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Università degli Studi di Catania

FACOLTÀ DI AGRARIA

Corso di laurea in:


TECNOLOGIE E PIANIFICAZIONE PER IL
TERRITORIO E L’AMBIENTE
Corso monodisciplinare in:

VERDE TERRITORIALE E AMBIENTALE


appunti delle lezioni ad uso degli studenti
(a cura di: Daniela Romano)

Anno Accademico 2006-2007


Verde territoriale e ambientale

INDICE
1. Definizione ed ambiti del corso pag. 3
2. Diffusione del verde “ 6
3. Le tipologie di spazi a verde “ 8
3.1. Evoluzione del verde pubblico “ 8
3.2. Criteri di classificazione “ 11
3.3. Profilo tecnico e funzionale delle tipologie più rappresentative “ 12
3.4. Il giardino privato nel XX secolo “ 36
3.5. I giardini tradizionali siciliani “ 53
4. Funzioni della vegetazione “ 58
5. La progettazione del verde “ 68
5.1. Studi preliminari “ 69
5.1.1. Individuazione dell’area “ 69
5.1.2. Analisi del paesaggio “ 69
5.1.3. Analisi del clima “ 77
5.1.4. Analisi dell’ambiente geopedologico “ 78
5.1.5. Analisi della vegetazione “ 78
5.2. Piante ornamentali per gli spazi a verde in ambiente mediterraneo “ 80
5.2.1. Premesse “ 80
5.2.2. Scelta della specie “ 82
5.2.2.1. Considerazioni generali “ 82
5.2.2.2. Caratteristiche dell’ambiente mediterraneo “ 86
5.2.2.3. Criteri e parametri di scelta “ 89
5.2.2.4. Fasi della scelta “ 93
5.2.2.5. Principali gruppi di piante “ 94
5.2.2.6.Caratteristiche dei principali gruppi di piante “ 96
5.2.2.7. Il contributo delle specie esotiche “ 108
5.2.2.8. Il ruolo delle specie autoctone “ 110
5.3. Disposizione delle componenti vegetali “ 112
5.4. Le specificità del giardino “ 113
5.5. Tecniche e soluzioni progettuali per l’ambiente mediterraneo ..” 118
5.6. Redazione del progetto “ 122
5.6.1. Elaborati grafici “ 122
5.6.2. Relazione esplicativa “ 123
5.6.3. Computo metrico estimativo dei lavori “ 123
5.6.4. Capitolati generale e speciale “ 124
5.6.5. Vincoli ed opportunità di carattere normativo “ 125
6. L’impianto del verde “ 127
6.1. Sistemazione e preparazione dell’area “ 127
6.2. Messa a dimora delle componenti vegetali “ 130
6.3. Esecuzione di opere strutturali ed accessorie “ 133
6.4. Un caso particolare di impianto del verde: i giardini pensili “ 136
7. La gestione del verde “ 146
7.1. L’organizzazione delle attività “ 146
7.2. Il censimento del verde “ 148
7.3. La manutenzione “ 152
7.3.1. Pulizia “ 153
7.3.2. Controllo delle infestanti “ 153
7.3.3. Irrigazione “ 155
7.3.4. Fertilizzazione “ 156
7.3.5. Difesa fitosanitaria “ 157
7.3.6. Trattamenti endoterapici “ 158
7.3.7. Potatura “ 159
7.3.8. Dendrochirurgia “ 162
7.3.9. Gli interventi di manutenzione nel verde storico “ 162
7.3.10. Best Management Practice “ 164
ALLEGATI “ 166

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Definizioni ed ambiti del corso

1. DEFINIZIONE ED AMBITI DEL CORSO


Il corso si propone di approfondire le problematiche relative agli ambiti territoriali ed
ambientali della progettazione, realizzazione e gestione degli “spazi a verde”. Quest’ultima
locuzione è utilizzata, nell’ambito del corso, per indicare tutte quelle porzioni del territorio
che sono progettate ex novo dall’uomo (o lo sono state nel passato) a fini ornamentali e per
rispondere alle esigenze della fruizione. Sono compresi quindi tutti gli spazi, siano essi
pubblici o privati, di piccole dimensioni o molto estesi, in ambito urbano ed extraurbano, in
cui sia presente la componente vegetale.
L’elemento caratterizzante il corso è, a nostro avviso, l’attenzione nei confronti delle piante
e di tutti gli interventi che occorre mettere in atto - dalla scelta della specie,
all’individuazione ed esecuzione delle cure colturali - affinché la realizzazione vegetale
duri nel tempo, mantenendo un gradevole effetto estetico, e svolga quelle funzioni di
fruizione e di miglioramento dei parametri ambientali, cui si guarda con sempre
maggiore interesse.
Come vedremo meglio nel prosieguo, sono numerose le figure professionali che si
occupano del “verde” e della sua progettazione; architetti, ingegneri, urbanisti, botanici,
naturalisti ed ovviamente agronomi. Per sgombrare da subito il campo da equivoci è bene
chiarire che “progettare il verde” è operazione complessa che necessita di competenze
multidisciplinari se si vogliono ottenere risultati pregevoli: l’importante è, però, che ciascuna
figura professionale svolga le proprie funzioni e non cerchi di arrogarsi competenze che non
le sono proprie. Nel nostro caso specifico, provenendo da una formazione “agronomica”,
cercheremo di privilegiare gli aspetti connessi con la preparazione dell’ambiente (dato che
lo spazio a verde si configura come un particolare “agrosistema”, come specificheremo
meglio in seguito) e soprattutto con la scelta della pianta e con la sua corretta utilizzazione
e/o coltivazione. L’impianto e la manutenzione del verde saranno anch’essi affrontati nella
convinzione che se non si risolvono i problemi ad essi collegati qualsiasi progetto rimane
solo “di carta” e non potrà mai effettivamente realizzarsi. Nei paesi europei dove la “cultura
del verde” è più ampia e consolidata, in genere alla fase progettuale si affianca, come
momento imprescindibile, anche quella della previsione delle operazioni da fare per il
governo del giardino, per un arco temporale piuttosto ampio (fino a 30 anni). Questo «Piano
del governo del giardino» o «Piano operativo di manutenzione» in Italia, a differenza di altri
paesi europei (come peraltro dimostra lo stesso aspetto linguistico1), non è ancora stato
adeguatamente analizzato.
Prima di affrontare gli aspetti specifici del corso, riteniamo opportuno chiarire, da un punto
di vista terminologico, gli ambiti in cui ci muoveremo. La questione è interessante perché
occorre ricordare come vi siano tante definizioni di “verde”, volendo dare a questo termine il
significato estensivo di “spazio a verde”, quante sono le figure professionali coinvolte nella
progettazione dei parchi e dei giardini.
Da un punto di vista strettamente terminologico i termini di “parco” e “giardino”, spesso
utilizzati per definire le diverse tipologie di verde, vengono così definiti dal dizionario
Zingarelli:
Parco = terreno boscoso e piuttosto esteso, spesso recintato ed adibito a usi particolari /
Giardino molto grande abbondantemente alberato, privato o pubblico.
Giardino = terreno con colture erbacee e arboree di tipo ornamentale.
Risulta chiaro come i due termini siano in parte sovrapponibili: nel concetto di parco prevale
soprattutto l’aspetto dell’estensione della superficie; in quello di giardino l’attributo di
ornamentalità.
Lo stesso dizionario così definisce il termine di verde, che spesso prevale nell’uso per
indicare le diverse tipologie di spazi interessati da vegetazione:
Verde: (est.) Vegetazione / Area, zona ricca di prati, alberi e vegetazione in genere / Verde

1
A differenza dell’italiano, dove di fatto non si assiste ad una terminologia ben definita e da tutti accettata,
Pagina 3 nelle altre lingue europee esistono termini univoci per indicare quest’ambito della manutenzione del verde
(es. in tedesco Parkpflegewerk, in francese Directives d’entretien des parcs, in inglese The park scheme).
Definizioni ed ambiti del corso

pubblico, in una città, l’insieme delle aree destinate a parco o giardino dal piano
regolatore / Verde attrezzato, nei giardini e nei parchi pubblici, area fornita di attrezzature
fisse per attività sportive e ricreative, specialmente di bambini.
Se invece analizziamo la definizione di verde che si ritrova nella trattatistica specialistica ci
rendiamo conto come il termine venga spesso utilizzato con diverso significato. Così per gli
architetti che intervengono nella questione, il verde è “qualsiasi spazio aperto progettato - in
tutto o in parte - da aspetti vegetazionali” (Zoppi, 1988) o, con riferimento a quello pubblico,
è un “sistema di spazi urbani, non privati, percorribili e consumabili da
chiunque” (Vercelloni, 1989). Come è chiaro intuire è la visione “urbanistica” a prevalere: il
verde ed in particolare quello pubblico è la “porzione del territorio che lo strumento
urbanistico sottrae all’edificazione” (Bertolini, 1988). Il ruolo della pianta in questo contesto
può diventare addirittura secondario: “il verde .... può essere “di pietra” come le piazze e le
vie pedonali o “d’acqua” nel caso di una canale o di un fiume, quando questi ambiti siano
progettati con l’intento di supplire o integrare ruoli specifici delle aree verdi: passeggiare,
giocare, trascorrere il proprio tempo libero, incontrarsi o fare sport all’aria aperta” (Zoppi,
1988).
Per Porcinai (1965), il più famoso architetto paesaggista italiano, il giardino è una “zona di
verde generalmente recinta, costituita da piante ed altri elementi naturali o manufatti,
combinati ad arte dall’uomo, avente la funzione di riconciliare perennemente la creatura
umana con il circostante mondo naturale”; anche in questo caso il riferimento alla presenza
di elementi architettonici (manufatti) è molto forte.
Per la componente agronomica la presenza ed il ruolo delle piante è invece centrale: il
verde è “una necessità di vita e non un lusso, in quanto alle zone verdi sono demandate
vitali funzioni” (Chiusoli, 1985).
In questa logica si pone l’espressione anglosassone urban forestry che serve a designare
la disciplina che si occupa di verde urbano e che pone in primo piano i problemi
dell’inserimento della componente vegetale all’interno delle città.
Nell’ambito del corso, in particolare, come già ricordato, cercheremo di definire le questioni
ambientali e territoriali connessi con il verde stesso. Anche per tali motivi proveremo di
seguito di definire i due termini che talvolta, erroneamente, vengono utilizzati come
sinonimi.
L’ambiente, come ci ricorda lo stesso dizionario della Zanichelli, è quel “complesso delle
condizioni esterne all’organismo in cui si svolge la vita vegetale e animale”; il termine deriva
dal latino ambire = andare intorno ed indica l’insieme degli elementi fisici, biotici e abiotici
che circondano uno o più esseri viventi, popolazioni, specie, comunità biologiche in
rapporto interattivo con essi. Un aspetto da sottolineare è la multidimensionalità del termine
stesso. Esso, infatti, da una parte può essere inteso in una accezione ecologica, intesa
come scienza che si occupa delle relazioni fra gli organismi viventi e il loro ambiente. In altri
casi l’accezione è lievemente differente e l’ambiente è definito non in rapporto a organismi
bensì per determinati caratteri che accomunano aree più o meno ampie del paesaggio
terrestre in cui vivono popolazioni e comunità diverse di organismi (es. ambiente forestale,
ambiente oceanico, ecc.). Quando nel linguaggio corrente il termine viene usato
antonomasticamente, senza specificare quali siano gli esseri viventi (o le aree) cui ci si
riferisce, è sottinteso che esso indica l’ambiente in cui vivono gli uomini nel loro insieme,
ossia in pratica (dato il carattere ubiquitario della nostra specie) l’intera superficie terrestre.
Il territorio, invece, termine che per il dizionario della Zanichelli sta a indicare la “porzione
definita di terra”, viene concepito come uno spazio fisico organizzato mediante strutture
politico-amministrative e socio-economiche espresse dalla sua popolazione; esso appare
molto più come il prodotto dell’attività umana, suscettibile di essere modellato con un ampio
margine di libertà, piuttosto che come espressione della natura, subordinato alle sue leggi.

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Definizioni ed ambiti del corso

Inoltre tradizionalmente, nella teoria economica, il territorio viene concepito come superficie
omogenea.
L’analisi penetrante – che dobbiamo all’ecologia come scienza – della struttura e dei
rapporti estremamente complessi tra le componenti biotiche ed abiotiche del territorio su cui
l’uomo ha stabilito il suo dominio non poteva non rimettere in discussione il concetto stesso
di territorio, la cui accezione tradizionale appare oggi eccessivamente semplicistica.
Dal punto di vista dell’ecologia, il territorio è un insieme di ecosistemi, che possono essere
sovraccaricati solo entro certi limiti, pena la rottura dei meccanismi di equilibrio, con gravi
danno alle stesse possibilità di fruizione da parte dell’uomo. A questo punto riteniamo
opportuno ricordare che il “coniatore” della parola “ecologia” è stato il famoso biologo di
Jena E. Haeckel che nel 1866 usò per primo il termine oekologie. L’introduzione di questa
parola in Italia non fu immediata; fu il valente biologo Girolamo Azzi (un agronomo) che
contribuì a divulgare il termine. Egli fu il primo a ricoprire una cattedra dal nome di Ecologia
agraria ed a scrivere l’omonimo trattato.

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Diffusione del verde

2. DIFFUSIONE DEL VERDE


Negli ultimi anni, anche sotto la spinta dei movimenti ambientalistici ed ecologici, la
questione del «verde» è diventata prioritaria. Le iniziative di costituzione di parchi e riserve
per tutelare gli ambienti naturali sono numerosissime e caldeggiate dalla pubblica opinione;
molto avvertita è anche la necessità di disporre di spazi a verde all’interno del recinto
urbano e/o nelle immediate vicinanze.
Questo interesse appare testimoniato dai numerosi convegni sull’argomento, dalle iniziative
editoriali, dall’attenzione dei media nei confronti della problematica. Nonostante tutte queste
iniziative, però, le città italiane non sono ancora oggi adeguatamente dotate di spazi a
verde.
Come è noto, infatti, a più di venti anni dalla 1444, legge con la quale venivano fissati in 15
m2 i minimi di verde per abitante2, gran parte delle città italiane non ha ancora raggiunto tali
valori. Sintomatica è anche la difficoltà incontrate dagli uffici tecnici delle città nel monitorare
il verde del proprio territorio. Solo per citare i casi più eclatanti, registrati da Legambiente
nel suo documento annuale sull’ecosistema urbano, possiamo ricordare che alcune grandi
città, come Firenze, Napoli e Milano, “perdono” alcuni milioni di metri quadri da un anno
all’altro, mentre altre città, come Parma, vedono quintuplicare il loro dato.
Indipendentemente dall’attendibilità dei singoli dati è chiaro come il ripetersi quasi
sistematico di certi “errori” evidenzi una carenza di fondo, sia nella disponibilità di banche
dati comuni e condivise dai diversi uffici comunali che nell’interpretazione della voce “verde
urbano fruibile” da parte di coloro che compilano il questionario. Il quadro che emerge da
queste “statistiche”, al di là delle perplessità prima richiamate, non è dei più brillanti: quasi
la metà dei comuni dichiara una superficie di parchi e giardini inferiore a 5 m2/abitante, un
terzo del minimo previsto dagli standard urbanistici nazionali in precedenza richiamati (tab.
1). La situazione è particolarmente preoccupante con riferimento alla Sicilia, in cui i diversi
capoluoghi di provincia possono offrire ai loro abitanti pochi metri, talvolta meno, di verde
pubblico pro capite.
Al di là del dato di Parma che, in rapporto anche all’elevato incremento nell’arco di un solo
anno, desta più di qualche sospetto, occorre ricordare come i valori più elevati si attestino
attorno a circa 30 m2/abitante, ben lontani da quelli di Londra (70m2), di Vienna (90 m2) e di
Stoccolma (100 m2) che addirittura risalgono ad oltre 10 anni fa (Di Fidio, 1993).
In ogni caso la realizzazione di nuove aree a verde a nulla conduce se contestualmente non
si provvede ad un’adeguata azione di gestione e di manutenzione del verde stesso. Sono
sotto gli occhi di tutti gli esempi di «spazi a verde» degradati, dato che, dopo l’impianto, non
sono state reperite le necessarie risorse finanziarie ed organizzative per provvedere alla
loro manutenzione. Tali esempi sono più numerosi negli ambienti più meridionali del nostro
Paese, non tanto e non solo per una minore attenzione da parte degli Enti gestori, ma
soprattutto perché le condizioni dell’ambiente mediterraneo, caratterizzato dalla prolungata
siccità estiva, sono più ostative alla sopravvivenza di alcune piante in assenza di adeguati
interventi di manutenzione.
In questa situazione è chiaro che se si vuole che la presenza del verde nelle città sia
strutturale e di buona qualità occorre adoperarsi, a tutti i livelli possibili, affinché non solo la
progettazione sia funzionale, ma anche siano reperite le risorse necessarie per effettuare i
successivi lavori di manutenzione.
In fase di progettazione l’adozione di alcune soluzioni tipiche del cosiddetto xeriscaping, e
cioè le tecniche messe in atto in ambiente arido per ridurre i consumi d’acqua ma anche i
costi di manutenzione stessi, potrebbe facilitare la “conservazione” degli spazi a verde. In
questa direzione ruolo fondamentale assume l’individuazione della specie più idonea per
aumentare le possibilità di sopravvivenza della stessa e la facilità di esecuzione delle

2
Il decreto 2 aprile 1968, n. 1444 prevede che “gli spazi per le attrezzature pubbliche di interesse genera-
le – quando risulti l’esigenza di prevedere le attrezzature stesse – debbono essere previsti in misura non
inferiore a quella appresso indicata in rapporto alla popolazione del territorio servito: ….. 15 mq/abitante Pagina 6
per i parchi pubblici urbani e territoriali”.
Diffusione del verde

operazioni di manutenzione.
In ogni caso è indubbio che una più funzionale gestione del verde pubblico è possibile solo
grazie ad una adeguata conoscenza del patrimonio di “verde” di cui ogni città dispone e
delle esigenze espresse a livello sia di singolo spazio che di ciascuna specie. La puntuale
ricognizione del patrimonio vegetazionale della città è quindi un momento ineludibile della
gestione razionale degli spazi a verde.

Tab. 1 – Verde fruibile (m2/abitante) in area urbana.

Fonte: Legambiente, Ecosistema Urbano 2006 (Comuni, dati 2004). Elaborazione: Istituto di Ricerche Am-
biente Italia.

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Le tipologie di spazi a verde

3. LE TIPOLOGIE DI SPAZI A VERDE


L’argomento sarà affrontato attraverso la definizione dei possibili criteri di classificazione,
cui seguirà una sintetica esposizione del profilo tecnico e funzionale delle tipologie più
rappresentative, con specifica attenzione al contesto italiano. Per l’analisi dell’evoluzione
storica degli spazi a verde e degli stili del giardini si rimanda al corso di “Architettura del
paesaggio”; in questa sede si farà solo parziale riferimento all’evoluzione del concetto di
verde pubblico.

3.1. Evoluzione del verde pubblico


Il concetto di verde pubblico ha subito profonde evoluzioni nel corso del tempo dato che
nell’anti-chità lo stesso concetto di “pubblico” era qualcosa di profondamente diverso da
quello attuale. All’epoca dei Greci e dei Romani il verde pubblico non è elemento totalmente
sconosciuto, dato che esistevano spazi destinati all’utilizzazione collettiva (quali ad esempio
gli Horti Caesaris a
Roma), ma questa di
fatto non prevedeva la
fruizione di gran parte
della popolazione.
In epoca moderna, già
nel XVI secolo era
chiara la possibilità
offerta dalla presenza
del verde all’interno della
città per esaltare sia la
funzione utilitaristica che
quella architettonica-
estetica. Nel 1570 così
scriveva il Palladio: “E sì Gli Horti Caesaris a Roma lungo il Tevere
come nelle città si
aggiogne bellezza alle vie con le belle fabbriche; così di fuori si accresce ornamento a
quelle con gli arbori, i quali, essendo piantati dall’una, e dall’altra parte loro, con la verdura
allegrano gli animi nostri, e con l’ombra ne fanno commodo grandissimo” (Panzini, 1993).
Anche Leandro Alberti, servendosi dell’autorità di Platone, ribadisce la necessità di
provvedere alla presenza di spazi pubblici all’interno della città “Platone raccomandava che
nel trivio vi fosse spazio dove talora potessero raccogliersi e stare in compagnia le nutrici
con i piccoli. [...]. E certo costituirà un ornamento, sia nei trivi che in un foro, la presenza di
un elegante porticato sotto il quale gli anziani possano passeggiare, sedersi, fare la siesta o
sbrigare reciproche incombenze” (Panzini, 1993).
Se si sostanzia invece la locuzione di “verde pubblico” con quella di “giardino pubblico” si
può fare risalire l’origine alla fine del XVIII secolo, a Vienna, nell’Europa illuminista. Il
giardino pubblico, infatti, sin dai suoi esordi partecipa a quella serie di eventi che
annunciano la trasformazione della città storica in città moderna ed è dunque un fenomeno
relativamente recente. È dal XVIII secolo, infatti, che si afferma chiaramente la necessità
che la fruizione sia veramente aperta a tutti. Uno dei massimi propugnatori all'epoca del
giardino pubblico fu Christian Lorenz Hirschfeld che scrisse un monumentale trattato in
cinque volumi, prima in tedesco poi tradotto in francese, su “Thèorie de l'art des jardins”.
Nel quinto volume dedicato ai giardini pubblici l'autore scrive: “Una vera città deve
comprendere uno o più grandi spazi aperti dove il popolo possa ritrovarsi nelle ricorrenze
liete e tristi, dove possa respirare un’aria pura e godere delle bellezze che il cielo e il

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Le tipologie di spazi a verde

paesaggio offrono qui nuovamente ai


suoi occhi”. Il modello di giardino
pubblico proposto da Hirschfeld è
quello dell’Ausgarten della Donau-
Insel di Vienna, al cui ingresso una
iscrizione dichiarava: “Luogo di
piacere, dedicato a tutti gli uomini dal
loro amico” (Giuseppe II). Inutile
aggiungere che tale concetto di
giardino precorre o è coevo all'età
della borghesia al potere e della
rivoluzione industriale che separò in
maniera più netta di prima la città
Ausgarten della Donau-Insel di Vienna. dalla campagna.
Il primo giardino pubblico italiano è la
Pubblica Villa Giulia di Palermo inaugurata nel 1778. Scopo di tale giardino era quello
(come si legge nel Capitolo dé Comizj del 1777) di essere destinato a “delizioso passeggio”
e nel quale “non possa entrarsi a cavallo né in vettura”. Siamo però ancora lontani dalla
fruizione per tutti. Nel 1813 Ercole Silva in
una nota del capitolo “Dei giardini
pubblici” nel suo trattato su “Dell'arte dei
giardini inglesi” scriveva “Vi ha un nuovo
genere di giardini pubblici, centrali nelle
grandi città, ..... nei quali è vietato
l’ingresso alle carrozze e al basso
popolo”. L’attenzione per la realizzazione
dei giardini pubblici si fa più intensa nel
XVIII e XIX secolo; nella Milano
illuminista, ad esempio, intervengono nel
dibattito intellettuali quali Pietro ed
Alessandro Verri; grazie anche a questa
attenzione vengono progettati alcuni di
quei giardini, oggi storici, di cui sono
dotate molte delle città italiane.
Nel 1828 Loudon nella sua descrizione
dei giardini parigini così scriveva “... Il
Giardino della Tuileries, una volta Cartolina d’epoca di Villa Giulia.
chiamato reale, è, citandone uno per tutti,
forse il più interessante giardino pubblico al mondo [...] I giardini delle Tuileries sono
inestimabili per l’essere situati nel centro di Parigi e per essere sempre aperti a
tutti” (Panzini, 1993).
Intorno alla metà del secolo scorso il verde pubblico entra ufficialmente fra gli elementi della
neonata disciplina della composizione urbanistica. Il verde “urbano” o “suburbano”, da
rimedio locale allo sviluppo edilizio, si evolve in componente connaturata allo svolgimento
della vita nella città moderna e perciò deve essere inserito strutturalmente nel tessuto
urbanistico (Panzini, 1993). Una dimostrazione di questa sensibilità è data dall’evidenza
con cui emerge alla fine dell’Ottocento, il movimento per la garden city (la “città giardino”)
che propugna l’idea di una città diffusa nel verde.
Nel XX secolo, con Le Corbusier, famoso urbanista francese, l’idea della città verde
raggiunge il punto creativo più alto. La sua carica utopica si manifesta appieno nella
formulazione della cosiddetta “Carta di Atene” (1942), influente documento che pone le basi

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Le tipologie di spazi a verde

della pianificazione dell’ambiente e delle risorse per il tempo libero. Per Le Corbusier “il
tessuto urbano dovrà cambiare struttura; gli agglomerati tenderanno a divenire città verdi.
Contrariamente a quanto avviene nelle città giardino, le superfici verdi non saranno
suddivise in piccoli compartimenti d’uso privato, ma consacrati alla realizzazione delle
diverse attività comuni che formano il prolungamento dell’abitazione” (Panzini, 1993).
Tale centralità del verde viene anche ribadita nell’organizzazione urbanistica del secondo
dopoguerra di diverse capitali europee. Un esempio famoso è quello di Londra e dei suoi
four rings; il terzo anello è proprio quello della green belt, della cosiddetta cintura verde, che
rappresenta il polmone della metropoli e soprattutto il suo grande sistema ricreativo.
In Italia invece il dibattito, sviluppato nel secondo dopoguerra, ha riguardato soprattutto i
temi legati alla funzione “utilitaristica” del verde all’interno delle città, temi che sono diventati
sempre più prevalenti rispetto alle funzioni estetiche che il verde può a buon diritto
esercitare. Prodotto di questo modo di intendere la questione può essere considerata la
cosiddetta “linea dello standard”, ufficialmente recepita nella legislazione italiana sul finire
degli anni Sessanta (Bruschi e Di Giovine, 1988). Tale “linea” prevede che venga destinata
una porzione del territorio a verde pubblico, senza imporre ulteriori vincoli per quanto
attiene alla “qualità” di questo.
L’introduzione degli standard urbanistici nella legislazione italiana costituisce il
riconoscimento ufficiale del principio che i problemi della residenza non si esauriscono nella
cellula abitativa individuale ma debbono essere guardati in rapporto a un sistema più
complesso costituito da abitazioni, infrastrutture, attrezzature, servizi pubblici e privati. A
questi elementi occorre applicare, quindi, norme e requisiti in analogia a quelli utilizzati per
dimensionare e organizzare la cellula abitativa: appunto, gli standard. Uno di questi è lo
standard di verde pubblico, cioè la quantità minima di spazio da riservare a verde in
proporzione al numero di abitanti.
Nel 1968 tale istanza viene accolta dal punto di vista legislativo con l’emanazione di un
Decreto Interministeriale, il 1444 del 2/4/1968, che definisce gli standard minimi di aree per
servizi pubblici, tra i quali il verde da rispettare obbligatoriamente nella stesura dei piani
urbanistici. Gli standard fissati da tale decreto sono pari a 9 m2 di verde residenziale di
quartiere (aree pubbliche attrezzate a parco per il gioco e lo sport effettivamente utilizzabili)
e 15 m2 per i parchi pubblici urbani e territoriali. Con tali norme, almeno all’epoca, l’Italia si
poneva tra i paesi più civili d’Europa avendo garantito a tutti i cittadini, almeno nelle
intenzioni, una qualità urbana paragonabile a quella dei Paesi più progrediti. Nei fatti le
cose sono andate in modo alquanto diverso, dato che, come abbiamo già ricordato, tali
norme sono state disattese nella sostanza. Del resto, anche se fosse stato rispettato, tale
standard è ben lontano da quello attuale di alcune grandi città europee.
A questo si aggiunga che lo stesso concetto di “standard”, espresso in termini quantitativi, è
riduttivo, poiché, al di là dell’area impegnata, quello che rende veramente fruibile dai
cittadini un servizio pubblico è il rispetto di alcuni parametri quali la collocazione,
l’accessibilità, la funzionalità delle attrezzature e, nel caso particolare del verde, la qualità
dello spazio. Questi limiti, impliciti in un approccio quantitativo, erano indubbiamente
presenti a coloro che, negli anni Cinquanta e Sessanta, reclamavano che il processo
disordinato di urbanizzazione fosse quantomeno regolato da norme e criteri di proporzione
tra spazi pubblici e privati, tra spazi liberi e costruiti. La qualità sembrava allora
rappresentare l’obiettivo successivo, da raggiungere una volta assicurato almeno il rispetto
dello standard quantitativo o meglio del “minimo inderogabile” per usare le parole della
legge che lo introdusse.
Il contenuto innovativo della linea di pensiero espressa dalla 1444 era infatti l’obbligo a
considerare le parti residenziali della città come un insieme organico e indivisibile di
abitazioni e di servizi da progettare contestualmente e da realizzare in uno stesso

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Le tipologie di spazi a verde

momento. Salvo poche eccezioni, questo contenuto innovativo non è stato, però, recepito.
In molti casi, purtroppo, il rispetto dello standard è stato solo formalmente garantito
vincolando a verde pubblico nei piani urbanistici le aree più periferiche e meno appetibili,
per le loro caratteristiche fisiche, per la speculazione edilizia; salvo poi modificare
successivamente la loro destinazione con una variante e spostare ancora più all’esterno
l’elastica “cintura verde”. Peraltro anche dove, come nei casi dei quartieri di edilizia
popolare, le abitazioni e i servizi hanno costituito oggetto di un unico impegno progettuale,
la realizzazione di questi ultimi è stata posticipata nel tempo o addirittura non ha mai avuto
luogo.
Davanti a questa situazione gli urbanisti più sensibili hanno reagito con due atteggiamenti
apparentemente antitetici. Il primo tenta di superare l’inefficienza dello standard quantitativo
a trasformarsi in garanzia di qualità urbana, ampliandone e dettagliandone al massimo i
contenuti. A questo atteggiamento vanno ricondotte le proposte di articolazione del concetto
di verde pubblico in sub-insiemi funzionali distinti in base alla loro accessibilità (verde di
vicinato, di quartiere, urbano, territoriale, ecc.) o alle modalità d’uso (verde attrezzato, verde
di rispetto, verde archeologico, verde sportivo, verde di salvaguardia ambientale, ecc.). A
partire da queste sub-classificazioni sono state poi indicate ulteriori suddivisioni dello
standard urbanistico, precisando, in relazione alle caratteristiche della prevedibile utenza, le
esatte percentuali degli spazi da destinare alle diverse attività all’interno della particolare
tipologia di verde pubblico considerato, fino a determinare, già in sede di piano urbanistico,
la natura, il numero ed il dimensionamento delle singole attrezzature. Questa impostazione
ha il pregio di fornire un efficace strumento per verificare un astratto standard rispetto ai
concreti bisogni di uno specifico gruppo di utenti, ma può presentare l’inconveniente di
vincolare eccessivamente la progettazione di dettaglio, con la conseguenza di limitare
l’effettiva fruibilità delle attrezzature al mutare, nel tempo e nello spazio, della composizione
dell’utenza ipotizzata nel piano urbanistico.
L’altro approccio ha puntato invece sulla destinazione a verde pubblico di aree di particolare
pregio ambientale o in grado di evitare l’espansione delle città a macchia d’olio e di
indirizzarne lo sviluppo secondo un disegno organico. Questo atteggiamento è rispettato in
molte proposte urbanistiche elaborate negli ultimi anni per alcune città italiane, nelle quali si
attribuisce alla continuità ed al disegno di grandi spazi il valore di elemento strutturale del
recinto urbano. Espressioni di tale concezione sono le locuzioni di “sistema del verde”,
“cunei di verde”, “cintura verde”, “sistema dei parchi”, “corridoi verdi” che sempre più si
affermano nella moderna urbanistica.
Nonostante sul piano concettuale e problematico le questioni attinenti al verde pubblico
siano al vaglio dell’attento dibattito che coinvolge figure professionali diverse, la storia del
verde urbano è ancora una storia che si deve scrivere. Essa comunque dovrà forse
muoversi lungo linee direttrici innovative, vuoi per la difficoltà di recuperare spazi liberi da
destinare al verde all’interno del perimetro urbano, vuoi per gli accresciuti e rilevantissimi
oneri che l’impianto e soprattutto la manutenzione del verde comportano.

3.2 Criteri di classificazione


Nonostante la presenza degli spazi a verde, sia in ambito urbano che extraurbano, sia
ancora oggi sporadica non vi è dubbio che questi si presentano articolati in una varietà di
tipologie che sono spesso oggetto, per finalità diverse, di classificazione da parte degli
Autori che si sono occupati della questione. I criteri utilizzati per le classificazioni fanno
principalmente riferimento a:
∗ estensione dell’area (spazi grandi, medi, piccoli);
∗ grado di naturalità (riserve, parchi, spazi urbani);
∗ proprietà (pubblica, privata);
∗ destinazione (verde ricreazionale, scolastico, sportivo, ecc.).

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Le tipologie di spazi a verde

Uno schema di classificazione che abbia significato da un punto di vista didattico deve, a
nostro avviso, tenere conto di tutti questi criteri. Quello che di seguito proponiamo per lo
studio delle diverse tipologie di verde, che ha il solo pregio di essere quanto più completo
possibile e funzionale ai nostri scopi, è stato in parte mutuato da quanto proposto da
Agostoni e Marinoni (1987), Castiglioni (1985) e dalla classificazione adottata dal comune di
Bologna per la gestione del verde urbano. Tale schema suddivide gli spazi a verde in:
∗ Porzioni privilegiate del territorio;
∗ Parchi urbani e suburbani;
∗ Giardini storici;
∗ Piccoli spazi;
∗ Spazi attrezzati;
∗ Piante in contenitori;
∗ Giardini pensili;
∗ Alberature stradali e verde stradale;
∗ Giardini specialistici;
∗ Orti urbani;
∗ Impianti sportivi e per gli spettacoli;
∗ Verde cimiteriale;
∗ Aree degradate;
∗ Parchi agricoli;
∗ Parchi zoo.
Per ciascuna delle tipologie così individuate sarà fornita nel successivo paragrafo una breve
descrizione del profilo biologico-tecnico e funzionale. Una avvertenza necessaria è che dal
punto di vista terminologico non vi è concordanza di opinioni fra i diversi Autori e quindi
spesso vengono utilizzati termini o Attitudine dei popolamenti vegetali a svolgere funzioni di-
locuzioni diverse per riferirsi alla verse (Susmel, 1972).
medesima tipologia di verde. L’assenza
di riferimenti certi, anche di natura
normativa, ha determinato questa
“confusione”, ma ciò non pregiudica
certamente l’interesse di tratteggiare il
profilo delle diverse tipologie in cui il
“sistema del verde” oggi si esprime.
Prima di entrare nel dettaglio delle
diverse tipologie occorre sottolineare
come tutte le tipologie di verde
rappresentino un insieme indivisibile; i
diversi “popolamenti vegetali”, al di là
della loro estensione e naturalità, sono in
grado, infatti, di soddisfare esigenze
primarie dell’uomo, così come è stato
efficacemente schematizzato da Susmel,
œœœ elevata; œœ buona; œ sufficiente; - nessuna
già nel lontano 1972.

3.3. Profilo tecnico e funzionale delle tipologie più rappresentative


Porzioni privilegiate del territorio: riserve integrali, orientate e parziali, parco naturale
Con “porzioni privilegiate del territorio” si intendono tutte quelle zone, a più o meno spiccata
“naturalità”, variamente sottoposte a tutela per la loro conservazione. Nel 1980 la CEE ha
elaborato una classificazione che prevede 8 categorie di zone protette terrestri, da A ad H,
con grado di naturalità decrescente e quindi con possibilità crescenti di utilizzazione per la

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Le tipologie di spazi a verde

fruizione. Occorre infatti ricordare che quando il valore naturalistico dell’area è molto
elevato la necessità di protezione prevale sulla possibilità di uso da parte dell’uomo; per
questo motivo alcune aree possono essere vietate al pubblico. Le zone previste dalla CEE
sono:
A - riserva naturale integrata
B - riserva naturale
C - parco naturale
D - paesaggio naturale e seminaturale protetto
E - paesaggio rurale protetto
F - monumento o sito naturale protetto
G - zone protette specifiche
H - cinture verdi
In atto le principali tipologie di zone protette previste in Italia sono:
∗ Riserve naturali: sono territori di dimensioni da medie a piccole, considerati prioritari per
la difesa della natura e per tale motivo sottoposti ad uno specifico regime giuridico di
tutela.
∗ Riserve naturali integrali: sono istituite con lo scopo di proteggere e conservare in modo
assoluto l’ambiente naturale in tutte le sue parti, vietando ogni alterazione ed ogni attività
umana, ad eccezione della ricerca scientifica; sono zone non abitate e vietate al
pubblico.
∗ Riserve naturali orientate: richiedono invece una certa manutenzione per il loro
mantenimento. In tal modo l’ecosistema viene orientato, mediante una stabilizzazione
artificiale, ad un livello evolutivo che si ritiene più utile per l’equilibrio ecologico
complessivo del territorio.
∗ Riserve naturali parziali: quando si tenta di salvaguardare soprattutto una componente
ambientale (flora, fauna, ecc.); in base a tale componente le riserve vengono denominate
come botaniche, zoologiche, forestali, geografico-geologiche, ecc.
∗ Parchi naturali nazionali e regionali: sono aree di grandi dimensioni, nelle quali si cerca
di effettuare una efficace tutela della natura e del paesaggio in forme compatibili con la
civilizzazione moderna.
Parchi urbani e suburbani
Si tratta di aree a verde molto ampie, inserite nel tessuto urbano o, caso più frequente, ai
margini della città. Il connotato
principale è costituito
dall’elevata estensione; tali
spazi devono ispirarsi alla
natura ma devono essere
finalizzati alla fruizione diretta.
A causa della elevata
estensione sono spesso
collocati in periferia dove
sovente coesistono funzioni
residenziali e produttive (ad
esempio l’agricoltura) con
ambienti naturali, nonché con
grandi attrezzature per lo
sport, lo spettacolo, la cultura
e la ricreazione. In questo
caso (proprio per le
dimensioni del parco e per
l’eterogeneità dell’utenza) Central Park a New York, uno dei più famosi parchi urbani del mondo.

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Le tipologie di spazi a verde

assumono particolare importanza gli aspetti della programmazione socioeconomica (costi di


esproprio, di impianto, di gestione, ecc.), della pianificazione urbanistica (accessibilità con
mezzi pubblici di trasporto, compatibilità di funzioni, ecc.), del controllo sociale (utenze
differenziate nei vari periodi del giorno, ecc.). In tali spazi a verde occorre privilegiare specie
rustiche (per tale motivo sono molto utilizzate le essenze autoctone) e schemi compositivi
semplici che facilitino le successive operazioni di manutenzione. L’economicità della
gestione è infatti l’imperativo cui occorre sottostare, anche alla luce delle difficoltà
finanziarie con cui si muovono le Amministrazioni pubbliche.
Nel variegato mosaico di tipologie che compongono il verde pubblico, un posto di rilievo
spetta sicuramente ai cosiddetti parchi suburbani. Si tratta in buona sostanza di una
tipologia che, per ambiti territoriali, per funzioni assegnate o richieste, assume un ruolo
centrale nell’organizzazione e gestione degli spazi destinati alla fruizione collettiva.
Tale locuzione, pur se ampiamente utilizzata, non ha, però, un’accezione univoca. Come
occorre infatti ricordare quello che manca, soprattutto con riferimento alla realtà italiana, è
un quadro di riferimento omogeneo che qualifichi in maniera certa i rapporti tra terminologia
utilizzata e tipologia di verde. L’espressione, infatti, si riferisce esclusivamente alla
localizzazione dell’area, al di fuori del recinto urbano, ma non qualifica nel dettaglio le
caratteristiche e quindi le “funzioni” che tale area deve assolvere.
Da un punto di vista strettamente terminologico, il termine “parco”, si può riferire ad un
“terreno boscoso e piuttosto esteso, spesso recintato ed adibito a usi particolari” o a
“giardino molto grande, abbondantemente alberato, privato o pubblico” (Dogliotti e Rosiello,
1994). Molto forte è quindi l’attributo dell’estensione: un parco affinché sia tale, almeno
nella accezione più comune, deve essere caratterizzato dall’ampiezza della superficie. Da
non dimenticare, inoltre, come il termine derivi etimologicamente dal persiano paradeisos,
che sta ad indicare un giardino intercluso e di grande valore ornamentale, al punto che
rappresenta l’origine stessa del termine “paradiso”. L’aggettivo “suburbano” fa invece
ovviamente riferimento alla vicinanza alla città.
Tenuto conto del significato intrinseco dell’espressione, occorre ricordare come altre
locuzioni siano talvolta utilizzate, nella trattatistica specializzata, per riferirsi a tipologie di
verde le cui funzioni sono largamente sovrapponibili. Cosi Agostoni e Marinoni (1987)
parlano di “parco ricreativo” per riferirsi ad “uno spazio verde, delimitato territorialmente e
topograficamente sulla base dell’analisi e sintesi ecologica, la cui estensione spaziale
prevale nettamente su quella dei singoli elementi naturali ed architettonici che lo
compongono”.
Nella sua classificazione degli spazi a verde, funzionale all’individuazione dei criteri cui
ancorare la scelta delle specie, La Malfa (1987) riporta due locuzioni che, per diversi
aspetti, possono essere ricondotte al parco suburbano e cioè ancora una volta “parco
ricreativo” e “spazi attrezzati”. Nel primo caso si tratterebbe di “aree a verde molto ampie,
inserite nel tessuto urbano o, più frequentemente, ai margini delle città; in ogni caso si tratta
di una tipologia di verde finalizzata alla fruizione diretta” (La Malfa, 1987). L’altra
espressione “spazi attrezzati” viene riferita invece a “tutte quelle superfici più o meno
estese, quasi sempre progettate ad hoc, che dispongono in qualche misura di attrezzature
ricreative che ne favoriscano la fruizione”.

Giardini storici
L’idea di giardino storico e lo stesso termine appartengono al nostro secolo e per questo
motivo si possono considerare acquisizioni moderne della cultura del restauro. Da qui
deriva che il problema della conservazione del patrimonio storico artistico è anch’esso
recente.
La problematica relativa ai giardini storici ha cominciato in Italia ad essere percepita ed

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Le tipologie di spazi a verde

affrontata in maniera specifica a partire dagli anni Settanta ed ha condotto al


riconoscimento del valore artistico del giardino in sé, al di là della valutazione
esclusivamente ambientale.
Nel 1981 nell’ambito di un convegno tenutosi a Firenze, è stata redatta la «carta dei giardini
storici» o «carta di Firenze», che fornisce la prima definizione di «giardino storico» accettata
internazionalmente: «Un giardino storico è una composizione architettonica e vegetale che,
dal punto di vista della storia e dell’arte, presenta un interesse pubblico. Come tale è
considerato un monumento» e in quanto tale deve essere preservato per le generazioni
future. Si tratta, però, di monumenti particolari perché costituiti da esseri viventi (le piante)
che, in quanto tali, “nascono, crescono e muoiono”. Occorre quindi mettere in atto delle
strategie particolari, spesso onerose, per la manutenzione e la conservazione di tali giardini.
L’attributo di «storico», come ricorda la stessa carta di Firenze, può essere conferito sia a
«giardini modesti che a parchi ordinati o paesistici», ad aree a verde inserite in contesti
archeologici o storici, a particolari aree agricole, purché degni di interesse.
I caratteri che individuano il giardino come storico-artistico sono ancorati alla sua
configurazione attuale, per cui essi riassumono tutte le trasformazioni e le modificazioni che
inevitabilmente il giardino ha subito nel tempo. Possono così essere considerati «storici»
anche i giardini in pessimo stato di conservazione, dei quali non resta altro che lo spazio
fisico su cui erano costruiti e possono essere considerati «storici» giardini impiantati nel
corso del XX secolo (Pozzana, 1989). D’altra parte va considerato che la legge 1089
prevede che i beni di interesse storico artistico abbiano almeno 50 anni di età.
Il gruppo italiano del comitato ICOMOS-IFLA ha fornito una definizione più articolata di
giardino storico, tesa soprattutto a chiarire l’unicità di questo come manufatto irriproducibile:
«Il giardino storico è un insieme polimaterico progettato dall’uomo, realizzato in parte
determinante con materiale
vivente, che insiste su (e
modifica) un territorio antropico,
un contesto naturale. Esso in
quanto artefatto materiale, è
un’opera d’arte e, come tale,
bene culturale, risorsa
architettonica e ambientale,
patrimonio dell’intera collettività
che ne fruisce. Il giardino, al pari
di ogni altra risorsa, costituisce
un unicum, limitato, peribile,
irripetibile, ha un proprio
processo di sviluppo, una propria
storia (nascita, crescita,
mutazione, degrado) che riflette
la società e la cultura che lo
hanno ideato, costruito, usato e
che, comunque, sono entrate in Le ville toscane rappresentano uno dei più importanti esempi di verde
relazione con esso». storico.
Nella definizione italiana il
giardino è un’opera d’arte polimaterica, costituita da più materiali, viventi e non, organici e
inorganici, in una complessità unica ed irripetibile. Il giardino si inquadra perfettamente
come fusione tra natura ed artificio, monumento ed architettura vegetale, opera d’arte dalle
grandi complessità perché «sintesi di arti differenti». Il giardino, inoltre, è opera d’arte
«storica» che appartiene al passato, ma che deve vivere nel futuro.
Si tratta quindi di una tipologia di verde estremamente eterogenea per quanto riguarda gli

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Le tipologie di spazi a verde

stili e le soluzioni compositive adottate. In ogni caso le soluzioni architettoniche,


scenografiche e floristiche sono spesso molto elaborate, ormai desuete non tanto per le
mutate esigenze estetiche e funzionali quanto per le difficoltà e per gli oneri che la corretta
manutenzione imporrebbe.
L’interesse nei confronti dei giardini storici ha fatto sì che siano aumentate le iniziative di
studio, il che ha comportato l’avvio di un intenso dibattito sulle questioni sottese dalla
catalogazione e dal restauro di tali beni e la messa a punto di iniziative mirate alla loro
salvaguardia.
Questo genere di studi, dedicato in passato solo ai fatti paesisticamente rilevanti e
monumentali, cioè giardini e parchi storici dell’epoca d’oro del “giardino all’italiana”, ha
recentemente investito anche i complessi sistemi di ville agricole esistenti su differenti
territori della penisola, il verde ottocentesco di alcune proprietà terriere, i parchi suburbani di
medie e piccole dimensioni e le varie tipologie di verde urbano realizzate sulla scia di
consolidati modelli europei. Sta così emergendo nel nostro paese, un repertorio, nuovo e
sconosciuto al grande pubblico e spesso anche agli stessi specialisti della materia, di verde
storico, privato e pubblico, disseminato in vasti territori regionali (Maniglio Calcagno, 1998).
Lo studio, la tutela, il restauro e le competenze stesse sui giardini storici sono state
attribuite in Italia, per la maggior parte dei casi, all’interno della Soprintendenza ad architetti
e/o storici dell’arte. Ciò ha in parte comportato che le questioni più prettamente biologiche,
relative a quelle piante che secondo Serra (1993) rappresentano il principale determinante
olistico del giardino, siano state in genere non adeguatamente considerate.
Lo studio della flora presente nei giardini storici può fornire, invece, informazioni preziose
soprattutto quando – come è il caso che di frequente si verifica in Sicilia – si tratta di giardini
di piccole dimensioni per i quali le fonti documentali non sono ampie, quando addirittura non
sono del tutto assenti. Spesso sono paradossalmente le peculiari caratteristiche di questi
spazi, e cioè le ridotte dimensioni, a determinare una forte difficoltà di protezione.
Come ricordato, infatti, affinché ad un bene possa essere data la qualifica di “storico” è
necessario l’apposizione del vincolo da parte della Soprintendenza ex lege 1089, vincolo
che può essere applicato ad un bene che abbia almeno 50 anni di età. Naturalmente questa
azione di protezione diventa improba di fronte ad un patrimonio sterminato, ma soprattutto
fortemente frammentato.
Occorre anche ricordare che l’interesse di un giardino sovente esula dal riconoscimento
“ufficiale” della sua storicità: l’azione di “vincolo” o meglio di “governo” andrebbe applicata
sempre ad uno spazio a verde ornamentale in quanto, in rapporto alla sua elevata
antropizzazione, è piuttosto “fragile” e necessita di cure continue per potere essere
preservato.
In ogni caso sempre più forte è la consapevolezza che disponiamo di un patrimonio
enorme, al di là di quanto ufficialmente sancito come “storico”, che merita di essere
attentamente studiato e preservato.

Piccoli spazi
Si tratta spesso di aree di risulta da altre destinazioni del territorio, di modeste dimensioni,
di forma non sempre regolare, situate ai margini di piazze, strade, edifici, svincoli stradali.
La loro limitata ampiezza ne impedisce talora una fruizione diretta ed impone una
sistemazione a verde piuttosto accurata secondo modelli a carattere intensivo, con specie
di modesto sviluppo. La manutenzione deve essere accurata; in mancanza di cure queste
aree perdono quell’effetto estetico cui si fa affidamento per dare un’immagine adeguata
della città e dell’attenzione posta verso il verde. Caratteristiche e funzioni analoghe
presentano gli spazi a verde pubblico prospicienti i singoli edifici, che vengono talvolta
denominati verde di pertinenza.

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Le tipologie di spazi a verde

Spazi attrezzati
Comprendono quelle superfici più o meno estese
che dispongono in qualche misura di attrezzature
ricreative che ne favoriscono la fruizione. In tale
tipologia rientrano le aree a verde realizzate
spesso a livello di quartiere e sistemate sulla
base di schemi piuttosto estensivi in rapporto
anche all’uso cui sono destinate. Pur se rivolti alla
fruizione privata, possono rientrare in questa
categoria gli spazi a verde condominiali o privati.

Piante in contenitore
Sono sicuramente un elemento importante del
“sistema del verde” e spesso rappresentano
l’unica possibilità di inserire la vegetazione
all’interno delle città e quindi di rispondere alle
esigenze che promanano dai cittadini. Al di là
dell’effetto estetico che può essere talora
gradevole occorre sottolineare che le piante in
vaso pongono specifici problemi che attengono
da una parte alla compatibilità spaziale fra
esemplare e contenitore e dall’altra
all’obbligatorietà di un’attenta ed onerosa
La manutenzione dei piccoli spazi deve essere
manutenzione; in mancanza di tali attenzioni accurata; in mancanza di cure queste aree per-
dopo l’impianto tali contenitori perdono dono quell’effetto estetico cui si fa affidamento
completamente quelle caratteristiche di pregio per dare un’immagine adeguata della città e della
estetico per le quali sono utilizzati nell’arredo a attenzione posta verso il verde.
verde.

Giardini pensili
La sistemazione a verde dei tetti e delle terrazze ha
assunto negli ultimi anni un crescente interesse,
dovuto da una parte alle difficoltà di reperire spazi in
ambito urbano da destinare alle piante e dall’altra
alla maggiore consapevolezza del ruolo che la
vegetazione può assicurare ai fini del miglioramento
di alcuni parametri ambientali. Il crescente interesse,
però, non deve fare dimenticare che tali tipologie di
verde, oltre ad essere fra le espressioni più moderne
ed attuali, sono al contempo la forma più antica di
giardino di cui abbiamo memoria storica.
Senza volere, infatti, considerare che già nella
preistoria erano utilizzate piote erbose per la sistemazione dei tetti (tecnica fra l’altro di
recente enfaticamente riproposta), dato che tali soluzioni erano utilizzate solo a scopi
utilitaristici e quindi erano prive di qualsiasi significato ornamentale, non possiamo
dimenticare i celebri giardini di Babilonia. Tali giardini, infatti, oltre ad avere assunto un
rilevante ruolo presso gli antichi, che li collocavano fra le sette meraviglie del mondo, hanno
continuato ad esercitare fino ai nostri giorni una forte influenza nell’immaginifico collettivo,
come espressione del valore “estetico” e “sacrale” del giardino stesso.
Nel corso degli ultimi anni, sulla spinta anche di specifiche esperienze estere, si è
moltiplicato l’interesse nei confronti delle sistemazioni a verde dei tetti e dei terrazzi e sono

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Le tipologie di spazi a verde

aumentate le informazioni su tali soluzioni progettuali, oltre che sulla messa a punto di
specifiche tecniche costruttive. Si tratta di un ambito che vede impegnate diverse ditte
specializzate, molto attive sul mercato, che continuamente propongono soluzioni “nuove”
per consentire l’insediamento del verde nei contesti i più disparati. Numerose sono anche le
informazioni in merito alla scelta della specie ed alle cure colturali da utilizzare in queste
particolari sistemazioni a verde. Tali informazioni, numerosissime, sono state, però, spesso
elaborate con riferimento a realtà del centro Europa o del Nord Italia e quindi debbono
essere calibrate alle condizioni dell’Italia meridionale ed in particolare della Sicilia. Questo
appare ancor più valido per quanto riguarda le scelte biologiche e la manutenzione che
devono essere meglio finalizzate alla realtà meridionale.
Prima di entrare nel merito del dettaglio tecnico occorre ricordare come il termine “verde
pensile” potrebbe trarre in inganno se si evocano unicamente immagini di lussureggianti
giardini collocati sui tetti dei palazzi. Questo termine, in realtà, raggruppa l’enorme campo
applicativo rappresentato dalla realizzazione di coperture vegetali su “soletta” e non in
piena terra. Tale “modo” di realizzare il verde costituisce una soluzione utile per ricoprire
volumi abitativi (terrazzi, coperture di edifici e garage di complessi residenziali), produttivi
(uffici, industrie e centri commerciali) o altri elementi che, in contesto urbano, si preferisce
occultare. In tutti questi casi l’area esplorata dagli apparati radicali delle piante è fortemente
limitata dalla ristrettezza degli spazi disponibili, in particolare in profondità.
L’approccio utilizzato per il verde pensile, inoltre, potrebbe essere correttamente applicato,
data la similitudine delle condizioni, con molte situazioni di verde urbano, quali ad esempio
le stesse alberature stradali nelle quali la parte ipogea delle piante subisce analoghe
limitazioni nello sviluppo.
Le conseguenze principali determinate da questo fattore critico sono differenti, tra le più
influenti occorre ricordare:
∗ la limitazione della crescita della vegetazione, determinata dalla ridotta disponibilità di
substrato colturale e dalla rapida perdita di umidità;
∗ la difficoltà di ancoraggio delle piante di una certa dimensione causata dalla ridotta
espansione degli apparati radicali;
∗ l’inefficienza del drenaggio determinata dalla costipazione del substrato.
I vincoli esistenti nelle realizzazioni del verde su soletta non riguardano esclusivamente
l’habitat delle piante; esiste infatti un problema di compatibilità tra l’elemento costruito e la
presenza dello “strato verde” ad esso sovrapposto che può essere così schematizzato:
∗ il peso esercitato sulla soletta dal substrato colturale e dall’acqua in esso trattenuta;
∗ la presenza stabile dell’acqua o di uno strato di umidità permanente che costituisce una
potenziale fonte d’infiltrazione nella soletta.
La capacità di affrontare e risolvere i limiti e i problemi sopraelencati attraverso tecnologie
valide può trasformare il rinverdimento delle coperture in un’importante risorsa per
fronteggiare tematiche di tipo urbanistico, contribuire alla soluzione di problemi architettonici
e soprattutto migliorare la qualità della vita ottenendo benefici estetici ed ecologici.
Il sempre maggiore interesse verso i rinverdimenti pensili e la loro diffusione hanno favorito
la ricerca di nuove tecnologie di realizzazione; in questo modo si sono ampliate anche le
possibilità di utilizzare il rinverdimento su buona parte delle coperture esistenti sugli edifici.
Attualmente sono presenti sul mercato numerose ditte specializzate in questo settore,
ognuna delle quali offre tecniche d’impianto che generalmente si differenziano da quelle
adottate dalle altre imprese per uno o più particolari costruttivi. Esiste però la possibilità di
raggruppare le tipologie dei rinverdimenti pensili, così come ha fatto la FLL
(Forschungsgesellschaft Landschaftsentwiklung Lanschaftsbau, Associazione tedesca per
lo sviluppo e la Costruzione del Paesaggio) la quale ha individuato tre tipi principali di
rinverdimento:

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Le tipologie di spazi a verde

∗ rinverdimento estensivo;
∗ rinverdimento intensivo semplice;
∗ rinverdimento intensivo complesso.
Questa distinzione, oggi comunemente accettata e diffusa, è stata formulata in base
all’utilizzo di tali sistemazioni, alle caratteristiche progettuali/strutturali, al tipo di vegetazione
impiegata ed al tipo di manutenzione richiesta.
Nella realtà spesso queste tre
diverse “tipologie” possono essere
presenti contemporaneamente nello
stesso impianto.
Negli ultimi anni, inoltre, viene
anche indicata, soprattutto dalle
ditte specializzate nella fornitura di
materiali costruttivi, la tipologia di
verde estensivo “inclinato”, nella
quale vi ene reso possibile
l’inserimento del verde con
pendenze elevate fino a 30° e
talvolta, con adeguati interventi, a
45°.
Secondo alcuni Autori potrebbe
essere fatta un’ulteriore distinzione
in base al sistema di irrigazione Esempio di verde pensile estensivo.
adottato: se tradizionale o a falda. In
questo ultimo caso si parla spesso del sistema Optima-Optigrün dal nome del brevetto della
ditta che per prima e comunque in maniera più diffusa ha adottato tale sistema di copertura
per i tetti verdi.
In realtà attualmente sono diversi i sistemi brevettati presenti sul mercato italiano, fra i quali
possiamo ricordare il Daku della Roof Garden Program di San Donà di Piave (VE), il
Perligarden della Perlite Italiana di Carsico (MI), il Floradrain, il Florate, il Floratherm e
l’Elostodrain, tutte proposte dal Tetto Verde di Mompiano (BS), lo Xero Floor, per
rivestimenti estensivi di piccolo spessore della Italdreni di Reggio Emilia, sistemi che si
affiancano al più famoso Optima-Optigrün della Optigrün di Legnano (MI).
Un’ulteriore classificazione del verde pensile può essere effettuata in base alla “estensione”
del rinverdimento stesso; sulla base di questo parametro possiamo individuare le seguenti
categorie:
∗ verde continuo;
∗ verde localizzato.
Un’altra tipologia di verde assimilabile a quella verde pensile è il cosiddetto “verde verticale”
che riguarda, soprattutto grazie all’ausilio di piante rampicanti e ricadenti, la copertura
“verde” delle pareti verticali degli edifici. Negli ultimi anni, grazie a specifiche soluzioni
costruttive sono stati realizzati, soprattutto all’estero, esempi spettacolari di questa tipologia
di verde.
Al di là delle tipologie, il verde pensile è realizzabile con diverse tecniche di impianto,
basandosi su differenti configurazioni vegetazionali e/o su criteri di tipo funzionale e
compositivo. A seconda della finalità del giardino pensile e delle variabili compositive e
funzionali che lo caratterizzano si possono impiegare diversi gruppi di piante, dalle erbacee
da tappeto erboso fino ai piccoli alberi. In alcune tipologie ed in specifici contesti ambientali
possono essere utilizzati anche i muschi.
La scelta è ovviamente limitata a specie che, oltre ad essere adatte alle condizioni
ambientali, sono idonee a vivere sui tetti. Si tratta in genere di piante resistenti alle

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Le tipologie di spazi a verde

escursioni termiche e che presentano apparati radicali superficiali.


