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MARIA VALTORTA

AUTOBIOGRAFIA
Quale titolo dare a questa storia vera?
Quello di un fiore. Di quale fiore? Al
tempo in cui io sono nata il
biancospino spruzza di neve viva le
siepi fino allora brulle, ed i suoi
fioretti, candidi come piuma perduta da
colomba in volo, carezzano le spine
rosso-brune dei suoi rami. In certi
paesi di Italia chiamano il biancospino
selvatico Spina Christi e dicono che
la corona spinosa del Redentore era
fatta di questi suoi rami che, se
torturanti per la carne del Salvatore,
sono protettori dei nidi che nuovamente
s'empiono di pispigli e d'amore. Ai
piedi
del
biancospino,
fiore
quaresimale nella veste e cristiano
nell'umilt, odora mite la violetta... Un
odore pi che un fiore... un lieve e pur
penetrante odore, un umile e pur tenace
fiore che di tutto si accontenta per
vivere e fiorire. Vorrei chiamare questa vita col nome di uno di questi due fiori e
specie della violetta, che vive nell'ombra ma che sa che su lei splende il sole per darle
vita e calore. Lo sa, anche se non lo vede; e odora, esalando tutta s stessa in incenso
d'amore, per dirgli grazie. Io pure, anche se paio dimenticata dall'eterno Sole, so e l'anima non dice il suo segreto regale - che Egli, il mio Sole, su me, e con tutta me
stessa esalo il mio cuore a Lui per dirgli: Grazie di avermi amata!.
PARTE PRIMA
Non con la mia parola ma con quella di Ges inizio la narrazione della mia vita.
Questo per obbedire ad un desiderio espressomi da Lei, ( il Padre Rumualdo M.
Migliorini - 1884/1953 -, dellOrdine dei Servi di Maria, direttore spirituale
dellinferma Valtorta dal 1942 al 1946) desiderio che non discuto anche se, a mio
modo di vedere, non trovo molto utile e soprattutto molto piacevole, n per me n per
Lei, questa narrazione. Lei un maestro di spirito, dunque se trova giusto che io le
faccia conoscere la mia vita segno che giusto. Avanti dunque con sincerit, con
umilt e con pazienza... Dipanando il filo della mia vita, e dipanandolo a ritroso, mi
sar un conforto e un dolore perch lungo il filo, come perle su un rosario, trover
gioie, dolori, colpe, perdoni, speranze, e le pietre nere del dolore saranno molto
numerose rispetto a quelle d'oro della gioia, cos come le pietre grigie delle mancanze
saranno molto pi numerose di quelle candide del bene. Pazienza, ripeto. Cos,

facendo l'inventano della mia esistenza, distrugger completamente quel resto di


orgoglio umano che cos duro a morire nei cuori - peggio di una gramigna - e
sempre tenta rimettere radici e steli. Creda per che l'inventano sar sincero, spietato
verso me stessa come lo il coltello di un chirurgo sulle carni malate e... mi fido della
sua bont che non mi caccer dal suo cospetto ma mi ripeter le parole del Perdonatore
divino notando che io pure ho molto amato, senza mai misurare quanto di sacrificio
poteva impormi il mio amare e perci, per la mia generosit che tutto calpestava per
amore, anche s stessa e il suo umano bene, Dio molto mi perdoner. Nella colpa
sono nato e nel peccato mi ha concepito mia madre, dice il salmo. E questa la sorte
di tutti i nati di donna, e la colpa, per quanto lavata dal battesimo, resta larvata in noi
suscitando ritorni di male finch la vita in noi. Come certi mali orrendi, vinti da
fortunate cure, ma non mai cancellati del tutto e sempre pronti a rigerminare se non si
tengono continuamente in freno con mille attenzioni. Io sono nata il 14 marzo 1897 a
Caserta. Nascita molto contrastata fin dal suo inizio, e gi mio padre si era rassegnato
a piangere sul mio cadaverino condannato prima di vedere la luce. Povero pap mio!
Non gli ho dato mai dispiaceri voluti e questo il mio conforto, il conforto che mi fa
alzare gli occhi in alto, cercando il mio caro pap nella pace di Dio. Ma gli sono
costata lacrime nel mio apparire e nel suo disparire. Allora dovevo esser morta ed egli
piangeva. Mentre, quando era egli prossimo a morire, io ero gi tanto malata da
angustiarlo fino ad accelerare la sua morte! Dovevo esser morta nel nascere a detta dei
medici. Invece, per quanto non curata, come essere gi estinto, ripresi da me lena e
respiro e gettai il mio primo lamento. Non ebbi cure di mamma. No. La vita in comune
fra me e mia madre fin dal momento in cui io nacqui. Non si perpetu per altri mesi
attraverso il dolce legame del cibo che latte, che sangue, che vita trasfusa da
madre a figlio. Una mercenaria fu mia nutrice. Dicono alcuni fisiologi che la creatura
lattante, cos come assorbe le malattie attraverso il latte della nutrice, cos pu prendere le tendenze morali. una opinione che molti ammettono, altri negano, come
viene negata e ammessa alternativamente l'opinione che la terra dove nasciamo
imprima in noi un carattere indelebile. Io non mi addentro in questo pro e contro. Dico
solo che, per mio conto, trovo che non indifferentemente io nacqui da genitori
lombardi, in Terra di Lavoro, nella Campania assolata, festante, opima e ricca di virt
e di difetti come poche altre terre, e ancor meno indifferentemente succhiai, sebbene
per pochi mesi, il latte di una donna di laggi, e una donna, per giunta, che era il vero
emblema di quelle terre per tutto quanto si riferisce a passionalit selvaggia e sfrenata.
Piccina, un pulcino dagli occhietti appena aperti, dovevo poppare, digerire, dormire al
suono, al ritmo e allo sconquassio delle pi indiavolate tarantelle con
accompagnamento di nacchere o di tamburello... e mia madre, nonostante la sua
autoritariet, doveva tacere e lasciar fare perch Teresa, la nutrice, diceva che se non
cantava, suonava e ballava si immelanconiva e il latte ne soffriva. Credo che Teresa sia
stata l'unica persona che abbia saputo imporsi a mia madre! E poco male sarebbe stato
se tutto si fosse limitato a danze e suoni. Ormai io, povero pulcino, m'ero abituata a
quella fiera perpetua. Ma c'erano le passeggiate... sempre per il latte, naturale! E non
erano passeggiate platoniche, purtroppo. Subito dopo il battesimo, avvenuto con
grande pompa non so di preciso quanti giorni dopo la nascita, ma non certo troppo
sollecitamente perch si attendeva che mia mamma stesse meglio, Teresa aveva

intrapreso le sue passeggiate con la piccerella, per la salute della piccerella.


Povera piccerella! Se avesse potuto parlare ne avrebbe dette di curiose! Teresa
scendeva per via Giovan Battista Vico, in gran pompa, con me sulle braccia, passava
davanti al Palazzo Reale, filava per lo stradone di S. Nicola e gi, verso la campagna.
In cerca di aria e di sole? No, di cose ben pi illecite. Sicura che mamma non l'avrebbe
sorpresa perch non si curava di tanto, sicura che papa non l'avrebbe scovata perch
occupato nel Reggimento, Teresa si abbandonava al suo istinto di Eva campagnola. E
qui, se fossi nata nel medioevo, potrebbe intessersi la leggenda. Io venivo deposta fra i
solchi del grano frusciante, sulla terra gi tutta una vampa, sotto al sole torrido di Terra
di Lavoro, e restavo l una, due ore, con unici compagni i ramarri, le api, le farfalle e
gli uccelli che, insieme al grano frusciante, mi cantavano la ninna nanna. Potevano
venire vipere, cani randagi, altre bestie nuocerm, poteva il sole dardeggiante
uccidermi, cos tenerella come ero. Ma non accadde mai nulla. L'angelo di Dio che
m'aveva in custodia mi faceva velo al troppo sole con le sue ali paradisiache e fugava
col suo aspetto tutte le cose nocive. Restava solo una gran fame, perch il latte, con
quella vita e le sue conseguenze, se ne era andato e io venivo ingozzata come un pollo
con granturco bollito, con frutta schiacciate e simili delicatezze che farebbero
inorridire un pediatra. Tornavo a casa strillando lo stesso, ma insomma... di fame non
morivo. Cos per quattro mesi, dall'aprile alla fine di luglio; poi, finalmente, mia
mamma venne messa sull'avviso da un buon uomo di vetturino che aveva sentito i
miei gridi disperati e m'aveva scovata in mezzo a un campo di pomidori. Furie
materne, furie della nutrice e furie del medico che trov la donna prossima ad esser
madre di un nato illecito. E io affamata, urlante, venni affidata a due caprette, molto
pi materne con me di Teresa. Delle volte penso che le poche stille di latte succhiate
da quella donna lussuriosa abbiano lasciato il loro segno di passionalit in me. E meno
male che sono state poche stille!!! Certo che io, nata dal pi placido degli uomini e
dalla pi frigida delle donne, ho una psiche ben diversa e, se la bont di Dio e l'educazione religiosa avuta in ottimo collegio non avessero provveduto a modificare la mia
natura, io avrei potuto essere una disgraziata senza freno. Ma anche certo che questa
passionalit, deposta in me da coincidenze fortuite quali sono la terra dove nacqui e la
donna che mi allatt cos malamente, o venuta a me da origini lontane per discendenza
da qualche mio avo dotato del mio stesso carattere, furono e sono cagione di non
poche lotte e non poche sofferenze per me. Le due nature, dir cos, che erano in me:
quella ereditata dai genitori - natura compassata, placida, metodica, tutta lombarda urtava contro quella succhiata dal sole, dall'aria, dal latte meridionale. L'una freddina e
chiusa, l'altra ardente e espansiva, sempre in lotta fra loro perch la prima imperava
sulla mente ed era prepotente, sempre pi prepotente perch spalleggiata e di continuo
aumentata dall'educazione familiare, e l'altra urgeva nel cuore ed era una vera fame,
una vera sete, una vera nostalgia di affetti, di amore, un bisogno di amare e di essere
amata con passione, con fedelt, con dedizione. Potrei dire di me che ero come un
vulcano dalle pendici coperte di neve perpetua che ne cela i fianchi ribollenti di fuoco
sotto una spennellatura di ghiaccio. A volte, a intervalli, il fuoco del cuore, troppo
compresso, esplodeva in improvvise, incontenibili eruzioni che sconvolgevano,
arrossavano, liquefacevano la gelida neve esterna. Ma poi la mano ferrea
dell'educazione familiare e una naturale ritrosia, una timidezza innata, un vergognarmi

della mia tendenza mi ricopriva di compassatezza fino a farmi apparire fredda,


indifferente, calma. Calma!... Ma torniamo all'infanzia. Si dice che i caratteri si
delineino fin dai primi giorni di vita. Ebbene: io mostrai subito un lato, potrei dire il
pi essenziale, del mio carattere. Quello della fedelt a quanto amo. Teresa mi aveva
dato ben poco! Avare e venefiche stille di un latte che non era pi latte, pericolosi
abbandoni su zolle campestri; m'aveva turbato organi, psiche, sonni, digestioni con la
sua eccitata frenesia di impudica sempre agitata dalla sua sete di illeciti amori, dalla
tema d'esser sorpresa dal marito o dai padroni; eppure io, con il mio cuoricino appena
nato, le volevo bene, un bene rudimentale come quello del cucciolo verso la femmina da cui trae alimento e calore, ma un bene sempre. E fui fedele a quel mio primo
amore. Cacciata Teresa, io rifiutai ogni altro seno di donna e rasentai la morte per
inedia perch respingevo con un'ira disperata ogni mammella che mi venisse offerta...
Preferii arrendermi al belare affannoso delle due caprette... Sentivo forse di gi che
nella mia triste vita avrei avuto conforti da Dio solo e, dopo Dio, dagli animali e dalle
cose create da Dio eterno? Chiss! Certo si che, se fra me ed i miei simili ben pochi
e buoni furono i contatti ed ebbi dal prossimo molto a soffrire e poco a trarre conforto,
dalle umili creature minori, dai fiori, dall'erbe, dal sole, dagli astri, dal mare
testimonianza di Dio, dalla natura suo poema io ho tratto sempre forza e pace. Rimasi
a Caserta fino al mio diciottesimo mese; poi mio padre venne trasferito, col
Reggimento al quale apparteneva, a Faenza. Dal sole del meridione al ghiaccio delle
Romagne! Io che avevo, posso dire, tratto vita nei miei primi quattro mesi di vita dal
sole che mi fasciava di splendori e mi teneva in vita, dal sole che era per me nutrice...
Perdetti in uno quel sole e le mie due caprette, e dicono che la mia accorata ricerca di
queste due cose fosse veramente commovente. Detti qui la seconda prova di fedelt
negli affetti. Non presi mai pi latte. Il mio stomachino non volle pi digerire latte che
non fosse di capra e, dato che di capre a Faenza non ve n'era traccia, non pi latte.
Punizioni, lusinghe, tutto era inutile perch non era capriccio il mio. Era una necessit
fisica che mi impediva di digerire il pesante latte di mucca. Intristii per il freddo... Ne
ho sempre sofferto fino ad essere ostacolata nel mio crescere. Intristii per la perdita del
mio alimento prediletto. E intristii per una troppo rigida educazione che gi si
accaniva su me in cos tenera et. Mia nonna - la mamma di mia mamma, il mio
angelo - ci aveva lasciati per tornare presso il marito accasciato per la perdita di un
figlio diletto, ucciso in quarantott'ore da una meningite. Ed io ero rimasta con pap e
mamma. Mio pap era il mio protettore, il mio innamorato, quello che mi capiva e mi
rendeva felice. Ma mio pap fra le tattiche, le esercitazioni, i doveri di caserma, era via
quasi tutto il giorno. Lo vedevo per brevi momenti a mezzod, perch al mattino,
quando lui andava in quartiere, io dormivo ancora; a sera, quando finalmente tornava a
casa e l'avrei potuto godere, io dovevo essere a letto. Solo alla domenica pap era mio
per tutto il pomeriggio... e le domeniche erano perci per me sempre solari anche se
l'acqua o la neve facevano di Faenza un paese nordico. Mia mamma invece era sempre
in casa... Gi sofferente di fegato, era come la grande maggioranza dei malati di
fegato... Insegnante, prima delle nozze, era rimasta l'insegnante con tutto quanto
questa professione ha di disciplina, di autoritariet, di pedanteria. Donna perfetta per
tutto quanto era dovere di moglie e di donna di casa, e anche di donna di societ, non
addolciva la sua perfezione nel dovere con quella dolcezza nell'amore che rende cos

piacevole il convivere. Era ed : il dovere. Credo che tutti quanti hanno avuto da lei
del bene, perch del bene ne ha certo fatto - suo marito, io, sua madre, il fratello
rimastole, i cognati, i dipendenti, gli amici - avrebbero preferito ricevere da lei molto
meno di tutto quanto essa ha dato loro per dovere, ma di averlo ricevuto con
l'addizionale di un poco di amorosa indulgenza. Invece l'indulgenza e lei sono due
termini inconciliabili, due nemici perpetui. Credo che ella creda di diminuirsi amando
ed essendo indulgente, voglio dire amando apertamente senza tormentarsi e tormentare
col mettere degli odiosi e respingenti bavagli alla sua carit di figlia, di madre, di
sposa, di parente, di amica, di padrona. A un tal carattere aggiunga Lei l'irascibilit del
male epatico, allora molto serio, e calcoli l'entit esatta di quel che fosse il sistema di
mia madre con tutti. Ho conosciuto insegnanti che erano indulgenti, come ho conosciuto malati gravi di fegato che erano dolci... ma sono le eccezioni. La regola ben
diversa, e mamma era nella regola. A mala pena sapevo distinguere gli oggetti, a
malapena trotterellavo sulle mie gambette infantili e a fatica spiccicavo le prime
parole, ma tutto era gi regolato con una disciplina rispetto alla quale quella del mio
collegio mi un carnevale. Eppure era un collegio severo. Dovevo distinguere il bene
dal male... e non avevo neppure due anni! Mi pareva d'essere sempre in procinto di
precipitare in un abisso e tremavo, tremavo, tremavo. Guai a sbagliare! Ma anche se
non si sbagliava, il guai c'era sempre. Lasciavo cadere un giocattolo? Guai!
Spostavo una seggiola facendo rumore? Guai! Gettavo uno strilletto per giuoco? Guai!
Volevo scendere in giardino per sgranchirmi? Guai! Volevo andare in braccio a pap,
all'attendente che mi voleva cos bene, alla donna di servizio che era un angelo, tanto
angelo che Dio la volle nel suo paradiso? Guai! Chiedevo a mamma un bacio? Guai!
Avrei preferito andarle in grembo come tutti i bimbi con la mamma e non starle
davanti come scolara in castigo, ripetendo a fatica parole francesi che dovevo imparare
a masticare insieme alle italiane? Guai! Supplicavo che non mi venisse dato il latte che
mi faceva star male? Guai! Sempre guai! Per il latte ci pens il dottore e lo proib. Che
Dio gli dia pace per questa sua pietosa intercessione! Ma per tutto il resto, il guai
restava. Per fortuna c'era pap. Egli, appena poteva, mi portava con s, in caserma a
vedere i bei cavalloni che mi piacevano tanto, per le strade di campagna, e apriva la
mia mente al bello e alla lode di Dio che, mi diceva, aveva fatto tutto per gioia nostra.
Oppure mi faceva giocare in giardino. Ero innamorata di pap mio. Gli dicevo tutto,
gli chiedevo tutto e lui tutto ascoltava, e lui a tutti i miei perch rispondeva
esaurientemente e pazientemente; e non era cosa da poco perch ero, fin da piccina,
una fine osservatrice e una pensierosa meditatrice, e non mi mettevo quieta finch non
sentivo che mi si era risposto con verit ed esattezza. Ho imparato tanto da mio pap
che poi lo studio non mi fu mai fatica. Tutto: storia, geografia, botanica, zoologia,
leggi che regolano il moto degli astri delle acque, arte che abbella le nostre citt, le
nostre chiese, le nostre gallerie, tutto entr in me senza fatica, come una bella fola,
attraverso le parole di mio padre. Egli non mi tratt mai da bimba rispetto
all'intelligenza, ma fu per un maestro di una bont suprema. Io mi sentivo sicura con
lui, mi fidavo di lui, delle sue parole, del suo affetto, della sua comprensione. Ho
cominciato a capire ben da piccina cosa vuole dire Dio Padre solo guardando a
mio padre. La misura della bont, del sapere, dell'amore di Dio-Padre, io l'ho avuta
paragonando il padre mio terreno al Padre mio celeste. E ho amato Dio perch ho

capito cosa vuol dire essere il Padre.,Mio pap non mi tratt mai da bimba rispetto
all'intelligenza, e questo dava noia a mia mamma che aveva un altro concetto
educativo. Ma viceversa, anche fatta io donna, e donna adulta, mi tratt sempre come
una bimba rispetto alla purezza. Che rispetto di me! Che cure perch nulla potesse
offuscare l'anima della sua Maria!!! Povero pap mio! Mio primo profondo amore!
Avevo per lui un attaccamento superiore alla mia et cos piccina. Gli dicevo sempre:
Io star sempre con te!, e lui di rimando: Ma tu ti sposerai e allora andrai con il tuo
sposo (fin da piccina per me le spose erano qualcosa di regale, di celeste!...). Ma io
rispondevo: No, io sposer te e star con te solo, e lui, alludendo alla sua precoce
calvizie che gi diradava i suoi bei capelli morati e ricciuti, mi diceva ridendo: Ma io,
quando tu sarai grande, da manto, sar pelato e tu non mi vorrai pi. Io rispondevo
con una piroetta, un salto, un abbraccio pi stretto: Per regalo di sposa ti regaler una
parrucca (una "paucca", dicevo) e la pelata non si vedr pi. Avevo meno di tre anni
allora, ma ragionavo cos e me lo ricordo perch ho una memoria nata molto presto.
Ho ricordato anche di recente a mamma abiti suoi di quel tempo, avvenimenti di quei
giorni che lei, per la loro pochezza, aveva dimenticati. Ricordo benissimo Faenza cos
come era nel settembre 1901, quando la lasciammo per venire a Milano. Ma prima di
parlare di Milano devo dire che nel dicembre 1899 mio nonno materno mor di
peritonite fulminante. Era il 17 dicembre 1899. Una giornata di neve degna della
Russia. Qualcosa come ottanta centimetri di neve per le vie. La cittadina silenziosa,
morta sotto la bufera gelata. E noi a piedi verso la stazione. Io in braccio a pap, se no
la neve m'avrebbe ingoiata; mia mamma in lacrime a braccio di sua zia, in lacrime
essa pure. Un triste viaggio verso Mantova, sperando di trovare nonno vivo. Poi a
Codogno l'improvviso cedere del cuore della prozia mia... Arrivammo con una
moribonda nella casa dove gi era un morto. Mia mamma fra i due dolori si ammal di
itterizia e fu in fine di vita. Io spaurita, spaesata fra bare e agonie, fra lacrime e funerali; pap che provvedeva a tutto, sempre paziente e amoroso. Poi il ritorno a Faenza con
nonna, l'angelo che tornava per stare con noi fino alla sua morte. E allora ebbi due
amori e due conforti, finch nel settembre del 1901 lasciai la mia puerizia a Faenza e
andai a Milano.
Il primo incontro.
Giunti a Milano nel settembre, prima cura di mamma fu di cercare un istituto per me.
Avevo quattro anni e mezzo, ero molto timida. Lo ero divenuta a furia d'aver paura di
sbagliare e di incontrare il guai materno. Ero sana ma molto soffrivo del clima
rigido e umido di Milano. Sarebbe stato bene tenermi ancora per casa, molto pi che
ero sola e perci... davo poca noia. Ma mamma, che sognava di fare di me un Pico
della Mirandola in gonnella, mi port a scuola. All'asilo, naturalmente, e precisamente
presso le Suore Orsoline di Via Lanzone. All'asilo ero... un'aquila rispetto alle altre pi
vecchie di me. Sfido io! Sapevo gi leggere tutto l'abecedario e scrivere vocali e
consonanti, senza contare che parevo una cocorita col mio ciangottare il francese
pieno di erre che allora mi piacevano tanto!!... Le Suore erano molto buone e anche...
molto belle. Non rida. Ora ammiro pi l'interno che l'involucro e di una persona guardo solo il suo sguardo e la sua anima che, del resto, balena dallo sguardo, e mi basta
siano belli l'anima e lo sguardo che ne specchio. Ma da piccina e anche fino ai miei

vent'anni ero un po' tanto pagana e volevo bene solo alle cose belle, alle persone belle.
Ero una grande originale, non le pare? Le Suore erano molto belle e perci le amai
subito. Suor Bianca, la Superiora, pareva un vaso di alabastro acceso da una interna
luce d'amore. Suor Fulgenzia, la mia Suora, era fulgida come il suo nome. E buone,
buone, buone! Andavo dunque all'asilo molto volentieri... meno il primo giorno per,
perch nonostante i suoi paurosi guai io amavo intensamente ed amo mia mamma e
sono sempre stata una mendica alla porta del suo cuore in attesa di carezze... Perci il
primo giorno, quando la dovetti lasciare, feci... il diavolo a quattro. Strilli, calci, pugni,
morsi, sgraffi... distribuii di tutto in larga misura. Teresa, la nutrice pazza, risorgeva in
me con le sue furie paurose. Ma a sera mi ero gi affezionata alle buone Suore e le
baciai con amore. Il giorno dopo tornai serena all'asilo. Era una festa per me andare l,
trovare carezze, lodi, premi e tante bimbe con le quali poter giocare. Giocare! Con
delle quasi sorelline! Che gioia! Bisogna esser stati figli unici e tenuti come lo fui io
per capire cosa sia la maledizione d'esser unici figli. Ma lasciamo questo argomento
che non importante nella mia narrazione. Le Suore erano dunque belle e buone. Ma
l'Istituto era brutto, tetro, antico. Oppresso fra le case della vecchia Milano e la
Basilica di S. Ambrogio, aveva poca luce, un piccolo giardino verdognolo fin nelle
pietre, cortili da monastero, scuri corridoi e una cappella... da tempo di catacombe.
Pure andavo volentieri all'Istituto. Fra l'altro mi accompagnava spesso mia nonna. Che
festa camminare con lei, sola con lei che mi amava tanto e che ogni volta mi lasciava
all'Istituto con tanti baci d'addio e con il contentino di un frutto, di un confettone, dati
oltre alla refezione portata da casa e, quello che me li rendeva ancor pi buoni, senza
che mamma lo sapesse e lo proibisse. Povera nonna! Non l'ho mai tradita dicendo a
mamma le sue... disubbidienze agli ordini di sua figlia! Lei, la nonna, non mi diceva
nulla, ma io capivo istintivamente che se avessi parlato nonna avrebbe avuto dei
rimproveri, e serbavo il segreto. Ho imparato molto presto a serbare i segreti, a
riflettere su quel che prudente tacere! Nell'Istituto trovai Dio. Pap e la nonna mi
parlavano di Lui, mi facevano pregare, mi portavano in chiesa. Ma io incontrai il volto
di Dio e il suo amore nell'Istituto. Il primo incontro vero e proprio e incancellabile. Le
buone Suore, e specie la nostra Suor Fulgenzia, ci parlavano di Dio con parole atte alle
nostre piccole menti. Ci narravano di Dio l'opre stupende, ci descrivevano gli
attributi della divinit e infondevano in noi il santo timore di Dio. Dio ci vede
sempre, Dio sempre presente, nulla gli nascosto, Egli dapertutto. Quante volte
ho udito queste parole! Avevamo, nella nostra scuoletta di lavoro - e il lavoro era
imparare la maglia facendo certe... corde dure e sudicie che parevano aver servito ad
accalappiare mille cani randagi - avevamo delle seggioline di paglia e colla spalliera di
legno che terminava in due specie di pigne. Mi par di vederle ancora! Io, con la mia
fede assoluta nelle parole della Suora, credevo fermamente che Dio... fosse dentro a
quelle due pigne e gli chiedevo scusa di voltargli le spalle... Santa semplicit
dell'infanzia, che fa scorrere un sorriso nei Cieli e davanti alla quale angeli e patriarchi
sinchinano riverenti. Almeno lo penso io. E l'Angelo custode? Nel giardino, cos tetro
e verdognolo, vi era una grotta con dentro l'Arcangelo S. Michele, credo, perch aveva
la spada in mano. Un angelone gigante per noi cos piccine!... E la Suora ci portava l
davanti e ci diceva che un angelo cos, ma ancor pi bello, era sempre al nostro fianco
e bisognava esser buone se no lui si copriva il volto con le sue belle ali e piangeva...

Ma poi, pi di queste due prime conoscenze col soprannaturale, quello che pi di tutto
mi faceva palpitare il cuore davanti all'ineffabile mistero della bont divina era il
Cristo deposto della Cappella. Era sotto l'altare maggiore. Doveva essere un'opera
d'arte molto antica e certo meritevole, perch aveva un verismo fin troppo
impressionante. Cos e non diversamente doveva essere il Cristo quando le mani
pietose di Giuseppe e Nicodemo lo schiodarono dalla croce per deporlo nel grembo
della Madre. Grande al naturale, aveva i tratti stanchi di chi mor fra mille spasimi e,
nelle membra rilasciate nell'abbandono della morte, tutte le piaghe, le sferzate, le
trafitture, le contusioni di uno seviziato come lo fu il Salvatore prima della
crocifissione. Impressionante dico e ripeto, e molte mie compagne piangevano di
paura quando ci portavano l a vederlo e a pregarlo. Io non piangevo di paura ma
tremavo di compassione. Io che fin da allora non potevo veder soffrire nessuno,
neppure un pollo, e che mi sentivo ripetere che quel povero corpo era quello di Ges e
che cos l'avevano ridotto i nostri peccati. Non so se era in tutto giusto far fare certe
meditazioni a creature non ancora cinquenni; quello che so di certo che io,
all'opposto delle altre che piangevano per paura di quel cadavere, e soprattutto per
paura del castigo di Dio per i nostri peccati, tremavo di pena solo per Lui e sentivo
che era l'amore, il suo amore per noi, pi dei giudei crocifissori, che l'aveva ridotto
cos e avrei voluto consolarlo... Vincendo il ribrezzo naturale per quel corpo impiagato
in una maniera paurosa, lo guardavo, lo guardavo e avrei voluto che l'urna fosse aperta
perpotergli andare vicino, carezzargli la testa coronata di spine, baciarlo anche, far s
che sentisse che gli volevo bene. Quante volte avrei voluto mettere in quella mano
trafitta il bel confettone tutto bergnoccoluto o quello dorato, o rosso o verdolino, che la
nonna mi comperava nel condurmi a scuola e che mi piacevano tanto perch erano
buoni e poi perch mi dicevano l'amore della nonna! Le parranno sciocchezze queste,
Padre. Ma pensi alla mia et di allora... Pi tardi, molto pi tardi, nella mano trafitta di
Ges ho messo l'offerta della mia vita ma, se ci penso bene, sento che... mi sarebbe
costato di pi, allora, dargli il mio confetto che non ora la mia vita e il mio soffrire.
Tornata a casa io, che gi avevo raccontato tutto a nonna, ripetevo la mia... scienza a
mamma, a pap, alla donna di servizio, al soldato, e poi andavo a nanna pensando a
Ges che era l solo e... malato, dicevo io. Ed era tanta la forza di questo pensiero che
delle volte di notte mi svegliavo piangendo, e a nonna che dormiva con me o a
mamma che accorreva sentendomi piangere dicevo che vedevo Ges tutto malato che
piangeva perch era solo. I miei si impressionarono di questo e pensarono di farmi
cambiare Istituto per mandarmi in uno meno... medioevale, nella tema che io mi
ammalassi di paura. No, mi ammalavo di amore. Il primo contatto era avvenuto e Ges
e Maria non si sarebbero pi persi di vista anche se, a periodi, vi fu da mia parte una
colpevole freddezza. Ma proprio staccata da Lui non mi staccai pi e da Lui
sofferente, da Lui Redentore, da Lui Re del dolore. Non ho mai compreso Cristo che
sotto questa vesta imporporata del suo sangue ed ho sempre avuto ansia di consolarlo
facendomi simile a Lui nel dolore volontariamente patito per amore. Mentre i miei
stavano decidendo sulla scelta del nuovo Istituto, io venni colpita dalla tosse canina in
forma improvvisa e gravissima. Ero andata a scuola come al solito, pure sentendomi
tutta indolenzita. Ma mi hanno abituata per tempo a non ascoltare tutti i malannucci e
sono grata ai miei di ci. Se non mi avessero temprata virilmente come avrei potuto

sopportare la mia vita? Ero dunque andata a scuola. Ma verso il mezzogiorno


cominciai a tossire in modo che non lasciava dubbi sul genere di quella tosse e mi
venne subito un febbrone. Fui immediatamente separata dalle compagnette e stetti
tutto il resto del tempo, ossia fino alle 17, nello studio della Superiora e in braccio a
lei. In braccio! Oh! ci stavo ad aver tutto quel male nel petto pur di stare in braccio a
quella Suora cos bianca e buona. Fuor che la nonna e mio pap, nessuno mi pigliava
in collo ed io avevo una cos acuta smania di essere coccolata!! Non tornai pi dalle
Orsoline. La malattia dur dei mesi e si vinse solo nell'estate venendo in Toscana per
la villeggiatura. Nell'ottobre 1904 venni iscritta all'Istituto delle Marcelline.
La mia Pentecoste.
Le Marcelline avevano allora una piccola succursale del grande Istituto di via
Quadronno, se non erro, in via XX settembre. Una graziosa villetta allegra, circondata
da un giardino pieno di sole e di fiori e con una chiesina gaia come un'alba di maggio.
Tutto all'opposto dell'Istituto delle Orsoline. Anche le Suore erano diverse. Pi festose,
parevano grandi bimbe vogliose di giuoco. Una santa ilarit informava la regola del
piccolo Istituto. C'era solo la Superiora che... era il babau. Malatissima di nervi - mor
poi pazza - aveva cambiamenti di umore strani. Un giorno ci perdonava tutto, un altro
era di una intransigenza spaventosa. Alta, magrissima, bruna, con due occhioni neri,
piuttosto spiritati, ci metteva una gran paura. Meno male che spesso era a letto. In quei
giorni le allieve, e credo non le sole allieve, erano felici: come liberate da un incubo.
Io facevo la prima ed ero la prima della classe per l'intelligenza, dono di Dio, e perch
a casa mamma coi suoi metodi magistrali e pap col suo amore mi istruivano sempre e
perci ero pi erudita che l'et non comportasse. Tutti i sabati portavo a casa il mio
biglietto di lode. Biglietto che mi attirava i baci e i premi di pap, gli elogi degli amici
di casa e l'ammirazione della domestica e del soldato. E siccome, come tutti i figli di
Adamo, avevo anche io la mia parte di orgoglio, non restavo indifferente agli elogi e
alle ammirazioni come non restavo indifferente ai baci e ai premi. Solo avrei voluto
anche quelli di mamma, ma lei mi diceva che cos facendo non facevo che il mio
dovere e perci.... Metodo suo, e col suo metodo inutile discutere. Credo facesse
forza a s stessa per non dirmi brava, ma fedele al suo metodo non lasciava la sua
condotta severa. Amen! Se devo dire il vero, fui e non fui contenta del cambio di Istituto. Prima di tutto mi fu dolore staccarmi dalle Suore che ormai amavo. In secondo
luogo non passavo pi davanti a quei due mirabili negozi di frutta rare l'uno, di
dolciere l'altro, che avevano per me tanta seduzione. Ero golosetta, sa? Oh! si
accorger, leggendo questa mia vita, che tutti i vizi capitali erano in me. Ossia tutti no.
Non ho mai conosciuto l'avarizia, la quale pu essere di denaro ma pu anche essere di
tante altre cose pi spirituali del denaro. Non fui mai avara di affetti perch molto ho
amato Dio e prossimo mio, sebbene da quest'ultimo abbia ricevuto pi morsi che baci.
Non fui mai avara della mia intelligenza ed ero ben lieta di aiutare le compagne pi
ottuse, anche a costo di rimanere poi io a corto di argomenti per i miei temi d'italiano o
di essere sorpresa dalle insegnanti a fare il lavoro altrui e punita. Anche qui ebbi
ingratitudine e non riconoscenza. Ingratitudine che giunse persino ad accusarmi di
essere io che rubavo i componimenti delle altre. Era invece tutto il contrario perch,
se ero una vera bestia nelle matematiche e il mio voto massimo in dette materie, dalle

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elementari alle scuole superiori, non super mai il 6-, e dato per piet, fra lunghe tappe
di 2, 3, 4 e anche qualche tondo zero, in italiano avevo una vena inesauribile di
immaginativa e stile naturalmente buono, per cui fare anche otto volte lo stesso tema
in otto svolgimenti diversi era per me un giuoco. Anche nelle altre materie ero
veramente brava, e non poteva essere altrimenti se si pensa che po' po' di istitutrice
avevo addosso, a casa, nell'ora delle lezioni. Se non sapevo alla perfezione le lezioni,
se non facevo i miei compiti ultrabene, erano castighi e molto severi. Ma poi l'avrei
fatto il mio dovere anche senza quelli, per una ragione... di superbia. Vede? Un altro
vizio capitale che spunta. Io non volevo chiedere scusa. Mi pareva di ledere a morte la
mia... dignit di scolara o di figlia. Pi tardi, fatta donna, chiesi scusa anche di colpe
non commesse... Ma allora era un'altra cosa. Lo facevo perch mi pareva che Ges mi
chiedesse l'obolo di quella mia umiliazione e glielo davo, anche sentendomi stritolare
sotto la persuasione della altrui ingiustizia, riconoscendo che, dal punto di vista
umano, ero una scema, ma che dal punto di vista soprannaturale quell'umiliarmi mi
faceva salire di un gradino la scala che porta presso Dio. Dunque facevo il mio dovere
per non avere da chiedere scusa e poi per dare gioia a pap mio, a mia nonna. Dunque
anche l'amore era una delle due redini che mi guidavano. E se la superbia era
riprovevole, l'amore era commendevole, di modo che penso che il buon Ges perch
molto amavo mi avr scusata anche della superbia e avr sceverato Lui, dalla mia
matassa, i fili della superbia che arruffavano tutto e li avr distrutti mettendo solo in
serbo, per tessermi la veste di pace eterna, i dolci fili dell'amore. Non crede? Non ero
neppure avara di balocchi e di dolci a quelli che erano pi poveri di me. Perch dolci e
balocchi ne avevo molti. Mia mamma, l'ho detto, era severa per sbagliato concetto di
autorit. Ha fatto tanto male a quelli che pi ha amato per questo errato concetto! Ma
ripeto: Amen. Mentirei se dicessi che mi fece soffrire fame, freddo, se dicessi che
malata non mi curava, se dicessi che mi negava quello che tanto piace ai bimbi: dolci e
balocchi. Solo io non dovevo assolutamente chiedere mai nulla. Se chiedevo non
avevo pi niente, anche se un minuto avanti mamma pensava di darmi proprio quella
cosa. Voglio narrarle un episodietto. Nella piazza di S. Ambrogio, a Milano, nei giorni
che vanno dal 1al 15 dicembre vi una fiera di giocattoli, dolci e oggetti antichi. Ai
banchi di questi ultimi vanno, naturalmente, gli adulti, gli amatori di antichit:
lampade, forzieri, quadri, ferri battuti e simili cose. Ma i banchi dei giocattoli e dei
dolci sono la calamita dei bimbi che affluiscono da tutta Milano coi pap, le mamme, i
nonni, gli zii alla Fiera degli O bei, o bei (legga: che belli, che belli, sottintesi i dolci e
i balocchi). Quanti sogni per tutto l'anno e quanti desideri davanti a quei banchi che
anticipano di una ventina di giorni la festa del Bambino, ossia il Natale, giorno in
cui i bimbi di Milano ricevono i regali. Io veramente li avevo per S. Lucia, perch nel
Veneto e in molta parte della Lombardia la Santa martire la dispensatrice di doni. Ma
torniamo alla Fiera. Che sogni, che desideri, che preghiere perch il Bambino
capisse che quel giocattolo che si vorrebbe, perch il Bambino perdonasse tutti i
capriccetti, tutte le marachelle commesse durante l'annata e delle quali ci si pente
proprio e si promette proprio di non farli pi... Non le pare che per tutta la vita siamo
degli eterni bambini che si promette e ci si pente in ore speciali, salvo poi ricominciare
come prima? I pap, le mamme, i nonni, gli zii scrutano, ascoltano, studiano i sospiri,
le esclamazioni, le subite fermate davanti a quel dato balocco che ipnotizza il piccolo

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desideroso, e se ne servono, di questo studio, per far poi trovare ai piedi del
Bambino o appeso all'albero di Natale il sognato tesoro. L per l comprano qualche
altra cosa salvo poi, due ore dopo, quando scende la sera, tornare a passi di lupo a
comperare l'oggetto desiderato e portarlo a casa, e nasconderlo al riparo da quel sesto
senso dei bimbi e che d loro un fiuto, una vista, un udito... pericolosi pei grandi... Io
ero andata dunque alla Fiera degli O bei, o bei! con mamma, nonna e cameriera. Era il
dicembre 1902. Avevo dunque cinque anni e nove mesi. Girammo fra le decine e
decine di banchi e io notai su uno delle culline di ottone per le bambole. Vere culline
col loro piedestallo che sosteneva la zana in bilico, ondulante, per conciliare il sonno
alla pupa, col loro sostegno per il velo messo perch la luce non svegliasse la pupa, col
materassino, il capezzale, le lenzuoline... un amore di cuna che mi pareva d'oro perch
era gialla e lucente. Misi le radiche davanti a quel banco. Era tanto che desideravo una
cuna per la bambola prediletta, che a furia di... lavaggi avevo ridotta bianca come un
giglio e la chiamavo Rosina col nome della cara creatura che era stata nostra
cameriera a Faenza ed era morta tisica, angelo buono che la terra non meritava di
avere. Io sento che se io fossi stata mia mamma e mia mamma fosse stata me, avrei
capito subito cosa desiderava, perch sul banco non c'erano che cune e bambole, e di
bambole io ne avevo cos tante che non ne potevo desiderare altre, mentre di cune non
ne avevo punte. Ma mia mamma non ha assolutamente spirito d'osservazione. Anzi ha
un difetto in questo spirito per cui le sfugge sempre il fatto saliente o capisce tutto
all'incontrano. Io non dovevo chiedere mai nulla perch i bimbi non devono chiedere
mai e tanto meno quando sono cose di valore. Ora quella cuna per me era d'oro.
Dunque non chiedevo e pregavo il mio angelo che lo dicesse lui a mamma che volevo
quella cuna. Ma quel giorno il mio angelo doveva esser volato nell'Empireo a cantare
il Sanctus all'Agnello. Una nostalgia di cielo; n lo so rimproverare di ci. L'avrei
fatto io pure infinite volte nella vita un volo in cielo per dimenticare la terra!!!
Mamma stette ferma qualche minuto e poi mi prese per mano e mi tir via. Girammo,
girammo, girammo... e lei non capiva che tutte le volte che tornavamo davanti a quel
banco io rimanevo impaniata fra il vischio del desiderio. Mi offrse altri giocattoli ma
io, col cuore sempre pi grosso e le lacrime nella strozza, risposi sempre: No,
grazie. Avrei potuto dirlo a nonna, alla domestica... Ma sapevo per esperienza che
anche se mamma avesse aderito alla loro preghiera in mio favore le avrebbe poi
rimproverate perch mi viziavano, ed io avevo tutti i vizi capitali in me, ma non
avevo durezza d'animo e preferivo soffrire che veder soffrire. Perci non parlai.
Mamma alla fine decise di tornare a casa... Davanti al mio desiderio che si spezzava
come palla di vetro caduta al suolo o dileguava come bolla di sapone nell'aria
decembrina, mi posi a piangere. Mamma, gi tutta rabbuiata davanti a quello che lei
chiamava capriccio, mi disse, e me lo disse in un modo tale da mozzare la parola in
bocca anche a un eroe, figurarsi a me, povero coniglietto: Deciditi, di' cosa vuoi. Se
sar cosa possibile bene, se no starai senza. Come, come dire che volevo la cuna
d'oro, io che ero rintronata da mattina a sera di prediche materne sul bisogno
dell'economia e sul dovere di non avere desideri illeciti? Piansi pi forte e finii
trascinata dentro un portone, presso a quella che ora l'Universit Cattolica e che
allora era l'Ospedale Militare, e l dentro ebbi una buona dose di schiaffi. La cuna la
aspetto ancora ora... Nella mia vita umana fu sempre cos. Solo Dio ha risposto al mio

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desiderare. Gli altri, o perch non potevano o perch non volevano, infransero sempre
il mio sogno e mi colpirono poi perch sulle rovine di questo piangevo. Ho fatto una
lunga digressione. Ma non me ne pento perch in un quadro, oltre al soggetto, occorre
lo sfondo, e queste digressioni sono lo sfondo e il contorno del quadro su cui campeggia la mia vita. Ora torno alla narrazione. Dicevo dunque che materialmente non mi
mancava nulla del necessario e avevo anche del superfluo. Ma le confesso che avrei
preferito molto meno ma dato con pi amore palese. Esser madre non consiste solo
nell'imporre la propria volont ai figli e nel rappresentare il potere. Vuole soprattutto
dire essere la prima confidente, la prima amica dei figli, colei che con rettezza, ma
anche con piet, studia le tenere creature, le guida, le consola e fa loro sentire il suo
amore in modo che i cuori dei figli si aprono, al bacio di quell'amore, come fiori sotto
il bacio del sole. Il mio cuore invece si chiuso sotto il rigore materno come corolla
che la brina intirizzisce, e tutte le volte, anche ora, che ho tentato e tento di volgermi al
suo amore e di aprire questo mio povero cuore che ha tanto sofferto e che ha tanto
amato, cozzo contro la parete intaccabile e gelida del suo rigore, della sua
autoritariet. Amen. Ne ho sofferto disperatamente... Ora ne soffro intensamente, ma
so, perch Ges me lo dice, che ci non senza scopo... Non ero avara, dicevo, e non
lo sono come non fui e non sono mai stata accidiosa. L'ozio ed io siamo sempre stati
nemici. L'ozio e la mollezza. Educata un poco alla garibaldina, alla militare, non mi
pes mai l'alzarmi presto, il mangiare quando si poteva, il bere se si poteva La
necessit di lunghi viaggi, e in tempi in cui il viaggiare non era un esemplare di
comodit, mi aveva abituata a sopportare senza piagnucolare il freddo, le alzatacce, i
letti scomodi degli alberghi, il vitto diverso, il non trovare cibo o bevanda adatti alla
mia costituzione e perci a restare senza bere e senza nutrirmi, cos come ero stata
abituata a sopportare, senza fare smanie, il sassolino nella scarpetta, il cappellino che
pesava sulla testa e altre noie piccole ma esasperanti come una ragnatela sul viso.
Nelle vacanze pap mi suonava la sveglia all'alba per portarmi lungo le rive del mare o
sulle pendici appenniniche per farmi ammirare il bello del creato, il miracolo della
luce che torna ogni aurora a parlarci di Dio che la fece, per farmi pregare insieme
all'onde che fremono d'ubbidienza sui liti terrestri nei limiti in cui l'Eterno le pose. Ma
la gioia dell'uscire con pap e la gioia del bello che aspiravo con tutti i miei sensi
umani e sovrumani erano cos grandi da farmi guardare come una festa quelle sveglie
mattutine, da farmele amare come un premio, da rendermele cos familiari da non
pesarmi pi. Ho dormito sempre poche ore, di notte. Ma quei sonni erano pieni,
riposanti, vera sosta del corpo. Solo l'anima in essi era vigile. Ma di questo dir poi.
Ora torniamo al primo argomento. Mi spiaceva dunque cambiare istituto per un
motivo tutto animale: la gola; per uno affettivo: l'abbandono delle Suore alle quali
volevo bene. Ma poi mi era gran dolore non vedere pi quel Ges morto. Mi pareva di
perderlo e di dargli dolore. Infatti un poco lo persi di vista. Dalle Marcelline c'era
molta... come dire? Non trovo il termine esatto. Fatto sta che mi dissipai. Ma mi
accorgo di aver omesso di parlare di nonna. Nel dicembre 1903 mor mia nonna. Nel
luglio del 1902, a Montecatini, mentre insieme a me era presso uno zio - mi piaceva
tanto quel posto pieno di chioccolio d'acque e di sospiri di canne, in quell'ora piena del
meriggio dove solo le cicale mettono il loro frinire instancabile - venne ferita da un
cattivo ragazzaccio. Un colpo di forcina le mise a nudo il malleolo. Io, che m'ero

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voltata al tonfo del primo sasso, vidi il monello scoccare il secondo, vidi nonna
impallidire, poi scalzarsi e mettere il piede nell'acqua fresca che si arrossava del suo
sangue, e sul mio piangere scesero i suoi baci. Povera nonna! Non stette pi bene. Nel
novembre volle tornare a Mantova, andare sulla tomba del marito e della sorella, morti
a sette giorni di distanza nel 1899. Torn pi malata di prima. Mia mamma la
rimprover per la inutile imprudenza, diceva lei. No, non inutile. Un presagio le
diceva che la sua vita era al termine ed aveva voluto vedere per l'ultima volta la tomba
del consorte di cui fu sempre compagna perfetta. Il 10 dicembre - doveva essere di
gioved perch io non ero a scuola - venne colpita da apoplessia. Avevamo mangiato
da poco e mamma, che non si fida di nessuno, era scesa in cantina per sorvegliare il
soldato e la donna intenti a travasare del vino. Pap leggeva il giornale in attesa di
tornare in caserma. Nonna, sempre buona, era andata in cucina per fare qualche cosa
perch la donna, risalendo verso sera, non trovasse ancora tutto il disordine del pasto.
Io ero andata con nonna e ciaramellavo intorno a lei. La vidi curvarsi per raccogliere
un ciocco e metterlo nella cassa della legna da bruciare nel caminetto del salotto. La
vidi illividire, travolgere i tratti, la udii farfugliare parole confuse. Mi impaurii e
gridai. Babbo accorse. In tempo per impedire che piombasse al suolo. Non ho mai pi
potuto guardare uno dormire, o svegliare un dormiente, senza tremare, perch il volto
nel sonno prende sovente tratti alterati come quelli di nonna mia e perch mi fa sempre
l'effetto che uno debba esser morto nel sonno... Agonizz due giorni e mezzo e spir
all'alba del 13 dicembre, esattamente sei anni dopo il figlio suo. Era il giorno di S.
Lucia e fra i doni per me vi era un orologino d'oro appeso ad una spilla d'oro a forma
di nodo... Povera nonna! L'ultimo ricordo! E me lo aveva preso, sfidando le prediche
di mamma, per lasciarmi un ricordo duraturo. Non ho molto attaccamento alle cose,
specie ai preziosi, e quando necessit di malattia hanno consigliato a mamma di
realizzare del denaro dall'oro che avevamo non ho detto nulla. Ma vedere vendere i
bottoni da polso e la catena di pap e l'orologio della nonna mi fu strazio. Avrei
preferito fossero venduti altri oggetti. Pazienza! Ricordo esattamente tutto di quei tristi
giorni e non lo descrivo perch ne soffrirei troppo, cosa che non posso fare se devo
conservare lena per scrivere. Soffocai il mio dolore perch pap me lo raccomandava
per non turbare di pi mia mamma. Il cuore mi si spezzava per il pianto che vi
piombava dentro invece di colare dagli occhi... Fu la prima volta che macerai me
stessa nel pianto interno, il pi amaro e il pi incompreso. E infatti non fu compreso.
Mamma disse che non avevo sofferto e decret che ero una superficiale... Dio la
perdoni! Ho cominciato a morire in quel freddo pomeriggio del 10 dicembre 1903.
Pap accompagn la salma a Mantova. Otto giorni di assenza sua e di desolazione
mia. Senza nonna, senza pap, sola con mamma che non ammetteva che il suo
dolore... Quanto, quanto dolore!!! Poi mamma ammalata gravemente per mesi e mesi
e pi che mai intrattabile e nervosa. Che triste primavera! Il 18 marzo 1904 feci la
prima confessione, nella cappella dove il mio Ges dormiva il suo sonno di morte. Ho
ancora l'immagine ricordo datami da Suor Bianca, la Superiora. San Giuseppe, alla
vigilia della sua festa - ed era una ben triste festa quell'anno perch nonna Giuseppina
non c'era pi - mi fece tuffare per la prima volta l'anima nel Sangue di Cristo, in quel
Sangue preziosissimo che amo tanto e che vorrei aspirare da tutte le sue piaghe con
tutta la mia forza, in quel Sangue al quale 27 anni dopo offersi me stessa, chiedendo di

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fondere me a Lui in un unico sacrificio onde il mio, tutto il mio sangue, fosse sparso
insieme al suo per i fini che Egli sa. E ora che ho riparato alla mia omissione torniamo
all'Istituto delle Marcelline. Nella primavera del 1905 io e alcune mie compagne
fummo istruite per ricevere la S. Cresima. Stavamo all'Istituto non pi dalle 9 alle 16
ma fino alle 18 per l'istruzione catechistica. Ma di questo periodo ricordo ben poco.
Ero troppo triste e malazzata per morbillo, scarlattina e varicella, fatte l'una dopo
l'altra senza quasi intervallo. Ricordo solo, con nessun piacere, l'ora della minestra.
sempre stata una brutta ora per me, anche in famiglia. Figurarsi poi quando dovevo
anche solo sentire l'odore del famigerato riso e cavolo che mi ha perseguitata per
tredici anni consecutivi!!! Io non mangiavo quel riso stracotto, ma solo l'odore me ne
ripugnava. Se ci penso lo sento ancora. stato il mio fioretto pi grosso per ricevere
lo Spirito Santo. Avrei preferito rimanere senza mangiare anzich scendere nel
refettorio e sentire quell'odore... Ma era ordine cos e lo dovetti subire per due mesi.
Come Lei vede, ero in un periodo di intontimento spirituale assoluto. Facevo tutto con
svogliatezza, con opacit. Intendo dire tutto quanto aveva riferimento con lo spirito.
Per il resto ero sempre la stessa figlia e scolara di prima. Ossia no. Fui bugiarda, io che
non ho mai saputo farmi strada in questa terra di menzogna per la mia fin troppo rude
sincerit. Ho detto che ero stata molto ammalata. Avevo notato che quando ero malata
mamma mi baciava, mi stava vicino, tutta diversa nei modi di come era quando ero
sana. Era la Mamma allora, cos come io la penso e come la vorrebbe il mio cuore. Allora pensai di... ammalarmi. Approfittando di una fortunata caduta che mi aveva
contuso ed escoriato fortemente il gomito destro, tanto da dovere richiedere
medicazioni e fasciature, anche dopo che era guarito, io, di notte e di giorno, grattavo,
grattavo, irritando la ferita perch non guarisse mai e cos mi durasse la gioia d'esser
carezzata, vestita da mamma. Ma il giuoco un bel giorno fu scoperto da Suor Erminia,
la Superiora semi-pazza. Mamma fu avvisata e io punita. Me lo meritavo perch avevo
mentito, vero. Ma due educatrici come la Superiora e specie mia madre, dopo la mia
confessione ampia e dolente, non avrebbero dovuto capire il perch buono, pur dietro
la quinta malvagia della bugia, della mia menzogna? Io non mi scuso. Riconosco di
avere allora mancato. Ma perch neppure allora si volle credermi, allora che dicevo
aver sbagliato per sete di baci materni? Non fui creduta. Non fui compatita. La porta
del mio cuore si abbass un po' di pi ancora fra me e il mondo. Quando sar stata del
tutto ribadita, ossia ora che sono al termine della mia vita, allora capir che era la
bont di Dio a permettere questo per staccarmi da tutto e unirmi a Lui solo. Ma ho
molto sofferto e - ecco Teresa la nutrice pazza che rispunta - e odiai profondamente la
Superiora che mi aveva denunciata senza prima scrutare le cause della mia messa in
scena. E l'odio rimase tenace per i primi tempi, tanto che nell'anno scolastico
susseguente, quando seppi che una nuova Superiora aveva preso il posto di Suor
Erminia, ricoverata in una Casa di cura per malattie nervosi e mentali, ne fui lieta.
Vede che po' po' di arnese ero io? Il 30 maggio 1905 ricevetti la S. Cresima dalle mani
di S. E. il Cardinale Arcivescovo Andrea Ferrari. Dicono che sia un santo. Io lo credo,
perch il tocco delle sue mani mi infuse veramente lo Spirito d'amore, strinse il legame
d'amore fra me e il Paraclito, di cui sento costante la presenza e l'assistenza e
soavissimi i conforti. Quella mattina, alle sette, andammo nel grande Istituto delle
Marcelline in Via Quadronno. Mentre gi tutte vestite di bianco e velate ci avviavamo

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processionalmente alla Cappella, una irrequieta e disubbidiente mia compagna cambi


mano al cero acceso ponendolo, anzich all'esterno, nell'interno della fila. I veli
leggeri, i nastri dei capelli presero fuoco. Uno spavento e un disastro. Io sola, pure
essendo proprio al centro del cerchio di fiamme, non ebbi neppure un riverbero di
vampa. Quel velo ancora, illeso, in casa mia. Il fuoco m'ha sempre rispettata. Per tre
volte fui fra le fiamme. La prima avevo sei anni. Prese fuoco un secchiello pieno di
ragia messo imprudentemente presso il fuoco. La domestica rest ustionata. Io che ero
presso a lei non risentii nulla. La seconda il d della cresima. La terza, quando avevo
diciotto anni, per l'esplosione di una stufa a spirito. Le fiamme andarono al soffitto. Io
ero in mezzo, colle mani sul volto, ferma. Sentii diminuire piano l'ardore della vampa
e quando tutto fu spento si not che non un capello, non un filo era bruciato del mio
capo e della mia veste. Si vede che il fuoco mi vuole bene. Amore non corrisposto
perch io del fuoco ho molta paura e non posso pensare al Purgatorio senza tremare.
Di fuoco mi piace solo quello dell'amore. Oh! questo s, e che mi arda e liquefaccia
tutta nei suoi ardori!!! Ricevetti dunque lo Spirito Santo. Egli scese in me e vi lasci il
suo seme di certo. Ma per allora non sentii. Fu anzi una giornata molto noiosa, iniziata
male, trascinata peggio, finita malissimo in un teatro dove... vi era una gara di lotta
greco-romana. Mi chiedo ancora perch la zia e madrina mi condusse l... Delle volte
gli adulti hanno delle incongruenze pi solenni dei piccini e non riflettono che certi
ricordi restano per tutta la vita con sapore di cenere e con luce caliginosa. Mah!
Insomma cos avvenne la mia Confermazione in Cristo.
Gli amici uomini.
Figlia unica come ero, non avevo nessuno con cui giocare in famiglia e mamma non
permise mai che andassi presso altre famiglie a giocare. Crebbi perci senza amicizie
della mia et. Le mie compagne restavano solo compagne di scuola. Passata la porta
dell'Istituto io le perdevo fino al giorno di poi. Ma avevo degli amici grandi, dicevo
io, per dire adulti. Ed erano gli amici di pap, quasi tutti scapoli, che frequentavano la
nostra casa per trovare in essa un riflesso di famiglia intorno alla loro solitudine di
celibi. Tutti militari, naturalmente. Erano molto buoni e mi volevano molto bene ed io
a loro bench, quando ero a spasso con pap e li incontravo, mi dolessi in fondo al
cuore per la passeggiata sciupata. Perch per me era sciupata, dato che dovevo camminare gravemente in mezzo a loro, facendo bene attenzione a non inciampare nelle
lunghe sciabole di cavalleria o di non graffiarmi le gambette contro i loro speroni, e
dovevo ascoltare i loro discorsi seri di armi, tattiche, decreti ministeriali, l'ultima
seduta alla Camera, i preparativi per la visita al Sovrano di... mettiamo per caso: del
Presidente della Repubblica di Andorra. Tutte cose per me noiose come la nebbia. Ma
per volevo loro bene perch sentivo che me ne volevano e ne volevano tanto al mio
babbo adorato. Ora io amavo pi di me stessa quelli che volevano bene a pap. Poi vi
erano i superiori di pap. I capitani, i maggiori, i colonnelli. Il Reggimento di babbo, il
19 Cavalleggeri Guide, era, come tutti i Reggimenti di cavalleria, pieno di titolati e di
ricchi i quali, per esser ricchi o titolati o tutte e due le cose insieme, avevano bellissimi
cavalli di razza, cani pure di razza, caprette, perfino una scimmia eritrea. Una vera
arca di No nella quale io mi trovavo molto a mio agio perch fra me e le bestie, tutte
le bestie meno i gatti che mi saltano agli occhi appena mi vedono, vi sempre stata

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una grande comprensiva amicizia. Orbene, quando alla domenica mattina pap mi
portava con s alla Messa - dopo la morte di nonna ci pensava lui - e dopo in caserma
per il rapporto, io ero felice e tutti quegli omoni gallonati erano dei pap per me. Chi
mi faceva portare da un soldato l'ultima cucciolata da carezzare, chi mi conduceva a
vedere il puledrino nato nella notte e che cercava, dando zuccate maldestre, con
avidit il capezzolo materno, chi fischiava ai suoi magnifici veltri spagnoli che
accorrevano a balzi e mi si sdraiavano ai piedi perch potessi carezzarne il pelo di
seta, chi mi issava sul dorso del ciuchino minuscolo come un cane danese, chi mi
metteva in mano lo zucchero per darlo al proprio cavallo preferito; e poi cerano due
caprette del Tibet tutte bianche, dal vello fino a terra, intelligentissime, che appena mi
vedevano o sentivano correvano belando a mettermi il musetto roseo nella mano in
cerca di sale. Erano la mia passione. Perfino quel campione di originalit del tenente
colonnello - un piemontese tutto d'un pezzo, della pi antica nobilt cisalpina, il quale
pretendeva imporre il piemontese, e che fosse capito a volo anche, pure ai napoletani,
uno di quegli esseri messi al mondo per santificazione o per dannazione del loro
prossimo, uno di quegli ufficiali ai quali destinata la prima pallottola dei loro gregari
non appena una guerra giustifichi la morte per arma da fuoco - mi voleva bene.
Bellissimo uomo e ricchissimo, non si era sposato per legge di maggiorasco. E aveva,
di tutti gli scapoli per forza, tutti i difetti. Pure con me era buono e di una riservatezza
di modi da prefetto di un seminario. Per me subito pronti i wafer di Talmone: unico
dolce da darsi ai bambini, diceva lui, e si doveva ubbidire e mangiare i sigari, le noci,
le tartine di cioccolato squisito avvolte nel cialdone croccante. Per me subito pronto il
suo grammofono, uno dei primi, allora, e coi dischi pi belli. Anzi, quando ero
malatina, me lo mandava a casa. Per me subito aperta la sua splendida scuderia coi tre
cavalli frementi, un capitale vivo, e la vecchia Gma, un'araba tutta di neve, la sua
prediletta in giovent, ormai cieca e che egli aveva pensionata e si tirava dietro per
l'Italia col suo box imbottito perch non s'avesse a far male urtando contro il legno
nudo. S, perch quest'uomo, che tormentava gli uomini suoi pari, era pietosissimo
verso le bestie... Aveva anche una volpe zoppa, catturata da lui nell'Agro Romano,
durante una caccia. Una bestiaccia selvaggia, mordace, che non amava altro che il suo
padrone e un pochino me. Il colonnello, poi, era un santo. Pure egli piemontese e
nobile, molto nobile, era l'opposto del tenente colonnello. Uno era la burrasca, l'altro il
sereno. Uno il padre dei suoi soldati e l'altro il domatore. Ma con me erano buoni
ugualmente tutti e due. Poi vi erano i soldati. Ecco: certuni, a sentire dire soldati,
pensano che siano tutti dei mezzo delinquenti e dei viziosi senza altro. E non riflettono
che l'esercito fatto dei figli degli italiani. Io non discuto sulle virt dei militari e
specie su certe virt. Ma devo, per la verit, dire che in tanti anni che ebbi contatto
con essi non udii mai dalle loro labbra parole o discorsi sconci n vidi atti triviali.
Molto pi ho da rammaricarmi delle donne. Ma dir di esse pi qua. I soldati erano
con me dei grandi e buoni ragazzoni, tutti felici di portarmi a vedere il loro cavallo, di
mostrarmi la... orripilante cartolina illustrata, ricevuta al mattino dalla loro bella
lontana, e chiedermi che io la leggessi e rispondessi. Capir che confidenza e che
onore per me! Io ero il genio, l'aiuto!... Come erano contenti quando potevano
offrirmi un frutto venuto dal loro lontano paese! Come si studiavano per fabbricarmi
giocattoli semplici, ingegnosi, statuine per il presepio, piccole seggioline e un

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tavolinetto, che ora a fianco del mio letto e che mi caro perch mi ricorda uno fra i
miei prediletti soldatoni. Ogni tanto venivano col passerott caduto dal nido. Sapevano
che ci tenevo agli uccellini. Poi in dicembre mi portavano il fieno pi bello, fino come
capelli di donna e profumato, per l'asino di S. Lucia. Mi assicuravano che era il fieno
del Colonnello... e sulla loro parola mi mettevo quieta pensando che il ciuchino di una
santa poteva mangiare il fieno della scuderia del Colonnello, del nostro Colonnello,
perch il nostro era per me un colonnello speciale, dato che comandava il Reggimento
dai colori di Maria Ss.: bianco e celeste. Certo mi divertivo pi fra i soldati che non
nelle noiose visite di societ in cui le signore parlano di nascite, di malanni, ecc. ecc.,
non pensando che i bimbi hanno sempre le orecchie ben aperte, anche se non sembra,
e che sarebbe doveroso risparmiare all'innocenza certe precoci rivelazioni. Come
sarebbe utile risparmiare al cuore e alla mente in formazione certe... scuole di
mormorazioni e di vacuit che pure informano di s le conversazioni dei salotti nelle
ore delle visite. Come le ho sempre odiate! Divenuta col crescere timidissima, era
per me un supplizio esser portata qua e l e messa in mostra come una bambola, sotto
gli occhi severi di mamma che si inquietava perch io parevo una scema e non capiva
che il filtro magico di quella mia scemenza era nel suo sguardo che mi impauriva.
Anche le corse per i negozi con mamma non mi andavano a genio. Mi annoiavo a
morte a correre da una sartoria a un negozio di cappellini, con lunghe stazioni (non
precisamente sacre) davanti a vetrine di stoffe ecc. ecc. Preferivo le passeggiate al
Parco, al Giardino Pubblico, meglio ancora ad Affori (allora campagna assoluta). Ma
mamma non ci veniva quasi mai. Aveva sempre qualche malanno... molto pi che ella
ai suoi bibi ci fa, ci ha fatto sempre una immensa attenzione. E cos uscivo io e
pap. Ma che belle passeggiate! Nei giorni di sole all'aperto. Nei mesi d'inverno nei
musei. Quante cose sapeva il mio babbo! E poi c'erano i viaggi premio: sui laghi, a
Cremona, Mantova, Verona, Venezia durante le feste di primavera, e in Toscana nei
mesi estivi. Allora veniva anche mamma. Ero felice fra loro due... Ma erano rare
oasi... Dir pi avanti. Altri amici non ne avevo da piccina, fuorch una vecchietta
abitante nello stesso palazzo. Si chiamava Pace e suo marito Romeo. La loro casa era
una vera pace. Come si amavano! Al terreno avevano un negozio di cartoleria, ormai
gestito dal nipote perch non avevano mai avuto figli: la loro unica croce. Le pi belle
decalcomanie erano per me, e cos le pi belle immagini e le pi lucide copertine per i
libri di scuola. Quando vi fu l'Esposizione a Milano la signora Pace, che non usciva
mai perch diceva che il movimento le dava le vertigini - mi fa balorda, diceva spinse il suo affetto per me a uscire per condurmi all'Esposizione, e l era quel
minuscolo sapiente che ero io che erudiva la buona, semplice vecchietta. Cara anima
che assomigliavi a quella di mia nonna, ti amo ancora. Ho detto: non avevo altri amici.
Ma ho sbagliato. Avevo una povera vecchierella che abitava nelle soffitte e che fra
un... interregno ancillare e l'altro veniva a fare un mezzo servizio. Mia madre la
aiutava molto, la cur quando fu malata gravemente, perch mi dolce dire che anche
mia mamma ha dei lati buoni. Povera Santina! Il marito era un vecchio ubriacone... la
figlia, unica rimastale e ormai sposata e con diversi figli, si consumava facendo la
stiratrice nella casa di fronte. Voleva bene alla mamma ma era povera lei pure. Io
andavo spesso nella misera ma pulitissima soffitta di Santa. Di giorno l'ubriacone non
c'era mai. E l mi sentivo felice perch quella linda vecchierella mi pareva la mia

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nonna. Le andavo in braccio... Poi giocavo con la sua nipotina. Se avevo la superbia di
non chiedere scusa ero, viceversa, molto portata verso gli umili. Non ho mai sprezzato
il povero, il popolano, l'ignorante. Se mai mi hanno dato sempre noia i miei pari o i
miei superiori per censo e condizione, se sono dei muffoni e dei posatori. Volevo
bene alla povera Santa e alla sua nipotina e ero contenta se le potevo portare delle
buone cosine. Si giocava alla bambola coi miei giocattoli e Santina-nipote voleva
sempre fare la cucina, certa che poi... i pasti luculliani a base di frutta fresche e secche,
dolci, cioccolato, li mangiava lei. Io avrei preferito giocare alle mamme. Ho sempre
avuto l'istinto della maternit e il desiderio dei figli... Oppure ai feriti. Ho anche
sempre avuto la vocazione dell'infermiera. Il dottore di famiglia rideva ammirato
davanti alle peffette fasciature di teste, gambe, occhi che io applicavo alle mie
numerose pupe che erano tutti feriti di guerra perch la guerra era venuta, dicevo.
Triste e vero presagio del cuore! Ma cedevo al desiderio di Santa-bimba e facevo la
cucina. Poi volevo bene alle donne di servizio. Col mio carattere affettuoso sempre
mendicante carezze, pi necessarie a me del cibo stesso e - devo dirlo perch Lei si
raccomandato che io dica di me il male ma anche il bene - e col mio temperamento
quieto, senza capricci, umile, ero molto amata dal personale di servizio e lo amavo
molto. Veramente mamma, che per s stessa mi teneva abbassata come un filo d'erba
sotto il piede di un uomo, avrebbe voluto che io, per quanto fossi un cosmo alto da
terra ben pochi centimetri, mi dessi delle arie di padronanza e, naturalmente, di
alterigia. Ma io non potevo fare questo, sia per natura e sia perch, osservatrice come
ero, avevo notato che mentre con la mamma i dipendenti filavano, vero - e sfido a
poter fare diverso - ma anche, appena potevano, se la svignavano alla prima occasione,
con pap, sempre paziente, gioviale, senza boria, un vero padre degli umili, le cose
andavano ben diverse, e il mio buon pap doveva destreggiarsi per liberarsi dai troppi
soldati che volevano tutti essere alle sue dipendenze e che, finito il loro tempo militare, si riaffermavano per non perdere il loro superiore. Io notavo gli sguardi di
affetto e gli atti di affetto spontanei che sgorgavano da quei cuori semplici che si
sentivano amati e ubbidivano ai desideri, non ai comandi perch pap era cos buono
che non comandava mai, ma era anche cos amato che il suo minimo desiderio era non
solo subito tradotto in opera appena lo esprimeva ma anche indovinato con quella
prescienza che d l'amore. Io volevo essere come pap. Per spirito imitativo di figlia,
per cui pare tutto bello quanto fa il prediletto fra i genitori, e perch mi era facile
essere come pap, avendo il suo stesso cuore, mentre... non avrei assolutamente potuto
divenire come mamma. Ero perci buona e affettuosa con la domestica, coll'attendente, con tutti. Mi rifugiavo presso loro per avere carezze e giuochi... Spesso mamma
andava fuori per le odiose visite di societ alle quali spesso non mi portava, con mia
immensa gioia, perch le ho gi detto quale supplizio fossero per me. Io restavo a casa
con la donna e col soldato. Che belle ore serene! Ho avuto delle care ragazze che, pur
nella loro semplicit campagnola, hanno avuto per me tesori di affetto. Le belle storie
delle fate, le leggende dei loro paesi, i giuochetti che rallegravano i loro fratellini al
paese venivano tutti messi in moto per rallegrare anche me. I soldati poi erano i miei...
chirurghi preziosi per tutti i balocchi rotti, erano i costruttori di nuovi balocchi, erano i
raccoglitori di frasche e di borraccina per il presepio, erano gli allevatori delle mie
bestioline. Ma, come bo detto sopra, se dei soldati non ho nulla a dire fuorch del

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bene, circa le domestiche devo dire che, nella lunga teoria che ne vidi sfilare, qualcuna
lasci a ridire e avrebbe potuto nuocermi molto se Ges lo avesse permesso. Una mi
insegn a rubare. Proprio. Aspettava che mamma uscisse e poi mi diceva: Prendi
questo, prendi quello e dammelo. Ma non lo dire. Non era cosa di valore perch
mamma teneva e tiene tutto sotto chiave: qualche matassina di filo, dei dolci, delle
frutta secche, dei liquori. Cosa ne facesse non so. Il certo che mi insegnava a rubare.
Un'altra, per pura ignoranza, mi teneva discorsi di cose non adatte a me e che solo la
mia assoluta innocenza mi imped di capire a fondo. Li capii pi tardi, fatta ormai
donna e ricordando quei discorsi. Ho detto assoluta innocenza. S, ero una innocente
pur non essendo un'oca. Avevo uno spirito d'osservazione acutissimo fin da piccola,
una memoria tenace. Perci pu ben pensare che notavo tutto, catalogavo tutto, mi
rendevo conto di tutto. Molto avanti a scuola rispetto all'et - pensi che a tredici anni e
pochi mesi finii le complementari e le tecniche insieme, le dir poi il perch - non
potevo fare a meno di avere familiarit col Dizionario... e le assicuro che non lo lasciai
in pace e che questo e la Divina Commedia mi servirono di scuola sul vero animale
della vita. Ma per, e Dio ne sia benedetto, non ne ebbi nessun turbamento. La natura
della nostra animalit spieg tutti i suoi lati davanti a me senza che io ne venissi
scossa. Scoprire il perch di una legge fisica o di un organo mi lasciava nella stessa
calma che veder sbocciare un fiore. Ho letto di recente nella Vita di Maria Ss., che Lei
mi ha dato da leggere, come l'Eterno comp sempre verso la Vergine il miracolo di
velarle quanto avrebbe potuto urtare la sua verecondia verginale. Con me pure la bont
di Colui, che per avermi amata di un amore eterno veglia continuamente su me, ha
operato il miracolo di stendere sulle parti oscure della nostra esistenza d'uomini un
velo di splendore, che le rese pure anche se impure, gradevoli anche se sgradevoli,
accettabili senza scosse anche se, per la loro rivelazione brutale, avrebbero potuto
scuotere la mia casta ignoranza di bimba cresciuta senza fratellini, senza piccoli amici,
sola in una famiglia dove l'innocenza mia era molto tutelata. Mi ricordo un episodio.
Avvenuto quando ero in collegio e gi dodicenne. Quell'anno, nel mio quieto collegio
per poco avvenne una... mezza rivoluzione e causata proprio dal turbamento di una
ormai di diciassette anni e sorella maggiore di una vera trib di fratellini. Leggevamo i
Promessi Sposi ed eravamo una ventina di allieve in quel corso. A nessuna accadde
nulla. Ma a quella poverina, per me un po' tocca di cervello, il capitolo della monaca
di Monza fu un fiammifero gettato in una polveriera. Pareva una spiritata! Chiedeva a
tutte se poteva esser vero che i bimbi nascano da noi donne e come poteva avvenire.
Delle mie compagne non so cosa risposero. Io, interrogata come l'oracolo della classe,
risposi testualmente: Ma certo! Non lo dice anche l'Ave Maria? Cosa c' di speciale?
Se Ges nato da Maria segno che noi si nasce dalla mamma!. E buona notte.
Altro non pensavo. Consideri che ho dovuto aver passato di molto l'epoca degli studi
per poter dire di aver conosciuto certi particolari e anzi solo mi divennero noti durante
questa malattia. Merito mio? No. Grazia data gratis dal buon Dio e di cui non ho a
vantarmi ma solo a ringraziarlo. Per, per tornare al capitolo delle domestiche, ho
sempre pensato che io mamma mi sarei tenuta pi vicino mia figlia, vicina con amore,
per impedire che essa cercasse conversazioni e scuole presso povere creature che non
sempre sono quali dovrebbero essere di prudenza, di moralit, per avvicinare una vita
in formazione. Quanto tatto ci vuole coi piccoli! E come sarebbe bene ricordare

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sempre che i loro angeli vedono Dio! Invece ho notato negli adulti poco riguardo,
specie fra le donne. Conversazioni, giornali e libri lasciati a portata di mano dei
piccoli, mentre sarebbe bene non lo fossero; spettacoli, mode, poco riguardo nel
vestirsi in presenza dei bimbi. I quali vedono, odono, riflettono meglio degli adulti! Lo
torno a dire. Io, pensando a come ero attenta io, ho sempre avuto una scrupolosa cura
della innocenza dei piccini che il caso ha messo vicino a me. Anche recentemente ebbi
a impormi al medico che, in presenza del suo bimbo di tre anni, mi voleva visitare.
Ma tanto non capisce niente, disse il medico alludendo al suo piccolo che giocava
con delle figurine. Ma io non voglio lo stesso, ho risposto. No. Molte cose potr
rimproverarmi Iddio ma, scrutandomi bene, mi pare proprio che non potr chiedermi
conto del perch ho fatto questo o quello a danno di un innocente. E questa certezza di
non avere leso nessun candore pur dolce e riposante al mio cuore. No. Ora che credo
d'esser prossima a giungere nel porto eterno o in cima alla vetta della mia vita,
guardando il cammino compiuto mi pare proprio di poter dire: Non sono stata causa
di corruzione a nessuno. Se del male ne ho fatto, a me sola l'ho fatto, e in modo che
di esso neppur l'ombra ne apparisse, e questo non per ansia di stima umana ma per
rispetto della altrui anima che, di adulto o di bimbo, di giusto o di peccatore, ho
sempre rispettata come opera di Dio, pensando che come nessun mortale
completamente santo - la santit assoluta sola di Dio - cos nessun mortale
completamente peccatore. Perci ho sempre curato di non portare altre briciole di
malvagit nei cuori o di gettare in essi la prima briciola, se erano cuori innocenti. Io
fui urtata, ferita, infangata dall'imprudenza altrui e dovetti rialzarmi, guarirmi,
mondarmi da me sola. S, da me sola perch aiuto umano non ne ho avuto e, come
vedr da s, l'opera di Dio in me fu opera di assecondamento pi che di imposizione.
Opera lentissima, penetrazione pi impercettibile di quella del microbo in un corpo. E
non progred altro perch io risposi al primo appello. Penso alla valanga che non si
forma se il primo fiocco di neve non inizia il moto vorticoso e se tutto il fianco
montano non vi si presta. Io e Dio abbiamo formato la valanga. Egli il primo fiocco al
quale io ho dato la prima spinta... e poi, sempre pi grande e veloce, si form la
valanga, l'unione, la discesa che ascesa nell'abisso della Divinit, attraverso
l'annichilimento della creatura che si riforma, nascendo a Dio per la vita eterna con
l'amore e col dolore.
Le cose amiche.
Si legge nella Genesi che Dio fece gli animali perch servissero l'uomo. E anche
perch lo confortassero, dico io. S. Tanto pi l'uomo possiede per volere di Dio un'
anima che esce dalla mediocrit della massa - la quale pare composta per la maggior
parte di esseri amorfi, addormentati, qualcosa che assomiglia all'animale sazio o
all'insetto nel bozzolo, esseri che si appagano del loro tran-tran e chiedono e si
studiano solo di viverlo senza scosse ma anche senza sforzo - e tanto pi destinato a
soffrire dell'incomprensione del suo prossimo. E allora si rifugia nelle bestie per
quanto riguarda quaggi, in Dio per quanto riguarda lass, e fra questi due apici tesse
la sua tela che passa e ripassa continuamente fra tutto il resto... un resto pi ispido, pi
martirizzante del cardo con cui i tessitori si aiutano nella loro opera paziente! Il
prossimo... Che cardo irto di aculei che sempre, e tanto pi lo quanto pi l'essere

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nostro di natura affettuoso, umile, sensibile. Ci irride, ci calpesta, con una spallata ci
butta ai margini della vita che, umanamente parlando, via maestra pei prepotenti, gli
aridi di cuore, gli spensierati, i subdoli. Dal lato soprannaturale, no. Siamo noi - gli
apparentemente vinti della vita, perch non sappiamo essere degli egocentrici come la
vita richiede si sia per trionfare - i veri vincitori. Poich conquistiamo, a prezzo di noi
stessi, non la piccola vita limitata nel tempo, ma la Vita che perpetua aurora, che
perpetuo meriggio, anzi meriggio pieno, beatifico, scorrente pei secoli dei secoli
nell'orbita e nella luce del Sole eterno. Ma quanto dolore per arrivarvi! Ma quanto
gelo! Ma quanta solitudine! Ma quanta amarezza! Ma quante lacrime! Ma quanto
morire, ora a ora, in mille modi: uccisi da noi stessi per nostro ben e, uccisi dagli altri
per loro impulso malvagio! Morire di una morte morale rispetto alla quale la morte di
Dio, la morte fisica, punizione di Adamo, molto, molto meno! E allora ci si guarda
intorno col cuore stretto e il volto bagnato di pianto... e per gli sguardi assenti o ostili
dei nostri simili si incontra lo sguardo fedele delle creature minori. E allora per il
bacio che ci negato o dato a tradimento dal prossimo si incontra il sincero saluto
dell'animale, e allora le nostre mani che inutilmente si sono stese per abbracciare e
accarezzare e sono state respinte, si chinano a carezzare le bestie che non respingono
mai chi le ama e lo ripagano con schiettezza d'affetto. Chi felice non sa... Ma chi non
fu felice sa cosa rappresenti di conforto un animale a chi solo della peggiore
solitudine: quella del cuore. ho molto amato le bestie come opera di Dio e come
conforto ella mia vita che non fu felice mai, sempre umanamente parlando. Prigioniera
di troppe cose, poich si pu essere prigionieri pur essendo fuori di un carcere
materiale, ho avuto in comune con tutti i prigionieri l'amore per le bestie che sono
state le compagne e le confortatrici in tante, in tutte le mie ore di prigionia. E non
creda che esageri. Ho molto, molto sofferto e spero di potergliene dare una sebben
concisa descrizione attraverso queste pagine che Lei ha chiesto le scrivessi. Ho molto
sofferto. Parrebbe a tutta prima impossibile: figlia unica, abbastanza ricca, sana fino a
vent'anni, coi genitori viventi e... apparentemente viventi in buona armonia, cosa, in
apparenza, mi manc? Nulla. Cosa mi manc in realt? Tutto. Quel tutto che ci voleva
per me: ossia un grande, un grande, un grande amore di mamma. Che mi importavano
balocchi, dolci, divertimenti, quando essi mi venivano dati con fanfara di anticipo e
con galoppo finale di una severit glaciale, o peggio con accompagnamento di scene
disgustose nell'interno della famiglia? Come ho invidiato i bimbi poveri che vedevo
mangiare il loro tozzo di pane in braccio alla mamma, che vedevo giocare col pupazzo
di cenci che l'amore di mamma aveva confezionato per loro, che vedevo crescere
come pulcini allegri su un'aia piena di sole in una casa dove l'amore di tutti e due i
coniugi brillava come sole riversandosi in fiotti di amore sui figli! Niuna invidi la
sua reggia pur che avesse presso il foco spento un tremolio di cuna, dice il Pascoli, se
non sbaglio nel ripetere il verso dopo tant'anni che l'ho studiato. Io di me posso dire:
Niuno invidierebbe la mia vita, apparentemente dotata di bene, se avendo l'amore
nella sua povera casa avesse potuto vedere la realt della mia casa. Perci non deve
far stupore se mi attaccai alle bestie con tanta passione. Uccellini, cani, tartarughe,
polli, piccioni, conigli... i miei compagni di giuochi e di solitudine, compagni che mi
dettero pi gioia delle bambole perch erano vivi, e pi dolore perch... morivano.
Ogni morte era una tragedia... Mia mamma, il dominatore della casa, il dittatore,

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decretava ogni volta: Guai se viene qualche altro cane, qualche altro uccello. Ma
allora mi attaccavo alle gallinelle, ai colombi, ai coniglietti... Doppi pianti perci
perch... erano i predestinati allo spiedo o al tegame! ... E poi, sfidando le ire
coniugali, c'era pap che mi riportava il canino: regalato proprio a me dall'Ufficiale
Tal dei Tali, oppure l'uccellino che il Colonnello mi pregava di allevare. Povero pap
che, amando tanto la sincerit - e mi ci ha cos bene avvezzata - ma amando anche
tanto la sua povera figlietta e la pace coniugale, trovava questa... via per conciliare la
mia sete di amare, la sua gioia di farmi contenta, e il volere della moglie! Mia mamma
faceva una scenata, il broncio durava per un tempo indeterminato, pap lo subiva con
calma, io piangevo... ma piangevo sul capino di un cucciolo o sulle alucce di un passertto, e le lacrime erano meno amare perch la bestiolina asciugava le mie lacrime
con la sua linguetta tenerella o beveva le gocce del pianto col suo becco ancora molle
di nidiace. Bisogna aver provato queste cose per poterle capire senza dirle:
Stupidaggini! Dopo le bestie, i fiori. Come mi sono sempre piaciuti! In vaso sulla
mia finestrella o colti lungo le verdi strade di campagna, erano la mia gioia. Anche qui
mio padre era stato il mio maestro. Da lui che non sapeva passare indifferente davanti
ad una corolla e ammirava tanto l'umile pratolina come l'orchidea rara, ho appreso
l'amore per i fiori, questi infiniti capolavori di Dio che seminano di colori e di
fragranze il nostro fango terrestre cos come le stelle seminano di gemme il
firmamento: fiori dei giardini celesti gli astri, astri dei giardini terrestri i fiori. Quando
andavamo per la campagna, quanti fiori non coglieva pap mio! Me ne incoronava, me
ne empiva le braccia, me ne illustrava le bellezze sempre nuove, sia che fossero un
boccio ancor chiuso, inviolato al tocco delle api e delle rugiade, sia che gi s'aprissero
pomposi a ricevere i baci delle farfalle, le carezze del sole, il lavacro delle piogge o il
bagno di luce fosforica delle stelle. E in tutto questo bello che la mano di Dio ha
sparso intorno all'uomo, sotto i piedi dell'uomo, della creatura sovrana che il Padre ha
amato fino al punto di donargli suo Figlio, e che cos pochi vedono sulla terra (per me
vedere amare), babbo mi faceva vedere l'opera del Creatore. Quante volte, ad
appoggio delle sue parole e intuendo la mia natura spontaneamente d'artista, egli non
citava brani di prosa, e specie di poesia, che pi illustravano il bello del creato e che
facevano notare in esso l'impronta dell'Essere divino che fece tutte le cose! Animali e
piante, tramonti, aurore, notti lunari cos verginali e caste, notti di stelle cos piene di
palpiti, e voi sonanti marine che parlottate con lo sciabordio dell'ondette leggere, che
sospirate stanche nelle notti piene, che schiaffeggiate con urla e risate infernali le
scogliere, e voi azzurri laghi d'Italia e colli, e pianure, e montagne, voi, voi tutte cose
belle perch fatte dal mio Dio, voi che ho amato e che mi avete amata e che venite,
nella mia decenne clausura, a trovarmi, poich v'ho tanto amato, guardato, studiato,
che vi vedo ancora coll'occhio della mente, siate benedette per la gioia che mi avete
data, siate benedette per la fede che mi avete data, siate benedette per la speranza di un
Bello eterno, pi grande, di cui voi siete un riflesso limitato, che mi avete infusa, per
l'amore che da voi mi venne, che a voi mi un, per l'amore con cui mio padre vi
amava, con cui mio padre fece che vi amassi, per l'amore con cui Dio vi fece e vi conserva; oh! siate, siate benedette! E benedetto sia Colui che a conforto dell'uomo vi fece
e che a conforto di me, sua povera figlia, don al mio io capacit di vedervi cos come
siete: perfezione e testimonianza di Dio, parola di Dio in tutte le ore, sprone

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all'ubbidienza, alla bellezza, all'utilit... Sono stanca e malata pi del solito e il


pensiero sfugge. Ma non tendo a fare opera letteraria. Ubbidisco solo a un suo desiderio, Padre. Perci poco mi occupo dello stile. Dico, cos come lo permette la mia
attuale debolezza, il mio sentimento rispetto alle cose che hanno trovato rispondenza
in me. E bellezza, opera del genio: chiese d'Italia dove la vita del Cristo e di Maria,
dove la vita dei Santi di Dio palpita eterna in raffigurazioni di bellezza ultraterrena. E
castelli e regge d'Italia, monumenti d'arte secolare il cui attuale pericolo o la gi avvenuta distruzione spasimo per il mio cuore. E musei fastosi di tele, di statue, di oggetti
rari venuti fin dal lontano Oriente, cose amate fin che vi ho possedute in un con la
salute, ora ancora amate nel ricordo e col ricordo, perch mi portate l'eco di giorni in
cui ancora conoscevo della vita non il completo fiele che dovette divenire dolce solo
dopo aver stritolato in essa vita il mio io... Ecco gli amici nelle cose minori, gli amici
che non mi tradirono e con opera non avvertibile fecero in me un lavoro di elevazione
a Dio, certo predisposto da Dio che usava di tutte le cose umane per lavorarmi l'anima
per l'eternit.
PARTE SECONDA
Oggi il 10 marzo, mercoled delle Ceneri. Si inizia perci la Quaresima. Tempo
sempre pieno per me di avvenimenti che lasciano un segno incancellabile. Se si guarda
bene, molte delle cose principali della mia vita sono accadute in quel tempo che va dal
mercoled delle Ceneri alla Pasqua. La nascita per prima cosa. Sono, proprio come la
violetta, un fiorellino quaresimale. Sbocciai alla vita e alla grazia in questo tempo di
penitenza anticipatoria della Pasqua, e i miei occhietti, che piangevano per aver
perduto il Cielo, videro per prima cosa il paramento di mestizia della Chiesa... In
quaresima la prima confessione. In quaresima la mia entrata in collegio. In quaresima
la mia uscita di collegio e ritorno in famiglia. In quaresima il mio primo risveglio
all'amore umano. E in quaresima, infine, i miei abbracci pi intimi con Dio quando
l'amore umano, essendo morto come effimero fiore non fatto per l'anima mia, cedette
il posto all'Amore unico, a Colui che gi si era mostrato e fatto amare, dalla puerizia,
col suo volto arrubinato di sangue e le membra trafitte. Nata in periodo di mestizia e
penitenza, destinata ad amare il Ges-doloroso, ben giusto che io debba aver
conosciuto per tempo il pianto, sempre pi pianto. Sia benedetto esso pure, che fu la
rugiada che disset la pianticella dell'amore e fece di essa un grande albero sui cui
rami gli uccelli dell'aria vengono a riposarsi. Il granellino di senapa, il pi piccolo di
tutti i semi e che simbolo del regno dei cieli, per me l'Amore. Perch solo l'Amore
ci pu dare, a noi cos imperfetti, capacit di conquistarci il regno dei cieli. Ma l'amore
che Dio aveva deposto, piccolo seme, nell'anima pargoletta, era sceso in essa in un con
una stilla del pianto divino, e aveva bisogno di pianto, di dolore per mettere radici e
fronde e innalzarsi fino al cielo... Ma per giungere al cielo ha dovuto, dopo aver
dibattuto s stesso sotto tutte le raffiche tentando liberarsi dal dolore, raccogliere i suoi
rami in forma di croce e su questa inchiodare me stessa. Oh! allora l'albero alimentato
di pianto, scaldato dall'amore, potato dal dolore, divenuto gigante, e spero che la sua
fronda, viva in eterno, fornisca al mio angelo la palma e il tralcio per la mia corona di
vittoria e la mia insegna di martirio.

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Il dolore di Pap.
Quando ero bimba, ma non pi puerile, vidi piangere mio padre. Quelle lacrime mi
sono tutte sul cuore. Egli, intelligentissimo, aveva fatto invenzioni e modifiche ad armi
usate nel nostro Esercito. Questo per amor di Patria, poich amava intensamente la
Patria sua e m'ha trasfuso questo suo amore, e poi perch si studiava di sempre pi
aumentare la agiatezza familiare per amore mio e di mia madre. In casa sono ancora i
brevetti, gli encomi, gli studi fatti da lui... studi notturni, pazienti, perfetti. Infine la
riuscita, la soddisfazione, la gioia. E poi... e poi il tradimento. Come costume
nell'Esercito, ogni scoperta bellica deve essere sottoposta a studio di alti ufficiali di
artiglieria. Fra questi mio padre trov il suo Giuda. Una piccola modifica e la corruzione mediante denaro del proprietario della fabbrica d'armi, presso cui pap aveva
fatto costruire gli esemplari da sottoporre al Ministero, furono il trabocchetto. Mio
padre, inferiore di grado e non volendo dimettersi dallEsercito e vendere la sua scoperta al Belgio, alla Francia, all'Austria che gliela avevano chiesta offrendo fior di
quattrini, si trov in condizioni di inferiorit. Erano, occorre ricordarlo, tempi in cui
protezioni oscure tutelavano gli affiliati a organizzazioni speciali. E mio padre non era
e non volle mai aver nulla a che fare con dette congreghe. Perci... perse. Il Ministero,
i generali, la stampa parlarono di lui con parole d'elogio. Ma il brevetto and all'altro,
al traditore, e l'utile ugualmente. Ma, come sempre, questo denaro del tradimento dette
frutto di maledizione. Il Glisenti, colui che per denaro testimoni il falso, fu colpito da
paralisi e veget per anni e anni come un bruto. Il traditore, ufficiale d'artiglieria, dopo
aver goduto i milioni frutto del suo tradire per breve tempo, mor, sparandosi con la
pistola usurpata un colpo in bocca; sua moglie e sua figlia conobbero la miseria
assoluta al punto di dover servire... Ma che mi importa dell'altrui male? Quello che mi
fa ancora soffrire il dolore di pap mio... E questo sarebbe stato gi di per s grande,
immeritato da quell'uomo retto, lavoratore, buono. Ma fosse stato dolore unico egli
l'avrebbe sopportato meglio e non si sarebbe in esso logorato. Invece... Mi duole
dovere sempre suonare due campane, l'una dal suono forte e buono e l'altra dalla nota
stridula e penosa. Ma la vita cos e io devo dire la mia vita come fu in me e in chi era
intornoame. Mia mamma, dopo la morte di sua madre, era divenuta addirittura
intrattabile. Un poco il mal di fegato e, dopo anche la miglioria di questo, e molto la
famosa malattia femminile - di quelle fra le donne pero che, per bont altrui, se la
possono coltivare - del nervoso, l'avevano resa un tormento, una calamit familiare. Se
avesse avuto una diecina di figli, pochi mezzi finanziari, nessuna persona di servizio e
necessit perci di rimboccarsi le maniche da mane a sera e sgobbare per tenere in ordine la baracca, gli isterismi non li avrebbe avuti, glielo assicuro. Ci sono delle infelici
realmente ammalate di nervi e sono da compiangere. Ma mia mamma non era di
queste. E lo dimostra il suo essere arrivata felicemente alla pi tarda et mentre tutti i
parenti di allora sono morti da un pezzo. Aveva solo il suo io malato di egoismo, di
superbia, di prepotenza. Mia nonna, durante i primi dieci anni di vita coniugale, aveva
posto un freno agli estri di sua figlia e un balsamo sul cuore ferito del genero che
l'amava come una madre amatissima. Erano due buoni e si amavano. Morta lei, era
venuto l'inferno. Mia mamma non ha mai voluto e non vuole, da nessuno, osservazioni. Lei la perfezione e l'infallibilit. La sua parola legge, il suo desiderio
comandamento. Mio pap, per amor di pace, non ha mai reagito a simili

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autoincensazioni... Per amore di pace, per amore della moglie alla quale ha voluto un
bene fedele, perfetto, che meritava ben altro compenso! E anche non reagiva per...
incapacit. Non era prepotente mio padre, non era brutale. Per domare mia mamma ci
voleva uno pi prepotente di lei, uno che all'occorrenza sapesse scrollarla un
pochino... Sarebbe bastata una volta sola. Invece sempre cos! Nell'unione coniugale
uno dei due il tiranno e l'altro la vittima. In casa mia la vittima era pap. Avrebbe
dovuto essere adorato quest'uomo senza vizi, lavoratore, paziente, sano, bello, buono,
che aveva dato ricchezza, vita comoda, superfluo a quel pezzettino di donna che era
mia madre, levandola all'insegnamento dove avrebbe dovuto prosciugarsi per tutta la
vita; e invece fu tormentato, fu abbeverato di sgarbi, di male parole, di ripulse...
Cominciarono le scene per la parentela... Mio pap aveva due sorelle e un fratello. Il
fratello e una sorella erano a Bergamo e perci davano meno al naso di mamma, che
per non mancava di parlare di loro con uno sprezzo che a pap era dolore. Quando
zio Agostino veniva, uscivamo io, pap e lui per poter parlare in pace. Mamma restava
a casa di puntiglio a rodersi di rabbia... Poi era la scena. Io, anche se avevo visto pap
dare bigliettoni di banca, grossi, a zio, non parlavo. Avevo capito molto per tempo che
vi sono cose da dire e cose da tacere... La prudenza mi deve essere stata infusa col
Battesimo. L'altra sorella di pap, dopo esser stata in Argentina per degli anni, si era
stabilita con il marito e una figlia maritata a Milano. Io non faccio il processo a
nessuno n l'apologia di nessuno. Perci dico che zia Angela avr avuto i suoi difetti.
Ma chi senza difetti fuorch Dio? Ah, no! sbaglio. Fuorch mia mamma? Questa zia,
vedendo l'autoritariet materna, os intervenire in mio favore. Fu l'inizio delle ostilit.
Una guerra continua che faceva soffrire babbo il quale, per la sua giustizia, non vedeva
la sorella colpevole di tutte le colpe che mamma le appioppava, ed era sempre seccato
da tutti i dispetti che a getto continuo partivano dalla moglie verso la sorella. Poi, non
bastando questo, le cose degenerarono ancora. Che inferno! Mi chiedo ancora dove
mamma trovasse forza, argomento, appiglio, veleno, in cos ampia misura, per
tormentare pap... Penso a Salomone dove dice che sono tre le cose che cacciano
l'umo fuori di casa: il camino che fa fumo, il tetto che fa acqua e la donna litigiosa.
Per il fumo e l'acqua ci pens il progresso a eliminarlo, e pap non ebbe a soffrire di
queste due noie casalinghe, meglio: edilizie. Ma riguardo alla moglie litigiosa.. Povero
pap! Fu pi bravo del saggio re Salomone, perch la sopport senza fuggire, senza
perdere la pazienza, ma anzi continuando ad amarla. Mentre ne soffr moltissimo.
Infatti niente ci ferisce pi di quel che non ci ferisca il vederci misconosciuti dai nostri
pi prossimi, ai quali diamo tesori di affetto. Pap dava tesori di affetto a sua moglie...
ma questi tesori furono usati come un'arma per ferirlo di pi. Sicura del potere, dello
strapotere che essa esercitava su lui, sicura che la bont e la pazienza del marito erano
perfette, sicura della perfezione d'amore con cui egli l'amava, invece di fare di queste
sicurezze una unica arma di bene per s, per lui e per me, se ne faceva uno strumento
di devastazione morale. Durante la settimana, pap essendo via di casa dalle 6 antimeridiane alle 12, dalle 14 alle 19, e avendo dopo cena spesso amici in conversazione,
non c'era male. Non era certo un vivere ideale, ma insomma era sopportabile. Ma alla
domenica! e sapere cosa fosse la nostra domenica, alla quale pap ci eneva tanto
come al suo giorno di festa da passarsi fra noi due Vuol che adorava? Eccola servito.
Dopo la morte di nonna io dormivo in stanza coi miei, cos fino al mio decimo anno.

