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CAP 13

LA MAFIA MILITARE
La prima volta che definii pubblicamente "Mafia" il sistema di corruzione che vedevo si andava
instaurando e consolidando nelle Forze Armate, era il 12 Gennaio 1976. Intervenivo ad un pubblico
dibattito sul processo di Democratizzazione delle F.A., e sostenevo che - secondo noi del
Movimento Democratico dei Militari - tale processo andava realizzato in particolare attraverso il
superamento degli antichi regolamenti. Questi infatti sancivano il privilegio assoluto ed
insindacabile della superiorit gerarchica - anche in ambiti estranei ai compiti di istituto e di
servizio e, ci che era peggio, anche di fronte alla violazione della Legge - e, come diretta
conseguenza e necessario corollario, l'obbligo di una disciplina non "consapevole e leale";
ma
fondata su una obbedienza "pronta, cieca ed assoluta". Possibile da ottenere questa
disciplina
passiva solo attraverso un clima di intimidazione e ricatto.
Impieg un mese il Gen. Cartocci, comandante della 46^ AB, a decidere di inoltrare una
informativa di reato alla Procura Militare di La Spezia (la prima della mia lunga serie) per
violazione dell'art. 81 del Codice Penale Militare. L'informativa di reato fu formulata in prossimit
del Convegno Nazionale che il Movimento aveva convocato a Pisa e che si sarebbe tenuto, sul
finire di Febbraio, al Teatro Verdi.
La mia fortuna, in quella occasione, fu di incontrare un giudice libero da quei condizionamenti che
sono determinati dalla particolare condizione e status, "militare" cio, dei magistrati di quella
giurisdizione speciale. I giudici militari infatti, ed anche il loro teorico organo di autogoverno
dipendevano dal Ministro della Difesa ed il loro status rimanevano comunque all'interno della
condizione generale del militare. E potrebbe ancora essere cos. Il condizionale doveroso potendo
essere intervenute in questo tempo leggere modifiche, bench non sia cambiata quella dipendenza
diretta dall'esecutivo che induce distorsioni drammatiche rispetto alla tutela del bene "Giustizia" cui
sarebbero preposti quei Magistrati. Una recente vicenda di indagine ministeriale nei confronti del
Sostituto Procuratore Roberti, uno dei pochi impegnati sul frontre della lotta alla corruzione
ambientale, conferma che la vera cultura che sottost a questo vincolo di dipendenza quella della
tutela e della garanzia di impunit per le funzioni militari, indipendentemente e nonostante i reati di
cui possano macchiarsi i suoi funzionari. Certo quel magistrato aveva espresso un pubblico giudizio
molto pesante sui responsabili, rei confessi e giudicati di peculato e concussione. Un amaro giudizio
di disvalore che sembrava pi dettato dalla delusione che dal malanimo. E tuttavia l'insorgere
sdegnato dei pi alti vertici militari, per nulla preoccupati di aver mantenuto un rigoroso silenzio
quando invece emergeva la corruzione diffusa e miserabile dei propri sottoposti, ha indotto il
Ministro ad aprire una indagine disciplinare contro il giudice irriguardoso. Mai invece stata
avviata una simile azione amministrativa contro giudici e procure volutamente inattive contro
crimini militari e di militari manifesti e denunciati formalmente.
Condizionamenti derivanti dalla "dipendenza politica" che andrebbero studiati dunque con
maggiore seriet e serenit da quanti con troppa faciloneria sostengono la necessit di mettere
museruole politiche alla Magistratura. La Magistratura, quella ordinaria e quella speciale, si
"controlla" correttamente, secondo procedure democratiche, creando le condizioni
giuridicolegislative
che illustrano e regolano i rapporti civili e politici, prefigurando le cause le condizioni ed
i limiti della investigazione su quei rapporti, e non determinando situazioni di condizionamento e
limitazione artificiosa e discrezionale degli ambiti e dei processi investigativi. E' la trasparenza
nella formazione della prova che va garantita, e non piuttosto l'obbligatoriet della azione penale
che va limitata. La realt a tutti evidente che mai le funzioni politiche si sono risentite verso la
Magistratura quando i suoi magistrati sonnecchiavano, insabbiavano, pilotavano verso sentenze di
proscioglimento, forzando lo stesso disposto di Legge, processi di Mafia e di corruzione dei poteri
amministrativi. E' dunque la politica che dovrebbe ritornare ad essere se stessa, con la sua dignit e
specificit, senza chiedere ad altre funzioni come la Magistratura di sonnecchiare per non

evidenziare quanto essa politica sia caduta in basso, quanto la perdita della dimensione etica della
responsabilit l'abbia in realt condotta a vivere il potere con logica di solo dominio.
Il magistrato che valut la mia imputazione era comunque un giudice con una forte coscienza
"costituzionale" (dimostrazione che in qualsiasi condizione "ambientale" la coscienza pu reagire a
qualsivoglia forzatura, e che le regole sono tanto pi necessarie e minute quanto pi basso il
livello di educazione ai valori). Egli cio riconosceva la sua sudditanza esclusivamente ai principi di
quella carta fondamentale ed alla Legge; e dunque all'accertamento della sola verit, e non alla
"verit pi opportuna" per la necessit di tutelare quel "bene militare" che si rivelava sempre pi
essere la assoluta garanzia di impunit del "grado" per qualsiasi azione e violazione dei compiti
istituzionali.
Uno di quei giudici che, come quelli dei pool antimafia o dei pool mani pulite, mi fanno sperare che
non sia inutile battersi per i valori. E per quanto io capisca che questa mia valutazione possa
apparire di parte a coloro che si vogliono invece definire "garantisti" contro l'eccesso, il sopruso e
l'errore di quei magistrati, che essi sospettano siano dolosi, rimango profondamente radicato nel pi
profondo rispetto di ciascuno di quei giudici.
Credo infatti che l'unico vero garantismo dovrebbe essere riservato e rivendicato con intransigenza
alla sola responsabilit ed alla sola trasparenza, uniche condizioni che, in quanto assicurano la
Verit, consentono di sperare Giustizia.
E dunque che il garantismo possa venire solo da coloro che cercano giustizia, che sono affamati ed
assetati di giustizia, anche quando il suo tradimento colpisce solo i poveri ed i senza potere. Da
coloro che non alzano la voce solo quando siano colpiti direttamente, o quando vengano colpiti i
potenti di cui essi furono alleati o comunque complici anche per sola omert. Che sanno credere
nello Stato anche quando siano stati traditi e venduti da canaglie che si siano annidate nelle sue
funzioni vitali. E soprattutto che si siano battuti perch emergesse, anche quando era nascosta ai
pi, ogni forma di alterazione tumorale delle cellule vitali dello Stato. E cio del vincolo della
legalit.
Il che non significa abbandonarsi alla condanna generica della corruzione nello Stato, o invocare
una giustizia sommaria verso i potenti. Ma reclama che l dove ciascuno vive, in quelle piccole
deviazioni che ciascuno vede attorno a s (per quel piccolo potere che ciascuno di noi sa
riconoscere - nell'ufficio pi periferico e pi insignificante -) e dalle quali tuttavia ciascuno di noi
stato tentato per "favorire" la sua propria pratica amministrativa, in nome del "cos fan tutti",
proprio l si sia alzata con semplicit e fermezza la voce ed il dissenso di chi voglia essere poi
creduto come "garantista". E che sia stato accettato il pagamento del piccolo prezzo che sempre
necessario pagare alla Verit ed alla Giustizia, senza tutelarsi con l'italico "tengo famiglia".
Mi chiedo ad esempio, in relazione alle stragi impunite, se sia pi forte il senso di "garantismo"
verso i funzionari accertati come depistanti ed omertosi, oppure il senso di "garantismo" verso il
diritto dei cittadini alla vita, a non vedere distrutti e polverizzati i legami ed i rapporti relazionali,
alla Verit ed alla Giustizia, al riconoscimento del danno causato. Non sembra che gli Sgarbi del
nostro palcoscenico parlamentare si siano indignati per i parenti delle vittime di quelle stragi, o per
coloro che vi rimasero feriti e sfigurati e che sono costretti a pagare le spese processuali o le spese
mediche necessarie a lenire gli osceni segni della violenza subita, come oggi accade nella generale
indifferenza ai superstiti del treno 904 o della scuola di Casalecchio.
Il "mio" giudice, se non vado errato, morir, qualche tempo dopo, in un incidente durante un
sopraluogo in un cantiere militare dove si era recato per verificare la sicurezza di strutture dalle
quali era gi precipitato, morendo, un giovane soldato. Ne avrebbe condiviso cos la sorte - se le
mie informazioni non sono errate - anche nel silenzio che si stese su quelle responsabilit.
Scrisse quel giudice, nel richiedere al G.I. il prosciogliemento in istruttoria:
"Il Ciancarella sembra sostenere che la resistenza alle istanze di democratizzazione delle Forze
Armate alimentata, al di l delle motivazioni ufficiali ("abbastanza fasulle") da intenti di
conservazione di illeciti privilegi da parte di chi, riuscendo a profittare delle degenerazioni esistenti,
paventa le maggiori possibilit di intervento dei militari in funzione di moralizzazione
dell'ambiente."

Ed ancora:
"Che nell'ambito delle Forze Armate, come del resto di altri settori della pubblica amministrazione,
in Italia come altrove, possano stabilirsi e di fatto talvolta si stabiliscano centri di potere volti ad
interessi privati; possano verificarsi e di fatto talvolta si verifichino usi impropri delle cose dello
Stato, una amara realt testimoniata, oltrech dalla esperienza comune, dalle cronache del
malcostume e da quelle giudiziarie. Definire ci "grosso marciume" e "mafia" significa esprimere,
con locuzioni rozze (ma d'altronde non obbligatorio essere dei raffinati oratori) un ovvio giudizio
di disvalore su tali fenomeni degenerativi; che non potrebbe essere assai severo anche se espresso in
termini forbiti."
Per sostenere questa linea di proscioglimento a quel giudice non fu necessario neppure interrogarmi.
Fu sufficiente ascoltare la registrazione del mio intervento, per "osservare" quanto fosse stata
strumentalmente costruita l'ipotesi di reato. Osservazioni che, per come furono argomentate dal
giudice, avrebbero consentito nel mondo civile una automatica azione di controquerela. Scrisse
infatti il giudice:
"Il punto 7b della informativa contiene la esposizione, concentrata in un
periodo, delle
espressioni pi polemiche usate dall'Ufficiale nel suo pubblico
intervento. Dalla lettura del
passo citato deriva la sensazione che il Ciancarella sia incorso in una esplosione emotiva,
concretatasi in una serie di invettive pretestuosamente ed immotivatamente aggressive del bene
tutelato dall'art. 81 del C.P.M.P. L'ascolto della registrazione dell'intervento
consente di
correggere quella prima sensazione, anche se d conferma dell'effettivo uso, da parte del
Ciancarella, delle espressioni attribuitegli. Dall'esame del contesto dell'intervento, delle premesse da
cui muove il passo in questione del discorso, delle conclusioni cui perviene, si evince come quelle
espressioni non siano meramente distruttive, fine a se stesse, ma abbiano la funzione..."
Ho ritenuto necessario inserire questa lunga citazione perch il discorso sulla corruzione di stampo
mafioso nelle Forze Armate di una delicatezza estrema. Ogni parola deve essere pesata e
giustificata perch non crei la sensazione di una gratuita diffamazione calunniatoria. Che sarebbe
davvero ingiustificata ed infame se generalizzata perch umilierebbe quella maggioranza silenziosa
e oppressa che si sforza di vivere con lealt il proprio compito di garanzia e sicurezza del Paese.
E tuttavia, come chiunque si batta per il ritorno alla salubrit, di un corpo vitale e amato, che sia
stato aggredito da una purulenta infezione, la cancrena devastante non potr essere debellata in
"modo definitivo" se non affondando il bisturi nelle piaghe, ripulendole di ogni cellula infettata. E
va compresa correttamente anche questa espressione: "modo definitivo".
Non si tratta di fare affermazioni "utopiche" sulla possibilit che sia estirpata, dal cuore dell'uomo,
la brama di possesso e di potere che induce alla corruzione ed alla violenza, oltre il lecito oltre la
legittima ambizione ed il rispetto della legalit. Ci si pu forse pretendere da se stessi. Ben
difficilmente potr essere preteso da chiunque altro. N si pu fidare in soluzioni "integraliste" che
ritengono di estirpare il problema con il terrorismo di pene corporali e fisiche, fino alla eliminazione
dei corrotti. Lascio ai sacri furori di rivoluzioni incompiute e di religioni totalizzanti l'illusione di
pensare che il problema sia risolvibile semplicisticamente con ghigliottine e roghi.
C' invece un dato che ci conforta. Ed il progresso culturale dell'umanit e il cammino della
"civilt". Esse, nonostante il permanere di crimini abominevoli, di corruzione e di violenza,
registrano tuttavia la crescita di una coscienza collettiva che ripudia tali forme di attivit e ne d una
condanna definitiva nella sistematizzazione del diritto. Con la crescita della cultura del diritto
nascono infatti sempre "nuove" specie di reato. Non perch esse fossero assenti in precedenza (con
il che dovremmo sospettare e temere piuttosto un progressivo imbarbarimento); ma perch il
comune sentire non li avvertiva, prima, come una aggressione al diritto comune ed alla dignit della
persona. O li sopportava come "diritto del potente".
Prima ancora che la sistematizzazione legislativa o l'accertamento giudiziario, dunque la