Di seguito si riportano alcune informazioni sui principali tipi di rinverdimento.

Rinverdimento estensivo
Si tratta di una tipologia che determina un minore costo di impianto ed un basso onere di
manutenzione. Può essere realizzata sia su coperture piane che su quelle inclinate, in
quanto richiede normalmente spessori di substrato di coltivazione alquanto limitati (in
genere inferiori ai 10 cm). Ciò determina che il peso della struttura si aggiri intorno a 50-100
kg m-2. Questa tipologia è indicata per coprire qualsiasi struttura e, grazie al basso peso, si
presta a ricoprire anche solai con limitata capacità di carico.
Tale tipologia di rinverdimento non è comunque strettamente legata allo spessore del
substrato, in quanto se il solaio lo consente si possono realizzare ricoprimenti con spessori
superiori ai 10 cm, in grado di accogliere piante di maggiori dimensioni. Gli oneri di
manutenzione sono generalmente molto ridotti; i relativi interventi si limitano infatti
all’asportazione delle parti epigee appassite o all’eliminazione di specie non desiderate o
sviluppatesi oltre misura. In ogni caso sono esclusi gli interventi di concimazione e di
irrigazione ad eccezione della fase di impianto, il che rende difficile proporre tali
sistemazioni a verde negli ambienti più meridionali d’Italia, dove il lungo periodo siccitoso di
fatto non consentirebbe la sopravvivenza delle piante.

Rinverdimento intensivo semplice


In questo caso l’impianto
del verde pensile necessita
di particolari cure. Lo
spessore del substrato
colturale è maggiore e
quindi di conseguenza
anche il peso è più elevato
e mediamente supera i 100
kg m-2. La possibilità di
effettuare operazioni di
manutenzione così come il
maggiore spessore di
substrato determinano una
più ampia possibilità di
scelta della specie.
Possono infatti essere
utilizzate sia piante erbacee
che arbustive. Esempio di verde pensile intensivo.
Anche in questo caso
comunque occorre privilegiare piante resistenti ai più comuni stress che si verificano a
livello delle coperture vegetali, quali quelli legati alle escursioni termiche. I riverdimenti
intensivi semplici sono generalmente caratterizzati da opere a verde realizzate su substrati
di limitato spessore che necessitano, per la loro conservazione, di irrigazioni, concimazioni
ed operazioni di potatura.
Una delle operazioni più importanti nella manutenzione dei rinverdimenti intensivi semplici è
rappresentata dall’eliminazione delle piante “infestanti” provenienti dall’ambiente
circostante.

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Le tipologie di spazi a verde

Rinverdimento intensivo complesso


Rappresenta la tipologia di verde pensile più evoluta e con più ampio impiego di tecnologie
e di materiali. È caratterizzata generalmente da un maggiore costo d’impianto e soprattutto
dalla esigenza di adottare un preciso ed esteso programma di operazioni colturali e di
manutenzione. Il rinverdimento intensivo complesso si presta ad essere impiegato nella
realizzazione di ambienti vivibili e normalmente viene realizzato sui tetti piani con una
buona capacità di carico.
A seconda della disposizione ed ampiezza tale tipologia di verde può essere di tipo
localizzato (es. “rinverdimenti” realizzati in contenitori) o di tipo continuo. Lo spessore del
substrato destinato alla coltivazione delle piante è mediamente compreso tra 15 e 60 cm,
mentre il peso varia da 150 a 600 kg m-2.
Questi rinverdimenti consentono una scelta molto ampia delle specie, al punto che le
condizioni vincolo da tenere in considerazione sono spesso solo quelle climatiche della
zona in cui tale tipologia di verde è inserita.

Alberature stradali e verde stradale


È una tipologia di verde molto diffusa ed interessa sia il territorio urbano che le zone
extraurbane; essa costituisce il primo passo verso la sistemazione a verde pubblico ed è
elemento fondamentale di organizzazione del
territorio. La scelta della specie deve
considerare la compatibilità spaziale tra chioma
della pianta a completo sviluppo ed ampiezza
della sede stradale. L’apparato radicale non
deve essere superficiale ed invadente per
evitare danni al manto stradale ed ai manufatti
ubicati nel sottosuolo. Anche se la fruizione di
tali aree è modesta (a causa dell’intenso
traffico urbano) non vanno dimenticate le
peculiari funzioni svolte nel miglioramento della
qualità dell’ambiente (ombreggiamento,
modificazioni microclimatiche, trattenuta delle
polveri, ecc.).
Oltre alle alberature sono componenti del verde
stradale le scarpate lungo le strade in trincea e
le aiuole che vengono generalmente realizzate
in ambito pedonale. A queste tipologie di verde
possono essere assimilati i parcheggi, al
margine delle strade, dove può essere
collocata la vegetazione (alberi, cespugli,
tappeti erbosi) sia a fini estetici che pratici
(realizzazione di zone d’ombra sui veicoli).
Importante è la scelta delle specie per evitare di utilizzare alberi che emettano sostanze
imbrattanti (es. tiglio) o che siano attrattivi per gli uccelli.

Giardini specialistici
All’interno di tale categoria possono essere compresi i giardini botanici, quelli scolastici,
ecc. Si tratta di spazi che rispondono ad esigenze specifiche, prevalentemente didattiche,
ma che possono assolvere ad alcune delle funzioni degli spazi a verde, quali quelle
educative e ricreazionali. I giardini o orti botanici, in particolare, sorti inizialmente (alla fine
del XVI secolo) per la coltivazione di piante officinali da utilizzare per le esercitazioni degli
studenti di medicina e in seguito sviluppati per rispondere meglio ad attività di ricerca e di

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Le tipologie di spazi a verde

didattica collegate agli studi


naturalistici, vengono oggi
concepiti per rispondere a diverse
funzioni quali quelle didattiche,
per l’insegnamento universitario,
la ricerca pura ed applicata, a
servizio dell’agricoltura,
l’educazione naturalistica, ecc. La
maggior parte degli orti botanici
italiani sono gestiti da istituti
universitari o centri di cultura,
recintati e aperti al pubblico solo
in orari particolari; la parte
coperta, costituita da serre per la
conservazione di piante esotiche,
può essere molto estesa. La visita
a tali strutture diffuse in tutto il
Planimetria dell’Orto botanico di Padova, ritenuto il più antico al territorio nazionale consente di
mondo. vedere piante diversissime in
spazi ristretti, quasi sempre
recanti un cartellino con l’indicazione della specie, il che permette di acquisire utili
conoscenze sulle diverse specie, ed in particolare su quelle ornamentali che maggiormente
interessano ai fini del corso.
Fra i giardini specialistici, posto di rilievo spetta al cosiddetto verde scolastico. Negli ultimi
anni, infatti, sempre più forte è la convinzione che lo spazio esterno alla scuola non vada
visto come sede di una caotica ricreazione durante l’intervallo, ma come spazio strutturato
in veri e propri laboratori all’aperto ben caratterizzati in base alle funzioni assegnate dalle
varie aree disciplinari che possono utilmente impiegare gli spazi a verde. Il verde per le
scuole ha alcune funzioni principali: il gioco, il rapporto con la natura e l’apprendimento fuori
dall’aula. Gli spazi a verde, che costituiscono un prolungamento all’aperto delle architetture,
possono essere alternativamente usati sia a scopi educativi nel corso delle ore di lezione,
sia per i giochi di movimento che per l’osservazione e le riflessioni nelle ore libere dello
studio. In questo ambito ruolo prioritario deve svolgere la vegetazione che può diventare
momento importante non solo per la fruizione, ma soprattutto per l’apprendimento.

Orti urbani
È questa una struttura spesso ancora da ipotizzare - anche se già esistono esempi di
realizzazioni (soprattutto nel Nord Italia) - che potrebbe essere inserita all’interno dei parchi
zonali o urbani oppure in apposite aree destinate allo scopo. Si tratta in buona sostanza di
assegnare dei piccoli spazi (nell’ordine di 50-100 m2) in gestione gratuita (o a canone
simbolico) a persone che ne facciano richiesta (ad esempio anziani e pensionati).
Tale tipologia di verde, se inserita all’interno di un parco, potrebbe stimolare ed accrescere
il senso di responsabilità del cittadino verso il verde e quindi ottenere una azione di
maggiore vigilanza nei confronti dei vandalismi. L’importante è coniugare le esigenze
dell’utenza con le necessità che l’insieme presenti un gradevole effetto estetico, anche per
favorire la fruizione di tali luoghi.
Per chiarire meglio il significato di questi spazi a verde occorre, però, fare qualche richiamo
alle cosiddette orticoltura sociale e orticoltura terapeutica. In entrambi i casi viene
assegnato al termine “orticoltura” il significato, non tanto di coltivazione a fini di lucro per
ottenere dei prodotti alimentari, gli ortaggi appunto, quanto di possibilità di contatto diretto

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Le tipologie di spazi a verde

fra uomo e pianta.


Occorre anche richiamare,
per completezza di
informazioni, la funzione
ambientale dell’orticoltura,
quale elemento costitutivo
delle cinture verdi (le
“green belt” degli
Anglosassoni) attorno al
recinto urbano.
Nelle nazioni più
industrializzate l’esercizio
diretto della pratica orticola
Nella realizzazione degli orti urbani molto avvertita è l’opportunità di coniu- risulta essere soprattutto
gare le esigenze dell’utenza con il gradevole effetto complessivo.
legato al “piacere di
coltivare”, cioè come dicono gli anglosassoni al “gardening for fun”. L’importanza che
riveste sotto il profilo sociale la coltivazione delle piante a fini di diletto ha fatto sì che
recentemente sia stato proposto di adottare, nel contesto delle Società scientifiche
internazionali che si occupano di agricoltura ed in particolare di orticoltura, il termine
“Sociohorticulture” per comprendere tutte le attività legate alla coltivazione di specie
ortoflorofrutticole in grado di dare riscontro, accanto alle esigenze di natura alimentare,
ecologica ed ambientale, a quelle di carattere non materiale attinenti alla vita culturale e
spirituale dell’uomo.
Si tratta di ambiti disciplinari piuttosto recenti per cui neanche a livello terminologico è stata
fatta piena chiarezza. Secondo alcuni infatti il termine, già ricordato, di “Sociohorticulture” è
onnicomprensivo e racchiude all’interno la possibilità di uso dell’orticoltura a fini terapeutici.
Secondo altri – e noi adotteremo tale suddivisione – tutti gli ambiti di carattere non materiale
della coltivazione diretta delle piante vengono ricondotti all’interno dell’esercizio
dell’orticoltura a fini terapeutici, di cui quella sociale è solo una delle opportunità offerte.
Questa seconda ipotesi è la più consolidata, almeno presso le nazioni anglosassoni, dove a
partire dal XIX secolo è stata riconosciuta al contatto diretto con le piante una valida azione
terapeutica. Già all’epoca fu infatti chiaro che le possibilità di curare, con esiti positivi,
persone affette da malattie nervose o colpiti da handicap fisici erano maggiori se al paziente
veniva assicurato un contatto diretto con le piante. Anche nella riabilitazione di soggetti
emarginati, così come nei casi di devianza sociale, può essere adottata con successo la
pratica dell’orticoltura.
Di tutto questo si occupa l’horticultural therapy, una disciplina che in America ha assunto
una tale dignità al punto che esistono da diversi anni non solo una società scientifica ad
hoc, l’AHTA (American Horticultural Therapy Association), ma anche corsi di laurea o
master ad essa dedicati. All’interno dell’horticultural therapy è anche contemplata la
funzione sociale. Quest’ultima è stata soprattutto riconosciuta già alla fine del XIX secolo in
Francia, dove proprio a scopo sociale, sono stati costituiti degli orti destinati alle classi
meno abbienti.

Orticoltura terapeutica
Il riconoscimento del valore “terapeutico” degli spazi a verde ha una radice molto antica. Da
sempre il “giardino” ha rappresentato un luogo di serenità e benessere: si pensi alla
favolosa “età dell’oro” o al biblico “paradiso terrestre”. Non deve quindi stupire che
nell’antico Egitto alcuni dottori di corte prescrivessero ai loro pazienti, malati di mente, delle
lunghe passeggiate nei giardini del palazzo del faraone. Anche nell’Apocalisse di Giovanni
si legge “in mezzo ... c’è l’albero della vita che fa dodici frutti, dando ogni mese il suo frutto,

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Le tipologie di spazi a verde

le foglie dell’albero servono per la guarigione delle genti.”


I primi esempi di “terapia orticola” si sviluppano comunque a cavallo tra la fine del sec. XVIII
e l’inizio del sec. XIX, quando negli ospedali degli Stati Uniti d’America e della Spagna si
cominciò ad essere convinti del valore terapeutico della relazione uomo/pianta. In una
prima fase, agli inizi del sec. XIX, l’orticoltura terapeutica venne sviluppata nel trattamento
dei malati di mente.
Nel 1817 a Filadelfia, in USA, nacque la prima istituzione privata psichiatrica, “Asilo per le
persone private della loro
ragione” nel “Friends
Hospital”, che, superando
la cornice di tipo rurale,
utilizzò un’ambientazione
“tipo-parco” con sentieri
alberati, con spazi aperti e
prati, mentre alcuni
pazienti erano coinvolti
nella coltivazione di piante
da frutto e ortive.
Per tutto il secolo XIX
l’ortoterapia fu soprattutto
rivolta al recupero delle
persone psicologicamente Nell’orticoltura terapeutica occorre porre particolare attenzione al tema
o mentalmente disabili, dell’accessibilità.
senza alcuna estensione
al recupero fisico dei pazienti. La tragica esperienza delle due guerre mondiali servì a
verificare, con esiti positivi, la possibilità di inserire la terapia orticola nei programmi di
riabilitazione fisica (Mc Donald, 1995).
Alla luce dei risultati positivi conseguiti con detta terapia, si pose il problema, non
secondario, della preparazione di terapeuti professionali. Questa esigenza trovò pieno
soddisfacimento nel 1942, quando il College di Milwaukee Downer inserì un corso di
orticoltura terapeutica all’interno del piano di studi per la laurea in “Occupational therapy”.
Per quanto riguarda la promozione culturale merita una menzione particolare il libro,
pubblicato nel 1973, dal titolo particolarmente significativo “Horticulture as a Therapeutic
Aid” a cura di Brooks e di Oppenheim. Accanto alla iniziative di organizzazione e di
diffusione della terapia orticola è da segnalare la nascita di organizzazioni professionali dei
terapeuti orticoli tipo il “National Council for Therapy and Rehabilitation Trough
Horticulture” (NCTRH) che nel 1988 diventerà ATHA = “American Horticultural Therapy
Association” con lo scopo di incrementare la professionalità in campo terapeutico. Anche in
Inghilterra si registrò la costituzione della “Society for Horticultural Therapy and Rural
Training”, che successivamente semplifica la sua denominazione in “Horticultural Therapy”,
con il compito di aiutare le persone, fisicamente o mentalmente malate, recuperandole
attraverso l’uso del giardinaggio in tutte le sue forme.
Queste istituzioni hanno avuto diffusione in vari Paesi, compresa l’Italia, in cui opera la
“Horticultural Therapy Italia”, a cui fanno capo altre organizzazioni come la “Gardening
Promotion Italy”. Quest’ultima si dedica prevalentemente al giardinaggio per soggetti
spastici.

Orticoltura sociale
La nascita dell’orticoltura a scopo sociale si può fare risalire al XIX secolo in Francia. Nel
1893, infatti, un gruppo di intellettuali e di parlamentari liberal-cristiani si impegnano nella

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Le tipologie di spazi a verde

approvazione della legge Siegfried, che riconosceva agli operai la possibilità di diventare
proprietari di un lotto di terra. Qualche anno dopo l’abate Lemire (1896) fonda la “Ligue du
coin de Terre et de Foyer”.
L’idea di mettere gratuitamente a disposizione degli operai lotti di terreno era stato oggetto
di diverse iniziative filantropiche, ma la sua estensione sistematica e la sua stessa
denominazione “giardini aperti” datano a partire da questo periodo storico (1893-1896). Al
giardino si riconosceva quindi non solo un ruolo economico, poiché l’orto assicurava il
minimo vitale alimentare, ma anche un ruolo igienico e morale, in quanto spazio alternativo
ai modi e ai ritmi imposti dal vivere cittadino e/o industriale.
In Italia nel corso della seconda guerra mondiale, alla periferia di Roma, senza alcun
intervento da parte dello Stato, si registra la nascita degli “orti di guerra”, costituiti da ampi
appezzamenti di terreni, divisi in piccolissimi lotti in cui si svolge un’intensa attività orticola.
La loro ubicazione è nelle immediate vicinanze delle strade di grande traffico, alla periferia
delle città o nei tratti urbani e suburbani, possibilmente vicini ai fiumi.
In Francia, dove le espressioni dell’orticoltura sono molto articolate, con la legge del 26
luglio 1952 si elimina, almeno dal punto di vista legislativo, la distinzione tra le quattro
categorie preesistenti – giardini aperti, industriali, rurali e familiari – che vengono inglobate
sotto l’unica denominazione di “organismi dei giardini familiari”. Un ulteriore passo, sul
piano legislativo, è la promulgazione della legge del 10/IX/1976 (legge Royer) con la quale
si sancisce che il giardino familiare è “ogni particella di terreno che il suo conduttore coltiva
personalmente in vista di provvedere ai bisogni della famiglia con l’esclusione di ogni
beneficio commerciale”. Tale legge mira in particolare a fornire ai proprietari degli orti
familiari garanzie contro i rischi di espropriazione, assimilando tali spazi a quelli a verde già
oggetto di protezione. Numerose sono in Francia le associazioni che, nei loro statuti,
riprendono le motivazioni che stanno alla base della legge Royer: l’attività di “giardinaggio”
è fonte di salute fisica e morale, di salvaguardia della natura e della pace sociale.
In Svezia ed in Danimarca, invece, si cerca di rendere la residenza secondaria con orto/
giardino alla portata delle classi meno abbienti. In queste nazioni alcune municipalità hanno
preso l’iniziativa, nel contesto della lottizzazione, di costituire una nuova tipologia di spazio,
dove i giardini sono essenzialmente di diporto e in essi è possibile costruire, con costi
contentuti, delle abitazioni per le vacanze. Dette realizzazioni sono previste nei piani di
urbanizzazione e sono ubicate ad una certa distanza dal centro urbano: il villaggio di
Ekedal, destinato a tale scopo è, ad esempio, ubicato a circa 30 Km da Stoccolma.
In Italia tra le più significative esperienze va ricordata quella di Torino dove orti urbani,
istituiti a partire dal secondo dopoguerra sul modello di quelli francesi ed estesi negli anni
’70 su circa 200 ettari, hanno rappresentato per gli immigrati un elemento di continuità
ideale con le loro radici contadine. Altra esperienza significativa in tema di orti urbani sociali
è quella di Parma, dove l’impianto si inquadra nell’ambito del processo di qualificazione del
verde urbano anche attraverso attività produttive in grado di valorizzare energie ed
esperienze di persone anziane. A criteri e finalità analoghe sono informate le iniziative
attivate in altre città, tra cui Ancona, Bologna, Bergamo e Bolzano. Le corrispondenti
Amministrazioni operano quasi sempre sulla base di appositi regolamenti, i cui contenuti
riguardano aspetti giuridici della concessione (generalmente affitto con canone simbolico),
ampiezza dei lotti, vincoli e divieti in tema di utilizzazione della superficie e di vendita dei
prodotti, criteri per la conduzione dell’orto e segnatamente per l’uso dei prodotti
antiparassitari.
Gli orti urbani, anche al di fuori del nostro Paese, sono stati spesso realizzati in aree di
risulta, degradate o emarginate, o veri e propri spazi sparsi, integrati nel tessuto urbano.
Essi possono essere suddivisi in:
∗ orto urbano privato: un appezzamento di terreno recintato e comprendente un capanno;
è una scelta per chi non ha forti relazioni sociali;

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Le tipologie di spazi a verde

∗ orto urbano sociale: un piccolo appezzamento di terreno recintato e suddiviso al suo


interno in 6/8 lotti con un capanno comune;
∗ orto urbano contemplativo: le caratteristiche sono simili ai precedenti, ma la sua
ubicazione è all’interno della città e la coltivazione è limitata solo a essenze ornamentali.
Ultimamente le diverse tipologie “sociale”, sopra menzionate, sono sottoposte ad un
processo di riconsiderazione alla luce delle forti sollecitazioni promosse dai movimenti di
matrice ecologica. Questi, recuperando in toto il valore e la funzione dell’ambiente, hanno
imposto la rivisitazione di quanto precedentemente sperimentato e proposto in termini più
pressanti, la necessità di stabilire un rapporto tra uomo e natura, fondato su basi di
equilibrio, che sia espressione di rispetto autentico della natura stessa.

Impianti sportivi e per gli spettacoli


Possono essere sia coperti che scoperti e sono costituiti da strutture quali piscine, palestre,
maneggi, stadi, cinema
e teatri, luoghi
attrezzati per le feste
organizzate, per i
concerti musicali, per le
fiere, i circhi equestri,
ecc. Gli spazi destinati
a questo scopo devono
essere progettati
tenendo conto di
utenze massicce e
concentrate in brevi
periodi di tempo,
intervallati da periodi
più o meno lunghi di
non utilizzo. Il verde in
molti casi funge da
arredo o può costituire
(vedasi ad esempio i
campi di calcio) Il campo da golf è uno dei più importanti esempi di verde sportivo.
struttura portante
dell’attrezzatura.

Verde cimiteriale
I cimiteri, al di là delle funzioni specifiche, possono essere integrati nel sistema del verde;
questo è soprattutto vero in alcuni Paesi esteri in cui si tende ad affidare ai cimiteri anche
una funzione paesaggistica. In passato i cimiteri avevano in genere dimensioni limitate,
mentre nel XIX secolo sono state create delle soluzioni grandiose, destinate a servire
l’intera città, che facevano riferimento ai modelli del giardino italiano o inglese. Nel primo
caso si tratta di strutture rigidamente geometriche, con un asse centrale (spesso recante al
centro una cappella) e assi laterali; nel secondo caso, i sentieri sono ondulati e lo spazio è
articolato mediante gruppi di alberi e/o cespugli, creando in alcuni casi addirittura dei
boschetti, con un fabbisogno in superficie piuttosto elevato.
Recentemente, riprendendo in forme più semplificate la concezione del cimitero paesistico,
in Germania ed in Inghilterra si è sviluppato un movimento a favore di strutture in cui
l’elemento vegetale predomina su quello costruito; esso trova la sua espressione più
compiuta nei cosiddetti “cimiteri-prato”, in cui le tombe, senza cordonature e sentieri

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Le tipologie di spazi a verde

intermedi pavimentati, sono immerse in una superficie a prato, restando escluse le lapidi e
un piccolo riquadro con fiori.
La dimensione ottimale di tali cimiteri viene stimata tra i 20 e gli 80 ha, che rispettivamente
rappresentano la superficie minima, affinché la manutenzione meccanizzata del prato sia
economica, e quella massima che consente il collegamento delle tombe ad un’unica
cappella. Quali elementi vegetali si possono utilizzare, oltre alle essenze prative, anche
arbusti, con funzione ricoprente.

Aree degradate
Tale tipologia non presenta differenze
per quanto riguarda funzioni e/o
destinazione rispetto ad altre in
precedenza analizzate; essa si può infatti
assimilare, in base alle dimensioni, ai
parchi o ai piccoli spazi a verde. La
differenza sostanziale è legata alle
condizioni di partenza: si cerca di
destinare a verde pubblico cave o
discariche, cioè aree degradate da un
precedente intervento antropico.
Specifiche sono le tecniche da adottare
per il recupero, che fanno spesso
riferimento alla cosiddetta “ingegneria Le cave così come le discariche pongono gravi problemi
naturalistica”. tecnici per il loro recupero dopo l’uso.

Parco agricolo
Visto l’interesse che assume questa tipologia di verde dal punto di vista ambientale e
territoriale, abbiamo ritenuto opportuno analizzare con maggiore dettaglio gli aspetti
coinvolti.

Caratteristiche dei parchi agricoli


Fra le variegate configurazioni che le tipologie di verde possono assumere, un posto di
rilievo spetta al cosiddetto “parco agricolo” che rappresenta la realizzazione del connubio
tra salvaguardia ambientale, fruizione ricreativa e attività economico-produttiva dell’azienda
agraria. Da un lato, ponendo sotto tutela determinate aree a destinazione agricola, se ne
garantisce la sopravvivenza anche, e soprattutto, quando queste sono di piccole dimensioni
e frazionate. D’altro lato, il parco agricolo pone le basi per la diffusione dell’agriturismo
(fruizione ricreativa dell’ambiente agrario).
Si tratta infatti di coniugare da una parte le esigenze dei coltivatori agricoli con quelle
dell’utenza oggi sempre più interessata agli ambienti rurali. Interessante è notare come
alcune colture tradizionali della Sicilia (agrumi, vite, olivo) per la “bellezza” del paesaggio
cui danno luogo si prestano bene a tale uso. Nel passato, infatti, l’attività agricola era
elemento di “costruzione del territorio” mentre con il tempo ha cominciato ad assorbire la
cultura del processo di produzione, per cui ha finito per considerare il territorio come
risorsa, materia prima da consumare. La rottura dell’equilibrio territoriale e la
compromissione dell’ecosistema non si sono realizzati solo perché il territorio non costruito
(la campagna) è stato eroso, accerchiato, occupato dall’espansione urbana, ma anche
perché la trasformazione dell’agricoltura ha introdotto nelle pratiche colturali la stessa logica
di “sfruttamento” che è tipica del territorio urbano. L’agricoltura è stata quindi depauperata
della sua capacità di “produrre territorio” (vedi il paziente lavoro dei terrazzamenti, della
regimazione idrica, ecc., condotto nel passato) ed invece ha cominciato sempre più ad

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Le tipologie di spazi a verde

utilizzarlo; di conseguenza il territorio agricolo stesso è sempre meno “ambiente” e luogo


fruibile per l’abitare, il riposo, lo svago. Costruire un parco agricolo vuol dire quindi compiere
questa “rivoluzione copernicana”, con la quale si cerca di ristabilire il legame tra attività
agricola ed ambiente circostante, si torna a concepire l’agricoltura capace di “costruire la
terra”, perseguendo, anche con adeguate politiche agrarie, la riqualificazione ambientale. In
questa ottica quindi un parco agricolo è una struttura territoriale, finalizzata principalmente
alla produzione primaria, alla tutela e valorizzazione del territorio ma anche idonea alla
fruizione culturale, ludica, ricreativa dell’ambiente da parte dei cittadini.
La creazione di un parco agricolo, visto l’intenso fenomeno della conurbazione, potrebbe
essere una soluzione per coniugare la necessità di disporre di spazi a verde con quella di
mantenere alcune attività
agricole che presentano
ancora oggi una parziale
validità sotto il profilo
economico-produttivo.
In realtà le questioni
sottese dal considerare
“parco” l’ambiente agrario
sono numerose ed
attengono anche ad ambiti
fortemente culturali. In
questo caso, infatti, si
considera “parco” un
territorio vasto, complesso,
fortemente antropizzato
per effetto della presenza
di una estesa e intensa
produzione agricola,
a c c a n t o a d
un’urbanizzazione spesso L’elevata qualità percettiva del paesaggio agrario siciliano assume particolare
rilevante. interesse per la creazione di parchi agricoli.
Si tende quindi a far
coincidere il concetto di “parco” con quello di “territorio”, intendendo per costruzione del
parco l’esercizio di un’attività di cura del territorio stesso (ed in particolare di attività
agricole) che consenta la vita ed il risanamento dell’ecosistema territoriale, il suo riequilibrio,
la sua funzione sociale (culturale, ricreativa, ma anche il lavorare ed il risiedere
propriamente). Si ipotizza quindi un “coltivare con cura” che consenta di “abitare il territorio”.
È evidente che in tal senso il concetto di costruzione del parco viene profondamente
ridefinito ed esteso fino ad identificarsi, al limite, con le appropriate azioni di gestione del
territorio (urbanistiche, strutturali, infrastrutturali, economiche), ridefinendone però obiettivi,
contenuti e metodi, finalizzati alla “bonifica” dell’ecosistema ed introducendo approcci
ambientalmente consapevoli (Ferraresi e Rossi, 1993).
Il parco, secondo questo approccio, perde la connotazione di struttura separata,
specializzata, funzione tra le altre funzioni che le era stata assegnata dalla cultura
produttivistica della modernità.
Questa assunzione teorica (il parco come territorio) rifiuta la cultura che vuole il territorio
come uno spazio disponibile per uno sviluppo crescente ed illimitato ed accetta al contrario
la coscienza del limite: le risorse sono limitate, il territorio è finito e non può essere
ulteriormente consumato, distrutto; deve essere conservato, bonificato, costruito.
In questa ottica quindi un parco agricolo è una struttura territoriale, rivolta principalmente

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Le tipologie di spazi a verde

alla produzione primaria ed alla sua tutela e valorizzazione e contestualmente finalizzata


alla fruizione culturale, ludica, ricreativa dell’ambiente da parte dei cittadini, in termini
compatibili con la principale destinazione (Ferraresi e Rossi, 1993).
La salvaguardia del territorio agrario inteso in senso lato presuppone la messa a punto di
specifici interventi per far sì che il modello di agricoltura ipotizzato (non distruttore ma
creatore di paesaggio) possa sostentarsi da un punto di vista economico. In tale ottica la
realizzazione di attività agrituristiche potrebbe consentire di integrare il reddito degli
operatori agricoli e quindi rendere possibile il mantenimento di questi parchi agricoli.
Si tratta, è quasi inutile sottolinearlo, di problemi estremamente complessi, la cui soluzione
necessita della messa a punto di specifici interventi di carattere politico, dell’individuazione
e disponibilità di risorse economiche, ma soprattutto dell’attuazione di attenti studi relativi ai
diversi aspetti coinvolti nella realizzazione di un parco agricolo e della sua gestione.
Il tentativo di conservare il territorio agricolo nasce dalla presa di coscienza del valore in sé
dell’agricoltura. Si riconosce cioè al territorio agricolo di essere il frutto della stratificazione
di una complessità natura/cultura.
Lo spazio agricolo è quindi ritenuto in grado di incorporare valore antropologico;
quest’ultimo non si aggiunge alle proprietà fisiche di un territorio, ma le assorbe, le modella
e le rimette in circolo in forme e funzioni variamente culturalizzate. Lo spazio agricolo
assume quindi “valore culturale”, in quanto espressione diretta dell’azione dell’uomo sulla
natura.
Un parco agricolo in prossimità di un ambiente urbano può assicurare servizi di carattere
paesaggistico per i quali si avvicina a concezioni simili a quelle di un parco di carattere
urbano: l’agricoltura assume qui le caratteristiche di un “giardino”, con tutte le gradazioni
possibili di maggiore e o minore caratterizzazione paesistica.
Possono essere anche previsti servizi di carattere “ambientale”, ossia vincoli nell’uso di
mezzi produttivi che siano più rigidi che nella media dell’agricoltura, allo scopo di creare
zone-polmone prossime ai centri abitati per la riduzione di elementi ritenuti inquinanti.
Ci si riallaccia quindi ad aspetti molto simili alle funzioni svolte dai parchi naturali; al
contempo gli spazi agricoli possono assolvere alcuni servizi sportivi o volti in generale a
favorire la fruizione, quali i percorsi di trekking, passeggio, sosta, ristoro, ecc.
D’altra parte si può ipotizzare la possibilità che le aree agricole possano assolvere a
funzioni di carattere culturale didattico, quando vengano mantenute con l’obbligo della
conservazione di forme tradizionali di gestione delle pratiche agricole, per cui tali spazi
assumono una funzione esemplificativa delle modalità classiche o tipiche di svolgimento
delle attività agricole.
Questa tipologia di servizio, adatta per piccole aziende o per settori limitati di imprese più
ampie, deve prevedere una destinazione di risorse ad hoc, il che comporta un costo
specifico per la produzione del servizio.
Simile a questo servizio può essere quello culturale-storico con il quale si vogliono
conservare, a scopo dimostrativo, alcune tipologie produttive ora superate e/o marginali.
L’interesse di queste due ultimi servizi, in gran parte coincidenti, è a nostro avviso legato da
una parte al pieno riconoscimento del “valore” dell’agricoltura tradizionale e dall’altra alla
possibilità di destinare allo scopo piccoli appezzamenti inclusi o prossimali al territorio
urbano, che difficilmente riuscirebbe ad avere validità sotto il profilo produttivo.

L’agricoltura nella pianificazione ecologica del territorio


Il territorio è comunemente inteso come uno spazio fisico organizzato da strutture politico-
amministrative e socioeconomiche che sono espressione della sua popolazione o, più
semplicemente, uno spazio disponibile per le più diverse utilizzazioni da parte dell’uomo. In
tale ottica il territorio appare non come espressione della natura ma come un semplice
prodotto dell’attività umana, concepito come una superficie geografica omogenea.

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Le tipologie di spazi a verde

Pur considerato in termini geografici il territorio ha, tuttavia, un limite fisico che si è reso
particolarmente evidente nei paesi fortemente industrializzati, volti al perseguimento di
obiettivi di sviluppo strettamente legati ad un forte aumento delle varie utilizzazioni
socioeconomiche del territorio. Tali attività sviluppandosi rapidamente e caoticamente
hanno reso evidente l’impossibilità di convivere armoniosamente negli stessi spazi
territoriali limitati.
La crescita economica e sociale è stata, come è noto, perseguita attraverso la
differenziazione delle attività economiche e la ripartizione del lavoro; tale crescita ha avuto
quindi bisogno di una intensa suddivisione del territorio che ha causato evidenti disparità tra
le varie porzioni (città, campagna). Ciò ha avuto come conseguenza un forte sviluppo delle
aree urbano-industriali ed un depauperamento di quelle agricole.
La moderna politica di pianificazione territoriale si è posta il problema di un riequilibrio del
territorio, cercando di accelerare lo sviluppo socioeconomico degli spazi rurali mediante la
creazione di infrastrutture, servizi ed insediamenti industriali e di migliorare, dall’altra, le
condizioni ambientali dei centri urbani con misure di carattere igienico ricreativo (es. spazi
verdi urbani).
Fino agli anni ’70 la pianificazione territoriale ha operato, infatti, considerando le aree
esterne alla città come aree da utilizzare quale riserva per gli insediamenti e le
infrastrutture, su cui spostare il potenziale di sviluppo economico eccedente e la
popolazione, quando il tasso di urbanizzazione dei più importanti centri urbani diveniva
eccessivo.
La consapevolezza, che si è fatta via via più forte, dell’importanza di considerare il territorio
nel suo insieme e soprattutto di preservare alcuni dei valori ecologici che le aree rurali
rivestono ha fatto sì che l’attenzione si spostasse sul rapporto e sullo scambio di prestazioni
tra i diversi comprensori specializzati. Si sono tenute inoltre sempre più in considerazione
talune funzioni ecologiche dei comprensori agro-pastorali, in precedenza poco considerate,
avendo dovuto constatare, tra l’altro, che il processo di urbanizzazione ed
industrializzazione indifferenziata negli ultimi decenni aveva compromesso gravemente il
territorio e le sue indispensabili funzioni di compensazione ecologica e ricreativa.
Sono state messe in evidenza alcune funzioni ecologiche caratteristiche dei comprensori
agro-silvo-pastorali, in precedenza trascurate. Si è avvertito che la prevalenza accordata
alla difesa dell’ambiente con mezzi tecnici nascondeva il pericolo di trascurare e
sottovalutare la connessione ecologica dei fattori naturali. Si è affacciato quindi il concetto
che possano esistere zone prioritarie per l’assicurazione dei fattori naturali necessari allo
stesso sviluppo socioeconomico.
Questa evoluzione è stata favorita anche da una radicale contestazione della politica di
livellamento territoriale da parte degli ambientalisti, i quali sostengono che l’obiettivo politico
che essa sottende non è possibile nell’attuale stato di crisi ecologica. Il processo di
urbanizzazione e industrializzazione indifferenziata degli ultimi decenni ha compromesso
gravemente territori indispensabili per le loro funzioni di compensazione ecologica e
ricreativa.
Se i singoli comprensori debbono essere uguali, ciò può condurre a trascurare
ulteriormente le esigenze ecologiche a favore di quelle economiche e sociali. L’eguaglianza
delle condizioni di vita e la difesa dell’ambiente appaiono conflittuali.
In questo modo gli ambientalisti hanno sanzionato come ecologicamente non più tollerabile
una politica territoriale basata sulla differenziazione delle funzioni delle varie aree e quindi
anche dei ruoli delle popolazioni in esse residenti, sia pure secondo una logica diversa da
quella del passato, ossia saldamente ancorata alla teoria ecologica. Dal punto di vista
dell’ecologia, infatti, un territorio è un insieme di ecosistemi, che possono essere
sovraccaricati solo entro certi limiti, pena la rottura dei meccanismi di equilibrio, con gravi

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Le tipologie di spazi a verde

danni alle stesse possibilità di fruizione da parte dell’uomo.


La pianificazione quindi deve essere impostata sulla base di zone prioritarie che debbono
essere tutelate per i precipui caratteri ecologici e di preservazione dell’ambiente.
Appare chiaro allora che se a determinate zone vengono riconosciute funzioni ecologiche
prioritarie, benefiche per il territorio circostante ma che non inducono prestazioni
quantificabili dal mercato, queste zone devono essere compensate con un trasferimento di
risorse finanziarie a favore delle popolazioni locali che le assicurano.
Tradizionalmente i tipi di paesaggio che lo sviluppo indotto dalla rivoluzione industriale ha
determinato e che sono caratterizzati da differenti tratti ecologici sono:
∗ urbano-industriali;
∗ ad agricoltura intensiva nelle aree ad alta vocazione agricola;
∗ agro-silvo-pastorali ad utilizzazione estensiva nelle aree marginali;
∗ naturali e semi naturali in alcuni ristretti lembi di territorio.
Oggi si tende sempre più a sottolineare l’esigenza della reciproca integrazione tra i vari
paesaggi ereditati dal passato; pertanto le aree urbano-industraili e quelle agricole intensive
devono svolgere prevalentemente funzioni produttive; alle aree agricole marginali, ad
utilizzazione estensiva, vengono riconosciute fondamentali funzioni di regolazione quali
compensazione dei carichi provenienti dalle zone di produzione, riequilibrio ecologico,
scopo ricreativo (agricoltura nei parchi naturali), alle aree naturali prive, o quasi, di
utilizzazione produttiva si attribuiscono infine fondamentali funzioni di difesa della natura
(riserve e parchi naturali).

Il ruolo dell’agricoltura nelle aree protette


L’agricoltura ha tradizionalmente esercitato effetti positivi sull’ambiente, espletando tra
l’altro anche funzioni che si possono definire di tipo sociale, basti pensare al ruolo che essa
ha avuto nella caratterizzazione del paesaggio, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto dei
valori umani tradizionali e, quindi, la sua funzione culturale e ricreativa.
La molteplicità delle specie di molti tradizionali paesaggi culturali è, ad esempio, diretta
conseguenza dell’attività agricola in quanto la copertura del territorio con vegetazione
naturale avrebbe evidenziato caratteri di maggiore uniformità. In passato, la proprietà
agricola, l’allevamento del bestiame integrato nell’azienda agricola, la rotazione colturale, la
diffusione di colture promiscue alternate a breve distanza hanno favorito la costituzione di
paesaggi di grande bellezza e in equilibrio ecologico.
La rivoluzione industriale ha comportato la rottura di tale equilibrio con l’adozione di
tecniche di sfruttamento del territorio fortemente intensive. Ciò ha condotto ad una graduale
riduzione degli schemi di rotazione colturale che ha avuto come conseguenza la
semplificazione del tessuto rurale, il degrado del paesaggio e un generalizzato
impoverimento biologico del sistema agricolo. Attraverso la ricerca di rese sempre più
elevate, il che ha comportato l’impiego di elevati input esterni, l’agricoltura si è sempre più
avvicinata ai metodi di produzione industriale.
Come conseguenza di tale trasformazione si sono evidenziati problemi di natura
economica, legati al rincaro energetico, alla rarefazione di materie prime ed alla
sovrapproduzione, e di natura ecologica con impatto pesante sul suolo, sulle acque,
sull’aria, sul clima, sulla flora e sulla fauna, sul valore ricreativo del paesaggio.
Ciò ha condotto alla consapevolezza che l’ambiente non è una risorsa sfruttabile
illimitatamente per fini produttivi, ma è un bene da custodire con la massima cura
nell’interesse della collettività.
Si è cominciato a discutere di crisi ecologica ed a sostenere con grande vigore, in nome di
una visione qualitativa dello sviluppo, la necessità di abbandonare l’obiettivo della massima
produzione e rinunciare alla manipolazione indiscriminata dei beni naturali.
I paesaggi rurali di tipo tradizionale costituiscono, ormai, aree residuali sempre più ristrette

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Le tipologie di spazi a verde

nelle zone di pianura mentre sopravvivono in zone collinari e montane ad economia


marginale, dove si è verificato un imponente esodo della popolazione. Sono questi i
paesaggi che, oggi, assumono grande importanza per il riequilibrio ecologico del territorio.
Il problema ambientale è così divenuto in breve una delle grandi priorità economiche e
sociali della nostra epoca. Da qui la necessità di prefigurare e realizzare un modello di
sviluppo atto a garantire il costante miglioramento delle condizioni di vita della collettività
senza però nuocere alle risorse ambientali.
La locuzione “sviluppo sostenibile”, coniata in occasione della Conferenza dell’ONU di
Stoccolma del 1987, sta appunto a significare la ricerca di una formula che assicuri, ad un
tempo, sia l’ulteriore crescita economica che la protezione dell’ambiente nelle sue più varie
espressioni. Esigenze ecologiche ed economiche, etiche ed estetiche parlano dunque a
favore di una nuova concezione strategica dell’agricoltura nell’assetto del territorio e dello
sviluppo di modelli aziendali alternativi rispetto a quelli convenzionali.
L’agricoltura deve pertanto sempre più cercare di “risparmiare” l’ambiente naturale,
conservando e reintroducendo le strutture tipiche del paesaggio agrario tradizionale
attraverso, ad esempio, la promozione delle attività esercitate dalle aziende agricole a
carattere familiare o favorendo la permanenza di un’agricoltura estensiva in prossimità di
componenti paesistiche prossime alle condizioni naturali.
In alcune regioni è stato introdotto il concetto di indennizzo, sia pure parziale, per il
mantenimento delle funzioni sociali dell’agricoltura, specialmente nelle aree marginali ed
esistono al riguardo precise direttive della CEE quali, ad esempio, il Reg. 2078/92 relativo ai
metodi di produzione agricola compatibili con l’ambiente e la tutela della natura. In esso si
prevede, infatti, un sostegno ai redditi agricoli disancorato dalla regolamentazione dei
mercati ed accordato agli agricoltori in funzione del loro impegno ad attuare pratiche
compatibili con l’ambiente e la tutela della natura. L’agricoltore viene dunque ricompensato
per la sua funzione sociale di tutore dell’ambiente e della salute collettiva.
Se questo è un principio valido per la generalità del territorio, a maggior ragione, lo diviene
nelle aree protette nelle quali lo svolgimento di attività agricole si deve collocare in un
quadro composito di motivazioni, vincoli ed obiettivi, interagendo l’agricoltura con le
peculiarità ambientali e naturalistiche del territorio rurale e costituendo al contempo un
fondamentale presupposto per lo sviluppo economico sostenibile delle popolazioni
residenti.
L’agricoltura nei parchi o nelle aree comunque protette deve farsi promotrice di un nuovo
ruolo, privilegiando la conservazione di formazioni e assetti che l’uomo ha creato nel corso
dei secoli ed armonizzandoli con le peculiarità del territorio da proteggere. Da queste
considerazioni deriva il ruolo assai complesso che nei parchi l’agricoltura è chiamata a
svolgere, dovendo integrare esigenze assai diverse e perseguendo obiettivi spesso difficili
da conciliare.

Caratteristiche e funzioni dei parchi agricoli


Il parco agricolo è la realizzazione di un connubio tra salvaguardia ambientale, fruizione
ricreativa e attività economico-produttiva dell’azienda agraria.
Il principale problema che si pone nella realizzazione e gestione di questa tipologia di verde
è quello di conciliare l’aspetto ecologico ambientale con le implicazioni di carattere
economico-produttivo. Queste ultime infatti assumono fondamentale importanza in quanto il
parco agricolo è un ecosistema che si ipotizza viva di sue ragioni legate alla produzione
primaria.
La consistenza strutturale/fisica di questa figura territoriale è quindi la campagna, il territorio
agricolo-produttivo. D’altro canto, questo carattere produttivo convive nel parco agricolo con
un’altra finalità di cui si è detto e cioè la fruizione sociale, a vario titolo, dell’ambiente.

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Le tipologie di spazi a verde

Lo spazio pubblico (e cioè la sede più intensa e diretta della fruizione sociale del parco) per
poter essere compatibile con la piattaforma produttiva deve assumere forme non
deostruenti né competitive rispetto all’esercizio dell’agricoltura, non deve coprire o invadere
eccessivamente lo spazio agricolo e deve piuttosto consentire la continuità e l’estensione
degli ambiti di questa funzione produttiva.
Possono essere destinate alla realizzazione di parchi agricoli aree produttive caratterizzate
da diverse vitalità dell’esercizio dell’agricoltura e struttura morfologica del territorio.
Da questo punto di vista si possono distinguere aree agricole consolidate, nelle quali
l’attività agricola è vitale ed estesa e non è sostanzialmente influenzata dall’espansione
della città e in cui gli ambiti territoriali sono estesi e compatti.
Vi sono poi ambiti agricoli da consolidare nei quali la destinazione agricola produttiva, per
quanto indebolita, persiste ed è quindi recuperabile attraverso interventi di risanamento e
innovazione: gli ambiti debbono però essere sufficientemente accorpati (o accorpabili), di
dimensioni economicamente fruibili.
Esistono anche aree collocate ai margini del degrado urbano periferico che possono essere
compattate in micro (o macro) sistemi di verde e spazi liberi, utili ai fini dell’incremento dello
standard urbano e per la formazione futura di nuovi parchi: questi sistemi possono essere
definiti, secondo Ferraresi e Rossi (1993), come parco rado. Si tratta cioè dell’ipotesi di
recupero di risorse/territorio dimesse, di conservazione di queste risorse, proponendo dei
“parchi” senza che ciò dia necessariamente luogo a progetti impegnativi di “verde costruito”.
In essi l’agricoltura può giocare un ruolo di “mantenimento delle risorse” e dall’altra parte
può dare luogo a sperimentazioni colturali; possono essere previsti orti urbani e riutilizzati
dei fabbricati ex agricoli a fini sociali o per attività legate all’ambiente e allo svago.
In ogni caso l’attenzione all’interno di un parco agricolo deve essere posta nei confronti dei
diversi “servizi ambientali” che a buon diritto tale tipologia di verde può assolvere.
In base ai vincoli posti all’esercizio dell’attività agricola si possono delineare diversi tipi di
servizio ambientale (vedi tabella). Il verde produttivo rappresenta l’agricoltura tradizionale
volta all’ottenimento di beni primari. Questa attività è ovviamente sottoposta ai vincoli che la
legislazione comunitaria e nazionale pongono al settore primario. All’agricoltura produttiva
Classificazione dei tipi di servizio ambientale forniti da differenti “forme” di agricoltura e le loro
caratteristiche essenziali (Fonte: Ferraresi e Rossi, 1993, con modifiche).
DENOMINAZIONE DESCRIZIONE SINTETICA
Verde produttivo Esercizio normale dell’attività agricola
Esercizio normale dell’attività agricola con imposizione di vincoli
Verde produttivo con connotati
paesaggistici (es., mantenimento di impianto alberato, di frangiventi,
paesaggistici
ecc.)

Esercizio dell’attività agricola con obblighi di mantenimento fabbrica-


Verde produttivo con vincoli strut-
ti, dimensione campi, rete canali, strade; vincoli per edilizia strumen-
turali
tale

Verde produttivo con obbligo col- Esercizio attività agricola con colture o allevamenti imposti
ture imposte dall’Ente gestore del parco

Esercizio attività agricola con vincoli su tecnologie, obblighi di per-


Agricoltura didattica con visitatori
corsi per scolaresche e visitatori in genere

Attività vincolate nelle tecnologie, nelle colture, nelle strutture; obbli-


Agricoltura museale
ghi come sopra nei confronti dei visitatori

Verde produttivo con connotati Esercizio attività agricola con vincoli all’impiego di determinati mezzi
“biologici” chimici (quantità/tipo)
Attività semi-estensiva; impiego di tecnologie biologiche per la sal-
Agricoltura naturistica
vaguardia di fauna e flora

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Le tipologie di spazi a verde

possono venire imposti vincoli di carattere paesaggistico nel senso percettivo del termine.
Simili a quelli paesaggistici sono i vincoli di carattere strutturale con obblighi specifici ai
miglioramenti fondiari. Mantenere tipologie costruttive acquisite, di carattere utile alla
memoria storica, ha vantaggi per la collettività, anche se di frequente comporta ostacoli a
una moderna organizzazione produttiva.
Simile è pure il vincolo di colture imposte, di norma legate a problematiche conservative e
didattiche. Un esempio pregnante relativo all’ambito siciliano e del suo paesaggio agrario, è
quello dei vigneti o degli agrumeti posti su terreni terrazzati, che determinano un paesaggio
a sua volta utile per altri scopi e che vanno “pagati” per le esternalità che comportano.
In alternativa o in via congiunta possono essere richiesti limiti all’impiego di mezzi chimici di
sintesi, specie in aree fragili sotto l’aspetto ambientale (terreni pericolanti, prossimi alle città,
ai fiumi), per le quali le normali cure colturali possono creare modifiche pericolose in termini
di accumulo di prodotti nocivi nei terreni e nelle acque.
A un grado di vincolo più spinto si pone l’agricoltura naturistica, con diversi livelli impositivi,
che può giungere a forme semi-estensive, con presenza di fauna selvatica e di solito
connessa ad areali protetti in via totale. Si tratta di una esperienza già ampiamente
consolidata all’estero e che nei Paesi Bassi si sviluppa ormai per circa 200.000 ha.
Oltre si arriva all’oasi naturistica, nella quale continua qualche attività agricola, ma solo in
funzione di attività “naturali” prevalenti.
Il caso limite è il parco naturale negli spazi aperti o pubblico negli agglomerati urbani, nel
quale l’uomo opera a fini puramente di mantenimento o di impianto e manutenzione, con
qualifiche che si distaccano da quelle dell’agricoltura tradizionale.
All’interno del parco agricolo può anche essere prevista la presenza di verde agricolo a
carattere didattico, volto a fornire servizi a cittadini che vogliono conoscere la struttura
operativa del settore e che, in prossimità dei centri urbani, può svolgere un’utile funzione,
anche per una conoscenza delle operazioni agricole che si svincoli da luoghi comuni,
spesso non veritieri.
In alcuni casi si può pensare ad una agricoltura museale, con la quale si amplifica la
valenza culturale, etno-antropologica dell’esercizio dell’attività agricola tradizionale.
Naturalmente, affinché lo spazio possa svolgere al meglio la propria funzione di servizio
ambientale deve essere sottoposto a vincoli più o meno pregnanti.
In particolare nell’agricoltura didattica con visitatori si determinano, per effetto dell’obbligo
delle colture imposte, maggiori costi e minori ricavi rispetto ad un esercizio dell’attività
agricola totalmente esente da vincoli di questo genere. A tali imposizioni si aggiungono
costi extragricoli dovuti alla creazione di appositi percorsi, alla presenza di visitatori, singoli
o a gruppi e in particolare di scolaresche.
Ciò implica perdite di tempo, costi aggiuntivi di pulizia, di protezione da vandalismi, furti e
dalla stessa incuria dei possibili visitatori, elementi tutti di turbativa del normale esercizio
dell’attività produttiva.
Questi aspetti si accentuano nell’agricoltura museale che implica un maggiore onere
connesso proprio all’esigenza di presentare un’attività agricola di fatto non più praticata e
che quindi richiede speciali soluzioni per poter essere attuata.
Rispetto alla precedente tipologia bisogna altresì considerare che qui siamo in presenza di
un afflusso di visitatori potenzialmente più intenso e più concentrato in determinate
occasioni e che quindi presenta un potenziale maggiore problema di adattamento per le
imprese agricole che debbono necessariamente organizzarsi per far fronte alle esigenze
connesse alla funzione museale rivestita dall’azienda agricola.
Oltre ai vincoli qui illustrati, il servizio ambientale può comportare, per le attività elencate,
anche una serie di opportunità da non trascurare e che possono costituire potenziali
incentivi per le aziende agricole ad accettare le regole volute dal parco.

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Le tipologie di spazi a verde

Schema dei rapporti fra servizio ambientale e opportunità per l’agricoltore (Fonte: Ferraresi e Rossi, 1993,
con modifiche).

Vantaggi Inden- COMPENSAZIONI Compen-


colloca- nizzo in sazioni in
Licenze Licenze Diritti Altri con-
zione nel denaro denaro
vendita agrituri- edificatori tributi
piano per i
prodotti stiche
servizi
Verde produttivo

Verde produttivo con connotati


paesaggistici

Verde produttivo con vincoli


strutturali ?
Verde produttivo con obbligo
colture imposte ?
Agricoltura didattica con visita-
tori ?
Agricoltura museale

Verde produttivo con connotati


“biologici”
Agricoltura naturistica

Le aree in arancio indicano il rapporto esistente fra servizio ambientale offerto e le opportunità per
l’agricoltura; i punti interrogativi esprimono ipotesi possibili seppure dubbie.

Ciò comporta la volontà delle parti di instaurare rapporti di tipo contrattuale grazie ai quali
sia possibile, con il consenso reciproco, giungere a conciliare le opposte esigenze.
Le opportunità offerte agli agricoltori per il fatto di svolgere la loro attività produttiva nell’area
del parco sono di diversa natura e sono state sommariamente schematizzate in tabella.
Vi è innanzitutto una serie di vantaggi per essere collocati nel parco che possono
esprimersi in più elevati valori fondiari, nelle condizioni di vita e di lavoro meno minacciate
da inquinamento e da altre attività produttive, nelle possibilità di avvalersi di una serie di
strutture e supporti pubblici legati all’esistenza del parco.
Ovviamente si possono ipotizzare, sempre nel quadro di ben definiti rapporti contrattuali,
una serie di misure indennizzatici degli obblighi imposti all’agricoltura.
Fra queste si possono citare indennizzi in moneta per gli obblighi imposti e che sono
facilmente ipotizzabili per i casi di agricoltura produttiva con vincoli di tipo paesaggistico, di
tipo strutturale, di tipo legato all’imposizione di determinare colture ritenute antieconomiche
e, nel caso dell’agricoltura museale, laddove questa costringa ad utilizzare tecnologie
superate e più costose di quelle normalmente adoperate.
Un’altra categoria può essere costituita da compensazioni non di tipo monetario ma legate
ad atti rientranti nelle facoltà discrezionali delle pubbliche amministrazioni, come la
concessione di licenze di vendita di prodotti vari, di licenze per l’esercizio di attività
agrituristiche, di licenze edilizie legate esclusivamente a precisi rapporti contrattuali (purché
compatibili con la generale destinazione dell’area).
Infine si potrebbero ipotizzare contributi ad hoc nei casi di agricoltura didattica, museale,
naturalistica, di oasi naturalistica e di gestione di aree aziendali a parco pubblico proprio per
consentire questo tipo di utilizzo e invogliare i produttori a destinare ad essi, in parte o in
toto, le loro superfici aziendali.
Da ultimo, per le forme di utilizzo non più strettamente agricole, come oasi naturistiche e

Pagina 35
Le tipologie di spazi a verde

parchi pubblici, si può pensare a compensi diretti in denaro volti a controbilanciare servizi
effettivamente resi dai produttori agricoli, come pulizia del terreno, sfalcio dei prati,
manutenzione delle strade, cura delle alberature, ecc.

Parco zoo
A differenza dei giardini botanici, i giardini zoologici si sono sviluppati inizialmente più con
carattere popolare che didattico-scientifico; le funzioni ornamentali e di svago venivano
soddisfatte esibendo animali, in gran parte esotici, in gabbie anguste. Oggi si tende invece
al concetto di parco zoo, cioè collocare gli animali in spazi più ampi, con presenza di
vegetazione, per favorire la conoscenza degli animali in ambienti il più possibile simili a
quelli naturali. La vegetazione in questi parchi svolge la funzione di arredo e serve anche a
mascherare eventuali infrastrutture utili per l’allevamento degli animali ma esteticamente
sgradevoli.

3.4. Il giardino privato nel XX secolo


Se si ripercorre la storia degli spazi verde si evince facilmente come il giardino privato ne
rappresenti l’espressione più importante e tipica. Il tema del giardino familiare, inteso come
spazio esterno da abitare non collettivo, inserito in un contesto urbano e/o fortemente
antropizzato, presenta, però, indubbiamente, modificazioni piuttosto rilevanti, soprattutto a
partire dal XX secolo. Fra gli aspetti più importanti dell’evoluzione di tale tipologia di verde
dobbiamo ricordare la riduzione progressiva delle dimensioni, in ragione dell’aumento dei
costi del terreno e dell’urbanizzazione. Dagli spazi considerevoli dei giardini urbani della
fine dell’Ottocento e degli inizi del Novecento, si passa a giardini di dimensioni sempre più
contenute, quando non si adottano soluzioni alternative, quali il destinare a verde tetti o
terrazzi. D’altro canto le trasformazioni sociali ed economiche che si sono succedute dopo
le due guerre mondiali hanno fatto sì, da una parte, che l’esigenza di disporre di verde si sia
progressivamente ampliata, ma di contro hanno dato luogo a giardini di dimensioni
modeste, spesso asfittiche. Inoltre occorre ricordare come il giardino sia diventato uno
status symbol, segno delle possibilità economiche del proprietario; questo diventa ancor più
vero quando lo spazio è collocato all’interno della città.
Il rapporto fra spazio urbano e giardino monofamiliare è spesso conflittuale in quanto
quest’ultimo a lungo è stato considerato uno spazio “libero” ed in quanto tale destinabile a
quelle infrastrutture che l’accentuata urbanizzazione non consentiva di accogliere all’interno
delle città. Per tale motivo gli spazi destinati a giardini sono più numerosi nell’edilizia
residenziale suburbana e ne rappresentano spesso motivo di aumentato valore degli
immobili.

