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ESSENTIALIA

DI
RODOLFO JANNACCONE PAZZI

“Aiutati che il Ciel t’aiuta”

“Chi vuole vada, chi non vuole mandi”

“Il bisogno fa trottare la vecchia”

“Delega, no grazie”

“Pelà l’oca sensa fala crià”

“Faso tuto mi”

“Pensa par ti”

“Chi fa per sé, fa per tre”

« Un quint in quindas, mes pr’al taul, ciuc me i pursé »

Essentialia1

Versione provvisoria
(come tutto , del resto)

1. Ghiaccio sulle ali

Giro ciclistico d’Italia 2006, tappa di montagna, piove a dirotto, in alta quota nevica. Gli elicotteri
che garantiscono il “ponte”per la trasmissione delle immagini non riescono a stare in volo; anche
l’aereo di supporto deve rientrare alla base, appesantito dal ghiaccio sulle ali.
Le immagini TV in diretta se ne vanno, torna la radiocronaca. Un uomo solo in fuga. Non il mitico
FC, purtroppo.
Nulla di male, direte voi. Infatti. Così, possiamo prenderci un po’ di tempo per riflettere sulla
pesantezza e il suo contrario, la leggerezza, tema calviniano e kunderiano per eccellenza. E scusate
se è poco. Ma, più che l’appesantimento in sé, conta la consapevolezza dell’appesantimento, la sua
percezione. Sembrerebbe evidente ma non lo é.
Altrimenti, una società piena come la nostra (Bauman), fissata da secoli con l’accumulazione (e
l’accumulo di cose e persone), avrebbe già preso le adeguate contromisure, facendo una

1
“Un quinto (di vino) in quindici, metà per il tavolo, ubriachi come maiali”: proverbio lomellino, essenziale nella sua
sobria efficacia. Basta poco per essere felici; importante, poi, è non guidare l’auto.
1
Meglio, ancora più breve, q.b., quanto basta, né più né meno. O, se si vuole, es, energy saving, riferito ai
comportamenti. Il che è lo stesso.

1
manutenzione straordinaria alla - meglio ancora, una ri.strutturazione della - propria visione del
mondo e comportamenti relativi.
Nelle società del passato, quelle che oggi sbrigativamente consideriamo primitive, si consentiva a
chi moriva di portarsi dietro nell’ultimo viaggio tutto ciò che aveva di più caro, e che nessuno
poteva permettersi di toccare, tanto meno di utilizzare. Cose sacre, un autentico taboo.
Così, le nuove generazioni potevano (e saggiamente dovevano) ricominciare da capo e
“accumulare” e produrre solo q(uanto).b(astava). loro per vivere. Con il piacere di fare da sé e per
sé, senza trascinarsi dietro il peso del passato che ci rende, spesso, necessitati e riottosi custodi
degli esiti voraci - cose, pensieri, persone - di vite altrui.
Troppe vite, anche perché la storia, la nostra storia umana, si è dimostrata solo accrescitiva, essendo
che il tempo (anche lui!) si accumula alle nostre spalle né mai ci lascia dimenticare in pace! Ah,
l’oblio.

Ciò detto, cambiamo canale. Roma, Piazza San Pietro. Dalla solita finestra il Papa pontifica (ma che
altro, ahi lui, potrebbe fare?), dando enfasi alle consuete banalità moraleggianti. Molta descrizione
degli effetti, molta deprecazione, scarsa analisi delle cause (direbbe M. Cacciari).
La consueta folla e.norme, pigiata lì sotto, ascolta rapita: da che non si sa, ma tant’é. E’ un po’
come nel prime time in TV: qualunque cosa appaia sullo schermo state sicuri che milioni di persone
saranno lì a guardare. E, allora, perché preoccuparsi di migliorare la qualità e tentare di fare discorsi
un po’ più originali? Tanto, questi, si bevono tutto (o quasi), ugualmente.
Ora, vedendo la massa di teste (talvolta, persino di ombrelli gocciolanti), non dubitiamo che il
precetto evangelico “Andate e moltiplicatevi!” sia stato rispettato.
Almeno su quello, la Chiesa non dovrà dolersi della modernità che, allentando i vincoli economici
in forza di un esagerato progresso tecnico e di un disinvolto uso di fonti energetiche fossili,
saccheggiate in poche generazioni, ha consentito una crescita s.misurata della popolazione
mondiale, e nei posti più sbagliati del pianeta, per di più.
Della serie: palla saltellante in area, maldestro tocco di testa del terzino, portiere spiazzato,
splendido auto.goal. Da vera antologia della stupidità. Evviva, evviva.