percezione culturale di un comportamento, sentito come antisociale, che lo bandisce quindi, perch
criminoso ed in quanto criminoso, dalla accettazione della convivenza comune. Essa inoltre sottrae
giustificazioni a comportamenti sociali iniqui - anche se adottati dagli Stati, come la pena di morte
- e sollecita l'impegno di tutti a creare condizioni di isolamento e di sanzione; ma anche di recupero
e di educazione, per cercare di vincere la possibilit che quegli atteggiamenti, "banditi dal comune
sentire", possano rinnovarsi con inconfessabili consensi e complicit.
Considero questa la vera "natura liberista" del Diritto, la sua vera forza, che si contrappone ed
esclude il ricorso al diritto della forza. Infatti essa stabilisce delle regole chiare, nel "libero mercato
della convivenza", fissando dei limiti alla possibilit di ciascuno nella "libera impresa" del
raggiungimento delle proprie aspirazioni ed ambizioni. Non si perde in astratte definizioni di una
societ perfetta; ma prevede e sanziona gli eccessi della libert di intraprendere quando essa violi
l'altrui diritto e l'altrui dignit. E sempre pi tali limiti vengono ridefiniti dallo sviluppo della
concezione del bene comune, della solidariet sociale, dei diritti fondamentali della persona e delle
relative garanzie.
Il crimine o la propensione a delinquere appaiono dunque come possibilit intrinseche alla stessa
natura dei singoli e conseguentemente delle Istituzioni. Ma esse debbono essere esposte al "rischio
di impresa": cio la individuazione, la investigazione, il giudizio e la sanzione dei comportamenti
contrari al diritto stabilito. Ma soprattutto, e poich la Magistratura comunque esposta al rischio di
errori - tanto nel non poter condannare in assenza di prove certe, al di l del libero convincimento
del giudice; quanto nell'eccesso e nella possibilit di coinvolgere innocenti nell'accertamento di
responsabilit penali - diviene fondamentale la capacit di giudizio politico e sociale di queste
attivit illecite, e la loro emarginazione come forma concreta di contrasto.
Ho avuto, come tutti, la ventura felice di vivere in un periodo storico in cui dalla sanzione per "atti
contrari alla morale" - una morale definita per ogni singolo atto da una ideologia, una fede
ideologizzata, uno stato assoluto e "fonte di eticit" come amava definirsi il fascismo - stiamo
approdando finalmente ad uno Stato ove la sovranit popolare si esprime attraverso il primato della
persona e lo Stato si fa dunque carico della definizione del diritto positivo, dei diritti sociali
personali e soggettivi, regolamentando in trasparenza di definizione e di giudizio, le violazioni di
quel diritto come "reato contro la persona".
Ci non ha certo eliminato la tragica realt della rinnovazione dello stupro contro le donne o della
violenza contro i bambini, ma sottrae ad essi ogni spazio di quel consenso che nasceva da una
cultura ove la donna ed i bambini erano considerati un "minus" e dunque non detentori di pari
dignit e di pari diritto.
Se e quando un sistema istituzionale si "chiama fuori" da questa dinamica, per affermare
puntigliosamente la sua estraneit a queste dinamiche del diritto, di fatto esso si costituisce come
"sistema separato", regale e detentore di un potere assoluto verso quelli che considera i propri
sudditi e non gi cittadini sovrani. Un sistema che non riconosce la Legge, ma si fa legge a se
stesso.
Se e quando una realt sociale "delega" comunque ad altri l'intervento di contrasto contro il potere,
contro i suoi eccessi e le sue deviazioni, lamentando una impotenza fatalista dei singoli contro lo
strapotere "del sistema", essa consegna la sua convivenza alla sudditanza a quel sistema corrotto.
E se, e quando, quel potere deviato fosse consolidato in un istituto nevralgico di un sistema politico
ad esso sovraordinato, questo processo di degenerazione, se non contrastato con efficacia e
determinazione, provoca la progressiva mutazione verso un destino deviante, nella sua totalit, di
tutto il sistema, che diviene criminogeno e criminale, e dunque capace di azioni le pi efferate per la
conservazione del proprio potere. Esso si fa cio sistema di criminalit organizzata intorno ai propri
vertici ed alle proprie cupole. Esso si fa cio un sistema mafioso.
E devo riportare qui un tratto di un rapporto informativo su di me - classifica "riservato" - inviato
alla Procura Militare dal Col. Gianni Franco Scano, comandante della 46^ AB, nel febbraio 1982, in
occasione del processo che mi vedeva imputato. Il Colonnello del tutto indifferente alla sentenza
istruttoria sopra riportata. Alla mia volont, giudizialmente accertata, di difendere cio la
organizzazione militare dalla sua mutazione "mafiosa", a causa dei pochi scellerati che profittavano

dei propri ruoli e funzioni per personali ed indebiti interessi. Egli scrive infatti, al punto 7.b.
(numero evidentemente fatale per me nelle relazioni dei miei superiori alla magistratura militare)
della relazione, pag. 3:
"Durante la sua permanenza al Reparto, il Cap. Ciancarella ha palesato una posizione di costante
atteggiamento critico e di totale sfiducia nei confronti della gerarchia. Politicamente
impegnato
(??), ha svolto entro e fuori l'ambito militare una assidua attivit di cui si
trascrivono momenti
essenziali:
1) 12 Gennaio 1966 (errore del Colonnello, trattavasi del 1976 ndr) nei locali del Palazzo Ducale di
LIVORNO, organizzato dal Comune e presieduto dal Sindaco, si tenne un pubblico dibattito sul
tema "FORZE ARMATE E DEMOCRAZIA". Al dibattito intervennero una settantina di militari
della 46^ Aerobrigata. In detta occasione il Cap. Ciancarella intervenne con frasi ed argomentazioni
polemiche ed offensive verso le superiori gerarchie;
2) i giorni 25 e 26 Maggio 1979 fu tenuto un convegno, nell'Auditorium dell'ex Chiesa di S.
Bernardo in Pisa, promosso dall'ANPI, dal Comune e dalla Provincia di Pisa. A detto convegno
prese parte attiva il Cap. Ciancarella sia nella organizzazione che negl'interventi.
c. Per questa sua attivit, il Cap. Ciancarella stato pi volte denunciato alla Procura
Militare
della Repubblica (...)"
Ecco dunque che il "potere militare", abusivamente interpretato da chi ne rivendicava la esclusiva
ed assoluta rappresentanza e riteneva di doverne tutelare la insindacabilit per quanto criminogena e
criminale, considera la Procura Militare della Repubblica un "proprio" organo, funzionale cio a
ratificare le volont politiche di quel potere, esclusivamente con il pronunciamento di condanne
contro i propri dissidenti. E considera quindi irrilevanti, per la eventuale modifica dei propri pareri,
le sentenze che risultino invece insoddisfacenti, in quanto assolutorie. Applica in sintesi quella
capacit di giudizio "politico e sociale", oltre quello giudiziario, che io stesso invocavo poco prima.
Ma lo fa secondo criteri "ribaltati" rispetto alla cultura cui io riferivo, ed assolutamente
discrezionali. Criteri che non gli sono mai stati riconosciuti dalla Legge. Infatti pi volte il
Consiglio di Stato ha ribadito che la facolt della Amministrazione Militare di rivisitare in sede
disciplinare - e cio nello spazio specifico dei meccanismi propri dell'istituto - i comportamenti
giudicati dalla magistratura sotto il profilo penale, non pu essere esecitata indipendentemente dalle
motivazioni di una sentenza penale. Il potere militare invece ribadisce, e proprio in un rapporto ad
un organo giudiziario quasi a richiamarlo al dovere di allinearsi con le sue interpretazioni, la
"illiceit" di atti che quello stesso organismo giudicante aveva invece ritenuto come legittimi e
correttamente mantenuti all'interno del diritto di espressione tutelato anche per i cittadini militari.
E' la attivit "politica" che in realt si aborrisce ("politicamente impegnato ha svolto (..) una assidua
attivit"), ancorch essa si svolga nell'ambito di pubbliche iniziative organizzate dalle Istituzioni
Democratiche. Ed proprio "per questa attivit" che si viene denunciati.
Quindi sono politiche e non gi disciplinari le azioni di un tale potere militare deviato e deviante, e
dei suoi capi. Essi divengono perci stesso dei veri e propri "capi-cosca", che non disdegnavano e
non disdegnano di fare la "propria attivit politica", sempre "anticomunista", sempre fedele ad ogni
progetto antidemocratico, sempre finalizzata alla conferma del proprio potere assoluto ed
insindacabile. E sempre pronti a perseguire chiunque si frapponga al perseguimento di queste sue
volont politiche.
Allucinante - se non fosse inquadrata in questa consapevolezza di doversi confrontare con un
sistema deviato - la lettura di due altri brani di quel rapporto:
"4. PUNIZIONI AGLI ATTI:
(...)23 giugno 1979, per una infrazione commessa il 13 marzo 1979, RIMPROVERO con la
seguente motivazione:
"PRESENTAVA UN RECLAMO GIUDICATO INFONDATO ED INAMMISSIBILE DALLA

COMPETENTE AUTORITA'", e pi avanti, al punto 7.c.2):


"il 13 marzo 1979 il Capitano Ciancarella present a questo Comando un ricorso, diretto al
Comando 2^ Regione Aerea avverso la documentazione caratteristica valida per il periodo 3 ottobre
1977 - 2 ottobre 1978. Nel ricorso, scritto in tono molto polemico, venivano espressi
concetti
offensivi e lesivi della dignit e della onorabilit dei superiori. A seguito di
ci il Comando 2^
Regione Aerea sporse denuncia alla Procura Militare della Repubblica di
Roma, la quale
procede in ordine ai reati di diffamazione di cui agli art...".
Ricordatelo questo ricorso incriminato, perch appena pi avanti potrete verificare di cosa si
trattava in realt, e capire perch venissero considerati "offensivi e lesivi" i concetti che in quel
ricorso esprimevo.
Credo sia davvero istruttivo ed esemplare illustrare questa vicenda con maggiore precisione. Anche
perch essa documenta come il "potere di stampo mafioso" insediatosi illegittimamente ed
abusivamente nei centri nevralgici delle istituzioni sia addirittura insensibile alla stessa dipendenza
gerarchica, quando il legittimo superiore rifiuti di esercitare la tutela dei corrotti, e non intenda
garantire un potere terroristico e corrotto, che pretenda con sfrontata impunit di essere
insindacabile.
Era dunque avvenuto che avessi contestato fermamente le infamanti note caratteristiche, redatte dal
Gen. Zeno Tascio e che il suo vice Col. Mario Arpino (attualmente Generale e Capo di Stato
Maggiore) aveva tentato invano di ricondurre a formulazioni pi aderenti alla realt. La cosa per
gli era impossibile perch, come gli ho ricordato in una lettera personale dopo la sua nomina al
vertice della Forza Armata, era impossibile conciliare la mia realt, di Ufficiale leale e fedele ai
propri doveri, con la natura criminogena e criminale del gen. Tascio, bench mimetizzata dalla
divisa e dai gradi da Ufficiale.
Il mio esposto con chiarezza accusava il redattore di aver "infierito" con false ed arbitrarie
valutazioni al solo scopo di sottacere gli innumerevoli e gravissimi illeciti e reati che si compivano
per la sua complice inerzia - anche di fronte a circostanziate denunce dei suoi sottoposti, e mie in
particolare - quando non avvenissero per sua diretta indicazione e con la sua personale direzione. In
quella occasione infatti non volevo che il gen. Tascio potesse ancora sottrarsi al confronto con la
verit, e che fosse costretto invece a rispondere con giustizia di quegli illeciti e quei reati che da
anni denunciavo ai superiori (altro che sfiducia nelle superiori gerarchie!), e che avevano trovato in
lui il pi spudorato dei garanti.
Tascio veniva trasferito durante l'iter del ricorso, e gli subentrava "l'onesto" Col. Arpino, sempre
cos angosciato dal dover subire cose che ripugnavano al suo senso di giustizia, ma alle quali
tuttavia riteneva di dover "religiosamente" sottostare con "doverosa disciplina" (??), fino a quando,
diceva, non avesse avuto il potere per contrastare con efficacia quelle stesse pratiche illecite.
Gli ho chiesto, nella lettera personale cui riferivo poco sopra, cosa gli impedisca oggi, che arrivato
ad essere il numero UNO, di mettere in campo con autorit tutta la autorevolezza e nobilt d'animo
che aveva sempre dichiarato. Ma lui, pur ringraziandomi con una cortese risposta, non ha saputo far
altro che estendere alla Magistratura Militare la mia lettera, "per la valutazione del suo
contenuto". Gli ricordavo infatti la vicenda del Monte Serra, l'omicidio di Sandro Marcucci, la
strage di Casalecchio, la morte dei Tenenti Zuppardo e Zolesi, tutte legate a responsabilit dirette,
quando non a volont precise - come nel caso della strage pi infame: Ustica - di uomini ed Uffici
della Aeronautica. Per corruzione o deviazione, in un esplosivo mixing di sfrontatezza, violenza e
complice omert e paura per la conservazione del potere.
Silenzio assoluto, anche in questa occasione, di una Magistratura Militare evidentemente ritrosa ad
operare quando e se non possa scatenarsi contro il denunciante piuttosto che per la repressione dei
crimini denunciati. Il bene che essa tutela non dunque o perlomeno non pi, con terribile