Le tipologie di verde privato


Nella sua trattazione monografica sui giardini privati, ubicati soprattutto in ambito urbano,
Mariella Zoppi (1990) ha proposto una classificazione che ci è sembrata di notevole
suggestione e che pertanto abbiamo seguito nella trattazione. In particolare l’autrice
suddivide gli spazi a verde privato nelle seguenti categorie:
∗ giardini d’autore;
∗ giardini condominiali;
∗ giardini monofamiliari;
∗ giardini senza terra.
A quest’ultima categoria potrebbero anche essere assimilati gli spazi interni all’abitazione
stessa, dove si cerca, attraverso la presenza di piante in vaso, di assicurare l’indispensabile
rapporto fra uomo e pianta. Per ciascuna delle categorie elencate in prosieguo verranno
riportate alcune brevi notazioni di carattere generale, riferite soprattutto agli aspetti tecnici

Pagina 36
Le tipologie di spazi a verde

più specifici ed alle recenti evoluzioni.

Giardini d’autore
All’interno di questa categoria una classificazione, anche se talvolta impropria e fittizia,
consiste nel distinguere i giardini degli architetti da quelli dei paesaggisti. Tale suddivisione
trova ragion d’essere nella metodologia e nei mezzi usati nella progettazione stessa, anche
se spesso, pur partendo da premesse estremamente lontane fra loro, si giunge a
conclusioni ed esiti molto simili.
La differenza sostanziale fra queste due categorie di professionisti è che mentre i primi si
pongono nei confronti del giardino il solo problema di armonizzare gli spazi rispetto alle
abitazioni, senza arrivare a determinare nel dettaglio la specie utilizzata, i progettisti del
paesaggio specificano sempre il tipo di pianta impiegata. Inoltre gli architetti progettano il
giardino, lo spazio esterno in rapporto all’abitazione di cui sono progettisti e quindi
affrontano il tema del giardino come relazione spazio-volume con l’edificio da loro
immaginato. I paesaggisti, invece, non sono quasi mai, e soprattutto in Italia, i progettisti
dell’edificio e sono chiamati ad operare spesso dopo che l’edificio è già stato realizzato.
Il problema di fondo rimane comunque simile per entrambi: occorre concepire e progettare
lo spazio aperto in stretta relazione con il costruito e con la sua destinazione d’uso.
Il progettista di un giardino privato ha, in genere, una libertà di azione ed una disponibilità
finanziaria maggiore rispetto a quello di uno spazio pubblico. In ogni caso nella
realizzazione di un giardino privato, come già stabilito nel lontano 1937 da Tunnard, occorre
operare in modo da “formare con la casa una relazione diretta, facilitando gli accessi
dall’uno all’altro. Il giardino diventa così una parte dell’abitazione”. Da questa dichiarazione
si può dedurre che una delle caratteristiche del giardino moderno è proprio il suo stretto
legame con l’abitazione.

Giardino degli architetti


Ripercorrere i punti di vista del dibattito culturale portato avanti dalle diverse scuole di
architettura nel corso del Novecento esula dai nostri obiettivi, ma non possiamo esimerci
dal citare il pensiero di Le Corbusier che giganteggia nel dibattito culturale sviluppatosi
attorno all’abitazione ed al suo giardino. Secondo questo architetto francese il giardino è
ogni spazio esterno disponibile che si possa costruire come un giardino, nel quale possono
essere espletate le funzioni proprie e necessarie dell’abitare.
Nella sua “La maison des hommes” del 1941 Le Corbusier così si esprimeva: “Le gioie
essenziali sono: il sole lo spazio il verde … l’alloggio moderno (sole spazio verde), i
prolungamenti dell’alloggio (nidi d’infanzia, asili materni, scuole e circoli giovanili, lo sport ai
piedi delle case). E tutto lo spazio a disposizione che consente di allestire gli orti privati.
Con la riforma intervenuta a livello di ordinamento urbanistico, e col nuovo ordine di
grandezza dei volumi edificati, si può fare un patto con la natura. La natura è compresa
nell’affitto. La natura era prima che la città fosse …. La natura comportava la presenza di
prospettive paesaggistiche, di orizzonti attraenti, di colline, di montagne, mari, di rivi o di
fiumi. La città ha innalzato, a venti metri, uno di fronte all’altro, gli schermi delle sue case.
Erano rimasti degli alberi, dei prati. Ci si è costruito sopra. Bisogna riconquistare gli
orizzonti. Bisogna piantare di nuovo gli alberi”.
Per questo architetto il rapporto dell’abitazione con l’esterno è sempre centrale e risolto
spesso in termini di organizzazione spaziale, di relazioni. Non interessa specificare le
specie indicate nei disegni: interessa la loro localizzazione, le dimensioni, il rapporto con lo
spazio progettato e con l’ambiente circostante. Natura può essere, per Le Corbusier, anche
un muro, se al di là di esso il riferimento è il cielo; anche tetti e terrazze diventano “spazi
verdi”.

Pagina 37
Le tipologie di spazi a verde

Giardino dei paesaggisti


A differenza degli architetti, i paesaggisti si cimentano nella composizione del giardino
attraverso la ridefinizione di ambiti naturali che vengono catturati entro perimetri
forzosamente delimitati. Il rapporto fra esterno ed interno del giardino resta legato ad
equilibri sottili o a violenti contrasti che determinano paesaggi ed ambienti particolari. Le
formazioni e le esperienze dei diversi paesaggisti sono ovviamente molteplici ed il
ripercorrerli in maniera puntuale esula dai nostri obiettivi. Anche in questo caso pertanto
faremo solo dei brevi cenni funzionali per illustrare cosa sia il giardino privato per alcuni di
questi professionisti.
Le figure più significative di paesaggisti ci provengono sicuramente dalla cultura britannica.
Personaggi come Sir Geoffrey A. Jellicoe, Dame Sylvia Crowe e Gertrude Jekyll non
possono certo essere
dimenticati.
L’ultima, in particolare,
rappresenta una figura
cruciale nella storia
dell’arte dei giardini non
solo perché ne ha
realizzato oltre 350, non
solo perché ha scritto
una quantità incredibile
di libri, non solo perché
rappresenta il
coronamento di quel
cammino professionale
femminile intrapreso un
secolo prima da Jane
Loudon, ma soprattutto
perché ha saputo
pienamente interpretare
la tradizione “povera”
del giardino, il cottage
garden, che era rimasta, sia pure in forma latente, sempre viva nel cuore e nel sentimento
di tutti gli inglesi. Uno dei segreti del suo successo e della sua modernità sta forse, secondo
la Zoppi (1995), nella sua collaborazione con Sir Edwin Lyutens, architetto, con cui dal 1889
instaura una sorta di società di fatto. È un perfetto esempio di integrazione fra architettura e
“paesaggio” che si riscontra nei grandi lavori come nelle piccole composizioni, che si
definisce in un attento rapporto fra edificio e spazio circostante ed in una profonda coerenza
fra gli ambiti che compongono il giardino.
La Jekyll ha una formazione culturale complessa: dalla School of Art di South Kensington
assimila la pittura (l’amore per Turner e per gli impressionisti francesi), il disegno e la
scultura in legno; il suo rapporto con William Morris ed il movimento Art and Craft le
permettono di esprimersi nella tessitura, nei lavori in argento, nel ricamo e nella fotografia; il
tutto è filtrato attraverso la sua vita di “gentildonna”, appassionata di giardinaggio. Il fascino
che il colore esercita su di lei appare immenso. Il colore, le sue tonalità, l’infinita
moltiplicazione degli effetti cromatici fanno sì che i suoi giardini richiamino la suggestione
dei quadri di Turner, ma che siano al tempo stesso composizioni basate su una profonda
conoscenza botanica, delle forme e dei colori delle diverse specie, ma anche della
successione delle fasi fenologiche in modo che si assista ad una composizione
puntualmente programmata nelle diverse stagioni, pur apparendo “spontanea” e “naturale”.

Pagina 38
Le tipologie di spazi a verde

Per la Jekyll la chiave del giardino è la composizione: “Possedere una grande quantità di
piante, per quanto belle, non equivale ad avere un giardino, ma solo una collezione. Ciò
che importa è l’uso che si fa’ delle piante, lo sceglierle accuratamente con un intento
preciso”.
In uno dei suoi libri più famosi, “Colour schemes for the flower garden” (1908), definisce il
suo procedere per quadri e così come gli effetti floreali in un bosco nel mese di marzo
diventano l’incanto di una lunga striscia (pennellata e non macchia come precisa la Jekyll),
cui fa seguito il tenue celeste della Puschkinia, ed ancora l’azzurro della Chionodoxa che si
staglia contro i giacinti bianchi. Sono piani di colore, distesi sul paesaggio chiuso del bosco,
fatto di luci filtrate, di mobili ombre e di colori netti dei fiori. Una sequenza dunque di luci e
colori, che hanno fatto definire impressionista la Jekyll e che tendono ad annullare lo
spazio, che tuttavia resta costruito su di una, sia pure sempre più frantumata,
geometrizzazione. Nelle schematizzazioni culturali l’opera della Jekyll resta legata alla
definizione del bordo fiorito, in cui è possibile armonizzare il colore e le masse fiorite
creando suggestioni dall’apparenza spontanea. In realtà, come scrive lei stessa
nell’introduzione a Colour in the flower garden “piantare e mantenere un bordo fiorito, con
un buon schema di colori, è cosa più difficile di quanto non si pensi”. Alla grande sensibilità
cromatica si unisce un’altrettanta grande conoscenza e curiosità botanica che le
permettono di scoprire sempre nuovi accostamenti di piante.
Geoffrey A. Jellicoe è una figura centrale fra gli architetti del paesaggio: le sue opere, le sue
pubblicazioni e il suo
impegno nelle istituzioni
sono testimonianza di una
formazione culturale
complessa ed articolata,
tutta improntata sulla
centralità del tema
paesaggio sia come
conservazione di ambienti
naturali sia come
riprogettazione di luoghi a
seguito di mutate richieste
d ’ u s o o d e l
soddisfacimento di nuove
esigenze da parte dei
committenti. Ne è
testimonianza il più
famoso dei suoi lavori,
Sutton Place nel Surrey, in
cui Jellicoe, in collaborazione con la moglie Susan e con lo stesso proprietario, ha creato un
“giardino non solo per gli occhi, ma anche per lo spirito”, dove su un impianto di tipo
classico, basato su un’asse centrale e due giardini bilanciati, rispettoso dello antico edificio
Tudor di cui fa da sfondo è stato sovrapposto un “piano simbolico” che vuole rappresentare
le inquietudini dell’uomo. Nascono così una serie di “stanze” e “passaggi” che introducono
ai misteri e alla ricerca della serenità: il fossato di ninfee sottolinea con i blocchi di pietra
l’introduzione al giardino del Paradiso, dove tutto è godimento estetico e piacere. Più
rigoroso e arioso è il giardino della piscina, segnato dal muro di mattoni, dalle pietre del
bordo del piano dell’acqua e dalla profusione di fiori giocati sui toni chiari e su foglie quasi
argentee.
Fare un elenco dei suoi lavori, anche solo dei più famosi, sarebbe arduo, come altrettanto
arduo sarebbe parlare della molteplicità dei suoi interventi che vanno dagli ambienti

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Le tipologie di spazi a verde

acquatici, ai roof-garden, dai parchi ai giardini privati (che più ci interessano), fino ai piani
urbanistici. A tutti i livelli in cui interviene Jellicoe ripropone i canoni generali del rapporto
arte-natura, con il quale egli identifica l’architettura del paesaggio, come la forma più antica
e forse più completa, in quanto in essa è possibile riconoscere “il fluire continuo di spazio e
tempo”, ovvero l’essenza stessa delle mutazioni della natura.
In maniera non dissimile Sylvia Crowe ripropone il tema arte-giardino. “Realizzare un
giardino – scrive infatti nell’introduzione al suo libro Il progetto del giardino (1989) – esige la
stessa comprensione delle leggi di armonia e di composizione che accompagnano la
creazione di una
qualsiasi opera d’arte
(…). Alla base di tutti i
giardini vi sono
determinati principi di
composizione che
res tano i mmutati
perché radicate nelle
leggi naturali
dell’universo, quelle
stesse leggi
misteriose che si
rivelano nel rapporto
matematico fra
armonia cromatica e
musica”.
Il giardino resta,
dunque, per la Crowe,
una ricerca continua
fra i sentimenti, le intuizioni, l’aspirazione umana alla comprensione delle forze della natura
e la progettualità creativa insita nello uomo. La risposta è nella semplicità della
composizione e nella conquista della tranquillità. Nella sua ricerca “ideologica” la Crowe
giunge fra gli anni ’50-’60 all’adesione di quello che viene definito lo “stile astratto”, ovvero
di uno stile quasi architettonico, bilanciato nelle sue parti e negli elementi della sua
composizione, rivolto alla ricerca dell’equilibrio, ovvero della “tranquillità”.
Una figura singolare, di grande rilievo nel panorama mondiale, è quella di Lawrence
Halprin. Americano è forse il paesaggista contemporaneo più prossimo al senso della
costruzione architettonica: la manipolazione degli elementi naturali, la mimetizzazione o
l’esaltazione delle architetture del paesaggio urbano o naturale diventano in Halprin
strutture definite e controllate, volte a determinare spazi d’uso o di suggestione. La sua
formazione paesaggistica e botanica, la sua prima giovinezza trascorsa in un kibbutz si
confrontano con la cultura architettonica di Harvard. Dopo la guerra Halprin inizia la sua
attività professionale in California dove realizza alcune delle sue opere migliori, quale, ad
esempio, il giardino di villa McIntyre nel 1960, in cui ha ricreato una serie di stanze
all’aperto che si susseguono legate da trame di acqua corrente.
Quasi all’opposto delle concezioni architettoniche di Halprin troviamo Roberto Burle Marx
che è considerato - ed a ragione - l’inventore di un nuovo stile di giardino, colui che ha
riscoperto ed introdotto, nel recinto dell’abitazione, i colori e la forza della natura.
Nonostante Burle Marx abbia rifiutato questo titolo è indubbio che egli rappresenta un vero
e proprio capo scuola: non si potrebbe, infatti, capire l’opera di altri grandi paesaggisti,
quale Luis Barraggàn, senza conoscere la sua opera. Tuttavia il suo percorso culturale è
così specifico e personale che si comprende come mai Burle Marx abbia rifiutato

Pagina 40
Le tipologie di spazi a verde

catalogazioni e definizioni della sua opera. Architetto, pittore e scultore, botanico


appassionato ed attento, egli riflette in tutti i suoi lavori la completa ricchezza della sua
molteplice formazione e della sua forza nella passione per la natura, per i colori e i
paesaggi. Gli elementi artificiali, le sculture, le vasche determinano contrapposizioni cariche
di patos che si moltiplicano in quinte definite e contrapposte agli scenari naturali: ne è
sicura testimonianza il rapporto muro-montagna della villa dell’ambasciatore Walter Morena
Salles a Rio de Janeiro.
La sintesi della sua idea di giardino può essere individuata nell’incontro fra l’arte e la natura:
una sorta di equilibrio fra le forze naturali e non, che genera un’intensità di emozioni e al
tempo stesso propone un inserimento che apparentemente non contrasta ma anzi inserisce
il fruitore nell’armonia dell’ambiente circostante. La botanica è in Burle Marx un amore in
continuo rinnovamento: egli cerca, importa, acclimata nuove specie alla ricerca di nuove
soluzioni formali. Gli anni passati in Europa, la formazione cosmopolita della sua famiglia e
la sua natura così tipicamente brasiliana si fondono in un’esuberanza di linee e colori che
tuttavia non degenerano in ridondanze decorative ma si semplificano in schemi elementari,
ricchi di suggestioni pittoriche, tese a ricondurre la composizione artificiale nelle forme del
paesaggio naturale. La linea curva, i piani dolcemente modellati, la sequenza ed il contrasto
dei toni sono elementi che si ritrovano in tutte le sue opere. Nelle opere di Burle Marx
importante è anche l’intorno ambientale. L’ambiente circostante, il clima, le emozioni del
luogo sono alla base delle sue composizioni, la fantasia segue le regole precise che la
natura ha creato intorno allo spazio destinato al giardino.
La cultura paesaggista in Europa si intreccia con la scuola parigina di Alphand, di cui Jean
Claude N. Forestier (1861-1930) fece parte e rispetto alla quale si pone come figura di
transizione tra la formazione classica di ingegnere del paesaggio e quella più moderna di
paesaggista. La sua esperienza è per gran parte giocata fra i progetti urbanistici a Parigi ma
anche in America Latina. All’attività, più nota, legata ai grandi progetti pubblici, Forestier
affianca una ricchissima produzione di giardini privati, dei quali propone una teorizzazione
che, secondo la Zoppi (1990) è così sintetizzabile: “il giardino è il prolungamento della casa,
un completamento naturale necessario sia al castello più magnifico che alla più umile
dimora ed inoltre ribadisce l’insostituibile necessità del giardino anche in contrapposizione
alla crescita caotica della città, che, con ottica tipicamente ottocentesca, è vista come fonte
e causa di infermità fisiche e psichiche”.

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Le tipologie di spazi a verde

Rispetto al problema dell’estensione, Forestier propone tutta una sequenza di progetti che
vanno dai piccoli spazi di 650 m2 ai veri e propri parchi di 5000 m2. Per quanto riguarda lo
stile, Forestier affronta sia i temi della composizione geometrica che quelli della tradizione
romantica. Per questo paesaggista il giardino è “poesia ed architettura, associa l’arte alla
naturalezza, riunisce i contrari, combina la delicatezza con l’audacia, la semplicità con
l’ingegno, la regolarità con la fantasia, il rigore degli occhi con l’abbandono della
mente” (Zoppi, 1990). La sua attività di pubblicista e l’intenso lavoro sviluppato fanno di
Forestier una delle figure più interessanti fra i progettisti di giardini ed il volume da lui
pubblicato “Jardins, carnet de plants et dessins” rappresenta uno dei primi, ma ancora
validi, manuali di progettazione del giardino.
L’opera di Forestier ha gettato i semi di una nuova cultura del verde, che si è caratterizzata,
soprattutto in Catalogna, come ricerca di una identità progettuale, che ha avuto come
interprete significativo Nicolau M. Rubiò (Barcellona 1891-1981). Nel giardino Rubiò non
vede solo gli aspetti della composizione, dell’utilità, del legame con l’abitazione e del
rapporto fra arte e tecnica, ma ne cerca un profondo senso di identità e di attualità culturale,
perduta nel tempo. Nasce così il concetto di Giardino Meridionale o Latino, un giardino in
grado di comprendere e trasmettere il linguaggio ed i messaggi di tutte le civiltà che su esso
si sono affacciate e sviluppate. La centralità del Mediterraneo nel mondo antico è la
riaffermazione della severa “autorità” del classicismo contrapposta alla spontanea e troppo
seducente “anarchia” del Romanticismo.
In opposizione alle teorie del modernismo, che
proponevano una rivitalizzazione del
romanticismo, Rubiò si pone in diretto rapporto
con il mondo antico ed il Mediterraneo gli
fornisce una base di riferimento concreta. Egli
può così plasmare una natura manipolata, ma
in perfetta armonia con la sensibilità e i limiti
dell’uomo.
Tipico nei suoi progetti è la capacità di creare
una sintonia fra il paesaggismo di tipo inglese
con stilemi classici del giardino formale: così su
un tappeto verde (d’erba o di edera) egli
dispone pittoricamente le specie vegetali che
sono spesso modellate con l’arte topiaria.
Frequente è l’impiego dei cipressi, piante
naturalmente topiarie. I fiori presenti, ma non
dominanti, sono spesso scelti con criteri di
uniformità cromatica; lo scopo è quello di
ricomporre i contrasti naturali e di creare
un’atmosfera che, non a torto, è stata definita
come “un dialogo calmo e sereno nello spirito
dei migliori pittori del rinascimento
fiorentino” (Zoppi, 1990).
In Italia figura emblematica e centrale del
Novecento è quella di Pietro Porcinai (1910-
1986), che resta il maggiore degli architetti
paesaggisti del nostro paese ed è certamente
uno dei pochissimi italiani (forse il solo) che ha
operato in modo continuo e coerente all’interno della difficile cultura del verde. Con oltre 50
anni di lavoro, più di 200 opere sparse in tutto il mondo, una personalità professionale non

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Le tipologie di spazi a verde

legata ad un luogo o ad una cultura specifica, Porcinai ha avuto il dono di sapersi


sintonizzare con ambienti, climi e paesaggi più disparati, cogliendone ogni volta gli elementi
essenziali. In una intervista rilasciata alla rivista AD nel 1985, quasi al termine della sua vita
ha enunciato con queste parole alcuni dei fondamenti della sua opera: “Il vero giardino non
distrugge, ma valorizza il terreno. La fitosociologia studia come le piante si associano fra
loro, perché anch’esse hanno simpatie ed antipatie. E soltanto se sono in sintonia il risultato
è di vera bellezza” e ancora “La natura con tutti i suoi innumerevoli organismi tende a
un’unità e a un’armonia che la scienza non è ancora arrivata a poter decifrare”.
In Porcinai forte è la consapevolezza del profondo significato del giardino, al punto che,
nella sua trattazione monografica per l’enciclopedia agraria della REDA, egli lo definisce
come una “zona di verde generalmente recinta, costituita da piante ed altri elementi naturali
o manufatti, combinati ad arte dall’uomo, avente la funzione di riconciliare perennemente la
creatura umana con il circostante
mondo naturale”. Concetti
apparentemente semplici, quasi
scarni che, ancora una volta, ci
riportano ad un diffuso senso di
“rispetto della natura”: la socialità
delle piante, la ricerca degli elementi
di natura, della felicità nella
semplicità rendono le opere di
Porcinai capolavori essenziali siano
esse grandi sistemazioni
paesaggistiche o progetti per piccoli
spazi o di rifacimento di giardini già
esistenti. La profonda adesione alla
natura deriva dall’idea “povera”,
umile, quasi francescana che egli ha
nei confronti della natura stessa,
fonte di ogni certezza progettuale.
Nei suoi giardini i materiali, le
piante, i percorsi, i colori si fondono
creando immagini ed ambienti in cui
il rigore delle proporzioni, mutuato
dalla tradizione classica del giardino rinascimentale, si fonde con le forme e gli umori
mutevoli della natura. Singolare è anche la sua capacità di collaborare con altri architetti
riuscendo a rendere tale collaborazione ispiratrice di sinergie. È il caso della villa Riva a
Saronno dove collabora con Belgioioso, Peressutti e Rogers o la collaborazione con Scarpa
per la sistemazione del verde nella tomba Brion ad Asolo o quella con Niemeyer per la
realizzazione della Mondadori a Segrate.

Giardini condominiali
La progettazione del verde per la residenza richiama spesso l’idea del giardino privato di
ville costose o, nell’ipotesi più modesta, rimanda alle sistemazioni del “front garden” o del
“back garden” delle case unifamiliari a schiera, molto diffuse nei paesi anglosassoni, ma
difficilmente richiama gli spazi di pertinenza delle abitazioni condominiali.
La scarsa attenzione nei confronti del verde residenziale scaturisce dall’uso distorto che la
speculazione edilizia ha fatto dell’urbanistica razionale costruendo case/alveari e riuscendo
quasi ad azzerare gli spazi a verde. Non è però alla scelta di edificare “a condominio” che
va addebitata la colpa della scarsa attenzione data agli spazi verdi, ma al modo scorretto e
spesso superficiale con il quale è stato affrontato e risolto il tema del rapporto tra edifici

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Le tipologie di spazi a verde

residenziali ed i relativi spazi aperti di pertinenza.


Se si pensa ai primi esempi di “edilizia condominiale” che sono rappresentati dai “crescent”
di John Wood a Bath, si comprende come in queste opere di architettura sette-centesca gli
spazi a verde servono a conferire connotati essenziali all’insieme. Nel Royal Crescent
l’invenzione originale della forma semiellittica, data dall’edificio costruito da case a schiera
su tre piani, avrebbe perso di respiro se non fosse stata coniugata con il prato degradante
verso la campagna, interrotto di tanto in tanto da alberi di alto fusto.
Oltre ai crescent
l’esperienza inglese
d i e d i l i z i a
residenziale si
sviluppa attorno ai
modelli dei circus e
degli squares,
soluzioni queste che
la classe borghese
nascente impone per
garantirsi spazi verdi
privati all’interno
della città. L’accesso
ai giardini degli
“squares” era infatti
consentito solo ai
proprietari delle case
s u c u i s i
affacciavano.
Dopo queste esperienze la ricerca di nuove soluzioni che mantengono uno stretto rapporto
tra residenza ed aree verdi si sposta verso la ridefinizione della città nella sua interezza.
Nascono così numerosi modelli che hanno nel verde un costante punto di riferimento: dalla
città-giardino di Howard alla città lineare di Soria, dalle greenbelt di Stein agli schemi
tracciati a Radburn, dalla Villa Radieuse di Le Corbusier alla Broadacre di Wright, tutte
teorie volte a ridisegnare e definire l’assetto della nuova città e che hanno uno dei punti
essenziali nella definizione del rapporto verde/residenza.
Tutte queste teorizzazioni, però, hanno avuto poche e non rilevanti applicazioni nella realtà.
Possiamo pertanto affermare che oggi non esistono modelli di riferimento certi per stabilire
dei criteri sul corretto modo di affrontare i problemi connessi con la progettazione degli
spazi a verde per la residenza, ma rimangono validi i principi generali da applicare per ogni
intervento di paesaggistica: il rispetto del luogo e delle sue caratteristiche ecologiche ed
ambientali, il legame con la tradizione storica del sito, l’attenzione degli aspetti funzionali.
Da un punto di vista tipologico gli edifici residenziali condominiali possono essere distinti in:
a schiera, in linea, a corte, a torre e miste. Per ciascuna di queste tipologie si riportano di
seguito alcune esemplificazioni.

Edifici a schiera
Fra gli esempi più significativi di progettazione degli edifici a schiera possiamo ricordare il
Married Officers’ Quarters. Si tratta di un piccolo insediamento residenziale realizzato tra
1964 e 1965 in uno dei quartieri più periferici di Londra. L’obiettivo primario dei progettisti è
stato quello di salvaguardare i valori paesaggistici presenti, limitando al massimo
l’abbattimento degli alberi e cercando anzi di integrarli al meglio nell’impianto generale e
nella distribuzione degli alloggi.

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Le tipologie di spazi a verde

La parte costruita, piuttosto


semplice, è composta da
case unifamiliari su due piani
che si sviluppano attorno ad
una strada circolare, mentre
la parte centrale, lunga e
piuttosto larga (30 metri), è
stata pensata come spazio di
relazione fra i residenti. I
progettisti hanno anche
tenuto conto dell’esigenza di
lasciare un piccolo spazio (25
m2) all’uso privato. Nella
scelta delle specie sono state
privilegiate alcune piante
arboree ed arbustive che
offrivano, oltre un indubbio valore estetico legato alle fioriture, minori problemi di
manutenzione. Sono state quindi utilizzati alberi come Ginko biloba, Sophora japonica, Tilia
platyphyllos; fra gli arbusti la scelta è ricaduta su Berberis spp., Cotoneaster spp.,
Escallonia spp., Potentilla spp., Viburnum spp. A distanza di oltre quaranta anni l’impianto
paesaggistico appare perfettamente riuscito ed offre ai residenti degli spazi a verde, sia
pubblici che privati, funzionali alle loro esigenze.
L’Hyde Estate Redevelopment a Londra, fa parte di una vasta opera di riqualificazione
urbanistica che ha avuto inizio nella metà degli anni ’50. L’intervento si estende per 36 ettari
e comprende 136 appartamenti e 16 case unifamiliari. Nella parte centrale, tra gli edifici per
la residenza della Chiesa, è stato sistemato un giardino pensile di circa 2000 m2 che copre
un garage di 140 posti macchina. Il giardino realizzato è di tipo “informale” o “naturalistico”,
il che ha consentito di meglio di sfruttare l’orografia dei luoghi, ma soprattutto, grazie alla
creazione di collinette artificiali, di realizzare degli spazi chiusi che offrono una certa
privacy.
Intorno agli anni ’60 si avverte
sempre più l’esigenza di
abbandonare un certo “gigantismo
funzionale” dei mega edifici fino ad
allora costruiti e di cercare di
coniugare le esigenze di possedere
una casa singola ai costi ed alla
funzionalità dell’edilizia popolare
multipiano. Nascono così in
Danimarca “Tinggarden I e II”,
elaborati anche con la
partecipazione attiva degli abitanti e
terminati verso gli anni ’80.
L’obiettivo raggiunto è stato quello
di dare la sensazione di abitare in
un paesino. All’interno del
complesso residenziale vi è il divieto
di circolare in auto e per accedere alla residenza si devono attraversare una sorta di “porte
urbane”.
In ambito italiano un esempio importante è la sistemazione paesaggistica del quartiere
residenziale dell’Ugolino a Firenze, curata da Marco Pozzoli, che ha ben interpretato

Pagina 45
Le tipologie di spazi a verde

l’atmosfera della campagna toscana riproducendola fra questi edifici urbani sorti proprio ai
confini dell’area rurale, di alto valore ambientale. La scelta del progettista è stata quella di
far sentire il meno possibile l’intervento, come verde progettato, ma di contro, utilizzando
piante “povere”, autoctone, quali l’ulivo, il cipresso, la salvia, il timo, il rosmarino, di ricreare
suggestioni dei campi coltivati limitrofi.
In provincia di Novara, a Belgirate, è stato realizzato negli anni ’80 un complesso che
intercetta 4 ettari. Si tratta di un gruppo di 12 appartamenti articolati su due nuovi edifici.
L’intervento di sistemazione paesaggistica di Gilberto Oneto è consistito nella ricreazione di
terrazzamenti in pietra a secco, secondo modelli locali tradizionali; tutte le opere
architettoniche sono state realizzate in pietra. Il complesso, esposto a sud-est sul versante
collinare prospiciente il Lago Maggiore, gode di una vista e di esposizione estremamente
favorevoli. Le peculiari caratteristiche climatiche hanno consentito l’uso di diverse specie,
fra le quali particolare rilievo è stato dato alle acidofile.

Edifici in linea
L’iterazione degli elementi architettonici, tipica quando si adottano modelli costruttivi “in
linea”, rende complessa la progettazione del verde; ciononostante sono numerosi gli
esempi in cui i progettisti sono riusciti a rendere l’insieme originale, funzionale e gradevole
sotto il profilo estetico. Michael Brown nella realizzazione di Brunel Estate a Londra ha
scelto di realizzare un paesaggio molto costruito ed artificiale. La scelta era dettata dalla
necessità di coniugare l’aspetto estetico con l’elevata densità abitativa non solo del
complesso, ma dell’intera area, il che comportava una forte utilizzazione dell’area a verde.
Per tale motivo la soluzione è stata quella di coniugare il tipico “paesaggio all’inglese”, fatto
di prati di forma irregolare con la rigidità geometrica dei percorsi pedonali e dei campi
giochi, realizzati in mattoni, per salvaguardare l’impianto da una rapida usura.
Nel grande complesso residenziale di Chanteloup Les Vignes a Parigi gli edifici fanno da
quinte alla sistemazione a verde e vivacizzano, con i brillanti colori delle facciate, l’insieme.
Qui l’uso delle prospettive, il senso del ritmo, il gioco dei materiali e le illusioni ottiche sono
elementi importanti della progettazione. Ogni singola “isola abitativa” assume un carattere
autonomo, pur restando integrata al percorso che collega spazi a verde e residenza. Le
sculture anche di grandi dimensioni cercano di caratterizzare un ambiente che si cerca di
rendere “unico” in contrasto all’anonimato che spesso contrassegna i nuovi quartieri.
Il quartiere di Wandsworth a Londra è un esempio di riqualificazione di quartiere
residenziale, destinato a famiglie meno abbienti. La struttura edilizia era composta da
abitazioni costruite a cavallo dell’ultima guerra, la densità abitativa era molto alta e
scarseggiavano campi gioco, parcheggi, aree a verde. Per cercare di risolvere tali problemi
i progettisti hanno creato una gerarchia di spazi. Nelle “aree pubbliche” sono state adottate
soluzioni per arginare il vandalismo; in quelle “semi-pubbliche” è stato realizzato uno spazio
a verde più aperto ed un ambiente più lussureggiante facendo uso di arbusti, piante
erbacee a delimitare piccole aree per il gioco e per il riposo. Le “aree private”, a contatto
diretto con le abitazioni, sono state date in gestione agli abitanti, ricreando i “front garden” o
“back garden”, tanto cari alla mentalità inglese.
Il complesso residenziale, progettato dagli architetti Gabetti ed Isola ad Ivrea, si trova
immerso in una grande conca verde confinante con un parco privato: qui i progettisti sono
riusciti a realizzare un gran numero di alloggi senza snaturare l’ambiente che è sottoposto a
tutela. La soluzione adottata, alquanto originale, prevede le abitazioni disposte ad arco. Le
unità residenziali sono totalmente aperte a contatto diretto con il parco davanti e, sul retro,
sono servite da una strada completamente interrata che serve da accesso alla casa e come
area parcheggio.

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Le tipologie di spazi a verde

Edifici a corte
Uno degli esempi più celebri di questa tipologia abitativa è il Water Garden, ovvero il
“giardino d’acqua”, che si trova a Londra. In questo caso il progettista del giardino ha
collaborato sin dall’inizio nella realizzazione del complesso residenziale. L’idea di dar vita
ad una corte dominata dall’uso dell’acqua è nata da tre considerazioni:
∗ la corte così fortemente caratterizzata si contrappone al traffico ed ai rumori delle aree
vicine per il senso di pace che è tipico della presenza di acqua;
∗ il gioco delle vasche è stato realizzato in gran parte in quanto queste vasche
costituiscono la copertura impermeabilizzata dei garage sottostanti;
∗ la presenza dell’acqua offre una vista gradevole dai piani alti.
Alla base dei laghetti, profondi non più di 45 cm, sono stati posti dei ciottoli che, oltre a
coprire il cemento, danno la sensazione di un ambiente “naturale”. In cinque contenitori, di
1,5 m di lato collocati in corrispondenza dei pilastri, sono stati piantati degli alberi e degli
arbusti. L’intero sistema di vasche è percorribile all’interno grazie a dei piccoli ponti; il tutto è
inoltre animato da un ricco gioco di zampilli che muovono l’acqua stagnate.
In ogni caso i maggiori problemi che scaturiscono dal destinare a verde uno spazio
rinserrato tra gli edifici sono connessi alle forti modificazioni microclimatiche che si
verificano ed ai coni d’ombra delle abitazioni che possono determinare problemi per
l’inserimento di alcune specie.
Un esempio di sistemazione a verde di un edificio a corte che si differenzia nettamente
dagli altri è il Rozzol Malara a Trieste, caratterizzato soprattutto dal gigantismo
dell’architettura: un unico blocco a forma quadrata per 648 alloggi con edifici da 7 a 12
piani. L’area a verde, rinserrata tra le abitazioni, piuttosto ingombranti, è di ben 4 ettari. La
scelta progettuale, operata da Guido Ferrara e Giuliana Campioni, è stata quella di cercare
di attutire la presenza del costruito. Così si esprimevano i progettisti: “La sfida verde è
quella di un pigmeo contro un gigante e la realizzazione del giardino, pur con i correttivi che
devono essere attribuiti al tempo occorrente per la crescita degli alberi, è stata fortemente
penalizzata dal rapporto di scala con l’architettura”. Le caratteristiche generali del progetto
sono scaturite da due considerazioni di fondo. La prima è stata quella di individuare i
principali fruitori del verde nei bambini e negli anziani, la seconda nel rifiuto sia delle

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Le tipologie di spazi a verde

soluzioni formali all’italiana, in cui negli spazi a verde si svolgono solo attività sedentarie,
che del dotare gli spazi di un’offerta fruitiva “programmata”, che deprime la fantasia e la
creatività associativa.
Per tali motivi lo spazio è stato arricchito di numerose attrezzature per il gioco per
soddisfare le esigenze dei più piccoli ma al tempo stesso si è puntato sulla possibilità di
sviluppare negli stessi spazi la vita associativa e di relazione.

Case a torre
Con questa tipologia abitativa il problema che si pone è quello di coniugare la struttura
abitativa che si sviluppa fortemente in verticale con la presenza di vegetazione. Se lo
spazio di pertinenza degli edifici raggiunge dimensioni adeguate vi è la possibilità di
ottenere soluzioni molto valide dal punto
di vista formale ma anche funzionale.
In caso contrario si tratta di un’area
asfittica che subisce le conseguenze
negative, non solo estetiche ma
soprattutto ambientali, della presenza
incombente del costruito. Fra i numerosi
esempi possiamo citare quello del
quartiere Heiligfeld III a Zurigo,
caratterizzato dalla presenza di
un’edilizia privata (case a “j”) e case a
torre (ad opera di cooperative).
Complessivamente sono 192 alloggi che
si affacciano su un’area dotata di un
gruppo di fabbricati per negozi aperti
sulla strada. La realizzazione a verde ha
previsto la creazione di piacevoli percorsi
che consentono di raggiungere angoli
appartati tra gli alberi o accanto alle
abitazioni per il relax; nella parte
centrale, quale fulcro visivo è stata
realizzata una collinetta artificiale dotata di una tenda-scultura destinata al riposo, attorno
alla quale sono stati piantati dei rampicanti.

Tipologia mista
In questo caso grazie alla presenza contemporanea di molte tipologie di abitazioni si ha
l’assenza di monotonia, il che in genere è positivo dal punto di vista estetico, ma si potrebbe
avere di contro un eccesso di variabilità che nuoce all’insieme. Solo la sapiente unione di
abitazioni diverse ed un’idonea sistemazione a verde possono consentire alla struttura di
assumere notevole valenza ornamentale.
Un esempio italiano che possiamo citare è il complesso residenziale in via della
Cammilluccia a Roma formato da tre edifici di 3-4 piani collegati da corpi più bassi. Scopo
della sistemazione paesaggistica, curata da Valeria de Folly, è stato quello di dotare il
comprensorio di un ambiente di elevate valenze paesaggistiche e rispondente al contempo
a molteplici esigenze funzionali. Particolare attenzione è stata posta nell’analisi delle
potenzialità del luogo e delle presenze vegetazionali nelle zone limitrofe. I forti dislivelli
hanno imposto la necessità di uno studio paesaggistico molto dettagliato per la soluzione
dei salti di quota, a volte assai rilevanti e tali da restringere drasticamente le aree facilmente
fruibili. È sorta così l’esigenza di introdurre muri di contenimento e scarpate anche rigide.

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Le tipologie di spazi a verde

Ove consentito dalle pendenze ci si è limitati


alla formazione di un manto erboso con
miscugli di erbacee accuratamente scelte;
altrove sono stati utilizzati arbusti tappezzanti;
per altre zone si è resa necessaria la
formazione di giardini rocciosi anche per
frenare l’erosione superficiale del suolo. La
necessità di disporre di quinte verdi che non
rappresentassero elemento di barriera nella
continuità della progettazione è stata risolta
con l’impiego di piante sia sempreverdi che
caducifoglie, il che ha anche comportato un
gradevole effetto cromatico all’alternarsi delle
stagioni.
Quando lo spazio disponibile lo consentiva è
stata adottata la soluzione della siepe mista
per aumentare la profondità di campo; nella
zona piscina sono stati introdotti gli stessi
elementi arborei presenti nei giardini limitrofi,
integrandoli con specie a foglia caduca per
creare una quinta vegetale che raggiungeva la
completa funzionalità nel periodo estivo.
Nell’impostazione generale della scelta della
specie si sono privilegiate le specie autoctone,
anche perché questo consentiva di valorizzare
e integrare esemplari arborei già presenti al momento della costruzione.

Giardini monofamiliari
Il giardino monofamiliare nasce dall’esigenza, non solo di ampliare gli spazi abitativi
dilatandoli all’esterno, ma anche di godere di un più stretto rapporto con la natura.

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Le tipologie di spazi a verde

Ripercorrere la storia dell’evoluzione del giardino monofamiliare è opera improba, in quanto


coincidente spesso con quella del giardino nella sua complessità ed interezza.
Naturalmente il riferimento è a quello prossimo alle abitazioni nobiliari o alle regge. Se ci si
riferisce, invece al giardino attorno ad una singola abitazione, che sia o no urbano, ma di
piccole dimensioni, questo ha sicuramente un’evoluzione molto più recente e meno
articolata. In genere tale tipologia non è mai ricca di valenze e spesso ripropone quel
modello, tipico del giardino concluso medievale, che prevede vicino alla casa le decorazioni
floreali e più lontano da essa una parte più o meno alberata. Il valore estetico se non
l’importanza di un giardino non sono, però, funzione delle sue dimensioni: l’attrattiva di un
giardino dipende in primo luogo dal suo impianto e dalle cure del proprietario soprattutto
quando il giardino stesso è di piccole dimensioni. È anche evidente che giardini ben
progettati e ben eseguiti, se non mantenuti, possono in pochi anni perdere il loro primitivo
aspetto e degradarsi più di uno spazio a verde di grandi dimensioni, in quanto sono più
dipendenti dalle cure colturali. Anche in un piccolo giardino, e forse soprattutto in questo, la
fioritura è uno dei valori formali fondamentali, difficile tuttavia da gestire. Occorre infatti che
sia abbondante e continua, che le associazioni di colore siano ben armonizzate tra loro.
La progettazione dei giardini è stata sempre influenzata dalla cultura e quindi anche dalle
mode imperanti. In funzione delle tipologie cui si riferiscono, i giardini possono essere
classificati in vari modi. Si può ad esempio suddividere tali spazi a verde in base alla
composizione vegetazionale (es. giardino alpino), alla predominanza di un taxon (es.
giardino delle rose), allo stile di progettazione (es. giardino giapponese), ecc.
La classificazione funzionale che abbiamo seguito, proposta dalla Zoppi (1990), suddivide il
giardino in base alla sua destinazione e quindi agli interessi del proprietario. Vengono così
individuati: il giardino di rappresentanza, il giardino prolungamento della casa, il giardino da
collezione. Anche per ciascuna di queste tipologie nel prosieguo cercheremo di illustrarne
alcune esemplificazioni.

Giardino di rappresentanza
Si ha questa tipologia di giardino quando lo spazio destinato al verde deve rappresentare il
corollario di uno status economico-sociale e se la sua bellezza è ricercata in relazione
all’impressione che può suscitare nei visitatori. È il giardino dove l’interesse del committente
è focalizzato alla realizzazione di un insieme ad alto livello estetico e dove le considerazioni
d’ordine scenografico prendono il sopravvento sulle altre. Il giardino di rappresentanza è
quello che deve rendersi indimenticabile e che è considerato soprattutto come un ulteriore
ornamento della dimora e del potere raggiunto dal suo proprietario. È inutile ricordare che i
grandi giardini storici sono riconducibili a questa tipologia, anche se negli ultimi anni la
grandiosità dell’insieme, per ovvie considerazioni, è venuta in parte meno.
Gli aspetti di maggiore interesse possono essere identificati nello studio compositivo e
volumetrico e nella reinterpretazione della natura. Spesso è anche un giardino d’autore, in
cui si riconosce l’apporto del progettista.
Tuttavia l’epoca contemporanea non ha ancora espresso una nuova concezione del
giardino privato ma, ispirandosi a modelli affermati, quali il formale, il paesistico, il
romantico, il giapponese, rielabora schemi e realizzazioni del passato, riproponendoli
spesso ecletticamente. Non solo, ma stile formale e informale, non più considerati antitetici,
sono spesso usati nella stessa opera per ottenere scenografie sempre dissimili. Si assiste
così alla progettazione di alto valore estetico che si presentano come collage di stili diversi.
La necessità di offrire in tempi brevi il massimo della godibilità estetica impone talvolta una
certa povertà progettuale e la mancanza di “sorpresa” che ormai ingenerano i prati ben
curati circondati da una corona di arbusti.
Lo studio di effetti scenografici e la preferenza nei confronti di piante spettacolari sono i due

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Le tipologie di spazi a verde

poli della progettazione dei giardini di rappresentanza, dove con movimenti di terra e con il
saggio inserimento di manufatti si cerca di ottenere un gradevole effetto estetico. La scelta
delle specie viene ristretta a quelle a rapida crescita o agli esemplari già “di grandi
dimensioni”, talvolta prelevati dall’ambiente rurale (quale è il caso di olivo e carrubo
nell’ambiente mediterraneo), in quanto il committente vuole un giardino più da esibire che
da seguire personalmente.
Questo determina una certa monotonia sotto il profilo biologico: palme, yucche e più
recentemente i melograni, assieme ai già citati olivo e carrubo, sono diventati elementi forti
e spesso costanti del giardino di rappresentanza, in quanto sono gli esemplari di grandi
dimensioni più facilmente disponibili nei vivai ed in grado di creare un giardino di pronto
effetto. Si assiste inoltre alla generale necessità di far apparire uno spazio limitato come un
paesaggio, dove la singola pianta può diventare punto di interesse. A volte il giardino di
rappresentanza, proprio perché ha la funzione di rendere evidente il decoro del suo
proprietario, è antistante alla abitazione.

Giardino prolungamento della casa


In questo caso lo spazio a verde funge da vero e proprio prolungamento dell’abitazione e
diventa un luogo dove godere della natura in un rapporto essenzialmente privato. In questo
caso si ha un ripetersi di spazi definiti in funzione delle attività che vi si svolgono. La
compartimentazione del giardino può spingersi fino alla costruzione di piccoli ambienti sia
per scopi pratici, quali il gioco dei bambini o il ricovero di animali domestici, o per l’ulteriore
privatizzazione dello spazio. In questa tipologia di verde prevalgono gli elementi naturali e
l’assenza di artifici, in quanto il luogo è destinato al godimento della famiglia. Frequente è
l’impiego di alberi da frutta, il gradevole accostamento di colore, la sfasatura dei piani e la
corretta disposizione delle piante.
Le odierne progettazioni del giardino “prolungamento della casa” prevedono una partizione
dell’esterno anche enfatizzata e sottolineata da segni fisici di separazione, vi trovano così
spesso impiego grandi contenitori in laterizio con fioriere e pergolati. Vengono previste zone
per la cucina, per il pranzo, per il relax, per il gioco dei bambini e per qualsiasi altra attività
che possa risultare gradita al proprietario.
Poiché i committenti di questi giardini gradiscono sistemazioni a bassa manutenzione, si
preferisce escludervi nella loro sistemazione gli alberi decidui e si ricorre all’uso di
tappezzanti per ridurre le operazioni di diserbo. La progettazione prevede anche la
sistemazione più o meno stabile di arredi veri e propri, quali gazebi, ma anche cucine
all’aperto, barbecue, ecc.
Giardino da collezione
Tale giardino nasce nel momento in cui l’interesse del proprietario nei confronti delle piante
diviene da passatempo fonte di soddisfazione non solo estetica ma soprattutto intellettuale.
Questo si traduce prima in una qualificazione del giardino o di una sua parte fino ad arrivare
al “collezionismo” vero e proprio. Naturalmente il “collezionismo” presuppone un
collezionatore, in tal senso tutte le raccolte, sia pubbliche che private, devono la loro
esistenza all’interesse di un singolo. Giardini da “collezione” sono quelli dei Semplici, creati
dagli speziali, i giardini botanici, gli arboreti e infine i giardini veri e propri, quali quelli di Villa
Taranto, di Villa Hanbury e della Casa Bianca a Porto Ercole, nati dalla passione di privati.
L’aspetto di un giardino che ospita una collezione è strettamente correlato al tipo di piante e
al ripetersi inevitabile delle loro forme e quindi è dipendente dalla loro collocazione nella
simulazione di ambienti naturali gradevoli. Esempi raffinati di ambientazioni sono, ad
esempio, quelli della collezione di piante succulente dell’Orto Botanico di Napoli e quella di
Huntington a Los Angeles.
Si tratta talvolta di giardini non perfetti nel loro aspetto formale, ma ricchi di interesse e
fascino in quanto rispecchiano l’interesse del proprietario nei confronti di alcuni taxa, spinto

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Le tipologie di spazi a verde

talvolta all’estrema specializzazione.

Giardini senza terra


L’aumentata richiesta di spazi verde, frutto dell’intensa urbanizzazione, si esprime sempre
più nella sistemazione a verde di spazi “fuori terra”, quali terrazze, balconi, cortili, finestre.
Si tratta di luoghi anche tradizionali per il verde (non possiamo dimenticare che fra le più
antiche forme di giardino vi siano quelli pensili di Babilonia) ma il cui interesse è
notevolmente cresciuto nel corso degli ultimi anni, il che ha anche comportato la
specializzazione di progettisti e maestranze per la realizzazione di alcuni di questi spazi
(giardini pensili).

Terrazze
Il terrazzo è il più diffuso degli spazi attigui all’abitazione e viene spesso trasformato,
soprattutto nelle città, dove maggiore è la richiesta di giardini pensili. Le prime proposte per
una nuova funzione dei tetti risalgono, invero, al secolo scorso, ma solo in seguito, con Le
Corbusier, sarà definito il concetto di “tetto-giardino” nella città moderna, come espansione
della abitazione ed elemento per la sua qualificazione. La sistemazione di qualsiasi terrazzo
è conseguente soprattutto alla sua forma e dimensione. Nei piccoli spazi diventa
maggiormente evidente la funzione decorativa, di arredo che verrà privilegiata nella scelta
delle piante, quale elemento caratterizzante degli spazi. I risultati migliori si sono ottenuti
attraverso una distribuzione delle piante erbacee ed arbustive ordinata e ben definita in
modo da valorizzare la varietà di forme e colori delle piante stesse. Soluzioni molto più
fruibili offrono i terrazzi di maggiori dimensioni; in questo caso è possibile suddividerli in
zone con funzioni diverse. La caratterizzazione degli spazi, l’eventuale suddivisione in parti
aperte e chiuse, coperte e scoperte renderà più confortevole il terrazzo stesso. La copertura
vegetale degli edifici consente di creare spazi verdi che, oltre a consentire risparmi
energetici, offrono interessanti soluzioni di inserimento paesaggistico, contribuendo a
migliorare la qualità dell’ambiente urbano. Si cerca così di evitare, attraverso una corretta
progettazione del giardino pensile lo squallore di vaste superfici di copertura lastricata.

Balconi
Il balcone, elemento importante nei prospetti degli edifici, è una struttura piana,
generalmente di piccole dimensioni, aggettante (l’aggetto non supera 1-1,2 m) o meno dal
muro di facciata, posto in
corrispondenza degli elementi
orizzontali di struttura e costituisce uno
spazio praticabile esterno. Più protetto
di una terrazza, in quanto in genere
sormontato da un altro sovrastante, che
impedisce alla pioggia di battere, è
usato di solito nei luoghi a forte densità
abitativa. La presenza di piante in
contenitore, nonostante le dimensioni in
genere modeste, è elemento importante
di qualificazione. Le piante prescelte
debbono essere in grado di superare
stress di notevole intensità, anche
meccanici. I contenitori dovrebbero
essere collocati in luoghi riparati e facilmente accessibili per agevolarne le cure colturali. Va
ricordato che la fruizione del balcone è anche visiva e quindi è importante pensare al colpo

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Le tipologie di spazi a verde

d’occhio che si ha dall’interno della casa che resta il punto privilegiato di osservazione. Non
va sottovalutata infine l’illuminazione ed il raccordo fra gli spazi interni ed esterni.

Cortili
In alcuni edifici i cortili rappresentano parte integrante del progetto: si creano in questo
modo spazi destinati allo svolgimento di funzioni particolari riguardanti la destinazione d’uso
dell’edificio stesso. Nelle case unifamiliari il cortile trova larga applicazione e si presenta
con le soluzioni più varie, dimostrandosi un valido elemento a completamento
dell’abitazione. Il problema principale di questi spazi è che spesso sono in ombra, per cui è
necessario selezionare una vegetazione sciafila, in grado di valorizzare tali spazi. D’altra
parte il microclima che si determina può talvolta essere favorevole e consentire la
coltivazione di specie che in un luogo aperto non potrebbero svilupparsi.
La sistemazione del cortile comporta l’impiego di molti elementi tra i quali, pergole, vasche
per acqua e piante, statue, ecc. Nelle aree molto ampie i contenitori e i vasi sono utilizzati
per suddividere le diverse zone e possono essere disposti in maniera da movimentare la
composizione. Nei casi in cui lo spazio sia limitato può essere valorizzato al massimo quello
prossimo ai muri, attraverso un saggio impiego di rampicanti. Da un punto di vista biologico,
non possiamo tralasciare di ricordare come in questi spazi minimali disposti attorno alla
casa, tipici degli ambienti meridionali soprattutto nel passato e negli ambiti più rurali, sia
possibile rinvenire alcune specie tradizionali, molto rustiche, che dovrebbero forse essere
oggetto di una nuova attenzione per le pregevoli caratteristiche estetiche ma soprattutto per
la facilità della loro coltivazione. Anche i contenitori tradizionalmente usati nascevano dal
riciclaggio di materiali poveri, latte, piccole botti, il che accresceva il “fascino” di questi
ambienti, rendendoli unici.

Finestre
La sistemazione delle finestre può contribuire a migliorare il prospetto della casa,
sottolineandone una caratteristica rilevante oppure diminuendone una imperfezione.
Davanzali stretti o grandi finestre, aperture poste su seminterrati o su cortili soleggiati sono
tutti spazi che offrono molte possibilità alla decorazione con piante. In questo caso è
possibile collocare le piante sia all’esterno che all’interno rispetto all’apertura. Contenitori e
vasi di tutte le forme e dimensioni possono essere utilizzati per la coltivazione delle piante.
Le soluzioni per allestire la parte interna delle finestre sono molte, dalla più semplice, quella
di sistemare con vasi il vano stesso, creando così un contatto immediato con l’interno, alla
realizzazione di vani attrezzati con fioriere ma separati con vetrate dallo spazio interno.
Davanti alle vetrate le piante godono delle migliori condizioni di illuminazione, ma è
opportuno anche in questo caso una idonea scelta della specie, una conoscenza
approfondita delle esigenze delle stesse e l’adozione delle corrette operazioni di
coltivazione.

3.5. I giardini tradizionali siciliani


Il verde storico si presenta in Sicilia, a seguito delle complesse vicende che hanno
caratterizzato la storia dell’isola sin dall’antichità più lontana, degli influssi di diverse civiltà
che si sono succedute (da quella araba, alla normanna, spagnola, ecc.), delle stesse
difficoltà di scambi tra i diversi centri urbani, delle differenti condizioni ambientali,
orografiche e climatiche, estremamente diversificato fra le varie province, ma anche fra
ambiti territoriali più ristretti.
A distinguere forse il giardino siciliano da quelli di una più ampia area geografica
mediterranea è innanzitutto il rapporto problematico con il clima, torrido per una buona
parte dell’anno, e con un paesaggio che sovente assume toni piuttosto aspri. Ciò rende
ancora più straordinaria ed ospitale quell’oasi di verde e di frescura che il giardino crea, a

Pagina 53
Le tipologie di spazi a verde

volte in maniera sorprendente.