2. La vigilia di Natale

Potremmo continuare ma, per ora, gli esempi sembrano sufficienti: quanto basta, q.b.
E’proprio questo il punto. Chiediamoci: perché, noi umani, abbiamo de.bordato dalla sobrietà
antica? Perché così spesso abbiamo violato e violiamo la regola del q.b? Quale spinta bulimica ci ha
appesantito al di là del necessario, e quasi dell’immaginabile? Perché stiamo consumando la Terra?
E anche le parole e la musica in un’orgia senza fine, istupiditi da una dipendenza stringente che non
ammette il vuoto, la mancanza, il silenzio, la solitudine?2
Fatto sta che ora siamo qui, ingorgati, i movimenti impacciati per la ressa, le braccia cariche di
inutili pacchetti, a disputarci i pochi spazi liberi, i pochi attimi di silenzio, in gara con noi stessi,
contro noi stessi (più o meno, come nella concorrenza infraspecifica di K. Lorenz).
Viviamo come fosse sempre la vigilia di Natale, sempre in ritardo, sempre affannati, con la paura di
aver dimenticato qualcuno cui si deve fare un regalo, pur sapendo che gli creeremo un problema: di
riciclarlo, il regalo, quasi fosse un rifiuto solido urbano.
Quindi, da togliere di mezzo il prima possibile. Bel risultato, non c’è dubbio. Altro auto.goal, altra
svalutazione gratuita di quel gesto di ostentazione per eccellenza che è il dono.
Il quale, se ben gestito,ci consente una piccola pausa (un indugio) nel frenetico ritmo quotidiano.Un
atto, un pensiero che, simbolicamente, ci porta fuori della necessità (Joan Robinson) e ci fa sentire

2
“Pelà l’oca sensa fala crià”, spiumare l’oca senza all.armarla, sembra un comportamento emblematico, ben adeguato
alla sopravvivenza: minimo di fatica, massimo risultato. Tu ne hai un vantaggio, lei neppure se ne accorge. Non male,
per cominciare in leggerezza.

2
più ricchi. Forse, di più quando diamo agli altri che quando riceviamo. Dare è avere, il solito
ossimoro.