evidenza storicamente confermata, il rispetto della Legge; ma la garanzia della impunit gerarchica.
Inopinatamente per il gen Arpino, anche allora in quel 1979 lui, fresco comandante della Base
pisana, si trov subito nella scomoda posizione di dover "scegliere" da che parte stare. E scelse di
stare con il fronte "mafioso".
Infatti il 22 giugno 1979, con foglio 1828, mi comunicava che il mio ricorso del Marzo precedente
era stato respinto in data 13.6.79 con foglio 5709, dalla Divisione Generale del Personale della 2^
Regione Aerea, per infondatezza ed inammissibilit. Il 23 Giugno, con foglio 081,
seguito del
precedente, lo stesso Arpino mi comunicava la irrogazione della punizione disciplinare (cui sono
certo fu "costretto" dal suo superiore diretto Gen. De Paolis, Comandante della Regione Aerea) con
la motivazione poi riportata, come abbiamo gi visto, dal Col. Scano nel rapporto informativo.
E' gi improprio che una stessa mancanza, sanzionata sul piano disciplinare, sia poi sottoposta al
vaglio della Magistratura, poich, semmai, la sequenza dovrebbe essere inversa (prima la indagine
penale e poi la rivisitazione disciplinare del fatto giudicato), per i diversi e preordinati poteri
sanzionatori. Ma tutto ha un senso ed una giustificazione.
Infatti il Gen. De Paolis comandante della 2^ R.A., si era affrettato a far respingere il ricorso ed
ordinare la azione disciplinare, per precostituire una soluzione "opportuna"
all'insabbiamento
di una indagine che, su quelle mie stesse denunce, era stata invece gi disposta, e precedentemente
all'esito del ricorso gerarchico, dal suo preordinato Capo di Stato Maggiore.
Questi infatti aveva disposto la nomina di una Commissione di Inchiesta con un dispaccio del 7
giugno 1979 - cio precedente di sette giorni alla determinazione del suo sottoposto Gen. De Paolis
-. Il dispaccio conteneva "un ordine" che avrebbe dovuto essere "eseguito con prontezza" dal
subordinato De Paolis e quindi congelare ogni altra attivit decisionale, nel merito del ricorso, da
parte dello stesso sottoposto destinatario di quell'ordine. Invece il De Paolis, ritardando volutamente
la esecuzione dell'ordine di nomina della Commissione, impone ad un "suo" Ufficio di definire gi
come "infondato ed inammissibile" quello stesso ricorso.
E' una evidente "sfida" al suo superiore massimo, per metterne alla prova la "capacit" di sanzionare
il comportamento insubordinato e scorretto di un suo sottoposto, e dunque per verificare fino a dove
si spingesse la volont e capacit del Capo di Stato Maggiore di tutelare il diritto e la giustizia per
un inferiore, un insignificante capitano, anche a costo di sanzionare i comportamenti illeciti di un
generale.
Gli sviluppi della mia vicenda personale certificano che il Capo dei Capi non seppe sottrarsi alla
"legge della cosca", quand'anche avesse avuto "sentimenti" diversi. E la Magistratura ricorse ad
alchimie giuridiche spericolate pur di sottrarre al dibattimento le conclusioni - per quanto gi
addomesticate - di quella Commissione.
Cosicch al Gen. De Paolis poteva essere posta una sola domanda, durante la sua deposizione. Del
perch cio si ritenesse offeso dalle affermazioni del Ciancarella sulla "antidemocraticit" concreta,
al di l delle sue dichiarazioni di principio, del Comandante la Regione Aerea. Ed egli poteva
rispondere "candidamente", ricordando come, giovane cadetto, avesse abbandonato la Accademia di
Nisida, per unirsi, con grande rischio personale, alle truppe americane. E quella sua scelta doveva
essere sufficiente per certificare la sua "sicura democraticit" e la mia colpevole volont
diffamatoria.
Peccato che nessuno volesse porre a quell'uomo - se proprio del suo passato si fosse dovuto parlare
e non delle vicende sottoposte a giudizio -la domanda del perch egli avesse comunque liberamente
scelto e chiesto, appena pi giovane di un anno rispetto alla "sua scelta democratica", di entrare
volontario nella Accademia Militare Aeronautica per servire ai progetti del governo fascista, con
l'evidente desiderio di contribuire alla vittoria delle ambizioni di dominio e delle conseguenti
operazioni belliche e di sterminio, ormai da anni in piena attivit, dell'alleato Nazista. Ma n questo
fu ritenuto lecito chiedere al generale, n tanto meno che giustificasse la sua strana condotta in
relazione all'esposto ed alla Commissione di inchiesta che era stata disposta sulle circostanze
contenute nell'esposto.

La nomina di quella commissione in verit non era stata dettata neppure da una genuina
spontaneit del Capo di Stato Maggiore. Essa in realt era stata determinata dalla azione del
predecessore del Gen. De Paolis al Comando della 2^ Regione Aerea, il gen. Pesce. Costui stato
uno dei pochi uomini onesti e non collusi alla deviazione che mi sia stato dato di incontrare nella
mia vicenda militare.
Egli aveva ricevuto direttamente il mio ricorso e con nota 3855 del 19.4.79 aveva segnalato alla
Procura Militare la gravit dei fatti segnalati, senza certamente chiedere la mia incriminazione,
come avrebbe invece fatto poi il Gen. De Paolis. Anzi, concludendo il suo scritto al Procuratore,
evidentemente consapevole della "cultura" del ricevente, egli aveva segnalato:
"In attesa delle decisioni che la S.V. vorr prendere in relazione a quanto sopra riferito mi pregio
informarLa che stata chiesta alle Superiori Autorit della Aeronautica, la nomina di una
commissione per accertare la veridicit di quanto asserito sotto il profilo disciplinare ed
amministrativo".
Incastrava cos di fatto tanto la Procura quanto l'Ufficio del suo Capo di Stato Maggiore, che se non
fosse stato colluso, o avesse voluto "dimostrare" di non esserlo, avrebbe dovuto gioco forza
nominare la Commissione di inchiesta. Questa impostazione della potest disciplinare anche
profondamente democratica e corretta. L'impegno e la denuncia infatti non possono mai rivendicare
una specie di impunit del denunciante, con il che si rovescerebbe in maniera affatto speculare la
dinamica della irresponsabilit. Chi denuncia deve essere sempre pronto all'accertamento della
fondatezza delle proprie denunce, e deve essere consapevole della responsabilit che assume nel
presentare quelle denunce. Ed io ero perfettamente consapevole di questa necessaria dinamica di
garanzia, e sono stato sempre pronto a rispondere di ogni mia azione o scritto.
Il Gen. Pesce mi aveva convocato a rapporto, subito dopo la Pasqua di quell'anno. Mi aveva fatto
cercare, preso la abitazione dei miei suoceri dove ero in licenza, dal suo vice, quel Generale Nardi
presenza costante per la garanzia di ogni devianza. Nel chiedere a mia suocera di informarmi della
convocazione, espresse lamentevolmente che il genero - io - lo stessi "perseguitando" e mettendolo
in cattiva luce con il suo superiore diretto. Squallido personaggio, cui non avrei fatto mancare
pesanti ironie nelle vicende successive. Il Gen. Pesce, ricevendomi, mi illustr quella sua
determinazione di arrivare ad accertamenti provati di quanto io avessi esposto e di cui si dichiarava
profondamente convinto. Ebbe definizioni micidiali per il suoi vice e per "la corte" dei suoi protetti,
che vanificavano ogni suo tentativo di una azione di risanamento. Mi ringrazi di quanto stessi
facendo e mi invit a comprendere che il coinvolgimento della Magistratura era una garanzia che
comunque andava attivata. Non potetti che condividere tutta la linea, con l'accordo che avrei riferito
comunque personalmente a lui di quanto fosse stato discusso nella commissione di indagine che egli
aveva richiesto, quando essa fosse venuta a Pisa.
Accadde, come spesso accade, che quel Generale Pesce venisse sostituito, io sospetto "rimosso", e
non potesse di fatto gestire la nomina di quella commissione di inchiesta, n verificarne l'operato.
Ma il fosco generale De Paolis, non appena insediato, non si perita di far respingere il ricorso sei
giorni dopo aver ricevuto l'ordine di nominare una Commissione di Inchiesta, e di confezionare,
solo il successivo 5 luglio 1979, un decreto di nomina per quella Commissione. E' tenuto comunque
a richiamare quel dispaccio 7314 del 7.6 con cui il Capo di Stato Maggiore ne aveva disposto la
attivit di indagine. E questo certificava indubitabilmente il reato di insubordinazione del Gen. De
Paolis. Il codice infatti definisce la fattispecie di insubordinazione con le parole "chi omette o
ritarda la esecuzione di un ordine di un superiore"! Ma essi tutti erano
evidentemente certi della
impunit, per assoluta assenza di ogni volont di accertamento e verifica, anche politica, del loro
operato. Anche se tale verifica fosse stata, come stata, sollecitata ed invocata. Il cerchio della
complicit si allargava sempre pi. E la verifica di questa consociazione deviante costava a
ciascuno di noi prezzi sempre pi difficili da sopportare.
Presidente di quella Commissione di Inchiesta era il Generale di Brigata Aerea Giovanni Cavatorta.
Lo ritroverete, se voleste verificare, fra i personaggi incriminati per Alto Tradimento, distruzione di
documenti veri, e costruzione di documenti falsi, nella sciagurata e orrenda vicenda di Ustica.

Alla Commissione era stato attribuito il compito di accertare:


"1) eventuale esistenza di incidenti di volo "insabbiati";
2) eventuale prevaricazione delle direttive di addestramento e di impiego;
3) eventuale falsificazione di libri e di stralci di volo;
4) eventuale falsificazione di firme su quietanze di valuta;
5) eventuale arroganza di potere."
E si sarebbe dovuto parlare della strage del Serra e di incidenti insabbiati accaduti a Bardufoss in
Norvegia durante una esercitazione NATO, della corruzione dilagante nei delicatissimi settori degli
appalti e delle manutenzioni, dei traffici internazionali di armi, della costituzione di fondi neri in
valuta per finanziamenti di operazioni occulte. E se ne parl, per giorni, in quella Aerobrigata dove
pi che una Commissione di Inchiesta mi sembr di avere davanti una commissione della "Cupola",
impegnata a capire come minimizzare, come sventare la attribuzione delle gravissime responsabilit
che emergevano, come rovesciare su di me tutto il livore che non nascosero in quelle settimane di
accertamenti. Come occultare le documentazioni che accertavano le omissioni se non la
corresponsabilit consapevole del loro diretto superiore e di altri infiniti Ufficiali ed Uffici.
La relazione finale sar sottratta ad ogni visura, e bench costituisse atto di accusa e di imputazione
nel processo definitivo contro di me non comparve mai nel fascicolo del processo. Fino allo stralcio
dal processo in cui ero imputato proprio per aver formulato quell'esposto, grazie alla applicazione
arbitraria della amnistia ai reati che sarebbero stati da me commessi con quell'esposto, e che mi
venivano contestati. Ed arrivare infine al rigetto della mia opposizione a quella inaccettabile
applicazione di una misura giudiziale come la amnistia che proprio gli atti di quella Commissione
escludevano, evidenziando come i reati imputati non fossero stati commessi perch erano
confermati piuttosto i fatti denunciati nell'esposto. Solo per pochi attimi potei scorrere la relazione
finale della Commissione, nella deposizione furtiva al Giudice Sgambati, gi illustrata al capitolo
sul depistaggio relativo al Monte Serra. Poi essa tornata nel buio come lo stesso Giudice
Sgambati.
Ma quella relazione l da qualche parte. Ed un giorno, pur nella sua vergognosa elusione di aspetti
e responsabilit, verr fuori. Anche fosse solo dopo la mia morte, ed essa fosse allora
strumentalmente utilizzata per mostrare alla pubblica opinione una istituzione che seppur
tardivamente voglia riconoscere gli errori dei suoi criminali occupanti "di un tempo". Galileo in fin
dei conti ha dovuto attendere 500 anni per essere "assolto" dal potere religioso consolidato da
secoli. Sarei presuntuoso a chiedere una maggiore sollecitudine dal potere laico, sempre incerto
sulla sua breve stabilit e dunque timoroso a sollevare questioni delicate contro i poteri occulti e
consolidati che ne "consentono", volta a volta, le brevi stagioni!
E' utile analizzare, perch la mia non sembri una arbitraria ed ingiusta manipolazione della realt,
una circolare dello Stato Maggiore, nella persona del suo Capo, il Gen. Mettimano, del 15 Febbraio
1980, al numero 2214, inviata ai diretti sottoposti, i comandanti delle tre Regioni Aeree in cui
strutturata la Aeronautica Militare Italiana.
La circolare intestata "Utilizzazione non ortodossa dei velivoli A.M." e riferisce ad un episodio
"riportato dal quotidiano "L'OCCHIO" - quello di Maurizio Costanzo - del 13.12.1979 relativo al
trasporto "privato" di vino; ma con mezzi dello Stato, da Rivolto a Latina."
"Ci ha posto, scrive il generale, all'attenzione della opinione pubblica il tema della utilizzazione di
velivoli A.M. per scopi che, sia pure connessi ad aspetti talvolta tipici della vita aeronautica (festa
di fine addestramento) ed a retaggio di consolidate tradizioni, appaiono non del tutto ortodossi".
E' estremamente significativo leggere con attenzione i due punti successivi per capire il senso di un
intervento che lo Stato Maggiore avverte pi come fastidiosa necessit per fronteggiare indebite
ingerenze nelle vicende militari che non come doveroso contrasto di illeciti, fissato dalla
Costituzione. Dice infatti la circolare:
"2. Nell'attuale contesto sociale, ed alla luce della contingente situazione interna dell'A.M. (la
presenza e la attivit del Movimento Democratico NdR) eventi del tipo citato si offrono ad una
facile strumentalizzazione da parte di forze politiche, organi di stampa, gruppi di contestazione
interni ed esterni alle F.A., il cui scopo sia quello di gettare discredito sull'A.M., sulla base di

documentabili esempi di abusi e/o irregolarit di gestione della cosa pubblica."


