già sostituito", mostrano che l'entourage intende in
questo modo queste gravidanze.
Si può verificare un certo sollievo, almeno in apparenza: l'attesa
venuta di un nuovo bambino consola in anticipo per la prevista morte di un
altro. Ma il lutto non è affatto terminato. D'altra parte il bambino sostituito
in anticipo è un bambino malato, ma ancora vivo e la gravidanza della madre
è sentita come un abbandono verso di lui, abbandono riflesso all'équipe che
cura: "Il bambino che sta morendo minaccia la funzione terapeutica come la
funzione materna".
Manifestazioni di sgomento appaiono come conseguenti, ma non ci
sono mai stati da parte delle famiglie dei rifiuti di seguire le proposte
terapeutiche per quello che sopravvive. Intanto il bambino di sostituzione
può avere soltanto un ruolo in cui ciascuno sa che è almeno equivoco.
Nicole Alby pubblica tre osservazioni che le sembrano caratteristiche
e che qui riassumiamo.

Mme K. Apprende, quando è incinta di cinque mesi, che suo figlio di


tre anni è affetto da leucemia acuta. È molto ansiosa e teme di mettere al
mondo un "bambino leucemico o anormale" e l'ambiente familiare,
abbastanza ottuso, non le è di alcun sostegno. Dopo avere partorito un
bambino normale, rientra presto a casa per accudire il figlio primogenito che
beneficia di una remissione che durerà due anni; in quel momento, a giugno,
sopraggiunge un aggravamento con forma meningica che genera una nuova
crisi di angoscia: in agosto Mme K. È di nuovo incinta di due mesi (il
concepimento è, dunque, avvenuto al momento della ricaduta) e chiede di
abortire perché - dice - "per ragioni psicologiche non potrà sopportare
questa gravidanza". L'aborto è rifiutato. Rivista in novembre (incinta di sei
mesi), ella sempre angosciata dall'idea di avere un altro bambino leucemico.
La gravidanza è accettata, ma pensa che costituisca un pregiudizio per il
bambino malato, che lei ha tradito. Parla del bambino che deve nascere al
passato: "Povero bébé, è triste, ma io me ne vado, se ne occuperanno gli
altri, è triste per lui".
Poco prima del parto, il piccolo malato peggiora nuovamente, il che
determina una violenta aggressività della madre che lo fa ricoverare in un
altro ospedale. Aveva pertanto ripreso le cure che gli dava subito dopo aver
partorito un figlio normale.

Mme N. ha due bambini, un maschio, il primogenito, e una figlia di


due anni, alla quale si diagnostica una leucemia acuta in gennaio. La madre è
in conflitto con il marito per la malattia: egli le rimprovera le rimprovera le
cure dolorose, il suo comportamento. E' il suo modo di reagire alle minacce
che pesano sulla figlia. La bambina è curata, ma in giugno ha una ricaduta.
Sua madre la fa visitare di nuovo dopo due mesi: è incinta di due mesi e
mezzo e lo manifesta in maniera evidente. Dice che la piccola malata è
"insopportabile (ha in effetti un comportamento turbolento) e dice davanti a
lei che la ascolta: "Partorisco in gennaio, spero che tu sarai ancora qua, ma
non è certo". Nuova ricaduta in settembre; in dicembre sembrava più distesa.
Disse di non aver preparato nulla per il bambino che doveva nascere: "Non
ho tempo, è tutto per lei (la piccola malata)". La piccola malata è calma, ma
ripiegata su se stessa. La madre dà l'impressione di vivere il momento
presente e di annullare la sua ansietà dovuta all'agitazione. Finì per partorire
un figlio di cui l'infermiere disse: "Lei che voleva una figlia, si può dire che
quello sarà poco amato". La bambina malato ha un aggravamento subito
dopo il parto e la madre viene a riprenderla.

Il marito di Mme C. è infermo e suo figlio primogenito è affetto da


una malattia congenita. Sua figlia, a due anni, è ospedalizzata per una
leucemia acuta. Mme C., incinta, partorisce poco dopo un bambino che
avrebbe un "cromosoma in più" (senza altra precisazione). Ella chiede
consigli perché la figlia, la piccola malata, "è insopportabile; se non era
malata, giorni fa l'avrei ammazzata; mi occupo di lei e lei non è mai
contenta".
Dopo essersi lamentata dei medici e dei loro errori, dice di non volere
più bambini, sopporta male la pillola e rimane incinta un'altra volta; al quinto
mese, chiede di abortire, ma le viene rifiutato. La figlia malata ha una
ricaduta una settimana prima di questo consulto. Partorisce una figlia
normale e, su sua richiesta, si fa cucire le tube.