3. Un interrogativo

Forse ve ne siete già accorti ma stiamo accumulando interrogativi su interrogativi. Abbiamo appena
cominciato a ragionare e già le domande si fanno impellenti, si affollano, anch’esse, per una specie
di maledizione biblica, davanti e intorno a noi.
Allora è meglio fermarci e chiederci: con i nostri comportamenti, con le nostre scelte, da che parte
stiamo tirando in porta?
E’ vero che, contabilmente, un tiro in rete è pur sempre un goal3 ma insistere a farlo dalla parte
sbagliata è segno di stupidità; implica una sorta di coazione a ripetere autodistruttiva dalla quale è
bene prendere le distanze (come suggeriva il vecchio Freud)
Respiriamo a fondo e distanziamoci interiormente. Così facendo, scopriremo che, spigolando qua e
là, prendendo dove capita, sarà la realtà stessa a venirci incontro e potremo vedere chiaramente ciò
che spesso ci sfugge. Vedremo quell’eccesso, quel troppo, quel sovraccarico che si è formato in
molti ambiti della nostra vita, sia fisica che mentale.
E vedendolo, potremo, se vorremo, sottoporlo a un processo di asciugatura, di dimagramento, di
sveltimento, di semplificazione. O, quanto meno, di deviazione verso altri lidi, dove non faccia
danni.4
In una parola, potremo sbavare gli sfridi (linguaggio da fonderia della ghisa, tipo Ne.Ca. di Pavia),
cioè togliere l’eccedenza e abbandonarla al proprio destino.
Potremo dirle (all’eccedenza, s’intende): “No, grazie. Non (mi) servi (più)“, e farlo in modo
morbido, rispettoso, così che il reliquato (quasi relitto) non si ribelli, sentendosi de.relitto e
accusando una sindrome da abbandono. Ma, al contrario, finisca per incorporarsi nel terreno,
perdendo identità e forza (Gabo Marquez, Foglie morte); così, tranquillo, senza traumi, senza
violenza, senza conflitti.5
E’ vero che tutto ciò che c’è, ha una sua ragione d’essere ma, in questo caso, sembra evidente il
vantaggio di togliere e ripulire.
Se si è formato “ghiaccio sulle ali”, aumenta il rischio di cadere (ricordate gli ATR italiani, quasi
tutti scesi troppo precipitosamente a terra?). E, comunque, la sua presenza (del ghiaccio) costringe a
spendere più energia del necessario per stare in volo. E, allora toglierlo è operazione doverosa,
rispettosa della vita, un’operazione energy saving (es). Un’occasione da cogliere, un “meglio”
amico del “bene”. Una legittima estensione del Sé pulito, senza appesantimenti, senza inutili
zavorre.
E, soprattutto, stando attenti a che la mente non ci faccia giungere a conclusioni frettolose, non ci
procuri quell’ansia che, spesso, c’induce a scambiare “lucciole” per “lanterne”.
Come quando, acceso il motore dell’auto e non riuscendo a muoversi, immaginiamo chissà quale
ipotetico guasto meccanico. Invece è quasi sempre, é il freno a mano tirato. E, per forza, che non ci
muoviamo!

3
Gioco a calcetto con i nipotini, sotto il portico. Il minore, tre anni, gode a ogni goal, indifferente a che la palla finisca
da una parte o dall’altra. Rapido infila la mano nel buco e ne estrae l’unica (e ultima) pallina che abbiamo. E’ il suo
trofeo: poco gli importa in quale porta sia entrata. Va bene lui, ma noi “grandi”?
4
E’ la soluzione idraulica che molte città hanno adottato per non essere sommerse dalla piena dei fiumi: costruire un
canale scolmatore che porti via l’eccesso di acqua piovana.
Quando si era ragazzi, lo facevamo anche noi con le tende, in montagna: “Scava il fossetto” era il primo ordine dato al
neofita della squadriglia, cui toccavano, giustamente, solo corvee. E quando ci si dimenticava di farlo e il cielo
inclemente se ne accorgeva subito, erano reumatismi assicurati e degradazioni per i responsabili del “mal fatto” o,
peggio ancora del “non fatto”.
5
Questa cautela è essenziale. Quante volte è capitato che la reazione esagitata a un modesto pericolo abbia provocato
una catastrofe? Tantissime, infinite volte. Pensate. Entra un insetto nell’auto, il guidatore spaventato lascia il volante per
liberarsene ed è subito patatrac. Se non addirittura “ sera”, come diceva il poeta.

