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La "dittatura" di Giolitti, Il controllo del Parlamento,

Sonnino e Albertini.
Se ormai consuetudine parlare di "et giolittiana"
per indicare il periodo che va dal superamento della
crisi di fine secolo alla vigilia della prima guerra
mondiale, ci dovuto al fatto che in questo periodo
lo statista piemontese esercit sulla vita del paese
un'influenza ancora maggiore di quanto non dica la
sua pur lunga permanenza alla guida del governo.
Quella esercitata da Giolitti fu una "dittatura
parlamentare" molto simile, per le forme in cui si
manifestava, a quella realizzata da Depretis fra il 1876
e il 1887, anche se diversa, e decisamente pi aperta,
nei contenuti. Tratti caratteristici dell'azione di Giolitti
furono infatti: il sostegno costante alle forze pi
moderne della societ italiana (la borghesia industriale
e il proletariato organizzato), il tentativo di condurre
nell'orbita del sistema liberale gruppi e movimenti che
fino a poco prima erano considerati (e in parte si
consideravano) nemici delle istituzioni, la tendenza ad
allargare l'intervento dello Stato per correggere gli
squilibri sociali. Questa linea politica si esplicava per
- e qui stava il suo limite maggiore - in una
dimensione liberalparlamentare di stampo ancora
sostanzialmente ottocentesco. Il controllo delle
Camere - unito a una perfetta conoscenza della
burocrazia statale - costitu l'elemento fondamentale
del "sistema" di Giolitti. Grazie ad esso lo statista pot

governare a lungo senza l'assillo di crisi ricorrenti e


addirittura, come si visto, abbandonare
temporaneamente la guida del governo per riprenderla
nel momento pi opportuno. Il controllo del
Parlamento era per ottenuto a prezzo della
perpetuazione dei vecchi sistemi trasformistici, che
furono affinati ed estesi, e di un intervento costante e
spregiudicato del governo nelle lotte elettorali:
intervento che si esercitava soprattutto nel
Mezzogiorno, dove le ingerenze del potere esecutivo
trovavano terreno favorevole in un ambiente dominato
dalle lotte fra i notabili e caratterizzato dall'assenza
quasi totale di organizzazioni politiche moderne.
Tutto ci finiva inevitabilmente col limitare gli aspetti
pi nuovi e progressivi dell'esperienza giolittiana e col
contraddirne, almeno in parte, le stesse premesse.
Su questi aspetti deteriori si appuntarono ben presto le
critiche dei numerosi avversari dello statista
piemontese. Per i socialisti rivoluzionari e per i
cattolici democratici Giolitti era colpevole di far opera
di corruzione all'interno dei rispettivi movimenti,
dividendoli e cooptandone le componenti moderate
entro il suo sistema di potere trasformista. Per
converso, i liberaliconservatori, come Sidney Sonnino
o Luigi Albertini (direttore del "Corriere della Sera" di
Milano, il pi importante quotidiano italiano),
accusavano Giolitti di attentare alle tradizioni
risorgimentali, venendo a patti con i nemici delle

istituzioni e mettendo cos in pericolo l'autorit dello


Stato. Al riformismo empirico di Giolitti, Sonnino
contrappose - senza peraltro poterlo realizzare nelle
sue brevissime esperienze di governo - un programma
non privo di aperture sociali anche coraggiose, attento
soprattutto ai problemi del Mezzogiorno e alla
condizione delle classi rurali, ma concepito come
iniziativa autonoma della classe dirigente liberale
anzich come frutto di un patteggiamento con le forze
"extracostituzionali". Diversamente motivate rispetto
alle critiche di un Sonnino o di un Albertini, ma in
parte coincidenti con esse, erano le accuse lanciate a
Giolitti dai meridionalisti come Gaetano Salvemini.