Nicole Alby fa notare che queste tre madri, quando parlano dei loro
bambini malati, dicono "insopportabile" (la parola può essere intesa in tutti i
sensi…) nel momento in cui esse apprendono della sua ricaduta e conoscono
la nuova gravidanza; questa autrice pensa che il bambino le minacci della sua
morte e annunci l'abbandono: l'aggressività materna serve a reprimere
l'angoscia suscitata dall' "aggressione" che esse subiscono e che raggiunge un
livello difficilmente sopportabile.
Queste gravidanze, per loro, sono da considerare differenti da quelle
che giungono al tempo delle remissioni o molto tempo dopo la morte di un
bambino. Ella le qualifica come gravidanze "incidentali" nel senso antico del
termine, cioè comandate da una forza esterna a chi la subisce: la nozione di
"sostituzione" non interviene che in un secondo tempo, è una
razionalizzazione, un vanto, un tentativo di riparazione immediata di un lutto
anticipato.
L'ambivalenza e il senso di colpa segnano il comportamento di queste
madri. Anche il bambino nell'utero è caricato di aggressività verso il bambino
malato. Mme K. Parla di "pregiudizio".
Per alcune madri, schiacciate dalla morte attesa del loro bambino, è,
senza dubbio, il solo modo di proteggersi contro una grave depressione che
avrebbe impedito loro di svolgere le cure al bambino malato.
Qui i padri hanno un ruolo modesto, ma sono tutti profondamente
colpiti, ed è possibile che, tenuti un po' discosti dalle madri, una gravidanza
sia per loro un modo di "fare qualcosa", di dare un "sostituto" alla madre che
sta perdendo un figlio, se si dà ascolto ai racconti degli infermieri.
Il ruolo riparatore della gravidanza assicura ai genitori che non
saranno privati di altri figli e che questi saranno ben in salute. Da tempo si
pone una domanda: "La malattia di nostro figlio è ereditaria? Contagiosa? Si
può prendere in considerazione una nuova gravidanza?". Questo desiderio
evoca certe domande di adozione destinate a negare la sterilità della coppia:
una famiglia ha adottato un bambino vietnamita immediatamente dopo la
ricaduta del loro bambino leucemico.
Una volta certe di essere incinte, la madre si "riaccosta" al bambino
malato e "dimentica" il bambino che ha in grembo. Esso diventa un rivale del
bambino malato e nello stesso tempo oggetto di pietà, perché non può
colmare il vuoto, né essere amato per se stesso.
Quando le madri partoriscono spesso trascurano il nuovo venuto a
beneficio del bambino malato. Si ha l'impressione che di volta in volta i due
bambini siano confusi e separati. H.H Jahnn, del quale abbiamo visto la
storia in quanto bambino di sostituzione, comincia così uno dei suoi
racconti: "C'era una volta una madre che aveva un figlio in due metà, una
viva e l'altra morta". "Diventare colui che sostituisce, sarebbe già avere
diritto a una certa esistenza" dice Nicole Alby.
Il bambino di sostituzione non crea lutto, nella misura in cui
sostituisce il morto. Il bambino di sostituzione ha il diritto, indispensabile per
la strutturazione della sua futura personalità, di esistere per se stesso.
In seguito, N. Alby ha proseguito con E. Gluckman i suoi studi su
casi abbastanza simili ai "bambini-rimedio", quelli di bambini concepiti "per
trapianto del cordone": il sangue del cordone ombelicale prelevato alla
nascita contiene numerose cellule-madri e può sostituire il trapianto di
midollo osseo in bambini colpiti dalla malattia di Fanconi (aplasia midollare
progressiva, malattia mortale senza trapianto di midollo osseo). Alcuni
genitori possono allora concepire un bambino che, si spera, nasca sano, con
lo scopo di ottenere queste preziose cellule che salveranno il fratello
condannato. Tutti i problemi relativi al bambino unicamente "oggetto utile"
verranno posti qui.
UCCIDERE IL MORTO
Con un gioco di parole molto lacaniano, A. Couvez, in una memoria
psichiatrica scritta nel 1979, ritiene che per esistere per se stesso un bambino
di sostituzione deve "uccidere il morto", cioè eliminare l'obbligo imposto dai
suoi genitori dal tempo della sua nascita: "tu sei il morto".
Egli riferisce quattro lunghe osservazioni di bambini di sostituzione
che egli analizzò in uno spirito psicanalitico con molta acutezza.
Abbiamo creduto di poterli riassumere qui tentando di non deformare
troppo le sue constatazioni e le riflessioni che ne trae. Per fare questo
abbiamo citato il più possibile le sue frasi: tutto quello che, nelle osservazioni
qui riportate, è tra virgolette, è scritto da lui (e di ciò che è del soggetto
dell'osservazione).

Frédéric o il bambino autistico