3
Così, dobbiamo solo portare l’attenzione vicino a noi (il Dr Hannibal Lecter, psichiatra e criminale,
ne “Il silenzio degli innocenti” docet) poiché la soluzione del problema è, lì, a portata di mano;
sembra quasi ci attenda.
Basta solo voler vedere. Questo è il punto. E, poi, anche vedere è solo il primo passo; occorre, poi,
sentire di poter cambiare modo di vedere. 6
Scopriremo, così, i molti “inutili” pesi che stiamo portando, i molti freni a mano che noi stessi (la
nostra mente pigra, la cultura conformistica dominante) abbiamo tirato senza accorgercene, e
quanto potremmo (se davvero volessimo) vivere più leggeri: togliendo, levando, assottigliando,
buttando via.
A questo proposito, da tempo, gli economisti industriali parlano di - e i fabbricanti praticano la – cd.
lean production, la produzione snella, quella dove agli oggetti si è tolto lo spessore inutile. 7
Talvolta, può capitare di esagerare nell’assottigliamento, ci si può far prendere la mano, ma tant’è:
è sempre meglio provare a farlo, poi si vedrà.8
Noi andremo nella stessa direzione e proveremo a fare il lavoro di uno scalpellino vigoroso: che
avendo in testa il progetto, cercherà di cambiare forma alla materia, proprio togliendo materia, e si
fermerà quando avrà tolto il giusto, q.b. Né di più, né di meno. Giusto per vivere e volare (più)
leggeri. Per divenire, quelli che lo vorranno fare, novelli gabbiani Jonathan Livingstone, cullati
nell’aria ad ali aperte, controvento perché sostenuti dal vento. Così, senza fatica, senza sforzo.

4. I compagni di viaggio

Ma, si può fare un simile viaggio senza compagni? Difficile immaginarlo. E, poi, insieme è più
divertente: si può chiacchierare, scambiarsi opinioni su ciò che ci viene incontro e che si riesce a
vedere. Tutti possono partecipare, a condizione che nessuno pensi di scroccare un passaggio. Il
viaggio, non sempre agevole, richiede lealtà verso di sé e disponibilità verso gli altri. E, in caso di
ipotetico dissenso, la “voce” (non la critica) è sicuramente gradita. Consente correzioni di rotta,
previene inciampi, aumenta la potenza della vista.
Insomma, per partecipare occorre essere autonomi o, quanto meno, desiderare di diventarlo. Il
contrario di ciò che fa Lello Arena - in “Ricomincio da tre”, film del 1980, opera prima e somma di
Massimo Troisi - che, corpulento com’è e salito sulla canna della bicicletta dell’amico, per farsi
perdonare la propria cronica dipendenza, dice, e si dice come attenuante, quasi esimente: “Ma mi
faccio liggiero, liggiero…”. E no, qui non si accettano scuse.
E’ lecito chiedere aiuto, quello sì, e ringraziare se lo si riceve, come anche se ti viene negato. Ma é
vietato scroccare passaggi.
Nella Padania postbellica (non ancora conosciuta come tale), quando qualcuno ti gravava addosso,
da ragazzi dicevamo: “Ditta Poggi, fallita!” o, in vernacolo, “Sta su da doss”, non ti appoggiare,
come da omonima canzone dei “Fio dla nebia” (noto complesso musicale pavese).
Ecco, di questi compagni di viaggio si può (si deve) fare a meno: ti appesantiscono e rallentano il
cammino.9 Se mai, poi, dovessi aver bisogno del loro appoggio, difficilmente si riconoscerebbero la
6
Su questo si veda dell’A. il file “L’uovo di Colombo”: contiene un’impressionante teoria di inganni della mente e
connessi metodi per giocare, con vantaggio, a “guardia e ladri” con la mente stessa. Il divertimento è garantito, il
successo probabile.
7
Già Ennio Flaiano, a proposito della vita, diceva “Solo tre o quattro giorni contano veramente, tutto il resto fa
spessore”, critica stroncante per chi ci vorrebbe far vivere cent’anni (di accanimento terapeutico).
8
Si narra che negli anni Settanta in una “Motta”, irizzata come la sorella-rivale “Alé Magna!” (s’intende, per i finti
dirigenti democristiani, per il personale ipersindacalizzato, ecc.), l’ordine di scuderia, per ridurre i costi e rimanere
“competitivi” sul mercato dei prodotti da forno, fosse di togliere quanti più ingredienti nobili al “Buondì ”, allora pezzo
forte del fatturato, e d’iniettare aria al loro posto.
Purtroppo, fra la sorpresa e lo sdegno dei nostri Prodi, venne presto il giorno della “Buona notte” e fu quando,
addentando il suddetto, i denti fecero “tac”. In mezzo non c’era più nulla, ma questa è un’altra storia. E non é finita
perché simili strateghi della competitività sono ancora fra noi.
9
Pensiamo al film Il cacciatore di Cimino. Giornata di caccia al cervo in montagna. John Cazale, lo svagato (lo sfigato)
della compagnia, come al solito ha dimenticato gli stivali. Li chiede in prestito a Bob De Niro che ne ha sempre un paio