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La mattina di domenica pap rimaneva a letto un poco pi del solito ed io scivolavo


dal mio lettino e mi arrampicavo sul suo lettone a prendere la mia parte di carezze.
Mamma, che si era gi alzata ed era di l a tormentare la donna di servizio, ci scopriva
cos, felici, l'una nelle braccia dell'altro, e sentiva il bisogno di avvelenarci la felicit.
Ogni pi piccola cosa era di pretesto per iniziare l'attacco. Frasi innocue come queste:
Questa notte hai dormito bene. Oggi, gi che una bella giornata, potresti uscire
anche tu. Hai un bel colore oggi. La cameriera sta meglio con il suo raffreddore?
Andiamo oggi a trovare Angelina (sorella di pap)?, bastavano a suscitare la scena. E
su, e su, e su con un crescendo maligno, crudele, ingiusto, selvaggio. Rimproveri,
accuse, minacce: di tutto. E niente poneva freno e termine a quella odiosa scena
domenicale. Io, mi par di vedermi, ritta in piedi nel mio lungo camicione da notte, ritta
sul letto matrimoniale a implorare piangendo piet; mamma che, dopo aver vilipeso
con le pi false accuse quel sant'uomo di mio padre, minacciava di separarsi coniugalmente; mio padre esasperato che diceva: Ma io mi sparo, cos non ci resisto!. E poi
lei che se ne andava altrove, per la casa, e io fra le braccia di pap che piangeva e
diceva: Oh! Maria! La mamma non mi vuole pi bene, non ci vuole pi bene.... Ho
perdonato tanto, tanto, tanto a chi mi ha trafitto la vita. Ma ho perdonato il mio dolore
causatomi per pura malvagit. Ma queste lacrime di mio padre... no, non le perdono.
Mentirei se dicessi che posso perdonare a chi le fece scorrere. Perdono i miei spaventi
di bimba... Sa che paura, che paura che pap si suicidasse? Quando tardava a rientrare
in casa per qualche motivo io pensavo subito che si fosse ucciso... Il mio cuore ha cominciato allora ad ammalarsi... Perdono le mie feste sciupate dopo aver fatto tutto il
mio dovere di scolara per sei giorni ripromettendomi la gioia domenicale. Perdono il
crollo delle mie speranze, delle mie illusioni cos tenaci a morire. Perdono di aver
ucciso la mia serenit fin dalla fanciullezza, il mio sorriso, perdono d'avermi fatto
intridere di pianto, di sconforto, di pessimismo il mio giorno fin dalle sue prime ore,
tanto perdono, tutto perdono di quanto mi venne ingiustamente dato di male e
egoisticamente levato di bene, del mio bene; ma quelle lacrime no. Le lacrime di mio
padre, no. Mi appartengono come la pi preziosa delle reliquie paterne e stanno chiuse
nel mio cuore che fu rigato da esse come da stille di piombo rovente fin dall'infanzia,
ma non mi appartengono al punto che io le possa perdonare. Esse anzi dal chiuso dove
vivono, esse anzi dalla cicatrice che il loro cadere ha lasciato in me, gridano, gridano
con voce di pianto, con voce d'amore, con voce di preghiera: Ricrdati e sii giusta.
Ricordo e sono giusta. Ho continuato ad amare mia madre perch avevo il cuore di
mio padre... Avessi avuto un altro cuore, non so se l'avrei potuta amare dopo aver visto
come lei ha tormentato quell'uomo. L'ho continuata ad amare per naturale tendenza
dunque e per dovere... Oh! triste cosa essere amati per dovere! Ma mio padre, il padre
mio l'ho amato per me e per lei con amore, con quanto amore... Vedr come ci
amammo fino alla fine... Abbozzo su questo argomento perch troppo doloroso per
me. Sento - poich ho la sensazione che i nostri morti siano in contatto con noi,
roteanti intorno a noi, veglianti su noi - sento le braccia di mio pap ancora intorno al
mio corpo scosso dai singulti e la sua voce dirmi: Oh! Maria! La mamma non ci vuole bene!. E una lama che mi si torce nel cuore... ... Cos erano le mie, le nostre
feste; eppure, da quei tenaci ottimisti che eravamo, durante tutta la settimana
accumulavamo tesori di buona grazia, di gentilezze, nella speranza che la prossima

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omenica fosse migliore dell'ultima cos infelice... Illusioni... Quando poi venivano le
grandi feste, e io e pap ci tenevamo: Natale, Pasqua, S. Giuseppe, S. Anna
(onomastico di mamma), i1 compleanno mio, di pap, l'anniversario delle nozze,
allora, di prammatica, la luna aveva inizio prima e tramontava a festa superata,
rovinando tutto. Quando io leggo il Vangelo, fra i molti miracoli di Ges, mi fermo
ammirando alla guarigione dei lunatici. Altro che lebbrosi mondati, ciechi risanati,
morti risuscitati! Questo un miracolo!!! Perch, se tutte le sventure sono sventure,
questa d'esser cattivi e di torturare chi vive seco noi la pi grande sventura. lebbra
che corrode l'anima, cecit che accieca, sordit che rende sordi alle voci del cuore,
morte al bene, delitto verso s stessi e verso il prossimo, offesa a Dio. Colui che
cattivo peggio di una calamit naturale, dalla quale non ci si pu sottrarre perch
voluta da leggi eterne, ma che appunto perch voluta da leggi eterne molto
distanziata, nelle sue crisi, nel tempo. Ci si rassegna perci alle sventure che vengono
a noi dalla natura e dal corso inesorabile degli eventi dei popoli. Forse questo dipende
dal fatto che, essendo cose decretate in eterno dall'Eterno e facenti parte della nostra
esistenza di viventi sul globo, sono rese sopportabili da una grazia speciale di Dio. Ho
visto risorgere la vita sui paesi devastati dai terremoti, dalle eruzioni vulcaniche, ho
visto sulle rovine e sulle lave sbocciare nuovamente i fiori, gli uccelli intessere il loro
nido, le donne cantare ninnando una cuna, l'uomo tornare cantando dal lavoro, la
speranza e l'amore risorgere come fenice dalle ceneri del disastro. Ma la disperazione
che un essere umano porta ad altri esseri simili a lui, che per legami di sangue o
d'affetto non si possono, non si vogliono ribellare, tremenda. Frutto di un cuore
preda del demone dell'egoismo, della prepotenza, dell'orgoglio, d una amarezza che
accompagna come tossico per tutta la vita. Una amarezza e una vista speciale, che ci
potenzia la facolt di vedere dietro le bugiarde quinte delle convenienze sociali.
Sterilisce tutto in cuore la pena che ci viene da un essere che vive per tormentare,
preda come del proprio io malato per non dire colpevole. Sul suo percorso muoiono
le speranze, crollano i sogni, si polverizzano tutti i lavori di bene. Rullo compressore
dell'umanit che lo circonda, un cuore non buono stende e stritola tutto nella polvere e
nel fango: intelligenza, salute, affetti, e lede persino la fede nei cuori, che vengono a
dubitare di Dio stesso che non interviene a por fine a tanto male. Guai a scoprire, e in
giovane et, la potenza della malvagit umana. L'amara disperazione che provoca in
noi la conoscenza di quanto pu un nostro simile di male verso i suoi simili tale che
senza un aiuto superno non lo potremmo sopportare e fatalmente saremmo portati al
disgusto totale di tutto e di tutti. Fortunatamente Iddio interviene e allora l'anima, pur
restando ferita, non muore. Ma muore la salute, qualche volta l'intelletto, sempre la
gioia. In mio padre morirono tutte e tre le cose e questo non lo posso perdonare. Fui
orfana dell'anima di mio padre, della sua intelligenza, a dodici anni; di lui mi
sopravvisse un corpo tornato bambino, e questo lo devo dimenticare? No. Non posso.
Se avesse avuto solo il dispiacere del vedersi tradito da un estraneo, mio padre non
sarebbe morto nella sua psiche cos presto. Sono state le ore familiari, corrodenti come
un acido, limanti come uno smeriglio, che me lo hanno distrutto. No. Non lo posso
dimenticare. Non sarebbe giusto neppure. Mia mamma quasi otto anni che vedova
e ancora non sa darsi pace. Ma perch? Perch questo tormento che la pungola e la
martoria? Non ansia d'amore, Padre. rimorso. Quando la morte ci leva uno amato

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ben diversa la reazione che provoca nei cuori. Dolore maestoso, placido pur nella sua
veemenza, se il nostro dolore non venato da rimorso alcuno. Dolore inquieto, dolore
smanioso che fa rimprovero ad altri, a Dio per il primo, di quanto accaduto (perch
in realt il rimprovero in noi, contro di noi) quando abbiamo molto che rimorde
verso l'estinto. Oh! dolce cosa poter guardare al cielo e dire a colui che lass, in Dio:
Io non ti ho mai fatto piangere!. Ho detto: Non posso perdonare. Lei sa cosa
intendo io per perdono. Ci siamo gi intesi su ci. Perdono vuol dire per me: dimenticare il male ricevuto. Ora io sono arrivata, per amore di Dio, a dimenticare il
male che ho ricevuto io, perch quel male mi ha gettata, come palla violentemente
scagliata al suolo, a rimbalzare in braccio a Ges, e perci quel male divenuto per
me bene. Ma non posso, non mio diritto, dimenticare il male che ricevette mio padre.
E quello, non dimenticandolo, non lo perdono. Tutto quello che posso fare di non
rimproverarlo a colei che lo fece e di far conto che non l'abbia compiuto, continuando
a rispettarla come fosse stata una compagna perfetta per lo sposo che Dio le aveva
concesso, e basta. Pi di cos, non posso. E non voglio per venerazione di mio padre.
Dal 1904 al 1935 sono 31 anni. Un tempo pur lungo! E per tutto questo tempo mio
pap ha sofferto per questo. Calpestato il suo cuore, trafitto il suo sentire, sprezzato il
suo affetto, distrutta la sua salute, lesionata la sua intelligenza, mortificata fino
all'ultima ora la sua dignit di uomo... Ah! che somma di dolore filiale ho a pesarmi
sul cuore! Solo posandola sulle spalle di Ges, mio divino Cireneo, riesco a trascinare
questa montagna d'assenzio che ha sempre schiacciato la mia sensibilit di figlia e
spremuto dalle mie fibre lacrime di sangue. In questa malattia cos tormentosa, cos
lunga, cos avvilente, Lei vede come sono serena... Ma quello che Lei non conosce,
perch allora Ella non sapeva neppure che io esistessi, il mio dolore straziante che
per poco mi fa impazzire quando mio padre mor... Ma quello che Lei non vede,
perch nessuno fuorch Dio e il mio angelo lo vede, il mio anelito continuo a pap,
la mia nostalgia di pap, il mio chiamare pap, il mio pensare a pap... Quando penso
come, cosa soffr, come se l'aculeo non straziasse le mie carni ma penetrasse nel mio
cuore. E quando vengo a mia volta calpestata, Lei sa come, due sono i nomi che
invoco: Ges - Pap. I miei due amori, i miei due conforti, le mie due calamite per
cui facile mi il Bene e dolce la Morte che mi aprir la via per unirmi a Loro...
Voghera.
Nel settembre 1907 andammo a Voghera. Il Reggimento era stato trasferito l. Persi le
suore e le compagne di nuovo, e passai alle scuole comunali non essendovi in questa
cittadina nessun Istituto femminile privato. Allora, almeno. Nella nuova scuola mi
trovai per molto bene. Ero la prima assoluta perch unica figlia di persone agiate e
soprattutto non del luogo. Perci il solo fatto del mio spontaneo uso della lingua
italiana mi metteva molto in alto sulle altre del paese. Poi leggevo molto perch
mamma non mi lesinava libri e riviste. Accrescevo cos sempre pi il mio dono
spontaneo di piccola iscrittrice. Avevo una ottima maestra, una vera mamma, il cui
ricordo luminoso in me. Le compagne erano buone. C'era una, la prediletta, tutta
sciancata, una dolce creatura dal viso di madonna su un corpo da Rigoletto, con la
quale andavo molto d'accordo. Era molto buona. Le ho voluto sempre bene e, anche
messa in collegio, durante le vacanze l'andai sempre a trovare. La cittadina era brutta e

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meschina, allora. Aveva strade strette, pavimentate con certi sassi aguzzi che
martirizzavano le piante. Ma in compenso aveva bellissimi viali di circonvallazione:
una cintura verde, ombrosa, piena di trilli e di voli. E poi la campagna era subito li, a
due passi, perch la cittadina era allora molto piccina. Bei paesi rurali pingui di messi
e di vigneti la circondavano tutta, e un torrente: la Staffora, dava sensazione di grande
fiume con le sue piene spumanti, o coi blocchi di ghiaccio che scoppiavano al disgelo
e le sue boschine di acacie in fiore piene di nidi e canti. Che bello andare con pap
lungo le prode, rasente alle siepi di biancospino che facevano da confine fra le
propriet e che erano tutte bianche in primavera per i milioni di petali che le coprivano
e tutte arrubinate in autunno per i ciuffetti dei minuscoli pomini rossi che le
decoravano, cos dolci agli uccelli e ai bimbi! Che bello andare, quando la neve ancor
resisteva nelle cune ombrose, in cerca di viole - ce n'eran tante - nascoste sotto lo
strato di foglie cadute in autunno, le dolci mammole cos umili e caste!... Che bello
andare lungo i campi che verzicavano per il nascente grano o avevano un moto d'onda
quando le spighe gi altre dicevano di si e di no ai venti, e i papaveri mettevano gocce
di sangue fra il verde e i fiordalisi coriandoli di cielo Che bello andare lungo il
torrente chiacchierino sotto i corimbi candidi e profumati delle robinie in fiore, fra i
canneti che frusciano sempre, le alberelle che tremolano inesauribilmente, lungo i
filari dove a festoni la vite si lancia con le sue ghirlande verdi e i suoi grappoli che
divengono di topazio o di rubino al sole!... Quanto bello! Quanto bello! Quanto bello,
per chi ti sente, o Dio, tu hai messo ovunque intorno a noi! Senza l'infelicit familiare
sarei stata ancor pi felice perch al lusso, alle visite, alla vita di citt non ci tenevo e
preferivo vivere fra la natura di Dio. Ero a Voghera da pochi mesi quando, non so di
preciso come, mia mamma venne a conoscere che dalla vicina Casteggio tutti i gioved
un esiguo gruppetto di suore francesi, Le Adoratrici del SS. Sacramento, provenienti
da Orlans e rifugiate l dopo l'espulsione delle case religiose per la legge Combes,
venivano a Voghera a dare lezioni di francese. Mia mamma decise di farmi andare a
quelle lezioni. Non ne avevo alcun bisogno perch facevo la quarta maturit e perch
ero gi avanti. Ma insomma... Io penso sia stato Ges che volle cos. A Voghera pap
aveva meno comodit di portarmi a Messa. Crescevo perci come una paganella e
avevo gi dieci anni. Cominciava perci un'et in cui pi necessario che mai l'ausilio
della religione. Mia mamma non se ne curava. Le pareva che ne sapessi abbastanza in
merito... Andai dunque tutti i gioved dalle Suore Adoratrici per la lezione di francese.
Ma se come studio rimasi dove ero perch, ripeto, ero gi molto avanti e le mie altre
compagne erano molto indietro, in compenso la mia anima venne rimessa in...
comunicazione con Dio. Il filo giaceva, se non spezzato, coperto certo di incrostazioni,
da quando avevo perduto il mio Ges morto delle Orsoline. Le care Suore
Adoratrici hanno rimesso in efficienza quel filo... cambiando, dir cos, stazione
d'arrivo. Non Ges Crocifisso, ma Ges-Eucarestia. Il che in fondo ancora GesSangue. Con molte insistenze ottennero da mia mamma di prepararmi loro alla Prima
Comunione. Nel settembre 1908, abbreviando di un mese la vacanza estiva a
Viareggio, entrai nel loro piccolo Istituto di Casteggio per prepararmi a ricevere Ges.
Le suore erano cinque: la Superiora Suor Giovanna della Croce, una nobile francese
molto buona; la vicesuperiora Suor Giovanna (semplicemente); la mia speciale, quella
che mi istruiva per la Comunione come mi istruiva per il francese, si chiamava Suor

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Maria. Alta, bellissima, un viso d'angelo che pareva mandare balenii di cielo. Ed era
anche un angelo. Quando or circa un mese l'Unione Cattolica Malati mi ha mandato
la pagella-preghiera di Suor Maria-Gabriella, la trappista santa, sono rimasta
dolcemente commossa, perch quel volto assomiglia a quello della angelica Adoratrice
che mi prepar a ricevere Ges. Vissi un mese fra queste suore. Mi volevano molto
bene. Pareva loro d'essere tornate nella loro dolce Francia, nel loro monastero dovuto
abbandonare con tanto dolore, fra le loro care alunne... Quante cure, quanto affetto! Se
non raggiunsi l'estasi dipese proprio solo da me che ero intirizzita da anni di letargo
spirituale, e non da loro che pi di quel che fecero non avrebbero potuto fare.
Avrebbero anche desiderato che la cosa fosse fatta con pompa... Ma mamma decret
diversamente. Usai perci lo stesso abito e lo stesso velo, candidi ambedue, della
Cresima. Nessun ricordo ebbi in quel giorno da mia mamma. Non un libro, non una
corona, non una medaglia. Nulla. E neppure permise a pap di venire. Giudic che
pap era inutile. Solo Ges sa come questo mi dette doloreI giorni che
precedettero all'avvenimento feci il ritiro. Giravo, io e Suor Maria, per il piccolo e
festoso convento pieno dei fiori d'autunno, guardata con amore e con santa invidia
dalle cinque suore e dalle cinque converse... Io credo che mi guardassero con
venerazione persino gli abitatori del pollaio... Avevo in testa una coroncina di rose
bianche a simboleggiare che ero la petite fiance de Jsus...La sera avanti alla
cerimonia trovai il mio lettino pieno di bigliettini d'amore: Io dormo ma il mio cuore
veglia, Piccola mia, sono Ges e t'aspetto, Come lunga la notte in attesa di te,
anima che amo!. Suor Maria mi parl come pu parlare un serafino... Poi al mattino
in chiesa, una gentile chiesina bianca e oro come uno scrigno, la cerimonia. Era la
prima domenica d'ottobre, festa della Madonna del Rosario. Ufficiava il Rev.do
Parroco di Casteggio. Le Suore cantavano con voci di angeli accompagnandosi
sull'armonium: O saint autel qu'environnent les anges... o jour heureux, jour cleste et
propice, vous bnir je consacre mavoix...; e nel momento in cui Cristo scendeva in
me per la prima volta, fra un grande tremore di anima e un brillo di lacrime che non
son pianto ma son trasalimento di gioia, soavissimo il cantico: Devant Jsus, ployant
leurs blanches ailes les chrubins s'inclinent genoux et Lui, le Roi des splendeurs
ternelles se fait petit pour venir jusqu' nous. Heureux enfants, allez manger le pain
des anges. Tous les trsors d'en haut sont ouverts en ce jour. Unissons-nous aux
clestes phalanges. Chantons la foi, l'esprance et l'amour. Au Golgotha, bris par la
fatigue, votre Sauveur marcha sans s'arrte; de tout son San g, pour vous, il fut prodi
gue. Si vous l'aimez, vous devez l'imiter. . . Mamma si comunic con me perch cos
le avevano chiesto le Suore. Dopo ci fu la festicciuola, dir cos, umana. I piccoli doni
delle Suore, del Sacerdote, tanto cari a me, il pranzo e infine alla sera, prima che io
partissi con mamma per tornare a casa, la consacrazione a Maria, ai piedi della quale
depositai la mia corona di rose: O Marie, o ma vie! A ton cceur maternel j'abandonne
ma couronne. Garde-la pour le ciel! . La mia corona di rose! Maria, la piccola
innamorata di Ges crocifisso, non doveva mai pi portare corona di rose. La sua
corona sar sempre di spine, sulla terra, e sulle spine il suo sangue, gemendo da mille
ferite, former le rose corrusche del dolore che solo nell'eternit si muteranno in rose
eterne. Egli, il mio Salvatore, per me aveva dato tutto il suo Sangue, come cantava
l'inno eucaristico delle Adoratrici. Io, per amor suo, dovevo dare tutto il mio sangue.

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L'ho dato. Lo do. Ma non creda che fu da quel momento una fusione perfetta e senza
pi turbamento. Oh! no! La formazione di Maria-ostia di Ges fu lunga e laboriosa.
Non le ho detto nel principio di questa storia che Dio non si impose a me, ma attese
che io andassi a Lui? Opera di seduzione la sua ma non di imposizione. Mi innamor
di S e attese. Penso che ogni anima sia come la Vergine avanti l'annunciazione. Ogni
anima essendo chiamata a formare Cristo come una sposa novella a formare la sua
creatura. Il concepimento di Cristo in noi avviene quando noi diciamo il nostro: Ecce
ancilla Domini. Prima vi solo l'invito del Signore, portato dal suo angelo, dalla sua
ispirazione. Ma il fatto non si compie che quando un'anima, in un trasalimento
d'amore, risponde il suo S, voglio. Allora lo Spirito scende ad adombrare l'anima
generosa e innamorata, scende col suo fuoco, cn la sua luce, coi suoi doni, e il
concepimento ha inizio. Cristo si incarna in noi, non gi, lo so bene, come in Maria,
ma si incarna e nasce spiritualmente, cresce, si informa e ci informa di S e tanto pi
cresce quanto pi l'anima si annichila e si distrugge per far posto a Lui solo, finch,
quando giunta l'ora della massima perfezione concessa a quell'anima, essa d alla
luce s stessa divenuta un'unica cosa col Cristo talmente cresciuto in lei da aver annullato tutto della creatura amante, restando solo Lui, Amatore. Non so se ho reso bene il
concetto di quel che volevo dire. Io, nel giorno della Prima Comunione, ho ripreso il
contatto con Ges ed Egli riprese la sua opera di seduzione dell'anima mia, la quale
per allora quasi non se ne avvedeva, cos come la terra non 5 'avvede del lavorio
nascosto del chicco di grano sprofondato nel solco, il quale pure germina e mette
radici finch, un'alba, la terra stupita vede il miracolo d'un filo smeraldino erompere
dalla zolla oscura. Ero tornata da pochi giorni a casa quando giunse dalla Francia,
povero, malato e ateo, mio zio, fratello di mia mamma. Gli volli subito bene perch mi
faceva piet. Ma egli credo che bene a me non me ne volesse o per lo meno me ne
volesse in maniera stranissima. Da quel cervello che tuttora e che sempre fu:
bislacco. Bisogna che faccia un poco di storia di questo disgraziato che fu rovina sua
propria e cagione di tanto dolore. Testa dura per eccellenza, fin dai pi teneri anni fu
sempre il ribelle della famiglia e non si dom n sotto la severit paterna n sotto le
cure materne. Mio nonno, che apparteneva alla Magistratura e che per la sua
integerrima, severa, ma anche paterna condotta, era quasi sempre proposto a tutore di
minori orfani ottenendo riuscite splendide dai suoi pupilli che sapeva guidare con
fermezza ma anche con tanta bont, mio nonno alle cui parole legato il ravvedimento
di molti colpevoli, perch non era solo colui che parla in nome della Legge punitrice
ma anche in nome della Bont che piange vedendosi vilipesa dagli uomini, non riusc
mai a raddrizzare l'animo del figlio, ultimo nato. Il quale fu sempre un ribelle.
Intelligentissimo ma svogliato. Capace di riuscire in qualunque cosa si applicasse ma
incostante. Amante del lusso e del divertimento, e per riuscire a stare all'altezza dei
ricchi amici, che sempre cercava, faceva debiti che poi toccava a mia nonna, a mia
mamma, all'altro mio zio a pagare, con sacrifici, per non addolorare il nonno e far dire
del nome di famiglia. Quante notti di copie di processi (allora tutti gli incartamenti
processuali venivano copiati a mano) non costato ai due fratelli questo
scavezzacollo! Quante lezioni, date da mia mamma, lezioni private il cui ricavato
poteva usarlo per s stessa e che invece doveva usarlo per tacitare gli obblighi del
fratello minore! L'altro mio zio, giunto al suo diciottesimo anno, and volontario

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nell'esercito e fece carriera. Usc cos dalle peste. Ma mia mam* ma rest in famiglia e
fino al suo 320 anno dovette lavorare per quel poco di buono. Sposata mia madre, egli
si mise subito in relazione con una giovane... Nulla di male se la differenza sociale
fosse stata l'unica cosa che metteva un interrogativo penoso a questa relazione. Il male
che quella giovane era un compendio di vizio... La volle sposare ugualmente...
L'unione fu quale doveva essere: un inferno. Lei si ridette ai suoi facili amori con la
stessa libert di una bestiolina. Chiss mai se mia cugina realmente figlia di mio
zio?... Scene in famiglia perch lui non permetteva quella vita di adulterio, debiti fuori
perch i festini coi diversi amanti, mentre il marito era al suo ufficio di gestore delle
Ferrovie dello Stato, richiedevano bottiglie di vini e liquori e dolci e carni prelibate...
Giunse persino a tentare di sopprimere lentamente, per mezzo del veleno, il marito...
Scoperta e minacciata di denunzia, pur di liberarsi del legame coniugale divenuto per
lei un ostacolo alla sua vita di lussuria, penetr nello studio del marito e rub diverse
migliaia di lire. Lui avrebbe dovuto denunciarla, era l'unica 97). Iside Fioravanzi,
madre di Maria valtorta, era nata a cremona l'il settembre 1861 da Eliodoro Fioravanzi
e da Giuseppina Belfanti. cosa da fare... Invece, dato che - nonostante le corna pi
numerose di quelle di una mandra di cervi - dato che l'amava, prefer scappare lui
all'estero facendo accumulare su di lui dei sospetti vergognosi e lasciando al pap suo
la briga di far risultare l'innocenza del figlio, cosa che per puro miracolo si ottenne, e a
mzo padre quella di rendere le migliaia di lire rubate da quella donnaccia... Mio padre
pag telegraficamente tutto per amore della moglie e per rispetto dei suoceri e poi
continu a sovvenire quel pazzo del cognato, che gir mezza Europa passando da un
impiego all'altro, guadagnando denaro a palate e consumandolo a sacchi... Quando era
nel benessere stava zitto, quando era alla fame chiedeva denaro... E mio padre si
occup della figlia (?!?) di mio zio. La mise in collegio levandola all'ambiente di vizio
della casa materna, dove era una zia apertamente data al libero amore e sua mamma
che continuava ad aver figli da Tizio e Caio, tutti messi sotto l'etichetta del casato di
mio zio! !! La vita che questo conduceva all'estero non era certo tale da migliorare le
condizioni sue, gi scosse dal veleno che anni avanti la cara moglie gli aveva
somministrato. Si ammal dunque, consumando fino all'ultimo soldo e all'ultimo
indumento, e una volta ridotto all'assoluta infermit e miseria... venne dal cognato. Il
quale cognato lo accolse a braccia aperte, perch mio padre era un buono. Poco male
sarebbe stato l'averlo con noi se fosse stato pi sano e di corpo e specie di animo. Ma
mio zio ripugnante per il suo ateismo blasfemo. Le assicuro che devo fare uno sforzo
a parlare di lui, a scrivergli di tanto in tanto, a pregare per lui, tanto la sua anima una
sentina d'inferno. Non apre bocca che per insultare Dio, la religione, i sacerdoti e i
credenti che egli definisce bigotti, falsi, viziosi, scemi, e simili altri aggettivi
qualificativi. E quest'uomo venne presso a me pochi giorni dopo la mia Prima
Comunione! Poi, era malato. I medici, tanto per essere alla loro altezza di penetrazione
(!), definirono che era tubercoloso all'ultimo stadio (Bum!!!). Dove l'aveva la
tubercolosi? Nel polmone, nel rene, nell'intestino? No certo. Sono passati 35 anni ed
ancora vivo nonostante abbia ormai 75 anni. Nel cuore malvagio, nel cervello
blasfemo ha il microbo. Ma non il microbo della tubercolosi, bens quello della
malvagit, dell'ateismo pi volterriano che ci sia!!! un infermo. Quello s. La sua
vitaccia e cure errate gli hanno atrofizzato il movimento nelle gambe. Cammina perci

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lentissimamente con le gambe irrigidite, anchilosate dall'anca al piede. Non pu


dunque fare nulla di impiego pubblico, mentre amministrazioni private e specie presso
Pii Istituti le tiene veramente bene, perch la testa forte e la mano non trema.
Possiede anzi il dono di una calligrafia perfetta come un saggio litografico. Ma
insomma i dottori sempre illuminati (!), non mai abbastanza lodati per la loro
illuminazione (!), decretarono che zio era malato e pericoloso per me, cos tenera
d'anni. O in casa lui, o in casa io. Insieme in casa, no. Pericolo di morte. Quell'anno
ero passata alle complementari perch mamma sognava per me come apice di bellezza
culturale di farmi divenire maestra... Maestra io che ho sempre odiato questa
professione!! Io sarei stata una maestra zimbello dei miei scolari perch, per tema che
avessero a soffrire quello che mia madre-maestra mi aveva fatto soffrire, avrei tutto
concesso, tutto perdonato; perch, per tema di divenire acida, autoritaria, ripulsiva ai
piccoli come era mia mamma, esemplare perfetto di insegnante (in tutte le virt
negative che fanno di un insegnante un babau), perch, per tema di questo, avrei
ecceduto verso una eccessiva indulgenza, in una debolezza colpevole. Alle
complementari avevo trovato una Direttrice uso mia madre. Impossibile. Era il
compendio di tutte quelle qualit che mi avevano fatto soffrire sotto la sferza
familiare. Ingiustizia, partigianeria, autoritariet, severit spietata... era il terrore delle
scolaresche!... e tutta la classe insegnatizia le andava dietro perch la Direttrice era
potente per protezioni superiori. Io poi, che non portavo regali - mia mamma non
cedeva a questa imposizione camorristica - ero fatta segno a tutti i soprusi. La stessa
mamma, che non certo mai stata indulgente, dovette intervenire in mia difesa davanti
alle grandinate di rimproveri e di zeri che si abbattevano tutti i giorni e in tutte le
materie su me che a scuola andavo preparata da mia mamma!!! Quanto piangere! Io
che amavo lo studio come la vita e mi rifugiavo in esso, fonte per me di gioie che non
trovavo altrove, nella mia triste casa, ero arrivata a non avere dello studio che il ribrezzo e la tema che abbiamo per cose che ci portano sempre dolore... Sfiduciata,
avvilita, studiavo automaticamente senza pi gioia, senza pi scopo... Tanto ero
sempre rimproverata lo stesso. Non bastando, si capisce, la Direttrice e le altre sue
satelliti, a casa c'era lo zio: aspro, schernitore, ingiusto, che mi sbeffeggiava ad ogni
minima parola, che mi metteva contro mia mamma e persino le mie Suore francesi!...
Solo pap restava sempre buono! ... Ma non c'era quasi mai... Lo vedevo solo a cena
perch dopo io dovevo andare a letto per stare poco a contatto con lo zio. Ero divenuta
di una ipersensibilit che mi strappava lacrime continue: ero tutta una piaga morale.
La mia timidezza naturale, che gi si era sempre accresciuta sotto la mano ferrea di
mamma, aveva ora raggiunto un diapason che era realmente una malattia. Mi
paralizzava. Se penso a me stessa, allora, mi pare di vedere uno di quei poveri
cagnuoli senza padrone, randagi, tremanti di freddo, di paura, pieni di ferite,
mendicanti un osso spolpato, una ora sola di riposo, una sola carezza, e che tutti
prendono a pedate, che tutti cacciano, che tutti tormentano. Poveri paria che scontano
quali colpe mai?... Io ero proprio cos. Mi volgevo a destra: un rimprovero; a sinistra:
uno scherno. Piangevo: ero punita. Studiavo: ero rimproverata. Giocavo. Ero
rimproverata. Tacevo. Ero rimproverata. Parlavo. Ero rimproverata. In casa, fuori di
casa. Sempre cos. La mamma era inquieta con la Direttrice che, col suo colpirmi di
brutti voti, indirettamente colpiva l'insegnante Iside Valtorta. Ma lo era per l'insulto

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fatto a Iside Valtorta. Per il male che faceva a me, no. Anzi ci si metteva anche lei ad
aumentare quel male. Una vita d'inferno. Mio pap teneva sodo a non volermi
allontanare di casa. Mia mamma, presa fra il rimorso di sacrificare sua figlia e la
smania di proteggere il fratello, non sapeva che pesci prendere. Un pretesto ci voleva
per persuadere che io divenivo una discola e bisognava mettermi in collegio per
punizione e per mio bene. Unica scusa da attaccarcisi per giustificare presso s stessa,
presso pap, presso tutti, l'ingiustizia di sacrificarmi ad un fratello che oltre tutto non
era un modello di parente. Il quale fratello, furbo matricolato come , seppe sfruttare e
lavorare molto bene la situazione. In collegio. Breve. Mio padre dovette finire a
cedere. Venni sacrificata io. Il 4 marzo 1909, alle 9 di mattina, lasciai la mia casa per il
Collegio. Non mi ero mai assentata da casa mia fuorch per quel mese preparatorio
alla Prima Comunione. Ma allora la distanza da Voghera a Casteggio era talmente
minima che non mi pareva di abbandonare la casa. E poi allora sapevo di andare l per
un mese, quasi per vacanza, per ricevere Ges. Ora mi si schiacciava sotto il verdetto
che venivo messa in collegio, lontano tre ore di treno da casa, per degli anni e per
castigo. Ecco: questa crudelt mi rese odioso il fatto e chi lo fece. Ero troppo
intelligente per non capire la verit vera delle cose, e avrei preferito che, con sincerit,
si fosse detto quella per spiegarmi il perch del mio sacrificio. Il sacrificio mio era
ingiusto perch non io ma lo zio doveva esser messo fuori di casa. Ma mi ci sarei
rassegnata di pi. Ma questo no. Perch dirmi che ero meritevole di punizione,
meritevole di esser strappata alla mia casa, a mio padre, mentre non era vero? Perch
mia mamma non riflett su quanto male poteva provocare con questa menzogna e
questa ingiustizia? Fino allora avevo di mia mamma paura ma anche stima. Dopo non
l'ebbi pi perch la vidi ingiusta e insincera. E, devo dire il vero, anche la stima in mio
pap ne usc scossa perch egli non aveva saputo imporsi e difendermi. Ero molto
umana e le reazioni umane erano fortissime in me. Per orgoglio partii senza piangere.
Ho fin da piccina pensato che il pianto, essendo la cosa pi intima e profonda che
abbiamo, pi ancora dell'amore, va elargito e mostrato solo a chi merita di vederci nel
nostro profondo pi profondo. Tutti gli altri, che non ci amano di un amore perfetto,
non hanno diritto di vedere le nostre lacrime. Perci io ho pianto solo con mio pap,
con Dio e con pochi altri che stimo come pap e venero come Dio. Partii dunque senza
piangere. Per orgoglio e per sprezzo. Sicuro: per sprezzo. Sentivo che non ero amata.
Tanto vero che mi si sacrificava a un poco di buono. Perci il cuore mi si serra va di
sprezzo. Non ho pianto. Dentro mi sentivo spezzare a vedermi respinta, io che ero la
figlia, a vedermi posposta a un fratello indegno, ma ho indurito me stessa, ho conserto
le braccia fino a farmele dolere per impedire di andarsi ad allacciare al collo di mia
madre supplicandola di tenermi sul cuore... E naturalmente fui giudicata: insensibile!
Alle 11 arrivammo a Monza, alla porta del grande Collegio delle Suore di Carit di
Maria Ss. Bambina. Le suore della Beata Capitanio. Mi ricordo esattamente il mio
soffrire di quell'ora... Ma non piansi. Detti solo un grande grido quando fui strappata a
mia madre... E vedendo che il mio grido, che era realmente grido di cuore che si
spezza, rimase senza eco... ho sentito spezzarsi un altro vincolo fra me e mia madre e
abbassarsi ancora di pi la porta aperta fra me e colei che mi ha generata e data alla
vita senza avermi mai capita. Senza aver mai capito il cuore della sua creatura. Dopo
quel grido, silenzio. Davanti al fatto compiuto io non ho mai avuto inutili querimonie.

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Mi indurisco e muoio in un silenzio pi pernicioso, pi uccidente di qualsiasi


esplosione di dolore. Le Suore erano molte e molto buone. Il Collegio bello, vasto,
luminoso, pieno di cortili pieni di sole e di fontanelle, di portici luminosi, e con un
giardino vasto come la pineta fino al Marco Polo: bellissimo. Per distrarmi mi fecero
girare tutta la casa. Intanto le mie compagne finivano il pasto di mezzogiorno e fui
presentata a loro. Erano care e buone... ma io, timida come ero, soffrii moltissimo a
vedermi osservata da tanta gente: 150 bimbe, 40 suore e 40 converse. Mi pareva
d'essere S. Bartolomeo scorticato! Mi nascondevo dietro la mia Suora, rispondevo a
monosillabi e spesso col capo come i ciuchini. Oh! le mie compagne furono molto
buone a continuare ad accarezzarmi, cos scontrosa come ero! Mi affidarono a tre
alunne: Isabella Gilardi, una biondina ridente, figlia unica come me, la quale avrebbe
dovuto occuparsi di me come una mammina, e lo fece con tanto amore, povera Isa
morta cos presto, cos angosciata, uccisa dalle infedelt del marito che le impose
l'amante in casa, morta cos presto e cos disperata di lasciare i suoi teneri orfanelli!
L'altra: Lina Cocini, un gran di pepe, nera, magra, tutta moto e tutta lingua, non taceva
neanche a metterle un lucchetto sulla lingua, fu mia compagna di classe di studio.
Povera Lina, morta lei pure a 23 anni, uccisa da una peritonite fulminante. Le fui
sincera amica per virt di contrasto: io quieta e lei un moto perpetuo, io silenziosa e lei
chiacchierina come una passera, io riservata e lei esuberante nelle sue dimostrazioni.
La terza tuttora vivente: Gina Ferrari, un angelo pio... e questa mi fu data per
compagna di refettorio, di chiesa e di classe di lavoro. Cara Gina che non disubbidiva
mai in nulla per fare fioretti a Ges! Ma anche le altre 18 della classe erano buone:
la prima superiore, divisa in prima tecnica e in prima interna, perch allora nel mio
Collegio non vi erano le scuole magistrali ma solo le tecniche o quelle classi di
educazione generale, detta interna, il cui programma era un misto di tecnica e di
complementare, atte perci a dare a signorine di buona societ la cultura necessaria al
loro stato ma senza licenze di sorta. Si era in tempo di esami trimestrali e il giorno
dopo feci il mio esamino. Mi avevano fatto alzare alle nove, tre ore dopo le altre,
perch quell'angelo della Superiora non amava spaurire nessuno con la disciplina
esagerata e ci portava al Regolamento senza strappi rudi. Io veramente alle sette al
massimo nell'inverno, alle sei e prima ancora d'estate, ero sempre in piedi, a casa mia.
Ma chi lo poteva pensare che una figlia unica fosse trattata cos alla militare? La Suora
mi aveva aiutata a vestirmi, lasciandomi i miei abiti di casa, perfino il fiocco rosso nei
capelli mi lasci... Poi scendemmo nella Cappella. Ricordo che incontrai la vicesuperiora degli studi. Una suorina piccina, piena di vita, armata di occhiali azzurri...
Questo e il saperla superiora degli studi e professoressa di matematica, la mia materia
paurosa, mi fecero tremare. Invece, povera suora!, fu tanto buona con me per quanto si
rammaricasse sempre che proprio solo nella sua materia io non valessi nulla!... Mi
fece una carezza e mi chiam passerotto. Questo mi rincuor un poco. Entrammo in
cappella. Che bella! Azzurra e oro come mi figuravo allora il cielo. La Madonna del
Sacro Cuore di Ges sulla pala d'altare. Ai fianchi S. Modestino e S. Tarcisio, i due patroni, i martiri bambini: bellissimi. Poi il mio S. Giuseppe e il Sacro Cuore. E fiori,
fiori, fiori e sole e il giardino che si vedeva dai finestroni aperti e canti di uccelli...
Suor Francesca mi fece pregare e poi mi chiese se volevo vedere il corpo di S.
Modestino martire deposto sotto l'altare. Memore del mio Ges morto che m'era

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rimasto impresso col suo verismo di piaghe, ricusai. Avevo paura di vedere altre
piaghe. Quelle di Ges sta bene, ma altre no davvero. Ma Suor Francesca mi rassicur.
Infatti vidi un bel giovinetto di cera, modellato alla perfezione, steso su un materassino
porpureo, vestito da giovane romano, i sandali ai piedi, la veste-lunga orlata di una
greca ricamata, la testa bellissima posata su un guanciale con posa di dolce
abbandono, nelle mani la spiga e il grappolo in una e la palma nell'altra. Pareva
dormire assorto in un sogno beato. Del martirio subito, un piccolo segno nel collo di
neve, l dove la spada apr la vena, l dove usc la vita ed entr la gloria... Questo il
mio incontro con Modestino, il giovinetto martire di Cristo. Portata in refettorio non
mangiai nulla. Il latte non lo potevo bere per via del mio stomaco, e cos per quella
mattina rimasi senza nulla. Ma il solo fatto che nessuno mi rimproverava mi faceva
contenta e sazia. Andammo nella classe. Condotta al mio banco feci come le altre il
mio esame. Era francese scritto. Io ero gi alla sintassi e le altre alle loro prime armi.
Un trionfo dunque che mi rinfranc e mi fece sorridere di gioia. Le compagne mi si
serrarono intorno con ammirazione e la Suora di francese mi accarezz per premio.
Oh! fa pur bene un poco di gioia! Il giorno dopo era esame di italiano. Ricordo ancora
il tema: Bella la neve che cade dal cielo, ma se si pensasse a chi soffre.. La Suora
professoressa d'italiano era giovanissima. Ancora postulante. Di Venezia. Bella, con
occhioni da spagnola, un trionfo di trecce sul capo senza cuffia, una magnifica
dentatura, e buona, ridente, intelligentissima. Poi scoprii che era un serafino in terra.
Si chiamava Angela, divenuta poi Suor Immacolata dopo la vestizione. Due nomi che
erano di predestinazione, perch angela fu sempre, angela della terra che spiccava
continuamente il suo volo ai piedi di Dio, e pura come il suo nome, di una purezza che
traspariva da tutto il suo essere. Quando parlava di Dio questo serafino si accendeva
tutta come una neve sotto un tramonto di porpora... Pareva che le fiamme interne
trasparissero alla superficie... Mor giovanissima, senza malattia vera e propria, ma
con solo un subitaneo languore che la distrusse, lei sana e forte, in pochi giorni, non
saputo definire dai medici, e mor proprio il giorno 8 settembre, festa dell'Ordine di
Maria Bambina. L'amore la prese, l'amore la colse, l'amore la spense per portarla a
fiorire in Cielo. Il mio tema fu giudicato un capolavoro. Sapevo di esser forte in
italiano ma il voto massimo avuto, un 10, mi stup molto. E pi ancora mi stup l'esser
pubblicamente lodata. Non ero usa agli elogi. Vedevo per la prima volta che non
vero che a chi fa il suo dovere non va fatto elogio, secondo il detto di mia madre.
Qui avevo fatto il mio dovere e venivo premiata. Questo mi scaldava il cuore e mi
dava di nuovo fiducia in me stessa. Descrivere era il mio forte; descrivere perci la
nevicata mi era stato facilissimo. Non ho mai amato la neve. bianca ma cos
gelida! Preferisco il sole. Bisogna ricordarsi che sono nata nei paesi del sole e dal sole
ho tratto vita quando ero un povero cucciolo abbandonato nei solchi... Anche la parte
di riflessione del tema, dove tutte le altre erano miseramente cadute, mi era stata
facile. Osservatrice come ero, infinite volte avevo notato le sofferenze dei poveri, dei
diseredati... Mesta per natura e divenuta ancor pi mesta per tenore di vita familiare,
comprendevo il dolore in tutte le sue manifestazioni. Quante volte, col nasetto
schiacciato dietro i vetri della finestra, nei miei tristi pomeriggi di bimba sola, nelle
mie domeniche sciupate dalle diatribe familiari, non avevo notato, fra il velo delle
lacrime, altre miserie, diverse di forma ma uguali di pena, passare fra il turbinare dei

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fiocchi bianchi Fui cos senza fatica e con poco merito, perch il lavoro m'era
sembrato facilissimo, proclamata la prima della classe nelle lingue italiana e francese e
nelle materie orali. Nella matematica... fui fedele alla mia asineria. Nel fabbricarmi si
devono essere dimenticati fuori dalla testa la cellula delle matematiche. un vuoto
assoluto che n per sforzi miei, n per sforzi altrui si mai colmato. Sono
completamente deficiente in fatto di calcolo. Ma non me ne dolgo molto. Penso che
anche Ges come me. Lui pure non un calcolatore. Se lo fosse stato e se lo fosse
non sarebbe quello che . Ma Egli poeta: il suo Vangelo lo mostra; Egli abile
diplomatico, anche questo lo svela il Vangelo; Egli Medico, Maestro, Amico,
Salvatore, tutto ma non un calcolatore. E come tutti i non calcolatori generoso
oltre misura, misericordioso oltre misura, paziente oltre misura, buono oltre misura. E
questo mi d tanta speranza... Con un idealista c' sempre bene a sperare. Con un
matematico mai. E se Dio fosse un matematico sempre intento ai calcoli esatti, chi
potrebbe sperare di salvarsi? Ma Ges non matematico. Non fa parlare la scienza ma
il cuore, non ragiona con la scienza ma col cuore, anzi ragiona unicamente con la
scienza del cuore e chi sa prenderlo da quel lato tutto ottiene da Lui. Io pure ragiono
con la scienza del cuore, io pure, nella vita pratica e in quella dello spirito, sono
un'idealista, una generosa, una prodiga che non tira mai le somme del dare e
dell'avere. Do, do, do e non mi curo d'altro. Mi fido del Salvatore, del Fratello,
dell'Amico, del Maestro, del mio Re e vado avanti, cos, guardando Lui solo... Ma
torniamo al Collegio. Dopo dieci giorni vennero a trovarmi pap e mamma. Era il mio
compleanno e pap era voluto venire a trovarmi. Quando venni chiamata nel salone
delle visite sentii un grande batticuore... Perch infine la ferita ora si sarebbe riaperta...
e cominciava appena a rimarginarsi. La Superiora, una ottima educatrice materna, di
carattere dolce, uguale, che faceva ubbidire con amore anche le pi riottose, era
parente di un amico nostro, ufficiale medico. Uno dei medici che avevano decretato la
pericolosit del mio zio (?!). Un bell'asino, via! Ma in parte gli devo esser grata perch
nel collegio fui felice. Non grata per avermi levata a pap nell'ultimo periodo della sua
integrit mentale. Ma dir in avanti!... Dunque la Superiora, che aveva gi capito il
mio acciaio, mi chiam in disparte e mi chiese la parola d'onore che non avrei
pianto. La parola d'onore di una bimba! Certuni rideranno sentendo parlare di ci. Ma
la Superiora aveva capito chi ero io, di che tempra fosse fatto il mio io, e mi tratt
come una persona adulta. Prima di dare la mia parola riflettei qualche minuto... e poi
la detti semplicemente e fermamente e fui fedele ad essa. Nella vita ho sempre fatto
cos. Ho riflettuto prima di iniziare o di promettere una cosa. Ma quando la mia
coscienza mi diceva: Puoi promettere, puoi principiare, ho dato la mia parola, a me
stessa o ad altri a seconda dei casi, e l'ho sempre rispettata fino a cosa compiuta. Con
virilit, con onest, con santit. Poich santit anche l'essere fedeli alle promesse che
ci facciamo, o facciamo al prossimo, o facciamo a Dio. Andai dunque in sala, parlai
coi miei e, per quanto dentro piangessi con tutte le mie lacrime di figlia, mi mostrai
serena. Li accompagnai alla porta con un sorriso come la pi veterana delle collegiali.
Dopo... eh! dopo andai a piangere nell'unico posto dove noi collegiali si sia realmente
sole, posto non poetico ma segreto come nessun altro. Ho sempre pianto l dentro io,
perch neppure in chiesa mi sentivo cos sola come in quell'angolino straumano... In
chiesa c'era sempre qualche suora, qualche conversa, qualche compagna, e io ho

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sempre avuto un grande pudore del mio soffrire. Non mi mai neppure piaciuto essere
compianta perch soffrivo. Penso che il mendicare conforti, l'andare piagnucolando
presso Tizio, presso Caio, sia senza dignit, sia prova di infantilismo morale ed
anche sempre prova di non eccessivo dolore. Perch il vero dolore, il dolore sovrano
dignitoso nelle sue manifestazioni. Esso sa benissimo che nessuna parola umana atta
a levarci la sua freccia dal cuore... Solo Dio, versando dal Cielo i suoi conforti sulla
povera creatura che si torce sotto la pugnalata di un dolore vero, pu mettere un
calmante sovrumano nell'ardore della ferita. L'uomo no. La maggioranza degli uomini,
anzi, ottiene proprio l'opposto del desiderato e del prefisso. Con le loro parole
difficilmente suggerite da una vera luce interiore di comprensione e d'amore, con le
stesse loro dimostrazioni d'affetto, spesso e volentieri intempestive ed esagerate,
urtano ed eccitano invece di medicare e di placare. Qualcuno possiede, per grazia
speciale data da Dio, il segreto di consolare. Ma la schiera di questi qualcuno, che
sono i veri consolatori dei fratelli, cos esigua, cos esigua!... Si ritrova essa fra i veri
santi in terra e fra coloro che hanno molto pianto e molto sofferto, senza divenire acidi
sotto l'azione del dolore, cosa che talora, nei meno buoni, avviene. S, perch il dolore,
maestro della vita, migliora i migliori che riconoscono il suo volto e comprendono
quale crisma regale sia la sofferenza e quale sia la sorgente che stilla questo crisma,
ma rende pi aspri, pi ribelli, pi egoisti i meno buoni. Vi sono molti aforismi per
definire l'uomo, ma io penso che uno dei pi esatti quello che dice: Dimmi come
soffri, come sai soffrire, mostrami che reazioni suscita in te il dolore, e ti dir che
uomo sei. S. Religione, amor di patria, amor di figlia, amor di sposa, amor di madre,
virt sociali, tutto si mostra nella sua vera natura sotto la reazione del dolore. Il vero
credente bacia piangendo la croce e se la stringe al cuore dicendo: Grazie, Signore, di
farmi soffrire e di rendermi cos simile a Te. Il vero patriota soffre virilmente per
amore di Patria, e tanto pi questa Patria cagione a lui di dolore, tanto pi egli la ama
e la serve con un amore perfetto. Il figlio, realmente degno di tal nome, pi ama e
soffre per coloro da cui trasse la vita e pi per loro si sacrifica in olocausto umile e
grande di obbedienza, di rispetto, di affetto, senza curarsi se i genitori siano degni di
quell'affetto, senza tener conto delle colpe loro, che egli vede, ma che non giudica e
soprattutto non punisce, perch nel suo vero amore trova il segreto di tutti i perdoni,
ossia di tutte le indulgenze. La sposa, o il marito che realmente il coniuge del compagno, la carne unica con essa, colui che Dio un e che forza e evento umano non pu,
non deve sciogliere, sa trovare in questo suo amore fiorito in un'ora di fede reciproca,
e ferito dall'offesa dell'altro, ma che da parte sua nn conosce sfiorire, la forza di
rispondere con bont all'altrui malvagit, con fedelt all'altrui disamore, con virt
all'altrui non virt, con dedizione all'altrui egoismo, col perdono a tutte le offese del
compagno che calpesta il vincolo sacro ed eterno del sacramento e dell'amore. La
madre, il padre realmente degni di tal nome non amano pi di tutti il figlio che spreme
dal loro cuore lacrime di sangne perch malato nel corpo o devastato nell'anima?
Quali sacrifici, quali somme di amore per contendere un figlio alla morte fisica o
strapparlo alla morte morale! Se vero che un figlio sano, bello, buono, oggetto di
orgoglio per i suoi d un senso di calma, di fiducia, di riposo, come pur vero che
tutte le industrie, tutti i pensieri, tutti i sacrifici, tanto pi meritori perch l'anima sente
che sono inutili, vanno spesi e prodigati per colui, fra i figli, che cagione di dolore.

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Ho fatto una lunga digressione. Ma sento che Lei mi capisce. uno dei pochi che
hanno quel dono intellettivo, ben pi grande della normale intelligenza, di
comprendere i cuori. Io nulla so della sua vita, Padre, ma ho l'impressione che Lei non
abbia avuto un'infanzia, una fanciullezza, una giovinezza priva di lacrime. Sa troppo
capire chi soffre per non avere sofferto Lei stesso. Altrimenti dovrei pensare che Dio
talmente in Lei con la sua capacit infinita di capire e di amare che la sua personalit
di uomo, sempre limitato nelle capacit intellettive, viene abrogata, superata, e Dio
agisce, capisce, opera e consola in Lei, al posto di Lei. Ma torniamo al mio Collegio.
La mia Superiora, me lo disse poi molti anni dopo, trasse da quella mia fedelt alla
parola data i pi belli auspici sulla mia riuscita morale e spirituale, e da quel momento
mi am pi ancora. Aveva capito che il Valtortino, se era piccolo, timido, con
apparenza morale comune e di fragilit fisica, era invece in realt di una stoffa buona,
fatta di generosit, di fermezza, di fortezza, di fedelt. S. Ho sempre posseduto queste
virt, come mazzo di fiori coltivati in me da Dio e che io ho colti e dispensati in tutte
le ore della vita ai miei fratelli. Esse sono in me, tenute legate dal cordone d'oro
dell'amore. Un grande amore per Dio e per il mio prossimo. Questo sempre visibile e
in atto, quello di Dio alle volte agente a mia stessa insaputa, per lavorio interno
dell'anima che, dal momento che concep Cristo, per spirituale adesione al suo
desiderio d'amore, non ha mai cessato di agire e operare nell'amore. E la mia vita di
collegiale sempre pi si organizz e divenne da me sempre pi amata. Sveglia alle 6 i
giorni feriali, alle 7 alla domenica e ai giorni di festa. Alle 6,30 o alle 7,30 in chiesa
per la S. Messa e preghiere. Alle 8 meno un quarto colazione, breve ricreazione, studio
delle lezioni compiuto passeggiando sotto i portici o nell'immenso salone del Teatro
nei mesi freddi. Alle 9 meno un quarto inizio delle lezioni di un' ora ciascuna. A
mezzod pranzo. Dal tocco al tocco e 3/4 ricreazione. Poi ognuna alle proprie
occupazioni di lavoro, di studio, di musica, di pittura ecc. ecc. fino alle 16. Alle 16
merenda, ricreazione, poi compiti e lezioni fino alle 18,30. Orazioni della sera in
chiesa e benedizione eucaristica in tempi di novene o nei mesi di maggio e giugno.
Cena alle 19. Ricreazione dalle 19,30 alle 20,30. Poi, dopo il canto del Sub tuum
praesidium davanti all'Immacolata, le piccole a letto, le grandi alzate fino alle 21,30 e
anche oltre in tempi d'esami. E poi a nanna. Al gioved e alla domenica passeggiata per
la citt o al Parco a seconda della stagione. D'estate tutte le sere passeggiata in
campagna fra i campi pieni di spighe d'oro. Durante il carnevale cinematografo e
recite. Di tanto in tanto recite presso altri istituti che ci invitavano ai loro spettacoli,
concerti al Conservatorio di Milano o in altre sale. A primavera gite-premio in Brianza
e sui laghi. Dal 10 luglio al 10 ottobre vacanze a casa. Vitto ottimo e abbondante,
assistenza medica assidua, riscaldamento generale con termosifone, allegria, bellezza,
signorilit e bont. Io ci stavo benone. Sono stata in Collegio dal 4 marzo 1909 al 23
febbraio 1913: cinque annate scolastiche e quattro anni solari. Solari non solo per
durata di 365 giorni ma per la letizia veramente solare di quel tempo. Le mie
compagne, tutte molto amate in famiglia, molte persino viziate, trovavano quella disciplina molto severa e se ne lamentavano. Io trovavo che non avevo mai sentito tanto
poco la disciplina come l dentro. Lo studio mi piaceva e l era bello studiare perch
la lode era stimolo continuo alle volonterose. Studiavo dunque con gioia e con merito
ed ero sempre all'ordine del giorno. L'ordine, l'ubbidienza non mi pesavano,

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l'educazione neppure. Perci ero sempre citata a modello. In 5 anni non ebbi mai una
punizione. Le ho detto che fin da piccola io agivo bene per orgoglio, per non avere da
chiedere scusa. In secondo luogo agivo bene per far contento pap e per evitare i
castighi di mamma. Ma qui, nel mio Collegio, studiai bene, fui una collegiale perfetta
- lo devo dire perch verit e non temo smentite: le mie Suore sono ancora vive e
possono confermare il mio asserto - unicamente per amore. Avevo notato che le Suore,
queste madri-vergini, giubilavano realmente quando le allieve corrispondevano alle
loro cure, mentre si rattristavano e soffrivano quando, nonostante tutti i loro amorevoli
sforzi, una ragazza rimaneva svogliata, indisciplinata, ribelle. Io non volli mai
rattristare le mie Suore, che mi amavano come mia madre non mi aveva amata e che io
amavo con una riconoscenza che dopo trent'anni di separazione non ha conosciuto
langnidezze. Suor Rosa, la vice superiora degli studi, soleva dire: Si lamentano dei
superiori quegli alunni di cui i superiori hanno molto a lamentarsi. E una grande
verit. Io, che ho sempre fatto il mio dovere, non ho da lamentarmi dei miei superiori
cos come loro non hanno a lamentarsi di me, e me lo mostrano in tutti i modi. Anche
le compagne mi hanno voluto e mi vogliono tuttora bene. Sono sempre andata
d'accordo con tutte e se anche certe manie, certe superbiette, certi egoismi delle mie
compagne non mi piacevano, le ho sempre compatite, cercando di farle ragionare con
pazienza per modificare tendenze naturali in loro che erano bimbe ricche e felici... Io
ero ricca ma non felice, sapevo il sapore del pianto, e la vita aveva perci per me luci
diverse dalle loro. Quante confidenze, quanti piccoli segreti e quanti segreti aiuti ho
dato alle mie sorelline d'anima!... Possedevo naturalmente la difficile qualit del
silenzio. Sapevo ascoltare, consolare e tacere. Il collegio un piccolo mondo. Vi di
tutto: tutte le classi sociali, tutti i caratteri, tutte le contingenze: dolori, gioie, speranze
nostre e riflesse in noi dalla vita di fuori. Tutto comune fra quella piccola societ: la
pena che colpisce una divisa dalle altre; lutti familiari, sventure, disastri che
colpiscono una fan piangere tutte; gioie, nascite, nozze che vengono a rallegrare una
rallegrano le altre. E anche le Suore hanno i loro affetti e le loro croci. Intime, della
comunit, e esterne della loro casa abbandonata per amore di Ges. Chi sono quegli
stolti che dicono che l'abito monacale estingue gli affetti? Ho visto soffrire acutamente
le mie Suore in certe ore di strazio... Davanti a me, di cui erano sicure della
comprensione e della prudenza, sono sgorgate molte lacrime delle mie Suore...
Qualche volta si rifugiavano nella mia stanzina di studio - perch ebbi una stanzina
tutta mia, per motivi che le dir poi - e li lasciavano che il loro cuore traboccasse...
Povere care Suore! Io le lasciavo piangere, ascoltavo quello che mi dicevano, intuivo
quel che non mi dicevano, pregavo Ges di consolarle e, per mio conto, davo loro il
mio amore. Partivano di l rasserenate. Io pure mi confidavo in loro. Poco, perch ero
molto chiusa, timida, pudica circa i miei sentimenti. Ma insomma ci si intendeva
anche senza troppe parole. Lo sguardo, l'ardore del volto, il tremito della voce
dicevano quello che io mi vergognavo di dire. Ero amata molto. Una naturale
giustezza di giudizio faceva si che le mie riflessioni difficilmente fossero errate. La
mia Superiora diceva sempre a mamma: Eh! Maria una donnina molto assennata.
Non le sfugge nulla e occorre vigilarsi molto anche noi Suore perch, se sbagliamo,
con bel garbo ce lo fa osservare e devo convenire che ha proprio ragione!. Le
compagne poi mi adoravano ed erano orgogliose di me per la mia intelligenza. Molto

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pi orgogliose di me stessa che sentivo che non potevo gloriarmi di questo dono di
Dio, ma solo dovevo darne lode a Lui e usarlo in pro delle mie condiscepole. Tutte le
lettere a prelati, ad autorit, tutti i saggi di letteratura da leggersi nelle accademie, tutti
i temi di imitazione sono usciti da questa mia zucca... Mi pareva di essere un baco da
seta che fila, fila, fila il suo secreto vischioso e intreccia, intreccia, intreccia il suo
capolavoro... Senza merito e senza fatica. Ma questo tutto lato umano. Mi spiace
perdere tempo a parlarne, anche perch devo dire di me del bene. Ma Lei si
raccomandato che le dica il bene e il male. E io lo dico. Ma ora entro in un argomento
che le piacer di pi e che mi piace di pi. Prima, per, le dir cosa studiai. Il primo e
il secondo anno istruzione interna. Poi il terzo, dopo la malattia di mio pap, avvenuta
nella primavera del 1910, mia mamma, che ormai era padrona assoluta di tutto, non
essendoci pi neppure l'ombra della volont da parte di mio babbo, impose la sua
volont che non va discussa e dovetti fare le tecniche. Mamma voleva le
complementari e poi le normali, fissa nel suo ideale della figlia maestra. Ma le
Suore fecero notare che avrei dovuto uscire di collegio e frequentare le scuole
pubbliche come privatista e anche che, essendo assolutamente inetta al disegno, non
potevo frequentare le normali. Mia mamma allora opin per le tecniche. Peggio che
mai! Pensi che la mia capacit matematica si era arenata davanti alle frazioni... Come
un mulo caparbio il mio cervello si era rifiutato di proseguire nel calcolo. Non capivo
nulla: le lezioni di aritmetica, geometria, computisteria erano un supplizio sterile.
Arrivavo a sentirmi male per lo sforzo di capire, ma non capivo nulla. Mi pareva
parlassero giapponese, africano, esquimese!!! Pensi se era il caso di parlare di
tecniche! In fondo non ne avevo bisogno di un impiego... Ma se proprio mi si voleva
mettere in mano il pezzo di carta di una licenza, fosse almeno stata di studi classici
dove riuscivo tanto bene. Pregai, supplicai in questo senso. Le Suore pregarono e supplicarono in questo senso. Niente. Mia madre, fedele al suo: Ho detto e ho detto, fu
inesorabile. Feci in un anno le tre tecniche... e fu una solenne bocciatura nella
matematica, geometria e computisteria. Per tutto il resto voti massimi... Mi ero
sciupata fino ad ammalarmi, mi ero distrutta di lacrime e di fatica senza scopo... Come
sempre mia mamma si era posta di traverso sulla mia vita e mi aveva rovinata... E mi
ha rovinata... E mi ha sciupato un pezzo della mia esistenza felice di collegiale... Mah!
Tornata in Collegio, malatissima, per l'esame di ottobre le Suore ottennero di farmi
are tutto il programma classico durante i restanti mesi di educazione. E lo ottennero.
Ma che mi valso? Che servito quella povera licenza sciupata da voti bassi nelle tre
materie esatte? E che mi servito quello studio cos massacrante per cui in meno di
venti mesi ho esaurito tutto il programma di studi di ginnasio e liceo? Ho avuto delle
soddisfazioni intime, ma un utile no. E allora? Mah! Mah! E sempre: Mah! Ecco
perch durante i due ultimi anni scolastici io ebbi una stanza di studio per me sola,
dove lavoravo, lavoravo, lavoravo per dodici ore al giorno. Del resto furono ore di
gioia, perch le materie letterarie sono amatissime da me. E ora parliamo dello spirito,
della vita dello spirito. Nel mio Collegio, come fiore in aiuola propizia, come pianta
portata dall'ombra a sole, come arbusto inselvatichito che sente su s la mano del
giardiniere, sono sbocciata in altezza, in intelligenza, in sapere. Ma soprattutto sono
sbocciata in Cristo. Come le ho detto in principio di questa narrazione, il primo
incontro avvenne pria che fuor di puerizia fossi l nella Cappella delle Orsoline

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dove, con tutta l'innocente confidenza dell'infanzia, ho amato Ges che per me era
morto fra tanto dolore. Poi... avevo perduto di vista il mio Dio. Il contatto si era rotto,
proprio come un filo che si spezza sotto un peso soverchio di cose inutili. Le
Adoratrici del Ss. Sacramento avevano riallacciato il filo spezzato. Ma, certo per mia
incapacit, la corrente non si era stabilita. Troppi anni di inerzia spirituale erano
trascorsi e l'anima era caduta in un letargo dal quale stentava ad uscire. Ges non mi
sforzava. Avrebbe potuto scuotermi duramente, mediante qualche dolore, mediante
qualche altra cosa voluta dalla sua volont. Ma non lo fece. Attese. Mi am solo, il
mio caro Ges... Ora giusto che io lo ami anche senza sentire le sue carezze, perch
io per tanto tempo sono stata cos apatica, cos intontita da non sentire le sue. Giunta
in Collegio, fin dai primi giorni, ho sentito che la mia anima si volgeva di nuovo a Lui.
Non diversamente deve sentire l'albero a primavera, uscendo dal suo letargico sonno
invernale. Su dalle radici, sprofondate nel suolo, una linfa, che altro non che
molecola di sole scesa nelle zolle dianzi fredde ed ora tiepide di raggi d'oro, sale per il
tronco brullo, mette un brivido nella scorza ruvida, un sangue nel legno compatto, una
vita nel midollo semimorto, si spinge, per i rami, verso la cima, inturgidisce le gemme
appena abbozzate, le gonfia, le apre in un miracolo di nuova fronda, sparge bocci e
corolle, avviva gli ovari e li rende fecondi, suscita i vegetali connubi fra fiore e fiore,
d moto al polline fecondatore, crea il trionfo del frutto novello, fa dell'albero, dianzi
triste e scheletrito, un poema di vita utile e feconda. Io pure ho sentito qualcosa
scendere in me, sciogliere il ghiaccio del cuore, darmi un moto, un palpito, una luce
dove prima era morte e buio... S. Giuseppe, colui che tenendomi sulle paterne sue
ginocchia m'aveva lavata per primo l'anima nel Sangue di Cristo, mi prendeva ora per
mano e mi conduceva a Ges. Ero appena in Collegio da sei giorni quando cominci
la cara novena di S. Giuseppe, e vi ero da quindici quando ebbe luogo la Messa
solenne in onore del Santo che era anche il Santo della mia Superiora. Il sole di Cristo
si alzava sulla mia notte... Mi sono sempre molto piaciute le funzioni liturgiche
solenni. Quella pompa intorno al Santo dei Santi, quella musica sacra, soave e solenne,
quell'aroma di incensi che si consumano davanti all'altare, in fragranza e in fuoco, quel
lodare Dio e i suoi Santi in una cornice di fasto mi hanno sempre toccato il cuore. E mi
hanno dato una misura infinitesimale di quel che e sar, nei secoli dei secoli, l'eterna
funzione di osanna all'Agnello nei beati cieli di Dio. E, fin da allora, hanno messo in
me una nostalgia delle teodie celesti, un'ansia di andare lass per unire la mia voce a
quella delle schiere beate la cui vita adorare la Trinit santa e sperdersi nella gioia di
tale adorazione. Nel mio Collegio la religione informava di s tutta la giornata. Ma era
una religione luminosa, aperta, fiduciosa. Non lunghe estenuanti preghiere ma il
costante breve richiamo a Dio, non tremore del giudizio suo ma fiducia nella bont del
Padre ci veniva inculcato. Non imposta mai la religione; ma venivamo portate a
desiderarla senza accorgercene neppure, tanto era soave la sua pratica, dolce il modo
delle Maestre che vivevano di essa religione, tanto tutto era attrattiva nella vita pia che
ci facevano vivere. La giornata si iniziava con la S. Messa, e questa era per tutte, ma
se una non si sentiva di accostarsi alla mensa eucaristica era padronissima di non farlo.
Nessuno le chiedeva o le diceva nulla in merito. I modi delle Suore non cambiavano
davanti all'inerzia spirituale di qualche loro figliuola. Certo avranno raddoppiato le
preghiere per questa anima assopita, ma non dicevano nulla direttamente a lei. Penso

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che questo sia il metodo migliore, l'unico anzi da tenersi in materia cos delicata quale
la vita dell'anima. Preghiera e penitenza per ottenere luce ai cuori abbuiati ma non
pi di questo. La religiosit altro non che vita di amore, e gli amori, per esser veri,
devono essere spontanei. Se vengono imposti cessano automaticamente di essere
amore e divengono onere pesante e antipatico. Bisogna saper portare i cuori ad amare
senza che questa industria sia manifesta. Le mie Suore eccellevano in quest'arte
sublime. Ci educavano alla vita di fede cos dolcemente, con tocchi cos leggeri e
quasi insensibili, che noi ci trovavamo permeate di religiosit senza accorgerci
neppure che un lavoro continuo in quel senso veniva fatto. Cos come non forzavano
alla piet, ugualmente non spronavano all'esaltazione della piet. Anche qui avevano
una guida molto retta, la quale si limitava a sorvegliare le tendenze delle nostre anime
giovanette senza fare nulla per svegliare in noi quelle effimere febbri mistiche, proprie
dell'et pubere, le quali dopo aver portato i cuori a un delirio di sentimentalismo sacro
li lasciano poi, cadendo come labile fiammata di paglia, coperti di cenere e freddi,
freddi per la vita avendo consumato in un ora, e non in un vero amore ma in una
chimera d'amore, in un miraggio bugiardo, tutto quel poco di senso di piet di cui
erano capaci. Come certe piante sforzate dal giardiniere con arti contronatura e che si
sviluppano precocemente e si coprono di un rigoglio innaturale di fronde e corolle
venute anzitempo e poi... muoiono. Povere effimere vegetali che il capriccio dell'uomo
conduce a fine anzitempo, mentre avrebbero potuto rallegrare di s per tant'anni...
Tutto questo nel mio Collegio non avveniva. La fede era dappertutto, sole datore della
vera Vita, ma come appunto succede degli astri, che sempre sono nei cieli e l'uomo
vive le sue giornate e prende i suoi riposi sotto il loro rotare senza pensare ad essi, cos
ugualmente noi vivevamo regolate dal sole della fede, ma senza pensare che quel Bene
che sentivamo crescere in noi veniva da quel sole che ci penetrava piano piano e
diveniva sangue della nostra anima, carne del nostro spirito. Ma appunto perch era
cos, opera lenta e costante, essa rimasta durevolmente in noi. Quando le nubi si
aprono e l'acqua scroscia da esse sulla terra, stesa come drappo smisurato a riceverla,
diverse sono le reazioni che produce. Un acquazzone alluvionale percuote, ammacca,
divelle, asporta fronde, frutti, steli e semi; una rovina giallastra e fangosa rimane a
ricordo della furia meteorologica. Ma se una leIne acquergiola, quasi una rugiada
d'aprile, scende piano dal cielo appena velato, mondando le fronde dalla polvere,
gonfiando i bocci e gli ovari, scendendo sulle zolle come una carezza, filtrando fino ai
semi nascosti per nutrirli dei gas rapiti all'atmosfera, l'uomo vede, con attonito occhio
di gioia, la terra divenire pi bella e feconda e pullulare la vita da tutti i suoi pori che
trasudano steli, che s'incoronano di fiori, che, in un'atmosfera pi limpida e pura,
promettono la prossima speranza della messe. La religione nel mio Collegio era la
mite acqua che penetra fin nel profondo, portando seco succhi salutari di vita. La
reazione delle anime era diversa come diverse erano le anime stesse. Alcune di noi
sono andate ben in alto nel soprannaturale, altre sono rimaste quelle che erano, altre
ancora si sono miseramente perdute. Ma questo diverso rendimento venuto da cause
individuali e di famiglia perch, per conto delle Suore, l'opera educativa era uguale per
tutte noi e su tutte noi. Io, probabilmente perch ero poco felice, fui, con pi facilit,
arrendevole alla grazia. Non dovrebbe essere cos, vero? Si direbbe che dovrebbero essere i pi felici quelli che la bont di Dio preserva dal dolore, che lo amano e si

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attaccano a Lui con riconoscenza ed affetto. Nella realt invece avviene solitamente il
contrario. Sempre parlando di cuori non del tutto malvagi, perch in quel caso bene o
male, gioia o dolore, lasciano la stessa indifferenza sacrilega verso il Datore di ogni
cosa, quando non spingono addirittura a una ancor pi sacrilega ribellione. Ma in
animi non perfettamente malvagi il dolore campana che ricorda all'anima Iddio; ma
in cuori poveri di affetto benefattore che d il pane dell'amore in nome di Dio; ma in
esseri soli, nella vita che non li ama, pi che per creatura spersa in un deserto,
incontro con l'Unico che non tradisce, che non disillude, che non abbandona. Coloro
che piangono sono coloro che sanno non solamente capire gli altri cuori, ma sanno
anche trovare il Cuore dei cuori su cui posare la fronte che duole, il Cuore che
sanguina su cui versare il pianto che ci ricolma ed accieca, su cui porre il nostro amore
che nessuno vuole e che pur chiede di esser donato per non divenire pesante tortura
che accascia... Maria, la piccola Maria che aveva gi tanto pianto, e pianto sola, che
aveva gi tanto amato, e amato sola, nella luminosa primavera del 1909, mentre si
aggirava sperduta in un piccolo mondo nuovo ha udito una voce suonarle nel cuore e
chiamarla Maria!, e la piccola Maria alzando i suoi occhi giovanetti, gi troppo seri
per il molto dolore che avevano dovuto assorbire, incontr un volto dolcissimo che la
guardava con amore e piet. Ma Maria non lo conobbe subito... solo si senti attirata da
Lui che la guardava con tanto amore e le tendeva le mani con ansia di carezza, e gli
sorrise... Allora la luce si fece e Maria conobbe, riconobbe Ges, il Maestro, e gli si
prostr ai piedi con desiderio di amore. Ma il Maestro, che sapeva come Maria
piccolina l'avrebbe dovuto amare in cognizione completa, dopo tante, tante traversie,
le disse, come gi alla Maria di Magdala in quella radiosa mattina d'aprile: Non mi
toccare. Prima molto devi compiere ancora. Non Io ma tu devi prima salire sulla croce
e metterti ostia sull'altare del dolore, offrirti alla giustizia del Padre, bere fino alla
feccia il mio calice, conoscere le diverse facce della tentazione, della passione,
dell'amore, scegliere il migliore e rinunciare a ci che lusinga vana. Prima devi
scomparire con la tua personalit di ora e rinascere con un'anima nuova. Prima devi
dire il tuo "Fiat", dire il tuo "Ecce ancilla...", e con tutto il dolore, che destino delle
figlie d'Eva, concepirmi, generarmi, nutrirmi dite. Quando dite stessa avrai fatto un
ciborio per accogliere la mia Umanit torturata per amor vostro, quando di te stessa
avrai fatto una vittima, un'ostia minore, allora mi toccherai, allora Io sar in te e tu in
Me, in un legame di amore che ti far beata fin dalla terra, fin dalla croce, perch Io
sar la tua forza, la tua gioia, il tuo tutto. Per ora io sar semplicemente il Maestro,
perch tu non avrai altro maestro fuor che Me, non potendo nessuno istruirti nella
difficile via per la quale ti voglio condurre al mio regno: la via del dolore, perch
sappi, anima che prediligo, che solo con parola e con volto di dolore Io verr a te per
portarti alla gioia. Cos parl, con la sua voce senza suono, il mio dolce Ges alla mia
anima che l'aveva trovato in quella dolce primavera e l'aveva riconosciuto. E l'anima
mia, con maggior capacit di pensiero che non avesse avuto nella puerizia beata, si
mise al seguito del Maestro dal quale avvertiva sarebbe venuto a lei ogni bene, nella
sua vita umanamente orba d'ogni bene. Conobbi da allora quella gioia del cuore che
compagna di coloro che fanno Dio centro dei loro affetti e scopo della loro esistenza.
Quella pace profonda che esiste e resiste anche se la superficie del nostro io
sconvolta da onde di bufera. Quella dolcezza che tempera l'amaro delle ore pi nere e

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d forza di proseguire, rasentando, vero, la disperazione, ma sapendola superare,


nella via della croce e perci di Dio. Quanto ho amato Ges nella mia prima
giovinezza! E come Egli mi am! Non so se l'intimo fuoco del cuore ebbe bagliori
esterni che rendessero noto il suo esistere alle mie Suore. Ero cos chiusa, sapevo
vigilare con tanta attenzione sulla mia vita pi vera e pi segreta, che dubito di questo.
Almeno per i primi tempi credo che il mio mistico fidanzamento con Cristo sia stato
sconosciuto a tutti. Ma a me era ben noto! Non era un amore inavvertito, naturale
come certi amori di cui ci si accorge solo se ci vengono a mancare. Ah! no! Io sapevo
di amarlo e sapevo di volerlo sempre pi amare. Questo amore era pieno di
cognizione, ben delineato in tutti i particolari. Esso mi dava interno canto e interno
pianto d'amore, esso mi dava luci e consigli, mi dava attivit e volonterosit e ansia,
ansia, ansia di amarlo sempre pi e sempre pi perfettamente, profondamente,
completamente. E Ges mi istruiva con una dolcezza paterna. Ges, si, proprio Ges.
Non sono divenuta la sua piccola Maria-ostia per parola umana, per quanto parole
sante mi siano state dette dall'altare. Era Ges che mi istruiva, chiamandomi
dolcemente nelle ore in cui voleva che l'udito spirituale della sua piccola Maria fosse
ben teso a parole di vita che Egli poi avrebbe illuminato di luce divina in me.
Ricordo... Ricordo quale soave tempesta d'amore suscitarono in me certe speciali vite
di sante. Era uso del Collegio di fare, durante speciali periodi quali l'avvento e la
quaresima, la lettura in refettorio. Una delle grandi, o una Suora stessa, salivano su
una specie di pulpito situato al centro del lunghissimo salone da pranzo e per un quarto
d'ora a mezzod e un quarto d'ora alla sera leggevano pagine di vite di sante. La prima
che udii fu la Storia di un'anima. Allora Santa Teresa del Bambino Ges, morta da
soli undici anni, era semplicemente Suor Teresa del Bambino Ges... Ma per me fu
subito l'Amica... La sua dottrina di confidente abbandono, di generoso amore, la sua
piccola grande via di santit, si sono imposte subito a me. Ho capito che per quella
stessa via dovevo camminare per arrivare a Ges... Vedr, Padre, che non mi ero
sbagliata e che tanti anni dopo fu la dolce Santina la mia madrina quando mi donai
ostia a Ges... Poi le martiri... Anche in scuola di lavoro una leggeva per tenere quiete
e silenziose, soprattutto, le mie irrequiete e loquaci compagne. Molto spesso quell'una
ero io, che leggevo bene e con bella pronuncia. Cos Fabiola, l'Ultima vestale,
Ben Hur, Sotto il segno di Roma e non so quanti mai libri sui primi tempi del
cristianesimo furono letti, o uditi leggere, da me. Quante amiche ebbi allora nella
schiera di neve e di porpora delle vergini-martiri! Quanti amici nei
tribuni santi, nei santi diaconi, negli umili schiavi e plebei della Roma catacombale!
sia cos, ci sembra che Dio non ci dia retta. Ma invece si fa solo attendere. La
preghiera fatta con sincerit e per un sicuro bene nostro viene sempre esaudita da Dio.
Io ho chiesto, ripetendo a migliaia di volte la preghiera di Agnese, che il mio corpo ed
il mio cuore venissero conservati puri perch non fossero confusi al cospetto di Dio,
ho chiesto le mille volte di concedermi di amarlo attraverso la confessione del
martirio, perch io non potevo ormai pi separarmi da questo Amatore al quale mi
legava un nodo cos dolce di carit. Non ho forse avuto quel che ho chiesto? Si, l'ho
avuto e in forma completa. Se necessit di malattia hanno fatto chinare la corolla
candida della intemeratezza verginale, non questo in compenso una porpora di
martirio che si stende, ancor pi fulgida, su tutte le sofferenze della carne, perch

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martirio del cuore che vede strapparsi l'inviolata freschezza del giglio delle vergini?
Se nel bel Paradiso io non sar pi fra i centoquarantaquattromila che seguono
l'Agnello, candida falange di coloro la cui carne non ha conosciuto profanazione di
nessun genere, in compenso non sar fra la schiera arrubinata di sangue di coloro che
un ben alto e comprensivo amore ha spinto sulla via della immolazione, che cruenta
anche se in apparenza non intrisa di sangue ma solo di stritolamento di tutte le pi
vere ricchezze dell'uomo, prima delle quali la salute, la vita? Se persone non molto
convinte sui veri pi veri della nostra religione sapessero che io, povera creatura
femminea, all'aurora della vita, quando ancora l'esperienza di detta vita non ci ha rese
cognite di cosa sia l'immolazione, mi sono offerta, direbbero che ero una stolta, una
pazza. No, Signore. N stolta n pazza la tua piccola violetta innamorata, e neppure
presuntuosa di s. La piccola violetta nata in quaresima, la piccola violetta che si
imperl delle sue prime lacrime d'amore per Te, al cospetto del tuo volto ferito, la
piccola violetta che cresciuta nell'ombra e nel buio, nel freddo e nella solitudine,
anelava al tuo sole, al tuo amore per drizzare il capino cos mesto e sorridere alla tua
croce, sapeva che Th non avresti deluso il suo desiderio e l'avresti aiutata nel soffrire
per Te. Tu hai avuto bisogno del Cireneo per portare la tua croce, ma per i tuoi piccoli
cristi, che salgono il loro calvario portando la loro croce per amor tuo, per amore dei
fratelli, per compire e continuare la tua Passione, sei Tu che divieni Cireneo, e quando
la creatura vacilla e cade per la sua fragilit umana e, troppo sofferente, non ce la fa
pi a trascinare la croce, Tu le subentri e sottoponi le tue spalle divine al peso del
legno, perch hai piet delle piccole ostie, perch hai di esse un geloso amore, una
santa ansia di innalzarle insieme a Te sulla vetta, fra la terra e il cielo, altari vivi e vivi
turiboli sui quali l'occhio del Padre si china benigno e dai quali colano rivoli di grazie
sul prossimo che passa e ignora... Io avevo dunque un mondo tutto mio nel quale mi
rifugiavo per vivere la mia vita di desiderio. Santo desiderio di immedesimazione con
Cristo, che sei conosciuto da pochi e che porti con te aromi di paradiso! di quei
tempi la mia nostalgia per i bei mesi di maggio e giugno, in cui le glorie di Maria
cedevano il posto alle glorie del Cuore divino... Il profumo di quei mesi rimasto in
me come essenza in vaso sigillato, un profumo non di questa terra ma realmente di
aiuola celeste, e tutte le rose, i gigli, gli iris, i garofani e i mille e mille fiori del maggio
soave e del giugno solare, insieme riuniti, non potrebbero tentare di, non dico
eguagliare, ma solo imitare quel profumo di cielo che mi portavano in cuore le falangi
angeliche durante questi bei mesi di Maria e del Figlio suo. Quando finivano io
restavo come uno che veda finire la sua gioia... di questo tempo il mio divenire
Figlia di Maria. Veramente avrei preferito divenire Figlia dell'Addolorata perch ero
molto devota della Madonna dei dolori. Sua la chiesa dove qui, nelle vacanze, andavo
come a mia parrocchia estiva, sua la prima medaglietta preziosa che portai, sua la
effigie sul mio comodino. Pare che Maria Addolorata continui a volermi sua perch...
anche ora, al termine della vita, ha messo l'anima mia fra le mani di un suo Servo e...
giunge a mettere la sua... giurisdizione anche sui miei lavori che vuole per il suo altare.
Del resto giusto che sia cos. La piccola innamorata di Ges sofferente e crocifisso
non pu avere per Madre che Maria Addolorata. Avrei dunque voluto portare il nastro
viola delle Figlie dell'Addolorata che vedevo al collo delle ragazze del 3 esternato,
delle popolane dunque, che le Suore riunivano per insegnare loro il lavoro e per

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tenerle in salvo, la domenica, nel ricreatorio. Questo 3 esternato era in fondo, in


fondo al vastissimo fabbricato del Collegio, fabbricato che teneva tutta una strada e
che, opportunamente diviso in quattro parti che erano non a contatto fra loro, si
componeva di Collegio signorile vero e proprio, di 1 esternato dove venivano le
signorine di Monza in istruzione, in 2 esternato per la bassa borghesia dove le alunne
imparavano un poco di istruzione e molto cucito, e di 3 esternato dove erano ragazze
povere, povere e raccolte per carit da mattina a sera, oltre che al pomeriggio festivo,
le quali imparavano il cucito. Erano buone ragazze affezionate alle Suore. Ci
invitavano alle loro recite e a noi pareva di andare in un altro mondo ad arrivare l in
fondo, in fondo, dopo aver traversato tutto il fabbricato, una decina di cortili, il parco,
l'ortaglia vastissima, le corti rustiche, piene di chicchirich e di coccod. E noi le
invitavamo alle nostre recite e probabilmente anche a loro faceva l'effetto di andare in
un altro mondo a venire nel nostro bellissimo Collegio fra ori, mosaici, pavimenti che
erano specchi, arazzi, lampadari, ecc. ecc. Ma, per tornare al mio desiderio, le Suore
non permisero che fossi Figlia dell'Addolorata. Sarei stata l'unica del Collegio e le
singolarit erano sempre represse. Fui dunque Figlia di Maria. di quel tempo il
mio... dormire col Crocifisso. Avevamo un grande Crocifisso di ottone a capo del
nostro lettino. Io avevo un vero trasporto per il mio Crocifisso. Lo tenevo lucido come
l'oro a suon di energiche strofinate con la gomma da inchiostro e col mio grembiule di
lana nera: unici... strumenti, atti a tenere lucido il metallo, che avessi a portata di
mano. Il mio Ges brillava come una gemma dalla spalliera del mio lettino. Sfido io!
Con quelle strofinature cos... profonde! Quelli delle mie compagne erano opachi,
coperti di verderame, ma il mio... era bello come una croce da cardinale. Ma non mi
bastava di lucidarlo. Trovavo sempre un fiorellino anche nei mesi pi freddi, una
fogliuzza d'edera magari, scavata sotto la neve che mi gelava le dita... Ah! ci voleva
proprio un grande amore per Lui perch io mi spingessi fra la neve, che non potevo
soffrire, e scavassi sotto la sua crosta per trovare un ramettino d'edera per la sua croce!
Avevo trovato il modo di conservare freschi quei fioretti, quelle ramettine, tenendo
legato alla sbarra del letto, sotto la croce, un astuccio da pennini con dentro una falda
di ovatta bagnata d'acqua, e come stavo attenta che non si asciugasse! E poi c'era la
notte... Non potevo vedere Ges lass, solo, mentre io stavo al caldo sotto le coperte e
dormivo. Allora lo staccavo e me lo mettevo sul cuore con tanti baci e tante parolette
innamorate e mi addormentavo cos, felice di dormire con Ges sul cuore, di scaldarlo
sul mio cuore. Non so se le Suore se ne sono mai accorte. Loro non mi hanno mai
detto nulla in proposito e io pure non dissi mai nulla... Erano i miei segreti convegni
con Ges! ... E cos passavano i miei giorni di collegiale. Non pensi che l'amore,
sempre crescente, per Ges avesse spento in me la parte umana. No, per carit! La
nostra umanit, con quanto essa ha di eredit da Adamo, io credo che muoia veramente tre giorni dopo noi stessi. una gramigna che n fuoco, n zappa, n dente di
pecorella estirpa mai completamente, e tagliata rinasce, strappata rigermina, arsa
ripullula. Il pi grande suo nemico l'amore di Dio, ma nonostante questo essa non
muore mai del tutto; qualche radica, qualche fittone restano sempre, restano sempre
per tormentarci e per tenerci bassi, nella polvere, perch non ci si insuperbisca.
Soffrivo ancora molto del modo di fare di mia mamma che continuava a non capire
nulla di me. Soffrivo d'essere in condizioni di inferiorit presso le mie compagne che

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avevano un borsellino privato, tenuto vero dalla Suora assistente ma dal quale
potevano prelevare fondi per piccoli regali di belle immagini, di ricordi a suore e
compagne, per beneficenza, per lotterie. Soffrivo a non avere quelle belle cartoline
illustrate per la nostra posta, quelle belle cannucce e matite, e astucci di studio e di
lavoro che le altre avevano. Sono piccole cose, ma fanno tanto soffrire quando si nei
collegi! Soffrivo anche perch non ero in condizioni da imporre certe privazioni, ma
erano dovute solo al volere materno che non pensava come esse fossero mortificanti
per la sua creatura. Soffrivo perch nessuno veniva a trovarmi. Dei parenti che erano a
Milano, causa gli attriti con mamma, nessuno. Dei parenti pi lontani da Milano,
nessuno. E nessun amico di famiglia perch mamma aveva detto che non aveva
piacere. Perci vedevo le altre andare in parlatorio tutti i momenti ed io mai. Solo
quando venivano i miei. Ogni quindici giorni fino alla malattia di babbo, e poi anche
ogni due mesi... Soffrivo perch non avevo la bella biancheria delle altre, perch,
perch, perch... tanti piccoli perch che erano come le spinuzze dei fichi d'India. Non
si vedono neppure ma dnno tanto tormento! E poi... il grande dolore. Ah, no. Prima
c' un'altra pena. Avevo sofferto, indicibilmente, nel fare il confronto fra la mia povera
giornata della Prima Comunione, sola con mamma, senza presenza di pap, e la Prima
Comunione delle mie compagne in Collegio, cos bella e commovente: le educande
tutte bianche fra le altre in grigio, i pap, le mamme, i nonni, gli zii e tanti regali e
tante tante cose... Come avevo sofferto a vedere, dietro la fila liliale delle
comunicande, la fila dei pap che si comunicavano dopo le loro bambine... Bene.
Lasciamolo li se no ci piango ancora. E una freccia troppo aspra che si rigira in
cuore... E veniamo al grande dolore. Le ho detto come mio padre avesse sofferto per
vedersi privato del suo brevetto di inventore. Le ho detto come soffrisse delle scene
familiari che lo portavano a piangere come un bambino, il mio caro pap cos buono e
cos virile nel dolore fisico e in tante altre cose, in tutte le cose meno che in questa. Ma
finch la sua Maria era stata con lui, un balsamo medicava quel cuore cos
ingiustamente tormentato da colei che avrebbe dovuto avere per lui tanta
riconoscenza. Anche io gli ero stata levata. E per amore della mia salute, non avendo
la forza di allontanare il cognato addolorando la moglie, aveva ceduto. Per non
ceduto al punto da rinunciare a me per le vacanze estive. E aveva sgomberato la casa
dallo zio infermo, mandandolo nell'Ospedale di Bergamo dove poteva avere assistenza
e contemporaneamente un impiego come bibliotecario e traduttore. Quante liti, quanti
rimproveri e sgarbi e musonerie sar costata a mio pap la sua fermezza nel liberare la
casa dal cognato in modo che nel luglio 1909 io potessi tornare a casa mia? Solo Dio
lo sa. Io ricordo di aver trovato pap smagrito, stanco, sciupato... Ma durante i tre mesi
estivi si riprese. Io ero la sua vita e il suo conforto. Ebbe inizio l'anno scolastico 19091910. Natale, Pasqua... Pap era molto depresso. Si rianimava solo quando io ero con
lui. Ma per quanto fossi poco pi di una bimba, capivo che soffriva molto e sapevo
anche dare il giusto nome a quel suo soffrire... Ero tornata da poco in Collegio, dopo la
Pasqua, ed ero sofferente per una caduta nella palestra di ginnastica, dove ero precipitata dall'alto delle sbarre di sospensione troppo grosse per la mia piccola mano e
dove avevo riportato la distorsione di una caviglia e, quel che peggio, una contusione
spinale, la prima della serie, quando pap mi scrisse che partiva per Pinerolo per il
corso d'istruzione della mitragliatrice, immessa nell'uso del nostro Esercito proprio

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quell'anno. E mi prometteva una visita al suo ritorno da Pinerolo. Io attendevo


tranquilla. Sapevo che il corso d'istruzione sarebbe durato una ventina di giorni al
massimo. Avevo perci un termine quasi sicuro alla mia attesa. E stavo quieta. Mi
stupivo soltanto che pap non mi scrivesse neppure una illustrata da Pinerolo. Mamma
scriveva come al solito. Pass oltre un mese e non vidi venire nessuno. N pap, n
mamma. Scrissi lamentandomi di esser lasciata tanto tempo senza visite. Mi rispose
mamma dandomi dei rimproveri per la mia insistenza. Pap nulla. E nulla sempre,
mentre prima aggiungeva qualche parola alle lettere di mamma. Cominciai ad essere
inquieta e triste. Qualcosa mi avvertiva, nel mio interno, che una sciagura mi era
sopra... Piangevo spesso. Non giocavo pi. Giocavo sempre poco, in verit. Quelle
corse pazze, quei giuochi cos frenetici nei quali le mie compagne espandevano la loro
esuberante vivacit, non m'erano mai troppo piaciuti. Preferivo mettermi vicino alla
Suora assistente e parlare, passeggiando, con lei. Ora poi non riuscivo pi a giuocare
per nulla. Le Suore erano ancor pi buone con me e mi dicevano di pregare.
Raccomandazione strana perch, come le ho detto, non sforzavano mai le anime.
Pass tutto maggio e tutto giugno cos. Venne il 10 luglio, giorno di uscita per le
vacanze estive. All'accademia finale, che allora si teneva in quel giorno - dopo fu
spostata in altro periodo - non venne mamma e non venne pap. Vennero mia zia Angela e sua figlia. Ebbi cos, finalmente, la triste spiegazione di quel modo di fare che
mi aveva tanto crucciata. Pap era stato per due mesi fra morte e vita, e solo un
miracolo di Dio aveva impedito la sua morte prematura, perch aveva allora 47 anni.
Ora cominciava a migliorare... La Superiora mi fece mille raccomandazioni di essere
ancor pi quieta del solito e buona, buona, buona per aiutare cos pap a guarire. Seppi
poi, molto tempo dopo, che la Superiora aveva chiesto a mamma se riteneva
opportuno che una suora mi accompagnasse a casa, nei momenti pi tremendi della
malattia, quando, a detta dei medici, mio padre era alle soglie dell'eternit. Il male non
essendo contagioso - una encefalite data da eccesso di lavoro mentale, dissero i
medici, ma in realt vi erano molti eccessi che lo avevano stroncato, quel troppo
buono - io avrei potuto benissimo essere tenuta presso il malato. Mia mamma opin,
sola contro il parere di tutti, che io non tornassi in famiglia... Dio non lo ha permesso,
ma mio pap avrebbe potuto morire ed essere sepolto senza che io, sua unica figlia, di
ormai tredici anni, fossi presente, peggio: lo sapessi neppure. Mia mamma si caric di
tale responsabilit che non le avrei mai perdonata, senza riflettere che la morte di un
padre sacra ai figli suoi. Era destino che non vedessi mio padre nell'ora della
morte... Ma bene che non parli per ora di questo. Sarebbe troppo dolore, e quello di
cui gi parlo tanto dolore che mi stringe il cuore in una morsa. In treno zia Angela e
zia Emilia (era mia cugina, ma dato che era tanto pi vecchia di me l'avevo sempre
chiamata zia) mi raccontarono che il povero pap mio era stato tanto male e che l'avrei
visto molto cambiato. Infatti... Avevo lasciato a Pasqua un uomo nel vigore della sua
bella virilit, nel fascino della sua bella intelligenza, solo un poco stanco, preoccupato,
triste per le pene intime che nella sua bont non sapeva stroncare... Vidi un povero
essere invecchiato, scarno, e soprattutto vidi, lo capii subito, una mente finita. Era un
rudere mio pap ormai. Un povero grande bambino... Non che fosse ebete. No, questo
no. Ma tornato come pu essere un ragazzo... Facile ad essere dominato, facile a
cedere su tutto, incapace di imporsi anche per quel minimo che anche il pi buono usa

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in famiglia. Un cervello anchilosato, tardo, abulico. Una rovina. Ecco cosa fece mia
madre col mettermi in Collegio per fare posto al fratello, per non avermi fra i piedi. Mi
ha derubata delle ultime carezze intelligenti di mio padre... Pap, da allora in poi, mi
ha ancora amata, ma ora ero io che dovevo proteggere lui, io che lo dovevo aiutare
nelle sue piccole marachelle che gli avrebbero attirato i pi acerbi rimproveri di
mamma, io che lo dovevo consolare quando piangeva, e piangeva tanto perch diceva:
Sono un uomo finito e mamma me lo fa capire. Ah! Padre, Padre! Sa cosa vuol dire
questo per una figlia? Sa che calice amaro avere sempre davanti la visione della rovina
del genitore amato e doversi dire: Non hai pi nessuno con cui confidarti, a cui
chiedere aiuto. Diventi donna, ma pap non ti sapr consigliare nelle trepide ore del
primo amore; avrai lotte da superare contro l'egoismo materno, ma pap non ti potr
pi difendere? stata una amarezza che solo Dio ha conosciuta nel suo pieno valore.
Vedere pap osservato dagli estranei per certe lacune intellettive che trasparivano dai
suoi atti. Avrei voluto avere la potenza di un dio perch non si vedesse che era
menomato. Andammo a passare le vacanze nell'alto Biellese, ad Andorno, vicino a
Oropa. I posti erano belli; per quanto io preferisca il mare alla montagna, mi
piacquero. Ma ormai su tutto era steso per me un velo di pianto e di avvilimento
perch il vedere pap cos era per me uno strazio senza tregua. Strazio che, naturalmente, mamma ha sempre negato che io abbia provato, ma Dio lo sa. E poi mi
accorgevo anche che ormai ero in completa balia di mia mamma... e perci... Ricordo
ancora quel giorno che, scivolando sul primo scalino di una ripida scala di granito,
arrivai fino in fondo rimbalzando le vertebre da gradino a gradino. Dopo la caduta
fatta in Collegio ero rimasta con le gambe deboli; ero perci facile a cadere. Forse da
allora avrei dovuto essere curata nella colonna vertebrale. Ma chi ci pens? Dunque
ruzzolai tutta una scala e mi contusi profondamente tutte le vertebre seminude sotto il
leggero abito estivo. Ma venni picchiata perch avevo rotto un oggetto che tenevo fra
le mani quando caddi. Non mi sono pi liberata dai dolori spinali, e quando mi curvavo per qualche motivo dovevo essere poi aiutata a raddrizzarmi. Ma mia mamma
diceva che erano tutte storie e esagerazioni. Furono vacanze ben tristi. Tornai in
Collegio accasciata. E fu anche l'anno in cui dovetti fare le Tecniche... In questo tempo
inoltre cominciai a soffrire di quelle premonizioni di cui le ho detto a voce. Nel sonno
interi avvenimenti futuri mi si svolgevano davanti alla mente con una acutezza di
particolari che era uno spasimo. Ricordo un episodio. Era la fine del 1910. Dunque
nessuna guerra era nel mondo, neppure la guerra italo-turca, inizio, se si osserva bene,
di tutto il rosario di guerre future che da oltre un trentennio insanguinano la terra. Io
continuavo a sognare la guerra. Vedevo le battaglie, il fumo degli scoppi, le lotte a
corpo a corpo, il cadere degli uomini... Una notte vidi chiaramente una carica di ulani
austriaci per le vie di una cittadina che sapevo (nel sogno) essere una citt di secondo
ordine del Veneto. Vedevo i nemici sciabolare dall'alto dei loro cavalli i nostri soldati
che cercavano arginare l'avanzata, e un giovane ufficiale dei nostri abbattersi con la
fronte spaccata da una palla... Mi svegliai con un urlo e alle suore accorse dissi: La
guerra, la guerra! Gli austriaci in Italia!. Combinazione volle che lo stesso giorno,
alla lezione di italiano, proprio io fossi chiamata a leggere un brano di G. C. Abba
sulla battaglia di Novara. Quel racconto, identico a quanto avevo visto in sogno, mi
scosse al punto che mi strozz la parola in gola e mi fece prorompere in un grande

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pianto. Io sapevo ormai che la guerra sarebbe venuta e che l'Italia mia avrebbe
conosciuto il tallone del nemico nelle sue contrade. E cos per molte cose. Ho tanto
pregato perch il buon Dio mi levasse questo dono che per me un tormento. Ma non
sono mai stata ascoltata e a tutte le mie croci si unita anche questa. Pazienza! Pass
cos anche l'anno scolastico 1910-1911 terminato con quella solenne bocciatura che le
ho gi descritta. Io soffrivo molto per le reni che dlevano sempre; io credevo fossero
le reni, invece era la colonna vertebrale. E poi soffrivo moralmente. Tanto. Ma per il
morale non c'era rimedio. Era il mio destino che soffrissi. Per le sofferenze fisiche si
sarebbe potuto rimediare. E la mia buona Superiora, vedendomi tanto sciupata al mio
ritorno per gli esami di riparazione, sugger a mia madre di farmi fare una visita
medica. Avevamo il medico del Collegio, molto bravo. Ma mamma volle che mi
visitasse il cugino della Superiora, quello che aveva decretato che mio zio era tubercoloso (?!). Ma per mia mamma era un'aquila medica perch aveva curato lei
durante il suo male di fegato e l'aveva guarita. La Superiora si arrese al desiderio di
mamma e venne questo medico. Il quale, lo facesse per asineria o lo facesse per partito
preso di dare ragione a mia mamma che diceva che io non avevo nulla se no sarei
stata pi pallida e pi magra, dopo avermi visitata e girata in tutti i sensi, disse che
ero malata solo di malavoglia e che era una vergogna che io addolorassi con dei mali
immaginari mia mamma che, poverina, era gi tanto crucciata per causa di pap!
Benissimo! E cos qualche suora credette che io mentissi o esagerassi. Purtroppo si
vede ora se mentivo! Il colore ancora sulle mie guance dopo dieci anni diletto e di
continuo acerbo soffrire, senza contare tutti gli anni precedenti in cui mi trascinavo a
fatica. Scarna non sono neppure ora, nonostante le febbri continue, il soffrire, il poco
cibo, i miei cinque grossi mali e gli altri mali meno grossi. Se Dio mi vuole conservare
cos, che ci posso fare io? E un medico deve basarsi sull'apparenza, ingannevole
sempre, e non sui dati di fatto che risultano da una visita, quando non si un
somarello? Ma insomma a me le cose andarono cos. Per fortuna la Superiora era non
solo intelligente ma anche ben pratica di malati e malattie, perch aveva diretto per
molti anni l'Ospedale Ciceri di Milano ed era passata da noi solo quando si era
ammalata di cuore nella fatica snervante di dirigere quel nosocomio. Perci credette
pi a me che al cugino e mi difese presso mia madre. Non solo, ma fu piena di cure
per me. Doveva essere quello il mio ultimo anno di Collegio perch facevo ormai il
corso perfettivo. Ma le Suore ottennero allora di farmi fare tutto il programma di
materie classiche. Avevo tanto pregato, con l'aiuto delle Suore, mamma in tal senso
che dovette cedere. Come fui felice di vedere prolungato il mio soggiorno di un anno!
Lo studio, checch ne dicesse quel medico, era la mia passione. Altro che malanni
immaginari per non studiare! Se mai ne avrei inventati per continuare a studiare. Il
brutto era che il dolore c'era proprio, e tormentoso. Quando nei lavatoi mi curvavo per
lavarmi, dovevo chiedere a una compagna di aiutarmi a rimettermi diritta perch non
ci riuscivo dal dolore che avevo a mezza schiena. Senza la spina di pap in cuore tanto pi spina perch era scoppiata il 5 ottobre la guerra italo-turca e temevo sempre
che papa dovesse partire per l'Africa, cosa pericolosa nel suo stato - e senza quel
dolore spinale sarei stata felice, perch le soddisfazioni che lo studio mi procurava
erano continue e si sa... un poco di orgoglietto c' sempre... Intanto fin anche l'anno
scolastico 1911-1912 e venne avanti quello 1912-1913, che doveva essere e che

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purtroppo fu il mio ultimo anno di collegiale. Sento il bisogno di dedicare ad esso un


capitolo speciale, perch in questo anno un altro anello della catena che mi univa a
Ges fu ribadito dal nostro mutuo amore. Lei, Padre, potrebbe essere tentato di credere
che il cuore di questa sua figlia spirituale avesse per sempre trovato la sua via
nell'amore di Dio, in una forma di amore tutta generosit, vero, ma anche tutta...
come dire? Non tranquillit che va detto, come non sicurezza che sarei stata una
pura amante alla quale sempre sconosciuti dovevano essere i tentacoli di certi mostri...
Non cos. Fino al novembre 1912 io pure credevo fermamente che io avrei amato
sempre Dio con la stessa candida fiducia della mia amica santa: Suor Teresa del
Bambino Ges. Convinta che il tempo eroico delle catacombe era da secoli terminato
e ben lungi dal pensare che dopo venti secoli di cristianesimo questa nostra Europa
avrebbe rivisto le grandi persecuzioni che noi in realt vediamo (Russia, Spagna, ecc.
ecc.) pensavo con santa invidia alle dolci martiri dei primi secoli, ma mi dicevo che,
per mio conto, avrei potuto amare Iddio solo attraverso la dottrina della dolce
Carmelitana francese. Confidenza, abbandono, generosit nelle piccole cose di ogni
ora, intrecciate ad una candidezza angelica: ecco quel che credevo avesse ad essere la
mia vita in Cristo. Ma vennero, come tutti gli anni ai primi di novembre, i giorni dei
santi Esercizi. Anche qui le reazioni fra noi educande erano ben diverse. In certune
essi suscitavano solo una grande noia, un grande nervo sismo. Capir: dovere tacere,
sempre tacere per cinque giorni, e pregare, e ascoltare quattro prediche al d... Le pi
svagate e birichine ne avevano nausea per non dire terrore. Altre, sentimentali ad
oltranza, entravano in questo ritiro con... le stesse disposizioni di un fachiro o di un
fanatico. Si mettevano in trance - mi perdoni il paragone - e si esaltavano in un
misticismo di maniera che le spingeva a penitenze e a fervori degni degli antichi
anacoreti o delle prime sepolte vive! . . Penitenze e fervori che, ad Esercizi finiti, si
sgonfiavano come un palloncino bucato e risbucava fuori la vera natura della pseudofervorosa: ossia una natura indifferente a Dio e molto attaccata al mondo. Altre ancora
vi entravano con semplicit, senza... estasi anticipate e senza nausee anticipate. Vi
entravano per dovere e si rimettevano a Dio perch le aiutasse a capirlo... In queste
anime semplici ed equilibrate Dio lavorava con piena libert e la grazia del Signore
metteva radici durature nel cuore che si protendeva a riceverla. Altre, anime elette per
dono gratuito di Dio, veri fiori di mistica aiuola, al primo annuncio degli Esercizi
prossimi si illuminavano di vera gioia spirituale e la loro anima si apriva tutta, come
candido giglio, per accogliere in s la parola di Dio ed esserne fecondata. Si
distinguevano, queste creature di grazia, dal volto luminoso, bello per interna luce
anche se il profilo non era tale da esser preso a modello da un artista, si distingnevano
per una gentilezza tutta speciale di sguardi, di parole, di atti, per una pace costante e
per una costante ubbidienza. Erano, naturalmente, le eccezioni. Io non ero certo fra
esse. Come le ho detto, in cinque anni non fui mai punita, perch feci sempre il mio
dovere. Ma lo facevo per un fine di bene umano: per amore delle mie Suore, per fare
contento pap ed evitare i rabbuffi di mamma. Queste creature eccezionali invece lo
facevano unicamente per piacere a Ges. Io a Ges volevo molto bene e anelavo a
volergliene sempre di pi. Ma ero ancora molto lontana dall'agire unicamente per fine
soprannaturale. Volevo bene a Ges perch sentivo che Egli me ne voleva del bene. Lo
amavo dunque in maniera ancora umana. Non avevo ancora fatto mio il detto del

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Padre mio serafico S. Francesco d'Assisi: Veramente beato colui che ama e non
desidera essere riamato. Quando si giunge ad amare per amare, senza calcolo di
sorta, senza pretendere ricambio di gioia sensibile, quando, anzi, tanto pi si ama
quanto pi, in apparenza, siamo trascurati, dimenticati, maltrattati dall'amato, allora si
tocca il vertice dell'amore e, toccando il vertice, si raggiunge la beatitudine. Io avevo
ancora da camminare tanto per raggiungere questo vertice! Io appartenevo alla
penultima categoria. Forse ero sul confine fra l'ultima e la penultima, perch gi mi
facevo una gioia del pensiero di vivere cinque giorni occupandomi unicamente dell'anima mia. Ma occuparsi dell'anima propria, unicamente di questa, non ancora
amore perfetto. egoismo, santo se si vuole, ma sempre egoismo. Il nostro Maestro
divino ha con la sua parola confermato la Legge e ribadito il concetto e il comando
che gi da secoli erano i supremi fra i comandi di Dio. Ama il Signore Dio tuo con
tutto il tuo cuore, la tua anima e la tua mente, e ama il prossimo tuo come te stesso.
Dunque bisogna amare non solo e unicamente noi stessi e la nostra anima, perch
amare ci che nostro sempre egoismo anche se un egoismo buono. Ma occorre
amare il prossimo come noi stessi, ossia adoperarci per lui per aiutarlo nel bene, nei
bisogni di tutta la sua vita: fisici, morali, spirituali; amarlo nel sacrificio e nella
preghiera perch la sua anima cresca in Dio, o lo ritrovi se l'ha perduto, e perch Dio si
curvi pietoso sui fratelli nostri che hanno bisogno di tante cose e non sanno forse
pregare il Padre in modo da far s che Egli, ai suoi figli che gli chiedono un dono
buono, lo possa rifiutare. Questo il secondo gradino della scala che porta a Dio. Ma
il terzo amare il Signore con tutti noi stessi. Amarlo disinteressatamente per dargli
lode e gioia poich la sua gioia l'essere amato dai suoi figli. Io penso che alle piccole
anime, solo grandi nella generosit e nell'amore - ma gi l'amore sempre generoso le quali amano il loro prossimo perfettamente, ossia come, anzi pi ancora di quanto
non si amino loro stesse, e che amano Dio di un amore perfetto, per quanto pu essere
perfetto quanto umano ancora, di un amore perci che libero da ogni calcolo, da
ogni retropensiero, da ogni timore (nel senso di timore del castigo che verrebbe se non
si amasse), di un amore che tutto accetta e tutto dona senza riserve, che resta amore
anche quando dall'alto dei cieli paiono piovere, come folgori su folgori, le pene pi
svariate, che anzi, sotto il grandinare delle croci, sempre pi si irrobustisce, fiorisce,
fiammeggia, io penso che Dio, a queste piccole anime, conceda la indulgenza plenaria
dell'amore, la pi grande di tutte: quella che il quarto dei battesimi, l'ultimo dei
battesimi, dopo quello di acqua, di sangue, di desiderio; il quarto e perpetuo nei suoi
effetti, perch rende la nostra stola nuovamente immacolata per essere stata imbevuta
nella dottrina pi alta del Maestro e purificata dalle fiamme della carit. Forse la mia
teoria sar poco ortodossa, ma io la penso cos e per mio conto - dato che non credo di
poter avere altra sorgente di purificazione avendo molto peccato dopo il battesimo e
non avendo altri mezzi per cancellare dopo la colpa con la confessione anche i
reliquati della colpa passata - mi tuffo tutta nell'amore. Esso deve sostituire per me il
Purgatorio che ho mille volte meritato. E creda pure che, se dolcezza infinita, l'amore
anche martirio... Il Sangue di Cristo e la Carit: ecco le mie due sorgenti in cui lavo,
nella prima, e rid, con la seconda, candore alla povera anima mia. L'amore deve
essere la mia ragione di esistere, il motore di ogni mia azione, la mia giustificazione
davanti al Padre, la mia gloria per l'eternit. Ma dove sono andata a finire? Molto

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lontano... Dipende che, sotto le strette di molte ritorte, che mi serrano da ogni parte
tormentosamente, sono in gioia. Sento l'Amico divino che mi abbraccia e sorregge, e
la mia povera persona si posa su di Lui che la conforta a soffrire ancora un poco per
godere poi in eterno, nel suo prossimo giorno di liberazione... E questo abbraccio
cos inebriante che mi spinge a dar libert di canto alla mia anima che l'amore gonfia
di se... Torniamo per agli Esercizi del 1912. Io ero dunque a confine fra la categoria
delle anime semplici e quella delle anime elette, e mi piacevano molto quei giorni di
Esercizi spirituali nei quali sentivo pi vicino Dio, Maestro mio. Tutti gli anni erano
venuti dei veri maestri di piet a tenerceli, fra i quali un sacerdote, Don Corradi, morto
poi in concetto di santit. Due volte furono tenuti da S. E. Monsignor Cazzani, allora
vescovo di Cesena, ora vescovo di Cremona. Pastore dalla religiosit profonda e nello
stesso tempo semplice, di una semplicit veramente evangelica, egli sapeva parlare
alle nostre anime con parole che restavano incise nel cuore anche per molto tempo
dopo essere state udite. Quell'anno, il 1912, gli Esercizi furono tenuti da questo santo
Vescovo. Io sapevo che sarebbero stati gli ultimi Esercizi, perch mamma era
inesorabile circa la mia uscita in febbraio dal Collegio. Pap aveva chiesto
improvvisamente di essere posto in pensione perch capiva di non poter resistere pi
al lavoro mentale dopo quella tremenda malattia. I primi tempi si era illuso, povero
pap, di poter essere il Valtorta di prima, ma terminata la lunghissima licenza di
convalescenza di quasi un anno si era accorto che era finito. Aveva tenuto duro
qualche mese e poi a settembre si era congedato. Si doveva perci col marzo andare a
Firenze dove mamma, d'accordo coi medici, aveva deciso di stabilirsi. Io sarei rimasta
in Collegio fino agli ultimi di febbraio 1913 e poi sarei tornata in famiglia. Le Suore,
veramente, dato che sapevano che a giugno i miei avrebbero dovuto tornare a Voghera
per la liquidazione finale degli interessi di pap, avevano chiesto che io rimanessi fino
a giugno... Mi vedevano cos triste all'idea di lasciare il Collegio... e lo ero triste.
Sentivo che andavo incontro alla lotta, al dolore e... non avrei mai voluto lasciare quel
nido di pace; il mio povero cuore, presago del futuro che lo attendeva, cos
martoriante, tremava di paura e di dolore... Ma mamma aveva deciso e quando ella ha
deciso, caschi il mondo in rovina, non si cambia decisione. Io dunque sapevo che
erano quelli i miei ultimi Esercizi spirituali. Vi entrai con ancora maggior zelo,
volendo da essi trarre un frutto duraturo per tutta la mia prossima vita nel mondo e un
programma per quella mia prossima vita. Un programma al quale giuravo di esser
fedele. Ero sempre quella della parola di onore!... Vi entrai pregando fervorosamente il
buon Dio di incidere in me, per sempre, quei giorni di unione con Lui. Ed Egli, il mio
caro Ges, lo fece. Scese in me col Padre e collo Spirito portando ognuno i loro doni
alla piccola Maria che doveva ormai andare incontro a sempre pi grandi prove e a
sempre pi grandi pene. Il Padre entr dando all'anima giovinetta la visione della sua
Maest, della sua Potenza; il Figlio port seco tutti i tesori della sua Misericordia e
della sua Sapienza; lo Spirito Santo tutte le sue luci e le sue fiamme di Carit. E questo
non perch io me lo meritassi. Oh! stia ben tranquillo che non insuperbisco
credendomi degna di tanto. So benissimo quel che valgo, e so che unicamente la
immensa bont di Dio che pu produrre certe fusioni dell'anima mia con la Divinit,
certe dimore della Divinit in me e mie in Lei. Se Dio misurasse quel che valgo non
farebbe tali prodigi. Ma non le ho gi detto che io sono convinta che Dio non un

