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CINQUE ZAMPE

Come sono caduto qui sotto, proprio non me lo ricordo.


So solo che stavo scappando, fuggendo, correndo. Da cosa o da chi,
proprio non me lo ricordo.
O forse si… ma non voglio pensarci…

Dolore, tanto dolore, troppo dolore. Le gambe non le sento più. Spezzate,
questo è certo, ma come siano ridotte proprio non so dirlo. Troppo doloroso
soltanto muoversi per guardarle… come se fosse possibile muoversi…
Non sono un dottore ma devo essermi rotto anche il bacino, qualche
costola e chissà cos’altro e muovermi è proprio l’ultima cosa che potrei fare…
Sono immobilizzato, intrappolato in questo corpo distrutto, come un
manichino difettoso gettato tra i rifiuti, impossibilitato a muovermi, inchiodato
qui, dovunque sia qui!
E il dolore… è insopportabile…

Fa caldo. Molto caldo. Troppo.
Respiro a fatica l’aria bollente della… notte?
Notte, sì…
Solo ora mi accorgo che è buio. Ogni cosa intorno a me è avvolta
nell’oscurità più impenetrabile, come coperta da uno spesso mantello di
tenebra, come una tela dipinta con l’inchiostro nero dell’infinito senza forma…
Ironico.
Ho il corpo a pezzi, distrutto, spezzato, perdo i sensi in continuazione, ho
difficoltà persino a ricordare in che parte sperduta del mondo mi trovo e,
ciononostante, alterno tutto questo a momenti di irrazionale lucidità,
permettendomi di pensare come uno sterile poeta fallito, quello stesso sterile
poeta fallito che credevo di essere nei giorni in cui ho conosciuto la vita e
l’amore, nei giorni in cui ho conosciuto Lei… Poesia, metafore, sonetti:
aberrazioni della mia anima che credevo di aver scacciato, rinnegato, ucciso da
tempo…
No, non ironico.
Demenziale.

Fa caldo. Fa caldo e le fratture mi fanno urlare dal dolore.
Dolore, dolore, dolore.
Il dolore è tutto, tutto ciò che possiedo, come se mai avessi avuto altro.
Il dolore mi tiene sveglio, è un sibilo stridulo e incessante che percorre il
mio corpo e quando diventa troppo intenso mi offusca la mente, mischiandomi
i pensieri, frullandomi il cervello fino a farmi perdere i sensi e svenire,
congelandomi in quella innaturale postura che ho assunto cadendo qui.
Poi mi risveglia d’improvviso, urlandomi contro e rimproverandomi per il
mio ozio con una sirena di lamenti sparata a tutto volume nelle orecchie.
Ma il dolore è tutto ciò che ho, perché altro proprio non ricordo.
Dove sono? Dove sono caduto di preciso?
Mi sforzo, per quanto possibile, di darmi una risposta, mi concentro per
trovare un indizio che possa mettermi sulla strada giusta ma… proprio non
ricordo.
Potrei essere ovunque: tra le eterne montagne delle Alpi europee,
disperso nelle torride foreste pluviali del Sud America, tra le dolci colline della
Bretagna o nelle umide fogne di una qualche metropoli mediorientale…
O, più semplicemente e con ogni probabilità, mi ritrovo intrappolato in
una spaccatura della terra stessa, apertasi sotto i miei piedi per inghiottirmi a
causa dei miei innominabili peccati, giudicarmi per le mie blasfeme credenze e
punirmi per i miei rivoltanti vizi perpetrati nel corso della mia breve quanto
infame, disgustosa e ripugnante esistenza.
Ecco dove mi trovo, ecco dove sono e per sempre sarò…
Fa caldo, soffro e sto delirando…

Mi risveglio.
Continuo a svenire a causa del dolore e del caldo, gran caldo che fa.
Entro ed esco dalla realtà come se il mio cervello fosse alimentato da una
batteria malfunzionante, oppure come se l’energia necessaria a mantenermi
cosciente venisse erogata a fasi alterne, accendendomi e spegnendomi a
secondo delle esigenze, quasi fossi una macchina costruita in una sporca e
umida fabbrica…
Ma che razza di macchina sarei?
Sono danneggiato nelle mie parti mobili, operativo soltanto per ciò che
riguarda il mio disco di memoria, pronto a registrare quei pochi dati che mi
vengono inviati dall’esterno, ma per il resto non sono altro che un ammasso di
ferraglia ingombrante destinata ad arrugginire…
Ma il tempo per elaborare altre informazioni sta terminando poiché le
sirene del dolore incominciamo a suonare a tutto volume.
Sento l’energia che mi alimenta iniziare a mancare, la spina viene
staccata.
Svengo…