A dire il vero si potrebbe contestare a Frédéric il titolo di bambino di


sostituzione, stricto sensu, perché non si sa bene chi sostituisce.
Tutto risale alla morte del nonno materno. La madre, allora, cadde
nove anni prima della nascita di Frédéric, in un languido stato depressivo. Il
lutto di suo padre era stato molto difficile, perché fortemente colpevolizzato.
Rimase incinta due anni dopo il suo matrimonio e, per la prima volta da
lungo tempo, trovò uno slancio vitale, la salute, un certa gioia… Ma a tre
mesi, fece un aborto. Sorge un dubbio su ciò che avvenne allora: i medici
non le avrebbero parlato di Bambino, le avrebbero detto che era "sporca" e
le si praticò un raschiamento; secondo loro non c'era bambino (----
hydatiforme o embrione?).
Subito dopo fu concepito Frédéric. Ma sua madre non continuò a
parlare che del primo che avrebbe dovuto nascere proprio quando sua sorella
ebbe una bambina.
"Il bambino immaginario assicurava una restituzione efficace del sé
materno; la sua perdita avrà gravi conseguenze. Il bambino di sostituzione
avrà un funzione protettiva nei riguardi della depressione nervosa materna
(…) Frédéric è condannato all'identico. E' totalmente alienato
dall'immaginario materno. Per sua madre egli è l'altro (…). La "perdita" e
Frédéric sono irrimediabilmente confusi. Ella non aveva avuto che un
bambino (…) Frédéric sembrava così condannato a vivere morto, a vivere
senza desiderio, a vivere psicotico (…) Frédéric è l'ago della bilancia
familiare che permette ai genitori di continuare a vivere".
Fatto curioso, da quando la moglie fu incinta, il padre smise ogni
attività professionale e cadde in uno stato di apatia e di abulia profondo; sua
moglie fu costretta ad occuparsi di lui come di un bambino: lo nutriva, lo
lavava, lo accompagnava tenendolo per mano. Questa regressione cesserà
alla nascita di Frédéric. "Il padre aveva, insomma, assicurato l'interim".
E' la nonna materna che, per due anni, si fa carico di allevare
Frédéric, che sembra svilupparsi normalmente. I genitori, giudicandola
troppo lassista, decidono di riprendere il loro figlio. In quindici giorni questo
regredisce e cade in uno stato di autismo, presto accompagnato da una
ipercinetica autistica di Kanner; è un vero vibrione, senza contatto con il
mondo esterno. I genitori sono senz'altro protesi verso Frédéric,
superprotetto al massimo grado, soprattutto in occasione di una otite banale
responsabile di disturbi del comportamento.
"Il bambino non è nato all'Altro, il suo universo è il tutto e il nulla.
Tutto e indistinto. Niente è differenziato. L'animato e l'inanimato si
confondono. Frédéric passa davanti allo specchio senza vedercisi perché non
può scorgere l'immagine di una realtà che non coglie (…) Il contatto non è
fuggito né cercato, non vuole parlare (…) Frédéric vive una morte
relazionale totale".
Malgrado questo i genitori rifiutano energicamente per un anno di
separarsi da Frédéric, il cui ricovero in un istituto specializzato sembra
indispensabile. Ci si accorda, infine, per un seminternato in I.M.P.. Per tre
anni non si verifica alcun cambiamento nello stato di Frédéric, né nella
dinamica familiare ossessiva. Per i suoi genitori Frédéric è divenuto un
oggetto di studio, la madre annota tutto su un diario, moltiplica i consulti di
specialisti, i trattamenti rituali. Una nuova educatrice e l'allontanamento
relativo dei genitori permettono alla fine un leggero progresso: Frédéric
prende la mano che gli si tende, ha uno sguardo verso l'altro. Tutto questo,
la madre non lo può sopportare: ha una nuova depressione, ogni notte suona
una morte. Non può tollerare che si sia riusciti là dove lei ha fallito, ma
soprattutto che Frédéric si allontani dai suoi genitori.
"La costellazione familiare sembrava come un sistema chiuso, una
vera fortezza in cui Frédéric serviva da cemento". E Couvez aggiunge:
"Segnalandosi timidamente come soggetto, Frédéric abbozza un movimento
omicida verso il bambino morto di sua madre (…) Questa "morte (?)"
ravviva nella madre l'esistenza del defunto che può evocare la storia
dell'aborto e ritrovare quel lutto non compiuto che la venuta di Frédéric
aveva permesso di evitare. Di nuovo, ella cerca un morto, immagina Frédéric
accidentato e, nella sua depressione, ella vivrà solo la morte.
Ahimé!, la lotta è troppo ineguale. La depressione materna è così
viva al riguardo dei progressi ottenuti dal bambino, E' improbabile che
Frédéric possa ampliare l'intima frangia che lo differenzia dall'originale, di cui
egli non è che il calco".

