Sei sulla pagina 1di 53
STUDI BIBLICI 97 Jiirgen Becker . La resurrezione dei morti nel cristianesimo primitivo PAIDEIA EDITRICE - INDICE Premessa ......... 2.0 ccccecncucecscsserecneees 9 Capitolo primo: Introduzione ........ 06.0 e eevee eee ul Capitolo secondo: Elementi tradizionali pasquali ...... 15 1, Giovanni Battista . 15 2. Gest di Nazaret . 16 Capitolo terzo: Gli intzi del credo cristiano .........4+ 19 1. La pid antica confessione di fede pasquale 19 2. Maranatha 20 Capitolo quarto: I/ patrimonio formulare in Rom. 1,3b-4 25 1. Contesto e tradizione 25 2. Analisi della storia della tradizione . 28 3. Aspetti storico-teologici 33 Capitolo quinto: Schema di predicazione di 1 Thess. 1,9S.. 43 1. Il luogo storico-teologico . 48 2. Il problema della stratificazione nell’ambito della storia ella tradizione 44 3. La teologia degli elementi fondamental 47 4. La formula della resurrezione nello schema . 9 5. La dipendenza di Paolo dallo schema . . 5r 6. II problema dei cristiani defunti : 56 Capitolo sesto: La problematica di 1 Thess. 4,13 ss. 6x 1. Le premesse Ta : 6 2. La situazione del testo . 62 3. La parola del Signore nei versetti 15-17 67 Capitolo settimo: Battestmo e resurrexione........... 73 1. Affermazioni sul battesimo con senso salvifico riferito al pre- sente 2B 2. Risuscitati con Cristo 7 3. Aspetti della teologia corinzia ... 80 Capitolo ottavo: Morte e resurrezione in 1 Cor. 15...... 87 1. Osservazioni generali 8&7 2.La questione degli avversari . 91 3. Considerazioni su 15,1-19 . 100 4.Problemi emergenti da 15,2028 . 104 5. L'argomentazione it. 15,29-34 . 13 6. Affermazioni di fondo in 15,35-49 ; 14 7-15,50-58 come reinterpretazione di 1 Thess. 4 Rs Capitolo nono: Cristo come operatore della trasformazto- ne dei cristiani in Phil. 3,205.... +. 37 1. Phil. 3,20 s. come unita indipendente 37 2. La futura trasformazione per mezzo di Cristo cee UR Capitolo decimo: Resurrezione e vita nel vangelo di Gio- DUAN PRE EES EEC ee CE eer aoe tae bet eg et Ur 1. Le tradizioni sull’Innalzato come donatore di vita in 2. Le tradizioni del Cristo terreno come donatore di vita . , 3. Sacramentalismo giovanneo 4. L’evangelista 1% Capitolo undicesimo: Réepilogo Opere citate Indice dei passi neotestamentari CAPITOLO OTTAVO MORTE E RESURREZIONE IN 1 COR. 15 1. Osservaziont generali Dopo 1 Thess. 4,13 ss., il testo pid ampio e pit vici- no sotto il profilo cronologico in cui Paolo stesso de- ve continuare a seguire il tema della resurrezione é senza dubbio 1 Cor. 15. Tale testo non solo venne re- datto circa mezzo decennio dopo la prima lettera ai Tessalonicesi (questo vale senza pregiudizio per os- servazioni di critica letteraria alla prima e seconda lettera ai Corinti)' e fu indubbiamente di nuovo «im- posto» a Paolo da un particolare problema della co- munita, ma indica prima di tutto anche come Paolo stesso sia cambiato — non da ultimo per l’influsso della teologia corinzia. La dipendenza teologica da Antiochia si allenta, l’entusiasmo corinzio, con la sua problematica nuo- va, esige tutta l’attenzione. Paolo lo affronta e cosi fa- cendo cambia a sua volta. Un risultato di questo pro- cesso di apprendimento é 1 Cor. 15. In questo testo é anzitutto evidente come l’apostolo tratti ora il tema in modo molto pit riflessivo, diffe- renziato, discorsivo e indipendente nell’argomentare. 1 Thess. 4,13 ss. come estensione era ridotto, la con- clusione — in effetti assai stringata — dalla confessione di fede alla speranza del v. 14 non era ancora del tutto 1. L’unita letteraria della prima lettera ai Corinti pud essere ancora soste- nuta con buoni argomenti. Le seguenti esposizioni sono costruite a pre- scindere da tali teorie. Cronologicamente, pongo la prima lettera ai Co- rinti nell’anno 54 d.C. con un fattore d’incertezza di un anno circa. 87 riuscita, la tradizione apocalittica ampliata in certo modo solo in forma di tesie fondata per mezzo del- Yautorita del Signore. Redazione paolina e tradizione preesistente in linea di massima erano intuibili. In 1 Cor. 15 questo scenario é completamente cambiato. Effettivamente c’é un trasparire dei temi di 1 Thess. 4,13 ss. finanche nella scelta delle parole, ma gia é im- ponente la ricchezza del materiale che viene citato per la prima volta ed integrato nella concezione pro- pria di Paolo. Perde, perd, all’infuori di 15,3b-5 (qui c’é intenzionalita!) la sua indipendenza. Viene utiliz- zato in senso funzionale e parziale, cosi da far consta- tare un profondo rinnovamento addirittura contro il suo specifico peso. Per questo motivo, la suddivisione fra tradizione ed elaborazione paolina in 1 Cor. 15 re- sta per lo pit alquanto ipotetica. In effetti, nella pri- ma lettera ai Tessalonicesi Paolo non si era dimostrato cosi facondo ed abile nell’eloquio, cosi padrone della problematica e della tradizione. Ma questi aspetti da analisi di laboratorio non sono ancora quelli determinanti. In effetti, rispetto a 1 Thess. 4,13 ss. in Paolo é cambiata l’impostazione fon- damentale nei riguardi dell’argomento stesso. Nella prima lettera ai Tessalonicesi la continuita fra l’esi- stenza cristiana e la sua partecipazione al futuro regno di Dio come unione in Cristo era una logica premes- sa, e necessitava quindi solo l’inclusione in questo contesto di un paio di casi di morte irregolari; in 1 Cor. 15, dietro premessa che /’intera umanita adamiti- ca senza eccezione soggetia alla caratteristica essen- ztale di morte e transitorieta e non pud sfuggirvi coni propri mezzi, anche la salvezza cristiana, in evidente contrasto con cid, dev’essere conseguentemente defi- nita come immortalita e vittoria definitiva sulla morte per la possibilita e realizzazione della salvezza e della persuasiva spiegazione di essa nei confronti dei Co- 88 rinti, in considerazione di tale differenza fra mondo e salvezza. Nella speranza dev’essere naturalmente inclusa an- che la prossima parusia. Questa perd non é pii il polo magnetico che domina tutto, al quale siorientano tut- te le altre affermazioni. Piuttosto, il nuovo tema di ampia portata che determina struttura, ragionamen- to, elaborazione della tradizione ed argomentazione é il generale problema umano della morte ed il suo su- peramento in Cristo. Ora Paolo dice perfino che «tutti» rivivranno in Cristo (15,21 s.). Questa é la nuova regola. Con cid, i cristiani che sperimenteranno la parusia da vivi (15,51) vengono di fatto posti in una situazione eccezionale. Coerentemente con ’imposta- zione, viene prevista anche per loro una nuova moda- lita: come per i morti, cioé, la resurrezione é insieme trasformazione in un’esistenza immortdle, cosi anche per loro la trasformazione si rende assolutamente ne- cessaria. Anche per loro, in tal modo, la vittoria sulla morte pud trovare fondamento nell’immortalita. Resta perd fermo anche il fatto che solo cosi pud essere su- perata la discontinuita fra mondo e salvezza. Questo problema non esisteva ancora in 1 Thess. 4. Ora, par- tendo da 1 Cor. 15, si pud, a posteriori, dire che la continuita, precritica e non ancora problematizzata, tra vita storica e definitiva condizione di salvezza non lasciava spazio alcuno per siffatte riflessioni sulla tra- sformazione. A questa nuova situazione é connesso anche un ul- teriore spostamento per quanto riguarda |’orizzonte della discussione. In 1 Thess. 