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William Shakespeare Sonetti

XL
Prendi il mio amore, amore, bbilo intero: che sar tuo, che gi non possedevi? Non sar
amore, amor, dico sincero, perch lamore mio tutto lavevi. Se per amore, amor, mi fai
violenza, allora lamor mio ti sia strumento: ma quellinganno non avr clemenza, di chi
si forza a prenderne alimento. Ladra gentile, io tho perdonato davermi tolto quel denaro
vile: amor sa ch destino pi spietato subir torto amoroso, che onta ostile. Grazia lasciva,
specchio di bellezza, trafiggimi cos: ma senza asprezza.
CXVII
Accusami, che ho molto lesinato io che dovrei coprirti tutta doro lamore tuo
sontuoso ho trascurato, cui ogni giorno dovrei dar ristoro. Mi sono dato a immeritate
genti, ho sperperato il tempo pi prezioso, ho alzato la mia vela ad altri venti che mi han
portato per un mare ozioso. Giudice, metti agli atti il mio disegno, oltre lerrore: accuse
pi e men giuste. Prtami sulla gogna del tuo sdegno, dnnami, ma risparmiami le
fruste: ti chiedo venia, se non fu arroganza tentare del tuo amore la costanza.
CXVIII
Come per appuntire lappetito sinduce col salace la saliva, o il male occulto si tiene
sopito gravandosi con purga preventiva, cos, colmo damore che non stroppia, faccio
dieta dassenzio, oppure issopo: conviene, per il bene che malloppia, farmi malato prima
che sia duopo. pratica damore davacciare mali latenti a sintomi sicuri, e l
valetudinario val menare a malattia, ch sano se ne curi. Ma a spese mie ne cavo la
morale: nuoce il rimedio, a chi per te sta male.