Sto meglio. Sì, sto decisamente meglio.
Sono lucido e sveglio.
Fa caldo, come sempre, ma il dolore mi da tregua. Credo sia diminuito
d’intensità oppure che il mio corpo si sia in parte assuefatto alle scariche
bianche che le gambe e il resto del corpo mi trasmettono. Non è bello, né
piacevole ma almeno sono in grado di pensare con razionalità. Erano anni che
non lo facevo.
Non riesco ancora a ricordare dove mi trovo, né il perché. Forse è ancora
troppo presto. Forse più avanti tutto mi tornerà in mente. Forse, spero…
I miei occhi si sono abituati all’oscurità circostante e tenui raggi di luce
filtrano a fatica dall’alto, svelandomi che un nuovo giorno è sorto e ho superato
la notte, in un modo o nell’altro. Se sia stata una fortuna oppure no, non mi è
ancora dato saperlo…
Mi guardo intorno.
E ciò che vedo non mi piace.
Perché non vedo niente, nulla che possa dirmi DOVE sono finito!
Sono in una buca non più larga di cinque, sei metri. Le pareti sono
irregolari, terra, pietre e sassi praticamente ovunque. E radici, muschio e
funghi tappezzano il fondo di questa fossa, di questa tomba. Senza contare le
grosse rocce su cui sono atterrato cadendo…
Ma cadendo da dove?
Da dove? Grido…
La buca è profonda, forse una decina di metri, forse anche più poiché le
pareti, salendo, compiono una sorta di curva a spirale, quasi fossi caduto in
lungo tubo attorcigliato, avvolto su se stesso, come in un vortice spalancato
sull’abisso più profondo…
Come abbia potuto sopravvivere a una caduta del genere proprio non me
lo spiego…
Non ha senso, dovrei essere morto. Morto, punto e basta.
E invece no. Sono qui, soffocato dal caldo e torturato dal dolore…
Dolore…
Lo sento, sta tornando.
E questa volta lo ringrazio.
Torna dolore mio, torna più forte che puoi, più intenso che mai, torna e
portami via…
Via…

Rinvengo. E sono ancora qui.
Da quanto?
Un giorno, due forse.
Sì, sono due giorni che son qui… o almeno credo… ma faccio fatica a
pensare, a ragionare… quest’ultima volta credo di esser svenuto per molto
tempo.
Molto tempo…
Il tempo.
Un elemento fondamentale della vita.
Ciò che definisce le nostre esistenze, non per la qualità bensì per la
quantità…
Bella frase… credo…
Ma cosa significa?
L’ho detto che fatico a pensare…

Mi sveglio d’improvviso.
Qualcosa mi ha richiamato dal mio sonno privo di sogni…
Qualcosa… non qualcuno, non Lei… ma qualcosa…
Cosa?
Non c’è nulla intorno a me, soltanto io, ridotto a un fagotto sporco e
maleodorante, pietra e rocce ovunque e… qualcosa di simile a una radice…
una grande radice marrone scuro, quasi nera, che come un fungo deforme
nasce dalla terra, a non più di tre metri di distanza dalle mie gambe immobili…
Strano, mi dico, è talmente grande e particolare che avrei dovuto notarla
fin da subito, come se il mio sguardo non avesse potuto e dovuto far altro che
posarsi su di essa…
Strano…
No, non strano… angosciante.
Perché non è una radice. No, per niente…
È un ragno.
Ed è enorme.
Enorme…
Svengo…