Non dunque l'abuso e l'illecito, per quanto "documentato", a gettare discredito su una F.A., ma il
volerlo rivelare. La volont di rivelare gli illeciti dettata con evidenza dalla intenzione dei
denuncianti che essi siano contrastati, piuttosto che avvertirli come "consolidata tradizione", e
addirittura "retaggio" - cio "eredit", che concetto riferibile solo a beni di personale propriet - di
illecito privilegio, "tipico della vita aeronautica". Ma proprio questa la colpa, ed questo il
pericolo contro il quale operare. Infatti:
"3. Non appare peraltro sostenibile, in questo contesto (lo sarebbe dunque in un altro contesto. In
quale? Ndr), la tesi difensiva secondo la quale simili trasporti avvengono nell'ambito di missioni
addestrative, che sarebbero state comunque effettuate, potendosi facilmente obiettare che le
missioni dovrebbero essere effettuate secondo rigidi criteri operativi sotto ogni profilo (anche nella
scelta della destinazione) o comunque senza commistioni di elementi "privatistici"."
E qui l'incontenibile "furore" contro gli aggressori della maest gerarchica "militar-mafiosa",
esplode in tutta la sua folle rivendicazione di impunit. Leggiamo ancora:
"4. Dall'esame del "caso" in argomento scaturisce inoltre l'evidenza che in una base militare
possano essere impunemente (!!!) fotografati mezzi ed infrastrutture senza che i dispositivi di
sicurezza possano efficacemente impedirlo, o quantomeno individuarne i responsabili (che
sarebbero duramente puniti, contrariamente ai responsabili dell'illecito NdR). Va rilevato in
proposito che le foto in oggetto si riferiscono a velivolo parcheggiato, con sportelli aperti, in ora
diurna, e fotografato da pi angolazioni ed a distanza focale ottimale per l'uso che di tali foto si
intendeva fare.
5. L'episodio in argomento pertanto collegato ad altri esempi di vulnerabilit delle basi A.M. (es:
rapina all'aeroporto di Gioia del Colle del 22.11.1979), evidenzia una generalizzata carenza dei
dispositivi di sicurezza; l'eco stampa che ne deriva accredita presso l'opinione pubblica una
immagine della F.A. improntata a scarsa efficienza e superficialit."
E' evidente come non vi sia, nelle parole del CSM, alcuna volont di perseguire i responsabili
dell'illecito uso dei mezzi, per quanto essi siano perfettamente individuabili per la solare
impudenza in cui si svolgono le operazioni illecite. Si sviluppa piuttosto il concetto aberrante di
questa inaccettabile identificazione tra una rapina - di sicura rilevanza criminale; ma di altrettanto
certa matrice "interna", come ogni altra rapina od aggressione o strage che avvenga nelle strutture
militari o all'interno delle consegne militari - e la volont di svelare, da qualche onesto residuale
(troppo impaurito tuttavia per lasciarsi identificare direttamente) un uso illecito ed illegittimo di
"cosa pubblica". Il documento conclude spudoratamente:
"6. Per quanto sopra esposto, ed al fine di evitare ogni possibile discredito derivante da azioni che
possano apparire anche solo in minima parte non regolari, si ritiene che le SS LL:
- impartiscano precise disposizioni ai Comandi e Reparti dipendenti circa la necessit che episodi
analoghi non debbano ulteriormente verificarsi; (quali: il fatto illecito o la possibilit di
documentarlo per rivelarlo alla pubblica opinione? ndr)
- svolgano le azioni ritenute pi idonee per ottenere un incremento qualitativo dei dispositivi di
sicurezza." (dunque senz'altro l'invito non si intende volto alla repressione ed inibizione di fatti
illeciti, quanto alla inibizione di ogni possibilit che essi siano resi pubblici ndr).
Non so se a voi, eventuali lettori, questa vicenda metta addosso gli stessi brividi che rinnova in me a
tanti anni di distanza, avvertendo quell'alito freddo e terribile della genesi mafiosa della corruzione
militare e della feroce volont di repressione contro chiunque le si opponga. E se a voi appaia
altrettanto evidente che il "metodo" della rivelazione (riprese clandestine di immagini e consegna
anonima a giornali) il frutto di una disperata volont di salvare le F.A., piuttosto che esporle a
pregiudizio; ma anche della consapevolezza che ogni rapporto ai superiori avrebbe scatenato solo
una feroce repressione, senza alcuna garanzia da parte dello Stato e dei tutori del Diritto Stabilito.
Si tenga conto che ci avveniva in assoluto dispregio al quadro normativo ed istituzionale di
riferimento, bench venisse esibita una apparente adesione e mansuetudine ai doveri di correttezza e
trasparenza. Doveri pi volte ribaditi dalla Corte dei Conti. Ad esempio ben prima della circolare
che abbiamo letto insieme, il 20 Maggio 1978, quell'onesto del Gen. Pesce aveva emanato non una

circolare ma un "Ordine Settimanale", il numero 16-20, nel quale all'art. 11 si riportava:


DENUNCIA ALLA CORTE DEI CONTI.
La Procura Generale della Corte dei Conti, al fine di coordinare ed uniformare le modalit con le
quali le pubbliche Amministrazioni sono tenute a provvedere, con immediatezza e completezza di
dati, a denunciare alla stessa fatti e comportamenti che possono dar luogo a
responsabilit per
danni cagionati al pubblico bilancio, ed allo scopo altres di disporre con la massima
tempestivit
di ogni elemento di valutazione per la adozione di quei provvedimenti, sia cautelativi che
conclusivi, rientranti nell'area di competenza in ordine a detti fatti e comportamenti, ha richiesto che
le predette Pubbliche Amministrazioni, per il futuro si attengano ai criteri di massima appresso
indicati:
1. Denuncia
a) L'obbligo di fare denuncia, cui sopra si accennato, secondo la vigente normativa
riferito ai
direttori generali ed ai capi servizio. Per quanto riguarda gli enti aeronautici deve
intendersi per
capo servizio il Comandante di Reparto(...) Pertanto qualora chi preposto presso un ente
aeronautico ad un Ufficio o servizio (cio ogni Ufficiale ndr) viene a conoscenza di un
evento che
possa dar luogo a responsabilit per danno provocato all'erario, ha
l'obbligo di informarne,
con rapporto scritto il Comandante. (Credo sia evidente ai pi che, come Ufficiale,
non potevo
che segnalare proprio quei fatti che vedevo perpetrati o potretti dai miei stessi superiori; e come
questi tuttavia si coalizzassero per denunciare come reato penale di calunnia, diffamazione e
vilipendio dei superiori e delle Forze Armate, come citava con puntiglio il rapporto al Tribunale
Militare del Col. Scano! N, quando fu il momento, gli uomini della politica ritennero di
riconoscere ed imporre il riconoscimento di un limpido impegno per la legalit. ndr)
b) L'omissione della denuncia o il suo tardivo inoltro potrebbero
comportare la citazione in
giudizio, unitamente ai presunti responsabili del danno, anche di coloro
che erano tenuti a
farla.
(...)
d) Altro elemento della denuncia l'indicazione delle generalit e domicilio attuale (sia privato che
di servizio) dei responsabili presunti dell'evento dannoso. Qualora taluno dei predetti presunti
responsabili risulti deceduto o deceda nel corso della istruttoria, il Comando denunciante dovr
provvedere, con ogni sollecitudine, all'acquisizione degli elementi necessari per l'individuazione
degli eredi legittimi o, se del caso, testamentari. Nei confronti degli eredi si disporr quindi la
costituzione in mora"
La sottolineatura mia, allo scopo di evidenziare quanto fosse precisa e decisa la volont dichiarata
dallo Stato di salvaguardarsi contro la corruzione interna, fino alla volont di rivalersi anche presso
gli eredi, nella giusta presunzione che ricchezze familiari lucrate attraverso la corruzione praticata al
riparo ed in virt della funzione pubblica rivestita dal "de cujus" (cos il linguaggio giuridico
definisce il defunto originante l'eredit dei superstiti), non possano essere tranquillamente godute
dagli eredi. Criterio che oggi si applica con fermezza verso ogni realt mafiosa, ma mai applicato,
mi risulta, verso i pubblici criminali corrotti o verso la "mafia militare". Assistiamo piuttosto alla
scandalizzata reazione di ambienti politici alla sola ipotesi di una trasparenza totale - che essi

chiamano inaccettabile inquisizione - sui beni di quanti si candidino a ruoli pubblici o accettino
funzioni di pubblica amministrazione.
Le denunce nei miei confronti, citate dal Col. Scano nel suo rapporto informativo, possono dunque
apparire anche grottesche, eppure sono la realt a cui gli onesti - che sono la maggioranza anche
nelle F.A., come onesta sempre stata la stragrande maggioranza delle popolazioni siciliane troppo
spesso ed ingenerosamente associata automaticamente ai fenomeni mafiosi - hanno dovuto assistere
con crescente timore, e con la consapevolezza di trovarsi soli, abbandonati dallo Stato, se avessero
seguito la strada che io ed altri stavamo percorrendo.
Va appena detto che tutti questi riferimenti istituzionali ed "ordinativi" non sono stati neppure presi
in considerazione dalle Corti Militari chiamate a giudicarmi. La soggezione gerarchica e
l'obbedienza cieca ed assoluta sono dunque intese non come obblighi verso la norma e la
Costituzione che la ispira, ma come sudditanza acritica agli occupanti del potere, anche fossero
criminali. Ed invece ritenuto criminale ogni atto, atteggiamento, volont tesa a riconfermare la
fedelt e la soggezione a quella sola Costituzione e quella sola Legge. E questo non solo
patrimonio della mia storia personale; ma di chiunque abbia scelto la strada dell'impegno per la
difesa e la tutela della cultura della legalit nel nostro Paese.
E' del 1992 infatti un nuovo e deciso segnale da parte di uomini democratici all'interno delle F.A., e
della A.M. in particolare, di tornare a riporre fiducia nella Politica e nella Giustizia. Un volantino
titolato "La 46^ B.A: Tangentopoli 1^ pt", inviato a tutte le cariche dello Stato, alla Magistratura
Ordinaria e Militare, denunciava con assoluta precisione di nomi e riferimenti una vasta corruzione
ambientale. Il volantino fu ripreso politicamente dal Movimento de LA RETE, in cui militavo in
quel periodo, e rilanciato a Pisa con una conferenza stampa ed in Parlamento con due durissime
interrogazioni. In quelle interrogazioni si chiedeva perch "i Comandi interessati, piuttosto di
sollecitare ufficialmente la aperta collaborazione dei militari a conoscenza di fatti che possano
arrecare danno allo Stato e di garantire loro sostegno incoraggiamento e
tutela, a quanto risulta
sembrano impegnati ad individuare e perseguire i militari che abbiano
contribuito alla
stesura del comunicato", e se corrispondesse al vero che "da parte dei Comandi
dell'Aeroporto
Militare di Pisa stato inviato alla Autorit Giudiziaria Militare di La
Spezia un rapporto
contro gli estensori del comunicato". Gli interroganti ponevano ancora gravi questioni
sui pericoli
di inquinamento determinati da sciagurate attivit addestrative irrispettose di qualsiasi previsione di
sicurezza della salute pubblica e di inquinamento ambientale.
Era stata infatti realizzata una "piscina", con una semplice escavazione e senza alcuna azione di
impermeabilizzazione delle superfici, in cui svolgere la attivit di addestramento antincendio.
Questa, dovendo prefigurare condizioni il pi possibile vicine alla realt di un intervento,
necessitava di riversare nella "buca" oli combustibili unitamente a materiali plastici ed altre
sostanze infiammabili. Il fuoco appiccato ad una simile esca veniva poi aggredito con quelle
sostanze chimiche necessarie a spegnere simili tipi di incendio che certamente favorivano
l'assorbimento di sostanze nocive, se non tossiche, nel terreno. Ricordavano gli interroganti che
nella zona la fascia freatica era stabalizzata ad appena 15 metri sotto la superficie.
Se nei riguardi della corruzione denunciata si opposto il solito maestoso silenzio, operoso tuttavia
contro quei pochi e rinnovati coraggiosi tornandoli a costringerli nel loro sofferto silenzio di
umiliazione rinnovata, lascio alla vostra lettura - spero stupefatta ed indignata - la sconcertante
risposta che il potere militare deviato impose al ministro di iscrivere negli atti parlamentari della
Repubblica. Noter semplicemente che, ancora una volta nel 1992, anche ai Parlamentari pi
impegnati il coraggio si esaur nella esibizione interrogante, non osando di sollevare lo scandalo

politico che quella risposta avrebbe meritato. Rinnovando cos la evidente condizione di
assoggettamento del potere Parlamentare alla sfida dei suoi pretoriani.
"(...) La piscina per esercitazioni antincendio (...) stata ricavata mediante lo scavo di un
avvallamento circolare (diametro di circa 12 metri), ove, di volta in volta, viene versato
combustibile (220/330 litri di JP4 diluito con olio esausto) per consentire alle squadre antincendio
di effettuare la prevista esercitazione mensile della durata di 20/30 secondi.
Al riguardo si ha motivo di ritenere che la solidificazione dei vari prodotti
combustibili,
utilizzati nel tempo per le varie esercitazioni, abbia creato una efficace
impermeabilizzazione
di tutta la superficie interna. Ci viene confermato dal fatto che, dopo precipitazioni
atmosferiche, il livello dell'acqua piovana rimane inalterato e non risulta (come, a chi e da quali
rilievi? Non dato sapere. ndr) che abbia avuto luogo alcuna forma di
inquinamento della falda
per effetto dell'avvallamento in questione.
Si fa presente inoltre che tale avvallamento era destinato, sin dall'inizio del corrente anno (siamo ad
Ottobre 1993, e la risposta arrivava ad un anno dalla interrogazione!), ad essere eliminato (...)
Purtroppo, per vari motivi, fra i quali le incessanti piogge che hanno interessato la zona di Pisa
[dieci mesi di piogge!! che hanno impedito di colmare una buca di dodici metri di diametro!!], non
stato possibile avviare l'avvio delle operazioni di bonifica ed il completo livellamento del terreno
con mezzi meccanici (...) Comunque sono state recentemente portate a termine le operazioni di
separazione della ridotta quantit di combustibile dall'acqua, che consentir poi di procedere alla
smaltimento dei residui avvalendosi di apposita impresa specializzata."
Siamo di fronte dunque ad un sistema che reagisce sempre e rispetto ad ogni tipo di contrasto con i
medesimi metodi e secondo i medesimi schemi. Un perfetto conglomerato tumorale. Dobbiamo
imparare dal tumore: esso dopo essersi acquartierato, inizia la distruzione sistematica del corpo.
Ogni cellula nuova e vitale o resistente viene aggredita, distrutta o mutata perch collabori alla
estensione delle infernali metastasi. A differenza del tumore fisiologico di un corpo umano, che si
evidenzia comunque come una alterazione dei tessuti o degli organi, il tumore istituzionale ha una
terribile capacit mutante. Se l'istituzione fosse "ferro" esso per aggredirlo si trasformerebbe in
"ruggine", se essa fosse legno diverrebbe "tarlo". Gli effetti finali sono gli stessi, ma la capacit di
mimetizazzione iniziale altissima. Ecco perch di fronte ad ogni fenomeno di devianza e di
corruzione, ogni scusa, ogni giustificazione appare una indegna complicit. Perch scuse e
giustificazioni non hanno mai curato nessuno.
Ancor pi sconcertante appare il tentativo di attribuire alla Societ Civile la responsabilit di aver
infiltrato, attraverso la sua realt degenerata, cellule tumorali nel corpo sano delle Forze Armate.
Ma questo concetto aberrante cerca solo di accreditare una "maggiore e diversa nobilt" delle Forze
Armate rispetto alla Societ Civile che viene quindi ad essere "servita" con un inaccettabile fondo
di disprezzo. Fa delle F.A. un "corpo separato" dello Stato, ideologicamente orientato alla sua
autodifesa ed "autoriproduzione", ammantandosi della retorica pi alta dei valori e dell'etica.
Rivendicando l'isolazionismo per evitare il contagio di una societ corrotta. Tutto pu succedere, in
questa condizione, se qualche fellone si stabilisce nel tessuto vitale delle Forze Armate.
Questa cultura di "separazione", che abbiamo gi visto espressa da un Generale Medico nel capitolo
sul Monte Serra, ha trovato una inattesa quanto inaccettabile conferma nelle stesse aule
Parlamentari, davanti alla Commissione Difesa del Senato, con la audizione del Generale Corcione.
Costui, per, era ascoltato come Ministro per la Difesa - primo militare chiamato a tale alta
funzione politica dalla fine della guerra, e dal primo Governo che, salvo la parentesi di Unit
Nazionale successiva alla Liberazione, fosse sostenute dal voto delle sinistre -, e dunque ci si
sarebbe aspettata una attenzione ed una premura prevalenti per la Societ Civile, alla cui tutela e
garanzia sono chiamate istituzioni e gli organismi pubblici. Purtroppo invece il Generale-Ministro,