Thérèse o l'ipocondriaca delirante


Il caso di Thérèse è assai complesso ed esige, per essere compreso,
una biografia familiare abbastanza precisa, che abbiamo ricostruito dopo la
lunga osservazione riportata da Couvez, con interpretazioni assai acute e
seducenti sulle quali non possiamo insistere troppo.
Thérèse è figlia unica di una modesta famiglia di immigrati polacchi
che abitano nel Nord della Francia. Il padre è abbastanza stravagante, si
lascia piegare dalla figlia; la comunione con il padre sarà ulteriormente
rinforzata quando, come lui, sarà operata di un'ernia al disco. Sua madre è
abbastanza fredda e poco amorevole. "Ella non mi amava (…) Non amava i
bambini".
A cinque anni Thérèse viene ricoverata per una meningite, che
guarisce senza lasciare tracce. Si sposa a 20 anni e a 23 anni ha un bambino
che muore all'età di due giorni. E' allora, allora solamente, che sua madre le
rivela che lei ha avuto un primo figlio, un figlio chiamato bruno, prematuro,
e morto parecchi anni prima della nascita di Thérèse, che non era
particolarmente desiderata. Thérèse, ancora in maternità, entra
immediatamente in una crisi ipocondriaca
CAPITOLO III
OSSERVAZIONI INEDITE

UN COLPO DI SONDAGGIO RADIOFONICO

Crediamo interessante fare, qui, una stima di un " sondaggio" dato


involontariamente nel pubblico, ciò che, lo precisiamo, non ha nulla a che
vedere con un sondaggio.
L'emittente radiofonica France-Inter ha diffuso nel pomeriggio, in un
un'ora di leggero ascolto, l'undici gennaio 1990, una trasmissione dedicata al
libro del cineasta René Féret " Battesimo " apparso dopo l'uscita del film
avente lo stesso titolo.
Costui ci chiede di parteciparvi per parlare dei bambini di
sostituzione e noi citammo soprattutto Ludwig Van Beethoven e Vincent
Van Gogh.
Nei giorni che seguirono questa trasmissione, questa stazione
radiofonica ci trasmise 11 lettere personali che si dicevano tutte interessate al
problema dei figli di sostituzione, scritte da due uomini e nove donne.
Tre di queste chiedevano unicamente referenze bibliografiche.
Un altro diceva di aver sofferto tutta la vita per essere stato un
bambino di sostituzione e basta.
La quinta lettera proveniva da un delinquente, criminale e recidivo,
che scriveva dalla prigione dove aveva ascoltato la trasmissione radiofonica;
diceva di essere nato dopo un bambino morto e di avere molto talento nella
pittura. Aggiungeva: " Ho sempre come l'impressione che c'è una seconda
persona in me e che di tanto in tanto mi mette dei bastoni nei neuroni ".
L'espressione e pittoresca, ma le indicazioni sono molto insufficienti perché il
caso possa essere trattenuto. Si noterà che egli non giunge a rendere la
situazione di bambino di sostituzione come responsabile dei suoi crimini.
Una sesta lettera che era di una madre che aveva solo " inteso parlare
della trasmissione ".
Racconta che dopo un bambino nato-morto " senza avere nome nè
essere stato dichiarato in Municipio " ha avuto immediatamente dopo un
altro bambino. " Non ho mai pensato che sostituiva quello che avevo
perduto, ma avevo sempre paura di lui, senza sapere perché ".
Dopo di lui sono nati altri due bambini. Verso il suo ventesimo anno,
il primogenito è entrato in un processo schizofrenico a episodi multipli. E
questa madre pone la domanda: " Il nostro figlio ha creduto di sostituire il
bambino morto? " È evidente che non si può risponderle senza uno studio
approfondito.
Le altre cinque lettere, provenienti tutte da donne, sono più
interessanti e più dettagliate. Le autrici di due di esse hanno chiesto non
solamente di mantenere l'anonimato, ciò che che è comprensibile, ma anche il
segreto, per timore di essere riconosciute da un eventuale lettore, desiderio
che abbiamo rispettato.
Quindi qui non riportiamo che, col loro accordo e un poco riassunto,
le auto-osservazioni delle ultime tre lettere nelle quali noi abbiamo cambiato
qualche dettaglio, cambiamento senza incidenza sulla storia, e dato nomi
fittizi, alla fine di preservare l'anonimato delle autrici di queste lettere. Nella
misura del possibile, abbiamo ripreso gli stessi termini usati (sono tre donne)
e rispettato il loro stile. Non si può che sottolineare, in queste tre lettere, la
ricerca permanente di una identità, il rifugio nella creatività artistica (poemi,
romanzi, pittura, musica) e il timore di un disturbo mentale.

