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Manuali universitari 24

Linguistica
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Silvia Luraghi
Introduzione
alla linguistica storica
1
a
edizione, gennaio 2006
copyright 2006 by Carocci editore S.p.A., Roma
Finito di stampare nel gennaio 2006
per i tipi delle Arti Grache Editoriali Srl, Urbino
isbn 88-430-3663-7
Riproduzione vietata ai sensi di legge
(art. 171 della legge 22 aprile 1941, n. 633)
Senza regolare autorizzazione,
vietato riprodurre questo volume
anche parzialmente e con qualsiasi mezzo,
compresa la fotocopia,
anche per uso interno
o didattico.
Indice
Prefazione 11
Abbreviazioni 15
Introduzione 19
1. Somiglianza e diversit. La classicazione delle lingue 25
1. Introduzione 25
2. Tipi di classicazione 26
2.1. La classicazione genetica / 2.2. La classicazione tipologica / 2.3. La classica-
zione areale
3. Le lingue del mondo 28
3.1. Le lingue indoeuropee / 3.2. Le lingue afroasiatiche / 3.3. Le lingue uraloaltaiche /
3.4. Le lingue caucasiche / 3.5. Le lingue nigercongolesi e altre famiglie di lingue
africane / 3.6. Le lingue sinotibetane / 3.7. Il coreano e il giapponese / 3.8. Le lingue
australiane e dellarea pacica / 3.9. Le lingue amerindiane / 3.10. Altre famiglie lin-
guistiche e lingue isolate / 3.11. Pidgins e creoli
Appendici 53
A. La distribuzione delle lingue indoeuropee / B. Lalfabeto greco / C. Lalfabeto
cirillico / D. Il devan agar / E. Esempio di scrittura cuneiforme Ittita
In questo capitolo 58
Letture consigliate 58
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento
fonologico 61
1. Introduzione 61
2. Modicazioni di foni 62
2.1. Assimilazione e dissimilazione / 2.2. Struttura sillabica e accento
3. Tipi di mutamenti fonologici 67
3.1. Fonologizzazione / 3.2. Defonologizzazione / 3.3. Rifonologizzazione
4. Il sistema fonologico dellindoeuropeo 69
4.1. Ostruenti / 4.2. Liquide e nasali; sonanti e semivocali / 4.3. Vocali / 4.4. Ac-
cento
5. Ricostruzione 71
7
6. Le leggi fonetiche 72
6.1. La legge di Grimm / 6.2. La legge di Verner / 6.3. La legge di Grassmann
7. Lisoglossa kentum/sat@m e lalbero genealogico delle lingue in-
doeuropee 78
8. La diffusione del mutamento 79
9. Il vocalismo indoeuropeo I: lapofonia 81
10. Velari, labiovelari e palatali 83
11. Lesito di */
.
n/ e */
.
m/ 85
12. Il vocalismo indoeuropeo II: le laringali 86
13. Dinamiche e cause del mutamento fonologico 88
14. I sistemi fonologici delle singole famiglie di lingue indoeuropee 91
14.1. Il latino / 14.2. Le lingue italiche / 14.3. Il greco / 14.4. Il germanico / 14.5. Il
sanscrito / 14.6. Le lingue iraniche / 14.7. Lo slavo / 14.8. Le lingue baltiche / 14.9.
Lanatolico / 14.10. Le lingue celtiche / 14.11. Lalbanese / 14.12. Larmeno / 14.13. Il
tocario
Appendici 119
A. LAlfabeto Fonetico Internazionale (ipa, International Phonetic Alphabet) / B.
Scrittura di regole fonologiche / C. Sommario di tutte le corrispondenze fonema
per fonema
In questo capitolo 126
Letture consigliate 126
3. Il mutamento morfologico 129
1. Introduzione 129
2. Nozioni preliminari 132
2.1. La parola: denizioni e tipi di parole / 2.2. Morfemi, allomor e classi essive
3. La tipologia morfologica 134
3.1. Il tipo morfologico dellindoeuropeo ricostruito
4. Il piano morfofonologico 141
4.1. Creazione di allomor / 4.2. Omofonia allinterno dei paradigmi e frequenza
5. Il mutamento analogico 146
5.1. Livellamento di paradigmi / 5.2. Estensione di morfemi essivi / 5.3. Estensione
dellallomora / 5.4. Quando lanalogia non agisce
6. Il mutamento di tipo morfologico 152
7. La grammaticalizzazione 155
7.1. Possibili processi di grammaticalizzazione e loro risultati / 7.2. Grammaticaliz-
zazione e morfologia derivazionale
8
Introduzione alla linguistica storica
8. Le classi essive dellindoeuropeo 161
8.1. Flessione atematica e tematica / 8.2. Processi morfologici / 8.3. La essione del
nome / 8.4. Evoluzione delle classi essive del nome / 8.5. La essione del verbo /
8.6. Evoluzione delle classi essive del verbo
In questo capitolo 175
Letture consigliate 176
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue in-
doeuropee 177
1. Introduzione 177
2. Il sistema di parti del discorso e le categorie grammaticali nellin-
doeuropeo ricostruito 177
3. Il nome 178
3.1. Numero / 3.2. Genere / 3.3. Caso
4. Il verbo 196
4.1. Tempo e aspetto / 4.2. Modo e modalit / 4.3. Diatesi
5. Inniti e participi 207
6. Tabelle riassuntive delle categorie essive dellindoeuropeo 209
7. I preverbi 210
8. Evoluzione nelle principali lingue indoeuropee 212
8.1. Latino / 8.2. Greco / 8.3. Sanscrito / 8.4. Germanico / 8.5. Slavo
In questo capitolo 222
Letture consigliate 223
5. Il mutamento sintattico 225
1. Introduzione 225
2. Tipologia sintattica I: lordine dei costituenti 226
3. Due leggi sullordine dei costituenti 231
3.1. Tipi di costituenti / 3.2. La seconda posizione nella frase e la legge di Wacker-
nagel / 3.3. La legge di Behaghel
4. Ordine marcato e ordine non marcato: dal latino alle lingue ro-
manze 236
5. La struttura della frase semplice indoeuropea 243
6. Frase principale e frase dipendente 245
7. Dal latino alle lingue romanze: i clitici 246
8. Tipologia sintattica II: le relazioni grammaticali 253
8.1. La denizione del soggetto in italiano / 8.2. Le lingue ergative / 8.3. Le
lingue attive / 8.4. Il tipo delle lingue indoeuropee
Indice
9
9. Paratassi e ipotassi 259
In questo capitolo 261
Letture consigliate 261
6. Spiegazioni del mutamento 263
1. Introduzione 263
2. La variabilit delle lingue 264
3. La trasmissione delle lingue: acquisizione e rianalisi 267
4. Il contatto fra lingue 270
4.1. Bilinguismo e diglossia / 4.2. Il prestito / 4.3. Prestiti e calchi / 4.4. Prestiti
non lessicali / 4.5. Contatto e mutamento linguistico / 4.6. Aree linguistiche
5. Le protolingue 277
5.1. Plausibilit della ricostruzione / 5.2. Valore delle forme ricostruite
6. La diffusione del mutamento 280
6.1. Geograa linguistica e atlanti dialettali / 6.2. Norme di linguistica areale /
6.3. Oltre lalbero genealogico
7. Variabilit sociale e mutamento 283
8. Nascita e morte delle lingue 285
8.1. Nascita di nuove lingue / 8.2. La morte delle lingue
9. Conclusioni 288
Appendici 289
A. Cronologia di storia della linguistica storica / B. Diffusione di mutamenti in
area romanza
In questo capitolo 293
Letture consigliate 293
Riferimenti bibliograci 295
Introduzione alla linguistica storica
10
Prefazione
Questo libro nasce da due constatazioni. In primo luogo, nel campo della
linguistica storica il mercato editoriale italiano offre attualmente pochi ma-
nuali scritti da studiosi italiani per studenti italiani. Anche prendendo in
considerazione gli ultimi ventanni, il panorama si riduce essenzialmente a
due testi: il fortunato volume a cura di Romano Lazzeroni (1987a) e quello
pi recente a cura di Marco Mancini (2003). Entrambi i volumi si differen-
ziano da questo dal punto di vista del contenuto, in quanto essi non ab-
bracciano che parzialmente (Lazzeroni) o per niente (Mancini) il campo
della linguistica indoeuropea, che pure oggetto di studio nella maggior
parte dei corsi di glottologia offerti dalle universit italiane. Inoltre, en-
trambi i testi sono frutto della collaborazione di pi studiosi, cosa che, pur
avendo il vantaggio di avvalersi di pi competenze e di offrire un ventaglio
pi ampio di posizioni teoriche, presenta per lo svantaggio di una minore
omogeneit nella trattazione dei diversi argomenti. Per quanto riguarda la
linguistica indoeuropea, sono attualmente disponibili volumi che presen-
tano un grado di approfondimento e di difcolt molto alto per essere uti-
lizzati in corsi introduttivi, come Giacalone Ramat, Ramat (1997) o Sze-
mernyi (1985), oppure che sono comunque pensati per studenti con un
bagaglio di competenze linguistiche diverse da quelli italiani (Lehmann,
1998).
La seconda constatazione che nessuno dei manuali attualmente in uso
stato pensato tenendo conto delle esigenze create dalla nuova struttura mo-
dulare e in maniera particolare dellarticolazione triennio pi biennio. Nel
triennio, infatti, i corsi di glottologia sono spesso frequentati da studenti
con scarsa conoscenza delle lingue classiche e in generale con poche com-
petenze di base, cosa che rende molto difcile adattare testi che presup-
pongano maggiori conoscenze, considerato che il tempo a disposizione
pu essere limitato al modulo di trenta ore. Daltro lato, si possono iscrive-
re ai bienni di linguistica studenti che non hanno una preparazione omo-
genea, provenendo da trienni diversi e a volte anche da diversi atenei. ne-
cessario dunque uno strumento capace di fornire le nozioni di base in ma-
niera semplice, senza per rinunciare a raggiungere per gradi quel livello di
11
complessit che essenziale per una buona comprensione della materia
trattata e senza rinunciare neanche al grado di completezza che auspicabi-
le venga acquisita dagli studenti che intendano proseguire gli studi, specia-
lizzandosi in linguistica.
Pertanto, nella preparazione di questo manuale ho cercato di raggiungere
un duplice scopo. Da un lato, ho cercato di scrivere per un pubblico che
non avesse conoscenze gi acquisite, basando lesemplicazione ove possi-
bile soprattutto sullitaliano; gli esempi in altre lingue, tranne linglese,
compaiono quasi sempre corredati non solo di traduzione, ma anche di
glosse grammaticali. I termini introdotti, tranne che per pochissime nozio-
ni come quella di fonema, vengono sempre deniti, in maniera da risultare
comprensibili anche agli studenti che accedano al corso di glottologia sen-
za aver preliminarmente seguito un corso di linguistica generale. Daltro
lato, ho cercato di dare una trattazione ampia e esauriente di alcuni proble-
mi fondamentali della linguistica storica e indoeuropea. In questo modo,
anche coloro che abbiano la necessit di una preparazione pi approfondi-
ta, volendosi specializzare in linguistica, potranno trovare una base che li
aiuter poi ad affrontare la lettura e lo studio di opere pi complesse.
In concreto, per ottenere questi scopi, ho articolato il volume in parti che
sono in una certa misura staccabili. Per esempio, nel modulo di trenta ore
destinato a studenti che non siano di lettere classiche si potranno tralascia-
re le parti di approfondimento dedicate agli sviluppi delle singole lingue
indoeuropee, parti che potranno invece trovare spazio nei corsi di sessanta
ore o in quelli dedicati a studenti gi in possesso di conoscenze linguistiche
pi approfondite. Ho anche cercato di fornire una buona quantit di ma-
teriali, attraverso gli esempi e le appendici; alcune schede contengono ap-
profondimenti che vanno al di l della linguistica storica, affrontando bre-
vemente e in maniera semplice problemi di pi ampia portata, come quel-
lo della valenza o della struttura comunicativa di enunciati e testi.
Poich questo libro non si congura come un contributo di ricerca ma
come un manuale e deve quindi essere guidato da considerazioni pratiche,
ho limitato al massimo i riferimenti bibliograci. In particolare, ho fornito
spunti per lapprofondimento della materia trattata nei singoli capitoli in-
dicando solo un numero limitato di opere di riferimento, per lo pi dispo-
nibili in italiano, che potranno essere usate da chi lo voglia anche come ul-
teriore fonte di riferimento bibliograco. Ho cercato, sia nei riferimenti bi-
bliograci, sia nella trattazione, di dare il maggior risalto possibile alla ri-
cerca italiana e non solo a quella pi recente, a cui gli studenti possono in
parte avere un accesso diretto, ma anche a quella passata, che spesso viene
trascurata nel quadro attuale di conoscenze, basato in maniera crescente
sulla bibliograa di origine anglosassone. Questo non certo perch a mio
parere si debbano ignorare le opere di studiosi stranieri: piuttosto, mi pare
che la tendenza che oggi si riscontra a ignorare la storia anche recente della
12
Introduzione alla linguistica storica
ricerca linguistica nel nostro paese porti a un sostanziale impoverimento
culturale delle giovani generazioni.
Ringrazio i numerosi colleghi e amici che mi hanno fornito un aiuto su
singoli punti della trattazione. In maniera particolare, desidero ringraziare
Guido Borghi, che mi ha fornito un valido sostegno nella parte dedicata
alle ricostruzioni, Paolo Di Giovine, che ha letto con la consueta acribia
lintero manoscritto, commentandolo puntualmente, e soprattutto Anna
Maria Thornton, che, oltre a aver letto e commentato il testo, ha anche
sostenuto con me lunghe discussioni, aiutandomi a chiarire diversi proble-
mi. Ringrazio inoltre Francesca Mazzariello, che mi ha aiutata a preparare
il manoscritto denitivo. Ovviamente, nessuna di queste persone respon-
sabile degli eventuali errori e mancanze del volume, che rimangono unica-
mente a carico mio.
Dedico questo libro agli studenti che ne faranno uso in futuro. Spero di
aver loro fornito uno strumento utile e chiaro, ma soprattutto spero di riu-
scire a far nascere in loro linteresse e la curiosit per le lingue e la linguisti-
ca, interesse e curiosit che hanno indirizzato una parte consistente della
mia vita.
Milano, giugno 2005
Prefazione
13
Abbreviazioni
abl ablativo
acc accusativo
agg aggettivo
AN ordine aggettivo-nome
aor aoristo
art articolo
ass assolutivo
aus ausiliare
C consonante
comp comparativo
cong congiuntivo
conn connettivo
d/l dativo/locativo
dat, dat. dativo
decl. declinazione
dim dimostrativo
din. dinamico
dir diretto, direttivo
du duale
erg ergativo
f femminile
foc focalizzatore
fut futuro
gen, gen. genitivo
ger gerundio
GN ordine genitivo-nome
imper imperativo
impf imperfetto
indef indenito
inf innito
int. intenzionale
intrans. intransitivo
15
ipa Alfabeto Fonetico Internazionale (International Phonetic
Alphabet)
loc locativo
m maschile
m/p medio-passivo
n neutro, nome
n/a nominativo/accusativo neutro
NA ordine nome-aggettivo
neg negazione
NG ordine nome-genitivo
nom, nom. nominativo
obl obliquo
ogg oggetto
p, p. passivo
part participio
pass passato
pf perfetto
pl, pl. plurale
Posp posposizione
poss possessivo
ppf piuccheperfetto
Prep preposizione
pret preterito
prev preverbio
prs presente
ptc particella
r liquida
rel relativo
Rel. frase relativa
rifl riessivo
sg, sg. singolare
sn sintagma nominale
sogg soggetto
SOV ordine soggetto-oggetto-verbo
st. costr stato costrutto
strum strumentale
sup supino
sv sintagma verbale
SVO ordine soggetto-verbo-oggetto
trans. transitivo
V vocale, verbo
voc vocativo
VSO ordine verbo-soggetto-oggetto
16
Introduzione alla linguistica storica
Simboli
# conne di parola
~ opposizione
[ ] trascrizione fonetica
/ / trascrizione fonologica
< > trascrizione ortograca
> diventa, si realizza come
< deriva da, esito di
/ contesto in una regola fonologica
_ posizione in una regola fonologica
= punto di attacco di un clitico
- conne di morfema
+ unione di due lessemi
. separazione fra signicati grammaticali in caso di esponenza
cumulativa o fra signicati lessicali
: separazione fra signicato lessicale e signicato grammatica-
le in lingue fusive
Le glosse grammaticali fornite negli esempi danno unanalisi morfologica
che comprende in genere tutte le categorie o per lo meno tutte quelle rile-
vanti per il problema trattato. Alcune categorie non sono indicate mai. Si
tratta di: singolare nei sostantivi e negli aggettivi, indicativo nel verbo
(quindi quando non sia indicato il numero di una forma nominale, va in-
teso come singolare e quando non sia indicato il modo di una forma verba-
le, va inteso come indicativo). Il genere grammaticale a volte omesso, se
non particolarmente rilevante per la discussione o se la sua omissione non
causa difcolt nel comprendere la struttura dei costituenti.
Lingue
arm. armeno
av. avestico
germ. germanico
got. gotico
gr. greco
ie. indoeuropeo
itt. ittita
ingl. inglese
lat. latino
lit. lituano
luvio ger. luvio geroglico
scr. sanscrito
sl. eccl. slavo ecclesiastico
Abbreviazioni
17
sl. slavo
ted. tedesco
toc. tocario
Autori e opere citati negli esempi
Agr. De Lege Agraria
Amic. De Amicitia
Ar. Aristofane
Arist. Aristotele
Bacch. Bacchae
BG De Bello Gallico
Capt. Captivi
Cat. De Coniuratione Catilinae
Catil. Catilinarie
Catul. Catullo
Ces. Cesare
Cic. Cicerone
CIL Corpus delle iscrizioni latine
Crat. Cratilo
Er. Erodoto
Gen. Genesi
IG Corpus delle iscrizioni greche
Il. Omero, Iliade
Isoc. Isocrate
Lis. Lisia
Lys. Lisitrata
Merc. Mercator
Metaph. Metasica
Mil. Pro Milone
Mt. Vangelo secondo Matteo
Nov. Novellino
Od. Omero, Odissea
P. Platone
Pl. Plauto
Rud. Rudens
RV. Rigveda
Sal. Sallustio
Tusc. Tusculanae Disputationes
Villani Giovanni Villani, Nuova cronica
Nota: la numerazione dei paragra stata rifatta in base ai criteri delleditore.
Introduzione alla linguistica storica
18
Introduzione
Nella percezione di un parlante la propria lingua ha una realt stabile. Na-
sciamo, impariamo a parlare (un processo di cui da adulti conserviamo ge-
neralmente scarsa memoria) e, dopo che a scuola abbiamo appreso anche
le caratteristiche della lingua scritta, ci sembra che gli unici cambiamenti
che la nostra lingua subisce nella nostra esperienza siano di ordine lessicale:
certe parole scompaiono dalluso, si creano neologismi o si acquisiscono
prestiti da altre lingue, alcune parole assumono nuovi signicati, ma la
grammatica della lingua resta immutata. A tutta prima ci sembra anche ra-
gionevole che le cose stiano cos: se la grammatica cambiasse (e poi chi do-
vrebbe prendere liniziativa di cambiarla?) non chiaro come continue-
remmo a comunicare.
Eppure le lingue cambiano, e in maniera tanto signicativa da non essere
neanche pi chiamate con lo stesso nome. Sappiamo infatti che litaliano,
insieme con un gruppo di altre lingue che chiamiamo lingue romanze, de-
riva dal latino. Se confrontiamo un passo latino con la sua traduzione ita-
liana, le due lingue ci appaiono senza dubbio diverse:
Omnis homines, qui sese student praestare ceteris animalibus, summa ope niti de-
cet, ne vitam silentio transeant veluti pecora, quae natura prona atque ventri
oboedientia nxit. Sed nostra omnis vis in animo et corpore sita est: animi impe-
rio, corporis servitio magis utimur; alterum nobis cum dis, alterum cum beluis
commune est. Quo mihi rectius videtur ingeni quam virium opibus gloriam quae-
rere et, quoniam vita ipsa, qua fruimur, brevis est, memoriam nostri quam maxu-
me longam efcere (Sal. Cat. 1.1).
Si addice a tutti gli uomini che vogliono essere superiori agli altri animali impe-
gnarsi col massimo sforzo per non trascorrere la vita nel silenzio cos come le be-
stie, che la natura ha plasmato chine e schiave del proprio ventre. Ora, tutta la no-
stra forza situata nellanimo e nel corpo; dellanima usiamo lattitudine al co-
mando, del corpo piuttosto quella allobbedienza; una ci rende simili agli dei, lal-
tra alle bestie. E perci mi sembra pi giusto ricercare la gloria con le risorse spiri-
tuali che con le forze siche e, poich la vita della quale godiamo breve, rendere
pi lunga possibile la nostra memoria.
19
Ma com avvenuto esattamente questo cambiamento? C stato un mo-
mento di rottura in cui i parlanti improvvisamente sono passati da una lin-
gua allaltra? Certamente no: il processo devessere stato lento e continuo e
nel corso della sua durata i parlanti, in maniera simile a noi, devono aver
avuto la percezione di parlare sempre sostanzialmente la stessa lingua.
Come il cambiamento sia possibile, secondo quali modalit avvenga e
come lesigenza di comunicare dei parlanti si concili con la realt dinamica
della loro lingua uno degli oggetti di studio della linguistica storica, che si
occupa della variazione diacronica delle lingue, cio del loro cambiamento
lungo lasse temporale.
Torniamo al testo latino. Se oltre alla traduzione italiana consideriamo an-
che la traduzione francese e quella spagnola, possiamo fare altre interessan-
ti osservazioni:
Tout homme qui travaille tre suprieur aux autres tres anims doit faire un su-
prme effort an de ne point passer sa vie sans faire parler de lui, comme il arrive
aux btes, faonnes par la nature regarder la terre et sasservir leur ventre. Au
contraire, chez nous autres hommes, la puissance daction rside la fois dans
lme et dans le corps: lme nous rservons de prfrence lautorit, au corps lo-
bissance: lune nous est commune avec les dieux, lautre avec les btes. Aussi, me
parat-il plus juste de chercher la gloire en faisant appel lme plus quau corps,
et, puisque la vie mme dont nous jouissons est brve, de faire durer le plus possi-
ble le souvenir quon gardera de nous.
Es conveniente que todos los hombres, que se afanan en aventajar a los dems ani-
males, se esfuercen con todo su poder por impedir que pasen su vida en silencio
como los rebaos, que la naturaleza form inclinados hacia el suelo y obedientes al
vientre. Por el contrario, toda nuestra fuerza fue situada en el espiritu y en el cuer-
po: nos servimos ms del poder del espiritu, de la esclavitud del cuerpo; uno nos es
comn con los dioses, el otro con la bestias. Por esto me parece que es ms recto
buscar la gloria con los recursos de la inteligencia que con los de las fuerzas, y,
puesto que la vida que gozamos es breve, obtener como resultado un recuerdo de
nosotros lo ms largo posible.
In primo luogo vediamo che le tre lingue romanze, pur presentando somi-
glianze, hanno preso nel corso della loro storia strade diverse. Il mutamen-
to linguistico, dunque, non avviene secondo modalit uniche: non detto
che un certo stato di lingua preluda necessariamente a un determinato sta-
to successivo. Vedremo pi avanti che il mutamento non comunque ca-
suale, che si pu ipotizzare, anche se non con certezza assoluta, che avven-
gano certi mutamenti: vero per che le nostre conoscenze ci permettono
di spiegare i mutamenti a posteriori, e non di prevederli a priori.
Lesistenza di diverse variet romanze ci conduce poi a una seconda osser-
20
Introduzione alla linguistica storica
vazione: tutte queste variet, numerose e non mutuamente intelligibili (un
parlante di italiano che non abbia nozioni di francese ne comprende al pi
qualche parola isolata) derivano da una lingua sola, sono, per cos dire, -
liazioni del latino. Un tempo dunque ci trovavamo in presenza di una lin-
gua, che sicuramente avr avuto al suo interno differenziazioni diatopiche
e diastratiche (cio legate alla distribuzione geograca e alluso da parte di
diversi gruppi sociali; vedi cap. 6) maggiori di quanto non ci sia dato capi-
re dalla lingua scritta che ci pervenuta, ma era comunque una lingua uni-
taria: oggi le variet romanze sono tanto diverse fra loro da meritare di es-
sere considerate lingue diverse.
Questa osservazione ci porta a affrontare alcune domande. In primo luogo,
che cosa vuol dire esattamente che litaliano (e il francese, lo spagnolo, il
portoghese, il rumeno ecc.) deriva dal latino? Certo sappiamo che c stata
una continuit storica fra queste lingue e il confronto di un brano latino
con la sua traduzione in una lingua romanza ci rivela, oltre alle grandi di-
vergenze, anche innegabili somiglianze, che possono essere colte anche da
un occhio poco esperto. Ma questo certamente non basta. Consideriamo i
seguenti vocaboli:
italiano inglese latino
acquatico aquatic aquaticus
(erba) herbal herbalis
addome abdomen abdomen
penisola peninsula peninsula
Questi esempi potrebbero essere moltiplicati. Se ci basiamo sulla somi-
glianza, senza prima aver stabilito esattamente che cosa signichi somi-
glianza, concluderemmo, sbagliando, che linglese deriverebbe dal latino e
anzi ne continuerebbe il lessico in maniera pi fedele di quanto non lo
continui litaliano.
Dobbiamo quindi identicare una serie di criteri che ci permettano di con-
frontare le lingue, stabilire quali appartengano alla stessa famiglia e spiega-
re come si giustichi la classicazione. Un criterio importantissimo quel-
lo delle corrispondenze regolari. Se confrontiamo la coppia addome/abdo-
men con le seguenti coppie di vocaboli:
italiano latino
otto octo
sette septem
ottimo optimum
latte lactem
Introduzione
21
vediamo che esiste una corrispondenza regolare fra gruppi latini composti
da due consonanti occlusive con diversi punti di articolazione e consonanti
doppie italiane: in italiano la prima consonante ha assunto il punto di arti-
colazione della seconda, ha subito cio un processo detto assimilazione
(vedi cap. 2). Notiamo inoltre che il parallelo con linglese non pu esten-
dersi: linglese, che non una lingua romanza ma germanica, ha vocaboli
di origine germanica in corrispondenza di quelli elencati nella lista che se-
gue
1
, inoltre, fra le lingue romanze riscontriamo anche corrispondenze re-
golari:
italiano francese spagnolo latino
madre mre madre matrem
padre pre padre patrem
dente dent diente dentem
cento cent ciento centum
Ampliamo ora le nostre considerazioni a unaltra famiglia di lingue, quella
germanica, appunto. Vediamo che il discorso fatto n qui per litaliano, il
francese e lo spagnolo vale anche, per esempio, per inglese, tedesco e olan-
dese. Anche le lingue germaniche presentano corrispondenze regolari,
come in:
inglese tedesco olandese
mother mutter moeder
father vater vader
tooth zahn tand
ten zehn tien
C per una grande differenza rispetto alle lingue romanze, come si pu
cogliere immediatamente dal fatto che la colonna che avevamo riservato al
latino per le lingue germaniche resta vuota: in base alle corrispondenze,
possiamo supporre che anche le lingue germaniche derivino tutte da unu-
nica lingua pi antica, ma si tratta di una lingua che non conosciamo. Per
spiegare i mutamenti avvenuti e per capire rispetto a che cosa si siano avuti
mutamenti non ci rimane che una strada, cio quella di ricostruire questa
lingua pi antica e sconosciuta, che chiameremo protogermanico.
1. Con questa osservazione non abbiamo ancora risolto tutto, visto che anche in italiano abbia-
mo casi come abdicare dal latino abdicare, in cui il gruppo consonantico conservato: vedremo
pi avanti che questo vocabolo entrato in italiano direttamente dal latino, come prestito dalla
lingua legale, e pertanto sfuggito allevoluzione normale.
22
Introduzione alla linguistica storica
Anche la ricostruzione una parte importante della linguistica storica, che
ha avuto come suo fulcro per un lungo periodo la ricostruzione dellin-
doeuropeo, o protoindoeuropeo, la lingua non attestata da cui deriva la
maggior parte delle lingue europee, comprese le lingue romanze e germani-
che, e numerose lingue dellAsia.
Dato che per poter parlare della ricostruzione dellindoeuropeo dobbiamo
prima sapere quali sono le lingue indoeuropee, vedremo nel prossimo capi-
tolo di esaminare pi da vicino le varie famiglie linguistiche. Osserveremo
prima, per, che la classicazione genetica non lunico modo di classica-
re le lingue del mondo: le lingue infatti possono anche essere classicate in
base alle loro caratteristiche formali (classicazione tipologica) o alla loro
distribuzione geograca (classicazione areale).
Dopo aver parlato della classicazione delle lingue, passeremo alle dinami-
che del mutamento linguistico, affrontando i diversi livelli (fonologia,
morfologia, sintassi) e le possibili cause del mutamento. Nel discutere i tipi
di mutamento e le interpretazioni che ne sono state date ripercorreremo
anche le principali tappe nello sviluppo della linguistica storica. In questo
modo spero di ovviare al problema della decontestualizzazione che sempre
pi spesso caratterizza linsegnamento della linguistica. Il mancato inseri-
mento in un contesto storico rischia infatti di rendere inutilmente astratta
e ostica una materia che, trattando di una prerogativa primaria per tutti gli
esseri umani, quella appunto di parlare una lingua, dovrebbe essere invece
di immediato interesse e facile accesso.
Introduzione
23
1
Somiglianza e diversit.
La classicazione delle lingue
1. Introduzione
Diversi tipi di
classicazione
In questo capitolo vedremo in quali diverse maniere si possono classicare
le lingue. Il tipo di classicazione forse pi evidente e sicuramente pi noto
la classicazione genetica, che raggruppa le lingue in famiglie, in base al
fatto che esse risalgano a una stessa lingua capostipite. Questo tipo di clas-
sicazione per non lunico possibile. Come vedremo, le lingue possono
essere classicate in base a somiglianze strutturali, non dovute alla parente-
la: si parla in questo caso di classicazione tipologica. Inoltre, si constata-
to che lingue che abbiano una lunga storia comune anche se appartengono
a famiglie diverse tendono a sviluppare caratteristiche comuni. Questa
constatazione porta alla classicazione areale.
Consapevolezza
della diversit
Anche se il fatto che le lingue si possono raggruppare per lo meno in fami-
glie oggi una nozione acquisita anche dai non specialisti, lo studio della
diversit delle lingue ha origine relativamente recente. Gli antichi, pur vi-
vendo in societ multilingui, come il Vicino Oriente del ii e i millennio
a.C., o venendo in contatto con lingue diverse, come i greci secondo le te-
stimonianze di storici come Erodoto, o trovandosi in situazioni di sostan-
ziale bilinguismo, come molti cittadini dellimpero romano, non sviluppa-
rono mai un interesse che non fosse limitato alla descrizione della propria
lingua. Al massimo, troviamo in epoca imperiale qualche opera grammati-
cale dedicata al confronto del greco con il latino. Anche tradizioni gram-
maticali non occidentali, come quella indiana, pur raggiungendo un livello
di grande accuratezza descrittiva, si limitarono per lo pi allo studio della
lingua standard.
Tornando in Occidente, si usa far risalire le prime osservazioni sulla classi-
cazione genetica a Dante, che ci ha lasciato alcune notazioni sulla diversi-
cazione in area romanza. Come vedremo nel par. 2.1 di questo capitolo
per solo alla ne del xviii secolo che losservazione di lingue diverse
porta a un vero interesse per la classicazione genetica. Quasi contempora-
neamente, dallosservazione delle differenze morfologiche presenti in lin-
gue chiaramente non imparentate con quelle indoeuropee, come le lingue
25
amerindiane o il cinese, si svilupp anche linteresse per la tipologia e furo-
no proposte diverse classicazioni tipologiche.
Carattere recente
dello studio
scientico
del linguaggio
La classicazione delle lingue ha dunque tradizione relativamente recente.
Ci non certo dovuto al fatto che alla ne del xix secolo si siano verica-
te condizioni uniche per losservazione di lingue esotiche: popoli di lingue
oltremodo diverse erano in contatto e intrattenevano relazioni pi o meno
paciche anche in altre epoche, si pensi per esempio a quella che doveva es-
sere la variet linguistica dellimpero romano e dei popoli con cui i romani
avevano rapporti. Tuttavia, questa variet non aveva mai generato un inte-
resse scientico: in generale possiamo dire che, al di l della descrizione
grammaticale della propria lingua, gli esseri umani per molto tempo non
abbiano trovato il linguaggio oggetto degno di ricerca scientica.
In questo capitolo vedremo dapprima in che cosa consistono i tre tipi di
classicazione menzionati sopra. Passeremo poi a un esame dettagliato del-
la classicazione genetica, descrivendo le principali famiglie linguistiche
del mondo. La classicazione tipologica sar ripresa in cap. 3 par. 3 (tipolo-
gia morfologica) e in cap. 5 parr. 2 e 8 (tipologia sintattica), mentre la clas-
sicazione areale sar approfondita in cap. 6 par. 4.6.
2. Tipi di classicazione
Prime osservazioni
sulla somiglianza
delle lingue
indoeuropee
2.1. La classicazione genetica Nel 1786, Sir William Jones scriveva dallIn-
dia un memoriale alla regina dInghilterra in cui osservava le somiglianze
fra latino, greco e sanscrito. Si fa convenzionalmente risalire a questa data
la nascita della classicazione genetica delle lingue quale la conosciamo
oggi. Molto presto si riconobbe lappartenenza alla famiglia indoeuropea
di tutte le principali lingue dEuropa e di alcune lingue dellAsia; fra le altre
famiglie, ben presto ne venne individuata unaltra, vicina per storia e posi-
zione geograca, cio quella semitica.
Vedremo nel par. 3 di questo capitolo alcune caratteristiche delle principali
famiglie linguistiche che conosciamo. Partiremo dalle lingue indoeuropee,
che non solo sono pi vicine alla nostra esperienza, ma sono anche state,
nel corso degli ultimi due secoli, quelle a cui gli studiosi si sono dedicati
maggiormente: pertanto, la comprensione dei rapporti genetici fra lingue
dipende in maniera molto rilevante dalle nostre conoscenze e dalle nostre
convinzioni rispetto alle lingue indoeuropee.
Somiglianza
tipologica vs.
parentela genetica
2.2. La classicazione tipologica Come abbiamo visto nellintroduzione, il
francese appartiene alla famiglia delle lingue romanze, mentre linglese ap-
partiene a quella delle lingue germaniche. Questo signica che il francese
deriva dal latino, come le altre lingue romanze, mentre linglese deriva del
protogermanico, come le altre lingue germaniche: non signica per che il
francese sia pi simile a tutte le altre lingue romanze sotto tutti i punti di
26
Introduzione alla linguistica storica
vista di quanto non possa essere simile allinglese. Per chiarire questo im-
portante punto osserviamo le frasi che seguono:
francese: quel heure est il? il est trois heures / *est trois heure;
italiano: che ora ? sono le tre / *esse sono le tre;
spagnolo: que hora es? son las tres / *ellas son las tres;
inglese: what time is it? its three oclock / *is three oclock;
tedesco: wie spt ist es? es ist drei Uhr / *ist drei Uhr.
Osservando la forma delle risposte, possiamo vedere che in francese il sog-
getto il, bench sia una forma non referenziale (cio non ha un referente, la
sua funzione solo quella di dare un soggetto alla forma verbale) deve esse-
re espresso obbligatoriamente, mentre in italiano e spagnolo esprimere un
soggetto nelle risposte avrebbe come risultato frasi agrammaticali (cio che
nessun parlante nativo accetterebbe come possibili). Il francese in questo
funziona in maniera simile alle lingue germaniche, che anche non ammet-
tono lomissione del soggetto in casi come questo.
Quale che sia la ragione della discrepanza fra il francese e le altre lingue ro-
manze (che funzionano tutte come litaliano e lo spagnolo), certamente
non di ordine genetico, dato che, come abbiamo detto pi volte, il fran-
cese una lingua romanza. Diremo invece che la differenza di ordine ti-
pologico: in una tipologia dellespressione del soggetto, litaliano e la mag-
gior parte delle lingue romanze sono lingue a soggetto nullo, mentre il
francese e le lingue germaniche non lo sono
1
.
Diversi livelli
di classicazione
tipologica
La tipologia linguistica classica le lingue in tipi, in base a parametri che
possono essere di vario genere, e non sovrapponibile alla classicazione
genetica, anche se spesso avviene che lingue geneticamente imparentate
siano anche tipologicamente simili: ma ci non di per s necessario. A
differenza di quanto capita nella classicazione genetica, la classicazione
tipologica pu dare risultati diversi per una stessa lingua, a seconda dei pa-
rametri impiegati: in altre parole, una lingua potr appartenere a un dato
tipo morfologico, e accostarsi a un determinato gruppo di altre lingue, ma
da un punto di vista sintattico potr fare gruppo con lingue diverse dalle
prime. possibile operare distinzioni e classicare le lingue in base a livelli
diversi, ma i campi privilegiati della tipologia linguistica sono da tempo
due: la morfologia e la sintassi. Dedicheremo alla tipologia morfologica e a
quella sintattica sezioni separate nei capitoli 3 e 5.
Per quanto riguarda la tipologia fonologica, molto trascurata no a poco
1. Le lingue a soggetto nullo sono lingue, come litaliano, in cui lespressione del soggetto non
obbligatoria: un soggetto referenziale pu essere espresso o meno, a seconda di particolari con-
dizioni pragmatiche o testuali. In queste lingue, in generale, un soggetto non referenziale deve
essere obbligatoriamente omesso.
1. Somiglianza e diversit. La classicazione delle lingue
27
tempo fa, e la tipologia lessicale, oggetto di analisi limitate a determinati
campi lessicali, rimando alle osservazioni contenute in Grandi (2003).
2.3. La classicazione areale Dalle considerazioni storiche dei paragra
precedenti discende che, in confronto alla biologia o alla sica, la linguisti-
ca una scienza relativamente giovane, contando poco pi di due secoli di
storia. Come vedremo meglio nei prossimi capitoli, varie aree delle scienze
del linguaggio sono state affrontate in periodi diversi del loro sviluppo.
questo il caso del terzo tipo di classicazione, quella areale, venuta pi tardi
nel tempo rispetto alla classicazione tipologica e a quella genetica.
Contatto fra lingue
e somiglianza
Verso la ne del xix secolo, linteresse degli studiosi si rivolse in maniera
sempre pi accentuata ai rapporti fra lingue dovuti a contatto geograco,
economico o culturale. Ben presto, esaminando la storia dei contatti fra
lingue anche geneticamente non imparentate e tipologicamente diverse, ci
si rese conto che, una volta instaurato un forte legame fra due o pi lingue,
queste tendono a sviluppare caratteristiche comuni, estranee alle altre lin-
gue con cui ciascuna di esse imparentata geneticamente. Nacque quindi
la classicazione areale, in base alla quale possiamo classicare le lingue per
aree linguistiche, anche dette leghe linguistiche, sul modello del tedesco
Sprachbund.
La linguistica areale, che studia appunto la parentela fra lingue sviluppata
per contatto, ha avuto grande sviluppo negli ultimi decenni, soprattutto
perch si dimostra particolarmente idonea a studiare lingue delle quali
difcile ricostruire la parentela genetica, a causa della mancanza di docu-
menti, come le lingue australiane. Lo studio approfondito di diverse aree
linguistiche ha anche indotto a pensare che il modello di parentela genetica
elaborato per le lingue indoeuropee sia in realt scorretto, non solo perch
difcilmente applicabile a altre famiglie, ma anche per le lingue indoeuro-
pee, come vedremo in maniera pi dettagliata nel cap. 6.
3. Le lingue del mondo
In questo paragrafo dar una descrizione sommaria delle principali fami-
glie di lingue esistenti al mondo. Ho dedicato maggior spazio alle lingue
indoeuropee, prendendo in esame ciascun gruppo indipendentemente,
dato che i capitoli successivi trattano del mutamento linguistico e della ri-
costruzione soprattutto esemplicati con levoluzione delle lingue di que-
sta famiglia.
Come si possono
raggruppare
le lingue
indoeuropee
3.1. Le lingue indoeuropee Le lingue indoeuropee n dallepoca delle pri-
me attestazioni si presentano suddivise in varie famiglie. Uno degli interes-
si degli indoeuropeisti sempre stato cercare di raggruppare queste fami-
glie in unit intermedie fra lindoeuropeo ricostruito e le lingue effettiva-
28
Introduzione alla linguistica storica
mente attestate, cio di stabilire secondo quale cronologia e come si sia ar-
rivati alla situazione delle lingue storiche. Una delle prime divisioni a esse-
re individuate quella fra lingue kentum e lingue sat@m o, grosso modo, oc-
cidentali e orientali (vedi cap. 2 par. 7). Questa suddivisione presenta dif-
colt che sono diventate sempre pi chiare con il passare del tempo, ma
continua a essere usata; essa fa riferimento al trattamento delle occlusive
velari indoeuropee, come vedremo nel cap. 2 par. 10.
Nei paragra che seguono daremo una descrizione delle famiglie fra le qua-
li si dividono le lingue indoeuropee, seguendo la suddivisione in kentum e
sat@m e, allinterno dei due gruppi, un ordine dettato da considerazioni di
ordine didattico, piuttosto che scientico.
Fonti scritte
e periodizzazione
3.1.1. Il latino, le lingue romanze e le lingue dellItalia antica Le prime at-
testazioni scritte del latino, la lingua da cui derivano litaliano e le altre lin-
gue romanze, risalgono forse al vii secolo a.C. Si tratta di brevi iscrizioni, a
cui fanno seguito a partire dal ii secolo a.C. numerosi testi letterari.
Normalmente parliamo di latino arcaico, per le prime attestazioni, che
comprendono, fra i testi letterari, le opere di Plauto e Terenzio; latino clas-
sico, la lingua di Cesare, Cicerone e Virgilio; latino tardo o volgare. Que-
stultima variet non per omogenea con le altre: infatti non si tratta di
un terzo periodo nellevoluzione della lingua, che comprende anche la lin-
gua letteraria, dato che, dopo let classica, la variet letteraria rimane pi o
meno invariata per secoli. Piuttosto che a livello diacronico, il latino volga-
re una diversa variet a livello diastratico e diamesico e rispecchia in
modo pi fedele la lingua parlata. Le fonti del latino volgare sono pertanto
testi non letterari, primo fra tutti il Nuovo Testamento: si osservi per che,
a riprova di quanto appena detto, il latino arcaico, e in particolare la lingua
di Plauto, presenta importanti afnit con il latino volgare, differenziando-
si dal latino classico. Il latino volgare molto importante per lo studio dia-
cronico: infatti da questa variet, piuttosto che dalla variet letteraria di
registro pi elevato, che partita levoluzione verso le lingue romanze.
Le prime attestazioni
delle lingue romanze
Nei primi secoli del medioevo, il latino era la lingua di cultura dellEuropa,
lunica lingua in uso nelle scuole (bisogna pensare che listruzione era limi-
tata a gruppi di persone molto piccoli) e lunica a essere scritta. I cosiddetti
volgari (da vulgus, popolo, quindi lingue popolari: era il termine usato
in riferimento alle lingue parlate in quanto contrapposte al latino, lingua
delle scuole) ebbero le loro prime attestazioni scritte nel corso del medioe-
vo. Il pi antico documento, importante sia per la storia delle lingue ro-
manze, sia per quella delle lingue germaniche, costituito dai giuramenti
di Strasburgo, scritti in francese antico e alto tedesco antico e risalenti al ix
secolo d.C. I pi antichi documenti di italiano risalgono pure al ix secolo
d.C. e provengono da varie aree dellItalia settentrionale e meridionale:
sono documenti che attestano variet di italiano diverse, e non la variet
1. Somiglianza e diversit. La classicazione delle lingue
29
orentina, che, alcuni secoli dopo, servita da base per litaliano letterario,
da cui deriva la variet standard da noi parlata attualmente.
Le lingue romanze Le lingue romanze moderne pi importanti, cio quelle che hanno statuto
di lingue ufciali, sono, oltre allitaliano, il francese, il portoghese, lo spa-
gnolo, il gallego (una variet simile al portoghese, parlata nel nord della
Spagna), il catalano, il ladino e il rumeno. Bisogna poi anche elencare il
sardo che, pur non essendo lingua ufciale di nessun paese, presenta ca-
ratteristiche che lo distinguono notevolmente non solo dalle variet italia-
ne, ma anche da tutte le altre variet romanze. Unaltra lingua romanza di
cui oggi sopravvivono poche tracce, ma che ebbe molta importanza nel
medioevo come lingua letteraria, il provenzale, originario del sud della
Francia.
Le lingue
dellItalia antica
Se torniamo a esaminare il panorama linguistico dellItalia antica, vedremo
che, accanto al latino, sono attestate anche alcune altre lingue indoeuro-
pee, dette lingue italiche. Fra queste, quelle di cui abbiamo maggiori fonti
scritte sono losco, la lingua dei sanniti, attestato nei primi secoli a.C. nel-
lItalia meridionale a esclusione della Sicilia, e lumbro, attestato pi o
meno alla stessa epoca nellItalia centrale. Queste due lingue sono stretta-
mente imparentate, tanto che spesso si parla di osco-umbro come di
unentit unica; il pi importante documento da cui le conosciamo costi-
tuito dalle Tavole Iguvine, ritrovate nei pressi di Gubbio, che contengono
la regola di una congregazione religiosa. Sono lingue che presentano carat-
teristiche comuni col latino ma che hanno anche, come vedremo, caratteri-
stiche che le discostano da questa lingua e le avvicinano alle lingue celtiche
(maggiormente di quanto non si avvicini a queste lingue anche il latino).
Scarse sono le attestazioni di altre lingue italiche, ma non possiamo manca-
re di notare la presenza di unaltra importante lingua indoeuropea, diffusa
nellItalia meridionale gi a partire dal ii millennio a.C., della quale abbia-
mo numerosissime iscrizioni risalenti al i millennio a.C., cio il greco. Del
greco parleremo pi diffusamente nel par. 3.1.2; per importante sottoli-
neare qui linuenza che questa lingua ha avuto sul latino, in quanto rico-
nosciuta dai romani come la lingua di un popolo portatore di elevati valori
culturali. Per la verit, in epoca arcaica, questo ruolo nei confronti del lati-
no fu giocato da unaltra lingua, non indoeuropea, parlata nellItalia cen-
trale: letrusco. Letrusco ci che si dice una lingua isolata: non cono-
sciamo altre lingue con essa geneticamente imparentate. Purtroppo la no-
stra conoscenza delletrusco poco soddisfacente, dato che si basa solo su
iscrizioni piuttosto brevi e ripetitive; sappiamo comunque che gli etruschi
svolsero un ruolo di mediazione fra i greci e i romani nellItalia antica: per
esempio, lalfabeto latino deriva da un adattamento dellalfabeto greco al-
letrusco.
Inne, nellItalia settentrionale, no alla conquista romana avvenuta nel
iii secolo a.C., erano parlate lingue appartenenti al gruppo celtico, che de-
30
Introduzione alla linguistica storica
scriveremo nel par. 3.1.4. Queste lingue furono cancellate dal latino, ma la-
sciarono tracce sulle variet italiane settentrionali, che per questo motivo
sono denominate galloitaliche (i galli erano una trib celtica).
3.1.2. Il greco Il greco una lingua che riveste particolare importanza per
la ricostruzione dellindoeuropeo, a causa dellantichit e della quantit
delle sue attestazioni, e in generale per la linguistica storica, avendo una
storia documentata di pi di tremila anni.
Fonti scritte
e periodizzazione
I primi testi che conosciamo risalgono al 1150 circa a.C.: si tratta di tavolet-
te dargilla, che contengono per lo pi appunti di carattere amministrativo,
ritrovate nella penisola greca e sullisola di Creta, scritte con un sistema sil-
labico denominato lineare B. La lingua conservata in queste tavolette viene
detta greco miceneo, perch Micene, nel Peloponneso, uno dei principali
centri di ritrovamento. Rispetto al greco classico, il miceneo conserva alcu-
ne caratteristiche arcaiche (vedi capp. 2 e 3).
La lingua letteraria antica si pu dividere in tre periodi: periodo arcaico,
testimoniato dalla lingua dei poemi omerici e della poesia eolica; periodo
classico, a cui risalgono le opere in prosa del v e iv secolo a.C. di scrittori
come Platone, Tucidide e gli oratori attici; periodo tardo, a partire dal iv
secolo a.C., in cui, rispetto alla frammentazione dialettale dei secoli prece-
denti, va imponendosi una variet comune, detta koin, che servir da base
agli sviluppi posteriori, per il greco medioevale o bizantino e per il neo-
greco.
Accanto alle fonti letterarie siamo poi in possesso di molte fonti epigra-
che. Il quadro che tutti questi testi ci permettono di ricostruire per il greco
antico diverso da quello che ricostruiamo per il latino: nellarea di diffu-
sione del greco (penisola greca, isole egee, Anatolia occidentale e Italia me-
ridionale) numerose variet hanno avuto lo statuto di lingua scritta e spes-
so anche di lingua letteraria. Questa una conseguenza dellestrema fram-
mentazione politica: a differenza dei romani, che avevano in Roma un uni-
co centro di potere politico, i greci erano organizzati in piccoli centri indi-
pendenti, le pleis, o citt stato, le cui variet dialettali godevano tutte di
un certo prestigio e venivano usate come lingue scritte, per lo meno a livel-
lo locale.
Come per il latino, il passaggio dallantichit al medioevo vede anche per
il greco una crescente scissione fra lingua scritta e lingua parlata. La koin
si pu considerare per il greco lequivalente del latino volgare; le principali
fonti che abbiamo per la sua conoscenza sono alcuni papiri non letterari e,
fra le opere letterarie, il Nuovo Testamento. Il greco medioevale attesta-
to da alcune fonti non letterarie, ma necessario sottolineare che laffer-
marsi della lingua parlata come variet letteraria fu molto pi lento in
Grecia di quanto non sia stato nei paesi di lingua romanza: no alla met
del secolo scorso esisteva una variet articiale e unicamente scritta, la co-
1. Somiglianza e diversit. La classicazione delle lingue
31
siddetta katharvousa, che era una sorta di lingua in parte rifatta sul mo-
dello del greco antico.
Rapporti fra greco
e latino
Il greco una lingua che ha avuto per secoli contatti molto stretti con il la-
tino. Nellantichit, come abbiamo accennato, il greco era per i romani la
lingua di cultura. Pi tardi, in epoca imperiale, la Grecia divenne una pro-
vincia romana e, oltre a mantenere per molto tempo il proprio prestigio
culturale, divenne sede di crescente bilinguismo. In epoca tardo antica il
greco e il latino hanno esercitato una mutua inuenza, testimoniata so-
prattutto da numerosi prestiti lessicali in entrambi i sensi. NellItalia meri-
dionale sopravvivono ancora piccole minoranze linguistiche greche: esse
discendono da comunit che vi si insediarono in epoca medioevale; la loro
lingua conserva alcune caratteristiche del greco bizantino, scomparse dal
greco standard.
Sede originaria
dei germani
3.1.3. Le lingue germaniche Le moderne lingue germaniche coprono una-
rea che si estende dallEuropa centrale alla penisola scandinava e allIslan-
da; in origine, per, le popolazioni germaniche dovevano essere stanziate
lungo le coste sudoccidentali del Baltico: da l, nel corso del i millennio
a.C., iniziarono a espandersi verso sud e verso nord. Della storia dei germa-
ni in epoca antica sappiamo, da fonti letterarie, solo quello che ci dicono
gli storici romani: a differenza dei greci e dei romani, infatti, gli antichi
germani non conoscevano la scrittura. Le loro lingue sono attestate a parti-
re dal ii secolo d.C., sia pur sporadicamente, gi con ampie differenziazio-
ni, che ci portano a una ripartizione del germanico in tre sottogruppi: ger-
manico settentrionale, germanico orientale e germanico occidentale.
Fonti scritte
e gruppi di lingue
Le fonti scritte pi antiche, datate al periodo che va dal ii al vii secolo
d.C., sono iscrizioni ritrovate in Danimarca e nella penisola scandinava,
dette iscrizioni runiche, dal nome dei segni alfabetici (rune) usati per scri-
verle. La lingua di queste iscrizioni detta antico nordico e pu essere de-
nita la lingua comune da cui sono derivate le odierne lingue scandinave:
danese, norvegese, svedese e islandese; tutte appartenenti al gruppo ger-
manico settentrionale.
La fonte letteraria pi antica scritta in una lingua germanica la traduzione
gotica dei Vangeli e di una parte dellAntico Testamento per opera di Wul-
la, che evangelizz le popolazioni germaniche dei Balcani nel iv secolo
d.C. La lingua di Wulla era il gotico; la sua traduzione dei Vangeli an-
che la pi importante attestazione di una lingua germanica orientale. Il
germanico orientale oggi scomparso; variet di questo gruppo erano par-
late dalle popolazioni germaniche che invasero lItalia e la Spagna alla ca-
duta dellimpero romano. Anche se la sua posizione allepoca delle fonti
scritte molto lontana dalla Scandinavia, il germanico orientale presenta
maggiori afnit con il germanico settentrionale che con quello occiden-
tale.
32
Introduzione alla linguistica storica
Le lingue germaniche a noi pi vicine per posizione geograca e per con-
suetudini storiche appartengono al gruppo occidentale: si tratta, fra le lin-
gue moderne, di inglese, tedesco, nederlandese (o olandese), frisone e
afrikaans. I testi letterari dai quali conosciamo il germanico occidentale
sono relativamente tardi: allviii secolo d.C. risalgono il poema Beowulf, in
inglese antico (anche detto anglosassone), e lHildebrandslied, un poema
longobardo. Al ix risale il poema Heliand, scritto in sassone antico. Il lon-
gobardo e il sassone antico sono variet tedesche, gi differenziate dialet-
talmente.
Il tedesco La Germania ebbe una storia politica e linguistica per certi versi simile a
quella dellItalia, che fece s che a diverse entit politiche corrispondessero
diverse variet letterarie. Larea tedesca si divide convenzionalmente in
alto, medio e basso tedesco, seguendo il corso dei umi (per cui alto indi-
ca una posizione geograca meridionale, mentre basso indica una posizio-
ne settentrionale). Il tedesco standard moderno deriva dallalto tedesco an-
tico; una variet alto tedesca era anche il longobardo, parlato nellItalia set-
tentrionale. Il sassone antico era invece una variet basso tedesca ed era
imparentato anche con il basso francone, da cui deriva il moderno neder-
landese. Variet basso-tedesche sono parlate anche oggi nella Germania
settentrionale, anche se generalmente non hanno lo statuto di lingue scrit-
te (da un punto di vista sociolinguistico sono paragonabili ai dialetti italia-
ni). Il medio tedesco ha avuto la sua oritura letteraria nel basso medioevo
ed la lingua in cui sono scritti poemi come il Nibelungenlied.
Linglese Dallanglosassone discende linglese moderno, lingua che ha subito note-
voli mutamenti rispetto alle variet pi antiche, dovuti soprattutto alla si-
tuazione di bilinguismo che si instaur nel corso dellxi secolo d.C. ed
ebbe una durata di circa cinque secoli, a seguito della conquista norman-
na. I normanni erano popolazioni stanziate nel nord della Francia e parla-
vano una variet vicina al francese antico. Linuenza del francese sullin-
glese si riconosce immediatamente per la presenza di numerosissimi presti-
ti: osserviamo per che spesso linglese presenta coppie di vocaboli quasi si-
nonime, o di signicato vicino, di cui il vocabolo di origine germanica di
uso pi frequente, o registro pi basso, o per lo meno rimanda a una realt
culturalmente meno elaborata. Un esempio frequentemente citato quello
dei nomi degli animali domestici e delle rispettive carni: mentre per i primi
si usa un termine di origine germanica (come ox bue, o pig maiale), per
le seconde linglese presenta prestiti dal francese (beef carne di bue, pork
carne di maiale). Questo ci rimanda a una situazione storica in cui gli an-
glosassoni erano la classe dominata, e svolgevano lavori manuali come
quello di allevare il bestiame.
Diffusione del celtico 3.1.4. Le lingue celtiche Fra le grandi famiglie linguistiche indoeuropee
dellEuropa antica, il celtico forse quella che ci meno nota: eppure, nel
1. Somiglianza e diversit. La classicazione delle lingue
33
periodo di massima estensione, le variet celtiche erano diffuse in buona par-
te dellEuropa continentale, estendendosi dalla penisola iberica fino a tutta
lEuropa centrale e a est fino al territorio dellodierna Ucraina, come pure
nelle isole britanniche. Come abbiamo osservato nel par. 3.1.1, anche lItalia
settentrionale era popolata dai celti, che hanno lasciato tracce nella topono-
mastica e hanno influenzato lo sviluppo delle variet galloitaliche, cio tutti i
dialetti delle regioni settentrionali. Come i germani, anche i celti nellanti-
chit non conoscevano luso della scrittura: pertanto, le nostre conoscenze
storiche e linguistiche si basano anche per queste popolazioni sulle opere de-
gli storici romani, che ci tramandano alcuni nomi di persona, oltre che sui
nomi di localit e sui prestiti entrati nelle lingue romanze e germaniche.
Romani, germani
e celti
Dagli avvenimenti storici che possiamo ricostruire, soprattutto da fonti ro-
mane, si ricava che la sorte delle popolazioni celtiche stata segnata dalla
vicinanza con altri due popoli particolarmente bellicosi, i germani a nord-
est e i romani a sud. In ondate successive, i germani occuparono il territo-
rio dellodierna Germania, mentre i romani iniziarono a intraprendere
campagne militari, prima nellItalia settentrionale (iii sec. a.C.) e pi tardi
verso nord no alle isole britanniche (dove gli angli e i sassoni, di origine
germanica, giunsero in seguito) e verso ovest no alla penisola iberica. Le
lingue celtiche sono sopravvissute no ai giorni nostri solo in unarea ri-
stretta, cio in Irlanda, Scozia e Galles.
Fonti letterarie
e gruppi di lingue
Le lingue celtiche si possono dividere in due gruppi, celtico continentale,
un tempo diffuso in buona parte dellEuropa continentale, e celtico insu-
lare, che raccoglie le variet attestate nelle isole britanniche. Di questi due
gruppi, il primo ci noto solo attraverso lonomastica e da poche parole
per lo pi contenute in fonti di origine romana; esso comprende il gallico,
il celtiberico, il lepontico e il galatico. Meglio noto invece il celtico insu-
lare, i cui principali rappresentanti sono il gallese e lirlandese, afancati
da gaelico scozzese, mannese, cornico e bretone. Il bretone parlato sul
continente europeo, ma rimane una lingua insulare, dato che venne porta-
to nel nord della Francia da parlanti originari delle isole britanniche.
Le prime fonti di irlandese antico sono le cosiddette iscrizioni ogamiche
(dal nome dellalfabeto in cui sono scritte) del iv secolo d.C.; a partire dal
ix secolo, a seguito della cristianizzazione dellIrlanda, si sviluppa una o-
rente letteratura, che ha il suo apice nel basso medioevo. In epoca moderna
la sopravvivenza delle lingue celtiche precaria, data la forte pressione eser-
citata dallinglese. Anche in Irlanda, dove lirlandese lingua ufciale, la
gran parte della popolazione parla inglese come lingua materna e impara
lirlandese solo a scuola.
Decifrazione
dellittita
3.1.5. Le lingue anatoliche Le lingue anatoliche sono le lingue indoeuro-
pee di pi antica attestazione, ma sono state fra le ultime a venire studiate
in maniera sistematica. La pi importante di esse in termini di quantit di
34
Introduzione alla linguistica storica
attestazioni, littita, fu infatti decifrata solo a partire dal 1916. La decifrazio-
ne dellittita e la crescente comprensione delle altre lingue di questo grup-
po hanno portato a una riconsiderazione profonda della ricostruzione del-
lindoeuropeo. Pur essendo molto antico, infatti, littita si discosta in ma-
niera notevole dalla ricostruzione tradizionale, basata soprattutto sul greco
e sul sanscrito (vedi cap. 1 par. 3.1.8).
Fonti scritte e lingue Le lingue anatoliche sono attestate a partire dal 1800 a.C. e no allincirca
al 650 a.C. in Anatolia e nellarea della Siria settentrionale. Al ii millennio
risalgono i testi che ci tramandano littita, il luvio cuneiforme e il palaico.
Si tratta di tavolette dargilla scritte in sillabario cuneiforme, che contengo-
no testi di vario genere: trattati, raccolte di leggi, annali, rituali e traduzioni
di poemi appartenenti a tradizioni non indoeuropee del Vicino Oriente
antico. Queste tavolette provengono per la maggior parte dagli archivi del-
la capitale dellimpero ittita, Hattusa, ritrovata nei pressi della cittadina di
Bo gaz Kale, un centinaio di chilometri a est di Ankara. Un altro gruppo di
lingue anatoliche invece attestato nel i millennio: si tratta di licio e milia-
co (imparentati con il luvio) e lidio, scritti in graa alfabetica, e del luvio
geroglico, cos chiamato per il tipo di scrittura (un sillabario anatolico
che aveva avuto origine nel millennio precedente come scrittura ideogra-
ca). Licio, miliaco e lidio erano parlati sulle coste della penisola anatolica,
mentre il luvio si estendeva anche alla Siria settentrionale.
Plurilinguismo
nel Vicino Oriente
antico
Oltre a rivestire un notevole interesse per la ricostruzione dellindoeuro-
peo, le lingue anatoliche testimoniano anche una situazione di plurilingui-
smo molto radicato, tipica del Vicino Oriente soprattutto nel ii millennio
a.C. I testi ittiti conservano alcune testimonianze di lingue appartenenti a
popolazioni non indoeuropee con cui gli ittiti hanno avuto stretti contatti.
In particolare, troviamo testimonianze della lingua parlata in Anatolia pri-
ma dellarrivo degli indoeuropei, il hattico, e di unaltra lingua che doveva
essere diffusa soprattutto nella parte orientale dellAnatolia e nel nord della
Persia nel ii millennio a.C., il hurrico. Mentre il hattico rimane completa-
mente isolato nel panorama linguistico del Vicino Oriente, il hurrico ha
rapporti con unaltra lingua antica, diffusa nel i millennio nellarea del lago
di Van, lurarteo. Altre popolazioni non indoeuropee di questarea sono gli
assiri e i babilonesi, parlanti di lingue semitiche, di cui parleremo nel par.
3.2 di questo capitolo.
Una volta entrati nella penisola anatolica, i parlanti di lingue anatoliche
hanno avuto invece meno contatti con altre popolazioni indoeuropee: nel
corso del ii millennio a.C. troviamo qualche traccia di contatti con gli in-
doiranici, mediata per dai hurriti. NellEgeo, le popolazioni anatoliche
vennero in contatto con i greci. Anche se non chiaro che lingua parlasse-
ro gli abitanti della Troia omerica, evidente che i coloni greci della Ionia
(Anatolia occidentale) devono avere avuto scontri con le popolazioni loca-
li. Secondo alcuni, sarebbe anche possibile che le tavolette ritrovate a Creta
1. Somiglianza e diversit. La classicazione delle lingue
35
e scritte in lineare A (una forma di scrittura precedente alla lineare B dei te-
sti micenei) conservino una qualche variet anatolica, forse vicina al luvio,
ma si tratta di una possibilit molto aleatoria. I contatti con i greci sono
ovviamente cresciuti nel corso del i millennio a.C, come sappiamo dallo
storico greco Erodoto, che parla fra le altre cose di vicende relative a lici e
lidi.
Fonti letterarie
e divisione dialettale
3.1.6. Lalbanese Lalbanese la lingua parlata nellodierna Albania; la sua
storia ci poco nota, poich le prime attestazioni non risalgono che al xv
secolo d.C. Si divide in due aree dialettali, il tosco, nellAlbania meridiona-
le, su cui si basa la lingua ufciale della Repubblica Albanese, e il ghego,
nellAlbania settentrionale e parti dellex Jugoslavia (Kosovo). Alcuni par-
lanti albanesi si trovano ancora nellItalia meridionale, discendenti da co-
munit che vi si insediarono a partire dal xv secolo.
Una lingua orientale
con caratteri
occidentali
3.1.7. Il tocario A somiglianza dellittita, il tocario di scoperta recente: i
testi in nostro possesso furono rinvenuti solo verso la ne dellOttocento.
Si tratta di una serie di testi, databili a un periodo che va dal vi allviii se-
colo d.C. grosso modo, rinvenuti nel Turkestan cinese, che contengono tra-
duzioni di testi buddhisti in due variet diverse, dette tocario A e tocario
B. Limportanza del tocario risiede nella sua posizione geograca: si tratta
della lingua indoeuropea pi orientale che ci nota, e nello stesso tempo di
una lingua che mantiene le caratteristiche kentum. Poich, come abbiamo
gi osservato, la distinzione fra kentum e sat@m si associava generalmente a
una distribuzione geograca occidentale vs. orientale, il tocario ha contri-
buito a mettere in discussione lutilit di questa divisione.
3.1.8. Lindoiranico Con lindoiranico iniziamo lesame delle lingue in-
doeuropee del gruppo sat@m. Si tratta di una famiglia linguistica impor-
tantissima dal punto di vista della ricostruzione linguistica e della storia
dellindoeuropeistica: a questo gruppo appartiene infatti il sanscrito, che,
allinizio dellOttocento, era considerato non semplicemente una lingua
indoeuropea al pari delle altre, ma il capostipite di tutte le lingue indoeu-
ropee.
Possiamo dividere le lingue indoiraniche in due gruppi, lingue iraniche e
lingue indoarie.
Le lingue iraniche Al primo gruppo appartengono, in fase antica, lavestico e il persiano anti-
co. Lavestico la lingua in cui predic il profeta Zoroastro intorno al 1000
a.C. LAvesta, il libro da cui la lingua prende nome, ebbe redazione scritta
solo a partire dal iii o iv secolo d.C., ma conserva una lingua molto pi
antica, dato che per secoli fu oggetto di tradizione orale. Il persiano antico
era la lingua dellimpero persiano, che nel vi e v secolo a.C. si scontr con
le citt stato greche. Fra le variet iraniche parlate attualmente ricordiamo
36
Introduzione alla linguistica storica
il persiano moderno o farsi, lingua ufciale della Repubblica Iraniana, il
curdo e il pashtun, la lingua dellAfghanistan.
Lindoario Al gruppo indoario appartiene il sanscrito, con la sua variet pi antica,
detta vedico, che testimonia una realt linguistica risalente allincirca al
1300 a.C. Il sanscrito classico ci noto da una grande quantit di testi
letterari, fra i quali i pi antichi sono i due poemi epici, Mah abh arata e
R am ayana. Unopera molto importante per la nostra conoscenza della lin-
gua la grammatica di sanscrito scritta da P a
.
nini nel iv secolo a.C., che
contiene unanalisi molto dettagliata della lingua e in particolare ne descri-
ve con grande cura la fonetica. Le popolazioni indoarie si stabilirono nella
valle dellIndo dopo la met del ii millennio a.C. e solo allinizio del i si
spostarono pi a sud: negli Inni Vedici, infatti, si fa menzione dellIndo,
ma non del Gange, che compare solo in testi di epoca posteriore. Non
giunsero mai a ricoprire larea dellintero subcontinente indiano: la parte
meridionale rimane ancor oggi popolata da parlanti di lingue non indoeu-
ropee, come il tamil, che discendono dalle lingue prearie dellIndia (vedi
cap. 1 par. 3.10).
Lingue arie moderne A somiglianza del greco, anche lindoario pu vantare tremila anni di sto-
ria; tuttavia, la frattura fra il sanscrito classico e le lingue arie moderne,
come lo hindi, lingua nazionale della Repubblica Indiana, e lurdu, lingua
ufciale del Pakistan, ancora pi difcile da colmare di quella fra la koin
e il neogreco. Lo statuto di unica lingua scritta del sanscrito, infatti, non ha
permesso che si sviluppassero se non marginalmente forme scritte dei vol-
gari indiani, o pracriti. Gi in epoca antica il sanscrito non era pi parlato:
ne sono testimonianza le iscrizioni del re Asoka, che datano al iii secolo
a.C.; il canone buddhista, scritto in un periodo collocabile fra il ii secolo
a.C. e il ii d.C. scritto in pali. Per il resto, la nostra conoscenza dei pra-
criti si basa sul teatro classico, in cui le donne e i personaggi di rango infe-
riore parlano usando queste variet.
Le lingue arie moderne pi parlate sono lo hindi, il marathi e il gujarati,
parlate in India, e lurdu, una variet molto simile allo hindi parlata nel Pa-
kistan. Queste lingue, come gi in parte il sanscrito, hanno subito forti in-
uenze dalle lingue non indoeuropee parlate in India, che hanno fatto da
sostrato allindoario: per esempio, presentano una serie di occlusive retro-
esse, estranee alle altre lingue indoeuropee (vedi cap. 2 par. 14.5.1). Le lin-
gue arie moderne hanno sviluppato in varia misura sistemi ergativi, come
per altro il persiano moderno (vedi cap. 5 par. 8.4).
3.1.9. Le lingue slave Le popolazioni slave erano anticamente stanziate sul
corso della Vistola e del Dnjepr. A partire dal vi secolo d.C., gli slavi ini-
ziarono unespansione che li port a occidente no allOder e verso il meri-
dione, nella penisola balcanica.
1. Somiglianza e diversit. La classicazione delle lingue
37
Fonti letterarie
e gruppi di lingue
Come le lingue germaniche, anche le lingue slave si presentano, n dalle-
poca delle prime fonti scritte, gi divise in tre gruppi: slavo meridionale,
slavo orientale e slavo occidentale. Al primo gruppo appartengono le atte-
stazioni pi antiche, cio la traduzione della Bibbia a opera dei due monaci
bizantini Costantino e Metodio. Nel corso del ix secolo d.C., i due svolse-
ro opera di evangelizzazione presso le popolazioni slave della penisola bal-
canica; per la loro traduzione crearono un alfabeto speciale, detto glagoliti-
co, probabilmente basato su una forma corsiva dellalfabeto greco. Pi tar-
di venne in uso un altro alfabeto, pi semplice, derivato da quello greco
maiuscolo con laggiunta di alcuni segni speciali per i fonemi non presenti
in greco, da cui deriva il moderno alfabeto cirillico. Questi ultimi segni
sono mutuati nellalfabeto cirillico dal glagolitico; bench il nome di ciril-
lico leghi questo alfabeto a Costantino, che fu canonizzato come san Ciril-
lo, non pare sia stato lui a inventarlo. Ad ogni buon conto, lalfabeto glago-
litico fu abbandonato e il cirillico venne adottato via via dalle altre popola-
zioni slave che si convertirono alla fede cristiana. Dopo lo scisma dOrien-
te, nel corso dellxi secolo, lalfabeto cirillico rimase legato alle popolazioni
di fede ortodossa, mentre quelle cattoliche adottarono lalfabeto latino.
Questa distinzione visibile ancora oggi e, nel territorio dellex Jugoslavia,
caratterizza per esempio la distinzione fra serbi e croati: la loro lingua la
stessa, ma i primi, ortodossi, la scrivono con lalfabeto cirillico, mentre i se-
condi, cattolici, si servono dellalfabeto latino.
La lingua di Costantino e Metodio comunemente detta slavo ecclesiasti-
co, o paleoslavo. Si tratta, come dicevamo, di una lingua slava meridiona-
le, gruppo a cui appartengono, fra le lingue moderne, lo sloveno, il serbo-
croato, il bulgaro e il macedone. Al gruppo orientale appartengono invece
il russo, attestato a partire dal x secolo d.C. e le cui fonti letterarie pi anti-
che risalgono al xii secolo, il bielorusso e lucraino. Il gruppo occidentale
lultimo in ordine di attestazione (xiv secolo d.C.); fra le lingue moderne
comprende il ceco, lo slovacco e il polacco.
Una famiglia
conservativa
3.1.10. Le lingue baltiche Per molti versi, le lingue baltiche sono simili alle
lingue slave in misura molto maggiore che alle altre famiglie di lingue in-
doeuropee, tanto che spesso si parla di baltoslavo. In realt, le lingue balti-
che, pur essendo di attestazione recente, sono molto pi conservative di
quelle slave; la loro posizione di cerniera fra indoeuropeo occidentale e
orientale ben visibile nel fatto che, pur essendo normalmente ritenute
lingue sat@m, conservano in parte le caratteristiche delle lingue kentum
(vedi cap. 2).
Le prime fonti letterarie in lingue baltiche datano al xvi secolo d.C. e sono
traduzioni di testi biblici in lituano antico e in prussiano antico. Il prussia-
no antico, lingua oggi estinta, era parlato sulle coste meridionali del Balti-
co. Oggi sono parlate due lingue baltiche, il lituano e il lettone, rispettiva-
38
Introduzione alla linguistica storica
mente lingue ufciali di due delle tre repubbliche baltiche, cio Lituania e
Lettonia (lestone, come vedremo, non una lingua indoeuropea).
Lingua letteraria
e lingua parlata
3.1.11. Larmeno La presenza degli armeni nel Caucaso meridionale e nel-
lAnatolia orientale risale al i millennio a.C., come documentato da fonti
indirette. La tradizione letteraria armena inizia nel v secolo d.C. con la tra-
duzione della Bibbia. Proprio il v secolo vide una grande oritura lettera-
ria, producendo una variet scritta di lingua, il cosiddetto grabar o armeno
classico, che rimase in uso no al xvii secolo. I mutamenti subiti dalla lin-
gua parlata nel corso di pi di mille anni sono dunque difcili da seguire.
Nel xvii secolo per la lingua parlata si impose anche a livello letterario; i
testi di questepoca lasciano trasparire una chiara differenziazione dialettale
fra due aree principali, quella anatolica o occidentale e quella caucasica o
orientale. Allinizio del secolo scorso, gli armeni residenti in Anatolia furo-
no vittime di genocidio da parte della Repubblica Turca; pochi riuscirono
a salvarsi in Occidente e la loro lingua fu cancellata. Una variet armena
orientale oggi la lingua ufciale della Repubblica Armena.
Contatti dellarmeno
con lingue
non indoeuropee
Larmeno una lingua che ha subito forti inuenze da parte di lingue di al-
tre famiglie. Probabilmente, gi nel corso del i millennio a.C. larmeno
sub linuenza dellurarteo; pi tardi esso fu fortemente inuenzato dal
georgiano antico, una lingua caucasica (vedi cap. 1 par. 3.4) che godeva a
quellepoca di alto prestigio letterario nella regione. A partire dal vii secolo
d.C. inne larmeno venne in contatto con il turco (vedi cap. 1 par. 3.3),
lingua che, come il georgiano, appartiene dal punto di vista morfologico al
tipo agglutinante. Le vicende storiche hanno lasciato un segno profondo
sullarmeno: a differenza della maggior parte delle altre lingue indoeuro-
pee, larmeno moderno infatti a tutti gli effetti una lingua agglutinante;
linizio dellevoluzione dal tipo fusivo a quello agglutinante gi visibile in
armeno classico (vedi cap. 3 par. 6).
Suddivisione
delle lingue
afroasiatiche
3.2. Le lingue afroasiatiche La famiglia afroasiatica comprende alcune lin-
gue parlate nellAfrica settentrionale e nel Vicino Oriente. Si divide in sette
sottogruppi, molto diversi fra loro per epoca di attestazione, fonti letterarie
e quantit di ricerca storico-comparativa di cui sono stati oggetto. La fami-
glia pi consistente e meglio nota costituita dalle lingue semitiche, a cui
si afanca per antichit di tradizione legiziano, oggi estinto. Altre famiglie
di lingue afroasiatiche sono le lingue cuscitiche, fra cui il somalo e loro-
mo, parlate in Etiopia, Somalia e parte del Kenya, le lingue omotiche,
strettamente imparentate a quelle cuscitiche, e le lingue ciadiche, parlate
nellAfrica subsahariana sulle sponde del lago Chad. Fra queste ultime, la
pi importante in termini di status sociolinguistico lo hausa, parlato in
Niger e Nigeria. I paesi del Nord Africa che si affacciano sul Mediterraneo
sono oggi popolati da parlanti di variet dellarabo, una lingua semitica; al-
1. Somiglianza e diversit. La classicazione delle lingue
39
cuni gruppi, per lo pi nomadi, come i tuareg in Marocco, conservano le
variet berbere, che erano parlate nellarea prima dellinvasione araba, ini-
ziata nel vii secolo d.C. Qualche iscrizione di epoca romana conserva trac-
ce del berbero n dal ii secolo d.C.
La Mesopotamia
antica
Le lingue semitiche e legiziano sono fra le prime lingue documentate al
mondo, risalendo al iii millennio a.C. La lingua semitica di pi antica at-
testazione laccadico, la lingua degli assirobabilonesi, che da solo costitui-
sce il gruppo semitico orientale. In origine, i parlanti di accadico erano
stanziati in Mesopotamia (lattuale Iraq); in stretto contatto con le popola-
zioni semitiche si trovavano i sumeri, parlanti di sumerico, una lingua iso-
lata, che esercitarono sugli assirobabilonesi una forte inuenza culturale. In
particolare, gli assirobabilonesi adottarono la scrittura cuneiforme dai su-
meri. Laccadico ci noto per un periodo di tremila anni (le ultime fonti
arrivano al i secolo d.C.). Le prime attestazioni datano alla seconda met
del iii millennio e attestano una variet chiamata paleoaccadico; solo pi
tardi si riscontrano differenze che lasciano individuare due variet, babilo-
nese e assiro. Durante la loro lunga storia, babilonese e assiro presentano
variazioni diacroniche; la variet letteraria pi importante rimane comun-
que il paleobabilonese, la lingua in cui fu redatto verso la met del ii mil-
lennio a.C. il codice di leggi del re Hammurabi. Soprattutto nel corso del
ii millennio, laccadico era la lingua diplomatica usata negli scambi fra i di-
versi imperi del Vicino Oriente antico; ci signica che scrivevano in acca-
dico anche scribi di altri paesi, la cui lingua materna era presumibilmente
diversa.
Limpero di Ebla Fino a pochi decenni fa, si pensava che le lingue semitiche occidentali fos-
sero documentate con ampiezza solo dal xiv secolo a.C., con i testi ugariti-
ci (lantica citt stato di Ugarit si trova nel nord della Siria). Prima di allora
si avevano solo scarse tracce dellamorreo, risalenti alla prima met del ii
millennio. A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, una missione ar-
cheologica italiana scopr invece nella Siria settentrionale gli archivi della
citt di Ebla, centro di un impero che nel corso del iii millennio a.C. con-
trast limpero accadico. La lingua di Ebla, leblaita, attualmente la pi
antica attestazione di semitico occidentale. Leblaita e lugaritico fanno
parte del sottogruppo centrale del semitico occidentale, a cui appartengo-
no anche larabo, il fenicio, lebraico e laramaico.
Le lingue dellAntico
Testamento
Di queste importanti lingue, lebraico e laramaico sono attestate nel cor-
so del i millennio a.C., e sono le lingue in cui redatto lAntico Testa-
mento. LAntico Testamento narra vicende storiche per lo pi localizza-
bili nei secoli che vanno dal 1200 al 200 a.C.; la sua parte pi antica ha
avuto la prima redazione scritta verso lviii secolo a.C. Lebraico biblico
scomparve dalluso parlato relativamente presto, verso la met del i mil-
lennio a.C. e fu soppiantato dallaramaico e, per alcuni secoli, anche dal
40
Introduzione alla linguistica storica
cosiddetto ebraico mishnaico, una variet influenzata dallaramaico, che
ebbe una vita abbastanza lunga come lingua letteraria. Bisogna osservare
che i testi scritti in quello che noi chiamiamo ebraico biblico non ripro-
ducono che in parte la lingua della prima redazione scritta: infatti, le-
braico come molte altre lingue semitiche scritto con un alfabeto che
nota solo le consonanti; i segni diacritici che indicano le vocali nella Bib-
bia furono aggiunti solo dopo il 600 d.C., quando lebraico non era pi
da secoli una lingua parlata.
Storia dellebraico La storia dellebraico oltremodo interessante e peculiare. Pur non essen-
do una lingua parlata, esso diede vita nel medioevo a una fiorente lettera-
tura; anche possibile dividerlo in due variet diatopiche, il sefardita,
delle comunit ebraiche di occidente, e lashkenazita, degli ebrei della
Germania e dellEuropa orientale. Osserviamo di passaggio che le lingue
parlate da queste comunit erano lingue indoeuropee: il giudeospagnolo
in occidente, una variet romanza, e lo yiddish a oriente, un dialetto del-
lalto tedesco. A partire dal xix secolo, si sent sempre pi urgente la ne-
cessit di restaurare per gli ebrei di tutti i paesi quella che era sentita
come la loro lingua originaria (bench nessuno la parlasse pi da circa tre
millenni). Ebbe cos origine lebraico moderno, una lingua in parte arti-
ficiale al suo nascere, che divenne poi la lingua ufficiale dello Stato di
Israele ed parlata al giorno doggi come lingua madre di una buona par-
te dei suoi abitanti.
Larabo coranico Larabo attestato a partire dal vii secolo d.C. con il Corano. difcile ca-
pire quale fosse a quellepoca lo statuto sociolinguistico della lingua del
Corano, anche detta arabo classico o arabo coranico. In confronto ai dia-
letti moderni, ma anche alle altre lingue semitiche, larabo classico si pre-
senta infatti come notevolmente conservativo; possibile che questa varie-
t sia stata usata come lingua letteraria, ma non abbia mai trovato esatta
corrispondenza in una variet parlata.
Espansione
degli arabi
La sede originaria delle popolazioni arabe la parte settentrionale della pe-
nisola arabica; di qui a partire dal vii secolo d.C. gli arabi hanno iniziato
unespansione verso nord-ovest, che li ha portati a insediarsi in parte del
Vicino Oriente (Iraq, costa del Mediterraneo orientale) e in tutto il Nord
Africa. Durante il medioevo, gli arabi conquistarono anche buona parte
della penisola iberica, da cui furono poi scacciati completamente solo nel
xv secolo d.C.; si spinsero durante lviii secolo no in Provenza, dove per
non riuscirono a insediarsi stabilmente, e occuparono, dal ix allxi secolo,
la Sicilia. I paesi arabi moderni offrono un quadro di diglossia (vedi cap. 6
par. 4.1): mentre le variet parlate sono diverse fra loro (i cosiddetti dialetti
arabi, comunque mutuamente comprensibili), lunica variet scritta ba-
sata sullarabo classico con qualche semplicazione morfologica (per esem-
pio, non sono usati i casi del sostantivo).
1. Somiglianza e diversit. La classicazione delle lingue
41
Una variet uscita
dallorbita dellarabo
Originariamente era un dialetto arabo anche il maltese, parlato come lin-
gua ufciale sullisola di Malta. Uscito dalla sfera di inuenza araba per
motivi religiosi (i maltesi sono cristiani) ha avuto dapprima stretti rapporti
con il siciliano e pi tardi con litaliano. Si presenta come una variet che
conserva in buona parte le caratteristiche fondamentali della grammatica
araba, ma ha un lessico fortemente romanizzato.
Lorigine
dellalfabeto
Nel gruppo dellebraico e dellarabo dobbiamo ancora ricordare una lingua
antica, il fenicio, strettamente imparentato con lugaritico, che ebbe molta
importanza nel Mediterraneo del i millennio a.C. come veicolo della scrit-
tura: i greci adattarono lalfabeto fenicio alla propria lingua; dallalfabeto
greco, come abbiamo visto (par. 3.1.1), lalfabeto pass ai romani attraverso
gli etruschi. Coloni fenici si spostarono verso lodierna Tunisia nel corso
del i millennio e vi fondarono la citt di Cartagine, che fu poi distrutta dai
romani.
Fra le lingue semitiche occidentali troviamo inne il gruppo orientale, che
comprende letiopico e il sudarabico. Letiopico attestato a partire dal iv
secolo d.C., con la variet geez, oggi estinta; lingue etiopiche moderne
sono lamarico e il tigr. Nel sudarabico rientrano due gruppi di variet se-
parate diacronicamente, la cui parentela genetica non del tutto chiara: si
tratta delle lingue delle iscrizioni sudarabiche, rinvenute nella parte meri-
dionale della penisola arabica e risalenti a un periodo che va dal ix secolo
a.C. al vi d.C., e variet sudarabiche moderne, parlate lungo le coste meri-
dionali del Golfo Persico.
Lantico Egitto Legiziano attestato nella valle del Nilo gi alla fine del iv millennio a.C.; le
fonti letterarie continuano fino al xiv secolo d.C. e sono molto ricche. I
quattromila anni di storia della lingua egizia si possono dividere in due gran-
di fasi, la prima dal 3000 al 1300 a.C. e la seconda dal 1300 a.C. al 1300 d.C.; al
loro interno, le varie sottofasi che vengono tradizionalmente individuate si
riferiscono a varianti grafiche, piuttosto che linguistiche. Com noto, lanti-
co egizio era scritto con un sistema grafico chiamato geroglifico; al contrario
di quanto spesso si pensa, il geroglifico solo in parte un sistema ideografico,
perch contiene anche molti segni con valore fonetico (a somiglianza del cu-
neiforme, vedi scheda 1). Questo e un altro sistema grafico, il demotico, ri-
masero in uso fino al v secolo d.C. In seguito alla cristianizzazione dellEgit-
to, venne adottata la scrittura greca. Convenzionalmente, si parla per questi
ultimi documenti, che arrivano fino al 1300 d.C., di copto. Il copto fu sosti-
tuito in maniera crescente dallarabo a partire dal ix secolo d.C.; attualmente
ancora usato come lingua liturgica della chiesa cristiana copta in Egitto.
Somiglianze
fra lingue uraliche
e altaiche
3.3. Le lingue uraloaltaiche Il nome di uraloaltaico non deve farci pensare
che ci troviamo qui in presenza di una famiglia linguistica ben ricostruibi-
le, nellambito della quale i rapporti di parentela genetica siano accertati,
come invece per le lingue indoeuropee e afroasiatiche. Fra le due famiglie
42
Introduzione alla linguistica storica
che compongono questo gruppo, cio la lingue uraliche e le lingue altai-
che, esistono infatti per lo pi somiglianze tipologiche, come la morfologia
agglutinante o la presenza di armonia vocalica, ma che queste somiglianze
si lascino ricondurre a unorigine comune non accettato concordemente
da tutti gli studiosi.
Le lingue uraliche:
prime attestazioni
e gruppi di lingue
La famiglia uralica si divide a sua volta in due sottogruppi: ugronnico e
samoiedo. Le lingue uraliche occupavano anticamente larea che va dal
Baltico agli Urali, ma i parlanti di lingue uraliche furono spinti verso sud e
nord-est da ondate successive di popolazioni indoeuropee e pi tardi tur-
che. Che la posizione delle lingue uraliche fosse un tempo molto pi meri-
dionale di quella attuale dimostrato dalla presenza di antichissimi prestiti
dalliranico, fra cui la parola per cento, nnico sata, ungherese szs (cfr.
iranico sat@m).
Le lingue ugronniche sono alcune lingue non indoeuropee parlate attual-
mente nellEuropa settentrionale e orientale, e cio il nlandese, lestone,
il lappone e lungherese. Si tratta di lingue che conosciamo attraverso fonti
scritte solo a partire dal xiii secolo d.C., che permettono pertanto poche
osservazioni sul mutamento linguistico. In particolare, i parlanti di unghe-
rese si stabilirono nella sede dellattuale Ungheria nel ix secolo d.C.; la loro
lingua attestata dal xiii secolo d.C. Di attestazione posteriore sono il n-
nico, che ci noto a partire dal xvi secolo d.C., e il lappone, attestato dal
xviii. Testi letterari estoni sono pure disponibili a partire dal xvi secolo,
ma alcune frasi in testi latini risalgono al xiii.
Le lingue samoiede invece sono per lo pi di attestazione recente (xix se-
colo), tranne pochi testi pi antichi scritti in sirieno, una lingua parlata
lungo il mar Glaciale Artico, risalenti al xiv secolo d.C. Le lingue samoie-
de sono parlate nellarea intorno alla catena degli Urali e in Siberia, da pic-
coli gruppi di parlanti per lo pi nomadi.
Le lingue altaiche:
attestazioni e gruppi
di lingue
La famiglia altaica si divide in tre sottogruppi: turco, mongolo e tunguso-
manciuro. Le prime notizie che abbiamo di trib altaiche risalgono al iii
secolo d.C., quando gli unni vennero in contatto con limpero romano;
pi tardi essi furono fra gli arteci della sua caduta sotto la guida del re At-
tila, vissuto nel v secolo d.C. Attualmente, le lingue altaiche sono parlate
in unampia area che va dallAnatolia alla Manciuria.
Il sottogruppo di lingue altaiche pi grande e meglio noto da un punto di
vista storico il turco. Variet turche sono parlate oggi in Anatolia, in al-
cune repubbliche della Federazione Russa, come la Cecenia, e in altri stati
del Caucaso, come lAzerbaigian, e nellAsia centrale, in Kazakhistan, Uz-
bekistan, Turkmenistan e nel Turkestan cinese. Le popolazioni turche del
Caucaso e dellAsia centrale ci sono note per i ricorrenti scontri che ebbero
con limpero russo nei secoli passati. Buona parte del territorio occupato
da queste popolazioni entr poi a far parte dellUnione Sovietica, in cui
parlava una variet turca pi del 10% della popolazione. In Anatolia, il tur-
1. Somiglianza e diversit. La classicazione delle lingue
43
co presente almeno dallviii secolo d.C. con la variet detta selgiuchide;
il turco moderno si fa risalire alla lingua dellimpero ottomano, a partire
dal xiv secolo d.C., detta turco osmanli. Le fonti letterarie turche sono
molto ricche soprattutto a partire dallepoca ottomana. Poich limpero ot-
tomano si spinse verso occidente nei Balcani giungendo no alle porte di
Vienna, il turco ha lasciato nelle lingue indoeuropee della penisola balcani-
ca una notevole quantit di prestiti.
Lingue del gruppo mongolo sono parlate in Mongolia e parte della Cina
settentrionale, mentre le lingue tunguso-manciure sono parlate in Siberia
e nella Cina nordorientale, no alla penisola della Manciuria.
Tre gruppi
non chiaramente
imparentati
3.4. Le lingue caucasiche Le lingue caucasiche sono alcune lingue parlate
nelle montagne del Caucaso, circondate per lo pi da variet turche e, a
sud, da lingue indoeuropee (iranico e armeno). Si dividono in tre gruppi:
caucasico nordoccidentale, caucasico nordorientale e cartvelico. Non
per niente chiaro che questi tre gruppi siano geneticamente legati, nono-
stante la loro presenza in unarea relativamente ristretta presumibilmente
da molti millenni, dato che la loro somiglianza per lo pi di ordine tipo-
logico.
Al gruppo cartvelico appartiene la lingua caucasica meglio documentata,
il georgiano, che conosciamo a partire dal v secolo d.C. Dal punto di vi-
sta della linguistica storica, il Caucaso riveste un grande interesse, per-
ch, a differenza delle altre aree che abbiamo esaminato fino a qui, ca-
ratterizzato da una grande frammentazione, accompagnata da unestre-
ma stabilit. Al contrario delle popolazioni indoeuropee, semitiche, ura-
liche e altaiche, che sono state protagoniste di grandi migrazioni, e le cui
lingue hanno sostituito lingue preesitenti, si direbbe che le popolazioni
caucasiche siano state sempre stanziate nelle sedi attuali. Questa sembre-
rebbe una peculiarit legata a cause geofisiche: il territorio montagnoso
non avrebbe favorito lingresso di altre popolazioni e le conseguenti mi-
grazioni, come avvenuto invece nelle pianure dellEuropa e dellAsia
centrale.
Caucasico
e indoeuropeo
Come abbiamo visto in precedenza, il georgiano classico ha esercitato una
grande inuenza, di vario genere, sullarmeno, ma limportanza delle lin-
gue caucasiche per la ricerca indoeuropeistica in realt ancora maggiore.
Nel tentativo di stabilire una sede originaria per gli indoeuropei, fra le va-
rie proposte quella che al giorno doggi gode di maggior credito di collo-
care la comunit dei protoindoeuropei poco a nord del Caucaso, a contat-
to con quelli che erano, probabilmente, i parlanti di qualche variet cauca-
sica. Perci, linuenza di questa famiglia linguistica (o queste famiglie, se i
tre gruppi non possono essere ulteriormente riuniti) su quella indoeuropea
potrebbe datare a molte migliaia di anni fa, quando le due comunit costi-
tuivano forse una specie di area linguistica.
44
Introduzione alla linguistica storica
3.5. Le lingue nigercongolesi e altre famiglie di lingue africane Le lingue ni-
gercongolesi costituiscono la maggior parte delle lingue parlate nellAfrica
subsahariana. Lesistenza di un gruppo nigercongolese stata stabilita solo
in epoca relativamente recente: infatti, accertare la parentela fra queste lin-
gue difcile, visto che esse hanno iniziato a differenziarsi probabilmente
da millenni, e che non ci sono fonti scritte che ci lascino risalire molto pi
indietro di un paio di secoli.
La principale
famiglia di lingue
africane
La maggior parte dellarea su cui sono diffuse le lingue nigercongolesi oc-
cupata dalla famiglia forse pi studiata di lingue africane, quella delle lin-
gue bantu, parlate soprattutto nellAfrica centro-orientale. Le lingue bantu
sono state studiate a partire dalla met del xix secolo, quando si osserv il
loro stretto legame di parentela (dal punto di vista delle differenze recipro-
che, queste lingue si possono paragonare alle lingue romanze) e alcuni afri-
canisti intrapresero la ricostruzione del protobantu. La lingua bantu pi
diffusa lo swahili, lingua ufciale in Niger e Tanzania e parlata nelle aree
urbane del Congo, che anche per molti versi la meno rappresentativa. Si
tratta infatti di una lingua che si formata verso le ne del i millennio
d.C., quando comunit parlanti variet bantu sono venute in contatto con
comunit parlanti variet arabe. Ci si riette in primo luogo nel lessico,
che ha accolto numerosissimi prestiti dallarabo, e in secondo luogo dalla
fonologia, dato che lo swaihili non presenta il sistema tonale tipico non
solo delle altre lingue bantu, ma dellintera famiglia nigerkordofaniana. Le
prime fonti scritte risalgono allinizio del xviii secolo e sono versi redatti
in alfabeto arabo; attualmente, lo swahili scritto in alfabeto latino. Altre
lingue appartenenti al gruppo nigercongolese sono il kwa, lo yoruba e il
mande, parlate nellAfrica centro-occidentale, vicino al golfo di Guinea.
In Africa troviamo poi due altre famiglie linguistiche, che non si lasciano
ulteriormente raggruppare, cio: lingue nilotiche o nilo-sahariane, parlate
lungo il basso e medio corso del Nilo, e lingue khoisan, parlate nellAfrica
sud-occidentale.
Bilinguismo
nellAfrica
contemporanea
La situazione sociolinguistica dellAfrica attuale caratterizzata dalla coesi-
stenza, e a volte dalla competizione, di lingue indigene e lingue coloniali,
cio il francese e, in misura minore, linglese. In alcuni paesi, la lingua co-
loniale stata lunica lingua di istruzione no a buona parte del secolo
scorso. Attualmente, le lingue indigene sono materia di insegnamento nel-
le scuole in tutti i paesi, ma la loro introduzione stata lenta e complicata,
a causa dei problemi legati alla standardizzazione, cio alla scelta di una va-
riet standard, che possa venir usata come lingua scritta, essere oggetto di
insegnamento e in un certo senso prevalere sulle altre variet. In alcuni
casi, tale scelta pu comportare rivalit fra parlanti di variet diverse, a tal
punto che la lingua coloniale viene avvertita come unentit super partes e
come tale preferita.
Soprattutto nellAfrica occidentale, dove gli europei si stabilirono a partire
1. Somiglianza e diversit. La classicazione delle lingue
45
dal xv secolo e dove fu orente la tratta degli schiavi (vedi par. 3.11) sono
poi diffuse numerose lingue creole, fra cui soprattutto il cosiddetto WAPE
(West African Pidgin English).
Una tradizione
antichissima
3.6. Le lingue sinotibetane Con la famiglia sinotibetana torniamo a occu-
parci di lingue di tradizione antichissima. In particolare per il cinese, le pri-
me fonti scritte risalgono al ii millennio a.C. Purtroppo per la storia della
lingua cinese non si lascia ricostruire bene come quella delle lingue semiti-
che e indoeuropee di analoga antichit, perch il sistema di scrittura, di
tipo ideograco, rivela poco riguardo alla sostanza fonica dei vocaboli. Per-
tanto, spesso ci troviamo davanti a testi antichi perfettamente comprensi-
bili dal punto di vista del signicato, perch conosciamo il signicato degli
ideogrammi, ma che non ci dicono nulla sul sistema fonologico della lin-
gua.
La famiglia sinotibetana si divide in due sottogruppi, cinese e tibetobirma-
no. Il cinese, con circa un miliardo di parlanti, attualmente la lingua pi
parlata al mondo. Bench spesso il termine cinese venga usato come se ci
si riferisse a una entit linguistica unica, le variet cinesi presentano al loro
interno differenze tali da non essere mutuamente intelligibili. Tuttavia, la
scrittura ideograca ancora in uso ha il vantaggio che, una volta scritte,
tutte le variet appaiono identiche, cosa che contribuisce a rafforzare la
sensazione di trovarsi davanti a una sola lingua, per lo meno per i parlanti
in grado di leggere e scrivere. Le variet cinesi si dividono in cinque grandi
aree dialettali: mandarino, o p?t onghu, il gruppo dialettale pi consisten-
te, che comprende il dialetto di Pechino; w, che comprende larea di
Shangai; min, la variet parlata a Taiwan; yu, che comprende il cantonese
e la variet di Hong Kong; e hakka, che comprende variet attualmente di-
stribuite nellarea sud-orientale.
La storia della lingua cinese si divide in tre periodi, cinese antico, no al iv
secolo d.C., cinese medio, dal v al xiii secolo d.C. e cinese moderno. Al
periodo antico risalgono per esempio le opere di Confucio, vissuto fra il vi
e il v secolo a.C. Dato laltissimo prestigio di cui godeva il cinese in Orien-
te, a causa dellantichit della sua letteratura e del suo peso culturale, il si-
stema graco del cinese stato adattato a molte altre lingue, come per
esempio il giapponese.
Nel gruppo tibetobirmano la lingua di attestazione pi antica il tibetano,
le cui fonti letterarie risalgono al vii secolo d.C.; si tratta di testi religiosi
scritti usando un alfabeto adattato da quello indiano.
3.7. Il coreano e il giapponese Il coreano e il giapponese sono lingue che
presentano somiglianze da un punto di vista tipologico, ma la parentela ge-
netica non stata stabilita con sicurezza.
46
Introduzione alla linguistica storica
Prime attestazioni,
lingue e scritture
Il giapponese attestato a partire dallviii secolo d.C. Poich il sistema
graco adottato n da quellepoca stato quello ideograco del cinese, la
comprensione dei primi documenti molto problematica. Gia verso la
met dellviii secolo per gli ideogrammi cinesi vennero adattati a una let-
tura fonetica, inventando un sistema sillabico da cui discendono i moderni
kana. Oltre al sistema graco, il giapponese ha accolto dal cinese numerosi
prestiti.
Il coreano ci noto a partire dal xv secolo d.C., quando venne inventata
una scrittura alfabetica. Esistono testi di epoche precedenti scritti in ca-
ratteri cinesi, che per non ci aiutano a capire come fosse veramente la
lingua. I tentativi di raggruppare il coreano con altre lingue sono stati
numerosi; lunico che gode di qualche credito, anche se sembra difficile
da dimostrare, che il coreano sia lontanamente imparentato con il
gruppo altaico.
In alcune isole dellarcipelago giapponese sono parlate altre lingue, la cui
afliazione genetica poco chiara: in particolare, ad Okinawa, unisola si-
tuata a sud verso Taiwan, troviamo il ry uky uano, una lingua che, secondo
gli studi pi recenti, imparentata con il giapponese, mentre nel nord
sono parlate le lingue ainu, che sembrano invece costituire un gruppo iso-
lato.
LAustralia: unarea
linguistica
3.8. Le lingue australiane e dellarea pacica LAustralia e le isole dellOcea-
nia presentano unestrema differenziazione linguistica, allinterno della
quale stabilire parentele genetiche estremamente difcile, dato che nessu-
na lingua ha tradizione scritta. Normalmente si distingue in Australia un
gruppo di lingue detto pamanyugan, che comprende allincirca i nove de-
cimi di tutte le lingue australiane, da altri gruppi pi piccoli; in realt non
chiara lafliazione genetica neanche delle lingue pamanyugan. Le lingue
australiane presentano somiglianze tipologiche, in quanto sono per lo pi
essive e molte hanno un sistema ergativo; tuttavia queste caratteristiche
comuni potrebbero essere dovute a contatto, piuttosto che a parentela ge-
netica.
Si calcola che allepoca dellinizio dellinvasione inglese in Australia (ne
del xviii secolo) fossero parlate circa duecento lingue, di cui una cinquan-
tina sono ora estinte e molte altre sono in pericolo di estinzione.
Spostamenti di
popolazioni e lingue
nellarea pacica
Le isole del Pacico, che geogracamente appartengono a tre continenti
(Oceania, Asia e Africa), presentano una situazione linguistica relativa-
mente meglio stabilita, in cui vengono parlate lingue che sembrano tutte
imparentate fra loro, e appartengono alla famiglia austronesiana. I due sot-
togruppi principali di lingue austronesiane sono quello melanesiano e
quello polinesiano, o, pi correttamente, malaypolinesiano. Le lingue me-
lanesiane sono quelle delle comunit che si insediarono pi anticamente in
questarea e che provenivano probabilmente dal Madagascar. Lingue mela-
1. Somiglianza e diversit. La classicazione delle lingue
47
nesiane sono parlate in Papuasia, Nuova Guinea, nelle isole Solomon e
nelle isole Fiji. Le lingue polinesiane invece sono di provenienza asiatica;
fra queste troviamo il maori, lhawaiano, il tahitiano, il samoano e il ton-
gano. Queste lingue sono imparentate con le lingue malay del Sud-Est
asiatico, cio malese e indonesiano. La suddivisione fra lingue melanesiane
e polinesiane fu stabilita nel xix secolo; ben presto si osserv anche la so-
miglianza fra queste lingue, e in particolare quelle polinesiane, e le lingue
del sud-est asiatico, da cui presumibilmente esse derivano. Bisogna aggiun-
gere comunque che le lingue melanesiane e le lingue polinesiane in origine
sono imparentate fra loro, perch le popolazioni che dal Madagascar si
mossero verso lOceania, dove diedero origine alle comunit di lingua me-
lanesiana, erano inizialmente emigrate dallAsia meridionale, cio dal terri-
torio dorigine delle lingue polinesiane.
3.9. Le lingue amerindiane Anche le Americhe presentano una situazione
linguistica molto differenziata che, per motivi legati alla colonizzazione
da parte degli europei, presenta una certa continuit soprattutto nei paesi
latino-americani. La colonizzazione di spagnoli e portoghesi, infatti,
comport in certa misura un tentativo di integrazione con le genti nati-
ve, le cui lingue vennero in buona parte preservate. La colonizzazione an-
glosassone invece si risolse, soprattutto nel territorio degli attuali Stati
Uniti, in un vero e proprio sterminio, con conseguente scomparsa delle
lingue indigene.
Famiglie linguistiche
nellAmerica Latina
Le principali famiglie linguistiche dellAmerica Latina sono lutoazteco,
che comprende il nahuatl, la lingua degli antichi aztechi, parlato in Mes-
sico, il maya, le cui variet pi importanti sono yucalteco e quich, dif-
fuse nel Messico meridionale e nellAmerica centrale, e il quechua, at-
tualmente diffuso in Per e nella parte settentrionale dellAmerica meri-
dionale. Di tutte queste lingue abbiamo grammatiche e fonti letterarie
che datano almeno al xvi secolo d.C., quando i missionari spagnoli in-
trodussero lalfabeto latino; si tratta sia di traduzioni di testi occidentali,
per lo pi religiosi, sia di letteratura indigena, che spesso, come nel caso
della principale opera letteraria maya, Popol Vuh, rispecchiano realt lin-
guistiche molto antiche che erano state preservate nella tradizione orale.
Sia gli aztechi sia i maya avevano inoltre forme proprie di scrittura silla-
bica. Quella azteca rimane fondamentalmente non decifrata, mentre con
la scrittura maya le cose vanno un po meglio e ci permettono di conosce-
re la lingua quich, anche se con forti limitazioni, gi da epoca precolom-
biana.
Il quechua era la lingua dellimpero inca, che allepoca dellinvasione spa-
gnola si estendeva dallattuale Ecuador al Cile centrale e parte dellArgenti-
48
Introduzione alla linguistica storica
na settentrionale. Si tratta di una lingua ancora molto radicata, con sette
milioni di parlanti, di cui cinque in Per. In questo paese e in Bolivia il
quechua ha lo statuto di lingua ufciale accanto allo spagnolo. Poich era
la lingua di un impero politicamente coeso, si pu presumere che in epoca
antica la differenziazione dialettale non fosse molto elevata. Lopera di
standardizzazione compiuta in Per ha comunque portato a stabilire una
variet unica per linsegnamento scolastico. Le variet utoazteche e maya,
invece, sono in condizioni di conservazione pi precarie: il fatto che non
abbiano statuto di lingue ufciali non solo ne ha scoraggiato luso, ma ha
favorito lalta frammentazione dialettale, non essendo stati fatti tentativi
seri di standardizzazione. Perci gli attuali tentativi di introdurre linsegna-
mento di queste lingue nelle scuole primarie si scontrano con la difcolt
di stabilire quali variet debbano essere usate.
Un gran numero di altre lingue, i cui mutui rapporti non sono facili da sta-
bilire, diffuso nellAmerica meridionale e soprattutto nella foresta dellA-
mazzonia. In questa zona la penetrazione europea stata pi lenta e in par-
te nulla: mancano quindi opere come quelle lasciate dai missionari in zone
di pi forte penetrazione e gli studi sul campo sono iniziati solo verso la
ne del xix secolo.
La colonizzazione
del Nord America
Gli europei che, a partire dal xvii secolo, colonizzarono in ussi crescenti
gli attuali Stati Uniti e la parte orientale del Canada si trovarono davanti a
comunit indigene spesso dotate di strutture sociali complesse e ben orga-
nizzate, ma certamente non tanto come quelle dellAmerica Latina. Inol-
tre, essendo per lo pi di religione protestante, questi invasori non erano
accompagnati da missionari che avessero il compito di convertire gli indi-
geni alla loro religione, preferendo generalmente respingerli altrove, favori-
ti in ci dalla scarsa densit della popolazione nelle aree pi occidentali.
Tale processo continuato no alla ne del xix secolo, quando le ultime
comunit per lo pi nomadi negli Stati Uniti sono state scontte al termi-
ne delle guerre indiane e i parlanti superstiti sono stati o integrati a forza o
segregati nelle riserve. Attualmente, le comunit che vivono nelle riserve
conservano le loro lingue di origine in maniera piuttosto precaria, dato lo
scarso prestigio di cui queste lingue godono rispetto allinglese.
Le principali famiglie linguistiche del Nord America sono leschimo-aleu-
tino, che comprende variet parlate in Alaska e lungo lo stetto di Bering, il
na-dn, a cui appartengono alcune lingue del Canada come pure il grup-
po atapasco, diffuso negli attuali Stati Uniti da nord a sud, e comprenden-
te a sua volta lingue quali lapache e il navajo, il sioux, che comprende va-
riet un tempo parlate lungo i umi Mississippi e Missouri, fra cui il lako-
ta, il gruppo cherokee-irochese, diffuso nella parte orientale del continen-
te, dal Canada al sud degli Stati Uniti, e il gruppo algonchino.
1. Somiglianza e diversit. La classicazione delle lingue
49
Altre famiglie
linguistiche dellAsia
3.10. Altre famiglie linguistiche e lingue isolate La classicazione che abbia-
mo dato sopra non ricopre tutte le famiglie linguistiche del mondo. Fra le
famiglie che non abbiamo trattato, rilevante il gruppo dravidico, che
comprende lingue parlate nella parte meridionale del subcontinente india-
no, come il tamil. Come abbiamo gi osservato (cap. 1 par. 3.1.8), le lingue
dravidiche erano anticamente parlate in tutta lIndia; esse vennero poi re-
spinte verso sud dallarrivo delle popolazioni indoarie.
Pure in Asia troviamo il gruppo thai, che comprende la lingua thailandese;
secondo alcuni studiosi il thai sarebbe un sottogruppo della famiglia au-
stronesiana.
Lingue isolate Trattando alcune lingue indoeuropee antiche abbiamo gi incontrato alcu-
ne lingue isolate: lingue cio che non sembrano imparentate con nessuna
altra lingua nota, come letrusco, il hurrico e lurarteo (cap. 1 par. 3.1.5) e il
sumerico (par. 3.2). Fra le lingue moderne, molte lingue dellAustralia non
presentano sicuri legami genetici fra di loro e devono pertanto considerarsi
lingue isolate.
Fra le lingue moderne parlate in Europa lunica che non appartiene a una
delle grandi famiglie esaminate sopra il basco, attualmente parlato nei
paesi baschi (nord della Spagna), in cui lingua ufciale, e da piccole co-
munit lungo il golfo di Guascogna (Francia). Il basco una lingua ergati-
va caratterizzata da morfologia agglutinante. Dal punto di vista lessicale,
esso ha subito linuenza del latino, ma mantiene comunque un lessico per
la maggior parte non indoeuropeo. Anche in base a considerazioni geneti-
che relative alla popolazione basca in rapporto a quella del resto dEuropa,
si pensa che il basco abbia origini molto antiche e che faccia parte di una
famiglia linguistica estinta che era diffusa anticamente su unarea molto
pi estesa dellEuropa continentale. Attualmente, il basco non presenta le-
gami genetici accertabili con altre lingue note, anche se da un punto di vi-
sta tipologico pu essere avvicinato alle lingue caucasiche. Fra gli studiosi
che si sono interessati della situazione linguistica dellEuropa preindoeuro-
pea, comunque, c anche chi vorrebbe ricostruire ununit linguistica che
andava dalla penisola iberica al Caucaso, forse suggestionato dal fatto che
Iberia anche il nome di un antico regno situato nellarea della moderna
Georgia nei primi secoli d.C.
Contatto linguistico
e nascita di nuove
lingue
3.11. Pidgins e creoli Quando gli europei colonizzarono le Americhe fon-
dandovi grandi coltivazioni di tabacco, cotone e altri prodotti agricoli,
ben presto iniziarono a rapire ingenti quantit di persone dalle coste
occidentali dellAfrica, vendendole poi come schiavi soprattutto nelle
Antille e nellAmerica Centrale (vedi Turchetta, 1996). La tratta degli
schiavi prosegu per secoli; le persone che venivano portate a lavorare nel-
le piantagioni americane appartenevano a comunit diverse e parlavano
lingue non mutuamente intellegibili e spesso non imparentate genetica-
50
Introduzione alla linguistica storica
mente. Queste persone venivano inoltre in contatto con le lingue colo-
niali presenti nei paesi di arrivo: spagnolo, portoghese, francese, olande-
se, tedesco e inglese. Dalla necessit di comunicazione, sia a livello tra-
sversale, fra schiavi di provenienza diversa, sia a livello verticale, con i
parlanti delle lingue coloniali, si svilupparono lingue nuove, le cosiddette
lingue creole, che sono caratterizzate da una forte presenza nel lessico
della lingua coloniale (anche detta in questo caso lingua lessificatrice) e
strutture grammaticali semplificate.
I pidgins, o lingue di contatto, invece, sono lingue che si sviluppano dal
contatto fra comunit di lingue diverse che hanno fra di loro soprattutto
scambi economici. Particolarmente noto il russenorsk parlato da marinai
e commercianti norvegesi e russi sulle sponde del Baltico no allinizio del
xx secolo. stato proposto che i creoli siano nati in un primo tempo come
pidgins, passando poi allo stato di lingue vere e proprie con la nascita della
prima generazione di parlanti nativi. Bisogna sottolineare per che questa
evoluzione, bench verosimile, scarsamente osservata: i creoli attualmen-
te noti sono parlati da varie generazioni e daltro canto si conoscono pid-
gins che sono stati osservati per un paio di secoli senza mai essersi evoluti
nella lingua materna di alcuna comunit.
scheda 1 La nascita della scrittura Sistemi graci
Verso la fine del neolitico, quando gli esseri umani iniziarono a vivere in inse-
diamenti stabili, coltivando la terra e allevando il bestiame, si rese necessario un
sistema che permettesse di registrare quantit di derrate e di animali. Entrarono
cos in uso i tokens, ritrovati nellarea che va dalla Palestina allAsia Centrale: si
tratta di piccole figurine dargilla, che datano allviii millennio a.C., che avevano
la funzione di rappresentare quantit (per esempio, singoli capi di bestiame, de-
terminate quantit di frumento). Pi tardi, i ritrovamenti archeologici testimonia-
no della pratica di conservare i tokens in astucci contenitori, pure di argilla, sui
quali era raffigurato il tipo di figurina e il numero di tokens contenuti. Questo
tipo di rappresentazione costituisce il pi diretto precursore della scrittura: verso
la fine del iv millennio a.C., il disegno delle figurine venne sostituito alle figurine
stesse, creando cos una notazione di tipo ideografico, in cui ogni simbolo stava
per un concetto. Sistemi grafici di questo genere nacquero dapprima in Egitto e
in Mesopotamia. In questi sistemi, un concetto veniva rappresentato in maniera
iconica, per mezzo di un pittogramma che raffigurava il possibile referente. Ben
presto, accanto alla rappresentazione ideografica, si svilupp un sistema di scrit-
tura sillabico. Esaminiamo come questa evoluzione sia avvenuta per il sumerico.
Il segno sumerico , che raffigurava inizialmente una stella, stava per i si-
gnificati cielo e dio. Le parole cielo e dio in sumerico erano rispettivamente
an e dingir . Il segno venne pertanto impiegato anche per rappresentare la sillaba
1. Somiglianza e diversit. La classicazione delle lingue
51
an in altre parole, oppure per dare forma scritta ai morfemi flessivi: il sumerico
infatti una lingua agglutinante con una ricca morfologia verbale e il sistema
ideografico, rappresentando solo il significato di base di una parola, non si adat-
tava a renderne le forme. Tipicamente dunque una parola sumerica scritta conte-
neva un segno con valore ideografico, che dava il significato lessicale della paro-
la, e uno o pi segni con valore sillabico, che davano i significati grammaticali
della specifica forma. Il sistema grafico del sumerico fu poi impiegato per molte
altre lingue, in cui troviamo grafie miste: le parole di uso frequente spesso ven-
gono indicate anche in lingue diverse con lo stesso ideogramma del sumerico, a
cui vengono a volte aggiunte varie sillabe che suppliscono linformazione gram-
maticale; anche qualche significato grammaticale espresso in maniera ideogra-
fica, come il concetto di plurale, per il quale spesso viene usato il segno
(mes), un possibile morfema di plurale del sumerico.
Un sistema di questo genere era anche quello dellantico egiziano e in maniera
analoga viene scritto oggi il giapponese: i kanji , cio segni ideograci, veicolano il
signicato lessicale, mentre gli hiragana, una serie di segni sillabici, sono aggiunti
per indicare i signicati grammaticali. Gli hiragana sono usati anche per scrivere le
parole per le quali non esiste un kanji e sono i primi segni che i bambini imparano
quando imparano a leggere e scrivere. Il giapponese ha poi unaltra serie di segni
sillabici, i katakana, che vengono usati per trascrivere nomi stranieri, prestiti o
neologismi.
I sistemi sillabici sono di tipo diverso, a seconda delle sillabe che possono rap-
presentare. Nel sillabario cuneiforme, troviamo sillabe di tipo V (solo vocale), CV
(consonante vocale), VC (vocale consonante) e poche sillabe CVC (consonante
vocale consonante). Ci significa che per esempio i gruppi consonantici iniziali di
parola non possono essere rappresentati: in ittita troviamo un verbo, ispant- of-
frire, imparentato con il greco spnd o, offro, in cui la < i > iniziale probabil-
mente non rappresenta un fonema, ma ha solo la funzione di servire da appog-
gio grafico alla prima consonante. Il sillabario miceneo, anche detto Lineare B,
ancora pi problematico: esso contiene infatti solo segni V e CV; non permette
pertanto di rappresentare n i gruppi consonantici interni, n le consonanti finali
di parola.
La prima scrittura alfabetica attestata nel bacino del Mediterraneo viene da Ugarit.
In ugaritico, alcuni segni del sillabario accadico vennero impiegati per indicare il
suono iniziale del loro nome (come nellalfabeto greco, derivato dallugaritico at-
traverso il fenicio, alpha indica /a/, beta indica /b/ ecc.).
Un altro sistema graco importante per lindoeuropeistica quello del sanscrito, il
devan agar , ancora in uso in India per le lingue arie moderne. Il devan agar contie-
ne segni vocalici e consonantici, quelli consonantici, per, in assenza di altre indi-
cazioni, sono da intendersi come rappresentanti sillabe CV contenenti la vocale /a/
(vedi Appendice D).
52
Introduzione alla linguistica storica
Appendici
A. La distribuzione delle lingue indoeuropee
figura 2 Le lingue indoeuropee oggi
Fonte: Giacalone Ramat, Ramat (1997).
Islandese
Feringio
Scozzese
Irlandese
Gallese
Inglese
Danese
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figura 1 Le lingue indoeuropee nel I millennio a.C.
Fonte: Giacalone Ramat, Ramat (1997).
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1. Somiglianza e diversit. La classicazione delle lingue
53
B. Lalfabeto greco
Maiuscola Minuscola Nome Traslitterazione ipa
A a alpha a [a], [a:]
B b beta b [b]
G g gamma g [g]
D d delta d [d]
E e epsilon e [e]
Z z zeta z [zd]
H h eta e [E:]
U w theta th [t
h
]
I i iota i [i], [i:]
K k kappa k [k]
L l lambda l [l]
M m mi m [m]
N n ni n [n]
J j xi x [ks]
O o omikron o [o]
P p pi p [p]
R r rho r [r]
S s sigma s [s]
T t tau t [t]
Y y hupsilon u [y], [y:]
F W phi ph [p
h
]
X x khi kh [k
h
]
C c psi ps [ps]
V v omega o [O:]
54
Introduzione alla linguistica storica
C. Lalfabeto cirillico
Maiuscola Minuscola Traslitterazione
a
b
v
g
d
e
z
z
i
j
k
l
m
n
o
p
r
s
t
u
f
kh
c
c
s
sc
p
y