4 la possibilita di salvez- za esisteva solo per i cristiani ed in vista della comu- nita cristiana. Se ora, in 1 Cor. 15,21 s., viene presa in considerazione l’intera umanita adamitica in quanto votata alla morte, e se in Cristo tutti (sic!) dovranno essere richiamati in vita, allora come punto di parten- 89 za subentra in ogni caso un ampliamento dell’oriz- zonte finora incentrato sulla comunita; anche di sicu- ro tale ampliamento non acquista importanza genera- le, ma @ la prospettiva comunitaria che resta domi- nante (cfr. solo 15,57 come chiusura della discussio- ne). Orbene, questo predominio dipende dalla consa- pevolezza che la realizzazione cristiana della salvezza risolve in modo esplicito un problema dell’umanita. L’affermazione per cui «tutti vivranno in Cristo» e per cui Cristo @ «primizia di quelli che sono morti» (15,20.22) rende nello stesso tempo evidente che ’in- terpretazione della resurrezione di Cristo come evento eccezionale, indipendente dall’attesa della resurrezio- ne generale dei morti, é stata definitivamente accan- tonata, e che al suo posto ora a questo avvenimento é stato assegnato un posto speciale nell’ambito dell’at- tesa apocalittica della resurrezione generale: la resur- rezione di Cristo diventa mezzo per risolvere i] pro- blema della morte nell’ambito dell’attesa finale apo- calittica. Infine, in 1 Cor. 15 il rapporto peccato-morte co- me conseguente punizione - ira di Dio come proce- dimento del giudizio finale verso l’umanita peccami- nosa passa in secondo piano, poiché il rapporto tran- sitorieta-immortalita senz’altro non ha pid bisogno di queste coordinate. L’ira di Dio (cfr. 1 Thess. 1,9 s.) é fuori questione. II rapporto peccato-morte, pur es- sendo un tipico tema paolino, viene soltanto sfiorato (cfr. 15,3.17-56). Qui 15,56 é gia cosi al di fuori dell’al- veo delle argomentazioni, che s’é ipotizzata una glos- sa all’interno del versetto.” 2. Sulla situazione della discussione cfr. Conzelmann, ad Loc. 90 2. La questione degli avversari Un problema specifico che determina l’esegesi di 1 Cor. 15 nel suo complesso é la questione inerente alla posizione teologica che Paolo deve affrontare. Qui i tentativi di soluzione sono molteplici. D’altra parte, finora nessun tentativo é veramente riuscito a spiegare tutte le questioni aperte con una teoria unitaria. Cosi non é senza motivo se diversi esegeti vogliono accetta- re solo un disegno impreciso e a grandi linee degli av- versari; in ogni caso, si dovra trattare con molta pru- denza una caratterizzazione troppo dettagliata degli stessi. A questo riguardo d’altronde sembra giusta- mente affermarsi un certo consenso, in forza del quale non si dovrebbe presumere che a Corinto vigesse una palese cristologia gnostica, dal momento che la comu- nita accetta l’attesa della parusia’ e la confessione di fede di 1 Cor. 15,3b-4, e che i passi che di solito vengo- no presi in considerazione per questa tesi si lasciano spiegare appieno in modo diverso e perfino migliore.* Un problema che mette in difficolta l’esegesi é la contingenza in cui Paolo dice che «alcuni», a Corin- to, sosterrebbero un’opinione sulla resurrezione che egli ora dovrebbe controbattere (cfr. 15,12.34). Dato che all’inizio alla comunita viene riconosciuta come lodevole la ricchezza di conoscenza cristiana (1,4-6), e che tuttavia questo gruppo — che in modo relativa- mente generico viene indicato solo con «alcuni» — ri- ceve il biasimo di non conoscere Dio (15,34), cid per- lomeno non é esente da problemi, se si identificano in modo troppo precipitoso i cosiddetti negatori della resurrezione a Corinto semplicemente con «la» teolo- gia corinzia. Non esiste il benché minimo punto di ri- ferimento immediato che possa metterli in relazione, 3. Chr. 1,7 8.5 3,13-155 4.53 11,26; 16,22. 4. L’aver fatto cid é a mio parere merito del commento di Conzelmann. or sulla base di indizi testuali, con un gruppo indicato all’inizio della lettera. Anche fondandosi sul modo di descrivere paolino, non esistono allusioni sicure in virtt delle quali gli aspetti della teologia comunitaria riconoscibili nella prima lettera ai Corinti possano es- sere legati alla tematica della resurrezione. Perfino con l’accenno al battesimo vicario in 15,29, che pre- suppone un massiccio sacramentalismo, non si pud senza problemi gettare un ponte da Paolo alla situa- zione corinzia in generale, in quanto l’apostolo né biasima esplicitamente questo sacramentalismo né di- ce che i «negatori della resurrezione» o altri membri della comunita a Corinto pratichino essi stessi il batte- simo sui morti. In 15,29 parla in maniera tanto riserva- ta ed indipendente dalla comunita, che si potrebbe anche supporre che abbia citato solo un esempio trat- to dalla primitiva cristianita del quale i Corinti fossero al corrente. Ora, si deve ammettere che queste affer- mazioni vogliono presentarsi intenzionalmente come antitesi estrema ad una posizione che, viceversa, inter- preta senza eccezioni tutti i problemi che Paolo tratta nella prima lettera ai Corinti come riflesso di un entu- siasmo corinzio, anche se si tratta ad esempio di un comportamento che in generale sara caratteristico per cristiani provenienti dal paganesimo. Naturalmente, la cosa migliore resta sempre supporre il battesimo vicario come prassi (anche) a Corinto. Parimenti, l’i- potesi per cui proprio i cosiddetti negatori della re- surrezione e la loro posizione fossero imputabili alla generale situazione teologica di Corinto, sembra tut- tora la pid sostenibile. Anzi, ci si pud perfino chiedere se dunque quegli «alcuni» dai contorni sfocati indi- chino effettivamente un gruppo speciale. Dal punto di vista della comunita potevano senz’altro fungere da genuini rappresentanti di essa in affermazioni riguar- danti il culto. Allora Paolo si sarebbe rivolto a loro in 92 modo particolare, poiché per lui essi esprimevano qualcosa che egli disapprovava. Ad ogni modo deve risultare ben chiaro che qui lo storico di volta in volta riempie fatti a lui sconosciuti nei particolari serven- dosi di supposizioni, anche se queste all’interno della sua teoria possono risultare congruenti. Infine, l’esegesi di 1 Cor. 15 & gravata anche dal fat- to che, almeno per quanto riguarda |’impostazione, occorrera distinguere tra l’effettiva situazione a Co- rinto e Pidea che Paolo ne ha. II capitolo sulla resur- rezione si trova, forse non a torto, anche per un moti- vo di carattere pit esterno, alla fine della lettera. Pao- lo parla casualmente di un gruppo speciale, e comun- que, a differenza delle richieste epistolari da parte dei Corinti, da lui trattate sulla base di un insegnamento relativamente chiaro, e certo anche diversamente dal- le indicazioni verbali dei visitatori della casa di Cloe in riferimento al sistema (di contese) dei partiti (1,11), non lo fa in base ad informazioni altrettanto buone e complete. Si é persino pensato che Paolo conoscesse solo il detto: «La resurrezione dai morti non esiste» (15,12)’ e che tutto il resto lo abbia dovuto escogitare lui. Per quanto una tale poverta di informazioni possa essere poco convincente, questa tesi estrema indica peraltro che nessuna teoria riguardante specificamen- te 1 Cor. 15 pud esimersi dal situare nelle giuste pro- porzioni la posizione storica degli avversari ed il pos- sibile fraintendimento da parte di Paolo per la non esatta conoscenza della situazione reale. Qui resta bensi fermo che, quanto pit si fa conto, in senso pro- grammatico, del fatto che Paolo abbia profondamente frainteso i Corinti, tanto meno sono calcolabili i ri- schi di una tale esegesi.° 5. Luz, Geschichtsverstindnis, 337. 