chiamato a relazionare sui fatti di "malversazioni" (eufemismo che sta per "corruzioni, truffa e
latrocinio delle pubbliche risorse") nelle F.A., emersi nelle vicende giudiziarie del 1995, inanella
una serie di inaccettabili analisi dispregiative della sola Societ Civile, a totale difesa delle F.A. e
dei suoi componenti coinvolti in vicende criminali. Dice il Generale:
"(...) si tratta di episodi che, per quanto eclatanti e vistosi, interessano un numero limitato di persone
e che, seppure dolorosamente indicativi dell'esistenza di fenomeni di corruzione anche nelle
Forze
Armate, non possono essere considerati tali da giustificare generalizzazioni. Essi costituiscono
sintomo evidente del malessere che percorre la Societ Civile, rispetto
al quale difficile
pensare che le F.A. possano mantenersi del tutto estranee.
D'altra parte il sistema di controlli, la disciplina e, in generale, il modo di essere [quale? ndr],
tendono a contenere il fenomeno a livelli tali da non intaccare in alcun modo l'integrit complessiva
dell'istituzione. (...)
La valutazione tratta dalla Amm.ne (...) che in molti casi il fatto di esigere dallo Stato
prestazioni comunque dovute, ma giustificate da falsa documentazione,
ha creato la mancanza
di una chiara percezione della gravit di quanto si stava commettendo, che solo la condanna
e la
sanzione hanno evocato."
Il Generale non si perita di confermare, davanti alla Commissione Parlamentare, il convincimento
che la prestazione dello Stato, estorta con falsa documentazione, sia dar ritenere "comunque
dovuta". C' un chiaro pensiero dietro questa invereconda affermazione: lo Stato infatti riconosce,
decurtando fino ad un terzo il valore della indennit relativa alle trasferte (="missioni") del
personale militare, il pieno rimborso di vitto ed alloggio, se questo non abbia potuto essere goduto
gratuitamente in strutture militari. Il convincimento allora che quella decurtazione sarebbe
"ingiusta", e quindi ci che si retiene "una prestazione comunque dovuta", nella logica confermata
dal generale, ciascuno se lo riprende anche attraverso affuffigni.
E si badi, non in una discussione interna all'istituto in un confronto tra i consociati alle azioni
criminose che viene riacquisita una lucida consapevolezza della legalit e della sua violazione, ma
solo in quanto scoperti e, peggio, in quanto condannati e costretti alla sanzione (cio al rimborso del
maltolto). Ch, se qualche giudice "infame" non si fosse intromesso in fatti che "non lo
riguardavano ed "irriconoscibili tribunali" non avessero disposto la sentenza di condanna,
divergendo da prassi consolidate di assolut garanzia di impunit, tutto sarebbe rimasto come
sempre. Nella totale indifferenza al rispetto della legalit. Essi infatti hanno seguito un iter
lucidissimo di criminalit, al di l delle scuse improbabili opposte dal Ministro: pur avendo
usufruito, nelle strutture militari, di vitto ed alloggio gratuiti - cio a carico dei cittadini -, essi
hanno ritenuto corretto e comunque giustificato imporre l'esborso delle cifre corrispondenti
all'eventuale alloggio di cui si sarebbe potuto usufruire - con la decurtazione del 30% della
indennit - in strutture private. E la cosa davvero cos meschina nella sua quantificazione
economica (visto che la riduzione veniva automaticamente applicata ed il maggior utile era dato
solo dalla differenza tra la cifra falsamente dichiarata come spesa per alloggio - decurtata del pizzo
dovuto alla organizzazione che quella documentazione offriva - e la cifra della indennit
corrispondente ad un terzo della missione), da far emergere una specie di volont incoercibile di
violazione della Legge, pur di imporre la "propria legge".
Questo atteggiamento, infatti, comporta due livelli ulteriori e coordinati di reato:
Anzitutto la condizione per cui la struttura militare ospitante avrebbe certificato che il militare
"NON HA USUFRUITO" di vitto ed alloggio, e questo comporta che le prestazioni in realt offerte
siano state in qualche maniera occultate in una amministrazione evidentemente non limpida.
In secondo luogo la prassi seguita ha determinato la ricerca di organizzazioni civili predisposte,

con ovvia richiesta di "tangente", a rilasciare dichiarazione falsa di servizi prestati e questo rimanda
ad organizzazioni criminali evidentemente aduse a pratiche amministrative illegittime e non
trasparenti.
Il tutto si risolve in una oggettiva alimentazione di un sistema criminogeno e criminale. Ma il
Generale, spudoratamente, dice che "solo la condanna e la sanzione" ha evocato in questi "Ufficiali"
la gravit di quanto si stava commettendo". Sembra si stia parlando di sciusci dei bassi napoletani,
non adusi alla frequentazione della legalit, piuttosto che di Ufficiali preparati per garantire e
tutelare il rispetto della legalit!!
Il Generale non si accontenta e va oltre con una serie di affermazioni assolutistiche sulla natura
"migliore delle F.A. rispetto alla Societ Civile, cui aveva premesso una serie di numeri (che noi
riporteremo invece in conclusione) per sostenere la minimalit del fenomeno deviante. Quei numeri
in realt evidenziano la esplosione parossistica ed esponenziale della criminogenit nel mondo
militare. Dice il Generale:
"Se il mondo militare non viene trattato con quella cura particolare che esso richiede; se come
spesso accade si tende a ricondurne i valori specifici a quelli sicuramente
onorevoli ma affatto
diversi del mondo civile; [non vi sembra di ascoltare - nel 1995, nelle aule Parlamentari,
riportato
nei bollettini parlamentari, e pronunciato dalla bocca di quello che era un Generale ma avrebbe
dovuto essere un Ministro - lo stesso identico discorso che abbiamo riportato nel capitolo sul Serra,
e che era stato pronunciato nel 1972, in un ambito ed un ambiente strettamente militari, riportato da
giornali specializzati, e pronunciato da un Generale che avrebbe dovuto essere un Medico? ndr] se,
come altrettanto spesso accade, si tende a svuotare di contenuto questo mondo militare, allora esso
non pu che diventare un mondo fatto di persone come tutte, e allora non ci si deve assolutamente
meravigliare che in questo mondo divenuto uguale al resto accadano le stesse cose, che nel resto del
mondo esterno. (...) Se il fenomeno della corruzione nel mondo militare esiste
a livelli ancora
inferiori al mondo esterno questo proprio in virt della persistenza di
quei valori che negli
ultimi anni sono stati forse eccessivamente erosi."
(.. e veniamo ad i numeri che erano stati anticipati dal Ministro nella audizione ndr) nel periodo
1992-1995 sono stati complessivamente interessati a provvedimenti giudiziari 388 amministratori
regionali, 136 amministratori provinciali, 1957 funzionari pubblici, 1706 amministratori comunali,
1217 imprenditori e 2267 altre persone di varie estrazioni; a fronte di tali numeri i
militari
coinvolti sono stati 597, equivalenti al 6,7% delle persone
complessivamente interessate a
vicende giudiziarie ed allo 0,5% del personale militare volontario in
servizio ammontante a
oltre 115.000 persone."
Fin qui il Generale delle Forze Armate, Ministro della Repubblica assai improbabile. Sta a noi
riflettere su quelle cifre e quelle parole, visto che nessuno dei Parlamentari ha saputo interpretarle
nel senso oggettivo che esse illustrano e non in quello falsato in cui ha voluto leggerle il militare.
Credo che appaia incomprensibile a tutti che si possa invocare, a scusante di una corruzione che si
evidenzia in corpi di garanzia dello Stato, un livello - quale esso sia - di diffusa corruzione nella
Societ Civile, quasi fosse fatale che quella condizione epidemica si attesti proprio negli organismi
di contrasto. Questa affermazione diventa una inaccettabile disistima nel suo complesso della
Societ Civile che si dovrebbe servire e tutelare, proprio contro quelle forme di devianza sociale.
Ma rivela anche un tentativo surrettizio di deviazione delle responsabilit.

Chiunque converr infatti che la Societ dei cittadini, nella sua diversit e variet di espressioni anche criminogene -, soggetta alla sola logica della anagrafe. La cittadinanza in verit un diritto
"automatico" e dovuto, in genere per nascita da cittadino italiano, per matrimonio con un cittadino
italiano, senza distinzione o necessit di rispondenza a particolari requisiti di cultura, moralit,
tratto, psicologia, e condizione socio-economica. Cos da noi come altrove, nel mondo.
Lo Stato, molto laicamente, riconosce e garantisce questa originale dignit dei singoli, proponendo
a ciascuno un patto di regole sociali che sono le norme cui si ispirano i rapporti sociali ed
economici. Le strutture di prevenzione, indagine, giudizio e repressione sono allora funzionali ad
enucleare dalla parte "sana", quanti mostrassero tendenze di devianza (qui intese come specifica
propensione al crimine ed al delinquere, cio a violare i limiti di quel "patto sociale" riassunto nella
Costituzione di ciascun Paese ed esplicitato nelle Leggi conseguenti). Non solo un compito
repressivo quello che lo Stato si assegna, ma anche di educazione e di rieducazione, per una
rinnovata coscienza della necessaria disciplina dei rapporti civili tra cittadini.
E' per assolvere a questi scopi con "certezza" che lo Stato si dota di organi di Polizia, di Difesa e di
Garanzia Giudiziaria. Per la selezione dei funzionari di ciascuno di questi organismi lo Stato, a
differenza della semplice anagrafe, determina strumenti severissimi e rigidissimi, spesso
inappellabili, di selezione preventiva e di controllo costante e sistematico successivo. La militanza
dunque non si assume per caso, ma per scelta e per selezione. Certamente essa non pu che
avvenire all'interno del corpo sociale cui riferisce; ma proprio il carattere di scelta e di selezione a
garantire che solo quanti pi di altri mostrino un assoluto attaccamento ai principi di legalit dello
Stato potranno essere riconosciuti e chiamati a difenderne quegli irrinunciabili assunti.
Certo, se la selezione "ideologica", come nelle Polizie e nelle Forze Armate Latino Americane o
dei regimi sovietici, se essa esposta alla corruzione. solo in apparenza "piccola", della
raccomandazione politica (e di che politici ci dicono tangentopoli e le connessioni "mafia-politica"),
anche per le Forze Armate non ci sarebbe scampo: sarebbero infiltrate dai pi "squallidi picciotti" e
dai pi pericolosi "referenti" della "Mafia" che agisce nella Societ Civile. Ma accusare la Societ
Civile di essere totalmente corrotta e le Forze Armate di rifletterne necessariamente una qualche
percentuale una inaccettabile e sfacciata falsificazione della realt. Significa negare responsabilit
di selezione, e responsabilit di controllo che comunque nella Societ Civile, e finanche nella
"societ mafiosa" rispondono profondamente al quadro di regole che ciascun ambiente si dato. In
una azienda civile, quando emergesse che con preoccupante continuit elementi selezionati da un
funzionario specifico mostrino di essere infedeli agli interessi della Azienda non c' possibilit che,
oltre alla espulsione dei fedifraghi ed alla segnalazione alla magistratura delle loro responsabilit
per il riconoscimento del danno subito ed il relativo risarcimento, il selettore non segua la medesima
sorte del fedifrago. Le sue responsabilit non si esauriscono certamente, come spesso accade in
queste Forze Armate, in un tradferimento ad altri incarichi ed altri settori, dove l'elemento
tornerebbe a rinnovare gli effetti deleteri e perversi della propria incompetenza se non della propria
collusione.
Il Generale descrive un fenomeno dirompente, come la corruzione nelle Forze Armate, come un
pavido spettatore dello spettacolo terribile e fascinoso di un terribile incendio. E si accontanta di
"sentenziare" che la deviazione della Societ Civile dello Stato ad aver innescato nelle Forze
Armate il fuoco della corruzione accendendo al suo interno dei piccoli ma pericolosissimi cerini.
Ora un bosco pu anche essere distrutto dal fuoco devastante nato da un piccolo cerino, ma non
basta ancora il conoscere una causa immediata se non si cerca di capire "il perch profondo" della
sua genesi. Perch un incendio si combatte, anche a rischio della vita, come sa ogni pompiere e
come sapeva in piena coscienza ognuno di noi militari democratici. E si pu anche vincere. Ma se si
capisce e conosce il meccanismo di innesco "anche e soprattutto motivazionale", e si circoscrivono
ed indagano "i piromani", si pu evitare soprattutto l'incendio prossimo. E si vince di pi.
E' solo per questo che diviene necessaria questa fatica che impedisce di fermarci a narrare una storia
come pura sequenza di semplici "fatti", che gi in se stessi potrebbero colpire le emozioni dei
lettori. L'obiettivo non l'emozione e neppure la personale partecipazione alle difficolt che
ciascuno di noi ha dovuto vivere. Anzi, quanto pi saranno compresi i meccanismi di deviazione,