e
ju
ja
1. Somiglianza e diversit. La classicazione delle lingue
55
D. Il devan agar
a a
e ai o au am
ka kha ga gha na
ca cha ja jha a
ta tha da dha na
pa pha ba bha
ya ra la va
sa sa sa ha
ma
ta tha da dha na
ta ta ti t tu tu
tr tr t t te tai to tau
ah
i u u
r r
i i
56
Introduzione alla linguistica storica
sam
m k r
pah
Esempi di legamenti
sta
sta
ksa
hna
mpra
E. Esempio di scrittura cuneiforme Ittita
nu
conn
ninda-an
pane-acc
mangerete il pane e berrete l'acqua
e-iz-za-te-ni
mangiare: prs.2pl
wa-a-tar-ma
acqua: n/a=conn
e-ku-ut-te-ni
bere:prs.2pl
NINDA- an la trascrizione di un ideogramma sumerico (NINDA pane) a cui aggiun-
ta la desinenza dellaccusativo ittita: il segno -an ha pertanto valore fonetico. Questa
frase servita di base per la decifrazione dellittita: il valore dellideogramma era noto;
data la vicinanza della parola per pane si ipotizzato che wa-a-tar-ma contenesse la
parola per acqua: questa ipotesi automaticamente faceva interpretare la lingua come
appartenente alla famiglia indoeuropea, dato che la radice indoeuropea ricostruita per
acqua *wodr -/udr - , cfr. ingl. water , gr. hd or ydvr. A questo punto si ipotizzato
che le altre parole fossero forme verbali e che significassero mangiare e bere, dato
che la frase sembrava costruita con una struttura parallela, e daltro canto le due forme
eizzteni e ekutteni sono chiaramente forme con lo stesso suffisso. Lipotesi che si trat-
tasse di una lingua indoeuropea offriva appoggio a questa interpretazione, dato che
anche questi due verbi conservano radici indoeuropee note da altre lingue (vedi Frie-
drich, 1973, pp. 85-8).
1. Somiglianza e diversit. La classicazione delle lingue
57
In questo capitolo

Le lingue possono essere classicate in varie maniere: o dal punto di vista


della loro parentela, o dal punto di vista delle somiglianze strutturali, o in base
alle caratteristiche comuni sviluppate durante lungo tempo di contatto. Parleremo
nel primo caso di classicazione genetica, nel secondo di classicazione tipologica
e nel terzo di classicazione areale. Lingue che appartengono allo stesso gruppo
in una classicazione possono appartenere a gruppi diversi in unaltra classi-
cazione.

La classicazione genetica alla base del raggruppamento delle lingue in fa-


miglie linguistiche. La pi studiata e una delle pi antiche quanto a testimonianze
storiche la famiglia linguistica indoeuropea. Essa si divide in varie famiglie: lati-
no, da cui discendono le lingue romanze, italico, greco, germanico, celtico, albane-
se, tocario, anatolico, indoiranico, slavo, baltico, armeno.

Fra le lingue afroasiatiche, molte delle quali prive di tradizione scritta, si trova-
no le lingue di pi antica attestazione: le lingue semitiche e legiziano. In questo
gruppo anche nata la scrittura (vedi scheda 1).

Altre famiglie linguistiche e lingue esaminate sono la famiglia uraloaltaica, la


famiglia sinotibetana, il giapponese, il coreano, le lingue caucasiche, le lingue
nigercongolesi, le lingue australiane e dellarea pacifica e le lingue delle Ameri-
che. I gruppi di lingue individuati non costituiscono sempre famiglie paragonabi-
li con la famiglia indoeuropea: in alcuni casi laffiliazione piuttosto di tipo
areale (Australia, lingue caucasiche) o tipologico (lingue uraloaltaiche, giappo-
nese e coreano).

Esistono poi lingue che non si lasciano raggruppare con altre, le lingue isolate:
fra queste, alcune lingue antiche, come il sumerico o letrusco, e, fra le lingue euro-
pee moderne, il basco.

In situazioni particolari di contatto estremo fra lingue non mutuamente intel-


liggibili si osserva la nascita di nuove lingue, dette creoli. Queste lingue sono nate
in larga misura in epoca coloniale in Africa e soprattutto nelle Americhe. Anche da
situazioni di contatto dovuto a scambi commerciali si creano a volte nuove variet,
dette pidgins.
Letture consigliate
Per una trattazione pi esauriente dedicata alle lingue indoeuropee, che compren-
de anche molta della materia discussa negli altri capitoli di questo libro, rimando a
Giacalone Ramat, Ramat (1997). Alle lingue dEuropa, sia indoeuropee sia di fami-
glie diverse, sono dedicati Nocentini (2002) e Ban, Grandi (2003). Alcune notizie
sulla progressiva scomparsa delle lingue celtiche e sul rapporto fra variet celtiche
e inglese nelle isole britanniche si possono trovare in Nettle, Romaine (2001).
Unaltra breve trattazione dedicata alle lingue del mondo si trova in Lehmann
58
Introduzione alla linguistica storica
(1998); in inglese si pu consultare Comrie (1990), che pu anche servire come fon-
te per altri riferimenti. Soprattutto sulle lingue semitiche disponibile una vasta
bibliograa in italiano, fra cui Garbini, Durand (1994) e, sullebraico e la sua storia,
Durand (2001). La variegata situazione sociolinguistica dellAfrica Occidentale de-
scritta in Turchetta (1996). Sulla classicazione tipologica delle lingue un primo ri-
ferimento pu essere Grandi (2003); ulteriori riferimenti bibliograci saranno for-
niti nei capitoli 3 e 5. Sulla nascita della scrittura e i diversi sistemi graci si veda
Valeri (2001).
1. Somiglianza e diversit. La classicazione delle lingue
59
2
La ricostruzione del sistema fonologico
indoeuropeo e il mutamento fonologico
1. Introduzione
Nel presente capitolo ci occuperemo della fonologia delle lingue indoeuro-
pee e dellindoeuropeo ricostruito. In particolare, vedremo come dal siste-
ma fonologico che ricostruiamo per lindoeuropeo siano potuti derivare i
sistemi fonologici delle lingue storiche, per lo meno nelle loro fasi pi anti-
che. Ci comporta una duplice prospettiva: in primo luogo, quella della ri-
costruzione, che si basa soprattutto sul metodo comparativo; la seconda
prospettiva quella del mutamento, e descrive i tipi di mutamento avve-
nuti in ciascuna famiglia linguistica.
Il capitolo diviso in due parti. Nella prima parte riassumeremo innanzi-
tutto i principali tipi di modicazione di foni dai quali il mutamento fono-
logico pu avere avvio. Passeremo quindi alla ricostruzione del sistema fo-
nologico indoeuropeo, dopo la quale illustreremo poi con alcuni esempi il
metodo comparativo e i principali mutamenti fonologici avvenuti nelle
lingue storiche, affrontando anche il problema delle cause, dinamiche e
modalit di diffusione del mutamento fonologico. Nella seconda parte del
capitolo, prenderemo in esame le principali famiglie linguistiche indoeuro-
pee per vedere in maniera pi dettagliata in che modo costituito il siste-
ma fonologico di ciascuna di esse.
Modicazioni di foni
e mutamento
fonologico
necessario comprendere che le modicazioni di foni illustrate nel par. 2
non sono di per s mutamenti fonologici: il mutamento fonologico non
la modicazione di un segmento in un dato contesto, ma un vero e proprio
cambiamento nel sistema fonologico di una lingua. Vediamo un esempio
che serva a chiarire preliminarmente questa differenza. In italiano la conso-
nante nasale davanti a ostruente ne assume il punto di articolazione: cos la
pronuncia della parola banca sar ['baka], con una nasale velare. Questo
un fenomeno molto comune, come vedremo pi avanti, e in italiano que-
sta assimilazione avviene sempre, ma non intacca il sistema fonologico:
semplicemente, davanti a occlusiva velare troviamo un allofono della nasa-
le che contestualmente condizionato e non pu comparire in altri conte-
sti; quindi, come tutti gli allofoni dello stesso fonema, non ha valore di-
61
stintivo. In inglese, la stessa nasale ha invece valore distintivo: si vedano
coppie come sin, peccato ~ sing, cantare, fonologicamente /sin/ ~ /si/.
Un tempo, neanche in inglese la nasale velare aveva valore distintivo: come
possiamo ancora vedere dalla graa, che conservativa, in origine la nasale
velare era un allofono che si articolava davanti a occlusiva velare, proprio
come in italiano. poi avvenuto che nel particolare contesto presentato da
questo esempio, cio in ne di parola, locclusiva caduta: la condizione
per larticolazione di questo allofono venuta meno, ma la velarit rima-
sta. Si creato pertanto, per lo meno nella posizione nale di parola, un
nuovo fonema //. Come vedremo meglio nel par. 3.1 di questo capitolo,
questo tipo di mutamento fonologico si chiama fonologizzazione e consi-
ste nel fatto che due allofoni diventano due fonemi distinti: una differenza
che prima era contestuale assume valore di opposizione fonologica.
2. Modicazioni di foni
Articolazione dei foni
e contesto
2.1. Assimilazione e dissimilazione Ogni segmento sonoro, o fono, articola-
to dallapparato fonatorio umano appare in un contesto (cio per lo pi
circondato da altri segmenti) che ne condizionano la realizzazione. Ci av-
viene per un fenomeno detto coarticolazione. La coarticolazione il fe-
nomeno per cui normalmente articolando un suono il nostro apparato fo-
natorio si prepara, per quanto possibile, ad articolare il suono successivo.
In questo modo si producono diversi allofoni, o varianti contestuali, di cia-
scun fonema.
Lassimilazione la principale conseguenza della coarticolazione. Lassimi-
lazione pu essere di vario genere: di per s essa comporta semplicemente
che un segmento assuma una delle caratteristiche, o tratti articolatori, di
un altro. La velarizzazione della nasale davanti a occlusiva velare di cui ab-
biamo parlato un caso di assimilazione parziale: il modo di articolazione
resta diverso (il primo segmento rimane nasale, mentre il secondo non lo
), mentre il luogo di articolazione diventa lo stesso. Possiamo aggiungere
che in italiano una nasale si assimila per luogo di articolazione a tutte le
ostruenti successive. Lassimilazione fra segmenti pu essere totale. Rima-
nendo sempre allesempio delle nasali italiane, vediamo che nelle forme il-
logico, irreale la nasale del presso negativo in- si assimilata totalmente
alla consonante laterale o vibrante che la segue.
Negli esempi visti sopra, lassimilazione regressiva: va, per cos dire, al-
lindietro, interessando il segmento che precede quello che ne la causa.
Cos in banca il segmento interessato allassimilazione /n/, mentre il seg-
mento che causa lassimilazione /k/; lassimilazione regressiva perch
/n/ precede /k/. Lassimilazione pu per agire anche in senso inverso, nel
qual caso essa si dice progressiva. Litaliano presenta soprattutto esempi
di assimilazione regressiva; esempi di assimilazione progressiva si trovano
62
Introduzione alla linguistica storica
nei dialetti: per esempio, forme come quanno per quando in alcune variet
centro-meridionali presentano lassimilazione dellocclusiva /d/ alla nasale
che la precede.
Articolazione
delle nasali
Tornando allarticolazione dei segmenti in forme come banca, possiamo
osservare che anche la vocale della prima sillaba subisce gli effetti della
coarticolazione: essa infatti presenta, nella parte nale, una leggera nasaliz-
zazione. Larticolazione esatta della parola infatti ['ba
n
ka]: noi come
parlanti non ci rendiamo conto della presenza di questa nasalizzazione sul-
la vocale, dato che essa avviene automaticamente e non ha valore distinti-
vo. Tuttavia, un esame spettrograco ci dimostra che la prima vocale in
banca articolata in maniera diversa dalla seconda, appunto a causa della
nasale che la segue. Questo dipende dal fatto che, verso la ne del segmen-
to vocalico che stiamo articolando, abbassiamo il velo del palato, per pre-
pararci ad articolare la successiva consonante nasale. Anche questo un
tipo di assimilazione: il modo di articolazione della vocale si avvicina a
quello della consonante seguente.
Cambiamento
di sonorit
Un altro tipo facilmente esemplicabile di assimilazione riguarda la sono-
rit, o grado, dei foni ostruenti, che pu mutare: possiamo avere pertanto
una sonorizzazione o una desonorizzazione. In italiano possiamo esempli-
care il fenomeno della sonorizzazione esaminando gli allofoni del fonema
/s/ davanti a consonante: vedremo che la distribuzione comporta due allo-
foni, di cui quello sordo [s] compare davanti a ostruente sorda, come nella
parola strada ['stra:da], mentre quello sonoro compare davanti a ostruenti
sonore, nasali, laterali e vibranti, come in sdolcinato [zdoltSi'na:to] o sme-
raldo [zme'raldo]. Anche la tendenza alla sonorizzazione di /s/ intervocali-
co nelle variet italiane settentrionali e in parte del toscano dovuta a
unassimilazione: le vocali sono infatti segmenti sonori. Si osservi per che
questa modicazione potuta avvenire solo in conseguenza di un muta-
mento fonologico: in alcune variet toscane rimane ancora unopposizione
fra /s/ e /z/ in posizione intervocalica, presente per esempio nelle coppie
/'fuso/ strumento per lare ~ /'fuzo/ participio di fondere. La scompar-
sa di questa opposizione fa s che le diverse variet italiane tendano a gene-
ralizzare uno dei due allofoni nel contesto intervocalico.
La desonorizzazione pu avvenire quando un segmento sonoro perda la so-
norit. Ne troviamo un esempio in latino, in forme come lectus, participio
passato di lego io leggo: la occlusiva velare sonora [g] presente nella radice
del verbo, che compare come tale nella forma della prima persona singolare,
perde la sonorit e si trasforma nellocclusiva velare sorda [k] davanti al suf-
fisso -tus del participio, che inizia con una occlusiva sorda. Questa desono-
rozzazione anche un esempio di assimilazione regressiva: qui lassimilazio-
ne colpisce il grado dellocclusiva. (Si osservi che nella forma italiana letto
troviamo unulteriore assimilazione, per cui la prima occlusiva assume il
luogo di articolazione della seconda.)
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
63
La gorgia toscana Un altro mutamento che possono subire le occlusive in posizione intervo-
calica e che dovuto a un loro avvicinamento al modo di articolazione del-
le vocali la cosiddetta spirantizzazione. Conosciamo questo fenomeno
dal toscano: in molte variet toscane, le occlusive sorde intervocaliche di-
ventano fricative, avvicinandosi leggermente al modo di articolazione delle
vocali, che comporta lapertura del canale fonatorio (esempi sono la pro-
nuncia [la hasa] per la casa, [diTo] per dito e via di seguito).
Inuenza delle vocali
sulle consonanti
Le vocali condizionano generalmente il punto di articolazione delle conso-
nanti che le precedono. Se osserviamo la pronuncia delle occlusive velari, ci
renderemo conto che locclusione avviene in punti diversi del palato a se-
conda che la vocale che segue sia anteriore o posteriore. Anche questa una
modicazione che facciamo fatica a percepire, dato che non ha valore di-
stintivo, ma dal punto di vista articolatorio facile vericare che, mentre
nel caso per esempio della parola china locclusione che produciamo per ar-
ticolare la [k] iniziale avviene allinizio del velo del palato, quasi contro il
palato duro, nel caso della parola cosa essa avviene pi indietro. Parliamo
nel primo caso di palatalizzazione, cio avanzamento del punto di articola-
zione verso il palato duro.
Assimilazione
a distanza
Non tutte le modicazioni di foni sono dovute alla coarticolazione. In pri-
mo luogo, lassimilazione pu avvenire a distanza. Un tipo di assimilazio-
ne a distanza la cosiddetta metafonesi, o metafonia, presente in vari dia-
letti italiani e nota anche dalle lingue germaniche antiche, un tipo di mu-
tamento che colpisce il timbro delle vocali. Si consideri per esempio la pa-
rola gast, ospite, in gotico. La forma del singolare comporta una vocale
bassa /a/ nella sillaba radicale; nel plurale, troviamo invece gesti: per in-
uenza della vocale anteriore /i/ nella sillaba nale, anche la vocale della
sillaba radicale avanza, divenendo /e/. Nelle lingue germaniche moderne
la condizione per la metafonia scomparsa; in inglese, dove le vocali nali
sono scomparse completamente, sono rimasti plurali caratterizzati dalla
metafonia, ma questo fenomeno non pi distinguibile dallapofonia (de-
scritta nel cap. 2 par. 9): si vedano le coppie di singolari e plurali foot ~
feet, tooth ~ teeth, goose ~ geese ecc. (sulla metafonia in germanico vedi
anche cap. 2 par. 14.4.3).
Dissimilazione Inoltre, troviamo anche il fenomeno inverso allassimilazione, detto dissi-
milazione. La dissimilazione pu essere esemplicata dalla legge di Gras-
smann, discussa pi avanti (cap. 2 par. 6.3). Un altro esempio costituito
dagli esiti della parola latina arbor albero in alcune lingue romanze. In ita-
liano, per esempio, alle due vibranti del latino corrispondono una laterale e
una vibrante; lo stesso avviene in spagnolo, ma con ordine inverso: arbol. Il
francese, invece, mantiene le due vibranti: arbre.
Scomparsa e nascita
di dittonghi
Assimilazione e dissimilazione possono avere leffetto di diminuire o au-
mentare il numero dei segmenti. Ci si osserva per esempio nella scompar-
sa o creazione di dittonghi. Il primo fenomeno, detto monottongazione,
64
Introduzione alla linguistica storica
consiste nellavvicinamento progressivo delle due vocali che compongono
un dittongo, no a fondersi in un unico timbro. Cos per esempio il dit-
tongo [ai] del latino arcaico era gi diventato [ae] nel latino classico: la se-
conda vocale si era abbassata, avvicinandosi alla prima. In seguito, il dit-
tongo si monottongato, dando come esito [e], come vediamo confron-
tando per esempio la desinenza del nominativo plurale dei temi latini in
- a- con il plurale degli stessi temi in italiano: lat. rosae, it. rose.
Il fenomeno inverso, cio la dittongazione, la creazione di due segmenti
a partire da uno iniziale. Si tratta di un tipo di dissimilazione pi corretta-
mente detto differenziazione. Un noto esempio costituito dalla dittonga-
zione romanza (su cui vedi scheda 1), per cui le vocali latine [e] e [o] hanno
avuto come esiti, in condizioni speciche, dei dittonghi aperti: lat. decem,
it. dieci, lat. bonum, it. buono.
La sillaba accentata
italiana
2.2. Struttura sillabica e accento Altre modicazioni di foni possono essere
causate dalla struttura sillabica. In italiano per esempio la sillaba accentata
lunga, a meno che non sia la sillaba nale assoluta di parola: cio sono
lunghe le sillabe accentate di pallone o certo, ma non quelle di cos o perch.
Una sillaba pu essere lunga se chiusa, cio se ha una coda consonantica,
come la sillaba accentata nella parola certo ['tSEr.to], oppure se ha una vo-
cale lunga. La vocale accentata della parola pallone, che si trova in una silla-
ba aperta (che non ha coda consonantica) viene pertanto articolata lunga,
[pal.'lo:.ne]: la sua articolazione dura un po pi a lungo di quella della vo-
cale accentata della parola certo. Anche in questo caso, per i parlanti dif-
cile rendersi conto di questa differenza, dato che non ha valore distintivo,
ma lanalisi spettrograca dimostra che la differenza esiste effettivamente.
Spesso gli apprendenti di italiano L2 che parlino una L1 in cui la quantit
vocalica ha valore distintivo (come linglese o il tedesco) tendono ad allun-
gare la vocale tonica italiana in sillaba aperta in maniera molto accentuata,
proprio perch per loro naturale cogliere e riprodurre una caratteristica
che sono abituati a considerare distintiva nella loro L1.
Mantenimento della
struttura sillabica
In altri casi lallungamento vocalico pu essere dovuto allesigenza di man-
tenere la lunghezza della sillaba in presenza di una semplicazione o scom-
parsa della coda consonantica. Questo avviene nel caso del cosiddetto al-
lungamento di compenso, presente per esempio nel greco classico. In gre-
co classico alcuni nessi consonantici tendono a semplicarsi. Per esempio,
nella parola per piede, il cui genitivo pod-s pod oq, il nominativo com-
porterebbe un gruppo consonantico [ds] che in genere non conservato:
*pod-s diventa infatti pos po yq, con scomparsa della occlusiva dentale e
conseguente allungamento di compenso della vocale radicale (si osservi che
la graa < ou > , in alfabeto greco < oy > , rappresenta in questo caso il fo-
nema /o:/). Un altro esempio il nominativo singolare dei sostantivi che
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
65
terminano in -nt: il greco presenta una serie di restrizioni sulle consonanti
che possono stare in nale di parola, che sono solo /n/, /s/ e /r/. Pertanto,
la dentale nale cade e anche in questo caso la vocale subisce un allunga-
mento. Nella parola per leone troviamo dunque genitivo lont-os l eontoq,
nominativo l on l evn (dove < o > rappresenta /O:/ e nellalfabeto greco la
vocale < v> ).
Restrizioni
sulla sillaba nale
di parola
In varie lingue, come tedesco e russo, le occlusive finali di parola possono es-
sere solo sorde. In tedesco abbiamo per esempio Rad ruota [ra:t]; la sonori-
t ricompare qualora il segmento venga a trovarsi in interno di parola: Rades
ruota:gen [ra:d@s]. Questo fenomeno legato alla posizione: in molte lin-
gue esistono restrizioni sulla struttura della sillaba finale di parola, che ri-
guardano la possibile presenza di code consonantiche o il tipo di consonanti
che possono ricorrere nella coda. In italiano la sillaba finale di parola deve es-
sere aperta, non ammette cio la presenza di code consonantiche. Infatti, le
uniche parole italiane che terminano in consonante sono proclitici, come la
negazione non o larticolo il: si tratta di parole che non portano accento pro-
prio e prendono laccento dalla parola che le segue. Esse pertanto non sono
parole fonologiche e sono sempre seguite da unaltra parola (quella appunto
con cui costituiscono ununit accentuale)
1
. In altre lingue le code sono am-
messe, ma le consonanti che vi possono comparire sono limitate: abbiamo
gi ricordato che in greco antico, per esempio, le uniche consonanti che pos-
sono trovarsi in fine di parola sono /s/, /r/ e /n/. Il fenomeno esaminato so-
pra per il tedesco di tipo analogo: la coda della sillaba finale di parola pu
contenere meno opposizioni della coda di una sillaba interna; nel caso speci-
fico lopposizione di sonorit (o grado) si neutralizza.
Modicazioni di foni
causate dallaccento
Laccento pu avere un ruolo rilevante nella modicazione dei foni. In
molte lingue, come per esempio il tedesco e il russo, le vocali delle sillabe
atone sono ridotte nella pronuncia, cio tendono a essere articolate per la
maggior parte come [@], [a] o [i]. Una tendenza di questo genere pu por-
tare alla scomparsa di intere sillabe: per esempio, in francese antico la ridu-
zione vocalica ha interessato in maniera crescente le sillabe che seguivano la
tonica, tanto da arrivare alla situazione del francese moderno, in cui tutte
le sillabe che seguono la tonica sono scomparse o si sono ridotte e conten-
gono la vocale [@]. Si confrontino per esempio il lat. comprehendere pren-
dere e il fr. comprendre comprendere, fonologicamente /kompr~adr@/. In
molti altri casi, la graa continua a notare sillabe non pi realizzate, come
possiamo osservare per esempio nella essione verbale: ils parlent /il parl/.
1. Esistono poi in italiano varie parole che, pur portando accento proprio, niscono in conso-
nante, come sport, toast, camion, ma si osserver che si tratta di prestiti da altre lingue, che non
hanno le restrizioni dellitaliano sulla struttura della sillaba nale.
66
Introduzione alla linguistica storica
3. Tipi di mutamenti fonologici
Creazione di nuovi
fonemi: la nasale
velare in inglese
3.1. Fonologizzazione Abbiamo gi visto un caso di fonologizzazione, par-
lando della creazione del fonema // in inglese. La fonologizzazione avviene
qualora due allofoni, che come tali si trovano in distribuzione complemen-
tare, vengano a trovarsi, almeno in un contesto, nella stessa distribuzione.
Riprendiamo lesempio dellinglese: come abbiamo visto sopra, antica-
mente la situazione della nasale velare in inglese era la stessa che riscontria-
mo nellitaliano; si trattava cio di un allofono della nasale che compariva
solo davanti a occlusiva velare. In nale assoluta di parola, il gruppo conso-
nantico [g] si semplicato, nel senso che caduta locclusiva nale.
Questo fenomeno di per s piuttosto comune: molte lingue non soppor-
tano code consonantiche complesse (cio sillabe che niscano con pi con-
sonanti); come abbiamo osservato (cap. 2 par. 2.2), la ne di parola una
posizione che spesso subisce ulteriori restrizioni. In inglese, la scomparsa
dellocclusiva nale in questa posizione ha avuto la conseguenza di lasciare
senza contesto il fono [], che ha pertanto assunto funzione distintiva, in
coppie come /son/ glio (son) ~ /so/ canzone (song), /Tin/ sottile
(thin) ~ /Ti/ cosa (thing) e cos via. La condizione che provocava la vela-
rizzazione della nasale ancora visibile nella graa, che conserva locclusiva
non pi realizzata nella pronuncia. Si osservi che la scomparsa dellocclusi-
va non ha causato perdite di opposizione proprio perch uno dei tratti del-
locclusiva, cio la velarit, si era gi trasferito sulla nasale. Il carattere rela-
tivamente recente del valore fonemico di // testimoniato dalla sua distri-
buzione: mentre le altre nasali dellinglese, cio /n/ e /m/, possono ricorre-
re in qualunque posizione, il fonema // ristretto alla nale di parola; in
particolare, in interno di parola locclusiva velare non scomparsa. Abbia-
mo pertanto /si/ (sing) ma /singer/ (singer) (pronunciato [siger]), dove
la velare nasale si realizza sotto condizionamento della occlusiva che la se-
gue ed un allofono di una nasale generica, come in italiano.
Creazione di nuovi
fonemi: le vocali
nasali in francese
Un altro caso di fonologizzazione costituito dalla comparsa dellopposi-
zione fra vocali orali e vocali nasali in francese. Com noto, il latino aveva
solo vocali orali, situazione per altro continuata nella maggior parte delle
lingue romanze (fra cui litaliano). In francese troviamo invece opposizioni
come /s~Ek/ cinque ~ /sEk/ secco (rispettivamente nella graa cinq e sec).
Il fenomeno che ha creato questa opposizione simile a quello visto per
linglese. La vocale che precede una consonante nasale, come abbiamo gi
osservato (cap. 2 par. 2.1), in genere nasalizzata: labbassamento del velo
palatino che serve ad articolare la nasale inizia durante larticolazione del
segmento vocalico. In francese, in ne di sillaba, il tratto di nasalit si tra-
sferito completamente sulla vocale e locclusione anche richiesta dallarti-
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
67
colazione di una consonante nasale scomparsa. Come nel caso del fone-
ma // in inglese, anche nel caso delle vocali nasali in francese la graa con-
serva ancora la condizione che ne provocava la realizzazione: ma in realt
questa condizione non esiste pi nella pronuncia.
I due mutamenti che abbiamo visto, e in generale tutti i casi di fonologiz-
zazione, creano un numero maggiore di opposizioni distintive: arricchisco-
no cio linventario dei fonemi di una lingua.
Scomparsa
di opposizioni
fonologiche
3.2. Defonologizzazione La defonologizzazione il processo inverso alla
fonologizzazione: essa consiste cio nella perdita di unopposizione fo-
nologica. Un esempio di defonologizzazione la scomparsa dellopposizio-
ne /s/ ~ /z/ in molte variet italiane. Osserviamo che nellitaliano standard
e in buona parte del toscano tale opposizione esiste solo in posizione inter-
vocalica, in poche coppie come /'kjEse/ ~ /'kjEze/, /'fuso/ ~ /'fuzo/. Da-
vanti a ostruente, lopposizione neutralizzata (il tratto di sonorit si assi-
mila a quello dellostruente), mentre in iniziale assoluta di parola davanti a
vocale troviamo sempre solo /s/ e mai /z/. Possiamo quindi dire che lop-
posizione che si persa aveva un rendimento funzionale basso, nel senso
che le coppie minime che essa distingueva erano in quantit limitata.
Un altro esempio di defonologizzazione costituito dalla scomparsa del-
lopposizione fonologica fra vocali brevi e vocali lunghe nel latino volgare.
In latino esistono coppie minime distinte dalla quantit della vocale, come
per esempio /rosa/ rosa:nom ~ /rosa:/ rosa:abl. Nel latino volgare,
cio la lingua parlata nei primi secoli d.C., questa opposizione scomparve:
in italiano, come abbiamo visto (cap. 2 par. 2.2), si sono ricreati foni voca-
lici lunghi, che per, oltre a non avere nessuna corrispondenza con la
quantit vocalica del latino, non hanno valore fonemico, ma sono semplici
allofoni, presenti nelle sillabe toniche aperte non nali di parola.
Come la fonologizzazione, anche la defonologizzazione modica linventa-
rio dei fonemi di una data lingua: in questo caso per il numero di opposi-
zioni diminuisce.
Sostitutzione
dellallofono
principale con
un altro allofono
3.3. Rifonologizzazione La rifonologizzazione un fenomeno diverso dai
due visti nelle sezioni precedenti, in quanto essa non agisce sul numero
delle opposizioni fonologiche. La rifonologizzazione consiste infatti nella
sostituzione completa dellallofono principale di un fonema con un altro
allofono. Un caso di rifonologizzazione che tratteremo estesamente pi
avanti (cap. 2 par. 6.1) la cosiddetta prima rotazione del germanico (o
legge di Grimm), per la quale il sistema delle ostruenti, che per lindoeuro-
peo si ricostruisce come formato da occlusiva sorda, occlusiva sonora e oc-
clusiva sonora aspirata, si modica in occlusiva sorda, occlusiva sonora e
68
Introduzione alla linguistica storica
fricativa sorda: rimangono tre opposizioni, ma con un completo cambia-
mento del tipo delle opposizioni stesse.
4. Il sistema fonologico dellindoeuropeo
4.1. Ostruenti
tabella 1 Le ostruenti dellindoeuropeo ricostruito
Sorda Sonora Sonora aspirata
Occlusive velari k g g
h
Occlusive labiovelari k
w
g
w
g
wh
Occlusive palatali

k g g
h
Occlusive dentali t d d
h
Occlusive bilabiali p b b
h
Fricativa dentale s
Un sistema
fonologico ricostruito
Diamo qui di seguito il sistema fonologico dellindoeuropeo ricostruito.
Questa ricostruzione non lunica possibile, come vedremo meglio in se-
guito, ma pu costituire un punto di partenza per introdurre ulteriori ela-
borazioni.
Osservazioni Le occlusive palatali sono indicate con un particolare diacri-
tico < > , come per esempio in <

k > , che non un simbolo ipa, ma


quello tradizionalmente usato nei manuali di indoeuropeo. Un altro sim-
bolo non appartenente allipa usato nelle ricostruzioni il segno < > per
indicare la vocale lunga, come per esempio in < a > . Le trascrizioni di lin-
gue comunemente scritte in alfabeti diversi da quello latino seguono le co-
muni convenzioni; nelle appendici del primo capitolo ho comunque forni-
to lalfabeto greco, quello cirillico e il devan agar, con le rispettive trascri-
zioni. Per quanto riguarda le corrispondenze ipa dei simboli usati per tra-
scrivere le lingue slave e il sanscrito rimando alla trattazione dei rispettivi
sistemi fonologici (cap. 2 parr. 14.5 e 14.7).
Ai fonemi elencati vanno aggiunti come allofoni delle occlusive sorde (e
delle occlusive aspirate nella posizione /#s _) le sorde aspirate, che si fono-
logizzano unicamente in indoario. Ne troviamo un esempio nel verbo sta-
re, ie. *st a-: lat. sto, gr. hstemi, scr. ti
.
s
.
th ami (la forma greca e quella san-
scrita comportano un raddoppiamento; vedi cap. 2 par. 6.3; una diversa
spiegazione possibile se si considera che laspirazione sia la traccia di una
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
69
laringale; vedi cap. 2 par. 12). NellOttocento, quando si attribuiva al san-
scrito un carattere pi conservativo di quanto non venga fatto ora, si rico-
struivano pure le sorde aspirate come fonemi indipendenti dellindoeuro-
peo. Per quanto riguarda le sonore aspirate, oggi si pensa che in realt esse
fossero piuttosto mormorate aspirate (andrebbero dunque notate come
*/

b
h
/, */

d
h
/ ecc.). Doveva poi esistere un allofono sonoro della fricativa
dentale [z] davanti a occlusive sonore.
4.2. Liquide e nasali; sonanti e semivocali
Liquide e nasali
sonanti
Osservazioni Sia le liquide e nasali, sia le semivocali (o glide) possono as-
sumere valore vocalico qualora si trovino in contesto consonantico. Liqui-
de e nasali sillabiche sono dette anche sonanti.
tabella 2 Le liquide e le nasali dellindoeuropeo ricostruito
Non sillabiche Sillabiche
Nasali Dentale n
.
n
Bilabiale m
.
m
Liquide Laterale l
.
l
Vibrante r
.
r
tabella 3 Le semivocali dellie. ricostruito
Palatale Velare
j w
Lunica lingua che conserva in parte le sonanti originarie il sanscrito
2
, in
cui possiamo osservare lalternanza non fonologica di /r/ sillabica e non sil-
labica: si veda per esempio scr. pitari padre:loc.sg pit
.
r
.
su padre:loc.pl.
Nella seconda forma la vibrante si viene a trovare fra due consonanti e si
vocalizza, diventando nucleo di sillaba.
Oltre alle sonanti /
.
n/, /
.
m/, /
.
r/, /
.
l/ si ricostruiscono anche delle sonanti lun-
ghe, che in qualche lingua hanno esiti separati. Siccome questi esiti si la-
sciano spiegare alla luce della teoria delle laringali (cap. 2 par. 12), non ne
daremo trattazione separata.
2. Una sonante */
.
r/ va ricostruita per il protoindoiranico; nelle variet iraniche storiche, per,
essa aveva probabilmente gi sviluppato una vocale di appoggio /@/. Le liquide sonanti delle lin-
gue slave sono di origine pi tarda e non derivano da quelle indoeuropee, vedi cap. 2 par.
14.7.2.
70
Introduzione alla linguistica storica
4.3. Vocali
i i u u
e e
o o
a a

figura 1 Le vocali dellindoeuropeo ricostruito


Lo s@wa indoeuropeo Osservazioni La vocale /@/, comunemente detta s@wa dal nome della stes-
sa vocale nelle lingue semitiche, si ricostruisce in base a esempi in cui tutte
le lingue indoeuropee presentano un timbro [a], mentre lindoiranico pre-
senta un timbro [i], come nella parola per padre: lat. pater, gr. pat

er
pat hr, got. fadar, scr. pit ar-. Come vedremo pi avanti, si tratta di una ri-
costruzione su cui non tutti concordano: alcuni studiosi preferiscono far
rientrare questo fonema in un sistema pi ampio, delle cosiddette laringali
(vedi cap. 2 par. 12). La vocale centrale media // o //, anche detta s@wa
secundum e solitamente trascritta < > , risulta dal grado dellapofonia
fra consonanti (vedi cap. 2 par. 9).
Accento libero
e musicale
4.4. Accento Le lingue indoeuropee presentano sistemi accentuali di vario
genere, come vedremo meglio nei paragra che seguono. In base alle testi-
monianze delle lingue pi conservative, come il sanscrito vedico, il lituano
e in parte il greco, possiamo ricostruire per lindoeuropeo un accento con
sede libera (cio poteva cadere su qualunque sillaba). Si trattava di un ac-
cento non di tipo intensivo, come laccento dellitaliano e della maggior
parte delle lingue europee moderne, ma di un accento musicale o di altezza
(ingl. pitch accent): la sillaba tonica non si distingueva per lintensit con la
quale era articolata la vocale, ma per la sua altezza.
5. Ricostruzione
Come ricostruire
i fonemi
Possiamo domandarci come ricostruiamo i fonemi rappresentati sopra. Il
caso pi semplice quello in cui tutte le lingue indoeuropee presentino
nella stessa parola lo stesso fonema. Troviamo casi di questo genere soprat-
tutto per liquide e nasali. Un esempio la parola per nove, che presenta
una nasale dentale in posizione iniziale in tutte le lingue indoeuropee in
cui attestata: oltre al latino novem(e ovviamente allitaliano nove), lingle-
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
71
se e il tedesco nine e neun, il sanscrito nva e il greco enna enn ea
3
; oppure
la parola per naso, dove accanto allitaliano possiamo elencare linglese no-
se, il russo nos

e il sanscrito nas

a.
Un caso pi problematico si pone quando una lingua discorda dalle altre.
Esaminiamo i segmenti iniziali delle seguenti forme:
[1] latino pater
[2] latino sex
greco pat

er
greco hks
sanscrito pitr-
sanscrito
.
sa
.
s
inglese father
inglese six russo sest

Nel primo caso, linglese (e in generale il germanico) discorda dalle altre


lingue, perch presenta una fricativa in luogo di unocclusiva; nel secondo,
il greco discorda dalle altre lingue, presentando unaspirazione in luogo di
una sibilante. importante constatare che la maggior parte delle lingue
concorda, ma ci non sufciente: esistono, come vedremo, casi in cui
una lingua o famiglia linguistica sola nel conservare la situazione origina-
ria. Per poter ricostruire la forma indoeuropea, in questi casi, bisogna ba-
sarsi su una grande quantit di dati, che lascino intravedere delle regolarit.
Come vedremo pi avanti, i mutamenti attestati rispettivamente dallin-
glese e dal greco negli esempi forniti sopra si inseriscono in una serie di
mutamenti regolari, che chiameremo leggi fonetiche con il nome usato
dai linguisti che per primi indagarono le dinamiche del mutamento fono-
logico nel xix secolo.
Il metodo
comparativo
Il procedimento principale usato per la ricostruzione il metodo compara-
tivo, che consiste nel confrontare fra loro tutti i dati disponibili, individua-
re le regolarit e in base a esse ricostruire una forma che spieghi attraverso
mutamenti regolari tutti gli esiti attestati.
6. Le leggi fonetiche
I neogrammatici Verso la fine del xix secolo, un gruppo di studiosi tedeschi, detti neo-
grammatici, giunse a individuare le caratteristiche di regolarit del mu-
tamento fonologico. Fu elaborato allora limportante concetto di legge
fonetica (si osservi che luso del termine fonetica in questo contesto
data al xix secolo, quando non era comune distinguere fra fonetica e fo-
nologia: in realt ci si riferisce al mutamento fonologico). Fino ad allora,
si erano osservate alcune regolarit nelle corrispondenze di foni o fonemi
3. La forma greca presenta una vocale iniziale che non esiste nelle altre lingue. Si tratta di un fe-
nomeno frequente in questa lingua, per cui molte parole con consonante iniziale sviluppano
una prostesi vocalica. Unaltra spiegazione pu essere data ricostruendo allinizio di alcune pa-
role una laringale (vedi cap. 2 par. 12).
72
Introduzione alla linguistica storica
fra le diverse lingue indoeuropee, ma non si era riusciti a trovare spiega-
zioni per molte delle irregolarit. In verit forse inizialmente le spiegazio-
ni non furono trovate perch non erano state cercate: in un primo tem-
po, infatti, gli interessi degli studiosi si erano rivolti alla comparazione e
in parte alla ricostruzione, ma non al mutamento. Solo lo storicismo del-
la seconda met dellOttocento port in seguito la linguistica a identifi-
care il proprio metodo con quello delle nascenti scienze storico-sociali.
Linteresse si spost allora sul mutamento fonologico e il fatto che potes-
sero essere rintracciate cause per le irregolarit del mutamento condusse i
linguisti a riconoscere lacquisita scientificit del metodo sviluppato. Ve-
dremo nel paragrafo che segue come concretamente si sia passati dalla
constatazione delle corrispondenze allelaborazione del concetto di legge
fonetica.
Le ostruenti
del germanico
6.1. La legge di Grimm Allinizio del xix secolo, il linguista danese Ra-
smus Rask e, in maniera indipendente, Jacob Grimm, studioso tedesco
di antiche lingue germaniche e tradizioni popolari, osservarono corri-
spondenze del tipo che abbiamo introdotto sopra nellesempio [1]: i
due studiosi osservarono cio che a una fricativa del germanico corri-
spondeva unocclusiva nelle altre lingue indoeuropee. Per la verit, si
not subito che il germanico presentava una discrepanza rispetto alle
altre lingue indoeuropee nel caso di tutte le occlusive (non solo delle
sorde): osserviamo qualche dato nella tabella 4 (diamo di seguito, oltre
alle lingue germaniche, solo le lingue in cui lesito del fonema esem-
plificato non richiede spiegazioni troppo complicate. Le altre corri-
spondenze saranno comunque date pi avanti, nel cap. 2 par. 13.4.1, e
nellAppendice C).
Come possiamo vedere dai dati forniti nella tabella 4, le consonanti oc-
clusive ricostruite per lindoeuropeo si sono per cos dire spostate in
germanico: si avuta una rotazione, per cui locclusiva sorda diventata
una fricativa sorda (si spirantizzata), locclusiva sonora diventata
unocclusiva sorda (si desonorizzata) e locclusiva sonora aspirata di-
ventata unocclusiva sonora (ha perduto laspirazione). Per questo moti-
vo, il mutamento detto solitamente rotazione consonantica. Possiamo
riassumere cos questi mutamenti (in questa serie di corrispondenze non
sono distinte velari e palatali, dato che esse hanno un esito unico in
germanico):
*/p, t, k, k
w
/ > /f, T, h, h
w
/;
*/b, d, g, g
w
/ > /p, t, k, k
w
/;
*/b
h
, d
h
, g
h
, g
wh
/ > /b, d, g, w/.
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
73
Un caso
di rifonologizzazione
Osserviamo che questo mutamento non cambia il numero di fonemi: ci
troviamo sempre davanti allo stesso numero di ostruenti, solamente si sono
modicate le caratteristiche di sonorit e aspirazione (in luogo della quale
troviamo la spirantizzazione, cio la creazione di fricative). Pertanto, que-
sto mutamento , come abbiamo gi osservato nel cap. 2 par. 3.3, una rifo-
nologizzazione
4
.
4. Solo nel caso degli esisti di */g
wh
/ troviamo effettivamente un fonema in meno: infatti que-
sto fonema indoeuropeo ha come esiti in germanico /g/ o /w/, cio conuisce in altri fonemi.
tabella 4 Qualche corrispondenza fra le ostruenti del germanico e delle altre lingue
Latino Greco Sanscrito Russo Germanico
Gotico Inglese
pater padre pat

er pit ar- fadar father


hupr ufar
labius labbro lip
phr o io porto bhar ami baran bear
tu tu ty tu [Tu]
frater fratello bhr

atar- brat brotar [broTar]


id ci it
decem dieci d eka d a sa desjat tahun ten
edo io mangio edomai admi ed-mi (sl. eccl.) eat
th ura porta dar door
eruthrs rosso rudhir a
.
h red
centum [kentum] cento hekatn hundred
decem [dekem] dieci dka tahun
gnosco io so gn

osk o kunnan know


ego io eg

o ik
quod che as what
aqua acqua aa
gun

e donna qin queen


74
Introduzione alla linguistica storica
Come avremo modo di vedere nel prossimo paragrafo, i primi comparatisti
non furono in grado di riconoscere la regolarit del fenomeno: bench esso
vada sotto il nome di legge di Grimm, si pot giungere a una sua formula-
zione in termini rigorosi solo quando fu formulata anche la legge di Ver-
ner, che spiega la maggior parte delle eccezioni riguardo agli esiti in germa-
nico delle originarie occlusive sorde indoeuropee. In un primo tempo, le
uniche eccezioni spiegate erano quelle rappresentate da parole quali lat.
specio guardo, ingl. spy spiare, gr. ast

er ast hr stella, ingl. star, lat. octo


otto, ted. acht, lat. hostis nemico, ingl. guest ospite. In tutti questi casi,
il mancato passaggio dellocclusiva sorda a fricativa dovuto al contesto
immediato: locclusiva infatti preceduta da una fricativa.
La spiegazione
delle irregolarit
6.2. La legge di Verner Oltre alle regolarit illustrate sopra, i primi compa-
ratisti riscontrarono negli esiti delle occlusive indoeuropee in germanico
anche numerose irregolarit, che inizialmente non riuscirono a spiegarsi.
Abbiamo visto sopra che a una occlusiva sorda del latino corrisponde una
fricativa sorda del germanico: per nella parola per padre in corrispon-
denza della /t/ latina troviamo invece una fricativa sonora /D/ in inglese
e in gotico: lat. pater, gr. pat

er pat hr, scr. pitr-, ingl. father /faDer/, got.


fadar
5
. Constatando la presenza di irregolarit, Grimm scriveva che il pas-
saggio da /t/ a /T/ avveniva in germanico nella maggioranza dei casi: ma
quale fosse la ragione per la quale a volte questo passaggio non era avvenu-
to gli sfuggiva.
Negli anni Settanta del xix secolo, un altro studioso, Karl Verner, riusc a
trovare una spiegazione per quelle che sembravano irregolarit. Osservan-
do la posizione dellaccento nelle lingue che avevano conservato un accen-
to libero (soprattutto vedico e in parte greco), not che le eccezioni si tro-
vavano tutte in posizione interna di parola e non erano immediatamente
precedute dalla sillaba che in origine portava laccento. Questa condizione
accentuale non conservata nelle lingue germaniche, che presentano inve-
ce per lo pi un accento intensivo sulla sillaba radicale. Pertanto, il passag-
gio delle sorde a fricative sonore era avvenuto prima che laccento si modi-
casse.
Possiamo enunciare la legge di Verner come segue: in posizione interna di
parola, fra elementi sonori, se non preceduta immediatamente dalla sillaba
tonica, una occlusiva sorda diventa una fricativa sonora. Nelle lingue ger-
maniche, in corrispondenza dei fonemi che hanno subito la legge di Ver-
5. Si osservi che la graa < th > dellinglese rappresenta due fonemi diversi, linterdentale sorda
/T/, come in three /Tri:/, e linterdentale sonora /D/, come in this /Dis/ o, appunto, father.
Quanto al gotico, si pensa generalmente che i grafemi < g > , < d > e < b > in interno di parola
se non preceduti da nasale rappresentino le fricative //, /D/ e //.
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
75
ner troviamo a volte occlusive sonore. Vediamo alcuni esempi della legge
di Verner, oltre alla parola per padre, gi vista sopra:
ie. */p/ > germ. *//: *septm

sette ingl. seven ted. sieben;


ie. */t/ > germ. */D/: *al-ts allevato ingl. old;
ie. */k/, */

k/ > germ. */()/: *deu

k- radice del verbo condurre ted. ge-zogen.


Questultimo esempio si pu confrontare con il ted. ziehen, innito dello
stesso verbo: in questa forma, */

k/ indoeuropeo ha dato /h/ per la prima


rotazione (poi scomparso nella pronuncia nel tedesco moderno). Evidente-
mente, linnito deriva da una forma che portava laccento sulla radice,
mentre il participio deriva da una forma che portava laccento sul sufsso.
Tale alternanza conservata, almeno dalla graa, anche in altri verbi forti
tedeschi, come gehen ~ gegangen.
Un caso
di dissimilazione
6.3. La legge di Grassmann In alcune lingue indoeuropee, la formazione
dei tempi verbali comportava un processo morfologico detto raddoppia-
mento. In particolare, in greco e sanscrito, era raddoppiato il tema del per-
fetto: cos in greco troviamo per esempio il verbo poien poien fare, che
ha un presente poi o poi ev faccio e un perfetto pepoeka pepo hka ho fat-
to, in cui al tema viene premessa la sillaba pe- che contiene la consonante
iniziale pi la vocale /e/; il verbo lein l yein sciogliere ha un presente l o
l yv sciolgo e un perfetto lluka l elyka ho sciolto, in cui riconosciamo il
presso le-, e cos via di seguito. Lo stesso processo attestato in sanscrito,
dove il raddoppiamento contiene la prima consonante della radice e la vo-
cale della radice a grado apofonico ridotto: dal verbo budh- sapere presen-
te bodh ami so perfetto bubodha ho saputo (sullalternanza delle vocali
radicali, o apofonia, in sanscrito vedi cap. 2 par. 9).
Se per osserviamo la formazione del perfetto dei verbi la cui radice inizia
per consonate aspirata notiamo una apparente irregolarit rispetto alle for-
me viste n ora. Troviamo infatti esempi come greco ph uein W yein nasce-
re presente ph o W yv nasco, vengo in essere, perfetto pphuka p eWyka
sono per natura e sanscrito bh u- essere presente bhav ami sono babh uva
sono stato. In queste forme il raddoppiamento del perfetto non contiene
la prima consonante della radice, che unocclusiva aspirata, ma la corri-
spondente occlusiva non aspirata. I soli dati dei perfetti in greco e sanscrito
non permettono di capire per quale motivo le forme considerate non siano
piuttosto *phphuka e *bhabh uva: tuttavia, nelle stesse lingue, altri processi
morfologici hanno effetti simili. Si pensi a forme quali il greco thrks wr j
(nom.) ~ trikhs trix oq (gen.) capello, in cui laspirazione compare sulla
prima occlusiva nelle forme in cui il sufsso inizia con una consonate (an-
che quindi thriks wrij , dat. pl.) e sulla seconda nelle forme in cui il sufs-
76
Introduzione alla linguistica storica
so inizia per vocale: thrik-s ~ trikh-s. In greco un gruppo consonantico
*[k
h
s] non possibile fonologicamente, quindi la deaspirazione della oc-
clusiva velare nel nominativo e dativo plurale causata dalla presenza della
/s/ del sufsso. Meno chiaro il motivo per cui in queste forme aspirata
la prima consonante, che invece non aspirata altrove. Aggiungiamo anco-
ra una serie di dati, sempre presi dal greco, che possono aiutarci a chiarire
la situazione. Il verbo avere in greco presenta le seguenti forme: presente
indicativo kh o exv ho, futuro hks o ejv, formato con un sufsso -s-, in
cui notiamo lo stesso fenomeno osservato in thrks wtr j, cio la consonan-
te /k
h
/ davanti a /s/ perde laspirazione, mentre compare unaspirazione
sulla prima sillaba, congiuntivo aoristo skh sx v. Qui locclusiva velare pre-
senta laspirazione, la vocale radicale a grado (in pratica, non c vocale
radicale, vedi cap. 2 par. 9) e troviamo una /s/ iniziale che non abbiamo tro-
vato altrove e che, conoscendo i paradigmi verbali greci, sappiamo non es-
sere un presso di alcun genere. La presenza di questa fricativa si spiega per-
fettamente se consideriamo che in greco /s/ iniziale di parola davanti a vo-
cale > /h/: e infatti laspirazione presente nella forma hks o eksv. Quin-
di, essa non dovuta alla scomparsa dellaspirazione dellocclusiva. In realt
lunica spiegazione possibile per questa forma quella di ricostruire una ra-
dice greca con due aspirazioni, partendo da ie. *segh > gr. *hekh.
I vari processi morfofonologici esaminati sopra si spiegano attraverso un
fenomeno di dissimilazione: in greco e sanscrito due aspirate in due sillabe
successive si dissimilano e generalmente la prima perde laspirazione, man-
tenendola solo quando la seconda aspirata perde a sua volta laspirazione
per qualche motivo specico (per esempio, la presenza di un sufsso che
inizia con /s/ in greco).
Questo fenomeno viene detto legge di Grassmann, perch fu descritto per
la prima volta da Hermann Grassmann, nel 1863. Spiega tra laltro dati
presenti in altre lingue, che lasciano in effetti ricostruire parole con due
aspirate in due sillabe successive: per esempio, il latino arcaico fefaked fece
un perfetto raddoppiato (del raddoppiamento nel latino classico non ri-
masero che scarse tracce); il verbo facio deriva dalla radice indoeuropea
*dhe-, ampiamente attestata, per esempio nel presente raddoppiato greco
tthemi t whmi metto (si osservi la mancanza di aspirazione nella prima sil-
laba), o nellinglese do fare. Unaltra forma di perfetto raddoppiato latino,
che pure testimonia la presenza di due aspirate in due sillabe successive,
fefelli, perfetto di fallo cado, da confrontare con il verbo greco sphll o fac-
cio cadere (ie. *sg
wh
el- incespicare, fare un passo falso). Come vedremo
meglio pi avanti (cap. 2 par. 14.1.1), in latino */d
h
/ indoeuropeo in posizio-
ne iniziale > /f/. Lantico perfetto latino quindi dimostra che per il perfetto
indoeuropeo si possono ricostruire forme raddoppiate con due aspirate, e
che la deaspirazione della prima un fenomeno del greco e del sanscrito.
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
77
7. Lisoglossa kentum/ sat@m e lalbero genealogico delle lingue
indoeuropee
Lingue occidentali
e lingue orientali
Abbiamo gi visto nel capitolo 1 che le lingue indoeuropee vengono tradi-
zionalmente divise in due gruppi, detti kentum e sat@m dalla parola per
cento rispettivamente in latino e avestico. I due gruppi si differenziano in
base al trattamento delle velari indoeuropee. Nella tabella 1, abbiamo rico-
struito tre serie di velari (o dorsali): velari pure, labiovelari e velari palata-
lizzate, dette per brevit palatali. Nelle lingue kentum velari pure e palata-
lizzate si uniscono in ununica serie di velari; le labiovelari hanno esiti di-
versi: o sono conservate (latino, germanico, anatolico), o diventano occlu-
sive di vario genere (greco, celtico). Nelle lingue sat@minvece le velari pala-
talizzate si palatalizzano ulteriormente: la loro articolazione subisce un pro-
cesso di avanzamento, che le porta a essere articolate come affricate o frica-
tive palatali o dentali. Le velari pure si fondono in ununica serie con le la-
biovelari e hanno due esiti: davanti a vocali anteriori subiscono anchesse
una palatalizzazione (ma diversa da quella subita dalle velari palatalizzate),
mentre davanti a vocali posteriori diventano velari. Solo armeno e albanese
conservano tracce di tre serie distinte di velari, perch in queste lingue le
velari pure indoeuropee non si confondono completamente con le labiove-
lari (come nelle altre lingue sat@m), per lo meno davanti a vocali anteriori.
Fra le lingue indoeuropee note nel xix secolo, sono kentum le lingue celti-
che, germaniche, italiche compreso il latino, e il greco, mentre sono sat@m
lalbanese, larmeno, lindoiranico, lo slavo e il baltico, che per in qualche
caso sporadico presenta esiti kentum: in altre parole, sembrava che il tratta-
mento delle velari tracciasse una distinzione abbastanza netta fra lingue oc-
cidentali e lingue orientali. Sembrava quindi di poter tracciare unisoglossa
(vedi cap. 2 par. 8) che contenesse a est tutte le lingue sat@m e che per rico-
struire lalbero genealogico indoeuropeo si dovesse partire nel modo rap-
presentato in gura 2.
Lingue kentum
orientali
Nel xx secolo, la scoperta dellanatolico e del tocario, lingue orientali che
conservano caratteristiche kentum, ha messo in crisi questo modo di vede-
re. Entrambe le famiglie pongono interrogativi riguardo a questa questio-
ne: il tocario perch la sua posizione molto orientale (anzi, si tratta del
figura 2 Albero genealogico verso il 1870
indoeuropeo
lingue lingue satm kentum
*
78
Introduzione alla linguistica storica
ramo pi orientale della famiglia indoeuropea), lanatolico perch, come
stato suggerito in epoca recente, forse presenta al suo interno anche carat-
teristiche sat@m. Sicuramente lalbero genealogico a cui si era arrivati verso
la ne dellOttocento, che vedeva una prima separazione fra kentum e
sat@m, con corrispondenza geograca precisa, oggi non pi proponibile.
Lindoittita Poich lanatolico, come avremo modo di vedere meglio pi avanti, ha
messo in crisi la ricostruzione tradizionale dellindoeuropeo per molti
aspetti che vanno al di l del problema delle velari, e poich per altri versi
sembra conservare caratteristiche pi arcaiche di quelle conservate da tutte
le altre lingue indoeuropee, alcuni studiosi, fra cui lamericano Edgar
Sturtevant, hanno supposto che questa famiglia linguistica si sia separata
prima delle altre, arrivando a sostenere lipotesi cosiddetta dellindoittita
(vedi g. 3).
In generale, anche se il modello dellalbero genealogico ancora in uso, pi
che altro per praticit, le conoscenze acquisite nel corso del tempo sulle
modalit di diffusione del mutamento linguistico lo rendono ormai so-
stanzialmente superato. Vedremo meglio che cosa questo signichi nel par.
8 di questo capitolo e nel cap. 6.
8. La diffusione del mutamento
Prima di procedere con la discussione del modello ad albero genealogico,
dobbiamo introdurre un importante concetto, a proposito della diffusione
del mutamento fonologico (e della variazione linguistica in generale), quello
cio di isoglossa. Il termine isoglossa fu coniato per indicare una linea che su
unarea geografica delimita la comparsa di un certo fenomeno fonologico
(esempi di isoglosse si trovano nellAppendice A al cap. 6). La ricerca sul
campo svolta dai dialettologi a partire dagli ultimi decenni dellOttocento
ha permesso di capire che, coerentemente con quanto era previsto dalla teo-
ria delle onde, di cui parleremo in questo paragrafo, i limiti di diffusione di
un dato mutamento non sono netti, ma spesso si intersecano con i limiti di
mantenimento della situazione precedente o con i limiti di diffusione di un
altro mutamento. Torneremo su questo problema nel cap. 6.
figura 3 Albero genealogico secondo Sturtevant
indoeuropeo anatolico
*
indoittita
*
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
79
Problematicit del
modello ad albero
genealogico
Lisoglossa kentum / sat@m non comunque lunico aspetto problematico
nella denizione di un albero genealogico: anzi, se supponiamo che a ogni
nodo nella nostra rappresentazione corrisponda una separazione netta fra
lingue, incorriamo in numerose difcolt. Per esempio, il latino e le lingue
italiche presentano afnit fra di loro, ma anche con le lingue celtiche.
Queste ultime sembrano pi vicine alle lingue italiche che al latino; daltro
canto lingue italiche e latino sono molto vicini, tanto che spesso gli studio-
si li raggruppano insieme. Bisogna inoltre considerare che sia le lingue cel-
tiche sia il latino presentano vari punti di contatto col germanico, ma que-
sti non sono gli stessi. Pertanto, capire quale possa essere la cronologia esat-
ta del distacco reciproco fra lingue celtiche, latino e lingue italiche molto
difcile.
Il modello dellalbero genealogico era stato introdotto in linguistica da Au-
gust Schleicher, studioso vissuto intorno alla met dellOttocento. Per
esplicita dichiarazione di Schleicher, che cita lopera di Darwin, il modello
era basato sulle scienze naturali, che erano allora particolarmente avanzate
nella loro elaborazione teorica. Pertanto, si trattava di un modello che pre-
supponeva una divisione netta a ogni ramicazione. Gi verso la ne del-
lOttocento, la dialettologia e lo studio della variazione diatopica di lingue
e variet parlate diedero un notevole apporto alla comprensione delle pos-
sibili dinamiche del mutamento linguistico. Si comprese allora che le dina-
miche dei rapporti intrattenuti da variet linguistiche diverse erano molto
pi complesse di quelle semplicate implicite nel modello dellalbero ge-
nealogico. In particolare, variet pi o meno differenziate ma diffuse in
zone contigue si inuenzano le une con le altre in momenti diversi della
loro evoluzione. Pertanto, le divisioni nette rafgurate nel modello ad albe-
ro vanno corrette con lintroduzione di possibili contatti fra lingue gi se-
parate.
Variazione diatopica
e diffusione
del mutamento
Come abbiamo appena osservato, il modello dellalbero genealogico pre-
suppone che le variet si separino in origine e i mutamenti interessino in
maniera globale un intero ramo: per fare un esempio, ponendo che la di-
stinzione fra lingue kentum e sat@m abbia caratterizzato una divisione in
due rami, la palatalizzazione tipica delle lingue sat@m si dovrebbe presenta-
re in tutte queste lingue senza differenziazioni. Come abbiamo gi ricorda-
to (cap. 2 par. 7), invece, armeno e albanese, pur essendo per molti aspetti
lingue sat@m, presentano discrepanze e il baltico presenta forme che hanno
lesito kentum, pur essendo una lingua sat@m. Gi verso la met del xix se-
colo fu proposto un modello alternativo a quello dellalbero genealogico,
che va sotto il nome di teoria delle onde. Lo studioso tedesco Johannes
Schmidt propose di considerare i mutamenti linguistici come fenomeni
che, partendo da un centro di irradiazione, si diffondono a cerchi concen-
trici, indebolendosi man mano che si allontanano dal centro. Con questo
80
Introduzione alla linguistica storica
modello, che costituisce un avanzamento rispetto a quello dellalbero ge-
nealogico, si inizia a tener conto dei possibili effetti della variazione diato-
pica su quella diacronica.
9. Il vocalismo indoeuropeo I: lapofonia
Il primato
del sanscrito
Fra la ne del xviii e linizio del xix secolo, sorse in Occidente un grande
interesse per le culture dellEstremo Oriente, no ad allora poco note, e in
particolare per la cultura dellIndia. LIndia era vista come la culla di un
tipo di spiritualit diverso e particolarmente elevato, nobilitato anche dal-
lestrema antichit delle sue tradizioni; lo studio dei testi losoci indiani
antichi interessava i loso occidentali e ben presto port con s linteresse
per la lingua in cui questi testi erano scritti. Dato laltissimo prestigio di
cui godeva la cultura dellantica India, i primi studiosi che scoprirono la
somiglianza del sanscrito con le lingue europee antiche pensarono che il
sanscrito non fosse solo una lingua indoeuropea al pari delle altre, ma che
fosse la lingua capostipite, da cui latino, greco, germanico e le altre lingue
indoeuropee derivavano. In altre parole, per questi primi studiosi non era
necessario ricostruire lindoeuropeo, dato che tutte le lingue indoeuropee
sarebbero derivate dal sanscrito.
Una sola vocale Questa visione delle cose non era priva di problemi, perch il sanscrito per
alcuni versi una lingua piuttosto innovativa, soprattutto nel campo della
fonologia. A parte lesito sat@m delle velari, una grande difcolt per consi-
derare il sanscrito il capostipite delle altre lingue risiede nel suo vocalismo.
In sanscrito (come per altro in tutto lindoiranico) le tre vocali indoeuro-
pee */o/, */e/, */a/ sia lunghe sia brevi si sono fuse in ununica vocale /a/,
lunga o breve. La teoria secondo la quale il sanscrito avrebbe preceduto
tutte le altre lingue comportava che si ricostruisse una situazione in cui da
una */a/ originaria si sarebbero sviluppate nella maggior parte delle lingue
indoeuropee anche una */e/ e una */o/, in maniera tuttaltro che facile da
spiegare. Ricordiamo per che questa ricostruzione era accettata in unepo-
ca in cui non era ancora stato elaborato il concetto di legge fonetica, e
quindi si accettava lirregolarit e limpossibilit sostanziale di spiegare cer-
ti esiti. Furono i neogrammatici a scoprire la cosiddetta legge delle palata-
li, che esamineremo nel par. 10 di questo capitolo, che dimostra come in
sanscrito siano rimaste tracce delle vocali indoeuropee nel consonantismo.
Di conseguenza, a partire dagli ultimi decenni dellOttocento non rimase-
ro dubbi sul fatto che il sanscrito non potesse essere lindoeuropeo origina-
rio, ma che dovesse essere invece ritenuto una lingua da esso derivata, al
pari delle altre.
Lidea che lindoeuropeo avesse in origine solo la vocale */a/ rendeva dif-
cile comprendere appieno il ruolo di un importante fenomeno morfofono-
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
81
logico attestato nelle lingue indoeuropee, lapofonia, o gradazione o alter-
nanza vocalica. Lapofonia nota anche dal sanscrito, ma in questa lingua
essa ha avuto uno sviluppo indipendente e non continua che in parte la-
pofonia indoeuropea. Vediamo che cosa va sotto questo nome e esaminia-
mo in breve il fenomeno.
Lalternanza vocalica Alcune lingue indoeuropee antiche, fra cui il greco e le lingue germaniche,
presentano lalternanza e/o/ della vocale radicale di verbi e nomi in forme
diverse: questa alternanza va sotto il nome di apofonia qualitativa. Il feno-
meno ancora ben presente in inglese moderno, anche se con timbri voca-
lici diversi da quelli ricostruiti per lindoeuropeo, nei cosiddetti verbi forti,
in cui troviamo alternanze del tipo sing / sang / sung, dove la vocale radicale
indica diversi tempi verbali. Nel greco antico troviamo per esempio lepein
le pein lasciare:inf.prs lipen lipen lasciare:inf.aor le-loipnai leloi-
p enai lasciare:inf.pf
6
. Le tre forme presentano gradi apofonici della ra-
dice diversi: mentre il presente ha il dittongo /ei/, nellaoristo troviamo il
grado ridotto /i/ (il secondo membro di dittongo diventa centro di sillaba)
e nel perfetto troviamo il dittongo /oi/. Il grado /e/ viene in genere consi-
derato quello di base e viene chiamato grado pieno; si trova di solito in sil-
laba accentata; il grado ridotto (o in caso ci si trovi in assenza di vocale)
si trova in sillaba atona.
Alternanza fra vocale
lunga e breve
Oltre che qualitativa, lapofonia pu essere quantitativa e comportare lal-
ternanza di una vocale lunga con una vocale breve, che generalmente corri-
sponde a */@/ indoeuropea, cio si presenta come /a/ oppure, in indoirani-
co, come /i/, con qualche eccezione che vedremo qui di seguito. Lapofonia
quantitativa pu essere esemplicata con forme derivate dalla radice in-
doeuropea *dhe- del verbo latino facio: in latino, il presente ha una vocale
/a/, mentre il passato, feci, presenta il grado lungo /e:/. In sanscrito, dalla
radice dh a- mettere troviamo per esempio il participio vedico dhit-, dove
la vocale /i/ conferma la ricostruzione di unalternanza indoeuropea fra
una vocale lunga e */@/.
Il greco presenta a questo proposito dati problematici. In greco la radice
esaminata sopra presente nel verbo tthemi t whmi io metto (si noti che
il presente formato con un raddoppiamento ti-), dove osserviamo il gra-
do lungo in alcune forme, come per esempio la prima persona singolare
6. Ho denito sopra lapofonia indoeuropea un processo morfofonologico. In effetti, nelle lin-
gue indoeuropee antiche essa di norma si accompagna a altri morfemi che indicano lo stesso
processo morfologico (per esempio, in greco normalmente il tempo/aspetto verbale indicato
anche da una serie di desinenze speciche) e spesso dallo spostamento dellaccento, che poteva
essere stato la sua causa originaria. In paradigmi come quello del verbo inglese sing, per, lalter-
nanza vocalica ha da sola la funzione di indicare tempi verbali diversi ed pertanto un processo
morfologico e non morfofonologico.
82
Introduzione alla linguistica storica
del presente indicativo (cio la forma appena data), e il grado breve in al-
tre, come per esempio la prima persona plurale del presente indicativo
tthemen t wemen mettiamo. Analogamente possiamo osservare per la ra-
dice indoeuropea *d o- del verbo dare che in latino troviamo la vocale /a/
per esempio nel participio datum del verbo dare, mentre troviamo /o:/
nel sostantivo d onum dono. In greco invece troviamo dd omi d dvmi do
e ddomen d domen diamo.
Lapofonia
in sanscrito
In sanscrito lapofonia qualitativa in parte offuscata dalla convergenza
dei timbri vocalici (per cui impossibile osservare unalternanza fra /e/ e
/o/ indoeuropee, perch esse sono confluite in /a/). Lapofonia quantita-
tiva ha per un grande sviluppo, e oppone tre gradi, o ridotto, pieno e
allungato. In caso di dittonghi i gradi apofonici in sanscrito erano in ori-
gine /i/, /ai/, /a:i/ e /u/, /au/, /a:u/. Poich in epoca classica i dittonghi
brevi hanno subito una monottongazione, si sono create nuove vocali /e/
e /o/ (sempre lunghe), come esito di /ai/ e /au/; lapofonia quindi di-
ventata /i/, /e/, /ai/ e /u/, /o/, /au/
7
. Gli esempi sono numerosissimi:
dalla radice indoeuropea *b
h
u- del verbo essere deriva la radice sanscrita
bh u-, che ha il grado allungato (nella terminologia grammaticale sanscri-
ta v
.
rddhi) per esempio nelle forme del causativo: bh