6. A un profondo fraintendimento pensa ad es. Schmithals, Gnosis, 147. 93 Secondo queste fondamentali riflessioni si esamine- ranno le tre interpretazioni del detto in 15,12 che di norma sono da considerare per definire la posizione awersaria. La prima possibilita & particolarmente at- traente, anzitutto in considerazione delle affermazio- ni fatte finora soprattutto nei riguardi di 1 Thess. 4: Non esiste alcuna resurrezione dei morti, ma solo la partecipaztone dei vivi alla parusta del Signore’ Dun- que il gruppo al quale si rivolge 1 Cor. 15 non avrebbe ancora raggiunto la nuova situazione di conoscenza di 1 Thess. 4, ovvero l’avrebbe respinta. In teoria, questa posizione sarebbe concepibile. E. perd del tutto inverosimile che a Corinto in parte si pensasse cosi 0 che Paolo interpretasse cid in questi termini, poiché in tal caso egli avrebbe soltanto replicato il ricorso a 1 Thess. 4. Questo Paolo lo fa in certo modo anche in 1 Cor. 6,14, senza calcolare, perd, che cid a Corinto non verrebbe accettato.’ In base al suo argomentare assai pit ampio e differenziato in 1 Cor. 15 si dovra anche pensare che egli stesso non reputasse la situazione a Corinto comparativamente tanto tranquilla quanto in 1 Thess. 4. Inoltre non si potra non notare che per la totalita dei Corinti la morte di tutta una serie di cri- stiani era gia divenuta una cosa a suo modo normale (1 Cor. 15,6.51), e che quindi la posizione di partenza nei confronti di 1 Thess. 4 si era gia spostata. Anche Pargomento che si avvaleva del battesimo vicario, in 15,29, sarebbe qui addirittura fuori luogo.” Evidente- mente pero, nell’alveo complessivo delle sue afferma- zioni, a Paolo preme anzitutto rielaborare, con l’aiuto 7. Cf. Schweitzer, Mystik, 94 ¢ Conzelmann, 1 Kor, 310. 8, Dopo tutto — per quanto si pud discernere — per Paolo il problema in- tavolato in 1 Thess. 4 sembra risolto definitivamente con la soluzione pro- posta in quella sede, poiché anche in 2 Cor. 4,14; Rom. 8,10 s. (ecc.) l’a- postolo si esprime in manieta altrettanto netta come gia in 1 Cor. 6,14. 9. Qui si dovrebbe allora contare su di un totale fraintendimento. 94 del messaggio cristiano, il problema della morte come principio strutturale costitutivo di questo mondo. Di conseguenza i suoi interlocutori avranno trattato pro- prio lo stesso problema in maniera diversa sotto il profilo teologico. Non si saranno semplicemente atte- nuti alla vecchia forma ed all’estensione dell’attesa della parusia solo ai cristiani viventi, anche in consi- derazione della morte di membri della comunita, ma avranno sviluppato il loro punto di vista soprattutto partendo dalla soggezione dell’umanita alla morte. Se poi la prima lettera ai Tessalonicesi é stata scritta dal- Papostolo proprio in occasione del suo primo sog- giorno a Corinto, Paolo di sicuro avra immediata- mente istruito nello stesso tempo anche la locale co- munita nel senso di 1 Thess. 4 (cfr. 1 Cor. 6,14). An- che questa considerazione rende poco verosimile il dover fare i conti con un gruppo ultraconservatore, fermo al livello di conoscenza di prima del 49 d.C. La seconda possibilita di interpretare il detto di 15,12 pud essere dedotta direttamente da 15,19.32: non esiste alcuna resurrezione dei morti, ma solo una vita terrena. Con la morte tutto é finito. Ad ogni mo- do le argomentazioni di Paolo ricordano qui forte- mente tradizioni sapienziali, come s’incontrano ad es. in Sap. 2-3. Gli empi (cfr. 1 Cor. 15,34) in quel conte- sto sostengono |’opinione che questa vita dev’essere goduta al massimo, poiché dopo di essa non vi é ulte- riore futuro. I pii, invece, sperano che le anime dei giusti siano nelle mani di Dio ¢, nello stesso tempo, in un giudizio di sterminio sugli empi. Dato che anche le religioni misteriche ellenistiche del tempo si trovava- no in parte su posizioni del tutto mondanizzate, non & in sé del tutto inverosimile che un gruppo a Corinto esprimesse quest’ idea. II richiamo al profondo scetti- cismo largamente diffuso nelle epigrafi dell’epoca pud solo rafforzare questa ipotesi. Ma, anche con questa 95 supposizione, non si pud essere del tutto soddisfatti del testo di 1 Cor. 15. La professione cristologica, che in 15,3b-4 serve da base a tutta l’argomentazione, é — come gia é detto — indiscussa in quanto tale. Essa non viene respinta, ma Paolo in 15,12 ss. fa solo notare che il suo senso é pericoloso, se si nega un determinato ti- po di resurrezione, cioé quella dei morti.” Quindi, in linea di massima, non viene contestata una vita dopo la morte — si dovrebbe in tal caso anche cancellare la resurrezione di Gest: ancorata alla confessione di fe- de, rinunciare cioé alla confessione di fede — ma é messo evidentemente in discussione in particolare se i morti risorgano. Inoltre, i versetti 15,19.32 si trovano un po’ ai margini dell’argomentazione e si possono per di pit: interpretare anche in modo diverso, cosi che difficilmente si potra interpretare tutto il capitolo partendo da essi. Infine, con una tale posizione si creerebbe un contrasto troppo duro nei confronti della speranza dell’intera comunita. E poco attendibi- le che una comunita che nell’esperienza estatica dello Spirito visse l’identita con il Cristo celeste innalzato, e che quindi ora si sapeva elevata al di sopra del mon- do, sopportasse al suo interno le opinioni di un grup- po che insegnava in modo ostentato il legame fatale ed ineluttabile col mondo. Inoltre, questo scetticismo rassegnato non pud in alcun modo essere collegato al messaggio del cristianesimo primitivo, che, al contra- rio, era proprio partito con l’intento di dare un con- tenuto salvifico al futuro ed alla speranza (1 Thess. 1,9 s.). Ancor meno questo poteva essere sopportato da una comunita che viveva nella consapevolezza del compimento escatologico (1 Cor. 4,8). 10. Giustamente Giittgemanns, Apostel, 67 ss., ha tichiamato 'attenzione su «dai morti», verbalmente non ancorato a1 Cor. 15,3b-4, ma a partire da 15,12 ss, usato da Paolo cosi spesso ed in evidenza come spiegazione alla resurtezione. 96 Laterza possibilita, infine, si lascia caratterizzare co- me segue: on esiste resurrezione dei morti, ma solo una resurreztone in questa vita, cosi che la morte, quindi, non puéd esercitare un definitivo potere di an- nientamento. Prima della morte si dev’essere gia risu- scitati, per non scomparire completamente con la morte. Cid significa nello stesso tempo che fra il detto di 1 Cor. 15,12: «Non esiste resurrezione dei morti» e Laltro, in 2 Tim. 2,18: «La resurrezione é gia avvenu- ta» si da una sostanziale convergenza." Ambedue i detti collimano poi nell’idea che si debba risorgere in questa vita, per sfuggire alla morte. Una volta morti, non si pud pid divenire partecipi della resurrezione. Chi fa pensare in questo modo gli avversari di Paolo pud far notare che questo si attaglia particolarmen- te anche alla situazione generale della comunita (cfr. 8,3). Allora gli «alcuni» sarebbero solo i suoi espo- nenti, oppure rappresenterebbero nello stesso tempo delle opinioni ancora pit particolari, che non risulta- no pit evidenti dalla corrispondenza corinzia. In ogni caso, essi possono partecipare alla professione di fede di tutta la comunita in 15,3b-5, in senso interpretativo aggiungono tacitamente solo questo: che Cristo sia ri- sorto, dipende dal fatto che prima della sua morte era gia stato primariamente risuscitato nel battesimo, ri- cevette, quindi, lo Spirito immortale quale eterno io, cosi che