Ho sognato.
Devo aver sognato.
Per forza…
Non può esistere in natura una cosa, un essere, un ragno così grande…
Eppure… stento a riaprire gli occhi.
Anzi, non lo faccio.
Li tengo chiusi.
E mi affido agli altri sensi… gli unici che potrebbero servire a qualcosa…
A parte il forte odore di sangue e sudore che emana il mio corpo, non
annuso nulla di strano… come se, in realtà, potessi conoscere l’odore di un
ragno… stupido che sono…
Non odo nessun suono, o rumore, o movimento…
E forse questo è l’aspetto peggiore…
Dopo un lasso di tempo che mi appare infinito, apro gli occhi.
E il ragno è sparito, naturalmente.
Anzi, non c’è mai st…
È lì.
Lì.
Esattamente dov’era prima. Esattamente dove deve esser rimasto ad
attendere fino a questo momento.
Una risata sottile e amara mi esce dalle labbra…
Ma il ragno non ride con me…
È davvero enorme, grande come una ruota di un’automobile, con una
peluria scura e spessa che lo ricopre interamente, quasi fosse una distesa di
aghi pronti a pungere.
È immobile, fermo nella sua posizione come una statua millenaria. E
potrebbe realmente sembrare una statua se non fosse per il ritmico aprirsi e
chiudersi delle due protuberanze ai lati della bocca, rivelando con disinvoltura il
ciclo del suo respiro…
Quindi, capisco perché non l’ho subito distinto per il ragno che è,
nonostante le sue dimensioni anormali: gli mancano alcune zampe, tre per
l’esattezza. Se spezzate, strappate o cos’altro non so dirlo, né credo
m’interessi, però il ragno ha soltanto cinque zampe… cinque zampe…
Anche lui dunque, come me, è uno storpio, menomato e ferito, non più
integro e mai più sano…
Ma lui, al contrario di me, si può ancora muovere.
E lo fa, accennando un passo…
Vedendolo muoversi, il mio respiro si ferma così come, anche se solo per
un istante, il mio cuore…
E lo stesso fa il ragno, forse intuendo la mia paura, forse sapendo
l’effetto che provoca il suo aspetto…
Ma come può sapere queste cose? È solo un ragno…
Tant’è… si ferma e ritorna alla sua immobilità iniziale… escludendo il
movimento delle protuberanze…
Restiamo così, fermi e immoti, lui per scelta, io per obbligo, a guardarci, a
studiarci, riflettendo l’uno sulla presenza e intenzioni dell’altro…
Il tempo passa, veloce e incurante. I secondi diventano minuti, i minuti
ore, quindi giorni, settimane, mesi, anni!
O almeno questo mi fa credere la mia mente…
Perché fa caldo, un caldo insopportabile, e il dolore alle gambe sta
tornando con prepotenza, con una violenza inarrestabile da farmi battere i
denti…
Pietà! Chiedo…
Pietà! Urlo…
Ma la pietà non esiste…
Non per me…

Riapro gli occhi.
Lui è ancora lì.
Il ragno è ancora lì.
Mi fissa. O almeno così credo…
No, mi guarda, mi studia, ne sono certo.
Io faccio altrettanto.
La parte destra è integra, con tutti e quattro gli arti, mentre a sinistra gli
è rimasta soltanto una zampa, posta al centro di quel suo sproporzionato
corpo. Se non l’avessi scambiato per una radice, avrei potuto credere che si
trattasse invece di una mano, scura e gigantesca, appoggiata al terreno… Sì,
assomiglia proprio a una mano aperta, con le cinque dita ben salde al terreno.
Le sue protuberanze si aprono e chiudono ripetutamente, con ritmo e
continuità ipnotici… ammalianti… quasi da farmi credere che, anziché
respirare, stia in realtà parlando…
E forse…
La mia bocca si apre lentamente… ma non emetto alcun suono… riesco
solo a guardarlo…
Quindi il ragno cerca di avvicinarsi, camminando sbilenco sulle sue
cinque zampe, utilizzando l’unica rimasta alla sua sinistra come un bastone con
cui sorreggersi, sforzandosi di mantenere l’equilibrio con le rimanenti quattro.
È sgraziato e lento ma ciononostante i suoi movimenti incerti ostentano
un che di nobile, un orgoglio puro e antico che contrasta con l’infermità del suo
corpo.
Lo vedo avvicinarsi… ma anche allontanarsi, come se invece che
camminare in avanti scivolasse inesorabile all’indietro…
Quindi capisco.
Non è lui a scivolar via, bensì è la mia mente, i miei sensi, io stesso che
sto perdendo contatto con la realtà… perché le fitte di dolore sono scattate
improvvise, cogliendomi di sorpresa, saettando più rapide che mai dalle gambe
al cervello, come correndo su binari infuocati, per poi esplodere nella mia
mente con forza assoluta…
I pensieri si sfaldano…
Ciò che mi circonda inizia a vorticare…
Il ragno si allontana sempre più…
La spina è staccata…