avayati egli causa,


crea (il dittongo /au/ diventa /av/ davanti alla vocale successiva), il gra-
do pieno (gu
.
na nella terminologia sanscrita) nellimperativo vedico bho-
d sii, e il grado ridotto nellaoristo bhuvat fu.
10. Velari, labiovelari e palatali
Serie di velari
indoeuropee
Abbiamo visto nella tabella 1 che si ricostruiscono per lindoeuropeo tre
serie di velari (o dorsali): una di velari vere e proprie, una seconda di ve-
lari palatalizzate, il cui punto di articolazione era presumibilmente pi
avanzato (come il suono iniziale della parola chiesa), e una terza di labio-
velari, che si presume fossero articolate con protrusione delle labbra. In
realt, questa ricostruzione non accettata da tutti. Di queste tre serie,
solo quella delle labiovelari indisputata; sul fatto che velari pure e velari
palatali debbano essere ricondotte a fonemi diversi, invece, non c ac-
cordo completo. NellOttocento si ricostruiva una sola serie comprensiva
di velari e palatali; pi tardi si constat che nelle lingue sat@m alcune ve-
lari sono conservate come tali, anzich subire la palatalizzazione. Si con-
frontino i seguenti esempi:
7. Pertanto le vocali /e/ e /o/ del sanscrito corrispondono a dittonghi indoeuropei, e in partico-
lare /e/ < */ei/, */ai/, */oi/; /o/ < */eu/, */au/, */ou/. A determinare il timbro della vocale san-
scrita dunque il secondo membro del dittongo indoeuropeo.
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
83
latino sanscrito latino sanscrito
[i] decem dsa dieci /k/ /S/
[ii] gn otum j n atm noto /g/ /D/
[iii] iecur yk
.
rt fegato /k/ /k/
[iv] iugum yugm giogo /g/ /g/
Dato che non sembra ci siano fattori contestuali a determinare lesito /k/ o
/g/ della velare in sanscrito negli esempi [iii] e [iv], questa discrepanza non
pare riconducibile a fenomeni di allofonia. Pertanto, sulla base di esempi
come questo si arrivati a una ricostruzione secondo la quale le velari che
hanno avuto il normale esito sat@m devono essere ricostruite come velari
palatalizzate (generalmente dette palatali), mentre quelle che non lhanno
avuto e sono rimaste velari anche in sanscrito devono essere ricostruite
come velari vere e proprie. La problematicit di questa ricostruzione risiede
nel fatto che quasi tutte le lingue indoeuropee presentano solo due serie di
velari, dal momento che le velari pure si confondono con le palatali nelle
lingue kentum e con le labiovelari nelle lingue sat@m: qualche studioso ha
pertanto proposto di considerare le velari pure indoeuropee allofoni delle
altre due serie. Solo armeno e albanese, come abbiamo ricordato (cap. 2
par. 7), presentano tracce di tre serie distinte di velari.
Le labiovelari:
un tipo
di articolazione
complesso
Le labiovelari sono fra i fonemi dellindoeuropeo ricostruito quelli che pre-
sentano la maggior variet di esiti. Dal punto di vista articolatorio, si tratta
di foni complessi, in quanto comportano una doppia articolazione, velare e
bilabiale appunto: un gran numero di lingue indoeuropee ha perci sem-
plicato larticolazione, con esiti diversi.
Fra le lingue che conservano le labiovelari come tali ricordiamo latino, ger-
manico e anatolico. Per queste lingue, possiamo osservare per esempio gli
esiti delle radici pronominali *k
w
i-, *k
w
o- presenti nei pronomi indeniti,
interrogativi e relativi: troviamo in latino quis, quid pronome interrogati-
vo, e qui, quae, quod pronome relativo; in germanico troviamo il gotico
as pronome interrogativo e linglese who, what (in cui laspirazione no-
tata nella graa dopo la semivocale; in realt essa scomparsa nella pro-
nuncia nella maggior parte delle variet), mentre in ittita troviamo il relati-
vo kuis, kuit. In greco le labiovelari si sono in parte labializzate e in parte
palatalizzate con esiti di vario genere, che vedremo meglio nel paragrafo
14.3.1 di questo capitolo; questo mutamento avvenne in epoca relativamen-
te recente, dato che i testi pi antichi redatti in una variet greca, cio le ta-
volette micenee, che datano allincirca al 1150 a.C., attestano lesistenza di
una serie di occlusive, normalmente in sillabe trascritte come < qe > ,
< qi > ecc., distinte dalle altre occlusive. Le labiovelari sorde e sonore si
sono labializzate anche nel celtico continentale, mentre in quello insulare
si sono in epoca pi tarda velarizzate: cos gli esiti dellindoeuropeo *penk
w
e
84
Introduzione alla linguistica storica
cinque sono pimpe o pempe (sempre in derivati) in gallico e cic in ir-
landese antico. La /k/ iniziale dellirlandese nella forma in questione do-
vuta al fatto che in celtico nella sequenza *p...k
w
c unassimilazione re-
gressiva. Tale fenomeno si osserva anche in latino, come dimostra la forma
quinque cinque; si consideri anche *pek
w
- radice del verbo cuocere lat.
coquo cuocio, con assimilazione di */p/ iniziale alla labiovelare e successi-
va perdita della parte labiale di questo fonema davanti a vocale posteriore.
Nelle lingue sat@m le labiovelari perdono invece la parte labiale della loro
articolazione e si trasformano in velari, confondendosi con le velari in-
doeuropee. Lesito velare di questi fonemi per condizionato dalla vocale
che segue: infatti, lesito velare si osserva solo davanti a /a/, /o/, /u/ e conso-
nante, mentre davanti alle vocali anteoriori /e/ e /i/ labiovelari e velari in-
doeuropee hanno come esito affricate o fricative palatali. La confusione di
labiovelari e velari non avviene in armeno e albanese, dove le velari hanno
esiti diversi dalle labiovelari davanti a vocale anteriore.
La legge
delle palatali
Poich questo trattamento, anche se con qualche differenza, molto simile
in tutte le lingue sat@m, esso deve aver avuto luogo molto anticamente: in
particolare, ha preceduto il mutamento avvenuto in indoiranico, per il
quale le tre vocali dellindoeuropeo sono conuite tutte nella vocale /a/.
Infatti, vediamo che le labiovelari in sanscrito presentano esiti diversi a se-
conda della vocale che precedevano nellindoeuropeo ricostruito, ma la
condizione che ha determinato la differenza scomparsa. Questo fenome-
no va sotto il nome di legge delle palatali e si pu osservare nei seguenti
esempi: dallindoeuropeo *penk
w
e cinque abbiamo il sanscrito panca
/pantSa/, con */k
w
/ > /tS/ /_ */e/; mentre dalla radice pronominale *k
w
o-
abbiamo sanscrito kas chi?, con */k
w
/ > /k/ /_ */o/.
11. Lesito di */
.
n/ e */
.
m/
Vocalizzazione
delle nasali sonanti
Un altro problema della linguistica indoeuropea che fu risolto nella secon-
da met dellOttocento riguarda gli esiti greci e indoiranici delle nasali so-
nanti. In greco e sanscrito si erano osservate alcune /a/ brevi che non aveva-
no corrispondenza nelle altre lingue. Si considerino i seguenti esempi:
gr. dka d eka, scr. dasa, lat. decem, got. tahun dieci;
gr. hekatn ekat on, scr. s atam, lat. centum, ingl. hundred cento;
gr. a- a-, scr. a-, lat. in-, germ. un- presso negativo.
Fu per opera di Ferdinand de Saussure, ancora studente liceale, se si giunse
a comprendere che questa alternanza nascondeva un fonema indoeuropeo
che greco e sanscrito non continuavano, cio la nasale sillabica, o sonante.
Possiamo anche osservare in alcuni contesti grammaticali che in indoeuro-
peo si alternavano allomor che comportavano una nasale non sillabica
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
85
con allomor che comportavano una nasale sillabica: questo il caso del-
laccusativo singolare, per il quale troviamo la desinenza *-m nella essione
tematica (cio dopo vocale) e *-
.
m per la essione atematica (cio dopo
consonante). Osserviamo le seguenti forme:
gr. hppon ppon, lat. equum cavallo:acc
gr. odnta od onta, lat. dentem dente:acc
Nel caso hppon/equum abbiamo a che fare con sostantivi che presentano
una vocale tematica -o- prima della desinenza
8
. Nel caso invece di odnta/
dentem la desinenza si aggiunge direttamente alla radice, che, come si vede
nelle forme diverse dal nominativo, nisce con il gruppo consonantico
-nt-. Pertanto la nasale che viene a trovarsi dopo un gruppo consonantico
diventa centro di sillaba. In latino, la nasale sillabica sviluppa davanti a s
una vocale alta (/e/ in interno o ne di parola, /i/ in iniziale, vedi cap. 2
par. 14.1.2) e diventa una consonante, mentre in greco essa si trasforma in
/a/. In iniziale di parola davanti a vocale, per, la nasale sonante ha come
esito /an/, come possiamo vedere da parole come nudros anydroq (an-
+ hudros) secco.
12. Il vocalismo indoeuropeo II: le laringali
De Saussure
e le vocali
indoeuropee:
i coefcienti
sonantici
Nel 1878 Ferdinand de Saussure pubblic la sua tesi di dottorato, Mmoire
sur le systme primitif des voyelles dans les langues indo-europennes, che rima-
ne a tuttoggi una pietra miliare della linguistica indoeuropea, per vari mo-
tivi. Osservando la dinamica dellapofonia indoeuropea e alcune dissim-
metrie negli esiti delle vocali brevi, il linguista ginevrino elabor unipotesi
secondo la quale partendo da una vocale di base /e/ gli altri timbri vocalici
sarebbero derivati per laggiunta di altri fonemi, che egli chiam coef-
cienti sonantici, in alternanze simili a quelle costituite dai dittonghi /ei/ e
/eu/. Questi fonemi sarebbero poi scomparsi in tutte le lingue storiche, la-
sciando come traccia la colorazione (cio il timbro) della vocale e la sua
quantit.
Saussure ricostruiva due coefcienti sonantici; pi tardi si giunse alla rico-
struzione ormai diventata classica, per opera di Hermann Mller, di tre fo-
8. Le differenze fra le desinenze della essione tematica in greco e latino sono dovute a fenome-
ni fonologici specici delle due lingue. In particolare, in greco in ne di parola si neutralizza
lopposizione fra le due nasali /m/ e /n/ e troviamo sempre solo la dentale; in latino la vocale /o/
in sillaba nale seguita da /s/ o /m/ si trasforma in /u/. La forma indoeuropea ricostruita che
spiega lesito latino sarebbe *ek
w
om, ma sarebbe possibile anche *e

kwom. Si osservi che questa


parola presenta aspetti problematici, come laspirazione iniziale e la doppia /pp/ del greco. La
forma sanscrita asvam cavallo:acc sembra risalire a *e

kwom, cio a una forma che conteneva


una velare seguita dalla semivocale /w/, piuttosto che una labiovelare.
86
Introduzione alla linguistica storica
nemi, detti laringali e attualmente trascritti come */h
1
/, */ h
2
/ e */ h
3
/ (si
usa inoltre */H/ per una laringale generica)
9
. In particolare le laringali che
precedevano la vocale /e/ davano come esito le tre vocali brevi, mentre
quelle che seguivano la vocale /e/ oltre a cambiarne il timbro avevano an-
che leffetto di allungare la vocale, una volta scomparse (si tratta di un al-
lungamento di compenso). In pratica in base a questa teoria si possono ri-
costruire gli esiti dati qui di seguito, dove la colonna a sinistra contiene la
ricostruzione laringalistica, mentre quella a destra contiene le vocali in-
doeuropee della ricostruzione tradizionale:
*/h
1
e/ > */e/;
*/h
2
e/ > */a/;
*/h
3
e/ > */o/;
*/eh
1
/ > */e:/;
*/eh
2
/ > */a:/;
*/eh
3
/ > */o:/.
La teoria delle laringali permetteva di spiegare alcuni esiti che, secondo
Saussure, erano no ad allora spiegati con soluzioni ad hoc e poco soddisfa-
centi. In particolare, la ricostruzione di un fonema */@/ appare non neces-
saria se si segue la teoria delle laringali: la differenza fra /a/ di tutte le lingue
indoeuropee contro /i/ del sanscrito in parole come lat. pater scr. pit ar- si
spiega, considerando che in origine laccento in questa parola cadeva sulla
seconda sillaba, con un grado ridotto della radice, dove una laringale rima-
sta fra due consonanti si vocalizza, con esiti diversi: anzich la forma *p@t

er
ricostruita tradizionalmente, si ricostruisce pertanto la forma *ph
2
t

er.
Un altro problema che si pu spiegare alla luce della teoria delle laringali
quello delle prostesi vocaliche in greco e armeno. Come abbiamo accenna-
to sopra (p. 72 nota 3), molte parole greche presentano una vocale iniziale,
assente nelle altre lingue: si confrontino per esempio il gr. eruthrs erywr oq
rosso con il lat. ruber, ingl. red, scr. rudhira
.
h; oppure gr. enna enn ea
nove, lat. novem, ingl. nine, scr. nava; gr. odnta od onta dente:acc, lat.
dentem, ingl. tooth, scr. dantam. Queste forme si ricostruiscono tradizio-
nalmente come *rudro, *new
.
m e *dont-
.
m, supponendo poi che il greco ab-
bia aggiunto una vocale prostetica. Secondo la ricostruzione laringalista, la
9. Altre possibili notazioni per le tre laringali sono */@
1
/, */@
2
/ e */@
3
/ o */x
1
/, */x
2
/ e */x
3
/. Il
termine laringali fa riferimento a fonemi esistenti nelle lingue semitiche: quando fu introdot-
to, si pensava di dimostrare una parentela fra queste lingue e le lingue indoeuropee. In realt la
storia della teoria molto pi complessa di come labbiamo esposta, dato che nel xix secolo sor-
sero numerose varianti, secondo alcune delle quali si ricostruiva un numero maggiore di larin-
gali.
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
87
prostesi vocalica del greco sarebbe lesito di una laringale iniziale; le stesse
forme si ricostruirebbero allora come *h
1
rudro, h
1
new
.
m e *h
3
dont-
.
m.
Lanatolico
fornisce dati
per la ricostruzione
delle laringali
La teoria di Saussure si basava, quando fu formulata, solo su considerazioni
relative alla coerenza del sistema vocalico indoeuropeo, e non era supporta-
ta da dati diretti: in nessuna lingua allora nota le laringali erano conservate
come fonemi indipendenti, ma se ne potevano solo osservare tracce nel vo-
calismo di alcune lingue, come abbiamo visto sopra. Quando a partire dal
1916 fu decifrato littita, per, la teoria delle laringali trov una clamorosa
conferma: in ittita infatti (e nelle altre lingue anatoliche) esistono due fo-
nemi, gracamente resi con < h > e < hh > , in posizioni corrispondenti
alle laringali ricostruite da Saussure. Osserviamo alcuni dati: ittita harki
bianco, lat. argentum; itt. hastai ossa, gr. osteon ost eon; itt. hulana lana,
scr. ur
.
na; itt. huis- radice del verbo vivere, lat. uiuere. Tutti questi esempi,
in una ricostruzione laringalista, contengono le laringali */h
2
/ o */h
3
/ ini-
ziali. La laringale /h
2
/ conservata anche in posizione interna di parola,
dove le altre due laringali scompaiono: itt. newahh- radice del verbo rin-
novare, lat. nou are.
La ricostruzione laringalistica non sempre chiarissima e i dati dellanatoli-
co sono parziali, dato che sia i problemi graci causati dal cuneiforme, sia
lassenza di alcune radici indoeuropee in questa famiglia linguistica li ren-
dono a volte di difcile interpretazione. Tuttavia, il numero di apparenti
incoerenze spiegate dalla teoria delle laringali fa s che essa sia oggi comu-
nemente accettata. Al contrario di quanto pensava Saussure, per, si rico-
struiscono oggi per lindoeuropeo anche vocali /a/ e /o/ originarie, cio
non dovute allincontro di /e/ con una laringale. Leffetto delle laringali su
alcune /e/ ha avuto la conseguenza di aumentare il numero di /a/ e /o/.
Quale fosse la realt fonetica di questi fonemi difcile dire: si trattava di
consonanti, probabilmente fricative.
13. Dinamiche e cause del mutamento fonologico
Come si passa dalla
modicazione di foni
al mutamento?
Nelle pagine precedenti abbiamo descritto alcune possibili modicazioni
che i foni subiscono in determinati contesti, e abbiamo visto come da tali
modicazioni contestuali (che producono cio fenomeni di allofonia) si
possa passare a veri e propri mutamenti fonologici.
Gli studiosi hanno cercato motivazioni di vario genere per il mutamento
fonologico. Possiamo raggruppare queste spiegazioni in due gruppi: a)
spiegazioni sostanzialiste, come quelle date dai neogrammatici; b) spiega-
zioni formali, come quelle di strutturalisti e generativisti.
Minor sforzo
di articolazione
NellOttocento, i neogrammatici, che furono i primi a porsi seriamente il
problema del mutamento linguistico, riconoscevano come causa del muta-
mento fonologico quella che chiamavano linerzia dellapparato fonatorio:
88
Introduzione alla linguistica storica
in pratica, a loro avviso, la causa principale del mutamento sarebbe stata da
riconoscere nella tendenza a diminuire lo sforzo nellarticolazione dei foni.
Questo modo di vedere le cose per tiene conto soltanto delle esigenze del
parlante: dal punto di vista dellascoltatore, lesigenza quella di poter de-
codicare il messaggio, e quindi di ricevere un messaggio che abbia suf-
cienti caratteristiche distintive per essere decodicato. Questo mette neces-
sariamente un freno ai processi di assimilazione, che al limite porterebbero
alla scomparsa di tutti i tratti distintivi.
Irregolarit
del mutamento:
il livellamento
analogico
La caratteristica principale del mutamento fonologico secondo i neogram-
matici la sua regolarit. Come abbiamo visto nel par. 6.2 di questo capi-
tolo trattando la legge di Verner, le eccezioni a una legge fonetica possono
essere spiegate solo attraverso lazione di unaltra legge fonetica (in questo
caso, la legge di Verner spiega le apparenti eccezioni alla legge di Grimm).
Altrimenti, le parole che contengono eccezioni devono essere prestiti, o
possono aver subito mutamenti analogici. I mutamenti analogici, di cui
parleremo estesamente nel par. 5 del cap. 3, interessano principalmente le
forme inserite in un paradigma essivo.
Si considerino per esempio i due seguenti verbi italiani:
muoio suono
muori suoni
muore suona
moriamo suoniamo
morite suonate
muoiono suonano
Da quanto vedremo nella scheda 1, la dittongazione ha interessato nelle
lingue romanze le vocali brevi latine /e/ e /o/ in sillaba tonica. In sillaba
atona non si dovrebbe avere dittongazione. Dei due paradigmi esposti so-
pra, quello del verbo morire presenta gli esiti prevedibili, infatti le forme
moriamo e morite, in cui la sillaba radicale non accentata, non hanno dit-
tongazione. Il paradigma di suonare invece presenta la dittongazione in
tutte le sue forme: eppure le condizioni sono identiche e non conosciamo
altre leggi fonetiche che ci permettano di dare una spiegazione per questa
irregolarit. Per se non consideriamo le forme in isolamento, ma inserite
nel contesto dellintero paradigma, vediamo che lestensione del dittongo
alle forme suoniamo e suonate ha il vantaggio di eliminare lallomora radi-
cale: in altre parole, nella sua conoscenza del paradigma di morire un par-
lante deve includere linformazione che questo verbo ha due allomor del-
la radice, mentre per suonare questa informazione aggiuntiva non neces-
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
89
saria. Molti mutamenti che sono irregolari dal punto di vista puramente
fonologico si possono spiegare in questo modo.
Lo strutturalismo
e il concetto
di sistema
Allinizio del Novecento fu introdotto in linguistica da parte di Ferdinand
de Saussure il concetto di sistema. Saussure era interessato pi che altro a
individuare il livello sincronico del sistema lingua; dobbiamo aspettare
qualche decennio per arrivare, con Jakobson e Martinet, allo strutturali-
smo diacronico. Secondo gli strutturalisti, fermo restando che lapparato
fonatorio tende a minimizzare lo sforzo, il motivo per cui dalla creazione di
allofonia si passa al mutamento vero e proprio da vedersi nella tendenza
del sistema fonologico di ciascuna lingua a mantenersi in equilibrio. Gli
strutturalisti introdussero concetti quali quelli di casella vuota, catena di
propulsione e catena di trazione per spiegare le cause del mutamento. Il si-
stema tende a una certa simmetria: per fare un esempio, se tutti i timbri
vocalici presentano unopposizione di quantit, il fatto che un solo timbro
non la presenti creer unasimmetria nel sistema, che tender quindi a ri-
strutturarsi (un sistema vocalico asimmetrico in questo senso quello che
si ricostruisce per il protogermanico, vedi cap. 2 par. 14.4.3). Un muta-
mento interno pu creare uno squilibrio, e condurre quindi con s altri
mutamenti: parliamo in questo caso di una catena di trazione. Al contra-
rio, un mutamento pu avere come esito un fonema che va a riempire la
casella gi riempita da un altro: per mantenere le necessarie opposizioni,
questo secondo fonema viene per cos dire spinto via dalla sua posizione
originaria e inizia un nuovo mutamento. Abbiamo in questo secondo caso
una catena di propulsione.
Il modello del mutamento a catena pu essere ben esemplicato con la leg-
ge di Grimm. Come abbiamo visto sopra (cap. 2 par. 6.1), questo muta-
mento fonologico comporta un cambiamento nellarticolazione di tutte le
occlusive. A seconda di come pensiamo che sia iniziato questo mutamento,
possiamo rafgurarlo come una catena di propulsione o come una catena
di trazione. Linizio del mutamento pu essere dovuto allindebolimento
nellarticolazione delle occlusive velari, che hanno incominciato a essere ar-
ticolate come fricative. Questo spostamento ha lasciato uno spazio vuoto
nel sistema fonologico del germanico, lo spazio cio delle occlusive sorde,
che stato riempito dalle sonore aspirate, il cui spazio stato a sua volta
riempito dalle sonore. In una visione di questo genere, la legge di Grimm
esemplica una catena di trazione.
Se invece pensiamo che il mutamento sia iniziato come una tendenza delle
aspirate sonore a perdere laspirazione, allora lo vediamo come una catena
di propulsione. Infatti, perdendo laspirazione questi fonemi si sarebbero
spostati nel posto occupato dalle sonore, le quali a loro volta si sarebbero
spostate nel posto occupato dalle sorde, per evitare di confondersi con le
90
Introduzione alla linguistica storica
aspirate sonore. Ci avrebbe poi causato anche lo spostamento delle sorde,
che sarebbero diventate fricative, per evitare di confondersi con le sonore
che stavano perdendo la sonorit.
Regole fonologiche Anche la linguistica generativa, nata verso la ne degli anni Cinquanta del
secolo scorso, si era in un primo tempo rivolta unicamente allo studio sin-
cronico del linguaggio. Il primo importante lavoro dedicato al mutamento
fonologico nel quadro generativo stato King (1969, trad. it. 1973). In
questo quadro teorico, in cui il concetto di regola basilare, il mutamento
fonologico spiegato come dovuto ad aggiunta, eliminazione o riordino
di regole. I generativisti si sono posti anche con rilevanza il problema del
luogo del mutamento: quando di preciso capita che un tratto allofonico
venga reinterpretato come distintivo? Secondo i generativisti, ci avviene
esclusivamente nello scambio generazionale: il bambino, che, com noto,
secondo la maniera di vedere di questi studiosi formula ipotesi sulla strut-
tura della grammatica che sta apprendendo, responsabile del fatto che, in
contesti identici, ci che viene interpretato come distintivo non sia pi ci
che lemittente adulto interpreta come tale.
chiaro che questa non solo una teoria delle cause del mutamento fono-
logico, ma piuttosto una teoria del mutamento linguistico in generale, e
torneremo a parlarne nel cap. 6. Va detto comunque che lidea che il muta-
mento linguistico andasse situato nella fase di trasmissione del linguaggio
da una generazione alla successiva era gi dei neogrammatici; gi nel corso
dellOttocento la dialettologia, con lo studio della variazione sincronica,
aveva iniziato a dimostrare che le cose non stavano propriamente cos. Ve-
dremo nel cap. 6 che anche nel corso del Novecento le idee pi interessanti
sulle cause e le dinamiche del mutamento linguistico sono venute spesso da
studiosi che si interessavano di variazione sincronica.
Nella seconda met del Novecento sono state proposte varie altre teorie sul
mutamento fonologico, che non ho lo spazio per trattare qui; rimando
pertanto allottima trattazione di Loporcaro (2003).
14. I sistemi fonologici delle singole famiglie di lingue indoeuropee
Qui di seguito esamineremo i sistemi fonologici delle singole lingue in-
doeuropee. Ho scelto di dare una descrizione dettagliata solo delle lingue
che sono pi frequente oggetto di studio universitario, cio latino, greco,
lingue germaniche, sanscrito e lingue slave. Le altre famiglie sono trattate
pi brevemente, ricordando le loro principali particolarit. Per ogni lingua
o famiglia di lingue esaminata in dettaglio ho dato esempi che contengono
gli esiti di ciascun fonema indoeuropeo. Non ho usato gli stessi esempi per
tutte le lingue, semplicemente allo scopo di fornire materiali pi ampi: ov-
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
91
viamente, ciascun esempio contiene pi fonemi di quello per il quale in-
trodotto e molte forme che sono citate sotto una data lingua potrebbero es-
sere usate anche per altre. Tutti i dati vengono comunque ripresi nellAp-
pendice C del capitolo. Per ogni forma ho dato sia la ricostruzione non la-
ringalistica sia, in parentesi, la possibile ricostruzione laringalistica. Come
gi nel capitolo precedente lordine in cui sono presentate le lingue o fami-
glie di lingue ha motivazioni puramente didattiche. Per le lingue kentum
non ho separato le velari dalle palatali, dato che gli esiti sono identici; ho
invece ritenuto di separare la velari dalle labiovelari per le lingue sat@m.
Come ho detto sopra, ho fornito esempi dellesito di ciascun fonema nelle
singole lingue: ovviamente, ogni fonema indoeuropeo ricostruito sulla
base della comparazione fra pi lingue e non di una lingua sola. LAppendi-
ce C di questo capitolo contiene un sommario riassuntivo delle corrispon-
denze nelle varie lingue degli esiti di ciascun fonema e pu quindi essere
usata come base per capire in che modo si sia arrivati alla ricostruzione.
14.1. Il latino Lalfabeto usato dal latino presenta un buon grado di corri-
spondenza fra grafemi e fonemi: in generale, ciascun grafema corrisponde a
un solo fonema e ciascun fonema sempre reso con lo stesso grafema. I po-
chi casi in cui la corrispondenza non biunivoca sono rappresentati dalle
vocali, per le quali non notata la quantit (la notiamo noi, se necessario,
con il segno di lunga, ma nella graa originaria vocali lunghe e brevi erano
rappresentate dagli stessi grafemi)
10
. Da quanto detto sopra, risulta che i
grafemi < c > e < g > indicano sempre occlusive velari, anche davanti a vo-
cali anteriori. Il gruppo < sc > indica la sequenza /sk/ e il gruppo < gn >
indica la sequenza /gn/. Il gruppo < ti > davanti a vocale indica /ti/: la pro-
nuncia spesso data oggi di parole come patientem [patsjentem] rappresenta
la pronuncia ecclesiastica, che rispecchia una pronuncia del latino volgare.
14.1.1. Ostruenti Per quanto riguarda le ostruenti, il latino fra le lingue
che conservano come tali, almeno in parte, le labiovelari. La principale in-
novazione data dalla scomparsa delle occlusive aspirate, che vengono so-
stituite per lo pi dalla fricativa labiodentale sorda o dallaspirazione in ini-
ziale di parola, mentre perdono laspirazione in posizione interna; velari e
palatali si fondono nellunica serie delle velari (vedi tab. 5):
10. I grafemi < u > e < v > nelle iscrizioni sono usati il primo per la minuscola e il secondo per
la maiuscola ed entrambi possono rappresentare sia la vocale /u/ (lunga o breve) sia la semivoca-
le /w/. Nella graa strandardizzata usata nelle edizioni moderne, < u > corrisponde sempre a
una vocale e < v > alla semivocale. Per maggiori dettagli sulla graa e sulla pronuncia del latino,
rimando a Traina (2002).
92
Introduzione alla linguistica storica
tabella 5 Le ostruenti del latino
Sorda Sonora
Occlusive velari k g
Occlusive labiovelari k
w
g
w
Occlusive dentali t d
Occlusive bilabiali p b
Fricativa dentale s
Fricativa labiodentale f
Fricativa glottidale h
ie. */

k/, */k/ > lat. /k/. Esempi: ie. *

k
.
mtm (*h
1

k
.
mtm) cento lat. centum
/kentum/; ie. *de

k
.
m dieci lat. decem /dekem/;
ie. */ g/, */g/ > lat. /g/. Esempi: ie. * gn o- (* gneh
3
-) radice del verbo conosce-
re lat. gn osc o so, conosco; ie. * gnos (* gnh
1
os) genere lat. genus /genus/;
ie. */ g
h
/, */g
h
/ > lat. /h/. Esempi: ie. *g
h
s-ti-s straniero lat. hostis nemi-
co; ie. *we g
h
- radice del verbo trasportare lat. veh o trasporto;
ie. */k
w
/ > lat. /k
w
/. Esempi: ie. *k
w
i- *k
w
o- radice pronominale lat. qui,
quod pronome relativo;
ie. */g
w
/ > lat. /w/ / #_; /g
w
/ / _ V; /g/ /_ C. Esempi: ie. *g
w
-wo-s (*g
w
-wh
3
-s)
vivo lat. vivus; ie. s@ng
w
-i-s (*h
1
sh
2
n-h
1
g
w
-i-s) sangue lat. sanguis; ie.
*eg
w
-ni-s (*h
1
eg
w
-ni-s) fuoco lat. ignis;
ie. */g
hw
/ > lat. /f/ / #_; /w/ /V_V ; /g
w
/ / N_. Esempi: ie. *g
hw
or-m-s cal-
do lat. formus; ie. *sng
hw
.
m neve:acc lat. nivem /niwem/; dalla stessa ra-
dice con insso nasale ninguit nevica;
ie. */t/ > lat. /t/. Esempi: ie. *t u tu lat. t u; ie. *

k
.
mtm cento lat. centum;
ie. */d/ > lat. /d/. Esempi: ie. *dont-
.
m (*h
1
dont-
.
m) dente:acc
11
lat.
dentem; ie. *ed- (*h
1
ed-) radice del verbo mangiare lat. ed o mangio;
ie. */d
h
/ > lat. /f/ /#_, /b/ /r_, _r, /d/ altrove. Esempi: ie. *dhr-is porta
lat. foris; ie. *rud
h
-
.
r-s (*h
1
rud
h
-
.
r-s) rosso lat. ruber; ie. *md
h
ijo-s me-
dio lat. medius;
11. In realt la forma da ricostruire per lindoeuropeo doveva avere il grado /o/ nellaccusativo:
*dont-
.
m, come attesta il sanscrito, ma il latino ha generalizzato il grado in tutta la essione,
vedi cap. 3.
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
93
ie. */p/ > lat. /p/. Esempi: ie. pd
.
mpiede (acc.) lat. pedem; ie. *sept
.
mset-
te lat. septem;
ie. */b/ > lat. /b/. Esempi: i.e. *bukw a (*bukwah
2
) bocca lat. bucc a; ie.
*lb-yo-m labbro lat. labium;
ie. */b
h
/ > lat. /f/ /#_, /b/ altrove. Esempi: ie. *b
h
er- radice del verbo por-
tare, generare lat. fer o porto, genero; ie. *nb
h
.
l a (*neb
h
.
lah
2
) nube lat.
nebula;
ie. */s/ > lat. /s/, /r/ /V_V. Esempi: ie. *sal (*seh
2
-l) sale lat. sal; ie. *-s de-
sinenza del nominativo dei temi in -o- e in consonante lat. -s (cfr. lupus,
mons); ie. * gnes-es (* gnh
1
es-es) genere:gen lat. generis.
14.1.2. Liquide, nasali e semivocali Liquide e nasali si conservano in lati-
no in tutte le posizioni. Le sonanti sviluppano una vocale davanti a s e si
trasformano nelle corrispondenti consonanti. Le semivocali sono anche
conservate in tutte le posizioni.
ie. */l/ > lat. /l/. Esempi: ie. *sal (*seh
2
-l) sale lat. sal;
ie. */r/ > lat. /r/. Esempi: ie. *wrdh-om parola lat. verbum;
ie */n/ > lat. /n/. Esempi: ie. *new
.
m (h
1
new
.
m) nove lat. novem;
ie. */m/ > lat. /m/ accusativo singolare dei temi in -o- e in - a-. Esempi: ie.
*-m lat. -m (cfr. lupum, rosam);
ie. */
.
l/ > lat. /ul/. Esempi: ie. b
h
.
lg-m
.
n fulgore lat. fulmen fulmine; la so-
nante lunga (cio il gruppo sonante + laringale) sviluppa una vocale bassa:
ie. *w

.
ln (*h
2.
lh
2
nah
2
) lana lat. lana;
ie. */
.
r/ > lat. /ur/, /or/. Esempi: ie. *

k
.
rd cuore lat. cord-is cuore:gen;
ie. */
.
n/ > lat. /in/ /#_, /en/ altrove. Esempi: ie. *
.
n- presso negativo lat.
in-; ie. b
h
.
lg-m
.
n fulgore lat. fulmen fulmine;
ie. */
.
m/ > lat. /im/ /#_, /em/ altrove. Esempi: ie. *-
.
m desinenza dellaccu-
sativo dei temi in consonante lat. -em (cfr. montem, pedem); ie. *
.
mb
h
r-os
pioggia lat. imber;
ie. */w/ > lat. /w/. Esempi: ie. *wek
w
- radice del verbo chiamare lat. voco
io chiamo /woko:/
12
;
ie. */j/ > lat. /j/. Esempi: ie. *jug-m giogo lat. iogum.
12. Il verbo vocare chiamare in latino un denominale derivato da vox voce; la presenza di /k/
come esito di */k
w
/ dovuta a delabializzazione causata nel nominativo del sostantivo dalla /s/
successiva ( < *wok
w
-s).
94
Introduzione alla linguistica storica
14.1.3. Vocali e accento Il vocalismo del latino presenta notevoli muta-
menti rispetto a quello dellindoeuropeo ricostruito. Osserviamo in primo
luogo che la posizione libera dellaccento che si pu ricostruire per lin-
doeuropeo non conservata in latino. Nel latino classico, com noto, la
posizione dellaccento determinata dalla quantit della penultima vocale:
se essa lunga prende laccento, se invece breve laccento risale alla terzul-
tima, come possiamo vedere da parole come venerunt /we'ne:runt/ venne-
ro e venerant /'wenerant/ erano venuti. In realt, questa situazione dove-
va essere relativamente recente: in epoca preletteraria possiamo ricostruire
regole accentuali diverse, per cui laccento, di tipo intensivo, cadeva sem-
pre sulla prima sillaba. Questo determin la riduzione delle vocali brevi a
/i/ in interno di parola. Possiamo vericare questo fenomeno nei verbi
composti: a fronte dei verbi capi o prendo, ag o conduco, faci o faccio,
con vocale /a/ breve nella radice, troviamo composti quali in-cipi o, ex-ig o,
con-ci o, in cui la vocale ha appunto subito il passaggio descritto sopra
13
.
Inoltre, i dittonghi indoeuropei si sono monottongati e trasformati in vo-
cali lunghe, come possiamo vedere dal confronto fra il greco lep o le pv
lascio con il latino re-lnqu o lascio (ie. *leik
w
-; il presente in latino si for-
ma con un insso nasale, vedi cap. 3).
Tutti questi mutamenti hanno fatto s che lapofonia originaria sia mal
conservata in latino. Ne troviamo qualche esempio nella derivazione: per
esempio, a fronte del verbo teg o copro, troviamo il sostantivo toga abito
(cio copertura).
14.2. Le lingue italiche Le lingue italiche presentano alcune differenze ri-
spetto al latino, che in parte riscontriamo in prestiti entrati nel latino stes-
so. Per esempio, lesito delle labiovelari diverso, in quanto esse divengono
nelle lingue italiche occlusive bilabiali. Un esempio si trova nella parola la-
tina bos bue: la forma ricostruita *g
w
os, che in latino dovrebbe dare rego-
larmente *wos. Invece, in latino entrato il prestito da una variet italica.
Un altro esempio probabilmente il nome del lupo, lat. lupus dallie.
*w
.
lk
w
os: anche in questo caso, in luogo della labiovelare troviamo unoc-
clusiva bilabiale.
Anche le sonore aspirate hanno un esito diverso nelle lingue italiche, dove
si trasformano in fricative labiodentali sorde anche in interno di parola (e
non solo allinizio come in latino). In italiano sono entrate parole che con-
tinuano forme delle lingue italiche, come per esempio scarafaggio: la pre-
senza di /f/ allinterno di parola tradisce lorigine italica di questo vocabo-
lo. In latino la fricativa labiodentale si trovava infatti solo in iniziale di pa-
13. In particolare con il verbo faci o troviamo anche composti in cui si mantiene la vocale /a/,
quali per esempio calefaci o scaldo. Evidentemente questi composti si sono formati in epoca
posteriore, quando laccento non era pi sso sulla prima sillaba.
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
95
rola (alcune altre parole che contengono fricative labiodentali sorde inter-
ne in italiano sono prestiti dal germanico, come zuffa, arraffare).
Gli esempi citati sopra contengono tutti nomi di animali: questo non un
caso, ma deriva dal carattere rustico (cio legato alla campagna) dei con-
tatti fra romani e genti italiche (unaltra parola di origine italica per
esempio bifolco, anchessa legata alla stessa realt rustica).
scheda 1 Le lingue romanze
Trattiamo qui brevemente alcuni dei principali mutamenti fonologici che hanno ca-
ratterizzato il latino volgare e sono comuni a tutte le lingue romanze.
Per quanto riguarda le consonanti, possiamo osservare la palatalizzazione delle
velari davanti a vocale anteriore: cos a fronte del latino centum/kentum/ troviamo
litaliano cento, il francese cent /s a/, lo spagnolo ciento /Tjento/. Lesito concreto
della palatalizzazione varia da lingua a lingua, ma in tutte le lingue romanze tro-
viamo che le vocali anteriori hanno causato un avanzamento nella articolazione
delle velari. Naturalmente, nelle lingue romanze le consonanti palatali possono ri-
correre anche davanti a vocali posteriori: questa la vera differenza rispetto al la-
tino, dato che dal punto di vista puramente fonetico non sappiamo quando sia ini-
ziata la palatalizzazione e quando si sia creata lallofonia che alternava velari da-
vanti a vocali posteriori con palatali davanti a vocali anteriori. Ovviamente, solo
quando i due foni hanno incominciato a trovarsi negli stessi contesti possiamo par-
lare davvero di mutamento fonologico.
Molti mutamenti investono anche il sistema vocalico. Nel latino volgare scompare
lopposizione fonologica fra vocali lunghe e brevi, che infatti non continua in nes-
suna lingua romanza: le lingue romanze in cui compaiono opposizioni fonologiche
fra vocali brevi e lunghe le hanno ricreate pi tardi. Inoltre, i dittonghi chiusi latini
scompaiono monottongandosi: si confronti per esempio il latino aurum con litalia-
no oro, francese or , spagnolo oro. Parole come litaliano aureo, che conservano il
dittongo, sono di origine dotta: esse sono cio entrate in italiano pi tardi, come
prestiti dal latino.
Si creano per nuovi dittonghi aperti per la dittongazione delle vocali brevi /e/ e
/o/ (che erano diventate [E] e [O]) in sillaba accentata. La dittongazione panro-
manza, ma avviene secondo modalit diverse nelle diverse lingue: in italiano in
particolare essa avviene solo in sillaba aperta, come vediamo dal confronto fra
porco, lat. porcum e fuoco, lat. focum. In entrambe le parole, la sillaba accentata in
latino conteneva una /o/ breve, ma nel caso di porcum la sillaba chiusa, e la vo-
cale in italiano diventa /O/; nel caso di focum la sillaba aperta, quindi avviene la
dittongazione e troviamo in italiano /wO/. In spagnolo, per esempio, la dittongazio-
ne avviene ovunque, come dimostra lesito puerco di porcum accanto a fuego di
focum.
96
Introduzione alla linguistica storica
14.3. Il greco Anche lalfabeto greco presenta una discreta corrispondenza
fra grafemi e fonemi. Come per il latino, le discrepanze si manifestano so-
stanzialmente solo nella resa delle vocali. Infatti, nel greco classico i di-
grammi < ei > e < ou > , cio < ei > e < oy > , rappresentano a volte veri
dittonghi, a volte vocali medioalte lunghe (le mediobasse lunghe sono rap-
presentate da < h > e < v> , che nella trascrizione in alfabeto latino vengo-
no rese con < e > e < o > ). Inoltre, esiste un diacritico (il cosiddetto spiri-
to aspro) che indica laspirazione in iniziale assoluta di parola, ma proba-
bilmente nel greco arcaico laspirazione poteva anche trovarsi in interno di
parola, in posizione intervocalica: questo per non notato.
14.3.1. Ostruenti Il greco conserva le tre serie di ostruenti indoeuropee,
ma alle sonore aspirate corrispondono delle sorde aspirate. Come in latino,
velari e palatali si fondono in una sola serie di velari. Le labiovelari scom-
paiono: in generale, esse perdono la parte velare dellarticolazione e si tra-
sformano in occlusive bilabiali. Nello ionico-attico, cio la variet in cui
scritta la maggior parte dei testi letterari, le labiovelari diventano occlusive
bilabiali davanti a /a/, /o/ e consonante, e occlusive dentali davanti a /e/ e
/i/ (i mutamenti sono riassunti sotto, accanto ai singoli fonemi). La fricati-
va dentale /s/ diventa /h/ in iniziale assoluta di parola e in posizione inter-
vocalica, dove poi scompare. Esiste poi unaffricata dentale sonora, che
esito di */j/ iniziale davanti a vocale e del gruppo consonantico */dj/ da-
vanti a vocale
14
.
tabella 6 Le ostruenti del greco
Sorda Sonora Sorda aspirata
Occlusive velari k <k > g <g > kh <x >
Occlusive dentali t <t > d <d > th <w >
Occlusive bilabiali p <p > b <b > ph <W >
Fricative dentale s <s > , <q >
Fricativa glottale h < >
Affricata dentale dz <z >
ie. */

k/, /k/ > gr. /k/. Esempi: i.e. *krew-s (*krewh


2
i-s) carne cruda gr.
kras kr eaq; ie. *de

k
.
m gr. dka d eka;
14. Il fonema reso gracamente come < z > nella trascrizione e < z > nellalfabeto greco era si-
curamente un fonema unico in tutte le epoche, ma probabilmente dal punto di vista fonetico
gi in epoca classica non rappresentava pi laffricata [dz], ma forse un fono complesso [zd]. In
epoca ellenistica divenne [z], come attualmente.
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
97
ie. */ g/, */g/ > gr. /g/. Esempi: ie. * gn o- (* gneh
3
-) radice del verbo cono-
scere gr. gign

osk o gign vskv so, conosco; ie. * gnos (* gnh


1
os) genere gr.
gnos g enoq;
ie. */ g
h
/, */g
h
/ > gr. /k
h
/. Esempi: ie. * g
h
ans oca gr. kh

en x hn cigno; ie.
*we g
h
- radice del verbo trasportare gr. khos oxoq carro;
ie. */k
w
/ > gr. /p/; in ionico-attico: /p/ /_ a, o, C, /t/ / _ e, i, /k/ /_ u, u _.
Esempi: ie. *k
w
i- *k
w
o- radice pronominale gr. ps p vq in qualche modo
ts t q pronome interrogativo; ie. *pnk
w
e cinque gr. pnte p ente; ie.
*k
w
k
w
los giro gr. kklos k ykloq cerchio; ie. *k
w
etwores quattro eolico
psures, con esito /p/ della labiovelare iniziale anche davanti a vocale ante-
riore. Nel greco miceneo le labiovelari erano conservate come serie autono-
ma, come dimostra per esempio la graa qe per la congiunzione enclitica te
te e del greco classico;
ie. */g
w
/ > gr. /b/; in ionico-attico: /b/ /_ a, o, C, /d/ / _ e, i, /g/ /_ u, u_.
Esempi: ie. *g
w
ous (*g
w
oHus) bue gr. bos bo yq bue; ie. *g
w
un a (*g
w
unh
2
)
donna gr. gun

e gyn h; ie. *g
w
elbh- utero gr. adelphs adelW oq fratello
15
;
ie. */g
hw
/ > gr. /p
h
/; in ionico-attico: /p
h
/ /_ a, o, C, /t
h
/ / _ e, i. Esempi:
ie. *g
hw
er-m-s caldo gr. therms werm oq; ie. *g
hw
en- radice del verbo uc-
cidere gr. then o we nv uccido e, con grado apofonico diverso, phnos
W onoq uccisione;
ie. */t/ > gr. /t/. Esempi: ie. *trjes tre gr. tres treq; ie. *dont-
.
m(*h
1
dont-m
'
)
dente:acc gr. odnta od onta;
ie. */d/ > gr. /d/. Esempi: ie. *d o- (*deh
3
-) radice del verbo dare gr. dd omi
d dvmi io do; ie. *ed- (*h
1
ed-) radice del verbo mangiare gr. domai
edomai manger;
ie. */d
h
/ > gr. /t
h
/. Esempi: ie. *d
h
e- (*d
h
eh
1
-) radice del verbo mettere o
fare gr. tthemi t whmi metto; ie. *rud
h
rs (*h
1
rud
h
rs) rosso gr. eruthrs
erywr oq;
ie. */p/ > gr. /p/. Esempi: ie. *pnk
w
e cinque gr. pnte p ente; ie. *p@t

er
(*ph
2
t

er) padre gr. pat

er pat hr;
ie. */b/ > gr. /b/. Esempi: ie. *breuk- radice del verbo saltare gr. brokos
bro ykoq cavalletta;
15. La /a/ iniziale di questa forma non una prostesi vocalica (o una laringale vocalizzata),
come abbiamo visto in varie altre parole, ma deriva dal grado del presso *sem/s
.
m stesso che
in greco ha normalmente esito /ha/ con successiva perdita dellaspirazione (cosiddetto a copu-
lativo). La perdita dellaspirazione, detta psilosi, un fenomeno che colpisce alcuni dialetti gre-
ci, fra cui in buona misura lo ionico.
98
Introduzione alla linguistica storica
ie. */b
h
/ > gr. /p
h
/. Esempi: ie. *b
h
u- (*b
h
uh
2
-) radice del verbo essere,
divenire gr. ph o W yv nasco; ie. *neb
h
el a (*neb
h
elah
2
) nube gr. nephle
neW elh;
ie. */s/ > gr. /h/ /#_, /V_V, /s/ /_#. Esempi: ie. *sal-s (*sh
2
el-s) sale:nom
gr. hals alq; ie. * gnes-os (* gnh
1
es-os) genere:gen gr. gneos (contratto: g-
nous) g eneoq (g enoyq); ie. *-s nominativo singolare dei temi in -o- gr. -s.
14.3.2. Liquide, nasali, semivocali Liquide e nasali sono conservate in gre-
co solo come consonanti; come abbiamo gi visto (cap. 2 par. 11), le nasali
sonanti si vocalizzano e hanno come esito /a/. Esistono alcune restrizioni
sulla posizione di liquide e sonanti nella parola: in particolare, la vibrante
/r/ non pu trovarsi in iniziale assoluta di parola. Le parole che iniziano in
/r/ pertanto sviluppano una prostesi vocalica o vocalizzano una possibile
laringale iniziale indoeuropea (un fenomeno che, come abbiamo gi ricor-
dato, piuttosto frequente in greco anche davanti ad altre consonanti). Le
poche parole greche che iniziano con /r/ sono prestiti, per esempio rhdon
r odon rosa, oppure la /r/ si venuta a trovare in posizione iniziale per la
scomparsa di /w/, come in rhsis r hsiq discorso, da *wrsis. In queste pa-
role la /r/ iniziale sempre indicata come aspirata (nella graa greca trovia-
mo < r > ). Delle due nasali, /m/ e /n/, solo la seconda pu stare in nale
assoluta di parola: pertanto, le nasali bilabiali nali che troviamo nella altre
lingue hanno corrispondenza in greco con nasali dentali, come per esem-
pio capita per la desinenza di accusativo singolare dei temi in - a- e in -o-
(prima e seconda declinazione).
Le due semivocali /w/ e /j/ sono scomparse in greco. La prima semplice-
mente caduta, mentre la seconda ha avuto due esiti: in iniziale di parola si
trasformata in /h/ o in /z/, mentre in interno di parola scomparsa, cau-
sando la palatalizzazione della eventuale consonante precedente. La scom-
parsa delle semivocali un fenomeno relativamente recente: in particolare,
in miceneo la semivocale /w/ era ancora presente, come dimostrano grae
come wa-na-ka per nax anaj re. Tracce di /w/ iniziale (il cosiddetto di-
gamma) si riscontrano anche nella metrica dei poemi omerici.
ie. */l/ > gr. /l/. Esempi: ie. *sal-s sale:nom gr. hals alq;
ie. */r/ > gr. /r/. Esempi: ie. *rud
h
rs (*h
1
rud
h
rs) rosso gr. eruthrs
erywr oq;
ie. */n/ > gr. /n/. Esempi: ie. *nw
.
m (h
1
nw
.
m) nove gr. enna enn ea;
ie. */m/ > gr. /m/; /n/ /_ #. Esempi: ie. *-m accusativo singolare dei temi
in -o- e -a- gr. -n (cf. nthr opon anwrvpon uomo; thlassan w alassan
mare); ie. *som-os stesso gr. homs uguale om oq;
ie. */
.
l/ > gr. /al/, /la/. Esempi: ie. *m
.
l- (*h
2
m
.
l-) radice che esprime il con-
cetto di morbidezza gr. amaldn o amald ynv ammorbidisco;
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
99
ie. */
.
r/ > gr. /ar/, /ra/. Esempi: ie. *

k
.
rd cuore gr. karda kard a, ionico
krade krad h;
ie. */
.
n/ > gr. /a/; /an/ /_ V. Esempi: ie. *
.
n- presso negativo gr. a-; an- in
nudros anydroq secco (senza acqua: presso negativo + hdros con
scomparsa dellaspirazione in interno di parola); ie. *jk
w
.
nt-os fegato:gen
gr. hpatos epatoq;
ie. */
.
m/ > gr. /a/. Esempi: ie. *-
.
m accusativo dei temi in consonante gr. -a
(cfr. pda p oda piede); ie. *de

k
.
m gr. dka d eka;
ie. */w/ > gr. . Esempi: ie. *wek
w
- radice del verbo chiamare gr. pos
epoq parola;
ie. */j/ > gr. /h/, /dz/ /#_; altrove. Esempi: ie.*jk
w
.
rt fegato gr. hpar
epar; ie. * jug-m giogo gr. zugn zyg on; ie. *trjes tre gr. tres treq
/tre:s/ ( < *trees con contrazione); ie. *md
h
jo-s medio gr. msos m esoq (/s/
risulta dalla palatalizzazione dellocclusiva dentale causata dalla semivocale
prima di scomparire).
14.3.3. Vocali Il greco continua in modo molto fedele il vocalismo in-
doeuropeo; come abbiamo visto (cap. 2 par. 9), anche la lingua che per-
mette di ricostruire in modo pi accurato lapofonia. In ionico-attico, la
vocale /a:/ si trasformata in /E:/ (resa con il grafema < h > nellalfabeto
greco); questo mutamento avvenuto in condizioni leggermente diverse
nei due dialetti. Inoltre, larticolazione delle vocali /u/ e /u:/ ha subito un
avanzamento, che le ha portate a essere articolate come [y] e [y:].
Laccento greco conserva in parte la sede dellaccento indoeuropeo; esso ha
inoltre valore distintivo: tmos t omoq fetta ~ toms tom oq tagliente.
scheda 2 Il greco bizantino e moderno
I principali mutamenti fonologici che dal sistema del greco classico hanno condotto
a quello del greco bizantino prima e moderno poi sono riassunti brevemente qui di
seguito.
Le occlusive aspirate diventano fricative: in greco moderno il grafema <W > , che
rappresentava /p
h
/ nel greco classico, rappresenta la fricativa labiodentale /f/,
< w > che rappresentava il fonema /t
h
/ rappresenta la fricativa interdentale /T/ e
< x > che rappresentava /k
h
/ rappresenta la fricativa velare /x/. Le occlusive sono-
re hanno subito un processo di spirantizzazione, diventando fricative sonore: per-
tanto, in luogo dei fonemi del greco classico /b/, /d/ e /g/ troviamo in greco moder-
no /v/, /D/ e //, rispettivamente scritte < b > , < d > e < g > . Il fonema /g/ in alcu-
ne posizioni si palatalizzato dando /j/. Alcune occlusive sonore si trovano in pre-
stiti derivanti da altre lingue.
100
Introduzione alla linguistica storica
Le vocali hanno subito notevoli mutamenti. In primo luogo, come nel latino tardo,
la quantit vocalica ha perso valore distintivo. Altri mutamenti sono riconducibili a
due fenomeni: la chiusura dei dittonghi e litacismo. La chiusura dei dittonghi ha
determinato i seguenti esiti: /ei/ > /i/; /ai/ > /e/; /ou/ > /u/. Come si ricorder, le
grae < ei > e < ou > (cio < ei > e < oy > ) indicavano in parte gi nel greco clas-
sico vocali, piuttosto che dittonghi. Litacismo ha colpito le vocali /y/ e /E:/, cio
< y > e < h > , che hanno avuto entrambe lesito /i/. Questo passaggio avviene per
la vocale rappresentata da < h > in tutti i contesti; il grafema < y > rappresenta
invece oggi, a seconda delle posizioni, due fonemi: o la vocale /i/ oppure una frica-
tiva labiodentale di sonorit non specicata (si assimila al segmento seguente).
Cos il presso ayto- (che corrisponde al nostro presso auto-) fonologicamente
/afto/.
14.4. Il germanico Le pi antiche fonti germaniche sono i Vangeli tra-
dotti in gotico nel iv secolo d.C. Il gotico scritto in alfabeto latino,
con laggiunta di alcuni segni che rappresentano fonemi propri del goti-
co: si tratta di < > e < t > , che indicano rispettivamente la fricativa
labiovelare sorda /h
w
/ e la fricativa interdentale sorda /T/. Inoltre, il gra-
fema < q > indica la labiovelare sorda /k
w
/ e le vocali mediobasse sono
indicate dalla grafia < a > e < a > (mentre < ai > e < au > indicano
dittonghi veri e propri; la notazione dei dittonghi mediante gli accenti
tarda). A somiglianza del greco, il digramma < gg > viene usato per i fo-
nemi /ng/. In generale la corrispondenza fra grafema e fonema buona.
Per quanto riguarda le lingue moderne, e in particolare linglese che ho
usato qui quando era possibile per lesemplificazione, osserviamo che,
com noto, la corrispondenza fra grafema e fonema scarsa. Da un
lato la grafia, molto conservativa, testimonia una realt fonologica che
ha subito notevoli mutamenti; dallaltro, si osserver che gi linglese
antico presentava notevoli discrepanze fra grafemi e fonemi, dovute tra
le altre cose al fatto che le vocali dellinglese si discostavano da quelle
rappresentabili attraverso lalfabeto che era stato adottato, cio quello
latino.
14.4.1. Ostruenti: il consonantismo del germanico comune Il germanico
caratterizzato, per quanto riguarda il consonantismo, dalle leggi di Grimm
e Verner, che abbiamo visto nei parr. 6.1. e 6.2 di questo capitolo. Inoltre,
in tedesco larticolazione delle consonanti ha subito un ulteriore sposta-
mento, detto seconda rotazione, che descriveremo nella scheda 3. Va ricor-
dato che parlando di germanico non parliamo di una lingua nota e attesta-
ta, come abbiamo fatto nel caso del greco e del latino, ma di una ricostru-
zione: pertanto, i fonemi che elencheremo nella tabella 7 a volte hanno su-
bito ulteriori mutamenti nelle lingue storiche. In generale, comunque, il
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
101
germanico, una volta che si sia considerata lazione delle leggi di Grimm e
Verner, presenta un consonantismo piuttosto conservativo: conserva per
esempio le labiovelari e le tre serie di ostruenti, con la differenza che le so-
nore aspirate vengono sostituite da fricative.
tabella 7 Le ostruenti del germanico
Sorda Sonora
Occlusive velari k g
Occlusiva labiovelare k
w
Occlusive dentali t d
Occlusive bilabiali p b
Fricativa bilabiale
Fricativa labiodentale f
Fricative interdentali T D
Fricative dentali s z
Fricative velari x
Fricativa labiovelare h
w
Fricativa glottale h
scheda 3 La seconda rotazione
In epoca posteriore alla divisione delle variet germaniche, le variet alto tede-
sche subirono il mutamento chiamato seconda rotazione: tale fenomeno ha col-
pito le ostruenti, provocando un ulteriore spostamento. Va detto che la seconda
rotazione non stata completa in tutte le variet tedesche interessate: il centro
dellinnovazione si trovava nelle variet alto tedesche pi meridionali, che pre-
sentano infatti il mutamento nella sua completezza; lalto tedesco letterario, da
cui deriva lalto tedesco moderno, presenta il mutamento completo solo per la
serie delle dentali, mentre per le altre serie il mutamento interessa solo le sorde
del germanico (cio le sonore indoeuropee che erano diventate sorde per la leg-
ge di Grimm).
Riassumendo, in alto tedesco letterario abbiamo

le occlusive sorde germaniche (occlusive sonore indoeuropee) diventano affri-


cate o fricative sorde:
ie. */g/ > germ. /k/ > ted. /x/, /h/: ich io (cfr. lat. ego, olandese ik); nellalto tede-
sco letterario /k/ conservata in inizio di parola, come in ted. Knie ginocchio (cfr.
lat. genu, ingl. knee);
102
Introduzione alla linguistica storica
ie. */d/ > germ. /t/ > ted. /ts/, /s/ (*/ss/): zehn dieci (cfr. lat. decem, ingl. ten);
Fuss piede (lat. pedem, ingl. foot );
ie. */b/ > germ. /p/ > ted. /pf/, /f/: schlafen dormire (cfr. lat. labor scivolo, ingl.
sleep); Pflug aratro (ingl. plough);

la dentale sonora germanica (sonora aspirata indoeuropea) diventa unocclusi-


va dentale sorda:
ie. */d
h
/ > germ. /d/ > ted. /t/: Tr porta (cfr. gr. thra w yra, ingl. door );

la fricativa dentale germanica (occlusiva sorda indoeuropea) diventa unocclu-


siva dentale sonora
ie. */t/ > germ. /T/ > ted. /d/: drei tre (cfr. lat. tr es, ingl. three).
Le lingue romanze sono ricche di prestiti dalle lingue germaniche. Alcuni di essi,
entrati nel latino volgare o in variet romanze antiche allepoca delle invasioni
barbariche, testimoniano la presenza di variet germaniche diverse, in quanto pos-
sono presentare o meno la seconda rotazione. In italiano si trovano alcuni doppio-
ni: la stessa parola entrata sia dal gotico o dal franco, variet che non hanno su-
bito la seconda rotazione, sia dal longobardo, che invece lha subita. Si trovano
pertanto forme come grinta e grinza, zuppa e zuffa o panca e banca: in tutte que-
ste coppie, il secondo vocabolo presenta tracce della seconda rotazione e deve per-
tanto essere entrato in italiano dal longobardo.
ie. */

k/, */k/ > germ. */x/, /h/ /#_, /

V_; //, /g/ altrove (legge di Verner).


Esempi: ie. *

k
.
mtm (*h
1

k
.
mtm) cento ingl. hundred ted. hundert; ie.
*juw
.
nks (*h
1
juh
1 .
nks) giovane di animale ingl. young giovane;
ie. */ g/, */g/ > germ. /k/ (ted. /k/, /x/). Esempi: ie. *e g(om) (*h
1
e g(om))
io got. ik; ie. *jug-m giogo ingl. yoke ted. Joch;
ie. */ g
h
/, */g
h
/ > germ. /g/. Esempi: ie. *g
h
s-ti-s straniero ingl. guest, ted.
Gast ospite; ie. *we g
h
- radice del verbo trasportare ted. Wagen carro;
ie. */k
w
/ > germ. /h
w
/. Esempi: ie. *k
w
o- radice pronominale got. as,
ingl. what pronome interrogativo;
ie. */g
w
/ > germ. /k
w
/. Esempi: ie. *g
w
em- radice del verbo venire got. qi-
man, ingl. come
16
; ie. *g
w
en a (*g
w
enh
2
) donna ingl. queen;
ie. */g
hw
/ > germ. /w/, /g/. Esempi: ie. *g
hw
or-m-s caldo ingl. warm tie-
pido; per /g/ vedi Appendice C;
16. Per il vocalismo dellinglese si parte dal grado , vedi pi avanti sotto /
.
m/.
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
103
ie. */t/ > germ. /T/ (ted. /d/) /#_, /

V_; /D/, /d/ (ted. /t/) altrove (legge di


Verner). Esempi: ie. *trjes tre ingl. three; ie. *b
h
r

ater fratello got.


brouar, ted. Bruder (lingl. brother ha /D/ irregolarmente); ie. *p@t

er
(*ph
2
t

er) padre ingl. father /faDer/, got. fadar, ted. Vater;


ie. */d/ > germ. */t/ (ted. /ts/, /s/). Esempi: ie. *dw ou (*dwoh
2
u) due
ingl. two, ted. zwei; ie. *ed- (*h
1
ed-) radice del verbo mangiare ingl. eat,
ted. essen;
ie. */d
h
/ > germ. /d/ (ted. /t/). Esempi: ie. *d
h
ur porta ingl. door, ted.
Tr; ie. *d
h
e- (*d
h
eh
1
) radice del verbo mettere o fare ingl. do, ted. tun
fare;
ie. */p/ > germ. /f/ /#_, /

V_ /v/, /b/ altrove (legge di Verner). Esempi: ie.


*p@t

er (*ph
2
t

er) padre ingl. father; ie. *sept


.
m got. sibun ted. sieben, ingl.
seven;
ie. */b/ > germ. /p/ (ted. /pf/, /f/). Esempi: ie. *slob-/sleb- (*sleh
1
b) radice
del verbo scivolare ingl. slip scivolare, sleep dormire, ted. schlafen dor-
mire; ie. *bl oks aratro ingl. plowgh, ted. Pflug;
ie. */b
h
/ > germ. /b/. Esempi: ie. *b
h
er- radice del verbo portare, genera-
re ingl. bear;
ie. */s/ > germ. /s/ /#_, /

V_; */z/ > /r/ altrove (legge di Verner). Esempi:


ie. *wes- (*h
2
wes); radice del verbo permanere ingl. was / were forme del
passato del verbo essere, che anticamente comportavano posizioni diverse
dellaccento (nel primo caso laccento era sulla radice, nel secondo sul suf-
sso e la fricativa ha pertanto subito la legge di Verner).
14.4.2. Liquide, nasali, sonanti e semivocali Liquide e nasali sono ben
conservate in germanico. Le sonanti sviluppano una vocale di appoggio
/u/. Le semivocali /j/ e /w/ sono conservate come tali nel germanico orien-
tale e occidentale (in tedesco /w/ > /v/); in nordico /w/ in iniziale di paro-
la > (cfr. ingl. word danese ord parola). Si confrontino i nomi delle di-
vinit germaniche Odin e Wotan: nella prima, da una variet nordica, os-
serviamo la scomparsa di /w/ iniziale; nella seconda, che una forma tede-
sca, la /w/ mantenuta e la dentale ha subito la seconda rotazione.
ie. */l/ > germ. /l/. Esempi: ie. *sal-d- sale ingl. salt, ted. Salz;
ie. */r/ > germ. /r/. Esempi: ie. *reud
h
(*h
1
reud
h
) rosso ingl. red ted. rot;
ie. */n/ > germ. /n/. Esempi: ie. *nas-os (*Hnh
2
es-os) naso ingl. nose, ted.
Nase;
ie. */m/ > germ. /m/. Esempi: ie. *m at

er (*meh
2
t

er) madre ingl. mother,


ted. Mutter;
104
Introduzione alla linguistica storica
ie. */
.
l/ > germ. /ul/. Esempi: ie. *w
.
ln a (*wh
2.
lh
2
nah
2
) lana ingl. wool
17
;
ie. */
.
r/ > germ. /ur/. Esempi: ie. *b
h
.
rg
^
h
forte ted. Burg fortezza;
ie. */
.
n/ > germ. /un/. Esempi: ie. *
.
n presso negativo germ. un-;
ie. */
.
m/ > germ. /um/. Esempi: ie. *g
w
.
m- radice del verbo venire got. qu-
mans, ingl. come;
ie. */w/ > germ. /w/. Esempi: ie. *w
.
rdh-om parola ingl. word, ted. Wort;
ie. */j/ > germ. /j/. Esempi: ie. *jug-m giogo ingl. yoke, ted. Joch.
14.4.3. Vocali In germanico si riscontra un fenomeno che con modalit
diverse interessa anche lo slavo e il baltico, cio la confusione dei timbri vo-
calici /a/ e /o/ indoeuropei. In particolare, in germanico /a:/ e /o:/ conflui-
scono in /o:/, e /a/ e /o/ confluiscono in /a/; questa vocale rappresenta anche
lesito di */@/ (o */H/) indoeuropea. Esempi di questi esiti si possono vedere
per le vocali lunghe nellingl. mother, dove la grafia conserva la vocale /o/,
esito di */a:/ indoeuropea (cfr. lat. m ater), e ingl. know dove /o/ deriva da
/o:/ indoeuropea (cfr. lat. gn osc o). Per le vocali brevi invece si considerino il
ted. acht otto, dove /a/ esito di */o/ indoeuropea (cfr. lat. octo) e lingl. fat-
her, ted. Vater in cui /a/ deriva da */@/ (o /h
2
/) indoeuropea e corrisponde a
/a/ in tutte le altre lingue tranne che in indoiranico (cfr. lat. pater). Si viene
dunque a creare un sistema vocalico in parte asimmetrico:
Pi tardi, la */e:/ indoeuropea si abbassata in */:/ del protogermanico; si
poi creata unaltra */e:/, a volte detta e
2
, di origine poco chiara. Si osservi
che questa vocale probabilmente si deve essere creata in epoca posteriore a
quella del germanico comune, dato che non ha esiti differenziati in gotico.
Inoltre, in determinate posizioni */e/ indoeuropeo > /i/ nelle lingue ger-
maniche (in gotico questo passaggio avviene in tutte le posizioni).
17. In una ricostruzione non laringalista questa radice dovrebbe contenere una sonante lunga,
come dimostrano gli esiti del latino e del sanscrito (vedi cap. 2 parr. 14.1.2 e 14.5.2).
*/i/ */i/
*/e/ */e/
*/u/ */u/
*/o/
*/a/
figura 4 Le vocali del germanico
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
105
Un fenomeno tipico delle lingue germaniche la metafonesi, anche detta
Umlaut. Si tratta di unassimilazione regressiva a distanza fra vocali e pi
precisamente dellavanzamento del timbro della vocale radicale sotto lin-
uenza di una vocale anteriore presente nel sufsso (vedi cap. 2 par. 2.1).
La metafonesi era causata per esempio dal sufsso del nominativo plurale,
che si ricostruisce in protogermanico come *-iz. Pertanto possiamo rico-
struire forme protogermaniche come *f ot piede *fetiz piedi. In molte lin-
gue germaniche per le vocali brevi nali sono scomparse senza lasciare
traccia: pertanto la metafonesi diventata unalternanza vocalica e da feno-
meno morfofonologico diventata un processo morfologico, come attesta
linglese foot ~ feet. In tedesco rimane per lo pi in queste forme una voca-
le /@/ nale (resa con il grafema < e > ): Fuss piede ~ Fsse piedi, Gast
ospite ~ Gste ospiti (esistono poche eccezioni, come Vater padre ~
Vter padri, Tochter glia ~ Tchter glie). Si osservi che nellalto tede-
sco moderno lUmlaut pi /@/ nale stato reinterpretato come indicatore
del plurale in alcuni paradigmi, quindi la sua estensione attuale va al di l
dei casi in cui era stato originariamente causato dalla metafonesi, dato che
esso compare anche in prestiti tardi dalle lingue romanze, come Kanal ca-
nale ~ Kanle canali.
Laccento libero dellindoeuropeo si era conservato in origine in protoger-
manico, come attesta la legge di Verner (ricordiamo che questo fenomeno
legato alla sede dellaccento indoeuropeo). Nella fase comune tarda, lac-
cento si era poi trasformato in accento intensivo sso sulla sillaba radicale,
com ancora in buona parte nelle lingue germaniche moderne. Questo
tipo di accento ha causato la scomparsa o riduzione di molte vocali brevi.
14.5. Il sanscrito Come abbiamo visto nel cap. 1, il sanscrito scritto in un
alfabeto detto devan agar. Questo sistema di scrittura molto accurato dal
punto di vista fonologico; spesso vengono notati anche fenomeni allofoni-
ci. Pertanto la nostra conoscenza della fonologia (e della fonetica) del san-
scrito ottima, anche grazie allopera dei grammatici indiani che, da questo
punto di vista, erano molto pi precisi dei grammatici greci e romani.
14.5.1. Ostruenti Il sanscrito conserva tutte le serie di ostruenti indoeuro-
pee, aggiungendo una serie di sorde aspirate, che derivano dalla fonologiz-
zazione di allofoni delle sorde (o da esiti particolari delle laringali). Inoltre,
amplia i punti di articolazione, aggiungendo unarticolazione cacuminale o
retroflessa (si tratta di occlusive prodotte chiudendo il canale fonatorio con
la punta della lingua piegata allindietro contro il palato duro). Troviamo
poi una serie di affricate palatali, esito delle labiovelari davanti a vocali an-
teriori. Infine, alla fricativa dentale se ne aggiungono una retroflessa, in se-
rie con le occlusive, e una palatale, esito della velare palatalizzata sorda in-
doeuropea */k/.
106
Introduzione alla linguistica storica
Lorigine delle cacuminali solitamente vista nellinfluenza delle lingue
non indoeuropee dellIndia, alle quali il sanscrito andato a sovrapporsi. In
parte, le fricative cacuminali sono esito della palatalizzazione dopo i fonemi
indoeuropei /i u r k g g
h
k
w
g
w
g
wh
/. Questo fenomeno, detto RUKI, inve-
ste tutto lindoiranico e il baltoslavo, ma solo in sanscrito ha come esito
delle fricative cacuminali. Dato che la vicinanza di /r/ causa la comparsa di
articolazione cacuminale anche per la nasale, si pensa che anche /r/ dovesse
essere retroflessa in sanscrito (cio pronunciata come in inglese moderno).
Comunque, lestensione delle cacuminali va al di l dei contesti di palata-
lizzazione (cfr. per esempio scr.
.
sa
.
s sei, lat. sex); pertanto non si pu parla-
re per nessuna di esse di allofoni delle dentali.
Per completezza si dovrebbe aggiungere a questo inventario anche la fricati-
va labiodentale /v/, che in sanscrito risulta da */w/ indoeuropeo. Tradizio-
nalmente, seguendo i grammatici indiani, questo non si fa, dato che il fo-
nema /v/ in sanscrito ha un ruolo nellapofonia simile a quello di /j/ e viene
pertanto considerato a parte, come una semivocale.
tabella 8 Le ostruenti del sanscrito
Sorda Sonora Sorda aspirata Sonora aspirata
Occlusive velari k g k
h
g
h
Occlusive dentali t d t
h
d
h
Occlusive bilabiali p b p
h
b
h
Occlusive retroesse
.
t
.
d
.
t
h
.
d
h
Fricativa dentale s
Fricativa palatale S < s >
Fricativa retroessa
.
s
Fricativa glottale h
Affricate palatali T < c > D < j > T
h
< ch > D
h
< jh >
ie. */

k/ > scr. /S/. Esempi: ie. *

k
.
mtm (*h1

k
.
mtm) cento scr. satm; ie.
*de

k
.
m dieci scr. d asa;
ie. */ g/ > scr. /D/. Esempi: ie. * gn o- (* gnh
3
-) radice del verbo conoscere
scr. j a-;
ie. */ g
h
/ > scr. /h/. Esempi: ie. * g
h
eimn inverno scr. him a- (cfr. Hima-
laya);
ie. */k/ > scr. /k/. Esempi: ie. *kreuwi-s (*kreuh
2
i-s) carne cruda scr. krav
.
h
sangue;
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
107
ie. */g/ > scr. /g/. Esempi: ie. *jug-m giogo scr. yugm;
ie. */g
h
/ > scr. /g
h
/. Esempi: ie. *g
h
s-ti-s straniero scr. ghas- radice del
verbo mangiare, consumare;
ie. */k
w
/ > scr. /T/ /_ e, i, /k/ altrove. Esempi: ie. *k
w
etwores quattro scr.
catur; ie. *k
w
o- radice pronominale scr. kas chi;
ie. */g
w
/ > scr. /D/ /_e, i, /g/ altrove. Esempi: ie. *g
w
en a (*g
w
enh
2
) donna
scr. jni
.
h; ie. *og
w
-n-is (*h
1
eg
w
-ni-s) fuoco scr. agni
.
h;
ie. */g
hw
/ > scr. /h/ /_e, i, /g
h
/ altrove. Esempi: ie. *g
hw
or-ms caldo scr.
gharma- calore; ie. *g
hw
en- radice del verbo uccidere scr. han-;
ie. */t/ > scr. /t/. Esempi: ie. *trejes tre scr. tr ayas; ie. *twom tu scr. tvam;
ie. */d/ > scr. /d/. Esempi: ie. *dw ou due scr. dva; ie. *d o- (*deh
3
-) radice
del verbo dare scr. d a-;
ie. */d
h
/ > scr. /d/. Esempi: ie. *d
h
e- (*d
h
eh
1
-) radice del verbo mettere o
fare scr. dh a- mettere, dharma ci che stabilito;
ie. */p/ > scr. /p/. Esempi: ie. *p@t

er (*ph
2
t

er) padre scr. pith ar- (nom. pit

a),
ie. * pnk
w
e cinque scr. pca;
ie. */b/ > scr. /b/. Esempi: ie. *bel-o-m forza scr. balam;
ie. */b
h
/ > scr. /b
h
/. Esempi: ie. *b
h
u- (*b
h
uh
2
-) radice del verbo essere,
divenire scr. bh u-;
ie. */s/ > scr. /s/. Esempi: ie. *sewl/sul (*seh
2
wl/sh
2
ul) sole scr. s

urya
.
h; in
ne di parola, se in pausa, realizzato come [h], trascritto con il grafema
<
.
h > , un tipo di aspirazione foneticamente realizzata in maniera diversa
dallaspirazione che realizzava il fonema /h/: desinenza del nominativo ma-
schile ie. *-s scr. -
.
h (cfr. lat. lupus lupo, scr. v
.
rka
.
h).
14.5.2. Liquide, nasali, sonanti e semivocali Le nasali sono ben conserva-
te in sanscrito; le liquide invece si confondono entrambe in /r/ (tranne
pochi casi di conservazione di /l/, come in balam, forza, cfr. gr. blteros
b elteroq migliore). Per quanto riguarda le sonanti, abbiamo gi visto
che le nasali hanno come esito /a/ come in greco. Le liquide invece si
mantengono come sonanti, ma si confondono entrambe in /
.
r/. Inoltre, il
sanscrito conserva esiti specifici per le sonanti lunghe, che si possono
spiegare come esito di sonante breve + /H/. La semivocale /j/ conservata
in tutte le posizioni, mentre la /w/ ha sempre come esito la fricativa la-
biodentale /v/.
108
Introduzione alla linguistica storica
ie. */l/ > scr. /r/. Esempi: ie. *sewl/sul (*seh
2
wl/sh
2
ul) sole scr. s

urya
.
h;
ie. */r/ > scr. /r/. Esempi: ie. *b
h
r

ater fratello scr. bhr

atar- (nom. bhr

at a);
ie. *trjes tre scr. tr ayas;
ie. */n/ > scr. /n/. Esempi: ie. *nas- a (*Hnh
2
es-a h
2
) naso scr. nas

a; ie.
*nw
.
m (h
1
new
.
m) scr. n ava;
ie. */m/ > scr. /m/. Esempi: ie. *m at

er (*meh
2
t

er) madre scr. m atr-


(nom. m at a);
ie. */
.
l/ > scr. /
.
r/. Esempi: ie. *w
.
lk
w
-os lupo scr. v
.
rka
.
h; la sonante lunga
sviluppa una vocale alta; ie. *w

.
ln a (*h
2.
lh
2
nah
2
) lana scr. urn a ( < *vurn a);
ie. */
.
r/ > scr. /
.
r/. Esempi: ie. *

k
.
rd-jo-m cuore scr. h
.
rdayam;
ie. */
.
n/ > scr. /a/. Esempi: ie.
.
n- presso negativo scr. a-; ie. d
.
nt-s
(*h
1
d
.
nt-s) dente:gen scr. dat as;
ie. */
.
m/ > scr. /a/. Esempi: ie. *d

k
.
m scr. dsa;
ie. */w/ > scr. /v/. Esempi: ie. *w
.
lk
w
-os lupo scr. v
.
rka
.
h; ie. *dw ou due
scr. dva;
ie. */j/ > scr. /j/. Esempi: ie. *jug-m giogo scr. yugm.
14.5.3. Vocali Come abbiamo avuto modo di spiegare in precedenza, in
indoiranico la tre vocali indoeuropee /a/, /e/, /o/ lunghe e brevi si sono
fuse in un unico timbro /a/ lunga e breve. Abbiamo gi visto anche che
in sanscrito i dittonghi /ai/ e /au/ si sono monottongati, dando come esi-
ti /e/ e /o/ rispettivamente. Queste due vocali, essendo esito di dittongo,
valgono sempre come lunghe in sanscrito. Nel corso del ii millennio a.C.
gli indoari si trovavano in una posizione pi occidentale rispetto alle loro
sedi storiche e vennero in contatto con i hurriti e, tramite loro, con gli it-
titi. Parole di origine indoaria si trovano in un antico testo ittita sullalle-
vamento dei cavalli, che conserva forme in cui la monottongazione dei
dittonghi non era ancora avvenuta, per esempio il numerale aika per
uno (cfr. scr. eka).
Laccento del sanscrito vedico era simile a quello che ricostruiamo per
lindoeuropeo: libero e forse di altezza, piuttosto che intensivo. Per il
sanscrito classico si usa invece una regola di accentazione simile a quella
del latino: la penultima sillaba accentata se lunga, altrimenti laccento
risale sulla terzultima, ma pu risalire fino alla quartultima, se anche la
terzultima breve (e ovviamente se la parola ha almeno quattro sillabe).
Abbiamo quindi dal verbo portare bhar ami /b
h
a'ra:mi/ porto e bharati
/'b
h
arati/ porta.
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
109
14.6. Le lingue iraniche Le lingue iraniche condividono le innovazioni che
abbiamo visto per il sanscrito nel campo del vocalismo; per quanto riguar-
da le consonanti invece le sonore aspirate perdono laspirazione: av. br atar
fratello (cfr. scr. bhr atar-, lat. frater). Le sorde aspirate protoindoiraniche
si trasformano in fricative sorde; questo mutamento interessa anche le oc-
clusive sorde non aspirate a seconda della posizione: av. Tbam tu:acc (cfr.
scr. tvam). A somiglianza di quanto avviene in greco, anche in iranico /s/ >
/h/ /#_, per lo meno in alcuni contesti: av. hapta sette (cfr. lat. septem gr.
hept ept a).
14.7. Lo slavo Come nel caso del germanico, anche per lo slavo abbiamo a
che fare con una lingua ricostruita: le attestazioni pi antiche, quelle dello
slavo ecclesiastico, ci presentano una variet gi caratterizzata come appar-
tenente al ramo meridionale. Come abbiamo osservato nel cap. 1, i tradut-
tori del Vangelo elaborarono un alfabeto apposito per lo slavo ecclesiastico,
basandosi sullalfabeto greco e aggiungendo alcuni segni per fonemi che in
greco non esistevano. Pertanto, la corrispondenza fra fonema e grafema in
slavo ecclesiastico buona.
14.7.1. Ostruenti Nelle lingue slave, il sistema delle ostruenti indoeuro-
pee si semplica, in quanto le sonore aspirate hanno perso laspirazione in
tutte le posizioni e sono conuite nelle sonore semplici. Le lingue slave,
come abbiamo osservato in precedenza, sono lingue sat@m; pertanto pre-
sentano la palatalizzazione delle velari palatalizzate. Per quanto riguarda le
labiovelari, esse perdono la parte labiale e diventano velari pure davanti a
vocali posteriori e a consonante, mentre si palatalizzano con modalit di-
verse da quelle presentate dalle velari davanti a vocali anteriori. Le velari
tabella 9 Le ostruenti dello slavo
Sorda Sonora
Occlusive velari k g
Occlusive dentali t d
Occlusive bilabiali p b
Fricativa dentale s
Fricative palatali S < s > Z < z >
Fricativa velare x
Affricata palatale T
110
Introduzione alla linguistica storica
indoeuropee conuiscono nelle labiovelari. La fricativa dentale /s/ con-
servata come tale solo in alcune posizioni: in altre, cio dopo i fonemi in-
doeuropei /i u r k g g
h
k
w
g
w
g
wh
/, si creato un allofono palatale che gi in
slavo ecclesiastico si era fonologizzato come /x/. Come abbiamo gi detto,
questo mutamento, chiamato mutamento RUKI, comune anche allin-
doiranico.
ie. */

k/ > sl. /s/. Esempi: ie. *

k
.
mtm (*h
1

k
.
mtm) cento sl. eccl. s uto, russo
sto; ie. *de

k
.
m-tis dieci russo desjat;
ie. */ g/ > sl. /z/. Esempi: ie. * gn o- (* gneh
3
-) radice del verbo conoscere
russo znat sapere, conoscere;
ie. */ g
h
/ > sl. /z/. Esempi: ie. * g
h
ol-to-m oro russo zoloto;
ie. */k/ > sl. /k/. Esempi: ie. *kruwi-s (*kruh
2
i-s) carne cruda russo krov
sangue;
ie. */g/ > sl. /g/. Esempi: ie. *jug-m giogo sl. eccl. jigo;
ie. */g
h
/ > sl. /g/. Esempi: ie. *g
h
s-ti-s straniero russo gost ospite;
ie. */k
w
/ > sl. /T/ /_ e, i; /k/ altrove. Esempi: ie. *k
w
etwores quattro russo
cetyre; ie. *k
w
o- radice pronominale sl. eccl. k uto, russo kto chi;
ie. */g
w
/ > sl. /Z/ /_e, i; /g/ altrove. Esempi: ie. *g
w
en a (*g
w
enh
2
) donna
russo zena moglie; ie. *og
w
-n-is (*h
1
og
w
-ni-s) fuoco russo ogon;
ie. */g
hw
/ > sl. /Z/ /_e, i; /g/ altrove. Esempi: ie. *g
hw
or- radice del verbo
essere caldo russo goret bruciare; dal participio ie. *g
wh
er-os russo zarko
caldo;
ie. */t/ > sl. /t/. Esempi: ie. *trejes tre russo tri; ie. *t u tu russo ty;
ie. */d/ > sl. /d/. Esempi: ie. *dw ou due russo dva; ie. ed- (*h
1
ed-) radice
del verbo mangiare sl. eccl. jed-mi mangio;
ie. */d
h
/ > sl. /d/. Esempi: ie. *d
h
wer- porta russo dvor;
ie. */p/ > sl. /p/. Esempi: ie. *penk
w
e-tis cinque russo pjat polacco piec
/pj etS/;
ie. */b/ > sl. /b/. Esempi: ie. *bol@-to-m (*bolH-to-m) fango russo boloto
(cfr. Balaton);
ie. */b
h
/ > sl. /b/. Esempi: ie. *b
h
u- (*b
h
uh
2
-) radice del verbo essere russo
byt essere;
ie. */s/ > sl. /s/; /x/ in determinati contesti. Esempi: ie. *sal-is (*seh
2
-l-is)
sale russo sol; ie. *snus

a (*snush
2
) nuora russo snokh.
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
111
14.7.2. Liquide, nasali, sonanti e semivocali Nelle lingue slave liquide e
nasali sono ben conservate. Le sonanti svilupparono davanti a s delle vo-
cali ultrabrevi (su cui vedi cap. 2 par. 14.7.3) // o / u/; queste vocali sono
poi cadute nelle lingue storiche, alcune delle quali nel corso del tempo
hanno sviluppato nuove liquide sillabiche. Le semivocali /j/ e /w/ conti-
nuano come /j/ e /v/, ma vanno perdute in alcuni contesti. Nuove /j/ e /v/
sono introdotte in iniziale di parola per il fenomeno delle prostesi conso-
nantiche, vedi cap. 2 par. 14.7.4.
ie. */l/ > sl. /l/. Esempi: ie. *sal-is (*seh
2
-l-is) sale russo sol;
ie. */r/ > sl. /r/. Esempi: ie. *b
h
r

ater fratello russo brat;


ie. */n/ > sl. /n/. Esempi: ie. *nas-os (*Hnh
2
es-os) naso russo nos;
ie. */m/ > sl. /m/. Esempi: ie. *m at

er (*meh
2
t

er) madre russo mat (gen.


materi);
ie. */
.
l/ > sl. /l/, /l u/; russo /el/, /ol/. Esempi: ie. *w
.
lk
w
-os lupo sl. eccl.
vl uk russo volk;
ie. */
.
r/ > sl. eccl. /r/, /r u/; russo /er/, /or/. Esempi: ie. *

k
.
rd-iko-m cuore
russo serdce;
ie. */
.
n/ > sl. / e/; russo /ja/. Esempi: ie. *m
.
n- radice del verbo pensare, ri-
cordare russo po-mjat ricordare (cfr. 1sg ja pomnju);
ie. */
.
m/ > sl. / e/; russo /ja/. Esempi: ie. *de

k
.
m-tis russo desjat polacco
dziesieciu (dove < e > = [ e]);
ie. */w/ > sl. /v/. Esempi: ie. *w
.
lk
w
-os lupo sl. eccl. vl uk russo volk; ie.
*dwo due russo dva;
ie. */j/ > sl. /j/. Esempi: ie. *jug-om giogo sl. eccl. jgo.
14.7.3. Vocali Lo slavo condivide con il germanico la confusione dei tim-
bri vocalici /a/ e /o/, ma la confusione avviene in maniera diversa. In slavo
infatti conuiscono in /a/ le due vocali lunghe dellindoeuropeo, mentre
conuiscono in /o/ le due brevi: si vedano come esempi il russo mat ma-
dre dove la vocale /a/ esito di */a:/ indoeuropea (cfr. lat. m ater, ingl.
mother) e russo znat sapere dove /a/ deriva da */o:/ indoeuropea (cfr. lat.
gn osc o e ingl. know). Per le vocali brevi invece si considerino il russo vocem
otto, dove /o/ esito di */o/ indoeuropea (cfr. lat. octo, ted. acht) e russo
sol sale con /o/ derivante da */a/ indoeuropea (cfr. lat. sal, ted. Salz). Per
queste vocali lopposizione di quantit scompare.
Le vocali /e/ e /e:/ rimangono distinte, forse pi per il timbro (la seconda si
abbassata in []) che per la quantit; /i:/ e /u:/ danno rispettivamente /i/
e // (vocale alta posteriore non arrotondata, nellalfabeto cirillico < > ),
112
Introduzione alla linguistica storica
mentre /i/ e /u/ danno le vocali ridotte o ultrabrevi // e / u/, dette jer (o
jer molle) e jer u (o jer duro). Queste vocali sono scomparse nelle lingue
moderne, lasciando tracce nella palatalizzazione o mancanza di palatalizza-
zione della consonante precedente. I dittonghi indoeuropei si sono mo-
nottongati.
Laccento slavo libero e ha valore distintivo.
14.7.4. Struttura sillabica Nel protoslavo avvenne un processo di elimi-
nazione delle code consonantiche, normalmente noto come legge della sil-
laba aperta. In pratica, tutte le sillabe chiuse che lo slavo aveva ereditato
dallindoeuropeo diventano sillabe aperte, secondo le seguenti modalit:

le ostruenti nali per lo pi scompaiono; esse sono conservate in casi


eccezionali dove abbiano una importate funzione morfologica: viene allora
inserita dopo locclusiva una vocale / u/, con conseguente risillabicazione;

le nasali nali di sillaba cadono, ma la nasalit si trasferisce sulla vocale


precedente;

le liquide nali di sillaba hanno due esiti: metatesi (da una sillaba di
tipo VR si passa a una sillaba di tipo RV), o inserzione di una vocale e con-
seguente risillabicazione.
Per questultimo fenomeno si osservino le seguenti forme:
[i] serbocroato mleko latte russo moloko;
[ii] serbocroato grad citt russo gorod.
Entrambi i vocaboli si possono confrontare con vocaboli di altre lingue in-
doeuropee (il primo verosimilmente un prestito dal germanico). In ger-
manico troviamo per esempio linglese milk e garden (giardino, in origine
luogo recintato) che testimoniano delloriginale posizione delle liquide.
In slavo meridionale (il ramo della famiglia a cui appartiene il serbocroato)
lordine vocale-liquida si invertito (metatesi); in russo invece c stata
linserzione di una vocale dopo la liquida, che quindi non pi coda di sil-
laba, ma attacco della nuova sillaba che si creata con linserzione di un al-
tro nucleo.
Per quanto riguarda le vocali nasali, esse sono conservate in alcune delle
lingue slave moderne, per esempio il polacco, mentre sono scomparse in
altre. In russo gli esiti sono stati / e/ > /ja/ (come abbiamo gi visto sopra)
e / o/ > /u/. Altri esempi oltre a quelli gi citati sono il russo mjaso carne,
da confrontare col latino mensa tavola, desco e per la vocale posteriore
put strada da confrontare col latino pontem ponte, -ut desinenza della
terza persona plurale dei verbi dallie. *-ont (cfr. lat. s-unt). La -t nale si
era eccezionalmente conservata in protoslavo, con linserzione di una voca-
le / u/, data la sua funzione morfologica.
Naturalmente, le lingue slave moderne non sono per nulla prive di silla-
be chiuse: anzi, alcune di esse abbondano di gruppi consonantici com-
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
113
plessi. La ricostituzione delle sillabe chiuse dovuta soprattutto alla ca-
duta degli jer.
Unaltra caratteristica dello slavo la tendenza a sviluppare prostesi conso-
nantiche davanti alle vocali medie in iniziale di parola: davanti a /e/ si svi-
luppa una /j/, mentre davanti a /o/ si sviluppa un /v/, esito di */w/. Si veda
per esempio sl. eccl. jedm mangio (cfr. lat. edo) o russo vocem otto (cfr.
lat. octo).
14.8. Le lingue baltiche Le lingue baltiche condividono parzialmente la
confusione dei timbri /a/ e /o/ con il germanico e lo slavo. In particolare,
in baltico la due vocali brevi si fondono in /a/ come nelle lingue germani-
che: lit. aks occhio (cfr. lat. oculus). Le lunghe invece rimangono distinte:
la */a:/ indoeuropea > /o:/, mentre la */o:/ dittonga e d /uo/: lit. doti
dare da */o:/ indoeuropea (cfr. gr. dd omi d dvmi do).
Per quanto riguarda il consonantismo, anche in baltico le sonore aspirate
indoeuropee perdono laspirazione fondendosi con le sonore semplici.
Come abbiamo gi osservato (cap. 2 par. 6), pur essendo una lingua sat@m
il baltico presenta sporadicamente esiti kentum delle palatali.
14.9. Lanatolico Come abbiamo visto nel cap. 1, le lingue anatoliche
pi antiche sono divenute accessibili solo nel corso del xx secolo. Fra
queste, lunica attestata con una quantit di testi sufficiente da renderne
possibile una conoscenza approfondita fin dallinizio della decifrazione
littita. Littita una lingua kentum, pur trovandosi in unarea relativa-
mente orientale, e questo, abbiamo visto, fu motivo di sorpresa per gli
studiosi che inizialmente se ne interessarono, dato che metteva in dub-
bio la validit dellisoglossa kentum/sat@m. Nel campo delle ostruenti,
pertanto, littita continua come tali le labiovelari (cfr. per esempio itt.
kuis chi, il quale, lat. quis; itt. kuen- uccidere scr. han- < ie. */g
wh
/)
e presenta esiti uguali per velari e palatali. Studi pi recenti hanno fatto
per pensare che in luvio ci siano riflessi della distinzione fra velari e
palatali indoeuropee, che sarebbe quindi un esito di tipo sat@m. Nelle
lingue del gruppo luvio abbiamo infatti un avanzamento delle palatali,
che hanno come esito delle fricative presumibilmente dentali: si con-
frontino itt. karawar- corno, luvio ger. zurni con rispettivamente /k/ e
/z/ esiti di */

k / indoeuropeo (cfr. gr. kras k eraq, lat. cornu, av. sruuva-).