4
forza di darti una mano. Sono fatti così, se ne può cavare ben poco. Il lamento (la lamentazione,
l’abbaiare alla luna) è il loro mestiere. La cultura della solidarietà dagli altri, a senso unico, é il loro
habitat naturale.10
Sono graditi, invece, quanti si propongono di viaggiare leggeri, ponendosi fianco a fianco, disposti a
buttar via ciò che non serve (più), a non inalberare diritti o richieste di fermata o a prendere
iniziative inconsulte ed egotiche. Sono graditi quanti desiderano, da subito, sin dalla partenza,
lasciare il più possibile: forme, cose, luoghi, pre.giudizi, schemi mentali.
Il gruppo dei viandanti (Galimberti) si formerà naturalmente intorno a coloro che, per primi,
avranno cominciato a chiedersi a che servono una quantità di “cose “ che gli si sono addensate
intorno o, addirittura, gli sono cresciute dentro, e che hanno deciso di “dargli un taglio”, di lasciarle,
di svoltare.
E’ probabile che i viandanti siano accomunati da alcune caratteristiche personali: inquieti,
desiderosi del nuovo. Disposti a “stupirsi” (non per ingenuità o scarsa capacità analitica) e a
interrogarsi, vorranno provare a fare, a vedere, a migliorare. Saranno accomunati dal dubbio
socratico e avranno l’occhio di un bambino, pieno di meraviglia e privo di giudizio, anche verso se
stessi.11
Chi comincia il cammino (ma, di fatto, l’ha già cominciato se è arrivato a leggere sin qui) non ha
altri obiettivi che raggiungere il piacere della semplicità, dentro una condizione di naturalezza e
direttezza (comunicativa).12 Il massimo della sobrietà.
Si parte quando si è scaricato (quasi) tutto il bagaglio, e poi ancora se ne scarica lungo il viaggio, e
così via sino all’essenziale: che, raramente, si spinge oltre lo spazzolino da denti, anch’esso
sostituibile con una gomma americana o qualche foglia d’erba odorosa trovata lungo il cammino.
Così, il processo di alleggerimento (di velocizzazione, di speditezza) è quasi senza fine, come il
viaggio, d’altronde.

