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MICHAEL HESEMANN

TITVLVS
CRVCIS
La scoperta dell'iscrizione
posta sulla croce di Ges
Prefazione di
CARSTEN PETER THIEDE
SAN fftOLO
Titolo originale dell'opera
Die Jesus-Tafel. Die Entdeckung der Kreuz-Inschrift
Verlag Herder, Freiburg-Basel-Wien 1999
Traduzione dal tedesco
di Olivia Pastorelli (Introduzione e capp. 1-6) e Marino Parodi (cap. 7 e Appendici)
Foto: Michael Hesemann: figure 2, 12, 14, 16, 17, 22, 23, 24
tavole II, IV, V, VII, X
Ferdinando Paladini: tavola IX
L'Osservatore Romano: tavola XI
Tute le altre illustrazioni: archivio Herder
EDIZIONI SAN PAOLO s.r.I., 2000
Piazza Soncino, 5 - 20092 Cinisello Balsamo (Milano)
http://www.stpauls.it/libri
Distribuzione: Diffusione San Paolo s.r.l.
Corso Regina Margherita, 2 - 10153 Torino
PREFAZIONE
di Carsten Peter Thiede
Il famoso patrologo Hippolyte Delehaye osserv con sottile
ironia che non ogni reliquia eminente sopra ogni dubbio deve
necessariamente essere non autentica. In effetti molti sempli-
ficano eccessivamente la questione, il loro lavoro guidato dal-
l'interesse, rinunciano alle nuove analisi critiche o conoscono
fin dall'inizio di un'indagine il suo risultato finale. Non dimen-
ticher facilmente le espressioni trionfanti dipinte sul volto de-
gli scienziati che avevano sottoposto la Sindone di Torino alle
analisi del radiocarbonio, mentre comunicavano all'opinione
pubblica che la tela risaliva al XIV secolo. La soddisfazione era
evidente: essi potevano presentare il risultato che, insieme a mol-
ti altri, auspicavano. E noto da tempo quanto quell'indagine sia
stata discutibile, come pure la problematicit complessiva del-
l'analisi del C44; da tempo sono noti gli argomenti archeologici,
biologici e storici a favore della provenienza della tela dal Le-
vante e della sua datazione al I secolo d.C. Ma rimane lo sgra-
devole ricordo di un evento in cui si avuta l'impressione che
un metodo scientifico sia stato utilizzato con scopi ben precisi.
inoltre vero che, a indagare in maniera critica o a sollevare
obiezioni quando le reliquie vengono dichiarate per principio
oggetti della piet popolare tardo-antica indegni di fede o stru-
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menti delle ambizioni di potere dei prncipi della Chiesa, si cor-
re il rischio di passare per ultraconservatori, fondamentalisti o
semplicemente osservanti rigorosi. I mezzi sono tanto traspa-
renti quanto efficaci. Chi per esempio non ha mai letto l'argo-
mentazione con cui viene liquidata ogni reliquia della croce, se-
condo cui con tutti questi frammenti si potrebbe mettere in-
sieme un'intera foresta, e chi sa o osa replicare con semplicit
che invece, assommando tutti i frammenti della croce, questi non
basterebbero nemmeno a ricomporre il palo di una sola croce?
In uno scenario come quello descritto, ha un effetto dirom-
pente l'indagine meticolosa, da parte di uno storico e antropo-
logo culturale che non fa mistero della sua fede cattolica in-
tensamente vissuta, su ci che noi oggi veramente sappiamo
riguardo agli elementi centrali della tradizione correlati al Ge-
s storico. Al centro dell'indagine sta l'iscrizione della croce, il
titulus, che secondo la prassi giudiziaria romana descriveva il
reato per cui un delinquente veniva condannato alla morte in
croce. Non solo i precedenti, che non mancano nell'ambito del
diritto romano, ma anche i quattro Vangeli non lasciano dubbi
a proposito dell'esistenza del titulus. Proprio le sfumature nel te-
nore dei quattro resoconti evangelici sottolineano la loro stori-
cit: nessuno poteva avere l' intento di armonizzare le versioni
o di fingere che, in quelle ore estremamente drammatiche, qual-
cuno fosse rimasto ai piedi della croce con un blocco da steno-
grafo. Si tramand ci che si era visto, prima di bocca in bocca,
poi per iscritto. E, com' era gi accaduto per altri episodi, era
Giovanni a mostrare il maggior interesse per questo particola-
re. Lo storico subito colpito dalla precisione giuridica e dalle
tre lingue in cui riportato il testo dell'iscrizione, che molto pro-
babilmente Giovanni conosceva.
Ma anche le versioni ridotte del titulus fornite dai tre Vange-
li sinottici conservano il nucleo comune: Ges fu giustiziato dal
prefetto romano, rappresentante del diritto imperiale vigente,
perch non voleva negare di essere il re dei giudei, un titolo che
solo l'imperatore romano poteva sancire e conferire. Era in gra-
do Pilato di comprendere che tipo di re fosse Ges? Gli bast
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attenersi ai fatti e renderli visibili a tutti. Perch proprio que-
sto era importante: dovevano vederlo tutti, quel titulus', sulla col-
lina del Golgota, nelle immediate vicinanze del muro cittadi-
no da cui i curiosi si affacciavano a guardare, come pure sotto,
dalla strada che dalla porta della citt andava in direzione nord-
ovest.
Quel titulus esisteva, e i primi resoconti dei pellegrini cristia-
ni che visitavano Gerusalemme lo menzionano. Nulla depone
contro il fatto che si sia conservato dopo la crocifissione di
Ges; certo non gli accenni nelle fonti pi antiche, secondo le
quali fu rinvenuto in un antico pozzo: ogni archeologo sa che
umidit e fango sono i migliori garanti della conservazione di
iscrizioni in legno, come attestano per esempio anche le tavo-
lette romane di Vindolanda, nei pressi del Vallo di Adriano.
Non ultimo, l'impresa di Michael Hesemann sta anche nel-
l'esame accurato e non superficiale delle diverse fonti della tra-
dizione; anzi, egli ha affrontato un dispendioso, faticoso per-
corso, recandosi in loco, a Roma e a Gerusalemme, per confe-
rire direttamente con gli esperti. L'aspetto pi significativo di
queste ricerche che anche gli studiosi israeliani di epigrafia e
paleografia ritengono probabile una datazione del frammento
conservato oggi nella chiesa romana di Santa Croce in Geru-
salemme a un' epoca precedente a quella dell'imperatrice ma-
dre Elena.
un percorso di conoscenza che aggiunge importanti contri-
buti alle mie stesse indagini - cui Michael Hesemann rimanda
in questo libro. Le particolarit della scrittura mi sono sempre
parse deporre a favore di una sua collocazione temporale nel I
secolo. E che ci siano buone motivazioni storiche per tali con-
clusioni di massima stato dimostrato gi alcuni anni or sono
dallo svedese Stephan Borgehammar, che ha potuto ricostruire
l'autentico reperto della storia di Elena. Ttto ci non privo di
conseguenze: perch se l'iscrizione risale a un'epoca preceden-
te al viaggio di Elena a Gerusalemme, che segn il rinvenimen-
to della tavoletta, allora non c' alcun momento storico in cui
possa essersi verificato Un evento esterno tale da giustificare la
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sua fabbricazione - con un'unica eccezione, appunto: le ore
precedenti alla crocifissione di Ges.
C' da sperare che il libro di Hesemann infonda il coraggio
necessario per affrontare di nuovo la questione di principio
del valore storico da attribuire alle reliquie pi antiche in modo
obiettivo, corretto e con la disponibilit ad accettare che il Cri-
sto della fede non separabile dal Ges della storia.
Beer-Sheva e Basilea, Pentecoste 1999
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INTRODUZIONE
GES: LA PROVA?
Roma, 19 maggio 1997
I festeggiamenti tradizionali per la Pentecoste erano termina-
ti, e come tutti gli anni, alle 12, papa Giovanni Paolo lisi era pun-
tualmente affacciato alla finestra della sua residenza per impar-
tire la benedizione ai fedeli che attendevano in piazza San Pie-
tro. Era un anno particolare, il primo di quegli ultimi tre del
secondo millennio che il pontefice aveva dedicato alle tre perso-
ne della Santissima Trinit. Ma il Giubileo del 2000 proiettava la
sua ombra sulla citt anche in un altro modo. L'intera Roma si
era trasformata in un cantiere, dappertutto erano in corso lavori
di ristrutturazione e di restauro, le facciate degli edifici veniva-
no rivestite e le strade ripavimentate, si ripuliva la citt per VAn-
no Santo, in occasione del quale si attendevano fino a 30 milioni
di visitatori. Allora tutte le strade avrebbero davvero portato a
Roma, mentre gli abitanti della Citt Santa temevano la grande
confusione che si sarebbe potuta verificare in quei giorni, perch
gi prima il traffico era regolarmente al collasso e mancavano i
posti letto negli alberghi.
Anche la strada che conduce alla basilica di Santa Croce pas-
sa attraverso vie ampie ma per lo pi intasate dal traffico. An-
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cora oggi il tracciato stradale e gli edifici della parte sudorienta-
le di Roma conservano qualcosa della grandiosit con cui in pas-
sato fu edificato questo quartiere ricco di giardini e di palazzi.
Anche davanti a Santa Croce si trova un ampio piazzale con
un grande prato, palme isolate e numerosi parcheggi per i visi-
tatori della chiesa e per i pullman dei pellegrini. Lo stile com-
posito della chiesa mi irritava. La facciata barocca mal si armo-
nizzava con il campanile romanico e con la semplice, grigia fac-
ciata del convento medievale. Questa disomogeneit di stile non
rara a Roma e ha un certo suo fascino. Molte chiese romane
presentano aggiunte e abbellimenti accumulatisi nel corso dei
secoli, pur coiservando accuratamente intatto il nucleo origina-
rio. Ma questa, la basilica di Santa Croce in Gerusalemme -
questo il suo nome completo - considerata sin dal medioevo
una delle sette chiese principali di Roma e uno dei luoghi sacri
pi significativi di tutta la cristianit. Una fama indubbiamente
da ascriversi anche alle preziose reliquie che io stesso ero venu-
to a visitare.
Ci nonostante, quando salii i gradini che conducevano al por-
tale della basilica, non ero ancora consapevole di come questa vi-
sita avrebbe cambiato la mia vita. Oltrepassai il chiosco delle car-
toline e delle guide turistiche ed entrai dal portale principale.
Rimasi subito meravigliato dalla magnificenza degli affreschi del-
la volta sovrastante l'altare maggiore. Mostrano, attorno a Cristo
assiso in trono, alcune scene del rinvenimento della santa croce
a Gerusalemme, di quella leggenda cui la veneranda basilica de-
ve la propria fama e la propria importanza. Perch, stando a
un'antica tradizione cristiana, sant'Elena, madre dell'imperatore
romano Costantino il Grande, avrebbe portato la reliquia della
croce di Cristo da Gerusalemme a Roma. Qui, sempre secondo
la leggenda, l'avrebbe collocata nella propria cappella a palazzo,
sul cui pavimento sparse del terriccio proveniente dalla collina
del Golgota. Su questo luogo sacro sorse nel corso dei secoli la
basilica di Santa Croce in Gerusalemme.
Ancora oggi le presunte reliquie della passione di Cristo so-
no esposte al pubblico in una cappella appositamente eretta a
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questo scopo e il cui ingresso si trova sul lato sinistro della na-
vata. Quando entrai, il mio sguardo cadde subito sull'enorme tra-
ve di legno che si suppone sia appartenuta alla croce del buon la-
drone, uno degli uomini che furono crocifssi con Ges in quel
tetro venerd sul Golgota. Piuttosto incredulo e irritato da cotan-
ta sicurezza - come essere certi che non provenga invece dalla
croce del suo sarcastico compagno? - oltrepassai quel reperto,
protetto da robuste sbarre, e salii le tre rampe di scale, ognuna di
tre gradini, che portavano alla cappella delle reliquie vera e pro-
pria. Questa scalinata marmorea, contornata dalle stazioni bron-
zee della via crucis, pareva una moderna reminiscenza del mon-
te Calvario. Al centro della cappella cui conduceva la scalinata,
c'era un altare sormontato da un baldacchino a cupola sorretto
da quattro colonne marmoree. Dietro l'altare si trovavano allo-
ra, incastonate nella parete dell'abside, le reliquie della passione
di Cristo (dal novembre 1997 le reliquie sono esposte sull'altare
a cibolum in una teca di vetro antiproiettile).
Aggirai l'altare per avvicinarmi il pi possibile alle reliquie.
Volevo vedere con la massima precisione possibile cos'era con-
tenuto nei cinque sfarzosi reliquiari d'argento del XIX secolo,
sormontati dal maestoso reliquiario della croce adornato d'oro.
Secondo le descrizioni, si trattava di tre frammenti della croce, un
chiodo, due spine della corona del Signore, pietrisco di Gerusa-
lemme e di Betlemme, un dito dell'apostolo Tommaso e infine un
frammento dell'iscrizione della croce: il titulus crucis/
Nella vita ci sono sempre situazioni in cui cuore e ragione, ani-
ma e intelletto entrano in conflitto tra loro: fu ci che mi accadde
in quel momento. Il cristiano dentro di me nutriva profondo
rispetto dinanzi alle mute, forse autentiche testimonianze della
passione del Signore; lo studioso invece era scettico ed esigeva
delle prove. E lo sapevo: proprio da questa umana, fin troppo
umana esigenza di prove, di conferme fisiche alla verit della fe-
de, scaturiva la venerazione delle reliquie. A maggior ragione,
fin dai tempi dei miei studi di storia medievale e di etnologia eu-
ropea all'universit di Gttingen, sapevo che ci si deve accostare
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alla questione con la massima prudenza. Perch per tutto il me-
dioevo il culto delle reliquie produsse i frutti pi assurdi, dive-
nendo terreno fertile per la creazione delle pi singolari falsifi-
cazioni, le quali avevano un unico scopo: attirare persone in-
genue che speravano in un miracolo verso i santuari, al cui
fiorente rigoglio contribuivano attivamente. Questo almeno era
riportato nei libri di testo ed era insegnato a noi studenti.
Ora, effettivamente numerose reliquie non possono nem-
meno essere prese in considerazione. Nel monastero di San Me-
dardo a Soissons, in Francia, era venerato un dentino da latte
del Bambin Ges, perso quando aveva nove anni; nel Duomo
di Aachen le sue fasce; altrove il cordone ombelicale; in parec-
chie chiese il suo prepuzio o resti del latte con cui si dice che
la Madre di Dio l'avesse allattato. Inoltre nelle chiese medieva-
li c' erano reliquie del pane per il pasto dei cinquemila (a Colo-
nia), degli orci delle nozze di Cana (a Colonia e a Hildesheim),
della tovaglia dell'ultima cena (a Vienna), dei peli della barba di
Cristo (a Vienna), di una lacrima che Ges vers su Gerusa-
lemme (a Vendme, in Francia) e di una piuma dell'ala dell'ar-
cangelo Michele (a Liria e a Valencia, in Spagna). Di altre reli-
quie si registr una vera e propria inflazione. Accanto a innu-
merevoli frammenti e particelle della croce, si esposero ben 36
presunti chiodi della croce di Cristo (tra gli altri, a Treviri, Co-
lonia, Parigi, Vienna - addirittura due - Siena, Milano, Monza e
via dicendo), due teste di Giovanni il Battista e dozzine di len-
zuoli sacri. Umiche di Cristo sono venerate a Treviri, nella citt
francese di Argenteuil e in quella georgiana di Mzecheta. Solo
nelle cattedrali spagnole si trovano ben 53 spine della corona di
Cristo. A complicare le cose interviene la tradizione delle reli-
quie divenute tali per contatto: si credeva che, se una pi o
meno precisa riproduzione della reliquia era messa a contatto
con l'originale, la copia ne assorbisse tutta il potere.
Per gli uomini del medioevo le reliquie erano portatrici di
forza e grazia divine. Questa convinzione era sfruttata anche
dal punto di vista politico: nella Corona Ferrea dei longobardi
- oggi conservata nel tesoro del duomo di Monza - incasto-
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nato un chiodo che si ritiene appartenesse alla croce di Cri-
sto; tra le insegne imperiali tedesche c' erano la croce imperia-
l e - i n cui era incastonato un frammento della vera croce - e la
sacra lancia. Questa all'inizio era considerata come la lancia di
san Maurizio, protettore dell'impero; successivamente fantasti-
cherie e religiosit popolare ne fecero l' arma con cui il legio-
nario aveva colpito al fianco Ges crocifisso. In realt per il
gioiello imperiale di Vienna una lancia ad alette carolingia
dell'VIII secolo. L'autentica lancia sacra - almeno a quanto pos-
siamo supporre - faceva invece parte, insieme a molte altre re-
liquie, del tesoro degli imperatori bizantini. Dopo la conqui-
sta ottomana di Costantinopoli, la punta della lancia fu inviata
a papa Innocenzo VIII (1484-1492) come dono da parte del sul-
tano e da quel momento conservata nella basilica di San Pie-
tro a Roma. L'asta invece era gi stata venduta nel XIII seco-
lo dagli imperatori bizantini al re di Francia, nella cui cappella
privata, la Sainte Chapelle, si trova da allora. Per ben due vol-
te la Roma d' Oriente combatt guerre allo scopo di entrare
in possesso di reliquie: la prima, per impadronirsi di un fram-
mento della vera croce, di cui i persiani si erano impossessa-
ti con la conquista di Gerusalemme, e la seconda per la miste-
riosa icona del volto di Cristo non creata da mano umana del-
la citt di Edessa. Non oro o altri tesori terreni, ma le reliquie
dei tre Re Magi, fino a quel momento conservate a Milano, fu-
rono il bottino pi significativo che l'imperatore Federico I Bar-
barossa riport dalla campagna militare in Italia. Il cancellie-
re imperiale Reinald von Dassel le port a Colonia in modo ro-
cambolesco, facendo diventare la citt uno dei pi importanti
santuari nordeuropei. Infine, grazie alle crociate e alla con-
quista di Costantinopoli (1204), l' Europa fu addirittura som-
mersa da vere e false reliquie, rendendo cos il loro culto ancor
pi popolare
1
.
1
A. Angenendt, Heilige und Reliquien, MUnchen 1994; A. Legner, Reliquien in Kun-
s( und Kult, Darmstadt 1995; Sierra-Atienza, La Espafi& extrana, Madrid 1997; Kun-
sthistorisches Museum Wien, Weltliche und Geistliche Schatzkammer, guida illustrata,
Wien 1987-1991.
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Non ci pu dunque essere alcun dubbio sull'importanza del
ruolo che le reliquie hanno giocato nella storia della religione e
della cultura europea. Ma tutto ci pu davvero esser ridotto
solo a un'autentica epidemia di autoillusione e fantasticherie, a
un'enorme mistificazione condotta nelle diverse nazioni attra-
verso i secoli? Che nel medioevo si giungesse a un grossolano
abuso della fede nelle reliquie, che ci fosse una marea di falsi-
ficazioni - furono spacciate per ossa dei santi persino ossa di
animali - incontestabile ed stato riconosciuto in primo luo-
go dalla Chiesa stessa: gi con il IV Concilio Laterano (1215) si
mise in atto ogni possibile tentativo per fermare il commercio
di reliquie e le relative truffe. Da quel momento, l'acquisto e la
vendita di reliquie sono stati vietati dal diritto canonico ed sta-
ta resa indispensabile una certificazione ecclesiastica della lo-
ro autenticit; per compiere pellegrinaggi, inoltre, bisognava di-
sporre dell'autorizzazione del vescovo
2
. Ma come veniva veri-
ficata l'autenticit di una reliquia? Un miracolo o il giudizio
divino erano allora considerati elementi di prova soprannatu-
rali; inoltre l'origine della reliquia doveva essere documentata.
Solo nel XX secolo sono stati introdotti metodi scientifici.
Non ci pu essere dubbio che esistano anche reliquie auten-
tiche. Per reliquie autentiche si intendono, per attenerci al lin-
guaggio ecclesiastico, solo reliquie di prim'ordine, provenienti
dal corpo di santi o martiri o che sono testimonianza delle ge-
sta di Ges. Reliquie di second'ordine sono quei capi d'abbi-
gliamento e quegli oggetti religiosi usati da un santo nel corso
della sua vita o riproduzioni di una reliquia del Signore che
sono state a contatto con l'originale. Tra quelle di terz'ordine
si annoverano reliquie per contatto in senso lato, per esempio
teli che sono stati a contatto con tombe di santi. Gi la Chiesa
delle origini venerava le ossa dei martiri, considerate inesti-
mabili pi dell'oro e delle pietre preziose
3
; questa tradizione
dimostrabile a partire dal II secolo. Nello stesso periodo eb-
2
Codex luris Canonici - Codex des Kanonischen Rechts, Kevelaer 1983, pp. 522s.
3
T. Camelot (a cura di), Martyrium des Polykarp, 18,2, SC 10, Paris 1958*.
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bero luogo i primi, per quanto sporadici, pellegrinaggi alle tom-
be degli apostoli e nei luoghi che erano stati teatro della predi-
cazione di Ges. Questa tradizione ha sicuramente radici ebrai-
che. Ancor oggi gli ebrei venerano le tombe di Abramo a He-
bron, di Rachele a Betlemme e di Davide a Gerusalemme; gi
in epoca biblica alcune reliquie, come le tavole della legge di
Mos, la verga di Aronne e la brocca contenente la manna del
deserto, erano conservate nel tempio, nell'arca dell'alleanza. I
tre Vangeli sinottici raccontano la storia dell'emorroissa, la qua-
le si era detta: "Se riuscir a toccargli anche solo le vesti, sar
salva" (Me 5,28), fornendoci in questo modo una testimonianza
biblica della fede nell'efficacia delle reliquie per contatto. Ne
danno conferma gli Atti degli apostoli quando raccontano co-
me i primi cristiani applicavano su malati fazzoletti o grembiuli
che erano stati a contatto con lui e le malattie si allontanavano
da loro e gli spiriti maligni fuggivano (At 19,12). Si noti che qui
il riferimento a indumenti appartenuti a san Paolo. Tanto pi
preziosi per loro dovettero essere quegli oggetti che erano sta-
ti a contatto con il corpo e con il sangue del Dio fattosi uomo.
Gi da ci possiamo dedurre con sufficiente sicurezza che la gio-
vane comunit cristiana - la quale, stando agli Atti degli apo-
stoli, solo cinquanta giorni dopo la risurrezione di Cristo an-
noverava gi 3000 membri (At 2,41) - si sia sforzata con gran
zelo di entrare in possesso di tutte le testimonianze in qualche
modo reperibili della vita e della passione di Ges.
Ma com' possibile separare il loglio dal grano? Come iden-
tificare, nel profluvio di false reliquie, le poche autentiche? Il cri-
terio decisivo innanzitutto l'albero genealogico della reli-
quia stessa: fino a che punto pu essere ripercorso a ritroso il
suo cammino, com' giunta nel luogo in cui attualmente con-
servata, con quanta precisione documentato il suo rinveni-
mento e in quali circostanze ebbe luogo. Ugualmente impor-
tante la loro verificabilit scientifica: quanti anni ha in realt
la reliquia? Potrebbe risalire all'epoca in questione, nel caso del-
le reliquie del Signore ai tempi di Ges?
Tutti questi interrogativi mi passavano per la testa mentre,
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nella cappella delle reliquie di Santa Croce, osservavo con de-
vozione e al contempo con cura le reliquie della passione. Lo sa-
pevo: il frammento della croce, il titulus crucis (l'iscrizione del-
la croce) e il chiodo sacro erano citati gi nelle Storie della Chie-
sa coeve e nei resoconti, redatti anch'essi in quel secolo, della
morte di sant' Elena, alcuni dei quali forse riconducibili ai rac-
conti di testimoni oculari. Queste reliquie si differenziano cos
da numerose altre, il cui rinvenimento e trasporto in Europa
ugualmente attribuito alla madre dell'imperatore, come ad esem-
pio la scala santa di Roma, i tre Re Magi di Milano e Colonia o
la tunica di Cristo di Treviri, che tuttavia non sono menzionate
da alcun autore coevo; in questi casi le tradizioni che ne de-
scrivono il rinvenimento risalgono solo al medioevo. Anche le
spine della corona e il dito di san Tommaso non sono citati da
alcuna fonte antica e sono perci di dubbia origine, in quanto
quest' ultima non documentata. L'esistenza delle autentiche
reliquie della passione di Santa Croce - croce, chiodi, titolo - e
le circostanze in cui Elena le fece trasportare nel suo palazzo a
Roma sono invece attestate da oltre 1600 anni, per cui la tra-
dizione che le riguarda molto pi antica di quella della mag-
gior parte delle altre reliquie della cristianit. Questo natural-
mente non esclude di per s che si possa trattare di falsifica-
zioni risalenti al IV secolo o al medioevo, in quest'ultimo caso
forse come reliquie di second'ordine confezionate sulla base
delle tradizioni riguardanti la vita di Elena; tuttavia la loro au-
tenticit almeno ipotizzabile.
A questo punto si deve far ricorso alla metodologia scientifi-
ca, allo scopo di fornire un responso sulla loro et e origine. Tut-
tavia mi era noto che il metallo con cui stato fabbricato il chio
do non pu essere datato, e sebbene, almeno nella sua parte cen-
trale, corrisponda in pieno alla fattura dei chiodi da falegname
romani, nulla di risolutivo pu essere affermato riguardo alla
sua origine o sul suo utilizzo. Il legno, anche quello dei fram-
menti della croce, pu invece essere datato con facilit, e si pu
determinare persino la sua origine geografica: ma come dimo-
strare che sia davvero appartenuto alla croce di Cristo? Anche
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in questo caso un esame scientifico non pu fornire alcuna ri-
sposta, anche solo parzialmente soddisfacente.
Solo una delle reliquie della passione custodite in Santa Cro-
ce cos particolare da far s che, se la sua autenticit fosse ve-
rificata, confermerebbe non solo i resoconti del rinvenimento
della croce ma sottolineerebbe anche l'esattezza storica dei Van-
geli e la loro descrizione della vita e della passione di Ges: il ti-
tulus crucis, l'iscrizione della croce.
L'osservai con estrema attenzione, studiai ogni singola scheg-
gia del bruno legno eroso dal tempo. Effettivamente riportava l'i-
scrizione cos come ci stata tramandata da Giovanni: "Ges il
Nazareno, il re dei giudei"... in ebraico, in latino, in greco (Gv
19,19-20); o almeno una parte di quest'iscrizione.
Il titolo della croce non mi parve un falso grossolano. dun-
que autentico? stato scritto da uno dei carnefici di Pilato poco
prima della pi spettacolare esecuzione della storia? si tratta del-
l'unica testimonianza scritta coeva dell'esistenza di Ges, del do-
cumento giuridico della sua condanna ad opera del prefetto ro-
mano? o un falso, per quanto buono ed estremamente inge-
gnoso? Solo di una cosa ero certo: dovevo raccogliere altri elementi
sull'iscrizione della croce, perch, se fosse autentica, ci riguar-
derebbe l'intera cristianit.
Nessun'altra personalit storica ha tanto affascinato gli uo-
mini negli ultimi duemila anni come Ges di Nazaret. Disprez-
zato dagli avversari come falso profeta, imprigionato e condan-
nato a morte come sobillatore, venerato dai seguaci come Mes-
sia c Tiglio di Dio, ha costituito lino ai nostri giorni una pietra
dello scandalo. In suo nome, i martiri morirono o subirono per-
secuzioni; furono fondati stati, evangelizzati popoli, combattu-
te guerre, bruciati eretici e costruita un'organizzazione mondiale,
la Chiesa cattolica, che oggi conta pi di un miliardo di fedeli.
Rappresentato nell'iconografia cristiano-bizantina come pan-
tocratore, assiso sul trono celeste come colui che domina su
ogni cosa, ha effettivamente dominato almeno la storia occi-
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dentale degli ultimi 1700 anni. Dopo che l'imperatore Costan-
tino fece del cristianesimo la religione di stato, sopravvissuto
alla caduta dell'impero romano, alle invasioni barbariche, al me-
dioevo, alla guerra dei trent'anni, persino all'illuminismo e al-
l'anticristiana rivoluzione francese, al comunismo e al fasci-
smo hitleriano. Nessuna religione straniera, per quanto affasci-
nante o aggressiva, nessuna moda spirituale ha mai potuto
cambiare a lungo il volto cristiano dell'Europa.
Nonostante l'immensa portata della promessa di Ges di Na-
zaret, la redenzione e la vita eterna per chi l'avesse seguito, negli
ultimi decenni sono stati sollevati in modo sempre pi plateale
seri dubbi sulla sua esistenza storica o sull'esattezza delle affer-
mazioni attribuitegli. Questo approccio critico, nato con l'ateismo
e l'illuminismo, stato ripreso sempre pi spesso anche dai teo-
logi moderni. A finire regolarmente sotto tiro sono i quattro Van-
geli, che non solo affermano di annunciare la lieta novella, ma an-
che di essere un resoconto autentico della vita del Nazareno: una
rivendicazione sulla quale sempre pi frequentemente sono sta-
ti espressi dubbi. Per quanto i primi frammenti dei Vangeli risal-
gano al II, forse addirittura al I secolo dopo la nascita di Cristo, e
coincidano in massima parte con il testo delle versioni integrali
di cui disponiamo, la loro storicit continuamente messa in di-
scussione. I detrattori sostengono che alla base dei Vangeli vi
sono raccolte di detti di Ges, abbelliti dal racconto delle sue azio-
ni che avrebbe funzione di cornice narrativa, e che in realt, a pre-
star loro fede, sarebbero solo un misto di pia leggenda e pura fan-
tasia. A conferma di ci, rimandano alle incongruenze effettiva-
mente esistenti tra i quattro Vangeli, che possono comunque essere
interpretate anche in altro modo. Il titolo della croce suggeri-
rebbe invece che almeno il quarto Vangelo fu redatto da un te-
stimone oculare, proprio come afferma la tradizione cristiana
4
.
Ma, in ultima analisi, il Ges storico il Nazareno dei Vangeli?
4
L'unica trascrizione completa dell'iscrizione della croce si trova nel Vangelo di Gio-
vanni; i tre sinottici ne riportano solo il contenuto: Costui Ges, il re dei giudei (Mt
27,37); Il re dei giudei (Me 15,26); Questi il re dei giudei (Le 23,38).
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Gi all'inizio raccontavo di come questa visita alla basilica di
Santa Croce abbia cambiato la mia vita. Non affatto un'esa-
gerazione: ho trascorso i due anni successivi a documentarmi ul-
teriormente su Ges di Nazaret, sul Ges storico, sul Figlio del-
l'uomo divenuto carne e quindi storia. La ricerca su di lui di-
ventata, come ogni autentica ricerca della verit, un'odissea. Pi
volte sono tornato a Roma, in parte per seguire altre tracce, in
parte per informare delle mie ricerche i rappresentanti della
Chiesa - tra cui papa Giovanni Paolo II - o per ottenere la lo-
ro collaborazione, in parte per trovare ispirazione nell'incontro
con il titolo della croce. Mi sono recato due volte a Gerusa-
lemme, l dove tutto ebbe inizio. Volevo entrare in contatto con
le radici, con i luoghi in cui Ges ag storicamente e dove fu rin-
venuta la sua croce. Ho consultato famosi esperti israeliani e te-
deschi molto stimati nel mondo scientifico e ho raccolto perizie
che hanno reso finalmente possibile una datazione. Inoltre ho
studiato fonti antiche, ricerche storiche e archeologiche allo sco-
po di ricostruire l'albero genealogico della reliquia e trovare ri-
sposte alle mie domande: quale valore hanno i Vangeli come
fonti storiche? quanto sono attendibili gli storici della Chiesa
che descrissero il rinvenimento della croce? quant' sicura la
tradizione che localizza i luoghi dell'esecuzione e il sepolcro di
Ges? confermata da reperti archeologici? E infine, ci sono
collegamenti con altre reliquie, come ad esempio la misteriosa
Sindone di Torino, che sono gi state indagate dal punto di vi-
sta scientifico?
Un rinvenimento cos importante come quello dell'iscrizione
della croce di Ges richiede uno studio estremamente ap-
profondito e scrupoloso, non solo delle circostanze concomitan-
ti ma anche dell'intero contesto della tradizione neotestamen-
taria. Perci questo libro segue un percorso molto ampio. Nel pri-
mo capitolo approfondiremo la questione dell'attendibilit dei
Vangeli come fonti storiche. Li confronteremo con le tradizioni
coeve, esamineremo gli argomenti dei loro critici e indagheremo
sulle affascinanti prove che li potrebbero davvero ricondurre ai
contemporanei di Ges. Si tratta gi di per s di un passaggio im-
21
portante, perch dai Vangeli che veniamo per la prima volta a
sapere dell'esistenza del titolo, e le loro affermazioni sarebbero
a loro volta confermate dal reperto. Poich ognuno dei quattro
Vangeli riporta il testo dell'iscrizione con leggere differenze, il re-
perto, presupponendo la sua autenticit, potrebbe anche rivelar-
ci quale di loro, approssimandosi maggiormente alla verit, sia
stato effettivamente redatto da un testimone oculare.
Nel secondo capitolo tenteremo, sulla base di fonti storiche e
di dati archeologici, di ricostruire gli eventi gravidi di significa-
to della festa di Pasqua dell' anno 30. Poich l'iscrizione del ti-
tolo della croce definisce il Nazareno re dei giudei, ci chie-
deremo cosa implicasse questo titolo e in che misura fosse in
rapporto con la rivendicazione messianica di Ges. Ricostruendo
minuziosamente la pena della crocifissione giungeremo a com-
prendere la storia della passione in maniera pi profonda. Ci
soffermeremo al cospetto della croce, che da quel momento giac-
que sepolta nel suolo di Gerusalemme, mentre i discepoli di Ge-
s crocifisso annunciavano segretamente ai popoli il Vangelo,
per poi rivolgerci, nel terzo capitolo, alle circostanze della sua
riscoperta, avvenuta tre secoli pi tardi. La ricerca della reliquia
fu una diretta conseguenza della visione della croce dell'impe-
ratore romano Costantino, con cui si concluse l'ultima sangui-
nosa persecuzione nei confronti della giovane Chiesa, ma non
sarebbe mai stata possibile se non fosse esistita tra i cristiani
di Gerusalemme una tradizione ininterrotta. Dimostreremo co-
me fu possibile, per la Chiesa delle origini, mantenere nei se-
coli la memoria dei luoghi della passione di Cristo. Daremo an-
che uno sguardo alle radici della comunit delle origini e al suo
ruolo nella societ ebraica, gettando cos luce, in ultima anali-
si, sulla stirpe dei Nazareni e sulla rivendicazione messiani-
ca di Ges. Infine, vedremo come il reperto archeologico con-
fermi la tradizione dei primi cristiani. Il quarto capitolo de-
dicato alla storia del santo sepolcro che Costantino fece cercare,
riportare alla luce e integrare in una costruzione monumentale.
Questo capitolo tratter inoltre delle tradizioni ebraiche ri-
guardanti la sepoltura e l'inumazione dei defunti, di coloro
22
che hanno presieduto alla sepoltura di Ges, ma anche della tra-
sformazione, a scopi di propaganda imperiale, del santo sepol-
cro in uno sfarzoso edificio. Il quinto capitolo descrive la sco-
perta delle reliquie della croce e del titolo nel corso dei lavori
per la costruzione della chiesa del Santo Sepolcro alla presenza
della madre dell'imperatore, Elena, la loro spartizione e il ruo-
lo che hanno assunto nella storia di Gerusalemme, Costanti-
nopoli e Roma. Al centro del sesto capitolo stanno la reliquia
romana dell'iscrizione della croce e gli altri reperti. In esso de-
scritta la storia del luogo in cui sono custoditi, la basilica di San-
ta Croce a Roma, edificata nel luogo in cui sorgeva il palazzo di
Elena, la loro riscoperta e i risultati dei nostri considerevoli sfor-
zi per provare la loro autenticit con metodi scientifici. Un' ap-
pendice li pone in rapporto con la pi famosa reliquia della pas-
sione di Cristo, la Sindone di Torino, e spiega perch questa po-
trebbe essere comunque autentica, nonostante la datazione
suggerita dagli esami al radiocarbonio affermi il contrario. Do-
po aver ascoltato la voce delle reliquie della passione, muti
testimoni del Golgota, grazie ai nuovi dati acquisiti ci interro-
gheremo ancora una volta sulla credibilit dei Vangeli, le nostre
fonti sulla vita di Ges. Giungeremo infine alla conclusione che
uno di loro, proprio l'unico che cita letteralmente l'iscrizione,
pu essere opera soltanto di un testimone oculare, esattamente
come la tradizione ecclesiastica ha affermato da sempre.
Mentre scrivevo questo libro, sono stato indotto dalla morte
del mio amato padre a confrontarmi, in modo pi intenso di
quanto avessi mai fatto in vita mia, con il dolore, la morte e la
speranza nella risurrezione. Nel momento in cui questo libro vie-
ne pubblicato, il cristianesimo si sta avviando nel terzo millen-
nio, avendo ancora vivo il ricordo dei festeggiamenti dell'Anno
Santo che si sono svolti contemporaneamente a Roma e a Ge-
rusalemme. L'opera vuol tener vivo questo ricordo e nello stes-
so tempo offrire almeno un modesto contributo a una migliore,
pi intensa comprensione delle radici del cristianesimo.
Dusseldorf, 25 marzo 1999
23
1
ALLA RICERCA DEL GES STORICO
Gerusalemme, 7 aprile 30 d.C., ore 11:30 circa
L'immagine d'orrore che si offriva agli occhi dei legionari
romani era tale per cui anche il pi incallito tra loro non l'avrebbe
mai pi potuta dimenticare in tutta la sua vita. L'uomo che do-
vevano condurre all'esecuzione era completamente coperto di
sangue. Sul suo corpo, ricoperto da una veste marrone, erano
visibili i solchi aperti dalla flagellazione, da quel terribile castigo
cui era stato appena sottoposto. Lo avevano incatenato a un tron-
cone di colonna poderoso e nero, e dai due lati lo avevano col-
pito con flagelli a pi code, alle cui estremit erano fissati aculei
di piombo che laceravano le carni. Sul capo avevano calcato un
casco di spine, simili a lunghi chiodi acuminati che trafiggevano
la pelle e facevano scorrere sul viso rivoli di sangue fresco. I suoi
lunghi capelli bruni pendevano a ciocche, rese appiccicaticce dal
sangue gi rappreso. Alle braccia insanguinate avevano legato
con ruvide funi una pesante trave di legno non levigato. Per-
ch?, chiese uno dei legionari, che non aveva assistito al pi cla-
moroso processo della storia. Crede di essere il re dei giudei, e
loro non lo vogliono!, rispose beffardamente un altro. Un re
non mi sembra proprio!, replic il commilitone. Per potreb-
25
be essere un filosofo. C' qualcosa di nobile nel suo sguardo. E
pare sopportare il dolore con grande dignit. Cos, legato come
un animale, fu condotto gi dalle scale del pretorio verso il luo-
go dell'esecuzione, assieme a due ribelli condannati prima di lui
La colonna dei condannati serpeggiava tra la folla schiuman-
te di rabbia, solcava la piazza dello Xystus, attraversava la pas-
seggiata dei Re tra i due palazzi, lungo innumerevoli gradini su
verso la citt alta, per poi svoltare nella via superiore del Mer-
cato, che tagliava la citt da nord a sud, in direzione della porta
di Efraim. Dovette fermarsi due volte, perch il terzo condan-
nato - strattonato ~ aveva perso l'equilibrio sotto il peso della tra-
ve ed era caduto. Lungo le strade, centinaia di persone sembra-
vano formare due cordoni:persone che lo deridevano e altre che
lo confortavano o che cercavano di lenire il suo dolore. Ecco una
donna che gli porgeva dell'acqua, o un'altra che cautamente gli
asciugava con un fazzoletto il sudore e il sangue che colavano
dal viso. Nei suoi occhi si leggeva tutta la sofferenza di quell'ora,
ma anche la nostalgia di un mondo migliore.
Poich la fretta era d'obbligo - le esecuzioni dovevano con-
cludersi prima che spuntasse l'alba del sabato ebraico -, alla ter-
za caduta, davanti alla porta di Efraim, il centurione che co-
mandava la coorte tagli con la spada la corda con cui Ges era
legato alla trave della croce. La trave cadde a terra fragorosa-
mente. Allora il centurione ordin a un certo Simone di Cirene,
nel Nordafrica, il pi vicino dei numerosi pellegrini giunti a Ge-
rusalemme per la Pasqua che ora si stavano riversando in dire-
zione del tempio, di portare la trave al luogo dell'esecuzione.
Il sole riscaldava un poco il corteo e i corpi sofferenti dei con-
dannati, quando questi oltrepassarono la porta, solidamente for-
tificata, per dirigersi verso il luogo delle esecuzioni, una cava ab-
bandonata. Della collina di roccia calcarea di una volta rima-
neva solamente un cumulo di pietre inutilizzabili, dall'aspetto
pauroso, che la gente aveva ribattezzato Golgota, il cranio, per-
ch sporgeva nudo e spoglio dal terreno. Rinchiudetelo in una
delle caverne!, ordin il centurione indicando l'uomo che ave-
va appena liberato dalla trave. Rinchiuso nella caverna fresca e
26
umida, il condannato, tremando e pregando, guardava in faccia
la morte certa che lo attendeva, mentre i carnefici sollevavano i
due rivoltosi sui pali delle croci e ve li legavano saldamente. I mi-
nuti parevano ore e giorni, sembravano durare un'eternit. Il re
dei giudei fu rudemente strappato al raccoglimento della pre-
ghiera da due legionari e portato fuori, dove, sul terreno roccio-
so, giaceva la trave orizzontale della croce. Poco lontano si udi-
vano le grida di dolore dei due ribelli appena crocifissi che, tor-
cendosi, cercavano di immettere aria nei polmoni. Sulla croce,
giudeo!, gli url il centurione, e due legionari lo gettarono al suo-
lo, cosicch cadde sulla schiena battendo la piaga provocata dal
peso della trave contro la roccia calcarea. Il suo nobile viso si
contrasse dal dolore, quando uno dei carnefici lo afferr rude-
mente per le braccia, tendendole verso l'alto e facendo raggiun-
gere ai palmi delle mani le estremit della trave orizzontale per
fissarlo in questa posizione. Era troppo debole per opporre una
qualche resistenza, e si era da tempo rassegnato al suo destino, al
calice amaro che il Padre Celeste gli aveva porto. Cos, come
in trance, per met privo di conoscenza, percep soltanto che uno
degli aiutanti porgeva al carnefice due chiodi per conficcarli al-
l'altezza del carpo. Solo quando, con un sordo colpo di martello,
il primo chiodo gli trapass la carne, rinvenne pienamente. Pa-
dre! Padre! gli sfugg dalle labbra, mentre un dolore disumano
alterava Usuo viso, contraeva il suo corpo e gli faceva sgorgare
lacrime dagli occhi: Perdona loro!. Quasi svenuto, dovette sop-
portare che gli piantassero il secondo chiodo, che gli lacer i ner-
vi: non appena il dolore diventava insopportabile, la tortura pro-
cedeva oltre. Ce l'hai?, grid uno degli aiutanti dei carnefici al-
l'altro, che assent. Su, allora!. Con la brutalit che gli era
propria, inalberarono la trave cui era appeso il Crocifisso. Un ter-
zo uomo stava dietro il palo e tirava una fune fissata alla trave
che passava attraverso un foro scavato nel tronco, all'altezza di
due metri e mezzo circa. Le articolazioni del polso del condan-
nato parevano spezzarsi, mentre questi, quasi privo di conoscenza
per il dolore, appeso per i chiodi, veniva sollevato in aria e la tra-
ve fissata allo stipite della croce. Poi, il carnefice gli premette le
27
gambe contro il palo. Prese un chiodo particolarmente lungo e ;
lo fece passare attraverso un'asse di legno che poggi sui piedi J
sovrapposti della vittima. Uno deve bastare, disse con un ghi-
gno beffardo prima di conficcarlo nei piedi del Crocifisso, i cui
tormenti erano ormai testimoniati soltanto da un flebile gemito. >
Mentre disperato annaspava in cerca d'aria, facendo perci for- *
za con l'intero peso sull'unico chiodo che gli trapanava i piedi, j
gli aiutanti del carnefice procedettero all'ultimo atto di un esecu- J
zione non diversa da tante altre. Si doveva fissare il titolo della f
colpa, su in alto, in modo che fosse visibile a tutti. Era una tavo- \
letta di legno, lunga circa un cubito, alta un raggio, il cui testo era
stato dettato da Pilato in persona e inciso nel legno da un uffi-%
ciale che sapeva scrivere. La scritta costituiva l'ultima irrisione-
del giustiziato, preceduto da quella tavoletta di legno lungo tut-\
to il percorso verso il luogo dell'esecuzione. Con una scrittura a*,
scarabocchi, da destra verso sinistra - alla maniera dei giu- \
dei, come ironizzava lo scribacchino - recava scritto: Ges, //[
Nazareno, re dei giudei, in ebraico, greco e latino, affinch tuttik
potessero leggere di quale presunzione si fosse reso colpevole|
quest'uomo, ridotto ormai a un'icona del dolore. r
.
Ai piedi del Golgota |
i
La nostra ricerca inizia ai piedi del luogo di esecuzioni pi fa- j;
moso della storia, la collina del Golgota. Si tratta di risponderei-
all'interrogativo se, all'incirca 1970 anni fa, i fatti si sono svoltiI
proprio come li abbiamo appena descritti, o comunque in mo-f
do analogo. Certo, la nostra ricostruzione si basa sui Vangeli, if
quattro libri pi letti della letteratura mondiale. Ma i Vangeli so- f
no davvero biografie? quanto sono affidabili questi testi? con!
quanta precisione gli autori hanno svolto le loro ricerche? quant'w
attendibile quello che crediamo di sapere sul loro protagonista,;
Ges di Nazaret? "
Riguardo alla precisione con cui i Vangeli ripercorrono laj.
vita di Ges, molto dipende dall'effettiva conoscenza diretta*
V
28
di Ges da parte degli evangelisti o almeno dai loro eventuali
contatti con i testimoni oculari. La rivendicazione da parte di
un autore di aver assistito a un evento storico accresce natu-
ralmente la sua credibilit e l'autenticit della sua narrazione,
sebbene al contempo cresca anche la soggettivit del resocon-
to. Quanto meno, chiunque scriva di un evento contemporaneo
dovrebbe avere intervistato un gran numero di testimoni ocu-
lari e aver posto alla base della sua ricostruzione le loro affer-
mazioni. Chi si occupa di un evento storico passato ha il dove-
re di studiare tutte le testimonianze. Se esistono documenti coe-
vi al fatto - resoconti ufficiali, comunicazioni, atti, rapporti - , i
loro contenuti vanno confrontati con il racconto dei testimoni
oculari e valutati attentamente. Nel caso si confermino o si com-
pletino a vicenda, lo storico ha la possibilit di ricostruire la sto-
ria in maniera credibile. Questo vale anche per la narrazione
della storia della salvezza.
Nel nostro caso, si tratta proprio di questo. Lasceremo qui ai
teologi, e alla loro maggiore competenza in materia, l'impor-
tantissima questione della rilevanza salvifica degli eventi verifi-
catisi a Gerusalemme nell'anno 30. Vogliamo invece verificare
se il processo pi gravido di conseguenze dell'intera storia mon-
diale ha avuto luogo nei termini che ci sono stati tramandati, e
quindi, contemporaneamente, la credibilit dei resoconti esi-
stenti: i Vangeli di Marco, Matteo e Luca e del controverso te-
stimone oculare Giovanni. La chiave di volta della nostra ricer-
ca un documento storico, l'unico atto scritto conservatosi di
quel processo di quasi 1970 anni fa, e pu essere definito senza
esagerazione come il documento-chiave: si tratta della tavo-
letta della colpa, il titolo della croce recante la formulazione
dell'accusa e affisso al palo verticale sopra il capo del Crocifis-
so. Esso ci rivela quanto precise e pregnanti siano le nostre fon-
ti al riguardo.
Al tempo stesso indagheremo, come in ogni solida ricerca sto-
rica, sull'autenticit del nostro documento. Ne ripercorreremo
la storia e la provenienza. Infine, lo sottoporremo persino a un'in-
dagine criminologica. Solo se tutti gli indizi deporranno a favo-
29
re della sua autenticit, il titolo della croce potr assurgere a tas-
sello del grande mosaico che chiamiamo storia. E in questo qua-
dro dobbiamo cercare anche lui, il Crocifisso. Pu essere il Cri-
sto, il Messia solo se vissuto veramente. La ricerca di Ge-
s pu essere un'esperienza mistica, ma pu anche aver inizio
dalla storia.
Se si confrontano le fonti su Ges di Nazaret con quelle ri-
guardanti altri personaggi storici dell'antichit, per esempi o i
grandi filosofi greci, ne emerge un quadro molto diverso. Non
ci noto un solo documento coevo che attesti, per esempio, l'e-
sistenza storica di Pitagora, Socrate, Platone o Aristotele. Tutto
ci che sappiamo su di loro proviene da biografie redatte alcu-
ni secoli dopo, il cui esemplare pi antico pervenutoci spesso ri-
sale addirittura all'epoca araba. Conosciamo la vita di Pitago-
ra (circa 569-471 a.C.) innanzitutto attraverso le biografie di Dio-
gene Laerzio (attorno al 220 d.C.), di Giamblico (morto verso
il 330 d. C) e dalla Vita Pythagorae di Porfirio (232-304 d.C.), di
cui rimangono solo frammenti: dunque mediante opere redatte
sette secoli dopo la sua morte. Le uniche testimonianze del pen-
siero di Socrate (469-399 a.C.) sono rinvenibili negli scritti dei
suoi allievi Senofonte e Platone, senza contare il fatto che que-
st'ultimo, come oggi ben sappiamo, le ha utilizzate prevalente-
mente per esporre la propria filosofia. La biografia di Apollo-
nio di Tiana (circa 4-96 d.C.), filosofo e mago contemporaneo
di Ges, che aveva una folta schiera di seguaci tra gli strati so-
ciali pi elevati di Roma, stata redatta da Filostrato attorno al
210 d.C., quindi 114 anni dopo la sua morte. Il manoscritto pi
antico pervenutoci (proveniente da E1 Escoriai, in Spagna) ri-
sale al X secolo. Anche le Antichit giudaiche redatte nel 94 d.C.
dallo storico Giuseppe Flavio, sono state s citate da Eusebio,
autore cristiano del IV secolo, ma sono disponibili integralmente
solo in una versione araba del X secolo
1
. Ci nonostante, a nes-
1
G. Schischkoff, Philosophisches Wrterbuch, Stuttgart 1991; Giuseppe Flavio, Bell.
Iud.\ Id., Ani. lud.\Giamblico, Pythagoras, a cura di M. v. Albrecht, Zrich 1963; Filo-
strato, Apollonios
t
a cura di V. Mumprecht, Mttnchen 1983; B.L. van der Waerden, Die
Pythagoreer, Munchen 1979; G.Theissen-A. Merz, Der historische Jesus, Gttingen 1997
2
.
30
, suno mai venuto in mente di mettere in dubbio l'esistenza sto-
rica di Pitagora, Socrate, Apollonio o l'autenticit delle Anti-
chit giudaiche.
Crocifisso sotto Ponzio Pilato
Ges di Nazaret non un mito, ma un personaggio storico.
Questo - come sottolinearono gli apostoli - lo distingue dalle
figure centrali dei culti misterici ellenistici, da Attis, Adone, Dio-
niso e Apollo. Da un punto di vista storico, la sua esistenza
meglio documentata di quella di Pitagora e Socrate ed testi-
moniata, se non da tutti, almeno da un numero rilevante di cro-
nisti e storici contemporanei. Solo i depositari del potere terre-
no, come gli imperatori romani, i loro governatori e i re vas-
salli, sono meglio attestati, perch hanno lasciato iscrizioni e
monete e perch la loro vita stata al centro dell'attenzione de-
gli storici del tempo. vero come ha dimostrato il critico del-
la Chiesa Peter de Rosa nel suo controverso libro Der Jesus-
Mythos - che noi conosciamo probabilmente pi fatti concre-
ti sulla vita di Ponzio Pilato che su Ges
2
, perch il prefetto era
il rappresentante in Palestina del potere terreno di Roma. Non
a caso, fin dalle origini la Chiesa ha incluso nella professione di
fede la formula pat sotto Ponzio Pilato, ancoraggio alla sto-
ria dell'annuncio della salvezza. Su Ponzio Pilato, prefetto del-
la provincia romana di Giudea dal 26 al 36 d.C., esistono reso-
conti dettagliati dello storico ebreo Giuseppe Flavio (37-100
d.C.) e del filosofo e teologo ebreo Filone d'Alessandria. Lo
menziona anche Tacito, mettendolo in rapporto proprio con Ge-
s. Ritroviamo inoltre il suo nome c il suo titolo su un'iscri-
zione rinvenuta da archeologi italiani nel 1961 nel corso di al-
cuni scavi presso il teatro di Cesarea, sulla sponda israeliana del
: Mediterraneo. La cosiddetta pietra di Pilato adornava origi-
nariamente il Tiberieum, un edificio pubblico dedicato all'im-
2
P. de Rosa, Der Jesus-Mythos, Milnchen 1993, p. 30.
31
peratore Tiberio. Solo pi tardi fu riutilizzata per la ristruttura-
zione del teatro. Cos dice l'iscrizione, ancora visibile (vedi ri-
produzione a colori):
[...]STIBERIEVM [Questo] Tiberieum
[PONJTIVSPILATVS Ponzio Pilato,
[PRAEF]ECTVSIVDE[AE] prefetto di Giudea,
[FECITD]E[DICAVIT] costru [e] consacr.
Colpisce il fatto che l'iscrizione sia redatta in lingua latina e
non nel greco della koin, lingua ufficiale dell'Oriente. Da essa
veniamo inoltre a sapere che la carica ufficiale di Pilato era quel-
la di prefetto, e non di procuratore. Pilato doveva dunque
far riferimento a un procuratore, come conferma lo stesso Giu-
seppe Flavio. Anche i Vangeli non lo definiscono procuratore
(eptropos) ma, pi genericamente, hgemn
3
.
Tuttavia la pietra di Pilato ci rivela molto di pi, dandoci
informazioni sul carattere e sulla mentalit del prefetto. Il Ti-
berieum era un piccolo tempio che Pilato aveva fatto erigere in
onore dell'imperatore a Cesarea, capitale della provincia e sede
del governatore. Di solito gli imperatori venivano divinizzati so-
lo dopo la morte; tuttavia a vassalli e alleati era consentito de-
dicare loro luoghi sacri quando erano ancora in vita, come se-
gno di particolare fedelt e attaccamento a Roma. Cos Erode
il Grande fece erigere, in onore dell'imperatore Augusto, una se-
rie di templi denominati Kaisreia. Uno di questi si trovava nel-
la cittadina mediterranea di Torre di Stratone, che, pi tardi, di-
venuta capoluogo della provincia, fu ribattezzata Caesarea Ma-
ritima. Probabilmente il Tiberieum di Pilato era situato proprio
accanto al tempio erodiano di Augusto
4
.
Tuttavia Tiberio rifiut il culto personale. Come tramandato-
ci da Svetonio, proib espressamente che gli venissero consacrati
dei templi
5
. Che Pilato lo facesse ugualmente, forse prima del
3
Cfr. Mt 27,2.11.14.15.21.27 e 28,14; Le 20,20.
4
D. Flusser, Jesus, Jerusalem 1998, pp. 158s.
5
Svetonio, Vite dei Cesari, Tiberio 26.
32
divieto, e che fosse l'unico prefetto ad aver eretto un luogo di
culto consacrato a un imperatore vivente, ci rivela molto della
sua personalit, del suo zelo, della sua venerazione esagerata-
mente devota, persino servile nei confronti dell'imperatore.
Pilato: un funzionario in carriera
Pilato proveniva dalla gens Pontia, una famiglia di cavalieri.
Un loro membro, L. Pontius Aquilius, era stato coinvolto nel-
. l'assassinio di Giulio Cesare
6
. Suo padre era probabilmente Mar-
co Ponzio, un abile comandante che, sotto Augusto, guid l'e-
; ; sercito nella campagna contro i cantabri. Per i suoi meriti mili-
i: tari Marco Ponzio fu decorato con il pilum, un giavellotto
onorifico, ed da supporre che il nome dato al figlio traesse ori-
gine proprio da questa onorificenza. Possiamo dedurne che Pi-
lato nacque poco dopo la campagna? In tal caso avrebbe avuto
44 anni quando giunse in Giudea, 48 all'epoca della condanna
di Ges, 54 quando dovette tornare a Roma - un'et del tutto
realistica per un governatore. Pilato era un seguace di Seiano,
uno degli uomini pi potenti nella Roma dell'epoca, che inizi
ben presto a intercedere in suo favore. La lunga durata del suo
incarico - il secondo per lunghezza di un governatore romano
in Giudea - non dimostra tanto che a Roma lo si valutasse co-
me un capace e abile diplomatico con attitudini tattiche (co-
^ me crede Bsen
7
), quanto piuttosto che si fosse certi della sua
. fedele sottomissione e lealt. L'incarico in Giudea era ritenuto
un terreno insidioso, data l'insubordinazione del popolo e la
sua naturale tendenza a disobbedire ai re
8
.
Nello stesso tempo Pilato si fece numerosi nemici tra gli ebrei.
Filone d'Alessandria (circa 15 a.C.-45 d.C.), suo contempora-
neo, lo descrive come inflessibile, ostinato, intransigente di na-
4
J. Gnilka, Jesus von Nazareth, Freiburg 1993, p. 45.
.
7
W. Bsen, Der letzte Tag des Jesus von Nazaret, Freiburg 1994, p. 199.
* Giuseppe Flavio, BelL lud., II, 6,2 (trad. it. La guerra giudaica, a cura di G. Vitucci,
Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori, Milano 1974).
33
tura e gli rimprovera corruttibilit e brutalit [...] Ruberie,
maltrattamenti, offese, continue esecuzioni sommarie cos co-
me una crudelt incessante e insopportabile. In breve, stando
a quanto afferma Filone, era un uomo malvagio e implacabi-
le. Effettivamente, le monete coniate sotto Pilato testimonia-
no un certo gusto per la provocazione e l'arroganza romana. Un
lepton di Pilato (una piccola moneta di rame) riporta la verga
(lituus) degli uguri, gli oracoli romani; un altro, un vaso per la
bevanda sacrificale (simpulum): oggetti di culto pagani quindi,
la cui sola vista non poteva non offendere ogni pio ebreo. Ci
coincide perfettamente con un aneddoto ricordato da Filone a
dimostrazione delle sue accuse e che attesta ulteriormente l'ec-
cesso di zelo del prefetto: in occasione dell'assunzione del suo
incarico, Pilato fece appendere scudi dorati con iscrizioni sacre
nel palazzo di Erode a Gerusalemme, in cui si insediava, per
offendere la folla. La folla si sent provocata e invi a Pilato
una delegazione formata dai quattro figli di Erode e da altri di-
gnitari, bruscamente respinta dal prefetto. Solo una petizione
degli ebrei a Tiberio ebbe successo: l'imperatore si premur che
gli scudi venissero rimossi da Gerusalemme e appesi nel tempio
di Augusto a Cesarea
9
. L'aneddoto trova conferma negli atteg-
giamenti di Pilato descritti dai Vangeli: egli cedette alla minac-
ce dei dignitari ebraici solo quando questi, con le parole: Se tu
liberi costui, non sei amico di Cesare (Gv 19,12), colpirono il
suo punto debole. Non solo c' era il pericolo che un secondo
reclamo a Tiberio gli potesse costare la tanto agognata carica di
governatore; no, Pilato faceva di tutto per essere amico di Ce-
sare e conquistarsi la benevolenza dell'imperatore, che vene-
rava smisuratamente. Ci nonostante, quando i membri del si-
nedrio criticarono il titolo scelto, volutamente provocatorio, di
re dei giudei da affiggere sulla croce, Pilato reag in maniera
testarda e arrogante, con le parole: Ci che ho scritto, ho scrit-
to (Gv 19,22).
9
Cit. da Bosen, op. cit., p. 203.
34
Forse l'episodio della provocazione narrato da Filone il me-
desimo che Giuseppe Flavio descrisse come segue: Pilato, go-
vernatore della Giudea, quando trasse l'esercito da Cesarea e
10 mand ai quartieri d'inverno di Gerusalemme, comp un pas-
so audace in sovversione delle pratiche giudaiche, introducen-
do in citt i busti degli imperatori che erano attaccati agli sten-
dardi militari, poich la nostra legge vieta di fare immagini.
per questa ragione che i precedenti procuratori, quando entra-
vano in citt, usavano stendardi che non avevano ornamenti. Pi-
lato fu il primo a introdurre immagini in Gerusalemme e le po-
se in alto, facendo ci senza che il popolo ne avesse conoscen-
za, avendo compiuto l'ingresso di notte; quando il popolo ne
venne a conoscenza una moltitudine si rec a Cesarea e per mol-
ti giorni lo supplic di trasferire le immagini altrove. Ma egli ri-
fiut, in quanto, cos facendo, avrebbe compiuto un oltraggio
contro l'imperatore; e seguitando a supplicarlo, nel sesto gior-
no arm e dispose le truppe in posizione, ed egli stesso and sul-
la tribuna. Questa era stata costruita nello stadio per dissimu-
lare la presenza dell'esercito che era in attesa. Quando i giudei
cominciarono a rinnovare la supplica, a un segnale convenuto,
11 fece accerchiare dai soldati minacciando di punirli subito di
morte qualora non ponessero fine al tumulto e non ritornasse-
ro ai loro posti. Quelli allora si gettarono bocconi, si denudaro-
no il collo e protestarono che avrebbero di buon grado saluta-
to la morte piuttosto che trascurare le ordinanze delle loro
leggi. Pilato, stupito dalla forza della loro devozione alle leggi,
senza indugio trasfer le immagini da Gerusalemme e le fece ri-
portare a Cesarea
10
.
In un'altra occasione Pilato decise di prendere dal sacro te-
soro [del tempio] il denaro per la costruzione di un acquedot-
to per condurre l'acqua a Gerusalemme, allacciandosi alla sor-
gente di un corso d'acqua distante di l ben duecento stadi. La
cosa comprensibile: a Gerusalemme si consumavano grandi
0
Giuseppe Flavio, Ant. Iud., XVIII, 3,1 (trad. it. Antichit giudaiche, a cura di L. Mo-
raldi, UTET, Torino 1998;.
35
quantit d'acqua per le abluzioni rituali di centinaia di migliaia
di pellegrini che, in occasione delle grandi festivit ebraiche, fa-
cevano il loro ingresso nel tempio solo dopo essersi purificati.
I giudei per non aderirono alle operazioni richieste da que-
sto lavoro e, raccoltisi insieme in molte migliaia, con schiamaz-
zi gli intimavano di desistere da questa impresa. Taluni di co-
storo urlavano insulti, ingiurie e villanie, come suole fare l'a-
dunanza di una folla. Pilato invi perci un forte raggruppamento
di soldati in costume giudaico, con manganelli nascosti sotto i
vestiti, in una piazza da dove era possibile circondare con faci-
lit i giudei, e ordin quindi a questi ultimi di disperdersi. Quan-
do i giudei erano in un pieno torrente di villanie, diede ai sol-
dati un segnale convenuto ed essi li colpirono molto di pi di
quanto ordinato da Pilato, colpendo ugualmente i cittadini pa-
cifici e quanti protestavano... Cos termin la sommossa
11
.
Era questa la sommossa scoppiata in citt a cui si riferisce Lu-
ca (23,19) e durante la quale Barabba fu messo in prigione ...
per omicidio.
Solo un terzo episodio cost a Pilato la carica di governato-
re. Nell'anno 36 d.C. un uomo bugiardo, che in tutti i suoi di-
segni imbrogliava la plebe condusse gli abitanti di Samaria sul
monte sacro di Garizim e li assicur che all'arrivo avrebbe mo-
strato loro il sacro vasellame, sepolto l dove l'aveva deposto
Mos. I samaritani prestarono fede a questo falso profeta, pre-
sero le armi e, fermatisi a una certa distanza, in una localit det-
ta Tirathana, mentre congetturavano di scalare la montagna in
gran numero, acclamavano i nuovi arrivati
12
. Pilato subodor
una rivolta e fece occupare la strada che conduceva alla mon-
tagna sacra dalla sua cavalleria e dai fanti, che diedero l'assal-
to alla folla. La grande massa di quanti si erano l radunati fu
colpita mentre fuggiva, i loro capi presi prigionieri e giustiziati.
" Ibid.,XVIII, 3,2. Secondo la traduzione di L. Moraldi, i romani non sarebbero sta-
ti armati di manganelli, ma di pugnali: Egli allora colloc un buon numero di soldati
in abiti giudaici sotto i quali ognuno portava il pugnale, e li invi a circondare i Giudei
con l'ordine che si trattenessero (ibid., XVIII, 3,2,61 - ndt).
12
Ibid., XVIII, 4,1-2.
36
Il Consiglio supremo dei samaritani protest contro questo bru-
tale modo di procedere presso Vitellio, il procuratore di Siria cui
Pilato, in quanto prefetto, era subordinato. Vitellio invi in Giu-
dea il suo fido Marcello e ordin a Pilato di recarsi a Roma sen-
za indugio per rispondere davanti a Tiberio. Quando per Pi-
lato, dopo una lunga e fortunosa traversata, approd in Italia,
Tiberio era gi morto. Pilato non avrebbe mai pi fatto ritorno
in Giudea. Il nuovo imperatore, Caio Caligola, nomin un nuo-
vo prefetto, Manilio, finch, nel 41 d.C., non incoron re di Giu-
dea il suo amico di giovent Erode Agrippa I. II destino di Pi-
lato dopo il ritorno a Roma incerto. Secondo la tradizione,
fu trasferito o esiliato a Vienne, in Gallia. Stando alle leggen-
de, tormentato da sensi di colpa, si sarebbe suicidato nell'anno
39 gettandosi nel Rodano, nel Tevere o nel lago dei Quattro Can-
toni, presso Lucerna, dove un massiccio montuoso porta anco-
ra oggi il suo nome.
Sebbene, nel caso dei disordini samaritani, il prefetto abbia
fatto fronte alla rivolta con eccessiva durezza, dagli episodi tra-
mandati non si pu in alcun modo ricavare quell'immagine di
Pilato estremamente negativa trasmessaci da Filone. Certo, egli
era troppo zelante ed esageratamente devoto ai suoi superiori
a Roma. Provocava invece volentieri i suoi sottoposti, era osti-
nato, arrogante, cinico e interveniva con durezza quando lo ri-
teneva necessario. Oggi lo si descriverebbe forse come il proto-
tipo del funzionario di un regime totalitario, come un arrivista
che si inchina a chi sta in alto e calpesta chi gli sottoposto. Ma
si mostr anche impressionato dalla fermezza degli ebrei che di-
mostravano a Cesarea; fece domare la sommossa di Gerusa-
lemme con i manganelli invece che con le spade, e Giuseppe Fla-
jvio ammette che in questa occasione i legionari esercitarono
la violenza purtroppo molto pi di quanto ordinato da Pilato.
Si sempre rimproverato ai Vangeli di aver minimizzato le re-
sponsabilit di Pilato allo scopo di accattivarsi le simpatie di Ro-
ma, ma ci si pu sostenere solo accettando alla lettera il reso-
conto di Filone. In ogni caso, l'immagine di Pilato che si ricava
dal resoconto di Giuseppe Flavio non cos estrema.
37
La testimonianza di Giuseppe Flavio
Tutte le fonti storiche, cristiane e non, sono concordi nell'in-
dicare che Ges visse e fu giustiziato sotto Pilato. Tuttavia que-
ste fonti non sono del tutto incontestabili. Ecco cosa dice Giu-
seppe Flavio: All'incirca allo stesso tempo visse Ges, uomo
saggio, se pure uno lo pu chiamare uomo; poich egli comp
opere sorprendenti, e fu maestro di persone che accoglievano
con piacere la verit. Egli conquist molti giudei e molti greci.
Egli era il Cristo. Quando Pilato ud che era accusato dai prin-
cipali nostri uomini, lo condann alla croce.
Coloro che fin da principio lo avevano amato non cessaro-
no di aderire a lui. Nel terzo giorno, apparve loro nuovamente
vivo: perch i profeti di Dio avevano profetato queste e innu-
merevoli altre cose meravigliose su di lui. E fino a oggi non ve-
nuta meno la trib di coloro che da lui sono detti cristiani
13
.
Effettivamente questa breve citazione pone degli interroga-
tivi perch, se fosse autentica, potrebbe solo significare che lo
stesso Giuseppe Flavio era un cristiano. Egli era il Cristo equi-
vale alla confessione di fede Egli era il Messia, perch Cri-
sto altro non era che la traduzione greca della parola ebraica
msiah (l'Unto). Questo per lo storico ebreo non lo crede-
va in alcun modo: per lui il Messia era l'imperatore romano
Vespasiano, che aveva condotto la guerra contro gli ebrei. D'al-
tra parte va anche esclusa una falsificazione, cio un'interpola-
zione successiva perch, due capitoli oltre, si parla della con-
danna e della lapidazione di Giacomo decisa nel 62 d.C. dal Si-
nedrio guidato dal sommo sacerdote Anna II. In questo passo
Giacomo viene definito, concordemente con gli Atti degli apo-
stoli, fratello di Ges, che era soprannominato Cristo
14
, il che
presuppone che questi fosse gi stato nominato dall'autore. Inol-
tre gi lo storico della Chiesa Eusebio di Cesarea (260-339) ci-
13
Giuseppe Flavio, Ant. Iud.
y
XVIII, 63s.
14
Ibid., XX, 200.
38
tava il passo che da allora divenne famoso con il nome di Te-
stimonium Flavium (testimonianza di Flavio)
15
, in un'epoca
dunque in cui il cristianesimo stava appena iniziando ad affer-
marsi e in cui non ci si poteva certo permettere una tale gros-
solana falsificazione di un autore cos eminente. E ancora, for-
mulazioni come uomo saggio e l'espressione ironica acco-
glievano con piacere la verit non corrispondono in alcun modo
all'uso linguistico cristiano quanto piuttosto allo stile tipico di
Giuseppe Flavio. Anche l'espressione la trib di coloro che ...
sono detti cristiani suona riduttiva.
Il Testimonium ha subito f or se delle modi f i che? A f avor e di
questa tesi si esprime una citazione del Padre della Chiesa Ori-
gene (185-254), il quale, un secolo prima di Eusebio, dichiar
espressamente che Giuseppe Flavio non aveva riconosciuto
che Ges il Cristo
16
. Proprio sulla base di questa affermazio-
ne di Origene numerosi ricercatori hanno tentato di ricostrui-
re il testo originario di Giuseppe Flavio. I passi controversi so-
no quelli qui riprodotti in corsivo. L'aggiunta se pure uno lo
pu chiamare uomo univocamente cristiana e la sua libera
invenzione definitivamente accertata. Al posto dell'afferma-
zione perentoria Era il Cristo potrebbe esserci stata la su-
bordinata i quali lo consideravano il Cristo. L'affermazione
circa la risurrezione di Cristo pu essere un'ulteriore aggiunta
posteriore, perch altrimenti sarebbe stata pi probabilmente
introdotta da un narravano che .... In effetti Agapio, vescovo
di Ierapoli (X secolo), nella sua Storia universale cristiana cita
un manoscritto arabo delle Antichit giudaiche in cui il suddet-
to passo viene riportato nei seguenti termini: ... ma coloro
che erano divenuti suoi discepoli, non rinnegarono il suo inse-
gnamento e narravano che era loro apparso tre giorni dopo la
sua crocifissione e che era vivo e che per questo era forse il Mes-
sia, di cui i profeti hanno detto cose miracolose
17
.
15
Eusebio, tist. Eccl., XI, 7-8 (trad. it. di G. DelTon, Storia ecclesiastica, Descle, Ro-
ma-Parigi-Tournai-New York 1964).
; :
16
Contra Celsum, 1,47.
" Cit. da G.Theissen-A. Merz, op. cit., p. 81.
39
La sommossa di Cresto
Anche le affermazioni degli storici romani sono state messe
in dubbio, sebbene immotivatamente. Nei suoi Annali Tacito ci-
ta i cristiani solo perch l'imperatore Nerone li incolp dell'in-
cendio di Roma (64 d.C.) e li fece giustiziare in massa. Pur con-
dannando la crudelt di Nerone, anche Tacito li accusa di odio
contro il genere umano, perch erano colpevoli e si erano me-
ritati le pene pi severe. In questo quadro, per spiegare l'ori-
gine della denominazione di cristiani, aggiunge: Questo no-
me deriva da Cristo, che fu giustiziato sotto Tiberio dal procu-
ratore [sic] Ponzio Pilato. Questa perniciosa superstizione fu
momentaneamente soffocata ma riemerse successivamente e si
diffuse non solo in Giudea, dove aveva avuto origine, ma anche
a Roma, dove confluiscono e vengono praticati tutti gli orrori e
le nefandezze del mondo intero
18
.
Svetonio, nelle sue Vite dei Cesari, loda Nerone anche per le
sue persecuzioni contro i cristiani: Si procedette con la pena di
morte contro i cristiani, una setta cio che si era data a una nuo-
va, pericolosa superstizione. Ma gli anche nota una prima,
azione contro i cristiani che ebbe luogo sotto il predecessore
di Nerone, Claudio, che, probabilmente nel 49 d.C., eman un.
editto contro la comunit ebraica di Roma, cui appartenevano
evidentemente i primi cristiani: Scacci da Roma gli ebrei che,
:
aizzati da Cresto, fomentavano continuamente disordini
19
. Al
contrario di Tacito, Svetonio non era evidentemente a cono-
scenza dell'origine del nome di cristiani. Poich Cresto (uti-
le) era un nome frequente tra gli schiavi, ne dedusse che pro-
prio uno schiavo dovesse essere stato il capo dei rivoltosi. Ugual-
mente disinformato era Plinio il Giovane (61-120), che fu inviato
nell'anno 111 dall'imperatore Traiano come legato imperiale
nella provincia di Bitinia e Ponto e chiese a Roma come dovesse
comportarsi col con i cristiani. Solo questo poteva riferire di
Ann. 15,44,3.
" Claudio, 25,4.
40
loro: che si radunano abitualmente in un giorno stabilito pri-
ma del calar del sole, cantano alternativamente le lodi a Cristo
come al loro Dio e che si sono impegnati con un giuramento a
non indulgere in reati ma a tralasciare furti, ruberie, adulteri, in-
fedelt e l'appropriazione di beni affidati loro
20
.
Quando venne appeso Jeshu
Anche le fonti ebraiche si esprimono in maniera appena pi
circostanziata. Alla vigilia della festa di Pesach fu appeso Je-
shu, afferma laconicamente il Talmud
21
, non senza osservare
che tutto questo si svolse secondo un procedimento giudizia-
rio ordinario davanti al Sinedrio, il Consiglio supremo: Qua-
ranta giorni prima l'araldo aveva proclamato: "Sar condotto
fuori per la lapidazione perch ha commesso stregonerie e se-
dotto Israele e l'ha trasformato in un rinnegato; chi ha qualco-
sa da dire in sua difesa, venga e lo dica". Poich per non fu ad-
dotto nulla in sua difesa, lo si appese alla vigilia della festa di Pe-
sach. Alcuni ricercatori giudicano questa tradizione molto antica
e la datano all'inizio del II secolo, quando il giudaismo inizi a
ridefinirsi dopo la grande sconfitta del 70 d.C. e la distruzione
del tempio da parte dei romani. Naturalmente Ges non fu la-
pidato perch, all'epoca dell'occupazione romana, le autorit
ebraiche non potevano comminare la pena di morte, se non ec-
cezionalmente. Ci nonostante si deve supporre che egli venis-
se accusato dai membri del Sinedrio di aver bestemmiato il
nome di Dio, colpa per cui, secondo la legge mosaica, era pre-
vista la lapidazione, pena sconosciuta ai romani. Per ottenere
che venisse giustiziato, i vertici del tempio, guidati dal sommo
sacerdote Caifa, lo accusarono invece di fomentare una rivolta
politica e accenn al fatto che i suoi discepoli lo ritenevano il
Messia, il re dei giudei. Di conseguenza Ges fu appeso,
20
Ep. 10,96s.
21
bSanh 43a.
cio crocifisso. In effetti i Vangeli confermano indirettamente
che l'accusa dei membri del Sinedrio fu preparata con cura, for-
se addirittura, come prescrive la legge, per quaranta giorni. Mat-
teo (26,60-61) e Marco (14,55) riportano che molti falsi testi-
moni erano stati convocati a casa del sommo sacerdote per es-
sere interrogati. Entrambi sottolineano poi, assieme a Luca, che
gi ben prima della festa di Pasqua i capi dei sacerdoti e i dot-
tori della legge cercavano come sopprimerlo (Le 22,2).
II saggio re dei giudei
Cosa avevano ricavato i giudei dall'esecuzione del loro sag-
gio re, visto che da quel momento il regno era stato loro tolto?
22
,
si domandava infine - per concludere il balletto dei riferimenti
coevi a Ges - il filosofo siriaco Mara Bar Sarapion, uno stoico
del I secolo, in una lettera redatta, secondo gli esperti, poco
dopo il 73 d.C forse il riferimento pi significativo: non solo
un dotto pagano aveva sentito parlare di Ges ed evidentemente
l'aveva anche ammirato, ma aveva addirittura attribuito alla sua
morte un significato tale per cui la catastrofe del 70 costituiva
una sorta di punizione divina.
Tanto ben documentata l'esistenza storica di Ges attra-
verso queste fonti coeve, quanto queste si rivelano insoddisfa-
centi riguardo alle loro affermazioni. Non possiamo infatti trar-
ne altri elementi che questi:
- nel corso della sua vita comp fatti incredibili, predic e
fu considerato un re di saggezza o il Messia;
- all'epoca dell'imperatore Tiberio, sotto il governatore Pon-
zio Pilato, cio tra il 26 e il 36 d.C., su sollecitazione dei sommi
sacerdoti, con l'accusa di aver commesso atti di stregoneria e di
aver traviato il popolo, fu crocifisso a Gerusalemme alla vigilia
della festa di Pasqua;
22
Cit. da F. Schulthess, Der Briefd.es Mara bar Sarapion. E'ui Beitrag zur Geschich-
te der syrischen Literatur, in Zeitschrift der deutschen morgenliindischen Gesellschaft, 51
(1897), pp. 365-391.
42
- i suoi discepoli gli rimasero fedeli, diffusero il suo insegna-
mento nel mondo intero e in questo modo giunsero sino a Roma.
Proprio questi fatti, lungi dal contraddire i Vangeli, sembra-
no piuttosto confermarli. Purtuttavia, quanto si possono consi-
derare affidabili le liete novelle - questa la traduzione lette-
rale del greco euagglion - come fonti storiche, come Vite di
Ges?
Liete novelle e biografie di Ges
Ben poco o niente, affermano i critici. Sono teologia e non
storia
23
, assicura Peter de Rosa, autore del best-seller Der Je-
sus-Mythos. Ma questa teologia non stata trasmessa attra-
verso la ricostruzione autentica della vita di colui che la origin?
Anche la biografia di Pitagora redatta da Giamblico fu innan-
zitutto un tentativo di comunicare il pensiero del grande filo-
sofo greco e di farlo assurgere a precursore di una nuova cor-
rente filosofica, il neoplatonismo. Ci nonostante, l'autore si
sforzato di ricostruire il percorso esistenziale del saggio di Sa-
mo, per quanto ci fosse ancora possibile 900 anni dopo. Gli
evangelisti, che hanno tutti inconfutabilmente redatto i loro scrit-
ti nello stesso secolo in cui visse Ges, avrebbero potuto per-
mettersi di falsificare la realt storica? Non sarebbero in questo
modo diventati automaticamente bersaglio degli attacchi dei cri-
tici, gi allora cos numerosi, e dei dichiarati avversari della nuo-
va religione?
In effetti gli avversari dei cristiani mettevano s in dubbio la
credibilit di singoli episodi descritti nei Vangeli, in particolare
dei miracoli di Ges e della rivelazione della sua natura divina,
mai per il quadro complessivo. Un esempio di questo dibattito
il dialogo che ebbe luogo per iscritto tra il 177 e il 180 d.C. tra
Celso, seguace degli antichi filosofi greci, e il Padre della Chiesa
Origene. Celso difendeva la sua dottrina antichissima, che esi-
22
P. de Rosa, op. citp. 20.
43
steva fin dall'inizio contro il cristianesimo appena sorto. Per
quanto l'opera di Celso La vera dottrina non si sia conservata,
possiamo farci un'idea del suo modo di argomentare attraverso
la risposta di Origene. Celso fa dire a un ebreo che si rivolge a
Ges: Quando eri con Giovanni e ti sei immerso [nel momen-
to del battesimo], dici di aver visto qualcosa che pareva un uc-
cello discendere su di te dall'aria. Quale testimone attendibile
pu dire di aver condiviso questa visione, o chi altri ud una vo-
ce dal cielo dire che eri assurto a Figlio di Dio? Non c' alcuna
prova, al di fuori della tua parola e della testimonianza, che po-
tresti addurre, di uno degli uomini che con te sono stati puniti
24
.
Celso non quindi particolarmente colpito dalla testimonianza
oculare di un discepolo e fa appello a dei testimoni indipen-
denti. Origene confessa che il tentativo di trovare conferma a
pressoch ogni episodio come fatto storico, anche quando que-
sto episodio vero, e di raggiungere una totale certezza in pro-
posito, uno dei compiti pi difficili ed in alcuni casi persino
impossibile. Celso mette s in dubbio l'oggettivit storica dei
quattro evangelisti, ma non avrebbe mai osato mettere in di-
scussione l'esistenza storica di Ges o il carattere biografico
dei Vangeli. Incontrovertibilmente, i Vangeli appartengono alla
tradizione biografica dell'antichit. Cos spiega anche lo storico
della forma K. Berger: La biografia ellenistica... talmente mul-
tiforme che anche i Vangeli potrebbero trovarvi posto
25
. Gi nel
1915 Clyde Weber Votaw chiar che i Vangeli corrispondono per
stile e struttura alla letteratura biografica popolare greco-ro-
mana
26
. Secondo E. Stanton, ci che li caratterizza l'assenza
di tutti quegli elementi che noi oggi consideriamo importanti, co-
me la cronologia o l'approfondimento deUo spessore psicologi-
co del protagonista. Che i Vangeli siano scritti secondo le mo-
dalit delle antiche biografie stato dimostrato in uno studio
dettagliato anche dal teologo Richard Burridge, decano del Kings
24
Contra Celsum, 1,41.
25
Cit. da G. Theissen-A. Merz, op. ciL, p. 107.
25
Cit. da Jesus Christus. Wort des Vaters, introduzione di R. Etchegaray, a cura della
Theologisch-Historische Kommission fiir das Heilige Jahr 2000, Regensburg 1997, p. 68.
44
College di Londra. Per giungere a questa conclusione, ha ana-
lizzato dieci biografie dell'antichit classica
27
e le ha confrontate
per forma, struttura e contenuto con i Vangeli. Gli antichi ave-
vano un interesse essenzialmente maggiore per il significato sim-
bolico o psicologico della vita, ha appurato. Anche scrittori
come Tacito, Svetonio o Giuseppe Flavio non descrivono l'aspetto
esteriore dei loro protagonisti n sono interessati a presentare i
momenti della loro esistenza, come farebbe un biografo mo-
derno; importa loro piuttosto di trarre un bilancio da poche ma
significative tappe esistenziali e da lunghi monologhi o dialoghi
o di approfondire attraverso essi il ritratto caratteriale del pro-
tagonista. Inoltre, in quasi tutte le biografie dell'antichit, gli ul-
timi eventi della vita dell'eroe occupano uno spazio molto co-
spicuo: in Plutarco il 17,3%, in Cornelio Nepote il 15%, in Taci-
to il 10%, in Filostrato il 26%. Quindi, ai Vangeli, che dedicano
alla passione di Ges tra il 15% (Luca e Matteo) e il 19,1% (Mar-
co), spetta una posizione intermedia
28
.
Gli evangelisti, che volevano comunicare al loro pubblico spe-
cifico l'essenza della vita e dell'insegnamento di Ges, hanno
proceduto in maniera ugualmente selettiva a quella dei bio-
grafi dell'antichit, che sceglievano episodi dalla vita dei loro
eroi per evidenziare attraverso questi il pensiero e il modo di
essere dei protagonisti. Non una contraddizione, bens il ten-
tativo di trasmettere una verit pi vera di quanto non potes-
sero mai fare i fatti. Indubbiamente ogni Vangelo un'inter-
pretazione della figura di Ges. Tuttavia, per quanto ognuno dei
quattro evangelisti tratteggi gli avvenimenti della vita di Ges
in maniera del tutto personale, la storia narrata essenzialmente
sempre la stessa
29
. In conclusione, bisogna ammettere: La co-
27
Vale a dire Evagoras di Isocrate (436-338 a.C.); Agesilaos di Senofonte (428-354
a.C.); Euripides di Satyros (III secolo a.C.);Atticus di Cornelio Nepote (I secolo a.C.)
da De viris illustrbus, primo esempio di biografia romana; Moses di Filone Alessan-
drino (30/25 a.G-45 d.C.); Agricola di Tacito (98 d.C.); Cato Minor di Plutarco (45-120
d.C) dalle Vite parallele; Le vite dei Cesari di Svetonio (nato nel 69 d.C.); Demonax di
Luciano (120-180 d.C.); Apollonio di Tiana di Filostrato (170-250 d.C.).
28
Jesus Christus. Wort des Vaters, op. cit, p. 71.
29
M. Tully, Jesus: Prophet, Messias, Rebell?, Kln 1997, pp. 19-23.
45
munit cristiana delle origini non avrebbe prodotto i Vangeli sot-
to forma di Vite se non fosse stata interessata alla persona sto-
rica di Ges, fonte e fondamento che giustifica la presenza di
fede, preghiera, missione, servizio e testimonianza
30
.
La ricerca crtica sulla vita di Ges
Ci nonostante si sempre cercato di mettere in dubbio il
contenuto di verit dei Vangeli. La storia della ricerca critica
sulla vita di Ges ha inizio con l'illuminismo. Tra il 1774 e il
1778 Gotthold Ephraim Lessing cur la pubblicazione dell'o-
pera Apologia dei ragionevoli adoratori di Dio delForientali-
sta di Amburgo Hermann Samuel Reimarus (1694-1768), il qua-
le sosteneva la necessit di occuparsi della vita di Ges da un
punto di vista puramente storico. Secondo Reimarus ci impli-
cava: la distinzione tra l'annuncio di Ges e la fede in Cristo de-
gli apostoli; il riconoscimento storico che l'annuncio di Ges
comprensibile solo a partire dal contesto della religione ebrai-
ca di quel tempo; il riconoscimento della discrepanza tra il mes-
saggio politico-messianico di Ges e la fede dei discepoli nella
risurrezione che, arguiva Reimarus, andrebbe fatta risalire a
un inganno, la sottrazione del cadavere del Crocifisso
31
.
Come molti dopo di lui, anche Lessing si lasci convincere da
Reimarus del fatto che tra storia e fede esisteva un fossato or-
ribilmente ampio.
Mentre all'ipotesi dell'inganno attinsero spesso in seguito
gli scettici - con le variazioni del caso, come quella secondo la
quale Ges sarebbe sopravvissuto alla crocifissione e si sareb-
be rifugiato in India - , le prime due premesse di Reimarus avreb-
bero continuato a improntare la discussione tra i teologi critici
tedeschi, per lo pi di confessione protestante.
30
Jesus Christus. Wort des Vaters, op. cit., p. 73.
31
G.Theissen-A. Merz, op. cit., p. 22.
46
Ma il manifesto razionalista forse pi in grado di influenza-
re il prosieguo della discussione teologica stato La vita di Ge-
s del filosofo e teologo David Friedrich StrauB, pubblicato
tra il 1835 e il 1836. Per StrauB i Vangeli sono miti che devono
essere interpretati da un punto di vista razionalistico. StrauB af-
fermava che, in tutti quei passi dei Vangeli in cui le leggi della
natura paiono essere messe fuori gioco, in cui le diverse tradi-
zioni si contraddicono vicendevolmente o presso i quali alcuni
eventi vengono interpretati come adempimento delle profezie
vetero-testamentarie, l al lavoro il mito, la saga che, senza
averne l'intenzione, tesse una trama poetica
32
. Attraverso cen-
tinaia di pagine StrauB cerc di spiegare i miracoli di Ges e
di esporre i motivi per cui la loro narrazione altro non era che
il tentativo dei primi cristiani di trasmettere all'ambiente circo-
stante la consapevolezza dell'azione salvifica di Ges. In parti-
colare, StrauB rifiut al Vangelo di Giovanni, sulla base delle sue
premesse teologiche, il carattere di fonte storica. Ancora oggi
de Rosa riprende quasi integralmente le sue argomentazioni
33
.
Il liberalismo teologico e la questione del Ges storico co-
nobbero il momento di massima fioritura durante l'impero gu-
glielmino. L'obiettivo era lasciarsi alle spalle tutti i dogmi rela-
tivi al Cristo e riscoprire il vero Ges attraverso una rico-
struzione storico-critica dei suoi insegnamenti. Attraverso questo
ritorno alla fonte autentica del cristianesimo si credeva di
poterne operare il rinnovamento. Una questione decisiva a que-
sto proposito era l'individuazione del Vangelo pi antico, perch
si riteneva che questo potesse maggiormente avvicinarsi a un
ideale di autenticit. Gi nel 1776 Johann Griesbach
34
aveva ten-
tato di compilare una sinossi evangelica, e ci facendo aveva no-
tato la relativa somiglianza tra i testi di Matteo, Marco e Luca,
mentre il quarto Vangelo, quello di Giovanni, era un testo con-
cepito diversamente e in maniera del tutto autonoma rispetto
32
Cit. da G.Theissen-A. Merz, op. cu., p. 23.
" P. de Rosa, op. cit.
34
J.B. Griesbach, Synopsis Evangeliorum Matthaei, Marci et Lucae, Halle 1774-76.
47
agli altri tre, e offriva un'immagine di Ges del tutto particola-
re. Perci oper il raffronto solo sui primi tre Vangeli, tralasciando
il quarto. Giunse cos alla conclusione che Matteo era il pi an-
tico dei tre Vangeli sinottici e che Marco era la sintesi successiva
di Matteo. Solo nel 1835 Karl Lachmann
35
not che Matteo e Lu-
ca coincidono nella successione cronologica dei materiali solo
quando seguono Marco, mentre divergono fortemente quando
riportano passi non presenti in Marco. In particolare, Matteo sem-
brava essersi servito di una raccolta di detti di Ges di cui Mar-
co non era a conoscenza. Da questo Christian Wilke, nel 1838,
dedusse la priorit temporale di Marco
36
: Marco era il pi anti-
co dei Vangeli, Matteo e Luca attinsero a questa fonte e la uti-
lizzarono come base per testi ampliati grazie al ricorso a tradi-
zioni autonome. Infine, Christian Weise formul anch'egli nel
1838 la sua ipotesi dei due documenti: oltre al Vangelo di Mar-
co, Matteo e Luca dovevano poter disporre anche di una se-
conda fonte scritta, una raccolta dei detti di Ges.
Q
Questa teoria non incontr subito il favore della maggior par-
te dei teologi. Gi la Chiesa delle origini considerava Matteo co-
me il Vangelo pi antico; inoltre l'immagine di Ges che emer-
geva da questo Vangelo appariva pi chiara e maggiormente
conforme al contesto ebraico. Ci nonostante, molti elementi
deponevano a favore della teoria delle due fonti, che infine si
impose grazie al contributo dell'influente teologo tedesco Hein-
rich Julius Holtzmann (1832-1910)
37
. In questo modo Marco e
la raccolta di detti (loghia) che fu presto indicata come fonte Q
(Q l'iniziale del tedesco Quelle, fonte) furono riconosciuti
come le pi antiche e autentiche testimonianze del Ges stori-
35
K. Lachmann, De ordine narrationum in evangeliis synopticis, in Theologische Stu-
dien und Kritiken, 8 (1835), pp. 570-590.
36
C.G. Wilke, Der Urevangelist, Dresden-Leipzig 1838.
37
HJ. Holtzmann, Die synoptischen Evangelien, Leipzig 1863.
48
co. Matteo e Luca furono considerati come compositori di nuo-
ve sinfonie su Ges, Giovanni fu completamente tralasciato. Il
quarto Vangelo - in questo gli studiosi erano tutti concordi - ri-
veste per molte ragioni una posizione particolare ed molto po-
co appropriato come fonte storica, come affermava ancora nel
1996 if pedagogo della religione Gerd Laudert-Ruhm
38
.
In effetti, alcuni elementi depongono a favore della teoria del-
le due fonti. Nei Vangeli di Matteo e Luca troviamo 230 detti di
Ges che Marco pare non conoscere. Matteo li intreccia ele-
gantemente nel tessuto del testo, mentre Luca li presenta in bloc-
co; tuttavia l'85% di essi viene citato nella medesima successio-
ne, come afferma il teologo Johann Kloppenburg
39
. Allo storico
della Chiesa Adolf von Harnack fu cos possibile, nel 1907, iden-
tificare I discorsi di Ges e pubblicarli in un opuscolo, una sor-
ta di quinto Vangelo
40
.
Tuttavia Holtzmann era incorso in una conclusione tragica-
mente erronea: limitando la sua ricostruzione di Ges alle fonti
pi antiche, dimentic che un ampliamento poteva anche costi-
tuire un arricchimento e che una rappresentazione posteriore
di un evento poteva anche essere la pi completa. Egli cerc di
elaborare una biografia critica di Ges sulla base della sua teo-
ria della priorit temporale del Vangelo di Marco. Da questa ana-
lisi critica delle fonti si svilupp nei successivi decenni la mo-
derna ricerca sulla vita di Ges, che sempre sfociata nel me-
desimo risultato: presentare un'immagine di Ges rivista, cio
ridotta per lo pi a ci che si suppone essere 1'essenziale, col-
mando arbitrariamente le lacune. Ne consegue che, in ultima ana-
lisi, in quest'immagine si riflette la concezione ideale di quella
che doveva essere stata la personalit di Ges propria di quello
studioso, che alla fine crede di poter distinguere tra quello che
Ges ha detto veramente e quello che non ha detto. Questa ten-
denza alla proiezione stata stigmatizzata nel 1906 da Albert
38
G. Laudert-Ruhm, Jesus von Nazareth, Stuttgart 1996, p. 14.
39
J. Kloppenburg, Theformation ofQ, Philadelphia 1987.
40
A. Harnack, Die Reden Jesus, 1907.
49
Schweitzer - il futuro dottore della foresta vergine - nella sua
ragguardevole Storia della ricerca sulla vita di Ges. Gli autori
trasformavano di volta in volta Ges di Nazaret in un riforma-
tore sociale radicale, un combattente per la libert, un ribelle po-
litico, una personalit in cui si incarnava l'etica ebraica, un cari-
smatico errante, un profeta, un cinico stoico di impronta elleni-
stica, un mago egiziano o un monaco buddista girovago
41
. Tuttavia
il nuovo Ges decristianizzato era cos pallido e disincarnato da
poter fungere da modello per qualsiasi avventura teologica, co-
me Albert Schweitzer osserva cos acutamente neUa sua opera:
Alla ricerca sulla vita di Ges accaduto qualcosa di curioso. Si
messa in marcia alla ricerca del Ges storico, e ha pensato di
poterlo poi immettere nel nostro tempo cos com', come mae-
stro e Salvatore. Ha dissolto i legami con cui era rimasto incate-
nato da miUenni ai macigni della dottrina della Chiesa e ha gioi-
to quando vita e movimento sono riafQuiti neUa figura e ha visto
avanzare verso di s la persona storica di Ges. Ma questi non
rimasto immobile, ha solo sfiorato il nostro tempo ed torna-
to nel suo
42
. Ci nondimeno, anche Schweitzer caduto vittima
della stessa tentazione. Per lui il Ges di Nazaret... che ha pre-
dicato l'etica del regno di Dio, che ha fondato sulla terra il regno
dei cieli, non mai esistito. Al contrario, Ges sarebbe stato
un profeta apocalittico, caduto vittima del suo stesso errore
43
.
Ges storico o Ges kerygmatico?
Dalla met degli anni sessanta, anche nella teologia universi-
taria cattolica si imposta ranalisi della forma (Formgeschi
chte) dei Vangeli, con le sue diramazioni di analisi della tradi-
41
B.L. Mack, The Lost Gospel, New York 1993; J.D. Crossan, Der historische Jesus,
Mnchen 1994; E. Gruber-H. Kersten, Der Ur-Jesus, Munchen 1994; G. Laudert-Ruhm,
op. cit.: L. Schottroff-W. Stegemann, Jesus voti Nazareth, Stuttgart 1978; S. Ben-Cho-
rin, Bruder Jesus> Mttnchen 1967 e molti altri.
42
A. Schweitzer, Geschichte der Leben-Jesu-Forschung, Miinchen-Hamburg 1966,
p. 620.
43
lbid., p. 396.
50
:
: zione e analisi della redazione. Questa scuola si rifa origi-
\ nanamente ai teologi Martin Dibelius e Rudolf Bultmann, i qua-
/ li supponevano che la Chiesa delle origini (prima del 70) non
U avesse bisogno di Vangeli, perch partiva dal presupposto del-
. l'imminente ritorno di Cristo. Disponeva solo di una raccolta di
-

detti, di alcuni racconti esemplari e di un brevissimo resoconto


; : della crocifissione. Per questi studiosi la forma e i nuclei con-
5; : tenutistici essenziali risalgono, per il tramite degli apostoli, a
; molti anni dopo la propagazione dell'annuncio: Marco dopo il
p: 70, Matteo e Luca dopo l'80, Giovanni addirittura dopo il 90,
mentre le attribuzioni servivano unicamente allo scopo di con-
' ferire una patente di autenticit a opere originariamente ano-
^ nime. A quell'epoca l'autentica memoria del Ges storico era
:. andata abbondantemente persa, e al suo posto era subentrato il
;; ; Ges kerygmatico, il Cristo dell'annuncio. In quel momento la
dottrina degh apostoli era gi mutata, assumendo contorni sin-
;; eretici, mentre originariamente c'erano state differenze incol-
; mabili tra l'insegnamento di Pietro e quello di Paolo. Il Ges di
f Pietro sarebbe stato il Messia giudaico, quello di Paolo un figlio
rj r di Dio ellenistico attorno al quale si intessevano i racconti dei
\ miracoli
44
. Il contenuto dei Vangeli, come affermavano gli stori-
ci di quella forma letteraria, era determinato principalmente dal
i; contesto vitale (Sitz im Leben), quindi dalle impellenti pro-
}: blematiche con cui dovevano misurarsi le rispettive comunit.
Questa tendenza interpretativa non prendeva in considerazio-
: - ne rivelazioni divine e interventi soprannaturali, e cos la pro-
M fezia di Ges della distruzione del tempio di Gerusalemme (Mt
J-; 24,1-3; Me 13,1-4; Le 21,5-7) nell'anno 70 assurse a criterio prin-
^ cipe di una cos tarda datazione di tsti.
- -
y- Uno stravagante di nome Ges
In questo modo, gli storici della forma dimenticano che le pre-
^ Jdizioni della distruzione del tempio appartenevano gi all'epo-
44
R. Bultmann, Die Geschichte der synoptischen Tradition, Gttingen 1921.
ca vetero-testamentaria ed erano quasi una costante del re-
pertorio di tutte le profezie apocalittiche. Anche la predizione
dell'assedio di Gerusalemme cinta da bastioni si trova gi in
Isaia (29,1-3), Ezechiele (4,2) e analogamente in Geremia (6,6).
Nella sua Storia della guerra giudaica Giuseppe Flavio cita un
tale Ges, figlio di Anania, un rozzo contadino, che quattro
anni prima che scoppiasse la guerra, quando la citt era al cul-
mine della pace e della prosperit - quindi nell'anno 62 - era
venuto a Gerusalemme in occasione della festa delle Capanne
per annunciare improvvisamente e pubblicamente: Povera Ge-
rusalemme e povero il tempio!. Le sue maledizioni tuonarono
giorno e notte, in tutte le strade e i vicoli della citt, finch al-
cuni distinti cittadini non ne ebbero abbastanza: fu arrestato,
malmenato, poi, poich non desisteva, trascinato davanti al go-
vernatore romano Albino (62-64). Questi all'inizio procedette
esattamente come Pilato 32 anni prima, facendo flagellare il pro-
feta. Tuttavia, sebbene dilaniato fino a mettere allo scoperto le
ossa, Ges Ben Ananus non implor la grazia, non rispose
alle domande del governatore, ma prosegu a gridare: Povera
Gerusalemme!. Alla fine Albino si convinse di trovarsi di fron-
te a un pazzo e lo lasci andare. Sette anni pi tardi questi con-
tinuava a proferire le sue stridule maledizioni: Povera la citt,
e povero il popolo, e povero il tempio!, fino a che, infine, du-
rante l'assedio di Gerusalemme, non fu colpito da una pietra
scagliata da una catapulta romana e cadde al suolo morto
45
. Non
abbiamo alcun motivo per dubitare del bizzarro aneddoto tra-
mandatoci da Giuseppe Flavio sull'eccentrico profeta, che lui
stesso descrive come l u g u b r e . Tuttavia ci chiediamo perch
venga contestato a Ges di Nazaret un carisma profetico che si
attribuisce a Ges Ben Ananus. In questo modo gli storici del-
la forma evangelica trascurano di considerare un punto assolu-
tamente decisivo: nella visione apocalittica di Ges i giorni del-
le tribolazioni (Mt 24,29; Me 13,24) precedono immediata-
mente il ritorno del Figlio dell'uomo sulle nubi del cielo con
45
Giuseppe Flavio, Bell, luci, VI, 53.
52
grande potenza e splendore (Mt 24,30). Poich per questo,
dopo la distruzione di Gerusalemme dell'anno 70, non avven-
ne, non si pu nemmeno supporre che i Vangeli sinottici siano
stati redatti cos tardi. Avrebbero confutato da soli quella pro-
fezia da loro stessi costruita ad arte. Perci piuttosto da sup-
porre che i Vangeli siano nati in un momento in cui gli eventi
preannunziati erano ancora ben al di l da venire. Infatti Ges
aveva anche profetizzato: Quando questo Vangelo del Regno
sar predicato in tutta la terra abitata, quale testimonianza a
tutte le genti, allora verr la fine (Mt 24,14; cfr. Me 13,10). An-
che da questa profezia, nel 70 si era ancora ben lontani.
n seminario su Ges
Negli anni ottanta la ricerca del Ges storico in contrap-
posizione con il Cristo kerygmatico dell'annuncio ha vissuto,
in particolare negli Stati Uniti, una nuova rinascita. A partire
dal 1985 e fino agli inizi degli anni novanta un piccolo gruppo
di accademici si incontr ogni sei mesi per discutere cosa ci fos-
se di autentico nei Vangeli e cosa in loro potesse essere ricon-
dotto al vero Ges. Il seminario su Ges, organizzato dal
Westar Institute di Sonoma, in California, era condotto dal Ro-
bert W. Funk e dal professor John D. Crossan della DePaul Uni-
versity di Chicago
46
. In queste occasioni Funk organizzava un
vero e proprio circo mediatico attorno a questo autonominato-
si Supremo Consiglio dei Giudici della Bibbia e dava in pasto
all'opinione pubblica tesi sempre nuove e provocanti. Cos, al-
la base dell'intero seminario su Ges, stava come premessa l'i-
dea secondo la quale i Vangeli non sono narrazioni storiche ac-
curate bens racconti costruiti dal punto di vista letterario, arti-
stico e teologico sulla base di materiale trasmesso dalla
tradizione
47
. Oppure, per citare Funk: Vogliamo liberare Ge-
46
L.T. Johnson, The Real Jesus, San Francisco 1997, p. 4.