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matematico, un calcolatore, ma un idealista e un poeta? Guai a noi se tenesse dei


registri di ragioneria... Chiss dove andremmo tutti a finire! Non insuperbisco. Celebro
solo le bont del Signore in me perch questo mi pare sia un dovuto omaggio di
riconoscenza. Io avevo chiesto a Dio di incidere indelebilmente quei giorni in me
perch mi fossero come rotaia per tutta la vita, rotaia sicura per non deragliare o
andare fuori via su sentieri che si dipartivano dalla strada regale per perdersi in viottoli
molto pericolosi, finenti in un groviglio di liane che avrebbero impedito il mio andare,
o peggio in una palude dove sarei affogata. E il Signore, come dice S. Caterina da
Siena, siccome Colui che mette in cuore i santi desideri, cos mai non tralascia di
secondarli subito. Perci second subito il desiderio che Lui stesso aveva messo in me.
Sono vissuta in quei giorni veramente nella luce. Una luce che mi illumin tutto:
passato, presente, futuro; una luce che mi spieg tutto; una luce che mi accese tutta;
una luce che mi fece capire, nel senso pi profondo della parola, quale doveva essere
la mia vita in Dio, in rapporto a Dio, voluta da Dio perch io conquistassi il regno di
Dio. Il mistico belga che io amo tanto, perch lo capisco tanto, dice: Il Padre nostro
che nei cieli il Padre delle luci; Colui che vuole che si veda. Per vedere occorre
un'anima disciplinata e preparata all'esercizio pratico della verit e della giustizia, e
questa pratica deve aiutare l'anima e non pesarle sopra. atto a ci chi non schiavo
di nulla, neppure delle sue virt. Occorre aderire inoltre a Dio con l'attivit dell'amore:
l'ardore che brucia apre lo spirito. Occorre infine perdersi nella tenebra sacra dove il
Gaudio libera l'uomo da s stesso, e non pi ritrovarsi al modo degli uomini.
Nell'abisso della Tenebra, dove l'amore d il fuoco mortale, io vedo germogliare la vita
eterna e la manifestazione di Dio. L nasce e brilla una certa luce incomprensibile, che
illumina la vita eterna, e noi cominciamo a capire qualche cosa. Io possedevo, per
dono gratuito di Dio - a Lui sia data tutta la lode - un'anima disciplinata e preparata
all'esercizio della verit e della giustizia. S, devo riconoscere che ho sempre cercato di
vivere nella verit e nella giustizia, di sempre pi conoscere la vera essenza della
verit e della giustizia e di conformare la mia vita a questo conoscimento. Il Maestro,
il mio unico Maestro, mi istruiva in ci perch, ripeto, tutto quanto fiorito in me
sempre stato unicamente seminato da Lui, e le parole degli uomini di Dio rimanevano
in me spente, come lampada senza olio, finch il mio Dottore divino non metteva S,
olio di nutrimento sublime, ad alimentare la mia lampada. Solo allora io vedevo il
senso vero di quelle parole udite e non comprese. Egli mi aveva dunque gi istruita
sulla necessit di vivere molto nella cella mentale, come dice la Santa senese, per
conoscere ed amare la ricchezza della luce e dissolvere la povert delle tenebre.
Cos vivendo in un raccoglimento attento si riesce a lavorare con la verit che
abbiamo dentro di noi. Questo conoscimento della verit e della giustizia, che sempre
pi cresceva in me, non m'era peso sull'anima ma ala per sentire meno la gravezza
della carne. Della quale carne, per allora, sentivo ben poco lo stimolo. Sapevo,
unicamente per amore di Cristo, dimenticare me stessa, affrancarmi da me stessa, da
tutto, anche dalle mie stesse virt che capivo essere non mie ma di Dio, affrancarmi
anche da quella tenerezza di noi medesimi che, sempre secondo Caterina, altro non
che amor sensitivo, il quale amor sensitivo ostacola la Verit e le impedisce di riempire il cuore portando in luogo della Verit l'amore disordinato che altro non che
amor proprio. Perci non ero schiava neanche delle mie virt. Molto pi tardi ho,

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sempre secondo il consiglio della Mistica domenicana, saputo armarmi della mia
sensualit per farmene uno strumento di vittoria, poich chi non ha battaglia non ha
vittoria ed nel tempo della battaglia che l'uomo ha modo di levarsi dall'inerzia e
anche di conoscere la debolezza e la fragilit della passione sua sensitiva. Utile
conoscimento questo per rimanere umili... Aderivo a Dio con l'attivit dell'amore, oh!
questo s. Egli era il mio amore, il mio Amore anzi, ch nulla era pi completo di
questo sentimento per Lui nella forma che potevo dargli allora, giovane come ero. Il
mio spirito poteva perci aprirsi a comprendere sempre pi la Verit e la Giustizia. E,
per quanto lo potessi allora con la mia capacit di giovinetta, sapevo gi perdermi in
questo amore, abbandonarmici tutta, annullare me per far vivere Lui solo, sentendomi
spaesata, straniera nel mondo che non l'ama e non vive di Lui: un controsenso dal
punto di vista umano, come sono dei controsensi tutti coloro che fanno Dio unico
scopo della loro esistenza. Perci Dio, in questa mia vigilia di entrata nel mondo che
mi spauriva tanto, presaga come ero di quanto soffrire avrei trovato in esso, manifest
chiaramente S stesso sprigionando la sua Luce, ed io cominciai a capire qualche
cosa. Quel tanto che mi bastasse per allora a darmi la prima nota del canto che avrei
dovuto cantare sulla mia croce, la prima parola del mio atto d offerta, il primo colpo
di pollice nella creta molle della mia anima per foggiarla secondo la forma che Dio
aveva scelta per me: una forma di crocifissa ben alta fra terra e cielo e bene
inchiodata! Dirle ora, dopo oltre trent'anni, tutto quanto Dio mi disse, sarebbe
impossibile. Un'ampolla preziosa che ha conservato nel suo interno le essenze pi fini
di mille fiori, una volta che rimane vuota di esse non pu pi dire all'olfatto dell'uomo:
Qui era una molecola d'olio di rose e l una di olio di garofano; qua erano condensate
le lacrime odorose di mille violette e pi gi era l'anima candida di cento mughetti.
No. Non si possono pi dividere i diversi aromi. Ma l'olfatto nostro sente un'unica
tenace soavissima fragranza in cui palpitano le parti spiritali di tutti i fiori dei giardini
terrestri. Cos io, curvandomi sull'anima mia, mistico vasello in cui in quei giorni
scesero piogge di fiori celesti, non posso pi sceverare i singoli effluvi, ora acuti ed
eroici, ora miti e penitenti, ora esilaranti come un vino, ora pacificanti come un
balsamo. No: sento solo una fragranza persistente che vento umano, per violento che
fosse, non riusc mai a disperdere e che la fragranza di Dio, del nostro Dio, del
Signore nostro Ges. Per una parola rimasta nitida in me. Una parola, meglio una
frase che compresi subito sarebbe stata quella che avevo chiesta con umilt e fiducia.
La frase-programma, la frase-guida, la frase-monito di tutta la mia vita futura. Anima
che mi ami, disse Ges, deponi il desiderio di amarmi come Agnese e Cecilia, come
Agata e Lucia. Th non sarai l'amore innocente. Sarai l'amore penitente. Non le vergini
incontaminate, passate nel mondo quasi non per merito dei loro piedi, ma portate dagli
angeli in volo, onde il fango della vita neppur sfiorasse la loro stola, saranno le tue
guide, ma le creature che conobbero il morso del male, che mordettero la polvere in
ora di crollo morale, che spasimarono per la creatura perdendo di vista il Creatore e
che poi seppero risorgere e rinascere con un 'anima nuova formata di pentimento e di
amore, elevandosi tant'alto nella vita dello spirito da riacquistare una fulgidezza non
minore a quella dei puri per grazia di Dio e certo pi meritoria perch dolrosa,
faticosa oltre ogni modo a conquistarsi. S. Se bella la palma dei martiri che
seppero confessare Cristo davanti ai nemici di Cristo, non meno bella quella fronda

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che infiora le braccia di coloro che confessarono Cristo non solo davanti ai nemici - e
in un attimo solo di martirio, fra le contingenze che aiutano a questa eroica professione
di fede, non dissimili a quelle che fra scoppi di cannoni, squilli di trombe e gridi di
vittoria spingono il combattente a portare pi oltre la sua bandiera per confessare il
suo amore per la Patria - ma davanti a s stessi, al loro io passionale, bestiale, sempre
risorgente ad ogni ora, guatante gli attimi di distrazione, di stanchezza, di debolezza
per sopraffare la creatura che ha saputo metterlo sotto i suoi piedi. Che lotta segreta,
oscura, non confortata da nessun coefficiente mai questa di creature che avendo
conosciuto il senso umano devono ripudiarlo, vogliono ripudiarlo perch ormai
assorbite, con la parte migliore - quella dello spirito - in un ideale di redenzione e di
amore! Solo gli angeli di Dio la vedono. Solo loro guardano con compassione e con
ammirazione la creatura che suda sangue nella sua rude battaglia contro s stessa. Solo
loro noverano i suoi lamenti, le sue lacrime, i suoi singhiozzi; solo loro vedono lo
sforzo sovrumano che tende le midolle dei nervi fino a spezzarle, che stritola le fibre,
spezza il cuore come pu fare un torchio, una macina, una mola di frantoio. Solo loro
vedono l'incenerimento, meglio lo scioglimento di tutta una personalit che sotto il
fuoco del pentimento e dell'amore si strugge e ribolle come metallo nel forno fusorio,
depurandosi di tutte le scorie e tornando alla luce come blocco incorruttibile che
nessuna vena scadente contamina e nessuna ruggine pu pi intaccare. Solo gli angeli
vedono questo... No. Anche Dio lo vede. Lo vede anzi con una perfezione quale la
vista angelica non pu avere. E scende allora Dio; presso questa sua creatura che
l'amore ha riplasmata e il pentimento ha spronata ad altezze sublimi di immolazione,
Egli prende la sua dimora, anzi fa di S dimora dell'anima pentita e amante, raccoglie
tutte le lacrime di lei mettendole nel calice del suo stesso Cuore, scrive tutti i suoi
olocausti nel gran Libro della vita, infonde continua vitalit per perpetuare
quell'esistenz che l'immolazione distruggerebbe in breve ora, e quando tanto di lei si
innamora, poich la sua umilt dolorosa e la sua generosit riparatrice lo affascinano,
da guardarla come la sua perla pi cara, allora la issa sulla sua stessa Croce, su quel
trono grondante del suo Sangue, e la fa corredentrice seco Lui dell'umanit
sprofondata nel senso e nel peccato. Di tutte quelle prediche udite in quei giorni e
capite, per grazia di Dio, come mai avevo capito fino allora, una fu quella che come a
Saulo sulla via di Damasco fu folgorazione dell'anima mia. E fu quella su Maria
Maddalena. Lei dir: Ma che idea quel vescovo! Parlare di quella creatura a delle
giovinette!. Lo spirito del Signore soffia dove e come vuole. Le Suore, le compagne,
io stessa, sul primo, rimanemmo tutte un poco stupite quando Sua Eccellenza, dal
piccolo pulpito elevato presso l'altare, preg le Suore di fare uscire tutte le educande
fuor che le grandi, perch voleva parlare solo a loro. E ancora pi stupite rimanemmo
quando udimmo che egli ci voleva parlare della Maddalena. Non conoscevamo, allora,
tutta l'estensione della vita di questa donna avanti la sua conversione. Ma quel poco
che ne sapevamo era assai per farci sbarrare gli occhi e drizzare gli orecchi per lo
stupore e per meglio udire... Non so che effetto fece alle altre quella predica, sublime,
perch Monsignor Cazzani,. che era ed un grande oratore sacro, tocc quel giorno le
vette dell'eloquenza. Per mio conto penso che Dio volle che io udissi quelle parole e
che le fece dire perch io le udissi. Padre Didon dice, parlando di Maria Maddalena:
Niente pi potente su un'anima accasciata dal peso dei suoi falli che la

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mansuetudine che compatisce e la voce che perdona... Che cosa pass nel cuore della
Maddalena? Noi lo ignoriamo. Un giorno i suoi occhi si aprirono ed ella riconobbe in
Ges il Salvatore che perdona. Quel giorno ella non esit. Simili nature non si arrestano mai a mezza via; la loro grandezza di andare sempre, nel bene o nel male,
all'estremo di loro stesse. Colui che ama non ragiona: egli ubbidisce come schiavo al
sentimento che lo soggioga.... Rimettere i peccati non appartiene che a Dio. La fede in
Dio solamente salva le anime perdute e non potere dell'uomo di dare il perdono e la
pace. Ges dice queste cose e le compie. Quelli che le hanno sentite e esperimentate,
come la Maddalena, nel segreto della loro coscienza le comprendono... D'ora in poi il
peccatore pu avere della fiducia; la sua miseria non pi senza speranza. Il male ha
trovato un maestro; per vincerlo basta che l'uomo creda e si penta, pianga ed ami. Per
in basso che sia caduto gli restano ancora la fede e le lacrime. Che egli imiti la
peccatrice e venga a piangere ai piedi di Cristo. Delle legioni d anime si sono alzate
dall'ignominia seguendo la peccatrice di Magdala. Ella apre la via e conduce il corteo
dei convertiti e dei riabilitati; ella personifica l'umanit perduta nel vizio che ha
trovato ai piedi di Ges il Dio che essa doveva amare e il cui amore la trasfignra
donandogli la misericordia e la pace. Io non sono scesa dove scesa la Maddalena,
per grazia di Dio. Ma mi sono smarrita dietro tanta chimera umana. Glielo far vedere.
Il Cristo, al quale avevo giurato amore, era stato trascurato da me e, se non ero giunta
a rinnegarlo come Pietro in un'ora di paura, avevo certo fatto come gli invitati al
festino di nozze, che non vi andarono, distratti come erano dietro ai loro affari... Ho
peccato, si, mio Dio, ho peccato. Se non materialmente, col desiderio e tanto, e Tu,
Maestro mio, mi hai detto: Il male non basta non farlo. Bisogna non desiderare di
farlo. Io ho desiderato di fare il male e cos ho conficcato altre spine nel tuo capo e
spremuto altre lacrime ai tuoi occhi... Poi ti ho incontrato di nuovo e Tu mi hai
guardata... e non mi hai condannata. Non hai avuto una parola di rimprovero per le
mie colpe... Solo mi hai guardata... e pi di ogni parola stato per me richiamo che
salva il tuo sguardo. Allora sono venuta a Te per sempre, mettendomi sulla scia delle
anime pentite che hanno ritrovato nella penitenza e nell'amore la veste delle nozze,
purificata nel sangue tuo e nel nostro pianto, il cui primo piovere sui tuoi santi piedi
venuto dagli occhi della Maddalena, colei che la nostra maestra nella via della
redenzione, nella scuola dell'amore e del pentimento, colei che per noi fonte di
speranza perch a lei, che molto am, furono rimessi tutti i peccati, e se noi ameremo
molto ci saranno rimessi i nostri peccati. Le caste e ardenti lacrime della peccatrice
convertita, le sue adorazioni senza parole che le fanno dimenticare il tempo che scorre
e le necessit della vita umana - e Tu, Maestro, devi intervenire a difenderla contro il
mondo che la guarda scuotendo il capo con commiserazione perch Maria ha scelto
la parte migliore, quella che non le verr mai tolta, cos come la difenderai davanti al
Fariseo sprezzante, cos come la difenderai quando tutti la rimprovereranno di aver
sciupato trecento denari di unguento di nardo schietto, cos come la difenderai sempre
perch avrai capito la generosit di quest'anima ardente - quelle caste e amorose
lacrime mi hanno insegnato l'arte di prenderti, di fare di Te il mio Amatore, lo Sposo,
Colui che ragione di vita, di gioia, di gloria, mi hanno insegnato il metodo per
cancellare il male che ha avvilito la mia anima, creata per Te, e sostituirvi il bene,
trasformando in tal modo la povera anima mia - che l'amore per la creatura, l'amore

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disordinato per la creatura aveva avvilita, fino a farne una spelonca abitata dallo
spirito della ribellione e della sensualit - in camera nuziale, tutta bella e pura, dove
consumare le nozze fra me e Te... Ecco che sono da capo andata fuori strada...
Torniamo al punto giusto. Dio volle che io udissi quelle parole per darmi una guida nel
futuro. Esse caddero come pietre nel lago del cuore e vi sprofondarono. L'acqua
tranquilla della mia giovinezza pura le ricopr di un velo equoreo e stettero l, nel
fondo, senza pi dar segno di loro. Ma quando la tempesta della vita scosse, morse,
corse sul lago del cuore e lo sconvolse tutto portando in alto fango e avvincenti alghe a
intorbidare le acque e a rendere difficile il muoversi in esse, tornarono a galla anche
quelle parole e, bagnate come erano delle acque profonde, scintillarono sotto al sole
divino e divennero fari di salvezza, di guida per me. Per fin da quel giorno in cui le
udii ho capito che le avrei ritrovate nell'ora voluta da Dio e che sul loro insegnamento
dovevo intanto meditare, con tutte le mie limitate forze, per essere capace poi di
comprenderle completamente quando fosse venuta l'ora della lotta e della cognizione.
Ho capito, questo poi chiaramente, che io ero chiamata da Dio a una vita di dolore, che
il pianto sarebbe stato il mio compagno e la croce la mia insegna e che dovevo fin da
quel momento, rinunciando ai dolci sogni di martirio quale fu quello dei primi
cristiani, prepararmi all'oscuro martirio del cuore, ignorato da tutti fuorch da Dio,
continuo, esercitato per tutta la vita e in tutte le contingenze della vita. Lo capii cos
chiaramente, come se l'Angelo del Signore, tenendo aperto davanti ai miei occhi il
gran Libro dei destini umani, mi permettesse di leggervi il mio futuro... Il giorno dopo
vi fu la chiusura dei santi Esercizi. Credo sia stato questo il momento che le Suore
penetrarono nel mio segreto. Ero cos commossa, per quanto sapessi dominare molto
bene, come sempre, le mie emozioni, che esse, le care Suore, ne ebbero sentore.
Troppo la voce di Dio aveva risuonato in me, e vi risuonava, perch non trasparissero
dal mio volto le impressioni che avevo nel cuore. Troppo mi ero attaccata, nella
rivelazione, a Dio per averne conforto e troppo soffrivo nello staccarmene. Una
sensazione non solo metaforica ma vera di lacerazione di ibre, perch il dolore di
questa lacerazione che si produceva in me, ora che necessariamente dovevo tornare
alla vita abituale, uscendo da quel ritiro dove ero stata con Dio, era veramente
tormentosa. Le Suore non potevano non avvedersene. Mi pareva di non poter vivere...
Ho provato poi molte separazioni e molto dolorose e posso dire con esperienza che
questa era ancor pi mordente di esse. Se le separazioni umane mi hanno serrato il
cuore fino ad ammalarmelo, questa mi soffocava come se tutta l'aria mi venisse tolta.
Ero desolata come mi fosse stata levata libert, luce, ricchezza, salute, amicizia,
parentela, tutto insieme. Ma a che tanto spiegare con povera parola umana quella mia
ora di ansia spirituale? Quando rileggo il Cantico dei cantici trovo una eco, molto
minore, di quell'accorato cercare per valli e monti Colui che il Bene della creatura
amante. Ma le infuocate espressioni del poema di Salomone sono ancora poca cosa
rispetto a quello che io provavo. Ho letto di poi le ardenti pagine di S. Giovanni della
Croce e di S. Teresa d'Avila e vi ho trovato un'eco pi perfetta, ma sempre minore al
sentimento mio. Ho capito perci che la parola umana incapace di esprimere quel
che sovrumano. Forse solo un Serafino potrebbe scrivere le ansie dell'amore divino...
Ma i Serafini adorano e tacciono... Le mie Suore con molta delicatezza si affacciarono
appena sulla soglia dell'anima mia piena di ansia di cielo, venerarono in essa l'opera di

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Dio e non penetrarono oltre. Rispettarono... Unica cosa da fare in quei casi, perch
qualunque intrusione, anche la pi pura nel suo modo di agire, una profanazione. I
divini contatti dell'anima con Dio vanno sempre rispettati come cosa sacra. Nel libretto
distribuito a tutte per ricordo dei santi Esercizi, sulla pagina, anzi sulle pagine dedicate
alle nostre riflessioni e ai nostri propositi e dove le mie compagne scrivevano,
scrivevano certi sproloqui pieni di sospirii colombini e di sentimentalismi sterili, io
scrissi una frase sola: il mio programma per la vita futura, la mia norma di condotta
verso la mia famiglia, verso me stessa, verso il prossimo, verso Dio. Una unica frase
ma che vasta come gli oceani e profonda come essi e che pu empire di s la pi
lunga vita: Sacrificio e Dovere in ogni ora, in ogni contingenza. Sono stata fedele a
questo proposito. E se qualche volta la mia umanit pareva trionfare sul mio spirito,
sono per sempre presto tornata a praticare in pieno il sacrificio e il dovere, e posso
dire che completamente in disparte non li ho mai posti, anche se le tentazioni furono
tali e le mie gioie nel dovere cos nulle da suggerire di abbandonare quel proposito e
abbandonarmi alla corrente. In seguito a quanto era trapelato dal mio viso, chiss
che... Non posso saperlo perch specchi non ce n'erano e io avevo ben altro per il capo
quella mattina perch mi venisse in mente di guardarmi nello specchietto tascabile che
ci concedevano di tenere. Non posso perci sapere cosa trapelasse dal mio viso n
come esso apparisse mutato. Ma insomma in seguito a quanto era trapelato dal mio
viso la Superiora incaric la Suora, che pi sapeva parlarmi, di chiedermi se avevo
intenzione di farmi suora io pure. La disillusi subito. Oh! sarebbe stato dolce prendere
quella via, mettersi per sempre all'ombra di Maria, sotto il suo manto e scorrere la vita
cos... Ma non era la mia via e la vita in cui Dio mi voleva. Questo lo sapevo
chiaramente. Il mondo doveva essere la mia arena di combattimento. Non sapevo
quale sarebbe stato il combattimento, ma sapevo che doveva avvenire nel mondo e non
nel chiostro. Povere Suore che avevano gi fatto le pi rosee ipotesi su di me e mi
vedevano gi con la cuffietta in capo! Lo sa Iddio se avrei preferito avere quella
vocazione!... Ma non l'avevo. Sapevo che andavo incontro al dolore, ma dovevo
andare incontro al dolore. Con pianto e con strazio vedevo abbreviarsi il tempo che ancora mi separava dal dolore ma non lo potevo impedire. Ero nelle condizioni di un
condannato che vede sempre pi avvicinarsi il momento della esecuzione della
condanna. Pi le Suore e le compagne moltiplicavano le loro tenerezze per me,
prossima a lasciarle, e per andare cos lontano che difficilmente avrei potuto rivederle
mai pi, e pi in me cresceva, in uno con la gratitudine per il loro affetto, il mio
affanno. Potrebbe parere strano a taluni ma la verit. Ho sofferto molto pi ad uscire
dal Collegio di quello che non avevo sofferto ad entrarvi. Forse sar dipeso dal fatto
che in quattro anni ero divenuta pi adulta, naturalmente, e perci sempre pi si
affinava in me quella sensibilit che una delle mie qualit principali, forse la
principale, mia dote e mio tormento. Perch se una dote avere l'animo gentile,
sensibile a tutte le pi piccole sfumature degli avvenimenti, questo anche un grande
tormento, le gioie essendo molto poche nella vita mentre le cose penose sono sempre
numerose e sempre presenti. Questa sensibilit, che io tenevo per quanto possibile
nascosta perch ho sempre odiato sciorinare i miei sentimenti sotto gli occhi di tutti,
quasi sempre indifferenti quando non sono addirittura beffardi, cresciuta con gli anni
col crescere della mente, mi rendeva sempre pi paurosa del futuro. Sentivo, sentivo

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che per me finiva quel poco bene di cui avevo fino allora goduto e, come una sensitiva
che sente avvicinarsi la mano, rabbrividivo in tutte le mie fibre e mi serravo su me
stessa. Oh! fu una ben melanconica creatura quella che, col cuore che si lacerava nello
strappo da quella dimora dove avevo conosciuto solo ore serene e sereni affetti,
varcava la soglia del Collegio per uscire incontro alla vita! Era il pomeriggio del 23
febbraio 1913. Le Suore, che negli ultimi tempi avevano moltiplicato all'infinito tutte
le pi affettuose premure per me, per farmi sentire quanto mi amavano, per
supernutrirmi di amore pensando al prossimo digiuno che mi attendeva e che mi
avrebbe sterilito il cuore e saturata di tanta cocente nostalgia, mi avevano raccomandato, con le lacrime agli occhi, di essere buona con la mamma per cercare di
renderla buona con me. Oh! non a me occorreva raccomandare questo. Io stavo sempre alla porta del suo cuore, eterna mendica, a chiedere il suo obolo di comprensione e
d'affetto. Ma quella porta restava serrata, arcigna, irta di lance ferrate contro le quali
neppur potevo appoggiarmi... So che parlarono in quel senso anche a mamma... Ma le
loro parole restarono lettera morta, anzi riuscirono a creare il contrario del prefisso.
Mamma cominci subito a rimproverarmi di averla dipinta presso le Suore come arida
e intransigente. Ma, mio Dio!, non c'era bisogno che la dipingessi io cos. Tutto in lei
stessa la mostrava quale era: pi matrigna che mamma. I suoi modi, i suoi scritti, le
sue indifferenze per la mia salute, la sua grettezza per le mie piccole necessit di
collegiale, tante cose insomma, avevano istruito e molto bene le Suore, rese esperte dai
continui contatti con centinaia di mamme e di pap, su quel che era mia mamma verso
di me. Non c'era bisogno che io parlassi, cosa che non feci mai perch di certe miserie
ci si vergogna come di un'onta o di una malattia vergognosa. Se qualche volta durante
gli anni che vennero poi parlai in proposito, fu sempre perch altri si erano gi accorti
del vero circa i rapporti fra mia madre e me e, poco delicati, mi avevano fatto
domande, a me penose come un acido su una ferita. Pensi che diverse persone mi
hanno chiesto se era proprio la mia mamma vera o se era una seconda madre...
Questo le dica tutto, Padre. Spontaneamente io ho parlato difficilissimamente e solo
con persone che hanno attirato tutta la mia confidenza, che concedo cos raramente, e
in pi queste persone devono essere tali, per l'abito che portano e il buon senso di cui
sono pieni, tali da darmi affidamento che il mio penoso segreto sia confidato a chi non
ne fa oggetto di scherno e pettegolezzo. Uno dei pochissimi ai quali ho
spontaneamente detto le cose come stanno Lei, Padre, e per i motivi sopra accennati
e perch, dovendo Lei dirigere l'anima mia, in questa ora estrema del mio vivere,
doveroso che sappia il vero su cose che tanta sofferenza e turbamento portano
all'animo mio.
PARTE TERZA
Firenze.
Le preghiere liturgiche di oggi, 18 marzo, portano le seguenti parole all'introito della
S. Messa: E bello dar lode al Signore e cantare inni al tuo nome, Altissimo. Si pu
dar lode al Signore in molti modi perch, come in cielo molte sono le magioni del
Padre e diversi, in esse, i gradi di gloria dei beati, altrettanto in terra diverse sono le
maniere di servire e lodare Iddio, per quanto uguale ne sia il fine e uguale il premio di
vita eterna. bello dar lode al Signore con la purezza e l'ubbidienza di una vita

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intemerata che non ha mai conosciuto soste nel suo andare verso Dio. Ma anche
bello dargli lode con la riparazione di una vita che, convinta del suo fallo, si umilia fin
sotto alla polvere di cui men degna perch, essendo dotata di ragione, ha pi
mancato verso Dio che non manchi la materia bruta se disubbidisce, per un attimo,
all'ordine voluto dal Divino Fattore. bello perch si testimonia cos, per tutto il resto
della vita, che noi siamo nulla, e lo prova il nostro cadere miseramente non appena
Dio ci lascia a noi soli, e che riconosciamo che nella nostra risurrezione la voce di
Dio che opera, comandando a noi, poveri Lazzari morti alla grazia, sepolti nel buio,
fetidi di peccato, corrotti nello sfacelo di morte, il suo imperativo di potenza e di
compassione: Lazzaro, vieni fuori. Allora noi, poveri Lazzari, si esce dalla prigione
della tomba morale e, ancora con le braccia, le gambe, il corpo involto e impedito dai
lacci mortali, sozzi dei trasudati delle malattie morali e ancora col volto coperto dal
sudario e la lingua intorpidita dalla paralisi di morte, moviamo i primi incerti passi,
balbettiamo le prime parole di lode finch Ges, ancora fremente in cuor suo per la
constatazione della morte di questa creatura, ricomprata dal suo Sangue e da Lui
strappata, col suo Pianto, alla stretta mortale, comandi una seconda volta: Slegatelo e
lasciatelo andare. Allora, liberi totalmente da tutto l'apparato funebre, noi, risorti,
cantiamo, insieme a Ges, Figlio di Dio, il nostro inno al Padre che nei Cieli:
Padre, io ti ringrazio!. Per mio conto sento che se deve esser grato a Dio colui che la
bont di Dio ha sempre preservato dal male, ancor pi gli grato colui che si vede da
Dio salvato. Dissento in questo da S. Teresa del Bambino Ges. In un punto della sua
Storia di un'anima ella dice che il massimo della gratitudine la deve sentire l'anima a
cui Dio, come un padre amorosissimo, ha sempre scartato tutti i pericoli. Io dico che
non cos. Infine Dio ci ha o non ci ha dato l'intelligenza, la capacit quindi di
guidarci? Infine Dio ci ha o non ci ha dato un cuore capace di amare? Or dunque,
posto che Dio ci ha creati capaci di guidarci moralmente e ci ha dato una Legge perch
s sapesse come guidarci, il dovere nostro di vivere moralmente retti, secondo la sua
Legge e secondo anche l'invito dell'amore. L'uomo sa che Dio lo ama. E come
potrebbe dubitarne se ci ha tanto amati da mandare il Figlio suo a morire per noi?
L'uomo sa che le sue ribellioni, le sue cadute, il suo persistere nel male dnno a Dio
dolore. Badi che non tengo conto dell'offesa. Mi occupo solo dell'amore. L'offesa
presuppone un futuro castigo. giusto. Ma con questo castigo la partita fra il Giudice
e il colpevole, fra la Legge e il trasgressore della legge, bella e liquidata. Invece non
si liquida, in nessun modo, la pena che noi rechiamo al Cuore del nostro Dio col
nostro disamore. Cento inferni non basterebbero a distruggere questa pena, nulla la
pu riparare, nulla che sia castigo. Solo il nostro ritorno all'amore, all'ubbidienza
amorosa, solo il nostro amoroso pentimento che si duole, non del castigo meritato, ma
dell'avere addolorato Iddio, pu riportare il sorriso negli occhi di Chi ci ha creati,
amandoci al punto di immolarsi per noi. Perci, quando un'anima si accorge che la
longanimit di Dio stata tanto grande, la sua pazienza tanto somma, la sua paternit
tanto amorosa da darle tutto il tempo, tutti i mezzi, per tornare a vivere nella legge,
non solo, ma non appena la creatura dal suo fango, nel quale ha bestemmiato Iddio, ha
vilipeso s stessa, creata a immagine e somiglianza di Dio, leva lo sguardo al cielo in
un anelito di redenzione, vede scendere Dio a rialzarla, a stringersela al cuore, a
confortarla a sperare nella sua guarigione, ad assicurarla che, per suo conto, essa gi

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perdonata e amata doppiamente, appunto perch una povera anima ammalata,


indebolita dall'infezione subita, come pu detta creatura non sentire una gratitudine
ancora maggiore di quella di colei che non avendo mai demeritato giusto che sia
amata? Si dir: Ma quest'ultima deve esser grata a Dio appunto perch Egli l'ha
preservata. Ma quanto mai, rispondo io, non gli sar arcigrata colei che si vede amata
di un doppio amore che non solo ama, ma ama al punto di perdonare l'offesa
ricevuta? Il Maestro l'ha detto: Quegli a cui meno si perdona meno ama. Ora, coloro
che hanno lievemente, solo lievemente disgustato Dio, pi con imperfezioni che con
vere colpe, ricevono naturalmente un perdono minore, ma coloro che hanno peccato
gravemente, ostinatamente, devono per forza fruire di un perdono molto, ma molto pi
grande. E perci hanno un obbligo, soavissimo obbligo di gratitudine sconfinata verso
il Perdonatore divino. La tua fede ti ha salvata, vattene in pace, dice il Salvatore
all'anima macchiata dal peccato e che si volge a Lui, il solo che la pu mondare.
Grande la fede in Lui di quest'anima che ha capito dove sta la medicina per la sua
lebbra! Grande di conseguenza la piet del Medico divino che si curva a sanare le sue
piaghe. un flusso e riflusso di generosit fra l'anima e Dio. L'anima si dona
incondizionatamente, generosamente, sotto il pungolo del pentimento e della
riconoscenza. Dio, il Perfetto in tutte le cose, non pu esser da meno della creatura
umana, e perci dona la sua generosit perfetta nel perdono che la pi alta forma
dell'amore. Ma brava Maria! Guarda dove sei andata a finire! Su un pulpito, tu che
non sei neppur degna di stare sotto a un pulpito! Mi perdoni, Padre. L'amore
riconoscente come un vento che trasporta ben lontano e bene in alto... Quando lo
Spirito Santo - io penso che sia il Paraclito che genera queste forze nei cuori - infonde
in noi il suo fiato divino, esso ci investe e ci trascina in un gorgo soprannaturale verso
le altezze dove vive Dio e da dove provengono gli splendori che illuminano la povera
anima oppressa dall'involucro mortale. Bisogna che l'anima canti, in certi momenti,
per non esplodere sotto la pressione e l'incandescenza dell'amore. E se la povera parola
umana sempre insufficiente ad esprimere il divino, pur sempre sfogo al superardore
che ci accende pi di una febbre... E infatti una febbre spirituale, non meno struggente
di una febbre fisica. Finch non raggiungeremo l'et perfetta, nel bel Paradiso, siamo
dei piccoli bimbi, intenti a farfugliare le prime parole. E fossimo almeno dei pargoli
anche per la vita di fede!... Ma noi sappiamo restare all'infanzia solo nel bene. Nel
male invece diventiamo subito adulti, purtroppo, direi perfetti, laureati nel male. E
cos ci rendiamo indegni di entrare nel regno dei cieli dove entrano solo coloro che
sono senza malizia come bimbi innocenti. Ma veniamo alla mia storia. Arrivammo a
Firenze la mattina del 1 marzo 1913. Il 4 marzo prendemmo possesso del nuovo
appartamento. La casa, molto bella e ariosa, guardava colla facciata sul Parterre di S.
Gallo, allora non deturpato da quel brutto palazzo costruitovi molti anni dopo per le
Esposizioni dell'Artigianato. Nell'interno guardava su un bel numero di giardini che
andavano fino al viale Regina Vittoria. Dico i nomi di allora perch ora, con la fobia
per tutto ci che inglese, hanno messo altri nomi che non so. Fra questi giardini vi
era quello del convento dei Gesuiti con annessa chiesa. Vedevamo i Padri passeggiare
l dentro o giocare coi ragazzi del Ricreatorio festivo. Dalla parte della via, prossimi
come eravamo all'angolo di via Pancani con via Madonna della Tosse, eravamo
vicinissimi alla antica chiesa della Madonna della Tosse. Dalle finestre si poteva

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guardare dentro in chiesa. Ricordo che nel mese di maggio e di giugno io mi mettevo
alla finestra e assistevo alla Benedizione eucaristica. Vedevo l'ostensorio alzarsi
benedicente, con la sua Ostia santissima, candido sole fra l'oro della raggiera, sulla
folla devota, e l'odore dell'incenso e le parole dei cantici venivano fino a me... Anche
dalla chiesa dei Gesuiti, dedicata pure a Maria Madre del Buon Consiglio, se non erro,
venivano cantici e effluvi di incenso. Io ero su questa linea mistica fra due chiese
dedicate a Maria. Dalle finestre - abitavamo un terzo piano - vedevo tutte le colline di
Fiesole, Vincigliata, il monte Morello da una parte e dall'altra il Casentino sfumava
all'orizzonte con le sue curve molli, i suoi dorsi selvosi che cambiavano di colore sotto
le diverse fasi della luce solare. Mi dissero che in una certa quale direzione era la
Verna. Io, gi innamorata del Serafico e della sua dottrina, guardavo sempre l e me ne
veniva una grande pace. Firenze, a me, spirito artistico e sensibile, piacque subito
moltissimo. Le sue chiese, i suoi palazzi, i suoi musei, i suoi giardini, i Colli cos - mi
si permetta usare questo aggettivo - cos spirituali che si snodavano da S. Miniato,
bianco nero come un saio domenicano, parlando di Dio e ricordando, con le prossime
Porte Sante, che noi siamo polvere, che noi siamo crisalide da cui l'angelica farfalla
che dovrebbe volare alla Giustizia senza schermi deve nascere se noi non
l'uccidiamo col peccato, si snodano, gi, gi, fino a Porta Romana, fra i francescani
ulivi dai fruscianti colloqui delle chiome verdargento coi venti che portano aroma di
selve appenniniche o umide fragranze di boschine lungo il fiume, sempre pi largo nel
suo corso verso il mare. I Colli che hanno per colonne miliari i pennacchi bronzei dei
cipressi, la pianta toscana per eccellenza, la pianta che pare pregare e ascendere, in
anelito di preghiera, con la freccia pontuta della chioma raccolta intorno al tronco
diritto. I bei Colli dai giardini riboccanti di corolle, dalle pendici piene di zirli, di
pispolii, di gorgheggi, dalle belle ville sprofondate fra il verde ed i fiori, e le Cascine
che cantano con le loro mille piante secolari ed il fiume dalla voce ora piena, per
afflusso d'acque, ed ora appena gorgogliante come rio fra i sassi del greto nei mesi di
magra. E Boboli e il Parco dell'allora Museo Stibbert... tante oasi verdi dove amavo
andare con pap mio. Gli abitanti mi piacevano meno: troppo diversi dai lombardi fra i
quali ero vissuta, mi disorientavano col loro modo di fare. Ma con loro avevo tanto
poco contatto che era una cosa molto relativa. Uscivo molto con mio pap. Erano i bei
mesi di primavera, cos festosa a Firenze, e ne approfittavamo per andare insieme nei
luoghi che pi ci piacevano. Io avevo molto bisogno di svagarmi per sentire meno la
nostalgia, veramente acuta, del mio Collegio. Pap sentiva il bisogno di svagarsi per
sentire meno la pena di essere un pensionato... E cos, unendo le nostre due pene,
cercavamo di aiutarci a vicenda nell'acclimatazione alla nuova vita. Per il resto io
continuavo a vivere su per gi come in Collegio. Mi alzavo presto, pregavo, la
domenica andavo in chiesa e facevo anche la S. Comunione. Avrei voluta farla pi
spesso, ma mamma aveva subito iniziato un vero corso teorico-pratico, tutto teso a
dimostrare come qualmente non vi nessuna necessit di confessarsi e di comunicarsi
spesso e che chi pi di sovente ricorre a queste cose non altro che un ipocrita, peggio
degli altri che non ci vanno, ecc. ecc. ecc. ecc. Quante volte, durante i vent'anni che
andarono dal 1913, data del mio ritorno in famiglia, al 1933, data della mia clausura
per la presente infermit, non mi sono sentita rintronare nella testa queste gratuite
lezioni di indifferenza religiosa!!! Se vero che segno di amore di Dio il non avere

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rispetto umano, devo dire che io, allora, fui sempre, anche nei momenti pi brutti e nei
periodi pi desolati, una grande amante di Dio, perch non ho mai ceduto al rispetto
umano. Schernita, contesa, offesa perch ero fedele alle mie pratiche di piet, ho
continuato in esse, senza tener conto dei sorrisetti, delle ironie, dei rimproveri che la
mia fedelt mi attiravano. Pi tardi, con atto di santa libert, ho saputo anche andare in
chiesa per tutto il mese di maggio, di giugno, per le novene pi belle, e comunicarmi
tutte le mattine durante questi periodi. Ma in principio ubbidivo, con dolore, e mi
comunicavo solo la domenica e il primo venerd del mese, oltre alle feste principali. Il
1 venerd del mese! Lei vedr come io ebbi momenti di ribellione e di offuscamento
morale. Ma per, neppure nell'acme pi acuto di detti periodi, ho tralasciato di onorare
il 1 venerd del mese. Dal 1909, quando entrai in collegio e seppi di questa pia
pratica, io non l'ho pi interrotta altro che per malattia. Ma doveva essere una malattia
ben grave, che mi impedisse proprio di andare fuori di casa... E per impedirlo a me,
che giravo imperterrita anche con delle febbri a 39 e 40 e mi occupavo della casa,
dell'Ospedale, dell'Associazione di A. C., lo stesso come stessi benone, nonostante le
alte febbri, bisognava proprio che fosse un male gravissimo... Penso che, se nonostante
tutto io ho salvato l'anima mia, stato per questa fedelt al l venerd del mese. Non lo
ha forse detto Ges a S. Maria Margherita che i peccatori troveranno nel suo Cuore
l'oceano della misericordia e che il suo amore accorder la penitenza finale a coloro
che saranno stati fedeli a questa pratica riparatrice? Io fui fedele ad essa anche nei
periodi di infedelt su tante cose, e l'infinita misericordia di Ges mi ha guarita dalle
malattie spirituali: mi ha ridato la vista dell'anima per vedere la sua Via, l'udito
dell'anima per udire la sua Parola, il moto dell'anima per andare a Lui, mi ha guarita e
mondata dalle lebbre, dalle febbri, dalle avvilenti infermit dello spirito, ha comandato
al Maligno di lasciarmi in pace. Ho avuto la Vita per mezzo del suo Cuore, e non
dovrei ora dargli la mia vita per dire grazie al suo Cuore? Ma torniamo alla mia
giornata... Dunque m'alzavo presto, pregavo, riordinavo la mia camera e il salotto da
ricevere - era la mia parte di lavoro domestico - aiutavo in cucina, lavoravo, non tanto
per allora, studiavo parecchio, suonavo il piano, leggevo molto, andavo a spasso con
pap, qualche volta al cinema con lui e anche con mamma, raramente a teatro nei mesi
freddi, spesso nell'estate, e mi concavo piuttosto presto nelle sere che eravamo senza
conversazione, perch sovente o noi andavamo o altri venivano a passare la serata in
amichevoli conversari. A Firenze avevamo trovato amici vecchi e nuovi. Una famiglia,
il cui capo era come pap un capo-tecnico dell'Esercito, era composta di marito: un
santo nel pi vero senso della parola; della moglie: una sventata, una sciagurata che
solo quel santo poteva sopportare e perdonare; e di una figlia undicenne. Dopo nacque
un bimbo... Io, per quanto innocente come un beb, mi ero accorta che quella donna
era un'indegna che sotto gli occhi del marito, della figlia e di noi stessi, non esitava,
con la complicit dei camerieri, a scambiare bigliettini amorosi con i suoi... adoratori,
mentre eravamo in qualche ritrovo. Ne avvertii mamma dicendo che non me la sentivo
di fare da... paravento a certi retroscena. Fui rimproverata acerbamente perch
mamma, la quale, come le ho detto gi, vede tutto al contrario di quello che in realt,
giudicava e vedeva la sua amica come un capolavoro di onest femminile (!!!). La
figlia di... questa signora (!) era... una degna allieva della madre sua. Si preparava alla
prima comunione con quella scuola e quelle tendenze... Pensi che un giorno la mia

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cameriera, per quanto ragazza di campagna e perci senza troppi scrupoli, senti il
bisogno di imporle il silenzio con queste parole: Taccia e si vergogni. Non permetto
che alla mia signorina lei insegni certe cose e tenga certi discorsi!. Io avevo 16 anni e
quella... poverina solo 11. Mi sentivo menomare, profanare quando ero con quelle due
disgraziate. Ma mamma non ammetteva nulla e dovevo andare. Dopo, nel 1915 e anni
a venire, quando lo scandalo divenne cos palese da esser pubblico, allora mamma
dovette ammettere che io avevo ragione... Gi! Ma sa Lei, Padre, come mi ha turbata
quel contatto? Il male che ci sfiora non ci lascia mai completamente immuni dal suo
virus. Qualcosa penetra e se non arriva a impossessarsi di noi completamente, e questo
per grazia di Dio prima di tutto e poi per natura nostra, ci disturba sempre, specie
quando si ancora creature giovanette. Un'altra famiglia era composta di un tenente
colonnello, diviso dalla moglie per incompatibilit di carattere. Col padre colonnello
era suo figlio, giovane come me; con la madre tornata a Roma, presso sua madre, era
la figlia, pi giovane del maschio. D'estate la figlia veniva dal padre e il figlio andava
dalla madre. Disgraziata famiglia e disgraziatissimi figli! Questo colonnello abitava al
primo piano della nostra stessa casa e aveva un vasto giardino tutto suo, mentre un
altro giardino pi piccolo era degli inquilini del terreno: due vecchi coniugi di cui uno,
il marito, era cieco; buoni e sempre afflitti per i molti nipoti discoli o poveri che
venivano a rifugiarsi da loro. Al secondo piano stavano un marito e moglie soli e
affittavano met del loro quartiere a ufficiali o a signori che venivano a svernare a
Firenze. Le ho fatto questa descrizione perch necessaria alla mia storia. Io scendevo
spesso in casa del colonnello per andare nel suo bel giardino e anche perch il
colonnello trovava che io ero l'unica che sapesse far studiare suo figlio, intelligente s,
ma svagato come la grande maggioranza dei maschi. Povera creatura al quale era
mancat l'assistenza materna! Povero ragazzo sempre in balia delle donne di servizio
le quali, a seconda dei loro nervi femminili, lo viziavano o lo aspreggiavano e anche lo
facevano punire dal padre per dei nonnulla! Mario, il ragazzo, si era subito molto
affezionato a noi, e quando poteva salire al nostro piano e farsi coccolare da mamma
era tutto felice. Anche se noi scendevamo da lui era felice. Allora studiava ed era
buono. Aveva bisogno di amore, povero Mario che scontava su s stesso l'egoismo dei
suoi! Eh! quanto ci sarebbe da dire in proposito! I figli hanno i loro doveri verso i
genitori, sta bene. Ma anche i signori genitori hanno i loro doveri verso i figli... Se si
pensasse alle conseguenze di certe incompatibilit che altro non sono che egoismo,
alle conseguenze le cui vittime sono i figli innocenti, alle separazioni non ci si
arriverebbe mai. Ma questo non ha a che fare con la mia storia. Ora che le ho
presentato i personaggi principali di quel tempo, vado avanti a parlarle del
personaggio che pi influi su me allora. Le ho detto che al secondo piano i due coniugi
che vi abitavano affittavano met appartamento. In quell'anno lo avevano affittato ad
un giovane. Era di Bari. Era bello, ricco, colto: un laureato in lettere che per non
esercitava perch non ne aveva bisogno e che era venuto a Firenze per ricerche, nelle
biblioteche fiorentine, di appunti per una sua opera sui primi scrittori italiani. Era
anche molto buono, serio, quieto. Uno dei primi giorni che ero in quella casa ci
incontrammo sulle scale. Lui tutto bruno nei capelli, nel volto, nell'abito, io tutta rosea
e bionda, resa ancor pi bimba dal grembiulone che mi copriva tutta. Ci guardammo e
simpatizzammo subito. Seppi poi che egli si era subito informato su chi ero io. Per la

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mia timidezza e il mio credermi un orco - perch una delle specialit di mia mamma
era quella di suggestionarmi che io ero brutta, poco intelligente, antipatica, con una
tale forza che io mi credevo realmente deforme, semicretina e ripugnante - per tutto
questo, dicevo, e la mia educazione, tanto familiare come del Collegio, mi impedirono,
naturalmente, di far risultare la mia simpatia. Nel 1913 le donne, se appena appena
erano con un poco di cervello nella testa, sapevano stare al loro posto con quel ritegno
che una delle pi belle doti muliebri e che ora... ridotto allo stato di... ricordo. Lui,
a sua volta, col rispetto dei meridionali per la donna, rispetto che per certuni di altre
regioni pare un resto di barbarismo lasciato dalle dominazioni arabe, ma che pur
tanto bello a rilevarsi, e con la sua eletta educazione, seppe a sua volta ricoprire la sua
palese simpatia sotto una vernice di semplice correttezza. Dico palese simpatia
perch se non furono scambiate parole all'infuori di laconici saluti e frasi di buon
vicinato, perch se non vi furono che gli sguardi a sottolineare le pi banali parole ed a
farle assurgere ad un pi alto significato, mentirei se dicessi che non avevo capito. Una
donna certe cose le capisce sempre. Anche se un'oca. Si finge di non capirle perch
cos ci consigliano l'educazione e il pudore, ma si capiscono. Quelle che dicono: Oh!
io non mi sono mai accorta di nulla. Non ho capito che il Tale avesse per me una
simpatia, mentono spudoratamente. Un sesto senso proprio di chi si innamora, e tanto
pi acuto nella donna come essere pi sensibile, avverte sempre quando due anime o
due corpi sono attirati l'uno verso l'altro. Dico: due anime o due corpi, perch negli
affetti vi chi ama unicamente col suo io carnale e chi sa amare anche con la parte
spirituale o unicamente con la parte spirituale. E dovrebbero essere questi i pi
duraturi affetti, perch sentiti e sprigionati dalla parte migliore ed eterna. Nella pratica,
invece, avviene tutto il contrario. Essendo difficile trovare l'anima ugualmente elevata
che sappia predominare sul senso ed amare essa sola, si finisce che con la nostra
affezione, pura da sensualit, si viene a noia e ci si trova abbandonate come creature
frigide e incapaci di amare nel modo che i pi intendono l'amore. L'ideale sarebbe
amare con uguale misura di spirito e di materia. Si amerebbe allora in maniera
perfetta. Ma quando mai, noi creature, si perfette? Insomma noi due ci volemmo
bene. Un bene muto, paziente, rispettoso. Egli mi vedeva tanto giovane - parevo una
bimba - che seppe comprimere il suo sentimento per non turbare la mia giovinezza,
riservandosi a miglior tempo di parlare. Io, che avevo capito perfettamente, aspettavo
paziente innalzando un altare al mio casto amore. Passarono cos dei mesi, venne
l'estate. Noi si doveva venire a Viareggio per le bagnature che duravano sempre tre
mesi. Mi piaceva la mia casetta di Via Umberto I col suo giardino dall'arancio verde,
il pesco carico di frutta, il cedro, la pergola... Pochi giorni prima che si partisse noi,
part lui per tornare a Bari dalla sua mamma... Era figlio unico, adorato dalla madre
rimasta vedova prestissimo. Non l'ho mai sentito parlare tanto, e tanto ad alta voce,
come in quei giorni. La sua bella e cara voce saliva dalla sua finestra aperta alla mia
finestra aperta e in tal modo io sapevo che andava per tornare, tanto che riconfermava, fin da allora, l'appartamento per il prossimo autunno. E part. Soffrii molto
perch gli volevo bene, realmente bene... un bene da bambino come a me si
conviene, avrei potuto dire con la piccola Ci-Ci-san. Perch infatti il mio bene
aveva la purezza e la calma di un affetto di bimba. Ma era per tenace e profondo nella
sua purezza... Piansi molto, nella mia cameretta, quando lo vidi partire. Mi pareva che

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tutto si fosse scolorato e che un grande silenzio si fosse fatto sul mondo. Non sentivo
pi la sua bella voce tonata e virile, la sua perfetta pronuncia, perch, se era di Bari,
era per stato educato in collegi della media Italia e perci parlava un italiano perfetto
nella forma e nella pronuncia. Forse Lei si stupir che io mi sia cos attaccata ad uno
che per me non aveva avuto che saluti rispettosi e sguardi di affetto. Ma pensi cosa era
la mia vita. Col pap in quello stato, con mamma cos dura, senza fratelli, senza
sorelle, con un cuore come il mio, ansioso di affetto... Come potevo non affezionarmi
ad uno che mostrava di volermi bene con rispetto e seriet? Nulla in lui poteva
disgustare una donna. Non l'origine, non la prestanza fisica, non il censo, non
l'educazione, non la coltura. Aveva tutti i requisiti per essere amato. Passarono le
vacanze. Io, pur fra le distrazioni dei bagni, pensavo a lui. Lui, i fatti me lo
confermarono poi, pensava a me. Tornammo a Firenze a met ottobre quell'anno. La
signora del secondo piano, che doveva avere intuito qualcosa, mi disse, cos senza
parere, che egli sarebbe tornato verso la fine di novembre. Aveva rimandato la sua
venuta perch la madre di lui era stata molto ammalata di cuore. Egli amava
moltissimo sua madre. Io continuavo a volergli bene. Nessuno, in casa, aveva per
compreso il mio sentimento che io custodivo in fondo al cuore. E nessuno nel palazzo,
fuorch la padrona dell'appartamento dove egli abitava. Ma era una donna seria e non
fece mai pettegolezzi. Pass non solo novembre ma anche dicembre. Io per stavo
tranquilla perch sapevo che l'appartamento era sempre tenuto da lui. Venne il 5
gennaio 1914. Quel giorno mamma era uscita per delle visite. Io, fortemente
raffreddata, ero rimasta a casa, ben felice di restarvi perch la mia antipatia per le
visite era andata sempre pi aumentando con il passare degli anni. Per sentire meno
la melanconia della nebbiosa e grigia giornata invernale mi ero messa a suonare il
piano. Ero sola perch anche la domestica era uscita per fare delle piccole spese
alimentari. Suon il campanello. Andai ad aprire mettendo per la catena, perch da
quando a Milano ebbimo la visita di certi teppisti non si apriva pi immediatamente la
porta, specie se si era sole. Egli era l. Tanto per giustificare la sua suonata al mio
uscio chiese se sapevo dove era andata la sua padrona di casa, perch egli non poteva
entrare dato che non c'era nessuno. Una piccola bugia perch la signora del secondo
piano era in casa: la sentivo muoversi di sotto... Ma che poteva dire di diverso per non
dirmi a bruciapelo: Sono venuto subito alla tua porta perch ti amo troppo per
attendere un minuto di pi? Disse perci una piccola bugia, ma il suo viso, i suoi
occhi dicevano la verit. Risposi che non sapevo dove era la sua padrona di casa ma
che mi pareva di sentirla muovere. Allora egli mi chiese come stavo e come stavano i
miei. Io chiesi a lui come stava sua mamma, perch lui vedevo che stava benone. E fu
tutto. Mi salut, sempre ultrarispettoso, e se ne and. Io rinchiusi la porta e corsi in
camera mia a ringraziare Iddio per la gioia che mi dava. Torn la domestica, che era
una brava ragazza affezionata e fedele, ormai da noi da anni, e glielo dissi. Torn pap
e glielo dissi. Torn mamma e lo dissi a mamma. Noti bene questo mio dire a tutti,
ingenuamente, sinceramente, che egli era tornato. La domestica non fece commenti e
pap neppure. Si limitarono a un: Ah! si? Si capisce che la mamma sta meglio. Ma
mia madre, che stava svestendosi, aiutata da me, divenne una furia. La stanza da letto
di mamma era esattamente sopra la stanza da letto di lui, che era nella medesima,
intento a disfare i suoi bagagli. Maleauguratamente un tubo di stufa, collocata nella

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stanza di lui, saliva nell'angolo della stanza di mia mamma facendo da portavoce...
Mia madre, oh! come mi pesa dover riflettere ancora una volta a come mi fu poco
mamma in quell'ora, a come mi mostr di non conoscere la sua creatura... Mi pesa e
nello stesso tempo mi d la misura di come sono cresciuta in Dio. Perch mentre per
degli anni, ogni volta che toccavo questo argomento, sentivo sollevarmisi il cuore e un
sentimento di rancore unirsi al dolore, rancore verso mia mamma che mi ha cos offesa
e ferita quel giorno, ora mi accorgo che il rancore caduto e resta solo il dolore. Chi
ha operato il miracolo di levarmi dal cuore quel lievito di rancore verso mia madre? Il
mio Dio, il mio Padre che nei cieli, il mio Ges che mi dice: Perdona e sarai simile
a me, il divino Spirito che mi d il suo dono di luce e mi fa vedere che tutti i dolori
della mia vita, che tutti i crolli delle mie speranze, che tutte le delusioni sui miei
affetti, che tutta la solitudine che si andata facendo sempre pi vasta e completa
intorno a me, sono stati voluti da un amore speciale del mio Dio che ha, dir cos,
potato tutte le mie fronde, segato tutti i miei rami per farmi crescere in altezza,
vigorosamente, nel suo giardino. stata voluta da un amore esclusivo del mio Dio che
mi aveva predestinata per S e che mi ha levato tutto perch io non avessi pi che a
cercare conforto in Lui solo. Le mie ali che si aprivano ansiose di volo verso le felicit
della vita umana sono state tarpate totalitariamente perch non fuggissi qua e l, ma mi
abituassi a vivere nell'uccelliera di Dio. Non si fa cos anche con gli uccellini, coi
colombi catturati adulti, per obbligarli a stare in nostra prigionia, finch il tempo li
smemora del dolce nido nato, dei boschi verdi, dei liberi voli, dei liberi amori fra le
fronde pronube e sotto il bel sole di Dio o il palpitare delle stelle? S. Si fa cos. Ma
come fa male la mutilazione subita! Ma quanto ci vuole perch rimargini e dolga
meno! Ma quanto piangere sul bene perduto! Ma quanto, quanto dibattersi prima di
rassegnarsi alle sbarre della uccelliera! Ma quanto, quanto, quanto, quanto scorrer di
giorni e riflettere e pregare, dopo aver avuto grida di ribellione e impeti di
disperazione, prima di capire quale dono Dio ci ha fatto col levarci tutto e prima di
giungere ad amare la nostra povert umana che ricchezza soprannaturale, la nostra
vedovanza umana che sponsale col Cristo, la nostra tortura che futura beatitudine!
Ora capisco e dico: Grazie, mio Dio, di avermi voluta per Te!. Ma per i primi
anni!... Per quasi un quinquennio ho conosciuto l'inferno delle disperazioni... Basta!
Non parliamone pi. Mia madre divenne una furia. Tutte le accuse, tutte le insolenze
partirono a getto continuo verso di lui, verso la domestica nostra, e verso di me. Ah! su
di me poi! Lui era un mascalzone, un profittatore, un indegno che coglieva il momento
propizio per rovinare la riputazione di una famiglia onesta (?!). La nostra domestica
era una... (le risparmio il termine usato) che faceva da paraninfo ai colpevoli amori
(?!). Io ero una... (altro epiteto che le risparmio, ce li metter Lei) che in assenza dei
genitori accoglieva (?!) in casa i suoi innamorati. Dicessi, dicessi, confessassi,
confessassi, posto che mi ero tradita, fino a che punto ero arrivata (?), cosa avevo fatto
nel maggio dell'anno avanti mentre lei e pap erano tornati a Voghera per 15 giorni.
Dicessi, dicessi fino a che conseguenze si era arrivati col mio accogliere, in segreti
convegni, chi mi piaceva, perch era impossibile che io non fossi andata all'estremo
dell'onest e del pudore ecc. ecc. (?) Pi io giuravo e spergiuravo che nessuna parola,
fuorch il saluto che non si nega a nessuno, era stato scambiato fra noi, pi io giuravo
e spergiuravo che in sua assenza non lui, ma neppure Mario, che era un ragazzo, era

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salito da me e che io, durante l'assenza dei miei, come d'accordo con lei stessa, ero, si
pu dire, vissuta nel giardino del colonnello - tutti lo potevano testimoniare - e pi lei
si incaponiva in una furia offensiva e ingiusta. La domestica, accorsa alle sue grida,
sentito di cosa mia madre la accusava, si licenzi sui due piedi. Fece bene. Non si sta
dove non si stimati quando si pu andare altrove. Io, per forza, rimasi. Ero figlia e
minorenne. Dove dovevo andare? Avessi potuto, sarei uscita subito da quella casa
dove ingiustamente mi si accusava di colpe non vere. Non vere. Non vere. Non mi
piace giurare perch penso che l'uomo deve essere creduto sulla sua parola e poi
perch lo dice Ges. Ma sono pronta a giurare, a Lei, Padre, che io dico la verit e che
i fatti andarono come li dico. Mia madre, in uno con l'accusa che mi schiaffeggi
l'anima a sangue e che chiuse completamente il mio cuore alla confidenza in mia
madre, mi strapp brutalmente il velo della mia casta innocenza di donna vergine e
pura. Seppi cos che si pu fare del male fra uomo e donna. Fino a quella sera del 5
gennaio non lo sapevo. E questo avermi denudato le vergogne della vita, senza piet
per i miei sedici anni ignari, stata la cosa che pi mi ha colpita e separata per
sempre, definitivamente, da colei che mi ha generata. Io penso che ci si separa fra
madre e figlia quando la figlia non pu pi pensare di trovare comprensione in sua
madre. Resta l'amore, perch quello resta. Ma un amore istintivo, non dissimile, e
forse inferiore, a quello che unisce il cane, il cavallo, il colombo al padrone che lo
ospita e cura. La fusione finita. Si due individui viventi vicini, ma indipendenti
l'uno dall'altro. Qualcosa come quando l'agricoltore, avendo fatto una margotta d'uva,
taglia il tralcio, che ormai pu vivere a s, dal tronco principale. Restano vicini, erano
una cosa, ma ora sono due cose indipendenti l'una dall'altra. Ed gi molto se la
pianta pi giovane non si vendica sopraffacendo la pianta pi vecchia. Io non ho
sopraffatto mia madre. L'ho continuata a servire per dovere, perch le volevo bene,
nonostante tutto. Ma il mio cuore si chiuso come una valva d'ostrica... Mia madre mi
respingeva maledicendomi per una colpa che non avevo commessa. Io mi ritiravo
straziata. Ma mi ritiravo per sempre. E mio pap? Povero uomo! Mi consol
piangendo... Di pi non sapeva fare. E lui? Lui, che aveva sentito tutta la scena, in
grazia del tubo della stufa e del tono sopracuto di voce di mia madre, comprendendo
che nulla, che nessuna ragione avrebbe piegato mia madre alla ragionevolezza, tanto
per persuaderla che nulla c'era di vero nel suo modo di giudicare l'avvenuto, cos
onesto, cos lecito, e che lei trovava addirittura essere una macchinazione demoniaca,
non trov altro di partire subito, la stessa sera. Seppi poi dalla sua ex padrona di casa
che egli si riprometteva di tornare molti mesi dopo per trovarmi ormai diciottenne e
sperando che nel frattempo mia madre si persuadesse... Povero giovane! Come si
illudeva! Mia mamma e la persuasione sono due poli contrari. Pensi lei, Padre, che
giornate passai. Scacciata continuamente da mia mamma, nonostante che due giorni
dopo l'odiosa scena si fosse fratturato un braccio per via, e perci avesse ancor pi
bisogno di aiuto. Aiuto mio perch la domestica era partita immediatamente e perci
eravamo senza donna di servizio. Scacciata e insolentita continuamente, avvilita
perch, non contenta di quanto aveva fatto in famiglia, mamma aveva aperto
un'inchiesta, diciamo pur cos; veramente sarebbe pi giusto dire che aveva aperto un
pettegolezzo, dal quale menomata usciva sua figlia... vero che tutti nel casamento
asserivano, e il colonnello pi di tutti, che io, durante l'assenza dei miei, o ero stata

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chiusa in casa o andavo nel giardino del colonnello. Ma era lecito pensare che se mia
mamma mi credeva capace di scendere tanto in basso nella scala della seriet
femminile, era segno che aveva gli estremi per farlo. Infine io ero li da pochi mesi.
Chiss altrove cosa avevo fatto! Tutti potevano pensare che in altri luoghi io avessi
fatto dire di me. Mia mamma, accecata dal suo egoismo - in seguito compresi che era
egoismo perch, per non perdere la mia assistenza che nessuna cameriera le poteva
dare nella misura di affezione e di pazienza che le davo io, mi allontan sempre tutti i
pretendenti - mia mamma, accecata dal suo egoismo, non vedeva neppure che il suo
modo di agire intaccava la mia reputazione... Io scacciata, insolentita, avvilita,
addolorata per la convinzione che il mio sogno era per sempre dissolto nel nulla. Lui
lontano e certo mortificato per avermi procurato un tanto dolore in luogo della gioia
che si era prefisso di portarmi. Non facevo che piangere e meditare, inoltre, su quanto
mamma mi aveva brutalmente rivelato facendomi conoscere pagine oscure della vita,
che io neppur lontanamente pensavo potessero esistere. Non capivo neppure del tutto
quanto fossero sudicie e brutte... Vi fu, naturalmente, chi si prese la briga di farlo, e fu
precisamente la governante della casa del colonnello la quale, al corrente di tutto per
via dell'inchiesta indelicata di mamma mia, dotata come era di un cuore maligno,
godette a soffiare nel fuoco e a erudirmi su quanto avrei potuto fare di male. Eppure,
mi creda, la bont di Dio non permise che comprendessi tutta la trivialit di certe cose.
Molta parte di esse, quasi per una deficienza mentale, non le capii. Il buon Ges non
volle che la povera anima mia conoscesse tutto il male della carnalit cos presto, e
non solo il male, ma quelle leggi animali che pure non essendo un male, perch
necessarie alla continuazione della razza umana, sono cos turbevoli quando ci
vengono rese note bruscamente. Dio mi occult molto del male che mia madre e la
governante di Mario mi squinternavano sotto al naso, la prima per imprudenza, la
seconda per cattiveria. Dio le perdoni, Lui che lo pu, derogando per una volta tanto
alla sua parola che chiaramente annuncia il castigo per coloro che scandalizzano uno
dei suoi piccoli che credono in Lui. Perch quel poco che capii fu abbastanza per
scandalizzarmi e turbarmi. Era come se una mano brutale mi avesse tenuta curva su
una mofeta, su una voragine da cui salissero miasmi di febbre. Anche a non voler
respirare, qualcosa penetra lo stesso portando nocumento al fisico. E nocumento mi
portarono. Non c' nulla di peggio per una giovane creatura del conoscere a mezzo le
cose ed essere portata, dalla mente sempre curiosa, a riflettere, ad arzigogolare su
quello che le hanno fatto balenare davanti a met e per di pi nella met inferiore, in
quella che, presentata con malizia, pu tanto agitare un giovane cuore. N qui si ferm
il male provocato da mia mamma con la sua intransigenza e col suo egoismo. Ma da
quest sono partiti tutti gli altri affanni che hanno distrutto la mia vita, e per poco non
distruggevano anche la mia anima. Ora capisco, ripeto, che quel che per un sette anni
mi parve ingiusto accanirsi del destino su me, quel che mi parve per sette anni circa
immeritato abbandono, da parte di Dio, era invece compiersi su me del desiderio di
Dio, anche contro la mia stessa volont, era non abbandono ma amore geloso di Dio
che voleva essere il mio Tutto, il mio Solo, e che perci doveva agire come agiva per
incanalare il mio sentimento, che tendeva ad espandersi sulle creature, unicamente nel
canale che sfociava in Lui. E se dopo avermi fatto tanto male, se dopo avermi spezzato
la via che conduceva alle nozze, mamma fosse stata almeno dolce... Avrei finito a non

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rimpiangere molto il bene perduto. Mi sarei attaccata a lei e mi sarei rassegnata. Ma


col suo modo di fare sempre pi intransigente e stravagante, col suo continuo
rinfacciarmi quel che non avevo commesso, col suo mostrarmi una disistima che non
meritavo, e dimostrarmela in mille modi che andavano dal pedinarmi per la via, fin
nella chiesa dove andavo per pregare, all'aprirmi tutta la posta, anche quella, ben
munita di dicitura sulla busta, che veniva dal mio Collegio e che era guida delle mie
buone Suore alla povera Maria lontana e infelice, mi rendeva sempre pi triste.
Qualche volta riuscivo a scrivere alle Suore di nascosto e a imbucare la lettera con un
gran batticuore di essere sorpresa, ma dovevo raccomandarmi di non rispondere a tono
perch mamma mi apriva tutte le lettere. Altro che censura di guerra! E cos le buone
Suore si dovevano accontentare di stare sul vago. Mi davano consigli buoni, ma di
ordine generale e non quelli che pi mi erano necessari nelle mie contingenze speciali.
La mia salute cominci ad alterarsi. All'ormai cronico dolore vertebrale cominci ad
unirsi una pesantezza delle membra, un turgore alle carotidi, una fatica nel salire le
scale. Ma, secondo al solito, quando cominciai ad accennare a queste noie mi sentii
rispondere che erano ubbie, sentimentalismi, troppo buon tempo, ecc. ecc. Tacqui
perci e non ne parlai pi. Del resto, l'idea della morte mi sorrideva. Pensavo che era
l'unico modo per uscire da una situazione cos infelice e che capivo non sarebbe mai
cambiata. Perci mi ascoltavo peggiorare senza averne paura, ma anzi avendone gioia.
Come vede, Padre, la morte ha avuto per me un volto familiare fin dall'aurora della
vita. E se desideravo tanto di finire per trovare pace, una pace umana in fondo,
volendo evadere dalla guerra che mi faceva mia madre, vuole che pi tardi, quando ho
capito che l'immolazione per un fine santo ci apre il Regno della vera pace, io abbia
esitato a desiderare l'olocausto completo? E se per amore delle creature che mi erano
state levate ho desiderato morire, vuole che non abbia desiderato morire per andare dal
mio Ges che mi ama come Lui solo pu amare e che mi ha concesso la grazia di
amarlo al disopra di ogni cosa? D'ora in poi vedr che questa idea della morte il
motivo-base della mia sinfonia. Sinfonia che ha pagine di un' umanit molto,
completamente anzi, umana e poi conosce un lungo innalzarsi di armonie, sempre pi
in alto, nel regno del soprannaturale. Si, la povera Maria tutta umana, che fui dai miei
17 ai miei 24 anni, si pian piano metamorfosata in una creatura nuova che ha
sostituito Dio all'uomo, primo suo amore, che alla sua sete di gioia umana ha sostituito
la sua sete di immolazione sovrumana, che del Dolore ha fatto la sua Gioia perch
colui che ama desidera essere simile all'amato, e l'Amato di Maria era Ges il Re
del Dolore. Durante questo tremendo periodo l'unico molto buono con me, anzi gli
unici oltre mio padre che era buono ma incapace di difendermi, erano il colonnello e
suo figlio. L'uno mi amava come un padre, l'altro come un fratello. Mi volevano
spesso con loro, nelle passeggiate, agli spettacoli. Mamma non condivideva le loro
idee... ma mordeva il freno perch il colonnello la sapeva mettere sull'attenti. stato
forse il secondo, dopo la mia nutrice, che ha saputo tener testa a mia mamma. Mario
poi era pieno di premure per la sua cara sorellina, diceva lui, la quale lo sapeva far
essere buono e studioso e cos gli evitava i castighi di suo padre e sapeva anche dire la
verit quando la governante lo accusava a torto, per malanimo. Il Colonnello aveva in
me tutta la stima che non aveva di me mia mamma, e credeva a quel che io gli dicevo
e mi dava retta. Io ero cos la buona fata di Mario, e come lui da questo traeva

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conforto ugualmente io traevo conforto dalla sua fraterna amicizia cos scevra di
secondi fini. Eravamo proprio come due fratelli. Ma col settembre 1914 Mario entr
nell'Accademia navale. Persi perci la sua fraterna compagnia. Ci scrivevamo per per
volere del colonnello, che aveva capito quanta benefica influenza io esercitassi su suo
figlio. Poi, col maggio 1915, scoppi la nostra guerra e part anche il colonnello.
Rest solo la governante la quale, quando poteva nuocere, era felice e lo faceva con
un'arte talmente sopraffina che sapeva ferire in modo da non attirare rimproveri. Quasi
quasi bisognava esserle grati del modo come ci trattava!... Io divenivo sempre pi
triste e sofferente, e mamma sempre pi prepotente. Uniche oasi di serenit, le vacanze
di Mario che veniva allora a casa e perci tornava ad occuparsi della sua cara
sorellina. A mamma Mario non dava ombra. Era tanto giovane: 18 anni, e cos
ragazzone poi! Anzi le faceva comodo per il suo giuoco che si scopr pi tardi in tutta
la sua finezza machiavellica. Mamma me lo teneva vicino come fa il cacciatore con lo
specchietto per le allodole. Mi stordiva cos, mi distraeva dal vedere altri giovani.
Aveva capito, unica cosa che ha capito di me, che quando sono tutta assorbita in una
missione non guardo che a questa missione che porto a termine ad ogni costo. E io mi
ero prefissa di dare un poco di gioia a Mario, il ragazzo senza mamma che il padre
amava, ma di un amore da uomo, e da uomo un po' tanto nervoso, ossia con delle
bruscherie, con dei cambiamenti d'umore penosi. Io inoltre volevo far s che Mario
divenisse un bravo ragazzo, un bravo ufficiale. Avevo sempre avuto la vocazione di
essere una luce, una guida, una piccola Beatrice per coloro che amavo. Mi
rendevo sempre pi buona, pi seria, pi studiosa per trascinare altri a divenire buoni,
seri, studiosi. In Vita nuova Dante dice, ed il pi bell'omaggio che uomo, e uomo
amante, possa dare alla sua donna: Tosto che ella si mostrava, una fiamma subitanea di
carit s'accendeva in me e mi faceva perdonare i torti ricevuti ed amare i nemici miei,
e nella Commedia Dante fa assurgere questa creatura, che col suo solo apparire gli
comunicava il dono dei doni - quello della carit s altamente esercitata da esser
capace di perdonare ed amare i nemici - al ruolo di corredentrice, perch conduce lui
ad amar lo Bene. Io, fin da quando avevo studiato e medit'ato queste parole, m'ero
prefissa d'esser per il mio prossimo una Beatrice. Questo mio proposito mi
obbligava a conservarmi buona, a migliorare me stessa per migliorare gli altri, perch
ho sempre capito istintivamente che nella scuola della virt l'unico maestro
l'esempio. Non le ho detto in una lettera che Dio si servito di tutto, con me, per
istruirmi al Bene? Anche Vita Nuova e la Commedia dantesca hanno servito allo
scopo. Perch non cosa da poco prefiggersi, con onest d'intenti, di portare altri al
Bene divenendo per prima cosa noi discepole del Bene. un fine umano, ma che
predispone all'ascesi nel sovrumano. Si comincia ad esser buoni per legge di morale
umana e si finisce coll'essere buoni secondo i dettami della legge di morale cristiana.
Se in me non ci fosse stata questa vocazione, certo messami in cuore da Dio, con tutto
quello che passai mi sarei certo smarrita in una selva oscura ancor pi di quella che
avviluppava il Poeta prima che la sua Beatrice intervenisse in suo favore. Invece, nello
stesso modo con cui una veste di amianto protegge contro l'azione del fuoco e lo
scafandro del palombaro dall'acqua e dai morsi dei pesci, la tendenza ad essere buoni
per condurre altri ad esserlo la pi valida trincea contro gli assalti del Male. E solo
Dio lo sa se ne avevo bisogno di una trincea! Man mano che mi trovavo sola, isolata,

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col mio ricordo d'amore e col mio ricordo di rancore, sempre pungolata da mamma
che man mano che rimaneva senza testimoni in mio favore aumentava il suo rigorismo
illogico, io arretravo, arretravo, mi allontanavo da quel codice di bont e d'amore che
era stato la mia norma di vita per degli anni. Lei mi dir: Ma non mi ha detto che
rest sempre fedele ai suoi doveri di cristiana?. Si, ancora credente, ancora
osservante. L'amore verso Dio, che era stato il mio motore per tanto tempo, continuava
ad agire a mia stessa insaputa e faceva s che io non sapessi tagliare tutti i ponti che mi
univano a Dio. Continuavo ad andare in chiesa, continuavo a fare le mie comunioni
del primo venerd del mese. Certo! E dove avrei pianto se non fossi andata in chiesa?
E dove avrei sentito sul mio spasimare scendere un balsamo, come un calmante in una
carie, se non mi fossi rifugiata presso il Tabernacolo e se nel mio povero cuore in
tempesta non avessi accolto Iddio? Ma erano povere preghiere e povere comunioni.
Non erano pi le confidenti orazioni in cui, s, si chiede aiuto dal Cielo ma anche
contemporaneamente si dice: Per, Signore, fa' Tu quello che ti pare pi giusto di
fare. Non erano pi le amorose comunioni, fusioni dell'anima col suo Signore,
durante le quali si bacia il suo Volto divino, le sue Mani santissime, anche se quel
Volto ha appena pronunciato un verdetto di dolore per noi e se quelle Mani hanno
infitto una spina, una delle sue spine, nel nostro cuore. Erano interrogatori, erano
inquisizioni, erano, non dico dispute perch Ges non disputa mai, ma atti di accusa
miei contro di Lui. Non si fa di solito cos col buon Dio? Quando, per un motivo che
sapremo solo nell'altra vita, il Signore permette che il dolore ci ghermisca,
cominciamo degli interminabili discorsi a base di perch. E finch ci si limita a
chiedere perch di un dolore, si va ancora passabilmente diritti. Il male che dopo i
perch vengono delle vere e proprie requisitorie nelle quali noi mettiamo sul banco
degli accusati il buon Dio e ci poniamo noi, in veste di Pubblico Ministero, sul banco
dell'accusa dal quale tuoniamo i nostri rimproveri e pronunciamo le nostre arringhe
contro Ges; il quale, come gi davanti a Pilato, non risponde ma si limita a guardarci
con infinita compassione. Sono scivolata cos piano piano verso la disperazione. Come
un toro nell'arena - il paragone poco in carattere parlando di una giovane ma rende
tanto bene l'idea - come un toro nell'arena, inseguito, sferzato, aizzato, irriso, ferito da
mille parti, io scalpitavo, scuotendo la raggera delle banderillas che mi si
configgevano nella carne, e non riuscivo altro che ad accrescere il tormento. Tormento
che dal di fuori veniva a me, tormento che dal mio interno veniva alla superficie. Ero
in un mare di torture. Quelle esterne, del mio caro prossimo, alla cui testa era mia
madre che valeva da sola per dieci, mi portavano alla disperazione in un senso. Quelle
interne, che rampollavano dal mio cuore, mi ci portavano per un altro senso. Le prime
mi davano tentazioni di suicidio per evadere da quella rete di tormenti giornalieri. Le
seconde mi davano tentazioni della carne perch erano originate da quel che le
imprudenti parole di mamma avevano, quella sera, seminato, e le maligne spiegazioni
della governante della casa del Colonnello avevano poi coltivato. La disperazione!
Quanto avrei da dire in proposito! Quanto su coloro che portano i loro simili alla
disperazione, e sono i pi cinici degli omicidi perch, senza materialmente colpire e
macchiarsi di sangue, uccidono in realt, in maniera raffinata, sia per il metodo che
ottiene lo scopo senza incappare nei rigori della giustizia umana, che per la crudelt
con cui compiono la loro opera! Uccidono, e non solo il corpo ma uccidono l'anima,

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spingendola al suicidio che ribellione al comando di Dio. E quanto avrei da dire sui
disperati! I miseri pi miseri fra gli uomini! Che mai la povert, che le pi orrende
mutilazioni, che le pi strazianti malattie, che i lutti pi desolanti, se la speranza
continua a confortare il cuore dell'uomo? Finch questa virt celeste rimane come luce
superna ad illuminare un cuore e a mostrargli il Volto di Dio e il suo prossimo ed
eterno bene, povert, mutilazioni, malattie, lutti, sono dolori che si possono portare.
Ma quando la speranza muore e non si spera pi, quando la disperazione, questa
piovra potente, ci abbranca l'anima suggendoci tutte le energie di bene e
paralizzandoci tutti i moti di bene, quando questo mostro ci attira nel gorgo profondo,
nel buio spaventoso del non credere pi a nulla, allora i dolori non si possono pi
portare: ci schiacciano e noi ci sentiamo crollare sotto il loro peso e cadiamo
maledicendo la vita, e non la vita soltanto... Oh! io ho potuto ben capire le sofferenze
di mio padre, sofferenze che lo hanno minato fino a fare di lui un povero bambino,
confrontandole alle mie!... La disperazione uccide anche se noi non ci uccidiamo.
Uccide solo per lo sforzo che le dobbiamo opporre perch non vinca lei, portandoci al
suicidio... Come bisogna pregare e amare i disperati, questi infelici portati alla pazzia
morale qualche volta da eventi che non possiamo stornare, spesso, troppo spesso,
dall'opera voluta compiere con piena coscienza dal nostro prossimo a nostro danno! Se
i mobili della mia stanza potessero parlare, le potrebbero dire certe mie ore di lotta
tremenda contro la tentazione della disperazione che mi spingeva al suicidio.
Potrebbero anche dirle che irata con me stessa, che non sapevo morire di dolore e non
sapevo darmi la morte (perch avevo paura di non darmela bene e di far ridere di me il
mondo), mi colpivo ferocemente coi pugni tramutati in mazza fino a cadere stordita al
suolo. Come vede, non mi uso piet nel descrivermi quale ero... Ma in queste
narrazioni bisogna essere sinceri. Sempre. Nel dire il bene come nel dire il male, se no
inutile scriverle. Non le pare? Ero una violenta e una passionale. Non dimentichi da
chi avevo succhiato il latte e la teoria di certi scienziati sull'influenza del latte nei
futuri caratteri dei poppanti. In quegli anni, sotto il pungolo di forze esterne ed interne,
la psiche della mia pazza nutrice saltava fuori. Le forze esterne gliele ho gi descritte.
Le interne le ho accennato quali fossero. Il Maestro dice: Dal cuore vengono i cattivi
pensieri, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le false testimonianze, le
parole oltraggiose. Queste son le cose che contaminano l'uomo. A me, dal fondo del
cuore dove con poco rispetto per la mia innocenza era stato gettato un conoscimento,
che mi si poteva risparmiare, su certe animalit della nostra natura, sorgevano
tentazioni di desiderio. Chi non le ha provate non le pu capire e perci non pu giudicare. Comodo tuonare contro chi cade, ma bisognerebbe per che colui che tuona e
giudica fosse a sua volta morso dalla tentazione. Allora capirebbe. Ah! Ges, che
parola la tua quando dice: Non giudicate!. Coloro che la bont eterna ha preservato
da certe lotte dovrebbero limitarsi a lodare e benedire Iddio, fare unicamente questo,
invece di consumare lingua e respiro nel condannare i fratelli tentati... Ho sofferto
moltissimo. Fu qui che ebbi un sogno che sento con sicurezza essere stato mandato da
Dio per mio bene. Ieri sera mi sono fermata a questo punto perch ero troppo
sofferente per proseguire, e nelle lunghe e penose ore notturne mi venuto in mente
che omettevo un particolare, atto a spiegarle il mio doloroso stato d'animo sopra
descritto. Riparo ora all'omissione, dovuta alle continue interruzioni che devo subire

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da parte dei familiari, dei visitatori e del mio soffrire, interruzioni che mettono a dura
prova la mia pazienza. Era da un sei mesi scoppiata la guerra italo-austriaca quando mi
dissero che Roberto, il mio cos rispettoso amatore, era morto in combattimento... La
morte poneva fine, e una fine senza scampo, al mio sogno d'amore che la speranza e la
costanza avevano continuamente alimentato. Soffrii inenarrabilmente e credetti che
non si potesse soffrire di pi! Anni dopo compresi che si pu soffrire pi ancora, perch vi sono delle tragiche risoluzioni nel nulla di affetti umani ancor pi dolorose a
subirsi di quelle provocate dalla morte. Ma allora non le conoscevo e perci soffersi
profondamente e mi dissi: Pi di cos non possibile soffrire. Sentii la mia vita
spezzarsi, e in verit si spezz per sempre. Dopo - poich ero tanto giovane: 18 anni,
quando fui cos colpita - dopo, negli anni seguenti, tentai di rivivere... ma erano conati
vani. Le ali spezzate non potevano pi sorreggermi nel cielo della gioia e dell'amore
umano. Solo quando avessi rivolto il mio sguardo e il mio desiderio di volo verso le
regioni del soprannaturale, le mie povere ali spezzate avrebbero potuto ritrovare la
forza di muoversi, sia perch erano aiutate da quelle dell'anima, sia perch l'atmosfera
in cui si muovevano era piu pura e leggera e gi di per s stessa aiutava al volo, sia,
soprattutto, perch la mano del Medico eterno le aveva risarcite carezzandole. Tutto
mi si scolor nel mondo prendendo un colore funebre e grigiastro. Non dovevo mai
pi conoscere l'amore, nel suo significato di letizia. Conobbi poi un'affezione forse,
anzi senza forse, pi profonda del mio primo amore, un'affezione che dura tuttora
dopo tant'anni e che durer in me fino all'ora estrema. Ma era un'affezione pi
amichevole che amorosa, pi fraterna che amorosa, pi materna che amorosa.
L'effervescenza dell'amore, il godimento dell'amore, nel senso umano, era per sempre
finito per me. Dopo fui un'anima che amava un uomo, e questo probabilmente
contribu ad allontanarmelo, perch l'uomo vuole una donna, una carne pi che
un'anima... Ma io con la carne non potevo pi amare. La mia giovane carne mor,
insieme a Roberto, quando avevo 18 anni. Lei si stupir forse che su quel minimo che
era stato il mio contatto con lui - sguardi, saluti e poche, poche parole - io avessi
potuto far crescere un cos vigoroso amore. Nelle terre solitarie, l dove un poco di
humus si accumulato nei secoli fra pietre e dirupi di coste sassose o lungo le scogliere strapiombanti a mare, nasce talora l'agave, dal fiore a sette braccia come il
candelabro sacro del tempio di Salomone. E tanto pi cresce vigoroso quanto pi
solitario e il suo crescere contrastato da povert di suolo a sua disposizione e da
inclemenze atmosferiche. Il ciuffo robusto, direi metallico, delle sue foglie aperte a
cespo intorno alla colonna del fiore, drizza le sue lance carnose e spinose di un verdegrigio, il candelabro del fiore si eleva pomposo verso il cielo con le sue sette braccia
che all'apice, al posto della fiamma guizzante, hanno le corolle giallo-rosse del bel
fiore odoroso, e n per arsione di sole, n per flagellar di venti, n per schiaffi d'onde,
n per mitragliare di grandine, esso piega e muore. Neppur l'uomo, coi suoi strumenti
di morte, lo pu svellere dalla zolla dove esso fatto il nido per crescere e fiorire. Solo
il fulmine pu incenerirlo e distruggere la sua vitalit tenace. Il mio amore era l'agave
solitaria. Nato per mettere la gioia di una fioritura dove non c'erano che lacrime e
solitudine, si era abbarbicato, con tutte le sue radici, a me, ed era divenuto la mia
ragione di esistere. I contrasti che lo avevano avversato altro non avevano fatto che
obbligarlo a mettere radiche sempre pi profonde e a spingere sempre pi alto il suo

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stelo protetto, nel suo fiorire, dal baluardo delle foglie robuste. Tutto era stato pronubo
al suo nascere. Le mie condizioni familiari cos tristi fra un padre menomato e una
madre dispotica, senza fratelli, senza parenti, privata di quegli affetti santi del mio
Collegio, di cui sentivo cos acuta nostalgia. Il mio temperamento desideroso di amore
pi che di pane, di vesti, di divertimenti, il mio riflettere che per uscire dall'ambiente
ostile e oppressore della casa (quale era la mia casa), il mio guardare verso il futuro
meditando che alla morte dei miei sarei rimasta sola nel mondo, mi spinsero ad amare
l'Amore pi che l'uomo in se. Roberto aveva tutto per essere amato: bont, bellezza,
censo, coltura; ma io penso che se anche bellezza e censo non vi fossero stati e solo
egli avesse posseduto bont e coltura io lo avrei ugualmente amato. Amare era per me
condizione inderogabile per poter vivere. Se fin da allora avessi conosciuto quel che
avrebbe giovato alla mia pace, avrei diretto altrove il mio bisogno di amare e non
sarei stata delusa. Ma il buon Dio voleva che io lo amassi con esperienza, dir cos. Lo
amassi non per grazia data da Lui gratuitamente, ma per convinzione mia, per mia
spontanea volont. Dovevo andare a Lui dopo aver visto quanto caduche sono le
affezioni umane, dopo aver gustato quale amarezza si cela sotto la fittizia dolcezza
delle gioie umane, dovevo cercare riposo in Lui dopo essermi persuasa che in
qualunque altro luogo avessi raccolto il mio volo avrei trovato pungenti spine sotto
bugiarde rose, dopo aver constatato che in luogo della cercata compagnia ovunque era
vuoto desolante e che solo Lui, Lui solo poteva darmi fedelt, dolcezza, riposo, calore,
compagnia, conforto. A rigore di logica umana questa parrebbe una crudelt. Invece,
ora che sono vivente in piani soprannaturali, io la giudico una prova di stima che Dio
mi ha concessa e una predilezione tutta speciale. Alla scuola dell'esperienza mi ha
istruita nella conoscenza del Bene e del Male; mi ha mostrato, facendomela toccare
con mano, la differenza fra le gioie labili della vita e le gioie eterne dello spirito. Non
ricordo in questo momento chi fu colui al quale un serafino mondo, col fuoco preso
nel Cielo, il labbro da tutti i sapori umani perch potesse capire perfettamente il cibo
della parola di Dio e celebrarne gli splendori. Ma trovo che a me pure Iddio,
sostituendosi al serafino, purific col fuoco del dolore e cuore e labbra per renderli atti
a gustare le cose non terrene. Ed io ti benedico, o Padre santo, per l'ardore della
bruciatura, per la potenza della tua cauterizzazione, per il tuo operare verso di me in
veste di Medico che distrugge, per dar vita, le parti invase da mali distruttori. Ti
benedico per il tuo Amore che mi ha salvata contro la mia stessa volont, per la tua Pazienza che mi ha attesa, per la tua indistruttibile Compassione che nessun nostro
ripudio e colpa spezza e che ebbe cos immensa piet di me. Ti benedico per avermi
evangelizzata nuovamente, per avermi trasfigurata in Te non appena io ti dissi:
Voglio esser tua! La vita in ginocchio, con le braccia alzate in gesto di amore e di
benedizione, tutta la mia vita non basta a ringraziarti di quanto mi hai dato; e tutto il
mio dolore, che ti ho chiesto e che ti dono, perch nella mia debolezza e miseria non
posso darti altro che il mio soffrire, un obolo, un tributo ben insignificante, una ancor
pi insignificante restituzione rispetto a tutto quanto Tu hai dato a me. Ma, o Signore,
ma, o Maestro buono, ma, Compassione che non conosci stanchezza, per questo mio
niente che ti do, e che tutto quel che posseggo di veramente mio, e che non il
superfluo, perch non sono le cose che superano che ti do, ma le cose essenziali per
vivere sulla terra, quelle che tutti cercano conservare come il pi grande tesoro, perch

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la mia salute, la mia vita, il mio sacrificio, il mio patire, ma per tutto questo, Trirnt
santa, ma per tutto questo, Ges mio, concediad attri, a infiniti altri colpevoli come io
un tempo, quanto hai dato a me stessa, per portarli, attraverso al ravvedimento e
all'amore, con Te in cielo. Torniamo ora alla mia storia. Dicevo dunque che fu proprio
allora, mentre mi dibattevo nel buio pi cieco e mi sentivo circondata da mille
tentazioni sibilanti come vipere inferocite, che Dio mi mand un sogno. So benissimo
che non si deve credere ai sogni come ci credono le donnette superstiziose. Ma so
anche che non sempre credere ai sogni cosa sconsigliabile. Tutto sta nel come ci si
crede. Altro darsi in braccio allo sgomento perch, tanto per dirne una, si sognato
un gatto: tradimento certo, uva bianca: lacrime sicure, e cos via secondo la... docenza
della cabala e della superstizione, e altro accettare il sogno per quello che , come
avviso soprannaturale. Nel sonno, che addormenta la materia nostra, l'anima,
eternamente insonne, libera e non distratta, tutta tesa a ricevere le voci che scendono
da altri mondi a noi ignoti. La Storia Sacra piena, nel Vecchio e nel Nuovo
Testamento, di sogni che furono voci dell'Eterno ai suoi figli peregrinanti sulla terra.
L'agiografia cristiana ugualmente piena di questi sogni, dir cos: guida, per
condurre i predestinati lungo la via che era quella scelta dal Creatore, per quella data
creatura. Molti dicono: Ah! io di simili storie non ne ho mai avute. Pu darsi. Ma
pi facile che sia la loro pesantezza psichica, la loro leggerezza di riflessione che li
ottunde al punto di non afferrare i moniti che ci vengono dai regni del mistero. Io
invece ne ho avuti, e diversi di simili sgni, che sono premonizioni o norme di vita.
Non dico che fossero li, pronti a scendere nel mio sonno con la stessa facilit con cui
si rovescia una minestra nella zuppiera. No, per carit. Sognavo molto; ma fra i mille
sogni che erano semplici divagazioni della mente e che mi riportavano bei paesaggi,
marine, ore trascorse ecc. ecc., vi erano i Sogni, colla lettera maiuscola. Quando mi
svegliavo, un qualche cosa di inesprimibile mi avvertiva di far attenzione a quel
sogno. Era come se una mano leggera mi toccasse e una voce mi mormorasse
all'orecchio: Attenta! Rifletti e ricorda!. Quella volta fu cos. Era nella primavera
avanzata del 1916, dopo tanti anni, ricordo bene la data - era precisamente la notte fra
il 17 e il 18 di giugno. Io ero in un periodo tremendo di disperazione e di desiderio...
Credo che di tutte le pratiche pie sopravvivesse unicamente la comunione del primo
venerd del mese. Avevo l'anima attossicata e ribelle. Pensi Lei se potevo avere in
mente Dio. No. Non c' stato certo, da parte mia, il preparamento a quel sogno. Ero
anzi sulla sponda opposta e pi lontana da Dio. Nel sogno mi vidi in una bella
campagna. Prati verdi sui quali un vento tepido e leggero ravviava gli steli verdi
dell'erba minuta e faceva baciare fra di loro i fioretti multicolori. Qua e l qualche
ciuffo d'alberi parevano giganti a colloquio fra loro. Un fiume azzurrino, dalle sponde
basse e dalle acque placide, tagliava in due quella bella campagna. Lontano
sfumavano dei colli... Sono sicura tuttora, come lo ero allora, che nei miei molti
viaggi, su e gi per l'Italia, io non avevo mai visto quel luogo. Io camminavo fra l'erba
smeraldina e mi chinavo a cogliere dei fiori. Tutto a un
tratto mi vidi di fianco un giovane. Bellissimo. Alto, bruno, coi capelli ricciuti, occhi
nerissimi, brillanti come stelle, bocca tumida e sorridente. Era vestito di una tunica
lunga fino a terra. Mi pareva un orientale, qualcosa fra il beduino e l'antico romano.
Mi si accost sempre pi, interessandosi con gentilezza di quel che facevo, e si mise

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lui pure a cogliermi fiori: i pi belli che avessi mai visto perch, non appena lui
toccava qualcosa, essa diveniva bellissima. Mi piaceva parlare con lui e averlo vicino.
Era cos bello e gentile!... Mi seduceva proprio e mi congratulavo di averlo incontrato.
Ma... ma in fondo, quasi all'orizzonte, al di l del fiume, spuntarono tre personaggi.
Erano vestiti essi pure di una lunga veste sciolta e di un manto. Venivano camminando
lestamente, e pure con molta maest, verso di noi. Io li guardavo come affascinata
perch qualcosa di arcano si sprigionava da loro e sempre pi cresceva, mano mano
che essi si avvicinavano. Il bel giovane che era presso a me mi disse: Non guardare,
vieni via!, e mi pose una mano sulla spalla per impormi vieppi la sua volont. Alzai
il capo per guardarlo e rispondergli, perch era molto pi alto di me, e restai stupita
per l'alterazione dei suoi lineamenti. Un'espressione mista fra la paura e la collera si
era distesa sul suo volto e lo imbruttiva. Ne ebbi quasi spavento e risposi, tentando di
liberarmi dalla sua stretta: Lasciami vedere, poi verr via. Ma il giovane, sempre
pi inquieto, continuava a ripetere: Vieni via, vieni via. Quei tre ti sono nemici e ti
vogliono fare del male. Ed io: Non possibile! Hanno volti troppo buoni. Ormai
infatti distinguevo i tratti dei tre visi. Uno era un uomo anziano, dal volto rude,
piuttosto popolano, una barba pi grigia che nera gli ricopriva le guance e il mento,
lasciando solo scoperti i pomelli delle gnance rubizze che solo qualche lieve ruga solcava; aveva i capelli tagliati piuttosto corti ma non come ora li portano gli uomini,
qualcosa a met fra la zazzera e la tosatura attuale. Gli occhi molto vivi e severi si
portavano continuamente da me al suo compagno di mezzo, al quale parlava con
animazione. L'altro era un giovane di un venti anni circa, al massimo di venticinque.
Mentre il primo aveva una veste bigia e un manto color tabacco scuro, questo vestiva
di rosso con un manto di un rosso pi scuro. Era piuttosto alto, snello ma non troppo,
con un bellissimo volto privo di baffi e di barba, dall'epidermide fresca e rosata, occhi
dolcissimi e pietosi di un azzurro chiaro, capelli d'un biondo pallido, lunghi fin sul
collo, lievemente ondulati. Parlava anche lui a quello di mezzo ma con molta
pacatezza e mi guardava con tanta compassione. Quello che stava al centro, e che mi
attirava pi di tutti, era molto alto, di modo che sopravanzava con tutto il collo e il
capo sugli altri due. Era vestito di un manto bianco e sotto aveva una veste d'un rosso
tenue, quasi un rosato. Una grande maest si sprigionava da lui, dal suo incedere, dal
suo gestire, dal suo modo di rivolgersi ai due compagni, dai suoi sguardi che erano di
una dolcezza sovrumana. Aveva un viso molto pallido senza essere terreo, occhi
azzurro cupo, una bellissima fronte alta e liscia, ovale lungo e affilato che la barba,
biondo-rossa, che gli ombrava solo il mento, rendeva anche pi lungo. Portava i capelli lunghi fino alle spalle e questi ricadevano dal sommo del capo, ripartiti dalla riga a
destra e a sinistra, in molli ciocche, pi rosse che bionde, quel che i pittori chiamano
biondo Tiziano, le quali ciocche terminavano in cannoli leggeri. Aveva mani lunghe,
bianche, bellissime. Il suo corpo era snello, tendente al magro. Il suo sguardo era un
poema di bont, un poco triste sebbene venato di sorriso, uno sguardo che pregava:
Amami. Io guardavo sempre pi affascinata e mi sentivo attirata verso di Lui. Il mio
compagno mi prese con ambe le mani per trascinarmi via. Era furente, brutto ormai,
con un volto feroce, bieco, stravolto. Lo vedevo imbruttire sempre pi di minuto in
minuto. Tremava e digrignava i denti. Ma io gli resistevo. Combattevo ormai contro di
lui graffiandolo, mordendolo. Mentre lottavo cos, mi accorsi che i tre avevano

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valicato il fiume, senza ponte, non so in che maniera ed erano ormai vicinissimi.
Compresi chi fossero: Ges, San Pietro e San Giovanni apostolo. Con un ultimo sforzo
mi divincolai dal mio compagno che ora mi appariva mio nemico e corsi a gettarmi ai
piedi di Cristo. Signore, salvami!, gridai afferrando l'orlo della sua veste. Il nemico potrei scrivere il Nemico perch ormai capivo chiaramente chi era, il suo volto
essendo divenuto un vero volto di demonio - mi corse vicino di nuovo, talmente
inferocito da superare anche il ribrezzo che gli suscitava la vista di Ges, e mi afferr
brutalmente una spalla. Sentivo la sua mano, divenuta artiglio, conficcarsi nella mia
carne. Ripetei piangendo: Signore, salvami!. Ges taceva. Mi guardava e taceva.
Una grande piet era nel suo sguardo, ma il suo labbro era chiuso e le sue mani
pendevano inerti lungo la veste bianca. San Pietro... eh! san Pietro era tutt'altro che
benigno e diceva a Ges che non meritavo piet. San Giovanni, invece, con voce
accorata e sguardo mesto, perorava la mia causa. Maestro, abbi piet di questa povera
creatura. Liberala, Tu che puoi! In fondo ti ha sempre rispettato, un tempo ti am, ora
travolta da un inganno... Aiutala, Maestro!. Il Nemico urlava: No, mia. Non la
lascio. Me la sono presa e me la tengo!. E Ges taceva. Allora io levai la testa e le
braccia e gli afferrai le mani coprendole di baci e dissi: O Signore, Signore! Come
puoi non aiutarmi? Infine io ti ho voluto bene! Non te lo ricordi pi? Il male vero e
proprio non l'ho compiuto. Perch allora non mi liberi da costui che mi vuole
trascinare con s?. Allora Ges parl... E chi potr pi dimenticare quella Voce? E chi
potr pi rifarmi udire quel tono, quella cadenza che ancora vibra in me, esattamente,
e credo risuoner fino al beato momento in cui la riudr in cielo? Allora Ges parl e
disse: Maria, sappi che il male non basta non farlo; bisogna anche non desiderare di
farlo. Mentre quasi Pietro mi respingeva staccandomi da Ges, mentre Giovanni mi
carezzava supplicando in mio favore, mentre, il Nemico con bestemmie e sghignazzate
orrende stringeva pi forte la mia spalla destra nel suo artiglio, udii per altre due volte
Ges ripetere quelle parole, e poi la sua mano si pos sulla mia testa con gesto di
assoluzione e di benedizione. Sento ancora il tocco delicato di quelle lunghe dita fra i
miei capelli... Compresi d'esser perdonata e redenta, e con un impeto di riconoscenza
mi gettai contro il suo petto piangendo lacrime di riconoscenza, di pentimento, di
gioia: un lavacro che mi purificava tutta, mentre il Nemico fuggiva con un urlo
disperato ed io venivo abbracciata da Ges. Mi svegliai con l'anima illuminata da
qualcosa di non terreno. Sono passati ventisei anni e nove mesi da quella notte, ma
quel sogno ancora in me, vivo come al momento che mi svegliai. Lo vedo
esattamente in tutti i pi lievi particolari, e se fossi pittrice potrei dipingere quei volti e
quelle fasi del sogno. Non ho alterato una parola, non ho messo frange e arzigogoli. Le
ho narrato fedelmente ci che sognai. Ho cercato in tutti i negozi d'arte e d'oggetti
sacri un volto di Ges come quello visto da me. Ma non l'ho mai trovato. In uno vi era
l'ovale e non lo sguardo. In un altro lo sguardo ma non la bocca. In altro ancora la
bocca ma non le guance. Mi sono persuasa che mano umana non pu rifare quel
Volto... Ho sognato molte volte Ges, dopo quel sogno, e sempre aveva quel Volto,
quella statura, quelle Mani. Da qualche tempo ho qualcosa pi di un sogno... e vedo
Ges sempre con quel Volto, quella statura, quelle Mani. Quando Lei, Padre, mi ha
dato quel libro sulla S. Sindone, io ne ho ricevuto una scossa perch ho visto, per
quanto alterato dalle sofferenze subite, quel Volto, quella statura, quelle Mani... Il pi