L’antichissima presenza dell’uomo ha fatto sì che nei luoghi dove esistevano già oasi
naturali si concentrassero ancor più gli interventi umani e la creazione dei giardini. Si
verifica, così, spesso l’effetto opposto, che i siti naturali cioè siano talmente ricchi di
suggestioni simboliche e liriche che l’intervento dell’uomo non può che limitarsi alla
sistemazione “minima” per rendere accessibili quei luoghi privilegiati, nei quali l’uomo
stesso entra in contatto con lo spettacolo affascinante della natura. Ciò accade già prima
della rivalutazione del paesaggio mediata dalla cultura inglese e romantica: è questo
certamente il caso di molte sistemazioni dell’area etnea, dove la vista del vulcano e della
natura rigogliosa e aspra delle sue pendici, segnate dalle colate laviche, sono superiori a
qualsiasi paesaggio artificiale.
Cercare di trovare una matrice comune al verde storico della Sicilia sarebbe fuorviante,
tanto variegato e differenziato è il patrimonio che, pur fra mille difficoltà, è pervenuto fino ai
nostri giorni.
Nei giardini delle province orientali della Sicilia (Catania, Ragusa) un elemento in comune è
forse l’acqua: ogni cosa dipende dalla sua sempre esigua disponibilità e dalla difficoltà di
reperire sorgenti e di sfruttare corsi d’acqua, che il più delle volte hanno regime irregolare.
In mancanza di sorgenti, affinché l’uomo potesse abitare questi luoghi, era pertanto quasi
sempre indispensabile costruire una cisterna o “gebbia” che desse una sufficiente riserva
d’acqua e servisse anche per abbeverare gli animali e, se in esubero, per coltivare un
piccolo orto o un giardino.
Specialmente in quei giardini che più dipendevano dalle risorse idriche diviene esplicito un
carattere che li contraddistingue, spesso in maniera ossessiva: il loro forte legame con le
esigenze di carattere alimentare. Ciò a ricordare come non possa esistere godimento se
prima non vi sia un appagamento delle esigenze primarie, qual è quella di nutrirsi e quindi
di sopravvivere.
Anche dopo aver soddisfatto tali esigenze, resta pur sempre connaturato nell’uomo il
piacere di sollecitare il gusto. È cosi che quando si realizza un giardino si cerca sempre di
assicurare la presenza di piante utilitaristiche: «le piante e gli alberi debbono servire alla
botanica del palato», come ricordava Rosario Assunto.
La Sicilia veniva colpita spesso da carestie, delle cui conseguenze risentiva persino
quell’aristocrazia che creava i giardini. Il possedere il giardino fruttifero era perciò per il
proprietario in primo luogo garanzia di agiatezza e ricchezza, condizione prima ed
irrinunciabile di benessere fisico che permetteva di realizzare e godere delle altre sublimi
gioie del giardino. È emblematico ricordare nei Vicerè di De Roberto l’episodio in cui la
famiglia, trasferitasi in villa per sfuggire al colera che infieriva nella città, vede trasformato
dalla padrona di casa il giardino dell’avo Giacomo XII in orto: «I fiori essendo “roba che non
si mangia”, rose e gelsomini furono divelti».
Un carattere molto importante, come già ricordato, che sicuramente ha influenzato le scelte
biologiche del giardino siciliano, è quell’intima frammistione fra essenze utilitaristiche ed
ornamentali: frequente è quindi la presenza di piante “agrarie”, quali melograno, gelsi,
nespolo, banano, agrumi. Per questi ultimi occorre non dimenticare come il loro inserimento
in Sicilia sia stato connesso all’essere particolarmente apprezzate come piante ornamentali:
solo alla fine del XVIII secolo, grazie soprattutto ai contratti per la fornitura di “agro” alla
marina inglese, essi diventeranno l’oro giallo dell’agricoltura isolana. Nei giardini siciliani,
soprattutto di quelli presenti nella costa orientale, meno interessata dalla presenza di una
classe nobiliare più consolidata, come accade, invece, a Palermo, è piuttosto frequente
riscontare diverse specie del genere Citrus e Prunus, Eriobotrya japonica, Morus carica e
M. alba, Feijoa sellowiana, Musa x paradisiaca, Punica granatum, Cydonia oblonga,
Actinidia deliciosa, Dyospiros kaki. A queste piante, tipicamente agrarie ed utilitaristiche,

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Le tipologie di spazi a verde

Caratteri del giardino catanese

possono essere assimilate alcune ornamentali eduli, qual è il caso ad esempio di Ruscus
hypoglossum, Monstera deliciosa e lo stesso Arbutus unedo. Un altro elemento importante
per capire le scelte biologiche presenti negli spazi a verde di interesse storico è la moda del
giardino di acclimatazione
che sicuramente stimolò il
collezionismo botanico.
Infatti, nonostante in genere
lo spazio destinato alla
vegetazione sia piuttosto
contenuto, una nostra
indagine, che ha riguardato
20 giardini privati in provincia
di Catania, 14 dei quali
presenti nel recinto urbano, ci
ha consentito di rilevare 265
specie diverse appartenenti a
188 generi e 81 famiglie
botaniche diverse. Si tratta
spesso di piante esotiche: le
specie provenienti dall’area
del Mediterraneo
ragguagliano nel complesso La presenza di piante utilitaristiche, quali gli agrumi, è un carattere ricor-
solo il 10%. Sulla base dei rente del giardino siciliano

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Le tipologie di spazi a verde

caratteri morfo-biologici il quadro di riferimento è dominato dalle piante perennanti, forse


anche in rapporto alle pregresse vicende dei giardini stessi: gli arbusti e dagli alberi
rappresentano rispettivamente il 26 e 24% del totale. Al di là della frequenza, un gruppo di
piante che sicuramente segna i giardini analizzati è quello delle palme. La peculiarità dei
tratti morfo-funzionali ed estetici di queste piante ne ha comportato la collocazione in
posizione privilegiata, spesso prossima agli affacci degli edifici stessi, ponendo in risalto il
maestoso portamento e l’ornamentalità di queste piante. Il relativo quadro biologico, a lungo
incardinato sull’endemica palma nana (Chamaerops humilis) e sulla palma da datteri
(Phoenix dactylifera), si è modificato fortemente nell’Ottocento con l’introduzione di
numerose specie esotiche. Da rilevare come il XIX secolo sia caratterizzato da massicce
introduzioni di piante: oltre il 70% delle piante censite è stato introdotto, infatti, in questo
secolo. Non potevano certo mancare in un ambiente segnato da caratteri xerici le
succulente che rappresentano il 14% del totale. Piuttosto frequenti sono anche le specie
inusuali, in alcuni casi vere e proprie rarità botaniche, talvolta non presenti negli attuali
cataloghi dei vivai; fra le presenze più singolari possiamo ricordare solo a titolo
esemplificativo: Calycanthus floridus, Iochroma cyaneum, Holmskioldia sanguinea,
Dracunculus vulgaris, Crinum spp., Casmanthe floribunda, Eucalyptus citriodora, Cycas
circinalis. Alcune delle specie presenti, inoltre, es. Hibiscus rosa-sinensis, Nerium oleander,
Camellia japonica, ecc., si esprimono con assetti intraspecifici diversi, che accrescono

Alcune delle piante censite: 1) Holmskioldia sanguinea Retz.; 2) Monstera deliciosa Liebm.; 3) Iochroma cya-
neum (Lindl.) Green; 4) Calycanthus floridus L.; 5 e 6) Dracunculus vulgaris Shott.; 7) Eucalyptus citriodora
Hook.

l’interesse di questi giardini come fonte di biodiversità. Il profilo delle esigenze, al di là di


quelle termiche, il 35,9% delle specie censite è di zona climatica 9 e il 23,5% della 10,

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Le tipologie di spazi a verde

appaiono nel complesso piuttosto contenute. Solo a titolo di esemplificazione si ricorda


come solo il 27,2% delle specie censite presenti esigenze idriche piuttosto elevate e che
23,0% necessiti di elevati livelli di sostanza organica. Si tratta di dati che attestano una
notevole rusticità delle specie presenti, il che appare il frutto, più che di scelte biologiche
originarie, di un’evoluzione del giardino stesso, in cui un ruolo ha sicuramente giocato la
discontinuità delle operazioni di manutenzione. Le differenze nelle scelte biologiche fra i
giardini dell’area urbana e quelli suburbani appaiono contenute anche se interessanti: in
entrambi prevalgono le piante utilitaristiche ed esotiche; l’unica differenza di rilievo è la
diffusione negli impianti dell’area pedemontana di piante che manifestano minore tolleranza
alle elevate temperature estive; significativa è anche la presenza sempre in questi giardini
di camelia e gardenia, il che si giustifica con la possibilità di meglio soddisfare le esigenze
per il substrato di queste specie.
Nell’isola, inoltre, come in altre regioni mediterranee, l’arte del giardino si confonde con
l’agricoltura: ciò è evidente ad esempio per quanto riguarda la produzione degli agrumi,
sempre presenti in ogni giardino siciliano. Questi ultimi diventano, nella seconda metà
dell’Ottocento, da coltura complementare attività economica primaria di molti centri
dell’isola. Significativa in tal senso è l’identificazione, relativamente recente, nel dialetto
siciliano della parola “giardino” con l’agrumeto che serve esclusivamente per la produzione
destinata alla vendita. E giardini erano anche chiamati in tempi precedenti i gelseti ed altre
colture arboree, dove i fini utilitaristici si confondevano spesso con quelli del godimento
estetico.
L’interesse del legame fra giardino storico e territorio, spesso rurale, sta anche nel fatto
che, soprattutto in Sicilia, non può essere condotta una funzionale azione di conservazione
e valorizzazione dell’enorme patrimonio dei giardini storici se non si attiva una valida e
profonda protezione e pianificazione dell’intero territorio, di cui questi giardini, assieme agli
spazi rurali che li circondano, fanno parte.
Per potere tutelare questi spazi occorre, oltre alla necessaria ed inderogabile azione
vincolistica da parte della Soprintendenza, la messa a punto di strumenti normativi e
finanziari che siano in grado di tutelare l’intero territorio, individuandone forme di
utilizzazione che siano compatibili con i precipui valori storici, culturali e paesaggistici che
esso esprime.

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Funzioni della vegetazione

4. FUNZIONI DELLA VEGETAZIONE


Premessa
La spinta all’urbanizzazione, avvenuta soprattutto a partire dal XIX secolo, ha posto in
termini conflittuali la presenza del verde all’interno delle città. Alcuni interventi di fine ’800,
tesi ad introdurre “nelle città la Natura che fino allora ne era stata lontana” (Citati, 2001),
non riuscirono ad assicurare una significativa presenza di verde, nonostante se ne
riconoscesse l’insostituibile funzione.
Intorno alla metà del secolo XIX il verde pubblico comincia a costituire capitolo importante
dell’urbanistica. Il verde “urbano” o “suburbano”, da rimedio locale allo sviluppo edilizio, si
evolve in componente connaturata allo svolgimento della vita nella città moderna e perciò
viene inserito strutturalmente nel tessuto urbanistico (Panzini, 1993). Una dimostrazione di
questa sensibilità è data dall’evidenza con cui emerge alla fine dell’Ottocento, il movimento
per la garden city (la “città giardino”) che propugna l’idea di una città immersa nel verde. In
Italia è soprattutto fra la fine dell’800 e gli inizi del ’900 che nell’organizzazione degli spazi
viene prevista la presenza del verde pubblico. Le motivazioni addotte nel 1884 per
promuovere il verde a Palermo sottolineano le funzioni del verde: “I giardini pubblici sono
dei fattori di salubrità in una città e gli alberi che trovano nelle piazze aria e luce in
abbondanza, danno ossigeno, risanano il suolo ed abbelliscono le città. Le piazze alberate
costituiscono i polmoni di esse e quanto più vasti e ricchi di vegetazione saranno questi
spazi, tanto più saranno salutari. In essi i vecchi ed i fanciulli trovano aria come quella di
campagna” (Alessandro et al., 1987).
La questione del verde pubblico conduce nel corso del XX secolo, soprattutto nel secondo
dopoguerra, alla cosiddetta “linea degli standard”, ufficialmente recepita a livello legislativo,
almeno in Italia, con il Decreto Interministeriale 1444 del 2/4/1968 che fissava tale limite,
come già ricordato, a 9 m2. A quasi quaranta anni di distanza tale valore, soprattutto per
molte città meridionali, rimane ancora oggi un obiettivo disatteso.
Nonostante la carenza del verde, e forse proprio per questo, si sono, invece, consolidate
sempre più la sensibilità “ecologica” e la necessità di rendere più vivibili, con la presenza
delle piante, gli ambienti maggiormente antropizzati ed in particolare quelli urbani. Nella
mozione conclusiva di un incontro promosso dall’Accademia dei Georgofili nel 1993 viene in
proposito ricordato che “Le piante sono essenziali, non solo come produttrici di sostanza
organica indispensabile per la stessa vita animale, ma ci aiutano con la loro azione di
filtraggio dell’atmosfera, di regimazione delle acque, di regolazione del ciclo degli elementi
nutritivi, di integrazione con altre forme di vita (microrganismi, insetti, ecc.), di influenza sul
clima, di monitoraggio dei parametri ambientali; e persino aiutano, non poco, la nostra
psiche.”

Caratteristiche dell’ambiente urbano


L’ambiente urbano presenta alterazioni più o meno significative dei parametri fisici e chimici
dell’aria relativamente a temperatura, umidità atmosferica, rumore, particolati e gas. Con
riferimento alla temperatura è ben noto che la città può essere considerata una “isola di
calore” in quanto i valori della temperatura superano di alcuni gradi quelli che si registrano
all’esterno del perimetro urbano. L’isola di calore si determina a seguito delle alterazioni del
bilancio radiativo determinato dai maggiori apporti di energia necessari per il riscaldamento,
per le attività artigianali o industriali e della funzione di “trappola per radiazioni” svolta dalle
strutture murarie delle strade e degli edifici per cui, nonostante la radiazione che raggiunge
il suolo si riduca anche del 20% per via della torbidità dell’aria e l’albedo sia di norma
maggiore, la temperatura risulta significativamente più elevata. L’aumento della
temperatura, variabile con le stagioni e con l’ora del giorno, è dell’ordine di alcuni gradi. A

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Funzioni della vegetazione

Roma, ad esempio, l’aumento del valori delle temperature minime medie raggiunge i 4,3°C
in luglio e i 2,5°C in gennaio, valore quest’ultimo molto simile a quello riscontrato (2,4°C) nel
trimestre invernale per Milano (Pagliari, 1989). Relativamente alla temperatura media
dell’aria si riferisce di valori più elevati da 1,5 a 2,5°C, con punte superiori a 5°C ed in
condizioni particolari ai 15°C (Lanphear, 1971). Naturalmente le differenze ed il decorso dei
valori termici risultano influenzati anche dalla presenza e dalla esposizione degli edifici;
studi al riguardo, effettuati nel
mese di agosto nella Columbus
Avenue di New York, hanno fatto
registrare differenze nella
temperatura massima fino a 20°C
(22 contro 42°C) tra lato est ed
ovest (Bassuk e Witlow, 1987).
Sempre nell’ambiente urbano le
precipitazioni, a motivo della
maggiore presenza di nuclei di
condensazione, superano in media
quelle delle aree rurali circostanti
del 10%; l’umidità relativa risulta
comunque più contenuta in quanto
le superfici impermeabili sono
assai estese per cui le acque
meteoriche evaporano più o meno
rapidamente o sono smaltite
attraverso il sistema fognario.
Sempre negli studi prima citati è stato accertato che sulla Columbus Avenue l’umidità
relativa oscilla nelle giornate estive tra il 10 ed il 20% contro il 40% registrato a Central
Park, il grande polmone verde della metropoli statunitense (Bassuk e Witlow, 1987).
L’inquinamento acustico è altra condizione dell’ambiente urbano frequentemente non
favorevole; nelle città il rumore supera ordinariamente la soglia di nocività a livello fisico ed
anche psichico. Così nel centro cittadino di Milano è stato accertato che per gran parte del
giorno il rumore si attesta sui valori nocivi di 80-90 decibel (Arpini, 1990).
La concentrazione di particolati e gas rappresenta un’ulteriore modificazione negativa della
qualità dell’aria in ambiente urbano sostenuta dagli impianti di riscaldamento, dal traffico
veicolare, dalle attività artigianali ed industriali. Il livello di inquinamento che ne risulta
dipende dal bilancio tra l’immissione di pollutanti ed il loro allontanamento con la
circolazione dell’aria. In città quest’ultima avviene con difficoltà per cui si determinano gravi
rischi per la salute umana e per la stessa funzionalità e sopravvivenza delle piante. A New
York è stato calcolato che il 50% degli esemplari di specie arboree ornamentali impiantati
annualmente muore nei primi dieci anni, proprio a causa delle condizioni ambientali cui le
piante restano sottoposte (Bassuk e Witlow, 1987).

Funzioni del verde


Una fondamentale funzione del verde è quella di migliorare l’ambiente sotto il profilo
estetico e paesaggistico. Al di là di questa funzione le piante, grazie ai processi legati al loro
ricambio ed in particolare alla fotosintesi, aiutano a mantenere molti dei parametri
microclimatici e chimici a livelli più rispondenti alle esigenze degli esseri viventi ed in
particolare dell’uomo. Strettamente connesse alla funzione fotosintetica delle piante sono,
in primo luogo, la sottrazione di anidride carbonica e la liberazione di ossigeno, che sono
fondamentali ai fini del mantenimento nell’atmosfera di livelli di CO2 compatibili con la vita
degli animali e, più in generale, con la funzionalità degli ecosistemi. A titolo esemplificativo

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Funzioni della vegetazione

si può ricordare che un ettaro di foresta possa liberare annualmente 4.400 kg di ossigeno
(Zipoli, 1994). Altrettanto favorevoli risultano gli effetti della vegetazione sui parametri
climatici nonché l’azione di controllo che essa, se opportunamente disposta, esercita sulla
diffusione della luce, sulla propagazione delle onde sonore e sui movimenti di aria. Nel loro
complesso le funzioni del verde, soprattutto nei contesti più antropizzati, possono essere
sintetizzate in:
- estetico-paesaggistica;
- ricreativa;
- di biomitigazione.

Funzione estetico-paesaggistica
Il ruolo estetico assegnato da sempre alle piante si coglie pienamente dalla storia dei
giardini: sin dall’antichità più remota, l’uomo ha sentito la necessità di circondarsi di piante
per abbellire i luoghi in cui viveva o gli ambienti più o meno ampi che li circondavano.
Questo ruolo è stato assegnato nel tempo a piante diverse a seconda delle “mode” o delle
opportunità di approvvigionamento del relativo materiale di propagazione. La più o meno
frequente utilizzazione di queste piante nelle sistemazioni a verde contrassegna il
paesaggio nel suo complesso: per quanto attiene all’ambiente mediterraneo esemplare è il
caso di alcune piante esotiche ornamentali (es. palme, buganvillea, agave, fico d’india,
ecc.) che, introdotte nel tempo, contrassegnano oggi il territorio mescolandosi a specie di
interesse agrario (agrumi, olivi, mandorli, vite, ecc.).

Funzione ricreativa
Tale funzione è ancorata, oltre che alle caratteristiche estetiche delle piante e/o delle
formazioni a verde cui esse danno luogo, alla gratificazione che si prova attraverso la
realizzazione e/o utilizzazione di spazi a verde (Driver e Rosenthal, 1978). Alle funzioni
ricreative possono essere ricondotte anche le finalità sociale e/o terapeutica sempre più
assegnate ad alcune tipologie di verde. In termini generali, il riferimento è al tema assai
attuale della “Sociohorticulture”, cioè ad un ambito disciplinare e professionale che riguarda
le attività legate alla utilizzazione delle piante per dare riscontro a esigenze di carattere non
materiale, attinenti alla vita culturale e spirituale dell’uomo (Zhou, 1995). Fra i settori della
“Sociohorticulture” vi è anche l’orticoltura sociale o quella terapeutica, basata quest’ultima
sul riconoscimento dell’azione curativa che il “contatto” con le piante può esercitare nei
confronti di persone affette da disturbi nervosi o portatrici di handicap fisici. Il verde in tale
visione consente di riproporre, anche ai nostri giorni, l’antico e vivificatore rapporto fra uomo
e pianta, spesso compromesso o addirittura distrutto non solo dalla urbanizzazione, ma
anche dai collegati modelli di vita. Si tratta di un rapporto che, se può essere ricostruito
facilmente da alcune categorie sociali più favorite (va letta in questa chiave la propensione
per una edilizia residenziale in cui sono presenti spazi a verde), risulta precluso per quelle
categorie svantaggiate o socialmente (es. anziani) o fisicamente (es. non deambulanti), che
invece potrebbero acquisire i maggiori vantaggi dalla ricostruzione di questo rapporto
(Dwyer, 1982).
La presenza delle piante può rendere più salubre l’ambiente di lavoro: recentemente Field
(2000), in un complesso studio, ha accertato che vi è una riduzione del 23% delle affezioni
che colpiscono i lavoratori, quando questi possono vivere in un ambiente arredato con un
congruo numero (10÷20) di piante da interno. I vantaggi sono relativi alla riduzione (fino al
30%) dei disturbi neuropsichici (fatica, mal di testa, problemi di concentrazione) e delle
affezioni a carico delle mucose (tosse, irritazioni agli occhi, ecc.). Studi più dettagliati in
questa direzione sono auspicabili (Pearson-Mims e Lohr, 2000) per potere meglio
comprendere i meccanismi di causa e di effetto.

Pagina 60
Funzioni della vegetazione

Funzione di biomitigazione
Le piante superiori, come già detto, svolgono un ruolo insostituibile ai fini del mantenimento
della funzionalità degli ecosistemi attraverso le modificazioni delle condizioni fisiche,
chimiche e biologiche dell’ambiente in cui esse stesse e gli altri organismi viventi svolgono il
loro ciclo biologico. Tale ruolo si esercita attraverso:
a) modificazioni del microclima;
b) isolamento acustico e visivo;
c) controllo dei fattori dell’inquinamento.

a) Modificazioni del microclima


L’uso della vegetazione per regolare il microclima è antico quanto l’uomo che, ancora
nomade, imparò a proteggersi dai raggi del sole riparandosi sotto gli alberi. La storia del
giardino, soprattutto negli ambienti più caldi e soleggiati, è attraversata anche dalla ricerca,
attraverso l’uso delle piante, dell’ombra e del fresco. Molti testi antichi sono ricchi di
testimonianze in tal senso. Su una tomba di Tebe si legge “che io possa passeggiare ogni
sera sulle rive del mio lago e che la mia anima possa rinfrescarsi all’ombra del mio
sicomoro”. La Mesopotamia, la terra dei paradisi, era considerata nella tradizione biblica
“come un giardino, oasi di ombra e di freschezza”. Plinio il vecchio nella sua Storia Naturale
(libro XIII) ricorda che l’introduzione, in tempi omerici, del platano nel Mediterraneo si deve
principalmente alla sua ombra poiché “per nient’altro quest’albero è utile se non perché
ripara dal sole d’estate e lo lascia passare in inverno”. Tradizionale è poi nel paesaggio
agrario mediterraneo la presenza, al margine dei campi coltivati, di esemplati di alberi
fruttiferi, spesso gelsi o fichi, per assicurare ombra in estate, durante il riposo dai lavori
agricoli. Altro tradizionale esempio di utilizzazione delle piante ai fini della termoregolazione
è dato dalla copertura con essenze rampicanti o sarmentose dei muri battuti dal sole:
attraverso l’ombreggiamento e i processi di traspirazione viene controllata la temperatura
delle pareti esposte e quindi dell’ambiente interno (Alessandro et al., 1987).
Anche l’utilità della presenza del verde all’interno delle città ai fini di termoregolazione è
nota da tempo. Agli inizi del XVIII secolo Francesco de Sanctis nel giustificare la
sistemazione urbanistica della Scalinata di Trinità dei Monti a Roma (1723-26) così si
esprime: “si stimarebbe pertanto assai a proposito piantarvi dalli fianchi di una congrua
distanza doppia alberata, a fine che elevandosi col suo corso il sole, vengano queste, se
non in tutto, almeno in quella parte a coprire e a riparare da i raggi per dove il popolo a suo
bell’aggio vi si potrà portare….”. In anni più recenti l’interesse per il verde ai fini della
regolazione dei parametri del microclima si consolida ulteriormente nell’ottica del risparmio
energetico.
Il processo fisiologico che è alla base degli effetti delle piante sul microclima è soprattutto
costituito dalla traspirazione che influenza più o meno direttamente tutti i parametri
dell’atmosfera (Miller, 1988). L’USDA Forest Service Research degli USA ha calcolato che
la traspirazione di un albero di grandi dimensioni ha una potenzialità di raffreddamento
dell’ambiente circostante pari a quella di cinque condizionatori di media potenza in esercizio
per circa 20 ore al giorno (AA.VV., 1972).
La traspirazione, e quindi la possibilità di sottrarre calore all’aria circostante, è naturalmente
differente in funzione delle specie. L’intensità della traspirazione di alcuni arbusti
ornamentali diffusi nell’ambiente mediterraneo è stata compresa durante i mesi estivi tra
229 e 1686 g d-1 m-2 rispettivamente in eleagno e in lantana, cui corrisponde una
sottrazione di calore all’ambiente compresa tra 133 e 978 kcal d-1m-2 (Leonardi e Romano,
1998) (fig. 1). L’intensità di traspirazione è naturalmente influenzata da altri fattori fra cui la
disponibilità idrica del substrato e l’indice di copertura della vegetazione. In condizioni di
carenza idrica nel substrato (punto di appassimento) l’intensità di traspirazione si è ridotta

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Funzioni della vegetazione

nella media delle specie fino al 37% di quella


massima (fig. 2). Le variazioni dell’indice di
copertura, conseguenti all’aumento da 8 a 15
ed a 30 del numero di individui sul metro
quadrato di superficie, in rapporto a tre specie
(oleandro, pittosporo e viburno), hanno
comportato in media una riduzione del 26%
dell’intensità di traspirazione ma un
corrispondente incremento del 167% della
quantità di acqua ceduta riferita all’unità di
superficie (fig. 3), fino ad arrivare a valori
prossimi a 3000 g d-1m-2 di superficie coperta
per un equivalente calorico di oltre 1800 kcal
Fig. 1
d-1m-2 (Leonardi e Romano, 1998).
Un altro meccanismo di riduzione della
temperatura è collegato alla intercettazione
della radiazione solare ad opera
dell’apparato fogliare ma anche dei rami, la
quale varia in rapporto alla densità della
chioma, al periodo di fogliazione, alle
dimensioni e forma della pianta, alla velocità
di crescita e durata.
Esemplari di Acer platanoides, caratterizzati
da un’elevata densità della chioma, posti a
ridosso degli edifici possono determinare
valori della temperatura di circa 3°C inferiori
a quelli registrati in analoghi edifici protetti
con Gleditsia triacanthos, la cui chioma non
offre ostacoli importanti ai fini della
schermatura dalla radiazione. La densità Fig. 2
della chioma, oltre che dalla specie, dipende
anche da fattori ambientali e da pratiche di
manutenzione. Condizioni di stress idrico, ad esempio, possono condurre all’abscissione di
foglie con evidenti conseguenze sull’ombreggiamento e sulla traspirazione; tra gli interventi
di manutenzione sono da ricordare in primo
luogo le potature (Alessandro et al., 1987)
Il periodo di fogliazione è fattore di intuitiva
importanza ai fini dell’ombreggiamento.
Nelle specie decidue le fenofasi
corrispondenti all’emissione ed
all’abscissione delle foglie possono a loro
volta variare nel tempo per effetto di fattori
legati alle condizioni ambientali e/o alla
manutenzione. L’isola di calore di cui si è
detto può, ad esempio, comportare rilevanti
modifiche nei calendari fenologici.
Le dimensioni e la forma della pianta
controllano fortemente i meccanismi ed i
Fig. 3 processi di trasmissione della luce. Anche
la velocità di crescita è un fattore

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Funzioni della vegetazione

essenziale ai fini della funzione ombreggiante; l’uso di specie a rapida crescita o di


esemplari adulti di dimensioni elevate permette di conseguire in tempi più rapidi l’effetto
desiderato. Naturalmente il ricorso a piante di grandi dimensioni, a pronto effetto, o lo
stesso “preimpianto” devono essere valutati in rapporto alle implicazioni operative ed
economiche che comportano.
La riflessione dell’energia radiante ed il raffreddamento legato all’evapotraspirazione, come
già ricordato, riducono significativamente la temperatura negli spazi prossimali alle piante.
Con indagini specifiche è stato dimostrato come una alberatura possa abbassare la
temperatura delle strade cittadine di circa 3-5°C (Lanphear, 1971). L’effetto di
raffrescamento dipende naturalmente dalla “quantità” e dalla stessa “qualità” del verde; i
risultati sono tanto più significativi quanto più estese sono le aree a verde coperte da
vegetazione. Questa influenza, come già detto, i valori igrometrici ma gli effetti sono in
genere più contenuti rispetto a quelli registrati per le temperature (Alessandro et al., 1987).
Una ricerca sugli effetti determinati dal verde presente nel giardino zoologico di Berlino,
esteso per 212 ettari, ha messo in luce abbassamenti di 5°C della temperatura ed in alcune
giornate di oltre 7°C. A Francoforte nella cintura verde larga 50-100 metri che circonda la
città sono stati evidenziati abbassamenti di temperatura nell’ordine di 3,5°C; riduzioni più
rilevanti (5,5°C) sono state registrate in una notte estiva nel Rock Creek Park a
Washington. Attenuazioni della temperatura fino a 8°C sono segnalati per il Golden Gate
Park a S. Francisco; valori analoghi sono stati registrati in clima desertico a Dhabran in
Arabia Saudita (Alessandro et al., 1987). Sempre in clima desertico, a Phoenix in Arizona,
sono stati posti a confronto due “modelli” di sistemazione a verde degli spazi a ridosso di
edifici con caratteristiche costruttive simili: prato con presenza di piante da alto fusto e
piante del deserto non irrigate; la temperatura massima dell’aria durante il giorno è risultata
di 41°C in quest’ultimo caso e di 37°C con la sistemazione a prato (Cook, 1980).
In rapporto alle possibilità offerte dalle piante di attenuare le temperature massime, sono
stati elaborati, per diverse località residenziali delle zone più calde degli Stati Uniti, modelli
previsionali della diminuzione delle temperature estive in rapporto alla vegetazione
ornamentale (Huang et al., 1987). Attraverso tale modello è stato calcolato che ad un
aumento del 25% della disponibilità di verde farebbe riscontro in quelle condizioni un
risparmio dell’energia necessaria per il condizionamento termico estivo del 40% a
Sacramento e del 25% a Phoenix; tale risparmio aumenterebbe al 50 e 33% nell’ordine per
effetto di una distribuzione delle piante più favorevole ai fini dell’ombreggiamento degli
stessi edifici (Huang et al., 1987). Con riferimento all’Italia, è stato stimato che un aumento
del 10% della superficie investita a verde determinerebbe in alcune città italiane
l’abbassamento di 2°C della temperatura dell’aria con un risparmio energetico per il
raffreddamento durante l’estate pari all’8-11% (Barbera et al., 1991).
Occorre sottolineare come ovviamente non sia di fatto possibile contemperare obiettivi
diversi. Sempre a Phoenix sono stati posti a confronto due «modelli» di sistemazione di
spazi a verde prospicienti a due edifici di struttura analoga: da una parte alberi con prato,
dall’altra l’impiego di piante «succulente». Nel primo caso si è ottenuto un risparmio
energetico del 30% per il condizionamento estivo; il vantaggio economico, però, si
annullava per effetto del maggior costo necessario per l’approvvigionamento dell’acqua
impiegata per l’irrigazione. Occorre quindi comprendere che è opportuno fare delle scelte: o
adottare criteri di xeroscaping per ridurre i consumi di acqua o privilegiare la
termoregolazione offerta dalla vegetazione accettando un maggiore consumo di acqua.
Naturalmente di volta in volta, in base alle condizioni di riferimento, occorrerà effettuare la
scelta più opportuna, dopo un’attenta considerazione dei vincoli e delle opportunità.

b) Isolamento acustico e visivo


L’attenuazione degli effetti dei rumori può essere ottenuta con le cosiddette “barriere”, cioè

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Funzioni della vegetazione

ostacoli di altezza tale da modificare la propagazione delle onde sonore. Le barriere


artificiali, costituite con metallo e/o cemento, hanno in genere un potere di abbattimento del
rumore pari a 10-15 decibel; quelle vegetali, costituite da alberi ed arbusti, se
sufficientemente ampie, possono ridurre i suoni fino a 5-8 decibel. È stato notato, infatti, che
una barriera vegetale in buone condizioni può determinare una riduzione del rumore di circa
0,3 decibel (dB) per metro di spessore (Grossoni, 1994).
L’efficienza delle barriere vegetali ai fini della riduzione dei rumori dipende dalle specie,
dallo stadio di sviluppo delle piante, oltre che dalle caratteristiche stesse del rumore. Per
quanto riguarda le specie è stato rilevato, ad esempio, che un esemplare di Acer
pseudoplatanus è in grado di determinare una riduzione fino a 10-12 dB, mentre Betula
pendula o Tilia cordata determinano una riduzione intorno a 4-6 dB. Anche le coperture
vegetali al suolo possono attenuare il rumore; gli effetti dipenderebbero dalla natura del
suolo stesso, dalla specie e dall’altezza della vegetazione.
I suoni ad elevata frequenza vengono attutiti dalle piante in misura maggiore rispetto a
quelli a bassa frequenza. L’orecchio umano è più sensibile ai suoni ad elevata frequenza,
per cui le piante sembrano in grado di intervenire selettivamente sulle frequenze più
dannose. L’attenuazione di un suono a bassa frequenza è favorita dalla spaziatura tra gli
alberi, che crea una sorta di “trappola” per le radiazioni, mentre quella dei suoni ad alta
frequenza dalle caratteristiche del singolo albero, quali il fogliame minuto e compatto
(Mecklenburg et al., 1972).
Le barriere possono risultare molto utili anche per creare un “isolamento visivo” importante
non solo per motivi estetici (si pensi al ruolo svolto dalle siepi nel giardino all’italiana), ma
anche pratici. Singolare per la sua importanza è l’effetto delle barriere spartitraffico delle
autostrade che servono ad attutire l’effetto abbagliante dei fari.

c) Controllo dei fattori dell’inquinamento


Negli ultimi anni sempre più si guarda alla vegetazione per il contributo che essa può offrire
al fine di attenuare l’inquinamento ambientale. La consapevolezza dell’importanza di questo
ruolo svolto dalla vegetazione fa sì che, fra i criteri di scelta delle piante da utilizzare in aree
urbanizzate, vengano sempre più considerati quelli inerenti alla possibilità di ridurre la
concentrazione degli inquinanti (La Malfa, 1987). In ambiente urbano gli effetti di
biomitigazione o di “depurazione”, conseguenti alla immobilizzazione più o meno prolungata
nel tempo di alcuni pollutanti, sono più attentamente considerati in rapporto ad alcuni metalli
pesanti e segnatamente al piombo ed al cadmio (Kovacs et al., 1993; Hernández et al.,
1987). Il contenuto di piombo nelle foglie di alcune specie si è rivelato così direttamente
dipendente dal traffico veicolare da venire proposto, come nel caso di oleandro e pioppo,
quale indicatore del livello di inquinamento da motorizzazione (Hernández et al., 1987).
Sempre in relazione ai metalli pesanti, ed in particolare al piombo ed al cadmio, ricerche
condotte su diverse specie ornamentali presenti nel verde urbano di Catania hanno messo
in luce come la concentrazione di piombo
nelle lamine fogliari di piante presenti in zone
ad intenso traffico veicolare, rispetto a quella
accertata per piante lontane da fonti di
inquinamento, possa raggiungere valori fino a
circa 90 volte per Pittosporum tobira contro 36
di Nerium oleander; per il cadmio, invece, la
capacità di rimozione è stata pari a 9.6 volte in
N. oleander ed a soli 2.1 in Pinus halepensis e
Tilia cordata (tab. 1) (Romano e Abate, 1995).
Il contenuto in piombo varia fortemente in

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Funzioni della vegetazione

rapporto alle specie saggiate ed ha


oscillato, a parità di ogni altra
condizione, tra 4 ad oltre 90 ppm sul
pes o secc o. L’immobilizzaz ione
dell’elemento è apparsa in elevata
misura determinata dal deposito dei
particolati sulla superficie delle foglie
dove questi vengono trattenuti per tempi
più o meno lunghi. Altri meccanismi
sembrano comunque intervenire nel
determinismo del fenomeno.
Il contenuto in piombo nei tessuti delle
diverse specie si è rivelato infatti in
qualche misura disancorato dalla
superficie sviluppata dalle foglie per
unità di peso; del resto significative
quantità del metallo sono state
riscontrate nei rami privati di tessuti
corticali, quasi sicuramente dovute a
processi di assorbimento e di
traslocazione da parte delle radici ed al successivo accumulo. Indipendentemente dai
meccanismi implicati, le ricerche
hanno messo in evidenza come
alcune fra le più comuni specie
ornamentali in ambiente
mediterraneo siano in grado di
immobilizzare, per metro cubo di
chioma, il piombo ed i particolati
contenuti in 6 m3 di aria
fortemente inquinata; i valori
registrati per il pino (Pinus
halepensis), pari a 48,7 g di
particolati ed a 63,2 mg di
piombo per metro cubo di
chioma, consentono la
immobilizzazione degli inquinanti
presenti rispettivamente in 12 e 16 m3 di aria fortemente inquinata (tab. 2) (La Malfa et al.,
1996).
Con riferimento agli inquinanti gassosi che sempre più preoccupano per livelli e gravità
degli effetti, è stato notato, in una prova tesa a valutare la capacità di assorbimento di
germogli recisi di specie arboree nei confronti di SO2, NO2 e O3, sia in mescolanza tra loro
che singolarmente, come l’assorbimento sia in genere più elevato nelle conifere e per SO2
(Elkiey et al., 1982).
I dati disponibili sulla riduzione della concentrazione di pollutanti nell’aria determinata dalle
piante non sono però ancora sufficienti a definire un quadro di riferimento che possa
orientare con certezza per una gestione degli spazi a verde funzionale all’obiettivo indicato.
In ogni caso l’efficienza delle piante appare legata, oltre che al volume della chioma e
quindi alla superficie sviluppata, alle caratteristiche morfologiche ed anatomiche, quali
soprattutto la densità e la disposizione delle foglie (La Malfa et al., 1996), e alle
caratteristiche funzionali, con particolare riferimento alle aperture stomatiche (Smith, 1978).
Accanto alla capacità di accumulare pollutanti e di traslocarli nei tessuti anche la tolleranza

Pagina 65
Funzioni della vegetazione

delle specie ai diversi inquinanti è un parametro da tenere in considerazione. In particolare


il meccanismo che è alla base della tolleranza andrebbe attentamente studiato per potere
comprendere se e come si possa fare riferimento alla pianta che lo esprime ai fini del
miglioramento dei parametri ambientali. È stato riscontrato che le piante erbacee sono più
efficienti nella rimozione dei pollutanti gassosi rispetto alle specie arboree e che la porzione
superiore della chioma, forse per la sua maggiore funzionalità, riesce a rimuovere una
maggiore quantità di inquinanti rispetto a quella inferiore (Miller, 1988). Le condizioni
d’impiego delle piante sono altrettanto importanti: intuitivo rilievo assumono sia il numero di
individui che la loro disposizione rispetto alla sorgente di inquinamento ed alla direzione e
velocità del vento. I massimi benefici della vegetazione sulla “qualità dell’aria” si ottengono
quindi se la disposizione e l’organizzazione del verde rispondono a criteri funzionali allo
scopo. Importante è in questo caso la densità d’impianto: le barriere verdi, infatti, devono
opporre ai pollutanti una adeguata massa fogliare filtrante, ma nel contempo devono
lasciarsi attraversare dai venti per evitare fenomeni di turbolenza. Una barriera vegetale di
media densità è più efficiente nella rimozione di inquinanti gassosi, mentre una più densa è
più efficiente nei confronti dei particolati (Miller, 1988).
In tema di controllo dell’inquinamento attraverso le piante un richiamo merita la questione
relativa alla possibilità di rimozione dagli ambienti domestici di sostanze più o meno
tossiche, quali formaldeide e benzene. L’impiego di alcune piante di appartamento è
riconosciuto come una valida possibilità per ridurre la concentrazione di tali pollutanti
(Wolverton et al., 1984). Sotto questo profilo fra le piante ritenute più efficienti, anche a
seguito delle ricerche condotte dalla NASA in relazione al disinquinamento dell’aria nelle
capsule spaziali, ve ne sono diverse utilizzate comunemente nei nostri appartamenti (es.
chamaedorea, dracena, sansevieria, spathyphyllum, ecc.).
Le piante, inoltre, possono essere impiegate, per la loro specifica sensibilità nei confronti di
alcuni pollutanti, nel monitoraggio biologico (bioindicatori). Un gruppo di vegetali
bioindicatori è costituito dai licheni corticicoli (Bellio e Gasparo, 1995); essi sono infatti assai
sensibili all’inquinamento atmosferico, al punto che il “deserto lichenico” (la scomparsa
assoluta di tutti i licheni) è un indice di inquinamento molto elevato, soprattutto di quello
legato alla presenza di SO2. Anche alcune piante superiori per la loro sensibilità possono
essere utilizzate per il biomonitoraggio; il pino domestico è ad esempio indicatore della
presenza di acido fluoridrico, il
tabacco e l’acero dell’ozono, il
larice e il pino dell’anidride
solforosa. L’utilità delle piante
nel monitoraggio
dell’inquinamento è legata,
però, ad ulteriori progressi
nello sviluppo di metodiche
standardizzate per il prelievo
dei campioni, in modo che i
dati ottenuti risultino fra loro
confrontabili.
Un aspetto particolare assume
la depurazione dell’acqua.
L’inquinamento dell’acqua è
dovuto quasi esclusivamente
alle attività umane soprattutto
quando queste sono
concentrate nel territorio; in

Pagina 66
Funzioni della vegetazione

questi casi, infatti, le azioni di autodepurazione dell’acqua stessa non sono sufficienti a far
fronte al danno. Dagli anni ’70 in poi è stata studiata la possibilità di utilizzare le piante
superiori per la rimozione di sostanze inquinanti, quali azoto e fosforo responsabili,
soprattutto il primo, dell’eutrofizzazione delle acque. La capacità delle diverse piante di
“depurare” l’acqua è ovviamente diversa. L’interesse di tali forme di depurazione ha portato
già negli anni 70 alla costruzione di un impianto pilota, per la depurazione delle acque reflue
di una piccola cittadina del Mississippi, Lucedale, con una popolazione di circa 2500
abitanti.

Pagina 67
La progettazione del verde

5. LA PROGETTAZIONE DEL VERDE


La progettazione degli spazi a verde è operazione complessa che necessita di una accurata
fase iniziale di studio per potere acquisire tutti gli elementi necessari per far sì che
l’inserimento della vegetazione non sia episodico e che l’impianto a verde sia dotato di
pregevoli caratteri estetici e soprattutto risponda alle esigenze della fruizione. A queste
esigenze oggi sempre più si aggiunge l’imperativo di far sì che la progettazione stessa e
soprattutto le successive operazioni di manutenzione non siano onerose sotto il profilo
finanziario per le difficoltà, molto avvertite soprattutto dalle pubbliche amministrazioni ma
anche dai privati, di reperire fondi da destinare a tali scopi.
Una corretta progettazione (intesa nell’accezione più ampia del termine e cioè dalla fase di
progettazione a quella di realizzazione e di manutenzione) del verde pubblico (la quale, per
ambiti territoriali e per “attese” da parte degli utenti, è fra le più complesse) necessita,
secondo Castiglioni (1985), del rispetto di alcuni presupposti generali, quali:
∗ costituzione di un gruppo di lavoro in cui siano presenti specialisti delle diverse discipline
interessate;
∗ analisi dettagliata del contesto urbano e delle realtà preesistenti;
∗ coinvolgimento degli utenti nelle varie fasi della progettazione, della realizzazione e della
gestione delle attrezzature;
∗ enunciazione chiara da parte degli Amministratori pubblici delle volontà politiche;
∗ individuazione precisa dei livelli e delle caratteristiche delle attrezzature e dei loro
componenti;
∗ inserimento delle singole attrezzature di “verde pubblico” nel più generale “sistema
integrato dei servizi pubblici”;
∗ progettazione accurata di tutti gli elementi, ricorrendo quando necessario alla
sperimentazione di sistemazioni prototipo;
∗ esecuzione accurata del progetto;
∗ programmazione ed esecuzione delle manutenzioni ordinarie e straordinarie;
∗ analisi critica a posteriori delle realizzazioni effettuate per poter trarre indicazioni utili per
successive progettazioni.
Al di là dell’eventuale completezza di questo “decalogo” è indubbia l’esigenza di una
gestione multidisciplinare della fase di progettazione, gestione che necessita anche di
analisi sociologiche sul potenziale bacino di utenza, sullo sviluppo demografico ed edilizio
della città, ecc.
Fra le competenze più specifiche che attengono alla componente agronomica in senso lato,
vi sono quelle relative allo studio dell’ambiente naturale ed antropico, ai criteri di scelta delle
specie ed ai problemi relativi alla fase di impianto e di manutenzione.
Nel prosieguo della trattazione faremo spesso riferimento, proprio per la complessità che la
caratterizza, alla progettazione del verde pubblico e di quella di ambiti territoriali più estesi,
nella convinzione che i principi che saranno elencati possano essere utili anche per la
progettazione del verde privato e su superfici più limitate.
La fase di progettazione consta, secondo Agostoni e Marinoni (1987) di 3 momenti distinti:
∗ la fase di analisi, studio, ideazione, formulazione e soluzione di scelte alternative, zoning,
verifiche di fattibilità;
∗ il progetto di massima, con l’individuazione della suddivisione delle aree secondo le
funzioni (copertura verde, rete viaria, attrezzature, strutture e servizi, ecc.), l’entità e la
distribuzione degli elementi e il preventivo di massima;
∗ il progetto esecutivo, che descrive in dettaglio (anche grafico) i singoli elementi della
sistemazione a verde (popolamenti arborei, arbusti, tappeti erbosi, tipo di attrezzature e
strutture, ecc.) e le voci di spesa.

Pagina 68
La progettazione del verde

L’argomento della progettazione del verde piuttosto complesso sarà articolato,


funzionalmente ai nostri obiettivi, nei seguenti punti:
∗ studi preliminari;
∗ piante ornamentali per gli spazi a verde in ambiente mediterraneo
∗ redazione del progetto;
∗ vincoli ed opportunità di carattere normativo.

5.1. Studi preliminari


Essi sono necessari per acquisire elementi di riferimento, in ordine ai fattori ambientali,
climatici, pedologici ed all’assetto vegetazionale dell’area. Per effettuare alcune di queste
indagini si può fare utile riferimento a conoscenze pregresse, acquisite nel corso degli studi;
per altre si ritiene opportuno richiamare in questa sede alcuni aspetti specifici della
metodologia e/o dei contenuti relativi all’indagine stessa.

5.1.1. Individuazione dell’area


La prima operazione da fare per la progettazione è quella di individuare esattamente l’area
interessata alla realizzazione a verde. Occorre, quindi, avvalendosi anche dei documenti
catastali, individuare i confini dell’area e realizzarne la planimetria ed il piano quotato, i quali
faranno poi parte integrante della documentazione iconografica del progetto, che
analizzeremo in seguito. Non ci addentriamo nella modalità di realizzazione di tali
documenti, dato che questi argomenti vengono affrontati nel dettaglio in altre discipline: qui
si può solo richiamare il fatto che oggi, grazie soprattutto all’informatica, le operazioni, un
tempo onerose, possono essere semplificate. D’altra parte, sempre grazie a specifici
software, è anche possibile utilizzare le informazioni acquisite in questa fase in quella
successiva di realizzazione del progetto stesso.

5.1.2. Analisi del paesaggio


Prima di entrare nel merito di come viene effettuata è importante definire brevemente cosa
si intenda per paesaggio. Tale termine può assumere infatti significati diversi;
schematizzando si possono individuare 3 diversi modi di “intendere il paesaggio”, quali:
∗ accezione estetica = il paesaggio è considerato facente parte delle bellezze naturali ed
è quindi la “veduta, il panorama, la parte del territorio che si abbraccia con lo sguardo da
un punto di vista”;
∗ accezione geografica = il paesaggio è costituito dagli elementi fisici, biologici ed
antropici che costituiscono i tratti fisionomici di una certa parte della superficie terrestre;
∗ accezione “ecologica” = il paesaggio viene considerato come ecosistema paesistico
concreto, si tratta, più che di un vero e proprio ecosistema omogeneo, di un insieme di
ecosistemi, interagenti tra loro.
Di fatto tali diverse modalità di concepire il paesaggio hanno portato a due modi
profondamente diversi di effettuare l’analisi del paesaggio stesso: da una parte l’analisi
oggettiva, frutto della concezione geografico-ecologica, dall’altra quella soggettiva, che
nasce dall’accezione di tipo estetico-percettiva del paesaggio.
L’analisi oggettiva considera come ambito delle proprie attività l’insieme dei dati
“oggettivamente rilevabili”, biotici e abiotici, naturali ed antropogeni, che costituiscono la
struttura del paesaggio e fanno riferimento a diversi settori scientifici (come geologia,
botanica, pedologia, fitosociologia, ecc.). Poiché nessuna disciplina da sola può spiegare la
realtà di un paesaggio, che si presenta al tempo stesso unitaria e multiforme ed è il risultato
di interazioni complesse, le singole analisi devono essere utilizzate, contestualmente o
separatamente, al fine di individuare le relazioni e le interdipendenze tra fenomeni e classi
di fenomeni e di approfondire l’aspetto dinamico del paesaggio che si può cogliere
attraverso l’approssimazione sistemica (Romani, 1994). L’analisi di tipo oggettivo, per

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La progettazione del verde

descrivere in modo scientifico i vari elementi


e i sistemi che costituiscono il paesaggio,
cerca di rilevare e di registrare, spesso
attraverso una cartografia di base di scala
opportuna, numerosi dati territoriali, naturali
ed antropici, scomponendoli nelle differenti
categorie di indagine ed analizzandoli
secondo metodiche che sono tradizionali e
che fanno riferimento a discipline di tipo
classico (botanica, zoologia, urbanistica,
ecc.). Tali elementi nell’analisi paesaggistica
devono essere poi fatti interagire perché
occorre tenere sempre presente nell’analisi
che il paesaggio non è mai uniforme, ma
varia in funzione delle sue componenti; la
modifica di una di queste influisce e talvolta
stravolge il funzionamento del tutto. Questo
tipo di analisi è quindi molto efficace per
cogliere, la “fragilità” o la “vulnerabilità” di
un’area, la sua “vocazione” o per registrare
particolari “valori” che occorre preservare.
L’analisi di tipo soggettiva, invece, pone
l’accento prevalentemente sul processo visivo, su come il paesaggio si manifesti
all’osservatore, in forme, sequenze, ordinamenti sensibili e percepibili ed in particolare
attraverso la vista.
I metodi di indagine fondati sull’analisi percettivo-
visiva sono numerosi ed ampiamente utilizzati
nella riqualificazione paesistica di determinati
ambienti.
Il “vedere” è un atto conoscitivo complesso che
consiste nell’elaborare le immagini che ci
pervengono attraverso la vista tramite specifiche
funzioni mentali, quali la memoria, ed utilizzando
anche parametri personali, quali la cultura,
l’appartenenza a gruppi sociali particolari, ecc.
L’apprezzamento estetico del paesaggio è un
fatto quindi eminentemente individuale, ma a
partire dagli anni ’60 si è cercato di “oggettivare”
tale giudizio. Le metodologie di indagini si
muovono su diverse direttrici. Fra quelli più diffusi
possiamo ricordare i metodi descrittivi che,
basandosi su determinate caratteristiche
morfologiche “fondamentali”, mirano a descrivere
ed a raggruppare in categorie i diversi tipi di
paesaggio. Un altro approccio è quello della
“preferenza”, cioè cercare di raccogliere la
valutazione dei fruitori effettivi o potenziali dei
diversi paesaggi.
Al di là della concezione di riferimento e del metodo di analisi previsto, può essere utile per i
nostri scopi fare riferimento ad alcune delle classificazioni proposte per i diversi “tipi” di

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La progettazione del verde

paesaggio riscontrabili nella realtà italiana.


Per dare riferimenti che possono essere utili ai fini di una eventuale analisi del paesaggio
che ci circonda, il quale indubbiamente riassume non solo elementi diversi tra loro, ma è
anche il frutto della “storia” degli eventi che su quel territorio si sono succeduti, si è ritenuto
utile dare qualche indicazione in merito ai “paesaggi” in cui dobbiamo spesso inserire le
nostre sistemazioni a verde. Tali paesaggi fanno riferimento a:
∗ paesaggio naturale;
∗ paesaggio agrario;
∗ paesaggio urbano.

Paesaggio naturale
È dominato dalla presenza della vegetazione naturale che rappresenta un importante
elemento da tenere in considerazione per le informazioni preziose che possiamo acquisire
in tema di progettazione degli spazi a verde. La distribuzione delle piante sulla terra, come
è noto, è regolata da tre grandi fattori:
1) storia;
2) terreno;
3) clima.
Con il primo si intende non
solo i grandi eventi geologici
che hanno influenzato la
distribuzione della
vegetazione in base ai
periodi di glaciazione e di
disgelo che si sono succeduti
nel tempo, ma soprattutto
l’azione attiva dell’uomo che,
sin da epoche antichissime,
ha trasportato piante da una
parte all’altra del globo,
modificando il paesaggio
naturale.
Per quanto riguarda il terreno
occorre ricordare l’influenza
che le caratteristiche del
substrato hanno sulla
presenza di determinate
specie, caratteristiche che
sono anche il frutto
dell’intensa azione che i
fattori climatici esercitano sul
substrato pedogenetico. Il
terreno è infatti spesso
definito “figlio del clima”.
Per quanto attiene ai
parametri climatici, quelli che maggiormente influenzano la vegetazione sono:
∗ radiazione luminosa;
∗ temperatura;
∗ precipitazioni.
Il condizionamento imposto dal clima nella distribuzione degli esseri viventi fa sì che si
possa parlare di bioclima (se ci si riferisce a tutti gli esseri viventi) o di fitoclima (il

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La progettazione del verde

riferimento è solo alla vegetazione). In base alla presenza di particolari tipi di vegetazione, il
fitoclima italiano si presenta articolato nei seguenti tipi elementari o biocore climatiche
(Giacobbe, 1949):
∗ mediterranea sempreverde;
∗ montana mediterranea;
∗ sub-mediterranea;
∗ subcontinentale o continentale;
∗ montana alpina;
∗ cacuminale.
I caratteri distintivi di queste biocore, con l’indicazione delle specie a valenza ecologica
compatibile sono riportati nello schema allegato.

Paesaggio agrario
È quella forma che l’uomo, nel corso dei secoli ed ai fini delle sue attività produttive
agricole, coscientemente e sistematicamente, imprime al paesaggio naturale (Sereni,
1961).
L’interesse di studiare tale paesaggio, non solo attuale ma anche nella sua evoluzione
“storica”, discende direttamente dalla constatazione che gran parte (circa il 50%) della
superficie territoriale del nostro Paese (che è di circa 33 milioni di ettari) è occupata da
attività agricola.
Anche se nell’ultimo secolo l’importanza, in termini di impiego di mano d’opera ma anche di
utilizzazione del suolo da parte dell’agricoltura, è certamente diminuita, resta il fatto che fino
alle soglie del ’900 l’attività agricola è stata quella in grado, più di tutte le altre, di lasciare
dei segni sul nostro territorio. Le tracce che spesso ancora oggi ritroviamo e che
caratterizzano il paesaggio rurale sono molto antiche e possono risalire fino al periodo
greco o etrusco. Per questo motivo si è ritenuto opportuno riportare brevi cenni
sull’evoluzione storica del paesaggio agrario.

Periodo greco: il paesaggio agrario Tavola di Alesa.


era caratterizzato dalla divisione
netta tra terre coltivate ed incolti
tramite siepi e muri; i campi
presentavano forme geometriche
regolari; notevole era la presenza
delle colture arboree (es. olivo). Una
idea di come doveva essere il
paesaggio nel periodo greco la
possiamo trarre dalla cosiddetta
Tavola di Alesa, una mappa del
tempo di una porzione di territorio
agrario. In Sicilia le tracce di questo
uso del suolo sono ancora oggi
rinvenibili in alcuni modelli di
paesaggio agrario, qual è quello degli
appezzamenti irregolari chiusi, a
seguito della necessità di proteggere
le colture dalle greggi e dai furti
campestri.

Periodo etrusco: l’elemento che permane fino ai nostri giorni, anche se ormai sporadico, è

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La progettazione del verde

quello della vite maritata al pioppo, all’acero, all’olmo e consociata con le colture dei cereali.

Periodo romano: durante tale periodo storico


sono state effettuate delle modificazioni sulla
struttura del paesaggio che sono giunte fino ai
nostri giorni praticamente immodificate. Fra
quelle più significative possiamo ricordare la
“limitazio” cioè la misurazione e divisione del
suolo, che portava alla formazione delle
“centuriae”, quadrati di 740 metri di lato (pari a
~50 ha), destinati ai centurioni dell’esercito; il
“reticolo” che si veniva a determinare nel
territorio è facilmente rilevabile ancora oggi, ad
esempio, nell’agro di Cesena. I romani
provvidero anche alla costruzione di strade ed
acquedotti a maglia molto fitta, di cui tracce
permangono fino ai nostri giorni.
Per quanto riguarda la tipologia dei campi
questi erano spesso chiusi, circondati da
elementi di confine. Un aspetto molto
importante che risale al periodo romano è la
consapevolezza dell’importanza del “bel
paesaggio” della villa suburbana che serviva a
soddisfare, oltre alle esigenze economiche,
quelle estetiche e di diletto. Grande
considerazione, anche estetica, nel periodo Tracce di “centuriae” nell’agro di Cesena.
romano era posto al paesaggio silvo-pastorale.

Periodo medievale ed età feudale: è un periodo in cui notevole è stata la degradazione del
paesaggio; in tale epoca, anche per i limiti temporali nei quali si poteva esercitare
l’agricoltura, si preferiva la coltivazione dei cereali minori, che avevano un ciclo colturale più
breve e si prestavano meglio al sistema dei campi aperti. Un altro elemento costitutivo di
quel periodo è quello del borgo arroccato sulle alture e del sistema dei campi chiusi per la
coltivazione di vite e di piante da orto.

Periodo arabo: è questo un periodo le cui influenze, soprattutto sul paesaggio siciliano,
permangono fino ai nostri giorni: a tale epoca risalgono, infatti, tutte le sistemazioni
idrauliche e le opere di adduzione delle acque che consentirono l’insediamento delle colture
irrigue quali riso, carrubo, pistacchio, cotone, melanzana, spinaci, canna da zucchero,
cotone, gelsi, agrumi, alcune delle quali connotano fortemente il nostro attuale paesaggio.
Gli esempi degli agrumi, del carrubo e, fra le piante ornamentali collocate in ambito rurale,
della palma da datteri (Phoenix dactylifera), che presso gli arabi rivestiva significati del tutto
peculiari, sono sicuramente fra i più significativi.

Alto Medioevo: in tale periodo il paesaggio agrario appare caratterizzato da:


∗ ripresa delle attività agricole;
∗ esecuzione di opere di bonifica;
∗ esecuzione di disboscamenti per destinare nuovi terreni all’agricoltura;
∗ esecuzione di terrazzamenti per rendere coltivabili le pendici delle colline;
∗ diffusione della coltura granaria;
∗ diffusione del sistema dei campi chiusi.

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La progettazione del verde

Rinascimento: è il periodo in cui si assiste all’origine dell’attuale paesaggio agrario. I


principali elementi sono:
∗ sistemazioni collinari;
∗ diffusione dei pascoli e dei prati chiusi;
∗ bonifiche dei terreni;
∗ realizzazione di prati irrigui;
∗ costituzione della piantata padana, cioè la coltivazione ai margini dei campi di alberi.
A questi elementi si deve aggiungere la piena consapevolezza raggiunta del valore del “bel
paesaggio” agrario che portò a far sì, ad esempio, che i Medici costruissero in Toscana
numerose ville suburbane circondate da colture agrarie. Ed è anche da questo periodo che
cominciano la grandi scoperte geografiche che determinano l’inserimento di nuove specie
negli ordinamenti colturali agrari (es. mais, girasole, patata, pomodoro, ecc.).

Seicento: è il periodo delle dominazioni straniere e del degrado del paesaggio agrario.

Illuminismo: da questo periodo


ricominciano le sistemazioni
agrarie di vasta scala, per
l’importante ruolo rivestito dalla
agricoltura nella economia del
tempo, per cui si ricercano metodi
di produzione innovativi. È questo
anche il periodo in cui si assiste
alla diffusione delle colture
arboree.

Unità d’Italia: a seguito


dell’unificazione dei diversi Stati si
ha una ridistribuzione delle colture
su base regionale; fra gli aspetti Il paesaggio agrario di Palermo nel Settecento.
più importanti che interessano la
Sicilia occorre ricordare come, a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, si assista alla
diffusione dell’agrumicoltura, attività agricola che ancora oggi connota fortemente il
paesaggio dell’Italia.

Periodo contemporaneo: il paesaggio


appare modificato a seguito di diversi
avvenimenti, fra i quali possiamo
ricordare:
∗ riforma agraria del secondo
dopoguerra;
∗ diffusione della meccanizzazione;
∗ abbandono delle aree più
marginali.
Con riferimento a quest’ultimo
aspetto dobbiamo ricordare come dal
1910 al 1990 la superficie agricola sia
passata da 21 a 16,9 milioni di ettari,
con una “perdita” di quasi 4 milioni di
L’avvento della meccanizzazione ha profondamente cambiato i ettari. Negli ultimi anni, ed in
tratti fisionomici del paesaggio.

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La progettazione del verde

particolare in corrispondenza dell’ultimo censimento dell’agricoltura, questo processo di


“perdita” di territori agricoli è apparso molto accentuato. In particolare la superficie agricola
utilizzata è scesa ad appena 13,2 milioni di ettari. Delle superfici sottratte all’agricoltura una
quota cospicua è stata assorbita da usi residenziali; nel resto dei casi si è assistito ad un
abbandono dell’attività agricola, cui è spesso seguito il degrado ambientale per mancanza
degli interventi colturali.