Ho le visioni.
La vedo…
La vedo.
Bella, bellissima.
Mi corre incontro.
Mi sorride.
Si avvicina.
Allarga le braccia…
E…

Fa caldo.
Sto male.
Fa caldo.
Non ce la faccio più…
Il ragno ora è più vicino, a una manciata di passi da me, e mi fissa con i
suoi numerosi occhi.
Accortosi del mio risveglio si avvicina ulteriormente, quasi volesse
toccarmi, quasi volesse comunicare…
< Ti propongo uno scambio. > mi dice.
Mi dice?
Mi dice?!
Come può mai parlare?
< Mi senti? Mi capisci? > continua < Ho detto: ti propongo uno scambio.
>
La sua voce è calda e rassicurante, suadente come quella di un oratore e
familiare come quella di un insegnante.
E io…
Io…
Sono scioccato, lo ammetto.
E come altrimenti potrei sentirmi?
Sono scioccato, allibito, esterrefatto… e non rispondo.
Resto in silenzio, riflettendo.
Cos’è più sconvolgente? Il fatto che un ragno possa parlare o che, ironia
dell’assurdo, possa avere un qualcosa da scambiare, da scambiare con me, un
uomo, ferito e moribondo per di più…? O che questo qualcosa possa pure
interessarmi…?!
< Sei in grado di parlare? > mi chiede ancora.
< Tu parli! > non posso far a meno di replicare questa volta.
< Anche tu, a quanto sembra… ed è altrettanto sbalorditivo… > mi
risponde ironico.
Un ragno parlante… o cielo… e, come se questo non fosse già
abbastanza per mandarmi fuori di testa, anche dotato di senso dell’umorismo…
< E cosa avresti da propormi? > gli chiedo, certo che questo dialogo sia
soltanto frutto della mia mente ormai prossima alla follia.
< Ti offro ciò che realmente desideri… quello che soltanto io posso
donarti in questo baratro di sofferenza… >
< Dimmi, o ragno… dimmi, o mio prode salvatore… > lo schernisco io.
E lui, come noto dallo spalancarsi delle sue fauci, non apprezza…
< Come avrai potuto vedere grazie al tuo unico paio di occhi, sono uno
storpio, zoppo e debole. Non posso più cacciare, né procurarmi cibo in altro
modo… non sono più il predatore che ero, così come non possiedo più la forza
di un tempo… E tu… tu sei ferito, in maniera grave e definitiva… morirai,
questo è certo… ma non subito e non prima di aver patito sofferenze
prolungate ed estenuanti, non prima di aver maledetto in ogni singolo istante
te stesso, la tua esistenza e le tue colpe… >
Lo lascio parlare. Lo ascolto. Non lo interrompo.
< Lo scambio è questo: la mia pietà per la tua vita. Ti ucciderò. Eliminerò
completamente le tue sofferenze e ti libererò da questa prigione di dolore da
cui non potrai mai fuggire se non col mio aiuto… In cambio, mi darai il
permesso di cibarmi del tuo corpo, della tua carne… >
< Pietà? > gli faccio eco io.
< Potrei mangiarti comunque… dovrei solo pazientare… perché la tua
morte è tanto certa quanto lo è l’indicibile dolore che proverai…e io, per mia
natura, sono molto, molto paziente… ma, così facendo, andrei contro la mia
morale, contro i miei principi… valori in cui credo e cui porto rispetto, così
come a me stesso… Non sono un uomo, non sono come te… no, per niente… >
Ma io non lo ascolto più.
Non lo ascolto!
< Pietà? PIETÀ? > gli urlo in faccia < Cosa ne sai tu? La pietà non esiste!
È soltanto una dichiarazione di colpa, un’ammissione della propria debolezza!
>
Lui mi guarda ma non risponde. No, per niente.
< Vattene! > continuo io < Tornatene da dove sei venuto! >
La collera guida i miei pensieri. La rabbia da forza alle mie parole. I
ricordi e le ferite del mio essere alimentano la mia furia.
E, come se vibrasse all’unisono con le mie emozioni, il dolore per le
fratture ritorna, prepotente, furente, persuadendomi con le sue urla,
ammaliandomi con la sua promessa di oblio…
Senza opporre alcuna resistenza, mi faccio convincere…