.
47
Los Angeles Times, 24-2-1994, cit. da Johnson, op. cit., p. 7.
53
s. L'unico Ges, cui la maggior parte degli uomini aspira, quel-
lo mitico. Non vogliono il Ges autentico. Ne vogliono uno che
possano venerare. Il Ges del culto
48
. E ancora: Matteo, Mar-
co, Luca e Giovanni hanno commercializzato il Messia e l'han-
no adattato alla dottrina cristiana sviluppatasi dopo la morte di
Ges ..., di un uomo cio che - ironia della sorte! - si era ribel-
lato contro le dottrine del suo tempo
49
. Il seminario era volto
a stabilire quali parti del Vangelo fossero riconducibili a mate-
riale autentico, cio alle effettive parole di Ges. Per fare ci si
ricorreva a pubbliche votazioni degli esperti coinvolti, le quali,
pi che dibattiti scientifici, ricordavano le trasmissioni a quiz
americane. Era stato cos elaborato un codice basato sui colo-
ri; rosso significava: Ges l'ha detto veramente; rosa: pos-
sibile che Ges abbia detto qualcosa di simile, nonostante le suc-
cessive deformazioni della tradizione; grigio: queste non so-
no le sue parole, ma il pensiero che sottintendono potrebbe aver
avuto origine da lui; nero: Ges non l'ha detto; queste paro-
le sono opera dei primi cristiani! Questo metodo, certo pi sen-
sibile ai risvolti mediatici che al rigore scientifico, stato attac-
cato con veemenza e l' unico effetto che il seminario su Ge-
s ha potuto sortire stata la violenta polemica teologica che
ne scaturita e che il New York Times ha battezzato guerre
di Ges.
Il quinto Vangelo
Secondo Funk, il seminario su Ges avrebbe stabilito che
molto meno del 25% di tutte le affermazioni attribuite a Ge-
s sono da ritenere effettivamente sue
50
. In loro vece, Funk pre-
sent un quinto Vangelo, simile almeno nella forma alla rac-
colta di detti Q e a cui perci accordava la preferenza: il Van-
w
Washington Post, 9-3-1991, cit. da Johnson, op. cit, p. 7.
*
9
Los Angeles Times, 5-3-1989, cit. da Johnson, op. cit, p. 12.
50
Ibid.
54
gelo di Tommaso. Questo fu rinvenuto da un fellah egiziano
insieme ad altri manoscritti paleocristiani e gnostici presso Nag
Hammadi, nell'Egitto Superiore. Dopo un'avventurosa odissea
dalle mani del maestro del villaggio a un negozio d'antiquaria-
to, i papiri approdarono infine al Museo copto del Cairo. Que-
sto a sua volta preg Jean Doresse, direttore del dipartimento
egizio del Louvre di Parigi, di esaminarli insieme a studiosi egi-
ziani. Nel 1956, conclusi gli esami preliminari, i testi poterono
essere sottoposti al giudizio di settori pi ampi del mondo scien-
tifico; nel 1977 apparvero in un'edizione critica integrale. Il rin-
venimento dei manoscritti di Nag Hammadi ha suscitato sen-
sazione nella comunit scientifica. Proprio il Vangelo di Tom-
maso, una raccolta di 118 parole del Signore, era conosciuto
fino a quel momento solo attraverso fonti coeve. Il Vangelo de-
gli egizi viene citato da Clemente Alessandrino (140-216), da
Ippolito (160-235) e da Origene (185-254), il che significa che
nell'Alessandria del II secolo doveva godere di grande popo-
larit. Mentre i manoscritti di Nag Hammadi sono originari del
III secolo, la versione originaria del Vangelo di Tommaso risa-
le quindi ad almeno 100 anni prima. Come anche altri Vange-
li segreti dell'Egitto Superiore, sembra aver subito l'influenza
gnostica, cio di quella corrente cristiano-ellenistica che fon-
deva la nuova dottrina con la filosofia platonica e con la tradi-
zione dei culti misterici egiziani. Nella forma sembra in effetti
essere concepito sulla base del modello fornito da Q, e inoltre
riporta proprio quelle parole di Ges che venivano considerate
importanti nei circoli gnostici. Tuttavia, solo 15 delle 118 cita-
zioni di Ges presenti nel Vangelo di Tommaso sono state clas-
sifica te come rosse, cio autentiche, dal seminario su Ges,
mentre per altre 25 il responso stato il rosa. In questo mo-
do per il quinto Vangelo, cos fragorosamente sbandierato,
non si dimostra in alcun modo pi autentico degli altri quat-
tro Vangeli canonici, e non fornisce alcun genere di informazioni
sul Ges storico
51
.
51
L.T. Johnson, op. cit., p. 21.
55
D frammento di Oxford
Poco tempo dopo, il papirologo di Paderborn Carsten Peter
Thiede
52
ha reso noto di aver identificato alcuni frammenti di
due manoscritti evangelici coevi risalenti all'epoca dei testi-
moni oculari. Nel caso del primo manoscritto, si tratta di tre
minuscoli frammenti di papiro conservati nel Magdalen Colle-
ge di Oxford e contenenti parole tratte dal XXVI capitolo del
Vangelo di Matteo. Erano stati acquistati in Egitto nel 1901 da
un giovane cappellano, Charles Huleatt, che li aveva inviati al
college presso il quale aveva compiuto gli studi. I frammenti re-
cavano scritte su entrambi i lati, e perci non provenivano da
un rotolo ma da un codice, quindi da un libro. Poich si ritene-
va che i primi cristiani avessero iniziato a servirsi di codici solo
verso la fine del II secolo, la datazione di quei frammenti fu sta-
bilita di conseguenza. Al contrario Thiede, papirologo di fama,
dimostr che la caUigrafia del papiro di Magdalen tipica del-
la scrittura a uncino uno stile ornato del I secolo. Sulla base
di questa argomentazione, ipotizz una datazione precoce: Thie-
de convinto che questi frammenti evangelici risalgano a un'e-
poca anteriore al 70 d.C. A suo parere, non solo provengono dal
pi antico manoscritto del Vangelo di Matteo di cui ci sia nota
l'esistenza, ma attestano anche la redazione di questo Vangelo
entro 40 anni dalla crocifissione di Ges ed evidentemente la
sua diffusione in tutto il mondo antico, dimostrando inoltre che
l'autore del Vangelo di Matteo era lui stesso un testimone ocu-
lare della vita di Ges o era in contatto con codesti testimoni.
Marco a Qumran
Ancora pi antico - e questo inconfutabilmente - un fram-
mento di papiro rinvenuto in una delle caverne di Qumran, sul
Mar Morto, e che, gi prima di Thiede, il papirologo spagnolo di
origine irlandese Jos O'Callaghan, curatore tra l'altro della col-
52
C.P.Thiede-M. d'Ancona, Der Jesus-Papyrus, Miinchen 1996.
56
lezione Palau-Ribes, aveva identificato come un frammento del
Vangelo di Marco (Me 6,52-53). A differenza della maggior par-
te degli altri scritti di Qumran, questo non era redatto in ebrai-
co o in aramaico, ma in greco
53
. Un vaso d'argilla, ritrovato in
pezzi proprio accanto ai frammenti e che era servito alla con-
servazione dei rotoli, riporta per ben due volte la trascrizio-
ne ebraica della parola Roma. L'iscrizione poteva alludere
all'origine del papiro? In effetti la tradizione cristiana vuole
che il Vangelo di Marco sia stato redatto a Roma
54
. Sulla ba-
se dello stile calligrafico - la caratteristica scrittura ornata -
O'Callaghan ha sostenuto la datazione del frammento in un'e-
poca non posteriore al 50 d.C., trovando Thiede pienamente
concorde. O'Callaghan non pu essere lontano dal vero, perch
stato appurato che i rotoli del Mar Morto furono nascosti nel-
le caverne soprastanti il monastero esseno di Qumran attor-
no all'anno 66, all'inizio della guerra giudaica. La pi tarda da-
tazione ammissibile quella del 68, anno in cui la X legione ro-
mana Fretensis travolse le difese di Qumran
55
. Se dunque
O'Callaghan, con la sua identificazione, coglie nel segno, ci pu
solo significare che il Vangelo di Marco stato redatto prima
del 68, forse addirittura prima del 50. Era dunque a quell'epoca
gi cos ampiamente diffuso che un esemplare pot perfino
approdare nella biblioteca degli esseni? O la prima comunit
cristiana aveva nascosto i propri scritti, al pari degli esseni,
nelle caverne soprastanti il Mar Morto?
Marco conosceva testimoni oculari
In effetti, tutta una serie di indizi depone a favore di una da-
tazione precoce del Vangelo di Marco. Quando Giuseppe Fla-
vio scrisse il suo resoconto sulla guerra giudaica in un impreci-
sato momento tra il 75 e il 79 d.C., introdusse cautamente il let-
S
IbicL
y
p.53."
M
G. Stanton, Gospel Truth?, London 1995, p. 25.
55
GP.Thiede-M. d'Ancona, op. cit.
y
p. 53.
57
tore nel mondo ebraico del periodo anteriore alla distruzione di
Gerusalemme. Poich trattava del passato, dovette spiegare
chi fossero i protagonisti e quali gli scenari. Marco invece d per
scontata la loro conoscenza da parte dei lettori, presupponendo
che si sappia chi fossero farisei e sadducei e che si conosca la to-
pografia di Gerusalemme. Nel suo Vangelo non viene indicato
una sola volta il nome del sommo sacerdote che interrog Ge-
s, evidentemente nella supposizione che i lettori sapessero a
chi ci si riferiva, mentre Matteo e Luca lo identificano con Cai-
fa. Tutto ci allude a una probabile redazione del Vangelo non
troppo distante nel tempo dagli eventi in esso narrati, in ogni
caso prima della distruzione di Gerusalemme del 70 d.C. Le per-
sone che si erano opposte all'arresto di Ges - Pietro, che ave-
va sguainato la spada quando Ges era stato condotto verso il
carcere, e il giovane che era fuggito nudo dopo un tafferuglio
- rimangono anonime in Marco, evidentemente per protegger-
le. Invece Marco non solo cita il nome dell'uomo che fu costretto
dai soldati a portare la croce di Ges, ma allude anche al fatto
che questo Simone di Cirene era il padre di Alessandro e Rufo
(Me 15,21). I due figli erano forse conosciuti dalla comunit del-
le origini? Sembrerebbe cos, perch che senso avrebbe altri-
menti nominare non solo Simone, un ebreo che viveva nell'A-
frica del Nord e che evidentemente era venuto a Gerusalemme
per la festa di Pasqua, ma anche i suoi figli? Di fatto, nella Let-
tera ai romani Paolo cita come membro della comunit di Ro-
ma un certo Rufo, l'eletto del Signore (16,13), membro cio
di quella comunit nel cui ambito Marco, secondo la tradizione,
redasse il suo Vangelo. Lui e suo fratello erano forse venuti a
Gerusalemme con il padre per la festa di Pasqua dell'anno 30?
Rufo era forse stato un testimone della Passione di Ges? si era
forse verificato un incontro personale che aveva segnato la vita
del giovane? era forse diventato, in seguito a tutto ci, un mem-
bro della comunit cristiana di Gerusalemme? aveva finito per
trasferirsi a Roma dove, secondo Svetonio, nel 49 c'erano gi dei
cristiani, secondo la tradizione cristiana gi nell'anno 42 e forse
ancora prima? Marco l'aveva conosciuto personalmente?
58
/KA^SM^VOC
c IM w N OC.
Alessandro, figlio di Simone (sopra), Alessandro e Alessandro di Cirene (sotto):
iscrizioni su ossari provenienti dalla Valle del Cedron.
Che questa supposizione non sia in alcun modo campata per
aria, lo dimostra un sorprendente ritrovamento archeologico ve-
rificatosi nel 1941. In quell'anno fu dissigillata una camera se-
polcrale situata nella valle del Cedron, tra Gerusalemme e il
monte degli Ulivi. All'interno furono rinvenuti undici ossari, ur-
ne in pietra in cui venivano deposte le ossa dei defunti: tutte re-
cavano iscrizioni e risalivano a un' epoca precedente alla di-
struzione del tempio (70 d.C.). L'iscrizione posta su una di que-
ste diceva Alessandro di Cirene e Alessandro, figlio di
Simone
S6
. Questo Alessandro, qui sepolto, era forse per l'ap-
punto il figlio di quel Simone di Cirene che il Vangelo di Marco
indica espressamente come padre di Alessandro e Rufo? Per
quanto Simone e i suoi figli fossero venuti a Gerusalemme per
la festa di Pasqua unicamente in veste di pellegrini, probabil-
mente nessuno di loro in seguito fece ritorno alla propria casa,
56
A. Willard, Discoveries from Bible Times, Oxford 1990, p. 117.
59
per rimanere invece in citt. Possiamo dedurne che in quella fe-
sta di Pasqua dell'anno 30 si sia effettivamente verificato qual-
cosa di decisivo per loro, qualcosa che sconvolse i loro progetti
esistenziali? si convertirono in seguito al loro incontro con
Ges e si unirono alla comunit delle origini? Alessandro rimase
a Gerusalemme, dove infine mor, mentre Rufo si rec a Roma
con Pietro e Marco? In ogni caso erano entrambi conosciuti ai
primi cristiani, perch Marco li cita espressamente per nome.
Che ne fu dei due fratelli? Forse Alessandro cadde vittima del-
le persecuzioni contro i cristiani volute dal re Erode Agrippa
negli anni 41-42, prima che Pietro fuggisse a Roma accompa-
gnato da Marco e Rufo. In ogni caso dev'essere morto preco-
cemente, perch anche la loro madre non rimase a Gerusa-
lemme, ma segu Rufo a Roma, dove Paolo le invia espressa-
mente un saluto (Rm 16,13), e comunque non viene pi citato.
Anche l'assenza totale di simboli cristiani sul suo ossario rimanda
a una morte avvenuta nei primissimi tempi della comunit del-
le origini, quando questa aveva ancora una visione di s come
corrente particolare all'interno del giudaismo. E che ne fu di
Rufo a Roma? In quanto eletto del Signore sarebbe stato si-
curamente un degno successore di san Pietro alla guida della co-
munit di Roma. Tuttavia, poich non c' pi traccia di lui nei
testi trasmessi dalla tradizione, si deve supporre che per nel cor-
so delle persecuzioni volute da Nerone nell'anno 64.
L'interprete di san Pietro
Poich Marco era evidentemente in confidenza con i due fi-
gli di Simone, deve aver redatto il suo Vangelo poco dopo il 42
d.C., come testimonia anche il rinvenimento a Qumran di un
frammento risalente a un'epoca antecedente al 50. Ci con-
fermato dalla tradizione: certo che la persecuzione intentata
da Erode Agrippa I fu interpretata dai discepoli di Ges come
il segno che era giunto il tempo di lasciare la Giudea e di cal-
care le strade del mondo per dare inizio all'opera di conversio-
60
ne dei popoli. Come tramanda Apollonio, il Salvatore ingiun-
se ai suoi apostoli di non allontanarsi da Gerusalemme per
dodici anni
57
, finch non fosse giunto il momento di andare in
tutto il mondo per annunciare il Vangelo a tutte le creature,
come Ges esortava a fare (Me 16,15). Questi dodici anni, il cui
computo iniziava a partire dalla risurrezione - quindi nel 30 d.C.
-, scadevano attorno ai 41-42, ed era dunque giunto il momen-
to di adempiere alla loro grande missione. Pietro, fuggito dal car-
cere in cui era rinchiuso a Gerusalemme, fece il passo pi im-
pegnativo e gravido di conseguenze: accompagnato da Marco,
port la buona novella da Gerusalemme a Roma, la capitale del-
l'impero. possibile che in quel momento nella Citt Eterna
ci fossero gi dei cristiani. Gli Atti degli apostoli citano espres-
samente dei romani come testimoni degli eventi della Pente-
coste (At 2,10), alcuni dei quali forse si fecero persino battez-
zare. In ogni caso, attorno al pescatore di uomini della Galilea
si coagul ben presto una solida cerchia di proseliti, da cui sor-
se alla fine la prima comunit di Roma. per questa che fu
redatto, secondo la tradizione, il Vangelo di Marco, come scris-
se attorno al 110 Papia, vescovo di Ierapoli (morto attorno al
120), richiamandosi a questo proposito nientemeno che all'a-
postolo ed evangelista Giovanni, spirato a tarda et solo pochi
anni prima. Il presbitero [l'anziano, come era rispettosamen-
te chiamato Giovanni] diceva questo: "Marco, interprete di Pie-
tro, scrisse con esattezza, ma senza ordine, tutto ci che si ri-
cordava delle parole e delle azioni del Signore; non aveva udito
e seguito il Signore, ma, pi tardi, come gi dissi, Pietro. Orbe-
ne, poich Pietro insegnava adattandosi ai vari bisogni degli
ascoltatori, senza curarsi punto di offrire una composizione
ordinata delle sentenze del Signore, Marco non c'ingann scri-
vendo secondo che si ricordava; ebbe questa sola preoccupa-
zione: di nulla tralasciare di quanto aveva udito, e di non dire
veruna menzogna"
58
.
57
Eusebio, Hist. Ecc., V, 18,14.
38
Ibid., Ili, 39,15.
61
Lo stile del Vangelo di Marco sembra confermare questa de-
scrizione del processo che ha portato alla sua composizione: es-
so infatti non ha niente di letterario, e nella sua semplicit e la-
conicit corrisponde piuttosto alla lingua parlata, di cui conser-
va il ruvido fascino e il colorito locale tipico della Galilea. Consta
di molti singoli episodi non collegati da un vero filo narrativo,
come se fosse composto di frammenti emersi dalla memoria.
Nello sforzo di evidenziarne l'autenticit, una sequenza di det-
ti di Ges viene riportata in aramaico, il che rimanda a una fon-
te che li aveva tramandati esattamente in questa lingua. Di si-
curo Pietro, in quanto pescatore, non conosceva lingue stranie-
re, ragion per cui dovette servirsi di Marco come interprete. La
sua personalit tanto semplice quanto energica traspare co-
munque dalle righe del Vangelo. Nella sua prima Lettera Pietro
stesso conferma di essere a Roma con l'evangelista, in quella
Roma che lui definisce, secondo la tradizione apocalittica, nuo-
va Babilonia: Vi abbraccia la comunit radunata in Babilonia
e Marco, figlio mio (lPt 5,13). Anche Clemente Alessandrino
(morto attorno al 215) ne era a conoscenza: Quando Pietro pre-
dicava pubblicamente a Roma la parola di Dio e, assistito dal-
lo Spirito Santo, promulgava il Vangelo, i numerosi presenti esor-
tarono Marco, il quale da gran tempo era discepolo dell'apo-
stolo e sapeva a mente le cose dette da lui, a mettere in iscritto
la sua esposizione orale. Marco fece cosi e diede il Vangelo a co-
loro che glielo avevano chiesto. Saputa la cosa, Pietro, da parte
sua coi suoi consigli n imped n incoraggi la iniziativa
59
.
A tutt'oggi la basilica romana di San Marco testimonia que-
sta tradizione: stata probabilmente eretta sulle fondamenta del-
la casa in cui Marco redasse il Vangelo. interessante segnala-
re che si trova proprio di fronte al Campidoglio, nel centro del-
l'antica Roma, e non, come l'abitazione di Paolo, nel ghetto
ebraico sulla sponda del Tevere. Secondo la tradizione romana,
citata anche dallo storico della Chiesa Eusebio, Pietro e Marco
giunsero per la prima volta a Roma al principio del regno di
" Cit. da Eusebio, Hist. Ecc., VI, 14,6s.
62
Claudio
60
, quindi dopo il 41. Secondo Girolamo, Pietro fu per
25 anni vescovo di Roma, il che daterebbe la sua venuta a Ro-
ma all'anno 42, poich nel 67, sotto Nerone, sub il martirio.
certo tuttavia che la sua prima permanenza a Roma non dur
pi di due anni, poich, venuto a sapere della morte di Erode
Agrippa, fece ritorno a Gerusalemme all'inizio del 44, dove nel
48 prese parte al concilio Apostolico (At 15,7) e dove, con tut-
ta probabilit, rimase fino al 51. Successivamente, comp un lun-
go viaggio missionario che lo condusse fino ad Antiochia. ugual-
mente certo che non aveva ancora rimesso piede a Roma quan-
do Paolo scriveva la Lettera ai romani (nel 57 circa) e nemmeno
quando questi faceva il suo ingresso nella capitale (nel 60 circa).
Probabilmente ritorn nella Citt Eterna dopo che Giacomo fu
giustiziato nel 62 d.C.; in ogni caso storicamente accertata la
sua esecuzione sotto Nerone nell'anno 67.
Secondo la tradizione ecclesiastica, Marco fu inviato da Pie-
tro ad Alessandria, dove mor nell'anno ottavo del regno di Ne-
rone
61
, quindi nel 62. All'incirca a quest'epoca risale il ritorno
di Pietro a Roma, ma senza Marco e diversi anni dopo la reda-
zione del Vangelo. Stando alla cronaca di Girolamo, era anco-
ra l'anno terzo del regno di Claudio, quindi il 44, quando Mar-
co, evangelista e traduttore di Pietro, andava annunciando Cri-
sto all'Egitto e alla citt di Alessandria
62
. molto probabile
quindi che abbia redatto il Vangelo subito dopo la partenza di
Pietro e prima del proprio viaggio ad Alessandria, neU'estate del
44 d.C., una datazione confermata dal frammento di Qumran.
60
Ibid.,U, 14,6.
01
Eusebio, Hist. Ecc., II,24,1.
62
Cit. da H. J. Schulz, Die apostoliche Herkunft der Evangelien, Freiburg 1997, p. 64.
In ogni caso Marco rimase ad Alessandria meno di un anno perch, secondo gli Atti de-
gli apostoli (12,25), dopo il 45 si trovava di nuovo a Gerusalemme, da dove sarebbe par-
tito con Paolo e Barnaba per un viaggio che lo condusse prima ad Antiochia, poi a Ci-
pro e da l ad Antiochia di Pisidia. Quindi torn a Gerusalemme. Leggiamo poi negli
Atti (15,39) che, dopo il concilio Apostolico di Gerusalemme del 48, si rec a Cipro con
Barnaba. Prima del 50 non poteva quindi aver fatto ritorno ad Alessandria. Secondo la
Lettera ai colossesi (4,10) e a Filemone (24), fece una breve visita a Paolo, a Roma,
nel 61 circa - dopo che l'apostolo nella lettera a Timoteo (4,11) aveva richiesto la sua
presenza - e da l si rec a Colosse, per essere ancora ad Alessandria nel 62.
63
Anche un riferimento interno al testo rimanda a questo mo-
mento: Quando vedrete l'abominio della desolazione posta l
dove non dovrebbe... allora quelli che sono in Giudea fuggano
sui monti (Me 13,14). Marco cita la profezia di Ges, non sen-
za aggiungere: Chi legge capisca, evidentemente come riferi-
mento contemporaneo. Questo monito non poteva adombrare
la distruzione del tempio, perch allora sarebbe stato troppo tar-
di per una fuga sui monti, ma potrebbe invece alludere a un'al-
tra profanazione del tempio. Leggiamo in Giuseppe Flavio che
nell'anno 39 l'imperatore Caligola invi Petronio con un eser-
cito a Gerusalemme per collocarvi le sue statue nel tempio
63
,
provocando un'insurrezione: Petronio, con tre legioni e con mol-
te milizie ausiliarie della Siria, mosse da Antiochia contro la Giu-
dea, mentre gli ebrei si preparavano alla guerra. Solo l'assas-
sinio di Caligola imped la catastrofe. quindi possibile che Pie-
tro, nelle sue prediche a Roma negli anni 42-44, non presentendo
ancora l'imminente guerra giudaica, interpretasse come adem-
pimento della profezia di Ges quelle guerre e quei sentori di
guerre e quell'abominio della desolazione che sta l dove
non dovrebbe. Pare certo che Marco abbia redatto il suo Van-
gelo in assenza di Pietro e su desiderio della propria comunit,
come conferma Gemente Alessandrino
64
, il che fu pi tardi equi-
vocato. Il Padre della Chiesa Ireneo (morto attorno al 220), con-
vinto di un ininterrotto soggiorno romano di Pietro, credeva che
Marco avesse redatto il Vangelo dopo la morte di Pietro e Pao-
lo
65
, dunque nell'anno 67-68. A quel tempo per Marco, come
abbiamo visto, non era pi in vita, e anche il frammento di Qum-
ran incompatibile con questa datazione.
Una satira di Marco?
In questo contesto sono di notevole interesse le ricerche di
Ilaria Ramelli, una studiosa italiana di letteratura paleocristia-
a
Giuseppe Flavio, Bell. Ind.,Il,10,1.
64
Cit. da Eusebio, Hist. Ecc., VI, 14,6s.
65
Ireneo, Adv. haer.. Ili, 1.1.
64
na, la quale sostiene che il Satyricon di Petronio conterrebbe
chiare parodie del Vangelo di Marco. Autore del Satyricon fu Ti-
to Petronio Nero, ambiguo membro della corte dell'imperatore
Nerone, che all'inizio del 66 fu costretto al suicidio. Di lui scri-
ve Tacito: Trascorreva i suoi giorni sprofondato nel sonno, ma
consacrava la notte agli affari e ai piaceri, e come altri si gua-
dagnavano la fama grazie alla loro operosit, cos faceva lui con
l'ozio. E tuttavia non era un dissoluto scialacquatore, come la
maggior parte di coloro che dissipano il loro patrimonio, ma un
uomo di ricercato buon gusto nei piaceri... Fu accolto nella pi
intima cerchia degli amici di Nerone: era arbitro del buon gusto
e l'imperatore non giudicava nulla di buon gusto e delizioso che
non avesse incontrato l'approvazione di Petronio
66
. Il Satyri-
con, un racconto picaresco pieno di frivolezze ma letteraria-
mente brillante, la prima opera romana in prosa composta se-
condo il modello greco. Gi questo testimonia della grande cul-
tura e della finezza di Petronio, che in questo modo non solo
inaugur una nuova corrente letteraria, ma diede vita al con-
tempo al suo capolavoro. Il Satyricon denso di scenari che mu-
tano perennemente, di azioni comiche, grottesche, spesso anche
oscene che s'incalzano, insaporite da allusioni sottilmente iro-
niche e di grande eleganza formale. Il suo motto sono le tre pa-
role poste all'inizio: Lector, intende, laetaberis, Lettore, sta'
attento, ti divertirai!.
Se Ilaria Ramelli avesse ragione, anche il cristianesimo fa-
rebbe le spese dei lazzi spesso grossolani di Petronio, perch il
Satyricon conterrebbe parodie e allusioni al Vangelo di Marco.
Questo per significherebbe che, all'inizio degli anni sessanta,
il Vangelo era cos conosciuto a Roma, persino alla corte im-
periale, da essere addirittura parodiato.
In effetti i parallelismi sono rilevanti. Marco racconta nel suo
Vangelo (Me 14,3-9) che Ges era ospite di Simone a Betania
quando una donna entr con un vaso d'alabastro colmo di un
prezioso unguento, lo ruppe e vers l'olio sui capelli di Ges.
66
Tacito, Ann., 16,18.
65
Quando i discepoli si lamentarono dello spreco di olio prezio-
so, Ges li rimprover e disse: Essa ha unto il mio corpo in an-
ticipo per la sepoltura.
Anche il noto personaggio di Trimalcione nel LXXVIII capi-
tolo apre un'ampolla di unguento balsamico e incita gli ospi-
ti del suo convivio a considerare il suo gesto di cospargersi d'o-
lio come preannuncio della propria sepoltura. Si cercherebbe
invano in tutta la letteratura latina un solo passo in cui il pre-
zioso unguento posto in relazione con la sepoltura o con la
morte. Una tradizione di questo genere non esisteva affatto nel
mondo romano.
Inoltre, durante la famosa cena (LXXIV capitolo), Trimal-
cione ode un gallo cantare e trasale, perch lo interpreta come
premonizione di disgrazia e di morte. Il gallo viene addirittura
definito index, testimone d'accusa. Anche nel Vangelo il gal-
lo canta per accusare Pietro del tradimento e per annunciare
la passione e la morte di Ges. Presso i romani e i greci, al con-
trario, il canto del gallo era nn buon segno, messaggero del gior-
no novello e della vittoria.
In un altro passo, nel CXLI capitolo, Eumolpo, compagno di
Trimalcione, dichiara che lascer in eredit le sue ricchezze a co-
loro che dopo la sua morte mangeranno della sua carne, il che
pare una chiara irrisione all'Eucaristia.
Nel CXI capitolo si fa accenno a un governatore della pro-
vincia che a Efeso aveva condannato alcuni uomini aUa croci-
fissione. Quando questi spirarono, il governatore ordin a un
soldato di montare la guardia ai cadaveri perch nessuno de-
ponesse le salme per la sepoltura. Ma il soldato si innamor di
una vedova che piangeva sulla tomba del marito, non lontano
dal luogo dell'esecuzione, e si incontrava segretamente con lei
ogni notte. Il terzo giorno vennero a saperlo i genitori di uno
degli uomini crocifissi e approfittarono dell'assenza della guar-
dia per calare il figlio morto dalla croce e rendergli l'ultimo ser-
vizio amoroso. Quando il soldato torn al suo posto di guardia,
si spavent, poich il cadavere mancava e lui rischiava la pena
di morte. Ma la vedova gli venne in soccorso e gli permise di in-
66
chiodare il cadavere del marito alla croce per salvarsi la vita. Il
giorno seguente, conclude Petronio, il popolo si meravigli e
si chiese come un morto avesse potuto arrampicarsi sulla cro-
ce. Nel capitolo CXXVI, infine, la serva di Circe manifesta il
suo profondo disprezzo per coloro che finiscono sulla croce e
la sua intenzione di lasciare alle dame distinte ... di abbraccia-
re gli avvoltoi del patibolo ... [e] di baciare le cicatrici delle
frustate. Effettivamente, negli Annali Tacito racconta della con-
versione al cristianesimo di una distinta dama della miglio-
re societ romana, e dalla Lettera di Paolo ai filippesi emerge
la presenza di cristiani alla corte di Nerone; egli scrive infatti:
Vi salutano tutti i santi, in modo particolare quelli della casa
di Cesare (Fil 4,22). Nell' anno 57, prima quindi dell'irrigidi-
mento della sua politica nei confronti dei cristiani, Nerone de-
cise di rimettere il destino di Pomponia Graecina, dama sposa
di un magistrato, proprio al tribunale presieduto dal marito. La
matrona era accusata di superstitio externa, superstizione stra-
niera, come i romani definivano il cristianesimo. Fu rilasciata
e rimase fedele al suo credo
67
. Carsten Peter Thiede
68
accenna
inoltre a parallelismi tra i Vangeli e un' altra opera in prosa del-
la prima et imperiale, il racconto amoroso Le vicende di Che-
rea e Calliroe del greco Caritone. Anche qui si ritrovano i mo-
tivi della crocifissione e del sepolcro vuoto, anche qui i curiosi
gridano al Crocifisso ktabethi/, Scendi dalla croce! - la stes-
sa espressione che ritroviamo nei Vangeli (Mt 27,40) - , anche
qui si diffonde la notizia (cfr. Mt 28,2) di un morto risuscitato.
Le avventure furono redatte forse gi attorno al 40 d.C.
69
, in
ogni caso per prima della morte dell'autore nell'anno 62 d.C.,
ulteriore indizio di un'ancor pi precoce comparsa del suo mo-
dello letterario.
47
S.M. Paci, Dos Evangelium zwischen den Zeilen des Petronius, in 30 Tage (1996),
n. 6, p. 33. Anche CP. Thiede esamina in maniera particolareggiata questi parallelismi
andando in parte oltre quanto acquisito dalle ricerche di Ramelli (C.P. Thiede, Ein
Fisch fir den rmischen Kaiser, Munchen 1998, pp. 110-121).
68
C.P.Thiede, Ein Fisch..., cit., pp. 127-133.
69
Ibid., p. 131.
67
Matteo: un nome per due Vangeli
Se dunque il Vangelo di Marco stato effettivamente redatto
a Roma attorno al 44, quando nacque allora il Vangelo di Mat-
teo? E come mai la tradizione ecclesiastica indica in Matteo il
Vangelo pi antico, sebbene questi attingesse inequivocabilmente
al Vangelo di Marco e alla raccolta di detti Q? Ecco la risposta:
quello che noi oggi conosciamo come Vangelo di Matteo for-
se una versione, rielaborata e ampliata attraverso le informazioni
fornite da Marco, di un vangelo originario opera per l' appunto
di Matteo, il gabelliere che sapeva scrivere (Mt 9,9). Non si trat-
tava per di un racconto, di una biografia di Ges, ma di una
raccolta di detti, proprio quella raccolta che i teologi chiamano
Q. Forse fu trascritta quando Ges era ancora in vita o subito
dopo la sua morte. Cos scriveva Papia, vescovo di Ierapoli, la
fonte pi antica che si pronunci sull'origine dei quattro Vange-
li, attorno al 110: Matteo raccolse le sentenze [del Signore]
nel dialetto degli ebrei; ognuno per li traduceva come riusci-
va
70
. Per i discorsi di Ges, Papia ricorre al termine greco lo-
ghia, che pu anche significare parole o detti. E con dia-
letto degli ebrei intende la lingua colloquiale del I secolo, l'a-
ramaico. Ci che emerge da questa antichissima tradizione che
esisteva una raccolta di detti in aramaico e che Matteo ne era
stato il redattore. Questo proto-Matteo fu il primo Vangelo ad
avere diffusione a Gerusalemme, ma anche nelle comunit giu-
deo-cristiane e di lingua aramaica della Decapoli, a Damasco e
ad Antiochia. Finch fu presente un numero sufficiente di te-
stimoni oculari della vita di Ges, la raccolta di detti bastava.
Quando tuttavia il Vangelo di Marco, redatto in greco o forse in
latino, si diffuse a partire da Roma - il ritrovamento di Qumran
farebbe pensare che abbia raggiunto la Terrasanta prima del 50,
forse addirittura prima del concilio Apostolico che ebbe luogo
70
Cit. da Eusebio, Hist. Ecc. Ili, 39,16s.
Cosi recita la traduzione di Giuseppe DelTon: Matteo raccolse le sentenze [di Ge-
s] in lingua ebraica; e ognuno le traduceva come poteva (ndt).
68
nel 48 - , nacque il desiderio di un nuovo, pi completo Vangelo
che riportasse, integralmente e in lingua aramaica, sia le parole
sia la vita di Ges. Per impedire che colui che aveva redatto la
raccolta di detti - e con lui il garante della sua autenticit - ca-
desse nell'oblio, s'intitol a Matteo anche il nuovo Vangelo. Pro-
babilmente nacque ad Antiochia o nella Decapoli, in ogni caso
non in Giudea, perch questa viene espressamente localizzata
come al di l del Giordano (Mt 19,1). Secondo il Padre della
Chiesa Ireneo, vescovo di Lione morto intorno al 220, il Van-
gelo fu redatto tra gli ebrei - intendendo qui i giudeo-cristia-
ni - , nella loro lingua - e qui il riferimento all'aramaico - ,
mentre Pietro e Paolo evangelizzavano Roma, e vi fondavano
la Chiesa
71
, quindi in un arco di tempo che va dal 42 al 67, men-
tre noi lo datiamo al 50 circa. Matteo stesso, invece, lasci pro-
babilmente la Palestina gi nel 42 per recarsi in missione in Etio-
pia e in Persia, dove sub il martirio.
Quando fu redatto Luca?
Quando fu redatto il Vangelo di Luca? Una cosa certa: do-
; po il Vangelo di Marco (nel 44 circa) e probabilmente anche do-
po Matteo (nel 50 circa), prima per della compilazione degli
Atti degli apostoli. All'inizio del suo Vangelo, Luca spiega al suo
mecenate, l'egregio Teofilo, che esistevano gi altri Vangeli e
resoconti della vita di Ges, per quanto meno dettagliati. L'al-
lusione qui sicuramente alla fonte Q e a Marco, forse a Mat-
teo, eventualmente anche al Protovangelo del fratello del Si-
gnore Giacomo, che fu redatto prima del 61 e tradisce un'in-
i tima conoscenza del servizio del tempio. Da questo scritto Luca
attinse evidentemente molti particolari sulla storia precedente
:
alla nascita di Ges. Rimandando, nell'introduzione agli Atti de-
gli apostoli, al suo libro precedente ... dedicato ... ad esporre
71
Cit. da Eusebio, Hist. Ecc.
y
V, 8,2.
In ebraico, riporta invece la traduzione di Del Ton (ndt).
69
tutto ci che Ges ha operato e insegnato dall'inizio (At 1,1),
l'evangelista fornisce la chiave della sua datazione. Dagli Atti
degli apostoli possiamo dedurre che Luca fu testimone ocula-
re dei viaggi di Paolo, perch li descrive parzialmente in prima
persona, ricorrendo al pronome noi. Anche la tradizione ec-
clesiastica, a partire dal 150 circa (nel Frammento Muratoria-
no), lo identifica come il medico che Paolo condusse con s co-
me suo aiutante e che avrebbe redatto il terzo Vangelo pro-
babilmente nel suo nome, cio su sua sollecitazione. Ireneo
conferm questa tradizione e lo stesso fece Eusebio, che indic
Antiochia come sua citt d'origine e aggiunse: Ebbe intima fa-
miliarit con Paolo e contatti tutt' altro che fuggevoli con i ri-
manenti apostoli
72
. Ora, gli Atti degli apostoli non si conclu-
dono con il martirio di Paolo, ma con il suo arrivo a Roma, do-
ve questi visse due anni interi in un ambiente preso a pigione
... annunciando il Vangelo del Regno e insegnando le cose ri-
guardanti il Signore Ges Cristo con piena libert e senza osta-
coli (At 28,30-31). Paolo giunse a Roma sotto l'imperatore Ne-
rone, probabilmente nel 60, dopo una traversata piuttosto av-
venturosa. Tra il 54 e il 59, procuratore della Giudea era stato
Antonio Felice, citato negli Atti degli apostoli e sotto il quale
Paolo fu imprigionato a Cesarea, probabilmente dal 57 al 59.
Non si sa con esattezza quando Paolo fu giustiziato durante il
regno di Nerone, probabilmente per all'inizio del 65. Se quin-
di gli Atti degli apostoli si fermano nella loro cronaca aU'anno
62, se ne pu dedurre che furono redatti poco tempo dopo, in
ogni caso prima del 65. Ma allora il Vangelo di Luca dovrebbe
risalire a un periodo precedente, probabilmente al 62 d.C.
L'iscrizione di Nazaret
Un ritrovamento archeologico sembra confermare una data-
zione precoce dei Vangeli. Proprio a Nazaret, nel 1878 stata
"/ t t i , III,4,6.
70
rinvenuta una tavola di pietra recante un'iscrizione, inconfuta-
bilmente autentica, che risale alla met del I secolo
73
. Molti ri-
cercatori la considerano una conferma della storicit delle voci
che, stando al Vangelo di Matteo, circolavano tra ebrei e roma-
ni dopo la risurrezione di Ges:
Disposizione dell'imperatore: ho diramato la decisione secondo
la quale camere funerarie e colline sepolcrali erette per rendere
pii onori ad avi o figli o ad altri membri della famiglia devono ri-
manere intonse al loro posto per l'eternit.
Abbia perci luogo una denuncia d'ufficio contro colui che ab-
bia danneggiato un luogo di sepoltura, in qualunque modo questo
sia avvenuto, o che abbia disseppellito coloro che l riposavano in
pace, oppure contro chi abbia osato traslare in altri luoghi la sal-
ma di col oro che l riposavano in pace, con i ntento mal vagi o e astu-
to e con lo scopo di recare loro oltraggio oppure ... contro colui che
osi rimuovere le pietre che ostruiscono l'ingresso dei luoghi di se-
poltura o altre pietre che ne facciano parte.
Ad ogni denuncia d'ufficio di questo tenore - questo il mio or-
dine - deve seguire l'apertura di un processo contro un simile mal-
fattore, nello stesso modo in cui si procede quando viene violata la
pia venerazione dovuta agli dei, cos quando vengono violati gli ono-
ri che spettano agli uomini l inumati.
Perch tributare onore ancor pi di quanto abitualmente avven-
ga a coloro che riposano in pace, cosa che si addice in verit! Che
non si permetta ad alcuno di operare modifiche non autorizzate ai
luoghi di sepoltura. Ma se qualcuno dovesse agire contro queste di-
sposizioni, allora - la mia decisione sia in questo modo resa nota -
allora questi, sulla base del titolo di reato: profanazione dei luoghi
di sepoltura, sia senza alcuna indulgenza condannato a morte
74
.
Se prestiamo fede a Matteo, la notizia dell'apparizione di Ge-
s ai discepoli era giunta ben presto ai membri della gerarchia
del tempio, a coloro cio che avevano messo in scena la sua
condanna e la sua esecuzione. La loro reazione fu una vera e
propria campagna di disinformazione: Mentre esse erano per
" G. Pfurmann, Die Nazareth-Tafel, Miinchen 1994.
74
Cit. da G. Pfirrmann, op. cit., pp. 183s.
71
via, alcune delle guardie, recatesi in citt, riferirono ai capi
dei sacerdoti tutto l'accaduto. Essi, radunatisi insieme agli an-
ziani, dopo essersi consultati, diedero ai soldati una cospicua
somma di denaro dicendo: "Dite che di notte sono venuti i
discepoli di lui e l' hanno portato via, mentre noi dormivamo.
Se la cosa dovesse giungere per caso alle orecchie del gover-
natore, lo convinceremo noi a non darvi noia alcuna". Essi, pre-
so il denaro, fecero secondo le istruzioni che avevano ricevu-
to. Cosi questa diceria si diffusa presso i giudei fino ad oggi.
(Mt 28,11-15). Evidentemente queste voci erano giunte an-
che all'orecchio di Pilato, il quale le rifer all'imperatore. Di ci
a conoscenza anche lo storico della Chiesa Eusebio, che nel
IV secolo pot avere accesso agli archivi dei governatori ro-
mani della sua citt d'origine, Cesarea: La gloriosa resurre-
zione e l'ascensione al cielo del Salvatore nostro erano gi no-
te a moltissimi. Ma gi da tempi remoti i governatori delle pro-
vince riferivano all'imperatore regnante ci che di nuovo e di
straordinario era accaduto nel loro territorio, affinch nessun
avvenimento gli sfuggisse. Cos Pilato inform Tiberio della ri-
surrezione da morte del Salvatore nostro Ges, che era sulla
bocca di tutti in Palestina. Lo rese consapevole anche degli al-
tri prodigi da lui operati e com'egli, risuscitato, gi da molti era
creduto Dio
75
. Naturalmente questa descrizione non esente
da elementi idealizzanti di matrice cristiana, perch piutto-
sto improbabile che molti
76
considerassero Ges Dio, vi-
sto che al testimone oculare Giuseppe Flavio non risultano si-
mili conversioni di massa e che, anche secondo gli Atti degli
apostoli, la comunit delle origini annoverava solo 3000 mem-
bri. Si pu per ritenere che Pilato abbia effettivamente inol-
trato un rapporto all' imperatore, riferendogli sia la convin-
zione di alcuni che Ges fosse risorto sia la controcampagna
condotta dai sommi sacerdoti e inaugurata con l'accusa della
75
Eusebio, Hist. Ecc., 11,2.
76
La traduzione tedesca del testo di Eusebio cui fa riferimento Hesemann riporta
il termine Menge, <moltitudini (ndt).
72
sottrazione del corpo. L'editto imperiale poteva quindi essere
una logica (per quanto tardiva) reazione al rapporto di Pila-
to. Questo spiegherebbe anche per quale ragione la tavola fos-
se stata collocata proprio a Nazaret, dove abitavano i parenti
di Ges il Nazareno, che almeno per i romani erano i princi-
pali indiziati del presunto ratto del cadavere. comunque
un fatto che, se da un lato sono state rinvenute innumerevoli
iscrizioni sepolcrali romane che maledicevano i futuri preda-
tori di tombe, d' altro canto mai e in nessun luogo stata ri-
trovata una simile iscrizione contenente una minaccia di puni-
zione imperiale per coloro che si fossero in particolare resi col-
pevoli di sottrazione di cadaveri.
Purtroppo dall'iscrizione non trapela chi fosse l'imperatore
che aveva promulgato l'editto. Poich Nazaret, all'epoca di Ti-
berio, era sotto il dominio di Erode Antipa, il provvedimento
non pu essere antecedente al regno di Claudio (41-54) n suc-
cessivo a quello di Nerone (54-68). Forse risale al 49, quando
Claudio scese in campo contro la rivolta di Cresto per seda-
re l'aperto conflitto esploso nella capitale tra ebrei e cristiani,
che naturalmente non poteva non avere strascichi nella provin-
cia e a cui forse si riferisce l'autore del Vangelo di Matteo quan-
do cita la diceria [divulgatasi] tra i giudei fino ad oggi. Non
pu certo passare inosservato il fatto che un riferimento a que-
sta controcampagna sia riscontrabile solo in Matteo, cio pro-
prio in quel Vangelo redatto in un luogo imprecisato nelle vici-
nanze della Galilea - probabilmente ad Antiochia o nella De-
capoli - e dal quale emana il tipico colorito locale pi di ogni
altro scritto evangelico. Se il conflitto, che a Roma aveva co-
nosciuto un'intensificazione, aveva avuto ripercussioni anche l,
se si era resa necessaria una parola imperiosa del Cesare e se
l'autore del Vangelo di Matteo aveva fatto cenno a questa at-
tuale diceria, allora quest'ultimo doveva davvero essere sta-
to redatto dopo il 50 d.C., come ho gi indicato.
73
II Messia condannato
La datazione precoce ipotizzata da Thiede non quindi so-
lo plausibile, ma supportata anche dalla tradizione, da riferi-
menti intratestuali e da reperti archeologici. Questa conclusio-
ne sorprendentemente logica ci costringerebbe ad accettare il
fatto che almeno i Vangeli sinottici non sono tarde mitologiz-
zazioni, come stato spesso affermato, ma sono sorti relativa-
mente presto, nel corso della prima generazione cristiana.
I loro autori sono stati, se non testimoni oculari diretti, alme-
no contemporanei dei testimoni del Golgota. Non conoscevano
gli eventi di quel venerd, cupo come nessun altro, solo per sen-
tito dire, ma li avevano uditi dalla viva voce di coloro che vi
furono direttamente coinvolti, come i due figli di Simone di Ci-
rene, il cui padre aveva portato la croce destinata a Ges. Di
Giovanni, autore del quarto Vangelo secondo la tradizione e di-
scepolo prediletto di Ges, si dice addirittura che stesse ai pie-
di della croce e che fosse dunque il pi immediato testimone
della passione di Ges.
Possiamo quindi comprendere gli avvenimenti del Golgota
soltanto alla luce del loro contesto storico. Risulta allora evi-
dente perch Ges di Nazaret dovesse essere condannato alla
crocifissione. L'iscrizione sulla croce ci fornisce una risposta lo-
gica: Ges proveniva dalla casa di Davide, i suoi seguaci lo ri-
tenevano il Messia, aveva un diritto legittimo, anche se non
l'aveva mai fatto valere, al trono d'Israele e rappresentava per-
ci un pericolo per alcuni. Sebbene Ges assicurasse davanti al
tribunale del governatore che il suo regno non di questo mon-
do (Gv 18,36), Pilato dovette piegarsi alle pressioni degli ac-
cusatori sadducei, che abilmente fecero apparire la rivendica-
zione religiosa del suo ruolo messianico come una rivendica-
zione di potere politico. In questa luce, tempo di considerare
pi in profondit, sulla base di fonti coeve e di acquisizioni
storiche, gli eventi di quel funesto venerd di aprile.
74
2
IL RE DEI GIUDEI
Gerusalemme, 7 aprile 30 d.C., ore 7 circa
Che significa quest'urlo?, chiese irritato il governatore alla
sentinella di guardia al suo ufficio nel pretorio, l'antico palazzo
degli Asmonei. In quello stesso istante, quasi a rispondere alla sua
domanda, un agitato centurione varcava la soglia dell'atrio ador-
no di affreschi. Ave, stimato Ponzio Pilato, salut: Alcuni som-
mi sacerdoti e messi del Sinedrio attendono al portone, con un pri-
gioniero che intendono sottoporre al tuo giudizio. Che entrino,
allora! Fateli passare!, grugn Pilato alzandosi dalla sedia: Co-
sa vogliono ancora questi giudei?. Perdonami, ma si rifiutano,
replic non senza imbarazzo il centurione: Dicono che non pos-
sono mettere piede nel pretorio a causa delle feste pasquali, per
non contaminarsi. Gentaglia superstiziosa e arrogante, im-
prec il governatore: Contaminarsi nel pretorio di un romano?
Questi giudei credono sempre di esser meglio degli altri.
Ancor pi malvolentieri di quando aveva iniziato la giorna-
ta, si gett la toga sulle spalle e, mentre i legionari gli rivolgeva-
no il saluto, attravers il cortile interno in direzione del portone.
L, sull'imponente scalinata che conduceva al palazzo e che, cir-
ca a met altezza, ospitava una piattaforma su cui era posto lo
75
scranno da giudice, lo attendevano i sacerdoti del tempio nelle lo-
ro vesti candide, con una specie di turbante sul capo. Che c' an-
cora?, domand imperiosamente Pilato. Ti consegniamo un
prigioniero che abbiamo interrogato questa mattina all'alba di-
nanzi ai membri del Sinedrio e che abbiamo giudicato colpevo-
le, dichiar il loro portavoce, indicando un uomo incatenato e
avvolto in una veste marrone priva di cuciture. Pilato lanci un'oc-
chiata al prigioniero, guardandolo a lungo negli occhi: vi era in
essi qualcosa di nobile, saggio e pacifico che lo affascinava. E
quale legge avrebbe infranto? Di che cosa l'accusate?, chiese.
un pericoloso sovversivo. Ha istigato contro il tempio, ri-
spose il membro del Sinedrio. Dunque si tratta di uno dei loro
conflitti religiosi, pens Pilato che quasi provava piet del pri-
gioniero. La cosa non mi riguarda, replic, prendetelo e giu-
dicatelo secondo la vostra legge. Non ci permesso di con-
dannare a morte qualcuno, rispose l'ebreo. Pilato sapeva che la
faccenda non stava in questi termini. Il Sinedrio poteva commi-
nare condanne a morte nel caso di trasgressioni religiose, poteva
decidere la lapidazione dei sacrileghi che avessero violato la
Legge, come li chiamavano gli ebrei. Allora uno dei sommi sa-
cerdoti gli forn l'argomento decisivo: Quest'uomo afferma di
essere il Messia. Che cosa sarebbe un Messia?, chiese Pilato.
Il re dei giudei, di cui si profetizza che ci liberer dalla schia-
vit, spieg il sacerdote.
Effettivamente - riconobbe il governatore - questo suonava
come una specie di ribellione. E va bene, portatelo dentro!, or-
din Pilato e comand alle sue guardie di portare il prigioniero
nell'atrio, la sua stanza di servizio. Di nuovo il governatore fis-
s negli occhi, affascinato, questo imputato cos particolare. Non
pareva proprio uno dei soliti ribelli che condannava abitualmente,
per lo pi alla morte sulla croce, la pena consueta per l'alto tra-
dimento. Sei il re dei giudei?, gli chiese. Lo dici tu!, replic
dolcemente e a bassa voce l'accusato. Lo dicono i tuoi accusa-
tori. Sono un ebreo, forse? Il tuo stesso popolo e i sommi sacer-
doti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?. Ancora una
volta l'imputato rispose, con lo stesso tono basso di voce, con la
76
medesima dolcezza e tuttavia con autorit: Il mio regno non
di questo mondo. Allora sei davvero un re?. Tu lo dici. So-
no nato e sono venuto nel mondo per rendere testimonianza al-
la verit. Chiunque dalla parte della verit, ascolta la mia vo-
ce. Che cos' la verit?, chiese Pilato a questo re straordina-
rio. Che per rimase in silenzio...
In quell'istante di profonda quiete, il centurione entr di nuo-
vo nella stanza: Ecco l'atto d'accusa, uno dei sacerdoti me l'ha
consegnato. Da' qua!, ordin Pilato, protendendosi per pren-
dere la tavoletta di cera: Qui ci sta il suo nome. Ges di Naza-
ret. Nazaret... Dove si trova?.
In Galilea, replic il centurione.
In Galilea? Allora non ho niente a che vedere con quest'uo-
mo. La Galilea appartiene al regno di Erode Antipa. Portalo da
Erode, centurione, con la preghiera amichevole di giudicarlo. Si
trova giustappunto a Gerusalemme, ospite nel mio palazzo. Si
riferiva al nuovo palazzo di Erode presso le mura occidentali del-
la citt, dove Pilato risiedeva con la consorte Claudia Procla,
quando non era impegnato nelle sue faccende d'ufficio nel vec-
chio palazzo degli Asmonei...
Dopo un'ora buona il prigioniero stava di nuovo davanti a lui.
Erano evidenti i segni di pesanti maltrattamenti, il viso mostrava
tracce di percosse e il prigioniero indossava un vecchio mantel-
lo di porpora in cui Erode l'aveva fatto avvolgere per scherno.
Allora Pilato usc di nuovo dal portone, questa volta accompa-
gnato da due littori, che portavano tra le braccia i fasces, i fasci
di verghe. Seguito da loro, sal la scalinata fino alla piattaforma,
chiamata gabbat (selciato alto), dove era posto lo scranno da
giudice, e fece squillare le trombe per annunciare il suo verdet-
to. Avete condotto da me quest'uomo affermando che sobilla
il popolo. L'ho interrogato e non ho trovato conferma ad alcuna
delle accuse che gli avete mosso. Nemmeno Erode, che infatti l'ha
rimandato da me, disse ai membri del Sinedrio, ai sommi sa-
cerdoti e al popolo, riuniti nella piazza di fronte alla scalinata.
tradizione che io rilasci un prigioniero in occasione della festa di
Pasqua. Volete che rilasci il re dei giudei?.
72
Non lui, ma Barabba, chiese il popolino, istruito allo scopo
dai sadducei. Barabba era uno zelota, un ribelle che era stato con-
dannato a morte per omicidio e che doveva essere giustiziato quel-
lo stesso giorno. Pilato non riusciva a capacitarsene: Far fla-
gellare quest'uomo e poi lo lascer libero, annunci.
Ges fu condotto via e portato nel cortile interno del palazzo
degli Asmonei. L gli sgherri brutali gli strapparono la veste, lo
gettarono a terra e gli legarono le mani incatenate a una bassa
colonna d pietra nera. Poi entrarono in azione i due littori. Ave-
vano deposto i loro fasci di verghe e al loro posto ognuno di lo-
ro teneva tra le mani un flagrum taxillatum, il temuto flagello
di cuoio a tre code, le cui estremit erano appesantite da aculei di
piombo. Si collocarono ai lati del condannato e incominciaro-
no a colpire...
A ogni colpo il dolore trapassava il flagellato come un fulmi-
ne: un dolore acuto, pungente, come se degli uncini strappasse-
ro la pelle dal corpo. Spietati, i carnefici facevano schioccare con
forza la frusta sul corpo nudo prima di tamburellare con gli aguz-
zi aculei di piombo sulla pelle, riducendola a un ammasso di
ferite sanguinanti.
L'uno inferse sessanta colpi, l'altro uno in pi, badando bene
che nessuna parte del corpo fosse risparmiata dalle piaghe. Il fla-
gellato sembrava un lebbroso, con la schiena interamente co-
perta di ferite sanguinanti, quando i carnefici gettarono nella pol-
vere il suo corpo mortalmente esausto e piegato dal dolore. Ades-
so era veramente quell'uomo dei dolori di cui parla il libro di
Isaia: Talmente sfigurato era Usuo aspetto al di l di quello di
un uomo, e la sua figura al di l di quella dei figli dell'uomo.
Disprezzato, ripudiato dagli uomini, conoscitore della sofferen-
za, simile a uno davanti al quale ci si copre la faccia, disprezza-
to, s che non ne facemmo alcun caso ... Ma egli fu trafitto a cau-
sa dei nostri peccati, fu schiacciato a causa delle nostre colpe. Il
castigo che ci rende la pace fu su di lui e per le sue piaghe noi sia-
mo stati guariti (Is 52,14; 53,3-6). Ma la sua vista non scosse
gli incalliti legionari, per lo pi mercenari siriani che odiavano
gli ebrei e sfogavano tutto il loro disprezzo su questo re dei giu-
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dei. Lo sollevarono dipeso, lo avvolsero di nuovo nel mantello
di Erode a mo' di scherno, gli calcarono sulla testa delle sterpa-
glie di rovi tenute insieme da un intreccio di giunchi. Ficcarono
nella mano destra del Nazareno, barcollante per la debolezza, un
bastone, e iniziarono a deriderlo. Si inginocchiavano e gli urla-
vano: Salute a te, re dei giudei!, per poi sputargli addosso e col-
pirlo in viso: Dopodich lo trascinarono, ancora rivestito del man-
tello purpureo, davanti al governatore.
Pilato aveva preso nuovamente posto sullo scranno da giudi-
ce quando gli condussero Ges, diventato un'icona del dolore ca-
pace di suscitare piet in chiunque. Guardate, url alla folla
che, ancora radunata di fronte al selciato alto, parodiava l'ac-
clamazione di un sovrano: Eccolo!. Tuttavia, invece di indi-
gnarsi, invece di reagire in un modo qualunque alla provocazio-
ne del governatore, il popolino grid soltanto: Crocifiggilo! Cro-
cifiggilo!. Pilato intu che i sommi sacerdoti lo avevano raggirato,
lo avevano usato per i loro scopi. Se quest'uomo fosse stato un
agitatore politico, avrebbe avuto un qualche seguito tra la folla,
che avrebbe espresso il proprio sdegno. Non trovo alcuna col-
pa in lui, dichiar il governatore quando i rappresentanti del Si-
nedrio ebbero preso nuovamente posto sul lato dell'accusa. Ma
questi risposero: Abbiamo una legge, e secondo questa legge de-
ve morire. Si fatto Figlio di Dio.
Pilato fu colto da paura. Si ricord che quella mattina la sua
sposa Claudia Procla gli aveva raccontato un incubo angosciante
e lo aveva messo in guardia: avrebbe condannato un dio e in que-
sto modo avrebbe portato la sciagura su Roma e sul mondo.
Chiacchiere da donnette, aveva pensato quando lo aveva am-
monito ancora una volta: Non levare le mani su quest'uomo,
innocente. Ma adesso stava davvero, dinanzi a lui, un uomo di
cui i sommi sacerdoti dicevano che si era autoproclamato Fi-
glio di Dio. Ancora una volta si ritir nel suo ufficio per inter-
rogare nuovamente Ges. Di dove sei?, chiese al Figlio di Dio.
Ma Ges rimase in silenzio. Allora Pilato si adir: Non vuoi par-
lare con me? Non sai che ho il potere di rilasciarti o di crocifig-
gerti?. Per un istante nell'atrio del pretorio si fece silenzio, fino
79
a che l'imputato non rispose con voce ferma: Non avresti alcun
potere su di me se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo la
colpa pi grande di coloro che mi hanno consegnato a te. E
deciso, ti lascio libero, rispose con irruenza il governatore: Por-
tatelo fuori, davanti allo scranno del giudizio, ordin ai solda-
ti, emetto la sentenza.
Ma non and cos. Non appena Ponzio Pilato ebbe varcato il
portone, si fecero avanti i rappresentanti del Sinedrio con l'ulti-
mo argomento, il pi convincente: Se lo rilasci, non sei amico
dell'imperatore. Tutti coloro che si autoproclamano re si oppon-
gono all'imperatore. Proprio cos, l'avevano colpito nel suo pun-
to debole. Gi una volta una delegazione ebraica aveva sporto
reclamo contro di lui presso Tiberio. Un altro reclamo gli sa-
rebbe costato inevitabilmente il posto di governatore. Sarebbe sta-
ta la fine della sua carriera. E il Figlio di quale Dio poteva esse-
re in fondo quest'uomo di Nazaret? Un figlio di Giove, come Er-
cole, sicuramente no, e nemmeno di Apollo, come il Saggio di
Samo, o di Venere come il grande Cesare. Un profeta di conta-
dini e pastori, forse, in una provincia decaduta, nato da un po-
polo di eccentrici. E se anche fosse stato un Figlio del Dio degli
ebrei, non c'era motivo di temere. Gli di di Roma erano pi po-
tenti. Avevano tratto in schiavit tutto il suo popolo, senza che
questo Dio con tutte le sue leggi rigorose si fosse opposto in qual-
che modo.
Il sole era gi alto nel cielo, quando Pilato scese assorto la sca-
linata che conduceva allo scranno del giudizio, con il peso di una
decisione gravosa sulle spalle. I due littori, i carnefici con i fasci
di verghe, lo seguivano. Portate il prigioniero!, ordin ai sol-
dati, che trascinarono rudemente Ges nella piazza del tribuna-
le. Di nuovo squillarono le trombe, di nuovo si lev alta la voce
del governatore: Guardate, popolo degli ebrei: questo il vostro
re!, esclam nella segreta speranza che ci fosse tra la folla an-
che qualche seguace dell'uomo di Nazaret. Ma il popolino rin-
ghi soltanto: Portalo via! Crocifiggilo!. Devo crocifiggere il
vostro Re?, chiese nuovamente Pilato. Di nuovo si fecero avan-
ti i sommi sacerdoti: Non abbiamo altro re all'infuori dell'im-
80
peratore. Non aveva altra scelta. Se ora avesse preso le difese del
prigioniero, poteva essere giudicato da Tiberio stesso come un
traditore. Davanti a un fanatismo cos cieco, devo capitolare,
pens tra s, sedendosi sulla sella, lo scranno del giudizio, per
emettere di nuovo con voce potente la sentenza capitale: Bene,
l'avete voluto voi. Ti condanno a morte, Ges d Nazaret, che pre-
tendi essere il re dei giudei, per dispregio della maest imperia-
le. Ibis in crucem - salirai sulla croce. Per tre volte i littori col-
pirono il suolo con i loro fasci di verghe, tre colpi che rimbom-
barono come tuoni, conferendo qualcosa di demoniaco all'atmo-
sfera gi di per s spettrale di quel venerd di passione. Condu-
cetelo via, ordin ai soldati un Pilato visibilmente nervoso, quan-
do si lev dallo scranno del giudizio e fece ritorno nel pretorio
con passi affrettati: E scrivete esattamente come titolo d'accusa:
"GES, IL NAZARENO, RE DEI GIUDEI". In questo mo-
do si era concluso il processo pi gravido di conseguenze nella
storia del mondo. E cal la notte del Golgota.
A Gerusalemme per la festa d Pasqua
La Gerusalemme dell'anno 30, stando a Plinio il Vecchio
1
, era
di gran lunga la citt pi famosa non solo della Giudea ma an-
che dell'Oriente e, secondo Tacito, uno spettacolo meravi-
glioso
2
. Quest'ultimo, quasi alla vigilia della guerra giudaica, la
descriveva in maniera dettagliata e variopinta: La citt, posta
su una ripida altura, era fortificata da imponenti bastioni di-
fensivi, che avrebbero offerto adeguata protezione anche in una
distesa pianeggiante. Perch le due colline che svettavano alte
erano cinte da mura erette a regola d'arte lungo una linea ora
aggettante ora rientrante ...Verso l'esterno il massiccio roccio-
so digradava ripido, e le torri si levavano sul monte per un'al-
tezza di 60 piedi, di 120 negli avvallamenti - una vista meravi-
1
Plinio il Vecchio, Naturalis tistoria, 37 B.
2
Tacito, Hist., V, 11.
81
gliosa, e, se le si guardava da lontano, parevano della medesima
altezza. Un'altra cinta di mura, pi interna, cingeva la cittadel-
la reale; di ragguardevole altezza la torre di Antonio, intitolata
da Erode in onore di Marco Antonio. Il tempio aveva la strut-
tura di una cittadina e aveva mura proprie, una costruzione eret-
ta con un dispendio di lavoro ben superiore a quello di qualsia-
si altro edificio; persino i porticati a colonne disposti attorno
al tempio costituivano un eccellente bastione. Vi era l una fon-
te d'acqua che sgorgava in permanenza, corridoi sotterranei di-
sposti artisticamente, stagni pieni di pesci e cisterne per la rac-
colta dell'acqua piovana
3
. Dall'epoca dei re della dinastia asmo-
nea (II-I secolo a.C.), Gerusalemme era cresciuta fino a divenire
una splendida polis ellenista, una citt dotata di un teatro e di
un ippodromo, di sontuosi palazzi e di grandiose piazze del mer-
cato nello stile delle agor greche. Solo nella parte sudorienta-
le, nella citt bassa, le strette costruzioni della citt vecchia si al-
lineavano l'una accanto all'altra come in una casbah orientale:
piccole casette, per lo pi a un vano, di grezza pietra calcarea,
con tetti piatti di argilla e sterpi, poste l'una accanto all'altra e
l'una sull'altra, e divise solo da stretti vicoli e scalinate strette
e sconnesse. In questo dedalo di case, in cui d'estate ristagnava
la calura, abitavano i ceti pi umili: lavoratori a giornata e men-
dicanti, vecchi, malati e rimpatriati dalla diaspora. Vivevano di
elemosina, ma anche di assistenza sociale, di cui ogni ebreo a
Gerusalemme aveva diritto. A nord-ovest del tempio, circonda-
ti dalla seconda cinta delle mura cittadine, stavano i mercati, il
quartiere del bazar. Qui erano di casa artigiani e commercian-
ti, tessitori e fabbri, osti e fornai, commercianti di bestiame e im-
portatori di spezie orientali. L'ampia valle di Tyropeion attra-
versava la citt da nord a sud, dividendola in citt bassa e alta.
Era percorsa dalla strada della valle, l'arteria vitale della citt,
affiancata su entrambi i lati da negozi simili a cellette. La citt
1
Ibid.,V, 11,32-12,1.Tacito ha descritto la citt all'inizio della guerra giudaica nel-
l'anno 66, ma il quadro della citt era rimasto lo stesso dell'anno 30, ad eccezione del-
l'espansione di Gerusalemme verso nord ad opera di re Erode Agrippa.
82
alta, posta su un altopiano a ovest del solco della valle, era il
quartiere dei benestanti. Era un quartiere moderno su model-
lo greco, con ampie strade e piazze disposte a scacchiera e mol-
ti palazzi. Nella sua parte nordorientale, svettante ripido sulla
valle di Tyropeion e posto di fronte al muro occidentale del tem-
pio, si trovava il vecchio palazzo degli Asmonei, collegato da
un' imponente scalinata allo Xystus, una piazza da cui un pon-
te conduceva al tempio. Al di sotto di questo si trovava il qua-
drilatero, il palazzo del Consiglio
4
del Sinedrio, sede del-
l'amministrazione e dell'apparato giudiziario ebraico. Al mar-
gine occidentale della citt alta, proprio accanto alle mura
cittadine, si estendeva il sontuoso palazzo fatto erigere da re
Erode il Grande negli anni 23-20 a.C. (vedi illustrazione a co-
lori III). Consisteva di una piccola fortificazione con le tre tor-
ri pi alte di Gerusalemme, che il re aveva latto abbeUire ad ar-
te e che aveva intitolato rispettivamente al fratello Fasael, al-
l'amico Ippico e alla consorte Mariamne, e della vera e propria
area del palazzo, adiacente alla fortificazione. Con i suoi salo-
ni vastissimi e camere da Ietto per cento ospiti,... innumerevoli
appartamenti dalle mille forme diverse ... la maggior parte de-
gli oggetti... di argento e d'oro, molti porticati comunicanti
tra loro, ognuno con colonne diverse e i suoi parchi rigogliosi
con stagni, pozzi, torrette per docili colombe e le figure di bron-
zo, era un palazzo impossibile da descrivere. Non v'era edi-
ficio pi stupendo per la magnificenza e per l'impianto
5
, se-
condo le entusiastiche parole di Giuseppe Flavio. Stando a quan-
to scriveva Filone, all' epoca dell' occupazione romana era
l'abitazione privata del procuratore
6
presso la quale risiede-
vano i governatori romani durante la loro permanenza a Geru-
salemme. Qui Pilato, nell'anno 26, all'inizio del suo mandato, fe-
ce collocare gli scudi sacri con l'effigie dell'imperatore allo sco-
po di provocare gli ebrei. Qui risiedeva anche, quarantanni pi
4
Giuseppe Flavio, Bell. Iud.,V, 4,2.
5
Ibid.,V,4,4.
6
Filone, Legatio ad Gaium, 38.
83
tardi, l'ultimo degli undici procuratori, Floro
7
. Dinanzi al por-
tone principale del palazzo c'era un'agor, un mercato greco cin-
to da un colonnato che Giuseppe Flavio definisce come la piaz-
za detta superiore e dove era posto, almeno all'epoca di Floro,
uno scranno da giudice dal quale erano emesse le sentenze
8
. A
sud, l'area del palazzo di Erode confinava con il quartiere esse-
no, dove gli appartenenti a questa comunit religiosa vivevano
secondo le loro regole severe.
Il simbolo di Gerusalemme e la sua costruzione pi impres-
sionante era indubbiamente il tempio di Erode (vedi illustra-
zione a colori II), che sovrastava la citt come una fortezza. Chi
non ha visto il tempio di Erode, non sa cosa sia un edificio ve-
ramente bello!, decantava un rabbino di Babilonia
9
. Giusep-
pe Flavio, ricolmo d'orgoglio e d'entusiasmo, cos lo descrive:
Il tempio era costruito di pietre dure e bianche, ognuna di
circa 25 cubiti di lunghezza, 8 di altezza e 12 di larghezza. Nel
suo insieme, come nel portico regale, da una parte e dall'altra il
livello non era uguale; la parte pi alta era al centro, cosicch
questa era visibile a distanza di molti stadi dagli abitanti della
regione, specialmente da coloro che abitavano dirimpetto o gli
si avvicinavano. Le porte d'ingresso avevano architravi uguali
[all'altezza] dello stesso tempio; [Erode] li orn di pendenti va-
riopinti con colori di porpora e con disegni intrecciati dei pila-
stri. Sopra di questi, sotto il cornicione, si stendeva una vite d'o-
ro con grappoli pendenti: costituiva una meraviglia sia per la
grandezza che per l'arte, per tutti coloro che lo vedevano edi-
ficato con materiale tanto prezioso.
Circond il tempio di ampi portici tutti costruiti in propor-
zione [del tempio]; per il costo sorpass i suoi predecessori,
sicch si pensava che mai alcuno avesse ornato il tempio con
tanto splendore. Ambedue [i portici] erano [retti] da una gran-
de muraglia, questa muraglia era la pi grande, edificata dal-
7
Giuseppe Flavio, Beli lud., II, 14,8; 15,5.
*Ibid., 11,14,8; 15,2.
9
Sukkah, 51,2.
84
l'uomo, di cui mai si sia sentito parlare. La collina era una pa-
rete rocciosa che degradava dolcemente verso la parte orien-
tale della citt dal versante con la cima pi alta
10
.
La cittadella Antonia
L'area del tempio era sovrastata a nordovest dalla cittadella
Antonia, che Erode costru prima del 31 a.C. e intitol al suo
protettore Marco Antonio. Giuseppe Flavio la descrive come
una fortezza che aveva l'ampiezza e la sistemazione di una reg-
gia... Pur avendo nell'insieme la forma di una torre, aveva sugli
spigoli altre quattro torri, delle quali le due che si affacciavano
sul tempio erano pi alte "s che dalla sua sommit si poteva
spaziare su tutto il tempio". E proprio a questo scopo, alla sor-
veglianza del tempio, serviva la cittadella Antonia. L staziona-
va sempre una coorte romana che, in caso di sommossa, poteva
intervenire immediatamente e che attraverso un'ampia scali-
nata aveva accesso diretto al tempio. Gli Atti degli apostoli ci
descrivono un intervento di questo genere. Quando Paolo ave-
va condotto nel tempio un gruppo di pagani convertiti al cri-
stianesimo, erano scoppiati dei disordini e l'episodio era stato
segnalato al tribuno della coorte. Egli immediatamente pre-
se dei soldati e dei centurioni e scese di corsa verso di loro: que-
sti, visto il tribuno e i soldati, cessarono di percuotere Paolo. Il
tribuno arrest Paolo e comand che fosse condotto neUa ca-
serma. Quando fu sui gradini, dovette essere portato di peso dai
soldati per la violenza della folla (At 21,32-35). Nei giorni di
festa la tensione si acuiva a tal punto che i legionari che dove-
vano sorvegliare il popolo venivano disposti nei vestiboli
del tempio. In questo modo, non di rado accadevano incidenti,
uno dei quali stato tramandato da Giuseppe Flavio. Durante
la festa di Pasqua dell'anno 45, quando, come sempre, si rac-
coglie molta gente da tutti i quartieri, il governatore Cumano
10
Giuseppe Flavio, Aut. Iud., XV, 11,3.
85
ordin a una coorte di soldati di prendere le armi e porsi di
guardia ai portici del tempio per sedare qualsiasi tumulto po-
tesse sorgere. Questa era una pratica usuale degli altri procura-
tori, durante le festivit della Giudea. Tuttavia il tumulto fu do-
vuto proprio alla provocazione di un soldato, che mostr le par-
ti intime davanti ai credenti, azione che suscit lo sdegno e il
furore di tutti gli spettatori che raccolsero l'insulto non come ri-
volto a loro, bens come una bestemmia contro Dio. Cumano
fece radunare in fretta la sua coorte e ordin loro di mettersi in
marci a verso la cittadella Antonia, la qual cosa diffuse il panico
tra il popolo, che si diede alla fuga spaventato; in quell'occa-
sione quasi 20.000 persone furono calpestate
11
. L'episodio mo-
stra chiaramente quanto nervosa e persino esplosiva fosse l'at-
mosfera a Gerusalemme, specialmente in occasione della festa
di Pesach, quando in fondo si festeggiava pur sempre la libera-
zione da un giogo straniero (quello egiziano, appunto). Di fron-
te alle masse non trascurabili di pellegrini che affluivano da tut-
to il mondo, i romani erano in minoranza. Proprio per questo
il governatore veniva di persona a Gerusalemme dalla capitale
della provincia, Cesarea, con un' altra coorte per tenere sotto
controllo, per quanto possibile, la difficile situazione. Il clima era
teso, dominava il massimo allarme. Una piccola scintilla sareb-
be bastata a far divampare la rivolta. Per questo motivo i go-
vernatori, primo tra tutti il rigoroso Pilato, tentavano di soffo-
care sul nascere ogni disordine, ma anche di evitare ogni pro-
vocazione, ogni sfida al popolo. In questa situazione ebbe luogo
il processo a Ges.
Se il tempio dominava la citt come una fortezza, l' Antonia
a sua volta dominava il tempio, scrive Giuseppe Flavio, e chi
la occupava dominava tutti e tre
12
. Per assicurarsi il controllo
de l t e mpi o , la guarnigione acquartierata nella cittadella Anto-
nia custodiva un pegno ben particolare: la veste del sommo sa-
cerdote, che questi indossava quando doveva celebrare i sacri-
"Ibid.,XX
t
5,3.
12
Giuseppe Flavio, Bell. Iud.iV, 5,8.
86
fici nei solenni giorni di festa. Cos i custodi del tesoro del tem-
pio si recavano un giorno prima di una festa ... dal coman-
dante della guarnigione romana e, dopo aver ispezionato il si-
gillo, andavano a prendere la veste; finita la festa essi [i teso-
rieri] la riportavano nello stesso luogo e dopo aver mostrato al
comandante della guarnigione un sigillo corrispondente [al pri-
mo] riponevano nuovamente la veste. Che la massima insegna
cultuale del sommo sacerdote fosse quasi divenuta un ostaggio
degli occupanti pagani, incontrava naturalmente l'ostilit degli
ebrei e cos si spiegavano i molti episodi che si sarebbero ve-
rificati in seguito e che avevano al proprio centro la veste, co-
me afferma Giuseppe Flavio
13
.
Il tempio
II tempio era in ogni senso - spirituale, economico e politico
- il centro della citt. Qui, secondo la fede ebraica, troneggiava,
in una stanza oscura e vuota, il Santo dei Santi, Jahv, il Dio di
Israele. Il tempio era il nervo vitale, il cuore di Gerusalemme.
Qui affluivano centinaia di migliaia di pellegrini, ebrei prove-
nienti dalla Giudea, dalla Samaria e dall'intera diaspora, dal-
l'Asia minore, dalla Grecia, dal Nordafrica, dalla Siria, dalla Me-
sopotamia e dalla Persia in occasione della festa di Pasqua in
aprile, della festa delle Settimane in maggio e della festa delle
Capanne in settembre. Gli Atti degli apostoli (2,9-10) citano, a
proposito della festa delle Settimane dell'anno 30, ebrei Parti,
Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia e della Giudea, del-
la Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfi-
lia, dell'Egitto e delle regioni della Libia presso Cirene. Tutti
cantavano con il profeta Isaia: Verranno molti popoli dicendo.'
"Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Gia-
11
Giuseppe Flavio, Ant. Iud.,XV, 11,4.
La traduzione di L. Moraldi del passo di Ant. Iud.,XV, 11,4,409 recita invece: Que-
sta digressione stata occasionata dalla triste esperienza che si ebbe dopo (ndt).
87
cobbe, perch c'istruisca nelle sue vie e camminiamo nei suoi
sentieri". Poich da Sion uscir la legge e da Gerusalemme la
parola del Signore (Is 2,3).
In occasione delle grandi festivit Gerusalemme, gi allora di
per s una metropoli di circa 120.000 abitanti, diveniva meta, se-
condo le stime degli storici, di 300-500.000 pellegrini, o addirit-
tura, come afferma Giuseppe Flavio, di 3.000.000
14
. II tempio, in
ogni caso, aveva una capienza massima di 400.000 persone. La
citt si mostrava nel suo abito della festa ed era interamente con-
centrata sugli affari indotti dalla presenza di pellegrini. Dal-
l'afflusso di clienti tutti traevano profitto: mendicanti dalle
elemosine, commercianti, osti, fornai e allevatori di bestiame.
Chi trovava una stanza in una delle numerose locande della citt
poteva dirsi fortunato, e ancora di pi chi aveva parenti a Ge-
rusalemme. Ad altri, dietro compenso, si consentiva di riposare
sui tetti piani delle case. Ma la maggior parte dei pellegrini si ac-
campava nei prati e nei campi attorno alla citt santa, in bian-
che tende disposte attorno al tepore dei fuochi, nei villaggi cir-
costanti o anche, come Ges e i suoi discepoli, nelle caverne e
sulle pendici del monte degli Ulivi. Da qui si godeva la miglior
vista del sontuoso complesso del tempio, che di notte riluceva
misterioso dei bagliori dei fuochi sacrificali, mentre di giorno
il suo marmo bianco risplendeva nel sole, conferendogli qual-
cosa di soprannaturale. Il tempio era come un monte bianco,
coperto di neve, cantava Giuseppe Flavio.
Per i pellegrini, specialmente quelli che affluivano nella citt
santa dai poveri villaggi agricoli dei monti della Galilea, la son-
tuosa Gerusalemme, con il suo tempio maestoso, doveva ap-
parire come un altro mondo, come una visione dell'incipiente
regno di Dio e della sua signoria. Non deve quindi meraviglia-
re se l'autore dell'Apocalisse, secondo la tradizione il discepo-
lo Giovanni, descrisse il cielo nuovo e la terra nuova, da lui
profetizzati per il periodo successivo al giudizio universale, co-
me la citt santa, la nuova Gerusalemme (Ap 21,1-2).
14
Giuseppe Flavio, Bell, / mi , VI, 9,3.
88
Nel tempio entravano i pellegrini per sacrificare al Dio d' I-
sraele; qui, nel giorno dei preparativi per la festa di Pasqua, ve-
nivano macellati gli agnelli, secondo Giuseppe Flavio fino a 256.500
in una sola festivit. Nei vestiboli del tempio aveva predicato an-
che Ges, che proprio in occasione di questa festa sarebbe di-
venuto lui stesso agnello pasquale. Perch nella notte, dopo aver
celebrato con i suoi discepoli il pranzo pasquale secondo il rito
essenico, mentre i suoi compagni pernottavano nella grotta di un
uliveto dal nome di gat s'mnm (macina per l'olio), il Naza-
reno sarebbe stato arrestato dalle guardie del tempio.
Il tempio era anche una potenza terrena, prima di tutto una
gigantesca banca. Il tesoro del tempio (korbn, cfr. Me 7,11)
era leggendario e lo stesso Cicerone malediceva le enormi som-
me di denaro che confluivano a Gerusalemme da ogni dove.
Quando il condottiero romano Pompeo conquist Gerusalem-
me nel 63 a.C., non lod solamente il tavolo e i lampadari, i piat-
ti e le scodelle di oro puro che stavano nella navata principale,
ma cont anche 2000 talenti d'oro (52.000 chilogrammi d'oro per
un valore attuale di circa 600 milioni di euro) nella stanza del te-
soro. Ci nonostante, e di questo gli ebrei gli resero gran merito,
rinunci a impadronirsi anche solo di una parte del tesoro. Da
dove proveniva il patrimonio del tempio? Innanzitutto dai sa-
crifici e dalle donazioni volontarie. Anche la vendita giornaliera
di animali per i sacrifici produceva cospicui guadagni. Ma le
entrate di gran lunga maggiori provenivano dal tributo del tem-
pio, dell' ammontare di mezzo sheqel, che ogni ebreo maschio
maggiorenne doveva versare. Un riferimento a questo tributo si
trova anche nel Vangelo di Matteo, dove si dice che Ges, quan-
do a Cafarnao si richiese il suo contributo, sollecit Pietro a pa-
gare lo statere per entrambi (Mt 17,24). Questa tassa veniva ele-
vata annualmente. Il I di adar, il mese precedente alla festa di Pe-
sach, dei messi attraversavano il Paese e annunciavano la scadenza
dei termini per il versamento del tributo del tempio. Il 15 di adar
si allestivano dappertutto banchetti di cambiavalute, presso i qua-
li si potevano convertire le diverse monete correnti nella valu-
ta del tempio, lo sheqel di Tiro. Questo, vero, riportava sulla
89
faccia anteriore l'immagine del dio pagano Melqart, ma era fat-
to dell'argento pi puro allora in circolazione. La moneta era co-
s popolare che, quando i romani avevano sottratto a Tiro il di-
ritto di battere moneta, gli ebrei erano giunti a coniarla per con-
to loro a Gerusalemme. Nonostante il primo comandamento,
nessuno pareva disturbato dall'immagine di un idolo pagano. Dal
25 di adar il cambio del denaro era ancora possibile solo a Ge-
rusalemme e all' interno del recinto del tempio. Chi, a quella
data, non avesse ancora versato il suo tributo al tempio, poteva
esservi costretto per legge e in determinati casi veniva persino
pignorato. I cambiavalute, che convertivano la moneta locale in
valuta del tempio, potevano esigere per legge una maggiorazio-
ne pari a un quarto di denaro ogni mezzo sheqel. Un denaro era
la paga giornaliera di un lavoratore, quattro denari corrispon-
devano a un tetradramma o a uno sheqel: la tassa del tempio am-
montava dunque a due denari e la maggiorazione dei cambia-
valute equivaleva al 12,5 %
15
. Cosa pensasse Ges di questa pras-
si, ce lo rivelano i Vangeli: Non sta scritto: La mia casa sar
chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni? Voi invece ne
avete fatto una spelonca di briganti!, (Me 11,17). Un Ges in-
solitamente adirato, che rovesciava i loro tavoli e scacciava dal
tempio i venditori di animali per i sacrifici - una scena che ri-
troviamo anche negli altri Vangeli - , non senza venire a cono-
scerne le conseguenze: Udito ci, i capi dei sacerdoti e gli scri-
bi cercavano come farlo perire. Il comportamento di Ges ave-
va centrato il nervo vitale della grande impresa del tempio e
dell'amministrazione sadducea.
Il sommo sacerdote
L'amministrazione sadducea costituiva il pi potente gruppo
del Sinedrio, il Consiglio Supremo di 70 membri che costituiva
15
A. Edersheim, Der Tempel - Mittelpunkt des geistlichen Lebens zur Zeit Jesu, Wup-
pertal 1997, pp. 54-57.
90
una specie di parlamento degli ebrei di Giudea. Lo presiedeva
il sommo sacerdote, che rappresentava il popolo ebraico nella
sua interezza dinanzi a Dio e alla potenza imperiale romana. La
funzione, un tempo ereditaria e prima degli Asmonei riservata
esclusivamente ai discendenti dello Zadok - il sommo sacerdo-
te del tempio salomonico - al tempo di Erode era in vendita. In
questo modo la carica era appannaggio delle famiglie ricche e
dei neoarricchiti di Gerusalemme, pi interessati al prestigio e
alle prospettive di arricchimento che non al significato spirituale
della funzione sacerdotale. Un ruolo assolutamente decisivo gio-
cava in questo senso la famiglia di Anna, che rivest la funzione
di sommo sacerdote dal 6 al 15 d.C. e che da quel momento di-
venne una specie di eminenza grigia: ben sei dei diciotto som-
mi sacerdoti che gli succedettero fino alla distruzione del tem-
pio nel 70 provenivano dal suo clan. Il genero Giuseppe Caifa
f u colui che det enne la carica pi a lungo, dal 18 al 37 d.C., per
ben 19 anni, pi di qualsiasi altro suo collega dall'epoca di Ero-
de. Ci fa pensare che dovette essere un abile diplomatico e un
politico estremamente pragmatico
16
. Il suo sobrio realismo tra-
spare anche dal Vangelo di Giovanni, che lo cita probabilmen-
te in maniera letterale, perch queste parole potrebbero essere
state t ramandat e da Nicodemo: pi vantaggioso per voi
che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca tutta inte-
ra la nazione (Gv 11,50). In altre parole, tutto ci che poteva
mettere in pericolo lo statu quo nei rapporti con la potenza oc-
cupante andava respinto. Perci ogni oppositore, ogni fomen-
tatore di disordini costituiva un potenziale pericolo e andava de-
ferito agli occupanti.
Come Pilato, anche Caifa c incontrovertibilmente una figu-
ra storica. Giuseppe Flavio lo cita: Giuseppe, che fu chiamato
Caifa, e ne loda il suocero e capoclan Anna come uomo estre-
mamente felice
17
. Nel frattempo stato addirittura individua-
to il suo sepolcro. Nel novembre del 1990, mentre si procedeva
16
W. Bosen, op. cit, p. 160.
17
Giuseppe Flavio, Ant. Iud., XVi n, 2,2.
91
all'allestimento del bosco della pace a sud di Gerusalemme,
in prossimit del monastero delle Clarisse lungo la strada per
Betlemme, ci si imbatt in un antico sepolcro scavato nella roc-
cia. Ossa e oggetti in ceramica giacevano sparpagliati nella ca-
mera sepolcrale, cui si aggiungevano sei ossari intatti e i resti di
altri dieci, la maggior parte abbelliti con gusto artistico e cinque
dei quali recavano iscrizioni. Quando gli archeologi sottopose-
ro i testi a uno dei massimi esperti israeliani di iscrizioni, Ronny
Reich, questi riusc a decifrare su un' urna in pietra il nome Qai-
fa\ su un' altra, adornata con particolare sfarzo e cura artistica,
persino Jehosaf Bar Qaifa, Giuseppe figlio di Caifa. Evidente-
mente in questa tomba di famiglia erano stati dunque sepolti
padre e figlio, entrambi originari della stirpe di Caifa. Nell'os-
sario di Giuseppe figlio di Caifa si trovavano, accanto ad al-
tre ossa evidentemente aggiunte in seguito, i resti di un uomo di
circa 60 anni. Erano i resti mortali del sommo sacerdote Caifa,
dell'uomo che consegn Ges a Pilato? Almeno l'utilizzo del-
la grotta sepolcrale poteva essere datato con sufficiente preci-
sione. In un altro ossario, che riportava l'iscrizione Miriam Be-
rat Simon, Maria figlia di Simone, stata rinvenuta una mo-
neta risalente all' anno sesto del regno di Erode Agrippa I,
secondo il calcolo attuale l' anno 42-43 d.C.
18
.
Quanto invise al popolo fossero la cricca e la corruzione del-
l'autorit sommosacerdotale, testimoniato da una canzoncina
satirica che prendeva di mira le famiglie sacerdotali dominanti
e che conservata nel Talmud babilonese:
Guai a me per via della casa di Boethus, guai a me a causa delle
loro ricchezze!
Guai a me per via della casa di Hannas, guai a me a causa dei
loro delatori!
Guai a me per via della casa di Kathros, guai a me a causa della
falsit dei loro scritti!
Guai a me per via della casa di Ishmael ben Fiabi, guai a me a
causa delle loro percosse!
18
C.P.Thiede, op. cit., pp. 141-148.
92
Perch sono sommi sacerdoti, e i loro figli sono tesorieri, e i lo-
ro generi ammi ni stratori , e i l oro servitori col pi scono la gent e con i
manganelli!
19
.
Tuttavia, non solo la nobilt sacerdotale sadducea traeva van-
taggio dal culto del tempio. Il tempio infatti era anche il prin-
cipale datore di lavoro di Gerusalemme. Impiegava perma-
nentemente circa 7000 sacerdoti e attorno ai 10.000 leviti, come
musici, cantori, servitori e guardie. Attraverso l'industria dei sa-
crifici si arricchivano allevatori di bestiame e commercianti, men-
tre la fabbrica del tempio, in continua attivit, dava lavoro a cen-
tinaia di manovali e artigiani, tessitori e sarti che producevano
abiti, e scrivani che protocollavano con cura tutti gli avvenimenti.
I sommi sacerdoti
I sommi sacerdoti di cui parlano i Vangeli non sono solamente
quelli in carica o che avevano rivestito precedentemente tale
funzione ma anche, in generale, la frazione sommosacerdotale
del Sinedrio. Questo solido gruppo di sacerdoti e laici abbienti
viene definito da Giuseppe Flavio come i primi dieci o gli
arconti
20
e per funzione paragonabile a un Consiglio dei mi-
nistri: I sommi sacerdoti di Gerusalemme costituiscono una
commissione aristocratica del Consiglio Supremo, un concisto-
ro che nello stato teocratico ebraico funziona da autorit ese-
cutiva di governo. A questo appart enevano il comandante
del tempio, ai cui ordini rispondeva la polizia del tempio, i te-
sorieri, da tre a quattro, sorta di ministri delle Finanze, e i guar-
diani del tempio, da cinque a sette, esperti in questioni cultuali
e giuridiche. E in questo concistoro, nella piccola, intima cric-
ca
21
dell'amministrazione del tempio, che troviamo i veri bu-
rattinai dell'arresto e della condanna di Ges. Cos, fu la guar-
" Talmud. Babilonese, Pessachim, 57a.
20
Giuseppe Flavio, Ant. Iud., Beli Iud.
21
W. Bsen, op. cit., pp. 168s.
93
dia del tempio ad arrestare Ges nel giardino del Getsemani e
a condurlo nei palazzi dei sommi sacerdoti: innanzitutto da An-
na, il capoclan a riposo, per un primo interrogatorio informale.
Poi, dopo che si fu certi della procedura da seguire, nelle prime
ore del mattino lo si condusse dinanzi a Caifa, il sommo sacer-
dote in carica.
D Sinedrio
I sommi sacerdoti costituivano nel contempo il cuore del Con-
siglio Supremo, la massima autorit ebraica amministrativa e
giudiziaria all'epoca di Ges. Si riuniva nel palazzo del Consi-
glio, l'edificio rettangolare posto tra lo Xystus e il muro occi-
dentale del tempio, nel cuneo della valle di Tyropeion. Il Se-
nato di Gerusalemme, come veniva anche chiamato, era di-
sposto a semicerchio, con il sommo sacerdote seduto alla sua
testa, circondato dalla sua frazione. In questo modo si voleva ot-
tenere che i settanta membri del Consiglio si guardassero in fac-
cia. Gli anziani e i dotti interpreti delle Scritture dei due partiti
dei sadducei filoromani e dei farisei tradizionalisti costituiva-
no le altre frazioni (sulla storia dei due partiti ritorneremo in
maniera pi particolareggiata nel prossimo capitolo).
dubbio che Ges sia stato davvero interrogato davanti al
Sinedrio riunito in seduta ufficiale, come afferma Luca. Proba-
bilmente ci si incontr solo informalmente a casa di Caifa per
istruire un'accusa da presentare a Pilato. Un processo dinanzi
al Sinedrio avrebbe portato sul banco di prova gli insegna-
menti del Nazareno, che proprio tra i ceti inferiori godeva di
molti sostenitori. Nel dibattito pubblico aveva gi fatto perdere
il filo del discorso agli scribi pi eloquenti grazie a risposte
sorprendentemente brevi, semplici ma insolitamente convin-
centi. No, un simile processo alla luce del sole, da cui Ges po-
tesse magari uscire luminoso vincitore, mettendo alla berlina il
Consiglio Supremo, doveva essere evitato a ogni costo. Inoltre
i dibattimenti giudiziari dovevano aver luogo di giorno davan-
94
ti al Sinedrio. Una condanna a morte poteva addirittura essere
annunciata soltanto il giorno successivo. Perci non si giudica
alla vigilia di Shabbath o di un altro giorno festivo, si dice nel
Trattato Sanhedrin della Mishnah (4,1), il libro ebraico della leg-
ge. Gi solo per questo va escluso un processo formale in que-
ste prime ore del giorno del giudizio precedente la festa di Pa-
squa o lo Shabbath.
La stessa audizione a casa di Caifa presentava dei problemi.
Secondo le leggi mosaiche poteva essere comminata solo sul-
la deposizione di due o tre testimoni (Dt 17,6), ma per un qual-
siasi reato comportante la pena di morte, per esempio la be-
stemmia, i testimoni mancavano del tutto. Infatti, molti atte-
stavano il falso contro di lui, ma le loro testimonianze non erano
concordi, riferisce Marco (14,56). Anche il brutale esame mes-
sianico descrittoci da Marco non condusse ad alcun risultato.
In proposito leggiamo (Me 14,65): Alcuni si misero a sputargli
addosso, a coprirgli il volto e a percuoterlo dicendogli: "Indo-
vina!". E i servi lo presero a schiaffi. Sulla storicit di questo
episodio non possono sussistere dubbi perch, con tutta proba-
bilit, ne fu testimone Pietro, che in quel momento si era insi-
nuato nel cortile del palazzo di Caifa. Doveva averlo racconta-
to in presenza di Marco, perch, nel Vangelo da questi redatto,
a questa scena segue immediatamente la penosa vicenda del tra-
dimento di Ges da parte di Pietro, che lo rinnega ancor pri-
ma che il gallo canti la seconda volta. Come afferma un eccel-
lente conoscitore dell' ebraismo antico, Otto Betz, questa vio-
lenza apparentemente immotivata era molto pi che un indizio
della brutalit dei sommi sacerdoti: essa presuppone ... la ri-
vendicazione messianica. Perch quando gli si copriva il volto,
lo si colpiva e gli si chiedeva chi fosse stato a colpirlo, si stava
effettuando un esame messianico, ovviamente molto rozzo. Que-
sto dileggio presuppone le tradizioni ebraiche. In Isaia (11,3)
dell'ideale re della casa di Davide cui fatto dono dello spirito
di Dio si dice che "non giudicher secondo quanto vedono i suoi
occhi e non prender decisioni sulla base di quanto udito dalle
95
sue orecchie"
22
. Cio, nella sua sentenza di giudice il re mes-
sianico sar indipendente dalle proprie percezioni e dalle af-
fermazioni problematiche degli uomini perch nella forza del-
lo Spirito riconosce intuitivamente la verit. Secondo il Talmud,
una simile prova delle capacit di giudizio era stata usata cento
anni pi tardi anche con Bar Kochba, combattente per la libert
sotto l'imperatore Adriano, per saggiare le sue pretese messia-
niche. Si voleva appurare se questi sapesse "annusare e giudi-
care", cio se potesse approdare a verit e giustizia grazie alla
forza dello Spirito di Dio, come Isaia (11,3) promette del re mes-
sianico. Bar Kochba non avrebbe superato questo esame, per-
ci il suo fallimento fu punito con la morte (Talmud Babilone-
se, Sanhedrin 93b)
23
.
Ges rifugg dal dimostrare di essere Figlio di Dio e ignor
l'esame messianico. Forse si identific con il servo di Dio mal-
trattato (Is 50,6) e vide la sua missione nella sofferenza, nella
morte e nel loro superamento.
L'accusa
Probabilmente l'interrogatorio davanti ai sommi sacerdoti e
ai membri del Consiglio ruotava attorno a due elementi d'ac-
cusa: la dichiarazione di Ges di poter distruggere il tempio di
Dio e ricostruirlo in tre giorni (Me 14,58; Mt 26,61; Gv 21,9) e
la sua confessione messianica. Evidentemente si vedeva in lui
un demagogo religioso, i cui miracoli poggiavano sulla magia,
cos come emerge dalla tradizione talmudica (poich ha com-
messo atti magici, ha sedotto il popolo e l'ha trasformato in un
rinnegato). Tuttavia le affermazioni dei testimoni non erano
univoche e mancavano di riscontri. Pareva che si fosse finiti in
un vicolo cieco. Caifa a poco a poco si innervos, il tempo pre-
meva e non si aveva ancora niente in mano contro il Galileo,
22
Cos recita la traduzione ufficiale del passo veterotestamentario: Non giudi-
cher secondo le apparenze e non prender decisioni per sentito dire (ndt).
23
V. Hampel, Menschensohn und historischer Jesus, Neukirchen-Vluyn 1990, p. 176.
96
finch il sommo sacerdote pass all'offensiva. Si lev dal suo
scranno, lentamente e con flemma, come se sulle sue spalle gra-
vassero tutto il peso e la dignit del suo ufficio, per raddrizzar-
si subito dopo come un cedro possente. Attese un istante af-
finch ognuno nella sala comprendesse che si stava preparando
a menare il fendente decisivo contro il Nazareno. Poi alz la vo-
ce e apostrof il prigioniero: Ti supplico nel nome del Dio vi-
vente, dicci: sei tu il Messia, il Figlio di Dio?. Ges rimase cal-
mo, lasci che nella sala si spegnesse la voce imperiosa di Cai-
fa fino a che si impose un silenzio carico di tensione. Allora
rispose con tranquillit, e sottolineando ogni parola in modo che
ognuno potesse udire: Io lo sono! E vedrete il Figlio deU'uomo
seduto alla destra della Potenza venire con le nubi del cielo.
Il riferimento alla visione di Daniele (Dn 7,13) non manc di
produrre un certo effetto e spinse Caifa all'atto drammatico del-
la condanna: Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti,
disse: "Di quale testimonianza abbiamo ancora bisogno? Avete
sentito la bestemmia. Che ve ne pare?". Tutti lo giudicarono reo
di morte (Me 14,61-64).
Ci era conforme al precetto della Mishnah: dopo che qual-
cuno era stato trovato colpevole di bestemmia, si interroga il
testimone pi in vista dicendogli: Riferisci chiaramente ci che
hai udito! E costui lo fa; a queste parole i giudici si alzano e si
strappano le vesti, che non potranno mai pi ricucire
24
. La sen-
tenza era emessa. Il vero motivo della condanna era la critica di
Ges al tempio, alla gerarchia sadducea, ma si era trovato un
pretesto adeguato nella sua rivendicazione messianica.
La congiura contro Ges
Se questa condanna avesse avuto luogo dinanzi al Sinedrio,
la sentenza sarebbe stata convalidata il giorno successivo e Ge-
s condotto fuori della citt per la lapidazione. Questo esigeva
24
Mishnah, Trattato Sanhedrin, 7,5.
97
la legge di Mos e questo avveniva ancora nel I secolo, come
conferma Giuseppe Flavio: Colui che bestemmia Dio, sia lapi-
dato e poi appeso (e vi resti) per un giorno, sia poi sepolto e sen-
za onore
25
. Ma con una simile sentenza la gerarchia del tempio
sarebbe uscita troppo allo scoperto, suscitando disordini non so-
lo tra i sostenitori di Ges ma anche tra i capifila esseni della
sua famiglia. Questo Ges di Nazaret proveniva pur sempre dal-
la stirpe del re Davide: la sua rivendicazione messianica era dun-
que legittima, almeno dal punto di vista dinastico.
Il Sinedrio avrebbe potuto eseguire da s la condanna a mor-
te? La questione controversa, probabilmente da porre in que-
sti termini: no, ma non mancavano le eccezioni. Generalmente
nelle province lo ius gladii era riservato ai romani, cio al go-
vernatore. Giuseppe Flavio riferisce che Coponio, il primo pre-
fetto della Giudea, era dotato di tutti i poteri connessi alla ca-
rica. Secondo la tradizione talmudica, 40 anni prima della di-
struzione del tempio nel 70, agli ebrei era stato sottratto il diritto
di condurre processi che comportassero la pena capitale. La
quantificazione degli anni simbolica: in realt s'intende l'ini-
zio della dominazione romana diretta sulla Giudea nell'anno 6
d.C.
26
. D'altro canto gli ebrei godevano di una completa libert
religiosa, il che implicava la punizione delle violazioni deUa leg-
ge mosaica. Giuseppe Flavio cita la presenza, dinanzi al corti-
le interno del tempio, di insegne recanti ammonimenti. Effetti-
vamente durante gli scavi archeologici ne sono state rinvenute
una integra e un frammento, con l'iscrizione: Agli stranieri (ai
non ebrei) fatto divieto d'ingresso nel luogo sacro. Le tra-
sgressioni saranno punite con la morte. Che queste condanne
a morte venissero eseguite dagli ebrei, lo confermava il con-
dottiero romano Tito, che nella sua arringa dinanzi alla Geru-
salemme assediata chiedeva: E non vi abbiamo noi permesso
di mettere a morte chi l'avesse oltrepassata [la balaustrata che
segnava il limite del luogo sacro], anche se si fosse trattato di un
25
Giusepe Flavio, Ant. Ind., IV, 8,6.
2lS
G.Theissen-A. Merz, op. cit., p. 399.
98
romano?
27
. Tuttavia una sentenza di questo genere poteva es-
sere rivendicata soltanto in un contesto esclusivamente religio-
so. E proprio questo risultava troppo scabroso per i sadducei.
Con il deferimento ai romani si potevano invece conseguire
tre vantaggi:
1. Ci si poteva liberare di Ges ancora prima della festa di Pa-
squa, senza infrangere l' ordinamento processuale del Sine-
drio.