Paesaggio urbano
Nell’ultimo mezzo secolo il fenomeno dell’urbanizzazione ha avuto uno sviluppo
rapidissimo. L’indice di urbanizzazione, cioè la percentuale di popolazione che vive in
agglomerati con più di 20.000 abitanti, che si era mantenuto sotto il 10% fino al 1920, ha
raggiunto alla fine degli anni ’80 il 55% in Italia ed il 75% in USA; stime ONU indicano che
nel 2050 il 90% della popolazione vivrà in agglomerati urbani.
Anche non considerando le estrapolazioni nel lungo periodo, già oggi oltre la metà della
popolazione italiana vive in un ambiente, quale quello urbano, profondamente modificato
dalle attività umane; da questo fatto discende la necessità di conoscere bene le
modificazioni che comunemente si verificano all’interno delle nostre città, in modo da tenere
conto nelle progettazioni degli spazi a verde nel recinto urbano.
Le modificazioni che più frequentemente si verificano per effetto dell’urbanizzazione sono
quelle relative al clima ed all’inquinamento. Spesso in città si verifica la cosiddetta “isola di
calore”, cioè la differenza, positiva, che si ha tra la temperatura del centro cittadino e quella
della campagna circostante. La formazione dell’isola di calore è dovuta in parte al bilancio
radiativo alterato, ma soprattutto alla presenza nel bilancio energetico di un ulteriore
termine rappresentato dagli apporti di energia dovuti ad alcune delle attività umane, quali il
riscaldamento di ambienti, il traffico veicolare, le stesse attività industriali, ecc.
Per quanto attiene al bilancio radiativo possiamo ricordare come l’atmosfera urbana sia
molto più torbida rispetto a quella circostante dato che contiene una quantità di particolati
fino a 10 volte superiore; di conseguenza è minore la radiazione totale che raggiunge la
superficie orizzontale, fino al 20% in meno. Nella banda dell’ultravioletto, invece, la
diminuzione è solo del 5% in estate, ma può raggiungere il 30% in inverno ed anche questo
ha un effetto negativo sulla salubrità dell’aria.
L’albedo per radiazioni a lunghezza d’onda corta delle superficie che compongono la città è
molto variabile, bassa per l’asfalto e per la vegetazione dei parchi; alta per il calcestruzzo;
in genere è comunque più elevata di quella di una campagna ben coltivata.
Tuttavia la maggiore albedo e la minore radiazione totale non comportano una
corrispondente diminuzione del bilancio radiativo, anche perché le strade fiancheggiate da
edifici costituiscono una vera e propria “trappola per radiazioni” a causa delle riflessioni
multiple cui danno luogo.
Un altro fattore che determina una maggiore incidenza dell’isola di calore è quello legato
all’assenza di vento, almeno in quota, il che determina la permanenza sul recinto urbano di
una sorta di cupola dove si accumulano gli inquinanti sia particolati che gassosi.
Questi fenomeni si traducono in buona sostanza in un aumento della temperatura della
città, variabile con le stagioni e con l’ora del giorno, che è nell’ordine di alcuni gradi. Con
riferimento alle temperature minime medie, ad esempio, per Roma si ha una differenza di
4,3°C in luglio e 2,5 °C in gennaio, valore molto simile (2,4°C) a quello riscontrato nel
trimestre invernale per Milano (Pagliari, 1989). Secondo Lanphear (1971) la temperatura
media delle città è da 1,5 a 2,5°C superiore a quella dell’ambiente circostante ma può
arrivare anche a 5°C ed in condizioni particolari può superare i 15°C. Per cercare di
rendersi conto del significato di tale incremento della temperatura, possiamo ricordare
come, analizzando le isoterme relative al nostro Paese, si possa rilevare un incremento per
stazioni di tipo continentale di 1°C andando dal Nord verso il Sud al crescere di 1° e 20’ di

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La progettazione del verde

latitudine. L’incremento è più lieve - pari rispettivamente a 0,5°C e 0,3°C - se ci si riferisce a


stazioni costiere collocate lungo la costa Adriatica o Tirrenica (Mennella, 1967); il che vuol
dire che per effetto dell’isola di calore è come se Roma o Milano, in virtù di quell’incremento
termico prima ricordato, si trovassero ad oltre 300 km a Sud rispetto alla loro reale
posizione geografica.
Importanti sono anche le modificazioni climatiche che si verificano a livello di “micro”
ambienti. Sono state osservate, ad esempio, variazioni della temperatura massima,
registrate nel mese di agosto alla Columbus Avenue di New York, di ben 10°C (32 contro
42°C) tra lato est ed ovest della stessa strada (Bassuk e Witlow, 1987).
Nell’ambiente urbano, inoltre, a causa dell’isola di calore e dei moti convettivi che ne
conseguono, insieme alla presenza di un maggiore numero di nuclei di condensazione, le
precipitazioni sono del 10% superiori a quelle delle aree rurali circostanti; l’aumento
raggiunge il 15% per la frequenza dei temporali.
L’umidità relativa è tuttavia minore dato che le superfici che caratterizzano le città (tetti,
terrazze, lastricati) sono impermeabili e l’acqua ne evapora rapidamente; le acque
meteoriche, inoltre, vengono più o meno rapidamente drenate dal sistema fognario ed
allontanate dalla città stessa.
A causa quindi della bassa capacità di trattenere l’acqua e di disperderla lentamente
nell’ambiente, i valori dell’umidità relativa sono molto bassi durante il periodo secco; rilievi
riferiti alla città di New York hanno fatto accertare, infatti, che il valore della umidità relativa
a livello delle strade (in particolare nell’esempio sopra citato della Columbus Avenue) è pari
al 10-20% contro il 40% registrato a Central Park, il grande polmone verde della metropoli
statunitense (Bassuk e Witlow, 1987).
Un altro aspetto problematico della qualità dell’aria in ambiente urbano è quello legato
all’inquinamento. Le principali sorgenti in città sono rappresentate dal riscaldamento di
ambienti, dal traffico veicolare, dalle emissioni di attività artigianali e di piccole industrie ed
eventualmente dalle emissioni di grandi complessi industriali posti nell’area suburbana.
La concentrazione di inquinanti nell’atmosfera della città dipende dal bilancio tra la loro
produzione ed il loro allontanamento ad opera della circolazione atmosferica. Quest’ultima è
legata soprattutto alla diffusione verticale dato che, come ricordato, la struttura degli edifici
blocca i movimenti orizzontali. Tale stagnazione dell’aria esaspera i problemi legati agli
inquinanti con grave pregiudizio della salute degli abitanti e della sopravvivenza delle piante
stesse.
Altre modificazioni negative in ambiente urbano attengono al substrato pedologico. Le
principali caratteristiche dei suoli in ambiente urbano possono essere sintetizzate come
segue:
∗ grande variabilità verticale ed orizzontale;
∗ struttura modificata in seguito al costipamento;
∗ presenza di una “crosta” superficiale spesso impermeabile;
∗ reazione modificata, con elevati valori del pH;
∗ aerazione e drenaggio spesso insufficienti;
∗ metabolismo di nutrienti ridotto ed attività degli organismi rallentati;
∗ presenza di materiali diversi e di altri inquinanti;
∗ regime della temperatura modificato.

*
***
Prima di chiudere il paragrafo dedicato al paesaggio non possiamo fare a meno di
richiamare la Convenzione europea sul paesaggio, riportata negli allegati, che costituisce
ormai un importante punto di riferimento. Particolarmente importante nella carta è la visione

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La progettazione del verde

“unitaria” del paesaggio stesso che supera la logica di protezione “a macchia di leopardo”
del passato per pervenire ad una visione complessiva dei problemi connessi con la
protezione di tutto il paesaggio che ci circonda. Come ricorda infatti la convenzione, il
paesaggio «designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle
popolazioni, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro
interrelazioni»; la Convenzione, infatti, si applica «a tutto il territorio delle Parti e riguarda gli
spazi naturali, rurali, urbani e periurbani. Essa comprende i paesaggi terrestri, le acque
interne e marine. Concerne sia i paesaggi che possono essere considerati eccezionali, che
i paesaggi della vita quotidiana e i paesaggi degradati.».

5.1.3. Analisi del clima


Dati gli stretti legami fra clima e vegetazione è intuitivo l’interesse di raccogliere
informazioni in ordine ai fattori climatici. Occorre infatti acquisire, in fase preliminare,
indicazioni in merito di diversi parametri, quali:
∗ temperatura minima, media e massima;
∗ piovosità annuale e sua distribuzione.
È importante anche stabilire gli eventuali “tempi di ritorno”
di eventi eccezionali per calcolare gli eventuali rischi
dell’inserimento di alcune essenze vegetali. Sotto questo
profilo possiamo ricordare come le gelate eccezionali
(quale quella del 1985 che interessò molti paesi europei,
fra cui anche l’Italia) o periodi particolarmente siccitosi
(quale l’estate del 2003 che interessò soprattutto il centro
Europa) possano determinare la morte di molte piante
ornamentali, utilizzate nelle sistemazioni a verde.
A
seconda del grado di approfondimento
dello studio, ai parametri sopra
richiamati si possono aggiungere quelli
relativi alla qualità ed alla
composizione delle acque,
all’insolazione, alla nebulosità, alla
ventosità, ecc. In tutti i casi la validità
delle previsioni dipende dall’ampiezza
della serie storica dei dati presi in
considerazione che deve superare
almeno i 20 anni. Importante è anche
la “presentazione” delle informazioni
acquisite nelle relazioni che spesso
corredano i progetti. Uno dei modi più
efficaci ed utili per esprimere il clima,
particolarmente funzionale
all’inserimento della vegetazione, è
quello della costruzione dei cosiddetti
diagrammi ombrotermici.
Si tratta di un sistema di assi cartesiani
in cui a sinistra sono riportati i valori
della temperatura, espressi in gradi centigradi (°C), ed a destra quelli della precipitazione, in
mm, adottando una scala doppia rispetto a quella della temperatura. L’area sottesa fra la
curva della temperatura e quella della piovosità, che viene spesso tratteggiata, esprime il
periodo che è fisiologicamente “secco” per la vegetazione, quando cioè il valore della

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La progettazione del verde

precipitazione per quel mese, espresso in mm, è inferiore o uguale al doppio del valore
della temperatura media, espressa in °C. Durante questo periodo è opportuno fornire acqua
attraverso l’irrigazione per consentire la sopravvivenza delle piante. Altre forme grafiche
(vedi tavola) possono essere utilmente impiegate al fine di illustrare i risultati dell’indagine
climatica.
È utile ricordare come informazioni climatiche, relative soprattutto alla Sicilia, possano
essere acquisite mediante la consultazione di:
∗ Annuario di statiche meteorologiche dell’ISTAT;
∗ Annali idrologici della Regione Siciliana.

5.1.4. Analisi dell’ambiente geopedologico


Lo studio dei terreni fa parte delle competenze acquisite in altri ambiti disciplinari. Ai nostri
fini occorre ricordare come l’analisi pedologica debba spesso misurarsi, soprattutto in
ambito urbano, con le eterogenee origini e caratteristiche dei substrati disponibili nelle aree
da sistemare a verde. Si tratta spesso di substrati marginali con riporti realizzati in tempi
diversi, talora come tali inospitali per il verde e comunque pregiudizievoli per lo sviluppo e la
durata in vita delle diverse piante. Così nell’ambito del progetto deve essere spesso
valutata la possibilità di sostituire il substrato originario, soprattutto quando si opera in aree
di limitata ampiezza.
Nel caso invece in cui l’intervento si riferisca a superfici più estese e collocate al di fuori
dell’ambito urbano, utile riferimento può essere fatto in Sicilia alla carta dei suoli, redatta da
Fierotti (1988) che, nonostante la scala (1: 250.000), rimane, ancora oggi, un elemento
prezioso di consultazione.

5.1.5. Analisi della vegetazione


Uno studio del quale non si dovrebbe mai fare a meno è quello relativo alla vegetazione
naturale.
In premessa desideriamo chiarire come, nonostante spesso siano utilizzati come sinonimi, i
concetti di flora e di vegetazione siano profondamente differenziati. Con il primo termine,
la flora si intendono tutte le specie vegetali che si presentano in un determinato sito; il
metodo di analisi utilizzato per stimare il manto vegetale è quindi quello qualitativo che si
basa sull’elencazione delle specie; quando si adotta il metodo quantitativo si giunge al
concetto di biomassa con la quale si intende la misura ponderale dei viventi presenti su una
data superficie. Relativamente tardi, cioè solo alla fine del XIX secolo, si è giunti all’idea di
combinare i due approcci, cioè fornire dati qualitativi (elenchi di specie) correlati da dati

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La progettazione del verde

quantitativi relativi alle singole specie. Si è giunti così al concetto di vegetazione che, nel
modo più elementare viene descritta mediante un elenco di specie, per ciascuna delle quali
è indicata la quantità relativa all’area occupata. Qui sta la differenza sostanziale tra i
concetti di flora e
vegetazione: il primo è
privo di nozioni quantitative,
quindi ogni specie vale in
quanto tale ed è del tutto
indifferente che essa sia
comune oppure rara (anzi
spesso sono maggiormente
le specie rare quelle che
risultano interessanti, vedi il
caso delle endemiche);
invece nella vegetazione
ogni specie viene
considerata sulla base della
sua quantità: specie molto
abbondanti hanno grande
importanza, specie rare ne
hanno poca o nessuna.
L’analisi della vegetazione,
che si serve della rilevazione delle diverse associazioni vegetali anche per individuare la
vicinanza o meno all’equilibrio naturale (climax), assume particolare interesse e notevole
validità quando occorre realizzare degli spazi a verde pubblico in aree non vicine ai centri
urbani e più o meno prossime a porzioni privilegiate di territorio.
In tali ambiti, infatti, l’analisi delle specie in atto presenti e delle loro associazioni può fornire
preziosi riferimenti progettuali per cercare di creare un “verde” che resti in sintonia con
l’ambiente naturale e per la cui manutenzione non siano necessari onerosi interventi.
La vegetazione di un determinato ambiente infatti non si trova in uno stato casuale né
definitivo ed immutabile. Esiste
sempre una storia precedente
ed un’evoluzione futura in atto.
Da una puntuale “lettura” della
vegetazione è possibile trarre
quindi molte utili informazioni.
Lo studio della vegetazione
assume un’importanza
applicativa fondamentale ai fini
degli interventi di recupero
ambientale in quanto fornisce
elementi di base per la
ricostruzione del manto
vegetale di aree degradate. Lo
studio richiede indagini
preliminari sia sotto l’aspetto
t i p o l o gi c o ( a t t r a ve rs o i
rilevamenti fitosociologici) sia sotto l’aspetto dinamico (mediante lo studio dell’evoluzione
della vegetazione).
Per effettuare i rilievi di tipo fitosociologico ci si basa su una metodologia di rilevamento
consolidata che prevede la compilazione di una scheda contenente diversi dati.

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La progettazione del verde

Grazie a tali rilievi è possibile procedere alla ricostruzione delle modalità di aggregazione
della vegetazione. A questo fine in fitosociologia vengono utilizzate delle categorie di tipo
sistematico più o meno ampie, la cui l’unità base è rappresentata dall’associazione che è un
aggruppamento vegetale stabile, statisticamente omogeneo ed in equilibrio con l’ambiente,
caratterizzato da una data composizione floristica, dove certi elementi quasi esclusivi (le
cosiddette specie caratteristiche) pongono in rilievo un’ecologia particolare. Oggi si tende
anche a dare importanza alle specie molto frequenti, anche se non caratteristiche, quali
piante indice dell’ambiente.
Diverso è invece il caso del verde inserito nel contesto urbano: come abbiamo già
evidenziato le modificazioni antropiche sull’ambiente rendono poco utili le indicazioni di
un’analisi vegetazionale compiuta in zone che, anche se prossime alla città, sono
caratterizzate da un diverso andamento termo-udometrico e da un più basso livello di
inquinanti.
Per tale motivi anche se si tratta di dati solo puntiformi può risultare utile il “censimento”
della flora ornamentale utilizzata in ambito urbano e soprattutto dello stato “sanitario” di
questa per trarre utili indicazioni sulle specie che è possibile inserire nell’ambiente urbano
stesso.

5.2. Piante ornamentali per gli spazi a verde in ambiente mediterraneo


5.2.1. Premesse
Affrontare le problematiche relative alla scelta ed all’impiego delle piante ornamentali in
ambiente mediterraneo comporta come necessaria premessa la definizione degli ambiti di
riferimento. Da una parte, infatti, si affronta il tema delle piante «ornamentali» e dei
particolari «spazi» cui esse danno luogo, che per comodità possiamo indicare come
«giardino», mentre dall’altra occorre definire cosa sia l’ambiente «mediterraneo».
Una definizione puntuale di pianta ornamentale non è certo agevole, in quanto essa, più
che alle caratteristiche della pianta in sé, è spesso connessa alle «funzioni» che questa
svolge. Un esempio che può essere esemplificativo è quello delle essenze impiegate per la
realizzazione di un tappeto erboso ornamentale: si tratta infatti di piante che sono
strettamente analoghe alle cosiddette «malerbe» ma che, in funzione delle particolari
modalità d’uso, assumono preminente effetto estetico. Questo comporta quindi che
possano essere accolte all’interno del gruppo delle piante ornamentali praticamente tutte le
specie, basta che esprimano una qualche caratteristica che attragga la nostra attenzione.
La maglia per giudicare l’idoneità all’uso è spesso molto ampia: alle piante ornamentali
viene di fatto frequentemente richiesta una prestazione «minima», che può coincidere
talvolta con la semplice «sopravvivenza», al di là di possibili risultati «produttivi». Non si
tratta, però, di una prestazione semplice da ottenere: l’ambiente in cui trova accoglimento il
«verde ornamentale», spesso all’interno del recinto urbano, è infatti di frequente ostativo (a
causa dell’inquinamento atmosferico e di variazioni microclimatiche) alla corretta crescita
delle piante stesse.
Se si fa invece riferimento agli spazi a verde cui le piante ornamentali danno luogo, e cioè i
«giardini», la questione si complica laddove si consideri che affrontare il tema del giardino
in ambiente mediterraneo significa ripercorrere parte della storia dell’uomo, almeno di
quello occidentale. La nascita del giardino si può, infatti, fare coincidere quando la terra
cominciò a essere coltivata, non tanto per profitto o per l’uso dei frutti, quanto per offrire
piacere o per riflettere la vanità di chi la coltivava (Vessichelli Pane, 1994). Le prime
testimonianze sulle trasformazioni ambientali realizzate per «costruire» i giardini presso i
popoli antichi risalgono a parecchi millenni or sono e sono relative a quelle civiltà che si
svilupparono circa 4000 anni fa nei Paesi situati ad oriente del Mediterraneo, in una zona
dove la presenza di favorevoli condizioni di vita determinò lo sviluppo delle civiltà Assira,

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La progettazione del verde

Babilonese, Egiziana e Persiana. L’influenza esercitata da queste civiltà sull’evoluzione in


occidente del «giardino» fu notevole.
Il giardino stesso è anche legato al mito ed alle diverse religioni presenti nell’area
mediterranea. Secondo una leggenda araba il mondo, all’inizio dei tempi, era un immenso
giardino, finché l’uomo non cominciò a peccare. Accadde, allora, che per ogni peccato
commesso, Allah ordinasse a un angelo di far cadere sulla terra un granello di sabbia; in
poco tempo il bel giardino divenne un deserto: il Sahara, simbolo del vuoto e della morte.
L’idea del giardino, dell’Eden rimase, però, nelle oasi, superstiti ricordi dell’antico paradiso
terrestre, frammenti che dovevano suscitare nei peccatori la nostalgia di quanto avevano
perduto e la speranza di riconquistarlo.
La stessa origine della parola «giardino» (gan in ebraico, gianna in arabo) è la radice
semantica G-N, a cui risale la parola magnum, che in arabo significa velato. Dunque il
Paradiso (il gan-eden della Genesi e il pairidaeza persiano) è il luogo cintato di delizie,
occultato, velato agli occhi del peccatore, dell’uomo che ha perso il dono della vista
soprannaturale. Il concetto di giardino, come luogo di delizia, è comune a molte altre
culture: quasi inutile è ricordare, alla nostra sensibilità di occidentali, il paradiso terrestre
della Genesi: «Poi il Signore Iddio piantò un giardino in Eden, a Oriente, e vi collocò l’uomo
che aveva plasmato. E il Signore Iddio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi
alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della
conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino (...) Il
Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo
custodisse».
Insegnano i rabbini che la conoscenza della Torah ha quattro porte: il Perush, o
spiegazione letterale del testo, il Remez, o comprensione dei contenuti inespressi, il
Darash, o svisceramento, e il Sod, il livello segreto, mistico. Le iniziali delle quattro porte
della conoscenza formano la parola «PRDS», che si legge pardès e significa giardino.
L’altro aspetto della questione, su cui ritorneremo in seguito più in dettaglio, è quello
dell’ambiente mediterraneo. In realtà il paesaggio mediterraneo, benché costituisca un
topos della cultura occidentale, più che un dato reale è un’astrazione, o meglio lo è nella
misura in cui, nell’ottica romantica sostanzialmente nordeuropea, lo si considera come un
paesaggio privilegiato, naturale, spontaneamente bello. Di fatto, invece, si tratta di un
ambiente difficile, fortemente antropizzato al punto che le stesse piante che vi si trovano e
che spesso lo connotano sono frequentemente di origine esotica, anche se ormai sono
diventate elementi costitutivi del paesaggio: «Una Riviera senza aranci, una Toscana senza
cipressi, il cesto di un ambulante senza peperoncini … che cosa può esservi di più
inconcepibile oggi, per noi?».
Una necessaria puntualizzazione è inoltre quella relativa alla «eterogeneità» del paesaggio
mediterraneo. Se si considera che questo è rappresentato da tutte le aree prospicienti
l’omonimo mare, è intuitivo comprendere la grande diversità conseguente ai diversi regimi
pluviometrici che si realizzano, e di cui diremo in seguito, ma anche del livello delle
temperature medie che consentono, solo nelle aree più termofile, la presenza di numerose
specie esotiche.
Un altro elemento da sottolineare è come spesso in ambiente mediterraneo il passaggio fra
spazio a verde ornamentale e spazio agricolo sia piuttosto sfumato, merito anche del
notevole valore ornamentale di alcune colture (si pensi ad esempio all’olivo o agli agrumi),
al punto che in dialetto siciliano si indica spesso come «giardino» lo spazio «produttivo »
agrario ed in particolare l’agrumeto.
L’interesse di parlare di giardino in ambiente mediterraneo è notevole: le sistemazioni a
verde in ambiente mediterraneo, il “Mediterranean gardening”, così come viene
efficacemente indicato in inglese, assumono, infatti, dei tratti così peculiari da giustificarne
una trattazione separata. Un primo aspetto da sottolineare è l’importanza, nello scegliere le

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La progettazione del verde

soluzioni progettuali, di tenere conto degli stress idrici, più o meno intensi, cui le piante
vanno incontro. Le sistemazioni a verde in ambiente mediterraneo possono, infatti, essere
considerate come una forma particolare di “xeriscaping”, cioè di quelle tecniche messe in
atto per realizzare spazi a verde dove vi è carenza di acqua. Un’altra peculiarità, di cui si è
detto, è connessa alle scelte biologiche: soprattutto negli spazi più antropizzati, l’ambiente
mediterraneo è caratterizzato dall’utilizzo, oltre che di piante autoctone, di piante esotiche,
in gran parte provenienti da zone a clima tropicale e subtropicale (Huxley et al., 1999).
Questa compresenza di piante esotiche ed autoctone costituisce il motivo fondamentale del
fascino di questo ambiente. Si tratta, come ricorda lo scrittore catalano Manuel Vázquez
Montalbán (1996) di «un microclima» in grado di giustificare «il miracolo delle jacarande,
degli alti ficus e di ibischi e banani». La specificità di questo ambiente, sempre per
Montalban, è da ricercare nella presenza di specie diverse, «eppure il Mediterraneo è lì,
nelle pinete, nei carrubi e negli aranci, e negli allori alti come torrioni e negli oleandri,
talvolta in forma di possenti siepi, talvolta in snelli alberi dal cocuzzolo fiorito». Spesso sono
le piante di origine esotica quelle che rappresentano un elemento di estremo interesse dei
giardini mediterranei soprattutto agli occhi dei visitatori del nord Europa. Un esempio fra tutti
è dato dalla descrizione del giardino di Villa Giulia a Palermo fatta da Goethe in occasione
del suo viaggio in Italia nel 1787: «È il luogo più stupendo del mondo. Nonostante la
regolarità del disegno ha un che di fatato (…) Vedi aiuole che circondano piante esotiche,
spalliere di limoni che s’incurvano in eleganti pergolati, alte palizzate di oleandri screziati di
mille fiori rossi, simili a garofani, avvincono lo sguardo. Alberi esotici, a me sconosciuti, (e
ricordiamo che Goethe era un appassionato di botanica) ancora privi di foglie,
probabilmente di origine tropicale si espandono in bizzarre ramature (…) Molte piante,
ch’ero abituato a vedere in cassette o in vasi, o addirittura chiuse entro i vetri di una serra
per la maggior parte dell’anno, crescono qui felici sotto il libero cielo…».
La realizzazione di spazi a verde in ambiente mediterraneo presuppone la soluzione di
diversi problemi, primo fra tutti la necessità di individuare specie e/o tecniche idonee ad
aumentare la compatibilità del verde ornamentale con le specifiche condizioni ambientali.
Sicuramente la scelta della specie rappresenta il punto nodale, da cui dipende la possibilità
di realizzare un verde non solo dotato di idonei caratteri estetici ma anche in grado di
resistere nel tempo. Per potere operare scelte idonee occorre, però, una conoscenza
approfondita delle caratteristiche pedologiche e climatiche dell’ambiente in cui si opera, ma
soprattutto delle «prestazioni morfofunzionali» delle piante utilizzate e dei criteri di
utilizzazione delle stesse e quindi delle soluzioni progettuali e delle tecniche colturali in
grado di minimizzare l’influenza negativa di alcuni parametri ambientali.
La possibilità di inserire stabilmente della vegetazione in ambiente mediterraneo e
soprattutto in ambito urbano consente, inoltre, di usufruire della capacità della vegetazione
stessa di modificare positivamente il microclima e di esercitare un controllo nei confronti di
alcuni fattori dell’inquinamento. Si tratta di funzioni che, se pur non specifiche, assumono
precipuo interesse in ambiente mediterraneo. Ed è in questi ambiti che si inquadra il
presente contributo.

5.2.2. Scelta della specie


5.2.2.1. Considerazioni generali
La scelta della specie, come è noto, rappresenta uno dei punti nodali della progettazione,
dato che consente da una parte di avere una realizzazione vegetale destinata a
sopravvivere a lungo ed a mantenere nel tempo le caratteristiche estetiche di pregio e
dall’altra di non impiegare quelle tecniche colturali che, pur se in grado di minimizzare
l’influenza negativa di alcuni parametri ambientali, non sono, però, senza conseguenze sul
piano della onerosità dei costi (Romano, 1993). Spesso, invece, limitandosi al fatto che

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La progettazione del verde

l’acquisto delle piante rappresenta un’aliquota modesta (intorno al 10-12%) del costo della
realizzazione di un’area a verde non si presta adeguata attenzione ad un aspetto che si
riflette fortemente sugli esiti dell’impianto stesso.
I criteri cui ancorare la scelta sono molteplici (Serra, 1993). Occorre infatti contemperare
esigenze connesse con la varietà di tipologie di verde da realizzare, con le specificità di
funzioni assegnate o richieste a ciascuna di queste, con le particolari condizioni ambientali
in cui le piante sono chiamate a vivere, piuttosto avverse sotto il profilo delle caratteristiche
fisiche e chimiche dell’aria e del substrato. Vi sono poi aspetti di carattere sociale,
economico ed organizzativo che, pur se esulano dalle competenze più squisitamente
tecniche, occorre sempre tenere come punti di riferimento, poiché ad essi sono legate, non
tanto la progettazione o la realizzazione del verde - operazioni tutto sommato relativamente
fattibili - quanto la manutenzione e quindi la conservazione nel tempo del verde stesso. La
necessità di individuare soluzioni non onerose sotto il profilo finanziario è, soprattutto
nell’attuale fase congiunturale, uno degli imperativi dai quali non ci si può discostare.
Circa i vincoli e le opportunità legate
alla scelta della specie in funzione
della tipologia di verde possono
essere ricordate a titolo
esemplificativo, nel caso dei parchi
urbani, la necessità di una puntuale
conoscenza delle condizioni
pedoclimatiche naturali e l’esigenza di
tenere conto del preesistente
paesaggio naturale e/o antropizzato.
Un aspetto fondamentale, tenuto
conto delle notevoli dimensioni di
questi spazi, è quello della
manutenzione. Per evitare infatti che
le spese di manutenzione risultino
troppo onerose occorre scegliere
specie per le quali gli interventi dopo
l’impianto possano essere trascurati o
ridotti al minimo. Man mano che le
dimensioni delle tipologie di verde
diventano sempre più modeste (dagli
spazi attrezzati ai piccoli spazi, alle
alberature stradali) bisogna sempre
più considerare le rilevanti

modificazioni determinate
dall’urbanizzazione e, in particolare, le
temperature elevate, i bassi valori di
umidità relativa, la presenza di
inquinanti (tab. 1). In funzione della
tipologia di verde si modificano quindi i
gruppi di piante cui si può fare
riferimento (tab. 2).
Un altro importante vincolo è dato dalla
compatibilità delle piante in termini di
sviluppo al tipo di funzione ed anche
allo spazio, talvolta angusto, in cui le

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La progettazione del verde

piante stesse sono collocate. Sono ben noti i problemi posti, sotto il profilo della
manutenzione ed estetico, da esemplari che raggiungono allo stato adulto notevoli
dimensioni (platani, ficus, magnolie, ecc.) allorché utilizzati in spazi angusti. I drastici
interventi cesori che si rendono necessari pregiudicano sia il valore ornamentale che la
sopravvivenza della pianta stessa.
I vincoli legati alle condizioni ambientali riguardano in maniera più o meno accentuata tutte
le tipologie di verde, anche se quelli più difficili da superare sono legati al fatto che spesso
si opera all’interno del recinto urbano, dove le condizioni per le piante sono sfavorevoli. Un
aspetto da tenere in debita considerazione è anche l’impossibilità dopo l’impianto di
modificare le condizioni del terreno per renderlo più consono alle esigenze delle piante:
tutto o quasi tutto deve essere previsto al momento dell’impianto.

Fonte: Fini e Ferrini, 2007

Un elemento che richiede sempre maggiore attenzione è dato dal comportamento delle
specie rispetto ai diversi inquinanti presenti nell’atmosfera. Sotto questo profilo sono
disponibili dati di riferimento che, sia pure con i limiti presentati (mancanza spesso del
valore soglia in corrispondenza del quale si verifica il danno, assenza di indicazioni sullo
stato sanitario della pianta, sulla sua età o sulla sua fase fenologica), possono essere
utilizzati per una più mirata scelta della specie. La scelta di essenze vegetali in grado di
resistere ad elevati livelli di inquinamento potrebbe forse consentire di ottenere meglio quel
«disinquinamento» dell’ambiente urbano di cui si dirà in prosieguo, oltre ovviamente a
permettere una presenza più duratura delle piante nelle città.
I problemi brevemente delineati debbono venire risolti sempre alla luce del valore
ornamentale richiesto alla specie nonché a quei vincoli sociali, organizzativi ed economici di
cui si è detto. Tali vincoli sono più facilmente superabili attraverso l’impiego di specie più
rustiche ed adattabili, dotate di un apprezzabile effetto ornamentale. Le piante
caratterizzate da maggiore adattabilità sono in genere le piante autoctone le quali, però,

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La progettazione del verde

non sempre manifestano quel requisito di ornamentalità che talvolta poggia proprio sulla
esoticità. La scelta fra piante autoctone ed alloctone va quindi spesso valutata alla luce
della tipologia di verde: quando la pianta deve essere inserita all’interno di un piccolo spazio
in area urbana l’aspetto fondamentale è l’ornamentalità e quindi possono trovare posto
specie alloctone a condizione che siano dotate di una buona capacità di adattamento
ecologico (specie euriecie). Un ruolo importante possono poi svolgere le specie a valenza
ecologica compatibile, specie cioè che, pur se non originarie dell’area oggetto di
intervento, trovano in essa soddisfatte le proprie esigenze. In tutti i casi nella scelta tra
piante autoctone ed alloctone non si potrà operare per dicotomie o secondo schemi
preclusivi. Del resto il paesaggio vegetazionale mediterraneo, per finalità agricole o
ornamentali, è caratterizzato da specie alloctone: fico d’India, agave, palme, ficus, robinia,
jacaranda, agrumi, bignonie, buganvillee sono ormai da tempo parte integrante del
paesaggio. Lucien Febvre in un saggio dal titolo “Le sorprese di Erodoto e le conquiste
dell’agricoltura mediterranea”, scritto nel lontano 1940, ha colto bene il problema della
trasformazione del paesaggio sotto l’aspetto vegetazionale. Lo storico francese offre la
traccia di un percorso a partire da una constatazione: Erodoto non riconoscerebbe i «suoi»
paesaggi, se oggi dovesse ripercorrere lo stesso itinerario dei viaggi da lui compiuti nel V
secolo a.C.: «Immaginiamo il buon Erodoto mentre rifà oggi il suo periplo del Mediterraneo
orientale. Quali stupori. Questi frutti d’oro entro gli arbusti verde scuro, considerati
«caratteristici del paesaggio mediterraneo», aranci, limoni, mandarini: non si ricorda affatto
di aver visto nulla di simile in vita sua … Perbacco! Sono frutti dell’Estremo Oriente, portati
dagli arabi. Queste piante bizzarre dalle sagome insolite, aculee, lance fiorite, nomi strani,
cactus, agavi, aloe; come sono diffuse! Mai viste in vita sua … Perbacco! Sono americane.
Questi grandi alberi dal fogliame pallido che, tuttavia, portano un nome greco, Eucalipto: in
nessun posto ne ha mai visti di simili, in contrade conosciute, il Padre della Storia … -
Perbacco! Sono australiani. E queste palme? Erodoto le ha viste una volta nelle oasi in
Egitto, ma mai sui bordi del mare azzurro. Mai, neppure i cipressi, questi persiani» (Venturi
Ferriolo, 1996). Questa presenza radicata nel paesaggio di piante esotiche ha fatto sì che la
stessa locuzione di «specie mediterranea» sottenda almeno quattro diversi significati:
∗ endemica;
∗ originaria di ambienti a clima mediterraneo: stenomediterranea o eumediterranea;
∗ originaria di altri ambienti ma ormai naturalizzata;
∗ di origine esotica ma adattabile alle condizioni dell’ambiente mediterraneo.
Il primo attiene alla accezione più restrittiva dell’espressione, nel senso che fa riferimento
solo alle specie endemiche, cioè esclusive di areali più o meno ristretti nell’ambito del
bacino del Mediterraneo. Si tratta in realtà di un gruppo di piante piuttosto esiguo e che non
sempre trovano un ruolo dal punto di vista ornamentale. Una seconda accezione è quella
che qualifica come mediterranee le specie originarie del bacino del Mediterraneo e quindi
rappresentative della omonima zona di vegetazione. A motivo della stessa difficoltà di dare
un significato rigoroso all’attributo «mediterraneo» riferito alle specie, va subito ricordato
che mancano riferimenti precisi circa la vegetazione mediterranea di più diretto interesse
ornamentale. Un lavoro «classico» al riguardo è quello di Role e Jacamon (1968) intitolato
agli alberi, arbusti e suffrutici (ad eccezione quindi delle erbacee) della regione
mediterranea. In tale testo, con più specifico riferimento alla Francia meridionale, i due
Autori elencano e descrivono, sia pure con qualche «licenza» in ordine a piante
naturalizzate ma originarie da Paesi non mediterranei (es. la canna, detta di Provenza, ma
in realtà originaria dell’Oriente), le più rappresentative specie ornamentali della flora
mediterranea.
Negli ultimi anni, nell’ambito di una più attenta riconsiderazione della biodiversità presente
nel bacino del Mediterraneo, l’attenzione nei confronti della flora autoctona di interesse
ornamentale si è accresciuta, come attestano anche alcuni convegni svoltosi recentemente

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La progettazione del verde

ad Agrigento, a Catania ed a Bari.


La questione dell’individuazione delle specie ornamentali mediterranee si complica non
poco ove si consideri che nell’ambito di una stessa pianta/coltura vi sono specie di origine
mediterranea e specie non mediterranee (es. la stessa rosa).
L’elenco si amplia se si considerano come «mediterranee» anche le specie naturalizzate,
alcune delle quali connotano sotto il profilo della flora alcuni ambienti (fico d’India, agave,
robinia, ailanto, ecc.). Le condizioni del clima mediterraneo sono, infatti, nel complesso
favorevoli per una molteplicità di specie esotiche. Così nel recente testo della Gildemeister
(2000) sul giardinaggio mediterraneo vengono elencate oltre 1000 piante, molte delle quali
non sono però autoctone. Specie mediterranee vengono così considerate quelle compatibili
con le condizioni dell’ambiente mediterraneo, compatibilità espressa dalla loro presenza ed
utilizzazione nel verde ornamentale delle zone più termoxerofile del nostro Paese. Si tratta
spesso di piante che, per peculiari tratti estetici, connotano ormai l’ambiente mediterraneo
(es. agrumi, bignonie, palme, ecc.).

5.2.2.2. Caratteristiche dell’ambiente mediterraneo


L’elevata influenza esercitata dalle condizioni ambientali sulla scelta della specie necessita
di una puntuale conoscenza delle caratteristiche dei luoghi in cui le piante devono essere
collocate, caratteristiche spesso ostative alla crescita delle piante in quanto si tratta di
contesti difficili e marginali soprattutto se si fa riferimento a quelli urbani e/o antropizzati.
L’ambiente nel quale dobbiamo operare, inoltre, è caratterizzato dalla presenza del clima
mediterraneo che, come noto, è quello che connota il territorio circostante l’omonimo mare.
Tale ambiente è unico al mondo, perché se è vero che esistono altre zone della terra che
presentano caratte-ristiche climatiche simili (in California, in Sud Africa, nel sud-est della
Australia, nell’America del Sud), queste non assumono il carattere «antropogenico» che è
tipico del bacino del Mediterraneo. L’ambiente mediterraneo, infatti, si connota per la
notevole densità di popolazione che lo ha caratterizzato sin dal periodo preistorico: è noto,
infatti, che le principali civiltà occidentali hanno avuto origine sulle rive di questo mare. Per
tali motivi il paesaggio è marcatamente segnato dalla presenza dell’uomo e dal suo
intervento che ha modificato le stesse associazioni floristiche e faunistiche.
In base alla classificazione di Köppen (1936) il clima mediterraneo rientra all’interno dei
climi mesotermici (temperati) con estate secca. Tali climi presentano un ciclo termico
stagionale ben definito, dipendente dalla forte variazione nei diversi mesi dell’altezza del
sole all’orizzonte. In questi climi il regime pluviometrico ha importanza pari a quello termico
nel determinare l’andamento climatico. I connotati specifici del clima mediterraneo sono dati
dalla mitezza degli inverni, da un’insolazione effettiva che raggiunge, particolarmente in
estate, una percentuale molto alta rispetto a quella teorica, dalla concentrazione delle
precipitazioni, solitamente poco abbondanti, nei mesi più freddi, mentre l’estate è calda e
quasi completamente arida. Questa associazione fra estati secche e inverni piovosi è una
vera anomalia in quanto di norma in altri climi le precipitazioni sono più frequenti nella
stagione estiva. Il regime termico è caratterizzato da inverni miti: le temperature medie del
mese di gennaio oscillano, infatti, tra 6°C e 11-12°C; d’estate la temperatura si innalza
notevolmente e raggiunge in alcune zone valori medi superiori a 22°C mentre quelli
giornalieri possono superare i 40°C. Interessante è notare l’elevata somiglianza, almeno
sotto il profilo termico, tra il clima mediterraneo e quello subtropicale; la differenza
sostanziale è legata al regime pluviometrico (fig. 1).
In relazione alla temperatura del mese più caldo - temperatura che dipende dalla posizione
geografica - l’ambiente mediterraneo può essere distinto in due sottozone climatiche
individuate da Köppen come Csa e Csb. La prima (con temperature medie del mese più
caldo superiori a 22°C) comprende le zone orientali e le aree vicine del Medio Oriente; la

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La progettazione del verde

seconda (con
temperature medie del
mese più caldo inferiori
a 22°C e spesso a 20°
C) le coste occidentali.
L’escursione annua
rimane di solito
inferiore a 15°C lungo
le zone costiere ed
aumenta verso
l’interno; per quanto
riguarda la Sicilia, ad
esempio, l’escursione
termica raggiunge i 14°
C a Palermo ed i 18,5°
C a Caltanissetta.
Relativamente alle
caratteristiche pluviometriche si può distinguere un «regime mediterraneo di transizione»
tipico delle zone a nord del 41° parallelo, caratterizzato da due picchi di piovosità in autunno
ed in primavera e un «regime mediterraneo tipico» con precipitazioni concentrate nel
periodo autunno-vernino ed un lungo periodo di siccità. La lunga stagione arida rappresenta
il principale fattore limitante per la vegetazione. Altro carattere peculiare del regime
pluviometrico è la notevole variabilità interannuale delle piogge. L’UNESCO e la FAO
(1962) hanno suddiviso il clima mediterraneo in base all’indice xerotermico (x) che si può
definire come il numero di giorni dell’anno che sono secchi ai fini biologici. Un periodo è
definito secco quando la precipitazione (P), espressa in millimetri, è uguale o inferiore al
doppio della temperatura media espressa in gradi centigradi (P<2T); viene invece definito
semi-secco il periodo durante il quale 2T<P<3T e cioè quando il totale delle precipitazioni è
superiore al doppio della temperatura ma inferiore al triplo di questa. In base all’indice
xerotermico il clima mediterraneo viene così suddiviso:
∗ xeromediterraneo 150<x<200
∗ termomediterraneo accentuato 125<x<150
∗ termomediterraneo attenuato 100<x<125
∗ mesomediterraneo accentuato 75<x<100
∗ mesomediterraneo attenuato 40<x< 75
∗ submediterraneo 0<x< 40
La Sicilia meridionale, ad esempio, ricade nella zona a clima termomediterraneo
accentuato; il resto dell’isola nella zona a clima termomediterraneo attenuato o
mesomediterraneo; in alcune zone di montagna si può riscontrare il clima submediterraneo.
Non è, però, facile delimitare esattamente la zona a clima mediterraneo: un metodo ormai
tradizionale, ma ancora in uso, è costituito dal riconoscimento della distribuzione dell’olivo
come «pianta guida» della regione mediterranea (fig. 2); si è così distinto un «clima
dell’olivo» che dovrebbe essere sinonimo della regione mediterranea. L’olivo, però, se
sicuramente è una delle piante che più contribuiscono a caratterizzare il paesaggio delle
coste e delle penisole che si protendono nel Mediterraneo, è anche una pianta coltivata e
come tale soggetta a subire contrazioni ed espansioni di areale, non solo in dipendenza di
fattori fisici, ma anche di fattori umani, economici e storici. Non sempre quindi tale specie è
rappresentativa di condizioni naturali climatiche. Tuttavia nelle grandi linee l’olivo può
costituire un indicatore sintetico di tale clima. Altri Autori invece preferiscono utilizzare quale
indice il leccio (Quercus ilex) una specie spontanea, caratteristica della regione
mediterranea o meglio l’associazione a Quercus ilex, cioè il Quercetum ilicis, insieme

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La progettazione del verde

agli aggruppamenti
più affini. Il limite
anche di tale
metodica è che la
profonda e millenaria
azione dell’uomo ha
modificato la
presenza potenziale o
le tracce di questi tipi
di vegetazione
r i d u c e n d o n e
l ’ e s t e n s i o n e
(Giacomini e Fenaroli,
1958).
Anche se è difficile
disegnare un quadro
di riferimento
omogeneo, le
peculiari condizioni
climatiche che
caratterizzano l’ambiente mediterraneo influiscono su quelle che sono le caratteristiche
morfo-bio-fisiologiche delle diverse piante, per cui esistono dei caratteri comuni che
caratterizzano la vegetazione mediterranea. Un primo aspetto che occorre sottolineare è
che nelle zone meridionali più termofile di fatto si assiste ad una mancanza di riposo
invernale della vegetazione. Le stesse piante legnose caducifoglie non riposano durante
l’inverno più di 2-3 mesi. Già a fine gennaio fioriscono i primi mandorli e gli agrumi, mentre
molte piante sempreverdi sono già fiorite durante l’inverno. Al di là delle piante spontanee e
coltivate sono numerose le specie ornamentali che sono in antesi durante il periodo
invernale (Bougainvillea glabra cv. ‘Sanderana’, Jasminum mesnyi, Senecio scandens,
Calliandra tweedi, Solandra maxima, Pyrostegia venusta, Thunbergia grandiflora, ecc.). Il
massimo rigoglio delle fioriture corrisponde all’aprile-maggio cui segue un periodo
caratterizzato da elevate temperature ed assenza di precipitazioni per cui le piante entrano
in riposo, maturano rapidamente i frutti mentre scompaiono le specie erbacee annuali.
L’autunno, di solito molto piovoso, determina un ritorno alle fioriture ed all’attività vegetativa
di molte specie.
Il clima mediterraneo, soprattutto negli ambienti estremi, più xerofitici, ha selezionato
severamente le forme vegetali (Pignatti, 1994 e 1995). Un carattere assai comune a molte
piante mediterranee, sia arboree che arbustive, è la sclerofillia, cioè l’irrobustimento delle
foglie mediante una cuticola spessa, resistente, spesso lucente. Tale adattamento consente
alle piante sclerofille (leccio, carrubo, olivo, pini, ecc.) una notevole difesa contro l’eccessiva
perdita di acqua per traspirazione. Un altro carattere è la stenofillia (riduzione della
superficie fogliare) di cui esempi sono l’elicriso, l’erica, il rosmarino ed in genere le conifere.
Anche la pelosità abbondante su tutta la pianta, e particolarmente sulla pagina inferiore
delle foglie a protezione degli stomi, è un’efficace difesa contro l’eccessiva traspirazione. La
riduzione delle foglie può portare alla loro trasformazione in piccole squame come nel caso
delle tamerici o alla scomparsa (afillia) nelle ginestre, efedre, osiride. Molte piante
dell’ambiente mediterraneo presentano una pronunciata succulenza, soprattutto quelle
diffuse in luoghi salsi (mesembriantemi, Sedum, Euphorbia). Diffusa è anche la presenza di
spine che caratterizza piante a carattere steppico (Astragalus, Cichorium spinosum,
Poterium spinosum, ecc.). Oltre a modificazioni morfologiche si assiste a diversi

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La progettazione del verde

adattamenti di tipo biologico alle condizioni avverse. Fra questi possiamo citare la
saccarofillia, la scomparsa cioè di amido nelle cellule che si arricchiscono di zuccheri
aumentando quindi la concentrazione osmotica e riducendo la traspirazione. Con l’elevata
concentrazione dei succhi cellulari si spiega la persistenza nella regione mediterranea delle
foglie di alcune piante nonostante la loro struttura come nel caso del timo, del mirto, del
terebinto (malacofillia). Un altro carattere diffuso nella flora spontanea mediterranea, e che
può essere parzialmente legato alla selezione effettuata dal pascolamento del bestiame
avvenuto sin da tempi lontani, è la presenza nei tessuti fogliari di oli eterei volatili (cisti,
rosmarino, elicrisi) o di sostanze tossiche (euforbie, oleandro, ecc.). La lunga stagione
arida estiva fa sì che diffuse nella flora siano le piante bulbose, mentre negli ambienti più
difficili si riscontrano piante a portamento nano, prostrato e pulvinato, oltre che provviste
di glaucescenza delle foglie.

5.2.2.3. Criteri e parametri di scelta


La scelta della specie, soprattutto in ambiente mediterraneo, può quindi contare, almeno
per quanto riguarda l’adattabilità climatica, su diverse centinaia di specie: il limite alla loro
utilizzazione dipende più che da pretese scelte tecniche e/o biologiche dalla mancanza di
un quadro di riferimento delle conoscenze su quelle che sono le prestazioni morfo-
funzionali delle diverse specie. Quello che manca è quindi quel corpus di conoscenze sulle
esigenze e sulle caratteristiche delle singole specie, frutto di specifiche indagini
sperimentali, che possano aiutare il progettista nel proprio lavoro.
La scelta della specie viene quindi effettuata senza che il progettista stesso possa disporre
di informazioni attendibili sulle caratteristiche e sulle esigenze delle singole specie, dato che
non esiste di fatto nessuna istituzione di ricerca totalmente dedicata allo studio dei problemi
biologici ed agronomici connessi con la progettazione e la gestione degli spazi a verde. La
carenza di informazioni è più accentuata soprattutto per chi opera negli ambienti più
meridionali del nostro Paese, dato che questo non può fare di fatto riferimento alle ampie ed
esaurienti notazioni che in tema di scelta della specie vengono effettuate nelle nazioni del
centro e nord Europa. Anche se sembra paradossale ci troviamo in una condizione in cui i
limiti climatici permetterebbero un’ampia scelta, dato che si può fare riferimento a molte
specie tropicali e subtropicali, scelta che viene di fatto frustrata dalla scarsità di
informazioni. D’altra parte nonostante da diversi anni siano presenti sul mercato sofisticati
software che offrono informazioni su diverse centinaia o addirittura migliaia di specie, tali
indicazioni non possono essere travasate, senza alcun adeguamento, nelle nostre
condizioni operative. Un altro ostacolo che si può frapporre alla scelta è che talvolta la
pianta individuata non è disponibile presso i vivai o se è presente non è nella quantità e/o
dimensione desiderata. Tutto questo di fatto conduce ad una banalizzazione delle scelte
che si limitano ad un ristretto numero di specie “sicure” o che seguono “i dettami della
moda”. Così al periodo di pini e magnolie è seguito quello di alcune palme, svilendo talvolta
l’effetto ornamentale che tutte queste specie possono sicuramente offrire.
A tal fine si è ritenuto opportuno cercare di organizzare le conoscenze, ancora certamente
lacunose, in un quadro di riferimento quanto più articolato e completo possibile che risulti
Criteri fondamentali per giudicare l’idoneità delle diverse specie arboree all’utilizzazione negli spazi urbani
secondo la Conferenza Stabile dei Direttori dei servizi Parchi e Giardini delle città tedesche (DST).
• Caratteristiche morfologiche e fisiologiche (vigore, crescita delle radici, del tronco e della chioma, habitus,
ecc.;
• Adattabilità alle condizioni ambientali del luogo;
• Necessità di interventi di manutenzione;
• Vita media delle piante, capacità di resistere alle avversità ambientali;
• Sicurezza rispetto al traffico (stabilità del tronco e dei rami);
• Possibilità di impiego in situazioni particolari.

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La progettazione del verde

funzionale, almeno sotto il profilo


didattico. Si è trattato in buona sostanza
di predisporre uno schema funzionale
che possa servire come “canovaccio”
sul quale ordinare e rendere più fruibili
le informazioni oggi disponibili. La
metodologia da noi seguita, e cioè
l’individuazione di criteri cui ancorare
l’eventuale “giudizio” sulla rispondenza
della singola pianta, viene spesso
seguita e può condurre a risultati di
sicuro interesse.
Il problema è che tali analisi sono state effettuate per altri contesti ambientali da noi lontani
(es. Germania, Wisconsin) per cui le informazioni non sono come tali utilizzabili in ambiente
mediterraneo.
Il primo passo compiuto è stato quello di individuare i criteri ed i parametri cui ancorare la
scelta delle piante; per quanto riguarda i primi, questi sono stati schematizzati come segue:
∗ rispondenza morfo-biologica;
∗ valenza estetica;
∗ profilo ecologico-naturalistico;
∗ valenza storico-paesaggistica;
∗ compatibilità climatica;
∗ adattabilità pedologica;
∗ compatibilità con l’ambiente costruito;
∗ tolleranza a specifici stress;
∗ peculiarità funzionali;
∗ tasso di propagazione.
Per ciascuno di questi sono stati
individuati (tab. 3) parametri di riferimento
ai fini dell’individuazione delle piante da
considerare nella progettazione e quindi
nella realizzazione del verde. I diversi
criteri ed i relativi parametri individuati
possono essere considerati come una
ipotesi metodologica, una sorta di check
list cui il progettista deve sottoporre la
pianta che intende utilizzare, una griglia
che consente di selezionare le piante che
meglio rispondono alla particolare
sistemazione a verde. In tale direzione
muovono molti degli schemi proposti per
individuare la pianta da adottare; il
problema è che non si può assolutamente
trasformare la scelta della specie in
un’operazione meccanica: i diversi criteri e
parametri di scelta hanno un “peso”
diverso in base alla particolare
sistemazione a verde (La Malfa, 1987).
Così in uno spazio a maggiore naturalità
assume rilievo prevalente il profilo

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La progettazione del verde

ecologico naturalistico delle piante (e la relativa preferenza nei confronti di piante


autoctone), nei piccoli spazi urbani la tolleranza a specifici stress (quali inquinamento) e le
peculiarità funzionali (potere disinquinante o di biomitigazione ambientale). Di seguito si
riportano alcuni dei parametri che assumono maggiore rilievo per i diversi criteri individuati
in ambiente mediterraneo.

Rispondenza morfobiologica
In quest’ambito possono essere riunite tutte quelle informazioni relative allo sviluppo
complessivo, alla durata del ciclo, al portamento, alla forma biologica della piante stesse,
alla caducità o meno delle foglie, alla cadenza temporale ed alla durata delle fenofasi.
Risulta evidente come quasi tutte queste informazioni per essere attendibili debbano essere
il frutto di indagini sperimentali, in quanto non è possibile travasare informazioni, anche
corrette, riferite ad altri ambienti. Per quanto attiene alla successione delle fenofasi, come in
precedenza sottolineato, in ambiente mediterraneo i periodi di fioritura risultano differenti
rispetto a quelli delle stesse specie coltivate in altri ambienti. Così, solo per fare un
esempio, la viola del pensiero (Viola x wittrockiana) in un autorevole testo francese, quale
Le Bon Jardinier (Burte e Cointat, 1992) è indicata a fioritura primaverile estiva, da marzo a
luglio, mentre in ambiente mediterraneo è in antesi a partire dai primi di gennaio.

Valenza estetica
Ci si riferisce a tratti organografici complessivi ed a singoli organi (foglie, fiori, frutti) che
assumono interesse a fini ornamentali, per la loro forma, il loro colore. Anche in questo
caso, però, è necessario disporre di dati “originali” relativi all’ambiente mediterraneo, non
solo per le specificità delle scelte biologiche che qui è possibile effettuare, ma per la stessa
elevata insolazione che caratterizza questo ambiente e che sicuramente modifica le tonalità
cromatiche e favorisce una percezione diversa del colore stesso. Luci ed ombre sono infatti
temi cari a chi si occupa di sistemazioni a verde in ambiente mediterraneo (Paternò e
Paternò, 1992).

Profilo ecologico-naturalistico
Si tratta di criteri che assumono importanza rilevante in rapporto alla tipologia di verde di cui
occorre occuparsi e che sicuramente influenzano la possibilità di impiego delle piante
autoctone o alloctone, in rapporto al diverso grado di naturalità dello spazio stesso.
L’ambiente mediterraneo si contrassegna, come già rilevato, per l’ampia possibilità di scelta
che offre: sono numerose e singolari le specie autoctone ed assieme a queste vi sono
numerose specie alloctone, alcune delle quali ormai da tempo naturalizzate (es. fico d’India,
agave), altre che, invece, esprimono un elevato grado di compatibilità con l’ambiente al
punto da essere considerate, soprattutto nell’immaginario collettivo, come
“mediterranee” (es. palma da dattero, buganvillea, bignonie, ecc.)

Valenza storico-paesaggistica
Negli ultimi anni l’aumentata considerazione del ruolo rivestito dal verde storico ha fatto
crescere gli studi sull’epoca di introduzione delle piante stesse. La fitocronologia assume
interesse precipuo in ambiente mediterraneo in rapporto al rilievo che rivestono sia gli spazi
a verde ereditati dal passato che le introduzioni, talora molto antiche, delle piante stesse.
Compilare elenchi ragionati di piante utilizzate in determinate epoche storiche ed ambiti
geografici assume elevato rilievo nella manutenzione e nel restauro del verde storico.
Spesso, invece, per la malaccorta pretesa di immaginare il paesaggio, anche quello
vegetale, come immutabile non si comprende come questo si sia modificato nel tempo e,
talvolta, nel breve tempo. Non possiamo dimenticare, infatti, che la gran parte delle specie
esotiche sono state introdotte dopo la metà del XIX secolo: solo ad esempio si ricorda come

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La progettazione del verde

la buganvillea più diffusa (Bougainvillea glabra ‘Sanderiana’) sia stata introdotta in coltura
nel 1895; di qualche anno prima (1888) è l’introduzione della palma delle Canarie (Phoenix
canariensis) (Maniero, 2000). Sotto il profilo paesaggistico, si ricorda l’elevato impatto che
hanno alcune colture agrarie, anche alloctone, nel segnare il paesaggio mediterraneo: è
questo il caso di olivo, carrubo e soprattutto agrumi. Questi ultimi sono diventati elementi
identificativi del paesaggio vegetale mediterraneo, al punto che alcune regioni, come la
Sicilia, sono diventate, soprattutto agli occhi dei viaggiatori del Nord Europa, il luogo dove
«fioriscono i limoni» (Sereni, 1961).

Compatibilità climatica
È uno dei vincoli principali cui bisogna sottostare nella scelta della specie. Sotto questo
profilo indicazioni preziose possono essere tratte, per le esigenze termiche, dalle zone
climatiche che fanno riferimento ai ben noti criteri seguiti dall’USDA (1990) per
l’elaborazione di Plant hardiness zone map. Sulla base di tali criteri ciascuna specie viene
ricondotta al valore indice della zona (da 1 ad 11) contrassegnata da temperature minime
assolute che possono risultare pregiudizievoli per l’insediamento e lo sviluppo della specie
stessa. Nell’ambiente mediterraneo possono trovare collocazione le specie fino alla zona 10
ed in particolari aree molto favorite sotto il profilo climatico anche specie della zona 11 in cui
la temperatura non scende mai al disotto di 4,4°C.
Un altro interessante indice indicativo per la scelta delle piante ornamentali è quello relativo
alle esigenze idriche; tale indice, proposto da Burte e Cointat (1992) in Le Bon Jardinier,
prevede l’adozione di 5 classi per l’umidità del substrato: H1 (molto secco), H2 (secco), H3
(medio), H4 (da fresco ad umido), H5 (presenza costante di acqua). Utilizzando quest’indice
su un gruppo di 592 specie appartenenti a 116 famiglie botaniche diverse di largo impiego
nell’ambiente siciliano, è stato rilevato come le piante caratterizzate da esigenze idriche
contrassegnate dalla sigla H1 rappresentino il 4,5% del totale, quelle con H2 il 24,8%, le
specie H3 il 34,8%, mentre H4 e H5 incidano rispettivamente per il 22,5% ed lo 0,8 %
(Romano, dati non pubblicati). Il mancato raggiungimento del valore 100 delle percentuali
sopra riportate è legato al fatto che alcune specie sono state riferite a cavallo di due gruppi
e quindi non conteggiate. In ogni caso emerge come numerose specie siano in grado di
resistere a livelli bassi di umidità nel substrato.