di scorta, ma lui glieli nega, fermo, seccato. Cazale é stupito, sembra non capire; neppure gli altri capiscono, insistono,
minimizzano. Ma De Niro è irremovibile: sembra punitivo, ma non lo é. Il troppo è troppo. Nessuno deve permettersi di
marciarci: la previdenza (degli altri) non è uno spazio libero. Fine.
10
Da maggio 2006 l’Italia politica (di centro.sinistra) ha inventato un Ministero della Solidarietà Sociale: alla larga, sin
che si può. Obbligatorio gufare, augurandosi un insuccesso dell’iniziativa. Speranza , forse, vana ma sperare non costa
niente. Chissà mai.
11
La fortuna di avere tre nipotini mi ha portato negli ultimi anni a scoprire la meraviglia negli occhi infantili. Un giorno
Emanuele, due anni e qualche mese, alza gli occhi al cielo ed esclama eccitato: “ Nonno, nonno, le nuvole…” . Ecco, se
la neotenia potesse mantenerci a lungo così, che gioco meraviglioso sarebbe la vita. Ma, non disperiamo, forse,
possiamo farcela: proprio non pensando alla pesantezza del tempo che avanza, e ci attraversa.
Non a caso, mentre paura e convenienza e conformismo inducono gli adulti a vedere la bellezza sublime dei vestiti del
re, l’occhio del bambino vede (e gli fa dire) che il re è nudo. (H.C.Andersen, I vestiti nuovi dell’imperatore è l’ovvio
riferimento)
12
La divisione del lavoro determina la specializzazione; quindi, un miglioramento della capacità di effettuare
determinate operazioni, in forza della ripetizione delle stesse. Su questo fondamento si basa l’organizzazione economica
delle società moderne a partire dalla rivoluzione industriale.
Il rovescio della medaglia della specializzazione (cui nel campo del lavoro umano sono connesse le parole professione e
professionalità; e nell’istruzione, professionalizzazione) è la frantumazione del processo produttivo in fasi, con una
ricomposizione che avviene attraverso la moltiplicazione degli scambi di mercato. (George Steiner, La lezione dei
maestri, 2005)
Ne deriva che anche le competenze si frammentano, con una riduzione della gamma di conoscenze teorico-pratiche dei
soggetti. Risulta, di fatto, più comodo (più conveniente in base ai prezzi relativi) conoscere a fondo un settore limitato
dello scibile piuttosto che avere una competenza di tipo generale (generalista).
Così, l’organizzazione economica moderna spinge alla indirettezza (roundaboutness) nei processi di produzione, con
un conseguente impoverimento culturale dei singoli.
E’ vero che la conoscenza complessiva cresce, e con essa la potenza tecnologica; ma il singolo conosce sempre meno
del tutto e dipende sempre di più. In queste condizioni diventa inevitabile, per la propria sopravvivenza, delegare ad
altri funzioni e competenze sino a poco tempo prima insite nell’individuo, e a lui disponibili e controllabili.
Paradossalmente in questo processo storico di cambiamento sono cresciuti sia il ruolo del mercato (gli scambi fra
privati) che quello dello Stato (protezione, regolamentazione, controllo); si sono contratti, ovviamente, gli spazi di
libertà dell’individuo, consapevole di Sé, desideroso di muoversi senza “lacci e lacciuoli”. Vedi L’io minimo di Lasch.
Che bisogno (sociale) c’è di avere un Sé sviluppato?

5
5. Viaggio: per dove e attraverso che cosa?

Il viaggio (distruttivo/costruttivo: Joseph Schumpeter) avviene attraverso le pesantezze, le rigidità,