2. Si potevano scaricare le proprie responsabilit e contempo-
raneamente mostrare agli occupanti quanto si teneva al man-
tenimento dell'ordine pubblico.
3. Si poteva smascherare Ges. Giustiziato dai romani come agi-
tatore politico, non era pi un martire religioso, n dopo la
crocifissione era pi sostenibile la sua rivendicazione messia-
nica; non si diceva forse: L'appeso una maledizione di Dio!
(Dt 21,23)? Chiunque esperisse una fine cos oltraggiosa era
un fallito abbandonato da Dio, non poteva essere l'agogna-
to salvatore di Israele.
Come si vede, ci che contava era innanzitutto la legittima-
zione dinanzi al proprio popolo. Ges fece centro quando dis-
se ai sommi sacerdoti, in occasione del suo arresto notturno:
Ogni giorno io stavo con voi nel tempio e non mi avete mai ar-
restato (Le 22,53)
28
. Si sapeva di quanti sostenitori godesse Ge-
s e dell'entusiasmo con il quale era stato festeggiato dal popolo
di Gerusalemme in occasione del suo ingresso in citt. L'azione
doveva aver luogo con il favore delle tenebre, per evitare di
suscitare indignazione tra gli ebrei. L'interrogatorio dinanzi a
Caifa e alla sua piccola, intima cricca di membri del Sinedrio fe-
deli alla linea - e appunto non di fronte all'intero Consiglio Su-
premo - serviva effettivamente soltanto all'istruzione dell'ac-
cusa. Non appena si fece giorno, si defer il caso ai romani. A
questo punto diventa particolarmente chiaro quanto sia inso-
27
Giuseppe Flavio, Bell. Iud.,Wl, 2,4.
28
Cos recita invece la traduzione ufficiale del passo evangelico: Ogni giorno ero
con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me (ndt).
99
stenibile la fatale diceria sugli ebrei assassini di Dio. La con-
segna a Pilato non fu opera del popolo ebraico, ma un intri-
go inscenato ad arte dall'amministrazione sadducea del tempio.
Ges stato ucciso dagli ebrei tanto quanto Giulio Cesare lo
stato dai romani.
Ges era un potenziale sobillatore che metteva in pericolo
l'ordine pubblico e per questo ci si voleva liberare di lui. Cos
ha scritto giustamente Paul Winter: Il sommo sacerdote, in quan-
to vertice dell'amministrazione locale ebraica, doveva rendere
conto al governatore del mantenimento dell'ordine pubblico.
Era suo dovere collaborare a istruire processi contro i sospetti
di reati politici e alle indagini contro i sediziosi, anche quando
questi venissero poi condotti in giudizio dinanzi al rappresen-
tante di Roma
29
. Deferendo ai romani Ges, che seduceva il
popolo e la cui rivendicazione messianica, almeno secondo la
definizione sadducea, aveva una dimensione del tutto politica,
Caifa adempiva questo obbligo.
Di Ges, riformatore religioso e pietra deUo scandalo, si do-
veva fare un agitatore politico, perch i romani si interessasse-
ro di lui, dato che gli occupanti non si immischiavano in con-
troversie religiose. Quindi la sua rivendicazione messianica, pu-
ramente religiosa, doveva essere trasformata in una pretesa di
regalit politica. La chiave della sua condanna stata fornita da
un'interpretazione univocamente politica del titolo messianico.
Questo garantiva che Pilato si interessasse della faccenda, e ren-
deva anche probabile una condanna a morte. Il titolo di reato
affisso sulla croce lo rivelava molto chiaramente: Ges veniva
condannato come sospetto re dei giudei. Pur tuttavia, se dav-
vero fosse stato considerato un sobillatore politico, anche i suoi
seguaci sarebbero stati immediatamente arrestati con lui nel
giardino del Getsemani.
29
P. Winter, On the trial of Jesus, New York 1974, pp. 42s.
100
Il Messia
In effetti re una delle possibili interpretazioni della paro-
la ebraica msiab. Perch Messia significa letteralmente Un-
to e si riferisce al rituale di unzione attestato per re, sommi sa-
cerdoti e profeti. Diversi testi veterotestamentari parlano della
speranza del popolo in un re salvifico che, come una volta Da-
vide, difenda il Paese dai nemici e porti la pace (cos Is 8,23-9,6;
11,1-9; Mie 5,1-5; Zc 9,9-10). Sempre il Messia imprime una svol-
ta escatologica, cio instaura un nuovo, definitivo stato del mon-
do. Cos facendo esercita anche la funzione di liberatore: fon-
da in Israele il regno di Dio.
Da questa tradizione scaturivano le attese messianiche de-
gli esseni, cio dei membri di quella setta escatologica che, du-
rante il regno ellenistico degli Asmonei, si ritirarono nel de-
serto attorno al Mar Morto per prepararsi all'incipiente regno
di Dio e per porre le basi di un nuovo Israele, purificato dal pun-
to di vista cultuale. Nei loro scritti, rinvenuti nelle caverne di
Qumran, ritroviamo anche testimonianze della loro concezio-
ne messianica, nettamente distinta da quella dell'ebraismo tra-
dizionale: era molto meno politica e molto pi trascendente. Co-
s, nelle Disposizioni comunitarie e nello Scritto di Damasco,
due dei testi di Qumran pi importanti, si fa riferimento a due
figure messianiche che sarebbero comparse insieme alla fine dei
giorni: un sacerdote messianico della casa di Aronne e un re
messianico della casa di Davide. Questa profezia era nota alla
comunit delle origini, e Luca la proietta su Ges e su Gio-
vanni Battista, di cui sottolinea la provenienza dalla stirpe di
Aronne. Secondo i testi di Qumran, con la comparsa delle fi-
gure messianiche viene siglato un nuovo patto con Dio, in se-
guito al quale la Torah perde di validit ed sostituita da una
nuova, definitiva Legge. Il compito del sacerdote messianico
della stirpe di Aronne, fungendo quasi da precursore, sarebbe
stato quello - proseguono i testi - di esortare alla penitenza e
di perdonare i peccati, mentre il re messianico avrebbe an-
nientato i figli di Seth e dominato su tutti i popoli. Per fi-
101
gli di Seth si intendevano per i demoni, non i nemici terreni
0 addirittura gli occupanti stranieri, e anche l' annunciato do-
minio sul mondo va piuttosto interpretato in senso escatologi-
co-trascendente. Secondo un altro scritto di Qumran (4Q521),
soltanto il re messianico ha competenza cosmico-escatologica:
Cielo e terra ascolteranno il Messia, e tutto ci che in loro
non volter pi le spalle ai comandamenti dei santi... Esalter
1 fedeli sul trono di un regno eterno, liberando i prigionieri, re-
stituendo la vista ai ciechi, raddrizzando coloro che sono curvi
... poi saner gU i nf ermi , risusciter i morti , annuncer agli umi -
li la lieta novella (cfr. Is 61,1-3). Anche Ges cita il libro di Isaia
a proposito della questione di chi lui sia (Mt 11,4-5; Le 7,22).
4Q246 prosegue a proposito del Messia: Figlio di Dio viene
chiamato, e lo chiameranno "Figlio del Supremo". Come stelle
cadenti... saranno i loro regni... un popolo calpester l'altro, e
una citt l'altra, finch il popolo di Dio si lever e tutto riposer
della spada. Il suo regno un regno eterno, e tutte le sue vie ve-
rit. Giudicher la terra in verit e tutti si riappacificheranno ...
il Dio grande sar la sua forza. Questo testo costituisce un
argomento contro coloro che ritengono la filiazione divina di
Ges come un'invenzione dell'apostolo Paolo, che avrebbe
tentato di spiegare al suo uditorio greco la concezione messia-
nica ebraica collegandosi Figli degli di dei culti misterici elle-
nistici. Come mostrano i testi di Qumran, il Messia era il Fi-
glio del Supremo anche per i tradizionalisti esseni. Forse per-
sino la fine violenta era stata preconizzata negli scritti di Qumran.
Cos pu essere letto il frammento 4Q285, la cui traduzione
per controversa: E uccisero il principe della comunit, il di-
scendente di Davide.
Come vedremo meglio, Ges ag in ambiente essenico; in que-
sto contesto defin la propria rivendicazione messianica. Iden-
tific Giovanni Battista con il Messia sacerdote e si fece bat-
tezzare da lui, cio ungere simbolicamente re. Un segno del cie-
lo conferm il suo insediamento nella carica. Chiam dodici
discepoli in rappresentanza delle dodici trib di Israele e invi
settanta apostoli ai settanta popoli della terra (tanti erano i
102
popoli della terra secondo la tradizione ebraica) per annuncia-
re anche a loro il suo Vangelo dell'incipiente regno di Dio. Pri-
ma di fare ingresso a Gerusalemme sul dorso di un'asina (Mt
21,2; cfr. Zc 9,9) - dove si riconobbe il segno e gli si rese omag-
gio come Figlio di Davide e re dei Giudei - il suo cammi-
no lo condusse a Gerico, similmente a Giosu che l'aveva con-
quistata. Tutto ci costituiva una messinscena gravida di incal-
colabili implicazioni politiche, soprattutto in un momento cos
delicato dal punto di vista simbolico come la festa di Pasqua, in
cui gli ebrei commemoravano la liberazione dalla schiavit in
Egitto ad opera di Mos e la lunga marcia verso la terra pro-
messa. Peggio ancora, era un' aperta provocazione contro i de-
tentori del potere, che doveva inevitabilmente suscitare scalpo-
re e condurre all' estremo confronto. Il primo sforzo dei Van-
geli fu quello di dimostrare quanto le Scritture si adempissero
in Ges; ci evidente soprattutto nel Vangelo di Giovanni, l'u-
nico evangelista ad appartenere forse personalmente alla cer-
chia pi intima dei discepoli. Gli avversari di Ges sapevano
quanto legittima fosse la sua rivendicazione: proveniva dalla stir-
pe regale dei discendenti di Davide, compiva segni e miracoli
attraverso i quali si faceva riconoscere come il Messia. Il con-
fronto con i poteri dominanti, che si sentivano minacciati da un
discendente di Davide, era inevitabile.
Mentre gli esserli sognavano una restaurazione del vero Israe-
le sotto un Figlio di Davide, una prospettiva come questa
rappresentava un incubo per i sadducei. Quali eredi spirituali
degli Asmonei, volevano una Giudea aperta al mondo, orien-
tata ellenisticamente, in cui dominassero la calma, l'ordine e il
benessere, in cui fiorissero gli affari del tempio e nessuno met-
tesse in discussione la loro autorit. A tal fine era necessario
trovare un accordo con gli occupanti romani, la qual cosa ap-
pariva loro opportuna fintanto che questi garantivano i loro pri-
vilegi. Per loro Ges era soltanto una minaccia per lo statu quo
in cui vivevano tanto bene, e di conseguenza dovevano libe-
rarsi di lui.
103
Il processo a Ges
Mentre gli agitatori politici erano spesso condannati a mor-
te in base alla legge marziale senza un dibattimento formale, nel
caso di Ges, Pilato procedette in maniera diversa. In quanto
governatore di Roma aveva sicuramente, secondo la formula-
zione di Giuseppe Flavio, diritto di vita o di morte
30
, cio una
illimitata giurisdizione penale su tutti gli abitanti non romani
della provincia; tuttavia non fece uso del suo diritto di coerci-
zione. Vale a dire: avrebbe potuto sicuramente far crocifigge-
re Ges in base alla legge marziale, ma non lo fece. La con-
giuntura della festa di Pasqua era troppo scabrosa, troppo astu-
to il prefetto opportunista.
Nei Vangeli troviamo invece tratteggiata una struttura pro-
cessuale tipica dei procedimenti giudiziari romani presieduti dai
governatori. Essa constava di quattro elementi:
esposizione dell'accusa, interrogatorio dell'imputato, sen-
tenza e sua esecuzione.
Il dibattimento doveva essere pubblico ed entrambe le parti,
accusatori e imputato, dovevano comparire davanti al giudice.
Proprio in questo modo si svolse anche il processo a Ges. I
sommi sacerdoti esposero l'atto d'accusa. Pilato soppes at-
tentamente la situazione. Analizz l'accusa, si misur con l'ac-
cusato, lo interrog a proposito dei capi d'accusa, saggi il cli-
ma predominante tra la gente. Luca ci trasmette la pi completa
versione del capo d'accusa, citandolo come segue: Quest'uo-
mo l'abbiamo trovato mentre sobillava la nostra gente, proibi-
va di pagare i tributi a Cesare ed affermava di essere il Cristo
re (Le 23,2).
Evidentemente Pilato aveva subodorato l'intrigo. In questa
faccenda non lo turbava tanto la sorte dell'accusato, quanto piut-
tosto l'essere ridotto a longa manus del Sinedrio. Era infatti in-
flessibile, ostinato e intransigente di natura, afferma Filone d'A-
lessandria, non voleva fare alcunch fosse di gradimento ai suoi
30
Giuseppe Flavio, Beli Iud., II, 8,1.
104
sudditi ebrei
31
. Per pura ostinazione, avrebbe voluto lasciar li-
bero questo singolare re dei giudei. Cos facendo reagiva esat-
tamente nello stesso modo in cui si sarebbe comportato, 32 an-
ni dopo, uno dei suoi successori, il governatore Albino, alle pre-
se col caso di Ges Ben Ananus che, con le sue maledizioni,
aveva profetizzato la fine del tempio. Albino aveva ascoltato
l'accusa contro l'eccentrico personaggio, l'aveva interrogato, fat-
to flagellare e liberato.
Ma era Pasqua, e la situazione era esplosiva: c'era in questio-
ne un uomo che affermava di essere il re dei giudei. Dal me-
ro punto di vista del formalismo giuridico, era un reato che com-
portava la pena di morte: si trattava infatti di alto tradimento
e di lesa maest. Nessuno poteva autonominarsi re, a meno che
l'imperatore non l'avesse designato e che il Senato romano non
l'avesse confermato nel suo ufficio. Una pretesa di regalit era
insieme una messa in discussione dell'imperatore e di Roma.
E proprio l, all'imperatore e a Roma, minacciavano di rivol-
gersi gli ebrei per sporgere reclamo. L'avevano gi fatto una vol-
ta, quando Pilato aveva fatto collocare le insegne nel palazzo di
Erode, e con indubbio successo. Tiberio in persona ordin a
Pilato di riportarle a Cesarea. Gi allora aveva rischiato di per-
dere la lucrativa carica di governatore, se non avesse avuto a
Roma un protettore, il potente Seiano. Ma un secondo reclamo
- lo sapeva bene - avrebbe significato la fine della sua carrie-
ra: quando effettivamente, sei anni pi tardi, ne fu inoltrato uno
a Tiberio, fu infatti subito richiamato da Cesarea. Gli ebrei lo
avevano colpito nel suo punto debole. L'imperatore non avreb-
be di certo avuto alcuna comprensione per un governatore che
proteggeva un re autonominatosi tale e che, in questo modo,
metteva anche in pericolo l'ordine pubblico.
La rappresentazione del processo fornitaci dai Vangeli ap-
pare storicamente esatta. Si attaglia a ci che sappiamo di Pi-
lato, alla sua caparbiet da un lato e alla sua cieca, incondizio-
nata fedelt all'imperatore dall'altro. Pilato non voleva, non po-
31
Filone, op. cit, 38.
105
teva, con un' altra decisione sbagliata, deludere Tiberio, al qua-
le in un eccesso di zelo aveva persino eretto un luogo sacro. Pi-
lato condann Ges quando venne a sapere che proveniva dal-
la stirpe di Davide, che era un membro della legittima famiglia
reale e un potenziale pretendente al trono d'Israele. Non gli ri-
maneva altra scelta: con il suo ingresso a Gerusalemme cinque
giorni prima, il Nazareno aveva fatto valere i suoi diritti. Il dram-
matico finale era gi scritto.
Lo scranno del giudice
Condizione giuridica formale della validit di una sentenza
era la sua proclamazione secondo le procedure. Che una tale
proclamazione avesse avuto luogo sottolineato dai Vangeli
quando citano espressamente lo scranno del giudice, la scila cu-
rulis (in greco bima): Sentite queste parole, Pilato condusse
fuori Ges e sedette su una tribuna, nel luogo chiamato Pavi-
mento di pietra, in ebraico gabbat (Gv 19,13). Solo da questo
luogo il governatore poteva amministrare la giustizia. Sedere
nel tribunale era addirittura un terminus tecnicus che equiva-
leva a emettere una sentenza. Ritroviamo questo istituto ne-
gli Atti degli apostoli, quando la comunit ebraica di Corinto
trascin l'apostolo Paolo dinanzi a Gallione, proconsole del-
l'Acaia (quindi governatore deUa Grecia) e frateUo del filosofo
Seneca. In quell'occasione lo condussero davanti al tribunale
dicendo: "Costui induce la gente a onorare Dio in modo con-
trario alla legge". In questo consisteva dunque l'accusa. Ancor
prima che Paolo potesse difendersi, l'istanza fu respinta: sulle
controversie religiose tra gli ebrei anche Gallione non aveva al-
cuna competenza: Se si trattasse di un delitto o di un' azione
malvagia, o giudei, vi ascolterei pazientemente, come giusto.
Ma se si tratta di questioni di dottrina e di nomi e della vostra
legge, vedetevela voi: io non voglio essere giudice di queste co-
se, disse il proconsole, e li fmand via dal tribunale (At 18,12-
16). Anche Giuseppe Flavio riferisce di questa prassi di ammi-
106
nistrazione della giustizia sotto uno dei successori di Pilato, il
procuratore Gessio Floro (64-66). La sua bma stava evidente-
mente davanti al nuovo palazzo di Erode, da lui trasformato
in pretorio, mentre a quell'epoca il re Erode Agrippa II risie-
deva nel vecchio palazzo degli Asmonei. Di lui si dice: Floro
prese alloggio nella reggia e il giorno dopo, avendo innalzato l
davanti il suo tribunale vi prese posto, mentre affluivano dinanzi
a lui i sommi sacerdoti e i notabili e la parte pi eletta della
cittadinanza
32
.
D pretorio
Da questo passo molti autori
33
hanno dedotto che anche il pre-
torio di Pilato si trovasse nel palazzo superiore di Erode e che
proprio qui Ges fu condannat o. Quest o si curament e possi-
bile. Quello che certo che Pilato alloggiava nel palazzo con
la consorte e che qui, in occasione del suo insediamento, fece
collocare le insegne con l'effigie dell'imperatore. Filone d'Ales-
sandria si riferisce molto chiaramente al palazzo di Erode an-
che come alla dimora del governatore
34
. La tradizione bizan-
tina tuttavia localizza il pretorio nell'area del vecchio palazzo
degli Asmonei. certo che, all' epoca di Erode, anche dopo
l'erezione dello sfarzoso palazzo superiore, il re espletava le
sue mansioni d'ufficio nel vecchio palazzo. Alcuni esperti
35
ne
dedussero che, nella prima fase dell'occupazione romana - quin-
di nel periodo precedente ai tre anni di regno di Erode Agrip-
pa I, dal 41 al 44 d.C. - i governatori facessero lo stesso: risie-
32
Giuseppe Flavio, Bell. Iud., II, 14,8.
33
Tra gli altri Pierre Benoit, uno dei pi conosciuti archeologi cattolici del mondo bi-
blico, della Scuola Biblica di Gerusalemme, in Prttorium, Lithostroton und Gabbathe,
in Id., Exegese und Theologie, Gesammelte Aufstze, Dusseldorf 1965, pp. 149-166 (ediz.
it. Esegesi e teologia, Edizioni Paoline, Roma 1964-1971).
34
Filone, op. ci'r.,38.
35
Tra gli altri padre Bargil Pixner, anch'egli un importante archeologo del mondo bi-
blico e uno dei migliori conoscitori di Gerusalemme ai tempi di Ges, in Wege des Mes-
sias und Smtten der Urkirche, GieBen 1994, pp. 242-266.
107
devano nel palazzo di Erode, ma utilizzavano il palazzo degli
Asmonei come pretorio.
L'unico punto di riferimento di cui disponiamo per la sua
localizzazione costituito dall'accenno di Giovanni, secondo il
quale il tribunale si trovava nel luogo chiamato Pavimento di
pietra, in ebraico gabbata (Gv 19,13). Con i termini litostra-
to e gabbat, traducibili appunto con pavimento di pie-
tra o selciato alto, si potrebbe intendere tanto la piazza su-
periore pavimentata e posta di fronte al palazzo di Erode, co-
me pure una piattaforma elevata collocata sulla scalinata che
conduceva al palazzo degli Asmonei. La questione rimane quin-
di aperta. Va invece esclusa l'identificazione tradizionale, ma at-
testata solo dall'epoca delle crociate, del pretorio con la citta-
della Antonia, da cui si diparte l'attuale via Dolorosa di Ge-
rusalemme. La cittadella Antonia era l'acquartieramento della
coorte romana di stanza a Gerusalemme, ma non attestato da
alcuna fonte che il governatore vi risiedesse o che vi espletasse
le sue funzioni d'ufficio. Anche il selciato in pietra al pianter-
reno del monastero delle Sorelle di Sion, che si affaccia sulla via
Dolorosa ed additato a pellegrini e turisti come gabbat,
non pu essere quel selciato alto di cui parla Giovanni: risale
solo all'epoca dell'imperatore Adriano, che fece erigere sulla
coUina Antonia il foro orientale dell'Aelia capitolina, con un ar-
co di trionfo che oggi viene chiamato (altrettanto erroneamen-
te) arco dell'Ecce Homo. Non dunque accertato dove ebbe
luogo effettivamente la condanna di Ges, sebbene accordiamo
preferenza alla tradizione bizantina.
Da questa veniamo a sapere per la prima volta, attraverso le
prediche del vescovo Cirillo di Gerusalemme risalenti agli anni
348-350, quanto segue: Gli zelatori della Chiesa (la comunit
di Gerusalemme) conoscono il litostroto, chiamato gabbat, che
si trova nella casa di Pilato
36
. Il Pellegrino di Bordeaux, che vi-
sit Gerusalemme nell'anno 333 e che percorse la citt da sud
a nord, lungo il cardo maximus, racconta: Se si va dalla [porta]
36
Cat. 13, cit. da B. Pixner, op. cit, p. 254.
108
di Sion alla porta di Neapolis [la porta di Damasco], a destra in
basso nella valle [di Tyropeion] si vedono delle mura dove pri-
ma stava la dimora o il pretorio di Pilato. L il Signore stato
interrogato prima di essere condannato a soffrire
37
. Evidente-
mente sulle rovine del pretorio, all'inizio del V secolo, fu costruita
una chiesa, dapprima chiamata chiesa di Pilato, e successi-
vamente consacrata alla Santa Sapienza (Hagia Sophia). Co-
s riporta l'arcidiacono Teodosio attorno al 530: La casa di Cai-
fa dista dal pretorio circa cento passi doppi. L si trova la "chie-
sa della Santa Sapienza"
38
. L'anonimo Pellegrino di Piacenza,
che visit Gerusalemme attorno al 570, lo conferma scrivendo:
Abbiamo pregato anche nel pretorio dove il Signore stato in-
terrogato. L si trova ora la basilica della Santa Sapienza di fron-
te alle rovine del tempio di Salomone (il Muro del Pianto). In
questa basilica ... si trova la pietra quadrangolare che stava al
centro del pretorio e sulla quale veniva sollevato l'imputato per-
ch venisse udito e visto da tutto il popolo. Su di essa anche il
Signore stato sollevato, quando stato interrogato da Pilato,
e l sono rimaste le impronte dei suoi piedi
39
. La localizzazio-
ne di fronte alle rovine del tempio di Salomone rende univo-
ca l'identificazione con il palazzo degli Asmonei. Questo infat-
ti si trovava su un'altura sull'altro lato della valle di Tyropeion,
proprio di fronte al tempio. In questo modo re Erode Agrippa
II, quando vi fece aggiungere una nuova torre, era in condizio-
ne di osservare con precisione quanti entravano nel tempio, e
in particolare per le cerimonie sacrificali come riferisce Giu-
seppe Flavio. Questo per infrangeva la Legge, e cos i sacerdoti
fecero erigere un muro assai alto sul recinto che era all'inter-
no del tempio, verso occidente, suscitando le ire del re. Il con-
flitto fin davanti all'imperatore Nerone, che si pronunci a fa-
vore dei sacerdoti
40
. Attraverso questo aneddoto possibile in-
dividuare con precisione la posizione del palazzo degli Asmonei.
37
Cit. da G. Kroll, Aufden Spuren Jesu, Leipzig 1988, p. 335.
38
Cit. da G. Kroll, op. cit., p. 336.
39
Cit. da G. Kroll, op. cit., pp. 336s.
40
Giuseppe Flavio, Ant. Iud.,XX, 8,11.
109
Si trovava l dove in epoca bizantina si localizzava, a torto o a
ragione, il pretorio di Pilato.
Barabba
C'era tensione nell'aria, in occasione di quella festa di Pasqua
dell'anno 30, tanto pi che evidentemente si erano gi verifi-
cati dei disordini. A questo allude l'esecuzione di due ladroni
insieme a Ges, e anche Barabba, secondo Marco, era impri-
gionato insieme ai sediziosi che, durante una sommossa aveva-
no commesso un omicidio (Me 15,7). A questo proposito il ter-
mine ladroni, cui ricorre Matteo (Mt 27,44), non deve trarre
in inganno. Anche Giuseppe Flavio lo usa per indicare agitato-
ri, partigiani, militanti della resistenza politica. Questi ladroni
(in greco testai) o fanatici (in greco zeltes) avevano persino
dei loro re. Cos scrive Giuseppe Flavio: La Giudea era pie-
na di brigantaggio. Ognuno poteva farsi re, come capo di una
banda di ribelli tra i quali capitava e in seguito avrebbe eserci-
tato pressione per distruggere la comunit causando torbidi a
un piccolo numero di romani e, pi raramente, provocando una
grande carneficina al suo popolo
41
.
In effetti ramnistia di Pasqua, che fin per condurre alla
liberazione di Barabba, trovava cos paralleli nel mondo antico,
per quanto non fosse tuttavia una tradizione generalizzata, co-
me affermano invece gli evangelisti. Un papiro egiziano del-
l'anno 85 riferisce di come un prigioniero di nome Fibione fos-
se rilasciato dal governatore romano Settimio Vegeto su richie-
sta del popolo con le parole: Ti saresti meritato la flagellazione
... ma voglio fare dono di te al popolo
42
. Anche in Giudea si ve-
rific la liberazione di prigionieri ad opera del governatore Al-
bino, come apprendiamo da Giuseppe Flavio. Questi per, lun-
gi dal costituire la regola, erano casi individuali.
M
Ibid..XV IT. 10,8.
Ci t. da G. Kroll op.cit.,?. 352.
110
Ibis in crucem
La sentenza per un sobillatore politico era prevedibile: la cro-
cifissione, la pi ignominiosa e dolorosa forma di esecuzione dei
romani. I delitti passibili di crocifissione, secondo il diritto ro-
mano, erano: furto, omicidio, incendio, diserzione, alto tradi-
mento, istigazione alla rivolta e infine lesa maest (crimen lae-
sac maiestatis}
42
. In questi casi veniva inflitta sol o agli humilio-
res, cio agli appartenenti alle classi basse: schiavi, liberti e
abitanti delle province privi di cittadinanza romana. Secondo
un manuale di diritto databile intorno al 300, coloro che com-
mettono un defitto capitale vengano decapitati o inviati in esi-
lio, quando appartenenti alle classi alte [honestiores]', quelli pro-
venienti dai ceti bassi [humiliores] vengano crocifissi, bruciati
vivi o gettati [in pasto] agli animali feroci
44
. La crocifissione era
una punizione terribile. Cicerone, il pi famoso oratore roma-
no, la definiva il pi crudele e atroce dei supplizi e cos si espri-
meva: Gi la parola "croce" deve rimanere lontana non solo
dal corpo ma anche dal pensiero, dall'occhio e daU'orecchio dei
cittadini romani
45
. Tacito chiamava la crocifissione una pena
capitale per schiavi
46
; per Giuseppe Flavio era la pi mise-
randa di tutte le morti
47
. In origine la crocifissione era un sa-
crificio umano pagano
48
. Se prestiamo fede a Erodoto, fu prati-
c a t a p e r l a p r i m a v o l t a c o m e p u n i z i o n e d a p e r s i a n i e me d i , e
adottata poi dai romani durante le guerre puniche contro i car-
taginesi, nel III secolo a.C.
49
. La prima crocifissione di massa
si verific quando Marco Licinio Crasso nell'anno 71 a.C. stronc
la rivolta di Spartaco: 6000 schiavi fuggiti, sostenitori del ribel-
le, furono crocifissi lungo la strada che da Capua conduce a Ro-
43
R.A. Baumann, Crime et Punishment in Ancient Rome, London 1996.
Cit. da R.A. Baumann, op. cit., p. 125.
45
Cicerone, In Verrem, II, 5,64,165; Id., Pro Rabirio, 5,16; cit. da W. Bsen, op. ciL,
p. 228.
46
Tacito, Hist., 4,11.
47
Giuseppe Flavio, Beli Iud., VII, 6,4.
48
G. Baudlcr, Dos Kreuz, Dusseldorf 1997, pp. 141-184.
49
W. Bsen, op. cit, pp. 228s.
I l i
ma. Nell'antico Israele i condannati a morte venivano s infil-
zati o appesi a un palo, ma la crocifissione fu introdotta solo da-
gli Asmonei. Cos re Alessandro Ianneo (103-76 a.C.), verso il
90 a.C., fece crocifiggere a Gerusalemme 800 dei suoi opposi-
tori farisei. La barbara punizione sconvolse a tal punto gli ebrei
che re Erode il Grande vi rinunci del tutto, sebbene in occa-
sione della sua presa del potere avesse fatto uccidere l'intero Si-
nedrio asmoneo.
Le crocifissioni, a Roma come nelle province, non erano ca-
si rari, cosicch disponiamo di una lunga serie di descrizioni coe-
ve ad opera di antichi autori, che rendono possibile l'esatta ri-
costruzione del loro procedimento. Mentre nei periodi tranquilli
si tendeva ad astenersene, nel caso di rivolte e disordini veni-
vano impiegate, persino eccessivamente, come strumento di ter-
rore. Quando, dopo la morte di Erode il Grande, scoppiarono
sommosse in Giudea, Varo, all'epoca governatore della Siria, in-
tervenne energicamente e fece crocifiggere 2000 ebrei attorno
alle mura di Gerusalemme
50
. Era lo stesso Varo che sarebbe pe-
rito, tredici anni pi tardi, nella battaglia della Selva di Teoto-
burgo. Giuseppe Flavio cita una serie di crocifissioni ad opera
dei diversi governatori. Furono cos fatti crocifiggere, dal go-
vernatore Tiberio Alessandro (45-49), Giacomo e Simone, figli
di quel Giuda il Galileo che, durante la tassazione di Quirino,
diede inizio a una rivolta
51
. Sotto Felice, procuratore tra il 52 e
il 60, furono poi un'infinit i briganti che lui stesso fece croci-
figgere, o i paesani che pun come loro complici
52
. Per ladro-
ni si intendevano i ribelli. Quando il governatore Floro, nel-
l'anno 66, tenne udienza nel mercato alto di fronte al palazzo di
Erode, si giunse allo scontro. Poich il popolo non gli consegnava
alcuni ribelli, fece saccheggiare il mercato e le case circostanti e
assassinare chiunque si frapponesse sul cammino dei soldati.
Furono presi anche molti dei moderati e condotti dinanzi a Clo-
30
Giuseppe Flavio, Ant. Iud., XVII, 10,10.
51
Ibid., XX, 5,2.
52
Giuseppe Flavio, Bell. Ind., II, 13,2.
112
ro, che dopo averli fatti flagellare li mise in croce, prosegue
Giuseppe Flavio. Il cronista sottolinea con particolare indigna-
zione che, in quell'occasione, Floro non ebbe riguardo nem-
meno dei patrizi di Gerusalemme che avevano acquistato la cit-
tadinanza romana. Ordin invece che anche loro fossero fu-
stigati davanti al suo tribunale e poi crocifissi
53
. La crudelt,
la stupidit politica e l'avidit di Floro, che doveva la sua cari-
ca di governatore all'amicizia della sua sposa con Poppea, con-
sorte dell'imperatore, furono successivamente anche il vero in-
nesco della guerra giudaica contro Roma. Nel 70, durante l'as-
sedio di Gerusalemme ad opera di Tito, si verificarono vere e
proprie crocifissioni di massa di pi di 500 prigionieri al giorno:
Spinti dall'odio e dal furore, i soldati si divertivano a crocifig-
gere i prigionieri in varie posizioni, e tale era il loro numero che
mancavano lo spazio per le croci e le croci per le vittime, co-
sicch si prese a crocifiggerli alle mura della citt
54
. Colpisce il
fatto che tutte le crocifissioni avvenute in Giudea di cui si ha no-
tizia fossero di natura politica, esecuzioni quindi di ribelli e di
loro simpatizzanti. Auctores seditionis... in crucem tollitur. I ri-
voltosi - e tale era chiunque ponesse in discussione l'autorit di
Roma - vengono crocifissi, questo era ben chiaro anche allo
scrittore romano Tito Livio
55
. Per Ges non and diversamen-
te. Il Messia proveniente dalla stirpe di Davide era in qualche
misura qualcosa di simile a un re dei giudei. Questo titolo non
gli era stato conferito da Roma; ecco quindi il crimen laesae maie-
statis, il delitto di lesa maest, uno dei crimini pi gravi secondo
il diritto romano. Stando alla lex iulia de maiestate, un abitante
delle province doveva essere punito con la morte in croce.
Il titolo d'accusa citava il motivo della condanna: ognuno do-
veva vedere che fine facessero coloro che rivendicavano il tro-
no regale di Giudea senza l'approvazione di Roma, coloro che
mettevano in discussione l'unica potenza, queUa di Roma. In un
53
Ibid., U, 14,9.
55
Cit. da M.G. Siliato, Und das Grabtuch Lst dock echt, Augsburg 1998, p. 277.
113
certo senso era una misura preventiva: con la crocifissione di
Ges si doveva stabilire un esempio, il crocifisso doveva servi-
re da deterrente per potenziali agitatori e futuri ribelli.
L'utilizzo di tavolette che riportavano il nome del condan-
nato - poich il nome JESUS era frequente si aggiunse con NA-
ZARENUS l'indicazione della provenienza - e il motivo della
condanna - REX IUDAEORUM - , storicamente attestato.
Precedevano il condannato nel suo cammino verso il luogo del-
l'esecuzione ed erano poi fissate alla croce in modo tale da es-
sere visibili per tutti. Anche Svetonio sapeva che il delinquen-
te era preceduto da una tavola che recava scritto il motivo del-
la punizione. Svetonio ci trasmette persino il testo di un titulus
damnationis quando spiega come, a un supposto malfattore de-
stinato a essere divorato nel circo dai cani, venisse appesa al col-
lo una tavola recante la scritta scudiero dei traci reo di lesa
maest
56
. Tuttavia questa non era norma giuridica e, almeno
per quanto riguardava l'esecuzione nelle province, costituiva
chiaramente un'eccezione.
Se la sentenza si pronunciava per la crocifissione, questa era
la formula di rito pronunciata dal giudice:
Condemno. Ibis in crucem.
Lictor, conlinga manus.
Verberetur
T
.
36
Svetonio, Vita dei Cesari, Caligula 32 e Domiziano 10,1. Naturalmente, nel caso
di esecuzioni di massa, non si usava ricorrere a un titulus per ognuno dei condannati.
Pilato, al contrario, sicuramente non vi rinunci in occasione di un processo tanto spet-
tacolare, anche solo per umiliare gli accusatori davanti ai quali dovette infine capitola-
re. Una caparbiet di questo genere si attaglia perfettamente ai modelli comporta-
mentali che la tradizione gli attribuisce. Non sappiamo se anche ai due ladroni, con-
dannati e giustiziati in seguito a un rito accelerato, fosse assegnato un titulus con l'iscrizione
lestes. Se cos fosse, esso non fu di sicuro redatta in tre lingue a scopo dimostrativo, af-
finch ognuno potesse leggere chi era stato crocifisso dai romani. Alla fin fine, la mor-
te di un re dei giudei non legittimato da Roma doveva fungere da deterrente nei ri-
guardi di ogni potenziale agitatore.
" Ti condanno: salirai sulla croce. Littore, legagli le mani. Che sia flagellato!. W.
Fricke, Der Fall Jesus, Hamburg 1995, p. 238.
114
La flagellazione
La flagellazione era dunque una componente inalienabile del-
la pena della crocifissione. Tuttavia Ges era gi stato flagella-
to, cosicch Pilato rinunci a questa parte della pena e si li-
mit ad annunciare l'ibis in crucem. Anche la flagellazione era
una pena riservata agli humiliores, perch considerata disono-
revole. Cos Paolo, quando fu flagellato e fece appello ai suoi di-
ritti di cittadino romano, protest chiedendo al comandante del-
la cittadella Antonia: Vi lecito flagellare un cittadino roma-
no, e per di pi non ancora giudicato? (At 22,25). Nell'ipotesi
pi favorevole, gli honestiores venivano colpiti sul dorso con i
fasces, i fasci di verghe dei littori. Mentre era usuale che gli schia-
vi insubordinati venissero frustati, la flagellazione era una pu-
nizione di carattere pubblico, diversamente graduata in base al
numero dei colpi da infliggere e allo strumento utilizzato, il
flagellum o il flagrum. Poteva fungere da strumento di tortura
durante gli interrogatori, essere impiegata come pena nel caso
di reati di scarsa rilevanza, oppure costituire il preludio alla
pena di morte. Aveva luogo neU'aula di tribunale o in altro luo-
go pubblico: secondo Filone, alcuni ebrei furono crocifissi ad
Alessandria dopo essere stati flagellati a teatro
58
. Negli Atti
degli apostoli apocrifi dello Pseudo-Abdia si dice della crocifis-
sione di Andrea: Il governatore ordin che fosse flagellato con
sette volte tre colpi e che fosse inchiodato alla croce
59
. Arte-
midoro descrisse laconicamente una flagellazione: Legato a
una colonna, fu colpito molte volte
60
. Di regola il condannato
veniva trascinato fuori nudo e legato a una colonna, in modo ta-
le da incurvare la schiena. Nel corso della pena si accasciava
spesso al suolo, mentre si continuava a colpirlo. Nel caso di una
condanna a morte, si colpiva il delinquente anche lungo tutto
il percorso che conduceva al luogo dell'esecuzione.
Uhorribile flagellum, come lo chiamava Orazio, constava di
58
Filone, op. cit., 38.
59
Pseudo-Abdia, Atti degli apostoli, III, Andrea.
" Artemidoro, L'arte dei sogni, 1,78.
115
un'impugnatura di legno cui erano fissate tre cinghie di cuoio
che culminavano in nodi, ossicini, biglie metalliche - spesso di
piombo e della forma di manubri - e persino in uncini. In que-
sto modo la flagellazione poteva trasformarsi in una punizione
estremamente sanguinaria. Anche Ges Ben Ananus fu fla-
gellato fino a mettere allo scoperto le ossa, come riferisce Giu-
seppe Flavio, ma fu successivamente rilasciato
61
. Altri uomini fu-
rono fatti fustigare fino a mettere a nudo le viscere
62
. Gli Ac-
ta martyrum citano l'ordine di un giudice particolarmente sadico:
Che il suo dorso sia dilacerato dai colpi, senza posa, che sia col-
pito all'occipite dal piombo, cos che esso si tumefaccia fino a
scoppiare
63
. Anche gli ebrei conoscevano questa punizione, ma
avevano posto un limite al numero dei colpi che potevano es-
sere inflitti, che non dovevano superare i quaranta meno uno
(cfr. Dt 25,3)
64
. Di queste finezze i romani non si preoccupava-
no, come lamentava Ulpiano, giurista romano della tarda anti-
chit: A causa della disumanit di chi doveva eseguire la pena,
molti morivano sotto questo genere di flagellazione
65
.
Incoronato di spine
La terribile flagellazione serviva per lo pi soltanto allo sco-
po di debilitare il condannato, prima di condurlo all'esecuzione,
come conferma Giuseppe Flavio: Cos venivano flagellati e, do-
po aver subito ogni sorta di supplizi prima di morire, erano cro-
cifissi di fronte alle mura
66
.
Tuttavia, prima che Ges fosse condannato a morte, fu sot-
toposto anche all'irrisione da parte dei soldati. Nemmeno que-
61
Giuseppe Flavio, Bell. Iud., VI, 5,3.
62
IbUL, II, 21,5.
63
Cit. da M.G. Siliato, op. cit., p. 273.
M
Cos recita la traduzione ufficiale del passo veterotestamentario: Gli far dare non
pi di quaranta colpi (ndt).
65
Institutiones, 48, 19, De poenis 8, cit. da G. Ricci, L'uomo della Sindone Ges,
Cammino, Milano 1985, p. 155.
46
Giuseppe Flavio, Bell. Iud.,V, 11,1.
116
sto costituiva un caso isolato. Apprendiamo da Filone che, nel-
l'anno 41, il popolino di Alessandria si fece beffa del re ebreo
Agrippa I rivestendo un malato di mente di nome Karaba con
una stuoia che fungeva da mantello regale, adornandolo con
un mazzo di rami in fiore che facevano da diadema, metten-
dogli in mano una canna di papiro a mo' di scettro e rendendo-
gli omaggio al grido di Signore (in aramaico mar'!). Un pa-
piro egiziano riferisce dell'analoga acclamazione di un re zim-
bello dopo la sollevazione ebraica ad Alessandria tra il 115 e
il 117 d.C., cui prese parte anche il governatore romano. In oc-
casione di una festa persiana, verso la fine del I secolo, si pose a
sedere sul trono regale un condannato a morte e lo si derise ac-
clamandolo re
67
.
Tra i legionari acquartierati a Gerusalemme c'erano per lo pi
mercenari siriani o palestinesi, comunque acerrimi nemici degli
ebrei, che non si sarebbero certo lasciati sfuggire l'occasione lo-
ro offerta di trovarsi tra le mani il re dei giudei. Il loro atteg-
giamento nei confronti dei sovrani ebrei divenne plateale quan-
do, nel 44 d.C., mor a Cesarea re Erode Agrippa I: si abban-
donarono a festeggiamenti e a manifestazioni di gioia e posero
immagini delle figlie del sovrano sui tetti dei bordelli
68
.
certo possibile che anche Pilato prendesse parte, almeno in-
direttamente, al rito dell'irrisione. Perch Vecce homo con cui
condusse di fronte alla folla Ges che portava la corona di spi-
ne e il manto di porpora (Gv 19,5) corrispondeva in pieno a
una parodia dell'acclamatio classica degli antichi sovrani, che
proprio cos, incoronati, venivano presentati al popolo. Lieber-
man spiega che nella maggior parte dei casi nel corso della ce-
rimonia di acclamazione lo si indicava [il nuovo re] acclaman-
dolo con queste parole: " lui!"
69
. Forse Pilato voleva saggiare
il seguito di cui Ges godeva effettivamente tra il popolo. Se fos-
se stato a capo di un gruppo di ribelli o il pretendente al trono
67
Filone, In Flaccum. 6,36-39; cit. da W. Bosen, op. cit., p. 235.
63
Giuseppe Flavio, Ant. Iud., XIX, 9,1.
69
Cit. da Flusser, op. cit., p. 207.
117
di un raggruppamento politico, questa scena non sarebbe rima-
sta priva di conseguenze. Ogni ebreo di orientamento nazio-
nalista o tradizionalista avrebbe reagito con indignazione alla
derisione di un discendente di Davide. Ma la reazione dei sim-
patizzanti sadducei, radunatisi di fronte al Pretorio, era univo-
ca: Crocifiggilo, crocifiggilo! (Gv 19,6). Pilato in quell'istan-
te deve aver visto Ges come un innocuo filosofo, un individuo
isolato senza seguito tra la folla. Improvvisamente deve esser-
gli stato chiaro che si trattava di un conflitto religioso intestino,
qualcosa per lui estraneo e incomprensibile al pari dell'intero
ebraismo. Era quasi sul punto di lasciare libero Ges, un po' per
ostinazione, un po' per piet, se i sommi sacerdoti non avessero
sollevato un unico, decisivo argomento: come reagirebbe Roma
se un governatore lasciasse andare libero un pretendente al tro-
no d'Israele autoelettosi tale? Per un reato come quello c' era
una sola pena possibile: la croce!
La via della croce
Ges non trascin la croce fino al Golgota, come si vede in
innumerevoli rappresentazioni cristiane della via crucis. Come
a tutti i condannati, gli furono invece legate le braccia divarica-
te alla trave orizzontale, il cosiddetto patibulum. Per questo gli
evangelisti ricorrono all'espressione portare la croce invece
che trascinare. La parola patibulum proviene dal latino pateo
(stare aperto, essere esposto, estendersi) e originariamente
designa il chiavistello delle antiche porte. Coloro che teneva-
no fermo il condannato gli divaricavano le braccia e le incate-
navano al patibulum e ci valeva anche per la parte superiore
delle braccia vicino al petto. Il legno poggiava dunque suUe brac-
cia per tutta la loro lunghezza fino al carpo: cos Dionigi di Ali-
carnasso (60-7 a.C.), un greco che visse a Roma per 22 anni
70
,
descrive questa stazione del cammino verso la croce. Chi deve
70
Arch. Rom., VII, 69,2; cit. da G. Ricci, op. cit., p. 79.
118
essere inchiodato alla croce, prima deve portarla, afferma Ar-
temidoro
71
. Quando ti si getter il patibulum e ti si divariche-
ranno le braccia ... sarai trascinato lungo le strade con la trave
appoggiata alla nuca, annuncia Plauto a un condannato (II se-
colo a.C.)
72
.
Il cammino verso il luogo dell'esecuzione fu descritto da Ge-
s stesso quando annunci a Pietro che avrebbe finito per co-
noscere anch'egli la morte per crocifissione a Roma: Ma quan-
do sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti legher e ti
porter dove tu non vuoi
73
. L'evangelista sottolinea espressa-
mente: Questo gli disse per indicare con quale morte avrebbe
glorificato Dio (Gv 21,18s).
A. un' es t r emi t del patibulum er a f i ssat a una cor da, che al -
l'altro capo era legata alla caviglia dell'uomo che seguiva. Ave-
va lo scopo di mantenere unito il gruppo che andava verso la
crocifissione, ma anche di ridicolizzare i condannati costringen-
doli a movimenti impacciati, a incespicare e a cadere: Ognuno
di loro portava la sua trave ... e ogni criminale porta da s la sua
trave, sorreggendola con il proprio corpo, e cos i portatori del-
la croce (cruciarti) si trascinavano innanzi a scatti, incespicando
e cadendo
74
. Questa circostanza spiega perch il gi esausto Ge-
s, probabilmente l'ultimo della fila, si accasciasse pi volte (tre,
secondo la tradizione cristiana): non per il peso della trave, di
circa 35 chilogrammi, ma perch perdeva l'equilibrio
73
.
Legati l'uno all'altro da corde, i condannati venivano frustati
lungo le strade principali della citt, ai cui bordi si assiepavano i
curiosi, fino a raggiungere il luogo dell'esecuzione: Ogni volta
che crocifiggiamo dei criminali, scegliamo per il percorso verso
la crocifissione le strade pi animate, cos che il maggior nume-
ro possibile di persone vi assista e sia colto da paura, scrive Quin-
71
Artemidoro, L'arte dei sogni, II, 56.
72
Plauto, Mostellaria, 55; cit. da M.G. Siliato, op. cit., p. 281.
73
Cos recita la traduzione ufficiale del passo evangelico: quando sarai vecchio ten-
derai le tue mani, e un altro ti cinger la veste e ti porter dove tu non vuoi (ndt).
74
Plauto, Mostellaria, 55; cit. da M.G. Siliato, op. cit., p. 281.
75
G. Ricci, The Holy Shroud, Roma 1981, cit., pp. 99-109; G. Ricci, The Holy Shroud,
Roma s.d., cit., p. 41.
119
tiliano
76
. Per quanto riguarda Gerusalemme, ci significava scen-
dere dalla scalinata del palazzo degli Asmonei attraverso lo Xy-
stus, il maggiore luogo pubblico della citt, sulla passeggiata dei
Re, che collega il palazzo degli Asmonei al palazzo di Erode, per
poi salire verso la citt alta; da l verso la strada del mercato su-
periore, il predecessore del cardo, attraverso la porta di Gennat
in direzione della citt nuova erodiana, ove proseguiva questa se-
conda strada principale di Gerusalemme. Il corteo lasciava la citt
attraverso la nuova porta di Efraim, massicciamente fortificata,
da cui si dipartiva la strada romana che conduceva a Cesarea, e
si spingeva fino a quella vecchia cava di pietre da dove si alzava
il moncone del Golgota. Portarono il patibulum attraverso la
citt, poi furono sollevati sulla croce,.si legge in Plauto
77
. Nel luo-
go deU'esecuzione erano gi pronti i pali deUe croci, chiamati sti-
pes. Gli apocrifi Atti di Andrea descrivono come l'apostolo, pri-
ma della sua crocifissione, vedesse la croce piantata nel terreno,
si avvicinasse ... e dicesse: "Gi da tempo stai qui nel terreno e
mi aspetti"
78
. Secondo gli Atti di Pietro, apocrifi redatti attor-
no al 190, anche Pietro, quando, incatenato al patibulum, fu con-
dotto al luogo dell'esecuzione sul colle Vaticano, vide davanti a
s gli stipes, esclam: "Ma perch esito, perch non mi avvici-
no?" ... E si avvicin e attese presso la croce
79
. Cicerone si van-
tava di aver fatto asportare, durante il suo consolato, i pah delle
croci dal Campo di Marte, e critic Labieno che aveva dato l'or-
dine di erigere una croce permanente per l'esecuzione dei cit-
tadini
80
. Poich comunque le crocifissioni a Gerusalemme ave-
vano luogo solamente quando il governatore si recava in visita
in citt in occasione delle feste religiose (o per soffocare le ri-
volte), si deve piuttosto supporre che questo non fosse il caso del
Golgota e che le croci venissero asportate una volta che le ese-
cuzioni erano state portate a compimento, anche per via dei sen-
74
Cit. da G. Ricci, The Holy Shroud, Roma 1981, cit, p. 35.
77
Plauto, Mostellaria, 55; cit. da G. Ricci, L'uomo della Sindone..., cit., pp. 89s.
78
Pseudo-Abdia, Atti degli apostoli, Pietro.
79
Ibid.,111, Andrea.
40
Cit. da G. Ricci, cit, p. 22.
120
timenti religiosi ebraici. Ci che non si poteva rimuovere era
un anello conficcato nella roccia, del diametro di 11,5 centimetri,
in cui veniva probabilmente infilato il palo della croce. Lo si pu
vedere ancor oggi sulla roccia del Golgota, nella chiesa del San-
to Sepolcro
81
. Se davvero fosse servito a sostenere la croce di Ge-
s, questa non poteva essere alta pi di 2,5 metri.
Innalzato sulla croce
Giunti sul luogo dell'esecuzione, i carnefici potevano sceglie-
re tra due modalit: crocifissione con corde o con chiodi. Le cor-
de, con cui la persona crocifissa veniva legata alla croce, pro-
lungavano le sofferenze. I chiodi le inasprivano, ma allo stesso
tempo le abbreviavano. Poich i condannati giungevano al luo-
go dell'esecuzione gi legati al patibulum,la soluzione pi sem-
plice consisteva nel sollevarli seduta stante sulla croce. Secon-
do Senofonte di Efeso, un autore del II secolo, la crocifissione
tramite corde era abituale, almeno in Egitto
82
. Poich per
Ges era stato disciolto dal patibulum - portato al Calvario da
Simone di Cirene - nel suo caso si opt per i chiodi. Questi, a
differenza di quanto accreditato dall'iconografia cristiana, non
venivano conficcati nel palmo della mano, bens nel carpo. Co-
me hanno dimostrato gli esperimenti in laboratorio del chirur-
go francese Pierre Barbet, se i chiodi fossero stati conficcati nel
palmo delle mani, un peso corporeo di 40 chilogrammi sareb-
be stato sufficiente a strapparli. La cosiddetta fessura di De-
stot invece, in corrispondenza del carpo, pu essere trafitta sen-
za fatica da un chiodo robusto. Si tratta, per la vittima, di un pro-
cedimento estremamente doloroso, perch lede il nervo mediano,
che ha funzione sensoria e motoria
83
; il dolore cos intenso che
" Secondo l'affermazione dell'architetto Theo Motropulos, restauratore della cap-
pella del Golgota nella chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme (intervista in Beten-
des Volk Cottes, 1991,1, n. 165, pp. 3-5).
52
G. Ricci, The Holy Shroud, Roma 1981, cit, p. 181.
83
E. Gruber-H. Kersten, Jesus starb nicht am Kreuz, Mtinchen 1998, p. 39.
121
pu comportare la perdita di coscienza. Se si opera in questo
modo, il pollice, i cui movimenti sono coordinati dal nervo, si ri-
trae verso l'interno del palmo della mano
84
. Negli Atti degli apo-
stoli dello Pseudo-Abdia, opera redatta nella sua versione defi-
nitiva nel VI secolo ma i cui primi abbozzi risalgono al II seco-
lo, si dice, a proposito della crocifissione di Andrea: Il gover-
natore ... diede espressamente mandato ai carnefici di non in-
chiodarlo alla croce ma di legarvelo mani e piedi perch non
perdesse subito coscienza a causa dei chiodi bens perisse dopo
lunghi tormenti
85
.
Dopo questa tortura, la vittima era issata a mano sulla croce,
tra nuovi, atroci dolori, oppure, se la croce era particolarmente
alta, veniva tirata verso l'alto mediante una fune legata alla tra-
ve orizzontale. Viene legato al patibulum e issato sulla croce,
cos Firmico Materno, un autore romano del V secolo, descrive
l aconi camente la crocifissione vera e propria
86
. Lo sol l evarono
e immobilizzarono alla croce, riporta un altro autore antico
87
.
Tutte le espressioni latine corrispondenti a crocifissione - in cru-
cem tollere, crucem ascendere, in crucem salire - aUudono al mo-
vimento ascensionale verso la croce. L'azione di sollevare o, nel
caso delle croci pi alte, di tirare il condannato verso l'alto, co-
s dolorosa per la vittima, veniva paragonata nella letteratura
antica all'issaggio della vela all'albero maestro di una nave. L'al-
bero della nave simile alla croce, scriveva Artemidoro, sa-
piente e interprete di sogni del II secolo d.C.
88
. Come nel vento
la vela fissata al pennone, cos il corpo legato o inchiodato al pa-
tibulum si piega tra i tormenti quando viene sollevato sul palo
della croce. Cinicamente si parlava nell'antichit anche di dan-
za del crocifisso. Cos Artemidoro interpretava il sogno di una
danza in un luogo sopraelevato come macabra premonizione
84
G. Ricci, L'uomo della Sindone..., cit., p. 485.
85
Pseudo-Abdia, Atti degli apostoli, III, Andrea.
86
Firmico Materno, Mathematica VI, 32,58; cit. da G. Ricci, The Holy Shroud, Ro-
ma s.d., cit., p. 23.
87
Cit. da M.G. Siliato, op. cit., p. 302.
88
Artemidoro, L'arte dei sogni, II, 53.
122
Ricostruzioni dell'affissione del titulus: sopra, in un dipinto di Mario Caffaro-Rore (par-
ticolare), sotto, in un dipinto diAgnes Schejok (particolare).
123
di una condanna alla crocifissione. Per danza si intendeva il
dibattersi del corpo inchiodato alla croce solo per le braccia e
pencolante dalla trave orizzontale per tutto il tempo necessario
al carnefice a immobilizzare i piedi della vittima e inchiodarli al
legno della croce. A questo scopo le gambe venivano piegate fi-
no a formare un angolo per permettere al condannato di rad-
drizzarsi e inspirare aria; i piedi, sovrapposti, venivano premu-
ti contro il palo e trafitti da un lungo chiodo. Per fornire loro
una presa, il chiodo veniva prima conficcato in un'assicella di le-
gno larga circa 20 centimetri, grazie alla quale si premevano sul-
la croce con ancora pi forza i piedi trafitti dai chiodi e si evi-
tava che potessero strapparsi da essa. Quest'asse era probabil-
mente fissata al palo della croce tramite corde
89
.
Ci sono pervenute solo tre rappresentazioni antiche di ero-
Gemma magica del III secolo.
Questo genere di prassi attestato dal rinvenimento del crocifisso di Giv'at ha-
Mivtar.
124
cifissioni, il che lascia intuire l'orrore che per i romani amman-
tava questa terribile pena:
- Una gemma magica del III secolo, gi appartenente alla col-
lezione Pereire. Vi si riconosce chiaramente lo stipes sottile a cui
viene fissato il patibulum. Il condannato incatenato alla tra-
ve orizzontale e siede evidentemente su un'asse, un sedile, men-
tre le gambe paiono pendere libere
90
.
- Un graffito del I secolo, rinvenuto nelle rovine di una ta-
verna romana poco distante dall'anfiteatro di Pozzuoli. Qui il
condannato rappresentato di spalle. Il patibulum poggia sullo
stipes, la croce ha una forma a T. Il condannato evidente-
mente avvolto in una pelle d'animale - il che fa pensare a un'e-
secuzione pubblica nell'anfiteatro - , un sedile gli offre un so-
stegno. I piedi sono sovrapposti e fissati al palo della croce, for-
se con un chiodo
91
.
- Un graffito rinvenuto nel 1856 su un muro della domus Ge-
lotiana sul colle Palatino a Roma, nelle cantine di uno dei pa-
lazzi dell'imperatore Nerone (54-68). Evidentemente era volto
a deridere un servitore cristiano - il che permette di collocare
la sua datazione nel periodo precedente alle persecuzioni anti-
cristiane di Nerone dell'anno 64 - , perch reca un'iscrizione trac-
ciata con calligrafia incerta: Alexamenos adora il suo Dio.
Questo Alexamenos rappresentato in adorazione davanti a un
Crocifisso dalla testa d'asino. tanto pi significativo in quan-
to tra i romani persisteva ostinatamente la diceria secondo cui
gli ebrei avrebbero venerato un Dio dalle sembianze di un asi-
no. Forse all'autore del graffito era noto il fatto che gi i primi
cristiani, tre decenni dopo gli eventi pasquali, adoravano Ges
come Figli del Dio ebraico. Anche in questo caso la croce con-
sta di un palo piuttosto sottile a cui (non su cui) fissato il pa-
tibulum] inoltre il condannato sorretto da un subpedanum,
un'asse per i piedi collocata a un'altezza di circa 50 centimetri
92
.
911
1. Wilson, Jesus: The Evidence, London 1985, p. 107.
91
P. Baima Bollone, Sindone. La prova, Milano 1998, pp. 59s.
92
1. Wilson, The Blood and the Shroud, New York 1998, pp. 48s.
125
Gi la disomogeneit di questi tre esempi mostra che evi-
dentemente esistevano numerose varianti della crocifissione. A
volte le gambe erano sorrette da un subpedanum, a volte erano
legate allo stipes, a volte penzolavano libere, a volte il condan-
nato era posto su di un sedile, altre volte no, il pi delle volte il
patibulum era fissato allo stipes ma altre volte vi era poggiato
sopra. Non c'era una norma.
Spesso la croce era alta poco pi di 2 metri. Ma c'erano an-
che croci alte, per issare i condannati sulle quali erano neces-
sarie scale e corde. Il crocifisso visibile da lontano, spiega-
va Ar t emi dor o
9 3
. Cos Svet oni o raccont a di come il f ut ur o im-
peratore Galba (68-69), quando era ancora governatore in
rinvenuto nella domus Gelotiana.
Artemidoro, L'arte dei sogni, II, 53.
126
Spagna, avesse condannato alla crocifissione un cittadino ro-
mano reo di omicidio per avvelenamento. Quando questi pro-
test di essere un honestus, Galba, quasi che il tributargli ono-
re mitigasse la durezza della pena, impart l'ordine di erigere per
lui, per cos dire per consolarlo, un'altra croce, significativamente
pi alta e inoltre dipinta di bianco
94
. Che Ges, in quanto re
dei giudei potesse godere di un onore parimenti dubbio, pos-
sibile e sarebbe deducibile da un particolare che ritroviamo in
tutti e quattro i Vangeli: Un tale corse ad inzuppare una spu-
gna d'aceto, la pose su una canna e gli dava da bere (Me 15,36);
ugual ment e in Mt 27, 48; Luca (23, 36) f a sol o un breve accenno;
mentre Giovanni (19,29) descrive la scena in maniera partico-
lareggiata. per ugualmente possibile che la canna fosse ne-
cessaria perch la croce stava sulla cima scoscesa della collina
del Golgota ed era perci raggiungibile solo con difficolt.
Un'onta invece gli fu risparmiata. I crocifissi sono nudi, spie-
gava Artemidoro
95
, defraudati della loro ultima dignit umana
e dati in pasto alla vergogna. Ma in Giudea le cose andavano di-
versamente. Bisognava avere totale riguardo per i sentimenti re-
ligiosi degli ebrei, ai quali Roma aveva garantito libert di cul-
to. Cos ci si atteneva anche in questo alle prescrizioni della Mi-
shnah, in cui si dice: Quando il condannato giungeva a una
distanza di quattro cubiti dal luogo della lapidazione, lo si spo-
gliava dei vestiti. L'uomo lo si copra sul davanti, ma la donna sul
davanti e sul dietro
96
. Anche Ges avr dunque portato un pan-
no attorno al pube.
La tunica di Ges
Giovanni racconta pi avanti: I soldati, quand'ebbero cro-
cifisso Ges, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una
94
Svetonio, Vita dei Cesarti, Galba 9.
93
Artemidoro, L'arte dei sogni, II, 53.
96
W i 6,3.
127
per ciascun soldato, ed anche la tunica. Ma la tunica era senza
cucitura, tessuta dalla parte superiore tutta di un pezzo. Dis-
sero dunque fra loro: "Non dividiamola, ma tiriamo a sorte di
chi sar" (Gv 19,23-24). Non c' motivo di dubitare della sto-
ricit di questa scena. La spartizione degli averi del condan-
nat o era un vecchio costume dei carnefici. Il plotone d' esecu-
zione di quat t ro uomini, guidato da un centurione, era com-
post o di mercenari che vedevano con favore la divisione del
bottino rappresentato dalle vesti del condannato. Il loro com-
penso annuo ammontava a 225 denari, suddivisi in tre rate. In
questo modo guadagnavano meno di un lavorante a giornata,
cui veniva corrisposta una diaria di un denaro
97
. ipotizzabile
che il nuovo proprietario dell' abito sia stato ben presto con-
t at t at o dai seguaci di Ges, decisi a riacquistarlo anche a un
prezzo ragguardevole. Per loro la tunica impregnata del suo san-
gue rappresentava una testimonianza della passione di inesti-
mabile valore. Inoltre si attribuiva alla veste una forza mira-
colosa. Gi il Vangelo di Marco narra la guarigione di un in-
f ermo che ne aveva toccato l' abito (5,25-34), ed in seguito a
questo episodio, prosegue Matteo (14,35-36), gli venivano por-
tati tutti i malati, e lo pregavano di pot er toccare al meno il
lembo della sua veste; e quanti riuscirono a toccarlo furono gua-
riti. Secondo la leggenda la veste, dopo lunghe traversie, entr
in possesso dell' imperatrice Elena, che la colloc nella cappel-
la Pal at i na di Treviri. L il culto della veste santa di mo-
strabile a partire dal XII secolo, ma possibile che avesse luo-
go gi dal IV secolo. Nel 1996 fu esposta per l'ultima volta al
pubblico e attir oltre 700.000 pellegrini. Ma oggi naturalmen-
te non si pi in grado di stabilire se questa reliquia sia effet-
tivamente la tunica di Ges
98
.
97
W. Fricke, op. cit., p. 239.
9X
M. Hes emann, Der Heilige Rock von Trier: Symbol oder echte Reliquie?, in
Magazin 2000, (settembre 1996) n. 112, pp. 53-60.
128
Tavola I: L'iscrizione di Pilato a Cesarea.
Tavola II: Plastico del tempio erodiamo (Gerusalemme, Hotel Holyland).
a Tavola II:
Ricostruzione di g g j
Gerusalemme all'epoca
di Ges sulla base di reperii
^ archeologici (da Herders ipH
' i v' groBer Bibelatlas,
mm
1 t empi o
2 st agno d' Israele
3 fortezza Ant oni a
4 stagno di Struthion
5 palazzo del Sinedrio
6 Xystus
7 porta di Damasco
8 Gol got a?
9 cava di pietre
10 porta di Gennai
11 palazzo degli Asmo
13 torre di Mari amne
14 torre di Fasacl
15 torre di Ippico
16 palazzo di Erode (cittadella)
17 porta degli Esscni
18 valle di Hinnoin
19 valle di Cedron
20 stagno di Siloe
21 sepolcri monolitici di epoca
israelitica ed ellenistico-romana
22 stagno di Betesda
tir. *>U
1
/. InH-mo 4cla histHvu (H S. Croce con oli aifi escili di \hi<>~:> > da Forl il438-!^9
Tavola 17/ ' fi rrquhirin del 1803 am hi tavola d Ges nella Inni fica d Santa Croce
tn i.terusakmtnc.
tavola 17fi fi cmciiis'so di Micht aavjeo tu/fio chiesa di Sunti* Scinto >>. I trenta it>aa;< <
? r-r ih ariate? ceno ! HILLNS. // / tnveninn flit ? dei LILNLU^ ( IH MI ree / in- a Roma fa in
>n- a chi ah ne < < >?aani' ih>> a i.on n:; o // Maoa'h <k eo\i< < he \fu. e,-iaa \:evr che adora d
ii'i> , >?ii a /W//;~ Medad e > venne stihao a sapere.
fi tv ahi X: la i-appdh Mie Relquie netta basilica di Saniti < roce (il citulus si trova a de-
stiti incanto aita crocei.
La tolta con Ir In morte sulla croce
Per quanto dolorosi fossero nnchiodamento al pmihulum e
il sollevamento al palo della croce, la vera e propria lotta con-
tro la morte iniziava solo pi tardi, Di solito la morte in croce
avveniva per soffocamento, un declino doloroso tra i tormenti
della sete, un violento mal di testa e la febbre alta. Le ferite
profonde e la copiosa perdita di sangue dovute alla flagella-
zione causavano stati di shock e collassi circolatori Sotto il pe-
so dei corpo le membra minacciavano di squartarsi, La posizio-
ne del corpo appeso comportava difficolt respiratorie che co-
stringevano continuamente la persona crocifissa a sollevarsi
verso Tallo tra indicibili dolori o. come nel caso di Ges, a fare
leva tra incredibili sofferenze con Unter peso corporeo sul chio-
do che trapassava i piedi. La lotta contro la morte consisteva in
un alterno sollevarsi per poi lasciarsi andare, nell'atto di inspi-
rare aria cui seguivano difficolt respiratorie. Ma ben presto ve-
nivano meno le forze. un ora dalla crocifissione J movimenti
si facevano sempre pi frequenti, ma contemporaneamente an-
che pi deboli, Iniziava il. processo di progressivo e definitivo
soffocamento. La gabbia toracica si gonfiava fino all'estremo li-
ni ite, l'epigastrio si infossava in profondit, le gambe si. irrigi-
divano. La pelle si faceva violacea, il sudore erompeva in so-
vrabbondanza da tutto il corpo, si. mischiava al sangue e cola-
va fino a terra. Scrive Seneca a. proposito di questa morte lenta
e straziante sulla croce: C forse un uomo che voglia perire
membro dopo membro tra i dolori e perdere la vita goccia a goc-
cia, invece di esalarla tutta in un soffio solo? C' un uomo che
voglia essere inchiodato a quell'infelice legno del martirio per
poi, da tempo indebolito, gi deformato, tumefatto a eausa, del-
le orribili strie sanguinanti sulle spalle e sul torace, tendersi, no-
nostante i tormenti che ci comporta, per attingere l'alito del-
la vita? Avrebbe molti motivi per morire prima, di salire in cro-
ce
5
^ Dopo la morte il corpo mostrava una straordinaria rigidit.
.: * Seneca. Ad LmiUmn (Ep. 101), 13s.
129
Il capo era reclinato in avanti lungo l'asse del corpo. Un uomo
crocifisso, appeso per le braccia orribilmente divaricate, il ca-
po insaccato tra le spalle, privo di coscienza, un' immagine ter-
ribile, cos Seneca descriveva la vista del condannato ormai ca-
davere
100
. A seconda del tipo di crocifissione - con chiodi o con
corde - , la morte subentrava dopo alcune ore oppure solo do-
po un giorno. Il supplizio poteva essere ulteriormente prolun-
gato collocando un piccolo sostegno sotto i piedi del condan-
nat o o sotto il bacino (rispettivamente il suppedaneum o il se-
dile) che lo sorreggesse. Il Padre della Chiesa Origene (185-254)
descrive Crocifissi che, tra le pi atroci sofferenze vivono l'in-
tera notte e poi ancora l'intero giorno successivo
101
. L' aposto-
lo Andrea, crocifisso con corde, si dice abbia resistito sulla cro-
ce addirittura per due giorni. Quant o diversa potesse essere la
resistenza individuale ai tormenti della crocifissione - che va-
riava a seconda della costituzione fisica - lo veniamo a sapere
dal resoconto di Giuseppe Flavio dell' anno 70. Di ritorno da un
viaggio esplorativo per conto del condottiero romano Tito, vi-
di molti prigionieri crocifissi e in tre di loro riconobbi dei miei
ex compagni. Dentro di me ero molto triste e con le lacrime agli
occhi mi recai da Tito e gli raccontai di loro. Questi diede dun-
que subito l'ordine di deporli dalla croce e di trattarli con la mas-
sima cura in modo che potessero ristabilirsi. Due di loro mori-
rono comunque tra le mani del medico, mentre il terzo si ri-
prese
102
. In ogni caso Pilato fu sorpreso di udire che, a tre ore
dalla crocifissione, Ges era gi mor t o (Me 15,44). Gli altri
due condannati, che erano stati solo legati alla croce, in quel mo-
ment o erano ancora vivi. Poich l' esecuzione doveva conclu-
dersi prima del tramonto, furono loro spezzate le gambe in mo-
do che morissero soffocati tra i tormenti. La loro sofferenza eb-
be cos fine.
Diversi patologi hanno indagato con esperimenti medici gli
,lw
Cit. da M.G. Siliato, op. cit., p. 308.
101
Cit. da E. Gruber-H. Kersten, / ems starb nicht..., cit.,p. 57.
1(12
Gi useppe Flavio, Autobiografa, IV, 75.
130
effetti sul corpo umano della crocifissione. Cos all'inizio del XX
secolo il patologo francese Pierre Barbet inchiod a una croce
dei cadaveri nell'aula di anatomia e li osserv: il corpo appeso
alla croce si allungava gradualmente e sprofondava di alcuni
centimetri, la cassa toracica si espandeva, il capo reclinava in
avanti, le braccia si tendevano, le ginocchia si piegavano sempre
pi, ma i chiodi trattenevano il peso e il cadavere rimaneva sul-
la croce.
Durante la prima guerra mondiale, il medico ceco Robert Hy-
nek osserv la morte di un soldato austroungarico condannato
alla pena capitale: lo si appese per le articolazioni del polso sen-
za che i piedi toccassero il suolo. Legato in questo modo - co-
s si diceva - mor per soffocamento in meno di un' ora.
Negli anni trenta il radiologo di Colonia Her mann Mdder
condusse esperimenti su alcuni volontari che faceva appendere
con lacci per le articolazioni del polso. In pochi minuti la pres-
sione sanguigna arteriosa precipitava da 130 a 70, mentre il pol-
so balzava dai 70 ai 145 battiti al minuto. Il cuore era sottopo-
sto a un affaticamento intensivo. Le radiografie mostravano un'e-
norme espansione della cassa toracica. La dolorosa tensione dei
muscoli delle spalle e delle braccia cresceva di minuto in mi-
nuto. La respirazione si faceva rapida, il colorito veniva meno,
l'elettrocardiogramma evidenziava un'insufficienza circolatoria.
Alcuni perdevano i sensi gi dopo sei minuti, altri solo dopo die-
ci o dodici.
Nella loro disumana crudelt, i medici nazisti reiterarono que-
sti esperimenti con alcuni detenuti nel campo di concentramento
di Dachau, conducendoli fino alla morte. Le loro vittime, appe-
se per le mani, soffrivano a causa di un'insopportabile difficolt
respiratoria. Cercavano ripetutamente di puntellarsi con un vo-
lontario movimento a scatti e di immettere aria nei polmoni fin-
ch, esausti per lo sforzo, ripiombavano indietro, minacciava-
no nuovamente di soffocare e intraprendevano un ennesimo di-
sperato tentativo. Se invece veniva posto loro un sostegno sotto
i piedi che offrisse un appiglio anche soltanto alle punte dei pie-
dij o se le gambe erano legate al palo e una parte del peso cor-
131
poreo veniva sorretto in questo modo, la respirazione proce-
deva con maggiore facilit e la lotta contro la morte veniva pro-
lungata. Antoine Legrand, un internato nel campo di concen-
tramento che fu testimone di questi esperimenti carichi di di-
sprezzo per gli esseri umani, racconta che la gabbia toracica dei
condannati si espandeva oltre misura, le gambe penzolavano
senza forza e la pelle si faceva violacea. Il corpo era completa-
mente coperto di sudore, che scorreva lungo il corpo verso il
basso e gocciolava al suolo, nonostante fosse inverno. Le vitti-
me della crudele esecuzione morivano con il capo reclinato sul
petto, insaccato cos profondamente tra le spalle che a mala-
pena da quella posizione poteva ancora lanciare uno sguardo
103
.
Erano soffocati.
Tuttavia non il soffocamento, bens una rottura del cuore fu
probabilmente la causa della morte di Ges. I Vangeli dicono
espressamente che parl ancora e poi chinato il capo, rese lo
spirito (Gv 19,30), o meglio, che emesso un grande grido, spir
(Me 15,37; Mt 27,50; similmente Le 23,46). Ci fa supporre che,
al momento della morte, si trovasse in posizione eretta e pog-
giasse sul chiodo che trapassava i piedi in modo tale da riuscire
a respirare e a parlare. persino possibile che rimanesse in que-
sta posizione per tutto il tempo fino al collasso circolatorio.
Entrambi gli elementi, il forte urlo e il reclinare il capo, sono sin-
tomi di una rottura del cuore, come afferma Giulio Ricci richia-
mandosi a studi di noti medici: In qualche caso ben diagnosti-
cato, nel momento di morire per rottura di cuore, il moribondo
emetteva alte grida e dopo uno o due minuti avveniva il deces-
so ... Questo grande grido [lanciato da Ges] inconciliabile con
le condizioni di asfissia, pu bene andare d'accordo con la rot-
tura di cuore, mentre il chinare del capo ci suggerisce uno stato
di sollevamento di tutto il corpo ... Non mancano, oggi, valenti
dottori che sostengono che si possa attribuire ad una ischemia
acuta di cuore la causa prima della rottura del cuore di Ges
104
.
I0J
M.G. SUiato, op. cit, pp. 308-310.
104
G. Ricci, L'uomo della Sindone..., cit., p. 489.
132
Questa diagnosi rafforzata da un'osservazione di Giovanni.
Quando infatti i legionari spezzarono le gambe ai crocifissi, vi-
dero che era gi morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno
dei soldati con un colpo di lancia gli trafisse il fianco e ne usc
subito sangue ed acqua (Gv 19,33-34). Gi nel 1847 il medico
scozzese William Stroud pubblic la sua ricerca su persone de-
funte in seguito a rottura cardiaca. L'autopsia effettuata su di lo-
ro mostrava che il sangue rigonfiava la borsa pericardica in mo-
do da annullare lo spazio pleurico, e quando si apriva con il bi-
sturi il pericardio, il sangue appariva gi (anche solo dopo un'ora)
diviso in due elementi distinti: in alto il plasma che, per il diver-
so peso specifico, nuotava sopra, e sotto l'elemento corpuscola-
to della sedimentazione
105
.
L'ultima preghiera
Sulle parole pronunciate da Ges sulla croce si molto di-
scusso. Per molti costituivano la dimostrazione dell'inaffidabilit
dei Vangeli: persino su una questione cos importante come le ul-
time parole di Ges si registrano divergenze. Ma la critica non
regge a una considerazione pi attenta. In Marco (15,34) e in Mat-
teo (27,46), Ges, con le parole Dio mio, Dio mio, perch mi hai
abbandonato?, sembra recitare sulla croce il Salmo 22, o alme-
no il suo primo verso; in Giovanni (19,30) le parole Tutto com-
piuto riecheggiano l'ultimo verso del medesimo Salmo:
Dio mio, Dio mio, perch mi hai abbandonato,
tenendo lontano il mio grido d'aiuto,
le parole del mio ruggito?
Dio mio! Chiamo di giorno e non rispondi,
di notte e non c' requie per me.
Ma tu qual Santo siedi,
tu, vanto d'Israele.
105
G. Ricci, L'uomo della Sindone..., cit., p. 488.
133
In te confidarono i nostri padri,
confidarono e li liberasti.
A te gridarono e furono salvi,
in te confidarono e non rimasero confusi.
Ma io sono un verme e non un uomo,
ludibrio della gente e scherno della plebe.
Tutti al vedermi m' irridono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
S' affidato al Signore, lo liberi,
10 salvi se davvero gli vuol bene.
[...]
Come acqua mi sento disciolto,
sono disgiunte tutte le mie ossa,
11 mio cuore diventato come di cera,
tutto si strugge dentro il mio petto.
Riarsa la mia gola a somiglianza d' un coccio,
attaccata al palato la mia lingua;
in polvere di morte tu mi riduci.
S, un branco di cani mi sta accerchiando,
un' accolta di malvagi mi sta d' intorno.
Hanno scavato le mie mani e i miei piedi,
posso contare tutte le mie ossa.
Essi protendono lo sguardo,
si mostrano felici della mia sventura;
le mie vesti si dividono fra loro,
sui miei abiti gettano la sorte.
Ma tu, Signore, non restartene lontano,
o mia forza, vieni presto in mio aiuto.
[...]
Il tuo nome annunzier ai miei fratelli
in mezzo all'assemblea dir le tue lodi.
[]
Mangino i poveri e si sazino,
lodino il Signore quelli che lo cercano,
viva il loro cuore in eterno.
Si ricordino e al Signore ritornino tutti i confini della terra
134
e si prostrino davanti a lui tutte le famiglie delle genti,
poich del Signore il regno,
egli in mezzo ai popoli dominatore.
S, tutti i nobili della terra gli renderanno omaggio
e si curveranno davanti a lui tutti quanti i mortali.
L'anima mia per s ha fatto vivere:
la mia discendenza lo servir.
Celebrer per sempre il Signore.
Verranno ed annunzieranno la sua giustizia
al popolo che nascer:
S, opera sua!.
Poi, leggiamo pi oltre in Giovanni, chinato il capo, rese lo
spirito. Erano esattamente le 15, nel tempio si stavano macel-
lando gli agnelli pasquali. Le tenebre che erano calate su Ge-
rusalemme (Mt 27,45) si dissolsero, lentamente il sole si fece
nuovamente strada...
Vogliamo soffermarci su questo punto centrale della storia del-
la salvezza e interrompere la narrazione degli eventi. Facciamo
invece un salto in avanti di 282 anni e rivolgiamo la nostra at-
tenzione a un episodio nodale della storia del mondo, a una svol-
ta che contribu a far irrompere sulla scena l'insegnamento di Ge-
s. Anche questa svolta nel segno della croce, di quel legno di
dolore del Golgota da lungo tempo dimenticato che, se dobbia-
mo prestare fede alla tradizione, solo pochi anni pi tardi pot
essere effettivamente recuperato dal suolo di Gerusalemme. Per
comprendere il significato di questo ritrovamento, dobbiamo in-
dagare sulle circostanze concomitanti: i meccanismi che inne-
scarono la ricerca che condusse al ritrovamento e le tradizioni
che, sole, lo resero possibile.
106
Cos recitano i versetti finali della traduzione ufficiale del Salmo:
Si parler del Signore alla generazione che viene;
annunzieranno la sua giustizia;
al popolo che nascer diranno:
"Ecco l'opera del Signore!" (ndt)-
135
3
NEL SEGNO DELLA CROCE
Tutto inizi con una visione. Il potente esercito imperiale, do-
po lunghe marce forzate, aveva finalmente raggiunto Milano e si
era accampato alle porte della citt. Aveva attraversato le Alpi,
marciato nella neve fresca e anche i soldati provenienti dalla Bri-
tannia, dalla Gallia e dalla Germania, abituati al freddo, tiraro-
no un sospiro di sollievo quando giunsero finalmente nelle pi
amene lande dell'Italia settentrionale. Faceva ancora caldo per
l'inizio di ottobre, e il sole faceva capolino tra le nuvole riscal-
dando i soldati, che trascorrevano i momenti successivi al pasto
di mezzogiorno giocando a dadi e pulendo le armi. Prima della
marcia su Roma dovevano riposare, e si sentivano ancora al si-
curo da attacchi di sorpresa del tiranno, la cui cavalleria aveva-
no appena sconfitto nei pressi di Torino.
L'imperatore stava in disparte, protetto s dalle sue guardie ma
circondato dalla solitudine di un uomo che si trova di fronte al-
la pi importante decisione della sua vita. Sapeva che era immi-
nente la battaglia in cui si sarebbe giocato tutto: Roma e quel-
l'impero che la Provvidenza gli avrebbe offerto in premio se fos-
se riuscito a liberare la Citt Eterna dal tiranno. Ma non faceva
l'errore di sottovalutare le forze dell'avversario. Sapeva di essere
numericamente inferiore. Inoltre i suoi uomini, reclutati dalle pr-
136
vince nordoccidentali dell'impero, combattevano su un terreno
poco familiare. Massenzio aveva radunato un enorme esercito
composto da romani, italici, toscani, cartaginesi e siciliani. Sicu-
ramente la battaglia per la conquista di Roma sarebbe stata cruen-
ta, avrebbe comportato molte vittime anche tra le file dei suoi uo-
mini, forse sarebbe sfociata in una lunga guerra di logoramen-
to. Ma non poteva e non voleva cedere. Era il figlio di Costanzo
Cloro, quel Cesare d'Occidente il cui dominio, all'epoca dei te-
trarchi, si estendeva dalla Britannia all'Italia, dalla Spagna alla
Germania, prima come coreggente sotto Diocleziano e Massi-
miano, e poi, dopo che questi ebbero abdicato, come Augusto.
Quando il padre mor, Costantino fu proclamato imperatore dal-
l'esercito a York, mentre a Roma Massenzio, figlio di Massi-
miano, s'impadroniva del potere. A Oriente, intanto, regnava
come sempre Gale rio, il cui compagno d'armi Licinio fu ben pre-
sto nominato Augusto sulla Pannonia e sul Norico. Mentre Ga-
leno e il suo Cesare, Massimino Daia, davano il via a una cru-
dele persecuzione contro i cristiani, in Occidente, dall'epoca di
Costanzo Cloro, regnava una relativa tolleranza. Ora ci che con-
tava era riportare ordine nell'impero, riconquistare la capitale, e
porre termine alla dittatura di Massenzio. Costantino era con-
vinto di essere stato prescelto dalla Provvidenza di un dio. Ma
quale dio? Sotto la protezione di chi avrebbe dovuto porre il suo
; esercito quando avesse marciato su Roma? I vecchi di di Roma
- - intuiva - avevano fatto il loro tempo. Erano sempre meno i ro-
mani che rendevano ancora sacrificio a Giove e a Giunone, a
Marte e a Minerva. Le nuove religioni provenienti dall'Oriente
erano invece ancora in auge: il culto egiziano di Iside, ancor di
pi l'adorazione del persiano Mitra o di Apollo, chiamato l'in-
vitto dio Sole, e infine il cristianesimo, che era uscito rafforza-
x to da ogni cruenta persecuzione. Il sangue dei martiri semen-
te da cui germogliano i cristiani, questa era la voce che gi si era
diffusa nell'impero: questa religione doveva ben possedere qual-
che forza sconosciuta. Ma era onorevole? Un imperatore che si
. apprestava a dominare il mondo intero poteva pregare un Dio
che era stato giustiziato da un prefetto romano e che era morto
137
in croce come un qualsiasi lestofante? Per quanto sua madre sim-
patizzasse gi da tempo per questa religione, Costantino ancora
non l'aveva veramente presa in considerazione. Fino a quel mo-
mento aveva scommesso sul Sol Invictus, Vinvitto dio Sole.
Il sole aveva lasciato gi da tempo lo zenit e declinava verso
ovest. L'imperatore stava dinanzi a un altare che aveva fatto col-
locare davanti alla sua tenda, e sacrificava al Dio sconosciuto,
Apollo o Cristo che fosse. Lo pregava, lo implorava di dargli un
segno. Gettava di continuo sulla brace chicchi di incenso d'Ara-
bia, quella resina il cui fumo si diceva portasse agli di le pre-
ghiere del credente. Dio sconosciuto, portatore di luce, Sole in-
vitto, io, Costantino Augusto, Cesare d'Occidente, ti scongiuro: ri-
velami il tuo nome. Dammi un segno. Rivelami come posso
implorare la tua protezione per le battaglie imminenti. Cadde in
ginocchio. Per alcuni minuti rimase nel pi intenso raccoglimen-
to, immerso nel suo grande dilemma, implorando un segno divi-
no, una conferma da parte della Provvidenza.
L, Cesare, lo vedi?. L'urlo eccitato di uno degli uomini del-
la guardia lo strapp alla profonda preghiera, che per un istan-
te lo aveva fatto sprofondare nell'immensit di Dio. Non sape-
va se erano trascorse ore, oppure soltanto minuti, quando, an-
cora leggermente confuso, distolto dal suo intimo raccoglimento,
guard verso il cielo. Non credette ai suoi occhi: la coltre di nu-
bi si era aperta, il sole splendeva da uno squarcio di cielo color
blu metallo. E sul sole troneggiava una croce di puro bagliore!
Costantino, che nell'eccitazione si era levato in piedi, ricadde im-
mediatamente in ginocchio, certo che il cielo avesse risposto alle
sue implorazioni. In hoc signo vinces, In questo segno vince-
rai, riusc a distinguere sulla croce. Tutto l'accampamento vide
il segno. Legionari induriti, forgiati dalle battaglie, caddero in gi-
nocchio e resero omaggio al Dio che aveva dato loro quel segno
celeste di soccorso.
Ma l'apparizione era cos impressionante che ci volle del tem-
po perch Constammo ne comprendesse il significato. Discusse
con i suoi consiglieri su quale Dio gli si fosse rivelato. Fino a quel
momento aveva adorato Apollo, l'invitto dio Sole, e poich la
138
croce era apparsa al di sopra del sole, poteva anche essere stato
un segno di questo dio. D'altro canto era stato Cristo a morire in
croce.. Ma davvero doveva scegliere come segno di vittoria que-
sto ignominioso simbolo di martirio? O il segno celeste era ad-
dirittura una premonizione della sconfitta, del fatto che, giusti-
ziato da Massenzio, sarebbe morto in croce? Era semplicemen-
te inimmaginabile, per Costantino, scegliere una forca come vessillo
del suo esercito.
Cos immerso nella discussione sul significato del miracolo,
le ore trascorsero fulminee, sicch non si accorse che il giorno gi
volgeva al termine. Ma quando i suoi soldati suonarono il ripo-
so notturno, sciolse la riunione. Voleva dormirci sopra. Forse il
nuovo giorno avrebbe portato la risposta\
1
Secondo alcuni, la visione di Costantino si sarebbe verificata immediatamente pri-
ma della battaglia di Ponte Milvio. Ci comunque non attestato dalla fonte coeva pi
importante, la Vita di Costantino di Eusebio. Solamente Lattanzio, contemporaneo e
autore di Della fine dei persecutori, colloca la visione nella notte precedente la battaglia
decisiva, il 27 ottobre (nel sonno Costantino fu ammonito ad applicare il segno cele-
ste di Dio sugli scudi e a iniziare cos la battaglia. Lui fece come gli era stato ordinato
e, rovesciando la lettera X e ripiegando la punta, applic Cristo agli scudi, Lattanzio,
Mort. pers., 44,4-6). Questo sogno non pu essere per identificato con la visione della
croce, avvenuta a mezzogiorno e citata da Eusebio, che si richiama alla testimonianza
personale dell'imperatore. Perch a questa segu dapprima una discussione approfon-
dita, poi la notte con la visione onirica di Cristo, in seguito alla quale Costantino diede
l'incarico di allestire il suo vessillo, il labarum: il giorno seguente convoc degli orefici,
cui diede istruzioni dettagliate. Gi il giorno seguente erano stati approntati sfarzosi
vessilli con oro, gemme e un manto regale ricoperto di una grande variet di pietre pre-
ziose, intrecciate tra loro e sfavillanti come i raggi della luce, tutto trapunto d'oro (Eu-
sebio, VL Const., 1,31, trad. it. Sulla vita di Costantino, a cura di L.Tartaglia, M. D'Au-
ria Editore, Napoli 1984). Inoltre Costantino deve essersi consultato a tempo debito
con i sacerdoti a proposito della dottrina cristiana. Va quindi escluso che la visione
della croce si verificasse il giorno precedente la battaglia decisiva, giacch Eusebio
sottolinea che l'esercito dell'imperatore marci su Roma sotto i vessilli del labarum (Eu-
sebio, Vii Const., 1,37). Se dunque ebbe ancora una seconda visione prima della bat-
taglia decisiva e se in seguito a questa fece applicare il segno di Cristo anche agli scudi
dei soldati, un'altra questione; in ogni caso, la visione della croce si verific senza om-
bra di dubbio sul suolo italico, ma prima della marcia su Roma, evidentemente nel mo-
mento in cui si concesse una sosta di pi giorni. Una simile sosta, per, che segu effet-
tivamente alla battaglia di Brescia cui accenna Eusebio, dimostrabile solo per Milano
(Nazario, Incerti Panegyricus Constammo Augusto, Paneg 313, PL 8, pp. 653ss). Il fatto
che proprio a Milano l'imperatore si sia incontrato, quattro mesi pi tardi, con il co-
reggente Licinio, e che l abbia promulgato l'editto di tolleranza a favore dei cristiani,
pu perci essere stato motivato non solo dall'importanza di Milano in quanto capita-
le dell'impero occidentale ma anche dalla volont di rendere omaggio alla visione. In
ogni caso Eusebio sembra la fonte pi affidabile, perch ricostru evidentemente nei
139
Da Gerusalemme a Roma
Se davvero successo, nessun altro avvenimento degli ulti-
mi 1900 anni ha inciso in maniera cos duratura sulla storia del
mondo quanto la visione della croce di Costantino. Divenne il
motore - o almeno il simbolo - dell'ingresso degli eventi di Ge-
rusalemme nella storia: con l'apparizione della croce avevano
termine tre secoli di sanguinose persecuzioni contro la comu-
nit delle origini, iniziate proprio davanti alla croce del Golgo-
ta. Come Ges, secondo la fede cristiana, risuscit il terzo gior-
no da morte, cos la sua Chiesa visse ora la sua risurrezione,
dopo quasi 300 anni di clandestinit, e subito dopo la prova pi
dura, che passer agli annali come persecuzione dioclezianea e
che spinse forse migliaia di cristiani a testimoniare la fede con
il sangue.
In quei tre secoli molte cose erano accadute: la semente del
cristianesimo che Pietro aveva portato da Gerusalemme a Ro-
ma era germogliata, la nuova religione si era diffusa in tutto l'im-
pero romano nonostante le persecuzioni e le ostilit, e aveva
trovato nella capitale una nuova patria. Ora, con Costantino,
la casa imperiale stessa, nella persona della madre dell'impera-
tore Elena, si sarebbe recata in pellegrinaggio a Gerusalemme,
per strappare la vera croce al luogo dove giaceva sepolta, in-
nalzarla e disperderla per il mondo sotto forma di innumerevo-
li particelle. Il blocco principale della pi significativa testimo-
nianza della passione di Ges fu per portato allora da Geru-
salemme a Roma, nel palazzo imperiale, che da quel momento
- e fino ai giorni nostri - divenne il suo santuario.
Ma prima di dedicarci allo spettacolare ritrovamento della re-
liquia della croce e della tavoletta recante l'iscrizione di Ges,
dobbiamo ripercorrerne le circostanze concomitanti, liberarle
dall'aura delle leggende pie e verificare le tradizioni che l'han-
particolari la storia della visione di Costantino, interrogando personalmente l'impera-
tore e riportandone una testimonianza giurata (Eusebio, Vit. Const., 1, 27), mentre
Lattanzio la citava in modo piuttosto marginale e forse, semplicemente, l'interpretava
in maniera sbagliata e la collocava cronologicamente subito prima della battaglia.
140
no reso possibile. Per sottrarci al rimprovero di aver idealizza-
to il personaggio, sia detto in anticipo: Costantino fu tutt' altro
che il santo descritto dal suo biografo Eusebio e successivamente
stilizzato dalla Chiesa ortodossa; fu innanzitutto un uomo di po-
tere ambizioso e senza scrupoli. Ma, sotto la spinta di una vi-
sione, ebbe la forza di cambiare il mondo. E forse fu proprio
in virt di questa forza, grazie alla quale fu prescelto da una po-
tenza superiore, a vincere nel nome della croce.
Il vessillo della croce
Il biografo di Costantino, Eusebio di Cesarea, nella sua nar-
razione si richiama espressamente alla testimonianza in pri-
ma persona dell' imperatore: Il vittorioso imperatore in per-
sona, molto tempo dopo ... rivel l'accaduto direttamente a noi,
che siamo gli autori della presente opera
2
. Secondo Eusebio,
gi nella notte successiva alla visione della croce Costantino eb-
be un sogno, che forn una risposta ai suoi interrogativi e con-
dusse alla meta la sua ricerca: Allora gli si mostr in sogno
Cristo, figlio di Dio, con il segno che era apparso nel cielo e
gli ingiunse di costruire un' immagine simile a quella del se-
gno osservato in cielo e di servirsene come difesa nelle batta-
glie contro i nemici
3
. La mattina seguente Costantino discus-
se dell'apparizione con i suoi fidi. Poi convoc dei fini artigia-
ni e descrisse loro ci che aveva visto durante la notte, affinch
confezionassero con oro e pietre preziose il labarum, Io sten-
dardo della croce di Costantino. Sulla sua sommit era ripor-
tato il monogramma di Cristo, le lettere greche intrecciate X
(chi) e P (rho).
Sotto questo vessillo della croce, che pose alla testa degli opli-
ti e dei dorifori della scorta
4
, marci su Roma. E fu come se il
suo nuovo Dio adempisse anche alla promessa di vittoria che
2
Eusebio, VLL Const., 1,28.
3
Ibid., 1,29.
* Ibid, 1,37.
141
gli aveva fatto. La campagna militare di Costantino, infatti, si ri-
solse in una vittoria trionfale. Le truppe di Massenzio furono ri-
petutamente sconfitte presso Brescia. La citt di Verona, mas-
sicciamente fortificata, cadde dopo una sanguinosa battaglia da-
vanti alle mura. Il 26 ottobre del 312 l'esercito dell'imperatore
aveva raggiunto il Tevere e si era accampato davanti al ponte
Milvio, a pochi chilometri dalle porte della Citt Eterna.
La marcia fino alle porte di Roma era stata pensata come una
consapevole provocazione. Costantino sapeva che, attraversan-
do il fiume, avrebbe occupato una posizione strategica pi sfa-
vorevole. Perch il ponte era un imbuto pericoloso. Il tiranno
avrebbe potuto sferrare l'attacco mentre attraversava il Tevere,
trucidare il suo esercito o ricacciarlo nel fiume prima che riu-
scisse a traghettare completamente sull'altra sponda. No, se Mas-
senzio l'avesse attaccato, avrebbe dovuto attraversare lui il Te-
vere per finire in trappola. Ma il tiranno, la cui cavalleria ave-
va ripetutamente caricato l'esercito di Costantino nei giorni
precedenti la marcia su Roma, non si fece vivo. Un oracolo gli
aveva profetizzato che sarebbe andato incontro alla sconfitta,
se avesse lasciato le porte della citt, e cos il superstizioso Mas-
senzio rimase in attesa di un attacco di Costantino.
142
La fine del tiranno
Il giorno successivo, il 27 ottobre, era il settimo anniversario
della presa del potere dell'usurpatore. Mentre i suoi generali at-
taccavano l'accampamento dell'imperatore, Massenzio volle far-
si festeggiare al Circo Massimo con le corse degli aurighi. Ma
non appena ebbe messo piede sul palco imperiale, risuonaro-
no i fischi e le grida d'indignazione del popolo romano. Vi-
gliacco!, urlavano, la peggiore offesa per un romano. Confuso,
corse via dal circo, consult alcuni dei suoi senatori e poi gli ora-
coli sul colle Capitolino. Questi sprofondarono nei Libri sibil-
lini, le antiche profezie sul futuro di Roma, e trovarono un pas-
so che pareva appropriato: I nemici di Roma saranno annien-
tati ancora in questo giorno, gli predissero. Per nemici si
potevano intendere solo Costantino e i suoi sostenitori, di que-
sto Massenzio era sicuro. Indoss l'armatura, calz l'elmo ric-
camente adornato, mont a cavallo e assunse il comando del-
l'esercito
5
.
L'usurpatore voleva sconfiggere Costantino con l'astuzia, ed
era fiducioso: avrebbe finto una ritirata su un pontone formato
da barche legate l'una all'altra, che avrebbe fatto affondare nel
fiume se l'esercito di Costantino l'avesse inseguito. Ma il pia-
no fall: l'esercito di Costantino si abbatt sulle legioni di Mas-
senzio con tale impeto da costringerle alla fuga. Queste si av-
ventarono precipitosamente sul ponte di barche per sfuggirgli,
segnando cos il loro destino. Proprio nell'istante in cui anche
Massenzio raggiungeva il ponte, le viti si sganciarono dagli or-
mggi, le barche andarono alla deriva, il ponte croll e l'eser-
cito dell'usurpatore precipit nelle acque impetuose del Tevere.
Chi riusc a raggiungere le sponde nella speranza di trovare sal-
vezza, fu trucidato dai soldati di Costantino. Massenzio, che vo-
leva raggiungere la ripida sponda sul lato opposto del fiume, fu
trascinato via dalla forte corrente. Il suo cadavere fu ritrovato
solo il giorno successivo. Fu decapitato, e il suo capo, infilzato
5
Lattanzio, Mort. pers., 44,3-8.
143
su un giavellotto, fu fatto sfilare per le vie della Citt Eterna da
Costantino, che fece un ingresso trionfale. I romani lo salutaro-
no euforicamente come colui che aveva posto termine al regno
del terrore. Il Senato conferm la sua rivendicazione del trono
dei Cesari e gli eresse, proprio accanto al Colosseo, un arco di
trionfo. All'imperatore Cesare Flavio Costantino che, divina-
mente ispirato e grazie alla sua superiorit di spirito, vendic lo
Stato in una guerra giusta contro il tiranno e tutto il suo parti-
to, si dice nell'iscrizione. Lo stesso Costantino fece erigere, nel
sontuoso edificio della basilica di Massenzio, nel Foro Romano,
una statua monumentale raffigurante se stesso, i cui resti - una
testa e una mano - si possono ancora oggi ammirare nel corti-
le interno del Museo Capitolino di Roma. Ma questa raffigura-
zione non era solo l'espressione della fin troppo viva consape-
volezza di s di Costantino, ma anche la confessione di fede in
un nuovo Dio, giacch Costantino veniva ritratto mentre reg-
geva il vessillo della croce: Con tale segno di salvezza, vero em-
blema del valore, ho salvato e liberato dal giogo del tiranno la
vostra citt, ho restituito al Senato e al popolo romano, insieme
con la libert, l'antico onore e splendore
6
, dichiarava l'iscri-
zione sul basamento. Seguirono anche atti meno vanagloriosi,
come la donazione al vescovo di Roma Milziade di un fondo
imperiale situato nel quinto distretto, presso il colle Esquilino,
sul limitare sudorientale delle mura cittadine. Nel I secolo que-
sto appezzamento apparteneva alla famiglia dei Plauti Latera-
ni, ma era stato confiscato dall'imperatore Nerone quando que-
sti avevano preso parte a una congiura contro di lui. Costanti-
no lo aveva ricevuto in dote dalla seconda moglie Fausta, figlia
del coreggente di Diocleziano, Massimiano, grande protettore.
di suo padre Costanzo Cloro. Ironia della sorte, Fausta era an-
che la sorella dell'avversario di Costantino, Massenzio, che ave-
va fondato la sua rivendicazione di potere sulla discendenza da
Massimiano. Quando Diocleziano e Massimiano, nell'anno 305,
abdicarono a favore dei loro Cesari, Costanzo Cloro e Gale-
6
Eusebio, Hist. Ecc., IX, 9,11.
144
rio, Massenzio si era impadronito del potere a Roma, ignoran-
do le indicazioni di suo padre, che fin per tornare a Roma di
persona per detronizzare il figlio riottoso; in modo non del tut-
to disinteressato, giacch anch'egli aspirava di nuovo al pote-
re. Conseguentemente, Massenzio fece cacciare il padre dalla
citt senza esitazioni, cos che questi dovette rifugiarsi in Gallia
alla corte di Costantino. Ma Massimiano giunse ai ferri corti an-
che con Costantino e fin per perdere la vita in maniera rimasta
oscura.
La casa di Fausta, dunque, and in dono al vescovo di Roma,
e per un buon millennio fu la residenza dei suoi successori.
Nei suoi pressi era situata la caserma della guardia a cavallo, che
si era battuta valorosamente a fianco di Massenzio e che ades-
so si trov a dover pagare il conto: il reparto fu sciolto e la ca-
serma abbattuta. Costantino decise che al suo posto doveva sor-
gere la prima grande chiesa della cristianit, quella basilica La-
terana che sar successivamente intitolata a San Giovanni e che
ancora oggi, come madre di tutte le chiese, la chiesa titola-
re del papa. Fino a quel momento, per celebrare l'Eucaristia, i
cristiani si erano radunati in cappelle private, in case private ac-
quistate, affittate o ricevute in dono dalla Chiesa e in semplici
magazzini e granai. Ora sorgeva, come sala delle udienze di
Cristo Re, un imponente edificio che per sfarzo e dimensioni
non aveva nulla da invidiare ai monumenti pubblici della Ro-
ma imperiale: una basilica a cinque navate, lunga 98 metri e lar-
ga 56, un'opera davvero imperiale sotto ogni profilo
7
.
D cammino trionfale della croce
Quest'edificio era al contempo un forte segnale politico, per-
ch con la vittoria di Costantino inizi il cammino trionfale del-
la croce. L'imperatore approfitt dell'inverno per prendere con-
fidenza con la nuova religione. Scelse dei vescovi come suoi pi
7
S. Montanari, Die Papstkirchen in Rom, Paderbom 1994, p. 27.
145
stretti consiglieri. Tuttavia, per non inimicarsi del tutto la mag-
gioranza pagana, continu a far coniare monete con l'effigie del
Sol Invictus e fece coincidere la festa per la nascita di Ges con
il giorno consacrato al dio Sole, il 24 dicembre. Quando, nel feb-
braio 313, torn a Milano per incontrare il cognato Licinio, pro-
mulg l'editto di Milano, che concedeva ai cristiani piena libert
di culto e di religione e la restituzione di tutti i beni e degli
edifici confiscati durante le persecuzioni di Diocleziano. Con la
vittoria di Licinio su Massimino Daia, il 30 aprile 313 la nuova
legge entr in vigore anche nella parte orientale dell'impero.