Adattabilità pedologica
Tale criterio assume enfasi diversa in rapporto all’estensione dell’area. Così mentre in
piccoli spazi diviene possibile ipotizzare interventi per modificare le caratteristiche
pedologiche, in ambienti più ampi diventa fondamentale individuare piante che siano
resistenti a caratteristiche dei suoli subottimali. Anche a tal proposito si deve lamentare la
lacunosità delle informazioni relative alle piante di più frequente impiego in ambiente
mediterraneo.

Compatibilità con l’ambiente costruito


Le informazioni in merito alla compatibilità soprattutto dell’apparato ipogeo sono veramente
esigue. Sappiamo molto poco in merito alla crescita dell’apparato radicale che sicuramente
si modifica fortemente in rapporto alle caratteristiche del terreno e del suo compattamento.
In assenza di ampie ed attendibili informazioni la scelta spesso, in contesti in cui i volumi
sia dell’apparato ipogeo ed epigeo sono limitati, si restringe all’impiego delle palme che
sotto questo profilo offrono prestazioni di sicuro interesse.

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La progettazione del verde

Tolleranza a specifici stress


Conoscere il grado di tolleranza delle diverse specie ai più comuni stress (salini, idrici,
termici, meccanici, inquinamento, ecc.) dell’ambiente mediterraneo assume ovviamente un
ruolo di estremo interesse; anche in questo caso, però, occorre lamentare l’esiguità di
informazioni a nostra disposizione. Molto spesso ci si trova davanti a tabelle che sono il
frutto di elaborazione di dati eterogenei e che, come tali, non sempre possono essere di
fattivo aiuto. Ad esempio si fa riferimento ad una supposta resistenza o sensibilità ad un
dato stress (es. singolo inquinante) senza precisare quale sia il valore soglia, l’età della
pianta o il suo stato vegetativo.

Peculiarità funzionali
Negli ultimi anni sempre più si guarda al verde per la sua capacità di migliorare alcuni
parametri ambientali, cui è legata la vivibilità dell’ambiente urbano in cui in prevalenza
l’uomo vive. Conoscere il potere ombreggiante, disinquinante, traspirativo, antirumore delle
diverse piante può essere importante nella realizzazione di spazi a verde.
L’argomento è certamente complesso e le informazioni a nostra disposizione non sono
esaurienti: in ogni caso, allo stato delle conoscenze è possibile affermare che una corretta
scelta della specie può certamente aiutare a realizzare un verde in grado di migliorare le
caratteristiche dell’ambiente; anche le condizioni d’impiego delle piante stesse sono
altrettanto importanti: intuitivo rilievo assumono sia il numero di individui che la loro
disposizione.
Così, ad esempio, in rapporto alle possibilità offerte dalle piante di attenuare le temperature
massime, sono stati elaborati, per diverse località residenziali delle zone più calde degli
Stati Uniti, modelli previsionali della diminuzione delle temperature estive in rapporto alla
vegetazione ornamentale (Huang et al., 1987). Attraverso tali modelli è stato calcolato che
ad un aumento del 25% della disponibilità di verde farebbe riscontro in quelle condizioni un
risparmio dell’energia necessaria per il condizionamento termico estivo del 40% a
Sacramento e del 25% a Phoenix; tale risparmio aumenterebbe al 50 e 33% nell’ordine per
effetto di una distribuzione delle piante più favorevole ai fini dell’ombreggiamento degli
stessi edifici (Huang et al., 1987).

Modalità di propagazione
Più che un criterio di scelta è una vera e propria condizione vincolo. Come già ricordato,
l’individuazione della specie più idonea viene il più delle volte frustrata dal fatto che non
disponiamo di adeguati materiali vivaistici. In rapporto all’elevato numero di specie
potenzialmente impiegabili nelle sistemazioni a verde si comprende come si tratti di un
aspetto complesso che meriterebbe l’attenzione continua di ricercatori e di operatori del
settore. Ma questo segmento, come del resto molti altri delle sistemazioni a verde, sconta
pesantemente la marginale attenzione e
l’assenza di risorse destinate alla ricerca.

5.2.2.4. Fasi della scelta


La modalità di operare la scelta della pianta
idonea da inserire nella sistemazione a verde
può essere articolata in diverse fasi. Nel
progetto di massima, ad esempio, si deve, dopo
aver dettagliatamente analizzato i vincoli
ambientali, procedere all’individuazione di
quelle specie che appaiono idonee sotto il
profilo ecologico, estetico e spaziale. Risulta
anche congruente con le operazioni specifiche

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La progettazione del verde

di progettazione (soprattutto di
“composizione” vegetale) raggruppare le
diverse specie in base al gruppo di
appartenenza (erbacee, arbustive, ecc.),
di cui si dirà meglio in seguito. Quando si
passa al progetto esecutivo occorre
ulteriormente dettagliare gli aspetti tecnici
specifici, provvedendo anche ad
individuare fornitore e modalità di
approvvigionamento. Se l’iter progettuale
è stato correttamente eseguito bisogna,
infine, in fase di realizzazione, essere
“fedeli a quanto stabilito”. La frase
potrebbe apparire ovvia se non fosse che
molto spesso proprio in tale fase, da parte
della ditta appaltatrice e/o del vivaista che
provvede alla fornitura delle piante
vengono compiute “scelte” che stravolgono completamente quanto stabilito dalla
progettazione stessa.

5.2.2.5. Principali gruppi di piante


Nella fase di progettazione per l’individuazione delle piante da utilizzare, al di là di quelle
che sono le prestazioni morfo-funzionali che assicurano la massima compatibilità delle
piante stesse con il contesto in cui sono adottate, è molto funzionale, come già ricordato,
anche per l’organizzazione della composizione vegetale e per la determinazione

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La progettazione del verde

dell’aspetto estetico complessivo, la suddivisione delle piante, sulla base soprattutto di


specifici tratti organografici, in diversi gruppi. Per quanto riguarda questi ultimi si è preferito
adottare un criterio misto che avesse, oltre a qualche fondamento scientifico, un’utilità
pratica. Da un punto di vista botanico, ed in particolare della corologia, le piante, come è
noto, vengono raggruppate in base alla forma biologica in diversi tipi: terofite, geofite,
idrofite, emicriptofite, camefite, fanerofite. Per i nostri scopi, però, abbiamo ritenuto
opportuno ricorrere ad espressioni più semplici e più diffuse, quali piante erbacee,
arbustive, arborescenti, arboree, rampicanti, succulente. Quale che sia il discriminante
utilizzato è ovvio che, come sempre in biologia, è difficile effettuare demarcazioni nette e
per alcune specie l’appartenenza ad un determinato gruppo è controversa (es. buganvillea
può essere considerata come pianta arbustiva o «rampicante», data la sua sarmentosità,
Plumbago auriculata come pianta arbustiva o ricadente, ecc.).
Il tipo di classificazione seguito, però, proprio per rispondere meglio all’obiettivo di fornire
indicazioni al progettista per la scelta della specie in diverse situazioni, è stato talvolta
modificato ed alcune delle categorie individuate sono state determinate dall’uso prevalente
delle piante (es. acquatiche). Si è preferito inoltre, per l’indubbio interesse rivestito nella
sistemazione a verde delle aree più meridionali, indicare a parte il gruppo delle palme e
quello delle cosiddette «palm-like» degli autori anglosassoni (specie cioè assimilabili per
esigenze e/o per portamento alle palme stesse). È stato inoltre considerato il gruppo delle
piante succulente, ampiamente utilizzate nelle sistemazioni a verde in ambiente
mediterraneo. D’altro canto, nonostante il discriminante seguito non sempre sia omogeneo,
sono questi i gruppi che si ritrovano nella letteratura internazionale che si occupa di piante
per il giardinaggio e per la sistemazione a verde (Graf, 1992; Brickell, 1989; Courtright,
1988). In alcuni casi si è preferito tralasciare alcuni gruppi considerati in tali manuali o
perché non riguardavano direttamente la sistemazione degli spazi a verde (es. piante da
interno, aromatiche, ecc.) o perché il loro interesse è trascurabile nell’ambiente
mediterraneo (piante carnivore, felci, orchidee). Un gruppo di piante che sicuramente
manca è quello relativo alle specie per la costituzione di tappeti erbosi, argomento che, per
la sua complessità ed interesse, merita specifica attenzione.
I gruppi di piante individuati sono stati pertanto i seguenti:
erbacee annue e polienni
∗ bulbose
∗ succulente
∗ acquatiche
∗ arbustive ed arborescenti
∗ rampicanti e ricadenti
∗ palme e palm like
∗ arboree.
All’interno del singolo gruppo, inoltre, sono state operate ulteriori divisioni in base all’organo
che determina maggiormente l’effetto ornamentale (es. da fiore, da fogliame, da frutto).
L’elenco di piante proposto (vedi schede allegate nel CD) può offrire un utile riferimento per
la scelta in ambiente mediterraneo ed in particolare di quello più xerofitico e termofilo che
caratterizza le zone costiere della Sicilia, dove si è prevalentemente svolta una specifica
attività di ricognizione delle scelte di cui le schede allegate sono il frutto. Nelle schede si fa
spesso riferimento a specie anche se in qualche caso, vuoi per l’ampiezza dell’articolazione
intraspecifica, vuoi per la notevole sovrapponibilità dei caratteri e delle esigenze delle
diverse specie congeneri, si è preferito riportare solo il genere. Per ogni accessione è stata
riportata la famiglia botanica di appartenenza, il gruppo di riferimento, l’organo di interesse
ornamentale, l’origine. Sono state anche aggiunte informazioni sulle esigenze
pedoclimatiche per le quali è stata utilizzata una simbologia in gran parte mutuata da
quanto elaborato da Burte et al. (1992) in Le bon jardinier. In particolare i campi per quanto

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La progettazione del verde

riguarda il substrato sono i seguenti: Natura: TF: terreno franco; TS: terreno sabbioso; TA:
terreno argilloso; TV: terreno vegetale; TB: terreno di brughiera; TO: torba; TO+: torba
ammendata; Sph: sfagno; Edp: corteccia di pino: Sab: sabbia; Tessitura: Sol-: leggera;
sol=: normale; sol+: pesante; pH: <: acido; ≤: da acido a neutro; =: neutro; ≥: da medio ad
alcalino; >: alcalino; Sostanza organica: MO-: livello basso; MO=: normale; MO+: elevato;
Umidità: H1: molto secco; H2: secco; H3: medio; H4 da fresco ad umido; H5 presenza
costante di acqua. La Zona climatica fa riferimento ai ben noti criteri seguiti dall’USDA
(1990) per l’elaborazione di Plant hardiness zone map. Sulla base di tali criteri ciascuna
specie viene ricondotta al valore indice della zona contrassegnata da temperature minime
assolute che possono risultare
pregiudizievoli per l’insediamento e lo Zona °C Zona °C
sviluppo della specie stessa. 1 <-45,5 7 -17,7÷-12,3
Naturalmente tanto più elevata è la
rusticità o la resistenza al freddo di una 2 -45,5÷-40,1 8 -12,2÷-6,7
specie (e quindi tanto più basso è il 3 -40,0÷-35,5 9 -6,6÷-1,2
numero di riferimento) tanto più ampio è
4 -35,4÷-28,9 10 -1,1÷+4,4
l’areale di possibile diffusione della specie
medesima. I livelli estremi delle minime 5 -28,8÷-23,4 11 >+4,4
termiche (°C) per ciascuna zona climatica 6 -23,3÷-17,8
sono a fianco seguito riportati.
Per l’Umidità relativa ci si è basati, invece, sulla simbologia elaborata da Burte et al. (1992):
h1: molto secco; h2: secco; h3: normale; h4: umido; h5: saturazione. Allo stesso modo per
l’Insolazione sono stati previsti i seguenti campi: S: pieno sole; MO: mezz’ombra; O: ombra.

5.2.2.6. Caratteristiche dei principali gruppi di piante


Di seguito vengono riportate alcune notazioni relative ai gruppi di piante individuate, con
particolare riferimento agli aspetti da tenere in considerazione per il loro inserimento nelle
diverse sistemazioni a verde in ambiente mediterraneo.

Erbacee annue e polienni


Sono piante di altezza limitata, con fusto tenero e flessibile e possono essere annuali,
biennali o polienni quando la parte sotterranea è persistente e sviluppa ogni anno germogli
(piante vivaci o perennanti). Da un punto di vista ornamentale, possono essere suddivise in
base al fatto se l’elemento di maggiore pregio è rappresentato dal fogliame o dai fiori.
Per quanto riguarda le prime, le specie su cui si può contare non sono numerose; si tratta
spesso di piante polienni, idonee ad essere impiegate in luoghi ombrosi, dato che
presentano spesso foglie di grandi dimensioni e quindi «dissipatrici» di acqua.
Le piante che affidano il loro effetto ornamentale ai fiori, possono essere suddivise in
annuali o polienni. Le prime presentano in genere un periodo di fioritura più prolungato e un
notevole valore estetico. Il maggiore problema al loro impiego è dato dagli elevati costi di
manutenzione che impone il loro uso, dato che la presenza all’interno degli spazi a verde
presuppone un’attenta attività di vivaismo per preparare le piante di idonee dimensioni da
essere poste a dimora. Quando si intende inserire delle fioriture annuali in un giardino
occorre:
∗ definire un programma di impiego delle specie prescelte;
∗ prevedere, soprattutto nel caso in cui si curi in proprio l’attività vivaistica, una disponibilità
superiore almeno del 10% a quella ipotizzata per far fronte ai rischi insiti nella produzione
e agli imprevisti durante la fioritura delle aiuole;
∗ individuare dei modelli di aiuola cui rifarsi di volta in volta per contenere l’impegno di
uomini e per evitare il monotono ripetersi della stessa aiuola (è bene, ad esempio, in un

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La progettazione del verde

giardino pubblico, che il modello non ritorni nella stessa località prima di 4-5 anni).
Le piante perennanti pur richiedendo minori oneri di manutenzione appaiono caratterizzate
da un periodo di fioritura piuttosto breve, cui segue una lunga fase in cui la pianta spesso
non presenta caratteri estetici di pregio. D’altro canto anche per queste piante occorre
intervenire con operazioni di manutenzione rivolte all’eliminazione delle parti appassite e
delle malerbe.
Da ricordare come, soprattutto negli ultimi anni, anche in Italia, sulla spinta di quanto
accaduto in Inghilterra e soprattutto in USA, si stia diffondendo l’impiego dei cosiddetti
«wildflower» e cioè di piante spontanee, non sempre autoctone, utilizzate per formare dei
prati fioriti che richiamino composizioni naturali. Il termine wildflower, che il dizionario
Webster definisce come “the flower of a wild or uncultivated plant or the plant bearing it” è
entrato ormai nell’uso comune, anche perché il corrispettivo italiano, che potrebbe essere
quello di “fiori di campo” o “fiori selvatici”, non ne rende completamente il significato. Con
wildflower si intendono le specie erbacee, annuali, biennali e perenni, con fiori evidenti o
molto evidenti, che abbiano una valenza estetico-paesaggistica e naturalistica e che
possano essere impiegate come arredo di spazi verdi per la ricreazione, la socializzazione
e la didattica ambientale.
Questa denominazione non è
stata coniata di recente,
certamente era già entrata
nel vocabolario alla fine del
’700 e veniva utilizzata a
volte nella descrizione del
giardino romantico per
indicare le piante erbacee
spontanee nelle aree
sottochioma, quindi in ombra,
o più in generale, i prati
formati da specie spontanee.
Tuttavia, soltanto
recentemente il termine sta
Le piante spontanee possono rappresentare una risorsa per ottenere un
assumendo una larga
verde più compatibile sotto il profilo ambientale diffusione in virtù dell’azione
d i r e c u p e r o e
rinaturalizzazione di aree degradate e di conservazione della natura.
Il termine è anche adottato dagli operatori del settore sementiero che nei cataloghi delle
aziende alla voce wildflower inseriscono piante erbacee annuali, biennali e perenni che
vengono coltivate in forma naturalistica, ossia seminate in miscuglio e richiedenti una
manutenzione molto ridotta, che prevede la lavorazione minima del suolo, la semina, la
rullatura, il taglio o l’incendio controllato, più simile a quello di un pascolo, che del verde
ornamentale.
L’aspetto più interessante dell’utilizzo dei wildflower nelle sistemazioni a verde confrontando
anche altre esperienze mondiali quali quelle negli Stati Uniti, Australia, Irlanda, Nuova
Zelanda e Gran Bretagna, sembra essere legato all’importanza della tutela ambientale con
il recupero e la rinaturalizzazione di aree degradate quali terreni agricoli abbandonati, cave
dimesse, scarpate stradali, che potrebbero diventare interessanti serbatoi da cui attingere
per rinnovare ed ampliare il panorama colturale nazionale.
Nell’areale mediterraneo si riscontra un alto numero di specie spontanee caratteristiche di
effettiva bellezza e quindi di potenziale valore ornamentale, verso cui sarebbe auspicabile
orientare la produzione. Una volta dimostrata la loro possibile domesticazione e dopo averle
adeguatamente commercializzate, tali specie potrebbero essere valorizzate come

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La progettazione del verde

produzioni tipiche, in grado di ritagliarsi uno spazio nel mercato.

Bulbose
Con tale termine da un punto di vista agronomico vengono comprese le piante provviste di
parti vegetative ipogee (bulbi, bulbo-tuberi, tuberi, radici tuberose, rizomi, pseudo bulbi) le
quali svolgono principalmente la funzione di riserva per assicurare la sopravvivenza della
pianta in condizioni avverse. Esse sono una esclusiva caratteristica delle specie erbacee
perenni, in cui la parte epigea alla fine della stagione muore, mentre la pianta sopravvive
nel terreno allo stato di organo carnoso in riposo, provvisto di gemme capaci di dare, l’anno
successivo, nuovi germogli. Queste piante sono particolarmente adatte ad affrontare, nel
corso del loro ciclo vegetativo, periodi climatici sfavorevoli alla vegetazione. I due cicli
climatici principali, cui tali organi si adattano, sono il ciclo freddo-caldo della zona temperata
e quello umido-secco delle regioni tropicali e subtropicali, fra cui occorre comprendere
anche la regione mediterranea.
Per quanto riguarda la sistemazione di spazi a verde occorre ricordare come alcune specie,
idonee a superare il periodo di freddo, necessitano di basse temperature per completare il
loro ciclo biologico. Per queste specie l’ambiente mediterraneo non è idoneo e quindi,
qualora utilizzate, tali piante (es. tulipano, giacinto) devono essere considerate come vere e
proprie “annuali”. Maggiore impiego possono trovare, invece, nelle sistemazione a verde le
specie idonee a resistere alla stagione secca: in questo caso l’utilizzazione è quella tipica
delle poliennali (es. agapanto, giaggiolo, ecc.).
Fra i caratteri di pregio delle piante bulbose occorre ricordare le vistose fioriture dai brillanti
colori; in alcuni casi il limite è dato da una stagione di fioritura molto breve, ulteriormente
ridotta dalle elevate temperature primaverili che caratterizzano l’ambiente mediterraneo.

Succulente
Le succulente possono essere definite come le piante che sono capaci di superare
condizioni di secco dato che riescono a conservare acqua nei loro tessuti. Costituiscono un
gruppo molto ampio essendo presenti in diverse famiglie sia delle Angiosperme ma anche
delle Gimnosperme (es. Welwitschia mirabilis). Secondo Willert et al. (1992) una succulenta
è una pianta che possiede almeno un tessuto succulento. Un tessuto succulento è un
tessuto vivente che, oltre ad altri obiettivi, serve a garantire una temporanea riserva di
acqua utilizzabile, che rende la pianta temporaneamente indipendente da apporti esterni,
quando le condizioni idriche del terreno non possono supportare le esigenze della pianta
stessa. Tale definizione implica che il tessuto succulento sia presente in uno o più organi
della pianta; la specializzazione di tale organo dipende dalla pressione selettiva
dell’ambiente. Il tessuto succulento può essere rappresentato dalle foglie e questo accade
in diverse famiglie (es. Aizoaceae, Crassulaceae) ed è di solito associato con un ambiente
nel quale la stagione arida non è molto lunga. Lo stelo succulento si ritrova nella famiglia
delle Cactaceae; in questo caso le foglie sono di dimensioni ridotte, fino a diventare spine, o
caduche e la fotosintesi viene svolta dal fusto. Grazie a tali adattamenti, le piante sono in
grado di vivere in ambienti molto aridi: il limite è talvolta dato dalle dimensioni delle piante
stesse; i cactus giganti (es. Cereus spp.) necessitano di maggiori quantità di acqua per il
loro accrescimento. Se l’ambiente diventa più arido le piante riducono fortemente le loro
dimensioni.
Nel caso di radici succulente l’organo di riserva è sotterraneo e quindi può esser protetto,
almeno in natura, dagli stress causati dal vento o dai predatori animali. Le radici succulente
sono spesso associate con uno stelo annuale che dissecca durante la stagione arida. Oltre
a queste modificazioni, le piante succulente presentano alcuni tratti fisiologici che li
avvantaggiano negli ambienti aridi. Il numero e le dimensioni degli stomi sono usualmente

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La progettazione del verde

ridotti; questo non solo riduce la quantità di acqua persa ma anche la quantità di CO2
assorbita. In alcune famiglie è anche presente un particolare tipo di ciclo fotosintetico,
cosiddetto CAM; in tali piante gli stomi si aprono solo di notte, quando la temperatura è più
bassa e l’umidità atmosferica più alta.
Le modificazioni morfologiche conseguenti all’adattamento al secco hanno come
conseguenza che le piante succulente si presentano con forme strane, molto ornamentali.
Inoltre in alcune famiglie (es. Cactaceae) le fioriture sono molto vistose e questo
sicuramente aumenta il valore ornamentale delle piante. La bellezza degli esemplari, la
capacità di tollerare situazioni di stress termo-udometrico molto accentuato, le dimensioni
spesso contenute ed anche la stessa “lentezza” di crescita sono tutti fattori importanti per
l’utilizzazione di tali piante negli spazi a verde.
L’impiego principale è legato alla realizzazione di “composizioni rocciose”, inserite in
particolari angoli del giardino. Fra gli aspetti da richiamare vi è il fatto che le spine,
soprattutto delle cactacee, possono essere pericolose e quindi bisogna stare attenti nel
collocare le piante in posizione marginale nel giardino, ponendo le piante più “pericolose”
lontane dai sentieri per la viabilità. Un altro aspetto da tenere presente è che le esigenze
idriche fra le piante “grasse” sono diverse: di solito quelle che presentano foglie succulente
hanno esigenze idriche più spiccate di quelle in cui è lo stelo a manifestare i caratteri della
“succulenza”. Per tale motivo se la composizione di piante grasse è in un’area in pendio è
bene collocare in basso (dove per percolazione arriva una maggiore quantità di acqua) le
specie più sensibili agli stress idrici e più in alto quelle dotate di più spiccati caratteri
xerofitici.

Acquatiche
Con questo nome e anche con quello di idrofite, vengono indicati i vegetali che vivono
nell’acqua. L’adattamento a tale genere di vita ha determinato particolarità nella struttura di
tali piante, poiché esse assorbono l’acqua ed i sali nutritivi non soltanto con le radici, come
avviene nelle piante terrestri, ma con tutta la superficie del corpo e dall’acqua traggono i
gas (O e CO2) necessari alla loro vita. Spesso mancano le radici o queste servono solo
come mezzo di adesione al suolo. Per sopperire alla mancanza di ossigeno, le foglie
sommerse aumentano la loro superficie suddividendosi in sottili lacinie, mentre quelle
galleggianti o le aeree conservano la struttura tipica; le foglie sommerse, inoltre, presentano
l’epidermide non cuticolarizzata, priva di stomi e generalmente anche di peli; il mesofillo
omogeneo è provvisto di grandi spazi intercellulari. Un’altra caratteristica di tali piante è la
presenza di un parenchima aerifero detto aerenchima che consente il rapido trasporto dei
gas nella pianta.
Le piante acquatiche hanno largo impiego nell’arredo dei giardini, perché servono ad
assicurare la copertura vegetale di vasche, fontane, laghetti, ruscelli ed acquari. A seconda
del modo di risiedere nell’acqua, le piante acquatiche si dicono sommerse, emergenti,
galleggianti, palustri e anfibie.
Le sommerse non comprendono specie propriamente ornamentali anche se possono
modificare il colore dell’acqua e contribuire a migliorare lo stato di salubrità dell’acqua
stessa e cooperare alla formazione di un ambiente favorevole alla vita degli animali
acquatici.
Le emergenti hanno solo la parte basale nell’acqua; tra le numerose specie di questo
gruppo, da considerare il più interessante ai fini ornamentali, sono da ricordare: Cyperus
spp., Nelumbo lutea e N. nucifera, Nymphaea alba, Victoria regia, Sagittaria spp.
Le galleggianti o natanti o fluttuanti sono quelle che sviluppano le foglie e i fiori
sull’acqua senza avere bisogno che le radici si fissino sul terreno. Si possono ricordare:
Alisma natans, Lemna minor (lenticchia d’acqua), Pistia stratiotes, Trapa natans (castagna
d’acqua).

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La progettazione del verde

I generi più importanti delle palustri (piante che crescono nei luoghi paludosi, coperti
d’acqua nell’inverno, spesso asciutti d’estate) sono Cyperus, Thypha, Arundo, Caltha, Iris,
ecc.
Le piante anfibie sono quelle che possono vivere nell’acqua e nelle terra emersa ed umida;
tra queste vi sono sia piante arboree (es. Salix) che erbacee (Alisma, Galium, Juncus).
Il loro impiego nel giardino mediterraneo, anche se di primo acchito potrebbe apparire
insolito, data la forte dipendenza delle piante dall’acqua, è diffuso. Le favorevoli
caratteristiche climatiche di questo ambiente, infatti, consentono l’utilizzazione di specie
caratterizzate da esigenze termiche specifiche (zone climatiche 9 e soprattutto 10) di
indubbio valore estetico, che conferiscono “bellezza” ed “esoticità” ai giardini. Quando la
disponibilità di acqua è sufficiente, l’impiego di piante acquatiche, collocate in vasche, di
dimensioni più o meno ampie, è quindi elemento tipico del giardino mediterraneo, presente
anche in quello di interesse storico.

Arbustive ed arborescenti
Gli arbusti, sotto un profilo generale, presentano caratteristiche morfoanatomiche
intermedie tra quelle delle piante erbacee e degli alberi. Tali caratteristiche comprendono,
tra l’altro, l’habitus e la statura che però possono esprimersi in maniera sostanzialmente
diversa a seconda delle tecniche di allevamento e soprattutto delle condizioni ambientali.
Ne consegue che la stessa specie può assumere più o meno una configurazione di pianta
suffruticosa o arborescente a seconda dell’ambiente e dei criteri d’impiego.
Sotto un profilo biologico, gli arbusti rientrano in genere nel gruppo delle fanerofite o delle
nanofanerofite. Agli arbusti sono funzionalmente riconducibili tuttavia ad alcune camefite ed
in particolare le suffruticose. A parte lo sviluppo, il carattere morfologico che più
frequentemente accomuna gli arbusti è la presenza di gemme non dormienti in prossimità
del colletto, dalle quali prendono origine
diversi rami che conferiscono alla pianta
l’aspetto di cespuglio, ciò che risulta utile per
particolari destinazioni ornamentali.
Le piante arbustive per via della relativa
plasticità e della varietà di forme e
portamento si prestano ad una molteplicità di
utilizzazioni nelle sistemazioni a verde. A
parte il valore ornamentale, tali piante
manifestano rusticità e comunque capacità
notevoli di adattamento alle condizioni
ambientali. Questa ultima è supportata dalla
lignificazione più o meno rapida dei tessuti e
dall’alternanza tra periodi di vegetazione e di
riposo modulata sulla base del decorso
termo-udometrico e non ultimo, con
riferimento alle specie tipiche dei climi caldi e
aridi, dalle variazioni del potenziale osmotico
dei succhi cellulari con conseguente
possibilità di sopportare condizioni difficili
sotto il profilo delle disponibilità idriche.
Negli ambienti a clima mediterraneo il ruolo
delle specie arbustive nelle sistemazioni a Al giorno d’oggi l’arte topiaria è tornata ad essere
verde diventa preminente, non potendosi elemento presente nei giardini, soprattutto quelli pri-
vati e di piccole dimensioni. Essa, infatti, eccelle nel
spesso fare riferimento, come invece in altri disegnare i piccoli spazi

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La progettazione del verde

ambienti caratterizzati da decorso pluviometrico più regolare, alle specie annue o bienni
erbacee o suffruticose. Del resto se si guarda alle specie endemiche, di potenziale
interesse negli ambienti mediterranei, il quadro è molto più articolato per quanto riguarda le
specie arbustive che non per quelle erbacee.
Una rigorosa individuazione ed elencazione delle specie arbustive utilizzabili a fini
ornamentali nelle condizioni di clima mediterraneo è difficile. È certo che l’elenco
comprende specie originarie del bacino del Mediterraneo e numerose altre che, nel tempo,
e soprattutto nei secoli XVIII e XIX, sono state introdotte prevalentemente dai Paesi a clima
subtropicale. In ogni caso un elenco delle specie arbustive ornamentali assume sempre
validità relativamente ad uno specifico contesto ambientale e climatico. Molte specie, come
già detto, a seconda del clima ed in parte delle stesse tecniche di potatura, possono
assumere sviluppo e portamento tali da farle rientrare nel gruppo degli alberi o quanto
meno degli arbusti arborescenti. È il caso ad esempio dell’oleandro, il cui habitus e sviluppo
si modificano sensibilmente a seconda delle condizioni ambientali e delle modalità di
potatura.
Gli elementi descrittivi utilizzabili per la classificazione degli arbusti sono naturalmente
numerosi. Di norma vengono presi in considerazione, in rapporto all’impiego a fini
ornamentali:
∗ la statura;
∗ gli organi di particolare interesse ai fini ornamentali;
∗ la stagione in cui si esprime al massimo l’effetto ornamentale;
∗ le esigenze rispetto al terreno;
∗ le esigenze rispetto ai fattori climatici (luce, temperatura, ecc.);
∗ il metodo di propagazione.
Le specie arbustive maggiormente utilizzate presentano una statura che non supera i 2
metri, affidano ai fiori il maggiore effetto ornamentale e sono propagate prevalentemente
per talea.
Gli arbusti ornamentali, come già detto, trovano un’ampia varietà di utilizzazioni. Alcune
specie, in primo luogo, oltre che per la sistemazione di spazi a verde, possono essere
coltivate come piante ornamentali in vaso. Oleandro, lantana, pittosporo e numerose altre
costituiscono esempi di tale utilizzazione la quale alimenta e sostiene, soprattutto in alcune
regioni, una vasta attività di produzione e di commercializzazione.
Con riferimento alla sistemazione a verde di spazi più o meno estesi, le utilizzazioni più
comuni riguardano:
∗ sistemazioni di aiuole mediante l’inserimento di soggetti singoli o di gruppi;
∗ realizzazione di siepi libere o obbligate;
∗ realizzazione del verde stradale ed autostradale;
∗ ricoprimento di superficie in orizzontale.
La pluralità di utilizzazioni delle specie arbustive, oltre che dalla numerosità, dipende anche
dalla rusticità delle singole essenze. È il caso di alcune specie impiegate nella sistemazione
a verde degli spazi di risulta delle reti viarie stradali ed autostradali, quale ad esempio
l’oleandro, che si lasciano apprezzare proprio per la resistenza a fattori avversi, quali
l’aridità, la marginalità delle condizioni pedologiche, gli eccessi termici, le basse
temperature, i venti anche salsi, la resistenza al fuoco. Un ulteriore elemento che favorisce
la pluralità di utilizzazioni è, in alcuni casi, l’ampia variabilità intraspecifica conseguente al
lavoro di miglioramento genetico. Tale variabilità si manifesta nel colore dei fiori, nello
sviluppo della pianta, nelle esigenze della stessa nei confronti delle condizioni ambientali.
Naturalmente alcune specifiche tipologie di utilizzazione sono legate a peculiari
caratteristiche organografiche e biologiche, altre alle esigenze di ciascuna specie. È il caso
degli arbusti più proficuamente utilizzabili per la realizzazione di siepi o per la sistemazione
di spazi prossimi al mare a motivo di una più o meno spiccata resistenza all’azione dei sali

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La progettazione del verde

nel substrato e nell’aria.

Rampicanti e ricadenti
Il gruppo delle piante rampicanti e ricadenti di interesse ornamentale è ricco
complessivamente di circa un migliaio di specie di diversa origine, molte delle quali trovano
condizioni idonee per la loro utilizzazione in pien’aria nell’ambito del nostro Paese. Il clima
mediterraneo che contrassegna le zone costiere e le regioni poste alle latitudini più
meridionali si rivela, infatti, idoneo anche nei confronti delle numerose specie di origine
tropicale caratterizzate da elevate esigenze termiche.
La qualificazione funzionale di questo gruppo di piante è fondamentalmente legata
all’attitudine a ricoprire superfici fortemente inclinate o in verticale; molto articolati appaiono
tuttavia sia il quadro di carattere sistematico che il profilo relativo ai meccanismi che
sostengono tale loro attitudine, ai caratteri di più diretto significato ornamentale, alle
esigenze, alle modalità di utilizzazione.
Le piante rampicanti e ricadenti, tra le quali si riscontrano specie erbacee, suffruticose o
arbustive, annue e polienni, a foglie caduche o persistenti, sono riconducibili ad oltre 70
famiglie, una decina delle quali sono particolarmente ricche di rappresentanti. Le famiglie
cui sono riferibili le specie maggiormente utilizzate in Italia sono: Acanthaceae, Aizoaceae,
Apocynaceae, Araliaceae, Asclepiadaceae, Asteraceae, Bignoniaceae, Convolvulaceae,
Caprifoliaceae, Fabaceae, Nyctaginaceae, Oleaceae, Passifloraceae, Polygonaceae,
Ranunculaceae, Rosaceae, Solanaceae, Vitaceae.
Le caratteristiche morfoanatomiche del fusto rappresentano l’elemento più rispondente ai
fini di una pur difficile distinzione tra piante rampicanti e ricadenti.
Le piante rampicanti sono accomunate dal fatto che il loro fusto per reggersi necessita
dell'ancoraggio ad un sostegno vivo o morto; tale ancoraggio viene assicurato da
adattamenti di natura morfologica e/o funzionale. In mancanza di tale sostegno il fusto, in
genere esile e comunque poco consistente in rapporto alle dimensioni della pianta, tende a
ricadere o a strisciare sul terreno in orizzontale ricoprendolo; è a tale ultima possibilità che
fa riferimento la locuzione piuttosto imprecisa “piante ricoprenti”, talora utilizzata.
I meccanismi sui quali fanno affidamento le piante rampicanti per sostenersi sono numerosi
e consentono una ulteriore suddivisione del composito gruppo in categorie relativamente
più omogenee.
Una prima categoria comprende tutte le piante provviste di specifici organi di ancoraggio
originati dalla trasformazione di foglie e rami in viticci o in cirri, i quali, a loro volta, possono
essere sensibili agli stimoli tattili o provvisti di particolari tessuti a mezzo dei quali
aderiscono alla superficie di appoggio (Passiflora, Parthenocissus, Tetrastigma). La
funzione di sostegno del fusto può essere assicurata anche da radici avventizie (Hedera,
Monstera, Ficus pumila). Le piante provviste di organi specifici per l’ancoraggio
costituiscono le vere e proprie rampicanti (in francese plantes grimpantes; in inglese
climbers o vines che designano in modo generico le rampicanti, mentre si usa la locuzione
self-clingings per indicare le piante che aderiscono più attivamente al sostegno tramite
radici aeree o viticci adesivi).
La seconda categoria è costituita dalle specie cosiddette volubili (twiners in lingua inglese
e volubiles in francese) il cui fusto si regge attorcigliandosi a sostegni grazie a movimenti di
circumnutazione il cui senso rotatorio è specifico. In alcune specie, infatti, la nutazione,
dovuta a stimoli tattili, è destrorsa (Jasminum spp., Wisteria chinensis) in altre sinistrorsa
(Lonicera, Polygonum, Wisteria floribunda).
Una terza categoria fa riferimento alle cosiddette liane (Macuna, Metrosideros carmineus).
Le piante, poco rappresentate nei Paesi extratropicali, si avvolgono a sostegni vivi o morti
(in natura tronchi di alberi) innalzandosi fino ad esporre le strutture fogliari ed

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La progettazione del verde

eventualmente fiorali al di sopra della chioma degli alberi e quindi all’azione della luce.
Le piante ricadenti (ramplings in lingua anglosassone o sarmenteuses in francese) sono in
genere sprovviste degli adattamenti morfofisiologi di cui si è detto a proposito delle
rampicanti. Esse si caratterizzano per l’elevato numero di fusti e rami sarmentosi che, per
quanto relativamente robusti, non riescono a sorreggersi in verticale per cui “ricadono”
verso il basso assumendo forma e portamento particolari. La loro funzione ornamentale è
spesso riconducibile a quella delle rampicanti, soprattutto se la pianta viene sorretta con
idonei sostegni o in qualche maniera ancorata a supporti. Il vero e proprio effetto “ricadente”
si esprime naturalmente appieno o si esalta quando la pianta viene collocata a quota più
elevata rispetto a quella delle superfici o delle strutture che si vogliono ricoprire.
Per analogia di comportamento e di funzioni alle specie rampicanti e ricadenti possono
essere ricondotte le cosiddette piante tappezzanti (inglese=creepings,
francese=tapissantes o rampantes), utilizzate per ricoprire superfici in orizzontale. Il gruppo,
in senso stretto, fa riferimento
alle piante striscianti le quali,
per il loro ancoraggio al
substrato, si avvalgono di radici
avventizie (stoloni, rizomi). La
copertura di superfici in
orizzontale può anche essere
assicurata, come già detto, da
alcune rampicanti o ricadenti
che, in mancanza di sostegni, si
adagiano sulla superficie del
terreno (Hedera, Vinca). Al
gruppo delle tappezzanti
vengono, inoltre, omologate
tutte quelle specie che con la
loro struttura epigea tendono in
qualche modo a “ricoprire” il
terreno.
Da un punto di vista generale le
piante rampicanti e ricadenti
sono particolarmente apprezzate per il notevole e rapido accrescimento dei fusti e delle
foglie e talora per la vistosa fioritura e/o fruttificazione. Esse vengono talvolta classificate
sulla base delle caratteristiche ornamentali che maggiormente esprimono e che risultano
più funzionali alla loro specifica utilizzazione (rampicanti da fogliame, da fiore o da frutto).
Notazioni aggiuntive più specifiche riguardano l’epoca in cui la pianta fiorisce ed
eventualmente il colore dei fiori; la persistenza o meno delle foglie; a quest’ultima
caratteristica si legano sia la durata dell’effetto ornamentale che la modalità di utilizzazione.
Le piante sempreverdi, infatti, determinano un effetto ombreggiante anche nel periodo
invernale; ciò va tenuto in debita considerazione in rapporto a particolari luoghi e modalità
di impiego.
Le conoscenze sulle esigenze delle diverse specie nei confronti del clima, ma anche del
terreno e dell’alimentazione non sono in genere approfondite. I riferimenti di cui si dispone
sono frammentari o generici; le indicazioni più frequenti in merito riguardano le condizioni di
esposizione (ombra, mezz’ombra, pieno sole) e le temperature minime tollerate dalle
singole specie. Prendendo in considerazione le specie rampicanti e ricadenti di maggiore
diffusione nelle regioni costiere del sud d’Italia, oltre il 59%, secondo la classificazione
U.S.D.A., non tollererebbe temperature minime di poco inferiori allo zero rientrando nelle
zone climatiche individuate con i numeri 9 e 10; solo il 10% sopporterebbe minime termiche

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La progettazione del verde

ben al di sotto dello zero (zona 3 e 4); anche queste ultime, però, trovano ampia diffusione
nel nostro Paese il cui territorio comprende aree contrassegnate con i numeri 8, 9 e 10.
Altro aspetto da sottolineare è quello legato alle esigenze idriche, in genere elevate, anche
per via degli intensi ritmi di accrescimento e dell’ampia superficie fogliare, che
caratterizzano le piante rampicanti. Occorre, però, ricordare come tra le numerose
rampicanti ve ne sono anche alcune dotate di meccanismi tali da permettere loro di
resistere a condizioni di stress idrico e di elevata insolazione.
La maggior parte delle specie rampicanti e ricadenti, per le loro caratteristiche ed esigenze,
trovano in generale migliore valorizzazione nelle regioni più calde e luminose, dove peraltro
alcune delle loro funzioni, e soprattutto quella di ombreggiamento, risultano più largamente
ricercate ed apprezzate. A tal riguardo, ad esempio, meritano un richiamo le classiche
pergole del meridione d’Italia ottenute utilizzando specie ornamentali (glicine, Solandra,
Thunbergia, ecc.) o, nelle aree rurali, piante che hanno anche finalità produttive (vite
comune, actinidia, Sechium, Lagenaria, Cucurbita ficifolia).
Le tipologie di utilizzazione delle rampicanti e ricadenti sono molteplici anche per via della
numerosità delle specie e si sono notevolmente ampliate in rapporto all’accresciuta
articolazione delle aree a verde. Le ridotte dimensioni degli spazi destinabili a verde privato
hanno comportato, non fosse altro che per cercare di rivestire i muri di recinzione, un
aumento nell’uso delle rampicanti. Alle tradizionali utilizzazioni di queste piante per il
rivestimento di pilastri, muri, prospetti di edifici, balconi e di strutture atte a creare zone
d’ombra (gazebi, patii, ecc.), particolarmente ricercate negli ambienti più assolati, si sono
aggiunte nuove possibilità di impiego. Nel settore del verde pubblico sono, infatti, aumentati
gli spazi e le superfici in notevole pendenza o in verticale; basti pensare ai muri di
contenimento in cemento ed agli altri manufatti della rete viaria stradale ed autostradale,
dove l’uso di rampicanti o ricadenti potrebbe contribuire a ridurre l’impatto ambientale.
Alcune specie, infine, per tollerare bene gli interventi cesori, si prestano ad essere
modellate e possono pertanto venire utilizzate per creare particolari siepi o pareti divisorie
(Bougainvillea, Lantana).
Un’ulteriore possibilità d’utilizzazione delle specie rampicanti o ricadenti è rappresentata
dalla coltivazione in vaso di alcune specie che, caratterizzate da elevate esigenze termiche,
sono utilizzate come piante da fogliame da interni (Philodendron, Scindapsus, Cissus) o
anche da esterni.
Alla luce di questi brevi richiami, le piante rampicanti e ricadenti rappresentano un valido
strumento per affrontare molti dei problemi legati alla sistemazione a verde. Il potenziale del
gruppo è d’altronde in larga misura inesplorato se si considera che, a fronte di oltre un
migliaio di specie potenzialmente idonee all’ambiente mediterraneo, sono poche quelle
comunemente utilizzate.

Palme e palm like


Le palme (Arecaceae o Palmae) costituiscono una famiglia piuttosto numerosa che
comprende circa 2.500 specie piuttosto eterogenee fra loro. Tale famiglia presenta
caratteristiche talmente peculiari da venir separata, secondo le più recenti revisioni
tassonomiche (Gerola, 1997, Dahlgren et al., 1987), in un ordine ben distinto, le cui affinità
con altri ordini (Cychlantales, Pandanales, Arales) sono tanto discutibili da indurre alcuni
autori a considerare questi ultimi superordini differenti, così da includere nelle Areciflore
l’unico ordine delle Arecales.
La stessa famiglia delle Arecaceae è stata oggetto al suo interno di un’attenta opera di
revisione tassonomica operata da Harold E. Moore Jr.. Nel 1987 Uhl e Dransfield,
basandosi proprio sull’opera di Moore, hanno dato alle stampe “Genera palmarum” che a
tutt’oggi può essere considerato il principale riferimento per la tassonomia della famiglia.

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La progettazione del verde

Secondo i risultati di questa revisione, la famiglia comprende 6 sottofamiglie: Coryphoideae,


Calamoideae, Nypoideae, Ceroxyloideae, Arecoideae e Phytelephantoideae, cui fanno
riferimento 200 generi.
Le palme sono piante così diverse tra loro che possono presentare portamento
“arboreo” (palma da cocco, palma da datteri, ecc.) o “cespuglioso” (palma nana) o
“lianoso” (Calamus spp.).
Il fusto, denominato anche stipite, è generalmente solitario, eretto, non ramificato ed è
sormontato da un ciuffo di foglie. Esso presenta dimensioni piuttosto diversificate fra le
specie: da molto breve o, addirittura, più o meno sotterraneo ad assurgente fino a
raggiungere i 60 m di altezza e talvolta il metro di diametro (Dahlgren et al., 1985).
Sprovvisti di accrescimento secondario in quanto caratterizzati da fasci chiusi, i fusti delle
palme possono aumentare notevolmente le loro dimensioni trasversali grazie alla
formazione di nuovi fasci che si aggiungono all’esterno a quelli primari e si raccordano con
le foglie.
Queste ultime allo stato giovanile possono essere intere, mentre in quello adulto sono
pennate, palmate o costo-palmate e sono sostenute da un robusto picciolo, talvolta
provvisto di spine; esse possono raggiungere una grandezza molto variabile, da pochi cm
fino a 25 m nella Raphia taedigera (Gerola, 1997, Lötschert, 1990). Foglie così grandi
talvolta si comportano come vele, per cui i fusti devono essere molto resistenti e flessibili;
esempi significativi sono Phoenix dactylifera, Washingtonia robusta ed Euterpe oleracea, i
cui fusti hanno una sezione trasversale di diametro contenuto rispetto all’altezza.
L’apparato radicale è fascicolato ed è costituito da radici avventizie. La radice principale,
infatti, che si forma alla germinazione del seme, ha vita breve e muore precocemente. Essa
viene sostituita da radici secondarie (avventizie), che si formano alla base del fusto e
possono formare un vero e proprio piedistallo su cui poggia il fusto stesso. Le radici non
presentano un ingrossamento secondario e solo grazie all’elevato numero possono
sostenere le accresciute esigenze della pianta adulta.
Per quanto riguarda l’habitus vegetativo e riproduttivo, le palme possono essere distinte in
due grandi gruppi: il primo comprende le specie il cui fusto, completato l’accrescimento
vegetativo, differenzia le strutture fiorali in posizione apicale; esauritasi la fase riproduttiva,
se la pianta è monocaule muore; diviene invece perennante se provvista di germogli
ascellari alla base dello stipite; nelle specie del secondo gruppo le attività vegetativa e
riproduttiva coesistono: le infiorescenze si differenziano lateralmente al fusto mentre la
gemma apicale continua a crescere. Anche in questo caso le specie possono avere un
fusto monocaule o essere provviste di germogli secondari. Le specie ornamentali
appartengono prevalentemente a questo secondo gruppo.
I fiori sono disposti in grandi infiorescenze ascellari; essi sono di norma unisessuali, in
piante monoiche (Cocos nucifera) o dioiche (Phoenix spp.). L’impollinazione è anemofila o
entomofila. Il frutto è per lo più una bacca o una drupa con 1-3 semi; nel caso della palma
da datteri il frutto è una bacca la cui parte edule è data dal pericarpo; nel caso del cocco è
una drupa il cui epicarpo e mesocarpo sono fibrosi e cuoiosi e l’endocarpo, duro e legnoso,
racchiude il seme provvisto di un abbondante endosperma. Le strutture carpiche e/o
seminali in alcune palme raggiungono dimensioni rilevantissime: il caso limite è
rappresentato da Lodoicea malvidica, i cui semi sono considerati fra i più grossi (da 10 a 25
kg) dell’intero regno vegetale (Lötschert, 1990).
L’utilizzazione delle palme in pien’aria e quindi nelle sistemazioni a verde interessa in
maniera specifica l’ambiente mediterraneo, praticamente l’unico, almeno con riferimento al
nostro Paese, in cui queste piante possono essere collocate in pien’aria. L’interesse che le
palme assumono nelle sistemazioni a verde è da porre in relazione con la maestosità del
portamento, con la eleganza del fogliame e con le singolari caratteristiche morfologiche e
strutturali che le contraddistinguono. Le palme sono anche piante longeve: famoso è il caso

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La progettazione del verde

della “palma di Goethe”, maestoso esemplare di Chamaerops humilis che, messo a dimora
oltre 400 anni fa’, può essere ancora oggi ammirata all’orto botanico di Padova.
Il loro impiego nelle regioni meridionali
è favorito dalle condizioni climatiche
idonee alla crescita in pien’aria di
numerose specie (Noto e Romano,
1987a e 1987b). La temperatura
ottimale per l’accrescimento di molte
palme si aggira, infatti, intorno ai 15-
20°C durante la notte ed ai 20-30°C
durante il giorno. Alcune specie, meno
esigenti, riescono tuttavia a vegetare
bene a temperature comprese tra i 10
ed i 15°C e tollerano ampie escursioni
termiche giornaliere. La resistenza alle
basse temperature è variabile tra le
diverse specie: molte palme impiegate
per l’arredo di spazi esterni riescono a
sopravvivere a temperature inferiori a -
10°C (Chamaerops humilis, Phoenix
canariensis, Trachycarpus fortunei); in
genere la resistenza alle basse
Resistenza al freddo in specie di palme in rapporto all’età della temperature aumenta con l’età della
pianta; LT1 = danni iniziali; LT50 = danni sul 50% della popola-
zione. pianta. Nelle condizioni termiche meno
favorevoli le uniche specie utilizzabili
sono Chamaerops humilis e soprattutto Trachycarpus fortunei. Le palme da esterno
prediligono umidità relativa piuttosto bassa, ma si adattano a condizioni non ottimali, anche
se queste possono compromettere il valore ornamentale.
L’utilizzazione delle palme nelle sistemazioni a verde è favorito dalle modeste esigenze nei
confronti del terreno e dell’alimentazione (Noto e Romano, 1986). Anche le esigenze idriche
sono piuttosto contenute e ben tollerate sono le condizioni di stress, dovute all’eccesso o
alla carenza di acqua. Con riferimento al terreno, le palme possono tollerare, soprattutto ad
insediamento avvenuto, substrati poco profondi, a grana grossolana e con elevata salinità.
Un esempio dell’adattabilità delle palme a condizioni pedologiche marginali è offerto dalla
diffusa presenza allo stato spontaneo di Chamaerops humilis su substrati calcarei, privi o
quasi di terra fine e quindi di elementi minerali e con capacità idrica trascurabile.
La peculiarità dei tratti morfo-funzionali ed estetici di queste piante ha comportato la
collocazione delle palme nei giardini meridionali in posizione privilegiata, spesso prossima
agli affacci degli edifici stessi, ponendo in risalto il maestoso portamento e la signorile
ornamentalità. “… tutte quante formano l’incanto del luogo e del paese che ne vien
decorato” (Cusa, 1873).
Al di là del numero di specie e della modalità di impiego è indubbio che i giardini, i paesaggi
meridionali e siciliani in particolare siano segnati da queste piante. Come ci ricorda De
Santis (2003) con vena poetica: “L’excursus della palma in Sicilia si può leggere nelle opere
dell’uomo, nelle usanze, nei riti e nella lingua ove risuonano radici latine (scupazzu), arabe
(cifagghiuni), arabe (giummara) e nubiane (addummi). E colonne, capitelli, mosaici, templi
si svelano essere giardini di pietra, palme e palmeti che raccontano le parentele dei sogni e
delle aspirazioni delle genti che vivono intorno al nostro mare”.
Il paesaggio siciliano, in particolare, è spesso sintesi di numerosi eventi culturali che ne
hanno segnato la storia; la vegetazione esotica ed in particolare le palme ne rappresentano

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La progettazione del verde

uno dei tratti più peculiari; “… ed in Sicilia non poche se ne osservano sparse per tutte le
coste dell’isola, le quali formano il principale ornamento de’ giardini che ne vengono allietati.
E qui la vedi [la palma], nella città principale Palermo, or solitaria, or unita ad altre della
stessa specie, o della stessa famiglia, in molte ville pubbliche e private occupare il posto più
nobile; …” (Cusa, 1873).
Le palme trovano impiego – possiamo meglio dire che le contrassegnano e caratterizzano –
in diverse tipologie di spazi a verde. Esse, per la loro antica utilizzazione, sono un elemento
estremamente diffuso nei giardini storici ed anche in quasi tutti gli orti botanici italiani e
soprattutto siciliani, che spesso manifestano un grande valore storico-artistico. Sono
numerosissimi anche gli esempi di utilizzazione delle palme nei parchi urbani, dove queste
piante si lasciano apprezzare per la bellezza del fogliame, le vistose strutture carpiche, la
stranezza dello stipite.
Le specie che, anche per la diffusione e le notevoli dimensioni, maggiormente segnano il
paesaggio isolano sono Phoenix dactylifera e P. canariensis. Queste specie, ed in
particolare la prima, oltre ad essere elemento importante degli spazi a verde ornamentali,
connotano anche il paesaggio agrario, dove spesso vengono impiegate in prossimità delle
abitazioni rurali o a formare lunghi viali d’ingresso alle dimore signorili. Del resto in Sicilia la
palma da dattero è la pianta sacra, la palma dell’uomo, la palma piantata davanti al
casolare, simbolo dell’unità familiare: “tante foglie, una sola pianta che cresce con orgoglio
e rigoglio” (De Santis, 1998).
La palma nana è l’unica palma che si trova allo stato spontaneo nell’ambiente
mediterraneo, spesso su substrati calcarei, molto superficiali, privi o quasi di terra fine e
quindi di elementi minerali e con capacità idriche trascurabili. Questa specie negli spazi
naturali più termofili dà luogo assieme al carrubo all’associazione vegetale denominata
C e r a t o n i e t u m . La presenza della palma, talvolta quasi acaule, emergente da
spaccature delle rocce in prossimità del mare, talvolta su suolo calcareo, brullo,
poverissimo, a costituire un’associazione vegetale che ricorda una gariga con caratteri
steppici (Touring Club Italiano, 1958), determina paesaggi naturali di grande suggestione.
Per quanto riguarda gli schemi compositivi, questi dipendono dalle dimensioni raggiunte
dalle singole piante: le specie di maggiore sviluppo (es. Phoenix e Washingtonia) si
prestano a realizzare filari o possono essere collocate come piante singole o talvolta a
coppia; per quelle di più piccole dimensioni si tende a formare dei gruppi, sfruttando la
naturale attitudine della specie (es. Chamaerops humilis) o ponendo vicine le piante (es.
Trachycarpus fortunei).

Circa le palm-like va detto che si tratta di un gruppo molto eterogeneo per quanto riguarda
l’inquadramento botanico, ma che per morfologia e soprattutto per esigenze e tratti
fisiologici ricorda le palme. Anche l’utilizzazione nelle sistemazioni a verde è largamente
sovrapponibile a quello delle stesse palme (Romano, 1995). Le palm-like presentano in
genere spiccate esigenze termiche e sono caratterizzate da notevole valore ornamentale
(Dracaena draco, Strelitzia spp., Nolina recurvata, Yucca spp., Cycas spp.). Si tratta spesso
di piante che connotano fortemente lo spazio e diventano il «punto di attrazione» di un
giardino.

Arboree
Sono piante che, per dimensioni raggiunte e per diffusione, assumono un ruolo centrale
nelle sistemazioni a verde. In ambiente mediterraneo, la possibilità che si ha, grazie
all’adozione degli alberi, di realizzare zone ombrose nel giardino, rende il ruolo di queste
piante molto importante. Nell’elenco predisposto – di cui le schede allegate sono il risultato
– gli alberi sono stati suddivisi in «da fogliame», «da fiore» e «da frutto». Quest’ultimo
gruppo serve anche a sottolineare l’antico ruolo “utilitaristico” che molti alberi rivestono, e

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107
La progettazione del verde

soprattutto rivestivano, in passato nel giardino mediterraneo. Un censimento del verde


privato, effettuato anni or sono a Catania, ha messo in luce la diffusione di alcuni agrumi
(limone, arancio, mandarino) nei giardini, dovuta alla duplice “attitudine” (ornamentale e
produttiva) che queste piante assicurano. Anche molti fruttiferi tropicali (Casimiroa edulis,
Macadamia integrifolia, Persea americana, Psidium guajava) possono e sono utilizzati
come piante ornamentali in ambiente mediterraneo grazie alle pregevoli caratteristiche
estetiche (Romano e Scrimali, 1994).
Un aspetto da sottolineare è la prevalente origine esotica di molti degli alberi riscontrati
nell’indagine effettuata in Sicilia. Accanto a carrubo e olivo, specie “simbolo” dell’ambiente
mediterraneo più tipico, trovano infatti collocazione negli ambienti più meridionali e termofili
molte piante esotiche (Jacaranda mimosifolia, Brachychiton spp., Grevillea robusta,
Chorisia spp.) di pregevoli caratteristiche ornamentali.
La scelta degli alberi è comunque spesso condizionata dalle dimensioni delle piante che
debbono risultare compatibili con gli spazi, spesso angusti, destinati al verde.