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brutto della mia tentazione era passato. Non dico che non provai pi ore nere di
ribellione. No. Ne ebbi ancora molte. Ma quando il demone della ribellione, del senso
e della disperazione mi assaliva per darmi pensieri funesti, le parole di Ges facevano
s che io sapessi respingere il desiderio di fare il male. Stamane 23 marzo Lei mi ha
portato la S. Comunione che , fra tutte le cose della terra e del cielo, quella che
desidero di pi. E insieme mi ha portato una sua lettera. Apro una parentesi nella mia
storia per rispondere a detta lettera. Nella mia assoluta indigenza di forze fisiche devo
calcolare anche gli spiccioli, i centesimi che mi restano e amministrarli con molta
economia. Perci le rispondo qui addirittura per non avere a scrivere qui e in una
lettera la mia risposta. Credo di averle gi detto a voce e per scritto cosa reputo io
essere il vero perdono, le condizioni per me essenziali perch il perdono sia realmente
il Perdono e non una imitazione mal riuscita del medesimo, macchiata da un poco di
ipocrisia, e della peggiore ipocrisia perch vuole ingannare noi stessi, non dico Dio
perch Dio non si inganna, dico noi stessi, presentandoci al nostro io come creature di
misericordia, di religione... Misere arti che seducono solo il nostro umano orgoglio e
che la voce della coscienza accusa come arti bugiarde! Per me uno perdona proprio
quando sente che quel dato fatto, che un giorno gli suon offesa, non duole pi.
Quando un organo della nostra macchina umana non duole o cessa di dolere noi ci
dimentichiamo di esso. Uno che sano non si accorge neppure di avere i polmoni, il
cuore, le reni, il fegato, il cervello ecc. ecc. Ma se uno di questi benedetti organi, che
ci fanno cos perfetti e cos complicati, si ammala e incomincia perci a dolere, oh!
come ci si accorge di esso e della sua esatta ubicazione! Lo stesso di un'offesa
ricevuta, o di qualche altro nocumento che il nostro prossimo ci arreca. Possiamo dire
di averla proprio perdonata quando non duole pi come una bruciatura o una
coltellata. Subentra allora l'indifferenza la quale, come la fine dell'amore, anche la
fine del rancore... e allora, anche senza pensarci pi, si perdona completamente. Ma
un perdono... di un merito relativo. Ora io posso aver raggiunto per me stessa
l'indifferenza, l'insensibilit su un dato dolore che fu offesa per me... Forse questo
dipende dal fatto che altri dolori pi grandi sono succeduti a quel dolore e hanno
distratto da esso, forse dipende dal fatto che un pi grande, eletto amore mi ha
compensata di tutte le meschinit umane con doni sovrumani. Non so. So che io ho,
per me stessa, raggiunto l'insensibilit su antiche ferite. Ma non posso, non voglio, non
riesco a raggiungere l'insensibilit per i dolori che soffr mio padre. Non giudico
nessuno. Ricordo e medito e basta. Ricordo e racconto, perch necessario anche
questo mucchio di tessere nere per comporre il mosaico della mia vita. E basta. Non
giudico. O, se giudico, giudico con piet. Perch doloroso vedere che un essere
preferisce far soffrire in luogo di dare conforto e amore, vedere che un essere non
buono quando potrebbe e dovrebbe esser buono. Ricchi, belli, intelligenti non si pu
diventare col nostro solo volere. La ricchezza dipendente da molte altre
concomitanze che si uniscono al nostro lavoro per darci guadagno. La bellezza poi e
l'intelligenza, eh! non c' bene! Se si nasce deformi o scemi niente ci pu rendere degli
Apolli e delle aquile di intelligenza. Ma buoni si pu diventare, se si vuole. Un poco
per giorno, un briciolo per ora, si riesce a migliorare le nostre tendenze morali. Non
giudico o se giudico, ripeto, lo faccio con piet. Non sono cieca e non sono ebete.
Vedo perci e valuto le azioni altrui. Ma sia che ormai sia tanto filosofa, o meglio

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tanto cristiana, da non essere pi messa in subbuglio per certi fatti, li vedo e mi dico:
Sono frutti del nostro albero umano corrotto alle radici dal peccato dei progenitori.
E, col mio Divino Maestro, ripeto, su chi fa soffrire e agisce male, la preghiera di
misericordia che mosse, nelle ore estreme, le labbra santissime e riarse di Ges mio:
Padre, perdona perch non sa quello che si fa!. Si. Perch sono convinta che chi
agisce male, dando dolore ai suoi simili e, peggio di tutto, addolorando Iddio, sia uno
che non sa quello che fa. Una specie di deficiente nel bene. Ora, anche la legge umana
non condanna i deficienti, gli irresponsabili, i pazzi. Al massimo li rinchiude in
appositi istituti. Se uno fosse in perfetto equilibrio mentale, non si avvilirebbe in certe
cattiverie inutili, che non gli dnno gioia e che lo abbassano davanti alla stima di tanti
e di s stesso. Non la pensa come me, Padre? S. Lei non me lo dir, ma pensa anche
Lei che certe tendenze di sadismo morale sono frutto di alterazione psichica. Perci
non le condanno. Ma le ricordo. E se inevitabile che i buoni soffrano per causa dei
meno buoni, come soffr mio padre, guai per a chi fa soffrire senza motivo! Fin da
questa terra ha il suo castigo che, se non si esplica in altra forma ancora pi pesante,
rappresentato dal malcontento interno che non d pace... Io, per mio conto, Padre, se
ne rassicuri per bene, non odio nessuno e tanto meno colei che fu ragione di pianto per
me e pap. La mia vita tutta una testimonianza di questo che le dico. Io pure, con
Ges, posso esclamare: E chi di voi mi pu convincere di peccato?. Fedele al mio
proposito, sempre fedele anche nei momenti pi agitati della mia esistenza, ho sempre
praticato verso mia madre, mio padre, i miei parenti, amici, conoscenti e estranei, il
Sacrificio e il Dovere in ogni ora e in ogni circostanza della mia vita. Sapevo che, per
conto di mia mamma, ci non modificava nulla. Ma, idealista come tutti i poeti, ho
sempre sperato di vincerla col mio amore, direi quasi che ho sempre sperato di infonderle l'amore sprigionando onde di amore intorno a lei. Offesa non offendevo,
sacrificata non sacrificavo, trascurata non trascuravo. L'ho servita pi di quel che non
faccia uno schiavo fedele. Tanto che l'ho viziata al punto che nessuno pi la accontenta. Sfido io! E dove pu trovare una pazienza pari alla mia, una assistenza pari alla
mia, una rinuncia pari alla mia? Lo devo riconoscere e proclamare per non mancare di
verit e di carit verso la stessa anima mia, che ha rispettato il quarto comandamento
come ben poche anime di altri figli facciano. Non posso dirle tutto, Padre. Ma le dico
che fino la mia libert delle ore notturne, nel segreto della mia camera nella quale
potevo pregare senza attirare schemi, meditare senza esser disturbata, piangere e
soffrire, le ho sacrificato per assisterla di pi, io malata realmente, nei suoi malannucci
molto all'acqua di rose. Dal 1924 io ho dormito con lei e l'ho fatto fino al 1 agosto
1934: dieci anni. Dopo, ridotta come sono attualmente, mi vidi lasciare da mia
mamma, che prefer passare in altra camera a dormire lasciandomi in consegna ad
altri. Crede che ci non sia stata per me sofferenza? In una mia poesia scritta la notte
del 19 marzo 1935, una notte di spasimo, io dico, parlando della mia notte di malata:
Veglia con me tremula una fiamma meco ragiona, ha guizzi di parole... Penso
nostalgica ai baci della mamma... Perch non m e vicina come suole trepida come una
fiamma consolante qual sole? Vien timida l'alba a bussare ai vetri: una luce bianca
tutta purezza. Si dileguan al suo venire i sogni tetri. Mi porta di mia madre la carezza
l'alba che bussa ai vetri ornata di freschezza. E continuo cos. Non sar un capolavoro
di poesia ma un grido d'anima, scritto per me sola, e perci sincero come una

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confessione. Non si scrivono certe cose se non si sentono. Con tutto l'amore che avevo
ed ho per mio padre, non ho trovato una rima per lui. Ma la fame dell'amore di mia
mamma, la mia insaziata fame, ha scosso il mio animo facendo sgorgare da esso la
poesia per la quale esplode il massimo del sentimento che la pi bella prosa non pu
esprimere con la pienezza che si vorrebbe. Malata come ero, e solo Dio e i medici
possono aver valutato cosa fossero per me le salite e le discese dalle scale, io facevo
decine di volte al giorno la scala per servire la mamma, che era sana, ed evitarle di
dover fare le scale per certe necessit umane... Questo per la parte materiale.
Moralmente, poi, non mi sono accorata e non mi accoro di vederla cos incontentabile,
cos autoritaria al punto di essere sfuggita da tutti? E perch mi accoro? Perch penso
che alla mia morte ella rimarr sola. Vecchia e sola. Ora io faccio da cemento coesivo
e tengo unite a lei tante persone. Ma scomparsa io, tutti si ritireranno. Crede Lei che
questo non sia per me un tormento? Ma l'unica cosa che mi fa guardare, non dico
con paura, ma con ansia, la fine. Per lei, non per me. Per la parte spirituale sappia,
Padre, che io ho sempre pregato per mio padre e per mia madre perch Dio li aiutasse
in tutte le necessit loro, in tutte: materiali, finanziarie, morali, spirituali. Nel mio atto
di offerta di vittima a Dio, fra le diverse intenzioni per cui chiedo di essere consumata,
vi questa: che dal mio sacrifizio tutto il bene possibile, in questa terra e oltre, venisse
ai miei genitori. E siccome il mio buon senso mi diceva che dei due quella che aveva
maggior bisogno di superno aiuto era mia madre, naturalmente pregavo pi per lei che
per quel giusto di mio padre. Lei mi dice che talora i mali trattamenti ricevuti fanno s
che in chi ne vittima nasce un' avversine invincibile verso colui che il nostro
oppressore, cos come per la pecora che ha avversione invincibile per il lupo che, per
istinto, portato a sbranare le pecore. Vero. Ma in parte. Per mio conto, sar che sono
pi imbecille di molti altri, ho tremato e tremo ancora davanti a mia madre e vivo
sempre col terrore che ella mi procuri altro male. Ma non ho mai sentito avversione
per lei, tanto vero che, pur avendo avuto molte occasioni di lasciare la mia casa,
pregata insistentemente da molti, parenti e non parenti, di andare a vivere con loro per
dare loro la mia attivit e intelligenza non comuni, ho sempre rifiutato, pur sentendo
che mi danneggiavo nella tranquillit e nell'interesse, per non lasciare lei sola con
pap che ormai non valeva pi nulla. Credo che tutto questo dimostri che io, pur
ricordando tutto il soffrire che ingiustamente mi ha procurato mia mamma, non ho per
lei dell'odio, dell'astio, dell'avversione e neppure dell'indifferenza. Ma ho un grande
amore, perch solo un grande, un perfetto amore capace di continuare ad amare
senza avere ricambio d'amore. Lei, Padre, dice molto bene dicendo: I segni parlano e
chi ascolta comprende. proprio cos, se per chi ascolta non ha per cuore un pezzo
di selce e per cervello un pezzo di pomice. Chi dotato di buon cuore, di buon senso e
di ragionevolezza, come Lei dice, comprende molto dei dolori dei suoi simili. Mi
accorgo perci che stata proprio la bont del Signore che mi ha fatta mettere in
comunicazione con Lei, e gliene do lode. La sua lettera, sul fondo, mi ha rallegrato
con la descrizione della sua attivit di allevatore. Io pure sono una brava allevatrice di
bipedi domestici e io pure, dando ad essi cure e affetto, non mi rammollivo per al
punto da cadere in quello stupido sentimentalismo da damine isteriche che impedisce
loro di sopprimere e mangiare un pollo o un colombo allevato da loro. Non li uccidevo, perch non sono capace. Ma li facevo uccidere, se erano inutili, e li mangiavo

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senza scrupoli. la loro sorte, del resto, e se si pensa che ugualmente avviene, meno
la mangiatura, di tanti uomini in questi tempi di guerre feroci... Mi spiace sopprimere
una vita, anche quella di un fiore mi sacra perch fatta da Dio, ma quando necessit e
buon senso lo vogliono non esito a provvedere come si conviene, eliminando, senza
svenimenti e senza gemiti nevrotici, quella vita che non utile ma anzi che elemento
di disordine per altre vite. Quando ero bimba no. Allora mi mettevo a piangere se un
amico pollo veniva mandato a morte. Ma si sa... E la parentesi finita. Ora riprendo al
punto interrotto. Dicevo dunque che dopo quel sogno, se anche mi assalivano desideri
di suicidio e di sensualit, io li sapevo respingere. gi molto questo. il primo passo
sulla via della redenzione. Anzi non neppure un passo. semplicemente il
raddrizzarsi, dopo esser caduti e giaciuti nella mota, il raddrizzarsi in piedi lavorando
per levarsi di dosso il moticcio che impegola. Avevo ancora ore nere in cui ero
fortemente tentata ma, soprattutto per quanto erano tentazioni del senso, io non
desideravo pi di fare il male. Il demonio mi cantava la sua canzone stregata,
evocatrice di delizie sconosciute e che avrebbero potuto esser mie se avessi voluto. Ma
ormai io sapevo respingere anche il desiderio di conoscerle. Alle sue macchinazioni
suscitatrici di larve di sogno l'anima non consentiva,la volont non consentiva.
Quando la mia povera anima, ancora stanca e debole per la grande malattia morale
subita, si sentiva portata ad abbandonarsi, le parole di Ges, che mi suonavano in
cuore, mi fortificavano come un cordiale. Pi forti a vincersi erano le tentazioni di
suicidio, perch continuamente vi ero portata dallo stillicidio corrosivo di tutti i
momenti del giorno... Come desideravo morire! Come vedevo con gioia aumentare in
me l'affanno e la palpitazione! Credevo che presto il male che sentivo affermarsi in me
mi avrebbe portata alla tomba. Povero giudizio umano, come sei facile a prendere dei
granchi! Il male di cuore venuto, s, sempre pi forte; ad esso si sono aggiunte altre
malattie, ma io, dopo un quarto di secolo di sofferenze, sono ancora qua. Ora direi che
la mta vicina. Odo un murmure di cantico farsi sempre pi distinto ed un invito
dolcissimo. Lo stesso che Lei ieri mi accennava... Surge, propera, amica mea,
columba mea, formosa mea, et veni. Jam enim hiems transiit... vox turturis audita est
in terra nostra... Surge, amica mea, speciosa mea, et veni Ma quando verr l'ora
della liberazione? Quando il dolce Ges, che oggi vedo cos bene... Non gliel'ho detto
stamane, perch se gliel'avessi detto mi sarei messa a piangere di gioia e non volevo,
per non dare ombra alla mia ombrosissima madre, ma da stamane che ho la vista di
Ges. in piedi e mi tende le mani sorridendomi. Mi rincuora a soffrire col suo
sorriso... Ma quando far un passo ancora e mi prender l'anima, con un bacio, per
portarla con S? Ma questo forse egoismo, ansia di scendere dalla croce. No,
Maria. Cos non devi fare. Vi ancora tanto da pregare per chi non prega, per chi
negli affanni, vi ancora tanto da soffrire prima che la coppa sia colma... Ges ha sete
e bisogna dargli da bere... Le anime hanno sete e bisogna dar loro da bere. E l'unico
liquido, atto a levare la sete a Cristo, l'amore; e l'unico liquido atto a levare la sete
alle anime, la sete dei loro bisogni, il dolore. Ama e soffri, anima mia, per empire il
calice e levare al Cristo la sua divina sete e alle anime la loro umana sete e dare loro la
forza di salire, verso l'alto, verso Dio, il che ancor pi necessario delle grazie atte ai
bisogni di ogni giorno per cui tutti si arrabattano... Del resto, del mio lottare interno
nessuno ne aveva il minimo sentore. E con chi avrei parlato? Con pap era inutile. Con

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mamma era pericoloso oltre che inutile. Con le amiche di Collegio e le Suore anche
inutile. Per lettera certe cose si dicono male e poi... c'era la censura per le risposte.
Amiche a Firenze non ne avevo. Persone anziane e buone che potessero capire e
guidare neppure, e poi... non avrei parlato. Sono gelosissima dei miei sentimenti,
anche se buoni; figurarsi poi di quelli non buoni. Mario era lontano, e poi con lui,
ormai giovanotto di quasi vent'anni, non potevo certo parlare di simili cose. Egli aveva
capito che ero molto triste e che inclinavo alla morte, e cercava di rallegrarmi col suo
sincero affetto. Ma era lontano e non sapeva a che punto soffriva la sua buona e
fraterna amica, la quale, con lui, cercava sempre di mostrarsi pia, calma, ubbidiente
ecc. ecc., per essergli di esempio. Un sacerdote come mi occorreva nel mio caso non
l'avevo trovato... Ho dovuto arrivare quasi alla morte per trovarlo! Perci lottavo,
soffrivo, tutta sola, stringendo i denti, faticando il doppio, con un povero sorriso
crocifisso sul volto che avrebbe voluto solo piangere. Ma per piangere avevo la notte...
La cugina e lo zio.
Nell'estate 1916 venne da noi, per rimettersi da una pericolosa adenite e mastoidite,
mia cugina Giuseppina, la... figlia (almeno speriamolo) di quello zio del quale le parlai
a suo tempo, il fratello di mamma, quello che con la sua venuta mi aveva ficcata in
collegio. Io non l'avevo mai vista perch era sempre stata in collegio per sottrarla dalla
venefica vicinanza della madre e della zia. Aveva allora vent'anni, io diciannove. Le
volli bene anche prima di averla con me. Mamma mi aveva detto che quell'estate non
mi avrebbe fatto nessuna veste nuova e nessun cappello perch doveva pensare a
Peppina. Non eravamo in condizioni da essere scomodati dal dover fare il rinnovo di
due guardaroba estivi. Ma io, a cui mia mamma, per farmi inghiottire quello che lei
reputava dovesse essere per me un rospo, ossia la venuta della cugina, parlava con una
inusitata dolcezza, avrei accettato di andare nuda, pur di sentirla parlarmi sempre
cos... Figurarsi se non aderii a tutte le proposte. Fra l'altro, staccata come ormai ero da
tutto e incline alla morte, ero ancor pi di prima contraria a tutte le civetterie. E poi!...
L'idea di avere con me una cugina della mia et, ex collegiale come me, educata
presso suore dello stesso Ordine delle mie... oh! quante cose che mi entusiasmavano!
Mi proposi di volerle bene come a una sorella. E gliene volli. Venne col padre qui a
Viareggio. Lo zio si trattenne per qualche giorno, poi torn a Bergamo, all'Ospedale
dove era bibliotecario oltre che ricoverato a vita. Peppina rimase. Ci affezionammo
molto l'una all'altra. Devo dire, a suo onore, che pure essendo nata da una poco di
buono ed essendo stata in quell'ambiente fino a otto anni, non mi dette mai modo di
scandalizzarmi. Era un po' leggerina. Ma a vent'anni su per gi lo siamo tutti.
Facevamo belle passeggiate col mio pap, i bagni, ecc. ecc. Erano con noi altri due
cuginetti, maschi questi, l'uno di 14 e l'altro di 8 anni, provenienti dal Veneto e venuti
per i bagni costi, dato che l'Adriatico non era allora molto tranquillo. Non ero mai stata
cos sollevata, da molto tempo a questa parte, come in quella estate. Fra l'altro,
essendo mia cugina, per il momento, molto pia, andava spesso in chiesa, alla chiesa di
S. Andrea, nostra parrocchia estiva, e io andavo con lei. Mamma non osava opporsi
alla nipote, della quale voleva attirarsi l'affetto. Qui le devo narrare una cosa che non
so se sia proprio attinente alla mia storia. Ma credo non sia del tutto estranea. o amavo
molto la nostra casetta di Via Umberto I dove ero entrata la prima volta di soli sette

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anni. E mi ci ero sempre trovata molto bene. Quell'estate mi ci sentivo a disagio.


Perch? Mah! Non glielo saprei neppure dire quel che provavo esattamente. Non mi
sentivo mai sola. Mi spiego. Anche se ero in casa sola, cosa che talvolta avveniva, io
mi sentivo come se intorno a me ci fosse qualcuno invisibile ma presente. E, paurosa
come sono di ci che ignoro, avevo paura. Mamma, secondo al solito, quando glielo
dissi, mi derise e rimprover. Ma n il suo scherno n il suo rimprovero valsero a
farmi pi coraggiosa n a impedire che io sentissi sempre quella presenza misteriosa.
Una notte, il 17 agosto 1916, mentre dopo aver riso ben bene coi cuginetti ci eravamo
addormentate nei nostri due lettini come due grandi beb, fummo svegliate da un
traballio di una pesante predella messa nel vano della finestra. Il mio cane, che
dormiva con noi due ragazze, ringhi. Accesi la luce, paurosa che fosse terremoto. Ma
il filo della luce era immoto. Spensi e, col facile sonno della giovent, riprendemmo a
dormire. Dopo circa mezz'ora tre colpi fortissimi, come di una mano aperta che
percuotesse un uscio, si udirono contro la porta della nostra stanza. Prima ancora di
accendere la luce, mentre un sudore ghiaccio mi bagnava tutta, chiesi: Nonna, sei
tu?. Non so perch dopo tredici anni dalla sua morte io pensassi, ancor fra sonno e
veglia, a lei. Tutta la casa fu a rumore. Pap accorse, i cugini accorsero, mamma
accorse. Pap e i cugini non dissero niente fuorch la naturale domanda di cosa fosse
stato quel baccano. Eh! Lavessimo almeno saputo! Ma mamma fece una bella
brontolata e credo che tuttora sia convinta che si sia state noi ragazze a fare quello
scherzo... E pensare che noi avevamo una tremarella tale che finimmo la notte in un
unico letto per farci a vicenda coraggio. Con la met settembre partirono i cuginetti e
rimanemmo noi due coi miei. Mentre ci occupavamo di fare i bagagli per tornare a
Firenze, giunse un telegramma annunciante che mio zio era moribondo. Era il 30
settembre. Mia mamma parti con mia cugina per Bergamo. Io rimasi con pap. In quei
giorni che fui sola col pap sentii pi che mai la invisibile presenza di esseri
incorporei. Avevo una paura nera... ma stavo zitta per non essere scherzata, per quanto
bonariamente, da pap. Una notte mi rifugiai da lui perch mi pareva che lungo la
parete - noti che la casa a due piani era sopraelevta sulle due che la fiancheggiavano e
perci la mia parete non si appoggiava a nessun'altra casa - mi pareva che detta parete
fosse come strofinata da mani: un rumore uso quello che fa un muratore quando
scialba un muro. Finalmente mamma e Peppina tornarono. Lo zio aveva superato
felicemente la polmonite. Partimmo per Firenze e andammo ad abitare un nuovo appartamento perch l'altro era stato lesionato da un terremoto. La nuova casa era triste,
in via Pippo Spano, chiusa fra case tanto sulla facciata che sull'interno. Per anche da
li vedevo la Madonnina sulla porta del convento dei Gesuiti ed ero vicina a questa
chiesa. Pass l'inverno cos. Io con mia cugina andavo d'accordo. Ma fra mia mamma
e lei cominciavano delle scaramucce. Mia mamma, che trovava me colpevole di mille
leggerezze, si era accorta che la nipote lo era pi della figlia e volle usare con la stessa
la severit che usava con me. Ma Peppina non era Maria... Perci ottenne l'effetto opposto. Peppina trov modo di stare fuori di casa il pi possibile. And insegnante di
lavoro, perch era nel lavoro femminile bravissima, presso l'Istituto S. Caterina e alla
domenica presso le Scuole festive. Guadagnava cos qualcosa che si metteva da parte e
stava lontana da mamma. Cos io persi la sua compagnia per molte ore del giorno.
Intanto la guerra continuava e le restrizioni cominciavano a farsi sentire. Pap,

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mamma e Peppina si aiutavano a uova e latte condensato, a pastine in brodo e frittelle


cotte nello strutto. Io, che ho uno stomaco forte a modo suo, ossia capace di digerire
tuttora un piatto di verdura cruda ma non una tazza di latte, non dei fritti, non delle
uova - se le bevo oggi, dopo devo per almeno dieci giorni non toccarle pi - cominciai
a soffrire la fame. Fino al 1919 io non bevvi mai caff nero e perci non avevo
neppure quello col suo zucchero relativo a sostenermi. I miei dolori morali e la fame
insieme mi indebolirono sempre pi. Nel giugno 1917 arriv, inaspettato, lo zio, pap
di Peppina. Si era licenziato dall'Ospedale, e in simili momenti penosi veniva da noi.
Mamma and su tutte le furie. Ma ormai era fatta. Io, per quanto ricordassi gli estri di
questo zio, gli feci buon viso. Pur di avere qualcuno da amare avrei amato... anche il
diavolo. Sul principio tutto and bene. In luglio venimmo a Viareggio. Ma io capii che
non potevo pi fare i bagni. Mi sentivo morire ad entrare nell'acqua fredda, io che solo
l'anno avanti avevo fatto oltre cento bagni!... Il cuore cedeva sempre pi. Mamma mi
rimprover perch non facevo i bagni. Le dissi che mi facevano male. Rispose, al
solito, che avevo delle ubbie. Amen! Io poi sentivo, pi ancora che l'anno avanti,
quelle strane, invisibili presenze nella casa. Ma per fortuna quell'estate le avvertivano
anche gli altri. Presi coraggio allora e dissi che io in quella casa non ci volevo pi
stare. Mamma, impaurita, per quanto non lo volesse dire, considerando anche tante
altre cose, si decise ad affittarla. Mentre si attendeva il bagnante che doveva entrarvi a
passare agosto e settembre, seppimo dai vicini che per due inverni consecutivi la
famiglia alla quale, per non lasciarla chiusa, affittavamo la casa - un professore di
botanica con la moglie e due figlie gi ventenni - vi avevano fatto dello spiritismo. Io
non traggo nessuna deduzione. Dico solo che questa fu la prima volta che fra me e lo
spiritismo vi fu quella solenne incompatibilit e quella mia sensibilit a certi
fenomeni. Che paura, mio Dio! Tornammo a Firenze il 10 agosto. Peppina,
spalleggiata dal padre, era ora pi prepotente. Ora Lei sa bene che i caratteri simili non
vanno mai d'accordo. Bisogna che un prepotente abbia di fronte un remissivo, un
superbo un umile e cos via per potere andare avanti senza romperla. Ma mia mamma,
suo fratello e la figlia di suo fratello avevano lo stesso carattere. Perci guerra
continua. Un inferno Entrare negli ospedali era sempre stato il mio sogno. Avrei
potuto essere utile, stare lontano da casa e - oh! speranza! - contrarre una malattia che
mi portasse all'altro mondo. Perch, se non ero pi tormentata dalle battaglie del
desiderio sensuale, lo ero sempre dal grande desiderio di morire, n i modi materni
erano tali da levarmi da questo desiderio. Anzi io ero il capro espiatorio dei nervi
causati in lei dalle dispute col fratello e la nipote; e anche il caro zio, sempre ateo e
originale, non stava indietro nel tormentarmi. Cos ne avevo addosso due!... Peppina
no. Era con me sempre uguale. Mamma, in grazia della eloquenza di Carlo Del Croix,
che aveva ancora le cicatrici fresche sul volto accecato, e anche per non fare brutta
figura presso altre persone presenti, permise che io pure mi iscrivessi fra le Infermiere
Samaritane. E cos, col 15 novembre, entrai per la prima volta in un Ospedale. Il primo
giorno, anzi la prima mattina, perch era mattina, vedendomi osservata da tanti occhi,
cos timida come ero, mi impappinai e feci un massacro... Inciampai in un tavolino da
notte e buttai tutto a terra: tazze, bicchieri, bottiglie, ecc. ecc. Per fortuna il ferito
aveva appena preso orologio e termometro... Fu il mio battesimo: un po' rumoroso se
si vuole e un po' costoso, ma insomma bagnai cos la mia croce di infermiera. Presto

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per divenni pratica e brava. Come mi volevano bene i miei poveri ragazzi! Erano
soldati di truppa, perch avevo chiesto all'Ispettrice di non mandarmi in un Ospedale
per ufficiali. Andavo per servire i sofferenti e non per civettare o trovare marito. Avevo
ben altro per il capo, io!... Perci volli andare fra gli umili soldati, grandi solo nel loro
eroismo e nella loro pazienza. Anche le Suore, le Figlie di S. Vincenzo, le
caratteristiche Cappellone, mi volevano molto bene, e cos le consorelle infermiere
e i medici. In 18 mesi di Ospedale non ebbi mai un rimprovero n uno sgarbo. Facevo
il mio dovere e perci ero amata e rispettata. Le ore pi belle della mia giornata le
passavo fra le corsie; vi andavo tutti i giorni, anche la domenica, all'Ospedale, e vi
stavo dalle 13 fino alle 20 e anche pi se vi erano dei gravi e dei morenti. Dopo due
mesi passai all'Isolamento fra tisici e condannati per mali diversi. Avevo cos il Il
reparto e l'Isolamento. Qualcosa come un duecento letti circa. L'ospedale essendo in
Piazza S. Marco, nel palazzo degli Studi superiori, passavo sempre davanti alla Chiesa
e al Museo di S. Marco e mi fortificavo il cuore, per tutte le miserie che avrei dovuto
assistere, ai piedi del Nazareno nell'andare, e spesso alla sera entravo un momento nel
Museo, prima che lo chiudessero, e nei giorni di ingresso libero, per tuffarmi nel cielo,
dopo esser stata tante ore nel purgatorio ospitaliero, davanti alle tavole angeliche del
beato Giovanni da Fiesole. Il vivere fra tante miserie mi faceva bene. Mi ammorbidiva
sempre pi il cuore indurito dall'eccesso del dolore. Era come se delle scaglie, simili a
quelle che ricoprono le tartarughe, cadessero lasciando libera la mia anima al fluire
della bont. Il dovere fra l'altro portare a Dio tanti poverini a me affidati mi obbligava
dolcemente ad accostarmi sempre pi a Dio. Avevamo un molto pio Cappellano
militare, un Passionista che con la sua pazienza, dolcezza, tatto squisiti, operava vere
conversioni. I miei ragazzoni lo ascoltavano molto ed erano fedeli alle loro pratiche di
piet. Ogni pomeriggio, verso le tre, in Cappella - una cappellina quasi sul tetto,
piccola ma bellina - vi era la benedizione eucaristica. I feriti che potevano muoversi
andavano. Una teoria di grucce che toccheggiavano per i corridoi, di bastoni, di
braccia ai collo, di teste fasciate... Salivano la scaletta e i primi arrivati entravano
finch la chiesina era stipata. Gli altri si pigiavano fuori, sul pianerottolo, gi per la
scala... e cantavano. Che bei cori di voci maschie!... Faceva commozione a sentirli
cantare cos con fede, con slancio, quei redivivi che avevano combattuto e ucciso nelle
mischie feroci e che ora, tornati come dei grandi bambini indeboliti dal male,
sapevano ridiventare buoni, semplici, fidenti come quando fanciulli andavano in
chiesa con la loro mamma. Mi pare ancora di sentirli quei canti... Noi vogliam Dio,
Deh, l'audace lingua frena, Andr a vederla un di e tanti altri... Ges si servito
anche dei miei feriti per parlare al mio cuore. Ho pianto udendo quei canti... Ma era
gi un pianto diverso. Era un pianto-invocazione, un pianto-lavacro, un pianto che era
scala, il primo scalino della scala per salire a Dio. Alla vigilia delle feste e al sabato si
confessavano e il giorno dopo mi dicevano di aver fatto la comunione e mi chiedevano
se la facevo io pure. Poveri ragazzi! Quanto bene mi venuto da loro! Mi vedevano
spesso melanconica e facevano di tutto per rallegrarmi. Ma anche io detti a loro tutti i
tesori del mio cuore di donna. Fui mamma e sorella con loro. Superai ripugnanze,
impazienze, stanchezze, perch li amavo e ne ero amata. E con soddisfazione mi dico:
Ho fatto anche l il mio dovere. Nulla mi rimprovera la coscienza e ne sono sicura
perch le lettere di quei miei figliolini, pi vecchi di me, lo attestano ancora. Avrei

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molto da dire sui miei ragazzi, ma ci mi porterebbe lontano, lontano... Mi basta


invece solo di averle detto che ho agito rettamente, in tutti i modi, anche l dentro. Oh!
un gran bel conforto poter dire che si agito bene! Penso talora che i miei cari
ragazzi defunti preghino nel cielo per la loro giovane sorellina di ospedale e che mi
attendano lass. Penso anzi che mi saranno vicini nell'ora della morte per aiutarmi,
come io fui vicino a loro in quella loro ora estrema. Ma torniamo a mio zio e a mia
cugina. La mattina del 23 dicembre io mi alzai molto presto per andare al Mercato
Centrale. Era tempo di code anche allora e le code toccavano a me e a mamma.
Quella mattina ero andata io perch mamma era costipata. Quando tornai trovai una
tragedia. Mamma piangente, mia cugina fuggita, mio zio prossimo ad andarsene a sua
volta. Come sempre accaduto quando mamma soffre realmente, si attacc a me
narrandomi che c'era stata una grande lite fra lei, Peppina e mio zio. A sentire mia
mamma, il torto era loro. A sentire mio zio, il torto era di mamma. Io dico che avevano
torto e ragione tutte e due le parti. Mamma aveva ragione di consigliare una maggiore
seriet alla nipote che ormai era proprio un po' tanto civettina, ma avrebbe dovuto
farlo con pi dolcezza. Invece lei us lo stesso metodo che usava con me, e loro due
non lo sopportarono. Per mancarono a loro volta di gratitudine e di correttezza. Infine
questa sorella e zia aveva sempre aiutato il fratello e mantenuto la nipote in collegio.
Veramente era pap mio che pagava, ma insomma... Ormai da mesi e mesi ospitava
nipote e poi fratello e nipote, aveva speso per curarli, vestirli, nutrirli. Mi pare avesse
diritto a un poco di rispetto. Infine avrebbero dovuto rispettare mio padre che era
sempre stato un buono anche con loro. Invece niente. Io cercai di mettere pace perch
vedevo la mamma veramente accasciata. Ma mio zio mi dichiar che lui non poteva
far torturare sua figlia da un'aguzzina dai metodi di croato. Testuali parole. A
mezzogiorno, mentre noi tre, molto tristamente, sorbivamo un brodo, mio zio se la
svign, insalutato ospite, lasciando la porta aperta e sul tavolo della sua stanza un
biglietto per me dove mi ordinava di portargli le loro cose all'indirizzo che mi
avrebbe in seguito significato. Fu un ben triste Natale quello del 1917! Mamma a
letto con la febbre e una colica di fegato, frutto della bella scena, pap mortificato, io
addolorata. Mah! Mamma dovrebbe sempre ricordare che n io n mio pap mai le
procurammo dei dispiaceri atti a metterla a letto ammalata... Per fortuna, in quei giorni
Mario venne a Firenze per un 15 giorni di vacanza e fu lui che provvide a molte cose.
Mi accompagn dallo zio per la consegna delle cose dei due..., in Comune per le
pratiche per la separazione delle tessere, cambi tutta la disposizione della casa perch
mamma diceva che vederla uguale a quando c'erano quei due le faceva troppa pena, e
infine si fece infermiere e consolatore di mamma che egli chiamava la sua cara
mammy! . Anche con me si dava da fare, e intanto esigeva che tutte le mattine lo
accompagnassi in chiesa e facessi la comunione con lui. Non so se quando era in
Accademia era ugualmente pio. Ma direi di s, perch le sue lettere erano piene di
fede. Il discepolo aveva, nel nostro caso, superato la sua maestra. Certo con l'intuito
dell'affetto aveva capito che io avevo bisogno di Dio per soffrire, se non meno, con
meno asprezza, e mi riport a Dio. Posso dire che come, con la sua forza di giovane
robusto, rotto a tutti gli esercizi fisici, sollevava senza fatica pesi inerti come i mobili,
cos ugualmente mi prese di peso e mi sollev ponendomi su un altare, presso un
tabernacolo. Non mi faceva delle prediche, che non avrei sopportate, perch in certe

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ore le prediche dnno noia, ma agiva addirittura. Aveva capito che ero infelicissima...
Lui pure aveva avuto una vita poco felice e capiva. Aveva capito che io volevo morire
perch stanca di soffrire e ricorse alla Medicina delle medicine: mi gett fra le braccia
di Dio. S, se sono tornata a Dio lo devo alla bont del Signore, ma anche molto al mio
Mario. Il quale fra l'altro doveva aver parlato molto chiaro anche a mamma dicendole
che io morivo di malinconia e occorreva darmi un poco di felicit. Mia mamma,
allora, gli dava ancora ascolto e gli voleva bene. Aveva sempre avuto un debole per i
maschi. Dice tuttora che non sa rassegnarsi d'aver perduto il figlio maschio, morto
dopo poche ore di vita. E poi Mario era un grande salvagente per lei!... Almeno
credeva che lo fosse. Vedeva che io degli uomini non mi occupavo di nessuno fuorch
di lui, e me lo teneva vicino per tenere lontano dal mio cuore tutti gli altri pretendenti,
che non mi sono mancati, lo devo dire. Ma Mario cresceva. Non era pi un ragazzo.
Aveva ormai passato i vent'anni ed era prossimo ad uscire dall'Accademia Navale col
grado di Guardiamarina. E guardava a me con occhi diversi ormai. N lo teneva
nascosto questo suo pensiero. Lo diceva apertamente, schiettamente, e suo pap, sua
nonna, i suoi zii lo secondavano. Quante volte abbracciando mamma non le disse:
Vero, Mammy? Quando sono ufficiale la signorina per me e lei sar la mia mamma
e il signor Giuseppe il mio pap. Avr due pap allora, e la mia Mammy, e avr la mia
cara signorina per la quale ho studiato e sono divenuto quel che sono! E lo faceva
ormai capire anche a me che la sua amicizia sororale si era ormai mutata in qualcosa
di molto pi profondo di un amore fraterno. Ma io non ne volevo sapere. E per due
motivi. Il primo era che mi sentivo ormai incapace di amare un uomo con l'anima e col
corpo. Lei mi chieder: Come? Ha passato tutte quelle lotte contro il senso
risvegliato e ora, che poteva onestamente appagare i bisogni della natura, non ne
voleva sapere?. Sembra un controsenso, vero? Ma non lo . L'avermi levata
crudelmente la mia libert di amare e avermela levata con la frangia di certe...
spiegazioni che avevano intorbidito la limpidezza del mio cuore di vergine,
assolutamente ignara di certe leggi fisiologiche e istintive, nella stessa maniera che
una pietra gettata in un limpido stagno sommuove il fondale e ne solleva il fango
depositato sul fondo, mi aveva molto turbata. Ma non era nella mia natura di essere
una unicamente dominata dal senso. Passionale s, lo ero e lo sono. Mi attaccavo e mi
attacco a qualcosa per amare, essendo questo un vero bisogno del mio io, sempre pi
acuito dal non amore che mi circondava. Da giovane amai intensamente la creatura.
Dai venticinque anni in poi amai intensissimamente, sempre pi intensissimamente, il
Creatore. Ma senza un grande amore, scopo della mia vita, non potei mai stare. Ero
dunque una passionale, forse meglio detto: una appassionata. Ma non una sensuale.
Vi una grande differenza, bench sul primo non appaia, fra le creature naturalmente
viziose e quelle che sono portate a subire tempeste del senso per un complesso di
circostanze volute dagli uomini che ci stanno intorno e dal Nemico che continuamente
ci guata. Quando in un cielo estivo si formano nubi temporalesche, gravide di fulmini
e di grandine, inevitabile che il temporale scoppi. Ma non sempre per esso diviene
temporale distruttore. Quando un microbo assale una persona non sempre fa lo stesso
scempio. Se quella persona tendente a quel dato male, il microbo prospera e conduce
a morte. Ma se quella persona , di nascita, refrattaria a quel microbo, esso non riesce
ad attecchire e viene sterilizzato dal sangue generoso del colpito. Nel mio cielo si

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erano levate nubi temporalesche accumulate da venti d'inferno e nel mio sangue erano
stati inoculati bacilli nefasti. Ma se la grandine era scesa, devastando per sempre la
mia fioritura di speranze giovanili, non aveva per incenerito col fulmine la mia linfa
vitale, e il mio albero poteva ancora dare, se non gioia di corolle, utilit di fronde. Ma
il mio sangue, non di nascita lussurioso, aveva potuto superare, con fatica e sofferenza,
vero, ma con vittoria, i germi della carnalit inoculati in esso. Passata quella febbre,
e passata dopo che il mio Dio mi aveva dato quella risposta che mi fu forza e norma,
io ero tornata la Maria di un tempo, ossia la creatura superiore alle seduzioni della
natura. E lo ero divenuta ancor pi di prima perch, staccata come ormai ero dalla vita,
spenta per sempre alla capacit di amare come donna, solo incline alla morte, non
avevo neppur pi in me quella santa tendenza a perpetuare la specie attraverso ad un
matrimonio fecondo, che Dio non condanna perch Lui stesso lo mise per primo nel
cuore dei progenitori. Perci non mi sentivo pi capace di amare come donna un uomo. Sentivo questa mia incapacit e me ne spiaceva solo perch avevo un cuore
naturalmente materno... L'idea che mai avrei avuto dei bimbi miei mi dava pena... E
tuttora la mia nostalgia pi grande, dopo quella del Cielo, questa... Pensavo alla mia
solitaria vecchiezza, se fossi campata... Ma non me la sentivo di essere una carne
sola con l'uomo che fosse divenuto mio marito. Perci significai a Mario di lasciarmi
in pace e gli significai anche che io non mi sentivo pi sana come prima e perci non
volevo legare un uomo giovane e sano ad una malazzata. Mi lasciasse perci tranquilla
e continuasse a mantenermi la sua buona amicizia che mi era di tanto conforto. Gli
feci anche capire che, se mamma avesse capito che egli faceva sul serio la parte del
pretendente, avrebbe fatto subire a lui pure la sorte degli altri che si erano fatti avanti
con proposte di matrimonio. Sarebbe stato messo alla porta e per sempre. Ma Mario,
ma suo padre, ma sua nonna, ma i suoi zii non potevano ammettere che mia mamma,
dopo averlo lusingato tanto, lo potesse trattare cos. Che diamine! Era sano, ricco,
passabilmente bello, con una magnifica carriera davanti a s. Che ostacoli potevano
esser messi in opera da mamma? Che diamine! Non volevo certo insinuare che una
mamma fosse cos egoista da sacrificare sua figlia per avere sempre seco una serva
senza salario?... Non lo potevano credere... Infatti, chi l'avrebbe creduto? Molte delle
mie angosce familiari non sono credibili altro che dai testimoni oculari, Padre. Lei
pure, non so se creda ciecamente a quanto le narro... E cos contrario al concetto che si
ha dell'amore materno... che si stenta a crederlo. Ma la verit. Tutto verit in
questa mia storia. Posso morire ad ogni momento, oppressa come sono per il versamento pericardico e pleurico. Ma sono tranquilla di non avere a rispondere a Dio di
nessuna bugia su quanto le narro, anche se avessi a morire senza confessione. Con
tutte le mie forze cercai perci di fare ragionare Mario. Ma l'uomo innamorato non
ragiona, specie se spalleggiato da tutta una parentela. Tutto quello che ottenni fu che
aspettasse a parlare per un altro anno, ossia fino al momento in cui avesse avuto le
spalline da ufficiale. Con mamma non dissi nulla, se no il povero Mario sarebbe stato
subito condannato. Parlai con pap mio e con pap suo, scrissi ai parenti di Mario a
Roma. E tutti mi esortarono ad accettare Mario e a non sacrificarmi oltre ad egoismi
materni. E la vita continu. Ci si scriveva come al solito, da buoni e fraterni amici, e
Mario, che aveva intuito che se l'aiuto dei sacramenti fosse stato pi frequente io sarei
migliorata non solo nel morale ma anche nel fisico, che sempre risente in s le

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ripercussioni morali, trovava sempre il modo di farmi fare delle comunioni. Ora era
per un suo esame, ora per un compagno malato, ora per sua nonna, ora per suo zio...
Povero ragazzo! Mi ha proprio riabituata lui al desiderio del Pane celeste! Cominciai
allora, nella primavera 1918, ad andare, ribellandomi in questo agli ukase materni,
in chiesa quasi tutte le mattine. Fra l'altro Mario si era accorto che io, da buona italiana
come sono sempre stata, subito dopo Caporetto avevo fatto un voto a Dio per la
vittoria e a ricordo del medesimo portavo intorno alla vita la mia grossa corona del
rosario del Collegio. Mi martirizzava le carni. Un giorno la corona si ruppe e cadde
proprio ai piedi di Mario. Mi secc immensamente perch quando faccio peni tenza
mi ungo il capo e mi lavo la faccia affinch gli uomini non se ne avvedano ma solo il
Padre che nel segreto. Anche ora nessuno s'accorge che io porto notte e giorno un
cingolo che un cilicio vero e proprio, e n febbri n sofferenze me lo fanno levare.
Me lo tolgo solo nell'ora che viene il medico perch, visitandomi, non me lo trovi.
Vero che resta il segno nella carne e su quel segno misterioso il dottore rimasto pi
volte perplesso, ma dato che l, alla vita, l'enfiagione del tumore tale che d un
ripiegamento della pelle, il medico sempre rimasto incerto se sia un segno naturale o
procrato da una corda. Insomma quel giorno cadde la coron. Mario la raccolse e me
la rese senza commenti. Del resto la mia stessa confusione lo aveva illuminato. Come
vede, nonostante le mie ruzzolate per terra, non ero proprio una... senza fede. Dunque
Mario si era accorto che io dovevo aver fatto qualche promessa al Signore perch
salvasse la Patria. E specie servendosi di questo mi spinse verso Dio con continue
comunioni. L'ultima arma che il demonio usava con me, allora, era questa: non
potendomi pi turbare in altri modi, n col senso in maniera completa, n colla
suggestione del suicidio, con la stessa intensit di prima, pauroso che io mi volgessi
del tutto a Dio, mi inoculava una vergogna di rivolgermi a Dio dopo averlo offeso.
Sono le sue solite, antichissime armi, usate la prima volta nel Paradiso terrestre. Ma il
mio Mario le vinse. Tornai dunque sempre pi vicina a Dio. Soffrivo ancora molto per
i modi materni. Ma di quelli ne soffrir finch una di noi due non sar morta. Per
soffrivo con pi rassegnazione. Fu allora che io... detronizzai la Madonna dal mio
tavolino da notte e vi misi sopra quel Cuore di Ges che vi tuttora e che non mi ha
pi lasciata, venendo con me in Calabria, a Cremona, ovunque andassi per poco o per
molto tempo. Mario e i miei feriti mi hanno riunita a Dio. La contemplazione del
dolore e della morte sono sempre una grande medicina spirituale! E la vicinanza di un
cuore cristianamente buono, l'amicizia onesta e cristiana sempre fomite di Bene.
Nell'estate 1918 io e mamma ebbimo la spagnola. Io vivevo fra gli spagnolosi e
perci la presi violentissima. Da allora mi rimase la febbre giornaliera. Il cuore cedette
ancora di pi. Ma ci curammo da noi, senza aiuto di medici, tutti malati, e quei pochi
non malati straoccupati e imprendibili. Ci curammo come io vedevo curare i miei
ragazzi all'ospedale e, senza aiuto di medici per guarire o per morire, superammo il
male. Mamma torn pi vegeta di prima. Io, sia per la mia imperfezione cardiaca
preesistente, sia forse perch in ospedale potevo essermi contagiata fra tante infezioni
di diverse specie, non tornai pi come prima. Ma ero felice di andarmene. Se morivo
risolvevo tutto senza scene, anche la faccenda di Mario. Il 4 novembre la guerra ebbe
termine. Quando la notizia giunse mi precipitai fuori dall'Ospedale e corsi ai piedi del
Nazareno nella chiesa di S. Marco per ringraziarlo... Gli offrii allora me stessa

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chiedendogli che mi prendesse la vita ma che non facesse pi venire altre guerre. Quel
giorno non sapevo ancora bene quel che offrivo, e il mio offrire era inquinato dal
desiderio, molto umano, di non vivere pi per non soffrire pi. Ma da allora io ho
sempre ripetuto la mia offerta, per questo e per altri motivi che le dir a suo tempo,
sapendo molto bene quel che facevo. Ma se per tante cose Ges mi ha ascoltata, per
questa no. Dal 1918 ad oggi molte altre guerre hanno ucciso i figli d'Italia... e forse io
morir mentre la pi tremenda delle guerre in atto.
Il 1919
Pochi giorni dopo la fine della guerra l'Ospedale S. Marco si chiuse ed io passai ad un
altro ospedale insieme ai miei feriti che non volevo abbandonare. Era questo nel
palazzo del Ginnasio Liceo G. Giusti in Via Carducci (o viceversa). So che passavo
davanti alla Basilica della Ss. Annunziata, passavo sotto l'arco che unisce l'Ospedale
degli Innocenti alle altre case e camminavo un bel pezzo per quella via, passando
davanti al Museo etrusco-egizio ecc. ecc. L'Ospedale per una met era bello, nel
nuovo palazzo, ma per met era brutto e triste: un antico convento di clausura. Finestrelle alte e strette quasi carcerarie, chiostri e cortili tetri, moniti scolpiti sulle arcate
delle porte, clessidre, civette, teschi da morto... e scale, scalette, gradini, continui
dislivelli che mettevano a dura prova il mio cuore sfiatato. Ai primi di gennaio, dopo
una seconda spagnola, non ne potevo pi. Mi feci visitare prima da un medico e poi
dal Primario del mio Ospedale. Col primo inventai una bella bugia. Dissi che ero
orfana e che volevo sapere il mio stato con sincerit per potere dare una risposta a un
giovane che mi voleva sposare. Mi occorreva sapere l'esatta verit. E me la disse. Col
secondo non potevo dire questa bugia perch sapeva che avevo pap e mamma. Ma
quell'ottimo uomo, padre lui pure, e non felice in famiglia, aveva intuito molte cose e
fu meco molto paterno. Dopo avermi attentamente visitata, mi disse quel che pensava
e che corrispondeva a quanto mi aveva detto l'altro. Si era verificato il miracolo di
due medici che all'insaputa l'uno dell'altro dicevano la stessa cosa!!! Il professore volle
parlare poi con mia mamma. Tenga nota che alle visite ero andata da sola, perch non
potevo pi andare avanti cos e mamma non vedeva il mio stato e non lo ammetteva se
io glielo dicevo. Cosa le disse il professore non lo so. Quello che so che torn a casa
mogia mogia, e per qualche tempo fu abbastanza tenera. Ma la cura non mi
migliorava. Il cuore diveniva sempre piu stanco. Anche l'insonnia mi tormentava.
Forse proveniva dal grande e continuo palpitare violento del cuore, che nella notte,
stando coricata, aumentava. Ma non avevo terrore della morte. Anzi... Solo avrei
voluto rivedere le mie Suore, le mie compagne. Sentivo che se avessi potuto andare in
Collegio per qualche tempo, come potevano fare le mie compagne, le ultime agitazioni
si sarebbero spente in una pace soprannaturale. Lo avevo sempre capito questo, anche
nei momenti pi turbati, e avevo sempre desiderato di rifugiarmi in quel nido di pace
per ritrovare la pace. Ma non m'ero neppure mai provata di dirlo a mamma, la quale
contrastava gi il mio epistolario con le Suore. Ora che mi sentivo morire lo
desideravo pi ancora. Fra l'altro mi dicevo che una volta l, se mi avessero tenuta
come insegnante, avrei anche potuto finire col monacarmi. Ormai guardavo di nuovo
molto a Dio e avrei desiderato mettermi per sempre al riparo di tutto in un convento e
sotto una veste monacale. Non vedevo ancora chiara la volont di Dio. Percepivo gi

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che Egli mi attirava, mi attirava, mi aspirava a S. Ma sbagliavo credendo che mi


volesse in un convento. Questo era una aggiunta di desiderio mio. Il convento, come la
morte, mi avrebbe liberata da tutte le lotte familiari. Esausta di tutto il sofferto, non
desideravo che questo. Uscire dal mondo, in un modo o nell'altro, per non soffrire pi.
Ma invece dovevo restare nel mondo e soffrire smisuratamente di pi. Dovetti
abbandonare il mio servizio ospitaliero perch proprio non ce la facevo pi. Mi staccai
dai miei ragazzi, tutti condannati a infermit mortali, con tanta pena. Nel niaggio
venne a Firenze mia cugina Clotilde, col figlio di 8 anni. Venivano da Reggio
Calabria. Aveva da poco perduto tragicamente un figlio giovinetto e l'altro, che ormai
era unico, era colpito da una mastoidite, almeno pareva cos. Li avevano indirizzati a
Firenze per sentire il parere dei professori pediatri dell'Ospedale pediatrico Mayer. Io
conoscevo molto bene il Primario e mi detti da fare. Per fortuna la pretesa mastoidite
non era altro che una glandola sottolinguale infiammata. Un tagliettino di tre
centimetri, venti giorni di degenza, nessuna cicatrice e tutto fu finito. Ma io quei venti
giorni li passai al Mayer insieme al piccolo operato e alla sua mamma, che mi voleva
molto bene e mi capiva meglio ancora perch, essendo parente, sapeva il carattere di
mia mamma e perci... se anche io non parlavo capiva lo stesso tante cose. Volle
parlare anche col professore che mi aveva in cura e, avendole questo detto che la cosa
migliore per aiutare le cure era levarmi dall'ambiente familiare, causa prima dei miei
malanni e sorgente continua di turbamenti atti ad aggravare il mio stato, provvide in
merito. Mia cugina Clotilde ne parl coraggiosamente a mamma. Non ha peli sulla
lingua mia cugina Clotilde e non ha paura di nessuno. E una piemontese tutta di un
pezzo. Certuni la dicono non buona. Sar. Ha molto sofferto e ci le ha alterato il sistema nervoso, ma con me fu sempre buona e materna. E s che vissi con lei per due
anni! Dunque mia cugina disse a mamma di affidarmi a lei. Saremmo andate prima a
Torino, sua citt natia, e dopo mi avrebbe condotta a Monza dalle mie Suore. Mamma
cedette. Certo a malincuore e mandando a quel paese la cugina. Ma cedette. Scrisse
alla Superiora e avuta risposta che ero attesa partimmo per Torino. Furono dei
bellissimi giorni. Clotilde mi port, oltre che per la citt, a Racconigi, Stupinigi,
Moncalieri, Superga, ecc. ecc. Lo stare con lei e col suo bimbo, fra tante cure, mi fece
migliorare subito. Miglioramento pi morale che fisico ma che contribuiva a darmi un
aspetto meno sciupato. Dopo qualche tempo partimmo per Monza. A Torino mi era
giunta una lettera affettuosissima della mia Superiora, scritta a fatica, perch era molto
ammalata di cuore, ma riboccante d'affetto. Mi diceva che lei e le Suore mi
attendevano con ansia... Ero felice! Felice dopo tanti anni! Avrei rivisto il mio Collegio, le mie Suore, avrei rivissuto per un mese o due, forse per sempre, quella vita
calma, ordinata, pia; avrei rivisto le mie compagne, in parte gi sposate e con figli, in
parte nubili come me! Le avevo tutte avvertite... Ma potevo mai essere felice? Non per
nulla mi chiamo: Maria. Nome di predestinazione ma nome di dolore. Io pure dovevo, secondo l'etimologia del mio nome, essere: Mirra del mare e mare amaro.
Dovunque dovevo trovare il dolore, anche dove, per essere la cosa o il posto pi che
lecito e santo, era presumibile avessi a trovare un poco di gioia... Arrivata a Monza la
sera del 10 giugno, andai subito al Collegio. Che palpito di gioia e di emozione
quando suonai a quell'ampio portone! Che onda di ricordi quando valicai la soglia e mi
trovai nel cortile d'onore e penetrai nel salone da ricevimento! Che commozione

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quando sentii avvicinarsi il passo, ritmato dal tintinnio leggero della lunga corona del
rosario, di una suora! Anche ora, quando c' la finestra aperta e passano delle suore o
viene Lei, io percepisco subito il rumore della corona pendente dalla cintura e penso
alle mie Suore... Per prima venne la vice-superiora. Mi salut, un po' freddina in
verit. Ma non era mai espansiva e non ci feci caso. Poi venne la mia povera
Superiora, ansante e gonfia dal male di cuore. Fu affettuosissima come sempre. La
vice-superiora mi avverti che nel Collegio non c'erano letti e che avrei dovuto andare a
dormire presso delle altre suore adibite al servizio della Cattedrale. Monza ha un
Arciprete mitrato e un Capitolo come fosse luogo di Curia. Veramente, come fece
notare mia cugina, sarebbe stato meglio fossi rimasta in Collegio, dove ero conosciuta.
Si era scritto apposta molti giorni avanti per sentire se era possibile ospitarmi,
naturalmente pagando la mia retta. Ma io, pur di stare presso le Suore, accettai tutte le
condizioni. Salutai Clotilde e Memmino e restai in Collegio. Non vidi nessun'altra
suora. Dopo una mezz 'ora circa una mandataria mi condusse al conventino dove avrei
dormito. Le suore di esso mi accolsero con molta bont scusandosi di dovermi dare
una camera non moderna. E che me ne importava? Venni condotta infatti in una vasta
stanza il cui mobilio doveva ricordarsi di Radetzky e delle 5 Giornate del 1848... C'era
un letto talmente alto che per coricarmi dovetti prendere una sedia e farmene una
specie di scala per arrampicarmi lass, pregando il mio angelo di non farmi cadere nel
sonno... Ma insomma ero a Monza, presso le Suore. Thtto il resto era un nulla rispetto
a questa gioia. Non cenai perch fin da allora mangiavo pochissimo. Sorbii solo una
tazza di caff, ordinatami dal medico per sostenere il cuore. E mi coricai e dormii
anche, finch le campane del Duomo, vicinissime, non mi destarono all'Ave Maria.
Scesi dal mio... catafalco, mi vestii svelta svelta e andai ad ascoltare la Messa. Non
feci la Comunione perch non trovai un confessore. Ma mi ripromisi di farla la mattina
dopo in Collegio. Nella giornata avrei organizzato meglio la mia vita... Sorbii un altro
caff per colazione e filai al mio Collegio. Di Monza ero molto pratica, non avevo
perci bisogno di essere accompagnata. Suonai, entrai, venni condotta in sala. Aspetta,
aspetta, aspetta... Non veniva mai nessuno. Le nove, le nove e mezzo... Finalmente
ecco la vice-superiora. Seria, direi quasi arcigna, mi chiese se avevo dormito bene e se
avevo fatto colazidne. Poi principi subito un lungo discorso a base di: Sai bene, il
regolamento, i precedenti non vanno creati, ecc. ecc., la cui conclusione era: Qui
non ti vogliamo. Feci notare che si era scritto avanti, che il regolamento accoglieva
appunto ex-educande desiderose di passare come pensionanti qualche tempo nel
Collegio pagando la retta, che perci io non creavo un precedente ma seguivo le
abitudini vecchie di oltre mezzo secolo, che non ero malata contagiosa (avevo con me
le diagnosi e le prescrizioni mediche), che non avevo fatto dire di me e perci non ero
causa di scandalo, che, infine, ormai ero l, sola, essendo mia cugina partita per
Bologna, e che bisognava tenermi finch fosse tornata lei. Almeno fino allora. Niente.
La suora era inesorabile. Mi rispose che non ero una bimba, avevo 22 anni e potevo
viaggiare sola. La supplicai di lasciarmi l almeno, finch avessi potuto salutare le mie
compagne che dovevano venire in settimana. Niente. Supplicai di nuovo che mi si
lasciasse telefonare almeno a quelle che erano di Monza e che mi avrebbero ospitato
con gioia per qualche giorno. Mi avevano invitata tante volte! Niente. Dovevo partire.
Davanti a tanta inspiegabile inesorabilit, a tanta durezza che mi respingeva, chinai il

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capo. Piansi. Un altro sogno, accarezzato per tanti anni, che si dileguava quando
credevo fosse divenutorealt... La vice-superiora mi chiese se volevo andare in
chiesa... Che domanda! Direi: che domanda sciocca, se non rispettassi ancora chi me
la fece. Mi condusse nella nostra bella cappella. Il Sacro Cuore dall'altare maggiore mi
tese le braccia. Non c'erano che Lui e la suora organista, al suo organo in cantoria, che
ripassava una Messa cantata... Mi rifugiai presso l'altare e piansi, piansi, piansi...
finch torn la vice-superiora a dirmi che mia cugina era tornata. Clotilde, donna
esperta nel conoscere i visi umani - ha un grande albergo e negli alberghi si diventa
veri maestri nell'arte di conoscere i caratteri - non si era fidata delle parole melate della
vice la sera avanti, ed era rimasta a Monza per un'altra giornata. Appena mi vide disse
energicamente, come suo uso: Mia cara devi rassegnarti. Le Suore non ti vogliono.
Mi spiace per te, ma che ci vuoi fare?. Ma le pare, signora? Noi la vorremmo, ma lei
capisce bene.... Capisco che non la vogliono. Per sarebbe stato pi corretto
scriverlo subito o quanto meno dirlo apertamente ieri sera. Se io fossi partita,
lusingandomi che tutto era a posto, loro mettevano in treno Maria sola, in tempi di
scioperi, e sofferente di cuore. E a me: S, andiamo. Non si resta dove non si
amati. La vice cap di aver agito male e insist che rimanessi, somma grazia, fino a
sera per farmi vedere le Suore. Noti che non le avevo ancora viste. Intanto, disse,
avrebbe provveduto ad avvertire le mie compagne di Monza. Disse cos ma non lo
fece per paura che esse mi trattenessero. Clotilde cedette. Rimasi dunque fino alle 17.
Ma io credo che un delinquente pericoloso o un appestato non sarebbe tenuto diversamente da come fui tenuta io. In fondo al giardino tutto il giorno, meno che
nell'ora del pasto che mi fu servito in una saletta remota... Mangiare, non mangiai.
Non potevo. Il dispiacere mi faceva nodo. Presi un panino per ricordo, e l'ho tenuto
fino a pochi anni fa. Poi si era tarlato e l'ho buttato via. Padre Cristoforo, nei
Promessi Sposi, tiene nella sua sporta fratesca il pane del perdono. Io ho portato
meco, oltre venti anni, il pane della ripulsa. Le mie Suore non mangiarono quel giorno
per farmi compagnia. Non approvavano loro il modo di fare della vice-superiora,
della ultrapotente vice, che faceva e sfaceva a suo piacere da quando la Superiora era
quasi inebetita dalla sua malattia. Ma non potevano far nulla. La Superiora venne,
soffiando come un mantice, a scusarsi. Pianse... Povera donna! Ormai era finita!... Con
lei non ebbi mai rancore, ma mentirei se dicessi che per la vice-superiora non sentii
sapor di forte agrume. Ora morta e la morte pone fine a tutto. Spero che Dio le
abbia perdonato anche questa durezza a mio riguardo, ma certo non si pu dire che us
meco della carit. Ne converr anche Lei. Come mi sarebbe stata agevolata la via del
mio andare a Dio se avessi potuto fermarmi l! Ma non importa. Posso dire con gioia
che quello che sono divenuta lo devo a me sola, senza coefficiente di ambiente e di
vita in comune con le spose di Cristo. Ges ha lavorato Lui, Lui solo l'anima mia, ed
io ho risposto e sollecitato il suo lavorare in me. Benedico Mario e i miei feriti per
avermi dato la spinta iniziale, ma poi tutte le lodi le devo dare a Dio solo e un poco di
plauso all'anima mia che, una volta iniziato il suo andare, and sempre accelerando la
corsa. Tornai a casa cos triste e sfiduciata che finii di ammalarmi. Potevo proprio dire:
Il passero si trova una casa e la tortorella un nido, ma io non trovo nessuna dimora
per soffrire in pace il mio tormento. E allora, sfiduciata di tutto e di tutti, dopo aver
detto: nel mio smarrimento: ogni uomo menzognero, ho rivolto il mio volo

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ferito verso Dio. Devo riconoscere che pi che un volo era uno starnazzare, un andare
a sbalzelloni, ma insomma era gi un andare verso Ges. Se due. anni avanti m'ero
alzata dal fango tenace, se un anno avanti m'ero lasciata trascinare davanti all'altare
perch da me mi vergognavo andarvi con frequenza... - non vi peggior momento di
quello in cui la coscienza si ridesta! Sia il demonio, sia quello che sia, siamo portati ad
esagerare la colpa, a giudicarla imperdonabile, ad allontanarci da Dio per vergogna, in
luogo di gettarci ai suoi piedi e dire umilmente: Signore, salvami perch ho peccato!
Signore, mondami ch son lebbroso! Signore, ricordati di me nel tuo Regno! - se
prima avevo fatto solo cos, cos poco e cos male, ora, sotto il nuovo colpo doloroso,
trovavo la forza di muovermi da me, come un cavallo stanco sotto la sferza che lo
frusta. L'empio abbandoni la sua via e l'iniquo i suoi pensieri, e ritorni al Signore che
ne avr misericordia, al nostro Dio che largheggia nel perdono; Io andr in cerca
delle pecorelle smarrite, ricondurr le cacciate, legher le fratturate, ristorer le deboli,
terr d'occhio quelle grasse e robuste e le pascer con giustizia. Ma non sembrano
scritte per me e per tutte le povere anime, ammalate come lo era la mia, queste parole?
Io, zoppiconi zoppiconi, mi trascinai verso il Signore ed Egli, largheggiando con la sua
misericordia, leg le mie membra fratturate, ristor la mia debolezza, mi prese in
grembo per farmi dormire al morbido, al caldo, perch ero tutta una ferita, perch non
c'era che Lui ad amarmi, perch dovevo guarire per servirlo, per seguirlo, per imitarlo,
per amarlo nella grande luce piena, completa, libera, forte di un amore assoluto e
senza pi dissipazioni, freddezze, ritorni all'umano. Ormai mamma e chiunque altro
potevano mettermi anche sotto i piedi. Avrei sofferto ancora. Ci naturale. Ma ogni
sofferenza, invece di allontanarmi da Dio quasi facendolo colpevole di quel dolore, mi
avrebbe sempre pi stretta a Dio, perch ormai sapevo che Lui solo mi amava, che Lui
solo voleva il mio bene, che da Lui non mi veniva che del bene e che il male era solo
dato dalle creature. Ogni dolore stato colpo di martello che ha sempre pi conficcato
i chiodi che mi uniscono alla croce di Cristo. E se croce non accetterei per questo
nessun letto regale in luogo di essa. Perch essa letto nuziale dell' anima col Cristo
cos come la sofferenza, come dice Ruysbroeck, la veste nuziale di Cristo. Come Lei
avr notato, molti dei ponti che mi univano alle creature erano stati spezzati e molti
dei miei rami che si tendevano in abbracci verso altri alberi erano stati tagliati. Dio
lavorava a isolarmi per avermi tutta per Lui. Rimaneva solo il ponte, l'amicizia per
Mario. Molto cara al cuor mio. Il giovane insisteva sempre sui suoi propositi e io sui
miei. Ma pi io insistevo nel dirgli che io non ero pi capace di amare nel senso che ha
questa parola per i pi, e pi lui si ostinava rispondendomi che non gli importava che
io lo amassi come marito ma che gli bastava che io mi lasciassi amare da lui. Poi piano
piano sarebbe venuto il mio amore. Ricordavo Roberto? Benissimo! Anche lui lo
ricordava. Al primo bimbo avremmo messo il suo nome. Ero triste? Niente di male.
Avrebbe pensat lui a farmi cos felice che io sarei divenuta lieta per forza. Ero
sofferente? Cosa senza importanza. Il suo amore mi avrebbe guarita a furia di
tenerezza, perch infine io ero malata perch troppo derelitta. E qui aveva ragione. In
ottobre dovetti subire un vero assedio. Io rimanevo sulla negativa, per quanto tanto
affetto mi cominciasse a scuotere e penetrare. Il colonnello si un al figlio per farmi
capitolare. Un giorno mi disse che Mario aveva bisogno di partire tranquillizzato per
sostenere in pace gli ultimi esami ormai prossimi e che era ora di finirla con i veti

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assurdi di mia mamma. Non era giusto che io mi sacrificassi a delle ubbie. Mi
rimprover anche, bench con molta dolcezza, dicendo che io esageravo circa l'intransigenza materna. Ne avevo ombra come un cavallo. Io continuai a dire:
Aspettate! Pi qua. Avevo paura. Ricordavo la scena del 5 gennaio 1914 e non
volevo si ripetesse. Ma Mario non mi dette retta. Con la fretta degli innamorati una
mattina, e precisamente il 3 novembre 1919, approfittando di esser solo con mamma,
parl. Una domanda vera e propria. Apriti, o cielo! Il povero Mario non fu sbranato
perch... era molto pi grosso di mamma, ma poco ci manc. Fu, come prevedevo,
invitato a non rimettere pi piede in casa nostra. Nel pomeriggio il colonnello mi
raggiunse per strada mentre facevo passeggiare il mio cane. Ero molto triste perch
avevo dovuto subire rimproveri su rimproveri e perch pensavo che anche questa
amicizia era spezzata. Era molto disgustato il colonnello e disse il suo pensiero
chiaramente. Mi spiacque vederlo cos inquieto. Ma cos si persuase se io esageravo o
meno. Mi disse che ad ogni modo egli mi considerava fidanzata di suo figlio. A meno
che io rifiutassi assolutamente. Allora avrebbe dovuto dire che io pure ero una falsa
come mia mamma, perch avevo sempre fatto credere a Mario che col tempo avrei
finito con l'essere sua, mentre invece volevo farmi beffe di lui come se ne faceva mia
mamma, rovinandolo cos sul pi bello degli studi. Questo non era vero. Io avevo
sempre spiegato il mio pensiero a Mario e a suo padre. Ma il dispiacere delle volte fa
dire delle cose non vere. E il colonnello era molto addolorato. Mi preg di non
insistere nel mio no, mi disse che un giorno lo avrei ringraziato di tanta insistenza sua
perch con Mario sarei stata felice. Mi disse che la mia amicizia cos fedele era il miglior preparamento ad un fedele amore che, se non avrebbe avuto le vertigini
dell'amore-passione, avrebbe per di certo avuto il grande dono di una costante durata,
sempre uguale per intensit e tenerezza. Gli amori amichevoli sono quelli destinati a
durare di pi, cara. La consuetudine non li sciupa, la vecchiaia non li spegne. Sono
amori che resistono a tutte le prove, a tutti gli eventi. N l'et, n lo sfiorire delle
grazie fisiche e il nascere in sua vece dei difetti morali, propri dell'et matura e oltre,
lo tangono. L'amicizia, quando vera, non suscettibile di nessuna menomazione, e
quella di Mario era vera perch non solo durava da anni ed anni ma si era sempre pi
affermata e aveva dato le prove pi belle di essere una fonte di bene. Se suo figlio era
divenuto cos bravo era perch a meta di ogni suo lavoro, studio, sforzo per
migliorarsi, aveva messo me. E che altra prova volevo maggiore di questa? Dove avrei
mai pi trovato uno che sapesse amarmi cos per la mia anima che si era legata alla
sua dalla prima giovinezza in un legame cos puro e costante come quello di una
amicizia fedele? Ed io pure, povera ochetta che credevo di non amarlo, Mario, lo
amavo dell'amore pi vero, tanto che il pensiero di perderlo mi angustiava cos
fortemente. Ero solo una inceppata, accecata dalla paura di mamma, da cento scrupoli
che andavano dall'idea di offendere la memoria del morto Roberto a quella di esser
malata troppo per fare un uomo felice. Per Roberto mi mettessi in pace. Ci
mancherebbe altro che tutte quelle che perdono il loro innamorato si condannassero a
perpetuo sacrificio! Circa la salute egli, prima di dare tutti i consensi a suo figlio,
aveva interrogato il professore che mi curava ed aveva avuto l'assicurazione pi
ampia che il mio male era pi che altro dato da esaurimento nervoso, conseguenza di
tutto quello che avevo sofferto e soffrivo. Una volta felice in casa mia, presso un

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marito che mi volesse realmente bene, sarei guarita completamente. Fu eloquente il


colonnello, lui che parlava sempre cos poco! In ultimo mi disse di consigliarmi anche
con altre persone di mia fiducia prima di dare un rifiuto assoluto. Lo feci. In fondo
sentivo io pure che l'amicizia di un tempo s'era mutata in una affezione pi profonda.
Il sole riesce anche a scaldare i ghiacciai quando continuo... e Mario, da anni ormai,
scaldava il mio cuore intirizzito con tutte le pi delicate industrie di un vero amore.
Ma prima di cedere mi rivolsi a tre persone: un sacerdote gesuita che conosceva molto
bene me e Mario; una nostra comune amica, donna di una religiosit profonda, vera,
perfetta, al corrente di tutte le idee di mia mamma e delle conseguenze di queste idee a
mio danno; e un senatore, giurista emerito, primo Presidente alla Suprema Corte di
Cassazione, marito, padre, nonno, cittadino esemplare: una coscienza retta, una mente
equilibrata, un cuore aperto all'amore come di simili non ne incontrai altri. Mi voleva
molto bene e spesso preferiva uscire con me anzich con le nipoti, troppo moderne,
diceva lui, ossia troppo leggerine. Questo senatore conosceva anche Mario per averlo
trovato presso di noi. Ebbene: il sacerdote, la signora anziana e pia, il senatore giurista
e buono mi esortarono tutti e tre ad accettare questo amore senza impaurirmi delle
scomuniche materne. E mi portarono tutti e tre degli argomenti sulla cui giustezza
non c'era da eccepire. Stetti ancora incerta qualche giorno, pregando molto e meditando molto sul da farsi, e poi mi decisi. Accettai. Il colonnello mi chiam figlia e
mi promise che avrebbe pensato lui a mettere a posto mamma con le sue idee egoiste.
Ho vinto tante battaglie nella mia lunga carriera di soldato che ha partecipato a tre
guerre. Vedrai che vinco anche questa. Voi vogliatevi sempre pi bene. Scrivetevi da
fidanzati ormai. La posta verr qui da me o presso la signora Paola, se preferisci, dato
che siete vicine di casa. A primavera Mario ufficiale e allora daremo la battaglia
campale e vinceremo. Mario era felice. Io avevo un poco di tremarella, ma direi una
bugia se dicessi che non ero contenta. Pensavo che presto avrei avuto una casa mia
dove avrei potuto vivere e rifiorire in pace, senza essere sempre oppressa dal
dispotismo materno. E poi avrei avuto dei bambini!... Oh! i bambini! La leva che mi
ha mossa, la pi forte di tutte, sono stati i bimbi. L'idea di avere delle creature mie alle
quali dare tutto quell'affetto che io non avevo avuto per farli felici, felici, felici!
Settimanalmente ci scrivevamo. Le lettere di Mario erano riboccanti di amore. Le mie
erano pi freddine. L'abitudine di trattarlo da amico sopravviveva in me. Ma sentivo
che il mio cuore assiderato si andava scaldando di giorno in giorno. Mamma, convinta
di aver messo a cuccia quel ragazzo, non aveva perdurato nel suo divieto acci egli
scrivesse e io rispondessi. Ma questa corrispondenza compassata, ufficiale, l'unica che
apparisse, altro non era che un accompagnamento di note basse all'inno di amore
squillante che Mario cantava nelle sue lettere, dir cos, officiose, private, che ormai
alimentavano il mio animo con un balsamo di vita. Pregavo molto che tutto andasse
bene fino in fondo, che il buon Dio toccasse il cuore a mia madre... Si, pregavo molto.
Pregavo come pregano quasi tutti i mortali chiedendo a Dio di fare la nostra volont,
dandoci ci che chiedevamo. Non chiedevamo, in verit, cose disoneste. Ma talora il
buon Dio giudica bene non darci neppure le cose oneste. Felici coloro che in questo
caso sanno dire: Sia fatta la tua volont!. Felicissimi poi coloro che, prima ancora di
chiedere a Dio una cosa, dicono sempre: Signore, fa' Tu. Io non chiedo nulla. Solo la
tua volont regni e operi!. Non ero ancora arrivata a tanto. Bisognava che mi fossi

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ancora intrisa nel pianto, in molto pianto, prima di giungere ad annullare in Dio la mia
personalit umana, al punto di non chiedere altro che il suo amore e che Egli usasse di
me come meglio gli pareva. Quando fossi arrivata a tanto avrei trovato la tranquillit
perfetta perch, come dice S. Caterina da Siena: Chi si conforma alla volont di Dio
trova la pace. Pass l'inverno cos. Io miglioravo un poco perch ora mettevo il mio
impegno nel migliorare per fare felice Mario che mi voleva cos bene. Al 24 gennaio
1920 Mario venne in licenza. Fece solo poche visite, contegnose oltre misura, per non
scatenare altre ire materne. Ma trov il modo, su terreno neutro - veda in casa di quella
nostra comune amica - di parlarmi non da amico ma da promesso sposo. Un solo
colloquio e un solo bacio. Onesto e caro colloquio e casto, castissimo bacio. Furono il
nostro viatico per le ormai prossime battaglie. Mario torn ai suoi studi, potrei dire ai
suoi esami finali, ormai. Io... andai inconsapevole incontro a una disgrazia che fu
origine di altre disgrazie. Cominciavo a stare proprio benino. Avevo ancora molto cardiopalmo, ma ero ingrassata e mi era tornata dell'energia. Il professore era contento. Il
17 marzo uscii con mamma per andare a ringraziare una nostra amica molto vecchia,
una nonnina che mi voleva bene e che mi aveva fatto un regalo per il mio
ventitreesimo compleanno, avvenuto il 14 marzo. Al ritorno, nei pressi di casa mia,
mentre camminavo dando braccio a mamma che per la sua vista molto alterata
inciampa in tutte le pi piccole sporgenze e cade, fui colpita alle reni da un piccolo
delinquente, figlio di un comunista e della nostra modista. Con una sbarra di ferro,
levata ad un letto, mi venne di dietro e a tutta forza, gridando: Abbasso i signori e i
militari, mi dette una mazzata. Il rumore fu tale che mamma credette avesse tirato
una pietra e che questa avesse rimbalzato, suonando, sul marciapiede. Invece era il
rumore del ferro sulle mie vertebre. Noti che per il male di cuore non portavo nessun
busto e perci mi manc anche quel riparo. Sentii un cos forte dolore che mi
inginocchiai per terra. Le gambe non mi reggevano. A fatica potei poi rialzarmi e
trascinarmi fino a casa. Spogliata che fui, si vide che avevo una forte contusione alla
regione renale. Dalla colonna vertebrale venendo verso il fegato avevo un segno rosso,
quasi escoriato. Mi fecero degli impacchi che calmarono il dolore. Forse, anzi di certo,
feci male a non volere subito un medico. Ma non credevo di esser stata cos pericolosamente colpita. Non sono mai stata una fifona per il male. Come mio pap sono
invece stata sempre fin troppo stoica nel male fisico. Pass il venerd e il sabato. Io,
oltre alla sofferenza della colpitura, che mi doleva se la toccavo o se mi appoggiavo
sul dorso stando a letto, avevo anche delle sofferenze strane. Capogiri, scintillii
davanti agli occhi, nausee intense e una grande, grande chezza. Per mi alzavo lo
stesso dalle 9 alla sera. Alla domenica mattina andai in chiesa e feci la Comunione.
Molto a fatica perch lo stare in ginocchio mi era dolorosissimo. Mamma prov a
prendermi dei cibi che pi mi piacevano perch non riuscivo a nutrirmi. Tutto mi
ripugnava. A mezzogiorno mangiai un quarto di piccione arrosto e nient'altro. Al
pomeriggio si sarebbe dovute andare fuori con quella signora amica che mi aveva
consigliato per Mario, un'altra signora, io e mamma, per recarci ad una Esposizione. Io
tentai di restare a casa e mamma, in verit, non mi forz ad uscire. Anzi voleva restare
a casa con me. Ma le altre due insistettero: erano pochi passi e mi avrebbero fatto
bene... Uscimmo dunque. Io mi trascinavo a fatica e a tutti i sedili che incontravo mi
fermavo. A cena non presi nulla. Mi coricai subito pi stanca che mai. E dormii. Alle

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tre di notte fui svegliata da un dolore cos atroce che non l'ho pi riprovato uguale. E s
che di dolori tremendi ne ho tanti e da tanto! Ebbi la sensazione che un rene, o qualche
altra cosa, si strappasse dai suoi legamenti e ruzzolasse verso l'inguine. Ma un dolore,
un dolore! Divenni un gomitolo. Tutta bagnata di sudore freddo, rattratta, con conati di
vomito. Non potevo parlare, muovermi, gridare. Morivo. Il mio canino, che dormiva
nella sua cuccia in un angolo della camera, se ne accorse e si dette a ululare. Mi salv
perch mamma accorse, accorse pap, chiamarono la signora amica, un dottore. Era il
proprietario di casa e stava al terreno. Con opportuni soccorsi uscii dall'agonia. Ma
venne un febbrone. Io credo che si fosse prodotto un ascesso al rene e questo, nel
rompersi, avesse inquinato il sangue, perch avevo attacchi di setticemia. In ospedale
avevo avuto modo di conoscere le fasi della febbre settica che passa da un minimo di
temperatura, fra brividi incoercibili, ad un massimo pi volte al d. Dico: credo, perch
nessuno dei medici e dei consulenti ci cap nulla. Chi diceva una cosa e chi l'altra.
Visite interne e esterne non approdarono al risultato sperato di una diagnosi. Tre mesi
diletto, di febbri che raggiungevano i 40 gradi, sofferenze fortissime, tre volte quasi
uccisa per cure sbagliate che mi colpivano il cuore ancora debole facendomi sfiorare la
paralisi cardiaca. Ma nessuno cap niente. Nessuno ebbe il sospetto che fosse lo speco
vertebrale il grande malato. Se ne accorsero quattordici anni dopo... E Mario? Mario,
avvertito da suo padre, era tutto in agitazione. Io, con immensa fatica, nelle mie eterne
notti, gli scrivevo per dirgli che non stavo poi molto male... Vedere il mio scritto era la
cosa che pi lo persuadeva che io non fossi grave. Gli scrivevo perci e davo la lettera
al colonnello perch la imbucasse o alla nostra amica. Di notte ero sola perch non
volli mai essere vegliata, e perci potevo scrivere i miei rassicuranti bigliettini. Ma
invece stavo cos male che, io pi di tutti, e poi tutti gli altri, medici compresi,
credevamo proprio che avessi a morire. Me ne dispiaceva? No, affatto. Sar stata la
grande debolezza, sar stata l'idea che la morte risolveva tutto, anche l'ormai prossima
lotta per ottenere la libert di amare, sar stata una grazia speciale di Dio, sar stata la
volont di Dio, sar stato quello che sar stato, il certo che io ero rassegnata. Pi
ancora che rassegnata, contenta di sentirmi finire. Mi pareva di galleggiare su un
placido fiume che mi portasse dolcemente con s. Alla foce vi era l'eternit. Non posso
dire che pensassi come penso ora, con una intensit che quasi visione: L c' Dio
che mi attende. No. Ma pensavo che quell'eterno giorno che si avvicinava mi avrebbe
dato la pace, perch ero gi arrivata al punto di sperare fortemente nella misericordia
di Dio. Quando un' anima spera fortemente nel Signore gi un bel pezzo avanti nella
via della salute. L'idea della misericordia di Dio porta con s fiducia, riconoscenza,
tranquillit, amore e umilt. Si riconosce di avere mancato e ci ci tiene nella santa
umilt, virt necessaria perch Dio operi in un anima. Si tranquilli perch, se vero
che ricordiamo le nostre mancanze, ci conforta per l'idea che Iddio Colui che vuole
misericordia e non sacrificio e che nel suo amore misericordioso ci perdona e assolve
se noi gridiamo a Lui la nostra speranza di assoluzione. Si riconoscenti perch, come
non potremmo esserlo con un cos benigno Padre che disposto a perdonarci fin da
prima che noi si pensi a chiedergli perdono? Proprio come un buon pap che si accora
delle colpe di un figlio, ma nel suo amore le scusa e anticipa col pensiero la gioia di
quell'ora in cui il figlio gli dir: Padre, io non son degno d'esser chiamato tuo figlio!, perch allora il padre buono potr dargli il bacio di pace che arde di esser dato.

102

Si fiduciosi perch quando sappiamo di doverci presentare a un Buono si ha sempre


fiducia, e qui sappiamo che ci presentiamo al Buono per eccellenza. Thtte queste cose
generano amore perch l'amore attira e genera l'amore, e quale amore potremmo
trovare pi grande di quello di Dio? L'amore infine predispone in noi l'anima a sempre
maggiore umilt, tranquillit, riconoscenza e fiducia. Sono virt che si completano
l'una coll'altra e mettono moto di ascesa nell'anima nostra come i diversi ingranaggi di
un orologio dnno moto alle sfere. Anche ora, dopo 23 anni, ricordo quel tempo come
un grande periodo di grande rassegnazione. Ora molto pi grande il mio cosciente
amore per la Croce e per il Dio della Croce. Ma appunto perch il mio amore ormai ha
raggiunto la vetta oltre la quale non si pu salire, a meno di non restare fulminati
dall'incendio della carit, la vetta sulla quale si gusta il Dolore come la pi grande
gioia, sulla quale si vede la Verit in tutta la sua pienezza, sulla quale ostia con l'Ostia
e ostia per l'Ostia ci poniamo volontariamente sulla croce - gridando con Jacopone da
Todi: O croce io m'appicco e a te m'aficco, ch'io gusti morendo la vita! Per te voglio
pasmare, Amor che io teco sia, Amor, per cortesia, fanme morir d'amore! - appunto
per tutto questo non ho pi bisogno di rassegnazione. Essa stata assorbita
dall'amore. Onde io non mi rassegno a soffrire e a morire, ma devo chiedere a Dio la
grazia di rassegnarmi a vivere e a non soffrire perch per me la morte vita, il dolore
gioia e d'altro non temo che d'esser schiodata dalla mia croce. L'ho chiesta, l'ho
avuta. Su essa voglio restare, su essa morire, con essa, come mia arma nobiliare,
voglio entrare in Cielo. Maria Valtorta morta da anni. Ora c' Maria della Croce. E
il mio feudo, la mia corona nobiliare, la mia ricchezza, e tutte le regge della terra, tutti
i feudi, le ricchezze, le corone mi sono nulla, un nulla tanto nulla che non lo guardo
neppure, rispetto a questo legno santo, a questa ricchezza di ferite, a questa porpora di
sangue, a questo feudo composto di un patibolo, a questa corona fatta di spine, a
questa agonia fatta di canto e di riparazione, a questo Tutto, tanto Tutto che su di esso,
con cura gelosa, tengo sempre fisso lo sguardo e che, con ancor pi geloso affanno,
tengo stretto contro me stessa perch non mi venga tolto il mio tesoro. Ges mi dice,
mentre insieme soffriamo sul legno: Non ti spaventare di ci che ancora hai da patire.
Sii fedele fino alla morte e ti dar la corona di vita. Conserva ci che hai affinch
nessuno prenda la tua corona. E io, guardandolo negli occhi amorosi, baciandolo
sulle labbra divine, bevendo le sue lacrime, nutrendomi del suo sangue, ritmando i
miei palpiti coi suoi, cuore contro Cuore rispondo: S, Signore, mio Dio, mio Redentore, mio Re e Maestro, si, mio Amore! Con la tua grazia sar fedele fino alla morte.
Grazie della gioia di soffrire. Stavo cos male che il colonnello pens essere giusto
dare al figlio l'estrema gioia di vedermi ancora una volta. Quel bravo uomo deve aver
pensato: Se Maria muore, mio figlio avr avuto l'ultima soddisfazione di poterla
salutare. Se campa, questo il momento di strappare a sua madre il consenso. E cos
accasciata che non reagir!. Poveretto! Si illudeva, e molto! Il buon uomo parl a
mamma nel salotto da ricevere, poi venne da me glorioso e trionfante, sicuro di aver
risolto tutto. Mi accarezz con vero affetto paterno e mi sussurr: Sii felice, guarisci.
Tutto a posto!. Eh! infatti!... Partito lui, venne mamma. Non mi assal di rimproveri
e fu gi molto col suo carattere. Ma spezz tutto. A me disse che lei non era contraria
in tutto, ma che dopo una malattia come questa voleva vedere se io guarivo bene prima di dare il consenso. Ero persuasa che agiva bene? Risposi di s. Esaurita come ero,

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mi bastava che lei non mi torturasse con una delle sue solite scene. E infine la sua
proposta era giusta. Dunque risposi di s. Allora mi disse che a Mario avrebbe scritto
lei e cos pure avrebbe combinato tutto lei col colonnello, ecc. ecc. Andava bene? S,
andava bene. Ero commossa da tanta inaspettata dolcezza e, con quelle poche forze
che avevo, ne ringraziavo, nell'intimo, il Signore. Le lacrime mi rigavano il volto.
Lacrime di debolezza, di gioia, di riconoscenza. Mamma mi disse: Ora per devi
dirmi con schiettezza a che punto siete, come avete fatto a scrivervi, quando vi siete
combinati, chi vi ha esortati a continuare. Io non rimprovero nessuno ma voglio
sincerit. Era troppo giusto, non le pare? Anche io, col salmista, dico: Ho avuto
fede e per questo ho parlato, ma sono stata oltremodo umiliata perch, pi ancora che
per la mia vice-superiora che aveva avuto dure parole, dovetti poi dire che con me tutti
erano menzogneri. Mi aprii con mamma, e con che frutto? Lei, al colonnello venuto il
giorno dopo, non so di preciso che cosa disse. Ma da quello che in seguito ho potuto
racimolare us il mio nome per dire che io intendevo essere lasciata in pace e
l'autorizzavo a fare le mie veci per rendere la parola a Mario, giudicando che era bene
fare cos, ora pi che mai, dato il mio stato che avrebbe potuto lasciare conseguenze. E
Mario fu liquidato. Il colonnello voleva parlare con me, ma mamma lo imped nel pi
fiero dei modi. Lei vede che tuttora io ho sempre... l'onore della sorveglianza materna
quando qualcuno con me. Mi pare di essere un carcerato nel parlatorio sotto la
vigilanza dei secondini... Ma ora sono al terreno e qualche volta mi riesce parlare a
quattr'occhi con la gente. Allora ero ad un secondo piano, in un appartamento dalla
porta sempre chiusa a chiave e catenaccio. Mamma non mi lasciava mai sola e non
usciva mai di casa. Perci non potei pi vedere il colonnello. Liquidato lui pure. Terza
nella liquidazione: la signora amica con la quale io e Mario ci eravamo confidati. Una
scena feroce e tutto fu finito col mettere per sempre alla porta quella signora. Quarta
fu l'amica di quella signora per tema che servisse da tramite. E cos via. Fuor che il
medico, non vidi pi nessuno, perch mamma signific a tutti che non riceveva pi
nessuno. Ci fece nascere molte dicerie nel vicinato, non ultima quella che io stavo
per avere un bambino... Quando dopo tre mesi mi alzai - perch volli alzarmi, ma
avevo ancora forti febbri e dolori - dopo soli otto giorni mamma mi port a
Montecatini. La casa di Viareggio l'avevamo venduta nel 1918, e poi Viareggio era
troppo frequentata da amici comuni di Mario e nostri... A Montecatini dunque, con la
scusa di farmi cambiare aria e di fare lei la cura delle acque. Ma la realt era che
nell'appartamento non mi poteva certo tenere murata per sempre, e col luglio Mario,
ormai ufficiale, veniva a Firenze in licenza... A Montecatini voleva anche farmi fare
non so che stregoneria per levarmi Mario dal cuore. Mamma a certe cose ci crede...
Ma io mi ribellai. Ho una paura nera di simili arti... Restammo a Montecatini 50
giorni. Il tempo necessario per essere sicuri che Mario era ormai imbarcato e suo padre
ai fanghi di Salsomaggiore o di altra stazione termale. Dovetti rimanere sempre chiusa
in casa per i rimanenti giorni fino al 20 settembre, giorno in cui partimmo per Reggio
Calabria. Pi lontani di cos!... Mamma non aveva mai accettato l'invito dei parenti per
andare l. Ma ora le tornava comodo e ci fece partire. Firenze non era propizia al suo
giuoco. Pap poteva incontrare Mario o il colonnello, e mio pap ubbidiva alla moglie
finch era lei presente, poi, anche senza volere, dimenticava le raccomandazioni di lei
e diceva quello che lei gli aveva imposto di non dire. Io non potevo rimanere sempre

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reclusa. Dunque... via tutti. Cosa questa che sempre pi accredit il chiacchiericcio
che io dovessi avere un figlio. Umanamente parlando le dico che sarebbe stato meglio.
Avrei avuto la mia creatura e poi mamma, davanti a tale realt, avrebbe per sempre
deposto il suo despotismo. Non le sarebbe parso vero allora di sposarmi a Mario
Partimmo dunque senza lasciare indirizzi a nessuno. Solo il padrone di casa - il
medico - lo ebbe per via delle tasse. Ma mamma opin che di questo vecchio ci si
poteva fidare. Cos io, dal 17 marzo in poi, avevo messo il naso fuor di casa solo per
partire all'alba per Montecatini, per partire alle 23 per Reggio Calabria. Quando
tornammo da Montecatini erano le 22. Perci posso dire che dal 17 marzo io non vidi
pi le vie e le persone di Firenze.
In Calabria
Giungemmo a Reggio Calabria il 10 ottobre 1920. Ci eravamo fermati a Roma, a
Napoli, a Caserta per qualche giorno. A Reggio, nei vasti alberghi dei miei cugini,
trovai tante cose atte a distrarmi dal dolore cocente che avevo in cuore. Abitavamo
all'albergo-villa. Un vastissimo baraccamento (la citt cominciava appena a risorgere
dal terremoto del 1908) sparso in una tenuta vastissima. Vi era agrumeto, mandorleto,
frutteto, campi di fave, carciofi, finocchi, piselli, ecc. ecc., e giardini, giardini,
giardini. Poi, pi bella di tutti, una passeggiata che lungo l'aranceto conduceva ad un
chiosco, messo sullo sperone di una collina che scoscendeva a valle, fra un
accavallarsi di fichi d'India. Era un posto stupendo. Si dominava tutto lo Stretto e i
monti di Calabria. La citt si stendeva ai nostri piedi. Era il mio posto prediletto.
Andavo l col mio cane e un libro, fingendo di leggere. Ma non facevo che guardare il
mare, sul quale passavano sovente navi da guerra, oltre ai piroscafi mercantili, e
pensavo a Mario. Forse era su quelle navi e non sapeva che da quell'altura la sua amata
lo invocava con tutto il suo cuore. Quando mi era stato strappato, cosa aveva fatto?
Cosa aveva pensato? Si era immaginato che era tutta una macchinazione di mamma e
che io ero stata messa nell'impossibilit di parlare, di agire come fossi imbavagliata e
legata da dei malandrini, oppure mi giudicava una pazza, una malvagia, una senza
parola? Questi perch mi trivellavano cuore e mente, giorno e notte, come tanti tarli
trivellano un legno fino a farlo cadere in briciole. Lei forse si chieder: Ma costei non
poteva neppure ora scrivere? In un albergo si possono fare tante cose con maggior libert che in una casa. S, avrei potuto scrivere. Tante cose avrei potuto fare! Anche
ribellarmi dicendo: Sono maggiorenne e faccio quel che mi pare e che lecito fare
perch cosa onesta. Ma - e da questo consideri se sono stata figlia ubbidiente e
rispettosa o se non lo sono stata - ma non ho avuto la capacit di disubbidire e offendere mia madre. Ho fatto il mio dovere anche allora. Ho compiuto il mio sacrificio
anche allora. Ero cos spezzata, fra l'altro, che vegetavo senza nessuna energia. Vivevo
solo, intensamente, la vita intima. Nell'interno c'era tutto un lavorio di ricordi, di
pensieri, di rimpianti. Molto diversi per da quelli che erano scoppiati dopo il nefasto
5 gennaio 1914, origine di tutte le spine venute dopo. Perch, se mia mamma non
avesse conculcato allora il nostro legittimo desiderio, io sarei stata da tempo sposata;
Roberto, che non era tenuto al servizio militare (figlio unico di madre vedova) non
sarebbe andato volontario, non sarebbe morto; io sarei stata a Bari con lui; Mario non
si sarebbe innamorato di me; io non avrei avuto tutti quei dolori morali, non il male di

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cuore, non la lesione spinale... Ora soffrivo molto, ma era un dolore puro da ogni
febbre di senso, un dolore santo, privo di ogni impeto di ribellione. Il primo dolore mi
aveva staccata da Dio e dalla Legge di Dio gettandomi nella polvere. Il secondo
grande, ancor pi grande dolore che riapriva tutte le ferite che il tempo aveva
rimarginate - e le riapriva per opera della stessa mano materna che, sempre uguale a
distanza di anni, mi distruggeva la gioia per la sua comodit - mi riportava
completamente a Dio e mi univa a Lui. Nessun altro affetto mi restava nel mondo,
capace di saziare l'anima mia.Pap... era sempre pi un bimbo dominato da mamma.
Mamma mi era una nemica. Mario non l'avevo pi. Le Suore mi avevano respinta.
Altri buoni amici erano stati cacciati di casa. Pi nulla, pi nessuno. Solo Dio mi
restava per farmi da padre, da madre, da sposo, da amico, da maestro. Piangevo ai suoi
piedi, parlavo con Lui, mi facevo consolare da Lui, gli chiedevo umilmente di
prendermi per mano e condurmi sulla via che pi gli piaceva, perch ero smarrita e
capivo che da me sola non sapevo mai trovare la via destinata a me dalla sua Volont.
In poco tempo mia mamma, con la sua maniera autoritaria, si era attirate le antipatie di
tutti: personale di servizio, clienti, e parenti stessi. I suoi cugini - perch sono cugini di
primo grado con mia mamma - pi volte le avevano cantato, a chiare note, che quelli
non erano modi di fare n col marito, n colla figlia, n coi dipendenti. Figurarsi! Mia
mamma non ha mai voluto osservazioni da nessuno. Chi gliele fa diviene per lei un
nemico acerrimo. Perci vi erano gi state delle baruffe e non erano neppure due mesi
che eravamo l... Alla fine di novembre ce ne fu una pi... pepata del solito, e in
seguito a questa l'altro cugino mio mi volle con s all'altro albergo. Bisogna sapere che
molte delle dispute erano originate dal fatto che i miei cugini: Giuseppe, Amelide,
Emma, Normanna, non condividevano il modo di pensare e di agire di mamma a mio
riguardo. Allora gli altri cugini: Battista e Clotilde, mi avevano voluta con loro. Meno
ore ero con mamma e meno occasioni questa aveva di esercitare la sua sovranit
assoluta. Perci vi era speranza che vi fossero meno dispute in merito. Io perci
scendevo alla mattina verso le 8 all'altro albergo verso il mare, e risalivo all'albergovilla alla sera alle 20 e oltre. Cos, fuorch nelle ore notturne, stavo lontana. Mi
spiaceva per mio pap. Ma lui aveva trovato molti svaghi a Reggio ed era lui pure pi
contento. Mi spiaceva anche non avere pi modo di passeggiare per la tenuta e andare
al mio caro chiosco, da cui vedevo tanto cielo e tanto mare e mi trovavo isolata fra
piante in fiore e canti di uccelli. Mi spiaceva infine perch non avevo pi intorno gli
irrequieti e cari cuginetti dai sei ai tre anni, tre frugoli che mi si erano molto
affezionati. Ma tutto insieme non si pu avere. Con Clotilde, quella che m'aveva
accompagnata a Monza, io mi ci trovavo benissimo. Veramente io mi ci trovavo con
tutti, perch so molto adattarmi alle altrui idee. Abituata a vivere con mamma, trovavo
facile il convivere in ogni altro luogo. Furono venti mesi di serenit. Mi occupavo di
Memmo - un caro ragazzo decenne, unico figlio rimasto - lo aiutavo a studiare... Mi
pareva d'essere tornata al 1913 quando mi occupavo degli studi di Mario. Uscivo con
Memmo per belle passeggiate in carrozza o a piedi. Facevo compagnia a Clotilde,
lavoravo con lei che era bravissima nei ricami e merletti, leggevo. Clotilde aveva una
bellissima raccolta di libri. una donna molto colta e sa scegliere perci anche nei
libri i migliori per stile e per trama. Le ho detto che il buon Dio si servito con me di
tutti i mezzi per istruirmi nella sua legge e nel portarmi a Lui. Come per un dono

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speciale mi ha da bimba preservata da certe curiosit che i discorsi dei grandi


potevano acuire in me - gliel'ho detto a suo tempo -; come pi tardi, nell'Ospedale, mi
aveva dato un equilibrio cos perfetto per cui nei miei feriti io non ho mai visto l'uomo
ma sempre dei poveri bimbi malati; come per mezzo di creature e di avvenimenti mi
aveva riportata alla bella fede della mia prima giovinezza, dopo la fiera tempesta
passata dai 16 ai 20 anni; cos ora, servendosi di libri e specie di un libro, finiva di
attirarmi a S. Le ho detto che, purtroppo, non avevo mai potuto trovare un sacerdote
che io giudicassi un direttore d'anima. Confessori s, ma direttori no. Perci, uscita di
collegio, ero rimasta sola a guidarmi. Non pi esercizi spirituali, non pi prediche, pi
nulla. Ma Ges, anche se pareva assente, era presente e mi presentava le occasioni per
migliorare il mio animo. In quell'ora di tristezza di quell'inverno 1920-21, mentre, sentendo spezzati tutti i legami pi cari, mi accostavo sempre pi al mio Dio, ancora un
po' timidamente perch non sapevo fino a che punto si pu osare nella via dell'amore e
della confidenza, il mio Maestro mi dette una spinta potente con un libro. Non si
scanda Mia cugina aveva il permesso arcivescovile di leggere di tutto. Io allora non lo
avevo. Ora, da anni, ce l'ho. Ma ne uso ben poco. Allora non l'avevo e non avrei
dovuto leggere perci quel libro che sapevo all'Indice. Ma nella mia ancor debole
religiosit non ebbi tanti scrupoli e lo lessi insieme a tutti gli altri della collana. Gli
altri mi piacquero pi o meno. Ma mi piacquero come romanzi veri e propri, ossia
belle fole che si leggono per passare il tempo e che, una volta letti, lasciano il tempo
che trovano. Il Santo, invece, incise un segno indelebile nel mio cuore. E un segno
buono. Non entro in merito sul perch della sua condanna all'Indice. Sono cose che
non mi riguardano. Le supreme autorit che lo hanno condannato avranno avuto il loro
giusto perch. Io, anche ora, mi chiedo quale sia questo perch e l'ho chiesto anche a
molti sacerdoti, rimanendo per senza una spiegazione che mi accontentasse. Ma per
mio conto, e ho sentito dire la stessa cosa da altre persone, questo libro mi fece un
gran bene. Mi gett a piene vele sul grande fiume, sull'oceano, anzi, della misericordia
divina, e mi confort a sperare nei valori soprannaturali dell'espiazione del pentimento
che, come novello battesimo, ci rende nuovamente candidi e accetti a Dio. Il vedere il
progresso, le vittorie spirituali, l'elevazione di Franco nel regno dello spirito, mi dette
ala e lena per divenire audace nell'amore. Fino allora, al ricordo delle mie cadute, ero
stata sempre un poco paralizzata. Come una bimba che sa di averla fatta grossa e, pur
sapendosi perdonata, ancora intimidita al ricordo della sua marachella. Da oltre un
anno speravo fortemente nel Signore e nella sua misericordia. Ma ancora non osavo
dirgli: Io ti amo. Io mi consacro a Te. Io mi metto tutta al tuo servizio. Lo avevo
cosi addolorato il mio Dio... Fogazzaro mi convinse che nessuna colpa tanto grande
da non essere passibile di redenzione, che nessun ricordo di passata colpa deve
esserci ostacolo nell'avanzare nel Bene e che non bisogna fare al buon Dio l'offesa di
crederlo cos poco Padre da esser pi Giudice che Salvatore. ritenuto colpevole di
diffondere con le sue opere le idee del modernismo, che la Gerarchia ecclesiastica non
tollerava e che il papa Pio X condann nel 1907 con l'enciclica "Pascendi". In seguito
Fogazzaro fece atto di sottomissione alla Chiesa. Di poi ho trovato questa santa
dottrina negli scritti del Beato Claudio de la Colombire e soprattutto in quelli di Suor
Benigna Consolata Ferrero, che altro non sono che dettati di Ges. Ma per oltre due
anni, chi mi lanci nel gran mare della Misericordia divina fu il Fogazzaro col suo

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Santo. Penso talora che per il bene che quel libro ha fatto alla mia e ad altre anime
ferite come la mia, timorose come la mia, Iddio avr dato a quello scrittore la sua pace.
In aprile del 1921 mamma dovette pensare a tornare a Firenze. Era stata emanata una
legge che proibiva di tenere appartamenti senza abitarli. Perci o tornare a Firenze o
trasportare mobili e domicilio a Reggio. Io non avevo nulla in contrario a stabilirmi in
Calabria. Anzi avrei voluto farlo. Capivo che con Mario era proprio finita e solo l'idea
di tornare a Firenze, dove tutto mi ricordava e Roberto e Mario e tutti i miei dolori
passati, mi faceva terrore. A Reggio mi era pi facile cercare di superare la rete dei
ricordi. Cos triste quella rete che si vorrebbe rimbecillire per non ricordare pi. E
poi a Reggio ero amata dai parenti e difesa. A Firenze sarei ricaduta nella mia
solitudine e nella mia miseria di affetti. Mamma, a sua volta, avrebbe voluto rimanere
a Reggio essa pure. Unica volta nella vita che io e mamma desiderammo la stessa
cosa, per quanto per motivi diversi. Per mamma tornare a Firenze voleva dire risicare
incontri col colonnello e con suo figlio. Incontri deprecabili se li facevo io: non si sa
mai! Avrei potuto mettermi d'accordo coi due e allora... E in casa prigioniera non
poteva certo tenermi di continuo. Incontri odiosi se avvenivano fra lei e gli altri,
perch non c come l'avere agito male, con una certa persona, per farci cercare di
evitare di incontrarci con lei, tanto il vederla, anche il solo vederla, ci desta la voce
della coscienza che rimprovera. Ma mio pap, che aveva a Firenze tanti amici, militari
come lui, non volle assolutamente cedere. Anche qui, per la prima volta, si verific il
fatto strabiliante di pap che comandava il suo volere. Con un capriccio di vero bimbo
cocciuto disse che se noi non andavamo partiva da solo, ma lui a Reggio non ci stava
per sempre. Perch? Mah! A Reggio stava benone, si divertiva, non spendeva nulla e
avrebbe continuato a non spendere, perch negli alberghi le persone non bastano mai
per sorvegliare le cameriere e i camerieri, cuochi, ecc. ecc., e i nostri cugini ci
pregavano di rimanere per aiutarli nella sorveglianza. Dunque ne aveva anche un utile
finanziario. Ma non cedette. Supplicai pap che per amor mio non tornasse a Firenze:
io non ci potevo tornare, avrei sofferto troppo. Terzo fatto unico e inusitato: pap, che
mi accontentava sempre, che mi voleva sempre con lui, mi rispose: Tu resta pure. Io
e mamma si va via. Nulla gli fece cambiare idea. Mamma era sulle spine... Poi si
decise. Posto che Clotilde le diceva che mi avrebbe tenuta con s tanto volentieri, io
sarei rimasta laggi e loro due sarebbero andati a Firenze. Pur di evitare che io potessi
incontrare Mario, si decise a tenermi lontana... A tanto pu spingere un'idea fissa.
Dopo avermi sepolta sotto una valanga di guai: guai se tu scrivi al colonnello, guai
se tu scrivi alla nonna di Mario, tre volte guai se scrivi a lui, guai se ti metti in
relazione con chicchessia fra i clienti dell'albergo, gai, guai, guai... part. Non sarebbe
certo partita se avesse saputo che io il 14 marzo avevo ricevuto una illustrata di Mario,
indirizzata a Firenze e respinta a me dal padrone di casa, dove Mario aveva scritto
queste sole parole: Finch io viva ed oltre.... Era stato il pi bel regalo per il mio 24
compleanno. Mi aveva fatto piangere tutto il giorno, ma di commozione, perch
capivo che Mario mi amava ancora. Clotilde mi aveva detto: Ma rispondigli, sciocca.
Fatti la tua vita. Ma io non avevo pi coraggio di tentare per la terza volta, con la
convinzione di fare un terzo disastro. Insomma il 21 maggio pap e mamma partirono.
Io rimasi con Battista, Clotilde e Memmo. La mia salute, nonostante le delicate cure
che i cugini avevano per me da ormai otto mesi, non migliorava punto. Il dispiacere mi