Pietà?
Morale?
Ma cosa ne può mai sapere un ragno? Chi si crede mai di essere?
Io sono un uomo, un uomo.
Con chi è convinto di avere a che fare?
Io sono un uomo…
E lui mi parla di pietà, di morale… con che coraggio? Con che coraggio si
crede superiore a me?
Già, con che coraggio…
Il coraggio della verità…?
Verità…
< NOOOO!!! > urlo con quanto fiato ho in corpo.
Sta cercando di convincermi, sta cercando di farmi credere quello che
vuole lui… cercando di farmi cedere…
< NO! > ripeto < No! No! No! Noooo! >
Continuo a gridare per parecchio tempo, torturando la mia gola e la mia
bocca, asciutte e secche…
Ma, così facendo, non solo do peso alle sue parole…
Do credito alla sua esistenza.
La mia sanità mentale è davvero ridotta così male?

< Dove siamo? > chiedo.
< Dove siamo? > ripeto.
Ma non c’è nessuno ad ascoltarmi.
Sono solo.
Cinque Zampe non è qui, con me, dovunque sia qui…
Cinque Zampe, già…
Beh, se quel ragnaccio maledetto parla… è giusto che abbia un nome e
Cinque Zampe mi sembra più che adatto.
Chissà se lui me l’ha dato un nome?
Non credo l’abbia fatto… Dare un nome alle cose o agli animali è
un’abitudine tipicamente umana…
Credo…
Ma chissà che nome avrebbe potuto scegliere?
Spazzatura? Rottame? Zampe Rotte?
Sorrido…
Forse, più semplicemente, mi chiamerebbe Uomo…
Ma nessuno sorride con me…

Non ce la faccio più…
Non ce la faccio più.
Non ce la faccio più!
Sto male, male, male male male… Male!
Sto male!

Capelli.
Labbra.
Abbraccio.
Rosso.
Rosso.
Rosso!
Basta.

Dolore.
Il dolore mi risveglia.
Mi tiene sveglio, il cervello attivo, quindi ricordo, rivedo, rivivo.
Ecco perché ho le visioni.
Ecco perché la vedo.
LA vedo.
Più bella che mai, più bella di sempre, più bella di ogni cosa in ogni
dove…
Ma non può più far nulla per me, non può aiutarmi e non può farlo perché
è morta.
È morta!
Come posso esserne sicuro?
Come posso esserne davvero sicuro?
La risposta è semplice.
Troppo semplice.

Chi, tra noi, o puro traghettatore che della Luna ti senti amico, non ha
avuto morale?
E chi, ti domando ancora, tra noi nobili viandanti che della Terra siam
solo ospiti, non ha avuto pietà?
Chi?
E perché?
Perché…?
Per… chè…

Le visioni continuano.
Sì, continuano.
E questo non è un bene.
No, per niente.
Se quando mi son risvegliato qui, dovunque sia qui, non ricordavo nulla
del mio passato e, tanto meno, sapevo dire se sarebbe stato un bene
ricordare… beh, ora ho la risposta a quella domanda.
E anche questo non è un bene.
Mio Dio…

Sei contento?
Ti do ragione, hai ragione…
Sei migliore di me…
Sei migliore di noi…
Dove sei?
Dove sei Cinque Zampe?
Dove?
Sei?

Tanta sete.
Metallo.
Argento.
Metallo.
Rosso.
Rosso.
Rosso.
Non più sete.