5.2.2.7. Il contributo delle specie esotiche


In Italia a scopo ornamentale da sempre hanno trovato spazio piante di origine esotica e più
propriamente tropicale e subtropicale. Le zone climaticamente più favorite, quelle costiere
della Riviera Ligure, della Campania e soprattutto delle Isole ed in particolare della Sicilia
sono caratterizzate dalla presenza di una flora del tutto peculiare.
La Riviera Ligure, in particolare, costituisce in Italia, la zona mediterranea dove si osserva
la più intensa presenza di parchi e giardini con vegetazione esotica. Fra le piante di origine
tropicale spiccano le palme (Phoenix dactylifera, P. canariensis, Trachycarpus fortunei,
Chamaerops humilis, Erythea armata, Livistona chinensis, Syagrus romanzoffianum); le
diverse specie del genere Aloe (Aloe caesia, A. arborescens, ecc.) le yucche (Yucca
aloifolia, Y. australis, Y. gloriosa), le dracene, le agavi (Agave americana, A. salmiana, A.
sisalana), le acacie, le bignonie, le passiflore, ecc.
Negli ambienti più meridionali, paradossalmente, nonostante le condizioni climatiche siano
più favorevoli, gli esempi di giardini, almeno sotto il profilo storico, non sono così numerosi
come in Riviera. Tuttavia, come ci ricordavano Giacomini e Fenaroli (1958) “proprio in
alcune classiche località dell’Italia Centro-Meridionale nacque un’arte dei giardini che fu a
lungo famosa in Europa e forse proprio l’Italia peninsulare e la Sicilia sono le regioni ove
sorsero i più famosi e celebrati giardini dell’antichità classica ... Nei giardini del Sud
possono variare molto le specie esotiche dominanti, a seconda del clima non egualmente
favorevole ovunque a certi gruppi di piante ornamentali ... In Sicilia la temperatura invernale
mitissima favorisce, nei giardini di Palermo, di Taormina e di Catania, sorprendenti forme di
vegetazione ornamentale. Forse l’impressione più viva si prova visitando l’Orto Botanico di
Palermo ... Crescono sul suolo vulcanico, alle falde dell’Etna, la Fitolacca arborea
(Phytolacca dioica), la stessa e altre specie di Ficus, e, con rusticità sorprendente in questo
settore più arido, piante succulente delle più diverse stirpi: dalle Cactacee alle Euforbie
colonnari, dai Mesembriantemi alle Aloe, alle Agavi, ai Dasylirion, alle Dracene” (Giacomini
e Fenaroli, 1958).
Se si fa particolare riferimento alla flora presente nell’Orto Botanico di Palermo si può
rilevare come siano presenti numerosissime specie ornamentali esotiche, molte delle quali
coltivate all’aperto (Raimondo et al., 1997). Notevole è stato il lavoro di questa Istituzione
per l’introduzione di specie nuove provenienti da Paesi a clima tropicale e subtropicale,
molte delle quali rivestono oggi un importante ruolo nella sistemazione di spazi a verde non
solo della Sicilia ma di tutto il Meridione.
Il ruolo delle piante tropicali in ambiente mediterraneo emerge con tutta chiarezza se si
considera quello esiguo che rivestono, sia nella trattatistica ma soprattutto negli spazi a

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La progettazione del verde

verde urbani, le piante più strettamente mediterranee. Con riferimento al primo aspetto
possiamo ricordare il trattato di Bossard e Cuisance (1984) intitolato “Arbres & arbustes
d’ornement des régions tempérées et méditerranéennes” nel quale solo il 6,2% delle specie
è di origine strettamente mediterranea. Ad analoghi risultati sono giunti lavori elaborati con
riferimento all’Italia (Romano e Scrimali, 1995).
Nel testo della Gildemeister su “Mediterranean gardening” (1995), recentemente tradotto in
italiano (Gildemeister, 2000), in atto la fonte più articolata disponibile per le sistemazioni a
verde in ambiente mediterraneo ed in particolare di quello caratterizzato da più spiccati
aspetti termofili e xerofitici, vengono riportate ben 1000 specie. La distribuzione delle specie
per zona di origine mostra come il contributo di Paesi a clima tropicale e subtropicale sia
cospicuo. In particolare il 26% delle essenze è originario degli Stati meridionali degli USA,
del Centro e Sud America, di zone caratterizzate cioè da climi tropicali e subtropicali. Sia
l’Oceania che l’Estremo Oriente partecipano per il 12%, mentre le specie originarie del Sud
Africa ragguagliano il 15% del totale. Il contributo delle specie mediterranee è comunque
rilevante ed è stimato nel 20%
del totale.
In una nostra indagine è stato
notato come le specie ritenute,
da diverse fonti bibliografiche
(Bossard e Cuisance, 1984;
Cocozza Talia, 1979; Latymer,
1990; Le Graverend, 1959;
Lippert e Podlech, 1991;
Taverna, 1982), idonee ad
essere impiegate in ambiente
mediterraneo siano quasi
3500 rappresentanti di tutte le
zone climatiche ed originarie
Distribuzione delle piante utilizzabili in ambiente mediterraneo in base in pratica da tutte le regioni
all’origine. geografiche. Da rilevare la più
elevata frequenza di specie
provenienti da zone climatiche analoghe a quella mediterranea mentre è stata dimostrata la
significativa presenza nel verde delle regioni più meridionali d’Italia di piante provenienti da
zone climatiche molto calde, contrassegnate da spiccati caratteri di tropicalità o
subtropicalità. In particolare le specie cosiddette “esotiche” rappresentano ben il 92% del
totale (fig. 5).
L’assenza di piante mediterranee ornamentali si riscontra anche nel verde pubblico:
elaborando i dati di un’indagine effettuata, anni or sono, nel verde pubblico di Catania si
può osservare, ad esempio, come solo il 4% delle specie presenti sia di origine
mediterranea; dato questo del tutto in sintonia con altri relativi ad altre città italiane per le

Distribuzione in base all’origine delle piante utilizzate in Distribuzione in base all’origine delle piante conteggia-
provincia di Ragusa. te in provincia di Ragusa.

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109
La progettazione del verde

quali è stato osservato come la presenza di piante mediterranee si attesta intorno al 5%.
In un’indagine, sempre da noi condotta in provincia di Ragusa, in cui è stata rilevata la
presenza delle piante utilizzate nelle sistemazioni a verde, è emerso il modesto contributo
offerto dalle piante di origine mediterranea (15,7% del totale) (fig. 6); l’incidenza si alza di
poco se si fa riferimento al numero di piante complessivamente presenti (fig. 7). Il conteggio
delle piante e l’indicazione dello stato vegetativo delle piante stesse (valori tra 1 = stato
pessimo e 5 = stato ottimo) hanno fornito indicazioni interessanti. In totale nell’indagine
sono state conteggiate oltre 14.000 piante. La media ponderata dello stato sanitario delle
specie raggruppate per zona climatica ha mostrato valori poco variabili (da 4,75 a 4,98) ad
attestazione della capacità dell’ambiente mediterraneo ad “accogliere” piante più diverse
per cui numerose specie hanno trovato condizioni idonee al loro sviluppo. Anche per tale
motivo la maggiore frequenza di alcune piante sembra essere conseguenza più di scelte
arbitrarie, legate talvolta alla mancata disponibilità di materiali vivaistici, che il risultato di
analisi sulle interazioni fra pianta ed ambiente.

5.2.2.8. Il ruolo delle specie autoctone


Le nuove tendenze nella progettazione degli spazi a verde sono sempre più rivolte da una
parte ad esaltarne gli aspetti “naturali” e dall’altra a ricercare schemi caratterizzati da minori
costi di manutenzione. Le motivazioni sono molteplici e rispondono a esigenze non solo
agronomiche, ma anche politiche, sociali, culturali ed ecologiche (Hitchmughi, 2004). Il
concetto di “sostenibilità”, con cui si intende lo sviluppo che è in grado di assicurare «i
bisogni delle generazioni presenti […] senza compromettere le capacità delle generazioni
future di soddisfare i propri» (Rapporto Brundtland, 1987), sta diventando di estremo
interesse anche nella gestione del verde ornamentale e territoriale.
Queste tendenze sono anche legate al fatto che i progettisti del verde contemporanei
vedono il “giardino” essenzialmente come un luogo destinato alle persone, quindi cercano
di tener conto delle questioni sociali e dei mutamenti che si sono verificati negli ultimi anni.
Le inquietudini sulle implicazioni della ricerca scientifica nel campo dell’ingegneria genetica,
le preoccupazioni sul destino ambientale del pianeta e tutto ciò che ha contribuito a
costituire una nuova coscienza ambientalista, come l’idea dello sviluppo sostenibile,
l’angoscia per la scomparsa di specie animali vegetali, l’inquinamento atmosferico, hanno
modificato anche il punto di vista estetico sulla natura (Nicolin, 2003).
Mentre in passato era il lindore dell’insieme, la regolarità delle forme, le stesse rigide
simmetrie ad assumere preminente valore ornamentale, oggi a destare l’ammirazione è la
consapevolezza che si è davanti ad un processo “naturale”, ad un ambiente che è capace
di “reggersi da solo”. Come ricordava Nicolin (2003) «nozioni come ordine e disordine
hanno per noi un senso diverso rispetto a un passato relativamente recente a causa
dell’importanza assunta dalla nozione di entropia che, come sappiamo, aumenta in
concomitanza con l’incremento di strutture “ordinate”. Siamo certamente di fronte a
un’accelerazione di quel cambiamento nell’apprezzare le “bellezze” della natura, a un
“pluralismo” paesaggistico che conquista al campo estetico nuovi scenari».
In passato l’azione del giardiniere era vista come capacità di “assoggettare la natura”.
Secondo Ippolito Pindemonte, «l’arte del giardiniere inglese è di abbellire un terreno assai
vasto che sembrar possa che la natura l’abbia abbellito a quella guisa lei stessa»; un altro
richiamo letterario, ma significativo, è quello di Giacomo Leopardi che nel suo Zibaldone
ricordava come «… il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili
colle unghie, col ferro». Il giardino fino a qualche anno or sono era visto come
«meraviglioso recinto in cui si impara a barare con le leggi della natura» (Grimal, 2000), in
cui quindi bisognava in qualche modo “contrastare” l’ordine naturale per ottenere un effetto
ornamentale. Oggi il giardiniere è, invece, nella visione di Gilles Clement, il cittadino

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La progettazione del verde

planetario attento osservatore della natura; il giardino che custodisce è il pianeta. Secondo
il famoso paesaggista francese, il movimento, fisico, di specie di per sé predisposte al
vagabondaggio (quali sono le essenze spontanee), deve essere assecondato e si devono
ostacolare il meno possibile le energie in gioco (Clement, 1991).
Al di là delle diverse “filosofie” di approccio, termini come “sustainable landscape”,
“environmental friendly landscape”, “xeriscaping”, “xerogarden” “wild garden” sono ormai
entrati di prepotenza nel dibattito sia scientifico che culturale in senso lato, anche al fine di
realizzare un verde diverso, più rispettoso delle caratteristiche ambientali ed ecologiche di
un dato territorio. In tutte queste modalità di “fare giardino”, per cercare di limitare gli stress
biotici ed abiotici, attenzione particolare viene posta in tutte le fasi del processo, dalla scelta
della specie alle operazioni di impianto, alla manutenzione, a soluzioni in grado di rendere
più compatibile il verde con le condizioni dell’ambiente naturale (Franco et al., 2006).
In questo contesto il ruolo delle piante autoctone diventa fondamentale (Iles, 2003).
Nonostante tradizionalmente queste piante siano state ignorate nella realizzazione del
verde (Romano, 2004), recentemente, soprattutto nell’ambito di modalità di realizzazione di
spazi a verde più rispettose delle condizioni climatiche e rivolte alla ricomposizione
ambientale, l’interesse nei loro confronti è andato crescendo (Zhang et al., 1996; De
Herralde et al., 1998; Sànchez-Blanco et al., 1998; Cabot e Travesa, 2000; Franco et al.,
2001; Martìnez-Sànchez et al., 2003). Molte di queste possono rappresentare una buona
alternativa alle specie tradizionali soprattutto in ecosistemi semi-aridi, qual è quello
mediterraneo, per la loro buona resistenza a malattie ed a elevati livelli salini, per la loro
elevata efficienza nel consumo d’acqua, per le specifiche modalità di crescita (Morales et
al., 2000; Franco et al., 2002; Clary et al., 2004). Le piante autoctone si lasciano
apprezzare, inoltre, per le numerose strategie morfologiche e fisiologiche messe in atto per
superare gli stress abiotici; da ricordare, comunque, che l’adattabilità di queste piante si
modifica fortemente fra le diverse specie ed anche all’interno della specie stessa (Sànchez-
Blanco et al., 2002; Torrecillas et al., 2003).
Il ruolo delle piante autoctone assume potenziale interesse nell’ambiente mediterraneo, in
rapporto all’ampia biodiversità che lo caratterizza. Gli ecosistemi mediterranei sono, infatti,
costituiti da ambienti molto eterogenei e differenziati fra loro per cui sono considerati una
grande riserva di biodiversità vegetale (Schönfelder e Schönfelder, 1996). La flora
mediterranea mostra una quantità estremamente ampia di endemismi, soprattutto nelle
regioni montuose ed insulari (Greuter, 1991; Mèdail e Quèzel, 1997). Le aree con elevata
concentrazione di biodiversità e densità di specie endemiche (superiore al 10%) sono
chiamate “hot spots” (Médail e Quézel 1997). Per capire l’importanza della biodiversità
mediterranea basti pensare che 24.000 specie di piante sono distribuite in una superficie di
circa 2,3 milioni di km² (Greuter 1991), in contrapposizione alle 6.000 specie dell’Europa
non a clima mediterraneo distribuite in circa 9 milioni di km². Da un punto di vista
quantitativo tale flora si colloca al quarto posto a livello mondiale per ricchezza floristica,
dopo Amazzonia, Indonesia e Indocina, Africa sudorientale e Madagascar.
Nel bacino del Mediterraneo, l’Italia è il Paese che presenta la flora più ricca con 5.599
specie (Pignatti, 1982), classificabili come native (cioè spontanee e introdotte dall’uomo ma
inselvatichite), alle quali se ne possono aggiungere almeno altre 500 più comunemente
coltivate o sub-spontanee. Si tratta dunque di oltre la metà della flora dell’intera Europa,
valutata in 11.047 specie (Webb, 1978), e questa metà è diffusa su una superficie che è
solo 1/30 di quella europea. La Sicilia appare caratterizzata da un assetto floristico ricco e
variegato; l’intera superficie regionale è interessata da hot sports (Médail e Quézel 1997) ed
è contrassegnata da una grande diversità floristica (Pignatti, 1994): sono, infatti, oltre 2.500
le specie censite. Da richiamare, inoltre, che la frequente propagazione sessuata di fatto
conduce ad una elevata variabilità delle popolazioni presenti in natura.

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La progettazione del verde

La diretta utilizzazione a fini ornamentali di specie presenti nella flora mediterranea appare
ricca di prospettive soprattutto nel settore delle piante impiegate per la sistemazione di
spazi a verde ed in particolare per il recupero di aree degradate. Per questa ultima
destinazione più conclamata è l’esigenza di disporre di piante dotate di elevata adattabilità
ed in grado di tollerare gli stress biotici e abiotici. L’attenzione può essere rivolta sia al
gruppo degli arbusti o cespugli che, come è noto, sono piante contrassegnate da tratti
morfo-fisiologici che ne rendono idoneo l’inserimento in numerose tipologie di spazi a verde,
sia a quello delle piante erbacee spontanee annuali e perenni (wildflower), che offrono
buoni risultati in suoli di bassa qualità, specialmente in quelli poveri in azoto, rivelando un
elevato valore ornamentale anche in condizioni di bassa manutenzione (Bretzel e
Hitchmough, 2000).
L’introduzione di piante autoctone nelle sistemazioni a verde non è, però, un’operazione
semplice ed immediata; essa presuppone in una prima fase la rassegna delle specie
erbacee e/o arbustive di particolare interesse al fine di definirne preliminarmente le
potenzialità. Naturalmente le informazioni necessarie per una fattiva introduzione sono
molto più ampie e necessitano della messa a punto di adeguati protocolli di propagazione e
di coltivazione e la verifica delle prestazioni delle stesse nelle più comuni modalità di
impiego, spesso in un ambiente urbano, che si presenta molto diverso dagli ambienti
naturali in cui queste piante danno buona prova di adattabilità (Fini e Ferrini, 2007).

5.3. Disposizione delle componenti vegetali


È un aspetto fondamentale della progettazione che rappresenta il complemento ultimo delle
corrette scelte biologiche, in grado di migliorare non solo l’aspetto estetico del giardino ma
anche di semplificare le successive operazioni di manutenzione. L’argomento può essere
analizzato sotto l’aspetto sia architettonico-estetico che bio-agronomico. In realtà molto
spesso quest’ultimo non viene tenuto in debito conto e sono infatti poche le informazioni
che si possono riscontrare in letteratura in merito ai problemi che, sotto il profilo
agronomico, si pongono nella disposizione delle piante. Un aspetto da tenere bene in
considerazione è quello relativo alle dimensioni delle piante stesse e quindi del corretto
sesto d’impianto; occorre però precisare come nella scelta del sesto si debba considerare
sia la necessità di avere inizialmente un buon effetto estetico che il naturale accrescimento
delle piante. Per tali motivi è possibile scegliere di impiantare in una prima fase un maggior
numero di esemplari e prevedere di estirparne in seguito una parte, non appena le piante si
saranno accresciute a sufficienza, oppure impiantare direttamente esemplari di grandi
dimensioni. La scelta ovviamente non può essere aprioristica, ma dipende dalle risorse a
disposizione e dall’effetto complessivo che si vuole ottenere. In ogni caso, soprattutto alla
luce della crescente sensibilità ecologica desta non poche preoccupazioni l’impiego di
esemplari di ulivo (e di atre specie agrarie o naturali) molto annosi nei giardini. Tale scelta,
infatti, contribuisce talvolta a depauperare un patrimonio - il paesaggio agrario - che
andrebbe attentamente tutelato. Nel caso (molto frequente) in cui si opta di utilizzare
esemplari di piccole dimensioni, ma con un sesto di impianto molto ampio, non solo l’effetto
estetico è scadente, ma occorre anche prevedere numerose operazioni di manutenzione
(es. scerbature, lavorazioni) oltre tutte le pratiche connesse con l’allevamento di giovani
esemplari.
Un altro aspetto da affrontare dal punto di vista agronomico è quello relativo alle esigenze
delle piante ed in particolare quelle nei confronti della luce e della nutrizione. La
distribuzione delle piante deve tenere conto delle prime; le piante sciafile o a basse
esigenze luminose, infatti, possono essere collocate al di sotto di alberi, di arbusti di grandi
dimensioni o sotto pergole ricoperte da rampicanti, per valorizzare l’attenuazione
dell’intensità luminosa determinata dal fogliame soprastante. Le esigenze nutritive debbono

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La progettazione del verde

essere prese in considerazione cercando di porre insieme specie che abbiano esigenze
similari o, meglio, complementari, in grado quindi di usufruire al meglio delle sostanze
nutritive presenti nel terreno o somministrate con le concimazioni. Anche le esigenze nei
confronti del pH e della salinità debbono essere tenute in conto nella disposizione delle
piante in modo da porre vicine specie che presentino analoghe esigenze.
Un importante aspetto da considerare, pur se le informazioni in proposito sono
frammentarie, è quello relativo ad eventuali fenomeni allopatici o autopatici che si possono
determinare fra le diverse piante. Si tratta di un tema interessante, ma le indicazioni relative
alle ornamentali non sono numerose: a tal proposito possiamo ricordare l’effetto depressivo
nei confronti della vegetazione e soprattutto a carico della germinazione dei semi esercitato
dagli alcaloidi contenuti nelle foglie di eucalipto, il che determina che siano ben poche le
piante che riescano a sopravvivere nelle immediate vicinanze di questi alberi. Il tema
meriterebbe sicuramente una più attenta ricognizione sperimentale.
Un ultimo aspetto è quello relativo alle conseguenze della disposizione delle piante sulle
successive operazioni di manutenzione: attraverso il raggruppamento corretto delle piante è
possibile semplificare le operazioni di manutenzione stessa, consentendone la
meccanizzazione.

5.4. Le specificità del giardino


Al di là del luogo e delle tecniche che vengono utilizzate per realizzarlo, è opportuno
sottolineare come un giardino, anche se mira a creare una composizione armonica che ai
nostri occhi può apparire “naturale”, è una “prodotto antropico” e come tale artificioso e
dipende quasi sempre per il suo mantenimento dall’intervento dell’uomo, attraverso le
diverse operazioni di manutenzione.
Il giardino costituisce, da sempre, un’interessante sintesi di realtà architettoniche e di
elementi vegetali sapientemente combinati tra loro, rappresentando, quindi, un luogo
privilegiato di sperimentazione del senso artistico e dell’ingegno progettuale di ogni civiltà. Il
carattere estetico del giardino appare, fin dall’antichità, collegato a sistemazioni artificiose
secondo moduli geometrici o fantastici di terreni coltivati (Argan, 1958).
Nella sua accezione più vera, il giardino si configura come una composizione estetica che
per varie forme e gradi può assumere valore di opera d’arte. Oltre che elementi naturali,
quali masse arboree, piantagioni varie, rocce ed acqua, che possono comparire anche in
forme artificiate, il giardino impiega elementi architettonici, plastici e decorativi; la
preferenza di alcuni di essi e le modalità del loro impiego rivelano l’indole e lo spirito di
un’epoca o di una civiltà.
Come creazione umana, il giardino è, infatti, intimamente legato ai valori estetici, sociali ed
economici di una data cultura e non è possibile tracciarne una storia prescindendo
dall’evolversi del rapporto uomo-natura, città-campagna, lavoro-tempo libero, ecc.
Il giardino, quindi, non rappresenta solo il frutto delle abilità tecniche e artistiche dei suoi
costruttori e ideatori, ma, in qualunque epoca, è stato l’espressione degli interessi, dei
talenti, dei valori e del prestigio di importanti personalità del passato e, anche per questo,
molti giardini storici continuano a istruire ed ispirare l’uomo contemporaneo.
In tale prospettiva, i giardini sono una risorsa di inestimabile valore per la collettività,
essendo una testimonianza, non solo di vicende storiche e sociali, ma anche di innovazioni
a livello progettuale, di tecniche di coltivazione delle piante e di acclimatazione di nuove
specie (Accati, 2002).
L’elemento connotativo senza il quale non potrebbe esistere un giardino è la presenza
vegetale. Come ricordava Serra (1993) tra gli artefatti del giardino, intesi nell’accezione
etimologica più propria (fatto con arte) e non in quella più corrente di falso, innaturale, la
pianta rappresenta il principale determinante olistico. Questo olismo, morfologico e
cromatico, si manifesta con l’evoluzione ontogenetica e stagionale di ciascuna pianta ed

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La progettazione del verde

attraverso l’interazione estetica e funzionale con le altre piante e con gli altri elementi
compositivi abiotici presenti nel giardino stesso.
L’identità di un giardino è quindi intimamente legata alla presenza delle piante. L’elemento
vegetale, materiale vivente in continuo divenire, è caratterizzato da un proprio ciclo vitale
(nascita, crescita, maturità, senescenza e morte), soggetto ad azioni temporali ed
accidentali che sottolineano la necessità di salvaguardare la sua fragile integrità. “Un parco
che di stagione in stagione non sia continuamente creato dalla mano dell’uomo è
condannato a morte. Dopo pochi mesi non ne rimane che un ricordo: la descrizione di un
poeta, il disegno di un pittore o di un incisore” (Grimal, 2000).
La scelta e la collocazione delle piante è perciò pregiudiziale per potere stabilire idonee
premesse alla realizzazione di un impianto a verde di pregevoli caratteristiche estetiche e
destinato a durare nel tempo. La maggiore difficoltà nel raggiungere questi obiettivi risiede
proprio nella capacità di immaginare il risultato della dinamica stagionale ed ontogenetica di
ciascuna e di tutte le piante in quell’ambiente specifico. Questa dinamica è determinata da
due componenti: una anelastica e connaturata alla pianta, cioè il suo genotipo, l’altra
elastica generata dall’interazione dell’ambiente nel quale la pianta stessa viene inserita con
la componente precedente.
Il ruolo della gestione agronomica è quello di esaltare o di mitigare gli effetti dell’ambiente
sulla pianta, in modo da metterla in grado di assolvere le funzioni alle quali è destinata: nel
caso del giardino, prevalentemente se non esclusivamente, quelle estetiche. Un malinteso
spirito ambientalistico tende talvolta a sottovalutare, se non addirittura a negare, un ruolo
attivo e positivo dell’uomo sugli spazi a verde nonostante che lo stesso giardino dell’Eden,
secondo le scritture, è stato consegnato agli uomini con due imperativi: custoditelo e
coltivatelo.
Il giardino è, infatti, tra le opere più complesse progettate e realizzate dall’uomo; come
ricorda bene Grimal (2000) “è il recinto meraviglioso nel quale si impara a barare con le
leggi della natura”. Esso, nella sua più comune accezione e configurazione strutturale e
funzionale, è basato sull’utilizzazione, quanto più armonica possibile, di un certo numero di
componenti. Queste fanno riferimento sostanziale a tutto ciò che viene realizzato da un lato
con materiali inorganici, spesso di natura lapidea, e dall’altro con materiali viventi
rappresentati dagli elementi vegetali che, a loro volta, esprimono delle caratteristiche
biologiche e morfofunzionali diverse.
La singolarità del giardino come manufatto è connessa alla differente natura delle due
componenti principali: una risulta poco modificabile nel tempo e connotata da una
obsolescenza fisica assai lenta, la seconda esprime una configurazione morfofunzionale, e
quindi anche estetica, che si modifica, in funzione delle caratteristiche biologiche della
pianta, con il ciclico succedersi delle stagioni e con altri eventi e condizioni che modificano
l’ambiente nel quale la pianta stessa insiste e svolge le proprie funzioni.
Tali differenze nella natura delle componenti e soprattutto la loro diversa obsolescenza
temporale sostengono le problematiche più rilevanti che riguardano la progettazione del
giardino, la sua realizzazione e soprattutto la sua manutenzione nel tempo che è mirata a
far sì che esso possa conservare, in maniera funzionale e dinamica, quei segni stilistici cui
si è ispirato chi ha progettato e realizzato il giardino stesso.
Se questo è il primum movens delle differenze tra il giardino e un qualunque altro manufatto
costruito dall’uomo, si comprendono subito o, meglio, si dovrebbero comprendere, le
questioni legate alla natura delle competenze fondamentali – che non possono essere
esclusive – riguardanti la gestione di un giardino, la quale è più rigidamente vincolata al
continuo divenire delle componenti viventi rispetto alle più modeste variazioni degli elementi
inorganici.
In questo contesto nella gestione del giardino il primo e più rilevante obiettivo è la ricerca e

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La progettazione del verde

la conservazione di un equilibrio delle due componenti stesse affinché il giardino stesso


possa mantenere ed esprimere ai massimi livelli possibili quella sintesi funzionale,
potremmo dire stilistica, cui è stata ispirata la progettazione.
Muoversi al di fuori di questo schema, almeno per la componente vegetale, significa
rinunciare a qualunque possibilità di conoscenza del giardino circa le valenze che esso
esprime, tra cui quella estetica e quella storica, e quindi circa la stessa valenza culturale.
Il significato e l’interesse dello studio del giardino storico – come si dirà in prosieguo –
rappresentano ormai una esigenza largamente condivisa, indipendentemente dalla visione
storica e quindi stilistica che ha portato al prevalere nel corso di secoli ora della natura
sull’arte (ossia sul costruito), ora dell’arte sulla natura.
La matrice storica costituisce la cornice di un quadro senza la cui conoscenza non si può
più leggere compiutamente il contenuto dell’opera, la quale ha sempre una sua essenza,
una sua identità che, riflettendo mode e costumi, epoche e climi, lo rende patrimonio
storico, culturale, artistico ed ambientale unico e non riproducibile.
Un altro elemento che occorre sottolineare è che la stessa matrice del giardino, il suo
essere innanzitutto «ornamentale», fa sì che si richieda la presenza di piante che
esprimano al massimo livello possibile il loro valore estetico e che siano utilizzate in
modalità del tutto particolari, per cui si esigono dalle stesse precipue prestazioni
morfofunzionali.
Le piante da giardino esprimono pertanto delle specificità diverse rispetto a quelle
riguardanti le più comuni colture agrarie, specificità che richiedono quindi di essere
considerate nel quadro di uno schema che esige di essere adattato ed aggiornato.
Gli elementi che in misura maggiore o minore debbono essere considerati ai fini di una
manutenzione consapevole del giardino non possono trascurare l’ambito bio-fisiologico e
d’uso delle piante e le interazioni tra queste ed i fattori ambientali e colturali.
Relativamente agli elementi di cui sopra le differenze rispetto alle colture agrarie
riguardano:
∗ le caratteristiche di microecosistema del giardino che lascia poco spazio ad effetti di
compensazione ecologica fra le diverse componenti, trattandosi di superfici
relativamente limitate e disperse nel territorio;
∗ l’elevato grado di “artificiosità” del sistema determinato, a seconda dello stile, delle
tipologie e delle dimensioni dell’edificato, dal grado di antropizzazione spesso elevato in
cui il giardino è collocato;
∗ l’inserimento in un contesto urbano, spesso caratterizzato da variazioni microclimatiche
non favorevoli e da elevati livelli di inquinamento, che può interagire negativamente sulla
componente vegetale ma anche su quella architettonica;
∗ l’origine prevalentemente esotica delle piante, dato che a queste si riconosce, o meglio
gli si è riconosciuto in passato, un maggior effetto estetico; di conseguenza le piante
utilizzate manifestano in genere esigenze più definite rispetto a quelle autoctone e quindi
una minore compatibilità con le condizioni ambientali;
∗ la notevole differenziazione dei tipi biologici utilizzati (terofite, fanerofite, camefite,
geofite, ecc.), spesso in spazi contigui, il che può talora accentuare gli effetti di
competizione;
∗ la diversa durata dei cicli biologici, il che può determinare la progressiva scomparsa nel
tempo – a meno di rimpiazzi di alcune specie o gruppi di specie – delle piante ivi
presenti, per cui il giardino si configura sempre più come componente vegetale meno
articolata;
∗ il grado di artificiosità dell’ambiente pedologico e, spesso, di quello climatico a motivo
delle modificazioni rilevanti operate dall’uomo al momento della realizzazione del
giardino con aggiunta, nel caso dei parametri climatici, degli effetti causati
dall’interferenza sulle disponibilità di luce per la vegetazione stessa (mutevole nel tempo)

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La progettazione del verde

o dalle stesse caratteristiche costruttive dei fabbricati o di altre opere murarie presenti;
∗ la rilevanza in termini quantitativi dei manufatti inseriti nel giardino che creano ostacolo
allo sviluppo dell’apparato radicale quando non subiscono essi stessi le conseguenze di
tale sviluppo;
∗ l’impossibilità operativa di assicurare alle piante appropriate condizioni fisiche del
substrato, non essendo spesso possibile l’esecuzione di interventi idonei sotto questo
profilo dopo la messa a dimora;
∗ il difficile controllo dei parassiti per la difficoltà, proprio a causa della fruizione da parte
dell’uomo, di somministrare i necessari pesticidi, dato che la materia soggiace ad una
normativa sempre più stringente.

5.5. Tecniche e soluzioni progettuali per l’ambiente mediterraneo


La compatibilità del verde ornamentale con l’ambiente mediterraneo può essere
accresciuta, oltre che con l’individuazione di specie idonee, con l’adozione di specifici
interventi sia in fase di progettazione che in quella di manutenzione. Dato che uno dei
maggiori vincoli in ambiente mediterraneo è rappresentato dalla prolungata siccità estiva,
ancorata alle elevate temperature, occorre adottare tutti gli interventi e/o le soluzioni
progettuali in grado di limitare i
consumi d’acqua.
Gli Autori anglosassoni, che hanno
affrontato in maniera più sistematica
l’argomento, hanno coniato termini
specifici per indicare la realizzazione di
spazi a verde in ambienti caratterizzati
da siccità più o meno intensa e/o
prolungata. Il termine di “xeriscaping”,
in particolare, viene utilizzato per
indicare gli schemi operativi più idonei
per la progettazione e per la gestione
del verde negli ambienti dove
quest’ultimo risulta più limitato nelle
sua affermazione dagli eccessi termici
e dalla carenza idrica. Si tratta quindi di
condizioni, frequenti in ambiente
mediterraneo, per cui è possibile Le diverse espressioni del dry gardening.
ricorrere ad alcuni degli interventi e/o
soluzioni progettuali previsti dallo “xeriscaping”. Il “Mediterranean gardening” è un caso
particolare, dato che in esso lo stress idrico, pur se presente, non è così intenso come nelle
aree predersetiche. L’adozione di interventi rivolti ad aumentare la compatibilità delle piante
con le condizioni di siccità necessita in ogni caso di elementi certi: occorre acquisire in via
preliminare informazioni sulle caratteristiche microclimatiche del sito (es. temperatura,
umidità relativa, direzione dei venti dominanti, ecc.), sulla disponibilità di acqua, sulla
risposta morfofunzionale delle diverse specie utilizzate, al fine di realizzare un verde in
grado di resistere alle condizioni ambientali ma, soprattutto, di rispondere a precisi canoni
estetici.
Lo xeriscaping è stato messo a punto in Colorado nel 1981 a seguito di una prolungata
siccità che colpì lo stato americano. Il termine deriva dalla parola greca “xeros”, che
significa “secco”, e da quella inglese “landscape” che vuol dire “paesaggio” e viene
utilizzato per indicare gli schemi operativi più idonei per la progettazione e la gestione del
verde negli ambienti dove quest’ultimo risulta più limitato nella sua affermazione dagli

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La progettazione del verde

eccessi termici e dalla carenza idrica. Si tratta quindi di condizioni frequenti in ambiente
mediterraneo, per cui proprio in questo diventa opportuno ricorrere ad alcuni degli interventi
e/o soluzioni progettuali previsti dallo “xeriscaping”.
Tale modalità di realizzare il verde rientra a buon diritto all’interno del “dry gardening”,
termine già da tempo utilizzato per descrivere la coltivazione di piante diverse (alberi,
arbusti, erbacee, bulbose) utilizzando piccole quantità di acqua per l’irrigazione. La
differenza sostanziale sta nel fatto che il dry gardening può essere adottato sia in luoghi
dotati di un buon andamento pluviometrico nel corso dell’anno, sia in luoghi dove le
precipitazioni sono basse e/o mal distribuite e l’ambiente è arido e caratterizzato da forte
insolazione giornaliera.
Nel primo caso si ricorre a queste tecniche per ridurre i costi e/o per la difficoltà di reperire
l’acqua in ambiente urbano; nel secondo, invece, si entra nell’ambito specifico dello
xeriscaping, cioè nell’utilizzazione di piante xerofitiche e nell’adozione di specifiche
soluzioni progettuali e tecniche agronomiche di cui si dirà in prosieguo.
Lo xeriscaping è quindi una forma di “costruzione e gestione dello spazio a verde” che
cerca di limitare al massimo l’uso dell’acqua al fine anche di proteggere l’ambiente. Per la
sua realizzazione ci si avvale soprattutto di specie dette “xerofitiche”, cioè adatte a lunghi
periodi di siccità, come i cactus o altre piante succulente. Uno spazio a verde impostato
secondo questi principi ha lo scopo di limitare l’uso dell’acqua per irrigare solo ai lunghi
periodi di siccità o addirittura di non irrigare affatto.
Lo xeriscaping permette di creare o di riadattare uno spazio a verde in modo semplice ma
armonioso nei colori, nelle forme e nella trama grazie all’uso di numerose specie, molte
delle quali sono autoctone. Inoltre, permette di risparmiare anche nelle operazioni di
manutenzione rendendo più economica la gestione del verde.
Fra le strategie adottate nello xeriscaping, possiamo ricordare:
1) Organizzazione degli spazi;
2) Analisi del terreno;
3) Scelta delle piante;
4) Tappeto erboso funzionale;
5) Irrigazione efficiente;
6) Pacciamatura;
7) Manutenzione.

Organizzazione degli spazi


Quando si deve creare un nuovo spazio a verde o rinnovarne uno già esistente,
l’organizzazione delle superfici è una fase fondamentale. Non bisogna, infatti, subito
dedicare l’attenzione a quali tipi di piante utilizzare in quanto è bene per prima risolvere i
problemi connessi con l’uso che lo spazio a verde dovrà assolvere. Nella fase iniziale
occorre quindi procedere ad una “zonizzazione” decidendo quali aree destinare alle attività
ricreative, quali alla vegetazione, quali ai servizi e così via. Occorre quindi iniziare
redigendo una planimetria preliminare in cui verranno riportate tutta una serie di
informazioni quali la posizione della abitazione, la sua influenza nel determinare zone
d’ombra, le eventuali strutture presenti nella proprietà e informazioni relative ad una
possibile presenza di rocce affioranti superficialmente e di vegetazione preesistente.
L’accuratezza di questa fase è fondamentale in quanto, solo se correttamente eseguita,
consentirà di gestire al meglio il progetto dello spazio a verde. Successivamente occorre
effettuare un’attenta analisi visuale del paesaggio evidenziando le vedute migliori da
valorizzare e quelle negative da mascherare. È importante correggere i “difetti” di uno
spazio a verde prima dell’impianto; ciò può richiedere l’utilizzo di terreno da riporto, la
costruzione di muri di contenimento o di terrazzamenti. È fondamentale altresì inserire nel
progetto preliminari quanti più elementi naturali possibili, quali ad esempio un albero o un

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La progettazione del verde

La creazione di pergole e la presenza di vialetti in ciottoli bicromi (al posto del prato) sono elementi tipici del
giardino siciliano.

arbusto preesistente. Piante già presenti sul luogo, se non spostate, non necessiteranno di
particolari cure dopo il trapianto. L’analisi dell’orientamento della casa aiuta a determinare
dove collocare le piante che prediligono il sole e dove posizionare, invece, quelle che
prediligono l’ombra.
Sulla base di questi dati, il progetto terrà in considerazione sia la scelta di piante tolleranti la
siccità, che l’adozione di metodologie per l’approvvigionamento supplementare di acqua o
l’impiego di pratiche colturali per migliorare la conservazione dell’acqua stessa.
Un elemento molto importante da valorizzare è la creazione di una zona d’ombra per
aumentare la fruibilità del giardino e consentire, grazie all’effetto schermante, di ridurre la
traspirazione delle piante e quindi la perdita d’acqua. Tale zona può essere assicurata o da
alberi di grandi dimensioni o dalla realizzazione di pergole. Non a caso nei giardini
tradizionali siciliani immancabile era la presenza di pergole delle più svariate dimensioni. Un
altro elemento importante di questi giardini era la presenza di vialetti, realizzati con materiali
diversi, talvolta con ciottoli bicromi, che consentivano la percorribilità dello spazio ma
soprattutto non prevedevano la
presenza del tappeto erboso,
dissipatore d’acqua per
antonomasia. Nell’adozione di
pratiche xeriscape è importante
inoltre stabilire la direzione dei venti
prevalenti che possono influenzare
la temperatura del giardino.
Tutte queste informazioni sono
fondamentali per definire, nel caso
si tratti di un giardino privato, le
diverse zone dell’impianto a verde:
quella pubblica, quella “segreta” e
l’area di servizio.
La zona destinata ad area pubblica
è situata nella parte più in vista di
tutta la proprietà e in genere si trova
Struttura tradizionale del giardino in cui nessuna attenzione viene nella zona antistante la residenza o
posta all’organizzazione delle esigenze idriche delle diverse spe- nelle zone meglio visibili dai
cie. visitatori. Tradizionalmente

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La progettazione del verde

rappresenta anche la porzione di


proprietà che riceve le maggiori
cure ed attenzioni e, di
conseguenza, il maggior
quantitativo di acqua. Il progetto
riguardante quest’area avrà quindi
bisogno di maggiore attenzione.
L’area privata, “segreta” è spesso
situata dietro la residenza, nella
zona in cui si riunisce la famiglia, e
può essere destinata agli usi più
vari; in questo spazio, ad esempio,
può essere presente l’orto familiare
e il frutteto. Quest’area deve
possedere alcuni requisiti
fondamentali come la funzionalità e
la possibilità di effettuare un
risparmio idrico, ma allo stesso
tempo deve essere attraente e
durevole.
L’area dei servizi è quella riservata
ai lavori di gestione del giardino
stesso, si trova spesso nella parte
meno visibile di tutta la proprietà ed
è destinata, ad esempio, al ricovero
degli attrezzi, alla presenza di
animali domestici, ecc. Tale area
deve essere concepita in modo da
richiedere poca manutenzione e un
minor quantitativo di acqua rispetto
alle zone precedenti.
Dopo aver suddiviso il giardino nelle
tre aree è di fondamentale Organizzazione del giardino sulla base dei criteri dello xerisca-
ping.
importanza valutare le diverse
quantità di acqua da destinare ad
ognuna di esse.
Tradizionalmente i giardini erano gestiti come unica superficie da irrigare indistintamente,
anche perché quasi tutto lo spazio era interessato da un tappeto erboso. Nella concezione
dello xeriscaping, invece, si provvede sempre a distinguere tre (o quattro) zone a seconda
delle esigenze idriche (“idrozone”):
∗ ad alta richiesta di acqua;
∗ a moderata richiesta di acqua;
∗ a bassa richiesta di acqua.
Le zone ad alta richiesta di acqua rappresentano le porzioni più in vista e le meno estese di
tutto il giardino, come la zona intorno alla residenza, dove le piante vengono regolarmente
irrigate in assenza di precipitazioni naturali. Nelle aree a moderata richiesta di acqua,
invece, le piante vengono irrigate solo quando cominciano a mostrare segni di stress. In
quelle a basso consumo di acqua, l’irrigazione delle piante è affidata alle precipitazioni
naturali e quindi non si richiedono apporti idrici supplementari. Si comprende come per un
migliore risparmio idrico è necessario dilatare quanto più è possibile queste aree nel
giardino.

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La progettazione del verde

Nell’esempio riportato in figura viene schematizzata la modalità di organizzare lo spazio in


un giardino xeriscape.

Analisi del terreno


Le caratteristiche del substrato assumono notevole interesse quando si vuole realizzare
uno spazio a verde secondo i principi dello xeriscaping.
In genere i terreni mediterranei sono esposti all’effetto erosivo delle precipitazioni invernali e
pertanto sono poveri in materia organica. Gli strati superficiali di humus in genere sono
assenti e di rado la componente umica raggiunge il 5% del volume di terra, come sarebbe
necessario. La sostanza organica si decompone rapidamente, anche per l’alto livello di
radiazione solare. Il dilavamento di molti elementi nutritivi ed in particolare dell’azoto è
piuttosto intenso.
L’alto tasso di evaporazione aumenta l’accumulo di sale negli strati superiori, inibendo la
crescita di molte piante ornamentali che ne sono sensibili (quali le Ericaceae ed alcune
Myrtaceae). I terreni sabbiosi e salini, specialmente in basse zone costiere, possono
richiedere la rimozione del sale attraverso l’irrigazione dilavante.
Come regola generale, i terreni delle regioni mediterranee con scarse precipitazioni
tendono ad essere alcalini. L’alcalinità influenza l’assorbimento di elementi nutritivi e se è
elevata può ridurne la disponibilità soprattutto del ferro.
In genere si sconsiglia di utilizzare ammendanti organici a diretto contatto con l’apparato
radicale, anche perché questo induce le radici a crescere solo dove le condizioni sono
favorevoli e a non espandersi riducendo di fatto la loro capacità di captare l’acqua.

Scelta della specie


La scelta della specie, come già ricordato, rappresenta uno dei punti nodali della
progettazione, dato che consente da una parte di avere una realizzazione vegetale
destinata a sopravvivere a lungo ed a mantenere nel tempo le caratteristiche estetiche di
pregio e dall’altra di non impiegare quelle tecniche colturali che, pur se in grado di
minimizzare l’influenza negativa di alcuni parametri ambientali, non sono, però, senza
conseguenze sul piano della onerosità dei costi. Nell’ambito delle realizzazioni di
xeriscaping un ruolo molto importante rivestono le piante autoctone, che hanno il pregio di
adattarsi molto bene alle condizioni xerofitiche, che sono poi quelle che hanno
rappresentato in ambiente mediterraneo il principale fattore selettivo.

Tappeto erboso funzionale


A differenza di quanto si potrebbe a prima vista ritenere negli spazi a verde xeriscape non
vengono esclusi i tappeti erbosi, i quali, come è noto, sono forti dissipatori di acqua. I
tappeti erbosi, infatti, presentano indubbi caratteri estetici, riescono ad armonizzare la
composizione vegetale ma soprattutto consentono di mitigare le elevate temperature estive,
grazie proprio all’intensa traspirazione, oltre a svolgere in alcuni casi la funzione di
riduzione dell’erosione nei pendii.
La soluzione sta quindi da una parte nella giusta collocazione dello spazio a prato in una
parte limitata del giardino a stretto contatto con l’abitazione e soprattutto nell’adeguata
scelta della specie (spesso macroterme ma comunque resistenti al secco) ed in una sua
oculata gestione (anche attraverso l’altezza del taglio).
Per tutti questi motivi si parla più correttamente nello xeriscaping di tappeto erboso
funzionale.

Irrigazione efficiente
Lo scopo principale, in uno spazio a verde xeriscape, è quello di minimizzare l’apporto di

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La progettazione del verde

acqua supplementare. Ciò può essere ottenuto


sia con l’adeguata scelta della specie e degli
schemi compositivi, di cui si è detto, sia
attraverso un adeguato dimensionamento
dell’impianto di irrigazione.
Naturalmente tutte le pratiche di conservazione
dell’acqua – come non ricordare a tale proposito
le tradizionali cisterne sempre presenti nelle
abitazioni meridionali del passato – sono da
favorire.
L’irrigazione per aspersione è di solito limitata
solo alle aree destinare ai tappeti erbosi dove
l’acqua deve essere distribuita uniformemente
sull’intera zona.
L’irrigazione a goccia o micro-irrigazione è
Differenze nell’apparato radicale per effetto delle invece un metodo da incentivare in quanto, come
diverse frequenze di irrigazione. è noto, consente di risparmiare dal 30 al 50% di
acqua rispetto all’irrigazione per aspersione, dato
che, distribuendo l’acqua direttamente sulle radici, permette di minimizzare le perdite per
evaporazione e per dilavamento. La sua installazione è inoltre abbastanza economica. Tale
metodo è particolarmente idoneo per le zone dello spazio a verde ad alto e moderato uso di
acqua.
È anche possibile utilizzare l’irrigazione manuale per piante trapiantate da poco. È un
classico metodo di irrigazione di soccorso e può essere adottato solo in casi particolari.
Assieme al metodo di irrigazione grande importanza assume la modalità con cui viene
erogata l’acqua. Un primo accorgimento è quello di effettuare l’intervento durante le ore
notturne per ridurre le perdite. Inoltre occorre ricordare come un’irrigazione giornaliera e
con piccole quantità d’acqua, incoraggi lo sviluppo di un sistema radicale poco profondo ed
una minore resistenza alla siccità.
Tale tipo di irrigazione, favorendo la permanenza dell’acqua nello strato più superficiale del
terreno incrementa le perdite per evaporazione. Distanziando le irrigazioni ed aumentando
le quantità di acqua erogata si favorisce lo sviluppo e l’approfondimento dell’apparato
radicale.

La pacciamatura
La pacciamatura è una delle più importanti pratiche agronomiche per la realizzazione di un
giardino xeriscape. Anche se può essere utilizzata solo per motivi estetici, essa assicura
numerosi vantaggi agronomici quali: ripristino del contenuto di humus; capacità di trattenere
acqua e sostanze nutritive; controllo delle infestanti.
La pacciamatura conserva l’umidità del terreno impedendo le perdite d’acqua per
evaporazione, riducendo il fabbisogno di irrigazioni supplementari nei periodi di piogge
limitate e ostacolando le fluttuazioni di umidità che potrebbero danneggiare le radici. Il
terreno pacciamato, mantenendo una migliore struttura, assorbe più facilmente l’acqua.
La pratica della pacciamatura è molto utilizzata anche per il controllo delle infestanti che
competono con le piante coltivate per acqua ed elementi nutritivi.
Nel giardino i materiali impiegati possono essere i più diversi: da quelli organici (molto
utilizzati corteccia e aghi di pino anche perché si depongono con lentezza) a quelli
inorganici (ghiaia, ciottoli, pietrisco).
Dato che spesso si tratta di materiali incoerenti è bene utilizzarne uno strato piuttosto
elevato (da 10 a 15 cm) anche per evitare che avvenga il passaggio della luce, in modo da
esaltare l’effetto di contenimento nei confronti delle malerbe.

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La progettazione del verde

Manutenzione
Un giardino xeriscape è in genere un impianto a bassa manutenzione. Dato che bisogna
aumentare la compatibilità delle piante con l’ambiente non occorre effettuare frequenti
interventi irrigui, né concimazioni: occorre, infatti, evitare di stimolare la crescita delle piante
in quanto questo potrebbe comportare un aumento del consumo di acqua.
La pratica della pacciamatura, ampiamente utilizzata soprattutto per il risparmio idrico,
riduce fortemente il problema delle malerbe, il che determina significative riduzioni degli
interventi di manutenzione. Le potature sono anch’esse piuttosto sporadiche, anche perché
difficilmente si osservano crescite abnormi. Tutto questo conduce ad una rarefazione delle
operazioni colturali, il che, nell’attuale fase congiunturale aumenta l’interesse a
sperimentare forme di xeriscaping sia negli spazi a verde privati che soprattutto pubblici.
Naturalmente affinché ciò avvenga occorre effettuare una sperimentazione mirata
attraverso soprattutto la predisposizione di “impianti pilota” in modo da meglio definire le
procedure da seguire. Al contempo servono dei riscontri sperimentali sulle effettive
prestazioni delle piante autoctone o di quelle ritenute in grado di rispondere meglio agli
stress idrici, in modo da poter basare la scelta della specie su dati più oggettivi.
*
***
Molte delle soluzioni prospettate – formazione di zone d’ombra, riduzione del prato,
costruzione di invasi per il recupero delle acque piovane, impiego di specie xerofitiche –
appartengono in pieno alla tradizione del giardino meridionale e siciliano in particolare. La
pergola, infatti, è elemento immancabile degli spazi a verde prossimi alle abitazioni assieme
alla presenza del fitto intreccio di vialetti che consente la percorribilità del giardino stesso
escludendo l’impiego del tappeto erboso. La costruzione di cisterne – frequente nell’area
etnea – deve essere vista come la volontà di tesaurizzare l’acqua. Anche l’ampia presenza
di palme, di piante succulente e bulbose nel giardino tradizionale siciliano deve essere
inserita proprio in questa grande capacità, espressa nel passato, di realizzare uno spazio
ornamentale pienamente compatibile con le condizioni ambientali. L’adozione dello
xeriscaping, in questa ottica, non deve quindi essere vista come la pedissequa accettazione
della recente moda d’oltreoceano, ma come opportunità per vivificare e sviluppare modalità
di «fare giardino» che appartengono appieno alla tradizione mediterranea e siciliana in
particolare.

5.6. Redazione del progetto


È il momento in cui occorre assemblare i risultati raccolti nella fase di analisi ed in cui
occorre dare veste grafica intelligibile alle scelte progettuali operate. È una fase delicata
perché è quella in cui si partecipa al committente ma anche al realizzatore (imprese del
verde e/o singoli operatori) gli interventi da effettuare per realizzare lo spazio a verde. Per
questo motivo l'aspetto fondamentale da curare è quello della chiarezza espositiva ma
anche della veste formale che deve essere la più accattivante possibile.
Di solito un progetto si sostanzia di una pluralità di documenti, per i quali saranno di seguito
forniti alcuni sintetici elementi di carattere generale.

5.6.1. Elaborati grafici


Gli elaborati grafici o documentazione iconografica servono a fornire degli elementi di facile
lettura, esplicativi delle scelte operate dal progettista. Si tratta di documenti che devono
presentare una veste grafica gradevole, anche per interessare ed attrarre il committente.
Tradizionalmente realizzati “a mano”, oggi possono contare sull’adozione di mezzi grafici e
di idonei software che consentono di ottenere in tempi molto limitati risultati decisamente
accattivanti. Inutile ricordare, però, che la bontà di un progetto non si misura certo dalla sua

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La progettazione del verde

forma grafica, anche se occorre ricordare che altre figure professionali che si occupano di
verde (es. architetti) sono molto preparati nell’uso di questi strumenti, che sicuramente
attraggono fortemente l’attenzione dell’eventuale cliente. Per tale motivo corredare un buon
progetto con adeguati supporti grafici è una scelta spesso vincente.
Di seguito si riportano le caratteristiche di alcuni degli elaborati che vengono predisposti a
corredo di un progetto:
Planimetria: rappresenta la proiezione orizzontale della sistemazione a verde ad opere
ultimate. Gli elementi vengono raffigurati con segni convenzionali che possono variare,
fermo restando la loro chiarezza di lettura. L’esplicazione dei segni si trova nella legenda,
assieme all’elencazione delle specie e/o delle cultivar che in planimetria sono generalmente
indicate con un numero o una lettera. La planimetria deve indicare in modo chiaro ed
evidente la scala e l’orientamento. È indispensabile riportare lo stralcio catastale e la
planimetria dello stato di fatto originario. I simboli adottati possono essere a colori (in tal
caso occorre tenere conto del numero di copie da preparare, anche se i recenti mezzi
rendono più semplice la riproduzione di documenti a colori) o in bianco e nero.
Piano quotato: riproduce le quote del terreno. I punti con la stessa altimetria vengono
collegati con linee (curve di livello) recanti l’indicazione metrica della quota che può essere
positiva (+) nel caso di rilievi e negativa (-) nel caso di depressioni. Nel primo caso per
convenzione si usa o il colore marrone o una linea continua; nel secondo, invece, il verde o
una linea tratteggiata. Anche in questo caso occorre riportare la scala, l’orientamento e la
legenda.
Sezioni: consistono in immaginari tagli praticati lungo superficie diverse in modo da dare il
profilo che un ipotetico osservatore vedrebbe stando in tali posizioni. Se le ondulazioni sono
lievi si può usare una scala maggiore che deve però essere chiaramente indicata sulla
legenda.
Scorci ed elementi di particolare interesse: devono essere rappresentati in scala
maggiore. Per chiarire gli aspetti paesistici di porzioni della sistemazione a verde sono
estremamente utili gli schizzi prospettici o assonometrici, che mostrano la visuale di un
ipotetico osservatore situato ad una certa altezza rispetto al piano.
Fotografie: è sempre bene allegare immagini dell’area prima della trasformazione o di
elementi di particolare interesse già esistenti. È anche importante fotografare qualsiasi
elemento si ritenga possa essere oggetto di discussione dopo la trasformazione.
Aerofotogrammetria, con i relativi elaborati grafici, è un elemento sussidiario di grande
importanza, soprattutto nelle sistemazioni di spazi a verde di grandi dimensioni.

5.6.2. Relazione esplicativa


È la sintesi dell’ideazione progettuale e contiene la descrizione dei criteri che hanno portato
alla realizzazione del progetto, a partire dallo stato di fatto originario. La relazione funge da
controparte scritta della documentazione grafica e da “registro” nel quale vengono
conservate informazioni utili a distanza di tempo. È quindi uno strumento che serve in primo
luogo al progettista, in quanto funge come una sorta di diario dove annotare i vari momenti
progettuali, diario prezioso in quanto l’esperienza aiuta molto nella crescita professionale.

5.6.3. Computo metrico estimativo dei lavori


Dà informazioni sul costo presunto dell’intera opera. Il procedimento da seguire è il
seguente:
∗ analisi, individuazione e raggruppamento in tipologie delle opere;
∗ computo metrico di ogni singola voce d’opera: si calcola la superficie, la cubatura, il
numero di unità, ecc. che vanno a costituire la “misura globale” prevista da ciascuna
categoria di opera;
∗ determinazione del prezzo unitario per ogni singolo elemento riportato in elenco;

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La progettazione del verde

∗ calcolo dell’importo di ogni singola voce d’opera;


∗ calcolo della presunta spesa complessiva o preventivo dei lavori.
Al termine dell’elenco delle singole opere occorre aggiungere i costi relativi a:
∗ progettazione e direzione lavori;
∗ oneri fiscali (IVA);
∗ revisione dei prezzi;
∗ spese varie ed impreviste (8-10% sull’importo totale).
Occorre ricordare che in alcune riviste specializzate (es. Acer) o a cura di alcune
associazioni professionali (es. Assoverde, Associazione italiana costruttori del verde)
vengono pubblicati dei prezzi informativi sia sulle piante ornamentali che dei principali lavori
di manutenzione e costruzione del verde. Soprattutto le indicazioni fornite dall’Assoverde,
per l’ampiezza ed il dettaglio, sono un elemento di riferimento prezioso per il progettista.
Naturalmente occorre acquisire anche un’idonea conoscenza del mercato locale, dato che i
prezzi possono subire profonde variazioni in base al contesto geografico in cui si opera.

5.6.4. Capitolati generale e speciale


Un fondamentale documento del progetto di uno spazio a verde pubblico è il capitolato
d’oneri, che deve contenere tutte le condizioni e le clausole tecniche, economiche e
amministrative necessarie a garantire la corretta esecuzione dell’opera e a prevenire ogni
possibilità di controversia tra le parti contraenti.
I capitolati rientrano nella condotta delle opere pubbliche. Nella conduzione di queste
ultime, infatti, è obbligatorio attenersi ad una legislazione specifica, le cui procedure sono:
∗ di carattere burocratico-amministrativo, preliminari all’atto della presa dei provvedimenti;
∗ a livello di progettazione dell’opera;
∗ a livello di atto esecutivo dell’opera;
∗ a livello di collaudo dell’opera;
∗ relative agli incarichi professionali nel rispetto dei disciplinari che stabiliscono diritti e
doveri del professionista incaricato.
I riferimenti normativi sono numerosi. Il testo fondamentale in materia è il R.D. 18.11.1923
n. 2440 su “Nuove disposizioni sull’amministrazione del patrimonio e sulla contabilità
generale dello Stato”.
Nella condotta di opere pubbliche un’Amministrazione deve conciliare due aspetti:
∗ esecuzione delle opere secondo i più razionali criteri tecnici ed economici
∗ salvaguardia dei diritti delle persone coinvolte nell’esecuzione.
Le figure coinvolte nella realizzazione di un'opera pubblica sono:
∗ Il committente (Ente o Amministrazione) che individua lo stato di necessità e la relativa
soluzione, definisce l’iter burocratico-amministrativo, emana i provvedimenti deliberativi
ed ordina l’esecuzione;
∗ Il progettista incaricato di ideare l’opera e di definire le modalità tecniche di attuazione,
eventualmente con la collaborazione di esperti;
∗ Il direttore dei lavori che presiede alla trasposizione in pratica del progetto, con la
garanzia dell’applicazione delle leggi in materia;
∗ L’impresa che esegue materialmente l’opera;
∗ Il collaudatore a cui è affidata la verifica dell’idoneità dell’opera.
Al di sopra di queste figure sta l’organo di controllo degli atti deliberativi: il Comitato
Regionale di Controllo (Co. Re. Co).
La garanzia formale di idoneità tecnica, capacità finanziaria ed attrezzatura tecnica
dell’impresa proviene dall’Albo Nazionale dei Costruttori.
Con l’antimafia è entrata in causa anche la Prefettura.
Il R.D. 23.5.1924 n. 827 (Regolamento sull’amministrazione del patrimonio e sulla

Pagina 124
La progettazione del verde

contabilità generale dello Stato) distingue i capitolati in:


∗ Il capitolato generale contiene le condizioni che possono applicarsi indistintamente a un
determinato genere di lavoro, appalto o contratto e le norme da seguirsi per le gare
(Capitolato generale del Ministero dei Lavori Pubblici approvato nel 1962 e consta di 51
articoli).
∗ Il capitolato speciale riassume tutta l’opera progettata e ne è la guida al regolare
compimento. Tale documentazione si riferisce specificatamente a prescrizioni e norme
particolari del contratto.
Il progettista deve stilare solo il capitolato speciale che deve essere un documento originale
e non limitarsi a “copiare” pedissequamente gli esempi presenti in commercio (es. Zangla,
G., Capitolato speciale di appalto per opere a verde. Parchi, giardini, paesaggio, Zedi Italia).
Da richiamare come recentemente in rete siano disponibili, oltre ai capitolati relativi a
specifici interventi, anche delle linee guida. Per ampiezza e completezza delle informazioni
possiamo ricordare quelle messe a punto dalla regione Emilia Romagna e riportate in
allegato.