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distruggeva piano piano come lo pu fare un tumore maligno. Deperivo, impallidivo e


mi sentivo sempre pi indebolire. Col venire del caldo intenso, in giugno, declinai del
tutto. Non vivevo pi che di tazze di caff freddo e frutta. Non potevo mangiare altro.
Dormire mi era impossibile. Alla mattina ero un povero straccetto dagli occhi arrossati
dall'insonnia, con un grande bisogno di sonno che mi pesava sul cuore, ma che non
diveniva mai sonno per davvero. Mi alzavo prestissimo e andavo in giardino a
respirare l'aria fresca e profumata dell'alba estiva. Poi in carrozza si andava, io e
Memmino, al mare. I miei cugini avevano una vasta cabina, quasi uno chalet, molto
comoda e bene arredata. Una bella veranda la ornava, e questa era gi sopra le onde di
zaffiro del bel mare di Calabria, di quell'azzurro intenso, quasi irreale, che proprio
dei mari del meridione. Mentre Memmino faceva i suoi bagni coi cuginetti e altri
amici della sua et, io stavo sulla veranda, semisdraiata su una poltrona. Non leggevo,
non lavoravo; stavo l ad occhi quasi sempre chiusi perch mi pesava fino a guardarmi
intorno, staccata da tutti e da tutto, unita solo a Mario lontano. Delle volte ero cos
sfinita che pregavo Memmo di buttare a terra, sulla stuoia che copriva la cabina,
accappatoi e cuscini, e mi buttavo l, nell'ombra, come un povero cane ammalato,
ritmando i miei tristi pensieri sullo sciabordio dell'onde contro la riva e contro i pali
che sorreggevano la cabina. La febbre, che del tutto non era mai scomparsa, ma che si
era ridotta nei mesi invernali a poche linee, ora tornava pi forte: 37,8 - 38. Si era
riacutizzato il dolore spinale e nel lato destro dell'addome, il cuore faceva il matto pi
che mai e mi era venuto anche un mal di gola inguaribile e tosse. Clotilde era
impressionata. Mi chiese se avevo avvertito i miei. No. Non avevo scritto nulla. A che
pro? Mi chiese se doveva avvertirli lei. Le risposi di no. Se morivo tanto meglio. Le
chiedevo scusa di darle quella noia, ma per l'amore che mi voleva, un vero amore di
mamma, mi lasciasse morire in pace, vicino a lei che mi voleva bene. Clotilde mi
accontent. Nel mio decadimento fisico, per, si faceva pi intensa, viva, vivida la vita
psichica. Pi tutto quanto era materia si sfasciava in una rovina sempre pi intensa, e
tanto pi una sensibilit, una lucidezza delle forze psichiche si accentuava. Le ho
narrato a suo tempo che fin dal 1910 io ero soggetta a strane premonizioni che erano
per me un vero tormento. Nel sonno, brani di futuro o avvisi e consigli per le
contingenze della vita venivano a me dai regni del mistero. Anche quel sogno del 1916
faceva parte di queste manifestazioni. Ma era sempre nel sonno. Ero un temperamento
molto sensibile, vibratile, direi, ai pi lievi tocchi di correnti provenienti da altre, dir
cos, stazioni trasmittenti. Per cui avvertivo con esattezza se un dato essere era o non
era buono. Le mie cosiddette antipatie o simpatie erano e sono sempre
convalidate dai fatti che vengono poi. ultra difficile che io sbagli. La prima
impressione che ricevo di solito esatta. Solo un due volte nella vita sono caduta in
errore. Dicono i competenti che questo dipende da un complesso di cose che ci
rendono come antenne riceventi. Sar benissimo. Non ci discuto e passo oltre, solo
aggiungendo che di essere cos perspicace e sensibile, cos antenna ricevente, ne avrei
fatto volentieri a meno!... Ora, in quell'inizio d'estate 1921, non occorreva che io dormissi per avvertire fatti strani. Avevo la sensazione che dalle mie dita partissero come
lunghi, lunghissimi fili lanciati nello spazio, e che questi fili si fossero agganciati ad
altri consimili, partenti da Mario mio. Non solo, ma oltre a sentire che i nostri spiriti si
erano fusi in una comunione che nessun ostacolo o malvagit umana poteva impedire,

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io sentivo che la distanza si raccorciava sempre pi e che, come se io avessi alato un


cavo a bordo di una nave, i fili si raccoglievano in me dopo esserne partiti alla ricerca
di lui, trascinandosi dietro il mio Mario. Ho portato dei paragoni umani per spiegare
una sensazione dello spirito. Ma avevo proprio quell'impressione di fili partenti da me
e tornanti a me, dopo averlo trovato, portandomi lui. Erano forse le potenze dell'anima
che si sprigionavano in raggi, per l'etere, a cercare l'anima di lui, a dirgli che morivo
desiderandolo? Mah! Chiss! Sono misteri che finch viviamo non conosceremo mai
esattamente. Noti che io non avevo risposto alla illustrata di Mario. Verso la fine di
luglio - potrei dirle la data ma mi pesa aprire quel cofano dove sono tutte le lettere di
Mario, dei parenti suoi e di mia mamma in riferimento a Mario stesso, lettere che ho
sempre conservate e che sono la prova irrefutabile che le cose sono andate come le
descrivo io - ricevetti una lettera della zia di Mario che stava per entrare in un
convento di clausura. Questa zia scriveva salutandomi e dicendomi tante cose
affettuose e gentili anche a nome di sua mamma, la vecchia nonna che mi aveva gi
considerata come una nipote. Mi diceva anche: Prega e vedrai che Ges ti far
contenta e conoscerai la gioia. La buona Gabriella alludeva a una cosa, ma io, che
non sapevo il resto che si preparava, credetti che ella parlasse di un'altra, tutta spirituale. Lei mi chieder: Come faceva questa zia a sapere dove era lei?.
Semplicissimo. A Pasqua Mario era stato a Firenze in licenza e aveva... grattato la
pancina al padrone di casa il quale, come una cicala solleticata nell'addome, aveva
cantato, dicendo dove eravamo, non solo, ma dicendo che presto mamma e pap
sarebbero tornati a Firenze ed io sarei rimasta l. Tutto quello che mamma temeva
fosse detto e si era raccomandata di non dire, il proprietario lo disse. Se lo fece per
imprudenza, per smemorataggine data dall'et, o volutamente, giudicando non essere
giusto l'operato di mamma, non lo so. Non ho mai chiesto nulla in merito. Il certo
che Mario fu reso edotto di dove ero e che sarei presto rimasta l sola. Risposi alla zia
Gabriella ringraziandola del suo buon ricordo e pregandola di salutare la nonna e
pregare, dal suo convento, per me. E basta. E credevo fosse tutto finito. Il cinque
agosto, mentre si era a tavola per il pranzo - erano le due pomeridiane perch negli
alberghi i proprietari usano mangiare o prima o poi dei clienti e i miei cugini
pranzavano sempre dopo gli altri - il cinque agosto venne il cameriere ad avvertire mio
cugino che un ufficiale di marina desiderava parlargli. Nulla di strano, vero?, che in
citt di mare prossima a basi navali potessero arrivare degli ufficiali di marina. Ne
arrivavano sempre all'albergo! Pure io sentii che era lui. Balzai in piedi, lasciando in
asso il caff che aveva costituito il mio cibo, e scappai. S, Padre: scappai. Glielo
scrivo ben chiaramente perch legga bene. Corsi a rifugiarmi in camera mia, mi chiusi
dentro a chiave. Perch? Perch la gioia mi soffocava, perch avevo paura di non
sapermi contenere al cospetto degli altri, perch nella gioia e nel dolore ho sempre
avuto un grande pudore e non ho mai voluto sciorinare i miei pi intimi sentimenti
sotto occhi di altri. Piangevo e ridevo insieme, pregavo, benedicevo Iddio, mi sentivo
morire e rinascere ad ogni palpito del mio cuore che balzava come uno spiritato nel
mio petto. Ero certa, certa, certa che Mario era venuto, che quell'ufficiale non poteva
essere che lui; ero felice, felice, felice perch era venuto, perch mi aveva amata al
punto di non credere alle bugiarde parole che gli erano state dette. Oh! perch non si
pu fermare la vita e certe ore? Non avrei neppure voluto passare ad un'ora ancor pi

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piena di gioia. No, avrei voluto fermarmi a questa, a questa sola... Sal mio cugino a
dirmi, attraverso la porta chiusa, che era proprio Mario e che scendessi. Col fiato
mozzo risposi che lo avrei fatto non appena avessi capito di reggere a quella gioia. Il
dolore una mazzata che ci spezza quando si abbatte improvviso su noi; ma anche la
gioia non lo di meno. Capisco benissimo che si possa morire in un'ora di gioia,
fulminati da essa. Scesi finalmente con le gambe tremanti. Egli era in un salottino ai
piedi della scala... Non so ancora se gridai, se tacqui, se corsi verso lui o lui verso me.
Non so nulla. Quando cominciai a capire mi trovai fra le sue braccia. Pi tardi, giorni
dopo, Memmo mi disse: Abbiamo creduto che tu morissi!. Mario era venuto per
chiarire le cose. Si era presentato lealmente ai cugini, aveva chiesto loro se a loro
risultava che io avessi ancora dell'affetto per lui. Se questo affetto esisteva egli si
sarebbe fatto annunciare a me. Se invece, come mamma mia aveva detto, io non
pensavo a lui e non volevo saperne di lui, egli sarebbe ripartito senza neppure tentare
di salutarmi. Disse che non poteva capacitarsi che io avessi agito di mia iniziativa
come mamma aveva detto e che voleva, da persone rette e coscienti e che mi volevano
realmente bene, sapere la vera verit. Saputala, aveva detto di chiamarmi. Rimase
poche ore... Ore di sogno la cui luce solare rimasta chiusa in me, la cui dolcezza non
superata altro che dalla dolcezza delle gioie soprannaturali. Mi consegn la lettera
che aveva scritto il 14 marzo e che poi non aveva spedita per tema cadesse nelle mani
materne. Ce l'ho ancora quella lettera. Le ho tutte. Mi assicur del suo costante affetto,
dell'affetto di tutti i suoi per me. Mi disse che ora egli partiva per Costantinopoli come
addetto alla Squadra Internazionale che presidiava allora gli Stretti turchi. Ma che
partiva felice. Io intanto scrivessi a mamma. Con 990 chilometri fra di noi mamma
non poteva sbranarmi. I cugini fra l'altro mi avrebbero aiutata. Avremmo vinto noi. A
Natale, a Capodanno al massimo egli sarebbe venuto per il fidanzamento ufficiale e in
capo a un anno - doveva stare un anno a Istambul - ci saremmo sposati. Se mamma
voleva, bene; se no, non occorreva. Ormai avevo 25 anni ed egli era gi in carriera e
col non indifferente capitale di 300.000 lire, pi una villa a Roma e una a Moncalvo
Monferrato. Perci non c'era da preoccuparsi di nulla. Se mamma pensava lei al
corredo, bene; se no ci pensava sua nonna, la quale era pi che contenta di aprirmi il
cuore, le braccia, la borsa. Restammo insieme sempre durante quelle ore. Parte del
tempo, e finch folgorava il sole, in albergo; dopo in carrozza sotto la... protezione del
fido cocchiere dei cugini; poi da capo in albergo fino alle 24, ora in cui andammo io,
Clotilde e Memmo ad accompagnarlo alla Stazione... A me rimase l'incarico di
scrivere a mamma. E l ho sbagliato. Clotilde mi disse: Scrivi, a bruciapelo, che ti sei
fidanzata e che entro un anno ti sposi. E basta. Tua madre un tipo irragionevole,
perci inutile tentare di persuaderla con le buone. Occorre metterla davanti al fatto
compiuto. Io poi, e Battista con me, scriveremo dicendo il resto. Dovevo darle retta.
Ma ero una figlia troppo rispettosa. All'alterigia, unica arma da usarsi coi prepotenti
per mettermi a terra, preferii usare la buona grazia. Risultato? Anatemi, scomuniche,
maledizioni, geremiadi a non finire. Quelle lettere le ho tutte e se vuole gliele faccio
leggere. Poi, non bastando questo, senza sentire il mio grido di supplica perch
comprendesse che avevo diritto all'amore come lo aveva avuto lei, si rec dal
colonnello, trascinandosi dietro quel povero uomo di mio padre, il cui compito era
solo quello di dire di s e di no come una marionetta alla quale mamma tirasse un dato

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filo. Vi deve essere stata di certo una disputa tanto violenta che il colonnello ad un
certo punto trov opportuno troncare mettendo alla porta mia mamma e il suo troppo
debole marito. Altri anatemi e scomuniche e geremiadi a me che avevo causato
quell'affronto, ecc. ecc. ecc.. Ma io, da lontano e con l'appoggio dei cugini, avevo un
coraggio da leone e resistevo. Intanto rifiorivo miracolosamente. Lo avevo promesso a
Mario. Come pianta langnente per l'arsura e che una pioggia beneica irrora, io
riacquistavo vigore giorno per giorno. La speranza mi rianimava, la gioia mi nutriva.
Potevo da capo nutrirmi; se anche non dormivo, non erano per pi quelle notti
tormentose di affanno. L'amore mi ritemprava tutta, il nostro amore cos fedele e
puro... Per tutto agosto, settembre, ottobre dur il carteggio con mamma. A tutti i suoi
ostacoli io contrapponevo i miei controostacoli. La dote non me la voleva dare? Non
occorreva. Non mi voleva fare il corredo? Non occorreva. Era una pazzia e m'avrebbe
dato la morte? Sarei morta in un'ora di gioia: per intanto guarivo. Mario non era uomo
serio? A me aveva dato la pi bella prova di seriet. Mario era stato un subdolo e si era
presentato a me per sorprendermi e sedurmi? Niente vero. Prima che con me aveva
parlato coi cugini. E cos via. Mario aveva scritto a sua volta, ma mamma non aveva
risposto. Anzi nella collera aveva strappato la lettera e l'indirizzo. Vedendo che nulla
vinceva n me n lui, mamma torn al suo metodo prediletto. Ho letto una volta nel
libro di un giurista che i delinquenti tornano sempre a compiere i loro delitti con lo
stesso sistema. Ognuno ha il suo metodo e la polizia si basa sui particolari, sempre
uguali, per riconoscere un dato delinquente. Senza essere dei delinquenti di fatto che
uccidono, rubano, tradiscono materialmente, ecc. ecc., lo si pu essere anche
moralmente, perch chi uccide un cuore, chi ruba una gioia, una pace, una riputazione,
chi tradisce una fiducia non da meno di chi uccide una vita, di chi ruba una somma,
di chi tradisce la patria. Delitti impuniti che solo Dio vede, ma non per questo meno
delitti! Chi li compie segue sempre un metodo suo proprio. Mamma us il suo ed io,
oca perfetta, ci cascai, e Mario... mi fece compagnia. Alla fine di ottobre, dopo aver
ricevuto una lettera ben chiara di Clotilde, mamma finse di arrendersi e di rassegnarsi
e mi chiese l'indirizzo di Mario. Clotilde mi disse: Non glielo mandare. Ma potevo
io non mandarglielo? Non era bello e giusto che quei due, da me diversamente ma con
la stessa intensit amati, si intendessero? Continuare la guerra voleva dire non avere
benedizione materna sulle mie nozze. Potevo volere ci? Mandai perci l'indirizzo. Da
Firenze a Istambul la posta ci teneva circa una settimana, come ce ne teneva altrettanto
da Istambul a Reggio. Orbene, confrontando le date si vede, con evidenza innegabile,
che mamma scrisse a Mario, lui rispose e contemporaneamente scrisse a me una
lettera che tutta una protesta di affetto e termina cos: Mario tuo, sempre tuo,
completamente tuo, eternamente tuo. Mamma torn a scrivere... e Mario non scrisse
mai pi. Cosa gli disse? Solo lei, lui e Dio lo sanno. Una volta, or sono otto anni,
mentre io ero ancora mezzo intontita da una crisi con delirio, udii mamma dire a una
signora presente: Ah! signora Ida! Cosa ho mai fatto con lo scrivere quella lettera!.
Non creda che ho capito male io. La signora Ida, interrogata da me il giorno dopo, mi
ha confermato quella frase di mamma. Mario non mi scrisse pi, mai pi, mai pi. Io
avvertii quello stesso fenomeno che mi aveva notificato il suo arrivo, ma in senso
contrario. Verso la fine di ottobre sentii allontanarsi sempre pi quei fili misteriosi e
poi spezzarsi. Lo dissi a Clotilde ma lei mi dette un po' su colla voce. Mario scriveva

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ancora ed era cos affettuoso. Perch credere a certe bubbole? Ma quando dopo la sua
lettera del 6 novembre, ricevuta da me il 13 novembre, egli non scrisse pi, Clotilde
rimase perplessa. Mamma si denunci da s fin da allora perch non mi parl pi di
Mario... Io, per consiglio di Clotilde, continuai a scrivere a lui come niente fosse. Ma
le mie povere lettere non ebbero pi risposta. Giunsi cos fino alla mattina del 24
dicembre. A sera doveva esserci un grande pranzo. Io e Clotilde eravamo intente a
preparare i fiori, le coppe, ecc. ecc. Arriv un ufficiale di marina. Era di passaggio.
Doveva andare a Roma per sposarsi. Chiese se nonostante l'ora (erano le 10 e mezzo)
avrebbe potuto avere una minestrina e un uovo, magari solo quello, perch proveniva
da Taranto e lungo la desolata linea del Metaponto non aveva potuto mangiare nulla.
Mentre egli attendeva che la minestrina cuocesse, mia cugina, che era ansiosa di avere
notizie di Mario, il cui silenzio impressionava e le mie asserzioni che tutto era finito
per colpa di mamma scuotevano, chiese a questo ufficiale da dove venisse. Lo
chiedeva a tutti gli ufficiali di marina. Egli rispose che veniva dalla Thrchia, dal mar
Nero precisamente, perch allora il mar Nero era tutto sotto controllo della Squadra
Interalleata. Ah, s? E a Costantinopoli non c e mai stato?. S, anche di recente,
perch le nostre torpediniere vanno avanti e indietro e spesso attraccano a Istambul.
E conosce il tenente di vascello Mario Ottavi?. Chi? Ottavino? Ma sicuro! E di
poco pi grande di me e ci conosciamo fin dagli anni dell'Accademia. Che fa ora?
Sta bene? lui pure a Istambul?. S. Lui anzi, sempre a Istambul essendo sulla
nave ammiraglia. Lo conosce, signora?. S. stato qui nostro ospite. Non disse
altro Clotilde, altro fuorch ospite, per dar modo all'altro di parlare liberamente. Io ero
in una saletta attigua. Sentivo ma non ero vista dall'ufficiale, il quale credeva esser
solo col cameriere e con la proprietaria. Clotilde insistette: Ora come sta? Prima ci
scriveva, ma ora e tanto che sta zitto.... L'ufficiale sorrise e dette bonariamente le
spiegazioni richieste. Ma che le devo dire, signora? Mario era tanto serio, assennato.
Non so... credo fosse in relazione con una signorina e con serie intenzioni... Cosa sia
successo non so perch, come le ho detto, io vado e vengo da Istambul. Ma altri
colleghi mi hanno detto - sa, le nostre chiacchiere - che da due mesi Mario totalmente cambiato. Prima ha avuto giorni neri in cui era intrattabile con tutti, lui cos
bonaccione... Poi... poi si sta rovinando con una donna, una russa, un regalo che ci ha
fatto la rivoluzione comunista. Lei si dice titolata e fuggita per scampare alla morte.
Ma io credo che sia una avventuriera. bellissima, ma anche corrottissima.
S'immagini, ecc. ecc. ecc.. Le risparmio, Padre, i particolari non adatti per me a
scriversi e per Lei a leggersi... L'ufficiale concluse: Povero Mario! O diventato
pazzo, oppure lo hanno fatto diventare pazzo con qualche cosa che noi non sappiamo.
E creda che me ne spiace, perch era un bravo ragazzo!.... Padre, non ha mai provato
lo spasimo che si prpva quando su una vasta bruciatura scoli dell'acido? Io si, una
volta. un dolore che fa drizzare nervi e capelli. Io quella mattina ho provato quel
dolore... ma era l'anima bruciata su cui si rovesciava dell'acido... Ecco l'opera di mia
mamma. Io sacrificata e lui rovinato. A sera mi venne un febbrone. Tutti gli ospiti mi
complimentavano per il magnifico colore che avevo quella sera. Sfido io! Mi
facevano dei ditirambi sugli occhi splendenti con cui li guardavo. Altro che
splendenti! La febbre li rendeva fosforescenti. E mi chiedevano se ci proveniva dalla
notizia dell'imminente arrivo del promesso sposo... Senza volere, delle volte si

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crudeli coi nostri simili. Quelle degne persone coi loro complimenti e le loro domande
e allusioni erano crudeli. Ma non sapevano niente e perci non sono colpevoli. Erano
come bimbi che parlano senza sapere... Io volevo scrivere subito a Mario e a sua
nonna. Ma Clotilde e suo marito mi dissero: Aspetta. Sar un attimo di smarrimento.
Aspetta. Aspettai. Per a lui non scrissi pi. Piansi, pregai, perdonai. Perdonai a lui
di cui capivo il dramma che viveva. E perdonai a mamma che capivo essere autrice di
quel dramma. Ho sempre perdonato, per me stessa, il male ricevuto. Se ne persuada.
In gennaio ripresi la spagnola. Era quell'ultima terribile epidemia di spagnola nella
quale perse la vita Benedetto XV. Mor anche mia cugina Normanna, quella
dell'albergo-villa, lasciando quattro orfanelli di cui il pi piccolo di sette mesi. Quei
bimbi mi impedirono di sentire troppo acerbamente la mia nuova, duplice pugnalata.
Dovetti occuparmi di loro per qualche tempo e ci mi teneva su. Quando ho una
missione mi tuffo in quella con tanta foga che ogni altra cosa diviene meno importante
al mio cuore. E poi speravo... speravo... Non potevo rassegnarmi che Mario, che si era
mostrato cos fiducioso in me e cos fedele, avesse potuto d'un tratto divenire infedele
e non fiducioso. Lo scusavo perch pensavo che chiss mai che gli aveva detto mia
mamma per staccarlo da me. Ma non potevo capacitarmi che egli avesse potuto
credere alla menzogna che certo gli era stata detta. E speravo che dopo il primo tempo
d'ira si sarebbe reso capace di capire il tranello. Ho aspettato fino al maggio. Sei mesi
sono sufficienti per ragionare e giungere alla luce, e vedere le cose nella loro realt. E
sono anche sufficienti per esaurire un capriccio. Certi amori di vizio hanno corta
durata. Nell'ultima lettera che gli avevo scritta e che egli doveva aver ricevuto per
Natale io, oltre agli auguri, gli avevo raccomandato di non farmi pentire di aver avuto
fede in lui e di avergli affidato, donato il mio cuore. Ricordo che, quasi dettate da uno
spirito onniveggente, io gli scrivevo queste frasi: Tu sai quanto sforzo ho dovuto
compiere per ottenere che questo nostro amore avesse vita. Non lo dimenticare mai.
Non ti dico di vivere come devo vivere io che sono una donna, la tua donna. Ho tanto
buon senso da sapere che ci sarebbe impossibile. E siccome non voglio obbligarti a
dirmi delle cose non vere, cos non ti chiedo di darmi la tua parola d'onore di vivere
come debbono vivere dei consacrati in un chiostro. No. Mai tu devi essere insincero
con me come mai io sar insincera con te. Tutto io ti potrei perdonare, tutto, ricordalo,
ma non la mancanza di sincerit in me. Essa mi direbbe che tu non mi conosci ancora
e non mi ami completamente. Perch se mi amassi a fondo e mi conoscessi a fondo
sapresti anche che il mio amore per te cos completo e perfetto che assomma in s i
caratteri di un amore di madre, di sorella, di amica oltre che di sposa. E tu lo sai che
una vera mamma perdona tutto, una vera sorella indulge a tutto, una vera amica
comprende tutto. Non mi recare mai l'offesa di essere meco insincero e senza
confidenza. Io amo il tuo cuore pi ancora che il tuo corpo, lo sai. E il tuo cuore non
deve avere segreti per me. Cerca di vivere in modo che il confidarti con la tua Maria
non ti abbia ad esser faticoso. Vivi in una citt dove tutti i pericoli pi insidiosi sono
radunati e condensati per tendere lacci ad un uomo, specie se giovane. Ma tu sappi
liberarti sempre da tutti i tentacoli di un piacere che sappia renderti talmente schiavo
di s da trascinarti al fondo, nel fango... Te ne vergogneresti troppo, dopo, non per me
stessa ma per te, per la tua dignit di uomo. Sii sempre un uomo, Mario, e non solo un
maschio. Sappi rimanere libero e forte, in piedi, anche in mezzo a tutte le canzoni

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delle sirene che tentano in mille maniere l'anima maschile. Lo farai, vero? Per te, per
la tua carriera, e per me di cui tu sei il Bene, la Speranza e la Vita. Ma se, per un
deprecato caso, tu fossi gi soggiaciuto... oh! allora vieni, vieni pi di prima a me.
Piangeremo insieme ed io ti guarir e ti render alla vita, di nuovo libero e forte,
perch un cuore di donna, veramente amante, ha in s tutte le medicine per guarirvi
dalle malattie della carne e tutte le indulgenze per assolvervi dalle debolezze dello
spirito. Lei dir: Come fa a ricordarsi dopo tanti anni di quanto gli scrisse allora?.
Oh! ricordo, ricordo! Nello sfacelo generale del mio corpo rimane forte, unicamente
forte, la memoria. Ricordo tutto, anche le cose pi insignificanti. Potrei non ricordare
queste che ho ripetute in me, col pensiero, migliaia di volte? Potrei ridirle tutte le
lettere che gli scrissi. Esse sono incise nella mia mente come su un disco fonografico,
cos come le lettere di lui sono incise nel mio cuore. Le ho vicine al mio letto, ma non
le guardo neppure. Non ne ho bisogno. Esse sono tutte scritte nel cuore e non ho che
guardare nel mio interno per leggerle. In capo a sei mesi di silenzio suo, scrissi a sua
nonna dicendole quanto era accaduto e finivo cos: Per la mia dignit ora trovo che
bene porre fine a questo disgraziato amore. Non giudico e non condanno Mario. Mi
spiace solo che la sua bella giovinezza si avvilisca cos in un legame indegno. Ma
cos. Finch Mario fu un ragazzo fu perfetto; fatto uomo ha seguito la regola. Triste
regola che causa di tanti errori. Dio lo perdoni come io gli perdono. Gli faccia sapere
che gli rendo la sua parola, che egli del resto si cos miseramente ripresa, e che se lui
non seppe essere fedele io lo sar per lui e per me, e se non potr occuparmi di lui
come creatura di carne mi occuper di lui come anima pregando per il suo bene,
perch nonostante tutto, pur rendendogli tutta la sua libert, per mio conto io
continuer a considerarmi la sua sposa fedele. Padre, le ho detto che quando mi fu
tolto Roberto credevo non si potesse soffrire di pi. Ma nel 1921 soffrii molto di pi.
Da quella mattina del 23 dicembre 1921 fino a... fino a quando? Fino a sempre finch
io vivo, io porto questa pena confitta nel cuore. Ed tanto pena che resiste e sussiste
pur fra la gioia della mia dedizione a Dio. Come capisco il dolore di Cristo per il
tradimento dell'apostolo infedele! No, non c' nulla che superi il dolore che ci d un
tradimento, il tradimento di uno che amammo e stimammo. La morte che ci leva uno
da noi amato non nulla in paragone di questa mala azione che avvilisce in noi la
stima fino allora avuta di un essere caro e che scaglia al suolo, a infrangersi nel fango,
il dono stesso del nostro cuore che viene vilipeso e tradito. E un dolore che spreme
sangue dalle fibre e ci macina come puo farlo una mola. Ci annichilisce. Colui che
muore lo possiamo seguire, col pensiero, nei regni dell'al di l; colui che muore non ci
abbandona: da altri regni ci veglia, ci segue, ci protegge, e il suo spirito, libero dalle
costrizioni della carne, pu ancora venirci vicino come un angelo tutelare. Ma colui
che ci tradisce perduto per noi. Egli stesso si ritira portando seco il suo cuore che
seppe divenire per noi coppa di fiele, egli se ne va con un insulto, calpestando
nell'andare il nostro cuore che invano sotto ai suoi piedi tenta un ultimo appello di
piet. Perduto, perduto per sempre colui che alla nostra fiducia, alla nostra stima, al
nostro amore infligge la tortura e l'offesa schiaffeggiante di un tradimento e di un
abbandono immeritato. Colui che muore non cessa di amarci ma anzi ci ama con maggior perfezione dall'altra vita: il nostro amore continua con un caro estinto. Ma colui
che tradisce non ci ama pi. Se ne va con tutto il suo io e noi restiamo soli ad amarlo...

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Perch - pare impossibile ma cos - perch non si ama mai nulla tanto perfettamente,
intensamente, come amiamo, di un amore fatto di compassione, colui che ci ha tradito.
Egli rimane fisso nel cuore nostro. Vediamo su lui la colpa del suo tradimento che ci
ferisce cos profondamente, ma non ci addoloriamo della ferita nostra, ma della ferita
che egli ha inflitto a s stesso, menomandosi nella sua onest di uomo. Ci si accora per
i suoi rimorsi futuri che inevitabile che sorgano quando l'anima, snebbiata dal
capriccio che l'ha sedotta, in ore di meditazione che anche il pi superficiale conobbe,
si trova di fronte a s stessa e al suo passato. Come dico, Mario ha, a sua grande
attenuante, quello che gli avr scritto mia madre. Ma se ci attenua la colpa non la
annulla, perch il tradimento rimane e rimane l'offesa che egli mi ha recata col
preferire a me, che ero la sua donna fedele e onesta, la creatura di vizio trovata per
caso sui marciapiedi di una citt cosmopolita. Fosse tornato a me dopo un breve
capriccio l'avrei compatito. Ma cos... E un'amarezza che permane viva e permarr
fino alla tomba. Eppure non ha spento il mio amore per lui. N credo che ci sia
diminuzione della mia dedizione a Dio. Come nei monasteri possono entrare le vedove
e onorare Iddio con tutte le pratiche di una vita monastica e con un amore che,
formatosi per la creatura, diviene perfetto donandosi al Creatore, cos ugualmente io,
povera vedova prima che sposa, posso amare il mio Dio che rimasto solo a regnare
su me e in me, e nel contempo conservare un amore soprannaturale per l'anima di
colui che mi ha lasciata e che caduta cos in basso dopo tanto bene che io avevo
seminato in essa!... Non le pare che posso fare cos? Il mio nuovo dolore non mi
stacc da Dio. Anzi fu un accrescimento di amore per Lui. Non ho conosciuto nessuna
di quelle ore tremende di ribellione che avevo conosciute nel 1914 e seguenti. Soffrivo
come di pi non si pu soffrire. Oh, s! Ora lo posso ben dire, ora che ho provato tutti i
dolori fuorch quello della morte di un figlio! Soffrivo, ma non una delle mie lacrime
cadeva sola, per terra, dopo avermi bruciato il cuore. Io le versavo tutte nel cuore di
Cristo. Verso Pasqua, nella chiesa della Purificazione che era la parrocchia dell'albergo
ove ero io, il Parroco esort i fedeli ad ascriversi al Terz'Ordine Francescano. Io e S.
Francesco eravamo vecchi conoscenti. Nel mio Collegio, nella primavera 1912, la mia
Superiora, conoscendo il mio trasporto per questo Santo che allora era molto poco
celebrato, mi aveva dato da leggere un libro sul medesimo: Amor che spira, se ben
ricordo quel titolo. Nessuno voleva leggerlo per la prima, neanche le Suore. La
Superiora lo port a me dicendo: Tieni, Valtortino, tu che sei una piccola francescana
leggi e sappimi dire se pu piacere alle altre per farlo leggere in refettorio. Era un
libro nuovo, con ancora le pagine da tagliare. Mi tuffai in quella lettura e, se prima
amavo il Serafico d'istinto, dopo lo amai tre volte di pi col conoscimento. Avevo
trovato il mio Santo. E anche nei periodi neri della mia giovinezza il mio affetto per
lui non s'era illanguidito. Era pi che naturale che ora, tornata a Dio con tutta la
pienezza della volont, pi che mai mi sentissi portata verso il suo Araldo, verso lo
Stigmatizzato della Verna, verso colui che dopo esser stato carne seppe, per amore del
Cristo, divenire spirito. Fui li li per ascrivermi subito al Terz'Ordine Francescano. Ma
me ne astenni. Perch? Perch un resto di vergogna era ancora in me. Mi fidavo ormai
e mi affidavo alla Misericordia di Dio e in Dio trovavo sempre pi quel conforto che
avevo inutilmente cercato di trovare in tutti gli umani. Ma non ero ancora giunta al
punto di credere, come credo ora, che la Misericordia di Dio cos infinita che nulla le

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di ostacolo per amare le sue creature. Mi dicevo: S, Dio ti ha perdonata e ti vuole


bene come prima. Ma tu, anima mia, non ti devi dimenticare quello che hai fatto di
contrario alla Legge divina. Perci prima di entrare in una milizia quale un
Terz'Ordine devi fare il tuo purgatorio. Un purgatorio di penitenza, un purgatorio di
studio per purificarti e per crescere nella conoscenza dei tuoi doveri di cristiana. Sei
stata infetta per tanti anni, ora sta' in quarantena. Finch io mi dicessi
che dovevo ricordare i miei falli era bene. Li ricordo anche ora, sempre, e per sempre
pi spronarmi a sentire riconoscenza verso Dio che fu meco tanto misericordioso, e
per sentire sempre pi il bisogno di cancellare il mio debito verso la Giustizia divina
mediante una continua offerta di olocausti. Dove sbagliavo era nell'attendere ad
entrare, trattenuta da un resto di vergogna non santa. Giudicavo Dio secondo una vista
umana e mi comportavo con Lui come mi sarei comportata con un mio simile che
avessi offeso. Non avevo ancora una vista giusta. Il buon Ges mi aveva gi presa per
mano come il cieco di Betsaida e mi aveva condotta fuori dalla folla... Mi aveva successivamente messo la saliva sugli occhi e imposte le mani... ed io cominciavo a
vedere, ma per un ultimo inganno del Maligno vedevo paurosamente ingrandito tutto il
mio passato e, come al cieco del Vangelo gli uomini parevano grossi alberi, altrettanto
a me le mie colpe, che innegabilmente erano colpe, apparivano talmente mostruose da
farmi temere di entrare nel seguito di Cristo, sotto il sigillo di un Terz'Ordine.
Mancava ancora la seconda imposizione delle mani divine perch io potessi vedere
chiaramente ogni cosa. Dissi perci a me stessa: Fa' conto d'essere una probanda.
Studiati se sei atta a seguire il Maestro sotto una regola speciale o se ti devi
accontentare di essere un semplice fedele. Nelle cose divine o umane ho sempre
considerato attentamente se le potevo portare fino in fondo. Non partivo e non parto
mai di galoppo, come fanno tanti sotto la speronata di un subito entusiasmo, che,
anche se dato da una santa ispirazione, non dura se non corroborato da tante altre
cose. Ho sempre preferito all'impennata e al galoppo, che presto si esauriscono, il
trotto costante che porta lontano. Alla corsa rapidissima di un campione olimpionico
ho sempre preferito il passo misurato dei nostri montanari, per esempio, che sembra
vadano tanto lentamente ma coprono metodicamente distanze che nessun campione
potrebbe coprire, e superano tutti gli ostacoli con una calma direi quasi solenne. Ci
vuole metodo e ordine in tutte le cose e ci vuole riflessione: per assomigliare di pi a
Dio che, pur nella sua smisurata potenza, fu metodico e ordinato nel creare e che non
infrange il suo ordine che difficilmente, o per punirci scatenando le forze cosmiche, o
per persuaderci della sua esistenza operando il miracolo. E ci vuole riflessione prima
di intraprendere un'opera, per non avere poi da far ridere la gente con la nostra
presunzione che si affloscia come una vescica bucata alla prima contrariet che
incontra. Ho perci imposto a me stessa un periodo di attesa. E intanto ho cercato di
bonificare il suolo dell'anima mia per prepararlo alla divina semente. Via i sassi, ossia
via quel sentimento di risentimento verso coloro che pi mi avevano nuociuto. Dio
non pu regnare dove regna anche un minuscolo odio, perch carit e odio non possono albergare sotto lo stesso tetto. Perci prima di tutto ho levato dal cuore questo,
perdonando ai due colpevoli: mia madre colpevole di menzogna e d'egoismo, Mario
colpevole di irriflessione e tradimento. Poi gli uccelli dell'aria, ossia i pensieri diversi
che fanno sfarfallare la nostra mente qua e l, sparpagliando il seme fuori dal solco,

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quando non lo distruggono addirittura ingoiando le ispirazioni divine nel loro


ventriglio avido di basso nutrimento umano. Poi eliminai i passanti che potevano
calpestare il mio seme, ossia le affezioni che non fossero contenute nel mezzo della
via e non sulle zolle seminate, amando tutti con un intenso affetto spirituale, per la
loro anima e senza attaccamento umano rivolto a ci che caduco e fomentato da
simpatie umane. Quarte a levarsi furono le spine, ossia le preoccupazioni umane di
quello che ancora avrebbe potuto accadermi, del futuro che si presentava cos triste,
ecc. ecc. Non le dico che fu lavoro breve... Ma anche a bonificare una terra ci vogliono
anni ed anni. Per dopo essa rende il cento per uno perch, ricca di umori vergini e
monda di tutte le imperfezioni, d messi opime. Quando la mia anima, mondata dal
mio assiduo lavoro di tutti i sassi, le spine, le acque stagnanti, resa irrigua dall'amore
ma non soggetta a straripamenti di passioni, fertilizzata dal dolore e dalla carit, arata
dal vomere della contrizione, resa soffice dalla confidenza, fu pronta, il divino
Seminatore venne e tutto fior in Cristo. Fioritura che non pi cessata ma anzi
andata sempre pi intensificando il suo fiorire aumentandosi di sempre nuovi steli,
perch dalle prime semine delle virt comandate siamo passati a quelle dei consigli
evangelici e da queste alle sante audacie dell'amore, alla sete di sofferenza, alla
richiesta di olocausto. Dico siamo perch nei divini sponsali col Cristo la mia anima
non fu pi sola a chiedere, non fu pi solo Cristo a seminare, ma fummo due: due
volont, due amori, due cuori che vollero sempre nuovi fiori, che lavorarono intorno a
sempre pi elette fioriture, e se uno dei due sostava un attimo l'altro lo sollecitava a
proseguire... Ho detto che si giunse fino a seminare la richiesta d'olocausto come
supremo fiore. No. Dopo questo fior anche il fior dei fiori nel mio cuore. Il fiore il cui
seme, per crescere e sbocciare eterno, ha bisogno d'esser fertilizzato col sacrificio
completo. nato Cristo in me. Dalla lontana - come lontana nel tempo annunciazione del Cristo al mio cuore, dopo l'oscuro periodo del travaglio carico di
tutto il peso dell'umanit, il Cristo era nato nuovamente e copriva col suo rigoglio la
zolla nata, la mia povera anima che non nulla ma che solo ha ragione di esistere per
essere piedestallo al suo Signore. Maria scomparsa. Vive Lui Solo. Maria muore.
Egli aspira da lei la vita per fiorire in lei sempre pi bello. Maria fra poco non sar pi
che un ricordo fra gli uomini. Ma Egli porter l'anima mia nel suo bel giardino celeste
ed io continuer in eterno a fiorire sotto i raggi divini della Trinit santa, accarezzata
dalla mano di Maria...
Ritorno a Firenze
Goethe in una sua tragedia ha questa frase: Operoso il dover sia dove l'amore
inerte. Era per me venuto il tempo che agissi secondo quel consiglio goethiano.
Mamma, quando fu persuasa che Mario era debellato per sempre - lo sa Iddio con che
armi! - cominci a richiamarmi con insistenza a casa. Capir che facevo comodo!
Lavoravo come la pi attiva delle domestiche e, fuorch il vitto, non costavo nulla.
Fuorch il vitto perch ero sempre stata indifferente alle mode e alle civetterie di ogni
specie, che costano non poco alle mie sorelle di sesso, ed ora poi, disgustata come ero
di tutto, ero divenuta indifferentissima. Portavo quello che mi davano da portare e
purch fosse pulito ogni abito mi andava sempre a genio. Mode antiquate di anni,
stoffe di pochi soldi (allora esistevano ancora) tutto mi andava bene. Perci, riguardo a

118

spese, ero un ideale. Pap non si convinceva a trasportare il domicilio a Reggio


Calabria. Tornai quindi io a Firenze. Direi una grande bugia se le dicessi che vi andavo
volentieri. Uscivo da un'oasi di pace per tornare fra la guerriglia, se pur non tornavo
fra la guerra. E lo sapevo. A Reggio avevo avuto dei dispiaceri, anzi il dispiacere dei
dispiaceri. Ma ero talmente circondata da amore che questo mi aiut a sopportare il
nuovo fulmine. Nulla stanca di pi, nulla pi demoralizza, nulla pi consuma quanto
le piccole quotidiane punture che dobbiamo sopportare quando si vive presso certi
caratteri. Queste punture non sono ferite vere e proprie, ma spossano pi di una vera,
profonda ferita. Sono come il morso di sciami di zanzare che, sempre rinnovellandosi,
si abbattono sulle nostre carni e pizzicano, e mordono, e succhiano, e irritano e
inoculano stille infinitesimali di veleno, incapaci di uccidere se prese separatamente,
ma capaci di iniettare germi di febbre la quale pu uccidere. Quei morsi non strappano
visibilmente le carni ma le rendono una maschera tumefatta e irritata, esasperano,
levano la gioia del sonno, disturbano la siesta, ostacolano la lettura. Un flagello,
piccolo nei suoi strumenti, ma grande nei suoi effetti. Io andavo incontro a questo
flagello lasciando la pace in cui ero vissuta, lasciando la comprensione che mi aveva
capita, lasciando l'affetto che mi aveva medicata. Nonostante quel che avevo sofferto
per l'abbandono di Mario, ero tornata florida. Dall'agosto ero rifiorita. Sotto la scossa
benefica della gioia la mia giovinezza si era ritemprata ed era avvenuta come una resurrezione fisica. Tanto pu la felicit e l'amore in un essere prima di allora derelitto di
amore e di felicit. Sopraggiunta la nuova pena, sia perch ormai Dio aveva raccolto la
povera anima mia alla quale stava per essere assestato l'ultimo colpo di dolore, sia
perch ormai si erano rimesse in moto tutte quelle armoniche leggi fisiche che
costituiscono la quotidiana difesa dell'organismo umano e che prima languivano in un
abbattimento soporoso, sia quel che si sia, io avevo superato fisicamente bene la prova
dolorosissima. I miei cugini, affezionatissimi e orgogliosi di quel mio benessere che,
con piena ragione, attribuivano alle mille premure che essi avevano avuto per me, non
volevano lasciarmi partire. Ma non potevo certo continuare a stare lontano da casa
mia. Mi pungeva il desiderio di tornare presso i miei prima di tutto per pap di cui
immaginavo, senza troppo dover faticare, la vita grama, e poi anche perch,
nonostante tutto, io a mamma ho voluto e voglio sempre bene. Un bene che sa di non
poter trovare il contraccambio ma che non per questo diviene meno bene. So
benissimo che mia mamma, affetta come da una paranoia di persecuzione, convinta
che io non l'abbia amata. Ma so anche doppiamente benissimo quanto l'ho amata di un
amore che neppure le sue durezze hanno stancato o diminuito. Un giorno, quando
anche mamma sar salita nella luce di Dio, cosa che a costo del mio olocausto ho
chiesto e chiedo per lei - e credo che ci sia un amore molto pi fattivo di quello
basato su smorfie e bacetti - un giorno, quando da quella luce mamma capir la verit
delle cose, allora, finalmente, comprender di quale amore la amasse la sua
incompresa figlia... Bene, non importa se il mio affetto di figlia misconosciuto. Cos
sono priva del godimento che da esso mi potrebbe venire e il mio affetto ha doppio
merito. Tornai dunque a Firenze. Era il 2 agosto 1922. La Madonna degli Angeli, la
Madonna del Perdono d'Assisi, mi fu patrona in questo mio ritorno che era un grande
perdono. E gli angeli mi devono aver aiutata a superare il primo incontro con colei che
mi aveva levato tutto... Penso che il pi assiduo fra di essi fosse l'angelo che nel

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Cenacolo confort la Madre di Cristo mentre Egli veniva tradito col bacio, rinnegato
da Pietro, offeso dai beneficati, torturato, deriso... L'angelo della Desolata fra le
desolate, l'angelo del Getsemani e del Calvario, l'angelo che fece spola fra la Madre e
il Figlio, l'angelo che raccolse le stille del sangue divino e le lacrime della Mamma di
Ges mi cantava l'inno del perdono per coloro che ci hanno crocifissi, accennandomi
alla corona spinosa, ai chiodi torturanti, ai flagelli, alla croce, alla lancia e alla spugna
che dovevano, come lo furono del Salvatore, dell'Agnello, essere le armi di sacrificio e
di gloria della povera Maria. Trovai pap molto sciupato di salute: magro, terreo, lui
che era sempre cos bianco e rosso. Anche mamma era molto sciupata nonostante
avesse sempre avuto l'aiuto della donna che, naturalmente, scomparve con la mia
venuta. Mia cugina Clotilde e Memmo, che mi avevano accompagnata a Firenze,
fecero un ultimo tentativo per persuadere pap a partire in capo a un mese con loro per
la Calabria. Ma pap, con la cocciutaggine che certe malattie lasciano, rifiut
assolutamente. I cugini partirono dunque... ed io restai. Il caldo soffocante di Firenze,
veramente insopportabile per me abituata all'aria leggera e ventilata dello Stretto di
Messina, l'angustia dell'appartamento infuocato, penosa per me abituata alla grande
aria del vasto albergo, i ricordi che si affollavano tutti a pungermi l'anima e le...
chiamiamole pur benigne domande dei fornitori, dei vicini, ecc. ecc., i quali, pi o
meno apertamente, mi chiedevano che avessi fatto (legga: fatto del figlio) - taluni me
lo chiesero apertamente - mi dettero subito non poco a soffrire. E il cuore ricominci a
ballare la sua indiavolata tarantella che si era assopita da qualche mese. Smagrii
subito. Ma pazienza, questo. I primi giorni, finch ci fu pericolo che Clotilde tornasse,
anche mamma fu dolce. Poi, a pericolo superato, tir fuori le unghiette piuttosto...
artigliate. Volle fare domande e insinuazioni. Ma le imposi silenzio con tale energia la mia unica energia -che non os pi toccare l'argomento per anni e anni. Deve aver
creduto che io sapevo con esattezza quello che aveva fatto lei. Se no non avrebbe
ceduto con tanta sveltezza. Secondo atto di forza. Sempre fissa nell'idea che fare
l'istitutrice o l'insegnante sia la quintessenza del bello, volle fare di me una istitutrice,
e mi mand alla Berlitz, la scuola di lingue. Vi andai perch lo studio mi sempre
piaciuto e rinfrescare le mie lezioni di francese mi piaceva. Ma: corse ai mercati,
pulizie di casa, studio e corse alla scuola, spaventi per le sommosse popolari che allora
infierivano, tuffi al cuore per incontri col colonnello ecc. ecc., mi fecero talmente male
che dovetti sospendere. Addio sogno materno di fare di me una istitutrice! Allora altro
capriccio. Mi mand alla scuola di taglio e modisteria, sperando di fare di me una
insegnante di taglio o una sarta. Vi andai pensando che mi poteva essere utile per
tagliarmi quelle tonache che portavo... Erano vere tonache senza grazia. Ma non ci
tenevo ad essere graziosa. Ecco: io vorrei sapere lo scopo vero di mamma nel voler
persuadere la gente che io avevo tanto bisogno di guadagnarmi il pane che dovevo
divenire o istitutrice o sarta. Non l'ho mai saputo di preciso. Ma uno scopo recondito
c' stato. Necessit non ne avevo. Lei pu capire che se dopo un decennio di malattia
non sono ancora come Giobbe segno che le nostre finanze non erano poi troppo
meschine. Ora stiamo finendo tutto, vero, ma sono dieci anni che ci si pascola
dentro. Prima la nostra rendita era pi che sufficiente a trattarci molto bene e anche ne
sopravanzava. Ma mamma voleva persuadere qualcuno che io ero una povera ragazza
senza mezzi. Chi era questo qualcuno? Ho sempre pensato che fossero Mario e i

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parenti suoi. Chiss cosa aveva detto in quella sciagurata lettera!... Ora doveva
convalidare il suo dire. Penso che abbia detto che io dovevo mantenere loro nella vecchiaia... Ne penso tante! Penso che abbia detto che mi ero fidanzata con un altro ricco
sfondato... Penso che abbia detto che io avevo perduto la testa e l'onest... Penso che
abbia detto che avevo una malattia vergognosa... Ne penso tante, tante, tante! Conosco
mia madre e so. che pur di spuntare il suo capriccio capace di inventare qualsiasi
cosa. Non importa se il buon nome di un altro va per aria, non importa se la gente
critica e arzigogola su tutta la famiglia. Nulla importa. Basta che vinca lei. Insomma
frequentai il corso di taglio e modisteria, detti gli esami e, nonostante odii il taglio
come tutti quelli che non sono ambiziosi, ebbi ottimi voti. Ma poi mi fermai l perch
la salute sempre pi si alterava. N poteva essere diversamente. Mi accadeva talvolta
di incontrare il pap di Mario, e vedere che mi aveva levato il saluto mi trafiggeva il
cuore... Ogni volta che ci accadeva io stavo poi male per pi giorni. E poi c'era pap
che, dimentico della parte che mia mamma, tenendolo sotto la sua suggestione, gli
aveva fatto fare, ossia la parte di essere lui che non voleva le mie nozze con Mario, mi
chiedeva quasi ogni giorno: Ma tu perch poi non ti sei sposata con Mario?... Una
delizia, creda... La sera dell'ultimo dell'anno 1923 ero uscita per comperare del
pungitopo e dell'agrifoglio. Era una sera nebbiosa e fredda. Io m'ero imbacuccata in
uno scialle: parevo una turca. Avevo con me il mio canino. Andai in piazza Cavour,
ora Ciano. Mentre comperavo i rami dalle rosse palline sentii come un tocco: quasi
uno m'avesse toccata sulla spalla. Mi volsi... e vidi Mario che si avvicinava
traversando la piazza. Era in divisa, avvolto nel mantello. Rimasi affascinata. Devo
aver fatto un gran brutto viso, perch il venditore di agrifoglio mi offr il suo
sgabellotto perch sedessi. Ma io rimasi ritta, stringendo convulsamente la sponda del
carrettino. Non sentivo pi neppure le punture dei rami spinosi Mario sul primo non
mi doveva aver riconosciuta, cos avvolta come ero nello scialle. Forse si accorse che
ero io dal mio canino che egli conosceva tanto bene. Non poteva impallidire pi di
quanto lo era gi, ma curv il capo come un colpevole e pass barcollando... Che
rovina, Padre, che rovina!... Cosa ne avevano fatto del mio Mario cos robusto, forte,
sano, giovane, onesto, quelle due donne? Cosa, cosa ne aveva fatto mia madre
portandolo al disgusto, alla disistima di me, alla disperazione, spingendolo, in un ora
di accasciamento, fra le braccia di un vampiro? E cosa ne aveva fatto, questo vampiro
in veste di donna, di quella bella giovinezza? Una rovina... Curvo, magro, terreo, lo
sguardo spento, le linee del volto precocemente invecchiate, il passo incerto... Un
rudere d'uomo, un rudere d'uomo il mio Mario di non ancora 27 anni! Un malato, un
finito, lui dianzi cos pieno di salute e di speranze! Vede, stamane le ho detto: Mi
accorgo che sono molto mutata perch non sento sconvolgersi tutto in me, come
prima, se tocco certi argomenti. Ma ora, mentre scrivo di quell'incontro e rivedo il
mio Mario invecchiato, avvilito, sciupato, passarmi vicino a testa bassa come un
colpevole, sento che mi si strappano dentro le fibre pi vive... Mi sono pi volte
rimproverata di non aver trovato la forza di chiamarlo e chiedergli il perch del suo
modo di agire. Avrei avuto la chiave del mistero che mi assilla... Ma ero rimasta
paralizzata. Orgoglio di donna offesa, amore che mi si affollava tumultuando nel
cuore, piet, infinita piet davanti alla sua rovina, tutto ha contribuito a quella
paralisi... Ed era tanto bene che io lo interrogassi per levarmi dal cuore il mordente del

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suo modo di agire che, a vista umana, ha tutta forma di un tradimento. Ma sento che
non lo . Mario fu portato ad agire come agi da un complesso di cose che
diminuiscono la sua colpa da tradimento a debolezza. Egli era allora nel fiore della
giovinezza e, come egli mi aveva assicurato, per ottenermi da Dio aveva respinto tutte
le lusinghe di facili amori. La posta della sua castit ero io. Io, devo convenirne, ero
pi anima che donna. Lo amavo con tutta me stessa ma senza quegli ardori e quegli
abbandoni che avvincono l'uomo. Aggiunga l'opera materna che ha forse convalidato
qualche mia imperfezione inventata e che la mia riservatezza eccessiva poteva far
pensare esistesse. Metta per ultimo lo sdegno, il disappunto di perdermi dopo tanta
attesa e l'incontro fortuito, proprio in quell'ora di sconvolgimento, con quella russa
d'inferno, e veda se per forza egli non si trov preso in un vortice nel quale dovette
soccombere. Io non lo scuso, ma lo compatisco. Tornai a casa a fatica. Non dissi nulla.
Non dicevo mai pi nulla da anni. La porta della confidenza in mia madre era chiusa e
ribadita da tempo. Ma ora avevo Dio per conforto. Non mi ero arrestata al punto dove
ero a Reggio. Avevo sempre camminato verso Iddio. Arrivando a casa avevo messo
ben chiaro il mio intendimento di andare in chiesa anche tutte le mattine, e vi andavo
infatti quasi tutte le mattine e specie in maggio, giugno, settembre, ottobre, dicembre,
in carnevale e in quaresima. Mamma friggeva ma... la lasciavo friggere. Poi avevo
trovato un Vangelo di S. Luca. Lo aveva portato pap a casa. Vi doveva essere stata,
durante la quaresima 1922, qualche giornata dedicata alla diffusione dei santi Vangeli.
Era un libretto umile nella veste e girava da un mobile all'altro. Io del Vangelo sapevo
solo quei brani che si spiegavano nelle messe domenicali. Sempre quelli, spiegati di
sovente senza mettervi tutta l'anima e ascoltati ancor pi di sovente con meno anima
che mai. E poi io ero... un elefante solitario. Dovevo e devo ruminare un concetto da
me per sentirlo realmente. Presi dunque quel povero libretto, che da mesi mamma
faceva ballare da un mobile all'altro e che pap rileggeva di tanto in tanto, e me lo
portai in stanza e cominciai a leggerlo. Fu la lucerna posta sul candeliere perch
illuminasse. Pi lo leggevo e pi sentivo farsi in me un nuovo cuore. Ho molto pianto
su quel libretto... Lacrime soavi che mi rendevano l'anima fresca come ai giorni della
mia infanzia innamorata del Cristo deposto dalla Croce. Che speranza, che abbandono,
che ansia di amare come si deve amare il divino Evangelizzatore! Non ho mai pi
saputo separarmi dal Vangelo. Esso il pane quotidiano del mio spirito. Non ho
neppur pi bisogno di leggerlo perch lo so a memoria, ma pure me lo rileggo perch
ci trovo sempre un nuovo incanto. Quando mi sento tanto male, quando ho molta
paura di qualche cosa, mi metto il volumetto dei 4 Vangeli, comperato agli inizi del
1925, sul cuore e non ho pi paura di nulla. Mi sembra che Ges, da quelle pagine, mi
dica: Non temere, e alle cose: Non fate del male a questa donna. Io non so
meditare sui libroni o sui librini di ascetica. Finisce che li leggo come un bel libro e
basta. Ma il Vangelo! Se ho un dubbio, una malinconia, prego lo Spirito Santo, di cui
sono devotissima, e poi apro a caso il Vangelo. Trovo sempre la parola che mi
conforta, o mi illumina, o mi risponde al perch che mi assilla. Il piccolo librino col
Vangelo di S. Luca mi ha scaldato il cuore piano piano come una fiamma di un
confortevole focolare. Il suo calore si sparso per tutte le vene, per tutte le fibre, ha
pervaso tutto, ha fatto sempre pi crescere in me il Cristo. Dice Ruysbroeck - uno dei
pochi che io capisco insieme a S. Paolo, a S. Caterina da Siena, a S. Francesco d'Assisi

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fra gli antichi, e a S. Teresa del Bambino Ges e Suor Benigna fra i contemporanei dice Ruysbroeck: Quando Dio viene in voi, gli che gi voi eravate in Lui, perch
Egli non esce mai di S stesso... La nostra attitudine a ricevere la sua grazia dipende
dall'intensit interiore con la quale noi ci muoviamo verso Lui. Al momento stesso del
nostro muovere, il Cristo viene a noi con o senza intermediari, cio coi suoi doni o al
di sopra di essi. Anche noi ci precipitiamo in Lui o verso di Lui con o senza intermediari, cio colle nostre forze o al disopra di esse. Ora Egli portandoci i suoi doni e
concedendosi ci imprime la sua somiglianza, ci assolve e ci libera. Al momento della
liberazione lo spirito si tuffa nel godimento dell'amore. Capisco molto bene queste
parole. Io in quel tempo ero proprio a questo punto. Dio veniva a me, ossia la mia
anima avvertiva che Egli veniva in me, ma ci era perch io ero penetrata piano piano
in Lui, attirata dalla dolcissima calamita del suo amore. Prima aveva fatto il vuoto
intorno al mio cuore e poi mi aveva attirata, mi aveva affascinata, n pi n meno di
come fa uno che voglia attirare il nostro affetto, con in pi la perfezione sua divina che
supera in maniera non concepibile tutte le seduzioni umane. Poi aveva atteso che io
rispondessi al suo invito. Avendogli detto, con sincerit di cuore e con fermezza di
intenzione: Voglio esser tua, Egli si era mosso verso di me ed io verso di Lui. Non
gli chiedevo pi nulla fuorch di regnare in me, non lo pregavo pi di darmi questo o
quello ma solo dicevo: Signore, fa' Tu quello che ti par giusto di fare. Io non vedo
mai giusto. Fa' Tu. Mi fido di Te!. E Ges era entrato da Amico, Maestro e Re,
portandomi tutte le sue grazie soprannaturali mentre io mi precipitavo in Lui con tutte
le mie forze, con molto pi delle mie forze, ancora deboli, pensando che dove non
arrivavo io avrebbe provveduto ad arrivare Lui. Ma anche se Ges fosse venuto a me
spoglio di tutti i suoi doni, ormai l'avrei amato lo stesso: avrei amato Lui per Lui solo
come lo amo infatti da anni. Egli nella sua bont infinita mi ha voluta beneficare agli
inizi della mia unione con Lui di tutte le tenerezze di un amore sensibile. Posso dire
con S. Margherita Maria: Il mio divino Maestro mi fece allora comprendere che
quello era il tempo del nostro fidanzamento e che, allo stesso modo degli innamorati
pi appassionati, Egli mi farebbe gustare in quel tempo quanto c'era di pi dolce nelle
carezze del suo amore. Dolci parole sussurrate dalla sua voce senza suono materiale
ma cos percepibile dalle potenze dello spirito, carezze misteriose sul cuore proteso
come un fiore al suo Sole e sogni, sogni, sogni... Da quel sogno del giugno 1916 io
non l'avevo pi sognato. Ora tornava a me con una frequenza che mi faceva desiderare
il sonno come una mia seconda vita meravigliosa. Ho seguito Ges per le contrade di
Galilea, l'ho sentito predicare alle turbe, sono passata al suo fianco fra i campi di messi
e sono stata ai suoi piedi, col capo nel suo grembo, mentre Egli parlava seduto sulla
sommit d'una scala, l'ho visto languire e morire nell'Orto degli Ulivi e sul Golgota,
e... ho ricevuto la Comunione dalle sue mani nel bel Paradiso. Sempre con quel Volto,
quello Sguardo, quella Voce, quelle Mani e quella infinita amorosa dolcezza e quella
sublime maest. Quante dolci visioni... Il fuoco della sua Carit mi penetrava sempre
pi addentro e mi incendiava. Ardevo di amarlo infinitamente e di farlo amare. Avrei
voluto dire a tutti: Amate, amate Dio se volete essere felici! Amate e lasciate che Egli
vi ami come lo desidera! Non opponete ostacoli al suo entrare!. Liberata e assolta dal
suo amore, io, come dice Ruysbroeck, mi tuffavo nel godimento dell'amore. Di questo
amore celeste la cui soavit, la cui dolcezza, la cui pienezza tale che nulla pu

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portarne il paragone. Spezzati tutti i legami che mi avevano tenuta avvinta alle
creature, l'anima mi si slanciava libera e gioiosa nel regno del soprannaturale e sempre
pi vi penetravo. E non vi sono pi uscita.
PARTE QUARTA
Santa Teresa di Avila ha scritto nel suo "Cammino di Perfezione": Quale differenza
deve trovare fra l'amore umano e l'amore divino colui che ha provato l'uno e l'altro!.
vero. L'alba di una nebbiosa giornata invernale paragonata all'alba tersa e pura di
una radiosa mattinata estiva, il piccolo stagno dalle sponde limitate rispetto all'aperto
mare che ha per confine l'orizzonte sconfinato, il focherello di pochi sterpi rispetto alla
fornace di un forno fusorio, il tremolante guizzo di una povera lucerna rispetto al
folgorante sole, sono meno distanti fra loro in somiglianza se si confronta la differenza
che c' fra l'amore umano, anche il pi vertiginoso, coll'amore divino. Io avevo amato
due volte. Una con l'ardore dei miei anni giovanili, e in questo avevo conosciuto anche
le febbri della carne; l'altra avevo amato pi con l'anima che con la carne e, appunto
perch amore della parte pi eletta, aveva dato a me estasi e elevazioni ben pi nobili e
durature del primo. L'amore puramente umano destinato a breve vita, anche se fu
ardentissimo nella suaora fugace, mentre l'amore misto di anima e corpo, di attrazione
di spiriti e di materia, l'amore-amicizia, pi tenace e neppure il disinganno lo uccide.
In questo aveva avuto molto ragione il colonnello a profetizzarmi che avrei amato
Mario come neppur lontanamente avevo amato Roberto. Ma ora, ora che amavo Ges
in una maniera pi intensa di quella che non sia la comune alla grande massa dei
credenti in Lui, ora capivo tutta la differenza di questo amore sovrannaturale dal mio,
dai miei, anzi, amori umani. Io ormai vivevo tutta proiettata in questo amore. Le cose
di fuori esistevano ancora e mi davano pensieri, gioie e pene. Soprattutto pene. Ma
ormai queste cose io le vedevo gi da altre plaghe, come attraverso un vetro, una lente
che me le cambiava alquanto, rendendomi sopportabili i pensieri crucciosi, non indispensabili le gioie e amabili le pene. Vedevo ormai tutto attraverso a Dio. Egli era la
lente che mi faceva vedere le cose sotto una luce diversa da quella che avrebbero
avuto per me e per tutti, se questi tutti e se io le avessimo guardate con occhio e giudizio umani. Credevo ormai che tutto avvenisse per una legge di amore, amore geloso
magari e prepotente, ma che colla sua gelosia e prepotenza mi confessava di essere un
grande amore. Oh, s! Ges sa essere geloso e prepotente! Di una divina gelosia e di
una divina prepotenza ma alla quale, se si detto di s una volta, con piena coscienza,
non si sfugge pi. Ges mi aveva chiesto quel s in Collegio e ora, dopo avermi
persuasa che sulla terra tutto tristezza, faceva valere i suoi diritti. Quanto dico
potrebbe parere una contraddizione con quanto ho detto in principio di questa mia
storia. Ma non lo . Ho detto allora che Dio non si impone ma per agire vuole che
l'anima sia disposta ad essere mossa. Solo allora la valanga si forma. E cos e non vi
contraddizione alcuna. Nella adolescenza avevo detto: Signore, io sono a tua disposizione. E la prima falda di neve si era formata ingrandendosi poi piano piano con i
continui atti di desiderio che l'anima formava allora. Poi vi era stata una sosta.
Qualcosa aveva trattenuto il formarsi e il precipitare pi forte della valanga. Ed era
stato il mio periodo umano, il periodo delle distrazioni, meglio delle deviazioni. E
Ges aveva atteso. Solo nel momento pi tremendo di esse, per salvarmi dalla rovina,

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aveva fatto un gesto per richiamarmi. Era venuto col sogno a dirmi il suo dolce
rimprovero, a farmi riflettere, a farmi fermare nella mia corsa verso il male. E poi
aveva di nuovo atteso. Paziente, buono, mi aveva dato tutto il tempo di guarire
moralmente e intanto, pur non parendo, lavorava a isolarmi. Oh! in questo fu molto
attivo! Mi voleva... e mi lev tutto perch non mi restasse altro che Lui. Quando poi io
ho gridato: Voglio esser tua, allora Egli si impossessato di me in maniera assoluta,
ed io non ebbi pi un palpito, un respiro, uno sguardo, una parola, un pensiero che non
passasse attraverso il filtro divino del suo amore, come nulla dal di fuori veniva in me
se non passando attraverso il medesimo filtro divino. Cos dura da vent'anni ormai e
l'immedesimazione andata facendosi sempre pi stretta e il filtro sempre pi perfetto,
di modo che il male che pu venirmi dagli altri si attutisce contro quel divino riparo e
il bene che io posso fare si espande sul prossimo sempre pi puro, perch l'amore lo
monda da tutte le imperfezioni umane. Soffro ancora molto perch mio destino che
io soffra, ma il dolore che mi viene dagli uomini attutito dalla gioia che mi viene dal
Cristo. Per cui mi dico, e sono persuasa di questo che dico, che sono giunta a capire
che gli unici veri dolori di un cuore sono quelli che vengono da Dio per nostra prova
o per nostra punizione. I dolori che vengono dagli uomini ci fanno piangere, naturale. Ha pianto anche Ges. Ma anche noi come Lui nel pianto sentiamo fondersi una
dolcezza pensando che anche quel dolore che ci viene dal prossimo serve a redimere,
ad espiare, ad ottenere per il prossimo. Quando invece Dio ci colpisce ritirandoci la
sua invisibile presenza e lasciandoci apparentemente soli, allora si soffre molto, come
non si pu descrivere. Credo sia una figura ridotta di quello che devono soffrire i
purganti nel Purgatorio, e non voglio neppure pensare ai dannati dell'Inferno. O mio
dolore che mi vieni da Dio e che hai mille volti, che tu sia benedetto! Benedetto tu
quale sei ora: dolore di malattia, dolore di povert che avanza, dolore di
incomprensione dei miei simili intorno al mio letto d'inferma, dolore dato da infinite
cose attuali! E benedetto tu, quale fosti negli anni passati: dolore di esser derisa come
malata immginana, dolore di non vedere mio padre nell'ora estrema, dolore di non
essere capita nel mio fuoco d'apostolato, dolore di disamore materno sempre, sempre,
sempre uguale! E benedetto tu, dolore, per quando, non comprendendoti nella tua
veste regale, non t'amai: dolore dei miei vent'anni e del mio amore spezzato!
Benedetto, benedetto, o Dolore, che mi hai levata al mondo e mi hai data a Dio!
Benedetto per la scienza che da te m e venuta! Benedetto per la carit che mi hai
infusa! Benedetto per l'ala che hai resa al mio io onde ho potuto raccogliermi in cielo
con tutti i miei desideri pi santi! Benedetto, o Dolore, che mi hai unita a Ges sulla
medesima croce e in un' unica missione, che da venti secoli si perpetua, per portare le
anime al Regno di Dio e il Regno di Dio nelle anime! Mai finir di benedirti, o
Dolore, o mia gioia, perch in te ho trovato la pace! Fu nella primavera del 1923 che
io scrissi la mia prima offerta a Dio. Quella preghiera, che ho ripetuta per otto anni,
deve essere ancora in qualche mio libro di devozione. In essa mi umiliavo al cospetto
di Dio per le mancanze passate e gli chiedevo di essere perdonata in nome della sua
divina misericordia. Ma siccome cominciavo a vedere sempre pi chiaro la volont di
Dio quale era a mio riguardo, sentivo anche che chiedere perdono non bastava come
non bastava l'amarlo. Il mio amore doveva essere un amore penitente... come quello
della Maddalena la cui vita mi aveva cos colpita durante quella predica degli Esercizi

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1912. Tutto si ritrova di quanto si chiesto a Dio, ho detto sul principio di questa
storia, ma tutto si ritrova anche di quello che Dio ha seminato, purch l'anima si curvi
su s stessa cercando il seme divino. Io ricordavo ora che in quel lontano giorno del
novembre 1912 Ges mi aveva detto: Tu non sarai simile ad Agnese, la pura,
l'innocente che non vide altro che Me. Tu sarai una che viene a Me per altre vie, dopo
tante esperienze, e che mi ama attraverso il pentimento e il sacrificio continuo, lungo,
nascosto. Perci in quella mia prima offerta dicevo a Ges di concedermi la grazia
di aver tempo di espiare il male commesso e, per riparare a tutte le mie ore di
disperazione, di farmi vivere nel dolore tanti anni quanti ne avevo passati nell'errore e
nella impazienza non santa di uscire dalla vita. Come vede, pregavo ancora
egoisticamente. Per l'anima mia, vero, per riparazione verso di Lui, vero. Ma non
ancora preghiera perfetta. Pi tardi ho pregato meglio... Ero in principio, allora, e
quando si ... alle aste non si pu pretendere di scrivere gi una lettera. Le pare?
Chiedevo anche in quell'offerta che Dio mi concedesse la gioia di portargli delle anime
e specialmente quelle dei miei genitori e di Mario. Ma anche qui, se la richiesta era
buona in s, io sbagliavo nel mezzo. Non sapevo ancora che la preghiera molto ma il
sacrificio tutto. La parola fa, ma il silenzio che copre un'immolazione fa mille volte
tanto. Io allora, nel mio zelo di convertita, parlavo molto. Ma ero ancora contraria al
soffrire molto. Mi pareva di fare gi tanto a non lamentarmi del dolore che mi colpiva,
subendolo con rassegnazione e ringraziandone Iddio. Pi tardi andai molto pi
avanti... Eppure, come buono Ges! Alla sua Maria che aveva uno zelo ancora molto
zoppicante, ancora molto intriso di umanit, Dio concesse la sua prima conquista. Fu
una vecchietta di 72 anni. Per un complesso di cose penose si era staccata da un
trent'anni da Dio, facendo colpa a Lui di tutte le sventure che le erano accadute. Era
nelle mie medesime condizioni di un tempo, ma con la differenza a suo danno di esservi da tanto tempo e di non uscirne neppure quando l'et faceva presumere prossima
la morte. Io non potevo vantarmi di essere stata pi brava di lei. La bont di Dio aveva
accelerato con mille maniere la mia resurrezione, ma appunto per questo volli essere
io un agente di bene per la mia vecchia amica, direi quasi il filo conduttore. Mi spiaceva che quella vecchina rimanesse con quel rancore, con quell'amaro tremendo della
non fede fino alla fine. Alla sua vecchiezza volli dare il conforto di una giovinezza del
cuore. Una seconda giovinezza ma pi dolce e utile della prima. Vi riuscii. La mia cara
vecchina si riaccost a Dio ed con Lui tuttora, poich vive ancora, nonostante i suoi
92 anni... Ne fui orgogliosa di un santo orgoglio. Gi due anime avevo portato a Ges:
la mia e quella della vecchina. Veramente la mia... se non era Lui a prendersela, si
stava freschi!... Ma insomma, dopo il suo primo soccorso, io andavo avanti con buona
volont. Dopo questa mia prima conquista andai sempre meglio. Il mio desiderio di
essere uno strumento di Dio aumentava e mi si delineava alla mente tutto un
programma di vita penitente, resa ancora pi difficile dal tenore di vita familiare.
Perch mamma non condivide certe idee. Se le paiono soverchie anche le frequenti
visite alla chiesa e le comunioni, si immagini che effetto le fanno le teorie di
mortificazione!... Io ho sempre l'impressione di avere un bavaglio sulle labbra... Cerco
di parlare il meno possibile, o meglio cercavo di parlare il meno possibile di cose
spirituali anche quando la forza dell'amore era tale da darmi una vera ansia di
parlarne. Ora ne parlo senza ritegno pensando che qualcosa penetrer in quel cuore

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cos chiuso al soprannaturale. Ma ho l'impressione di parlare turco o indiano... ei non


capisce, e buona grazia se sta zitta e se non mi applica un'etichetta di pazza. Non
importa. Io vado avanti lo stesso. Esser ritenuta pazza per amore di Cristo cosa che
mi colma di gioia. Tutti i veri innamorati di Ges sono dei pazzi, dei divini pazzi:
martiri, penitenti, claustrati, tutti coloro che rinunciano alla libert, alla vita, alla
riputazione umana, alla ricchezza, alla salute per amore di Dio, che altro non sono se
non dei folli? Dei folli la cui follia quella stessa che port Ges sulla croce, la follia
della Croce di cui parla Paolo, l'Apostolo dalla parola ardente e dall'audace cuore.
Non mi bastava pi la prima offerta che sentivo incompleta e inquinata da vene ancor
troppo umane. Lo sguardo di Ges era sempre pi vivo in me e mi attirava sempre pi
in alto. Pass cos tutto il 1923 e buona parte del 1924. In famiglia i soliti fatti di
intransigenza e di dispotismo. Ma mi rifugiavo in Dio... Nel settembre 1924 dovemmo
venire a Viareggio. A Firenze il proprietario di casa esigeva l'appartamento con il
bugiardo pretesto di allogarvi il figlio che si sposava e colla vera intenzione di
affittarlo a nuovi inquilini decuplicandone l'affitto. Storia vecchia e sempre nuova.
Mio pap allora si decise a scrivere ai parenti di Calabria per vedere se ci trovavano l
una casetta. Ma quello che sarebbe stato facile nel 1921 era ora difficile. La gente
riaffluiva a Reggio che risorgeva dalle sue rovine con nuove case e belle vie, e casette
vuote non ce n'erano mai. Anche all'albergo, dove prima ci avrebbero tenuti tanto
volentieri, ormai si erano accomodati con altri parenti che li aiutavano nella
sorveglianza del personale. Aggiunga anche un poco di risentimento per l'ostinatezza
di pap, durata quattro anni, e comprenda che tutto si risolse in un: Non potete
venire. Allora venimmo a Viareggio... Qui avevamo conoscenze che ci facilitarono
l'acquisto della nostra casetta. Io ero ben contenta di venire al mare che amo tanto e di
lasciare Firenze, satura per me di ricordi amari... Il 21 settembre la casa fu comperata e
il 23 ottobre ne prendemmo possesso. Si iniziava cos un nuovo e diverso periodo di
vita in cui sempre pi crebbi in Dio. Ho incominciato questa quarta parte della mia
storia con una frase del Piccolo Fiore. Infatti, offrirsi all'Amore come vittima
chiedere a Ges di innalzarci sulla sua Croce e soffrire tutti i dolori che prima e dopo
la crocifissione Egli sub. Ges nel dialogo che avviene fra l'anima e Lui chiede: Ma
potrai bere al mio calice?. E l'anima risponde: Si, lo potr perch voglio essere
come il mio Maestro, perch ho compreso che se il grano di frumento non muore non
d frutto, perch ho compreso che solo quando si innalzati sulla croce si attirano le
anime a Dio, perch ho soprattutto compreso la tua sete, la tua sete che nessuna
bevanda ristora, ma solo il nostro amore. Offrirsi all'Amore vuol dunque dire offrirsi
al Dolore. Ma dolore il patire insieme a Cristo e il patire per il Cristo? No, esso
gioia, profondissima, inesausta gioia. Lo posso ben dire io che da tanti anni sono
saturata di tutti i dolori! Le confesso, Padre, che mentre non ho troppo penato a vincere la riluttanza nel parlare del mio passato, ora che entro nella parte migliore devo fare
uno sforzo sensibile. Temo di dire male quello che sento tanto bene. In secondo luogo
vi sono pagine di luce nella vita delle anime che si vorrebbero lette solo da Dio che le
ha scritte in loro. Va bene. Penser che Lei un ministro di Dio e che chi parla in
nome di Dio come fosse Dio. Perci ubbidisco e vado avanti, mettendo sotto i piedi
la mia tentazione di terminare qui la mia storia con una frase riassuntiva come questa:
Mi sono offerta a Dio e Dio mi ha accettata. Sono molto contenta di sapere che Lei

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uno molto devoto della dolce santina di Lisieux. Cos mi capir meglio. Giunta a
Viareggio, continuai la mia vita con la stessa regola di Firenze. In pi qualche corsa al
mare e in pineta alla mattina presto o sul mezzod: nelle ore che mare e pineta hanno
meno persone che li contemplano. Sono sempre stata una solitaria e la folla mi ha dato
sempre noia. Il bello mi si sciupa se del chiacchiericcio vano intorno a me. Perci
cerco, ossia cercavo di andare ad ammirare il bello del mare e della pineta quando
erano senza frequentatori. Viareggio poi mi ha procurato un altro regalo: quello di
uscire io tutti i giorni per la spesa quotidiana. A Firenze era mamma che usciva di
solito. Qui ero io. E questo mi aiutava per fare delle visitine a Ges Sacramentato
senza attirare i fulmini materni. Nel dicembre 1924 sentii l'ispirazione vivissima di
avere il volume completo dei 4 Vangeli e la Vita di Santa Teresa del Bambino Ges.
Devo riconoscere che dal momento che ero tornata a Dio ero sempre fedele alle
ispirazioni che mi venivano. Una fedelt pronta e ilare, anche se l'ispirazione mi
spronava a cose difficili. Fra l'altro in quel tempo ero in un abisso di gratitudine per il
buon Dio per una grazia che mi aveva fatta. Grazia materiale, ma che gli avevo chiesta
con tanta fiducia. Quando mamma era venuta a cercare la casa io avevo pregato
intensamente che Ges le facesse trovare una casetta piccina, come a noi tre
conveniva, sana, senza difetti, e con molto spazio sulle due facciate. Ora la nostra casa
ha sul dietro dei vasti giardini e sul davanti aveva, allora, la Villa Rigutti col suo parco
vastissimo. Si vedevano le Apuane e tutti i paeselli sparsi sulle colline pi vicine. Mi
sarebbe piaciuto vedere anche il mare, ma tutto non si pu avere e perci chiedevo
solo una casa con molto spazio intorno per la mia vita sempre molto chiusa in casa.
Fuorch per le spese e per andare in chiesa e le corse fugaci al mare, io non uscivo
mai. La Passeggiata non mi vedeva andare su e gi come un pendolo... Se Lei nota,
anche ora la mia casa l'unica che ha di fronte uno sfondo verde. Tutte le altre case,
sorte sul terreno della ex-Rigutti, sono a livello di strada. Piccola cosa, vero? Ma
sempre pi mi persuadevo che Ges mi voleva cs bene da concedermi anche queste
piccolezze per fare contenta la sua Maria. Figurarsi cosa non dava all'anima mia!...
Attingendo al mio sempre magro borsellino (mamma mi dava s e no 5 lire al mese e
dovevano bastarmi per tutti i miei particolari bisogni di elemosine, di compere di libri
e di musiche ecc. ecc.) mi rivolsi ad una mia amica, che quasi una suora tanto pia e
che vive sempre fra sacerdoti e monache, e l'incaricai di comperarmi e spedirmi La
storia di un'anima e i 4 Vangeli. Il 28 gennaio 1925 mi arriv un grosso pacco coi
libri richiesti e con un volume, aggiunto dalla mia cara ex-compagna di collegio, il
quale era un libro di commenti evangelici ad uso delle giovani. Mi pare fosse di un
sacerdote: Don Baudernom, se ricordo bene. Dico cos perch quel libro piaceva tanto
ad una creatura angelica - che divenne Mantellata e che mor dopo pochi anni di
monacato - che glielo donai quando and in noviziato. Lessi subito la Storia di
un'anima. Mi pareva di tornare in Collegio. Ma in Collegio le Suore si erano fermate,
nella lettura, alla vita vera e propria e ai ricordi e consigli. Io, avendo l'opera
completa, andai avanti. L'anima mi si liquefaceva di amore. Avevo trovato l'arpista
capace di dare suono alle corde del mio spirito. Io le volevo far cantare a Dio ma non
ci riuscivo ancora. . Teresina, con la sua piccola mano, mi prese la mia e me la
condusse sulle corde insegnandomi il cantico dell'amore e della donazione. Quando
lessi l'atto d'offerta all'Amore misericordioso piansi di gioia... Avevo trovato quello

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che cercavo. Se per entrare nel Terz'Ordine Francescano avevo imposto un periodo di
prova a me stessa, ora non attesi un attimo. Erano due anni che cercavo una maestra di
spirito che mi facesse da madrina nel mio rito di sacrificio a Dio. L'avevo trovata,
finalmente! Decisi di fare una buonissima confessione, una fervorosa comunione,
ancora migliori delle solite, e poi di pronunciare il mio atto d'offerta. Sono un
impulsiva in certi casi. Lo sono quando, da tempo cercando una cosa, la trovo
finalmente. Allora non rifletto oltre, perch ho gi riflettuto prima. Non bisogna
dimenticare che io mi ero prefissa di imitare la Maddalena. Cos mi aveva ispirato
Ges. E Maria di Magdala quando incontr Ges non stette tanto a pensare... si mise a
seguirlo. Chiss da quanto tempo, nauseata della sua vita di vizio, non cercava chi le
desse la forza di uscirne. Trovato il Maestro, la sua anima di passionale aveva sentito
che Egli era il cercato e con l'impulsivit di certi caratteri, estremi sia nel bene come
nel male, lo aveva eletto a suo Re. Una vocetta maligna, che forse era di un diavoletto,
mi insinuava: Bada a quello che fai! Pensaci! E se poi muori?. Ma io la cacciai con
una scrollata di spalle. Alla sera, nella stanza dove sono ora, con un grande batticuore
d'amore, inginocchiata per terra, lessi il mio atto di offerta. E da allora lo rinnovo ogni
giorno. I dolori sono venuti come una pioggia su me da quel giorno, ma se fosse
concesso all'uomo di annullare il tempo trascorso e io tornassi al 28 gennaio 1925, nel
quale giorno ricevetti quei libri, io rifarei quello che ho fatto e con ancora maggior
gioia, perch in questi diciotto anni, fra il mare di pene in cui sono immersa, ho
sempre gustato, con la mia parte migliore, una gioia spirituale che credo sia un
anticipo di quella che godremo nella celeste Gerusalemme, l ove il gioir
s'insempra. Posso anche io ripetere col Piccolo Fiore: Da quella sera cominciato il
nuovo periodo della mia vita, il pi bello di tutti, il pi ricolmo di grazie celesti. La
Carit entr nel mio cuore con un bisogno di dimenticarmi per darmi, e da allora fui
felice. Oh! tante cose, dette dalla dolce Santina, le posso ripetere io pure! Anche io
ho sofferto e soffro pensando al Sangue di Cristo che goccia per tanti inutilmente. Il
grido di Ges: Ho sete! echeggia sempre nell'anima mia, che vede la sete del suo
Dio e la vuole ristorare. E vedo anche, con infinita piet, le povere anime, alla loro
volta assetate, che non sanno trovare la fonte d'acqua viva che sazia tutte le seti E
vivo morendo ogni minuto per portare anime a Dio e Dio alle anime. Quando, qualche
volta, nei primi tempi dell'offerta, io titubavo a compiere un sacrificio, mi pareva
vedere lo sguardo implorante di Ges... Come resistere a quello sguardo che mi
pregava, pregava me, povera creatura, di aver piet del suo desiderio? Allora superavo
ogni titubanza e, spezzando me stessa in tutto quanto umano, compivo un nuovo
sacrificio per far sorridere il mio Ges. Il sorriso di Ges mi ripagava di tutti i miei
sacrifici, ma nel contempo aumentava sempre pi la mia sete di sacrificio per
desiderio del suo sorriso. Essere consumata dall'amore! Esser consumata per amore!
Ma vi pu essere una gioia pi dolce e potente di questa? Non pu la parola umana
descriverla, perch essa sempre impotente a descrivere l'infinito, e la gioia dell'esser
vittime gioia infinita! Procedevo dunque cos, amando, essendo amata, avendo per
unico scopo l'amore e per unica guida l'amore. Non avevo ne guida n luce fuorch
quella che brillava nel mio cuore, dice S. Giovanni della Croce. Io pure non avevo
altra guida n altra luce che questa data dai divini occhi di Ges che viveva ormai in
me. Gli occhi di Ges! Non mi dica che sono pazza. Mi comprenda. Io avevo ormai la

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sensazione di quello sguardo aperto nel mio cuore e vedente per me. Io sentivo che
guardavo le cose e le persone con gli occhi di Cristo, perch la mia personalit era assorbita nella sua ed io vedevo, parlavo, agivo attraverso di Lui. Quante volte ho sentito
che le parole mie, di povera creatura, si mutavano sulla soglia delle labbra in altre
parole che per la carit che le informava non potevo pi dire mie, ma sue: di Ges!
Quante volte i miei sguardi, che qualche contrariet sentivo li stava facendo divenire
piuttosto... da falchetto, smorzavano la loro istintiva aggressivit in una luce d'amore
che non era mia, ma sua: di Ges! Quante volte un mio atto, non precisamente
conforme alla legge della carit, non si trasformava misteriosamente in un atto di
benignit la cui origine non si trovava certo in me, povera anima cos meschina, ma in
Lui: in Ges che era in me! E il mezzo di provare questa vita di Ges in me non mi
mancava... In casa dovevo ad ogni minuto pregare il mio Re: Agisci Tu. Frangimi
come si frange un vetro per annullare la mia personalit, che si risente di tante
ingiustizie, e riformami in Te, secondo come agiresti Tu in questo momento!. Il
Piccolo Fiore mi aveva insegnato che Dio si ama con i petali di rose: coi piccoli
sacrifici compiuti per amore. Io, per amore, pregavo Ges di darmi la forza di
compierli sempre per amarlo cos... E Lui, vedendo che io come io non valevo un
centesimo, si sostituiva a me. Oh! non mi posso gloriare del bene che ho fatto! stato
Ges che lo ha fatto: io non vi ho messo di mio che la sommissione assoluta ad ogni
sua operazione. Ges mi diceva: Fa' cos, e facevo cos. Di' questo, e dicevo
questo. Compi quest'altro, e compivo quest'altro. Oh! se le anime capissero come
loro utile abbandonarsi alle operazioni divine! In quel tempo avrei voluto entrare nella
Compagnia di S. Paolo. Unicamente per poter dire alle folle che Ges va amato con
assoluta dedizione, per trovare la felicit celeste fin da questa terra. Poter parlare dei
benefici di Dio, poter cantare il canto della riconoscenza e dell'amore per questo Dio
pietoso che fa sua gioia il poterci condurre al cielo! Ma molti ostacoli si frapponevano
a questo mio desiderio. Egoismo materno in prima linea, piet di pap mio e salute
mia sempre scossa. Il cardiopalmo non cedeva col passare degli anni. Era sempre
uguale e penoso. I dolori spinali pure. Ma con tutto questo lavoravo fin troppo, come
dissero poi i medici. Pur di fare contenta la mamma e nella speranza (vana) di
conquistare la sua benevolenza, lavoravo, lavoravo come una macchina. Faccende di
casa, spese, cucina, imbiancature di muri, allevamento di colombi, materassi da rifare,
persone da servire perch nell'estate si avevano ospiti (paganti) ai quali fare pensione...
tutto era sulle mie spalle. E poi lavori di casa, abiti, maglie, biancherie... facevo
persino le giacche estive di pap... Ma era troppo. Il professore di Firenze aveva
raccomandato a me e a mamma che io non mi mettessi nell'ozio assoluto, ma per
evitassi assolutamente di raggiungere la stanchezza fisica, pena lo sfiancamento
cardiaco. Ma chi ci pensava? Io, non paurosa di natura, superavo ridendo le sofferenze
del cuore e delle vertebre lesionate. Dello strofanto e dei cerotti Bertelli erano i miei
aiuti e tiravo avanti. E poi ora mi sorrideva l'idea dell'olocausto per amore. S. Teresina
aveva ben lavorato, pur essendo all'estremo delle forze Mia mamma che mi vedeva
colorita, anche grassottella, e sempre in moto, non pensava neppure per incidenza che
ci potesse nuocermi. E esigeva, esigeva, esigeva con lena crescente. Se qualche volta
dicevo di avere un dolore al cuore o alla spina dorsale pi intenso, lei tirava fuori un
vero repertorio di malanni suoi (immaginari) ed io ero servita. Pensi che mi ha

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tormentata per tre anni col dirmi di avere delle emorragie per un tumore interno.
Voleva sempre dei grandi impiastri di ortiche sul basso ventre, perch non so chi o non
so dove aveva letto che erano il tocca e sana per i neoplasmi! Magari lo fossero! Ci
sarebbe da fare un poema alle ortiche! Andavo perci ogni giorno a pungermi le mani
e le braccia per cogliere ortiche e poi le preparavo - altre spinate come sopra - e alla
sera, quando lei si decideva ad andare a letto, facevo quel poco profumato impiastro e
glielo portavo di sopra. Morale: a mezzanotte ero ancora in piedi, stanca morta, e alle
6 di inverno, alle 5 d'estate, mi alzavo. Risult poi che il preteso tumore altro non era
che un noioso ma non pericoloso disturbo di cui almeno 3/4 dell'umanit soffre. E lei
ne guar veramente bene quando, lasciata da parte la cura (?) delle ortiche, si decise ad
applicare una pomata atta a quei varici!... Ma quante lacrime per paura di perdere la
mamma! E quante faticose corse per pinete e campi in cerca di ortiche! E questo un
male. Ma a sentire lei li aveva tutti addosso, meno la lebbra e la tubercolosi. Come
vede, nonostante tutti i suoi mali, ella vive ancora coi suoi 82 anni. Cammina male o
mai ma camminassi io come lei! Mi parrebbe d'essere una regina. Perci pu ben
pensare che non ero certo risparmiata allora. Altro che non arrivare mai alla
stanchezza! Raggiungevo e sorpassavo la superfatica! Di modo che verso sera
camminavo persino curva e piegata verso destra. Spezzata!... Ma nessuno se ne
preoccupava. Niente Compagnia di San Paolo, perci. Altro sacrificio offerto a Ges.
Ma mi davo da fare lo stesso. Gli ospiti, gli amici, tutti coloro che per un puro caso mi
si avvicinavano potevano supplire alle masse che non potevo istruire come Paolina.
Purch si voglia, si pu sempre essere apostoli. E se non si ha la pompa di un
apostolato grandioso, riconosciuto, che pu per sempre trascinare con s guarnizione
di orgoglio e dissipazione umana, si pu sempre avere la gloria di un apostolato umile,
nascosto, solo noto a Dio, corroborato pi dal nostro soffrire che dal nostro operare.
Si, riconosco che il buon Dio mi ha concesso di prendere molte anime nella rete che
gettavo nascostamente, attendendo paziente che i pesciolini si accostassero alle mie
briciole di apostolato e li potessi catturare. Briciole di apostolato, ho detto. Infatti
dovevo sbriciolarlo in modo da non attirare l'attenzione materna, che avrebbe messo il
suo veto. faticoso, sa, lavorare cos!... Ma, se erano briciole di apostolato, erano in
cambio vere grosse pagnotte di amore quelle che giornalmente distribuivo...
Impedirmi di amare nessuno me lo poteva fare. Non le pare? Ed io davo, davo con
mano prodiga il mio amore al prossimo per far cortesia a Ges. Mi dicevo sempre:
Gli uomini, che sono sempre pronti a usare cortesia ai pi potenti nella speranza di
averne degli utili, non si curano di esser cortesi col buon Ges. Lo sar io per loro.
Fare cortesia a Ges deve essere il mio lavoro. E cortesia a Ges si fa in mille modi,
che vanno da una parola rattenuta ad un paziente incassare offese senza reagire, che
vanno dalla preghiera al perdono, e dal prestarsi in aiuto al prossimo in ogni suo
bisogno corporale e spirituale fino all'olocausto segreto in cui offriamo la stessa vita
per amore. E io facevo tutto questo semplicemente, per amore. Avendo veduto
naufragare il mio desiderio di essere una Paolina, pensai all'Azione Cattolica.
Quando si colmi di amore fino all'orlo, e sempre nuovo amore scende in noi dal cielo
e rampolla in noi dal cuore, si deve straripare per forza. Ogni diga si rompe quando la
forza delle acque ha raggiunto il massimo. E la forza dell'amore cresciuto a dismisura
qualcosa di incontenibile. O trovare ad esso uno sfogo o morirne soffocati. Io mi

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arrabbattavo ad alleggerire la massa che urgeva contro le pareti del cuore, dandomi un
vero martirio d'amore, ma non mi bastava quel poco che potevo fare. Ha ben ragione
Ruysbroeck quando dice: L'anima che stata dinanzi al Cristo sente la dolcezza, e da
tal dolcezza nasce un casto godere che l'abbraccio dell'amore divino. Pigliate tutte le
volutt della terra e fatene una sola volutt e precipitatela intera sopra un solo uomo:
tutto ci sar nulla in confronto al godimento di cui parlo, poich qui Ges che si
versa in fondo a noi con tutta la sua purit, e la nostra anima non ne solo piena ma
traboccante. Tal godimento rende l'uomo non pi padrone della sua gioia. Tal gioia
produce l'ebbrezza spirituale. Io dico ebbrezza spirituale quando il godimento va oltre
le possibilit che aveva intravisto il desiderio. Talvolta la sovrabbondanza della gioia
sforza a cantare, talvolta a piangere. Talvolta per alleviare lo spasimo l'uomo chiede
soccrso al moto, talvolta alle grida, talvolta al profondo silenzio delle delizie ardenti
e mute. Ma nelle delizie ardenti e mute ci si resiste poco con la nostra umanit.
L'ardore cresce nel silenzio e ci folgora. Lo so. Pensai allora all'Azione Cattolica.
Nella mia Parrocchia non vi erano le Giovani Cattoliche. Chiesi di fondarle io. E fui
respinta. Si diceva che, essendovi gi il Gruppo Uomini e Donne cattoliche, non era
necessario mettere altro. Insistetti inutilmente. Offersi la mia stessa casa per le prime
adunanze. Niente. Pazienza. Mi doleva tenere inerti i doni di intelligenza e di coltura
avuti da Dio. Mi era sofferenza non poter condurre a Dio tante giovanette che vedevo
sviarsi dietro un paganesimo appena larvato di cattolicesimo. Offersi anche questo
sacrificio a Dio. E ad ogni sacrificio compiuto sentivo crescere l'amore. Mi dicevo
sempre: Ho raggiunto il culmine. Pi su non si pu andare. Oh! come mi illudevo!
Salire verso la Perfezione un salire perpetuo. Io credo che se ci fosse lecito vivere
mille anni, ascendendo sempre nella via dell'Amore infinito, troveremmo che alla fine
non abbiamo fatto che poca via... Essa sale, sale, sale, e pi si procede e pi si vede
che essa sale sempre pi. Ma il buon Dio, alle anime generose che si sono affaticate
nel salire, ogni tanto concede le ali per percorrere in breve tempo un lungo cammino
ed abbreviare la distanza che le separa da Lui e poi, all'ora della morte, viene e prende
l'anima generosa nel punto ove morte la ferm e la rapisce in alto, con Lui... Dolce
l'ultimo volo cos, sul cuore del Maestro che dice: Vieni, benedetta, nel Regno mio!.
Ali sono i sacrifici pi grandi compiuti per amore. Nella primavera del 1927 Dio mi
dette un paio d'ali ben grandi. Dovevano essere ali d'arcangelo! Quanto spazio coprii
in un'ora quella mattina della Domenica delle Palme 1927! Nel gennaio, e
precisamente il 5 gennaio, era venuto in licenza presso il padre, Generale di Divisione,
e la madre un giovane ufficiale di marina. Nella notte fu colto da un male inspiegabile
sul primo, rivelatosi poi per una setticemia all'ultimo stadio. Il Generale, nostro amico,
corse da noi il 6 gennaio pregandomi di andare l perch loro avevano gi perduto la
testa. Erano a Viareggio da soli tre mesi. Vi andai e vi stetti fino al 9 aprile 1927. Ho
sfidato il pericolo dell'infezione che tutti fuggivano. Molti andavano dai miei a dire:
Ritirino la signorina. Quel giovane tisico!. Ma come potevano i miei negare a
degli amici desolati quel favore? E perch io, che avevo curato tanti, dovevo rifiutare
assistenza a quell'infermo? Perci per tre mesi lo contesi alla morte, senza stanchezze
e senza ripugnanze. Al suo fianco dalla mattina alle sette fino alla sera alle 22 e oltre e,
nelle notti in cui era fra morte e vita, anche alla notte. Venivo a casa stanca e pure
lavoravo ancora per non affaticare la mamma. Finalmente il giovane miglior. I

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diversi medici dissero che oltre met del merito era mio, che avevo non solo assistito a
dovere ma dosato con criterio le medicine. Veramente di questo me ne ero fatto poi
uno scrupolo. Ma non gliene posso parlare perch il suo confratello, Padre Antonino
Silvestri, mi ha detto di non parlarne mai pi. Ubbidisco alla sua volont anche ora che
egli andato a Dio. Non pu credere che gioia provai quel giorno che potei alzare per
la prima volta il' mio malato! I genitori giubilavano e dicevano: Come faremo a dirle
grazie?. Ma il mio grazie io lo avevo gi avuto da Dio perch avevo assistito quella
vita con l'intento di farla morire cristianamente, se doveva morire, o di farla
riconoscente a Dio se Dio lo faceva guarire. E mi pareva d'esser-vi riuscita... Per
premio non volevo nulla: facevo solo la corte a una corona del Rosario comperata dal
giovane nel Convento dell'Orto degli Ulivi a Gerusalemme. Disgraziatamente il
medico curante, la sera dell'8 aprile, usc con questa ragione: Ora faranno un bel
regalo a questa signorina! Oltre al come ha curato, ha fatto loro risparmiare un bel
gruzzolo di denaro. Con delle infermiere pagate non sarebbero bastate 3000 lire. Il
medico poteva anche fare a meno di dire questo, ma se lui lo ha detto io non ne ho
colpa. Le pare? Basta. Io risposi: Oh! per carit! Ho avuto la soddisfazione di salvare
una vita. Mi basta. Al massimo il tenente mi procurer una corona come quella della
signora Adalgisa. Quella l'accetto volentieri. La mattina dopo mi recai come al solito
alla casa del Generale per aiutare il mio malatino, ancora debolissimo, ad alzarsi. Ora
andavo dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 19. Avevo comperato l'ulivo benedetto e lo
portavo anche a loro che,, dopo avere tanto ricevuto da Dio, non erano riconoscenti a
Dio. Speravo, con quel ramo santo, di ricordare loro la Pasqua vicina... Entrai. Vidi la
signora per prima. La salutai offrendole il mio ramo d'ulivo. Mi volt le spalle senza
rendermi il saluto. Siccome la sapevo molto stramba non ci feci gran che caso. Pensai
avesse litigato col marito, cosa che avveniva molto di frequente. Entrai in camera del
malato. Si era gi alzato e stava seduto in una poltrona fra il padre e il fratello. Erano
tutti e tre molto imbarazzati... Gi alzato? Bravo, dissi. Un sorrisetto fu tutta la
risposta che ne ebbi. Andai verso la cucina per sentire se la signora aveva bisogno di
qualche cosa. Avevo sempre in mano il mio ramo d'ulivo. Fui investita da una raffica
di rimproveri. Il mio povero ulivo fu lanciato nella spazzatura e per poco io non andai
a fargli compagnia. Venivo accusata di volermi imporre e di volermi insediare in una
casa, di aver fatto fare insinuazioni dal medico per avanzare pretese che, se fossero
state dette schiettamente in principio, sarebbero state respinte. Infine mi venne
dichiarato che ero vecchia rispetto al giovanotto per poter pensare a conquistarlo (?).
Nulla di vero. Ero andata perch insistentemente richiesta, non pretendevo nulla e
tanto meno conquistar quel ragazzo. Ormai ero di Dio, e per sempre. Mi venne una
grande voglia di rispondere per le rime a quella ingrata e maleducata. Ma mi parve che
Ges mi chiedesse il sacrificio del mio amor proprio in quel giorno nel quale aveva
inizio la sua Passione... Uscii dalla cucina senza parlare. Se avessi aperto bocca avrei
detto troppo. Allora preferii tacere... Non vigliaccheria tacere in certi casi, ma anzi
eroismo. Tornai nella camera del malato e come nulla fosse rifeci il letto e misi tutto a
posto. Intanto i miei sentimenti si calmavano. Allora dissi al Generale che giudicavo
esser bene astenermi ormai dal venire in casa loro. Egli balbett - la giusta definizione - qualche magra scusa che mi conferm nel mio giudizio in merito all 'increscioso
incidente, la cui causa vera era la paura di dovermi compensare in qualche modo.