Lesito della velare sorda invece sarebbe diverso da quello della palatale.
Tuttavia, il fatto che lesito della labiovelare sorda in luvio sia reso grafi-
camente come < ku > fa pensare che questa sia conservata come tale e
che il luvio sia quindi una lingua kentum; la palatalizzazione delle pala-
tali indoeuropee sarebbe un mutamento indipendente dalla distinzione
indoeuropea fra kentum e sat@m.
Per quanto riguarda le serie di ostruenti, le aspirate perdono laspirazione e
114
Introduzione alla linguistica storica
i loro esiti si confondono con quelli delle sonore, si veda per esempio itt.
nepis- cielo (lat. nebula, gr. nephle neW elh). In ittita troviamo pertanto
due serie di ostruenti; quali siano le loro caratteristiche di sonorit e se que-
ste abbiano sempre valore distintivo, per, non chiaro: infatti, bench il
sillabario cuneiforme preveda la possibilit di distinguere sorde e sonore
(esistono cio sia segni di tipo < ka > , sia segni di tipo < ga > ), questa pos-
sibilit non sfruttata dagli scribi ittiti, che usano nella maggior parte dei
casi i segni contenenti occlusive sorde, ma a volte anche quelli contenenti
occlusive sonore, senza che sia possibile riscontrare qualche regolarit in
questa alternanza. Pare per che, in interno di parola, ci sia una distribu-
zione regolare della graa occlusiva semplice/occlusiva doppia: cfr. la for-
ma citata sopra, nepis, dove < p > rende il fonema che continua sonora e
sonora aspirata indoeuropee, e itt. appa indietro (gr. ap ap o), dove
< pp > rende invece il fonema che continua la sorda indoeuropea. Questo
sembra indicare una differenza nella qualit dei due suoni, forse fra tesa
(graa doppia) e rilassata (graa semplice). La tesa corrisponderebbe alla
sorda indoeuropea, mentre la rilassata corrisponderebbe a sonora e sonora
aspirata. Si osservi comunque che la distinzione pu essere indicata solo in
interno di parola, dato che il sillabario cuneiforme non permette di rad-
doppiare le consonanti in posizione iniziale e nale. Non chiaro se in ini-
ziale e nale di parola lopposizione si neutralizzi, o continui senza essere
notata.
Lanatolico presenta due fonemi, notati come < h > e < hh > nelle trascri-
zioni dallittita, che si trovano in posizioni in cui Ferdinand de Saussure
nel Memoire del 1878 aveva ipotizzato si dovessero trovare le laringali in-
doeuropee (vedi cap. 2 par. 12). Per quanto riguarda la natura fonica di
questi fonemi in ittita, sembra che si tratti di spiranti glottidali.
Per quanto riguarda il vocalismo, anche qui bisogna segnalare problemi
causati dalluso del cuneiforme che non aveva un segno specifico per /o/
e dalle abitudini grafiche degli scribi; sembra comunque che lanatolico
condivida con varie altre lingue la parziale confusione dei timbri vocalici,
che avrebbe riguardato in particolare /a/ e /o/ lunghe e brevi indoeuro-
pee, fuse in un unico timbro /a/ (forse lunga e breve: la quantit non
notata con coerenza). Il fatto che gli scribi usassero due simboli diversi
che noi trascriviamo come < u > e < > (u due) induce a pensare che
esistesse una vocale /o/ in anatolico, ma questa non continua la /o/ in-
doeuropea.
Liquide, nasali e semivocali sono conservate in anatolico e le sonanti svi-
luppano una vocale di appoggio, come vediamo per esempio in itt. watar
acqua ie. *wod
.
r, itt. wetenas acqua:gen ie. *ud
.
nos, cfr. gr. hdor ydor
gen. hdatos ydatoq < *hud-
.
n-tos dove la /t/ inserita analogicamente sui
temi in -nt- (per laspirazione iniziale, si ricordi che essa obbligatoria in
greco davanti a /u/).
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
115
14.10. Le lingue celtiche Nelle lingue celtiche troviamo un vocalismo abba-
stanza conservativo, a parte la confusione di /o:/ e /a:/ in /a:/ e di /e:/ e /i:/
in /i:/ (nuove vocali /e:/ e /o:/ si formano per la chiusura dei dittonghi).
Nel consonantismo, le sonore aspirate indoeuropee perdono laspirazione e
si fondono con le sonore semplici tranne che per le labiovelari, per le quali
sonore e sonore aspirate conservano esiti distinti. Le lingue celtiche sono
lingue kentum: le palatali e le velari indoeuropee continuano dunque come
velari, mentre le labiovelari hanno diversi esiti, come gi abbiamo ricorda-
to sopra (cap. 2 par. 10).
14.11. Lalbanese Anche lalbanese confonde i timbri /a/ e /o/ brevi in /a/,
come germanico e baltico. Lopposizione di quantit originaria scompar-
sa; nelle variet documentate tutte le vocali si presentano come lunghe e
brevi, ma le lunghe non continuano le lunghe indoeuropee e si sono for-
mate in un secondo tempo, per lo pi per allungamento di compenso o
contrazioni.
Come in numerose altre lingue, anche in albanese le sonore aspirate hanno
perso laspirazione, confondendosi con le sonore. Abbiamo gi notato pi
volte che lalbanese, insieme con larmeno, conserva la distinzione fra la-
biovelari e velari pure davanti a vocale anteriore. In questo contesto, le la-
biovelari si sono palatalizzate come nelle altre lingue sat@m, con esito /s/
per la sorda e /z/ per la sonora e la sonora aspirata: pese cinque (lat. quin-
que, scr. pa nca); le velari si sono in un primo tempo conservate e poi pala-
talizzate in epoca posteriore, secondo modalit diverse. In tutte le altre po-
sizioni, le velari sono conuite con le labiovelari: ujk lupo ( < *ulk, cfr.
scr. v
.
rka
.
h, russo volk, ie. *w
.
lk
w
-os).
14.12. Larmeno Il consonantismo dellarmeno caratterizzato da un mu-
tamento simile a quello che ha interessato il germanico, anche se non colle-
gato con esso, cio una rotazione che ha investito le occlusive indoeuropee.
In particolare, in armeno troviamo che le sonore indoeuropee sono diven-
tate sorde (hanno perso la sonorit), le sonore aspirate sono diventate so-
nore semplici (hanno perso laspirazione), mentre le sorde indoeuropee
hanno avuto esiti diversi, ma in buona parte sono diventate sorde aspirate
(la /p/ diventata /h/: arm. hayr padre, oppure caduta: arm. otn pie-
de:acc < *pod-
.
m). Si osserver che la rotazione dellarmeno presenta
molte somiglianze con lanalogo fenomeno del germanico: dato che si pu
escludere lorigine comune dei due mutamenti, vedremo che per spiegarne
la somiglianza dobbiamo far riferimento a un modello di ricostruzione al-
ternativo, il cosiddetto modello glottale, che tratteremo nella scheda 4.
Come abbiamo gi ripetutamente ricordato, larmeno mantiene esiti di-
stinti per le tre serie di velari, dato che le velari pure si conservano davanti a
116
Introduzione alla linguistica storica
vocale anteriore, mentre le labiovelari si palatalizzano. Le palatali hanno
esito sat@m.
Dal punto di vista del vocalismo, larmeno presenta notevoli mutamenti,
in parte dovuti alla scomparsa dellopposizione fra vocali lunghe e vocali
brevi e alla confusione parziale dei timbri. Laccento intensivo sso sulla
penultima sillaba fece s che le vocali nali cadessero e si indebolissero al-
cune sillabe interne.
Larmeno condivide con il greco la tendenza a sviluppare prostesi vocali-
che: si confrontino il gr. an

er an hr uomo arm. ayr ( < *anir) e scr. nara


.
h.
Come gi per il greco, la prostesi vocalica si lascia spiegare attraverso la
possibile vocalizzazione di una laringale iniziale: la forma da ricostruire sa-
rebbe pertanto *h
2
ner.
14.13. Il tocario Come abbiamo gi ricordato, il tocario, gruppo lingui-
stico pi orientale, presenta caratteristiche kentum: la parola per cento
knt in tocario A ( < > dovrebbe corrispondere a //) e kante in toca-
rio B. Altre caratteristiche del consonantismo sono la fusione delle tre
serie sorde, sonore e sonore aspirate indoeuropee in ununica serie di
sorde. Sia le ostruenti, sia le altre consonanti si sono poi palatalizzate da-
vanti a vocale anteriore: cfr. toc. B procer fratello in cui vediamo */b
h
/
indoeuropeo > /p/ e */t/ indoeuropeo > /T/ / _ e (cfr. lat. frater, scr.
bhr

atar-).
scheda 4 Il modello glottale
Gi Roman Jakobson nel 1957 aveva attirato lattenzione sul fatto che la rico-
struzione di tre serie di occlusive indoeuropee, sorda, sonora e sonora (o mor-
morata) aspirata era tipologicamente poco verosimile: pare infatti che nessuna
lingua nota abbia un sistema di occlusive di questo genere (secondo Milizia,
2002, p. 22, esisterebbe invece un sistema quasi uguale a quello che si rico-
struisce per lindoeuropeo in una lingua del Borneo). Si osserver che fra le lin-
gue indoeuropee quelle che hanno mantenuto le aspirate o le hanno trasforma-
te in sorde aspirate (come il greco) o le hanno integrate con una quarta serie di
sorde aspirate (come lindoiranico). Negli anni Settanta del secolo scorso, due
studiosi sovietici, Tamas Gamkrelidze e Vjaceslav Ivanov e, in maniera indipen-
dente, lamericano Paul Hopper sono giunti a proporre un modello alternativo
di ricostruzione, che tiene conto di questo problema e che spiega anche altre
stranezze della ricostruzione tradizionale, cio la relativa rarit del fonema
*/b/, il fatto che le sonore indoeuropee siano per lo pi escluse dalle desinenze
flessive e che le radici indoeuropee in generale non possano contenere due oc-
clusive sonore (tralascio qui discutere le eccezioni, che vanno al di l degli sco-
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
117
pi di questo libro). Secondo questi studiosi, in realt le tre serie indoeuropee
andrebbero ricostruite come:

sorde con allofoni aspirati */p p


h
/, corrispondenti alle sorde della ricostruzione
tradizionale (che, si osserver, anche nella ricostruzione tradizionale hanno allofo-
ni aspirati, vedi cap. 2 par. 4.1);

eiettive o glottalizzate, notate come */p/, */t/ ecc.: si tratta di occlusive coarti-
colate con un innalzamento della glottide, che corrisponderebbero alle sonore del-
la ricostruzione tradizionale;

sonore, o meglio mormorate, con allofoni aspirati /

b-

b-
h
/, corrispondenti alle
sonore (o mormorate) aspirate della ricostruzione tradizionale.
Il modello glottale (o glottidale) rivoluziona la nostra visione del carattere relativa-
mente innovativo o conservativo delle lingue storiche: in particolare, germanico e
armeno appaiono in questa luce particolarmente conservative. Infatti, in germani-
co avremmo:
*/p, p
h
/ > /f/;
*/p/ > /p/;
*/b, b
h
/ > /b/.
cio le sorde fonologizzano dapprima lallofono aspirato, che poi diventa una fri-
cativa sorda; le eiettive (sonore tradizionali) perdono la componente glottale e
diventano sorde e le mormorate (sonore aspirate tradizionali) fonologizzano lal-
lofono non aspirato. Si osservi che questa serie di mutamenti facilmente spie-
gabile.
Le lingue in cui aspirate sonore e sonore semplici si confondono, come anatolico,
slavo, baltico, celtico, in questa ricostruzione avrebbero avuto una fusione di mor-
morate e glottalizzate. In indoiranico gli allofoni delle occlusive sorde e sorde aspi-
rate si sarebbero fonologizzati; si sarebbe quindi avuto un sistema con tre serie di
sorde (queste due pi le glottalizzate) e una serie di mormorate aspirate. In un se-
condo tempo, le glottalizzate si sarebbero trasformate in sonore. I casi pi proble-
matici sono dati dal greco e dal latino, lingue per le quali bisogna ipotizzare, oltre
al passaggio delle glottalizzate a sonore, anche quello delle mormorate a sorde
aspirate.
La relativa rarit del fonema */b/ nelle forme ricostruite si spiegherebbe se questo
fonema fosse */p/, dato che la bilabiale eiettiva relativamente rara. Analoga-
mente si spiegherebbero le restrizioni brevemente osservate sopra sulla distribu-
zione delle sonore indoeuropee, che sono restrizioni che si osservano in molte lin-
gue per le eiettive.
Il modello glottale non universalmente accettato. Possiamo osservare comunque
che questo modello interessa la sostanza fonica degli allofoni delle ostruenti in-
doeuropee, ma non modica la struttura del sistema, che si continua a ricostruire
come formato da tre serie.
118
Introduzione alla linguistica storica
Appendici
A. LAlfabeto Fonetico Internazionale (ipa, International Phonetic Alphabet )
ALFABETO FONETICO INTERNAZIONALE (revisione del 1993)
CONSONANTI (POLMONARI)
Bilabiali
-
Quando appare una coppia di simboli, quello a destra rappresenta una consonante sonora. Le aree in grigio indicano articola-
zioni considerate impossibili.
Laterali
o
Clicks Implosive sonore Eiettive
Bilabiale Bilabiale come in:
Bilabiale
Dentale/alveolare
Accento primario
Accento secondario Altissimo
Alto
Medio
Meno arrotondato
Pi arrotondato
Aspirato
Sonoro
Sordo
Basso
Bassissimo
Abbassato Ascesa globale
Discesa globale Innalzato
Ascendente
Discendente
Ascendente
Alto
Ascendente
Basso
Velarizzato o faringalizzato
Faringalizzato
Radice della lingua avanzata
Radice della lingua arretrata
fricativa alveolare sonora Innalzato
approssimante
bilabiale sonora
Velarizzato
Abbassato
Palatalizzato
Approssimante labio-palatale sonora
Fricativa epiglottidale sorda
Fricativa epiglottidale sonora
Simulta-
neamente
Plosiva epiglottidale
Le affricate e le articolazioni
doppie si possono rappresentare
con due simboli uniti da un
legamento, se necessario.
Monovibrante alveolare laterale
Fricative alveolo-palatali
e
Fricativa labio-velare sorda
Approssimante labio-velare sonora
Rilascio non udibile
Rilascio laterale
Rilascio nasale
Nasalizzato
Laminale
Apicale
Dentale
Labializzato
Linguolabiale
Sonoro
laringalizzato
Sonoro
mormorato
Rotacizzato
Non sillabico
Sillabico
Semi-centralizzato
Centralizzato
Arretrato
Avanzato
Ascendente
Discendente
Semi-lunga
Brevissima
Con ne di sillaba
Gruppo minore (piede)
Gruppo maggiore (intonazione)
Legamento (assenza di conne)
Lunga
Velare
Fricativa alveolare
Dentale/alveolare
Palatale
Velare
Uvulare
Anteriori
Chiuse
Semichiuse
Semiaperte
Aperte
Quando appare una coppia di simboli, quello a destra
rappresenta una vocale arrotondata.
Centrali Posteriori
Dentale
(Post) alveolare
Palatoalveolare
Alveolare laterale
o
CONSONANTI (NON-POLMONARI)
VOCALI
p b
ALTRI SIMBOLI
SOPRASEGMENTALI
DIACRITICI i diacritici si possono collocare al di sopra
del simbolo se questo scende sotto il rigo, p.es.
LIVELLO ANDAMENTO
TONI E ACCENTI DI PAROLA
Approssimanti
Laterali
fricative
Fricative
Monovibranti
Vibranti
Nasali
Plosive
Glottidali Faringali Uvulari Velari Palatali
Retro-
esse
Post-
alveolari
Alveolari
Labio-
dentali
Dentali
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
119
B. Scrittura di regole fonologiche In questo capitolo, ho rappresentato gli esiti
delle leggi fonetiche usando la notazione normalmente impiegata nella scrittura di
regole fonologiche. Dato che questo tipo di notazione non introdotto in tutti i
manuali, ripeto qui come esempio parte della legge delle palatali (sanscrito) e par-
te della legge di Grimm, per spiegare come si leggono le notazioni.
*/k
w
/ > /T/ /_ */e/
la occlusiva labiovelare sorda indoeuropea diventa ( > ) affricata palatale sorda nel
contesto (/) davanti (_) a vocale /e/
*/k
w
/ > /k/ /_ */o/
la occlusiva labiovelare sorda indoeuropea diventa ( > ) occlusiva velare sorda nel
contesto (/) davanti (_) a vocale /o/
ie. */

k/, */k/ > germ. */x/, /h/ /#_, /

V_; //, /g/ altrove


locclusiva velare sorda e locclusiva palatale sorda indoeuropee corrispondono in
germanico a fricative velari o glottidali sorde nel contesto (/) iniziale di parola (#)
oppure dopo la sillaba contenente la vocale accentata; diventano fricative o occlu-
sive velari sonore negli altri contesti.
C. Sommario di tutte le corrispondenze fonema per fonema
Nota: non sempre possibile o ha senso ai ni della ricostruzione specicare la
sede dellaccento nelle forme ricostruite.
ie. */

k/: *k
.
mtm (*h
1

k
.
mtm) cento, *d

k
.
m dieci, *juw
.
n

ks (*h
1
juh
1 .
n

ks) giova-
ne di animale;
lat. /k/: centum cento, decem dieci, iuvencus giovane;
gr. /k/: hekatn ekat on cento, dka d eka dieci;
germ. */x/, /h/ /#_, /

V_; /g/ altrove: ingl. hundred ted. hundert cento, got. tahun
ted. zehn
18
dieci, ingl. young ted. jung giovane;
scr. /S/: satm cento, dsa dieci, yuvasa
.
h giovane;
sl. /s/: sl. eccl. s uto russo sto cento, russo desjat dieci.
ie. */ g/: * gn o- (* gneh
3
-) radice del verbo conoscere, * gnos (* genh
1
os) genere,
*e g(om) (*h
1
e g(om)) io;
lat. /g/: gn osc o conosco, genus genere, ego io;
gr. /g/: gign

osk o gign vskv conosco, gnos g enoq genere, eg

o eg v io;
germ. /k/ (ted. /x/): ing. know conoscere, ingl. kin specie, got. ik ted. ich io;
scr. /D/: j a- radice del verbo conoscere, janasa genere;
sl. /z/: russo znat sapere, conoscere.
18. In tedesco la /h/ caduta nella pronuncia, ma rimane nella graa.
120
Introduzione alla linguistica storica
ie. */ g
h
/: *we g
h
- radice del verbo trasportare, * g
h
ans oca, * g
h
eimn inverno,
* g
h
ol-to-m oro;
lat. /h/: veh o io trasporto, anser ( < *hanser) oca maschio, hiems inverno;
gr. /k
h
/: khos oxoq carro, kh

en x hn cigno, kheimn xeim vn inverno;


germ. /g/: ted. Wagen veicolo, ingl. goose ted. Gans oca, ingl. gold ted. Gold
oro;
scr. /h/: vah- radice del verbo trasportare, him
.
h freddo, inverno (cfr. Hima-
laya il regno delle nevi);
sl. /z/: russo vezt trasportare, russo zoloto oro.
ie. */k/: *kreuwi-s (*kreuh
2
i-s) carne cruda, sangue;
lat. /k/: cruor sangue versato;
gr. /k/: kras kr eaq carne;
germ. */x/, /h/ /#_, /

V; /g/ altrove: ingl. raw ( < *hraw) crudo;


scr. /k/: krav
.
h carne cruda, sangue;
sl. /k/: russo krov sangue.
ie. */g/: *jug-m giogo;
lat. /g/: iugum giogo;
gr. /g/: zugn zyg on giogo;
germ. /k/ (ted. /x/): ingl. yoke ted. Joch giogo;
scr. /g/: yugm giogo;
sl. /g/: sl. eccl. jigo giogo.
ie. */g
h
/: *g
h
s-ti-s straniero, *steig
h
- radice del verbo andare in salita;
lat. /h/: hostis nemico;
gr. /k
h
/: stekh o ste xv procedo;
germ. /g/: ingl. guest ted. gast ospite, ted. steigen salire;
scr. /g
h
/: ghas- radice del verbo mangiare, consumare (etimologia non accettata
da tutti), stighn oti egli sale;
sl. /g/: russo gost ospite.
ie. */k
w
/: *k
w
i- *k
w
o- radice pronominale, *pnk
w
e cinque, *k
w
k
w
los giro, k
w
t-
wores/k
w
twores quattro;
lat. /kw/: qui, quod pronome relativo, quinque cinque, quattuor quattro;
gr. /p/; in ionico-attico: /p/ /_ a, o, C, /t/ /_ e, i, /k/ /_ u, u_: ts t q pronome in-
denito, ps p vq avverbio indenito, pnte p ente cinque, kklos k ykloq cer-
chio, tttares t ettareq (eolico psures) quattro;
germ. /h
w
/: got. as ingl. what pronomi interrogativi;
scr. /T/ /_ e, i, /k/ altrove: cit pronome di terza persona singolare neutro, kas pro-
nome interrogativo, cakr a ruota, pca cinque, ctur quattro;
sl. /T/ /_ e, i; /k/ altrove: sl. eccl. k uto russo kto chi, russo cetyre quattro.
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
121
ie. */g
w
/: *g
w
i-wo-s (*g
w
i-wh
3
-s) vivo, s@ng
w
-i-s (*h
1
sh
2
n-h
1
g
w
-i-s) sangue, *g
w
-
ni-s (*h
1
eg
w
-ni-s) fuoco, *g
w
ous (*g
w
oHus) bue, *g
w
un a (*g
w
unh
2
) donna,
*g
w
elbh- utero, *g
w
em- radice del verbo venire;
lat. /w/ / #_; /gw/ / _ V; /g/ /_ C: vivus vivo, sanguis sangue, ignis fuoco, bos
(prestito dalloscoumbro) bue, veni o vengo;
gr. /b/; in ionico-attico: /b/ /_ a, o, C, /d/ / _ e, i, /g/ /_ u, C: bos bo yq bue, gu-
n

e gyn h donna, adelphs adelW oq fratello, ban o ba nv vengo ( < *ban-j o);
germ. /k
w
/: ingl. quick svelto (cfr. quicksilver mercurio, argento vivo), ingl.
queen regina, got. qiman ingl. come venire;
scr. /D/ /_e, i, /g/ altrove: jiv vivo, gni
.
h fuoco, gau
.
h bue, jni
.
h donna,
garbha- utero, gam- radice del verbo venire;
sl. /Z/ /_e, i; /g/ altrove: sl. eccl. jiva vita, russo zit vivere, russo ogon fuoco,
russo zena moglie;
ie. */g
hw
/: *g
hw
or-m-s caldo, *snig
hw
.
m neve:acc, *g
hw
en- radice del verbo uc-
cidere;
lat. /f/ / #_; /w/ /V_V ; /gw/ / N_ : formus caldo, nivem neve, ninguit nevica,
fendo colpisco;
gr. /p
h
/; in ionico-attico: /p
h
/ /_ a, o, C, /t
h
/ / _ e, i, /k
h
/ /_ u, C : therms werm oq
caldo, then o we nv uccido, phnos f onoq uccisione;
germ. /w/, /g/: ingl. warm tiepido, snow neve, Gandolf Gandolfo < *gand-
wolf lupo che uccide;
scr. /h/ /_e, i, /g/ altrove: gharm a- calore, han- radice del verbo uccidere;
sl. /Z/ /_e, i; /g/ altrove: russo goret bruciare, russo zarko caldo, russo sneg
neve.
ie. */t/: *t u/*tuom tu, *

k
.
mtm cento, *trejes tre, *dnt-
.
m (*h
1
dnt-
.
m) dente
(acc.), *p@t

er (*ph
2
t

er) padre;
lat. /t/: t u tu, centum cento, tres tre, dentem dente, pater padre;
gr. /t/: hekatn ekat on cento, tres treq tre, odnta od onta dente, pat

er
pat hr padre;
germ. /T/ /#_, /

V_ (ted. /d/); /D/, /d/ altrove: ingl. thou ted. du tu, ingl. hundred
ted. hundert cento, ingl. three ted. drei tre, ingl. tooth dente, ingl. father /faDer/
got. fadar padre;
scr. /t/: tvam tu, sat am cento, trayas tre, dntam dente, pit ar- padre;
sl. /t/: russo ty tu, sl. eccl. s uto russo sto cento, russo tri tre.
ie. */d/: *dnt-
.
m (*h
1
dnt-
.
m) dente (acc.), *ed- (*h
1
ed-) radice del verbo man-
giare, *d o- (*deh
3
-) radice del verbo dare, *dw ou (*dwoh
2
u) due;
lat. /d/: dentem dente, ed o mangio, d o io do, du o due;
gr. /d/: domai edomai manger, dd omi d dvmi io do, do d yo due;
germ. /t/ (ted. /z/, /s/): ingl. tooth ted. Zahn dente, ingl. eat ted. essen mangiare,
ingl. two ted. zwei due;
122
Introduzione alla linguistica storica
scr. /d/: dantam dente, ad- radice del verbo mangiare, d a- radice del verbo
dare, dva due;
sl. /d/: sl. eccl. jed-mi mangio, russo dat dare, russo dva due.
ie. */d
h
/: *dhur-is porta, *rud
h
-
.
r-s (*h
1
rud
h
-
.
r-s) rosso, *werdh-om parola,
*med
h
yo-s mezzo, *d
h
e- (*d
h
eh
1
-) radice del verbo mettere o fare;
lat. /f/ /#_, /b/ /r_, _r, /d/ altrove: foris porta, ruber rosso, verbum parola, me-
dius mezzo, facio faccio;
gr. /t
h
/: thra w yra porta, eruthrs erywr oq rosso, tthemi t whmi metto;
germ. /d/ (ted. /t/): got. dar ingl. door ted. Tr porta, ingl. red ted. Rot rosso,
ingl. word ted. Wort parola, ingl. middle ted. Mitte mezzo, ingl. do ted. tun fare;
scr. /d/: rudhir a
.
h rosso, dh a- radice del verbo mettere, porre (dharm a ci che
stabilito);
sl. /d/: russo dver porta.
ie. */p/: *pd
.
m piede (acc.), *sept
.
m sette, *pnk
w
e/*pnk
w
e-tis cinque, *p@t

er
(*ph
2
t

er) padre;
lat. /p/: pedem piede, septem sette, quinque cinque (con assimilazione a distan-
za della bilabiale alla labiovelare), pater padre;
gr. /p/: pda p oda piede, hept ept a sette, pnte p ente cinque, pat

er pat hr
padre;
germ. /f/ /#_, /

V_, /v/, /b/ altrove: ingl. foot ted. Fuss piede, got. sibun ingl. seven
ted. sieben sette, ingl. five ted. fnf cinque, ingl. father ted. Vater padre;
scr. /p/: p ada piede, sapt a sette, p aca cinque, pit ar- padre;
sl. /p/: russo pjat polacco piec /pj ~etS/ cinque.
ie. */b/: *bukw a (*bukwah
2
) bocca, *breuk- radice del verbo saltare, *slob-/sleb-
(*sleh
1
b) radice del verbo scivolare, *lb-yo-m labbro, *bl oks aratro, *bel-o-m
forza, *bol@-to-m (*bolH-to-m) fango;
lat. /b/: bucc a bocca, labor scivolo, labium labbro, de-bilis debole (che non
ha forza);
gr. /b/: brokos bro ykoq cavalletta (che salta), bltistos b eltistoq ottimo;
germ. /p/ (ted. /pf/, /f/): ingl. slip scivolare, ted. schlafen dormire, ingl. lip lab-
bro, ingl. plowgh aratro;
scr. /b/: balam forza;
sl. /b/: boloto fango.
ie. */b
h
/: *b
h
er- radice del verbo portare, generare, *neb
h
.
l a (*neb
h
.
lah
2
) nube,
*b
h
u- (*b
h
uh
2
-) radice del verbo essere;
lat. /f/ /#_, /b/ altrove: fer o porto, genero, nebula nube, fui fui;
gr. /p
h
/: fr o W erv porto, ph o W yv sono per natura, nasco, nephle neW elh;
germ. /b/: ingl. bear portare, generare, ted. Nebel nebbia, ingl. be essere, ted.
ich bin io sono;
scr. /b
h
/: bhar ami io porto, bh u- radice del verbo essere;
sl. /b/: russo brat portare, russo byt essere.
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
123
ie. */s/: *sal-s (*seh
2
-l-s)/ *sal-is (*seh
2
-l-is) sale, *-s desinenza del nominativo dei
temi in -o- e in consonante, * genes-es (* genh
1
es-es) genere:gen, *wes- (*h
2
wes), ra-
dice del verbo permanere, *sewl/sul (*seh
2
wl/sh
2
ul) sole, *snusus, *snus

a (*snu-
sh
2
) nuora;
lat. /s/, /r/ /V_V: sal sale, -s desinenza del nominativo singolare (cfr. lupus,
mons), generis genere:gen, sol sole, nurus nuora;
gr. /h/ /#_, /V_V, /s/ /_# : hls alq sale, mare, -s desinenza del nominativo
singolare (cfr. nthr opos anwrvpoq), gneos (contratto: gnous) g eneoq (g enoyq)
genere:gen, h

elios hlioq sole, nus ny oq nuora;


germ. /s/; */z/ > /r/ nei contesti in cui agisce la legge di Verner: ingl. salt ted. Salz
sale, ingl. was/were forme del passato del verbo essere;
scr. /s/; /
.
s/ in determinati contesti: s

urya
.
h sole, snu
.
s

a nuora;
sl. /s/, /x/ in determinati contesti: russo sol sale, russo solnce sole, russo snokh
nuora;
ie. */l/: *sal*sal-s/*sal-d-/*sal-is (*seh
2
-l) sale, *sewl/sul (*seh
2
wl/sh
2
ul) sole;
lat. /l/: sal sale, sol sole;
gr. /l/: hals alq sale, mare, h

elios hlioq sole;


germ. /l/: ingl. salt ted. Salz sale;
scr. /r/: s

urya sole;
sl. /l/: russo sol sale, russo solnce sole.
ie. */r/: *werdh-om parola, *rud
h
rs (*h
1
rud
h
rs) rosso, *b
h
r

ater fratello, *trjes


tre;
lat. /r/: verbum parola, ruber rosso, frater fratello, tres tre;
gr. /r/: eruthrs erywr oq rosso, tres treq tre;
germ. /r/: ingl. word ted. Wort parola, ingl. red ted. rot rosso, ingl. brother ted.
Bruder fratello, ingl. three ted. drei tre;
scr. /r/: rudhir a
.
h rosso, bhr

atar- fratello, tr ayas tre;


sl. /r/: russo brat fratello, russo tri tre.
ie */n/: *new
.
m (h
1
new
.
m) nove, *nas-os/*nas- a (*Hnh
2
es-os/*Hnh
2
es-ah
2
) naso;
lat. /n/: novem nove, nasus naso;
gr. /n/: enna enn ea nove;
germ. /n/: ingl. nine ted. neun nove, ingl. nose ted. Nase naso;
scr. /n/: n ava nove, nas

a naso;
sl. /n/: russo nos naso.
ie */m/: accusativo singolare dei temi in -o- e in - a- *-m, *som-os/*sem-os stesso,
*m at

er (*meh
2
t

er) madre;
lat. /m/: -mdesinenza dellaccusativo singolare (cfr. lupum, rosam), semel una vol-
ta, mater madre;
gr. /m/; /n/ /_ # : -n desinenza dellaccusativo singolare (cfr. nthr opon anwrv-
pon, thlassan w alassan), homs om oq uguale, m

eter m hthr madre;


124
Introduzione alla linguistica storica
germ. /m/: ingl. same stesso, ingl. mother ted. Mutter madre;
scr. /m/: -m desinenza dellaccusativo singolare (cfr. v
.
rkam, devm), sama stesso,
m atr- madre;
sl. /m/: russo samyj stesso, russo mat madre.
ie */
.
l/: b
h
.
lg-m
.
n fulgore, *m
.
l- (*h
2
m
.
l-) radice che esprime il concetto di morbidez-
za, *w

.
ln a (*h
2.
lh
2
nah
2
) lana, *w
.
lk
w
-os lupo;
lat. /ul/, /lu/, /ol/; /la/ /_ H: fulmen fulmine, mollis molle, lana lana, lupus
lupo;
gr. /al/, /la/: amaldn o amald ynv ammorbidisco;
germ. /ul/: ingl. wool lana, ingl. wolf lupo;
scr. /
.
r/; /ur/, /ir/ /_ H : v
.
rka
.
h, lupo, urn a ( < *vurn a) lana;
sl. /l/, /l u/; russo /el/, /ol/: sl. eccl. vl uk russo volk lupo.
ie. */
.
r/: *

k
.
rd/*

k
.
rd-io-m/*

k
.
rd-iko-m cuore, *g
.
rn-om (*g
.
rh
2
n-om) grano, *b
h
.
r g
h
forte;
lat. /ur/, /or/; /ra/ /_H : cord-is cuore:gen, granum grano, fortis ( < *forctis)
forte;
gr. /ar/, /ra/: karda kard a cuore;
germ. /ur/: ingl. heart ted. Herz cuore (presuppongono un grado apofonico di-
verso), ted. Burg fortezza;
scr. /
.
r/: scr. h
.
rdayam cuore, j rnam grano;
sl. eccl. /r

/, /r u/; russo /er/, /or/: russo serdce cuore.


ie. */
.
n/: *
.
n- presso negativo, b
h
.
lg-m
.
n fulgore, *m
.
n- radice del verbo pensare,
ricordare;
lat. /in/ /#_, /en/ altrove: in- presso negativo, fulmen fulmine, mentem men-
te:acc;
gr. /a/; /an/ /_ V : a-, an- presso negativo (cfr. nudros anydroq secco);
germ. /un/: un- presso negativo;
scr. /a/; /an/ /_ V : a- presso negativo (cfr. a-j ata sconosciuto, an- agata futu-
ro, che non venuto), mat pensiero;
sl. / e/; russo /ja/: russo po-mjat ricordare (cfr. 1sg ja pomnju).
ie. */
.
m/: *-
.
mdesinenza dellaccusativo dei temi in consonante, *
.
mbhr-os pioggia,
*g
w
.
m- radice del verbo venire, *d

k
.
m/*d

k
.
m-tis dieci;
lat. /im/ /#_, /em/ altrove: -em (cfr. montem, pedem), imber temporale, decem
dieci;
gr. /a/: -a desinenza dellaccusativo dei temi in consonante (cfr. pda p oda), ph-
ros aWroq schiuma di mare, dka d eka dieci;
germ. /um/: got. qumans ingl. come forme del verbo venire;
scr. /a/: abhr nube, temporale, gat
.
h andato, d asa dieci;
sl. / e/ russo /ja/: russo desjat polacco dziesieciu dieci.
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
125
ie. */w/: *wek
w
- radice del verbo chiamare, *w
.
rdh-om parola, *w
.
lk
w
-os lupo,
*dw ou due;
lat. /w/: lat. voc o io chiamo /'woko:/;
gr. : pos epoq parola;
germ. /w/ (ted. /v/): ingl. wolf lupo, ingl. two ted. zwei due;
scr. /v/: vacmi dico, v
.
rka
.
h lupo, dva due;
sl. /v/: sl. eccl. vl uk, russo volk lupo, russo dva due.
ie. */j/: *jug-m giogo, *jk
w
.
rt fegato;
lat. /j/: iogum giogo, iecur fegato;
gr. /h/, /dz/: zugn zyg on giogo, hpar epar fegato;
germ. /j/: ingl. yoke ted. Joch giogo;
scr. /j/: yugm giogo, yk
.
rta fegato;
sl. /j/: sl. eccl. jgo giogo.
In questo capitolo

Si sono esaminati i fenomeni alla base del mutamento fonologico, in particola-


re gli effetti che dipendono dallassimilazione, dalla dissimilazione, dalla struttura
sillabica e dallaccento.

A seconda del tipo di mutamento fonologico linventario dei fonemi di una lin-
gua pu essere arricchito (fonologizzazione), o impoverito (defonologizzazione), o
mantenuto (rifonologizzazione).

Si poi passati alla ricostruzione del sistema fonologico dellindoeuropeo, par-


tendo dalla sua forma pi semplice, ottenuta attraverso il metodo comparativo.

Per la ricostruzione indispensabile il concetto di legge fonetica, formulato


dai neogrammatici. Ne sono state analizzate alcune (Grimm, Verner, Grassmann).

Lisoglossa kentum/ sat @m, pur essendo ancora utilizzata per una divisione
macroscopica, in realt non segna una separazione netta fra i due gruppi di lingue,
come dimostrano per esempio il tocario e lanatolico.

Anche il modello dellalbero genealogico per spiegare la parentela tra le lingue


risulta troppo rigido; appaiono, invece, preferibili teorie del mutamento linguistico pi
flessibili, come la teoria delle onde, che permette di superare lidea di cesure nette.

Sono stati indagati approfonditamente i principali fenomeni fonologici dellin-


doeuropeo: lapofonia, il trattamento delle velari e delle palatali, lesito delle so-
nanti indoeuropee. In particolare il vocalismo indoeuropeo stato ricostruito una
seconda volta attraverso la teoria delle laringali, che ha permesso di individuare
corrispondenze ancora oscure.

I sistemi fonologici delle lingue indoeuropee pi studiate a livello universitario


vengono esaminati dettagliatamente attraverso numerosi esempi; le schede forni-
scono un quadro di continuit con le lingue moderne.
126
Introduzione alla linguistica storica
Letture consigliate
Sul mutamento fonologico in generale lo strumento pi aggiornato disponibile in
italiano Loporcaro (2003), che contiene anche un esame dettagliato di varie posi-
zioni teoriche e si avvale di unesemplicazione basata soprattutto sullitaliano. La
bibliograa dedicata alle lingue indoeuropee sterminata; per un primo riferimen-
to ci si pu servire degli articoli contenuti in Giacalone Ramat, Ramat (1997) e di
Milizia (2002). Pi specicamente sul latino ricordiamo Palmer (1977) e sul greco
Meillet (1976). Per un quadro generale della ricostruzione dellindoeuropeo, com-
prendente oltre alla fonologia anche la morfologia, rimando a Szemernyi (1985).
Per la storia delle linguistica indoeuropea si pu consultare Lepschy (1994). Tutte
queste opere possono essere utilizzate anche come fonte per ulteriori indicazioni
bibliograche. Il Mmoire di Saussure disponibile in traduzione italiana (Saussu-
re, 1978).
2. La ricostruzione del sistema fonologico indoeuropeo e il mutamento fonologico
127
3
Il mutamento morfologico
1. Introduzione
Nel presente capitolo ci occuperemo del mutamento morfologico e della
ricostruzione dei paradigmi essivi indoeuropei. Il capitolo diviso in due
parti. Nella prima (parr. 2-7) esporremo alcuni principi generali e tipi di
mutamento morfologico, mentre nella seconda (par. 8) passeremo alla ri-
costruzione delle classi essive dellindoeuropeo e vedremo le principali li-
nee di evoluzione rappresentate dalle lingue indoeuropee.
Il campo specico
del mutamento
morfologico
A differenza del mutamento fonologico, che in buona misura pu essere
studiato senza far ricorso agli altri livelli, il mutamento morfologico in
larga parte spiegabile solo in connessione con il mutamento fonologico e
con quello sintattico. Questa caratteristica rende il mutamento morfologi-
co di per s pi complesso da studiare del mutamento fonologico; sembra
inoltre necessario isolare un piano specico del mutamento morfologico
che non sia semplicemente linsieme di tutti i mutamenti che intervengono
sulla forma delle parole. Esaminer questo problema, che non semplice,
nel corso di tutto il capitolo; anticipo qui che a mio parere lo studio del
mutamento morfologico dovrebbe riguardare soprattutto i seguenti ordini
di problemi:

il mutamento allinterno delle classi essive;

il mutamento sistematico di tecnica morfologica (per esempio, il pas-


saggio di una lingua dal tipo fusivo a quello agglutinante o viceversa);

la creazione o il rinnovamento delle categorie essive o di tipi di mor-


femi derivazionali.
Il mutamento
morfologico spiegato
come conseguenza
del mutamento
fonologico
NellOttocento e in parte del Novecento molti studiosi ritenevano che il
mutamento morfologico fosse non solo correlato a quello fonologico, ma
che ne fosse una conseguenza. Secondo questo modo di vedere, per esem-
pio, la scomparsa dei casi nel passaggio dal latino allitaliano si sarebbe
spiegata come conseguenza della caduta delle consonati in sillaba nale. Si
osservino le seguenti forme del sostantivo latino lupus lupo:
129
nom lupus
dat lup o
acc lupum
abl lup o
La scomparsa dellopposizione fra vocali lunghe e vocali brevi e la caduta
delle consonati nali di parola fece s che le distinzioni fra nominativo, da-
tivo, accusativo e ablativo fossero annullate (questi mutamenti non sono
contemporanei; in particolare, mentre la scomparsa di /m/ nale avvenne
nel latino volgare, la scomparsa di /s/ avvenuta dopo la separazione delle
variet romanze e qui presentata come fenomeno che riguarda litaliano:
dapprima le differenze cancellate dal mutamento fonologico sono state
solo quelle fra accusativo, ablativo e dativo). Pertanto, la ssazione dellor-
dine dei costituenti S(oggetto) V(erbo) O(ggetto) in frase transitiva e le
preposizioni sarebbero strategie introdotte per disambiguare le funzioni
dei sintagmi nominali, che non venivano pi espresse dai casi.
Il mutamento
morfologico spiegato
come conseguenza
del mutamento
sintattico
Questo tipo di spiegazione per non pu che essere parziale e appare sem-
plicistico a un esame pi attento dei fatti. Abbiamo visto per esempio (cap.
2 par. 14.7.4) che anticamente in protoslavo la tendenza allapertura della
sillaba aveva avuto conseguenze pesanti sulla struttura delle parole. Eppure
il sostantivo nelle lingue slave conserva il suo carattere essivo: lo slavo ec-
clesiastico ha sei casi del nome (sette contando il vocativo), come pure
molte lingue slave moderne. Senza entrare nel dettaglio di come le opposi-
zioni casuali si siano mantenute nonostante la scomparsa delle consonati
nali di parola, abbiamo osservato per esempio che un modo di mantenere
le opposizioni era stato quello di inserire una vocale nale per prevenire la
scomparsa della consonante. Questo dimostra che la scomparsa della es-
sione non pu essere dovuta solo a cause fonologiche, ma piuttosto se il
mutamento fonologico porta con s la scomparsa della essione questo
pu avvenire solo perch la essione stava gi scomparendo per altri moti-
vi, che devono essere ricercati nel mutamento sintattico (vedi capp. 4 e 5;
ulteriori esempi di questo fenomeno nellambito dei paradigmi essivi ver-
ranno esaminati in cap. 3 par. 4.2). Questa osservazione non fa che ribadire
quanto detto allinizio del capitolo: determinare qual lo specico del mu-
tamento morfologico non di immediata facilit. Infatti, si pu notare fa-
cilmente che in quanto detto sopra abbiamo negato che un mutamento
morfologico (riduzione di quattro desinenze a una) possa essere stato con-
seguenza di un mutamento fonologico, solo per affermare che la causa del-
la scomparsa dei casi da ricercarsi nella sintassi.
Il livellamento
analogico
Fatte queste considerazioni, comunque vero che il mutamento fonologi-
co ha notevoli ripercussioni sulla morfologia: per esempio, perch tende a
creare allomora. Lallomora, bench molto diffusa e spesso ben tollerata,
130
Introduzione alla linguistica storica
pare non essere una condizione ottimale per una lingua: le lingue attestano
numerosissimi casi di mutamento analogico, un tipo di mutamento che ha
come effetto quello di diminuire il numero di allomor di uno stesso mor-
fema. Abbiamo gi esposto un caso di questo genere parlando delle possi-
bili eccezioni alle leggi fonetiche nel par. 12 del cap. 2, sullesempio del pa-
radigma del verbo suonare: abbiamo visto che lallomorfo della base suon-,
che secondo le regole di dittongazione in italiano avrebbe dovuto trovarsi
solo sotto accento, alternando con son-, stato esteso a tutto il paradigma
del verbo, con leffetto di essere lunico allomorfo della base oggi esistente.
Da questo esempio, risulta chiaro che il mutamento analogico rilevante
per la struttura dei paradigmi essivi e che va quindi studiato nel loro con-
testo. Vedremo pi avanti che lanalogia non agisce solo allinterno dello
stesso paradigma, ma anche fra paradigmi diversi, facendo s che determi-
nati allomor siano trasferiti da un paradigma allaltro, eliminando quelli
preesistenti e diminuendo il numero totale degli allomor di un morfema
anche attraverso paradigmi diversi. Mutamenti di questo genere appaiono
svincolati dal signicato e sono pertanto quelli che pi propriamente van-
no studiati nellambito del mutamento morfologico. Esamineremo le di-
namiche del mutamento analogico nel par. 5 di questo capitolo.
Lorigine delle forme
essive
Verso la ne del xviii secolo, insieme con i nascenti studi di linguistica
comparativa, era vivo anche linteresse per la nascita del linguaggio. Si pen-
sava a quellepoca che lindoeuropeo ricostruito potesse portare a una fase
vicina allorigine del linguaggio. Sappiamo oggi che non cos, e che nes-
suna lingua antica molto pi primitiva delle lingue moderne, dato che
gli esseri umani inventarono la scrittura decine di millenni dopo che le loro
capacit linguistiche avevano iniziato a svilupparsi. Anche con una lingua
ricostruita, come lindoeuropeo, non si risale a un tempo tanto anteriore
alla creazione della scrittura da essere signicativo. Per quanto le loro ipo-
tesi potessero essere ingenue, gli studiosi, linguisti e loso del linguaggio,
che per primi si dedicarono allo studio dellindoeuropeo cercarono di indi-
viduare lorigine delle forme essive, secondo una teoria allora chiamata
teoria dellagglutinazione, che fu poi tenuta in scarsissima considerazione
dai neogrammatici, ma che possiamo oggi rivalutare alla luce degli studi
compiuti nel corso del Novecento sul fenomeno detto grammaticalizza-
zione. La grammaticalizzazione studia il rinnovamento delle categorie es-
sive, in base alla constatazione che spesso si pu dimostrare che gli afssi
essivi derivano da parole un tempo indipendenti, che si sono desemanti-
cizzate e hanno perso la loro autonomia fonologica. La grammaticalizza-
zione studia la nascita di nuovi morfemi legati a partire da forme libere:
deve quindi essere studiata dal punto di vista dei rapporti fra la morfologia
e la sintassi. Ai processi di grammaticalizzazione dedicato il par. 7 di que-
sto capitolo.
3. Il mutamento morfologico
131
2. Nozioni preliminari
Nei paragrafi che seguono, richiameremo brevemente alcune nozioni di base
dellanalisi morfologica: in primo luogo, vedremo come si definisce la paro-
la. Vedremo che la definizione di parola non la stessa se la vediamo dal
punto di vista della fonologia o da quello della morfologia. Parleremo poi di
morfemi e allomorfi, soprattutto in relazione allorganizzazione dei paradig-
mi flessivi, introducendo limportante concetto di produttivit morfologica.
Parola morfologica
e parola fonologica
2.1. La parola: denizioni e tipi di parole Il problema di dare una denizione
di parola lungi dallessere semplice. La parola lunit dellanalisi mor-
fologica, quindi la sua rilevanza massima per la morfologia; tuttavia, la
parola ha anche importanti caratteristiche fonologiche, dato che alcuni
processi fonologici hanno come ambito proprio la parola. In italiano, per
esempio, normalmente ciascuna parola identicata dallaccento.
Intuitivamente, non ci sembra cos difcile dire che cos una parola, dato
che fra le altre cose sappiamo dividere le parole nella scrittura. Ma a unos-
servazione pi attenta anche queste semplici caratteristiche (essere unit
morfologiche, portare accento e essere separate nella scrittura) non sono
identiche per tutte le parole.
Fra le varie unit problematiche a questo riguardo troviamo i clitici. I clitici
sono elementi che da un punto di vista morfologico possiamo definire paro-
le, ma che non sono tali da un punto di vista fonologico, perch non portano
accento. Questa caratteristica in parte rispecchiata nella grafia dellitaliano,
in cui troviamo espressioni come lo guardo e guardalo. In entrambe compare
il pronome lo, che possiamo sicuramente definire una parola da un punto di
vista morfologico: esso infatti ha il comportamento flessivo proprio dei pro-
nomi personali, distinguendo varie forme in base al caso (lo vs. gli, vedi cap.
4 par. 3.3), al numero (lo vs. li) e al genere (lo vs. la). Questa parola per non
porta accento proprio, come vedremo meglio sotto; la mancanza di accento
rispecchiata nella grafia nel caso in cui il pronome segua il verbo.
Litaliano una lingua ricca di clitici. Continuando a esaminare i pronomi,
come mi, ti, lo, gli, la, le, ci, vi, ne possiamo vericare che, rispetto alle cor-
rispondenti forme accentate, questi pronomi hanno la particolarit di do-
ver ricorrere in posizioni sse:
[1] mi ha dato un bacio / ha dato un bacio a me / *mi;
inoltre, per la mancanza di accento non possono costituire una frase da soli:
[2] Chi hai visto? lui / *lo;
e non possono essere usati allinterno di sintagmi preposizionali (infatti an-
che le preposizioni non portano accento):
[3] a me / *a mi.
132
Introduzione alla linguistica storica
I clitici: un tipo
di parole
non prototipiche
I clitici dellitaliano e delle altre lingue romanze hanno posizioni fisse rispetto
al verbo, dal quale non possono essere separati se non da altri clitici. Il motivo
per cui nella grafia opponiamo forme come lo guardo a guardalo che con-
venzionalmente lassenza di accento indicata mantenendo il clitico legato
graficamente al verbo solo nel caso di enclitici, cio clitici che seguono la pa-
rola da cui prendono laccento, e non nel caso di proclitici, cio clitici che
precedono. I pronomi clitici italiani e delle altre lingue romanze possono es-
sere sia enclitici sia proclitici, a seconda della forma verbale con cui si accom-
pagnano: in italiano, la posizione enclitica attualmente limitata alle forme
non finite del verbo e allimperativo, ma anticamente anche con le forme fi-
nite il pronome poteva comparire in posizione enclitica (vedi cap. 5).
In altre lingue si trovano regole di posizione dei clitici diverse, come vedremo
nel cap. 5: comunque, lavere una posizione fissa una caratteristica dei cliti-
ci, che dipende dal loro statuto a met fra le parole (possono avere categorie
flessive, quindi sono parole morfologiche) e gli affissi (non portano accento,
quindi devono costituire ununit accentuale con unaltra parola). Come ve-
dremo pi avanti (cap. 3 par. 7), la cliticizzazione una delle tappe del pro-
cesso di grammaticalizzazione che pu portare una forma libera (parola) a di-
ventare una forma legata (affisso grammaticale): i clitici sono quindi unit
linguistiche non prototipiche, che condividono propriet delle parole e degli
affissi.
Altre parole italiane che non portano accento, e che non sono quindi paro-
le fonologiche ma solo morfologiche, sono gli articoli, che si appoggiano al
sintagma nominale che determinano, la negazione non e le preposizioni.
2.2. Morfemi, allomor e classi essive Come nel mutamento fonologico,
che investe i fonemi di una lingua, hanno un ruolo fondamentale gli allo-
foni, cos anche per comprendere il mutamento morfologico bisogna con-
siderare gli allomor presenti in una lingua. Gli allomor di un dato mor-
fema sono le sue possibili realizzazioni.
Parole e paradigmi Dato che il numero totale di morfemi presenti in una lingua di gran lun-
ga superiore al numero dei fonemi, e dato che i morfemi sono di genere di-
verso (essivi, derivazionali e lessicali) e pertanto non entrano tutti nello
stesso tipo di opposizioni, non si pu, come per i fonemi, partire dallin-
ventario dei morfemi. Tuttavia, almeno alla essione, i morfemi possono
essere studiati in maniera sistematica nellambito dei paradigmi essivi.
Un paradigma essivo un insieme di forme dello stesso lessema che espri-
mono le categorie essive proprie del lessema stesso: per esempio, in italia-
no il paradigma del verbo amare contiene tutte le forme di questo verbo
usate per esprimere tempo, modo e aspetto, in tre persone e due numeri.
Classi essive
e produttivit
Rilevante per lo studio dei paradigmi flessivi e del loro mutamento il con-
cetto di produttivit morfologica. In primo luogo, una classe flessiva pu es-
sere pi produttiva delle altre. In altre parole, i paradigmi flessivi presenti in
3. Il mutamento morfologico
133
una lingua non hanno tutti lo stesso statuto: in generale esistono fra questi
una o pi classi flessive produttive, mentre le altre classi non lo sono.
La produttivit morfologica di una classe essiva si misura in base a varie
caratteristiche dei lessemi che ne fanno parte. In misura limitata, una di
queste caratteristiche il numero: in generale, la classe produttiva ha pi
membri di quella non produttiva. Ma questo criterio quantitativo indivi-
dua pi che altro una conseguenza della produttivit di una data classe es-
siva, piuttosto che la causa. Indicatori migliori della produttivit di una
data classe essiva sono il fatto che essa accolga i neologismi, che i membri
delle altre classi essive tendano a passare in quella produttiva e che risulti
pi facile nellapprendimento.
Se esaminiamo i verbi dellitaliano, vediamo che, pur presentando tutti le
stesse categorie essive, hanno paradigmi diversi: possiamo dire pi accu-
ratamente che i verbi italiani rientrano in tre classi essive, -a- (amare), -e-
(leggere) e -i- (sentire). Tutte e tre le classi hanno numerosi membri, ma
solo la prima produttiva. Ci evidenziato fra le altre cose dal fatto che,
se immaginiamo di creare un nuovo verbo, questo nuovo verbo apparterr
alla classe in -are piuttosto che alle altre. Si pu osservare inoltre che la clas-
se in -a- pi regolare: per esempio, i verbi che appartengono a questa clas-
se in generale non presentano allomora della base e quelli che dovrebbero
presentarla come regolare esito delle leggi fonetiche hanno subito il livella-
mento analogico (vedi Maiden, 1998, pp. 148-9). La classe in -ire presenta
due sottoclassi: una quella dei verbi come sentire/sento ecc., laltra quella
dei verbi che inseriscono un sufsso -isc- in alcune forme del presente: ca-
pire/capisco. Questa seconda sottoclasse ha una sua limitata produttivit,
come dimostrato da Dressler et al. (2003).
Morfemi
e produttivit
Anche un singolo morfema pu essere produttivo. In questo caso, tender
a essere sovraesteso, anche al di fuori della sua classe essiva, oppure nel-
lambito della stessa classe essiva al di fuori del suo paradigma iniziale di
appartenenza. Per i limitati scopi che ci interessano qui e che riguardano i
morfemi nellambito dei paradigmi, possiamo dire che i morfemi essivi
produttivi saranno quelli delle classi essive produttive. Vedremo degli
esempi di sovraestensione di morfemi nel par. 5.2 di questo capitolo.
3. La tipologia morfologica
Tipi e tecniche
morfologiche
La variazione morfologica ha destato linteresse di linguisti e loso del
linguaggio no dalla ne del xviii secolo. Molto presto si arriv a una clas-
sicazione che, grosso modo, manteniamo ancora oggi, distinguendo fra lin-
gue analitiche e sintetiche e, nellambito di queste ultime, fra lingue fusive
e agglutinanti. Come vedremo immediatamente esaminando gli esempi
italiani, spesso una lingua ha allo stesso tempo forme analitiche e forme
sintetiche: sar dunque utile parlare, per ciascuna lingua specica, di un
134
Introduzione alla linguistica storica
indice di sintesi, che sar massimo nelle lingue che fanno per lo pi uso di
forme sintetiche, e minimo nelle lingue che usano per lo pi forme analiti-
che; lo stesso vale per agglutinazione e fusione, come avremo modo di os-
servare pi avanti.
Forme analitiche
e forme sintetiche
del verbo italiano
Vediamo in prima approssimazione e con esempi semplici che cosa signi-
cano i termini appena introdotti. Consideriamo le due forme italiane ama-
ste e avete amato. La prima esprime con una parola unica sia il signicato
lessicale, amare, sia i vari signicati grammaticali di tempo, modo e per-
sona. Si tratta di una forma che unisce in s signicato lessicale e signicato
grammaticale, e viene detta perci sintetica, in quanto costituisce una sin-
tesi dei due tipi di signicato. Nella seconda forma, invece, troviamo due
parole, che, per cos dire, si dividono i compiti: la prima, cio lausiliare
avete, esprime i signicati grammaticali (si osservi che in questa forma non
c traccia del signicato lessicale avere che la stessa parola esprime quan-
do usata come verbo non ausiliare), mentre la seconda, il participio ama-
to, esprime il signicato lessicale. In questo caso parliamo di una forma
analitica: la forma analizza il signicato, nel senso che lo divide fra gram-
maticale e lessicale.
Fusione
e agglutinazione
Consideriamo ora altre due forme verbali, scrissi e scriveva. Entrambe sono
forme sintetiche, ma se allinterno di ciascuna parola dobbiamo dire dove
sono i vari signicati vediamo che la loro struttura diversa. In scrissi tro-
viamo in primo luogo una forma o allomorfo particolare della radice, di-
versa dalla forma scriv- che si trova nella maggior parte delle forme del ver-
bo scrivere, e che costituisce lallomorfo principale della radice. In secondo
luogo, il morfema essivo (desinenza) -i cumula in s tutti i signicati
grammaticali della forma. Comunque la segmentazione di questa forma
problematica, dato che lallomorfo scriss- si trova solo nel passato remoto e
potremmo dire quindi che anche la presenza di questo allomorfo fornisce
unindicazione del tempo verbale. La forma scriveva, al contrario, si presta
a una segmentazione facile e pi analitica: riconosciamo lallomorfo princi-
pale della radice, scriv-, che veicola il signicato lessicale, e poi tre morfemi
grammaticali, -e-, -v-, -a. Di questi, il primo anche detto vocale temati-
ca, e indica la classe essiva di appartenenza del verbo (scrivere un verbo
della seconda coniugazione, al contrario di amare o capire); ne parleremo
pi estesamente nel corso del capitolo. Il secondo morfema indica tempo e
modo verbale, cio imperfetto indicativo, e il terzo indica la persona e il
numero. I signicati grammaticali sono almeno in parte espressi da morfe-
mi diversi (tempo e modo da un lato, persona e numero dallaltro); inoltre,
radice, tema e desinenze sono chiaramente segmentabili, come risulta an-
che dal confronto di questa forma con altre forme dellimperfetto italiano.
Sia limperfetto sia il passato remoto sono forme sintetiche, nel senso che
non fanno uso di ausiliari, ma la tecnica con cui sono formate diversa: nel
caso dellimperfetto troviamo una tecnica vicina al tipo agglutinante (an-
3. Il mutamento morfologico
135
che se solo approssimativamente: nelle lingue agglutinanti per esempio
persona e numero di solito sono espresse da morfemi diversi), in cui c
corrispondenza fra morfemi e signicati e i morfemi sono separabili in ma-
niera precisa gli uni dagli altri; nel caso del passato remoto troviamo invece
una tecnica fusiva, in cui un morfema unico cumula tutti i signicati
grammaticali e la segmentazione di parte lessicale e parte grammaticale
difcile.
Litaliano comunque una lingua fondamentalmente fusiva e con un gra-
do di sintesi relativamente alto, soprattutto nel verbo, e questi esempi ser-
vono solo come prima approssimazione. Altre lingue offrono esempi mi-
gliori.
Lingue con poca
morfologia essiva
Le lingue analitiche, anche dette lingue isolanti, sono lingue che hanno
poca o nessuna morfologia essiva. Lesempio pi tipico di lingua isolante
il cinese, in cui le parole sono invariabili e i signicati grammaticali ven-
gono espressi da parole che non hanno signicato lessicale. A questo tipo si
avvicina, fra le lingue a noi pi familiari, linglese, in cui la essione mol-
to ridotta: per esempio nel verbo, a parte il verbo be, non esiste una essio-
ne per persona se non per la terza singolare del presente, in tutti gli altri
casi solo il pronome soggetto, quindi una forma indipendente, a indicare
persona e numero. Inoltre, nella coniugazione del verbo inglese partico-
larmente frequente il ricorso ad ausiliari, che vengono usati per esempio
nella formazione del futuro e del congiuntivo.
Corrispondenza
biunivoca
fra morfema
e signicato
grammaticale
Le lingue agglutinanti sono lingue in cui, come abbiamo detto sopra, a
ciascun signicato grammaticale corrisponde un morfema specico. Un
ottimo esempio di lingua agglutinante il turco. Consideriamo le seguenti
forme:
atKmdan dal mio cavallo = at-Km-dan cavallo-poss-abl
atlarKmdan dai miei cavalli = at-lar-Km-dan cavallo-pl-poss-abl.
Come evidenzia la glossa, la forma chiaramente scomponibile in morfe-
mi distinti, a ognuno dei quali pu essere associato uno e un solo signica-
to grammaticale, anche detto propriet morfologica. In particolare, il si-
gnicato plurale separato dal signicato caso ablativo, che espresso
dallo stesso morfema sia nel singolare sia nel plurale. Al contrario, in una
lingua fusiva come il latino, un morfema unico veicola i due signicati di
caso e numero, come possiamo vedere dalla forme seguenti:
equ- o cavallo:abl.sg / equ-is cavallo:abl.pl.
Nelle forme turche c un rapporto biunivoco fra ciascun morfema e cia-
scuna propriet morfologica (o signicato grammaticale): ciascun morfe-
ma esponente di una sola propriet morfologica. Nelle forme latine, inve-
ce, i morfemi grammaticali cumulano pi propriet morfologiche: nel
caso della forma equ-is, per esempio, il morfema -is esponente sia del si-
gnicato ablativo, sia del signicato plurale, e la forma non ulterior-
mente analizzabile in maniera che permetta di separare i due signicati.
136
Introduzione alla linguistica storica
A differenza delle lingue fusive, le lingue agglutinanti generalmente non
hanno classi essive, cio verbi e nomi non sono organizzati in declinazioni
e coniugazioni diverse. Il numero degli allomor di ciascun morfema pi
ridotto: il plurale dei nomi in turco e per la terza persona anche il plurale
dei verbi ha solo due allomor, -lar e -ler, il cui uso regolato dalle caratte-
ristiche fonologiche della base. Poich a ogni propriet morfologica asso-
ciato un morfema, le parole delle lingue agglutinanti possono essere molto
lunghe e in generale la loro lunghezza pu variare di molte sillabe: il nomi-
nativo singolare della parola cavallo in turco at, un monosillabo senza
morfemi grammaticali; come abbiamo visto sopra questa parola pu aver
forme che hanno, per esempio, quattro sillabe. Inoltre, il posto dei morfe-
mi dopo la radice pu variare in base alla presenza di altri morfemi: se tor-
niamo alle forme turche analizzate sopra, possiamo notare, per esempio,
che in una possibile forma atlardan, dai cavalli, il morfema di ablativo se-
gue quello di plurale, mentre in una forma atdan, dal cavallo, segue im-
mediatamente la radice.
Le classi essive
sono
una caratteristica
delle lingue fusive
Le lingue fusive, invece, spesso hanno classi essive: per esempio, i verbi
italiani sono organizzati in tre coniugazioni e i nomi latini in cinque decli-
nazioni. Ci rende molto pi alto il numero degli allomor di ciascun
morfema: lablativo plurale della seconda declinazione in latino ha lespo-
nente -is, mentre lablativo plurale della terza declinazione ha lesponente
-ibus. Daltro canto, la parola nelle lingue fusive ha una struttura pi stabi-
le: il numero delle sillabe non varia, o varia di poco, e ciascun morfema (o,
meglio, allomorfo) specico ha una posizione precisa e invariabile rispetto
alla radice e agli altri possibili morfemi.
Le generalizzazioni appena esposte devono essere prese, appunto, come ge-
neralizzazioni: difcilmente un tipo morfologico rappresentato in manie-
ra completamente uniforme in una lingua. Esistono lingue agglutinanti
con classi essive e lingue fusive che fanno uso limitatamente di tecniche
agglutinanti. quindi pi corretto intendere le tecniche morfologiche
come parametri per la descrizione delle lingue e parlare di indice di agglu-
tinazione e indice di fusione, analogamente a quanto abbiamo gi osser-
vato relativamente allindice di sintesi. Una lingua come il turco avr un
alto grado di agglutinazione e un grado quasi nullo di fusione, mentre una
lingua come litaliano presenter un grado di fusione medioalto e un grado
di agglutinazione relativamente basso. Torneremo su queste considerazioni
pi avanti, in questo stesso paragrafo.
Il tipo delle lingue
semitiche
Fra le lingue fusive si distingue normalmente un sottogruppo detto intro-
essivo ed esemplicato in particolar modo dalle lingue semitiche. In que-
ste lingue il signicato lessicale espresso dalle consonanti della radice,
mentre le vocali variano a seconda dei diversi signicati grammaticali. Un
esempio di lingua introessiva lebraico. In ebraico la radice spr esprime il
signicato di contare. La forma di citazione sapar anche la terza persona
3. Il mutamento morfologico
137
singolare dellaspetto perfettivo, la terza persona singolare dellimperfettivo
ha la forma ispor; la seconda persona singolare dellimperativo ha la forma
spor, mentre la forma seper un sostantivo derivato e signica libro.
Segnalazione
delle relazioni
grammaticali
sul verbo
Un ulteriore tipo morfologico costituito dalle lingue polisintetiche o in-
corporanti. Proviamo anche in questo caso a trovare un esempio di incor-
porazione che ci sia familiare dallitaliano. Se consideriamo la coppia di
frasi:
[4] Incatenalo!
[5] Metti le catene a lui!
vediamo che nella prima abbiamo incorporato nel verbo due costituenti
che nella seconda compaiono come oggetto diretto e oggetto indiretto in
costituenti separati dal verbo stesso.
Lincorporazione una tecnica limitata in italiano: il tipo di incatenare
usato produttivamente solo nel caso di un rapporto di contenimento,
come in imbottigliare, incorniciare, impacchettare, inscatolare ecc. Loggetto
pronominale diretto o indiretto non accentato pu essere considerato
come un costituente incorporato, anche se in italiano troviamo un clitico,
cio una forma che condivide alcune delle propriet di una parola indipen-
dente e non un vero e proprio morfema legato. Nelle lingue che fanno
uso sistematico dellincorporazione, invece, qualunque costituente pu
comparire come morfema legato alla radice verbale. Tipicamente, il costi-
tuente incorporato nel verbo loggetto diretto. Un esempio di lingua in-
corporante il tiwa meridionale, parlato da popolazioni indigene degli Sta-
ti Uniti, in cui abbiamo frasi come:
[6] ti-khwian-mu-ban
1sg-cane-vedere-pret
ho visto il cane (Whaley, 1997, p. 131)
1
.
Classicazione
genetica
e classicazione
tipologica
Linteresse degli studiosi per la tipologia linguistica data pi o meno alla
stessa epoca della scoperta della parentela genetica fra lingue. Verso la ne
del xviii secolo le scoperte geograche e la politica coloniale dei maggiori
stati europei portarono a conoscenza degli studiosi occidentali una variet
di lingue no ad allora sostanzialmente sconosciute. Come la somiglianza
fra il sanscrito e le principali lingue europee condusse alla scoperta della fa-
miglia indoeuropea (vedi cap. 1 par. 2.1), e di qui alla classicazione delle
lingue in famiglie e alla delimitazione di altre famiglie linguistiche, in ma-
niera analoga la scoperta della variazione morfologica condusse a gettare le
basi della classicazione tipologica.
1. Si osservi che in questa lingua il nome incorporato pu essere solo definito: la frase [6] si riferi-
sce a un cane specifico, non vuol dire genericamente ho visto cani, vedi Whaley (1997, p. 132).
138
Introduzione alla linguistica storica
La classicazione che abbiamo introdotto in questa sezione ha il suo fonda-
tore in Wilhelm von Humboldt, diplomatico prussiano, losofo del lin-
guaggio e grande studioso di lingue esotiche. Va detto che le opere di
Humboldt, bench basate su solide conoscenze dei dati empirici, hanno
una notevole componente ideologica. Secondo Humboldt, i tre tipi lingui-
stici, isolante, agglutinante e fusivo, rappresenterebbero diversi stadi nello
sviluppo dello spirito umano: al livello pi alto si situerebbero le lingue in-
doeuropee, in grazia del loro elevato grado di sintesi e di fusione. Per
Humboldt, come daltro canto per i suoi contemporanei, tipo e famiglia
sarebbero due concetti sovrapponibili: le lingue di una certa famiglia do-
vrebbero cio appartenere necessariamente allo stesso tipo. Inoltre, Hum-
boldt non contemplava la possibilit che una lingua nel corso della sua sto-
ria passasse da un tipo allaltro, possibilit che invece oggi sappiamo ben
attestata (vedi cap. 3 par. 6 e cap. 5).
Si pu certo sottolineare come Humboldt abbia anche scritto che ogni
lingua contribuisce a ci che egli chiamava il dispiegamento dello spiri-
to umano in maniera originale e con un suo valore; per innegabile
che il giudizio di valore ascritto ai tipi linguistici dallo studioso ha aper-
to la strada a un certo razzismo linguistico, che ha avuto il suo apice
nella creazione del mito dellarianesimo (vedi Morpurgo Davies, 1996,
p. 226; lidea che ai diversi tipi di lingue si potesse annettere un giudizio
di valore era ancora presente nel Novecento, come sottolinea Sapir,
1969, pp. 122-6).
Lingue della stessa
famiglia possono
presentare
tipi diversi
Contrariamente a quanto pensava Humboldt, oggi sappiamo che lingue
della stessa famiglia possono appartenere a tipi diversi; inoltre la conoscen-
za approfondita di un numero sempre maggiore di lingue ci induce a pen-
sare che i tipi puri siano poco rappresentati: molto pi spesso ha senso
trattare le caratteristiche dei vari tipi come parametri, i cui valori variano
da lingua a lingua. Come abbiamo notato in precedenza, dunque, anzich
parlare di lingue analitiche e sintetiche o di lingue agglutinanti e fusive
sembra pi conveniente nella maggior parte dei casi parlare di indice di
sintesi, indice di fusione e indice di agglutinazione: anche le lingue aggluti-
nanti pi pure, come il turco, presentano infatti fenomeni tipici delle lin-
gue fusive, come cumulo di signicati grammaticali in un solo morfema,
allomorsmo radicale o difcile segmentazione.
Il tipo morfologico
pu mutare
Inoltre, come vedremo in maggior dettaglio nel corso del capitolo, spesso
le lingue mutano tipo linguistico: anche limitando le nostre osservazioni al
latino e alle lingue romanze, facile notare un calo dellindice di sintesi,
soprattutto per il sostantivo. In latino infatti i sostantivi potevano essere
declinati per caso, esprimendo cos in maniera sintetica la loro relazione
con il verbo o con gli altri costituenti della frase. Il verbo romanzo, bench
ancora generalmente dotato di un alto grado di sintesi, usa tecniche pi
analitiche del verbo latino: per esempio, il passivo nelle lingue romanze
3. Il mutamento morfologico
139
viene reso con forme perifrastiche, cio con luso di ausiliari, mentre in la-
tino vi era una essione specica. Anche il mutamento inverso, cio lau-
mento del grado di sintesi, ben attestato, anche se in casi di illustrazione
meno immediata di quelli appena esposti. Ne parleremo comunque diffu-
samente nel par. 6 di questo capitolo.
Carattere fusivo delle
lingue indoeuropee
3.1. Il tipo morfologico dellindoeuropeo ricostruito Le lingue indoeuropee
antiche, e in misura diversa anche quelle moderne, sono lingue morfologi-
camente complesse: le loro classi lessicali maggiori, in primo luogo nome e
verbo, presentano un carattere altamente essivo. Il tipo morfologico del-
lindoeuropeo quello fusivo. Ci signica che in generale i morfemi lessi-
cali e quelli grammaticali non sono facilmente segmentabili e che i morfe-
mi grammaticali presentano il fenomeno detto esponenza cumulativa: cia-
scun morfema grammaticale segnala pi di un signicato grammaticale
2
.
Difcolt
di segmentazione
nelle lingue fusive
Per esempio, nella forma italiana sente il morfema flessivo -e amalgama, o
cumula, i significati grammaticali di tempo, modo, persona e numero.
Nella forma sente abbiamo comunque la possibilit di segmentare la base les-
sicale dal morfema grammaticale, ma in altre forme la segmentazione im-
possibile, come per esempio in , dove una forma unica amalgama non solo
i vari significati grammaticali, ma anche il significato lessicale.
Un fenomeno proprio delle lingue fusive la presenza di diverse classi
flessive per la stessa classe lessicale. Osserviamo ancora il verbo italiano: in
diverse forme del verbo italiano possiamo riconoscere un altro elemento,
cio la vocale tematica. La funzione della vocale tematica quella di indi-
care la classe flessiva a cui una parola appartiene. Possiamo individuare
vocali tematiche diverse che indicano le tre classi flessive del verbo italiano
in forme come amate, leggete e sentite. Anche il sostantivo italiano presen-
ta in generale un tipo di flessione tematico: la base presa per la flessione
il tema, a cui aggiungiamo un morfema grammaticale; le classi flessive si
distinguono in base al tema (vedi Thornton, 2005, pp. 67-8). Il sostantivo
italiano ha un comportamento flessivo limitato, dato che si flette solo per
numero; in altre lingue indoeuropee antiche e moderne, invece, troviamo
una complessa flessione casuale. Come nel caso del verbo, anche il sostan-
tivo pu presentare paradigmi diversi molto complessi.
Classi essive
e macroclassi
Le classi essive in una certa lingua si possono generalmente raggruppare
in macroclassi: per esempio, secondo Dressler et al. (2003) le tre coniuga-
zioni del verbo italiano si possono riunire in due sole macroclassi, di cui la
prima corrisponde alla prima coniugazione e la seconda alla seconda e alla
terza. Nelle lingue indoeuropee antiche, come vedremo, nome e verbo pre-
2. Uso il termine esponenza per tradurre linglese exponence conformemente alledizione ita-
liana di Matthews (1979). Thornton (2005) usa invece nello stesso signicato il termine segna-
lazione.
140
Introduzione alla linguistica storica
sentano numerosi paradigmi essivi, che si possono far risalire a due ma-
croclassi dellindoeuropeo ricostruito, cio la essione tematica e la essio-
ne atematica (vedi cap. 3 par. 8).
Segnalazione
di un signicato
mediante
pi esponenti
Un altro fenomeno che si osserva in alcune lingue fusive e in particolare in
alcune lingue indoeuropee antiche e moderne la cosiddetta esponenza
estesa (exetended exponence). Si tratta in un certo senso del fenomeno con-
trario allesponenza cumulativa: un certo signicato grammaticale segna-
lato da pi di un esponente.
Un esempio di esponenza estesa costituito dalla segnalazione del tempo
verbale nellimperfetto e nellaoristo indicativo del greco antico. Il tempo
passato segnalato, in queste forme, sia da una specica serie di desinenze
(dette desinenze secondarie, vedi cap. 3 par. 8.5), sia da un presso, chia-
mato aumento (vedi cap. 3 par. 8.2). Analizziamo le forme del presente in-
dicativo lepei le pei lascia, dellimperfetto leipe eleipe lasciava e del-
laoristo lipe elipe lasci:
presente lep- ei
aspetto imperfettivo modo indicativo
tempo presente
3sg.
imperfetto - leip- e
tempo passato aspetto imperfettivo modo indicativo
tempo passato
3sg.
aoristo - lip- e
tempo passato aspetto perfettivo modo indicativo
tempo passato
3sg.
Come evidenzia lanalisi, laspetto indicato dal grado apofonico della ra-
dice, il modo e le categorie di accordo dalla desinenza, mentre il tempo
passato indicato sia dalla desinenza, sia dal presso.
4. Il piano morfofonologico
La fonologizzazione
di allofoni
pu creare
allomora
4.1. Creazione di allomor Come sappiamo, in latino non esistevano alcuni
fonemi dellitaliano, come le affricate palatali e dentali, la fricativa palatale,
la nasale palatale e la liquida palatale. Tutti questi fonemi sono nati quan-
do allofoni di altri fonemi nella posizione davanti a vocale anteriore si sono
fonologizzati. Per esempio, in latino avevamo la coppia di forme amicus
amico:nom.sg ~ amici amico:nom.pl, ma, al contrario di quanto av-
viene in italiano, queste due forme non comportavano allomor della base
3. Il mutamento morfologico
141
diversi: fonologicamente esse erano /ami:kus/ ~ /ami:ki/. Come abbiamo
gi detto nel cap. 2, la /k/ della forma /ami:ki/ era presumibilmente artico-
lata in una posizione pi avanzata verso il palato duro di quanto non lo
fosse la /k/ della forma /ami:kus/. Non sappiamo esattamente quando la
pronuncia sia diventata [a'mi:tSi]: questo comunque era avvenuto prima
che lopposizione /k/ ~ /tS/ diventasse unopposizione fonologica. La di-
stribuzione dei due allomor [a'mi:tS] e [a'mi:k] era condizionata in origi-
ne dal contesto fonologico. Nel momento in cui /tS/ non pi stato obbli-
gatorio davanti a /i/ (cio quando per esempio sono comparse anche forme
con il gruppo di fonemi /ki/, come in parco ~ parchi), esso ha assunto lo
statuto di fonema. A questo punto, il sostantivo amico ha acquisito due
allomor della base la cui distribuzione non era pi condizionata da fattori
fonologici, ma da fattori morfologici, dal fatto cio di comparire uno nel
singolare e uno nel plurale. Come dimostra la presenza in italiano accanto
a amico ~ amici, anche di parco ~ parchi, il numero indicato dalla com-
parsa dei morfemi -o e -i e non dalla comparsa di uno dei due allomor
della base. Pertanto, lalternanza fra lallomorfo /a'mik/ e lallomorfo
/a'mitS/ ha valore morfofonologico: unalternanza fonologica determina-
ta dal contesto morfologico.
Gli esempi di questo tipo potrebbero essere moltiplicati: essi dimostrano
che il mutamento fonologico ha serie conseguenze sulla struttura dei para-
digmi essivi. Un esempio analogo il gi citato caso della dittongazione,
che ha creato nei paradigmi verbali basi alternanti, come mor- ~ muor- per
il verbo morire. In buona parte il mutamento analogico ha come risultato
proprio quello di diminuire il grado di allomora generato dal mutamento
fonologico: tuttavia, vedremo anche che non sempre lallomora elimi-
nata (non lo in amico ~ amici e neanche nel verbo morire). Anzi, nei pa-
radigmi verbali italiani della seconda e terza coniugazione troviamo anche
casi in cui viene introdotta unallomora della base che non dovrebbe esi-
stere in base ai regolari sviluppi fonologici. Ci occuperemo di questo caso
pi avanti (cap. 3 par. 5.3).
Scomparsa
di opposizioni
morfologiche
4.2. Omofonia allinterno dei paradigmi e frequenza Esistono anche casi in
cui il mutamento fonologico ha come risultato quello di cancellare dei
morfemi. Abbiamo gi osservato che questo spesso non un mutamento
puramente morfologico: se unopposizione morfologica viene cancellata
dal mutamento fonologico in maniera da non essere recuperabile dal con-
testo e non viene in qualche modo restaurata, signica che alla base c un
mutamento nelle categorie grammaticali (e quindi nella sintassi) o nel les-
sico della lingua.
Tuttavia, si devono fare a questo proposito due considerazioni. In primo
luogo, il modo in cui lopposizione viene mantenuta o restaurata pu esse-
re diverso, come vedremo nel corso di questo paragrafo. In secondo luogo,
142
Introduzione alla linguistica storica
allinterno dei paradigmi essivi pu esistere, e di norma esiste, un certo
grado di omofonia delle forme, che non signica di per s cancellazione di
opposizioni. Vediamo qui di seguito come vengono ovviati i problemi cau-
sati dalla possibile omofonia.
Omofonia allinterno
dei paradigmi essivi
In italiano, nel presente del verbo essere troviamo le forme sono 1 sg. e so-
no 3 pl. che sono omofone. Analogamente, in latino il dativo plurale e
lablativo plurale sono sistematicamente omofoni in tutti i paradigmi no-
minali: rosa rosa (1 decl.) rosis (dat e abl pl); lupus lupo (2 decl.) lupis
(dat e abl pl); homo uomo (3 decl.) hominibus (dat e abl pl); currus
carro (4 decl.) curribus (dat e abl pl); dies giorno (5 decl.) diebus (dat
e abl pl).
Diversa distribuzione
di forme omofone
Come possibile che lomofonia in questi casi non generi ambiguit? La
risposta si trova nella distribuzione delle forme: intuitivo che la distribu-
zione della prima singolare di un verbo non quella della terza plurale,
dato che la prima singolare ha una funzione deittica che la riferisce auto-
maticamente allemittente. Al limite, in caso di possibili contesti poco
chiari, si pu esplicitare il soggetto e lambiguit si elimina. Il contesto ser-
ve dunque per disambiguare forme potenzialmente ambigue.
Lo stesso vale nel caso del dativo e dellablativo in latino: il caso dativo usa-
to per lo pi con referenti animati, spessissimo pronomi, e non mai retto
da preposizione; lablativo invece se non retto da preposizione usato per
lo pi con referenti inanimati; con animati compare generalmente allinter-
no di sintagmi preposizionali e con pronomi senza preposizione compare
generalmente allinterno della costruzione detta ablativo assoluto, in cui
accompagnato da un participio verbale. Il motivo per cui legittimo distin-
guere due forme diverse in presenza di omofonia che la distinzione si trova
in altri paradigmi: nel caso di sono in italiano, la distinzione formale fra pri-
ma singolare e terza plurale si trova nella maggior parte dei verbi (amo ~
amano; leggo ~ leggono e cos via); nel caso di dativo e ablativo latini la di-
stinzione formale si trova nella maggior parte dei paradigmi singolari (rosae
dat sg ~ ros a abl sg; currui dat sg ~ curr u abl sg ecc.).
Omofonia
e sincretismo
Lomofonia allinterno dei paradigmi un fenomeno frequente soprattutto
nelle lingue fusive. Spesso nei manuali di morfologia ci si riferisce a questo
fenomeno dandogli il nome di sincretismo. Luso del termine sincretismo
nel contesto di un manuale di linguistica storica, per, problematico:
questo termine infatti stato creato in un primo tempo proprio nella lin-
guistica storica ed era originariamente riferito a un altro fenomeno, cio
alla fusione di casi diversi avvenuta durante il mutamento diacronico. Per
esempio, nella linguistica storica si parlava, e si parla anche oggi, del sincre-
tismo di dativo, locativo e strumentale in greco: questo non signica che i
tre casi, distinti in qualche paradigma, abbiano forme uguali in altri; signi-
ca invece che in greco esiste solo un caso chiamato dativo, che ha assunto
le funzioni (e in parte anche mantenuto, mescolandole, le forme) del loca-
3. Il mutamento morfologico
143
tivo e dello strumentale indoeuropei. Dato questo doppio signicato del
termine sincretismo preferisco usare solo omofonia per i fenomeni esa-
minati in questo paragrafo e mantenere sincretismo nel contesto che gli
proprio nella linguistica indoeuropea, cio parlando della riduzione dei si-
stemi di casi.
Vediamo due esempi in cui il mutamento fonologico ha aumentato il livel-
lo di omofonia allinterno dei paradigmi verbali italiani. Nel primo caso,
lopposizione morfologica stata restaurata estendendo un morfema da un
altro paradigma; nel secondo invece lomofonia permane e viene parzial-
mente disambiguata con mezzi sintattici.
Imperfetto indicativo
e presente
congiuntivo
Limperfetto indicativo latino nelle prime tre persone aveva le forme ama-
bam, amabas, amabat. La scomparsa delle consonanti nali di parola in ita-
liano ha creato una situazione in cui almeno due delle tre forme erano
uguali: amava per la prima e terza persona (lorigine della desinenza -i della
seconda persona non chiara: possibile che la desinenza -s prima di cade-
re abbia causato la palatalizzazione della vocale). Un fenomeno simile av-
venuto nel congiuntivo presente, dove per il grado di omofonia raggiunto
ancora pi alto: amem, ames, amet hanno avuto tutte e tre come risultato
litaliano ami. Tuttavia, la situazione che rimasta immutata per il con-
giuntivo cambiata in seguito per limperfetto: la forma amavo per la pri-
ma persona, creata con lestensione della desinenza del presente e attestata
gi nel xiii secolo, si standardizzata allinizio del secolo scorso (vedi Te-
kav ci c, 1972, p. 289).
In effetti, uso e distribuzione diatopica dei due tempi verbali sono radical-
mente diversi. Limperfetto un tempo che sempre stato in uso in tutte le
variet italiane e non presenta segni di cedimento; nei contesti in cui deve
essere usato non ha alternative. Il congiuntivo presente in primo luogo ha
una distribuzione limitata, esistendo, oltre che nello standard, solo nelle
variet toscane e settentrionali; il suo uso poi limitato a certi tipi di frase
dipendente e solo la prima persona plurale, che usata per lesortativo, di
ampio impiego in frase principale. Inoltre, per la prima persona singolare le
dipendenti al congiuntivo possono essere sostituite dallinnito.
Per ovviare allomofonia delle tre forme non stato esteso un morfema da
un altro paradigma, come per limperfetto. Da un lato, un certo grado di
omofonia rimane tollerato; da un altro, per la seconda persona singolare
diventato obbligatorio luso del soggetto pronominale. Lobbligatoriet del
soggetto non una caratteristica della sintassi italiana: ci ha quindi come
risultato il fatto che il congiuntivo ha adottato una strategia di marcatura
del soggetto che lo rende estraneo al verbo italiano nel suo complesso. In-
fatti anche molti parlanti che pure usano il congiuntivo presente tendono a
estendere la forma dellindicativo alla seconda persona singolare, che
quella che non pu essere disambiguata dal contesto.
144
Introduzione alla linguistica storica
Le categorie pi
frequenti presentano
un maggior grado
di differenziazione
Il motivo per cui le differenze fra le tre persone del singolare sono state ri-
stabilite nellimperfetto e non nel congiuntivo deve essere ricercato nella
diversa frequenza. In generale, si riscontra che allinterno dei paradigmi
delle categorie pi frequenti il grado di differenziazione pi elevato di
quanto non sia allinterno dei paradigmi di categorie meno frequenti. In
altre parole, le categorie pi frequenti presentano allinterno dei loro para-
digmi minore omofonia rispetto alle categorie meno frequenti. La tabella 1
riporta le scale di frequenza fornite da Haspelmath (2002, p. 238; traduzio-
ne mia).
tabella 1 Frequenza relativa di alcune categorie
numero singolare > plurale > duale
caso nominativo > accusativo > dativo
persona 3 > 1, 2
grado dellaggettivo positivo > comparativo > superlativo
diatesi attivo > passivo
modo indicativo > congiuntivo
polarit affermativo > negativo
tempo presente > futuro
Il fatto che la frequenza favorisca la differenziazione dimostrato anche
dalla tendenza per elementi molto frequenti a presentare forme suppletive,
argomento sul quale torneremo (cap. 3 par. 5.4).
Riduzione di classi
essive
Il mutamento fonologico pu anche avere come effetto la scomparsa di
classi essive. Anche la riduzione del numero di classi essive dovuta a fe-
nomeni quali la produttivit e la frequenza di ciascuna classe, come vedre-
mo dallesempio trattato sotto. Notiamo subito, per, che la frequenza di
una classe essiva non paragonabile alla frequenza di una categoria es-
siva: la frequenza di una classe essiva infatti non favorisce la differenzia-
zione e lallomora o il suppletivismo; al contrario, le classi essive pi fre-
quenti e produttive di norma subiscono il livellamento analogico (vedi
cap. 3 par. 5) e hanno un minor grado di allomora.
In latino i verbi appartenevano a quattro classi essive diverse: -are, -ere,
-ere, -ire. Di queste la terza aveva due sottoclassi: una del tipo legere/lego e
una con un sufsso -i- nel tema del presente, capere/capio. I verbi della pri-
ma sottoclasse presentavano forme simili a quelle della classe in -ere, per
esempio, nellimperfetto: monebam, monebas ecc., legebam, legebas ecc. La
seconda sottoclasse era in questo pi vicina alla classe in -ire: audiebam, au-
3. Il mutamento morfologico
145
diebas, e capiebam, capiebas. Quando scomparve lopposizione di quantit
fra le vocali, i verbi delle due sottoclassi della terza coniugazione si sposta-
rono in parte verso la seconda e in parte verso la quarta (terza coniugazione
italiana; vedi Tekav ci c, 1972, pp. 254-7).
5. Il mutamento analogico
Come abbiamo avuto modo di osservare nei paragra precedenti, il muta-
mento fonologico pu creare allomora. Ci signica che uno stesso mor-
fema che prima del mutamento aveva magari un solo allomorfo viene poi
ad averne in numero maggiore.
Due tipi
di mutamento
analogico
Nellambito dei paradigmi essivi, che abbiamo riconosciuto sopra come
lambito specico del mutamento morfologico, lallomora pu riguardare
la base o i morfemi grammaticali. Il mutamento analogico che riduce il nu-
mero degli allomor radicali risulta in un livellamento del paradigma,
mentre il mutamento che riduce il numero degli allomor desinenziali ri-
sulta di norma nellestensione di un allomorfo ai contesti in cui dovrebbe
comparirne un altro. In conseguenza dei mutamenti fonologici la maggior
parte dei paradigmi pu assumere una struttura in cui lallomora radicale
compare regolarmente in determinate forme. Si pu allora assistere al-
lespansione dellallomora in maniera tale da riprodurre la stessa strut-
tura anche nei paradigmi in cui essa non risultato del mutamento fono-
logico.
Vocale vs. dittongo
in italiano
5.1. Livellamento di paradigmi Abbiamo gi visto un caso di livellamento
parlando del paradigma del verbo suonare. Questo tipo di livellamento
comporta lestensione dellallomorfo della base con il dittongo ai contesti
in cui la dittongazione non ha avuto luogo per regolare mutamento fono-
logico e si riscontra in molti verbi italiani: per esempio chiedere ~ chiedia-
mo; cuocere ~ cuociamo; muovere ~ muoviamo; mentre altri verbi non lo
presentano: morire ~ muoio ~ moriamo; sedere ~ siedo ~ sediamo. Vedia-
mo quindi che il livellamento in casi di questo genere sembra operare nel-
lambito dei singoli paradigmi, non attraverso gruppi di paradigmi simili.
Consideriamo un altro esempio. Abbiamo visto in precedenza (cap. 2 par.
14.4.2) che le forme del passato del verbo essere in inglese, was e were,
comportano due temi diversi, in cui la distribuzione di /s/ e /r/ legata al-
leffetto della legge di Verner. In tedesco il passato del verbo essere ha
esteso a tutte le forme lallomorfo radicale con /r/: ich war ~ wir waren.
La parola per dente Un altro esempio a cui abbiamo brevemente accennato nel cap. 2 costi-
tuito dal paradigma della parola per dente in alcune lingue indoeuropee.
Nellindoeuropeo ricostruito, questa parola doveva presentare unalternan-
za fra accento sulla radice nel nominativo e accusativo e sul sufsso essivo
146
Introduzione alla linguistica storica
negli altri casi. Abbiamo ricostruito la radice di questa parola come
*h
1
dnt-/*h
1
d
.
nt-: il grado /o/ compare dove la radice accentata e il grado
ridotto compare altrove. Si crea pertanto unallomora della base, che al-
terna una vocale pi consonante nasale con una nasale sonante.
Vediamo ora (tab. 2) gli esiti in sanscrito, greco e latino (do qui solo i quat-
tro casi che esistono in tutte e tre le lingue; per la /o/ iniziale del greco vedi
cap. 2 nota 3):
tabella 2 La declinazione del sostantivo dente in alcune lingue indoeuropee
Sanscrito Greco Latino
Nominativo dan (vedico)
danta
.
h (anche classico)
odos ( < *odont-s)
odo yq
dens ( < *dent-s)
Accusativo dantam odnta od onta dentem
Genitivo datas odntos od ontoq dentis
Dativo date odnti od onti denti
Solo in sanscrito troviamo gli esiti regolari, che presentano lalternanza fra
grado /o/ (con esito /dant/) e grado ridotto (con esito /dat/ dovuto al fatto
che */
.
n/ indoeuropea > /a/ in sanscrito) ricostruita per lindoeuropeo. Il
greco e il latino generalizzano uno degli allomor e pi precisamente quel-
lo a grado /o/ in greco e quello a grado ridotto in latino (ricordiamo che
*/
.
n/ > /en/ in latino, tranne che in iniziale di parola).
Si osservi che poi in tutte e tre le lingue si creata di nuovo unallomora
della base, dovuta allincontro delle consonanti radicali con il sufsso -s di
nominativo. In sanscrito il gruppo nale */nts/ comporta la caduta di en-
trambe le ostruenti, lasciando pertanto la forma del nominativo vedico
dan. Pi tardi, si creata anche una forma di nominativo tematico danta
.
h
che ha eliminato lallomorfo dan dal paradigma. In latino cade soltanto
locclusiva mentre rimane la fricativa; inne, in greco cadono la nasale e la
occlusiva, e rimane solo la fricativa, mentre la vocale si allunga per com-
penso (per mantenere cio la quantit della sillaba, che si sarebbe accorcia-
ta per la semplicazione della coda, vedi cap. 2 par. 2.2). Lallomorfo risul-
tante, /odo:/ (si ricordi che la graa < ou > rappresentava originariamente
/o:/), serve da base anche per il dativo plurale, che pure comporta lincon-
tro con una fricativa dentale: odosi odo

ysi ( < *odont-si).