Quando, poco dopo, Licinio prese parte a un complotto contro
Costantino, divamp un secondo conflitto, che si concluse per
con un trattato di pace tra i due imperatori. Solo nel 323 Co-
stantino scese apertamente in guerra contro il sovrano d'Oriente
e lo sconfisse. Dal 324 Costantino dominava l'intero impero ro-
mano, eliminando chiunque mettesse in discussione il suo ruo-
lo e risvegliasse anche solo il sospetto di una congiura: prima Li-
cinio e 0 figlio di questi - il nipote di Costantino Liciniano - poi
il propri o figlio Crispo, i nfi ne la mogl ie Fausta. Sol o quando eb-
be assicurato il potere mettendo a tacere ogni scrupolo, si rivolse
a un'altra, superiore maniera di consolidarlo: era giunto il mo-
mento di esprimere riconoscenza a quel Dio che lo aveva assi-
stito per dodici anni.
II primo conclio della Chiesa imperiale
Dal 20 maggio al 19 giugno del 325 Costantino convoc a Ni-
cea il concilio, il primo concilio ecumenico della Chiesa cristia-
na dal concilio Apostolico di Gerusalemme dell'anno 48. Oltre
trecento vescovi erano confluiti a Nicea e provenivano preva-
lentamente dalla parte orientale dell'impero: molti di essi ave-
vano conosciuto il carcere e le persecuzioni in nome della fede.
Con Costantino era iniziata per loro una nuova era. Il tempo in
cui dovevano agire nella clandestinit era definitivamente pas-
sato. Ora erano sotto la protezione personale dell'imperatore,
146
che non si fece sfuggire l'occasione per inaugurare personalmente
il concilio con grande pompa: Quando i Padri conciliari si fu-
rono seduti con tutti gli onori dovuti, ognuno tacque nell'attesa
che l'imperatore facesse la sua apparizione; ed ecco che com-
parve un primo, poi un secondo e un terzo personaggio del suo
seguito. Precedettero anche altri, ma non si trattava degli opliti
e dei dorifori che erano soliti scortarlo, bens soltanto dei suoi
amici fedeli. Al segnale che indicava l'ingresso dell'imperatore,
tutti si levarono in piedi, e finalmente Costantino in persona pas-
s attraverso il corridoio centrale, simile a un celeste angelo del
Signore: la sua veste splendente lanciava bagliori pari a quelli
della luce ed egli appariva tutto rilucente dei raggi fiammeggianti
della porpora, adorno del fulgido scintillio emanato dall'oro e
dalle pietre preziose ... Quando raggiunse il punto dove eran si-
stemati i primi seggi, si ferm giusto nel mezzo; allora gli fu mes-
so davanti un piccolo sedile d'oro massiccio, ma non vi si assise
prima di aver fatto segno ai vescovi di sedere. Insieme con l'im-
peratore anche tutti gli altri sedettero, riferisce un partecipan-
te, il vescovo Eusebio di Cesarea
8
.
Il concilio muoveva dalle aspirazioni di Costantino di riunifi-
care l'impero non soltanto dal punto di vista politico, ma anche
da quello spirituale. Si dovevano cos definire le fondamenta del-
la nuova religione e trovare soluzione a un conflitto interno
alla giovane Chiesa, riguardante la questione se Cristo fosse
della stessa sostanza di Dio Padre (homoousios) o di una so-
stanza simile (homoiousios). Costantino non faceva mistero del
fatto che questo dibattito teologico gli era del tutto indifferen-
te. Sapeva soltanto di non poter tollerare due Chiese entro i con-
fini dell'impero, e alla fine, sotto la sua pressione, si giunse a una
decisione: i sostenitori della dottrina secondo cui Cristo sareb-
be di una sostanza simile a quella del Padre, primo fra tutti il lo-
ro portavoce Ario, furono dichiarati eretici ed esiliati, e la gran-
de confessione di fede fu formulata in termini vincolanti per
tutti i cristiani. In questo modo si era imposto anche nella par-
3
Eusebio, Vie. Const., Ili, 10.
147
te orientale dell'impero il cesaropapismo, la Chiesa di Stato
controllata dall'imperatore.
Costantino era cos orgoglioso dei risultati conseguiti da in-
vitare seduta stante tutti i vescovi a rimanere in Bitinia ancora
qualche settimana, per festeggiare con lui il ventesimo anniver-
sario della sua ascesa al trono. Eusebio prese parte al banchet-
to in occasione dei festeggiamenti ed espresse cos il suo entu-
siasmo: Al banchetto imperiale presero parte tutti i vescovi.
L'avvenimento fu tale che qualsiasi parola risulterebbe inadat-
ta a descriverlo: dorifori e opliti, disposti in cerchio, presidia-
vano con le spade sguainate l'ingresso del palazzo imperiale;
in mezzo a essi passavano senza alcun timore gli uomimi di Dio,
spingendosi fin negli ambienti pi interni della reggia. Poi, men-
tre alcuni sedevano alla stessa mensa dell'imperatore, gli altri si
adagiavano su divani che erano stati sistemati su entrambi i la-
ti della sala. Sembrava quasi di vedere un'immagine del regno
di Cristo, ed era come se quell'avvenimento si svolgesse "in un
sogno, non gi nella realt"
9
. Quando i vescovi ripartirono, l'im-
peratore consegn di persona a ognuno di loro un piccolo re-
galo. I vescovi erano oltremodo impressionati da quello che ave-
vano visto e vissuto: era proprio questo l'obiettivo cui mirava
Costantino.
Ma uno dei vescovi lasci la residenza imperiale con un pri-
vilegio del tutto particolare. Nel corso del concilio, Costantino
aveva incontrato anche Macario, vescovo di Aelia, come si chia-
mava allora Gerusalemme, che gli narr della tradizione quasi
tricentenaria della sua comunit. Costantino ne rimase palese-
mente impressionato. Poco tempo dopo nomin patriarca di Ge-
rusalemme il vescovo Macario, fino a quel momento suffraga-
ne del metropolita della capitale provinciale Cesarea, all'epo-
ca il vescovo (e biografo di Costantino) Eusebio. Macario cos,
in occasione dei successivi concili, si ritrov ai vertici delle ge-
rarchie palestinesi. Con Macario l'imperatore discusse il suo am-
bizioso progetto: costruire al proprio Signore e Redentore una
9
Ibid., m, 15.
148
chiesa proprio nel luogo della sua gloriosa vittoria sulla morte,
l dove Ges era stato crocifisso, era morto e al terzo giorno
era risuscitato da morte, come si dice nella confessione di fede
apostolica. Il vescovo acconsent al progetto con entusiasmo.
Dov'era situato il Santo Sepolcro?
Ma per prima cosa bisognava individuare il luogo del sepol-
cro vuoto di Ges. Le informazioni fornite dai Vangeli erano di
scarso aiuto. Di sicuro c'era soltanto che il luogo dell'esecuzio-
ne, la collina del Golgota, e il nuovo sepolcro di Giuseppe
d'Arimatea dovevano trovarsi da qualche parte al di fuori del-
le mura cittadine di Gerusalemme. Secondo la concezione ebrai-
ca, se le esecuzioni e le sepolture avessero avuto luogo all'in-
terno della cerchia muraria, avrebbero profanato la citt. A
causa della loro funzione deterrente, si sceglievano abitualmente
per le crocifissioni dei punti il pi possibile visibili, lungo le stra-
de pi frequentate. Cos scrive Quintiliano: Ogni volta che cro-
cifiggiamo dei criminali, scegliamo per la crocifissione le strade
pi battute, cos che il maggior numero possibile di persone la
notino e imparino a temerla
10
. Tra tutte quelle che si irradia-
vano da Gerusalemme, la via pi importante, almeno per i ro-
mani, era la strada occidentale che conduceva a Cesarea, capi-
tale della provincia. Molto probabilmente la collina di Golgo-
ta si trovava qui e, nelle sue immediate vicinanze, il sepolcro di
Ges. Golgota la storpiatura della parola ebraica gulgolcet
o di quella aramaica gulglt, entrambe significanti cranio.
Ancora oggi in arabo si indicano i rilievi rocciosi con il termine
ras (capo). Probabilmente questo Golgota era dunque uno
spuntone roccioso isolato e spoglio. Si dice inoltre nel Vangelo
di Giovanni: Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era
un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessu-
no era stato ancora deposto (Gv 19,41). Effettivamente, all'e-
10
Quintiliano, Liv., I.
149
poca di Ges, la porta nordoccidentale di Gerusalemme si chia-
mava porta del Giardino.
Ci nonostante, i messi imperiali inviati a Gerusalemme su-
bito dopo il concilio per individuare il Santo Sepocro, dovette-
ro misurarsi con un problema: la Gerusalemme di Ges non esi-
steva pi, essendo stata distrutta dai romani nel 70. Dopo la guer-
ra giudaica, durata quattro anni e che aveva avuto inizio con
la rivolta contro il governatore e con il rifiuto di pagare altre tas-
se, i soldati della decima legione misero a ferro e fuoco il tem-
pio e raser al suolo l'intera citt, con l'eccezione delle tre tor-
ri del palazzo di Erode e del muro occidentale. Da quel momento
le suddette torri e il muro servirono da fortificazione per una
postazione di legionari
11
. Solo 60 anni pi tardi l' imperatore
Adriano, nel corso di un viaggio nel Vicino Oriente, rese nota
l'intenzione di ricostruire la famosa citt di Gerusalemme co-
me colonia romana. A questo scopo giunse di persona nella citt,
ridotta a un cumulo di macerie, per compiere il pomerium, la
tradizionale cerimonia romana di fondazione di una citt. Con
un aratro ne furono tracciati i confini, poi si celebrarono sacri-
fici ai numi tutelari della nuova citt.
Sulle macerie di Gerusalemme
Questa situazione era insopportabile per quegli ebrei so-
pravvissuti alla guerra giudaica e che non erano stati ridotti in
" Si a lungo creduto per lungo tempo che l'intera decima legione Fretensis stazio-
nasse sulla collina occidentale di Gerusalemme, ma l'Ipotesi e stata confutata dai ri-
trovamenti archeologici. Cos spiega l'archeologo israeliano Hillel Geva, che ha con-
dotto di persona gli scavi archeologici sulla collina occidentale: I dati archeologici con-
traddicono in maniera univoca le supposizioni relative all'esistenza di un accampamento
di legionari tipicamente romano a Gerusalemme ... i ritrovamenti archeologici dimo-
strano chiaramente che l'intera collina occidentale fu abitata solo sporadicamente ed
episodicamente durante il periodo romano ... le tre torri erodiane di Ippico, Fasael e
Mariamne facevano parte del loro quartier generale e in caso di necessit offrivano pro-
tezione ai legionari. E certo che unit pi piccole di soldati stazionassero in altri punti
strategici della citt. Ma a Gerusalemme non ci fu mai un campo militare organizzato,
pianificato e fortificato (H. Geva, Searching for Roman Jerusalem, in BiblicalAr-
chaeology Review, 23/6 [1997], pp. 40s).
150
prigionia. Si prepar cos per una nuova rivolta, che divamp
infine nel 132 sotto la guida di un capo carismatico, ritenuto
da molti il Messia: Simon Bar Kochba. Il figlio delle stelle -
cos suona la traduzione del suo nome - promise ai suoi segua-
ci la ricostruzione del tempio. A testimonianza di questo pro-
gramma, fece coniare monete d'argento che recavano in effigie
l'immagine del tempio di Erode su cui riluceva la stella di Bar
Kochba. Questo Messia politico convinse anche alcuni dotti, co-
me il famoso Rabbi Akiba, ma fall e cadde nell'oblio. La se-
conda rivolta fu repressa nel sangue, mietendo ancora pi vit-
time della guerra giudaica. La provi nci a di Gi udea f u coloniz-
zata con insediamenti pagani e ribattezzata come Palestina,
un nome che indicava in origine i territori costieri meridionali
popolati dai filistei. Agli ebrei fu vietato - pena la morte - di fa-
re ingresso a Gerusalemme, sulle cui rovine sorgeva ora la citt
romana Aelia Capitolina.
Per gli ebrei questo nome costituiva una provocazione, per-
ch sottolineava quali di avrebbero dominato da quel momento
la citt di Jahv: faceva infatti riferimento alla Trinit capitoli-
na, a Giove, Giunone e Minerva, i tre principali di di Roma,
il cui tempio si ergeva sul colle Capitolino della Citt Eterna.
Anche a Gerusalemme fu loro eretto un luogo sacro sulle ro-
vine del tempio di Erode, sulla montagna del tempio. Di fronte
era collocata una monumentale statua in bronzo di Adriano, il
cui capo conservato ancora oggi. Fu rinvenuto a Gerusalem-
me nel 1873 nel corso di scavi archeologici e consegnato allo zar
russo; oggi si trova alPErmitage di San Pietroburgo. La scon-
fitta degli ebrei e la vittoria di Roma su un popolo e su una re-
ligione scomoda non potevano essere espressi pi chiaramente.
Anche il fondatore di questa nuova citt coloniale si era eter-
nato conferendole il proprio nome: Aelia proviene da Publio
Elio Adriano, il nome dell'imperatore.
La nuova citt, rispetto alla Gerusalemme del I secolo, era spo-
stata un po' pi a nord e si estendeva tra la postazione deHa le-
gione a sud-ovest e il tempio Capitolino a est. I suoi bastioni cor-
revano all'incirca l dove oggi si trovano le mura cittadine fatte
151
erigere dal sultano Solimano il Magnifico (1520-1566).Tra la por-
ta di Neapolis (l'attuale porta di Damasco) a nord e la porta di
Sion a sud, l'imperatore Adriano fece costruire il cardo maximus,
una via colonnata, dove si svolgeva il mercato. L, dove sorge-
va un tempo la fortezza Antonia, il terreno fu rialzato e si costru
un Foro orientale, cui si accedeva attraverso l'arco di trionfo di
Adriano. I suoi resti sono oggi conosciuti come arco dell'Ecce
Homo, perch lo si ritiene erroneamente una parte del Pretorio
di Pilato. Anche il terreno a ovest del cardo maximus fu livella-
to e rialzato con dei detriti. Sulla piattaforma cos creata, il Fo-
ro occidentale, fu eretto un tempio in onore di Afrodite, la dea
dell'amore, alla quale l' imperatore riservava una.particolare
venerazione. Questo gesto fu inteso dalla comunit cristiana di
Gerusalemme, che non aveva preso parte ad alcuna delle rivol-
te ebraiche, come particolarmente provocatorio, perch la col-
lina, che svetta sull'area una volta occupata da una cava di pie-
tre e fatta sopraelevare da Adriano, era proprio quel luogo del
cranio, quel Golgota dove era stato crocifisso Ges. Nelle sue
immediate vicinanze, scavato nella roccia, si trovava un luogo di
sepoltura con una serie di sepolcri, il primo dei quali rimase
per sempre vuoto: era il sepolcro da cui Ges, il Cristo, risu-
scit da morte. Proprio questo sepolcro fu ora coperto dalla mas-
sa dei detriti sottostanti il Foro occidentale su cui, quasi in segno
di vittoria, troneggiava il tempio di una dea pagana.
L'Afrodite del Golgota
Certo, era una provocazione, peggio ancora: un sacrilegio. Ma
forse anche un secondo motivo determin l'edificazione del luo-
go sacro a Venere proprio sulla collina del Golgota. Golgos
era un figlio della dea greca dell'amore Afrodite e l'antico tem-
pio consacrato alla dea nata dalla schiuma del mare, a Ci-
pro, recava il nome di Golgoi. cos possibile che, ai romani, il
luogo del Golgota paresse particolarmente indicato per la co-
struzione di un luogo sacro intitolato ad Afrodite Golgia, la
152
cui statua fu eretta sulla cima della vecchia collina del Golgota
che svettava dalla piattaforma. Evidentemente Afrodite, ado-
rata presso i fenici come Astarte o Tyche, divenne la vera e pro-
pria dea protettrice di Gerusalemme. Su alcune monete della
colonia Aelia Capitolina risalenti all'epoca del successore di
Adriano, Antonino Pio (138-161), raffigurato il suo tempio, e
lei stessa ha in capo la corona di mura che la contraddistingue
come dea protettrice della citt. Il suo piede destro poggiato
su una collina, forse le rocce del Calvario
12
.
Questa testimonianza numismatica del fatto che si trattasse
proprio di Afrodite, e non di Astarte, suggerisce inoltre l'ipo-
tesi secondo cui Adriano, attraverso la costruzione del tempio,
avrebbe consapevolmente tentato di reinterpretare la risurre-
zione di Ges in un contesto pagano. Fin dalla prima giovinez-
za Adriano nutriva un amore particolare per la cultura greca e
per i culti misterici, ai quali fu introdotto a Eleusi. Al centro del-
le feste sacre di questo luogo di culto greco stavano gli elemen-
ti della morte, della rinascita e del riscatto attraverso un fanciullo
di natura divina, che liberava la madre Persefone dal mondo de-
gli inferi e che a un tempo signore del mondo e del regno de-
gli inferi. In quanto seguace della filosofia stoica, Adriano, an-
che indipendentemente da questa coincidenza, considerava la
molteplicit sconcertante degli di come manifestazione dell'u-
nico Dio pensante e creatore, i cui nomi sono indifferentemen-
12
G. Kroll, op. cit, p. 379; G.S.P. Freeman-Grenville, The Basilica ofthe Holy Sepul-
chre in Jerusalem, Jerusalem 1993, pp. 9-13; I. Mancini, Archaeological Discoveries Re-
lative to the Judeo-Christians, Jerusalem 1984, pp. 170s. Mancini cita Testa (E. Testa, Le
Grotte dei Misteri giudeo-cristiane, in Studii Biblici Franciscani, [1963-64], pp. 106-107
e 116-117) come segue: Da monete della Aelia Capitolina emerge chiaramente che la
Venere cui si rendeva omaggio sul Monte Calvario era Astarte-Nike, con una corona in
capo, uno scettro nella mano sinistra e un busto raffigurante una figura umana nella de-
stra. Non sappiamo su che cosa poggi il piede sinistro, per poi proseguire: L'autore
spiega che la corona ha la forma di mura, che il busto fu identificato da alcuni come
quello dell'imperatore ma da altri come quello di Adone-Tammuz e che simili mone-
te, coniate s in Palestina, ma in altre localit, mostrano Astarte con un fiume sotto i pie-
di. Testa sottolinea che ai pagani cos come ai cristiani della comunit locale doveva es-
sere ben noto il mito della discesa di Inanna-Istar nell' Arallu (regioni dell'oltretomba).
Parallelamente a questo c'era il mito della vittoriosa discesa di Astarte nell'Ade per
riportare in vita Adone-Tammuz.
153
te intercambiabili. Non certo un caso che entrambi gli edifici
dei templ i sorgessero in corrispondenza dei principali luoghi sa-
cri rispettivamente degli ebrei e dei cristiani: il tempio consa-
crato alle tre massime divinit di Roma sulle macerie del tem-
pio del Dio di Israele, il tempio di Afrodite/Astarte sul Santo
Sepolcro. Perch proprio Afrodite/Astarte? Perch, secondo il
mito, la dea scese nell'Ade per ridestare dai morti il giovane eroe
Adone/Tammuz. Quanto strettamente l'imperatore romano as-
sociasse questo mito alla vita di Ges, lo dimostra il fatto che
trasform la grotta della Nativit a Betlemme in un luogo sacro
ad Adone/Tammuz. Si potrebbe persino andare oltre e chieder-
si se Adriano, con questa pianificazione urbanistica, non inten-
desse conformarsi all'antico costume di erigere il foro del mer-
cato di una citt sul sepolcro dell'eroe fondatore
13
.
Potrebbe dunque darsi che Adriano interpretasse la risurre-
zione di Ges in senso consapevolmente sincretistico, nel con-
testo pagano del mito di Adone/Tammuz, la qual cosa fu natu-
ral ment e avvert i t a dai cristiani comc abuso c profanazione. Le
loro reazioni alla costruzione sul luogo del Santo Sepolcro di un
tempio consacrato giustappunto alla dea dell'amore Afrodite
sono testimoniate, ancora molto tempo dopo, nella Storia della
Chiesa redatta attorno al 440 d.C. dal vescovo Teodoreto di
Ciro (393-458), che colse nel gesto la volont di deridere la ver-
gine Maria. Credeva cos che gli idolatri, nel loro odio furi-
bondo, avevano riversato della terra sul sepolcro del Signore,
per distruggere ogni ricordo della sua azione salvifica, e vi eres-
sero al di sopra un tempio consacrato alla dea dei piaceri sfre-
nati, in segno di scherno nei confronti del frutto del grembo del-
la Vergine
1
*. In ogni caso, la costruzione adrianea del tempio
13
Su Adriano: G. Gottschalk, Die grojien Csaren, Herrsching 1984, p. I l i ; Historia
Augusta, introduzione e traduzione di E. Hohl, rielaborazione e commento di E. Mer-
ten-A. Roesger, I, Zurich 1976, pp. 29-57.
Su Eleusis:W. von Uexkiili, Die eleusiischen Mysterien, Bildingen-Gettenbach 1957;
R.G. Wasson - C.A.P Ruck - A. Hofmann, Der Weg nach Eleusis, Frankfurt 1984.
Sul tempio di Adone a Betlemme: Girolamo, Ep. 58 (a Paolino); Paolino di Nola, Ep.
31,3.
Sulla tradizione della sepoltura del fondatore della citt: A. Angenendt, op. cit.,pp. 21ss.
14
Teodoreto, Hist. Ecc., 1,15.
154
dimostra che al Santo Sepolcro si rendeva omaggio proprio in
q u e s t o l u o g o gi a l l ' i ni z i o de l II s e c o l o . L' e f f i g i e di A f r o d i -
te/ Astarte che in segno di trionfo poggia il proprio piede sulla
collina del Golgota, riportata dalle monete, poteva simboleg-
giare la vittoria della dea sulla morte. In tal caso, la piccola sta-
tua che sorregge con la mano destra sarebbe una raffigurazio-
ne di Adone/Tammuz, da lei liberato dal mondo degli inferi e
divenuto per Adriano simbolo del Cristo risorto.
Afrodite/Astarte raffigurata come dea protettrice di Gerusalemme
su monete dell'epoca di Antonino Pio (138-161).
Il sepolcro di Ges, certo, era ora sepolto sotto cumuli di ter-
ra e macerie, e profanato dal tempio di Afrodite. Ma queste so-
vrapposizioni non spensero in alcun modo la memoria che la
comunit cristiana di Gerusalemme conservava del proprio luo-
go pi sacro; al contrario, l'edificio pagano contrassegn quel
luogo per i due secoli successivi.
La comunit delle orgini
certo che, gi nei primi anni dell'Aelia Capitolina, alcuni cri-
stiani si insediarono nella citt coloniale romana. L'unica cesura
che va registrata nella tradizione riguarda la composizione del-
la comunit; prima della seconda rivolta era formata quasi esclu-
155
sivamente da giudeo-cristiani, successivamente in primo luogo
da pagani convertiti al cristianesimo, dunque da non-ebrei bat-
tezzati. Dopo l'ascensione al cielo di Ges, la comunit geroso-
limitana delle origini era guidata dalle tre colonne, Pietro, Gio-
vanni e il fratello del Signore, Giacomo, cugino di Ges. Que-
st'ultimo rimase a Gerusalemme, quando nel 42 Pietro si rec a
Roma e Giovanni a Efeso, in parte per conformarsi alle indica-
zioni di Ges di lasciare Gerusalemme dopo dodici anni per pre-
dicare il Vangelo alle genti, e in parte per sfuggire alle persecu-
zioni intentate da Erode Agrippa I. Giacomo il Giusto, come
fu anche chiamato, godeva di grande reputazione persino pres-
so gli ebrei. La tradizione lo descrive come un Nazireo, cio un
asceta, e afferma che tale rimase per tutta la vita. Secondo Ege-
sippo fu santo gi dal ventre materno. Non beveva vino o al-
tre bevande alcoliche, n mangiava carne. La forbice non tocc
mai il suo capo, n si cospargeva d'olio e faceva un bagno. Solo
a Giacomo era consentito di varcare la soglia del santuario (il
Santo dei Santi del tempio) perch non vestiva abiti di lana ma
di lino. Usava recarsi da solo nel tempio e lo si trovava inginoc-
chiato a implorare perdono per il popolo ebraico ... Per la sua ec-
cezionale rettitudine fu chiamato il Giusto ... e "supporto e so-
stegno del suo popolo"
15
. Se questa singolare descrizione ri-
spondesse al vero, Giacomo avrebbe goduto di privilegi superiori
a quelli riservati agli stessi sommi sacerdoti, che potevano acce-
dere al Santo dei Santi solo una volta all'anno. In ogni caso, un
altro autore paleocristiano, Epifanio, riferisce che anche a Gia-
como l'ingresso nel Santo dei Santi era consentito solo una vol-
ta all'anno, il che lo equiparava al sommo sacerdote
16
. Negli At-
ti degli apostoli Giacomo compare a capo del Consiglio dei pre-
sbiteri della comunit di Gerusalemme. Nel dibattito pi decisivo
che divise la cristianit antica, la questione della circoncisione,
egli sostenne fin dall'inizio il punto d vista tradizionale: per lui
poteva diventare cristiano solo chi era stato prima ebreo o che
15
Cit. da F.F. Bruce, Basiswissen neues Testamenti Wuppertal 1997, p. 175.
16
Epifanio, Panarion, 29,4.
156
tale si era fatto, e i buoni cristiani erano insieme anche gelosa-
mente attaccati alla Legge di Mos (At 21,20). Questo si dice
della comunit gerosolimitana delle origini: Ogni giorno essi
erano assidui nel frequentare insieme il tempio ... lodando Dio
e godendo il favore di tutto il popolo (At 2,46-47.). Pare che
la comunit annoverasse allora 3000 membri (At 2,41), che sa-
rebbero divenuti di l a poco 5000 (At 4,4), il che equivarrebbe,
in quanto a forza numerica, al partito dei farisei, anch'esso sti-
mato attorno ai 5000 aderenti. Paolo, al contrario, voleva sem-
plificare il cammino di conversione che i pagani dovevano in-
traprendere per giungere a Cristo e chiese che l'unica condizio-
ne per essere ammessi nella comunit fosse il battesimo. Con il
concilio Apostolico di Gerusalemme dell'anno 48 il conflitto fu
provvisoriamente accantonato grazie a un compromesso, per di-
vampare nuovamente nei primi mesi del 57, dopo che Paolo e i
suoi compagni non ebrei erano giunti a Gerusalemme con la col-
letta per i santi, cio per la comunit delle origini (At 21,15-30).
Quando Paolo condusse nel tempio i nuovi membri della co-
munit, si giunse a un aperto tumulto, nel corso del quale l'apo-
stolo delle genti fu arrestato. Tertullo, portavoce del Sinedrio, lo
accus dinanzi al governatore romano Felice di essere un ca-
po della setta dei Nazorei, che avrebbe tentato di profanare
il tempio (At 24,5-6). Intendeva dire con ci che Paolo voleva
condurre dei cristiani di origine pagana in quei cortili intemi del
tempio, il cui accesso era vietato ai pagani pena la morte. Pro-
prio dal fare ci diffidavano quelle iscrizioni in pietra, in lingua
greca, citate da Giuseppe Flavio e di cui, nel corso di scavi ar-
cheologici, sono stati rinvenuti a Gerusalemme un esemplare in-
tegro nel 1871 e un frammento nel 1936.
La morte d Giacomo
Quest'episodio pu essere stata l'autentica molla che spinse
il sommo sacerdote ad assestare l'ultimo grande colpo contro
la comunit cristiana, anche se ci vollero cinque anni perch si
157
trovasse l'occasione propizia. Quando, nell' anno 62, il gover-
natore romano Festo mor improvvisamente, il sommo sacer-
dote Anna il Giovane credette, come racconta Giuseppe Flavio,
di avere un'occasione favorevole ... cos convoc i giudici del
Sinedrio e introdusse davanti a loro un uomo di nome Giaco-
mo, fratello di Ges, che era soprannominato Cristo, e certi al-
tri, con l'accusa di aver trasgredito la Legge, e li consegn per-
ch fossero lapidati
17
. In questo modo Anna si poneva espres-
samente al di sopra della legge di Roma, che, nonostante la
libert di culto concessa, non lo autorizzava in alcun modo a
esercitare una giurisdizione che comportasse l'emanazione di
pene capitali, indipendentemente dalla eventuale presenza in
Giudea di un procuratore romano. Di quale alta considerazio-
ne godesse effettivamente Giacomo dimostrato dal biasimo
espresso da Giuseppe Flavio, secondo il quale questa condot-
ta suscit l'indignazione di tutte le persone pi equanimi del-
la citt, considerate le pi strette osservanti della Legge
18
. Quan-
do, otto anni pi tardi, Gerusalemme fu distrutta e il tempio
messo a ferro e fuoco, molti ebrei considerarono questa trage-
dia come una punizione di Dio per l'ingiustizia commessa con-
tro Giacomo. Secondo Clemente Alessandrino, Giacomo il
Giusto fu precipitato dal pinnacolo del tempio e mor sotto i
colpi di bastone di un lavandaio
19
. Come successore quelli de-
gli apostoli e dei discepoli del Signore, che erano ancora in vi-
ta ... coi parenti del Si gnore s econdo la carne, i pi dei quali so-
pravvivevano ancora, scelsero unanimemente ... Simone, fi-
glio di Cleofa, di cui parla anche il Vangelo (in Le 24,18 e in
Gv 19,25), un cugino del Salvatore, come nuovo vescovo di
Gerusalemme. Eusebio
20
prosegue, richiamandosi a Egesippo
(circa 180 d.C.), e afferma che Cleofa (il padre di Simone) era
fratello di Giuseppe. Il Vangelo di Luca lo cita tra i discepoli
di Emmaus (24,18), cui Ges apparve dopo la risurrezione, ed
17
Giuseppe Flavio, Ant. Iud., XX, 9,1 (v. 200).
18
Ibid., XX, 9,1 (v. 201).
19
Cit. da Eusebio, blist. ECCL, II, 1,5.
20
Ibid., Ili, 11.
158
del tutto possibile che il suo anonimo accompagnatore fosse
il figlio Simeone. Secondo Giovanni (19,25), sua moglie era pro-
prio quella Maria sorella di sua madre (dunque cognata) i cui
altri figli Marco cita (15,40) con i nomi di Giacomo il Minore
- per distinguerlo dall'altro Giacomo, fratello di Giovanni - e
Giuseppe. Questo getta nuova luce sulla questione dei fratelli
di Ges (Me 6,3): Non costui il carpentiere, il figlio di Maria,
il fratello di Giacomo, di Giuseppe, di Giuda e di Simone [Si-
meone]?. Questi fratelli erano dunque figli di Cleofa e di
Maria, cognata della madre di Dio, e quindi cugini di Ges, an-
che se la tradizione ortodossa, dall'epoca di Origene, li ritiene
figli di primo letto di Giuseppe. Simeone era in ogni caso un
membro della famiglia di Ges; uno che conosceva Ges fin da
bambino e che dapprima dubit di lui; uno che, con la sua fa-
miglia, si rec a Gerusalemme in occasione della festa di Pasqua
dell'anno 30, divenne testimone della passione e della risurre-
zione di Ges e si convert. Fu un degno successore di Giaco-
mo alla guida della comunit delle origini in quest' epoca tor-
mentata. Il secondo anno dopo la sua elezione, poco prima che
esplodesse la guerra giudaica, condusse la comunit fuori deUa
citt minacciata in un rifugio sicuro. Ad alcuni anziani era sta-
to rivelato che Gerusalemme era destinata a perire e cos i giu-
deo-cristiani seguirono l'esortazione di Ges (Me 13,14) a fug-
gire sui monti, e si ritirarono a Pella, una delle citt della De-
capoli a est del Gi or dano
2 1
.
Secondo la tradizione, la comunit delle origini, sotto la gui-
da di Simeone, fece ritorno a Gerusalemme poco dopo la di-
struzione della Citt Santa e si insedi di nuovo sulle sue ma-
cerie. Eusebio cita, dopo Simeone, altri tredici vescovi giudeo-
cristiani di Gerusalemme sino aU'assedio dei giudei avvenuto
sotto Adriano: tutti, secondo quanto afferma, parenti di Ges
22
.
Le cose cambiarono quando il decreto di Adriano viet a tut-
ti i circoncisi l'accesso alla citt pena la morte. Allora si inse-
21
Eusebio, Hist. Ecc., Ili, 5,3.
n
Ibid., IV, 5,2.
159
dio nell'Aelia Capitolina una comunit di pagani convertiti al
cristianesimo e Marco, primo dopo i vescovi della circoncisio-
ne, ne ottenne l'episcopato
23
.
La nascita di una nuova religione
L'esecuzione di Giacomo segn nettamente la grande, defi-
nitiva frattura tra il cristianesimo e l'ebraismo e in questo mo-
do la vera e propria nascita della nuova religione. Fino a quel
momento, i Nazareni erano piuttosto stati una setta interna
all'ebraismo, che si contraddistingueva dai tre principali rag-
gruppamenti di sadducei, farisei ed esserli solo per il proprio re-
lativamente maggiore liberalismo e per la fede nel fatto che il
Messia fosse gi venuto, non solo per liberare Israele ma an-
che per redimere il mondo intero. Erano odiati soltanto dai sad-
ducei, cio da quella gerarchia del tempio che aveva gi fatto
giustiziare Ges quando aveva fustigato la corruzione dei som-
mi sacerdoti. Questi ora osservavano con sospetto la rapida dif-
fusione della nuova scuola tra le comunit ebraiche del ba-
cino del Mediterraneo, proprio mentre vi decresceva il loro in-
flusso. Ancor pi preoccupante era il crescente numero di pagani
che venivano accolti in questo raggruppamento, fatto contrario
alla loro comprensione elitaria deU'ebraismo. La comunit del-
le origini sembra invece aver intrattenuto stretti contatti con
un'altra scuola ebraica, quella degli esseni. Anch'essi erano acer-
rimi avversari dei sadducei e ritenevano che il tempio fosse sta-
to profanato da una gerarchia corrotta.
Sadducei, farisei...
Queste tre fazioni, sadducei, farisei ed esseni, contraddistin-
guevano la vita spirituale ebraica all'epoca di Ges e dei primi
23
Ibid., IV, 6,4.
160
cristiani. Tutti e tre i raggruppamenti si erano formati nei due
secoli precedenti la nascita di Ges, quando l'ebraismo aveva
dovuto far fronte agli influssi ellenistici sempre crescenti. Dopo
che il regno di Alessandro Magno fu ripartito tra i suoi condot-
tieri, la provincia di Giudea fu inglobata nel regno di Tolomeo,
cui era toccato l'Egitto. Ma il regno tolemaico fu conquistato nel
198 a.C. dai Seleucidi, i successori di Seleuco, cui era spettata
la Siria. Al re seleucida Antioco IV (175-163 a.C.) l'ebreo elle-
nizzato Menelao offr ingenti somme di denaro per assicurarsi
la nomina a sommo sacerdote del tempio di Gerusalemme. Il re
acconsent ma gli ebrei tradizionalisti si opposero, il che fu in-
terpretato da Antioco IV come aperta ribellione. Fece quindi
marciare le sue truppe su Gerusalemme, ne fece abbattere le
mura e confiscare il tesoro del tempio. Per schiacciare del tut-
to l'ebraismo ribelle, riconsacr il tempio a Zeus Olimpio, U prin-
cipale dio greco. Come estrema provocazione, il re sacrific al
suo dio un maiale, animale impuro per gli ebrei. Questo abo-
minio di devastazione, come lo chiamarono gli ebrei, provoc
una rivolta guidata da un sacerdote molto anziano, Mattatia, del-
la stirpe degli Asmonei, e dai suoi figli, primo tra tutti Giuda
Maccabeo. I Maccabei condussero una vera e propria guerriglia
contro Antioco e sconfissero diversi eserciti dei Seleucidi, ot-
tenendo alla fine il ripristino della libert religiosa per gli ebrei.
Il 25 kislev dell'anno 164 a.C. il tempio fu nuovamente consa-
crato, un evento che gli ebrei ricordano da quel momento con
la festa di Hanukkah. Ma gli Asmonei non erano ancora con-
tenti. Proseguirono la lotta per altri 22 anni e scatenarono riva-
lit tra i successori di Antioco in modo cos abile che la Giu-
dea riguadagn infine anche l'autonomia nazionale nel 142 a.C.
Simone, in quel momento a capo della famiglia degli Asmonei,
non si autoelesse soltanto capo supremo dell'amministrazione
civile - i suoi figli arrivarono addirittura a incoronarsi re -
ma anche sommo sacerdote e nomin i suoi discendenti legit-
timi successori nell'incarico. Era una chiara violazione della tra-
dizione ebraica, secondo la quale il sommo sacerdote doveva es-
sere un discendente dello Zadok, cio del primo sommo sacer-
161
dote nel tempio di Salomone. La provenienza, che si afferm a
partire da quel momento, dei capi politici e religiosi dalla stirpe
degli Asmonei, incontr sempre pi l'ostilit degli ebrei legati
alla tradizione. Molti di loro, nell'occupazione romana della Giu-
dea nel 64 a.C. per ricomporre lo scontro per l'ascesa al trono
tra Aristobulo e Ircano, i due figli di Alessandro Ianneo e di Sa-
l ome Al essandro, lessero un giudizio punitivo di DO nei Con-
fronti degli Asmonei. Il condottiero romano Pompeo insedi Ir-
cano sul trono e assal il tempio, ove si erano asserragliati Ari-
stobulo e i suoi seguaci. Aristobulo fu ucciso e Pompeo,
compiendo quella che per gli ebrei costituiva una profanazione,
varc la soglia del Santo dei Santi, il cui accesso era consentito
soltanto al sommo sacerdote e rigorosamente vietato a un infe-
dele. Con Ircano, debole e succube di Roma, si concluse il do-
minio della sua dinastia. Ircano consent all'idumeo Antipatro,
da lui nominato governatore, di accentrare sempre pi potere e
di suddividere il regno in province da lui affidate ai figli Fasael
ed Erode, in veste di governatori. Qua ndo Ant i pat ro fu assassi-
nato nel 43 a.C., i romani nominarono re i figli. Sebbene Ero-
de fosse sposato con la nipote di Ircano, Mariamne, i sosteni-
tori degli Asmonei la consideravano un'usurpazione. Nell'anno
40 a.C., l'asmoneo Antigono Mattatia attacc Gerusalemme con
l'aiuto dei parti e assassin Ircano e Fasael, mentre Erode riu-
sc a rifugiarsi ad Alessandria, dove chiese aiuto al condottiero
romano Marco Antonio. Il Senato romano lo dichiar legittimo
re di Giudea, e con l'aiuto delle proprie truppe e dell'esercito
romano cinse d'assedio Gerusalemme. Cinque mesi pi tardi,
nella primavera dell'anno 37 a.C., la citt cadde. Antigono, l'ul-
timo re degli Asmonei, fu ucciso.
Durante il regno degli Asmonei si formarono i tre partiti.
Il partito al potere era costituito dai sadducei, il cui nome deri-
va dal termine ebraico $addiq (giusto). Per loro non contava
la tradizione, ma soltanto la Legge scritta, e non credevano nel-
la vita dopo la morte. Costituivano la gerarchia del tempio, de-
tenevano la maggioranza nel Sinedrio, il Consiglio supremo
di 70 membri, e collaboravano strettamente con gli Asmonei. Il
162
loro centro di potere era il tempio di Gerusalemme
24
. A loro si
contrapponevano i farisei (dall'ebraico perushlm, separati).
Avevano avuto origine attorno al 145 a.C. dai chasidim, i de-
voti che si erano battuti per il tempio a fianco dei Maccabei e
che per ora consideravano degli opportunisti. Il nome dei fa-
risei viene ricondotto al loro costume di tenersi alla larga da tut-
to ci che poteva comportare la contaminazione rituale. Os-
servavano con estremo rigore le rigide prescrizioni alimentari e
igieniche e l'obbligo dello Shabbath, e rifiutavano l'ellenizza-
zione generalizzata. Credevano nella risurrezione dei morti,
all'esistenza di demoni e a una sinergia tra Dio e uomo: entrambi
dovevano cooperare, come il contadino con la terra affinch que-
sta dia frutti.
ed esseni
Ma i pi acer r i mi nemi ci dei sadducei non er ano i f ari sei ,
ma gli esseni, il cui nome deriva dall'aramaico chasja (santo).
I santi erano radicali orientati all'attesa apocalittica della fi-
ne dei tempi e rifiutavano in blocco il Sinedrio. Consideravano
gli Asmonei alla stregua di usurpatori e illegittimi i loro sacri-
fici nel tempio. Nei loro scritti, rinvenuti in un momento im-
precisato tra il 1937 e il 1947
25
a Qumran, sul Mar Morto, defi-
nivano il sommo sacerdote asmoneo uomo di falsit e sa-
cerdote empio, gli opportunisti sadducei come avidi di
lusinghe. Che proprio costoro detenessero il potere su Geru-
salemme e sul tempio era per gli esseni un segno che il tem-
po era venuto, che si era giunti agli ultimi giorni in cui le for-
ze del male avrebbero preso per l'ultima volta il sopravvento
prima di scendere in campo nella battaglia finale contro le for-
24
F.F. Brace, op. cit.; G. Theissen-A. Merz, op. cit.
75
Secondo la lezione ufficiale nel 1947. Ma nel marzo 1997 ho potuto intervistare a
Betlemme lo scopritore, ancora vivente, dei rotoli di Qumran, il beduino Muhammad
adh-Dhib, che mi parve credibile nell'assicurare che questa datazione falsa e che
rinvenne i rotoli gi nel 1937.
163
ze della luce. Alla battaglia sarebbe seguita l'edificazione, da par-
te del Messia, del regno di Dio, in cui pace e felicit avrebbero
trionfato dappertutto. Per prepararsi alla sua venuta e all'edi-
ficazione del Nuovo Israele, si ritirarono nel deserto, lontano dai
luoghi dell'empiet, per purificarsi dal punto di vista rituale.
Dai loro insediamenti nel deserto, dei quali il pi famoso il
monastero di Qumran sul Mar Morto, intendevano irrompere
nel giorno del Signore per prendere possesso una seconda
volta della Terra Promessa e fondare un nuovo Israele, come
gi aveva fatto Giosu dopo l'esodo.
In questo si conformavano a una precisa calendarizzazione de-
gli eventi, secondo cui settanta settimane sono fissate per il tuo
popolo e la tua santa citt, per porre fine al delitto, per sigillare
il peccato ed espiare la colpa; per far venire la giustizia eterna,
sigillare visione e profezia e per ungere il Santo dei santi (Dn
9,24). Secondo la loro interpretazione, queste settanta settima-
ne, ovvero 490 anni, andavano computati a partire dal ritorno
e daUa ricostruzione di Gerusalemme (Dn 9,25) - consentiti da
un editto del re persiano Ciro nell'anno 538 a.C. - e dall'inizio
della riedificazione, collocato non prima del 520 a.C.; ragion
per cui ci si attendeva l'arrivo del Messia in un imprecisato mo-
mento tra il 48 e il 30 a.C. Il libro di Daniele fu redatto attorno
al 164 a.C., e da questo prese avvio un intero filone di letteratu-
ra apocalittica che avrebbe caratterizzato i successivi cento an-
ni, soprattutto in ambiente esseno ma anche nelle cerchia fari-
see. Quando nel Vangelo di Marco si dice che Giuseppe d'Ari-
matea, fariseo e membro del Sinedrio, aspettava anche lui il
regno di Dio (Me 15,43) si intendeva proprio questo: credeva
nelle profezie escatologiche e riteneva che Ges fosse il Messia.
Probabilmente gli esseni erano in origine un gruppo di sa-
cerdoti tradizionalisti, che, sotto la guida del loro capo, il mae-
stro di giustizia, fondarono il monastero nel deserto di Qum-
ran, per prepararsi l al loro ruolo alla fine dei tempi. Per puri-
ficarsi dalla colpa non ricorrevano pi ai sacrifici del tempio ma
ad abluzioni rituali in locali appositi, rinvenibili ancora oggi pres-
so i loro insediamenti, come per esempio tra le rovine di Qum-
164
ran. Giuseppe Flavio li descrive come un movimento monasti-
co. Sarebbero legati da mutuo amore, rifuggirebbero i pia-
ceri come un male, mentre considerano virt la temperanza e il
non cedere alle passioni. Presso di loro il matrimonio spre-
giato, e perci adottano i figli degli altri quando sono ancora di-
sciplinabili allo studio, e li considerano persone di famiglia e li
educano ai loro principi
26
. Disprezzavano le ricchezze ed eser-
citavano una stretta comunione dei beni. Per essere accolti nel-
la comunit dovevano sottoporsi a un bagno consacrante e pu-
rificante, cio a una specie di battesimo, mentre la loro prin-
cipale forma di servizio divino, sempre secondo Giuseppe Flavio,
era costituita da un pasto comunitario iniziato e concluso da so-
lenni preghiere. Per il resto, gli esseni erano pi rigorosi di tut-
ti gli altri ebrei neirosservanza della legge mosaica, soprattut-
to riguardo alla purificazione rituale e al rispetto dello Snob-
batiti. Come Giuseppe Flavio ha sottolineato espressamente, non
avevano proprie citt - se si prescinde dal monastero di Qum-
ran, che pi tardi svolse la funzione di rifugio per la purifica-
zione interiore e la riscoperta del proprio io - ma in ogni citt
ne convivono molti
27
, per lo pi raggruppati in quartieri auto-
nomi, cos da condurre il proprio stile di vita lontano dagli em-
pi. Un ghetto esseno esisteva anche a Gerusalemme. Dalla
particolareggiata descrizione della citt nell'epoca precedente
alla guerra giudaica lasciataci da Giuseppe Flavio, apprendia-
mo che nella parte sudoccidentale di Gerusalemme - e pi pre-
cisamente all'intersezione tra il muro occidentale e quello me-
ridionale - si trovava una porta degli esseni, la cui denomina-
zione indica che dava accesso al quartiere esseno
28
. Anche i rotoli
di Qumran citano espressamente la comunit di Gerusalemme,
da loro definita anche come citt santa: gli esseni rifiutava-
no certo la profanazione sadducea del tempio, ma non il tem-
pio come istituzione in s.
26
Giuseppe Flavio, Bell Iud., II, 8,2-3.
n
lbid.,TL, 8,4.
165
Evidentemente fecero ritorno a Gerusalemme quando, con la
guerra condotta da Erode contro il sovrano asmoneo Antigono
nel 37 a.C., ebbe fine il dominio degli Asmonei. E possibile che
considerassero questa guerra, che veniva a cadere proprio nel
tempo profetizzato, come la battaglia finale, ed Erode un pre-
cursore del Messia. Ora era giunto il tempo di iniziare la se-
conda presa di possesso della Terra Promessa e di fondare il
nuovo Israele. stato accertato che Qumran fu distrutta pro-
prio in questa guerra e ricostruita solo tre decenni pi tardi
29
.
Poich gli esseni avevano appoggiato Erode, si deve supporre
che fu lui a concedere loro l'area sudoccidentale della citt qua-
le tangibile forma di gratitudine per il loro sostegno. Anche Giu-
seppe Flavio sottolinea che Erode teneva in onore gli esseni,
C cita un aneddot o secondo il qual e Er ode era ancora un ragaz-
zo quando un esseno di nome Manaem gli profetizz che un gior-
no sarebbe stato re
30
. Cos anche la porta degli Esseni citata
da Giuseppe Flavio, localizzata dall'archeologo benedettino Bar-
gtt Pixner nel 1977 sul limitare del cimitero Evangelico, fu aper-
ta nelle mura asmonee della citt solo all'epoca di Erode. Il ca-
rattere di ghetto del nuovo quartiere e la rigidit delle norme re-
lative alla purificazione resero indispensabile un accesso
indipendente aUa Citt Santa. Nelle immediate vicinanze della
porta, al di fuori delle vecchie mura cittadine, Pixner rinvenne
due bagni rituali di epoca romana (63 a.C.-70 d.C.). Come il ba-
gno rituale di Qumran, presentavano due distinte scale per l'in-
gresso e l'uscita e servivano evidentemente alla purificazione ri-
tuale necessaria per porre piede nel quartiere degli esseni, una
prescrizione, questa, che per gli ebrei normali valeva solo
per l'accesso al tempio. Pixner, inoltre, trov una cisterna, una
conduttura e un canale di scolo che garantivano l'acqua viva cor-
rente necessaria per le abluzioni. Un'ulteriore testimonianza del-
le prescrizioni essene sulla purificazione sono le bethso o latri-
ne degli esseni, che Pixner rinvenne nel corso di scavi al di fuo-
29
B. Pixner, op. cit., p. 180.
30
Giuseppe Flavio, Ani. Iud., XV, 10,5.
166
ri delle mura. Corrispondono all'ingiunzione riportata nel Ro-
tolo del tempio degli esserli: Devi fare per loro una latrina al di
fuori della citt. Anche Giuseppe Flavio menziona il fatto che
gli esseni si cercavano i luoghi pi lontani per l'espletamento
dei loro bisogni
31
e poi compivano i loro bagni rituali. Tra gli es-
seni di Gerusalemme vigevano anche altre norme particolar-
mente severe, come apprendiamo dallo Scritto di Damasco: Nes-
sun uomo deve dormire con una donna nella citt del tempio,
per non macchiare la Citt Santa con la lordura di costei. Ades-
so, dopo la vittoria sugli odiati Asmonei, la setta sognava il ri-
pristino dell'et dell'oro, la signoria della casa di Davide e del-
la dinastia sacerdotale dello zadok grazie a due figure messia-
niche: un re messianico della stirpe di Davide e un sacerdote
messianico della casa di Aronne. D sacerdote messianico dove-
va precedere il re proveniente dalla stirpe di Davide, il vero Mes-
sia, e ungerlo. La sua comparsa veniva fatta coincidere con l'an-
nunciato ritorno del profeta Elia, che era asceso al cielo in un
carro di fuoco e che avrebbe fatto ritorno sulla terra alla fi-
ne dei giorni per annunciare il Messia. Gli esseni si considera-
vano i custodi di queste tradizioni, e di conseguenza probabil-
mente intrattenevano stretti contatti con i discendenti delle fa-
miglie di Aronne e di Davide, attendendosi, pieni di lieta speranza,
che da loro sarebbero venute le due figure messianiche.
Questo loro riaUacciarsi alla tradizione davidica si rivela an-
che nella scelta essena di insediarsi sulla collina sudoccidenta-
le di Gerusalemme, perch considerata - e lo stata fino all'e-
poca contemporanea - come il monte Sion di Davide, dove si
rende omaggio alla tomba di Davide. Soltanto gli scavi ar-
cheologici avvenuti nel nostro secolo hanno confutato questa
tradizione e i resti della citt del re sono stati riportati alla luce
nel quartiere di Ophel, a sud del monte del tempio. Ma la colli-
na sudoccidentale non era soltanto il quartiere esseno; qui sor-
se pi tardi anche la Chiesa degli apostoli, la comunit dei pri-
mi cristiani.
31
B. Pixner, op. cit., pp. 186-206.
167
Ges era un esseno?
Circa i legami tra i primi cristiani e gli esseni sono state fat-
te molte supposizioni. certo che ce ne fossero, altrimenti ri-
mane inspiegabile il motivo che spinse la comunit delle origi-
ni a stabilirsi proprio nel quartiere esseno, dove la tradizione lo-
calizza la stanza in cui si celebr l' ultima cena. Che Ges li
tenesse in alta considerazione dimostrato dalla predica della
montagna, quando chiam beati i poveri in spirito (Mt 5,3).
Solo quando furono rinvenuti i rotoli del Mar Morto si sapu-
to che questo era un titolo onorifico tra gli esseni, che indica-
va i membri di una confraternita che avevano accolto lo Spiri-
to di Dio. Ma Ges non era un esseno. Il suo approccio estre-
mamente elastico alla purezza rituale, il suo atteggiamento
liberale nei confronti dei peccatori e dell'obbligo sabbatico
(Il sabato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato, Me
2,27) non corrispondono a quell' immagine di rigore fonda-
mentalistico trasmessaci dai rotoli di Qumran e dagli scrittori
ebrei Giuseppe Flavio e Filone. Ges era venuto a chiamare ...
i peccatori a convertirsi (Le 5,31-32) e faceva invitare alla gran-
de cena festiva poveri, storpi, ciechi e zoppi (Le 14,21). Il te-
sto di Qumran 4Q266 vietava invece espressamente a sciocchi,
stolti, pazzi, folli, ciechi, storpi, zoppi e sordi di fare ingresso
nella comunit. Ges insegnava: Ma a voi che ascoltate io di-
co: Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano
(Le 6,27). La regola comunitaria degli esseni esigeva invece
che si amassero tutti i figli della luce ... ma che si odiassero tut-
ti i figli delle tenebre (1QS 1,9 e 10). Conteneva persino un'in-
tera litania di maledizioni contro gli esterni alla comunit. Gli
esseni erano un raggruppamento elitario, mentre Ges, in stri-
dente contrasto con loro, annunciava il regno di Dio a tutti gli
uomini.
tuttavia possibile che il legame con la setta non fosse rap-
presentato da Ges ma dalla sua famiglia. L'ipotesi che la pro-
venienza di Ges dalla casa di Davide non fosse un mero ten-
tativo di legittimazione teologica delle sue rivendicazioni mes-
168
sianiche, ma costituisse invece un fatto storico, renderebbe per-
corribile questa ipotesi.
Dalla casa d Davide
Un'intera serie di indizi farebbe pensare che Ges non pro-
venisse semplicemente da un insignificante villaggio della Gali-
lea, ma che sia invece cresciuto in una famiglia profondamen-
te religiosa che godeva di grande rispetto. Si avvalse di una buo-
na istruzione, cui gli ebrei attribuivano particolare valore. Ogni
sinagoga disponeva della propria scuola che, accanto alle basi
della confessione di fede, insegnava anche a leggere, scrivere e
imparare a memoria. Ges aveva probabilmente frequentato la
scuola della sinagoga
32
; in ogni caso sapeva leggere e scrivere
(Gv 8,6-8) non solo l'idioma popolare, l'aramaico, ma anche l'e-
braico delle Sacre Scritture (Le 4,16) e forse anche il greco,
lingua franca dell'Oriente. Non solo i suoi discepoli si rivolge-
vano a lui con il titolo di Rabbi (maestro) (Gv 1,38), ma di-
scuteva anche con i principali teologi ebrei, per esempio con Ni-
codemo, uno stimato fariseo e membro del Sommo Consiglio
(Gv 3,1-21) chiamato maestro d'Israele (Gv 3,10). Il fatto che
anche i suoi fratelli (ovvero cugini) portassero esclusivamen-
te dei nomi ebraici come Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone
o Simeone (cfr. Mt 13,55 e Me 6,3) e non, come alcuni dei suoi
discepoli, nomi ellenistici alla moda (come Filippo, Andrea e
Tommaso) testimonia quanto meno del forte legame con la tra-
dizione coltivato dalla famiglia di Ges. Cos anche il padre adot-
tivo Giuseppe forse non era un normale falegname - cos Lu-
tero tradusse il termine tktn - ma probabilmente un costrut-
tore edile di ceto medio. In ogni caso aveva una professione
altamente stimata, che presupponeva una formazione e che era
del tutto consona a un membro della casa di Davide (Le 1,27).
Anche la madre di Ges, Maria, proveniva da una famiglia ap-
31
C.P. Thiede, Ein Fisch..., cit, pp. 66s.
169
prezzata. Aveva una parente (Le 1,36) di nome Elisabetta, ma-
dre di Giovanni il Battista, che era sposata con un sacerdote del
tempio della classe di Abia di nome Zaccaria ed era lei stes-
sa una discendente di Aronne (Le 1,5). Perci non c' da me-
ravigliarsi che Ges venisse considerato il Messia regale men-
tre Giovanni il Battista, figlio di Zaccaria ed Elisabetta, il Mes-
sia sacerdotale.
Quando nacquero i due bambini - secondo il Vangelo di Lu-
ca a soli sei mesi di distanza l' uno dall'altro - , l'attesa messia-
nica in Giudea aveva addirittura assunto tratti isterici. Erano
trascorsi ventitr anni dal momento in cui, secondo le profe-
zie, si sarebbero compiute le speranze messianiche. Erode, che
era stato un punto di riferimento per quelle speranze, si era ri-
velato un tiranno crudele e senza scrupoli e non incontrava cer-
to il favore del popolo, nonostante cercasse di accattivarselo am-
pliando il tempio e trasformandolo in un edificio sfarzoso. An-
che il futuro si profilava cupo, dato che la potenza mondiale di
Roma mostrava fin troppo apertamente il proprio interesse per
il piccolo regno di Giudea. Con la morte di Erode nell'anno 4
a.C., il Paese fu attraversato da una sensazione di sollievo, cui
fece seguito un'ondata di disordini e tumulti. In alcune zone re-
gnava il caos totale. Bande di saccheggiatori percorrevano U Pae-
se, reclamando libert da Roma e dai partigiani di Erode ed eleg-
gendo re i loro capi. Tra i figli di Erode, Archelao e Antipa, esplo-
se un aperto conflitto per l'ascesa al trono, che ancora una volta
i romani dovettero appianare. Lo fecero a modo loro: il regno
fu suddiviso in tre parti tra i figli di Erode - Archelao, Antipa
e Filippo - , mentre il condottiero romano Varo marciava su Ge-
rusalemme, conquistava la citt, saccheggiava il tempio e face-
va crocifiggere 2000 ebrei attorno alle mura della citt. Ma an-
che il sovrano nominato da Roma, Archelao, si dimostr cru-
dele. Quando infine, nel nono anno del suo regno, gli abitanti di <
Giudea e Samaria rivolsero all'imperatore romano Augusto una ;
richiesta d'intervento, fu immediatamente deposto e inviato in !
esilio a Vienne, in Gallia. Da quel momento la Giudea fu retta j
da prefetti romani; Erode Antipa continu a regnare sulla Ga-
170
lilea e sui territori di Perea a est del Giordano e Filippo su quel-
li a est del lago di Genesaret. Ora nessuno portava pi il titolo
di re dei giudei. E pi che mai il popolo sperava nel suo ve-
ro re, il Messia promesso...
I nazareni
Ancor pi della Giudea, era la provincia settentrionale della
Galilea a essere teatro di disordini, talvolta per motivi religio-
si, altre volte puramente politici. Durante le rivolte seguite al-
la morte di Erode il Grande, un certo Giuda, figlio di un capo-
banda di ladroni, Ezechia, radun attorno a s una schiera di
uomini e prese d'assalto l'arsenale militare della citt di Seffo-
ris, una metropoli ellenistica distante solo 6 chilometri da Na-
zaret. Giuda arriv al punto di farsi proclamare re. Per schiac-
ciare la rivolta, l'esercito di un alleato romano, il re dei nabatei
Areta, attacc la citt, la mise a ferro e fuoco e ridusse gli abi-
tanti in schiavit. Soltanto Erode Antipa fece ricostruire Sefo-
ri e consacr all' imperatore la citt, che da quel momento fu
chiamata ornamento di tutta la Galilea
33
. Dieci anni pi tardi
furono gli abitanti della Galilea a opporre un' accanita resi-
stenza all'incipiente dominazione romana. Quando il senatore
romano Quirino fu inviato da Augusto in Siria e in Giudea per-
ch facesse la valutazione delle loro propriet
34
, cio per sti-
mare il valore e il gettito fiscale delle nuove province, il galileo
Giuda chiam all'aperta rivolta. Soltanto Dio nostro Signo-
re e nostro re! era il motto del suo movimento di zeloti (fa-
natici) combattenti per la libert. Alcuni farisei appoggiaro-
no Giuda il galileo, come fu chiamato a partire da quel mo-
mento, mentre il partito dei sadducei, sotto la guida del sommo
sacerdote Joazar, si pronunci a favore del fisco romano. I due
figli dello zelota, Giacomo e Simone, furono infine crocifissi a
" Giuseppe Flavio, 4/zf. Iud.,XVIII,2,1.
34
Ibid., XVIII, 1,1.
171
Gerusalemme nell' anno 45 d.C. sotto il procuratore romano
Alessandro
35
.
Gli zeloti non erano predoni come i seguaci di Jehuda Ben
Ezechia, ma fanatici religiosi pronti a morire per Dio e per la li-
bert. Ma proprio per questo il movimento trov in Galilea un
terreno fertile, perch gli abitanti di Galilea erano patrioti osti-
nati e indomiti, orgogliosi, indipendenti e talvolta puritani. Men-
tre la gente di Giudea e in particolare di Gerusalemme era aper-
ta alle correnti spirituali della propria epoca, nel Nord preva-
leva l'orgoglio per un conservatorismo agreste. Qui i sadducei
non avevano molto credito, mentre i farisei, sulla base della lo-
ro ostentata devozione, godevano di un largo seguito. Anche gli
esseni erano molto numerosi in Galilea e vi fondarono degli in-
sediamenti, come afferma Hugh Schonfield
36
. Quando, nello Scrit-
to di Damasco, la regola che informa la loro vita comunitaria
rinvenuta nelle caverne di Qumran sul Mar Morto, si dice di lo-
ro che i prigionieri d'Israele lasciarono la terra di Giuda per
andare a vivere nella terra di Damasco (6,8) si intendono pro-
prio principalmente le province del Nord nelle quali si parlava
aramaico. L questi Eletti d'Israele del giorno del giudizio
universale si imbatterono, nel Nord della Palestina, in molti spi-
riti affini e tra questi in gruppi che seguivano la vecchia regola
ascetica dei Nazirei e si astenevano dall'alimentazione a base di
animali e dall'uso di qualsiasi stupefacente
37
. Ci corrisponde-
va al loro stile di vita, tuttavia nella loro regola si dice che vo-
levano tenersi lontano, nell'epoca dell'empiet, dagli uomini
cattivi ed evitare il vile, empio Mammona ... distinguere tra
impuri e puri..., tra santi e mondani..., osservare il Sabato ... co-
me il giorno di digiuno. Attribuivano grande valore anche ad
altre norme: Ognuno deve amare il proprio fratello come se
stesso, offrire sostegno ai poveri, ai bisognosi, e agli stranieri.
Ognuno deve aver cura del bene dei propri compagni (6,14-
35
Ibid., XX, 5,2.
56
H. Schonfield, The Passover Plot, Longmead 1965, p. 39.
37
Ibid.
172
7,1). Questo - cos si dice nello Scritto di Damasco - era il nuo-
vo patto degli esseni, la loro preparazione all'avvento del Mes-
sia. E cos si adoperavano in maniera del tutto particolare a fa-
vore dei discendenti delle stirpi di Davide e di Aronne, che si
erano ugualmente rifugiati in Galilea per sfuggire al dominio
asmoneo.
Riguardo all'etimologia del nome Nazaret va fatta un'inte-
ressante osservazione, perch Nazaret non era un normale vil-
laggio di montagna della Galilea. Il suo nome potrebbe deri-
vare dal termine nescer, germoglio, giovane virgulto, e indica-
re il ceppo di lesse, padre di re Davide. Di lui disse il profeta
Isaia: Un germoglio spunter dal tronco di lesse, un virgulto
germogler dalle sue radici (Is 11,1). Nazara/Nazaret, il cui no-
me potrebbe all'incirca significare villaggio del virgulto, era
forse il luogo d'insediamento di un clan davidico, stabilitosi l
volutamente in epoca asmonea a causa della rassicurante di-
stanza da Gerusalemme. Che Ges fosse chiamato il Nazare-
no, lo qualificava allora in primo luogo come discendente di
Davide e si riferiva solo secondariamente alla sua provenienza
da quel villaggio della Galilea. Come attestano gli scavi ar-
cheologici, all'epoca di Ges vivevano qui poco pi di 100-150
persone, comunque cos devote da avere una loro sinagoga. For-
se la maggior parte degli abitanti di Nazaret appartenevano
alla stessa stirpe, quella nazarena, il che potrebbe spiegare co-
sa intendesse Ges, quando fu cacciato dalla sinagoga di Na-
zaret, con la parola: Un profeta non disprezzato che nella sua
patria, tra i suoi parenti e in casa sua (Me 6,4): possibile che
con parenti intendesse gli abitanti di Nazaret.
Che all'epoca di Ges ci fossero ancora effettivamente dei di-
scendenti di Davide, ben consapevoli della loro origine, di-
mostrato da un ritrovamento archeologico del 1972. In una ca-
verna sepolcrale nei pressi della strada che attualmente con-
duce da Midbar al Sinai, l'archeologo Amos Klomer, del Centro
israeliano per le antichit, rinvenne una serie di ossari, cassette
in pietra, in cui venivano poste le osse dei defunti. Risalivano
a un'epoca databile tra la prima met del I secolo a.C. e la di-
173
struzione del tempio nel 70 d.C. Una di queste casse recava l'i-
scrizione Proviene dalia casa di Davide. Ci dimostra che
all'epoca di Ges c'erano effettivamente degli ebrei che pote-
vano vantare la loro discendenza dal re di Israele e riferirsi
con orgoglio a questa tradizione
38
.
Proveniente dalla stirpe di Davide, iscrizione su ossario originario di Gerusalemme.
Ancora alla fine del II secolo, lo scrittore cristiano Giulio Afri-
cano, originario della Palestina, riferiva che in Galilea vivevano
dei discendenti di Davide chiamati desposynoi per la loro pa-
rentela col Salvatore; dai borghi giudaici di Nazaret e di Coca-
ba si erano sparsi nelle varie regioni
39
, e custodivano come un
tesoro le tavole genealogiche che li ricollegavano ai loro avi. Il
nome Cocoba (villaggio della stella) indica un altro insedia-
38
D. Flusser, op. cit., pp. 180-186; Id., The House of David on an Ossuary, in The
Israel Museum Journal 5 (1986), pp. 37-40.
3V
Cit. da Eusebio, Hist. Ecc., 1,7,14.
174
mento davidico che coltivava una propria attesa messianica. Per
ben due volte, sotto gli imperatori Domiziano (81-96) e Traiano
(98-117), questi parenti del Signore dovettero rispondere di
fronte ai romani dell'accusa di appartenere alla stirpe regale de-
gli ebrei- Ci dimostra quanto fosse legittima la loro rivendica-
zione. Alla fin fine non si tratt, in entrambi i casi, di una per-
secuzione anticristiana, ma di una misura politica preventiva dei
romani, che nei decenni successivi alla distruzione di Gerusa-
lemme temevano una seconda rivolta ebraica. Evidentemente
erano a conoscenza delle attese messianiche degli ebrei, della
speranza in un figlio di Davide che li avrebbe liberati dalla
schiavit, e ritenevano quindi necessario prendere misure pre-
cauzionali. In effetti solo pochi anni pi tardi scoppi una rivolta
guidata proprio da quel Simon Bar Kochba che, pur non essen-
do un discendente di Davide, si richiam a questa tradizione e
fu proclamato Messia da Rabbi Akiba e da altri dotti. La preoc-
cupazione di Roma si era cos dimostrata fondata, anche se il
sobillatore non apparteneva alla stirpe regale.
Ulteriori particolari sulla prima azione condotta contro i Da-
vididi di Nazaret nel quindicesimo anno del regno di Domi-
ziano (quindi nel 96 d.C.) sono rivelati da Egesippo, che at-
torno al 180 d.C. scrisse: In quel tempo vivevano ancora i pa-
renti del Salvatore, vale a dire i nepoti di Giuda, che fu detto
fratello di Lui secondo la carne. Denunziati come discendenti
di David, dalVevocatus furono condotti davanti a Domiziano,
il quale al pari di Erode paventava la venuta di Cristo. L'impe-
ratore cominci a domandar loro se provenissero daUa stirpe di
David e quelli risposero di s. Domand loro quante posses-
sioni avessero e quanto denaro. Risposero che tutti e due as-
sieme possedevano novemila denari, met ciascuno; aggiunsero
per che non li avevano in contanti ma in terre dell'estensione
di trentanove pletri, da essi lavorate per pagare i tributi e per
il necessario alla vita. E gli mostrarono le mani e, a prova della
loro personale fatica, gli facevano vedere le membra rudi e le
callosit delle ruvide palme a causa del continuo lavoro ... Udi-
to questo, non li condann: ebbe invece un pensiero di sprezzo
175
per la loro condizione s bassa
40
. L'episodio getta peina luce sul-
l'origine di Ges e sull'apparente contraddizione tra la sua di-
scendenza nobiliare e le modeste condizioni economiche dei ge-
nitori. Due decenni pi tardi Roma intraprese un'altra azione
contro i parenti del Signore, conclusasi questa volta in ma-
niera meno indolore. Perch, come riferisce pi oltre Egesippo,
uno dei cugini di Ges, proprio quel famoso vescovo giudeo-cri-
stiano Simeone, fu crocifisso dal governatore di Traiano, Attico,
per essere un discendente di Davide. Evidentemente in questo
momento si era creata una spaccatura interna alla stirpe dei Da-
vididi, perch furono proprio i suoi parenti a denunciare ai ro-
mani il venerando Simeone. Poich Egesippo li definisce ere-
tici, dobbiamo partire dal presupposto che non condividesse-
ro i contenuti di fede del cristianesimo. Probabilmente erano
precursori degli ebioniti, una setta che sostenne principi cristo-
logici eterodossi. I romani all'epoca non erano interessati a una
persecuzione anticristiana ma, come sottolinea Egesippo, face-
vano indagini... per rintracciare i giudei discendenti dalla stir-
pe reale; di conseguenza il tradimento si ritorse contro i parenti
che l'avevano commesso. Essendo anch'essi discendenti di Da-
vide, Attico li fece giustiziare subito tutti insieme
41
. Evidente-
mente, ancora nel III secolo vivevano a Nazaret dei parenti del
Signore, tra i quali un certo Conon, che fu giustiziato in Pan-
filia nel 250 durante la persecuzione anticristiana dell'impera-
tore Decio (249-251). Secondo gli Atti dei Martiri, nel corso del
suo processo aveva dichiarato: Provengo dalla citt di Nazaret
in Galilea e sono un parente di Cristo, che servo come hanno
fatto i miei padri
42
.
Dato che la madre di Ges, Maria, viveva a Nazaret, potreb-
be darsi che appartenesse anch'essa alla stirpe dei Davididi, per
quanto Luca citi soltanto la sua parentela con Elisabetta, pro-
veniente dalla casa di Aronne. Ora, l' una cosa naturalmente
* Cit. da Eusebio, Hist. Ecc., Ili, 20,1-5.
41
Cit. da Eusebio, Hist. Ecc., Ili, 32,3-4.
42
Cit. da J. Finegan, The Archaeology of the New Testament, Princeton 1992, p. 47.
176
non esclude l'altra, dato che nelle antiche famiglie si sono sem-
pre contratti matrimoni che le legavano reciprocamente. Suo
padre era Gioacchino, figlio di Binthir dei figli di Davide (quin-
di della casa di Davide), la stirpe del re, e sua madre era Anna
delle figlie di Aronne della stirpe di Levi, il ceppo sacerdotale,
dichiar il vescovo Eutiche di Alessandria
43
, richiamandosi a
fonti pi antiche. Quindi Ges poteva essere stato figlio di Da-
vide anche dal ramo materno, per quanto i Vangeli di Mat-
teo e Luca riconducessero a re Davide soltanto l' albero ge-
nealogico del padre adottivo Giuseppe. Ma se davvero le sue
radici lo riportavano anche alla casa di Aronne, egli era effet-
tivamente quel Messia delle stirpi di Davide e di Aronne
atteso dagli esseni.
Maria: una vergine del tempio essena?
Maria proviene dalla casa di Davide anche secondo il Pro-
tovangelo, che narra la storia della nascita di Maria e Ges, at-
tribuito al fratellastro di Ges Giacomo. In esso dice inoltre che
da ragazzina Maria sarebbe stata destinata dai genitori Gioac-
chino e Anna al servizio del tempio e che gi da piccola avreb-
be pronunciato un voto di castit. Per lungo tempo questo rac-
conto non stato considerato altro che una pia leggenda, finch
i ricercatori israeliani D. Flusser e S. Safrat non riuscirono a di-
mostrare che nel tempio era davvero esistito un servizio reli-
gioso riservato a fanciulle vergini. Il Rotolo del tempio esseno
cita espressamente il voto di castit di giovani fanciulle, valido
solo se pronunciato con il consenso del padre
44
. Anche l'affer-
mazione del Protovangelo, secondo cui Maria avrebbe lavora-
to, insieme ad altre sette vergini del tempio, al nuovo prezioso
tendaggio del Santo dei Santi, potrebbe corrispondere appieno
a verit. Maria nacque probabilmente attorno al 22 a.C. Verso
43
Cit. da B. Pixner, op. cit., p. 48.
u
Ibid., p. 54.
177
il 19 a.C Erode il Grande inizi la trasformazione del tempio in
uno sfarzoso edificio ellenistico, e quindi l'infanzia di Maria cad-
de effettivamente nel periodo della ristrutturazione del luogo
sacro. Poich gli esseni appoggiavano Erode, si pu benissimo
supporre che i sacerdoti esseni e le famiglie vicine a questa fa-
zione fossero coinvolte nei lavori di ristrutturazione. Ora, la tra-
dizione gerosolimitana a conoscenza, almeno a partire dal IV
secolo, del luogo esatto dell'abitazione di Anna, ovvero il luo-
go di nascita di Maria, nei pressi dello stagno di Betesda. Oggi
in questo luogo si trova la chiesa di Sant'Anna, da cui si pu di-
scendere in vani sotterranei, nei quali si presume vivesse un tem-
po la famiglia della Vergine. interessante che il Rotolo di ra-
me, una lista di nascondigli esseni rinvenuta nelle grotte di Qum-
ran, citi un'abitazione essena nei pressi dello stagno di Betesda.
Si trattava della casa di Anna, il luogo di nascita di Maria? Nel
Protovangelo di Giacomo si dice inoltre che il padre di Maria,
Gioacchino, prima della nascita della figlia si ritir nel deser-
to per quaranta giorni e quaranta notti. Secondo la tradizio-
ne si sarebbe recato nelle grotte di Cozeba, dove gi nel 470 fu
edificato un monastero mariano. E il Rotolo di rame di Qumran
menziona Cozeba tra i rifugi esseni
45
.
Non fu il portatore d speranza di una setta
Ma Ges ruppe con la tradizione esseno-davidica della fami-
glia in maniera cos violenta da spingere la sua stirpe a emette-
re la sentenza: fuori di s (Me 3,21); a sua volta Ges pre-
se le distanze dai congiunti: "Chi mia madre e chi sono i miei
fratelli?". Poi, guardando in giro quelli che gli sedevano intor-
no, dice: "Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi fa la volont di
Dio, questi mio fratello, mia sorella e mia madre" (Me 3,33-
35). Ma in nessun passo la frattura con la tradizione di fami-
glia essena appare cos netta come nell'episodio descritto dal
"Ibid., pp. 50-55.
178
Vangelo di Giovanni, quando i suoi fratelli (o meglio i suoi
cugini, giacch il riferimento a Giacomo, Giuseppe, Giuda e
Simeone, cfr. Me 6,3) sollecitano Ges a recarsi con loro a Ge-
rusalemme per la festa delle Capanne. Ges per rifiuta: "Sa-
lite voi alla festa. Io non salgo, perch il mio tempo non an-
cora compiuto". Detto ci, rimase in Galilea. Quando i suoi fra-
telli furono saliti alla festa, allora anche egli vi sal (Gv 7,8-10).
Perch Ges non and alla festa con i suoi parenti? Voleva for-
se parteciparvi segretamente? No di certo, perch pi oltre si
legge: Quando la festa fu a met, Ges sali al tempio e inse-
gnava (Gv 7,14), il che non testimonia a favore di una parte-
cipazione silenziosa. Gli esegeti hanno a lungo discusso riguardo
a questa evidente contraddizione. Ma da quanto venuto alla
luce a Qumran, siamo a conoscenza di un elemento decisivo:
le diverse sette ebraiche facevano riferimento a calendari diffe-
renti. Il partito sadduceo, che deteneva l'ufficialit delle cele-
brazioni, computava il tempo secondo il calendario lunare, in
base al quale le festivit avevano cadenza mobile, mentre gli es-
seni seguivano un calendario solare secondo il quale la festa del-
le Capanne cadeva sempre di mercoled. Tenendo presente ci,
il comportamento di Ges diventa comprensibile: non voleva
recarsi con i suoi fratelli alla festa delle Capanne essena nel quar-
tiere esseno, ma alla festa ufficiale nel tempio. Non voleva quin-
di essere il portatore di speranza di una setta, ma rivolgersi al-
l'intero Israele. Per non ruppe completamente con la sua stir-
pe. Ancora sulla croce, ricongiunse famiglia e discepoli in un atto
simbolico: Ges dunque, vista la madre e presso di lei il di-
scepolo che amava, disse alla madre: "Donna, ecco tuo figlio!".
Quindi disse al discepolo: "Ecco tua madre!". E da quel mo-
mento il discepolo la prese in casa sua (Gv 19,26-27).
Secondo la tradizione, Ges celebr l'ultima cena nel quar-
tiere esseno, forse addirittura in una foresteria essena, che poi
divenne il centro della prima comunit cristiana. Andate in citt
e vi imbatterete in un uomo che porta una brocca d'acqua; se-
guitelo e dite al proprietario della casa in cui si reca: "Il Maestro
manda a dire: Dov' l'ostello in cui celebrer la Pasqua con i
179
miei discepoli?"
46
, si dice misteriosamente nel Vangelo di Mar-
co (14,13-14). Gi l' uomo con la brocca d' acqua una figura
sospetta: l'attingere acqua in Oriente era stato da sempre una
prerogativa delle donne, ma ci naturalmente non valeva per
una comunit fondata su una regola religiosa. Ges diede que-
ste istruzioni ai discepoli quando si trovava a Betania. La stra-
da che da Betania conduceva a Gerusalemme costeggiava ef-
fettivamente Io stagno di Siloe, attraverso la porta dell'Acqua:
l i discepoli poterono imbattersi nel misterioso uomo con la
brocca d'acqua; da l una scalinata conduceva direttamente al
quartiere esseno.
In modo molto chiaro, il legame con la comunit essena pre-
cipita in un'apparente contraddizione. Secondo Marco i disce-
poli chiesero a Ges istruzioni per la cena pasquale il primo
giorno degli Azzimi (Me 14,12). Ma la tradizionale cena di Pa-
squa avrebbe dovuto tenersi alla vigilia della festa, in un mo-
mento quindi in cui Ges era gi stato deposto nel sepolcro. Il
suo processo si era svolto in tutta fretta, perch l'esecuzione do-
veva essere portata a compimento prima dell'inizio del primo
giorno pasquale, cio prima del tramonto: secondo il costume
ebraico, il giorno aveva inizio con l'accendersi della terza stella.
I sommi sacerdoti non potevano varcare la soglia del pretorio
di Pilato per non contaminarsi e poter cos mangiare la Pasqua
(Gv 18,28). Ges spir alla nona ora, quando cio nel tempio
venivano macellati gli agnelli pasquali. Come si pu spiegare
questa contraddizione? Come poteva Ges fare i preparativi
dell'ultima cena come cena pasquale il primo giorno della fe-
sta di Pasqua, quando proprio alla vigilia di quella festa sareb-
be stato giustiziato?
C' una spiegazione, ed rappresentata dai due calendari. Il
primo giorno degli Azzimi, secondo il calendario esseno della
Pasqua, il mercoled. Nella serata di quel giorno i discepoli di
46
La traduzione ufficiale di questo passo di Marco pi generica nel definire il
luogo in cui Ges celebr Pesach: Andate in citt e vi verr incontro un uomo con una
brocca d'acqua; seguitelo e l dove entrer dite al padrone di casa: "Il Maestro dice:
Dov' la mia stanza, perch io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?" (ndt).
180
Ges devono avergli posto la domanda relativa ai festeggiamenti
pasquali, che furono predisposti il mattino seguente, il gioved,
ed ebbero luogo quella sera stessa, come vuole la tradizione cri-
stiana. Ma ci era possibile soltanto all'interno di un'istituzione
essena. Soltanto dalla vigilia della festa di Pasqua ci si poteva
procurare il pane pasquale, il pane azzimo, e venivano ma-
cellati gli agnelli pasquali. Prima ogni casa doveva essere puri-
ficata per la Pasqua. A questo scopo, ogni stanza veniva spaz-
zata e ogni angolo perlustrato alla ricerca di qualche vecchio re-
sto di pane. Queste pulizie, che ancora ancora oggi costituiscono
una cerimonia inframmezzata da preghiere particolari, sono com-
pito di chi ospita la cena pasquale. Se dunque la sala, come si
dice espressamente, era pronta, questo pu solo significare
che in quello stesso giorno si era gi predisposti alle celebrazioni
pasquali. Ma questo, due giorni prima della festa, nella Gerusa-
lemme ufficiale cozzava contro ogni buona regola.
L'unica eccezione, l'unico luogo in cui Ges avrebbe potuto
festeggiare la festa di Pasqua gi di gioved era il quartiere es-
seno. La Sala in cui Ges celebr l'ultima cena era forse
una foresteria essena? Questo spiegherebbe perch celebr l'ul-
tima cena solo con i dodici discepoli, ma non con le donne,
che altrimenti erano sempre al suo seguito. Anche loro erano
venute con lui a Gerusalemme in quell'occasione, pi tardi fu-
rono ai piedi della croce e furono le prime a scoprire che il se-
polcro era vuoto. Ma, secondo la regola essenica, le donne non
potevano prendere parte ai pasti comunitari. Questa regola spie-
ga anche la lite tra i discepoli su chi di essi doveva essere con-
siderato il pi grande (Le 22,24) perch stabiliva un ordine ge-
rarchico nella disposizione dei posti a tavola: Questo l'ordi-
ne secondo cui devono sedersi i membri a pieno titolo della
comunit: i sacerdoti siedono tra i primi, gli anziani come se-
condi e quindi gli altri membri ognuno secondo il proprio ran-
go, si dice nella Regola comunitaria di Qumran. Pi oltre si
tratta dello svolgimento del pasto comunitario: E allora, quan-
do abbiano apparecchiato la tavola per mangiare ... il sacerdo-
te tenda per prima cosa la mano per pronunciare la benedi-
c i
zione sulle primizie del pane e del vino. Nella Regola messia-
nica di Qumran il Messia d'Israele celebra proprio in que-
sto modo il Pasto dell'Alleanza.
La Chiesa degli apostoli
Se prendiamo in considerazione l'importante ruolo che i pa-
renti del Signore giocarono nella comunit delle origini, primo
tra tutti Giacomo il Giusto, appare probabile che uno stretto
contatto con gli esseni permanesse anche in seguito. Non cer-
to un caso che i due principali sacramenti cristiani, battesimo ed
eucaristia, si ritrovino gi prefigurati nei riti esseni. Esiste inol-
tre una serie di chiari parallelismi tra le modalit organizzative
della comunit gerosolimitana delle origini e quelle delle co-
munit essene, fissate dalla Regola comunitaria, uno dei rotoli
di Qumran. Sappiamo cos che la Via, come si autodenomin
inizialmente la comunit dei discepoli di Ges, era presieduta
dai Dodici, al cui capo stavano a loro volta le tre colonne
Pietro, Giovanni c Giacomo. Anche il patto di grazia (jahad),
la comunit essena, era guidata da un Consiglio centrale com-
posto da dodici laici e tre sacerdoti. Quando Paolo scrisse ai
cristiani di Efeso: Il vostro edificio ha per fondamento gli apo-
stoli e i profeti, mentre Cristo Ges stesso la pietra angolare,
sulla quale tutto l'edificio in armoniosa disposizione cresce co-
me tempio santo nel Signore, in cui anche voi siete incorporati
nella costruzione come dimora di Dio nello Spirito (Ef 2,20-22),
ricorse a un lessico simile a quello della Regola comunitaria di
Qumran, in cui gli esseni si definivano Tempio d'Israele e... San-
to dei Santi... muro sperimentato, preziosa pietra angolare, le cui
fondamenta non possono essere scosse n anche solo un poco
scrollate... dimora irreprensibile e autentica in Israele (col. 8,5-
9). Inoltre Paolo chiamava santi i membri della Chiesa degli
apostoli; ma proprio questa era l'autodefinizione degli esseni.
Ugualmente, la comunit delle origini pare aver ripreso la
prassi essena della comunione dei beni. Cos si dice negli Atti
182
degli apostoli: Non c'era infatti tra loro alcun bisogno: poich
quanti possedevano campi o case, li vendevano e portavano il
ricavato delle vendite mettendolo ai piedi degli apostoli. Veni-
va poi distribuito a ciascuno secondo che ne aveva bisogno (At
4,34-35). Proprio in questo quadro si inserisce la tradizione se-
condo la quale la Chiesa degli apostoli, che era piuttosto una
sinagoga giudeo-cristiana, si trovava nel quartiere esseno. Gli
Atti degli apostoli la descrivono come la casa dove usavano
trattenersi
47
(At 1,13), e che evidentemente disponeva di un'am-
pia stanza al piano superiore dove i discepoli pregavano e pran-
zavano insieme. L'archeologo Bargil Pixner ritiene che con la
segreta casa di Ges, citata nel Rotolo di rame degli esseni
come nascondiglio numero 7 (almeno secondo la sua tradu-
zione)
48
, si intendesse proprio questo edificio. La denomina-
zione corrisponde al costume ebraico di dare a una scuola reli-
giosa il nome del suo fondatore. In questo edificio, in cui forse
ebbe luogo anche l'ultima cena, la tradizione vuole che Pietro
abbia tenuto la sua famosa predica di Pentecoste. In seguito,
stando agli Atti degli apostoli, la comunit delle origini crebbe
fino ad annoverare 3000 membri ; un numero piuttosto mode-
sto, se si pensa che Gerusalemme contava allora 120.000 abi-
tanti
49
: Intanto la parola di Dio si diffondeva, e si moltiplica-
va grandemente il numero dei discepoli in Gerusalemme; anche
gran folla di sacerdoti aderiva alla fede (At 6,7). Ora, va esclu-
so che si trattasse di sacerdoti sadducei, perch questi erano i
principali responsabili della condanna di Ges e anche pi tar-
di cercarono di distruggere la giovane comunit con azioni mi-
rate. Numerosi esegeti sono invece dell'avviso che si trattasse
piuttosto di sacerdoti esseni
50
.
47
Cos recita la traduzione ufficiale di questo passo neotestamentario: Entrati in
citt salirono al piano superiore dove abitavano (ndt).
48
B. Pixner, op. cit, pp. 224s; secondo la traduzione di questo passo effettuata da M. Wi-
se-M. Abegg-E. Cook, l'edifido sarebbe indicato come la camera del vecchio lavandaio
(M. Wise-M. Abegg-E. Cook, Die Schiftrollen von Qumran, Augsburg 1997, p. 211).
49
W. Reinhardt, The Population Size ofJerusalem and the Numerical Growth of the
Jerusalem Church, in RJ. Bauckham (a cura di), The Book ofActs in its Palestinian Set-
ting, Grand Rapids-Carlisle 1995, pp. 237-265.
50
H. Braun, Qumran und das Neue Testament, Ttibingen 1966,1, pp. 153s.
183
Wnpi Tt t i ri n f n y i
e ri i)' n r m i l ^ ^ n
La casa segreta di Ges, la lettura suggerita da Pixner di queste righe
del Rotolo di Rame che indicano un nascondiglio esseno.
Chi si reca oggi a Gerusalemme e visita la sala dell'ultima ce-
na, il cenacolo sul monte Sion, nota una particolarit: questo im-
portante luogo di culto cristiano, secondo la tradizione il luogo
in cui si svolsero l'ultima cena, le apparizioni di Ges a Geru-
salemme dopo la risurrezione, la discesa dello Spirito Santo a
Pentecoste e la morte di Maria, si trova nello stesso edificio in
cui gli ebrei rendono omaggio alla tomba di Davide. Chi voles-
se salire le scale per raggiungere la stanza posta al piano su-
periore, che nella cui forma attuale conserva l'aspetto datole
dai cavalieri crociati, deve necessariamente passare davanti al-
la Scuola talmudica accanto al luogo di culto ebraico, che fun-
ge anche da sinagoga. Entrandovi, si rimane immediatamente
colpiti dal grande, massiccio sarcofago in pietra ricoperto da un
telo nero adornato da tre stelle di Davide dorate. Non manca-
no le 22 corone d'argento della Torah, simbolo dei 22 re d'Israele
succeduti a Davide.
L'identificazione di questo sepolcro come un luogo di culto
ebraico, il secondo per numero di pellegrini dopo il Muro del
Pianto, avvenuta molto tardi: i primi a venerarvi il re biblico
furono i crociati, poi vennero i musulmani e solo dal 1948 gli
ebrei. Una tradizione molto pi antica, invece, cui si richiama
anche Eusebio, localizza l'autentica tomba di Davide a Betlemme,
sua citt natale.
Nel 1948 il Monte Sion fu teatro di importanti battaglie, nel \
corso delle quali una granata di mortaio esplose nelle immediate j
vicinanze della tomba di Davide. L' archeologo israeliano J. ]
Pinkerfeld nel 1951 fu incaricato del restauro, durante il quale \

184 I
esamin l'edificio e ne mise a nudo le mura originarie. 12 cen-
timetri circa sotto l'attuale pavimentazione si trova quella di
epoca crociata, altri 48 centimetri pi in profondit una pavi-
mentazione a mosaico di epoca tardo-romana o paleo-bizanti-
na. 10 centimetri pi sotto si imbatt nel Ietto di malta del pa-
vimento originario, con i resti di un lastricato in pietra. Pot dun-
que affermare che questo pavimento apparteneva con
sicurezza all'edificio originario ... [e] alla parete settentrionale
con relativa abside
51
. Di conseguenza anche la parete setten-
trionale, formata da poderosi blocchi quadrati di pietra risalen-
ti all'epoca di Erode e poi riutilizzati, apparteneva all'edificio
originario che sorgeva in epoca romana in questo luogo. L'ab-
side era una nicchia in cui, nelle antiche sinagoghe, si conser-
vavano i rotoli della Torah. Pinkerfeld ne dedusse che l'edifi-
cio originario doveva essere stato una sinagoga. Ma abitual-
mente una sinagoga toranica era rivolta in direzione del tempio
di Gerusalemme; nel caso di questa nicchia le cose stanno di-
versamente: essa guarda quasi esattamente a nord, l dove si
trova oggi la chiesa cristiana del Santo Sepolcro!
Si trattava dunque di una sinagoga giudeo-cristiana? Pixner
e altri archeologi ne sono convinti. Qui, nel luogo dove si tro-
vava la sala dell'ultima cena, la chiesa degli apostoli, fu dun-
que edificata una casa di preghiera da quei giudeo-cristiani tor-
nati da Pella nel 70 dopo l distruzione di Gerusalemme? Il fat-
to che fosse orientata in direzione dell'attuale chiesa del Santo
Sepolcro dimostra che a quell'epoca si era ormai completamente
consumata la separazione spirituale dall'ebraismo ufficiale.
Questa frattura trova una precisa corrispondenza coeva sul ver-
sante ebraico. Attorno all'80, i farisei si riunirono nel sinodo di
Jamnia (una piccola localit a sud di Tel Aviv) per rifondare l'e-
braismo dopo la fine del tempio e della gerarchia sadducea. In
quell'occasione i rabbini scesero volutamente in campo in ma-
niera combattiva, dato che era in gioco la loro autoconserva-
zione e autoaffermazione. Nell'impero romano, l'ebraismo go-
51
Cit. da B. Pixner, op. cit., pp. 294-297.
185
deva dello status di religio licita, di religione consentita, gi mes-
so in pericolo dall'esito della guerra giudaica. Non ci si poteva
pi permettere di lasciare agire i cristiani, gi da tempo accu-
sati dai romani di sovversione, di disprezzo della tradizione e di
odio contro il genere umano, dietro il paravento dell'ebrai-
smo. Al contrario, si trattava di distinguersi nettamente da loro.
In questo spirito fu anche redatta, da Rabbi Samuel il Giova-
ne e dietro autorizzazione di Rabbi Gamaliel, un'aggiunta alla
tradizionale preghiera delle Diciotto suppliche, che conteneva
una maledizione contro i cristiani, i no?rtm (Nazareni), e li
equiparava ai minm (eretici): Possano i rinnegati essere sen-
za speranza, e possa essere sradicato nel nostro tempo il regno
dell'arroganza. Possano i no$rm e i miriim dissolversi in un istan-
te. Possano essere allontanati dal libro dei viventi. Che tu sia lo-
dato, Signore, tu che annienti gli orgogliosi. Attraverso que-
sto nuovo Birkat ha-mimm, ai cristiani fu vietata la partecipa-
zione al servizio religioso ebraico nelle sinagoghe
52
. Ma la
direzione verso cui volta la sinagoga giudeo-cristiana del Mon-
te Sion ci rivela qualcos'altro: la comunit delle origini venera-
va il luogo della morte e della risurrezione di Ges prediligen-
dolo rispetto al tempio, e lo localizzava proprio nel luogo in cui
oggi sorge la chiesa del Santo Sepolcro.
Sion diventa cristiana
In effetti, nei resoconti degli autori paleocristiani troviamo al-
cuni accenni alla chiesa degli apostoli. Negli scritti del vesco-
vo Epifanio ai Salamina (315-403), anch'egii originarlo della Ter-
rasanta, troviamo riferimenti che confermano la sua esistenza gi
prima deUa rivolta di Bar Kochba, quindi all'epoca dei vesco-
vi provenienti dalla circoncisione, che erano tutti parenti del
Signore. Epifanio scrisse che, quando nel 130 l'imperatore Adria-
no visit Gerusalemme nel corso di un viaggio nel Vicino Orien-
5Z
Cit. da C.P.Thiede-M. d'Ancona, op. cit., pp. 80s.
186
te, trov la citt completamente distrutta e il luogo sacro a Dio
[il tempio] devastato, con l'eccezione di poche case e della pic-
cola chiesa di Dio che era l e dove i discepoli, ritornati dal mon-
te degli Ulivi dopo l'ascensione del Redentore, salivano nella
stanza al piano superiore [At 1,13]. Sorgeva infatti su quella par-
te di Sion scampata alla distruzione, insieme ad alcune case adia-
centi a Sion
53
. Chi costru questa piccola chiesa di Dio? Eu-
tiche, patriarca di Alessandria (896-940), che nella sua Storia del-
la Chiesa si richiam a fonti pi antiche, scrive che i
giudeo-cristiani rifugiatisi a Pella fecero ritorno a Gerusalem-
me nell'anno quarto del regno dell'imperatore Vespasiano e l
vi eressero la loro chiesa
54
. Questo significherebbe che la co-
munit sarebbe tornata nella citt distrutta gi nell'anno 72-73,
sotto la guida del vescovo Simeone, cugino di Ges, e si sarebbe
insediata sulla collina di Sion. Sessantanni pi tardi, quando
esplose la rivolta di Bar Kochba, il nome Sion pare avere gi
connotazioni cristiane cos forti da spingere i rivoltosi a rinun-
ciare del tutto al suo utilizzo. Mentre, all'epoca della guerra
giudaica, parole d'ordine come libert di Sion e riscatto di
Sion erano ancora incise sulle monete, in occasione della se-
conda rivolta il nome Sion fu sostituito sulle monete dal rife-
rimento a Gerusalemme e a Israele.
Volutamente, i cristiani non presero parte alla rivolta di Bar
Kochba; al contrario, essa aveva un profilo esplicitamente an-
ticristiano. Giustino il Martire scrisse che Barcocheba, capo del-
la sommossa giudaica, fece trarre solo i cristiani ad acerbi sup-
plizi, se non avessero rinnegato e bestemmiato Ges Cristo
55
.
Ci ricevette una conferma nel 1952, col rinvenimento a Mu-
rabba'at, sul Mar Morto, di una scric di antichi papiri, poi di-
mostratisi lettere originarie di Bar Kochba. In una di queste, in-
dirizzata a un certo Yeshua Ben Gilgoa, si dice: Il cielo mi te-
stimone. Se non rompi con i galilei, cui hai prestato aiuto, ti
metter in catene come ho gi fatto con Ben Aphlul
56
. Molti ri-
33
Cit. da B. Pixner, op. cit., p. 303.
54
Cit. da B. Pixner, op. cit., p. 304.
51
Cit. da Eusebio, Hist. Ecc., IV,8.
187
cercatori sono convinti del fatto che per galilei intendesse i
cristiani
57
. Perci si deve supporre che la comunit cristiana, al
profilarsi dei primi disordini, fuggisse di nuovo da Gerusalem-
me e si insediasse, questa volta definitivamente, in Transgiorda-
nia. Infine, l'editto di Adriano viet anche ai giudeo-cristiani
di calpestare di nuovo il suolo della Citt Santa. pi che pro-
babile che la nuova comunit di pagani della Aelia Capitolina
convertiti al cristianesimo intrattenesse rapporti con i giudeo-
cristiani fuggitivi e da loro venisse a conoscenza della localiz-
zazione del Santo Sepolcro. persino possibile che i giudeo-cri-
stiani fossero esclusi dal divieto gi sotto il successore di Adria-
no, Antonino Pio, e che costituissero ben presto una comunit
parallela a Gerusalemme, come ipotizzano numerosi autori
58
. In
ogni caso, i cristiani di Gerusalemme furono testimoni dell'e-
dificazione del tempio pagano nel luogo della passione e risur-
rezione di Ges: Alcune empie e sciagurate persone [i roma-
ni] decisero di celare agli occhi degli uomini questa grotta sal-
vifica ... Con un vasto impiego di forze e di energie, trasportarono
da un'altra localit una grande quantit di terra e con essa oc-
cultarono tutto quel luogo; poi elevarono il livello del suolo e lo
cosparsero di sassi, celando sotto questo grande tumulo la san-
ta grotta. In seguito ... sopra quel terreno allestirono ... un te-
tro recesso che consacrarono alla dissoluta divinit di Afrodi-
te
59
, scrive Eusebio, vescovo di Cesarea, che per via della sua
vicinanza a quel luogo cita con sicurezza una tradizione della
comunit cristiana di Gerusalemme. Attorno al 385 Girolamo
complet cos: Dall'epoca di Adriano fino al regno di Costan-
tino, quindi per circa 180 anni,... sulle rocce della croce stava
M
J.T. Milk, Une lettre de Simeon Bar Kokheba, in Revue biblique 60 (1953), pp.
276-294; cit. da I. Mancini, op. cit., p. 38.
57
1. Mancini, op. cit., p. 38.
58
B. Bagatti, The Church from the Circumcision, Jerusalem 1984; I. Mancini, op. cit.,
pp. 117ss. I due archeologi francescani Mancini e Bagatti ritengono che i numerosi os-
sari della fine del II e del III secolo, rinvenuti soprattutto sul Monte degli Ulivi, siano
riconducibili solo a una comunit giudeo-cristiana, perch agli ebrei era vietato l'accesso
alla loro Citt Santa, pena la morte.
59
Eusebio, Vit. Const., III, 26.
188
una statua di marmo raffigurante Venere, eretta e venerata l
dai pagani, perch i responsabili della persecuzione credevano
di poterci togliere la nostra fede nella risurrezione e nella croce
lordando i luoghi sacri con i loro idoli
60
. Lo storico della Chie-
sa Sozomeno, nato a Gaza attorno al 370-380, riporta la stessa
tradizione locale: Gli infedeli avevano seppellito in profondit
sotto le macerie il luogo attorno al Cranio [il Golgota] e lo ave-
vano sopraelevato, per quanto nel passato, cos come ora, fosse
pi basso. Poi recintarono con un muro tutto il luogo della ri-
surrezione e del Cranio, lo lastricarono di pietre, vi eressero un
tempio ad Afrodite e vi collocarono la sua statua affinch ap-
parisse che coloro che intendevano venerare Cristo, rendessero
invece omaggio ad Afrodite, e con il tempo cadesse nell'oblio il
vero motivo per cui quel luogo veniva venerato
61
.
Nella piazza del mercato?
appurato che la tradizione della comunit di Gerusalemme
riguardante i luoghi in cui oper Ges risale ai tempi pi anti-
chi. certo che furono mostrati alla delegazione di membri del-
le comunit greche che si recarono con Paolo a Gerusalemme
nel 57 d.C. Dal II secolo attestato un afflusso di pellegrini cri-
stiani.
Quando il vescovo Melitone di Sardi, in Asia Minore, si rec
in Palestina nel 160 d.C., gli furono mostrati i luoghi in cui que-
ste cose furono insegnate e si verificarono
62
. Nell'anno 212 fu
la volta di Alessandro di Cappadocia, allievo di Clemente Ales-
sandrino, che venne a Gerusalemme per pregare e visitare i
luoghi santi
63
, la qual cosa rallegr la comunit cristiana loca-
le al punto che non lo lasci pi tornare a casa ma lo consacr
vescovo seduta stante. Per ben due volte, nel 215 e nel 230, si
60
Cit. da G.S.P. Freeman-Grenville, op. cit., pp. 9s.
61
Sozomeno, Hist. Ecc., II, 1.
n
Melitone di Sardi, Omelia di Pesach, 39-95 (nell'edizione di Perler, pp. 80-116).
63
Eusebio, Hist. Ecc., VI, 11,2.
189
rec in Palestina il Padre della Chiesa Origene, per riferire pi
tardi: Abbiamo visitato i luoghi (santi) per ricostruire le trac-
ce di Ges, dei suoi discepoli e dei profeti
64
. In quell'occasione
gli fu tra l'altro mostrata la grotta della Nativit di Ges a Be-
tlemme, a proposito della quale cita espressamente visitatori
da tutto il mondo. Anche Eusebio menziona dei cristiani che
visitarono il monte degli Ulivi e Betlemme. Una testimonianza
di questo primo afflusso di pellegrini, forse il primo ex voto cri-
stiano, fu rinvenuta nel 1975 da archeologi israeliani che, sotto
la supervisione del vescovo armeno Guregh Kapikian, esegui-
rono degli scavi dietro l'abside della cappella di Elena nella chie-
sa del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Dietro un muro, s'im-
batterono in una cavit che riportarono alla luce e che il vesco-
vo consacr subito come cappella del Santo Vartan e dei martiri
armeni. Il vano faceva probabilmente parte del sistema di vol-
te che si trovava sotto il Foro occidentale insieme al tempio di
Venere adrianeo. Su una delle pareti gli archeologi rinvennero
un'iscrizione significativa. Sotto l'immagine di una nave dall'al-
bero maestro abbattuto (o spezzato) era inciso con incerta cal-
ligrafia: DOMINE IVIMUS, Signore, siamo giunti!. Eviden-
temente il graffito opera di pellegrini che, giunti dalla parte
occidentale dell'impero romano - in Oriente si parlava il gre-
co - , nel corso della traversata erano incappati in una tempesta,
durante la quale probabilmente si era spezzato l'albero della na-
ve, e che tuttavia erano riusciti ad approdare sani e salvi a Ce-
sarea. Il Signore aveva ascoltato le loro preghiere, e cos gli ren-
devano grazie, sollevati per essere sopravvissuti al viaggio. Ri-
guardo al ritrovamento e alla sua datazione si accese un'aspra
controversia. Quel che certo che l'iscrizione risale a un'e-
poca in cui mancava l'accesso diretto al Santo Sepolcro e al luo-
go della crocifissione, ragion per cui ci si doveva accontentare
di un muro della volta sottostante il tempio di Venere adrianeo.