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Come mi conoscevano male e come conoscevano male mio padre e mia madre! Torn
la signora che era uscita per la spesa. La salutai e, domando il mio io che si ribellava a
tanto, chiesi scusa di quello che non avevo fatto. Le confesso che sudavo... Io che
avevo sempre agito bene, fin da bimba, per non avere a chiedere scusa, ora mi
umiliavo cos, senza avere nulla commesso di male, ma anzi aver fatto del bene! Ma
era la Domenica delle Palme... Quale migliore preparamento potevo fare alla Pasqua
ormai incombente? Per Ges che andava a morire, nella mistica commemorazione del
suo sacrificio per liberare l'uomo dal peccato e specie dal peccato di superbia che
aveva rovinato i progenitori e i discendenti di essi, non dovevo trovare questo atto di
amore? Tornai a casa senza dire altro che ormai, essendo il malato in condizione di
fare da s, io non andavo pi da lui. Non dissi altro per non scatenare le furie
materne, che non avrebbero portato rispetto n al Generale n alla moglie di lui.
Pensavo che se quei due si fossero pentiti del loro gretto modo di agire potevano
ancora riparare, e perci era meglio stare zitta. Solo dieci giorni dopo parlai, perch i
miei si stupivano che quei signori non venissero a dire grazie, inferiori in questo al
cane che sa scodinzolare quando stato beneficato. E la cosa fin cos. Esteriormente
fin cos. Ma internamente no. Il mio Salvatore mi compens divinamente per avere
saputo essere mite ed umile a sua somiglianza e per amore suo. Io avevo offerto la mia
umiliazione a Lui come un sudano per il suo Volto prossimo ai sudori mortali. Egli di
quel sudano me ne fece vela per portarmi ben in l, nell'ampio mare della sua
misericordia, incontro al Sole della sua divina Essenza. Fu un vero bagno di amore nel
quale quel resto di umano che poteva ancora essere in me scomparve definitivamente.
Da allora io sono vissuta tutta protesa nel soprannaturale avendo appoggiato sulla terra
solo la punta del piede, come certe alate Vittorie che sono gi tutte slanciate nel volo.
Dopo questo sacrificio venni presa da una vera sete di immolazioni. Immolazioni di
amor proprio, di sentimenti cari, di penitenze corporali, di piccoli e grandi sacrifici
materiali. Thtto quanto era mezzo per immolarmi io lo cercavo e lo praticavo. E un
vero fiume di pace mi sommergeva. Come era dolce esser portata da questo fiume! Ho
detto: mi sommergeva. No. Mi portava sui suoi flutti di confidenza, di pace, d'amore.
Ed io come una festuca sull'acqua mi abbandonavo alla Volont che mi portava,
suggerendomi d'ora in ora quanto dovevo fare. Era come se il Divino Maestro mi
tenesse il suo calice contro le labbra pregandomi di berlo per amor suo. Ed io bevevo,
nonostante il sapore fosse spesso ben amaro, sempre pi amaro alle mie labbra, ma di
un amaro che si mutava in dolcissimo miele nel cuore. Pass cos il 1927 e buona
parte del 1928. Nell'autunno 1928 giudicai che potevo chiedere di entrare nel
Terz'Ordine Francescano. Ormai vedevo che tutto quanto mi aveva turbata in passato
era vinto per sempre e che io ero un'altra, trasformata come ero dall'amore. Allora mi
recai dai Francescani ed esposi il mio caso. Bisognava accettarmi cos come potevo:
ossia niente adunanze e niente inviti, per ora, per non urtare le suscettibilit materne.
Mi risposero che si poteva fare, solo che questo avrebbe ritardato la mia vestizione.
Pazienza! Mi sarei sempre pi preparata a quella cerimonia che volevo realmente
fosse un sigillo indelebile. Nella primavera del 1929 mi recai a Cremona per portare in
un collegio un ragazzo, affidato a una madre senza testa che ne faceva un discolo. La
mia cara ex-compagna di collegio, quella che mi aveva procurato i libri, mi aveva
aiutata nel trovare un ricovero per questo disgraziato fanciullo. Rimasi per 15 giorni

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ospite di questa mia amica, in una famiglia che pare una copia della famiglia Martin
nella quale crebbe la mia Santina prediletta. La mia compagna, che era anche
Presidente Diocesana di A. C. Giovanile, mi disse: Ma perch non entri anche tu
nell'A.C.?. Gi! Presto detto! Le spiegai le opposizioni trovate e come i miei
sacerdoti non volessero le Giovani cattoliche in parrocchia. Ma ci sono. Non ci
sono. Come non ci sono? Hanno mandato anche l'obolo per l'Universit Cattolica!
Guarda qui: Circolo Nostra Signora di Lourdes. Parrocchia S. Paolino - Viareggio.
Rimasi di sasso. Mi ero tanto raccomandata perch si fondasse il Circolo, e venivo a
sapere che esisteva mentre ero lontana tanti chilometri... Non mi avevano voluto. Ecco
tutto. Decisi che al ritorno avrei chiesto di entrarvi. Mentre compivo quell'opera di
misericordia - perch era tale - in favore di quel povero ragazzo, ebbi i primi sintomi
della miocardite. Nell'estate 1928 avevo avuto una grave angina che avevo superato in
piedi, con febbri a 40 e oltre, perch avevamo ospiti. Un mese di sofferenze che mi
avevano molto sciupata. Nel rigidissimo inverno 1928-29 ebbi una brutta influenza
con tosse e febbri alte e, appena guarita, la frattura di una costa, spezzata dalla folla
che mi premeva contro una sbarra di ferro all'Esattoria. Avevo fino dovuto sputare
sangue. Forse la costa ledeva la pleura. Ma come al solito nessuno se ne era
preoccupato. Io per sentivo che il cuore era pi pesante, grosso, malato pi
seriamente. Nel viaggio di andata, quando fui al passo della Cisa, tra Pontremoli e
Borgotaro, ebbi un lieve malore. Breve pi che lieve perch furono attimi, ma credetti
morire. Si risolse in una emorragia di naso. A Cremona, la stessa sera in cui avevo
portato in collegio il ragazzo, mi sentii male. Feci uno sforzo perch la mia amica non
se ne accorgesse. Ma credetti anche allora di morire. Al ritorno, nel treno, sempre tra
Borgotaro e Pontremoli, ecco da capo quel breve ma penoso malore. Si capisce che il
cuore cedeva, e sia laria eccessivamente fina di quel punto come l'emozione del distacco dal bimbo, che si era attaccato al mio collo chiamando la mamma, mi avevano
fatto male. La mia amica anzi, vedendomi molto sciupata e sofferente, mi voleva
trattenere ancora, molto pi che una notte ero stata malissimo per il mio dolore
vertebrale che mi dava persino vomiti e crampi addominali. Ma un perentorio
telegramma di mia madre mi obblig a partire anche cos sofferente. La volpe perde il
pelo ma il vizio mai, e mia mamma fa lo stesso. Rimane sempre uguale e nessuna cosa
la muta. Avrebbe dovuto esser contenta che io mi riposassi un poco, presso care
persone. Ma nossignori! Dovevo stare a catena, sempre. Quell'estate faticai
moltissimo a occuparmi dei bagnanti. In autunno camminavo persino tutta piegata a
destra. Il Parroco mi aveva respinta ancora dalle Giovani Cattoliche. Un altro
sacerdote mi aveva detto: Ma non si occupi di A.C.! Non merita!. E un terzo mi
aveva messa nelle Donne Cattoliche, nelle quali ero una spostata. La mia missione era
istruire le giovani. Ma mi veniva negata. Anni prima mi sarei inquietata. Ora pregavo e
basta. La mia volont era fare la Volont di Dio e non mi alteravo se le cose andavano
di traverso. D'altronde, essendo stata cos poco bene, speravo che Dio avesse accettato
la mia offerta di vittima e si apprestasse a consumarla. Come questo mi sorrideva e
come mi consolava di tutto! Se i poveri uomini, che si arrovellano tanto delle cose del
momento, potessero capire e gustare quanto soave e pacificatore il distacco dalla vita
e da tutte le sue attrazioni, come resterebbero meravigliati! Essi pensano che il
sacrificio e il dolore, qualunque sia la forma da essi presa, siano penosi a compiersi

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per l'anima generosa come per le loro anime timorose di tutto, per non dire meschine.
Ma sbagliano molto. Il sacrificio non pi sforzo e il dolore non pi tormento per
l'anima generosa, la quale vive in un'atmosfera e in una luce speciale, che rivestono
sacrificio e dolore di una veste diversa da quella che appare agli occhi dei pusilli.
Tutto perde in valore umano per l'anima-vittima e tutto acquista in valore sopraumano.
La salute o la malattia, la riuscita o la sconfitta di un dato lavoro, la gioia o la pena gli
sono indifferenti dal punto di vista umano e solo gradite se da esse pu ottenere un
bene soprannaturale. Di una cosa sola, anzi, l'anima generosa si preoccupa, ed della
tema di non soffrire. In ci sta il capovolgimento dei valori. Per l'uomo comune la
tema di soffrire, anche la sola tema fonte di terrore. Per l'anima generosa la tema di
non soffrire abbastanza causa di timore e di raddoppiamento di suppliche perch Dio
le conceda la gioia di soffrire. Tutto il suo lavoro quaggi si compendia nel desiderio
di far cosa grata non a s ma a Dio, e se per raggiungere questo necessario soffrire
sia benedetto il dolore! Donde l'incapacit dell'anima generosa di soffrire nel modo
acerbo con cui soffrono i non generosi. Il dolore resta, perch inevitabile, ma non
come nemico: come amico che ci aiuta a salire sempre pi in alto. Il solo pensiero che
questo dolore, aborrito da tanti, ci rende simili al Cristo e continuatori dell'opera di Lui
ci d sete insaziabile di sempre nuove e pi profonde sofferenze. E il riflettere che a
noi, povere creature umane labili portate alla colpa, l'infinita Misericordia concede
l'onore di divenire simili a Lui nell'opera redentrice, concede di mescolare nel calice il
nostro sangue al suo Sangue divino, ci porta ad altezze vertiginose di amore e di
riconoscenza. L'unica nostra paura non gi che il calice del dolore sia portato alle
nostre labbra dalla mano di Dio, ma sia levato alle nostre labbra che non vogliono pi
conoscere altro sapore che non sia questo, gustato per la prima volta dal Redentore.
L'anima generosa ha talmente annullato la sua volont che da s sola non si occupa di
cercare n sofferenza n gioia. Si donata, mani e piedi legati, in mano del dolce suo
Immolatore e solo lo supplica di non risparmiarla. Ogni nuova ferita ai suoi occhi
una gemma senza pari, e se le lacrime scendono, perch il dolore stritola le nostre fibre
e la carne geme, a quelle lacrime umane si uniscono altre stille di pianto. Di un pianto
di gioia per la grazia di soffrire che Dio ci concede. Il primo supplizio dell'Immolatore
quello dell'Amore. Un amore cos esclusivo, cos possente che da s solo basta a
consumare la vita. Il secondo il Dolore: un dolore cos proteiforme che senza l'aiuto
di Dio ucciderebbe qualunque creatura umana. Il terzo, supplizio dei supplizi, di
vederci levato il dolore, perch questo ci fa temere che Dio non ci trovi pi degni di
soffrire con Lui, per Lui e per le anime. Sono anni che io vivo cos, avendo trovato in
questa vita la mia pace. Essere anime vittime vuol dire essere anime penitenti come la
Maddalena, pure come Agnese - perch la sofferenza purifica - fiduciose come
Teresina; essere anime vittime vuol dire essere nelle mani di Ges come uno
strumento che non si lamenta di essere usato; essere anime vittime vuol dire aver
capito dove la via sicura per la vita eterna. Questa certezza mi addolciva ogni cosa.
Anche quella di vedermi sempre respinta da tutti. Respinta in casa, respinta fuor di
casa, respinta dai sacerdoti come dalle persone laiche. Pareva si fossero tutti dati la
parola in questo senso. Ma mi restava Ges, e perci... Alla fine del dicembre 1929 vi
furono i S. Esercizi per gli ascritti all'A. C. della mia Parrocchia. Erano tenuti da
Monsignor Sanguinetti. Li frequentai con piacere dopo tanti anni che ne ero priva. Alla

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fine, in una lunga confessione, mi aprii col Monsignore. Ebbi la grazia d'essere capita
da, questo sacerdote. Rara grazia perch fino a quel momento mi era sempre stata negata e Ges solo era stato il mio Direttore. Mons. Sanguinetti mi fece parlare a lungo e
poi... mi impose come delegata di coltura delle Giovani Cattoliche. Allora dovettero
bene accogliermi! Seppi farmi amare dalle circoline. Le dirigenti mi amarono meno
per paura che io le avessi a soppiantare in quelle benedette cariche, cos desiderate dal
loro piccolo cuore che vedeva le cose da un punto di vista umano. Ma le circoline mi
amarono molto e subito. Mi vedevano giusta. Esigevo ordine, studio, puntualit e
ubbidienza al regolamento. Ma la prima ad osservare tale ordine, studio, puntualit e
ubbidienza allo statuto, ero io, e perci mi seguivano. Guai se gli inferiori ci vedono
colpevoli delle colpe che rimproveriamo a loro! finita! Quell'anno la gara era sul
Sillabario del Cristianesimo. Fu un piccolo trionfo. Quelli della A. C. Diocesana, che
l'anno avanti avevano esaminato delle creature impreparate affatto, strabiliarono. Io fui
contenta per le ragazze. Non c' come il successo che sproni, specie quando si ancora
delle piccole anime come erano le mie figlioline. Le premiai con dei libri, ossia
premiai le meglio, quelle che avevano riportato buoni voti, sicura che l'anno dopo
avrebbero fatto meglio ancora. Gli inferiori vanno tenuti con salda mano, ma che sia
coperta di velluto. Devono credere di avere a che fare con una dolcezza, senza
accorgersi che sotto quella dolcezza c' una forza che in caso di bisogno si fa sentire.
Ma gi, quando veramente si ama coloro che ci sono affidati da Dio, si ottiene da loro
quello che si vuole senza ricorrere alla forza, specie quando i nostri pupilli sono anime
giovani e prive dell'invidia che il serpe velenoso della societ umana. Dove noi non
arriviamo arriva Iddio, e maestri e allievi crescono in sapienza e grazia al suo cospetto.
Estate 1930.
Nell'estate 1930 esperimentai la potenza della croce. Ma prima le devo narrare il mio
Venerd Santo. Il periodo che va dalla Domenica di Passione alla festa della Ss. Trinit
sempre stato per me un periodo amatissimo e desideratissimo. Neppure il Natale ha
per l'anima mia quella potenza che ha il sunnominato periodo. Sono sempre stata una
piccola innamorata del Crocifisso, bisogna ricordarselo, e perci il periodo
commemorativo della Passione ha per me una attrazione che nulla riesce a superare.
Dopo questo periodo, che per me si conclude col di dell'Ascensione, viene la
Pentecoste. Altra festa a me dilettissima. Lo Spirito Santo! L'Amore! La Luce! Il
Fuoco! Oh! come amo questa terza persona della Trinit Santissima! Mi parrebbe che
il mio giorno fosse orbo di luce se non lo iniziassi col Veni Sancte Spiritus! E anche
durante la giornata, se qualcosa mi assilla, mi turba, o mi oscura, mi volgo al
Paraclito con la fiducia di un bimbo verso il Sapiente che tutto sa. La novena dello
Spirito Santo per me sempre piena di una soprannaturale delizia e letizia che
culminano toccando una luce vivissima nella mattina di Pentecoste. La maggioranza
dei cattolici commette un grande errore dimenticando troppo di frequente la prima e la
terza Persona della Ss. Trinit. Anche segnandosi della croce molti dicono: Nel nome
del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo. Ma in realt pensano solo al Figlio.
L'ottusit della natura nostra tanto viva che ben pochi sanno concepire ci che solo
spirito, e perci si appuntano al Figlio, l'unico dotato di corpo. Le persone pie
accumulano comunioni sacramentali con comunioni spirituali. Ma non pensano

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neppure, e sentendolo dire quasi inorridiscono come di una bestemmia, che si possa,
anzi, che sia atto di amore doveroso, abbracciare il Padre che nei cieli con continui
atti di rispettoso affetto, e fare delle cresime spirituali che ci rinnovano l'infusione dei
sette doni divini dei quali abbiamo sempre tanto bisogno. Per mio conto ho sempre
cercato di rimediare a questa lacuna della maggioranza. Da quando sono entrata nella
luce di Cristo ho sempre cercato di riparare a questa mancanza di devozione verso la
prima e la terza Persona della Triade santa. Non sempre ci concesso di dire il Pater
con quella tranquillit e riflessione che una tale sublime preghiera richiede per esser
proprio preghiera. La stessa abitudine di dirla fa si che tante volte si ripete
macchinalmente. E quando l'anima assente, a che valida la preghiera? A nulla.
Resta un borbottio meccanico di labbra distratte. Ma quando dal fondo del nostro spirito scoccano come frecce le brevi invocazioni, le ardenti, se pur laconiche,
confessioni di amore, come ne deve giubilare l'Altissimo e rispondere con benedizioni
di potenza infinita! Oh, Padre mio!, Padre t'amo!, Padre guarda la tua creatura,
Padre m'affido a Te!. Oh, brevi e infuocate preghiere che dite al Creatore come noi,
creature sue, ci ricordiamo di Lui, quale merito ci acquistate e quante grazie ci
ottenete! Quando nel pianto o nella gioia, nel fervore o nell'aridit, nella sicurezza o
nel turbamento, e nelle ore in cui un evento ci tiene in forse sulla via da seguirsi,
quando a sole che illumini il nostro giorno noi eleviamo un sospiro d'amore e di
desiderio allo Spirito settiforme, oh! come Egli risponde, scendendo con i suoi tesori
di luce, di carit, di sapienza, di fortezza! Avevo abituato anche le mie figliuole del
Circolo a questa tanto benedetta elevazione della mente al Padre e allo Spirito Santo.
Ma dubito molto che esse le siano rimaste fedeli. Per tornare in argomento le dir
dunque come il periodo che va dalla Domenica di Passione alla Ss. Trinit fosse un
grande periodo per me. Lo . La Settimana Santa poi mi ha sempre commosso il
cuore, anche nei periodi pi burrascosi. Che un Dio morisse per noi e in quel modo era
per me qualcosa di cos sublime che sentivo sciogliersi l'anima mia da gni gelo nei
periodi tristi della giovinezza e, nei seguenti, sentivo la pi profonda commozione
invadermi l'anima con un oceano di fiamme. Per le idee materne non ho mai potuto
assistere in pace alle funzioni della Settimana Santa. Mamma in prossimit delle feste
sempre divenuta pi intrattabile del solito e per evitare scene in contrasto con la
solennit bisogna usare una diplomazia sopraffina... Non giova gran che, ma qualcosa
fa... Dovevo perci accontentarmi della comunione quotidiana e di fugaci visite in
chiesa, rubando i minuti, a suon di corse che mi portavano il cuore in gola, durante le
uscite per le spese. comodo esser praticanti quando nessuno ci ostacola nella
devozione. Ma che merito sar serbato a coloro che devono sfidare le ire altrui e ricorrere a mille sante astuzie per potere andare nella casa di Dio? Nella Settimana
Santa del 1930 io ero ancor pi del solito infiammata di spirito d'amore e di
riparazione. Avendo occasione, in grazia del Circolo, di uscire pi di frequente,
sguizzavo in chiesa come un pesciolino sfuggito dalla rete. Il grande Crocifisso
dell'altare mi pareva mi guardasse con occhi pi imploranti che mai. Quel Crocifisso!
Io non lo vedr mai pi. Ma ritrover in cielo, cambiate in gemme, tutte le lacrime che
ho pianto sul suo petto e sulle sue mani trafitte quando potevo trovarlo deposto nella
cappella dell'Arcivescovo nei periodi che sull'altare maggiore veniva messa una statua.
Lo accarezzavo, col mio fazzoletto levavo la polvere che insudiciava il suo viso, le sue

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mani, i suoi piedi, e lo baciavo e lo bagnavo di pianto. Non mi pareva vero di poterlo
toccare cos! Non mi pareva pi un legno inanimato, ma un corpo vivo e palpitante, e
come a corpo vivo gli facevo nel pianto mille domande pietose: Povero Ges! Ti fan
tanto male questi chiodi, queste spine, queste lividure? Oh! come te le vorrei levare a
qualunque costo!. Sono le divine sciocchezze dell'amore! A taluno parranno sentimentalismi. Non lo sono. Quando si ama uno in maniera assoluta si dicono sempre e
con vera convinzione. La madre sulla cuna del suo bimbo che piange non si strugge
nell'ansia di levargli la bua a costo di prenderla lei e non dice le dolci frasi che non
sono mai ridicole, anche se bamboleggianti? La moglie amorosa non si curva, resa
tutta piet, sul consorte infermo crucciandosi di non poterlo sollevare nel suo soffrire e
non ha per lui tenerezze di mamma, oltre che di sposa, e parole simili a quelle usate su
una cuna? E perch non si dovrebbe amare Ges con la stessa struggente tenerezza di
come si ama un marito e un figlio? Almeno con la stessa tenerezza. Ma in realt si
deve amarlo con molta, molta, molta pi tenerezza. Perch credere e giudicare
sentimentalismo le carezze date a un Crocifisso o a un Sacro Cuore? La Santina di
Lisieux non fa certo ridere quando sfoglia le sue rose e di ogni petalo se ne fa uno
strumento per carezzare il suo Signore! Quelle rose sfogliate su di Lui erano
l'emblema della sua vita che si sfogliava nell'olocausto d'amore. Non sentimentalismo,
ma amorosa follia corroborata dalla realt dell'olocausto. Anche le mie carezze sul
Cristo crocifisso, anche le mie lacrime e le mie parole non erano emozioni ridicole di
donnetta sentimentale e isterica. Erano bisogni veri e virili del cuore che gi si
immolava per essere simile al suo Dio. Oh! comprendo molto bene i grandi pianti
della Maddalena, le sue, dir cos, crisi parossistiche di amore e di dolore. Non era
isterismo, no. Era incandescenza d'amore. Io ero e sono della schiera ardente e
penitente delle Maddalene e per levare Ges dalla croce accetterei, non solo
metaforicamente ma nella realt, d'essere inchiodata al suo posto. Crede Lei che il mio
soffrire mi basti? No. tanto! Cos tanto che senza una speciale grazia di Dio il mio
essere non potrebbe sopportarlo e il cuore si spezzerebbe nello spasimo. Ma non mi
basta. A me, Maria della Croce, anima di Cristo, non mi basta. E se anche Dio lo
aumenter non mi baster mai, mai, mai. Mai, perch i dolori del mio Salvatore sono
stati infiniti e vorrei infiniti i miei... Non so se nessuno dei sacerdoti si sia mai accorto
di quei miei abbracci al Crocifisso. Non credo perch... facevo una barricata di
seggiole contro le due porte e stavo sempre con il mio acutissimo orecchio teso. Non
volevo essere scoperta. Quando pregate chiudetevi nel segreto e il Padre che vede nel
segreto ve ne dar la ricompensa. Ma il brutto era quando Ges era sull'altare...
Allora il pianto mi cadeva lungo le guance. Per fortuna erano sempre ore in cui la
chiesa era deserta... Perci solo il mio vecchio Parroco mi scopr qualche volta. Ma di
lui non avevo molta vergogna. Sapeva gi abbastanza di me. E veniamo al Venerd
Santo. Lunica volta che andai alla funzione delle tre ore di agoniaia... e per poco
non ci rimasi morta. Eravamo andati io, pap e mamma. Caso inaudito negli annali di
famiglia, mamma aveva acconsentito a questo mio desiderio. Era con noi anche una
buona signorina. Alle 11 avevo tanto pianto ai piedi dell'altare guardando il mio Ges
e la divina Madre dal cuore trafitto. Ma non mi sentivo male. Non mangiai quasi nulla
perch quando piango non posso pi mangiare. Andammo dunque in chiesa. Eravamo
seduti quasi sotto al pulpito. Alla seconda parola cominciai a sentirmi molto male. Una

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sofferenza mai provata fino a quel momento, ma una sofferenza terribile. Il primo
attacco di angina-pectoris lo ebbi proprio il Venerd Santo e nelle ore dell'agonia di
Ges. Se si pensa che un medico dell'antichit, riuscito a individuare questo male e le
sofferenze e i pericoli che porta, ma non a trovare le cure, ebbe a definirlo: Pausa
della vita in cui si soffre la morte, si pu capire cosa esso sia di terribile. Solo chi ha
provato quell'angoscia straziante di spasimo, di crampi, di soffocazione, di collasso
pu sapere cosa essa sia in realt. Ed io l'ho provata per la prima volta il Venerd
Santo. In agonia Ges, in agonia Maria di Ges. Ho creduto morire proprio. Uscire
non si poteva per la folla, e poi non si pu camminare in quei momenti... Mi dovetti
quasi svestire in chiesa perch tutto quanto allaccia aumenta il soffrire. Ma non ebbi
paura. Sentivo che Ges mi issava sulla croce... Lo avevo tanto chiesto in quei cinque
anni di accettarmi per vittima... era venuta l'ora beata del consenso divino. E venuta in
un giorno e in un ora cos colmi di significati. Lei potr dire: Ma si era sentita male
anche l'anno avanti. Oh! era tutto diverso! Quello era parso quasi un inizio di colpo
apoplettico dovuto a mala circolazione. Un grande afflusso di sangue al collo e al
capo, una vertigine intensa e basta. Questo era spasmodico dolore, era sudore
ghiaccio, era agonia vera e propria. Fu il regalo di Ges morente alla piccola vittima.
Dopo, passata la crisi, tornai come prima. Solo ero molto stanca. Ma dopo un buon
sonno non sentii neppure pi la stanchezza. Venne l'estate. Quell'anno non torn da noi
la solita famiglia che veniva ogni estate e con la quale eravamo in una relazione di
amicizia. Eravamo in trattative con un altro conoscente nostro, ma all'ultimo momento
non pot venire. Eravamo perci senza nessuno. Alla fine di giugno una signora,
nostra conoscente, ci chiese se avremmo ospitato un signore solo, un dottore, il quale
voleva una casa molto quieta, di persone non popolane, dove si potesse mangiare e
dormire bene e in pace. Durata dell'affitto: due o anche tre mesi. Per questo dottore
voleva avere il permesso di portarsi seco un giovane suo protetto, il quale spesso
sarebbe stato suo ospite e che avrebbe dato consultazioni in una stanza durante
qualche ora del giorno. Consultazioni: una parola che vuole dire molte cose. Si danno
consultazioni mediche e legali, si danno consultazioni anche sull'arte di coltivare... le
cipolle. Basta essere dottori in agraria. Accettammo perch era molto conveniente e
poco faticoso. Una persona sola da servire, perch il... consulente alloggiava altrove,
era quello che ci voleva per me. Il 1 luglio cominci ad arrivare il... consulente. Un
discreto giovane, come aspetto, e un buon ragazzone come morale. Si insedi nella
stanza dove ora sto io, allora salotto, e non volle che io levassi un quadretto del
Crocifisso davanti al quale pregavo. Mi disse che egli era molto credente e che
desiderava avere nella sua stanza di consultazioni quel quadro sacro. Benissimo. Non
dava nessuna noia. Entrava, usciva, calmo, rispettoso e silenzioso. Il 4 luglio arriv il
dottore. Persona distintissima. Comprendemmo poi che era anche coltissima e molto
ricca. Gli piacque tutto e fiss subito di restare per tre mesi. Per il primo giorno disse
che avrebbe mangiato fuori di casa per dare tempo a noi di trovare le uova, di cui
faceva largo uso, e fissare il pesce, perch uno dei pasti doveva essere a base di pesce
per causa della sua uricemia. Vide il pianoforte e mi chiese se gli permettevo di usarlo.
Suonava e cantava benissimo. Gli risposi che facesse pure. Il giorno dopo si inizi la
pensione vera e propria. Dopo il pasto del mezzogiorno il dottore era salito nella sua
camera, anzi nel salottino del piano, per riposare. Io ero andata in cucina a

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rigovernare. Mamma era con me e pap dormiva nella sua stanza. Tutto taceva in
quell'ora caldissima. Io d'un tratto mi sentii stranamente male. Non un male fisico. No.
Era un male non fisico perch non c'era dolore alcuno, ma mi turbava anche il fisico.
Non so spiegare. Uscii in cortile per respirare parendomi che l'aria della casa si fosse
fatta d'un tratto mefitica. Ecco, forse questa la sensazione pi giusta: un' aria
corrotta. Ma anche in cortile era lo stesso. Anzi mi pareva che mani invisibili mi
opprimessero il petto, mi tappassero le nari. Mamma non sentiva nulla. Con fatica
rientrai in casa. Con fatica perch qualcosa mi respingeva dalla casa. Volli salire al
primo piano per prendere il cardiotonico che usavo quando ero sofferente. Salii la
scala. Fino al primo breve pianerottolo tutto and bene. Ma quando iniziai la salita
della seconda rampa avvertii una forza che mi spingeva indietro come per impedirmi
di salire. Avevo proprio la sensazione di due mani, molto grandi e forti, che mi si
appoggiassero al petto respingendomi con grande vigore. Lottando e tenendomi bene
stretta alla ringhiera, riuscii a salire. Quando giunsi al primo piano, di fronte alla porta
chiusa del salottino, la sensazione divenne paurosa. Che avvenne allora in me? Non lo
so. Mentre penetravo nella nostra camera da letto compresi, come lo vedessi coi miei
occhi, che in quel salottino, dal quale nessun rumore usciva, si faceva dello spiritismo.
Credo di appartenere alle persone coraggiose. Fuorch il terremoto e le rivolte
popolari non mi fa paura nulla. Non le malattie contagiose, non le sofferenze, non gli
animali. Sto a rispettosa distanza dai gatti, non perch non mi piacciano ma perch mi
saltano agli occhi. Cosa vedono nei miei occhi non lo so. Constato che quando pu il
gatto mi si avventa contro e perci sto alla larga da questo felino. Sfuggo le serpi
perch mi fanno ribrezzo. Tutte le altre creature le amo, topi compresi, per i quali le
mie compagne di sesso fanno tanti strilli. Non ho paura dei fulmini n dei venti. Ma
dello spiritismo ho una paura nera, come ho paura di tutto quello che misterioso. In
collegio le Suore dicevano di sovente: Pensate che bellezza se ora apparisse un
angelo, la Vergine, Ges!. E io pronta: No, per carit! Salterei fuori dalla finestra!.
Perch? Per paura di Dio? No. Per paura che lo Spirito del Male si vestisse di quelle
parvenze per trarre in inganno. Mi dicessero: Tu guarisci se ti lasci curare da un
magnetista o da qualcuno di coloro che praticano magie e scienze occulte, io
ricuserei, come ho ricusato, la guarigione per tema che un pezzettino di demonio mi
restasse addosso. Quando nel 1921 ero in lotta con mamma per via di Mario, mia
madre and da un occultista. Non so cosa combinarono... Mi mand un talismano che
mi guardai bene dal portare addosso. Ma solo a riceverlo, solo l'andare da quel mezzo
diavolo (per me certa gente molto parente del diavolo), mi port quel che mi port.
Ma mia mamma ci crede a certe cose e del diavolo, al quale crede s e no, non ha
paura... Insomma, per tornare al fatto, io compresi che si faceva dello spiritismo.
Perch lo compresi? Mah! Lo compresi e basta. Tornata al terreno lo dissi a mamma e
con rara audacia dissi che o la finiva quel signore o me ne andavo io. Stavo discutendo
quando scese... il consulente. Pareva piuttosto seccato. Salut e se ne and. Allora era
lui di sopra insieme al dottore, dissi. Ma benone!. Al mattino dopo trovai fissata
sulla porta di casa una bella mano con sotto scritto: Mustaf - Chiromante Occultista ecc. ecc.. Misericordia! Era consulente in quelle scienze? Divenni furibonda. Tanto furibonda che comunicai il mio furore a mamma, la quale signific al
dottore che se credeva di stare come bagnante rimanesse pure ma che sgomberasse

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ipso-facto se voleva dedicarsi a certe cose. Casa nostra non era atta a questo. Ci fu un
bel battibecco. Poi il dottore ader dicendo che avrebbe detto al suo protetto di andare
altrove. Lui, il dottore, sarebbe rimasto. Passarono altri due o tre giorni. Il chiromante
veniva ancora, in cerca di denaro, dal suo protettore, ma non si rinchiudevano pi a
quattr'occhi e aveva sgomberato il suo... gabinetto. Al quarto giorno rieccoti quella
sensazione. Ma questa volta la combattei a dovere. Smisi di fare non so che, mi armai
del Crocifisso e dissi: Ora, Signore, il momento di mostrarmi la potenza di questo
segno. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo ti chiedo di impedire al
demonio di agire in casa mia, e terminai con la preghiera di S. Edmondo: Ges
Cristo Re dei Giudei. Io non sentii pi quella privazione di aria e dopo qualche tempo
vidi scendere il medium (chiamiamolo col suo giusto nome). Era turbatissimo. Venne
in stanza da pranzo e fece tutto un racconto per persuaderci che egli era un bravo
giovane, religioso, credente ecc. ecc. e che lo spiritismo non contrario a Dio perch
anzi chi lo pratica crede nell'al di l e d modo alle anime disincarnate di venire a
portarci le voci supreme ecc. ecc. Io zitta. Allora il medium mi disse, proprio a me:
Sa, io non sono un indemoniato. La si figuri (era fiorentino) che porto con me il lumen Christi (che fosse per lui non so) e lei la fa male a non volermi. Io ero venuto qui
tanto volentieri perch le volevo far del bene (?). Ma lei la mi caccia.... Io non
caccio nessuno, risposi. Se vero che lei amico di Ges non si deve sentire in
disagio presso di me. S, invece, che mi ci sento. Lei la va sempre in chiesa!. Ma
anzi proprio per questo dovreste stare bene qui. Chi con Cristo non teme Cristo!. E
invece le dico che la mi disturba. Non venga pi e buonanotte. Il discorso fin l.
Dopo poco ecco il dottore. Accigliato, torvo. Mi si piant davanti e mi squadr bene
bene. Io lo guardai interrogativamente. A sera, era di domenica, mentre cenava il
dottore disse: Devo andare via perch la signorina non ci vuole. Non sa che oggi per
poco non mi fa morire Mustaf?. Io? E come facevo se non sapevo neanche che ci
fosse?. S, lei, proprio lei. Era in trance e di colpo mi rest in catalessi. Quando
rinvenne disse che lo spirito Gabriel (?)nel fuggire impaurito lo aveva lasciato privo di
vita. Solo dopo una mezz 'ora era tornato e Mustaf tornato in s. Benissimo,
pensai. Se anche voi non la volete smettere ve la faccio smettere io. E gi preghiere
con la mia croce fra le mani. Morale: due giorni dopo Mustaf andava a Rimini coi
suoi spiriti pi o meno Gabrielli. Il dottore restava, perch diceva che doveva restare.
E fino alla notte del 17 agosto tutto and bene. Ma quella notte, fra il tocco e le due,
mentre io dormivo come un beb, fui svegliata di colpo da quella famosa sensazione di
mani che mi opprimessero il petto per scacciarmi e di aria corrotta. Soffrii moltissimo
e dissi a mamma (dormivo con lei): Il dottore fa qualche cosa. Soffrii tanto e lottai
tanto che al mattino, mentre ero fuori per le spese, fui per morire di un attacco di
cuore. Tornata a casa avevo un viso cos sbattuto che il dottore, che a parte il suo
spiritismo era un bravo uomo, ebbe piet. Ma io ricusai la sua piet e gli dissi: Che ha
fatto lei questa notte?. Egli chin il capo e confess: aveva evocato il famoso
Gabriel. Ne tragga Lei, Padre, le conclusioni. Io le dico solo che sono convinta che la
potenza del nome di Ges e della Croce imped l'opera demoniaca; le dico che sono
convinta che lo spiritismo demoniaco (mi faceva troppo soffrire. Se fosse venuto da
Dio, come dicevano quei due, non mi avrebbe torturata); le dico che il demonio non
voleva che io fossi in casa e tentava respingermi non per me ma per Colui che era in

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me; le dico che sono convinta che in questo fatto c' certamente nascosto un perch
noto a Dio solo; le dico che non fu senza frutto perch in capo a tre mesi il dottore si
era ricreduto su molte cose al punto di desiderare di riunirsi a Dio rinunciando a tutto
il resto; le dico infine che sono arciconvinta che molto di quello che soffrii dopo fu
opera di vendetta del demonio, che col nome di Ges avevo atterrato. Il mio male era,
fino ad allora, chiaro nei suoi sintomi e, se pur grave, non portava con s quegli
spasimi di tutto il corpo venuti dopo e che sono simili a quelli che deve provare uno i
cui fasci nervosi siano ritorti da una mano spietata. Da quel momento i sintomi si
alterarono, si mescolarono, si arruffarono con quelli di nuovi mali misteriosi che mai
nessuno pot capire. E a questi si aggiunse uno scatenarsi di tentazioni che mi hanno
anche piegata... Mai avevo provato tanto, mai ero arrivata a tanto! Le ore pi nere
della mia giovinezza furono rosee rispetto a quelle subite in questi nove anni di male.
Sono oggi nove anni che sono a letto. Solo da un mese a questa parte mi sento libera
dall'assedio demoniaco, che non dicevo a nessuno perch al giorno d'oggi al demonio
non ci credono, ma che mi ha fatto tanto soffrire! Io ho vinto il demonio nell'estate
1930, ma esso si vendicato in maniera esorbitante... Ma ne parler a suo tempo. Ed
ora che dire? Dir solo quello che si dice il Venerd Santo adorando la Croce: Albero
leggiadro e splendido, ornato della porpora del Re... O te beata... O Croce unica
speranza, salve!.... La fame ardentissima che ho di salvare le anime mi spinge a
cercarmi delle vittime che associo alla mia opera d'amore, aveva detto Ges a Suor
Benigna Consolata Ferrero. Io allora non conoscevo ancora questa Suora. Ma il
bisogno di offrirmi anche alla Giustizia, come m'ero offerta all'Amore, mi urgeva nel
cuore. Per puro caso venni a conoscenza di questa piccola Segretaria di Ges. Era un
po' di tempo che diverse persone, consacrate o meno, mi dicevano se avevo preso i
miei pensieri negli scritti di lei, perch i pensieri erano uguali. Non sapevo neppure
che fosse vissuta Suor Benigna! Mi venne desiderio di conoscerla. E Ges, sempre
cortese, mi fece trovare la via. Mi venne fra le mani una pagellina di lei. Avevo il filo
conduttore. Scrissi alla Visitazione di Como per avere tutte le opere della Serva di Dio.
Ieri sera mi sono fermata perch troppo sofferente per poter proseguire. Ed stato
bene, perch nella notte mi venuto in mente di aver omesso dei fatti. Il primo si che
avevo da tempo pronunciato i voti di verginit - povert - ubbidienza. Avevo allora
passato il mio anello dalla mano destra, dove stava dal 1915 e dove voleva essere ricordo del povero Roberto, alla mano sinistra, dove voleva essere simbolo delle
mistiche nozze con Ges. Avevo dovuto per questi fatti subire molti predicozzi. Dal
sacerdote, prima di tutto, che non approvava la mia intenzione. Avrei molto da dire in
merito e lo dico subito per non pensarci pi. Forse la mia sincerit le spiacer
alquanto, ma pazienza. Nella mia vita ho incontrato sacerdoti santi, senza dubbio, dei
veri Sacerdoti dalla carit piena, dallo zelo indiscusso, dall'apostolato fecondo.
Creature che vivono convinte della loro missione e che si consumano anima e corpo
nella cura delle anime, tutti preoccupati di portare queste anime a Dio, tutti occupati di
infiammarle e sospingerle verso la carit e la generosit. Non ho trovato fra essi un
vero Direttore. Confessori emeriti s, ma Direttori no. Ma questo dipende da me e non
da loro. Lei si accorto come io sia restia ad aprirmi... e se lo sono ora con persona che
giudico essere come io me la sognavo quale direttrice dell'anima mia, pensi come ero
chiusa quando non vedevo nel sacerdote che avvicinavo quel certo che, che mi diceva:

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Confida a questo sacerdote i segreti del tuo cuore. Ma fra i sacerdoti santi ne ho
trovati molti non santi. E spiego il mio concetto. Quando io vedo un sacerdote poco
zelante nell'assistere le anime, pi preoccupato di interessi umani: case, rendite,
lezioni da dare, visite da ricevere, ecc. ecc., impaziente verso le povere anime che
saranno anche noiose, lo ammetto, con i loro scrupoli e piccinerie, ma che appunto per
questo andrebbero con molto amore virilizzate nella fede; sacerdote che in luogo di
aiutare gli slanci veri dei cuori li trattiene non per prudenza - questa sarebbe giusta ma per tiepidezza di cuore, parendogli che sempre troppo quello che si fa per il
Signore e che non bisogna esagerare, allora io dico che quel sacerdote non santo.
Noti che trascuro altre colpe umane che mi fanno piangere e mi spingono ad espiare
con penitenze speciali, ma sulle quali sorvolo per piet della debolezza umana, sempre
esistente anche sotto una veste talare... Ebbene, io di questi sacerdoti tiepidi ne vedo
tanti! I santi sono sparsi come rari fiori in un vasto prato erboso, troppo rari per
l'immenso bisogno delle folle di essere nuovamente evangelizzate. Ammiro l'opera dei
Missionari che vanno in terre pagane a portare Cristo agli idolatri... Ma i negri
d'Europa, i neo-pagani del Vecchio Mondo, che dopo aver avuto per i primi la luce di
Cristo l'hanno nuovamente perduta sotto un ammasso di piacere, di vizio, di corsa alla
ricchezza e al potere, chi li convertir di nuovo? Chi li salver portandoli con fuoco
d'apostolo a Dio? Questi poveri negri d'Europa, il cui battesimo ormai solo una
formula che resta vana, per i quali sono lettera morta le parole della Fede, inutili
cerimonie le funzioni ecclesiastiche, vergognose piccinerie di donnette i Sacramenti,
questi poveri negri di Europa che si ricordano di Dio per bestemmiarlo, che vivono da
bestie solo tese a saziare il ventre, il desiderio e il portafoglio, che muoiono ancor pi
da bestie, precipitando nell'al di l senza un estremo ritorno a Dio, chi li
evangelizzer? Chi, spendendo la sua vita in una predicazione di tutta la vita, intesa
non come anni ma come opere, li riporter alla Sorgente di Tutto, facendoli persuasi di
una vita dello spirito - ben pi alta della vita della materia che la divinit dell'era
moderna - vita dello spirito datrice della vita durabile cantata da Caterina? Oh!
piet, piet di queste povere turbe europee, greggi rimaste con troppo rari veri pastori,
mal guidate dagli altri, che pi che del gregge si occupano di infinite futilit materiali!
Riparlate, voi Missionari, a questi negri d'Europa, ben pi infelici degli zul africani i
quali hanno una fede, quale che sia: nel serpe, nel sole, nel sasso, ma una fede, mentre
i poveri idolatri di Europa non l'hanno. Non sono neppure idolatri poich l'idolatria
presuppone una fede in un idolo. Questi non credono pi a nulla, neppure nel piacere
che li disgusta senza saziarli... Tornate, tornate, Missionari, a ricristianizzare questa
povera Europa che muore nel marasma del suo ateismo, fate brillare agli occhi degli
avviliti e imbestiati europei la parola del Verbo per cui tutte le cose sono state fatte,
la potenza del Creatore, la luce di una Fede che ci assicura della nostra origine celeste
e della nostra mta celeste. Fermate con la Croce la discesa precipitosa verso l'abisso
infernale di questa umanit che dispera, che uccide, che maledice. Rialzate il Cristo
crocifisso contro le opere della superbia umana, che usa del genio che Dio le ha dato
per creare un progresso micidiale sotto ogni punto di vista. Il mondo va salvato, questo
nostro mondo cosiddetto civile, col saio, la corda, la croce e il sacrificio. Solo in
questi la salvezza. Tutte le altre cose non saranno che fomite a pi vaste rovine. Ma
dove sono andata a finire? Un po' lontano... Mi scusi. Torno al punto di partenza.

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Dunque dicevo che il sacerdote mi predicava di non fare nulla, di non esagerare... Ma
che esagerare! Sono stati degli esagerati tutti coloro che per amore di Dio hanno
messo al loro collo, e alla loro anima, il giogo santo dei tre voti? Ma allora bisogna
riformare tutta la storia di 20 secoli di cristianesimo, cancellare molte pagine
evangeliche e aumentare di molto le statistiche dei manicomi nella categoria delle
manie religiose! Cambiai sacerdote andando dal mio vecchio Parroco ora defunto.
Avrei preferito un confessore di un ordine monastico, perch ho osservato che tutti gli
ordini frateschi dnno sacerdoti zelanti. Ma S. Andrea e S. Antonio erano troppo
scomodi per me che dovevo fare confessioni e comunioni di contrabbando... Il vecchio
Parroco mi cap, ne sia benedetto, e mi concesse di pronunciare i miei voti e mai,
finch fu a S. Paolino, ostacol il mio andare verso la perfezione. Altri predicozzi
vennero da mamma. Eliminati coloro che, giovani e forti, mi avrebbero potuto fare
felice ma mi avrebbero levata al suo servizio, mamma si mise in caccia di un
vecchiotto molto ricco e disposto a lasciarmi vicino ai miei: Una casa a due piani,
diceva, in uno te e in uno noi. Eh! infatti sarebbe stata per lei una cuccagna! Ma non
per me. Non mi vendo Padre, e non mi avvilisco in legami che ai miei occhi paiono
poco dissimili da quelli del vizio. Capisco la santit del matrimonio, quando esso
compiuto per perpetuare la specie, come Dio volle. Ma un matrimonio che per
vecchiaia dei coniugi o di uno dei coniugi non pu dare speranza di prole mi pare un
mercato di carne umana, un vizio velato da una etichetta di virt. Perci respinsi il
vecchiotto, pi anziano di me di 42 anni. Dico: quarantadue. All ora, peggio che mai,
ecco, con l'aiuto di una conoscente, pescare un giovane e ricco avvocato. Era anche
bello e buono ma... ma era infelice. Aveva con s la tara di una di quelle imperfezioni
fisiche che sono valide a far sciogliere dalla Chiesa un matrimonio, contratto con
inganno di una delle parti. Io di nozze, dopo Mario, non ne volevo sentire parlare
assolutamente. Avevo rinunciato a tutto per ottenere la redenzione di Mario per prima
cosa, per essere fedele, seconda cosa, per delusione nei riguardi della costanza
maschile, terza cosa, e infine, quarta cosa, perch avevo un cuore di donna e non un
cuore di vitello che si d a pezzettini ai merli e agli usignoli... Poi mi ero consacrata a
Dio. Ma anche se avessi pensato ancora alle nozze potevo mai unirmi ad un
disgraziato che non avrebbe mai potuto avere figli? Ero stata avvertita, da persona
credibile, di questa infelicit del giovane avvocato, infelicit confermata in seguito da
nozze infelici e sterili. Mi ribellai perci a questo progettato matrimoio. Le ho gi
detto che pi che all'uomo io pensavo ai figli che da un uomo mi potevano venire:
unica cosa che mi rendeva desiderabili le nozze, dopo la perdita di Roberto. Si figuri
se potevo aderire al volere materno di un'unione contraria alle leggi della Chiesa, al
mio modo di vedere e al buon senso, oltre che alla morale. Quando perci passai la
fede da destra a sinistra, mamma credette che ci fosse per vergogna d'essere nubile
oltre i trent'anni e mi subiss di: Se mi davi retta e sposavi Tizio, se mi ascoltavi e
sposavi Caio!. La lasciai dire e tenni duro. Le altre prediche vennero dalla gente in
genere. Ma io non mi sono mai curata di quello che la gente dice di me. Un po' di bruciore al primo momento, se insinuazione grave, e poi buona notte! Altra cosa che ho
omesso di dirle l'abitudine che avevo preso di fare la meditazione scritta. Ne ho
avuto molto giovamento spirituale. Lo scrivere obbliga la mente a concentrarsi pi
ancora nel soggetto meditato, d inoltre il vantaggio di potere rileggere lo scritto

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nostro in momenti di aridit in cui siamo incapaci di elevazioni spirituali. Se la


meditazione sempre utile, la meditazione scritta , secondo me, doppiamente utile.
Affina dieci volte tanto le capacit meditative e aumenta le luci interne. Anche questo
mi attir rimproveri materni. E che bisogno c'era di nnchiudermi a pregare
consumando la luce? Non bastava quella che consumavo per il Circolo, ecc. ecc.?
Cosa erano queste esaltazioni? Mi credevo forse un Tommaso d'Aquino?, ecc. ecc.
Lasciai dire e continuai nel mio sistema. Scrivevo le mie meditazioni e le lezioni per la
gara delle ragazze, perch tutto il lavoro intellettuale era sulle mie spalle. Facevo
anche la parte dell'Assistente ecclesiastico, mancante. Monsignor Lazzareschi, allora
Assistente ecclesiastico diocesano, mi ci aveva autorizzata. Il pensiero religioso lo
facevo sempre su un brano di Vangelo. Per mia propria esperienza sapevo quale forza
spirituale viene dalla conoscenza del Vangelo: come un pane e un vino di vita, esso
nutre e corrobora l'anima nostra dandole capacit di progredire velocemente nel Bene.
Vorrei farne tutti persuasi... Invece la maggioranza dei cattolici osservanti si scervella
su libri di ascetica che non capisce e trascura l'altissimo e il semplicissimo Vangelo,
comprensibile anche ai pi indotti. E leggono, leggono, si imbottiscono la testa di
paroloni, si esaltano credendosi dei dottori della Chiesa, trovano il brivido emotivo
che li solletica deliziosamente alla superficie e accende un... bengala iridescente ma
molto effimero, alla cui luce essi si ammirano con compiacenza e si autodiplomano
anime mistiche, serafiche, sante.... E poi, chiuso il libro... tutto finisce. Non resta
che la superbia di credersi degli eletti gi aureolati di gloria celeste... Ma il Vangelo! Il
Vangelo cos limpido, cos profondo, cos vasto e cos sublime, il Vangelo che parola
rivolta a tutti i figli di Dio, parola del Figlio di Dio ai suoi minori fratelli e che capito
a seconda non della scienza umana che uno possiede ma della scienza soprannaturale,
che pu essere perfetta in un analfabeta e appena formata in un dotto; ma il Vangelo
che aiuto per il credente che vuole restare in Dio e andare sempre pi vicino a Dio!
Anche qui lotte e ostacoli. Da parte dei sacerdoti, no. Anzi mi incoraggiavano a
continuare. Ma le dirigenti diocesane e le dirigenti parrocchiali mi facevano guerra.
Loro erano le grandi mistiche alle quali occorrevano i libroni giganti dei giganti della teologia! Buon per loro! Il male che si dimenticavano delle parole di un librino
che diceva: L'uomo non vive di solo pane ma della parola di Dio; che diceva: Guai
a voi, dottori della Legge che avete usurpato la chiave della scienza; non siete entrati
voi e avete messo impedimento a quelli che entravano; che diceva: Colui che Dio ha
mandato dice le parole di Dio, perch Dio gli d lo spirito senza misura; che diceva:
Chi ascolta la mia parola e crede in Colui che mi ha mandato ha la vita eterna; che
diceva: Chi parla di sua autorit cerca la propria gloria: solo chi cerca la gloria di Chi
l'ha mandato degno di fede e in lui non v e ingiustizia. Si dimenticavano di queste
parole, scritte nel librino che loro non volevano leggere, immerse come erano negli
enormi libro. Ma se le avessero avute presenti, quelle parole del Verbo, non avrebbero
impedito a me di dare questo pane di vita vera alle mie figlioline, n alle mie figlioline
di cibarsene. Il pane l'alimento pi semplice, pi antico, pi necessario all'uomo, e la
parola di Dio, detta dalla stessa Parola del Padre, l'alimento-base per nutrire le anime
affamate di cibo spirituale. Perch volere impedire che le mie figlioline udissero la
Parola che vita e che, se corroborata dalla fede, fonte di vita eterna? Per
ostacolarmi si avanzava il pretesto che io, non essendo sacerdote, non potevo

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intendere e spiegare il Vangelo. Ma non tenevano presente, costoro, che lo Spirito di


Dio soffia dove vuole e che la Volont di Dio pu mandare chi gli pare a sostituire il
sale divenuto insipido, perch le creature non restino senza la sua Parola. Io ero
l'ultima di tutti, io Maria Valtorta creatura umana; ma io, parlante per volere di Dio ai
pi ignoranti di me, ero qualcosa perch Dio mi concedeva lo Spirito senza misura
vedendo la mia retta intenzione, che era quella di far conoscere la sua Parola e portare
a Lui dei cuori giovinetti. Non parlavo, no, per mia gloria umana ne per conquista di
un potere pi alto. Parlavo solo per dare gloria a Dio, aumentando il suo gregge e
aumentando nel suo gregge la conoscenza del Pastore. Non davo scalata a cariche, che
solo seducono coloro che vivono per la gloriuzza umana. Come Giovanni nel deserto,
ero solo una Voce, una Voce che gridava in nome di Dio perch le anime si
svegliassero alla vera Vita. E mi bastava di essere una Voce, ossia una cosa tutta
spirituale che si forma, si alza e consuma senza ambizioni n retropensieri umani, che
sale come fumo di incenso da un turibolo ardente per consumarsi beata divenendo
profumo di lode all'Eterno. Ma i dottori della Diocesi e dell'Associazione, quelle
cio che vivevano enfiate dall'orgoglio della carica - ah! come dolce al loro cuore! avevano paura che io, col mio apostolato, mirassi a privarle della loro autorit che era
il loro tesoro, il tesoro dove era a guardia il loro cuore... Il mio cuore era a guardia del
piccolo gregge che Dio mi aveva dato e che ho portato, finch fu meco, ai pascoli sani
senza che neppur una di esse perisse, e che ora, mentre il pastore malato, ancora non
si perde, perch per le mie pecore ho offerto la vita e nessuna di coloro che Dio mi ha
affidata perita fuorch la figlia di perdizione, poich ogni maestro deve conoscere
l'amarezza del Maestro che vide perire un discepolo... Ma anche questa spero salvarla
ancora, perch ancora tanto ho da patire, ancora tanto ho da morire prima di rinascere
eterna in Dio. Certo, questi dottori che volevano mettere un bavaglio alla Voce che
parlava di Dio, per una paura tutta umana, se avessero capito e ricordato le parole del
Verbo non avrebbero messo impedimento al mio dire... Ma, come non mi mettevano
pi bavaglio n catena le brontolate di mamma, cos non mi mettevano paura i veti
delle dirigenti. Mi bastava l'approvazione della coscienza e quella dei sacerdoti. Del
resto non mi curavo, nonostante questo resto mi fosse propinato sotto forma di una
guerriglia vergognosa a base di calunnie, di sgarbi, di piccinerie di ogni sorta... Ma ne
ringrazio Iddio. Questo ha fatto si che nessuna dolcezza umana si mescolasse alla
dolcezza sovrannaturale dell'apostolato fatto unicamente per amore di Dio, dolcezza
dello spirito che, mentre viene vilipeso, tormentato l'apostolo, esulta perch riconosce
in quella persecuzione il segno che lo consacra... La lotta e la persecuzione sono il
sigillo che contraddistingue sempre colui che sulla retta via, perch il mondo odia,
pi di ogni cosa, colui che agisce bene. Infatti per i meno buoni quell'agire nel bene
rimprovero muto ma potente... e chi rimprovera sempre odiato. Ed ora che ho
riparato alle lacune vado avanti in questo povero capitolo che fin dalla sorgente si
smarrito in mille rigagnoli... Dunque scrissi alla Visitazione di Como per avere gli
scritti di Suor Benigna. Mi giunsero in Quaresima, mi pare. Certo era primavera.
Leggendo quegli scritti ho riconosciuto che realmente io avevo avuto uguali pensieri e,
sapendo che quelle frasi erano state dettate da Ges, me ne commossi fino al pianto.
Dunque io, povera creatura, avevo potuto nel mio amore trovare espressioni e pensieri
simili a quelli del mio Salvatore? Egli era tanto in me, operante in me, da farmi dire le

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stesse cose che Egli aveva dette alla sua Benigna per dare alle anime un nuovo mezzo
di santificazione e una nuova prova del suo amore? Anche ora, quando senza
accorgermi scrivo una lettera o parlo dicendo il mio pensiero e poi ritrovo quel
pensiero quasi uguale in una frase del Vademecum della Visitandina, io tremo di gioia.
Delle volte mi astengo per dei mesi da leggere quegli scritti per non essere
suggestionata senza volerlo... ma poi mi arrendo perch, anche a distanza di mesi e
mesi, io ho sempre una somiglianza viva con questi pensieri. E da questo ne traggo
una conclusione. Se tre anime vissute in paesi e in modi diversi come siamo Teresina,
Benigna ed io, abbiamo le stesse espressioni, segno che quando Dio occupa di s
totalmente un cuore d ad esso gli stessi sentimenti. Scintille della sua Carit
provenienti da un'unica fonte ma sgorganti da tre canali diversi di merito - e fra questi
il mio il pi rudimentale e difettoso - esse hanno la stessa luce. Note dello stesso
poema d'amore, esse hanno lo stesso suono sebbene uno dei tre strumenti, il mio, sia
suonato da una creatura ancora cos lontana dalla perfezione. Prima avevo una amica
nel Piccolo Fiore. Ora ne avevo due poich anche Benigna divenuta una celeste
amica per me. Fra mezzo a loro, grandi vittime, io procedo sicura nel mio cammino
che un Calvario. Esse mi incuorano e mi sorridono e mi indicano una Luce sempre
pi vicina... In essa si nasconde il mio Ges. Quando, a sacrificio consumato, Egli
mostrer chiaramente il suo Volto, che ora mi appare appena fra le cortine di fulgori
che lo velano, alla sua piccola ostia, allora io morir in un soprassalto di gioia...
Seguendo il mio metodo, mi affidai al Signore perch mi dicesse Lui quando era il
momento propizio per questa pi severa offerta. Non le nego che la cosa mi dava
pensieri contrastanti. L'animo era portato a compierla perch sentivo per santa
ispirazione, e lo sentivo da tempo, che anche la Giustizia ha bisogno di vittime per
essere disarmata. Questo disgraziato mondo accumula sempre pi le colpe alle colpe,
le offese alle offese. Coloro che riflettono si stupiscono che un castigo totale non
venga a punire questa razza umana sempre pi iniqua e stolta. Donde la necessit di
sacrifici per placare Iddio. Questo lo capivo da anni e sempre pi lo capisco. Ma se la
mia parte migliore anelava ad immolarsi alla Giustizia del Padre per piet dei suoi
disgraziati fratelli, cos protervi e blasfemi, la mia umanit titubava. Avevo presente
quello che dice S. Teresa del B. G.: Se vi offriste alla Divina Giustizia, dovreste
aver paura.... Infatti, fino a quel momento l'Amore misericordioso mi aveva usato
misericordia e mi aveva trattata con dolcezza, considerando la mia debolezza. Non mi
aveva risparmiato il dolore ma me lo aveva dato, durante questi cinque ltimi anni ch da tanto durava la mia offerta all'Amore - sempre accompagnato da soprannaturali
aiuti che mi erano preziosi per sopportarlo. Vero che l'amore stesso, quando
raggiunge certi culmini, di per s una sofferenza. Non lo dice per nulla l'atto
d'offerta: ... ti supplico di consumarmi continuamente lasciando traboccare nell'anima
mia le onde di tenerezza infinita che sono racchiuse in Te, e cos io divenga martire del
tuo amore, o mio Dio!. Ed io questo dolce martirio lo subivo da anni... con momenti
ditale incandescenza che credo di non errare dicendo essere stati una delle cause prime
della dilatazione cardiaca e della lesione interna. Come un vaso troppo sigillato e
portato all'ebollizione aumenta per la legge fisica della dilatazione dei corpi il suo
volume e, non bastando questo ad alleggerire la pressione, esplode, altrettanto in me il
cuore, dopo essersi dilatato sotto i palpiti accesi dell'amore - oh! ben pi atti a

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sfiancare le pareti cardiache di qualsiasi naturale miocardite - era esploso nel suo
interno dove, a detta dei medici, i fasci nervosi sono tutti spezzati. I signori medici non
hanno mai potuto capire come ci sia avvenuto in una creatura dalla vita regolata e
sana come la mia... ma se avessero guardato in alto, verso regioni soprannaturali,
avrebbero compreso il perch di questo mio male speciale, diverso da tutte le altre
forme cardiache, definito da loro con mille nomi, perch ha i caratteri di tutti i mali e
insieme manca di alcuni caratteri essenziali delle cardiopatie vere e proprie e tutte
naturali... Se sapesse cosa mi costa parlare di queste cose cos intime, vere tenerezze
nuziali avvenute fra l'anima e il Cristo nel segreto del talamo pi sacro Ma andiamo
pure avanti! Le ho detto tutto il male fatto dalla povera Maria, ora le devo dire tutto il
bene fatto da Ges in Maria. Messa di fronte al pensiero di questa seconda offerta, io
titubavo con la mia parte inferiore. Sentivo che su me si sarebbe abbattuto il rigore di
Dio, perch avevo gi constatato che il buon Dio faceva tutto il suo comodo con me,
senza risparmiarmi, se aveva bisogno di qualcosa per le anime. Uh! cosa ho detto! Se
certuni leggessero direbbero che ho bestemmiato... Dio avere bisogno di una
creatura! Ma costei pazza!, direbbero cos, al minimo. Ma cos. Dio che pu tutto
tanto Padre, tanto Bont, tanto Condiscendenza che vuole chinarsi a chiedere ai
suoi piccoli figli il piacere di aiutarlo... Anche i pap della terra fanno cos, pur
avendone pi impiccio che aiuto... ma dicono ai loro bimbi: aiutami a portare questo, a
tenere quello... Che orgoglio, allora, nel piccino che ha aiutato il pap che senza il suo
aiuto non avrebbe potuto fare nulla!... Il buon Dio fa ugualmente. Ci chiama e ci dice:
Senti, bimba mia, ho bisogno di te per quel peccatore, aiutami a far fruttificare la
predica di questo mio ministro, unisciti a me per dare speranza a questo disperato,
vieni, vieni, che insieme strappiamo questo agonizzante al demonio. Oh! che
soddisfazione soave, che santo orgoglio scende allora in noi pensando che abbiamo
aiutato il divino Padre, che ci dice: grazie dai Cieli... Sono arrivata al punto di stare
bene solo quando sento che Dio attinge continuamente in me per delle povere anime
che conoscer solo in Paradiso. E il mio pozzo si riempie solo in grazia di sempre
maggior dolore. Pi soffro e pi mi sento colma e pi il buon Dio pu attingere,
attingere per irrigare le anime languenti. La mia vita si esaurisce cos, perch questa
sorgente d'acqua soprannaturale al servizio di Dio e del prossimo si alimenta della mia
vita terrena e la aspira goccia a goccia... Ma cosa pu desiderare di pi bello una stilla
di rugiada che non sia di brillare un'ora dei folgoranti raggi solari, dissetando un fiore
sitibondo, e poi ascendere al Sole stesso, aspirata dal suo ardore? Io, povera umile
rugiada, mi lascio spargere sulle anime sitibonde da Colui che regola le piogge, le
maree, i venti e gli astri, brillo sotto al suo Raggio, brillo per merito di quel Raggio, e
poi muoio... Ossia no: poi ascendo a Lui, al mio Sole che dal profondo abisso dei Cieli
aspira la sua povera gocciolina spersa nell'abisso della Terra, innamorata di Lui,
desiosa di superare in un volo supremo la distanza che divide i due abissi lanciando,
ultimo lavoro della sua vita, un mistico ponte fra terra e cielo e chiedendo al suo Sole
che su questo ponte, frutto del supremo olocausto, salgano infinite schiere di anime
per popolare il bel Paradiso... Mi rimisi dunque a Dio pregando: Tu che comandasti
ai venti e alle onde, comanda a me stessa quando sar l'ora.... Intanto io mi preparavo
con una vita sempre pi pura e mortificata. Le penitenze avevano gi una grande
attrazione per me. A quelle che dovevo patire per conto di altri - e pu credere che non

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mi mancavano: bastavano mia madre e le dirigenti per mantenermi sempre sulla mia
mensa il pane della penitenza... - compivo delle penitenze spontanee. So che certi
direttori non le approvano. Dicono che pi meritorio accettare, con letizia, o
sommissione se non siamo tanto superiori da soffrire con letizia, quel che ci viene di
penoso ora per ora. E vero. Ci grande a sufficienza. Ma quando Dio vuole di pi
bisogna dargli di pi, perch Dio un divino prepotente, l'ho gi detto. Da me voleva
il di pi. E glielo davo. Nel settembre vi furono le elezioni all'Associazione. Ero stata
avvisata che, per volere ecclesiastico, io dovevo divenire la Presidente. Non ne ero per
niente entusiasta. Preferivo rimanere semplicemente la Voce che parlava di Dio, il
canoro uccellino che canta le laudi del suo Creatore. Ma mi rassegnavo pensando che
l'essr Presidente avrebbe potuto giovare di pi alle mie figlioline, molto male
condotte da dirigenti che di perfetto avevano solo l'orgoglio. Ma... nulla di nuovo sotto
la faccia del sole! Le elezioni, in miniatura, dell'Associazione furono simili alle
elezioni in grande formato delle Nazioni... Avvennero corrompendo le anime semplici,
imponendo prepotentemente un nome in luogo di rispettare la libert di voto, ecc. ecc.
Seppi poi tutto questo retroscena, non onorevole per chi l'aveva commesso ma per me
molto bene accetto perch, lo ripeto, l'esser Presidente non mi seduceva per niente.
L'allora Presidente Diocesana, una delle pi accanite contro l'umile Voce che
chiedeva solo di ripetere le parole del Verbo, una delle pi invidiose, perch
stoltamente pensava che io aspirassi a divenire dirigente diocesana, si era alleata una,
anzi due dirigenti di Associazione, quelle due pi smaniose di divenire Presidenti.
Capir: Presidenti di un'Associazione!!! Dice nulla Lei? Siamo sulla via del... capopopolo! Morale: la presidenza a una delle due accolite, la vice-presidenza all'altra; a
me, solo perch fui voluta in quella missione dai sacerdoti, la... grazia di continuare ad
essere Voce. Dopo, le circoline mi narrarono tutte le arti usate per riuscire con frode
all'intento di, potendolo, defenestrarmi e disgustarmi. Addolorarmi s, perch vedere la
bassezza umana mi ha sempre addolorata. Ma per disgustarmi al punto di allontanarmi
ci voleva ben altro! Io non lavoravo per me, ma lavoravo per amore di Colui che in
quel piccolo gregge mi aveva mandata. E quando uno sa per Chi lavora ha gi, in
questo conoscimento, il suo premio, il suo premio di quaggi. Il premio perfetto lo
attende poi nel bel Regno dei Cieli, perch se Ges ha promesso il Regno a coloro che
sfamano gli affamati e dissetano coloro che hanno sete, vestono gli ignudi e visitano
gli infermi e vanno a visitare i prigioni in suo nome, che non dar il Re celeste a
coloro che hanno spezzato il pane della sua Parola a quelli che avevano l'anima
affamata, che liberarono i prigioni - non solo li visitarono, ma li liberarono - mettendo
nelle loro mani la chiave che apre tutti i serramenti del peccato, che rivestirono gli
spiriti ignudi della luce del conoscimento di Dio e li curarono, se malati nel cuore, con
la medicina sublime della Legge, e infine diedero s stessi per bevanda, offrendosi
olocausto per i fratelli miserelli? Oh! come allora risuoner dolce, per coloro che si
sono affaticati per Lui, la sua frase di benvenuto: Venite, o benedetti, possedete il
regno!. Di udire questa parola come sono desiosa! Ma come tremerei pensando alla
morte se, avendo agito ipocritamente, pensassi ormai prossimo ad esser scoperto il
vero su me e temessi che la voce tonante di Cristo potesse ripetere il tremendo: Guai
a voi, ipocriti, simili a sepolcri imbiancati che al di fuori, agli occhi della gente,
apparite giusti, ma dentro siete pieni di iniquit!. Mia mamma, semi-paganella come

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, e non lei sola, mi disse: Ma pianta l tutto. Non ti meritano!. Ma io non lavoravo
per averne un merito terreno n per averne umane affezioni. Il mio scopo era in cielo e
lavoravo per il cielo. Continuai perci la mia opera di coltura, la aumentai anzi, perch
persuasi il Parroco a lasciarmi tenere conferenze per chiunque volesse venire.
Conferenze senza biglietto d'ingresso, naturalmente, perch se le persone si vanno a
toccare nella borsa, ahi, ahi! che dolore! Specie se sono denari richiesti per opere
buone. Fosse una stoffa, un rossetto, un pasticcino, uno spettacolo... eh! duole meno!
Ma spendere per l'anima? Ohib! Io pensavo cos: In chiesa, alle prediche, vanno
sempre e solo coloro che, pi o meno bene, sono gi nel sentiero di Dio. Ma coloro
che vivono fuori di questo sentiero, e che perci hanno pi di tutti bisogno di esserci
condotti, in chiesa non vanno mai. Perch non rivolgersi a questi e sotto la veste di un
trattenimento, che ha il raro pregio d'esser concesso gratis, non far loro balenare alla
vista una scintilla della luce divina?. L'antica vocazione d'esser Paolina era sempre
viva nel mio cuore. Cominciai dunque. Pensi che ero e sono timidissima, bench non
sembri. In collegio scrivevo i temi accademici ma li leggeva un'altra. In ospedale non
parlavo altro che coi feriti che mi parevano bimbi. Se venivano visitatori pi o meno
illustri correvo a nascondermi nel reparto Isolamento: l non ci veniva nessuno. In
albergo stavo sempre con Memmo, schivando il pi possibile le conversazioni. La
timidezza stata una penosa malattia per me, una vera sofferenza. Ma per Ges
divenni anche spigliata al punto di parlare in pubblico. Dal mio tavolo parlavo
guardando il mio Crocifisso, quello che ora a capo del letto, o un Sacro Cuore che
avevo di fronte. Parlavo a Lui, non vedevo che Lui... la gente per me era scomparsa...
La prima volta il tema era: A. C., suoi scopi, suoi frutti. Parlai a cinque persone.
Meno di cos... Circoline e dirigenti, meno due, tutte assenti. La seconda volta il tema
era: Natale nordico e Natale cristiano. Dodici persone e una diecina di associate pi
un sacerdote. La terza volta il tema era: Fra rose e gigli nella Roma imperiale.
Ventitr persone e trentatr associate pi un sacerdote, il quale scoperse un giochetto
della Presidente la quale, sull'uscio del locale, respingeva le persone che volevano
entrare... Pass un brutto quarto d'ora l'incorreggibile Presidente! La quarta: Figure
muliebri nella luce della Chiesa: Caterina da Siena, Stefana Quinzani, Bartolomea
Capitanio. Quaranta persone, due sacerdoti, un professore di Pisa, l'associazione quasi al completo e molte di altre associazioni cittadine. La quinta: Nel centenario del
Concilio d'Efeso. Sala al completo fin nella tribuna. Non le dico questo per gloria
umana. Lo dico solo per mostrarle che il bisogno di sentire parlare di Dio vivo anche
fra i non praticanti. Perch il mio pubblico era quasi tutto di questi e, con riconoscenza
a Dio, le dico che molti li ho visti poi tornare alla chiesa, da anni abbandonata. Ma che
guerriglia dovevo sostenere! E che lavoro! Dovevo scrivere gli inviti, dovevo
applicare i manifesti alle porte della chiesa, dovevo preparare la sala. Thtto io. Poi,
naturalmente, dovevo preparare la conferenza. Ma per Ges si fa questo e altro. L'anno
sociale 1930-1931 la gara era sulla morale cristiana. Bellissima gara! Quanto c'era da
dire! Quanto era bene che si sapesse cosa la morale e specie la morale cristiana! Me
ne occupai intensamente. Gli esami furono un vero successo. Quelli di A. C. Diocesani
non sapevano chi scegliere per l'esame di diocesi perch i 10 erano numerosi in tutte le
sezioni. Dovettero estrarre a sorte le destinate all'esame diocesano. Io premiai i voti
massimi con un viaggio a Pisa per le visite ai monumenti. Avevo, durante un anno, a

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costo di mille sacrifici, messo da parte la somma per questa gita per le mie figliette. Fu
una magnifica giornata di cui ancora esse si ricordano, e tanto pi magnifica perch
mai ne avevo parlato e perci la sorpresa fu infinita. Le creature devono fare il dovere
per il dovere e poi, a chi di dovere, il premiarle. Non le pare? Intanto che lavoravo
cos, una smania strana mi andava crescendo in cuore. Con gli inizi del 1931 sentivo
un che, come se qualcosa mi avvertisse che un pericolo sovrastava. Quale pericolo? Su
che precisamente? Mah! Non mio particolare, non di famiglia. Un pericolo generale,
ne ero persuasa. E con questa persuasione un desiderio di operare per arrestarlo. Ma
come si pu arrestare un pericolo che viene da cose molto pi grandi di noi? Solo con
l'aiuto di Dio. E dato che sentivo essere un grande, grandissimo pericolo quello che si
avvicinava, sentivo anche che bisognava offrire a Dio una grande, grandissima messe
di opere. La preghiera non bastava. Occorreva il sacrificio. Ho sempre notato, nel
movimento di A. C., una grande tendenza alle cosiddette crociate. Crociata di
purezza, crociata di carit, crociata di umilt... tutte bellissime cose, per quanto, perch
diano buon frutto, non basti bandirle per pochi mesi. Non si diviene sommi
d'improvviso dice S. Bernardo. Non si acquista una virt in quattro e quattro otto,
dico io. Bisogna insistere molto tempo su essa prima di passare ad un'altra. Se no si fa
un arruffio simile a quello di un improvvisato agricoltore che semina a casaccio un po'
di tutto, mescolando piante precoci a piante lente a crescere, piante fronzute a
pianticelle esili, col risultato di vedere morire soffocate queste o di estirpare quelle,
sbarbando dal suolo le gi complete. L'ordine ci vuole anche nel bene perch ogni
fretta, ogni disordine gi di suo un male. Per fra le infinite crociate ho sempre
notato che ne veniva omessa una: quella di sacrificio. Perch non parlare mai alle
anime del potere, oltre che della bellezza, del sacrificio? Noi cristiani abbiamo per
Iddio uno che sacrific S stesso e che disse: Nessun discepolo da pi del Maestro.
Se voi farete ci che Io ho fatto prima di voi, allora sarete miei amici. E allora perch
questa paura nera del dolore fra noi cristiani? Perch esigiamo che sia solo Ges il
sacrificato e noi si sia esenti dal sacrificio? Osservi bene, Padre, il 90 per 100 dei
cattolici. E parlo dei cattolici praticanti. Seguono la religione fino alla frequenza dei
sacramenti, delle Messe, dei rosari, all'osservanza delle astinenze e dei digiuni (questo
gi molto meno) e poi... basta. La preghiera delle preghiere, tramutata in azione, non
c'. Ci si ferma al: Venga il Regno tuo, poi si riprende al: Dacci il nostro pane
quotidiano (col sotto pensiero, che non detto ma sentito pi di quello che diciamo:
ma mettici insieme molto companatico), rimetti i nostri debiti e non ci indurre in
tentazione. La Volont del Padre non la si nomina che a denti levati. Non si sa mai!
Fare certe richieste! E poi se il Padre si sovviene di qualche volont penosa per noi? E
i debiti del prossimo? No, no, se li paghi! Ci vuole altro! E cos pure la faccenda del
benessere: macch pane solo! Molto, molto companatico, molto, molto benessere:
salute ottima, affari prosperi, portafoglio colmo, oh! cos va bene. E o non cos?
cos, purtroppo. Il cristiano, redento da un Dio morto sulla croce, recalcitra al dolore,
qualunque esso sia. Non vede la bellezza del dolore, la potenza del dolore, la
deificazione che ci d il dolore. Io per mio conto ho notato che se prego un mese come
una macchina, spossandomi testa e stomaco, molto di frequente non ottengo nulla.
Questi pensieri mi assillavano al punto che compresi esser l'ora di compiere l'offerta
severa alla Giustizia divina. Ma siccome capivo la mia nullezza volevo aver l'aiuto di

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molti, molti altri. Occorreva un vero tesoro di sacrifici per impedire quello che gi si
formava alle soglie del futuro. Scrissi allora alla mia amica di A. C. cremonese per
dirle quanto sentivo e terminavo cos: Tu che sei tanto influente e in contatto con
delle vere potenze cattoliche, fatti portatrice di questo mio desiderio che mi viene da
Dio. La nostra stampa, trascurando altre cose meno importanti, parli della bellezza del
sacrificio e dei frutti che esso pu dare. Confido che la nostra giovinezza, sempre
pronta agli slanci verso il bene, si entusiasmi per questa arma potente che Ges us
per il primo dandoci l'esempio, e una fioritura di segreti olocausti lavi il mondo
corrotto da germi perniciosi come il sangue dei martiri lav l'onta del paganesimo dal
suolo di Roma, facendo dell'Urbe di Cesare l'Urbe di Dio. Mi rispose con una bella
lettera. Bella per stile e per diplomazia. Oh! s! molto diplomatico quello scritto! Un
capolavoro! Ma sotto il velluto della diplomazia scappava fuori una patente di...
pazzia. Per me, s'intende! Ammiro il tuo modo di pensare, ma ti faccio osservare che
la prudenza la virt dei santi e la tua proposta esula dalla prudenza. Perci mi guardo
bene dal presentarla al Consiglio Centrale. Tu fa' come vuoi, se ti pare di potere osare
tanto, ma io trovo che tu esageri perch ecc. ecc. ecc. ecc.. Modo di vedere? Modo di
agire, doveva dire. Perch io non proponevo: facevo. Risposi: Se la prudenza la
virt dei santi, la santa audacia la virt dei martiri, i quali hanno doppia corona
perch santi e perch martiri. Se ai primi secoli la Chiesa non fosse stata ricolma di
questi santi, imprudenti ma audaci, sarebbe tuttora nelle catacombe. Non vedo
d'altronde dove sia l'imprudenza nel parlare del sacrificio. Si parla pure della crocifissione di Cristo! E non dovremmo incitare la milizia laica della Chiesa ad imitare
Cristo? Perch allora permettere la lettura di certi libri di ascetica e di certe agiografie
che montano, con effimeri entusiasmi, le testoline delle nostre socie? Non ti pare che
sia peggio concedere loro di meditare su libri talmente alti da essere astrusi ai non
teologi col frutto di mettere idee storte nei cervelli, se anche non vere paranoie
mistiche? Attenta, Gma, che dici non esservi nulla che giustifichi un intensificarsi di
immolazioni perch tutto quieto e mai come ora la Chiesa trionfa (era il 1931: 2 anni
dopo il Patto Lateranense). Attenta, che presto tu non ti debba amaramente
ricredere!. Scrivevo questo ai primi di maggio 1931. Al 31 maggio vi fu la
soppressione dei circoli giovanili di A. C. Primo atto della tragedia attuale, perch, se
Lei osserva, cominci con questo l'offuscamento della vera luce nella mente di chi a
capo di noi, poveri infelici... Il giorno avanti, domenica, io avevo parlato della
Vergine, celebrando il 15 centenario del Concilio d'Efeso, e avevo terminato
invocando la protezione di Maria sulle folle in balia degli egoismi e degli strapoteri
dei capi... Oh! ma ora le racconto delle belle scenette. Scenette che mi fanno toccare
con mano che nell'ora del pericolo i discepoli sono sempre uguali a quelli di 20 secoli
fa. Ero in casa quella mattina e lucidavo vigorosamente i mobili, nonostante andassi
sempre peggio col mio male di cuore. Sento suonare. Vado ad aprire. Mi si precipitano
in casa tutte le dirigenti. Parevano un branco di galline spaventate e schiamazzanti.
Ci arrestano!, La persecuzione!, Le guardie!, Ci uccidono!, Ohim! ,
Misericordia!, Io scappo!, Io vado a letto!. Non ci capivo nulla. Dissi:
Silenzio! Parli una sola ch non capisco niente!. Mi narrarono allora che erano
venute a chiamare la Presidente (la quale era li livida come un coleroso) perch al
Circolo c'erano gli agenti di Pubblica Sicurezza. Dal mattino erano sciolti i circoli e si

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doveva consegnare tutto. Andassi io, facessi io. Ah! Ah! In quel momento ero io che
dovevo fare tutto! La Presidente, quella che aveva fatto la parte di Giuda per essere
la Presidente, quella che in tutti i modi mi aveva ostacolata durante tutto l'anno e mi
aveva sbeffeggiata, denigrata, schiacciata come si schiaccia un verme, ora si affannava
a dire: Gi io li dentro non ero nulla. Era lei che parlava, lei che dirigeva. Se c' una
che deve rispondere agli agenti (veda: se c una che deve andare in galera) lei. Io
ora vado a letto. Ho la colica. Va bene, risposi. Lei vada anche nella luna. Al
Circolo vado io. Non ho paura. E siccome un po' dilatino in certi casi fa bene, la
inchiodai al muro con un poco di quel latinorum che dava tanto ai nervi a Renzo
Tramaglino. Di tutto il gruppo delle dirigenti, 13 persone pi io, restammo io e altre
tre. Come nell'Orto degli Ulivi! Al Circolo gli agenti furono cortesissimi. Mi dissero
che loro non ritiravano nulla, ma entro sera io avrei portato in questura verbali e
bandiera. Le mie conferenze non occorrevano. Erano state sentite da persone che le
avevano giudicate immuni da ogni tara. Ahi! povera Presidente che voleva fare di me
il capro espiatorio e invece era presa di mira lei!!! Alla sera, insieme a due dei
discepoli fedeli, andai alla Questura. Una portava lo scatolone della bandiera, l'altra i
verbali. Io niente. Il... generale porta solo il suo cervello! Un agente ci venne incontro
mentre tanti altri, agenti e non agenti, ci guardavano come bestie rare. Voleva gli
consegnassi tutto. Prego, dissi, consegner tutto solo al delegato e previa consegna
di regolare ricevuta. In certi casi, e quando le teste bollono, ci vuole molta
regolarit... Non si sa mai! Ma il delegato occupato. Aspetter. Salga.
Salimmo. L'agente davanti, io dietro, ultime le mie... due scudiere. Una lunga attesa.
Infine l'agente, stanco di aspettare, vedendo che io non mollavo, buss alla porta del
Questore. Chi ?. C' la Signora di Lourdes che vuole consegnare una bandiera,
ma vuole la ricevuta. nell'Orto degli Ulivi, dove Ges rimase con Pietro, Giovan
i e Giacomo di Zebedeo (Matteo 26, 36-37; Marco 14, 32-33). Signora di Lourdes,
poich il Circolo si intitolava a "Nostra Signora di Lourdes", come si legge a p. 242.
La Signora di Lourdes! Mi inchinai a me stessa! Le mie... scudiere mi guardarono con
occhi pi tondi di un bicchiere. Passi. Passai. Lei la Signora di Lourdes?.
Precisamente. M'era venuta voglia di dire come Ferravilla: Sono me!. Dia qua
tutto. Le... mie scudiere deposero tutto sulla scrivania. Il delegato aveva cominciato a
scrivere: Dichiaro ricevere una bandiera e sei fascicoli di verbali da... mi dica il
nome. E io impertrbabile: Maria. verbali da Maria di Lourdes. Firmato ecc. ecc..
Uscii gloriosa e trionfante. Capir: ero entrata l, povera donnetta a nome Maria
Valtorta, e ne uscivo Maria di Lourdes... Le mie compagne ridevano. Ma non ridevo
io, in fondo. A parte il titolo pi che onorifico che era quasi una carezza di Maria alla
serva del Figlio suo, per quanto mi fosse stato applicato da un ignorante in materia, ero
molto addolorata. Meno superficiale di tanti, vedevo il volto vero della improvvisa
levata di scudi contro la mansueta greggia di Cristo e ne tremavo. Non per me ma
per tutti. Guai quando si comincia a fare un passo falso! E quel giorno, molto in alto,
si faceva il primo... Stabilii di accorciare le distanze. Avevo prefisso di fare la mia
offerta alla Giustizia divina l'8 di settembre per avere a Patrona in quel voto di
sofferenza la Vergine Santa. Ma ora non era pi cosa da rimandare. Il segno era
venuto. Chiesi a Dio di ispirarmi Lui stesso la formola. Dopo pochi giorni era il 1
venerd del mese di giugno. Alla messa, in mezzo alle circoline, ebbi una vera ora di

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agonia di sangue... Ho visto intellettualmente tutto quello che doveva venire in futuro:
guerre, fame, morti, stragi... e disperazioni a non finire. Che soffrire! Io, che non
piango mai in pubblico, piangevo cos ampiamente che ero come accecata. Finita la
messa, dovettero aiutarmi ad uscire perch non vedevo nulla, tanto era copioso il
pianto... Le compagne, le pi buone, mi chiesero che avevo... Dissi loro quello che
avevo, pur velandolo, sotto un pudico riserbo, di certi particolari. Dopo pochi giorni
sentii sbocciarmi in cuore l'atto d'offerta cos come l'ho scritto e pronunciato il 1
luglio: festa del Preziosissimo Sangue. Quale giorno pi bello potevo scegliere per
unirmi alla Vittima il cui Sangue divino sgorg tutto per placare la giustizia del Padre?
E quale nome pi bello potevo scegliere per me, da quel momento, pi bello di Maria
della Croce? Colei che un ignorante aveva chiamato Maria di Lourdes poteva anche
dirsi Maria della Croce. La Croce era il mio amore e la volevo per mio altare. La croce
era la compagna della mia vita fin dall'infanzia e ora, spronata da un pungolo
soprannaturale, chiedevo la grande Croce per esservi immolata. A me dunque il nome
che mi si conveniva e che sar il mio nome davanti agli occhi di Dio finch io viva ed
oltre... Subito dopo essermi offerta al martirio dell'amore si un un martirio di
sofferenza, acuita nella carne e accresciuta nello spirito da un rigore che mi pareva
pesare su me. Mi spiego o tento spiegarmi. Non che mi sentissi abbandonata da Dio.
No. Il suo amore era sempre su me. Ma se Ges mi carezzava, il Padre mi appesantiva
la sua mano sul cuore. incominciato allora un periodo di serrata penitenza. Tutto
quanto costituiva il sensibile nell'amore soprannaturale scomparve. Intendo alludere ai
dolci sogni che da anni erano la mia gioia, intendo dire quella sicurezza che la piet di
Dio ci avrebbe risparmiato quanto stiamo passando ora. Era venuta subito, e piena e
oscura, l'ora del Getsemani... ed durata, potrei dire, dieci lunghi anni, perch solo dal
1941 la sua rigorosit si addolcita. Non creda che abbia provato aridit di cuore. No.
Mai. Come mai sono rimasta senza il conforto dell'amore di Cristo. Ma ho sofferto
intensamente e nel morale per la percezione esatta di quanto stava per accadere nel
mondo... Ho pianto tutte le mie lacrime per questo. Ho tanto pianto, scongiurando
l'Eterno ad allontanare questo tremendo flagello, mortificando con aspre penitenze me
stessa per placare, placare, placare la Giustizia divina, che quando il flagello venuto,
e tutti hanno pi o meno perduto la testa, io non ho avuto pi una lacrima. Mi ero gi
torturata in anticipo vedendo tutto lo svolgersi della tremenda tragedia... Ho sofferto
nel fisico con uno scatenarsi di mali uno pi tremendo dell'altro, e non ancora finita
la serie... Tutti i dolori ho provato nel mio corpo divenuto un compendio di infermit!
E, quel che peggio, questi mali non hanno lasciato immune la parte spirituale, ma
l'hanno turbata con uno scatenarsi di sensazioni che per s sole sono un martirio... Ma
dir a suo tempo. Certo che la Giustizia non mi ha risparmiata in nessuna maniera. E
lo vedr anche Lei. Intanto le crisi cardiache spesseggiavano. Ad esse si aggiungeva
uno squilibrio nel camminare e nel reggermi ritta, per cui l'andare sola era una vera
fatica. Se ero prossima ai muri ancora andavo con una discreta sicurezza, perch ogni
tanto mi appoggiavo ai muri stessi, mi aggrappavo alle grondaie ecc. ecc. Ma nei posti
vasti vacillavo e dovevo arrestarmi ad occhi chiusi per riprendere l'equilibrio. Un
equilibrio per modo di dire, per, perch piegavo verso destra. Ero gi in cura da un
anno. In principio si cur l'esaurimento nervoso. Quale esaurimento se io dormivo
placida le mie notti intere, se avevo una memoria di ferro e una resistenza mentale a

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tutta prova, senza avvertire il menomo disturbo di stanchezza intellettuale? Mah!


Dopo avermi imbottita di glicerofosfati, vedendo che andavo peggio, via i
glicerofosfati. Troppo sangue e troppo grosso. Perci ioduri e iodati per assottigliare il
sangue. Peggio che mai. Allora via tutto e gi con calmanti cardiaci. Via il vino, via il
caff, via la carne. Peggio che andare di notte! Le crisi erano all'ordine, se non del
giorno, almeno della settimana, ed erano sempre pi forti. Ma, meno io che le
provavo, e sapevo che erano una morte ogni volta, nessuno se ne preoccupava. In casa
e fuori di casa tutti volevano essere aiutati e serviti da me. E mi fossero stati grati! Ma
in casa era il solito trattamento egoista e dispotico. Fuori erano le invidie, cos comuni
e cos deplorevoli in certi ambienti cosiddetti religiosi. Non pu credere quante me ne
fecero per invidia del mio riuscire! Non la sola Presidente che, dopo la paura durata
un'estate, durante la quale era rimasta come una tartaruga intanata nel suo buco e col
capo sotto la lorica, ora, a cose rimesse a posto col 4 settembre, era saltata fuori e
aveva ripreso baldanza e prepotenza... Ma anche amiche mie del Gruppo Donne.
Amiche che mi avevano vista bambina, che mi avevano voluto bene, che mi avevano
spronata a fare qualcosa e, ora che facevo, e facevo pi di loro, mi buttavano addosso
tutta la bava del loro invido livore. Ne ebbi dolore perch ogni amicizia che si spezza
mi d dolore, e dolore mi d constatare che uno che mi pareva buono si svela cattivo.
Ma continuai lo stesso il mio lavoro. Nonostante tutto, ripresi le conferenze oltre il
lavoro di circolo. La prima su S. Elisabetta di Ungheria. Vi andai tutta piegata dal
tremendo dolore spinale. La seconda sul mio serafico padre S. Francesco d'Assisi. E
quel giorno ho visto il mio angelo custode. Il mio gran soffrire di ieri sera mi ha fatto
sospendere il mio dire. Stamane, prima di ricominciare, ho riletto quanto ho scritto in
questo capitolo e ho visto che mi sono spiegata molto male, in maniera da indurla in
errore. Ho scritto: Non sono mai rimasta senza il conforto dell'amore di Cristo. Ci
potrebbe far pensare che ho continuato a godere delle sue carezze. Cosa in contrasto
con quello detto poche righe avanti: Tutto ci che costituiva il sensibile dell'amore
soprannaturale scomparve. La cosa cos. E speriamo che riesca a spiegarla bene.
Niente pi sogni, niente pi carezze, niente pi parole senza suono ma cos percepibili
all'anima. Niente pi. Come se Ges se ne fosse andato molto, molto lontano col suo
amore. Ma io sentivo che mai come ora era in me. Solo era muto. Mi voleva bene
come e pi di prima, ma non si faceva pi sentire in nessun modo. Era venuta per me
l'ora delle tenebre, l'avevo voluta io, nessuno mi ci aveva forzato a subirla; io, solo io
me l'ero imposta chiedendola al Padre. Adesso dovevo patirla con quanto di pi
doloroso ad essa fosse unito. Ges, quando giunse la sua ora, rimase solo, staccato dal
Padre. Era l'Uomo, unicamente l'Uomo che scontava la sua pena. Il Padre s'era ritirato
nel profondo dei Cieli nel suo corruccio e la Vittima doveva soffrire da sola. Credo che
pi ancora di tutto il male che Egli, l'Innocente, sentiva rifluire in S con tutte le colpe
- da Adamo primo ad Adamo ultimo - credo che pi che la imminenza dei tormenti,
che pi che la persuasione dell'inutilit per tanti del suo sacrificio, che pi che
l'angoscia di vedersi tradito e rinnegato dai pi amati e beneficati, quello che fece
trasudare sangue dalle sue vene, superpressate da un peso di dolore immane, fu questo
dover soffrire solo. cosa tremenda. In tutti i dolori. Il dolore, quando condiviso da
un cuore di pietoso Cireneo, perde il suo peso schiacciante. Ma quando siamo noi soli
a portarlo ci comprime fino a soffocarci... Se questo avviene per il dolore umano,

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molto pi avviene quando questo dolore sale a sfere pi elette delle umane. E Ges
soffriva per un dolore, per dei dolori di causa elettissima. Era l'Eroe che si sacrificava
per una causa sublime, era il Santo che effondeva la sua carit per tutti, era il Martire
che pagava per tutti. E gli mancava il conforto del Padre. Se guardiamo bene, durante
quelle tremende ore che vanno dalla Cena - perch il suo martirio cominci li, nel
dover subire la vicinanza del traditore, nel dovere, pur sapendo l'inutilit del suo
ultimo richiamo, cercare di fermarlo nell'esecuzione del suo delitto: Chi mangia il
mio pane ha levato il suo calcagno contro di Me... In verit vi dico: uno di voi mi
tradir, e soprattutto nel dover dare S stesso, nel mistico Pane, a colui che gi l'aveva venduto - se guardiamo bene, Ges non perse mai la sua augusta maest nel
soffrire. Dimmi come sai soffrire e ti dir che uomo sei, dice un antico detto. Ges
soffr in maniera talmente composta da mostrare quale fosse la sua vera natura. Mai un
lamento, mai un tentativo di difesa. Il silenzio pi alto sempre. Solo per glorificare il
Padre, per testimoniare la verit, per confessare la sua missione, dice poche parole
davanti al Sinedrio, a Erode e a Pilato. Ma dopo quel discorso dell'Ultima Cena, che io
non posso mai leggere o ripetere a memoria senza piangere, dopo quella preghiera che
segue al discorso, e che per me la pagina pi bella scritta dal momento
dell'Annunciazione ad oggi, e che rimarr sempre tale perch nulla la pu superare, a
meno che Cristo non torni a dirne un'altra ancor pi sublime, discorso e preghiera di
una calma divina, udiamo i gridi sconvolti del Torturato del Getsemani: L'anima mia
triste fino alla morte... Padre mio, se possibile passi da me questo calice!. E il
Padre non risponde... Udiamo il grido straziante del Morente del Calvario: Dio mio,
Dio mio, perch mi hai Tu abbandonato?. Tanto si sente abbandonato dal Padre,
l'Innocente che muore, che neppur pi lo chiama Padre!... In questa differenza che
pochi notano, differenza resa ancor pi grande dal momento in cui viene pronunciata,
poich chi muore chiama sempre il pap e la mamma ad aiuto nella convulsione finale
- e Ges era in tal convulsione - io comprendo tutta l'estensione di questo soffrire
desolato del Cristo... E neppure in tal momento il Padre risponde... La morte in tutta la
sua angoscia fisica, morale, spirituale, doveva essere gustata dall'Incolpevole per noi
colpevoli. Ges con me faceva uguale. Mi ero offerta vittima d'espiazione. E da
vittima di espiazione dovevo vivere. Non voleva, non poteva parlare. Non voleva, non
poteva farmi sentire che era l e che mi aiutava solo con l'essere l. Ma questa sua
apparente inerzia, questo suo dormire, nell'ora in cui la tempesta scuoteva in mille
modi la mia navicella, non diminuiva il mio amore per Ges. E in questo era il mio
conforto. Lo amavo sola, con la massima delle fiducie. Gli dicevo: Tu non parli, Tu
non ti muovi in me, ma so che sei l ugualmente, che mi senti, che mi vedi. Amer io
doppiamente, per me e per Te, parler io per empire le pause del tuo mutismo, agir io
mentre Tu stai immoto. Non t'ho mai amato tanto come ora che non ricevo nulla da Te,
nulla per i miei sensi umani, nulla per i miei sensi sovrumani. So che quello che Tu
non mi dai, ora per ora, io lo trover tutto in Cielo, versato da Te nella divina banca
dei Cieli e aumentato del cento per uno poich Tu, Amore mio, sei un banchiere di una
prodigalit senza pari. Gli dicevo: Povero Ges! Forse sei stanco. Bussi alla porta di
tanti cuori per entrare e riposare la tua divina stanchezza di Pellegrino che non ha dove
posare il capo, poich tua delizia non stare nei Cieli ma stare fra gli uomini che hai
ricomprati col tuo dolore. E nessuno ti vuole accogliere. Hanno gi la casa del cuore

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piena delle sollecitudini terrene... Tu sei lo sconosciuto e, all'apparenza, si capisce


subito che non porti ricchezze umane, onori terreni. Perci ti chiudono la porta in
faccia, se pure non ti escono contro coi mastini e coi randelli per cacciarti di pi. E Tu
sei stanco... Hai trovato un ricovero in un povero cuore che tutto aperto a riceverti e
ti sei addormentato con la tua afflizione nel cuore. Dormi, Ges. Il sonno ci smemora
da ci che d dolore. Dormi e riposa. Rimani Tu, come Padrone di casa, della mia
povera casa del cuore, mentre io vado in giro per Te, a cercarti dei cuori, a dire Chi
sei... Fa' il tuo comodo, Amore mio. Io far il meno rumore possibile per non
svegliarti, non avr neppure un gemito se qualche cosa mi ferir... Mi accontento di
poterti servire lavorando per Te, di poterti amare senza che Tu me lo impedisca, di
poterti contemplare, o divina Bellezza, mentre dormi nel mio cuore. Non ho mai
amato cos sovrumanamente Ges come mentre Egli non ricambiava il mio amore
sensibilmente... Intanto il Padre appesantiva la sua mano. Il dormire di Ges, il suo
sguardo velato nel sonno permetteva al demonio, che avevo vinto un anno avanti, di
accostarsi subito per torturarmi in mille maniere. Come le ho detto, scatenando
infermit che nessuno dei 29, dico ventinove... Esculapii, venuti durante questi dodici
anni a tambussare, pigiare, bucare, frugare, ascoltare, mai riuscito a capire.
Scatenando pi fiere invidie e pi mordenti calunnie. Suscitando pi acuti egoismi e
freddezze e durezze e incuranze familiari. Persuadendo il prossimo che io non ero
ammalata, ma fissata. Gi, la mia era una fissazione paranoica, una mania... e mi fu
detto su tutti i toni... In altri invece infuse la convinzione che il mio lavoro per il buon
Dio, che continuavo a compiere nonostante accusassi di esser molto ammalata, era la
pi bella prova che altro non ero che una pseudo mistica, un'isterica, legga
volgarmente: una matta. Anche questo mi fu detto. E ci fu uno - un sacerdote che, per
avermi molto avvicinata e visto il mio equilibrio, avrebbe dovuto essere almeno quello
che pi mi difendeva - che me lo disse con queste testuali parole: Ma la sua, pi che
una malattia, deve essere una turba isterica. Sa! le donne!... Siete sempre dominate
dall'isteria. In voi tutto si compie solo per gli impulsi di certi organi. l che devono
cercare i medici. No, sa, risposi. Anche i medici hanno dovuto convenire che li
non c' nulla, proprio nulla. Allora (e qui un sorrisetto pi pungente di un cespuglio
di fichi d'India) allora saranno turbe mistiche.... Le confesso che il sangue mi sal al
capo e dovetti fare uno sforzo potente per limitarmi a rispondere: Non sono abbastanza femmina per essere dominata da certi organi, n tanto abbastanza santa da esser
degna di turbe mistiche. Sono semplicemente una povera donna ammalata. Come
sono crudeli gli uomini! Crudeli e profanatori! Perch voler alzare i veli pi sacri dello
spirito? E perch irridere un'anima che Dio lavora? Infine il demonio si vendic
cercando di turbare il mio spirito portandolo verso la disperazione col mostrargli tutto
il male che stava per venire nel mondo, le guerre e le stragi, la fame, i bombardamenti
dei civili... Ma non vi riusc. Ultima delle sue vendette, scatenare un male che ha
ripercussioni su tutto l'essere... Gliene ho gi parlato e gliene riparler. Ma nulla ha
scalfito la mia confidenza, la mia fede, la mia volont. Nulla, glielo assicuro. E
torniamo al 4 gennaio 1932, giorno in cui vidi il mio angelo. Era domenica. Avevo
iniziato la giornata con la S. Messa e Comunione. Poi, dopo avere riordinato la casa,
via alla sede dell'Associazione per l'adunanza. Pensiero religioso e gara. Alle 12 a casa. Entro e sento un'aria irrespirabile. Mamma che, buon per lei, ha un cuore di ferro al

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quale l'acido carbonico non d noia, aveva fatto 4 scaldini, tenuto un gran fuoco nei
fornelli e serrato le finestre per non sentire il freddo. L'aria in casa era persino azzurrognola. Ma qui si asfissia, gridai io che col mio cuore malato non sopporto
l'acido carbonico neppure in minime dosi. E feci per aprire la finestra. Lascia
chiuso, url mamma. Tutti i malanni li hai in casa. Fuori stai sempre bene!.
Solenne bugia! Mi ero sentita male nei negozi, in pineta, per le vie, in chiesa, in
mercato, dalle Mantellate, all'Esattoria, in casa di persone amiche... Ma quando mai
mamma fu mamma con me? Non replicai pi nulla e respirai quell'aria mefitica
sentendomi il cuore sempre pi pesante e palpitante. Mentre prendevamo il caff
venne una povera creatura a trovarci. Povera perch moriva a trent'anni di etisia. Due
chiacchiere mentre io rigovernavo tutto. Appena uscita questa malata, mamma si senti
male e, naturalmente, perch la testa girava a lei, ci fu uno spettacolo di ah! e di
oh!. Chiamai la vicina di casa perch mamma non voleva stare sola mentre io
andavo a scaldare del caff e poi a prendere i sali aromatici. Corri a destra, corri a
sinistra, sali e scendi le scale... Finii di sentirmi male. Mi sedetti in un camerino e...
ebbi una sincope. Nessuno sent il tonfo del mio corpo che cadeva, nessuno si occup
che io non tornassi, nessuno sent neppure il baccano di vetri che io rompevo nel
cadere. Mamma, alla quale il lieve capogiro era gi passato solo col respirare aria
pura, cicalava beatamente con la vicina... Mi rinvenni dopo quasi mezz ora e mi trovai
a terra con la bocca piena di sangue, perch nel cadere avevo coi denti fatto sette tagli
nella lingua, con il dorso delle mani tutto scorticato dal colpo e dai vetri sui quali ero
caduta, con le ginocchia sbucciate e con un cuore poi!... Mi alzai a fatica e piano piano
scesi le scale... Oh! sei qui finalmente? Dai una tazza di caff a Elia (la vicina) che,
poverina, non l'ha ancora preso, e poi muoviti ch tardi e sono gi venute a chiamarti
per la conferenza. Allora mostrai le mie ferite e dissi il resto. Meno che nel cadere
vidi al mio fianco il mio angelo. Come era bello! Che fulgore nel volto e nella veste
che pareva fatta di petali di giglio cosparsi di polvere d'argento e di diamanti! Che
sorriso! Ci starei tutti i giorni a soffrire come quel giorno per rivederlo! Deve essere
stato lui a guidarmi nel cadere perch non andassi a conficcarmi sopra dei fiaschi che
mi avrebbero reciso la gola. E cos il capriccio di mia mamma mi procur la vista
dell'angelo mio. E mi procur anche uno sfiancamento cardiaco. Il giorno dopo
seppimo che anche quella povera malata, appena uscita da casa nostra, era caduta al
suolo. Solo allora mamma si arrese all'evidenza che l'aria era satura di gas. E se ne
arrese soprattutto perch si sent male lei. Per nonostante l'avvenuto andai lo stesso al
Circolo. Dio mi aiut. Non ho mai parlato cos bene come quel giorno. Quando alla
fine fui complimentata e richiesta perch io, che avevo sempre una puntualit da re,
avessi tardato tanto, mostrai le mani, che non avevo denudato dai guanti, e la mia
lingua tutta tagliuzzata e dissi l'avvenuto. Furono tutti stupiti e mi mossero anche dei
dolci rimproveri per la mia imprudenza. Ma che importa essere prudenti se la
prudenza ci deve nascondere i volti di Dio e dei suoi angeli?
PARTE QUINTA
Sempre pi sofferente, andai avanti. Credevo che presto tutto sarebbe stato consumato.
Impazienza umana, come sei stolta rispetto alla calma divina dell'Eterno! La terza
conferenza fu, come l'anno avanti, sulla Lotta antitubercolare. Cio no: la terza fu su

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Suor Benigna Consolata Ferrero e la quarta sulla giornata antitubercolare abbinata alla
giornata dell'Universit cattolica, le cui giornate si seguirono a poca distanza. Poi gli
esami di gara, riusciti ottimamente. Le socie mi amavano moltissimo. Ero una
mamma per loro pi che una maestra. Non avevano nessun segreto con me. Gi
anche se l'avessero avuto non sarebbe servito. Un dono di Dio mi rendeva conscia di
ogni novit e perci chiamavo a me la figlietta e le dicevo: Che hai che ti turba?.
Vedendosi scoperta e credendo che io sapessi tutto per forza soprannaturale, essa
parlava. Ma io non sapevo tutto. Capivo solo, sulle generali, se costei era addolorata, o
inquieta, oppure tentata. E basta. La loro confidenza per mi dava modo di curare le
loro anime, di guidarle e confortarle. Benedico Iddio di aver permesso che il prossimo
mi abbeverasse con tutti i dolori. Cos posso capire i dolori degli altri, compatirli,
confortarli. Capire i cuori. Che arte difficile! Non si impara a nessuna scuola umana.
Solo la luce che viene da sorgenti non umane, e che aiutata nel dar frutto da molto
spirito meditativo e da bont di cuore, pu insegnare questa scienza che di tanto
conforto. Esser capiti in un ora penosa vuole spesso dire essere salvati. Salvati da
brutte sorprese, salvati da pericolose cadute, salvati infine da disperazioni che
stroncano l'anima se pur non luccidono. In tutte le et occorre esser capiti, ma
specialmente in quell'et delicata che va dall'adolescenza alle soglie della maturit.
allora che i cuori sono pi facili alle seduzioni, alle chimere, alle tempeste. Come
teneri alberelli, che si avviano al primo fiorire, sono facili ad esser divelti da una mano
brutale, spezzati da un colpo troppo forte, bruciati da un calore troppo ardente, marciti
da uno stagnare di troppe acque morte, spogliati da un vento troppo turbinoso che li
torce nel suo gorgo di bufera. Vanno virilizzati i cuori nel loro primo fiorire, vanno
istruiti in ci che li pu ledere, vanno sorretti se troppo deboli onde non pieghino,
vanno potati se, troppo esuberanti di fronde (e di affetti), si espandono troppo in una
prodigalit che li esaurisce prima del frutto, vanno fertilizzati se troppo aridi, mondati
se gi invasi da parassiti, e soprattutto amati, amati, amati. Un cuore che si sente
amato parla. E parlando d modo, a chi lo ama ed pi esperto di lui, di guidarlo.
Occorrerebbe sempre avere un cuore di padre o di madre per coloro che sono pi giovani di noi, e certe volte occorre averlo anche per coloro che sono pi vecchi, perch
gli animi non hanno et. Sono eterni come Dio, e c' sempre bisogno di tenerezza, di
consiglio, di conforto a tutte le et della vita. Nella realt ben pochi sono i cuori che
sanno amare e, amando, capire. Rarissimi poi quelli che, essendo ormai anziani, sanno
ricordarsi che furono giovani anche loro. Ai nostri tempi questo non si faceva, ai
nostri tempi nessuno faceva quest'altro, ecco la frase sprezzante che sempre sulla
bocca degli adulti verso i pi giovani. Bugie! Non entro nelle grandi colpe, ch ci
sono anche esse sempre state: prova ne siano gli Ospedali degli Innocenti e le Ruote
ecc. ecc. in uso fin dal Medioevo, come ne fanno fede l'episodio di Francesca da
Rimini, di tutte le favorite dei re, di tutte le... ninfe Egerie dei poeti e dei capi di Stato,
tanto per citare cose conosciute anche dai polli. Ma entro nelle cose meno gravi: amori
fatti di nascosto da pap e mamm, amicizie e letture che turbano, fatte pure di
contrabbando, leggerezze di tinture, ricciolini ecc. ecc. Per carit! Io credo che da Eva
in poi, in tutti i continenti e su tutti i meridiani e i paralleli del globo, si trovano. E
allora perch tuonare come tanti Savonarola contro le generazioni d'oggi, quando
anche ieri le care mammine e l'altro ieri le pi care nonnine conobbero e corrisposero