5.2. Estensione di morfemi essivi Torniamo allesempio dellimperfetto
italiano visto nel par. 4.2 di questo capitolo. Abbiamo visto che la distin-
zione fra la prima e la terza persona singolare, scomparsa per la caduta del-
3. Il mutamento morfologico
147
le consonanti nali, stata ripristinata estendendo la desinenza del pre-
sente indicativo alla prima persona. In questo caso un morfema molto fre-
quente si estende dal presente allimperfetto: anche se la scala di frequenza
di Haspelmath non fornisce dati rispetto alla frequenza relativa di questi
due tempi verbali, possiamo comunque pensare che il presente abbia una
frequenza sufciente da giusticare lestensione dei suoi esponenti ad altri
tempi verbali.
I morfemi possono
estendersi attraverso
le classi essive
Vediamo ora un caso di estensione di un morfema attraverso classi essive
diverse. La desinenza dellaccusativo singolare che possiamo ricostruire per
lindoeuropeo comportava una nasale bilabiale. Questa nasale si presentava
con due allomor, condizionati dal contesto fonologico: *-mdopo vocale e
*-
.
mdopo consonante. Nella maggior parte delle lingue indoeuropee, la na-
sale sonante in questo contesto ha sviluppato davanti a s una vocale di ap-
poggio. Pertanto, la desinenza dellaccusativo singolare risulta essere una
nasale in tutti i paradigmi in molte lingue, come lo , per esempio, in lati-
no (*d
.
nt-
.
m > dentem).
Laccusativo
singolare in greco
In greco invece la nasale sonante ebbe come esito /a/, con il risultato che i
paradigmi contenevano due allomor diversi, -n e -a, per laccusativo sin-
golare. Il sostantivo greco ha tre classi essive, chiamate per brevit prima,
seconda e terza declinazione: le prime due contengono temi in -a- e -o-, la
terza, anche detta essione atematica (vedi cap. 3 par. 8), contiene temi in
consonante, -i- e -u-. Se osserviamo meglio la realizzazione dellaccusativo
singolare, vedremo che non solo esso ha due allomor, ma che la loro di-
stribuzione non corrisponde neanche alle classi essive: infatti, la desinen-
za -n si trova nella prima, nella seconda e in parte dei temi in -i- e -u- della
terza declinazione, mentre la desinenza -a caratterizza i temi in consonante
e laltra parte dei temi in -i- e -u- della terza. Le iscrizioni e le fonti papira-
cee del i secolo d.C. attestano la creazione di forme analogiche in -an in
luogo di -a per laccusativo della terza declinazione, con lestensione del-
lallomorfo -n ai contesti in cui si sarebbe dovuto trovare lallomorfo -a.
Laccusativo
singolare in sanscrito
In sanscrito, lingua in cui pure lesito della nasale sonante */
.
m/ /a/, non
troviamo lalternanza fra un accusativo -am e un accusativo *-a che sarebbe
prevedibile in base alle leggi fonetiche: troviamo invece come unica desi-
nenza dellaccusativo singolare -am. Infatti si avuta in epoca preletteraria
lestensione analogica di questa desinenza ai paradigmi della essione ate-
matica.
Tornando al greco, in cui il fenomeno pi complesso, possiamo notare
che, se non limitiamo le osservazioni al singolo esponente -an ma esami-
niamo le intere classi essive, vedremo che sulla base del nuovo accusativo
vengono rifatti anche gli altri casi: la creazione della forma analogica -an
porta alla reinterpretazione dei nomi della terza declinazione (essione ate-
matica) come appartenenti alla prima (temi in -a-). In generale, quindi,
148
Introduzione alla linguistica storica
conviene tener presente non solo lestensione di un dato esponente ma
piuttosto la produttivit di un intero paradigma.
Estensione
del plurale
con metafonia
in tedesco
Vediamo un altro esempio ben noto di estensione analogica, che anche si
spiega in termini di produttivit di un paradigma. Parlando della metafo-
nia o Umlaut (cap. 2 par. 14.4.3) abbiamo detto che nei plurali tedeschi
questo fenomeno si trova anche in forme in cui non pu essersi vericato
per regolare mutamento fonologico, per diversi motivi. Si tratta di parole
come Baum ~ Bume, in cui la forma con lUmlaut ha sostituito lorigina-
rio plurale Baume, attestato in precedenza, oppure Kanal ~ Kanle, presti-
to entrato in tedesco in unepoca relativamente recente, molto dopo che la
regola di assimilazione della metafonia aveva operato in germanico. In
queste forme il cambiamento di timbro della vocale stato esteso per ana-
logia, perch lUmlaut, insieme con la desinenza -e (cio /@/), era stato este-
so, in quanto reinterpretato come facente parte del morfema del plurale. In
pratica, si pu dire che vi unestensione di una classe essiva produttiva,
che tende a inglobare parole provenienti da altre classi essive (Baum) o
prestiti (Kanal).
Leggi del mutamento
analogico?
A questo proposito, Kuryl
/
owicz, autore di un importante saggio sul muta-
mento analogico (Kuryl
/
owicz, 1949; vedi anche Lehmann, 1998, pp. 271-
3), ha formulato lipotesi che si possa parlare di leggi dellanalogia. Sarebbe
la prima legge sullanalogia a predire che in caso che una data categoria es-
siva possa essere segnalata da un esponente meno complesso oppure da uno
pi complesso, sar il secondo a prevalere e quindi vi sar unestensione
analogica dellesponente pi complesso anche ai contesti in cui dovrebbe
comparire quello meno complesso. Tornando allesempio dellUmlaut, il
plurale in una coppia di forme come Baum ~ Baume era segnalato in origi-
ne dalla sola desinenza -e; in altre parole che avevano unanaloga struttura
fonologica nel singolare si trovava invece lesponente pi complesso costi-
tuito da Umlaut pi -e: lestensione di questo esponente con il risultato del-
lattuale forma Bume va nella direzione individuata da Kuryl
/
owicz.
Si osservi che, pur predicendo in questo e in altri casi esiti effettivamente
attestati, le leggi sullanalogia di Kuryl
/
owicz sono formulate in termini di
singoli esponenti o al meglio di processi, e non di paradigmi.
Oltre a essere
eliminata,
lallomora
allinterno dei
paradigmi pu
essere estesa
5.3. Estensione dellallomora Il verbo italiano presenta, in caso di allo-
mora della base, una distribuzione degli allomor che segue schemi ssi
nel presente indicativo. Questi schemi allinterno dei paradigmi, che acco-
munano gruppi di forme, sono detti partizioni (vedi Pirrelli, 2000). Una
partizione particolare, che si osserva qualora si alternino un allomorfo della
base con consonante palatalizzata e uno con consonante non palatalizzata
(oppure un allomorfo con aggiunta di una velare e uno senza velare) acco-
muna prima persona singolare e terza plurale, che presentano lo stesso allo-
morfo. Osserviamo i seguenti verbi:
3. Il mutamento morfologico
149
1 sg. leggo /leggo/ spengo /spengo/ fuggo /fuggo/ salgo /salgo/
2 sg. leggi /leddZi/ spegni /spei/ fuggi /fuddZi/ sali /sali/
3 sg. legge /leddZe/ spegne /spee/ fugge /fuddZe/ sale /sale/
1 pl. leggiamo /leddZamo/ spegniamo /speamo/ fuggiamo /fuddZamo/ saliamo /saljamo/
2 pl. leggete /leddZete/ spegnete /speete/ fuggite /fuddZite/ salite /salite/
3 pl. leggono /leggono/ spengono /spengono/ fuggono /fuggono/ salgono /salgono/
Nei primi tre paradigmi, la prima singolare e la terza plurale presentano
lallomorfo senza palatalizzazione, mentre le altre forme presentano lallo-
morfo con palatalizzazione; nel presente del verbo salire la prima singolare
e la terza plurale presentano un allomorfo con laggiunta di una velare /g/
mentre le altre persone presentano lallomorfo senza velare.
Storicamente, i verbi leggere e spegnere hanno sviluppato questa allomora
in seguito a mutamenti fonologici avvenuti in conseguenza allincontro fra
la consonante della base e la vocale della desinenza: davanti a vocali ante-
riori la consonante ha subito una palatalizzazione. Nel caso di salire, lalter-
nanza era in origine diversa: anticamente, le forme della prima singolare e
della terza plurale presentavano lallomorfo della base con palatale /sal/,
mentre le altre forme non avevano la palatalizzazione. Pi tardi si forma-
to lallomorfo /salg/; questo fenomeno ha avuto luogo per numerosi verbi
(vedi Maiden, 1992, p. 147).
Il verbo fuggire, per, derivando dal latino fugere della sottoclasse in -io del-
la terza coniugazione, avrebbe dovuto avere la palatalizzazione in tutto il
paradigma: le forme latine della prima singolare e della terza plurale sono
infatti fugio e fugiunt. In altre parole, questo verbo in origine non avrebbe
dovuto presentare allomora radicale. Contrariamente a quanto capita in
casi di livellamento analogico, in cui lallomora radicale viene eliminata
per lestensione di uno degli allomor a tutto il paradigma, qui si avuto il
processo inverso: si creato un secondo allomorfo della base e si intro-
dotta lallomora in un paradigma che non la prevedeva.
Lallomora
della base
come caratteristica
di classi essive
Da uno studio approfondito dei paradigmi verbali italiani risulta che i
verbi della prima coniugazione tendono a non presentare allomora radi-
cale, come abbiamo gi osservato (cap. 3 par. 2.2), mentre quelli delle altre
due classi non solo tendono a conservarla dove presente per regolare esi-
to delle leggi fonetiche, ma tendono anche a estenderla. Questo fenomeno
comune a tutte le lingue romanze, come dimostrato da Maiden (1992).
Maiden spiega questo fatto, che dal punto di vista del mutamento analo-
gico sembrerebbe aberrante, come la tendenza dei parlanti ad associare
lallomora con qualche altro rilevante parametro morfologico: in questo
caso, lallomora associata con la coniugazione. Linvarianza reinter-
150
Introduzione alla linguistica storica
pretata come tratto costitutivo della prima coniugazione, mentre la possi-
bile allomora della base riconosciuta come caratteristica delle altre co-
niugazioni.
La frequenza
favorisce lallomora
e il suppletivismo
5.4. Quando lanalogia non agisce Dai casi visti sopra, risulta evidente che il
mutamento analogico non avviene obbligatoriamente. Che cosa fa s che
in alcuni casi lallomoa sia preservata e in altri no? Proviamo a chiederce-
lo osservando un semplice esempio.
Nelle lingue indoeuropee antiche e moderne molto frequente che il ver-
bo essere abbia temi suppletivi. Il suppletivismo un caso limite di allo-
mora: gli allomor della base del verbo essere non sono diversi fra loro
solo per accidenti fonologici ancora riconoscibili, come nel caso di muoio
~ moriamo, ma perch derivano da basi in origine diverse o perch i muta-
menti fonologici sono stati tali da rendere le basi completamente diverse.
In italiano per esempio abbiamo forme come sono, ero, , fui, fosse. Storica-
mente, le prime tre forme risalgono tutte alla stessa base indoeuropea *es- a
gradi apofonici diversi, ma gi in latino vari mutamenti fonologici avevano
avuto leffetto di rendere opaca la somiglianza fra queste forme, che erano
rispettivamente sum, eram, est: in questo caso si pu dire che lallomora
ha portato al suppletivismo. Le forme fui e fosse sono invece ancora acco-
stabili fra loro, ma ovviamente non alle prime tre, visto che gi nellin-
doeuropeo ricostruito risalgono a una base diversa, cio quella che rico-
struiamo come *b
h
u-. La situazione riscontrata in italiano sostanzialmen-
te la stessa delle altre lingue romanze.
Anche nelle lingue germaniche il verbo essere suppletivo: in tedesco per
esempio troviamo forme come bin io sono, ist , war ero. Di queste for-
me le prime due risalgono alle basi indoeuropee *b
h
u- e *es- a cui risalgono
anche le forme italiane, la terza risale a un altro verbo, che ricostruiamo
come *wes-, il cui signicato doveva essere rimanere (cfr. scr. vas ami abi-
to). In inglese il presente ha un grado di suppletivismo ancora pi alto:
forme come am, are e is, pur derivando tutte dalla base *es- non sono ricon-
ducibili oggi alla stessa base; la base *b
h
u- continua nellinnito be e nel
participio been, mentre la base *wes- continua nelle forme del preterito.
Il motivo per cui il verbo essere suppletivo risiede nel fatto che le due ra-
dici avevano valore aspettuale diverso nellindoeuropeo ricostruito; esse
continuano come verbi diversi, per esempio in greco e sanscrito. Il proble-
ma capire perch, nelle lingue indoeuropee in cui le due radici sono an-
date a integrarsi in un unico paradigma, il suppletivismo del verbo essere
si sia conservato cos a lungo. Come abbiamo gi accennato (cap. 3 par.
4.2), il motivo che favorisce il suppletivismo risiede nelluso e in particolare
nella frequenza. Non c bisogno di studi approfonditi per capire che il
verbo essere ha frequenza altissima rispetto agli altri verbi. Ci fa s che le
3. Il mutamento morfologico
151
sue forme vengano apprese immediatamente anche separatamente, senza
bisogno di una regola per derivare le une dalle altre.
In generale, osservando la nostra lingua possiamo vedere che i verbi che
presentano maggiore allomora della base sono tutti di uso molto frequen-
te: si tratta di verbi come essere, avere o andare, che sono di uso comu-
ne e in parte hanno la funzione di ausiliari. Analoghe osservazioni si posso-
no fare esaminando i cosiddetti verbi forti inglesi. Questi verbi hanno for-
me di passato che comportano alternanza vocalica o temi suppletivi, piut-
tosto che il sufsso -d degli altri verbi. Nel corso della storia dellinglese,
molti di questi verbi sono stati regolarizzati acquisendo forme di passato
con -d. Anche nel caso dellinglese, possiamo osservare che i verbi forti
sono per lo pi verbi di uso comune e molto frequenti, come i verbi di
moto, gli ausiliari e i verbi modali.
6. Il mutamento di tipo morfologico
Torniamo qui a esaminare la classicazione delle lingue in tipi morfologi-
ci, che avevamo visto nel par. 3 di questo capitolo. Abbiamo detto che se-
guendo questa classicazione possiamo dividere le lingue in tre tipi princi-
pali: isolanti, agglutinanti e fusive. Nelle lingue isolanti, il grado di analisi
massimo e al limite non esiste morfologia essiva; le lingue agglutinanti e
le lingue fusive presentano entrambe morfologia essiva, ma in quelle ag-
glutinanti i morfemi sono facilmente segmentabili e a ciascun esponente
corrisponde un solo signicato grammaticale, mentre nelle lingue fusive la
segmentazione difcile e prevale lesponenza cumulativa.
Dalla sintesi
allanalisi
Il tipo morfologico di una lingua non immutabile. Allinterno delle lin-
gue germaniche e romanze possiamo vedere che nel tempo il grado di ana-
lisi cresciuto: in inglese, per esempio, la morfologia essiva molto ridot-
ta e si osserva un forte avvicinamento al tipo isolante.
Il primo studioso a interessarsi di tipologia morfologica, Wilhelm von
Humboldt, che stato anche il creatore della terminologia ancor oggi in
uso, pensava invece che il tipo di ciascuna famiglia linguistica permanesse
immutato in tutte le lingue che vi appartenevano. Ben presto per i lingui-
sti della prima parte del xix secolo, dedicandosi allo studio della nascita
delle categorie essive, avanzarono unaltra ipotesi, cio che le desinenze
essive delle lingue indoeuropee derivassero da parole un tempo autono-
me. Questa teoria fu detta allepoca teoria dellagglutinazione; ne parlere-
mo nuovamente pi avanti (cap. 3 par. 7). Qui ci interessa solo limitata-
mente alla sua applicazione al mutamento morfologico, che troviamo siste-
matizzata nelle opere di Schleicher (met del xix secolo).
La direzione
del mutamento
Questo modo di vedere comporta una direzione ssa del mutamento tipo-
logico: nelle lingue isolanti, le parole grammaticali (pronomi, ausiliari,
pre- e posposizioni) tenderebbero a perdere la loro autonomia fonologica e
152
Introduzione alla linguistica storica
diventare morfemi legati. Rimarrebbero per a questo punto ancora ben
segmentabili dalla base: questa prima parte del mutamento porterebbe
quindi dal tipo isolante a quello agglutinante. In un secondo tempo, il mu-
tamento fonologico causerebbe difcolt di segmentazione, fenomeni qua-
li apofonia e allomora e si arriverebbe allora dal tipo agglutinante a quello
fusivo. Secondo Schleicher, il mutamento qui delineato aveva leffetto di
portare da un tipo pi semplice e primitivo a un tipo pi complesso e
avrebbe caratterizzato le fasi preistoriche dellindoeuropeo. Lindoeuropeo
ricostruito avrebbe rappresentato il tipo fusivo nella sua perfezione, mentre
le lingue indoeuropee rappresenterebbero varie fasi di decadimento.
chiaro che un modello di questo genere basato su forti componenti
ideologiche: tuttavia, lidea di unidirezionalit del mutamento non stata
del tutto abbandonata. In generale i linguisti sembrano ritenere importan-
te il fatto di poter individuare lunidirezionalit nei processi che studiano.
Per esempio, nel recente Whaley (1997, p. 138) troviamo lo schema riporta-
to in gura 1 che rappresenta i possibili mutamenti tipologici (traduzione
mia).
Il passaggio dal tipo isolante al tipo agglutinante nella gura 1 chiamato
riduzione, perch comporta la perdita di autonomia fonologica delle pa-
role grammaticali, che diventano sufssi. Si tratta in altre parole del feno-
meno che esamineremo nei paragra dedicati alla grammaticalizzazione
(vedi cap. 3 parr. 7 ss.).
Lautore scrive (p. 139) che questo schema deve essere preso come unipo-
tesi, ma la sua presa di distanza dovuta al fatto che non pu dare chiari
esempi di lingue che abbiano compiuto lintero ciclo. Non contempla
neanche la possibilit che il mutamento vada nel senso inverso: invece
esempi di passaggio dal tipo fusivo a quello agglutinante esistono, come ve-
dremo fra poco.
figura 1 I possibili mutamenti tipologici secondo Whaley (1997)
perdita morfologica
isolante agglutinante
fusione morfologica
riduzione
fusivo
3. Il mutamento morfologico
153
Nella storia delle lingue indoeuropee si assiste spesso alla diminuzione del
grado di sintesi: come abbiamo detto sopra, linglese si avvicina in buona
parte al tipo isolante. Anche altre lingue hanno perso molta morfologia
essiva: in francese, per esempio, buona parte delle forme di ciascun tempo
verbale sono omofone e le persone sono segnalate dal clitico soggetto; an-
che il plurale di molti sostantivi omofono con il singolare e il numero, in
caso di sostantivi deniti, indicato dallarticolo: le vol il furto ~ les vols i
furti /l@vol/ ~ /levol/. Notiamo qui di passaggio che il francese presenta
anche un altro mutamento in corso, cio il passaggio da un tipo sufssante
a un tipo pressante. Torneremo su questo problema nel par. 7 di questo
capitolo.
Lestone:
agglutinante
con tendenza
al fusivo
Il passaggio da agglutinante a fusivo avviene quando una lingua aggluti-
nante sviluppa caratteristiche delle lingue fusive, quali la presenza di classi
essive, lallomora della base o fenomeni di cumulo. Fra le lingue aggluti-
nanti parlate in Europa, che sono per lo pi circondate da lingue di tipo
fusivo, questo fenomeno si osserva facilmente.
Per esempio, in estone, una lingua del gruppo ugronnico, le desinenze di
numero e caso nel nome sono ormai in larga misura non pi scomponibili
in un sufsso che indica il numero e uno che indica il caso. Osserviamo i
dati riportati nella tabella 3.
tabella 3 Agglutinazione e fusione in nnico e in estone
Singolare Plurale
Finnico Estone Finnico Estone
Nominativo lippu bandiera lipp
Partitivo lippu-a lippu lippu-j-a lippe
Risulta dal finnico che la desinenza del plurale -j e quella del partitivo -a.
Mentre in finnico il partitivo plurale presenta le due desinenze separabili, in
estone troviamo una desinenza -u per il partitivo singolare e una desinenze
-e per il partitivo plurale, che non possiamo analizzare ulteriormente. In
queste forme, lestone presenta dunque esponenza cumulativa e si conforma
al tipo fusivo del latino e delle altre lingue indeouropee, piuttosto che al
tipo agglutinante delle lingue ugrofinniche (Comrie, 1983, p. 87).
Larmeno: da fusivo
ad agglutinante
Il passaggio da tipo fusivo a tipo agglutinante forse meno attestato, ma
non mancano esempi. Fra le lingue indoeuropee, sono oramai completa-
mente agglutinanti larmeno e losseto (una lingua iranica). Si tratta di lin-
gue parlate a contatto con le lingue caucasiche e con il turco, che hanno
morfologia agglutinante. Nella tabella 4 possiamo analizzare alcune forme
armene:
154
Introduzione alla linguistica storica
tabella 4 Agglutinazione in armeno
Singolare Plurale
Nominativo sel
/
an tavolo sel
/
ann-er
Ablativo sel
/
an- sel
/
ann-er-
Strumentale sel
/
an-ov sel
/
ann-er-ov
7. La grammaticalizzazione
Le forme grammaticali tendono a rinnovarsi. Questo pu essere dovuto a
vari tipi di mutamento, che portano alla scomparsa di morfemi grammati-
cali esistenti; la creazione di nuovi morfemi grammaticali si compie attra-
verso il processo normalmente noto come grammaticalizzazione.
Il futuro del latino
e delle lingue
romanze
Iniziamo con un esempio che chiarisca che cos e come pu agire la gram-
maticalizzazione. Consideriamo ancora il verbo italiano, paragonato a
quello latino. Sia in latino sia in italiano abbiamo, fra i tempi verbali, lim-
perfetto e il futuro. Fra limperfetto latino e quello italiano la corrispon-
denza evidente:
amabat habebat legebat capiebat sentiebat
amava aveva leggeva capiva sentiva
Come abbiamo gi detto, limperfetto italiano ha perso la consonante na-
le di parola, conformemente alle restrizioni sulla struttura della sillaba na-
le di parola, inoltre /b/ latina in posizione intervocalica ha dato it. /v/: a
parte questi mutamenti fonologici, limperfetto italiano continua quello
latino.
Per il futuro le cose stanno diversamente:
amabit habebit leget capiet sentiet
amer avr legger capir sentir
Osserviamo in primo luogo che il latino ha due formazioni diverse per il
futuro: una con un sufsso -b-, che caratterizza il futuro delle prime due
classi essive, e una segnalata da una speciale vocale tematica, che caratte-
rizza la terza e la quarta. Litaliano ha un tipo di formazione unico per tutti
i paradigmi e questa formazione, che comporta un sufsso -(V)r-, non
sembra poter derivare da una delle due formazioni attestate in latino.
Se allarghiamo le nostre osservazioni alle altre lingue romanze, noteremo
che la situazione simile: in spagnolo per esempio troviamo futuri come
amar e habr, simili a quelli italiani, ma non a quelli latini. In pratica, le
nostre osservazioni non possono che condurre a una conclusione: il futuro
3. Il mutamento morfologico
155
latino non continua nel futuro romanzo, che sembra avere unorigine del
tutto indipendente.
Osserviamo meglio il futuro romanzo. Abbiamo:
Italiano Spagnolo Francese
Innito: leggere Innito: leer Innito: lire
legger leer lirai
leggerai leers liras
legger leer lira
leggeremo leeremos lirons
leggerete leereis lirez
leggeranno leeran liront
Facendo astrazione da problemi graci (il grafema < h > in italiano e spa-
gnolo non rappresenta alcun fonema), possiamo fare uninteressante os-
servazione, paragonando queste forme con quelle del presente del verbo
avere:
Italiano Spagnolo Francese
ho he ai
hai has as
ha ha a
(abbiamo) hemos avons
avete habeis avez
hanno han ont
In pratica, i morfemi grammaticali che indicano il futuro sono identici,
con poche riduzioni che riguardano la seconda e in parte la prima persona
plurale, alle forme del presente del verbo avere (litaliano abbiamo la for-
ma del congiuntivo, che stata estesa allindicativo, ma osserviamo la for-
ma avemo presente nei dialetti). Il tema del futuro invece basato sullin-
nito verbale. Che cosa ha portato a questa situazione? Dobbiamo ipotizza-
re che nel latino volgare il futuro del latino classico fosse stato sostituito da
un futuro perifrastico, formato dallinnito pi lausiliare habere, del tipo
cant are habe o. Questa perifrasi in origine aveva un valore modale: il suo si-
gnicato era ho da cantare, devo cantare. In seguito, da questo valore
modale si sviluppato il valore temporale di futuro.
Perdita di signicato
lessicale nella
grammaticalizzazione
Il processo per cui un verbo come avere assume la funzione di ausiliare
gi di per s un processo di grammaticalizzazione: la grammaticalizzazione
infatti un mutamento per il quale una forma si allontana dal polo lessica-
le per avvicinarsi a quello grammaticale. Nel caso del futuro romanzo, il
verbo avere si dapprima ausiliarizzato, perdendo il suo signicato pro-
156
Introduzione alla linguistica storica
prio di possedere. In un secondo tempo, lausiliare deve essere diventato
un clitico, cio aver perso la possibilit di portare accento autonomo e
quindi lo statuto di parola fonologica. Inne, lausiliare col tempo ha perso
anche lo statuto di parola morfologica, diventando un morfema legato:
questultimo passaggio quello che ci interessa qui, ma non avviene sem-
pre in tutti i casi di grammaticalizzazione, come vedremo pi avanti.
Nascita di categorie
grammaticali
Gli studiosi che, in tutte le epoche, si sono posti il problema dellorigine
dei morfemi legati, hanno visto per lo pi la risposta in un processo di
questo genere. Allinizio del xix secolo, pi precisamente nel 1816, Franz
Bopp pubblic il volume ber das Konjugationssystem der Sanskritsprache
in Vergleichung mit jenen der griechischen, lateinischen, persischen und ger-
manischen Sprache che, oltre a essere la prima vera pietra miliare della lin-
guistica indoeuropea, conteneva la sua teoria riguardante la nascita delle
forme grammaticali. Secondo Bopp i morfemi di accordo personale del
verbo indoeuropeo sarebbero derivati da pronomi personali, mentre i vari
sufssi di tempo o aspetto sarebbero derivati da ausiliari che, come avere
nelle lingue romanze, si sarebbero ridotti fonologicamente e fusi col tema
del verbo principale.
Le dimostrazioni di Bopp erano in qualche caso convincenti, in molti casi
per apparivano non ben motivate e inverosimili; pertanto esse furono pre-
sto abbandonate. Nel 1912 Antoine Meillet richiam, con maggior rigore
scientico, lattenzione sullimportanza della grammaticalizzazione (il ter-
mine suo) nel rinnovamento delle categorie grammaticali. Gli studi sulla
grammaticalizzazione hanno avuto una particolare oritura a partire dagli
anni Ottanta del secolo scorso, soprattutto grazie allallargamento della
prospettiva anche a lingue non indoeuropee.
Lesempio del futuro romanzo interessante anche perch secondo alcuni
studiosi anche il futuro latino avrebbe avuto, in parte, origine analoga. Tor-
nando alle forme di futuro elencate sopra, vediamo che alcune di esse com-
portano un suffisso -b-: si tratta di amabit e habebit e, pi in generale, del fu-
turo delle prime due coniugazioni. Questo suffisso potrebbe forse risalire
alla radice *b
h
u- del verbo essere indoeuropeo: secondo questa ricostruzio-
ne, si sarebbe dapprima formato un futuro perifrastico, con ausiliare essere;
in un secondo tempo lausiliare avrebbe perso lautonomia fonologica e sa-
rebbe diventato dapprima un clitico e in un secondo tempo un suffisso, esat-
tamente come capitato per lausiliare avere nel futuro romanzo.
Il condizionale nelle
lingue romanze:
la creazione
di una nuova
categoria essiva
Accanto al futuro le lingue romanze presentano poi un modo verbale che
non esisteva in latino, il condizionale. Anche il condizionale si formato
per grammaticalizzazione di forme perifrastiche formate dallinnito con il
verbo avere. Le lingue romanze attestano diverse formazioni: sia con lim-
perfetto, testimoniato dallo spagnolo leeria leggerei, leggerebbe, sia con
il perfetto (passato remoto italiano) come nellitaliano leggerebbe. Nel caso
3. Il mutamento morfologico
157
del condizionale la grammaticalizzazione non ha come effetto la sostituzio-
ne, o rinnovamento, di una categoria essiva, ma la creazione di una cate-
goria nuova: in latino il signicato espresso dal condizionale romanzo era
infatti uno dei signicati del congiuntivo.
La formazione del futuro e del condizionale nelle lingue romanze dimostra
anche che il mutamento tipologico intercorso fra latino e romanzo ha avu-
to esiti diversi: nel caso del nome si andati verso un maggior grado di
analisi (il nome latino ha i casi, quello delle lingue romanze no), mentre
nel caso del verbo le cose non sono cos semplici. In un primo tempo infat-
ti si sono create numerose forme analitiche, con nuovi ausilari; pi tardi al-
cune di queste forme divennero sintetiche. Pertanto, nel passaggio dal lati-
no volgare al romanzo assistiamo in certa misura anche a un aumento del
grado di sintesi per il verbo.
Altri esempi di
grammaticalizzazione
nelle forme verbali
delle lingue
indoeuropee
Questo non lunico caso di grammaticalizzazione di un ausiliare che si
tenta di ricostruire nella linguistica indoeuropea. Anche il preterito in den-
tale delle lingue germaniche (cosiddetto preterito debole, vedi cap. 3 par.
8.6) viene fatto risalire a un ausiliare, basato sulla radice *d
h
e- del verbo
fare (o mettere) indoeuropeo. Inoltre, il sufsso -ax- dellimperfetto del-
lo slavo ecclesiastico pare risalga a una forma ausiliare dalla radice *es- del
verbo essere che pure si grammaticalizzata.
I clitici soggetto
del francese
Abbiamo notato nel paragrafo precedente che il francese moderno presenta
un inizio di mutamento da un tipo con morfologia basata sulla sufssazio-
ne a un tipo con morfologia prevalentemente basata sulla pressazione.
Confrontiamo il verbo italiano con quello francese:
parlo je parle
parli tu parles
parla il parle
In italiano le tre forme verbali sono distinte dal suffisso flessivo, mentre
in francese la distinzione indicata dal clitico soggetto, che infatti ob-
bligatorio. I clitici soggetto costituiscono una parola fonologica con la
forma verbale a cui si appoggiano. Nel caso del francese non possiamo
ancora parlare di morfologia con prefissazione, dato che si tratta appunto
di clitici e non di veri morfemi legati (possiamo, anche se limitatamente,
inserire altro materiale fra il clitico e il verbo: je ne parle pas non parlo,
mentre in italiano non possiamo dire *parl-non-o). Tuttavia, questi clitici
derivano da antichi pronomi tonici e questo ci fa pensare che, come nel
caso dellausiliare avere per il futuro, essi potranno un giorno diventare
morfemi legati. In questo caso, il verbo francese avr di nuovo forme sin-
tetiche morfologicamente distinte, ma questa distinzione avverr attra-
158
Introduzione alla linguistica storica
verso prefissi, anzich, come in latino e nella maggior parte delle altre
lingue romanze, attraverso suffissi.
scheda 1 Grammaticalizzazione e rianalisi
I casi di grammaticalizzazione che abbiamo visto comportano la reinterpretazione
di una certa forma: per esempio, nella formazione del futuro romanzo il verbo ave-
re viene reinterpretato come indicatore di tempo, piuttosto che come verbo lessi-
cale con il signicato di possedere. Questo processo di reinterpretazione viene
detto pi correttamente rianalisi (vedi Ramat, 1984). La rianalisi non limitata al
mutamento morfologico o alla grammaticalizzazione, ma un fenomeno importan-
tissimo per il mutamento linguistico in generale. Molto spesso il mutamento avvie-
ne quando una certa struttura pu essere analizzata dai parlanti in due maniere
differenti: una quella originale e laltra linnovazione. Esaminiamo qui meglio il
processo di rianalisi nella formazione degli ausiliari dal latino alle lingue romanze
e prendiamo in esame in particolare la formazione del passato composto (in italia-
no passato prossimo), del tipo sono andato, ho mangiato. Questo passato unin-
novazione rispetto al latino, lingua in cui esisteva solo il perfetto con entrambi i si-
gnicati che in italiano veicolano da un lato il passato remoto e dallaltro il passato
prossimo. In latino, gi molto anticamente, troviamo frasi che contengono il verbo
avere e un participio predicativo riferito alloggetto del verbo avere, come nel se-
guente esempio di Plauto:
[i] nihil opust nobis ancilla nisi quae texat , [...].
niente servire:3sg noi:dat serva:nom se + non rel.nom.f tessere:cong.prs.3sg
habeat cottidianum familiae coctum cibum
avere:cong.prs.3sg quotidiano:acc famiglia:dat cuocere:part.acc cibo:acc
non abbiamo bisogno di una serva a meno che non tessa [...] e abbia la cena
pronta per la famiglia ogni sera (Pl. Merc. 396-398).
Qui sintatticamente troviamo la seguente struttura:
[i] [
sv
[
v
habeat] [
sn
[
n
cibum] [
agg
coctum]]]
Nella frase italiana
[ii] Maria ha cucinato la cena per i genitori
la struttura invece
[ii] [
sv
[
sv
[
aus
ha] [
v
cucinato]] [
sn
la cena]]
In italiano anche il fatto che il participio non concordi con loggetto diretto (nello
standard non diciamo infatti ha cucinata la cena) un indicatore del fatto che il
participio non appartiene al costituente oggetto ma parte della forma verbale. Il
passaggio dalla struttura latina a quella italiana possibile perch la prima viene
rianalizzata come avente la struttura della seconda. Il segno dellavvenuta rianalisi
la comparsa della struttura in contesti in cui il verbo avere non pu pi avere il
suo signicato di possedere, come per esempio in:
3. Il mutamento morfologico
159
[iii] Ho visto un bambino,
che non pu essere parafrasato con:
[iii] ??Ho un bambino (che stato) visto,
oppure con verbi intransitivi, come ho camminato, ho telefonato.
In italiano le due strutture possono essere distinte dalla posizione del participio.
Diverso dire:
[iv] Ho un posto prenotato,
da:
[iv] Ho prenotato un posto.
Abbiamo introdotto qui il concetto di rianalisi perch la rianalisi avviene nella
maggior parte dei casi di grammaticalizzazione; come vedremo, esso particolar-
mente rilevante per il mutamento sintattico (cap. 5).
Cambio di classe
lessicale
7.1. Possibili processi di grammaticalizzazione e loro risultati Abbiamo detto
che la grammaticalizzazione consiste nellacquisizione da parte di una for-
ma lessicale di una funzione grammaticale. Anche le forme grammaticali
possono grammaticalizzarsi ulteriormente. Se torniamo allesempio del-
lausiliarizzazione di avere vediamo che il primo passo della grammatica-
lizzazione cambia classe lessicale allelemento interessato: il verbo avere,
entra in un gruppo particolare di verbi, gli ausiliari, che sono caratterizzati
proprio dal fatto di non veicolare un signicato lessicale, ma piuttosto un
signicato grammaticale.
Il cambio di classe lessicale o transcategorizzazione un fenomeno tipico
nella grammaticalizzazione. Normalmente, un elemento di una classe
aperta (come le classi dei nomi, dei verbi, degli aggettivi o degli avverbi)
passa a una classe chiusa. Le classi chiuse contengono elementi lessicali che
hanno signicato grammaticale, piuttosto che lessicale, come le adposizio-
ni (pre- o posposizioni), le congiunzioni o gli articoli. Si tratta quindi di
parole che hanno afnit con i morfemi legati, come dimostrato anche dal
fatto che queste parole non portano accento proprio (sono clitici, vedi cap.
3 par. 2.1) e non sono quindi parole fonologiche.
Creazione di classi
lessicali
Un processo di grammaticalizzazione pu agire sul sistema di parti del di-
scorso in maniera ancor pi radicale, creando una nuova classe lessicale.
Per esempio, sappiamo che in latino non esisteva larticolo, mentre questo
esiste nelle lingue romanze. In particolare gli articoli determinativi deriva-
no da pronomi dimostrativi. Analogamente, larticolo delle lingue germa-
niche deriva da un precedente dimostrativo (vedi Ramat, 1984). La tran-
scategorizzazione in questo caso ha avuto come risultato la creazione di
una nuova classe lessicale. Nella misura in cui anche il tipo di parole (cio
le classi lessicali) esistenti in una lingua sono oggetto di studio della morfo-
logia, anche la creazione di nuove classi lessicali o il cambio di classe costi-
tuiscono un tipo di mutamento morfologico.
160
Introduzione alla linguistica storica
7.2. Grammaticalizzazione e morfologia derivazionale I processi di grammati-
calizzazione possono essere studiati anche nel campo della morfologia deri-
vazionale, che nora abbiamo lasciato fuori dalla discussione. Capita fre-
quentemente che forme lessicali si grammaticalizzino e niscano per dare
luogo a morfemi derivazionali.
Avverbi di modo Questo fenomeno pu essere esemplicato sulla base di numerose lingue
nella creazione degli avverbi di modo. In italiano il morfema che forma
questo tipo di avverbi -mente, che troviamo in parole come chiaramente,
magnicamente, allegramente, felicemente. Questo sufsso, che con le debi-
te differenze presente in tutte le lingue romanze, deriva dallablativo della
parola latina mens, gen. mentis mente. Il caso ablativo in latino poteva es-
sere usato in espressioni di modo e lablativo di questa parola, accompa-
gnato da un aggettivo, era venuto a signicare con una certa disposizione,
con un certo atteggiamento: cos felice mente avr signicato con atteggia-
mento felice. Il nome poi diventato un sufsso, ma la forma in cui si pre-
senta ancora in italiano la base per la derivazione, cio il femminile dellag-
gettivo, tradisce la sua origine: infatti, la parola mens era femminile e la
base italiana per la derivazione degli avverbi in -mente continua lablativo
dellaggettivo femminile.
Altri casi analoghi si possono trovare nelle lingue germaniche. Il sufsso
degli avverbi di modo, -ly in inglese e -lich in tedesco, deriva per grammati-
calizzazione dal sostantivo germanico *lika corpo forma, che in ablativo
era ventuo a signicare in una certa forma.
8. Le classi essive dellindoeuropeo
Macroclassi essive
dellindoeuropeo
ricostruito
8.1. Flessione atematica e tematica Nelle lingue indoeuropee antiche abbia-
mo, sia per il nome sia per il verbo, le tracce pi o meno ben conservate di
due macroclassi essive, cio la essione atematica e quella tematica, che
siamo soliti ricostruire per lindoeuropeo. In generale, la essione tematica
ritenuta di origine pi recente e rappresenta la classe produttiva, sia per il
nome sia per il verbo. La essione tematica ha il vantaggio che linserzione
di una vocale fra morfema lessicale e morfema grammaticale evita il possi-
bile incontro di consonanti, incontro che spesso d luogo a semplicazioni
creando quindi allomora. Si confrontino per esempio le forme di nomi-
nativo greco:

odos odo yq dente, base odont- pi desinenza del nominativo -s, da-
vanti alla quale cadono le consonati -nt- e la vocale subisce un allungamen-
to di compenso. Il genitivo odntos od ontoq (odnt-os): si sono dunque
creati due allomor della base, di cui uno compare nel nominativo singola-
re e nel dativo plurale (odosi odo

ysi), mentre il secondo compare in tutte


le altre forme;

pntos p ontoq mare, base pont- pi vocale tematica -o- pi desinenza


3. Il mutamento morfologico
161
del nominativo -s; lallomorfo della base rimane lo stesso in tutta la essio-
ne, vedi p. e. gen. pntou p ontoy. Questa radice compare anche in latino,
dove segue per la essione atematica: nom. pons; gen. pont-is, anche in la-
tino vediamo che nella essione atematica tendono a crearsi allomor di-
versi della base.
La parola
indoeuropea
La struttura della parola indoeuropea comporta una base o radice, normal-
mente ricostruita come monosillabica, a cui seguono altre tre posizioni:
a) sufsso o sufssi derivazionali;
b) vocale tematica;
c) morfema essivo.
Solo la posizione c) obbligatoriamente riempita (ovviamente per parti del
discorso variabili e tranne pochi casi di forme a desinenza , come qualche
imperativo o vocativo; vedi cap. 3 parr. 8.3 e 8.5); la posizione b) riempita
nella essione tematica e la posizione a) riempita nei derivati.
8.2. Processi morfologici Oltre alla sufssazione, si ricostruiscono per lin-
doeuropeo altri tipi di processi morfologici:

pressazione (solo per il verbo);

apofonia;

inssazione (solo per il verbo).


Pressi essivi Si ricostruiscono due pressi verbali di tipo essivo, cio laumento e il
raddoppiamento. Laumento attestato solo in poche lingue indoeuropee:
lindoiranico, il greco e larmeno. Si tratta di un presso che possiamo rico-
struire come *e- (troviamo per esempio e- in greco e a- in sanscrito), che si
premette a imperfetto e aoristo nellindicativo per dare il valore di passato.
Si considerino per esempio: *b
h
u- radice del verbo essere, sanscrito bhav a-
mi, presente, abhavam, imperfetto, abh uvam, aoristo (per il greco, vedi
cap. 3 par. 8.6). Al di fuori di queste lingue non ci sono che scarse tracce di
aumento, per cui non chiaro se questo tipo di presso si pu ricostruire
per lindoeuropeo, o se non debba essere considerato uninnovazione co-
mune nelle lingue che lo presentano.
Il raddoppiamento usato per formare il tema del perfetto e per alcuni
presenti. un presso produttivo soprattutto in greco e indoiranico, lin-
gue in cui il tema del perfetto sistematicamente formato con il raddop-
piamento; le altre lingue ne conservano comunque traccia. Al contrario
dellaumento, lo si pu quindi ricostruire per la fase comune dellindoeu-
ropeo: le lingue che lhanno perso, per esempio il latino (che ne conserva
solo tracce), devono in buona parte la sua scomparsa alla ristrutturazione
del sistema verbale, che non oppone tre temi aspettuali (presente/aoristo/
perfetto), ma solo due. Il raddoppiamento un presso che contiene la
prima consonante della base e una vocale. Abbiamo gi parlato del raddop-
piamento (cap. 2 par. 6.3), a proposito della legge di Grassmann: quando
un tema verbale iniziava per consonante aspirata, il raddoppiamento in
162
Introduzione alla linguistica storica
greco e sanscrito conteneva la corrispondente consonante non aspirata.
Inoltre, osserviamo che nel caso dei verbi che iniziavano con due conso-
nanti, solo una era contenuta nel raddoppiamento. Nel caso di verbi che
incominciano con una vocale il raddoppiamento aveva leffetto di allunga-
re la vocale iniziale. Do qui di seguito alcuni esempi:

*st(h)eh
2
- radice indoeuropea del verbo stare gr. base st a- presente
raddoppiato ionico-attico: hstemi sthemi ( < *sist ami con /s/ > /h/ / #_ e,
limitatamente allo ionico-attico, /a:/ > /E:/); scr. base sth a- presente rad-
doppiato ti
.
s
.
thati: in sanscrito si fonologizza lallofono aspirato della occlu-
siva dentale sorda; il raddoppiamento contiene in ciascuna lingua una sola
delle due ostruenti: in greco la fricativa /s/ (che > /h/ / #_) e in sanscrito
locclusiva, che perde laspirazione per la legge di Grassmann (vedi cap. 2
par. 6.3);

*g
w
em/g
w
om- radice indoeuropea del verbo venire gr. base con temi
suppletivi ban-/ba- presente bano ba nv perfetto bbeka b ebhka (il perfet-
to formato con aggiunta del sufsso -k-, davanti al quale si ha allunga-
mento della vocale radicale); scr. base gam- aoristo gamam perfetto jag a-
ma (con esito /dZ/ della labiovelare sonora davanti alla vocale */e/ indoeu-
ropea del raddoppiamento e esito /g/ della stessa labiovelare davanti alla
vocale della radice a grado */o/);

*h
2
eg- radice indoeuropea del verbo condurre gr. base ag- presente g o
agv perfetto attivo kha

hxa medio gmai

hgmai (la forma dellattivo com-


porta unaspirazione della velare davanti alla desinenza; la velare sonora
visibile davanti alla desinenza -mai del medio; lallungamento di /a/ in io-
nico-attico ha lesito /E:/). In sanscrito questa base non ha forme di perfet-
to, che sono invece formate su una base suppletiva.
Lalternanza
vocalica:
un fenomeno
morfofonologico
Lapofonia o alternanza vocalica, di cui abbiamo trattato (cap. 2 par. 9),
un fenomeno morfofonologico causato in origine dallo spostamento del-
laccento, per il quale la vocale radicale cambia timbro o quantit. Essa
conservata produttivamente soprattutto in sanscrito, lingua in cui ha la
funzione principale di differenziare i temi aspettuali del verbo. Inoltre, sia
per i nomi sia per i verbi, entrambi se appartenenti alla essione atematica,
il grado apofonico distingue il cosiddetto tema forte da quello debole. Il
tema forte quello accentato, che comporta il grado pieno della vocale ra-
dicale, mentre il tema debole, che comporta il grado o ridotto, compare
quando laccento cade sul sufsso. Abbiamo un esempio di questa alter-
nanza nella tabella 2 a p. 145 con la essione del sostantivo dan dente.
Linsso nasale Linfissazione consiste nellaggiunta di un affisso allinterno della radice.
La troviamo nella formazione del presente di qualche verbo latino, come
(re)linquo: qui alla radice */lik
w
/, attestata nel perfetto (re)liqui, stato ag-
giunto un infisso -n- prima dellultima consonante. Gi in latino questo pro-
cesso non era pi produttivo. In sanscrito pure troviamo una classe di verbi
che formano il tema del presente con linfisso nasale: yuj- radice del verbo
3. Il mutamento morfologico
163
congiungere presente yunajmi, yu njmas, aoristo ayujat, cfr. lat. iungo, che
per ha esteso il tema con infisso nasale anche al perfetto: iunxi ( < *iung-s-i
dove -s- lo stesso suffisso che forma in greco laoristo sigmatico).
Due classi essive 8.3. La essione del nome Nella tabella 5 vediamo le desinenze che si pos-
sono ricostruire per le due classi essive (non ho inserito qui le desinenze
speciche del nominativo/accusativo neutro, sulle quali vedi pi avanti):
tabella 5 Le desinenze della essione nominale nellindoeuropeo ricostruito
Caso Singolare Plurale
Flessione atematica Flessione tematica Flessione atematica Flessione tematica
Nominativo - s, - os - es - os
Genitivo - os/- es - os(j)o - om - om
Dativo - ei - oi - b
h
(j)os/- mos - b
h
(j)os/- mos ?
Accusativo -
.
m - m -
.
ns - ons
Vocativo - e - es - os
Strumentale - e - o - b
h
i - - ois
Ablativo = gen - ot - b
h
(j)os/- mos - b
h
(j)os/- mos ?
Locativo - i - oi - su/- si - oisu/- oisi
Vocativo - e = nom = nom
(La tabella basata su Szemernyi, 1985, e Watkins, 1997).
La essione atematica comprende non solo i nomi in consonante, ma an-
che quelli in -i- e -u-, in origine semivocali, che poi nelle lingue indoeuro-
pee hanno spesso dato origine a classi essive separate, venendo interpreta-
te come vocali tematiche.
evidente che alcune delle desinenze della essione tematica risultano dal-
la fusione della vocale tematica con una desinenza della essione atematica:
per esempio, la desinenza *-os del nominativo singolare deriva da *-o-s,
mentre la desinenza *- os del nominativo plurale deriva da *-o-es. Ci per
non vero per tutte le desinenze: per esempio, il genitivo singolare e lo
strumentale plurale presentano nella essione tematica desinenze che non
sembrano derivare da quelle della essione atematica.
La nascita di una
terza classe essiva
Come vedremo meglio nel cap. 4, un gruppo di sostantivi originariamente
appartenenti alla flessione atematica era formato con un suffisso *-h
2
, che
nelle lingue indoeuropee compare come -a (per lo pi /a:/, derivante dallag-
giunta di /h
2
/ alla vocale /e/; per il greco vedi il par. 8.4). Questo suffisso ave-
va diverse funzioni, fra cui una era quella di segnalare il genere femminile.
164
Introduzione alla linguistica storica
Vedremo che nelle lingue indoeuropee i sostantivi con questo suffisso hanno
avuto sorti diverse per quanto riguarda la classe flessiva di appartenenza.
Il vocativo non ha desinenza specica: per la essione atematica, la forma
di vocativo presenta desinenza ; la desinenza -e della essione tematica
la stessa vocale tematica a grado /e/.
Alle desinenze elencate sopra bisogna aggiungere la desinenza -a, anchessa
derivata da *-h
2
, del nominativo/accusativo plurale neutro. Nel singolare,
il nominativo e laccusativo del neutro sono anche sistematicamente uguali
in tutti i paradigmi. Per la essione atematica, il nominativo/accusativo
neutro singolare non presenta desinenza (ha cio ), mentre per la essio-
ne tematica si estende la forma *-om dellaccusativo singolare del genere
non-neutro
3
.
8.4. Evoluzione delle classi essive del nome In questo paragrafo e in cap. 3
par. 8.6 vedremo alcune tendenze nellevoluzione delle classi essive nelle
principali lingue indoeuropee. chiaro che non possiamo qui esaminare in
dettaglio tutti i paradigmi, neanche di un numero limitato di lingue: per-
tanto mi limiter a segnalare alcune linee di sviluppo attestate in misura
diversa nella maggior parte delle lingue storiche, che possono comunque
servire da esemplicazione per le modalit seguite dal mutamento allinter-
no dei paradigmi essivi. Le mie osservazioni sono limitate a greco, san-
scrito, latino, germanico e slavo.
Nelle principali lingue indoeuropee assistiamo a vari processi che compor-
tano la riorganizzazione delle classi essive indoeuropee. Le tendenze prin-
cipali che possiamo osservare in misura diversa in varie lingue sono due:
a) eliminazione della essione atematica;
b) crescente legame delle classi essive con la propriet extramorfologica
del genere.
Convergenza
dei nomi in /a:/
con la essione
tematica
Per quanto riguarda la prima tendenza, possiamo osservare che in generale
la vocale /a:/ risultante dal sufsso *-h
2
viene reinterpretata in varie lingue
come vocale tematica. Questo comporta, per esempio in latino e greco, un
avvicinamento dei temi in - a- alla essione dei temi in -o-.
Vediamo in concreto come questo si pu osservare attraverso levoluzione
delle classi essive in greco. Nella variet di greco pi antica che conoscia-
mo, il miceneo, i nomi in -a- (lunga o breve) presentano chiare afnit con
la essione atematica. Per esempio, sia i nomi in -a- sia quelli atematici
hanno una desinenza dello strumentale plurale notata nel sillabario mice-
neo come < pi > , che risale alla desinenza *-b
h
i- della essione atematica
indoeuropea, mentre i nomi in -o- presentano per lo strumentale plurale
una desinenza scritta < o > , che risale alla desinenza indoeuropea *-ois del-
3. Uso qui il termine non-neutro per motivi che si chiariranno con la discussione dedicata al
genere nel cap. 4.
3. Il mutamento morfologico
165
lo strumentale plurale della essione tematica (la graa micenea, molto di-
fettosa, rappresenta appunto la forma -ois). Il dativo plurale era -oisi per la
essione tematica e -si per quella atematica, compresi i temi in -a-.
Nelle variet greche di epoca posteriore il caso strumentale scomparso e si
fuso con il dativo. In particolare, nellattico letterario del v secolo trovia-
mo la seguente situazione: nel plurale della essione atematica, il dativo
presenta la desinenza -si, cio la stessa che aveva in miceneo, mentre i nomi
in -o- hanno sostituito la desinenza del dativo plurale con quella dello stru-
mentale e presentano quindi -ois. Si vedano per esempio gps g yc avvol-
toio, essione atematica, dativo plurale gups gyc e nthr opos anwrvpoq
uomo, essione tematica, dativo plurale anthr

opois anwr vpoiq. I nomi in


-a- presentano un dativo plurale -ais, che non deriva n dallantico stru-
mentale, n dallantico dativo, ma una formazione analogica sulla desi-
nenza -ois dei nomi in -o-. Si vedano kh

ora x vra regione kh

orais x vraiq
dativo plurale. In sostanza, la vocale /a/ stata reinterpretata come vocale
tematica e il paradigma dei nomi in -a- si avvicinato a quello dei nomi in
-o-, allontanandosi dalla essione atematica.
In latino i nomi della essione atematica in -i e in consonante danno luogo
alla terza declinazione, i nomi in -u e in -e/i alla quarta e alla quinta rispet-
tivamente. I nomi della quarta tendono a spostarsi verso la essione tema-
tica (seconda declinazione) e diventare nomi in -o-: infatti in italiano i
nomi della quarta declinazione latina sono diventati per lo pi uguali a
quelli della seconda.
I nomi in - a-
e il genere
femminile
Quanto invece al crescente legame fra classi tematiche e genere, osserviamo
che questo un fenomeno che risulta da una tendenza a legare le classi es-
sive a propriet extramorfologiche, dando loro una maggiore motivazione.
Anche questa seconda tendenza legata in parte ai nomi originariamente
formati con *-h
2
. I nomi di questo gruppo, che, come abbiamo visto, com-
paiono nelle lingue indoeuropee per lo pi come nomi in - a-, avevano gi
in origine una particolarit per quanto riguarda il genere: essi infatti erano
in grande misura femminili e in piccola parte maschili (solo con referenti
animati), ma mai neutri, mentre i nomi in -o- e quelli della essione ate-
matica potevano essere maschili, femminili o neutri con qualunque tipo di
referente. La prevalenza di femminili fra i termini in - a- fece s che in varie
lingue la classe stessa fosse riconosciuta come caratteristica del femminile.
In sanscrito per esempio i pochi maschili passarono alla classe in -a- (che
corrisponde a quella dei tempi in *-o- indoeuropei); inoltre, dato che lallun-
gamento della vocale fu reinterpretato come segnale del femminile, si svilup-
p anche una classe in -- di femminili: si vedano per esempio coppie come
v
.
rka
.
h lupo, tema in -a- maschile, ~ v
.
rk lupa, tema in -- femminile.
Un fenomeno analogo si osserva nelle lingue germaniche, in cui i nomi in
-a- (nomi in *-o- indoeuropei) sono tutti maschili, mentre i nomi in - o-
(nomi in *- a- indoeuropei) sono tutti femminili. Naturalmente, in sanscri-
166
Introduzione alla linguistica storica
to come in germanico la essione atematica contiene nomi dei tre generi,
maschili, femminili e neutri.
In latino, i temi in -o- (seconda declinazione) sono di tutti e tre i generi:
abbiamo per esempio lupus lupo, maschile, populus pioppo, femminile, e
verbum parola, neutro. I nomi in - a- (prima declinazione) sono in mag-
gioranza femminili, ma in parte anche maschili (solo con referenti anima-
ti): rosa rosa, femminile, agricola contadino, maschile. I nomi della terza
declinazione sono dei tre generi: mons, montis monte, maschile, lux, lucis
luce, femminile, caput, capitis testa, neutro.
In italiano troviamo invece un maggior legame delle classi essive con il
genere: in particolare, i nomi del tipo lupo ~ lupi o pioppo ~ pioppi, che
derivano dalla seconda declinazione latina, sono maschili (lunica eccezio-
ne mano ~ mani, che per deriva dalla quarta), i nomi del tipo rosa ~
rose, che derivano dalla prima declinazione latina, sono femminili e si for-
mata una classe essiva particolare per i maschili in -a, anchessi derivanti
dalla prima declinazione: poeta ~ poeti. I nomi che derivano dalla terza de-
clinazione latina possono essere maschili o femminili: monte ~ monti, ma-
schile, luce ~ luci, femminile (sulle classi essive del nome italiano, vedi
DAchille, Thornton, 2003).
In greco il legame fra classe essiva e genere si sviluppato allinterno dei
temi in - a-. In greco i temi in -a- erano di due tipi: temi in vocale lunga e
temi originariamente formati con il sufsso *-ja e che presentano una vo-
cale breve. I primi corrispondono ai temi in - a- delle altre lingue indoeuro-
pee e potevano essere in origine femminili o maschili; i secondi sono solo
femminili. Gi in miceneo, i maschili in - a- (tutti con referenti animati)
presentano un genitivo distinto dai femminili, derivante dal genitivo sin-
golare dei temi in -o-. In greco classico troviamo fra i temi in - a- una divi-
sione: i maschili hanno nominativo in - as e genitivo in -ou, mentre i fem-
minili hanno nominativo in - a e genitivo in - as. Ricordando che in ionico-
attico spesso troviamo /a:/ > /E:/ (cio < h > , trascritto < e > ), abbiamo:
poiet

es poiht hq poeta:nom maschile; poieto u poihto

y poeta:gen ma-
schile; aret

e aret h virt:nom arets aret

hq virt:gen femminile.
Fondamentale per lassociazione dei temi in -a- con il femminile e dei temi in
-o- con il maschile stato lo sviluppo dellaccordo con laggettivo. Molte lin-
gue indoeuropee lasciano ricostruire due classi di aggettivi, di cui la prima se-
gue la flessione tematica e la seconda segue, in misure diverse, la flessione ate-
matica. Nellambito della flessione degli aggettivi, il suffisso *-h
2
stato usato
come suffisso di femminile e quindi gli aggettivi in -a- sono sempre solo fem-
minili. Ci ha creato classi di accordo nelle quali era automatica lassociazio-
ne di genere con un tipo di classe flessiva, per lo meno nellaggettivo.
Nello slavo ecclesiastico i nomi si dividono in cinque classi essive, di cui
le prime quattro tematiche. La classe atematica ridotta e tende a perdere
membri. Le prime due classi, in -a/ja- e in -o/jo- si dividono al loro interno
3. Il mutamento morfologico
167
in sottoclassi, in base al fatto che la consonante che precede la vocale tema-
tica sia palatalizzata o non lo sia. Le restanti due classi, temi in - u- e temi in
--, derivano dalla declinazione atematica indoeuropea: come avviene in al-
tre lingue, per esempio il latino, lantica semivocale nale della radice si
vocalizzata ed stata reinterpretata come vocale tematica.
Creazione
di una quarta classe
di accordo in slavo
Il legame fra classi essive e genere parziale: i temi in -a/ja- sono per lo
pi femminili, ma rimane un piccolo numero di nomi maschili con refe-
renti animati di sesso maschile; i temi in -o/jo- sono tutti maschili o neutri,
mentre i nomi appartenenti alle altre classi essive possono essere di uno
qualunque dei tre generi.
Si assiste nello slavo ecclesiastico a un fenomeno completamente compiuto
nelle lingue moderne, cio alla creazione di un quarto genere o per lo
meno una quarta classe di accordo. Allinterno della essione in -o/jo- i
maschili tendono a differenziarsi in due gruppi: maschili con referente ina-
nimato, che hanno il nominativo uguale allaccusativo, e maschili con refe-
rente animato, che estendono allaccusativo la desinenza del genitivo. Dato
che la essione dellaggettivo segue il tipo tematico in -a/ja- per il femmi-
nile e in -o/jo- per il maschile e neutro, le classi di accordo risultanti sono le
seguenti (esempi dal russo):
tabella 6 Classi di accordo in russo
Maschile animato Maschile inanimato Femminile Neutro
Nominativo drug milyj
y
amico caro
stol visokij

tavolo alto
podruga milaja
yg
amica cara
mesto dalekoe

luogo lontano
Accusativo druga milogo
yg
stol visokij

podrugu miluju
yy y
mesto dalekoe

Genitivo druga milogo
y
stola visokogo

podrugi miloj
y
mesta dalekogo

Forma breve e forma
lunga dellaggettivo
slavo
Lo slavo presenta poi una particolarit nella formazione degli aggettivi. Come
nelle lingue germaniche, laggettivo slavo pu presentarsi in forme diverse a
seconda della funzione attributiva o predicativa, dette nelle grammatiche for-
ma lunga e forma breve. La particolarit dello slavo che in origine laggettivo
di forma lunga (attributivo) era costituito dallaggettivo di forma breve a cui
si aggiungeva un pronome clitico con radice j-: *dobr u + j buono maschile
dobra + ja femminile dobro + je. In slavo ecclesiastico entrambe le forme si
flettevano; nelle lingue moderne, lincontro del clitico con la desinenza del-
laggettivo ha dato luogo a vari fenomeni di semplificazione o assimilazione,
ma in parte le due forme flesse sono ancora riconoscibili, come nelle forme
del nominativo e dellaccusativo singolare dellaggettivo femminile (russo in-
168
Introduzione alla linguistica storica
teresna-ja, interesnu-ju interessante). Tuttavia, queste forme non sono pi
analizzabili come contenenti laggettivo pi il clitico: si sono create quindi
nuove desinenze flessive specifiche degli aggettivi di forma lunga.
Verbi tematici
e atematici
8.5. La essione del verbo Le tabelle 7 e 8 mostrano le desinenze ricostruite
per lattivo e il medio (vedremo nel cap. 4 il valore esatto di questi termini)
per il singolare e per il plurale. La tabella 7 contiene le cosiddette desinenze
secondarie, che sono in realt le pi antiche. Esse appartenevano alla es-
sione atematica; nelle lingue indoeuropee che le hanno conservate hanno
dato luogo alle desinenze dei tempi passati, sia atematici, sia tematici. Nel
primo caso, troviamo queste desinenze aggiunte direttamente alla radice,
nel secondo invece le troviamo precedute da una vocale /o/ davanti a nasa-
le e /e/ altrove. Per comodit la tabella 7 elenca le desinenze secondarie an-
che con la vocale tematica.
tabella 7 Le desinenze secondarie del verbo nellindoeuropeo ricostruito
Attivo Medio
Flessione atematica Flessione tematica
1 singolare - m - o- m - h
2
a
2 singolare - s - e- s - so
3 singolare - t - e- t - (t)o
1 plurale - me ? - o- me ?
2 plurale - te ? - e- te ?
3 plurale - nt - o- nt - nto
Le desinenze primarie (tab. 8) sono formate su quelle secondarie con ag-
giunta della particella -i, in origine un deittico che serviva per indicare tem-
po presente. Si tratta di desinenze in origine usate per la flessione atematica.
tabella 8 Le desinenze primarie della essione atematica del verbo nellindoeuropeo
ricostruito
1 singolare - mi - ai , - mai
2 singolare - si - soi
3 singolare - ti - toi
1 plurale - me ?
2 plurale - te ?
3 plurale - nti - ntoi
(La tabella basata su Szemernyi, 1985, e Watkins, 1997).
3. Il mutamento morfologico
169
Le forme del medio sono altamente ipotetiche; inoltre la ricostruzione delle
desinenze primarie si rif a uno strato pi recente della ricostruzione rispet-
to alle desinenze secondarie ed basata essenzialmente su greco e sanscrito.
La essione tematica nel presente in parte costituita, come nella essione
del passato, dallaggiunta della vocale tematica alle desinenze atematiche,
ma la prima persona singolare ha una desinenza speciale:
tabella 9 Le desinenze della essione tematica del verbo nellindoeuropeo ricostruito
1 singolare - oh
2
2 singolare - e- si
3 singolare - e- ti
1 plurale - e- me ?
2 plurale - e- te ?
3 plurale - o- nti
Presente e aoristo Vedremo nel cap. 4 in maniera dettagliata come si ricostruisce il sistema
temporale-aspettuale del verbo indoeuropeo; anticipiamo qui che dei tempi
verbali che possiamo ricostruire il presente aveva le desinenze primarie,
mentre imperfetto e aoristo avevano quelle secondarie. Il presente e limper-
fetto erano formati sullo stesso tema verbale, quindi i verbi con presente te-
matico avevano imperfetto tematico e quelli con presente atematico avevano
imperfetto atematico. Laoristo invece era formato su un altro tema e il fatto
che fosse tematico o atematico era indipendente dal fatto che il presente fos-
se tematico o atematico, per quanto si pu ricostruire soprattutto in base al
greco e al sanscrito. Il tema dellaoristo presentava la radice senza suffissi (o
con il suffisso -s-), mentre il presente poteva essere formato con vari suffissi.
I verbi il cui presente non contiene suffissi specifici possono presentare alter-
nanza apofonica: in questo caso, il tema del presente a grado pieno, mentre
il tema dellaoristo a grado ridotto (vedi cap. 2 par. 9).
Il perfetto Esisteva poi un altro tempo verbale, il perfetto, con una serie di desinenze
proprie che sono imparentate con quelle del medio (vedi tab. 10).
tabella 10 Le desinenze del perfetto nellindoeuropeo ricostruito
1 singolare - h
2
a
2 singolare - th
2
a
3 singolare - e
1 plurale
2 plurale - e
3 plurale - er ?
170
Introduzione alla linguistica storica
Il perfetto era formato con il raddoppiamento, un presso che conteneva la
prima consonante della radice e la vocale /e/, di cui abbiamo gi parlato
(cap. 2 par. 6.3 e cap. 3 par. 8.2).
Fra i modi niti, lunico oltre allindicativo a essere attestato in tutte le lin-
gue indoeuropee incluso lanatolico limperativo. Per limperativo pre-
sente si possono anche ricostruire le desinenze riportate nella tabella 11.
tabella 11 Le desinenze dellimperativo nellindoeuropeo ricostruito
Flessione atematica Flessione tematica
2 singolare - , - d
h
i - e
3 singolare - t(u) - et(u)
2 plurale - te - ete
3 plurale - ent(u) - ont(u)
Limperativo di seconda singolare ha desinenza , come si vede meglio
dalla essione atematica. La desinenza *-e che si ricostruisce per la essione
tematica in realt la vocale tematica a grado /e/.
Sulla base delle altre lingue indoeuropee, invece, si ricostruisce un sistema
di modi niti pi ricco, che comprende anche lottativo e il congiuntivo,
attestati per esempio in greco e sanscrito. Lottativo era formato con un
sufsso alternante *-je-/-i- (solo -i- per la essione tematica); mentre il
congiuntivo era formato con aggiunta di una vocale tematica per i verbi
della classe atematica e con allungamento della vocale tematica per i verbi
della classe tematica.
8.6. Evoluzione delle classi essive del verbo La morfologia verbale molto
pi complessa di quella nominale; perci, tratteggiarne in poco spazio le-
voluzione nelle lingue indoeuropee ancora pi difcile. In breve possia-
mo dire quanto segue:
a) la essione tematica tende a estendersi ai danni di quella atematica;
b) solo alcune lingue continuano lopposizione indoeuropea fra i tre temi
presente, aoristo e perfetto; molte altre la riducono in varie maniere;
c) lapofonia scompare in alcune lingue;
d) prevale la sufssazione: la pressazione (aumento, raddoppiamento)
conservata in poche lingue, linssazione tende a scomparire.
Le due tendenze c) e d) in effetti rappresentano entrambe il prevalere della
sufssazione come unica strategia usata per la essione.
Per quanto riguarda la essione atematica, essa conservata soprattutto in
greco e sanscrito. I verbi sanscriti sono classicati dai grammatici indiani in
base alla formazione del tema del presente. Si dividono tradizionalmente in
3. Il mutamento morfologico
171
dieci classi, che si possono raggruppare in due macroclassi: essione tema-
tica (che comprende i verbi della i, iv, vi e x classe) e essione atematica
(che comprende i verbi della ii, iii, v, vii, viii e ix classe). La desinenza
-mi della prima persona singolare atematica estesa alla essione tematica,
dove segue loriginaria desinenza - a ( < *- o) della essione tematica: bhar a-
mi io porto ( < *b
h
er- o-mi). Delle quattro classi tematiche, la decima in
realt formata con un suffisso derivazionale, non con una semplice vo-
cale tematica; pertanto il tema del presente serve come base anche per gli
altri temi aspettuali. Nella flessione tematica, il tema del presente inva-
riabile. Nella flessione atematica, invece, si oppongono temi apofonici di-
versi, a seconda che laccento cada sulla radice o sul suffisso. Abbiamo
pertanto: i- radice del verbo andare, seconda classe della flessione atema-
tica; tema forte (accentato): e-, tema debole (non accentato): i-: mi
vado ~ ims andiamo. Questa alternanza mantenuta in un piccolo
gruppo di verbi atematici anche in greco, lingua in cui per non conser-
vato lo spostamento dellaccento: dalla stessa radice indoeuropea *i-/ei-
abbiamo emi e

mi vado ~ men men andiamo (per il confronto fra la


forma sanscrita e quella greca si ricordi che in sanscrito il dittongo */ei/
indoeuropeo > /ai/ > /e/).
Greco e sanscrito conservano bene anche lopposizione dei tre temi presen-
te/aoristo/perfetto, anche se con differenze dal punto di vista della funzio-
ne (in greco si conserva il valore aspettuale originario, in sanscrito lopposi-
zione per lo pi temporale; vedi cap. 4).
Come abbiamo gi visto (cap. 2 par. 9), il sanscrito amplia il ruolo della-
pofonia nella costituzione dei temi verbali, che, nella essione atematica,
oppongono tre gradi apofonici diversi. In greco invece lapofonia conser-
vata in maniera meno sistematica. Esaminiamo in particolare la formazio-
ne dellaoristo. Il greco presenta tre formazioni, atematica, tematica e sig-
matica, che si possono far risalire allindoeuropeo. Aoristo atematico e ao-
risto tematico si oppongono ai temi dei rispettivi presenti per grado apofo-
nico, oppure perch il tema del presente formato con qualche particolare
sufsso; in alcuni casi, i due temi si oppongono semplicemente perch il
presente tematico e laoristo atematico o viceversa. Gli esempi che seguo-
no contengono una forma di imperfetto (tema del presente) e una di aori-
sto:
-leip-o-n eleipon ~ -lip-o-n elipon lasciare
presente tematico, aoristo tematico + alternanza vocalica;
-phu-o-n eWyon ~ -phu-n eWyn nascere
presente tematico, aoristo atematico.
Invece laoristo sigmatico formato con laggiunta di un sufsso -s- al tema
allo stesso grado apofonico del presente:
172
Introduzione alla linguistica storica
poi- o poi ev ~ e-poe-s-a epo hsa fare;
lg- o l egv ~ -lek-s-a eleja parlare.
La desinenza -a della prima persona era in origine lesito di */m
.
/, che si
regolarmente vocalizzata. In greco, il gruppo /sa/ derivante in origine da
sufsso pi desinenza stato reinterpretato come sufsso dellaoristo, a cui
le altre desinenze vengono aggiunte, come vediamo dalla seconda persona
singolare: epoesas epo hsaq (dovrebbe essere *epoes-s). Lestensione del
sufsso -sa- riguarda tutti i paradigmi dellaoristo, non solo lindicativo: si
veda per esempio il participio poi

esas poi hsaq gen. poi

esantos poi hsantoq


(dovrebbe essere *poi

es
.
ntos > *poi

esatos). Delle tre formazioni di aoristo,


quella sigmatica lunica produttiva. Ci dimostrato per esempio dal fat-
to che molti verbi che avevano un altro tipo di aoristo sviluppano anche
forme sigmatiche: cio tendono a passare da una classe non pi produttiva
alla classe produttiva. Cos per lep o le pv accanto al gi citato lipon eli-
pon abbiamo anche la forma sigmatica leipsa eleica.
In sanscrito continuano tutti e tre i tipi di aoristo indoeuropeo, radica-
le, tematico e sigmatico. Laoristo tematico presenta spesso un raddoppia-
mento (qualche aoristo raddoppiato esiste sporadicamente anche in greco).
Sia il greco sia il sanscrito presentano un tempo futuro, che non di origi-
ne indoeuropea. Il sufsso del futuro greco -s- e si trova forse anche in
una delle formazioni di futuro latino (vedi sotto); il sufsso del futuro san-
scrito -sya- ed attestato, con altre funzioni, in baltoslavo. Si direbbe
quindi che la formazione di questo tempo verbale risalga a un periodo di
separazione parziale fra le lingue indoeuropee.
Greco e sanscrito conservano anche la pressazione, sia per la formazione
dei tempi passati, con luso del cosiddetto aumento, sia per la formazione
del tema del perfetto, che comporta il raddoppiamento (vedi cap. 2 par. 6.3
e cap. 3 par. 8.2). Il raddoppiamento impiegato anche nella formazione di
alcuni presenti. Questo in greco non ha carattere sistematico, in quanto i
presenti raddoppiati possono essere di verbi della essione tematica (g-
gnomai g gnomai divengo, radice gen-) o atematica (tthemi t whmi metto,
radice the-). In sanscrito invece i verbi con il presente raddoppiato sono per
lo pi atematici e costituiscono la terza classe. Il sanscrito conserva anche
linssazione: i verbi con insso nasale costituiscono la settima classe nella
essione atematica.
In latino la essione atematica praticamente scomparsa (ne sopravvive
qualche forma isolata); i verbi appartengono a quattro classi essive, tutte
caratterizzate da diverse vocali tematiche. I temi verbali sono due, chiamati
infectum (il tema del presente) e perfectum (il tema del perfetto); a questi si
aggiunge un tema specico per il participio passato. Il perfectum dal punto
di vista morfologico presenta in alcuni verbi tracce dellaoristo con varia-
zione apofonica (faci o ~ feci), o sigmatico (scrib- o ~ scrip-s-i) o dellantico
3. Il mutamento morfologico
173
perfetto (cad o ~ ce-cidi, d o ~ de-di), ma per la maggioranza dei verbi della
prima, seconda e quarta classe essiva troviamo una formazione nuova, il
perfetto in -u-, che si forma aggiungendo un sufsso -u- al tema del pre-
sente. Nella prima e nella quarta classe essiva questo sufsso si aggiunge al
tema, per lo pi completo di vocale tematica: ama-u-i amai (normalmen-
te scritto < amavi > ), audi-u-i udii ( < audivi > ), mentre nella seconda
esso segue la base verbale senza vocale tematica (habui ebbi).
Come abbiamo gi avuto modo di osservare nel cap. 2, il ruolo dellapofo-
nia in latino molto ridimensionato; si conserva in alcune alternanze tra
forme di presente e di perfetto. La pressazione poco usata: non ci sono
tracce di aumento e solo sporadicamente ricorre qualche perfetto raddop-
piato. Esistono per dei presenti raddoppiati, che a volte si accompagnano
ai presenti non raddoppiati della stessa base: st o sto, resto, sist o resto (in-
tensivo).
Uninnovazione del latino costituita dalle forme verbali con sufsso -b-.
Questo sufsso ricorre nella formazione dellimperfetto di tutte le classi
essive (amabam, habebam, faciebam, audiebam) e del futuro della prima e
della seconda coniugazione (amab o, habeb o). Secondo alcuni studiosi, que-
sto sufsso originerebbe dallantica radice del verbo essere *b
h
u- e sarebbe
sorto attraverso un processo di grammaticalizzazione simile a quello che ha
portato alla nascita del futuro romanzo (vedi cap. 3 par. 7).
Rimanendo alle formazioni di futuro, il latino presenta poi, nella fase pi
arcaica, dei futuri in -s-, con valore desiderativo: fax o far, voglio fare.
Dato che un formante -s- esiste anche nel futuro greco, potrebbe darsi che
le due lingue avessero incominciato a creare questo tempo verbale in una
fase di contatto. Inne, il futuro latino della terza e quarta coniugazione
continua alcune forme di congiuntivo.
Oltre ad aver ristrutturato il sistema dei tempi verbali, il latino ha anche
perso il modo ottativo. Dal punto di vista formale, il sufsso -i- dellottati-
vo si trova ancora in alcuni congiuntivi atematici, come sim io sia.
Anche in germanico i verbi della essione atematica tendono a passare a
quella tematica. Le tracce di essione atematica sono scarse: si veda per
esempio la forma gotica im io sono. Anche linglese (I) am risale ancora
allantica essione atematica. In germanico si oppongono due temi verbali,
che sono quelli degli unici due tempi, cio presente e preterito.
Per la formazione del preterito, i verbi si dividono in due gruppi, cio
quelli che conservano la variazione del grado apofonico e quelli che fanno
uso del sufsso -d-. I primi sono chiamati tradizionalmente verbi forti;
vengono divisi in sette classi, a seconda del tipo di apofonia (qualitativa o
quantitativa) e della presenza o meno, in gotico, del raddoppiamento. I
verbi che presentano il preferito in dentale sono detti verbi deboli. Come il
sufsso -b- di alcune forme verbali latine, anche il sufsso -d- del preferito
174
Introduzione alla linguistica storica
germanico sarebbe, secondo alcuni studiosi, esito di grammaticalizzazione,
partendo dalla base *d
h
e- del verbo fare (vedi cap. 3 par. 7).
Nel verbo slavo ecclesiastico si oppongono due temi, quello del presente e
quello dellaoristo. Lopposizione aspettuale conservata solo in parte dal-
lopposizione dei due temi. Questa opposizione, che di importanza cen-
trale nel verbo slavo, progressivamente diventata lessicale, come vedremo
fra poco.
Il verbo slavo presenta per lo pi essione tematica; pochi verbi rimango-
no atematici: alcune forme atematiche continuano ancora nelle lingue mo-
derne, come le forme russe dam dar dast dar, em mangio est mangia.
Nello slavo ecclesiastico, laoristo continua due delle formazioni dellaori-
sto indoeuropeo, cio quella atematica e quella sigmatica. Vi inoltre un
terzo tipo di aoristo, formato aggiungendo una vocale tematica prima del
sufsso sigmatico: a somiglianza dellaoristo sigmatico greco, questo nuo-
vo aoristo conosce una grande estensione. Limperfetto indoeuropeo non
continua in slavo, ma esiste un nuovo imperfetto, formato con un sufsso
-ax-, che pare risalga allausiliare essere grammaticalizzato (vedi cap. 3
par. 7).
Lopposizione fra perfettivo e imperfettivo in slavo si in maniera crescen-
te lessicalizzata: gi nello slavo ecclesiastico, osserviamo che i verbi non de-
rivati hanno per lo pi sempre valore perfettivo o sempre valore imperfetti-
vo; dagli imperfettivi vengono poi formati verbi perfettivi soprattutto me-
diante la pressazione, mentre dai perfettivi vengono formati imperfettivi
mediante laggiunta di sufssi derivazionali (con valore iterativo). La di-
stribuzione dei tempi in buona parte complementare: gli imperfettivi per
esempio formano come tempo passato limperfetto, mentre i perfettivi for-
mano laoristo.
In questo capitolo

Il mutamento morfologico in stretta relazione con quello fonologico e sintat-


tico: ci rende difcile isolare un piano danalisi specico.

I morfemi essivi sono organizzati in paradigmi, dotati di maggiore o minore


produttivit morfologica. Nellindoeuropeo, che appartiene al tipo morfologico fu-
sivo, tipica la presenza di diverse classi essive per la stessa classe lessicale.

Il mutamento morfologico produce allomora e omofonia, che vengono mante-


nute in rapporto alla frequenza di una forma. Con le classi essive, invece, la fre-
quenza in rapporto opposto: in questi casi essa non favorisce la differenziazione,
ma il livellamento analogico.

Lanalogia pu agire livellando un paradigma essivo, estendendo un allomor-


fo ad altri contesti, e in qualche caso anche estendendo lallomora di un paradig-
ma a paradigmi che non dovrebbero presentarla.
3. Il mutamento morfologico
175

Il tipo morfologico non invariabile. Le lingue possono passare da un tipo a un


altro e non esiste una direzione unica del mutamento.

La grammaticalizzazione crea nuovi morfemi grammaticali. Tra gli esiti di que-


sto processo si possono individuare: cambiamenti di classe lessicale (verbi ausilia-
ri), creazione di nuove categorie essive (futuro sintetico romanzo), creazione di
nuove classi lessicali (articolo romanzo).

Le lingue indoeuropee antiche possiedono due macroclassi essive: essione


atematica e tematica. I processi morfologici che si ricostruiscono per lindoeuropeo
sono: sufssazione, pressazione e inssazione verbali, apofonia. Il sistema del
nome indoeuropeo si modica nelle lingue indoeuropee eliminando la essione
atematica e ristrutturando le classi essive in base al genere. Anche nel verbo le
lingue indoeuropee tendono a eliminare la essione atematica; in molte lingue si
riduce o si perde lopposizione aspettuale; in alcune lingue scompare lapofonia;
inne, prevale la sufssazione.
Letture consigliate
Come introduzioni generali alla morfologia essiva si possono consultare Mat-
thews (1979), di cui ho anche seguito la terminologia, e Thornton (2005). Per la ti-
pologia morfologica, una prima introduzione Grandi (2003), che pu servire an-
che per ulteriori riferimenti. Sulla grammaticalizzazione sono disponibili numerose
opere in italiano, fra cui, per i temi trattati qui, Ramat (1984). Sulle leggi dellanalo-
gia di Kuryl
/
owicz si pu consultare Lehmann (1998). Per la ricostruzione dei para-
digmi indoeuropei, si vedano Szemernyi (1985) e Watkins (1997).
Introduzione alla linguistica storica
176
4
Fra morfologia e sintassi: le categorie
grammaticali delle lingue indoeuropee
1. Introduzione
Abbiamo visto nel cap. 3 che le lingue indoeuropee sono per lo pi lingue
fusive, con grado di sintesi abbastanza alto, che hanno paradigmi essivi
per nomi e verbi; abbiamo poi anche esaminato la struttura di questi para-
digmi che si pu ricostruire per lindoeuropeo e le principali linee di evolu-
zione seguite dalle lingue indoeuropee. Non abbiamo per parlato della
funzione e del signicato delle categorie grammaticali di cui i paradigmi
nominali e verbali sono espressione. In questo capitolo ci dedicheremo in-
vece a esaminare le forme grammaticali dal punto di vista del signicato.
Questo esame non ci permette pi di tenere separati livelli diversi, ma uni-
sce necessariamente il piano morfologico con quello sintattico.
Le categorie grammaticali caraterizzano in modo diverso le varie classi lessica-
li, o parti del discorso. Vedremo pertanto quali classi lessicali sono tipiche
delle lingue indoeuropee e quali sono le loro categorie grammaticali, dedican-
doci dapprima alla ricostruzione del sistema delle categorie dellindoeuropeo
e poi allesame delle categorie attestate nelle principali lingue indoeuropee.
2. Il sistema di parti del discorso e le categorie grammaticali
nellindoeuropeo ricostruito
Tradizionalmente, a partire dai grammatici classici, dividiamo il lessico in
classi lessicali, o parti del discorso. Lindividuazione delle classi lessicali e la
loro definizione non sempre semplice. In primo luogo, il sistema di classifi-
cazione in uso per le lingue indoeuropee non certo universale, come hanno
mostrato in epoca recente gli studi di tipologia. Ma anche allinterno delle
lingue indoeuropee, la delimitazione delle classi lessicali non priva di pro-
blemi, come possiamo verificare prendendo come primo esempio litaliano.
Criteri
per lindividuazione
delle classi lessicali
In italiano, la nostra attribuzione di un certo lessema a una data classe lessi-
cale si basa su due tipi di criteri diversi. Innanzitutto esaminiamo il com-
portamento morfologico: se un lessema si ette per tempo e modo, per
esempio, lo classicheremo come verbo, mentre se si ette solo per numero
177
lo classicheremo come nome. Questo criterio per vale solo in presenza di
morfemi che abbiano categorie essive: non vale in altri casi, come quello
degli avverbi o delle preposizioni. Per queste altre classi lessicali dobbiamo
ricorrere a criteri sintattici: diciamo che un avverbio un tipo di parola la
cui funzione principale quella di modicare un verbo, mentre la funzione
di una preposizione quella di prendere come complemento un nome.
chiaro che sarebbe preferibile usare sempre lo stesso tipo di criteri e soprat-
tutto lasciar fuori i criteri sintattici da una classicazione che vorrebbe ave-
re basi paradigmatiche.
Com noto, la prima classicazione delle parti del discorso fatta dai greci
distingueva su basi sintattiche noma e rhma. Queste due parole, che a
volte vengono tradotte come nome e verbo secondo la loro accezione
pi tarda, in realt signicavano in origine piuttosto soggetto e predica-
to. Prova ne che laggettivo era classicato come rhma, dato che pu
avere funzione predicativa (criterio sintattico) e solo pi tardi fu accostato
a noma, dato che presenta categorie essive analoghe a quelle del nome
(criterio morfologico). Daltronde, lo stesso termine parti del discorso
tradisce lorigine sintattica delle denizioni.
Inoltre, anche i criteri morfologici non sempre danno risultati del tutto
coerenti. ampiamente discusso il caso delle cosiddette forme nominali
del verbo, participi, gerundi e inniti, che presentano categorie verbali, ma
spesso anche nominali e comportamento a volte verbale e a volte di altro
tipo: i participi hanno spesso la funzione di aggettivi attributivi, i gerundi
modicano il verbo da cui dipendono allo stesso modo degli avverbi e gli
inniti possono funzionare come sostantivi e prendere gli stessi tipi di de-
terminanti o modicatori.
Lopposizione
nome vs. verbo
Le lingue indoeuropee contribuiscono tutte alla ricostruzione di un siste-
ma di parti del discorso in cui lopposizione fra nome e verbo basilare:
nomi e verbi presentano diversi comportamenti morfologici e diverse fun-
zioni sintattiche. Altre categorie nominali sono gli aggettivi e i pronomi.
Fra le parti invariabili del discorso, possiamo ricostruire la classe dei pre-
verbi, elementi avverbiali che avevano almeno in parte anche la funzione di
pre- o posposizioni.
3. Il nome
Il nome indoeuropeo si etteva per numero e caso. In una fase tarda del-
lindoeuropeo tutti i nomi erano classicati in tre generi, maschile, femmi-
nile e neutro. Il genere una categoria inerente per il nome (cio un nome
appartiene a un certo genere) mentre una categoria essiva per laggettivo
e parte dei pronomi (aggettivi e molti pronomi si possono declinare per ge-
neri diversi).
In maniera simile al nome si comporta laggettivo. In posizione attributi-
178
Introduzione alla linguistica storica
va, laggettivo indoeuropeo concorda con il nome in genere, numero e
caso; inoltre le lingue indoeuropee antiche lasciano ricostruire la possibi-
lit di esprimere con mezzi flessivi un grado comparativo e un grado su-
perlativo.
Singolare, plurale
e duale
3.1. Numero Molte delle lingue indoeuropee moderne, come litaliano,
hanno un sistema che oppone due soli numeri, singolare e plurale. In alcu-
ne lingue indoeuropee antiche troviamo anche un terzo numero, il duale,
che compare ancora in qualche lingua indoeuropea moderna, come lo slo-
veno (e anche in numerose lingue non indoeuropee, come per esempio la-
rabo classico). Il duale usato per riferirsi a due entit, sia che si tratti di
coppie naturali (gli occhi, le braccia ecc.) sia che si tratti di entit che non
si presentano necessariamente in coppia.
Il numero una categoria nominale e, nelle lingue indoeuropee come in
molte altre, anche una categoria di accordo di aggettivi e verbi; pu servire
a indicare il soggetto di una forma verbale nita: normalmente, soggetti
singolari concordano con forme verbali singolari, mentre soggetti plurali
concordano con soggetti plurali. Nelle lingue che conservano il duale, per
lo pi, anche i soggetti duali compaiono con forme verbali duali, ma in
qualche caso possono anche comparire con forme verbali plurali. In gotico,
in cui il duale solo una categoria del verbo, esso appare con soggetti plu-
rali.
Il singolare
il numero
con pi distinzioni
Sia nel nome sia nel verbo il numero in cui esistono pi distinzioni il sin-
golare, mentre nel duale ne esistono molte meno che negli altri due nume-
ri: per esempio, il verbo distingue tre persone nel singolare e nel plurale e
solo due nel duale; il nome distingue al pi otto casi nel singolare, sei nel
plurale e quattro (in sanscrito) nel duale. Questo fatto non sorprendente:
abbiamo gi visto che, in base ai calcoli di frequenza di Haspelmath (2002)
citati nella tabella 1 del cap. 3 par. 3.2, il singolare pi frequente del plura-
le, che a sua volta pi frequente del duale. Ricordiamo che le categorie
pi frequenti presentano un grado di differenziazione superiore a quello
delle categorie meno frequenti. Ripetiamo qui la scala di frequenza riguar-
dante il numero:
singolare > plurale > duale.
Singolare e plurale
con riferimento
a una classe
La funzione del numero grammaticale sembra di primo acchito molto
semplice: per limitarsi al sistema dellitaliano, una prima approssimazione
ci porta a dire che il singolare serve a indicare unentit sola, mentre il plu-
rale serve a indicarne pi di una. In realt la situazione pi complessa,
dato che, per esempio, sia il singolare sia il plurale possono riferirsi a tutta
la possibile estensione di un dato nome. Possiamo dire infatti:
[1] Il cane un animale fedele / I cani sono animali fedeli.
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
179
Nomi di massa
e numero
Inoltre, non tutti i plurali sono dello stesso tipo, in parte perch non tutti i
referenti sono concettualizzabili nella stessa maniera. In particolare, i nomi
di massa normalmente non hanno il plurale, o per lo meno il loro plurale
non ha la stessa funzione e lo stesso uso del plurale dei nomi numerabili: si
confrontino acqua ~ acque (nome di massa: il plurale si usa solo in deter-
minate circostanze; il singolare si usa indipendentemente dalla quantit)
con libro ~ libri (nome numerabile: se la quantit superiore a uno si usa
il plurale). In effetti, il fatto che un nome sia trattato come numerabile o
no in una data lingua dipende solo in parte dalle propriet del referente:
per esempio, in inglese sono nomi di massa molti nomi astratti che in ita-
liano sono numerabili, come information, news ecc. Incominciamo a vede-
re qui un importante punto di contatto fra nomi di massa e nomi astratti,
su cui ritorneremo fra poco.
Plurale numerabile
e collettivo
Simili al plurale non numerabile sono le forme di collettivo, che in in-
doeuropeo ricostruito caratterizzavano il plurale del neutro, indicato dal
sufsso *-h
2
. Questo sufsso ha nelle lingue indoeuropee la funzione di
indicare il nominativo/accusativo neutro plurale.
Parleremo nel par. 3.2 di questo capitolo del valore del genere neutro e
della interazione fra genere e numero; per ora, osserviamo che il plurale
del neutro anticamente non era un plurale vero e proprio, numerabile,
come quello del maschile o del femminile, ma appunto un collettivo. Il
collettivo concettualizza una pluralit di elementi non come tale, ma
come massa: si confrontino le parole persone, come plurale numerabile di
persona, e folla, il collettivo corrispondente. Il concetto di folla pi
astratto, meno individuato di quello di persone. Il collettivo , possiamo
dire, un plurale meno individuato: presenta un insieme di entit non
come tale, ma come unentit unica, indifferenziata al suo interno. Su
una scala di individuazione troviamo pertanto:
singolare > plurale numerabile > collettivo.
Afnit fra
nomi di massa
e nomi astratti
Come vedremo nel par. 3.2 di questo capitolo, il sufsso -h
2
interveniva an-
che nella derivazione di nomi astratti. Abbiamo osservato sopra che si pu
individuare unafnit fra i nomi astratti e i nomi di massa. Infatti, lastrat-
to di per s si riferisce a un concetto non numerabile. Prendiamo il sostan-
tivo italiano paura. vero che possiamo farne un plurale paure, ma questo
plurale non ha la distribuzione del plurale dei sostantivi numerabili, cosa
che risulta evidente anche dal fatto che luso dellarticolo indenito non
lo stesso. Possiamo infatti dire che:
[2] Mario ha un libro e Giovanni ha un libro,
signica:
[2] Mario e Giovanni hanno dei libri,
180
Introduzione alla linguistica storica
ma:
[3] Mario ha paura e Giovanni ha paura,
signica:
[3] Mario e Giovanni hanno paura,
non:
[3] *Mario e Giovanni hanno paure.
In sostanza, lastratto rimanda a qualcosa di meno individuato del singola-
re di un sostantivo con referente concreto: in questo, esso presenta dunque
afnit con il collettivo.
Accordo del soggetto
neutro plurale col
verbo al singolare
Loriginario valore collettivo del nominativo/accusativo plurale neutro ri-
specchiato nel fatto che in alcune lingue indoeuropee antiche un soggetto
neutro plurale si accorda con un verbo al singolare, come in greco o in ittita:
[4] W ysei
phsei
natura:dat.f
m` en
mn
ptc
o yn
o un
ptc
aswhsin
asthesin
senso:acc.f
exonta
khonta
avere:prs.part.n/a.pl
g gnetai
ggnetai
essere:prs.m/p.3sg
t ` a
t
art.n/a.pl
z

a
zia
animale:n/a.pl
per natura gli animali sono dotati di sensi (Arist. Metaph. 980a);
[5] mahhan = ma ke huitar ... K.GAL-az katta ari
quando ptcdim.n/a.planimale:n/a.pl palazzo:ablgi arrivare:
prs.3sg
quando questi animali escono dal palazzo (StBoT28.1.b obv. i 11 = Sin-
ger, 1984).
Nei due esempi citati abbiamo nomi che, pur essendo neutri, denotano en-
tit animate: sia il greco zia z

a sia littita huitar signicano animali.