Essa testimonierebbe cos l'esistenza di un flusso di pellegrini
collocabile nel periodo che va dal 135 al 325 d.C., e dimostre-
w
Cit. da J. Finegan, op. cit., p. XV.
190
rebbe che gi in quell'epoca i luoghi santi della cristianit era-
no chiaramente localizzati
65
.
Di sicuro, gi nel 160 anche Melitone di Sardi si imbatt, pres-
so la comunit cristiana di Gerusalemme, in una tradizione, vi-
va come lo era stata in precedenza, che aveva ben presente i luo-
ghi della crocifissione e del Santo Sepolcro. Ma la topografia del-
l'Aelia Capitolina non era pi quella dell'antica Gerusalemme.
E cos avvenne che, in una predica pasquale pervenutaci c di-
venuta famosa, rimprover agli ebrei di aver crocifisso Ges nel
mezzo della citt, sulla piazza principale
66
. Nell'affermare ci,
assumeva evidentemente come punto di riferimento la citt co-
s come l'aveva vista e in cui il luogo della crocifissione era di-
venuto il contro, il Forum Hadriani. Propri o questo suscit l'in-
dignazione del vescovo: una crocifissione all'interno della citt
era uno scandalo, perch assolutamente inusuale. La tradizione
della comunit cristiana del luogo, che collocava il Golgota (e
con esso anche il Santo Sepolcro) in questo luogo impossibi-
le, doveva gi essere molto forte, molto univoca. Soltanto og-
gi, dopo una lunga serie di scavi archeologici, sappiamo che il
luogo in cui oggi si erge la chiesa del Santo Sepolcro al tempo
di Ges si trovava al di fuori delle mura cittadine. Come ripor-
ta Giuseppe Flavio, all' epoca della guerra giudaica Gerusa-
lemme aveva tre cerchia di mura: le mura originarie degli Asmo-
nei, il secondo muro di Erode, che ampliava la citt a nord, e in-
fine il terzo muro, la cui costruzione fu ordinata da re Erode
Agrippa I (41-44) quando Gerusalemme raggiunse la sua mas-
sima espansione, e che fu completato soltanto all'epoca della ri-
volta ebraica, nel 67 d.C. Il secondo muro cominciava dalla por-
ta nel primo muro che si chiamava Gennath e, cingendo solo
la parte settentrionale della citt, arrivava fino all'Antonia, che
sovrastava il margine settentrionale del monte del tempio
67
.
65
J. Finegan, op. cit., pp. 281s.; C.P. Thiede, Heritage ofthe First Christian, Oxford
1992, pp. 142-145. Un'altra possibilit naturalmente quella che le volte risalgano gi a
un'epoca pre-adrianea e che prima del 135 d. C servissero ai cristiani come luogo di cul-
to segreto nei pressi del luogo della crocifissione.
64
Melitone di Sardi, Omelia di Pesach 39-95 (nell'edizione di Perler, pp. 80-116)
67
Giuseppe Flavio, Bell. Iud., V, 4,2.
191
Dinanzi alla porta
Queste indicazioni abbastanza vaghe lasciavano aperta la que-
stione di quale fosse il preciso tracciato delle mura. Soltanto gli
scavi archeologi condotti nel 1967 da Kathleen Kenyon nell'area
del Muristan, e quelli eseguiti nel 1970-71 da Ute Lux nell'area
della chiesa evangelica del Redentore, hanno dimostrato che la
zona in cui sorge la chiesa del Santo Sepolcro apparteneva un
tempo a una cava di pietre, non presentava tracce di alcun tipo
di insediamento che potesse essere fatto risalire al I secolo e do-
veva quindi effettivamente trovarsi al di fuori del secondo mu-
ro. Questo emerge gi dall'esistenza, nelle immediate vicinanze
del Santo Sepolcro, di una serie di tombe scavate nella roccia ri-
salenti al I secolo. Secondo la Mishnah (Baba Bathra 2,9), un se-
polcro non poteva trovarsi a meno di 50 cubiti, cio circa 500 me-
tri, dalle mura cittadine. L'archeologo israeliano N. Avigad, infi-
ne, nel corso di scavi a sud della chiesa del Santo Sepolcro
effettuati tra il 1969 e il 1978, rinvenne i resti della vera porta del
Giardino, sotto quello che successivamente sarebbe stato il car-
do maximus di Adriano, grazie ai quali si pu ricostruire il trac-
ciato delle mura fatte erigere da Erode: il primo muro incrocia-
va il cardo, mentre il secondo correva soltanto pochi metri pi
a ovest, in direzione nord
68
. Scrive Fmegan: particolarmente
significativo il fatto che la porta di Gennath, in base a questa
identificazione [di Avigad], si trovi sotto quello che successiva-
mente sarebbe stato il cardo maximus, poich il cardo molto pro-
babilmente fu costruito sul preesistente tracciato viario della Ge-
rusalemme pi antica [quella di Erode],... e possiamo immagi-
narci gi ai tempi di Ges una strada che conduceva a questa
porta, proprio l dove si snoda il cardo
69
. Secondo questa ipo-
tesi, il Santo Sepolcro si sarebbe trovato circa 120 metri a ovest
del cardo e a circa 90 metri dal secondo muro. Nel mezzo, a cir-
ca 50 metri, si trovava la collina del Golgota.
58
B. Pixner, op. cit, p. 276; G.S.P. Freeman-Grenville,op. cit., p. 7; G. Kroll, op. cit, pp. 373ss;
J. Murphy-O'Connor, The Holy Land, Oxford 1992, pp. 56ss; J. Finegan, op. cit., pp. 259ss.
69
J. Finegan, op. cit, p. 221.
192
Questa ricostruzione del tracciato delle mura confermata
dagli affascinanti risultati degli scavi archeologici russi del 1883.
Quando, dopo la fine della guerra di Crimea, crebbe il numero
di pellegrini russi in Terrasanta, sorse, con il sostegno degli zar,
la missione ecclesiastica russa a Gerusalemme, chiamata suc-
cessivamente Societ ortodossa di Palestina. Il suo obiettivo era
tutelare gli interessi dei cristiani russo-ortodossi in Palestina, ac-
cudire i pellegrini e acquistare terra, specialmente quando si trat-
tava di luoghi di interesse biblico. Alla missione fu presto pos-
sibile acquistare un appezzamento di terreno a est della chiesa
del Santo Sepolcro, l dove probabilmente si trovava l'ingres-
so del Foro occidentale di Adriano e pi tardi della basilica co-
stantiniana. Qui doveva sorgere il consolato russo e un ostello
per pellegrini. Ma gi all'inizio dei lavori ci si imbatt in rovi-
ne che oltrepassavano ogni aspettativa e che potevano essere
resti delle mura cittadine di Erode e di una porta, quella porta
attraverso cui dovette essere passato Ges nel cammino verso
il luogo dell'esecuzione. Si riferiva proprio a questa porta l'au-
tore della Lettera agli ebrei, quando scrive che Ges pat fuo-
ri della porta della citt (Eb 13,12). Soltanto nel 1883, grazie
agli scavi dell'arcivescovo russo Antonin Kapustin, quei resti fu-
rono portati interamente alla luce, prima di erigervi al di sopra,
nel 1891, una lunga basilica, che da allora funge da quartier
generale della missione religiosa russa a Gerusalemme. Le ro-
vine conservate amorevolmente e in parte ricostruite, constano:
- dei resti di un muro, di una torre o di una piccola fortifica-
zione, e di una porta a due accessi formati da massicci blocchi
di pietra risalenti all'epoca di Erode, come pure della soglia
della porta con la cerniera per i cardini;
- dei resti di un arco e di due colonne appartenenti all'ingres-
so del Foro occidentale di Adriano, della pavimentazione del-
l'ingresso del Foro e alcune colonne del cardo maximus;
- dei resti della basilica costantiniana del IV secolo
70
.
70
A. Bar-Am, Beyond the Walls: Churches ofJerusalem, Jerusalem 1988, pp. 50-53;
The Russian Ecclesiastical Mission in Jerusalem (a cura di), The Russian Presence in
193
I russi, prendendo ispirazione da una leggenda, battezzarono
la porta porta del Giudizio. In effetti era costume a Roma tra-
scinare i condannati all'esecuzione attraverso la porta dell'E-
squilino, dove si proclamavano pubblicamente nomi e reati com-
messi. Se qualcuno era in grado di dimostrare la propria inno-
cenza, questa era l'ultima occasione per far ricorso. In tal caso
il condannato veniva di nuovo condotto davanti al giudice. Ma
non ci sono elementi che attestino l'esistenza di questo costu-
me a Gerusalemme, sebbene sia quanto meno possibile che i
prefetti romani lo introducessero anche nelle province
71
.
II significato delle costruzioni che oggi possono essere visi-
tate all'interno dell'ospizio di Alessandro degli esiliati russi (la
chiesa di Sant' Aleksandr Nevskij) non stato ancora comple-
tamente chiarito. Molti archeologi ritengono che i bastioni ero-
diani siano in realt stati fatti erigere da Adriano, che si serv di
blocchi appartenenti alle precedenti mura cittadine
72
. E fuori di-
scussione la provenienza dalle mura fatte costruire da Erode de-
gli enormi blocchi quadrati dal caratteristico motivo a cassetto-
ne, che infatti corrispondono per forma, materiale e dimensio-
ni a quelli con cui furono edificate la piattaforma del tempio e
la torre di Davide, l'erodiana torre di Fasael, parte delle mura
cittadine. Che la connessione e la bellezza dei blocchi delle
fortificazioni di Erode erano degne del tempio, confermato
anche da Giuseppe Flavio
73
. Lo storico della guerra giudaica sot-
tolinea inoltre che Tito, in occasione della distruzione di Geru-
salemme, lasci effettivamente intatto il settore delle mura che
cingeva la citt a occidente perch servisse da fortificazione
per una postazione di legionari
74
. In realt, l'origine erodiana
delle mura messa in dubbio solamente dalla loro disposizione
Palestine (1843-1970), Jerusalem 1970; Y. Tsafrir (a cura di), Ancient Churches Revea-
led, Israel Exploration Society, Jerusalem 1993.
71
Orthodox Palestine Society (a cura di), The Threshold of the Judgement Gate, Je-
rusalem s.d.
72
J. Murphy-O'Connor, op. cit., p. 58; J. Finegan, op. cit., p. 260.
73
Giuseppe Flavio, BelL Iud., V, 4,3. La traduzione curata da Vitucci recita invece
degne di un tempio (ndt).
74
bid., VII, 1,1.
194
parallela al cardo, ma pare accertato che, nella pianificazione ur-
banistica, Adriano si conformasse al tracciato delle strade e del-
le mura della citt distrutta
75
. Comunque, come parte del cardo,
di una via cio dove si teneva il mercato, la porta non aveva
alcun senso. I suoi due passaggi - uno pi grande, chiuso durante
la notte, e un accesso laterale pi piccolo, la cosiddetta cruna
dell'ago, adibita al transito notturno dei pedoni - rimandano
comunque molto chiaramente alla porta d'ingresso di una citt.
I resti delle mura sembrano essere appartenuti a una piccola for-
tificazione, che aveva evidentemente lo scopo di proteggere il
vulnerabile tratto nordoccidentale delle mura e la porta, e for-
se anche di sorvegliare il luogo delle esecuzioni, nel caso che la
crocifissione di un ribelle sfociasse in tumulti. Anch'essi non si
adattano a un Foro, a una costruzione pubblica. invece mol-
to probabile che gli architetti di Adriano integrassero proprio
questi resti di mura nella pianificazione del foro occidentale e,
proprio come gli architetti di Costantino, le sfondassero in quei
punti in cui era necessario aprire nuovi accessi. I ritrovamenti
archeologici - i resti della porta davanti alla quale Ges fu cro-
cifisso e del tempio di Afrodite fatto erigere da Adriano con-
fermano dunque la tradizione. In ogni caso, quando i messi
imperiali di Costantino giunsero a Gerusalemme, sapevano esat-
tamente dove cercare e dove scavare.
75
J. Finegan, op. cit., p. 221.
195
4
OPERAZIONE SANTO SEPOLCRO
Le istruzioni dell'imperatore erano chiare: se davvero il San-
to Sepolcro del Redentore si fosse trovato sotto quel cumulo di
detriti su cui erano stati eretti il Foro di Adriano e il tempio di
Venere, allora il tempio doveva essere abbattuto e il Foro spia-
nato. Per la comunit cristiana di Gerusalemme questo era il
banco di prova in cui si giocava la propria credibilit. Sarebbe
stato pi che doloroso se, dopo tutti quegli sforzi, non si fosse
trovato nulla. Ma era cos sicura della propria tradizione da po-
ter affermare senz'ombra di dubbio che il sepolcro di Cristo do-
veva essere l. A ben vedere, la catena che aveva garantito la
trasmissione della tradizione non aveva mai subito interruzio-
ni, e inoltre la cima della roccia del Golgota svettava ancora dal-
la piattaforma del Foro e culminava con la statua di Afrodite
Golgia. I cristiani avevano un'unica preoccupazione, quella che
i pagani potessero aver distrutto il Santo Sepolcro nel corso dei
lavori di costruzione del tempio.
Pervaso da divina ispirazione, egli non consent che il luo-
go di cui sopra si detto continuasse a rimanere nascosto sot-
to quella impura ed enorme congerie di materiali fraudolente-
mente ammassata dai nemici, n permise che esso continuasse
a giacere abbandonato nell'oblio pi totale, n si tir indietro di
196
fronte alla perversit degli autori di tanto misfatto: invoc Id-
dio, che sempre gli recava aiuto, e ingiunse di purificare tutta
quell'area, pensando che soprattutto il suolo che era stato con-
taminato dai nemici dovesse partecipare, grazie al suo intervento,
della magnificenza del Dio di bont. Non appena fu dato l'or-
dine, tutte quelle pericolose e ingannevoli opere vennero rase
al suolo, e gli edifici tra le cui mura s'annidava l'errore furono
distrutti e abbattuti con tutte le loro statue e divinit. Ma il
suo zelo non si ferm unicamente a questo, in quanto l'impe-
ratore ordin di portare via la massa di pietre e di legno risul-
tante dalla demolizione degli edifici e di gettarla il pi lontano
possibile, oltre i confini del Paese. Anche quest'ordine venne im-
mediatamente eseguito. Ma non gli bast neppure l'essersi spin-
to fino a questo soltanto: l'imperatore, infatti, dopo aver nuo-
vamente invocato l'aiuto di Dio, dispose che si scavasse molto
in profondit nel terreno e che si trasportasse in una localit la
pi distante possibile il suolo stesso di quel luogo insieme con
tutta la terra che fosse stata rimossa, e questo perch essa ri-
sultava contaminata dal sangue versato nei diabolici sacrifici.
Subito fu compiuto anche questo. Quando, strato dopo strato,
comparve il livello pi basso del terreno, allora, contro ogni aspet-
tativa, si offr alla vista il venerabile santissimo santuario della
risurrezione del Salvatore, e la caverna, che il luogo pi sacro
che esista al mondo, riacquist il medesimo aspetto che aveva
quando risuscit il Salvatore. E cos, dopo essere stata inghiot-
tita nella tenebra, tornava nuovamente alla luce, e a quanti giun-
gevano per visitarla consentiva di percepire in modo chiaro e
manifesto la visione di quegli episodi miracolosi che proprio l
s'eran verificati, [proclamando] con i fatti stessi, che sono pi
evidenti di qualsiasi parola, la risurrezione del Salvatore, scris-
se un testimone oculare, il vescovo di Cesarea Eusebio, biografo
di Costantino
1
.
1
Eusebio, Vit. Const., 111,26-28.
197
Il sepolcro era vuoto
Il sollievo fu palpabile. I peggiori timori, che paventavano una
possibile distruzione del Santo Sepolcro in seguito alla costru-
zione del tempio di Adriano, si erano rivelati infondati. Effetti-
vamente, al di sotto dei detriti e delle masse di terriccio riversati
per costruire la piattaforma del tempio, vi era, nelle immediate
vicinanze delle rocce del Golgota, un'antica struttura sepolcra-
le ebraica. Non fu difficile identificare la tomba in cui un gior-
no era stato deposto Ges. Si trattava di un sepolcro individuale,
distante solo 38 metri dal luogo della crocifissione, e corrispon-
deva esattamente alle descrizioni tramandate. L'ingresso era co-
s basso che ci si doveva piegare per entrarci. Conduceva in un'an-
ticamera a volta, da cui si passava nella camera sepolcrale vera
e propria. L, sul lato destro, si trovava una nicchia circolare sca-
vata nella roccia che cingeva una panca sepolcrale in cui si apri-
va una sorta di trogolo. Qui, sulla destra, come dice il Van-
gelo di Marco (16,5), era forse seduto l'angelo che annunci al-
le donne la lieta novella: Voi cercate Ges, il Nazareno, che
stato crocifisso. risorto. Non pi qui. Ecco il luogo ove lo
avevano deposto (Me 16,6). Il sepolcro era vuoto, proprio co-
me dicevano i Vangeli. Chi vi era stato sepolto non si trovava
pi tra i morti.
Dietro questo sepolcro individuale si trovava un. secondo in-
gresso Che conduceva a una st rut t ura sepol cral e che compren-
deva diverse camere, evidentemente una tomba di famiglia. Qui
- si dedusse - doveva essere stata sepolta la famiglia di Giuseppe
d' Arimatea, cui appartenevano il giardino e la struttura sepol-
crale retrostante la roccia del Golgota. Per rispetto nei confronti
del luogo che aveva ospitato la risurrezione di Ges, non aveva
ulteriormente ampliato il sepolcro rimasto vuoto, ma aveva fat-
to collocare a rispettosa distanza il luogo sepolcrale della sua fa-
miglia.
198
Chi era Giuseppe d'Arimatea?
Di questo Giuseppe d' Arimatea - per Arimatea si intende
Ramataim, un villaggio poco distante da Gerusalemme - si sa
ben poco. Dai Vangeli veniamo a sapere che era un membro
autorevole del Sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio
(Me 15,43); un membro del Sinedrio, dunque, un uomo buo-
no e giusto, che non si era associato alla loro deliberazione ed
alla loro azione (Le 23,50-51). Giovanni lo descrive persino co-
me un discepolo di Ges (19,38) e amico di Nicodemo, il qua-
le gi prima era andato da lui di notte. Nicodemo era un fari-
seo che era uno di loro [dei discepoli di Ges] e che era ve-
nuto precedentemente da Ges, come apprendiamo da Gv 7,50.
Il riferimento, qui, a Gv 3,1, dove si dice: C'era tra i farisei un
uomo di nome Nicodemo, un capo dei giudei, dunque un altro
membro del Sinedrio, che venne da lui [Ges] di notte e gli dis-
se: "Rabbi, noi sappiamo che sei venuto da Dio come un mae-
stro. Nessuno infatti pu fare questi segni che tu fai se Dio non
con lui". Questo avveniva, come sappiamo, in occasione del-
la festa di Pasqua (Gv 2,13) dell'anno 28 d.C., perch la gente
;
-diceva: In quarantasei anni fu costruito questo santuario (Gv
; 2,20) e il rifacimento del tempio, voluto da Erode, ebbe inizio
attorno al 19-18 a.C. Nicodemo fu l'unico membro del Sommo
Consiglio a prendere posizione a favore di Ges anche succes-
sivamente, in occasione della festa delle Capanne del settembre
. 29 (Gv 7,50). Ma quest'uomo era uno dei pi eminente ebrei del
tempo. Fonti rabbiniche definiscono Nakdimon ben Guriyon
(Nicodemo, figlio di Gurion) come uno dei tre patrizi pi ric-
; chi della citt e come benefattore di proverbiale generosit. Era
considerato un giusto e gli si attribuiva una condotta di vita
addirittura santa - Giovanni lo definisce maestro in Israele
v (3,10) - ma contemporaneamente intratteneva ottimi rapporti
con l'amministrazione romana. Come Ges, proveniva dalla Ga-
lilea (come conferma Gv 7,52) e disponeva di estesi possedi-
menti a Ruma. Durante la guerra giudaica, ribelli fanatici ap-
piccarono il fuoco ai suoi granai. Probabilmente Nicodemo per-
199
se la vita in quell'occasione, mentre della figlia si dice che visse
da quel momento nella pi assoluta povert e che il suo con-
tratto nuziale fu infine siglato da Rabbi Yohanan Ben Zakkai,
un allievo del famoso fariseo Hillel che, come Nicodemo, av-
versava la guerra
2
. Giuseppe Flavio menziona infine Gorion,
figlio di Nicomede, che, quando esplose la rivolta, fece parte di
una delegazione che condusse le trattative con i romani. Evi-
dentemente la guerra giudaica aveva spaccato la famiglia. Il fi-
glio di Gorion, Giuseppe, (quindi il nipote di Nicodemo) fu suc-
cessivamente designato, insieme al sommo sacerdote Anna, co-
mandante in capo della citt di Gerusalemme, probabilmente
per accontentare entrambi i partiti, farisei e sadducei
3
. Lo stes-
so Giuseppe d'Arimatea doveva essere un membro della fazio-
ne dei farisei perch aspettava anche lui il regno di Dio: ave-
va quindi concezioni escatologiche irrise dai sadducei ma mol-
to diffuse tra i farisei. Gli esseni non erano rappresentati in seno
al Sommo Consiglio.
Deicidi?
Questi fatti ci costringono a ripudiare quella malvagia e fu-
nesta concezione che vuole gli ebrei come deicidi e respon-
sabili della condanna di Ges. Ges stesso era ebreo, come i suoi
discepoli, i suoi seguaci, la comunit delle origini. Riscosse con-
senso - per quanto limitato - persino tra i settanta membri del
Sommo Consiglio, la massima istituzione dell'amministrazione
ebraica, e all'interno del partito dei farisei. I suoi veri avversari
non erano dunque gli ebrei, e nemmeno i farisei, ma i sad-
ducei, il partito dei sommi sacerdoti. Questo gruppo, su cui ri-
cade interamente la responsabilit della morte di Ges, perma-
se solo fino alla distruzione del tempio nel 70, esattamente 40
anni o - per ricorrere a una categoria biblica - una generazione
2
D. Flusser, op. cit., p. 148.
3
Giuseppe Flavio, Bell. Iud., II, 17,10 e II, 20,3.
200
dopo la crocifissione di Ges. L'ebraismo di oggi ha un'impronta
nettamente farisaica.
A partire dal concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica ha ma-
turato la consapevolezza dell'erroneit dell'antisemitismo dei
secoli passati, che ha spianato la strada, in ultima analisi, ad Au-
schwitz. Gli ebrei, che cos a lungo sono stati da noi crocifissi:
con una supplica cos formulata, pronunciata il 10 aprile 1998 al
Colosseo nel corso della tradizionale processione del venerd
santo che il papa aveva voluto guidare nonostante la pioggia tor-
renziale, Giovanni Paolo II ruppe definitivamente con questa
buia tradizione. La preghiera, recitata da un lettore, rievocava
la folla di Gerusalemme che, davanti al pretorio, invocava la cro-
cifissione di Ges. O no, non il popolo ebraico, che cos a lun-
go stato da noi crocifisso ... non la folla ... non lei ma noi, tut-
ti noi e ognuno di noi [abbiamo crocifisso Ges], perch ab-
biamo tutti assassinato l'amore. Anche nel corso della messa
papale ufficiale del venerd santo, nella basilica di San Pietro,
padre Raniero Cantalamessa, predicatore ufficiale della Santa
Sede, disse durante la predica: Ci fu un deicidio, ma sappia-
mo che non furono solo gli ebrei a commetterlo ma tutti noi.
Tre settimane prima il Vaticano aveva ufficialmente porto le pro-
prie scuse agli ebrei per tutti quei cattolici che avevano omesso
di aiutare le vittime del nazismo
4
.
No, non si pu identificare la canaglia che aveva sollecitato la
crocifissione di Ges con il popolo ebraico. Anche i discepoli,
che si nascosero per sfuggire alla rabbia del popolo, erano ebrei,
anche le coraggiose donne e il giovane Giovanni che rimasero
al suo fianco finch Ges esal sulla croce l'ultimo respiro. E
naturalmente Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo, due rispetta-
ti cittadini di Gerusalemme, farisei, membri dell'amministra-
zione, del Sommo Consiglio, che presero apertamente posizio-
ne a favore di Ges e gli rimasero fedeli, in quell'ora-funesta,
4
CiL da un comunicato dell'agenzia Reuters dell'll aprile 1998, ore 8:33. L'autore di
questo libro prese parte personalmente proprio a quella messa papale e alla processio-
ne del venerd santo.
201
persino oltre la morte. Questa fedelt si spinse oltre la preoc-
cupazione di assicurargli una degna sepoltura: Giuseppe infat-
ti mise a disposizione di Ges, ormai spirato, anche il proprio
sepolcro di famiglia.
La topografia del Golgota
Oggi i reperti archeologici rinvenuti nell'area sottostante la
chiesa del Santo Sepolcro ci rivelano la topografia del Golgota
e del giardino adiacente, e i risultati degli scavi promossi da Co-
stantino.
Negli anni tra il 1973 e il 1978, nel corso di lavori di restauro
alla chiesa del Santo Sepolcro, si intrapresero degli scavi e fu-
rono raccolti dei reperti archeologici. Da quel momento sap-
piamo che l'area del Golgota era originariamente una cava di
pietre, situata sul pendio orientale dell'altura che secondo Giu-
seppe Flavio andava sotto il nome di campo degli assiri
5
.
Dal VII fino al I secolo a.C. la cava forniva la bianca pietra
calcarea di Meleke. Solo quando la qualit della pietra peggior,
la cava fu abbandonata. Rimaneva un mozzicone allungato, dal-
la forma di mezza luna, della lunghezza di circa 7 metri, della
larghezza di 3 e dell'altezza di 4,8 metri. Dalla citt doveva ef-
fettivamente assomigliare alla sommit di un teschio. Il terreno,
che digradava a terrazze da ovest verso est, presenta squarci di
impressionante larghezza, dal che si pu dedurre che dalla roc-
cia venissero estratti massicci blocchi quadrati di pietra desti-
nati a grandi edifici pubblici, forse le mura cittadine fatte eri-
gere dagli Asmonei
6
.
Nelle masse di terriccio riversate nell'area per ricoprirla si rin-
vennero cocci di terracotta risalenti al VII secolo a.C. o al I d.C.
Nel periodo intermedio, l'area deve essere rimasta priva di in-
sediamenti abitativi, il che conferma la sua collocazione al di
i
Giuseppe Flavio, Bell. Iud., V,7,3.
6
W. Bsen, op. cit., pp. 274-276; G. Kroll, op. cit., pp. 359-367.
202
fuori delle mura cittadine. Il terrapieno in cui furono rinvenuti
cocci di terracotta del I secolo era attraversato da un canale di
scolo sotterraneo risalente al II secolo, e doveva quindi essere
stato realizzato in quest'epoca. Possiamo a ragione supporre che
ci avvenisse nel quadro della pianificazione urbanistica adria-
nea. Allora evidentemente si ripulirono dalle macerie le rovi-
ne della vecchia Gerusalemme e si livell la superficie colmando
depressioni e avvallamenti del terreno, in modo da ottenere una
superficie adatta all'ordinata edificazione di una citt romana.
Anche i canali di scolo furono collocati allora, nel quadro del-
la pianificazione urbana, alla profondit di volta in volta neces-
saria, scrive Gerhard Kroll
7
.
Non questa l'unica conferma alla fondatezza della tradizio-
ne secondo cui, al di sopra del Santo Sepolcro, fu eretto il Foro
occidentale voluto da Adriano con il tempio consacrato ad Afro-
dite. Contrariamente alla descrizione delle demolizioni fatta da
Eusebio, alcune parti del Foro sono state conservate e persino
integrate nella nuova costruzione, la chiesa del Santo Sepol-
cro. E quanto descrive Sozomeno nella sua Storia della Chiesa
redatta tra il 443 e il 445: Quando poi Costantino fece rimuo-
vere il terrapieno per riportare alla luce il sepolcro di Cristo, ri-
mase intatta la parte orientale del muro come frontone d'in-
gresso. Qui vennero aperte tre porte, un ampio portale princi-
pale e due porte laterali pi piccole
8
. Continua Kroll: Dopo
piti di 1500 anni, gli archeologi poterono accertarsi dell'affida-
bilit della tradizione. Nel corso degli scavi archeologici esegui-
ti nel 1883 negli spazi dell'ospizio russo di Alessandro, fu ri-
portato alla luce l'angolo sudorientale dell'antico atrio con gli
attigui tratti di mura ... Il cosiddetto "muro dei Propilei" di Adria-
no, che delimitava a est, lungo il cardo maximus, il tempio di
Afrodite, pu essere parzialmente ripercorso in direzione nord
per circa 35 metri ... nonostante l'ostruzione rappresentata dal-
le costruzioni posteriori
9
.
7
G. Kroll, op. cit., p. 378.
' Cit. da G. Kroll, op. cit., p. 382.
9
Ibid.
203
Si persino conservato uno dei tre accessi, che oggi pu es-
sere visitato, insieme con gli impressionanti resti delle mura, den-
tro al recinto della chiesa russa di Sant'Aleksandr Nevskij, ac-
canto alla chiesa del Santo Sepolcro. Quindi, o i resti delle mu-
ra cittadine fatte erigere da Erode sono stati integrati nella
costruzione, oppure i massicci blocchi di pietra sono stati riuti-
lizzati. Un rinvenimento ancora pi sorprendente ha avuto luo-
go nel 1977 nell'area della chiesa del Santo Sepolcro, nel corso
di scavi condotti sotto la guida dell'archeologo spagnolo E Diez
Fernandez. Proprio di fronte alle rocce del Golgota, per la pre-
cisione dinanzi alla sommit pi elevata, fu rinvenuto un poz-
zo che in un primo momento Diez ritenne un forno, a causa del-
la cenere sparsa li attorno. Si rivel invece essere un altare per
i fuochi sacrificali. Questo coincide con la tradizione che collo-
cava sulla collina del Golgota una statua di Afrodite, davanti al-
la quale erano naturalmente consumati i sacrifici. Quando, nel-
le immediate vicinanze, fu rinvenuto anche un piccolo altare per
le libagioni sacrificali, non sussistette pi il minimo dubbio cir-
ca la credibilit della tradizione
10
.
Le scoperte fatte nel 1986, quando l'Istituto di studi bizanti-
ni dell'Universit di Salonicco fu incaricato dal governo greco
di esaminare la roccia del Golgota, fecero davvero sensazione.
Come accertarono l'archeologo Georg Lavas e l'architetto Theo
Mitropulos, cui era allora affidato il restauro della cappella del
Golgota nella chiesa del Santo Sepolcro, la pietra vera e propria
era ricoperta da uno strato calcareo di uno spessore che giun-
geva fino ai 45 centimetri, costituito da detriti, materiali edili e
intonaco. Gli esperti sono ancora in dubbio se ci fosse opera
degli architetti di Adriano, che intendevano predisporre la roc-
cia per la costruzione del tempio, o se l'intonaco risalga al VII
secolo e servisse allo scopo di preservare la Sacra Roccia dagli
interventi dei cacciatori di reliquie. Quando gli incaricati del re-
stauro ebbero rimosso lo strato calcareo e messo a nudo la roc-
cia, fecero una stupefacente scoperta: sulla sua sommit rin-
10
Ibid., pp. 366s.
204
vennero un anello, scolpito nella roccia, di 11,5 centimetri di dia-
metro. Serviva a fissare l croce al suo basamento in pietra? Gli
esperti calcolarono che poteva sorreggere un palo alto fino a 2,5
metri. quanto meno possibile che l'anello scavato nella roccia
fosse utilizzato anche in occasione dell'esecuzione di Ges; il ri-
trovamento dimostra in ogni caso che proprio su quella roccia
ebbero luogo delle crocifissioni. Va invece esclusa una falsifi-
cazione cristiana: non una sola fonte, non un pellegrino di quel-
li che resero omaggio alla chiesa del Santo Sepolcro e descris-
sero le reliquie l conservate, ha mai fatto cenno all'anello di so-
stegno. Tutto depone quindi a favore del fatto che la roccia che
si trova nell' area della chiesa del Santo Sepocro sia effettiva-
mente il Golgota dei Vangeli
11
.
11
C.P.Thiede, Heritage ofthe First.., op. cit, pp. 139s.; A. Lapple, Der andere Jesus,
Augsburg 1997, pp. 314s.
205
Allo stesso modo, non ci sono elementi che confutino l'iden-
tificazione del sepolcro vuoto su cui fu eretto il Foro occiden-
tale con il Santo Sepolcro, con il sepolcro nuovo che risaliva
al I secolo. certo che proprio in quel luogo, nel I secolo, fu-
rono effettivamente scavati dei sepolcri nella parete della vec-
chia cava di pietre. Non accertabile se la cava di pietre ap-
partenesse gi agli avi di Giuseppe d'Arimatea o se questi aves-
se acquistato il terreno per predisporvi un luogo sepolcrale per
s e la sua famiglia. Comunque sia, Matteo definisce espressa-
mente la camera sepocrale in cui Ges fu deposto come il pro-
prio sepolcro, che [Giuseppe d' Arimatea] da poco aveva sca-
vato nella roccia (27,60). Per gli altri evangelisti invece solo
un sepolcro che era stato tagliato nella roccia (Me 15,46) o
un sepolcro scavato nella roccia, dove non era stato posto
ancora nessuno (Le 23,53), affermazioni che lasciano impre-
giudicata la questione dell'individuazione del proprietario
12
. So-
lo Giovanni si spinge oltre, descrivendo un giardino e nel giar-
dino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora de-
posto (19,41). Evidentemente il proprietario aveva fatto
rinverdire l' area posta tra la sommit del Golgota e il pendio
del campo degli assiri.
Che nel l ' area del l a ex cava di pi etre si t r ovasser o altri giar-
dini - forse anche attorno ai luoghi sepolcrali - attestato gi
dal nome della porta del Giardino asmonea. Non sappiamo
se anche lo stesso colle del Calvario facesse parte dell'appezza-
mento di Giuseppe e se fosse una consapevole provocazione nei
suoi confronti far eseguire la crocifissione proprio laggi. Luo-
ghi fissi e prestabiliti per le esecuzioni esistevano anche tra i ro-
mani, e probabilmente il Golgota fu scelto perch non poteva
passare inosservato: la collina si trovava nelle vicinanze della
citt, proprio di fronte alla porta di Efraim, lungo la strada che
conduceva a Cesarea, e sovrastava tutto ci che stava attorno.
12
naturalmente possibile che Matteo fosse vittima di deduzioni erronee. Forse Giu-
seppe d'Arimatea acquist il nuovo sepolcro appositamente per la sepoltura di Ges o
chiese al proprietario, membro sicuramente di un'altra famiglia benestante di Gerusa-
lemme, l'autorizzazione a utilizzarla fino allo scadere di shabbath.
206
Poich impensabile che un ricco membro del Consiglio si sce-
gliesse per erigere il proprio sepolcro proprio il terreno retro-
stante il luogo delle esecuzioni capitali, dobbiamo supporre che
questo terreno gli appartenesse gi prima dell'inizio dell'occu-
pazione romana, prima dunque del 6 d.C.
Il giardino di Giuseppe d' Arimatea aveva una larghezza di
circa 40 metri ed era delimitato a ovest dalla parete rocciosa a
strapiombo della cava di pietre, in cui erano stati scavati due se-
polcri: un sepolcro individuale, composto soltanto da un' anti-
camera e dalla camera sepolcrale con la tomba a trogolo, e una
struttura sepolcrale dotata di tre cosiddetti cunicoli a scorri-
mento, due dei quali sono oggi ancora intatti. Un' altra strut-
tura sepolcrale stata rinvenuta nel 1885, nel corso dei lavori di
costruzione di una cisterna all'interno del recinto del monaste-
ro copto, proprio presso il margine settentrionale della chiesa
del Santo Sepolcro. Era composta da due camere sepolcrali, una
pi ampia (metri 4 x 2) e una pi piccola, che contenevano in
totale cinque vasche o casse di pietra
13
. Il rinvenimento attesta
che Giuseppe d'Arimatea non fu l'unico ad acquistare una par-
te dell'ex cava di pietre per predisporvi la tomba di famiglia. Do-
veva trattarsi di un'autentica piccola necropoli, di un'area in cui
le r i c c h e famiglie di Gerusalemme seppeUivano i loro defunti.
Che i romani proprio qui facessero svolgere le esecuzioni ca-
pitali, rivela tutto il loro disprezzo nei confronti di coloro che
avevano sottomesso.
Com' usanza per gli ebrei
Le strutture sepolcrali private di dimensioni estese erano un
privilegio delle famiglie ricche. Solo loro potevano permettersi
di far scavare nella roccia camere sepolcrali per i defunti, che
venivano spesso ampliate fino ad assumere la conf i gurazi one di
vaste cripte di famiglia. I sepolcri pi maestosi conservati fino a
13
W. Bsen, op. cit., p. 338; G. Kroll, op. cit., p. 376.
207
oggi sono i luoghi sepolcrali di tre famiglie sacerdotali di Geru-
salemme, che risalgono all'epoca degli Asmonei (I secolo a.C.)
e sono situati all'estremit orientale della valle del Cedron: si
tratta di autentici mausolei in stile ellenistico che attestano an-
cor oggi la potenza e la ricchezza di chi li aveva commissiona-
ti. Le famiglie nobili pi legate alla tradizione prediligevano in-
vece cripte scavate nella roccia, simili a quelle che i re di Israe-
le si erano fatti predisporre fin dall'VIII secolo a.C. Alcune di
queste strutture funerarie comprendevano fino a sette camere
sepolcrali, il che dimostra che venivano continuamente amplia-
te. Per motivi di spazio i sepolcri venivano riutilizzati di conti-
nuo, e i vecchi sepolcri erano nella roccia servivano alle fami-
glie meno abbienti come sepoltura di massa. Nel I secolo, il mo-
dello tipico di sepolcro ebraico scavato nella roccia comprendeva
di regola un'ampia anticamera con vasche sepolcrali - per lo pi
arcosoli sormontati da volta semicircolare (sepolcri ad arco a
tutto sesto) - dalle quali si dipartivano corridoi che conduceva-
no a pozzetti, i cunicoli a scorrimento. Quando le vasche se-
polcrali occorrevano per una nuova sepoltura, si trasferivano i
resti degli avi in uno di questi cunicoli, le camere per le ossa,
conformemente alla formula biblica: Fu riunito ai suoi padri.
In epoca asmonea, erodiana e romana, li si seppelliva anche nei
cosiddetti ossari, per lo pi cassette in pietra destinati a conte-
nere le ossa e su cui spesso si riportava il nome del defunto (o
dei defunti, perch anche gli ossari venivano pi volte riutiliz-
zati). Anche in questo caso l'intento era quello di economizza-
re lo spazio. Un cunicolo, in cui prima trovava posto un solo ca-
davere, poteva ospitare dai sei agli otto ossari. Solo i pi ricchi
potevano permettersi di realizzare sepolcri maestosi con corti
alberate. Gli accessi erano scavati ad arte nella roccia e spesso
riccamente adornati. Gli ingressi erano per lo pi bassi e sigil-
lati da una massiccia porta in legno, da un masso o da una lastra
di pietra solitamente di forma circolare, per impedire agli ani-
mali selvatici che si aggiravano nelle vicinanze di penetrare
nei sepolcri e dilaniare i cadaveri. Chi veniva a piangere i mor-
208
ti doveva chinarsi per entrare nel sepolcro e poi scendere alcu-
ni gradini. Solo nell'anticamera poteva stare eretto.
Un sepolcro di questo genere, scavato nella roccia e di mo-
dello tipicamente ebraico, quello descritto dai Vangeli, e fu ri-
portato alla luce nel corso degli scavi promossi da Costantino.
Era una tomba nuova, quindi non ancora ampliata, predi-
sposta per una sola persona, senza pozzetti per le ossa e came-
re laterali, dotata unicamente di un'anticamera per coloro che
piangevano i morti e di una camera sepolcrale in cui era collo-
cata una vasca sepolcrale a trogolo sovrastata da un arco a tut-
to sesto. In questo sepolcro Giuseppe d'Arimatea aveva depo-
sto il corpo di Ges, dopo averlo fasciato, secondo il costume
ebraico, e avvolto in un grande telo di lino, finemente tessuto
e perci costoso, che aveva precedentemente acquistato a Ge-
rusalemme. Il telo era probabilmente cosparso di aloe e mirra
per impedire la rapida decomposizione del cadavere, obiettivo
importante visto che non c'era stato il tempo di ungerlo. Sol-
tanto due giorni dopo, trascorso lo shabbath, le donne si sareb-
bero messe in cammino per recarsi alla tomba e ungere il cor-
po con aromi. Ma a questo punto, come narrano i Vangeli, la pe-
sante pietra che era stata fatta rotolare davanti al sepolcro a
protezione del corpo non era pi al suo posto. L'ingresso era
aperto e il sepolcro vuoto.
La maledizione della croce
Che a Giuseppe d' Arimatea fosse consentito di dare sepol-
tura al cadavere di un uomo morto sulla croce, sarebbe stato
impossibile in qualsiasi altra parte dell'impero romano. Di so-
lito le vittime di questa crudele esecuzione capitale venivano
lasciate sul patibolo come preda per gli avvoltoi. Carogna era
un insulto abitualmente rivolto, attorno alla met del I secolo,
alle vittime della crocifissione
14
. Il crocifisso nutre molti uc-
14
Petronio, Satyricon, 126,9.
209
celli, constata cinicamente l'interprete di sogni Artemidoro
15
.
Svetonio riferisce che, quando il congiunto di un condannato
alla crocifissione si rivolse all' imperatore Augusto e lo sup-
plic in ginocchio di concedere una degna sepoltura, [questi ri-
spose] che rimetteva ogni decisione a riguardo alla volont de-
gli uccelli
16
. Tiberio fece gettare nel Tevere i cadaveri dei con-
dannati a morte, tra cui quelli di donne e bambini
17
. Come
apprendiamo da Filone, il governatore romano Fiacco, con-
temporaneo di Pilato, in occasione della persecuzione antie-
braica che si scaten ad Alessandria nel 38 d.C., proib che
venissero deposti i cadaveri di coloro che erano morti suUa cro-
ce
18
. Per impedire che questi cadaveri venissero sepolti, ordin
che fossero sorvegliati da guardie
19
. Ma, come si diceva, in Giu-
dea la situazione era diversa. I romani avevano accordato agli
ebrei libert religiosa e di culto e perci dovevano aver riguar-
do degli obblighi di purezza rituale previsti dalle leggi mosai-
che, secondo le quali i cadaveri erano impuri al massimo gra-
do. Il Deuteronomio (la seconda legge) lo prescriveva a chia-
re lettere: Quando un uomo ha commesso un peccato che
merita la pena capitale, stato messo a morte e tu l'hai appe-
so a un albero, il suo cadavere non passi la notte sull' albero;
lo devi seppellire in quello stesso giorno (Dt 21,22-23). Giu-
seppe d' Ar i mat ea, f ar i seo e membr o del Sinedrio, non pot eva
non conoscere questa legge e pu averla citata dinanzi al go-
vernatore quando si fece coraggio, entr da Pilato e gli chie-
se il corpo di Ges (Me 15,43), e perci Pilato ordin che gli
fosse consegnato (Mt 27,58).
Questo in Giudea era del tutto abituale. Giuseppe Flavio, nel-
la sua Storia della guerra giudaica, cita espressamente il fatto
che i giudei si danno tanta cura di seppellire i morti, che fi-
15
Artemidoro, Il libro dei sogni, II, 53, IV 49.
16
Svetonio, Vita dei Cesari, Augusto 13.
17
Ibid., Tiberio 61, 62, 75.
18
Filone, In Flaccum, 84.
19
Petronio Arbitro narra in Satyricon, 111, 112 di un soldato che deve sorvegliare
la croce perch nessuno sottragga il cadavere per dargli sepoltura.
210
nanche i condannati alla crocifissione vengono deposti e sepol-
ti prima del calar del sole
20
. Se questo era il costume, a maggior
ragione ci si atteneva a queste norme proprio in occasione del-
la festa pasquale.
Questo costume locale comportava anche un ulteriore at-
to di grazia, il crurifragium o rottura delle gambe, riferito-
ci da Giovanni: I giudei, siccome era giorno di Preparazione,
perch i corpi non rimanessero sulla croce - quei giorno di sa-
bato era infatti solenne - , chiesero a Pilato che spezzassero lo-
ro le gambe e venissero rimossi. Vennero dunque i soldati e
spezzarono le gambe del primo e dell'altro che erano stati cro-
cifissi con lui. Venuti da Ges, siccome lo videro gi morto, non
gli spezzarono le gambe (Gv 19,31-33). Fino a poco tempo fa,
questo particolare era considerato un'invenzione del quarto
evangelista. Giovanni, si dice, sarebbe in primo luogo un teo-
logo, non un biografo. Si sarebbe inventato la rottura delle
gambe per stabilire una connessione con l' Antico Testamen-
to, come fa anche successivamente quando scrive: Questo av-
venne infatti affinch si adempisse la Scrittura: "Non gli sar
spezzato alcun osso" (Gv 19,36). Il passo scritturale citato
con ogni probabilit Es 12,46, in cui si dice dell' agnello pa-
squale: Non gli si spezzer alcun osso. Giovanni voleva dun-
que indicare in questo modo che Ges, spirato nello stesso istan-
te in cui gli agnelli pasquali venivano macellati nel tempio, t
il vero agnello pasquale. L'interpretazione teologica legitti-
ma, ma la rottura delle gambe era una prassi abituale e ser-
viva allo scopo di accelerare la morte del condannato e di li-
berarlo quindi dai tormenti. Quanto pi il condannato aveva
la possibilit di puntellarsi per inspirare aria, tanto pi si pro-
lungavano i tormenti che preludevano la morte. Spezzare le os-
sa, invece, comportava un rapido soffocamento, una morte li-
beratrice.
20
Giuseppe Flavio, Bell1 Iud., IV, 5,2.
211
Il Crocifisso di Giv'at ha-Mivtar
Esiste un riscontro archeologico di quanto questa prassi fos-
se ordinaria nella Gerusalemme del I secolo, proprio come quel-
la di dare sepoltura ai condannati alla crocifissione. La prova fu
rinvenuta nel giugno 1968, nel corso di scavi archeologici a nord
di Gerusalemme. Nel cimitero di Giv'at ha-Mivtar, Nicu Haas
dell'Universit ebraica di Gerusalemme si imbatt in quattro
strutture sepolcrali scavate nella roccia dotate di numerosi cu-
nicoli a scorrimento che contenevano ossari. Come dimostrato
da alcuni frammenti di ceramica, la costruzione sepolcrale fu
utilizzata dall' epoca asmonea fino al 70 d.C. Qui furono sep-
pellite 35 persone, cinque delle quali, come hanno stabilito le
analisi di ci che rimaneva delle ossa, non morirono di morte
naturale, e una di queste sulla croce. Stando all'iscrizione ri-
portata dall'ossario, il Crocifisso si chiamava Jehochanan Ben
Haskul, era alto 1,67 metri e mor a un' et compresa tra i 24 e
i 28 anni. Era di corporatura piuttosto delicata, evidentemente
un intellettuale, forse un pensatore anticonformista o il capo spi-
rituale di un movimento di resistenza, o forse un fanatico reli-
gioso. Mor all'epoca dell'occupazione romana, in un momento
imprecisato tra il 6 e il 65 d.C. La sua vita si concluse con un' au-
tentica tragedia familiare, perch con lui fu sepolto un bambi-
no di tre o quattro anni, presumibilmente il figlio di Jehocha-
nan/Giovanni, assassinato in occasione dell'arresto del padre o
condannato a morte con lui.
Nonostante la plateale brutalit con cui si era intervenuti con-
tro la famiglia di Giovanni, fu evidentemente permesso ai suoi
congiunti di dargli degna sepoltura. Come Ges, era stato cro-
cifisso con chiodi. I suoi talloni erano sovrapposti e trafitti da
un chiodo della lunghezza di 12 centimetri e dalla punta incur-
vata (ragion per cui non poteva pi essere estratto dal legno)
e la cui capocchia era conficcata in una tavola di legno di pi-
stacchio o d'acacia dello spessore di circa 2 centimetri, mentre
sulla punta del chiodo furono rinvenute tracce di legno d'olivo.
Probabilmente il listello di legno aveva la funzione di premere
212
i piedi trafitti contro il palo della croce e, fissato alla croce con
corde, grazie alla sua superficie estesa su cui si distribuiva il pe-
so del corpo, impediva al chiodo di staccarsi per via della pres-
sione esercitata dal corpo. Giovanni era stato inchiodato alla
croce, evidentemente troppo corta, quasi accovacciato, con il
coccige probabilmente sorretto da un sedile. Le braccia erano
state inchiodate alla trave orizzontale con un chiodo che per il
terzo inferiore della sua lunghezza era penetrato tra ulna e ra-
dio, come attestato dalle scalfitture riscontrabili sulle ossa. Sul-
la superficie del radio sono state riscontrate tracce di logora-
mento, causate dalla penetrazione del chiodo e dalle dolorose
convulsioni delle braccia. La tibia destra e la tibia e il perone si-
nistro presentavano fratture: i carnefici avevano spezzato le gam-
be al crocifisso, proprio com'era accaduto ai ladroni
21
.
Il ritrovamento ha confermato ben tre particolari dei Van-
geli: l'utilizzo di chiodi per alcune crocifissioni (Gv 20,25); la rot-
tura delle gambe (Gv 19,32); la sepoltura dei condannati alla
crocifissione (Me 15,46; Mt 27,60; Le 23,53; Gv 19,42).
21
G. Kroll, op. cit., p. 360; G. Ricci, The Holy Shroud, Roma 1981, cit., pp. 177-182.
L'osso del calcagno di Jehochanan trafitto da un chiodo.
213
Ci nonostante non si pu da questo trarre l' erronea con-
clusione che quello di Jehochanan Ben Haskul costituisca l'u-
nico modello valido di crocifissione nella Gerusalemme del tem-
po di Ges. Giuseppe Flavio riferisce che, durante l'assedio di
Gerusalemme nel 70, fino a 500 persone venivano crocifisse ogni
gi orno in tutte l e pose possibili: I sol dati , vi ol ent ement e esa-
cerbati, inchiodavano ora per scherno i prigionieri nelle pi
diverse posizioni
22
. Solo le modalit di svolgimento delle ese-
cuzioni rimanevano le stesse: Cos venivano flagellati e, dopo
aver subito ogni sorta di supplizi prima di morire, erano croci-
fissi di fronte alle mura
23
, quindi in faccia alla citt, nella stes-
sa direzione verso cui erano rivolte le rocce del Golgota: Ges
dalla croce doveva aver guardato verso il tempio. Mentre Giu-
seppe Flavio riferisce di come i condannati venissero inchioda-
ti alla croce, la crocifissione tramite corde era ugualmente fre-
quente. Secondo Senofonte d' Efeso, vissuto nel II secolo, que-
sta modalit di crocifissione era del tutto usuale in Egitto e neUe
province circostanti
24
. Secondo la tradizione cristiana, i due la-
droni che avevano condiviso il destino di Ges erano stati cro-
cifissi con corde. Ma erano anche stati condotti al luogo del-
l'esecuzione legati alla trave orizzontale che stavano traspor-
tando. Ge s , i nvece, era stato l i berato del patibulum, quando
Simone di Cirene fu costretto a portare la trave in vece sua. Sul-
la collina del Golgota, poi, i carnefici optarono, forse per via del-
l' ora avanzata, per i chiodi, metodo pi doloroso ma anche
pi rapido. Cos si spiega perch Ges fosse gi morto quando
Giuseppe d' Arimatea, nel tardo pomeriggio del venerd, chie-
se a Pilato l'autorizzazione a seppellirlo, prima che lo shabbath
avesse inizio.
" Cosi recita la traduzione italiana a cui a ai o. vi tucd: spimi UaU'odo c dai furo-
re, i soldati si divertivano a inchiodare i prigionieri in varie posizioni. Nella traduzio-
ne tedesca di questo passo di Giuseppe Flavio {Bell. Iud.,V11,1) cui fa riferimento He-
semann, il termine per indicare la crocifissione nageln, inchiodare (ndt).
23
Giuseppe Flavio, Bell. Iud., V, 11,1.
24
G. Ricci, The Holy Shroud, Roma 1981,cit.,p. 181.
214
Prima del sorgere della terza stella...
Secondo la tradizione ebraica, il giorno non ha inizio a mez-
zanotte, ma con il calar della notte. L'individuazione di questo
istante avveniva a Gerusalemme con particolare precisione, per
yi a del l ' i mpor t anza che r i vest i va ai f i ni del l ' osser vanza del -
l'obbligo sabbatico. Quando in cielo spuntava la prima stella,
era ancora venerd. Nella Citt Santa la sua comparsa era an-
nunciata dalle trombe che risuonavano dal tetto del portale di
Shabbath del tempio. Quando squillavano, i contadini poneva-
no termine alla loro giornata di lavoro nei campi. All'apparire
della seconda stella, ci si trovava tra venerd e shabbath. An-
ch'essa era salutata da uno squillo di trombe, che segnava la
chiusura di negozi, botteghe artigiane ed esercizi pubblici. L'ap-
parire della terza stella e lo squillo di tromba che lo sanciva si-
gnificavano che lo shabbath aveva inizio. I paioli venivano tol-
ti dal fuoco, le lampade accese. Il 7 aprile dell'anno 30 il sole cal
attorno alle 18.08, la terza stella sorse circa un' ora pi tardi
25
.
Secondo unanime indicazione dei Sinottici, Ges spir attor-
no alla nona ora (Me 15,34; Mt 27,46; Le 23,44)
26
, quindi ver-
so le 15. A Giuseppe d' Arimatea e a Nicodemo rimanevano sol-
tanto quattro ore per: recarsi in pretorio, da Filato, per chiede-
re di poter seppellire il corpo di Ges; attendere che un legionario
incaricato da Pilato controllasse che Ges fosse gi spirato; do-
po che questi aveva riferito gli esiti della sua verifica, ricevere
l' autorizzazione a procedere con la deposizione dalla croce;
acquistare un telo sepolcrale, aloe e mirra; calare il corpo dalla
croce; deporlo nel sepolcro e sigillarlo.
La fretta era dunque d'obbligo. Per questo non sono affatto
convinto che la crocifissione di Ges proprio a 40 metri dal se-
polcro di un amico sia stato un caso. E fin troppo comodo per
esser vero, speci e consi derando che Gi us eppe d' Ar i mat ea non
"Ibid., pp. 243-245.
26
Alle tre o verso le tre, recita la traduzione italiana dei passi neotestamentari
(ndt).
215
era mai stato menzionato dai Vangeli prima di questo momen-
to. Entr in scena proprio nel momento in cui c'era bisogno di
lui, e disponeva proprio di ci che, nella fretta, era pi urgen-
te: un luogo di sepoltura nelle vicinanze della croce. Suggerisco
perci - presupponendo che si trattasse effettivamente del se-
polcro di Giuseppe, e non di uno che aveva acquistato o utiliz-
zato per l'occasione - una spiegazione alternativa. Mentre in-
fatti con Giuseppe d'Arimatea entra in scena uno sconosciuto,
con Nicodemo ci imbattiamo in una vecchia conoscenza, al-
meno per quanto riguarda il Vangelo di Giovanni: la sua se-
greta conversione in occasione della festa di Pasqua del 28 vie-
ne descritta nei particolari, insieme con i suoi colloqui nottur-
ni con Ges e con la sua decisa presa di posizione a suo favore
presso i farisei. Sapeva per certo che Giuseppe d'Arimatea, an-
ch'egli membro del Sinedrio e appartenente alla sua stessa fa-
zione, si stava costruendo un sepolcro nelle immediate vicinan-
ze del luogo delle esecuzioni. Quando Giuseppe vot contro
la condanna di Ges, cap di poter avere in lui un alleato
27
. E
quindi potrebbe avergli chiesto di mettergli a disposizione que-
sto nuovo sepolcro per breve tempo e per via della fretta ob-
bligata, cos da seppellirvi Ges almeno fino allo scadere dello
shabbath. evidente che Giuseppe si dichiar spontaneamen-
te d'accordo e fu persino disponibile a recarsi da Pilato - si trat-
tava pur sempre del suo sepolcro - mentre Nicodemo acquista-
va aromi per un piccolo capitale, una mistura di mirra ed aloe
di circa cento libbre, quindi ben 32 chilogrammi, che furono
probabilmente trascinati dai suoi servitori fino al luogo di se-
poltura dentro a dei sacchi. Com' usanza per i giudei, come
avveniva nelle catacombe ebraiche di Roma o nelle necropoli
del Levante, profumi aromatici e sale furono predisposti sulla
superficie di pietra del sepolcro. Su questo strato di oli aroma-
tici si dispieg la prima met del lungo telo sepolcrale, su cui fu
27
Che Giuseppe d'Arimatea non si confessasse apertamente seguace di Ges, un
fatto menzionato da Giovanni (19,38): era discepolo di Ges, ma di nascosto per ti-
more dei giudei.
216
disteso il corpo nudo, fasciato del Crocifisso. Poi si ripieg la se-
conda met del telo e lo si dispieg sul corpo a partire dal capo,
fino a coprirlo interamente. Anche re Asa di Giuda fu sepolto
allo stesso modo nelT874 a.C.: lo seppellirono nel sepolcro che
egli si era fatto scavare... Fu deposto sopra un letto pieno di aro-
mi e ogni sorta di profumi preparati secondo l'arte della profu-
meria (2Cr 16,14).
Colloqui presso il sepolcro
Evidentemente Nicodemo era un uomo modesto, che non si
vant mai del ruolo svolto in occasione della sepoltura di Ges.
Cos solo Giovanni a citarlo, mentre i Sinottici paiono cono-
scere solamente il proprietario del sepolcro, Giuseppe d' Ari-
matea. Tacciono pure l'incontro segreto tra Nicodemo e Ges.
Per quale ragione? La mia teoria che Giovanni, gi presente
ai piedi della croce, assistette come testimone oculare anche al-
la sepoltura. Solo cos si pu spiegare la sua descrizione, tanto
particolareggiata da spingersi fino a indicare con precisione il
peso della mistura di aloe e mirra; questo particolare pu aver-
lo appreso solo da Nicodemo. Possiamo supporre che il fariseo,
in quella triste notte, gli narrasse la propria storia: dall'incontro
segreto con Ges fino alla presa di posizione in suo favore pres-
so i membri della sua stessa fazione, e certamente anche i dett-
gli dell'interrogatorio di Ges davanti ai sommi sacerdoti. Chiun-
que abbia, almeno una volta in vita sua, preso parte a una ceri-
monia funebre, sa bene quanti amici e congiunti in un'occasione
come questa sentano l'esigenza di passare in rassegna ancora
una volta la loro vita e i loro incontri con il defunto.
D sepolcro scavato nella roccia
Tutte queste immagini della sepoltura di Ges dovevano es-
sere passate per la testa di coloro che avevano partecipato agli
217
scavi promossi da Costantino, quando si trovarono al cospetto
del pi venerabile di tutti i sepolcri. Purtroppo non ci perve-
nuta alcuna descrizione coeva. Solo 250 anni pi tardi un ano-
nimo pellegrino di Piacenza lo descrisse in questi termini: Poi-
ch il monumento funerario stato scavato nella roccia natura-
le, anche la tomba a trogolo stata ricavata dalla stessa roccia
in cui ha riposato il corpo del Signore ... La pietra con cui era
stato sigillato il sepolcro sta dinanzi all'imboccatura del monu-
mento funebre, ma il suo colore quello della roccia perch
stato scavato nella roccia del Golgota
23
. Un pellegrino prove-
niente dalla Francia, di nome Arculfo, complet la descrizione
un secolo pi tardi: nel sepolcro c'era un unico scomparto che
si estendeva dal lato della testa fino a quello dei piedi senza sud-
divisioni c che pot eva accogl iere una per sona che giaceva supi-
na. simile a una cavit la cui imboccatura si affaccia sulla par-
te meridionale della copertura, e ha una bassa copertura
29
.
Un rinvenimento sorprendente
Quando, nella tarda estate del 325, l' imperatore Costantino
apprese del rinvenimento del Santo Sepolcro da parte della de-
legazione da lui inviata, non esit. Ora poteva realizzare il suo
progetto di edificare a Ges, nel luogo della sua morte e risur-
rezione, un monumento, un degno mausoleo e una basilica.
Ma evidentemente non era stato scoperto solamente il sepolcro
di Ges: un altro sorprendente reperto era stato rinvenuto, ca-
pace di suscitare addirittura l'entusiasmo dell'imperatore, per-
ch si trattava proprio del segno nel cui nome aveva vinto. Tro-
viamo appena un accenno a questo rinvenimento nella lettera
indirizzata al vescovo Macario che l'imperatore dett quello stes-
so giorno e il cui tenore c' stato tramandato da Eusebio:
Il Vincitore Costantino Massimo Augusto a Macario.
28
Cit. da G. Kroll, op. cit., p. 387.
29
Cit. da A. Millard, Die Zeit der ersten Christen, GieBen 1994, p. 135.
218
Cos grande la grazia elargita dal nostro Salvatore, che nes-
sun discorso, per quanto ampio ed esteso, risulterebbe adegua-
to a illustrare il miracolo appena verificatosi. Infatti, che il mo-
numento della santissima Passione di Cristo, da molto tempo
celato sotto terra, dopo aver fatto perdere le sue tracce per un
lunghissimo periodo di anni, sia tornato a risplendere al cospetto
dei suoi servi, finalmente liberi grazie alla eliminazione del ne-
mico a tutti comune - qui per "nemico" intende il suo ex co-
reggente Licinio, condannato a morte da Costantino all'inizio
del 325 - avvenimento che supera senz'altro qualsiasi possi-
bile stupore. Se anche tutti quanti al mondo hanno fama di dot-
ti si riunissero in un unico e medesimo luogo con l' intento di
pronunciare un discorso all'altezza dell'accaduto, non potreb-
bero avvi ci narsi neppur e pochi ssi mo a queUa mt a. J.a f ede in
questo miracolo di tanto sopravanza la capacit naturale del-
l'umano intelletto, di quanto il divino risulta superiore all'u-
mano. Perci il mio primo e unico obiettivo sempre quello di
far s che parallelamente al modo in cui la vera fede si rivela ogni
giorno con sempre pi nuovi miracoli, cos anche le anime di noi
tutti... dimostrino sempre pi zelo nella osservanza della santa
legge. pertanto mio desiderio persuaderai] soprattutto di ci
che io penso risulti a tutti evidente, e cio che la cosa che pi di
ogni altra mi sta a cuore l'impegno che noi dobbiamo prodi-
gare nell'adornare con magnifici edifici quel santo luogo che per
ordine divino io ho liberato dal peso turpissimo di un idolo che
lo sovrastava alla stessa stregua di un gravoso fardello, luogo
che fin dal principio fu sacro per volere di Dio, e che divenu-
to ancora pi sacro da quando ha portato alla luce la testimo-
nianza della passione salvifica.
E bene, dunque, che la tua soUecitudxve di sponga e. provveda
alle singole necessit che l' opera richiede in modo tale che
non solo la basilica, ma anche le restanti parti della fabbrica, ri-
sultino di gran lunga pi splendide se paragonate ai medesimi
edifici esistenti in ogni altro luogo della terra: lo scopo che in-
fatti ci proponiamo che codesta costruzione vinca il confron-
to con tutti i pi begli edifici di ogni altra citt. Sappi che noi ab-
219
biamo affidato al nostro amico Dracilliano, che ricopre la cari-
ca illustrissima di prefetto, e al governatore della provincia il
compito di curare che la fondazione delle pareti venga eseguita
in modo perfetto. La mia pia religiosit ha infatti ordinato che
costoro debbano sbito provvedere a inviare artigiani, operai
e tutto quanto sar necessario alla costruzione, non appena ne
abbiano ricevuto richiesta dalla tua sollecitudine. Per quanto ri-
guarda le colonne e i marmi, dopo che li avrai esaminati di per-
sona, sar tuo pensiero scriverci quali a parer tuo siano i migliori
e i pi preziosi. In questo modo, quando attraverso la tua let-
tera conosceremo la quantit e la qualit dei materiali di cui v'
bisogno, sar possibile spedirteli da ogni parte: giusto che il
luogo pi straordinario e meraviglioso che esista al mondo ven-
ga adornato cos come esso merita
30
.
In che cosa consisteva questo monumento della santissima
passione di Cristo? Certamente non nel Santo Sepolcro. Co-
stantino parlava di un reperto del tutto sorprendente, addirit-
tura di miracolo, mentre la posizione in cui si riteneva si tro-
vasse il sepolcro di Ges era tramandata da secoli e si era pro-
ceduto agli scavi in maniera mirata. Questo nuovo rinvenimento
spinse il sepolcro vuoto piuttosto in secondo piano, come ap-
prendiamo dalle espressioni entusiastiche dell'imperatore. Que-
sto consente di trarre un'unica conclusione: la testimonianza
della passione salvifica doveva essere proprio la croce di Ge-
s, quel segno nel cui nome Costantino aveva vinto e che cos
assumeva per lui un significato comprensibilmente ben pi gran-
de del monumento alla risurrezione, il Santo Sepolcro. De-
dicheremo il prossimo capitolo alle circostanze di questo mi-
racolo che di tanto sopravanza la capacit naturale dell'umano
intelletto. In ogni caso l'entusiasmo dell'imperatore per il suo
progetto non aveva pi limiti, e niente di meno del massimo po-
teva bastare a rendere onore alla croce che ora gli era apparsa,
in un certo senso, una seconda volta.
Il vescovo Macario fu quindi incaricato della sorveglianza del-
30
Eusebio, Vit Const, III, 30-32.
220
l'edificio, mentre a uno dei pi famosi architetti dell'epoca, il si-
riaco Zenobio, fu commissionata la progettazione del mausoleo
di Ges e di una basilica monumentale nel luogo del rinveni-
mento della croce. Esistono buoni motivi perch questo spe-
cialista imperiale di architettura monumentale non sia nemme-
no citato da Eusebio, dato che per secoli si attir l'ira dei cri-
stiani. Ademp scrupolosamente il suo incarico di erigere un
degno monumento funebre sul modello dei mausolei imperiali
romani. La sua rotonda divenne un caposaldo architettonico del
secolo capace di dare l'impronta all'architettura cristiana fino al
classicismo. Divenne l'archetipo della chiesa a pianta circolare.
Questo per il cristianesimo era qualcosa di estremamente inno-
vativo: le chiese dei cristiani dell'epoca precedente a Costanti-
no erano prevalentemente cappelle private, situate nelle abita-
zioni di membri benestanti delle comunit, o case private, affit-
tate, acquistate o ricevute in dono dalla Chiesa. A Roma ancora
oggi 25 chiese titolari testimoniano della loro origine come luo-
ghi di culto precostantiniani, per lo pi contrassegnati dai no-
mi degli originari proprietari delle case in cui si trovavano, co-
me titulus Clementis, Anastasiae, Caeciliae, Chrysogoni, Puden-
tis. Queste case - comuni abitazioni, insulae o case padronali
minori - ospitavano il servzio religioso, il battesimo, la catechesi,
le attivit di beneficenza, l'amministrazione e fungevano anche
da abitazioni per il clero. Quando si giunse alla tolleranza reli-
giosa, si edificarono anche semplici edifici a mo' di granai ri-
servati al servizio religioso. Uno di questi era la prima chiesa di
San Crisogono, le cui mura si trovano oggi accanto alla chiesa
medievale a Trastevere nei pressi di ponte Garibaldi
31
.
Le prime, chiese
Una delle chiese romane pi gravide di storia scaturite da una
cappella privata della comunit delle origini la basilica di
31
R. Krautheimer, Rom. Schicksal einer Stadi 312-1308, Munchen 1996, pp. 28s.
221
Santa Pudenziana a Roma, chiesa titolare dell'arcivescovo di
Colonia, il cardinale Joachim Meisner. Fu eretta sopra l'abita-
zione del senatore Pudente, della potente famiglia degli Acilii
Glabriones, e la tradizione vuole che Pietro vi abbia celebrato
l'Eucaristia. Pudente, la cui villa si trovava nel vicus patricius, in
una zona distinta della citt, espressamente citato nella Se-
conda lettera a Timoteo (4,21), redatta a Roma nel 60 o nel 61
d.C. Resti di una lussuosa abitazione privata, risalenti al perio-
do t ra il I oceol o a.C. c il I secol o d.C., f ur ono ri portati al l a lu-
ce nel 1894 al di sotto della chiesa. Regnante l'imperatore Adria-
no, furono edificati dei bagni pubblici (terme) al di sopra della
villa patrizia, che evidentemente nel frattempo era stata confi-
scata. Non chiaro se la confisca sia avvenuta durante le per-
secuzi oni ant i cri st i ane vol ut e da Ner one o nel corso di quel l e
ordinate da Domiziano, ma la vicenda ricorda un poco la pro-
fanazione del sepolcro di Ges a Gerusalemme. Tuttavia, gi
nel 145 Pio I, vescovo di Roma, deve aver consacrato accanto
alle terme una chiesa, cio un luogo di culto in memoria del-
la cappella domestica di Pudente, la Pudentiana. La sua storia
successiva avvolta nel mistero. Solo dall' anno 384 docu-
mentata l'esistenza di una chiesa de Pudentiana con la presen-
za di clero organizzato
32
. Un reperto rinvenuto a Ercolano, cit-
tadina sepolta nel 79 d.C., come la vicina Pompei, sotto una piog-
gia di cenere del Vesuvio e dalla successiva ondata di fango
vul cani co, ci r i vel a f or se come pot eva present arsi un l uogo di
culto paleocristiano. Evidentemente, fin dai tempi pi remoti
c' erano a Ercolano dei cristiani. Quando Paolo, all'inizio del 61
d.C., nel corso del suo primo viaggio da prigioniero, sbarc a
Pozzuoli, a 20 chilometri a ovest di Ercolano, il comandante ro-
mano Giulio gli permise di rimanere con [alcuni fratelli] sette
giorni (At 28,14). Questo ci consente di intuire quanto il cri-
stianesimo si fosse gi diffuso in tutta Italia ad appena 19 anni
dal primo viaggio di Pietro a Roma. Che anche a Pompei vi-
31
Sankl Pudentiana, Rom (a cura del l ' Uffi ci o stampa dell' arcivescovado di Col oni a) ,
Kln 1994.
222
vesser dei cristiani attestato da un graffito rinvenuto su una
parete dell'atrio nella casa n. 22, in cui si dice BOVTUS AUDIT
CHRISTIANOS, Bovius presta ascolto ai cristiani. Nel 1938
a Ercolano, nei pressi del decumanus maximus, fu riportata al-
la luce una villa, al primo piano della quale, in una stanza arre-
data per il resto volutamente in maniera modesta, si ritrovaro-
no, impressi nell'intonaco di una parete, i contorni di una croce.
Evidentemente l, entro un riquadro di forma rettangolare ri-
copert o di stucco, er a st at a i ncast onat a una vol t a una cr oce di
legno di 43 centimetri di altezza. Persino i fori mediante cui fu
appesa sono ancora ben riconoscibili. Dinanzi alla croce c' era
una specie di piccolo armadio in legno con alzata, probabilmente
un altare. Quando scoppi la catastrofe, qualcuno strapp la cro-
ce di legno dalla parete, forse per porla in salvo, forse per strin-
gerla a s nell'istante della morte
33
. Cos modesti erano stati gli
inizi, fino a che Costantino, con la basilica Laterana, fece eri-
gere la prima grande chiesa cristiana. Gi il concetto di basili-
ca (vestibolo reale) ci rivela come, a fungere da modello ar-
chitettonico, fossero i saloni delle udienze imperiali. Successi-
vamente completata con uno o pi campanili, la basilica a tre
navate rappresenta una tipologia di chiesa tra le pi diffuse an-
cor oggi. Ma Zenobio volle contrapporre a questo modello una
propria creazione: la prima chiesa sormontata da cupola, che
aveva come modello i mausolei imperiali di Augusto e Adriano
- l ' at t ual e Cast el Sa nt ' Ange l o a Roma , ma in par t i col ar e il
Pantheon romano, il capolavoro architettonico dell'imperato-
re Adriano. Il Pantheon una delle costruzioni pi affascinan-
ti della storia. In quanto tempio di tutti gli di, il pi grande
edificio a cupola del mondo doveva rappresentare la volta ce-
leste e l'armonia del cosmo. Il diametro della cupola misura 43,30
metri (esattamente come l'altezza dal pavimento), una dimen-
sione non raggiunta nemmeno dalla cupola della basilica di San
Pietro, che ha un' ampiezza di soli 42,56 m. La cupola del
Pantheon composta di un unico blocco, privo di rinforzi, ot-
w
G. Kroll, op. cit., pp. 367s.
223
tenuto versando un getto di conglomerato in una centina di le-
gno. Al vertice si trova un'apertura circolare del diametro di 9
metri, che conferisce all'edificio la funzione di potente orologio
solare. Verso l'occhio convergono cinque ordini concentrici di
cassettoni, che vanno man mano restringendosi e hanno lo sco-
po di alleggerire il peso della struttura.
Evidentemente questo edificio aveva affascinato Zenobio o
il suo committente Costantino, e in ogni caso funse da modello
per il mausoleo a Cristo. La cupola dcWAnastasis di Gerusa-
lemme, la chiesa della Risurrezione, come fu battezzata, con il
suo diametro di 38 metri, era solo di poco pi piccola del suo
modello romano, e come questo era aperta verso il cielo. Al cen-
tro stava la pi preziosa di tutte le reliquie, il sepolcro vuoto, o
almeno ci che era stato risparmiato da Zenobio.
II sacrilegio di Zenobio
Infatti, per realizzare il suo progetto di costruzione di un edi-
ficio davvero sontuoso e monumentale, Zenobio commise un
sacrilegio imperdonabile: fece smanteUare dai suoi scalpellini la
maggior parte del sepolcro di Ges. La parete rocciosa in cui
era stata scavata la camera sepolcrale, l'ingresso e l'anticame-
ra caddero vittima delle ardite concezioni dell'architetto. Ci
che rimase era un nucleo accuratamente ridimensionato, com-
prendente la camera sepolcrale vera e propria con la tomba a
trogolo, ora adornata con colonne di gran pregio e con sommo
sfarzo
34
. Le colonne ad arco, collegate da grate d'argento, sor-
reggevano travi dorate, sulle quali poggiava una copertura d'ar-
gento, di forma piramidale, con in cima una croce. Nacque cos
il cosiddetto cibolum, un prezioso padiglione ornamentale che
sormontava la reliquia del sepolcro, Yaedicula o piccola ca-
sa: Faceva uno strano effetto vedere questa roccia svettare iso-
lata nel bel mezzo di un'ampia superficie ma ospitare un'unica
34
Eusebio, Vit. Const., Ili, 34.
224
cavit, lamentava Eusebio pi tardi
35
. Perch prima che il mo-
numento sepolcrale assumesse questa conformazione, davanti
alla roccia stava una parte prospiciente il sepolcro, com' qui
costume che sia per gli ingressi sepolcrali... Ma oggi non ri-
masto pi nulla di questa parte perch allora fu rimossa per far
posto ai fregi attuali, rievocava malinconicamente uno dei suc-
cessori di Macario, il vescovo Cirillo di Gerusalemme in una sua
omelia catechetica divenuta famosa e risalente al 348 d.C.
36
. So-
lo non disponendo di termini di confronto, si poteva ammirare
la costruzione. La roccia stessa adornata d' oro e di pietre pre-
ziose, e la roccia del monumento sepolcrale - la roccia che ne
sigillava l'ingresso, allora ancora conservata - simile a una
macina da mulino. Vi sono innumerevoli oggetti ornamentali.
Da aste di ferro pendono bracciali, fibbie, collane, anelli, orna-
menti per il capo, cinture, guaine, corone imperiali d' oro e pie-
tre preziose e ornamenti delle imperatrici. Il monumento se-
polcrale sovrastato da una specie di piramide d' argento che
poggia su travi dorate. Davanti al monumento sepolcrale c' un
altare, ricordava con stupore misto ad ammirazione l'anonimo
pellegrino di Piacenza che visit Gerusalemme attorno al 570
37
.
L'idea di Zenobio di un reliquiario sepolcrale cinto da colonne
e sormontato da una piramide - Vaedicula, appunto - , sopra il
quale si elevava una cupola, fece storia. Persino la basilica di San
Pietro, con la tomba del santo sovrastata dall'altare papale, ri-
prende quest'idea. Quanto le concezioni architettoniche di Ze-
nobio dovessero diventare popolari e rivoluzionarie, apparve
chiaro poco tempo dopo la progettazione della chiesa del San-
to Sepolcro. Anche il monumento sepolcrale imperiale di Co-
stantino, che ospit le spoglie della madre Elena, e il mausoleo
delle figlie di Costantino Costanza ed Elena, a Roma, seguiro-
no questo modello persino nel combinarsi con una basilica, co-
me pure il battistero della basilica Laterana e la chiesa roma-
33
Eusebio, De theophania, Framm. Il i , 30.
36
Cai XIV, 9.
37
Cit. da G. Kroll, op. cit., p. 387.
225
na a pianta circolare di Santo Stefano Rotondo, che papa Sim-
plicio (468-483) fece erigere su modello della chiesa della Ri-
surrezione, nonch naturalmente la costantiniana chiesa degli
Apostoli a Costantinopoli.
Ma il corpo principale della costruzione era la basilica a tre
navate, che Zenobio fece edificare proprio di fronte aYAnasta-
sis. Fu chiamato Martyrion perch doveva rievocare la passio-
ne di Ges e il rinvenimento della croce. Eusebio lo descrisse
entusiasticamente come un'opera veramente straordinaria che
si innalzava fino a raggiungere un'altezza vertiginosa, e che si
estendeva a dismisura tanto in lunghezza quanto in larghezza:
l'interno era rivestito con piastre di marmo policromo, mentre
la superficie esterna delle pareti, resa splendente da una pietra
levigata, ben connessa in ogni sua giuntura, presentava uno spet-
tacolo straordinario a vedersi, per nulla inferiore al colpo d'oc-
chio che offre la bellezza del marmo. In alto, sulla volta dell'e-
dificio, il tetto est emo era ri coperto di pi ombo, riparo sicuro con-
tro le piogge invernali. Nell'interno, il soffitto era stato intera-
mente intagliato a cassettoni: aUa stessa stregua di una grande
distesa di mare si dilatava senza soluzione di continuit ad ab-
bracciare tutta la basilica con il giuoco dei suoi reciproci intrecci;
Dat sepolcro nella roccia ' acdicula (acconcio Kroll 1933). A: il sepolcro cori (2) l'ac-
cesso, (2) la pietra ostruente, (3) l'anticamera con le panche sepolcrali, (4) la camera
sepolcrale e (5) il sepolcro a vasca sormontato da un arco. B: il dissotterramento del-
la camera sepolcrale ad opera di Zenobio. C: il monumento sepolcrale protetto da una
serie di piccole colonne nell'ampia rotonda cte//'Anastasis costantiniana. D: l'aedicula
w
226
era stato inoltre completamente ricoperto d'oro splendente, e
questo faceva s che tutto il tempio scintillasse come pei raggi
della luce
38
. Lungo le pareti laterali si allineava una doppia fi-
la di massicce colonne marmoree riccamente adornate. L'absi-
de della basilica a cinque navate, che si affacciava sul Santo
Sepolcro, era cinta da dodici colonne - tante quanti gli aposto-
li - , i cui capitelli recavano l'ornamento di un grandissimo cra-
tere d'argento, splendida offerta votiva di cui l'imperatore in
persona volle far dono al suo Dio
39
. Da est, dal cardo maximus,
si faceva ingresso nell'edificio attraverso la porta a tre aditi del
Foro occidentale di Adriano, che fu lasciata intatta e un arco del-
l a q u a l e c o n s e r v a t o a n c o r a o g g i a l l ' i n t e r n o d e U a c h i e s a r u s s a
di Alessandro. Conduceva in un atrio, in un cortile interno, da
cui si accedeva a uno dei tre ingressi della basilica. Un altro atrio
separava la basilica dalla rotonda dell'Anastasis. Nel suo estre-
mo angolo sudorientale si trovava, a cielo aperto, il moncone
della collina di Golgota. Ma gi questo indica che il Martyrion
non fu eretto effettivamente nel luogo della crocifissione, ma
nelle sue immediate vicinanze, nel luogo del rinvenimento del-
la croce (vedi illustrazione a colori IV).
D piccolo colle del Golgota
Secondo i resoconti dei pellegrini risalenti ai secoli successi-
vi, il montculus Golgothae, il piccolo colle del Golgota
40
, era
una roccia che sovrastava di poco l'altezza di un uomo e alla cui
cima conduceva una serie di scalini
41
. Sulla vetta si levava una
38
Eusebio, Vii Const, III, 36.
39
Ibid, III, 38.
40
Cos lo descrisse il pellegrino di Bordeaux nell'anno 333, che poi completa in
questo modo la descrizione: Da l la cavit in cui il suo corpo fu sepolto e da cui risorse
il terzo gi orno a un tiro di pietra. Proprio 11 stata da poco eretta una basilica per
ordi ne del l ' i mper at or e Cost ant i no (cit. da G. Krol l , Op. cit., p. 379) .
41
Questa invece la descrizione di Eucherio, vescovo di Lione, che cosi scrive at-
torno al 440: UAnastasis sorge nel l uogo della risurrezione; il Golgota, invece, che si
trova tra l'Anasrasis e il Martyrion, il luogo dove il Signore pat e dove si vede il bloc-
co di roccia che port un giorno la croce con il corpo del Signore (cit. da G. Kroll, op.
cil, p. 381).
227
croce massiccia, adornata d' oro e di pietre preziose, fatta col-
locare attorno al 385 dall'imperatore romano Teodosio al posto
della croce d Ges. Una fenditura che si apriva sul lato della
roccia di pietra calcarea, visibile ancor oggi, fu attribuita al ter-
remoto che squass la terra nell'istante della morte di Ges, ci-
tato nel Vangelo di Matteo: La terra trem e le rocce si spac-
carono (27,51). Questo santo Golgota, che qui ci sovrasta, te-
stimonia con la stessa sua vista come a causa di Cristo la roccia
si spacc, affermava nel 347 il vescovo Cirillo in una delle gi
citate omelie catechetiche che tenne probabilmente in un atrio
interno della chiesa del Santo Sepolcro, all'ombra del monte Cal-
vario
42
.
Qui, secondo la descrizione trasmessaci nel 383 dalla pelle-
grina Aetheria (Egeria), aveva luogo anche la liturgia del ve-
nerd santo: Quando giunta l'ora sesta, ci si reca dinanzi al-
la croce, che piova o che faccia caldo, perch questo luogo a
cielo aperto; come un grande e bellissimo cortile interno, che
A cielo aperto: la collina del Golgota nell'area della chiesa del Santo Sepolcro (plastico).
42
Cat. X, 19.
228
si trova tra la croce e YAnastasis^. Il Breviarius de Hierosoly-
ma (circa 530) completa la descrizione, accennando che attorno
alla collina del Golgota corrono inferriate d' argento... e sopra
la croce, completamente coperta d'oro e gioielli, c' il cielo aper-
to. Eusebio descriveva l'atrio interno come un vastissimo spa-
zio che si estendeva all'aperto e che l'imperatore fece adorna-
re sontuosamente: lo ricopr con una pietra lucida, con la qua-
le paviment tutto il suolo; circond poi l'intiera area con una
lunga teoria di porticati, disposti su tre lati
44
: davvero un luogo
degno.
Cos appariva la chiesa del Santo Sepolcro
Accanto a numerose descrizioni, disponiamo di due raffigu-
razioni coeve del luogo. La prima costituita dai resti di una
pianta musiva pavimentale di una chiesa paleobizantina situata
nella citt giordana di Madaba e risalente alla met del VI se-
colo. Mostra la Terrasanta e, al centro, la Citt Santa di Geru-
salemme con le sue chiese cristiane, attraversata dal cardo maxi-
mus
y
il colonnato adrianeo. Per quanto non molto particolareg-
giata, questa raffigurazione conferma le descrizioni pervenuteci
della chiesa del Santo Sepolcro. Mostra la basilica del Martyrion
con i suoi tre portali, cui si accede, dal cardo, tramite una scali-
nata; dietro di questa l'atrio e infine la cupola dorata dell'Ana-
stasis. Accanto alla basilica si distinguono infine il battistero a
pianta quadrata e la cappella battesimale citata anche dal pel-
legrino di Bordeaux nell' anno 333
45
. A Roma esiste una raffi-
gurazione molto pi precisa e per giunta pi antica di un seco-
lo e mezzo. Si trova proprio in quella chiesa, eretta nel IV seco-
lo al di sopra del luogo di culto paleocristiano nella villa del
senatore Pudente, la santa basilica Pudenziana. L'abside di que-
41
Itinerarium, 37,4.
44
Eusebio, Vit. Const., Ili, 35.
4 5
1 Magness, Illuminating Byzantine Jerusalem, in Biblical Archaeology Review 24/2
(1998), pp.40ss; G. Kroll,op. cit.,pp. 338s e 390.
229
Pianta dell'edificio costantiniano della chiesa del Santo Sepolcro (secondo Corbo 1980):
(1) il cardo maximus, (2) l'atrio esterno (in nero i resti rinvenuti nell'ospizio di Sant'A-
lessandro), (3) la basilica del Martyrion (con al di sotto la grotta del rinvenimento del-
la croce), (4) la collina del Golgota, (5) l'atrio interno, (6) /'Anastasis, (7) il santo se-
polcro, (8) la residenza del patriarca di Gerusalemme. La superficie attuale comprende
s /'Anastasis, ma si estende a est solo fino alla roccia del Golgota.
230
st'antica e veneranda chiesa adornata da una delle pi antiche
e grandiose composizioni musive dell'arte cristiana, un' opera
che giustifica gi da sola la visita della Pudenziana (cfr. illustra-
zione a colori VI). Raffigura Cristo, Signore e custode della
chiesa di Pudente, in trono, in procinto di trasmettere il suo in-
segnamento ai discepoli radunati attorno a lui. Due donne,
che incoronano Pietro e Paolo con delle ghirlande, rappresen-
tano la chiesa giudeocristiana e quella dei pagani convertiti. Sul-
lo sfondo si vede un colonnato, sovrastato da una collina su
cui svetta una grande croce dorata adornata di pietre preziose.
Un grande edificio a cupola - YAnastasis - sulla sinistra e una
basilica di forma allungata - il Martyrion - sulla destra indica-
no senz'ombra di dubbio che si tratta di una raffigurazione del?
l'atrio della chiesa del Santo Sepolcro. Alla sua destra si nota il
battistero a pianta quadrata che abbiamo incontrato anche nel-
la pianta di Madaba. Nel mosaico sono riconoscibili anche altre
costruzioni della Gerusalemme tardoromana: un edificio con
una stanza al piano superiore - molto chiaramente la chiesa de-
gli Apostoli - , la porta di Sion e il colonnato del cardo maximus
che ha l inizio. Ma la collina con la croce dorata e adornata
di pietre preziose - evidentemente la crux gemmata di Teodosio
- a dominare la scena, ovvero il monticulus Golgothae come ap-
pariva nella costruzione costantiniana
46
.
Battesimo sul letto d morte
Qui l'imperatore, ormai anziano, voleva venire di persona in
pellegrinaggio per prendere parte aUa consacrazione deUa basi-
lica, il 14 settembre del 335, e festeggiare il trentesimo anniver-
sario dell'incoronazione dopo aver ricevuto, come gi una vol-
ta Ges per mano di Giovanni il Battista, il battesimo nelle ac-
que del Giordano. Ma ci non avvenne. Quando, su invito di
Costantino, oltre cento vescovi si erano gi messi in cammino
46
Sankt Pudentiana, cit., pp. 17-19; G. Kroll, op. cit., p. 363.
231
per recarsi prima a Tiro per un sinodo, poi a Gerusalemme, l'im-
peratore disdisse improvvisamente la sua partecipazione alle ce-
lebrazioni. Furono forse motivi di salute, forse le notizie di una
minaccia persiana ai confini orientali dell'impero, forse anche il
malumore per i rinnovati dissidi tra vescovi ortodossi e ariani a
spingerlo a questo passo certo non agevole. Trascorse l'anno suc-
cessivo principalmente mobilitando truppe e preparando una
campagna militare preventiva contro i persiani, che voleva scon-
figgere e convertire al cristianesimo. Questo consum le sue for-
ze; cerc allora ristoro nei bagni di Helenopolis, l'ex Drepanum,
citt natale della madre fatta da lui ampliare. L, dopo un pe-
riodo di spossatezza fisica durante le festivit pasquali, gli fu im-
partita l'imposizione delle mani, primo passo verso il battesimo.
Gi durante il viaggio di ritorno, le forze gli vennero comple-
tamente a mancare. Riusc appena a raggiungere il palazzo im-
periale a Nicomedia per ricevere l, sul letto di morte, il batte-
simo dal vescovo locale, Eusebio (da non confondere con il suo
biografo). Poi si fece avvolgere in abiti dal candore abbagliante
e promise di non indossare mai pi la porpora imperiale. Un
battesimo cos tardivo non era insolito a quell'epoca: a causa
della completa remissione dei peccati determinata dal sacra-
mento e, non ultimo, a causa delle rigorose pratiche espiatorie
di quel tempo, molti attendevano a farsi battezzare fino a che si
avvicinava l'ora in cui avrebbero dovuto comparire davanti al
giudice celeste. Costantino, che gi da vivo si era autodefinito
il Grande e che come nessun altro imperatore romano dal-
l'epoca di Augusto aveva cambiato la faccia del mondo, si spen-
se infine il giorno di Pentecoste, il 22 maggio del 337, verso mez-
zogiorno. Le sue spoglie furono condotte in un solenne corteo
funebre fino alla sua citt, Costantinopoli, e l inumate nella
chiesa degli Apostoli.
La sua grande opera, la chiesa del Santo Sepolcro, era desti-
nato a non vederla mai. Cos si era fatto riferire nei minimi par-
ticolari la sua solenne consacrazione dal vescovo Eusebio di Ce-
sarea (colui che pi tardi sarebbe divenuto il suo biografo), quan-
do questi, nell'autunno del 335 a Nicomedia, aveva pronunciato
232
un encomio in onore dell'imperatore in occasione del suo tri-
cennalia: I macedoni, infatti, inviarono il loro primate, le chie-
se della Pannonia e della Mesia la fiorente bellezza dei loro gio-
vani vescovi; era anche presente il pi venerando tra i presuli
persiani, studioso profondo delle Sacre Scritture, e i bitini e i tra-
ci adornavano con la loro presenza il plenum del Sinodo. Non
mancavano neppure i pi esimii vescovi della Cilicia, e tra tutti
si distinguevano per la dotta eloquenza i cappadoci, presenti con
i loro presuli pi insigni. Inoltre la Siria intiera e la Mesopota-
mia, la Fenicia e l'Arabia con la stessa Palestina, l'Egitto e la Li-
bia, e gli abitanti della Tebaide, tutti insieme partecipavano a
quella grande assise divina, e da tutte le province immensa era
la folla di fedeli che li seguiva. Tutti costoro erano assistiti da in-
servienti imperiali, mentre per rendere splendida la cerimonia
con le sovvenzioni dell'imperatore furono inviati illustri fun-
zionari della corte
47
.
E tuttavia non l'oro, lo sfarzo e la sontuosit imperiale erano
i principali motivi d'attrattiva della chiesa del Santo Sepolcro,
ma la reliquia della croce in s, in cui ci si era evidentemente im-
battuti nel corso dei lavori di costruzione. Era forse la pi gran-
de scoperta di archeologia biblica del I millennio, compiuta dal-
la donna (o in presenza della donna) il cui nome rimasto per
sempre legato a questo reperto. Perch, secondo le Storie della
Chiesa dell'antichit, fu l'imperatrice Elena, madre di Costanti-
no, a rinvenire la vera croce di Ges.
47
Eusebio, Vit. ConsL, IV, 43.
233
4
LA SCOPERTA DEL MILLENNIO
Gerusalemme, 14 settembre 325
Venga, presto, Augusta, accaduto un miracolo!; cos la di-
stinta, anziana dama fu strappata al sonno pomeridiano in cui
era immersa nelle stanze imperiali per lei appositamente arreda-
te nel pretorio dell'Aelia Capitolina. L'hanno trovata! Hanno
rinvenuto la santissima croce!. Quando senti la gioiosa noti-
zia, gli occhi velati dal sonno le si ucccscro di vena luce pi vvi-
da. Ma allora, doveva davvero avverarsi il sogno della sua vita?
Sarebbe stata presto in condizione di tenere tra le mani rugose lo
strumento della passione di Ges, di stringerlo al suo debole cuo-
re? Mossa da una nuova forza, quasi ultraterrena, si lev dal suo
giaciglio; indoss gli abiti sfarzosi e segu il giovane sacerdote
scortata dalle guardie del corpo. Era ansiosa di giungere final-
mente al luogo degli scavi, dove l'attendeva quell'istante che avreb-
be sancito il coronamento della sua esistenza.
234
La figlia di un oste diventa imperatrice
L'anziana dama aveva fatto molto strada nella sua vita, mol-
ta di pi di quanta ci si potesse aspettare dalla figlia di un oste
della Bitinia, nativa di Drepanum, nell'Asia Minore. La sua bel-
lezza era stata notata da un giovane ufficiale che gi tre anni pri-
ma si era fatto onore nel corso di una battaglia contro i goti. Que-
sta volta Gaio Flavio Giulio Costanzo, chiamato Cloro (il pal-
lido) per via deUa carnagione, era in cammino per raggiungere
un altro fronte. Era diretto in Siria, dove l'imperatore Adriano
stava muovendo guerra contro Zenobia, sovrana di Palmira, che
aveva assunto il controllo di tutto il territorio tra l'Egitto e l'A-
sia Minore. Aveva attraversato il Bosforo - non sappiamo se da
solo, come messo, o se al comando di un esercito - e aveva fat-
to sosta a Drepanum, dove prese alloggio nella locanda del pa-
dre di Elena: la vide e immediatamente s'innamor di lei. Seb-
bene dovesse ripartire il mattino seguente, non dimentic quan-
to sentiva per lei, nemmeno mentre stava combattendo in Siria.
Quando, infine, l'esercito imperiale fece ritorno a Roma vitto-
rioso, il suo cammino lo riport a Drepanum. L reincontr Ele-
na, che gli confid di attendere un bambino da lui. Per quanto la
figlia di un oste non rappresentasse un partito degno del ram-
pol l o d una fami gl i a nobi l i are del l a Dar dani a (Mesi a Super i o-
re), i due si sposarono subito il giorno seguente. Lei lo segu a
Naissos, in Mesia (l'odierna Ni, in Serbia), dove Costanzo pre-
stava servizio. Qualche mese pi tardi, il 27 febbraio 273, Elena
diede aUa luce un figlio, che chiam Costantino. Non poteva cer-
to intuire, allora, quale carriera gli si preparasse.
Undici anni pi tardi Diocleziano, un comandant e mi l i t ar e
della Dalmazia, fu innalzato al trono dei Cesari dall'esercito.
L'imperatore dei soldati riconobbe le qualit del giovane uffi-
ciale, che aveva servito sotto il suo comando, e lo nomin co-
mandante delle legioni di Germania; Costanzo Cloro fu trasfe-
r i t o ad Augus t a Tre vero rum, l ' attual e Treviri. Anc o r a una vol ta
si fece notare per l'affidabilit e le capacit militari, e dopo qual-
che tempo ricevette la nomina a prefetto della guardia preto-
235
nana, le guardie dei corpo dell'imperatore: era il massimo ono-
re che potesse essere conferito a un soldato dell'impero roma-
no. A Roma Costanzo strinse amicizia con il secondo uomo pi
potente dell'impero, il coreggente di Diocleziano, Massimiano.
L'amicizia fu ripagata. Quando nel 293 Diocleziano istitu a pro-
prio sgravio la tetrarchia, ovvero la suddivisione dell'impero in
una parte occidentale e in una parte orientale sotto il dominio
di due diversi Augusti, a ognuno dei quali era sottoposto un su-
bimperatore o Caesar, Cloro fu nominato Cesare.
Il progresso nella carriera aveva per un prezzo. Costanzo do-
vette separarsi da Elena, per essere libero di contrarre un lega-
me politicamente significativo, poich faceva parte della conce-
zione della tetrarchia che i quattro imperatori governassero co-
me se fossero un'unica famiglia e fossero quindi effettivamente
legati da legami di parentela. Cos Cloro fu adottato da Massi-
miano, modific il suo appellativo da Iulius in Valerius e spos
Teodora, la figliastra del suo padre adottivo, da cui ebbe tre fi-
gli. Massimiano, Augusto d'Occidente, aveva pressantemente bi-
sogno del giovane, dotato comandante per mantenere il con-
trollo della sua parte d'impero, perch dopo il suo trasferimen-
to a Roma, presso la guardia pretoriana, un usurpatore di nome
Carausio aveva preso il potere in Gallia e in Britannia e si era
fatto giurare fedelt dalle legioni l stanziate. Il primo incarico
di Cloro fu riportare l'ordine. A Gesoriacum (Boulogne), dov'e-
ra ormeggiata la flotta di Carausio, fece bloccare l'ingresso del
porto con una diga, poi piomb nella citt con il suo esercito.
Ma nel frattempo Carausio era stato assassinato da un certo Al-
letto, che aveva assunto il controllo della Gallia settentrionale,
del territorio dei batavi (l'Olanda) e dell'Inghilterra. La guerra
prosegu. Per prima cosa Costanzo riconquist la Batavia, poi,
dopo accurati preparativi, attravers il canale della Manica con
due formazioni navali, riusc a dare fuoco alla flotta dell'usur-
patore e a sconfiggere il suo esercito annientandolo
1
.
1
G. Gottschalk, op. cit., pp. 201-232; M. Grant, Die rmischen Kaiser, Bergisch-Glad-
bach 1989, pp. 271-276. Come Costanzo Cloro ed Elena si siano conosciuti, possiamo
236
Probabilmente Elena in quel periodo viveva alla corte di Dio-
cleziano a Nicomedia, poco lontano dalla sua citt natale, Dre-
panum, dove anche Costantino fu trattenuto per un certo tem-
po a garanzia della fedelt del padre. Nel frattempo fu certa-
mente testimone dell'ultima e maggiore persecuzione anticri-
stiana della storia romana, che colp anche funzionari della cor-
te imperiale. Centinaia di cristiani, che non erano disposti a rin-
negare la loro fede e a sacrificare dinanzi all'effigie dell'impe-
ratore, persero la vita. L'imperatore dei soldati, Diocleziano, ve-
deva nella religione dell' amore del prossimo la principale
minaccia alla stabilit interna dell'impero. Roma doveva fon-
darsi sulla forza, sulle armi dei suoi soldati, non sul figlio di un
falegname che, condannato come sobillatore, aveva concluso la
sua vita suUa croce. Roma aveva bisogno di di forti e invinci-
bili, e per questo sostenne il culto delle antiche divinit di Ro-
ma: la venerazione di Giove, di Ercole, del dio della guerra, Mar-
te, e di Apollo, considerato l'invitto dio Sole e che come tale
godeva della venerazione di molti soldati. Probabilmente Ele-
na rimase impressionata dalla fermezza dei martiri cristiani e
gi allora si apr segretamente alla nuova religione
2
.
La tetrarchia si concluse in maniera prevedibile. Nel 305 gli
Augusti abdicarono, Diocleziano volontariamente, il coreggen-
te Massimiano con la forza, per cedere il trono, come previsto
dagli accordi, ai Cesari Costanzo e Galerio, che dovevano a lo-
ro volta nominare i nuovi subimperatori e successori, il che fe-
ce esplodere aperti conflitti tra i potenziali candidati. Costanti-
no, che a Nicomedia sentiva minacciata la propria vita, si rifu-
solo tentare di ricostruirlo sulla base delle poche fonti di cui disponiamo. E attestato
che Elena fosse una stabulario di Drepanum, ed ugualmente certo che Costanzo fos-
se di stanza a Naissos, a 720 km di distanza in linea d'aria da Drepanum. Poich la cam-
pagna militare voluta da Aureliano contro Zenobia ebbe luogo nel 272 d.C., quindi un
anno prima del (probabile) anno di nascita di Costantino, essa ci appare come l'occa-
sione pi ovvia perch i due s'incontrassero.
2
A quell'epoca non era ancora cristiana. Si convert solo a 64 anni, ovvero nel 312,
anno in cui Costantino ebbe la fatidica visione della croce, probabilmente in seguito al-
la visione stessa. In ogni caso, gli Actii Silvestri affermano che si era gi precedentamente
convertita all'ebraismo (vedi J.W. Drijvers, Helena Augusta. The Mother of Constantine
the Great and the Legend ofHer Finding of the True Cross, Leiden 1992, pp. 36s).
237
gi dal padre in Gallia, giungendo anche a tagliare i tendini
dei cavalli degli inseguitori alle stazioni di posta per impedire di
essere raggiunto.
Quando, un anno pi tardi, Costanzo Cloro per nel corso di
una campagna militare in Britannia, a York i soldati acclama-
rono il figlio Costantino come imperatore, secondo l'antica usan-
za. Da quel momento egli port il titolo di Augusto e si mise al-
l'opera per riunificare l'impero. In tal modo anche Elena, che fi-
no a quel momento aveva condotto la propria vita nell'ombra,
torn alla ribalta. Il nuovo imperatore la prese con s a corte,
prima a Treviri e poi a Roma, e pose termine alle persecuzioni
anticristiane. La visione del figlio e l' incontro con i vescovi
della sua cerchia le diedero la spinta finale a farsi battezzare,
probabilmente gi nell'inverno del 312-313. Deve essere sorto
allora in lei il desiderio di recarsi di persona almeno una volta
nei luoghi che erano stati teatro della vita di Ges. Secondo la
leggenda, una notte sogn di rinvenire la croce; il sogno diven-
ne per lei segno di una missione che doveva adempiere: voleva
recarsi in pellegrinaggio nella terra in cui Ges aveva vissuto e
operato, innalzargli chiese in segno di ringraziamento e ritro-
vare la croce che - di questo era assolutamente certa - doveva
essere sopravvissuta ai quasi tre secoli che erano ormai trascorsi
dal momento della crocifissione. Dopo il sogno, l'imperatrice era
certa che questo segno di salvezza e redenzione non potesse es-
sere andato distrutto o decomposto. Stava a lei, ora, ritrovarla.
Quando suo figlio, nel 324, pose sotto il suo controllo anche la
parte orientale dell'impero, le si offr la possibilit di realizzare
il suo intento. Sapeva di avere ancora solo pochi anni di vita e
perci non voleva pi sprecare altro tempo: voleva realizzare
il sogno della sua vita il pi presto possibile.