la morte non aveva pit pieno potere su di lui. Potevano anche sostenere l’attesa della parusia con una modificazione di senso. Forse cosi: dato che i cristiani posseggono un’anima immortale, quindi un nucleo immortale, la morte per loro é solo un sonno, anziché un totale annientamento. Al momento della parusia del Signore, questi esseri pneumatici verranno 11. E merito di Schniewind, Leugner, 110 ss. aver ottenuto che si pre- stasse ascolto a quest’idea. Cfr. inoltre Brandenburger, Adam, 70 s. che indica altri sostenitori di questa tesi. 97 risuscitati. Potrebbe essere pensabile anche la seguen- te concezione: nella morte, il pneuma ritorna a Cri- sto. I morti vivono fino alla parusia presso l’innalza- to, che insieme con loro raccogliera poi i cristiani an- cora viventi sulla terra. Inoltre, in questo contesto il battesimo vicario (15,29) acquista un apprezzabile senso: membri della comunita non ancora battezzati non possono partecipare alla salvezza finale, in quanto sono completamente alla mercé della morte. Membri della comunita a loro vicini, battezzati gia da tempo, ricuperano in loro vece quello che manca loro, per una morte troppo repentina, affinché anch’essi non siano completamente in potere della morte: il sacra- mento tramite altri conferma, in senso magico-ritua- le, Pipotesi che anche dopo la morte si possa ancora eccezionalmente risuscitare. Paolo si riferisce poi a questa pratica come ad una riprova della sequenza da lui riconosciuta come l’unica valida: vita terrena — morte — resurrezione dei morti. Questa successione egli la ritrova nella confessione di fede generalmente riconosciuta (15,3b-5) e fra l’altro anche nel battesi- mo vicario. Certamente non si dovra perdere di vista che la posizione di fondo che vede in primo luogo un’acquisizione della vita, perché non si sia poi com- pletamente in potere della morte, proviene, sotto il profilo storico-religioso, da un ambito del tutto indi- pendente dall’attesa apocalittica della parusia propria del cristianesimo primitivo. Essa appartiene anzitutto ad un’antropologta dualistica di ambiente ellenistico, secondo la quale il corpo dell’uomo é mortale e l’io («anima») & immortale, ovvero — il che per Corinto é molto pit plausibile — & stato reso immortale per 12, Riguardo alla discussione di questo punto come uno «dei punti pit accesamente discussi della lettera» cfr. Conzelmann, 1 Kor, 327 ss.; Rissi, Taufe (su cui cfr. Lohse, in ThLZ 89 [1964] 275 s.); Schottroff, Glauben- de, 162 ss. 98 mezzo di un influsso sacramentale. Questo punto di vista é diametralmente opposto alla speranza apocalitti- ca di resurrezione, secondo la quale l’uomo intero vie- ne risuscitato da Dio in quanto suo creatore.” Inoltre questa concezione di fondo si situa al di la delle attese escatologiche: se cioé l’individuo ha la vita, resiste al- la morte e pud, per esempio, tornare direttamente all’origine della propria vita. Conoscendo questa si- tuazione, per la posizione corinzia si é pensato che i rinnegatori della resurrezione sostenessero un’antro- pologia dualistica ed avessero gia abbandonato com- pletamente |’attesa della parusia tipica dei primi cri- stiani. Ora, per quanto concerne l’antropologia degli avversari, € quanto meno assai difficile raggiungere una chiarezza. La tendenza esistente verso un’antro- pologia dualistica é difficilmente negabile, ma nem- meno provata con sicurezza. Per la parusia, |’elemen- to cioé di una speranza apocalittico-escatologica, é possibile un’affermazione pit chiara: la comunita nel suo complesso non ha abbandonato la parusia del Si- gnore, come gid é stato dimostrato. Anche 1 Cor. 15,20 88.50 ss. sembra congegnato in modo tale per cui questi versetti accentuano il senso della parusia, ma non devono essere nuovamente giustificati di fronte agli avversari. Inoltre, in 15,3b-5 Paolo inizia con la professione della morte e resurrezione di Cri- sto e non pit’ o meno come in un testo del tipo di 1 Thess. 1,9 s., il che probabilmente significa anche che la parusia in quanto tale non era il vero e proprio punto in discussione. Quindi, per quanto attiene agli awversari, si potra presumere che essi abbiano — nel miglior modo loro possibile — ampiamente inserito il nuovo concetto 13. Cullmann, Unsterblichkeit, fa risaltare questa differenza fondamenta- le, in verita senza tener conto, per questo tema, di un mutamento storico in seno al cristianesimo primitivo. 99 dell’acquisizione della vita, cioé della «resurrezione» prima della morte, all’interno della speranza tradizio- nale. Se ci si avvicina con questa ipotesi a 1 Cor. 15, pud ancora darsi che qualche dettaglio esegetico, a causa dell’indicazione solo approssimativa degli av- versari, non sia del tutto chiaro, ma questa ipotesi portera ad ogni modo ad una buona comprensione dei punti nodali di questo lungo capitolo. A questi sa- ra ora dedicata la nostra attenzione. 3. Consideraztont su 15,1-19 Senza dubbio in 15,1-11 ci troviamo di fronte ad una prima sezione concettualmente compiuta. Essa si rivolge all’intera comunita e vuole stabilire dei punti incontestati come base per la successiva discussione, per poter poi far risaltare 15,12 ss. di fronte ad «alcu- ni» nella comunita, a causa dei quali Paolo é costretto a discutere teologicamente, dato che essi, nonostante il consenso generale, espongono una tesi che, secon- do la ferma convinzione di Paolo, & incompatibile con questo. Questo ragionamento, tramite inclusio- ne, é ben articolato. La cornice dei wv. 1 ss. e 11 indica nello stesso tempo la funzione principale. A tutti i Corinti nel loro insieme viene rammentato che sin dalla fase iniziale della fondazione della comunita esi- ste una non contestabile ma valida base comune nella confessione di fede, cosi come Paolo la cita esplicita- mente in 15,3b-5. Solo per questo vangelo i Corinti saranno salvati. Esso é inoltre in pieno accordo con il messaggio apostolico in generale del cristianesimo primitivo. In apparenza Paolo, con il completamento della serie dei testimoni nei vv. 6-8” fino a se stesso 14. Questo viene sottolineato giustamente da Conzelmann, ad loc. e da Jeremias, Abba, 302. 15. Fra i numerosi tentativi di comprendere proprio questa serie di te- 100 nei vv. 9 s., vuole ulteriormente e specialmente illu- strare che fra Pietro, riconosciuto come testimone primario, e sé — includendo tutti gli altri testimoni pa- squali — esiste una dimostrabile e incontestabile con- cordanza, per provare cosi la legittimita del suo apo- stolato, dietro il quale, come per Pietro, sta la diretta autorita del Signore (cfr. 9,1). Il suo apostolato de- vessere quindi inteso, come per Pietro e per gli altri, come diretta autorizzazione da parte del Risorto, e la confessione di fede, nel senso della problematica di- scussa ai vw. 12 ss., é da intendersi come valevole per tutti e vincolante. Si pud, quindi, passare a questa in- terpretazione. Se i Corinti, rappresentati da «alcuni» (v. 12), intendono divergere da cid, allora essi sono gli innovatori che stanno in disparte, al di la dell’aposto- licita e della generale validita del messaggio. Si offrono qui due punti di confronto con 1 Thess. 4: entrambe le volte la speranza viene giustificata a partire dalla confessione di fede. La novita della solu- zione del problema viene inoltre attribuita diretta- mente all’autorita del Signore. Si possono perd notare anche due cambiamenti: dei testimoni pasquali cri- stiani defunti (v. 6) possono essere citati senza pro- blema; essi non vengono pit percepiti come minaccia alla speranza cristiana. Questo vale per Paolo mede- simo ed anche per la comunita. Paolo si richiama d’altra parte ad una confessione di fede che comun- que sostiene una posizione storico-teologica molto pit: avanzata della dichiarazione di resurrezione in 1 Thess. 