tanto pi potremo sperare che nessuno pensi che le disavventure passate da ciascuno di noi siano dei
"fatti unici ed irripetibili". E che ciascuno sappia maturare una propria specifica ed autonoma
cultura antagonista della illegalit diffusa. Certo a nessuno sar dato di rivivere le stesse vicende
che qui sono descritte, ma tutti vivrebbero inesorabilmente le conseguenze della alterazione del
"patto sociale" cui non avessero saputo opporsi. Ciascuno deve saper riconoscere i segni mutanti,
nell'ordinaria legalit che dovrebbe animare la convivenza civile, determinati dalla aggressione del
tumore e ciascuno potr scegliere il destino cui consegnarsi. E' necessario quindi proseguire nella
analisi della "Mafia Militare".
Il Generale Corcione, nello sciorinare le sue cifre, non ha tenuto conto neppure della evidenza
oggettiva che esse offrono. Infatti il numero totale degli inquisiti, come enumerato dal generale,
pari a circa 9000 persone. Ma questa cifra corrisponde allo 0,015% del corpo sociale cui essi
riferiscono, cio il popolo italiano pari a circa 60 milioni di cittadini. Le Forze Armate, nella loro
componente volontaria, e dunque selezionata, corrispondono a loro volta allo 0,2% di quel
medesimo corpo sociale. E' dunque questa la percentuale (lo 0,2% di quello 0,015%) che dovremmo
attenderci fosse, al massimo, la incidenza degli indagati militari rispetto al totale degli inquisiti.
Essa invece del 6,7% di quel totale. E questo dice che la tendenza criminale conclamata in un
corpo, che dovrebbe essere selezionato, appare invece di 33 volte superiore a quella della realt
sociale da cui quel corpo trae i propri gradi e che la sua potenzialit criminogena dunque di 33
volte superiore anche all'interno della sua stessa identit specifica. Infatti i criminali indagati
risultano essere lo 0,5% del personale volontario a fronte dello 0,015% degli indagati civili rispetto
al corpo sociale.
E questi dati, naturalmente riferiscono solo ai fatti indagati, tralasciando ogni estensione
"dietrologica" non documentata, e non tenendo conto del fatto che, dopo quella audizione, gli
indagati militari siano aumentati di circa quattro volte. Ci che certo che nessuna
documentazione, bench promessa in quella stessa audizione, sia stata in realt mai depositata in
Parlamento. La documentazione promessa dal Generale avrebbe dovuto attestare la seriet degli
accertamenti amministrativi avviati dalla Amministrazione Militare e la severit delle sanzioni
disciplinari irrogate.
Tralasciamo ancora la circostanza che invece molti degli Ufficiali inquisiti abbiano riconosciuto la
colpa, patteggiato la pena, evitato il carcere, rimborsate le cifre indebitamente riscosse - ma per il
solo reato indagato dei tanti certamente compiuti, perch non si arriva limpidi ad alti gradi per
sputtanarsi poi con una falsa dichiarazione di soggiorno in un albergo per qualche notte - ed abbiano
potuto tornare a comandare i loro Reparti. Dove fare sfoggio della pi alta retorica dei valori
"tipici" della vita militare, e della rigida severit disciplinare nei confronti di ogni sottoposto e
coscritto non perfettamente adeguato al "quadro di regole militari".
Tutto questo era gi accaduto in modo affatto identico per quei militari trovati nelle liste della
Loggia P2 ed accertati come effettivi aderenti a quella consorteria, attraverso un giuramento che
costituiva concreto atto di Alto Tradimento contro i propri doveri di status, assunti con il
giuramento alla Costituzione. Ma tutto questo non che la rivendicazione, come il generale ha
sfacciatamente sostenuto davanti a pavidi parlamentari, della "alterit" del mondo militare rispetto
al Mondo Civile ed ai suoi - "pur onorevoli" - valori. Se si consente tuttavia con questa possibilit
di un "mondo altro" - quando la medesima Costituzione e sono le medesime Leggi che regolano i
rapporti di ogni cittadino e di tutte le Istituzioni - questo mondo diviene in fretta un vero
"AntiStato". Ma questa la caratteristica fondante di una Mafia vuole e cerca di farsi Stato.
La criminalit organizzata, che ha nella Mafia la sua espressione moderna pi compiuta ed in Cosa
Nostra il suo apparato istituzionale ed organizzativo militare, la forma pi oscena di Antistato. E'
per questo che i suoi meccanismi devono essere studiati e conosciuti, come in tutti i mali mortiferi,
per sapere e potere verificare che essi non si siano acquartierati con prospettive invasive e
pervasive all'interno delle istituzioni.
Infatti la Mafia ha strutture di potere apparentemente "occulte", e tuttavia esse sono "note" e si
rivelano apertamente a quanti "debbano" riconoscerle per accettarne la sudditanza o la
acquiescenza. A quelle strutture i sudditi-vittime possono comunque rivolgersi anche per ottenere

"giustizia" (quando ad esempio si venga taglieggiati due volte). La condizione per accedere a questa
tutela quella di riconoscere alla Cupola, e gi gi fino ai capi-mandamento ed ai picciotti, il potere
assoluto, insindacabile, per qualsiasi "linea politica" essa adotti.
Il potere mafioso apparentemente pervasivo della comune convivenza; ma solo perch, avendo a
sua volta intuito e studiato i criteri del consenso popolare, sa infiltrarsi in ogni spazio di diritto
negato - per quanto affermato costituzionalmente - dal legittimo Stato: lavoro, scuola, sicurezza
sociale e garanzia sanitaria.
La Mafia ha strutture molto leggere che consentono una "efficienza criminale" ed un controllo del
territorio che pu farla apparire e deve farla apparire, agli occhi della gente, molto funzionale.
Ma essa vive nella paura e nell'ombra perch sa di essere intrinsecamente fragile, esposta ad una
aggressione facile e fatale se solo potesse circolare una "coscientizzazione" tra la gente del suo
dover essere "bandita" dalla comune convivenza, perch essa non mai finalizzata al bene comune,
ma al solo interesse personale di pochi. Della "famiglia". Al tempo stesso la accettazione nella
famiglia una specie di numero chiuso, un ristretto ambito consentito solo per grazia ed interesse
dei capi. Se tutti o troppi "pretendessero" di entrare nel paradiso dei mafiosi infatti, a chi si
succhierebbe poi il sangue? E se qualcuno, ardimentoso, volesse rompere questi limiti ed avviare in
proprio una attivit mafiosa, state certi che sar la stessa famiglia dominante a stroncare sul nascere
ogni velleit, e con essa anche la vita molto spesso.
Per questo la Mafia vive di terrore e di violenza, che sparge a piene mani. Per confermare il diritto
della sua forza, evidenziare la debolezza ed assenza dello Stato, per coprire la propria debolezza e
far apparire ossessiva la propria presenza, inducendo l'idea che in quello Stato "non si pu e non si
deve sperare". E mostrare, come esemplare piuttosto, il proprio sistema di stato sociale, capace di
garanzia economica ed assicurativa, tanto in caso di "infortuni" - come il mantenimento dei
familiari durante la carcerazione di qualche picciotto -, quanto in caso di "morte" in servizio - nel
qual caso ai fedeli superstiti viene garantita una dignitosa "pensione". Indurre dunque atteggiamenti
di fatalistica sottomissione.
L'immagine dei sottomessi potrebbe rimandare all'idea delle popolazioni di peones ostaggio della
furia violenta e del sistematico saccheggio dell'ultimo bandito. E noi, che ci sentiamo sempre
depositari di una sana capacit di indignazione e di pretesa di vera giustizia, sviluppiamo facilmente
la cultura degli "eroi positivi" cui delegare il riscatto delle ingiustizie patite dai "poveri". Gi gli
eroi positivi: essi "ci rappresentano", nella realt come nei film, consentendoci di mantenere anche
un sottile disprezzo per i peones incapaci di ribellarsi da soli. E cos abbiamo sempre bisogno dei
sette samurai, dei magnifici sette pistoleros consegnati alla buona causa. Dei Rambo e dei guerrieri
positivi, anche fossero solo giudici, di ogni guerra e di ogni epoca, pronti a morire per la giustizia
ed il diritto che noi riteniamo connaturali alla nostra personale cultura. E nei quali facile
immedesimarci e verso i quali naturale e spontaneo dichiararci totalmente solidali.
Ma quando nella nostra quotidianit che avvertiamo la forza di un sistema dominante, pur sentito
come illegittimo, scattano i meccanismi di difesa ed autogiustificazione, di passivit, quando non di
collusione e complicit. Tutto in nome del bene della nostra famiglia, e della impossibilit si
sostenere una lotta che appare impari. Ed ecco che con la giustificazione del "cos fan tutti"
collaboriamo in qualche misura a far s che "la Mafia ci assomiglia", come diceva Falcone. Nel
senso che il sistema di corruzione viene ad essere alimentato dal basso, dai nostri atteggiamenti e
dai nostri piccoli tradimenti piuttosto che dalla diretta ed attiva consociazione. Noi diveniamo,
consapevoli o meno, collusi con il sistema mafioso. Perch non esistono sacche e nicchie private
nelle quali esercitare le virt.La Mafia conosce questi meccanismi psicologici e sociali ed utilizza
con freddo cinismo questa umanit impoverita.
La compenetrazione della Mafia nella societ e nello Stato non solo funzionale ad i suoi interessi
economici ma anche ad una esigenza di dissimulazione e mimetizzazione della propria natura. E'
una esigenza di strutturazione fisiologica nel sistema, per sviluppare e mantenere potere. Da
"Antistato" essa chiede e necessita di divenire "Parastato" ed anima dello Stato, per tradurvi
progressivamente il proprio codice "morale" per una apparente legittimazione istituzionale. Ci che
lo Stato rifugge o dovrebbe rifuggire - cio gli estremi della vilt e dell'eroismo - proprio ci che

invece la organizzazione mafiosa tende a realizzare. Perch i vili le siano complici, perch gli "eroi"
appaiano come diversi, temerari, sconfitti ed inimitabili. E' dunque la Mafia, pi dello Stato, ad aver
bisogno di eroi per utilizzarne al meglio l'effetto e l'impatto sociale della persecuzione e della
sconfitta. E sa farlo meglio dello Stato, che riesce solo a costruire sepolcri presso i quali esibire
improbabili volont di riscatto nelle celebrazioni rievocative, senza riuscire tuttavia a diffondere la
esemplarit educativa ed il desiderio di imitazione con la forza che sa invece indurre la Mafia con i
suoi messaggi di morte.
Lo Stato dovrebbe prefigurare piuttosto una convivenza ordinaria, di persone di ordinario coraggio
e di ordinari timori, cui lo Stato stesso garantisca tutela pi attraverso la forza della propria
autorevolezza, credibilit e presenza, che non attraverso "corpi eroici" di Rambo.
Ma se nelle Istituzioni, e segnatamente nelle Forze Armate, le opportunit di carriera sono
condizionate e dettate pi dalla consociazione alla illegalit che non dalla competenza e dal merito.
Se la stessa competizione di arruolamento ed avanzamento condizionata e sostituita dalla
"alterazione" delle regole di concorso e dei criteri di valutazione delle reali "capacit dimostrate", e
dunque se essa condizionata dalla corruzione dei livelli selettivi e decisionali. Se alla capacit di
una "obbedienza leale" e di una "disobbedienza creativa e responsabile" (quando il limite della
Legge o il suo snaturamento la rendessero necessaria in un limpido e responsabile impegno) si
sostituisce e santifica il primato di una obbedienza "pronta cieca ed assoluta" alla superiorit
gerarchica, anche quando fosse esercitata per scopi illegittimi (e tale obbedienza divenisse pittosto
pratica di lusinga di quel potere gerarchico per personali interessi). Se tutto questo accade allora la
"Mafia entra nello Stato", ne diviene una specifica caratteristica ed un volto. La Mafia compie la
sua aspirazione pi alta: si fa Stato.
E di riflesso se lo Stato, piuttosto che schierarsi con i resistenti, consente che i meccanismi della
corruzione si diffondano e si stabilizzino nei suoi organismi di garanzia e nelle istituzioni, esso
consente e collabora alla propria corruzione finale: lo Stato si fa Mafia. E ne assume il pi cinico
automatismo e la pi terribile caratteristica: l'uso sistematico della violenza verso chiunque possa
costituire un pericolo. E cos chiunque faccia il proprio dovere diviene un pericolo e diviene un
eroe, come diceva Falcone. E muore, deve morire, dopo che sia stato realizzato attorno a lui un
terribile deserto di assenza di solidariet. Lo Stato si ritrae, per ricomparire, contrito e
"consapevole", ai funerali di stato ed alle celebrazioni retoriche e periodiche delle stragi. Sempre
annunciando un impegno che torna a tradire poi nella quotidianit.
Lo stabilirsi di una "rete mafiosa" nelle F.A., quando qualche losco figuro al loro interno decidesse
di stravolgerne la funzione di garanzia, di una "semplicit" impressionante e sconcertante,
attuabile usando proprio di quei meccanismi strutturali della "subordinazione e della disciplina" abbinati ad un malinteso senso corporativo o spirito di corpo - che il Movimento indicava come le
"chiavi" strategiche su cui intervenire politicamente e con assoluta decisione per garantirsi Forze
Armate liberate da ogni tendenza geneticamente deviante ed antidemocratica.
Questo sistema criminoso una struttura leggera, come ogni rete spionistica o mafiosa, in cui il
controllo del "territorio" e della maggioranza degli onesti, si ottiene con l'occupazione di pochi nodi
strategici: La valutazione e l'avanzamento, la disciplina e la valutazione dei ricorsi gerarchici.
Quando questi Uffici sono occupati da "persone ad hoc", il ricatto sul personale e l'ottenimento del
conseguente complice silenzio o della loro collusione funzionale, diviene un giochino per bambini.
Avrete notato che non ho inserito n i nodi operativi n quelli logistici dove pure si eseguono i piani
e si stipulano i contratti. Si tratta spesso di nodi ove arriva pur sempre un "amico", ma trattandosi
dei nodi pi scoperti ed esposti essi sono controllati piuttosto dal "potere pi occulto o dissimulato"
che si ottiene occupando i veri centri del potere di controllo che sono stati evidenziati. L, in quei
centri di potere, il ricatto la vera arma vincente. E ci stato recentemente evidenziato anche dalla
rivelazione e pubblicazione dei gi citati manuali americani per la "Scuola per Dittatori
Anticomunisti", la chiameremo cos, che ha avuto sede in Panama, e sulle cui nefande tecniche di
dominio delle volont nazionali nessuna voce politica si alzata per chiedere conto del sangue che
quelle ideologie criminali hanno seminato.
Il controllo di cui stavamo dicendo pu essere esercitato anche su coloro che avevano pensato di