Il viaggio a Gerusalemme
proKahila che Elena stessa appartenesse gi alla delega-
zione imperiale inviata a Gerusalemme subito dopo il concilio
238
di Nicea e l' incontro dell' imperatore con il vescovo Macario.
Non disponiamo di una datazione precisa; l'unica notizia certa
che la visita a Gerusalemme dell'Augusta cadde tra il 324 e il
327. Secondo Eusebio
3
, il viaggio ebbe luogo quando Costanti-
no progett di erigere la chiesa del Santo Sepolcro. Stando a Ru-
fino
4
, Elena si mise in viaggio per la Terrasanta attorno allo
stesso periodo, dunque quasi contemporaneamente allo svol-
gimento del concilio di Nicea. Ma anche questa non costitui-
sce un'indicazione temporale precisa, e poich Costantino con-
fer l'incarico di edificare la chiesa del Santo Sepolcro solo do-
po l'incontro di Nicea con il vescovo Macario, possiamo dedurne
che, con l'espressione attorno allo stesso periodo, si intendesse
collocare la partenza subito dopo la conclusione del concilio, an-
cora nell'estate del 325. Poich la tradizione data il rinvenimento
della croce al 14 settembre, Elena pu essere giunta a Gerusa-
lemme in un imprecisato giorno d'agosto. poco probabile che
il viaggio abbia avuto luogo l' anno seguente, poich l'impera-
trice madre nell' estate del 326 soggiorn a Roma, dove prese
parte alle locali celebrazioni per l'anniversario dell'ascesa al tro-
no del figlio. certo che Elena si rec da suo figlio a Nicome-
dia, nell'attuale Hirchia nordoccidentale, nell'estate del 325, quan-
do fu ufficialmente nominata Augusta, ovvero imperatrice e co-
reggente. L'Asia Minore, vista da Roma, era gi quasi a met del
cammino verso Gerusalemme. possibile che una donna della
sua et - all'epoca aveva 76 o 77 anni - che nel 325 aveva l'op-
portunit di realizzare il sogno della sua vita, sia tornata a Ro-
ma solo nell'autunno del 325 per mettersi in viaggio verso la Ter-
rasanta solo successivamente, nella tarda estate del 326, e far
nuovamente ritorno a Roma dopo la conclusione di quel viag-
gio? Se cos fosse, allora sarebbe salpata per mare, sarebbe ap-
prodata nel porto di Cesarea e da l si sarebbe recata a Gerusa-
lemme. Ma Eusebio descrive espressamente un viaggio pi lun-
go, che condusse l'imperatrice attraverso le province orientali
3
Eusebio, Vit. Comt.. III. 41.
4
Rufino, Hist. Ecc., X, 7.
239
e tutte le popolazioni che le abitano
5
, il che fa piuttosto pen-
sare a un percorso per mare e per terra che parta da Nicome-
dia. Probabilmente circumnavig l'Asia Minore, scendendo for-
se sulla terraferma per visitare Efeso e Mileto, Tarso e Antio-
chia. Il viaggio prosegu lungo la costa siriana fino ai porti di
Sidone, Tiro e Cesarea, da dove si addentr in direzione di Ge-
rusalemme. Un viaggio dell'Augusta attraverso le province orien-
tali era un colpo di genio propagandistico, vista la sua conco-
mitanza con l'anniversario dell'ascesa al trono di Costantino e
dato che aveva luogo nell'anno successivo all'abbattimento e al-
l'esecuzione capitale di Licinio. La madre dell'imperatore po-
teva presentarsi come la madre premurosa di tutti gli abitanti
della porzione orientale dell'impero e accattivarsi cos le sim-
patie per il figlio, il cui comportamento nei confronti di Lici-
nio non era certo considerato inoppugnabile.
Un corteo trionfale a celebrazione dell'amore per il prossimo
Eusebio descrive il viaggio in Terrasanta dell' attempata im-
peratrice madre come un autentico corteo trionfale a celebra-
zione di quell'amore per il prossimo propugnato dal cristianesi-
mo. Dovunque giungesse, veniva festeggiata, e contraccambia-
va con innumerevoli regali a poveri e bisognosi, con la liberazione
di schiavi e prigionieri e con generose donazioni alle locali co-
munit cristiane e ai loro luoghi di culto. Distribu innumere-
voli donativi sia alle popolazioni delle singole citt nel loro com-
plesso, sia individualmente a ciascuno di coloro che si recava-
no in udienza da lei, e parimenti innumerevoli furono i donativi
che con gesto munifico elarg anche agli eserciti. E non conob-
bero limite alcuno le elemosine che ella vers in favore dei po-
veri ignudi e derelitti, ad alcuni dei quali donava somme di de-
naro, mentre ad altri forniva vestiario in abbondanza perch
avessero di che coprirsi il corpo; altri poi, oppressi dai pati-
3
Eusebio, Vit. Const., Ili, 42.
240
menti del carcere e dei lavori forzati, liber, altri riscatt dai so-
prusi dei potenti, e altri ancora richiam dall'esilio
6
. Questa ge-
nerosit ben s'attaglia alle celebrazioni di un anniversario del-
l'ascesa al trono, mentre nessuna menzione dei cosiddetti dona-
tivo, ci pervenuta per il 327. Inoltre fu in occasione di un Sinodo
ad Antiochia, datato al 326 o al 327, che il vescovo Eustazio fu
destituito per aver offeso Elena, il che avvenne probabilmente
nel corso del suo viaggio. Poich certo che Elena si trattenne
a Roma nel 326 in occasione del secondo Vicennalia del figlio,
anche questo elemento depone a favore della datazione del pel-
legrinaggio di Elena in Terrasanta nell'estate del 325
7
.
Eusebio, nella sua biografia di Costantino, riferisce il rico-
noscimento da parte della delegazione imperiale di altri due
luoghi che fecero da scenario alla vita di Ges: la grotta della
Nativit a Betlemme, trasformata dall'imperatore Adriano in
un luogo di culto del dio misterico Adone, e, sul monte degli
Ulivi, il luogo della sua ascensione in cielo. Su incarico del fi-
glio, in entrambi i luoghi fece erigere delle basiliche. Costanti-
no tenne pertanto in sommo onore questi due luoghi e li adorn
con grande sfarzo, prosegue il biografo di corte, intendendo
in tal modo perpetuare in eterno il ricordo della madre, che si
era fatta promotrice di molto bene a favore del genere umano.
Cosi la vigorosa settantasettenne si mise in viaggio, mossa da
giovanile sollecitudine venne con straordinario fervore a ren-
dersi conto della Terrasanta, e a visitare con premura veramente
4
IbidL ,111,44.
7
A proposito della controversa datazione del sinodo cfr. H. Chadwick, The Fall of
Eustathius ofAntioch, in Journal of Theological Studies, 49 (1948), pp. 27-35; T.D. Bar-
nes, Emperor and BishopsA.D. 324-344: Some Problems, in American Journal ofAn-
cient History, 3 (1978), pp. 53-75. Drijvers propone come datazione del viaggio di Ele-
na il 327 e Io pone in rapporto con le esecuzioni di Crispo e Fausta all'inizio del 326 e
con altri eventi di quell'anno fatale, attribuendogli lo scopo di pacificare gli abitanti
delle province orientali (J.W. Drijvers, op. et/.,p. 67), mentre Stephan Borgehammar lo
colloca nella primavera del 325 (S. Borgehammar, How the Holy Cross wasfound,
Stockholm 1991, p. 139). La prima datazione , per i gi citati motivi, troppo tarda,
l'ultima troppo precoce: probabilmente solo l'incontro di Costantino ed Elena con il ve-
scovo Macario diedero la spinta a progettare l'edificazione della chiesa del Santo Se-
polcro e a predisporre il viaggio della madre dell'imperatore, che era connesso con que-
sti progetti.
241
imperiale le province orientali e tutte le popolazioni che le abi-
tano. Dopo che ebbe reso la dovuta adorazione ai luoghi sui
quali il Salvatore aveva impresso le sue orme (conformemente
a quel che dice la parola dei profeti "Prostriamoci nel luogo
ov' egl i pose i suoi pi edi " [cfr. Sai 132, 7]), subi to vol l e l asci are
un frutto della propria religiosit anche ai posteri
8
. Ma ci che
Eusebio tace, forse per non appannare la gloria che Costanti-
no si era conquistata grazie alla scoperta del Santo Sepolcro
con un secondo rinvenimento ancor pi spettacolare, era l'api-
ce del suo pellegrinaggio in Terrasanta: il rinvenimento della
croce di Ges.
Di questa scoperta ci giunge notizia per la prima volta grazie
a Gelasio, vescovo di Cesarea, uno dei successori di Eusebio e,
come questi, autore di una Storia della Chiesa. Poich Gelasio
si spense nel 395, possiamo datare la sua opera al 390 circa. Non
solo la sua vicinanza geografica a Gerusalemme a deporre a
favore della credibilit della tradizione che ci consegna. Gelasio
era anche il nipote del famoso vescovo Cirillo di Gerusalemme,
e fu da lui stesso consacrato vescovo. Sul letto di morte, nel 387,
Cirillo deve averlo pregato di mettere per iscritto la storia del-
la sua Chiesa. possibile che Gel asi o abbia addirittura avut o la
possibilit di consultare i testimoni oculari del rinvenimento del-
la croce. Purtroppo il testo originale della sua opera andato
perduto, ma ci giunta una citazione che Rufino d'Aquileia, au-
tore nel 402 circa di un'analoga Storia della Chiesa, riporta nel
suo scritto. Vi si dice che attorno allo stesso periodo [cio do-
po il concilio di Nicea], Elena, la madre di Costantino, una don-
na incomparabile per fede, religiosit, ineguagliabile grandez-
za morale, si mise in viaggio ... per Gerusalemme e l si inform
presso i suoi abitanti circa il luogo in cui il santissimo corpo di
Cristo era stato inchiodato alla croce. Questo luogo era diffici-
le da individuare perch i primi persecutori vi avevano eretto
una statua a Venere, cosicch, quando un cristiano voleva ve-
nerare Cristo in quel luogo, pareva rendere omaggio a Venere.
8
Eusebio, Vit. Const., Ili, 41-43.
242
Per questa ragione, quel luogo era poco frequentato ed era qua-
si caduto nell'oblio. Ma quando, come si diceva, la pia donna ac-
corse al luogo che le era stato indicato da un segno celeste, fe-
ce abbattere quanto vi era di turpe e di lordato e fece rimuove-
re i detriti f i no in prof ondi t
9
.
Analoga la descrizione delle circostanze che portarono al
rinvenimento della croce trasmessaci da Alessandro di Cipro nel
VI secolo: Questi [Costantino], quando Macario, vescovo di
Aelia, prese parte al concilio di Nicea, Io sollecit a cercare con
il massimo zelo la croce che alimenta la vita, il sepolcro del Si-
gnore e tutti i luoghi santi... Quindi l'imperatore invi da Ma-
cario, vescovo di Gerusalemme, sua madre Elena, donna degna
in tutti i modi della massima considerazione, cui affid delle let-
tere e una consistente somma di denaro, perch con lui cercas-
se la Santa Croce e potesse adornare i Luoghi Santi edifican-
dovi dei monumenti. Fece questo per espresso desiderio del-
l'imperatrice stessa, che, da quanto si narra, ebbe una visione
divina in cui le si ordinava di recarsi a Gerusalemme per ri-
portare alla luce i Luoghi Santi, sepolti sotto terra da uomini
empi e celati per cos lungo tempo alla vista degli uomini. Quan-
do il vescovo ud deU'arrivo dell'imperatrice, usc per accoglierla,
accompagnato dai suoi vescovi suffraganei. Costei preg subito
tutti di consacrarsi interamente al compito di rinvenire quella
croce tanto agognata ... Fatto ci, il luogo fu miracolosamente
rivelato al vescovo mentre si trovava l dove stava la statua del-
la dea dell'impudicizia. Conseguentemente, l'imperatrice ordin
che il tempio della demone fosse demolito fino alle fondamen-
ta con il concorso di un gran numero di operai. Non appena fu
fatto questo, apparvero il sepol cro del Signore e il l uogo del Cra-
nio, e poco distanti da l le tre croci, sepolte sotto terra
10
.
Entrambi gli autori non lasciano dubbi sul fatto che Elena fos-
se davvero a capo della delegazione imperiale in visita a Geru-
salemme per ritrovare il massimo luogo sacro della cristianit.
9
Rufino, Hist. Ecc., X, 7.
10
Alessandro di Cipro, Inventio crucis.
243
Se prestiamo fede ad Alessandro di Cipro, fu lei a recapitare la
lettera di Costantino al vescovo Macario. Questo particolare
confermato anche dal vescovo Teodoreto di Ciro, in Siria, nella
sua Storia della Chiesa redatta attorno al 440: Il latore delle let-
tere non fu nessun altro che la madre dell'imperatore la quale,
gi riverberante di riflesso della gloria propria del figlio, veni-
va ammirata da tutti per la sua religiosit ... Non indietreggi,
nonostante l'et cos avanzata, di fronte alle fatiche di un viag-
gio che avrebbe consumato le sue forze, ma lo intraprese poco
prima della sua morte, che la colse nel suo ottantesimo anno
di vita
11
. Inoltre era evidentemente suo compito sovrintendere
alle spese necessarie alla progettazione della chiesa del Santo
Sepolcro, tanto che possiamo leggere in Eusebio: Le mise a di-
sposizione anche il tesoro imperiale perch se ne servisse a
suo piacimento e lo amministrasse a sua completa discrezione,
in qualunque modo volesse e in qualunque modo credesse op-
portuno regolare ogni singola evenienza
12
. Secondo Socrate
Scolastico, un giurisperito di Costantinopoli che redasse la sua
Storia della Chiesa attorno al 440, il tempio di Afrodite esisteva
ancora quando Elena mise piede a Gerusalemme Aelia, e in-
dubitabilmente gli scavi archeologici al di sotto del luogo di cul-
to pagano, il dissotterramento del Santo Sepolcro e della colli-
na del Golgota e infine il rinvenimento delle tre croci ebbero
luogo sotto la sua sorveglianza e in sua presenza: Elena venne
a Gerusalemme e trov la citt con tutti i segni della decaden-
za a far mostra di s ... Dopo la passione, i cristiani avevano
reso omaggio al sepolcro di Cristo dimostrando di averne gran-
de venerazione, ma coloro che avevano in odio il cristianesimo
sotterrarono quel luogo sotto una montagna di terriccio su cui
eressero un tempio ad Afrodite e una statua della dea, cos che
il significato che esso rivestiva per i cristiani venisse presto can-
cellato dall'oblio. Il loro intento ebbe successo per lungo tem-
po, finch in effetti non ne giunse notizia alla madre dell'impe-
" Teodoreto, tist. Ecc., 1,17.
12
Eusebio, Vit Const, III, 47.
244
ratore. Costei fece distruggere la statua, rimuovere la terra, ri-
pulire il luogo e, presso il sepolcro, rinvenne tre croci
13
. Una
conferma in proposito fornita anche dal vescovo Teodoreto:
Quando l'imperatrice si mise alla ricerca del luogo in cui pat
il Redentore, ordin immediatamente di distruggere il tempio
degli idolatri che col era stato eretto e di rimuovere la terra su
cui sorgeva. Quando fu rinvenuto il sepolcro, che era rimasto
celato cos a lungo, si ritrovarono tre croci, seppellite in prossi-
mit del sepolcro del Signore
14
. Una serie di storici cristiani
ribadisce questo evento, tra cui Paolino di Nola, che nell'epistola
a Sulpicio Severo del 402 descrive con dovizia di particolari il
rinvenimento della croce, e Sozomeno, che dichiara espressa-
mente: Persino i nostri pi acerrimi avversari non possono met-
tere in dubbio la veridicit di questi fatti... Abbiamo riportato
questi avvenimenti in maniera cos precisa come ci sono stati
trasmessi da uomini della pi grande scrupolosit, che hanno
tramandato queste informazioni di padre in figlio; altri ancora
hanno fissato questi stessi eventi per iscritto per il bene dei
posteri
15
.
La Legenda aurea
Naturalmente il rinvenimento della Santa Croce divenne pre-
sto oggetto di numerose leggende, da cui gi Sozomeno prese
espressamente le distanze
16
. Lo ritroviamo cos anche nella Le-
genda aurea di Iacopo da Varazze, noto libro devozionale di epo-
ca medievale, risalente al XIII secolo. Secondo questa leggenda
Elena, una volta giunta a Gerusalemme, avrebbe chiesto agli ebrei
dove avevano nascosto la croce dopo che Ges era stato croci-
13
Socrate Scolastico, Hist. Ecc., 1,17.
"Teodoreto, Hist Ecc., 1,17.
13
Sozomeno, Hist. Ecc., n, 1.
16
Ibid.: Alcuni sostengono che questi fatti furono dapprima rivelati da un ebreo che
viveva in Oriente e che aveva tratto le informazioni di cui disponeva da alcuni docu-
menti che aveva ricevuto in eredit da suo padre; ma pare piuttosto verosimile che Di o
abbia rivelato questi fatti con segni e sogni.
245
fisso. Ma questi non rivelarono il loro segreto, perch temeva-
no una vecchia profezia secondo la quale, se la croce fosse sta-
ta ritrovata, da quel momento non regner pi la gente giudea.
Subito l'imperatrice ordin che fossero tutti bruciati. Vinti dal-
la paura della morte, le consegnarono allora uno di loro, di no-
me Giuda, che certo conosceva il nascondiglio ma non lo voleva
rivelare. Questo Giuda era figlio di un uomo giusto e profe-
ta, che sarebbe stato personalmente testimone della crocifis-
sione di Ges. Elena lo fece gettare in un pozzo e lo torment
affamandolo, e infine, il sesto giorno, Giuda cedette. Condusse
l'imperatrice nel luogo in cui era nascosta la croce e speriment
il tremito del suolo e l'impregnarsi dell'aria di un gradevole pro-
fumo. In quell'istante riconobbe Cristo come Redentore del mon-
do. Inizi a scavare e a una profondit di 20 piedi incapp nelle
tre croci, che depose ai piedi dell'imperatrice. Quindi si fece bat-
tezzare e assunse il nome di Ciriaco, con il quale fu fatto vesco-
vo di Gerusalemme e successore di Macario. Individu tra le tre
croci quella su cui era stato crocifisso Ges quando di l pass
il feretro di un giovinetto defunto che stavano portando a sep-
pellire. Ciriaco ferm il corteo funebre e accost al morto dap-
prima una croce, poi la seconda, infine la terza, al cui contatto
il morto balz dal feretro e rese lode al Signore
17
.
17
Jacopo da Varazzt. Legenda aurea, a cura di A. e L. Vitale Bravarone, Einaudi, To-
rino 1995, pp. 383-386. per possibile che la leggenda di Ciriaco abbia un nucleo di
verit. Alcuni ricercatori suppongono che per un certo periodo a Gerusalemme abbia-
no convissuto due comunit cristiane, quella dei giudeo-cristiani, che aveva la propria
sede nella chiesa degli Apostoli sul monte Sion, e quella dei cristiani convertitisi dal pa-
ganesimo, che si ritrovavano nella casa di Giovanni Marco, l'attuale convento siriano di
San Marco. Di conseguenza, quando la leggenda attribuisce agli ebrei la conoscenza
del nascondiglio della croce, intenderebbe forse riferirsi alla comunit giudeo-cristia-
na che disponeva di una tradizione molto pi antica e che custodiva gelosamente i suoi
segreti dalle mire della comunit concorrente. Forse questo Giuda Ciriaco era il lo-
ro vescovo. Ma c' anche una seconda possibilit. Il suo appellativo, che deriva dal
greco kyrios (signore), potrebbe indicare in Giuda un parente del Signore, cio
un discendente della famiglia di Ges. Come sappiamo, la comunit gerosolimitana del-
le origini era guidata da parenti di Ges fin dall'epoca del fratello del Signore Gia-
como. interessante che Epifanio citi effettivamente come ultimo vescovo giudeo-
cristiano della citt un Judah Kyriakos che visse fino all'undicesimo anno del regno
di Antonino Pio, e quindi tino al 148-149 d.C. (fonanon, 66,20). Da lui i cristiani di ori-
gine pagana possono aver appreso il nascondiglio delle croci, una tradizione riferita dal
246
Naturalmente non c' niente di vero in questa Legenda aurea
dalla chiara impronta antisemita. Quando Elena giunse a Ge-
rusalemme, da oltre 250 anni nessun ebreo viveva o regnava pi
nella citt: infatti, dai tempi di Adriano era loro ufficialmente
proibito di calcare il suolo deirAelia romana. Ci risulta anche
difficile credere al padre di Giuda, che evidentemente doveva
avere pi di 300 anni, come pure stupisce il fatto che il Santo Se-
polcro non sia qui minimamente menzionato, il successore del
vescovo Macario (314-333) non si chiamava poi Ciriaco, ma Mas-
simo (333-346), al quale successe il famoso vescovo Cirillo (346-
386). Tutti questi anacronismi rivelano come la leggenda della
Santa Croce altro non fosse che una pia narrazione medievale,
che degli antichi testi conser va sol ament e la prot agoni st a e l'e-
vento stesso del rinvenimento della croce.
Un fatto storico
Ci nonostante, per quanto avvolto da un' aura leggendaria,
il rinvenimento deUa croce in s un fatto storico, confermato
non soltanto dai cronisti dell'epoca
18
. Quando, nel 395, si spen-
vescovo Macario a Elena, determinando il sorgere della leggenda di Ciriaco (R. Rie-
sner, Jesus, the Primitive Community and the Essene Quarter of Jerusalem, in Jesus and
the Dead Sea Scrolls, a cura di J.H. Charlesworth, New York 1993, p. 203).
18
Ammette comunque Drijvers, che pure considera una leggenda il rinvenimento
della croce da parte di Elena: Per gli storici della Chiesa, il rinvenimento della croce
era un evento di valore storico tale da operare la sua inclusione nelle loro Storie della
Chiesa (J.W. Drijvers, op. cit., p. 109). L'ipotesi di Drijvers, secondo cui la leggenda del
rinvenimento della croce fu messa in circolazione e propagata nel mondo a partire dal
suo epicentro a Gerusalemme attorno al 346 con l'intento di far valere per la Palesti-
na una sorta di pretesa di primato, non pu invece essere condivisa, innanzitutto, que-
sto primato si era gi affermato de facto con la valorizzazione architettonica dei luo-
ghi santi a opera di Costantino. Inoltre l'invenzione di un evento che datava solo 21 an-
ni prima sarebbe stata di sicuro un argomento debole, che poteva essere facilmente
ritorto contro di lui dagli avversari del vescovo di Gerusalemme. Infine, il viaggio di Ele-
na in Terrasanta era un evento storico attestato anche da Eusebio. Contemporanea-
mente, e anche questo inconfutabile, iniziarono i lavori di costruzione della chiesa del
Santo Sepolcro. Nel caso di un rinvenimento della croce in quelle circostanze - come
sostengono tutti gli storici della chiesa posteriori a Eusebio - non ci possono essere dub-
bi sulla propagazione della notizia con fulminea rapidit. Poich dovevano esserci sta-
ti dei testimoni, possiamo escludere che, ancora loro viventi - solo vent'ann pi tardi!
247
se l'imperatore Teodosio, l'orazione funebre fu tenuta da Am-
brogio, vescovo di Milano. Dobbiamo partire dal presupposto
che quest'uomo cos rispettato non potesse citare una leggen-
da, quando, in occasione dei funerali di Stato, di fronte alla cor-
te riunita, rievocava espressamente l'evento del rinvenimento
della croce: Giunse Elena, e inizi a rendere visita ai luoghi sa-
cri. Allora lo Spirito di Dio le sugger di ricercare il legno del-
la croce. Lei si rec sul Golgota, fece scavare, asportare il ter-
riccio e quindi si imbatt in tre strumenti di martirio che giace-
vano accatastati alla rinfusa, sepolti sotto i detriti, nascosti dal
nemico, ma il trionfo di Cristo non poteva rimanere sepolto nel-
le tenebre notturne. In un altro passo, si riferiva nuovamente
a questo evento precisando: Si rec quindi sull'altura del Cra-
nio. I soldati vedevano quella donna anziana, quell'anziana ma-
dre aggirarsi tra le macerie e inginocchiarsi. "Questo il luo-
go della battaglia. Dov' la vittoria?", diceva Elena. "Io siedo
sul trono, e la croce del Signore giace nella polvere? Io sono at-
torniata dall'oro e il trionfo di Cristo in rovina? Vedo ci che
tu, diavolo, hai predisposto perch la spada che ti ha annienta-
to giaccia sepolta"
19
. Anche Giustiniano, imperatore d'Oriente
(527-565), considerava come un fatto reale il rinvenimento del
sacro legno dei cristiani da parte della madre di Costantino
20
.
Le cose si sono verificate esattamente cos come descritto da-j
gli storici della Chiesa del IV e del V secolo? Ammettiamo chea
il racconto del rinvenimento della croce suoni un po' fantastidoil
mentre pu essere ancora verosimile per lo meno la venerai
zione dei primi cristiani per il sepolcro vuoto e la sua l ocal i ^
zazione nella loro memoria, difficile credere che le croci di
s e dei due ladroni siano sopravvissute alle vicissitudini df | |
- venissero diffuse storie non veridiche, senza che si levassero voci critiche e che <pie^
ste venissero poi registrate anche dalle fonti scritte. Quando invece, nel tardo V scoli
lo, sorse la leggenda antisemita di Giuda Ciriaco e del rinvenimento della croce - itiivfe^
eleo tematico della Legenda aurea medievale - , lo storico della Chiesa Sozomeno pie^
se subito posizione contestandola (Sozomeno, Hist Ecc., l i , 1). - ^ i
" Ambrogio, De obitu Theodosii, 43,45.
20
Cit. da S. Falasca, Sie begab sich also aufdie Schadelhhe, in 30 Tage, 6 (1996),pjij
50-54. , .
248
secoli. Non dobbiamo piuttosto supporre che i legionari roma-
ni se ne siano sbarazzati dopo la conclusione delle esecuzioni,
per poi magari riutilizzarle in occasione di quelle successive?
Non dobbiamo immaginare che, dopo quasi tre secoli, si fosse-
ro comunque gi decomposte da tempo?
Sangue di vita
D'altro Iato, non si pu escludere per Io meno l'eventualit
che i discepoli di Ges, che ben presto predicarono la parola
della croce (lCor 1,18) e per i quali la croce divenne il sim-
' bolo del messaggio di liberazione e di redenzione di Ges Cri-
, I; sto, tentarono di tutto per conservare la vera croce. Ma nella Ge-
: rusalemme del I secolo possederla rappresentava un pericolo,
! ; perch gli ebrei consideravano impuro tutto ci che era stato a
contatto con un morto, anche se risorto. Il contatto con un og-
; getto impuro contaminava l'ebreo credente (Nm 19,11-27). Que-
i sto vale particolarmente per un patibolo, perch, come si dice
> in Dt 21,23: Un impiccato una maledizione di Dio. Si pu
!; . affermare con sicurezza che, alla vigilia della festa di Pasqua del-
Mr l'anno 30, le croci furono smantellate velocemente e rimosse dal
j0jqlgota-per non contaminare dal punto di vista rituale ipelle-
che, il giorno seguente, si sarebbero riversati a Gerusa-
*
7
le per celebrare la Pasqua passando per la porta di Efraim.
ri rimosse? Poich era stato Giuseppe d'Arimatea a de porre
js dalla croce (Gv 19,38), potrebbe essere stato lui a occu-
anche della rimozione.
ra* secondo la tradizione, le tre croci furono rinvenute in
^antica cisterna, circa 30 metri a est della collina di Golgota.
:he qusta cisterna faceva parte del giardino di Giuseppe
feftjdmate? Un motivo ben preciso pu aver spinto i discepoli
1S Ges a considerare importante la conservazione della croce.
J t h, secondo la concezione biblica, nel sangue risiede la vita:
^Watti la vita dell'essere vivente nel sangue, si legge in Lv
sangue versato nell'atto di morire per l'ebreo creden-
T b 249
se l'imperatore Teodosio, l'orazione funebre fu tenuta da Am-
brogio, vescovo di Milano. Dobbiamo partire dal presupposto
che quest' uomo cos rispettato non potesse citare una leggen-
da, quando, in occasione dei funerali di Stato, di fronte alla cor-
te riunita, rievocava espressamente l'evento del rinvenimento
della croce: Giunse Elena, e inizi a rendere visita ai luoghi sa-
cri. Allora lo Spirito di Dio le sugger di ricercare il legno del-
la croce. Lei si rec sul Golgota, fece scavare, asportare il ter-
riccio e quindi si imbatt in tre strumenti di martirio che giace-
vano accatastati alla rinfusa, sepolti sotto i detriti, nascosti dal
nemico, ma il trionfo di Cristo non poteva rimanere sepolto nel-
le tenebre notturne. In un altro passo, si riferiva nuovamente
a questo evento precisando: Si rec quindi sull'altura del Cra-
nio. I soldati vedevano quella donna anziana, quell'anziana ma-
dre aggirarsi tra le macerie e inginocchiarsi. "Questo il luo-
go della battaglia. Dov' la vittoria?", diceva Elena. "Io siedo
sul trono, e la croce del Signore giace nella polvere? Io sono at-
torniata dall'oro e il trionfo di Cristo in rovina? Vedo ci che
tu, diavolo, hai predisposto perch la spada che ti ha annienta-
to giaccia sepolta"
19
. Anche Giustiniano, imperatore d' Oriente
( 527- 565) , considerava c ome un fatto reale il ri nveni ment o del
sacro legno dei cristiani da parte della madre di Costantino
20
.
Le cose si sono verificate esattamente cos come descritto da-
gli storici della Chiesa del IV e del V secolo? Ammettiamo che
il racconto del rinvenimento della croce suoni un po' fantastico:
mentre pu essere ancora verosimile per lo meno la venera-
zione dei primi cristiani per il sepolcro vuoto e la sua localiz-
zazione nella loro memoria, difficile credere che le croci di Ge-
s e dei due ladroni siano sopravvissute alle vicissitudini dei
- venissero diffuse storie non veridiche, senza che si levassero voci critiche e che que-
ste venissero poi registrate anche dalle fonti scritte. Quando invece, nel tardo V seco-
lo, sorse la leggenda antisemita di Giuda Ciriaco e del rinvenimento della croce - il nu-
cleo tematico della Legenda aurea medievale - , lo storico della Chiesa Sozomeno pre-
se subito posizione contestandola (Sozomeno, Hist Ecc., II, 1).
" Ambrogio, De obito Theodosii, 43,45.
20
Cit. da S. Falasca, Sie begab sich also aufdie Schdelhdhe, in 30 Tage, 6 (1996), pp.
50-54.
248
secoli. Non dobbiamo piuttosto supporre che i legionari roma-
ni se ne siano sbarazzati dopo la conclusione delle esecuzioni,
per poi magari riutilizzarle in occasione di quelle successive?
Non dobbiamo immaginare che, dopo quasi tre secoli, si fosse-
ro comunque gi decomposte da tempo?
Sangue di vita
D' altro lato, non si pu escludere per lo meno l'eventualit
che i discepoli di Ges, che ben presto predicarono la parola
della croce ( l Cor 1,18) e per i quali la croce divenne il sim-
bolo del messaggio di liberazione e di redenzione di Ges Cri-
sto, tentarono di tutto per conservare la vera croce. Ma nella Ge-
rusalemme del I secolo possederla rappresentava un pericolo,
perch gli ebrei consideravano impuro tutto ci che era stato a
contatto con un morto, anche se risorto. Il contatto con un og-
getto impuro contaminava l'ebreo credente (Nm 19,11-27). Que-
sto vale particolarmente per un patibolo, perch, come si dice
in Dt 21,23: Un impiccato una maledizione di Dio. Si pu
affermare con sicurezza che, alla vigilia della festa di Pasqua del-
l'anno 30, le croci furono smantellate velocemente e rimosse dal
Golgota per non contaminare dal punto di vista rituale i pelle-
grini che, il giorno seguente, si sarebbero riversati a Gerusa-
lemme per celebrare la Pasqua passando per la porta di Efraim.
Chi le rimosse? Poich era stato Giuseppe d'Arimatea a deporre
Ges dalla croce (Gv 19,38), potrebbe essere stato lui a occu-
parsi anche della rimozione.
Ora, secondo la tradizione, le tre croci furono rinvenute in
un'antica cisterna, circa 30 metri a est della collina di Golgota.
Anche questa cisterna faceva parte del giardino di Giuseppe
d'Arimatea? Un motivo ben preciso pu aver spinto i discepoli
di Ges a considerare importante la conservazione della croce.
Perch, secondo la concezione biblica, nel sangue risiede la vita:
Infatti la vita dell'essere vivente nel sangue, si legge in Lv
17,11. U sangue versato nell'atto di morire per l'ebreo creden-
249
te sangue di vita, e deve essere inumato con il defunto. Cos si
dice ancora, in un codice giuridico ebraico del XVI secolo che si
rif a tradizioni ben pi antiche: Se una persona cade e muore
immediatamente, se il suo corpo riporta delle ferite e del sangue
sgorga dalle ferite, e si pu supporre che le sue vesti si siano
impregnate del sangue di vita, costei non deve essere purificata
da un punto di vista rituale ma deve essere sepolta insieme con
le sue scarpe e con le sue vesti... usuale che la terra del luogo
in cui questa persona caduta venga spalata via, e se del sangue
scorso l o nelle vicinanze, tutta quella terra deve essere se-
polta con lei. Se un uomo muore nel suo letto a causa deUe fe-
rite riportate, lenzuoli e guanciali devono essere sepolti con lui
21
.
Tanto pi queste prescrizioni devono valere per un uomo spi-
rato sulla croce e per il legno e i chiodi venuti a contatto del suo
sangue di vita. Anche il crocifisso Jehochanan Ben Haskul, le
cui ossa furono rinvenute nel 1968 in un ossario che si trovava in
una cavit sepolcrale a nord di Gerusalemme, fu seppellito con
il chiodo e con quella parte della croce che era venuta a contat-
to con il suo sangue
22
. Quando Giovanni (19,40) sottolinea che
la sepoltura di Ges fu eseguita com' usanza ... per i giudei,
intende dire: rigorosamente secondo le leggi mosaiche e della
Mishnah. Forse la croce fu nascosta solo provvisoriamente, per
essere poi deposta con Ges nel sepolcro una volta trascorso
shabbath, intento vanificato daUa successiva constatazione che il
sepolcro era vuoto. Nel suo nascondiglio era al sicuro e l fu la-
sciata. La cisterna si trovava al di fuori delle mura cittadine, do-
ve veniva tollerata la presenza di oggetti impuri, all'interno
della propriet privata di un simpatizzante della comunit deUe
origini, e quindi al sicuro. Se fosse stata portata in citt, si sa-
rebbe incorsi in una grave violazione delle norme della legge
ebraica riguardanti la purezza rituale, che nel quartiere esseno,
dove aveva sede la comunit delle origini, erano applicate con
21
S. Ganzfried, Code ofJewish Law, New York 1963, p. 99; vedi anche M. Lanini, The
Jewish Way in Death and Mourning, New York 1969, pp. 6s.
22
G. Kroll, op. cit., p. 360; G. Ricci, The Holy Shroud, Roma 1981, cit., pp. 177-182.
250
particolare rigore. Quando i cristiani lasciarono la citt poco pri-
ma che scoppiasse la guerra giudaica, credevano di farvi ritor-
no di l a poco o che, a una catastrofe, sarebbe immediatamen-
te seguito il ritorno di Cristo. Persino i rotoli delle Scritture, pi
facili da trasportare (e non impuri dal punto di vista cultuale) fu-
rono nascosti in caverne: tra questi, il Vangelo di Marco di Qum-
ran. Quando poi la comunit cristiana fece ritorno a Gerusa-
lemme, dopo il 72, il luogo del nascondiglio era caduto nell'oblio
o giaceva sotto i cumuli di macerie della citt distrutta. In ogni
caso, nessuno evidentemente intraprese il tentativo di porre in
salvo la croce prima che Adriano disponesse la costruzione, al di
sopra del Santo Sepolcro, della piattaforma su cui sorse il Foro
occidentale con il tempio di Afrodite. Solo quando Costantino
fece smantellare il Foro occidentale furono rinvenuti, in quella
cisterna che ancor oggi, sotto il nome di cappella di Sant'Elena,
pu essere visitata nei sotterranei della chiesa del Santo Sepol-
cro, non solo le tre croci, ma anche i chiodi che avevano trafitto
le mani e i piedi di Ges, e il titolo della croce, l'iscrizione Ge-
s di Nazaret, re dei giudei. Chi sorvegliava i lavori di scavo
inform immediatamente l'imperatrice.
L'identificazione della vera croce
Ma quale deUe tre croci era quella di Ges? Evidentemente
questa domanda non aveva una risposta facile. Cos scrive Ru-
fino d' Aquileia, richiamandosi al vescovo Gelasio di Cesarea:
L accanto trov tre croci disposte alla rinfusa. Ma l'indistin-
guibile disposizione delle croci offusc la gioia del dono rinve-
nuto. Naturalmente fu ritrovata anche la tavola che Pilato ave-
va fatto redigere in greco, latino ed ebraico, ma anche questa
non forniva elementi sufficientemente sicuri all'individuazio-
ne della croce del Signore. Qui la titubante incertezza dell'ani-
mo umano sperava in una testimonianza divina
23
. Anche Teo-
23
Rufino, Hist cc. , X, 7.
251
doreto di Ciro si riferisce a quest'insicurezza: Non erano certi
di quale di loro avesse sorretto il corpo del Signore e raccolto le
gocce del suo sangue prezioso
24
. Conferma il vescovo Ambro-
gio: perplessa, imbarazzata, ma lo Spirito Santo le addita una
certa soluzione, facendole sovvenire che due ladroni erano sta-
ti crocifissi con il Signore. Cerca la croce mediana. Ma era pos-
sibile che quando la terra era stata riversata in quel luogo, aves-
se provocato dei sommovimenti deUe croci, che il caso ne aves-
se scompigliato l'ordine
25
. Tuttavia la soluzione del problema
era per lui relativamente facile: il titolo della croce, secondo Am-
brogio, era ancora fissato al palo della vera croce: Rilegge la
narrazione evangelica. Trova che la croce intermedia recava sul
davanti l'iscrizione "Ges di Nazaret, re dei giudei". Da que-
sto si poteva dedurre quale fosse la vera croce. Trov dunque
l'iscrizione e rese omaggio al Re, non certo al legno; perch sa-
rebbe stata follia pagana ed empia superstizione. Si rivolse piut-
tosto con venerazione a colui che era stato appeso a quel le-
gno e il cui nome era stato riportato in quell'iscrizione: il legno
prese a rilucere, la grazia si irradi
26
. Probabilmente tre anni
dopo l' orazione funebre di Ambrogio, nel 398, Giovanni Cri-
sostomo, grande teologo della Chiesa orientale e arcivescovo di
Costantinopoli, tenne una predica sul Vangelo di Giovanni in
cui anch'egli si rifer al rinvenimento deUa croce e alla sua iden-
tificazione per il tramite del titulus. Chi aveva nascosto la croce,
riteneva, aveva anche accuratamente predisposto la sua even-
tuale identificazione: Il legno della croce sarebbe stato perso
di vista poich nessuno si era sforzato di conservarlo per via del-
la paura e perch i credenti erano allora assorbiti da altre ur-
genti faccende. Ma successivamente ci si mise alla ricerca delle
croci ed probabile che queste venissero accatastate insieme.
Perci si dovettero prendere accorgimenti per impedire che quel-
la su cui era stato crocifisso il Signore venisse confusa con le al-
24
Teodoreto, Hist. Ecc., 117.
25
Ambrogio, De obicu Theodosii, 45.
26
Ibid., 46.
252
tre: innanzitutto disponendola nel mezzo tra le altre due e se-
condariamente sulla base del titolo, perch le croci dei ladroni
non recavano iscrizioni
27
. Conferma Socrate Scolastico: Con
loro [le croci] fu rinvenuta anche la tavola di Pilato su cui era
scritto in diverse lingue che il Cristo crocifisso era il re dei giu-
dei. Ma Elena era non poco triste perch nutriva dei dubbi su
quale di loro fosse la vera croce
28
.
Perch nutriva dei dubbi? Forse perch la collocazione del ti-
tulus non forniva indicazioni univoche e risolutive. Se infatti non
fosse stato inchiodato alla croce, ma solo appeso al palo della
croce stessa, dobbiamo supporre che giacesse effettivamente nei
pressi dei legni senza che potesse essere correlato con certezza
a nessuno di loro. Da questo presupposto ha in ogni caso ori-
gine il racconto della maggior parte delle nostre fonti, secondo
le quali la vera croce di Ges pot essere identificata solo gra-
zie a un segno soprannaturale. Leggiamo cos in Teodoreto di
Ciro: Ma Macario, vescovo della citt, uomo cos saggio e dav-
vero celestiale, risolse cos il dubbio. Sfior, accompagnando que-
sto gesto con un'ardente preghiera, un'esimia donna che era sta-
ta da lungo tempo colpita da un morbo, con ognuna delle tre
croci, e mise cos a nudo la forza della croce del Redentore. Per-
ch non appena questa fu accostata alla donna, scacci imme-
diatamente il grave male che si era impossessato di lei e le re-
stitu la primigenia salute
29
. E ancora, scrive Rufino d'Aquileia:
Ora, si verific che nella medesima citt (quindi Gerusalem-
me) una dama altolocata nativa del luogo giacesse in fin di vi-
ta a causa di una grave malattia. All'epoca, vescovo di queUa co-
munit era Macario. Quando questi vide dunque esitare tanto
l'imperatrice quanto tutti i presenti, disse: "Portate qui tutte le
croci che sono state ritrovate, e sara Di o stesso a ri vel arci qua-
le di loro ha portato il Signore". Quindi, insieme all'imperatri-
ce e a un largo seguito di popolo, entr nella stanza dove gia-
27
Giovani Crisostomo, Hotniliae in Iohannem, 85.
28
Socrate Scolastico, Hist. Ecc.,1,17.
29
Teodoreto, Hist. Ecc., 1,17.
253
ce va a letto la dama moribonda, si inginocchi e rivolse a Dio
questa preghiera: Signore, tu che grazie al tuo Figlio unigenito
hai concesso al genere umano la salvezza tramite la passione
della croce e che negli ultimi tempi hai acceso nel cuore della
tua serva il desiderio di cercare il legno benedetto, a cui stata
appesa la nostra salvezza, mostraci senz'ombra di dubbio qua-
le di queste tre sia stata la croce che ha magnificato il Signore e
quali altre siano servite all'esecuzione dei servi, affinch questa
donna, che giace moribonda, sia richiamata in vita, non appe-
na sfiorata dal legno salvifico, dalle porte della morte!". E non
appena ebbe finito di parlare, avvicin dapprima una delle tre
croci, la quale per non sort alcun effetto, quindi la seconda,
ancora senza risultato. Ma quando accost la terza, la donna spa-
lanc immediatamente gli occhi, si rialz e dopo aver riacqui-
stato le forze era molto pi vispa di quando ancora non si era
ammalata, e inizi a correre per casa lodando la forza del Si-
gnore
30
.
D'altra parte, questa identificazione miracolosa sa ancora
cos tanto di pia leggenda che non possiamo crederle ciecamente.
Cos' dunque accaduto realmente? Come ha potuto essere iden-
tificata la vera croce? Dopo la scoperta della cisterna, in cui ve-
rosimilmente le tre travi orizzontali, i tre pali delle croci, il titu-
lus e i chiodi giacevano sparpagliati, prevalsero incertezza e con-
fusione, forse persino delusione per un rinvenimento che poteva
dar luogo a equivoci. A questo si aggiungeva la lacunosa cono-
scenza dei Vangeli, a quell'epoca letti a mala pena dai clerici e
probabilmente noti solo per compendio anche all'imperatrice.
I laici sapevano soltanto che Ges era morto in croce; per ap-
prendere in quale modo fosse stato crocifisso, cio con chiodi,
bisognava attingere al Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 20,25). An-
che l'arte cristiana nel IV secolo era ancora ai suoi esordi, e le
raffigurazioni del crocifisso vennero in voga una volta per tutte
solo nel V secolo. Di quali punti di riferimento ci si poteva ser-
vire? Solo un tratto poteva distinguere la croce di Ges dalle al-
30
Rufino, Hist. Ecc., X, 8.
254
tre due: doveva presentare le tracce lasciate dai chiodi. Non c'e-
ra quindi bisogno di un'identificazione soprannaturale per iden-
tificare la croce di Ges, ma semplicemente di un esame dei re-
perti da parte di conoscitori esperti delle Scritture e della tradi-
zione, qual era sicuramente il vescovo Macario. Anche Ambrogio
di Milano conferma che ci si limit a una rilettura dei Vangeli,
per quanto poi comunque, non essendo testimone oculare, ri-
tenne decisivo per l'identificazione il ritrovamento del titulus.
Ma sarebbe stato allora troppo facile. Per un laico del IV-V se-
colo che leggesse i resoconti da noi citati, certe finezze esegeti-
che nell'identificazione della vera croce sarebbero state trop-
po poco comprensibili per risultare davvero convincenti. Esige-
va un segno, un miracolo tangibile. Ri mane cos aperta la
questione se si sia fatto ricorso a un giudizio di Dio per raffor-
zare la credibilit dell'evento, o se davvero una malata si sia mi-
racolosamente ristabilita o se infine con la dama malaticcia e
altolocata s'intendesse la stessa Elena che, indebolita dagli stra-
pazzi del viaggio, attingesse dal successo nuove forze.
L'Innalzamento della croce
Possiamo immaginarci la gioia e l'eccitazione dell'intera co-
munit cristiana diAelia, primo tra tutti il vescovo Macario, sen-
za contare quella dell'attempata imperatrice, di fronte al rinveni-
mento del millennio. Sicuramente, in tutta la citt regnava un'at-
mosfera festosa, quando il segno di salvezza di Cristo, appena
ritrovato, fu portato nel pretorio con una solenne processione,
mentre riecheggiavano nell'aria satura d'incenso inni altisonan-
ti. L, nella cappella privata dell'imperatrice, la croce fu esposta
per l'adorazione collettiva. Ma di notte, quando le porte delle stan-
ze imperiali si richiudevano, Elena l'aveva tutta per s. Di conti-
nuo stringeva a s tra le lacrime il palo della croce, a cui era fis-
sata la trave orizzontale, il patibulum Ecce lignum Crucis, in quo
Salus mundi pependit* Ecco il legno della croce, a cui fu appe-
sa la salvezza del mondo, balbettava ripetutamente. Dentro di
255
s nutriva la profonda, liberatoria certezza di aver conseguito
lo scopo della sua vita. Un ultimo compito le rimaneva: portare
a Roma, nella capitale, la Santissima Croce quale segno della vit-
toria di Cristo.
A n c o r a o g g i l a c r i s t i a n i t i n t e r a , i n Oc c i d e n t e c o m e i n Or i e n -
te, il 14 settembre celebra la ricorrenza del rinvenimento della
croce. Per la Chiesa orientale, rinnalzamento della croce,
come la festa viene anche chiamata, addirittura una delle
tredici ricorrenze principali dell'intero anno liturgico (si con-
fronti l'impressionante icona nell'illustrazione a fronte). La tra-
dizione fa risalire questa festa religiosa a Elena in persona, in
occasione del decimo anniversario del rinvenimento, il 14 set-
tembre del 335, fu solennemente consacrata a Gerusalemme la
basilica del Martyrion, che Costantino aveva fatto erigere nel
luogo del ritrovamento.
Lo smembramento del titulus
Ancora nello stesso mese, nel settembre del 325, l'imperatri-
ce predispose il suo ritorno a Roma. Aveva raggiunto il suo sco-
po, e urgeva rientrare a Roma prima che, con l'inverno la tra-
versata del Mediterraneo si facesse pericolosa, il mare s'ingros-
sasse e il traffico navale si riducesse al minimo. Inoltre sapeva
che le sue forze stavano scemando, che la sua vita volgeva len-
tamente al termine. Poich comprendeva che anche Gerusa-
lemme aveva diritto alle pi sacre reliquie della cristianit e che,
nella progettata chiesa del Santo Sepolcro, queste sarebbero sta-
te degnamente custodite, si opt per un compromesso. Una par-
te della croce, probabilmente met del palo, rimase a Gerusa-
lemme
31
, mentre la parte pi preponderante, cio l'altra met
}>
La nostra Stima Si basa sui resoconti dell'epoca, secondo i quali le reliquie di Ge-
rusalemme trovavano posto in una teca d'argento (Teodoreto, Hist. Ecc., 1,17),
una cassa d'argento, ancor oggi conservata a Gerusalemme (Sozomeno, Hist. Ecc., II,
1 ), una cassetta d'argento, simile a un monumento per coloro che vogliono vedere [la
256
Costantino ed Elena con la croce. Icona del XVI secolo.
del palo e la trave orizzontale, fu portata a Roma. Elena fece di-
videre a met anche il titolo della croce. Port a Roma la met
che recava l'iscrizione I. NAZARINVS R, mentre a Gerusa-
lemme rimase l'altra met, su cui era scritto [R]EX IV-
DAEORVM
32
. La soluzione parve ragionevole, perch cos, in
croce] (Socrate Scolastico, Hist. Ecc., 1,17), uno scrigno d'argento (Rufino, Hist. Ecc,
X, 9 ) c l i c l a monaca Acthcri a descriveva, con evidente delusione, sol o come cass^ttina
d'argento dorato (Itinerarium, 37, 1).
32
A una ripartizione si deve essere giunti perch da un lato Aetheria cita espressa-
me n e il titulus, affermando che veniva esposto alla venerazione dei fedeli il venerd
santo insieme alla croce (Itinerarium, 37,1-3), ma dall'altro lato Ambrogio allude alla
257
quella che un tempo era la provincia di Giudea, rimaneva pro-
prio quella parte testimoniata dai Vangeli: i tre Sinottici infatti
riportavano del titolo solo le parole rex iudaeorum (Me 15,26),
hic est rex iudaeorum (Le 23,38) e hic est Jesus, rex iudaeorum
(Mt 27,37). Soltanto i chiodi finirono a Roma in blocco, insieme
ad alcune casse che contenevano terra della collina del Golgo-
ta, quella terra che - cos si credeva - era imbevuta del sangue
di Ges.
Verit o leggenda?
Perch Eusebio tacque proprio questo ritrovamento? Voleva
davvero celebrare, nella sua Vita Constantini, esclusivamente
l'imperatore quale edificatore della chiesa del Santo Sepolcro?
Aveva dei buoni motivi per tacere la scoperta della croce?
O il suo silenzio dimostra che la storia del rinvenimento della
croce solo una pia leggenda?
Quello che certo che la croce fu davvero rinvenuta a Ge-
rusalemme aU'epoca di Costantino. Nel 348, solo 23 anni dopo
il rinvenimento e 13 anni dopo la consacrazione della chiesa del
Santo Sepolcro, il vescovo di Gerusalemme Cirillo, uno dei suc-
cessori di Macario, neUe sue omelie catechetiche cita la croce ri-
trovata e conferma il possesso della reliquia, dichiarando: Il sa-
cro legno deUa croce rende testimonianza, come si pu vedere
qui ma anche altrove ancora oggi, perch l'intero globo terre-
stre ricolmo di suoi frammenti che genti mosse dalla fede han-
no portato con s e che da qui si sono irradiati nel mondo
33
.
PeUegrini provenienti da ogni parte del mondo antico avevano
evidentemente staccato dei frammenti della preziosa reliquia e
li avevano portati in patria; altre particelle deUa croce erano al-
lora gi state distribuite dai vescovi di Roma e di Gerusalem-
venerazione che nutriva Elena per il titulus e che la spinse certamente a portarlo a
Roma (Ambrogio, De obitu Theodosii, 46).
33
Cirillo, Cat., IV, 10.
258
me. Ci confermato da due iscrizioni in latino risalenti attor-
no al 350 e provenienti dall'attuale Algeria, che attestano la cu-
stodia e la venerazione di reliquie del lignum crucis
3
\ Anche
Gregorio di Nissa menziona il possesso di una reliquia della cro-
ce da parte della sorella Macrina, morta nel 379. E secondo Gio-
vanni Crisostomo (350-407 circa), nel tardo IV secolo i cristia-
ni portavano al collo, come la pi preziosa delle gemme, parti-
celle della croce montate in oro
35
. Nella particella pi minuscola
riposa tutta intera la forza della croce, recita un'iscrizione
sulla parete dell'abside della basilica Felix di Nola, che il vesco-
vo Paolino fece erigere all'inizio del V secolo e nel cui aitare
fu incastonata una particella della croce
36
. Dello stesso Paolino
ci pervenuta una lettera del 403, con cui inviava a Primulia-
cum, all'amico Sulpicio Severo, una particella della croce rac-
chiusa in un piccolo scrigno dorato. Aveva ricevuto il frammento
poco tempo prima in occasione di una visita in Terrasanta dal-
le mani del vescovo Giovanni di Gerusalemme (385-417), che
in quel frangente gli aveva narrato tutta la storia del rinveni-
mento della vera croce da parte di Elena
37
.
Non si pu quindi parlare di nascita e crescita di una leg-
genda. La biografia di Costantino redatta da Eusebio apparve
nel 338 circa, un anno dopo la morte dell'imperatore, mentre
la succitata affermazione di Cirillo risale al 348. Non possiamo
certo supporre che la Chiesa gerosolimitana facesse emergere
dal nulla, in questi dieci anni, la sua reliquia pi significati-
va. Che le cose non stessero cos dimostrato anche da un'ul-
teriore testimonianza del vescovo di Gerusalemme, che permette
di datare senza pi ambiguit il rinvenimento della croce. Pro-
babilmente Cirillo, nato a Gerusalemme attorno al 310, fu ad-
dirittura testimone oculare degli eventi. Nel 351 scrisse al fi-
M
Y. Duval, Loca sanctorum Africae, Roma 1982, pp. 331-337 e 351-353.
35
H. Heinen, Helena, Konstantin und die Vberlieferung der Kreuzauffndung im 4.
Jahrhundert, in E. Aretz-M. Embach-M. Persch-F. Ronig (a cura di), Der Heilige Rock
tu. 7her,Trier 1996, pp. 83-117.
36
Cit. da W. Ziehr, Dos Kreuz, Stuttgart 1997, p. 62.
37
J.W. Drijvers, op. ciL, p. 113.
259
glio di Costantino, l'imperatore Costanzo II, che durante il re-
gno di quel pio uomo di tuo padre Costantino, prediletto da Dio,
fu rinvenuto a Gerusalemme il legno salvifico deUa croce, con il
che la grazia divina concesse il pio rinvenimento dei luoghi san-
ti celati a chi cercava con purezza di cuore
38
.
Numerosi pellegrini riferiscono inoltre dell'esposizione nel
Martyrion della chiesa del Santo Sepolcro della reliquia della
croce, di cui anche Cirillo conferma che si pu vedere qui an-
cora oggi
39
. La pellegrina Aetheria, badessa dell'Aquitania, che
si trattenne in Terrasanta tra il 382 e il 384, descrive il rito del-
la venerazione della reliquia della croce e della met del titu-
lus rimasta a Gerusalemme cos come si svolse il venerd san-
to deU'anno 383. Allora sul Golgota, dietro la croce, fu collo-
cato uno scranno per il vescovo (quindi nella navata laterale
mer i di onal e, subi t o di et r o l a rocci a del Gol got a) . L davant i
viene posto un tavolo coperto da un telo di lino, e i diaconi si
dispongono attorno al tavolo. Quindi viene portato uno scrigno
d'argento dorato, che racchiude il legno sacro della croce; que-
sto viene aperto, si toglie il legno della croce che viene posto sul
tavolo insieme con l'iscrizione [della croce]. Una volta che sta-
to posato sul tavolo, il vescovo, ancora seduto sul suo scranno,
tiene tra le mani le due estremit del sacro legno, mentre i dia-
coni, disposti attorno [al tavolo] sorvegliano la reliquia ... per-
ch si dice che di tanto in tanto qualcuno abbia staccato con un
morso e sottratto una scheggia della croce ... Cos la folla sfila
l davanti; uno dopo l'altro, ci s'inchina, si sfiora la croce e l'i-
scrizione prima con la fronte, poi con gli occhi, si bacia la croce
e si procede oltre; ma nessuno distende la mano per toccarla
40
.
Questa forma di venerazione della croce descritta anche da
Antonio di Piacenza, un pellegrino del VI secolo, che per as-
sicurava di aver anche potuto toccare l'iscrizione della croce;
Nella basilica di Costantino, che nell'atrio della chiesa stessa
M
Cit. da G. Baudler,op. cit.,p. 282.
39
Cirillo, Cat.X, 19; XIII, 4.
40
Itinerarium. 37,1-3.
260
connessa al sepolcro, c' una camera in cui custodito il legno
della Santa Croce che abbiamo venerato e baciato, e ho visto
anche l'iscrizione che era stata fissata al di sopra del capo di Ge-
s, e l'ho tenuta tra le mani
41
. In ogni caso attestato che nel-
la chiesa del Santo Sepolcro, a partire dal IV secolo, ci fosse uno
speciale sacerdote, lo staurophylax, incaricato unicamente del-
la sorveglianza della reliquia. In Procopio, un altro autore del-
la tarda antichit, troviamo ulteriori conferme agli accenni di
Aetheria riguardo alle sottrazioni di frammenti della reliquia
mediante morsi. Secondo Procopio, responsabile di uno di que-
sti atti fu un siriano che port il frammento di legno deUa cro-
ce di cui si era impadronito ad Apamea, dove la venerazione
della reliquia continu ancora a lungo
42
. La monaca pellegrina
ci informa poi del fatto che, poich in quello stesso giorno
cade l' anniversario del rinvenimento della croce,... la consa-
crazione di questa santa chiesa, (Anastasis e Martyrion) viene
celebrata con la massima solennit e senza risparmio di mez-
zi
43
: tutto ci si svolgeva a soli 48 anni dalla consacrazione del-
la chiesa del Santo Sepolcro. Cos la festa dell'innalzamento del-
la croce divenne a Gerusalemme la principale festivit religio-
sa dopo la settimana santa. Gi nel IV secolo la Peregrinatio ad
loca sacra riferisce che decine di migliaia di pellegrini affluiva-
no in quell'occasione nella Citt Santa, dove ben presto si isti-
tu, attorno al 14 settembre, una vera e propria settimana di
festeggiamenti. I pellegrini convergevano a Gerusalemme da
ogni par t e del mondo cristiano, daUa Mesopot ami a, dal l a Siria,
dall'Egitto e dall' Europa. In questi giorni si trovano a Geru-
salemme - quando sono pochi - pi di quaranta o cinquanta ve-
scovi; con loro ci sono molti clerici, scriveva Aetheria
44
. La li-
turgia era celebrata in greco, ma anche tradotta in siriaco ...
perch tutti possano comprendere quanto dichiarato [dal ve-
41
Cit. da J.C. Cruz, Relics, Huntington (Ind.) 1984, p. 43.
42
Procopio, De beli. Pers., 2; cit. da G. Gingras (a cura di), Egeria: Diary ofa Pilgri-
mage, New York 1979, p. 239.
43
Itinerarium, 48,1.
Ibid., 49,2.
261
scovo], e inoltre spiegato in latino per coloro che parlavano
solo questa lingua
45
.
Evidentemente il Martyrion disponeva di una propria came-
ra delle reliquie, il reliquiario della vera croce, come riferisce il
Breviarius de Hierosolyma, databile attorno al 530. All'ingres-
so della basilica, sul lato sinistro, c' il vano in cui custodita
la croce del Signore. Inoltre il Breviarius conferma l'integra-
zione della cripta di Elena, la cisterna in cui furono rinvenute le
croci, nel complesso del Martyrion: A ovest [del Martyrion] si
apre una grande volta [sotterranea] in cui furono rinvenute le
tre croci. Al di sopra si trova un altare riccamente adornato con
fregi d' oro e d'argento
46
. Rufino, richiamandosi nuovamente a
Gelasio di Cesarea, cita lo scrigno d' argento che racchiudeva la
croce e che Elena stessa diede in dono: Del legno salvifico port
una parte al figlio, un' altra parte la lasci in loco e la fece cu-
stodire in scrigni d' argento. Questa parte viene custodita an-
cor oggi con la massima devozione e conservata in memoria del
sacrificio divino
47
. Anche da Teodoreto di Ciro giunge una con-
ferma: Destin una parte della croce del Redentore al palazzo
imperiale, per l'altra fece approntare una teca d'argento e la con-
segn al vescovo della citt con l'incarico di custodire con cura
questo monumento della nostra redenzione per le generazioni
future
48
.
Il rinvenimento della croce non pu quindi essere posto in
dubbio, tanto pi che ebbe luogo prima dell'inizio dei lavori di
costruzione della chiesa del Santo Sepolcro sotto l'imperatore
Costantino. Poich anche Eusebio conferma che Elena si tro-
vava in pellegrinaggio in Terrasanta proprio in quel periodo, pos-
siamo escludere con certezza quasi assoluta l'eventualit che
non venisse informata del ritrovamento. Effettivamente, tro-
viamo accenni in questo senso persino in Eusebio, il quale cita
"Ibid., 47,3s.
46
Cit. da G. Kroll, op. cit., p. 383.
47
Rufino, Hist. Ecc.,X, 1.
48
Teodoreto, Hist. Ecc., 1,17. Anche Socrate Scolastico (Hist. Ecc., 1,17) e Sozome-
no (Hist. Ecc., II, 1) citano questo scrigno d'argento di Elena.
262
la gi menzionata epistola dell'imperatore al vescovo Macario
dell'anno 325, in cui si dice: Cos grande la grazia elargita dal
nostro Salvatore ... Infatti, che il monumento della santissima
passione di Cristo, da molto tempo celato sotto terra, dopo aver
fatto perdere le sue tracce per un lunghissimo periodo di anni,
sia tornato a risplendere al cospetto dei suoi servi... avveni-
mento che supera senz'altro qualsiasi possibile stupore
49
, il che
pare un'inequivocabile allusione al rinvenimento della croce.
Quando poi, nella stessa lettera, si auspica che parallelamen-
te al modo in cui la vera fede si rivela ogni giorno con sempre
pi nuovi miracoli, cos anche le anime di noi tutti... dimostri-
no sempre pi zelo nella osservanza della santa legge, questo
modo di esprimersi allude a una lunga serie di ritrovamenti e
non solo al singolo rinvenimento del Santo Sepolcro. Pi oltre
Eusebio spiega ancora: Tenne pertanto in sommo onore que-
sti due luoghi e li adorn con grande sfarzo, intendendo in tal
modo perpetuare in eterno il ricordo della madre, che si era fat-
ta promotrice di molto bene a favore del genere umano
50
, con
il che ci si pu chiedere quale altro bene a favore del genere
umano abbia compiuto sua madre per meritarsi di essere ri-
cordata in eterno con l'edificazione della chiesa.
Da questi accenni Jan W. Drijvers deduce addirittura che il
motivo che ha determinato l'edificazione delia chiesa a Geru-
salemme risiedesse effettivamente nel ritrovamento della cro-
ce e non nel rinvenimento del sepolcro, come Eusebio ci vuol
far credere
51
. Se prestiamo fede al Breviarius, la basilica del
Martyrion fu effettivamente eretta al di sopra della cripta di Ele-
na, il luogo del rinvenimento della croce. In ogni caso non ave-
va niente a che spartire con la collina del Golgota, perch que-
sta si trovava a cielo aperto nell' atrio situato tra il mausoleo
di Cristo (l'Anastasis) e la chiesa vera e propria. Che per Co-
stantino, che aveva vinto nel nome della croce, il rinvenimento
49
Eusebio, Vit. Const., III, 30.
*IbieL,m, 41.
31
J.W. Drijvers, op. cit., p. 85.
263
di questo segno di vittoria fosse della massima importanza,
appare pi che comprensibile. Quale significato le attribuisse
effettivamente, lo si intuisce dal fatto che la solenne consacra-
zione della chiesa del Santo Sepolcro non avvenne in occasio-
ne della festa della deposizione di Ges dalla croce e della sua
risurrezione, quindi a Pasqua, ma nel decimo anniversario del
rinvenimento della croce.
II monumento alla vittoria della passione
Eusebio pu aver avuto i suoi buoni motivi per rimanere sul
vago: i suoi lettori erano culturalmente romani, non semplice-
mente cristiani, per cui il riferimento a un patibolo, che ancora
due decenni prima rappresentava la modalit di esecuzione ca-
pitale pi crudele e ignominiosa, avrebbe potuto suscitare senti-
menti contrastanti. Cos fino al V secolo l'arte cristiana delle ori-
gini rinunci a raffigurare la crocifissione, e anche nella prima
e pi significativa basilica costantiniana di Roma, San Giovan-
ni in Laterano, non rappresentato il Crocifisso, ma il Panto-
cratore (l'Onnipotente, Colui che domina tutte le cose) tro-
neggiarne tra le nuvol e al di sopra di un Al ber o della Vi t a in f or -
ma di croce. A questo si aggiunga che Eusebio, come vescovo e
teologo, attribuiva maggiore importanza alla risurrezione di Cri-
sto che alla sua morte sulla croce. Questo rappresentava gi di
per s un buon motivo per interessarsi maggiormente al sepol-
cro vuoto piuttosto che alla croce. Eusebio giunge al punto di
non dedicare una sola riga al dissotterramento deUa collina del
Golgota. Poich a quel tempo erano inconfutabilmente in cor-
so i lavori di costruzione della chiesa del Santo Sepolcro - il luo-
go della crocifissione fu fin dall'inizio parte integrante della co-
struzione e ne determin la vistosa asimmetria - il silenzio di Eu-
sebio tanto pi evidente. Ma se evitava cos palesemente di
nominare il luogo della passione, dobbiamo ancora stupirci di
non t rovare nella sua opera alcun accenno al ri nveni ment o del-
la croce? Evidentemente Eusebio si sforzava zelantemente di
264
sottolineare la natura spirituale del cristianesimo. Non era par-
ticolarmente interessato alle prove tangibili, prendeva atto del-
la loro esistenza con una certa diffidenza. La venerazione di fram-
menti di una trave di legno e di qualche chiodo che aveva tra-
fitto un tempo la carne di una figura dal profilo cos divino,
avrebbe potuto far apparire la nuova religione, che si era impo-
sta da cos poco tempo, come pericolosamente primitiva e per
niente trascendente e superiore al paganesimo. La morte sulla
croce era la pena inflitta agli agitatori politici e ai rivoluzionari
falliti, e celebrare questo genere di simbolismo poteva non rien-
trare nei calcoli di un imperatore che volesse conservare e raffor-
zare Vimperium romanum. Perci si trovano in Eusebio nume-
rose perifrasi per indicare la parola croce, che vanno da vit-
torioso mezzo protettivo a monumento alla vittoria della
passione fino a segno salvifico; egli evita invece per quanto
possibile la parola staurs (croce). Anche Ambrogio, 69 anni
pi tardi, non ignorava i rischi di un fraintendimento del culto
della croce e spiegava perci espressamente nella sua orazione
funebre in onore dell'imperatore Teodosio: Trov dunque ri-
scrizione e rese omaggio al Re, non certo al legno; perch sarebbe
stata follia pagana ed empia superstizione. Si rivolse piuttosto
con venerazi one a colui che era stato appeso a quel l egno e il cui
nome era stato riportato in quell'iscrizione
52
.
Una gran donna
Che Eusebio, biografo di corte, mettesse in secondo piano i me-
riti di Elena, pu essere spiegato con la finalit della sua Vita di
Costantino: la celebrazione del solo imperatore, U primo impe-
ratore cristiano, con un ampio scritto apologetico. Persino sua ma-
dre, in questo contesto, doveva rimanere nell'ombra. Ambrogio
pare invece renderle giustizia quando la descrive come una gran
donna, che aveva da offrire all'imperatore pi di quanto non ri-
52
Ambrogio, De obitu Theodosii, 46.
265
cevesse da lui. Non tace nemmeno delle motivazioni che la spin-
sero a intraprendere quel viaggio e che erano evidentemente
costituite da una seria preoccupazione per il futuro dell'impero e
per gli intrighi che s'intessevano intorno del figlio: Madre piena
di premure per il figlio, nelle cui mani stava lo scettro dell'impe-
ro romano, madre che si risolse a mettersi celermente in viaggio
per Gerusalemme, verso il luogo della passione del Signore
53
.
D ratto della reliquia
Il legno della croce rimasto a Gerusalemme attravers tutte
le turbolenze dell'inquieta storia della Citt Santa. Nel 613 i per-
siani aggredirono l'impero bizantino, sorto nella parte orienta-
le deU'imperium romanum, e conquistarono in men che non si
dica la Siria, la Palestina e, sei anni pi tardi, l'Egitto. Nel 614 le
truppe del re persiano Cosre II, soprannominato Abharwez
(il Vittorioso) piombarono su Gerusalemme. La guarnigio-
ne bizantina di stanza nella Citt Santa fu massacrata, e la stes-
sa sorte tocc al clero delle numerose chiese saccheggiate e di-
strutte dai persiani. Il vescovo di Gerusalemme Zaccaria fu
deportato nella citt imperiale di Ctesifonte, nei pressi dell'o-
dierna Bagdad, insieme al reliquiario della croce montato in oro
e pietre preziose.
La perdita della Citt Santa, ma soprattutto la notizia che la
pi preziosa delle reliquie era nelle mani degli infedeli, gett Co-
stantinopoli nella pi profonda costernazione. Infine Sergio, pa-
triarca di Costantinopoli, incoraggi il titubante imperatore Era-
clio a far guerra ai persiani. L'esercito bizantino sconfisse i per-
siani; Cosre, colpito dalla dissenteria e furente per via della
sconfitta, ordin l' esecuzione dei suoi comandanti militari e
fece diseredare il figlio, che per questo motivo lo assassin. Il
nuovo re dei persiani propose a Eraclio la pace. L' imperatore
pose come condizione la restituzione della reliquia e il rilascio
"/Wtf.,41,43.
266
del vescovo e degli altri prigionieri. Il piccolo scrigno donato da
Elena, in cui era custodito il legno della croce - o ci che rima-
neva di esso - fu sigillato e riconsegnato intatto il 3 maggio del
628. Con un solenne corteo trionfale Eraclio fece ritorno a Co-
stantinopoli, da dove impart l'ordine di procedere senza indu-
gi alla ricostruzione della chiesa del Santo Sepolcro. Non ci si
sottrasse ad alcun genere di compromesso, pur di poter ricon-
sacrare quel luogo di culto il pi presto possibile. I resti del San-
to Sepolcro furono cinti da un muro e lo stesso accadde per la
roccia del Golgota, racchiusa ora in due cappelle. Nella cap-
pella superiore, dove un tempo stava la trave di legno conficca-
ta nella roccia, fu collocata ora una grande croce d'argento. La
sfarzosa croce d' oro di Teodosio, cosparsa di gemme, che prima
troneggiava qui, era caduta preda dei persiani ed era stata fusa.
L' anno successivo l' imperatore fece ingresso a Gerusalemme
con un magnifico seguito per riportare la tanto venerata reliquia
nella chiesa retrostante la collina del Golgota.
D ritorno della croce
Sicuramente le campane di tutta Gerusalemme suonavano a
distesa quando, per la seconda volta, la croce di Cristo fece in-
gresso nella Citt Santa. Lungo le strade si assiepava una folla fe-
stante quando l'imperatore, attorniato dalla sua corte e amman-
tato del fulgente sfarzo bizantino, si avvicin alla porta Orien-
tale di Gerusalemme in groppa al suo pi nobile cavallo. Indossava
un vestito intessuto d'oro, portava sul capo la corona della Ro-
ma d'Oriente e tra le mani teneva uno scrigno d'argento ador-
nato d'oro e pietre preziose, la reliquia della Santa Croce. Ma im-
provvisamente, dinanzi alle porte della citt, il solenne corteo si
blocc. Qualcosa lo trattenne, forse un profondo dubbio interio-
re circa quello che stava facendo. Parl brevemente all'anziano
in abito episcopale che cavalcava accanto a lui, Zaccaria, il pa-
triarca di Gerusalemme tornato dalla prigionia: Cos il Salva-
tore non ha portato la sua croce sul monte!. Quindi Eraclio sce-
lgi
se da cavallo, depose la veste sfarzosa, i gioielli, persino la coro-
na, e si tolse i calzari. I suoi uomini, l'intera corte, seguirono il
suo esempio e scesero da cavallo. A piedi nudi e con indosso
solo una sottoveste di lino bianco, l'imperatore varc la porta e
port il legno della croce nella Citt Santa e infine nella ricostruita
chiesa del Martyrioa L fu solennemente esposta, nell'aria satu-
ra di incenso, affinch la folla, che s'inginocchiava e baciava il
suolo, potesse festosamente renderle omaggio. Fino a tarda notte
risuonarono nella basilica costantiniana i canti dei fedeli: O cro-
ce, pi luminosa di tutte le stelle, famosa nel mondo, cara a tutti
gli uomini, pi sacra di qualsiasi altra cosa! Tu sola sei stata de-
gna di portare il riscatto di questo mondo! Dolce legno, e voi, dol-
ci chiodi, dolce punta e dolce lancia, tu, croce, che hai portato un
dolce carico, preserva coloro che si sono qui radunati oggi in tuo
onore, che sono stati provvisti di questo segno... O legno tre vol-
te benedetto, su cui Dio stato disteso, che tu. sia lodato
54
.
Le tracce del frammento gerosolimitano dell'iscrizione della
croce, che prima la pellegrina Aetheria il venerd santo del 383
e, due decenni pi tardi, Antonio di Piacenza avevano visto e a
cui avevano reso omaggio, si perdono invece con il saccheggio
della chiesa del Santo Sepolcro a opera dei persiani. In ogni ca-
so, nessun documento autorizza a pensare che fosse parte del-
la reliquia della croce restituita all'imperatore Eraclio, e nessu-
no dei pellegrini che da quel momento visitarono Gerusalem-
me menziona pi il titulus. Non compare nemmeno in alcuna
delle particolareggiate liste di reliquie pervenuteci dalla capita-
le imperiale Costantinopoli.
54
Cfr. Jacopo da Varazze, Legenda aurea, cit., pp. 750ss. Secondo alcuni autori, il ve-
scovo Zaccaria sarebbe morto in prigionia. Lo storico Teofane (Chronographia, PG 108,
673-4) spiega invece espressamente che Zaccaria ritorn a Gerusalemme. probabile
Ctie si spense poco Uopo 11 5UO ritorno perch ancora nello stesso anno ( 630) Modest o
fu scelto come nuovo Patriarca. Cruz (op. cit., pp. 43s.) cita comunque un certo frate
Antonino, che sarebbe vissuto tra il 1389 e il 1459 e che durante il suo pellegrinaggio
a Gerusalemme, nella chiesa del Santo Sepolcro, avrebbe tenuto tra le mani il legno
che riportava il capo d'accusa. Purtroppo nulla ci dato sapere sulla fonte di questa
informazione. Se dovesse dimostrarsi esatta, l'altra met della tavoletta di Ges po-
trebbe effettivamente trovarsi ancora a Gerusalemme.
268
Sotto il vessillo dell'Islam
Ma l' entusiasmo per il ritorno a Gerusalemme della Santa
Croce dur poco, perch solo nove anni pi tardi Gerusalem-
me fu conquistata dagli arabi, di religione musulmana. Nel 638
Omar ibn el-Khattab, il secondo califfo della Mecca, fece in-
gresso a Gerusalemme per ricevere personalmente la capitola-
zione dei suoi abitanti. Per la popolazione della Citt Santa non
si tratt in alcun modo di una catastrofe. La nuova religione ri-
spettava i cristiani, il califfo promise di proteggere i luoghi san-
ti, e le tasse che gli arabi esigevano erano molto pi contenu-
te dei tributi versati fino ad allora a Costantinopoli. Eutiche,
patriarca melchita di Alessandria, riferisce come il califfo Omar
avesse preso posto nel cortile della chiesa della Risurrezione
e accogliesse le delegazioni nell'ora della preghiera vespertina.
Il patriarca cristiano lo invit a pregare nell'atrio o nella basi-
lica costantiniana, ma Omar rifiut: Se io elevassi la mia pre-
ghiera all'interno di questa chiesa, tu la perderesti, ti sarebbe
strappata di mano. I musulmani te la sottrarrebbero, magari do-
po la fine del mio regno, dicendo: "Qui ha pregato Omar!"
55
.
Un aneddoto, forse una leggenda, comunque rivelatrice della
tolleranza degli invasori musulmani. E cos il califfo consegn
al patriarca della Citt Santa un documento con cui si faceva
personalmente garante: Nel nome di Dio, Indulgente e Miseri-
cordioso. Questo il messaggio di Omar, figlio di Khattab, agli
abitanti di Gerusalemme. Vi confermo assoluta sicurezza per la
vostra vita, per le vostre propriet c per le vostre chiese; e ga-
rantisco che i musulmani non ne prenderanno possesso n le
distruggeranno, fintanto che non vi ribellerete contro di noi
56
.
Uno dei successori di Omar, Harun al-Rashid, califfo di Bag-
dad, concesse addirittura all'imperatore dei franchi Carlo Ma-
gno il protettorato sui luoghi santi, giacch a Costantinopoli
nessuno pareva pi interessarsene.
55
Cit. da G. Kroll, op. cit., p. 392.
* Cit. da G.S.P. Freeman-Grenville, op. cit., pp. 24s.
269
Il sacrilegio del califfo
Ma presto si giunse a un giro di boa. Nel X secolo esplosero i
primi scontri tra cristiani e musulmani e, nel corso di un tumul-
to divampato la domenica delle Palme del 936, alle porte della
basilica di Costantino (il Martyrion) fu appiccato un incendio.
Quando, nel 966, i bizantini guidati dall'imperatore Niceforo Fo-
ca riconquistarono la Cilicia e parte della Siria, gli arabi sfoga-
rono la rabbia per la sconfitta sui cristiani di Gerusalemme, dan-
do fuoco al tetto della basilica e della rotonda (VAnastasia). Nel
969 i Fatimidi, una dinastia berbera proveniente dal Marocco che
faceva risalire le proprie origini alla figlia di Maometto, Fatima,
andarono al potere e irruppero in Egitto, Siria e Palestina. Quan-
do il califfo fatimide Ibn Moy conquist Gerusalemme, il 24 mag-
gio del 979, fu dato fuoco ai portali eWAnastasis: la cupola crol-
l e il patriarca per tra le fiamme. Solo nel 984 la rotonda del
Sepolcro fu fortunosamente restaurata. Ma gi il 18 ottobre del
1009 aveva i giorni contati per sempre: il califfo al-Hakim Bin-
Amr-Illah, un fanatico che perseguitava indistintamente cri-
stiani, ebrei e i suoi confratelli musulmani, fece distruggere la
chiesa del Santo Sepolcro, come riferisce Guglielmo di Tiro,
risparmiando solamente ci che era pi difficile da distrugge-
re
57
. Il califfo non si ferm nemmeno di fronte al Santo Sepol-
cro. Il 29 settembre del 1010 la roccia del monumento sepolcra-
le fu presa di mira: Poich non riuscivano a distruggerla, fu espo-
sta a un incendio devastante, come scrisse un testimone oculare,
il monaco benedettino Ademaro da Gerusalemme. Poi il fuoco
fu spento con acqua fredda per spezzare la roccia resa friabi-
le
58
. Solo un moncone resistette alla cruda violenza, tra cui la pan-
ca di pietra su cui era stato deposto il corpo del Signore, come
sottolineava il cronista Rodolfo: Cercarono di frantumare con
dei colpi d'ascia la panca di pietra, ma non ci riuscirono
59
.
57
Cit. da G. Kroll, op. cit., p. 392.
* Ibid.
i 9
Rodolfo, Historia sui temporis, 1,3; cit. da G. Kroll, op. cit., p. 392.
270
Un urlo attravers il mondo occidentale, quando in Europa
si seppe della profanazione del luogo sacro, e non pochi di quel-
li che attendevano la fine del mondo allo scadere del millennio
vi colsero uno dei segni preannunciati da Ges. Ma anche il mil-
lesimo anno dalla data in cui allora si supponeva fosse avve-
nuta la sua crocifissione, il 1033, trascorse senza che si verificasse
il ritorno del Signore. E mentre i successori di Hakim trattava-
no gi con l' imperatore bizantino la ricostruzione della chiesa
del Santo Sepolcro, in Europa cresceva il disagio all'idea che il
Santo Sepolcro fosse esposto all'arbitrio degli infedeli. Quan-
do poi il potere pass nelle mani dei turchi Selgiuchidi e i pel-
legrinaggi in Terra santa si fecero sempre pi insicuri, se non im-
possibili, la tempesta fin per scatenarsi e le crociate irruppero
in Terrasanta.
La prima crociata
Il 15 luglio del 1099 Gerusalemme cadde dopo un assedio di
sole cinque settimane. Il regno cristiano di Gerusalemme fu
fondato nel sangue di un massacro senza uguali, di cui furono
vittima gli infedeli che si erano rifugiati sulla piattaforma
del vecchio tempio di Erode, su cui sorgeva ora la moschea del-
la Roccia. I cavalieri crociati, che si autoproclamavano araldi
di Cristo, si comportarono come bestie. Vecchi, donne, uomi-
ni, bambini, musulmani, ebrei e clero ortodosso, nessuno fu ri-
sparmiato dalla spada dei cavalieri sanguinari, che si considera-
vano esecutori di un giudizio divino. Gente armata, come pure
persone inermi, caddero sotto i colpi dei conquistatori, che pre-
sto affondarono fino alle caviglie nel sangue delle loro vittime.
Gli ebrei cercarono scampo nella sinagoga, ma i cavalieri della
croce le diedero fuoco, e la gente che cercava conforto nella pre-
ghiera per soffocata tra le fiamme o bruciata. Mai nella sua sto-
ria travagliata, n per mano di Babilonia n per mano di Roma,
Gerusalemme aveva sperimentato tanta crudele brutalit.
Poi subentr un repentino cambiamento. Gi la sera stessa i
271
cavalieri, che avevano combattuto come furie fino a poche ore
prima, salirono in silenzioso raccoglimento al Santo Sepolcro.
Si lavarono mani e piedi, si cambiarono d'abito ed entrarono
a piedi nudi nel luogo sacro, scriveva un cronista dell'epoca
60
.
Solennemente intonarono il Te Deum. La prospettiva di poter
rendere omaggio alla santa croce trasform quei lupi feroci in
pacifici agnellini.
Gerusalemme divenne la civitas crucis, la citt della croce,
come veniva chiamata sulle monete coniate dai crociati. Il nuo-
vo re del regno cristiano di Gerusalemme nonch difensore del
Santo Sepolcro, Goffredo di Buglione, ordin subito la rico-
struzione della chiesa del Santo Sepolcro. Tuttavia i suoi archi-
tetti decisero di prendere le distanze dalla bipartizione della co-
struzione costantiniana e di riunificare entrambi i luoghi, quel-
lo della risurrezione e quello della passione, in un unico edificio
religioso. II moncone del sepolcro scavato nella roccia fu inglo-
bato in un nuovo aediculum, la roccia del Golgota in una cap-
pella. Ma per la ricostruzione della grande basilica del Marty-
rion i mezzi non bastavano. La consacrazione della nuova chie-
sa del Santo Sepolcro avvenne il 15 luglio 1149. Da allora
l'edificio rimase immutato, nella versione voluta dai crociati, fi-
no ai giorni nostri, sebbene danneggiato da un incendio e da un
terremoto nel XIX secolo. Dopo la fine del regno crociato, i mu-
sulmani imposero si alla chiesa del Santo Sepolcro un custode
musul mano, ma permi sero ai cristiani delle di verse confessi oni
di continuare a celebrarvi i loro riti. Armeni, copti, etiopi, geor-
giani, greco-ortodossi, siro-giacobiti e cattolici francescani co-
stituirono il clero consacrato al luogo sacro e si contesero ben
presto diritti e privilegi, dando adito ad aspri conflitti. Nel 1757
lo statu quo fu sancito in un patto, confermato dal governo tur-
co nel 1852 e vigente ancor oggi. Le confessioni minori, come i
georgiani, disparvero del tutto da Gerusalemme; gli etiopi fu-
rono confinati alla parte superiore della cappella di Sant'Elena;
ai siro-giacobiti fu consentito di celebrare le loro funzioni solo
60
Cit. da G. Kroll, op. cit., p. 293.
272
in determinati giorni festivi in un'abside dietro la rotonda. Agli
armeni spett la cappella di Sant'Elena e una cappella nella gal-
leria d&WAnastasis', la parte del leone la ottennero greci e fran-
cescani, tra i quali fu suddiviso il rimanente, con una netta pre-
dominanza greca. Il sepolcro di Ges rimase di propriet co-
mune, con diritti codificati per armeni, greci e cattolici. Questo
stato di cose determin, tra le diverse confessioni, autentiche
battaglie attorno al Santo Sepolcro, che continuano ancor oggi,
specie quando devono essere condotti lavori di restauro e ogni
fazione vuole far prevalere il proprio punto di vista. Uaedicula
al di sopra della roccia del sepolcro stata sostituita, dopo l'in-
cendio del 1810, da un goffo padiglione marmoreo, scelta di
cui la fazione greca porta la responsabilit.
Il regno dei cavalieri crociati, invece, non sopravvisse nem-
meno 100 anni. Quando uno di loro, il principe Reinhard di Ch-
tillon, volle aprirsi un varco verso la Mecca con una flotta na-
vale per distruggere il tempio idolatrico degli infedeli, e at-
tacc poi di sorpresa una carovana principesca e prese prigioniera
la sorella del sultano Salah ed Din (che i cristiani chiamavano il
Sal adi no) , l a pazi enza dei mus ul mani ebbe t er mi ne. Il ca-
liffo chiam alla guerra santa e radun 60.000 uomini sotto la
sua bandiera, il vessillo del profeta. Il 4 luglio 1187 attacc. Il
suo stratagemma militare consistette nell'incendiare degli ar-
busti, il cui fumo si propag in direzione dei cristiani. Inizi una
guerra di l ogorament o, nel l e cui fasi iniziali, come raccont a un
cronista arabo, i cristiani combatterono come leoni, ma al cui
termine si comportarono come pecore sbandate. Perch, nel
momento in cui la reliquia della vera croce era caduta neUe
mani dei musulmani, la forza che. animava i cavalieri crociati si
Spezz.
Cos scriveva il cronista arabo Imad ad-Din: Non appena il
re [dei crociati] fu catturato, allora anche la "vera croce" cad-
de in mano nostra, e gli idolatri che la difendevano furono sba-
ragliati. Era la croce dinanzi alla quale tutti i cristiani s'ingi-
nocchiavano e s'inchinavano quando veniva levata in alto. Cre-
dono infatti che sia f at t a di quel l egno a cui f u croci fi sso col ui
273
che adorano, perci la venerano e le s'inginocchiano davanti.
L'avevano avvolta nell' oro e adornata con perle e pietre pre-
ziose, preparata per i riti della passione, per la celebrazione del-
la sua ricorrenza. Quando i sacerdoti la portavano fuori e la sfio-
ravano i capi di coloro che la sorreggevano, tutti accorrevano
e si prostravano dinanzi a lei, nessuno poteva rimanere in di-
sparte, e chi esitava a seguirla, non poteva pi disporre libera-
mente di se stesso.
La sua perdita fu peggiore della cattura del loro re, fu il col-
po pi duro che subirono nel corso di questa battaglia. La cro-
ce era un bottino insostituibile, al di fuori di essa non avevano
pi altro scopo, la sua venerazione era un obbligo perch era il
loro Dio dinanzi al quale s'inchinavano fino a toccare la terra
con la fronte e a cui la loro bocca cantava inni di lode. Al suo
apparire si struggevano, sbarravano gli occhi a contemplarla, si
consumavano quando veniva mostrata, non si preoccupavano
pi di nulla quando l'avevano vista, cadevano in trance quando
la rivedevano, offrivano per lei la loro vita e in lei cercavano soc-
corso, tanto da riprodurre su suo modello altre croci, cui pure
rendevano omaggio ... Quando ci impossessammo della croce,
la loro infelicit fu quindi grande, e si diedero a combattere stan-
camente ... Pare che dopo aver saputo della perdita della cro-
ce, nessuno di loro sia sfuggito al suo triste destino: finivano per
essere uccisi o presi prigionieri, e venivano sconfitti con la for-
za. Il sultano era accampato nella piana di Tiberiade come il leo-
ne nel deserto, come la luna nel pieno del suo fulgore
61
. Da quel
giorno in avanti, della reliquia della croce di Gerusalemme si
perse ogni traccia.
Una crociata contro altri cristiani
Parve cos che i cristiani avessero perso la loro fonte di vi-
ta. Ogni tentativo di riconquistare la Citt Santa finiva per fal-
61
Cit. da F. Gabrieli, Die Kreuzzige aus arabischer Sicht, Zurich 1973, pp. 184s.
274
lire. Quando, nel 1198, papa Innocenzo III chiam in partico-
lare la nobilt francese e i comuni italiani alla quarta crociata,
il suo appello fu accolto solo apparentemente. In realt l'o-
biettivo dei crociati era Costantinopoli, l'antica citt imperiale
dell'Oriente, in cui sapevano che si trovavano ora alcune delle
pi significative reliquie della cristianit: Le preziose testimo-
nianze della passione di nostro Signore Ges Cristo, e cio la
croce, i chiodi, la spugna, la canna, la corona di spine, il telo se-
polcrale e i sandali, mostrate nel 1171 dall'imperatore Manue-
le I Comneno al re dei crociati Amalarico I di Gerusalemme,
che si era fatto accompagnare in quella visita dallo storico Gu-
glielmo di Tiro
62
.
A questo miravano i cavalieri crociati, e attendevano solo un
pretesto per poter attaccare la citt. L'occasione giunse presto,
quando Angelo Comneno detronizz il fratello Isacco e prese il
potere con il nome di Alessio III. L'imperatore legittimo fu ac-
cecato sopra un bacile di carboni ardenti ed esiliato in un mo-
nastero insieme al figlio, che pure portava il nome di Alessio.
Quest'ultimo per riusc a fuggire e chiese aiuto ai crociati, lu-
singandoli con la promessa di una consistente quantit d'argento
come ricompensa. Il 17 luglio 1203 l'esercito crociato attacc e
costrinse alla fuga Alessio III. Quindi, con il nome di Alessio IV,
fu incoronato imperatore il giovane pretendente al trono. Ma
quando questi fu assassinato, il successore Alessio V rifiut ai
crociati la ricompensa promessa loro dal predecessore. Questi,
per, la incassarono comunque in altro modo: l'8 aprile 1204 at-
taccarono la citt di Costantinopoli. Nel corso del secondo at-
tacco, il 13 aprile, caddero infine le mura di quella che i crocia-
ti chiamavano la citt popolata e guidata dagli eretici. Non
si trattava pi ora di sconfiggere gli infedeli: nel mirino c'e-
rano ora gli eretici, ma ci che contava innanzi tutto era im-
padronirsi delle loro ricchezze.
62
Cit. da F.C. Tribbe, Portrait of Jesus?, New York 1983, p. 49.
275
La citt di Costantino
Costantinopoli, la citt di Costantino, fu fondata dall'im-
peratore romano il 4 novembre 328 e da lui consacrata l ' i l mag-
gio 330 con una funzione solenne nella sua chiesa principale.
Cuore della citt appena fondata era la quasi millenaria citt gre-
ca di Bisanzio, la cui posizione strategica nel Corno d'oro, al con-
fine tra Europa e Asia, tra Mar Nero e Mar Mediterraneo, con-
vinse l'imperatore ad ampliarla e a farla crescere fino a farne
la nuova capitale imperiale. Dopo aver condotto sotto il suo con-
trollo la parte orientale dell'impero, nel 324, comprese che le pro-
vince orientali esigevano maggiore flessibilit e vicinanza agli
apparati amministrativi, esigenza questa che gi Diocleziano ave-
va riconosciuto e che l'aveva indotto a introdurre la tetrarchia.
Sotto di lui era stata Nicomedia, sul Mare di Marinara, l'attua-
le Izmit, ad assurgere a capitale della parte orientale dell'impe-
ro e a sede deh'Augusto d'Oriente, mentre Tessalonica (l'odier-
na Salonicco), in Grecia, era divenuta la sede del Cesare, o su-
bimperatore. L'Augusto d'Occidente risiedeva a Milano, mentre
il suo Cesare nell'Augusta Treverorum, l'attuale Treviri. Roma
era ancora la capitale, almeno di nome, ma perse provvisoria-
mente il suo ruolo di residenza imperiale. La situazione non cam-
bi nemmeno con l'ascesa al trono di Costantino, che risiedet-
te a Roma solo nella fase iniziale del suo regno, stimolando una
vivace attivit urbanistica. Ma a Roma prefer infine Treviri, quin-
di Serdica (l'odierna Sofia), successivamente Sirmium, presso
Belgrado, nei Balcani. L era pi vicino ai confini dell'impero,
che doveva difendere dalle scorrerie dei germani e dalle mire
dell'ambizioso coreggente Licinio. Dopo la definitiva sconfitta
di quest'ultimo, nel novembre del 324, Costantino si trasfer dap-
prima nella residenza imperiale dioclezianea a Nicomedia, nel-
le cui immediate vicinanze, a Nicea (Inzifc), convoc il concilio
nell'estate del 325, per poi celebrare poco dopo, aUa presenza di
tutti i vescovi, il ventesimo anniversario della sua ascesa al tro-
no, i vicennalia. Ci gi di per s rappresentava un affronto a Ro-
ma, e per questo motivo l'imperatore promise di tenere l'anno
276
successivo i festeggiamenti nella vecchia capitale dell'impero.
Ma questo progetto non stava sotto una buona stella.
Un affare funesto
Gi durante il viaggio a Roma venne alla luce un affare fu-
nesto. Crispo, primogenito di Costantino che aspirava al trono,
aveva preso parte a una congiura volta ad abbattere l'impera-
tore insieme al figlio di Licinio, Liciniano. Il complotto fall, Cri-
spo e Liciniano furono arrestati e poco tempo dopo giustiziati
a Pola (l'attuale Pula, in Croazia). Di l a breve Costantino ri-
cevette un messaggio della madre Elena, che nel frattempo ave-
va fatto ritorno dalla Terrasanta. Aveva appreso che Crispo ave-
va intrattenuto una relazione adulterina con la matrigna Fausta,
che probabilmente aveva ordito il complotto. Non sappiamo
quanto questa accusa fosse fondata. Certo che il rapporto del-
l'imperatrice madre con la nuora non era mai stato buono. In
fondo, Fausta era pur sempre la figlia di quel Massimiano che
aveva a suo tempo spinto suo marito Costanzo a ripudiare Ele-
na per fargli sposare un' altra delle sue figlie, la figliastra Teo-
dora, e assurgere cos al rango di un Cesare. Il fratello di Fausta,
Massenzio, era stato acerrimo nemico di Costantino. anche
possibile che Fausta non avesse mai davvero perdonato allo spo-
so di aver versato il sangue di suo padre e di suo fratello e che
abbia veramente preso parte alla congiura. Comunque sia, Fau-
sta peri di l a poco nel calidarium delle terme di Treviri. La tra-
dizione oscilla nell' attribuire la sua morte a un getto d' acqua
bollente, a colpi di pugnale o a soffocamento tramite vapore, ma
non c' dubbio che si tratt di un assassinio, e il mandante non
poteva che essere Costantino, il quale evidentemente temeva Io
scandalo di un'accusa pubblica alla consorte.
Le notizie relative al suo dramma familiare erano comunque
da tempo di pubblico dominio a Roma, quando l' imperatore
giunse nella Citt Et erna, il cui suolo non calcava da pi di
dieci anni. I romani non gli avevano ancora perdonato di aver
277
celebrato i vicennalia a Nicea: si ironizzava sulla pompa orien-
tale con cui appariva in pubblico e si seguivano con sospetto la
sua conversione al cristianesimo e le sempre nuove leggi contro
tutto ci che a Roma era tollerato e persino gradito, dall'adul-
terio alla prostituzione rituale, dai sacrifici agli di pagani ai com-
battimenti tra gladiatori. Per gli alti ceti romani, la nuova reli-
gione era sempre la religione degli schiavi e degli umili, una su-
perstizione orientale annidatasi come un bacillo nell'impero e
che ora minacciava di prendere il sopravvento. Per loro Co-
stantino era un traditore: traditore della sua classe, dell'impero
stesso, degli di di Roma. E in una cosa avevano ragione: la Ro-
ma millenaria, caput mundi, la citt degli di e dei Cesari, che
avevano sottomesso al proprio volere il mondo intero, andava
perdendo sotto di lui il fulgore del potere.
Come Roma divenne cristiana
In nessun altro momento questa trasformazione si manifest
in maniera tanto drastica quanto in quell'anno in cui cadeva l'an-
niversario costantiniano, il 326,1078 anni dopo la fondazione di
Roma. Poco tempo prima, il 3 gennaio 326, su indicazione del-
l'imperatore era stato insediato nell'incarico di praefectus urbis
un certo Acilio Severo, primo prefetto cristiano della citt di Ro-
ma. In molti punti della citt furono ora costruiti luoghi di cul-
to cristiani. Gi nel 324 Costantino aveva dato l'ordine di edifi-
care una basilica al di sopra della tomba di san Pietro sul colle
Vaticano - l dove un tempo sorgeva il circo di Nerone - , basi-
lica che fu infine solennemente consacrata il 18 novembre 326.
Probabilmente una piccola chiesa sorse anche sulla tomba di
san Paolo, lungo la strada che conduceva a Ostia, al di fuori del-
le mura cittadine. Anche sulle tombe dei martiri Sebastiano, Lo-
renzo, Agnese, Marcellino e Pietro, tutte al di fuori della citt e
collocate lungo importanti arterie viarie, Costantino fece erige-
re delle chiese intitolate a loro. Tuttavia Roma era a quell'epo-
ca ancora ben lungi dall'aver accettato la nuova religione.
278
All'epoca di Costantino, un buon terzo della popolazione di
Roma faceva parte della Chiesa o ne era simpatizzante, ma la
maggioranza dei suoi membri apparteneva ai ceti bassi o in-
termedi, e inoltre tendeva a non uscire allo scoperto, perch trop-
po spesso Roma era stata funestata da sanguinarie persecuzio-
ni anticristiane. Ma i ceti alti della citt, senatori e dignitari,
veneravano ancora gli di romani. Cos nemmeno Costantino
osava addentrarsi nel loro campo. Le sue chiese e basiliche fu-
rono tutte edificate su terreni di propriet privata imperiale o
al di fuori delle mura di Roma. Nel centro della citt, invece, co-
s come nel Foro ai piedi del colle sacro alla triade capitolina,
dominavano come prima gli antichi di di Roma: Giove e Giu-
none, Minerva e Marte.
Nell'atto di celebrare i vicennalia, l'imperatore doveva sacri-
ficare davanti a loro e implorare la loro protezione e il loro soc-
corso, prima di gratificare il popolo con pane e giochi circen-
si. Questo avevano fatto i suoi predecessori, questo si atten-
deva il Senato da Costantino. Ma l' imperatore si rifiut di
prendere parte alla tradizionale processione al tempio di Gio-
ve sul colle Capitolino, e non ne volle sapere nemmeno dei pre-
diletti giochi circensi. Quando tutto era gi predisposto per la
parata, che doveva trasformarsi in un corteo trionfale per cele-
brare l'anniversario dell'ascesa al trono, Costantino disdisse im-
provvisamente i festeggiamenti. Il Senato e i dignitari della citt
si sentirono offesi. Il popolo, quando apprese che i giochi tan-
to attesi non si sarebbero tenuti, divenne furente. Si giunse, co-
me era giusto che fosse, al confronto aperto, aUa frattura. L'im-
peratore lasci la citt e fond sul Bosforo una nuova Roma.
Subito dopo la consacrazione della basilica di San Pietro, part.
La morte d Elena
Dobbiamo supporre che Elena rimase a Roma ancora un po-
co, quasi come Augusta d'Occidente, ma lo segu presto, for-
se quando il figlio la invit a partecipare alle cerimonie di fon-
279
dazione della citt. L'imperatrice, evidentemente consumata da-
gli strapazzi del lungo viaggio, si spense poco dopo il suo arrivo
a Nicomedia, dove Costantino continuava a risiedere, il 18 ago-
sto del 327 o del 328, all'et di 79 anni. Come scrive Eusebio,
nell'istante della morte le stava accanto il suo nobile figlio, che
le porgeva ogni cura e assistenza, e la teneva stretta per le ma-
ni. Per renderle onore, nello stesso anno Costantino fece am-
pliare Drepanum, la sua citt natale, ribattezzandola Heleno-
polis. Per almeno un altro anno, fino agli inizi del 329, in tutto
l'impero furono coniate in sua memoria monete con la sua ef-
figie e l'iscrizione HELENA AUGUSTA, come riferisce Eu-
sebio
63
e come confermano i reperti numismatici
64
. Le sue spo-
glie, per, f ur ono fatte portare a Roma per ordi ne del figlio, scor-
tate da una solenne guardia d'onore militare, e l tumulate in
un sepolcro regale
65
. Di quel gigantesco mausoleo oggi riman-
gono solo le rovine, adiacenti alla catacomba in cui si trova la
camera sepolcrale dei martiri Marcellino e Pietro, nel recinto
della villa imperiale ad duas lauros sulla via Labicana. Eviden-
temente Costantino l'aveva originariamente fatto costruire per
s, perch il massiccio sarcofago di porfido in cui Elena fu inu-
mata e che si trova oggi nei Musei Vaticani completamente co-
perto di bassorilievi con scene di guerra
66
.
Una seconda Roma sul Bosforo
Costantino aveva gi da tempo deciso di non mettere pi pie-
de a Roma. Dispose al contrario, con la consueta modestia, di
farsi seppellire nella sontuosa chiesa degli Apostoli di Costan-
tinopoli, da lui stesso fatta erigere. Attorno al suo sepolcro ave-
M
Eusebio, VL Const., Ili, 47.
64
J.W. Drijvers, op. cit., p. 73.
65
Eusebio, Vit Const., Ili, 46-47.
66
Socrate Scolastico, Hist. Ecc., 1,17. Fonti ulteriori su Costantino e Bisanzio: M.
Grant, op. cit; R. Krautheimer, op. cit.-, J.J. Norwich, Byzanz, Dusseldorf 1993; G. Ostro-
gorsky, Byzantinische Geschichte, Miinchen 1996; C. Scarre, Die rmischen Kaiser, Dus-
seldorf 1996.
280
va fatto collocare dodici sarcofagi simbolici in cui riposavano le
reliquie degli apostoli, da lui stesso fatte raccogliere a questo
scopo e l convogliate da ogni parte del mondo.