4,14. Specialmente la funzione soteriologica della morte di Gesii non viene citata in r Thess. 4. In 1 Cor. 15 serve ora allo scopo che Cristo, che ha sof- stimoni, in linea di massima mi sembra che linterpretazione pit chiara si trovi nel saggio di Osten-Sacken, Apologie. Riguardo alla discussione dell’intero capitolo ed in modo speciale della formula cft. fra gli altri Blank, Paulus, 133 ss., e Conzelmann, ad loc. IoL ferto vicariamente per i peccati, grazie alla sua resur- rezione tramite Dio possa diventare il nuovo Adamo, nel quale hanno termine peccato e morte. Con 15,12-19 Paolo entra poi nel vivo della vera e propria discussione in atto. Egli mette a confronto la confessione di fede ed il detto degli avversari e, sup- ponendo la validita di questo slogan, porta la posizio- ne qui espressa all’assurdo. Sotto il profilo stilistico, la sezione si distingue dal contesto per il prevalere di proposizioni condizionali: per sei volte Paolo usa in modo stereotipato «se... allora». All’infuori del detto corinzio, Paolo si esprime qui autonomamente, senza ricorso alla tradizione. Osservando meglio, Paolo non inizia perd con il te- sto della professione di fede citata in 15,3b-5, ma con un’interpretazione (per natura conforme al suo sen- so): Cristo é stato risuscitato «dat morti». Come pos- sono dunque alcuni dei Corinti dire: «non esiste una resurrezione dei mortiv? Se si parte dalla posizione degli avversari, come é descritta al cap. ottavo, 2, al- lora questo dialogo verte su quanto segue: l’apostolo ritiene la successione vita terrena - morte (e sepoltu- ra) - resurrezione come opera di Dio assolutamente fondamentale per la fede cristiana. II motivo sta nella sua concezione di Dio. Se d’altra parte per lui Dio & il Dio «che fa vivere i morti e chiama all’esistenza cid che non é» (Rom. 4,17), il Dio che come tale si mani- festd anche nel destino del Cristo e come tale si rivela nella soteriologia come colui che giustifica gli empi (Rom. 4,5), allora Paolo nella posizione avversaria do- veva vedere messo in questione il fondamento di tutta la sua teologia. Paolo da risalto a questa situazione considerando, nella supposizione che l’idea della parte awversaria sia esatta, /a resurrezione di Cristo come non avvenuta. Se solo Dio pué far risuscitare e Dio in linea di massima 102 fa risuscitare solo dando vita ai morti, allora Cristo non pud essere risuscitato da Dio, se il detto é esatto. A questo punto, perd, é svuotato di contenuto quello che ancora un momento fa (15,1-11) valeva in linea generale come fondamento di tutta la fede cristiana. Dunque i rappresentanti del messaggio cristiano sono falsi testimoni che asseriscono che Dio darebbe vita ai morti, quando i morti non possono essere risuscita- ti. Il Dio dei cristiani sarebbe allora una completa menzogna ed illusione. Se perd Cristo non é stato ri- suscitato, anche tutta la soteriologia é messa in que- stione. Se d’altra parte il perdono dei peccati avviene solo, analogamente alla resurrezione dei morti, come giustificazione degli empi, allora la posizione avversa- ria porta alla conclusione che il perdono dei peccati non avviene affatto. Quindi anche i cristiani morti, ai quali ci si riferisce ancora una volta, sotto un certo aspetto, nel v. 29, sono perduti. Di conseguenza viene a decadere quanto scritto da Paolo ai Tessalonicesi in 1 Thess. 4,13 ss. da Corinto, poiché anche quell’argo- mentazione si basa appunto su quel Dio che da vita ai morti. Di conseguenza, perd — dato che per Paolo un altro Dio é assolutamente impensabile —, si pud spe- rare solo in questa vita. E ingannandosi allora con il messaggio di una vita eterna, si é nel novero dei pit miserabili di tutti gli uomini. Gli avversari avranno ritenuto queste deduzioni a cateratta inutili e sbagliate nel loro senso. Anche per loro valeva ancora il fatto che solo Dio pud risuscita- re, ma lo fa in modo diverso da quello presunto da Paolo. Egli innesta vita eterna, come Spirito di Cri- sto, negli uomini per mezzo del battesimo prima della loro morte naturale. Solo cosi la morte non ha potere sugli uomini: l’immortalita non é soggetta alla transi- torieta. Percid, Dio pud solo prevenire la mortale transitorieta, ma non creare dal nulla dopo che essa 103 ha compiuto la sua opera. Cosi la premessa all’inqua- dramento di Cristo era la sua resurrezione nel battesi- mo, € cosi é analogamente per tutti i cristiani. Stando cosi le cose, anche tutte le altre conseguenze tratte da Paolo sono campate in aria. 4. Problemi emergenti da 15,20-28 Un terzo ragionamento” si allaccia a 15,20-28; esso si differenzia da 15,12 ss., perché — anziché trarre ul- teriori conseguenze dalle dichiarazioni degli avversari — parte ora dalla tesi paolina, secondo la quale Cristo é risuscitato dai morti. A questo contrasto nella posi- zione di partenza, che viene anche stilisticamente sot- tolineata con il «ma ecco», corrispondono il modo di procedere ed il nuovo punto di arrivo. Se 15,12-19 fi- niva nella disperazione, cosi 15,20 ss. vuole motivare nuovamente la speranza cristiana come speranza che si fonda sul Dio che rida la vita ai morti e fa si che questo Dio sia «tutto in tutto». Paolo non si sottopone alla soluzione di questo problema con un’ulteriore elaborazione di 1 Thess. 4,13 ss. (il che avviene pit tardi, in 15,50 ss.), ma con Laiuto di altro materiale tradizionale, che egli pero adatta fortemente affinché possa servire al suo inten- to. Vista la posizione (in effetti non indicata) degli av- versari, secondo la quale dei cristiani sono gia stati ri- suscitati, Paolo mette in evidenza che finora solo Cri- sto é risuscitato. Solo della sua resurrezione si pud parlare come di un fatto compiuto. Come Risorto, egli & «primizia di quelli che sono morti».” Dal contesto questa espressione ha il compito di chiarire che fra la 16. Cfr. a questo riguardo Brandenburger, Adam, 71 s. 17. SulPespressione, cfr. la discussione in G. Delling, in ThWNT 1, 483 s.; Giittgemanns, Apostel, 73 s.; Wilcke, Problem, 65 ss.; Luz, Geschichts- verstdndnis, 335 s. e Conzelmann, ad locum. 104 sua resurrezione e quella degli altri esiste un nesso in- negabile. Ma per quanto attiene al fattore tempo vale nel contempo il fatto che egli, in quanto «primizia», si distacca dagli altri; questi seguiranno soltanto pid tar- di. Seguiranno, infine, i «morti»: si tratta pertanto della resurrezione dei morti e non della salvaguardia dei vivi dalla mortalita. Questa «primizia di quelli che son morti» rende possibile la resurrezione per l’uma- nita adamitica. Al momento é ancora patrimonio di speranza futuro, poiché ognuno verra risuscitato nel- Yordine a lui spettante. Da ultimo, awverra la morte della morte; soltanto allora ’'umanita adamitica sara davwvero liberata dalla morte, di conseguenza non la morte, ma Dio trionfera. Paolo con cid dice ai Corinti: la resurrezione non ha niente a che fare con il periodo precedente la morte. Egli li esorta a rinunciare ad un prematuro superamento dei fatti fondamentali della vita — quindi della realta della mortalita in generale — ed a mettere in conto la premessa escatologica dell’at- tesa soteriologica cristiana. Egli dimostra come il Dio che risuscita i morti sia contenuto della speranza cri- stiana, e come questa speranza non possa essere sna- turata come possesso. Nuovo rispetto a 1 Thess. 