la stupidità, l’inutilità. Si dirà: bel viaggio, davvero!
Semplice apparenza. In realtà, si cercherà di prendere le distanze da tutto ciò e di riderne, evitando
che le pesantezze ci si appiccichino addosso.
Il viaggio (Michael Crichton) richiederà di portare una costante (e piacevole) attenzione verso
l’interno (in) e verso l’esterno (out). Sia lo sguardo verso l’interno che quello verso l’esterno
forniranno elementi di conoscenza, sempre nuovi, per compiere alleggerimenti, asciugature,
snellimenti e per consentire sempre nuovi modi di vedere. (Paul Pirsig: una lattina di Coca Cola é
ontologicamente tale?)
Il viaggio sarà una specie di programma “scioglipancia”13 in vista dell’estate, stagione nella quale le
pesantezze del corpo risultano più dolorose che mai.
E’, infatti, solo quando si ha la percezione della pesantezza che essa esiste, prende corpo, ed è allora
che occorre fare qualcosa per eliminarla.
Il viaggio nelle pesantezze (al fine di eliminarle) è un po’come fare turismo culturale in Italia.
Dovunque tu vada, inciampi in un museo, in un rudere carico di storia, in un castello turrito dove
ancora senti la presenza antica degli abitanti di allora, e sei subito fermo.
Non ti muoveresti più: c’è talmente tanto da vedere che l’occhio profondo vuole soffermarsi sui
particolari, sottolineare i dettagli, indagare.
Ma, così, si pagherebbe un costo molto elevato. Tanto vale, allora, fare una prima passata, farsi
un’idea anche superficiale e, solo dopo questa, decidere se e dove e come andare nei particolari.
E, poi, verremmo meno al nostro mandato di essere leggeri se stessimo lì a soffermarci sui dettagli.
Ciò che conta è il metodo, l’idea di partenza. Ciascuno, poi, farà per conto proprio secondo il
proprio uzzolo: guarderà, scruterà, lavorerà di bulino. A noi, ora, tocca di partire senz’altri indugi14,
senza distrazioni né divertimenti.
Anche perché, ascoltando il consiglio di Paul Pirsig, abbiamo già preso i rami laterali, le vie di
campagna, siamo usciti dalle highways e abbiamo imboccato sentieri meno battuti. Gli unici che
vale la pena di percorrere poiché é lungo questi che, dietro l’angolo, c’è sempre una prospettiva
diversa e entusiasmante. E, allora, via nella molteplicità imprevedibile; fuori dalla monotonia
conformistica del pensiero dominante, di tipo autostradale.

6. L’inizio del viaggio

Già si è detto che “dove ti butti, trovi”. C’è solo l’imbarazzo della scelta; eppure, ci sono settori
della nostra vita (moderna) dove l’appesantimento è particolarmente forte, anche se spesso
mistificato e nascosto. Quindi, vale la pena di partire da lì.
L’irrigidimento che ne deriva ai singoli e al sistema riduce le probabilità di sopravvivenza e
peggiora, comunque, la qualità della vita.

13
A Vanna Marchi tutta la nostra ammirazione. Che, almeno, gli “allocchi” paghino, e ciò in nome di un darwinismo
sociale attualmente ostacolato dal buonismo imperante. Forse, è giunto il momento che, così come tanti anni fa Umberto
Eco con “Elogio di Franti” ruppe il fronte buonista che si riconosceva nel “Cuore” di De Amicis, anche noi si scriva un
“Elogio di VM”, nobile paladina della snellezza, ingiustamente perseguitata, con figlia e mago carioca, dalla mielosa
magistratura nostrana. Ecco un buon programma di lavoro.
14
Indugio è parola che avrebbe meritato di più nell’uso corrente della lingua. Invece, un po’ come per il tempo (
“battere il tempo”, “ combattere il tempo che avanza”, ecc.), si usa quasi esclusivamente nella frase “ rompere gli
indugi”, quando invece l’indugiare (con lo sguardo, con la mano carezzevole) è così piacevole.