1. MARIE-JEANNE o la sorella in cielo

I due figli di Madeleine, Pierre (due anni) e Marie-Jeanne (3 mesi)


muoiono in un grave incidente, contemporaneamente. Un terzo bambino
nasce dieci mesi più tardi; è una figlia e la si chiama Marie-Jeanne come sua
sorella morta.
" I miei ricordi sono ancora molto chiari e posso dire che speravo
durante la mia gravidanza di dare la nascita a un piccolo bambino. Ma la
nascita di questa figlia non ci ha deluso nè mio marito, nè me (quando si è
subito un tale shoc, la presenza di un bambino bello e ben fatto vi colma
interamente).
La nostra prima parola è stata di ringraziare Dio e di darle il nome di
Marie-Jeanne, non per sostituire la nostra prima figlia, ma perché questa
intervenne " meglio, e oltre dove ella si trovava. Credetemi, se ho subito un
grande shoc psicologico con una perdita della memoria degli avvenimenti
precedenti, questa idea è rimasta interessa in me e scrivendo, la rivedo, 25
anni dopo con molta forza.
Marie-Jeanne non ha mai vissuto da noi con fotografie di suo fratello
e di sua sorella, non è mai stata al cimitero (non potendo, io stessa,
recarmici) perché l'idea che avevo, ancorata nella mia testa, (forse per venirle
fuori e non sembrare folle) è che i nostri figli non erano in quel luogo, e che
la vita non era stata loro tolta, ma si " trovava mutata ". Se mi ricordo
esattamente, credo che ella è stata tanto più facilmente che non possiamo
fare paragoni con sua sorella che non aveva che tre mesi.
Molto raramente abbiamo dovuto parlarle dei nostri primi bambini
perché personalmente, non potevo; è forse un errore da parte mia, ma sono
stata sostituita in ciò dai suoi nonni paterni e materni -molto
drammaticamente-a cui noi abbiamo ridato killer ruolo, rispettivamente di
padrino e madrina di sua sorella.
Un anno più tardi nasceva una sorella, cinque anni dopo un'altra
sorella e, infine, dopo sette anni, un fratello.
Marie-Jeanne ha fatto studi letterari, ha insegnato, poi si è orientata
verso il teatro ed il cinema, scrivendo anche romanzi e novelle. " E' il
bisogno di essere qualcun'altro? " Ha, ugualmente, senso di colpa molto
forte e soffre i moduli c'è estivo del male che possono farle suo fratello e sua
sorella. A momenti di grande gioia e momenti di pena eccessiva, si fa voler
bene da tutti; si direbbe portata dalla grazia. Non ha saputo o voluto "
tagliare il cordone ombelicale " ed è giornalmente che ci fa partecipe delle
sue azioni positive o negative.
Onestamente, posso concludere scrivendo che è stata portata,
allevata e amata in modo diverso da sua sorella e suo fratello attuali, non
sarà questo che per paura di tutto ciò che è negativo e per l'amore sublime
atto della nostra coppia per tutto ciò che è stato positivo.
Dimenticavo, da tre anni, si fa chiamare Maria. Suo padre ed io non
capiamo.
Dobbiamo fare uno sforzo più grande per riconoscerle questa
identità?
Il tono generale di questa lettera mostra una comprensione
intelligente e spontanea del problema e soprattutto che la fede dei genitori ha
permesso loro di " corto-circuitare " il lutto interrotto-con le sue
conseguenze, a volte, tragiche dalla procreazione di un bambino di
sostituzione.
Tuttavia, il fatto di aver messo al mondo un nuovo bambino nei
giorni, settimane o più, dopo il tragico d'eccesso dei due primogeniti traduce
una certa intenzionalità: il posto della scomparsa non è da prendere che
perché che esiste sempre infatti, ma in un'altra parte. Il dare e lo stesso nome
alla nuova avvenuta non fa che trascorre qui la tradizione di mettere un
bambino sotto la protezione del santo patrono.
Lasciare la realtà quotidiana per buttarsi in un'attività dove
l'immaginario gioca un ruolo preponderante, cambiare il proprio nome,
accorciarlo (ciò che i genitori mal sopportano) potrebbe bene, come la
madre venne presume, tradurre per Marie-Jeanne, questo desiderio di essere
alla fine " qualcuno che non sia che me " come dice il cineasta Rénè Féret. A

2. CARLOTTA o l'interim

" I miei genitori hanno avuto, molto giovani, una figlia che non visse
due anni. Si chiamava Marie-Hélène. Mi ebbero un poco tempo dopo. Di lei,
non conoscevo che una foto, e dai miei genitori, che era bella e robusta. Io
notai soprattutto una cosa: che mi assomigliava molto. Non ne parlavano
spesso che io non so veramente ciò che, durante la mia infanzia, potevo
sentire.
Ma da sempre ho il senso di non arrivare a sapere chi sono e cosa
voglio veramente.
Mi sono sposata giovane e qualche anno dopo ho divorziato. Non ho
mai potuto decider mi ad imparare un mestiere che mi piacesse e, a forza di
esitazioni, mi ritrovo con solo lavoro che non volevo fare: segretaria. Inoltre,
da parecchi anni, incapace di restare nel medesimo posto, lavoro ad interim.
Ho lasciato gli uomini che ho amato, forse, per paura della felicità.
Forse non mi sono mai data il diritto di essere felice?
Inoltre, vivo o un po' ai margini. Per me contano solo le mie attività
creatrici: poesie, musica, fotografia, relazioni affettive che ho con alcune
persone.
Da tre anni, in seguito ad una relazione sentimentale collaudata con
un alcolizzato, o iniziato una psicoterapia di un anno che mi ha permesso di
ripartire col piede buono.
Quello che è avete detto durante quella trasmissione radiofonica ha
rischiarato a giorno la mia esperienza. E tutto ciò che mettevo in conto della
mia posizione di primogenita (il senso di essere stata poco amata) forse non
era totalmente imputabile a ciò.
Una cosa mi ha particolarmente scosso, l'analogia tra " bambino di
sostituzione " e " interim ". In " interim " sono sempre una che sostituisce,
come in quella pubblicità che amo poco sull'agente x dove si vede una
segretaria che aspetta un bebè si fa sostituire da un interinale che è il suo
sosia.
Da un po', sono tentata di riprendere gli studi per apprendere un
mestiere inerente alla psichiatria, perché voglio assolutamente cambiare
lavoro. Questa scelta non è sicuramente dovuta al caso, credo che la follia mi
faccia paura e mi affascini.