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col caro babbino e col caro nonnino, allora baldi giovincelli, mediante... un telefono e
un telegrafo senza fili a base di occhiate e di fiammiferi accesi e spenti secondo un
linguaggio convenzionale, o invio di bigliettini mediante la compiacenza di un filo
sottile ch, nelle vie poco illuminate di solo 40 anni fa, faceva da postino galeotto? E
allora perch fare i quaresimalisti per la permanente, per il rossetto se, ai loro tempi, si
tenevano sulla testa tutta una architettura di posticci e si infarinavano di cipria come
pesciolini pronti per la frittura? Allora andava di moda il pallore delle eroine del romanticismo; ora piace apparire come mulatte o pellirosse. Beh! E cambiata la tinta, ma
il trucco c e ora come c'era allora. Invece di tuonare e di predicare dicendo solenni
bugie e ottenendo lo scopo che le figlie fanno doppi sotterfugi e invece del bigliettino
di contrabbando ricevano addirittura il giovane di contrabbando, con serio pericolo di
conseguenze, o vanno a dipingersi fuori di casa, chiss dove, cerchiamo di farle
riflettere queste figlioline. Facciamoci amiche delle nostre creature prima che madri
rivestite dell'autorit materna, facciamoci prima sorelle che maestre delle nostre socie
pi giovani e apriamo il cuore nostro perch esse aprano il cuore loro. Cos bello
questo sapere che la mamma e che la maestra capisce! Cos dolce vedere che le nostre
figlioline di carne o di spirito hanno fiducia in noi e non ci celano nulla, e nei loro
sogni cercano il nostro cuore per deporre il sogno che le fa palpitare, e nei loro dolori
il nostro cuore per piangervi sopra! Quanto si ottiene di pi cos, con questa
compassione che sa dirigere senza ferire! Thttora, e sono undici anni che sono reclusa,
tuttora esse, le mie figliette, vengono a me, nella felicit o nel dolore, per dirmi i loro
palpiti di innamorate, le loro estasi di spose, la loro beatitudine di madri. I loro fiori di
carne me li portano tutti, alle prime uscite che fanno, e vogliono che io baci i loro
tesori, insegnano loro il mio nome come fosse quello di una nonnina che li ama.
Tuttora vengono o scrivono, se una malattia le colpisce, se una sventura le afferra, se
un lutto le orba di un essere caro. dolce piangere con me che le capisco sempre!...
Dopo vanno via pi quiete, pi serene, o, se lontane, si sentono pi serene e fiduciose... Io resto col loro dolore nel cuore e con la mia stanchezza i malata... Ma l'anima
canta perch sa che vi un cuore meno desolato di prima! Qualche volta le confesso
che manderei tutte a farsi benedire. Sono materialmente cos stanca, sfinita,
dolorante!... Ma penso che Ges era stanco tante volte, eppure non rimandava mai nessuno. Sulla croce, nell'agonia, seppe ancora confortare il ladrone alla speranza, sua
Madre, l'Apostolo e le donne fedeli... Le dirigenti anche, meno la Presidente, erano
tutte con me. La Presidente aveva tentato, sempre aiutata dalla Presidente Diocesana,
di passarmi alle Donne Cattoliche, perch avevo passato i 30 anni. Ma ci fu una levata
di scudi delle socie: O dentro io o fuori anche la Presidente che aveva anche lei 33
anni. E restai io. Ci voleva dell'eroismo a restare! Ero sempre pi malata. E perci
pi sensibile alle ingiustizie che mi venivano fatte. Quando ancora fruivo delle
spirituali parole di Ges, ad una mia preghiera in cui lo supplicavo di spezzarmi col
suo Amore per aprirmi la via dei Cieli, Egli mi aveva risposto che io dovevo spezzare
il mio io, frantumando ogni mio amor proprio, ogni mio diletto umano chiuso nel mio
cuore col maglio di un amore perfetto, perch non appoggiato da alcun conforto
soprannaturale. Allora sarei stata pronta per il Cielo. Ora potevo dire di avere toccato
quel punto. Il mio amor proprio era calpestato da tutti, da me pi di tutti che per amore
di Dio e del prossimo m'ero fatta simile ad uva nel tino che il vendemmiatore pigia e

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spreme sotto i piedi. Nessun conforto veniva dal Cielo e nessuno dalle creature. Solo
beffe, satire, rimproveri, tradimenti, e fatiche neppure notate o notate per trarne motivo
di nuove beffe. Pregassi o non pregassi, parlassi o tacessi, fossi immobile o in moto,
ero sempre in fallo, secondo la maggioranza. Solo le anime che avevo portate a Dio mi
restavano grate e fedeli, il che mi fa pensare a quanto si legge nel Vangelo circa la fede
e la riconoscenza nel Cristo di coloro che erano Gentili... Venne l'estate. Ormai era
proprio faticoso camminare sola... Mi ricorder sempre il 2 agosto 1932. Che pena
andare a S. Antonio per il Perdono d'Assisi! Tornai a casa a braccio della mamma
devono averci prese per due ebbre. Appena a casa mi sentii male. Ma ormai mi sentivo
male quasi ogni giorno. Si riaperse l'Associazione. Ripresi il mio ufficio di Voce.
Solo l'amore di Dio mi poteva dare forza di continuare. La mamma di Marta mi dette
la Vita della Galgani, sua concittadina, la grande Vita scritta dal passioriista Padre
Germano di S. Stanislao. Voleva parlassi di Gemma in una conferenza. Glielo promisi.
Confesso che non avevo per la Galgani nessuna attrattiva. Mi pareva, per quel poco
che ne sapevo, una esaltata, una nata in epoca non sua, in arretrato di qualche secolo
dal momento buono per nascere. Dicevo sempre: Ora la santit diversa! Queste
sono cose da medioevo. Ma letta quella vita mi ricredetti. Maria della Croce poteva
capire la Gemma di Ges, e la piccola violetta di Ges, la violetta che moriva di
nostalgia del Sole eterno, poteva unire il suo lieve profumo e la sua testolina velata di
penitenza al profumo mistico e alla stellare corolla, che gli emblemi della Passione
decorano, della Passiflora di Cristo. Ma prima dovevo parlare di S. Giovanna d'Arco.
Patrona di Giovent femminile, era giusto ne parlassi. Fra l'altro era desiderato dalle
mie compagne. Perci la misi in testa all'elenco delle conferenze da tenere. Quell'anno
avevo pensato di parlare di Gemma, della Pulzella d'Orlans, delle Beate e Venerabili
di Casa Savoia, e di alternare queste conferenze ad altre sulla buona stampa, nelle
quali mi prefiggevo di illustrare un dato autore del quale poi avrei sorteggiato fra i
presenti tre libri. Comperati naturalmente da me, a prezzo di fabbrica, mediante i
buoni uffici di una cara signorina, ex atea e convertita dalle mie parole. Ho detto atea;
no: anticattolica. pi giusto. Ma parlare di Giovanna d'Arco mi faceva paura.
Perch? Perch sentivo che quando avessi parlato di lei mi sarebbe accaduto qualcosa
di irreparabile. Perci era tre anni che rimandavo la conferenza Perch questa idea?
Mah! Uno dei tanti avvertimenti che la mia psiche riceveva da altri mondi. Volli
sfidare quell'avvertimento e mi misi a preparare la conferenza. Dopo avrei parlato di
Gemma. Il 21 novembre, in tre ore, mor la mamma di Marta. Non fece a tempo a
sentirmi parlare di Gemma... e and in cielo, poich era veramente una donna giusta, a
sentire'le lodi del Serafino di Lucca cantate dagli angeli belli. Ne ebbi un grande
dolore. La mamma di Marta mi voleva un bene di vera amica: materno, fraterno,
santo. Amo tanto Marta perch figlia di tal madre... L'amo ancor pi per questo che
per le sue doti proprie, perch continuo ad amare in lei l'anima di una santa tornata a
Dio ma non dimentica di me. Ne sono certa. Apro una parentesi per rispondere alla sua
lettera che... mi ha fatto restare sbalordita per pi motivi. Glielo dir domani a voce,
ma fin da ora le chiedo: Perch? Perch quella sorpresa? Ah! non mi vizi, Padre, ch
dopo mi spiace troppo a morire!. Ma senza scherzi. Grazie e poi grazie ancora. La
mia mano dice grazie e la mia bocca dice lo stesso. L'anima le dir il miglior grazie
con la preghiera. E questo per il dono. Poi un altro grazie per capirmi cos bene nel

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morale e nello spirituale. E mentre Lei ancora intento nella sua pietosa missione di
consolare noi infermi, io, per dimostrarle quanto le sono grata del suo studio paziente
e buono dell'anima mia, tenter rispondere alle sue domande. I predicatori ci vogliono
e che siano in piena efficienza fisica, altrimenti addio predicazione del Vangelo! Ma i
predicatori vanno sorretti dai penitenti. Una radio non ha voce se l'elettricit non
l'accende. I penitenti, le anime olocauste sono... la spina che innesta la corrente di Dio
nell'anima del suo banditore e di chi lo ascolta. Brutto paragone, ma vero. In
particolare poi penso che, quando un ministro di Dio consuma s stesso, ora per ora,
nell'esercizio del suo ministero, senza impazienze, senza stanchezze, senza
ripugnanze, senza paure, senza troppa cura del suo corpo, ma con fedelt a tutte le esigenze del suo lavoro sacerdotale, ma con ilare volont di fare, ma con carit accesa
che sa stringere al cuore il grande peccatore come sa stringere l'anima pura, poich in
tutte egli vede Iddio, egli gi un'anima-ostia. Dio si incarica Lui stesso di propinargli, ora per ora, il sacrificio, e perci basta cos. Noi poi, noi, le... fannullone che
non siamo altro che capaci di soffrire e pregare, mettiamo tutto il resto per compiere
giornalmente quella tale misura di sacrificio che deve essere versata nella banca dei
cieli e che si muta, con largo interesse, in aiuto ai lavoratori della vigna di Cristo. Noi
siamo le Marie e voi, anime sacerdotali, siete le Marte di Ges. Il quale, vero, ha
detto che la parte migliore era quella scelta dall'adorante Maria, ma era anche ben
grato a Marta, l'operosa e pratica donna di casa che provvedeva ai bisogni della sua
Umanit. Il sacerdote, poi, salendo ogni mattina i gradini dell'altare per celebrare il
Sacrificio, Marta e Maria insieme, poich adora e poich opera. Riguardo alle
letture da me fatte e che, qualunque esse fossero, hanno sempre portato luci di bene in
me, io reputo che pi ancora che il mio buono spirito, che si proietta su tutto, rendendo
buono il meno buono, sia lo stesso Ges che impedisce che qualcosa di male entri in
me. In che maniera? Oh! semplicissimo! Riempie tutto di S fino all'orlo e basta. Se
Lei, Padre, empie un bicchiere fino all'orlo e poi tenta aggiungere pianino pianino
dell'altro, il superfluo trabocca. Non forse vero? Ges ha empito fino all'orlo la
coppa del mio cuore. Ogni altra cosa non pu entrare, si posa sopra un istante e scivola
via. Scivola via spesso purificata dal contatto avuto col mio Ges. Nessun merito da
parte mia. Io sono talmente affascinata da Ges che vedo scritto Ges anche ove
scritto demonio, che sento parlare Ges anche dove parla Lucifero, che vedo Ges
su tutte, tutte, tutte le cose. L'amore di Mario, che d'altronde credo defunto da anni - le
dir poi perch lo credo - spoglio di ogni desiderio e rimpianto umano. Amo l'anima
sua, che credo avere ricomprata col mio dolore. E pi bel dpno non potevo fare a
questa creatura che ho amato. Non le pare? Ed ora alla spiegazione della frase che l'ha
colpita: Sono giunta a capire che gli unici, veri dolori di un cuore, sono quelli che
vengono da Dio per nostra prova o per nostra punizione. Rispondo ad ogni sua
domanda. Come fa a capire che un dolore viene direttamente da Dio?. Risposta: Per
quello che ne prova l'anima, perch quando un dolore viene direttamente da Dio si
contraddistingue sempre dai dolori che vengono da qualsiasi altra fonte. Prima di tutto,
il dolore che viene da Dio, per quanto possa esser aspro e mordente, non mai
scompagnato dalla pace. Questo il segno che non manca mai. Anche se talora pare
che non ci sia, c'. Non appena l'anima si guarda nel profondo, e questo avviene
sempre, magari per un attimo, ma che sufficiente, vede che nel suo soffrire c' una

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grande pace. Pace non vuol dire rassegnazione. No. Vuol dire molto di pi. Vuol dire
beatitudine. E il dolore che viene da Dio sempre accompagnato da beatitudine
superspirituale. Ecco una delle parole che vengono a formarsi spontanee sulle nostre
incerte labbra per parlare dell'indescrivibile. Superspirituale per me, che questa parola
creo, vuol dire: una beatitudine nella parte spirituale dello spirito. Non un giuoco di
parole. una realt. Porto un paragone. La chiesa un fabbricato eretto per il culto di
Dio. Nella chiesa vi sono poi le cappelle, nelle cappelle gli altari, negli altari il
tabernacolo, nel tabernacolo la pisside con Ges-Eucaristia. Se io entro in chiesa non
tocco Ges-Eucaristia, ma se io salgo un altare, apro un tabernacolo, scopro un
ciborio, posso dire di toccare Ges. Nel corpo c' l'anima, nell'anima lo spirito. Vi la
pace dell'anima e questa pu esserci in ogni dolore sopportato con rassegnazione, e vi
la pace che regna sullo spirito: ossia la superpace. E questa vi sempre quando il
dolore viene da Dio per elevare a un grado pi alto il nostro spirito, purificandolo dalle
ombre o fortificandolo dalle debolezze che ancora lo avviliscono. In che consiste il
dolore-prova?. Risposta: Da un crescere di amore solo da parte nostra mentre Dio
pare ritirare il suo lasciandoci sole. Noi si chiama e Lui non risponde. Noi si chiede ed
Egli non mostra di udire la richiesta, anzi spesso ci umilia levandoci proprio quello
che pi ci caro di avere e che credevamo di avere gi ottenuto. A dirlo sembra niente,
ma a subirlo molto doloroso. Le ho gi descritto, nel quaderno che le ho dato oggi,
cosa voglia dire soffrire da soli, senza Dio che ci sorride e risponde ai nostri gemiti... Il
dolore-punizione, poi, lo si capisce subito perch la coscienza ci avverte di averlo
meritato. Oh! io lo sento subito! Anche prima che arrivi, la coscienza mi dice: Hai
sbagliato. Ora, se Dio ti punisce, sii pronta a chinare il capo sotto la sferza che ti
colpisce e digli grazie, perch te lo sei meritato e perch, scontandolo subito, non hai
da scontarlo nell'al di l. Ma ripeto: sia che sia una prova o una punizione, la pace resta. Lei non sentir mai dire che un santo, per prove tremende che possa aver subite parlo di prove spirituali - perse la speranza. Ove speranza pace, ove pace Dio.
Come fa a capire che un dolore ha natura di castigo?. Risposta: Per la voce della
coscienza che, come le ho detto, ci ha gi avvertito di non avere agito bene, e poi
perch, man mano che lo subiamo, sentiamo farsi l'anima pi lucida e leggera, per cui
si capisce che quella stretta che ci ha fatto soffrire, ci stata espiazione e lavacro. Lei
mi parla dell'abbandono di Dio che costituisce la pena pi grande. Ci vero; ma
quest'assenza di Dio pu anche essere prodotta da un'inerzia colpevole per parte della
creatura. Trova lei in s luce sufficiente per dire che talvolta il vuoto si prodotto per
parte di Dio soltanto, sia pure per i suoi fini misericordiosi?. Risposta: Quando
un'anima nell'inerzia colpevole non si accorge per niente se Dio c' o non c'.
un'anima inebetita, abulica, che vegeta senza riflettere e percepire. Il peccato, o anche
solo la tiepidezza, la ottundono al punto che in lei spenta la facolt di percepire, il
bisogno di vedere, il desiderio di nutrire s stessa con il cibo soprannaturale. Dio
allora punisce perch giusto che punisca ed pietoso che punisca, perch talora l'anima, sotto il colpo, si scuote e rientra in s. Ma di queste anime non mi occupo ora.
Parlo di quelle pi o meno sveglie le quali cercano di operare, secondo la loro capacit, per il buon Dio. Magari potrebbero fare di pi, se ci mettessero proprio tutto il
loro impegno, ma proprio inerti non sono. Perci sono anime in cui non v assenza di
Dio per causa loro ma per volont di Dio, il quale, come ho detto sopra, ricorre a

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quest'arma potente, o per richiamare l'anima ad una pi esatta esecuzione del suo
dovere filiale, o per migliorarla, attraverso la prova penosa, e allenarla a sempre pi
alti voli. E l'anima, che sente la giustizia di questo dolore che Dio le infligge, ha nel
dolore la sua gioia e la sua pace. Il dolore invece che viene dagli umani, o peggio dagli
inferi, sempre ingiusto e, pi o meno, ci turba. Ma per un dolore che non tocca il
vertice della potenza dolorifica, ossia non trafigge lo spirito nel suo culmine pi alto e
nella parte pi viva. Ci far gridare, piangere, imprecare anche, ci far impazzire delle
volte e delle volte morire. Ma moriremo per malattie della carne, ma impazziremo per
sconvolgimento mentale, ma imprecheremo per convulsione morale, ma urleremo e
singhiozzeremo per debolezza generale. Mentre il dolore che viene da Dio e ci
trapassa lo spirito non ci fa uscire in nessuna escandescenza: ci sublima in una pace, in
una seriet, in una carit pi alta. Soffriamo intensamente, intensissimamente. una
fame insaziabile che cresce d'ora in ora e che nulla pu saziare. Tutti i cibi possiamo
allora dare al nostro spirito per tentare di calmare il suo languore che lo svuota, ma n
opere di misericordia, n sacramenti, n preghiere, n letture spirituali sono atti a
colmare il suo desiderio. E Dio, Dio che si vuole, Lui solo. E Lui si tiene sempre
nascosto, si ritira sempre pi in alto mentre noi, con le braccia alzate del desiderio,
agonizziamo di amore invocando Lui... Quante parole occorre scrivere per dire quello
che proviamo ad ogni battito di cuore! Quale la sua condotta durante queste ore di
tenebre in riguardo a Dio e in riguardo al prossimo?. Risposta: Pi Dio si ritira e pi
io lo amo con tutta me stessa, in spirito di umilt, di pazienza e di sommissione,
riconoscendo che me lo merito, facendo atti continui di fede perch so, anche se non lo
sento, che Lui lo stesso vicino a me e glielo dico; atti di speranza, perch spero che
per sua bont abbrevi la prova e per questa prova io meriti un bene pi alto; di carit,
perch per sollecitarlo a tornare gli dico che lo amo a qualunque costo e lo amerei
anche se Egli non si curasse pi di me; di contrizione, perch riconosco di avere
peccato e meritato il suo castigo. Verso il prossimo poi uso di questa mia prova
offrendo a Dio il mio dolore perch altre anime, che non lo cercano o lo cercano male,
siano portate alla ricerca fervente di Dio. Cos la mia ora ditenebre diviene ora di luce.
Si sente lei inquieta e spinta a manifestare all'esterno la sua inquietudine?. Risposta:
No. Io mi inquieto, perch sono un essere di carne oltre che di anima, per le cose che
possono urtare la carne. Ma per queste mai. Ho detto e ripeto che il dolore che viene
da Dio acutissimo, l'unico che realmente sia Dolore puro, semplice, perfetto come
Dio, ma sempre unito alla Pace. Dove pace non inquietudine. Non forzo mai Dio
a mostrarsi con le mie bizze. Lo supplico di concedermi da capo di vedere il suo Volto
che la gioia del nostro spirito. Ma poi attendo paziente quel momento beato. Vede:
oggi, per esempio, io sono priva della unione sensibile con Dio. I giorni passati era un
continuo scoccare di scintille fra i due poli di Dio e dell'anima. Qualcosa di ineffabile.
Oggi solo la mia anima getta scintille verso il suo Signore. E perci sono desolata. Ma
mi capisca: desolata come una madre o una figlia che vide partire il suo figlio o il suo
babbo. Si rimane con una gran voglia di piangere e si vorrebbe che il tempo volasse
per abbreviare la separazione perch si sa che il figlio, si sa che il babbo non se ne
andato per sempre, ma per un tempo relativo e per nostro bene, per tutelare i nostri
interessi. Si melanconici ma pi amorosi ancora di prima, perch la sua lontananza
sappiamo che una prova novella di affetto per noi. Oggi amo sola... e che perci?

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Sono desolata, ma non inquieta. Una santa certezza mi dice che, quando meno me
l'aspetter, Dio torner; torner tanto pi presto quanto pi io sar stata amorosa e
paziente. E che torrente di gioia allora si riverser nel mio spirito!!! In riguardo a Dio
continua lei in tutto come se Egli fosse presente?. Risposta: Ma certo! Anzi filo
ancora pi dritta, perch la sua scomparsa mi serve di redine e mi rimette sul mezzo
della via, se mi ero deviata a fiutare dei fiori lungo le prode, o al trotto, se mi ero
impuntata a considerare qualche quisquilia lungo il cammino. Sono sicura che se filo
dritta e veloce, guardando solo la meta che ora per ora devo raggiungere, il buon Dio
torna pi presto a farsi presente. Ha tentazioni sulla fede in questi momenti?.
Risposta: Ci mancherebbe altro! Una brava figlia, una amorosa sposa deve saper
rispettare il padre e il marito sempre e non seccarli con querimonie e domande
sciocche quando ad esse sembra che padre e marito non le amino pi come prima. Non
bisogna mai essere diffidenti ed egoisti nell'amore, perch diffidenza e egoismo
uccidono l'amore. E perch io, col mio Padre e Sposo, dovrei essere inferiore ad una
buona figlia e ad una buona sposa? Perch perdere la sicurezza, perch accarezzare
dubbi sulla fede, solo perch il Signore giudica bene di ritirarsi? Ma se Egli stanco di
parlare con me e di abitare con me e preferisce andare da altre anime pi elette della
mia, io lo devo lasciare libero di fare, senza mettere su bronci e capricci da bambino
caparbio e da moglie nevrotica. Il mio Signore deve poter dire: Torno da Maria che
cos poco seccante. L ci sto bene perch faccio quello che mi pare. Questi periodi
di abbandono sono frequenti, di corta o di lunga durata?. Risposta: Frequenti non mi
pare. Ma con matematica esattezza non glielo saprei dire, perch la gioia del ritorno
tale che mi annulla ogni ricordo di abbandono. Per cui ogni volta mi pare di esser
lasciata per la prima volta tanto mordente il dolore, e ogni volta mi pare di non
averlo mai provato tanto letificante l'estasi del ritorno di Dio in me. Se poi siano
lunghi o corti male dire. Ogni minuto pare un secolo di separazione... Per credo di
averne avuti di durata diversa. Delle volte durano poche ore, delle volte pi giorni. Ma
poi di colpo cessano e dalla desolazione passo a una gioia sempre maggiore a quella
provata prima e a un' unione sempre pi stretta, a una visione sempre pi netta, sin
quasi a divenire reali, sensibili, e non solo intellettuali. Le sembrano intesi a un fine
speciale come, per esempio, ottenere una grazia richiesta?. Risposta: Credo siano
sempre intesi a un fine speciale. Fine voluto da Dio per la sua piccola ostia, alla quale
nega il suo Volto per darle in Cielo un pi lungo bacio quando tutto per me sar
quaggi finito ed io mi inabisser nella luce della Trinit Ss., che ho sempre amata e
lodata in terra. Fine voluto da me per qualche grazia richiesta. Se io non soffro non
ottengo. La preghiera non basta. E quale sofferenza maggiore a questa? Che sono le
torture di tutto un corpo malato rispetto a un'ora sola di separazione, di abbandono di
Dio? Sono io stessa che dico a Dio: Fammi soffrire ma concedimi questo o quello.
Non per me, s'intende. Io ho fatto la rinuncia completa a ogni mio desiderio. Solo
chiedo la Vita eterna. Per il resto faccia il Signore. Ma per gli altri sono una questuante
insistente e mai contenta. E specie quando chiedo per la luce di un'anima abbuiata,
allora le tenebre vengono su me. Ma ne sono cos contenta d'esser da esse
martirizzata! Sono essi (periodi di abbandono) seguiti da un maggior lume sulle cose
divine?. Risposta: Sempre. Come uno, stato al buio, trova la luce ancor fulgida di un
altro rimasto sempre nella luce, cos io, dopo la privazione del mio Sole, quando Egli

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torna a brillare sul mio spirito mi trovo avvolta in un oceano diluce... cos sfolgorante
che mi d una celeste vertigine. come se nella mia carcere venisse aperto l'uscio da
una mano pietosa e dallo spiraglio io potessi vedere penetrare un fascio di raggi. Dico
spiraglio perch se tutta la luce di Dio precipitasse su me io ne resterei morta... Alla
luce di quel raggio io vedo molte cose che prima mi erano oscure e procedo sicura
come se il Maestro mi tenesse per mano istruendomi dolcemente. Ecco risposto
all'interrogatorio. Molto male, perch per farle capire bene dovrei poterla chiudere nel
mio cuore per un'ora. Allora vedrebbe come questo povero mio cuore non viva e non
muoia altro che per il Padre, per il Figlio e per lo Spirito Santo. E cos sempre, in
eterno, sia. Ora andiamo avanti mentre Ges riposa. Cos stanco, cos avvilito il
Salvatore vedendo la cecit umana che non vuole esser guarita, il marasma spirituale
che sempre pi si accentua! Lei stamane me ne accennava... Deve essere una grande
pena per i sacerdoti assistere a questo intisichire degli spiriti distrutti dai microbi
dell'indifferenza, dello scetticismo, del godimento illecito, della rivolta... Ma se pena
per tutti coloro che ancora sono con Dio, che sar mai per Ges? Ah! che veramente
stiamo facendo subire una nuova Passione al nostro Salvatore con questo calpestare il
suo amore, con questo trascurare anche il suo ricordo!... Il volto di Ges tristissimo...
E veramente il volto di uno triste fino alla morte davanti al crollo delle sue pi vive
speranze. Certe penose constatazioni danno sempre tanta stanchezza, pi di un lavoro
faticoso che sia coronato di successo. E Ges dorme col volto divino e mesto curvato
sul braccio piegato. Non ha avuto una parola per me stamane. Ma io non gliel'ho
neppure chiesta. Ho messo la mia povert della sua parola ai suoi piedi come primo
fiore per consolarlo un pochino, e offro e soffro per Lui e per le anime, cos
appesantite da tanta materialit... Stamane Lei mi ha chiesto se non ho avuto nessuna
rivelazione in merito alla situazione attuale. Mi pare di averle detto, ma non ne sono
sicura, che quella premonizione di cui soffro ha diverse fasi. La prima, e pi confusa,
un sogno in cui vedo le cose sotto speciali figure, diremo cos, simboliche. Ad
esempio: se vedo cadere uno nell'acqua e l'acqua seppellirlo fino a farlo morire, pu
essere certo che quell'uno in breve tempo muore. Le ho dato un esempio a caso fra i
molti che le potrei dare. Secondo: mi sogno le cose come in realt avvengono. Ma non
risento nello svegliarmi quell'avvertimento speciale che mi dice: Fai attenzione. un
avviso, e perci dimentico anche il sogno, salvo ricordarmene quando la cosa
avviene tale e quale fu sognata. Terzo: sogno un lucidissimo sogno e allo svegliarmi
ricevo ben netto quell'avviso: Ricordati di questo. Quarto: senza nessun sogno, da
sveglia sento, non so dirle come, che sta per succedere qualcosa di penoso o di brutto.
Per esempio: avverto se qualcuno mi tradisce o cerca nuocermi o nuocere ad altri. Ora,
nel caso attuale, io ho avuto, dal 1931 in poi, vivissimo il quarto caso, per cui sapevo
che presto delle cose terribili si sarebbero avventate nuocendo sulla povera umanit;
pure vivissimo il terzo caso in frangenti speciali, e molto vivo il primo caso. Ricordo
in questo l'aver visto, sotto forma figurativa, l'occupazione del Belgio, Olanda,
Norvegia, e l'entrata della Russia in guerra. Questo per simbolo sotto forma di stormi
di aerei neri, tutti neri e dalle forme mostruose, che si dipartivano da un punto: Berlino
o Mosca, come stecche di un ventaglio raggiungendo colla punta delle stecche il luogo
prefisso. Cos: Scusi lo scarabocchio, ma sono un asino in disegno e la figura, per
quanto mal fatta, mi aiuta a esprimere il concetto. Poi, nel novembre 1941, l'avviso

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che entro un mese i nemici sarebbero stati a Bengasi. Tre giorni dopo ebbe inizio
l'offensiva inglese e entro il mese furono a Bengasi. Nel marzo del 1942 sempre la
stessa voce (in sogno) mi disse: La linea difensiva non pi a Palermo ma pi su
perch la Libia perduta. E purtroppo! Circa il nostro futuro per noi, abitanti
metropolitani, ho avuto gi due o tre avvisi ma non molto netti. Per potrei dire che mi
danno gi pensiero perch, se non ho visto esattamente il punto, credo proprio che un
punto ci sar. Questo per ora. Prima per che cominciassero i grandi bombardamenti
sui civili (di autunno) io li vidi in sogno e lo dissi a Marta. Quando non c'era ancora la
guerra d'Etiopia, e precisamente la notte del 23-24 maggio 1935, io vidi con una
chiarezza meravigliosa l'entrata delle nostre truppe, e propriamente dei carabinieri e
zapti montati su autocarri, in Addis Abeba, i cui tucul ardevano. Lo dissi in famiglia
(prendendomi la solita patente di pazza) e a due amici venuti a trovarmi nel
pomeriggio del 24 maggio. Sono tuttora vivi costoro e se lo ricordano. Un anno dopo,
il 9 maggio 1936, le nostre truppe, e precisamente carabinieri e zapti, entravano
vittoriosi su autocarri in Addis Abeba conquistata, che ardeva. Per quel sogno, cos
evidente e corredato da quel tale segno, io, durante i nove mesi della guerra etiopica,
non diffidai mai sull'esito della stessa. Sapevo che si sarebbe vinto e presto. Cos per la
guerra di Spagna, di cui vidi tutte le nefandezze e gli eroismi. Su questa... preferisco
parlare a voce. Le ho detto questo tanto per farle capire di che si tratta. Il primo modo
di premonizione era il terrore delle socie e dirigenti colpevoli... Devono avermi avuta
in odio anche per questo. Capir! Entravo in argomento cos: Ragazze, agite bene,
avete capito? Agite bene a mio riguardo poich sappiate che non sono a me ignoti i
vostri sotterfugi per nuocermi. Anche in questi giorni state tramandoli. Ma non
riuscirete a nulla, fuorch a macchiare la vostra anima.... Ripeto per che di questo
dono, se pu chiamarsi cos, ne farei molto volentieri a meno. E ora continuo con il
mio racconto. Fissai la conferenza su S. Giovanna d'Arco per il 18 dicembre 1932. Al
mattino in chiesa mi sentii un poco male. Ma poi, con opportune medicine, mi sentii
meglio. Anzi ero contenta perch di solito, dopo un attacco di angiospasmo, fruivo di
qualche ora di tregua. Come un cielo estivo dopo un temporale si sgombra dalle nubi,
cos io dopo il mio... temporale stavo col cuore pi sgombro di palpiti e di crampi.
Alle 10 andai alla sede dell'Associazione, dove trovai tutte sossopra perch era arrivata
la notizia che il vecchio Parroco era stato creato Monsignore del Duomo di Lucca e
perci avrebbe lasciato la parrocchia. Notizia che non mi dette un dolore speciale
perch era attesa e perch voleva dire giusto premio a un lungo lavoro parrocchiale
dell'ottimo sacerdote. Tornata a casa a mezzogiorno, pranzai come al solito: pochino
ma di gusto. Alle 15 andai all'Istituto S. Dorotea dove dovevo tenere la conferenza.
Alle 15,30 cominciai a parlare. Avevo detto poche parole quando si scaten un cos
repentino e grave attacco di cuore che fui per morire. Alla prima stretta mi fermai
sorridendo come per attendere che alcune signore, in ritardo, che arrivavano allora,
potessero prendere posto. Speravo che il cuore si limitasse a quello strizzone che gi
mi aveva coperta di sudore ghiaccio. Sorridevo... ma il mio viso si alter subito in
maniera tale che la Superiora mi venne vicino chiedendo se mi sentivo male. Cosa da
nulla, risposi. Ora passa. Attesi qualche minuto. In piedi, eroicamente in piedi
sentendomi ventilare la morte sul capo. Come Giovanna d'Orlans dicevo: Sire Iddio
primo servito!. Ma Sire Iddio volle essere servito con l'agonia della sua povera serva.

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L'attacco crebbe, crebbe, crebbe e dovetti cedere e mettermi seduta. Ero un cadavere
che respirava. Dur due ore... Sa cosa vuol dire due ore di un simile soffrire?... Fui
soccorsa, portata all'aria... guardavo la Madonna la cui statua pareva animarsi, vista
come la vedevo fra gli sbalzi convulsivi... e guardavo e baciavo il mio Crocifisso...
Non volli nessun dottore. Mi avrebbe fatto portare all'ospedale... In un simile stato non
c' che l'ospedale, e l non volevo andare pensando a pap e a mamma. Mi
raccomandavo a Dio di non farmi morire cos, per loro, per lo spavento loro. Ma per
me... Oh! come sarei partita con gioia! Mi ero comunicata anche quella mattina, era la
novena di Natale... Che bello andare a fare il Natale in cielo! Che enorme egoismo
sarebbe stato!... dico ora. Altro che bellezza: egoismo. Andare in cielo col Natale
senza fare la mia Passione! Prima ci voleva la Croce, una lunga, lunga agonia sulla
croce!... e poi sarebbe venuto il Gloria del Paradiso. Finalmente alle 17,45 cominciai a
stare in modo da potere tornare a casa. E vi tornai, sorretta da due pietose. Ma quanto
hai tardato! Fai sempre pi tardi. Sono quasi le sei e noi non abbiamo ancora preso
nulla. Questo fu il saluto materno. Mamma era in conversazione con una signora
molto anziana che veniva quasi ogni giorno a passare il pomeriggio con noi. Era di
prammatica alle 17 offrire il the o il caff o il cioccolato. E, naturalmente, dovevo
prepararlo io. Perci il rimprovero, perch avevo tardato. Pu pensare con quale fatica
stetti al fornello, frullai il cioccolato, lo misi nelle tazze e portai il vassoio. Ero
all'estremo delle forze. Mi sedetti senza parlare. Non potevo. La signora chiese:
Molta gente?. Tanta. Infatti la sala era piena stipata. piaciuta la conferenza?
Me la legge?. piaciuta. Ma ora sono molto stanca. Domani la legger a lei. Ma
che hai che pari una mummia? Hai i nervi?, chiese mamma. Ho che mi sono sentita
male, molto male. Guardami che lo vedrai. Infatti, disse la vecchia amica, ho
visto subito che stravolta, ma non dicevo nulla per non impressionare.... Era tanto
buona, povera nonnina!... Cosa avrebbe fatto Lei se fosse stato mia mamma? Sono
certa mi avrebbe curata, servita, quella sera, amata. Nossignori. Mi fin di stordire coi
rimproveri sul mio sotterfugio (il mio tacere con l'intento di dire le cose poco a poco
per non spaventarla era per lei sotterfugio) mi torment accusando il Circolo di ogni
mio male e dandomi della stupida a piene mani perch vi andavo ecc. ecc. Per si
guard bene dal risparmiarmi di lavorare in casa. Fatta la loro cena - io di sera non
mangiavo mai, neppure allora - rigovernato tutto, andai finalmente a letto. Febbrone
notturno, soffocazioni, crampi e una infinita malinconia... Sentivo che le mie voci
non mi avevano ingannata, come dice la Pulzella d'Orlans, e che se la mia missione
era da Dio, Giovanna d'Arco, della quale avevo rimandato per due anni la conferenza
perch la mia interna voce mi diceva che in quel giorno mi sarebbe accaduto qualcosa
di irreparabile, aveva proprio mantenuto l'impegno di essere l'annunciatrice della mia
prigionia, del mio supplizio. Non pi battaglie e vittorie ma solo prigione e dolore.
Non pi stendardo di Cristo agitato sulle folle ma solo la croce su cui salire. Non pi
fiamme d'apostolato pubblico ma fiamma di un rogo di sofferenza che da undici anni
mi consuma e non m'incenerisce mai. Ora ero completamente Maria della Croce. La
santa guerriera, che ha incoronato il pavido Delfino a Reims, incoronava me della
corona di spine. Quando ci viene levato il nostro amato lavoro nella vigna del Signore
si soffre acutamente. La avevo difesa ad ogni costo questa mia libert di lavoro per il
mio Signore. E ora mi veniva da Lui stesso levata... Dopo si capisce quale onore sia

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questo, quale fiducia, quale amore di Dio per noi. Ma sul primo si soffre mol to. E una
di quelle ore di Getsemani che sono le prime a viversi nella nostra Passione! Quanto ci
costa dire fra il pianto: Sia fatta la tua volont!. Nella notte di spasimo fisico,
morale, spirituale, a fianco di mamma che dormiva beatamente, non avendo neppure la
libert di piangere apertamente, mi rifugiai in Cristo, ed Egli, come gi a Caterina
senese, mi disse: Tu domandavi di sostenere e di punire i difetti altrui sopra di te e
non ti avvedevi che domandavi amore, lume e conoscimento della verit, perch gi ti
dissi che quanto era maggiore l'amore tanto cresceva il dolore e la pena, onde a chi
cresce l'amore cresce il dolore. E quale maggior crescita d'amore di questa di un Dio
che mi dava il suo stesso letto, il suo stesso trono, il suo stesso altare: la croce? Questo
pensiero, dopo le prime ore di angoscia, mi scese come un balsamo sull'anima e la fece
volonterosa di compiere il sacrificio. Non chiunque mi dice: "Signore, Signore"
entrer nel regno dei cieli, ma chi fa la volont del Padre mio, e con una lieve
modifica potevano esser dette a me anche le parole dette all'apostolo Pietro: Quando
eri pi giovane ti cingevi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio
tenderai le mani e un altro ti cinger e ti condurr dove non vorrai. Io, ammaestrata e
corroborata dal Maestro mio, tendevo le mani a prendere la croce che il Padre mi
imponeva e, subitamente invecchiata dall'infermit, divenivo incapace di tante cose e
soggetta. a tutti per le mie necessit fisiche, morali e spintuali. Oh! se si riflettesse
come la malattia ci mette disarmati nelle mani di tutti, noi poveri infermi che
dobbiamo dipendere sempre dalla buonagrazia altrui... Bisogni fisici con tutto quanto
di avvilente portano seco. Bisogni morali con tutto quanto li correda di solitudine e di
malinconia che ben pochi sanno riparare. Bisogni spirituali con tutto quanto hanno di
nostalgico per le funzioni che non vedremo mai pi, per i Sacramenti che ci vengono
dati con tanta avarizia, per la guida che ci viene a mancare, per tante, tante cose,
mentre le prove si accumulano e la malattia crea nuove tentazioni e nuove debolezze...
Quante cose vi sarebbe da dire sulla infermit! Ma salteranno fuori un po' per volta.
Non voglio accelerare i tempi. Al mattino provai ad alzarmi alla solita ora.
Impossibile! Rimasi a letto fino alle 9 e vi sarei stata ancora, ma mamma mi chiam
perentoriamente perch andassi a comperare il latte che la lattaia non aveva portato.
Mi alzai con somma fatica. Il cuore era in condizioni spaventose. La testa mi girava, le
gambe mi tremavano, ero tutta rotta come m'avessero flagellata. Scesi al terreno con il
respiro grosso e un battere precipitoso in tutte le vene. Ad ogni scalino che facevo mi
pareva che il cuore pesantissimo si abbassasse come per staccarsi. Uscii di casa
tenendomi appoggiata ai muri. Per fortuna la latteria era quattro case pi l e non c'era
da attraversare la strada. Ero talmente cerea e con le labbra livide che la lattaia mi
chiese se stavo male e mi aiut a tornare a casa. Nel ritorno ci fu subito un'anima...
buona che mi disse: Ora la smetter, eh? Non si impiccer pi di nulla, vero? Non
vede che finita?. Eh! ne ero pi che persuasa! Ora starei zitta, ma allora non stetti
zitta e risposi: Far quel che mi parr di fare, e lo dissi tutt'altro che angelicamente.
Tornata a casa con l'aiuto della buona lattaia mi riposai un poco... ma c'era da uscire
ancora. Mamma non mi dava pace. Presi con me il mio cane pensando che almeno, se
cadevo per via, mi avrebbe fatto la guardia. Feci pochi passi da casa mia all'angolo di
Via Leonardo da Vinci. Non mi reggevo. Entrai un momento nel negozio di cartoleria
che era l, allora. Si sente male? Come mutata!. Sempre la stessa domanda! Thtti

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vedevano che avevo un volto d'agonia, fuorch mia madre. Dopo pochi minuti mi
parve stare meglio; uscii dal negozio e mi misi a camminare per via Leonardo. Avrei
dovuto andare in Piazza Piave. Barcollavo. Dopo pochi passi ecco da capo il male
tremendo del giorno avanti. Un signore e una donna fecero appena a tempo a prendermi prima che mi accasciassi al suolo. Mi riportarono a casa. Crede Lei che mamma
capisse, almeno allora, la mia gravit? Neanche per sogno! Io dissi, quando potei
parlare: Voglio il medico. Mi sento morire. Il medico curante - allora era Armellini stava di fronte a casa mia. Ero sempre andata io al suo ambulatorio. Ma quel giorno
avrei voluto che fosse venuto lui da me. Ma mamma disse: Vai pure. Sono pochi
passi e li puoi fare senza spendere il doppio a farlo venire. Maledetto denaro! Ha
proprio ragione Papini a definirlo sterco del demonio! Per 5 lire, cinque lire di
differenza, dovetti andare fuori di nuovo e, in mezzo alla via, sentirmi male. Una
donna mi accompagn dal dottore e dopo la visita il dottore stesso provvide a farmi
riaccompagnare dalla domestica. Ero gravissima. E il medico lo disse apertamente non
a me sola, ma a mamma, la quale non era venuta dal medico ad accompagnarmi, ma fu
il medico che venne da lei a riferire. Forse egli sperava che dopo sarei stata
risparmiata. Neanche per idea! Continuai a muovermi per casa, soffiando come un
mantice, cadendo ogni tanto, soffrendo l'agonia di continuo. Uscire, no. Era
impossibile. Ma per casa era come prima. Ora, se si parla di questo, mia madre dice
tutto il contrario, ma ci sono molti testimoni che dicono che io dico il vero e lei non lo
dice. Di madri Maria di Gonzaga, come era la Priora di S. Teresina, ce ne sono tante,
ma tante! Ma almeno quella non era la mamma! La mia invece la madre e non la
mamma... Il mio pap, pover'uomo, era crucciatissimo di vedermi cos... Credo abbia
cominciato a morire allora, perch ogni volta che mi vedeva stare male, ed ormai
almeno una volta al giorno lp cuore cedeva, egli perdeva completamente la testa.
Povero pap, quante lacrime sulla sua Maria spezzata cos a 35 anni! Era l'unico che
mi amasse. Ges in cielo e pap in terra. Allora in casa venivano poche persone perch
pochi volevano avere a che fare con mamma, e io ero sola e triste. C'era quella vecchia
signora, ma era timida molto e perci, per non urtare la supersuscettibilit di mamma,
non mi difendeva per nulla. La sera della vigilia volli andare in chiesa, alla Messa di
mezzanotte. Non mi potevo rassegnare a non andare pi in chiesa, a non assistere pi a
una Messa, a non ricevere pi il mio Ges ora, specie ora che pi che mai avevo
bisogno di Lui! Andammo, nella notte nebbiosissima, dalle Dorotee. Eravamo un
gruppetto di sei donne. Io avevo in tasca la digitale e il cognac. Mi sedetti in fondo alla
chiesina. Soffrivo enormemente perch i pochi passi per la via, nel freddo, mi avevano
riacutizzato il dolore cardiaco. Alla Comunione mi alzai e barcollando, tenendomi
aggrappata ai banchi, andai all'altare. Al ritorno verso il mio posto cominci un pi
forte batticuore. Bevvi la digitale e il cognac per non svenire. Appena sentii una tregua
volli tornare a casa. Ah! non feci altro preparamento e altro ringraziamento che quello
di una infinita sofferenza! Alla greppia, dove Ges neonato vagiva, io deposi tutta la
mirra di cui mi abbeveravo... E fu l'ultima Messa alla quale assistetti. L'ultima! Ne ho
sofferto acutamente. Poi ho compreso che ora non dovevo pi assistere alla Messa, ma
dirla io, continuamente, coi miei dolori, col mio sacrificio. Il mio sangue doveva per
sempre mescolarsi a quello dell'Uomo-Dio nel calice e dovevo io stessa alzare quel
calice per offrirlo all'Eterno, dovevo io stessa consumare me stessa, piccola ostia,

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insieme alla Grande Ostia. E quando ho capito questo non mi sono pi rammaricata
d'esser claustrata dal male, d'ssere come una di quelle sepolte vive che usavano nel
medioevo e che vissero decine d anni murate in una cella per soffrire e pregare per
coloro che godono e non pregano. rimasta pungente la fame di nutrirmi di Ges... e
quella, c e voluto Lei per avere piet di questa fame del mio animo, Lei e padre
Giosu. Prima mi toccava stare anche dei 100, dico cento giorni senza che mai venisse
portata a me l'Eucarestia. Ho sofferto questo con spirito di povert... ma stato cos
doloroso! Pensi: tutto quanto il male o il demonio hanno suscitato in me per turbare il
mio spirito, l'ho dovuto subire sola, senza l'aiuto di una frequente Comunione, che
potente a corroborare un cuore pi di ogni altra cosa. Senza Comunione, io che avrei
voluto poterla fare pi volte al d! Senza pi poter vedere la santa Particola ove il
mio Dio, il mio Re, il mio Sposo, io che avevo trovato il modo, quando lo ricevevo, di
sfiorarlo con un bacio, avanti di aprire la bocca. Quale reliquia pu esser simile a
quella dell'Ostia consacrata? Qui non v' un pezzetto d'osso o di veste, un capello, un
dente, una goccia di sangue: qui c' Ges vivo, vero, completo come era nel seno di
Maria, come era nella casa di Nazaret, come era per le contrade di Palestina, come era
sulla Croce, come in Cielo. Quando io penso a questo vorrei essere il ciborio o
l'ostensorio che lo contiene nella specie del Pane per poterlo toccare, tenere in me,
fargli una cuna preziosa, rutilante d'oro e di pietre preziose. Ma poi penso che Egli, il
Ges mio dolce, preferisce il nostro cuore per suo ciborio, specie se questo cuore
reso bello dalla purezza, o reso puro dall'amore e prezioso dal sacrificio. Allora cerco
di rendere tale il mio cuore e vivo per quell'ora di gioia in cui Ges viene in casa mia
per unirsi a me con il suo Corpo, il suo Sangue, la sua Anima e la sua Divinit. E
nell'attesa lo adoro in tutti i cibori dove Egli si trova, in tutti i calici dove il suo Sangue
innocente levato verso il cielo, in tutti i tabernacoli dove sta in attesa dei suoi figli...
Oh! mistiche attese, oh! segrete adorazioni, oh! sante immolazioni per preparare la
dimora del mio Re, chi vi pu descrivere con quella esattezza che si dovrebbe? Chi
ridire i frutti di gioia, di pace, di benessere che porta la sua venuta? Benessere non
solo spirituale, ma anche fisico. Molte volte io, quando sono stata morente ed ho
voluto subito l'Eucarestia, sono risorta a nuova vita non appena l'unione di Ges con
me stessa era avvenuta. E posso dire che dopo una Comunione io sto sempre meglio
che non stessi prima. Anche stamane, quando Lei venuto, mi sentivo malissimo.
Dopo stetti meglio. Perci, quando venerd Lei mi disse che dopo aver detto la Messa
era stato meglio, io non me ne stupii per nulla. il frutto naturale dell'unione con
Ges, il Medico dei medici, il Risanatore per eccellenza. Ma torniamo al mio racconto.
Il giorno dopo era Natale. Da buona francescana, io usavo tutti gli anni portare molto
becchime agli uccellini della pineta, perch anche loro laudassero il Creatore nel
giorno santo della nascita di Cristo. Vi volli andare anche quell'anno. Fra me e tutto il
creato c' sempre stato un grande buon accordo. Non riesco a capire quei credenti nel
Dio Uno e Trino che non amano le cose da Lui create. E tanto meno capisco certi
santi. Vi sono fra questi degli atleti di un rigorismo, dir cos, ascetico, che li fa ciechi
per tutto quanto intorno a noi fiorendo, cantando, vivendo, splendendo, celebra notte e
d la Potenza che li fece. Davanti agli occhi di Dio avr certo merito anche questa
rinuncia spinta all'estremo. Ma non saprei proprio imitarla. Mi parrebbe d'esser
sconoscente verso il mio Creatore, che mi ha concesso di vedere le notti serene in cui

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il cielo pare un immenso velano di cupo velluto tutto trapuntato di stelle che scrivono
nel firmamento misteriose parole del poema creativo. Sconoscente per la verginea luna
che veste di candore fin l'umile ciottolo d'una silvestre via. Sconoscente per il
miracolo sempre nuovo della luce che torna, ad ogni alba, a consolare l'uomo dopo la
notte oscura, per le aurore che spargono sui cirri delle nubi leggere delicate tinte di
pastello e tramutano i boschi e i campi in un immenso forziere di gemme brillanti,
sospese a fronde, a corolle, a steli baciati dal sole. Sconoscente per tutta la seta profusa
sui mille e mille fiori del creato la cui veste pi bella di quella di Salomone, per tutti
i frutti della terra, dalle ondanti biade ai succosi grappoli, alle vellutate pesche e alle
dipinte mele, per tutte l'acque che cantano con voci risarelle nei ruscelli, che
borbottano nei torrenti, sospirano nei fiumi e suonano su piagge e scogliere un potente
e insonne osanna a Dio. Sconoscente per i venti dalle mille voci e dai mille profumi
rapiti nel corso veloce, sconoscente per le gaie trib dei pennuti che cirlano, fischiano,
pispolano, cantano, amano empiendo di vita il regno delle fronde, e per tutti gli
animali che offrono la loro fatica o il loro amore all'uomo per suo conforto e anche per
quelli che, selvaggi in vergini foreste, testimoniano pure quanto stata grande la Forza
che li fece. Quanto ho meditato, adorando, davanti anche all'umile. pratolina dal cuore
d'oro fra la raggiera candida, davanti al crescer dello stelo che si muta in spiga e in
futuro pane, davanti al nido pieno di ovetti fra le piume e le lane rapite alle aie per
farne letto alla dolce prole, agli ovetti che ora sembran sassolini e in cui gi c' una
vita e domani saranno un mucchiettino tepido di carni, un desiderio palpitante di cibo,
una prossima letizia di voli e di canti... Quanto ho meditato davanti agli sconfinati
orizzonti marini e guardando gli ancor pi sconfinati orizzonti dei cieli, i due altari pi
belli che hanno per ministri gli angeli, per organi le acque e i venti, per ceri gli astri...
Oh! parole vive del nostro Credo nell'esistenza di Dio, parole che nessun inganno
del demonio e nessun orgoglio dell'uomo pu cancellare, parole eterne che avete visto
il primo risveglio di Adamo e assisterete al sonno dell'ultimo uomo, parole fedeli,
parole osannanti, come siete sempre state per me luce, come mi avete sempre parlato
del mio Re per cui tutto stato fatto! Ora non vi vedo pi coi miei occhi mortali.
Mai pi vi rivedr, o cose belle fatte dal mio Dio. Per riparare al suo dolore d'esser
bendato e schernito dalle soldataglie sacrileghe, ho accettato di non vedervi mai pi. E
peggio di una cieca, che almeno vede ancora attraverso l'olfatto e il tatto, io non posso
pi, mai pi sentirvi, odori di bosco e di fieni, stormir di boschi e di biade, muoversi
d'acque e carezze d'astri. Mai pi. Mai pi alberi che fiorite a primavera, boschi che vi
vestite di porpora in autunno, aie che vi decorate di pannocchie d'oro sotto lo svolazzio
delle colombe e quiete greggi che parete un mare di lana ondoso e spumoso come
cresta d'onda. Mai pi, chiocciate d'oro che una madre croccolante aduna sotto le ali
trepide. Mai pi. Alle volte mi prende un cos vivo desiderio di rivederti, o spazio
infinito del cielo, o spazio infinito del mare, che un pianto mi sale agli occhi. Oh!
nostalgia dell'infinito creato da Dio, che non si placher pi altro che quando io mi
unir all'Infinito stesso! Ma vi ho tanto guardato, cose di Dio, che vi vedo ancora... e ti
ho tanto amato, o Dio che hai fatto le cose, e ti amo tanto, che accetto volentieri questo
che pure un martirio nei miei svariati martirii. Andai in pineta sorretta da pap. Ma
dovetti spargere il mio regalo per gli uccellini di Dio proprio li, al principio. Non potevo camminare. Fino al 4 gennaio non uscii pi. Ma quel giorno mamma voleva fare

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delle visite e perci, viziata come era, pretese il mio aiuto di... dama di compagnia.
Solo a vestirmi era una fatica... Due passi e una fermata, altri due e altra fermata... La
gente mi guardava... Poi... anche mia madre dovette arrendersi all'evidenza che il
povero asinello non poteva camminare pi... E dal 4 gennaio 1933 non sono mai pi
uscita. Veramente avrei dovuto stare in assoluto riposo anche in casa... Ma in riposo
non ci stavo. Mi alzavo alle sette e lavoravo tutta la mattina. Poi, dopo mangiato, o
visto mangiare gli altri - pi esatto - mi concavo fin verso le 17, ora in cui mi alzavo
per preparare la cena agli altri. Al luned venivano le ragazze della gara e davo loro
lezione. E cos finii di ammazzarmi. Ogni tanto andavo in fin di vita per attacchi
cardiaci, poi tornavo a riprendermi. Ma ero sempre pi malata. Non vidi pi un
sacerdote fino a Pasqua, nella quale ricorrenza la Presidente, forse morsa da un
rimorso per avermi tanto tormentata e per avere impedito che venissero da me la
Barelli e altre del Consiglio Centrale, nonostante lo avessero chiesto, mi port il
quaresimalista di S. Paolino. Non so il nome. So solo che era parroco a Montelupo. Fu
molto buono con me e mi consigli di pregare molto l'angelo consolatore di Ges
agonizzante. Era quello che ci voleva, perch quando avevo le mie agonie le confesso
che avevo paura. Si, la morte, che ho gi sentito molto vicina, venuta verso me con
tutta la sua asprezza. E ho avuto ribrezzo di lei con la mia parte inferiore. Ci non
deve stupire. Ho chiesto d'esser vittima non per l'Amore solo, il quale mi avrebbe fatta
morire in un soavissimo languore d'amore. Ma ho chiesto alla Giustizia di immolarmi;
e come Ges, Vittima prima della Giustizia eterna, avr una morte penosa. Come
sempre ebbi penose le mie infinite agonie. Pregai d'allora sempre l'angelo di Ges
agonizzante e, quando poi seppi che si crede sia l'arcangelo Gabriele, lo pregai con
ancora maggiore devozione. Sono stata battezzata il giorno di S. Gabriele Arcangelo e
penso sia un poco il mio padrino nella mia nascita alla Chiesa; lo sar anche nella mia
nascita al Cielo. In maggio le mie figliette andarono a Montenero per premio dei loro
esami. E l pregarono secondo la mia intenzione: ossia per la mia immolazione. Non
ho mai chiesto altro per me: esser consumata e ottenere la vita eterna. Non ho chiesto e
non ho mai fatto chiedere altro. Sarebbe stata una incongruenza. Non si richiede
indietro quel che si donato, se si persone serie. Sarebbe un'offesa. Col buon Dio si
deve fare lo stesso. Offrirsi e poi ritirarsi impauriti alla prima richiesta di Lui mi pare
fare come quelli che messa la mano all'aratro si volgono indietro e cos si rendono
inadatti al Regno di Dio. Ed io voglio essere adatta a questo Regno. Ho rinunciato a
tutto della vita: a salute, a gioia, a ricchezza, a permesse letizie di amicizia, di
passeggiate, di visioni di natura, ma vi ho rinunciato per avere tutto nell'altra vita. N
stolta presunzione la mia, poich il mio Maestro (che sta svegliandosi dopo due giorni
e mezzo di sonno...) mi dice le parole vecchie di 20 secoli e sempre nuove: In verit
ti dico: nessuno ha abbandonato casa, padre, madre, fratelli e campi per amor mio e
per il Vangelo, che non riceva il centuplo in questo tempo... unitamente alle
persecuzioni e, nel tempo avvenire, la vita eterna. Io ho tutto abbandonato; ho dato il
tesoro pi grande dell'uomo: la salute e la vita, perch sono presso alla morte; ho
abbandonato padre e madre poich mio padre mi fu negato dalla malattia di assisterlo
nella sua morte, e mia madre pi non la posso servire e sempre pi sento come sono a
lei di peso... onde sono abbandonata da lei; ho rinunciato alle mie figliette d'anima sul
cui fiorire m ero curvata con tanto amore; ho rinunciato perfino alla mia casa, poich

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non vivo che fra le mura di una camera simile a cella murata dalla quale niente mi pu
far uscire in vita; non possiedo pi neppure le cose mie, come i miei cari libri, il mio
pianoforte... tutto ho abbandonato per amore di Dio e ho ricevuto il centuplo dal suo
amore che ora voce, carezza, presenza. Ho avuto le persecuzioni perch il mondo
perseguita sempre, quando ci si mette, anche se il male fa di noi dei sepolti; e nel
mondo sono i nostri stessi parenti, ai quali siamo di peso e ce lo dicono, sono gli amici
che ci deridono come pazze, sono i medici che ci tormentano in mille modi, sono gli
estranei che, non sapendo nulla, vogliono blaterare con non misericordiose critiche...
Sono quindi sicura di avere un giorno la vita eterna. Poich Dio non mentisce, poich
Cristo non pu aver sbagliato nel dire le cose, poich la Ss. Trinit non pu mancare
alla sua parola. Quando mi sovvengo del dialogo dello scriba col Maestro: Quale il
primo dei comandamenti?, Ama il tuo Dio con tutto il tuo cuore, la tua anima, la tua
mente, le tue forze, e ama il tuo prossimo come te stesso, Maestro hai detto bene... e
l'amare Iddio cos e amare il prossimo cos vale pi di tutti gli olocausti e i sacrifici,
io sento scendere in me una sconfinata fiducia. S: ho amato Dio con tutte le mie forze,
con pi ancora delle mie forze perch l'ho amato fino a morirne. Ho amato il prossimo
pi di me stessa perch prego e soffro per esso, abbandonando la cura del mio futuro
eterno alla bont di Dio, senza accumulare per me tesori egoisti. Perci sento la divina,
cara Voce dirmi: Tu non sei lontana dal Regno di Dio. Vieni, vieni o Regno di pace
dopo tanto soffrire, e rendimi, oh! allora s, rendimi tutto quello che ho donato...
Rendimi stelle e fiori, rendimi canti d'uccelli e d'acque e fulgori di sole, rendimi tutto
poich tutto in Dio e, quando io sar una col Tutto, tutto avr di nuovo, e in eterno.
Vieni, vieni, divina Bellezza, alla quale mi affisso per soffrire sempre meglio. Si
cancellino i veli che ancora mi celano la tua Perfezione, o dolce Amore, e dopo la
croce venga la gioia d'esser con Te. Forse Lei dir: Ma costei dice sempre le stesse
cose!. Pu anche darsi. Frate Masseo, domandato da frate Jacopo da Fallerone
perch nel suo giubilo non mutava verso, rispose con grande letizia che quando in
una cosa si trova ogni bene non bisogna mutar verso, si legge nei fioretti di S.
Francesco. Io non muto verso nel mio canto d'amore. E cos passavano i mesi...
Credevo che sarebbero stati mesi... Sono degli anni. Accadde allora una cosa
impensata. Avevo girato per le vie fino al dicembre e mai nessuno mi aveva cercata.
Non attiravo perch vestivo male e da vecchia, parlavo poco, ero una nullit grigia che
si confonde senza spiccare. Neppure il mio parlare in pubblico mi aveva attirato
amicizie. Solo delle anime erano andate a Dio. A me, povera voce che parlava di Dio,
non era venuto nulla. E del resto non lo avevo desiderato poich io lavoravo per Lui
solo. Chiusa in casa, cominci la serie degli sconosciuti che mi vennero a cercare. Non
ancora finita, anzi sempre pi si intensifica, imponendomi rude fatica di pazienza e
di parola... Poco fa mi sono quasi messa a piangere per questo. Ho tanto bisogno di
silenzio e di tranquillit. E sono sempre disturbata. Arrivo quasi a svenirmi nella fatica
di sentire tante voci e dover rispondere a tante parole... Ma... pazienza!... Una giovane
signorina, una vecchia dama dell'aristocrazia, altri ancora... Chi li mandava? Mah! Dei
conoscenti nessuno. Mie uditrici non erano. Vennero perch dissero che volevano conoscermi. E si iniziato cos questo apostolato spicciolo che dura ancora e che mi
costa tanto di parole e di scritti. A met luglio arriv il nuovo Parroco. Dal Parroco
partente avevo fatto fare l'intronizzazione del Sacro Cuore. Avevo ben bisogno di

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vivere come in una chiesa, posto che in chiesa non potevo andare pi. Feci avvisare
subito il nuovo Parroco, che venne e mi port la Comunione il 28 luglio. Da Pasqua
ero rimasta sempre senza. Il giorno di S. Lorenzo stetti malissimo. Una cura sbagliata
aveva aumentato il mio male. Da quel giorno peggiorai rapidamente. Nonostante tutta
la buona voglia di fare, mi trascinavo ormai, esaurendo cos le estreme riserve. Ma
ebbi ancora modo di bere al calice della cattiveria umana con l'atto indegno della
sempre nemica Presidente... Meno male che ero francescana convinta! Il mio serafico
Padre mi cant l'inno del perdono per amore di Dio. Beati quelli che perdonano per
tuo amore e soffrono pene e tribolazioni. Avevo chiesto il dolore. E il Dolore veniva
da tutte le parti. Mi pareva di essere una cisterna in cui si adunassero le acque di molti
canali. Vi era il canale della malattia, quello della calunnia, quello dell'indifferenza,
quello della esigenza, quello dell'invidia. Tutti, tutti. Scrivi, frate Leone pecorella di
Dio: pi di tutte le opere e i doni con cui lo Spirito Santo decora l'anima nostra,
grande il patire pene e tribolazioni per amore di Cristo. In questo la perfetta letizia.
Io ero, e sono, con lo spirito, nella perfetta letizia, perch Ges, trattandomi da amica
sua, mi d la gioia di soffrire volentieri, per suo amore, pene, croci e ogni dolore. Nel
dicembre, per un'altra cura ancor pi sballata delle altre, a base di bromuri a dosi da
cavallo e di sieri, mi ero ridotta tremante come per paralisia. Non sapevo neppur pi
scrivere e io, di mente sempre cos forte, avevo amnesie paurose. All'analisi risult che
perdevo fosfati nella dose del 70%... Allora ai ripari con altre cure sempre pi...
ostrogote. Gi cardiazolo ad alte dosi, come per i matti. Intanto si era addottorato un
nostro giovane amico che al 10 agosto mi aveva soccorsa durante la paurosa crisi.
Volle visitarmi anche lui e sospese tutte le cure come micidiali. Ma lui partiva e io
restavo, e il curante insisteva. Allora andiamo avanti. Le crisi erano anche doppie nel
d. Una continua agonia. Ormai stavo molto a letto, alzandomi solo per fare le
faccende di casa, che non mi furono mai risparmiate finch mi ressi ritta. Cosa che
avvenne il 1 aprile 1934. Un bel pesce daprile, vero? Ma le devo dire, a Lei che il
mio padre spirituale, quello che non dissi a nessuno. Le cure erano... asinesche e
avrebbero peggiorato chicchessia. Ma io avevo un'altra cosa che mi faceva morire e
vivere ad onta dei medici... Ed era l'Amore. Sfogliando, per trovare le date con
maggiore esattezza, un diario che tenevo allora, trovo frasi infuocate che mi riportano
il riflesso dell'ardore di quei giorni. Ho avuto un periodo di cos intenso trasporto
d'amore che mi pareva di vivere fuori di me, del mio povero essere cos difettoso. Un
serafino si era impossessato di me e mi avvampava delle sue vampe d'amore. Mi
sentivo soffocare, tanto il cuore si dilatava nell'incandescenza. Cantavo, con parole
create da me su ritmi spontanei, per dare uno sfogo al mio tormento. Avevo dato una
musica anche al Canto di Frate Sole, a molte poesie di S. Teresina, ripetevo canzoni
sacre. Avevo bisogno di uno sfogo per non esplodere... La sera del 10 febbraio scrissi
il mio Canto dell'Amore.
mio Diletto, come ha sete di Te l'anima mia, come ti va cercando per ogni dove con
amorosa ansia! Oh! dove sei Tu? Oh! chi mi pu sollevare nell' ansiosa ricerca del mio
Bene? Vorrei parlare dell'amore che mi agita e mi opprime, vorrei trovare altri cuori in
cui versare la piena della dolcezza che mi gonfia il cuore. Ma, ahim! il mondo
sordo e inerte alla grande voce dell'amore! una delle croci pi grandi degli amanti
questa: avere cuore, mente e parola piene del Diletto e sentire l'indifferenza e l'ottusit

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che li circonda e imbavaglia. Sole col Solo, sempre ansiose di Te, Amore, vivono
queste anime in mezzo agli uomini, e sono in un deserto perch gli uomini non le
possono capire. E allora a Te si volgono, a Te lontano e a Te presente nell'anima che
adora, a Te che solo le puoi comprendere e saziare nella loro grande fame. Oh! sazia
Tu questa insaziabile fame, Tu che solo lo puoi, espanditi, trabocca in esse che sono
volte verso di Te come avide bocche, come coppe che attendono d'essere colmate.
Sommergile nell'onda del tuo amore, ardile nell'ardore della tua fiamma, annientale nel
fulgore della tua potenza. Esse chiedono solo di essere da Te immolate, su un rogo
spirituale che nel martirio le sublima. Vieni, Diletto, vieni, non pi tardare, l'anima
mia ha sete di Te! L'anima mia ti chiede l'amore, un sempre pi rinnovato incendio
d'amore; soffre per Te quest'anima mia, sente crescere la sua pena col crescere del suo
amore. Eppure, mentre ad istanti ti chiede piet perch troppo ardente la fiamma che
trapassa il cuore, mentre ti chiede una tregua perch troppo violentemente l'investe
l'amore, essa ti grida: vieni, vieni a chi ti adora! E che sar mai l'amore nei cieli se
sulla terra esso tanto dolce? E che sar mai l'incontro con Te se a tanta distanza
l'anima si liquef al tuo fuggevole passaggio? E che sar la conoscenza di Te, Amore
Eterno, che sar l'Amore perfetto, l'eterno abbracciamento con Te, se tanto grande,
potente, soave, profondo il mio povero amore di creatura? A me il mio Diletto ed io a
Lui! Oh! non cercate, creature, di strapparmi da Lui, non cercate frapporvi fra me e
l'Amato. Quando anche Egli mi abbandonasse ed a me nascondesse il suo Volto, io
non cesser per questo d'attenderlo e d'amarlo. A Lui rivolta come fiore al sole io
star aspettando in pace la fine della prova, e pi dolce sar l'istante del ritorno in cui
nuovamente Egli volger verso la sua schiava il suo divino riso. Nulla sulla terra pu
sviarmi da Lui perch Egli dolcezza, Egli bont, Egli luce, Egli calore, Egli
vita, Egli conforto, Egli beatitudine, il dolce Cristo che mi ha rapito il cuore. Per
Lui e in Lui diviene dolce ogni tormento, in Lui si calma ogni angoscia, da Lui ogni
debolezza trae vigore. Egli l'Amato! Egli il mio Amore!. Come vede, a distanza
di nove anni io ripeto le stesse cose. Sono quelle e non possono variare. Dovrei
impazzire o divenire preda del demonio per cambiare. Ma spero che Ges non lo permetter mai. Mi affido a Lui. L'ardore cresceva sempre. Sfogliando il mio diario dopo
tanti anni trovo l'inno di gioia nel dolore farsi sempre pi alto. Venne la Quaresima, la
Settimana di Passione, la Settimana Santa. A Maria, che non poteva mai pi andare da
Ges crocifisso, venne Ges crocifisso. Uno scultore port una grande croce di marmo
nero con un magnifico Cristo in marmo di Carrara. Era una vera opera d'arte di una
espressivit potente. Voleva venderlo perch aveva bisogno di denaro per una cura
oftalmica. Stava accecando. Si era rivolto a noi perch lo mostrassimo a persone
amiche, fra cui la contessa Melzi d'Eril, nella speranza di trovare il compratore. Feci
adagiare il Cristo sul divano, ora letto di Marta. Allora la stanza era ancora salotto. Vi
rimase per tutta la Quaresima e fino al giorno dopo Pasqua, se non erro. Io andavo da
Lui tutti i momenti, con la scusa di ritirarmi nella stanza silenziosa dove non arrivava
odore di carbone. In realt andavo per amarlo. Quanti baci su quel marmo freddo che
rappresentava il mio Dio! Mi inginocchiavo a fianco del divano e gli parlavo per ore
intere ascoltando la Voce che mi rispondeva, venendo dal profondo dei Cieli a
suonarmi in cuore. Fossi stata molto ricca avrei comperato io quel lavoro. Era cos
naturale quel Volto solcato dal dolore e scavato dalla morte, quell'abbandono delle

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membra e quel torace dilatato dall'ultimo anelito dopo l'estremo grido! Aveva la mano
sinistra serrata sul chiodo, come se il crampo finale l'avesse rattrappita cos, e la destra
invece col pollice, l'indice, il medio ben stesi, quasi per benedire ancora. L'amore
cresceva nel contemplare il mio Dio morente... cresceva tanto da darmi un tormento
fisico che culmin il Venerd Santo. Oh! ho creduto morire col petto squarciato, tanto
fu forte l'amore! Ho sentito lacerarmi dentro qualcosa come se una lancia mi frugasse
nel petto. Deve per essersi realmente lacerato qualcosa, perch anche i sapienti
Esculapi arzigogolavano sopra una lesione che si intuiva essere nel mediastino o fra
questo e il cuore e di cui non sapevano dare spiegazione. Credo che solo la mano di
Chi mi aveva ferita medic la ferita stessa in maniera che rimanesse senza uccidere.
Lo credo perch quel dolore, superiore a quanto possa esser e sopportato da creatura
umana, lo risento, specie nelle ore di pi alta fusione con il mio Signore. Lo credo
perch nessun rimedio umano atto a calmarlo. Lo credo perch non manca mai
quando raggiungo una forza cos assoluta nella preghiera da strappare una grazia al
cielo. Lo credo perch di colpo scompare a grazia ottenuta, salvo tornare nelle ore di
pi intenso amore e di pi intensa preghiera, sempre pi vasto... Fosse un dolore
umano, sarebbe cosa da impazzire! Pochi giorni avanti di provare quello spasimo
soavissimo e crudelissimo avevo composto una preghiera che dicevo dopo quella di S.
Francesco: Signor mio Ges Cristo, due cose ti prego Th mi faccia prima che io
muoia: la prima, di sentire nell'anima e nel corpo mio, quant' possibile, quel dolore
che Tu, dolce Ges, sostenesti nell'ora della tua acerbissima Passione; la seconda, di
sentire nel cuor mio, quant' possibile, quello straordinario amore del quale Tu,
Figliuol di Dio, eri acceso tanto da sostenere volentieri una cos grande Passione per
noi peccatori. La mia, al serafico Padre, era cos composta: O Padre mio S.
Francesco, per quell'amore con cui Cristo ti am e tu amasti Lui, dmmi, ti prego, la
sofferenza e l'amore che impetrasti per te stesso. Non ti chiedo la gloria visibile delle
stimmate, delle quali non sono degna, ma la compartecipazione intima alle pene e
all'amore di Ges e tuo, acciocch io, a imitazione vostra, muoia d'amore per Iddio e
per le anime. Il buon Dio mi dava quanto avevo chiesto. La ferita interna che era
pena e amore, la ferita che m'avrebbe condotta alla morte dopo un mare di dolore
valicato con tanta volonterosit per il Signore e le anime. Oh! posso ben dirlo! Il mio
Signore non mi ha mai negato quanto gli ho chiesto. Avendo piet della mia
piccolezza, avendo compassione della mia vita senza nessun sollievo di gentilezze dai
parenti, avendo condiscendenza per il mio buon volere che era tutto quanto potevo
dargli, mi ha sempre colmata di tenerezze, di doni, di pensieri delicati quali solo un
padre amoroso e uno sposo amorosissimo possono dare. M'ha dato molto di pi di
quanto io stessa gli chiedessi. S' sempre curvato attento ad ascoltare non solo le mie
domande ma anche i desideri inespressi e li ha resi realt. Amavo i fiori e non potevo
comperarli. Ebbene, il mio cortiletto era un vero canestro colmo di fiori trovati per via:
bulbi di ireos, violette, gerani le cui talee gettate da chiss chi attecchivano subito
dando fiori su fiori. Avevo trovato un rimettiticcio di passiflora, uno dei miei fiori
preferiti, ed era divenuto pianta rigogliosa: rose, mughetti, fresie, violette, gerani di
tutte le qualit, pelargoni, iris bianchi e violacei, garofani... avevo di tutto e in tutti i
mesi dell'anno. Chi veniva strabiliava. I miei quaranta e pi vasi erano tutti in fiore. Le
piante mi si empivano sempre di corolle come per un'eterna primavera. Ora, da quando

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io sono a letto, sono tutti morti... Amavo le colombe e avevo potuto averne delle razze
bellissime che mi amavano con una tenerezza umana, meglio che umana. Ora sono
morte quasi tutte e inselvatichite. Desideravo gli uccellini e Ges me li forn sempre e
li forn in modo che mamma non pot imporre il suo no. M'era morto il cane e ne
soffrivo perch, inferma come sono, ho desiderio di una compagnia fedele nelle
lunghe notti e nelle ore in cui sono sola durante il giorno: ed ebbi chi mi diede il cane.
E su, su, su. Nelle piccole gioie materiali e nelle grandi cose spirituali sempre il buon
Ges mette nella mano della sua piccola schiava d'amore i suoi doni. Grazie per tanti
che mi dicono di pregare e grazie spirituali per me. E conforti a non finire. Forse fa
cos perch solo Lui sa cosa soffro, Lui e io lo sappiamo con esattezza. Thtti gli altri
sono ben lontani dalla realt del mio soffrire. Dandomi sempre tutto quanto io gli
chiedevo, mi dette anche la ferita interna che non si vede ma che duole come una
lancia uncinata, infuocata, che strappi e bruci le carni pi vive. Se il Venerd Santo del
1930 io ebbi la mia prima ora di agonia insieme al Cristo, nel 1934, il Venerd Santo,
io fui trapassata dall'amore nel contemplare il mio Ges sulla croce. Quando potei
alzarmi scrissi questa pagina, che dico spesso e specie nelle ore di maggior soffrire o
nel tempo quaresimale: Egli l'Uomo dei dolori, il Diletto del cuore mio. Per somigliare a Dio devo soffrire io pure. A me dunque, a me venite, o care spine, o dolci
chiodi; me colpite ch la sposa vuole ornarsi dei gioielli del suo Re. Vedi come
languido il suo sguardo, come arsa la sua bocca mentre prega sulla croce per la ria
umanit. Odi tu, cuor mio, la voce mormorare fra i singulti le parole dell'amore? Egli
muore per noi e perdona e promette il paradiso e chinando il dolce viso: "Sitio!" dice e
attende da noi piet. "Alle labbra benedette, al tuo cuore sofferente, quali cure posso
darti per calmare l'estremo affanno? Con quale balsamo al tuo petto dare sollievo, o
Redentore?" "Con il tuo fedele affetto e il generoso tuo soffrire Oh! a me, a me venite,
dolci spine e cari chiodi! Me cingete, me colpite, me inchiodate al duro legno. Sul mio
petto e sul mio cuore posi il capo del mio Re. Col mio affetto e col mio amore voglio
tergere il suo pianto, dissetare la sua febbre, confortarne l'agonia. Benedetto sia il
dolore che mi rende uguale a Te! Benedetta sia la croce che mi innalza sino al cielo!
Benedetto sia l'amore che d ali al mio soffrire! Benedetto sia quel giorno che il tuo
sguardo m'ha ammaliata! Pi beato sia il momento che a Te m'ha consacrata! Ma
serafico il tormento che mi unisce, o Redentore, alla croce, al dolore, per la gloria, o
Dio, di Te! Oh! a me, a me venite, dolci spine, cari chiodi, me ornate, in me scolpite la
sembianza del mio Re. Vieni, vieni, duro legno della croce, insanguinato; tu solo, a
mio sostegno, io voglio cercare quaggi. Su nel cielo, fra gli splendori, non pi
languido e gemente, ma eterno e risplendente, m'attende il Redentre. A Lui, ornata
della croce, cinta il capo di sue spine, consumata dal suo amore, voler un di. E fra gli
angeli osannanti e serafici fulgori, i tormenti ed i dolori in tante gemme Egli muter.
Benedetto sia il dolore, benedetta sia la croce, benedetto sia l'amore che in cielo si
compir! . Scrivere cos, solamente scrivere non sarebbe nulla di meritevole. Anzi un
vano esercizio di parole. Ma io quelle parole le convalidavo, e le convalido, col mio
dolore che amo molto pi di me stessa. E ci d valore a quel grido scritto in un
momento di unione profonda al mio Re crocifisso. I mali sono andati aumentando in
numero ed in profondit, ma io non ho mutato il mio canto e sempre dico: Benedetto
il dolore, la croce, l'amore. E sempre invoco: A me le spine, i chiodi, i flagelli,

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poich ci che il mondo sfugge costituisce il mio riposo, perch pi cresce la stretta
del soffrire e pi aumenta la pace e la beatitudine, e per ogni fibra che si spezza, e per
ogni forza che si annulla, io sento che si aggiunge una cellula al mio nuovo io che
vivr in cielo, poich il cielo di coloro che seppero morire alla carne prima che la
carne morisse a noi. Soffro col Cristo e con Lui sar glorificata. La sua vita e la sua
passione si manifestino in me, che non chiedo che di rimanere confitta sulla croce, su
quella croce che follia per i figli della perdizione ma una forza divina per quelli che
sono entrati nella via della salute, come dice l'Apostolo dalla parola incisiva e il cuore
ardente. Due giorni dopo quel momento di estasi e dopo quel grido di desiderio che mi
squarci il petto, io fui confitta in Croce. Cristo ne scendeva, nella gloria della sua
Risurrezione, io vi salivo per amore dei miei pi cari amici: Ges e le anime. Avevo
sforzato me stessa per non mettere malinconia a pap con lo stare a letto proprio quel
giorno. Ma non mi reggevo ritta. Udii, da una radio vicina, la benedizione papale
impartita dopo la canonizzazione di Don Bosco. Con questo viatico andai a letto.
Ormai avevamo adattato a stanza da letto il salotto e io vi presi possesso... e vi sono
ancora. Una novena di anni. Quanti ancora ne avr da passare? Mi pare d'esser
prossima a finire. Ma chi si abbandona a simile speranza che fu delusa tante volte,
ormai? Bene: sia fatta una volta di pi la tua volont!
PARTE SESTA
Quando uno diviene completamente infermo subisce reazioni strane. Le prime, io le
subii nell'aprile 1934; le seconde, pi fiere, nell'agosto dello stesso anno. Passare dal
moto, per quanto ormai ridotto e molto relativo, all'inerzia, sempre penoso per chi
era attivo. Ed io ero molto attiva. Dover dipendere dagli altri e farsi servire, mentre
prima si era sempre fatto da s e si era servito gli altri, avvilente. Non sempre coloro
che ci servono si ricordano di come li servimmo finch lo potemmo fare. E tanto meno
se ne ricordano quanto pi erano esigenti nel farsi servire finch lo potemmo fare. I
primi giorni una grande pena. Ma anche qui le reazioni sono diverse e la durata di
esse pure diversa a seconda di come l'allenamento spirituale. In coloro
completamente lontani da Dio, immersi solo nel culto del senso e del denaro,
l'infermit cronica ribellione dalla manifestazione pi violenta che pu sfociare
anche in un suicidio. Qualche volta, poich Dio pu tutto anche contro il nostro stesso
volere, queste creature vengono salvate dal loro stesso dolore e riportate a Dio.
Generalmente queste risurrezioni spirituali avvengono in anime non del tutto avulse da
Dio ma solo sedotte dalla religione del pi comodo e del pi piacevole. Sono anime
pi sviate che anime morte. Sotto il colpo del dolore si accorgono del loro aver
fondato sul nulla il benessere e alzano gli occhi cercando un aiuto... Basta questo a
Dio per farsi avanti e dire: Povera creatura che soffri, eccomi, son qui. L'aiuto sono
Io. Queste anime, in cui il dolore diviene voce di richiamo, sono spesso le salvate da
un'altra anima che soffre per loro. Le due persone talora neppure si conoscono; delle
volte non si conoscono neppure le anime... solo in Cielo avverr l'incontro... Come
saremo stupiti allora di vedere il nostro agente di salvezza nel pi impensato essere
che noi abbiamo sfiorato sbadatamente, o del quale neppure sapevamo l'esistenza! E
come sar bello per l'umile redentrice trovarsi intorno a farle festa coloro che ella ha
redento col suo pregare e col suo soffrire! Uno dei dogmi che pi mi affascinano della

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nostra Religione quello della Comunione dei santi. Quando io penso che la gioia di
cui fruisco viene a me dai fiumi celesti di cui ogni flutto formato dai meriti del Santo
fra i figli degli uomini, dal mio Ges, dalle grazie della Tutta-Grazia e dalla somma di
opere e di carit di tutto lo sconfinato esercito dei martiri, dei vergini, dei penitenti, dei
confessori, io mi sento rapita in un trasporto di riconoscente gioia e sento che finch
meriter questa infusione vitale non potr perire. Io sono un povero essere ma, simile
a una armatura che sorregga la mia debolezza, i tesori dei Santi operano intorno ed
entro a me, dandomi capacit di vivere la vita della fede. Quando io penso che alla mia
nullit, che non sa altro che soffrire con gioia per imitare il Maestro e tutti i suoi eletti,
concesso di divenire a sua volta goccia nell'immenso fiume di questi meriti e andare a
portare la mia freschezza alle anime arse da vampe umane, il mio lavacro alle anime
infangate dalle colpe, il mio olio di carit ai feriti della vita, il mio nutrimento ai
derelitti della sorte, il mio canto ai tristi, il mio pianto ai defunti, allora mi inabisso in
un profondo di umilt che adora e benedice! Essere, sol perch in me circola il sangue
spirituale della Chiesa, essere io, io nulla, io miseria, io debolezza, io puerilit, una
forza, una luce, un mezzo per dare Dio alle anime e col Dio ogni grazia, e le anime a
Dio e con le anime dargli di che sollevare la sua sete! Nei tiepidi l'infermit d
nervosismo e piagnucolamento. Sono quei malati che, anche se hanno un male solo e
non molto doloroso, non fanno che lamentarsi e proclamarsi i pi infelici di tutti.
Brontolano contro Dio che ha levato loro la salute. Anche avessero 80 anni e oltre,
dicono sempre: Per non giusto che ora che sono presso a morire io soffra. Poteva
risparmiarmi ancora un po'. Secondo loro giusto che, invece, degli altri soffrano fin
dai pi teneri anni, tanto, dicono, chi ha sempre sofferto ci abituato... Brontolano
contro il prossimo che non ha mai sufficiente cura di loro. Una porta rimasta socchiusa
un attentato alla loro preziosa salute, un ritardo nel porgere loro un bicchier d'acqua
una prova sicura di malammo, un lieve urto dato alla loro... fragilissima persona un
delitto, una parola detta per tentare di incoraggiarli imperdonabile prova che noi non
crediamo al loro soffrire, se si sorride uno scherno, se si piange non si ha piet della
loro malinconia, se si parla li si fa aggravare, se si tace li si offende con l'indifferenza.
Brontolano coi familiari, cogli infermieri, coi medici, arcibrontolano coi sacerdoti che
dicono loro di avere pazienza, brontolano con le bestie di casa, brontolano per il caldo,
per il freddo, per le mosche, per il fazzoletto che casca, per il caff che poco o troppo
caldo, per il giornale che non si piega a dovere... Brontolano, brontolano come
macchinette montate a elettricit. Vivono brontolando, macidite dal loro livore verso
tutti, pi che dal male stesso. E queste sono quelle in cui c' meno da sperare. Meno
ancora che in uno ateo prima del dolore... Nei fervorosi l'infermit rassegnazione.
Non l'hanno desiderata, non l'avrebbero mai voluta se fosse stata loro facolt il volerla
o meno, ma posto che Dio l'ha mandata... col viso lavato dal pianto dicono: Ebbene...
Signore... pazienza! Se mi risparmiavi questa croce era meglio, ma posto che me l'hai
data la terr. E la tengono. La tengono. Per non l'abbracciano e non la portano.
Stanno l col peso addosso... e basta. Deve essere Ges che ogni tanto leva loro il peso
per farli camminare... Negli amanti di Dio l'infermit gioia. La reazione di sgomento
cessa dopo brevi momenti e non torna pi. La carne soffre. Ma soffre essa sola. Tutto
il resto gioia. Questi hanno chiesto, con le pi ardenti suppliche, quali neppure le
fanno i sani per restare sani, di avere il dolore. Visto da lontano Dio che s'avanza

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portando la croce, vanno incontro a Lui esultando, baciano le sue mani sante che gliela
offrono e baciano la croce come la cosa pi cara. Non la tengono inerte ma, dopo
averla stretta al cuore, se la mettono sulle spalle e vanno cantando... Dio davanti a loro
e loro dietro mettendo i piedi nelle orme del Maestro, senza curarsi se il sentiero
diviene ripido, spinoso, sassoso, senza preoccuparsi se i rovi lacerano le carni, se i
ciottoli scorticano i piedi, se il sole martella esacerbando le piaghe, se l'acqua immolla
le vesti, se il vento le agghiaccia, se la notte rende ancor pi penoso l'andare... Sanno
che alla 'fine spunter il Sole! Sanno che alla fine il ripido sentiero si muter nel liscio
mare di vetro e di fuoco che adduce nella citt dell'Agnello, sul quale mare di fulgori
essi canteranno in eterno il cantico di Mos e dell'Agnello. Sanno tutto questo e non
cedono la croce al pietoso Cireneo che li vorrebbe sollevare. Dicono: No, Ges,
Amore santo. Tu l'hai portata per me una volta. Ora a me il portarla per i fratelli. Se la
tua croce m'ha aperto una piaga dove si appoggia e il sangue goccia dall'mero ferito,
guarda, Ges, il prodigio del mio povero sangue sul duro legno: lo fa fiorire in fiore di
bene!. Si, la croce fiorisce se la si ama. S, la croce diventa ala per chi la porta con
generosit, ala veloce come ala d'angelo... Io rimasi sbalordita per poco. Mi rassegnai
subito al mio destino. Dire: rassegnare, mal detto. Devo dire: dopo lo sbalordimento
del primo momento, gi provato quando il male mi segreg in casa e che si ripeteva
ora quando il male mi inchiodava in letto, io baciai cantando la mia croce, e devo
riconoscere che non l'ho deposta un momento ma sempre l'ho portata cantando.
Quando il dolore allenta la sua stretta, quando so che per me si prega per la mia
guarigione, io tremo e sto in ansia che mi venga levato il mio tesoro. Sarebbe l'unica
cosa che mi farebbe vacillare nella infinita fiducia, nella infinita confidenza che ho in
Dio. Sarei tentata a pensare che Dio mi trova cos indegna da non associarmi pi
all'opera redentrice del Figlio suo... Ed io che riconosco il mio non-valore, ma che
conosco l'infinita misericordia del mio Dio che ci eleva al grado di redentori, noi povere miserie umane, cadrei nell'avvilimento e piangerei tanto. Ma io mi fido del mio Dio!
Vede, Padre, oggi il demonio sghignazza intorno a me. Luned le dissi, non so se se lo
ricorda: Sento una malinconia inspiegabile oggi. Apparentemente non ho motivo di
pianto. Ma certo qualcosa di penoso, che sapr presto, sta accadendo. Una delle mie
solite premonizioni. Ie sera il mio dottore stato chiamato che di lui scriver un
accorato ricordo dopo la sua morte in guerra, avvenuta in Corsica il 26 ottobre 1943. A
Roma per una visita di controllo. Se idoneo, la partenza per chiss dove. Lei sa
quanti bisogni ho io e quali mali ho che richiedono certe cure alle quali ci si assoggetta
male e non si pu, per pudore, pensare di passare sotto altre mani. Lei sa anche i
motivi morali per cui in casa mia bene che venga uno che conosce bene le cose per
non far fare commenti odiosi sul modo come vive mia mamma... e uno dei miei chiodi
questo. Lei sa anche i motivi finanziari per cui sarebbe un disastro dover ricorrere ad
altri medici. Tanti sono i motivi per cui necessario che mi resti il curante. Per me,
come creatura, non chiedo che questo. Nel mio lavoro, in un con la pace e la salvezza
dei combattenti ecc. ecc., avevo messo anche questa intenzione per me; in un
angolino, ma c'era. E il diavolo sghignazza: Lo vedi il tuo Ges come ti ascolta? Ti
ha levato tutto e ora ti leva anche il medico. E te lo leva proprio ora che tu, povera
stolta, ti illudevi di esser pi sicura, proprio ora che il tuo straccio, sul quale hai
consumato la tua forza, sta per esser messo sull'altare. Va' l che sei servita! La guerra

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va a rotoli, la pace un mito, l'isolamento ti cresce intorno, il medico lo stai


perdendo... Povera imbecille che ti sei illusa!.... Ma io lo lascio dire e mi attacco alla
Croce gridando: Signore, accresci la mia fede! Rendila tale da smuovere tutti gli
ostacoli. Ges, mi fido di Te! Sii a me Ges. Se Ges continuer ad essere per la sua
povera schiava: Ges, ossia Salvatore, nulla potr nuocermi mai. Io per conto mio
nulla posso. Sono un' esile violetta che ha solo la buona volont di consumarsi in
profumo ai piedi della croce. E per questa convinzione della mia nullit che non ho
voluto chiamarmi n figlia, n serva nel mio atto di offerta. Ma strumento e schiava. S.
Teresina si dice il piccolo bimbo della Chiesa, colui che ritto nella sua fidente
innocenza presso il suo trono getta i fiori e canta il canto dell'amore. Io sar meno
ancora: sar il fiore, il timido fiore dal capino penitente e dal cuore d'oro, la violetta
che nasce fra l'umida zolla, sotto ai giganti del bosco, e ha per sua coltre le foglie
cadute; la violetta che pi profumo che fiore e che solo cercandola si trova, tanto
modesta e schiva di apparire. Sar la violetta che, colta dalla mano del piccolo bimbo
della Chiesa, viene gettata da esso, in un col suo canto, a morire sui gradini del trono
di Dio. Non me l'ha insegnato la stessa Santina il canto della rosa che muore? Quello
che io sogno di sfogliarmi... Si cammina senza rimpianto su delle foglie di rose e
questi nonnulla sono un ornamento che una mano dispone... Ges, per tuo amore ho
prodigato la vita agli sguardi di tutti, rosa per sempre ferita devo morire. Per Te devo
morire. Come lo bramo! Voglio, sfogliandomi, dirti che t'amo con tutto il cuore. Sotto i
tuoi passi di bimbo vivere io voglio e per addolcire i tuoi passi estremi al Calvario
ecco, mi sfoglio. La traduzione libera non sar perfetta, ma l'ho fatta l per l come
m' sgorgata. Ma Maria, la violetta di Cristo, non morir sui gradini del trono.
Scender il Re, l'Agnello di Dio, a cogliere l'umile fiore che ha chiesto d'esser divelto
dalla vita per morire profumando davanti a Lui, e il tocco delle dita sante dar una vita
eterna alla piccola corolla, che nella sua esilit fu cos resistente a tutte le bufere e
nella sua modestia tanto ardita. Oh! che non si fida mai abbastanza nel Signore! Egli
sempre pronto a darci, con un sorriso, il decuplo di quanto noi chiediamo per suo
amore... Sono lo strumento nelle mani di Dio. Nessuno strumento di lavoro si lamenta
se l'operaio o l'artista lo usa fino a consumarlo o a spezzarne l'anima canora, come non
si lamenta se, stanco di usarlo, lo butta in un angolo e lo lascia inerte a impolverarsi...
Io pure devo essere cos. Pialla, martello, sega e cacciavite nelle mani del Figlio del
Fabbro intento a costruire le anime secondo il suo lavoro di artefice divino. Arpa o
liuto, cembalo o tromba, io devo esser pronta ad aver voce o a tacere a seconda del
desiderio del divino Artista che trae poemi di sinfonie dal suo Amore misericordioso.
E se un peana troppo forte spezzer l'anima mia canora non importa... Un'altra anima,
pi canora della mia, sar usata dal Maestro per domare le creature furenti e renderle
agnelle della greggia di Cristo. Uno dei primi avvenimenti della mia definitiva
crocifissione in letto fu il cambiamento di dottore curante. Quello che cos...
pedestremente m'aveva curato per quattro anni era a Roma con la famiglia per la
chiusura dell'Anno giubilare della Morte del Redentore. S, perch Ges mi claustr,
dopo tre anni di vita pubblica, con gli inizi del 1933, e mi iss sulla croce proprio
quando terminava l'Anno Santo per il suo XX centenario di Passione. Venne perci un
altro medico perch non si poteva stare senza... e questo fatto provoco un infinit di
pettegolezzi di ogni genere, fra i quali la piccineria del medico detronizzato che insi-

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nu malattie contagiose che forse ora ci saranno, ma che allora non c'erano per niente,
come lo dimostrano le svariate analisi. E con queste malattie contagiose altre mentali...
E costume dei medici nascondere la loro incapacit di definire e guarire un male sotto
l'etichetta di mania da parte della malata. Sicch fui a dovere lacerata dal buon
prossimo. Io credo non errare pensando che tutto quanto avvenne dal 1 aprile in poi
fu causato dalla mia speciale condizione di vittima offerta alla Giustizia divina. Vi era,
dal 1931, un continuo aumento di persecuzione da parte demoniaca e da parte del mio
prossimo, che si rendeva strumento del demonio per compiere quello che rientrava nei
piani di Dio: ossia la mia purificazione. Al giorno d'oggi non ci si crede a questa
potenza demoniaca che agisce e turba i suoi nemici o si impossessa di coloro che,
poco guardinghi, possono esser presi da Lucifero come suoi agenti. Io ci credo. Non si
potrebbero spiegare diversamente certi stati speciali di tentazioni in creature il cui
unico lavoro operare nella luce di Dio, come non si potrebbero spiegare certe
cattiverie senza motivo che sono delle vere e proprie torture inflitte ai migliori. S. Vi
sono anime che per la loro naturale tendenza o per insipienza divengono strumenti del
demonio, che se ne serve per tormentare quelli che a lui pi spiacciono. Come vi sono
anime che per la loro particolare missione hanno il potere di inquietare Lucifero
attirandosi le sue vendette. Costui, che non cura molto coloro che non sono n freddi
n caldi, come fa Iddio che rigetta i tiepidi da S, ha un livore speciale per quelli che
ardono della carit, veri portatori di Dio perch dove carit l Dio. E su questi si
avventa con tutte le sue armi. Fra me, poi, e il demonio c'era una vecchia ruggine. Io
non perdonavo a lui quanto mi aveva fatto soffrire dal 1914 al 1918 (particolarmente)
e lui non mi perdonava di averlo messo in fuga nel 1930. Perci guerra a morte.
Finch Dio era stato su me, proteggendomi colle ali del suo Amore, poco aveva potuto
farmi il demonio. Ma da quando io non ero pi che un'ostia deposta sull'altare del Dio
Giudice, e perci abbandonata a me stessa, Lucifero si era messo all'opera. Ho detto
abbandonata. Ma non si creda che fosse un abbandono, come dire?, un abbandono di
corruccio. No. Era l'ora di prova di cui ho parlato in principio a questo quaderno. L'ora
in cui il Padre si ritira perch il nostro Getsemani e nel Getsemani i Cristi devono
esser soli... Se ci fosse il Padre l'agonia non sarebbe agonia. Il ritiro del Padre aveva
dato via libera al demonio, il quale mi ha torturata per nove anni. Oh! se non mi fossi
offerta per salvare i disperati, per redimere coloro che sono sulla via della dannazione,
per portare il Regno di Dio nei cuori e i cuori al Regno di Dio, se non avessi chiesto
questa missione espiatrice, dovrei dire che quanto avvenne fu cosa crudele. Ma io so
quanto ho dato, perch l'ho dato, e perci trovo che questo, che potrebbe apparire ingiusto rigore del Padre, disamore del Padre, invece la pi bella prova d'amore.
Chiss quanto doluto all'Eterno di dovermi lasciare in balia del Malvagio! Ma ci
rientrava nel mio desiderio e nell'opera di Dio, che aveva bisogno anche di questo per
tante povere creature pi infelici di me, perch morte alla grazia. Non so se rendo bene
il mio pensiero. Ho sofferto. Quando sar morta si dica pure che le sofferenze fisiche
sono nulle rispetto a quelle morali che subii. Dico morali perch lo spirito non fu leso.
Urtato si, schiaffeggiato si. Ma non menomato. Perch la rivelazione non m'esaltasse,
Dio permise ad un angelo di Satana di schiaffeggiarmi, onde io pregai che Egli me ne
liberasse. Ma Dio rispose: "La mia grazia ti sufficiente". Lo spirito propriet
dell'Eterno. la casa dove il Padrone e il Re abita, dove la Triade santa si aduna

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perch ove il Figlio l il Padre che per Amore mand il Figlio. E questa casa sara
Loro finch noi, di nostra malvagia volont, non gliela leviamo col peccato. Il mio
spirito era ed propriet del Dio Uno e Trino e, se nella mia miseria dico ad ogni
palpito: Signore, io non sono degna di riceverti e di ospitarti, non per questo per
chiudo a Dio la porta del cuore, ma la apro tutta, fidando nella piet misericordiosa del
Signore... Essendo lo spirito di propriet del mio Signore, contro di esso il demonio
nulla pot fare fuorch girarvi intorno come leone furente e vendicarsi mordendo, dir
cos, l'intonaco di esso spirito, ossia il morale. Quanto mi ha fatto soffrire! Ma ad ogni
lotta il mio Ges diceva: Coraggio! Per il tuo dolore un'anima ha fatto un nuovo
passo verso di Me. Ed io ti sono grato!. Ma che ne dice, Padre? Non bastava questa
parola a far di me un leone indomito che non s'arrende, che tien fronte a tutti gli
agguati, e che mentre atterra il male offre al suo Signore le prede che strappa al
Nemico? Bastava. E sempre pi mi faceva ansiosa di lottare. Nel maggio cominci
quella che io chiamo la Torre di Babele. Il nuovo medico, che curava cos bene e mi
aveva dato un miglioramento sensibile, fu circuito da una persona, uno degli strumenti
del demonio, la quale lo persuase che io non ero malata di cuore ma di forme
tubercolari. Il medico detronizzato, che villanamente s'era licenziato da s non appena
saputo che nella sua assenza ne avevamo chiamato un altro (io credo che ha colto la
palla al balzo perch credeva fossi per morire e non voleva toccasse a lui...), aveva
sparso questa voce e, riportata ampliata al nuovo curante, aveva preso credito.
Veramente un medico dovrebbe credere solo a s stesso. Ma insomma... Questo
dottore non era di Viareggio. Andava e veniva da Firenze. Il 5 maggio, dopo una visita
accurata, la solita visita di ogni settimana - veniva ogni settimana - mi cambi la
cura... Ne avevo gi cambiate una dozzina. Via la trinitrina, via il viretone e via il
cardiotonico. Voleva farmi iniezioni di calcio perch c'era la tubercolosi polmonare...
La tubercolosi? Da quando in qua? A nessuna analisi era risultata e in me non c'era
nulla che la facesse supporre. Ripeto: forse ora ci sar. Ma nove anni fa no davvero.
Basta. Mi rifiutai alle iniezioni di calcio. Non volevo iniezioni... E ora ne ho fatte oltre
13.000, dico tredicimila... Allora gi calcio, olio di merluzzo, colesterina per bocca e
fosfati e vitamine... il mio stomaco divenne un acquaio... Erano tante le cose da
prendere, e tutte a distanza di almeno un'ora l'una dall'altra e a distanza dai pasti, che
io chiesi al dottore, con mossa da Fra Ginepro: Mi dice allora a che ora posso
mangiare?. Perch si raccomandava di supernutrirmi e di stare in riposo. Solo per
mezz 'ora al giorno dovevo stare al sole. Risultato: stomaco rovinato, impedimento al
nutrimento, non sovrabbondante ma minore anzi del solito perch sempre indigesta
per tutti quegli intrugli che ingozzavo, crisi di cuore pi violente che mai, aumento di
febbre, e infine una bella congestione dovuta al sole e alla calcificazione delle arterie,
fino ad avere una sclerosi giovanile con formazione di aneurisma. Ma prima di dire il
resto faccio un commento. Se un'altra persona avesse dovuto delibarsi quella diagnosi
si sarebbe spaurita. Io la presi con letizia. Esser tubercolosa, e al punto in cui ero
secondo quel medico, voleva dire morire presto. E che volevo se non consumare il mio
sacrificio? Oh! stoltezza umana! Quella mia fretta era vilt ed egoismo. Perch non era
altro. Vilt: soffrire molto ma per poco. Egoismo: cessare presto di soffrire. Non basta
il desiderio del cielo a giustificare questa fretta, specie quando ci si offerte come
vittime. Il Redentore non ha affrettato di un attimo la soluzione finale del suo martirio.