4,13 ss. @, in questa se- zione, l’orizzonte della mortalita umana, che viene messo in particolare rilievo. In esso pud ora essere adeguatamente mostrata l’importanza della resurre- zione di Gest Cristo. Se in quel contesto si diceva che, come Dio ha risuscitato Gesu, egli fara parteci- pare alla parusia anche i pochi cristiani morti eccezio- nalmente troppo presto, allo stesso modo anche in 1 Cor. 15 é sempre Dio colui che risuscita, ma Gest non é semplicemente il caso analogico fondante, bensi, in quanto «primizia di quelli che sono morti», viene a collocarsi di fronte ad Adamo. In Cristo la morte come destino dell’umanita viene sconfitta. Nella sua 105 persona ha inizio una nuova umanita, cioé di quelli che verranno salvati dalla morte. Cosi, per intervento divino su di lui, egli diviene, in opposizione al primo Adamo, nel quale e tramite il quale tutti sono stati sottomessi alla morte, il secondo Adamo, che é me- diatore di vita escatologica per l’umanita. La questione é se Paolo abbia ex novo dato forma alla contrapposizione fra Adamo e Cristo ed alla con- notazione di Cristo come «primizia di quelli che sono morti», o se li abbia trovati gia esistenti a livello con- cettuale e terminologico. Ora, molto verosimilmente gia sotto il profilo stilistico, l’inizio del v. 21 vuole af- fermare una corrispondenza.” Ad ogni modo Paolo, senza ulteriori spiegazioni, suppone come premessa la comprensione della propria concezione e quindi, pro- babilmente, gia una conoscenza ragionata. Molto pit importante é perd un’osservazione sostanziale: il pa- rallelo fra Adamo e Cristo come le due sole persone che condizionano l’umanita & congruente solo se, co- me la morte é divenuta realta per mezzo del primo, cosi in effetti anche la vita é presente con l’apparizio- ne del secondo Adamo. Questa conseguenza sostan- ziale contenuta nel confronto delle due persone non é proprio quello che Paolo intende: egli la respinge, ri- servando nelv. 22 il dono della vita al futuro. Dunque & qui da osservare la stessa differenza che esiste fra l’affermazione richiesta in Rom. 6,3 ss. e l’effettiva formulazione di Paolo (cfr. cap. settimo, 2), la quale differenza é stata rilevata pure fra gli entusiasti di Co- rinto e la posizione dell’apostolo in tutta la prima let- tera ai Corinti (cfr. ancora cap. settimo, 2). Percid & molto probabile che a Corinto gia si ritenesse il Cristo innalzato come il secondo Adamo, in cui la vita nella resurrezione é gia realta presente ed é accessibile per 18. Come nuovamente fa rilevare Luz, Geschichtsverstindnis, 335. 106 i credenti nel possesso dello Spirito. Paolo riprende questa cristologia poiché, tramite essa, pud anche es- sere espressa nel suo preciso significato l’importanza di Cristo per ’'umanita. Egli tuttavia elabora questa immagine in modo da non far ancora coincidere il presente con il futuro. Ora, per quanto riguarda il concetto «primizia di quelli che sono morti», esso esprime in modo adegua- to proprio questa distanza escatologica, mantenendo Laffinita sostanziale fra la resurrezione di Cristo e quella dei cristiani. A Corinto si sarebbe dovuto an- che dire: Cristo é la primizia di quelli che sono risu- scitati.’? Se Paolo d’altra parte mette espressamente in risalto Cristo come «primizia di quelli che sono mor- ti», questo dovrebbe far ricordare che Dio salva di volta in volta dalla morte, ma non rende preventiva- mente immuni dalla morte prima della morte stessa. Si potrebbe anche pensare che Paolo abbia preso in prestito l’espressione da una tradizione comunitaria, che — sulla scia di 1 Thess. 4,13 ss. — avesse gia tenuto conto di cristiani defunti, ma certo come evento rien- trante nella normalita, e avesse situato su questa linea la resurrezione nel futuro, secondo moduli tradizio- nali. Cid é pensabile, ma si pud sostenere in via con- getturale solo a determinate condizioni. E pit sicuro considerare |’espressione come coniata da Paolo. La formulazione da manifesto non fa pensare alla tradi- zione, ma con maggiore probabilita alla sicurezza espressiva paolina. Come concretizza Paolo la distanza temporale fra la resurrezione di Cristo e la «fine del mondo»? Pur- troppo, per i vv. 23-28, che dovrebbero dare una ri- sposta a questo, la storia della tradizione e la storia della redazione sono ben lungi dal chiarire la situa- 19. Questo lo pretende, a ragione, Giittgemanns, Apostel, 73 n. 111. 107 zione, come l’esegeta auspicherebbe ai fini della sua interpretazione.” Anzitutto, la successione degli «ordini» apocalittici secondo l’argomento é tradizionale.” Il pensiero & commisurato alla periodizzazione degli eventi finali secondo una «tabella di marcia» stabilita da Dio. Evi- dentemente Paolo in concreto pensa a tre” «ordini»: 1. il Risorto é la «primizia»; 2. in seguito verranno ri- suscitati i cristiani defunti; 3. a conclusione, soprag- giunge la fine come annientamento di tutti i nemici” nel giudizio finale. Orac’é da dire che una successione del genere non esisteva prima di 1 Cor. 15, poiché in ogni caso la prima sezione viene determinata dal con- testo (cfr. vv. 20-22), mentre si dovra ancora aggiun- gere che |’interpretazione del Risorto come «primizia di quelli che sono morti» é evidentemente da consi- derarsi schiettamente paolina (vedi sopra). Anche la seconda sezione («quelli che son morti in Cristo» vengono risuscitati «alla sua parusia») é comunque cristiana, ma probabilmente anche paolina, dato che non si pensa né ai vivi né alla loro possibile trasforma- zione, ma soltanto a quelli che devono essere risusci- tati. Cid awviene sotto la spinta dei vv. 22.26, quindi secondo il punto di vista, determinato dal contesto, della resurrezione come superamento della morte. In sostanza é senz’altro fuori dubbio che gli eventi 20. Le affermazioni che seguono hanno ripreso soprattutto le osservazio- ni fate da Wilcke, Problem, 76 ss.; Luz, Geschichtsverstindnis, 339 ss.; Conzelmann, ad loc. Fra gli esegeti pitt recenti, questi hanno scandaglia- to le difficolta del testo in maniera estremamente scrupolosa. 21.Con Luz, Geschichtsverstindnis, 339. Ur’ampia discussione sul con- cetto anche presso Wilcke, Problenz, 76 ss., perd con un risultato diverso. in realta controverso, cfr. Wilcke, Problem, 78 ss., ma i] contesto e¢ la funzione dei w. 23 ss. nel cap. 15 tichiedono una interpretazione del genere: cos} la riserva escatologica viene concretamente sviluppata. 23. Su questa interpretazione cfr. Luz, Geschichtsverstandnis, 339. 24. Come a ragione sottolinea Conzelmann, ad loc. 108 finali mostrassero naturalmente un duplice aspetto nell’apocalittica, per cui ci si raffigurava in primo luo- go la resurrezione (dei fedeli oppure di tutti), poi Pannientamento di tutti i nemici (di quelli ancora vi- venti, o anche di quelli risuscitati in vista del giudi- zio).” Si pud anche partire dal fatto che 1 Thess. 4, tolto il tema del giudizio (cfr. perd la sua presenza, soltanto indiretta, in r Thess. 