ricavarsi la famosa "nicchia di onest". Essi arrivando a posti di comando operativo senza essere
allenati alla lotta ed al rischio, "alienati" dalla realt nel puerile convincimento che sia possibile
"fare il proprio dovere" e "divenire un ottimo guerriero" mantenendo ben chiusi occhi ed orecchie e
cervello, ben difficilmente reggeranno la prova del confronto col sistema mafioso. Penseranno di
sottrarsi con qualche piccola acquiescenza che riterranno non incider sulla loro capacit e
limpidezza di comando, per accorgersi, in fondo, di essere stati dei perfetti conservatori e
continuatori della specie.
Essi tutti hanno certamente il forte alibi della consapevolezza di quanto devastante possa essere per
le persone e le famiglie la forza della repressione e del ricatto. Le vite vendute ed oltraggiate dei
colleghi sono davanti a loro come macabri trofei di guerre barbariche. E tuttavia essi, a differenza
dei cittadini ordinari dei territori occupati dalla Mafia, non hanno una totale scusante. Avevano
giurato di essere pronti a morire per difendere il Paese e la Costituzione e pur avendo visto quanto e
come il potere politico si ritragga dall'offrire doveroso appoggio ai suoi migliori elementi, non sono
escusabili. La assuefazione, con qualsiasi motivazione, della maggioranza degli onesti con la
devianza mafiosa e tumorale una innaturale convivenza e la "parte sana" subisce inevitabilmente
erosione. Il ritardo di un intervento deciso rende sempre pi concreta l'ipotesi di soluzione infausta.
In questo quadro divengono strumenti fondamentali il "nonnismo" - sempre alimentato nonostante
le dichiarazioni di contrasto quando esso concretizzi violenze conclamate per qualche denuncia o
sorte infausta delle giovani vittime - e la garanzia della impunit offerta dai Tribunali Speciali. Quei
Tribunali Militari che la Costituzione avrebbe voluto fossero riassorbiti nella Magistratura
Ordinaria e che invece hanno continuato ad imperversare con la applicazione di una feroce e
sistematica "ingiustizia militare".
Il nonnismo ha il fine inconfessabile di trapiantare in ogni giovane, volontario o di leva, l'orrido
convincimento di essere un "nulla", alla mercede di un potere assoluto che si lega, ancor prima che
alla gerarchia, alla anzianit. Mai comunque alla Legge dello Stato, ma solo alle "Leggi e
Tradizioni Militari" che sono preminenti. I giornalisti sono "sciacalli", salvo divengano servili
cortigiani ed "amici" della cui pubblicistica servirsi "a comando", con la piacevole contropartita
della partecipazione a viaggi non solo in operazioni difficili ma soprattutto in "crociere e luoghi di
vacanze". Non costa nulla, tanto paga il popolo! I magistrati sono "il vero nemico".Soprattutto se
vogliono indagare sui metodi di servizio per accertare responsabilit in morte di qualche
commilitone. Ancor peggio se dovessero porre fastidiosi interrogativi sui servizi svolti in occasioni
di stragi sanguinose.
Ma se ragazzi della tua stessa et od anche pi giovani, ma appena pi "anziani" in carriera, per
qualche mese o per un anno, possono "catturarti", spogliarti nudo ed umiliarti con urla e ingiurie,
verniciarti dai piedi fino alle orecchie con vernice alla nitro costringendoti ad ore di doccia. Se
ragazzi pi "anziani" possono costringerti a pompare (fare flessioni) fino a sfinirti e cadere, su un
mucchio di loro escrementi. Se questo diviene "normale" nella psiche di un giovane, tutto gli
apparir logico nel potere assoluto di un sergente, di un tenentino. Il generale sar un dio lontano
cui si possa anche essere sacrificati con assoluta assenza di motivazione.
L'ho subita anch'io, questa cinica pratica. E purtroppo l'ho anche applicata quando ancora era
possibile che quel sistema deviato mi assorbisse con la sua affabulazione progressiva. L'esserne
stato liberato, dai miei stessi educatori militari e dal rapporto continuo con i miei educatori "civili" e
con la Societ esterna, non riduce la consapevolezza e la responsabilit di aver contribuito in
qualche misura alla perpetuazione di pratiche deviate e devianti della vera natura di quella
istituzione militare.
E in quelle condizioni si sentir forte il senso di appartenenza a quel gruppetto che il tuo "corso",
ed il senso di protezione e di sicurezza che ti verr dall'aver stabilito legami assoluti di reciproca
solidariet in quella piccola "famiglia". L'aver accettato e superato insieme la prova del nonnismo
far di quel gruppo lo strumento di perpetuazione della specie, con il compito di "educare" le nuove
leve. E si sentir forte il senso del potere che ti viene riconosciuto perch sia esercitato solo ed
esclusivamente verso il basso, verso gli "inferiori". Un potere che, essendo esercitato e proprio
perch viene esercitato, induce a sua volta, in una perfetta logica, il radicamento sempre pi

profondo della accettazione della propria sudditanza gerarchica.


Il nonno a sua volta, dopo aver ben fissato questi criteri di soggezione, diviene il tuo angelo
custode, il "tuo anziano". Responsabile di te, della tua sicurezza, ma anche della tua adesione
disciplinare. Egli sar punito per colpa tua ed al tuo posto, per le mancanze di qualsiasi natura che
tu abbia commesso. E nasce quella ulteriore "dipendenza" psicologica fatta di un misto di "valori" e
disvalori nei quali non sei pi capace di autodeterminazione. Avrai sempre pi bisogno di un
superiore che ti indichi la strada ed il "che fare". Mentre verso il basso non ti porrai pi alcun
problema di cosa sia pi o meno giusto fare o pretendere. Potrai esibire in piena libert quello che ti
detter il momento. La catena cos saldata dall'inizio alla fine. Non ho descritto "Full Metal
Jacket", purtroppo, ma solo l'ordinario criterio della devianza militare.
E se invece qualcuno sfuggisse a quella logica, e volesse molro semplicemente porre la questione
militare come realt politico-istituzionale, da valutare in termini di efficienza, competenza e fedelt
democratica, insomma come una realt "adulta" di un Paese Sovrano, ci saranno i livelli
disciplinari, di valutazione ed avanzamento a cercare di controllare l'inattesa resistenza. Ed infine,
maestoso ed inappellabile sar dispiegato il potere delle Corti Penali Militari e delle Commissioni
disciplinari.
Ma tutto questo, bench appaia come pratica consolidata, non rappresenta la "normalit" delle Forze
Armate. Cos come la Mafia che, per quanto appaia radicata nella cultura delle popolazioni, e per
quanto eserciti con sfrontata impunit il suo tragico potere contro di esse, non la "normalit", e
non un tragico destino. Lo diviene solo se lo Stato rinnega la sua vocazione fondamentale di
garanzia della legalit e del diritto.
E' una evidenza persino spudorata. Al Costanzo Show partecipava una sera il Giudice Di Maggio,
reduce da amare vicende istituzionali e da un paio di monologhi-Shock nella medesima
trasmissione. Partecipava, quella sera, con altri ospiti, alcuni esponenti politici. Lamentava le
carenze, a suo dire "volute", causa del fallimento di alcune operazioni per la individuazione e la
cattura di latitanti. I fallimenti di certi pedinamenti, ad esempio, lo lasciavano molto scettico, perch
a suo dire dovrebbero riuscire anche anche a chi fosse solo un attento spettatore di telefilm
americani.
Nell'imbarazzato e sconcertante dibattito sollevato dalle sue chiare denunce, si inser per un breve
istante il rappresentante sindacale delle Forze di Polizia: "Andiamo, Dott. Di Maggio, anche Lei sa
che se un poliziotto prova a denunciare questo andazzo, la minima conseguenza che pu succedergli
quella di essere immediatamente trasferito!" Costanzo, da abile conduttore del suo gioiellino,
riusc a deviare il dibattito, che si faceva "scivoloso e pericoloso", su toni politici apparentemente
pi impegnativi ma assolutamente inutili per arrivare al nucleo del problema.
Come avrebbe potuto invece diventarlo l'approfondire quella uscita del "sindacalista", forse
addirittura "inconsapevole" degli scenari che avrebbero potuto indagarsi. Infatti chi trasferisce un
poliziotto se non un superiore che dipende direttamente da un Ministro degli Interni? E se un
poliziotto pu essere trasferito senza tutela alcuna e senza alcuna certezza del diritto, in nome della
operativit, proprio quando denuncia fatti e collusioni che impediscono il primo compito operativo
di Forze preposte alla Pubblica Sicurezza, e cio l'arresto di feroci latitanti ed assassini, non
andrebbero allora meglio comprese ed analizzate le collusioni istituzionali, ben pi funzionali al
crimine, che da quel trasferimento potevano intuirsi, dedursi e leggersi? E quel "sindacalista"
intendeva affermare che basta ad un poliziotto la minaccia di trasferimento per desistere da un
impegno di lotta al crimine?
Certo qualcuno dir, o avrebbe detto in quella trasmissione, che in fin dei conti non finisce l la
possibilit di servire la sicurezza dello Stato da parte di un poliziotto, e che accettare di essere
tacitati non "per paura" del trasferimento, ma solo per una cosciente valutazione del rapporto
costo-beneficio. Che se ne farebbe il cittadino di un poliziotto bravo ed eroico, ma che fosse tagliato
fuori dalla scena? Affabulatoria tentazione di sopravvivenza, inaccettabile per ad ogni vera
coscienza militante, ed anche ad una serena e ragionevole riflessione civile. Un militare non un
lattaio, e neppure un cittadino qualsiasi. A lui ciascuno di noi chiede "di fare il suo dovere", cio
garantire la nostra difesa, quando e dove diventa improvvisamente necessario.

Perch a noi dato di rispondere solo in un preciso momento storico e non in una ipotesi, sempre
rimandata se troppo pericolosa. Senza l'ignoto militare morto ancor prima di poter sparare un solo
colpo ad Okinawa la battaglia del Pacifico avrebbe potuto essere persa, senza l'ignoto partigiano
morto ancor prima di aver potuto lanciare una sola granata contro un convoglio nazista la campagna
d'Italia avrebbe potuto avere altri esiti. Senza gli uomini delle scorte di Falcone e Borsellino, morti
con loro, la battaglia contro la Mafia avrebbe potuto avere un altro indirizzo riuscendo ad eliminare
prima e senza fatica i propri avversari.
E la speranza di poter vincere la Mafia non sarebbe giunta intatta fino a Falcone e Borsellino,
conquistandoli e consegnandoli alla morte, senza quegli ignoti sindacalisti che negli anni '50 si
alzavano, soli, su tavolini sgangherati ed in piazze deserte per la paura, a sfidare il potere arrogante
della Mafia, consegnadosi a sorti atroci, sconosciute e senza giustizia. Come la voglia di dignit che
incendi con la Resistenza e la lotta di Liberazione un popolo apparentemente vinto e plasmato
dalla dittatura fascista, non avrebbe potuto esplodere senza quei tanti noti ed ignoti oppositori che
non si posero, durante il ventennio, questioni di opportunit, ma testimoniarono tutta intera la forza
del loro dissenso e del loro disprezzo. Senza il rifiuto di Gramsci di ogni ipotesi di quel
provvedimento di grazia che la madre avrebbe implorato da Mussolini - Gramsci che mor in
carcere per quel rifiuto -, quella Resistenza forse non avrebbe trovato la forza di esplodere.
Ed per la ritrosia, la assenza ed il silenzio, in nome delle proprie piccole paure e della propria
famiglia, di ciascun militare che ha visto, sentito, conosciuto i meccanismi di ogni strage che i nomi
delle vittime si sono accumulati come cadaveri in fosse comuni, e che i loro parenti sono stati
abbandonati al calvario della derisione del potere politico e militare stragista, senza alcuna
possibilit di verit e giustizia, finch non si rompa il muro della omert mafiosa.
Cosa credete sia accaduto di "mani pulite"? Non mi interessa difendere l'operato dei Di Pietro e dei
Borrelli. Mi interessa riflettere sulla evidenza che il meccanismo si improvvisamente "infuocato"
quando stato toccato il mondo dei "pretoriani": la Guardia di Finanza. Non un caso che gi dieci
anni prima i suoi massimi vertici fossero stati trovati collusi alla pi squallida corruzione, nella
vicenda che fu chiamata "scandalo Petroli". Il Giudice Vauro, forse pi correttamente dei suoi
successivi emuli, indag e persegu quei vertici per i soli reati emersi ed indagati senza cercare "fatti
e crimini connessi". Lo fece tuttavia restituendo onore e dignit, facendone il teste chiave
dell'accusa, ad un Tenente Colonnello che era stato ferocemente perseguito e vessato per i suoi
tentativi di denunciare la devianza dei suoi superiori Giudice e Lo Prete, e di opporsi alla
consumazione di crimini che avvenivano con la "garanzia dell'Arma", cio dei criminali che si
erano insediati alla sua rappresentanza. Il pool di Milano, dieci anni dopo, arrivato al Generale
Cerciello grazie ad un semplice finanziere, il giovane militare Di Giovanni. Di lui tutte le cronache
giornalistiche si sono scordati, tanto che da temersi una sua fine ingloriosa ed infamante nella
Arma.
Questa volta i giudici hanno effettivamente cercato di forzare la responsabilit oggettiva volendo
leggere una serie di connessioni nelle indagini che ai pi pu essere apparsa esagerata, bench abbia
retto a ben pi di una indagine politica, accurata e puntigliosa, ed a veri e propri attacchi giudiziari.
Ma pu essere esautorazione della politica una azione di garanzia istituzionale dovuta, quando essa
ha dimostrato di non fermarsi neppure di fronte ai "propri" esponenti, come fu dei giudici Curt e
Signorino? La realt ci dice che dieci anni prima, dopo le vicende Petroli, i vertici delle F.A. ed i
loro referenti politici si guardarono bene dall'avviare una vera e decisa operazione di bonifica
ambientale. Sicch non altro che una "corruzione ambientale" poteva mostrarsi ad una indagine
appena approfondita e seria.
Ed davvero pensabile che un potere politico che si mostrato centro direzionale della corruzione
potesse consentire con accertamenti seri proprio all'interno di quegli organi militari che si erano
mostrati, in quanto corrotti e collusi alla illegalit, i migliori strumenti di "controllo" e di
taglieggiamento di quelle aziende che erano divenute, per quel potere politico, le "galline dalle uova
d'oro"? E come si sarebbe potuto consentire alla bonifica di organi di garanzia e di indagine sugli
intrecci politico-criminali, quando proprio la corruzione endemica di quegli organismi diveniva la
pi grande garanzia di impunit? Cosa e chi avrebbe potuto "indagare per accertare", se proprio gli

organi deputati al controllo sono essi stessi funzionali al crimine?