Il rito ufficiale di fondazione deUa citt di Costantinopoli eb-
be luogo il 4 novembre 328, data accuratamente calcolata da
uno dei suoi astrologi. Tutti i privilegi di cui godeva Roma fu-
rono attribuiti anche alla nuova capitale. Le forniture di ce-
reali provenienti dall'Egitto, destinate fino a quel momento a
Roma e l distribuite gratuitamente al popolo, furono ora di-
rottate sulla citt di Costantino. I tesori d' arte provenienti da
Ogni angolo dell'impero affluivano nella nuova capitale. Le ric-
chezze dei templi pagani della parte orientale dell'impero fu-
rono confiscati e por t at i a Cost ant i nopol i , in par t e per ador -
nare la nuova citt, in parte per finanziare l'edificazione delle
sontuose chiese volute da Costantino. La prima grande basili-
ca fu consacrata a Irene (eirne), la pace di Dio, seguita dal-
la chiesa degli Apostoli. Per quanto alle cerimonie di fondazio-
ne di Costantinopoli concorressero anche riti pagani, nelle in-
tenzioni di Costantino la citt doveva davvero diventare fin
dall'inizio una citt santa di impronta cristiana, la citt pi
santa dell'impero. E a questo scopo, giacch mancava di testi-
monianze del cristianesimo delle origini o di tombe di martiri,
erano necessarie le reliquie.
Nel centro di Costantinopoli fu cos eretto il Milion (letteral-
mente: pietra miliare), quattro archi di trionfo sormontati
da una cupola. L, in un prezioso reliquiario, si trovava un gros-
so frammento della croce che Elena aveva portato al figlio. In
questo modo la croce divenne l'ombelico del mondo. Immedia-
tamente a ovest del Milion si snodava la Mese, la strada cittadi-
na pi maestosa. Questa sboccava in un Foro dalla forma ova-
le che l'imperatore fece completamente ri vesti re di mar mo. A l
suo centro, su un basamento dell'altezza di 7 metri, svettava
un' imponente colonna di porfido alta 30 metri, fatta apposita-
mente portare da Heliopolis, in Egitto. Sulla sua cima troneg-
giava una statua di Apollo del grande maestro greco Fidia, la cui
testa era stata sostituita con un'altra dalle fattezze di Costanti-
281
no e cinta da un' aureola. Nella mano destra reggeva uno scet-
tro, nella sinistra il globo imperiale con una scheggia della reli-
quia deUa croce, come annota con orgoglio Socrate Scolastico
di Costantinopoli
67
. Dobbiamo supporre che questa reliquia fos-
se stata portata nel Bosforo dalla stessa Elena, come dono alla
nuova citt del figlio.
Un chiodo per l'elmo dell'imperatore
Gi in precedenza, probabilmente in occasione dell'anniver-
sario della sua ascesa al trono, a Roma Elena aveva consegna-
to al figlio due chiodi della croce, come emerge chiaramente dal-
le fonti di cui disponiamo. Afferma infatti Rufino: Porta al fi-
glio anche i chiodi con i quali era stato trafitto il corpo del
Signore
68
. Il loro successivo destino, per quanto oggi ci appaia
incomprensibile e protervo l'uso che ne fu fatto, corrisponde pie-
namente al modo di pensare degli antichi: Elena aveva fatto stac-
care parti dei chiodi e le aveva fatte incastonare nell'elmo e nel-
le briglie del figlio. Dice Teodoreto: La madre dell'imperatore,
dopo che le sue aspirazioni si erano realizzate, diede istruzione
che una parte dei chiodi venisse incastonata nell' elmo impe-
riale, perch il capo del figlio venisse protetto dalle frecce dei
nemici. Un' altra parte dei chiodi fu, su sua indicazione, monta-
ta nelle briglie del cavallo, non solo per garantire la sicurezza
dell'imperatore ma anche per adempiere a un' antica profezia;
perch molto tempo fa predisse il profeta Zaccaria: "In quel tem-
po anche sopra i sonagli dei cavalli si trover scritto: Sacro al Si-
gnore"
69
. Gi il rimando a Zaccaria (14,20) rappresenta un ten-
tativo di giustificarsi e ci dimostra che il comportamento di Ele-
na fu criticato anche dai contemporanei. Di presunzione si par-
lava ancora sessantanni pi tardi, e cos tocc anche ad Am-
47
R. Kraut hei mcr, op. cit.,p. 36.
48
Rufino, Hist. Ecc., X, 7.
69
Teodoreto, Hist. Ecc., 1,7.
282
brogio difendere la stessa Elena davanti alla corte imperiale
quando tenne l'orazione funebre in onore dell'imperatore Teo-
dosio: Elena ag saggiamente collocando la croce sui capo del-
l' imperatore perch nella persona dell' imperatore fosse reso
omaggio alla croce. Non di sfacciataggine si tratta, ma di piet
cristiana, perch la santa redenzione cui viene reso omaggio.
Buona cosa perci il chiodo dell' impero romano, che regge
tutto il mondo e riveste la fronte del sovrano perch diventino
propagatori della sua parola coloro che prima usavano essere
persecutori. A ragione il chiodo stato collocato sulla testa, per-
ch dove risiede la ragione, l [venga concessa] protezione ... Gli
imperatori considerano il chiodo della croce pi prezioso del lo-
ro diadema
70
.
Ricca di tesori e reliquie
Fortunatamente la parte pi consistente dei chiodi si conserv
ed entr a far parte del tesoro di reliquie della nuova capitale,
perch ancora nel 1204 i crociati rinvennero i due chiodi che
erano stati conficcati nel mezzo delle sue mani e dei suoi pie-
di
71
nella cappella delle reliquie degli imperatori bizantini. Pro-
prio queste reliquie, ma anche gli altri tesori della ricca citt di
Costantinopoli, avevano suscitato l'ammirazione dei cavalieri
franchi, quando, per la prima volta, in occasione dell'incorona-
zione del giovane imperatore Alessio IV, avevano percorso le
sue strade. Cos scriveva uno dei loro condottieri, il francese
Geoffroy de VUlehardouin, colto da uno stupore che evidente-
mente gli mozzava il fiato: Si deve sapere che molti apparte-
nenti al nostro esercito giravano per Costantinopoli colmi di me-
raviglia e ammiravano i ricchi palazzi e le grandi chiese cos nu-
merose, e le enormi ricchezze, grandi come in nessun'altra citt.
Per non parlare delle reliquie, perch a quell'epoca in citt ce
70
Ambrogio, De obitu Theodosii, 48.
71
Robert de Clan, Conquest, p. 103.
283
Le reliquie di Costantinopoli. Illustrazione dei viaggi del cavaliere
John Mandeville, 1410 circa. Londra, British Library.
n'erano tante quante quelle che stavano in tutto il resto del mon-
do messe assieme
72
. Non credo che nelle quaranta citt pi
ricche del mondo ci fossero cos tanti tesori come a Costanti-
nopoli
73
, annotava con entusiasmo un altro di coloro che par-
teciparono alla crociata, il cavaliere Robert de Clari. Per i cri-
72
Cit. da E. Gruber-H. Kersten, Das Jesus-Komplott..., cit, p. 219.
73
Robert de Clari, Conquest, pp. 103s.
284
stiani provenienti dall' Europa settentrionale, questo era come
un altro mondo. La loro patria era arretrata, fatta di foreste sel-
vagge e semplici villaggi, con chiesette cadenti, spesso costrui-
te in legno, sovrastate da rocche misere e fredde. Ci che vide-
ro a Costantinopoli oltrepassava i loro sogni pi audaci, e fece
crescere in loro l'avidit di possedere una parte di queste ric-
chezze. Aspettavano solo l'occasione per approfittarne e per
prendersi finalmente ci che bramavano.
Il grande saccheggio
L'occasione giunse proprio quel 13 aprile 1204. Un' orda di
saccheggiatori si abbatt sulla potente citt. Dopo ore di acca-
niti combattimenti si riversarono su case, chiese e palazzi e pre-
darono tutto ci che poterono. Per dirlo con le parole dell'ar-
cheologa Maria Siliato: Saccheggiarono YHagia Sophia, strap-
parono teli dorati e di seta che adornavano l'altare della Madre
di Dio, violarono i sepolcri degli imperatori. Le spoglie di Giu-
stiniano, dopo quasi 700 anni, erano ancora intatte, ma nem-
meno questo li trattenne, perch era completamente ricoperto
d'oro. Abbatterono le statue, fusero oggetti d'argento e di bron-
zo, reliquiari e calici, per ricavarne monete. Per cogliere la mi-
sura della devastazione sufficiente leggere le espressioni di di-
sperazione del greco Niketas Choniates, che fu testimone inor-
ridito e nauseato dell' annientamento. Costantinopoli, che
ospitava i tesori d' arte pi sfarzosi del mondo, fu distrutta per
sempre
74
.
I comandanti della crociata tentarono di porre un argine
allo sconfinato vandalismo, almeno per proteggere le reliquie
pi preziose. Una disposizione indicava che oggetti sacri e reli-
quie non potevano cadere in mano a privati ma dovevano es-
sere consegnati ai comandanti di grado pi elevato, per essere
ammassati in tre chiese della citt. Poich solo pochi cavalieri vi
74
M.G. Siliato, op. cit., pp. 230s.
285
si attennero, i saccheggiatori furono minacciati di scomunica e
pena capitale. Ma nemmeno l'esecuzione pubblica di un cava-
liere, resosi colpevole di questa violazione, ebbe un qualche ef-
fetto deterrente. Chi si era impossessato di una reliquia prezio-
sa, lasciava segretamente la citt per imbarcarsi in direzione del-
la patria. L, nella chiesa del paese d'origine del saccheggiatore,
il bottino ricompariva, veniva esposto e devotamente venerato
dai fedeli.
Il borgognone Othon de la Roche prese possesso con i suoi
cavalieri del nuovo palazzo delle Blacherne, in cui l' imperato-
re si era insediato poco tempo prima e nella cui chiesa della Ver-
gine, dietro a porte d' argento e di bronzo, era custodita la Sin-
done, in cui era stato avvolto nostro Signore. Un secondo grup-
po di cavalieri, tra i quali Robert de Clari, diede l'assalto all'antico
palazzo imperiale nel porto di Bukoleon, che vantava 500 stan-
ze e 30 cappelle, tra cui la cappella delle reliquie dei sovrani
bizantini. Era cos ricco e fine, raccontava il nostro cronista,
che nemmeno cardini, o chiavistelli, o altri oggetti che nor-
malmente sono di ferro, erano fatti di comune metallo. Qui
anche questi oggetti erano d' argento; e non c'era una sola co-
lonna che non fosse d'agata, o di porfido, o di ricche pietre pre-
ziose. In questa cappella si trovarono ricchissime reliquie, per-
ch vi si trovarono due frammenti della vera croce di Cristo,
grandi come la gamba di un uomo e lunghi all'incirca quanto un
braccio, inoltre la parte metallica della lancia con cui nostro
Signore fu trafitto nel fianco, i due chiodi che erano stati con-
ficcati nel mezzo delle sue mani e dei suoi piedi, la tunica che
indossava e che gli fu strappata quando fu condotto sul monte
Calvario e ... la corona benedetta, con cui fu incoronato
75
, ov-
vero la corona di spine.
La menzione dei due grossi frammenti della croce (nel 1171
si parlava solo di uno) ci fa ipotizzare che forse la reliquia del-
la croce gerosolimitana fosse stata nel frattempo rivenduta, do-
po essere stata depredata ai bizantini dal califfo Saladino nel
71
Robert de Clari, Conquest, pp. 103s.
286
1187. Le reliquie di Costantinopoli, comunque, si riversarono
negli anni successivi soprattutto in Francia e in Italia. Migliaia
di chiese, letteralmente, ricevettero una particella della Santa
Croce, che si ritrov quindi ben presto nella sua interezza in
Occidente. Cos si dice nella Cronaca reale di Colonia: Dopo
la conquista della citt, vennero trovate inestimabili ricchezze,
gemme incomparabilmente preziose, e anche una parte della
croce del Signore che, da Elena portata l da Gerusalemme e
adornata con oro e gemme preziose, vi conobbe la massima ve-
nerazione. Fu spezzettata dai vescovi presenti e suddivisa tra i
cavalieri insieme ad altre preziosissime reliquie; pi tardi, do-
po che questi ebbero fatto ritorno in patria, dei frammenti del-
la croce fu fatto dono a chiese e a monasteri
76
. Con la perdita
delle reliquie anche Costantinopoli, come gi Gerusalemme pri-
ma di lei, fu privata del suo splendore. Solo poche di esse, tra cui
la santa lancia, rimasero nella citt saccheggiata, in cui ora i cro-
ciati proclamarono il Regno latino. Questo intermezzo non
fu di lunga durata: per la precisione, bastarono 57 anni perch
i greci strappassero ai latini una provincia dopo l'altra e ricon-
quistassero la citt. Ma anche aUora Costantinopoli si risollev
solo per un breve periodo, prima di finire nel 1453 nelle mani
dei turchi osmanli, che la ribattezzarono Istanbul. Si concluse
cos la storia, durata oltre undici secoli, della prima metropoli
cristiana. Le sue chiese furono chiuse, profanate, o, come la Ha-
gia Sophia, trasformate in moschee. La lancia fu infine manda-
ta in dono a papa Innocenzo Vili dal sultano Bajasid II nel 1492
e va annoverata, insieme al fazzoletto con cui la Veronica de-
terse il sudore dalla fronte di Ges e a un frammento deUa cro-
ce, tra le principali reliquie in appannaggio alla basilica di San
Pietro, custodite ancor oggi in alcune cappelle delle reliquie
tra quattro giganteschi pilastri che, disposti attorno all'altare pa-
pale, sorreggono la cupola della basilica, al di sopra delle mar-
moree statue monumentali opera di Mochi, Bolgi, Duquesnoy
76
Cit. da N. Breuer, Geschichtsbild undpolitische Vorstellungswelt in der Klner K-
ngsschronik sowie der Chronica S. Pantaleonis (diss.), Dusseldorf 1966, p. 57.
287
e Bernini. Una volta all'anno, durante la quaresima e la setti-
mana santa, vengono esposte ai fedeli
77
.
Reliquie per il palazzo imperiale
Ma che accadde delle reliquie che Elena port originariamente
a Roma? Se prestiamo fede alle fonti dell'epoca, i reperti in que-
stione dovevano essere i seguenti: la parte pi consistente della
croce, con l'eccezione di quel terzo circa consegnato da Elena
al figlio; la met del titulus] uno dei tre chiodi.
La tradizione coeva non consente di dubitare che Elena trat-
tenne per s queste reliquie e le custod nella cappella del suo
palazzo. Cos scrive espressamente Teodoreto: Fece portare nel
palazzo una parte della croce del nostro Redentore
78
. Che tra
le reliquie si trovasse anche il titulus, lo conferma la particola-
re venerazione che Elena dimostrava soprattutto per questa re-
liquia, come attestato anche dal vescovo Ambrogio
79
. Diversa-
mente da quanto accaduto a Gerusalemme e a Costantinopoli,
a Roma le reliquie sopravvissero alle turbolenze dei secoli. Pro-
prio l, nella cappella di palazzo, si trovano ancor oggi: un mo-
desto frammento della croce, il chido e il titulus. Nel frattem-
po per la cappella di palazzo diventata ormai da tempo un'im-
ponente basilica.
n
G. Giuliani, Fiihrer durch die Peterskirche, Roma 1995, pp. 28s.
78
Teodoreto, Hist. Ecc.,1,17.
79
Ambrogio, De obitu Theodosii, 46. Va escluso che Elena avesse portato a Costan-
tinopoli anche solo una parte dei titulus, perch questo non viene citato in alcuna del-
le dettagliate liste di reliquie bizantine di cui disponiamo.
288
6
UNA GERUSALEMME A ROMA
Roma, basilica di Santa Croce, 1 febbraio 1492
Trattenendo il respiro, il vecchio abate osservava gli scalpelli-
ni mentre cautamente estraevano dal muro quel blocco di pie-
tra che recava un'iscrizione tanto promettente. Era venuto alla
luce nel corso dei lavori di riparazione al tetto della cappella di
Sant'Elena, celato dietro uno strato di intonaco bianco che col
passare del tempo si stava sgretolando e che i funghi, prodotti dal-
l'umidit, andavano aggredendo. Lo stato pietoso della veneran-
da basilica aveva mosso il cardinale titolare, lo spagnolo Men-
doza, arcivescovo di Toledo, a commissionare grandi lavori di re-
stauro. Con entusiasmo, i monaci dell'adiacente abbazia cistercense
osservavano come la basilica di Santa Croce andava riacqui-
stando, ogni giorno di pi, Usuo antico splendore. A questo con-
tribuiva in particolare il maestro Melozzo da Forl, un geniale pit-
tore umbro che stava decorando l'abside della basilica con mae-
stosi affreschi dai colori smaglianti. Al centro stava Cristo
Onnipotente, cui era stata consacrata la basilica, che, reggendo
con la mano sinistra il Vangelo aperto e impartendo con un ge-
sto la benedizione, proclamava, attorniato da una schiera di an-
geli: Ego sum Via, Veritas et Vita, Io sono la via, la verit e la
289
vita!. Attorno alla figura di Cristo, una cornice di affreschi raf-
figurava quell'evento che conferiva alla basilica di Santa Croce
il suo particolare significato: il rinvenimento della reliquia della
croce a Gerusalemme, cos come lo racconta la Legenda aurea,
secondo cui un certo Giuda aveva mostrato all'imperatrice Ele-
na il luogo in cui giaceva sepolta la croce. Nell'affresco si nota-
no alcuni uomini mettersi al lavoro con delle pale, per poi rinve-
nire nella terra tre croci. Per riconoscere l'autentica croce di Cri-
sto, vengono accostate in sequenza, una dopo l'altra, al corpo di
un giovinetto spentosi da poco, che al contatto con la terza croce
si risveglia dal sonno della morte. Allora Elena pu inalberare la
vera croce e renderle omaggio, e dinanzi alla croce si vede,
inginocchiata devotamente, una figura dalle fattezze del cardina-
le Mendoza che si cos, nonostante l'evidente anacronismo, fat-
to immortalare per l'eternit. La scena successiva descrive il ri-
torno della croce a Gerusalemme, dopo che l'imperatore Eraclio
l'aveva riottenuta dai persiani.
Mentre il maestro umbro e i suoi allievi dipingevano questa
scena maestosa in tutti i suoi particolari, era gi iniziato, qual-
che anno prima, il restauro del cuore sacro e pulsante della ba-
silica: la cappella di Sant' Elena, che ricorda nella forma l' an-
tica cisterna di Gerusalemme in cui erano state rinvenute le re-
liquie della croce. Era raggiungibile solo mediante scale, perch
il livello del terreno su cui sorgeva era quello su cui una volta
s'alzava il palazzo imperiale. Proprio in questo luogo, nel son-
tuoso salone dei ricevimenti, da Elena fatto trasformare nella
cappella di palazzo, l'imperatrice aveva fatto esporre le reliquie
della croce, consegnandole alla venerazione dei fedeli. E per
ricreare qui, nel bel mezzo di Roma, un secondo monte Cal-
vario, aveva fatto trasportare in capienti casse il terriccio rac-
colto nel luogo della sepoltura di Ges, sulla collina del Gol-
gota, facendolo spargere al suolo, attorno all'altare delle reli-
quie. Ci aveva t rasformat o la chiesa in una Gerusalemme
romana e ne aveva deciso la successiva denominazione: basili-
ca di Santa Croce in Gerusalemme. Nel centenario della sua
290
consacrazione, nel 427, l'imperatore Valentiniano III (425-455),
adempiendo a un voto fatto dalla madre Galla Placidia e dal-
la sorella Onoria, aveva fatto decorare la cappella con super-
bi mosaici, lodati e ammirati per i secoli a venire e ai quali il
maestro Melozzo da Forl si sarebbe ispirato per gli affeschi nel
1492. Raffigurano Cristo nell'atto di benedire e di proclamare,
reggendo il libro con la mano sinistra: Ego sum Lux Mundi,
Io sono la luce del mondo. Attorno a lui sono rapppresen-
tati i quattro evangelisti, e tra di loro, disposte a mo' di trian-
golo, scene del rinvenimento della santa croce, della sua ve-
nerazione da parte di Elena, della sua suddivisione in tre par-
ti - destinate a Gerusalemme, a Roma e a Costantinopoli - a
opera della stessa imperatrice, e della processione, guidata
dal vescovo Macario, con cui la croce rinvenuta viene solen-
nemente portata in citt.
Proprio in questo luogo, nella cappella di Sant'Elena, a ci che
rimaneva della reliquia della croce, insieme con l'unico chiodo
rimasto a Roma, fu reso omaggio per oltre un millennio. Che per
a questo nucleo di reliquie una volta appartenesse anche il titu-
lus della croce, l'abate e i monaci l'avevano appreso solo da an-
tichi racconti. Erano convinti che fosse andato disperso in un
qualche momento della travagliata storia di Roma. Ma allora, in
quella fredda mattina d'inverno del 1 febbraio 1492, accadde l'i-
naspettato. Mentre contemporaneamente, alla corte di Spagna, un
quarantunenne genovese sosteneva di essere in grado di rag-
giungere le Indie anche facendo rotta verso Occidente, a Roma
veniva riportato alla luce un significativo reperto dei primordi
del cristianesimo.
Al di sopra dell'arco di trionfo della cappella di Sant'Elena,
il cui tetto doveva essere intonacato di nuovo, gli addetti ai lavo-
ri di restauro rinvennero, sotto un vecchio strato di intonaco, una
mattonella che recava un'iscrizione in latino, composta di due so-
le parole: TITULUS CRUCIS, l'iscrizione della croce. Quan-
do gli artigiani ebbero liberato la mattonella e l'ebbero cauta-
mente estratta, notarono che questa celava una nicchia: Reve-
291
rendo abate, qui c' qualcosa, esclam uno dei monaci che, cu-
riosi ed eccitati, si sporgevano sulla punta dei piedi, facendo co-
rona agli artigiani arrampicati sulle scale. Siate prudenti, am-
moniva il vecchio abate rivolgendosi ai lavoranti, per poi bloc-
carli bruscamente subito dopo: Ah, lasciate fare a me!. Sorretto
dai confratelli e con passo malsicuro, s'inerpic ora lui stesso sul-
la scala, fino a infilare la mano nella nicchia. Ne trasse una cas-
setta di piombo che port gi con premurosa attenzione e che po-
s infine sull'altare della cappella di Sant'Elena per poterla esa-
minare pi. accuratamente alla luce delle fiaccole. sigillata,
comunic ai confratelli, il sigillo del cardinal Gerardo!. In-
tendete dire l'arcivescovo di Bologna salito al soglio pontificio
nel 1144 con il nome di Lucio II?, chiese un giovane monaco
erudito che si era occupato a fondo della storia della basilica,
Proprio lui, conferm il vecchio abate, il futuro Santo Padre.
Deve aver nascosto qui il titulus allora per porlo al riparo dalle
turbolenze dell'epoca.
TITULUS CRUCIS: dietro a questa lastra di pietra fu rinvenuta
l'iscrizione della croce nel 1492.
m
H Sessorium
In effetti la storia della basilica di Santa Croce estremamente
movimentata. Quando l' imperatore Costantino, dopo aver ri-
portato la vittoria sull'usurpatore Massenzio, entr a Roma, lui
e la sua famiglia presero possesso dei palazzi dei predecessori.
La sede imperiale tradizionale sorgeva sul Palatino, dove dal-
l'epoca di Augusto esisteva un nucleo di edifici imperiali che sa-
rebbe poi stato continuamente ampliato dai suoi successori pro-
venienti dalla casa imperiale giulio-claudia e poi da quella dei
Flavi. Soltanto Nerone considerava inadeguata la residenza pa-
latina, daUa cui denominazione palatium deriv il termine pa-
lazzo. Si fece costruire, a sud-est del Foro, la Casa dorata, per
potervi vivere finalmente da essere umano, secondo le sue
stesse parole. I suoi successori fecero abbattere il simbolo del-
la decadenza di Nerone e tornarono a occupare i palazzi, certo
non spartani, del Pal atino. Ci nondi meno, i possedi ment i i m-
periali si espansero notevolmente nei tre secoli che seguirono
al regno di Augusto, perch alcuni benestanti furono incorona-
ti imperatori, o perch gli imperatori facevano donazioni ai mem-
bri della propria famiglia, o ancora perch venivano confiscate
le ville pi grandi e sfarzose degli avversari politici. La parte su-
dorientale godeva di particolare predilezione, dato che era la zo-
na residenziale che offriva i maggiori vantaggi, con i suoi par-
chi, i campi e le vigne, tra cui sorsero ben presto palazzi isolati
e case signorili. Qui si trovava anche la Domus Faustae, la resi-
denza di Fausta, consorte di Costantino (e quindi anche di suo
padre Massimiano). Costantino ne fece dono al vescovo di Ro-
ma. Nelle sue vicinanze sorgeva il pi sontuoso di tutti i palaz-
zi imperiali, il cosiddetto Sessorium, fatto erigere da Eliogaba-
lo (218-222), forse la figura pi ambigua - dopo Nerone - nel-
la storia deUa Roma imperiale.
Il giovane siriano, fanciullesco sommo sacerdote del dio So-
le, con una spiccata predilezione per gioielli, trucco e abiti di se-
ta purpurea intessuti d'oro, si era spacciato per il figlio dell'im-
peratore Caracalla quando, all'et di 14 anni, aveva rivendicato
293
il trono imperiale. Con pompa orientale, accompagnato dalla
madre e dalla nonna, fece ingresso a Roma, dove favor la ra-
pida diffusione del culto del suo dio e le relative orge selvagge.
Si contraddistingueva tanto per la sconfinata religiosit quan-
to per la sfrenata dissolutezza, che, in una Roma non certo pu-
ritana, all'inizio divennero oggetto di chiacchiera pettegola e in-
sistente, per poi far arricciare il naso a molti: un imperatore che
si truccava, che danzava nudo, in estasi, attorno alla pietra
nera del suo dio orientale e che voleva procreare figli simili a
un dio con una delle vestali era troppo, per i rispettabili sena-
tori romani. E cos Eliogabalo, insieme a sua madre, venne pre-
sto assassinato e gettato nel Tevere; al suo posto fu innalzato
al trono il tredicenne Alessandro Severo.
Da luogo di peccato a chiesa
Poich i vecchi palazzi imperiali non soddisfacevano le ele-
vate pretese di Eliogabalo, questi si era fatto costruire il Ses-
sorium e ne aveva fatto la sua residenza. Il nome dello sfarzoso
palazzo ha un' origine popolare e rimanda a colui che l'aveva
fatto edificare. Probabilmente in origine si chiamava sedis so-
rianum, sede (imperiale) siriaca, espressione che si trasform
ben presto in sus sorianum, porco siriano, sprezzante sopran-
nome affibbiato al giovane, lascivo imperatore. Ma nonostante
la sferzante ironia riservata a chi l'aveva voluto, i vantaggi di
questo nucleo di edifici erano tali da convincere Costantino a
sorvolare sul suo passato cos inequivocabile, tanto pi che la
modestia cristiana non faceva certo parte delle sue virt. Alla
fin fine era pur sempre un palazzo che soddisfaceva tutte le esi-
genze imperiali: era infatti dotato di ampi giardini, di un proprio
circo e dell'anfiteatro Castrense, i cui resti possono essere visi-
tati ancora oggi. L'imperatore Aureliano (270-275), che fece co-
struire la cinta muraria di Roma, in gran parte conservatasi, lo
fece integrare nel tracciato murario. Del palazzo conservata
anche la facciata di un vasto salone ad abside, inglobata nella
294
basilica di Santa Croce. La miglior vista sulle pareti ad arco
del vano, alto 22 metri, e sui contorni delle grandi finestre ret-
tangolari che, situate un tempo al di sopra delle arcate, illumi-
navano lo spazio interno, si gode dal giardino del Museo Stori-
co della Fanteria, proprio accanto alla basilica. Dal punto di
vista della storia architettonica, non c' alcun dubbio che la
veneranda chiesa sia in effetti sorta da un'ala del Sessorium
1
, co-
me ha confermato lo storico dell' arte Richard Krautheimer:
L'architetto imperiale aveva semplicemente aggiunto un'absi-
de all'antico salone e aveva suddiviso lo spazio in tre parti gra-
zie a due triple arcate trasversali; in questo modo erano suffi-
cientemente corrisposte le esigenze di una cappella di palazzo
in cui la famiglia imperiale e il suo seguito si disponevano di
fronte al clero attorno all'altare ed erano contemporaneamen-
te separati dalla servit
2
.
altrettanto certo il motivo che port alla ristrutturazione
dell'edificio: il trasporto nel palazzo delle reliquie della croce
raccolte a Gerusalemme, come dice espressamente Teodoreto.
Il palazzo, prescelto come residenza imperiale da tutti gli impe-
ratori succeduti a Eliogabalo, era lo sfarzoso Sessorium con tut-
te le sue comodit. Che almeno Elena risiedesse prevalente-
mente a Roma negli ultimi anni della sua vita, un dato di fat-
to incontrovertibile. Secondo il Liber Pontificalis, la cronaca
papale, tutto quel terreno chiamato Fundus Laurentum, che si
estende dalla porta Sessoriana (l'attuale porta Maggiore) fino
alla via Prenestina e alla via Latina fino al Mons Gabus, era di
propriet dell'imperatrice Elena
3
. Questo appezzamento, si-
tuato all'esterno della cerchia di mura aureliane, confinava di-
rettamente con l'area in cui, al di l delle mura, sorgeva il Ses-
sorium. Qui si trovava dunque la sua residenza, mentre Co-
1
S. Montanari, op. cit., pp. 37-42; P.H. Drenkelfort, Die Basilika zum heiligen Kreuz
in Jerusalem, Roma s.d.; A.M. Affanni (a cura di), La Basilica di Santa Croce in Geru-
salemme a Roma, Roma 1997; B. Bedini, Le reliquie della Passione del Signore, Roma
1997.
2
R. Krautheimer, op. cit., p. 35.
3
Cit. da J.W. Drijvers, op. cit, pp. 30s.
295
Parete laterale della basilica di Santa Croce con in evidenza
la facciata originaria del palazzo Sessoriano.
stantino regnava dal palazzo imperiale di Diocleziano a Nico-
media. Probabilmente Elena esercitava a Roma le funzioni di
imperatrice dell'Occidente, nel senso della suddivisione dio-
clezianea dell'impero, almeno a partire dalla sua nomina ad Au-
gusta nel 325, per quanto i suoi compiti fossero piuttosto di
natura rappresentativa. Tre iscrizioni, rinvenute nei pressi della
basilica di Santa Croce, attestano la sua residenza nel Sessorium
gi da prima di quel momento. Rievocano la ricostruzione, ad
opera della madre dell'imperatore, dei bagni pubblici che si tro-
vavano nei pressi del palazzo e che andarono distrutti in un in-
cendio, ribattezzati da quel momento Thermae Helenae\ Poich
in queste iscrizioni Elena non viene ancora citata con l'appel-
lativo di Augusta, esse devono risalire a un' epoca anteriore al
325. Quando le fonti dicono quindi che l'imperatrice fece por-
4
Ibid., pp. 33 e 47.
296
tare nel palazzo una parte della croce del nostro Redentore
5
,
quel palazzo non pu che essere il Sessorium, di cui una par t e
fu da quel momento consacrata a chiesa per poter dare dimo-
ra a queste reliquie.
La terra del Golgota
Della terra del monte Calvario, che Elena port con s a Ro-
ma, testi moni a ancora oggi un'iscrizione che si t r ova nel l a cap-
pella di Elena, nel Cubiculum Sanctae Helenae:
HIC TELLVS SANCTA CALVA
RIE SOLIME AB BEATA HELENA
IN INFERIOREM FORNICEM
DEMISS A SERVATA EST ATQVE
INDE NOMEN HIERVSALEM
CAPELLE INDITVM
Qui la Santa Terra del monte Calvario di Gerusalemme vie-
ne cosparsa e custodita dalla beata Elena nel vano inferiore sul-
la cui volta eresse questa cappella che prese il nome di Gerusa-
lemme. Questo fu purtroppo un motivo sufficiente, per i pel-
legrini che accorrevano in questa chiesa, per sfondarne il
pavimento, un tempo decorato da un magnifico mosaico. Per im-
pedire danneggiamenti, il pavimento fu poi rivestito di una co-
pertura in pietra particolarmente robusta.
Il trasporto a Roma della terra di Gerusalemme corrispon-
deva a un'antica tradizione, coltivata anche in Israele. Nella Bib-
bia leggiamo che Naaman (2Re 5), prima di mettersi in viag-
gio alla volta della Siria, caric terra d'Israele sul dorso di due
muli. Giunto l, cosparse il suolo con questa terra, onde poter
pregare Dio su suolo sacro. Anche gli ebrei di Nardea, nella lon-
tana Persia, avevano eretto la loro sinagoga su terra e pietre pro-
venienti da Israele.
5
Teodoreto, Hlsrf , T, 1 7.
297
La Gerusalemme romana
Dal Liber Pontificali emerge il fatto che non fu Elena ad as-
sumere l'iniziativa di ristrutturare il palazzo (forse non ne ave-
va nemmeno i poteri), ma il figlio Costantino. Si dice nella Cro-
naca di Papa Silvestro I (314-335): L'imperatore Costantino fe-
ce erigere nel palazzo Sessorio una basilica in cui conserv in
uno scrigno dorato adornato di gemme parti della santa croce
del nostro Signore Ges Cristo, da cui deriv il nome della chie-
sa ancor oggi conosciuta con il nome di "Gerusalemme"
6
. Se-
condo questa fonte, la basilica fu personalmente consacrata da
Silvestro I il 20 marzo dell'anno 326 o 327.
Questa Gerusalemme trov ben presto un contraltare nel-
la Betlemme romana, la basilica di Santa Maria Maggiore, la
cui erezione nel 356 fu ricondotta a un' apparizione di Maria.
Durante il pontificato di Sisto III (432-440) fu ampliata, perch
destinata a divenire il cuore della devozione mariana, diffusasi
in tutto l' impero a partire dall' epoca del concilio di Efeso e
del dogma, proclamato in quell'occasione, che definiva Maria
come theotkos, colei che aveva partorito Dio. Qui trov di-
mora anche l'antichissima icona di Maria Salus Populi Roma-
ni (salvezza del popolo romano), secondo la leggenda dipin-
ta daU'evangelista Luca. Ci nonostante, Santa Maria Maggio-
re, che con il tempo sarebbe divenuta una delle quattro chiese
principali di Roma, non godeva ancora a quell'epoca della po-
polarit della basilica di Santa Croce.
In tutta la tarda antichit fino al basso medioevo, la basili-
ca di Elena, come allora era anche chiamata, fu una delle pi
importanti chiese di Roma. DaU'anno 500 non pi conosciu-
ta soltanto come Sant'Elena o Eleniana o ancora Hieru-
salem ma anche come basilica di Santa Croce. Papa Grego-
rio I (590-604) le trasmise il titolo cardinalizio di San Nicome-
de e cos la vincol fortemente alla Santa Sede. Da allora, fu qui
che il papa celebrava il rito del venerd santo, fino all'esilio
6
Cit. da S. Montanari, op. cit., p. 41.
298
avignonese (1305-1377). Secondo VOrdines Romani, i libri li-
turgici che contenevano la descrizione delle cerimonie papali, il
papa si recava scalzo dalla basilica Laterana fino alla basilica
Sessoriana, per venerare l il vessillo della salvezza. I papi
celebravano qui anche la quarta domenica di Quaresima (Lae~
tare). Dal IX secolo, simbolo di questa ricorrenza fu la rosa do-
rata, che il papa portava ogni anno dalla sua residenza al La-
terano a Santa Croce, dove la consacrava. Dopo la celebrazio-
ne della messa la riportava al Laterano, dove tradizionalmente
la consegnava al prefetto di Roma, ma successivamente anche
ad altre personalit. Papa Benedetto VII (974-983), che si sa-
rebbe poi fatto seppellire a Santa Croce, fond il monastero at-
tiguo alla basilica, dapprima occupato dai benedettini di Mon-
tecassino, poi dai canonici regolari di San Frediano e dal 1561
fino ai giorni nostri dai cistercensi di San Saba.
Le reliquie murate nell'altare
La basilica super i primi secoli senza subire grandi trasfor-
mazioni architettoniche, se si escludono occasionali lavori di re-
stauro. Ma le cose cambiarono nel XII secolo, quando il cardi-
nal Gerardo, il futuro papa Lucio II (1144-1145), commission
una completa ristrutturazione dell'edificio sacro. Fece abbatte-
re tutte le pareti trasversali e trasformare la casa di Dio in una
basilica a tre navate dotata di transetto, di nartece, di una torre
campanaria e di un chiostro. In quell'occasione deve aver rin-
venuto il titulus, da lui poi racchiuso in una cassetta di piombo
sigillata e fatto murare al di sopra dell'arco di trionfo della cap-
pella di Sant'Elena, non senza lasciare indicazioni ai posteri per
mezzo dell'iscrizione su quella mattonella - forse un relitto del-
l'epoca pi remota della basilica.
Non sappiamo a quale epoca possa risalire questa mattonel-
la. For se il titulus crucis f u mur at o gi nel 410, quando i goti gui-
dati da Alarico espugnarono Roma e la saccheggiarono per gior-
ni. Forse la mattonella risale a 17 anni pi tardi, quando si ope-
299
rarono i restauri della cappella di Sant'Elena voluti all'impera-
tore Valentiniano. In ogni caso essa aveva raggiunto il suo sco-
po: grazie a lei, prima il cardinale Gerardo, poi i nostri monaci
nel 1492 compresero di trovarsi effettivamente di fronte alla re-
liquia deU'iscrizione della croce.
Che proprio la pi significativa delle reliquie della basilica
di Santa Croce venisse fatta nuovamente murare da Gerardo
nel corso dei lavori di ristrutturazione della chiesa, corrispon-
deva pienamente agli usi diffusi in Occidente nella tarda anti-
chit cos come nell'alto e nel basso medioevo. Solo nel XIV se-
colo vennero di moda nell' Europa occidentale le cosiddette
ostensioni, pubbliche esposizioni di reliquie che fino a quel
momento erano prevalentemente praticate dalla sola Chiesa
orientale. Era invece usuale murare delle reliquie in ogni alta-
re. Dal VI secolo una particolare liturgia fu prevista a questo
scopo e introdotta nei riti di consacrazione delle chiese: Alla
vigilia del giorno della consacrazione giungevano le reliquie, ve-
nivano esposte all'esterno del nuovo edificio e durante la notte
veniva loro reso omaggio con veglie di preghiera, poi, nell'atto
della consacrazione, venivano solennemente traslate all'interno
e deposte ... nell'altare
7
. Cos, nell'altare papale deUa basilica
Laterana, non stato murato soltanto il ripiano del tavolo del-
la villa del senatore Pudente su cui Pietro, secondo la tradizio-
ne, avrebbe celebrato l'Eucaristia, ma anche quelle che si sup-
ponevano essere le reliquie del tavolo attorno a cui Ges si riun
con i suoi discepoli in occasione dell'ultima cena a Gerusalem-
me. Questo modo di procedere aveva diversi scopi: innanzitut-
to la forza delle reliquie poteva estendersi in questo modo al-
l'altare e, per suo tramite, alla chiesa tutta. Inoltre, ogni esposi-
zione pubblica comportava una Sorta di profanazione e attirava
infine l'attenzione d coloro che bramavano impossessarsi del-
le reliquie: dai comuni ladri ai saccheggiatori di professione; si
pensi soltanto a quanti si contesero le reliquie di Costantinopoli.
Una reliquia murata poteva sopravvivere al trascorrere dei se-
7
A. Angenendt, op. dr.,p. 169.
300
coli, al riparo dal doloroso rischio di andare perduta, di esser
trafugata o di andare in qualche modo distrutta.
Santa Croce in occasione dell'anno santo
Quando i papi, nel 1305, andarono in esilio ad Avignone e non
celebrarono pi i riti del venerd santo a Santa Croce, la basili-
ca perse improvvisamente di importanza. Nel XV secolo era
sprofondata in uno stato di decadenza tanto grave da rendere
necessari ingenti lavori di restauro, che il cardinale Mendoza fe-
ce infatti eseguire. Solo nel XVI secolo riacquist il suo antico
splendore, grazie anche ai superbi affreschi del maestro umbro
Melozzo da Forl (1438-1494). Ulteriori abbellimenti furono me-
rito dei successori di Mendoza, in particolare del cardinale Car-
vajal (1495-1523) e del cardinale Quinones (1523-1540), padre
confessore dell'imperatore Carlo V. Anche il rinvenimento del
titulus confer alla chiesa nuovo prestigio. Nemmeno sei setti-
mane dopo il suo ritrovamento, il 12 marzo 1492, papa Inno-
cenzo Vi l i venne in pellegrinaggio a Santa Croce per rendere
omaggio al titulus Christi, come riferisce minuziosamente Bur-
cardo. Il suo successore, papa Alessandro III, conferm il 29 lu-
glio 1496 nella bolla Admirabile Sacramentum l'autenticit del-
l'iscrizione della croce. Promise inoltre l'indulgenza plenaria a
tutti coloro che, l'ultima domenica di gennaio, dopo essersi con-
fessati e aver ricevuto la comunione, avessero reso omaggio al
titulus nella basilica Sessoriana. Il cardinale Mendoza fece infi-
ne omaggio di uno sfarzoso reliquiario, in cui la tavola fu da
allora custodita
8
. Gli storici dell'arte sospettano che Michelan-
gelo si sia ispirato a questo reliquiario nel creare il titulus per
la propria raffigurazione del crocifisso nella chiesa di Santo Spi-
rito a Firenze (cfr. l 'il l ustrazione a col ori della tavol a Vili)
9
.
8
J.W. Drijvers, op. cit, p. 190.
9
M. Lisner, Holzkruzifixe in Florenz und in der Toskana, Munchen 1970, p. I l i (e
nota 5).
301
Ma solo con l' anno santo del 1575 Santa Croce torn ad as-
sumere stabilmente un posto di primo piano nei percorsi dei pel-
legrini in visita a Roma. Fino a quel momento, dal primo anno
giubilare del 1300, meta di pellegrinaggio erano solo le quattro
chiese principali, o arcibasiliche, di Roma: la basilica Lutera-
na, la basilica di San Pietro, San Paolo fuori le Mura - che l'im-
peratore Costantino fece erigere sulla tomba dell'apostolo de-
capitato durante il regno di Nerone nello stesso anno in cui
ordin la costruzione della basilica di San Pietro, nel 324 - e la
basilica mariana di Santa Maria Maggiore, che nel frattempo
aveva assunto un ruolo di primo piano tra le chiese di Roma.
Solo quando papa Gregorio XIII invit a Roma i fedeli in oc-
casione dell'anno santo del 1575, il pellegrinaggio si estese a com-
prendere sette chiese: la chiesa dei Martiri di San Lorenzo fuo-
ri le Mura, in cui venivano venerate anche le ossa del proto-
martire Stefano di Gerusalemme, la basilica di San Sebastiano
sulla Via Appia, per il cui tramite il cristianesimo fece ingresso
a Roma e accanto alla quale si trovano gli ingressi delle cata-
combe, e Santa Croce in Gerusalemme. Da quel momento in
avanti divenne usuale fare il giro di queste sette chiese prin-
cipali possibilmente in un giorno solo, a piedi e a digiuno, il che
costituiva effettivamente un esercizio espiatorio. Cantando e
pregando i pellegrini sfilavano in solenni processioni attraverso
la Citt Eterna, di giorno come di notte, reggendo candele, fiac-
cole e stendardi e implorando sempre la benedizione di Dio.
Nel XVIII secolo Santa Croce fu ancora una volta accurata-
mente restaurata su iniziativa di papa Benedetto XIV (1740-
1758). L'incarico fu affidato a due architetti, Domenico Gre-
goriani e Pietro Passalacqua, che diedero alla basilica una fac-
ciata ad arco tardobarocca. Da quel momento la sua balaustrata
fu decorata con le statue dei quattro evangeUsti e di due ange-
li che impugnano la Santa Croce; all'esterno, a sinistra campeg-
gia una statua raffigurante Elcna mentre regge la croce, sul la-
to destro quella deU'imperatore Costantino
10
.
10
E.M. Jung-Inglessis, Das Heilige Jahr in Rom, Citt del Vaticano 1997, pp. 166s: S.
Montanari, op. cit, p. 42.
302
Processione alle sette chiese di Roma nell'anno santo 1575.1 pellegrini si spostavano da
una chiesa all'altra portando stendardi, croci e candele. Al centro, San Giovanni in La-
terano, in alto a sinistra Santa Croce in Gerusalemme accanto alle rovine dell'anfiteatro
Castrense. Incisione in rame di A. Lafrery (1575).
Quasi perse!
Poco tempo dopo Santa Croce fu sul punto di perdere le sue
reliquie. Dopo l'ingresso in Italia delle truppe rivoluzionarie
francesi al comando di Napoleone Bonaparte, gli staterelli del-
l'Italia settentrionale dovettero capitolare. Quando poi furono
sconfitte anche le truppe austriache che avrebbero dovuto pro-
teggere lo Stato Pontificio, papa Pio VI fu costretto, il 19 feb-
braio 1797, a siglare il trattato di Tolentino, con cui lo Stato Pon-
tificio non cedeva solamente la provincia dell'Emilia Romagna,
ma si i mpegnava anche a rinunciare a mol te delle sue opere d'ar-
te. Ma nemmeno questa pace, acquistata a cos caro prezzo, res-
se agli eventi. Dopo la fondazione della Repubblica Cisalpina,
nel l ' estate del 1797, si veri fi carono del l e sorti te nel resto del l o
Stato Pontificio, tutt' intorno a Roma, e infine le truppe fran-
303
cesi entrarono nella Citt Eterna. Papa Pio VI fu arrestato e
condotto in Francia, dove mor nel 1799. Molti monasteri e mol-
te chiese di Roma, tra cui anche il monastero di Santa Croce,
furono confiscati e saccheggiati. Il 13 settembre 1798, alla vigi-
lia deUa festa deU'innalzamento della croce, i rappresentanti del-
la Repubblica Cisalpina si rivolsero nuovamente all'unico mo-
naco rimasto come guardiano della basilica, esigendo la con-
segna delle reliquie della croce. Ma fortunatamente il monaco
aveva nascosto le reliquie cos accuratamente da non farle ca-
dere nelle mani dei nemici della Chiesa. Consegn soltanto i re-
liquiari vuoti che, nel 1803, quando la tempesta s'acquiet nuo-
vamente, furono sostituiti da nuovi reliquiari donati dalla du-
chessa spagnola di Villa Hermosa (cfr. l'illustrazioni a colori
della tavola VII).
La cappella di Sant'Elena
In origine le reliquie della Passione venivano custodite nella
cappella di Sant'Elena, il cuore della basilica di Santa Croce. Poi-
ch alla cappella, fino al 1520, si accedeva solamente dal con-
vento, dove vigeva una severa clausura, le donne potevano en-
trarvi solo il 20 marzo, nell'anniversario della sua consacrazio-
ne. A questo divieto faceva riferimento una tavola, che
minacciava di scomunica chi si rendeva responsabile della vio-
lazione di questa norma. Alla met del XVI secolo Ni col Cir-
cignani detto il Pomarancio (1517-1596) decor la cappella di
Sant' Elena con stupendi affreschi, che comunque risentirono
ben presto dell'umidit. Per lo stesso motivo, la notevole umi-
dit della cappella, le reliquie furono spostate nel 1570 in un al-
tro vano di etro alla bal conata al di sopra della rampa a destra
del coro, che per non era accessibile ai pellegrini, e da quel mo-
mento le reliquie furono esposte sulla balconata alla devozione
dei fedeli, che si raccoglievano in basso, solo due volte all'anno,
il venerd santo e in occasione della festa dell'innalzamento (il
14 settembre).
304
Sempre alla met del XVI secolo, nel corso di scavi effettua-
ti nel giardino del convento di Santa Croce, fu rinvenuta una sta-
tua di marmo raffigurante Elena, accanto ad altre statue di Co-
stantino e dei suoi figli. La prima fu accuratamente restaurata e
collocata nella cappella di Sant'Elena, dove si vede ancor oggi.
Si tratta probabilmente di un'opera precedente - forse la statua
di Giunone - riadattata nel IV secolo alle nuove esigenze, una
prassi del tutto corrente nell'era costantiniana: anche una parte
dei rilievi che decorano l'arco di Costantino proviene da mo-
numenti imperiali pi antichi, mentre a Costanti nopol i l ' i mpe-
ratore, come si gi detto, fece sostituire il capo di una statua di
Fidia che raffigurava Apollo con un'altra che aveva le fattezze
di Costantino stesso. In ogni caso la statua di Elena di Santa Cro-
ce serv ad Andrea Bolgi da modello per la sua scultura che rap-
presentava ugual mente El ena e che fu coUocata nella basilica di
San Pietro, e anche Peter Paul Rubens si ispir a lei quando, nel
1601-1602, dipinse Elena che reggeva la vera croce per l'alta-
re della cappella di Sant'Elena
11
.
La cappella delle Reliquie
Solo successivamente all'anno santo del 1925 si decise di espor-
re di nuovo permanentemente le reliquie della passione. A que-
sto scopo fu edificata un'apposita cappella delle Reliquie. L'ar-
chi tetto Fl orestano Di Fausto la concep c ome una sorta di ri-
produzione del monte Calvario, con tre rampe di scale di tre
gradini che conducevano ciascuna a una porta a forma di croce
e cui fanno da contrappunto, alle pareti, le stazioni della via cru-
cis, fuse in bronzo da Giorgio Nicolini. L'edificazione della cap-
pella ebbe inizio nel 1930, ma a causa delle vi cende beUiche fu
completata solo nel 1952. Il suo vano principale adornato di
marmo prezioso; nel centro, sotto a un baldacchino marmoreo
a cibolum, sta l'altare. Originariamente lo scrigno con le reliquie
11
A.M. Affanni (a cura di), op. cit., pp. 127-135; P.H. Drenkelfort, op. cit, pp. 21-25.
305
della passione si trovava nell'abside di questa cappella; solo nel
1997 esse furono spostate in una teca di vetro, che permette di
osservarle da tutti i lati e che situata sul ripiano dell'altare. Fu
qui che vidi per la prima volta l'iscrizione della croce, sulla qua-
le solo una semplice, piccola nota a margine della guida turisti-
ca richiamava l'attenzione.
Il destino delle reliquie della croce
Per il fatto di essere murata cos a lungo, la reliquia pi si-
gnificativa della basilica di Santa Croce, l'iscrizione della croce
tanto ardentemente venerata da Elena, rest al riparo da ogni
manomissione. E fu un bene perch, invece, da quella parte del-
la trave orizzontale custodita a Roma, una volta cos cospicua,
nel corso dei secoli furono asportate dai papi cos tante parti-
celle che oggi si sono conservati solo tre miseri frammenti del-
la lunghezza di un braccio, tuttora visibili a Santa Croce. Un
frammento molto pi grosso fin, nel 1629, su indicazione di pa-
pa Urbano Vi l i della famiglia Barberini, nella basilica di San
Pietro, dov' tuttora conservato nella cappella delle Reliquie del-
la Santa Croce in uno dei quattro pilastri che sorreggono la mas-
siccia cupola, al di sopra della statua di Elena di Andrea Bolgi.
Una volta all'anno, il venerd santo, il legno sacro della passio-
ne di Ges, racchiuso in un reliquiario a forma di croce, viene
usato per impartire la benedizione ai fedeli.
Si mette spesso in dubbio l'autenticit delle innumerevoH par-
ticelle della croce diffuse nel mondo cristiano. Gi il vescovo Ci-
rillo di Gerusalemme, in una delle sue omelie catechetiche che
tenne nel 1348, confermava che solo 23 anni dopo il suo rinve-
nimento quasi tutto il globo terrestre
12
era stato inondato da
frammenti della croce. Nella prima fase successiva al ritrova-
mento, quelle parti della croce in possesso dell'imperatore ri-
masero intatte; fu solo quando le reliquie di Santa Croce per-
12
Cirillo, COL, IV, 10.
306
vennero al papa che si inaugur la prassi di inviarne delle par-
ticelle alle chiese e ai monasteri pi importanti. Dietro a questa
pratica si possono immaginare due ordini di motivi. Da un lato,
Elena non poteva aver rinvenuto una croce intatta, perch al-
lora ben difficilmente l'avrebbe suddivisa. pi probabile il rin-
venimento di due grosse travi di legno grezzo, il palo della cro-
ce e il braccio orizzontale, che forse avevano risentito della con-
servazione in una cisterna: era certo un legno sacro, ma non un
reperto gradevole alla vista, n tanto meno un orgoglioso mo-
numento alla vittoria della passione. In tutta l'arte cristiana
presente una certa tendenza a idealizzare la raffigurazione del-
la croce, rappresentata come un oggetto accuratamente lavora-
to, mentre in realt si trattava di un palo grezzo e di una trave
orizzontale tagliata anch'essa con una certa approssimazione.
Anche per questo possibile che il lignum crucis fosse mo-
strato solo in frammenti; a Gerusalemme infatti non si esitava
a distribuire le particelle della croce ai clerici che venivano in
pellegrinaggio nella Citt Santa, quale segno di comunione con
la Chiesa universale e abbastanza spesso anche in controparti-
ta di omaggi inviati dalle comunit dell'Europa e dell'Africa set-
tentrionale.
In quei casi la maggior parte delle particelle della croce era di
dimensioni veramente minuscole. Quando Paolino di Nola nel
403 invi al suo amico Sulpicio Severo una scheggia della San-
ta Croce racchiusa in una cassettina dorata, si scus - per cos
dire - delle modeste dimensioni del frammento. Scrisse al suo
amico che non doveva sentirsi deluso perch nonostante le sue
minuscole dimensioni rappresenta la forza della nostra fede
13
.
Nel V secolo, le schegge della croce furono sempre pi ago-
gnate dai fedeli che, come abbiamo gi detto, usavano portarle
al collo racchiuse in preziosi reliquiari d'oro
14
. Assunsero cos
il ruolo degli amuleti pagani e fungevano da filatteri, mezzi pro-
tettivi che tenevano lontano il male. La maggior parte delle par-
13
Paolino, Ep. 31,3.
14
W. Ziehr, op. ciL, p. 62.
307
ticelle della croce ha una lunghezza di 3-4 millimetri, una lar-
ghezza di 1 millimetro e un peso di circa 0,3 grammi. Se par-
tiamo dal presupposto che la croce di Ges era composta da una
trave orizzontale della lunghezza di 1,75 metri e del peso di cir-
ca 35 chilogrammi, e da un palo dell'altezza forse di 2,50 metri
e del peso di 50-70 chilogrammi, possiamo trarne la conclusio-
ne che da una croce di queste dimensioni possibile ricavare
una notevole quantit di frammenti. Anche riservando il 50%
degli 85-105 chilogrammi della croce ai frammenti maggiori -
del tipo di quello conservato in Vaticano e originariamente pro-
veniente da Santa Croce - , rimangono pur sempre 42,5-52,5 chi-
logrammi, sufficienti per 127.500-157.500 particelle da 0,3 gram-
mi. Ci corrisponde alla stima fatta da Rohault de Fleury, che
calcol il volume di tutte le reliquie della croce di cui si ha no-
tizia e pervenne al sorprendente risultato secondo cui, nono-
stante l'enorme numero di particelle, il loro volume totale rag-
giunge appena i 10 decimetri cubici; se si aggiungono anche le
particelle pi piccole, il risultato comunque inferiore a un ter-
zo del peso originario della croce
15
. Questo contraddice netta-
mente le affermazioni dei critici del culto della croce. Riguar-
do ai frammenti, il grande umanista Erasmo da Rotterdam iro-
nizzava sul fatto che privatamente ed in pubblico si mostra in
tal quantit che se si mettessero insieme i pezzi, caricarebbono
una gran nave, e tuttavia il Signore se la port in spalla
16
. Lu-
tero, in occasione della festa dell'innalzamento della croce, di-
ceva nelle sue prediche che nel mondo c'erano cos tanti fram-
menti della Santa Croce da poterci costruire una casa, se li si
possedesse tutti
17
. Di certo esistevano anche molte falsifica-
15
Ch. Rohault de Fleury, Memoire sur les Instruments de la Passion de N.-S. J.-C., Pa-
ris 1870, cit. da A. Legner, op. cit., p. 63. Ha osservato giustamente Carsten Peter Thie-
de (The SearcHfor the True Cross; in The Church ofEnglartd Newspaper, 19 marzo 1999,
p. 18): Alcuni hanno sostenuto che i frammenti della croce sparsi in tutto il mondo,
Se raCCOlti, formerebbero Un'intera foresta; in realt stato calcolato con matematica
precisione che tutti i frammenti esposti come parte della vera croce non basterebbero
a ricomporre nemmeno il palo di una croce romana.
16
Erasmo da Rotterdam, Il pellegrinaggio per voto, in Elogio della pazzia e dialoghi,
a cura di Benedetto Croco, Laterza, Bari 1914, p. 16S.
17
Weimarer Ausgabe 10,3, p. 333, cit. da A. Legner, op. cit., p. 63.
308
zioni. Il francescano Bernardino da Siena, predicatore itineran-
te, cita dei fichi d'Egitto, il cui legno non brucia quando get-
tato nel fuoco; da questi si ricavano spesso particelle della cro-
ce
18
. Oltre alle truffe, era invalsa anche la tradizione delle re-
liquie per contatto: se un oggetto profano sfiorava una reliquia
autentica, si t r asf or mava anch' esso in rel iquia perch la forza
dell'originale si trasmetteva all'oggetto.
La Chiesa fu costretta a porre un argine all'inflazione di re-
liquie. Nel 1215, in occasione del concilio Laterano, quando sul-
l' Europa si era abbattuta un' ondata di reliquie provenienti da
Costantinopoli, decret severe misure contro il loro commercio.
Da quel momento proibito mettere in vendita reliquie sa-
cre
19
, come dice ancora oggi il Codice di diritto canonico. Fu
proibita anche l'esposizione di reliquie non accreditate. Sono
considerate autentiche solo quelle reliquie che dispongono di
un'autenticazione, di una certificazione scritta della loro au-
tenticit rilasciata dalla Chiesa.
Fu una ragione in pi per venerare con raddoppiata devo-
zione quelle particelle della croce di cui si poteva ricostruire l'o-
rigine. Tra queste, andava annoverata la stauroteca di Eszter-
gom, l'antica residenza reale ungherese, che comprendeva un
frammento deUa croce donato dall'imperatore bizantino. L'im-
peratore Giustino II, nel 569, invi in dono in Francia, a Poitiers,
dove viveva santa Radegonda, una reliquia della croce. Il suo
convento fu ribattezzato da quel momento Notre-Dame in Sain-
te Croix. Notre Dame di Parigi custodisce nel suo tesoro due re-
liquie della croce. Una di queste racchiusa in una stauroteca
donata dall' imperatore Manuele Comneno. Ancor oggi viene
porta all'arcivescovo di Parigi perch le renda omaggio con il
rito del bacio, quando, appena nominato, compie la sua prima
visita aUa cattedrale. Anche a Vienna, nella cittadella imperiale,
nel tesoro degli Asburgo ci sono dei frammenti della croce do-
18
Cit. da K. Hefele, Der hi Bernhardin voti Siena und die franziskanischen Wander
predger whrend des XV. Jahrhunderts, Freiburg 1912, p. 258.
19
Codice di diritto canonico, Lib. IV, Can. 1190, 1; cit. da A. Legner, op. cit., p. 48.
309
nati dall'imperatore bizantino. Wilhelm Ziehr riferisce che quat-
tro particelle della croce conservate in chiese europee - a San-
ta Croce a Roma, nel duomo di Firenze, nella cattedrale di Pisa
e in Notre Dame d Parigi - sono state sottoposte ad analisi mi-
croscopica : Erano tutte fatte di legno d'olivo
20
. Anche il cro-
cifisso di Giv' at ha-Mivtar era stato inchiodato a una croce
fatta di legno d'olivo.
Un elemento che vale la pena di rilevare e in cui ci si imbat-
te sempre affrontando la questione delle particelle della croce
la croce a due travi, la cosiddetta vera croce (perch era
il simbolo della Vera Croce)
21
, da cui deriv pi tardi la croce
ortodossa o russa, completata dal profilo di un legno obliquo
che doveva fungere da poggiapiedi. In quasi tutte le staurote-
che medievali la sagoma della croce ritagliata dalla reliquia ha
questa conformazione. Anche sul portale della Sainte Chapelle,
la cappella delle reliquie di re Luigi IX a Parigi, in cui custo-
dito un grosso frammento della croce proveniente da Costanti-
nopoli, troviamo una statua del re che regge tra le mani la cro-
ce a due travi. In effetti la reliquia di Parigi ha proprio questa
forma. Quando la casa d'Angi ne fece il proprio stemma aral-
dico, questa croce assunse anche il nome di croce d'Angi o
lotaringia.
Da dove deriva questo simbolo? In effetti, se ricostruiamo la
croce di Ges tenendo presente il titulus, lungo 50 centimetri e
alto 14, e la trave orizzontale, lunga circa 175 centimetri e larga
forse 13, otteniamo una forma che corrisponde abbastanza esat-
tamente a quella della croce a due travi. Ma se questa forma
20
W. Ziehr, op. cit., p. 63.
21
M. Dillange, La Sainte Chapelle, Rennes 1994.
310
era molto chiaramente ben nota a coloro che facevano omag-
gio delle stauroteche - quindi in primo luogo alla casa imperia-
le bizantina e ai suoi clerici - allora doveva trattarsi di una tra-
dizione molto antica, una tradizione che rsale all'epoca in cui il
titulus era ancora intatto, prima quindi che venisse ripartito da
Elena. Poich questa suddivisione fu fatta in occasione della par-
tenza dell'imperatrice per Roma, ci pu solamente significare
che qualcuno - molto probabilmente un erudito membro del se-
guito della madre di Costantino - aveva precedentemente redatto
un particolareggiato protocollo sul reperto e aveva tentato di
ricostruire l'aspetto della croce sulla base di quanto era stato rin-
venuto. Possiamo supporre che Elena avesse consegnato al figlio
queste annotazioni quando questi la invit a Costantinopoli per
prendere parte alle cerimonie di fondazione della nuova citt.
Anche se non fece in tempo ad assistervi, le reliquie che aveva
portato con s divennero il tesoro pi prezioso della seconda
Roma, e si custod quindi gelosamente il protocollo del loro rin-
venimento. E per quanto successivamente l'iconografia si di-
stanziasse da questo prototipo, sostituendo il titulus con una stret-
ta assicella, con un'incisione direttamente nel palo della croce o
addirittura con un foglio di papiro fissato alla croce, a coloro che
custodivano la tradizione della vera croce non sfuggiva la sua
vera forma. E questo era ancora vero quando nel medioevo le
particelle della croce giunsero a sommergere l'intera Europa.
Le fonti di questi frammenti erano, fino al 1187, Gerusalem-
me, dal 1204 Costantinopoli e ovviamente Roma. In seguito al
saccheggio di Costantinopoli, parti della reliquia della croce pro-
veniente da Gerusalemme (probabilmente rivenduta dal Sala-
dino all'imperatore) e di quella che Elena aveva consegnato al
figlio si riversarono su chiese e monasteri dell' Europa occi-
dentale. Ci che rimasto di quell'originario terzo della croce
che Elena custodiva nel suo palazzo , come si diceva, ben po-
co: tre grosse schegge a Santa Croce, due grossi frammenti la-
vorati di legno della croce conservati nella camera del Tesoro
della basilica di San Pietro e la grande reliquia della croce con
cui il venerd santo viene impartita la benedizione ai fedeli.
311
D sacro chiodo
Anche dal sacro chi odo f ur ono cont i nuament e asportate par-
ticelle, che andarono ad aggiungersi alle almeno 33 copie che si
trovano oggi in alcune delle pi importanti chiese della cristia-
nit. Per lungo tempo, duplicati del sacro chiodo venuti a con-
tatto con il chiodo autentico erano distribuiti ai pellegrini nel-
la stessa basilica di Santa Croce. L'esistenza di queste copie ren-
de oggi impossibile chiarire se si siano conservati i due chiodi
che finirono nel bottino dei crociati che saccheggiarono Co-
stantinopoli. Forse sono i Sacri Chiodi conservati nel duomo
di Milano e neUa cattedrale di Notre Dame a Parigi, ma non c'
alcuna certezza in proposito.
Estremamente probabile invece l'autenticit del sacro chio-
do di Santa Croce, a cui comunque stata aggiunta una testa ac-
curatamente lavorata. Per forma e dimensione, quasi identico
al chiodo che trafisse le ossa del calcagno del crocifisso di Giv'at
ha-Mivtar. Il chiodo di Santa Croce ha una lunghezza di 11,5
centimetri, quello rinvenuto neU'ossario di Jehochanan Ben Ha-
skul lungo 12 centimetri. Entrambi i chiodi sono di forma qua-
drata, hanno quattro lati smussati della larghezza di circa 9 cen-
timetri al di sotto di una testa arcuata, ampia, pluriangolare. In
entrambi la punta spezzata e la loro lunghezza originaria do-
veva essere di 14 centimetri. cos accertato che chiodi di que-
sta fattura erano utilizzati dai romani per le crocifissioni. Forse
costituiva proprio una norma di legge ricorrere al clavus traba-
lis, al chiodo per falegname per inchiodare un uomo vivo a
una trave di legno, con tutta la spietata crudelt che questo com-
portava
22
. Cos il chiodo di Santa Croce potrebbe dawero esse-
re un originale. Poich, secondo i resoconti dell'epoca, Elena rin-
venne a Gerusalemme tre chiodi, due dei quali li invi in dono
a suo figlio, dobbiamo supporre che il terzo rimanesse a Roma.
22
M.G. Siliato,op. cit, pp.296s.
312
La trave orizzontale
Di ret t ament e all'ingresso della cappella delle Reliquie di San-
ta Croce, il visitatore non pu non notare la massiccia trave oriz-
zontale che ha trovato posto in una nicchia nel muro, riparata
da una lastra di vetro e adeguatamente illuminata. Di lei sap-
piamo soltanto che nel 1570 fu murata nel sopralzo sotto al-
l'altare, nella cappella di Sant'Elena. Allora la si identificava con
la reliquia della croce del buon ladrone, uno dei due mal-
fattori giustiziati con Ges e che la Chiesa venera come san
Dismas. Era stato Dismas a far cessare le imprecazioni dell'al-
tro ladrone, apostrofandolo con queste parole: Non hai pro-
prio nessun timore di Dio, tu che stai subendo la stessa con-
danna? Noi giustamente, perch riceviamo la giusta per le no-
stre azioni, lui invece non ha fatto nulla di male. Ed era sempre
Dismas a implorare Ges: Ges, ricordati di me, quando ver-
rai nel tuo regno. Fu il primo a beneficiare delle promesse di
Ges, che gli assicur: In verit ti dico: oggi sarai con me in pa-
radiso, come dice il Vangelo di Luca (23,40-43).
Questa trave orizzontale {patibulum) della lunghezza di 1,78
metri e della larghezza di 13 centimetri, riportata alla luce solo
nel nostro secolo, quanto meno una reliquia interessante, per-
ch si attaglia perfettamente al quadro che le fonti antiche - in
contraddizione con l'iconografia cristiana - ci trasmettono del-
la prassi romana della crocifissione. In effetti i condannati ve-
nivano condotti al luogo delle esecuzioni legati a una trave co-
me questa per poi, una volta giunti l, essere issati sul palo del-
la croce, sempre legati al patibulum. Mentre, almeno in Oriente,
S preferiva eseguire la crocifissione legando il condannato alla
croce con delle corde, nel caso di Ges si fece ricorso ai chiodi,
probabilmente perch lo si era gi precedentemente liberato
delle corde per far portare la trave a Simone di Cirene. La tra-
ve di Santa Croce, in ogni caso, non presenta fori lasciati dai
chiodi, il che corrisponde anche alla tradizione cristiana, che rap-
presenta sempre i due ladroni legati alla croce. La crocifis-
sione tramite chiodi, per quanto pi dolorosa, era per cos dire
313
un atto di grazia, perch accelerava la morte e la liberazione dal-
le sofferenze. I Vangeli raccontano che i due ladroni erano an-
cora vivi, che si dovette spezzar loro le gambe quando il gior-
no declinava al termine e Ges era spirato da tempo. Al cen-
tro della reliquia della trave c' un foro attraverso cui
evidentemente si faceva passare la corda con cui si issava sul pa-
lo della croce il patibulum, cui era legato il condannato, prima
di fissarlo, agganciandolo, grazie alla medesima corda, alla som-
mit del palo o in una tacca intagliata nel palo stesso. Poich la
tradizione dice espressamente che Elena rinvenne a Gerusa-
lemme tre croci, quanto meno possibile che portasse questa
trave con s a Roma. Non ci si meravigli dell'assenza nelle fon-
ti storiche di alcuna menzione del suo trasporto a Roma, perch
non si attribuiva eccessivo significato a questa trave. Se Euse-
bio evitava persino di citare il rinvenimento e la venerazione
detta reliquia della croce da parte di Elena, che pure il vescovo
Ambrogio non manc di giustificare con eloquenza, il traspor-
to a Roma della croce di un malfattore qualsiasi, per quanto pen-
tito, non poteva che suscitare stupore. Inoltre, la sua identifica-
zione come trave della croce del buon ladrone piuttosto ar-
bitraria, perch solo la croce di Ges fu rivelata ai suoi scopritori
- secondo le fonti - con il miracolo della guarigione di un'in-
ferma. Pu quindi anche provenire dalla croce dei bestemmia-
tore. Ci nonostante, il patibulum di Santa Croce una reliquia
interessante, perch ci permette di farci un'idea storicamente
corretta deU'aspetto della trave che Ges port verso il monte
Calvario e a cui fu inchiodato
23
.
Aculei della corona di spine?
Un'altra delle reliquie della passione custodite a Santa Croce
costituita dai due aculei della corona di spine esposti in un
reliquiario a s stante. La presenza della corona di spine atte-
23
B. Bedini, op. cit., p. 51.
314
stata a Gerusalemme dalla fine del IV secolo, mentre dall'epo-
ca dell'imperatore Giustiniano (527-565) venerata a Costanti-
nopoli. Secondo la tradizione, fu anch'essa rinvenuta da Elena,
sebbene non esistano testimonianze coeve in proposito. Nel 1204
fin nelle mani dei crociati, che ne distribuirono gli aculei in
numerose chiese di tutta l' Europa occidentale. II nucleo princi-
pale della reliquia rimase per a Costantinopoli, nel tesoro im-
periale del Regno latino. Quando su questo, poco tempo dopo,
cominciarono a premere da tutte le direzioni bulgari, turchi e
greci, al suo imperatore Baldovino II servirono denaro e soste-
gno militare. Per ottenere tutto ci, si rivolse ai veneziani, im-
pegnando le reliquie e intraprendendo un viaggio attraverso l'Eu-
ropa nella speranza di trovarvi aiuto e forse di preparare una
nuova crociata. Nel 1237 fu a Parigi per esporre i suoi piani a
Luigi IX (1226-1270), che per in quel momento non mostrava
alcun interesse per un'impresa militare rischiosa, tanto pi che
l'imperatore d'Occidente, Federico II, aveva appena riconqui-
stato Gerusalemme, per quanto solo per un breve periodo. For-
se Luigi intuiva che le crociate non gli avrebbero portato for-
tuna. Nel 1248 impugn ancora la croce e due anni pi tardi cad-
de prigioniero dopo una sconfitta disastrosa. Fu liberato solo a
prezzo di un ricco riscatto. Per quattro anni ancora pot conti-
nare a svolgere il ruolo di reggente della Terrasanta. La settima
crociata, nel 1270, suggell il destino del pio Luigi: raggiunta Tu-
nisi con le sue truppe, lui e gran parte dell'esercito caddero vit-
tima di una pestilenza. Tenendo presente quanto lo attendeva,
non possiamo non ritenere saggia da parte sua la resistenza alle
richieste di Baldovino di Bisanzio. Con molta pi attenzione, in-
vece, il giovane re francese ascolt la descrizione che Baldovino
fece del tesoro delle reliquie della sua citt. La prospettiva di en-
trare in possesso delle testimonianze della passione di Ges af-
fascin Luigi, profondamente credente al punto da farsi flagel-
lare regolarmente dal proprio padre confessore. Infine si dichiar
disposto ad acquistare la corona di spine data in pegno ai ve-
neziani, nel caso si fosse dimostrata autentica. Le trattative si tra-
scinarono per due anni, finch al pio re dei francesi non furono
315
presentate tutte le garanzie dell'autenticit della reliquia. L'ac-
quist quindi per l'enorme somma di 135.000 franchi, facendo-
la poi trasportare a Parigi con una solenne processione. Il re, suo
fratello Robert e sua madre, la regina Bianca di Castiglia, anda-
rono personalmente incontro alla santissima corona fino a Vil-
leneuve-l'Acheveque, per scortarla poi neUa capitale, dove fu ac-
col ta dal popol o in. tri pudi o. Non sappi amo se re Luigi ri mase
deluso, quando apr finalmente il prezioso reliquiario e constat
che la corona di spine altro non era che un anello di giunchi
legati insieme del diametro di 21 centimetri in cui erano co-
munque intrecciati singoli rami del roveto originario. In ogni ca-
so, due anni pi tardi acquist ancora altre presunte reliquie dal-
l'imperatore Baldovino II, tra cui una parte del frammento del-
la croce di Costantinopoli, un frammento della sacra lancia, il
mantello di porpora con cui Ges fu fatto avvolgere da re Ero-
de in segno di scherno, la spugna con cui si inumidirono le lab-
bra di Ges sulla croce, e un frammento del telo sepolcrale di
Ges della larghezza di 30 centimetri, che l'imperatore bizanti-
no aveva fatto staccare per portarla sul petto come scapolare
protettivo. Poich in effetti il telo sepolcrale di Torino non com-
pleto - manca l'impronta dei piedi sul lato anteriore - dobbia-
mo supporre che quest'ultimo frammento potesse provenire da
qui. L'impronta dei piedi era imbevuta del sangue di Ges, e la
sua asportazione non tolse molto all'impressionante quadro d'in-
sieme deUa reliquia. Ma, nonostante il sostegno finanziario estre-
mamente generoso ottenuto dal re francese, Baldovino non riu-
sc a mantenere il suo Regno latino. Dovette fuggire, lasciando
in eredit al figlio Filippo solo lo storico titolo di imperatore di
Costantinopoli. Il 15 agosto 1561 l'esercito greco penetr nella
vecchia citt imperiale per la porta di Blachernen e sconfisse i
latini annientandoli. Il loro condottiero, Michele Paleologo, fe-
ce tenere quello stesso giorno una funzione di ringraziamento
nella chiesa di palazzo, riconsacrata secondo il rito ortodosso.
Ci che i crociati non avevano sottratto nel 1204 e trafugato in
Europa, si trovava, dall'epoca di Baldovino II, in gran parte a
Parigi, nelle mani del re di Francia.
316
La Sainte Chapelle
Per poter ospitare adeguatamente tutte queste reliquie - una
delle pi grandi raccolte dell'epoca - re Luigi IX progett poco
tempo dopo l'edificazione di un luogo sacro davvero degno.
Al centro dell'area in cui sorgeva il palazzo reale, a Parigi, fece
erigere la Sainte Chapelle. uno dei pi bei monumenti gotici del-
la citt. E pervasa dalla luce come nessun' altra chiesa dell'e-
poca, una luce blu e rossa che penetra dalle magnifiche vetrate
dipinte in filigrana con motivi biblici o tratti dalla storia delle
reliquie che qui sono custodite. L'elegante, persino leggiadra ar-
chitettura ad archi la rende un gioiello che la distingue netta-
mente dalla pesantezza e dalla tenebrosit di Notre Dame, e che
fu lodato gi dai contemporanei: I ricercati colori dei dipinti,
le preziose dorature dei quadri, la delicata trasparenza delle fi-
nestre che riverberano di luce rossastra, i rivestimenti degli al-
tari oltre modo belli, la forza miracolosa delle sacre reliquie, le
decorazioni degli scrigni, che rilucono delle loro pietre prezio-
se, conferiscono a questa dimora della preghiera una tale apo-
teosi ornamentale che entrando si crede di essere stati trascinati
in cielo e di aver varcato la soglia di uno dei pi bei luoghi del
Paradiso
24
, scriveva con entusiasmo Jean de Jandun nel 1323.
Da allora niente cambiato, per quanto la chiesa sia da tempo
sconsacrata, si trovi in un'area di propriet del ministero di Giu-
stizia e si debba pagare un biglietto d'ingresso per visitarla.
Al centro della Sainte ChapeUe, su un matroneo al centro del
coro, stava il grande scrigno girevole delle reliquie, la cui fab-
bricazione cost al re 100.000 franchi. In confronto, l'intera chie-
sa, comprensiva delle decorazioni alle pareti e alle finestre, ri-
sult addirittura a buon mercato, con costi di costruzione che
assommavano a 40.000 franchi. Ma per le sue reliquie, prima tra
tutte la corona di spine, il devoto re, cui fu presto dato l'appel-
lativo di santo e che infine fu davvero proclamato ufficial-
u
A.J.V. LeRoux de Lincy-L.M. Tisserand, Paris et ses historiens aux 141 et 15e sie-
cles, Paris 1867, p. 46.
317
mente santo dal papa, a soli 29 anni dalla sua morte, non si ac-
contentava di niente di meno del meglio. Ogni venerd santo
le reliquie venivano esposte alla venerazione dei fedeli, e i ma-
lati, in particolare gli epilettici, potevano toccarle. Per il resto del
tempo rimanevano chiuse nello scrigno delle reliquie, di cui
solo il re possedeva la chiave. Agli ospiti illustri le mostrava an-
che personalmente, e a ospiti di Stato del tutto particolari furo-
no donati singoli aculei
25
. Purtroppo la maggior parte della rac-
colta di reliquie di Luigi non si conservata. Fu ottusamente di-
strutta, insieme ai preziosi reliquiari, durante la rivoluzione
francese. I preziosi esemplari furono allora portati in proces-
sione fuori della chiesa e ridicolizzati, si selezion per i musei
ci che pareva avere valore scientifico e il metallo prezioso fu
fatto fondere
26
. Si salv solo la corona di spine, di cui nel frat-
tempo era rimasto solo il mero intreccio di giunchi, privato de-
gli ultimi aculei. Oggi si trova neUa cattedrale di Notre Dame di
Parigi, dove viene mostrata ai fedeli ogni venerd di Quaresima
e il venerd santo. Lo scrigno delle reliquie di Santa Croce, quin-
di, ci trasmette almeno il sentore della dignit e del fascino che
emanavano dal suo corrispettivo parigino.
Non sappiamo come siano giunti a Santa Croce i due aculei
della corona di spine. Probabilmente sono il frutto di una pia
donazione risalente a un'epoca successiva al 1204. Con il tem-
po si raccolsero qui anche altre reliquie. Tra queste vanno an-
noverate, oltre a innumerevoli ossa di santi, depositate in un va-
no adiacente, tre pietruzze provenienti dalla Grotta della Nati-
vit di Betlemme, dal Santo Sepolcro e da quella colonna a cui
fu flagellato Ges che si pu vedere oggi nella chiesa del San-
to Sepolcro a Gerusalemme. Un' altra presunta colonna della
flagellazione costituisce oggi la pi importante reliquia della ba-
silica di Santa Prassede a Roma che, situata di fronte a Santa
Maria Maggiore, di traverso a quest'ultima, con i suoi stupendi
mosaici diventata la meta segreta di tutti coloro che vengo-
25
M. Dillange, op. cit.
26
A. Angenendt, op. eie., p. 271.
318
no in pellegrinaggio a Roma. La colonna marmorea bicroma,
bianca e nera, fu portata a Roma da Gerusalemme nel XIII
secolo dal cardinale Giovanni Colonna, che partecip come
legato pontificio alla V crociata.
Un dito di san Tommaso?
Santa Croce entr molto presto in possesso della reliquia
del presunto dito indice di san Tommaso, di quel dito - si sup-
pone - con cui lo scettico discepolo tocc le ferite di Ges. Que-
sta scena, narrata da Giovanni (20,24-29), del resto anche
l'unico elemento a favore dell'ipotesi che Ges sia stato effetti-
vamente crocifisso con dei chiodi, come si pu dedurre dalle pa-
role di Tommaso: Se non vedo nelle sue mani il segno dei chio-
di e non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e non metto la
mia mano nel suo fianco, non creder. Ges glielo concede, ad-
dirittura lo sollecita a farlo: Metti il tuo dito qui e guarda le mie
mani, porgi la tua mano e mettila nel mio fianco, non senza ag-
giungere e non essere pi incredulo, ma credente, perch bea-
ti coloro che hanno creduto senza vedere!. Cos, per i discepo-
li, con la crocifissione di Ges si adempiuta la parola del Sal-
mo: Hanno scavato le mie mani e i miei piedi, posso contare
tutte le mie ossa (21,17-18).
Secondo la tradizione Tommaso, dopo il concilio Apostolico
di Gerusalemme nel 48 d.C., si sarebbe messo in viaggio per l'O-
riente, dove annunci il Vangelo e fu chiamato l\<apostolo del-
l'Asia. Secondo la leggenda, giunse in India nel 52, dove svol-
se la sua missione per lunghi anni prima di subire il martirio a
Mailapur, presso Madras, nel 67. Successivamente gli abitanti del-
la citt di Edessa, nella Mesopotamia settentrionale, evangeliz-
zata da un discepolo di Tommaso di nome Taddeo o Addai, im-
plorarono, con l'intermediazione dell'imperatore Severo Ales-
sandro (222-235), i re indiani di consegnar loro le sue ossa. La
traslazione dev'essere avvenuta nel 232. Nel XIII secolo le reli-
quie, minacciate dal possibile arrivo di turchi musulmani che mar-
319
davano su Edessa, furono poste al sicuro prima sull'isola di Chios,
nel mar Egeo, poi a Tortona, sulla costa adriatica, dove vengono
venerate ancor oggi. Forse gli abitanti di Edessa avevano fatto
dono alla basilica di Santa Croce della reliquia del dito, magari
anche in cambio di una particella della croce. Ma pu anche es-
sere giunta a Roma molto pi tardi. In ogni caso si dice che il di-
to di Tommaso si trovi a Santa Croce da tempo molto remoto
e che fosse collocato presso un apposito altare di Tommaso,
dove fu venerato per tutto il medioevo. Tuttavia non appartie-
ne al nucleo originario deUe reliquie sessoriane, di quei reperti
provenienti da Gerusalemme che Elena stessa port a Roma.
Con questo nome, infatti, gli storici della Chiesa indicano espres-
samente solo le particelle della croce, il sacro chiodo e il titulus.
L'iscrizione della croce
Per lo storico, la pi interessante di queste reliquie indub-
biamente il titulus crucis, l'iscrizione della croce. Non saremo
mai in condizione di poter ascrivere con assoluta certezza alla
passione di Ges i frammenti della croce o il sacro chiodo - se
non inserendoli nella storia complessiva di questo nucleo di
reperti sessoriani. Per il titulus le cose stanno diversamente: re-
ca un'iscrizione che ci nota dal quarto Vangelo. Fu questa iscri-
zione (cfr. le illustrazioni a colori delle tavole VII e IX) ad at-
trarmi fin dal primo incontro con la reliquia, e doveva infine for-
nire la chiave per la sua datazione.
L'osservai allora con estrema attenzione, studiai ogni singola
scheggia del bruno legno eroso dal tempo. Effettivamente ripor-
tava l'iscrizione cos come stata tramandata da Giovanni: "Ge-
s il Nazareno, il re dei giudei"... in ebraico, in latino e in greco
(Gv 19,19-20) o almeno una parte di quest'iscrizione. Ma in un'al-
tra successione:prima in ebraico, quindi in greco, infine, in basso,
in latino. E in tutte e tre le lingue la scrittura procedeva da destra
verso sinistra, non solo in ebraico com'era ovvio che fosse, e cio
320
B ZYNEPAZAN ZI
e
ER SVNIRAZANJ
Sono elementi degni di nota, perch ci non corrisponde alla
successione del testo nelle tre lingue indicata dal Vangelo di Gio-
vanni, n si trova nei Vangeli alcun accenno all'imitazione - che
rispondeva evidentemente a un intento canzonatorio - della mo-
dalit ebraica di scrittura da destra verso sinistra nel testo redat-
to in greco e in latino. Nel complesso, l'iscrizione pareva redatta
in maniera piuttosto pasticciata, incisa disordinatamente nel le-
gno con un oggetto aguzzo, poi per decorata per gioco, come se
qualcuno volesse derisoriamente conferire un aspetto in qualche
modo ufficiale alla tavola che recava l'indicazione del capo d'ac-
cusa per il re dei giudei. In quanto storico, conoscevo le iscri-
zioni romane e greche provenienti dalla Terrasanta e avevo l'im-
pressione che il suo stile si attagliasse a quello vigente nel I se-
colo; in ogni caso poteva essere pi compatibile con questo
piuttosto che con quelli in voga nel IV secolo o nel medioevo,
Riproduzione del titulus di Ch. Rohault de Fleury (1870) con imprecisioni minori
(cfr. illustrazione a color tavola IX).
321
epoche in cui era pensabile una falsificazione. La riga in latino
era simile all'iscrizione che faceva riferimento alla consacrazio-
ne del Tiberieum di Cesarea, in cui Ponzio Pilato era citato per
nome, quasi fosse un parigrado (cfr. illustrazione a colori della
tavola I).
Mi colp inoltre il fatto che la designazione greca della prove-
nienza geografica del condannato, NAZARENOUS, non fosse
una traduzione, ma una mera traslitterazione dal latino. Anche
questo elemento era in contrasto con il testo dell'iscrizione della
croce riportato dal Vangelo di Giovanni: IHEOYS O NAZQPAIOE
O BAZIAEYZ TON IOYDAI&N. L'iscrizione della tavola di San-
ta Croce pare invece la traslitterazione in lingua greca di un testo
dettato da un romano. Poich Nazarinus indicava l'origine geo-
grafica del condannato e faceva quindi parte del nome, evidente-
mente non si riteneva necessario tradurlo correttamente in greco,
lacuna questa colmata solo da Giovannni. In effetti le trascri-
zioni letterali, senza adattamento linguistico, sono frequenti nel-
le iscrizioni dell'epoca, per esempio nel caso di titoli imperiali.
Inoltre il latino era la lingua ufficiale, come attestano i reperti del-
l'epoca: anche l'iscrizione di Pilato era redatta in latino. Iscri-
zioni redatte in pi lingue, per lo pi in greco e in aramaico, ci so-
no sufficientemente note, tra l'altro anche dagli ossari dell'epoca.
Inoltre nell'iscrizione della croce troviamo un'epsilon dove avreb-
be dovuto esserci un'eta. Ma proprio queste lettere venivano spes-
so confuse tra di loro nell'antichit. Nell'iscrizione della croce,
inoltre, alla grafia latina corrente, NAZARENUS, si sostituisce
un NAZARINUS che corrisponde piuttosto all'ebraico NO SRI
o NASARI, che pare perci essere la grafia originaria da cui so-
no state traslitterate quelle nelle altre lingue. Infine il nome di Ge-
s viene abbreviato solo con I o con IS, mentre Giovanni, quan-
da cita la tavola con il capo d'accusa, lo riporta per esteso.
L'abbreviazione dei nomi era usuale nelle iscrizioni romane.
Poich nel I secolo il nome Ges/Jeshu(a) era piuttosto fre-
quente, era soprattutto il nome del villaggio natale a caratteriz-
zare l'identit della persona. Ancora una volta, ci troviamo di
322
fronte a un uso linguistico molto antico, tipico anche dell'epoca
in cui visse Ges. Invece, per quanto riguarda il contenuto, l'i-
scrizione della tavola si approssima moltissimo alla versione gio-
vannea del titulus. In effetti il termine greco IHZOYZ nei pi an-
tichi manoscritti evangelici veniva abbreviato come IZ, pro-
prio come nella tavola con il capo d'accusa conservata a Santa
Croce. Poteva trattarsi in origine semplicemente del tentativo
di trascrivere il nome di Ges dall'ebraico al greco, il che non
costituiva una facile operazione; nella versione latina fu poi ul-
teriormente abbreviato in I. Il nome latinizzato Ges si im-
pose in Occidente solo parallelamente alla diffusione del Van-
gelo. Deriva da un antico nome ebraico, JEHOSHUA, Jahv
il Salvatore, che all'epoca di Ges si modific in Jeshua o,
nel dialetto della Galilea, semplicemente in Jeshu. Questo era
il nome autentico di Giosu, l'uomo che guid il popolo d'Israele
nella Terra Promessa. All'epoca di Ges questo nome era cos
frequent e che solo nella Storia della guerra giudaica di Giu-
seppe Flavio portato da ben quattordici personaggi, di cui
tre sommi sacerdoti. In ebraico Jeshua si scriveva con quat-
tro lettere, yod-schin-waw-'ayin, quindi J-SH-u-A, mentre Je-
shu veniva forse semplicemente riportato solo come yod-shin
(o yod-shin-waw). Pi tardi da questa abbreviazione si svilupp
una particolare tradizione, quella del nomen sacrum che i primi
copisti cristiani elaborarono traslando su Ges, il Figlio di Dio,
la tradizione ebraica del nome del Dio d'Israele, impronuncia-
bile ed espresso dal tetragramma JHWH. IZ divenne il simbolo
della divinit di Ges Cristo, rudimentale confessione di fede
della Chiesa delle origini
27
.
Ma chi mette in dubbio l'autenticit del titulus potrebbe in-
terpretare quest'abbreviazione IZ come elemento a favore di
una pi tarda datazione dell'iscrizione. Un nomen sacrum non
poteva certo trovarsi sulla tavoletta che reca l'indicazione del
capo d'accusa. Ma perch un falsificatore devoto, che nei con-
tenuti dell'iscrizione si atteneva evidentemente a quanto ripor-
17
C.RThiede-M. d'Ancona, op. cit.,p. 212.
323
tato da Giovanni, avrebbe dovuto da un lato prendersi tante
libert, e dall'altro commettere un errore cos grossolano, am-
messo che questo sia davvero tale? E perch scrivere, al posto
del NAZftPAIOE giovanneo, il latino NAZARINUS/ NAZA-
RENOUS anche nel testo greco? Questo esclude per lo meno
una falsificazione sorta all' interno della comunit di Gerusa-
lemme, in cui si parlava il greco e i Vangeli erano diffusi sola-
mente nella loro versione originaria in lingua greca.
Il testo in ebraico invece troppo fortemente compromesso
dal trascorrere del tempo, per prestarsi a conclusioni nette. So-
lo tre segni si sono conservati pi o meno integri, consentendo
cos gi a S. Pagnini (morto nel 1541) di leggervi la parola Not-
zeri (Nazareno)
28
. In effetti sono ancora riconoscibili H, N e
S, che potrebbero essere del tutto coerenti con l'iscrizione (JSU')
N' (RJ MLK HJHUDJM). Degli altri segni grafici rimango-
no solamente le caratteristiche code, elemento distintivo del-
la scrittura ebraica corsiva di epoca romana. La presenza della
S (talvolta resa anche con TZ) conferma ulteriormente che Ge-
s era conosciuto come Nazareno, non come Nazireo (mo-
rigerato uomo di Dio), cio come Davidide originario dell'in-
sediamento davidico di Nazaret.
Nelle settimane successive, non riuscii a liberarmi dal pensie-
ro dell'enigma della tavola di Ges, e ben presto mi fu chiaro
che dovevo tornare a Santa Croce. Avevo ben presente che, per
accertare l'autenticit della reliquia, bisognava ricorrere a tre ti-
pi di datazione: fisica, biologica e paleografica.
La datazione per mezzo del carbonio
In campo archeologico si e imposta una met odol ogi a di da-
tazione dei materiali organici basata su principi fisici, il metodo
del carbonio 14, elaborato dall'americano Willard E Libby do-
po la seconda guerra mondiale. Si basa sulla produzione dell'i-
B. Beami, op. eie., p. 51.
324
sotopo 14 del carbonio (C44) nell'atmosfera. L'irraggiamento c-
smico produce neutroni che, insieme all'isotopo 14 dell'azoto
(N14), costituiscono l'isotopo 14 del carbonio. Gli isotopi sono
varianti atomiche dello stesso elemento chimico, di cui hanno lo
stesso numero atomico ma un diverso numero di massa. Ci so-
no isotopi stabili e altri invece instabili, cio radioattivi. Gli iso-
topi radioattivi - e il Q
4
uno di questi - si decompongono se-
condo i cosiddetti tempi di dimezzamento. Il tempo di di-
mezzamento del C14 equivale a 5730 anni, con un margine
d'errore di 40 anni in pi o in meno. In un organismo vivente, la
limitata percentuale di C14 decomposto subisce un continuo
ricambio grazie al processo di inspirazione ed espirazione. Solo
quando l'organismo muore, viene a cessare l'immissione di nuo-
vo C14, per cui quello gi presente si decompone incessante-
mente. Poich i chimici sanno a quale ritmo procede la decom-
posizione, possono stabilire in maniera piuttosto precisa l'et di
un organismo morto determinando la quota di C14 presente
29
.
Un'analisi del carbonio potrebbe stabilire - almeno teoricamente
- il periodo approssimativo in cui fu abbattuto l'albero nel cui
legno stata incisa l'iscrizione della croce.
La datazione biologica
Un secondo metodo, molto pi preciso, rappresentato dal-
l'analisi degli anelli annuali del legno, clic nel linguaggio spe-
cialistico va sotto il nome di dendrocronologia. Suo pioniere
stato l'astronomo americano A.E. Douglas, il quale a partire dal
1901 studi gli anelli che segnalano la crescita dei tronchi d'al-
bero, allo scopo di accertare l'influsso dei cicli di macchie sola-
ri sulle oscillazioni climatiche. Vent ' anni pi tardi pens di Uti-
lizzare lo stesso metodo per datare le rovine dei villaggi nativi
americani, applicandolo cos per la prima volta in ambito ar-
cheologico.
29
F.G. Maier. Neue Wege in die alte Welt, Hamburg 1977, pp. 283s.
325
noto che si pu stabilire l'et di un albero contando gli anel-
li sulla superficie tagliata di un tronco. Ognuno di questi anelli
ha un' ampiezza diversa a seconda delle condizioni climatiche
che hanno caratterizzato l' anno a cui si riferiscono. Tutti insie-
me gli anelli creano un motivo caratteristico, simile a un' im-
pronta digitale, che nella sua successione irripetibile. Alberi
della stessa specie, cresciuti nello stesso luogo, producono con
i loro anelli un identico disegno. Quanti pi frammenti di legno
di una stessa regione si sono conservati, tanto pi possibile
creare una banca dati che immagazzini informazioni sugli anel-
li annuali, risalendo indietro nei secoli e addirittura nei millen-
ni. Se un dendrocronologo dispone di legno databile, proveniente
per esempio da edifici la cui data di costruzione accertabile
grazie alla presenza di iscrizioni, pu confrontare gli eventuali
nuovi reperti in legno con questo campione e ricavare cos la
datazione. Strumenti di misurazione precisi, come apparecchi di
misurazione dell'anello annuale e microscopi, automatizzano
il procedimento e garantiscono risultati univoci. Con il loro aiu-
to, l'et di un frammento di legno pu essere stabilita con tale
precisione da arrivare a indicare addirittura l'anno
30
. Per utiliz-
zare questo metodo anche per l'iscrizione della croce neces-
sario disporre di un calendario regionale degli anelli annuali ri-
guardante la regione di Gerusalemme nel I e nel IV secolo. Pro-
prio questo bisognava accertare prendendo cont at t o con
l'organismo israeliano che sovrintende ai beni archeologici.
Paleografia
La paleografia, o storia della scrittura, una disciplina ausi-
liaria delle scienze storiche. Il suo scopo di decifrare le fonti
e collocarle correttamente dal punto di vista temporale (e in de-
terminati casi anche geografico). Al di l del fattore individua-
le, della calligrafia personale, la scrittura sempre caratteriz-
x
Ibid., pp. 303-307.
326
zata, anche e prevalentemente, da elementi tipici delle singole
epoche storiche. Questo vale gi per periodi di tempo pi ridotti,
come chiunque pu rendersi conto dando un'occhiata alle let-
tere d'amore dei propri genitori o alle cartoline militari dei pro-
pri nonni. Questo vale per tutte le epoche, scrive lo storico
Ahasver von Brandt nel suo classico Strumento dello storico, e
su questo si fonda la possibilit per la paleografia di ricono-
scere e rappresentare un processo evolutivo continuo nella sto-
ria della scrittura e di collocare correttamente dal punto di vi-
sta cronologico le testimonianze scritte esistenti. Caratteri e
stile si modificano con il tempo, ed esistono inoltre varianti re-
gionali; cos, le loro forme cangianti e gli elementi stilistici e le
loro trasformazioni
31
consentono una collocazione abbastanza
precisa dal punto di vista temporale e geografico di un mano-
scritto o di un'iscrizione. Se uno studioso deve occuparsi di una
testimonianza scritta di cui ignota la datazione, ne analizza
la forma, il quadro esteriore generale, la lunghezza, le propor-
zioni, la punteggiatura, le lettere individuali, tipiche e il modo
con cui si collegano (legatura) o sono tenute distinte l'una dal-
l'altra, e l'utilizzo di caratteri maiuscoli o minuscoli. Una volta
che una scrittura stata analizzata approfonditamente, viene
confrontata con altre iscrizioni di cui si conosca la datazione.
A quale consuetudine grafica si avvicina di pi la sua forma gra-
fica? Troviamo elementi tipici di determinate modalit di scrit-
tura, come ad esempio la scrittura a uncino, popolare nel I
secolo? riscontrabile un'abbreviazione sospensiva di no-
mi o titoli, come nella lingua scritta in epoca romana classica,
quando si usava mettere un punto, o, successivamente, nel pe-
riodo a partire dal II secolo, quando invece si ricorreva a un trat-
tino? C' un'abbreviazione sillabare (la parola viene riporta-
ta limitatamente alla prima sillaba), emessa partire dal II se-
colo, o un'abbreviazione contrattiva (contrazione di una parola
alle lettere principali, per lo pi consonanti), tipica della lette-
ratura cristiana tardoantica?
31
A. von Brandt, Werkzeug des Historikers, Stuttgart 1986, p. 65.
327
La paleografia una scienza ausiliaria riconosciuta. spesso
l'unico metodo che consenta per esempio la datazione di un'i-
scrizione scolpita nella roccia, perch nella roccia la strada del-
la datazione sulla base del metodo chimico o biologico pre-
clusa, a causa della mancanza di materiale organico. Per questo
motivo, decisi di sottoporre l'iscrizione della tavola di Santa Cro-
ce a sette paleografi di fama per una perizia.
Per l'applicazione del primo di questi metodi, quello basato
sul carbonio 14, dovevo poter disporre di un frammento suffi-
cientemente grosso; per gli altri due bastavano delle buone fo-
to della tavola di Gerusalemme. Decisi pertanto di prendere con-
tatto con l' abate del convento cistercense attiguo alla basilica
per stabilire un rapporto di collaborazione.
Ulteriori ricerche a Roma
Alla fine di luglio del 1997 ero di nuovo a Roma. Il 30 luglio
visitavo il convento in compagnia di un uomo in cui riponevo
molta fiducia e che conosce molto bene i meccanismi interni al-
la Chiesa: monsignor Corrado Balducci, prelato della Congre-
gazione per VEvangelizzazione dei Popoli e membro da lunghi
anni della Curia, che stava allora per festeggiare il cinquantena-
rio della sua ordinazione sacerdotale. Avevo conosciuto l'an-
ziano sacerdote nell'ottobre del 1995, nel corso di una trasmis-
sione televisiva di Raidue, gli avevo ben presto fatto visita nel suo
spazioso appartamento sopra il Vaticano e lo avevo a lungo in-
tervistato. Monsignor Balducci un uomo di Dio impegnato, che
non arretra di fronte ad alcun tab, un sacerdote dall'entusiasmo
giovanile e dal temperamento spumeggiante, nonostante i 76
anni d'et. Quando illustrai i miei intenti a monsignor Balduc-
ci, questi fu subito affascinato dall'idea. Mi stup il fatto che
non conosceva la reliquia. E questo nonostante viva a Roma, ab-
bia visitato parecchie volte la basilica di Santa Croce l'ultima
volta una settimana prima del nostro incontro - , intrattenga rap-
porti amichevoli con uno dei suoi sacerdoti e sia tra i religiosi pi
328
preparati della Citt Santa. Le chiese di Roma custodiscono
evidentemente dei segreti persino per coloro che hanno consa-
crato la loro esistenza al servizio della Chiesa.
Un colloquio di circa un'ora con padre Simone del convento
di Santa Croce bast a elaborare la nostra strategia. Dovevo pre-
sentare per iscritto la mia richiesta all'abate, don Luigi Rottini.
Inoltre dovevo rivolgermi ufficialmente al vice ministro degli Este-
ri del Vaticano, l'arcivescovo Giovanni Battista Re, avanzando
un'altra richiesta scritta formale di autorizzazione a sottoporre
le reliquie ad analisi scientifica.
La prima risposta giunse il 4 ottobre 1997. Il reverendo abate
di Santa Croce mi invit a tornare nuovamente a Roma per di-
scutere i n l o c o come procedere. Questo avveniva il 12 novembre,
giorno successivo all'inaugurazione della cappella delle Reliquie
di recente ristrutturata - cui avevano preso parte anche alcuni
membri del governo italiano. Con orgoglio i monaci mi mostra-
rono il nuovo reliquiario, permettendomi inoltre di fotografare il
tutto. Al mio desiderio di estrarre l'iscrizione della croce dal suo
reliquiario d'argento non poterono comunque acconsentire:poi-
ch fa parte delle propriet della Santa Sede, questo poteva av-
venire solo su espressa autorizzazione del ministro degli Esteri
vaticano. Ma i cistercensi disponevano di un'altra soluzione per
soddisfare almeno parzialmente le mie richieste: proprio un an-
no prima, il loro fotografo di fiducia aveva ricevuto Vauto-
rizzazione a trarre il titulus dal reliquiario per fotografarlo da
ogni lato, misurarlo e pesarlo*
2
. Si erano persino assicurati la pre-
senza del fotografo, Ferdinando Paladini dell'agenzia Servizi Do-
cumentazione di Roma, al nostro incontro. Questi, in occasione
di un successivo incontro, il 27 gennaio 1998 a Roma, mi mise a
disposizione i suoi eccellenti primi piani, di cui agli inizi di mar-
zo ricevetti per posta degli ingrandimenti.
Appresi successivamente che queste prime fasi di lavoro coo-
perativo erano andate in porto su espressa autorizzazione del-
31
Come appresi successivamente, questo avvenne su iniziativa della dott.sa Maria
Luisa Ri gato, docente aUa Pontificia Universit Gregori ana di Roma.
329
l'arcivescovo Re. La mia seconda lettera del 22 novembre 1997, in
cui chiedevo al religioso di poter sottoporre una particella della
tavola di Ges ad analisi del legno e del carbonio per pervenire
a una possibile datazione, rimase invece senza risposta. Una per-
sona interna agli uffici vaticani mi rivel il motivo. Il predeces-
sore del suo superiore, il cardinale Casaroli, morto nel 1998, ave-
va concesso nel 1988 l'autorizzazione ad applicare il metodo del
C[4 per stabilire la datazione del telo sepolcrale torinese. Il risul-
tato era stato uno schiaffo in faccia a tutti i credenti: risultava che
la reliquia risaliva al medioevo. Ci sono sostanziosi motivi per met-
tere in dubbio questa datazione ~ i campioni sottoposti ad anali-
si provenivano da un lembo molto sporco del telo - ma gli av-
versari della Chiesa disponevano di un elemento in pi per ac-
cusarla di truffare e ingannare i creduli con pellegrinaggi e false
reliquie. Altri subodorarono una congiura e accusarono il Vati-
cano di consapevole annientamento scientifico della reliquia
33
.
quindi del tutto comprensibile che l'arcivescovo reagisse con pru-
denza al mio desiderio di sottoporre ad analisi un'altra reliquia.