Tuttavia, il grado di individuazione basso: i due sostantivi presentano la
desinenza -a del nominativo/accusativo neutro e le forme verbali ggnetai
g gnetai e ari sono singolari
Funzioni del genere
grammaticale
3.2. Genere Il genere grammaticale ha due funzioni principali. La prima
quella di classicare i sostantivi: in una lingua che abbia il genere, tutti i
sostantivi appartengono a un genere e sono pertanto organizzati in base a
esso in classi diverse. La seconda funzione quella di creare fenomeni di
accordo (o concordanza): in italiano, per esempio, un sostantivo femmini-
le potr essere accompagnato da aggettivi o articoli o altri determinanti che
devono essere obbligatoriamente essi nello stesso genere, devono cio
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
181
concordare per genere con il sostantivo. Il genere non una categoria uni-
versale, dato che molte lingue, come il turco, lungherese e il giapponese ne
sono prive.
Lattribuzione
di genere pu
essere motivata
semanticamente o no
I sistemi di genere possono avere una base semantica o no. Osserviamo il
sistema dellitaliano: in italiano abbiamo due generi, che chiamiamo ma-
schile e femminile. In parte la classicazione dei nomi italiani in base a
questi due generi legata a criteri semantici: una parte dei nomi di genere
maschile ha referenti animati di sesso maschile e una parte dei nomi di ge-
nere femminile ha referenti animati di sesso femminile, come possiamo ve-
dere nelle coppie padre ~ madre; fratello ~ sorella; uomo ~ donna. Tuttavia,
in moltissimi casi lattribuzione al genere avviene in maniera del tutto im-
motivata: basti pensare al fatto che tutti i nomi con referente inanimato
devono obbligatoriamente essere maschili o femminili. Le cose non sono
molto diverse in una lingua come il tedesco, che ha tre generi, maschile,
femminile e neutro. Infatti, in tedesco parte dei sostantivi con referente
inanimato appartiene effettivamente al genere neutro, ma molti altri si ri-
partiscono fra maschile e femminile, proprio come in italiano. Inoltre, in
tedesco tutti i sostantivi con il sufsso di diminutivo sono obbligatoria-
mente di genere neutro, anche quando hanno referente animato: der Bru-
der il fratello (masch.) ~ das Brderchen il fratellino (neutro). Diciamo
quindi che lattribuzione di genere in italiano e tedesco avviene su basi mi-
ste, parzialmente semantiche e parzialmente no.
Il sistema
dellindoeuropeo:
tre generi
Le lingue indoeuropee antiche, tranne larmeno, che ha perso completa-
mente ogni traccia di genere anche nei pronomi, hanno un sistema con tre
generi. Lunica eccezione costituita dallanatolico, che ha un sistema a
due generi di difcile conciliazione con il sistema delle altre lingue, sul
quale torneremo pi avanti.
Natura derivazionale
del femminile
Nei sistemi di genere delle lingue indoeuropee pi antiche lassegnazione al
genere avveniva in maniera simile a come avviene nelle lingue moderne: in
particolare i nomi con referente inanimato si ripartiscono in tutti e tre i ge-
neri. I tre generi per non sono sullo stesso piano: mentre il maschile e il
neutro sembrano ugualmente antichi, il femminile di creazione pi re-
cente. Questo evidente proprio in base a criteri morfologici: il femminile
infatti morfologicamente pi marcato degli altri due generi, in quanto in
origine era formato con lausilio di un sufsso derivazionale. In sostanza,
possiamo ricostruire una fase pi antica dellindoeuropeo, in cui i generi
erano due, non-neutro e neutro.
Un sistema
pi antico: animato
vs. inanimato
Secondo molti studiosi, questo sistema precedente sarebbe stato a base se-
mantica: il non-neutro sarebbe stato in realt un genere animato e il neu-
tro un genere inanimato. Questa visione delle cose trova sostegno anche
nellesistenza di doppioni lessicali, per esempio per fuoco e per acqua,
uno dei quali neutro, mentre laltro maschile (o femminile). Per fuoco
abbiamo il lat. ignis, scr. agni
.
h, russo ogon, che si ricostruisce come ma-
182
Introduzione alla linguistica storica
schile, mentre il gr. pr p yr, ittita pahhur, ingl. re si ricostruisce come
neutro. Per acqua abbiamo il lat. aqua, scr. apas le acque (in vedico
usato anche nel singolare), got. aa ume, femminile, mentre il gr. hd or
ydvr, itt. watar, ingl. water risale a un neutro. Secondo Meillet, il neutro
concettualizzerebbe il referente come privo di movimento, mentre il ma-
schile o femminile lo concettualizzerebbe come capace di movimento: in
questo caso, viene attribuita a unentit inanimata una delle caratteristiche
pi salienti delle entit animate, la capacit appunto di muoversi autono-
mamente. Questo spiegherebbe anche perch nei sistemi delle lingue in-
doeuropee molti inanimati sono di genere maschile o femminile.
La ricostruzione di un sistema a due generi, a base in buona parte semanti-
ca, solleva due problemi: il primo quello dellorigine del terzo genere, il
secondo riguarda invece la valutazione dei dati dellanatolico, che ha due
generi contrariamente alle altre antiche lingue indoeuropee.
La creazione
dei temi in - a-
Abbiamo gi osservato che la classe essiva dei temi in - a- di origine tarda
e contiene per lo pi sostantivi femminili. Questo dovuto al fatto che la
vocale lunga si generata per laggiunta del sufsso derivazionale *-h
2
di
cui abbiamo gi parlato (cap. 4 par. 3.1) e che, evidentemente, aveva fra le
sue funzioni quella di derivare nomi femminili. Si osservi che nella declina-
zione atematica che, come abbiamo detto, era la pi antica, non cera di-
stinzione di genere: due sostantivi ricostruiti come *p@t

er padre e *m at

er
madre erano identici dal punto di vista della essione, come ancora vedia-
mo nelle lingue indoeuropee (come per esempio litaliano). Ovviamente il
sostantivo madre si sar usato in riferimento a entit animate di sesso
femminile, ma non ha senso parlare di genere grammmaticale femminile
n quando non si sono create le classi di accordo con gli aggettivi. In altre
parole, se osserviamo il latino, che ha tre generi, possiamo dire che mater
di genere grammaticale femminile perch si accorda con laggettivo al fem-
minile: mater severa la madre severa, mentre pater maschile perch si ac-
corda con laggettivo al maschile: pater severus il padre severo. Per il fe-
nomeno dellaccordo al femminile non esisteva in indoeuropeo prima della
creazione di un genere grammaticale femminile nel sostantivo.
Se prendiamo come esempio proprio gli aggettivi del tipo di severus che, se-
condo la terminologia delle grammatiche di riferimento, appartengono
alla prima classe, vedremo che essi seguono la declinazione tematica (temi
in -o-) per maschile e neutro e quella dei temi in - a- per il femminile. Per-
tanto, la comparsa di questa classe essiva nel sostantivo strettamente
connessa con la comparsa del genere femminile e con la creazione di una
nuova classe di accordo.
Femminile
e neutro plurale
Veniamo ora al signicato originario del sufsso -h
2
che, abbiamo visto,
era anche il sufsso del nominativo/accusativo plurale neutro. Per determi-
narlo dobbiamo in primo luogo vedere dove compare e, in secondo luogo,
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
183
vedere che tipi di referenti hanno i sostantivi femminili, oltre a esseri ani-
mati di sesso femminile.
Come risulta dalla discussione del paragrafo precedente, il sufsso *-h
2
era
il sufsso del collettivo. Abbiamo gi osservato unafnit fra collettivo e
astratto: in effetti, se esaminiamo la composizione della classe nominale
determinata dal femminile in indoeuropeo, possiamo osservare che fra le
entit inanimate un grande spazio occupato proprio dai nomi astratti. I
principali sufssi derivazionali che formano astratti deverbali, per esempio,
assegnano il genere femminile e possiamo supporre che questa fosse in ori-
gine anche una funzione del sufsso *-h
2
, basata sullafnit fra nomi
astratti, nomi di massa e plurali non numerabili.
La base
del terzo genere:
i nomi astratti
molto probabile che siano stati i nomi astratti la base del terzo genere in
indoeuropeo. I referenti dei nomi astratti presentano interessanti propriet
che li distinguono dai referenti degli altri inanimati. Molti di essi, per
esempio, hanno il potere di far agire gli esseri umani:
[6] La speranza di ritrovare superstiti ha spinto i soccorritori a continuare le
ricerche.
Le entit astratte presentano quindi un grado di autonomia intermedio fra
gli animati e gli altri inanimati, tale da poterne motivare la collocazione in
una classe nominale a parte, intermedia fra animato e inanimato. Allo stes-
so modo si caratterizza il genere femminile, che sembra denotare una classe
di genere intermedia fra neutro e maschile. Pertanto, possiamo pensare che
il femminile indoeuropeo sia nato dallesigenza di classicare separatamen-
te da un lato le entit astratte e dallaltro le entit animate di sesso femmi-
nile; il motivo per cui il sufsso usato lo stesso del plurale neutro da ri-
cercarsi nel legame concettuale fra collettivo e astratto.
Il genere in anatolico Passiamo ora a discutere il sistema di genere dellanatolico. In anatolico
troviamo due soli generi, chiamati dalle grammatiche genere comune e ge-
nere neutro. Il nome di genere comune fu dato al non-neutro allepoca
della decifrazione dellittita, in base alla convinzione che in esso fossero
conuiti maschile e femminile indoeuropei. In altre parole, si pensava allo-
ra che lanatolico avesse perso il genere femminile. La perdita di categorie
rispetto allindoeuropeo della ricostruzione tradizionale, che era basato so-
prattutto sul greco e sul sanscrito, era considerata una caratteristica della-
natolico.
Come vedremo pi avanti, littita non presenta neanche numerose catego-
rie essive del verbo: anche per queste, la prima ipotesi degli studiosi fu che
fossero scomparse. In un secondo tempo si fatta strada anche unaltra
ipotesi, che, abbiamo gi visto nel cap. 2, era inizialmente legata al nome
dello studioso americano Sturtevant, e cio che littita conservasse una real-
184
Introduzione alla linguistica storica
t pi antica di quella testimoniata dalle altre lingue indoeuropee. Secondo
questo modo di vedere, le categorie essive mancanti in ittita non erano
state perse, ma si erano formate in una fase pi tarda dellindoeuropeo,
quando lanatolico si era gi staccato dalle altre lingue. Rispetto al genere,
questo signica che il sistema a due generi dellanatolico continuerebbe
loriginario sistema dellindoeuropeo, che, abbiamo visto, era gi ricostrui-
to in base ad altri indizi come consistente di due generi.
La controversia sullantichit del sistema di genere dellanatolico non a
tuttoggi risolta: da un lato, il fatto che neanche i pronomi conservino trac-
ce di femminile sembrerebbe deporre a favore dellipotesi secondo la quale
il femminile non esisteva ancora in indoeuropeo allepoca del distacco del-
lanatolico. Daltro canto, recenti studi hanno dimostrato che il sufsso
*-h
2
ha lasciato tracce in anatolico negli aggettivi. Abbiamo visto in questo
paragrafo e nel precedente che questo sufsso aveva varie funzioni oltre a
quella di indicare il femminile, quindi la sua presenza in anatolico non di
per s probante. Dal dibattito in corso fra gli studiosi, sembrerebbe che la
valutazione dei dati forniti dalle lingue anatoliche dipenda da unopzione
fatta a priori riguardo al loro carattere conservativo o innovativo, piuttosto
che da fattori oggettivi.
3.3. Caso La funzione del caso quella di indicare che funzione sintattica
svolge un dato sintagma nominale in una frase e in parte anche di indicar-
ne il ruolo semantico.
Manifestazioni
del caso in italiano
In italiano il caso si manifesta solo nei pronomi personali e relativi, in op-
posizioni come io ~ me = soggetto ~ oggetto o complemento di preposizio-
ne. In un sistema di casi ridotto come quello dellitaliano, la funzione dei
casi puramente grammaticale: essi indicano cio un rapporto sintattico
fra un sintagma nominale e il verbo o un altro elemento della frase.
Nella frase:
[7] Io vedo te,
la forma io del pronome di prima persona indica che questo pronome il
soggetto di vedo, mentre la forma te del pronome di seconda indica che
questo pronome loggetto diretto dello stesso verbo. Nella frase:
[8] Mario viene al cinema con me,
la forma me indica che il pronome di prima persona complemento della
preposizione con, mentre il fatto che il sintagma preposizionale con me ab-
bia un dato ruolo semantico nella frase (comitativo; vedi scheda 1) indi-
cato dalla preposizione stessa.
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
185
I casi possono
indicare relazioni
grammaticali o ruoli
semantici
Nelle lingue indoeuropee antiche (e anche in alcune di quelle moderne)
troviamo sistemi di casi pi complessi. In particolare, troviamo in alcune
lingue sistemi in cui i casi non indicano solo le relazioni grammaticali, ma
almeno in parte anche i ruoli semantici dei costituenti. Per esempio, nella
frase latina:
[9] senex
anziano:nom.m
qui
rel.nom.m
huc Athenis
qui Atene:abl.pl.f
exsul
esule:nom.m
venit
venire:pf.3sg
un anziano signore che venuto qui in esilio da Atene (Pl. Rud. 35),
il fatto che il costituente Athenis abbia la funzione di esprimere pro-
venienza indicato dal caso ablativo. In analogo contesto potremmo in-
vece avere:
[9] senex
anziano:nom.m
qui
rel.nom.m
Athenas
Atene:acc.pl.f
exsul
esule:nom.m
venit
venire:pf.3sg
un anziano signore che venuto in esilio ad Atene,
dove il costituente Athenas in accusativo avrebbe la funzione di direzione.
Tradizionalmente, si parla di uso grammaticale dei casi in esempi come
[7] e [8] e di uso concreto dei casi in esempi come [9] e [9]. Poich nelle
lingue indoeuropee alcuni casi hanno per lo pi usi grammaticali e altri
hanno per lo pi usi concreti, spesso si parla di casi grammaticali e casi
concreti.
Signicato lessicale
e interpretazione
della funzione
dei casi
Si osservi che comunque in sistemi di casi non estesissimi, come quelli del-
le lingue indoeuropee, il signicato dei casi concreti sempre almeno in
parte determinato dal contesto e dai lessemi specici impiegati. In partico-
lare, linterpretazione dellablativo latino che abbiamo dato in [9] possi-
bile solo perch il sostantivo declinato in questo caso un nome di citt. Se
avessimo avuto un nome con un altro referente inanimato concreto linter-
pretazione sarebbe stata probabilmente di strumento e con un nome astrat-
to di causa:
[9] senex
anziano:nom.m
qui
rel.nom.m
huc curru
qui carro:abl.m
exsul
esule:nom.m
venit
venire:pf.3sg
un anziano signore che venuto qui in esilio su un carro;
[9] senex
anziano:nom.m
qui
rel.nom.m
huc metu
qui paura:abl.m
exsul
esule:nom.m
venit
venire:pf.3sg
un anziano signore che venuto qui in esilio per paura.
Il fatto che le diverse interpretazioni dei casi concreti siano in buona parte
dettate dal significato dei lessemi dovuto alle nostre conoscenze enciclo-
186
Introduzione alla linguistica storica
pediche relative ai referenti di questi lessemi e ai tipi di stati di cose in cui
essi possono essere implicati. Sappiamo per esempio che una citt o una re-
gione spaziale di norma non vengono impiegate come strumenti e non sono
molto spesso cause dellagire umano, ma che nella maggior parte delle circo-
stanze ci servono per dare riferimenti spaziali. Analogamente, un mezzo di
trasporto viene generalmente usato appunto per effettuare uno spostamen-
to, mentre un sentimento come la paura spesso causa una reazione. Questo
non significa che un nome di citt non possa comparire in unespressione di
causa o che un sostantivo come carro non possa comparire in unespressio-
ne di provenienza o direzione: per di norma in questi casi la relazione viene
segnalata con maggiori mezzi morfosintattici. Troviamo in casi di questo
genere anche delle preposizioni che disambiguano un contesto potenzial-
mente difficile da interpretare, oppure delle espressioni pi esplicite.
scheda 1 Funzioni sintattiche e ruoli semantici dei costituenti nominali
In una frase ciascun costituente nominale svolge una funzione dal punto di vista
sintattico: per esempio, pu esserne il soggetto. Questa funzione si denisce in
rapporto al verbo, a un altro costituente nominale o a tutta la frase. Il rapporto con
il verbo basato sulla valenza del verbo stesso: vale a dire, quanti costituenti no-
minali richiede un dato verbo perch possa stare in una frase sintatticamente cor-
retta. Abbiamo in italiano:
verbi zerovalenti: piovere (non sono necessari costituenti nominali);
verbi monovalenti: camminare ( necessario il soggetto);
verbi bivalenti: prendere (sono necessari soggetto e oggetto diretto);
verbi trivalenti: dare (sono necessari soggetto, oggetto diretto e oggetto indiretto).
Non tutte le lingue ammettono verbi zerovalenti: in inglese, per esempio, il verbo
rain piovere richiede che sia sempre espresso un soggetto, anche se questo
chiaramente non referenziale (cio non ha un referente). Non bisogna confondere
la possibilit di omettere il soggetto, che abbiamo in italiano, con la propriet di un
verbo zerovalente di non richiedere un soggetto. Diverse sono infatti le frasi:
[i] Piove;
[ii] Cammina.
In [i] il soggetto non c perch il verbo non lo richiede, mentre in [ii] il soggetto
omesso, perch presumibilmente recuperabile da un ipotetico contesto in cui le-
nunciato pu venir usato.
Soggetto, oggetto diretto, oggetto indiretto sono tre possibili funzioni sintattiche
dei costituenti nominali; altre possibili funzioni sono:
complemento: un secondo argomento che non sia oggetto diretto, come nella frase:
[iii] A Giovanni serve un libro;
modicatore di testa nominale:
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
187
[iv] Il libro di Mario;
complemento di preposizione:
[v] Il libro di Mario;
avverbiale: qualsiasi altro costituente che non sia richiesto dalla valenza del verbo:
[vi] Ogni mattina faccio colazione al bar.
Dal punto di vista semantico, la frase una predicazione che si riferisce a un dato
stato di cose e i costituenti nominali in generale codicano i partecipanti implicati
nello stato di cose. Il ruolo dei partecipanti corrisponde al ruolo semantico dei co-
stituenti. Dare un elenco esauriente di tutti i possibili ruoli semantici dei costituen-
ti impossibile; qui di seguito elenco i principali:
agente: causa un evento intenzionalmente; generalmente un essere umano:
[vii] Giovanni mangia un panino;
paziente: subisce un cambiamento di stato in un evento causato da un agente:
[vii] Giovanni mangia un panino;
ricevente: riceve un paziente da un agente in una transazione:
[viii] Maria ha dato un regalo alla sorella;
strumento: usato da un agente per generare un evento:
[ix] Maria ha impacchettato il regalo con un foglio di carta colorata;
causa: causa un evento, ma non agisce volontariamente:
[x] Il bambino tremava dal freddo;
beneciario: un essere umano a favore del quale si svolge un evento:
[xi] Ho comprato un regalo per mio padre;
ne: il ne che un agente persegue nel causare un evento:
[xii] Mi sono fatta consigliare dal concessionario per lacquisto della nuova auto;
tempo:
[xiii] Al mattino vado a scuola;
direzione:
[xiv] Al mattino vado a scuola;
luogo:
[xv] Sono stato tutto il giorno a scuola;
provenienza:
[xvi] Mio glio non ancora tornato da scuola;
esperiente:
[xvii] Mi piacciono le mele;
possessore:
[xviii] Il libro di mia sorella.
chiaro che i ruoli semantici vanno intesi come categorie prototipiche: in partico-
lare, i pazienti non subiscono sempre cambiamento di stato, ma possono per esem-
pio subire cambiamento di posizione, come un regalo in [viii]; gli agenti, per agire
intenzionalmente, devono essere umani, ma forze naturali e sentimenti sono spes-
so concettualizzabili come agenti.
188
Introduzione alla linguistica storica
Il sistema
dellindoeuropeo:
otto casi
Il sistema di casi che si ricostruisce generalmente per lindoeuropeo com-
prende otto casi: nominativo, genitivo, accusativo, dativo, strumentale,
locativo, ablativo e vocativo. In ittita esiste un altro caso, chiamato diretti-
vo, che presenta una desinenza attestata in avverbi di luogo in alcune altre
lingue indoeuropee.
Esaminiamo brevemente la funzione dei casi che possiamo ricostruire per
lindoeuropeo. Questa ricostruzione si basa in parte sul sanscrito e in parte
sul confronto con le altre lingue indoeuropee pi antiche.
Nominativo: il caso
del soggetto
3.3.1. Nominativo Il nominativo un caso grammaticale, la cui funzione
quella di indicare il soggetto del verbo. Nellesempio [9], il sostantivo se-
nex in nominativo ed il soggetto del verbo venit, con cui concorda.
Genitivo: il caso
della dipendenza
nominale
3.3.2. Genitivo Anche il genitivo un caso essenzialmente grammaticale,
e ha la funzione di indicare la dipendenza nominale. Un sintagma nomina-
le che funge da modicatore di un altro sintagma nominale esso in caso
genitivo, come in:
[10] domus
casa:nom.f
patris
padre:gen.m
la casa del padre;
[11] horror
paura:nom.m
vacui
vuoto:gen.n
paura del vuoto;
[12] en [...] t

en [...] ti
paide ysei
paidesei
t vn
tn
neot ervn
neotr on
in art.dat.f istruzione:dat.f art.gen.pl.m giovane:comp.gen.
pl.m
nellistruzione dei giovani (Isoc. 4.159).
Dal punto di vista semantico, il rapporto fra testa e modicatore in un sin-
tagma genitivale pu essere svariato, come indicano gli esempi citati. In
[10] troviamo un genitivo possessivo; in [11] e [12] invece la relazione di
altro tipo. In particolare, in [11] abbiamo il cosiddetto genitivo soggettivo
(il sintagma paura del vuoto signica il vuoto (soggetto) incute paura (og-
getto diretto)), mentre in [12] abbiamo un genitivo oggettivo (leducazione
dei giovani equivale a qualcuno educa i giovani).
Il genitivo
e lespressione
del possesso
Spesso la costruzione genitivale viene usata per esprimere il possesso, come
in [10]. Luso della modicazione nominale per esprimere il possesso co-
mune a molte lingue anche non indoeuropee. In una costruzione possessi-
va che comporti la presenza di un modicatore nominale, possessore e pos-
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
189
seduto sono sintatticamente legati in maniera da appartenere allo stesso
sintagma nominale. Questo vero delle lingue che abbiano un caso geniti-
vo, ma anche delle lingue, come litaliano, che usano la preposizione tipica
della modicazione nominale (in italiano di).
Accusativo: il caso
delloggetto diretto
3.3.3. Accusativo Laccusativo nelle lingue indoeuropee ha due importan-
ti funzioni. La prima grammaticale e consiste nellindicare loggetto di-
retto dei verbi transitivi, come nel caso del sintagma nominale simulacrum
suum la propria immagine:acc in [13]:
[13] canis
cane:nom
in speculo
in specchio:abl
vidit
vedere:pf.3sg
simulacrum
immagine:acc
suum
proprio:acc
un cane vide la propria immagine nello specchio (dellacqua) (Fe-
dro 1.4).
Accusativo
di direzione
La seconda funzione invece quella di indicare un particolare ruolo seman-
tico, cio direzione con verbi di moto, come vediamo negli esempi [14] dal
latino e [15] dal sanscrito:
[14] eo
andare:prs.1sg
Romam
Roma:acc
vado a Roma;
[15] nagara
.
m
citt:acc
tv am
tu:acc
nay ami
portare:prs.1sg
ti porto in citt.
In [14] e [15] gli accusativi Romam Roma e nagara
.
m citt funzionano
come allativi entrando nel sottosistema dei casi spaziali, di cui fanno parte
anche ablativo (che indica la provenienza) e locativo (che indica luogo). Il
nome allativo viene usato per indicare il caso del moto a luogo nella gram-
matica delle lingue ugronniche, che hanno sistemi di casi spaziali molto
pi complessi di quelli delle lingue indoeuropee. Si osservi inoltre che le-
sempio [15] contiene un verbo di moto transitivo portare e ha due accusa-
tivi: tv am te, che indica loggetto diretto, e nagara
.
m citt che indica la
direzione.
Il caso direttivo Pare che lindoeuropeo non avesse un caso allativo distinto dallaccusativo;
tuttavia, nellittita arcaico la funzione dellaccusativo qui esemplicata
svolta da un caso speciale, chiamato direttivo, che ha appunto la funzione
190
Introduzione alla linguistica storica
di esprimere direzione con verbi di moto e che non esiste nelle altre lingue
indoeuropee:
[16] su = wa
conn ptc
uru
hattusa
Hattusa:dir
hengani
morte:d/l
paun
andare:pret.1sg
sono andato a Hattusa alla morte (StBoT17, rev. 5-6 = Otten, 1973).
In [16] il nome di citt
uru
hattusa presenta il direttivo di un tema in -a-
(temi in -o- indoeuropei); laccusativo, che di norma in ittita non usato
in questa funzione, sarebbe
uru
hattusan.
La desinenza del direttivo potrebbe risalire a un sufsso avverbiale, attesta-
to anche nelle altre lingue in avverbi spaziali. Il fatto che questo sufsso
possa essere stato integrato nella essione fa pensare che il sistema dei casi
indoeuropeo, almeno limitatamente ai casi spaziali, fosse in realt pi ui-
do di quanto non si ricostruisca tradizionalmente (e soprattutto sulla base
del sanscrito).
Dativo: il caso
delloggetto indiretto
3.3.4. Dativo Il dativo ha come funzione sintattica quella di indicare log-
getto indiretto, cio il terzo argomento dei verbi trivalenti come dire
(esempio [17], gotico) o dare (esempio [18], latino):
[17] qisan
dire:part
ist
essere:prs.3sg
sam
art.dat.pl
airizam:
anziano:dat.pl
ni
non
ufarswarais
spergiurare:prs.2sg
stato detto agli anziani: non spergiurate (Mt. 5.33);
[18] hos
dim.acc.pl.m
agros
campo:acc.pl.m
quos
rel.acc.pl.m
Sulla
Silla:nom.m
nemini
nessuno:dat.m
dedit
dare:pf.3sg
quei campi che Silla non diede a nessuno (Cic. Agr. 3.12.6).
In [17] troviamo un terzo argomento in dativo sam airizam agli anziani
con un verbo di dire, mentre in [18] il dativo nemini a nessuno il terzo
argomento del verbo dare.
Oggetto indiretto:
una denizione
problematica
La denizione della relazione grammaticale di terzo argomento in lingue
come quelle indoeuropee non sullo stesso piano della denizione di sog-
getto (primo argomento) e oggetto (secondo argomento). Infatti, per de-
nire soggetto e oggetto impieghiamo in larga misura criteri morfosintattici:
il soggetto, in lingue come quelle indoeuropee, per lo pi causa accordo
con il verbo, mentre loggetto diretto entra in altri processi morfosintattici,
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
191
come il passivo. Inoltre, lomissione del soggetto e delloggetto regolata
in maniera precisa, come vedremo nel cap. 5.
Loggetto indiretto da un lato riempie una valenza del verbo, ma da un al-
tro lato non ci sono chiare tracce morfosintattiche di questo: anzi, non
assolutamente chiaro che tutti i verbi trivalenti abbiano un oggetto indiret-
to o che solo i verbi con oggetto indiretto siano trivalenti. Esistono verbi
bivalenti che hanno un costituente che non un oggetto diretto, ma questi
si comportano in maniera diversa: per esempio, non ammettono il passivo,
oppure hanno un passivo speciale, come capita con il verbo latino pare o
obbedisco:
[19] milites
soldato:nom.pl.m
imperatori
comandante:dat.m
parent
obbedire:prs.3pl
i soldati obbediscono il/al comandante;
[19] imperatori
comandante:dat.m
paretur
obbedire:prs.3sg.p
a militibus
da soldato:abl.pl.m
?il comandante viene obbedito dai soldati.
In latino, questo tipo di verbi ha un passivo impersonale, che non am-
messo in italiano (non si pu dire *al comandante viene obbedito da parte
dei soldati).
Invece, per i verbi trivalenti lunica differenza fra quelli che hanno un terzo
argomento in dativo e quelli di altro tipo (per esempio, verbi di moto tran-
sitivi, come nellesempio [15]) risiede nel signicato del verbo e nel fatto
che il terzo argomento denota di norma un essere umano e ha il ruolo se-
mantico di ricevente o destinatario.
Vediamo quindi che nella denizione di oggetto indiretto non possiamo
pi separare il valore grammaticale del caso dal suo possibile valore seman-
tico, come abbiamo fatto per nominativo, accusativo e genitivo.
Dativo di possesso Il dativo ha poi nelle lingue indoeuropee alcune altre importanti funzioni.
Per esempio, questo caso pu indicare il possesso. Vediamo in primo luogo
la costruzione con il verbo essere con un esempio greco:
[20] o k dion
oikdion
casetta:n/a
esti
sti
essere:prs.3sg
moi
moi
1sg.dat
diplo yn
diplon
due.piani:n/a
ho una casetta a due piani (Lis. 1.9).
Il dativo compare molto spesso con pronomi personali e in espressioni di
possesso inalienabile, come per esempio con parti del corpo:
192
Introduzione alla linguistica storica
[21] h
h

e
dim.nom.f
o i
hoi
3sg.dat
go ynat
gonat
ginocchio:n/a.pl
ekysse
kusse
baciare:aor.3sg
ella gli baci le ginocchia (Il. 8.371).
Possesso alienabile
vs. possesso
inalienabile
In molte lingue il possesso inalienabile indicato in maniera diversa dal
possesso alienabile. Nel possesso inalienabile la relazione fra possessore e
posseduto come una relazione di parte e tutto: le entit che sono oggetto
di possesso inalienabile sono entit che, stando alle nostre conoscenze enci-
clopediche, un possessore di un certo tipo possiede sicuramente. Pertanto,
anche se questa relazione espressa come il possesso alienabile essa molto
diversa. Se dico per esempio:
[22] Mio fratello ha una bicicletta,
avere signica davvero possedere. Se per dico:
[23] Mio fratello ha due gambe,
la rilevanza dellinformazione non immediatamente chiara: in particolare
non chiaro in che contesto possa essere usata una frase di questo genere e
neanche chiaro in che senso una persona possa possedere le proprie gambe,
che ne sono una parte. Altre entit che possono essere concettualizzate come
possesso inalienabile sono le persone con cui si intrattiene parentela, o por-
zioni di spazio in cui determinate entit sono normalmente localizzate.
Questo uso del dativo tipico delle lingue indoeuropee ed comune anche
allitaliano, come evidenziato dalla traduzione dellesempio [21]. Sintatti-
camente, questo tipo di costruzione detta con possessore esterno. Rispet-
to alla dipendenza nominale instaurata dal genitivo, che ha leffetto di riu-
nire possessore e posseduto in un unico sintagma nominale, con il dativo il
possessore rimane sintatticamente slegato dal posseduto: troviamo cio due
costituenti nominali diversi. Sintatticamente quindi il legame meno
stretto. In altre parole se il possesso meno prevedibile (alienabile) deve es-
sere espresso con mezzi sintattici pi stretti; se invece prevedibile (inalie-
nabile) sono sufcienti mezzi sintattici meno stretti.
Dativo e animatezza Dalla trattazione di questo paragrafo, risulta che il caso dativo presentava
nelle lingue indoeuropee una notevole tendenza a comparire per lo pi
con nomi che avevano referente animato. Si pu comunque ricostruire
anche una funzione specica del dativo con inanimati, in particolare con
nomi astratti, cio quella di indicare il ne o lo scopo di unazione, come
la forma hengani morte:d/l nellesempio ittita [16]. Questa funzione
propria anche del dativo in latino e sanscrito e, pi limitatamente, nel gre-
co antico.
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
193
Strumentale
di strumento
3.3.5. Strumentale Il caso strumentale ha come funzione principale quel-
la di denotare lo strumento usato da un agente per compiere unazione:
[24] quos
rel.acc.pl.m
ferro
ferro:abl.n
trucidari
trucidare:prs.inf
oportebat,
bisognare:impf.3sg
eos
dim.acc.pl.m
nondum
non.ancora
voce
voce:abl.f
volnero
ferire:prs.1sg
non colpisco neppure a parole quelli che bisognava trucidare con la
spada (Cic. Catil. 1.9.1).
In [24] troviamo due sintagmi nominali in ablativo, il caso che in latino
sostituisce lo strumentale indoeuropeo, ferro con la spada e voce con la
voce. Entrambi hanno funzione di strumento.
Strumentale di causa Unaltra funzione che si pu certamente ricostruire per lo strumentale in-
doeuropeo quello di denotare la causa di un evento, come possiamo ve-
dere in sanscrito:
[25] avidyay a
ignoranza:strum.f
iva
ptc
tad
dim.n/a
ahu
.
h
dire:pf.3pl
invero, dicono questo per ignoranza (Aitareya Br ahma
.
na 1.11.10).
In [25] lo strumentale avidyay a per ignoranza indica la causa dellevento
denotato dal verbo.
Altri esempi di strumento e causa sono i costituenti curru carro:abl e
metu paura:abl negli esempi latini [9] e [9]. In latino, il caso co-
munemente chiamato ablativo continua soprattutto lo strumentale in-
doeuropeo e ha funzione di ablativo solo in determinati contesti oppure
con toponimi.
Locativo:
localizzazione nello
spazio e nel tempo
3.3.6. Locativo Il locativo indica il luogo in cui un evento ha luogo; lo
troviamo conservato per esempio in sanscrito:
[26] asti
essere:prs.3sg
Hastinapure
Hastinapura:loc.m
Karpuravilaso
Karpuravilasa:nom.m
n ama
nome:n/a
rajaka
.
h
lavandaio:nom.m
c a Hastinapura un lavandaio di nome Karpuravilasa (dallHi-
topadesa).
Nellesempio [26] troviamo un nome di citt in locativo, Hastinapure, che
indica luogo.
194
Introduzione alla linguistica storica
Come le altre determinazioni spaziali, anche quelle in locativo possono es-
sere usate sia in riferimento allo spazio, come in [26], sia in riferimento al
tempo, come in scr. t
.
rtiye divase lat. die tertio il terzo giorno. La concet-
tualizzazione del tempo in termini di spazio sembra essere comune alla
grande maggioranza delle lingue umane (vedi Haspelmath, 1997).
Ablativo:
provenienza e causa
3.3.7. Ablativo Lablativo indica provenienza, come abbiamo gi visto
nellesempio latino [9]. Dal concetto di provenienza deriva su un piano
pi astratto il concetto di causa, come lablativo tsm ad naso per questo
peccato nel seguente esempio sanscrito:
[27] m

a
neg
nas
1pl.acc
tsm ad
dim.abl.n
naso
peccato:abl.n
deva
dio:voc
rri
.
sa
.
h
danneggiare:aor.2sg
oh dio, non farci patire per questo peccato (RV. vii 89
5
).
Il vocativo
ha funzione diversa
dagli altri casi
3.3.8. Vocativo Ho lasciato per ultimo il vocativo, perch la sua funzione
diversa da quella degli altri casi: il vocativo infatti non indica il rapporto
di un nome con qualche altra parte di una frase, ma segnala che un costi-
tuente in un certo senso al di fuori della frase, o costituisce una frase a s
con funzione appellativa.
Il vocativo viene usato per chiamare qualcuno o nelle esclamazioni. Con-
formemente alla sua natura, che lo pone al di fuori del sistema casuale dal
punto di vista della funzione, il vocativo si colloca allesterno di questo si-
stema anche dal punto di vista morfologico: esso ha infatti desinenza
nella essione atematica e presenta il tema senza desinenza (cio la vocale
tematica, di solito a grado -e) in quella tematica, come nellesempio che
segue:
[28] Vgaw` e
ogath
oh + buono:voc.m
Krat yle,
Kratle
Cratilo:voc.m
waym azv
thaumz o
meravigliarsi:prs.1sg
ka`
ka
anche
a yt ` oq
auts
dim.nom.m
p alai
plai
da.tempo
t ` hn
t

en
art.acc.f
emayto y
emauto
io.stesso:gen.m
soW an
sophan
sapienza:acc.f
Oh buon Cratilo, io stesso mi meraviglio da tempo della mia sa-
pienza (P. Crat. 428d).
Afnit fra vocativo
e imperativo
Dal punto di vista della funzione e delluso nella comunicazione, il vocati-
vo simile allimperativo, in quanto ha come ambito il ricevente. Questa
somiglianza riessa nella forma, dato che anche limperativo di seconda
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
195
singolare ha desinenza per i verbi atematici e puro tema per i verbi te-
matici.
4. Il verbo
Il verbo indoeuropeo aveva un carattere altamente essivo; in particolare
era grammaticalizzato laspetto, che era espresso per lo pi attraverso lal-
ternanza apofonica e in certi casi anche il suppletivismo (cap. 4 par. 4.1).
Altre categorie essive che possiamo ricostruire per il verbo indoeuropeo
sono il modo (cap. 4 par. 4.2) e la diatesi (cap. 4 par. 4.3). Il verbo nito
presentava come categorie di accordo persona e numero.
Temi aspettuali
e valore temporale
4.1. Tempo e aspetto Tratto insieme tempo e aspetto anche se si tratta di
due categorie diverse, perch i temi aspettuali del verbo nelle lingue in-
doeuropee hanno preso in misure diverse anche valore temporale. Come
ho gi detto nel paragrafo precedente lespressione dellaspetto primaria
rispetto a quella del tempo.
Il verbo indoeuropeo distingueva un aspetto perfettivo da un aspetto im-
perfettivo. Troviamo unopposizione di questo genere anche in italiano, se
esaminiamo i valori dei diversi tempi passati del verbo. Paragoniamo le due
frasi:
[29] Maria faceva i compiti;
[30] Maria ha fatto i compiti.
Nel primo caso, sappiamo che Maria svolgeva una certa attivit, ma la frase
non dice se labbia portata a termine. Laspetto del verbo imperfettivo,
perch lazione concettualizzata nel suo svolgimento. Nel secondo caso,
invece, sappiamo che Maria ha nito di fare i compiti: lazione stata com-
pletata e laspetto del verbo perfettivo. Normalmente, limperfetto si usa
quando si vuole presentare una certa azione come sfondo di unaltra:
[31] Maria faceva/stava facendo i compiti quando arrivato suo fratello.
Natura imperfettiva
del tempo presente
Il presente per denizione descrive unazione nel suo svolgimento e quindi
di norma imperfettivo:
[32] Maria mangia/sta mangiando la pasta.
Limperfettivo pu anche avere valore di abituale; questo vero in italiano
sia per il presente sia per limperfetto, come vediamo in:
196
Introduzione alla linguistica storica
[33] Maria mangia/mangiava la pasta tutte le sere.
In indoeuropeo ricostruiamo unopposizione di questo genere, fra perfetti-
vo e imperfettivo. Questa opposizione si conserva soprattutto in greco, nel-
lopposizione fra presente e imperfetto (imperfettivi) da un lato e aoristo
(perfettivo) dallaltro. In generale, lopposizione fra i due aspetti era indi-
cata da gradi apofonici diversi, come possiamo vedere dal greco (vedi capp.
2 e 3): phegein We ygein fuggire:inf.prs (imperfettivo) phugen Wygen
fuggire:inf.aor (perfettivo).
Il presso
del passato
(aumento)
Anticamente, lopposizione fra presente e aoristo doveva essere solo aspet-
tuale, ma nelle lingue indoeuropee almeno in parte laoristo ha acquisito
anche valore temporale di passato. Il valore di passato espresso dallag-
giunta del presso e- (aumento, vedi cap. 3 par. 8.2), che si premette ai
tempi storici dellindicativo, cio limperfetto (passato imperfettivo) e lao-
risto (passato perfettivo). Vediamo lesempio che segue:
[34] oi
hoi
art.nom.pl
tam ai [...]
tamai [...]
amministratore:nom.pl
en
en
in
st elei
stlei
stele:dat.f
anagraWs anton
anagraphsnton
incidere:imper.aor.3pl
mi aii
miii
uno:dat.f
apanta [...]
hpanta
tutto:n/a.pl
ka`
ka
e
t ` o
t
art.n/a
loip ` on
loipn
resto:n/a
anagraW onton
anagraphnton
scrivere:imper.prs.3pl
o i
hoi
art.nom.pl
a e`
aie
successivamente
tam ai
tamai
amministratore:nom.pl
eq
es
in
st elen
stlen
stele:acc.f
che gli amministratori scrivano tutto questo su una stele e che i
successivi amministratori scrivano sempre su una stele (IG I 52 A
22).
In [34] troviamo due occorrenze dello stesso verbo, anagrphein anagr a-
Wein scrivere, incidere. La prima un aoristo e indica unazione puntuale,
da compiersi una sola volta: in questo caso, la prima di una serie di azioni,
quella con cui si stabilir unusanza. La seconda occorrenza del verbo, un
presente, indica azione abituale, conformemente al valore imperfettivo del
presente, e si riferisce al fatto che la stessa azione andr ripetuta a ogni ne-
cessit nel futuro.
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
197
Valore
non aspettuale
del perfetto
Le lingue indoeuropee lasciano poi ricostruire un ulteriore tempo verbale,
chiamato perfetto, che aveva un tema speciale, formato, come in greco e in
sanscrito, con il raddoppiamento (vedi cap. 2 par. 6.3). Il nome di perfet-
to non deve trarre in inganno: questo tempo verbale non ha niente a che
fare con laspetto perfettivo. Il perfetto infatti non ben definibile non solo
come tempo, ma neanche come aspetto, come vedremo qui di seguito.
Perfetto stativo
e risultativo
In origine, il perfetto indoeuropeo denotava uno stato (infatti molti verbi
stativi non avevano un perfetto; vedi Di Giovine, 1990) e rientrava forse
meglio nel sistema di diatesi (vedi cap. 4 par. 4.3), che in quello temporale o
aspettuale. Presto, il perfetto svilupp anche un significato risultativo. Il va-
lore originario del perfetto si trova in alcune forme greche. In greco esistono
verbi che hanno due forme di perfetto, una pi antica intransitiva, con va-
lore stativo (denota uno stato del soggetto) e unaltra spesso transitiva con
valore risultativo (denota un avvenuto cambio di stato delloggetto). Tro-
viamo da prss o pr assv faccio ppraga p epraga (fare:pf.1sg intrans.) ho
avuto successo, ce lho fatta vs. pprakha p epraxa (fare:pf.1sg trans.) ho
fatto (qualcosa) e da peth o pe wv persuado ppoitha p epoiwa (persuade-
re:pf.1sg intrans.) mi fido, sono persuaso vs. ppeika p epeika (persua-
dere:pf.1sg trans.) ho persuaso (qualcuno).
Non possibile
ricostruire il futuro
indoeuropeo
Come abbiamo gi visto, la principale distinzione temporale era quella fra
presente e passato. Molte della lingue indoeuropee presentano delle forma-
zioni di futuro, ma nessuna pu essere ricostruita per lindoeuropeo comu-
ne. Lopposizione temporale doveva esistere in un primo tempo solo nel-
lindicativo, come ancora nel greco antico, dove ai tempi passati dellindi-
cativo si aggiunge un particolare presso, detto aumento, che aveva in ori-
gine la funzione di indicare tempo passato: ph o W yv nasco phuon eWyon
nascevo phun eWyn sono per natura ( < sono per esser nato cos). Mor-
fologicamente queste forme corrispondono al sanscrito: bhav ami sono
abhavam ero stato abh uvam sono stato; in sanscrito per il valore aspet-
tuale dellopposizione fra tema del presente e tema dellaoristo non conti-
nuata; imperfetto e aoristo si oppongono per differenze nella deissi tempo-
rale (vedi cap. 4 par. 8.3).
Solo le asserzioni
possono essere
negate
4.2. Modo e modalit La modalit una propriet semantica dei singoli
enunciati. Possiamo denirla come latteggiamento che lemittente ha ri-
spetto a un dato enunciato.
Una prima distinzione quella fra enunciati assertivi e altri tipi di enun-
ciato. Le asserzioni, come per esempio:
[35] Oggi piove,
hanno fra le loro principali propriet quella di poter essere negate:
198
Introduzione alla linguistica storica
[35] Oggi non piove.
Lenunciato [35] ha un dato valore di verit: possiamo dire che vero
se [35] falso.
Con enunciati che presentano altri tipi di modalit la negazione non fun-
ziona in questo modo. Si veda per esempio [36], che contiene un ordine:
[36] Apri la nestra!
vero che anche a questo enunciato possiamo aggiungere una negazione,
come in:
[36] Non aprire la nestra!
ma il rapporto fra queste due frasi non lo stesso che quello fra [35] e [35].
In particolare, [36] non ha un valore di verit: gli ordini sono enunciati
non fattuali e come tali non sono n veri n falsi. Infatti [36] non rappre-
senta la negazione di [36], ma semplicemente un ordine diverso.
Simili agli ordini sono i desideri:
[37] Fosse vero che il treno arriver presto!
[37] Non fosse vero che il treno arriver presto!
Non sempre diverse
modalit
sono espresse
da diversi modi
Negli esempi visti sopra troviamo che la modalit degli enunciati espressa
in italiano da specici modi del verbo: indicativo per le asserzioni, impera-
tivo per gli ordini e congiuntivo per i desideri. Non sempre per a una data
modalit corrisponde un modo verbale. Per esempio, nelle domande tro-
viamo in italiano lindicativo, ma esse sono ben diverse dalle asserzioni,
come di nuovo possiamo vedere dallaggiunta di una negazione:
[38] arrivato il treno?
[38] Non arrivato il treno?
Anche in questo caso, lenunciato non ha un valore di verit che possa esse-
re negato: infatti la domanda in [38] ha sostanzialmente lo stesso signica-
to della domanda in [38], come evidenziato dal fatto che per entrambe le
risposte possono essere s o no. Che le domande non abbiano un modo ver-
bale specico un fatto che riscontriamo in molte lingue. Probabilmente,
ci dovuto alla caratteristica delle domande di differenziarsi dalle asser-
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
199

zioni per la curva intonazionale con cui vengono pronunciate: in italiano,
le asserzioni presentano una curva intonazionale discendente, mentre le
domande presentano una curva intonazionale ascendente.
Aspettative
e adesione
dellemittente
Lemittente pu poi esprimere aspettative rispetto al fatto che un evento si
verichi. Si pu avere per esempio modalit potenziale, se un evento po-
trebbe vericarsi in certe condizioni:
[39] Uscirei (se non piovesse);
oppure controfattuale o irreale, se un evento non ha possibilit di veri-
carsi:
[40] Se non fossi caduto dalle scale, non mi sarei rotto una gamba.
Questi tipi di modalit sono espressi in italiano dal condizionale.
Il condizionale italiano ha anche unaltra funzione, cio quella di permet-
tere allemittente di prendere le distanze dal contenuto di un enunciato,
dimostrando un basso grado di adesione. Confrontiamo le due frasi che
seguono:
[41] Il presidente del Consiglio ha rassegnato le dimissioni;
[41] Il presidente del Consiglio avrebbe rassegnato le dimissioni.
Entrambi gli enunciati possono essere negati:
[41] Il presidente del Consiglio non ha rassegnato le dimissioni;
[41] Il presidente del Consiglio non avrebbe rassegnato le dimissioni.
In [41] e [41] lemittente d la sua adesione al valore di verit di quanto ri-
portato. In [41] e [41] invece lemittente prende le distanze: ha cio un
atteggiamento che implica che non ha avuto modo di controllare il valore
di verit dellasserzione. Questo espresso in italiano dal modo condizio-
nale, che in questo caso ha funzione di evidenziale.
Nelle lingue che non hanno un evidenziale, il grado di adesione dellemit-
tente al valore di verit dellenunciato si esprime con avverbi:
[42] Three soldiers have been killed by friendly re
tre soldati sono stati uccisi da fuoco amico;
[42] Reportedly three soldiers have been killed by friendly re
tre soldati sarebbero stati uccisi da fuoco amico.
200
Introduzione alla linguistica storica
In [42] lavverbio reportedly ha la stessa funzione del condizionale in [41],
cio indica che lemittente non d unadesione completa al contenuto del-
lenunciato.
Oltre che dal modo verbale e da avverbi, la modalit pu essere espressa da
una serie di verbi, detti appunto verbi modali: in italiano dovere, potere e
volere.
Uso dei modi in frase
indipendente
e in frase
subordinata
Abbiamo gi visto nel caso delle domande che modalit e modo verbale
non si ricoprono: non tutte le modalit sono indicate da specici modi ver-
bali; inoltre i modi verbali possono avere funzioni diverse da quella di
esprimere modalit. In particolare, luso dei modi in frasi dipendenti di-
verso dal loro uso in frasi principali. In italiano, per esempio, il congiunti-
vo in frase dipendente spesso solo un segnale della subordinazione e
come tale obbligatorio (almeno nello standard):
[43] Ho paura che piova ~ *ho paura che piove.
Nel resto di questo paragrafo parleremo dei modi verbali nelle lingue in-
doeuropee antiche, lasciando da parte le altre possibili maniere di esprime-
re la modalit.
I modi
dellindoeuropeo:
indicativo
e imperativo
La ricostruzione dei modi niti non semplice. Sicuramente esisteva ac-
canto allindicativo un imperativo come modo degli ordini: si tratta dellu-
nico modo nito oltre allindicativo attestato in tutte le lingue indoeuro-
pee, compreso lanatolico. Possiamo quindi senzaltro ricostruire un siste-
ma di modi minimale che comprende indicativo e imperativo. Questa ri-
costruzione riprende il sistema dellanatolico, in cui altre modalit possono
essere indicate con luso di una particella e i diversi tempi dellindicativo.
Mentre lindicativo il modo delle asserzioni, limperativo il modo degli
ordini. Limperativo ha una funzione simile a quella che , per il nome, la
funzione del vocativo, in quanto focalizzato sul ricevente. Anche limpe-
rativo, per lo meno per la seconda persona singolare, ha desinenza ; nella
essione tematica, ci signica che la desinenza della seconda persona sin-
golare dellimperativo corrisponde alla vocale tematica:
[44] da
dare:imper.prs.2sg
mi
1sg.dat
basia
bacio:n/a.pl
mille
mille
dammi mille baci (Catul. 5.7).
Per la maggior parte, le lingue indoeuropee hanno forme di imperativo di
seconda e terza persona; littita per ha anche una forma di prima singola-
re, che esprime la volont o il desiderio di fare qualcosa: una funzione si-
mile a quella dellottativo (o in italiano del congiuntivo). Si veda per
esempio:
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
201
[45] teshit
sogno:strum
uwallu
vedere:imp.1sg
che io possa vedere per mezzo di un sogno (Friedrich, 1960, p. 130).
I modi
dellindoeuropeo:
ottativo
e congiuntivo
In base alle altre lingue indoeuropee, ricostruiamo un sistema di modi pi
complesso, che comprende per lo meno un ottativo e un congiuntivo. La
funzione dellottativo doveva essere quella di esprimere desideri e modalit
potenziale; in alcune lingue, come il greco antico, questo modo aveva an-
che la funzione di evidenziale. Il congiuntivo in frase indipendente compa-
re soprattutto nelle esortazioni: per la prima persona plurale supplisce al-
limperativo (come per altro in italiano):
[46] vivamus,
vivere:cong.prs.1pl
mea
poss.1sg.voc.f
Lesbia,
Lesbia:voc.f
atque
e
amemus
amare:cong.prs.1pl
viviamo, mia Lesbia, e amiamoci (Catul. 5.1).
Nelle grammatiche scolastiche, siamo abituati a parlare di modi non niti
in riferimento a forme verbali quali i participi, gli inniti e i gerundi. Dato
che queste forme hanno funzione del tutto diversa dai modi niti, e in par-
ticolare non esprimono modalit, le tratteremo in un paragrafo apposito
(cap. 4 par. 5).
In italiano il passivo
assume
la prospettiva
del paziente
4.3. Diatesi In italiano, siamo abituati a opporre due diatesi, attivo e pas-
sivo. Normalmente, pensiamo che il passivo sia in qualche modo seconda-
rio rispetto allattivo e che si usi in circostanze particolari, per esempio se si
vuole assumere la prospettiva del paziente, piuttosto che quella dellagente,
come risulta dal confronto di:
[47] Tutti gli amici hanno festeggiato Giovanni;
[47] Giovanni stato festeggiato da tutti gli amici.
La nostra convinzione che il passivo sia in un certo senso derivato dallatti-
vo anche confortata dal fatto che in italiano, come daltronde in tutte le
altre lingue romanze e nelle lingue germaniche, il passivo presenta forme
verbali perifrastiche, anzich forme sintetiche come lattivo.
Passivo e riduzione
di valenza
Rispetto allattivo, il passivo comporta una riduzione nella valenza del ver-
bo: un verbo transitivo, quindi bivalente, ha un corrispondente passivo che
monovalente. Lunico argomento del verbo passivo il paziente, che cor-
risponde alloggetto dellattivo. Lagente viene eliminato dalla valenza: una
importante funzione del passivo proprio quella di far diventare marginale
202
Introduzione alla linguistica storica
lagente, che pu non essere espresso se non noto o se non gli si vuol dare
rilevanza. Ben diverso infatti dire:
[48] I soldati hanno ucciso due civili a un posto di blocco;
dal dire:
[49] Due civili sono stati uccisi a un posto di blocco.
Lopposizione di diatesi che si ricostruisce per lindoeuropeo molto diver-
sa da questa. Le lingue antiche attestano infatti la presenza di una terza dia-
tesi, detta medio, che inizialmente non aveva valore di passivo; soprattutto
in base al greco e allindoiranico, inoltre, si riconosce facilmente il carattere
recente del passivo.
scheda 2 Tipi di eventi
Una predicazione denota uno stato di cose, o evento. Questi due termini vengono
usati da alcuni studiosi in maniera intercambiabile (come far io in queste pagine),
altri considerano gli eventi un tipo particolare di stati di cose, altri ancora introdu-
cono, sempre con la stessa accezione, anche il termine situazione. Gli stati di cose
che si possono vericare nella realt sono potenzialmente inniti, come innite
sono le differenze che li possono distinguere. Una classicazione dei tipi di stati di
cose comporta quindi necessariamente una forte generalizzazione.
Studiosi diversi hanno fornito classificazioni diverse in base ai tratti che ritene-
vano rilevanti. Ogni classificazione ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi: dico
questo per chiarire da subito che i criteri che illustrer qui di seguito conducono
a classificazioni in parte discrepanti, perch discrepanti sono le teorie esistenti
in proposito.
Un criterio generalmente impiegato per classicare gli stati di cose se essi com-
portino una dinamicit sullasse temporale o se siano invece stabili nel tempo. Nel
primo caso parliamo di processi , nel secondo di stati . Un processo per esempio:
[i] Il ghiaccio si scioglie.
Questo evento dinamico, cio ha un suo svolgimento nel tempo, inoltre telico
(dal greco tlos ne, scopo), in quanto ha un inizio e una ne. Invece:
[ii] Giovanni ha gli occhi azzurri
denota un evento stabile nel tempo, che non ha n inizio n ne. pertanto atelico
e non dinamico.
Processi e stati del tipo visto in [i] e [ii] non comportano la presenza di un agente
che agisca intenzionalmente. Se introduciamo un agente abbiamo uno stato di cose
che chiamiamo azione:
[iii] Maria ha mangiato tutta la pasta.
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
203
In [iii] levento causato da un agente e il paziente subisce un cambiamento di sta-
to. Si tratta di un evento dinamico che ha un inizio e una fine ed pertanto telico.
Non tutti gli eventi in cui implicato un agente per sono telici. Possiamo avere
per esempio:
[iv] Maria cammina per strada.
Questo evento ha s una dimensione temporale, ma presentato come durativo,
senza una ne precisa. Essendo caratterizzato ancora dalla presenza di un agente
che agisce intenzionalmente, possiamo denire anche [iv] unazione.
Secondo una classicazione spesso usata, si introduce invece una distinzione fra
[iii] e [iv]. In questa classicazione per lintenzionalit non ritenuta un parame-
tro rilevante e il termine azione non viene usato. Si raggruppano invece gli stati di
cose in quattro gruppi:
atelico telico
stati achievements
attivit accomplishments
(i due termini inglesi sono di difcile traduzione italiana; per mantenere la distin-
zione possiamo rendere achievement con raggiungimento e accomplishment con
compimento).
Lintenzionalit e il controllo su uno stato di cose non sono parametri pertinenti a
questa classicazione, infatti achievements e attivit possono essere ugualmente
intenzionali o non intenzionali:
[v] Giovanni arrivato (intenzionale, achievement );
[vi] Il vetro si rotto (non intenzionale, achievement );
[vii] Maria telefona (intenzionale, attivit);
[viii] La porta scricchiola (non intenzionale, attivit).
Gli accomplishements corrispondono alle azioni che comportano un cambiamento
di stato nel paziente, come nellesempio [iii].
Altre possibili classicazioni degli stati di cose sono state proposte da altri studiosi,
a riprova del fatto che non semplice individuare delle classi soddisfacenti. Per
esempio, nella Functional Grammar (vedi Dik, 1978), si usa la seguente classica-
zione, in cui lintenzionalit ha carattere strutturale:
+ int. int.
+ din. azione + din. processo
+ int. int.
din. posizione din. stato
Come posizione si intende in questo contesto per esempio lo stato di cose denotato
da avere in:
[ix] Giovanni ha un libro,
che normalmente viene invece classicato come stato. In questa classicazione
eventi denotati da frasi come [i] e [viii], che avevamo classicato in maniera diver-
204
Introduzione alla linguistica storica
sa seguendo i criteri dati nella classicazione precedente, sono invece entrambi
processi. Infatti, al contrario della prima classicazione, in questa seconda s dato
rilievo allintenzionalit, ma viene trascurata la telicit dellevento.
Per unanalisi dettagliata dei tipi di stati di cose denotati dei verbi italiani rimando
a Bertinetto (1986).
Il valore del medio Per ricostruire il signicato originario delle due diatesi indoeuropee, attivo
e medio, iniziamo a considerare il valore del medio in greco. Essenzialmen-
te questa diatesi indicava un particolare coinvolgimento del soggetto in un
certo stato di cose. Il medio non operava necessariamente sulla valenza: an-
che verbi transitivi potevano comparire nel medio, come si vede dal se-
guente esempio:
[50] ote bvmo ` yq
ote b omos
neg altare:acc.pl
poie yntai
poientai
fare:prs.m/p.3pl
o yte p yr
ote pr
neg fuoco:n/a
anaka oysi
anakaousi
accendere:prs.3pl
m ellonteq
mllontes
stare.per:prs.part.nom.pl
w yein
thein
sacricare:prs.inf
quando devono sacricare, non costruiscono altari n accendono il
fuoco (Er. 1.132.1).
Qui il verbo poientai poie yntai fanno ha diatesi media. Esso indica che
lazione viene compiuta da qualcuno nel proprio interesse; si sarebbe potu-
to usare in questo contesto anche lattivo e lo stato di cose denotato sareb-
be stato lo stesso.
Medio e riessivo Lo stesso uso caratterizza il riessivo italiano che, come vedremo, ha molte
afnit semantiche col medio greco:
[51] Mi sono mangiato un bel piattone di pasta,
[51] Ho mangiato un bel piattone di pasta.
Anche in italiano, lo stato di cose denotato dalla frase con o senza riessivo
lo stesso. Ci che il riessivo aggiunge un senso di partecipazione mag-
giore da parte dellagente.
In molte lingue indoeuropee il medio ha poi assunto anche valore di passi-
vo: questo avvenuto per esempio in latino e in parte anche in greco, dove
la forma poientai poie yntai potrebbe anche esprimere un passivo e voler
dire vengono fatti. Facendo astrazione dal passivo, che una funzione se-
condaria del medio, le varie funzioni del medio in greco antico sono le se-
guenti: riessivo, pseudoriessivo (tipo: mi lavo le mani), reciproco, im-
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
205
personale, alto grado di coinvolgimento (come in [50] e nellesempio ita-
liano [51]).
Come abbiamo anticipato, in italiano queste stesse funzioni possono essere
svolte dal verbo nella forma riflessiva: infatti, il cosiddetto riflessivo italiano
ha in realt luso di una diatesi media. Possiamo osservare che luso del rifles-
sivo pu non ridurre la valenza, come in [51] (e come il medio greco in [50]).
Rimozione
dellagente
In altri contesti, il si pu essere simile al passivo nel ridurre la valenza del
verbo ma, a differenza del passivo, la rimozione dellagente totale: in ita-
liano, lagente infatti pu essere espresso o non espresso con il passivo, ma
di norma non con il si; inoltre, il passivo con agente inespresso lascia co-
munque intendere che un agente ha causato un certo stato di cose, mentre
il si lo presenta come spontaneo:
[52] Il vetro stato rotto (da qualcuno);
[52] Il vetro si rotto.
Verbi deponenti Nelle lingue indoeuropee troviamo numerosi verbi che, seguendo la termi-
nologia della grammatica latina, chiamiamo deponenti: si tratta di verbi
che presentano solo la diatesi media. Nelle lingue anatoliche, il numero di
verbi che presenta solo il medio molto alto ed accompagnato da altri
numerosi verbi che presentano solo lattivo. Molti indizi ci fanno ricostrui-
re per lindoeuropeo una situazione in cui la distribuzione delle due diatesi,
attivo e medio, in realt era lessicale: cio i verbi seguivano o la essione at-
tiva o la essione media. Il nucleo pi antico di verbi a essione media era
probabilmente costituito da verbi intransitivi che denotavano processi
spontanei (sciogliersi, divenire, rompersi) o stati (giacere, sedere).
Medio e perfetto Probabilmente per nel caso degli stati gi anticamente si era formato un al-
tro tipo di flessione, quella del perfetto, che, come abbiamo detto (cap. 4.
par. 4.1), doveva in origine essere qualcosa di pi simile a una diatesi che a un
tempo o aspetto verbale. Sappiamo questo per due motivi: in primo luogo, le
desinenze del perfetto sono affini a quelle del medio (vedi cap. 3 par. 8.5). In
secondo luogo, in greco alcuni verbi che presentano solo il medio in tutti gli
altri tempi hanno forme attive nel perfetto: ggnomai g gnomai diveni-
re:prs.1sg, egenom

en egenom hn divenire:aor.1sg sono forme medie, ma


ggona g egona divenire:prf.1sg morfologicamente attivo. Poich il per-
fetto aveva un significato analogo al medio, non era necessario indicare que-
sto significato con la diatesi media (vedi Lazzeroni, 1990; Di Giovine, 1996).
Processi spontanei Tornando ai verbi che denotano processi spontanei, possiamo osservare
che in questo tipo di eventi il grado di coinvolgimento dellunico parteci-
pante (sintatticamente il soggetto del verbo) massimo. Se dico:
[52] Il vetro si rotto,
206
Introduzione alla linguistica storica
il soggetto ha ruolo semantico di paziente e subisce involontariamente un
cambiamento di stato; anche se avessimo un soggetto animato in questa
posizione, il suo referente non agirebbe intenzionalmente:
[53] Giovanni invecchiato.
Probabilmente lindicazione del grado di coinvolgimento ha costituito la
base di partenza per lestensione della forma media anche a verbi che non
erano medi in origine e per la costituzione di una vera opposizione di dia-
tesi. Il signicato del medio si poi esteso no a includere, nella maggior
parte delle lingue, anche il passivo.
5. Inniti e participi
Le forme non nite
del verbo sono forme
non prototipiche
Nelle lingue indoeuropee, il verbo presenta una serie di forme non nite,
forme cio che non presentano le categorie di accordo di persona e nume-
ro, ma possono presentare genere e numero di tipo nominale. In italiano,
le forme non nite del verbo sono linnito, il participio e il gerundio.
Tutte queste forme hanno in comune il fatto che possono avere in misura
diversa uso verbale, ma che hanno anche un altro uso, che spesso quello
principale. In particolare, linnito ha uso nominale, come la forma bere
in:
[54] Larte del bere;
il participio ha uso aggettivale, come la forma cotta in:
[55] Una bistecca poco cotta;
e il gerundio ha uso avverbiale, come la forma schiettando in:
[56] Usciva di casa schiettando.
Queste forme si chiamano anche forme nominali del verbo, non solo per-
ch in parte hanno comportamento nominale o presentano le categorie
essive del nome, ma anche perch storicamente i sufssi con cui sono for-
mate si possono far risalire a sufssi che derivavano forme nominali da basi
verbali. Dato il loro duplice comportamento (sia da verbi, sia da parole ap-
partenenti a unaltra classe lessicale), queste forme verbali non sono proto-
tipiche: si trovano sul bordo fra due classi lessicali diverse e hanno caratte-
ristiche di entrambe. Ci era chiaro gi ai grammatici greci e latini, che
chiamarono il participio rispettivamente con i nomi di metokh

e e partici-
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
207
pium, che indicavano appunto il fatto che essi partecipano delle caratteri-
stiche dei nomi e dei verbi.
I participi Le lingue indoeuropee antiche sono ricche di forme nominali del verbo.
Fra i sufssi che si possono sicuramente ricostruire per lindoeuropeo, tro-
viamo uno dei sufssi del participio, -nt-. Questo sufsso, oltre a essere at-
testato in quasi tutte le lingue indoeuropee, ha sempre la funzione di for-
mare participi, anche se il valore (presente o passato, attivo o passivo) non
lo stesso in tutte le lingue. In latino e greco, -nt- il sufsso del participio
presente attivo: leg o io leggo legens, gen. legentis che legge; elpz o elp zv
spero elpz on elp zvn, gen. elpzontos elp zontoq che spera:
[57] video
vedere:prs.1sg
puerum
bambino:acc.m
librum
libro:acc.m
legentem
leggere:prs.part.acc.m
vedo un bambino che legge un libro;
[58] o
ho
dim.nom.m
m` en
mn
ptc
elp zvn
elpz on
sperare:prs.part.nom.m
einai
enai
essere:prs.inf
anwtr vpvn
anthr

op on
uomo:gen.pl.m
olbi vtatoq
olbi

otatos
felice:sup.nom.m
costui, che sperava di essere il pi felice degli uomini (Er. 1.30.3).
Sia il latino sia il greco hanno anche altre forme di participio con valori
temporali o di diatesi diversi; in particolare il greco ha forme di participio
per tutti i tempi e tutte le diatesi.
In ittita, invece, esiste un solo participio, quello appunto in -nt-, che ha va-
lore per lo pi di participio passato e, similmente al participio passato ita-
liano, ha senso passivo con verbi transitivi e attivo con verbi intransitivi:
epmi prendo, appanza (in realt la forma fonologica /apants/) preso,
prigioniero; paimi vado, panza fonologicamente /pants/ andato. Con
alcuni verbi atelici, il participio ittita in -nt- pu avere valore di participio
presente. Per esempio, con huiszi egli vive che atelico abbiamo huiswan-
za fonologicamente /huiswants/ vivente (e non vissuto).
Anche altri due sufssi di participio, -to- e -no-, sono attestati in un grande
numero di lingue, ma in alcune di esse danno luogo a forme che non sono
participi. Per esempio, la forma in -to- d luogo al participio passato in lati-
no: laud o io lodo ~ laudatus lodato, mentre in greco serve per la forma-
zione di aggettivi deverbali, ma non sistematicamente inserita nei para-
digmi essivi della lingua.
208
Introduzione alla linguistica storica
6. Tabelle riassuntive delle categorie essive dellindoeuropeo
tabella 1 Categorie del nome in indoeuropeo ricostruito
[Genere] Numero Caso
[Maschile] Singolare Nominativo
[Femminile] Plurale Accusativo
[Neutro] Duale Genitivo
Dativo
Strumentale
Locativo
Ablativo
Vocativo
Nella tabella 1 il genere dato fra parentesi perch, come abbiamo detto
(vedi cap. 4 par 3.2), questa categoria inerente al lessema e non essiva
nel nome (mentre lo nellaggettivo).
tabella 2 Categorie dellaggettivo in indoeuropeo ricostruito
Genere Numero Caso Grado
Maschile Singolare Nominativo Positivo
Femminile Plurale Accusativo Comparativo
Neutro Duale Genitivo Superlativo
Dativo
Strumentale
Locativo
Ablativo
Vocativo
tabella 3 Categorie del verbo in indoeuropeo ricostruito
Tempo/Aspetto Modo Diatesi
Imperfettivo Presente Indicativo Attivo
Imperfetto Imperativo Medio
Aoristo Ottativo
Perfetto Congiuntivo
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
209
Il perfetto inserito nel sistema aspettuale dal fatto che morfologicamente si
costruisce su un terzo tema rispetto a presente e aoristo; dal punto di vista
del significato era forse originariamente da inserire fra le diatesi.
7. I preverbi
Parole con funzioni
diverse
Caratteristica delle lingue indoeuropee una classe di parole che in molte
lingue possono fungere da adposizioni, cio a seconda della posizione ri-
spetto al nome retto preposizioni o pi raramente posposizioni, oppure da
preverbi. Questa classe ancora ben rappresentata in varie lingue indoeu-
ropee, fra cui le lingue germaniche:
[59] Ich
io
gehe
andare:prs.1sg
zum
a + art
Bahnhof
stazione
vado alla stazione;
[60] Er
egli
will
volere:prs.3sg
nicht
neg
zuhren
ascoltare:inf
non vuole ascoltare.
In [59] la forma zum rappresenta una preposizione articolata zu + dem,
corrispondente allitaliano al. In [60] troviamo di nuovo la forma zu, que-
sta volta per pressa al verbo hren sentire. Il signicato di zu come pre-
posizione non ha pi molti legami con il signicato di zu come preverbio
(in questo esempio, anzi, non ha nessun legame). Ci vero in buona par-
te anche nelle lingue indoeuropee pi antiche, come vediamo dal latino:
[61] agricola
contadino:nom.m
ambulabat
camminare:impf.3sg
in agro
in campo:abl.m
un contadino camminava in un campo;
[62] incipiebam
iniziare:impf.1sg
dicere
dire:inf.prs
sententiam
frase:acc.f
stavo incominciando a dire una frase.
In [61] la forma in una preposizione e regge lablativo agro; in [62] in-
vece troviamo in come preverbio, in composizione con il verbo capio
prendere; il composto incipio significa incominciare. Anche in questo
caso, il significato del composto difficilmente ricavabile dal significato
dei due membri.
Anticamente, queste parole erano avverbi indipendenti, che si sono poi
uniti in parte ai sostantivi, diventando pre- o posposizoni, e in parte ai ver-
bi, diventando preverbi. Nel greco omerico troviamo ancora i tre diversi
usi, come vediamo qui sotto con prs pr oq verso:
210
Introduzione alla linguistica storica
[63] pr ` oq
prs
verso
d
d
ptc
amWv
mph o
indef.n/a.du
r hje
rhkse
rompere:aor.3sg
t enonte
tnonte
tendine:n/a.du
e in pi ruppe entrambi i tendini (Il. 5.307);
[64] t ` on
tn
dim.acc.m
d
d
ptc
apameib omenoq
apameibmenos
rispondere:part.prs.m/p.nom.m
pros eWh
prosphe
dire:aor.3sg
p odaq
pdas
piede:acc.pl.m
vk ` yq
oks
veloce:nom.m
Axille yq
Akhilles
Achille:nom.m
Achille dal piede veloce disse rispondendogli (Il. 1.84);
[65] e n al`
ein hal
in mare:dat.m
ketai
ketai
giacere:prs.m/p.3sg
pr ` oq
prs
verso
z oWon
zphon
buio:acc.m
(Itaca) si trova nel mare, verso loscurit (Od. 9.25-26).
Nellesempio [63] prs pr oq ha funzione di avverbio e signica inoltre. In
[64] troviamo un verbo composto, prosphe pros eWh disse. Si osservi che
la stessa frase contiene anche un altro verbo composto, la forma apameib-
menos apameib omenoq rispondendo, che formata con il verbo ameb o
ame bv scambiare e il preverbio ap ap o da: i due preverbi indicano la
direzione nella comunicazione. In [65] inne prs pr oq ha funzione di
preposizione, signica verso e regge il sostantivo in accusativo zphon
z oWon.
Uso adposizionale
dei preverbi
in indoeuropeo
Secondo alcuni studiosi, nellindoeuropeo ricostruito i preverbi avrebbero
avuto solo la funzione di avverbi indipendenti; in particolare la funzione di
adposizioni (preposizioni o posposizioni) non sarebbe esistita in indoeuro-
peo, perch le funzioni dei sintagmi nominali sarebbero state indicate uni-
camente dai casi. Questa ricostruzione per inverosimile, per vari motivi.
In primo luogo, il sistema di casi dellindoeuropeo ricostruito non ric-
chissimo, mentre sono molto numerose le funzioni semantiche che un co-
stituente nominale pu trovarsi a svolgere. Infatti, anche lingue con siste-
mi di casi molto pi ricchi, come per esempio lungherese, hanno adposi-
zioni e daltro canto una lingua come il sanscrito, che conserva tutti i casi
dellindoeuropeo, fa anche uso di adposizioni in vari contesti.
Un sintagma
adposizionale
ricostruito
In secondo luogo, esistono usi delle adposizioni attestati da numerose lin-
gue che si possono ricostruire per mezzo della comparazione anche per
lindoeuropeo. Un esempio luso di unadposizione derivata dalla radice
*pr davanti per indicare la causa, che, come ha dimostrato Dunkel
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
211
(1990), si pu ricostruire in base a usi analoghi riscontrati in greco omeri-
co, ittita, gotico e latino. Si possono confrontare espressioni come pr ph-
boio pr ` o f oboio per paura, got. fara fahdai per la gioia, ittita inani pe-
ran per la malattia kasti piran per la fame, latino prae lacrimis per le la-
crime prae timore per paura. Dunkel mette in luce come il fatto che in
greco luso di pr o in unespressione di causa eccezionale, riscontrandosi
in un solo passo di Omero, avvalori lipotesi che questa costruzione sia an-
tica. Nelle altre lingue che abbiamo citato la distribuzione varia: in parti-
colare, in ittita peran attestata in espressioni di causa di epoca medioittita
e pi tarda; in latino prae si trova durante tutta la storia della lingua, so-
prattutto con nomi che denotano sentimenti, mentre lesempio gotico ri-
specchia un uso generalizzato in numerose lingue germaniche.
Visto lunico esempio greco e in base alle evidenze delle altre lingue, pos-
siamo pensare che probabilmente luso delladposizione *pr per esprimere
la causa sia nato dapprima con nomi di emozioni o stati sici (paura,
fame, malattia) per denotare la causa di eventi non controllati.
8. Evoluzione nelle principali lingue indoeuropee
Nei paragra che seguono prenderemo in esame il sistema delle categorie
grammaticali delle lingue indoeuropee principali (nel senso che pi spesso
possono essere oggetto di studio nelle nostre universit), vale a dire latino,
greco, sanscrito, germanico e slavo. Lesame necessariamente sommario;
solo nella parte dedicata al latino mi sono dilungata in misura un po mag-
giore che nelle altre parti, in maniera da includere anche alcuni accenni alle
lingue romanze.
8.1. Latino
8.1.1. Nome Il nome latino presenta le categorie riportate nella tabella 4:
tabella 4 Categorie del nome in latino
[Genere] Numero Caso
[Maschile] Singolare Nominativo
[Femminile] Plurale Accusativo
[Neutro] Genitivo
Dativo
Ablativo
Vocativo
212
Introduzione alla linguistica storica
Tre generi Il nome latino continua il sistema di classicazione del tardo indoeuropeo
in tre generi, con assegnazione in buona parte arbitraria. Per quanto ri-
guarda lassociazione fra genere e classe essiva, possiamo rilevare, come
gi per lindoeuropeo ricostruito, lassenza di neutri dalla prima declinazio-
ne (temi in - a-), che contiene per lo pi sostantivi femminili, con un pic-
colo numero di maschili (tutti con referenti animati). Il numero in latino
ridotto a singolare e plurale.
Laggettivo presenta le categorie del nome; fra queste ricordiamo che per
laggettivo anche il genere ha carattere essivo. Inoltre, laggettivo si ette
anche per grado, comparativo e superlativo. Di questi due gradi, nelle lin-
gue romanze rimane essivo per lo pi il superlativo.
Sei casi Per quanto riguarda il sistema dei casi, in latino esso ha subito una riduzio-
ne (sincretismo). I casi conservati sono nominativo, vocativo, accusativo,
dativo, genitivo, ablativo. Questultimo caso in realt copre per lo pi le
funzioni dello strumentale indoeuropeo e indica generalmente strumento
o causa, come negli esempi [9] e [9].
Toponimi Il sottosistema dei casi spaziali ben conservato per i toponimi delle prime
due classi essive (prima e seconda declinazione). Infatti, il caso locativo
indoeuropeo conservato in un piccolo numero di nomi con referente spa-
ziale (domi a casa, ruri nel campo); anche i nomi di citt e piccole isole
della prima e seconda declinazione conservano il locativo, che per di-
ventato omofono del genitivo (Romae a Roma, di Roma). Con questi
nomi laccusativo ha funzione di allativo (indica cio direzione) e lablativo
indica provenienza (vedi gli esempi [9] e [9]). Con i nomi di citt e picco-
le isole delle altre classi essive, che non conservano il locativo, lablativo
pu essere usato sia per indicare luogo, sia per indicare provenienza, men-
tre laccusativo funziona da allativo. Con tutti gli altri tipi di nomi le rela-
zioni spaziali sono indicate da sintagmi preposizionali.
Tracce del neutro
nelle lingue romanze
Nelle lingue romanze possiamo notare alcuni altri sviluppi che riguardano
il nome. In particolare, il sistema di genere tende a ridursi ovunque attra-
verso leliminazione del neutro. Tracce del neutro sono attestate sia nei
pronomi sia nei sostantivi. In italiano, per esempio, alcuni sostantivi conti-
nuano il plurale in -a, che viene per ad acquisire il genere femminile,
come nel caso di luovo vs. le uova, il dito vs. le dita. Questo tipo di essio-
ne molto diffusa in rumeno, lingua in cui costituisce una classe di accor-
do particolare e viene considerato neutro.
Troviamo poi in italiano anche nomi che hanno un plurale maschile e uno
femminile in -a. In questo caso, rappresentato per esempio da muro vs.
muri vs. mura, il plurale maschile numerabile, mentre quello in -a conti-
nua il valore di collettivo del neutro. Infati, le mura sono le mura che cin-
gono una citt nel loro insieme, mentre se vogliamo contare un numero di
pareti speciche usiamo appunto la forma i muri.
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
213
Sostituzione dei casi:
lordine
dei costituenti
Per quanto riguarda il caso, questa categoria continua nelle lingue romanze
per i pronomi personali e, in maniera pi limitata, per i pronomi relativi.
La scomparsa del caso nel sostantivo ha avuto due effetti. In primo luogo,
le funzioni sintattiche di soggetto e oggetto diretto sono indicate in buona
misura dallordine dei costituenti rispetto al verbo: di norma, il soggetto
precede il verbo e loggetto diretto lo segue. Lordine dei costituenti in lati-
no, italiano e nelle altre lingue romanze sar oggetto di discussione detta-
gliata nel cap. 5.
Preposizioni in luogo
del genitivo
e del dativo
In secondo luogo, alcune funzioni che erano espresse sistematicamente dai
casi in latino sono indicate da preposizioni nelle lingue romanze. Fra le
funzioni sintattiche, la dipendenza nominale espressa in tutte le lingue
romanze da preposizioni che derivano dal latino de. Questa preposizione
indicava in latino lallontanamento e spesso il partitivo, in espressioni
come:
[66] se
rifl.acc
gladio
spada:abl
percussum esse
colpire:prs.inf.p
ab uno
da uno:abl
de illis
di essi:abl
(che) lui stesso fu colpito con una spada da uno di loro (Cic. Mil. 65).
Possiamo immaginare che sia stata questa la strada attraverso la quale luso
di de si ampliato, no a includere tutti i contesti in cui prima era usato il
caso genitivo.
Loggetto indiretto, che in latino era indicato dal caso dativo, indicato
nelle lingue romanze da preposizioni che derivano dal latino ad verso. Gi
in latino questa preposizione poteva a volte comparire in contesti in cui di
norma era usato il dativo, con verbi di scambio o comunicazione, come in:
[67] quae
rel.n/a
ad
a
patrem
padre:acc
vis
volere:prs.2sg
nuntiari
dire:prs.inf.p
le cose che vuoi che siano dette a tuo padre (Pl. Capt. 360).
Oggetto diretto
preposizionale
In alcune lingue romanze, come lo spagnolo e alcune variet italiane meri-
dionali, anche loggetto diretto viene indicato in determinati casi da prepo-
sizioni. In spagnolo si dice per esempio:
[68] He visto a Juan
ho visto Giovanni.
In generale, la preposizione compare quando loggetto diretto animato, a
meno che non sia indeterminato. Si confronti:
[69] Estoy buscando a alguien que conocia
sto cercando qualcuno che conoscevo (determinato),
214
Introduzione alla linguistica storica
con:
[70] Estoy buscando alguien que sepa el frances
sto cercando qualcuno (indeterminato) che sappia il francese.
Anche in rumeno loggetto diretto preposizionale, ma indicato da una
preposizione che deriva dal latino per.
La metafora
del compagno
Per quanto riguarda luso dei casi per esprimere ruoli semantici, piuttosto
che funzioni sintattiche, i notevoli cambiamenti intercorsi fra il latino e le
lingue romanze sono stati causati in primo luogo dalla scomparsa del caso
ablativo. Questo caso aveva varie funzioni in latino; la principale era quella
di indicare lo strumento. Le lingue romanze hanno esteso la preposizione
che indica il comitativo (in italiano con) anche allo strumento. Questa
estensione semantica si basa su una metafora, detta metafora del compa-
gno, secondo la quale uno strumento concepito come un compagno che
accompagna lagente nello svolgimento di unazione. Si tratta di una meta-
fora molto diffusa nelle lingue dEuropa, descritta in Lakoff, Johnson
(1998), su cui esiste una vasta bibliograa (vedi anche Stolz, 2003).
8.1.2. Verbo Le categorie del verbo latino sono quelle riportate nella tabella 5.
tabella 5 Categorie del verbo in latino
Tempo Modo Diatesi
Infectum Perfectum
Presente Perfetto Indicativo Attivo
Imperfetto Piuccheperfetto Imperativo Medio/passivo
Futuro Futuro Perfetto Congiuntivo
Il verbo latino presenta, come gi abbiamo visto nel cap. 3, quattro classi
essive, di cui la terza divisa in due sottoclassi. Il sistema temporale basa-
to sullalternanza di due temi: tema del presente o infectum, tema del passa-
to o perfectum. In realt, anche se i nomi dei due temi richiamano nozioni
aspettuali, il sistema verbale latino grammaticalizza piuttosto il tempo. La-
spetto rimane rilevante soprattutto per lopposizione fra perfetto e imper-
fetto, come daltro canto continua a essere nelle lingue romanze.
Scomparsa
dellottativo
I modi sono ridotti rispetto a quelli dellindoeuropeo ricostruito, perch
manca lottativo. Abbiamo visto (cap. 3 par. 8.6) che le varie formazioni di
congiuntivo del latino continuano sia il congiuntivo sia lottativo indoeu-
ropeo: questo vero anche dal punto di vista delluso, perch il congiunti-
vo latino ha le funzioni che hanno in greco i due modi. Nelle lingue ro-
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
215
manze si poi creato un nuovo modo, il condizionale, la cui funzione
principale quella di esprimere la modalit potenziale.
Il sistema di diatesi si basa sullopposizione fra attivo e passivo. Il passivo
latino, che deriva dal medio indoeuropeo, ha anche valore di impersonale.
Ci evidenziato, per esempio, dalle forme medie di terza persona singola-
re dei verbi intransitivi: itur (andare:prs.m/p.3sg) si va; pugnabatur
(combattere:impf.m/p.3sg) si combatteva.
Ampliamento del
sistema dei tempi
verbali mediante
forme perifrastiche
nelle lingue romanze
Nelle lingue romanze il verbo mantiene un carattere altamente sintetico per
lindicazione di tempo e modo, mentre lindicazione della diatesi passiva
diventata analitica: non esiste pi il passivo del latino, ma esiste una costru-
zione passiva fatta mediante lausiliare essere o altri ausiliari (in italiano per
esempio venire). Il sistema di tempi verbali si arricchisce nelle lingue roman-
ze con laggiunta di alcuni tempi passati perifrastici che non esistevano in
latino. In italiano, questi tempi sono il passato prossimo (ho amato) e il tra-
passato remoto (ebbi amato); il trapassato prossimo (avevo amato) pure un
tempo di creazione nuova, che per non venuto ad aggiungersi, ma ha
piuttosto sostituito la forma sintetica del latino (amaveram). Lopposizione
fra aspetto imperfettivo e perfettivo continua nelle lingue romanze nei tempi
passati, in cui limperfetto mantiene il valore di passato imperfettivo.
Al sistema dei modi
le lingue romanze
aggiungono
il condizionale
Anche il sistema dei modi verbali si ampliato nelle lingue romanze, come
abbiamo gi osservato nel cap. 3, con laggiunta del condizionale, usato in
vari contesti in cui il latino faceva uso del congiuntivo. Luso del congiun-
tivo inoltre diventato pi limitato di quanto fosse in precedenza. Ci
avvenuto in maniera diversa nelle diverse lingue romanze. Nei dialetti ita-
liani centromeridionali (ad esclusione del toscano), per esempio scom-
parso il congiuntivo presente, cosa che ha fatto s che il suo uso sia andato
via via limitandosi anche nelle variet di italiano regionale. In francese in-
vece scomparso dalluso il congiuntivo passato, normalmente sostituito
dallimperfetto indicativo.
8.2. Greco
8.2.1. Nome
tabella 6 Categorie del nome in greco
[Genere] Numero Caso
[Maschile] Singolare Nominativo
[Femminile] Plurale Accusativo
[Neutro] Duale Genitivo
Dativo
Vocativo
216
Introduzione alla linguistica storica
Riduzione
del sistema
dei casi
Il nome greco mantiene tre generi e tre numeri; il numero dei casi invece
fortemente ridotto. Abbiamo gi ricordato nel cap. 3 che la variet di greco
pi antica che conosciamo, il cosiddetto miceneo, aveva anche un caso
strumentale. La riduzione dei casi avvenuta dallindoeuropeo al greco quin-
di in un primo tempo aveva riguardato solo lablativo, che si era fuso con il
genitivo, e il locativo, che si era fuso con il dativo. Pi tardi anche lo stru-
mentale si fuse con il dativo/locativo. Il dativo nel greco classico aveva per-
tanto le tipiche funzioni del dativo indoeuropeo per lo pi con nomi ani-
mati, mentre con inanimati aveva generalmente le funzioni dello strumen-
tale indoeuropeo, cio poteva indicare strumento e causa. Il ruolo semanti-
co locativo era espresso generalmente attraverso sintagmi preposizionali.
Le categorie essive dellaggettivo sono quelle del nome, con il genere che
ha carattere essivo, pi il grado (comparativo e superlativo).
Scomparsa del dativo Nel passaggio dal greco classico a quello bizantino, su cui si fonda il greco
moderno, anche il caso dativo scomparso, venendo sostituito in alcuni
dialetti dal genitivo e in altri dallaccusativo. Nella lingua standard moder-
na il genitivo dei pronomi ad avere la funzione che aveva in greco antico
il dativo; per i sostantivi il dativo stato sostitutito da una preposizione che
signica a, a somiglianza di quanto avvenuto nelle lingue romanze. Il
greco moderno presenta pertanto un sistema di casi ridotto a nominativo,
accusativo e genitivo.
8.2.2. Verbo
tabella 7 Categorie del verbo in greco
Tempo/Aspetto Modo Diatesi
Presente Indicativo Attivo
Imperfetto Imperativo Medio
Aoristo Ottativo Passivo
Futuro Congiuntivo
Futuro Perfetto
Perfetto
Piuccheperfetto
Centralit
dellaspetto
Il sistema verbale del greco conserva molte delle caratteristiche del sistema
verbale che si ricostruisce per lindoeuropeo, in primo luogo la centralit
dellopposizione fra presente e aoristo come opposizione aspettuale. Tutta-
via, si sono create nuove opposizioni temporali, prima fra tutte quella in-
trodotta dal futuro (vedi tab. 7).
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
217
Creazione
della
diatesi passiva
Il greco innova inoltre nel campo della diatesi: futuro e aoristo hanno in-
fatti oltre allattivo e al medio anche un passivo. Pertanto, mentre negli al-
tri tempi (per esempio, il presente) il medio ha valore sia di medio sia di
passivo, il futuro e laoristo presentano una triplice opposizione. Si vedano
come esempi:
prssei pr assei fa ~ prssetai pr assetai si fa (medio), viene fatto
(passivo);
prakse epraje fece ~ eprksato epr ` ajato si fece (medio) ~ eprkhthe
epr axwh fu fatto (passivo).
interessante soffermarsi sullorigine del passivo: i sufssi -the- e -e- che
concorrono alla sua formazione sembrano aver avuto come funzione origi-
naria quella di ridurre la valenza dei verbi transitivi, rendendoli intransitivi
(ma non passivi). Le desinenze che si aggiungono al tema dellaoristo e del
futuro passivo formati con questi sufssi non sono quelle del medio, bens
quelle dellattivo.
8.3. Sanscrito
8.3.1. Nome
tabella 8 Categorie del nome in sanscrito
[Genere] Numero Caso
[Maschile] Singolare Nominativo
[Femminile] Plurale Accusativo
[Neutro] Duale Genitivo
Dativo
Strumentale
Locativo
Ablativo
Vocativo
Carattere
conservativo
del nome
in sanscrito
Il nome sanscrito conserva tutti i casi che si ricostruiscono per lindoeuro-
peo (vedi tab. 8): anzi, costituisce la base per la ricostruzione. Le funzioni
dei casi in sanscrito sono quelle che abbiamo individuato per lindoeuro-
peo ricostruito.
218
Introduzione alla linguistica storica
Anche in sanscrito laggettivo presenta le stesse categorie del nome,
compreso il genere per laccordo, e inoltre il grado comparativo o su-
perlativo.
8.3.2. Verbo
tabella 9 Categorie del verbo in sanscrito
Tempo/[Aspetto] Modo Diatesi
Presente Indicativo Attivo
Imperfetto Imperativo Medio
Aoristo Ottativo Passivo
Futuro Congiuntivo
Perfetto Ingiuntivo
Perdita
dellopposizione
aspettuale
Il sistema verbale sanscrito (vedi tab. 9) conserva il sistema indoeuro-
peo dal punto di vista formale, dato che basato sullopposizione dei
tre temi di presente, aoristo e perfetto. Tuttavia, le opposizioni espres-
se sono per lo pi temporali. In particolare, scomparsa lopposizione
aspettuale fra imperfetto = passato imperfettivo e aoristo = passato per-
fettivo e si trasformata in unopposizione temporale: laoristo ha il
valore di un passato prossimo, mentre limperfetto ha il valore di un
trapassato.
Il modo ingiuntivo Per quanto riguarda i modi, notiamo nel sanscrito vedico la presenza del-
lingiuntivo. Questo modo pu forse risalire a una fase molto arcaica del-
lindoeuropeo; denota lassenza di temporalit e anche di modalit, con-
fondendosi spesso con gli altri modi, in particolare limperativo e il con-
giuntivo.
Carattere
derivazionale
del passivo
Il sanscrito aggiunge una diatesi passiva allattivo e al medio, ma solo per il
presente (altrove il medio ha valore di passivo). La natura morfologica del
passivo diversa da quella delle altre diatesi, in quanto esso derivazionale:
si forma con il sufsso -ya- sul grado ridotto della radice; i derivati cos for-
mati prendono le desinenze del medio e seguono la quarta classe essiva
(vedi cap. 3 par. 8.6). Per laoristo e il perfetto non c un passivo specico,
ma il medio a poter prendere anche il valore di passivo.
8.4. Germanico Ricordiamo in primo luogo che, al contrario di quanto
avviene con latino, greco e sanscrito, con germanico non indichiamo
una lingua attestata, ma una lingua ricostruita. Perci, in alcuni casi il
riferimento a una lingua specifica e non pu essere esteso a tutto il
gruppo.
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
219
8.4.1. Nome
tabella 10 Categorie del nome in germanico
[Genere] Numero Caso
[Maschile] Singolare Nominativo
[Femminile] Plurale Accusativo
[Neutro] Genitivo
Dativo
Strumentale
Vocativo
Riduzione
del sistema
dei casi
Il caso strumentale era attestato ancora nelle fasi pi antiche delle lingue
germaniche occidentali, mentre un vocativo distinto dal nominativo esiste
solo in gotico.
Il sistema di casi attestati in tutte le lingue germaniche pertanto ridotto a
quattro, cio nominativo, accusativo, genitivo e dativo: il sistema del go-
tico (a parte le tracce di vocativo) e del nordico e quello a cui si conforma-
no anche le lingue occidentali dopo la scomparsa dello strumentale; questo
sistema continua nellalto tedesco moderno. Si tratta di un sistema che po-
trebbe sembrare simile a quello del greco, nel senso che i casi conservati
sono gli stessi; in realt il loro uso profondamente diverso. Infatti, mentre
in greco antico i casi senza preposizione hanno un ampio uso anche per
esprimere i ruoli semantici (per esempio il dativo semplice pu esprimere il
ruolo di strumento), in germanico essi sono in misura maggiore limitati al-
lespressione delle funzioni sintattiche, mentre i ruoli semantici sono
espressi in generale con preposizioni.
Nelle lingue germaniche laggettivo si ette per numero e caso come il
nome e presenta la essione per genere per laccordo; inoltre, laggettivo
germanico si ette per grado (comparativo e superlativo). La gradazione
dellaggettivo ha ancora carattere essivo, in diversa misura, nelle lingue
germaniche moderne. Il duale scomparso dal nome, ma in gotico soprav-
vive ancora come categoria di accordo del verbo.
8.4.2. Verbo
tabella 11 Categorie del verbo in germanico
Tempo Modo Diatesi
Presente Indicativo Attivo
Preterito Imperativo Passivo
Ottativo
220
Introduzione alla linguistica storica
Scomparsa
dellopposizione
aspettuale
Il sistema verbale del germanico profondamente ristrutturato rispetto a
quello che si ricostruisce per lindoeuropeo, essenzialmente per la completa
scomparsa dellopposizione aspettuale: rimane pertanto solo lopposizione
fra tempo presente e tempo passato (chiamato tradizionalmente per il ger-
manico preterito; vedi tab. 11). Al contrario di quanto avviene nelle lingue
viste n qui, non si formato nelle lingue germaniche un futuro essivo.
Riduzione
del sistema
dei modi
Fra i modi, oltre allindicativo continuano anche limperativo e lottativo
indoeuropeo. Questo modo viene chiamato congiuntivo da alcune gram-
matiche, perch la sua funzione simile a quella del congiuntivo indoeuro-
peo, piuttosto che dellottativo. La diatesi passiva conserva carattere essi-
vo solo in gotico in alcune forme del presente indicativo e ottativo; per lo
pi per troviamo forme perifrastiche.
8.5. Slavo Come per il germanico, ci troviamo qui in presenza di una fa-
miglia composta da lingue diverse, senza una fase unitaria rappresentata da
una lingua capostipite. Il sommario che fornisco pertanto riferito alla lin-
gua di attestazione pi antica, cio lo slavo ecclesiastico, ma bisogna ricor-
dare che le altre lingue slave non sono in rapporto di derivazione diretta da
questa lingua.
8.5.1. Nome
tabella 12 Categorie del nome in slavo
[Genere] Numero Caso
[Maschile] Singolare Nominativo
[Femminile] Plurale Accusativo
[Neutro] Duale Genitivo
Dativo
Strumentale
Locativo
Vocativo
Perdita dellablativo Il nome slavo continua in maniera molto conservativa le categorie del
nome ricostruite per lindoeuropeo, mantenendo tre generi, tre numeri e
tutti i casi meno lablativo, che sostituito dal genitivo con preposizioni
(vedi tab. 12).
Fra le lingue slave moderne, hanno perso i casi il bulgaro e il macedone; le
altre mantengono sistemi abbastanza simili a quello dello slavo ecclesiasti-
co. Il caso detto in russo prepositivo corrisponde allantico locativo; esso
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
221
deve il suo nome attuale al fatto che in russo moderno viene usato solo al-
linterno di sintagmi preposizionali.
Laggettivo continua tutte le categorie essive dellaggettivo indoeuropeo,
quindi quelle del nome compreso il genere come categoria di accordo e in
pi il grado.
8.5.2. Verbo
tabella 13 Categorie del verbo in slavo
Tempo Modo
Presente Indicativo
Imperfetto Ottativo
Aoristo
Lopposizione
aspettuale
viene espressa
prevalentemente
con mezzi
derivazionali
Il verbo slavo n dalle sue fasi pi antiche dimostra di aver perso molte del-
le categorie essive del verbo indoeuropeo (vedi tab. 13). Soffermandoci in
primo luogo sul sistema di aspetto e tempo, ricordiamo che, come gi os-
servato (cap. 3 par. 8.6), esso stato profondamente ristrutturato dalla ten-
denza dellopposizione fra aspetto perfettivo e aspetto imperfettivo a venir
espressa con mezzi derivazionali piuttosto che essivi. In generale, i verbi
di azione hanno aspetto perfettivo; limperfettivo viene derivato con un
sufsso. Tuttavia, in slavo ecclesiastico e in parte delle altre lingue slave, al-
cuni verbi possono coniugarsi allaoristo e allimperfetto: quindi, lopposi-
zione rimane in parte essiva. Nel russo moderno, com noto, lopposizio-
ne essiva fra aoristo e imperfetto non esiste: limperfetto il passato dei
verbi perfettivi, mentre allaoristo corrisponde il passato dei verbi perfetti-
vi. La distinzione fra verbi perfettivi e verbi imperfettivi derivazionale.
Fra i modi, lo slavo continua solo lindicativo e lottativo indoeuropei.
Lottativo ha per assunto per lo pi la funzione dellimperativo (o del
congiuntivo esortativo per la prima persona).
Lopposizione di diatesi non pi espressa con mezzi essivi: il passivo si
forma in maniera perifrastica.
In questo capitolo

Il lessico viene diviso in parti del discorso: di esse alcune esibiscono propriet
morfologiche (nomi e verbi), altre vengono individuate in base alla loro funzione
sintattica (preposizioni, avverbi). Alcune forme lessicali si collocano al conne tra
due o pi classi (forme nominali del verbo).

Il nome indoeuropeo presenta le categorie di numero, genere e caso.


In base al numero si distinguono singolare, plurale e duale; esisteva poi un suf-
222
Introduzione alla linguistica storica
sso di collettivo, ricostruito come *- h
2
. Il genere presentava in origine lopposi-
zione neutro ~ non-neutro. Pi tardi laccordo con laggettivo e il sufsso *- h
2
hanno prodotto un nuovo genere, il femminile, in cui sono conuiti i nomi astratti
e i sostantivi con referenti femminili. Ci ha ristrutturato lorganizzazione del
genere indoeuropeo. I casi ricostruiti sono otto: nominativo, genitivo, accusativo,
dativo, ablativo, locativo, strumentale e vocativo. Laggettivo indoeuropeo concor-
da col nome in genere, numero e caso e possiede un grado comparativo e uno
superlativo.

Il verbo indoeuropeo presenta le categorie di tempo, aspetto, diatesi e modo.


Allopposizione aspetto perfettivo ~ imperfettivo si aggiunta unopposizione tem-
porale (presente ~ passato). Il perfetto denotava in origine stato e si avvicinava
alla diatesi, che si articola in attivo e medio.
I modi indicativo, congiuntivo, ottativo, imperativo esprimono modalit; non cos le
forme nominali del verbo (gerundio, innito e participio).

I preverbi costituiscono una classe particolare: fungono da pre/posposizioni o


preverbi e hanno avuto origine da antichi avverbi. Questa triplice funzione anco-
ra conservata in alcune lingue indoeuropee, come il greco omerico.