5.6.5. Vincoli ed opportunità di carattere normativo


La materia del verde, sia esso pubblico che privato, è regolamentata in Italia da numerose
disposizioni normative che, come spesso accade per altri ambiti, non presentano un quadro
di riferimento omogeneo. Per il verde inoltre non esiste una normativa “specifica” per cui le
indicazioni debbono essere reperite all’interno di numerose leggi e/o regolamenti.
La questione viene qui affrontata perché le norme si riflettono spesso su numerosi aspetti di
natura tecnica che rientrano nelle competenze del progettista. Per non appesantire
eccessivamente la trattazione si è preferito riportare di seguito in maniera schematica solo
alcune indicazioni generali. Per ulteriori approfondimenti si consiglia di consultare il trattato
di Agostoni e Marinoni (1987) e quello della Zoppi (1988) dove si ritrovano in appendice
alcune indicazioni di carattere normativo. Indicazioni più recenti, o almeno aggiornate al
2000, sono presenti nel volume di Pirani (2004) su “Il verde in città. La progettazione del
verde negli spazi urbani”.
Per quanto riguarda il “verde privato” i principali riferimenti normativi fanno riferimento a:
∗ Codice civile;
∗ Codice della strada;
∗ L. 29 giugno 1939 (protezione bellezze naturali)
∗ Regolamenti edilizi o di igiene nei Piani regolatori comunali;
∗ Regolamenti sul verde.
Questi ultimi possono riguardare sia il verde privato che quello pubblico. Si tratta di
strumenti normativi di cui si stanno dotando quasi tutte le città italiane. In appendice è
riportato un esempio elaborato per la città di Firenze.
Per quanto attiene al verde urbano manca, come già ricordato, una normativa specifica; le
principali indicazioni fanno riferimento a:
∗ “Disciplina urbanistica”;
∗ Decreto Interministeriale 2.4.1968 n. 1444;
∗ Circolare Ministero Lavori Pubblici 20.1.1967 n. 425;
∗ Barriere architettoniche;
∗ Infortunistica;
∗ Piantumazione e tecniche di paesaggismo (decreti e circolari ministeriali).
Per quanto riguarda il ben noto D. I. 1444 del 2.4.1968 possiamo ricordare come l’articolo 2
stabilisca la presenza nei piani regolatori di zone territoriali omogenee, definite come parti
del territorio interessate da agglomerati urbani con molte caratteristiche similari.
L’articolo 3 dello stesso decreto stabilisce i rapporti massimi destinati agli insediamenti
residenziali e gli spazi pubblici o riservati alle attività collettive, a verde pubblico o a

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125
La progettazione del verde

parcheggi. In particolare per quanto riguarda il verde pubblico viene statuito che debbano
essere lasciati per abitante “m2 9,00 di aree per spazi pubblici attrezzati a parco e per il
gioco e lo sport, effettivamente utilizzabili per tali impianti con esclusione di fasce verdi
lungo le strade”.
Altri elementi normativi da conoscere per una corretta progettazione solo quelli relativi alla
legislazione sui lavori pubblici, di cui in parte si è detto con riferimento ai capitolati.
La legislazione sul verde pubblico, specificatamente quello collocato in prossimità delle
strade, fa riferimento a:
∗ Segnaletica stradale
∗ Pavimentazioni (regolamento dell’associazione nazionale produttori)
∗ Parcheggi :
− Leggi urbanistiche
− Codice della strada
− Parcheggi per handicappati
− Norme di sicurezza
∗ Piantagione degli alberi e tutela del paesaggio
− Leggi (es. Circolare Ministero Lavori pubblici dell’11.8.66 n. 8321:
Alberature stradali. Istruzioni per la salvaguardia del patrimonio
arboreo in rapporto alla sicurezza della circolazione stradale)
− Codice civile
∗ Regolamenti (vedi verde privato).

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L’impianto del verde

6. L’IMPIANTO DEL VERDE


È il momento in cui devono trovare compiuta realizzazione le scelte progettuali operate in
precedenza. È una fase inoltre in cui è maggiormente coinvolta la professionalità
dell’agronomo, dato che occorre predisporre al meglio l’ambiente per consentire un idoneo
inserimento della vegetazione.

6.1. Sistemazione e preparazione dell’area


La sistemazione del terreno è aspetto cruciale nella realizzazione di uno spazio a verde in
quanto non effettuare correttamente le varie operazioni comporta la vanificazione delle
scelte e/o delle soluzioni agronomiche individuate nella fase progettuale. Occorre inoltre
tenere conto della difficoltà di ordine tecnico, ma soprattutto economico, di intervenire
successivamente alla fase d’impianto, per cui difficilmente possono essere corretti eventuali
“errori” effettuati in questa fase.
Nella trattazione dell’argomento si è tenuto conto del fatto che molti degli aspetti da
affrontare sono stati analizzati in altre discipline in quanto comuni con l’impianto delle
colture agrarie. Per tale motivo l’attenzione sarà posta soprattutto su aspetti specifici delle
sistemazioni di spazi a verde. Un’altra opportuna premessa è che, pur rendendoci conto dei
limiti connessi con il fornire “numeri” di riferimento, dato che questi possono subire
oscillazioni molto ampie, si è preferito riportare delle informazioni di tipo quantitativo che
servissero ad orientare su quelli che sono ordini di grandezza attendibili.
Molto spesso, soprattutto quando si tratta di uno spazio a verde in ambiente urbano le
caratteristiche dei suoli sono ben lungi dall’essere ottimali. Si ricorda a tal proposito che un
terreno ideale deve essere profondo, di medio impasto, con poco scheletro, dotato di
sabbia silicea, a reazione intorno alla neutralità, a tessitura fine e struttura non compatta,
così da consentire la circolazione di aria ed un’attiva funzione microbiologica. Queste
caratteristiche corrispondono grossomodo a:
∗ Sostanza organica 5%
∗ Composti minerali 45%
∗ Spazi vuoti (aria + acqua) 50%.
Nel caso in cui un terreno presenti valori di pH subottimali è possibile, entro determinati
limiti correggerlo utilizzando sostanze diverse. Se invece è la struttura a non essere
ottimale è possibile impiegare ammendanti di origine organica o inorganica.
Nella sistemazione del terreno le operazioni sono diverse in base al fatto se si lavora su
piano di campagna
o su terreno di
riporto.
Alcune indicazioni
di tipo tecnico
possono essere
reperite nelle
cosiddette norme
DIN (Deutsche
Industrie Norme),
messe a punto in
Germania, norme
cui si fa specifico
riferimento anche
nei capitolati.
Anche se il
linguaggio adottato

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127
L’impianto del verde

non è sempre quello più corretto sotto il profilo agronomico, le norme DIN sono quelle cui si
fa ampio riferimento nella pratica ed hanno il pregio di illustrare nel dettaglio le diverse
operazioni e quindi possono essere utilizzate dal progettista come una vera e propria
“check list” delle operazioni da effettuare in fase di impianto.
In particolare le norme DIN 18915, B1 affrontano alcune problematiche relative alle fasi di
impianto e suddividono i suoli in 10 gruppi funzionali in base alle loro caratteristiche e quindi
idoneità a subire i vari interventi.
Sempre secondo tali norme il suolo viene suddiviso, partendo dall’alto verso il basso, nei
seguenti strati:
∗ Strato vegetale o terra di coltura (V): si tratta dello strato sopra il terreno di base o dello
strato drenante o filtrante, facilmente attraversabile dalle radici a causa della sua
composizione e caratteristiche. In funzione del tipo di utilizzazione, esso può essere così
classificato:
◊ strato vegetale caricabile, fortemente sollecitato meccanicamente (Vc) per
esempio per calpestio, gioco, parcheggio;
◊ strato vegetale per piante idonee a luoghi secchi o xerofite (Vs);
◊ strato vegetale per piante idonee a luoghi umidi o igrofite (Vu);
∗ Strato drenante (D): viene inserito tra lo strato vegetale, superficiale, e un terreno di base
non sufficientemente permeabile.
∗ Strato filtrante (F): circonda lo strato drenante e impedisce la penetrazione di terra dallo
strato vegetale o dal terreno di base causata da piogge persistenti o comunque
dall’azione dell’acqua.
∗ Terreno di base (B): si tratta del terreno, naturale o riportato, sotto lo strato vegetale o lo
strato drenante o filtrante.
I parametri di valutazione per determinare l’idoneità del substrato sono i seguenti:
∗ granulometria;
∗ consistenza;
∗ permeabilità;
∗ livello freatico;
∗ contenuto in sostanze organiche;
∗ reazione;
∗ peso specifico allo stato umido.
Per quanto riguarda i
prodotti per il miglioramento
del suolo, questi sono
oggetto di attenzione del
DIN 18915, B2 che li
suddivide in:
Prodotti con sostanze
organiche di origine
naturale o sintetica:
a) torba;
b) terricciato;
c) fango di depurazione;
d) compost;
e) materie plastiche.
Prodotti a granulometria
grossolana, di origine
naturale o sintetica:
a) sabbia, ghiaietto e pietrisco;

Pagina 128
L’impianto del verde

b) materie plastiche;
Prodotti a granulometria fine:
a) argilla;
b) limo;
Le norme DIN 18915, B3 definiscono invece i principali lavori da realizzare per preparare il
terreno all’impianto di un prato o all’inserimento di alberi e/o arbusti. Essi consistono nello
sgombero dell’area di cantiere, il che comporta l’estirpazione delle piante arboree ed
arbustive che si intende riutilizzare (estirpazione che deve essere effettuata nel periodo di
riposo vegetativo, per collocare subito dopo le piante stesse in quella che sarà la posizione
definitiva), l’eliminazione di eventuali strati di suolo non adatti, di materiali nocivi presenti o
di resti di costruzione.
Dopo questa fase si procede alla rimozione dello strato superficiale, la cosiddetta “terra di
coltura” che deve essere accatastata in attesa di riutilizzarla dopo che tutti i movimenti di
terra saranno ultimati. I cumuli di terreno non devono essere troppo grandi, per evitare di
danneggiare la struttura e la fertilità. Si può anche utilizzare tale terreno miscelato con i resti
della copertura vegetale per realizzare i terricciati che trovano impiego nella fase di
trapianto.
Prima di procedere
all’impianto è bene anche
provvedere alla
scarificatura del suolo
stesso. Una pratica molto
importante è quella relativa
alla difesa del suolo: fino
all’impianto delle essenze
arboree e arbustive o alla
realizzazione dei tappeti
erbosi previsti dal progetto
è bene, infatti, eliminare le
malerbe, intervenendo
periodicamente, a intervalli
mensili, mediante
lavorazione meccanica. Se
il periodo tra la lavorazione
del suolo e l’impianto è superiore ai due mesi è bene intervenire con pacciamature per
impedire l’eccessivo essiccamento e, nelle aree minacciate da erosione, con sostanze
collanti in funzione stabilizzatrice.
Quando si deve realizzare un prato o si debbono impiantare le diverse essenze è opportuno
procedere alla somministrazione di concime; talvolta per migliorare la struttura del suolo, si
interviene con la pre-coltivazione, spesso di essenze leguminose, cui segue il sovescio.
Una operazione che deve essere sempre effettuata, soprattutto nei terreni pesanti, è quella
di realizzare delle opere per assicurare un rapido drenaggio delle acque. I vantaggi di questi
interventi consistono in:
∗ più regolare svolgimento dei processi biologici delle piante;
∗ eliminazione dell’umidità in eccesso nei terreni;
∗ miglioramento dello stato di aerazione del terreno;
∗ migliore distribuzione degli elementi nutritivi disponibili per le piante;
∗ aumento del volume di terreno a disposizione degli apparati radicali;
∗ maggiore espansione degli apparati radicali e quindi migliore stabilità delle piante e
migliore sfruttamento delle risorse idriche;
∗ più prolungato “uso” degli spazi a verde”;

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129
L’impianto del verde

∗ maggiore predisposizione del terreno a scaldarsi in primavera.


Un’altra operazione da effettuare in fase di impianto è quella di predisporre un impianto di
irrigazione. Le competenze in merito sono state acquisite in altri corsi; qui possiamo solo
ricordare come l’adozione di un impianto di irrigazione, pur se fa aumentare i costi,
consente di ampliare la scelta delle specie. In alcuni contesti, inoltre, caratterizzati da un
prolungato periodo di siccità, l’irrigazione rappresenta la sola possibilità di mantenere in vita
la vegetazione. Nella scelta del tipo d’impianto occorre tenere in conto:
∗ costo iniziale d’impianto;
∗ costo di manutenzione (consumo d’acqua, energia, ammortamento, impiego di
manodopera)
Le due voci di spesa sono spesso in antitesi: spendendo di più in fase d’impianto,
soprattutto automatizzando le operazioni di somministrazione di acqua, è possibile infatti
abbassare i costi di gestione. Un altro aspetto da considerare è quello connesso
all’organizzazione delle operazioni di irrigazione e cioè stabilire il turno irriguo ed anche il
momento della giornata nel quale irrigare (dato che questo può impedire o ostacolare, nel
caso ad esempio di impianti a pioggia, la presenza degli utenti nello spazio a verde).

6.2. Messa a dimora delle componenti


vegetali
La messa a dimora delle componenti vegetali
presenta aspetti peculiari in base a diversi
fattori, quali:
∗ specie;
∗ “tipo” di pianta (erbacea, arbustiva,
arborea);
∗ persistenza o meno delle foglie
(sempreverdi e caducifolie);
∗ “preparazione” delle piante (a radice
nuda, zollata, in contenitore).
Le diverse specie, infatti, non tollerano allo
stesso modo il trapianto; il “tipo” di pianta, sia
per le dimensioni ma anche per
caratteristiche peculiari, risponde in maniera
diversa al trapianto; una differenza
sostanziale, soprattutto per quanto riguarda il
periodo in cui è possibile impiantarle, vi è tra
piante sempreverdi e caducifolie. La
specifica modalità di “preparazione” della
pianta può consentire di aumentare i gradi di
libertà per il progettista: una pianta in
contenitore può essere, infatti, trapiantata praticamente per tutto il corso dell’anno.
È importante ricordare che le piante debbono essere poste ad idonea distanza.

Categorie Distanze (m)


Soggetti di prima grandezza (acero platanoide e pseudoplatano, cedro, platano, ippo- 10÷15
castano, tiglio, quercia, pino, ecc.
Soggetti di seconda grandezza (acero campestre, betulla, magnolia, robinia, sofora, 8÷10
liquidambar, ecc.)
Soggetti di terza grandezza o a portamento fastigiato (carpino, cipresso, pioppo ci- 4÷8
pressino, corniolo, ecc.

Pagina 130
L’impianto del verde

Le norme generali nell’impianto delle colture possono essere così schematizzate:


∗ le specie a foglia caduca devono essere impiantate durante il riposo vegetativo, con
esclusione dei periodi di gelo;
∗ le specie a foglia persistente senza zolla vanno messe a dimora nel primo autunno o
nella tarda primavera;
∗ le piante provviste di zolla possono essere impiantate durante tutto l’anno con
l’esclusione della fase di ripresa vegetativa;
∗ le dimensioni delle buche devono essere adeguate a quelle del pane di terra ed alla
natura del terreno:
◊ terreno di buona struttura: (h buca = pane di terra)
(Ø buca = 2 volte pane di terra)

∗ la sommità del pane di terra non deve mai trovarsi al di sotto del livello del terreno (in
caso contrario vi è il pericolo del ristagno idrico e quindi di marciume);
∗ la superficie del pane di terra deve essere ben incorporata nel terreno circostante;
∗ la realizzazione di una conca per l’irrigazione può risultare utile;
∗ prima della messa a dimora occorre effettuare la “tolettatura” della pianta;
∗ l’orientamento della pianta è importante; nel posizionare la pianta occorre accertarsi
che:
◊ il punto d’innesto (se esiste) non sia esposto verso le parti più assolate (pericoli
di scottature;
◊ se la pianta presenta una chioma
irregolare disporre la parte meno
sviluppata verso la zona meglio
illuminata;
∗ la legatura delle giovani piante con pali
tutori è essenziale; in ogni caso è bene
accertarsi che:
◊ il palo tutore non deve danneggiare
la zolla o l’apparato radicale;
◊ se di legno deve essere
impregnato con sostanze protettive
(durata almeno 2 anni);
◊ nei terreni in pendio i pali devono
essere in direzione opposta al
pendio stesso;
∗ il trattamento con sostanze antitraspiranti è
utile;
∗ in base al sito le piante debbono essere più
o meno protette (es. alberature stradali,
parcheggi, ecc.)

Pagina
131
L’impianto del verde

∗ nel caso di trapianto di grandi esemplari il successo dipende da molti fattori, tra cui:
caratteristiche dei luoghi e delle piante, periodo dell’anno in cui è effettuato;
manutenzione post-trapianto; metodo di trapianto.
Anche la messa a dimora delle piante, relativamente agli alberi ed agli arbusti, è oggetto
delle norme fissate dal DIN 18916. Il primo aspetto analizzato è quello relativo
all’approvvigionamento ed alla custodia delle piante. Se, ad esempio, conformemente al
progetto, devono essere trapiantate piante provenienti dal cantiere o dalla campagna
circostante, si deve innanzitutto verificare che siano immuni da malattie e parassiti. Le
piante più giovani possono essere estratte senza pane di terra, avendo però cura di
salvaguardare le radici, e subito dopo potate e trapiantate nella posizione definitiva. Le
piante adulte devono essere estratte con il pane di terra, di dimensioni pari al triplo del
diametro del tronco, misurato un metro sopra al suolo. La zolla deve essere subito
assicurata con apposito tessuto metallico o con fibre artificiali.
Le piante provenienti da vivai devono essere caricate ordinatamente sui mezzi di trasporto,
disponendo vicine le piante della stessa specie e dimensione, ponendo in basso quelle più
resistenti e in alto quelle più delicate, avendo cura di evitare il surriscaldamento.
Per prevenire l’essiccamento da parte dei movimenti d’aria provocati dal veicolo in
movimento, si devono utilizzare per il trasporto veicoli chiusi. Il trasporto è problematico
quando la temperatura è superiore ai +25°C o scende al di sotto di -2°C.
Al momento dello scarico occorre compensare, mediante bagnatura, le perdite di umidità
verificatesi durante il trasporto. Nel caso in cui il surriscaldamento abbia provocato un
precoce germogliamento delle piante, queste devono essere subito trapiantate in una
stazione provvisoria ombrosa o nella stazione definitiva.
Le piante in ogni caso vanno accatastate in cantiere per un tempo massimo di 48 ore,
avendo cura di evitare sia l’essiccazione che il surriscaldamento.
Ciascuna pianta deve essere collocata in una buca appositamente predisposta, con le
radici nude o il pane completamente circondati da terra soffice. Nei trapianti invernali, le
piante più sensibili al freddo devono essere provviste di una copertura con sostanze adatte,
come paglia o ramaglie. Il controllo e la manutenzione devono essere continui; parassiti e
malattie devono essere combattuti subito dopo la loro comparsa.
L’epoca più adatta per la messa a dimora delle piante varia, come già ricordato, con la
specie. Le piante a foglia caduca devono essere trapiantate nel periodo di riposo
vegetativo. Le piante sempreverdi senza zolla devono essere trapiantate nel primo autunno
o nella tarda primavera, mentre quelle con la zolla possono essere trapiantate nel corso
dell’intero anno, ad eccezione dell’epoca di germogliamento. Le piante in contenitore
possono essere trapiantate tutto l’anno.
Le buche per l’impianto devono essere scavate con una larghezza e una profondità pari ad
almeno 1,5 volte il diametro e l’altezza dell’apparato radicale o della zolla. Nello scavo delle
buche, la terra di coltura deve essere separata dall’altra terra e inserita successivamente
per la copertura della buca stessa. Nel caso in cui il terreno non sia sufficientemente
permeabile, si devono adottare adeguate misure per impedire la formazione di ristagni,
pregiudizievoli all’attecchimento della pianta stessa. Di regola le piante devono essere
trapiantate esattamente alla profondità in cui si trovavano precedentemente. Nel caso di
piante con zolla, la superficie di questa deve essere al livello dell’adiacente superficie del
suolo; infatti, nel caso in cui fosse a livello inferiore, potrebbero subentrare fenomeni di
marciume del colletto per ristagno d’acqua.
Le radici delle piante, dopo aver asportato le parti danneggiate, devono essere inserite nella
loro posizione naturale, non curvate o piegate. Le piante di maggiori dimensioni devono
anche essere orientate con la medesima esposizione al sole che avevano nella stazione di
provenienza. In generale per le piante senza zolle si deve eseguire una potatura delle parti

Pagina 132
L’impianto del verde

aeree, conforme alla specie ed alle dimensioni e tenuto conto inoltre delle condizioni locali e
stagionali. Le piante con zolla, invece, di regola non vengono potate, ad eccezione
ovviamente dell’eliminazione delle porzioni danneggiate. Dopo il trapianto è bene
provvedere all’irrigazione delle piante. Gli esemplari di maggiori dimensioni devono essere
inoltre stabilmente ancorati. A tal fine si devono usare, secondo le specie e le dimensioni,
pali verticali od obliqui, fili di ancoraggio, ecc. Di regola i tronchi ed i rami principali, subito
dopo l’impianto, devono essere provvisti di fasciature o spalmati con sostanze
antitraspiranti che inibiscano l’evapotraspirazione; i materiali utilizzati, però, devono avere
una durata massima di due periodi vegetativi. Le sostanze chimiche utilizzate non devono
ovviamente contenere sostanze solubili dannose alle piante.
In ambiente rurale e/o naturale, le piante giovani che potrebbero essere minacciate dalla
selvaggina o dal bestiame al pascolo devono essere protette mediante verniciatura con
sostanze repellenti.

6.3. Esecuzione di opere strutturali ed accessorie


Un giardino è anche costituito da parti architettoniche costruite. Pur se esula dalle nostre
competenze più specifiche, in rapporto all’interesse dell’argomento, si riportano di seguito
alcuni aspetti di carattere generale relativi alle principali opere e/o strutture presenti nei
giardini.
Attrezzature da prevedere in rapporto alla tipologia di spazio a verde.

La rete viaria rappresenta l’elemento fondamentale che consente sia a pedoni che ad
eventuali veicoli di percorrere il giardino stesso senza esercitare pressione alcuna sulla
vegetazione ed in particolare sui prati. È questo un elemento fondamentale sin dai primi
giardini rinascimentali dove i viali erano realizzati lungo assi simmetrici o ortogonali; spesso
tali superfici erano ricoperte da sabbia. Nel giardino paesaggistico inglese, come è noto, le
linee geometriche diritte sono state sostituite con sentieri curvilinei, realizzati spesso in
battuto di terra. Oggi le soluzioni adattate sono diverse, spesso intermedie rispetto agli
esempi prima citati, legate soprattutto alla necessità di collegare funzionalmente le diverse
parti in cui è strutturato un giardino.

Pagina
133
L’impianto del verde

La pavimentazione può essere realizzata con un battuto di terra, ghiaietto (sciolto, non
legato con un conglomerato cementizio), acciottolato (con cemento), massicciata (a
“macadam”), in bitume, in pietra. Quest’ultimo materiale può essere a sua volta suddiviso in
naturale (porfido, lastre di beola scura o bianca, ecc.) o artificiale (manufatti prefabbricati in
cemento).
Gli altri aspetti architettonici, spesso lapidei (scalinate, statue, sculture, grottaglie), elementi
costituenti “forti” del giardino formale all’italiana, sono praticamente scomparsi nelle
realizzazioni più recenti. Talvolta si possono inserire delle sculture o delle ceramiche dai
vivaci colori per impreziosire il giardino. Si tratta però di elementi da inserire con
parsimonia, anche perché quelli caratterizzati da gradevole effetto estetico sono anche di
elevato costo.
Più articolate sono le opere accessorie o attrezzature del verde che sono elementi
insostituibili sia per l’arredo che soprattutto per favorire la fruizione del verde stesso. La loro
presenza dipende anche dalla tipologia di verde e quindi dalle dimensioni di questa, dal
grado di naturalità e dalle funzioni assegnate e/o richieste all’area a verde. Tali attrezzature
debbono supportare alcune attività (escursionistiche, di riposo e distensione, di gioco e
sport) che si svolgono nei parchi e nei giardini.
Di seguito vengono riportati alcuni elementi sintetici per le principali attrezzature del verde.
Le fontanelle d’acqua sono un elemento inscindibile dalle sistemazioni a verde, dove gli
utenti svolgono attività fisiche o, semplicemente, vi si recano nel corso della stagione più
calda. I caratteri fondamentali che si debbono assicurare sono: funzionalità, valore estetico
(molto importante è l’originalità); idonea distribuzione e drenaggio dell’acqua per evitare
problemi di smaltimento dell’acqua in eccesso.
La segnaletica: può essere o direzionale o informativa. Al di là del tipo è bene abbondare in
segnaletica per aiutare l’utente ad orientarsi o a cogliere alcuni messaggi “culturali”
dell’area; la presenza dei cartelli deve però armonizzare esteticamente con la sistemazione
a verde. La segnaletica informativa può essere costituita da:
∗ cartellinatura delle specie botaniche più significative;
∗ pannelli esplicativi di esemplari o associazioni vegetali di particolare interesse;
∗ pannelli esplicativi di specie animali che si possono osservare in quel luogo,
possibilmente con relazioni al tipo di flora;
∗ descrizioni di ambienti particolari naturali o “costruiti” (es. giardino alpino, cinese,
giapponese, ecc.).
Panchine: possono essere costruite con materiali diversi quali cemento, fusioni di ghisa,
materiali plastici, legno impregnato a pressione. Al di là del materiale impiegato, le panchine
debbono rispondere a determinate prerogative, quali:
∗ elevata resistenza all’usura;
∗ aspetto gradevole e di facile inserimento nell’ambiente;
∗ costo contenuto;
∗ comodità;
∗ scoraggiamento dei tentativi di danneggiamento e di furto.
È anche importante “calibrare” il numero ed il “tipo” di panchina all’utenza. Così in particolari
contesti (es. giardino per una casa di riposo), dove non sono da temere atti vandalici, si
possono utilizzare panchine o “sedie” non fisse, realizzate in materiali leggeri, per dare
all’utente la possibilità di spostarle agevolmente in posizioni più gradite (al sole, all’ombra).
È bene anche dislocare in maniera opportuna le panchine per dar modo all’intera utenza di
servirsene.
Tavoli: vanno inseriti soprattutto in quelle aree a verde in cui è prevista la possibilità di fare
picnic. Possono essere realizzati come le panchine in materiali diversi, avendo cura di
inserirli bene nella composizione vegetale e di renderli il più possibile funzionali.

Pagina 134
L’impianto del verde

Contenitori di rifiuti: è un elemento che non può mancare nelle sistemazioni a verde.
Occorre che siano funzionali, esteticamente gradevoli (devono essere facilmente
individuate dall’utente) e ben dimensionati rispetto alla quantità dei rifiuti che deve essere
smaltita. Occorre quindi considerare la frequenza e la dislocazione più opportuna per venire
incontro all’utenza. Un altro aspetto da considerare è la capacità: adottando contenitori di
grosse dimensioni (300-500 litri) si possono diradare le operazioni di svuotamento ma si
aumenta l’ingombro dei contenitori stessi. È bene anche cercare di meccanizzare le
operazioni di raccolta per ridurre i costi di manutenzione.
Illuminazione: assume un ruolo diverso in base se lo spazio a verde è pubblico o privato.
Nel primo caso diventano preponderanti gli aspetti funzionali e di sicurezza degli impianti
che consentono di dilatare il periodo di “uso” dello spazio a verde. Nei giardini privati è
possibile e talvolta richiesto espressamente dalla committenza realizzare, con particolari
lampade, effetti notturni molto suggestivi, per cui l’illuminazione diventa elemento di arredo
di precipuo carattere estetico.
Attrezzi per il movimento ed il gioco: si tratta di elementi di arredo (quali altalene, scivoli,
piccole giostre, ecc.) per i quali occorre curare solo la collocazione e la sicurezza, dato che
quasi sempre vengono forniti già pronti da ditte specializzate. I requisiti che debbono
presentare sono la durata, la qualità e la resistenza dei materiali, la semplicità della forma,
la compatibilità con il “verde” e le altre attrezzature. Le attrezzature ludiche debbono essere
ovviamente calibrate alle diverse età degli utenti.
Le attrezzature più diffuse sono:
∗ altalene: cui occorre assicurare con una idonea progettazione del verde l’isolamento per
avere una adeguata sicurezza;
∗ arrampicate, incastellature: sono spesso realizzati in legno, per motivi estetici e/o
funzionali; occorre predisporre che la superficie sottostante sia soffice per evitare
incidenti
∗ scivoli: anche in questo caso occorre far sì che la superficie sottostante sia soffice
(sabbia, prato) per evitare incidenti.
Nonostante le ditte specializzate si impegnino notevolmente per offrire sul mercato prodotti
“pronti”, non possiamo dimenticare di sottolineare che molto spesso assumono un grande
significato per i bambini elementi semplici e “poveri” (es. tronchi d’albero, pareti bianche per
dipingere, un piano di appoggio).
I principali requisiti che debbono presentare le attrezzature ludiche sono infatti:
∗ originalità e capacità di stimolare la fantasia;
∗ idoneità del materiale di costruzione (sia esso metallo, cemento, plastica e legno).
In ogni caso, soprattutto in uno spazio pubblico, l’elemento più importante da assicurare è
la sicurezza dei piccoli utenti.
Fra i materiali impiegati per la realizzazione delle attrezzature ludiche posto di rilievo
assume in legno in quanto:
∗ armonizza bene con il paesaggio;
∗ offre una sensazione di comfort;
∗ non presenta variazioni termiche molto accentuate essendo un cattivo conduttore di
calore;
∗ è gradevole al tatto.
Molto spesso le attrezzature ludiche per i bambini vengono collocate vicine per realizzare
nello spazio a verde un vero e proprio parco-gioco. Questa area viene spesso recintata per
proteggerla da eventuali azioni vandaliche e soprattutto per garantire la sicurezza dei
bambini. La recinzione ovviamente deve presentare idonee caratteristiche estetiche, essere
funzionale, sicura, ma non “opprimente”.
Nei parchi-gioco inoltre particolare cura deve essere posta nella realizzazione di
pavimentazioni o di aree di sosta. Tali spazi possono essere realizzati in materiali diversi, in

Pagina
135
L’impianto del verde

modo da rispondere con garanzie di sicurezza alle diverse funzioni che l’area svolge. Molto
utilizzati sono:
∗ terreno naturale;
∗ superfici asfaltate;
∗ terra battuta;
∗ rivestimento in cemento;
∗ ghiaietto (poco consigliato, in quanto sdrucciolevole);
∗ lastre di pietra (idonee solo se vi si svolgono attività non motorie).
Un elemento spesso utilizzato nei parchi-gioco è la sabbia che può essere posta in
vicinanza con l’acqua. Naturalmente la manutenzione ed in particolare la pulizia di queste
aree devono essere accurate. L’acqua può essere erogata da fontanelle o essere posta in
piccole vasche. Gli aspetti da considerare sono da una parte la facilità di accesso e
dall’altra, ovviamente, la sicurezza, per cui è bene che i bacini d’acqua, all’interno di un
parco giochi, non superino i 15-20 cm di altezza.

6.4. Un caso particolare di impianto del verde: i giardini pensili


La scelta di analizzare con maggiore dettaglio il verde pensile nasce, oltre che dalla
specificità degli aspetti tecnici coinvolti, dal riconoscimento delle importanti funzioni
ambientali che questo verde assolve. Questo ha indotto numerose amministrazioni, spesso
estere, ad incentivarne la diffusione. In Francia, ad esempio, è contemplata la presenza di
tetti verdi negli edifici abitativi che beneficiano di sovvenzioni. Anche negli USA esistono
facilitazioni, sia in termini di concessioni edilizie che fiscali, per la progettazione di edifici
che comprendano aree a verde anche di tipo pensile. Circa una trentina d’anni fa,
soprattutto nei paesi di lingua tedesca, quali Germania, Austria e Svizzera, l’impiego e la
diffusione del verde pensile ha subito una svolta radicale. L’elemento che ha determinato
tale svolta è identificabile nel riconoscimento, soprattutto da parte delle amministrazioni
pubbliche che il verde pensile è un utile ed indispensabile “strumento”, in sinergia con altri
interventi, per mitigare gli effetti negativi dei processi di edificazione in ambito urbano.
In Germania, che rappresenta lo stato più evoluto e con la maggiore esperienza in questo
campo, le coperture continue a verde sono incentivate secondo la seguente procedura:
∗ riconoscimento come strumento di mitigazione e compensazione ambientale in base alla
legge federale per la protezione della natura;
∗ prescrizione nei piani regolatori;
∗ incentivazioni dirette mediante contributi;
∗ incentivazioni indirette mediante riduzione della tassa sullo smaltimento delle acque
bianche e dell’imposta sull’impermeabilizzazione delle superfici.
L’introduzione di incentivi diretti, meno utilizzata perché troppo onerosa per le
amministrazioni, è stata frequentemente sostituita o supportata da incentivi indiretti.
L’applicazione di questi strumenti ha fatto sì che il verde pensile rappresenti oggi un
intervento dai costi ammortizzabili e, in funzione della riduzione dell’importo delle tasse e
del minore consumo energetico, un risparmio. La città di Bonn, ad esempio, concede ai
propri cittadini uno sconto di 0,78 euro sulla tassa di sigillatura delle superfici (smaltimento
delle acque bianche meteoriche), per anno e per metro quadrato di copertura a verde
pensile realizzata. Su una durata dell’inverdimento di 40 anni si calcola un risparmio di circa
31 euro/m2. Il costo di un inverdimento “estensivo” calcolato sui 40 anni è di circa 44 euro e
i vantaggi indiretti derivanti dalla presenza del verde pensile – maggior vita degli strati di
impermeabilizzazione e risparmio energetico – rappresentano un risparmio di circa 41 euro/
m2. Il proprietario che realizza il verde pensile consegue su 40 anni un risparmio di circa 28
euro/m2 che, calcolato su una superficie di 1.000 m2, equivale ad un importo notevole. Una
fotografia sintetica della situazione tedesca mostra come l’inverdimento pensile sia passato

Pagina 136
L’impianto del verde

dallo 0,6% nel 1983 al 12% delle coperture nuove o risanate nel 1997, al 14% nel 2001.
All’interno di questo dato si stima che il verde pensile intensivo rappresenti circa il 15% del
mercato contro l’85% del verde pensile estensivo secondo le stime della Federazione
europea delle associazioni per il verde pensile.
I pochi esempi italiani di interventi a favore del verde pensile si riferiscono ad
Amministrazioni del Nord Italia. Così le Regioni Autonome del Trentino e della Val d’Aosta
rivalutano, grazie alla bioedilizia (costruzioni ecologiche attentamente e armonicamente
inserite nel paesaggio), i tetti verdi. I casi più conosciuti sono quelli dei Comuni di Torino e
Bolzano. Il Comune di Bolzano, in particolare, si sta muovendo su due orientamenti
normativi:
∗ inserire nell’attuale meccanismo delle concessioni edilizie l’obbligo di rinverdire;
∗ fare sì che ciò sia conveniente per i cittadini.
Per quanto riguarda la prima linea di orientamento si è cercato di fissare un parametro
oggettivo che quantifichi il verde urbano non solo rispetto alle dimensioni ma anche alla
qualità. Tale parametro è stato chiamato “indice del verde” ed è inserito nel regolamento
edilizio del Comune di Bolzano come riferimento obbligatorio per ottenere la concessione
edilizia per qualsiasi intervento che modifichi lo stato del verde (pubblico e privato)
esistente, cioè l’indice medesimo. Un progetto può quindi essere approvato solo se
comporta un aumento dell’indice del verde di una determinata porzione di città. Sono stati
attribuiti dei coefficienti alle diverse tipologie di aree verdi esistenti al fine di “pesarle” in
modo diverso nella determinazione dello stesso indice. L’istituzione di tale indice, quale
parametro indicativo dell’impermeabilizzazione e del rinverdimento delle aree urbane, è un
obiettivo che l’amministrazione di Bolzano aveva deciso di raggiungere entro il 2003, con
l’approvazione del nuovo regolamento edilizio.
Con riferimento al secondo orientamento si sta cercando di introdurre incentivi indiretti per
chi crea verde pensile, legati soprattutto alla tassa sullo smaltimento delle acque (fonte,
Comune di Bolzano, Studio sull’inserimento di opere di compensazione e mitigazione
ambientale nelle prescrizioni urbanistiche del comune). A Sestriere, celebre località sciistica
in Val di Susa, l’inserimento nel capitolato d’appalto dei tetti verdi per le abitazioni accelera
l’iter burocratico per ottenere la concessione edilizia. Nonostante si tratti di iniziative tutte
meritorie sono ancora poca cosa rispetto all’attenzione che al problema viene dedicata negli
altri Paesi europei, di cui si è già detto.
Nelle realizzazioni di verde pensile di concezione più avanzata si possono individuare
diversi strati in grado di assolvere alle funzioni necessarie per garantire le condizioni
colturali ottimali. Questi strati si differenziano anche per le caratteristiche fisico-chimiche dei
materiali che li compongono. La successione degli strati necessari per la realizzazione di un
giardino pensile può essere la stessa indipendentemente dal fatto che intervenga sulla
ristrutturazione di terrazze esistenti, cambiandone la destinazione, o che si operi su nuove
strutture. Nel primo caso occorre ovviamente accertarsi che il solaio sia idoneo a
sopportare il sovraccarico dei materiali impiegati. Il giardino pensile impone scelte
progettuali e interventi specifici tali da ricreare condizioni idonee per lo sviluppo delle piante
da una parte e per non operare “danni” alle strutture sulle quali si inserisce la realizzazione
dall’altra. Sotto quest’ultimo profilo assumono particolare importanza aspetti quali
l’impermeabilizzazione, il drenaggio, la resistenza meccanica della struttura stessa (alla
penetrazione delle radici, ai carichi concentrati, alle sollecitazioni accidentali e continue) e
infine la resistenza all’aggressione chimica dei concimi e degli essudati stessi emessi dalle
piante.
La struttura complessiva di un “tetto verde” può essere divisa in due parti: la struttura di
“copertura” e quella di “vegetazione”. La prima deve assolvere alle funzioni costruttivo-
protettive del tetto, mentre la seconda deve assicurare i materiali necessari al
mantenimento della vegetazione. Schematicamente dal punto di vista delle funzioni svolte

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137
L’impianto del verde

nei rinverdimenti si possono individuare, dall’esterno verso l’interno, i seguenti strati:


∗ strato di coltura;
∗ strato filtrante;
∗ strato drenante;
∗ strato di protezione;
∗ strato antiradice;
∗ strato divisorio;

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L’impianto del verde

∗ strato isolante;
∗ schermo al vapore;
∗ soletta portante.

Strato di coltura
Deve mantenere le condizioni fisico-chimiche e biologiche necessarie per lo sviluppo della
vegetazione. Per questi motivi i substrati che normalmente lo compongono devono
possedere:
∗ condizioni chimiche ottimali per la coltivazione delle piante;
∗ un rapporto ottimale tra micro e macroporosità al fine di ottenere una buona ritenzione
idrica, senza pericoli di asfissia per le radici, e di permettere la normale attività della
microflora;
∗ una buona capacità di scambio cationico;
∗ assenza di semi o di altri organi di propagazione di piante infestanti;
∗ buona resistenza al calpestio;
∗ assenza di microrganismi nocivi e di sostanze fitotossiche.
Nei primi esempi di sistemazioni a verde sui tetti, il terreno ha rappresentato il substrato più
importante per la copertura. Il problema maggiore nel suo impiego è, come noto, l’alto peso
specifico, nell’ordine di 1600-1800
kg m-3, il che comporta la
necessità di strutture portanti in
grado di sopportare elevati
carichi. In epoche più recenti,
anche sulla base delle esperienze
maturate nel settore vivaistico e
dell’impianto dei tappeti erbosi, i
substrati utilizzati sono
rappresentati da terreno
ammendato con altri materiali
naturali e di sintesi. Fra quelli
minerali sono utilizzati, grazie al
loro basso peso specifico, l’argilla
espansa e la pomice. Fra i
substrati di origine organica,
impiegati per accrescere la
capacità di scambio cationico,
possiamo ricordare soprattutto le
torbe. Di recente sono stati
utilizzati soprattutto substrati di
origine artificiale, forniti sotto
forma di lastre o di materassini.
Fra questi possiamo ricordare
soprattutto la lana di roccia e i Particolari costruttivi di un giardino pensile estensivo
polimeri plastici espansi. La prima
si presta soprattutto a formare lo strato inferiore del substrato di coltura nei rinverdimenti
intensivi in quanto, a causa della bassa ritenzione idrica che la caratterizza, necessita di
regolari interventi irrigui. La lana di roccia è comunque un materiale che tende a degradare
nel tempo e a perdere soprattutto l’elasticità. Le lastre di materiali espansi integrati con
sostanza organica ed elementi nutritivi, si prestano ad essere impiegate, in doppio strato,
su rinverdimenti estensivi anche su tetti inclinati.

Pagina
139
L’impianto del verde

Strato filtrante
Serve a dividere il terreno di
coltura dal sottostante
drenaggio. La sua funzione è
di ostacolare la discesa dei
materiali a granulometria fine
e dei colloidi che potrebbero
intasare lo strato sottostante e
limitarne la funzionalità. È
generalmente costituito da
geotessili o feltri formati da
fibre di materie plastiche quali
poliammide, poliestere,
polietilene, polipropilene, ecc.
Tutti i materiali impiegati
devono garantire l’assenza di
sostanze fitotossiche, la
resistenza agli agenti chimici
presenti nel substrato, la
stabilità fisico-chimica,
l’efficacia dell’azione di
filtraggio, la permeabilità, la
conservazione nel tempo delle
caratteristiche iniziali. I
materiali maggiormente usati -
feltri e teli di geotessile -
presentano uno spessore di
0,7-4,0 mm ed un peso
specifico nell’ordine di 150-
400 g m-2.

Strato drenante
Questo strato può svolgere sia
la funzione di drenaggio delle
acque in eccesso che quella di
riserva idrica al pari di una
vera e propria “falda
artificiale”. I materiali impiegati
possono essere sia elementi
sciolti leggeri ed espansi di
tipo idrofilo che elementi
precostituiti non idrofili. Lo
spessore dello strato è
sempre in funzione del Dettagli tecnici delle coperture intensive complesse in rapporto al carico
sistema di rinverdimento e ed alle pendenze.
dell’organizzazione degli strati.
In alcuni sistemi si può ovviare alla mancanza di uno strato filtrante, comprendendo nello
strato di drenaggio uno spessore di sabbia a granulometria differenziata. Nei rinverdimenti
estensivi i materiali di drenaggio hanno anche una funzione di accumulo di acqua e
pertanto devono essere caratterizzati da una buona capacità di ritenuta idrica.

Pagina 140
L’impianto del verde

Fra i materiali maggiormente utilizzati possiamo ricordare la ghiaia, il basalto lavico, la


pomice, l’argilla espansa, l’ardesia espansa, la perlite, i mattoni frantumati, ecc. Possono
essere anche utilizzati speciali elementi precostituiti, rappresentati da stuoie, piastre e
moduli drenanti formati da materiali plastici. Frequentemente questi elementi assolvono
anche la funzione di strato filtrante. Tali stuoie hanno spessori variabili tra 10 e 35 mm e
peso variabile tra 2,1 e 7,5 kg m-2. La capacità idrica è compresa tra 1,2 e 7,0 l m-2.
Le piastre drenanti sono formate da materiali espansi quali il polistirolo e sono
caratterizzate da un basso peso specifico (1,8-2,8 kg m-2). In commercio esistono anche
degli elementi drenanti, caratterizzati da una rete di scanalatura e realizzati in PVC, in
polietilene ed in polistirolo espanso.

Strato protettivo
Ha funzioni protettive nei confronti della struttura dell’edificio e degli strati isolanti. Esso
deve essere in grado di sopportare gli sforzi di natura fisico-chimica prodotti dalle piante e
dai diversi strati sovrastanti il rinverdimento. Esso di solito viene realizzato con gettate di
calcestruzzo alleggerito dello spessore di circa 5 cm. Frequente è anche l’impiego di
cartonfeltro e di geotessili.

Strato antiradice
Svolge le funzioni di difesa del tetto da parte dell’aggressione delle radici delle piante. In
alcuni casi tale funzione è svolta dallo strato utilizzato per l’impermeabilizzazione, in altri
viene realizzato uno strato a sé stante. I materiali impiegati devono possedere, oltre alla
resistenza fisico-chimica all’attraversamento delle radici, anche caratteristiche di resistenza
ai raggi U.V., alla trazione, alla dilatazione ed alla pressione idraulica. Queste
caratteristiche dipendono sia dai materiali impiegati che dallo spessore dello strato e dalle
tecniche adottate nella posa in opera. I prodotti impiegati sono le membrane bitumose
armate o i polimeri plastici, in prevalenza P.V.C.

Strato divisorio
Serve a separare, quando necessario, lo strato antiradice o quello isolante dalla copertura.
Viene impiegato quando questi due strati sono realizzati con materiali incompatibili dal
punto di vista chimico e il cui contatto potrebbe originare fenomeni di degrado.

Strati isolanti
L’isolamento termico e l’impermeabilizzazione rappresentano un binomio inscindibile:
pertanto i materiali adottati per le due funzioni non devono presentare alcun problema per
quanto riguarda la compatibilità chimica. L’impermeabilizzazione serve a conferire alla
copertura l’impermeabilità all’acqua meteorica resistendo contemporaneamente a
sollecitazioni fisiche, meccaniche e chimiche determinate dall’ambiente esterno. Tale strato
deve inoltre resistere alle deformazioni del supporto causate dalle escursioni termiche.
L’impermeabilizzazione riguarda anche gli elementi di costruzione che sono solidali con il
supporto ed in particolare con i rilievi per il contenimento del substrato di coltura. La
membrana deve così obbligatoriamente superare di alcuni centimetri il livello del substrato.
Nel caso frequente di coperture solo parzialmente rinverdite, l’impermeabilizzazione deve
estendersi per almeno un metro verso le parti della copertura non interessate dalla
vegetazione. I sistemi di impermeabilizzazione possono essere semplici oppure garantire
anche la protezione nei confronti delle radici. Nel primo caso vengono impiegate soprattutto
miscele di bitume o teli bitumati posti in un solo strato. Quando tale strato svolge anche la
funzione antiradice sono previsti sistemi a doppio strato di membrane bitumose rinforzate
oppure membrane plastiche a base soprattutto di P.V.C. poste ad un solo strato e saldate
con sistemi termici. La scelta del materiale e della tecnica di posa dipende sia dal tipo di

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L’impianto del verde

rinverdimento che si adotta che dalla tipologia costruttiva dell’edificio.


Per quanto riguarda l’isolamento termico la membrana deve essere compatibile con i
materiali degli strati contigui e con il metodo previsto per l’impermeabilizzazione. L’isolante
deve essere anche resistente alla compressione e deve essere scelto in funzione del carico
che dovrà subire. Nel caso dei tetti verdi vengono di solito adottati materiali poco
comprimibili. Molto diffuse sono le materie plastiche quali il polistirolo, sotto forma di
espanso (peso specifico di 20-30 kg m-3) e il poliuretano espanso (30 kg m-3). Diffusi sono
anche il sughero, che ha però un maggior peso specifico (80-200 kg m-3), ed i pannelli di
vetro espanso.

Schermo o barriera al vapore


Impedisce o limita il passaggio del vapore acqueo, che condensandosi potrebbe causare
danni rilevanti all’isolamento termico, e consente di controllare il fenomeno di condensa
all’interno della copertura.

Strato portante
Rappresenta la base su cui poggia l’insieme degli elementi strutturali che abbiamo in
precedenza descritto e che costituiscono il cosiddetto “tetto verde”. Tale elemento portante
deve quindi essere in grado di sopportare i carichi permanenti e gli eventuali sovraccarichi.
Naturalmente i carichi sono da calcolare saturi d’acqua e si devono considerare anche i
carichi periodici, saltuari e straordinari.
Al fine di regolarizzare la superficie a contatto con gli strati superiori e per adeguare le
pendenze con quanto richiesto dal sistema di rinverdimento e dal relativo drenaggio può
essere opportuno realizzare uno strato di livello o di pendenza. Tale pendenza deve avere
un valore minimo in direzione dei collettori del sistema di drenaggio nell’ordine dell’1,5%;
pendenze maggiori assicurano un più rapido allontanamento delle acque meteoriche.
Fra gli impianti che più frequentemente vengono utilizzati nella realizzazione dei tetti pensili
possiamo ricordare gli impianti di drenaggio e quelli di irrigazione. In alcuni casi inoltre si
ritiene opportuno dotare queste realizzazioni di strutture antincendio e di difesa dal vento.
Di seguito sono riportati alcuni aspetti generali relativi ad alcuni degli impianti e delle
strutture presenti nei giardini pensili.

Impianti di drenaggio
Lo smaltimento dell’acqua in eccesso del substrato di coltivazione è condizione essenziale
per il funzionamento ed il mantenimento nel tempo dei rinverdimenti. A seconda del
posizionamento dei collettori finali per l’allontanamento dell’acqua e delle loro specifiche
funzioni possiamo distinguere impianti:
∗ a drenaggio interno, quando i collettori servono ad allontanare le eventuali precipitazioni
che provengono dalle strutture contermini;
∗ a drenaggio esterno, quando i collettori raccolgono sia l’acqua proveniente dalla
sistemazione a verde che dalle strutture contermini;

Pagina 142
L’impianto del verde

∗ a drenaggio separato, quando lo smaltimento dell’acqua avviene separatamente per il


rinverdimento e per le strutture contermini.
Per ottenere un buon drenaggio è comunque necessario assicurarsi della giusta pendenza
dei tubi stessi. Inoltre è opportuno che gli scarichi siano facilmente raggiungibili e
ispezionabili per evitare inconvenienti durante la fase di manutenzione.

Impianti di irrigazione
Sono utilizzati soprattutto per le tipologie di verde pensile di tipo intensivo per le quali,
anche per mantenere un idoneo effetto ornamentale della vegetazione, occorre
compensare le perdite di acqua per evapotraspirazione. Per maggiore facilità di uso si
preferisce utilizzare impianti di tipo fisso che consentano, inoltre, l’automazione. Impianti di
tipo semifisso e mobile possono essere realizzati ma solo nel caso in cui l’irrigazione abbia
carattere sporadico.
I metodi di irrigazione adottati possono essere sia per aspersione che a microportata
localizzata, i cosiddetti metodi a “goccia”.
Specifici degli impianti di verde pensile sono i cosiddetti metodi di subirrigazione o di
irrigazione sotterranea che si basano sul principio di somministrare l’acqua al di sotto della
superficie del terreno. In questo caso l’aspersione viene assicurata da un tubo di materiale
plastico espanso interrato che permette, grazie ad una bassa pressione (nell’ordine di 1,5-
2,0 atm), la trasudazione dell’acqua attraverso i micropori che caratterizzano la sua
struttura. La risalita dell’acqua dal terreno fino alle radici avviene per capillarità. Le maggiori
perplessità nei confronti di questi metodi di irrigazione attengono alla “durata” dell’impianto
stesso, dato che i tubi si possono occludere a causa della salinità dell’acqua, determinata
anche dalla fertirrigazione.
Un altro sistema di più recente introduzione che si è rapidamente diffuso in molti tipi di
rinverdimento intensivo è il cosiddetto sistema di irrigazione-drenaggio. Esso si basa sul
principio di prevedere una settorializzazione della sistemazione a verde in grandi vasche di
superficie pari a circa 200 m2, con il fondo impermeabilizzato. Le vasche, sulle quali
vengono disposti i diversi strati che costituiscono la struttura del rinverdimento, servono ad
accumulare l’acqua secondo un livello prestabilito da cui risale al substrato di coltura per
capillarità. Un sistema integrato di canalizzazione e di drenaggio permette l’erogazione
dell’acqua durante la stagione asciutta ed il suo smaltimento a seguito delle precipitazioni
meteoriche.

Strutture per la difesa dal vento


Per quanto riguarda le strutture che vengono realizzate nelle sistemazioni a verde pensile,
tralasciate quelle relative ai sistemi
antincendio che interessano
soprattutto i rinverdimenti estensivi non
calpestabili, molto interessanti ed utili
sono quelle messe in atto per la difesa
dal vento. Oltre all’adozione dei
comuni sistemi frangivento è buona
norma l’ancoraggio degli alberi e degli
arbusti tramite tutori o tiranti. L’azione
del vento si può anche esercitare a
carico delle particelle più leggere del
substrato che possono essere
asportate e, caso più grave, possono
andare ad ostruire alcuni condotti di
drenaggio ed altri impianti tecnici. Per

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143
L’impianto del verde

tale motivo occorre scegliere substrati o materiali pacciamanti di più elevato peso specifico.

Scelta della specie


Qualche breve richiamo merita l’aspetto relativo all’individuazione della specie da impiegare
ed alle specifiche tecniche da adottare per l’impianto delle diverse essenza. Quando si
collocano delle piante sui tetti e sulle terrazze si deve infatti ricordare che queste si
troveranno in condizioni microclimatiche estreme, caratterizzate da forti escursioni termiche
fra il giorno e la notte e da condizioni igrometriche sicuramente più sfavorevoli di quelle che
si verificano in piena terra. Altri aspetti da tenere in considerazione sono quelli relativi al
fatto che le piante si trovano in un volume di substrato limitato il che esaspera, ad esempio,
i problemi relativi alla salinità del substrato stesso.
Le piante collocate sui tetti e sulle terrazze, inoltre, subiscono in maggior misura, come già
in precedenza evidenziato, le sollecitazioni meccaniche determinate, ad esempio, dal vento.
D’altra parte nella realizzazione di un giardino pensile si richiede alla pianta stessa
prestazioni specifiche, quali ad esempio quella legata allo sviluppo dell’apparato radicale
che non deve in alcun caso determinare problemi a carico della struttura. La scelta di
idonee specie potrebbe consentire di ottenere un buon effetto estetico e soprattutto un
minore onere di manutenzione.
Tutti i gruppi di piante possono essere utilizzati nelle sistemazioni a verde pensile dai
muschi, adottati in alcune tipologie di verde estensivo proponibili soprattutto per gli ambienti
più umidi e freddi, ai piccoli alberi. Del resto nei famosi e già citati giardini pensili di
Babilonia trovavano posto, fra le essenze vegetali, alberi e palme ad alto fusto.
Le specie erbacee sia annuali che poliennali rivestono notevole interesse nelle sistemazioni
di verde pensile. Le graminacee,
soprattutto le emicriptofite e le
geofite, possono assolvere a
funzioni precipue all’interno di
alcuni tipi di verde pensile, grazie
al loro apparato radicale
superficiale, alla loro buona
capacità di propagarsi e, non
ultimo, alla resistenza nei
confronti di alcuni degli stress
(termici, idrici, salini) che si
verificano spesso in queste
tipologie di verde. Il ruolo
importante che rivestono le
piante erbacee in genere
dipende, oltre che dalla variabilità
di forme e di colore assicurate il che si riflette positivamente sull’effetto estetico, anche dalle
dimensioni piuttosto contenute dell’apparato aereo e soprattutto radicale.
Anche le bulbose possono rivestire un importante ruolo nella realizzazione del verde
pensile. In questo caso gioca a favore della loro utilizzazione il fatto che si tratta di piante
dotate di apparato radicale superficiale. Le succulente sono un gruppo di piante che, per la
loro specifica resistenza a stress termici ed idrici, si prestano in misura elevata ad essere
utilizzate nei giardini pensili. Le succulente più adatte al rinverdimento di tetti e di altre
superfici pensili, nelle quali la manutenzione è sporadica o addirittura assente, sono quelle
appartenenti ai generi Sedum, Sempervivum e Jovibarba. A questo proposito possiamo
ricordare come in un lavoro Chiusoli et al. (1996), con riferimento alle condizioni dell’Emilia,
saggiando oltre 40 specie abbiano ottenuto ottimi risultati con alcune specie di Sedum (S.

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L’impianto del verde

ibridum, S. stoloniferum, S. douglasii, S. album, S. kamschaticum) utilizzate in un impianto


a verde pensile per il quale, ad eccezione del primo anno dall’impianto, non veniva
effettuato alcun intervento irriguo. La scelta diventa ben più ampia con riferimento ai giardini
pensili dotati di specifica valenza estetica ed alle condizioni più meridionali d’Italia. In questi
casi, infatti, si può fare riferimento alle moltissime specie di Cactaceae, Aizoaceae,
Euphorbiaceae, Crassulaceae, Agavaceae caratterizzate da specifiche esigenze termiche
che da sempre adornano i nostri giardini.
Gli arbusti per alcuni specifici tratti morfo-funzionali possono rivestire un ruolo molto
importante nelle sistemazioni a verde. Tali piante, infatti, per via della loro plasticità e della
varietà di forme e portamento si prestano a molteplici tipologie di uso. A parte il valore
ornamentale, le piante arbustive presentano, infatti, rusticità e comunque notevoli capacità
di adattamento alle condizioni ambientali estreme che spesso caratterizzano il verde
pensile. Anche le piante rampicanti e ricadenti possono trovare impiego nel giardino pensile
dove il loro impiego è spesso legato all’azione di ombreggiamento e quindi alla formazione
di pergole o al rivestimento di piccoli gazebi.
L’uso delle palme è sostenuto dalle dimensioni piuttosto contenute di alcune specie (es.
Chamaerops humilis, Phoenix roebelinii, Rhapis excelsa) e dai lenti ritmi di accrescimento
di molte specie (es. Phoenix canariensis, Sabal spp., Trachicarpus fortunei) che
consentono l’impiego in contenitori nel corso della fase giovanile. Le contenute esigenze
per quanto riguar-
da l’alimenta-
zione idrica e
minerale, la
resistenza alla
salinità espressa
da alcune specie
sono tutte motiva-
zioni che suppor-
tano l’inserimento
di tali piante nel
verde pensile.
L’utilizzazione di
alberi potrebbe
apparire di primo
a c c h i t o
paradossale
all’interno del
verde pensile ma
invece l’importanza che soprattutto i cosiddetti alberelli (statura inferiore agli 8 m) possono
rivestire nei giardini pensili è elevata. Uno dei problemi più avvertiti nella scelta di essenze
arboree è connesso alla stabilità verticale dell’albero stesso; quest’ultima è però legata, più
che alla profondità del substrato esplorabile dalle radici, alle possibilità offerte alle radici
stesse di espandersi lateralmente a raggiera e di aumentare così la superficie di
ancoraggio. Oggi a tal proposito il vivaismo è in grado di preparare soggetti a “zolla piatta”
più indicati per impianti su substrati poco profondi (Odone, 1995).

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