Sveglio.
Dolore. Caldo.
Svengo.
Meglio così…

< Va bene. Hai il mio permesso. Fallo. > gli dico quasi gridando.
Non ce la faccio più.
Basta. Basta. Basta.
Cinque Zampe è lì, poco distante dalle mie gambe gonfie e immobili, in
silenzio a osservarmi.
Mi guarda, mi studia e non si muove. Ascolta soltanto.
Da quanto tempo sia tornato non so dirlo, né m’importa.
La ragione per cui l’ha fatto, invece, mi sembra evidente…
Ha fame.
< Sei sicuro? > mi chiede, con quel suo fare calmo e pacato.
< Cosa diavolo te ne importa se sono sicuro oppure no?! > gli urlo in
faccia io, sottolineando, una volta di più, che l’animale, tra i due, forse non è
lui…
Il suo stile è impeccabile, sembra quasi un vecchio lord inglese dell’epoca
vittoriana, dalla nobile discendenza e dall’ancor più nobile purezza d’animo…
gli manca solo un cappello a cilindro in testa…
Io invece sono un rifiuto, un rifiuto della mia stessa razza, per ciò che
sono e, soprattutto, ho fatto…
E lui lo sa… l’ha capito… o l’ha sempre saputo…
< Te l’ho già detto… > mi risponde < …per me ha importanza il tuo
consenso e che la scelta sia consapevole, frutto della tua volontà e della tua
ragione, non figlia dello squilibrio che la tua mente sta attraversando. >
Lo sa. Per forza.
< Certo che sono sicuro! > replico all’istante < Ho scelto di morire, ora,
qui e adesso! Non voglio più aspettare! Fallo. Fallo e basta… >
È vero.
Preferisco morire per mano di questo ragnaccio pieno sé, colmo di
superiorità e dall’ego smisurato piuttosto che restare un minuto ancora
intrappolato in questo posto, rinchiuso in questo corpo immobile, che non mi
permette di fuggire… scappare dai ricordi.
Perché la memoria sta tornando. E con essa tutta la verità, tutto l’orrore
da cui mi sono allontanato, tutto il sangue con cui mi son sporcato, imbrattato,
dissetato…
Dio, cosa ho fatto…
Dio, cosa Le ho fatto…
Ma Dio non può far più nulla per me.
< Uccidimi, ti prego… > imploro infine.
Piangerei, se avessi ancora lacrime…
M’inginocchierei, se potessi ancora muovermi…
Ma non servirebbe a niente, non è questo che lui vuole da me, non è
questo che pretendeva da me…
Perché ciò che desiderava l’ha già ottenuto.
Ora so dove mi trovo. Ora so dov’è qui.
E il peso della realtà è insostenibile.
Il peso dei ricordi è insostenibile.
Hai vinto Cinque Zampe.
Hai vinto… forse perché non avresti mai potuto perdere.
Sapevi che avrei ceduto.
Sapevi che non avrei potuto sopportare oltre il dolore.
Già, il dolore, ma quale dolore?
< D’accordo. Il patto è sancito. > e più null’altro la sua bocca dirà.
Il momento della mia morte è arrivato, così, deciso da poche parole,
quasi d’improvviso, da cogliermi in parte di sorpresa.
Ma forse era già stato scritto.
Bastava solamente sapere come leggerlo…
Ciondolando il ragno si avvicina, lento e incerto nei movimenti quanto
determinato negli intenti.
Non si fermerà. Non ci ripenserà.
Farà soltanto ciò per cui è stato creato, ciò per cui la natura lo ha
prescelto e destinato a fare.
Giunto a pochi centimetri dalle mie gambe si ferma, con la zampa
anteriore destra sollevata. Mi fissa per un istante.
Con un cenno del capo lo incoraggio a proseguire, a non attendere oltre.
Appoggia l’arto sulla mia coscia sinistra e con sforzo e fatica si arrampica
lentamente sul mio corpo.
Stranamente non sento nulla, come se le mie membra maciullate
avessero terminato la scorta di sofferenza da trasmettermi.
Avverto il suo peso ondeggiare sulla gamba, poi spostarsi sul ventre e
quindi sul petto dove infine si ferma, poco distante dal mio volto.
È così vicino che riesco a sentire il suo respiro.
Ci guardiamo a lungo, immobili entrambi. Così come è stato al nostro
primo incontro, così è nell’ultimo.
È il mio salvatore.
E ha il corpo di un ragno.
< Portami via… > sussurro chiudendo gli occhi < …portami via da qui…
>
Qui…
Qui è dove sono sempre stato, dove ancora mi trovo ma dove non voglio
più restare.
Qui è la mia mente, la mia anima, i miei pensieri, il mio essere.
Qui sono io…
E mentre sento il suo bacio sul mio collo, tenero e appassionato come
quello della migliore delle amanti, mi rendo conto di non avergli realmente
chiesto quale fosse il suo nome.
Come se ora avesse importanza.
Forse, però, per me ne ha davvero…
Per capire, per sapere.
Il mio nome è Cinque Zampe.
Sento il suo pensiero fondersi coi miei, mentre l’oblio si avvicina,
allargando le braccia come era solita fare Lei, pronto ad avvinghiarmi per non
lasciarmi più.
E porto in dono la pietà.