Levoluzione delle parti del discorso indoeuropee viene trattata in rapporto


alle principali lingue: greco, sanscrito, latino, lingue germaniche e lingue slave.
Letture consigliate
La ricostruzione delle categorie grammaticali indoeuropee e le loro funzioni posso-
no essere approfondite anche in riferimento alle singole lingue attraverso i saggi
riuniti in Giacalone Ramat, Ramat (1997); si pu inoltre consultare Szemernyi
(1985), la cui ricostruzione per basata essenzialmente sul sanscrito. Per appro-
fondimenti relativi al latino e al greco, si vedano Palmer (1977) e Meillet (1976) e
per gli sviluppi nelle lingue europee moderne Ban, Grandi (2003) e soprattutto
Nocentini (2002), che contiene anche una breve discussione teorica sulle categorie
grammaticali. Per le lingue romanze, la prima opera di riferimento Tagliavini
(1972). Per approfondire le singole categorie grammaticali in prospettiva tipologica,
si possono consultare i manuali della Cambridge University Press a esse dedicati:
Corbett (1991) sul genere e Corbett (2000) sul numero, Blake (1994) sul caso, Com-
rie (1976) sullaspetto e Comrie (1985) sul tempo, Palmer (1986) sul modo verbale e
la modalit e Klaiman (1991) sulla diatesi.
4. Fra morfologia e sintassi: le categorie grammaticali delle lingue indoeuropee
223
5
Il mutamento sintattico
1. Introduzione
Nel presente capitolo ci occuperemo del mutamento sintattico. I problemi
trattati saranno la struttura della frase semplice, in particolar modo lordine
dei costituenti, lindicazione delle relazioni grammaticali, la struttura del pe-
riodo e lo sviluppo della subordinazione. Una buona parte degli argomenti
trattati nel cap. 4 riguardano anche il mutamento sintattico: per esempio, la
scomparsa dei casi comporta che funzioni sintattiche e ruoli semantici dei co-
stituenti siano espressi in qualche altra maniera, cosa che pu avere conse-
guenze sullordine dei costituenti o sulla struttura del sintagma verbale.
Tipologia dellordine
dei costituenti
A partire dalla pubblicazione di Greenberg (1963) si sviluppato nel secolo
scorso un importante lone di studi sulla tipologia dellordine dei costi-
tuenti, che esamineremo nel par. 2. Tali studi sono stati messi in relazione
con il mutamento linguistico: molti studiosi hanno creduto in un primo
tempo che il mutamento sintattico fosse totalmente riducibile e nello stes-
so tempo spiegabile con il passaggio da un tipo sintattico a un altro, in base
allassunto che le lingue tendono a conformarsi a un tipo in maniera rigida.
In realt, come avremo modo di vedere, questo non vero: poche lingue si
conformano a un tipo in maniera assolutamente coerente, mentre la mag-
gior parte presenta al pi una tendenza verso un determinato tipo. Inoltre,
lingue dello stesso tipo hanno maggiore o minore libert nellimpiegare or-
dini alternativi (come litaliano e linglese; vedi gli esempi nel par. 2 di que-
sto capitolo) ed esistono parametri che non sono inclusi in quelli di Green-
berg, come la posizione ssa del verbo (per esempio, sempre dopo il primo
costituente nominale nella frase, come in tedesco; vedi ancora il par. 2).
Nellesaminare i mutamenti intercorsi fra il latino e le lingue romanze par-
leremo anche dello sviluppo del sistema romanzo di pronomi clitici. Pi in
generale, vedremo che i clitici hanno grande rilevanza per lo studio dellor-
dine dei costituenti.
Lo studio dellordine dei costituenti ha comunque tradizione pi antica
nellambito della linguistica indoeuropea: gi fra la ne dellOttocento e
linizio del Novecento, Wackernagel e Behaghel formularono le leggi che
225
vanno sotto i loro nomi e che riguardano tendenze riscontrate nelle lingue
indoeuropee, che studi tipologici pi recenti hanno dimostrato almeno in
parte di validit pi generale.
Relazioni
grammaticali
Il mutamento sintattico pu poi anche comportare il passaggio da un tipo
di segnalazione delle relazioni grammaticali a un altro. Come vedremo nel
par. 8 di questo capitolo, le lingue variano quanto al modo in cui si pu de-
nire il soggetto, in base alle sue propriet morfosintattiche. Oltre a poter
essere classicate in tipi mediante questo parametro, le lingue possono
cambiare tipo di segnalazione e di fatto spesso lo mutano, come vedremo
pi avanti.
La struttura
del periodo
Unaltra area della sintassi approfondita dai neogrammatici costituita dal
rapporto fra paratassi e ipotassi e dallo sviluppo dellipotassi. Il fatto che
non si possano ricostruire per lindoeuropeo dei subordinatori e che anche
i pronomi relativi risalgano a temi pronominali che avevano pi antica-
mente altre funzioni ha fatto pensare a questi studiosi che lindoeuropeo ri-
costruito non avesse ipotassi e che questa si sia sviluppata solo nelle singole
lingue indoeuropee. Questa impressione poi stata corroborata dai dati
dellittita, una lingua in cui lipotassi ha uno sviluppo molto inferiore a
quello delle altre lingue indoeuropee.
2. Tipologia sintattica I: lordine dei costituenti
La variazione fra lingue diverse riguardo allordine dei costituenti nella fra-
se stata oggetto di osservazione per lo meno a partire dalla pubblicazione
del libro di Henri Weil, De lordre des mots dans les langues anciennes com-
pares aux langues modernes (1844). Weil osservava che le lingue europee
moderne, essenzialmente francese, tedesco e inglese, presentavano maggio-
ri restrizioni nellordine dei costituenti della frase semplice (cio di una fra-
se indipendente senza subordinate) di quanto non avvenisse nel latino e
nel greco classico. Le osservazioni di Weil erano basate, pi che su proprie-
t sintattiche, su modalit di organizzazione dellinformazione nellenun-
ciato, cio su propriet pragmatiche delle lingue in esame. Solo in epoca
pi recente lo studio della prospettiva comunicativa nella frase stato mes-
so in relazione con la tipologia dellordine dei costituenti, che stata elabo-
rata su criteri sostanzialmente sintattici pi di un secolo dopo le osservazio-
ni dello studioso tedesco.
Gli universali
di Greenberg
La nascita della tipologia dellordine dei costituenti si fa risalire alla pubbli-
cazione dellarticolo di Joseph Greenberg, Some universals of grammar with
particular reference to the order of meaningful elements, nel 1963. In base al-
lordine di soggetto, verbo e oggetto diretto trovato nellenunciato transi-
tivo non marcato, da lui chiamato ordine basico, Greenberg divideva le
lingue in tre tipi: VSO, SVO e SOV. Enunciato non marcato in questo
contesto signica un enunciato assertivo la cui curva intonazionale non
226
Introduzione alla linguistica storica
presenti elementi particolarmente accentati o enfatizzati, sia cio la pi
neutra possibile. Lenunciato non marcato dovrebbe essere quello che pu
comparire fuori di qualunque contesto, in modo che la sua struttura non
sia inuenzata da fattori contestuali.
Lingue VSO Vediamo di seguito esempi dei tre tipi, prima di passare a una discussione
dettagliata della validit di questa classicazione. Il primo tipo, VSO,
quello dellebraico biblico e dellarabo classico. Nellenunciato transitivo
lordine pi neutro quello in cui il verbo nito precede soggetto e ogget-
to diretto:
[1] b@resit
in-principio
bara elohim
cre Dio
et
ogg.dir
hassamaim
i-cieli
w@
e
et
ogg.dir
haare
.
s
la-terra
in principio Dio cre i cieli e la terra (Gen. 1.1).
Anche alcune lingue indoeuropee presentano questordine, in particolare
le lingue celtiche, come dimostra il seguente esempio dallirlandese mo-
derno:
[2] dith
mangiare:pret.3sg
Bill
Bill
ceapaire
panino
Bill ha mangiato un panino.
Lingue SVO Le lingue del secondo tipo, SVO, sono quelle in cui il verbo collocato fra
soggetto e oggetto diretto, come litaliano o linglese, in cui abbiamo frasi
come:
[3] Giovanni bacia Maria;
[4] I know John
io conosco Giovanni.
Lingue SOV Inne, il terzo tipo, SOV, in cui il verbo nito si colloca al fondo della fra-
se, quello di lingue come il giapponese e il turco:
[5] Hiroshi ga
Hiroshi sogg
ringo o
mela ogg
tabete
mangiare-ger
iru
aus
Hiroshi sta mangiando la mela;
[6] Ali
Ali
Meryem-i
Maria-acc
grd
vedere-pass
Ali ha visto Maria.
5. Il mutamento sintattico
227
Posizione
reciproca di testa
e modicatore
Greenberg osserva poi che a ciascuno di questi tre tipi si associano altre re-
golarit nellordine delle parole, soprattutto pertinenti alla struttura dei
sintagmi e riguardanti lordine rispettivo di teste nominali (abbreviato N)
e loro modicatori, cio aggettivi attributivi (A), frasi relative (Rel) e so-
stantivi dipendenti (G). Greenberg raggruppa questi ultimi sotto letichet-
ta di genitivo, perch nelle lingue con casi, come per esempio il latino, il
genitivo indica la dipendenza nominale (vedi cap. 4). In italiano, questa
funzione svolta per lo pi dalla preposizione di, come possiamo vedere
dallesempio: lat. domus Marcelli (casa:nom.sg Marcello:gen.sg), it. la
casa di Marcello, dove le parole domus e casa sono le teste dei rispettivi sin-
tagmi, mentre Marcelli e di Marcello ne sono i modicatori.
Dai dati esaminati da Greenberg, risulta che nelle lingue dei primi due tipi
(VSO e SVO) i modicatori seguono di norma la testa nominale, mentre
in quelle del terzo tipo (SOV) la precedono. Inoltre, nelle lingue dei primi
due tipi si riscontra per lo pi luso di preposizioni (Prep), mentre in quelle
del terzo tipo si trovano di norma posposizioni (Posp).
Riassumendo abbiamo:
i tipo VSO: NA, NG, NRel, Prep;
ii tipo SVO: NA, NG, NRel, Prep;
iii tipo SOV: AN, GN, RelN, Posp.
Rispetto ai tipi i e iii, che, nei dati di Greenberg, presentano grande re-
golarit, fra le lingue del tipo ii esistono maggiori variazioni, soprattutto
riguardanti la posizione reciproca di nome e aggettivo attributivo e
nome e genitivo. Cos, se per esempio litaliano ha effettivamente lordi-
ne NA e NG, come in un libro interessante e la casa di Marcello, linglese
presenta lordine inverso per laggettivo attributivo: an interesting book
(ordine AN). Per la dipendenza nominale, linglese ha com noto due
strategie: il cosiddetto genitivo sassone, che precede la testa (Marcellos
home) e il sintagma preposizionale introdotto da of , che la segue (the ho-
me of Marcello).
Larticolo di Greenberg ha segnato linizio di un orente lone di studi de-
dicati alla tipologia dellordine basico, cio lordine non marcato dei co-
stituenti nella frase transitiva, studi che in buona parte hanno anche avuto
ricadute per la linguistica storica.
Dapprima, la tipologia dellordine basico stata trattata da molti studiosi
come un metodo euristico dotato di precisione assoluta per stabilire una
serie di caratteristiche sintattiche delle lingue esaminate, spesso ben al di l
delle correlazioni indicate da Greenberg. Lesistenza di lingue in cui lordi-
ne dei costituenti effettivamente molto rigido, quali linglese o il turco,
ha spesso fatto s che i dati di lingue dotate di ordine pi libero siano stati
forzati in modo da farle rientrare in uno dei tre tipi.
Con un importante articolo del 1978, Sandra Thompson metteva in luce
invece come alcune lingue abbiano piuttosto un ordine dei costituenti
228
Introduzione alla linguistica storica
pragmatico, cio regolato da condizioni dettate dalle esigenze della struttu-
ra comunicativa della frase, piuttosto che di quella sintattica.
Le lingue possono
avere ordine
dei costituenti
pi o meno rigido
In effetti, le lingue che rientrano perfettamente in uno dei tre tipi indivi-
duati sopra sono relativamente poche e anche limitandoci alle lingue a
noi pi vicine possiamo osservare molte discrepanze. Per esempio, in ita-
liano lenunciato intransitivo non marcato molto spesso ha lordine VS,
come in:
[7] Arriva il treno,
mentre in inglese SV obbligatorio con tutti i tipi di verbi. Il latino, lingua
spesso considerata abbastanza rappresentativa del tipo SOV, ha preposizio-
ni, e non posposizioni; inoltre, lordine di aggettivo attributivo e testa no-
minale prevalentemente AN, ma lordine di genitivo e testa nominale
spesso NG.
Bisogna inoltre distinguere fra la posizione del verbo e quella dei costituen-
ti nominali. In inglese lordine SVO presenta lo stesso grado di obbligato-
riet per tutti e tre i costituenti, dato che la posizione reciproca di soggetto
e oggetto ha funzione grammaticale: se invertiamo i due costituenti nomi-
nali, automaticamente invertiamo anche le loro funzioni sintattiche, come
dimostra lesempio che segue (e come avviene anche in italiano):
[8] John loves Mary / Mary loves John
Giovanni ama Maria / Maria ama Giovanni.
In turco, lingua in cui la posizione nale del verbo ha un alto grado di ob-
bligatoriet, i due costituenti S e O possono essere invertiti, senza che cam-
bi il signicato della frase, dato che le loro funzioni sintattiche sono indica-
te dallassenza di marca sul soggetto e dal morfema -i di accusativo denito
sulloggetto diretto. Se invertiamo i costituenti nella frase [6] otteniamo
quindi:
[9] Meryem-i
Maria-acc
Ali grd
Ali vedere-pass
Ali ha visto Maria.
Si osservi che limpossibilit di spostare i costituenti in inglese si riscontra
anche in frasi in cui la morfologia permetterebbe di individuare il soggetto
senza ambiguit: se prendiamo come esempio la frase [4], vediamo che il
soggetto non pu essere che I, dato che in caso nominativo; inoltre il ver-
bo non porta la desinenza della terza persona singolare e loggetto diretto
John appunto una terza persona singolare. Eppure la frase:
5. Il mutamento sintattico
229
[10] ??John know I
non accettabile neanche con enfasi sulloggetto. Se vogliamo dare mag-
gior evidenza alloggetto, avremo piuttosto:
[11] John I know.
Infatti, come abbiamo detto sopra, la posizione preverbale del soggetto
fortemente obbligatoria in inglese, tanto che neanche la frase intransitiva
tollera il soggetto postverbale (in realt in inglese il soggetto postverbale ha
una sua limitata esistenza anche in frasi assertive, come eredit del tipo V2
proprio delle lingue germaniche; vedi sotto la descrizione del tedesco).
La posizione
del verbo in frase
principale in tedesco
Un altro esempio interessante che dimostra come la posizione dei costi-
tuenti nominali e quella del verbo nito non siano soggette allo stesso gra-
do di obbligatoriet quello del tedesco. Lordine dellenunciato transitivo
SVO, come in
[12] Der
il:nom
Vater liebt die
padre ama la:nom/acc
Tochter
glia
il padre ama la glia.
Questo ordine sembra accomunare il tedesco a inglese e italiano, ma ci
vero solo in apparenza: infatti, da un lato il tedesco ammette linversione
dei due costituenti nominali senza cambiamento di signicato, come in:
[13] Die
la:nom/acc
Tochter
glia
liebt der
ama il:nom
Vater
padre
il padre ama la glia,
ma non ammette che il verbo nito della frase principale sia collocato in
una posizione diversa. In altre parole, il verbo in questo tipo di frase deve
trovarsi obbligatoriamente in seconda posizione, dopo il primo costituen-
te; il soggetto, qualora non occupi la prima posizione della frase, deve oc-
cupare obbligatoriamente la posizione immediatamente postverbale (esi-
stono eccezioni che non prenderemo in considerazione qui). Pertanto, una
frase come:
[14] *Gestern
ieri
Hans
Giovanni
war
essere:pret.3sg
nicht
non
bei
da
mir
1sg.dat
ieri Giovanni non era da me
non accettabile, mentre lo sono tutte le possibili combinazioni in cui il
verbo occupi la seconda posizione e il soggetto sia adiacente al verbo:
230
Introduzione alla linguistica storica
[15] Hans
Giovanni
war
essere:pret.3sg
gestern
ieri
nicht
non
bei
da
mir
1sg.dat;
[16] Gestern
ieri
war
essere:pret.3sg
Hans
Giovanni
nicht
non
bei
da
mir
1sg.dat;
[17] Bei
da
mir
1sg.dat
war
essere:pret.3sg
Hans
Giovanni
gestern
ieri
nicht
non.
Lingue come il tedesco sono dette lingue V2 (in inglese verb second); si
tratta di lingue che sfruttano la prima posizione dellenunciato a scopi
pragmatici, mentre hanno un ordine per lo pi obbligatorio nel resto del-
lenunciato.
Da queste poche osservazioni possiamo vedere che lordine dei costituenti
in una lingua qualcosa di pi problematico e complesso di quanto spes-
so le generalizzazioni tratte da Greenberg non abbiano condotto a pensa-
re. Torneremo su questo problema pi diffusamente nei paragra che se-
guono.
3. Due leggi sullordine dei costituenti
Nel presente paragrafo parleremo di due leggi sullordine dei costituenti, le
leggi di Wackernagel e Behaghel e del loro peso per la ricostruzione della
sintassi indoeuropea; vedremo che entrambe colgono, in maniera diversa,
fattori che inuenzano o possono inuenzare lordine dei costituenti anche
in lingue appartenenti ad altre famiglie. Preliminarmente, vedremo breve-
mente come le caratteristiche fonologiche e categoriali dei costituenti (clas-
se lessicale o struttura sintattica interna) inuenzino la loro posizione nella
frase.
I clitici presentano
regole
di posizionamento
speciali
3.1. Tipi di costituenti Abbiamo individuato nel paragrafo precedente tre
tipi di lingue, in base allordine dei costituenti, e abbiamo visto che i tre
tipi individuati presentano anche preferenze quanto alla posizione rispetti-
va di teste nominali e loro modicatori e di adposizioni e complementi
delle adposizioni (vedi cap. 4 par. 7).
Per uno studio approfondito della struttura della frase, per, necessario
anche esaminare le possibili restrizioni sulla posizione di determinati costi-
tuenti. Se non facciamo distinzioni, per esempio, fra parole vere e proprie e
clitici (su cui vedi cap. 3 par. 2.1), rischiamo di fare affermazioni come
questa:
nelle lingue che hanno subito un mutamento simile [cio il passaggio dal tipo
SOV al tipo SVO] come lo swahili o lo spagnolo, i pronomi oggetto costituivano
5. Il mutamento sintattico
231
una forza cos conservativa che no a oggi conservano lordine OV. [...] In spa-
gnolo c un [...] contrasto: yo compr los libros ~ yo los compr [io ho comprato i
libri ~ io li ho comprati] (Bickerton, Givn, 1976, p. 23, traduzione mia).
In realt il contrasto non fra oggetto nominale e oggetto pronominale,
ma fra oggetto rappresentato da un costituente tonico e oggetto clitico: in-
fatti, anche un oggetto pronominale in spagnolo (come pure in italiano)
sarebbe postverbale se fosse accentato. Possiamo confrontare per esempio
lho visto con ho visto lui.
Inoltre, la posizione del clitico obbligatoria rispetto al verbo, mentre
quella delloggetto pronominale accentato non lo : con particolare into-
nazione possiamo infatti avere lui ho visto, ma non *ho vistolo. La posizione
proclitica (cio prima del verbo, vedi cap. 3 par. 2.1) andata ssandosi
durante la storia delle lingue romanze: no alla ne dellOttocento, questi
clitici erano spesso enclitici, cio seguivano il verbo (anche nito). Quindi
largomento di Bickerton e Givn potrebbe essere addirittura rovesciato!
Costituenti o parole? Dobbiamo poi operare un chiarimento terminologico: spesso invece che di
ordine dei costituenti si parla di ordine delle parole. Sono questi due con-
cetti intercambiabili, e se non lo sono, qual la differenza? E si tratta di
due problemi entrambi da studiare? La differenza fra parola e costituente
risiede nel fatto che la prima ununit dellanalisi morfologica, mentre il
secondo ununit dellanalisi sintattica. Un costituente pu consistere in
una o pi parole, ma caratterizzato dal fatto di svolgere una certa funzio-
ne sintattica. Cos il costituente soggetto in:
[18] Maria mangia un panino,
Maria, che anche (ma per caso) una parola, mentre il costituente sog-
getto in:
[19] Il glio di Maria beve la Coca Cola,
il glio di Maria, che consta invece di pi parole.
Oltre ai clitici, ci sono altri tipi di parole che hanno rilevanza speciale per
lordine dei costituenti: per esempio, in molte lingue e sicuramente nelle
lingue indoeuropee il verbo nito (quindi non il sintagma verbale) ha una
rilevanza specica. Prova ne che quando parliamo di ordine VSO, SVO e
SOV ci riferiamo con S e O generalmente al sintagma nominale soggetto e
al sintagma nominale oggetto, ma con V ci riferiamo al verbo nito e nel
caso che il verbo sia una forma composta ci riferiamo allausiliare nito.
Per esempio, come abbiamo osservato in precedenza, in tedesco esiste una
regola per cui il verbo nito ha sempre in frase principale la posizione dopo
il primo costituente, posizione che per comodit chiameremo P2. In caso
232
Introduzione alla linguistica storica
di forme verbali composte, questo si rispecchia nel fatto che lausiliare a
trovarsi obbligatoriamente nella posizione P2:
[20] Ich
io
gehe
andare:1sg
zum
a + art.dat
Strand
spiaggia
vado in spiaggia;
[21] Ich
io
bin
essere:1sg
zum
a + art.dat
Strand
spiaggia
gegangen
andare:part
sono andato in spiaggia.
Costituenti pesanti In generale, i costituenti pesanti hanno meno libert di posizione di quelli
leggeri e spesso tendono a occupare lultima posizione nella frase, come ve-
dremo pi avanti (cap. 5 par. 3.3). Con costituenti pesanti intendiamo co-
stituenti particolarmente complessi dal punto di vista categoriale e costi-
tuiti da molto materiale fonologico, per esempio sintagmi nominali che
contengano una frase relativa. Vediamo di nuovo alcuni esempi tedeschi:
[22] Gestern
ieri
habe
avere:1sg
ich
io
einen
un:acc
langweilingen
noioso:acc
Film
lm
gesehen
vedere:part
ieri ho visto un lm noioso;
[23] Gestern
ieri
habe
avere:1sg
ich
io
einen
un:acc
Film
lm
mit
con
Marlon
M.
Brando
B.
gesehen
vedere:part
ieri ho visto un lm con Marlon Brando;
[24] Gestern
ieri
habe
avere:1sg
ich
io
einen
un:acc
Film
lm
gesehen,
vedere:part
den
che:acc
Peter
Pietro
mir
mi
empfholen
consigliare:part
hat
avere:3sg
ieri ho visto un lm che mi ha consigliato Pietro.
Il costituente oggetto in [22] einen langweilingen Film, in [23] einen
Film mit Marlon Brando mentre in [24] einen Film, den Peter mir empfho-
len hat. Mentre laggettivo attributivo in tedesco normalmente precede la
testa nominale, i sintagmi preposizionali con funzione di modicatore no-
minale e le frasi relative la seguono. Il participio gesehen dovrebbe essere in
ultima posizione nella frase, ma in [24] invece lo troviamo fra testa e modi-
catore del costituente oggetto, che viene pertanto a trovarsi diviso. La fra-
se relativa un modicatore pesante: categorialmente pi complesso de-
gli altri modicatori; non solo si trova a destra della testa, come per altro
5. Il mutamento sintattico
233
anche il sintagma preposizionale, ma segue perno la parte di sintagma
verbale che dovrebbe segnalare il margine destro della frase.
Clitici in P2
nelle lingue
indoeuropee
3.2. La seconda posizione nella frase e la legge di Wackernagel In un impor-
tante articolo uscito nel 1892 nel primo numero della rivista Indogermani-
sche Forschungen, il linguista svizzero Jacob Wackernagel descriveva quel-
la che poi divenne nota come legge di Wackernagel, che riguarda la posi-
zione dei clitici nella frase nelle lingue indoeuropee antiche. Confrontando
soprattutto il vedico e il greco omerico e in maniera pi marginale il latino,
Wackernagel si era reso conto che clitici di diversa natura (pronomi, connet-
tivi, particelle di discorso e forme di alcuni verbi, come essere e dire ) ten-
devano a comparire sempre nella seconda posizione della frase (P2). La posi-
zione P2 nelle lingue indoeuropee antiche era definita come la posizione
dopo la prima parola accentata nella frase (non dopo il primo costituente,
come invece definita nel tedesco moderno). Vediamo un esempio:
[25] m h
m

e
neg
n yn
nn
ptc
me
me
1sg.acc
kr ychi
krpsei
nascondere:cong.prs.2sg
o ti
h ti
indef.n/a
pep onwamen
pepnthamen
patire:pf.1pl
kak on
kakn
male:n/a
suvvia, non nascondermi ci che ci riguarda di male (Ar. Lys. 714).
In questa frase troviamo due enclitici, la particella nn n yn ors, suvvia
e il pronome di prima persona singolare me me, entrambi collocati dopo
la prima parola accentata della frase, la negazione m

e m h. In greco, come
in sanscrito, i clitici che compaiono di norma in P2 sono pronomi e con-
nettivi; la loro posizione per in parte libera: per motivi pragmatici, i
clitici possono comparire in posizione interna alla frase, cosa che avviene
spesso soprattutto nel greco postomerico; spesso inoltre essi compaiono
dopo il primo costituente, piuttosto che dopo la prima parola (vedi Lura-
ghi, 1990)
1
.
La legge
di Wackernagel
e littita
La rilevanza della legge di Wackernagel per la sintassi indoeuropea ha avu-
to una piena conferma quando sono stati disponibili i dati dellittita (cio a
partire dal 1916; vedi cap. 1). In questa lingua, quella che in greco e sanscri-
to era una tendenza invece seguita rigidamente e le lunghe catene di cliti-
ci iniziali sono tipiche delle lingue anatoliche, che spesso introducono con-
1. Abbiamo chiamato enclitico la particella nn, che porta per un accento graco. La presenza
dellaccento dovuta a una regola ortograca del greco, per cui qualora pi enclitici si sussegua-
no solo lultimo effettivamente scritto senza accento, tutti gli altri portano nella graa un ac-
cento acuto.
234
Introduzione alla linguistica storica
nettivi accentati iniziali con il solo scopo di ospitare i clitici, come nel-
lesempio [27]:
[26] piran =
prima
ma =
conn
at =
3sg.n/a
mu
1sg.obl
mD
XXX.
D
U-as
A.:nom
DUMU
glio
m
zida
Z.
maniyahhiskit
amministrare:pret.3sg
prima di me laveva amministrato Armadatta, glio di Zida
(StBoT 24 i 28 = Otten, 1981);
[27] n =
conn
as =
3sg.nom
mu =
1sg.obl
kan
ptc
huwais
sfuggire:pret.3sg
mi sfuggito (Goetze, 1933, p. 50).
Clitici in P2 in lingue
non indoeuropee
In epoca pi recente studi dedicati a lingue di altre famiglie hanno portato
alla luce un dato che ha messo nella giusta luce la rilevanza della legge di
Wackernagel per la tipologia linguistica. La stessa posizione dei clitici in-
fatti si trova in numerose altre lingue, geneticamente non imparentate e
senza alcuna connessione areale, come il warlpiri, una lingua australiana, o
le lingue utoazteche, diffuse nella Mesoamerica.
Fino ad allora i sistemi di clitici meglio studiati erano quelli presenti in
lingue come le lingue romanze. Sia i clitici romanzi sia quelli delle anti-
che lingue indoeuropee sono caratterizzati dal fatto di avere posizioni fis-
se, ma mentre per i clitici romanzi la posizione specificata da un certo
costituente (il verbo), per quelli di lingue come littita la posizione in-
variablmente P2, cio non importa il costituente che li ospita, ma la posi-
zione nella frase.
Nella storia di alcune lingue indoeuropee, fra cui il greco e il latino, la leg-
ge di Wackernagel scomparsa e i pronomi che un tempo erano posiziona-
ti in P2 si sono trovati a prendere varie posizioni nella frase, rimanendo
per esclusi dalla prima posizione assoluta: erano infatti rimasti enclitici.
Sia in neogreco sia nelle lingue romanze si sono poi formati nuovi clitici,
che, come abbiamo detto sopra, hanno una posizione specicata in relazio-
ne al verbo e possono essere proclitici. Torneremo su questo mutamento
pi avanti (cap. 5 par. 6).
I costituenti vengono
ordinati in base
al crescente peso
fonologico
3.3. La legge di Behaghel Otto Behaghel era uno studioso tedesco che si
occupava soprattutto di sintassi del germanico. Le sue osservazioni riguar-
do allordine dei costituenti diedero luogo alla legge che va sotto il suo
nome, e che lui stesso battezz legge dei costituenti crescenti. Secondo
Behaghel, i costituenti sono ordinati nella frase in base al loro peso fonolo-
gico: i costituenti pi leggeri vanno a sinistra mentre quelli pi pesanti
vanno a destra.
5. Il mutamento sintattico
235
Il peso fonologico
dei costituenti
corrisponde a
maggior complessit
categoriale
Possiamo interpretare la legge di Wackernagel come una conseguenza della
legge di Behaghel: i clitici sono in effetti i costituenti pi leggeri dal punto
di vista fonologico. Come abbiamo gi detto, il peso di un costituente si
misura non solo in termini di corpo fonologico ma anche di complessit
categoriale interna: un sintagma nominale con dei modicatori pi com-
plesso di uno che non ne abbia e una frase un modicatore pi complesso
di quanto non sia un aggettivo attributivo.
I costituenti pi
pesanti veicolano
informazione
saliente
Al contrario della legge di Wackernagel, la legge di Behaghel non coglie
una caratteristica sintattica di qualche lingua, ma piuttosto descrive in ter-
mini di dimensioni dei costituenti quella che una conseguenza della
struttura informativa dellenunciato. I costituenti pi leggeri sono per
esempio pronomi anaforici, che veicolano linformazione gi nota dal con-
testo precedente, mentre i costituenti pi pesanti e complessi sono quelli
che veicolano linformazione nuova e pi saliente.
Dagli studi sulla struttura informativa dellenunciato (su cui vedi scheda 1)
si ricava che la posizione iniziale e quella finale sono particolarmente impor-
tanti ai fini della comunicazione. In posizione iniziale possiamo mettere co-
stituenti che vogliamo enfatizzare o contrastare con altri costituenti:
[28] A Giovanni Maria ha dato un bacio, non a Mario.
Generalmente, la posizione nale assegnata a costituenti che veicolano
linformazione nuova e saliente nellenunciato.
Nello stile narrativo, lordine pragmaticamente non marcato quello in
cui linformazione condivisa precede quella nuova. Linformazione condi-
visa, nota dal contesto precedente o eventualmente dalla situazione extra-
linguistica, richiede per farvi riferimento meno materiale fonologico e co-
stituenti pi semplici dal punto di vista della struttura interna. Informazio-
ne condivisa pu voler dire per esempio partecipanti gi menzionati nel
contesto precedente, ai quali si fa riferimento, come ho detto sopra, con
pronomi anaforici, spesso clitici, o addirittura con espressioni ellittiche
(come avremo modo di ricordare anche pi avanti, in molte lingue com-
preso litaliano il soggetto viene omesso se recuperabile dal contesto). Qua-
lora si faccia riferimento con espressioni pesanti a partecipanti gi intro-
dotti nel contesto immediatamente precedente, signica che si vuole enfa-
tizzare questa parte di informazione o presentarla in maniera contrastiva
(vedi scheda 1).
4. Ordine marcato e ordine non marcato: dal latino alle lingue romanze
Come abbiamo appena ricordato (cap. 5 par. 2), difficile che una lingua
rappresenti un tipo in maniera coerente; prese le debite precauzioni, pos-
siamo comunque esaminare alcuni cambiamenti nellordine dei costi-
236
Introduzione alla linguistica storica
tuenti che sono avvenuti durante levoluzione dal latino alle lingue ro-
manze.
Il latino: differenze
fra gli autori
Osserviamo in primo luogo la posizione del verbo nel seguente esempio la-
tino e nella sua traduzione italiana:
[29] his rebus adducti et auctoritate Orgetorigis permoti constituerunt ea
quae ad prociscendum pertinerent comparare, iumentorum et carro-
rum quam maximum numerum coemere, sementes quam maximas fa-
cere, ut in itinere copia frumenti suppeteret, cum proximis civitatibus
pacem et amicitiam conrmare.
spinti da questi avvenimenti e convinti dallautorit di Orgetorige,
decisero di preparare le cose che servivano per partire, di comprare
il maggior numero possibile di animali e carri, raccogliere la mag-
gior quantit possibile di sementi, per avere durante il viaggio ab-
bondanza di frumento, e di rinsaldare la pace e lalleanza con le tri-
b vicine (Ces. BG 1.3.1).
In questa frase osserviamo in primo luogo i verbi transitivi: vedremo che
essi seguono sempre il loro oggetto diretto, tranne che nel caso di constitue-
runt decisero, che analizzeremo per ultimo. Gli altri verbi sono comparare
preparare, il cui oggetto diretto, anteposto, costituito da una testa pro-
nominale con una frase relativa ea quae ad prociendum pertineret le cose
che erano necessarie alla partenza, coemere comprare, preceduto dallog-
getto diretto iumentorum et carrorum quam maximum numerum il mag-
gior numero possibile di animali e carri, facere ottenere raccogliere, pre-
ceduto dalloggetto diretto sementes quam maximas la maggior quantit
possibile di sementi, suppeteret avere a disposizione (questo verbo si trova
in una subordinata di secondo grado), preceduto dalloggetto diretto copia
frumenti abbondanza di frumento, e conrmare rinsaldare, preceduto
dalloggetto diretto pacem et amicitiam la pace e lalleanza. Notiamo poi
che il verbo segue non solo loggetto diretto, ma anche gli altri sintagmi
nominali o preposizionali, come in itinere durante il viaggio e cum proxi-
mis civitatis con le trib vicine; ci vale anche per i participi congiunti ad-
ducti spinti e permoti convinti, che seguono i sintagmi nominali in abla-
tivo his rebus da questi avvenimenti e auctoritate Orgetorigis dallautorit
di Orgetorige. Quanto al verbo constituerunt decisero, che il verbo
principale e regge tutto il resto del periodo, abbiamo detto che esso fa ecce-
zione, precedendo il suo oggetto. Possiamo osservare che loggetto diretto
di questo verbo particolarmente pesante: si tratta infatti di quattro frasi
oggettive, due delle quali hanno anche dipendenti di secondo grado. Per-
tanto, se si trovasse dopo loggetto, il verbo principale sarebbe preceduto
da altre sei forme verbali, quattro delle quali allinnito e due al congiunti-
5. Il mutamento sintattico
237
vo. In linea di principio, questo non impedirebbe che il verbo principale,
che lunica forma allindicativo e quindi lunica chiaramente non subor-
dinata, venisse in posizione nale di periodo: ma il latino non una lingua
SOV rigida, come vedremo subito sotto, quindi presumibilmente una po-
sizione anticipata in questo caso favorisce la comprensione del periodo, che
piuttosto complesso.
In base ai dati di questo brano risulta che la posizione del verbo in frasi che
contengono un oggetto diretto in italiano e latino non la stessa: in latino
loggetto diretto precede il verbo, mentre in italiano lo segue. Questo un
testo narrativo (il De Bello Gallico) e il suo autore, Giulio Cesare, si attiene
strettamente a uno stile che prevede il verbo in posizione nale di frase. Lo
stile di Cesare non esaurisce per tutte le possibilit. La prosa del suo con-
temporaneo Marco Tullio Cicerone presenta un ordine pi vario:
[30] Cum enim saepe mecum ageres, ut de amicitia scriberem aliquid, di-
gna mihi res cum omnium cognitione, tum nostra familiaritate visa est.
Itaque feci non invitus, ut prodessem multis rogatu tuo.
poich spesso mi hai esortato a scrivere qualcosa sullamicizia, que-
sto argomento mi sembrato degno sia della considerazione genera-
le, sia della nostra consuetudine. Pertanto lho fatto non malvolen-
tieri, per giovare a molti su richiesta tua (Cic. Amic. 4).
In questo esempio, loggetto aliquid qualcosa segue il verbo scribere scri-
vere, come in italiano, daltro canto il verbo visa est sembrato viene al
fondo della frase in cui si trova, seguendo il complemento predicativo,
mentre in italiano lo precede. La posizione di prodessem giovare, un verbo
che regge il complemento in dativo multis a molti, invece di nuovo si-
mile alla posizione del verbo giovare nella traduzione italiana. Lesempio
[18] del cap. 4, ancora da Cicerone, in cui il verbo dedit diede segue log-
getto indiretto nemini a nessuno, e lesempio [13] dello stesso capitolo da
Fedro, in cui vidit vide precede loggetto simulacrum suum la propria im-
magine, completano il quadro.
In latino il verbo
nito pu essere
posizionato alla ne
della frase
Alla luce di tutti questi esempi possiamo dire, in primo luogo, che in latino
la differenza rispetto allitaliano non tanto nella tendenza del verbo a ri-
correre al fondo della frase, quanto nella possibilit che ci accada. In ita-
liano standard una frase in cui un complemento oggetto nominale (non un
clitico) preceda il verbo nito con intonazione normale non possibile in
un normale testo in prosa:
[31] ??Giovanni la pastasciutta mangia.
238
Introduzione alla linguistica storica
In secondo luogo, come abbiamo gi anticipato, il latino lontano dalles-
sere una lingua di tipo SOV rigido, con posizione del verbo obbligatoria. A
questo proposito osserviamo che negli esempi citati abbiamo trovato pa-
recchi sintagmi preposizionali, contrariamente a quanto previsto per le lin-
gue SOV dai parametri di Greenberg: secondo questi parametri le lingue
SOV dovrebbero presentare posposizioni. Lunica posposizione che trovia-
mo negli esempi latini cum nella forma mecum con me, ma si tratta di
un ordine eccezionale, legato ai pronomi personali solo per questa parola.
Inoltre, vero che troviamo lordine AN (aggettivo-nome) per esempio in
proximis civitatibus (in [29]), ma lordine rispettivo di testa nominale e ge-
nitivo varia fra GN (omnium cognitione in [30]) e NG (auctoritate Orgetori-
gis nellesempio [29]). Ampliando le osservazioni su quanto ci dato veri-
care negli autori romani riguardo alla posizione reciproca di testa nominale
e modicatori, sappiamo che tutti gli ordini possibili sono attestati con
frequenza.
Indubbiamente, litaliano pi lontano da un tipo SOV di quanto non lo
sia il latino; tuttavia, cercare di ricondurre tutte le (importanti) differenze
sintattiche fra le due lingue al mutamento da SOV a SVO fuorviante e ri-
duttivo. Partiamo comunque dalla posizione dei costituenti nella frase e
cerchiamo di capire che cosa capitato nel passaggio dal latino allitaliano
e alle altre lingue romanze.
Differenze
fra le lingue
romanze:
il soggetto
in francese
Il tipo delle lingue romanze viene di solito individuato come SVO. Fra le
lingue romanze stesse esistono per grandi differenze. Abbiamo gi osser-
vato (cap. 1 par. 2.2), che il francese ha il soggetto obbligatorio, al contra-
rio della maggior parte delle altre lingue romanze. Questo signica che un
soggetto clitico compare obbligatoriamente qualora non ci sia nella frase
un soggetto accentato preverbale. Il fatto che il soggetto sia clitico implica
che la sua posizione obbligatoria. Pertanto, il francese presenta lordine
SV non solo in frasi con verbo transitivo, in cui questa posizione aiuta a di-
stinguere il soggetto dalloggetto, ma anche nel corrispettivo della frase
italiana:
[32] Arriva il treno,
che in francese pu essere resa con:
[32] Le train vient,
[32] Il vient, le train.
In [32] il soggetto postverbale una ripresa del costituente che occupa la
posizione sintattica di soggetto, cio il clitico il.
5. Il mutamento sintattico
239
Ordine marcato
e ripresa
pronominale
In italiano (e anche in altre lingue romanze, compreso il francese) la stessa
cosa avviene se spostiamo dalla sua posizione normale loggetto diretto:
frasi con loggetto diretto preverbale e intonazione normale sono perfetta-
mente accettabili purch loggetto diretto sia ripreso con un clitico sul ver-
bo, come in:
[33] Giovanni non lho visto,
che corrisponde al francese:
[34] Jean, je ne lai pas vu.
In italiano se il soggetto espresso si pu trovare davanti o dopo loggetto
diretto:
[33] Giovanni io non lho visto,
[33] Io Giovanni non lho visto.
In pratica, con lausilio dei clitici sul verbo nelle lingue romanze possiamo
usare qualunque ordine dei costituenti senza dover cambiare curva intona-
zionale: in questo il francese si conforma al tipo delle altre lingue, solo
estende lobbligatoriet della ripresa con il clitico anche al soggetto. Il mo-
tivo per cui possiamo dire che in italiano non marcato lordine SVO in
frase transitiva, mentre OSV (o SOV) marcato, che troviamo appunto
una marcatura morfologica pi pesante (cio dobbiamo aggiungere il cli-
tico) nel secondo caso. Possiamo dire quindi che lordine dei costituenti
nella frase in italiano e francese libero, ma che esistono ordini (SVO in
frase transitiva e per il francese anche SV in frase intransitiva) che sono
meno marcati dal punto di vista morfologico.
In latino tutto questo non avveniva: anche il latino aveva un ordine dei
costituenti libero, ma, al contrario delle lingue romanze, non aveva un
sistema di clitici. Poich il nome latino presentava una flessione casuale,
le relazioni di soggetto e oggetto erano segnalate sufficientemente dal
nome stesso. La flessione obbligatoria, mentre la ripresa con il clitico
non lo : in questo senso non possiamo parlare per il latino di un ordine
meno marcato anche dal punto di vista morfologico, come possiamo
fare per litaliano, dato che in latino i casi compaiono con tutti gli ordi-
ni, mentre in italiano esiste un ordine con il quale i clitici non com-
paiono.
240
Introduzione alla linguistica storica
scheda 1 La struttura informativa della frase
Un determinato enunciato veicola un certo contenuto proposizionale: questo il
suo signicato, oggetto di analisi semantica. Tuttavia, a parit di contenuto propo-
sizionale, lenunciato pu presentare strutture sintattiche diverse: la stessa infor-
mazione pu cio essere organizzata in maniera differente, in modo che una data
frase sia adatta a essere usata in uno specico contesto comunicativo. I costituenti
della frase hanno pertanto anche funzioni comunicative, oltre che sintattiche e se-
mantiche. Denire le funzioni comunicative, per, pi difcile perch lambito in
cui esse andrebbero denite non tanto la frase, quanto il testo.
Iniziamo osservando le frasi seguenti:
[i] Paola asciuga i piatti con lo stronaccio;
[ii] I piatti Paola li asciuga con lo stronaccio;
[iii] I piatti Paola asciuga con lo stronaccio (non i bicchieri) .
Di queste [i] e [ii] hanno la stessa intonazione, mentre in [iii] il costituente iniziale
fortemente accentato. Le tre frasi descrivono lo stesso stato di cose. Se poi pen-
siamo alla frase inserita nel contesto di un discorso, per esempio come risposta
alla domanda:
[iv] Che cosa sta facendo Paola con i piatti?,
la risposta sar:
[v] Li sta asciugando con lo stronaccio,
dove invece del sintagma nominale Paola troviamo lomissione del soggetto e inve-
ce del sintagma nominale i piatti il pronome clitico li .
Determinati fenomeni, come per esempio la pronominalizzazione o lellissi, posso-
no essere intesi e descritti solo nellambito di interi testi: la frase un ambito ri-
dotto. Gli approcci che cercano di dare una formalizzazione alle funzioni comunica-
tive, anche dette funzioni pragmatiche, dei costituenti tendono a limitarne la de-
nizione basandosi proprio sullambito della frase.
Troviamo pertanto due possibili opzioni teoriche:
a) la struttura informativa appartiene alla grammatica della frase (vedi Lam-
brecht, 1994);
b) la struttura informativa della frase dipende dallorganizzazione del discorso, da
cui non pu essere separata (vedi Givn, 1983).
Topic In prima approssimazione possiamo dire che il topic ci su cui verte lin-
formazione veicolata da un enunciato. Cos [ii] veicola informazione intorno alle
sorti dei piatti: il costituente i piatti ne dunque il topic. Abbiamo per osservato
che in normali condizioni di discorso il sintagma nominale i piatti non comparireb-
be in questa frase, come dimostra [v]: il clitico li sufciente per far riferimento al
referente gi introdotto nel discorso precedente. Anche li pu a buona ragione es-
sere considerato il topic dellenunciato. Infatti, unaltra importante caratteristica
generalmente ascritta al topic che esso veicola informazione vecchia, o, per me-
glio dire, condivisa dai partecipanti a un atto comunicativo, cio gi attivata nella
5. Il mutamento sintattico
241
coscienza di chi parla e di chi ascolta. Da questa caratteristica ne discende una se-
conda, vale a dire la tendenza del topic a essere codicato da espressioni leggere,
cio con corpo fonologico ridotto e categorialmente non complesse. Le ultime pro-
priet che abbiamo visto per il topic dimostrano come la frase, se la consideriamo
dal punto di vista dellorganizzazione dellinformazione, sia strutturata in maniera
iconica: in questo caso specico, il minor corpo fonologico e la minore complessit
categoriale caratterizzano ci che, rappresentando informazione condivisa, meno
saliente per la comunicazione (e pertanto codicato con minori mezzi formali).
Tema e setting Dette queste cose, per, non chiaro il rapporto fra ci che abbia-
mo chiamato topic nella frase [ii] (il costituente dislocato a sinistra i piatti ) e nella
frase [v] (il clitico li ): si tratta infatti di due costituenti affatto diversi dal punto di
vista prosodico e dotati di diverse propriet sintattiche e un diverso tipo di conte-
nuto semantico. Una possibile soluzione quella di introdurre unaltra funzione,
quella di tema, come in Dik (1978, pp. 132-41). Segnali forti del tema possono essere
espressioni come litaliano quanto a. In alcuni casi, un costituente tema pu com-
parire in frasi che abbiano un diverso topic, come nellesempio [vi], citato da Dik
(1978, p. 141):
[vi] As for Paris, the Eiffel Tower is really spectacular
Quanto a Parigi, la torre Eiffel davvero spettacolare,
dove as for Paris analizzato come tema e the Eiffel Tower come topic. Nella frase
[ii] invece si osserverebbe un esempio in cui tema e topic sono coreferenti.
Luso del termine tema non comunque privo di difcolt. Il termine, introdotto
dalla Scuola di Praga, ricorre infatti normalmente in opposizione a rema: la coppia
tema/rema corrisponde in parte a topic / focus, denotando linformazione riguardo
alla quale viene detto qualcosa (tema) e la parte pi saliente dellinformazione
nuova (rema). Daltro canto, quando un costituente posto a sinistra per servire da
tema nel senso di Dik (1978), si dice normalmente che topicalizzato. Questo ter-
mine viene usato normalmente sia in approcci funzionali, sia in approcci formali:
evidente quindi che lintroduzione del termine tema in questo contesto doppia-
mente problematica. Si osservi inoltre la seguente frase:
[vii] I piatti li ha asciugati tutti .
Dovremmo analizzarla come avente i piatti come tema e il soggetto nullo di terza
singolare come topic. Ma non chiaro come dovremmo denire la nozione di topic
in questo caso, dato che chiaro che ci su cui la frase verte denotato dal costi-
tuente i piatti e il soggetto omesso solo perch evidentemente recuperabile da un
possibile contesto precedente. Sarebbe meglio in questi casi far riferimento a una
scala di disponibilit, cio la misura in cui uninformazione disponibile, perch
gi attivata, per spiegare il fatto che certi costituenti possano essere pronominaliz-
zati o omessi (vedi Chafe, 1976), invece di cercare di individuare in maniera rigida
la funzione pragmatica di ciascun costituente in una singola frase, presa al di fuori
di un contesto.
Per denire una parte di informazione che serve per collocare la frase nellambito
della comunicazione sembra meglio usare un termine che non abbia gi altri usi
242
Introduzione alla linguistica storica
precedentemente stabiliti. Linformazione che vogliamo denire saliente in di-
versa misura, ma comunque caratterizzata da un dinamismo comunicativo relati-
vamente basso, per lo meno rispetto alla parte di frase che veicola linformazione a
cui dato maggior risalto. Si pensi anche a costituenti come le espressioni di tem-
po e luogo, che spesso compaiono in prima posizione nella frase, come in:
[viii] Alle cinque Giovanni stava guardando un lm alla televisione.
Un termine adeguato per denire i costituenti posti a sinistra negli esempi [vi],
[vii] e [viii] quello di setting sfondo, che ne coglie la caratteristica comune, di
delimitare luniverso del discorso (vedi Chafe, 1976).
Focus Generalmente, si usa il termine focus per linformazione nuova che una
frase contiene, informazione che anche pi rematica, essendo caratterizzata da
un alto grado di dinamismo comunicativo. Nella frase [ii], ci che viene detto intor-
no al topic i piatti che un certo agente denominato Paola li sta asciugando ser-
vendosi di uno stronaccio: pertanto, la seconda parte della frase ne costituisce il
focus, come dimostra anche il fatto che essa la risposta alla domanda in [iv].
Caratteristica del focus, che lo oppone al topic, quella di essere normalmente co-
dicato in costituenti pesanti, o categorialmente complessi e di ricorrere normal-
mente verso la ne dellenunciato. Come osserva Chafe (1976), mentre il topic di
norma pronominalizzato, il focus per denizione non pu esserlo, dato che la pro-
nominalizzazione riguarda necessariamente informazione gi introdotta nel di-
scorso, e quindi vecchia, mentre il focus informazione nuova. Questo non signi-
ca che forme pronominali non possano avere funzione di focus: certamente pos-
sono averla quando siano usate in maniera deittica, come tipicamente avviene per
i pronomi di prima e seconda persona, per esempio in frasi come:
[ix] Pago io!
e come pu avvenire anche per quelli di terza. Si osservi comunque che anche in
questi casi si deve trattare di pronomi accentati, mentre non possono aver funzio-
ne di focus i pronomi clitici.
Una importante variante di focus il focus contrastivo: in questo caso il focus non
si riferisce necessariamente a informazione nuova, ma chiarisce una possibile al-
ternativa. questo il caso del costituente i piatti in [iii]. Il focus contrastivo in mol-
te lingue, fra cui litaliano, si pu trovare alla ne della frase:
[x] Paola asciuga i piatti, non i bicchieri ,
oppure anche a sinistra, come nellesempio [iii].
5. La struttura della frase semplice indoeuropea
Elementi con
posizioni specicate
nella frase semplice
indoeuropea
Nellindoeuropeo ricostruito, hanno importanza per la struttura della frase
i clitici, il verbo nito e i preverbi. Sulla base delle lingue indoeuropee an-
tiche, si ricostruisce una situazione in cui i clitici erano posizionati in P2,
poich seguivano la legge di Wackernagel (vedi cap. 5 par. 3.2). La posizio-
ne del verbo era libera e era determinata da fattori pragmatici. Il verbo ni-
5. Il mutamento sintattico
243
to poteva essere nale, soprattutto nello stile narrativo, iniziale, quando era
enfatizzato per esempio negli ordini, o semplicemente per indicare una ce-
sura nel testo. Meno spesso, il verbo poteva essere in P2, soprattutto se si
trattava della copula, che non portava accento. I preverbi potevano essere
posizionati davanti al verbo e immediatamente adiacenti a esso; nel caso
che il verbo fosse nale, essi potevano essere adiacenti al verbo stesso, op-
pure essere posti in prima posizione (cosiddetta tmesi).
Omissione
di soggetto
e oggetto diretto
Fra i costituenti nominali, il soggetto poteva essere omesso: le lingue in-
doeuropee antiche erano lingue a soggetto non obbligatorio (come litalia-
no e molte altre lingue indoeuropee moderne). Come vedremo pi avanti,
in latino anche loggetto diretto poteva essere omesso, se non era enfatico e
poteva essere facilmente recuperato dal contesto. In realt, questa non
una particolarit del latino, ma una caratteristica di numerose lingue in-
doeuropee antiche, che si pu ricostruire anche per lindoeuropeo. Dato
che il verbo indoeuropeo aveva desinenze personali che indicavano il sog-
getto, ma non loggetto diretto, lomissione delloggetto diretto era co-
munque pi limitata dellomissione del soggetto.
Secondo la ricostruzione di Delbrck (1901), Bonfante (1930) e Watkins
(1964, 1997), la frase indoeuropea ha le seguenti possibili strutture:
[i] conn (= clitici) ... V;
[ii] X (= clitici) ... V;
[iii] V (= clitici) ...;
[iv] conn (= clitici) V ...;
[v] conn (= clitici) ... prev V;
[vi] X (= clitici) ... prev V;
[vii] conn (= clitici) prev ... V;
[viii] prev (= clitici) ...V;
[ix] prev (= clitici) V ... .
(conn= connettivo; il segno = indica lattacco dei clitici; le parentesi ton-
de indicano che i clitici possono essere presenti o no; X indica un costi-
tuente accentato diverso dal verbo, preverbio o connettivo; ... indica che
pu occorrere un altro costituente accentato).
Esiste poi la possibilt che costituenti pesanti, spesso contenenti informa-
zione non essenziale, seguano il verbo nito, seguendo la legge di Behaghel
(cap. 5 par. 3.3), in frasi che comporterebbero il verbo al fondo, come nelle
strutture i, ii, v, vi, vii e viii. In parte, come stato notato da Gonda
(1959), questi costituenti si collocano in realt al di fuori dellenunciato,
perch contengono ci che lo studioso chiamava amplicazioni: cio in-
formazioni aggiuntive contenute in attributi (come aggettivi o frasi relati-
ve) o elementi avverbiali, comunque esterni alla predicazione. Costituenti
di questo tipo possono seguire il verbo anche in lingue SOV rigide; essi
vengono designati con un termine inglese, afterthought, perch sono ag-
244
Introduzione alla linguistica storica
giunti come un qualcosa in pi, che venuto in mente dopo il completa-
mento della frase.
Lindoeuropeo
ricostruito:
una lingua
con ordine libero
Come si vede, lindoeuropeo ricostruito doveva essere una lingua caratte-
rizzata da ordine dei costituenti essenzialmente libero. Nelle lingue antiche
troviamo ordine per lo pi libero anche allinterno del sintagma nominale:
aggettivi attributivi e genitivi possono seguire o precedere le teste nominali
nella maggior parte delle lingue. Inoltre, troviamo generalmente preposi-
zioni, ma alcune lingue hanno posposizioni: inizialmente, forse, anche la
posizione delladposizione rispetto al suo complemento era libera, come
abbimo gi visto (cap. 4 par. 7).
Il tipo sintattico delle
lingue indoeuropee
vario
Fra le lingue indoeuropee antiche e moderne troviamo lingue prevalente-
mente SOV come il sanscrito, lingue SOV rigide come buona parte delle
lingue anatoliche, lingue con ordine dei costituenti libero, come il greco
antico o il russo moderno, lingue SVO pi (inglese) o meno (italiano) rigi-
de e lingue VSO come le lingue celtiche.
Da tutta questa variet risulta che oltremodo difcile ricostruire un in-
doeuropeo appartenente a un tipo sintattico rigido: eppure questo stato
fatto e numerosi studiosi hanno versato se non umi per lo meno rivoli di
inchiostro per dimostrare che lindoeuropeo doveva essere ricostruito
come somigliante soprattutto al giapponese (SOV rigido) o allinglese
(SVO rigido) o allirlandese (VSO rigido). Per un paio di decenni dopo la
pubblicazione di Greenberg (1963) sembrava che lunico scopo della rico-
struzione sintattica fosse la ricostruzione di un ordine basico rigido per
lindoeuropeo e che il tipo sintattico ricostruito avrebbe potuto spiegare
tutti i mutamenti intervenuti nelle lingue indoeuropee, inclusa una buona
serie di mutamenti non unicamente sintattici.
Gli studi sulluso pragmatico dellordine dei costituenti in lingue vive e
quindi pi facilmente analizzabili hanno portato a un ridimensionamento
del peso della tipologia sintattica anche per la ricostruzione, dato che,
come osserva Dixon (1997, p. 21, traduzione mia); forse la caratteristica
pi comune che pu diffondersi [da una lingua allaltra] lordine dei co-
stituenti. [...] La somiglianza nellordine dei costituenti fra i peggiori tipi
possibili di evidenza per la parentela genetica e la caratteristica meno utile
per cercare di ricostruire una protolingua.
6. Frase principale e frase dipendente
La frase subordinata
in tedesco: verbo
in posizione nale
La posizione del verbo in frase principale e in frase dipendente in italiano
la stessa. Non cos in altre lingue: noto per esempio che in tedesco le frasi
dipendenti hanno il verbo in posizione nale, anzich in P2 come le frasi
principali. Ma non solo la posizione del verbo a distinguere la frase prin-
cipale dalla frase dipendente in tedesco: lintera struttura della frase che
diversa. Nella frase principale in tedesco il verbo in P2 denisce una prima
5. Il mutamento sintattico
245
posizione della frase che destinata al costituente a cui si voglia dare un
certo tipo di rilievo. Lassenza di questa posizione nella frase dipendente fa
s che lordine dei costituenti nominali non abbia possibilit di variare e sia
quindi obbligatoriamente SOX(...)V.
Informazione
di primo piano
e informazione
di sfondo
In generale, la frase subordinata caratterizzata da un dinamismo comuni-
cativo pi basso di quello della frase principale: la subordinazione sintatti-
ca un corrispettivo iconico della subordinazione comunicativa. Normal-
mente, linformazione di primo piano (foreground) viene veicolata dalle
frasi principali, a cui le subordinate aggiungono informazione di sfondo
(background). Pertanto, lordine dei costituenti nelle subordinate in alcu-
ne lingue meno libero che nelle principali, perch non c la necessit di
mettere in risalto un costituente per scopi pragmatici: questo ci che ac-
cade appunto in tedesco.
7. Dal latino alle lingue romanze: i clitici
In latino loggetto
diretto referenziale
pu essere omesso
Un importante mutamento intervenuto nel passaggio dal latino alle lingue
romanze la creazione di un sistema di clitici pronominali. I clitici, come
abbiamo gi visto (cap. 3 par. 2.1), sono elementi il cui statuto ibrido: da
un lato essi presentano categorie essive e sono pertanto parole morfologi-
che, da un altro lato non portando accento si comportano da un punto di
vista fonologico in maniera simile agli afssi. La loro posizione vicina agli
afssi fa s che anche il loro grado di obbligatoriet sia alto. Esemplichia-
mo questo fatto esaminando un particolare mutamento: la creazione dei
clitici ha avuto leffetto di ridurre la possibilit di omettere loggetto diret-
to, possibilit che invece esisteva in latino. Torniamo a considerare lesem-
pio [30]. Abbiamo tradotto la frase:
[30] Itaque
pertanto
feci
fare:pf.1sg
non
neg
invitus
contrario:nom.sg.m
con:
[30] Pertanto lho fatto non malvolentieri,
aggiungendo un oggetto clitico lo che non ha corrispettivo in latino. Che
questo oggetto si debba aggiungere per avere una frase italiana sintattica-
mente corretta indubbio: un oggetto referenziale (cio che si riferisce a
qualcosa, come qui loggetto si riferisce al contenuto della frase preceden-
te) in italiano di norma non si pu omettere, e una traduzione:
[30] *Pertanto ho fatto non malvolentieri
246
Introduzione alla linguistica storica
non permetterebbe di recuperare loggetto omesso. In latino questo tipo di
omissione invece frequente, come possiamo vedere considerando qualche
altro esempio:
[35] Caesar
Ceasare:nom
exercitum
esercito:acc
reduxit
ricondurre:pf.3sg
et in Aulercis
e in Aulerci:abl.pl
Lexoviisque
Lessovi:abl.pl
reliquisque
altro:abl.pl + e
item
anche
civitatibus,
popolazione:abl.pl
quae
rel.nom.pl.f
proxime
ultimamente
bellum
guerra:n/a
fecerant,
fare:ppf.3pl
in hibernis
in accampamento.invernale:abl.pl
conlocavit
collocare:pf.3sg
Cesare ricondusse indietro lesercito e lo alloggi per linverno nei
territori degli Aulerci, dei Lessovi e delle altre popolazioni che da ul-
time avevano combattuto (Ces. BG 3.29.3);
[36] lacerat,
lacerare:prs.3sg
exest
consumare:prs.3sg
animum
anima:acc
planeque
completamente + e
concit
terminare:prs.3sg
dilania, corrode lanima e la porta alla completa perdizione (Cic.
Tusc. 3.13.27);
[37] haec
questo:nom.f
igitur
dunque
lex
legge:nom.f
in
in
amicitia
amicizia:abl.sg
sanciatur,
sancire:cong.p.3sg
ut
che
neque
n
rogemus
chiedere:cong.1pl
res
cosa:nom.pl
turpes
turpe:nom.pl
nec
n
faciamus
fare:cong.1pl
rogati
chiedere:part.nom.pl
si sancisca dunque questa legge nellamicizia, che non chiediamo
cose indegne n, richiesti, le facciamo (Cic. Amic. 40).
Obbligatoriet
dei clitici
Le frasi contenute negli esempi [35-37] contengono casi di coordinazione:
in questo contesto lomissione delloggetto diretto nel latino classico la
regola. I coordinatori che richiedono lomissione nei tre esempi citati sono
et in [35], -que in [36] e nec in [37]. La differenza fra il latino e litaliano a
questo riguardo che il latino potrebbe in questa posizione solo impiega-
re un oggetto pronominale vero e proprio, mentre litaliano pu usare il
clitico, cio, come abbiamo osservato pi volte, un elemento che ha uno
statuto a met strada fra una parola e un morfema legato. I clitici, ove esi-
5. Il mutamento sintattico
247
stano, hanno un grado di obbligatoriet superiore alle forme libere, pro-
prio perch si avvicinano ai morfemi legati: questo il motivo per cui nel-
le traduzioni degli esempi dati sopra dobbiamo per forza aggiungere un
clitico, anche se di per s le frasi senza clitico sarebbero comprensibili
(cio se dicessimo *che non chiediamo cose indegne n richiesti facciamo non
sintatticamente corretta, ma ci sono pochi dubbi su una sua possibile in-
terpretazione).
In latino non esiste un criterio chiaro come in italiano per distinguere for-
me pronominali accentate da forme enclitiche, dato che esse sono omofo-
ne, tranne che per la presenza o assenza di accento, che per non indicato
dalla graa. Possiamo per osservare che le forme pronominali non enfati-
che non si trovano mai in prima posizione nella frase. Se osserviamo in
particolare la forma dellaccusativo del pronome di terza persona, notiamo
che essa si trova in prima posizione solo qualora sia seguita dalla congiun-
zione -que, che essa stessa enclitica: ci signica che il pronome accenta-
to ed enfatico, come nellesempio [38] che ora discuteremo, e che si trova
in inizio di verso (quindi in posizione accentata):
[38] seni
anziano:dat
huic
questo:dat
fuerunt
essere:pf.3pl
lii
glio:nom.pl
nati
nato:nom.pl
duo /
due:nom
alterum
uno.dei.due:acc
quadrimum
di.quattro.anni:acc
puerum
bambino:acc
servos
schiavo:nom
surpuit /
rapire:pf.3sg
eumque
3sg.acc + e
hinc
di.qui
profugiens
fuggire:prs.part.nom
vendidit
vendere:pf.3sg
in
in
Aulide /
Aulide:abl
patri
padre:dat
huiusce
questo:gen+ foc
Questo anziano signore aveva due gli. Uno schiavo rap uno dei
due bambini a quattro anni e, fuggendo di l, vendette proprio lui
in Aulide al padre di costui (Pl. Capt. 8-9).
Il motivo per cui il pronome eum qui enfatizzato risiede nella partico-
lare situazione che crea lo sfondo per la commedia: il bambino rapito
venne rivenduto dallo schiavo al suo stesso padre, come risulta dal fatto
che la persona indicata con lespressione deitica huiusce di costui ap-
punto il fratello del rapito. Pertanto anche in italiano non sarebbe cor-
retto tradurre eum con lo (oggetto clitico), ma meglio renderlo con
laggiunta di un focalizzatore (con unespressione come proprio lui o
lui stesso).
248
Introduzione alla linguistica storica
Se loggetto non fosse accentato, si potrebbe avere una frase come:
[38] puerum servos surpuit / et hinc profugiens vendidit
uno schiavo rap il bambino e fuggendo di l lo rivendette,
ma non:
[38] ??puerum servos surpuit / et hinc profugiens eum vendidit.
Crescente
obbligatoriet
delloggetto diretto
nel Nuovo
Testamento
La fase di raccordo fra il latino e le lingue romanze attestata dal Nuovo
Testamento, in cui troviamo frasi come:
[39] et
e
obtuli
presentare:pf.1sg
eum
3sg.acc
discipulis
discepolo:dat.pl
tuis
tuo:dat.pl
et
e
non
non
potuerunt
potere:pf.3pl
curare
curare:inf
eum
3sg.acc
e lo portai dai tuoi discepoli, e non furono in grado di curarlo
(Mt. 17.16),
che non corrisponde al latino classico. Confrontando [39] con [38] si note-
r anche che la forma eum compare adiacente al verbo, come i clitici delle
lingue romanze, mentre in latino in precedenza la posizione del verbo non
determinava quella dei pronomi.
Sporadica omissione
delloggetto
in italiano antico
Nellitaliano antico, in cui ormai la posizione dei clitici regolata dal ver-
bo, sporadicamente lomissione compare ancora, in contesti in cui litalia-
no moderno non la permette pi:
[40] Questi gliuoli di Gastantino per la loro dissensione guastaro molto lo
mperio di Roma e quasi abbandonaro (Villani, 2.22.40);
[41] e in luogo di comunicarsi, ciascuno prese uno poco di terra e si mise in
bocca (Villani, 9.56.109).
Cambiamento
di posizione
dei clitici romanzi
Nelle lingue romanze antiche i pronomi clitici erano inizialmente enclitici:
essi seguivano cio il verbo, a cui si appoggiavano fonologicamente. Nelle
lingue moderne, con forme nite del verbo, i clitici sono per lo pi procli-
tici. Nellitaliano antico, i clitici possono trovarsi davanti o dietro al verbo
nito, ma in iniziale di frase essi per lo pi seguono il verbo: questa regola
di posizione, detta legge Tobler-Mussaa, uneredit della loro antica
natura di enclitici.
5. Il mutamento sintattico
249
In portoghese i clitici
sono meno
grammaticalizzati
che in italiano
moderno
Non in tutte le lingue romanze il grado di grammaticalizzazione dei clitici
ugualmente alto. In portoghese in particolare si osserva che loggetto di-
retto pu essere omesso anche in contesti in cui le altre lingue non consen-
tono (pi) lomissione. questo il caso delle domande bipolari:
[42] voc
Lei
viu
vedere:pass.3sg
o
il
lme
lm
E tudo o vento levou?
e tutto il vento portar.via:pass.3sg
Sim,
s
vi.
vedere:pass.1sg
ha visto il lm Via col vento? S, lho visto.
In [42] la risposta contiene solo il verbo, senza il clitico oggetto che inve-
ce necessario in italiano moderno. Questo tipo di domande e risposte co-
stituiva un contesto di omissione anche in latino, come esemplicato in
[43]:
[43] novistine
conoscere:pf.2sg + neg
hominem?
uomo:acc
novi
conoscere:pf.1sg
conosci quel tale? Lo conosco (Pl. Bacch. 837).
In italiano antico anche in questo contesto lomissione era ancora possibile:
[44] or non avest la torta? Messer s: ebbi (Nov. 79).
La minore obbligatoriet dei clitici in portoghese, e quindi il loro minor
grado di grammaticalizzazione rispetto alle altre lingue romanze, dimo-
strato anche dalla possibilit di avere frasi con ordine OV e intonazione
non contrastiva senza avere la ripresa col clitico:
[45] ese
questo
livro
libro
nunca
mai
ofreci
dare:pass.1sg
ao
a + il
Joo
Giovanni
questo libro non lho mai dato a Giovanni.
Come abbiamo notato in precedenza (cap. 5 par. 4), frasi come [45] sono
possibili in italiano (e nella gran parte delle altre lingue romanze) solo con
il clitico; se il clitico assente, allora il primo costituente deve obbligatoria-
mente portare accento contrastivo (come sarebbe in questo libro non ho
mai dato a Giovanni (ma gli ho dato quellaltro)). Litaliano antico, a somi-
glianza del portoghese, poteva invece in questo contesto presentare il cliti-
co o non presentarlo.
250
Introduzione alla linguistica storica
Pertanto, sia litaliano antico sia il portoghese rappresentano fasi nella
grammaticalizzazione dei pronomi che sono pi arretrate di quella dellita-
liano moderno e delle altre lingue romanze. Nella maggior parte delle lin-
gue romanze moderne i clitici hanno assunto varie caratteristiche dei mor-
femi legati, fra le quali un altissimo grado di obbligatoriet.
Nelle lingue
romanze i clitici
segnalano alcune
funzioni
dei costituenti
sul verbo
Se torniamo alla presenza dei casi in latino, possiamo vedere che il tipo del
latino si oppone a quello delle lingue romanze per una maggiore indipen-
denza del sintagma nominale nel segnalare le funzioni sintattiche, mentre
le lingue romanze sono caratterizzate dalla possibilit di segnalare le fun-
zioni sintattiche sul sintagma verbale. Come sostiene Bossong (1998), luso
dei clitici come ripresa di costituenti posizionati in maniera diversa dallor-
dine basico avvicina il tipo delle lingue romanze a quello delle lingue in-
corporanti (che abbiamo descritto in cap. 3 par. 3). Bossong si serve della
seguente frase francese per sostanziare la sua affermazione:
[46] Il
egli
la
la
lui
gli
a
ha
donn,
data

a
Jean,
Giovanni
son
suo
pre,
padre
la
la
moto
moto
glielha regalata, a Giovanni, suo padre, la moto
(ricordiamo che anche il soggetto indicato da un clitico in francese, qua-
lora non sia espresso con un sintagma nominale in posizione preverbale).
Dato che i clitici romanzi sono obbligatori solo con ordini diversi da SVO,
questo tipo di segnalazione d luogo a ordini marcati: nel momento in cui
gli stessi clitici diventassero obbligatori anche con lordine SVO le lingue
romanze avrebbero lo stesso grado di libert del latino quanto allordine
dei costituenti e si sarebbe compiuto il passaggio da un tipo con segnala-
zione delle relazioni grammaticali sul sintagma nominale a un tipo con se-
gnalazione sul sintagma verbale.
scheda 2 Segnalazione sulla testa e segnalazione sul dipendente
Nelle lingue indoeuropee, normalmente quando due costituenti siano in rapporto
di dipendenza luno dallaltro il costituente dipendente che porta una segnalazio-
ne morfologica di questa relazione. Ci avviene nel rapporto fra testa e modica-
tore:
[i] liber
libro:nom
magistri
maestro:gen
il libro del maestro.
Sia lesempio latino, sia la traduzione italiana contengono modicatori nominali che
comprendono un segnale della loro funzione sintattica: in latino il caso genitivo a
5. Il mutamento sintattico
251
segnalare che il sostantivo magistri usato come modicatore di una testa nomina-
le ( liber ), mentre in italiano questa indicazione fornita dalla preposizione di .
Non tutte le lingue per funzionano a questo riguardo come le lingue indoeuropee.
In ungherese, per esempio, la frase [i] corrisponde a:
[ii] a tant
il maestro
knyv-e
libro-poss.3sg
il libro del maestro.
Nellesempio [ii] il rapporto di modicazione non indicato sul modicatore a ta-
nt il maestro da un afsso o da unadposizione, come in latino e italiano, ma dal
sufsso possessivo -e, sulla testa del sintagma, cio knyv libro.
Anche lo stato costrutto delle lingue semitiche una maniera di segnalare la di-
pendenza sulla testa, piuttosto che sul modicatore:
[iii] p@ne
faccia-st.costr
ha ares
'
la terra
la faccia della terra (ebraico).
In questa frase, il sostantivo panim faccia, supercie presenta una forma partico-
lare, chiamata stato costrutto, caratterizzata da alterazioni fonologiche (sposta-
mento dellaccento) e dallassenza dellarticolo determinativo, che indica che esso
funge da testa di un sintagma e che il sintagma contiene un modicatore, in questo
caso il sintagma ha ares
'
la terra, che non marcato.
Alcune lingue presentano indicazioni dei rapporti di dipendenza che compaiono si-
multaneamente sul modicatore e sulla testa. il caso del turco:
[iv] Ahmed-in
Ahmed-gen
hanK m-K
moglie-poss.3sg
la moglie di Ahmed.
In [iv] troviamo la testa hanK m-K moglie-sua che marcata come tale dal posses-
sivo -K , in maniera analoga a quanto abbiamo visto in [ii] per lungherese. In [iv]
per troviamo anche il caso genitivo sul modicatore, mentre in ungherese come
abbiamo visto il modicatore non porta alcun segnale del rapporto di dipendenza.
In turco, la comparsa del sufsso di genitivo in questo tipo di sintagma ha una fun-
zione specica, cio quella di indicare la determinatezza e la referenzialit del
modicatore.
Troviamo pertanto un contrasto fra:
[v] ev
casa
kapK-sK
porta-poss.3sg
la porta di casa,
e:
[vi] ev-in
casa-gen
kapK-sK
porta-poss.3sg
la porta della casa (cio di una casa specica);
(questo contrasto non pu essere esemplicato con [iv], perch ovviamente i nomi
propri possono essere solo determinati).
252
Introduzione alla linguistica storica
8. Tipologia sintattica II: le relazioni grammaticali
In questa sezione intendiamo con il termine relazioni grammaticali le fun-
zioni sintattiche dei costituenti nominali, quali soggetto e oggetto diretto.
La denizione di queste funzioni in lingue come litaliano o linglese non
sembra particolarmente problematica; tuttavia, gi dai dati dellitaliano
stesso vedremo che non tutti i soggetti sono tali allo stesso titolo. In altre
lingue, per noi pi esotiche, la denizione di soggetto non univoca: ve-
dremo che ci sono lingue in cui pi costituenti nella stessa frase soddisfano
una parte delle condizioni che normalmente un costituente soddisfa per es-
sere considerato il soggetto.
Vedremo poi anche che esistono lingue in cui nomi e verbi si presentano
divisi in classi diverse, a seconda del tipo di coinvolgimento dei partecipan-
ti in uno stato di cose.
Il soggetto italiano:
concordanza
col verbo
e coordinazione
8.1. La denizione del soggetto in italiano In italiano siamo abituati a pensa-
re che il fatto di concordare con il verbo sia sufciente per denire il sog-
getto di un enunciato. Ci sono comunque anche altre propriet che carat-
terizzano il soggetto. Per esempio, in frasi coordinate, quando il soggetto
della seconda frase sia omesso, esso di norma coreferente con il soggetto
della prima:
[47] Giovanna incontra Raffaella e la saluta.
Questa frase pu voler dire solamente che Giovanna a salutare Raffaella;
se avessimo voluto indicare un cambio di soggetto avremmo dovuto usare
un pronome nella seconda frase:
[47] Giovanna incontra Raffaella e lei la saluta.
Anche nel caso che soggetto e oggetto non siano terze persone il cambio di
soggetto senza pronome espresso non possibile:
[48] Ho salutato Raffaella e sono partita;
[49] ??Ho salutato Raffaella ed partita / Ho salutato Raffaella e lei partita.
Consideriamo ora la frase:
[50] A Giovanna piaceva Raffaella e lha invitata a cena.
Mentre il costituente che concorda col verbo della prima frase in [50]
Raffaella, quello che ha lo stesso referente del soggetto omesso nella secon-
5. Il mutamento sintattico
253
da Giovanna. Anche cambiando tipo di soggetto otteniamo lo stesso ri-
sultato:
[51] ??Mi piaceva Raffaella e mi ha invitata a cena.
Con il verbo piacere
le caratteristiche
del soggetto
sono distribuite
su due costituenti
In altre parole, nelle frasi [50] e [51] le condizioni per essere soggetto sono
distribuite fra due costituenti diversi: da un punto di vista morfosintattico
(accordo col verbo) il soggetto di [50] Raffaella, ma in un contesto sintat-
tico pi ampio (coreferenza col soggetto nullo in frase coordinata) il sog-
getto della stessa frase Giovanna. Questa non una conseguenza dellor-
dine dei costituenti, come si pu vedere da:
[52] A Giovanna Raffaella ha dato un biglietto e lha invitata al cinema,
in cui Raffaella soggetto sia della prima sia della seconda frase, e soddisfa
quindi sia la condizione morfosintattica sia quella pi propriamente sin-
tattica.
Il soggetto italiano
uguale in frase
transitiva e in frase
intransitiva
Una caratteristica di soggetto e oggetto diretto delle frasi transitive in ita-
liano quella di corrispondere solitamente, sul livello semantico, allagente
e al paziente, come in:
[53] Giovanni ha mangiato gli spaghetti.
In [53] abbiamo un verbo transitivo, mangiare, che bivalente: richiede
cio due costituenti nominali, un soggetto e un oggetto diretto (sul concet-
to di valenza, vedi scheda 1 del cap. 4). Il costituente Giovanni il soggetto
sul piano morfosintattico e concorda con la forma verbale ha mangiato,
mentre dal punto di vista semantico esso denota il partecipante animato
che compie lazione espressa dal verbo: ha quindi il ruolo semantico di
agente. Il costituente gli spaghetti sintatticamente loggetto diretto del
verbo, mentre dal punto di vista semantico denota il partecipante che subi-
sce un cambio di stato in conseguenza dellazione espressa dal verbo: rive-
ste il ruolo semantico di paziente.
Volendo possiamo rovesciare la prospettiva della frase, usando la diatesi
passiva:
[54] Gli spaghetti sono stati mangiati da Giovanni.
In questo caso, dal punto di vista semantico e denotativo ci troviamo sem-
pre davanti a unazione compiuta dallo stesso agente in cui lo stesso pa-
ziente subisce un cambiamento di stato, ma dal punto di vista morfosintat-
tico la struttura dellenunciato cambiata: il soggetto il costituente gli
spaghetti, che infatti concorda con la forma verbale sono stati mangiati, e il
254
Introduzione alla linguistica storica
verbo diventato monovalente. Pertanto, non richiede altri costituenti ol-
tre al soggetto. Il sintagma preposizionale da Giovanni, che denota lagen-
te, dal punto di vista sintattico un avverbiale, o aggiunto: non rientra
cio nella valenza del verbo.
Il fatto che nella forma passiva un verbo transitivo diventi intransitivo
importante perch ci consente di osservare che, in italiano, il soggetto del
verbo transitivo e il soggetto del verbo intransitivo sono trattati nello stesso
modo dal punto di vista morfosintattico, anche quando abbiano ruoli se-
mantici diversi: sia il soggetto di [53] sia quello di [54] concordano con il
verbo. Inoltre possiamo vedere che le stesse condizioni si vericano in frasi
intransitive con verbi attivi, come in:
[55] Giovanni andato a casa;
[56] Gli spaghetti sono caduti fuori dal piatto.
Nelle lingue ergative
il soggetto del verbo
intransitivo
marcato come
il paziente dei verbi
transitivi
8.2. Le lingue ergative Non tutte le lingue funzionano come litaliano a
questo riguardo. In un importante gruppo di lingue, dette lingue ergati-
ve, la frase transitiva presenta sistematicamente la prospettiva del paziente,
che di norma segnalato morfologicamente dallassenza di morfemi speci-
ci, in maniera analoga al soggetto del verbo transitivo. Il caso di questi
due tipi di costituenti viene detto abitualmente caso assolutivo (abbreviato
ass). Vediamo un esempio dal georgiano, una lingua caucasica ergativa:
[57] Gela
Gela:ass
gavida
aor-uscire
saxlidan
casa-abl
Gela usc di casa;
[58] Gelam
Gela-erg
dainaxa
aor-vedere
Maria
Maria:ass
Gela vide Maria.
Nelle frasi [57] e [58] troviamo rispettivamente un verbo intransitivo, che
signica uscire, e uno transitivo, che signica vedere. Nella prima frase,
il soggetto Gela non porta alcun morfema specico: questo il segnale del
caso assolutivo (che nelle grammatiche georgiane chiamato nominativo,
per motivi che chiariremo pi avanti). Nella seconda frase, la stessa assenza
di morfema specico compare con il sostantivo Maria, che dal punto di vi-
sta semantico denota il paziente, mentre il sostantivo Gelamcompare in un
caso speciale, realizzato dal morfema -m, detto ergativo (nelle grammati-
che descrittive del georgiano questo caso detto narrativo). Potremmo al-
lora paragonare la frase [58] al passivo italiano, e pensare che in georgiano
5. Il mutamento sintattico
255
con verbi transitivi si privilegi sempre la prospettiva del paziente, che ver-
rebbe sistematicamente scelto come soggetto.
Sintatticamente
il soggetto del
georgiano lagente
In realt per non cos: se consideriamo le frasi coordinate in [58], nella
seconda delle quali il soggetto omesso, vedremo che il soggetto sintattico
coreferente con il costituente in ergativo, non con quello in nominativo:
[59] Gelam
Gela-erg
dainaxa
aor-vedere
Maria
Maria:ass
da
e
gavida
aor-uscire
saxlidan
casa-abl
Gela vide Maria e usc di casa.
Il costituente in assolutivo in [59] la parola Maria, ma nella frase coordi-
nata il soggetto omesso del verbo gavida coreferente col costituente Ge-
lam, cio il costituente in ergativo. In italiano, invece, il soggetto del verbo
passivo sarebbe soggetto di una possibile coordinata successiva, come ve-
diamo da:
[60] Maria fu vista da Gela e usc di casa,
dove il soggetto omesso della seconda frase coreferente con il costituente
Maria.
Ergativit
morfologica ed
ergativit sintattica
Lergativit un fenomeno complesso, che si presenta in maniere diverse:
alcune lingue, come il georgiano stesso, sono ergative solo con determinati
tempi del verbo; altre, come il dyrbal, una lingua australiana, presentano
anche ergativit sintattica, altre ancora, come il basco, hanno il caso ergati-
vo esteso anche al soggetto dei verbi intransitivi, qualora questi esprimano
azioni (per esempio, andare).
Ergativit scissa In particolare, alcune lingue presentano un fenomeno detto ergativit scis-
sa. In queste lingue il sistema ergativo si riscontra solo con certi tempi o
aspetti verbali o solo con certi tipi di nomi, mentre con gli altri si trova un
sistema nominativo-accusativo. questo il caso del georgiano, in cui il si-
stema ergativo si trova solo con laoristo. Per questo motivo, il caso assolu-
tivo in georgiano si chiama nominativo (con gli altri tempi verbali funzio-
na infatti in maniera simile al nominativo delle lingue indoeuropee), men-
tre lergativo si chiama caso narrativo, dato che laoristo il tempo usato
nelle narrazoni.
Nelle lingue attive
esistono classi
di verbi e nomi attivi
e inattivi
8.3. Le lingue attive Accanto alle lingue ergative e a quelle di tipo nomina-
tivo-accusativo, esistono poi le cosiddette lingue attive. Si tratta di lingue
in cui i membri di alcune classi lessicali, in particolare verbi e sostantivi,
sono divisi in attivi e inattivi. Solo i sostantivi attivi possono essere sogget-
to di verbi attivi e solo i sostantivi inattivi possono essere soggetto di verbi
inattivi (anche detti stativi). Ne consegue che spesso gli stati di cose posso-
no essere denotati da due verbi diversi, a seconda di come sono concettua-
256
Introduzione alla linguistica storica
lizzati. In italiano, per esempio, troviamo la coppia ardere/bruciare, in cui il
primo verbo indica uno stato ed intransitivo, mentre il secondo transiti-
vo e denota uno stato di cose in cui un paziente cambia stato:
[61] Il fuoco arde;
[62] Il fuoco ha bruciato migliaia di libri
2
.
Nelle lingue attive non solo le coppie lessicali compaiono sistematicamente
nel caso dei verbi, ma anche i sostantivi sono spesso organizzati nello stesso
modo: in una lingua attiva, in corrispondenza della parola fuoco in [61] e
[62] potremmo trovare morfemi specici che indicano soggetto di verbo
inattivo e soggetto di verbo attivo, oppure due lessemi diversi, il primo
inattivo e il secondo attivo.
Le lingue
indoeuropee
sono di tipo
nominativo-accusativo
8.4. Il tipo delle lingue indoeuropee Le lingue come litaliano sono dette
lingue nominativo-accusativo. Le lingue indoeuropee antiche e buona
parte di quelle moderne sono di questo tipo: nelle lingue che hanno sistemi
di casi morfologici, come per esempio il latino o il tedesco, il nominativo
il caso del soggetto sia dei verbi transitivi, sia di quelli intransitivi, mentre
laccusativo il caso delloggetto diretto dei verbi transitivi, come in:
[63] Der
il:nom
Vater
padre
grt
salutare:3sg
den
il:acc
Sohn
glio
und
e
geht
andare:3sg
weg
via
il padre saluta il glio e se ne va;
[64] Der
il:nom
Vater
padre
geht
andare:3sg
weg
via
il padre se ne va.
Lindoeuropeo
ricostruito come
lingua ergativa
Alcuni studiosi hanno per proposto possibili ricostruzioni dellindoeuro-
peo in una sua fase molto antica come appartenente al tipo ergativo o al tipo
attivo. La ricostruzione ergativa stata proposta fin dallinizio del secolo
scorso e si basa su varie evidenze, soprattutto relative al sistema dei casi
grammaticali. In particolare, sarebbe una traccia di ergativit il fatto che il
nominativo del maschile ha una sua desinenza specifica: cio marcato,
mentre nelle lingue nominativo-accusativo questo caso pi spesso quello
privo di segnalazione. Lingue nominativo-accusative non indoeuropee con
sistemi di casi che hanno un nominativo non marcato sono per esempio le
lingue ugrofinniche e le lingue altaiche. Se il nominativo indoeuropeo fosse
stato in origine un caso ergativo, il fatto di essere marcato si spiegherebbe fa-
2. In realt lesempio italiano solo approssimativo, dato che in italiano entrambi i verbi posso-
no avere uso transitivo o intransitivo.
5. Il mutamento sintattico
257
cilmente, dato che nelle lingue ergative marcato appunto il caso ergativo,
mentre non lo il caso assolutivo. Inoltre, la desinenza del nominativo ma-
schile singolare indoeuropeo, che si ricostruisce come *-s (vedi cap. 3), si-
mile alla desinenza del genitivo, ricostruita come *-os. Molte delle lingue er-
gative note presentano lestensione della desinenza del genitivo al caso erga-
tivo: anche in questo caso, la somiglianza si spiegherebbe se il caso nominati-
vo dellindoeuropeo continuasse un pi antico caso ergativo.
Lindoeuropeo
ricostruito come
lingua attiva
La proposta che lindoeuropeo si debba ricostruire come una lingua del
tipo attivo, invece, stata avanzata in epoca pi recente e si basa su eviden-
ze in parte lessicali. Abbiamo visto nel cap. 4 che le lingue indoeuropee la-
sciano in alcuni casi ricostruire coppie di nomi, di cui uno di genere neu-
tro e laltro di genere maschile o femminile. Come abbiamo detto, rico-
struendo una situazione in cui il neutro corrispondeva al genere inanimato
e il maschile e femminile a un unico genere animato, il fatto che per parole
come fuoco o acqua si ricostruiscano coppie lessicali dimostrerebbe che
il referente poteva essere concettualizzato come attivo o come inattivo. La
presenza di coppie lessicali di questo tipo appunto tipica delle lingue atti-
ve. Anche il sistema di diatesi ricostruito per lindoeuropeo, in cui non esi-
steva una vera opposizione, ma la distribuzione di attivo e medio era lessi-
cale (vedi cap. 4) potrebbe fornire evidenze in questo senso.
Cambiamento di tipo:
lingue indoarie
Alcune lingue indoeuropee presentano sistemi ergativi, che si sono svilup-
pati nel corso della loro storia. Fra queste, le meglio studiate sono le lingue
indoarie moderne, come lo hindi. Si tratta di lingue che hanno per lo pi
sistemi di ergativit scissi, legati allaspetto verbale. Su come si sia sviluppa-
to il sistema ergativo in queste lingue non c accordo; si pu comunque
notare che gi il sanscrito classico tendeva a presentare un uso molto ampio
del passivo con complemento dagente in strumentale e che la desinenza
del caso ergativo che contiene una nasale potrebbe essere imparentata con
quella dello strumentale -ina/-ena.
Lingue anatoliche Le lingue anatoliche, in special modo littita, presentano un interessante
fenomeno, per cui i nomi di genere neutro non possono essere soggetto di
verbi transitivi. In caso che debbano assumere questo ruolo, essi vengono
trasposti con un sufsso -ant- nel genere comune (sul sistema di genere
dellanatolico vedi cap. 4 par. 3.2). Pertanto troviamo per esempio la parola
pahhur fuoco, genere neutro, che, nel caso debba essere soggetto di un
verbo transitivo, si presenta come pahhuwanza, fonologicamente /pah-
huants/, in cui troviamo pahhu- base -ant- sufsso derivazionale, con la
funzione di cambiare genere, -s desinenza del nominativo di genere comu-
ne. Questa lanalisi tradizionale; secondo unanalisi alternativa, la forma
-anza non sarebbe ulteriormente scomponibile e rappresenterebbe un caso
ergativo. Ci troveremmo pertanto davanti a un sistema a ergativit scissa: i
nomi di genere neutro seguirebbero un sistema ergativo, quelli di genere
comune un sistema nominativo-accusativo.
258
Introduzione alla linguistica storica
9. Paratassi e ipotassi
Non si possono
ricostruire
subordinatori
per lindoeuropeo
Bench le lingue indoeuropee presentino complicati sistemi di subordina-
zione, nessuna delle congiunzioni subordinative sembra risalire alla fase
comune dellindoeuropeo e anche i pronomi relativi risalgono a radici pro-
nominali che in origine avevano una funzione non subordinativa. In que-
sto paragrafo esamineremo due problemi: in primo luogo, se sia corretto
ricostruire lindoeuropeo come lingua in cui la subordinazione aveva uno
sviluppo di gran lunga inferiore allo sviluppo che troviamo invece nelle lin-
gue indoeuropee; in secondo luogo, vedremo come si possano essere svi-
luppati determinati tipi di frasi subordinate, prendendo come esempio le
frasi relative.
Nel par. 7 del cap. 3, parlando della teoria dellagglutinazione, abbiamo
detto che limpressione dei linguisti di inizio Ottocento di poter risalire
con lindoeuropeo a una fase primitiva di linguaggio illusoria. Come ab-
biamo gi osservato, infatti, il linguaggio nacque decine di migliaia di anni
prima della scrittura, mentre con la ricostruzione possiamo risalire al pi a
un migliaio di anni prima delle pi antiche fonti scritte.
Lipotassi una
caratteristica
della lingua scritta
Per quanto riguarda lo sviluppo della subordinazione, per, ci sono motivi
per pensare che lindoeuropeo ricostruito presentasse davvero se non una
realt primitiva, per lo meno uno sviluppo molto inferiore alle lingue che
conosciamo, comprese le pi antiche. Ci dipende dal fatto che la com-
plessit nella struttura del periodo una caratteristica della lingua scritta,
piuttosto che della lingua parlata: lo stile periodico caro ai prosatori greci e
romani difcilmente avrebbe potuto svilupparsi senza la possibilit di pia-
nicazione offerta dallo scritto rispetto al parlato. Si pu osservare inoltre
che le congiunzioni subordinative delle varie lingue indoeuropee sono di-
verse fra loro: come abbiamo detto non possibile cio ricostruire dei su-
bordinatori per lindoeuropeo.
Questa osservazione non di per s probante. I subordinatori sono ele-
menti instabili che tendono a rinnovarsi nel mutamento linguistico: basti
notare che le congiunzioni subordinative pi produttive del latino, cum e
ut, non continuano nelle lingue romanze, mentre se ne sono sviluppate
numerose altre che non esistevano in latino. Tuttavia, le lingue indoeuro-
pee pi povere di tradizione letteraria confermano lipotesi di un indoeu-
ropeo in cui lo sviluppo della subordinazione doveva essere inferiore a
quello conosciuto dalle lingue dotate di una tradizione letteraria ricca ed
elaborata.
La subordinazione
in ittita
A questo proposito, sono interessanti i dati delle lingue anatoliche. In ittita
esistono alcuni tipi di subordinate avverbiali, come le frasi temporali, cau-
sali e condizionali, ma non esistono nali e consecutive; non esistono inol-
tre nella lingua arcaica neanche frasi oggettive con verbi quali dire o pen-
sare (con questi verbi si trovano sempre strutture paratattiche, come il di-
5. Il mutamento sintattico
259
scorso diretto). Per quanto riguarda le subordinate avverbiali esistenti, esse
contengono congiunzioni subordinative derivate dalla base del pronome
relativo; lo stesso pronome serve da base nel corso della storia della lingua
per la creazione di frasi oggettive. Littita ha una tradizione letteraria, ma
limitata rispetto a altre lingue antiche, come il greco e il sanscrito, e non
sembra che, allepoca in cui si inizi a scriverlo, la letteratura orale cono-
scesse gi uno sviluppo simile a quello dellepica omerica o degli inni vedi-
ci. Lo scarso sviluppo dellipotassi pu quindi essere una conseguenza del-
luso anche scritto di una lingua che aveva un grado di elaborazione pi vi-
cino al parlato.
Genesi delle frasi
relative
Fra le frasi subordinate testimoniate da tutte le lingue indoeuropee trovia-
mo le frasi relative, che sono introdotte da un pronome. Le lingue indoeu-
ropee lasciano ricostruire due basi pronominali che possono fungere da
pronomi relativi, cio *yo- e *k
w
i-/k
w
o-. Per lo pi le lingue indoeuropee
generalizzano uno dei due pronomi; in alcune di esse compaiono entram-
bi, ma con funzioni diverse. Per esempio, in greco troviamo come prono-
me relativo hs oq, che deriva dallindoeuropeo *yos, e ts/tis t q/tiq, deri-
vanti dallindoeuropeo *k
w
is, che hanno funzione di pronome interrogati-
vo e indenito. Questa era probabilmente la funzione originaria della base
*k
w
is, come evidenziato anche dalle altre lingue. Pi tardi alcune di esse
come littita, il latino e in parte il germanico hanno esteso forme derivanti
da questa base alla funzione di relativo.
Nelle fasi pi antiche delle lingue indoeuropee si pu studiare lorigine del-
le frasi relative: esse nacquero come frasi correlative, cio strutture paratat-
tiche (quindi non contenenti una subordinata) in cui ricorreva un prono-
me indenito. Si osservi il seguente esempio latino:
[65] quei
rel.nom
ager
terreno:nom
ex
da
privato
privato:abl
in
in
publicum
pubblico:acc
commutatus
mutare:pf.p.
est,
3sg
de
circa
eo
3sg.abl
agro
terreno:abl
siremps
uguale:nom
lex
legge:nom
esto
essere:imper.fut.3sg
riguardo a un terreno che sia cambiato da privato in pubblico la
legge sia uguale (cil i
2
, 585).
Abbiamo tradotto il testo latino con una frase principale e una relativa in
italiano, ma in realt il latino contiene due frasi indipendenti: nella prima
il relativo quei (latino classico qui) mantiene ancora il suo originario valore
di indenito. La frase si pu parafrasare come quale terreno sia cambiato
da privato in pubblico, riguardo a questo terreno la legge sia uguale.
260
Introduzione alla linguistica storica
In questo capitolo

Il mutamento sintattico pu riguardare vari fenomeni. Qui vengono esaminati


esempi relativi allordine dei costituenti nella frase, allespressione delle relazioni
grammaticali, allo sviluppo dei pronomi clitici, allorganizzazione del periodo e allo
sviluppo della subordinazione.

Greenberg distingue tre tipi di lingue in base allordine reciproco di soggetto, og-
getto diretto e verbo: VSO, SVO e SOV. A ogni ordine corrispondono regolarit nella
posizione di modificatori e adposizioni. Le lingue per non rientrano in modo asso-
luto in un tipo sintattico: lordine dei costituenti regolato anche da altri fattori.

I clitici possono essere rilevanti per la sintassi della frase. Nella frase indoeu-
ropea i clitici occupavano la seconda posizione (legge di Wackernagel). Quanto pi
il peso fonologico di un costituente alto, tanto maggiore la sua complessit ca-
tegoriale e la salienza dellinformazione che veicola: pertanto si allontaner dalli-
nizio della frase (legge di Behaghel).