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Sarebbe stato pi comodo anche per Lui un solo colpo di spada, subito dopo il bacio
infame. Avrebbe evitato tanti tormenti e levato subito il ricordo di quel bacio
cancellandolo col sangue, quel bacio che dovette dare un ribrezzo al Cristo come lo
strisciare freddo e sinuoso del serpe sulle carni vive. Ma Ges non accelera nulla. Vive
tutte quelle ore di tortura, suddivise in minuti di spasimo cos intenso che ogni minuto
vale un'ora. Le subisce tutte: una dopo l'altra col loro rosario di contumelie, di pugni,
di randellate, di sputi, di corse fra la turba ubriaca di odio che lo stiracchia qua e l,
sadicamente incosciente, con l'avvilimento d'esser denudato, vestito come un folle e
un re da burla, con lo strazio della flagellazione spietata, della coronazione crudele,
con la fatica sovrumana del cammino in salita, sotto il peso della croce e in quelle
condizioni, fino alla vetta del Golgota, con la crocifissione atroce, con l'agonia
tremenda... Una piccola vittima, le cui pene sono un nulla rispetto a quelle del
Maestro, non deve avere pi fretta di Lui. Ogni attimo di quelle ore torturanti era
pegno di salvazione per infinite schiere d'anime, e per questo Ges, se lo avesse
potuto, avrebbe prolungato i suoi tormenti perch neppure uno, neppure uno dei suoi
poveri fratelli erranti perisse dopo la sua morte. Una piccola vittima deve esser lieta di
vedere prolungare la sua agonia offrendone ogni nuova ora a un nuovo scopo che ha
un unico denominatore: salvare una nuova anima. Il mio buon Maestro mi istrui in tal
senso, perch se il Padre s'era ritirato nell'ora del mio Getsemani io avevo sulla mia
agonia non l'angelo di Ges, ma Ges stesso. Ce l'ho. Il mio buon Maestro mi istrui
che dovevo benedire ogni giorno di pi che fossi vissuta sulla croce, perch ogni
giorno passato su essa poteva giovare a un' anima. Mi disse, con la sua Voce senza
suono ma cos sensibile allo spirito: Sappi far fruttare ogni tua sofferenza. Ricordati
che sei qui non per te ma per le anime. E le anime non si salvano che con la
sofferenza. Dmmi delle anime, Maria. Allora io gli risposi: Dmmi delle agonie,
Ges!. E il patto fu stretto. Un'anima per ogni nuova agonia. E che si salvasse
proprio. Un'anima consolata per ogni giornata di dolore senza agonia. Da allora ho
desiderato le agonie e le giornate di spasimo. Le ho desiderate con un desiderio senza
misura, studiandomi di accrescere le mie sofferenze in mille modi. C' tuttora una mia
figlietta che ancora ricorda come si inquietava vedendomi sorridere quando mi sentivo
venire addosso la crisi tremenda che mi portava alle soglie dell'eternit. Sorridevo
pensando che un'altra anima si salvava. resunzione la mia? No. Fiducia in Dio. Se
vero che anche un atto insignificante, compiuto per amore, acquista un grande valore
agli occhi di Dio, quale valore non avr il soffrire la morte per amore? Ges lo dice,
con la sua divina parola, quale amore perfetto sia questo: Nessuno ha un amore pi
grande di colui che d la vita per i suoi amici.Io davo la vita per i miei amici,
abbracciando sotto tale nome una turba infinita di anime in cui erano, e sono, parenti,
amici, conoscenti, sconosciuti, nemici, idolatri, defunti... e a capo di tutto questo
esercito di amici che, ricomprandoli alla grazia, divenivano miei figli, io mettevo il
mio Amico divino: Ges, il Fratello, il Maestro, lo Sposo, il Re. Non si pu avere un
amore pi grande per Te, mia ineffabile Gioia, di quello di dare per Te la vita, perch
Tu trionfi nei cuori e il tuo Regno venga! No, non si pu avere un amore pi grande! E
se nel mio amore vi sono debolezze umane che lo inquinano e ne diminuiscono il
valore, Tu, indistruttibile Compassione, abbi ugualmente piet di me. Non guardare, o
Misericordioso, la mia povera realt. Guarda solo il mio ideale desiderio d'esser

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perfetta agli occhi tuoi, non pr averne un premio, ma per ricondurre un sorriso sul tuo
volto amareggiato dai delitti di quest'ora. Qualcuno, vedendo la mia ilarit nel soffrire,
fece meco la parte di Pietro presso il Maestro. Ma io ebbi la stessa risposta del
Maestro verso lo zelante apostolo: Va' indietro, Satana, ch tu mi sei scandalo. Non
usai quella formula tale e quale perch sarebbe stata poco caritativa. Ma pure
stemperandola in molte altre parole feci capire che se ero dipendente, peggio di una
bimba, in tutte le cose, tenuta come ero dalla mano materna di ferro che neppure la
malattia rendeva meco pi dolce, intendevo conservare tutta la mia indipendenza nelle
cose dello spirito. In queste solo Dio aveva diritto di imperare. E nessun altro. Vi era
in questo una grande giustizia, in fondo. L'unico che m'avesse amata, per tutta la vita,
era il mio Dio. Gli altri o non avevano potuto o non avevano voluto. Solo Lui mi
aveva teso le braccia e accolta sul cuore, senza tener conto dei miei sgarbi, dei miei
bronci, delle mie freddezze; solo Lui mi aveva consolata, asciugato le lacrime,
medicato il cuore; solo Lui mi aveva fatto da padre, da madre, da fratello, da sposo, da
amico. Ora, dopo avermi tanto dato, mi chiedeva una cosa sola, l'unica che gli potessi
dare perch nella mia schiavit familiare non possedevo nulla e non disponevo di nulla
fuorch della mia vita, di quella vita che da Lui mi veniva e che Egli mi aveva tutelata
fin l. E io gli davo il mio unico picciolo. Gettavo il mio unico avere nel gazofilacio
che Egli mi tendeva... Vi sono tante anime da comperare... Una volta di pi mi persuasi come dopo 20 secoli di cristianesimo si sia ancora lontani dall'avere capito
l'essenza del cristianesimo, che religione di generosit, di ardimento, di carit... I pi
invece l'avviliscono ad una comoda agenzia dove devono esser vidimati, mediante un
leggero pagamento, tutti i passaporti per il Paradiso, o a un enorme magazzino dove il
proprietario, il buon Dio, sia sempre disposto a dare ai clienti quello che loro pi
piace. Una specie di paese della Cuccagna!... E che brontolii se non si trova subito
quello che si chiede! Venne cos l'estate. E, con l'estate e la cura sbagliata, la
congestione. Era il 1 agosto. Alle 15 andai proprio in estremis. Anche qui il demonio
ci si mise a dovere per farmi disperare. Mio padre corse subito ad avvertire chi di
dovere perch venisse il medico, allora a Viareggio per le bagnature. Ma l'incaricata, la
stessa che aveva persuaso il medico circa la mia pretesa tubercolosi, prefer non fare
raffreddare una pentola d'acqua anzich avere piet di me e correre a chiamare il
medico. Morale: egli giunse dopo due ore di crisi e quando gi il sangue si coagulava
nelle vene. Fu la mia prima iniezione, di 5 fiale diverse messe tutte insieme, quella. Si
parlava gi di farmi l'ipodermoclisi, ma si pot poi evitare. Per poco andai a fare il
Perdono d'Assisi in cielo! In 24 ore ebbi cinque attacchi angiospastici! Alla mattina del
2 agosto, alle 4, il mio Parroco, convintissimo che io morissi, mi port il Viatico. E
rimase per molte ore, assistendo anche a un consulto in cui, preziosa scoperta, mi si
trov non pi mal di cuore, di polmoni, di circolo, ma male di fegato (?). Fegato? E
chi mai si accorse d'avere un fegato? Mah! Dovevo avere il male di fegato. Lo aspetto
ancora dopo nove anni! Cura di acque termali ecc. ecc. Partiti i due... scopritori del
fegato volli un'altra visita. Ma la volli senza presenza del curante. Venne il Professore
Bianchi, tisiologo. Escluse il fegato, e escluse qualsiasi forma tubercolare e specie
polmonare. Trov solo che con tutto quel calcio somministrato mi avevano calcificato
le arterie. Perci cura decalcificante per la sclerosi precoce e da capo trinitrina e
spasmosedina per il cuore lesionato al sommo. Silenzio, riposo, camera tenuta scura

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ecc. ecc. Passai l'estate col vetro aperto e le persiane sempre chiuse. M' rimasto
impresso il raggio di sole che batteva sul muro delle scale... Se penso a quel raggio
rivedo quei giorni. Fui per 17 giorni pi nella morte che nella vita. Poi l'embolo si
sciolse e migliorai un poco. Ora dovevo essere vegliata. Mia mamma mi abbandon
subito ad altre mani. Io, se avessi avuto una figlia in quello stato, con un cuore che
poteva cedere di minuto in minuto, non l'avrei lasciata un attimo. Lei mi lasci fin
dalla prima notte, nella quale fui vegliata da una suora. Povera donna! Faceva del suo
meglio ma, forse abituata con la maggior parte dei malati che beve e mangia tutti i
momenti, mi disturbava continuamente col chiedermi se volevo bere qualcosa... Le
notti dopo vennero a turno delle signore e signorine amiche. Ma io le facevo coricare
sull'altro letto. Mi bastava averle in stanza... Loro dormivano... io passavo le ore
parlando con Dio e scandendo il tempo sul battere furioso del cuore. Di giorno veniva
una suora per assistenza. Era molto buona. Il medico, ostinato, sosteneva che vi era
della tubercolosi o dell'isteria. Analisi su analisi... e la tubercolosi non si decideva a
saltar fuori per fare piacere a lui. Prove su prove per stabilire l'isteria. Ma anche questa
non voleva mostrarsi per farlo felice. E io soffrivo terribilmente. Altro consulto con un
chirurgo. un'appendicite! Va operata subito!. Buum! Anche nel 1920 era stato
detto cos, e dopo 14 anni l'appendicite non s'era ancora mostrata. L'aspetto tuttora. E
vivo di insalata cruda, piselli e simili delizie per un intestino, secondo il chirurgo,
quasi perforato!... Altro consulto: una insufficienza genitale. Tre volte: Buum!
Non avevo mai sofferto in tal senso. Altro che insufficienza! Se mai era tendenza alla
supersufficienza! Ma doveva esser quello il focolaio. Non c'era bene. Gran comodit
per i medici curare delle donne! Quel che non sanno classificare con un giusto nome lo
battezzano: isterismo, e noi siamo servite! Cura di ormoni ovarici. Frutto: il cuore
sempre uguale. Una infiammazione ovarica sfociata poi nel tumore che mi d tanto
dolore e noie non solo fisiche. Allora, visto che non si fatto centro nel bersaglio,
signori si cambia. Torna da capo il tisiologo il quale - oh! incoerenza umana! lavorato a dovere dal curante, si rimangia tutta la diagnosi di poco tempo avanti e,
mentre prima m aveva messa a acqua fresca e succhi di frutta per la pressione, ora mi
ordina supernutrizione; mentre prima aveva ordinato immobilit assoluta, pena la
morte, ora mi ordina di alzarmi e andare in pineta; mentre prima mi aveva
decalcificato le arterie con tutti i nitriti possibili, ora riordina calcio a tutto spiano,
perch c' una tubercolosi bilaterale (bum!) che se non si arresta con supernutrizione,
aria, moto e calcio, entro tre mesi (bum, bum!) m'avrebbe portata al cimitero fra
tremende emottisi (bum, bum, bum!). Era il 4 settembre 1934. Oggi l'8 aprile 1943.
Io ho mangiato sempre meno, non ho preso aria fuorch quella che entra dalla finestra,
non ho fatto moto, non ho preso calcio e sono qui... in attesa... Dovevo far moto, ma
per nessuno dei tre medici consulenti si prese l'impegno di portarmi, con la
autolettiga, a fare la radiografia... Sapevano che a muovermi risicavo la morte, se pur
non ci precipitavo. Insomma uno mi dava alcool in tutti i modi, l'altro mi vietava
anche il vino bianco innacquato; uno mi somministrava caffeina a alte dosi e l'altro mi
vietava il caff; uno mi supernutriva provocando crisi su crisi e l'altro mi metteva a
acqua e succo di frutta... Roba da ammattire!!! Venne finalmente un professore, amico
nostro. Ma chi ha dato tutta questa roba?, esclam vedendo la farmacia che avevo
sul comodino. Ma sono pazzi! Farei volare tutto in mezzo alla strada. Visita e

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esclusione assoluta di tubercolosi. Una grave miocardite, quella s, e ormai una


infiammazione ovarica. Letto, riposo assoluto, vitto sostanzioso ma ridottissimo,
iniezioni di cardiotonici e basta. E poi ora ci penso io a trovarle il medico che fa per
lei. E lo trov. il medico attuale, che da otto anni e mezzo mi cura e che, se non
un'aquila che sana tutti i mali, almeno un buon psicologo che capisce le cagioni dei
mali. E questo gi tanto per un malato, e specie per certi malati! Riguardo a
risanarmi... Egli dice spesso e da anni: Noi non possiamo nulla in questo caso. Ci
troviamo di fronte a forze pi forti della medicina, le quali impediscono il minimo
sollievo nelle condizioni della malata come impediscono la morte della stessa, che
umanamente avrebbe dovuto essere morta gi da anni e per la violenza dei mali che la
rodono e per le cure stolte fatte in principio. Io non sono un credente convinto, ma mi
arrendo all'evidenza del miracolo. E qui, nel durare di questa vita, vi del miracolo: un
miracolo ancor pi grande di quello di una guarigione. Io non faccio nulla, seguo solo
il male come posso perch sento che, anche facessi l'impossibile, cozzerei contro un
Volere che annullerebbe ogni mio sforzo. Meno male che l'ha capita! Per anche gli
altri, dir cos: di passaggio, quali i consulenti, hanno concluso tutti cos. Se lei
credente vada a Lourdes o a Loreto. Qui vi la mano di Dio e Lui solo pu operare la
guarigione. Molte volte mi stato proposto di andare a Lourdes o a Loreto. Anche il
mio Parroco nei primi tempi mi propose di accompagnarmici lui gratuitamente. Ma,
pur essendone grata, ho rifiutato. Prima di tutto sarebbe, come gi ho scritto, una grave
incongruenza. Non si richiede quello che si donato. In secondo luogo io rinuncio alla
grazia di salute, che potrebbe essere data a me, in favore di un'altra creatura ammalata
e che non si rassegna all'infermit. Thtte le volte che c' un pellegrinaggio di malati o
una novena solenne quale quella alla Madonna di Lourdes, di S. Giuseppe, di S.
Antonio ecc. ecc., io dico al Signore: Se io andassi, se io ti pregassi, Tu, Bont
infinita, mi risaneresti anche. Ma io invece, te ne prego, ti supplico di dare a un altro la
salute o almeno il sollievo dagli spasimi che daresti a me. Che ne fruisca un altro e te
ne dia lode. Vi sono tanti padri di famiglia, tante madri di famiglia ammalati e
necessari ai loro figlioli! Guarisci uno di questi! Vi sono tanti ammalati che si
disperano d'esserlo: guarisci uno di loro! Basta che vi sia una creatura di pi che ti
ama e benedice ed io sono contenta, molto di pi che se guarissi io o se mi diminuisse
questo spasimare. Pensi come sar bello per me il Paradiso in cui incontrer coloro
che furono guariti per la mia rinuncia! Guariti dal male fisico e guariti dalla sfiducia o
dalla disperazione! Ora non so chi siano. Ma in Cielo lo sapr. Sar lo stesso mio
Signore a indicarmeli mentre, tenendomi stretta sul cuore, mi dir: Vieni, benedetta,
poich fui malato e tu mi risanasti. Vi sar certo anche questa beatitudine per quelli
che rinunciarono a guarire per guarire un altro! Neppure un bicchier d'acqua dato in
suo Nome vano e resta senza premio... Quale premio avr allora l'aver dato in suo
Nome la grazia della sanit ad un fratello ammalato? Oh! sono cos felice quando
soffro tanto, tanto, tanto!... La mia missione soffrire. Tutte le volte che la piet dei
medici escogita un rimedio, e tutte le volte che la piet dei credenti innalza preghiere
per il mio migliorare, si nota un peggioramento pi grave e un soffrire pi acuto.
Nell'economia che regge l'Universo tutto ha la sua ragione d'essere e la sua missione
da esplicare. Gli astri rotando ci danno luce e sprigionano forze astrali che influiscono
sul fruttificare delle cose minori e sulle leggi delle maree. Le acque ubbidiscono al

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codice eterno che impone loro di scendere in pioggia e in neve dalle nubi che le
adunano per innaffiare la terra e per formare i ghiacciai che alimentano i fiumi i quali,
sfociando nei laghi e nei mari, li nutrono del loro elemento e ne fanno come degli
enormi serbatoi dai quali il sole pompa gli evaporanti vapori per formarne novelle
nubi datrici di pioggia. I pesci, gli stupidissimi pesci, servono alla pulizia delle acque
oltre che per cibo umano. Gli uccelli servono allo sterminio degli insetti e alla semina
spontanea dei semuzzi dei fiori. Gli alberi, riverenti alle leggi vegetali, si vestono di
fronde a primavera per fare dimora ai nidi e ombria all'uomo, oppure si coprono di
frutti per sfamare l'uomo e gli uccelli del buon Dio. I semi accettano d'esser sepolti
nella terra nera, dove non strisciano altro che vermiciattoli, per spuntare, a loro tempo,
in pianticelle che dan pane o cibo di ogni genere. Le pecore si coprono di pi folta
lana durante l'autunno per dare a primavera bioccoli agli uccelli fabbricanti i nidi e
tepore di vesti ai figli dell'uomo. Le api e le farfalle servono a propagare il polline
senza il quale inutile sarebbe il fiorire delle piante. I venti hanno la loro ragione
d'essere perch regolano il calore, spazzano il cielo, mondano i mari e fanno da paraninfi nei vegetali connubi di fiore con fiore. Persino i rovi hanno la loro missione.
Sono difesa ai penduli nidi, pieni di carni tenerelle, contro l'insidia dell'uomo e delle
serpi, e servono di uncino ai bioccoli di lana cercati dagli uccellini e donati dalle
greggi. Tutto, tutto ha il suo perch nel creato e tutto ha la sua missione datagli dal
Creatore. Io ho la mia: quella di soffrire, di espiare, di amare. Soffrire per chi non sa
soffrire, espiare per chi non sa espiare, amare per chi non sa amare. A me non ci penso.
Dico al buon Dio: Mi affido a Te!, ed tutto quanto gli dico. Non penso
menomamente di tenere registri e inventano, come fossi un commerciante, su cui
segnare tutto quanto posso fare di bene per presentare i miei conti all'Eterno nell'ora
del giudizio. Ma neanche per idea! I conti li odio!... Quando andr lass e mi verr
chiesto: E tu che hai fatto di bene pensando a quest'ora?, io risponder: Ma... lo
saprai Tu, Signore. Io so solo 'che ho amato Te e ho amato il prossimo per Te.
Davanti ad una cos assoluta assenza di... contabilit umana, il buon Signore non avr
altro che mettere... sulla contropartita un bell'annullato e farmi passare oltre... Lo dice
anche Teresina: Per i piccoli non ci sar il giudizio. Io sono ancor meno che piccola:
sono una deficiente che sa fare solo una cosa: amare. Non chiedo n morte n vita.
Morire ora o di qui ad altri dieci anni mi lascia indifferente. Neppure il pensiero che la
morte mi schiuder la Vita valido a farmi chiedere a Dio di affrettarsi a immolarmi
del tutto. Una sola cosa voglio: Fare la sua Volont... e d'altro non calme... Se
diverr povera, il buon Signore che sfama gli uccelletti del cielo sfamer me pure. Se
diverr abbandonata, Egli, il buon Samaritano, mi procurer l'assistenza. Se non avr
pi casa, pi vesti, pi nulla, Egli, che sa cosa vuol dire non avere un sasso ove
poggiare il capo, trover per me una casa di Betania dove una pietosa mi dar quanto
necessario alla nostra umanit. Divenissi cieca, sorda, muta, coperta di piaghe, Egli,
che mand il cane a medicare la piaga di Rocco, il corvo a sfamare la fame di
Benedetto, mi procurer l'animale, migliore dell'uomo, che non avr schifo delle mie
piaghe e mi porter il tozzo di pane. Se anche questo mi mancasse, mi basta che resti
in me la facolt di amarlo ancora, amarlo fino all'ultimo respiro il mio Dio, e non
chiedo altro. Bisogna esser stati trattati dal prossimo come lo fui io per capire che sulla
terra tutto vanit e menzogna e che solo Dio non mente e non delude. Quando si

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convinti di questo, si arriva, per forza, a quello, ossia ad amare l'Unico che non ci ha
mai nuociuto: Iddio. Quando si ama Iddio, il calore si riversa dal centro al di fuori, e
cos si ama il prossimo, non per quello che vale ma per quello che : opera di Dio,
redento da Cristo, abitacolo dello Spirito Santo. Lo si ama per forza perch, avendo in
noi Dio - chi ha la carit ha Dio - abbiamo la sua Misericordia, la quale copre le
brutture altrui e riveste i corpi, anche se repellenti di tabi morali, di una veste
soprannaturale. Perci, se Ges vuole ancora per molto tempo prolungare gli sponsali
della mia anima con Lui, nel bel Paradiso, che dir io? Dir solo: Ecco la tua schiava,
o mio Signore, fa' con lei il tuo piacimento. Sono stata interrotta a questo punto per il
pranzo. Mentre preparavo le bricioline di pane per i miei colombi ho, per la seconda
volta durante la mattinata, sentito una voce che mi sussurrava: Bada che quanto scrivi
materiale che resta e nel quale si frugher per ricostruire la tua vita. Vedi perci di
riflettere a ci che dici per non diminuirti o per non aumentarti. Anche stamane, nelle
prime ore del giorno, mentre ero intenta alla mia toletta, la stessa idea prese voce in
me. Mi accade spesso che le ispirazioni, i consigli, le voci mi suonino in cuore proprio
quando sono occupata in cose molto lontane dal regno dello spirito. Quando prego
difficile che le oda, mentre quando scrivo, leggo, lavoro, mangio, scherzo con le mie
bestioline, parlo con Tizio e Caio, ecco folgorare nell'anima una parola... Forse
dipende che qualunque cosa io faccia il mio io profondo sempre fisso in un posto e
nulla pu separarlo dalla sua vita che Iddio. Non so. Penso sia cos. La prima volta
non ho dato retta a quella idea. La seconda vi ho riflettuto sopra e ho concluso cos:
Chiunque sia che parla sappia che, esaminando me stessa, sento di non avere fatto
altro che scrivere il pensiero pi vivo e vero che ho in me e che ho narrato il male e il
bene, il bene e il male, cos come sono accaduti. Ugualmente far fino alla fine. Se
nella narrazione avessi a diminuirmi non me ne importa. Se invece avessi ad
accrescermi nel concetto altrui, ci non sarebbe nulla per me. Solo sarebbe una
maggior gloria di Dio, che sa dal nulla trarre un prodigio di grazia. Riguardo poi al
pensiero che nel mio scritto potrebbero domani i posteri frugare per ricostruire la mia
figura ideale, ti dico che ci non mi disturba. Quando ci avvenisse, io non sar pi
umana creatura, ma spirito. Come spirito, e spero spirito del regno di Dio, non ci sar
pericolo che l'orgoglio si susciti. Nei cieli questa piantaccia non alligna. Perci non mi
esalta e non mi deprime questa prospettiva. Se tu che parli sei il mio Dio, tu lo vedi
che dico la verit su tutto e anche su questo ultimo pensiero. Se sei il Nemico, allora
risparmiati pure il fiato: nessun tuo fumo di lode mi salir al capo. Siine certo. Ho
troppo presenti le mie passate miserie e la mia nullit di ora. E mi sono messa a
mangiare tranquillamente. Ho voluto dirle anche questo perch mi pareva giusto di doverglielo dire. E ora vado avanti. Nel novembre, il 19 novembre, sognai che mio pap
moriva... Allora stava molto bene. Ma io sognai che moriva... Mi svegliai con un
grande batticuore. Lo dissi a mamma e alla signorina che aveva dormito in stanza mia
quella notte. Quest'ultima mi consol come pot. Mamma mi schern, come suo solito.
Passava per un periodo impossibile. Aveva creduto che il mio male durasse poco e poi
mi alzassi come prima. Ma questa volta era proprio l'infermit cronica che era venuta.
Lo avevo detto tante volte, negli anni precedenti: Non ne posso pi! Tiro, tiro la
carretta, ma sono esausta. Se mi fermo, se casco, il povero ciuchino non si alzer mai
pi. Anche allora non ero stata creduta... La privativa dei malanni era di mia madre...

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io e babbo non avevamo diritto di ammalarci. Cos pensava lei. Ma Dio le mostr il
contrario. Quella quercia di babbo scrosci al suolo in tre giorni ed io... sono
inchiodata a vita. L'unica sana lei. Insomma il vedere che io non guarivo e che, dopo
essere stata fino eccessivamente servita da me, ora mi doveva servire, l'aveva resa
idrofoba. Povero babbo! Quanti sgarbi, quante trascuratezze! Dovette vivere gli ultimi
suoi mesi di vita condannato al lesso, agli affettati e al caff e latte, lui abituato ai
mangiarini e soprattutto ai dolci che sempre gli facevo e di cui era goloso come un
grosso bambino. Povero babbo! Quanti rimbrotti perch, quando mi prendevano le
crisi, mi stava intorno adorandomi come fossi stata ancora la Mariolina treenne che gli
diceva: Non sposer nessuno fuorch te e ti regaler la parrucca! Mia madre
avrebbe voluto che lui mi rimproverasse come lo faceva lei perch disturbavo tutti con
le mie crisi nelle ore pi impensate. Ma pap non mi rimproverava: mi baciava, si
affannava a darmi aiuto, mi chiamava: Bellezza, coccola sua, come quando ero
piccina e non avevo che lui ad amarmi... e piangeva su me... Quando ero bimba e mi
ammalavo, la mamma era con me un poco pi mamma. Ma ora, da quando sono
ammalata, questo miracolo non si pi avverato. Sono solo un peso! Povero babbo! E
povera me! Quanta indifferenza! Quanti sgarbi, quante brontolate, quante assenze!
Mio pap ci si inquietava vedendola occuparsi e preoccuparsi magari di innaffiare i
fiori o piegare il bucato in luogo di venire al mio letto quando la crisi mi metteva fra
morte e vita. Alla sera se ne andava al primo piano a dormire, spesso senza neppure
darmi un bacio e buona notte!... Avrei potuto morire nella notte... Lei non ci sarebbe
stata. Nel dicembre, al 18 dicembre, per avere voluto testardamente restare vestita
d'estate, mamma prese una bronco-polmonite. Apriti, o cielo! Tre amiche, due suore, il
medico, una donna a mezzo-servizio non bastavano per lei... Io rimanevo a giornate
intere sola perch lei teneva tutti occupati. La sera del 25 pap, che giorni avanti aveva
avuto una lieve emorragia vescicale, ebbe un piccolo ictus apoplettico. Stava entrando
in stanza mia con un catino d'acqua... lo vidi traballare, farsi cianotico e storto nella
bocca. Sfidando la paralisi cardiaca lo afferrai e lo guidai a sedere presso a me. Si
riprese poi e quando il medico venne, e venne chi mi faceva assistenza notturna
(dormendo), pot salire da solo nella sua stanza. Ma pensi quello che soffrii ad essere
l, impotente, sola - perch dalle 17 alle 22 eravamo sempre soli - e con pap
sofferente. Il medico lo cur, gli fece applicare le mignatte... Mamma colse l'occasione
di inveire contro me, con un biglietto rovente, e contro lui, con un fiume di parole,
accusandoci di avere fatto baldoria nella sua malattia. Baldoria! Eravamo vissuti di
brodo e di coniglio lesso... Il giorno di Natale sul fornellino mio avevo fatto un poco di
cervello al burro. Ecco la baldoria nostra!... Non era, no, la baldoria che uccideva
pap! Erano le collere sempre represse, erano le offese che doveva ingoiare... Nel
1910 si era ammalato per queste... ora moriva per queste. Io lo vedevo che delle volte
gli venivano le vene giugulari grosse come bastoni dallo sforzo di dominarsi... Mah!
Fra l'ansia e il mangiare male - il 26 rimasi senza mangiare fino alle 18... - mi aggravai
di nuovo. Il 28 mamma volle alzarsi, contro l'ordine del medico, per presiedere alla
mignattazione. C'erano due suore infermiere ma non si fidava... Scese al terreno,
mezza spogliata, per fare una rivista a tutta la casa, trovando da ridire su tutto e tutti.
Da me entr per rimproverarmi, non vedendo neppure che uscivo allora da un attacco
angiospastico. Poi torn a letto ed ebbe una ricaduta. Sfido io! Aveva girato in camicia

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per tre ore al 28 dicembre! Babbo si rialz ai primi di gennaio. Perch mangiasse
come doveva, e l'altra di sopra non facesse altre stupidaggini, commisi per pi giorni
l'imprudenza di alzarmi dalle 17 alle 20, ora in cui ero sicura che non mi sorprendeva
nessuno. Riordinavo tutto, preparavo il cibo per l'indomani e poi... andavo a letto
cadaverica. Il 26 gennaio mamma riprese le redini. Era tempo... Il 2 febbraio 1935,
dopo un pesante sopore e una terribile crisi di cuore, si present la paresi. Fu allora
che il medico curante vide accettata dai consulenti la sua teoria che non solo il cuore
era leso ma era lesa la colonna vertebrale, meglio il midollo spinale. Se sia un tumore
o una formazione di liquido, conseguente alla bastonata avuta nel 1920, non si sa. Ma
la lesione c'. Dopo il consulto io scrivevo cos (copio dal diario): Ho l'anima piena
di canto. Incomprensibile canto, incomprensibile letizia per chi non sa l'anelito pi
ardente del mio cuore!... Tu, mio Bene, sai perch sono felice!... Dunque io non ho un
male, ma tre mali addosso! Bacio questa mia trinit di dolore in cui vedo rispecchiata
la volont della Trinit eterna e adoro Dio che mi adorna di tre simili doni e con S.
Francesco grido: "Signore, non sono degno di cos grande tesoro!". Mi stringo al cuore
questi tre chiodi, i tuoi tre chiodi, o mio Re, o mio Cristo, o mio Tutto, e poich
l'amore cresce pi si vede compreso e, compensato, con l'audacia degli amanti ti
chiedo: "Perch tre sole ferite? Perch non cinque come le tue?". E aspetto fidente
perch sento che Tu mi ornerai di tutti, di tutti i tuoi gioielli di dolore.... I tre mali
erano: la miocardite, il tumore ovarico, ormai formato, e la lesione spinale. Ma vedevo
che il medico nascondeva qualche cosa. E lo stuzzicavo a parlare. Il mattino del 3 vidi
un segno cabalistico del dottore a mamma. Andarono nell'ingresso e si chiusero
dentro. Benone, dissi, ora vengo anche io. A piedi scalzi, aggrappandomi ai
mobili, andai fino alla vetrata e sorreggendomi alla macchina da cucire vidi attraverso
ai vetri e udii il discorso. Il professore le fa sapere che una forma di paralisi
progressiva. Molto lenta ma pericolosissima e inesorabile nel suo procedere. Per uno
spavento, un'emozione o altro, pu accelerarsi, colpire il diaframma e i centri bulbari e
provocare la morte istantanea. Se non vi sono cause acceleranti pu durare degli anni
spegnendo lentamente la vita negli organi.... Tornai a letto perch... il cuore ballava e
le gambe si flettevano. Non per paura, per fatica. Ma ormai ne sapevo abbastanza. Ho
sempre voluto sapere la verit. E dirla. La paresi iniziatasi nell'addome basso ha
conquistato piano piano molti altri organi e ogni tanto d accenni di paralizzarne altri.
Quando ascende il capo che preso, quando scende il torace. penosissima
perch, a seconda del centro bulbare colpito, d cecit o sordit, o disturbi di parola, di
deglutizione, di respiro, di digestione, di filtrazione renale, di scrittura... Un emporio
di guai. Fu allora che feci solenne patto con Ges di riscattare un'anima per ogni crisi.
Prima l'avevo fatto alla buona. E come ero felice se avevo molte crisi al giorno! Allora
come dolori avevo solo quelli cardiaci e spinali e uno stiracchiamento con un calore
come dentro avessi del fuoco dove il tumore si formava. A Pasqua, per una terribile
crisi causata dalla incorreggibile mamma, stetti con le braccia e la gola paralizzate per
molti giorni. Soffrii, moralmente, come di pi non si pu. E non ero amata!... Solo il
mio pap mi amava. Mamma mi imboccava con tanta mala grazia che preferivo
lasciarmi morire di fame. Ero stesa su una tavola perch le vertebre erano molto
infiammate. Avevo una forma curiosa di un sopore delirante... Dovevo subire cure per
me odiose... E il diavolo ci soffiava dentro... Sentivo che la guerra veniva... Sapevo che

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pap moriva... In quel tempo Ges, per sovvenire ai bisogni della sua piccola
crocifissa, fece vincere un grosso premio ai miei. Mamma neppure lo disse a pap, che
si angustiava pensando che io avevo bisogno di molte cure per chiss quanto tempo, e
mi fece giurare che a pap non avrei detto nulla. E il mio povero babbo morto senza
averlo saputo. Se fosse stato a posto di mente, come era giusto glielo avrei potuto dire
raccomandandogli di non dire nulla. Ma era inutile raccomandare certe cose a babbo!
Dopo poche ore non si ricordava le nostre raccomandazioni e la frittata era fatta... Per
evitare a lui e a me mille sgarbi, tacqui. Ce ne erano gi tanti! E tante geremiadi con
essi!... Subito dopo Pasqua volli divenire zelatrice di sofferenza nell'Apostolato della
Preghiera. Il Parroco ader al mio desiderio e disse che tutto era fatto. La sofferenza
certo fatta. Ma io, in otto anni, non ho ricevuto una pagellina, un segno qualsiasi di
appartenere a questa categoria e a questa Associazione. Intanto il dolore addominale
cresceva, e perci altre visite le quali sempre pi confermarono l'esistenza del tumore.
Ma non conclusero nulla perch al momento di fare qualcosa tutti i professori si
ritiravano per lo stato del cuore. In quel tempo cominciai a capire il perch di certe
deviazioni di tante povere mie compagne di sesso. Fino a quel momento mi avevano
fatto la stessa piet che suscita la vista di un delinquente. Piet per la loro miseria. Le
giudicavo proprio come delle delinquenti perch uccidevano s stesse nel vizio. Anni
prima un medico mi aveva detto, parlando di certe disgraziate che io definivo amorali:
Sono delle malate. E come tali vanno compatite e aiutate a guarire. Nessuna donna,
fisicamente sana, scende a certe profanazioni. Sono delle malate. Non m'aveva detto
altro e io, oca come ero, non avevo capito bene a che alludesse. Ero cos immune da
certe cose! Anche nel momento tremendo dei miei giovani anni avevo desiderato di
compiere il male per una rivolta della carne mutilata del suo diritto di amare. Ma cosa
fosse di preciso il male che desideravo compiere, cosa fosse di sicuro questo bisogno
animale che si agitava in me, non lo sapevo. C' voluto questo tumore a farmi capire
certe cose. E a farmi pregare per le sventurate che vivono nel vizio. Mi ero fatto un
calendario di sofferenza. Thtti i giorni offrivo le mie pene per una data classe di
persone e per riparare a cose speciali. Al luned riparavo per le violazioni alla legge di
Dio e della Chiesa, per la giustizia e per ottenere una morte santa agli agonizzanti. Al
marted per gli abusi e i disprezzi della parola di Dio, per la resistenza alla grazia e per
le anime purganti. E cos via. Al sabato, in cui offrivo e soffrivo per le confessioni
sacrileghe e i peccati del senso, unii l'intenzione di espiare per redimere le donne
perdute. Ora capivo come sia facile divenire donne perdute. Quante pagine
evangeliche mi ha illuminate il mio tumore sulla misericordia, non solo degna di un
Dio ma di uno scienziato sublime, del Cristo per le donne peccatrici che il Vangelo
nomina! Ho riconosciuto fra le lacrime di riconoscenza e di umilt che solo la bont di
Dio mi aveva salvata dal divenire come tante altre, creature in cui il peccato d'origine
ha morso pi profondamente, colpite inoltre da mali orrendi che fanno impazzire e non
sorrette da una vera conoscenza della religione nostra... Ho riconosciuto che io,
lasciata a me stessa, non sarei stata pi forte di loro a respingere il senso che la
malattia acuisce fino a farci rasentare la pazzia. Forse in me lavorava anche molto la
suggestione demoniaca. Oh! mi ha tormentata in tutti i modi! Solo io lo so quanto mi
ha tormentata! E per degli anni! Era una cosa strana. L'anima rimaneva sempre quella:
unita a Dio, nella pace, nella sete del sacrificio. La preghiera era la mia gioia,

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desideravo i sacramenti pi che dell'aria stessa. La carne era impazzita. Mi fa l'effetto


che per un volere che non so a chi attribuire, se all'Altissimo o al Bassissimo, io fossi
sdoppiata. Sullo spirito regnava Dio, nella materia mordeva Lucifero, aizzava,
sconvolgeva... e qualche volta piegava nel fango. Poi la carne e lo spirito si riunivano
e allora era l'angoscia di esser stata debole... Ho sofferto l'inferno. Mi sono inquietata
contro me stessa che ero debole, contro i dottori che non mi levavano quel malanno
che mi turbava lo spirito. Mi avesse dato solo dolore fisico, non mi avrebbe pesato. Mi
sono inquietata contro i sacerdoti che erano cos placidi davanti al mio tormento che
non nascondevo loro. Non mi sono inquietata col buon Dio perch capivo che Lui non
ci aveva alcuna colpa in quanto avveniva. Era l'ora terribile della tentazione. Una
vittima della Giustizia divina deve passare anche questa per salvare le anime di tanti
peccatori... Dopo aver subito le strette del demonio mi attaccavo al mio Dio, baciavo il
mio Ges e mi raccomandavo a Lui. Ho sofferto, lo torno a dire, in una maniera
inumana. Delle volte mi chiedo ancora come poteva avvenire questo in un'anima tutta
donata a Dio. Penso che, con questo, Dio ha voluto tenermi bassa, perch non
m'esaltassi e mi credessi perfetta. Oh! non c' pi pericolo che mi creda tale! Basta che
io pensi a quegli anni di tormento per riconoscere, con San Paolo, che se il mio io
interiore si dilettava nella legge di Dio, un'altra legge pesava nelle mie membra in
opposizione alla legge della mente e mi faceva schiava del peccato. L'angelo di Satana
mi schiaffeggi dovere, non dubiti... Quanto, quanto ho sofferto! Vede: ora,
fisicamente, io sono veramente una torturata. Ma tutto questo spasimo, per cui anche
un respiro uno strazio, non nulla rispetto a quel soffrire che sono convinta essere
stata la vendetta demoniaca. E non se ne parli pi, per carit! Pregai dunque da allora
per le donne perdute! Il che, naturalmente, acui sempre di pi la rabbia infernale.
Nell'aprile 1935 ebbi un sogno che potrei quasi dire un'apparizione. Mentre ero
assopita vidi la mamma di Marta. Noti che erano le prime ore del pomeriggio, dunque
difficilmente avr dormito al punto di sognare. Era vestita come al solito, col suo velo
in testa. Pareva pronta per uscire. Un volto che a dirlo bianco non si dice nulla. Era un
volto che tramandava luce. Pareva che nell'interno di esso vi fosse una lampada che
trasparisse. Non un fulgore, no: una luce calma che dava pace. Mi pareva ritta ai piedi
del mio letto. Oh! signora Isolina ! , esclamai. E venuta a trovarmi?. Eh! s. Ti
ho sempre ricordata, sai?. felice?. Sapevo di parlare con lei gi morta e vedendo
il suo viso luminoso capivo che ella era in Paradiso. Sono felice perch dove sono io
si felici. Ma per non finito il mio purgatorio; neanche in grembo a Dio finisce....
E perch? Come pu essere questo?. Dio mi ha dato il premio della mia vita che tu
sai come fu sacrificata e retta... Ma io, anche nella gioia del Cielo, ho una spina nel
cuore. La mia Marta... sola nel mondo... e in un ambiente, io vedo, non cattivo,
secondo il mondo, ma non meritevole rispetto a Dio. Quello che io ho seminato di fede
sta morendo. Per ora quello solo. Ma caduta la fede... Il mio purgatorio questo,
sempre stato questo, e dura ancora, anche in cielo. Vorrei che Marta fosse con te.
Allora non ci sarebbe pi purgatorio per me perch sarei sicura per la mia creatura e
per la sua anima... Ti ho voluto bene, Maria, vogliamene tu. Ti affido Marta. Man
mano che parlava diveniva sempre pi luminosa e si dissolse, in fondo, in luce... Ecco
perch Marta qui invece di essere negli uffici come prima. Mamma, che aveva
bisogno di aiuto, ader al mio desiderio. Solo che io ho avuto un movente

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soprannaturale nell'accogliere Marta e mia madre un movente tutto umano e egoistico


al sommo. Io ho compiuto la missione che la mamma di Marta mi ha dato per la sua
creatura. Non ho nessun rimprovero da farmi. L'ho accolta, questa povera orfanella,
con cuore di mamma e di sorella, dalle mani di sua madre, e le ho dato e le do un
affetto sincero che non si limita solo a sdolcinature sciocche, ma che aiuto per lei,
previdenza, consolazione in mille piccole cose. Non potrei fare di pi per lei se fosse
del mio sangue. E soprattutto ho curato e amato l'anima sua. Quando venne da me
aveva una piet molto affievolita. Senza prediche, che quando vengono fatte a un
cuore irritato ottengono solo un maggiore irritamento, ma solo amandola molto e lasciandola penetrare a poco a poco, di suo, nel mio io tutto donato a Dio, solo pregando
e facendomi vedere a pregare - da lei, s, mi sono fatta vedere per ricondurle alla
mente l'immagine di sua madre che pregava tanto, per dirle senza parole che i buoni
pregano sempre e nella preghiera trovano conforto in tutti i loro dolori e in tutte le loro
solitudini - ho ottenuto di riportarla, a sua stessa insaputa, a una viva fede, e spero che
non la perder mai pi, anche quando io non sar pi di questa terra. Sua mamma sar
felice del tutto, ora, nel bel Paradiso, dove certo mi attende per vegliare con lei sulla
nostra Marta. Mi spiace solo di avere messo Marta nell'ingranaggio stritolante di mia
mamma. Ma speravo proprio che fosse esosa ma non cattiva al punto come cattiva,
ingrata, astiosa, per questa povera Marta. Le assicuro che, se Marta aveva da scontare
qualche mancanza verso il quarto comandamento, l'ha gi bell'e scontata!... Ma forse
anche questo non senza uno scopo superiore che sapremo un giorno. Per intanto
serve a testimoniare che cosa la mia vita nelle mani di mia madre... Ne pu dire tante
di cose Marta, e da queste risulta netto il modo d'agire mio e materno, e non sono io
quella che ne esco menomata. Lo devo dire per essere fedele alla verit senza false
modestie spregevoli... Questa notte, 10-11 aprile, pensavo a quanto ho scritto nel
quaderno ultimo finito. E mi accorgo d'essermi espressa malamente in un certo punto.
Ho detto che mi inquietavo con me stessa, coi medici, per i fenomeni che mi
procurava il male ovarico. Inquietarsi vuol dire perdere la calma, la fiducia, la pace,
vuol dire ribellarsi. No. Niente di tutto questo. Io rimproveravo. Ecco quel che facevo.
Rimproveravo e punivo acerbamente me stessa per non esser capace di respingere
certe sensazioni, e rimproveravo con molto sale i medici che rimanevano inerti davanti
a tutte le mie suppliche perch mi venisse levata quella neoformazione che mi dava
fenomeni cos complessi che turbavano tutta me stessa. E cos durato per degli anni.
Poi finalmente ho capito che anche questo era una prova e aveva uno scopo... e non mi
sono pi agitata. E il pi bello si che le tentazioni sono andate rallentando subito. Si
capisce che il diavolo, scornato di esser stato scoperto, se ne andato all'inferno. Non
possibile spedirlo altrove, le pare? Ora, da quando ho narrato a Lei per esteso il mio
stato, con quella lettera del febbraio, non ha pi osato metter fuori neanche la punta
del cornetto o del codino. Forse se lo sta rodendo di rabbia... Buon pro! E ora dovr
parlare di una cosa dolorosissima. Ma la domenica di Passione... Posso quindi
parlare di una delle mie pi acerbe ore di passione. Ges appassionato e Maria
Addolorata mi aiuteranno e asciugheranno certo le lacrime che gi ho nella strozza e
pronte a cadere. Le confesso che non vorrei ad avere a parlare di questo perch
troppo, troppo straziante. Ma se non ne parlo la mia corona di spine viene a mancare
di molti aculei e precisamente degli aculei pi strazianti, perch stato uno strazio

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della carne, della mente, del cuore. Strazio che, secondo il solito, non fu capito, non fu
compatito, non fu creduto. Strazio ancora vivissimo dopo otto anni, per quanto ora non
raggiunga il parossismo che ebbe nelle prime ore, durate mesi, e sia ora solo una
nostalgia che mi gonfia il cuore e ne spreme pianto, una nostalgia accorata ma cos
viva che quando la sento pi forte mi riduco come un povero uccellino caduto di nido
e languente al suolo.
PARTE SETTIMA
La morte di mio Padre.
Marta venne da noi il 24 maggio 1935. Subito dopo mio pap cominci a sentirsi
sempre poco bene. Non diceva nulla, povero pap, perch era stoico nel soffrire il
dolore. Non diceva nulla per non addolorare me, per non avere brontolate da sua
moglie, perch mia mamma ha questa specialit: quando uno si sente male, invece
d'essere pi dolce pi aspra che mai... E non diceva nulla anche perch credo che era
cos stanco di vivere in balia di una pazza bisogna dire cos per non dire: di una
malvagia; sempre meglio pazza a malvagia, perch la pazzia una malattia e la
malvagit una cattiveria - era cos stanco, 'dicevo, che guardava la morte come una
grande liberazione. Aveva vissuto da giusto. Nulla gli turbava l'anima pensando al
trapasso. Aveva vissuto beneficando molti, sua moglie per la prima, poi i parenti, gli
amici, gli estranei. Aveva educato, con bont, i giovani a lui affidati. Aveva fatto
sempre il suo dovere di figlio, di marito, di padre, di soldato, di cittadino, di uomo fra
gli uomini. Lo aveva fatto con pazienza, con dolcezza, con carit sempre, perdonando
le offese, rendendo il bene per il male, superando i disgusti per chi lo misconosceva e
lo feriva ad ogni minuto... Quanto amore leale, costante, longanime aveva dato a mia
madre! E come era stato non ricompensato da lei! Ah! bisogna che non ci pensi, che
non ci pensi, o mio Dio! Smemorami di certe cose, se no ribolle tutto il mio sangue!
Lascia che io ti veda sulla tua croce dove sai perdonare ai tuoi torturatori, lascia che
veda tua Madre che, ai piedi della stessa croce, perdona due volte: per Te e per Lei, un
perdono assoluto, perch nulla ci costa tanto come perdonare a chi abbever di dolore
quelli che pi amiamo... Accarezzami, Ges, per medicare questa ferita che appena
sfiorata duole in maniera sovrumana. Oh! babbo mio, povero babbo che non avevi che
me ad amarti, e che non m' avesti vicina nei tuoi ultimi giorni e nel momento estremo!
Mamma non vedeva nulla del decadere rapidissimo di mio babbo, decadere che
vedevano tutti, non solo io col mio trepido cuore di figlia... Ora la mamma dice: Fu
un colpo di fulmine! In tre giorni se ne andato e stava cos bene. No. Non stato un
colpo di fulmine. stata la piena che aumenta piano piano, e ci tiene dei mesi a
gonfiare il livello degli argini prima di traboccare. Se anche non aveva voluto credere
al mio sogno del 19 novembre, avrebbe dovuto credere ai primi sintomi, avuti pochi
giorni dopo, con l'emorragia vescicale e col trovare dei calcoli vescicali... Era corsa da
me, allora, perch quando c' una cosa che agita, cruccia o impaura, allora lei, che non
sta con me altro che per montare la sentinella ai visitatori, sa correre subito. E io, con
la mia esperienza ospitaliera, le avevo detto: cosa seria. Generalmente la calcolosi
vescicale, specie in un uomo e particolarmente quando gi cos progredita da dare
emorragie, presto seguita dalla morte, entro l'anno. Bisogna avere molta cura di
babbo, in tutti i modi, ed evitargli collere, strapazzi, cibi non atti al suo stato, e poi

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farlo curare dal medico. Parole gettate al vento.. Dopo vi fu la lieve embolia data da
qualche grumo di sangue entrato in circolo... Neppure questo le serv di remora.
Secondo lei tutto era finito... Infatti pap in gennaio, febbraio, marzo e aprile pareva
stare meglio. Ma io insistevo nel mio dire e continuavo a portare via una presa di
matta. Non cominci a credere neppure quando, col venire del maggio, pap
cominci a prendere un aspetto cadente, un passo strascicante, un colore giallastro con
labbra e pomelli cianotici, e non lo sorvegli per niente. Fu un'estranea che si accorse
che pap perdeva sangue... e lo disse a Marta, e Marta a me e io a mamma. Questo
accadeva agli ultimi di maggio. Proprio in quei giorni io avevo intercettato una lettera,
indirizzata a mio padre, che lo avrebbe moltissimo addolorato e che se fosse stata letta
da mia madre avrebbe fatto di mio pap un completo martire. Sono ben felice di averlo
fatto e di avere provveduto a mettere tutto a posto io. Quella lettera la conservo
ancora... e se mamma la vedesse non mi direbbe: Hai fatto bene a risparmiare a papa
questo affanno, ma mi coprirebbe di insulti e di accuse. Non me ne importa. Ho
risparmiato a mio pap l'ultimo dolore. Venne giugno. Io ebbi allora i primi attacchi di
peritonite cronica con principio di volvulo. Fra l'altro ero cos eccitata per tante visite
interne, dovute subire senza costrutto, che ero fuori di me. Mi ricorder sempre che un
giorno respinsi anche pap che mi voleva calmare... Vedo ancora il suo sguardo
dolorosamente sorpreso... e non avrei voluto meritarlo quello sguardo... Pazienza!
Anche questo mi serve a darmi un paragone di come deve guardarci Ges quando lo
respingiamo e lo accusiamo di non volerci bene... uno sguardo di infinita pena... vi e
sconforto, stupore, rassegnazione e pena, pena, pena... E mi d anche la misura di
come ci ama il Padre dei cieli che non ci tiene il broncio per i nostri scatti, dovuti a
momenti di sconvolgimento mentale... ma anzi ci compatisce e ci ama come prima...
noi, sue povere creature turbate da tante cose! Mio pap non mi serb rancore e
appena passata la mia furia fu meco buono come prima. Ero la sua Maria, non senza
difetti, ma che lo amava con tutte le sue forze, che non amava che lui. Non uguale la
mia posizione col buon Dio? Sono la sua Maria, non senza difetti, ma che lo ama con
tutte le sue forze e non ama che Lui. Oh! questo pensiero e questo ricordo del pap
mio della terra mi conforta a sperare tanto sul come mi giudicher il Pap mio del
Cielo. Il Padre nostro non pu essere inferiore in magnanimit al suo servo Giuseppe,
che seppe capire le cause dello scatto di sua figlia, e seppe perdonare con un duplice
amore: di padre e di giusto... Ora pap nel Cielo e vede che la sua Maria non ha
cessato di amarlo e tende a lui con tutto il suo affetto... Tanto mi seppe capire pap che
venne a me, a dire a me, verso la met di giugno: Maria, questa volta sono finito!.
Che strazio! Mi sentii rovesciare il cuore come se una mano brutale lo capovolgesse,
come un guanto strappato con mal modo dalla mano che ne vestita. Ho pregato con
una tale fede, con una cos pressante insistenza che credevo proprio che Dio mi
avrebbe ascoltata... Delle volte, fra le lacrime che non possono non cadere quando
rievoco certe cose, mi dico ancora: Ma perch Dio non mi ha lasciato mio pap? Se
un genitore doveva essermi tolto, perch non prese mia mamma? Almeno il povero
babbo avrebbe vissuto in pace i suoi ultimi anni perch fra me e lui non c'erano mai
attriti. Io, a costo di mille sacrifici, gli rifornivo il troppo smunto portafoglio... io gli
pagavo le multe senza che mamma se ne accorgesse, gli riparavo quanto strappava, o
macchiava, per impedire che fosse rimproverato aspramente, lo accontentavo nella sua

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golosit di bambinone... Povero babbo che non aveva neppure pi la gioia di uscire
con me, per quelle belle passeggiate che erano le nostre delizie un tempo, perch
mamma mi teneva a catena e poi perch mi ammalai sempre di pi.... Questo mi dico
nelle ore di pi acuta nostalgia di carezze... e lo chiamo, lo chiamo... Io credo che il
mio grido penetra nei cieli... Ora per, da quando tutto in Italia va a rotoli, mi dico: E
bene che pap sia morto. Cos non ha questo dolore, lui cos soldato e patriota!. Lo
dico fra le lacrime, ma lo dico, e dico: Grazie, o Dio, di averlo risparmiato, quel tuo
servo fedele, da questa amarezza!. E i giorni passarono... Il 15, il 16 e via via... lui,
sempre pi sofferente, si trascinava ancora... andava fino in S. Paolino... andava fino
in pineta e tornava... Doveva soffrire terribilmente. Io lo so cosa soffrire per una
calcolosi, una cistite, e delle emorragie vescicali... E come esser pieni d'acido
solforico. Io soffrivo di vederlo soffrire e del mio soffrire sempre pi spasmodico. Da
mesi mi davano la morfina. Ma col solo beneficio di stendermi i nervi rattratti da
contrazioni tetaniche. Il dolore non si attutiva per nulla e viceversa si acuiva la
sensibilit sensoriale. Non so se mi spiego bene. Voglio dire che il senso, assopito
sempre in me, aveva risvegli, prodotti dalla droga. Vedevo solo dei mostri, avevo solo
una grande nausea, dei deliri proprio da intossicato da stupefacenti e una sensibilit
morbosa del senso. Chi sono quelli che dicono che l'oppio, la morfina e simili dnno
dolci visioni, calmano le frenesie, attutiscono la ipereccitabilit del senso? Che
bugiardi! Devono essere dei viziosi ai quali piace quel paradiso di mostri e di visi
cinesi... Io non ho mai sentito che delle cose penose per la morfina, tanto che, di oggi
e di domani, dopo due anni di lotta fra me che non la volevo e il medico che me la
voleva dare, ho vinto io e non l'ho pi voluta. E qui sono stata pi brava del
suddiacono Girard! Dopo due anni di continue punture, anche doppie, di morfina, me
le sono proibite da me e non ne ho sentito nessuna fame. Tanto, ripeto, i dolori
restavano uguali, il cuore diveniva pi debole e la mente si alterava con perniciose
sensualit. Anche qui, chi che dice che non ci si pu pi levare la morfina quando ci
si abituati? Quante bugie! Basta volere levarsela. Se non se ne trovasse pi nelle
farmacie si camperebbe pure, non le pare? Tutto sta nel volere. Il 26 giugno a sera
pap dovette cedere. Io ero mezzo rimbecillita dal sopore e non seppi uscirne neppure
per salutarlo. Oh, come credo che il diavolo abbia influito per aumentare la mia croce
futura! Non lo vidi pi mio pap. Si mise a letto la sera del mercoled e fino al venerd
all'alba stette stazionario. Alle nove cominci a non ragionare pi bene. Si alz e scese
le scale. Voleva venire in camera mia e coricarsi nell'altro letto... Scompigliato nel
ragionare, ma il subcosciente lo guidava ancora dalla sua Maria, l'unica che lo amasse.
Dal mio letto, per suo bene, gli imposi di tornare subito nel suo letto... Era meglio lo
avessi lasciato venire! Sarebbe morto con me vicino ed io avrei avuto il conforto di
averlo assistito. Torn di sopra senza che ci vedessimo neppure in volto... Per me pap
sempre a mezza scala che sta per venire... Si muover di l per venirmi incontro
quando io spirer. Peggior subito dopo essersi alzato. Il medico fece il prestigiatore
per sottrarmi fiale di digalin, di sparteina, ecc. ecc. Ma io vidi e compresi. Ero tutta
tesa nello sforzo di capire. Chiesi al dottore la verit, ma mi fu negata. Chiesi d'essere
portata in braccio su da babbo e mi fu negato. Pregavo fino a sentirmi male per
strappare al cielo la grazia che pap mi restasse e mi fu negata. Venne il sabato. Nella
notte pap aveva delirato. Povero pap! La setticemia da calcolosi vescicale si era

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dichiarata verso la sera del venerd. Nella notte si era alzato ed era andato verso il
balcone. Aveva caldo e non sapeva quello che faceva. Mamma lo fece tornare a letto
col suo solito sistema: rimproverandolo. Fino in ultimo!... Lo disse lei stessa al
mattino: Gliene ho dette tante e tante che non ha pi osato muoversi e ho potuto
dormire. Che gliene abbia dette tante lo credo senza fatica. Era 41 anni che gliele
diceva, povero babbo! Il dottore venne alle 8 e non nascose neppure a me che era
gravissimo. Morente, dissi io, lo dica pure con sincerit e lo dica a mamma che
non capisce niente. E lui, il medico, lo disse a mamma. E allora ecco le solite scene
di nervi che sono immancabili in certi momenti in mia madre. Io non persi la testa.
Glielo avevo gi detto io a mamma perch, dopo la grande agitazione, quella calma di
babbo che non sentivo pi agitarsi nella stanza sopra alla mia mi diceva che sopraggiungeva il coma. Non per niente sono stata infermiera. Ma a me non si era
creduto. Tornai a insistere per essere portata di sopra. Ma il medico non volle darmi
questa consolazione e darla a pap. Saremmo stati cos felici! Allora mandai al
telegrafo per avvisare gente amica e i parenti e mandai anche per il sacerdote. Ma il
Parroco era ammalato e non venne. Venne in sua vece, nel pomeriggio, un sacerdote
che si disse cappellano militare. Non mi piacque molto, per. Io a mezzogiorno avevo
tentato di alzarmi e, trascinandomi, ero giunta ai piedi della scala... ma poi non potei
pi... Una cara suorina delle Barbantini fece da figlia a mio padre. Era molto buona e
affettuosa. Finch io camper e oltre la terr sempre in cuore. Questa buona creatura
mi ha assicurato che pap accolse bene il sacerdote e si confess. Non ebbe altro per.
Non Viatico e non Estrema Unzione. Non so perch. La catastrofe si avvicinava.
Siccome la suora di notte non ci stava, una conoscente ci condusse un giovane che
faceva nottate ai malati. Mamma and a dormire. And a dormire, capisce? A dormire.
Con mio babbo in agonia rest un estraneo. E lui capiva tutto. Non ha mai perso la
lucidit mentale. Io pregavo, pregavo, pregavo. Ma dunque qualche volta anche la pi
ardente preghiera non perfora la volta del firmamento per salire fino a Dio? Pare di no.
La mia non sal, e s che era il mio cuore stesso che la portava lass... Con noi erano
anche due signorine che venivano a turno a dormire da noi da quando ero ammalata.
Quella sera erano venute tutte e due perch sapevano che pap moriva. Alle 2 del 30
giugno un grande grido: Mamma!, gettato da pap, fece sobbalzare tutti. E fu la
fine. La sent venire e chiam la moglie; la chiamava sempre mamma. E lei non
c'era. Ah! mio Dio! Mio Dio che oggi mi hai dato una vera giornata di passione,
dovresti ascoltarmi nel mio desiderio, nei miei bisogni solo per quello che mi costa
perdonare, in tuo nome, a mia madre d'aver fatto morire cos solo mio pap! Io venni
presa da una crisi di cuore che mi port proprio alle soglie dell'al di l. Perch non
sono morta insieme a babbo? Perch? Il medico, accorso, mi fece vivere a furia di
punture. Non gliene sono grata, come non gli sono grata di non avermi fatto vedere
pap n vivo n morto, con la scusa che avrei potuto morire. Gli rimprovero sempre
d'avermi mancato di parola, poich mi aveva promesso di farlo. Gli ho creduto fino al
momento in cui, due giorni dopo, fu sigillata la cassa. Stetti fra morte e vita tutto il 30
giugno. Per presi tutte le disposizioni dei funerali. Mamma non sapeva che fare
stupide scene di amore tardivo. Ma cosa avvenne in me non so. Certo rasentai la
pazzia e in quello stato rimasi per dei mesi. Il mio Parroco lo dice sempre. Ero sola,
ormai, sola. Capisce? Sola. Sulla terra pi nessuno. In cielo Dio e pap. Ma il cielo mi

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pareva cos sordo e cos lontano! La mia fede, che aveva levato cos fiducioso volo
chiedendo la vita di pap, era ricaduta al suolo con le ali spezzate. Se le era spezzate
cozzando contro una bronzea muraglia che la mia preghiera non perfor. Vissi giorni
tremendi. A momenti ero io, lucida e equilibrata, capace di prendere disposizioni,
dettare epigrafi, ecc. ecc. A momenti ero una pazza. Pareva che io avessi due corpi,
due menti in un corpo unico. E non so quale era pi mio. Il mio pap! Forse se l'avessi
visto mi sarei resa meglio conto della cosa. Ma cos... Guai se sentivo muovere in
stanza di babbo! Vissi senza mangiare. Due o tre susine e una fiala di siero fisiologico
erano il mio pasto quotidiano. E servirono, purtroppo, a tenermi in vita. Mi dissero che
pap, dopo la morte, aveva riacquistato tutta la sua virile bellezza di un tempo, perch
pap mio era bello. Mi dissero che era, anche dopo 48 ore, immune da ogni segno
cadaverico. Lo credo. Era un giusto. E chi vive da giusto acquista nella morte una
bellezza e una immunit speciale e maestosa. Ma io non l'ho veduto! una spada che
mi lacera il cuore. Ho assistito mille moribondi e li ho composti nella morte, e mio padre no. Nella stessa casa tutti e due, e non l'ho salutato n vivo n morto. Basta! Basta!
Se vado avanti ancora impazzisco di nuovo. Tutto mi hai levato, o Dio! Hai voluto
regnare da sovrano assoluto e ti sei fatto un trono sul mio cuore trafitto. Lo hai steso,
questo mio povero cuore ornato di tante, di troppe ferite, ai tuoi piedi... Povero cuore
che non trova mai pace sulla terra... Quanto mi costi di sacrifici, o mio amore per il
mio Dio! Ma nessuno equivale questo di aver dovuto perdere mio babbo cosi... Sono
passati quasi otto anni ma il mio dolore uguale... e non posso sentire chiamare:
pap, e non posso vedere un bimbo in braccio al padre suo senza sentirmi stritolare
il cuore sotto il peso della nostalgia paterna... Come capisco bene Teresina quando
parla del suo babbo! Anche per me il babbo era tutto: era il re. Un re giusto e
amoroso che sapeva tutto, che consolava tutto... Ed io per lui ero la reginetta, anzi una
imperatrice e alquanto dispotica, poich con lui mi rifacevo di tutto quello che non
potevo avere altrove. Egli rappresentava per me tutte le perfezioni di bellezza, di
bont, d'intelligenza, d'amore... Anche quando la malattia del 1910 lo ebbe menomato
nell'intelligenza, per me era sempre tutto. Unica pena che da lui mi veniva era che egli
fosse compatito da molti, deriso dai meno buoni, per essere tornato un poco bambino,
facile al pianto, facile alle amnesie. Quando mor avrei dovuto pensare che ormai non
sarebbe pi stato torturato e deriso. Ma non ci si pensa a certe cose quando il cuore
tutto una piaga! Mia mamma non ammise e non ammette che io abbia amato pap in
maniera da soffrirne per la morte. Mi ha persino accusata, anche pochi giorni fa, di
averlo peggiorato io coll'avergli fatto dare dell'olio... Unica cosa atta a calmare
l'infiammazione degli ureteri e a favorire l'espulsione del calcolo, aiutando la decongestione data dall'urotropina. Mah! Morto pap, mia madre, ormai padrona
assoluta, divenne completamente dispotica. Pap faceva poco. La sua autorit era
esautorata da anni. Ma quando non ne poteva pi, un tuonante: Basta! Vai a quel paese! faceva tacere mamma. Oppure era un ancor pi efficace: Sei una nevrotica, che
la staffilava pi di uno scudiscio. Erano le uniche armi di pap quando era esasperato
da periodi feroci di paranoia materna. E un pochino di freno lo avevano. Ora il freno
non c'era pi e mamma si avvent sfrenata su me, su Marta, su tutti... Una vera pazza!
Ha fatto pi crudelt e sciocchezze in questi otto anni da lei sola che non un intero frenocomio. Anche la buona suora, che assistette mio padre e me, dovette intervenire

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perch mia madre mi schiaffeggiava continuamente con l'insulto che io non avessi
sentito la morte di pap!!!... Ed ero quasi impazzita dal dolore! Le assicuro che io e
Marta siamo state ben tormentate. Il medico le dovette persino dare dei bromuri
perch non si resisteva. Esser padrona assoluta! Le aveva sconvolto il cervello. Scrisse
subito al fratello, col quale dal 1917 era in rotta, facendogli credere che era stato pap
ad impedirlo... Invece era sempre stata lei a non volere fare pace. Anche da morto lo
offendeva facendolo passare per un malvagio! Dopo 18 anni ecco, appena morto
babbo, le grandi tenerezze per il fratello sconoscente; e durano ancora con spese
mensili non indifferenti... Priv me di maglie di lana che erano di babbo ma che,
nuove come erano perch le avevo fatte io nel mio letto per il prossimo inverno,
potevano essere rifatte per me, e le mand al caro fratello il quale non le disse neppure
grazie e da anni non le ha pi, e cos di seguito... Ma aiutarlo nulla. Non lo merita,
ma insomma... Quel che non posso superare il disgusto per aver fatto credere che era
stato pap a volere restare con un astio per tanti anni... Altra sciocchezza crudele:
Mario che ricompare sull'orizzonte. O meglio, lo spettro di Mario. E giudichi Lei se io
ero nella ragione o nel torto. Le due signorine che venivano a dormire da noi erano
molto curiose di sapere particolari sulla vicenda di Mario e mia. Una stupida curiosit
e anche molto indelicata, perch voleva penetrare in cose cos personali che sono quasi
sacre. Ma insomma avevano questa curiosit. Teste non cattive, ma molto romantiche,
avevano bisogno di empire i loro ozii con romanzi veri e cercavano di conoscere il
mio per avere un nuovo romanzo nella loro serie. Per loro era un romanzo, per me
una tragedia. E non la vorrei mai sfiorare. Da domenica non ho pi scritto. Ho sofferto
tanto a parlare di mio babbo che sono stata male tutte queste 60 ore. Comincio solo
questa sera, ed mercoled sera, a riprendere un poco di forza, e ripiglio il racconto.
Speriamo di non sentirmi male da capo. Anche parlare di Mario acuta sofferenza.
Dunque queste due signorine, che avevano innegabilmente usato anche della bont
verso di me, mi spiacevano un poco per certe indelicatezze, per certe leggerezze
troppo diverse dal mio modo di pensare, di agire. Scherzavano troppo su quanto era
per me sofferenza morale acutissima: ossia su certe visite mediche che mi ripugnavano
al sommo. Scherzavano troppo circa i miei rapporti di malata col medico, attribuendo
a me i sentimenti che avevano loro per lo stesso medico, sentimenti esaltati che
uscivano dal lecito di una semplice amicizia per entrare nell'illecito di una troppo viva,
e apertamente dimostrata, simpatia. Avevo dovuto richiamare all'ordine una delle due
perch capivo che il medico era seccato da una corte troppo esplicita. E questo era
stato capito sotto altra maniera di quello che fosse. E cio fu creduta gelosia mia.
Povera me! Io non ne ho mai patito di gelosia neppure per chi era per me qualcosa.
Figurarsi per uno al quale sono affezionata unicamente come malata verso chi la cura e
basta! Credo di avere agito da persona seria richiamando al dovere una giovanetta che
si montava la testa, e lo dimostrava apertamente, per uno gi legato da promessa
solenne con altra donna. Scherzavano infine troppo nel triste momento della morte di
pap mio. Io ero, a momenti, fuori di me; ma nei momenti che ero a posto capivo con
un'acutezza che era spasmodica. Credo anzi che, coi sensi acutizzati a quel modo, io
capissi anche quando pareva che non capissi e ci servisse a ricondurre la mia mente,
vagante nel dolore, ad una esatta valutazione di quanto mi accadeva intorno. Come
una fiamma sotto una raffica ondeggia e splende pi alta consumandosi tanto pi

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rapidamente, quanto pi il vento della tempesta la agita, cos io mi consumavo nelle


mie forze tutte, ma ero pi che mai agile a capire tutto. Ho come l'impressione che mi
si svolgesse davanti agli occhi una visione in cui un sesto senso leggesse chiaramente
quello che nella mia bufera gli altri comuni sentimenti non comprendevano pi come
prima. Non so spiegare... Insomma capivo che quelle due, del mio vero dolore e delle
dimostrazioni pi o meno strane di mamma, se ne facevano un carnevale. E col mio
culto per tutto quanto era attinente a babbo mio ne soffrivo molto. Le avevo anche richiamate all'ordine lo stesso 30 giugno, non potendo tollerare che mentre pap era su,
steso nella morte, loro cercassero di rendere ebbra Marta per riderne poi. Avevo anche
detto a mamma di richiamarle all'ordine... Ma quando io prego mamma di una cosa
sono certa di ottenere tutto il contrario!... Anche questa volta fui rimproverata da
mamma come visionaria e pessimista. Venne l'agosto e con l'agosto venne a Viareggio
la Squadra navale. Le due signorine, nonostante il medico e Marta avessero detto di
non dirmi nulla in merito per non sconvolgere pi ancora la mia mente che pareva
fosse proprio dietro a dare di volta, si affrettarono a rendermi noto che tutta la Squadra
dell'Alto Tirreno era a Viareggio e mi rintronarono il capo di: Chiss che non sia qui
il suo fidanzato! Se passasse e lo vedesse!, ecc. ecc. Mi chiesero anche il suo nome e
cognome per farne ricerca. Risposi che, come non ne avevo mai fatto ricerca io, per
motivi ovvi di dignit, cos desideravo che nessuno cercasse un bel nulla. Io muoio
d'amore, ma non perdo mai la testa al punto di non rispettarmi. E mi pare che questo
fosse un non rispettarmi. Supplico Dio solo, io; le creature le amo ma so stare al mio
posto. Sempre e con tutte; anche con Mario dunque. Anzi con lui pi di tutti. Per
l'anima sua do il mio soffrire, ma non prego la sua carne di amarmi. Per carit!
D'altronde sono convinta dal 1932 che egli morto. Perch? Perch venuto lui stesso
a dirmelo in sogno, chiedendomi scusa del suo modo di agire e dicendomi che se lui
uomo aveva errato la sua anima m'era rimasta fedele ed era venuto a prendermi, ora
che era morto, per essermi sposo nell'al di l. In quel sogno io lo pregavo di lasciarmi
vivere... ed egli molto mesto rispondeva: Allora non vuoi venire? Non mi ami pi?
Non mi perdoni? Devo restare solo?. Ed io: Ancora un poco, Mario, un poco di vita
e poi verr con te. Ed egli: Un anno? Ti basta? Verr ogni anno a chiamarti. E ogni
anno viene, in novembre, a chiamarmi. Mi ha detto tante cose... Per degli anni pareva
avesse bisogno di me come per uscire da una pena e cercava mostrarmi il perch aveva
agito male... Che accuse per mia mamma! Quando lei stessa disse a quell'amica: Ah!
quanto mai ho scritto quella lettera!, io ho subito pensato alle parole di Mario e a
quanto mi faceva leggere lui... Ora, da qualche anno, mi pare di nuovo libero e forte...
e lui che mi protegge e dice: Non avere paura. Io ti sono sempre vicino e con me non
devi avere paura. Ti difendo da tutto. Sono convinta che morto e ha finito di espiare
la sua pena. Il suo nome, d'altronde, da oltre dieci anni non pi apparso nel Foglio
d'ordini di Marina che io leggo sempre. Ma anche con questa convinzione non volevo
che nessuno facesse ricerche presso altri ufficiali, ricerche che potevano essere
interpretate poco benevolmente. Che mi combinano quelle due sciocche? Si mettono a
fermare tutti gli ufficiali della Squadra e a chiedere loro se conoscevano il Tal dei Tali.
Avevano osato aprire lo scrigno dove tengo le lettere, approfittando di un mio sopore,
e cos avevano appreso il nome di Mario e il casato. Marta, che per caso le scopre in
simile non autorizzata occupazione, le richiama all'ordine. Inutilmente per. Allora

203

Marta me ne avverte. Io, molto urtata da simile poco onorevole intromissione in


materia tanto delicata, avverto mamma. Che potevo fare io malata? Non potevo nulla.
Mamma sola poteva porre fine a un giuoco simile. Ma una volta di pi mamma mi fer
senza capirmi. Si scagli su di me dicendo che ero io che avevo incaricato quelle due
di cercare Mario. Se lo avessi fatto, non avrei detto a lei di imporsi perch quelle
smettessero. Non le pare? Ma mamma cos. Come un cavallo ombroso, si adombra
di ogni chimera e trascura i veri ostacoli... Una delle sue solite scene selvagge si
scaten allora su me. N Marta, n la suora infermiera valsero a difendermi e a farla
ragionare. Ce ne fu per tutte e tre!... I pi crudeli insulti, i pi barbari rimproveri mi
vennero fatti, ed ero innocente di ogni pi piccola colpa. Non ci fu piet per il mio
stato generale e mentale. Nessuna piet. Dopo avermi flagellata ben bene col suo
modo d'agire inumano, fin di sfogarsi su quelle due sciocchine... Furono infine messe
alla porta e per sempre. E cos fin una relazione che aveva dato delle prove buone,
soverchiate poi da cos meschine controprove di pettegolezzo, di curiosit e di
leggerezza. Ma le due cacciate si vendicarono ampiamente. E su chi? Su me.
naturale! Qando mai non sono io quella che pago per tutti? Come si vendicarono?
Mettendo in giro calunnie odiose su di me, facendomi passare come una viziosa dei
vizi peggiori e pi degradanti... Il medico, uno dei tanti messi al corrente di ci, mi
fece sorvegliare dalla suora. Ma questa, in coscienza, disse al dottore che neppure nel
delirio io commettevo atti poco onesti. E il medico, gi convinto di suo che non ero
un'anormale e un'amorale, ci credette subito. Allora le due cacciate andarono dalla
Superiora delle Barbantini e dissero... quello che dissero. Morale: mi venne levata
subito l'assistenza delle suore come se io fossi un elemento di corruzione per loro...
Senta, Padre. Marta vive con me da otto anni e dorme in stanza mia. Mi vede nel
sonno, nel sopore, da sveglia, ecc. ecc. Marta pu dire se io ho certi vizi segreti... Ma
ho dovuto bere anche questo calice di calunnia e di dolore. Forse Lei ora dir: Ma
cosa mi racconta costei? Che mi interessano questi pettegolezzi?. A Lei forse non
interesseranno, ma a me s. Reputo che ci vogliano anche essi nella storia. Odiosi per
me a scriverli come lo furono a viversi, ma necessari a conoscersi per vedere quante
tinte furono usate per comporre la mia figura. Tinte luminose da parte di Dio; tinte
molto nere, opache, tristi da parte del mio prossimo. E, considerando la differenza dei
colori, una volta di pi dico al mio Signore: Tu solo mi hai amata e non m'hai dato
dolore avvilente. M'hai dato il tuo Dolore regale, ma esso non macigno che opprime
al suolo. calamita ed ala che porta al cielo, a Te. Grazie, mio Dio!. Scomparse le
due signorine rimanemmo sole. Gli altri conoscenti s'erano tutti squagliati dopo la
morte di pap. Urtati dal modo di fare di mia mamma, ora che non regnava che lei
sola, se ne erano andati. Anche certuni, beneficati ampiamente da noi, si erano ritirati.
Dice giusto quel proverbio cinese: Se benefichi un cane, costui te ne sar grato e
agiter la sua coda; se beneficherai un uomo, costui ti odier e agiter la sua bocca per
morderti e denigrarti. Solo la signora Soldarelli era ed rimasta fedele: una cara
creatura che non ha forza per imporsi, ma che, col suo affetto, tanto pi vivo quanto
pi rivolto a uno che soffre, cerca di medicare le ferite morali. Ma la Soldarelli una
creatura speciale. Se il mondo fosse fatto tutto di creature come lei non sarebbe
mondo ma paradiso. Si figuri mia madre senza pi testimoni al suo paranoico
senso di autorit... Non ammattita dalla febbre di autoincensazione per vero miracolo

204

e in grazia di una cura intensiva di bromuri che il medico le fece fare sotto altra
etichetta... Quando poi si accorse che erano bromuri, il povero medico risic di fare la
fine del mitico Orfeo sbranato dalle Furie... E per poco non ammattimmo noi: io e
Marta, seviziate, la parola giusta, da continui rimproveri, accuse, lune, sgarbi... Non
c'erano pi ore per i pasti, per il sonno; nulla. Un caos. Tutto dipendeva dal capriccio e
dall'umore di mamma. Un giorno si mangiava alle 10 e uno alle 15; una mattina ci si
alzava alle 4 e una alle 8. Un giorno si mangiava tre volte e un altro una volta sola e
poco, senza minestra magari, solo pane e un po' di formaggio... Un vero manicomio! E
fossero state solo stramberie del genere, pazienza! Ma c'era di peggio. Ogni tanto,
senza motivo, vi erano i grandi silenzi, come li chiamava mio pap; ossia le lune
grandiose in cui, avesse preso fuoco la casa, ella non parlava. Inizio e fine degli stessi
grandi silenzi una scena ingiusta e violenta... Pensi Lei che vita era la nostra...
Mamma ha sempre sofferto di una mania di persecuzione: Quello mi nemico,
Costei mi vuol fare morire, Gi, mi si cerca di farmi cadere, ammalare, avvelenare,
ecc. ecc. per farmi morire e cos via. Ora, poi, questa mania aveva raggiunto il
diapason ed io ero la Nemica per eccellenza (secondo lei). Vivendo per il denaro, e
solo per quello, tremava che io volessi far valere il testamento di mio padre, il quale fa
di me la sua erede lasciando alla moglie la legittima e basta. Lo ricordo benissimo.
Termina cos: A mia figlia, di cui conosco il cuore, raccomando la mamma. Io la
benedir se continuer ad essere quella figlia amorosa e rispettosa che fu fino ad ora.
Mia mamma, per paura che io volessi entrare in possesso del mio, ha distrutto o ha
nascosto il testamento. Io non l'ho visto altro che quando pap lo scrisse, ossia un 20
anni fa. Cosa vuole che me ne importi a me di avere o non avere dei denari? Non ho
mai avuto capricci e sempre ho saputo reprimere i desideri, perci... Ora poi che sono
in queste condizioni, che vuole mai che desideri? Al massimo un libro, un fiore... Mi
basta che, come suo stretto dovere, la mamma mi dia il puro necessario per vivere;
altro non le chiedo. Neppure medicine che sarebbero atte a farmi meno soffrire,
neppure visite atte a vedere un po' chiaro nel mio sfacelo. Lo vede che ora, se riuscir
ad averne una da uno specialista, si perch mio cugino ha provveduto. vero che
mamma mi rimprovera continuamente quello che costo. Ma che ci posso fare? Se Dio
mi tiene in vita non posso certo sopprimermi io per non consumare denaro a lei. Del
resto dovrebbe pensare che proprio io ho vinto quel premio, e che perci consumo
quello che non avevamo prima e che la bont di Dio mi ha concesso per essere
sopportata meglio da mia madre. Ho meno cure di quelle che ha una suora dalla sua
superiora, lo creda. E s che ho diminuito ad un minimo tale i miei anche pi urgenti
bisogni di nutrizione per cui posso dire che vivo in perpetua e stretta, strettissima
penitenza. Ci che aggrava me e non fa lieta lei, perch la coscienza rimprovera a
mamma il suo modo di agire. Rimprovero che si evolve non in bene ma in un aumento
di asprezze verso di me. Ma tanto... quando mai io non sono aspreggiata? Finch avr
vita lo sar. Poi, una volta morta, allora avr l'apoteosi materna, i fiori, i lumini, ecc.
ecc. suo metodo. Ma torniamo al testamento. Mio padre morendo il 30 giugno,
avrebbe dovuto esser data alla vedova la differenza di pensione fra il 13 e il 30: un
duecento lire circa. Ma per averle occorreva produrre il testamento. Io feci notare a
mamma, era il 2 dicembre: Per conto mio ti consiglierei a non farne nulla. Il Fisco ha
dieci mani per prendere e neanche una per dare. Dato che quel premio l'ho vinto io, e

205

perci non figura nel capitale di babbo, meglio non attirare l'attenzione della Finanza
su noi. Altrimenti finisce che viene fuori un vespaio. Mi pare che ci fosse anche un
interesse suo. Non le sembra? Ebbene: mia madre mi assal con tale violenza che mi
port alla congestione e al delirio per otto giorni dicendomi che era pronta a
ripudiarmi e a fare gli atti contro di me come figlia indegna che voleva spogliare sua
madre ecc. ecc., e che del resto mio babbo, sapendo che iena ero io, aveva intestato
tutto a lei, moglie, diseredando me. Tutto era di mamma, insomma, ed io vivevo della
sua elemosina. Poi, dopo avermi maledetta, se ne and e, nonostante il medico e il
sacerdote l'avvisassero che ero fra morte e vita, per otto giorni non entr da me. Al 10
dicembre fui presa da un tale delirio che in quattro non riuscivano a tenermi... e
allora... la mise gi. Ma la camicia di forza andava messa a lei, glielo assicuro. Quel
giorno il sangue, da troppi giorni compresso nel cuore, trabocc nei polmoni con tale
violenza che si form un sacco sanguigno al polmone destro. Ci vollero mesi per
riassorbirlo. E questa stata mia madre dopo la morte di babbo. Questa. Sa quante
volte l'ho sentita dire: Ah! se fossi libera! Ah! se la finisse questa storia! Via Marta,
via tutti! Io sola a fare il mio comodo!. S, le sono di peso. E ci vuole il mio amore
per Ges per farmela amare, nonostante che lei mi dichiari senza ambagi come le sono
di peso. Sono pervertimenti morali che solo chi li constata con mano li crede. Ecco
perch tremo pensando di perdere anche il dottore, che ormai persuaso di come si
vive in casa mia... Questa una miseria che nessuna altra la supera, Padre mio. Dove
ci si ama ogni altra cosa sopportabile, e un malato amato non mai infelice. Ma io
sono disamata, respinta e dichiarata un peso da mia mamma... Vedete se vi un
dolore simile al mio.... In quel tempo mi ero messa a scrivere, per, consiglio di competenti, un libro che avrebbe potuto darmi dell'utile finanziario oltre che delle
soddisfazioni morali. Ma lo crede? Tutte le critiche pi acerbe e tutti i pi
machiavellici ostacoli mi furono messi da mamma perch non riuscissi. Ora l'opera
quasi finita e ora la mamma vorrebbe la finissi per il denaro... Ma doveva lasciarmi in
pace quando potevo. Ora tardi. Me ne spiace perch era un'opera onesta. E di libri
onesti ce ne bisogno. Poteva fare del bene il mio libro, portare a Dio attraverso
sentieri che uno avrebbe percorso senza accorgersene. Era il mio scopo. Mi stato
impedito anche questo. Cos morir senza lasciare nulla di me. Non i figli, che avrei
tanto amati, non il libro, la mia creatura di pensiero amata come una creatura di carne
viva... Ah! nessuna soddisfazione ho avuto sulla terra. Nessuna. Mai. Tutte le gioie le
ho avute dal cielo e le trover in cielo. In quel tempo mamma si era messa a
propinarmi, di nascosto dal dottore, non so quale intruglio. Io allora mangiavo per
conto mio. Perci, quando Marta usciva per la spesa, io sentivo tutte le mattine
mamma pestare col martello qualcosa e poi mi portava la minestra. E io stavo poi
tanto male. Mi ghiacciavo tutta, avendo sudori profusi, coma, vomito, rasentavo la
paralisi. Il medico ci impazziva sopra senza trovare l'arcano. Un giorno io non volli la
minestra e la mangi Marta. Stette malissimo. Ripetei il tentativo facendola mangiare
al cane. Fu per morire. Allora misi Marta di vedetta. Pass qualche tempo e poi mi
port un frammento, come di pasticca bianca, trovato sul fornello. Aveva un sapore
salato e amaro. Cosa fosse non so. Ne parlai al dottore e al mio Parroco. Il primo mi
disse: Faccia mangiare a mamma quanto ha preparato per lei. Il secondo: Mangi un
pasto uguale a quello delle altre e alla stessa ora. Non mangi mai pi, assolutamente

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mai pi, quello che viene preparato per lei sola. Feci cos. E subito. Fingendo un
capriccio di malata volli la minestra di mamma e le detti il mio riso. Poi feci lo stesso
per il contorno. Fu un disastro. Mamma nel pomeriggio stette cos male, sempre con
gli stessi sintomi di freddo, coma, vomito, ecc. ecc., che fu per morire. Dovette correre
il medico. Da quel giorno volli mangiare del pasto comune. Non udii pi pestare
quelle famose pasticche e non sentii pi quei sintomi. Cosa mi propinasse solo Dio lo
sa. Ho pensato che, credente come nelle stregonerie, si fosse procurata, col mezzo di
chiss chi, qualche medicamento da uno di questi istrioni... e non voglio pensare altro.
Le ho detto anche questo perch mi pare rientri nel quadro... Marta ci si scervella
ancora pensando cosa mai poteva essere quella sostanza e chi gliela poteva aver data.
Io cerco di dimenticare... Quando io medito questo consiglio evangelico penso che
nella mia vita ho sempre dato senza averne dell'utile terreno. Ho dato ai miei, e specie
a mamma, e fin dalla prima et ho capito che del mio dare non dovevo sperare di avere
il ricambio. Sempre pi aumentato il mio dare in opere e in affetto e sempre meno ho
ricevuto. Mentre le scrivo sto... digerendo non il cibo, ridottissimo e che certo non
pesa, ma una scenetta, una delle infinite scenette familiari che sono il rosario della mia
giornata: un chicco seguito dall'altro... una scenetta in cui io sono stata messa al
disotto del mio cane... ma passiamoci sopra... Devo ripetere fino a sbalordirmi la
parola di Ges: Padre, perdonale perch non sa quello che fa. Guai se lo sapesse!
meglio sia una incosciente. Cos non sar giudicata. Certo una grande pena per me.
Per me come per me, che fino all'ultimo devo essere martellata, limata, traforata da un
carattere cos strano, e quel che pi doloroso dal carattere di colei che per la grande
maggioranza degli umani la personificazione terrena della bont e dell'amore: la
mamma. Se mio pap non m'avesse parlato molte volte della mia nascita, se amici di
famiglia non me l'avessero confermato, io penserei che non sono sua figlia, ma una
creatura adottata in un momento di entusiasmo. Sarebbe ugualmente brutto il suo
disamore, ma mai come nel mio caso che di figlia, figlia vera, nata da lei. Ho dato
senza speranza di utile ai conoscenti, ai parenti, ai poveri, ai ricchi. Molti hanno
risposto al mio dare con offese o con indifferenze. Ma non importa. Beneficare era ed
una virt innata del mio cuore, un vero bisogno dell'animo mio. Anche quando non
ero cos presa nel vortice divino, io cercavo sempre di dare, quel che potevo, per
naturale tendenza del cuore che espandeva il suo calore di affetto per non rimanerne
soffocato. E nessuna durezza altrui valsa a farmi cambiare. Nella tristezza della mia
vita, perch stata una vita ben mesta la mia, ho trovato un contrappeso, per non
divenire cattiva sotto il mordere continuo che mi dilaniava, nel fare del bene; ho
trovato un sorriso, nel mio pianto, nel portare un sorriso sul volto di chi soffriva. Fare
del bene! Non necessario essere ricchi per farlo e poveri per riceverlo. Si pu,
essendo poveri, beneficare chi ricco, come si pu, essendo ricchi, non saper
beneficare nessuno. L'uomo non vive di solo pane e la fame non l'unico bisogno che
ci torturi, la fame di pane. Si ha fame di tante cose! Di una carezza, di un consiglio, di
una parola buona, di un silenzio che ascolta e capisce. S, anche del silenzio si ha
fame: di certi silenzi in cui le labbra stanno mute ma l'animo parla all'altra anima che
piange e narra... Vi sono silenzi eloquenti e fattivi pi di tutti i discorsi! Si ha fame di
affetto, di preghiere, di aiuti materiali, morali, spirituali... Oh! gli umani sono degli
eterni affamati, e ben pochi sono quelli che sapendo dimenticare la loro fame sanno

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sfamare i loro simili! Ben pochi, perch ben pochi sono i compassionevoli. Il mio
Ruysbroeck nel suo capitolo sui doni dello Spirito Santo dice, parlando del dono di
piet: La piet produce la compassione che si applica a Ges e agli uomini. La
compassione nata dallo sguardo della piet. Essa visita gli infelici, gli esiliati, i
malati; essa d il pane, il vino e l'ospitalit. Essa consola i vivi e seppellisce i morti...
La piet pu essere paragonata ai fiumi del paradiso terrestre poich conduce il
desiderio in quattro direzioni. Il primo fiume va al cielo. la compassione che va
verso Ges e i Santi che hanno sofferto in nome suo. un torrente ilare e gaudioso...
poich i dolori che celebra sono dolori passati sostituiti da gioie eterne. Il secondo
fiume scorre verso il purgatorio. la compassione dell'uomo per le anime sofferenti
che pagano il loro tributo alla Giustizia. Il terzo fiume scorre sulla terra e si spande
sulle necessit di tutta la cristianit. Quest'atto interiore, pieno di un immenso amore e
immensamente intenso, d e fa pi che tutte le opere esteriori raccolte in una. Il quarto
fiume, che la carit propriamente detta, si versa su tutti gli indigenti. Qui l'uomo d i
suoi beni e paga di persona. Fa l'elemosina, consigliando e aiutando a sopportare.
Esaminandomi con imparzialit e giustizia posso dire di aver posseduto il dono di
piet e di avere sparso il suo frutto nelle quattro direzioni descritte dal mistico belga.
Ho compassionato i dolori dei Santi, da Cristo all'ultimo entrato ora nel bel Paradiso.
Ho suffragato i purganti del Purgatorio. Ho pregato per i bisogni della cristianit
offrendo le mie segrete immolazioni per essa. Ho infine avuto carit per tutte le
indigenze del mio prossimo. Nessuna miseria mi ha lasciata fredda davanti alla sua vista. Questo lo devo riconoscere per amore del vero. E in questo prodigarmi ho trovato
la migliore medicina per non inaridirmi e inacidirmi sotto alla grandine continua di
malevolenza, di disinganni, di abbandoni che ho dovuto subire. Quando uno non mi
ama, non mi riconoscente, il mio cuore soffre, ma non soffre per egoismo, per la
delusione di non essere contraccambiato. Soffre perch vede un suo simile avvilirsi in
una inutile cattiveria. Perch soffro tanto vedendo mamma cos cattiva? Non per me
che fra poco sar al riparo da ogni sua malevolenza. Ma per il disutile che gliene viene
a lei. Quando penso a come rimarr sola quando io non ci sar pi, soffro terribilmente... Non posso imporre a nessuno di stare con mia madre. D'altronde nessuno ci
starebbe poich nessuno di chi la conosce lama e si sente di vivere con lei. Ma per me
questo un coltello nel cuore... Come soffrivo vedendo la gente osservare pap
menomato nell'intelligenza, ancor pi profondamente soffro sentendo come gli altri
giudicano mia madre. Darei non so cosa per impedire che si accorgessero che cos
inutilmente, continuamente cattiva. E, anche a costo di morire dopo aver sorbito
l'ultimo calice di dolore, vorrei morire dopo di lei per essere sicura che fino all'ultimo
fu curata e fino all'ultimo fu amata dall'unica che la sappia amare: da me. S, a causa di
mia madre soffro per me e per lei. E lei non lo crede. Di quelli che ho beneficati
certo la pi ingrata di tutti. Ma ci non lede il mio amore. Se anche il cuore trasuda
sangue, oppresso come dal suo modo di agire, io so fare di questo trasudare un
balsamo per amare di pi lei e servirla nei suoi mille bisogni. Dio me ne compenser
in cielo. Altri beneficati furono pure degli ingrati. Ma ci duole meno perch erano
degli estranei. Altri non mi dissero neppure grazie. Ma non sono colpevoli perch
non hanno saputo che li avevo beneficati. Io me la rido quando penso: Costui non
immagina che io, povera donnetta, gli ho dato tanto!. Nel gennaio del 1939 ho dato a

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un padre disperato la fede e la figlia. Era un giovane pap di una tenerissima figliettina
di 14 mesi. Unica figliettina perch da quell'unione poco felice non ne potevano
nascere altri. Nata da genitori poco sani, era delicatissima. Un fiorellino dallo stelo
esilissimo e dalla linfa mancante. Eppure era il cemento di quell'unione non felice e
resa ancor meno felice dall'astio di tutto un parentado. Questa piccolina si ammal
gravemente ai primi del 1939. Il male, una forma polmonare infettiva, degener in
cancrena polmonare. La creaturina era morente. Un mese di malattia aveva consumato
le sue tenere forze. Una sera, condannata ormai dai medici e dai professori, il povero
angioletto era veramente in extremis. Nella notte doveva morire. Il pap, disperato,
venne da noi a prendere cotone idrofilo e non so che altro. Era domenica sera e le
farmacie erano chiuse meno quella di via Regia. Quel povero pap non voleva
allontanarsi troppo dalla sua creaturina morente. Era veramente disperato. Aveva
pregato, fatto illuminare altari, spedito offerte a non so quanti santuari. Ora, davanti
all'inutilit delle sue preghiere, davanti alla sua piccina in agonia, sentiva morire la
fede nel suo cuore. tremendo il momento in cui ci si dice: inutile pregare!.
Bisogna averlo provato per poterlo capire. Io l'ho provato. So cosa voglia dire non
sperare pi. un tale orrore che per impedire che le anime lo provino do volentieri la
mia vita. Quella sera, partito quel pap al quale avevo detto parole di conforto, che
nulla convalidava perch la creaturina era a un punto da cui non si torna indietro, volli
salvare un' anima dalla morte spirituale. La disperazione non forse la morte dell'anima? E che morte!!! Ho dunque offerto a Dio di prendere il male della piccolina ma che
lei guarisse e che quel pap non dubitasse di Dio, poich anche solo il dubitare di Dio
una tortura senza nome. E la bimba guarita. Un miracolo, un miracolo, dissero
tutti. Il miracolo era la sostituzione di una povera creatura che non volle far morire
nella disperazione l'anima di quel pap. Non solo guarita la piccola Anna-Maria, ma
non ebbe mai pi nulla ai polmoni, ridotti come un crivello da tanto e lungo male. E io
da allora, da quella notte, ho la pleurite. Anche giorni fa quella piccina, ora di 5 anni,
venuta a trovarmi ed io baiandola pensavo: Sei pi mia che di tua madre, perch io
ti ho dato una vita pi robusta. Molti direbbero: Che sciocca! Non ne aveva
abbastanza del male addosso?. Oh! ne avevo pi che abbastanza! Ma come fare per
impedire una disperazione? Non avevo che di offrirmi io per ottenere la guarigione. E
l'ho fatto. E sono felicissima d'averlo fatto. Vi sono creature eroiche che si offrono per
salvare dal purgatorio anime in espiazione. Ho letto di altre, ancor pi eroiche, che
dicono, in uno slancio di amore: Signore, purch nell'inferno ci sia uno che ti ami,
accetterei di andarvi io, purch il tuo amore mi restasse fra quei tormenti. Sono i
giganti dell'eroismo spirituale. Io invece sono un povero fiore e non posso fare tanto. E
allora lavoro, mentre sono sulla terra, a salvare le anime dei fratelli. A costo del mio
dolore le compro alla Vita vera. Ed dolce pensare che per il mio olocausto altre
creature sono salvate... Segreto sacrificio donato senza speranza di averne utile, come
mi sei caro! Quando saranno note le opere dei giusti, quale stupore nei miei beneficati
che sono ben lontani da sapere che fui io la fonte della loro presente gioia! Io muoio.
Muoio anche di questo. Ma che importa? Io sono piena di difetti. Ma che importa? In
un tempo, fui ancor peggiore. Ma che importa? La carit copre la moltitudine dei
peccati. E quale carit pi alta, verso il mio prossimo, di dare per esso la vita, non solo
per ottenergli l'unione con Dio, ma anche per sanarlo dai suoi dolori morali e dalle

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infermit fisiche? Sto quindi fiduciosa in questa indulgenza plenaria che copre la
moltitudine dei peccati e coprir anche i miei. La carit del tempo presente, che io uso,
picciolo a picciolo, senza pensare a nulla che sia calcolo egoista ma solo guardando il
mio Dio, non sar nulla rispetto alla carit che mi sommerger nella beatitudine della
contemplazione nel Paradiso santo. Allora io possieder la Carit stessa. E chi sar pi
ricca e felice di me? Maria poverella, Maria affamata d'amore, Maria la mendica di
affetto, diverr padrona delle stesse ricchezze del suo Re, si sazier di Te, mia divina
Bellezza, e il tuo affetto divino la compenser di tutta la sua miseria terrestre.
Attraverso giornate desolate. Sono proprio nella settimana di Passione. Dio mi vuole
fare bere la sua tristezza di quei giorni precedenti al suo soffrire. E soffro tanto che
sono spezzata nel morale e nel fisico. Solo l'anima batte le ali elevandosi su tutte le
tristezze e le brutture umane e si fonde a Dio. Anche se Dio non si fa sensibilmente
sentire - una di quelle ore di dolore che viene dall'assenza della presenza sensibile di
Dio di cui le ho parlato - io riunisco le mie forze e le lancio, sola, verso di Lui. Sembro
uno di quei convolvoli che nascono presso i rii chiacchierini e che, quasi portati dal
vento, vanno ad abbracciare il fusto sottile di una canna palustre o quello spinoso di
una giovane robinia, e di sforzo in sforzo, sempre pi gettando alto lo stelo sottile
come filo di seta, riescono a raggiungere la cima e di l odorano, coi calici lievi
carezzando il fusto che li sorregge e che essi abbracciano con tutta la loro forza. Io
pure, facendo dei continui atti di fede e d'amore altrettante piste di lancio, dir cos,
salgo tutta sola ad avviticchiarmi al mio Dio. Non importa se Egli muto, se pare
rigido come un sasso? Nulla mi importa. Parlo io e gli dico tutto quanto Egli dice a me
nelle ore di gioia; gli dico: Io t'amo. Metto la mia bocca sul suo Cuore e lo bacio.
Metto le mie braccia intorno al suo Corpo e lo stringo. Oh! lo so bene perch soffro
cos in questi giorni. Gliel'ho chiesto io, or sono otto giorni! Lo so perch soffro. So
perch Egli sta cos muto e freddo. necessario questo per farmi soffrire come non si
pu di pi. Se no, tutto il resto, non sarebbe sofferenza vera, assoluta sofferenza come
necessaria in quest'ora tremenda per noi italiani. Da quando ho capito che la guerra
presente si avvicinava, ossia da molti anni, ho lavorato per ottenere da Dio che nelle
sue spasmodiche strette d'orrore la guerra non portasse a morte molte anime. I corpi
purtroppo nella guerra muoiono. inevitabile. Ma per tutti i combattenti destinati a
morire soli sui campi insanguinati e invano invocanti soccorso, ma per tutti i rinchiusi
nel sottomarino che non pu pi affiorare, ma per tutti i naufraghi attaccati a un relitto
alla deriva, ma per tutti gli arsi nel precipitare di un velivolo, ma per tutti i languenti
negli ospedali a cui la carne muore poco a poco fra cancrene orrende e mutilazioni tremende, ma per tutti gli orbati delle mani e degli occhi - le due pi terribili
menomazioni, specie la prima che fa dell'uomo un oggetto in balia di altri - ma per
tutti i prigionieri nella nostalgia avvilente di un campo di concentramento, ma per tutte
le madri che non sanno come mor il figlio, ma per tutte le mogli che si trovano senza
pi il compagno, ma per tutti gli orfani senza pi babbo, ma per tutti i civili sotto la
tempesta aerea che distrugge case e averi, ma per tutti gli innocenti che fin dall'infanzia vedono l'inferno di quest'ora, per tutte, tutte le disperazioni che la guerra suscita
e mantiene, io ho continuato a lavorare, a soffrire e a offrire - il mio lavoro - perch
la disperazione non abbrancasse i cuori e li uccidesse col suo veleno. No. Non fosse
stato che per questo solo, non potevo, non posso migliorare o guarire. Sono fra i

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tormenti per questo scopo e pi che mai ci devo stare. Specie ora, specie in quest'ora.
Le ho detto oggi come, del resto, nella mia buia carcere - poich quando sono in questi
periodi sono proprio dentro a una muda oscura - il buon Ges lasci sempre filtrare
qualche filo di sole. Domenica sulla mia tempesta era sceso, a placare e a dar pace, il
coro dei marinai: Stella del mar.... Non pu credere quanta fiducia ha portato quel
canto. Mi ha squarciato il buio orizzonte che affissavo piangendo e mi ha mostrato il
cielo e in cielo Maria, la Stella del Mattino, la Stella del Mare, Colei che col suo
sorriso pu rendere bella ogni pi dura cosa e col suo desiderio ottenere tutto da Dio.
Cantavano quei nostri soldati di mare con tanta composta fede. A me parve che gli
angioli stessi si unissero al coro per celebrare Maria e per infondere speranza e pace a
me. Basta un nulla a ridare lena ad un cuore che flette sotto una valanga di ricordi e
che trema davanti alla prospettiva di nuovi dolori morali... L'importante non volere
respingere l'obolo che ci viene dalle cose tutte e che Dio permette che le cose ci diano.
Sono grazie minuscole, ma sono sempre grazie. E non si deve respingere nessuna
grazia, anche minima, che Dio ci elargisce. Sarebbe una superbia, e la superbia causa
che Dio si allontani. Io ricevo sempre tutto con gioia. Umilmente riconosco che sono
un povero trampolo bisognoso di mille aiuti per stare ritto, e ad ogni anche
microscopico aiuto dico: Grazie, Signore. Del resto, nella mia qualit di violetta non
ho bisogno di torrenti di acqua per mantenermi in vita. Mi bastano le stille impercettibili della rugiada. Purch io sappia raccoglierle nella mia corolla, tesa come
una coppa verso il cielo. Se volessi solo le grandi grazie mi ridurrei incapace di avere
neppure le piccole. Devo chiedere umilmente tutto riconoscendo il mio nulla e allora,
nutrita dalle grazie minime, date minuto per minuto, fornite da mille canali tutti
sgorganti dalla Volont amorosa di Dio, divengo capace di ottenere anche le grandi
grazie per me e per i miei fratelli. Amore, umilt e sacrificio. Ecco le mie armi
preferite. L'amore che d ogni ardimento. L'umilt che impedisce i fumi della superbia
che offuscano. Il sacrificio che purifica e piega. Da buona violetta amo crescere sotto
le spine e fra le spine. Non crescono e fioriscono proprio l, sotto le siepi di pungente
biancospino, le pi belle e profumate mammole? Si nutrono anzi del succo delle foglie
cadute dal pungente roveto e marcite al suolo, e le spine che fanno sopra di loro un
groviglio di aculei le proteggono anche dalle grandinate estive e dalle gelide brinate
invernali. Io amo molto le spine. Non so se Lei ha notato il ramo di spine che si
intreccia all'olivo, a capo del mio letto. Mi dice tante cose quel ramo spoglio, dai
lunghi, rigidi aculei! Mi parla della fronte di Ges lacerata da spine ugnali. Mi parla
della necessit del dolore che come spina ci punge l'anima... Tante cose mi dice piega
pu leggersi anche prega quel ramo spinoso! Se fossi padrona di me vorrei essere
composta cos nella tomba, in attesa della risurrezione: una lunga veste bianca o
cenerina, una corda alla vita, piedi scalzi, nudi, una corona di spine in capo, un
crocifisso fra le mani. Sono stata una penitente, una francescana e una innamorata del
Salvatore crocifisso. Quale toletta migliore di questa per dormire l'ultimo sonno? Ma
non potr vedere questo mio desiderio divenire realt. Ebbene: pazienza. Come nel
dolore ho avuto ed ho tutti i sacramenti - perch il dolore battesimo continuo,
continua penitenza, comunione col mio Re, confermazione nella sua dottrina,
matrimonio con il Cristo, sacerdozio a pro dei fratelli, unzione che purifica i sensi cos nel dolore avr le spine che gli altri mi negheranno per ultima corona. E in cielo

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quelle spine fioriranno in rose. Molte cose vi sarebbero da dire ancora su questo
periodo che va dal 1935, morte di pap, al 1940. Ma allora non la finisco pi. E allora
le accenno succintamente. Da parte mia un patire continuo per sempre crescere di mali
e per sempre crescere di tentazioni alle quali non sempre resistevo. La carne un peso
che inchioda in basso e l'anima come farfalla trafitta da una mano crudele e confitta al
suolo batte, batte le ali, in certe ore, senza potere elevarsi a volo. Ma quando lo spirito
non consente, anzi sente ripugnanza alla colpa e questa sopraff ugualmente, perch la
sensualit dei progenitori, nonostante tutti i battesimi, si agita sempre in noi come
serpe mozza, vi vera colpa? Quanti imponderabili sono da calcolarsi nella caduta di
un'anima! Ecco perch difficile giudicare ed bene astenersene se appena lo si pu
fare. Quanto ho pianto sulla mia debolezza che non sempre mi permetteva di resistere
ai richiami dei sensi! Mi sono punita, mi sono rimproverata, ho fatto mille promesse,
ho supplicato Dio e gli uomini di avere piet di me... Ma l'ora tremenda delle
tentazioni l'ho dovuta vivere in tutta la sua lunghezza e con assalti tali che, quando ne
uscivo vittoriosa, rimanevo come uno straccio. Da parte dei medici, nulla per aiutarmi
ad attutire lo sconvolgimento dato da un male. Da parte dei sacerdoti, la quasi assoluta
assenza di aiuti spirituali. Con la placida scusa che io non ne avevo bisogno mi si
lasciava senza comunioni. Avevo un bel dire io il mio stato! Era come lo dicessi al mio
passerotto. Un sorrisetto, un non ci pensi ed ero servita. E io mi dibattevo fra le
strette di una lotta che se si fosse vista avrebbe fatto paura... Da parte di Dio ero
ascoltata su tutto fuorch su questo... Oh! ho sofferto in una maniera tale che, ora che
sono molto pi avanti nel mio cammino, se volgo lo sguardo a quelle svolte piene di
burroni e di serpi fischianti, ne rabbrividisco ancora. tremendo, sa? Sentirsi fusa col
mio Redentore e non volere mai dargli un dolore perch Egli il Thtto mio, e nello
stesso tempo sentire la carnaccia cos ribelle ad ogni legge e desiderio dell'alto! C' da
impazzire! Per, ora che passato, almeno lo spero, ora capisco che quel periodo
tremendo non fu senza utilit. Per prima cosa mi imped e mi impedisce di insuperbire.
Se il sempre rinascente orgoglio dei figli d'Adamo tenta di sussurrarmi che io sono
qualcosa agli occhi di Dio per il bene che ho fatto, il ricordo sempre vivo delle mie
debolezze mi tiene ben bassa nel concetto di me stessa e mi d modo di riconoscere
che io non sono qualcosa ma sono miseria. Una miseria spregevole che solo la
bont di Ges, venuto a salvare i peccatori, pu amare. Ecco perch sono presente agli
occhi di Dio: perch Egli deve compiere un prodigio di misericordia per amarmi e
farmi degna del suo Paradiso. In second luogo le mie debolezze mi hanno servito ad
esercitare la carit verso tante altre creature colpevoli, deboli, che non posso
condannare perch io sono come loro: debole e colpevole. Siamo tanto portati a
crederci perfetti, noi poveri umani, che spesso spesso ci si incensa e loda a dritto e a
torto, simili in tutto al Fariseo che ritto in piedi, presso l'altare del Tempio, si applicava
da s una patente di Perfezione. Oh! meglio, molto meglio riconoscere quello che
siamo, esagerare magari nel sottovalutarci e dal fondo del tempio, sprofondati nella
polvere della quale siamo noi pure formati, gridare a Dio il nostro pentimento, il
riconoscimento delle nostre colpe. Se anche noi non osiamo alzare gli occhi,
annichiliti come siamo dal constatare la nostra animalit, sar il Signore che scender
dal suo trono per rialzarci, stringerci al cuore, asciugare il nostro pianto, lavarci dalle
nostre brutture e, tenendoci stretti a S, introdurci nella sua dimora. Chi si umilia sar

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esaltato. Terza cosa utile prodotta dal mio mancare si che mi ha dato un'arma di
vittoria. Santa Caterina dice: Bisogna armarsi della nostra sensualit. Parola
profonda e che va molto meditata. La sensualit nell'uomo sempre viva anche se
latente. Allora di questo pondo, che non possiamo levare da noi, facciamocene uno
strumento di gloria anzich di sconfitta. Occorre avere pazienza anche con noi stessi,
anzi soprattutto con noi stessi e guidare, con lo spirito fatto di luce, la materia fatta di
tenebre, innalzare con lo spirito, atto al volo, la materia che tende ad accasciarsi al
suolo. Occorre farlo senza stancarsi mai. Sopportarsi senza sgomentarsi. Guardare il
Maestro che ci sopporta e non si stanca di medicarci ogni volta che ci feriamo.
Sopportarsi non vuole dire acconsentirsi. Thtt'altro! Vuol dire: sorvegliarsi
attentamente, guidarsi instancabilmente tenendo per stella polare la luce di Dio. Se
qualche volta le nuvole ci coprono quella luce e noi si va fuori strada, non appena
torna il sereno guardare da capo in alto e rimettersi sulla rotta giusta senza sconforti e
senza impazienze. Lo fanno pure i naviganti e gli aereonauti per portare in salvo la
nave o l'aereo a loro affidati, e la propria vita con esso. E non dovremmo farlo noi per
cosa di tanto pi pregio, che non sia del legno, dei meccanismi e una carne caduca,
quale l'anima nostra? Abbiamo messo sotto i piedi la sensualit e ci sentiamo sicuri e
lieti di averla vinta... ci distraiamo un attimo ed eccola l daccapo, come quei diavoletti
automatici che sbucano dalle scatole a sorpresa. Allora da capo al lavoro. Afferriamo
questo mostro dalle sette teste e gi! un lavoro titanico per lo sforzo che richiede, e
minuto come lavoro d'orafo nello stesso tempo. Ma quanto merito ci procurer. Chi
non ha battaglia non ha vittoria, dice ancora la mistica senese, nella quale pare
riecheggiare con grazia femminea la voce virile di Paolo di Tarso: Combatti la buona
battaglia... L'atleta che combatte nell'arena.... Se la sensualit fosse morta in noi,
quanto meno motivo di essere vincitori avremmo! Allora diciamo pur fra le strette di
questo mostro indomabile: Grazie, Signore, di questa prova. Per aiutami ch io non
perisca!. Non a tutti stato concesso d'esser crocifissi come il Redentore. Ma a tutti
concesso di crocifiggere la propria carne coi suoi vizi e colle sue concupiscenze per
essere di Cristo che ha vinto le concupiscenze e redento la carne. Non tutti possono
esser martiri dei tiranni. Ma quale tiranno pi tiranno della nostra carne bramosa?
Onde io sono certa che non solo agli immolati dai persecutori spetta la palma del
martirio, ma anche a