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ABITARE LA DISTANZA

Percorso formativo laboratoriale


a cura di Selene Andreani e Maira Marzioni

Ci vide subito e si diresse verso di noi per invitarci a bere una tazza di tè.
Perchè fece mostra di non conoscerci?
Un atteggiamento che ci parve strano, e un poco ci urtò.
Sbagliavamo.
Evidentemente non avevamo riflettuto abbastanza
su che cos'è l'ospitalità per i beduini.
Fingendo di non conoscerci,
aveva fatto si che la nostra improvvisa visita non prendesse il sapore
di un ritrovarsi effimero1.

Con il laboratorio proposto quest'anno nelle classi abbiamo voluto lavorare sulla possibilità di
pensare la differenza e agire all'interno di essa.
In continuità con il tema dello scorso anno, l' Arte di Ascoltare e, anche raccogliendo le suggestioni
e le idee esposte dai ragazzi e dalle ragazze nell'incontro di valutazione e restituzione, abbiamo
proposto un allargamento dello sguardo.
L'obiettivo del percorso è stato, infatti, generare un movimento ciclico, che dall'emergere delle
premesse arrivasse a qualcosa di nuovo e imprevedibile: partire dal proprio sé relazionale,
rizomatico2, uscire, osservando le rappresentazioni che della relazionalità ci vengono fornite
dall'esterno, per ritornare, infine, in maniera nuova nella relazione io-alterità.
Per raggiungere lo scopo abbiamo “giocato seriamente” nel ricostruire le dinamiche dell’incontro,
sperimentando la soglia tra distanza e vicinanza.
«L'altro è sempre e comunque una presenza incarnata, per l'appunto che ci “resiste”, che è altro,
potremmo dire con Emmanuel Levinas, proprio e solo in quanto ci resiste, e non è dunque
appropriabile né assimilabile3».
Laddove l’eliminazione della distanza produrrebbe l’eliminazione della differenza stessa, si è
cercato di capire che cosa sta nello spazio “tra”, che cosa, in altre parole, permette di sperimentare
la relazione non come riduzione, ma anzi come aggiunta, scoperta del nuovo.
Abbiamo suggerito a questo livello alcune parole chiave, come evocazioni, inviti a pensare a
tipologie di azione “leggere”, tali da non cancellare il “malinteso4”, ma da permettere gesti di
apertura, come ricorda la storia del Beduino che Pier Aldo Rovatti5 riportata come emblema
dell’Ospitalità.
Si trattava di sperimentare come si può incontrare, senza cadere in quelle trappole (buonismo,
paternalismo o il “devono essere come noi”) che ricercano una via breve e semplificata all'altro, per
angoscia delle pause, dei silenzi, di quella parte di “incomunicabilità” che, paradossalmente, lascia
essere la differenza.
Abbiamo poi voluto confrontare questa forma complessa e aperta di stare e pensare la differenza
con il pensiero dominante che ci arriva quotidianamente, attraverso i mass media.

1 P.A. Rovatti, Abitare la distanza, per una pratica della filosofia, Milano, Raffaello Cortina ed., 2007, p. 139.
2 E. Glissant, Poetica del diverso, Meltemi, Roma, 1998
3 E. Pulcini, Il soggetto contaminato: passione, potere e cura, in L.Borghi, C.Barbarulli (a cura di), Figure della
complessità. Genere e intercultura, Cagliari, CUEC, 2004.
4 Secondo l'accezione di Franco La Cecla “ Il misunderstanding, il malinteso, non è il contrario dell'understanding,
del capire, ma è un capire con in più il tempo, un capire che ci vuole tempo – il tempo dell'attraversamento della
forntiera- non solo quella fisica, brevem difficile o facile, pericolosa o intrigante- ma il tempo della frontiera
dell'alterità”. F.La Cecla, Il malinteso, Antropologia dell'incontro, Bari, Laterza, 1997.
5 P.A. Rovatti, op.cit.
Grazie alla visione di una puntata del programma di Rai Tre “Presa diretta”6 che da vari punti di
vista descrive la condizione dei migranti nel nostro paese, si è cercato di sottolineare l’incapacità
nel nostro attuale sistema politico-mediatico di pensare la differenza e agire in essa.
Sembra non esistere traccia, nelle politiche migratorie e nelle immagini mediatiche, di strumenti atti
a stare nella complessità, a sperimentare forme serie e reali di incontro.
Dall’ultimo incontro veniva, quindi, l’esigenza di far sperimentare concretamente la potenza che si
genera dall’unione di pensieri, in questo caso parole, stimolate dalla storia del beduino. Partendo da
una parola o una frase della storia a propria scelta, ogni ragazzo e ragazza ne ha suggerite a catena
altre, che ha poi legato in piccoli gruppi a quelle altrui, componendo frasi, per arrivare alla fine a
decidere una successione collettiva alle frasi emerse dai gruppi.
Questo semplice processo ha portato alla luce la ricchezza che può generarsi da quello che all’inizio
sembra un caos di parole senza ordine, e che alla fine diventa una creazione poetica che conserva le
parti, superandole7.
Ovvero una sperimentazione concreta e metaforica su cosa può scaturire dalle differenze quando
accettano di “giocare sulla soglia”, senza annullarsi.

Nel mondo-caos di oggi non è più pensabile la centralità di una cultura sulle altre. Occorre – ed
è la poetica del caos- sottolineare l'incontro “conflittuale e magnifico delle lingue”, che
permetta di vedere l'imprevedibilità come positiva, perchè “nella mia relazione con l'altro, con
gli altri..., con la totalità mondo, cambio scambiando, restando me stesso, senza diluirmi”8.

6 Puntata del 1 febbraio 2009, di Manolo Luppichini, Claudio Metallo, Maria Martinella, Vincenzo Guerrizio,
Domenico Iannaccone, Riccardo Icona.
7 Questa accezione di costruzione meticcia del pensiero è rintacciabile nel testo di F. Laplantine e A.Nouss, Il
pensiero meticcio, Eleuthera, Milano, 2006.
8 E. Glissant, cit. in C.Barbarulli e L.Brandi, Raccontar(si) tra lingue e culture: l'identità, il caos, una stella..., tratto
da L.Borghi, C. Barbarulli, op.cit.