Di questa lettera, molto spontanea, bisogna ricordare soprattutto il


paragone originale tra il ruolo del lavoratore interinale e quello del bambino
di sostituzione, eterno " tappa buco " del vuoto lasciato dal primogenito
scomparso. Si nota anche l'insoddisfazione permanente, l'attrazione per la "
follia " ella costante ricerca di una identità difficile da trovare, forse perché
fu rifiutata dall'inizio.
Il testo qui sopra è stato sottoposto all'interessata che vi ha apportato
correzioni minime, ma ha aggiunto un complemento interessante di
informazione.
Come abbiamo detto sopra, abbiamo cambiato i nomi. E questa "
Carlotta " scrive: " sono sorpresa per la vostra intuizione (NDLA: che non è
un effetto del caso): il nome di Carlotta che avete usato per sostituire il mio
(ancora una sostituzione) non è altro che il nome di mia nonna alla quale, a
volte, mi identifico un poco, perché la ammiravo molto. Da tempo firmo i
miei poemi e le mie fotografie con CH.D. (Che sono le iniziali del suo nome
e cognome) ". Si ritrova qui, come in Stendhall, e qualche altro, questo
bisogno di pseudonimi. " Ho rinunciato all'ultimo momento a diventare
infermiera psichiatrica: la paura è stata più forte del fascino.
Intanto in un sogno che di riprendere i miei viaggi e girovagare per
attingere materiale per la fotografia, fotografie in bianco e nero che sono
diventate la mia più grande passione ".

3. MARCELLA o la sostituzione dell'eroe

" Sono stata concepita dai miei genitori per sostituire il fratello di mio
padre, morto il giorno della liberazione, all'età di 19 anni, eroe della
resistenza, ucciso da una pallottola in testa. Sono nata due anni dopo la sua
morte. Conosco tutti i dettagli col cuore, non avendo mai smesso, mio
padre, di avvelenarmi l'esistenza con questo passato. Mi portava a vedere
film di guerra, avevo molta paura, mi rannicchiavo nella poltrona e chiudevo
gli occhi; il ritorno nella macchina del nonno era angoscioso al massimo:
pensavo che saremmo stati assaliti per strada da qualcuno; non avevo che
quattro anni. Ero sempre vestita da ragazzo, mutandine rigonfie i miei capelli
erano lunghi, pettinati a coda di cavallo.
Sul camino troneggiava la fotografia (immensa) di questo zio,
intellettuale, faceva del teatro, era molto colto. Non ero lui, non potevo
essere lui, tutti i miei tentativi erano infruttuosi. Quanti rimproveri ho avuto,
colpi, ignobili punizioni, perché bisognava " uccidermi " e io ho
riorganizzato la mia resistenza e la mia operazione sopravvivenza.
In classe, ero un'allieva media; scrivevo bene, ma non con la scrittura
accurata e stilizzata di mio zio. Mi immergerlo nell'immensa cassa/Tesoro
che conteneva i suoi libri, i suoi quaderni, le sue carte. Le cercavo, volevo
impegnarmene. Il mio primo giocattolo mi fu dato da mio padre: un banco
con attrezzi. Restaurato alla casa e voleva obbligarmi ad aiutarlo, costruendo
attrezzi a mia dimensione. Artigiano, sapeva fare tutto. I giochi mi erano
vietati e messi in soffitta, alcuni ci sono ancora. Ma qualunque cosa facessi,
non ero all'altezza.
Ho sofferto e soffrono ancora per questo rifiuto. La nascita di mia
sorella, se gli anni dopo la mia, non ha fatto che aggravare la situazione.
Adolescente, andavo a rifugiarmi in solaio del vicino per respirare un po',
riprendermi, esistere; oppure prendevo medicine, un po' di tutto quello che
trovavo, e ciò mi permetteva di dormire e avere pace. Per fuggire questo
ambiente, mi sono sposata molto giovane, ho avuto tre bambini, oggi
maggiorenni, o divorziato nel giro di qualche anno, mi sono risposata e
nuovamente divorziata.
Sono rimasta ansiosa, scorticarta viva, spesso depressa. La creatività
mi aiuta molto: poemi, scritti, disegni, pittura. Ho aiutato molto gli altri in
attività sociali dove avevo posti di responsabilità, in modo da avere, infine,
una identità e di esistere davanti agli altri.
Anche i miei comportamenti mostravano l'ambiguità che vivevo
dentro di me. Un giorno ero in pantaloni e il giorno dopo in gonna. Avrei
desiderato essere ragazzo, per anni, e mi sono rassegnata alle età di
trent'anni, quando mi sono resa conto che esistevo per me e per gli altri, il
che i acerbo. Ma la mia vita privata è sempre stata un fallimento. In me, sono
ancorati i complessi di colpo al che di intelligenza. Psicoterapia e analisi li
hanno diminuiti e mi hanno rassicurata.
O dimenticato di segnalarvi la mia fierezza verso i miei amici, quando
mostravo, sulla targhetta del monumento ai morti, il nome di mio zio che era
anche il mio.
" Ho provato a dimenticare questi ricordi, ma... "