6
Il problema della pesantezza presenta sempre alcune costanti; si manifesta, tendenzialmente,
laddove c’è un eccesso di delega, laddove altri fanno (e pensano) per te proprio perché,
consciamente o no, tu gli hai dato il potere di farlo.15 E ciò riduce la capacità di percepire il carico.
Così, se accompagnando a scuola figli e nipoti, genitori e nonni gli portano lo zaino e li viziano,
sostituendosi a loro, come faranno i bimbi a percepire il peso (palesemente eccessivo) di libri e
quaderni? E, poi, come potranno pensare di protestare per l’eventuale (più che probabile) assurdità
di portare a spasso un simile carico, se non ce l’hanno direttamente sulle spalle? Cioè, se non se ne
fanno carico in termini di responsabilità?16
La domanda è retorica e la risposta scontata. Così facendo, i bambini saranno stati privati della
possibilità di percepire il peso, di collassare sotto lo stesso e di manifestare il proprio disagio.
Mancherà, quindi, gran parte del possibile feedback riequilibrante (attraverso la voce o attraverso
l’uscita: Hirschman) e il comportamento inadeguato perdurerà. Thanatos prevarrà su Eros.
Vedete quanto si perde a portare gli zaini dei bambini, a non farli camminare come piccoli coolies
sotto il peso della “cultura”! E’ un po’ tutto così.
E’ così, ad esempio, nella concezione sanitaria dove l’eliminazione del dolore, sistematicamente
perseguita (gli italiani sono i massimi consumatori mondiali di antidolorifici, e i secondi di
ansiolitici e antidepressivi) toglie il segno (il dolore) e impedisce l’instaurarsi di meccanismi
autocorrettivi.
L’eccesso di delega al farmaco, e a chi lo somministra, autonominatosi l’unico in grado di farlo ( la
classe medica), perpetua comportamenti inadeguati, e ciò che fa bene finisce per far male. Il solito
ossimoro.
Di fatto quasi tutti i processi di facilitazione (Marco Lodoli), così diffusi in una società di massa
egualitaria nello scansare fatiche, vanno in questa direzione. All’apparenza fanno bene, ma solo
perché non se ne vedono gli effetti di più lungo andare che consistono nell’indebolimento dei
segnali di ritorno. Opera, così, un processo di apprendimento all’incontrario: la ricerca della via più
facile porta diritti al Paese dei Balocchi e l’inciuchimento di massa è garantito.(Carlo Collodi)
Ciò che colpisce è la quasi totale assenza di meccanismi punitivi dei comportamenti inadeguati, che
sarebbero immediatamente autodistruttivi in altri contesti ambientali, e ora invece sono solo
parzialmente riconosciuti come tali in un ambito poco (auto)riflessivo (e con fonti energetiche a
troppo basso costo). (Sartorio, Storia dell’abbondanza)

Basta così, per ora. Via, si parte. Buon viaggio a tutti.

Ringraziamenti: senza di te che hai letto sin qui, queste pagine non sarebbero mai state scritte.
Almeno, non in questo modo.

15
Anni fa circolava sul Ticino un barcé (tipica imbarcazione da fiume a fondo piatto spinta da una pertica similremo)
sulla cui fiancata era scritto: Pensa par ti. Un bigino della filosofia di vita pavese, un monito inascoltato nella modernità
welfaristica di stampo impiccione che domina, oggi, la nostra società. Non a caso, decadente e sempre più imbelle.
16
Sotto tutto ciò ci sta un atteggiamento di sostanziale estraneità. Proviamo a descriverlo, partendo proprio
dall’esempio della scuola, vedendo come ragiona un bambino o un giovane d’oggi.
Tu (genitore, società) mi mandi scuola. Non sono io che vado, non sono io che decido di andare perché ne sento il
bisogno. Ma, se è così, allora tu mi porti la cartella e mi scarichi con l’auto proprio davanti alla scuola, ecc.
“Io sto nella tua aspettativa riproduttiva, in senso sociale. Io, quindi, devo e ti devo. Ma se è così, allora anche tu mi
devi. E, soprattutto, cerca di capire che è cosa tua (la scuola), non mia. Se devo farla, la faccio, ma non chiedermi di
amarla e neppure di aderirvi”.
Non stupirà, allora, questa conversazione telefonica fra un solerte giornalista radiofonico, in vena di paternalismo, e
un’adolescente. Domanda: “E, dimmi, dimmi, come vai a scuola?”, Risposta: “ Con la corriera!”. Fine della
trasmissione.
Nell’arco di pochi decenni le parole hanno cambiato radicalmente significato. Mai uno di noi (della generazione
postbellica) avrebbe frainteso la metafora (“come vai a scuola?”), mai avrebbe pensato a un interesse dell’interlocutore
adulto per i mezzi di trasporto utilizzati.

7
RJP/11.07