Il latino ha un ordine SOV non rigido. Le lingue romanze sono di tipo SVO non
rigido. La posizione dei costituenti nominali rispetto al verbo tende a essere rego-
lata da fattori pragmatici.

Nella frase semplice indoeuropea solo i clitici comparivano obbligatoriamente


in P2; gli altri elementi erano tendenzialmente liberi. La variet dellordine dei co-
stituenti che si rileva nelle lingue indoeuropee rende difcile la ricostruzione di un
tipo rigido per la lingua comune.

Le frasi subordinate, che veicolano informazione di sfondo, rispetto alla princi-


pale possono avere un ordine degli elementi meno libero: il caso del tedesco.

In italiano, come nelle altre lingue nominativo-accusativo, pu essere soggetto


un costituente con qualunque ruolo semantico. Le lingue ergative, invece, marcano il
ruolo semantico di agente. Esse possono anche presentare sistemi misti (ergativit
scissa). Le lingue attive possiedono coppie lessicali di nomi e verbi in cui un elemen-
to attivo e laltro inattivo. Le lingue indoeuropee sono di tipo nominativo-accusati-
vo, ma lindoeuropeo potrebbe essere stato una lingua ergativa (marca del nominati-
vo) o una lingua attiva (opposizione di genere animato e inanimato).

In parte, la ricca subordinazione delle lingue indoeuropee frutto dello svilup-


po delle lingue letterarie. Le subordinate relative, attestate in tutte le lingue in-
doeuropee, sono nate da strutture paratattiche correlative.
Letture consigliate
Sulla tipologia sintattica si pu consultare in primo luogo la raccolta di studi conte-
nuti in Ramat (1976), che comprende fra gli altri anche larticolo di Greenberg
(1963). Unottima introduzione generale Comrie (1983); altri saggi pi recenti
sono contenuti in Cristofaro, Ramat (1999). Per la ricostruzione sintattica dellin-
doeuropeo una trattazione abbastanza esauriente di diverse proposte si trova in
Lehmann (1999).
5. Il mutamento sintattico
261
6
Spiegazioni del mutamento
1. Introduzione
Nei capitoli precedenti abbiamo esaminato il mutamento linguistico con-
centrandoci di volta in volta su livelli diversi. Abbiamo visto per esempio
che determinate modicazioni di foni da cui risultano fenomeni di allofo-
nia possono portare alla nascita di nuovi fonemi, che lallomora pu esse-
re eliminata o estesa, che categorie essive possono scomparire o essere
create e che il sistema secondo cui sono indicate le relazioni grammaticali
in una lingua pu cambiare. Tuttavia, non abbiamo ancora affrontato la
questione, a cui abbiamo solo accennato (cap. 2 par. 13), di come mai que-
sti mutamenti avvengano. Infatti, lallofonia un fenomeno comune e
spesso non porta a nessun mutamento, e lo stesso si pu dire delle cause dei
cambiamenti che abbiamo visto su altri livelli.
Nel presente capitolo, affronteremo quindi il problema del mutamento
linguistico dal punto di vista delle sue cause e della sua diffusione. In pri-
mo luogo, esamineremo se sia plausibile lipotesi secondo cui il mutamen-
to linguistico avviene soprattutto per causa di un passaggio imperfetto nel-
lo scambio fra una generazione e la successiva. Come ho gi accennato
(cap. 2 par. 13), questa ipotesi quella formulata dagli studiosi che si sono
occupati di mutamento nellambito della linguistica generativa.
Una constatazione abbastanza immediata, se si esamina la storia di lingue
con una lunga attestazione, come il latino e le lingue romanze, che il mu-
tamento sembra caratterizzare certi periodi storici, mentre in altri la lingua
sembra mantenersi maggiormente stabile. Continuando sullesempio del
latino, sappiamo che il momento di grande mutamento, che ha portato
alla nascita delle lingue romanze, coinciso con il momento di disgrega-
zione politica dellimpero, causata soprattutto dalle invasioni barbariche.
Esaminando il lessico delle lingue romanze e delle lingue germaniche, os-
serviamo numerosissimi prestiti in entrambe le direzioni, molti dei quali
avvenuti proprio in questo periodo. Dobbiamo quindi concludere, come
vedremo nel par. 4.1 di questo capitolo, che lunit e la coesione politica e
sociale di un gruppo di parlanti fa s che la loro lingua sia pi resistente al
263
mutamento della lingua di comunit scarsamente coese a cui manchi un
centro forte di identicazione e aggregazione.
Il contatto fra lingue sicuramente una delle principali cause scatenanti
del mutamento linguistico, ma ancora non spiega perch determinate va-
rianti vengano o meno adottate e si diffondano effettivamente in una co-
munit di parlanti. La sociolinguistica ha studiato a fondo le dinamiche
delladozione e diffusione di varianti in base al contatto non solo fra lingue
o variet diatopiche diverse, ma anche a livello diastratico. Vedremo che
solo in questo modo possiamo arrivare a individuare la nozione di presti-
gio, che fondamentale nello spiegare perch una variante venga assunta
da unintera comunit di parlanti e dia luogo al passaggio dalla semplice
variazione al vero mutamento. Vedremo anche che la conclusione a cui
tanto faticosamente hanno portato gli studi approfonditi dei sociolinguisti
americani svolti a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, e cio che la
causa del mutamento sia da ricercarsi nel prestigio dei singoli individui, sia
la stessa tesi che si era andata formando a partire dalla ne dellOttocento
in Europa, fra linguisti di formazione dialettologica.
La distribuzione diatopica delle varianti e la diffusione del mutamento su
un dato territorio sono fenomeni che conosciamo in maniera approfondita
dalla ne dellOttocento, quando i dialettologi hanno iniziato a redigere
gli atlanti linguistici. Anche la variabilit interna a una comunit, basata
su differenze sociali o di altro genere, ha grande rilevanza per il mutamento
linguistico, come ha dimostrato la sociolinguistica moderna e come vedre-
mo pi diffusamente nel par. 7 di questo capitolo. Data la grande impor-
tanza della variabilit della lingua per il mutamento linguistico, la esamine-
remo in via preliminare nel prossimo paragrafo, prima di addentrarci nella
discussione delle cause del mutamento.
2. La variabilit delle lingue
In diverse occasioni, ho usato in riferimento a lingue o dialetti diversi il
termine variet. Questo termine venuto in uso per ovviare allambiguit
dei primi due, cio appunto lingua e dialetto.
Diversi usi
dei termini lingua
e dialetto
Lingua infatti usato generalmente per denotare due variet non mutua-
mente intelligibili, ma spesso per motivi politici si chiama lingua una lin-
gua nazionale, anche se mutuamente intelligibile dai parlanti di una lingua
nazionale diversa: il danese e il norvegese sono due variet che presentano
poche differenze luna dallaltra, ma sono considerati lingue diverse, essen-
zialmente per motivi politici. In maniera speculare, vengono detti dialetti
variet a cui manca lo statuto di lingua ufciale di una comunit: per
esempio, ci riferiamo spesso alle variet parlate in Cina con il nome di ci-
nese, ma si tratta in realt di lingue diverse, non mutuamente intelligibili,
che riconosciamo come una realt unitaria solo per motivi politici.
264
Introduzione alla linguistica storica
Unaltra complicazione risiede nel fatto che in Italia il termine dialetto ha
referenti ben specici (i dialetti italiani), mentre altrove usato diversa-
mente: per esempio, in inglese la parola dialect corrisponde piuttosto a va-
riet, mentre quelli che noi chiamiamo dialetti vengono designati con il
termine vernacular. Per questo motivo si dovrebbe cercare di evitare luso
del termine dialetto, ancora pi ambiguo che lingua, e adoperare anche in
italiano il termine vernacolo.
Dimensioni
della variabilit:
la variazione
nello spazio
Questo volume dedicato alla linguistica storica, pertanto abbiamo trattato
per lo pi della variazione diacronica. La dimensione temporale per non
lunica lungo la quale le lingue variano. Come abbiamo gi avuto modo di ac-
cennare nei capitoli precedenti, le lingue variano per esempio nello spazio:
parliamo in questo caso di variazione diatopica. La variazione diatopica in
parte offuscata nel caso di lingue standard, parlate da comunit caratterizzate
da un alto grado di scolarizzazione, come attualmente la nostra lingua.
Eppure fra i diversi italiani regionali, cio le variet di italiano parlate nelle
diverse regioni dItalia, riscontriamo differenze. Questo lo si pu verificare
facilmente su diversi piani. Sul piano lessicale, spesso verifichiamo che lo
stesso referente ha nomi diversi in regioni diverse: ometto, attaccapanni o ap-
pendino per larnese che usiamo per appendere gli abiti negli armadi, bugie,
chiacchere, frappe per i tipici dolci fritti che mangiamo a carnevale e cos via.
Troviamo poi differenze sul piano grammaticale: per esempio, per quanto
riguarda luso dei tempi verbali notiamo che nellitaliano regionale di buo-
na parte dellItalia settentrionale si fa uso del passato remoto solo nello stile
narrativo e per indicare grande distanza referenziale (come nella narrazione
di abe), al centro e in buona parte delle regioni meridionali luso si con-
forma allo standard (passato prossimo per un passato recente, passato re-
moto per un passato meno recente), mentre in parte del meridione, per
esempio in Sicilia, il passato remoto esteso a scapito del passato prossimo.
Anche luso dei modi verbali non lo stesso in tutte le regioni dItalia:
mentre nellItalia settentrionale e in Toscana viene fatto regolare uso del
congiuntivo presente, nel resto dellItalia centrale e nellItalia meridionale
questo modo usato per lo pi nello scritto o nel parlato formale; nel par-
lato informale, il congiuntivo presente sostituito dallindicativo e nel suo
uso esortativo anche dal congiuntivo passato.
Altre differenze si riscontrano nella fonologia: com noto, le variet set-
tentrionali distinguono cinque timbri vocalici in tutte le posizioni, avendo
neutralizzato lopposizione fra medioalte e mediobasse, cio fra /e/ ~ /E/ e
/o/ ~ /O/, quelle centromeridionali per la maggior parte distinguono cin-
que fonemi vocalici in sillaba atona e sette in sillaba tonica.
Molto pi evidente ci risulta la variabilit diatopica se passiamo invece a
esaminare i dialetti italiani. I dialetti, (o, come abbiamo detto sopra, i ver-
nacoli) sono variet poco standardizzate: per lo pi non hanno attualmen-
te lo statuto di lingue letterarie e non sono oggetto di insegnamento scola-
6. Spiegazioni del mutamento
265
stico; di conseguenza non sono stati sottoposti a quella scelta delle varianti
che caratterizza le lingue scritte. Gli studi di dialettologia, molto sviluppati
nel nostro paese n dalla ne del xix secolo, hanno dimostrato che ogni
comunit presenta varianti leggermente diverse e che anche allinterno di
una data comunit si riscontrano fenomeni di variazione. Nel secolo scorso
sono stati redatti numerosi atlanti linguistici, sia in area romanza sia in area
germanica, che forniscono una dettagliata descrizione della geograa lin-
guistica delle varie aree dialettali.
La variabilit sociale
delle lingue
Oltre alla variazione diatopica, ciascuna lingua varia poi in base ai contesti
duso e agli strati sociali dei parlanti che la adoperano. Parliamo conse-
guentemente di variabilit diastratica (attraverso gli strati sociali), diafasi-
ca (legata alla situazione) e diamesica (legata al mezzo di produzione usa-
to). Nella nostra competenza di parlanti italiani, per esempio, sappiamo
che si tende a usare un registro articiale e altamente formale, detto buro-
cratese, quando ci si trova a rivolgersi a istituzioni pubbliche. In questa va-
riet, che quella in cui redigiamo le denunce o le domande di documenti,
si tende fra le altre cose a usare espressioni pi desuete in luogo di altre di
uso frequente: non diciamo allora fare, ma piuttosto effettuare, non essere
ma piuttosto risultare e cos via di seguito. Per quanto possano essere de-
suete alcune delle espressioni usate nellitaliano della burocrazia, i parlanti
compiono quasi automaticamente il passaggio da italiano normale a bu-
rocratese, quando valutino di trovarsi in condizioni che lo richiedono.
Questo un esempio di variabilit diafasica, ma anche in parte diamesica,
dato che il burocratese solo scritto (ma fortunatamente non lunica va-
riet scritta che i parlanti italiani abbiano a disposizione!).
In alcune regioni italiane, la variabilit diastratica si interseca con luso del
dialetto piuttosto che dellitaliano regionale; in altre non pi cos, dato che
il dialetto scomparso dalluso delle giovani generazioni. In generale, la va-
riabilit diastratica ha spesso a che fare con il livello di scolarizzazione: strati
sociali di estrazione bassa hanno un accesso pi limitato allistruzione di
quanto non lo abbiano gli strati pi alti. Questo per non significa che cia-
scuno strato sociale abbia a disposizione una sola variet: anche se non usate
con la stessa frequenza, diverse variet sono a disposizione di ciascun parlan-
te. Questa competenza diversificata sta alla base della nozione di diasistema,
cio, nelle parole di Lazzeroni (1987b, p. 58) un insieme di sistemi presenti
nella competenza dei parlanti che in parte si sovrappongono e in parte diver-
gono (vedi anche Weinreich, 1974). Torneremo sulla caratteristica di non
omogeneit della competenza dei singoli parlanti pi avanti (cap. 6 par. 7).
Integrazione fra
variabilit diacronica
e altre dimensioni
di variabilit
A prima vista, le dimensioni di variazione introdotte qui sembrano opporsi
unitariamente alla variazione diacronica, dato che solo questultima sem-
bra introdurre la dimensione temporale. In realt, come vedremo prose-
guendo in questo capitolo, la variazione diacronica, cio il mutamento lin-
guistico, pu avvenire perch alla base esiste gi una situazione diversica-
266
Introduzione alla linguistica storica
ta, dove varianti diverse coesistono nella stessa dimensione temporale: il
fatto che una di queste varianti venga accolta e si diffonda decisivo per
passare dalla variabilit, che lo stato naturale di qualunque lingua, al
mutamento.
Fra i primi a rendersi conto e a descrivere la variabilit della lingua fu Dan-
te, il quale scrive nel De Vulgari Eloquentia (i.9):
infatti i padovani parlano in un modo e i pisani in un altro; [...] anche gli abitanti
di localit abbastanza vicine, come milanesi e veronesi, romani e orentini, gli ap-
partenenti per genere allo stesso popolo, come napoletani e abitanti di Gaeta o ra-
vennati e faentini, e, cosa anche pi strana, gli abitanti della stessa citt, come i
bolognesi di Borgo San Felice e quelli di Strada Maggiore [parlano] in modo di-
verso (traduzione mia).
Dante era anche convinto che la lingua variasse nel tempo, e scriveva che
se gli antichi abitanti di Pavia risorgessero ora, parlerebbero una lingua di-
versa o dissimile da quella dei pavesi moderni. Proprio per ovviare a que-
sta grande variabilit, secondo Dante, gli uomini avevano inventato per
mutuo accordo una variet codicata e immutabile, che costituiva la nor-
ma scritta: il latino medioevale, che Dante chiama gramatica, era nella
sua percezione una lingua cos articiale che il poeta, pur ricco delle sue in-
tuizioni e delle sue osservazioni, non arrivava a pensare che fosse mai stato
parlato (e in un certo senso aveva ragione: il latino parlato non era certo
uguale a quello usato come lingua letteraria nellantichit classica, e tanto
meno nel medioevo).
3. La trasmissione delle lingue: acquisizione e rianalisi
Nel 1969 Robert King scriveva nel suo libro Historical Linguistics and Ge-
nerative Grammar (trad. it. 1973) che una delle fonti pi importanti del
cambiamento linguistico la trasmissione del linguaggio alla nuova ge-
nerazione o, per usare unespressione pi precisa, lacquisizione del lin-
guaggio da parte di ciascun bambino della nuova generazione. Non molto
diversamente, quasi un secolo prima, aveva scritto Hermann Paul (1886, p.
34, traduzione mia):
chiaro che i processi dellapprendimento linguistico sono di importanza capitale
per la comprensione dei mutamenti delluso linguistico e che costituiscono la cau-
sa pi importante per questi mutamenti. Quando confrontiamo due epoche sepa-
rate da un lungo spazio di tempo e diciamo che la lingua si mutata in determina-
ti punti, la nostra affermazione non corrisponde alla realt dei fatti, che invece
piuttosto questa: la lingua si ricreata completamente e questa nuova creazione
non corrisponde totalmente a quella precedente, ora tramontata.
6. Spiegazioni del mutamento
267
(Altri brani di Hermann Paul sono commentati anche in Weinreich, La-
bov, Herzog, 1977, in cui gli autori individuano proprio in Paul il primo a
sostenere che la lingua del singolo individuo loggetto dellanalisi lingui-
stica.)
Il bambino
apprendendo
una lingua
ne rianalizza
alcune strutture
Secondo King, e in generale secondo la teoria del mutamento sostenuta
dalla linguistica generativa, che ovviamente dal 1969 ha avuto tempo di
svilupparsi e rafnarsi, il bambino, che durante lacquisizione della lingua
materna costruisce una grammatica, formulando ipotesi sulla base dellin-
put che riceve dagli adulti, opera semplicazioni, o interpreta i dati co-
struendo regole compatibili con i dati stessi, ma in realt diverse da quelle
che stanno alla base della grammatica degli adulti (rianalisi; vedi scheda 1
del cap. 3). Il problema della linguistica storica, secondo la linguistica ge-
nerativa, rimane dunque, nella formulazione di Longobardi (2003, p. 183),
Come fa un bambino, partendo dallesperienza di un corpus primario pro-
dotto dalla competenza degli adulti della sua comunit, a divergere in parte
da tale modello, formandosi una competenza linguistica relativamente dif-
forme da quelle di quegli stessi adulti?.
Che il mutamento linguistico possa avere come motore la trasmissione del-
la lingua da una generazione allaltra appare per poco verosimile a unos-
servazione pi attenta. Infatti, dovrebbe vericarsi che tutti i bambini di
una stessa generazione compiano contemporaneamente e in maniera indi-
pendente gli uni dagli altri la stessa rianalisi dellinput ricevuto, in maniera
tale da dar luogo al mutamento. Non ci sono per evidenze per pensare
che possa avvenire una cosa di questo genere: supporre che tutti i bambini
contemporaneamente e indipendentemente compiano la stessa rianalisi
pare piuttosto azzardato e in sostanza, in assenza di dati concreti vericabi-
li, abbracciare una teoria di questo genere sembra pi che altro una scelta a
priori.
Inoltre, a parte lassenza di prove, questa teoria si scontra con ci che si sa
in concreto sulla diffusione del mutamento. chiaro infatti che le innova-
zioni vengono adottate da gruppi di parlanti adulti, piuttosto che essere va-
rianti praticate da gruppi di parlanti n da quando essi hanno acquisito la
lingua materna. Il fatto che la variet dei parlanti giovani sia spesso pi in-
novativa della variet parlata dai loro genitori sembra legato a un diverso
atteggiamento e a una valutazione diversa del prestigio sociale di determi-
nate varianti (vedi Lazzeroni, 1987b, p. 39 e cap. 6 par. 7).
Vedremo pi avanti (cap. 6 par. 7) in che modo le innovazioni si diffonda-
no: i dati e le analisi che presenteremo rendono evidente limplausibilit
della teoria esposta in questo paragrafo. Lanalisi alternativa che esaminere-
mo nel par. 7 di questo capitolo cos tanto pi plausibile e sostenuta dai
dati, che lecito domandarsi come mai lidea che il mutamento linguistico
possa aver come suo luogo il cambio generazionale sia stata in passato e sia
ancor oggi cos popolare.
268
Introduzione alla linguistica storica
Qual loggetto
dellanalisi
linguistica?
La risposta risiede nel tipo di approccio teorico degli studiosi che hanno
formulato e sostenuto questa ipotesi. Com noto, nella linguistica genera-
tiva laspetto comunicativo e sociale del linguaggio del tutto marginale: il
linguaggio, o meglio loggetto di studio della linguistica, viene ritenuto es-
senzialmente la competenza innata del singolo parlante nativo, compe-
tenza che il linguista studia di norma con metodo introspettivo, cio ba-
sandosi sulla propria conoscenza della lingua e al limite senza esaminare al-
tri dati. Come spiega bene Longobardi (2003, pp. 169-70):
il termine lingua ambiguo [...]. Con unaccezione del termine [...] possiamo ri-
ferirci a ci che possiamo chiamare un idioletto, un oggetto interno, psicologico
[...] abbastanza ben denibile, cio linsieme delle conoscenze e capacit di codi-
cazione verbale presente nella mente/cervello [...]. Con laltra possiamo designare
un oggetto sociale ed esteriore piuttosto difcile da delimitare con precisione, cio
il sistema di codicazione verbale largamente, ma non totalmente, condiviso da
una certa comunit culturale. [...] Per ovviare allambiguit del linguaggio ordina-
rio, Chomsky [...] ha proposto di distinguere terminologicamente tra lingua-
E(sterna, Estensionale) e lingua-I(nterna), riconoscendo appunto a questultima
[cio la prima accezione individuata sopra] un grado pi alto di realt concreta e
denibilit scientica. [...] La necessit di fondare lo studio del linguaggio sulla
lingua-I, un preciso sistema cognitivo individuale, emerge chiaramente sia per la
linguistica sincronica, sia per quella diacronica.
chiaro che un approccio di questo genere, per quanto esso possa avere
meriti in altri settori, inadatto a studiare la variabilit diastratica, diatopi-
ca o di altro genere del linguaggio.
Questo approccio sembra (e di fatto ) molto diverso da quello dei neo-
grammatici, ma in realt anche questi studiosi non davano il giusto risalto
alla dimensione sociale e alla variabilit del linguaggio. vero che a loro
parere la linguistica doveva rientrare fra le scienze storico-sociali, ma la va-
riabilit sociale del linguaggio e i fenomeni a essa collegati sfuggivano ai
neogrammatici; per altro, come osserva correttamente Bonfante (1970),
anche la dimensione propriamente storica solo invocata, ma non real-
mente perseguita.
Le lingue
che conosciamo
solo attraverso
testi letterari
presentano
poca variabilit
I neogrammatici infatti si trovavano a lavorare con lingue morte, di cui
non rimangono come fonti che testi letterari, per lo pi di variet standard
poco differenziate al loro interno. La loro teoria del mutamento, basata sul
carattere ineluttabile delle leggi fonetiche, s diacronica, ma poco storica
nel senso che non studia i mutamenti nel contesto concreto degli avveni-
menti che li circondano. Come rileva Lazzeroni (1987b, pp. 40-1) com-
mentando la posizione di Meillet, sostanzialmente uguale a quella dei
neogrammatici:
6. Spiegazioni del mutamento
269
Quando si studiano le lingue letterarie e, pi in generale, le lingue scritte, oppure
fasi molto distanti nel tempo come sono le fasi attestate rispetto a quelle ricostrui-
te, limpressione di regolarit fortissima.
Il mutamento, nch in atto e si congura come una deviazione nella norma
standard, solo eccezionalmente viene registrato dalla scrittura. La regolarit appar-
tiene, dunque, non al modo in cui il mutamento si effettuato, ma alla forma in
cui esso documentato.
Non un caso che, come la critica ai generativisti arrivata dalla sociolin-
guistica, la critica ai neogrammatici sia arrivata dalla dialettologia, che della
sociolinguistica stata la progenitrice.
4. Il contatto fra lingue
Il contatto fra lingue una delle fonti da cui vengono introdotte modica-
zioni che possono portare a veri e propri mutamenti linguistici. La discipli-
na che studia i fenomeni di contatto si chiama interlinguistica (vedi Gu-
smani, 1987; Weinreich, 1974). Nei seguenti paragra vedremo alcuni fe-
nomeni legati al contatto: partiremo dalla denizione dei diversi tipi di bi-
linguismo per passare al fenomeno del prestito. Esamineremo poi i rappor-
ti in cui due lingue in contatto possono trovarsi luna rispetto allaltra e in-
ne discuteremo il concetto di area linguistica, in base al quale le lingue
possono essere classicate (vedi cap. 1 par. 2.3).
Il bilinguismo
pu essere
di vario genere
4.1. Bilinguismo e diglossia Secondo Weinreich (1974, p. 103), il luogo
del contatto linguistico [...] il parlante bilingue: il parlante bilingue in-
fatti tende a trasferire tratti di una lingua allaltra. Il bilinguismo perfetto
comporterebbe non solo identica competenza del parlante in entrambe le
lingue, ma anche identici ambiti duso. Questo tipo di bilinguismo
raro: pi spesso, le comunit bilingui sono caratterizzate dal cosiddetto
bilinguismo funzionale, o diglossia. Questo termine designa il fenomeno
per cui due lingue sono parlate in una stessa comunit in ambiti funzio-
nali diversi.
Un ottimo esempio di diglossia costituito dal rapporto fra lingua e dialet-
to in Italia. Nelle regioni in cui il dialetto ancora parlato anche dalle gio-
vani generazioni, esso rimane comunque limitato a tutti gli ambiti non uf-
ciali: non usato nellinsegnamento o negli ufci pubblici, ma piuttosto
in famiglia o con gli amici, in situazioni poco formali. Questa situazione si
andata instaurando in Italia n dallinizio delluso dellitaliano letterario
come lingua parlata. Litaliano ha allargato in maniera crescente i suoi am-
biti duso, relegando i dialetti in posizioni sempre pi marginali, tanto che
oggi essi si possono considerare in buona parte variet la cui esistenza
minacciata.
270
Introduzione alla linguistica storica
In determinati periodi storici, movimenti di popolazioni, guerre o spe-
ciali circostanze politiche hanno portato allinstaurazione di varie situa-
zioni di bilinguismo in comunit di parlanti che precedentemente non
erano in stretto contatto. Questo ha condotto a fenomeni di interferenza
di vario tipo, che esamineremo nel par. 4.5 di questo capitolo. In casi
estremi, la lingua di una comunit militarmente o politicamente soccom-
bente viene sostituita senza lasciare traccia dalla lingua degli invasori,
come avvenuto nel Nord America o in Australia, dove le lingue indige-
ne sono in via di estinzione senza aver lasciato nellinglese che qualche
prestito lessicale.
Stabilit
di una lingua
e statuto politico
e culturale
Abbiamo gi osservato che nella storia delle lingue si susseguono periodi di
mutamento a periodi di stabilit. La maggior stabilit di una lingua lega-
ta al suo statuto, per esempio di lingua ufciale di una nazione, alla sua vi-
talit come lingua letteraria, al fatto che essa sia oggetto di insegnamento
scolastico e alla percezione che ne hanno i parlanti stessi. Limpressione
che ci d il latino di non essere sostanzialmente cambiato per molte centi-
naia di anni per poi aver conosciuto una fase di rapido mutamento che ha
portato alla sua disgregazione e alla nascita delle lingue romanze in parte
conseguenza della limitazione delle fonti in nostro possesso, ma in parte
corrisponde alla realt. Il latino classico era la lingua di una societ forte-
mente coesa, con un centro politico unico, che fungeva da centro irradia-
tore della norma linguistica. Alla caduta dellimpero, il centro politico ven-
ne meno e le varianti diastratiche e diatopiche che pure esistevano gi pri-
ma rimasero legate a gruppi di parlanti, senza che vi fosse pi un singolo
centro alla cui variet era riconosciuto maggior prestigio. La disgregazione
politica fu dunque una delle cause che fecero s che si diffondessero delle
innovazioni in misura tale e con una tale diversicazione diatopica da con-
durre alla nascita di variet non pi mutuamente intelligibili.
4.2. Il prestito Un fenomeno di contatto fra lingue che difcilmente po-
trebbe sfuggire alla nostra osservazione quello del prestito lessicale. Tutte
le lingue abbondano di prestiti, di parole cio che sono entrate da altre lin-
gue e sono diventate di uso comune. Se esaminiamo litaliano, oltre a indi-
viduare numerosi prestiti, possiamo anche stabilirne lantichit; per molti
di essi, conosciamo o siamo in grado di ricostruire le circostanze storiche
che li hanno accompagnati.
In epoca recente, possiamo esemplicare i fenomeni legati al prestito con-
centrandoci sul linguaggio dellinformatica. I termini in uso nella nostra
lingua sono quasi tutti prestiti dallinglese, molto spesso usati anche in pre-
senza di possibili termini italiani. La stessa parola computer a volte tradot-
ta con il corrispondente calcolatore, ma nella maggior parte dei casi prevale
luso del termine inglese.
6. Spiegazioni del mutamento
271
Motivazioni
del prestito lessicale
Sulla base di questo semplice esempio possiamo fare due osservazioni: in
primo luogo, non un termine solo che entrato nella nostra lingua, ma
una serie di termini legati a una certa realt. Questo fenomeno lungi dal-
lessere isolato la norma nel caso del prestito: per esempio, molti vocaboli
legati alla cucina sono entrati in inglese e tedesco prima dal francese e pi
tardi dallitaliano; numerosi termini legali sono entrati in tutte le lingue
dEuropa dal latino; la terminologia losoca nelle lingue occidentali di
origine greca e via di seguito.
In secondo luogo, possiamo formulare unipotesi riguardo al motivo per
cui proprio una determinata lingua e non unaltra serve da fonte per i pre-
stiti: nel caso del lessico legato allinformatica, la fonte linglese perch i
paesi di lingua inglese e in particolar modo gli Stati Uniti sono lorigine dei
referenti stessi a cui questo lessico si riferisce. Tornando allesempio della
cucina, il motivo per cui la fonte dei prestiti entrati in inglese e in tedesco
sia stato prima il francese e sia attualmente litaliano risiede nel prestigio di
cui ha goduto la cucina francese e di cui gode attualmente quella italiana,
tanto che non solo i piatti cucinati, ma spesso anche gli alimenti che aveva-
no gi un nome preesistente hanno acquisito nuove denominazioni frutto
di prestito. Per esempio, per designare lo zucchino esiste in inglese il termi-
ne summer squash, che stato sostituito in un primo tempo dal sostantivo
francese, courgette; pi tardi stato acquisito come prestito anche litaliano
zucchini (entrato nel lessico inglese al plurale). Oltre a essere entrati in in-
glese in momenti successivi, i due prestiti si differenziano anche per distri-
buzione diatopica, dato che quello francese rimasto limitato per lo pi
alle variet britanniche, mentre quello italiano entrato in un primo tem-
po in quelle americane per poi estendersi a quelle britanniche in epoca pi
recente, senza per sostituire courgette. interessante osservare che anche
squash zucca un prestito, che origina da una lingua indigena dAmerica,
il narraganset (una lingua appartenente al gruppo algonchino).
Abbiamo introdotto senza denirlo un concetto importantissimo per la
comprensione del mutamento linguistico, il concetto di prestigio. Limi-
tando per ora le osservazioni al prestito lessicale, osserviamo che i prestiti
provengono da lingue ai cui parlanti riconosciuto un certo tipo di supe-
riorit nella conoscenza di determinati referenti. Cos linglese gode attual-
mente di grande prestigio nella sfera dellinformatica, che lo rende fonte di
prestiti in numerose lingue europee e non; la cucina italiana particolar-
mente apprezzata, tanto che gli stessi alimenti sembrano cambiare una vol-
ta che sono chiamati con il nome italiano.
Il prestigio non un elemento legato solo al prestito lessicale e tanto meno
limitato al contatto fra lingue. Al contrario, al prestigio di gruppi sociali o
di singoli individui si pu far risalire il principio della diffusione del muta-
mento linguistico (come vedremo nel cap. 6 par. 7).
272
Introduzione alla linguistica storica
I prestiti presentano
vari gradi
di integrazione
4.3. Prestiti e calchi I prestiti lessicali si possono classicare in tipi diversi,
in base al loro grado di integrazione nel sistema della lingua di arrivo. Per
esempio, la parola computer in italiano bench di vasto impiego non inte-
grata, dato che mantiene una forma fonologica che non quella normale
di una parola italiana (la sillaba nale chiusa, vedi cap. 2 par. 2.2) e non
presenta le categorie essive del nome italiano. Infatti, se vogliamo farne il
plurale possiamo al limite importare il plurale inglese, cio della lingua di
partenza, ma generalmente questa parola invariabile: diciamo infatti i
computer.
Altri prestiti presentano una maggiore integrazione: per esempio, i prestiti
da diverse variet germaniche entrati nel protoromanzo dopo la caduta
dellimpero romano appaiono oggi perfettamente integrati nelle lingue ro-
manze, avendo acquisito una forma fonologica che li rende atti a seguire il
comportamento morfologico del lessico nativo di ciascuna lingua. Cos
una parola come litaliano palco, di cui sappiamo che di origine gotica,
dal punto di vista essivo non presenta oggi alcuna differenza da qualun-
que altro sostantivo in -o dellitaliano.
Due tipi di calchi Oltre ai prestiti, linuenza di una lingua sul lessico di unaltra pu avere
come esito dei calchi. Un calco la riproduzione nella lingua di arrivo di
una parola o espressione della lingua di partenza, fatta per con mezzi gi
esistenti. Distinguiamo due tipi di calchi, strutturali e semantici. Un calco
strutturale riproduce con materiale della lingua di arrivo una parola della
lingua di partenza: un esempio litaliano grattacielo, calco sullinglese sky-
scraper. Il calco semantico invece consiste nellampliamento del signicato
di una parola del lessico della lingua di arrivo per accogliere anche un si-
gnicato di unaltra lingua. Per esempio, quando usiamo la parola digitale
in espressioni come orologio digitale, cio in cui lora espressa con numeri
piuttosto che indicata dal movimento delle lancette sul quadrante, in realt
usiamo una parola italiana ampliandone il signicato sotto linuenza del-
linglese. In italiano infatti la parola digitale signica delle dita, relativo
alle dita, come in espressioni del tipo impronte digitali. In inglese, invece,
digital signica anche relativo a dati espressi in forma numerica. Entram-
be le parole risalgono al latino digitus, che aveva i due signicati di dito e
numero.
Anche i morfemi
grammaticali
possono essere
oggetto di prestito
4.4. Prestiti non lessicali Oltre al prestito lessicale possibile anche il pre-
stito di morfemi, anche se i singoli morfemi vengono meno facilmente ac-
colti in una lingua di arrivo di quanto non lo siano parole intere. Le lingue
germaniche hanno acquisito un grande numero di morfemi derivazionali
dal latino o dalle lingue romanze (per lo pi dal francese). Di questi, qual-
cuno rimane in parte estraneo alle lingue di arrivo, perch si trova solo in
parole che sono esse stesse di origine latina o romanza, ma per la maggior
parte questi sufssi possono comparire anche con basi germaniche. il
6. Spiegazioni del mutamento
273
caso del sufsso -able in inglese, che deriva dallomonimo sufsso francese,
e si applica a basi di qualsiasi origine: doable fattibile, eatable mangiabile
sono entrambi formati da basi verbali appartenenti al lessico germanico
della lingua. Il possibile prestito di morfemi studiato in Weinreich (1974,
pp. 43 ss.); si veda anche Gusmani (1987, pp. 105-6).
4.5. Contatto e mutamento linguistico Il prestito lessicale non comporta di
per s un mutamento nella lingua che riceve i prestiti. La maggior parte dei
prestiti di questo genere ha semplicemente leffetto di ampliare il lessico.
Diversi rapporti fra
lingue determinano
tipi di contatto
con effetti diversi
Conviene qui, prima di continuare la discussione di come dal contatto si
possa generare un vero mutamento, denire alcuni tipi di rapporto fra lin-
gue, che descrivono i vari tipi di contatto. Chiariamo anche che il contatto
pu essere geograco, ma, soprattutto con la capillarit raggiunta oggi dai
mezzi di comunicazione, non deve necessariamente esserlo, per lo meno
per determinare fenomeni come il prestito (questo anche evidente nel-
lesempio del lessico legato allinformatica).
Nel corso della sua storia, una comunit di parlanti di una certa lingua pu
venire a insediarsi in unarea occupata da una comunit di parlanti di una
lingua diversa e imporre la nuova lingua su quella preesistente. In questa
situazione, la lingua che viene pian piano sostituita lascia tracce in quella
che si trova a sostituirla. La lingua che in questa situazione scompare, la-
sciando tracce nellaltra, si chiama lingua di sostrato.
Un fenomeno di questo genere si osserva nellarea romanza. I romani, che
allinizio della loro storia erano stanziati in parte del Lazio, sono andati via
via estendendo la propria sfera di inuenza politica, no a coprire gran
parte dellEuropa occidentale allepoca dellimpero. Nelle zone di conqui-
sta i romani seguirono la politica di stabilire colonie, in cui i coloni, di lin-
gua latina, venivano trasferiti massicciamente, tanto da imporre la loro lin-
gua alle popolazioni locali, per lo pi parlanti di variet celtiche.
Se ci limitiamo a osservare larea anticamente occupata dalle popolazioni
celtiche e in particolare dai galli, cio lItalia settentrionale (Gallia cisalpi-
na) e la Francia (Gallia transalpina) troviamo numerosissime tracce di cel-
tico, non solo nella toponomastica (in Italia, i nomi di citt con i sufssi
-ago e -ate, come Assago o Biandrate), ma anche in altre aree del lessico. Si
ascrive poi allinuenza del sostrato celtico il fatto che nelle variet dellIta-
lia settentrionale come in quelle francesi si trovino vocali anteriori arroton-
date (come /y/ e //) che non si trovano nelle lingue romanze parlate in
aree geograche diverse.
Pu avvenire che una comunit di parlanti occupi per qualche tempo il
territorio occupato da unaltra comunit di parlanti di una lingua diversa,
detenendo il potere politico o economico, ma senza arrivare a sostituire la
lingua preesistente. Dalla lingua del gruppo dominante entrano prestiti in
274
Introduzione alla linguistica storica
quella del gruppo dominato: la prima lingua compie unazione di super-
strato sulla seconda.
Abbiamo gi ricordato (cap. 1 par. 3.3) le conseguenze che ha avuto per lin-
glese la conquista normanna. I normanni, pur essendo una popolazione
scandinava (quindi germanica), si erano da tempo insediati sulle coste setten-
trionali della Francia e parlavano una variet di francese antico; si imposero
come dominatori nel 1066 (battaglia di Hastings). I normanni non erano
per numerosissimi e la loro lingua fu assorbita dallinglese; tuttavia, le tracce
lasciate sulla lingua inglese furono pesantissime. Per secoli linglese non fu
pi usato come lingua ufficiale (solo dal 1362 il parlamento ne ripristin lu-
so). Oltre al noto fatto che il vocabolario dellinglese ha accolto in quel perio-
do un numero molto grande di prestiti, se confrontiamo i testi letterari del
xiv secolo (le poesie di Chaucer) con i testi in inglese antico le differenze
grammaticali sono notevolissime (sono per esempio scomparsi i casi).
Due lingue possono essere in contatto e inuenzarsi reciprocamente senza
necessariamente sovrapporsi luna allaltra. In questo caso, esse compiono
unazione di adstrato ciascuna nei confronti dellaltra. Leffetto di adstrato
si ha generalmente quando due o pi lingue godono dello stesso prestigio:
per esempio, sono lingue nazionali o hanno una tradizione letteraria di
egual peso. Attualmente, le maggiori lingue dEuropa compiono unazione
di adstrato le une sulle altre: abbiamo gi ricordato che litaliano e il fran-
cese sono fonte di prestiti per il lessico legato alla cucina e a questo ambito
possiamo aggiungere per entrambe le lingue la moda; sia litaliano sia il
francese (e le altre lingue europee) hanno accolto prestiti dallinglese per il
lessico di determinati sport, come il calcio. Come abbiamo osservato in
precedenza, linglese anche fonte di prestiti legati al lessico dellinformati-
ca; in questo caso per la vera fonte linglese americano: lazione di ad-
strato non necessita di contiguit geograca delle comunit di parlanti in-
teressate al prestito, ma si compie anche fra lingue che sono in contatto per
motivi economici, politici o culturali.
4.6. Aree linguistiche Nel cap. 1 abbiamo menzionato, fra i vari tipi di
classicazione delle lingue, la classicazione areale. Abbiamo detto che fra
lingue parlate in aree contigue da comunit di parlanti che hanno stretti
rapporti si sviluppano spesso innovazioni comuni. Possiamo denire una-
rea linguistica come unarea che comprende lingue appartenenti a pi di
una famiglia che presentano caratteristiche in comune, le quali non appar-
tengono agli altri membri di (almeno) una delle famiglie (Emmenau,
1956, p. 16, traduzione mia).
Fenomeni areali
nelle lingue
balcaniche
Unarea linguistica molto studiata quella balcanica, a cui appartengono il
neogreco, il rumeno, lalbanese e alcune lingue slave, come il serbo-croato, il
bulgaro e il macedone. Queste lingue hanno una serie di caratteristiche simi-
li, fra le quali per esempio il sincretismo di genitivo e dativo (cio le funzioni
6. Spiegazioni del mutamento
275
un tempo espresse da due casi distinti, genitivo e dativo, sono ora espresse da
un unico caso), lassenza di infinito verbale e larticolo posposto al sostantivo
(come in rumeno pom, albero; pom-ul, lalbero). Risalendo allindietro nel
tempo, per quanto ciascuna di queste lingue ce lo consenta, troviamo che
queste caratteristiche non esistevano: per esempio, il rumeno, che una lin-
gua romanza, deriva dal latino, in cui dativo e genitivo erano distinti, esiste-
va un infinito verbale, conservato nelle altre lingue romanze, e non esisteva
larticolo, n preposto n posposto.
Se ora osserviamo il neogreco, vediamo che anchesso differisce dal greco an-
tico per le prime due caratteristiche (anche in greco antico, come in latino,
dativo e genitivo erano distinti ed esisteva linfinito verbale), ma, unico fra
tutte le lingue balcaniche, ha larticolo preposto. Questa importante diffe-
renza deriva dal fatto che, mentre le altre lingue presenti in questarea non
avevano anticamente larticolo (come appunto non laveva il latino), il greco
antico aveva un articolo determinativo, che gi era preposto. La discrepanza
fra neogreco e altre lingue dellarea dunque, lungi dallessere un problema
per la classificazione areale delle lingue, ne una conferma. Larticolo si
formato in tutte queste lingue, tranne il greco, contemporaneamente e si
formato posposto; il greco, che aveva gi un articolo determinativo prepo-
sto, lha mantenuto: si osservi che la dinamica del fenomeno dimostra la
convergenza di lingue diverse piuttosto che linfluenza di una lingua sola sul-
le altre (come sarebbe stato se tutte le lingue sprovviste di articolo ne avesse-
ro creato uno simile a quello del greco).
Anche le lingue
dEuropa
costituiscono
unarea linguistica
Nel 1936 il linguista americano Benjamin Lee Whorf sugger che anche
lEuropa pu essere considerata unarea linguistica, in cui lingue diverse
sono andate nel corso dei secoli via via convergendo. Whorf coni la de-
nizione di Standard Average European (sae) per il tipo delle lingue dEu-
ropa. Solo recentemente, lEuropa stata oggetto di uno studio sistematico
di tipologia areale, il progetto Eurotyp, attraverso il quale sono state stabili-
te le caratteristiche comuni del sae. Il sae rappresentato al meglio da lin-
gue germaniche e romanze e, fra queste, da alto tedesco e olandese da un
lato, e francese e variet dellItalia settentrionale dallaltro (dialetti galloita-
lici). Per le lingue di questo ristretto gruppo stato coniato il nome di area
di Carlo Magno, ad indicare che le caratteristiche comuni si sono svilup-
pate probabilmente nel corso dellalto medioevo, quando buona parte di
questarea costituiva ununit politica. Tratti comuni di queste lingue, che
non appartenevano n al latino n alle lingue germaniche antiche, sono
luso di essere e avere come ausiliari dellattivo, la presenza di articoli de-
terminativi e indeterminativi, lordine dei costituenti SVO e lobbligato-
riet del soggetto
1
.
1. I dialetti galloromanzi hanno soggetti clitici obbligatori in misura diversa; vedi Beninc
(1994).
276
Introduzione alla linguistica storica
5. Le protolingue
Veniamo ora a affrontare un nodo molto importante della linguistica stori-
ca, vale a dire quello della ricostruzione di una protolingua, di una lingua
cio che non attestata. Nei capitoli precedenti abbiamo parlato dellin-
doeuropeo ricostruito dandolo per scontato; abbiamo fornito ricostruzioni
di fonemi, di forme lessicali e di paradigmi grammaticali senza corredarle
di alcuna discussione relativa al loro valore.
Valore e limiti
delle forme
ricostruite
A questo punto per venuto il momento di chiederci che signicato ab-
biano veramente le forme asteriscate. possibile con la ricostruzione arri-
vare a stabilire una forma che sia realmente esistita? Come dobbiamo com-
portarci davanti ai casi in cui non si riesce a giungere a una ricostruzione
unica? O piuttosto, visto quanto abbiamo detto sulla variabilit delle lin-
gue, il fatto di arrivare nella maggior parte dei casi a una ricostruzione uni-
ca non dovrebbe farci dubitare della verosimiglianza delle nostre ricostru-
zioni?
In effetti, le protolingue ricostruite attraverso il metodo comparativo ten-
dono ad avere una caratteristica che non propria delle lingue parlate e os-
servabili, cio tendono a presentare un altissimo grado di uniformit. Que-
sto dipende da vari fattori. In primo luogo, come abbiamo gi osservato
(cap. 6 par. 3) citando Lazzeroni, molte delle lingue ricostruite, e sicura-
mente lindoeuropeo, sono basate non su variet viventi, che si potrebbero
osservare nella loro variabilit, ma su lingue letterarie altamente standar-
dizzate e quindi poco differenziate. In secondo luogo, dato che anche que-
ste lingue letterarie sono conservative in misura maggiore o minore, la lin-
gua ricostruita appiattir quelle che in realt sono spesso varianti diacroni-
che su un unico piano.
Altri problemi ancor maggiori si presentano poi quando passiamo dalla ri-
costruzione dellindoeuropeo a quello di altre protolingue, problemi tal-
mente notevoli da far sorgere il dubbio se la ricostruzione abbia un senso.
Per questo motivo, studiosi che provengono da ambiti non legati alle lin-
gue indoeuropee hanno proposto modelli di evoluzione radicalmente di-
versi dallalbero genealogico e modelli di parentela basati sullafliazione
areale, come vedremo nel paragrafo che segue.
Lalbero genealogico:
un modello
applicabile solo
allindoeuropeo?
5.1. Plausibilit della ricostruzione Soprattutto basandosi sui suoi studi de-
dicati alle lingue australiane, Dixon (1997) ha recentemente avanzato lipo-
tesi che il modello ad albero genealogico, in cui varie lingue vengono fatte
convergere risalendo nel tempo, no ad arrivare a un capostipite unico,
non sia esportabile al di fuori della famiglia linguistica indoeuropea. Ci
lesatto contrario di quanto tradizionalmente fatto nella linguistica storica:
generalmente, si cercato di impiegare i metodi usati per la linguistica in-
doeuropea anche ad altre realt linguistiche, cercando di stabilire afliazio-
6. Spiegazioni del mutamento
277
ni genetiche e di ricostruire le relative protolingue: si veda come esempio
di questa tendenza Lehmann (1998).
Secondo Dixon, questo metodo non solo non adeguato per tutte le fami-
glie linguistiche, ma nel caso dello stesso indoeuropeo lidea che si possa ri-
salire a una protolingua unitaria e scarsamente differenziata fallace: me-
glio e soprattutto pi verosimile sarebbe ricostruire una fase di convergen-
za di variet che sono venute a costituire unarea linguistica altamente coe-
sa per poi differenziarsi nuovamente.
Va detto che lidea di Dixon non nuova nella linguistica indoeuropea: gi
Vittore Pisani aveva avanzato lipotesi che lindoeuropeo ricostruito non
fosse che un fascio di isoglosse, cio un addensamento di caratteri comuni
fra lingue vicine, frutto di unestensione di innovazioni comuni.
Anche lindoeuropeo
ricostruito stato
originato da
convergenze areali?
Pisani mette in luce come la dialettologia possa farci intravedere questo
modello alternativo di ricostruzione e scrive che se attualmente alto e bas-
so tedesco possono considerarsi formanti una relativa unit rispetto allin-
glese, non era ci verso la ne del i millennio d.C., quando il sassone della
Germania settentrionale formava con langlosassone una simile unit ri-
spetto ai dialetti tedeschi (1971, p. xxix): in altre parole, le caratteristiche
comuni riuniscono via via gruppi diversi di variet, a seconda delle loro
modalit di diffusione (vedi cap. 6 par. 6).
In questa prospettiva, lesistenza di una protolingua sarebbe una specie di
illusione ottica, creata dal convergere delle lingue indoeuropee nelle loro
fasi pi antiche, e il tentativo di ricostruire una lingua unica equivarrebbe a
costringere i dati a concordare in maniera articiale. Dixon correda la sua
ipotesi di correlati sociologici e culturali: osservando, come abbiamo gi
notato (cap. 6 par. 1), che nella storia delle lingue si alternano periodi di
stabilit a periodi di mutamento, collegati con momenti di discontinuit
culturale, politica o di altro genere, lo studioso australiano costruisce un
modello in cui aree linguistiche si formano e si disfano, capace di com-
prendere situazioni molto diversicate come quella australiana e, come
caso limite, situazioni di notevole uniformit come quella presentata dalle
lingue indoeuropee. In sostanza, secondo questa prospettiva, lindoeuro-
peo sarebbe, per citare ancora Pisani, semplicemente uno stadio linguisti-
co a cui la comparazione ci permette di arrivare, succeduto a inniti altri,
in cui le divergenze fra i vari dialetti possono anche essere state maggiori o
addirittura fondamentali (1971, p. xxix).
Il metodo
comparativo
appiattisce
la dimensione
temporale
La plausibilit della ricostruzione di una protolingua si scontra poi anche
con problemi meno generici. Abbiamo gi detto che la ricostruzione ap-
piattisce dati che probabilmente appartengono a stadi diacronici diversi. Il
metodo comparativo si basa sulla comparazione di lingue distanti fra loro
nel tempo (si pensi alle diverse date delle prime attestazioni delle lingue in-
doeuropee); inoltre, spesso non c modo di capire se una data forma rico-
278
Introduzione alla linguistica storica
struita appartenga a uno strato appena precedente alla diversicazione del-
le variet o a uno strato pi antico.
Una prova dei problemi di qualunque ricostruzione fornita dalle lingue
romanze. Per queste lingue ci troviamo com noto in una situazione parti-
colarmente favorevole, dato che conosciamo la lingua da cui esse derivano,
cio il latino. Ora, se proviamo a ignorare le nostre conoscenze di latino e
ricostruire il protoromanzo, otteniamo una ricostruzione che ha s delle ca-
ratteristiche vicine a quelle del latino, ma non il latino. Per citare solo un
problema di cui abbiamo parlato (vedi cap. 3 par. 7), sulla base delle lingue
romanze possiamo ricostruire un futuro perifrastico del tipo cantare habeo,
ma in nessun modo possiamo risalire al futuro sintetico del latino.
5.2. Valore delle forme ricostruite Lo studio dellindoeuropeo ha sempre
avuto come scopo quello di arrivare a una ricostruzione univoca di fonemi
e forme. Abbiamo citato sopra la posizione fortemente critica di Pisani sul-
lopportunit di ricostruire una lingua unitaria e sulla verosimiglianza di
una tale ricostruzione. Tale posizione viene corroborata dallo studioso ita-
liano con evidenze basate sullo sviluppo delle aree dialettali nella storia del-
le lingue europee. Lanaloga posizione di Dixon comporta lacquisizione di
altre evidenze, provenienti da aree linguistiche che non possono essere stu-
diate con i metodi tradizionali della linguistica indoeuropea.
Problematicit
della ricostruzione
Dobbiamo a questo punto domandarci che senso abbiano le forme rico-
struite: quando diciamo per esempio che nellindoeuropeo ricostruito esi-
stevano dei fonemi */k/, */

k/ e */k
w
/ a che cosa facciamo riferimento? Pro-
prio la ricostruzione delle velari pu servirci da spunto per cercare una ri-
sposta. Lesistenza di tre serie di velari dibattuta: in un primo tempo non
venivano ricostruite le palatali, mentre negli ultimi decenni alcuni studiosi
hanno messo in dubbio lesistenza delle velari pure, trattandole come allo-
foni delle altre due serie realizzati in particolari contesti. In effetti, questul-
tima ricostruzione sembrerebbe pi verosimile, perch fra le altre cose rico-
struendo fenomeni di allofonia permetterebbe di rendere lindoeuropeo ri-
costruito pi simile a una lingua reale. Eppure abbiamo visto che, seppure
limitatamente, ci sono tracce di tre serie diverse in albanese e armeno.
Lunica maniera di risolvere la questione quella di cambiare prospettiva:
lindoeuropeo ricostruito non una lingua reale, per le varie motivazioni
che abbiamo addotto sopra; ci che noi ricostruiamo una serie di corri-
spondenze. Fra queste corrispondenze si generano a volte delle discrepanze
perch esse fotografano una realt che non unitaria e omogenea sul piano
diatopico e tanto meno diacronico. La ricostruzione dunque pu e deve
perseguire una verosimiglianza, ma deve nel contempo abbandonare lidea
di raggiungere una spiegazione univoca di fenomeni che si collocano su
unarea estesa e spesso risalgono a fasi temporali distanti fra loro.
6. Spiegazioni del mutamento
279
6. La diffusione del mutamento
Abbiamo gi visto (cap. 2 par. 8) che nel corso dellOttocento il modello
dellalbero genealogico aveva suscitato le prime critiche. Si era per esempio
proposta come alternativa la teoria delle onde, secondo la quale i muta-
menti si irradierebbero da un centro in onde concentriche, divenendo man
mano pi deboli.
I principali sostenitori di questo modello alternativo di evoluzione nel cor-
so del xix secolo sono stati Graziadio Isaia Ascoli e Hugo Schuchardt, che
hanno contestato in primo luogo il carattere ineluttabile delle leggi foneti-
che in campo romanzo; come vedremo nel paragrafo successivo, anche nel-
la dialettologia tedesca si giunse presto a vericare che le modalit di diffu-
sione dei mutamenti linguistici sono complesse e che il fatto che uninno-
vazione venga o meno accolta legato a fattori geograci, politici e sociali.
Diffusione della
seconda rotazione
dellalto tedesco
6.1 Geograa linguistica e atlanti dialettali Abbiamo gi menzionato pi
volte la redazione di atlanti dialettali, che fu intrapresa in area germanica e
romanza a partire dagli ultimi decenni dellOttocento. Uno studio pionie-
ristico in questo senso fu quello di Georg Wenker, che si dedic ad investi-
gare la diffusione della seconda rotazione nei dialetti tedeschi. Come ab-
biamo visto nel cap. 1, infatti, la Germania presenta una grande divisione
dialettale fra alto tedesco (la variet letteraria attualmente in uso), che ha
subito la seconda rotazione, e basso tedesco, in cui invece la seconda rota-
zione non ha avuto luogo.
Allinizio della sua ricerca, Wenker immaginava di trovare unisoglossa ben
denita che delimitasse larea in cui aveva avuto luogo il mutamento: con-
trariamente alle sue aspettative, invece, trov che le variet con la seconda
rotazione e le variet che ne erano prive erano separate da una linea frasta-
gliata, ampia duecento chilometri, il cosiddetto ventaglio renano (lungo la
valle del Reno). La separazione fra variet in cui si era avuto il passaggio
/p/ > /f/ non coincideva con quella fra le variet in cui si era avuto il passag-
gio /k/ > /x/ n con quelle in cui si era avuto il passaggio /t/ > /s/: in altre
parole, il mutamento era avvenuto in certe comunit linguistiche solo par-
zialmente e in maniera non omogenea.
Isoglosse e conni
politici
Studiando la storia delle comunit coinvolte, ci si accorse per che il muta-
mento, pur non essendo omogeneo, non era casuale: le varie isoglosse si in-
tersecavano infatti in base alle divisioni politiche esistenti. Ciascuna delle
innovazioni che insieme vanno sotto il nome di seconda rotazione si irra-
diata con forza diversa da centri diversi, in modo che il risultato differen-
te e questa differenza rispecchia lorganizzazione sociale e politica delle di-
verse comunit di parlanti.
importante notare inoltre che la diffusione dellinnovazione appare lega-
ta a singole parole: senza arrivare allaffermazione estremistica di Jules Gil-
280
Introduzione alla linguistica storica
liron, uno dei padri della geograa linguistica, secondo cui ogni parola ha
la sua storia, affermazione che, se presa alla lettera, negherebbe lesistenza
di qualunque regolarit nel mutamento fonologico, bisogna per ricono-
scere che linnovazione nasce allinterno di determinati lessemi e da questi
veicolata. Torneremo su questo importantissimo fenomeno pi avanti
(cap. 6 par. 7).
Risultati di questo genere si sono riscontrati in seguito e hanno dimostrato
che la divisione dialettale non discreta, ma piuttosto che le varianti diato-
piche si organizzano lungo un continuo, che rende quasi impercettibile il
passaggio da una variet a unaltra. La percezione di conni linguistici netti
piuttosto una conseguenza di fattori politici, oltre che della diffusione
delle variet standard, che attualmente in Europa hanno soppiantato le va-
riet vernacolari, in quanto unico oggetto di insegnamento scolastico e
uniche variet usate dai mezzi di comunicazione come la televisione.
6.2. Norme di linguistica areale Abbiamo visto che la diffusione dei muta-
menti si compie in maniera diversa a seconda delle aree geografiche. Diffe-
renziazioni molto sottili, come quelle studiate per il tedesco o le lingue ro-
manze e rappresentate negli atlanti dialettali, per, possono essere colte solo
mediante la ricerca dialettologica su variet viventi. Tuttavia, anche muta-
menti molto antichi hanno lasciato tracce della loro diffusione disomoge-
nea, in modo che si possono cogliere attraverso alcune generalizzazioni.
Diffusione
delle innovazioni
Nei primi decenni del secolo scorso, fu elaborata in base a questa constata-
zione la cosiddetta linguistica areale. La linguistica areale non n una teoria
linguistica n una teoria del mutamento linguistico; piuttosto, si tratta di
una sistematizzazione di osservazioni empiriche, che trovano la loro spiega-
zione nella distribuzione geografica delle variet linguistiche analizzate.
Le aree laterali
sono conservative
Matteo Bartoli, il padre della linguistica areale (da lui chiamata linguistica
spaziale), aveva osservato per esempio che alcune lingue indoeuropee di-
stanti fra loro e diffuse ai margini del dominio linguistico indoeuropeo
conservavano caratteristiche pi antiche di altre lingue, che erano invece
situate in posizione pi centrale. Questa osservazione si traduce nella nor-
ma delle aree laterali: le innovazioni che si creano nellarea centrale si irra-
diano con forza decrescente verso le aree laterali, che spesso ne rimangono
immuni. Ne un esempio la diffusione della radice indoeuropea del nome
re. Essa si ricostruisce come *re g- ed attestata in latino come rex (gen.
reg-is) e in sanscrito come raja
.
h, ma non in greco o germanico: rimane nel-
le aree laterali, ma scomparsa dallarea centrale.
Le aree isolate
sono conservative
Unaltra constatazione che le variet parlate nelle aree che rimangono iso-
late hanno carattere pi conservativo rispetto alle variet parlate in aree in
cui le comunit di parlanti hanno contatti e scambi con altre comunit.
Questa, che si chiama norma dellarea isolata, si pu vericare per esem-
pio considerando la Sardegna rispetto al resto non solo dellItalia, ma di
6. Spiegazioni del mutamento
281
tutto il dominio linguistico romanzo. Fra i numerosi caratteri conservativi
delle variet sarde, osserviamo il mantenimento della distinzione fra gli esi-
ti di /e:/ e /i/ e di /o:/ e /u/ del latino: cos mentre in italiano troviamo per
esempio la parola pelo, in sardo troviamo pilu, entrambe derivanti dal lati-
no volgare *pil u (lat. classico pilum). Alcune variet sarde non hanno avuto
la palatalizzazione di /g/ davanti a vocale anteriore, che ha caratterizzato
tutte le altre variet romanze: troviamo cos forme come generu, in cui
< g > rappresenta locclusiva velare [g], di contro allitaliano genero dove
< g > rappresenta invece laffricata palatale [D] (Tagliavini, 1972, p. 390).
Larea maggiore
conserva di norma
le forme pi antiche
Unaltra norma individuata da Bartoli la norma dellarea maggiore: gene-
ralmente, la forma conservata dallarea maggiore quella pi antica. Questa
norma si pu applicare solo se larea pi piccola, in cui attestata la forma
alternativa, non unarea particolare per altri motivi (cio se non isolata,
laterale ecc.). Un esempio di questa norma costituito dal termine per fra-
tello nelle lingue indoeuropee: mentre tutte le lingue lasciano ricostruire la
forma *b
h
r

ater, solo il greco presenta la forma adelphs adelW oq. Si osservi


che la forma greca non un prestito, ma una parola di origine indoeuropea
(significa (che ha lo) stesso utero vedi cap. 2 nota 15); potrebbe quindi an-
che essere la pi antica. Il fatto che si tratti di uninnovazione pu essere de-
dotto dalla sua limitata distribuzione in una sola lingua, il greco, che si trova
in posizione centrale fra le lingue indoeuropee e non rimasta isolata.
Larea seriore
conserva
caratteristiche
pi antiche
Si riscontra poi che unarea dove i parlanti di una certa lingua si siano inse-
diati in epoca pi tarda rispetto allarea originaria mantiene caratteri pi
conservativi. Questa norma detta norma dellarea seriore. Possiamo
esemplicare questa norma osservando che linglese americano conserva
nella pronuncia caratteristiche pi antiche rispetto alle variet britanniche.
Fra queste caratteristiche troviamo la conservazione di /r/ in nale di silla-
ba, in parole come car o part, che in inglese britannico sono fonologica-
mente /ka:/ e /pa:t/, mentre nella maggior parte delle variet americane
sono /kar/ e /part/. Si osserva inoltre nelle variet americane il manteni-
mento di //, che nelle variet britanniche si abbassato in /a/, in forme
come half o cant, che sono nella norma britannica /half/ e /kant/, mentre
nelle variet americane corrispondono a /hlf/ e /knt/.
6.3. Oltre lalbero genealogico Come abbiamo detto sopra, la geograa lin-
guistica si era sviluppata nellambito della dialettologia e aveva avuto come
suo oggetto di studio variet parlate, romanze e germaniche. Pertanto
stato nel campo della dialettologia che si raggiunto dapprima un modello
di diffusione del mutamento che poteva prescindere dalla ramicazione
dellalbero genealogico. Osserviamo ancora che il modello ad albero com-
porta, oltre alla rigidit della separazione fra lingue, anche delle notevoli
conseguenze sul modello di espansione di uninnovazione. Tornando al-
lesame fatto nel par. 7 del cap. 2 degli alberi genealogici proposti in passa-
282
Introduzione alla linguistica storica
to dagli studiosi di lingue indoeuropee, ricorderemo che essi comportava-
no per esempio una prima diversicazione fra lingue kentum e lingue
sat@m. La diversicazione in questo modello pu voler dire solamente che
il mutamento (palatalizzazione delle velari davanti a vocali anteriori) si era
generato in una parte del dominio indoeuropeo in maniera omogenea, tale
da creare un dominio unitario che si contrapponeva al dominio in cui lin-
novazione non era stata accolta.
Geograa linguistica
e indoeuropeo
Nel 1921, Benvenuto Terracini propose, proprio a proposito della distin-
zione kentum ~ sat@m, un modello alternativo, che teneva conto delle co-
noscenze acquisite in ambito dialettologico. Egli sugger infatti che la pala-
talizzazione doveva essere vista come uninnovazione che si era estesa da un
centro irradiatore in maniera disomogenea su una certa area. La differenza
cruciale che larea su cui si era estesa linnovazione in questo modello
unarea preesistente e non creata da una divisione dovuta dallinnovazione
stessa, come invece nel modello ramicatorio.
7. Variabilit sociale e mutamento
Abbiamo detto sopra che una possibile causa del mutamento linguistico
il contatto fra lingue diverse. Limportanza del contatto interlinguistico
non va per sopravalutata: tutte le dimensioni di variabilit delle lingue
contribuiscono a causare il mutamento e linterferenza intralinguistica, fra
variet diastratiche interne alla stessa comunit, ugualmente rilevante nel
mutamento.
Come abbiamo notato sopra (cap. 6 par. 2), ciascun individuo partecipa
della variazione diastratica perch, indipendentemente dalla classe sociale a
cui appartiene, ha a disposizione diverse variet, che impiega a seconda del-
la situazione comunicativa.
Variazione
diastratica
e mutamento
Soprattutto la dinamica della variazione diastratica e i rapporti fra gruppi
sociali sono in grado di spiegare il passaggio da semplice variante sincroni-
ca a vero e proprio mutamento diacronico. Il linguaggio unattivit socia-
le e come tale varia e si muta in base allorganizzazione dei gruppi sociali e
alla volont dei singoli parlanti di identicarsi con un certo gruppo o di
distinguersene.
Parlando dellestensione della seconda rotazione nel cosiddetto ventaglio re-
nano (cap. 6 par. 6.1) ho detto che linnovazione sembrava veicolata da par-
ticolari parole, dalle quali si era poi estesa ad altre che comportavano la stessa
forma fonologica, piuttosto che essere legata unicamente ai singoli fonemi.
Studi dialettologici condotti anche su aree diverse nei decenni successivi
hanno messo in luce limportanza della variazione diastratica per il muta-
mento. apparso chiaro ai dialettologi che alcune variabili si configuravano
ora come variabili diatopiche, ora come variabili diastratiche, a seconda delle
comunit e dei gruppi di parlanti osservati. Si inoltre osservato che anche il
6. Spiegazioni del mutamento
283
modello di estensione del mutamento a onde concentriche troppo rigido
per cogliere leffettiva distribuzione delle innovazioni: spesso infatti centri
geograficamente non collegati fra loro, ma dotati di buoni mezzi di comuni-
cazione, si possono trasmettere le innovazioni, saltando per cos dire centri
intermedi ma marginali dal punto di vista delle comunicazioni.
Gruppi sociali
come veicolo
delle innovazioni
linguistiche
Dai dati raccolti dai dialettologi a partire dalla seconda met del xix seco-
lo, risulta che sono determinati gruppi sociali ad accogliere una data inno-
vazione: si tratta generalmente di parlanti giovani, pi dinamici sul piano
sociale e su quello linguistico. Se a questo maggior dinamismo legato un
maggior prestigio sociale, culturale o economico, linnovazione tender a
essere accolta anche da altri gruppi sociali: non solo nelle scelte linguisti-
che, ma in tutti i comportamenti (si pensi alla moda) individui e gruppi
sociali che godono di minor prestigio tendono a imitare individui e gruppi
sociali che godono di prestigio pi alto. questo il motivo per cui anche il
mutamento fonologico appare a volte veicolato da singole parole. Si tratta
in questo caso di vocaboli di uso pi comune negli strati alti della societ,
che godono di maggior prestigio: quando la loro variet viene imitata dagli
altri gruppi sociali, le innovazioni che vengono accolte entrano dapprima
in quelle aree del vocabolario che sono riconosciute come pertinenti al
gruppo sociale imitato.
Le stesse conclusioni sono state raggiunte un secolo dopo dal sociolinguista
americano William Labov, i cui pionieristici (per gli Stati Uniti) studi sulla
variabilit sociale della lingua nella Nuova Inghilterra hanno dato lavvio a
un orente lone di ricerca, che ben presto ha dimostrato lutilit dei pro-
pri risultati anche proiettati sulla dimensione diacronica del mutamento
linguistico. Anche Labov ha dimostrato con le proprie ricerche che le inno-
vazioni nascono allinterno dei gruppi sociali pi dinamici e vengono poi
accolte per imitazione da altri gruppi sociali. Lo studioso ha poi anche esa-
minato per alcune varianti la variazione diafasica, vericando due cose: in
primo luogo, che i parlanti tendevano ad aggiustare la propria lingua alla
situazione, facendo uso pi o meno frequente delle innovazioni (variazione
diafasica); in secondo luogo, Labov not che i gruppi di parlanti che aspi-
rano allascesa sociale sono ancora pi pronti ad accogliere uninnovazione
del gruppo sociale in cui linnovazione stessa nata.
Il ruolo
dellindividuo
Dobbiamo inne domandarci come nasca linnovazione allinterno di un
gruppo sociale. Parlando della teoria relativa alle cause del mutamento so-
stenuta dai generativisti, infatti, abbiamo detto che pare improbabile che
tutti gli apprendenti di una stessa generazione compiano contemporanea-
mente e in maniera indipendente la stessa rianalisi di un certo input lingui-
stico: ma si potrebbe obbiettare che sembra parimenti improbabile che tut-
ti i membri di un dato gruppo sociale introducano improvvisamente e si-
multaneamente la stessa innovazione.
284
Introduzione alla linguistica storica
Lunica spiegazione possibile consiste nel sottolineare il ruolo del singolo in-
dividuo nella creazione di innovazioni: come hanno dimostrato Milroy,
Milroy (1985) nei loro studi di sociolinguistica a Belfast, sono singoli indivi-
dui caratterizzati da particolare mobilit sociale a introdurre innovazioni;
che uninnovazione inneschi poi un mutamento dipende, come sottolinea
Labov (1972, p. 277), dal fatto che essa sia adottata da consistenti gruppi di
altri parlanti.
In alcuni casi limite, scelte individuali hanno portato alla vera e propria
creazione di una variet che si poi imposta come standard: quanto av-
venuto in Italia, dove litaliano standard nato dal orentino letterario, a
sua volta variet in buona misura creata da Dante, o in Germania, dove
alla base dellalto tedesco standard sta la variet scelta da Lutero per tradur-
re la Bibbia. Si osserver che Italia e Germania hanno avuto una storia si-
mile quanto al grado di frammentazione politica (entrambi i paesi non
hanno avuto un unico centro di potere politico no a buona parte del xix
secolo) e che la creazione di una norma linguistica passata attraverso il
prestigio letterario e culturale di una data variet. Diverso per esempio il
caso della Francia, paese caratterizzato gi in epoca molto antica da un for-
te centralismo politico, in cui la variet di Parigi si imposta sulle altre va-
riet regionali per il prestigio politico del centro di irradiazione.
8. Nascita e morte delle lingue
Abbiamo parlato n qui dei mutamenti che possono intervenire nella sto-
ria delle lingue. Affrontiamo ora un ultimo problema, cio quello della
possibile nascita o scomparsa di una lingua.
Il mutamento
un continuo
che non lascia
individuare
spaccature nette
In parte, una risposta alla domanda come alcune lingue cessino di esistere e
altre nuove vengano in essere gi stata data nel corso di questo capitolo.
In realt, nella continua variazione che determina il mutamento linguistico
non ci sono spaccature che i parlanti percepiscano come tali. Oggi possia-
mo constatare che, nellarea in cui un tempo era diffuso il latino, non si
parla pi questa lingua, ma si parlano invece le lingue romanze, ma nessun
parlante ha avuto in un momento preciso la percezione di aver cambiato
lingua. In parte dunque la scomparsa di una lingua e la nascita di unaltra
lingua nuova un fatto che si constata a posteriori, quando confrontando la
variet parlata con i testi scritti in epoca precedente ci si rende conto che le
differenze sono tali da impedire la comprensione.
Ma questo non che leffetto del mutamento e non ci a cui ci si riferisce
oggi parlando di nascita e morte delle lingue. Vedremo nei due paragra
che seguono come nuove lingue possano sorgere non in conseguenza del
normale mutamento diacronico e come al contrario delle lingue possano
cessare di esistere senza continuare in nuove variet da esse derivate.
6. Spiegazioni del mutamento
285
Nuove lingue
possono nascere
dal contatto
8.1. Nascita di nuove lingue Come abbiamo visto in precedenza (cap. 1 par.
3.11), il contatto linguistico pu portare alla nascita di vere e proprie lingue
nuove, i creoli e i pidgins. Lingue nate in questo modo si osservano in varie
parti del mondo. Esse sono state studiate soprattutto in epoca recente, por-
tando a osservazioni per certi versi sorprendenti: per esempio, creoli parlati
in aree molto lontane e originati da lingue del tutto diverse presentano ca-
ratteristiche costanti. In generale, i creoli sono sorti in comunit di parlanti
che avevano lingue di partenza non mutuamente intelligibili e non ne ri-
specchiano le strutture. Per questo motivo, oggi si pensa che lo studio dei
creoli possa avvicinarci, almeno in parte, allorigine del linguaggio: i creoli
rappresenterebbero davvero lingue con strutture grammaticali pi primi-
tive rispetto alle altre lingue che conosciamo, che sono frutto della norma-
le evoluzione diacronica.
Nuove lingue
possono essere
create
intenzionalmente
Lingue nuove possono anche essere create volontariamente da una persona o
un gruppo di persone, per servire a determinati scopi. questo il caso delle
numerose lingue artificiali, inventate soprattutto nellOtto e Novecento. Di
queste la pi nota lesperanto, creato nel 1887 dal polacco Ludwik Lejzer
Zmenhof. Nelle intenzioni del suo inventore, lesperanto sarebbe dovuto di-
venire la lingua comune di tutti gli ebrei, che a quellepoca non erano riuniti
in un unico stato con una lingua ufficiale. Sappiamo invece che quando
questo stato fu fondato, dopo la seconda guerra mondiale, come lingua uffi-
ciale venne adottato il neoebraico (su cui torner pi avanti). Lesperanto
continua per a essere studiato e attualmente si contano circa 1.600.000 per-
sone che sono in grado di comunicare con questa lingua.
Nulla vieterebbe che una lingua artificiale di questo genere assuma le carat-
teristiche di una lingua naturale, in termini di variabilit diatopica e diastra-
tica e anche di possibile mutamento diacronico. Ci potrebbe avvenire se la
lingua venisse adottata da una comunit di parlanti sufficientemente ampia
e soprattutto se venisse acquisita come lingua materna da intere generazioni.
Questo per non pare essere avvenuto per nessuna lingua artificiale: anche
nel caso dellesperanto, la trasmissione che pure avvenuta in alcune fami-
glie non andata al di l delle due o tre generazioni e le comunit in cui la
lingua stata adottata come lingua materna si riducono a poche unit di
parlanti.
Il caso dellebraico Le lingue possono anche rinascere. questo il caso dellebraico, di cui
abbiamo parlato nel par. 3.2 del cap. 1. Come abbiamo detto, questa lin-
gua fu adottata nel 1948 come lingua ufficiale dello Stato di Israele, dopo
una storia di alcuni millenni in cui il suo uso come lingua parlata era sta-
to limitato allistruzione religiosa. La lingua che fu scelta per la nascente
compagine statale era per gi usata da piccoli gruppi di sionisti (gli ebrei
che propugnavano la fondazione di uno stato ebraico in Palestina e che
in parte, dalla fine dellOttocento, vi si erano stabiliti), per i quali era sta-
to in parte adattato, soprattutto con laggiunta di nuove parole, da Ben-
286
Introduzione alla linguistica storica
jamin Ben Eliezer a partire dal 1881. I neologismi furono poi in parte so-
stituiti da prestiti e, soprattutto negli anni Venti e Trenta del secolo scor-
so, vi furono ampi dibattiti sul peso che avrebbero dovuto avere lebraico
biblico e quello rabbinico (vedi cap. 1 par. 3.2) nella grammatica norma-
tiva del neoebraico.
Lingue a rischio
di scomparsa
8.2. La morte delle lingue In un recente studio dellunesco sono state
censite circa 6.000 lingue diverse oggi parlate nel mondo, delle quali pi
della met sarebbero destinate a scomparire entro questo secolo: di queste,
128 sono lingue parlate in Europa. Secondo lunesco, una lingua a ri-
schio di estinzione quando non viene pi appresa come prima lingua da al-
meno il 30% di una comunit di parlanti.
Lasciando da parte il valore assoluto di queste cifre (contare le lingue
sempre un esercizio di difcile attuazione, dato che la delimitazione fra lin-
gue simili spesso arbitraria), comunque signicativo il dato relativo al
possibile impoverimento, in tempi relativamente brevi, della variet lingui-
stica attualmente esistente. Domandiamoci allora che cosa sta capitando a
queste lingue e perch stiano scomparendo.
Lingua e dialetto
in Italia
Possiamo verificarlo facilmente, facendo riferimento alla nostra realt di par-
lanti italiani e alla storia linguistica recente del nostro paese. In Italia, prima
della seconda guerra mondiale, era dialettofona la maggior parte della popo-
lazione. Ancora nel 1951, secondo i dati contenuti in De Mauro (1976), gli
italiani in grado di usare la lingua nazionale e il dialetto erano l87% della
popolazione, di cui il 63% usava principalmente il dialetto e aveva una com-
petenza dellitaliano limitata agli ambiti pi formali. Possiamo presumere
che la gran parte di questo 63%, sommato al 13% di italiani che conoscevano
solo il dialetto, avesse appreso il dialetto come prima lingua e litaliano come
seconda. Oggi, invece, in alcune regioni e soprattutto nelle citt i giovani
non solo non apprendono pi il dialetto durante linfanzia, ma non ne han-
no alcuna conoscenza. Infatti, gi la generazione dei loro genitori, nati subi-
to dopo la seconda guerra mondiale, era stata scoraggiata dallapprendere il
dialetto: quelli che lo conoscono, quindi, ne hanno una conoscenza acquisi-
ta in maniera spesso indiretta, lontana dalluso vivo.
Nel pur apprezzabile sforzo che ha sostenuto la diffusione della lingua nazio-
nale nel nostro paese, mancata totalmente una politica linguistica che aves-
se come fine anche la conservazione della variet. Questo stesso fenomeno
avvenuto, spesso in maniera ben pi drastica e violenta, in molte altre regio-
ni del mondo. Come abbiamo gi avuto modo di vedere nel cap. 1, movi-
menti di popolazioni e invasioni spesso hanno portato alla soppressione di
intere comunit di parlanti e allabbandono, da parte dei superstiti, delle
loro lingue di origine. Casi di questo genere si sono verificati per esempio nel
Nord America e nellAustralia (vedi cap. 1 parr. 3.8, 3.9). In altri paesi, per
esempio in molti stati dellAfrica o del Sud America, la scolarizzazione e la
6. Spiegazioni del mutamento
287
conseguente necessit di standardizzazione hanno condotto o stanno condu-
cendo allabbandono di molte variet; al contrario, la mancata standardizza-
zione rende impossibile linsegnamento scolastico di altre lingue che rischia-
no la scomparsa completa (vedi cap. 1 parr. 3.2 e 3.9).
possibile
conservare le lingue
che rischiano
di scomparire?
Attualmente, alcuni organismi internazionali si occupano del mantenimen-
to della variet linguistica, ma il loro compito tuttaltro che facile. Una lin-
gua infatti si mantiene solo se la comunit dei parlanti a cui legata la ritiene
degna di essere mantenuta: solo, cio, se gode, almeno nellambito di questa
comunit, di un certo grado di prestigio. Spesso per il fatto di parlare una
lingua diversa da quella standard o da quella nazionale percepito dai par-
lanti stessi come un difetto: avviene allora che questi parlanti, che potrebbe-
ro mantenere la propria variet e insieme apprendere ugualmente bene lo
standard, rinuncino del tutto a quella che sarebbe la loro lingua di partenza.
stato questo tipo di percezione che ha portato nel giro di un paio di gene-
razioni allabbandono del dialetto da parte di un gran numero di parlanti in
Italia. Si erroneamente ritenuto che lapprendimento della lingua naziona-
le sarebbe stato in qualche modo pregiudicato dal contemporaneo apprendi-
mento del dialetto, rinunciando a una possibile situazione di bilinguismo,
che daltro canto non trovava neanche sostegno positivo nella scuola o nei
mezzi di comunicazione.
Nei paesi in cui si imposta una lingua portata da popoli invasori, come le
Americhe o lAustralia, il livello tecnologico inferiore delle popolazioni in-
digene ha fatto s che i loro diritti non siano stati tenuti nella minima con-
siderazione. Oggi, gli studiosi che si occupano di lingue americane o au-
straliane spesso si scontrano con la situazione descritta per lAustralia in
Nettle, Romaine (2001, pp. 73-7) e per il Sud America in Terracini (1957,
pp. 35-6), in cui i giovani parlanti di lingue indigene usano s vocaboli ap-
partenenti alle loro lingue di origine, ma con strutture grammaticali ormai
modellate su quelle dellinglese o dello spagnolo. Poco pu essere fatto or-
mai per il mantenimento di queste lingue.
9. Conclusioni
Il mutamento
diacronico
una conseguenza
della variazione
sincronica
Possiamo ora rispondere alla domanda che ci eravamo posti allinizio di
questo capitolo: perch le lingue mutano nel tempo? La risposta che le
lingue mutano perch gi nella loro dimensione sincronica variano: lim-
pressione di omogeneit che una lingua ci d sul piano sincronico illu-
soria e perfino nella nostra stessa competenza di singoli parlanti la nostra
lingua un sistema diversificato e caratterizzato da un alto grado di varia-
bilit, che non siamo abituati a percepire perch la scelta delle varianti a
nostra disposizione una cosa talmente connaturata al nostro uso della
lingua da riuscirci il pi delle volte automatica. La differenza fra la varia-
288
Introduzione alla linguistica storica
zione sincronica e il mutamento diacronico non tanto interna al tipo di
fenomeno, quanto piuttosto inerente al nostro punto di vista: losserva-
zione dello stato sincronico di una lingua mostra come pi o meno accet-
tate e standardizzate varianti legate a fattori sociali o di altro tipo, alcune
delle quali si configurano allosservazione diacronica come veri e propri
mutamenti, perch sono state in un dato momento scelte in quanto va-
rianti di prestigio.
La nostra conoscenza delle fasi antiche delle lingue, pur se storicamente
attestate, si riferisce quasi solo alle variet standard, per cui ci sfuggono le
altre dimensioni di variabilit: in pratica delle lingue antiche e delle fasi
della nostra lingua precedenti allattuale conosciamo una variet sola. In
altre parole, nella nostra prospettiva impoverita come se nelle epoche
storiche precedenti tutti i parlanti di ciascuna comunit non avessero
avuto a disposizione che una variet unica, senza alcun tipo di diversifi-
cazione diatopica o diastratica. Data la natura delle fonti di cui disponia-
mo, lunico modo di renderci conto che questo non possibile losser-
vazione delle lingue viventi e della loro variabilit: la prospettiva sincro-
nica e quella diacronica, lungi dallessere inconciliabili, devono combi-
narsi perch noi possiamo avere una percezione realistica della natura del
linguaggio in quanto attivit umana.
Appendici
A. Cronologia di storia della linguistica storica Questa cronologia non ha al-
cuna pretesa di esaustivit, anzi, alcuni fatti e opere anche importanti sono trala-
sciati, mentre fra quelli elencati ve ne sono che possono essere ritenuti non par-
ticolarmente rilevanti. Lelenco contiene infatti solo opere e avvenimenti a cui si
sia fatto esplicito riferimento nel corso del volume (lunica aggiunta consiste
nella segnalazione della data di pubblicazione del Cours di Saussure). Il suo sco-
po quindi puramente riassuntivo: durante la lettura, quando viene introdotto
un particolare avvenimento, il lettore pu ricorrere alla cronologia proposta qui
per contestualizzarlo, inserendolo fra gli altri avvenimenti di cui si parla nel re-
sto del volume.

1786 Sir William Jones scrive alla regina dInghilterra il memoriale dal titolo
The Sanscrit Language, in cui mette in luce una serie di somiglianze fra il latino, il
greco e il sanscrito.

1811 Rasmus Rask pubblica in danese la sua introduzione alle lingue nordi-
che, in cui si trova la prima esposizione della prima rotazione consonantica del
germanico (oggi nota come legge di Grimm).

1816 Franz Bopp pubblica ber das Konjugationssystem der Sanskritsprache in


Vergleichung mit jenen der griechischen, lateinischen, persischen und germanischen
6. Spiegazioni del mutamento
289
Sprache, in cui propone, fra le altre cose, che i suffissi di tempo e persona del verbo
germanico derivino da antiche radici verbali e pronominali.

1819-22 Jacob Grimm pubblica una prima e una seconda edizione comple-
tamente riveduta della sua fondamentale Deutsche Grammatik. Nella seconda edi-
zione si trova una formulazione della legge che va sotto il suo nome (prima rota-
zione consonantica).

1836 Wilhelm von Humboldt pubblica il volume ber die Verschiedenheit


des menschlichen Sprachbaus und seinen Einuss auf die geistige Entwicklung des
Menschengeschlechts, che contiene i fondamenti della tipologia morfologica.

1844 Henri Weil pubblica il trattato De lordre des mots dans les langues an-
ciennes compares aux langues modernes, dove vengono introdotti alcuni concetti
relativi allorganizzazione dellinformazione nellenunciato.

1853 August Schleicher introduce in alcuni articoli le prime rappresentazio-


ni della parentela genetica strutturate ad albero genealogico.

1863 Hermann Grassmann trova una spiegazione per alcune eccezioni alla
legge di Grimm, scoprendo che in greco e in sanscrito di due occlusive aspirate in
due sillabe successive la prima perde laspirazione, subendo una dissimilazione
(legge di Grassmann).

1863-77 Georg Wenker intraprende la sua ricerca sulla seconda rotazione


nellalto tedesco, che porta allindividuazione del cosiddetto ventaglio renano.

1872 Johannes Schmidt, nellopera Die Verwandtschaftsverhltnisse der indo-


germanischen Sprachen, propone la teoria delle onde come modello di diffusione
del mutamento linguistico. Questo modello vuole contestare il modello dellalbe-
ro genealogico e la visione rigida delle leggi fonetiche sostenuta dai neogramma-
tici.

1873 Graziadio Isaia Ascoli fonda la rivista Archivo Glottologico Italiano,


intervenendo sulla questione della lingua in Italia.

1876 Karl Verner pubblica larticolo Eine Ausnahme der ersten Lautverschie-
bung, in cui spiega le eccezioni alla legge di Grimm (legge di Verner). Questa spie-
gazione spiana la strada allassunto del carattere ineluttabile delle leggi fonetiche,
formulato nello stesso anno da un altro neogrammatico, August Leskien.

1878 Ferdinand de Saussure scrive il Mmoire sur le systme primitif des voyel-
les dans les langues indo-europennes, dove si gettano le basi della teoria delle larin-
gali.

1880 Hermann Paul pubblica i Prinzipien der Sprachgeschichte, opera in cui


viene individuata la lingua individuale del singolo parlante come vero oggetto di
studio della linguistica.

1885 Hugo Schuchardt pubblica, in polemica con i neogrammatici, lopu-


scolo ber die Lautgesetze. Gegen die Junggrammatiker. Critiche analoghe sono
formulate negli anni 1882-86 da Graziadio Isaia Ascoli.

1892 Nel primo numero della rivista Indogermanische Forschungen esce


larticolo di Jacob Wackernagel ber ein Gesetz der indogermanischen Wortstel-
290
Introduzione alla linguistica storica
lung, in cui si individua la seconda posizione nella frase come posizione tipica dei
clitici nelle lingue indoeuropee antiche e nellindoeuropeo ricostruito (legge di
Wackernagel).

1902-10 Jules-Louis Gilliron pubblica con Edmond Edmont lAtlas lingui-


stique de la France.

1909 Otto Behaghel pubblica larticolo Beziehungen zwischen Umfang und


Reihenfolge von Satzgliedern, descrivendo la tendenza per i costituenti pi pesanti a
essere posizionati verso la ne della frase (legge di Behaghel).

1912 Antoine Meillet parla della grammaticalizzazione nel contributo Lvo-


lution des formes grammaticales.

1916 Inizia la decifrazione dellittita, per opera dello studioso ceco Bedri c
Hrozn y.

1916 Gli allievi di Ferdinand de Saussure, servendosi degli appunti delle le-
zioni, pubblicano postumo il Cours de Linguistique Gnrale, che considerano lat-
to di fondazione della linguistica sincronica, in contrapposizione alla linguistica
diacronica dellOttocento. La data viene scelta intenzionalmente per far seguire di
un secolo esatto la pubblicazione di questo volume alla pubblicazione di ber das
Konjugationssystem der Sanskritsprache di Franz Bopp, allora considerato lopera
che aveva sancito la nascita della linguistica ottocentesca.

1921 Nellarticolo Questioni di metodo nella lingustica storica Benvenuto


Terracini descrive lisoglossa kentum ~ sat@m come dovuta alla diffusione di
uninnovazione su unarea preesistente, piuttosto che come una divisione fra due
gruppi di parlanti che si sarebbero poi separati.

1927 Matteo Bartoli pubblica La dottrina neolinguistica, dove si trovano for-


mulate le norme areali. Verranno poi presentate in maniera pi completa nel suo
libro Saggi di linguistica spaziale, del 1946.

1936 Benjamin Lee Whorf parla di Standard Average European (SAE): lEu-
ropa costituirebbe unarea linguistica.

1939 Edgar Sturtevant formula lipotesi dellindoittita.

1949 Nella seconda edizione di Glottologia indoeuropea Vittore Pisani de-


scrive lindoeuropeo ricostruito come frutto di convergenza areale.

1963 Esce Some Universals of Grammar with Particular Reference to the Order
of Meaningful Elements di Joseph Greenberg, che fornisce la base per la tipologia
dellordine delle parole.

1969 Robert King pubblica Historical Linguistics and Generative Grammar.

1972 William Labov pubblica Sociolinguistic Patterns, dove descrive le di-


namiche della variazione diastratica e le sue conseguenze sul mutamento lin-
guistico.

1972 Tamas Gamkrelidze e Vja ceslav Ivanov pubblicano in russo la loro ri-
costruzione alternativa del sistema delle ostruenti indoeuropeo, nota come model-
lo glottale. Larticolo viene ripubblicato in tedesco nel 1973, contemporaneamente
allanaloga proposta di Paul Hopper, formulata dallo studioso americano in ma-
niera indipendente.
6. Spiegazioni del mutamento
291
B. Diffusione di mutamenti in area romanza
figura 1 Lestensione di fornus e nura
Fonte: Rohlfs (1954).
Nota: le due cartine evidenziano lesistenza di due aree, la Sardegna e la zona della Calabria
settentrionale, che si distinguono dal resto dellItalia. Le due isoglosse sono simili ma non identiche:
lestensione di nura pi limitata di quella di fornus, che mostra invece una coincidenza della Sardegna
settentrionale con la penisola.
Furnus
Fornus
forno
Roma
Napoli
Furru
Forru
Bari
Fuernu
Furnu
nora
nura

nra
nra
Roma
nra
nura
nura
Napoli
Bari
nra
figura 2 Lestensione di fervere e bullire
Fonte: Rohlfs (1954).
Nota: Gli esiti di fervere sono concentrati soprattutto nelle aree laterali, che sono pi conservative.
Fervere infatti continua il verbo latino classico, mentre bullire uninnovazione del latino volgare.
fervere
bullire
bouillir
boul
hervir
f
e
r
v
e

bullir
buddire
b
o
l
l
i
r
e

Ferve
Fierbe
292
Introduzione alla linguistica storica
In questo capitolo

Come cause possibili del mutamento linguistico sono stati proposti il passaggio
da una generazione di parlanti alla successiva, la diversa coesione politica e sociale
di un gruppo nella sua storia, il contatto tra lingue, la variabilit interna a una comu-
nit.

La denizione di lingua e di dialetto (o vernacolo) dipende essenzialmente da


fattori politici e sociali. La variabilit delle lingue di tipo diacronico, diatopico,
diastratico, diamesico e diafasico. Ammettendo che il mutamento avvenga per ope-
ra della rielaborazione delle regole grammaticali da parte del bambino (ipotesi dei
neogrammatici e pi tardi dei generativisti), viene trascurata limportanza della di-
mensione sociale del linguaggio.

Risultato del contatto fra lingue sono il bilinguismo e la diglossia; per i feno-
meni di prestito e di calco non necessaria la vicinanza geograca. Il contatto fra
lingue crea diversi tipi di sovrapposizione (lingue di sostrato, di superstrato e di
adstrato). La tipologia areale mette in luce gli effetti del contatto fra lingue anche
non afliate tra loro (per esempio area sae). Luniformit delle protolingue rico-
struite, contrariamente allevidenza delle lingue vive, risulta dallappiattimento
delle variabili normalmente considerate.

Gli atlanti dialettali tracciano isoglosse che spesso coincidono con organizza-
zioni politiche precedenti o attuali. La linguistica areale ha elaborato norme di dif-
fusione del mutamento. Anche la dialettologia ha messo in discussione il modello
dellalbero genealogico.

I rapporti tra i gruppi sociali sono determinanti per spiegare il mutamento dia-
cronico. I gruppi pi giovani e socialmente attivi sono spesso portatori di innova-
zioni anche nella lingua. Le innovazioni diventano norma quando per il prestigio
dei gruppi sociali o degli individui che le veicolano vengono adottate da unintera
comunit di parlanti.

Situazioni estreme di contatto possono portare alla nascita di nuove lingue


(creoli). Oppure, lingue nuove possono nascere anche da operazioni pianicate
(lingue articiali).

Lo scarso prestigio di una lingua, insieme con la mancanza di una politica lin-
guistica adeguata, pu portare alla sua scomparsa completa.

Lomogeneit delle lingue a livello diacronico solo unimpressione. Losser-


vazione sincronica risulta indispensabile per cogliere la natura articolata del muta-
mento e per giungere alla piena comprensione del quadro sincronico di una lingua
anche scomparsa.
Letture consigliate
Sulla variazione sociale del linguaggio si veda lintroduzione di Berruto (1995); pi
specicamente sulla situazione sociolinguistica in Italia si possono consultare i
saggi contenuti in Sobrero (1993). Sulla variabilit delle lingue e il suo ruolo nel
6. Spiegazioni del mutamento
293
mutamento linguistico una buona base di partenza costituita da Lazzeroni
(1987b). Sullinterferenza linguistica si possono consultare Gusmani (1986) e so-
prattutto il classico Weinreich (1974). Per un approfondimento sulle norme areali si
pu consultare Devoto (1962). Sulle lingue creole la bibliograa in italiano scar-
sa; rimando a Turchetta (1996) per la vasta bibliograa in inglese. Sulla morte delle
lingue si pu consultare il recente e aggiornato Nettle, Romaine (2001); vale co-
munque anche la pena di leggere Terracini (1957). Non ho trattato in questo volu-
me il problema del mutamento semantico e delletimologia. Per questi rimando a
Lazzeroni (1987b), De Felice (1987) e Benedetti (2003). La ricostruzione di una lin-
gua comune, o protolingua, indoeuropea implica per forza di cose anche la rico-
struzione di una comunit di protoindoeuropei, con una loro cultura, stanziati su
un dato territorio. Questi problemi, che non ho affrontato qui, si possono approfon-
dire servendosi di numerosi studi, fra cui ricordo Devoto (1962), Campanile (1987),
Lazzeroni (1998) e Villar (1997), che contiene anche elementi di storia e cultura
delle popolazioni indoeuropee.
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