Solo successivamente appresi che lo stesso arcivescovo Re si era
pronunciato a favore della mia richiesta, ma l'Accademia Vati-
cana delle Scienze, da lui consultata, aveva deciso diversamente
34
.
Decisi allora di limitarmi a un esame provvisorio e di ricorre-
re a perizie che fossero possibili sulla base delle sole fotografie.
Di fattura romana
Le foto di Ferdinando Paladini rivelavano particolari che ri-
manevano nascosti ai visitatori della cappella delle Reliquie di
Santa Croce. Perch, per essere fotografata, la tavola dell'iscri-
u
E. Gruber-H. Kersten, op. cit., p. 378.
M
Missiva del 18 gennaio 1999 di don Simone dell'abbazia di Santa Croce in Geru-
salemme: Abbiamo parlato con S.E. Mons. Re, che attende la risposta di due membri
dell'Accademia Pontificia; personalmente, favorevole all'esame. Come appresi in un
colloquio personale che ebbe luogo il 31 marzo 1999, dei due membri dell'Accademia,
uno si era espresso a favore dell'esame del carbonio, l'altro si era detto contrario. Per
concedere l'autorizzazione sarebbe stato necessario un consenso unanime.
330
zione della croce era stata tolta dal suo reliquiario d'argento, pe-
sata, misurata e fotografata da tutti i lati, alla presenza della stu-
diosa Maria L. Rigato. Grazie a ci potei acquisire i seguenti da-
ti: peso: 687 grammi; lunghezza: 25 centimetri (25,3 nel punto
pi lungo); altezza: 14 centimetri; spessore: 2,6 centimetri.
I bordi della tavola presentano forti tracce di decomposizio-
ne. Il margine destro letteralmente corroso dall'usura del tem-
po. Una parte del bordo superiore smozzicato, il che rende qua-
si illeggibile l'iscrizione ebraica, e sul lato inferiore il degrado
del legno ha reso quasi irriconoscibili le lettere I e ARIN. Solo
il margine sinistro intatto: evidentemente il legno fu tagliato
in questo punto successivamente e da quel momento accurata-
mente conservato. Ci corrisponde a quanto sostiene la tradi-
zione, secondo la quale il titulus giacque per quasi 300 anni in
una cisterna prosciugata nei pressi della collina del Golgota,
esposto senza difese all'umidit, fino a che fu recuperato, in-
sieme alla reliquia della croce, alla presenza dell'imperatrice Ele-
na, suddiviso e portato a Roma. Non sappiamo come fu con-
servato dopo la morte di Elena e prima del 1140 circa, in ogni
caso tra il 1140 e il 1492 era custodito in una cassetta di piom-
bo, molto ben protetto, murato in una parete della cappella di
Sant'Elena. Il fatto che il margine sinistro della tavola sia com-
pletamente intatto dimostra non soltanto che il reperto stato
trattato correttamente negli ultimi sedici secoli, ma anche che
lo stato di avanzata decomposizione sugli altri bordi da ascri-
versi all'epoca precedente al rinvenimento, e riflette la condi-
zione di un reperto che giaciuto per secoli senza protezione.
Specialmente al centro della tavola, sono ancora visibili i re-
sti di una tinta grigio-calcarea, nonch tracce di una colora-
zione nera impressa nelle scanalature di alcune lettere. Questo
corrisponde a quanto scrive l'archeologa italo-svizzera Maria
Si l i at o sul titulus damnationis, l a t av ol a r ecant e l ' i ndi cazi one
del capo d'accusa che i romani collocavano nei luoghi delle
esecuzioni, e soprattutto nel caso di crocifissioni particolar-
mente spettacolari, in modo che fossero visibili per giorni e
in cui era addotto il motivo per cui veniva comminata una con-
331
danna capitale tanto feroce. Come nel caso di qualsiasi altra
scritta su corteccia o su legno, sulla tavola veniva dapprima di-
stesa una base grezza di color bianco, di gesso o colla, su cui
Vexactor del procedimento, che sovrintendeva all'esecuzione
della condanna, scriveva il motivo della condanna a caratteri
neri o rossi
35
.
Le fattezze con cui si presenta la tavola corrispondono quin-
di in pieno alle caratteristiche di un oggetto di questo genere di
fattura romana. Lo sfondamento su buona parte della superfi-
cie della tavola dello strato originario di calcare di gesso un ul-
teriore indizio della sua lunga permanenza in condizioni non
protette e in un ambiente almeno temporaneamente umido.
Questo strato calcareo tanto pi rilevante perch espres-
samente citato in una delle pi antiche descrizioni del titulus rin-
venuto da Elena, e cio nella Storia della Chiesa di Sozomeno.
Il suo autore, nato a Gaza, nel 370-380 circa, aveva da giovane
numerosi contatti con anziani monaci e clerici, di cui alcuni po-
tevano essere stati addirittura testimoni oculari del rinvenimento
della croce. In ogni caso Sozomeno, che quando redasse la sua
Storia della Chiesa nel 443-445 circa lavorava come giurista nel-
la capitale imperiale Costantinopoli e disponeva di buoni con-
tatti con la famiglia imperiale, ricostruisce minuziosamente gli
avvenimenti relativi al rinvenimento della croce e del titulus. Il
suo racconto contiene numerosi particolari che non ritrovia-
mo nelle opere degli altri storici della Chiesa, tra cui la pi pre-
cisa descrizione della tavola di cui disponiamo. Infatti, mentre il
suo contemporaneo Socrate Scolastico la menziona piuttosto
fuggevolmente come la tavola di Pilato, su cui stava scritto in
diverse grafie chc il Cristo crocifisso era il re dei giudei
36
- col
che si riferiva probabilmente alla met del titulus conservata a
Gerusalemme e recante la scritta (RE)X IUDAEORUM - , So-
zomeno afferma: Furono rinvenute tre croci e un altro pezzo
di legno su cui in color bianco campeggiava la scritta in carat-
35
M.G. Siliato, op. cit., p. 339.
36
Socrate Scolastico, Hist Ecc., 1,17.
332
teri ebraici, greci e latini: "Ges di Nazaret, re dei giudei"
37
. Tre
particolari corretti, e cio: la colorazione bianca della tavola di
legno; la corretta successione con cui venivano indicate le lin-
gue in cui era stata redatta l'iscrizione, e cio ebraico, greco e la-
tino e non, come nel Vangelo di Giovanni (19,19), ebraico, lati-
no e greco; e infine il testo esatto dell'iscrizione, fanno pensare
che il titulus citato da Sozomeno potrebbe coincidere con la
reliquia di Santa Croce, di cui quindi il resoconto di Sozomeno
potrebbe essere la descrizione pi antica.
Un altro particolare s'impone alla nostra attenzione: se la ta-
vola fu effettivamente tagliata nel mezzo - e tutto lo fa pensa-
re - allora manca ogni traccia di una sua affissione alla croce
mediante chiodi. Possiamo dedurne che non fu inchiodata alla
croce, ma solo appesa. Questo spiegherebbe perch, secondo
quasi tutti i cronisti dei rinvenimento della croce, l'identifica-
zione della vera croce risult per Elena cos difficile, nono-
stante avesse rinvenuto anche il titulus: questo giaceva l, pres-
so le croci, ma non era affisso ad alcuna di esse, come confer-
mato anche da Sozomeno: Sorse per una difficolt quando si
tratt di distinguere la divina croce dalle altre; perch l'iscrizio-
ne era da questa divisa, e la stessa croce era gettata in un an-
golo con le altre senza che si potessero distinguere
38
.
D legno del titulus
Pregai un mio collega, il giornalista israeliano Barry Chamish,
di prendere contatto in Israele con alcuni studiosi che avreb-
bero potuto sottoporre il titulus a una perizia sulla base delle fo-
to. Israele forse il Paese in cui oggi pi vivo l'interesse per
l'archeologia e in cui ogni estate si effettuano fino a 26 campa-
gne di scavo. L'abbondanza dei reperti che gli archeologi israe-
liani hanno riportato alla luce e valutato scientificamente ne-
gli ultimi decenni fa di loro un punto di riferimento sicuro per
37
Sozomeno, Hist. Ecc, II, 1.
Ibid.
333
chiunque voglia una valutazione di un oggetto che si presume
provenga e sia stato rinvenuto nel loro Paese. Inoltre a loro, in
quanto ebrei, nessuno potrebbe rimproverare una mancanza di
distacco critico dalla presunta iscrizione della croce. Di un esper-
to di fede cattolico-romana, invece, gli scettici contesterebbero
senza esitazioni l'obiettivit, come hanno dimostrato le reazio-
ni del mondo scientifico e dei media al lavoro di Thiede - ec-
cellente, dal punto di vista scientifico - sul papiro di Ges
39
.
Formulai cos tre ipotesi di lavoro relative alla tavola di Ges.
Poteva trattarsi:
1. effettivamente dell'iscrizione della vera croce risalente al-
l' anno 30 d. C;
2. di un falso del IV secolo volto a far colpo sull'imperatrice Ele-
na;
3. di un falso medievale fabbricato sulla base della tradizione
del rinvenimento deUa croce.
Il 12 agosto m'imbarcai per Gerusalemme, per proseguire le
ricerche in quella citt in cui si presumeva che il titulus fosse sta-
to rinvenuto 1673 anni prima.
Purtroppo appresi ben presto che la soluzione pi semplice,
la datazione sulla base del metodo dendrocronologico, non era
possibile. Come spiegarono i due principali esperti israeliani di
analisi dell'anello annuale, il professor Nili Lifshitz e il dottor
Simcha Lev-Yadun dell'Universit di Tel Aviv, non ci sono suf-
ficienti dati comparativi per l' epoca pre-musulmana e quindi
nessuna stadia tarata. Inoltre erano necessari almeno 50 anel-
li annuali per poter datare il legno con precisione, e questo non
era il caso della tavola di Santa Croce. Per accertarlo definiti-
vamente, mi incontrai a Gerusalemme con la dottoressa Orna
Cohen della Sovrintendenza israeliana per i beni archeologici,
un'esperta del legno nota per le sue analisi dei resti di una bar-
ca di pescatori rinvenuta presso il lago di Genesaret. Le tavole
di quell'imbarcazione erano state scoperte nel fango del lago,
39
Cfr. La reazione di Spiegel (Lieferte die Polizei dert Beweis?, in n. 22,27-5-1996,
pp. 80-87) a GP.Thiede-M. d'Ancona, op. cit.
334
nella zona tra Migdal - la biblica Magdala - e Ginosar - la bi-
blica Genesaret, nel gennaio 1986, dopo un anno estremamen-
te arido, in cui il livello dello specchio d'acqua si era abbassato
di molto. Poich tra le tavole furono rinvenuti anche oggetti in
ceramica - una lampada a olio e una casseruola - dell'epoca di
Erode, la barca fu fatta risalire al I secolo, datazione poi con-
fermata grazie al metodo del C14. Come ci si attendeva, la no-
tizia conquist titoli cubitali sui giornali di tutto il mondo: su
barche di pescatori di questo tipo dovevano aver preso il largo
anche i discepoli di Ges, e Ges stesso fu trasbordato da una
sponda all'altra del lago su una barca come questa. Cos la stam-
pa la battezz in breve tempo la barca di Ges. A quanto mi
disse la dottoressa Cohen, per quanto il restauro del reperto sia
concluso - oggi pu essere visitato presso il kibbntz di Ginosar
- finora non ancora stata effettuata una valutazione dendro-
cronologica delle tavole
40
.
In ogni caso il reperto di Migdal ha dimostrato che anche in
Israele il legno pu conservarsi per oltre 2000 anni. Mentre se
sepolto sotto terra subisce un rapido processo di decomposi-
zione, le condizioni pi favorevoli alla conservazione sono rap-
presentate 0 da un ambiente estremamente asciutto e ben area-
to, oppure da un ambiente caratterizzato dalla presenza di fan-
go e acqua. Chiesi alle dottoresse Cohen e Leah Di Segni come
valutassero la leggenda secondo cui la vera croce sarebbe sta-
ta rinvenuta in un'antica cisterna, in quella cappella del rinve-
nimento della croce che ancora oggi si pu visitare nella parte
sotterranea della chiesa del Santo Sepolcro. Entrambe giudi-
carono possibile che il legno sia sopravvissuto l senza riporta-
re danni per i 295 anni intercorsi tra il 30 e il 325 d.C: Meglio
in una cisterna che in qualunque altro posto, disse la dottores-
sa Di Segni, decisamente il luogo migliore. in un luogo fan-
goso che il legno si conserva meglio
41
.
Solo nel maggio 1999 appresi che nel frattempo, su disposi-
40
Colloquio del 13 agosto 1998.
41
Colloquio del 17 agosto 1998.
335
zione dell'abate di Santa Croce, don Luigi Rottini, il legno del
titulus era stato analizzato e individuato nella sua variet bo-
tanica da un esperto di fama. Come spieg il professor Elio Co-
rona, ordinario di tecnologia del legno presso l'Universit del-
la Toscana di Viterbo, la tavola con l'iscrizione della croce fat-
ta con legno di noce mediterraneo ([Juglans regia). Quest'albero,
che pu raggiungere un'altezza di 25 metri, originario dell'a-
rea del Mediterraneo orientale e del Vicino Oriente. Per robu-
stezza e resistenza, il suo legno era apprezzato nell'antichit co-
me materiale da costruzione, e veniva riutilizzato pi volte. La
reliquia, come accert l'esperto, era stata esposta all'umidit e
alle aggressioni di funghi e insetti: un fattore che, nel caso di un
esame del carbonio, poteva interferire e falsificare i risultati
42
.
L'et dell'iscrizione
Pi promettente di un'analisi del carbonio, complicata dai fat-
tori succitati, l'esame paleografico. Hitti gli studiosi a cui sot-
toposi le foto collocarono l'iscrizione ebraico-greco-latina in un
arco temporale che va dal I al IV secolo d.C. L'unica datazio-
ne pi tarda mi era stata proposta da un profano, un amico an-
tiquario di Gerusalemme, L. Alexander Wolfe, che riteneva bi-
zantino lo stile del testo greco e che dat la tavola al VI-VII
secolo d.C.. L'omicron ypsilon, in particolare, sarebbe tipica di
questo periodo
43
.
La mattina del 16 agosto avevo un appuntamento con il dot-
tore Gabriel Barkay della Sovrintendenza israeliana per i beni
archeologici, che aveva riportato alla luce dozzine di caverne se-
polcrali risalenti all'epoca del secondo tempio (538 a.C.-70 d.C.),
come pure sepolcri e chiese di epoca bizantina. Cos facendo.
non aveva solo rinvenuto personalmente centinaia di iscrizioni,
42
E. Corona, "Il Titolo ": Relazione Tecnologica: Relazione al Congresso Interna-
zionale Dalla Passione alla Resurrezione: 2000 anni di silenziosa testimonianza, Ro-
ma, Universit Lateranense, 6-8 maggio 1999.
43
Colloquio del 12 agosto 1998.
336
ma anche esaminato bolle e iscrizioni e pubblicato i risultati dei
suoi studi su riviste specializzate.
Barkay non fu l'unico a relativizzare subito le sue valutazioni.
La paleografia una faccenda piena di trabocchetti per quan-
to riguarda l'epoca romana, ed ancora ben lungi dall'essere una
scienza esatta, anzi, nemmeno vi si approssima, dichiar subito
all'inizio del nostro colloquio. Rispetto aUa tavola di Santa Cro-
ce, osserv che i caratteri erano stati tracciati senza dubbio da
mano inesperta, da una persona che a una prima impressione
non proveniva dalla Palestina. L'andamento da destra a sinistra
del greco e del latino era a imitazione di un' altra modalit di
scrittura. Si dava quasi per vinto. Non posso datarlo con si-
curezza. Quel che certo che si tratti di grafie antiche, in ogni
caso precedenti ai primordi del medioevo, disse. Solo un ele-
mento gli balzava agli occhi: La riga superiore, con le sue co-
de, pare essere semitica. Queste code, da sinistra a destra, so-
no tipiche del paleoebraico, ma anche in questo ho dei dubbi.
Su mia richiesta, mi spieg di che cosa si trattasse: Per paleoe-
braico s'intende l'utilizzo di caratteri dell'antica scrittura ebrai-
ca durante il periodo del secondo tempio. La definizione di
Frank Morecross, un orientalista dell'Universit di Harvard, il
quale not che gli ebrei continuarono a utilizzare piuttosto a lun-
go la scrittura veteroebraica, addirittura fino alla rivolta di Bar
Kochba, alla met del II secolo, quando la riscontriamo sulle mo-
nete. Non voglio sostenere che si tratti di paleoebraico, si con-
servato troppo poco dell'iscrizione per affermarlo, ma l'esi-
stenza di queste "code", che vanno dall'alto a destra verso il bas-
so a sinistra, caratteristica del paleoebraico
44
.
Quando, il giorno dopo, feci visita a due dei pi famosi esper-
ti di paleografia ebraica, Hanan e Ester Eshel dell'Universit
Ebraica di Gerusalemme, questi contraddissero le affermazioni
del dottor Barkay. Hanan Eshel si era conquistato un fama in-
ternazionale come direttore dei nuovi scavi archeologici a Qum-
ran, durante i quali furono portate alla luce tracce di un ac-
44
Colloquio del 16 agosto 1998.
337
campamento e di un insediamento cavernicolo a nord del mo-
nastero esseno. Sua moglie aveva tradotto gli ostraka rinvenu-
ti a Qumran. Per quanto entrambi fossero in quel momento im-
pegnati nei preparativi per il loro trasferimento a Harvard, pres-
so la cui universit erano attesi come docenti esterni, si
riservarono del tempo per sottoporre ad attenta perizia le foto
della tavola di Santa Croce. Mentre sua moglie non riusciva a
vedere sulle foto abbastanza elementi per poter trarre delle con-
clusioni, il professor Hanan Eshel cos si esprimeva a proposi-
to della tavola: I segni grafici mi inducono a datarla nel II o III
secolo. Sono tre o quattro lettere, la prima parrebbe una he, poi
c' forse una nun, non posso dirlo. Ma non mi sembra paleoe-
braico, scrittura ebraica ... scrittura ebraica corsiva, come si
sviluppata alla fine del periodo del secondo tempio [quindi
in epoca erodiana, nda]. Fu utilizzata fino alla rivolta di Bar
Kochba e anche oltre, fino al IV secolo. Potrebbe quindi risali-
re anche al IV secolo. Non possiamo dirlo con certezza perch
disponiamo di troppo poche iscrizioni datate
45
.
Ora, sia che si tratti di paleoebraico, sia che si tratti di scrit-
tura ebraica corsiva, entrambi gli esperti rimandavano, per quel-
la prima riga malamente conservata, a un arco temporale che va
dal I al IV secolo d.C. Decisi di accantonare la questione e mi
rivolsi a una specialista di paleografia greca, che il dottor Barkay
mi aveva caldamente raccomandato. Non rimasi deluso. La dot-
toressa Leah Di Segni dell'Universit ebraica aveva scritto
una tesi di laurea dal titolo Iscrizioni greche datate provenienti
dalla Palestina e risalenti al periodo romano e bizantino
46
e ave-
va elaborato in quell'occasione delle tabelle paleografiche con
le quali lavorano oggi gli studenti. Per la valutazione della se-
conda riga avevo trovato una persona di grandi capacit intel-
lettuali, come compresi quando le feci visita nel suo apparta-
mento, nel sobborgo di Gerusalemme di Kiryat Moshe.
45
Colloquio del 17 agosto 1998.
46
L. Di Segni, Dated Greek Inscriptions from Palestine front the Roman and By-
iantine Periods (tesi), Jerusalem 1997.
338
Gett una lunga occhiata critica alle foto, prima di sparire con
loro nel suo studio. Quando ne riemerse, qualche tempo dopo,
aveva emesso il suo verdetto: Il monogramma omicron-ypsi-
lon usuale nel periodo bizantino a partire dal VI secolo o al
massimo dalla fine del V. Non compare tra il II e il V secolo,
almeno per quanto ne so io, ma lo troviamo in epoca romana.
Pu quindi scegliere tra lo scenario della vera croce e quello
di un'imitazione bizantina. Mi mostr dalla sua vasta bibliote-
ca due esempi di omicron-ypsilon risalenti al I secolo
47
prima di
proseguire: Non disponiamo di altre iscrizioni su legno per
effettuare un raffronto. Ma le alfa sono tipiche del I secolo o del
periodo che va dal I al III secolo, e non del periodo bizantino.
Questa forma non compare pi successivamente, spieg, per
giungere infine a una conclusione: Quest'iscrizione non ha le
caratteristiche che definiremmo tardobizantine, il che in questa
parte del mondo [cio in Israele, nda] significa VI o VII secolo.
Non sembra un'iscrizione bizantina di questa parte del mondo
e nemmeno un'iscrizione del IV secolo. Sembra piuttosto un'i-
scrizione del primo periodo romano [I secolo d.C., nda]. Devo
confessare di non credere alla leggenda della vera croce, ed
quindi tanto pi difficile per me ammettere che [l'iscrizione] non
sembri una falsificazione risalente al IV secolo, mi duole dirlo
... ma penso che valga la pena di continuare le ricerche
48
.
La dottoressa Di Segni mi consigli di consultare proprio un
esperto che insegnava in un'universit nelle immediate vicinan-
ze di casa mia, a Colonia. Il professor Werner Eck dell'Istituto di
Antichit dell'Universit di Colonia si era a lungo occupato di
iscrizioni romane su legno, quale il titulus doveva essere.
47
Cio riscontrate in un'iscrizione collocabile nell'arco di tempo che va dal 69 al 96
d.C. (Inscriptiones Graecae XII, 1,4, iii; riportata anche in A_ Yonah, Abbreviations in Greek
Inscriprons, SuppL ofthe Quarterly ofthe Dept ofAntiquities of Palestine, Jerusalem-Lon-
don 1940, voi. 9, p. 119). Come esempio di reperto paleografico greco della Palestina del I
secolo dotato di una serie di paralleli all'iscrizione della croce - in particolare et mol-
to simile - rimand a una tavola di marmo risalente a un arco temporale che va dal 70 al 90
d.C., rinvenuta nel cimitero romano di Bir el-Malik (Israel Antiquity Authority n. 3919:
A "Tito Muoio Clemente, figlio di Marco, Prefetto di Erode Antipa, vedi M. Avi Yonah,
The Epitaph ofT. Mucius Clemens in Israel Exploration Journal 16 [1966], pp. 258-264).
48
Colloquio del 17 agosto 1998.
339
J U
i n
"
Val l e di Ce d r o n
Col l i na f r ancese, Ge r u s a l e mme
Gi v' at Hami vt ar , Ge r u s a l e mme
O'is) 7
,
r /
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j j / \
> i
Mont e Sc opus , ovest , Ge r u s a l e mme
IWANH M A P ^
c c
A6AOV A N A
A b u Tor , G e r u s a l e m m e Gi v ' at H a mr v mr . G e i u s e t e m m e G a r o s a l e m m e P r o v e n i e n z a s c o n o s c i u t a
C A^ C I MQNQC CAfAC
KtPf^KGOC n l 7 A E M ^ K" H Valle di Cedron. Gerusalemme
Ramat Estikol. Gerusalemme Valle di Cedron. Gerusalemme (vA) Ni Q C
^S&r rAma
Schneller. Gerusalemme Valle di Cedron. Gerusalemme SJwan. Gerusalemme
Raffronto con iscrizioni del Isecolo rinvenute a Gerusalemme
(da L.Y. Rahmani, A Catalogue of Jewish Ossuaries, Jerusalem 1994).
L'avvocato del diavolo
Poco dopo il mio ritorno in Germania, il 2 settembre 1998, pre-
si contatto con il professor Eck. Gi al telefono, l'antichista si
scherm. I suoi studi sulle tavole in legno di epoca romana era-
no di natura piuttosto ipotetica perch, nonostante conosciamo
da fonti dell'epoca il frequente utilizzo di questo materiale in epo-
340
ca imperiale, nessun originale sopravvissuto al trascorrere del
tempo. Ritengo altamente improbabile che si sia conservata pro-
prio la tavola della croce di Ges, dichiar. I discepoli di Ges,
ne era sicuro, erano fuggiti dopo la crocifissione e non si sareb-
bero fidati ad avvicinarsi al monte Calvario; inoltre i romani
non avrebbero consentito a nessuno di impadronirsi della tavo-
la. Il legno era scarso, veniva riutilizzato
49
. Era comunque di-
sponibile a esaminare le foto del titulus, che gli inviai quello stes-
so giorno. Una settimana pi tardi ricevetti la sua risposta, che mi
conferm l'impressione che avevo tratto su di lui dal colloquio
telefonico. Era davvero convinto che non poteva che trattarsi di
un falso. Non perch ci fossero degli elementi a suffragare questa
ipotesi, ma semplicemente perch non poteva essere diversamente.
La reliquia contraddiceva tanto le sue ipotesi sullo svolgersi de-
gli eventi in quel primo venerd santo quanto le sue ipotetiche ri-
costruzioni delle iscrizioni in legno di epoca romana.
Quando si trattava di approntare un titulus da affiggere su una
croce, il testo veniva scritto con una tinta sulla superficie di legno
della tavola il cui fondo era stato dipinto di bianco ... In questo
caso, invece, le parole sono incise nei legno. Questo non avveni-
va in questo genere di testi
50
. La sua categoricit mi stup, tanto
pi che, in un suo studio dal titolo Iscrizioni su legno, avevo let-
to questo passo: Non c' alcun bisogno di immaginare che le iscri-
zioni su legno dovessero sortire un effetto di sorpresa su chi le leg-
geva. Perch probabilmente in questi casi il legno, compresi i ca-
ratteri incisi sul fondo, veniva coperto con un sottile strato di stucco,
ma poi le scanalature delle lettere venivano anche dipinte. In al-
ternativa il testo dell'iscrizione veniva direttamente riportato con
del colore sulla superficie di legno coperta dallo stucco
51
. Quin-
di entrambe le soluzioni erano possibili, e nel caso dell'iscrizio-
ne della croce poteva ben essere stata scelta la prima possibilit.
49
Colloquio del 2 settembre 1998.
50
Missiva del 9 settembre 1998.
51
W. Eck, Inschriften auf Holz. Ein unterschiitztes Phanomen der epigraphischen Kul-
tur Roms, in P. Kneissel-V. Losemann (a cura di), Imperium Romanum. Studien zu
Geschichte und Rezeption, Stuttgart 1998, p. 206.
341
I professor Eck escluse anche {a possibilit di una datazio-
palcografica, perch mancavano i termini di raffronto cio
rizioni in legno risalenti a quell'epoca. Tutti gli altri, esperii
risultati* tra cui paleografi, di fama, ri mandar ono eerto alla,
ssihilit d discordante, ma sotto line areno anche resistenza
caratteristiche generali databili che si possono riscontrare
Ile iscrizioni i ndi pendent ement e dal materiale d supporto,
l'elemento pi i mport ant e e decisivo per l'antichista di
rfonia era un altro: Poich scritta da dest ra verso sinistra,
mca il requisito fondament al e perch IIscrizione possa un.
npo essere stata affissa su una croce dai romani | ! j. Quindi
n pu nemmeno trattarsi dell' autentico titulus crucisi. An~
e quest o argoment o non mi convinse affat t o, Innanzitutto,
Iscrizione di. questo genere, in province in cui esecuzioni di
issa di. rivoltosi erano all' ordine del giorno, rappresentava,
'eccezione. Nel caso di. Ges aveva la f unzi one di irridere il
ndamiato, costituiva quasi, il seguito della bef f arda i ncoa-
zione con le spine e con il mantello lacero, piuttosto che cor-
pondera a un'esigenza giuridieo-formale. Inoltre i destinata-
dell'iscrizione erano ebrei, per i quali doveva valere da am-
bi zi one: quest a er a la. fine che at t endeva chi sognava la
;taura/jone del regno ebraico. Cos concepita, riscrizione po-
ro soddisfare una doppi a esigenza: era pi facilmente leggi -
e per gli ebrei, abituati a scrivere da destra a sinistra, e, per
pi, li canzonava.
Anche l' altro ar goment o di Eck, secondo cui. la vera iscri-
me della, croce sarebbe stata riutilizzata, non convince, perch
esecuzioni conformi al. diritto romano avevano luogo a Ge-
salemme solo quando il. governatore si recava in vsita in citt,
r l o pi soltanto in. occasione delle grandi festivit del tempio,
sodi o Pasqua all' inizio dell' anno e la festa delle Capanne in
tuono
1
", Per il resto del tempori, sediziosi venivano trattenuti
arresto dalla coorte romana nella cittadella Antonia oppure
s?;
Missiva del scltembre
Giuseppe Flavio, Ani hui., XX. 5,.3.
346
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CIMU/HIAHC KW / / / / / / / / / / / / / / / /
vioirUJSAYTffiK muiut/tfnn }
jcAiPe /
Raffronto paleografico Ira il
rimili s i-ruiis (ri.. 1, Gerusa-
lemme, 30 d.C circa?), riten-
zione di Ponzio filalo rinve-
nuta n Cattare a Mariti ITI a
(n.2.Giuttea, d. C virai)
e le pila (k) di T. Muzio Cle-
mente U\ Btr ci MaUL 70-
90 d.C. circa). Riproduzione
secondo ML Avi Yonah, T'Ae
Epmph of T. \tudm Ckmois.
in EJ 16; 1966. tav. 271.
347
condotti nella capitale provinciale Caesarea per essere sotto-
posti a giudizio
54
. Per gli ebrei,uno strumento di martirio era
qualcosa di impuro (come tutto ci che veniva a contatto con
un defunto, cfr, Nm 19,13-16); anche loro non l'avrebbero pi
riutilizzata, probabilmente avrebbero rimosso le tracce dell'e-
secuzione ancor prima della festa di Pasqua e seppellito i mor-
ti, proprio come raccontano sia i Vangeli sia Giuseppe Flavio
55
e come esige la legge mosaica (Dt 21,22-23). Se davvero i se-
guaci di Ges avessero preso parte a queste operazioni - e Giu-
seppe d'Arimatea era uno di loro - , allora sarebbe comprensi-
bile il loro successivo sforzo, dopo la risurrezione, per nascon-
dere in un luogo sicuro le testimonianze della passione. Ma in
nessun caso avrebbero tollerato che qualche cosa di impuro fos-
se riportato in citt per essere riutilizzato: avrebbe contamina-
to l'intera Gerusalemme. Nella frenesia che, per l'incombere del-
la festa pasquale, contraddistinse quei momenti, pu darsi che
non abbiano nemmeno trovato il tempo per bruciarle. Se cos
stanno le cose, allora ha pienamente senso la spiegazione offerta
daUa tradizione, secondo cui Giuseppe d'Arimatea e chi lo aiut
nascosero le croci in una vecchi a cisterna nel suo giardino, f or -
se per deporre anch'esse nei sepolcri, una volta trascorso shab-
bath, per via del sangue di vita di cui si erano impregnate; il
che naturalmente non si rese pi necessario dopo la risurre-
zione di Ges.
Ma, per quanto non potessi condividere le valutazioni del pro-
fessor Eck, la sua perizia giocava un ruolo importante. Eck ave-
va assunto la funzione di advocatus diaboli, di quello scettico
che, nel caso di un processo di canonizzazione, adduce tutte le
argomentazioni che giocano a sfavore del futuro santo. Ma le
sue controargomentazioni erano facilmente smontabili e non
mettevano seriamente in dubbio l'autenticit del titulus.
54
Cfr. la vicenda dell'arresto di Paolo, cos come viene descritta dagli Atti degli apo-
stoli, 22,24; 23,23-33.
55
Giuseppe Flavio, Beli lud., IV, 5, 2.
344
Altri esperti, altre opinioni
Quello stesso giorno, il 2 settembre, telefonai a un secondo
esperto tedesco, un uomo di statura internazionale: il profes-
sor Carsten Peter Thiede di Paderborn, che si era conquistato
fama mondiale con i suoi studi relativi ai pi antichi manoscrit-
ti della Bibbia. Nel 1984 aveva incontrato una certa opposizio-
ne quando aveva identificato il framment o di Qumran 7Q5
come parte di un antico manoscritto di Marco, proprio come pri-
ma di lui aveva fatto O' Callaghan. Quando alcuni colleglli lo
contestarono e proposero un' altra lettura, la contromossa di
Thiede fu di portare il papiro al dipartimento di analisi foren-
se della Polizia israeliana. L il papiro fu esaminato con l'ausi-
lio di uno stereomicroscopio elettronico e furono rinvenute trac-
ce di colore che confermavano l'interpretazione di Thiede. Po-
co tempo dopo, il papirologo fece nuovamente parlare di s
quando retrodat il papiro di Magdalen conservato a Oxford
sulla base di caratteristiche paleografiche univoche. Anche in
questo caso si dimostr che la metodologia paleografica pu col-
locare temporalmente i documenti scritti con una certa sicu-
rezza, sempre che ci sia sufficiente materiale di raffronto me-
diato da identico materiale di supporto. Come curatore di un'e-
sposizione molto apprezzata, Dalla Terra alle Genti: La diffusione
del cristianesimo nei primi secoli, tenutasi a Rimini, si era ap-
profonditamente occupato delle tracce epigrafiche dei primis-
simi cristiani. Oggi Thiede dirige l'Istituto di ri cerca di base di
teoria della scienza a Paderborn. inoltre membro dell'Istitu-
to di Storia dell'Universit Ben Gurion di Beer-Sheva, in Israe-
le, e lavora a stretto contatto con i colleghi israeliani.
Quando parlai con lui, fui piacevolmente sorpreso dalla sua
grande apertura e disponibilit a collaborare. Conosceva gi il
titulus, lo aveva visto in occasione di una sua visita a Santa Cro-
ce a Roma e si era confrontato con la sua iscrizione, ma per i
suoi studi disponeva unicamente delle solite cartoline e non ave-
va alcun primo piano. Cos gli mandai le foto di cui disponevo,
oltre a un resoconto delle indagini svolte fino a quel momento.
345
Rispose quattro giorni pi tardi, scrivendo che i passi intrapre-
si dimostrerebbero che la databilit dell'iscrizione al I secolo,
da me da tempo sospettata, quanto meno non viene esclusa da-
gli esperti israeliani, in parte anche con interessanti argomen-
tazioni
56
. Tutto ci mi pareva molto promettente e decisi di ac-
cogliere la proposta di collaborazione amichevolmente avanza-
ta dal professor Thiede. Ma prima dovevo far ritorno a Roma.
Ancora una volta a Roma
Per la riga in latino della tavola, in Israele avevo tentato in-
vano di contattare due esperti, i professori Israel Roll e Ben
Isaac dell'Universit di Tel Aviv, entrambi in vacanza. Quando
infine raggiunsi il primo telefonicamente, mi spieg che alla met
di settembre avrebbe partecipato a un convegno a Roma. Sta-
bilimmo di vedrci in quell'occasione. Colsi inoltre l'occasione
per discutere di persona con l' abate del convento di Santa Cro-
ce i risultati conseguiti fino a quel momento, che gli avevo gi
fatto pervenire mediante un corriere. Consegnai un' altra copia
del mio resoconto a un collaboratore personale del papa, padre
John Baldwin, il 9 settembre, dopo l'udienza pubblica in piaz-
za San Pietro, con la preghiera di trasmetterla a papa Giovan-
ni Paolo II.
L' 11 settembre, insieme a monsignor Balducci, avevo ap-
puntamento con don Luigi Rottini. L'abate si prese del tempo
per conferire personalmente con noi e parve entusiasta dei
positivi sviluppi delle indagini. Un giorno pi tardi, il 12 set-
tembre, m'incontrai con il professor Roll, con cui mi recai alla
basilica di Santa Croce, per mostrargli il titulus. Inoltre conse-
gnai anche a lui un primo piano, che intendeva studiare accu-
ratamente a Tel Aviv con il suo collega, il professor Ben Isaac.
Il professor Roll si era occupato a fondo delle iscrizioni delle
pietre miliari romane in Palestina, che nel I secolo erano scritte
56
Missiva del 6 settembre 1998.
346
solo in latino, mentre dall'epoca di Adriano recavano scritte bi-
lingui, in latino e in greco. Per questo disponeva di sufficienti
elementi di raffronto per uno studio paleografico - sebbene me-
diati da un altro materiale di supporto, la pietra - e conosceva
inoltre gli stili grafici degli occupanti romani. Promise di far-
mi avere una relazione entro la fine di ottobre. Non mi feci sfug-
gire l'occasione di presentare il simpatico docente israeliano di
archeologia classica a don Luigi Rottini, che fu visibilmente
felice del fatto che specialisti di statura internazionale si inte-
ressassero alla sua reliquia.
Qualche mese pi tardi avevo davanti a me il suo resoconto,
concordato con il professor Ben Isaac: Ho letto con grande in-
teresse il suo dotto e dettagliato studio sul titulus Christi. Sono
molto impressionato dall'accuratezza dei suoi sforzi per stabili-
re l'autenticit del titulus, la sua origine e la sua datazione,
cos commentava la mia relazione provvisoria, di cui a Roma gli
avevo fornito una copia. Per quanto riguarda le valutazioni pa-
leografiche che Lei riporta nella sua relazione, definirei il giu-
dizio della dottoressa Di Segni come il pi rilevante, e condivi-
do pienamente quanto da lei affermato. Anche il professor Roll
considerava un indizio dell'autenticit della tavola il fatto che
la riga in greco non rappresenti una traduzione del testo in
latino, a differenza della citazione di Giovanni 19,19. piutto-
sto una trascrizione in greco della riga latina [nell'originale]. In
effetti non pu che essere cos, perch Ponzio Pilato, che secondo
Giovanni (ibid.) scrisse il titulus, era un magistrato romano. Inol-
tre l'iscrizione costituiva un documento ufficiale e doveva per-
ci essere formulata dapprima in latino, per poi essere trascrit-
ta in greco e in ebraico, e non viceversa
57
.
Anche il professor Thiede aveva accennato a questa circo-
stanza quando scrisse del titulus sul Church of England New -
spaper, il settimanale della Chiesa anglicana: Ogni falsificato-
re con un minimo di buon senso si sarebbe naturalmente atte-
nuto alla descrizione di Giovanni in 19,19... Le righe in latino e
57
Missiva del 12 febbraio 1999.
347
in greco sono entrambe scritte da destra verso sinistra, come
quella in ebraico. Questo potrebbe far pensare a uno scrivano
ebreo - o siriaco, aggiungerei io - poco esperto nelle altre lin-
gue, in cui scriveva dietro dettatura. Ancora, qui non viene cer-
to copiato il modello fornito da Giovanni. Nella riga in greco
leggiamo Nazarenous invece del termine corretto Nazoraios. Se
il testo fu dettato in latino allo scrivente, quindi in quella che an-
che a Gerusalemme era la lingua ufficiale dell'imperum, se que-
sti fu poi lasciato libero di trovare una soluzione per la trascri-
zione del testo nelle altre due lngue, compit perci inevita-
bilmente la forma greca di Nazaret come se si trattasse di una
parola latina? E ancora, chi scrisse non copi alcuna delle ver-
sioni dei Vangeli conosciute, con le loro divergenze nei parti-
colari e con una precisione sostanziale, com' naturale per per-
sone che non stavano ai piedi della croce con un blocco per ap-
punti ma che rievocavano quanto avevano visto (tutte le versioni
concordano nel riportare l'elemento centrale del testo, il re dei
giudei, la motivazione con cui Ges fu fatto crocifiggere da Pi-
lato). Per la -OU- di Nazarenous, lo scrivente ricorre a una let-
tera rara che assomiglia alla 'ayin ebraica corsiva. Fu utilizzata
in forma simile come simbolo per la parola sheqel e compare nel
I secolo come trascrizione grafica del greco OU. un fatto che
in nessuno dei manoscritti dei Vangeli esistenti le due lettere OU
siano rinvenibili in questa forma. Lo stile calligrafico riscon-
trabile su questo pezzo di legno pu esssere ricondotto, con pro-
babilit decrescente [per la datazione pi tarda, nda] a un arco
temporale che va dal I secolo agli inizi del IV. Pu essere un ar-
co di tempo piuttosto lungo, ma esclude una fabbricazione in
epoca posteriore a Elena. In effetti l'ipotesi che questo arte-
fatto sia stato fabbricato a Gerusalemme appositamente per Ele-
na l'unica seria alternativa alla sorprendente possibilit del-
l'autenticit. Ma resistenza a quell'epoca di numerosi mano-
scritti evangelici che riportavano il testo dell'iscrizione con tutte
le sue possibili varianti, nessuna delle quali usata come model-
lo da chi scrisse questa tavola, depone contro l' ipotesi della
datazione pi tarda. Si potrebbe continuare, ma basti constata-
348
re che la particolarit del titulus conservato a Roma risiede nel-
la sua sbalorditivit. Chiunque scrisse il testo, non era un copi-
sta o un falsario
58
.
Con questa pubblicazione, il professor Thiede si aggiudi-
cato l'onore di essere stato il primo studioso a richiamare l'at-
tenzione dell'opinione pubblica sulla sorprendente reliquia del-
l'iscrizione della croce e sulla possibilit della sua autenticit.
La sua coraggiosa presa di posizione a favore dell'autenticit
della tavola mi convinse pi che mai che era giunto il tempo di
narrare tutta la sua storia.
Roma, 17 dicembre 1998. Era ancora buio quando attraversai
piazza San Pietro. Tenendomi a destra mi avvicinai al portone di
bronzo del Bernini, da cui si entrava nella residenza del pontefi-
ce. Ero uno dei primi ad attendere davanti all'ingresso, finch il
pesante portone fu aperto da due guardie svizzere, in quelle divi-
se dagli stupendi colori disegnate un tempo da Michelangelo. Era
un piccolo gruppo a essere stato invitato in quella storica matti-
nata, la mattina successiva ai bombardamenti su Bagdad, alla
celebrazione della Santa Messa con papa Giovanni Paolo II e poi
a un'udienza personale con lui. Per me rappresentava qualche co-
sa di pi: era l'occasione per informare personalmente il Santo
Padre delle mie ricerche sulla tavola di Santa Croce. Per lui ave-
vo redatto un resoconto provvisorio di dodici pagine, che sin-
tetizzava i risultati pi importanti, e un prete romano mio amico
l'aveva trasmesso pochi giorni prima all'arcivescovo Stanislaw
Dziwisz, segretario personale del papa. Per il suo tramite ero
stato invitato a questo commovente incontro con il Santo Padre.
Era inginocchiatoimmerso nella preghiera
;
Sprofondato in se
stesso e insieme immobile come una statua sul suo inginocchia-
toio, quando fummo fatti entrare nella sua cappella privata, in sti-
le moderno, il cui soffitto era costituito dall'immagine in vetro,
dagli stupendi colori, del Risorto. L'altare, di marmo bruno, era
sovrastato da un crocifisso in bronzo, il cui corpo emanava ri-
53
C.P.Thiede, The Searchfor..., op. dr., p. 18.
349
flessi dorati e accanto al quale era stata collocata una raffigura-
zione della Madonna di Czestochowa, la protettrice della sua pa-
tria,, la Polonia. Davanti a lei s'inginocchi nuovamente, pregan-
do e meditando, quando, in silenzio, dopo la conclusione della
santa messa, lasciammo nuovamente la cappella. Ero profon-
damente colpito dalla forza mistica di questo papa che, come nes-
suno dei suoi predecessori, aveva impresso un segno alla storia
del nostro secolo e che con il suo sostegno alla resistenza polac-
ca aveva, in ultima analisi, sconfitto il comunismo.
Ah, titulus Christi, mi salut con queste parole quando varc
la soglia della sala delle udienze e dopo che ebbe conferito con il
nuovo vescovo di Rhode Island. Camminava con difficolt, in-
cedeva lentamente, appoggiandosi a un bastone, il capo massic-
cio piegato in avanti, come se sulle spalle reggesse il fardello del
mondo. Emanava da lui una sorta di calore e di cordialit che
lampeggiavano nei suoi occhi. Evidentemente era gi stato infor-
mato del contenuto del mio resoconto, cosicch mi limitai a ri-
capitolare brevemente: S, Santo Padre, tutti gli esperti ai quali
ho sottoposto l'iscrizione la datano ai primi secoli. Pi di un ele-
mento depone a favore dell'autenticit della venerabile reliquia.
Mi ringrazi e mi espresse la sua benevolenza (cfr. illustrazione
a colori della tavola XI). Gli porsi un piccolo dono, una lampa-
da a olio dei pellegrini proveniente dalla Gerusalemme del V
secolo che recava in greco l'iscrizione: La luce di Cristo vi il-
lumini tutti: un simbolo della luce di Cristo, che da Gerusa-
lemme giunse a Roma e che da Gerusalemme e da Roma deve
essere portata nel nuovo millennio, gli spiegai, alludendo al-
l'imminente anno santo.
Due mesi pi tardi, il 18 febbraio 1999, ricevetti da don Lui-
gi Rottini, l'abate di Santa Croce, l'invito a presentare i risulta-
ti del mio studio al Congresso Internazionale sulle reliquie di
Cristo: dalla Passione alla Risurrezione. Duemila anni di silen-
ziosa testimonianza, che si tenne dal 6 all'8 maggio 1999 nel-
l'aula Paolo VI della Pontificia Universit Lateranense a Roma.
Fece seguito, in aprile, per il tramite dell'arcivescovo Re, un'au-
350
torizzazione ufficiale a pubblicare gli esiti della ricerca. Il con-
vegno fu inaugurato dall'abate di Santa Croce e si apr con un
messaggio di saluto del papa. I tre giorni successivi si rivelaro-
no un impressionante incontro tra Chiesa e scienza. L'elenco dei
relatori che dovevano parlare all'universit dei papi era impo-
nente. Tra questi, andavano annoverati cardinali, come il presi-
dente della Conferenza Episcopale Europea, l'arcivescovo di
Praga e cardinale titolare di Santa Croce, Miloslav Vlk, e il vi-
cario generale del papa per la Citt del Vaticano, cardinale Vir-
gilio No; vescovi, tra i quali Luigi Moretti, segretario generale
del Vicariato di Roma, e Rafael Somoano Berdasco; teologi, co-
me Giuseppe Ghiberti dell'Universit di Milano, Maria Luisa
Rigato dell'Universit Gregoriana e Gianfranco Berbenni ofm,
cos come Mario Sensi dell'Universit Lateranense; e celebri stu-
diosi, tra cui Pierluigi Baima Bollone e Bruno Barberis, di Tori-
no, il fisico Francesco Bella dell'Universit di Roma, l'ordinario
di tecnologia del legno dell'Universit della Toscana di Viter-
bo Elio Corona, la paleobotanica Maria Follieri, Carlo Azzi del
Consiglio Nazionale delle Ricerche, il fisico John Jackson del-
l'Universit del Colorado cos come la filologa M. Flury-Lem-
berg di Berna, l'archeologo francescano Pietro Kaswalder di Ge-
rusalemme e lo storico tedesco Karl Dietz. Come ospite d' o-
nore ha preso parte al convegno la principessa Maria Gabriella
di Savoia, che ha parlato del telo sepolcrale torinese, per secoli
appartenuto alla famiglia reale italiana. Mi sforzai di non delu-
dere la fiducia che avevano riposto in me gli organizzatori invi-
tandomi a un convegno di cos alto profilo. Conformemente al-
le attese, la riscoperta e la rivalutazione del titulus alla luce
delle metodologie paleografiche incontrarono un notevole in-
teresse. Appresi che gi altri esperti avevano riflettuto sulla ta-
vola di Santa Croce, e anche loro si erano pronunciati a favore
della sua autenticit. Il professor Bella, il professor Corona, la
professoressa Follieri e il dottor Azzi discussero i passi ulterio-
ri da compi ersi e l'utilizzo dei met odi of f er t i dal l e scienze natu-
rali per indagare la reliquia. La dottoressa Maria Luisa Rigato
ha annunciato l'imminente pubblicazione di un altro studio vol-
351
to a consolidare la tesi dell'autenticit del titulus. Mi spieg al
convegno che, grazie al suo intervento, la tavola fu per la prima
volta tolta dal reliquiario nel 1995 e fotografata dal signor Pa-
ladini. Con il convegno di Roma si era sfondato un argine. Ora
siamo costretti a ripensare, a rivedere il nostro atteggiamento
nei confronti delle fonti del cristianesimo: un nuovo documen-
to emerso, e con ogni probabilit si tratta di una testimo-
nianza scritta coeva alla vita e alla passione di Ges.
Certo, ci sono ancora alcune questioni aperte. piuttosto im-
probabile che l'Accademia Pontificia delle Scienze conceda an-
cora l'autorizzazione a effettuare l'esame del radiocarbonio per
datare una reliquia, dopo il grave danno arrecato dalla datazio-
ne , Chi arament e f al sa, deUa S i ndo ne t or i nese. Ma nume r os i es per -
ti, tra cui il professor Thiede, lo ritengono comunque superfluo:
Anche se (a differenza di quanto avvenuto con la Sindone) po-
tessimo stabilire le premesse per un procedimento del tutto cor-
retto, il grado di contaminazione troppo incerto perch pos-
sa essere attendibilmente calibrato, mi scrisse. Intanto anche
gli specialisti di questo esame ammettono francamente che nei
casi dubbi, nel caso di manoscritti [nell'originale, nda], la paleo-
grafia comparata molto pi precisa dell'esame del Q4. In bre-
ve: io sconsiglio vivamente quest'analisi; possiamo invece la-
vorare molto scrupolosamente sulla base dei metodi paleogra-
fici. Le caratteristiche sono comunque abbastanza evidenti:
questo almeno ha riconosciuto, del tutto a ragione, uno degli
esperti israeliani, che ha optato per la datazione pi antica tra
quelle possibili
59
.
59
Id., missiva del 9 settembre 1998. Su questa questione Thiede prese articolatamente
posizione in altra sede (Radiocarbon Dating and Papyrus p64 at Oxford, in C.P. Thiede,
Rekindling the Word: In Search ofGospel Truth, Leominster-VaJIey Forge 1995, pp. 33-
36). L (p. 34) spieg che l'esattezza della datazione fornita dall'esame del radiocar-
bonio dipende dalla possibilit di disporre per il materiale da esaminare di un'affida-
bile documentazione del SUO perCOTSO Che attesti Che le condizioni in cui quel mate-
riale fu preservato e conservato sono neutrali Se l'oggetto che deve essere analizzato
di origina e^dnocoiuta. o se <*tato seriamente influenzato da eventi precedenti, la va-
riabilit del risultato pu essere enorme. Questo significa che, nei caso ai reperii rin-
venuti nel corso di scavi archeologici, il metodo attendibile; nel caso di oggetti che -
come i titulus crucis - furono in circolazione per secoli, sussiste il pericolo di una con-
352
Tuttavia spero che verranno effettuate ulteriori ricerche. Un'a-
nalisi delle possibili tracce di polline potrebbe dimostrare, spaz-
zando via ogni dubbio residuo, se la reliquia proviene davvero
da Gerusalemme, come asserisce la tradizione. Se e quando que-
ste ulteriori indagini debbano aver luogo sulla base delle meto-
dologie proposte dalle scienze naturali, spetta alla Pontificia Ac-
cademie delle Scienze stabilirlo. C' da aspettarsi che rafforzi-
no i risultati fin qui ottenuti. Il reperto paleografico comunque
univoco.
Dei tre scenari che avevo formulato in origine, il primo si
rivelato il pi probabile: il titulus autentico, risale effettiva-
mente all'anno 30. Sarebbe in questo caso un documento sto-
rico, l'unico conservatosi, del pi spettacolare processo della sto-
ria del mondo. E in quanto tale, cita il vero motivo della con-
danna alla crocifissione subita da Ges: era un Nazareno, un
discendente di Davide e perci un potenziale pretendente al tro-
no di Israele. Era il Messia. Ma era anche il Figlio di Dio? Que-
sta domanda trov - almeno per i suoi discepoli - una risposta
definitiva il terzo giorno degli eventi di Gerusalemme, quando
il suo sepolcro fu trovato vuoto, perch era risuscitato dai mor-
ti. Ma qui si giunge al punto in cui la scienza lascia il passo alla
fede.
laminazione c quindi di una considerevole alterazione dei risultati. Nel caso di mano-
scritti conservatisi nelle migliori condizioni, per esempio dei Rotoli del Mar Morto, i ri-
sultati forniti da analisi compiute sulla base della paleografia comparata furono inve-
ce pienamente confermati da quelli dell'esame del radiocarbonio effettuato dall'Isti-
tuto d fisica energetica centrale di Zurigo su otto campioni (esattamente confermati,
ibid., p. 35). Thiede rimanda qui al saggio di G.A. Rodley, An Assessmem ofthe Radio-
carbon Dating of the Dead Sea Scrolls in Radiocarbon 35 (1993), pp. 335-338, e al re-
soconto sull'analisi redatto da G. Bonani-M. Broshi-I. Carmi-S. Ivy-J. Strugnell-W. Wal-
lfli, Radiocarbon Dating ofthe Dead Sea Scrolls, in Atiqot 30 (1991), pp. 27-32. Queste
sono quindi le conclusioni di Thiede: Anche il pi rapido esame della storia delle tec-
niche della datazione tramite analisi del radiocarbonio dimostra che, anche quando
possibile procurarsi un campione del peso e della dimensione richiesti, non ci sono ga-
ranzie di ottenere risultati pi precisi di quelli conseguibili grazie ai "tradizionali" pro-
cedimenti della paleografia comparata (W. , p. 35). Per via della grnndft rilevanza di
quel fattore d'insicurezza rappresentato dalla contaminazione, la paleografia compara-
ta rimane in ogni caso il metodo di gran lunga pi attendibile.
353
Al nucleo delle reliquie sessorinne ospitate dalla cappella delle Reliquie della basilica di
Santa Croce appartengono, oltre all'iscrizione della croce, il sacro chiodo (in alto a sini-
stra), le particelle della santa croce (in allo a destra) e la trave orizzontale (il patibu-
lum.) della croce del "buon ladrone" (in basso).
7
CHI STAVA SOTTO LA CROCE?
Sulla base di una valutazione approfondita di tutti gli indizi
di cui disponiamo oggi, possiamo partire dal presupposto che,
quando a Elena vennero mostrate la vera croce e l'iscrizione,
non si tratt di un pio imbroglio da parte della comunit di Ge-
rusalemme. Una reliquia di tutt'altra provenienza, la famosa Sin-
done di Torino, descritta nell'introduzione, racchiude in s cos
tanti indizi incrociati, i quali vanno esattamente nella stessa di-
rezione dei reperti di Elena - il titolo con l'iscrizione NAZARI-
NUS, la larghezza dei chiodi, la croce del buon ladrone - , che
i due reperti si confermano a vicenda. A questo punto possiamo
chiederci: le reliquie della passione della santa croce, cos come
la sacra Sindone, sono in definitiva autentiche vestigia del pi tri-
ste venerd della storia del mondo? La tavola di Ges un do-
cumento giuridico, l'unico pervenutoci di quel processo cos ca-
rico di conseguenze per la storia mondiale, prova originaria del-
la condanna di Ges di Nazaret per alto tradimento e lesa
maest (ovvero messa in dubbio dell'autorit imperiale attra-
verso la propria presunta autoproclamazione a re)? Se cos fos-
se, ci costituisce al tempo stesso una prova dell'assoluta atten-
dibilit storica dei Vangeli, che tutti questi reperti confermano in
pieno, rimandando letteralmente a citazioni appunto evangeliche.
356
Non meno interessante risulta poi il fatto che uno solo dei
quattro evangelisti riporta letteralmente l'espressione JESUS
NAZARENUS REX JUDAEORUM. Per non parlare del fat-
to che proprio questo evangelista, stando alla tradizione cri-
stiana, sarebbe stato l'unico discepolo di Ges presente alla cro-
cifissione, mantenendosi cos fedele al Maestro sino alla morte:
Giovanni, il discepolo prediletto di Ges, al quale viene at-
tribuita la redazione del quarto Vangelo.
Proprio in ci consiste l' aspetto rivoluzionario della nostra
scoperta. Infatti proprio il Vangelo di Giovanni normalmen-
te ritenuto il meno attendi bi l e sot t o il pr of i l o storico, e di con-
seguenza considerato un'opera tarda, dal momento che il qua-
dro di Ges presentato in esso appare rielaborato sul piano teo-
logico e cristologico. In parecchi punti addirittura messa in
dubbio la paternit dell'opera da parte dell'apostolo Giovanni.
Ora, qualora negassimo effettivamente a Giovanni la pater-
nit del quarto Vangelo, dovremmo chiederci come mai proprio
in questo testo sia presente il maggior numero di particolari del-
la passione di Ges verificabili sul piano storico, particolari per
di pi confermati dalla Sindone di Torino. Facciamo dunque an-
cora una volta un passo indietro, al punto in cui la nostra ricer-
ca ha preso l'avvio, ovvero sulla collina del Golgota, per chie-
derci chi veramente si trovava sotto la croce, chi furono in-
somma i veri testimoni oculari della passione e della morte di
Ges.
Stabat Mater dolorosa
I tre Vangeli sinottici, Marco, Matteo e Luca, risolvono la que-
stione dell'identit dei testimoni della passione in maniera di-
versa l'uno dall'altro. Secondo Marco e Matteo erano presenti
e osservavano pure alcune donne (Me 15,40) o addirittura
molte donne ... da lontano (Mt 27,55). Vengono espressamente
citate dai due Maria Maddalena, Salome, la madre dei figli di
Zebedeo, ovvero di Giovanni e Giacomo, nonch Maria, ma-
357
dre di Giacomo il Minore e di Giuseppe (Me 15,41; Mt 27,55).
Pure molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme, com-
pleta il quadro Marco (15,41), mentre secondo Luca si trattava,
pi in generale, di tutti i suoi amici e le donne che lo avevano
seguito fin dalla Galilea, che se ne stavano lontano, osservando
tutto ci che accadeva (Le 23,49). Giovanni conferma la pre-
senza delle donne e ci chiarisce il legame di parentela tra i fra-
telli di Ges, Giacomo e Giuseppe, la cui madre era sorella di
sua madre, Maria di Cleofa (Gv 19,25). Questi fratelli erano
in realt suoi cugini, il loro padre Cleofa era infatti zio di Ges,
la loro madre Maria cognata, e non sorella, di sua madre:
poco probabile che Maria avesse una sorella omonima. Infatti
la tradizione conferma che Cleofa era fratello di Giuseppe. Sap-
piamo che anche la famiglia di Ges si era recata a Gerusalem-
me per le feste pasquali, com' era consuetudine presso gli ebrei
praticanti. Cleofa viene ancora una volta nominato nel Vange-
lo di Luca, che ce Io descrive presente, in compagnia di un al-
tro discepolo, probabilmente suo figlio Simone o Simeone, sic-
ch sarebbe stato uno dei due discepoli di Emmaus ai quali ap-
parve Ges dopo la risurrezione. Mentre il ramo esseno della
famiglia, come ho gi accennato, mostrava un atteggiamento
piuttosto critico nei confronti di Ges, essi furono invece testi-
moni della morte e risurrezione, il che li port alla conversione.
Pi tardi furono proprio questi parenti del Signore ad assu-
mere posizioni dominanti in seno alla comunit giudaico-cri-
stiana di Gerusalemme.
proprio nel nominare entrambi questi importanti perso-
naggi che il Vangelo di Giovanni si differenzia dai Sinottici. Stan-
do a lui, infatti, si trovava vicino alla croce di Ges ... sua ma-
dre ... e presso di lei il discepolo che amava (19,25-26). A que-
sto punto segue una scena molto significativa: Ges, vista la
madre e presso di lei il discepolo che amava, disse alla madre:
"Donna, ecco tuo figlio!". Quindi disse al discepolo: "Ecco tua
madre!". E da quell'ora il discepolo la prese in casa sua (Gv
19,26-27).
Noi ci chiediamo: fino a che punto questa scena da consi-
358
der arsi storica, al di l del posto preciso che ha poi assunto in
seno all'iconografia cristiana e del fatto di appartenere da tem-
po al patrimonio di fede di molti cristiani? Il venerd santo mi-
lioni di cristiani cantano lo Stabat Mater. L'inno di Iacopone da
Todi, risalente al 1306, cos recita: Stabat Mater dolorosa, iuxta
crucem lacrimosa. Il nuovo Catechismo, pubblicato nel 1993 per
volont di papa Giovanni Paolo II, dichiara che appartiene al-
la sicura dottrina il fatto che Maria si trovava sotto la croce con
Ges, dove, non senza un disegno divino, se ne stette ritta, sof-
fr profondamente col suo Figlio unigenito e si associ con ani-
mo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente al-
l'immolazione della vittima da lei generata
1
.
In prima linea?
I critici hanno talvolta messo in dubbio la storicit della sce-
na, facendo riferimento a un'osservazione di Tacito a proposi-
to delle esecuzioni di massa sotto l' imperatore Tiberio (14-37
d.C.): N a parenti n ad amici era concesso di presenziare, a
piangere la loro sorte, nemmeno di portare segni di lutto a lun-
go. Tutto attorno erano installate guardie, le quali sorvegliava-
no che nessuno mostrasse segni di lutto
2
. Ci valeva anche per
le donne, per evitare l'accusa di alto tradimento, dal momen-
to che bastava farsi vedere in lacrime
3
. Una conferma ci giun-
ge dalla Vita Tiberii di Svetonio: Un editto proibiva espressa-
mente ai parenti dei condannati a morte di portare il lutto per
il loro congiunto giustiziato
4
. Tuttavia, ci che ai critici sfug-
gito il fatto che entrambi gli storici, sia Tacito sia Svetonio, si
sono mostrati indignati riguardo a tale norma, per cui essa do-
veva comunque costituire un'eccezione. Qui ci troviamo infat-
' Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, Citt del Vaticano
1992,964, p. 258.
7
Tacito, Ann.,VI, 19.
3
Tacito, Ann., VI, 10.
* Svetonio, Vice dei Cesari, Tiberio 61.
359
dre di Giacomo il Minore e di Giuseppe (Me 15,41; Mt 27,55).
Pure molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme, com-
pleta il quadro Marco (15,41), mentre secondo Luca si trattava,
pi in generale, di tutti i suoi amici e le donne che lo avevano
seguito fin dalla Galilea, che se ne stavano lontano, osservando
tutto ci che accadeva (Le 23,49). Giovanni conferma la pre-
senza delle donne e ci chiarisce il legame di parentela tra i fra-
telli di Ges, Giacomo e Giuseppe, la cui madre era sorella di
sua madre, Maria di Cleofa ( Gv 19, 25). Questi fratel l i er ano
in realt suoi cugini, il loro padre Cleofa era infatti zio di Ges,
la loro madre Maria cognata, e non sorella, di sua madre:
poco probabile che Maria avesse una sorella omonima. Infatti
la tradizione conferma che Cleofa era fratello di Giuseppe. Sap-
piamo che anche la famiglia di Ges si era recata a Gerusalem-
me per le feste pasquali, com'era consuetudine presso gli ebrei
praticanti. Cleofa viene ancora una volta nominato nel Vange-
lo di Luca, che ce lo descrive presente, in compagnia di un al-
tro discepolo, probabilmente suo figlio Simone o Simeone, sic-
ch sarebbe stato uno dei due discepoli di Emmaus ai quali ap-
parve Ges dopo la risurrezione. Mentre il ramo esscno della
famiglia, come ho gi accennato, mostrava un atteggiamento
piuttosto critico nei confronti di Ges, essi furono invece testi-
moni della morte e risurrezione, il che li port alla conversione.
Pi tardi furono proprio questi parenti del Signore ad assu-
mere posizioni dominanti in seno alla comunit giudaico-cri-
stiana di Gerusalemme.
proprio nel nominare entrambi questi importanti perso-
naggi che il Vangelo di Giovanni si differenzia dai Sinottici. Stan-
do a lui, infatti, si trovava vicino alla croce di Ges. . . sua ma-
dre ... e presso di lei il discepolo che amava (19,25-26). A que-
sto punto segue una scena molto significativa: Ges, vista la
madre e presso di lei il discepolo che amava, disse alla madre:
"Donna, ecco tuo figlio!Quindi disse al discepolo: "Ecco tua
madre!". E da quell'ora il discepolo la prese in casa sua (Ov
19,26-27).
Noi ci chiediamo: fino a che punto questa scena da consi-
358
derarsi storica, al di l del posto preciso che ha poi assunto in
seno all'iconografia cristiana e del fatto di appartenere da tem-
po al patrimonio di fede di molti cristiani? Il venerd santo mi-
lioni di cristiani cantano lo Stabat Mater. L'inno di Iacopone da
Todi, risalente al 1306, cos recita: Stabat Mater dolorosa, iuxta
crucem lacrimosa. Il nuovo Catechismo, pubblicato nel 1993 per
volont di papa Giovanni Paolo II, dichiara che appartiene al-
la sicura dottrina il fatto che Maria si trovava sotto la croce con
Ges, dove, non senza un disegno divino, se ne stette ritta, sof-
fr profondamente col suo Figlio unigenito e si associ con ani-
mo materno arsacrificio di lui, amorosamente consenziente al-
l'immolazione della vittima da lei generata
1
.
In prima linea?
I critici hanno talvolta messo in dubbio la storicit della sce-
na, facendo riferimento a un'osservazione di Tacito a proposi-
to delle esecuzioni di massa sotto l' imperatore Tiberio (14-37
d.C.): N a parent i n ad amici era concesso di presenziare, a
piangere la loro sorte, nemmeno di portare segni di lutto a lun-
go. Tutto attorno erano installate guardie, le quali sorvegliava-
no che nessuno mostrasse segni di lutto
2
. Ci valeva anche per
le donne, per evitare l'accusa di alto tradimento, dal momen-.
to che bastava farsi vedere in lacrime
3
. Una conferma ci giun-
ge dalla Vita Tiberii di Svetonio: Un editto proibiva espressa-
mente ai parenti dei condannati a morte di portare il lutto per
il loro congiunto giustiziato
4
. Tuttavia, ci che ai critici sfug-
gito il fatto che entrambi gli storici, sia Tacito sia Svetonio, si
sono mostrati indignati riguardo a tale norma, per cui essa do-
veva comunque costituire un'eccezione. Qui ci troviamo infat-
1
Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, Citt del Vaticano
1992, 9C4, p. 258.
2
Tacito, Ann., VI, 19.
3
Tacito, Ann.,VI, 10.
4
S v e t o n i o , Vite dei Cesari, Tiberio 6 1 .
365
ti di fronte a una particolarit, valevole soltanto per Roma e li-
mitatamente a un dato periodo storico: per la precisione all'e-
poca in cui l'imperatore Tiberio, invecchiato e fattosi col tem-
po diffidente e crudele, si era ritirato nell'isola di Capri, osses-
sionato dal pericolo di congiure, che vedeva dappertutto; pericolo
che lo aveva spinto ad assumere misure drastiche e impietose.
D'altra parte, lo stesso fatto che un simile editto, quello cio ci-
tato da Svetonio, sia stato emanato, lascia intendere che si tratt
per l' appunto di un'eccezione, dal momento che sino ad allora
i parenti dei condannati a morte portavano normalmente il lut-
to per il congiunto giustiziato. Nel caso di Ges, sappiamo che
il corpo di guardia preposto alla sorveglianza dell'esecuzione
dei tre crocefissi era costituito da quattro soldati semplici e un
ufficiale. Dopo la morte del crocifisso, come leggiamo nel Saty-
ricon di Petronio, bastava talvolta un unico soldato di guardia,
per impedire che i congiunti del giustiziato traessero il corpo
senza vita dalla croce e lo portassero via
5
. La crocifissione era
uno spettacolo realmente agghiacciante, che aveva luogo in pub-
blico, La croce era innalzata nelle strade pi affollate, di mo-
do che il maggior numero possibile di persone la notasse e
la temesse: cos sottolinea espressamente Quintiliano
6
. Infatti
il Golgota si trovava nei pressi della strada che conduceva a
Cesarea, capitale della provincia, proprio davanti alla torre di
Ephraim, attraverso la quale, all' epoca, migliaia di pellegrini
giungevano dall'accampamento occidentale al tempio. Il luo-
go delle crocifissioni era distante appena 40 metri dalle mura
della citt, alle quali conduceva la strada. Se poi i testimoni
del raccapricciante spettacolo non si trovavano proprio diret-
tamente sotto la croce, forse a causa della presenza di una zo-
na di sicurezza di alcuni metri - alla collinetta del Golgota, al-
ta circa tre metri, ben difesa dai soldati, non era normalmente
consentito l'accesso - , essi si trovavano comunque abbastanza
vicini per poter udire ci che Ges diceva. I caratteri relativa-
5
Petronio, Satyricon, 111.
6
Quintiliano, Liv., 1.
366
mente voluminosi del titulus stanno a indicare che i passanti,
specie quelli particolarmente vogliosi di gustarsi Io spettacolo,
potevano avvicinarsi fino a pochi metri dalla croce. L'iscrizione
figurava in tre lingue, affinch tutti potessero capire di che co-
sa si trattava. Molti giudei lessero questo cartello, perch il luo-
go dove fu crocifisso Ges era vicino alla citt ed era scritto in
ebraico, in latino, in greco (Gv 19,20), conferma il quarto Van-
gelo. Per poter leggere il .testo dell'accusa riportata dalla tavo-
la, lunga in origine circa 50 cm, occorreva trovarsi ai piedi del
Golgota, al massimo a dieci metri di distanza dalla croce. Il fat-
to che Giovanni citi letteralmente tale iscrizione, mentre i si-
nottici evidentemente ne conoscevano il contenuto soltanto per
sentito dire, per cui non lo riportano con esattezza, ci per-
mette di giungere alla seguente conclusione: Giovanni si trova-
va effettivamente ai piedi della croce e vi rest abbastanza a
lungo, da poter imprimere nella memoria l'iscrizione e udire
le parole di Ges.
Se poi Giovanni si trov praticamente in prima fila, di con-
seguenza preciso anche quanto riferisce riguardo alla presenza
di Maria. del tutto verosimile che Maria, in quanto ebrea
osservante, si sia recata a Geruslemme~in occasione delle fe-
stivit pasquali; probabilmente vi era giunta in compagnia di
tutti i suoi parenti di Nazaret, del cognato Cleofa, della moglie
e dei figli di lui, la cui presenza segnalata dagli evangelisti; pro-
babilmente l'intero villaggio si era recato ih pellegrinaggio nel-
la Citt Santa. Che la presenza di Maria sia quasi ignorata dai
Sinottici viene spontaneo pensare sia da ricondurre al fatto che
essa non si trovava coi discepoli sul monte degli Ulivi o, dopo
la festa, nell'albergo della zona abitata dagli esseni, ma piutto-
sto nella casa degli esseni presso lo stagno di Betesda, a nord
del tempio, zona in cui era nata. Erano invece presenti le altre
donne; giunte con Ges a Gerusalemme, le quali la sera riferi-
rono tutto ai discepoli. Gli stessi dieci - escluso appunto Gio-
vanni - in quei giorni si tenevano nascosti - il rinnegamento
di Pietro a riguardo piuttosto sintomatico - , poich riteneva-
no fallita la missione del loro Maestro e temevano, con tutta
367
probabilit, di finire anche loro in croce. Soltanto a posteriori
essi divennero consapevoli che Ges aveva fatto pi volte rife-
rimento, attraverso varie allusioni, alla propria morte e risurre-
zione, come Giovanni testualmente conferma. Forse Maria in
quel momento si sentiva delusa da loro e per questo motivo li
evitava, o forse voleva restare sola, nel suo dolore e nella sua
speranza.
Che Giovanni in seguito l'abbia presa con s peraltro con-
fermato dal fatto che Maria non aveva altri figli, bench alcuni
critici, con eccessivo compiacimento e disinvoltura, abbiano fat-
to riferimento ai fratelli di Ges, i quali erano in realt, come
s' visto e come sappiamo da Giovanni, suoi cugini. Secondo
la tradizione Maria segu il discepolo prediletto a Efeso nell'anno
42, quando egli dovette lasciare Gerusalemme a seguito della
condanna a morte di suo fratello Giacomo voluta da re Erode
Agrippa I, nonch della persecuzione scatenata contro le prime
comunit. stato inoltre tramandato che Maria sarebbe mor-
ta a Gerusalemme, forse all'epoca del concilio Apostolico del-
l'anno 48; in tal caso, dovremmo pensare che in occasione del-
la sua morte, il 15 agosto, tutti i discepoli si siano ritrovati in-
sieme ancora una volta. Probabilmente la Madonna, ormai
settantenne, si sentiva fisicamente esausta a causa degli strapazzi
del lungo viaggio, che non si svolse certo all'insegna del lusso
imperiale, come sar invece pi tardi il destino di Elena. Secondo
la tradizione della Chiesa essa fu assunta in cielo in corpo e ani-
ma. Il suo sepolcro vuoto sul monte degli Ulivi, vicinissimo al-
la grotta dell'orto del Getsemani, ancora oggi oggetto di ve-
nerazione a Gerusalemme.
Scritto a Efeso
a Efeso che, secondo la tradizione, Giovanni scrisse il suo
Vangelo. Cos si esprime al riguardo il Padre della Chiesa Ireneo
di Lione attorno al 170: Finalmente Giovanni, il discepolo del
Signore, che riposa sul suo petto, durante il suo soggiorno ad Efe-
368
so, in Asia Minore, redasse il suo Vangelo
7
. Testimone principa-
le di tale fatto il vescovo Papia di Ierapoli, autore del libro In-
terpretazioni della Parola del Signore, scritto prima del 110, il qua-
le aveva conosciuto di persona Giovanni; Eusebio lo definisce
espressamente un uditore di Giovanni
8
. Egli definisce espres-
samente l' autore del quarto Vangelo come Discepolo del Si-
gnore, Giovanni presbitero [il pi anziano]. Ireneo stesso ave-
va conosciuto, da giovane, un altro Giovanni, discepolo anche lui,
che in seguito divenne vescovo a Smirne coi nome di Policar-
po: questi era solito raccontargli dei suoi stretti rapporti con
Giovanni e con gli altri che avevano visto il Signore
9
, il che
confermato da una tradizione ininterrotta. Secondo la tradizio-
ne Giovanni Visse circa fino all'anno 100. D'altra parte anche Ire-
neo ci informa che la stessa Chiesa di Efeso venne guidata da
Giovanni fino all'epoca di Traiano, l'imperatore romano che re-
gn fra il 98 e il 110. Ci non pu meravigliarci, se teniamo pre-
sente che egli era il discepolo pi giovane di Ges e che fra lui e
il Maestro sussisteva un r appor t o di tipo padre-figlio, come con-
fermano le parole pronunciate da Ges sulla croce. Probabil-
mente aveva 18-20 anni quando Ges incominci la sua mis-
sione pubblica, 20-22 all'epoca della crocifissione. Perci dev'es-
sere nato intorno agli anni 8-10, raggiungendo quindi un' et
sicuramente veneranda, peraltro nient'affatto inverosimile, di cir-
ca 90-94 anni. Che fosse destinato a una vita lunga, forse gli fu
gi in qualche modo profetizzato da Ges, il che ben presto fe-
ce nascere delle voci, alle quali fa allusione nel suo Vangelo: Vi-
stolo [Giovanni], dunque, Pietro disse a Ges: "Signore, e lui?".
Ges gli rispose: "Se voglio che lui rimanga finch io venga,
che te ne importa? Tu seguimi!". Si sparse perci tra i fratelli la
voce che quel discepolo non sarebbe morto. Ges per non gli
aveva detto che non sarebbe morto, ma: "Se voglio che lui ri-
manga finch io venga, che te ne importa?" (Gv 21,21-23).
7
Ireneo, Adversus haereses, III, 39,1.
8
Eusebio, Hist Ecc., Ili, 39,1.
9
Id., VI, 14,7.
369
Poco prima Ges aveva annunciato a Pietro la sua morte in
croce, come spiega espressamente Giovanni (21,19): Questo
disse per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio. Do-
po queste parole gli disse: "Seguimi!". Tale indicazione rende
possibile giungere a una datazione piuttosto esatta del Vange-
lo di Giovanni: esso fu redatto dopo il martirio di Pietro, avve-
nuto nel giugno del 67 (punto su cui sono tutti d'accordo), ma
anche prima della distruzione del tempio, verosimilmente addi-
rittura prima della fase calda della guerra ebrea, alla quale
non viene fatto riferimento in alcun luogo.Tutto ci rende plau-
sibile che la redazione sia terminata fra la fine del 67 e l'inizio
del 68: in 2,19 Ges promette: Distruggete questo santuario e
in tre giorni lo far risorgere; qui Giovanni fa riferimento al
santuario del suo corpo, poich una distruzione del tempio di
Gerusalemme non gli sarebbe mai venuta in mente. Se poi Gio-
vanni cita il discorso di Caifa, ispirato alla Realpolitik, con le pa-
role: Se lo lasciamo continuare cos, tutti crederanno in lui, ver-
ranno i romani e distruggeranno il luogo e la nazione (11,48),
resta comunque il fatto che ci proprio quanto accadde, no-
nostante la consegna di Ges ai romani, o, secondo l'interpre-
tazione cristiana, proprio per qusto.
Qua] era Io scopo di Giovanni?
A quell'epoca, negli anni 67-68 d.C., i Vangeli di Marco, Mat-
teo e Luca erano stati scritti gi da tempo e avevano raggiunto
una notevole diffusione, come riferisce Eusebio: Dopo la com-
posizione dei Vangeli di Marco e di Luca, infine anche Gio-
vanni st mise a scrivere. Giovanni fino a quel momento si era
costantemente dedicato all'apostolato orale, ma ecco che si sent
chiamato a scrivere e ci per il seguente motivo: dopo che i tre
Vangeli gi scritti erano giunti a conoscenza di tutti e dello stes-
so Giovanni, egli ne riconobbe la verit e volle confermarla, spie-
gando che, come testimonianza scritta, ci che mancava ancora
era il racconto di quello che Ges aveva fatto al principio, ov-
370
vero all'inizio della sua missione
10
. Marco, il quale ricostru for-
se il suo Vangelo attraverso i racconti di Pietro, lo riordin nel
giro di un anno, attraverso uno schema che inizia col battesimo
di Giovanni e termina con l'ascensione di Ges. Il Vangelo di
Matteo, al pari di quello di Luca, riprende tale struttura, arric-
chendola della narrazione della nascita di Ges. Quale unico in-
dizio utile alla datazione Luca afferma che la predicazione del
Battista ebbe inizio nell' anno quindicesimo del regno di Ti-
berio Cesare: Ponzio Pilato governava la Giudea (Le 3,1).
Ci confermato da Giovanni: quando Ges predica presso di
lui, a Gerusalemme, in occasione delle feste pasquali la gente gli
chiede: In quarantasei anni fu costruito questo santuario, e tu
in tre giorni lo farai risorgere? (Gv 2,20). Erode dette inizio al-
la costruzione del tempio nell'anno 18 a. C, quindi il dialogo si
svolse nell'anno 28. Poco prima di una seconda festa pasquale,
ci fa sapere Giovanni 6,4, si giunse alla moltiplicazione dei pa-
ni e dei pesci, grazie alla quale furono sfamate 5000 persone. Fu
in occasione della terza festa pasquale citata da Giovanni che
avvenne la passione di Ges, nell'anno 30. In questo contesto
allargato Giovanni inserisce scene della vita di Ges di cui era
stato testimone. Tale lavoro, per cos dire di completamnto e
arricchimento, spiega perch molti degli avvenimenti descritti
nei Vangeli sinottici non sono ripetuti o sono narrati in modo
diverso nel quarto Vangelo.
Mentre sono stati specialmente Marco e Luca a mostrarsi pre-
valentemente preoccupati di rappresentare la vita e i miracoli
di Ges, Giovanni ha voluto piuttosto mettere in luce l'essen-
za del suo insegnamento. Cos scrive Clemente Alessandrino:
In definitiva Giovanni ha scritto un Vangelo di natura spiri-
tuale, su incitamento dei propri discepoli e ispirato dallo spiri-
to, nella consapevolezza che la natura umana [di Ges] negli al-
tri Vangeli era stata [gi] trattata
11
.
Va inoltre tenuto presente che Giovanni conosceva gi gli al-
,u
Id., Ili, 24,7.
"Cit. da Id.,VI, 14,7.
371
tri Vangeli e non voleva presentare una nuova versione dei fat-
ti, ma piuttosto approfondire il discorso, in particolare per quan-
to riguarda il messaggio. per questa ragione che dalla sua buo-
na novella scaturito il pi profondo e spirituale fra tutti i Van-
geli, essendo questo infatti il frutto di una riflessione autonoma,
durata anni e anni, riguardo all'esperienza personale vissuta in-
sieme al pi grande di tutti i maestri.
Cristologa avanzata
11 Vangelo di Giovanni non consisterebbe in una narrazione
su un piano puramente storico, bens nella presentazione di una
filosofia, per cui i Vangeli sinottici sarebbero invece i soli atten-
dibili sul piano storico, stando a quanto dedusse nel 1847 il teo-
logo di Tubinga Ferdinand Christian Baur
12
, il quale faceva ri-
salire la datazione della stesura del quarto Vangelo alla fine
del II secolo. Esso avrebbe cos rappresentato il modello di co-
munit cristiana, composta allo stesso modo da ebrei e pagani,
sorta in un'epoca in cui il cristianesimo, nella sua evoluzione,
aveva gi superato i contrasti interni che avevano invece ca-
ratterizzato i suoi primi tempi. Nel frattempo per fu confuta-
ta la datazione proposta da Baur: nel 1920 uno scienziato, che
aveva studiato i papiri egizi, venne in possesso di una collezio-
ne di frammenti destinata alla biblioteca John Ryland di Man-
chester. Quando il papirologo C.H. Roberts di Oxford la cata-
log, quindici anni pi tardi, la notizia fece il giro del mondo: lo
studioso era riuscito a identificare un frammento, scritto su am-
bo i lati e consistente in sette righe - proveniente quindi da un
codice e4a un papiro - come un frammento del capitolo XVIII
del Vangelo di Giovanni. Stando ai criteri paleografici, risulta
possibile stabilire per il frammento una datazione abbastanza
certa: esso risalirebbe al primo quarto del II secolo
13
. Si tratta-
12
Cit. in K. Berger, Im Anfeuig war Johannes, Stuttgart 1997, p. 14.
"A. Millard.op. ct..p. 165;C.P.Thiede-M.d'Ancona,op. cit., p. 170.
372
va quindi del pi antico manoscritto del Vangelo, almeno fino
alla scoperta dei frammenti di Qumran del Vangelo di Marco
e di quelli del Magdalen College di Oxford del Vangelo di Mat-
teo
14
. Ora, se il Vangelo di Giovanni era gi diffuso in Egitto tra
il 100 e il 125 d.C., molto probabile che la sua stesura risalga
gi al I secolo. Lo stesso appello a cristiani di origine ebrea e
di origine pagana pu essere stato inserito in considerazione del-
le tensioni sorte dopo Tanno 70
15
.
Giovanili fu testimone oculare
Ancor pi di quanto esposto finora, ci pare significativo il qua-
dro risultante dalla descrizione di Gerusalemme, ai fini di una
datazione precedente la distruzione della citt avvenuta nel-
l'anno 70. La grande accuratezza con cui l'evangelista descrive
i luoghi dell'opera e della predicazione si spiega benissimo se
pensiamo che l'autore stesso era stato testimone oculare degli
eventi. Citiamo soltanto qualche esempio: A Gerusalemme,
presso la porta delle Pecore, c'era una piscina, chiamata in ebrai-
co Betesda, con cinque portici. Sotto questi portici giaceva una
moltitudine di infermi, ciechi, zoppi, invalidi (5,2-3). Pro-
nunci queste parole nel luogo del tesoro, insegnando nel tem-
pio (8,20). Va' e lavati alla piscina di Siloe (9,7).
Ges passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone
(10,23). Betania non lontana da Gerusalemme se non circa
quindici stadi (11,18). Ges usc con i suoi discepoli al di l
del torrente Cedron, dove c'era un orto, in cui entr con i suoi
discepoli (18,1). Pilato condusse fuori Ges e sedette su una
tribuna nel luogo chiamato Pavimento di pietra, in ebraico Gab-
bat (19,13). Egli, portando la croce da s, usc verso il luo-
go detto del Cranio, in ebraico Glgota (19,17).
14
CP.Thiede-M. d'Ancona, op. cit.
15
K. Berger, op. cit., pp. 16,66ss.
373
chiaro che nessun teologo in grado di fornire descrizioni
cos precise e particolareggiate: solo un testimone oculare pu
farlo. D'altra parte, se il Vangelo di Giovanni fosse davvero sta-
to redatto all'inizio del II secolo e fosse nato indipendentemente
da Giovanni, sarebbe ben difficile spiegare la presenza e la ric-
chezza di particolari di carattere storico, topografico e di altro
genere, tali da dimostrare che, effettivamente, Giovanni accom-
pagn Ges nella sua missione, e tutto ci risulta cos frequen-
te nel quarto Vangelo ... Inoltre, alcuni dati di carattere topo-
grafico, forniti per precisare la missione di Ges a Gerusalem-
me dopo l'anno 70, non si presentarono diversi, agli occhi di un
testimone oculare, rispetto a prima di tale data
16
. H quarto Van-
gelo, insomma, non risulta ambientato in una Gerusalemme mi-
tica, bens in un contesto logistico e cronologico descritto con
cura e conosciuto a perfezione dall'evangelista, al punto che egli
a volte d per scontata tale conoscenza da parte del lettore. D'al-
tra parte, l'esattezza delle sue descrizioni stata confermata
da scavi archeologici: ad esempio, nel caso della descrizione del-
la piscina di Betesda nonch del fenomeno dello straripamen-
to delle acque
17
.
Si noti che, nel quarto Vangelo, questa precisione e ap-
profondita conoscenza dei luoghi non vale solo per Gerusa-
lemme, ma anche a proposito di altre tappe della missione iti-
nerante di Ges: Ora, arriva ad una citt della Samaria chia-
mata Sichar, vicino al podere che Giacobbe aveva dato al figlio
suo Giuseppe. C' era l il pozzo di Giacobbe. Ges, affaticato
com'era dal viaggio, si era seduto sul pozzo; era circa l'ora se-
sta (4,5-6).
L' autore del quarto Vangelo sapeva insomma esattamente
quando Ges fece questo, quando fece quest'altro e dove, il che
ci porta ancora una volta alla conclusione che egli era costan-
temente insieme al maestro. Giovanni fu quindi senza ombra di
dubbio uno dei Dodici, come egli stesso specifica e sottolinea:
l6
H.J. Schulz, op. cit., pp. 311ss.
17
Id., p. 312.
374
Colui che ha visto ha testimoniato e la sua testimonianza ve-
race ed egli sa che dice il vero, affinch anche voi crediate
(19,35). Questo il discepolo che rende testimonianza di que-
ste cose e che le ha scritte, e sappiamo che la sua testimonianza
veridica (21,24).
Giovanni fornisce inoltre alcuni particolari sull'arresto di Ge-
s che non si trovano da nessun'altra parte: ad esempio, svela
non solo che fu proprio Pietro a staccare l'orecchio al servito-
re del sommo sacerdote mentre, stando ai Sinottici, a commet-
tere tale azione fu semplicemente uno di quelli che erano con
Ges, (Mt 26,51); ma d perfino un nome alla vittima, Malco
(Gv 18,10). Questo nome proprio viene pi spesso tradotto con
Giuseppe, e a portarlo sono quasi sempre uomini di origine
araba
18
. Giovanni inoltre l'unico a collocare la festa pasquale
dell'anno 30 nella giornata di sabato, e ci corretto dal punto
di vista storico, come il collocare la crocifissione di Ges in un
venerd, nonch l'ultima cena non la sera di Pasqua, bens il gio-
ved, pemettendo cos di risolvere le apparenti contraddizioni
presenti nella cronologia sinottica.
Anche a proposito della passione, il quarto Vangelo rivela par-
ticolari decisivi, verificati sul piano archeologico, e che confer-
mano ancora una volta come Giovanni sia stato veramente te-
stimone oculare: il gioco dei dadi usando come tavolo i vestiti
di Ges; il capo abbassato al momento della morte conferma-
to dall'autopsia e dalla Sindone di Torino (v. Appendice); l'uso
di spezzare le gambe confermato dal ritrovamento dello sche-
letro di Giv'at ha-Mivtar; il colpo di lancia al costato, nonch lo
sgorgare di acqua e sangue, confermati dalla ricostruzione me-
dica dell'autopsia (cfr. anche la Sindone di Torino); l'uso di aloe
e mirra per la sepoltura di Ges, confermato da ritrovamenti
archeologici contemporanei presso sepolcri ebraici; la crocifis-
sione con chiodi confermata da Giv'at ha-Mivtar (cfr. la Sin-
done di Torino).
Per quanto riguarda poi i particolari molto precisi relativi al
18
K. Berger, op. cit., p. 64.
375
comportamento dei membri del Sinedrio nei confronti di Ges,
questi possono essere stati desunti da parte della comunit di
discepoli anche facendo riferimento ad altre fonti, citate per no-
me dal quarto Vangelo: pensiamo ai membri del Consiglio Ni-
codemo e Giuseppe d' Arimatea. Forse fu persino possibile a
due stimati e rispettati consiglieri della citt prendere visione
degli atti processuali di Pilato relativi al procedimento contro
Ges.
D' altra parte, nulla fa pensare che l'identificazione dell'auto-
re con la persona di Giovanni, figlio di Zebedeo, pescatore be-
nestante, non sia attendibile
19
. Riguardo all'indicazione, alla fi-
ne del suo Vangelo, che i discepoli pescarono esattamente 153
pesci (Gv 21,11), Thiede fa notare che l'osservazione pi che
mai plausibile da parte di un pescatore, per il quale la conta, la
preparazione e la rapida vendita della merce facendo parte del-
la vita di tutti i giorni
20
. Si noti che Giovanni, per il pesce, non fa
qui uso del vocabolo greco normalmente usato, ichthys, come
invece fanno i Sinottici, bens di opsrion, parola derivata dal
gergo dei pescatori
21
.
I tratti dualistici presenti nel quarto Vangelo - pensiamo al-
la polarit fra luce e ombra, verit e menzogna, vita e morte -
trovano i loro paralleli nei papiri di Qumran e ci fanno per-
venire alla conclusione che la formazione spirituale dell'evan-
gelista fu influenzata da contatti con circoli essenici
22
. Il pecu-
liare vocabolario del quarto Vangelo - pensiamo, ad esempio,
a concetti come spirito di verit, luce di vita, avanzare nel-
l'oscurit, figli della luce e vita eterna - corrisponde an-
ch'esso al linguaggio dei papiri del Mar Morto. Come sappiamo,
Giovanni figlio di Zebedeo era stato discepolo di Giovanni Bat-
tista, prima di entrare nella cerchia dei discepoli di Ges. Vi
una serie di indizi - il suo insegnamento, il suo modo di bat-
" Benestante, poich, secondo Marco 1,20, aveva parecchi dipendenti e possedeva
numerose imbarcazioni.
30
C.P. Thiede, Ein Fischfur..., cit., p. 81.
21
A.N. Wilson, Jesus, London 1993, p. 49.
22
HJ. Schulz, op. cit., p. 315.
376
tezzare, il suo operare nel deserto - che stanno a indicare, ap-
punto, che l'evangelista era vicino agli esseni. Al pari di Luca,
(1,5) suo padre era membro della classe sacerdotale di Abia e
poteva far risalire il proprio albero genealogico ad Aronne, per-
ci egli apparteneva all'antica, legittima dinastia sacerdotale dei
figli di Zadoc, i quali, fin dai tempi dei Maccabei, rappresen-
tavano la colonna del movimento essenico
23
. Il battesimo al
di l del Giordano corrispondeva alla visione essenica di una
purificazione rituale, il raccoglimento nel deserto alla prepa-
razione a una nuova conquista della terra, necessaria alla fon-
dazione del nuovo Israele, in ottemperanza al modello vete-
rotestamentario. ancora una volta Giovanni Evangelista a con-
frontarsi, con maggiore precisione rispetto agli altri evangelisti,
con l' insegnamento del Battista, lui che fa pi spesso riferi-
mento a quest'ultimo e al rapporto tra questi e Ges. Ci po-
trebbe avere la sua motivazione nella vita del figlio di Zebedeo,
ma con tutta probabilit ha anche a che fare con i luoghi in cui
nacque il Vangelo, con Efeso: infatti alla comunit ebraica di
questa grande citt dell'Asia Minore appartenevano pure nu-
merosi seguaci di Giovanni Battista, come sappiamo anche gra-
zie agli Atti degli apostoli (19,3)
24
.
In dubio pr traditio
Mentre talvolta alcuni teologi danno l'impressione di voler
aderire al principio in dubio contra traditio (nel dubbio, contro
la tradizione), ci che abbiamo detto finora non sembra smen-
tire in nulla la tradizione. D' altra parte, noi aderiamo al princi-
pio contrario, in dubio pr traditio: di fronte ai dubbi, la tra-
dizione che deve fare da guida; d'altra parte, lo ripetiamo, non
troviamo il minimo argomento che si possa addurre per confu-
tare la tesi della paternit del quarto Vangelo da parte di Gio-
a
Id.,p. 341.
M
K. Berger, op. cit., pp. 54,145ss.
358
vanni. Il che sta a significare che il quarto Vangelo, per quanto
elaborato sul piano teologico, comunque un rapporto scritto
da un testimone oculare. La presunta coloritura di particolari
a volte attribuita a Giovanni - il suo Ges non soffre, non mo-
stra alcuna debolezza e, anzi, porta la corona come un re - di-
mostra, in ogni caso, che non vi distanza e che vi invece in-
condizionata ammirazione da parte del discepolo prediletto Gio-
vanni come autore.
proprio a partire dal rapporto di questo testimone ocula-
re che possibile desumere una datazione antica del Vangelo di
Giovanni. In verit, si riflette da tempo al riguardo. Iniziatore
della riflessione fu, nel 1976, il teologo inglese J.A.T. Robin-
son, autore di Honest to God, il quale, nel suo saggio Redating
the New Testamenti fa risalire la redazione complessiva del Nuo-
vo Testamento all'epoca anteriore al decisivo anno 70. Il libro
trov grande eco nei Paesi anglosassoni. Da allora si sono di-
chiarati concordi con la tesi della datazione antica non solo il
papirologo C.P. Thiede
25
, ma anche teologi come H.J. Schulz del-
l'Universit di Wurzburg
26
, nonch Klaus Berger dell'Univer-
sit di Heidelberg
27
. Tutti questi studiosi fanno risalire il Van-
gelo di Giovanni agli anni immediatamente successivi al 66 d.C.,
mentre Berger Io ritiene addirittura il pi antico dei quattro. Se-
condo gli studi, a portare chiaramente a questa conclusione
sarebbero da un lato il profondo radicamento del quarto Van-
gelo nel pensiero giudaico-cristiano, dall' altro il serrato con-
fronto con Giovanni Battista. Secondo Berger, la parte pi an-
tica risalirebbe addirittura agli anni 40, mentre la stesura sarebbe
stata conclusa subito dopo la morte di Pietro. Schulz sottoli-
nea d' altro canto la straordinaria frequenza di precisi dati di
carattere cronologico, topografico, temporale e antropologico
23
,
considerandoli chiari indizi dell'origine apostolica del Vangelo,
soffermandosi in particolare sulla cronologia della settimana di
^C.P.Thiede-M. d'Ancona, op. cit.
^HJ. Schultz. op. cit., p. 171.
27
K. Berger, op. cit.
2!t
HJ. Schultz, op. cit., p. 171.
378
passione, che pare allo studioso assai pi attendibile rispetto a
quella presentata dai Sinottici. Anche Robinson ha studiato la
conoscenza della cronologia e della topografia della missione di
Ges da parte del quarto evangelista, assai pi profonda rispetto
ai Sinottici, mostrando come i Sinottici, facendo pi spesso ri-
corso a materiale di seconda mano, indicano indirettamente in
Giovanni Evangelista e nella sua pi precisa cronologia un te-
stimone e per cos dire un cronista di prima mano. Esempi cor-
rispondenti sono da considerarsi particolarmente significativi
proprio al fine di dimostrare il carattere di testimone oculare
del quarto evangelista. assai pi preciso in vari punti
29
. Il Van-
gelo di Giovanni offre insomma una cronologia trasparente
sul piano storico, la quale appare assai pi attendibile della sto-
ria della passione arricchita da una particolareggiata introdu-
zione narrata da Marco
30
. A richiamare l'attenzione in merito
era gi, nel 1960, il neotestamentarista Aileen Guilding, il qua-
le faceva notare come l'intera costruzione del quarto Vangelo
sia imperniata sul ciclo festivo ebraico e presti particolare at-
tenzione ai luoghi della lettura completa della Torah nel suo
ciclo di tre anni
31
. A ci si aggiunga il fatto che, riguardo ai par-
ticolari giuridici e logstici, l'autore si mostra assai pi attendi-
bile dei Sinottici
32
. Sempre secondo Guilding, la diffusa teoria
secondo cui il fatto che Giovanni parli di ebrei dimostrereb-
be la sua distanza, sul piano effettivo come su quello tempora-
le, rispetto alla Chiesa primitiva giudaico-cristiana, invece er-
rata: anche Paolo, nelle sue lettere redatte negli anni 50, carat-
terizza le cerchie dominanti dell'ebraismo (specialmente dei
sadducei), i quali rifiutavano il messaggio di Ges, prendendo
le distanze da loro e definendoli giudei (2Cor 11,24), bench
in altri passi egli si mostri fiero della sua formazione farisaica.
Non solo nella descrizione degli ultimi giorni terreni di Ges,
ma anche in altri particolari, Giovanni ci presenta osservazioni
79
Idem, pp. 301ss.
30
M. Khler, cit. in H.J. Schultz, op. cit., p. 313.
31
A.N.Wilson, op. cit., p. 40.
32
HJ. Schultz, op. cit., p. 313.
379
propri e e originali rispetto ai sinottici. Ad esempi o, ri guardo al
Battista ci informa che non era ancora stato messo in prigio-
ne, (3,24), mentre in Marco 1,14 si ha l'impressione che Ges
cominci l'annuncio del Vangelo quando il Battista si trovava
gi in carcere. Sono appunto tali particolari a confermare la tra-
dizione secondo la quale l'apostolo Giovanni conosceva gi i tre
Vangeli sinottici nel momento in cui cominci a mettere per
iscritto i propri ricordi.
Berger
33
postula gi un cambio di paradigma: il quarto Van-
gelo non sarebbe un mero prodotto di una cristologia svilup-
patasi successivamente e gi avanzata n, ancor meno, un'o-
pera farcita di elementi pagani e ostici, ma piuttosto il Van-
gelo pi profondo, pi autentico, scritto nientemeno che
dall'apostolo prediletto di Ges, dall'unico che gli rimase fe-
dele fino ai piedi della croce e che assieme a Pietro e Andrea
inizialmente, e in seguito con Pietro e Giacomo, divenne una
delle tre colonne della Chiesa primitiva, malgrado la sua gio-
vane et, appunto a causa della sua vicinanza a Ges, che lui
aveva amato come un figlio. proprio in virt di tale maggiore
vicinanza che l'immagine di Cristo presentata da Giovanni si
differenzia da quella dei Sinottici. Di conseguenza, se in Gio-
vanni Ges concepito come Figlio dell'uomo, Messia e Figlio
del Padre, ci non da ricondursi a qualche teoria sorta nel II
secolo a seguito di un'elaborazione teologica, ma corrisponde
all'autorivelazione manifestata dinanzi alla cerchia ristretta dei
suoi discepoli, per cui a buon diritto Berger definisce il Vange-
lo di Giovanni Insider-Evangelium
34
. Ci costringe ancora una
volta a prendere le distanze dai vari tentativi di razionalizza-
zione a cui abbiamo assistito nel XIX e nel XX secolo. Ges fu
insomma molto pi dell'errante predicatore carismatico, figura
alla quale hanno voluto ridurlo certi illuministi. Ci nonostan-
te, riesce difficile a molti trarre le conseguenze necessarie da
questa scoperta. Oggi come ieri, persiste una certa paura a met-
" Cit. in H.J. Schultz. op. cit., p. 314.
11
K. Berger, op. cit., p. 105.
380
tersi in r appor t o con un Cri st o che va ben al di l del l a ragi one
umana, che si rivelato nel Ges storico...
Il nostro viaggio alla ricerca del Ges storico cominciato ai
piedi del Golgota e termina dinanzi al sepolcro vuoto. Abbia-
mo verificato l'esistenza storica di Ges attraverso l'analisi di
un documento contemporaneo, ma anche alla luce della crona-
ca redatta da un testimone oculare, da uno dei suoi intimi; un
rapporto confermato da un particolare importante. Con ci sia-
mo giunti al punto di arrivo della nostra storia, in cui ha fine il
verificabile e inizia la fede, ovvero il verificabile inizio della
fede. Una fede cos forte che vi furono uomini disposti ad an-
dare incontro alla morte per essa. Una fede capace di soprav-
vivere a tutte le persecuzioni sanguinose, sinch, dopo quasi tre-
cento anni, sotto Costantino raggiunse il suo trionfo. In hoc si-
gno vinces, venne rivelato all'imperatore da una visione. Non
solo Costantino vinse grazie alla croce, ma la croce stessa vin-
se mediante Costantino, per vivere la propria risurrezione at-
traverso il ritrovamento delle reliquie del Golgota. Come gli in-
segnamenti di colui che un tempo vi fu crocifisso, essa so-
pravvissuta ai secoli.
35
Cit. in M.G. Siliato, op. cit., p. 13.
381
APPENDICE
Il titulus crucis e la Sindone di Torino
La pi nota reliquia della passione senza dubbio la Sindo-
ne di Torino. Negli ultimi decenni sono stati pubblicati libri a
centinaia, per cercare di spiegare la misteriosa impronta d' un
Uomo crocifisso apparsa su un lenzuolo di lino grande 4,36 me-
tri per ljlO
1
.
E ormai certo che quella impronta giallastra riproduce il ca-
rattere di un negativo fotografico, che nessun artista sarebbe
stato capace di creare prima dell'invenzione della fotografia
2
.
Inoltre, l' esame delle tracce di sangue rinvenute sul telo ha
rivelato che queste risultano effettivamente essere di sangue
umano, del gruppo AB, all'epoca comune tra i semiti
3
. Infine,
part e delle macchie risale inequivocabilmente a dopo il de-
cesso, il che, al pari del rigor mortis, riconoscibile senza ombra
di dubbio, si oppone in modo netto a ogni speculazione secondo
1
La migliore e pi attuale opera sull'argomento M.G. Siliato, La verit della Sin-
done, Casale Monferrato 1998.
2
N. Ballosino, The Image on the Shroud, London 1998, pp. 5-11; A. Milanesio-S. Si-
racusa-S. Zac, An Inexplicable Image, London 1998, pp. 38-40.
3
P. Baima BoUone-S. Zac, The Shroud under the Microscope, London 1998, pp. 23ss.