Ora voi tutti potrete consentire che non si diviene Generali della Finanza arrivando ai suoi vertici
"immacolati", per poi distruggere tutta una storia - fatta, come ogni storia, di tentazione e di
resistenza -, contraddire dunque tutta una filosofia di vita, oscurare il proprio onore cos a lungo
difeso e duramente costruito, per un misero piatto di lenticchie. No, signori. Costoro hanno iniziato
rubando l'acqua minerale in Accademia da cadetti, poi la bistecca del macellaio ed il pranzo del
ristoratore da tenenti. Hanno notato che il sistema consentiva, oltre la maschera della retorica, ed
hanno scelto di non stare con la grande maggioranza dei "fessi" che non mettevano le mani nel
piatto, ma con i "pochi furbi" che facevano anche "scarpetta". Sono stati notati e scelti, per il
rinnovo e la continuit della specie. E sono arrivati i "furti" dei gioielli e della pelliccia per la
signora da Ufficiali Superiori, e la grande collusione con i gruppi economici finanziari per la
evasione fiscale, in cambio di consulenze extra-professionali e posisizioni post-professionali per s
e per i propri "picciotti". Sempre pi su, sempre pi famelici. Come sordide lumache hanno seguito
ed a loro volta hanno lasciato una scia bavosa di complicit interne e stabilito reti di complicit
esterne con i pi disinvolti dei professionisti ed i pi squallidi imprenditori. A tutti garantendo
impunit. Da tutti ricevendo "il tributo". Quello che la societ mafiosa chiama "pizzo".
Accade, come sempre accade, che uomini onesti possano risvegliare tuttavia quella parte onesta
apparentemente vinta, e ridestarne il desiderio di una dignit calpestata. Accadde a Palermo,
accaduto anche a Milano. Ed in ogni caserma ed Aeroporto dove un qualsiasi militare democratico
ha testimoniato la sua fiducia nella legalit e la sua fedelt alle istituzioni. Perch l'uomo ha un
bisogno esasperato di poter credere al "bene", al "giusto", ed ogni volta che gli viene offerta
l'occasione torna a sperare, a riempire le piazze. Per vivere primavere di speranza che potranno
anche essere deluse nuovamente, ma che non uccideranno la forza della umanit.
E' cos che sono uomini della Finanza che - come ieri vollero essere loro a costringere in manette i
loro superiori cialtroni - si mettono oggi al servizio del pool per leggere le chiavi della grande
mimetizzazione internazionale della corruzione finanziaria. E si allarga l'effetto speranza, riuscendo
ad individuare ed isolare anche i tentativi di depistaggio dall'interno. Il "rischio" sempre pi
concreto che il sistema sviluppi una capacit incontrollabile di rigetto verso ogni espressione
deviante. Ed allora che i Giudici divengono non pi sopportabili. E' allora che voci politiche
invocano occulte entit perch "fermino Mani Pulite" [Ministro per la Difesa Previti, in occasione
di una celebrazione Militare!]. Uno scellerato invito, una sciagurata invocazione, gi uditi in
passato, e gi raccolti da Cosa Nostra e dal "teleguidato" ed italico Terrorismo. Perch i criminali
attendono sempre segnali "chiari", e sono sempre bisognosi di messaggi "precisi e rassicuranti". La
testa degli uomini onesti o il sangue dei giudici sono stati sempre il messaggio pi idoneo per loro,
anche perch rafforzano il profondo intreccio di ricatto su cui si basa ogni rapporto criminale, in
particolare quello politico-mafioso. E consentono di ristabilire il "controllo del territorio" attraverso
la esibizione della violenza e la paura che ne deriva
Altre volte l'invocazione raccolta ha seminato la morte dei "Giudici ragazzini", del Prefetto
Generale dei Carabinieri Dalla Chiesa, di Aldo Moro, dei Giudici vittime del terrorismo "rosso e
nero" e di "Cosa Nostra". Sempre passando attraverso la delegittimazione e l'isolamento. Questa
volta la vera battaglia si sta giocando in un terribile braccio di ferro tra i vertici della Guardia di
Finanza e due o tre magistrati, ed un ex-magistrato. E lo Stato sta a guardare, come le stelle in cielo,
mentre sull'opinione pubblica e soprattutto tra quei nuclei di onest ridestati torna a calare l'ombra
opaca ed oscura della insicurezza e della incertezza. Sembra, ancora, che le tenebre vincano sulla
luce.
Solo i generali, per, pensano di vincere le guerre a tavolino. I militanti sanno che questo non
possibile. Pensate se all'atto di dover sferrare un attacco tutti ritenessero che bene rimanere
imboscati in trincea "ad aspettare il nemico" che avesse eventualmente penetrato la linea di attacco,
perch l si potrebbe essere forse pi utili per fermarlo. Nessuno parteciperebbe pi a quell'attacco.
E come sempre succede le guerre si vincono per i morti caduti sul campo e per i combattenti che
sono stati al loro fianco. E spesso chi raccoglie il trionfo e gestisce la vittoria sono, tra i
sopravvissuti, non i combattenti ma "gli strateghi", anche fossero rimasti acquattati nelle trincee e

dietro le scrivanie. Il dramma ancora pi profondo per costituto dalla possibilit che si debba
attaccare un nemico che sia armato e rifornito e stabilisca intelligence proprio con coloro che ti
hanno schierato in campo. Cio quando combatti un nemico che ha i suoi massimi refernti proprio
nei vertici della tua organizzazione politica o militare.
Per chiudere questa sessione ritengo necessario riportare la sequenza della devianza e della
corruzione, come mi venne descritta da alcuni giovani colleghi della Finanza. Essi si chiedevano se
e come sarebbe stato possibile cercare di comunicare alla Societ Civile la conoscenza di quei
meccanismi, perch essa non si abbandonasse ad un fatalistico atteggiamento di soggezione e
passivit. Erano mossi dal recente omicidio di un giovane Ufficiale, nella pineta tra Pisa e Tirrenia.
Omicidio che loro ritenevano "agevolato" dalle assurde disposizioni date da un superiore, per quella
operazione che doveva essere un "incontro-trappola" con i referenti di un grosso traffico di
stupefacenti, e si trasform invece in una mortale trappola per quel giovane Ufficiale.
Mi illustrarono cos il meccanismo di estorsione di alcune pattuglie, sempre le stesse, che si
riservavano i turni notturni negli snodi del traffico camionale di strade ed autostrade. Ma non si
trattava di quelle che allora erano "le cinquantamila" che i taglieggiati ponevano nel libretto di
circolazione e che sparivano nelle voraci tasche dei "colleghi deviati". N delle merci che
regolarmente transitavano dal carico del camion al bagagliaio delle automobili delle pattuglie. Ci
potrebbe sembrare gi troppo, ed ci di cui tutti i cittadini dicono di essere a conoscenza; con un
atteggiamento di indifferenza qualunquistica e fatalista. Ma non era ancora abbastanza. E' solo il
punto di partenza, mi fecero notare, per comprendere quanti e quali effetti deleteri per tutta la
convivenza civile si possano nascondere in una sopportazione passiva dei cittadini, convinti che la
cosa non li riguardi.
E' infatti evidente che questa pratica sistematica estorsiva sia tale da indurre nelle vittime una specie
di convincimento di impunit e libert di transito con ampi sovraccarichi: l'estorsione infatti,
contrariamente ad ogni regime fiscale legittimo, non richiede che la vittima aderisca ad alcun altro
criterio di legalit e trasparenza se non la sudditanza passiva. E questo induce piuttosto quella
vittima alla assuefazione, fino alla consociazione, con la cultura della ordinaria illegalit che vige
nell'impresa criminale. L'atto finale il desiderio di pagare il pizzo e sottrarsi contemporaneamente
ad ogni ulteriore vincolo di rendicontazione delle proprie attivit economiche commerciali,
rompendo ogni criterio di solidariet fiscale o sociale. Infatti la scelta dei cittadini taglieggiati non si
riflette solo in azioni di "frode fiscale", ma diviene causa di un maggiore pericolo poich i
sovraccarichi non garantiscono le condizioni di sicurezza stradale e di capacit di controllo dei loro
colossi, specie in condizioni ambientali particolari.
Un ulteriore effetto, che quei colleghi avevano puntigliosamente calcolato e verificato, di questo
"usuale" viaggiare con sovraccarichi di merci la maggiore e pi marcata deformazione, specie nel
periodo estivo, dei manti autostradali progettati (ed a volte gi realizzati a standard minori del
progetto) per sopportare carichi massimi inferiori a quelli che si determinano a causa degli eccessi
di carico che si ripartiscono sugli assi camionali. E' cos che nelle corsie di marcia ordinaria, sulle
autostrade, si incontrano spesso quelle cunette continue, corrispondenti allo spessore degli
pneumatici dei camion. Esse, con le piogge, divengono poi pericolose sedi di raccolte d'acqua
capaci di determinare acquaplanning e perdita di controllo per i normali autoveicoli, venendo ad
interessare - a causa della maggiore larghezza degli assali dei camion - solo le ruote del lato destro o
sinistro delle autovetture.
Mediamente, ed in funzione della correttezza delle opere di costruzione, quei manti stradali
accusano una riduzione di durata dalla met ad un terzo del tempo ordinariamente calcolato. E
questo comporta una rinnovazione dei costi di manutenzione, che si moltiplicano quindi da due a tre
volte. E come tangentopoli ci ha mostrato ci ha significato, a lungo, moltiplicare per due o tre volte
il valore delle tangenti estorte ad imprese appaltatrici da voraci controllori del potere politico. Ed i
cittadini dunque pagano gi, in termini di dispersione di risorse e di diminuzione di sicurezza, lo
stabilirsi di questo potere criminale.
Ma se ci fosse ancora poco, suggerirono i miei colleghi, bisogna rendersi conto che, stabilita
questa rete di complicit e sudditanza tra finanzieri corrotti ed autotrasportatori, non sfuggiranno

all'occhio vigile della Mafia le grandi possibilit offerte da quel sistema di devianza che si vada
consolidando. Essa, sempre attenta a studiare i punti di debolezza del sistema legale per la
penetrazione e la utilizzazione ai propri fini di ciascuna debolezza evidenziata, aveva subito
compreso che il sistema di taglieggiamento le avrebbe permesso, con una ben modica spesa, di far
passare non pi e non solo camion sovraccarichi di merci ordinarie, ma addirittura carichi di armi e
droga.
Una maggiore garanzia di copertura, sempre necessaria alla Mafia in certe operazioni, veniva
ottenuta avvicinando qualcuno dei responsabili militari di questa "mafia delle pattuglie",
conquistandone per poche lire, una attiva complicit. Costui, molto spesso, poteva essere
accreditato, presso i suoi stessi comandi, consentendogli di "scoprire" e consegnare "grandi
quantitativi di narcotici". Ci poteva avvenire soprattutto quando fosse necessario attuare il
"metodo piranha" per consentire, bruciando solo una minima parte della merce che si vuol far
penetrare, il passaggio della maggioranza dei quantitativi. Il metodo prende nome dalla pratica con
la quale, per guadare fiumi infestati dai pericolosi e voraci pesciolini, i capimandria sacrificano - a
monte - un animale (possibilmente "ferito" cos che il suo sangue attragga tutti i piranha che si
trovino a valle), consentendo il guado in sicurezza - a valle - di tutto il resto della mandria. Cos,
con la collaborazione del militare colluso, si ottiene il concentramento di forze nel punto ove
passer il carico "bruciato", determinando per che altri passaggi di frontiera siano lasciati
sguarniti. Ed da l che passeranno abnormi quantitativi di stupefacenti. Ed i cittadini pagano
questo ultimo tributo di aggressione alla sicurezza ed alla salute di se stessi e dei propri cari, nello
sviluppo della scellerata deviazione degli organismi istituzionali.
Riferii pubblicamente questo meccanismo parlando al Congresso Provinciale del PCI, dove mi
avevano invitato alcuni vecchi partigiani. Era il 1981, mi sembra di ricordare, e si tenne a
Pietrasanta presso il Teatro Comunale. Ricordo la sensazione di "sconforto" che avvertii nel
constatatere che certi argomenti "scabrosi" non piaceva gi pi, a quella sinistra, che venissero
approfonditi sul piano della responsabilit politica. Fui "gentilmente interrotto" ed invitato a
riprendere le delicate questioni in altri momenti politici che "il partito si sarebbe fatto carico di
organizzare". Sto ancora aspettando queste occasioni politiche. Ma un po' lo stesso atteggiamento
che veniva - e viene - riservato a chi volesse descrivere e studiare il complesso "politico-mafioso"
che stava occupando lo Stato e strangolando ogni reazione per la legalit in qualsiasi territorio fosse
divenuto oggetto di interesse mafioso. Certi argomenti appaiono sempre pi riservati a luoghi e
competenze che possano trattarli in maniera asettica ed astratta, in pura filosofia. Mentre divengono
fonte di "fastidio" se si collocano in realt concrete con storie e con nomi.
All'interno delle Forze Armate questa Mafia-Militare ha combattuto una battaglia senza esclusione
di colpi. Fatta di aggressioni personali, penali e disciplinari, portate al riparo di una assoluta
garanzia politica di impunit. Ma non ha disdegnato la violenza conclamata, n l'omicidio o il
"suicidio funzionale". Non solo contro i Militari Democratici del Movimento; ma contro ogni
cellula che fosse divenuta insicura in se stessa e dunque divenga un pericolo per la necessaria
omert. Se abbiamo iniziato a conoscerne i meccanismi con il Monte Serra, ad Ustica si raggiunger
il massimo vertice dell'incredibile e dell'inaccettabile. E ci finalmente ci porter a capire quanto
queste realt, che potrebbero lasciarci con il fiato sospeso per l'irrisolto interrogativo - "Perch?" -,
siano in realt necessarie e funzionali per il controllo continuo della "Sovranit limitata" cui il
nostro Paese stato soggiogato. Non altra la ragione ultima di una deviazione, altrimenti
incomprensibile.
E questo ha bisogno ancora della pazienza di ripercorrere, passo dopo passo, il cammino di una
conoscenza che fatta di nomi e di storie. "Per fatti di Mafia" si chiama infatti la faticosa lettura cui
vi costringer il prossimo capitolo, perch non appaia generica ed ingiustificata la accusa di
mafiosit ad un sistema che i cittadini vorrebbero invece sentire - ed a ragione - come luogo di
valori e di valore.