1,9 s.), si basa sullo stes- so schema fondamentale. Dato che la concentrazione sul significato salvifico degli eventi finali per la comu- nita cristiana in generale vale per tutta la tradizione finora discussa precedente a 1 Cor. 15, si potra con- statare che Paolo in 1 Cor. 15,24 richiama soltanto cid che é tipico sotto il profilo storico-religioso e che in li- nea di massima era senz’altro gia presente nella tradi- zione comunitaria. Questo perd significa anche che Paolo riveste di senso apocalittico la speranza cristia- na, allargando lo schema degli «ordini» per quanto ri- guarda la prima sezione ed indicando di nuovo in modo diretto il tema dell’annientamento dei nemici. Ad ogni modo con cid Paolo non diventa un apoca- littico. Egli usa piuttosto in modo funzionale degli strumenti descrittivi apocalittici per dimostrare ai Corinti che: 1. non esiste ancora partecipazione al re- gno (cfr. 4,8), perché finora solo Cristo é risorto; i fe- deli dovranno ancora seguirlo; 2. Cristo regna gia, ma il suo dominio & solo ad interim per l'annientamento dei nemici. Nell’annientamento dei nemici manca in ogni caso ancora la vittoria sulla morte quale ultimo nemico (v. 26). Avvenuta questa, allora soltanto avra inizio il regno di Dio come effettivo tempo di salvezza (v. 28). Che, a prescindere da questa situazione pole- mica, a Paolo non importi di questa «tabella di mar- cia», lo dimostra 15,50-52 (vedi sotto). 25. Cfr. Bousset-Gressmann, Religion, 242 ss. 109 Ci si dovra quindi chiedere che cosa, in concreto, sara appartenuto alla tradizione prima di Paolo. In tal senso si dovra partire dal fatto che la descrizione della fine del mondo al v. 24 avviene mediante due propo- sizioni temporali accostate sintatticamente e nella so- stanza in modo poco felice.” La prima («quando egli riconsegnera il regno a Dio Padre») introduce quello che viene piu da vicino descritto ai vv. 25.27 ss., men- tre la seconda («dopo aver annientato ogni principa- to, ogni potesta e potenza»), assieme al v. 26 («come ultimo nemico, sara annientata la morte»), in effetti descrive in modo completo ed adeguato la «fine». Quest’ultimo collegamento per vari motivi sembra naturale anche sotto il profilo della tradizione: il v. 26 si trova ora abbastanza isolato fra i vv. 25 e 27.” Sol- tanto nei wv. 26 e 24¢ si parla dell’annientamento dei nemici, per il resto di dominio e subordinazione. Sa- ra senz’altro esatto che Paolo intendesse l’annienta- mento dei nemici come esercizio del dominio,* ma a quanto sembra questo é in primo luogo un risultato che si presenta con la redazione paolina. Anche la vecchia questione del momento a partire dal quale Paolo conti sulla distruzione dei nemici, si riaffaccia soltanto perché nel v. 24 sono uniti due aspetti che in origine non lo erano. In primo luogo é l’affermazione che alla fine (non ancora verificatasi) i nemici saranno annientati. In secondo luogo, si dovra contare sull’e- secuzione di questo compito attraverso l’introduzione della signoria dell’Innalzato a partire dal momento della resurrezione. Da cid risulta che 15,24¢.26 éun elemento tradizionale” (non incondizionatamente cri- 26. Questo é giustamente sottolineato da Luz, Geschichtsverstindnis, 343. 27. Cosi Luz, Geschichtsverstindnis, 340. 28. Cosi viene risolto il problema da Conzelmann, ad loc. 29. Conzelmann, ad /oc., considera se Paolo abbia inserito la morte solo per amore della sua tematica. Allora nella tradizione sarebbe stata men- IIo stiano) che Paolo usa per la descrizione dei suoi «or- dinamenti». Le altre affermazioni in 15,23 s. sono sta- te elaborate, a prescindere dall’immagine della «ta- bella di marcia», come é detto sopra, direttamente da Paolo. Per quanto riguarda ora le affermazioni contenute nei vv. 246.25.27 5., il discorso sulla signoria di Cristo é un’immagine inusitata in Paolo. Anche |’espressione «Dio e Padre» senza pit precisa definizione é, in que- sta forma, singolare. Evidentemente le corrisponde il titolo assoluto di Figlio nel v. 28. Questo uso assolu- to, non tipico di Paolo, risalta ancora di pit in quanto Paolo — influenzato da 15,3b-5 — prima si serve re- golarmente del titolo «Christos» (cfr. anche 15,31.57). Inoltre si pud dimostrare che ambedue i salmi che Paolo riprende (Ps. 110; 8), hanno avuto, secondo Paolo, una storia comune per quanto riguarda il loro effetto.” Dato che Paolo usa i due salmi soltanto qui, non é da escludere che anche per lui il loro collega- mento fosse gia tradizionale. Queste osservazioni por- tano alla tesi che in sostanza Paolo abbia trovato gia esistente tutto questo complesso. Sul piano prepaoli- no in esso si collegano probabilmente due elementi concettuali: la subordinazione delle potenze a Cristo nel suo innalzamento e la consegna del regno da parte del Figlio al Padre alla fine dei giorni." Cosi venivano collegati insieme l’innalzamento di Cristo ed il regno di Dio ancora atteso — due blocchi tradizionali a sé stanti tipici e consueti per il cristianesimo primitivo — zionata la figura del diavolo. Ma, viceversa, proprio l’accenno alla morte sara servito da pretesto per I’integrazione paolina, tanto pit che esiste un riferimento essenziale a Is. 25,8, cfr. anche Apoc. 21,4. 30. Cfr. a questo riguardo specialmente le spiegazioni in Luz, Geschichts- verstdndnis, 343 ss. 31. La motivazione della mistione dei due elementi viene fornita da Luz, Geschichtsverstindnis, 343 ss. Luz presume perd che il collegamento sia da attribuire a Paolo stesso. Itt con idea di una signoria ad interim del Figlio. Per Paolo questa tradizione non pud che venire a propo- sito, potendo tramite questa precisare fino a che pun- to il compimento escatologico é in effetti ancora di la da venire. Collegando le due tradizioni a partire da 15,24c.26 € 15,24b.25.27 s. risulta ancora un’ulteriore affermazio- ne, da non tralasciarsi, sull’annientamento della mor- te. Se si prende la prima tradizione a sé stante, allora l’annientamento della morte € compito di Dio.” Nel- l’aggancio con la seconda tradizione attraverso i vv. 24b e 25 viene in primo piano un nuovo soggetto: Cristo.” Con cid l’annientamento della morte nel v. 26 riceve pure indirettamente un nuovo soggetto: per la prima volta nella storia della teologia del cristianesimo primitivo Cristo stesso ha il potere sulla morte, che nell’ambito della tradizione giudaica e delle prime origini cristiane competeva sempre ed unicamente a Dio. Del resto questo viene di solito mantenuto an- che da Paolo in modo conseguente: la resurrezione di Cristo e dei credenti @ interamente ed esclusivamen- te opera di Dio. A prescindere da 1 Cor. 15,26, °@ un’eccezione soltanto: Phél. 3,21. Infatti anche qui si deve nuovamente tener conto della tradizione (cfr. cap. nono, 1). Per questo inequivocabile risultato conseguente l’esame del materiale, si pud difficilmen- te supporre che Paolo abbia voluto attribuire a Cristo in modo ostentato e programmatico il potere sulla morte, tanto pit: che questo risultato si realizzava at- traverso un intreccio con la tradizione. 32. Nei w. 23.24a.c.26 Dio é (in sostanza) soggetto, e Cristo, come primi- zia, anche oggetto dell’azione divina. 33. Con Wilcke, Problem, ror s. 104 s. eConzelmann, ad loc. Cristo (con- trariamente al senso veterotestamentario) dev’ essere soggetto dell’associa- zione al Ps. t10,1 e deve mettere i nemici sotto i suoi propri piedi. Lo stesso vale anche per il ricorso a Ps. 8. 