Si potrebbe discutere il posto di questo caso nella categoria dei


bambini di sostituzione: è concepita dopo la morte di un giovanotto, di sesso
e nome differente, Marcella non possiede tutti requisiti. Ma A.Cain e B. Cain
hanno anche pubblicato casi di bambini destinati a sostituire adolescenti. Fu,
così, il caso di Louis Althusser.
In quanto al sesso che al numeri, abbiamo visto che non è una
necessità assoluta. Al contrario, Marcella è nata due anni dopo la morte di
un giovane zio, eroe venerato dalla famiglia di unico personaggio
apparentemente suscettibile di essere rimpiazzato nel gruppo familiare, il
solo in grado dell'immaginario familiare, di " colmare " il lutto subito. I suoi
desideri contraddittori di identificazione col morto e di esistenza personale,
qui sono flagranti e Marcella sembra aver controllato bene il suo handicap
iniziale.

JEAN-PIERRE o la suspicione illeggittima

Jean-Pierre, avendo preso conoscenza del lavoro che abbiamo


dedicato al bambino di sostituzione, ci scrive spontaneamente all'inizio
dell'anno 1992 per dire che a quel punto si riconosceva miei personaggi di
cui abbiamo pubblicato la biografia studiata sotto questa visuale. Fu l'inizio
di una corrispondenza nella quale è testimoni era una viva intelligenza, una
capacità di introspezione, una finezza e una lucidità nel'auto-analisi, del tutto
ragguardevole. L'osservazione che segue è la sintesi di questo scambio di
lettere, col suo accordo.
Il 14 agosto 1941, un primo Jean-Pierre nasce da un padre figlio
unico di un figlio unico. Gli si dà i nomi dei suoi due nonni paterni. Muore
cinque giorni più tardi. Gli succedono due figlie, due e quattro anni più tardi.
Sei anni dopo, esattamente il 14 agosto 1947, nasce un nuovo Jean-Pierre.
È verso i sette-otto anni, sapendo già leggere sufficientemente, che
scopre sulla pietra della tomba familiare " qui giace Jean-Pierre X... nato il
14 agosto 1941 (proprio come Vincent Van Gogh) " Ho creduto che si era
già previsto il mio posto e mi sono stato sconvolto. Non ne ho compreso
l'importanza che verso i 30 anni, quando mi hanno posto il problema delle
reazioni emotivi dell'oggi che e non potevo non far notare che non potevo
raccontare la mia vita senza mettere in evidenza questo episodio, come un
aneddoto divertente.
Più tardi, mia madre mi ha detto di essersi posta, alla mia nascita, il
problema delle conseguenze psicologiche di questa ripetizione del nome e
aver chiesto consiglio al pediatra che le avrebbe detto che mi sarei divenuto
più forte (francamente non lo ringrazio). Si no all'adolescenza, passo il mio
tempo a giocare solo " con mio fratello " e il mi stupisco un poco che i miei
genitori, che c'erano persone intelligenti, non ne abbiano mai sorriso ".
L'instabilità
Durante tutta la vita Jean-Pierre, oggi a 45 anni, sarà assegnato dal
sigillo dell'instabilità, di solito scolastica, geografica e familiare.
Il suo curriculum scolastico e assai pittoresco: se ne parlerà oltre. I
suoi studi universitari, infatti nella città natale, gli permettono di contemplare
un brillante avvenire. Si sposa a 22 anni, ha un primo figlio a 23 anni, una
figlia a 25 anni. La nascita del bambino è vissuta come molto sconvolgente.
A 26 anni, abbandona i suoi propositi di carriera professionale, sua
moglie e i suoi figli e ricomincia la sua vita in una piccola cittadina distante
circa 40 chilometri da quella in cui era, finora, vissuto. Ci resterà dieci anni
acquisendo di nuovo una situazione onorabile. Si risponda a 32 anni e da
questo secondo matrimonio non avrà figli.
Divorziato una seconda volta, cinque anni dopo, a 37 anni, e va
nuovamente in un'altra cittadina dove, per una terza volta, si crea una
situazione molto soddisfacente sul piano professionale. Si sposa per una
terza volta a 42 anni; avrà allora, molto ravvicinati, un secondo figlio e una
seconda figlia. La nascita di questo secondo figlio della vissuta in modo più
difficile da quella del primo. Scrivere: " la nascita dei miei due figli è stata
laboriosa alla mia età, ciò che non è avvenuto con le mie due figlie ". Fa
notare con un certo umore, che si è sposato in tre riprese con ragazze di 22
anni, sempre gli anni in nove, per divorziare gli anni che terminano in quattro
(almeno le prime due volte...) E aggiunge: " ogni volta provo ad essere un
buon marito, ma senza altro in un modo non convincente". È quello,
senz'altro, un effetto della suspicione: come ci si può credere amato per se
stesso quando sì è un bambino di sostituzione? Sì, io ho confidato in questo
terzo matrimonio, l'ho abbordato dicendomi che, alla peggio, se non Piero
interessante per i miei soldi che la mia posizione, questo costituiva un
elemento probante. E questa riflessione, che umilierebbe più di una persona,
mi ha rassicurato molto ".
Da questa breve biografia, si può dedurre che, condannato a non
essere se stesso, a un non- essere, ha provato (invano, per fortuna) di fallire.
Prima sul piano scolastico, finendo per riuscirci; nonna ha potuto mettere
radici in modo durevole da nessuna parte; non ha potuto essere lo sposo
atteso. E, e malgrado tutto ciò o con capacità intellettuali e professionali
reali ed un evidente desiderio di avere una vita coniugale e familiare normale.
Gli diamo nuovamente la parola: " Ci ho messo anni e anni per
comprendere che questa situazione di bambino di sostituzione non costituiva
che un aneddoto della mia infanzia. Intanto, non vorrei farne una scusa per i
fallimenti della mia vita.
E difficile, allora, trovare il posto esatto di questo problema nelle
vicende della vita.
Al grado di riflessione cui sono giunto, penso che questo fattore
abbia avuto un ruolo maggiore nelle seguenti circostanze.
Adolescenza e scolarità
Ho avuto un'adolescenza che si può definire difficile. Termine, senza
dubbio, un poco esagerato, " a posteriori ". Nella mia famiglia, difficile
significava che ero diventato un poltrone indisciplinato e criticone, quando il
successo scolastico che era l'unico e insostituibile valore riconosciuto da mio
padre. Manifestamente, non ero incline a nulla: ero in una famiglia agiata,
con una coppia stabile, presente e identificata in una fratellanza senza
problemi. Sono sempre stato un ragazzo piuttosto dotato; le mie sorelle tutti
gli anni facevano il concorso generale, spesso con successo.
Ma io riuscivo ad acquisire la notorietà inversa, riuscendo ad essere,
in due anni, ultimo in tutto, salvo nelle due materie che mi piacevano nelle
quali ero primo, essendo uno dei tre peggiori elementi più conosciuti di un
liceo di cinquemila allievi.
Dopo la mia espulsione, il castigo è stato di mettermi in un istituto
religioso molto severo con il le premio di eccellenza come condizione per
uscire. In due anni, ho compiuto una doppia trasformazione: il premio di
eccellenza e tutti i primi premi e anche l'espulsione per indisciplina. Dopo di
ciò sono stato un buon allievo e uno studente volenteroso.
A " posteriori " ciò prova che la mia capacità ad essere così notabile
come le mie sorelle, era ben reale. È lì che penso che il bambino di
sostituzione, abbia un ruolo.
Questo impulso a fare il " piccolo anatroccolo cattivo " ha senza altro
radici di questo genere. Credo l'adolescenza un mezzo per digerire
l'ambivalenza del bambino facendo una scelta attraverso una eliminazione
aggressiva. Penso che volevo eliminare il " primo Jean-Pierre ", il solo vero
Jean-Pierre X, quello destinato ad essere anche primo-della classe-come si
doveva essere nella famiglia X.
Era il modo di collocarmi come non primo (né di nascita, né di
classe).
A " posteriori ", o provato le mie capacità ad essere:
sfortunatamente, la reazione di mio padre sentenziò che per essere amato e
riconosciuto, bisognava essere primo, senza questo non c'era scampo. Non
mi sono mai rimesso. Da tempo, non ho mai amato essere primo. Nei miei
studi, nella competizione sportiva, sono sempre stato secondo, salvo
necessità assoluta. E quando sono stato primo, non ho mai provato
soddisfazione. Anche con le donne, non ho mai conosciuto l'orgoglio virile,
futile e intenso, che gli altri sembravano provare. Quando per " loro " sono
stato un primo, o sempre avuto l'impressione di essere stato uno strumento
più che un partner. Conoscete, forse, la canzone:

Adoro essere dietro con lui che è davanti


Quello che è più grande
Quello che è gigante
Adoro essere dietro
Preferisco essere discosto
Sono l'anti-l'anti-l'antistar
" L'anti-star " (antidivo) è proprio il soprannome che mi danno i miei
allievi.
La morte del padre
A 24 anni, perdo mio padre per una lunga insufficienza renale
cronica. Sono stato molto presente e non ha cantato le mie lodi di figlio
modello!
Il ricordo orribile che ne ho, è quello delle lunghe ore passate al suo
capezzale, a cercare cose da raccontare mentre lui taceva. Credo che
speravo ardentemente che egli mi riconoscesse, ma è morto senza dire niente
ed è lì l'orrore del ricordo. Al suo funerale, una stupida zia mi ha detto: "
Ora sei il capo famiglia ". La mia reazione è stata spaventosa ed ho pianto
come se non avessi mai pianto in vita mia. Nei mesi seguenti, ho fatto, come
valuto " a posteriori " una sindrome depressiva e una forza, a quei tempi
incomprensibile, che mi ha portato a rinunciare alle mie legittime ambizioni,
a lasciare la mia famiglia e la città, partire lontano, senza un soldo, con la
certezza che era, inspiegabilmente, il solo modo di " salvare la pelle ".
In breve, ritornava l'indisciplinato. (Nota a margine: Ho sbagliato a
scrivere " indisciplinato " è tutto dire!)
Come sia, i genitori sono propri soldi a stampare l'identità di un
essere all'inizio dell'adolescenza. In seguito no ho fatto di tutti i miei padroni
(datori di lavoro?) Dei padri di sostituzione ed ho, ancora oggi, come unico
amico un uomo di ottant'anni che ha fatto da padrino a mio figlio, ultimo
nato. E anche la lunghezza di questa lettera prova che questo punto del
problema non è stato sistemato e non lo sarà mai pulito.
La nascita dei figli
Ho avuto un primo figlio a 23 anni, e ne sono stato molto contento, e
sono stato anormalmente attento accanto a lui. " A posteriori " in forse
avevo paura che mi uccideva. Infatti, è mio padre che è morto l'anno
seguente, poi, a 25 anni, ho avuto una figlia. Questo avvenimento di
filiazione e triplice.... è stato spossante, ed è a quel punto che sono partito.
L'ho fatto con la certezza, come ho già detto, che non avevo che questa
possibilità per " salvare la pelle ", ma è una responsabilità che mi tormenta
ancora oggi, adesso che questi ragazzi sono degli adulti e mi manifestano il
loro attaccamento. Al di fuori di questo problema morale, questa partenza fu
in successo, perché, lontano da questo contenitore mascherato che è la
famiglia, ho potuto ritrovarmi.
Non saprei spiegare con precisione il fenomeno. Tutto ciò che sò è
che era una domenica mattina di primavera. Mi sono trovato solo in un
piccolo studio. La mia finestra dava su un cortile polveroso limitato del
dietro da una fabbrica di " bidet ". Due bambini sporchi giocavano a
torturare modo sadico una cavalletta. Un vero Murillo dei tempi industriali!
E in quel momento, ho sentito in me una quiete, una serenità che non avevo
mai conosciuto, come la fine di una lotta. Da quel giorno, le persone hanno
cominciato a cercare la mia compagnia, come fossi diventato centri in petto;
non ne so di più, ma quel momento era l'avvento di un altro, una
conversione, nel senso proprio del termine.
Da allora, mi è difficile essere veramente felice, ma mi è ancora più
difficile essere veramente triste. Se c'è una forza racchiusa nel bambino di
sostituzione, secondo me, è quella: se gli elementi valorizzanti sono sempre
meno che per l'altro, perché c'è sempre il dubbio che fossero destinate a voi,
allo stesso tempo le capacità per digerire i fallimenti sono immense perché in
partenza li si vive come momenti inesorabili ed espiatori. Ora, digerire i
propri successi è una forza molto grande.
A 33 anni, mi risposo. Il matrimonio è stato un rapido fallimento. " A
posteriori " so che è un fallimento che, in qualche modo, cercavo, senza altro
per espiare il primo insuccesso. Da tempo, non mi è stato difficile espiare, e
mi sono sposato nuovamente a 42 anni. E ho avuto, nuovamente, due figli.
La nascita di questi ultimi due, 20 anni più tardi, è stata una
emozione infinitamente grande, più di quella dei primi. Era perché
ero ...................... o perché erano secondi.
L'arrivo del secondo figlio è stato difficile. Una sensazione di
spossatezza, una difficoltà ad attaccarmi, incubi nei quali gli facevo buchi
nella testa.
Tutto sì è placato quando ho capito che davo a questo bambino
progetti di morte orditi contro di me, dato che era, anche lui, il secondo del
primo. Questa paura del figlio, ripetitiva, e senz'altro una costante del
bambino di sostituzione.
Il sospetto illegittimo
Voi sostenete che il bambino di sostituzione si crede colpevole di
morte involontaria, ed è in questo che questo senso di colpa è particolare: è
una morte " preterintenzionale " come dicono i giuristi. Una morte "
preterintenzionale " immagina, di conseguenza, nessuna richiesta di fuggire
al castigo imminente, anche isolandosi:
" L'occhio era nella tomba e guardava Caino "
Essere bambino di sostituzione, e meno sentirsi in colpa di un
omicidio che sentirsi sospettato di omicidio. La differenza, forse, è tenue, ma
ha la sua importanza, perché è la base della persecuzione. Si è nella
situazione di colui che è stato condannato per omicidio, poi riabilitato. Non
c'è mai una riabilitazione al 100%. Si sente sempre una suspicione nello
sguardo degli altri, è diffamato da un processo immaginario avvenuto prima
di se, ci si ribella, e questa ribellione è incomprensibile per l'entourage, e dal
cosciente. Si cerca di cancellare questa macchia distruggendosi (depressione)
o ritirandosi (isolamento).
Ma a chi se ne vuole? Ai propri primogeniti, certamente, a quelli che
vi hanno condannato, o al minimo sospetto, anche prima di essere la per
difendersi. E si sogna di essere un altro, libero da questa tara, ed è la che
risiede il legame con la psicosi.
Se devo fare un paragone, questo non è che con i sopravvissuti di
una guerra o di una catastrofe, ma senza altro con il figli di grandi criminali,
o di Hitler, se ne aveva, o di Stalin o di Gilles de Rais. Innocenti, certamente,
ma con nomi difficili da portare. E anche cognomi. E' una " identità "
difficile... ed ineluttabile.
Bisognerebbe studiare queste difficoltà di essere figli, perché è
evidente che il primo responsabile non è la madre, ma il padre che dà il
cognome, soprattutto per un ragazzo.

I sei morti viventi


Se si considera il criterio di " bambino di sostituzione " fin dalla
ricevimento delle osservazioni cliniche dei malati psichiatrici, è probabile che
se ne troverà un numero sostanziale e che questo aspetto chiarirebbe alcuni
aspetti della patologia mentale dei malati presi in cura.
J.-G. Veyrat ha collaborato a diverse parti di questo lavoro e ci ha
aiutato molto utilmente con le sue scoperte e riflessioni. Ci ha comunicato il
riassunto di sei osservazioni di bambini di sostituzione, può rotanti tutti lo
stesso nome di un bambino morto (in quattro casi, dello stesso sesso, in due,
di sesso opposto) particolarmente illustrativi.
1.Renelle, 31 anni,............, sposata, due figli, consulta per emicranie
ostinate, e iniziata è alla nascita del primogenito, e per una grande labilità
timica e caratteriale, con idee ossessive di gelosia. La minima contrarietà, la
minima frustrazione, sia professionale che familiare, è percepita come un
rifiuto affettivo, e rimette in questione anche la sua esistenza. Ha già tentato
diversi suicidi gravi (ossido di carbonio, 3 Cl etilene, medicine diverse).
Preferisce parlare al presente, annegando nelle quotidiane, come gli
psicosomatici, più vicina all'idea dell'operazione che dei meccanismi nevrotici
analizzabili.
Sarà solo tre anni più cara lì che comincerà a parlarci della sua
infanzia infelice, perché:
- suo padre non l'amava e la picchiava, minacciandola anche una
volta di " metterle le trippe al sole " perché frequentava un ragazzo, a 17
anni, finendo per farle sposare un cugino, qualche anno dopo, che non
lasciava parlare;
- sua madre che aveva avuto nove figli, oltre a numerosi aborti, le
avrebbe certamente " concesso tutto ", se avesse potuto;
- era il " soffri-dolore " di tutta la famiglia, di solito di sua sorella che
le " affondava la testa nei suoi panni bagnati di urina ";
- e, soprattutto, e finì per raccontarci la storia dei nonni nella sua
famiglia: sua madre aveva perso una figlia prima di lei, chiamata René; e la
sua madrina che aveva voluto distinguerla, ha chiesto alla madre di non
chiamarla René, ma Renelle.
Ma c'è di più. La madre ha perso anche due gemelli prima di lei, ciò
che non aveva stupito nessuno in famiglia, perché tutti bambini morivano
prima e dopo di lei, fino a quando qualcuno ebbe la felice idea di dare a uno
di essi un nome femminile: e così che Renelle a un fratello che si chiama
Francia ed è il solo che sia sopravvissuto. Tutta la famiglia trova questo
normale e logico.