112 5. L’argomentazione in 15,29-34 Rappresentate dai vv. 15,29-34, fanno seguito altre motivazioni sul perché proprio la resurrezione dei morti sia per i cristiani una speranza irrinunciabile. Nonostante !’orizzonte pit ampio spalancato in 15,20- 28, Paolo si trova ancora di fronte ad una catena di argomentazioni che si accorda piuttosto con 15,12- 19. Anzitutto in forza di essa é il battesimo vicario a testimoniare che i morti risorgono (v. 29): nel caso eccezionale di un fedele che sia morto prima del bat- tesimo, ci si aspetta che il battesimo ricevuto in vece sua da un membro della comunita possa — malgrado lo stato di morte — dare vita al defunto. Allora, in questo caso eccezionale, si ha nozione della resurre- zione dei morti e si spera in un Dio «che risuscita i morti e chiama ad essere le cose che non sono» (Rom. 4,17). Evidentemente Paolo conta sul fatto che questo argomento faccia impressione sui Corinti e trovi buona accoglienza. Egli percid non lo svaluta, come dovrebbe in effetti fare, secondo 1 Cor. 10,1 ss., per correggere il massiccio sacramentalismo che si manifesta in questa prassi, che in quel contesto egli attacca. Inoltre Paolo ricorda la sua eséstenza come apostolo (vv. 30-32a). Egli é continuamente in pericolo di vita. La sua vita € un morire quotidianamente. A che gli gioverebbe questo, se non ci fosse proprio quel Dio che risuscita i morti? Se Dio non risuscita precisa- mente i morti (v. 32), allora il carpe diem avra valore generale, come Paolo rende noto con una citazione da Is. 23,13. Se, appunto, dalla morte non c’é scampo — dove implicitamente si accetta il fatto che la morte € una realta non ancora sconfitta (15,26.29-32) — in tal caso non c’é nessuno che meriti il nome di Dio (cfr. z Thess. 1,9). Chi quindi non accetta il Dio cristiano, 113, che proprio in Cristo si é manifestato come il Dio che risuscita i morti (1 Cor. 15,3b-5), costui, nonostante le sue possibili speranze, é senza speranza (cfr. 1 Thess. 4,13b). Percid conduca pure tranquillamente la sua vita secondo il motto degli empi (cfr. Sap. 2-3), che non hanno speranza: «Mangiamo e beviamo, perché domani siam morti». Questa interpretazione cerca di armonizzare l’im- magine degli avversari e l’argomentazione apostolica con Paiuto dell’sdea paolina di Dio in modo tale, che non sia proprio necessario supporre un fraintendi- mento della posizione avversaria da parte di Paolo. Tale interpretazione pone come premessa che con Rom. 4,17 sia stata descritta in generale ed in modo appropriato l’idea paolina di Dio e che quindi essa determini radicalmente anche la teologia paolina fino a 1 Cor. 15. Nel caso di 1 Cor. 15,29-34 essa si pud ri- chiamare specificamente al fatto che Paolo in effetti secondo il v. 34 da rilievo rispettivamente alla non co- noscenza ed alla retta conoscenza di Dio. Chi, vice- versa, non vuole associarsi all’interpretazione della pericope, o deve fare i conti con un malinteso riguar- do agli awversari (I’argomentazione di Paolo si rivolge allora erroneamente contro i contestatori della resur- rezione in generale), oppure presumere, per Corinto, un altro fronte avversario (Paolo in tal caso, argo- menta, conoscendo la situazione, contro cristiani orientati in senso meramente mondano). Ambedue i casi comportano i loro grossi problemi, che non oc- correra qui discutere nuovamente. 6. Affermazioni di fondo in 15,35-49 Con 15,35 ss. chiaramente prende |’avvio un nuovo ragionamento, che per lo pitt resta in ombra per quanto riguarda l’interesse degli interpreti, dal mo- 114 mento che chi fa l’esegesi di 1 Cor. 15 si concentra di solito sui wy. 1-34." Le ampie esposizioni dell’apostolo in 15,35 ss. si lasciano facilmente suddividere in due Sezioni maggiori: 15,35-49 & 15,50-58. La prima sezio- ne inizia con la domanda: «Come risusciteranno i morti? Con quale corpo appariranno?» (v. 35). Que- sta duplice domanda,” che si interpreta in termini re- ciproci,” dovrebbe essere presa come introduzione — formulata in modo non troppo rigoroso sotto il profi- lo terminologico — alle successive discussioni nei vv. 36-49, dato che i passaggi che forniscono una risposta presuppongono un impianto di discussione un po’ pit complicato di quel che si pud intuire immediatamente dalle domande; esso purtroppo in parte non pud pid essere ricostruito con la precisione che si auspiche- rebbe. Le argomentazioni che seguono la duplice doman- 34. Una pid recente eccezione la fa Schottroff, Glaubende, 136 ss. che si dedica specialmente ai dualismi in 15,35 ss. 35. Non é obbligatorio pensare che il v. 35 riprenda direttamente proble- mi corinti, rinfacciati a Paolo nella forma di un superiore scherno, come suppone Brandenburger, Adam, 72 s. Lo stile diatribico (al riguardo Con- zelmann, ad loc.) che Paolo usa, fa piuttosto pensare che egli cerchi di ammorbidire la sua argomentazione per mezzo di domande, che a suo parere dovrebbero chiarire la situazione del problema. Importante é ac- certare il problema in discussione fra Corinto e Paolo cost come traspare globalmente dai wv. 35 ss. 36. Jeremias, Abba, 304 s., vuole che la prima domanda trovi risposta nei w. 50 ss. ¢ la seconda nei wy. 36 ss., ¢, quindi, differenziare adeguatamen- te. Ma né i w.. 50 ss. riprendono direttamente la prima domanda (il testo anche sotto il profilo stilistico ha un inizio nuovo) né il lettore pud avere una visione complessiva di una simile strutturazione nel v. 35. Vedra nel «Come?» sempre «Con quale corpo?». Questo @ pure in contrasto con Popinione, diffusa nella tradizione esegetica inglese, secondo cui «Come» sta per «E possibile che...». Anche in quel caso le due domande sarebbero differenti. Cfr. a questo riguardo Sider, Conception, 428 ss. Alla domanda «é possibile che» i morti risuscitino, d'altronde si é gid risposto in 15,20 ss. Anche Conzelmann, ad loc., vuole intendere la seconda domanda co- me precisazione della prima, ma lascia che la seconda riceva risposta pri- ma (vv. 39-41), € che la prima l'abbia in seguito (vv. 42-44). Ma ivv. 35 ss. devono essere certamente articolati in modo diverso (v. sopra). 15 da presuppongono anzitutto fondamentalmente che Paolo parta da una visione del mondo precostituita: senza corporeita, nessuna esistenza. Partendo da que- sto presupposto, egli dibatte il suo problema con una strutturazione ben riconoscibile. I vv. 36-41 trattano anzitutto della prima creazione e quindi — sulla base delle notazioni in essa contenute — i vv. 42-49 tratta- no della seconda creazione e del suo rapporto con la prima. Ambedue le parti sono nuovamente bipartite, cosi che anzitutto i vv. 36-38 formano una piccola unita. Attraverso di essi vengono stabiliti tre principt: 1. Cid che gli uomini seminario deve prima morire per divenire vivente (v. 36). 2. Cid che gli uomini seminano, ha come seme un corpo altro dalla successiva pianta (v. 37). 3. Dio rende vivente, dando un nuovo corpo al se- me. Anzi, Dio da ad ogni tipo di seme un corpo di- verso, secondo la sua decisione (v. 38). Con questo Paolo vuole intendere che 1. la successione: prima morire, poi nuova vita, rappresenta una legge generalmente valida; 2. la discontinuita fra il corpo prima della morte e il corpo dopo la morte é con cid assodata;” 3. la differenziazione della forma dei corpi corti- sponde alla volonta di Dio. Questi tre principi costituiscono per lui un pacco chiuso che non dev’essere slegato. Riguardo al terzo principio, Paolo fa poi un’esposi- zione pit dettagliata nei vv. 39-41, indicando la diffe- tenziazione della fenomenologia dei corpi in linea orizzontale (uomo, animali terrestri, uccelli, animali acquatici) (v. 39) per passare poi alla differenziazione verticale (vv. 40 s.), cioé sole, luna e stelle come entita 37. Schottroff, Glaubende, 136 s. fa risaltare questa discontinuita in modo ‘cosi marcato che «nei w. 36-38; 42-44» non le sembra pitt esserci un

Potrebbero piacerti anche